

SANITA' PUBBLICA ?!?!
"Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".
di Antonio Giangrande
(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).
MALATTIA E CURA: OSPEDALI E MALASANITA'
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REPORT RAI |
CATTIVA GESTIONE AMMINISTRATIVA C.R.I.
VERGOGNA SANITA'
PARLIAMO DI PRONTO SOCCORSO?!?
Se ti capita un infarto o un ictus è meglio non trovarsi in Abruzzo. Il terremoto c’entra assai poco. Il problema sono i pronti soccorso degli ospedali. Per gli Eas regionali (dipartimenti di emergenza ad alta specialità) il tempo medio di attesa per tutti i codici è 241 minuti. Un’eternità. Ma se ti va male, è propri negli Eas abruzzesi che si può sperimentare l’inferno: 451 minuti di attesa. Non è il record più alto di Italia. Perché quello ce l’ha la Sicilia, limitatamente alle emergenze cuore nei Dea (dipartimenti di emergenza e accettazione) degli ospedali regionali: 595 minuti.
A rivelarlo non è un’indagine statistica da prendere con le molle, ma sono stati gli stessi ospedali italiani rispondendo a un lungo e interessante questionario che aveva loro inviato la commissione sanità del Senato presieduta da Antonio Tomassini (Pdl). Una raffica di domande poi elaborate dalla stessa commissione nel rapporto finale della indagine conoscitiva sul trasporto degli infermi e sulle reti di emergenza ed urgenza.
Il quadro è drammatico, tanto da fare immaginare che in buona parte d’Italia in caso di emergenza sanitaria è più sicuro farsi il segno della croce che rivolgersi ad altri tipi di croce, rossa o verde, per essere trasportati nei pronti soccorso. La stessa presenza di strutture di emergenza e ricovero è un ostacolo e indica la totale assenza di logica e programmazione. “Appaiono immediatamente evidenti alcune lacune di sistema”, scrive il rapporto finale della commissione, “a cominciare dai dati sui bacini di utenza dei Dea, che vanno da un minimo di un Dea ogni 14 mila abitanti per Toscana ed Abruzzo fino ad uno ogni 1,2 milioni di abitanti nel Lazio e uno ogni 1,3 milioni di abitanti della Lombardia, con una forbice evidentemente inaccettabile. Anomala è anche la distribuzione dei Dea sul territorio nazionale, con un eccesso di strutture specializzate in alcune regioni, come Emilia Romagna, Campania e Puglia”.
La distribuzione territoriale dell’emergenza è priva di logica. Così come i dati forniti nel questionario dalle stesse strutture ospedaliere indicano come il primo criterio della loro stessa esistenza sia la più assoluta casualità. Magari c’è stato il politico, o il sindacalista che ha spinto per avere quell’ospedale nella zona in cui non era necessario, magari è stata incapacità tecnica di programmazione. Nel questionario si chiedeva se “la programmazione sanitaria, in merito alla distribuzione delle specialità e delle superspecialità sul territorio, sia stata realizzata tenendo conto di dati territoriali, demografici ed epidemiologici”. La risposta secondo il rapporto della commissione è stata senza dubbio sincera, ma “drammatica: su base nazionale solo il 47 per cento dei Dea è stato realizzato tendendo conto di tali dati. Alcune regioni, come Calabria e Campania, rispondono negativamente nel 100 per cento dei casi. Questo significa che molto frequentemente la programmazione sanitaria non viene effettuata in base ai reali bisogni, bensì in funzione di altri fattori che si possono purtroppo agevolmente immaginare”.
E a rimetterci c’è naturalmente il cittadino. Perché ci sono parti di Italia con una concentrazione inutile di strutture di emergenza, perché nessuno vi si rivolge. E altre dove non c’è posto per chi ha davvero bisogno. Così con infarti e ictus - per non parlare di traumi - dal momento in cui viene lanciato l’allarme inizia spesso una lunga peregrinazione di ospedale in ospedale prima di ricevere le cure necessarie.
E si rischia la vita. Scrive la commissione: “l’anello debole della catena dei soccorsi è però indubbiamente e preoccupantemente il livello intraospedaliero, fondamentalmente con due dati sconvolgenti: i 241 minuti d’attesa media nei Dea, con la punta di 451 minuti in Abruzzo, ed i percorsi privilegiati per gli accertamenti diagnostici per i pazienti di pronto soccorso, pressoché inesistenti, salvo sporadiche realtà. Lo stesso dicasi per le procedure specifiche integrate per patologia, presenti - nelle regioni più performanti - solamente nel 50 per cento dei Dea, fino a giungere all’assenza assoluta in Basilicata, Sicilia e Molise”. Per i traumi invece “troppi pazienti vengono trasportati in ospedale, come si evince dai tempi medi di stazionamento delle ambulanze, che in qualche caso come in Lazio e in Puglia arrivano a sfiorare le tre ore, sottraendo fra l’altro risorse per i soccorsi territoriali”.
Secondo il questionario il tempo medio di attesa fra triage (procedura per stabilire quale è il problema del paziente) e soluzione (visita o intervento) in un pronto soccorso italiano è di 100 minuti al Nord, ma di 451 minuti massimi (e 241 minuti medi) negli Eas di Abruzzo “che sembrano essere eccessivi”. Il questionario poi chiedeva anche quale fosse il tempo medio di attesa delle ambulanze in codice verde (non grave). Secondo la commissione dovrebbe essere di 30 minuti il tempo “accettabile”. Ma non è così frequente: “per i Dea in Liguria la media è di 46 minuti; in Sardegna di 60 minuti. Improponibili invece i picchi che si registrano in alcuni Eas, quali 127 minuti per il Lazio e 152 minuti per la Puglia, in cui i pazienti sostano quasi 3 ore sulla barella dell’ambulanza”.
Guai in caso di attacco al cuore: “Buona parte delle patologie di natura cardiaca”, scrive la commissione, “sono tempo-dipendenti. Non potere usufruire di una rete integrata per la gestione di queste problematiche significa non potere offrire al paziente una corretta e tempestiva cura. Il 39,1 per cento dei Dea e il 71,4 per cento degli Eas del Sud dichiara l’inesistenza di una rete integrata di trattamento per le patologie di natura cardiaca. L’Abruzzo presenta una situazione poco edificante: 42,9 per cento dei Dea e 33,3 per cento degli Eas ne sono privi. Grave la situazione di Campania, Molise, Puglia e Sicilia. In Umbria un Dea su cinque non può contare sulla rete integrata”. Figurarsi il tempo di attesa fra esame emodinamico e intervento per problemi di cuore. “Nella vista nazionale i 198,8 minuti medi di attesa dichiarati dagli Eas del Sud risultano veramente eccessivi, quasi inaccettabili, poiché, sommando i tempi, il paziente deve prima prendere coscienza del tipo di dolore, poi rivolgersi al 118 o andare direttamente in ospedale, dove viene valutato. A tutto questo, se si aggiungono 3 ore di attesa, si è oltre qualsiasi ragionevole trattamento di urgenza. Particolarmente preoccupante è il dato - pari a 595 minuti - dichiarato dagli ospedali della Sicilia”: Laggiù, se hai un doloretto al petto, devi sperare solo che sia falso. Altrimenti all’intervento non arrivi vivo.
PARLIAMO DELL’ITALIA, PAESE DI VITTIME DI MALASANITA’.
Un caso di malasanità ogni due giorni. Da fine aprile 2009 a settembre 2010 ben 242 episodi, di cui 163 hanno causato la morte del paziente. I dati, allarmanti, che fotografano una situazione della sanità italiana che desta grande preoccupazione, emergono dal lavoro svolto in poco più di un anno di lavoro della commissione parlamentare sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando. I casi esaminati, inoltre, non sono tutti quelli che si sono verificati nel nostro Paese ma solo quelli finiti sotto la lente di ingrandimento della commissione per un esposto, una segnalazione o un articolo di giornale. Le 163 presunte vittime (presunte finché non si pronuncerà la magistratura) sono state causate o per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze struttura. «Gli errori della sanità italiana hanno tanti padri - spiega Leoluca Orlando, presidente della commissione parlamentare sugli errori sanitari - i medici che sbagliano, certo, ma anche le strutture, i manager e chi li nomina, ossia i politici. Il nostro obiettivo non è solo capire chi commette l’errore, ma anche il perché, ossia le anomalie strutturali e organizzative che hanno portato a quell’errore». «La politica - continua Orlando - deve fare dieci passi avanti per la salute, ossia impegnarsi di più per tutelare i cittadini, anche stanziando risorse adeguate, e dieci passi indietro per la sanità, ossia per le nomine, i giochi di potere, la spartizione delle cariche».
Dicembre 2009. Una bimba di cinque mesi è morta a Gela perché a Palermo si discuteva - per un tempo lungo e impietoso - su quale di due elicotteri dovesse volare a salvarla. Maria Grazia cianotica per un rigurgito di latte, soccorsa dalla nonna, era stata «recuperata» dal personale di un’ambulanza e dell’ospedale, poi portata all’eliporto dell’Eni, contrada Ponte Olivo, dieci chilometri dalla città, dopo che si era chiesto il volo urgente. Ma la telefonata, dice l’esposto, aveva acceso la disputa: deve partire l’elicottero palermitano o quello di Caltanissetta? Le agenzie narrano che la piccola è rimasta in attesa per tre ore, arrivando all’Ospedale dei Bambini in «coma post-anossico». Papà e mamma erano già lì dopo il viaggio in auto.
Dicembre 2009. La storia di Marika, 20 mesi, morta a Pantelleria: febbre alta, iniezione contro l’influenza A, rispedita a casa. Sempre più grave, si è chiesto l’elicottero, ma ci ha messo troppo tempo. Qui è di mezzo l’organizzazione, non le competenze.
Dicembre 2009. Un anziano è morto d'infarto dopo essere stato trasportato nell'ospedale di Belcolle a Viterbo a causa della chiusura del laboratorio di emodinamica. Il paziente, suocero di un cardiologo, avrebbe dovuto essere sottoposto ad angioplastica d'urgenza, ma il primario ha negato l'apertura straordinaria del reparto. Inutile il tentativo di trasporto verso un altro ospedale. "Si sarebbe creato un precedente che non siamo in condizioni di applicare ad altri pazienti"- ha concluso il medico.
Le competenze sono un refrain della cronaca sanitaria. Il più delle volte le spiegazioni sono ineccepibili, i regolamenti inflessibili, non ci sono comportamenti contrari alle gabbie dei protocolli. Come se il rispetto di ruoli, incarichi, direttive avesse azzerato completamente la presa in carico di un rischio, di una decisione immediata e superiore, non prevista dai codici, anzi passibile di censura se le cose non vanno bene.
La morte sta a guardare il balletto delle competenze e, quando questo va per le lunghe, plana e porta via.
Non è facile nemmeno per i magistrati, cui spetta giudicare comportamenti oggettivi, non stati emotivi. Però i fascicoli delle Procure spargono fra noi l’emotività e l’incredulità.
A Torino a fine Anni 80 finì in cronaca una ragazzina che stava per scavalcare il diciottesimo compleanno. Soffriva di schizofrenia, attacchi violenti. L’ultimo episodio portò la lente su un piccolo e grande conflitto: neuropsichiatria infantile (minorenne seppur per poco) o psichiatria degli adulti? Intanto che il quesito cercava soluzione lei e famiglia soffrivano in un crescendo solitario.
Ai giudici discernere, ma l’elenco è un ritmo battente. A Roma, febbraio 1992, un paziente si spegne in pronto soccorso, testi giurano che il medico ha detto che non era sua competenza, lui replica che stava visitando un altro paziente e aveva ordinato di portargli l’uomo in barella. Colpa di chi aveva la competenza di portarglielo.
Il Pronto Soccorso in prima pagina. Nel settembre 2006 a Torino un uomo muore davanti al cancello del Dipartimento di Emergenza del Mauriziano. Viene chiesto ai medici di turno di correr fuori, qualche decina di metri. La replica: il regolamento vieta di farlo e, comunque, non avrebbero potuto far alcunché senza strumenti, compito dell’ambulanza attrezzata. Controreplica: potevano già intervenire in strada e provarci. Replica alla controreplica: il paziente infartuato va trattato secondo criteri specifici. Tutti nel giusto, lui al camposanto.
Alle porte della stessa città, Moncalieri, gennaio 2007, episodio analogo: pensionato di 71 anni portato fin lì dall’autista di un pullman che però non riesce ad accedere fino all’ingresso. Gli portano una sedia a rotelle, ma i medici non escono. Vada l’ambulanza. L’ambulanza arriva, ma il tempo è scaduto. Altro carro funebre, stesso dibattito.
E’ uno stillicidio. Ci sono le opere pubbliche incomplete per competenze frantumate. C’è l’operaio morto a Volvera perché l’ambulanza non riesce a infilarsi nella sua via: è privata, il Comune non ha competenza nel sistemarla. Un altro muore perché i Vigili del Fuoco volontari - vuoi per una vertenza, vuoi per compiti definiti - non intervengono su un incidente stradale. Quelli in servizio effettivo arrivano da lontano. E’ tardi. A volte si muore per incompetenza. Morire per un palleggio di competenze è andarsene soffocati, oltre che dal male, da un mondo robot, disumanizzato e, soprattutto, inefficiente.
Carmelo Abbate su "Panorama" racconta la sua inchiesta filmata sulla Sanità italiana.
"Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione.
È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie.
Trattato come un medico da pazienti, inservienti, infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini, mi hanno assegnato l’armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a interventi chirurgici.
Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro: a Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro, in provincia di Isernia. Nel corso dell’indagine (tutta documentata da una telecamera nascosta) ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati, zingare che passano fra i letti a chiedere l’elemosina, cinesi che entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni standard di sicurezza.
Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono ignorate le più basilari regole di comportamento e di igiene, la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e più di 5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.
Catanzaro
Sono le 7 di martedì 29 settembre, Ospedale Pugliese di Catanzaro. Per un’ora
faccio su e giù con gli ascensori. Le norme prescrivono che la biancheria pulita
segua un percorso diverso da quella sporca.
I rifiuti ospedalieri,
organici, non devono transitare negli stessi ascensori utilizzati da medici,
pazienti o per il cibo. A Catanzaro non funziona così. Passa tutto per lo stesso
montacarichi. Ci sono dentro quando si apre la porta. Un operaio: «Dottò, sta
scendendo?». Rispondo di sì e lui spinge all’interno il carrello con un bel po’
di bidoni gialli messi uno sopra l’altro fino al soffitto. Ci stringiamo nel
poco spazio disponibile. Li abbiamo addosso. Nell’etichetta esterna c’è scritto:
«Rifiuti sanitari pericolosi a rischio
infettivo». Dentro possono esserci garze imbevute di sangue,
siringhe, residui di interventi chirurgici, anche materiale radioattivo
utilizzato nella medicina nucleare. La porta dell’ascensore si apre, pochi
minuti dopo sono sempre lì con il carrello del cibo.
Alle 8 e mezzo eccomi in pediatria. Entro nella saletta dei medici. Ce ne sono tre, più due infermiere. Mi presento: sono il dottor Trimarchi dell’associazione Orchidea bianca onlus. Dico tutto velocemente, come fosse la più famosa organizzazione sanitaria italiana, nella speranza di far scattare il tipico meccanismo per cui non chiedi ulteriori informazioni per paura di passare per deficiente davanti agli altri. È andata. Spiego che mi sono appena laureato e che la nostra struttura ci manda a fare degli stage in giro per gli ospedali. Vorrei stare un giorno con loro per vedere come lavorano. Non c’è problema, nessuno chiede una lettera di incarico, un documento, una preventiva richiesta alla direzione generale. Nulla. Mi accettano sulla parola.
Da questo momento parte quel processo che poi si ripeterà in alcuni dei centri successivi: basta farsi vedere in giro con un infermiere o un medico perché tutti gli altri ti considerino uno di loro, un nuovo arrivato. Ogni minuto che passa, ogni gesto è un tassello che va ad arricchire la tua tracciabilità. Fino a non riuscire più a risalire al momento originario. Ovvero, come sei entrato lì. Chi ti ha mandato. Chi ti ha aperto le porte per primo.
Sono a tutti gli effetti il dottor Trimarchi. Il primo a darmene atto è l’imbianchino che dipinge i muri del corridoio. Mi saluta con una certa deferenza. La puzza della vernice si sente, eccome. Le infermiere mi accolgono nella loro saletta. Una mi prepara il caffè. Poi mi offre una sigaretta. Lei accende e apre la finestra. Mi infilo nella camera dei medici. Anche qui si fuma.
Dopo mezz’ora il battaglione muove alla volta delle camere dei bambini per il consueto giro mattutino delle visite. Alla testa c’è il medico più esperto. Camice aperto, mani in tasca o a giocare con le chiavi, passa da un letto all’altro dispensando affettuosi buffetti e barzellette. Le visite avvengono tutte senza guanti e senza un minimo di privacy, ogni comunicazione è a partecipazione collettiva.
Prima mi sono informato sulle diagnosi dei malati: c’è chi ha un’infezione generalizzata, chi da morso di zecca, chi ha la mononucleosi, l’epatite. In una stanza ci sono tre letti: due adolescenti e un bambino. Dopo aver toccato le ragazze il medico infila la mano dentro la bocca del piccoletto. Ma non vede bene. Allora afferra la tapparella, la tira su. Poi fa alzare il bambino, lo mette a favore di luce e gli rificca la stessa mano in bocca. Un altro bambino ha delle strane macchie sul corpo. Dietro un orecchio la pelle è aperta. Il medico ci passa le mani, poi invita l’assistente ad avvicinarsi. Tocca pure lei. Senza guanti. L’équipe si consulta. Non si riesce a capire a cosa siano dovute. Le gambe sono piene. Uno butta lì l’ipotesi tubercolosi, un altro epatite.
Durante una visita, il medico mi coinvolge: «Lei che ne pensa, dottor Trimarchi?». Sono con le spalle al muro, non so cosa fare. Ripete la domanda, vuole sapere se in presenza di quei valori la diagnosi è corretta. Rispondo che non lo so, non è quella la mia specializzazione. «E in che cosa siete specializzato voi, dottore?». Già, bella domanda. In sociologia, in sociologia medica, ecco. Dico così e subito mi do del deficiente. Ma che c’entra la sociol…? «Bene!» esclama il medico. «Ho giusto un caso di cui vi potete occupare allora». Sono pronto. «Una bambina alla quale abbiamo scoperto il diabete. Ma la mamma, che è qui con lei, è analfabeta». In una camera singola c’è un bambino con gravi malformazioni. Sembra affetto da sindrome di Down. È grasso, gonfio dalla testa ai piedi, sproporzionato. Mentre il medico si avvicina lui gli sfila lo stetoscopio dalla giacca. Ci gioca con le mani. Se lo attacca alle orecchie, al petto. Alla fine il dottore lo riprende e lo rimette in tasca. Ci sono altri piccoli da visitare.
Intorno alle 11 esco e vado a prendere il caffè al bar di fronte all’ospedale. Con camice e zoccoli, cosa vietata. Ma sono in buona compagnia. Torno dentro, sulle scale trovo una zingara che chiede l’elemosina. La tengo d’occhio. Dopo un po’ si infila in un reparto, si fa largo tra i parenti in visita, arriva perfino ai letti dei malati.
Provo a entrare nel blocco operatorio. Suono il campanello. Un’infermiera mi apre la porta. Saluto con piglio sicuro e vado dentro. Dopo pochi metri c’è un’altra porta a vetri opachi. Su un cartello c’è un avviso rivolto a tutto il personale: «Si ricorda che è assolutamente vietato entrare nelle sale operatorie senza divise, calzari, cappellini e mascherine adeguate». Gli indumenti sono lì a fianco. Li ignoro. La porta si apre su un corridoio, sulla destra ci sono due sale operatorie. Un infermiere mi viene incontro. Non ha calzari, cuffia, guanti: nulla. Gli dico che sto cercando il dottor Vattelappesca, un dottore di cui ho letto il nome su un cartello in giro. «Sta al piano di sotto». Ribatto: mi ha detto di trovarci qui per prendere accordi per un intervento. Tanto basta, semaforo verde. La scena si ripete identica nella camera successiva. Sulla soglia una donna parla al cellulare. La chiamata sembra di lavoro. La seguo dentro. Mette il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni, prende una garza e si rimette al lavoro. Non ha cambiato i guanti. Le sue mani si posano sull’uomo operato. Con lei c’è un’altra donna: naso fuori dalla mascherina. A un metro, una infermiera vestita come fosse in reparto. Ha soltanto una cuffia sui capelli, che lascia scoperti grandi ciuffi sul davanti. Non ha i calzari. Come me, che sto a due metri dal lettino operatorio con le stesse scarpe che avevo poco prima al bar di fronte all’ospedale.
All’uscita del reparto un uomo mi chiede com’è andata l’operazione, è preoccupato. Rispondo che è tutto ok e prego Dio che sia vero. Lo rassicuro, la madre si è risvegliata. Mi stringe le mani, mi ringrazia, dice che però si tratta della moglie. Un infermiere mi ha raccontato di un barbone che mangia e dorme dentro la struttura. Lo trovo seduto davanti al reparto di medicina nucleare, tra l’ascensore e la corsia, dove passano i malati. È grosso, dorme piegato su se stesso. Ha due sacchetti pieni di cianfrusaglie. Le gambe sono gonfie, le caviglie non si distinguono. Puzza. Ha i capelli lunghi e la barba. Accanto a lui c’è un piatto di plastica con i resti del pranzo che ha appena consumato. Lo chiamano «Carminuzzo», diminuitivo di Carmelo, ha il mio stesso nome.
Continuo il giro. Fra gente che mi chiede informazioni. Non so che rispondere, mi scuso, dico che è il mio primo giorno. Mi becco auguri e pure qualche bacio. Incrocio una ragazza cinese. Ha uno zaino sulle spalle e una sorta di bancarella ambulante davanti con bracciali, orologi e giocattoli. La seguo. Un’infermiera le chiede un cinturino, contrattano. Entra ed esce dalle stanze, anche in pediatria, dove vende i suoi giochi di plastica privi degli standard di sicurezza previsti dall’Unione Europea.
Napoli
Giovedì primo ottobre il dottor Valerio Trimarchi si presenta al Pellegrini di
Napoli, nel centro storico. Non ho fortuna. L’ospedale è piccolo, si conoscono
tutti, dal primario all’ultimo dei volontari. Riesco comunque a fare un giro
all’interno. Non sono ancora le 8 del mattino. Diversi ricoverati dormono sulle
barelle nei corridoi. Le condizioni igieniche sembrano scarse.
Sul davanzale di una finestra ci sono decine di
mozziconi di sigarette. Stessa situazione al pronto soccorso.
L’ingresso dell’ospedale dà su una strada molto trafficata. Poco più su c’è
l’arrivo della metropolitana. È una fiumana di persone che si trascina tra auto
e moto. In mezzo vedo infermieri e medici in divisa, uno addirittura con la tuta
operatoria. Vanno al bar o nei negozietti della via.
Isernia
Per entrare all’ospedale di Isernia, in Molise, mi infilo in un vorticoso giro
di conoscenze tipico di una certa Italia dove l’amicizia e il clientelismo la
fanno da padrone. Si trova sempre qualcuno che ti consiglia a un altro, che a
sua volta non si prende nemmeno la briga di capire chi sei.
Gli basta soltanto sapere che sta facendo un
favore. Si va avanti così, in una sorta di catena di Sant’Antonio
della quale non si riesce più a venire a capo.
Intanto Valerio Trimarchi venerdì 2 ottobre di buon mattino arriva in divisa d’ordinanza all’ospedale Veneziale. Dico che mi sono appena laureato e che mi accingo a scegliere la specializzazione. In medicina generale i pazienti sono tutti anziani. I medici si fermano ai piedi del letto, guardano la cartella, si confrontano, prescrivono esami. Le mani ce le mettono gli infermieri. Si passa da un pannolone all’altro fino alle flebo: senza guanti. Solo un’infermiera è ligia al dovere. Gli altri quasi la rimproverano per l’inutile perdita di tempo. Alla fine vado al bar.
Una dottoressa in camice bianco è appoggiata a un’auto parcheggiata. Aspetta qualcuno. Un medico in tuta verde attraversa la strada. Torno nel blocco operatorio. Mi conoscono tutti, mi muovo in totale libertà. Vedo medici e infermieri senza copriscarpe, mascherine. Senza guanti. Un paio di chirurghi fumano. A pochi metri dalle sale dove si operano i malati, i posacenere sono pieni di mozziconi.
Intorno alle 2 del pomeriggio mi accingo a lasciare l’ospedale. Sbaglio l’uscita. Percorro un corridoio pieno di scatoloni, qualcosa a metà tra un magazzino e un ripostiglio. I muri sono scrostati, alcune piastrelle divelte. Cammino per una decina di metri quando sulla destra mi trovo una porta spalancata: dentro ci sono tre malati che dormono sui lettini. Fanno la dialisi. Le condizioni igieniche sono scadenti. A metà corridoio, senza alcuna porta divisoria, c’è un bagno con due sanitari dove si scaricano pale e pappagalli.
Nel pomeriggio accompagno un medico all’ospedale di Campobasso, nel reparto di anatomia patologica, dove da Isernia mandano ad analizzare i tessuti asportati. Davanti a un cartello con scritto «Vietato fumare» una dottoressa ci intrattiene con una sigaretta fra le mani. La stessa mattina le sono arrivati dei «pezzi» che ancora non riesce a capire perché siano stati asportati. Ci invita a prendere l’abitudine di segnalare la sospetta diagnosi. E accende una seconda sigaretta.
Venafro
Il giorno dopo, su segnalazione di un medico di Isernia, vado a trovare un
collega a Venafro, distante una trentina di chilometri. Ha l’aspetto provato, è
stanco. Ha voglia di parlare e di sfogarsi.
Fare l’ortopedico lì è come essere in trincea, ti arriva
di tutto e lavori in condizioni estreme. Con gente che fuma in sala operatoria.
Ogni volta che impianta una protesi, dopo che ha cucito prega Dio perché non
subentrino complicazioni e infezioni.
Quello che intende lo vedo con i miei occhi lunedì 5 ottobre. Faccio un rapido giro per il reparto. Le camere sembrano supermercati. I comodini faticano a contenere bottiglie, biscotti, patatine e pasticcini. I medici mi danno subito del collega. Dico che sono troppo buoni e che non merito ancora quel titolo perché devo fare la specializzazione. Non importa, sono molto gentili. Mi invitano nella loro stanza, mi affidano un armadietto e una tuta per la sala operatoria. C’è da correre a fare gli interventi. Ci cambiamo.
Nel blocco operatorio ci sono i canonici indumenti monouso. Poi, stranamente, gli spogliatoi sono più avanti nel percorso che porta alle sale operatorie. Le regole vengono molto disattese. L’infermiere che assiste il chirurgo non indossa guanti. Mentre l’operazione è in corso la porta si apre: è un medico in camice bianco e scarpe normali. Rimane sulla soglia a chiacchierare con i colleghi.
Torno in reparto. Sul tavolo della saletta infermieri c’è dell’uva. Il medico mangia e con la stessa mano tocca la medicazione di una donna. Una signora cammina con un mucchio di lenzuola tra le braccia. Ha disfatto lei stessa il letto della figlia. Intanto il medico controlla la mano fasciata di un uomo. Tre dita sono nere, in necrosi. Dai polpastrelli escono fili di ferro. Lui ci infila le mani, che non ha mai lavato dopo avere mangiato l’uva.
Rimango solo, mi trovo davanti una signora: «Dottò, stamattina il primario mi ha detto che prima di uscire mi devono togliere questi punti dalla testa. Ma ora lui non c’è più. Che fa, me li toglie lei?». Esito. Poi chiedo a un’infermiera di indicarmi la medicheria perché, specifico bene, devo togliere i punti a quella donna. Entriamo. Faccio accomodare la signora, prendo un paio di strumenti, ci gioco, la guardo e le dico che forse è meglio aspettare il primario. Con la salute della gente è meglio non scherzare."
Ma l'inchiesta non si ferma qui. Il viaggio choc nell'ospedale più grande d'Italia dell'inviato de 'L'espresso', Fabrizio Gatti. Per un mese, travestito da uomo delle pulizie al Policlinico di Roma.
"Quaggiù in pediatria una pausa sigaretta vale più di un bambino. Bisogna camminare fino in fondo al reparto per trovarne la prova. Si arriva davanti a una porta scorrevole con un citofono. Il cartello 'Terapia intensiva' rivela le sofferenze che il vetro smerigliato nasconde. Si sente il pianto dei piccoli pazienti. A volte piangono anche i genitori seduti su una panca di fronte. Ma il corridoio prosegue. Nove passi. Soltanto nove passi dalla porta scorrevole. E si finisce su un pavimento di mozziconi, cicche lasciate a metà, filtri consumati fino all'ultimo tiro di tabacco. Un corridoio è un corridoio. Non ha sbocchi all'aperto. Non ha finestre. Il fumo ristagna. Volteggia. Si affida alla corrente d'aria e lentamente torna indietro attirato dalla temperatura più calda nel reparto. L'odore di nicotina lo senti tra le stanze con i lettini a sbarre e i poster di Topolino, Biancaneve e la Carica dei 101. Lo annusi all'ingresso della grande camera sterile. Forse scivola fin là dentro ogni volta che la porta scorrevole si apre. Fumare in un ospedale con bimbi in pericolo di vita non solo è vietato: è da criminali. Ma in un mese, nessun trasgressore è mai stato rimproverato. Il perché lo si scopre fermandosi qualche ora ad osservare. Chi fuma sono quelli che dovrebbero far rispettare il divieto. Uomini o donne con il camice bianco. Oppure personale sanitario con il completo e la cuffia azzurri, o strumentisti con la mascherina e l'uniforme verde delle sale operatorie. Sanno che non si può e non si deve. Ma chissenefrega. Qualcuno l'ha dichiarato con un pennarello nero sul muro bianco: 'Stiamo in pausa... e si fuma'. E ha pure aggiunto quattro punti esclamativi.
È sorprendente lavorare un mese in ospedale. Questo poi non è un ospedale qualunque. È il Policlinico Umberto I di Roma, il più grande d'Italia, uno dei più grandi al mondo. L'ospedale modello dell'Università La Sapienza che con i suoi professori, assistenti, ricercatori, medici, infermieri, allievi è, o dovrebbe essere, l'eccellenza dello Stato. Invece è l'esempio di come la sanità pubblica si stia suicidando. Non solo per la sporcizia e la carenza di manutenzione grazie ad appalti che nessuno controlla. Ma anche per l'abitudine al degrado che sta inesorabilmente contagiando le persone. A cominciare dagli studenti, il futuro della medicina, costretti a formarsi in una realtà nella quale o ci si rassegna o si scappa.
Con la carenza cronica di personale, non occorre essere assunti per lavorare al Policlinico. Basta indossare una tuta blu e presentarsi vestito come un addetto alle manutenzioni. Oppure come un uomo delle pulizie. In tasca: un metro da falegname, una macchina fotografica digitale e una piccola telecamera nascosta per documentare l'inchiesta. Tutti i giorni, per un mese intero. Con turni dalle 8 alle 15 o dalle 14 alle 21. Nessuno si accorge di nulla, nessuno domanda nulla. Nel 2006 la giunta del governatore Piero Marrazzo chiede informazioni sull'organico a tutti gli ospedali del Lazio per il buco da 10 miliardi lasciato da Francesco Storace. E tra contratti a termine, precari usati oltre ogni limite, cooperative e imprese esterne, l'amministrazione dell'Umberto I deve confessare alla Regione di non conoscere il numero esatto dei dipendenti.
L'elenco delle negligenze fotografate e filmate è impressionante. Dal 4 al 29 dicembre il laboratorio di Fisica sanitaria resta più volte incustodito con i frigo e gli armadi aperti nonostante la presenza di sostanze radioattive. Il deposito di colture batteriche e virali del Dipartimento di malattie infettive e tropicali non ha serratura: senza sorveglianza, il congelatore con le provette a rischio contagio è sempre accessibile a chiunque. Per tre giorni nessuno pulisce gli escrementi che la notte di Santo Stefano un cane randagio ha lasciato nel corridoio sfruttato per trasferire i pazienti da un reparto all'altro. Infermieri e portantini spesso fumano anche quando spingono gli infermi su lettighe e carrozzelle. Ogni volta che salgono o scendono dalla rianimazione o dal pronto soccorso o dalle sale operatorie, i ricoverati, anche quelli più gravi, nudi sotto le lenzuola, intubati o con l'ossigeno, seguono lo stesso percorso dell'immondizia. Finiscono così in mezzo ai sacchi neri e agli scatoloni gialli ammassati nel sotterraneo, o in coda ai carrelli della rimozione. E quando gli addetti lavano con getti d'acqua i depositi dei rifiuti, le ruote dei lettini si inzuppano di liquami e trascinano tutto lo sporco in reparto. Verrebbe da sorridere se si pensa che, per legge, perfino le mozzarelle di una pizzeria vanno tenute sempre lontane dalla spazzatura. Basterebbe forse cambiare orario. Almeno rimuovere i rifiuti la sera e non la mattina, quando l'ospedale è in piena attività. Ma questi corridoi sono terra di nessuno. E nessuno decide.
La competenza di professori e direttori si ferma al proprio reparto. La maggior parte di loro non ha nemmeno il tempo di guardar fuori. Impegnati come sono a dividere le giornate tra Policlinico e cliniche private. Perché mai dovrebbero battersi per il datore di lavoro che dà loro sì prestigio, ma con il quale guadagnano meno? Dopo tutto, proprio queste condizioni favoriscono l'esodo dei pazienti verso la sanità privata, o no? Così nessun nome che conta si accorge del disastro. Anche perché i nomi che contano a Roma di solito non si fanno curare al Policlinico. Silvio Berlusconi in persona l'ha dimostrato volando negli Stati Uniti per un'aritmia cardiaca. Al Policlinico ci va la gente comune. Ed è quella che rischia di più. Ogni anno in Italia la mancanza di igiene in corsia provoca un'ecatombe: tra i 4.500 e i 7 mila morti per infezioni prese durante il ricovero. Per altri 21 mila decessi le infezioni ospedaliere sono una concausa. I pazienti italiani che si ammalano in ospedale oscillano tra i 450 mila e i 700 mila all'anno. E nel 30 per cento dei casi si tratta di contagi sicuramente evitabili. Sono stime molto variabili di anno in anno, raccolte dall'Istituto superiore di sanità.
Le infezioni ospedaliere in Italia nel 2005 riguardavano il 6,7 per cento dei ricoveri. Percentuale in linea con la Francia, superiore alla Germania e inferiore a Svizzera e Regno Unito. In Lombardia nel 2000 erano state il 4,9 per cento. Ma, secondo una ricerca dell'Università La Sapienza e dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma, nel 1999 il Policlinico Umberto I aveva raggiunto il record: 15,2 per cento di infezioni sul totale dei ricoveri. Due volte e mezzo in più della media tra tutti gli ospedali romani. E nessuno ha osato calcolare quante morti abbia provocato tutto questo.
Il primo giorno di lavoro non si passa dall'ingresso principale. Da lì entrano pazienti e familiari. Un appalto da qualche milione di euro prevede la sorveglianza di guardie private, una sbarra per fermare le auto, un segnale rotondo rosso, bianco e nero con l'avvertimento 'alt-controllo'. Sembra un posto di frontiera talmente gli agenti sono meticolosi nel loro compito. Meglio fare il giro dell'isolato. Camminare fino all'incrocio tra viale Policlinico e viale Regina Elena. C'è una vecchia porta al numero 330 sotto la scritta in rilievo 'Ambulatorio'. Sembra chiusa. Invece da mattina a sera è soltanto accostata. Si apre scricchiolando su una scalinata. In cima, un corridoio buio. Poi un corridoio illuminato. A pochi passa dalla strada, senza nessun controllo, ci si ritrova tra i laboratori del Servizio di fisica sanitaria. Sulle porte blindate il simbolo internazionale giallo e nero del pericolo radioattivo con l'indicazione: 'Dipartimento malattie infettive - laboratorio ricerca - zona sorvegliata'. Per buona parte del pomeriggio però le porte sono aperte e nessuno sorveglia.
Più volte è possibile entrare, girare nei laboratori, guardare nei frigoriferi, richiudere e uscire in strada. Senza mai essere visti. Come il 21 dicembre nel laboratorio di Batteriologia. E il 27 dicembre nel laboratorio di Radioimmunologia e in quello accanto. La porta blindata e il cancello di protezione sono spalancati. Le riprese con la telecamera richiedono una buona mezz'ora. Non passa nessuno.
A saper rovistare, un ladro potrebbe andarsene con flaconi di sostanze usate per le ricerche. Come gli isotopi di iodio, la cui radioattività dura tra gli otto e i 60 giorni. Il lungo corridoio dei laboratori di Fisica sanitaria arriva a una porta tagliafuoco. Al di là il passaggio prosegue verso il centro del Policlinico. Sopra ci sono le camere del Dipartimento malattie infettive. È intitolato a Paolo Tesio, medico assistente morto a 29 anni il 20 gennaio 1911 per 'difterite contratta in reparto', spiega la lapide. Un po' quello che le norme di igiene oggi dovrebbero evitare. Ma qui sotto, anche se è il corridoio centrale dell'ospedale, due dipendenti hanno pensato di usare lo spazio come garage. I loro grossi scooter restano parcheggiati tutto il tempo del turno di lavoro. E quando ripartono, i due accendono il motore e affumicano il locale fino alla rampa che porta in cortile. Sarà per questo che un avviso della direzione del Policlinico vieta a medici e infermieri di passare di qui con i pazienti. Ma questa è anche la via più breve. Così, la mattina e buona parte del pomeriggio, il viavai di carrozzelle e lettighe è continuo. Da questo incrocio di corridoi si scopre presto la propensione di molti a fottersene delle norme di igiene. Anche se riguardano la salute delle persone che accudiscono.
L'elenco delle infrazioni è lungo. Un caso tra i tanti ripreso dalla telecamera, la mattina del 29 dicembre: due infermieri portano un'anziana a uno degli ambulatori di Chirurgia e le fumano addosso per alcune centinaia di metri passando davanti ad almeno una decina di cartelli di divieto.
Lo chiamano tunnel anche se non tutto questo corridoio è sotterraneo. I muri sono scrostati dall'umidità. In mezzo scritte e graffiti, qualcuno poco incline al giuramento di Ippocrate invita a 'gasare gli handicappati'. È qui che la mattina del 27 dicembre il pavimento è ricoperto da due grossi escrementi, sembra di cane. Il pomeriggio del 29, ultimo giorno dell'inchiesta, sono ancora lì nonostante il passaggio quotidiano di decine di persone tra medici, infermieri e pazienti. Nessuno segnala o tanto meno protesta con l'impresa di pulizie.
I frigoriferi con le colture di virus e batteri sono più o meno a metà del corridoio successivo, oltre l'indicazione 'malattie tropicali'. Sulla porta del deposito l'insegna internazionale avverte chi entra del 'rischio biologico - pericolo di infezione'. Ma la serratura della porta è scassinata. Dentro, tra i congelatori, quello a 80 gradi sotto zero non è mai chiuso a chiave. Gli altri a volte sì, a volte no. Una sigla identifica ogni provetta. Ce ne sono migliaia. Potrebbero contenere colture di Stafilococco aureo o di Pseudomonas aeruginosa, i ceppi batterici resistenti agli antibiotici e responsabili di metà delle infezioni ospedaliere. Oppure campioni di germi di malattie infettive e tropicali studiate dal Dipartimento. Anche qui, soprattutto di pomeriggio, qualunque malintenzionato potrebbe venire a rubare provette senza essere fermato. La visita a questi congelatori è un appuntamento quotidiano per tutto il mese di lavoro al Policlinico. Un giorno una foto. Un altro giorno una ripresa con la telecamera. Mai un controllo. Tra i pochi infermieri di passaggio, mai nessuno ha avuto l'idea di chiedere chi fossi.
Fuori dal locale frigoriferi, a destra, davanti agli ambulatori del Dipartimento di malattie tropicali, un esempio di come non andrebbero fatte le pulizie in un ospedale. L'addetto, terminato il turno, ha abbandonato il carrello con il sacco mezzo pieno di sporcizia. La scopa non tocca l'acqua da almeno qualche settimana. È ricoperta da uno strato di lanugine, peli, capelli e incrostazioni di polvere. Gli stracci sono stati lasciati a bagno in un liquame nero. E sul pavimento, in un angolo poco visibile, è rimasta una sventagliata di mozziconi di sigaretta. Non è l'episodio di una volta. È così tutti i giorni. Eppure, secondo banalissime ricerche nel Regno Unito, proprio la mancata pulizia dei pavimenti e degli attrezzi per le pulizie è la concausa principale della diffusione di infezioni ospedaliere.
Sotto i reparti centrali del grande ospedale universitario l'igiene peggiora. Dal soffitto gocciola un vecchio tubo caldo e corroso. I tecnici della manutenzione l'hanno ovviamente riparato. Ma non hanno sostituito la sezione rotta. Il sistema scelto è molto più creativo. Una canalina lunga una ventina di metri raccoglie l'acqua tiepida e attraverso un'apertura nel muro la porta in cortile sopra un tombino. A valutare dalla quantità di muschio e di cicche di sigarette, il ruscello termale è lì da mesi. Certo, la direzione tecnica del Policlinico non poteva pretendere di più. In fondo questa è l'università di medicina, non di ingegneria idraulica. Per verificare la sensibilità del personale sanitario al rischio di infezioni ospedaliere, basta seguire un infermiere o un portantino mentre spinge una lettiga con qualche malato grave. Tra i più recenti, un caso del 20 dicembre, alle sette di sera. Un dipendente in divisa bianca deve riportare una donna in uno dei padiglioni di Chirurgia.
Lei è coperta da un lenzuolo e da una spalla appare un catetere infilato nella vena succlavia. L'uomo, invece di accompagnarla direttamente in reparto, le fa fare un lungo giro fino a uno dei depositi dell'immondizia con sbalzi di temperatura che, secondo un approssimativo termometro tascabile, passano dai 23 ai 15 gradi in poche decine di metri. Lui va lì perché deve buttare un sacco pieno di flaconi da flebo vuoti. Non si preoccupa che, in questo modo, non solo la paziente respira aria infetta, ma sia le ruote della lettiga sia i suoi zoccoli si impregnano del liquame che ricopre il pavimento. I pericoli di contagio per la sporcizia sotto le suole non sono per niente considerati. Il pomeriggio del 27 dicembre quattro tra infermieri e strumentisti della rianimazione portano in Radiologia un paziente con barella, cateteri e bombola d'ossigeno.
Nel lungo percorso sotterraneo passano davanti a due depositi di rifiuti e a un filare di sacchi neri addossati a un muro. Il pavimento è lurido. Mezz'ora dopo riaccompagnano il malato nel reparto di Terapia intensiva. E due di loro si appartano per fumare una sigaretta. Attenti ai divieti, non lo fanno in corridoio. Si nascondo in un locale abbandonato trasformato in discarica abusiva, dietro un deposito di rifiuti ospedalieri. La discarica è tra il laboratorio di Medicina iperbarica e il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', di fronte al corridoio che dovrebbe rimanere sempre pulito perché porta all'ascensore della rianimazione. Lì dentro ci sono scatoloni di rifiuti ospedalieri rotti, macerie, rottami, immondizia che qualcuno avrebbe dovuto portare altrove. La possibilità di incendio per le cicche di sigaretta è soltanto il più remoto dei mali. Per entrare e uscire dal nascondiglio, i due strumentisti mettono gli zoccoli da reparto dentro il liquido viscido che ricopre il pavimento e sta macerando la pila di scatoloni gialli con la scritta 'Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo'. Spenta la sigaretta, tornano in rianimazione passando accanto ai bancali di legno abbandonati di fronte all'ascensore. E all'ingresso del reparto asettico, non c'è nemmeno il tappeto di carta adesiva per trattenere lo sporco più grossolano.
Proprio qui la mattina i percorsi di immondizia e pazienti gravi si intrecciano pericolosamente. A momenti, il corridoio è una lunga coda di lettighe, carrozzine, muletti elettrici, lampeggianti gialli, sacchi neri e dottori che prendono la rincorsa per non sporcarsi i mocassini dentro i rivoli di acqua sporca. A pranzo e a cena al traffico si aggiungono i carrelli con i vassoi di plastica e i pasti preriscaldati che troppo spesso arrivano nelle stanze freddi. Scene così fanno dimenticare i successi nella ricerca conquistati dall'università e le fatiche quotidiane di tutto il personale, sanitario e non.
A pochi metri dalla targa che indica il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', un altro cartello sulla parete è perentorio e lapalissiano davanti all'ingresso di un blocco operatorio. 'È assolutamente vietato', dice, 'lasciare abbandonati rifiuti urbani o assimilabili (vedi sacchi neri e cartoni) in questo spazio'. Provate a indovinare com'è andata durante tutto il mese: nei giorni migliori i sacchi abbandonati proprio sotto il cartello sono uno o due. In altri, anche quattro. Per non contare assi e pezzi di legno. Stesse scene davanti agli ambulatori di Geriatria, dove una porta tagliafuoco nasconde un'altra discarica abusiva con macerie, immondizia e una carrozzella arrugginita.
Alle 17,49 del 21 dicembre due infermiere fumano nella rampa di scale sotto l'astanteria del Pronto soccorso. Tentiamo di far osservare il divieto in ospedale, filmandole con la telecamera nascosta: "Non si potrebbe fumare qua sotto". Loro rispondono candide: "Eh lo sappiamo, ma son le sei". E continuano ad ammorbare l'aria fino all'ultimo millimetro di tabacco.
La sera tardi capita di parlare con qualche clochard al riparo dal freddo nelle sale d'attesa deserte. Tre quelli incontrati in un mese. Uno dorme nella palazzina dell'amministrazione. Il secondo cambia spesso luogo per non essere sorpreso. Il terzo si ripara in uno sgabuzzino sotto uno dei padiglioni di Medicina. Le luci restano sempre accese e i locali accessibili anche nei settori non più utilizzati. Come davanti all'ambulatorio di Plasmaferesi terapeutica. Il trasloco, appaltato alla solita ditta esterna, l'hanno fatto talmente in fretta che si sono dimenticati in corridoio qualche migliaio di cartelle cliniche. Arrivano fino al 2002. Ci sono radiografie, ecografie, esami del sangue. Basta andare lì e spulciare. Nomi, cognomi, indirizzi, diagnosi, anamnesi. Si può sapere tutto sulla salute e le abitudini di vita di migliaia di cittadini. L'archivio delle cartelle è incustodito anche negli ambulatori di Clinica oculistica. Non ci sono armadi chiusi a chiave. Le buste con gli esami arrivano fino al 2006 e sono infilate in scatoloni riciclati dalle forniture per l'ospedale. Per consultarle o rubarle, basta aspettare che i medici e gli infermieri finiscano il turno di visite.
Secondo i contratti a disposizione delle organizzazioni sindacali, l'appalto con la società esterna Pultra sas prevede che i quattro piani di Oculistica siano puliti da due persone. Dal 6 novembre, però, uno dei due addetti è in malattia. E nelle stesse ore la collega deve garantire il doppio del lavoro. Tutto a mano. Niente aspirapolvere. Niente macchine. Perché per guadagnare di più le imprese assumono al livello più basso di stipendio e per usare una lucidatrice industriale uno dev'essere promosso almeno operaio specializzato. Il risultato, in questo e in altri reparti, sono scope e stracci che fanno chilometri ogni giorno. Senza mai essere cambiati o lavati tra una stanza e l'altra o tra un ambulatorio e l'altro. In un mese di lavoro non c'è mai stato tempo per spolverare scrivanie, strumenti, scaffali, porte, termosifoni, piastrelle, davanzali. E spesso nemmeno per lavare il pavimento. La sera del 21 dicembre l'addetta alle pulizie ignara di avere di fronte un finto collega trasmette le indicazioni di un caposquadra. La domanda è: "Ce la facciamo a lavare tutto il pavimento prima di finire?". Lei risponde: "No, soltanto per spazzare. Io faccio in bagno". E qui non laviamo? "No, no". Una passata con una scopa piuttosto sporca che ha già fatto il giro di tutti i piani. Soltanto questo per tre sale d'attesa, tre ambulatori e la segreteria aperti tutto il giorno a centinaia di pazienti. Un tocco al battiscopa fa cadere un pezzo di intonaco fradicio di umidità. L'addetta alle pulizie ripete le indicazioni del caposquadra: "Se non è tanto sporco, non si lava sempre". Poi si accorge dell'intonaco caduto: "Mo' lì c'è da lavare perché hai levato la polvere". "Facciamo tutti i pavimenti?". "No, no, va be', tutti no. Ma lì quelle macchiette è meglio che le levi.
Poi dev'essere tutto in ordine", dice segnalando le sedie nell'ambulatorio, "per far vedere..., hai capito?". Da sola da due mesi non può fare di più. Anche se il Policlinico ha pagato il servizio di pulizie per avere qui due addetti. Un appalto che nel 2005 è costato 8 milioni 687 mila 681 euro. Eppure il reparto di Oculistica meriterebbe più attenzione. Perché gli occhi sono tra gli organi più esposti alle infezioni ospedaliere. Nel 1998 alcuni pazienti del Policlinico perdono la vista dopo una semplice operazione di cataratta. L'estate del '99 un contagio forse da pseudomonas in una sala parto, in una sala travaglio e nell'unità neonatale provoca 15 casi di enterite necrotizzante tra i neonati. La perizia, ordinata dalla Procura, denuncerà le condizioni che "non garantivano una adeguata igiene": come l'esistenza di "polvere massiva e non rimossa da tempo, pareti imbrattate, pedane sporche, presenza di ruggine e polvere nelle bocchette di areazione".
È il 29 dicembre, ultimo giorno di lavoro al Policlinico. Qualcuno finalmente ha scopato le decine di mozziconi fumati e gettati a ridosso della terapia intensiva di Pediatria. Ma non li ha portati via: li ha semplicemente spinti verso l'angolo del muro insieme con un pacchetto vuoto di Marlboro, cartacce, polvere, un pezzo di legno. Stasera la sala d'attesa del Pronto soccorso è piena di gente, come sempre. Sono costretti ad aspettare i ritmi della sanità pubblica. E ad avere fiducia. Non si chiamano Silvio Berlusconi e nessuno di loro può permettersi un ricovero negli Stati Uniti."
Ma a svelare la «malasanità» Regione per Regione è il dossier dei carabinieri del Nas al termine dell’indagine ispettiva.
Si scopre così che su 854 nosocomi visitati ben 417 sono stati sanzionati. Disastrosa è la situazione del Sud con la Calabria (36 irregolari su 39) e la Sicilia (67 su 81). Più che di ospedali, in queste zone si potrebbe parlare di vere e proprie fogne a cielo aperto dove i rifiuti si accatastano nei corridoi, dove c’è muffa e ruggine nelle stanze e nei corridoi, dove gli impianti non sono a norma, le apparecchiature non funzionano, i medici troppo spesso non vanno al lavoro. Ma a sorprendere sono molti istituti del Nord e del Centro. Perché in Toscana, dove la Sanità è considerata «fiore all’occhiello» la metà dei nosocomi non ha passato l’esame. E anche in Emilia Romagna uno su tre non rientra nei parametri. Perfetta la situazione del Trentino: le diciassette strutture hanno tutte ottenuto «bollino verde».
C’è sporcizia nel Presidio di Brescia, agli Ospedali Riuniti di Bergamo, nella struttura di Desenzano sul Garda. Sono sudici i locali dove si preparano i pasti per il Civile di Ascoli Piceno, così come quelli per il Villa San Pietro di Roma. Al San Bartolo di Vicenza «si riscontra presenza di materiali di consumo in ambienti inidonei, in quanto stoccati in un corridoio di accesso e collegamento con le sale operatorie». Al Civile di Gorizia piove nei reparti e sono state contestate le condizioni della «farmacia» interna, ma la Asl è già intervenuta per sanare la situazione. Per la gestione delle cucine la Mangiagalli di Milano si è affidata a una società privata, ma i carabinieri hanno trovato «carenze igienico sanitarie». Stesso problema per il Niguarda e per l’Istituto ortopedico Galeazzi e in alcuni nosocomi della provincia. La gestione del servizio mensa viene spesso affidata ad aziende esterne, ma i risultati non confortano: la ditta per la ristorazione dell’ospedale Maggiore di Novara è stata denunciata per truffa e in altre strutture è stato concesso un termine perentorio per la ristrutturazione dei locali dove vengono cucinati i pasti. Al Civile di Verona in cattive condizioni igieniche era il magazzino per la conservazione delle derrate alimentari. All’Azienda ospedaliera di Pavia è stata contestata «l’ordinaria pulizia della cucina», come al S’Antonio Abate di Gallarate in provincia di Milano.
Agli Ospedali Riuniti di Livorno il reparto di neurochirurgia si caratterizza per «gravi carenze». Muri scrostati e piastrelle rotte sono stati trovati a Medicina generale e Ostetricia del Civile all’isola d’Elba. Al San Salvatore di Pesaro non funziona l’impianto antincendio. All’Israelitico di Roma non è norma quello elettrico, così come al San Giacomo. Al San Camillo, sempre nella capitale, sono illegali i «servizi igienici», e anche per i pavimenti è scattata la contestazione. Al policlinico Umberto I «è stata riscontrata l’inidonea conservazione ed efficienza di attrezzature e immobili oltre alla presenza di cavi elettrici privi di idonea protezione», mentre al San Giovanni Addolorata «il locale del pronto soccorso è stato adibito a magazzino per le lenzuola sporche». Catastrofico il quadro siciliano: basti pensare che dopo le ispezioni dei carabinieri sono state disposte numerose chiusure di reparti e sale operatorie per ordine delle stesse direzioni sanitarie. È accaduto al Civico, al Policlinico e al Cto di Palermo. Una segnalazione alla Regione Puglia riguarda gli Ospedali Riuniti di Foggia per «carenze igienico strutturali quali infissi obsoleti, servizi igienici non adeguati, intonaci scrostati e tracce di umido, lavori in corso nei reparti di degenza in attività».
Medicinali scaduti al Grassi di Roma, al Santa Maria della Misericordia di Udine, al Salvini di Garbagnate Milanese. Si fuma in molte corsie e nei reparti: sono centinaia le contravvenzioni firmate. Al Santobono di Napoli mancano i posti e così si aggiungono letti nelle camere dove dovrebbero essere ricoverati non più di quattro pazienti. Al Fatebenefratelli del capoluogo campano è sparito il locale malattie infettive, al Moscato di Aversa non hanno neanche i macchinari per lavare le «padelle», mentre al Moscato di Castellammare di Stabia «manca il carrello per la gestione delle emergenze con defibrillatore».
Grave appare la situazione della Sardegna: su 45 strutture, ben 32 sono risultate fuori regola. E nella maggior parte dei casi le contestazioni hanno riguardato «l’omesso adeguamento strutturale dei reparti». Riguardo alla Clinica universitaria di medicina generale di Sassari i carabinieri scrivono: «La struttura sarà segnalata all’assessorato per la mancanza dell’impianto di ossigeno centralizzato, servizi igienici carenti in relazione al numero dei degenti, le precarie condizioni igienico-sanitarie e strutturali (riscontrata la presenza di insetti-blatte) di un deposito di materiali del centro ipertensivo nonché la presenza di rifiuti nel cortile». Analoghe segnalazioni sono scattate, sempre a Sassari, anche per la clinica di Neurochirurgia, Neurologia e altri reparti dove sono stati trovati pannelli divelti, macchinari arrugginiti, calcinacci.
A tutto questo si aggiunge una doppia denuncia su due fronti diversi, che rivela ancora una volta lo stato preoccupante delle nostre strutture sanitarie: malnutrizione e cartelle pazze.
Sei pazienti italiani su dieci vengono dimessi dall'ospedale in uno stato di malnutrizione. Di questi, tre erano già così al momento dell'accettazione e gli altri erano a rischio. Eppure basterebbero 15 minuti di attenzione in più entro 24 ore dal ricovero: il tempo necessario per uno screening nutrizionale.
A puntare il dito contro la malnutrizione nelle strutture sanitarie della Penisola sono gli specialisti dell'Andid, l'Associazione dei dietisti italiani, riuniti a congresso nazionale di Firenze. Un problema paradossalmente sottovalutato nei Paesi occidentali, compresa l'Italia. «La nostra associazione - spiega la presidente, Giovanna Cecchetto - sta conducendo una vera e propria battaglia per migliorare la cultura nutrizionale nelle strutture ospedaliere. Ci sono infatti direttive del ministero della Salute che prevedono il controllo dell'alimentazione del paziente da parte di un pool di esperti. Purtroppo però - dice - sono pochi gli ospedali con un approccio multidisciplinare al malato che contempli anche la presenza di un dietista».
Una situazione molto pericolosa per il paziente, che entra in ospedale già con uno stato nutrizionale svantaggiato. E che vede aggravarsi la sua condizione, spesso a a causa dei digiuni richiesti prima di esami diagnostici e di un eventuale intervento chirurgico. A questo si aggiunge la mancanza di attenzione da parte del personale al consumo giornaliero effettivo di cibo che arriva al malato sul vassoio dei pasti.
Ma non basta. Perché gli ospedali sono diventati anche una miniera di troppi errori nelle cartelle cliniche dei pazienti italiani. Sbagli di trascrizione e scrittura illeggibile, anche solo semplici sviste possono portare a gravi conseguenze.
La denuncia è dell'Anmco, l'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri, che per contrastare questo fenomeno ha promosso una campagna nazionale di prevenzione dell'errore in ospedale proponendo una cartella unica integrata medico-infermieristica.
«L'idea - spiega Alessandro Boccanelli, Coordinatore Comitato Esecutivo della Campagna Educazionale Nazionale - è quella di ridurre al minimo i passaggi delle disposizioni terapeutiche condividendo tra medici e infermieri la stessa cartella su cui viene prescritta in stampatello la terapia e la sua somministrazione».
In base alla letteratura internazionale, infatti, tra gli sbagli più comuni compaiono quelli di prescrizione (49%), seguiti dagli errori di somministrazione (26%), da quelli di distribuzione (14%) e di trascrizione (11%). Dati che, secondo Boccanelli, sarebbero confermati per Italia, anche se non esistendo un registro italiano è difficile conoscere l'esatta entità del fenomeno.
«Da nostre estrapolazioni - conclude - questi errori coinvolgono 320 mila pazienti l'anno, di questi 12.000 intentano causa contro gli ospedali con richieste di risarcimento pari a 2,5 miliardi di euro, mentre i costi annui per il prolungamento delle degenze per errori sarebbero di 260 milioni di Euro. Tutte spese che aggravano i difficili bilanci delle strutture ospedaliere».
Provocano più vittime degli incidenti stradali, dell'infarto e di molti tumori. In Italia le cifre degli errori commessi dai medici o causati dalla cattiva organizzazione dei servizi sanitari sono da bollettino di guerra: tra 14 mila (secondo l'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri) e i 50 mila decessi all'anno, secondo Assinform. Il che significa circa 80-90 morti al giorno (il 50% dei quali evitabile), 320 mila le persone danneggiate. E con costi pari all'1% del pil: 10 miliardi di euro l'anno.
A fornire le cifre è L'Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom), che in collaborazione con Dompé Biotec, ha organizzato un convegno nazionale proprio su questo tema. Che si tiene, oggi, all'Istituto dei Tumori di Milano. ''Il tema del rischio clinico - afferma il professor Emilio Bajetta, presidente nazionale dell'Aiom - si propone come un argomento di grande attualità, con un forte impatto socio-sanitario. Lo scopo è migliorare la prestazione sanitaria e garantire la sicurezza del paziente oncologico''.
Anche perché, nella speciale classifica delle specialità dove si commettono maggiori errori stilata dal Tribunale del Malato, l'oncologia con un 13% si colloca al secondo posto, preceduta solo dall'ortopedia e traumatologia con il 16,5%; seguono ostetricia (10,8%) e chirurgia (10,6%). A guidare invece la graduatoria dei reparti più a rischio c'è la sala operatoria (32%), seguita da dipartimento degenze (28%), dipartimento urgenza (22%) e ambulatorio (18%).
Riguardo specificamente al settore oncologico, prosegue Bajetta, "quelli relativi al farmaco e alla corretta esecuzione dei protocolli terapeutici sono fra gli errori più frequenti in oncologia. Dagli ultimi studi internazionali risulta però che, sempre in questo ambito, le controversie per errori medici sono in diminuzione. La cosa però non deve sollevare in alcun modo il clinico dai propri doveri e responsabilità: una maggiore chiarezza nel comunicare i limiti della medicina e gli eventuali errori non può che giovare al rapporto col paziente".
In ogni caso, c'è da registrare che il contenzioso in oncologia è in calo, con percentuali attualmente scese dal 13% al 10%. E il 90% dei medici o degli ospedali citati in giudizio viene assolta. Ma resta il problema dell'aumento esponenziale delle cause intentate ai medici e dei premi richiesti dalle assicurazioni agli ospedali (fino a due milioni di euro l'anno, per le strutture più grandi). Questo malgrado i progressi registrati in termini di sopravvivenza: più 7% negli ultimi dieci 10 anni.
I dati nazionali disponibili provengono da varie fonti (Anestesisti Ospedalieri, Assinform, Tribunale dei Diritti del Malato e altre): oppure sono proiezioni dalla letteratura internazionale (a partire dal rapporto Usa del 2000 "To err is human"); o ancora si riferiscono a studi e sperimentazioni condotti in grandi e piccoli centri di cura italiani.
La sanità italiana spende ogni anno più di 500 milioni di euro solo per assicurarsi contro il rischio di ferire o uccidere i pazienti. È una spesa fuori controllo che ha l'effetto di una tassa occulta sulla salute dei cittadini: almeno mille miliardi di vecchie lire che, a ogni scadenza di bilancio, si trasformano in costi ospedalieri finanziati dallo Stato, finendo così per gravare su tutti i contribuenti. A differenza dell'Irpef o dell'Ici, questa imposta segreta sulla malasanità continua a salire a ritmi vertiginosi - nell'ultimo decennio l'aumento medio è di oltre il 20 per cento ogni 12 mesi - seguendo dinamiche inarrestabili: l'esborso finale è sempre variabile e imprevedibile, perché corrisponde all'insieme dei risarcimenti liquidati in migliaia di vertenze individuali.
Oggi si contano circa 30 mila denunce all'anno per vere o presunte colpe professionali di medici e infermieri o per disservizi delle strutture sanitarie. Sul numero di vittime, in Italia non esistono stime accurate, ma le cifre degli Stati Uniti sono impressionanti: 98 mila morti all'anno di malasanità. Ora anche nel nostro Paese il boom delle cause intentate dai pazienti o dai loro familiari, che hanno cominciato ad affollare i tribunali dalla metà degli anni Novanta, sta provocando un'esplosione delle spese assicurative.
Ma il corrispondente aumento degli indennizzi è tanto forte e diffuso che gli esperti cominciano a temere quei fenomeni predatori che fino a ieri sembravano tipici del sistema privatistico americano: l'abuso della malasanità come nuova frontiera delle speculazioni organizzate e delle frodi. Di fatto anche in Italia i drammi professionali dei medici e le tragedie dei pazienti si consumano tra liti e processi interminabili, perizie e consulenze contraddittorie, sospetti di connivenze e corruzioni, in un clima generale di sospetto e diffidenza che avvelena la sanità e ostacola la giustizia.
Roberto T. era un bambino di sei anni, sano e molto intelligente, quando è diventato vittima di un orrore ospedaliero che ha convinto i giudici di Milano a infliggere il più elevato risarcimento individuale documentabile negli ultimi vent'anni. Ricoverato all'ospedale Buzzi per una semplice operazione alle tonsille, il bimbo entra in coma e dopo tre giorni ne esce cieco, paralizzato e con un deficit mentale del 90 per cento.
La causa civile intentata dai suoi disperati genitori ha fatto scuola, perché ha segnato uno spartiacque nella valutazione delle prove scientifiche in un caso che sembra riassumere tutto quello che non dovrebbe succedere in un paese civile. Per cominciare, i tempi. L'intervento chirurgico (tonsillectomia) risale al 16 marzo 1989, la sentenza di primo grado è del 21 febbraio 1997, quella d'appello del 6 novembre 2001, per cui le condanne diventano definitive nel 2002: giustizia è fatta, ma dopo 13 anni. Secondo problema. Come in tutti i processi sanitari, di fatto a decidere sono le perizie. Firmate da altri medici, cioè da colleghi degli imputati. Nelle motivazioni (finora inedite) si legge che il primo collegio di periti aveva escluso qualsiasi responsabilità dei medici del Buzzi. Se nonché il giudice istruttore scopre gravi lacune nel referto, s'infuria e nomina un secondo collegio, che invece accerta "colpe evidenti" del primario e di altri tre dottori.
In appello, l'inevitabile terza perizia riconferma l'accusa ai quattro medici di non essersi accorti neppure che il bambino sotto i ferri aveva "una vistosa emorragia interna con perdita di mezzo litro di sangue", che gli ha bloccato la respirazione. Tutti i periti sono d'accordo solo nel condannare il Buzzi, l'ospedale dei neonati di Milano, che all'epoca "non aveva nemmeno una rianimazione". Nel frattempo ai baroni innocentisti, benché smentiti dalle altre due squadre di periti, non succede nulla: continuano a lavorare anche per i tribunali, perché la medicina non è una scienza matematica. Il risarcimento-record (più di 5 miliardi di lire da sommare a 13 anni di interessi calcolati all'8,12 per cento) sfonda il massimale coperto dalle assicurazioni e quindi diventa un costo imprevisto per l'ospedale che, non avendo risorse illimitate, deve recuperare i soldi tagliando altre spese.
Rimborsi superiori, per quanto è possibile documentare, sono stati pagati solo per tragedie collettive, come il rogo del 31 ottobre 1997 nella camera iperbarica dell'ospedale privato Galeazzi (11 morti e, per la prima volta in Italia, un primario che sconta davvero in carcere la condanna a quattro anni) o il disastro nazionale delle migliaia di trasfusioni infette. L'avvocato Rosario Alberghina oggi ricorda soprattutto "quanto è stato difficile ottenere giustizia per Roberto" e ne attribuisce il merito "al coraggio del giudice di ordinare una seconda perizia" e alla "evoluzione generale della giurisprudenza: fino agli anni Novanta era difficilissimo dimostrare la colpa dei medici. Era quasi una prova diabolica".
Vent'anni dopo, suggeriscono i sanitari, l'Italia sembra caduta nell'eccesso opposto: troppe denunce, troppi dottori sotto accusa, troppi risarcimenti facili. Secondo stime diffuse dalla Federazione degli Ordini dei medici, ogni anno i pazienti italiani farebbero piovere "oltre 16 mila esposti" contro ospedali (7.500) e singoli dottori (8.500).
A pagare il conto, però, sono quasi sempre le assicurazioni. E i loro archivi, in gran parte inesplorati, amplificano il boom dei risarcimenti per colpe mediche e, in misura ancora maggiore, per i danni provocati dall'inadeguatezza e disorganizzazione delle strutture: in dieci anni il totale è addirittura decuplicato. L'Ania, l'associazione che raggruppa il 91 per cento delle compagnie italiane, nel 1995 registrava poco più 17 mila denunce di malasanità, coperte da incassi contrattuali (premi) per 35 milioni di euro. Dieci anni dopo, le vertenze dei pazienti sono quasi raddoppiate (28.500 nel 2005) e i premi sono dieci volte superiori (381 milioni). Le assicurazioni registrano così circa il doppio delle denunce conosciute dai medici, ma negano di guadagnarci, anzi giurano di subire perdite sempre più pesanti: per ogni cento euro incassati per i contratti del 1995, dichiarano di essere arrivate a pagarne, nel 2005, ben 216. Sempre stando all'Ania, questo sbilanciamento sarebbe una costante degli ultimi 15 anni, con punte di 313 euro versati per ogni 100 incassati nel 1998. Se questo è vero, significa che il boom delle cause di malasanità sarebbe tanto esasperato da far regolarmente saltare i calcoli e gli accantonamenti annuali delle compagnie. Che a quel punto ricaricano i costi, con altrettanta regolarità, sui premi pagati dalle strutture (pubbliche e private) e dai singoli medici.
In un settore a così alto rischio, le compagnie italiane stanno lasciando spazio a colossi stranieri come i Lloyd's di Londra e l'australiana Qbe.
Quasi in ogni ospedale sono attive associazioni di tutela dei pazienti. I settori più a rischio sono l'ortopedia (18,7 per cento delle denunce di malpractice), oncologia (12,1), chirurgia generale (9,5), ginecologia-ostetricia (6,9), odontoiatria (5,5), oculistica (5,4), cardiologia e neurologia (4 ciascuna). C'è il ragazzo che "si frattura il gomito destro. Ingessato dopo l'intervento, accusa dolore e la mano gli diventa nera. I medici dicono di allargare il gesso. Il paziente entra in coma e dopo 19 giorni muore per infezione. Le cartelle cliniche sequestrate dalla procura risultano alterate". C'è la signora che "operata all'anca, scopre dopo quattro mesi di avere una gamba più corta di sei centimetri". E la donna che "accusava dolori dopo il parto cesareo. La lastra ha evidenziato una garza infetta nell'utero. Nella lunga convalescenza ha perso il lavoro". Per non citarne che alcuni.
I casi più costosi per le assicurazioni sono i parti con invalidità totale dei neonati (da 2 a 4,5 milioni di euro), la mancata diagnosi di tumori mortali (un milione), i più gravi danni ortopedici (400 mila euro) e le trasfusioni di sangue infetto (rimborsi medi da 200 a 400 mila euro). Oltre ad allargare il danno risarcibile alle vittime (patrimoniale, morale, biologico ed esistenziale), la giurisprudenza ha via via esteso il diritto ai rimborsi anche ai familiari in proprio.
Il risultato è un circolo vizioso. I pazienti e i loro avvocati presentano sempre più denunce. I giudici riconoscono risarcimenti sempre più numerosi ed elevati. Medici e amministrazioni pagano premi assicurativi sempre più cari, con aumenti annui (dichiarati dall'Ania) dal 10 fino al 59 cento. Gli ospedali sono sempre più indebitati e finiscono spesso col tagliare anche le spese necessarie a ridurre gli errori. E il giro ricomincia, sempre più a caro prezzo.
A questo punto parecchi periti giudiziari cominciano a sospettare il peggio. Il medico e criminologo Michele Bellomo, docente della Scuola di specializzazione in Medicina legale dell'Università di Foggia, vede più di un'anomalia dietro il boom delle cause sanitarie: "Non vi è dubbio che stiano nascendo organizzazioni interessate a vario titolo ai risarcimenti spesso milionari che ne derivano". Bellomo è l'esperto che ha aiutato a scoprire le più clamorose frodi sistematiche, con falsi referti e corruzioni a catena, nel settore dei sinistri stradali. Altri periti assicurativi, che chiedono di non essere nominati, segnalano "casi di galoppini mandati negli ospedali di Napoli e di Roma a reclutare pazienti"; strane società che "comprano cause sanitarie" a prezzi da "recupero crediti"; studi legali e singoli avvocati che, invece di ricevere i clienti, "vanno a caccia di malati promettendo processi gratuiti in cambio di una compartecipazione agli indennizzi, da dividere con il consulente medico associato".
Al di là delle deviazioni illegali, la malasanità è sicuramente diventata un business, fino a prova contraria lecito.
A questo punto anche i migliori medici italiani si sentono assediati e criminalizzati. L'oncologo Alberto Scanni, direttore dell'Istituto dei Tumori di Milano, testimonia: "Purtroppo comincia ad affermarsi anche nel nostro Paese un concetto di medicina difensiva. Nel timore di future denunce, il medico è indotto a eccedere in esami e prescrizioni che non hanno una reale necessità per il paziente, ma servono a precostituirsi una prova a discarico". Il cardiologo Marco Bobbio, primario all'ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, sottoscrive la stessa diagnosi e inserisce l'escalation delle cause sanitarie in "un aumento a tutti i livelli di un senso di risentimento, un imbarbarimento sociale che porta ogni individuo a sentirsi vittima di un torto, dalla bega di condominio ai problemi più gravi, e a cercare per forza un colpevole. Per dirla con un paradosso: diventare madri è sempre meno pericoloso, ma fare i ginecologi lo è sempre di più. Se nei secoli scorsi moriva di parto una donna su 20, e quindi la morte era considerata un evento naturale, oggi che il tasso è sceso a un decesso su 6 mila parti, il marito si chiede: perché proprio mia moglie? Nonostante tutti i progressi, la mortalità non potrà mai essere uguale a zero".
A tutto questo si aggiunge l'impedimento all'accesso alle cure: lunghe liste d'attesa e insufficienti reparti di terapia intensiva.
Le liste di attesa sono da cinque anni in preoccupante aumento e sono diventate ormai un muro fra i cittadini e l'accesso alle cure per la salute: 550 giorni per una mammografia, ad esempio o 630 giorni per una visita specialistica dall'oculista, ma si allungano anche i tempi per un intervento chirurgico, e sempre più italiani sono costretti all'intra moenia, (ovvero alle prestazioni dei medici di un ospedale, ma al di fuori dell'orario di lavoro, che utilizzano le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell'ospedale stesso).
Questo è il Rapporto Pit salute del 'Tribunale del malato -Cittadinanzattiva'. L'area che guida questa triste hit parade delle liste di attesa è la diagnostica (58% delle segnalazioni), seguita dalla specialistica (31%) e dagli interventi chirurgici (9%).
A fronte di questa situazione si rende necessario (se non obbligatorio) dover ricorrere al privato e all'intramoenia, dove i tempi si fanno notevolmente più brevi per l'erogazione della prestazione rispetto al canale istituzionale.
Questo fenomeno, che sa tanto di estorsione, viene alimentato dalle prestazioni degli stessi medici, che da privati le erogano, ma che da dipendenti pubblici, le impediscono.
Per sopravvivere nell'Italia che sta sotto Roma bisogna sempre sperare che qualcun altro muoia. E prendere rapidamente il suo posto, prima che sia troppo tardi. Altrimenti in ospedale non vi fanno entrare più: c'è il "tutto esaurito" nei reparti di terapia intensiva sparsi per il nostro Sud.
La storia di Salvatore Petarra, il padre di mia moglie è esemplare. Dopo essere stato investito da un’auto in provincia di Brindisi, impegnata in curva ad forte velocità, si ritrova per giorni a girare per la Puglia per un posto in terapia intensiva. Poi in Basilicata; poi in Campania. Alla fine lo trasferiscono a Cosenza: dove ormai era troppo tardi. La storia di Salvatore, identica a tante altre, la ritrovi ogni giorno sui giornali. Riguarda o potrebbe riguardare ognuno di noi. Casi di malagiustizia perché nessuno paga e casi di malasanità, perché nessuno ti salva.
È la Sanità pubblica corrotta ed inefficiente che ha "chiuso" anche per le emergenze, pazienti trasportati come pacchi da città in città o posteggiati da qualche parte in attesa di migliore sistemazione, ore e giorni di calvario inseguendo la sorte tra riforme e tagli e quelli che gli esperti della materia chiamano misteriosamente "riordini". Sempre molto incerta è la linea tra la vita e la morte nella casba ospedaliera che è oggi l'altra Italia, specie nel Meridione.
Liste di attesa dolorosissime, risse e denunce per accaparrarsi un respiratore artificiale, i soliti carabinieri che accompagnano i malati più gravi per piazzarli "in nome della legge" in qualche ospedale. Ma non c'è più possibilità di finire "normalmente" in rianimazione.
La terapia intensiva è il reparto ospedaliero dove vengono garantite al paziente critico cure intensive che sono rese necessarie dal particolare stato di salute del paziente.
La terapia intensiva dispone normalmente per ogni unità letto di un respiratore automatico, monitor multiparametrico, un defibrillatore manuale, pompe infusionali, impianto d’aspirazione; nel reparto è garantita assistenza infiermeristica specializzata in numero non inferiore ad una unità ogni due letti e di un medico, normalmente anestesista-rianimatore.
È classicamente costituita da un unico spazio di degenza in modo da poter garantire in qualsiasi momento, da parte di tutto il personale presente, il controllo agevole di ciò che avviene nel reparto e la garanzia di immediati interventi in caso di necessità. Esistono terapie intensive anche specializzate. Il termine terapia intensiva equivale a quello di rianimazione. In Italia esiste ancora un diffuso equivoco terminologico che considera il paziente di terapia intensiva "meno" critico di quello del reparto di rianimazione.
A riguardo l’Associazione Nazionale Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani (Aaroi) denuncia la mancanza di posti in rianimazione. Se in Italia la carenza ha una media pari al 50%, in alcune regioni del Sud c’è ne sono disponibili solo il 25% rispetto a quanto necessario.
''Dopo questo censimento, che in assoluto è il primo effettuato in Italia, si evince che vi è una grave carenza di posti letto, necessari ed indispensabili, per assistere adeguatamente il malato critico, quello cioè le cui funzioni vitali, respiratorie, cardiovascolatorie, renali sono compromesse'', sottolinea il Presidente Nazionale dell'Aaroi.
Questi centri sono pertanto definiti anche centri salvavita, in cui l'assistenza medico infermieristica deve essere continua, ad alto livello di specializzazione e 24 ore su 24.
A tutto ciò si aggiunge una ricerca truccata. La ricerca non la si fa, spesso la si impedisce.
PARLIAMO DI RICERCA SUL CANCRO
Vi ricordate il metodo Di Bella? Ecco perché ne riparliamo...con Gioia Locati su “Il Giornale”. Chi vive con una diagnosi di cancro è come un naufrago in cerca di un approdo sicuro le strade per raggiungere il quale sono più di una. Così nasce l’idea di questo dibattito. Vogliamo invitare i lettori a farsi un’idea, i malati a studiarsi le pubblicazioni affinchè possano trovare il loro approdo. «Da quando ho aperto il blog, nel febbraio scorso, ho ricevuto valanghe di mail di lettori che hanno condiviso con me l’esperienza del cancro.
In molti casi gli ammalati erano i loro parenti. Le loro domande diventavano le mie. E le mie le loro. “Avrò fatto la scelta giusta?” “Dovevo cambiare città?” “Potevo evitare gli effetti collaterali”? La loro disperazione mi contagiava: “Perché ci sono i tumori chemioresistenti?”. “Perché qualcuno guarisce e qualcuno muore, è solo una questione di diagnosi precoce?”. Ho trovato notizie di scoperte più o meno eclatanti e le ho segnalate sul blog, come fiori da cogliere: chi vive con una diagnosi di cancro è come un naufrago in cerca di un approdo sicuro. Non so quale sia questo approdo, sicuramente le strade per raggiungerlo sono più di una. Io ho scelto il protocollo tradizionale, dopo l’intervento e la radioterapia, ho affrontato quattro cicli di chemioterapia. Fra i lettori più assidui del mio blog (e anche fra chi si considera guarito) ci sono molti “dibelliani”, ossia persone che hanno scelto di curarsi con il metodo Di Bella messo a punto da Luigi Di Bella negli anni ’70 e ’80 e che oggi il figlio Giuseppe continua ad applicare.
All’inizio, ammetto, ho fatto un po’ di fatica a riordinare le idee. Ricordavo una sperimentazione condotta dal Ministero della Sanità nel 1998 (il ministro era Rosy Bindi) che stabilì che queste terapie erano inefficaci. Ma continuavo a ricevere documenti e testimonianze che reclamavano la mia attenzione. Tipo: indagini dei Nas, successive alla sperimentazione, hanno dimostrato che molti farmaci furono somministrati scaduti, che in altri fu aggiunto dell’acetone e che per altri ancora vennero modificati posologie e quantità. La terapia così “alterata” fu testata su un gruppo di pazienti gravemente malati, alcuni terminali, altri all’ultimo stadio (quelli che l’oncologia tradizionale tratta con medicine palliative). Nonostante ciò è ancora viva nell’opinione pubblica l’immagine del professore dai capelli bianchi sbugiardato in televisione. Degli esiti dei Nas la gente non ricorda nulla. Molti miei colleghi, tutt’oggi, considerano l’anziano professore alla stregua di un santone.
Ho visto che l’argomento “divide”, scalda gli animi – di mezzo c’è il bene più prezioso, la salute (e, ovvio, una marea di interessi economici) - e che su Facebook i dibelliani sono migliaia. La medicina ufficiale liquidò così il metodo Di Bella. Chi avesse voluto curarsi in quel modo avrebbe dovuto pagare tutto di tasca propria. Come in una terapia alternativa lo Stato non avrebbe rimborsato un centesimo. Tuttavia esistono fior di richieste di rimborso ordinate dai giudici.
Com’è possibile? Sono centinaia i ricorsi presentati dai pazienti – guariti con la cura Di Bella e non con le chemioterapie, i trapianti di midollo o gli anticorpi monoclonali - e vinti. Carta canta come si sul dire, e infatti, i periti dei tribunali, dopo aver esaminato le cartelle mediche di questo esercito di persone hanno “condannato” lo Stato a pagar loro la cura dibelliana. Un assurdo? Giudicate voi… Così nasce l’idea di questo dibattito. Vogliamo invitare i lettori a farsi un’idea, i malati a studiarsi le pubblicazioni (per chi non ha avuto un cancro: durante le notti insonni, quando il tarlo del cancro si divora i pensieri, si studia e si legge…), chiediamo agli stessi oncologi di intervenire. Vi raccontiamo la storia di una donna guarita da un tumore al seno senza aver fatto l’intervento chirurgico (il suo caso è uno degli 11 guariti senza intervento e uno dei 523 tumori trattati con la terapia dibelliana, con buon esito, pubblicati su riviste scientifiche e presentati ai convegni mondiali). E vi presentiamo il parere di un oncologo tradizionale, Stefano Iacobelli, direttore della Scuola Oncologica di Roma, a cui abbiamo chiesto perché la medicina tradizionale non prende in considerazione il metodo Di Bella. Perché? Elementare: non porta denaro alle aziende farmaceutiche.»
E’ opinione diffusa che dal cancro, qualunque terapia si adotti, difficilmente si guarisce; gli scarsi risultati ottenuti dalla terapia ufficiale sulle neoplasie, specialmente quelle diagnosticate già in fase avanzata, confortano questa opinione e, purtroppo, la maggior parte delle diagnosi risulta tardiva.
Molti pazienti non se la sentono di affrontare gli effetti devastanti sulla “qualità della vita” indotti dei trattamenti chemio e radioterapici più praticati, i cui risultati finali spesso non sono entusiasmanti ed anche questa è una realtà difficile da negare. Come pure sono innegabili i traumi psicologici e le scomodità che derivano dall’essere costretti a praticare gli ambulatori e gli ospedali.
Per questi motivi c’è:
- necessità da parte dei malati di coltivare la speranza di guarire, soprattutto nei casi di malattie incurabili.
- perdita di credibilità della sanità pubblica a causa dei continui scandali che la riguardano.
- trionfalismo con il quale i mass media presentano la cura del cancro, a fronte di progressi inferiori alle aspettative.
- strumentalizzazione da parte di alcuni magistrati e di alcune forze politiche.
- sensazionalismo dei mezzi di comunicazione.
- disprezzo da parte delle istituzioni mediche nei confronti della medicina alternativa o extra sistema.
- difficoltà nella popolazione a comprendere le modalità del progresso scientifico e in particolare della sperimentazione medica, a fronte di tante iniziative per il suo sostegno economico.
- scarso dialogo dei medici con il malato, scarsa personalizzazione della cura.
- effetti collaterali dei trattamenti oncologici come la chemioterapia.
- crisi della fiducia nelle possibilità della scienza.
- interessi economici in gioco della medicina.
Oggetto di contestazioni violentissime da parte della lobby dei medici, “La Cura Di Bella” fu sperimentata sotto il ministro Rosi Bindi in modo approssimativo e scorretto, fino a decretarne ingiustamente l'inefficacia. "Ingiustamente" perchè laddove la terapia fu praticata con particolare attenzione alle prescrizioni del suo proponente - il fisiologo Antonio Di Bella - spesso portò a risultati positivi, che vennero volutamente e sistematicamente sottovalutati o peggio taciuti. In moltissimi casi, invece, la cura Di Bella venne sperimentata scorrettamente, senza alcuna attenzione al protocollo e alle più elementari garanzie farmacologiche. Certo è che la terapia è stata osteggiata dalla lobby medica e farmaceutica per motivi facilmente individuabili, mentre sarebbe opportuno che venisse sperimentata e analizzata con rigore e senza pregiudizi.
La cura Di Bella non può essere definita in questo modo, anche perchè non è stata protetta nella sua sperimentazione da coloro che non avevano alcun interesse affinchè funzionasse.
La sperimentazione condotta nel 1999 dal Ministero della Salute Rosy Bindi sancì, la sostanziale "inattività", cioè l'inefficacia terapeutica, del cosiddetto "multitrattamento Di Bella", e i Nas riscontrarono delle irregolarità nei medicinali. Visti i risultati della sperimentazione, nella quale per altro, Di Bella volle rilevare che le sue istruzioni non furono seguite, la terapia che porta il suo nome non è considerata efficace dalla medicina scientifica.
Solo nel maggio del 2007 viene fuori la definitiva bocciatura nella lettera scritta il 30 dicembre 2005 dal presidente del Consiglio Superiore della Sanità Mario Condorelli all'allora Ministro della Salute Francesco Storace: "Il Gruppo di lavoro del consiglio superiore di Sanità ritiene di non avere elementi che dimostrino l'efficacia della multiterapia Di Bella e pertanto ne sconsiglia una nuova sperimentazione clinica ministeriale; questa potrebbe essere non solo inefficace ma anche nociva per i pazienti negando a essi (o procrastinando) l'accesso a farmaci anti-neoplastici di dimostrata efficacia".
Di Bella attribuì il fallimento della sperimentazione a tre fattori:
Utilizzo di medicinali scaduti: secondo il rapporto del Nucleo Anti Sofisticazioni dei Carabinieri firmato dai marescialli Ciro Spiniello e Antonio Barrasso, 1048 pazienti assunsero "un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali [...] Ne consegue che i risultati ottenuti dalla sperimentazione debba essere quantomeno rivista". I due marescialli segnalarono la questione a varie Procure della Repubblica e per questo furono accusati di essere andati oltre i compiti a loro assegnati; questo contribuì ad alimentare le voci di complotto.
Dosaggi errati e preparazioni non corrispondenti alle istruzioni: nella preparazione della vitamina E, utilizzata nella terapia, secondo il promemoria del professore Di Bella è necessario "Gorgogliare l'azoto a medio flusso per qualche minuto fino ad eliminazione del solvente organico", in particolare se tale solvente è l’acetone, altamente tossico, e uno dei composti conteneva acetone fino a 850 milligrammi per litro. Il Ministero sostenne l'impossibilità di eliminare completamente la sostanza, nonostante la letteratura mondiale sconfessasse tale dichiarazione. Inoltre, secondo il figlio del professore "le percentuali di concentrazione di alcuni composti furono insufficienti", "furono usati solo quattro dei sette farmaci necessari", "non fu adoperata la particolare siringa temporizzata indispensabile per somministrare la somatostatina".
Selezione dei pazienti: i pazienti erano già in stadio avanzato, ed erano già stati sottoposti a chemioterapia che secondo il professore "ha un effetto deleterio sui pazienti".
Sul sito metododibella.org vi sono gli approfondimenti visti dalla parte di chi la sperimentazione l’ha subita.
"Io, oncologo vi spiego perché la Medicina esclude Di Bella".
Su “Il Giornale” Paolo Lissoni, oncologo al San Gerardo di Monza, mette in luce i punti di forza e le debolezze della terapia Di Bella e conclude: "Quando le terapie tradizionali falliscono si potrebbe applicare la Di Bella". Paolo Lissoni, 57 anni, oncologo e endocrinologo. Lavora all’ospedale San Gerardo di Monza dal 1985. E’ stato premiato dal National Cancer Institute di Washington per le sue ricerche sulla ghiandola pineale, su questo argomento ha pubblicato 600 lavori. Il reparto di oncologia di Monza è l’unico in Italia che offre, accanto alle tradizionali, una terapia “complementare”.
Ossia?
«Il campo delle terapie alternative anti-cancro (usate in abbinamento a chemio e
radio) è estesissimo: vischio, aloe, graviola, veleno di scorpione, curcuma,
mirra. Noi abbiamo dato la priorità alle sostanze naturalmente prodotte dal
nostro corpo. La ghiandola pineale produce melatonina e altre quattro molecole
derivate da aminoacidi. Sono molecole – fondamentali nel regolare il sistema
immunitario, nel dosare le endorfine (che danno benessere) e nel favorire i
processi di coscienza - che variano a seconda delle ore della luce».
Quindi proponete la
melatonina ai pazienti oncologici?
«Si sa da anni che un ammalato di cancro produce livelli bassissimi di queste
sostanze prodotte dalla pineale, melatonina soprattutto. Tutti i processi
psico-chimici sono alterati in chi ha un cancro”. Date melatonina dopo o durante
la chemio? “Dopo e durante per ridurre la tossicità dei chemioterapici. La
melatonina ha proprietà antiossidanti, azione anti-proliferativa, potenzia il
sistema immunitario (accresce il rilascio dell’interleuchina 2 dai linfociti T),
contrasta la carenza di piastrine e la cachessia che sono la debolezza e il
dimagrimento tipici di chi fa una chemio…»
La scoperta di Luigi Di
Bella…
«Esattamente, tutto il mondo deve essergli grato per questo. La melatonina mette
in moto almeno 20 meccanismi antitumorali…»
Però non tutti gli oncologi
ci informano di questo…
«Noi lo facciamo».
Date la melatonina in
ospedale?
«Anni fa sì, ora non più. La prescriviamo e si compra in farmacia fra i prodotti
da banco».
Parliamo di Di Bella?
«L’argomento mi coinvolge affettivamente. Negli anni Ottanta conobbi Luigi Di
Bella, lo contattai per confrontare con lui i miei studi sulla ghiandola
pineale. Trovai un terreno comune ma i miei tentativi di conciliare le due
oncologie, la tradizionale e la dibelliana sono tristemente falliti…»
Come mai?
«Da un lato c’è l’ottusità mentale dell’oncologia tradizionale che non conosce o
non vuol conoscere gli aspetti biologici, dall’altro la terapia Di Bella che ha
avuto (e ha) il grosso limite di non essersi espressa attraverso una
sperimentazione clinica».
Però c’è chi guarisce dal
cancro con la Di Bella.
«Non basta
dire: uno è guarito. Quanti pazienti sono andati bene e quanti male? Questa
situazione va avanti da 25 anni. La multiterapia Di Bella deve seguire la
sperimentazione clinica che tutto il mondo segue. Sennò si fa confusione, non si
comprenderà mai l’efficacia della cura tradizionale rispetto alla Di Bella».
Se fosse lei a decidere
come si comporterebbe?
«Raccoglierei i dati e unirei le forze: ai malati che non rispondono alle cure
ufficiali darei la Di Bella».
Quindi la proporrebbe dopo
che si è accertato il fallimento della terapia tradizionale, perchè?
«Potrebbe essere un modo per conciliare le posizioni scientifiche e per poter
testare finalmente i risultati sul campo. Anche lei mi sta confermando che ha
raccolto molto storie di pazienti che dopo il fallimento della tradizionale si
sono trovati bene con la Di Bella…»
C’è un altro limite del
metodo Di Bella?
«L’aspetto
immunologico nella cura del cancro è noto da pochi anni, so che Giuseppe Di
Bella ogni tanto inserisce al cocktail anche le interleuchine 2 (sostanze
prodotte dai linfociti T) per potenziare il sistema immunitario».
Un aspetto positivo della
terapia Di Bella (oltre alla melatonina?)
«Il fatto di somministrare chemioterapici a piccole dosi è stata una geniale
intuizione di Luigi Di Bella, oggi si inizia a praticare la “metronomica” che
significa appunto curare con dose minima di chemioterapici a intervalli di tempo
brevi».
Piccoli dosi per evitare il
fenomeno della chemio-resistenza?
«Questo aspetto va ancora studiato. Quel che è certo però è che le piccole dosi
non intossicano l’organismo e hanno effetti immunostimolanti e antiangiogenetici
(ossia impediscono la formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per
crescere).»
Allora pro o contro Di
Bella?
«Non ha senso dire ‘pro o contro’, io direi: ognuno dia il meglio di sé e la
cosa funzionerebbe se il dialogo fosse solo scientifico, ma è chiaro che entrano
in gioco altri interessi. La terapia Di Bella è la punta dell’iceberg che
dischiude una tematica immensa: il rapporto tra la scienza e la cultura umana».
"Così ho curato 553 pazienti". Abbiamo chiesto al Professor Giuseppe Di Bella come cura i suoi pazienti. Intervista di Gioia Locati del 21 novembre 2011 pubblicata su “Il Giornale. Marina, la donna che abbiamo intervistato, non è l’unica guarita da tumore al seno senza aver fatto l’intervento chirurgico e seguendo la cura Di Bella. In tutta Italia ci sono altre 8 donne come lei (che stanno diventando 11). Pazienti dai 40 ai 60 anni che hanno scartato da subito il protocollo tradizionale. Il caso di Marina è stato pubblicato sulla rivista medica internazionale “Neuroendocrinology Letters” con il titolo Complete objective response to biological therapy of plurifocale breast carcinoma ed è stato recensito dalla banca data mondiale www.pubmed.gov. Ci sono altre 36 pazienti che, una volta ricevuta la diagnosi di cancro alla mammella, si sono sottoposte a intervento chirurgico ma non a radioterapia e chemioterapia. Non solo: queste donne hanno rifiutato anche le cosiddette terapie di mantenimento, a base di anticorpi monoclonali (quando il tumore esprime la proteina Her2) o di tamoxifene (quando le cellule maligne si nutrono di ormoni femminili). Stanno tutte bene; il cancro originario si è ridotto fino a scomparire nelle pazienti che non hanno fatto l’intervento e nelle altre, dopo almeno cinque anni dalla diagnosi, non c’è traccia del tumore originario o di metastasi in altre parti del corpo. Questi casi clinici, più altri affrontati al terzo e quarto stadio per un totale di 122 neoplasie della mammella, sono stati discussi sia al Bit’s 4th World Cancer Congress 2011, a Dailan, in Cina e pubblicati nella relazione congressuale, The Di Bella Method (DBM) Improves Survival, Objective Response and Performance Status in Breast Cancer (si trovano anche sul sito della Fondazione di Bella) sia al Congresso internazionale di oncologia ginecologica del 14 settembre 2011 a Milano. Da qui è stato prodotto un abstract apparso sull’International Journal of Gynecological Cancer vol 21, supp 3 October 2011.
Dottor Giuseppe Di Bella
come sono state curate queste donne?
«Con il cocktail di farmaci utilizzato anche da mio padre, l’efficacia di ogni
singolo principio attivo è riconosciuta da anni: somatostatina, bromocriptina,
soluzione ai retinoidi, vitamine E, C, D melatonina. Sempre inserisco
l’inibitore dell’aromatasi (blocca l’azione di estrogeni e progestinici) e
bassissime dosi di chemioterapici tradizionali (ciclofosfamide e idrossiurea).
Per ognuno di questi principi attivi esistono migliaia di pubblicazioni
scientifiche: sono a disposizione di chiunque voglia consultare la banca dati
mondiale ufficiale
www.pubmed.gov.
La somatostatina ne ha addirittura 28mila400. Alcuni lavori sulla somatostatina
sono stati inseriti dal premio Nobel per la medicina Andrea Schally, il quale,
30 anni dopo gli studi di mio padre, ne ha confermato il deciso e atossico
effetto antitumorale».
Se questi farmaci hanno una
letteratura scientifica così estesa la cura Di Bella non dovrebbe essere una
terapia “alternativa”…
«Infatti non
lo è. Il tumore è una deviazione dalla vita normale che il metodo Di Bella
corregge esaltando le reazioni vitali. Non è una cura alternativa ma
"integrativa"».
Ci spiega come funziona?
«Il tumore
(tutti i tumori) hanno due caratteristiche. La prima: cresce, le sue cellule
prolificano più velocemente di quelle sane, questa crescita può interessare un
organo solo o diffondersi a distanza (metastasi). La seconda: nel moltiplicarsi
le cellule tumorali selezionano tutti i vantaggi possibili, cercano
l’immortalità, si trasformano e diventano man mano più resistenti e aggressive.
Le cellule si sviluppano grazie all’apporto di un ormone, il GH e dei fattori di
crescita ad esso collegati IFG1-2, NGF, FGF che sono potenzialmente oncogeni e
sono un’infinità (c’è il fattore di crescita epidermico, quello vascolare,
quello di derivazione piastrinica…) Senza GH non esiste nessuna proliferazione
tumorale».
E le mutazioni cellulari?
«Avvengono nel Dna della cellula neoplastica per varie cause, infettive, fisiche
o chimiche e le consentono di superare le condizioni avverse».
Dunque?
«Usiamo tutti farmaci che arrestano la crescita. Su più fronti: stop alla
proliferazione, all’angiogenesi (è la formazione dei vasi sanguigni che nutrono
il tumore), alla prolattina (che fa riprodurre le cellule, le maligne si nutrono
tutte di prolattina, su questo ci sono almeno 9mila pubblicazioni). In più, i
minimi dosaggi di chemioterapici non intossicano l’organismo ma soffocano le
cellule cancerose. I retinoidi hanno la capacità di trasformare le cellule
maligne in benigne. E la vitamina E e la melatonina rafforzano l’azione di
questi principi attivi. Visto che le cellule neoplastiche superano facilmente
gli ostacoli, mettiamo in atto una serie di blocchi per impedire che queste
riescano a difendersi mutando».
Il principio dell’arrestare la crescita delle cellule maligne è applicato con altrettanta enfasi nell’ oncologia tradizionale?
«In modo diverso: l’oncologo esamina i recettori del tumore. Se questi sono positivi a estrogeni e progestinici somministra l’anti-estrogeno (è un modo per togliere il nutrimento al tumore e lo facciamo anche noi). Se il cancro alla mammella è positivo alla proteina Her2 si dà un anticorpo che la contrasta ma quando un tumore al seno non ha queste due caratteristiche e si chiama “triplo negativo”, gli oncologi vanno nel panico»…
Lei no?
«No. Test in vitro hanno dimostrato che anche se il tumore non ha i recettori
degli estrogeni, l’antiestrogeno agisce comunque sul fattore di crescita perché
è sempre l’estrogeno che nutre il fattore di crescita prodotto dal fegato…Ci
sono numerosi studi che sostengono questo: l’estrogeno è interattivo sia con i
fattori di crescita GH che con la prolattina nel promuovere la crescita
tumorale. Applicando questi principi si può trovare la strada per affrontare il
cancro al seno più aggressivo, il triplo negativo.»
Questa è una scoperta di
suo padre?
«Assolutamente sì. La conferma della logicità e della razionalità della sua
terapia l’abbiamo avuta anche di recente, Andrea Schally, l’endocrinologo
polacco insignito del Nobel per la medicina nel 1977, ha avvalorato quello che
lo ho appena spiegato nella pubblicazione Triple negative breast cancer express
receptors for growth hormone-releasing hormone (GHRH) and respond to GHRH
antagonists with growth inibition apparsa su Breast cancer Res Treat.2009 Jul;
116 (2): 273-9.»
Quando il cancro al seno è
al terzo e quarto stadio?
«Fra le mie pubblicazioni riporto anche le storie cliniche di 72 donne che hanno
iniziato la Di Bella quando il loro tumore era già a uno stadio avanzato. Ossia
con metastasi diffuse. La stima ufficiale di sopravvivenza a 5 anni del tumore
alla mammella metastatico è del 14,8%, con la cura Di Bella è del 50%».
Quali tumori si curano con la Di Bella oltre a quello al seno?
«Il metodo Di Bella agisce sui denominatori comuni a tutti i tumori (applichiamo un modulo fisso per ogni neoplasia e uno variabile specifico per le diverse varietà) Sono 553 i casi di tumori (22 tipi diversi) guariti con il metodo Di Bella dal 2003 a oggi. Li ho presentati al World Cancer Congress di Singapore nel 2010 (pubblicazioni su Neuro Endocrinol Lett.2010; 31 Suppl 1:1-42)».
C’è una storia particolare
che ricorda?
«Moltissime…
C’è una ragazza di 29 anni, aveva un linfoma di Hodgkin. Dopo ripetuti cicli di
chemioterapia – inefficaci - era debilitata, avrebbe dovuto sottoporsi al
trapianto di midollo, non l’ha fatto e si è curata con me, aveva fatto ricorso,
come centinaia di miei pazienti, per ottenere il rimborso delle cure dal sistema
sanitario nazionale. E l’ha vinto: i periti del tribunale hanno condannato l’Asl
a pagarle le cure con il Metodo Di Bella. Tale testimonianza la si può trovare
insieme a molte altre sul gruppo di Facebook degli amici dei Di Bella fondato da
Elena Pasini per sostenere il Metodo e chi lo intraprende alla quale
appartengono 7580 iscritti».
"Io, Garattini, vi dico: piano con la chemioterapia". Silvio Garattini, presidente dell'istituto farmacologico Mario Negri, nel 1998 partecipò alla sperimentazione della terapia Di Bella criticandola aspramente, gli abbiamo chiesto se ha cambiato idea...di Gioia Locati - 20 gennaio 2012.
Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, non ha mai preso in considerazione la terapia Di Bella “perché non ha valore dal punto di vista scientifico”. Da 16 anni va ripetendo: “È come l’astrologia e l’omeopatia: non contiene nulla”. Ma per i malati di cancro, che negli anni della sperimentazione erano in cura con la Di Bella, Garattini si mostrò tutt’altro che indifferente. Per loro Garattini diventò il nemico numero uno, l’uomo che, da membro della Cuf (commissione unica del farmaco) boicottò la loro terapia oncologica: nel marzo 1996 entrò in vigore il decreto 161 che proibì la vendita di melatonina con conseguenze penali per il medico che l’avrebbe prescritta. Poi, a suon di manifestazioni di piazza, il decreto venne giudicato incostituzionale dalla suprema corte. E i malati poterono continuare a comprarsi la melatonina. Ma nello stesso anno la terapia Di Bella subì un colpo ancora più pesante per effetto di un provvedimento del ministro Rosy Bindi: il farmaco cardine del protocollo dibelliano, la somatostatina, scomparve dalla fascia A, quella esente da ticket. Fu così che la dose giornaliera, i 3milligrammi di somatostatina, venne venduta a 516mila lire.
Professor Garattini
perché nel 1996 bloccò la vendita di melatonina?
«Non serviva a niente, non c’erano evidenze scientifiche della sua efficacia
sull’uomo».
In questi anni ha
cambiato idea?
«La
melatonina è utile solo per alleviare i disagi del jet lag (i disturbi che
derivano quando si attraversano vari fusi orari e ci si sente stanchissimi). Per
capirci però dobbiamo fare una premessa…»
Prego…
«Come si fa a stabilire che un farmaco funziona? La scienza ha stabilito una
metodologia, si fanno studi randomizzati su gruppi di pazienti e si “testa”
l’efficacia di una o più molecole. Facciamo l’esempio della sciatica: uno ha
male e prende una medicina. Dopo tre settimane il dolore passa. Ma non si può
sapere con certezza scientifica se il male è scomparso per effetto
dell’antidolorifico o perché doveva passare da solo. Se il farmaco è efficace lo
sappiamo solo perché l’abbiamo testato su gruppi di pazienti randomizzati e
abbiamo fatto gli adeguati controlli».
Se prendiamo i farmaci
della terapia di Di Bella, uno per uno, li inseriamo sulla banca dati Pubmed
accanto alla parola cancer troviamo ampissima letteratura…
«Uno per uno, ma l’efficacia del cocktail, ossia del fatto di impiegarli tutti
assieme sui malati di cancro, non è stata dimostrata».
Infatti la sperimentazione del ’98 fu ampiamente criticata.
«Fosse dipeso da me non l’avrei neanche fatta. Per ragioni etiche. Non c’erano i motivi per farla».
Ma c’era (e c’è) un
sacco di gente che si curava il tumore in questo modo.
«Che ragionamento è? C’è un sacco di gente che crede agli oroscopi.. Qui abbiamo
bisogno che i farmaci che sono in commercio siano efficaci e che l’efficacia sia
testata. Non posso dire: mi piace lo champagne dunque me lo deve pagare lo
Stato. Si spendono soldi pubblici, sono tasse di tutti».
Quanto spende l’Italia
per i farmaci ospedalieri?
«Tanto.
Direi troppo: 19 miliardi di euro».
È vero che il 32% di
questa cifra se ne va per la chemioterapia?
«E' vero che le spese per i chemioterapici occupano una quota importante ed io
sono sempre stato critico su questo e sul fatto che circolano tante medicine che
non dovrebbero essere usate, infatti non sono ben visto dalle aziende
farmaceutiche. Dico spesso anche di non esagerare con le chemioterapie…».
Perché non funzionano
poi così tanto, come dimostrò la metanalisi di Ralph Moss (lo studio apparso sul
Journal Clinical Oncology pose l’accento sul fatto che la chemioterapia non
contribuisce più del 2% alla sopravvivenza dei malati di cancro).
«Conosco bene quello studio, non siamo convinti neanche noi dell’efficacia dei
chemioterapici su tutti i tumori…»
Se ad ammalarsi di
tumore fosse un suo familiare cosa gli consiglierebbe?
«Di curarsi
con tutte le terapie riconosciute ma senza esagerare, significa senza
accanimento. La scienza non può spiegare tutto, dobbiamo essere umili e
accettare questo limite. Ma sul principio bisogna restare fermi: prima si testa
la molecola, secondo le regole delle autorità regolatorie internazionali e poi
la si vende. Altrimenti…»
Altrimenti?
«Si ripete la storia dell’omeopatia: tonnellate di parole, pochi esperimenti,
nonostante ciò si vendono scatole su scatole…».
Professore, torniamo alle storie dei malati…
«I casi singoli si possono discutere, lei porta quelli guariti, io le porto i casi che finirono male come quello di una bambina a cui venne negata la chemioterapia, ripreso in una trasmissione di Gad Lerner tanti anni fa, vede che non arriviamo a niente?»
Ma la curiosità
scientifica di andare a vedere perché certe storie cliniche sono state stravolte
dalle cure…
«Il suo background è fideista, il mio è scientifico».
Come fa a dire che
questa terapia non funziona?
«Guardi che il suo ragionamento è sbagliato. Se non posso dimostrare
scientificamente che una cura funziona, non vuol dire che devo spiegarle perché
non funziona..»
No?
«No».
Beh, allora si deve
dire che la cura Di Bella non si sa se funziona ma non si può nemmeno provare
che non funziona…
«Esattamente. Secondo lei perché Giuseppe Di Bella non richiede una
sperimentazione alle aziende che producono i suoi farmaci?»
Penso perché le
aziende sono le stesse che producono i chemioterapici che costano decisamente di
più dei farmaci dibelliani. Parliamo della somatostatina, so che blocca i
fattori di crescita…?
«Si usa per curare varie sintomatologie ma non è autorizzata per il trattamento
dei tumori».
I retinoidi?
«Ci stiamo lavorando da diversi anni. Sono molto efficaci nella leucemia
promielocitica acuta.»
Veronesi dice che la
fenretinide (un retinoide di sintesi) blocca le ricadute del tumore al seno.
«Siamo ancora a livello di studi, prima che il farmaco sia sul mercato occorrono
altri passaggi».
Che proprietà hanno i
retinoidi?
«Sulle
cellule che esprimono i recettori per l’acido retinoico hanno effetto di
inibizione della crescita e, ad alte dosi, aumentano l’apoptosi (la morte delle
cellule). In più tendono a far tornare le cellule maligne verso la normalità…».
Queste cose le dice
anche Di Bella.
«Mi fa
piacere ma non vuol dire che si debbano utilizzare per tutti i tumori».
Siamo vicini alla cura
del cancro?
«Oggi non possiamo più parlare del cancro in generale, per ogni tumore ci sono
sub-categorie e sottotipi, per questo la stessa chemioterapia non va bene per
tutti. Cerchiamo di caratterizzare quelli che rispondono meglio alle cure e con
l’analisi genomica selezioniamo le differenze, insomma è un lavoro lungo…».
Lei prende qualche
antiossidante o vitamina?
«Assolutamente no, sono inutili».
Nemmeno la vitamina C?
«Non voglio
rovinarmi i reni…»
Dovrebbe essere una
questione di quantità…
«Certo, ma è inutile lo stesso».
C’è qualche cibo che
non mangia?
«Con moderazione mangio tutto. Non fumo e non bevo (un bicchiere di vino, ogni
tanto).»
Mangia anche la carne?
«Certo, anche il salame. Non tutti i giorni però. L’unica cosa che conta davvero è variare le pietanze».
Gioia Locati - 22 novembre 2011 ha chiesto a Stefano Iacobelli, oncologo e professore di oncologia medica all’università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara (oltre che direttore della Mso, la scuola di specializzazione oncologica “Mediterranean School of Oncology” con sede a Roma) un parere sulla donna guarita da tumore al seno senza intervento chirurgico. Iacobelli ha visto l’abstract della storia clinica della paziente presentato da Giuseppe di Bella a diversi convegni mondiali e pubblicato su riviste scientifiche (una storia simile a quella di altre 13 italiane nelle stesse condizioni che hanno seguito scrupolosamente la cura Di Bella). Gli esami clinici hanno evidenziato la scomparsa della massa tumorale in un paio d’anni. E ora le pazienti seguono una terapia di “mantenimento” e stanno bene. Il primo commento è sottovoce “non vorrei che passasse l’idea che ci può curare dal cancro senza intervento chirurgico… là dove è possibile”.
Il secondo commento è a voce alta: «Tra i farmaci che la donna ha preso c’è anche un inibitore dell’aromatasi (un farmaco ad attività antiestrogenica con il quale l’oncologia tradizionale cura i carcinomi ormonodipendenti, ma che Di Bella usa anche quando il tumore non è sensibile agli ormoni femminili). È un principio attivo molto efficace sui tumori ormonosensibili, anch’io ho curato così – e soltanto con l’inibitore dell’aromatasi - diverse pazienti anziane che rifiutavano l’intervento e ho ottenuto, in alcuni casi, la remissione completa del tumore».
Età delle pazienti?
«Da 80 a 90 anni».
In questo caso però la
donna aveva 51 anni al momento della diagnosi, tre focolai di tumore nella
stessa mammella. Anche le altre suppergiù hanno la stessa età…
«Non
possiamo sapere quello che succederà fra qualche anno, per me è un azzardo non
operare là dove è possibile».
Oltre all’inibitore dell’aromatasi
gli altri farmaci impiegati da Di Bella sono efficaci contro il cancro?
«Indubbiamente. Di Bella usa principi attivi, naturali e chimici, che hanno una
potente attività biologica sulle cellule tumorali, conosciuta da tempo. I
retinoidi ad esempio favoriscono la differenziazione cellulare, vuole dire che
una cellula maligna può tornare sana. La somatostatina inibisce la
proliferazione cellulare e l’angiogenesi (la formazione di nuovi vasi
sanguigni).»
Se è così perché gli
oncologi non dicono ai pazienti che hanno un cancro che ci sono anche questi
farmaci oltre alla chemioterapia?
«La questione è semplice: se la multiterapia Di Bella vuole ascendere a terapia
anti-tumorale riconosciuta deve passare attraverso una sperimentazione
ufficiale, altrimenti la sua cura verrà sempre considerata come quella della
pinna di squalo.»
La sperimentazione del ’98
ha arruolato solo pazienti o terminali o in fase di malattia molto avanzata,
senza gruppo di controllo, in alcuni casi sono stati impiegati farmaci scaduti
(c’è relazione dei Nas), in altri abbinati maldestramente i principi attivi…
«Si potrebbe pensare a una nuova sperimentazione che rispetti tutti i passaggi
previsti dall’attuale normativa: prima test in vitro e su animali. Poi, se non
c’è tossicità, applicazioni sull’uomo. Stabilita la dose del farmaco, si testa
il prodotto su diverse neoplasie. E poi se ne confronta l’efficacia con altri
farmaci».
Ma chi deve richiedere una nuova sperimentazione e a chi?
«Non è compito del ministero della Sanità, nel ’98 il governo accettò questo incarico perché la pressione popolare era fortissima e fu fatta un’eccezione. Le sperimentazioni le fanno le industrie farmaceutiche, servono molti soldi. O Di Bella trova un ricco mecenate o si affida a un’industria. Quest’ultima ipotesi è altamente improbabile perché un’azienda si muove soltanto se ha la possibilità di acquistare un brevetto di un principio attivo che poi venderà».
E non si possono brevettare
i farmaci dibelliani?
«Quelli naturali, tipo melatonina e vitamina E, non si possono per legge
brevettare. Gli altri, somatostatina, bromocriptina, cabergolina sono prodotti
che risalgono a cinquant’anni fa e il brevetto è scaduto».
E l’Aifa (agenzia italiana del farmaco) che pubblica ogni anno un bando per finanziare la ricerca indipendente?
«Dubito che l’Aifa possa fare qualcosa perché c’è un principio base da rispettare e cioè che il principio da brevettare sia specifico per una malattia (esempio: inibitore aromatasi per tumore mammella e non per stomaco e così via). I farmaci di Di Bella non sono registrati dal ministero come antitumorali, per questo non c’è la prescrizione gratuita».
La chemioterapia è da considerarsi superata?
«E' molto probabile che tra qualche anno la chemioterapia non verrà più utilizzata e verrà sostituita da farmaci più intelligenti che colpiscono con maggiore selettività le cellule tumorali ma, al momento, è l’unico metodo riconosciuto che abbiamo a disposizione».
Ancora sul “Il Giornale” e sempre a cura di Gioia Locati un’altra testimonianza. Achille Norsa, specialista in chirurgia generale, toracica e cardiovascolare, ha lavorato alla Divisione di chirurgia toracica all’ospedale Maggiore di Verona dal 1973 al 2004 diventandone dirigente nel 1995. Oggi ha 70 anni, è in pensione, ma continua a curare i malati di tumore nel suo studio privato applicando il metodo Di Bella. Da studente ha frequentato la facoltà di medicina all’università di Modena e i corsi di fisiologia del professor Luigi Di Bella. Da otto anni è vicepresidente della Sibor, la società di bioterapia oncologica razionale che si prefigge di rilanciare la terapia dibelliana per curare i tumori. I suoi lavori scientifici sui malati di cancro al polmone sono apparsi sulla rivista Cancer Biotherapy & Radiopharmaceuticals (vol 21, n n° 1, 2006 e vol 22 n° 2, 2007).
«Ho osservato nel tempo, per otto anni, due gruppi di pazienti in fase avanzata al III e IV stadio (alcuni erano stati coinvolti nella sperimentazione del ’98). Il primo gruppo di 28 malati con metastasi a distanze (mediastino, fegato, surrene, cervello e ossa) non aveva fatto né intervento, né radio, né chemio: per loro la Di Bella era cura di ‘prima linea’; il secondo invece aveva seguito diverse terapie, dagli interventi alla radio, alla chemio. La letteratura scientifica rivela che la mediana di sopravvivenza di malati come quelli del primo gruppo è di appena 3,7 mesi, con la terapia Di Bella questo indice di sopravvivenza (la mediana) è diventato di quasi 18 mesi. Ossia, non solo questi pazienti sono sopravvissuti più a lungo, ma hanno avuto anche condizioni di vita accettabili. L’altro gruppo, quello composto da malati che avevano fatto chemio e radio, ha avuto la mediana di sopravvivenza di poco più di tre mesi perché le terapie cui sono stati sottoposti hanno danneggiato l’organismo in maniera irreversibile, in questo caso la terapia Di Bella ha soltanto potuto migliorare la loro qualità di vita».
Lei è un chirurgo che ha scelto di applicare il metodo Di Bella, come mai?
«Nel ‘95 un’amica della mia famiglia, con tumore alla vescica inoperabile, si rivolse a Luigi Di Bella. In un anno guarì. Del mio professore di università conservavo un ottimo ricordo, tutti lo consideravano un genio. Sono andato da lui per cercare di capire, devo ammettere che sono rimasto letteralmente colpito.»
Da cosa?
«Dal razionale scientifico. Il professore mi fece una lezione di un’ora e mezza, mi parve di esser tornato studente.»
Dunque?
«Il professore mi affidò un fascicolo di lavori scientifici. Il fisiologo è uno scienziato puro, che studia il funzionamento di tutti gli organi. Mi sforzai di entrare nell’argomento il più possibile. Per due anni andai da lui a ‘ripetizioni’, mi presentavo alle 6,30 del mattino perchè poi arrivavano i pazienti».
Quando cominciò a curare i malati con la Di Bella?
«Proprio in quel periodo, dal ’98 al 2004 facevo il chirurgo in ospedale e ai pazienti parlavo di questa cura. Portavo periodicamente da Di Bella le cartelle mediche di chi accettava la terapia».
Quanti pazienti ha curato?
«A oggi più o meno duemila».
Di quali tumori?
«Dalle leucemie ai linfomi, ai tumori solidi ma per favore non scriva che venivano curati tutti allo stesso modo. La Di Bella ha un modulo fisso e tantissime varianti, quanti sono i tumori e le stadiazioni».
D’accordo. Ma i pazienti guarivano?
«Dipendeva dallo stadio della malattia e dal fatto che la Di Bella fosse o meno applicata subito (e non dopo chemio e radio)».
Qualche esempio?
«Il tumore al polmone al primo stadio, inferiore a tre centimetri, può guarire in due anni senza intervento. Al secondo stadio, quando supera i tre centimetri si può operare e curare. Al terzo e quarto stadio, quando non è più possibile fare l’intervento, suggerisco soltanto la terapia biologica Di Bella. Fra i miei pazienti al primo e secondo stadio il tumore è regredito o si è stabilizzato nel polmone. In alcuni casi il tumore viene incapsulato da una cotenna fibroso-calcifica e quindi ‘sequestrato dall’organismo’ e i pazienti convivono con la malattia conducendo una vita normale».
Lei curava gratis i pazienti in ospedale con la Di Bella?
«Sì, poi quando hanno cominciato a occuparsene i giornali avevo il reparto bloccato, c’era gente dappertutto, l’amministrazione mi comunicò che non avrei più potuto occupare gli spazi per consulenze gratuite».
E si aprì un suo studio. Cura ancora i tumori così?
«Certamente, ho riportato anche alcuni casi nel libro ‘La multiterapia biologica razionale dei tumori: il metodo Di Bella (ed. Mattioli)».
Chi le manda i pazienti?
«Con il mio portale su internet è tutto più facile (www.achillenorsa.com), arrivano da soli o tramite conoscenze, anche dall’estero.»
Perché negli ospedali nessuno parla di questa terapia, lei pensa che i suoi colleghi sappiano e tacciano?
«Me lo chiedo anch’io: il medico dovrebbe essere curioso e rivestirsi di umiltà per capire. Conosco anche alcuni giovani disposti a seguire questa linea ma temono l’ostracismo del mondo della sanità».
Addirittura? Qual è l’ostacolo principale?
«Il dio denaro. Sono le multinazionali che dettano le regole, nessuno si arricchisce con la Di Bella: per curarsi si spendono 15-20 euro al giorno, nei casi in cui c’è bisogno dell’octeotride (un derivato della somatostatina) si arriva a 60 euro al dì. Nulla a confronto di un ciclo di chemioterapia che può costare 50mila euro senza l’indotto (per ciascun malato di cancro lo Stato spende 200mila euro) e comunque…»
Comunque?
«Anche se non è un gran costo, dispiace che siano i pensionati a doversi pagare di tasca propria una cura anticancro».
Ma la chemioterapia è efficace?
«In 48 anni di ospedale raramente ho visto un tumore solido guarire con la chemioterapia a meno che non sia stato associato l’intervento chirurgico. Le spiego come funziona…»
Prego…
«La chemioterapia ha un’azione di debulking, ossia di riduzione della massa tumorale. Un tumore è liquido per l’80%: chemio e radio diminuiscono la parte liquida del tumore. Però può succedere che l’attività proliferativa del tumore riprenda con più intensità proprio perchè l’ambiente biologico non è in equilibrio dal punto di vista immunitario. Inoltre la radioterapia ha come effetto quello di rendere insensibili le cellule cancerose (quelle sopravvissute) a qualsiasi altra terapia».
Ma lei che cosa chiede?
«Vorrei che questo metodo fosse applicato negli ospedali. È una cura che funziona anche se non è ancora definitiva. Il professor Di Bella ci ha indicato un binario che andrebbe seguito da chi fa ricerca. Si tratta di un percorso che, come diceva lui stesso, farebbe ‘risparmiare tempo, denaro e vite umane’. E poi vorrei aggiungere un’altra cosa: si è visto che quando la malattia è all’ultimo stadio, la Di Bella allevia le sofferenze rispettando la dignità della persona. Mi creda: non è poco…»
Se ciò non bastasse ci si mette il racket dei decessi e delle ambulanze, oltre alle solite truffe.
Truffe al Sistema sanitario nazionale sono state scoperte da nord a sud dell’Italia. Si sono accertati migliaia di casi di pazienti morti che erano ancora iscritti al Servizio Sanitario che quindi continuava a erogare compensi mensili ai medici. Si trattava di persone morte da circa vent'anni in giù. Cinque euro al mese. Questa la tariffa mensile che i medici di base ricevono per ogni iscritto al Servizio sanitario nazionale.
I carabinieri del Nas di Cosenza hanno arrestato 70 falsi infermieri, impiegati presso strutture pubbliche e private della Regione Calabria. Secondo quanto accertato dagli investigatori, avrebbero acquistato da un'organizzazione criminale falsi diplomi di "infermiere professionale" riuscendo così ad inserirsi nel mondo del lavoro ospedaliero nonostante fossero del tutto privi di conoscenze mediche.
I finti infermieri erano spesso coinvolti anche in sala operatoria e in altre delicate mansioni. Altri ancora avevano anche fatto carriera diventando caposala. Secondo quanto appurato dagli investigatori coordinati dalla procura di Cosenza, l'organizzazione falsificava, in maniera impeccabile, i titoli di studio vendendoli per somme che variavano tra 8 e 10mila euro. E garantiva anche stage truffa insegnando a misurare la pressione arteriosa, medicare e prelevare sangue.
Quarantanove infermieri in servizio nelle strutture ospedaliere della Asl 5 della Spezia sono stati denunciati dai carabinieri del Nas di Genova per mancanza di iscrizione all’albo; i militari li hanno scoperti controllando la regolarità di un migliaio di paramedici della Asl, facendo accertamenti sia sui fascicoli amministrativi sia nel collegio professionale degli Infermieri della Spezia.
Secondo la legge, l’iscrizione all’albo è requisito «essenziale e indispensabile» per potere svolgere l’attività sanitaria sia come libero professionista sia come dipendente; i denunciati hanno violato l’articolo 348 del codice Penale.
Non da meno sono gravi i casi scoperti in cui si i cittadini, fruitori di visite ed esami clinici specialistici, hanno dichiarato il falso sulle autocertificazioni, per essere esonerati al pagamento del ticket.
A Barletta, emettevano certificati di morte per agevolare pompe funebri: indagati in 16. Le persone indagate sono medici, operatori sanitari della Asl, responsabili di imprese funebri, ma anche una guardia giurata e due volontari del tribunale dei diritti del malato. Le indagini furono avviate all’indomani di un decesso avvenuto nel 2005, decesso certificato quando, appunto, era ancora in vita la donna ricoverata in ospedale alla quale il certificato si riferiva.
A Caserta il racket ruotava attorno a tre figure essenziali: gli addetti alla sala mortuaria dell'Azienda ospedaliera casertana. Erano loro che, avvertivano tempestivamente gli impresari di pompe funebri, che c'era «un morto da venire a prendere». Secondo quanto accertato dagli investigatori, gli infermieri non solo avvisavano gli imprenditori delle ditte per garantire loro la tempestività in ospedale ma facevano anche intendere ai familiari dei defunti che il servizio fosse convenzionato con la struttura pubblica. Grazie a loro, a Caserta e provincia, si era creata una sorta di monopolio: lavoravano solo quattro agenzie di pompe funebri, più un paio del Napoletano, che si erano spartite il territorio. Le altre, zac! Tutte tagliate fuori. E, per chi non accettava questa dittatura del funerale, erano minacce e violenze.
Imponente il giro di affari, quantificato in diverse centinaia di milioni di euro.
Nella notte del 16 ottobre 2008 a Milano sono state arrestate 41 persone, coinvolte in un vasto giro di corruzione tra ospedali e imprese di onoranze funebri. Molti degli arrestati sono infermieri di otto diversi ospedali o case di cura, che segnalavano alle pompe funebri dove e quando avveniva un decesso.
Quella battezzata ‘Caronte’, non è la prima inchiesta sul racket delle pompe funebri che interessa Milano.
Numerosi i precedenti, il più eclatante dei quali nel 1992. Proprio un indagine su corruzioni e truffe intorno agli affari per ‘il caro estinto’ in alcuni ospedali, tra cui il Pio Albergo Trivulzio, portò sulle tracce di Mario Chiesa, il ‘mariolo’ come venne definito allora da Bettino Craxi, primo arrestato di ‘Mani Pulite’ per una tangente di 7 milioni di lire. Nel 1997 un’altra operazione portò la Procura di Milano a chiedere l’arresto (richiesta non accolta dal Gip), di 22 tra infermieri e procacciatori di sei imprese (san Siro, Lombarda Foroni, San Cipriano, La Milanese, la Casoratese Ognissanti). Ancora: nel 2004, 5 impiegati del Comune vengono indagati dalla Polizia Locale per reati analoghi.
A livello nazionale, tra i casi più recenti, le indagini della squadra Mobile di Arezzo nel 2006 (4 impresari arrestati e 5 infermieri indagati), della Guardia di Finanza di Torino nel 2001 e nel 2007 (9 indagati di cui 5 arrestati tra infermieri e impresari dell’ospedale Le Molinette) e dai Carabinieri di Bari nell’aprile del 2008 (51 indagati di cui 33 arrestati in numerosi nosocomi del capoluogo pugliese). Secondo i dati Codacons il business del caro estinto genera un giro d’affari annuo di 3,5 miliardi di euro per più di 5 mila imprese funebri.
Nella puntata del 7 Ottobre 2008 Le Iene di Italia 1 hanno scoperto a Roma una prassi, che risulterebbe comune fra operatori sanitari ed i servizi di ambulanza privata, quale la stecca o mazzetta per accaparrarsi la chiamata per le dimissioni. La Iena Calabresi travestito da portantino ha chiamato una serie di servizi di ambulanza privata accordandosi sulla mazzetta per passare il trasporto che veniva immediatamente consegnata dall'autista del mezzo all'arrivo in Ospedale.
Anche quando non era Natale c'erano dei bei regali, viaggi, libri, computer, impianti stereo, per quei medici che prescrivevano ai loro pazienti i farmaci di quella nota casa farmaceutica invece di quelli delle aziende concorrenti. Troppi regali, troppe ricette con quel marchio, hanno insospettito gli inquirenti, che hanno incominciato ad indagare per "corruzione e comparaggio" quasi tremila persone in molte regioni: oltre a medici ed informatori, farmacisti, operatori sanitari, dirigenti di aziende, istituti ed enti ospedalieri. Sono stati perquisiti centinaia di studi medici e di uffici in varie città e sequestrati migliaia di documenti, di computer e floppy disk. Costosi regali ai medici che preferivano dei farmaci a scapito di altri: viaggi-premio in svariate località esotiche, con prevalenza ai Caraibi, spacciati come "congressi scientifici" e "aggiornamenti culturali", settimane bianche in note località sciistiche presentate come "corsi di formazione professionale", e vari regali tra cui libri e vini di pregio, impianti stereo e persino personal computer da cinquemila euro. Il reato di comparaggio, che prevede l'arresto fino ad un anno, e che, secondo il codice penale, punisce "quella pratica per cui medici, farmacisti e altri operatori sanitari accettano denaro, premi e donazioni varie in cambio della prescrizione di farmaci", è una pratica molto in uso, nonostante che sia proibita dallo stesso Ordine dei Medici.
Il primo scandalo parte da Verona, ma non si ferma qui.
Successivamente se ne scopre uno a Bari, dove i medici di base, dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità degli informatori scientifici, hanno prescritto farmaci all’insaputa dei loro pazienti, ma avvalendosi della complicità dei farmacisti. Questi, dopo aver tolto le fustelle dai medicinali, provvedevano a gettare le confezioni nella spazzatura: in questo modo si sarebbero sbarazzati anche di farmaci salva vita che avevano un prezzo unitario che arrivava fino a 700 euro per confezione. Una farma-truffa da circa 20 milioni di euro. 101 a processo. Nell’occasione, la Procura di Bari ha riscosso circa sette milioni e 120 mila euro da nove case farmaceutiche che hanno patteggiato. Tra gli imputati ci sono capi area e informatori scientifici delle note case farmaceutiche, anche multinazionali, medici di base e farmacisti. Sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla truffa di corruzione, falso, riciclaggio e comparaggio.
Sanità e corruzione. Su “La Stampa” l’inchiesta sulla Farmatruffa.
"Provi a digitare su Google le parole medici corrotti e vengono fuori più di due milioni e ottocento risultati. Medici e tangenti superano di poco un milione. Medici onesti arrivano appena a 645 mila voci. Nessuno sa a quanto ammonti il giro d’affari della corruzione nel mondo dei farmaci e più in generale della sanità. Si dice cento milioni di euro contando l’intero circo di traffici di politici, imprenditori, burocrati e medici. Ma si tratta di cifre troppo grandi e sommerse. Soltanto ricorrere al motore di ricerca più cliccato della rete può dare un’idea meno astratta del fenomeno. D'altra parte, Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, nel 2009 l’aveva detto nel leggere la sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario. «Siamo tra i peggiori Paesi al mondo per corruzione». E aveva precisato che alcuni settori sono particolarmente a rischio truffa e sperpero, in particolare il settore della spesa farmaceutica-sanitaria. E aveva elencato le irregolarità riscontrate dai magistrati della Corte dei Conti: la fatturazione fraudolenta, il mancato completamento di strutture ospedaliere o la mancata utilizzazione di impianti già realizzati, le spese per corsi di formazione mai tenuti o carenti di documentazione, l’irregolare gestione di case di cura convenzionate, l’irregolarità sulla gestione di ticket e l’eccesso di prescrizione di farmaci. Sulla Sanità e sulle tangenti si sono costruiti imperi e distrutti fior di politici. La sanità faceva da sfondo al traffico di escort a Palazzo Chigi. La Sanità è costata la poltrona a Ottaviano Del Turco, presidente della regione Abruzzo. Ed è stata il filo conduttore della Sanitopoli che travolse Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità ai tempi della Dc, e Duilio Poggiolini direttore generale del ministero. Poggiolini, il re Mida della Sanità, colpito da 145 capi d’accusa, fra cui aver favorito l'ingresso di alcuni farmaci nel prontuario sanitario dietro compensi e regalie, in beni o denaro o aver autorizzato aumenti dei prezzi sempre dietro compensi. O, ancora, la farmatruffa esplosa nel 2003 a Verona con viaggi, regali, cene, consulenze per un totale di cento milioni di euro per comprare circa tremila medici che avevano prescritto prodotti farmaceutici in cambio di denaro. Oppure c’è l’inchiesta nata a Torino nel 2005 e approdata a Roma che coinvolge addirittura l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, che classifica e cataloga i medicinali da immettere sul mercato. Due dirigenti dell’Agenzia vengono accusati di intrattenere rapporti privilegiati con gruppi multinazionali di società farmaceutiche nella sperimentazione di sperimentazione di due prodotti bio-equivalenti."
Questa è la rappresentazione di una realtà, spesso, sottaciuta ed ignorata.
La domanda che il cittadino si fa è questa: quanto ci costa tutta questa inefficienza?
Cento miliardi l'anno. È il costo della salute in Italia. Una torta da spartire per la politica. Tra nomine, appalti e rimborsi a privati. Un business che sempre più spesso finisce nel mirino della magistratura.
La cronaca ci parla di Puglia, Abruzzo, Lombardia, Piemonte, Lazio, Calabria, Campania, ecc.: da almeno 15 anni, decine di indagini giudiziarie documentano migliaia di truffe, sprechi, clientelismi, favoritismi, disservizi, frodi criminali, corruzioni e infiltrazioni mafiose. La salute degli italiani muove un giro d'affari di oltre 100 miliardi di euro. Che molti vedono come una torta da spartire. E i pm di Milano che indagano sulla Santa Rita e le altre "cliniche degli orrori", in un'audizione segreta al Senato, finiscono col descrivere la sanità come «un sistema che fa diventare i reati una prassi».
Come è potuto succedere? Da un lato c'è un flusso continuo, e da decenni in crescita, di denaro pubblico a disposizione per appalti, convenzioni con strutture accreditate, gente da assumere. Dall'altra ci sono i partiti alla guida delle Regioni, che stringono la morsa su ospedali e Asl attraverso il loro plenipotenziario, il direttore generale. Dopo la legge Bindi di riforma del Servizio sanitario nazionale del 1999, il manager è nominato dal governatore, quindi dalla politica, ed è lui che decide tutto: dai contratti alla scelta dei primari. In mezzo ci sono i medici, che maledicono quella legge che ha tolto loro tutto il potere e li ha messi nelle mani della politica; e i malati, che in molte parti d'Italia fanno sentire la loro voce e minacciano chi li governa, ma in molte altre no.
Su di loro contava Rosy Bindi quando firmò quella legge, nella convinzione che i governatori avrebbero fatto le cose per bene perché la sanità è uno snodo cruciale del consenso. Ma così non è andata: le mani della politica sulla torta si sono trasformate, spesso, in un reticolo di tangenti, appalti truccati, nomine incongrue. Perché la legge di depenalizzazione dell'abuso d'ufficio con finalità politiche del 1997 aveva reso praticamente impunibile chi spadroneggiava.
Così il sistema è saltato, fatte salve le solite isole felici. I reati, come dicono i pm, sono prassi. Da un lato le nomine, poltrone troppo spesso occupate da incapaci, ma dall'altra i denari. Oltre 100 miliardi, di cui la metà cash, a disposizione dei privati. Che forniscono beni e servizi agli ospedali, ma anche prestazioni sanitarie che il pubblico non riesce a erogare. È questo il ventre molle del sistema che crea consenso distorto per politici rapaci e che arricchisce manager disonesti. Perché sono gli uomini della politica a decidere chi e in quale misura può partecipare al business. E magari su chi si può chiudere un occhio nei controlli.
In un vortice di mazzette e appalti, quello che sembra importare meno a molti dirigenti è il fatto che stanno amministrando la salute pubblica. E che ogni euro in mazzette e servizi scadenti è un euro tolto ai malati. Ma la questione morale in sanità non esiste, se i presunti corrotti finiscono in Parlamento e nessuno sembra pagare mai il conto.
E che dire della donazione di organi e sangue ?!?!
Dopo ben 41 anni di trapianti effettuati attraverso organi prelevati da ammalati a cuore battente, la comunità scientifica internazionale scopre oggi che la dichiarazione di “morte cerebrale” non era poi così infallibile e occorre un profondo ripensamento dei criteri. L'annuncio arriva da uno dei padri della trapiantistica, Ignazio Marino.
Contrordine: dopo decenni di espianti a cuore battente, spacciati per “prelievo da cadavere” fin dalle ingannevoli parole della legge, la comunità scientifica italiana, costretta ad allinearsi a buona parte di quella internazionale, oggi fa marcia indietro: la morte cerebrale è una finzione, una convenzione buona per far prosperare carriere e primariati, holding statali dei trapianti ma, soprattutto, le multinazionali del farmaco, che proprio sui trattamenti antirigetto accumulano ogni anno fatturati da milioni e milioni di euro.
La notizia arriva dal Festival della Salute di Viareggio dove uno dei padri della trapiantistica internazionale, Ignazio Marino, oggi alza le mani: «I criteri attualmente in uso per stabilire la morte cerebrale sono troppo rigidi. Bisogna rivederli in modo da tener conto della pratica clinica». In sostanza, «si dovrebbe evitare di ispirarsi a una rigida ortodossia, mantenendo invece un'apertura mentale su un tema così complesso e controverso», e vanno perciò «riconsiderate definizioni troppo rigide come la cessazione “irreversibile” “di tutte le funzioni”, “dell'intero cervello”, perchè è convinzione comune l'inapplicabilità di tali criteri nella pratica clinica».
L'appello è firmato dalla delegazione di scienziati presenti in Versilia, tutti di altissimo profilo: oltre a Marino (già presidente della Commissione d'inchiesta sul sistema sanitario nazionale al Senato), ci sono Giovanni Boniolo (Fondazione Ifom e facoltà di Medicina di Milano); Bernardino Fantini (Università di Ginevra); John Harris (Università di Manchester); Robert Truog (Harvard Medical School) e Stuart Youngner (Case Western Reserve University). «Si stanno ancora scoprendo molti aspetti clinici, legali, sociali della morte cerebrale - sottolineano - dal momento che il concetto evolve in relazione alle differenze culturali e religiose. È necessario mantenere aperta la discussione con il mondo non scientifico».
Vaglielo a raccontare alle centinaia di migliaia di pazienti espiantati negli ultimi 41 anni in mezzo mondo perchè certificati in stato di “morte cerebrale”.
Una storia che comincia nel 1968 quando Christian Barnard effettua a Città del Capo il primo trapianto di cuore sulla base dei criteri (coma, perdita irreversibile di qualsiasi funzionalità cerebrale e impossibilità di una respirazione autonoma) dell'Harvard Medical School che aveva cambiato la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto.
La polemica suscitata dal documento di Viareggio riaccende in realtà un fuoco che da tempo covava sotto la cenere. La testimonianza sta tutta in un libro shock di prossima uscita per Tullio Pironti Editore, nel quale vengono dettagliatamente riportate tutte le stridenti contraddizioni della stessa comunità scientifica internazionale sul fenomeno trapianti e, soprattutto, sulla dichiarazione di morte cerebrale. Ma saltano fuori anche i criteri aziendalistici che guidano le scelte, dai sistemi di premialità per i centri che effettuano il maggior numero di espianti, fino alle tecniche mercantili (le chiamano “benchmarking”) messe in atto per organizzare i reparti, o quelle di comunicazione per convincere i familiari riluttanti. Senza contare l'escalation di anestesisti che chiedono di poter esercitare l'obiezione di coscienza (non prevista in Italia per questi interventi) o le storie vere, raccontate nel volume, di coloro che si sono svegliati da uno stato definito di morte cerebrale. Mettendo a confronto ricerche di scienziati provenienti da diversi Paesi, il libro si sofferma poi sui business dell' “indotto”, sul mercato clandestino degli organi e sui traffici di cellule staminali.
Con prefazione di Ferdinando Imposimato, nella quale si inquadrano gli aspetti normativi del fenomeno in ambito europeo, il volume, firmato da Rita Pennarola, si intitola “Ultimi - inchiesta sui confini della vita” ed e' in uscita a novembre. Ne pubblichiamo in anteprima alcuni significativi stralci.
QUOTE DI PRODUTTIVITA'.
Dietro questo brutale dettato aziendalistico si cela una delle principali ragioni che inducono gli ospedali ad incrementare il numero dei trapianti effettuati nell'anno, pena il possibile smantellamento del reparto con relativi primariati, equipes chirurgiche, infermieri, acquisto di farmaci ed apparecchiature. Regioni e centri di riferimento trapianti hanno infatti il potere di revocare l'idoneità a quelle strutture che abbiano svolto nell'arco di un biennio meno del 50 per cento dell'attività minima di trapianto prevista dagli standard stabiliti dal ministro della Sanità. Questo - secondo quanti si oppongono agli espianti a cuore battente - spiegherebbe la fretta. Spiegherebbe i casi delle migliaia di altri giovani considerati troppo presto donatori di organi. «Tutti morti - dicono alla “Lega contro la Predazione degli Organi e la morte a Cuore Battente” di Bergamo, che da anni raccoglie e diffonde documentazione scientifica internazionale - in nome di uno Stato divenuto ormai azienda di macellazione e distribuzione di organi, con un indotto multimiliardario». (...)
TRAPIANTI SPA.
Il trapiantificio Italia è una macchina gigantesca che si alimenta di carriere, fatturati, giri d'affari farmacologici da milioni e milioni di euro. Una corazzata nella quale ognuno ha il suo ruolo. Anche gli anestesisti che in molte Aziende Ospedaliere - come ad esempio quelle della Campania - ricevono un bonus da duemila euro per ogni segnalazione di possibile donatore andata “a buon fine”. Ed anche ai tre medici componenti la commissione chiamata ad accertare lo stato di “morte cerebrale”, va un gettone di presenza ogni volta che si riuniscono. (...) Perchè una struttura si veda revocare l'autorizzazione del ministero basta che in due anni abbia effettuato la metà del numero minimo di interventi previsti: che sono 30 di rene e 25 di fegato. Per rendere tali principi maggiormente espliciti, a giugno 2004 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il provvedimento del 29 aprile di quello stesso anno attraverso il quale l'intera efficienza del sistema può essere determinata e controllata punto per punto, pena la chiusura della struttura sanitaria adibita ai trapianti (con relativa perdita di primariati, carriere, posti del personale parasanitario, addetti alla comunicazione, etc). (...) L'Accordo ministero-regioni inserisce espressamente tra gli indicatori il «numero di trapianti effettuati da donatore cadavere e da donatore vivente nell'ultimo triennio», ricorrendo ancora una volta alla consueta terminologia fuorviante del “cadavere”. Più avanti vengono elencati ulteriori criteri connessi alla produttività di ciascun centro trapianti regionale o interregionale: «numero di donatori utilizzati nell'area; numero di organi prelevati nell'area; numero di organi offerti al Centro trapianti; numero di organi offerti al Centro, rifiutati dal centro stesso ed accettati da altri centri trapianto». Entro il 31 gennaio di ogni anno i centri sono tenuti a comunicare i dati sulla propria efficienza, che devono essere valutati dal CNT. (...) Nel Lazio solo per il rene esistono ben 5 centri trapianti. A Parigi ce n'è solo uno. Spiega Franco Filipponi, presidente della Società italiana per la qualità dei trapianti: «Difficilmente una struttura che produce meno di 25 trapianti di fegato all'anno svolge buona formazione e buona ricerca. Ma si sa, aprire nuovi reparti piace molto ai nostri politici, è veicolo di propaganda. I centri sono troppi e troppo frammentati». Quale genere di computo “numerico”, allora, si adotta nelle procedure di valutazione dei centri trapianto? A gennaio 2003 il dicastero della Salute aveva presentato i primi dati ufficiali sulla qualità di queste strutture in Italia, basati sulla valutazione effettuata a partire dal 2002 ad opera del CNT. «L'intento - veniva spiegato nella presentazione - è quello di effettuare, al termine delle verifiche, un confronto dei risultati ottenuti da tutte le strutture ospedaliere del Paese analizzate, arrivando così all'individuazione dei centri di eccellenza; una tecnica di gestione comparativa, ben conosciuta nella cultura aziendalista e definita di benchmarking». (...) Tre i criteri seguiti per il sistema di misurazione della qualità. In primo luogo il numero dei trapianti effettuati. Al secondo e terzo posto nei criteri di valutazione, la sopravvivenza ad un anno del paziente trapiantato e l'idoneità del Centro ad affrontare i casi complessi. E il donatore? Le sue condizioni, la valutazione sul controllo effettuato dal collegio che deve dichiararne la morte cerebrale prima di procedere all'espianto? I tentativi di preservare fino all'ultimo la sua vita per esaminare ogni possibilità di salvarla? Non una parola, naturalmente. Questo genere di valutazione non viene presa in considerazione dalla legge: si dà per scontato che non possano esistere errori, fretta, negligenza o superficialità nella dichiarazione di “morte”, mentre per le equipe che effettuano l'espianto-trapianto si fissano criteri rigidi e severe procedure di valutazione.
MANAGEMENT DELLA MORTE.
(...) Ancor più esplicito il senso di questa sfida sul terreno della produttività fra i diversi centri trapianto regionali nel documento attraverso cui il CNT, a fine 2007, spiegava il percorso in atto per incentivare tali strutture ad adeguarsi agli elevati standard richiesti. (...) «Una grande importanza ai fini della valutazione verrà attribuita a tutti i dati relativi alle esperienze e ai processi, dove verranno conteggiati i decessi con lesione cerebrale acuta, gli accertamenti di morte, il numero di opposizioni e naturalmente il numero di donatori effettivi. In tale ambito, e per pervenire ad un indice realistico che evidenzi il reale volume di attività del centro, verranno esaminati gli aspetti di management della cerebro-lesione acuta». Ictus, aneurismi, ischemie cerebrali acute ed altre devastanti lesioni traumatiche che fino a qualche anno fa erano solo di pertinenza dei medici, della loro preparazione professionale e di quella tensione capace di strappare tante vite alla morte lottando fino all'ultimo con tutti i mezzi, oggi sono piuttosto, nella terminologia della trapiantistica corrente, un fatto che riguarda management e procurement. Più ce ne sono, di candidati all'espianto, per traumi encefalici gravi, meglio è, per l'indice di valutazione del centro trapianti. «Il processo di procurement - specifica infatti il CNT nel documento - verrà dunque valutato in relazione alle caratteristiche strutturali, organizzative, qualitative e quantitative dell'ospedale, della Rianimazione e del coordinamento locale, utilizzando indicatori per i singoli item di valutazione, in riferimento agli standard nazionali, europei e al benchmarking presente in letteratura». Il benchmarking - che sembra diventato la parola d'ordine per quanti si occupano di espianti - è una metodologia di marketing che indica la competizione sul mercato e la capacità - o almeno la tendenza - ad arrivare primi. Adottato tempo fa oltreoceano nel campo della concorrenza fra produttori di fotocopiatrici, con l'aziendalizzazione spinta della sanità ha trovato la sua collocazione “ideale” nei criteri per definire la efficienza dei centri trapianti e le loro “dinamiche contrattuali”.
LE PAROLE PER DIRLO.
Una cosa, naturalmente, è il linguaggio che i general manager del trapianto usano parlando fra loro, un'altra è imparare a trattare con i familiari degli ammalati gravi per ottenere il consenso all'espianto. Una abilità decisamente difficile da conquistare, quando si debbono fare i conti tutti i giorni con indici di produttività e audit aziendali, ma non meno strategica per quella attività di procurement considerata requisito indispensabile. Servono, insomma, le parole giuste per dirlo. E non bastano semplici comunicatori. “Trapianti d'organo: dimensioni esistenziali ed etiche” è una risposta a questa delicata esigenza pubblicata sulla rivista ufficiale del Centro Nazionale Trapianti. A firmare il documento sono Ivo Lizzola, professore associato di Pedagogia Sociale all'Università di Bergamo, e Mauro Ceruti, preside della facoltà di lettere presso lo stesso Ateneo. Il lungo saggio, più che una riflessione esistenziale sulle pratiche di espianto-trapianto, suona come un'operetta morale a beneficio dei medici che sono quotidianamente tenuti ad informare i familiari sullo stato di “morte encefalica” del proprio congiunto e a chiedere loro il consenso per la donazione. Destinatari del documento sono infatti i responsabili delle strutture create ad hoc per incentivare le donazioni nella popolazione. (...) «Attenzione alle contabilità, all'efficienza da migliorare, incrementare, garantire. Rischia di restare in penombra il dono-gesto con il suo carattere di continuità e di compimento di una biografia, e di patto di fraternità. (...) L'insistenza sugli organi da trapiantare - scrivono - sull'essere “risorse scarse”, bene pubblico da amministrare con cautela e “giustizia”, sviluppa un'attenzione sul dono-oggetto, avulso dal contesto umano». Insomma: insistete sul “dono fraterno” e non sognatevi di far trasparire le stringenti esigenze di benchmarking che pure sono alla base della richiesta.
IL MURO DEL DOLORE.
(...) Nonostante tante “cautele” nel linguaggio, continua a crescere anche in Italia il numero delle opposizioni. Il Sistema informativo trapianti (nella terminologia ufficiale il termine “espianti” e' rigorosamente bandito), con sede presso il ministero della Salute, aggiorna periodicamente le statistiche su donazioni, interventi eseguiti ed opposizioni all'espianto. Al 20 settembre 2008 venivano segnalati 1498 donatori, 1774 trapianti eseguiti, 71 trapianti da vivente, il tutto comprendente anche la donazione di tessuti e di cellule. La flessione diventa evidente nel raffronto con il 2007 (2201, donatori, 3031 trapianti, 131 da vivente) e soprattutto con il 2006, quando furono eseguiti 3183 trapianti. (...) Per fronteggiare l'ondata montante del dissenso, il CNT ha pubblicato nel 2009 un documento dal titolo “Position Paper sulla determinazione di morte con standard neurologico”. Elaborato da uno staff di cinque medici, compresi il direttore del Centro Alessandro Nanni Costa (area PD) ed Andrea Gianelli Castiglione, sempre del Cnt, lo scritto ammette «l'esistenza di considerazioni dissonanti e dubbi riportati negli anni sulla stampa e nella letteratura medica». A chi abbia letto con attenzione il documento non sfuggono alcuni controversi passaggi. In un periodare affrettato Nanni Costa e i suoi spiegano, ad esempio, che «le attuali tecniche rianimatorie potrebbero probabilmente essere in grado di procrastinare ad libitum l'arresto circolatorio, benchè uno studio prospettico in tal senso non sarebbe accettabile; la perdita irreversibile della “neural driving force of existence”, come funzione vitale essenziale ed esclusiva dell'encefalo, sembra essere al contrario il razionale indispensabile e sufficiente per la determinazione della morte dell'essere umano». Gli stessi aspetti, affermati qui con incrollabile certezza, sui quali oggi nel documento della Versilia si innesta una decisa retromarcia. Non meno sorprendente, poi, la puntualizzazione che viene fatta sul termine “cadavere”: «La comunità scientifica parla di morte solo ed unicamente al fine di distinguere un cadavere da una persona, per poter dare alle persone le cure, ed ai cadaveri la dovuta sepoltura. Usa poi il termine “morte dell'uomo” o “morte della persona” sempre in un'ottica retrospettiva, cioè al fine di affermare che essa è avvenuta con certezza e che ci si trova di fronte ad un cadavere». Giusto. Ma come definire, allora, colui che sta per essere espiantato? Non è più una “persona”? O è una “persona” che diventa “cadavere” dopo il prelievo dei suoi organi?
DONARE? SOLO I PAZIENTI.
(...) Fa notizia la nascita a Udine della prima ed unica associazione italiana di camici bianchi che si sono finalmente decisi a donare almeno il sangue. «Molti donatori - spiegano alcuni studenti di medicina, promotori dell'iniziativa - si chiedono se i medici, che conoscono l'utilità del sangue, siano anche donatori a loro volta... Ora ci auguriamo che la realtà di Udine possa essere presa d'esempio da altri Ordini». Pare insomma che il motto, per i camici bianchi, sia sempre stato: “fate che a donare siano gli altri”. Ed effettivamente, scorrendo statistiche e cronache, i casi di medici diventati donatori di organi sono gocce in un oceano.
L'AFFARE CYCLOSPORINA.
Tanto nel caso di trapianti legali, quanto nelle operazioni frutto di traffici illeciti, la riuscita degli interventi ha un nome ben preciso: si chiama cyclosporina ed esercita un effetto immunosoppressore molto simile a quello realizzato sull'organismo umano dal virus dell'Aids. E' prodotta sin dal 1984, anno della sua scoperta, nei laboratori del colosso farmaceutico Novartis, non a caso principale sponsor a livello mondiale dei convegni sui trapianti. La cyclosporina viene usata per impedire la difesa autoimmune nell'organismo del soggetto ricevente che, in assenza di questo farmaco, letteralmente espelle l'organo estraneo, causando la morte del paziente. No cyclosporina, insomma, no trapianto. E questo vale anche per quelli clandestini. «Perchè la Novartis - chiede lo storico sociale David J. Rothman, autore di uno fra i più autorevoli rapporti sul traffico internazionale di organi - non decide di vendere la cyclosporina solo ai medici e agli ospedali dove vengono rispettati gli standard delle donazioni?».
I RIPENSAMENTI DI IGNAZIO MARINO.
Chi nel Partito Democratico, non meno che sul piano professionale, intorno all'exploit dei trapianti degli ultimi 40 anni ha costruito una strabiliante carriera è senza dubbio Ignazio Marino, per una vita sotto l'ala politica di Massimo D'Alema. La partecipazione del chirurgo alla sua Fondazione Italianieuropei era stata un fattore tutt'altro che secondario nel 2006, quando Marino fu candidato ed eletto in parlamento dove, ha presieduto la Commissione d'inchiesta sull'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale. Benchè rivale del dalemiano Pier Luigi Bersani nella corsa per la segreteria del partito, è stato proprio in un convegno internazionale organizzato da Italianieuropei, il Festival della Salute 2009, che un'equipe di prestigiosi ricercatori internazionali capitanata da Ignazio Marino ha sottoscritto il documento in cui si mettono in discussione i criteri di definizione medica della “morte cerebrale”, che hanno guidato la mano dei chirurghi negli espianti per oltre quarant'anni. Un dietro front che, per giunta, arriva negli stessi giorni in cui esce per Einaudi “Nelle tue mani”, il libro nel quale Marino ribadisce le sue convinzioni in fatto di trapianti. E si sofferma sui tanti, dolorosi aspetti della malasanità in Italia. «Come se - è stato il commento di molti lettori - lui stesso, tanto in veste di medico quanto ora da politico, potesse chiamarsi fuori da ogni responsabilità». Tornato in Italia nel 1999 dopo la lunga permanenza negli Stati Uniti, Marino va a guidare l'Ismett, il complesso chirurgico di eccellenza gestito dalla Regione Sicilia in convenzione con l'Università di Pittsburgh. Una nuova, luminosa era sembrava dischiusa per la martoriata sanità al Sud. Ma meno di tre anni dopo, a settembre 2002, Marino rassegna le dimissioni in seguito alle aspre polemiche che avevano accompagnato la gestione dell'istituto in quel periodo e, soprattutto, all'inchiesta aperta dalla Procura palermitana, poi conclusasi in archiviazione, ma sfociata in un rapporto della Corte dei conti sull'Ismett, dove in quel triennio erano stati eseguiti appena 56 trapianti (contro i 440, per esempio, di Torino), a fronte di enormi risorse pubbliche impiegate, in particolare per la convenzione con i ricercatori statunitensi. Mentre i dati ufficiali del ministero vedevano l'Ismett mal piazzato anche sul fronte della sopravvivenza media dei pazienti trapiantati.
I FALSI MEDICI.
Una grande festa di laurea in provincia di Torino. Amici e parenti commossi celebrano la giovane studentessa che ha finito Medicina. Tra gli invitati c'è una dottoressa, un medico di famiglia che qualche tempo dopo, quando la collega fresca di diploma le chiede di sostituirla, la fa lavorare nel suo ambulatorio. Commette un grave errore. Quella giovane non ha mai concluso l'università, ha ingannato tutti. Si tratta di un falso medico, che ha fatto diagnosi e prescritto farmaci. Come lei, in Italia, ogni anno finiscono a processo circa mille persone. Il reato è l'esercizio abusivo della professione e lo inseguono soprattutto il Nas e la Finanza. Lo sforzo degli investigatori è notevole, la pena prevista per chi viene colto sul fatto piuttosto blanda: sei mesi o una multa di 516 euro. Ad essere scoperti sono solo una piccola parte di dentisti, medici di famiglia, dottori di cliniche o ospedali, professionisti privati in medicina convenzionale o alternativa che non hanno titolo a curare la gente. Le stime degli odontoiatri raccontano di circa 15mila abusivi accanto a 56mila regolari nel loro settore, e sono volutamente ottimiste. Non è facile dire quanti possano essere invece i falsi medici ma il fenomeno è di certo percentualmente molto più contenuto rispetto a quello dei dentisti. Gli iscritti all'ordine però sono tanti di più: 340mila. Così alcuni osservatori arrivano a dire che anche in questa categoria si possano stimare 10-15mila abusivi. Con i dentisti si arriverebbe a 30mila.
Il Nas in un anno ha denunciato 1.170 persone per esercizio abusivo della professione medica, di cui 450 falsi odontoiatri. Non tutti i segnalati dai carabinieri sono dottori abusivi, ci sono anche alcuni falsi infermieri, ma all'attività dell'Arma va aggiunta quella della Finanza e delle altre forze di polizia. Fatta la somma e poi tolti coloro che prima del processo si scoprono innocenti, restano quel migliaio di falsi dottori e dentisti a finire davanti al giudice. Ma da chi ci facciamo curare? Il catalogo è questo, e a sfogliarlo si finisce dagli ambulatori privati agli ospedali pubblici. E com'è possibile che chi ha dato solo qualche esame o addirittura non ha mai visto l'università finisca in corsia?
Tra i falsi medici c'è la dottoressa con lo studio nel Cadore, abusiva da anni, che si pubblicizza sul web e dispone di ricettario. C'è il chirurgo estetico di Palermo che fa lavorare giovani non laureati, o l'internista, sempre nella città siciliana, che non ha concluso gli studi, ma opera in casa di cura. A Udine un uomo si autodefiniva naturopata e somministrava cure dimagranti, prescrivendo esami e medicine. Proprio i casi di "curatori" o comunque di persone esperte in discipline non mediche, che fanno comunque diagnosi e dettano terapie, sono quelli che sfumano il fenomeno dell'abusivismo, rendendolo difficilissimo da intercettare e gonfiando i numeri. Ci sono poi decine di sequestri di studi di falsi dentisti, dentro palazzi signorili o in scantinati umidi. Scavando negli archivi si trovano centinaia di casi, alcuni eclatanti come quello del pediatra senza laurea che per 19 anni ha esercitato a Rho, oppure del non ortopedico si occupava anche dei giocatori di una nota squadra di basket. E poi il ragioniere-ginecologo e decine e decine di altri con il doppio lavoro.
La storia di Marco è tutta vera (mentre il nome è inventato), ma potrebbe sembrare falsa da quanto è incredibile. "Mi sono specializzato in urologia ma non ero laureato - racconta - All'università ho avuto un blocco, dopo una decina di esami non andavo avanti. Sono riuscito ad entrare alla scuola di specializzazione a Trieste con un'autocertificazione falsa, ho detto che avevo il diploma". Durante il tirocinio Marco ha seguito molti pazienti. Anche prima: dal '90 al 2000 ha lavorato in Lombardia. "Facevo sostituzioni di medici di famiglia e guardie, sempre perché nessuno verificava i miei titoli". Una volta specializzato ha lavorato in una clinica. "In tutto ho fatto un centinaio di interventi. Alcuni pazienti mi chiamano ancora. Come mi hanno scoperto? Colpa della mia ex moglie, mi ha denunciato perché avevo un'altra. Altrimenti farei ancora il dottore. Ero bravo, anche se ora non riesco a passare il test per iscrivermi di nuovo a Medicina. Quando mi sono venuti a prendere, i Nas hanno detto che da soli non mi avrebbero mai beccato, sarei arrivato alla pensione. Dicevano che come me ce ne sono tanti". Ma come si diventa falsi medici?
Un esercito di falsi camici bianchi riesce ad infilarsi nelle pieghe del sistema. Ma come fanno? Può bastare un'autocertificazione a mandare in corsia o in ambulatorio un impostore. Come è successo a Marco, passato dalle falle di un controllo a campione. "Da tempo abbiamo un contenzioso con le università - dice Amedeo Bianco, presidente della federazione degli Ordini dei medici - Certe scuole di specializzazione non chiedono ai neolaureati l'iscrizione al nostro albo. È un grave errore perché quei dottori negli anni di formazione fanno attività sanitaria, anche sostituzioni di medici e guardie. E poi chi è nelle liste dell'Ordine è certamente laureato, per gli altri vanno fatti accertamenti nelle facoltà di provenienza. Ecco, mi auguro che le scuole facciano almeno le verifiche su tutte le autocertificazioni". Ma in ambulatorio si può entrare, come la giovane in provincia di Torino, anche prima di iscriversi a una specializzazione. Per sostituire un medico di famiglia per un breve periodo basta mettersi d'accordo con lui, altrimenti va fatta una comunicazione alla Asl. "Le sostituzioni possono essere una maglia debole della rete - dice Giacomo Milillo, del sindacato dei medici di famiglia Fimmg - Il singolo medico ha difficoltà a verificare le autocertificazioni. Quando poi va avvertita l'Asl, se questa non controlla è un problema. Penso però che avvenga raramente, l'abusivismo mi sembra più legato alla dipendenza, su cui deve controllare sempre l'azienda sanitaria, e soprattutto alla libera professione. Parlo di dentisti e non solo. Negli ambulatori privati i controlli sono pochi". Se per dare sicurezza a pazienti o a enti pubblici c'è bisogno del "pezzo di carta", non è un problema. Una bella pergamena con l'intestazione dell'Università si trova. Rivolgendosi ad una stamperia clandestina, come quella scoperta da poco a Vibo Valentia, o alla rete. Duecento euro e pergamente.com spedisce a casa la laurea. Anzi spediva. "Quelle in Medicina, non le faccio più - dice il responsabile del sito - Le vendevo per scherzo, i carabinieri le hanno trovate in studi di abusivi e mi hanno denunciato. Altri siti le vendono per mille euro". Per Giovanni Monchiero, presidente della Federazione italiana Asl "i casi non sono frequenti ma è stupefacente che quando si scopre il medico infedele immancabilmente i pazienti ne dicono un gran bene. Dove viene meno la scienza si supplisce con le capacità relazionali".
Solo i Nas di Torino dall'inizio dell'anno hanno già denunciato oltre 30 dentisti senza titolo. Odontotecnici che facevano gli odontoiatri, principalmente, ma non solo. In questo campo l'abusivismo è considerato una piaga dalla categoria, tra pazienti che vogliono risparmiare e controlli mai sufficienti. "Sono 15 mila a esercitare senza poterlo fare. Tutto il fenomeno è sottostimato, anche per i medici". A parlare è Giuseppe Renzo presidente degli odontoiatri della Federazione Ordini. "Il 70% sono odontotecnici che fanno i dentisti, ultimamente sono molto in crescita le false lauree. Le vanno a prendere in paesi entrati nella Ue da poco come la Romania". Alcune indagini hanno rivelato una sorta di rinterzo della laurea. Ci sono persone che si fanno intestare diplomi di università sudamericane. "Poi chiedono il riconoscimento dei titoli in Spagna, che ha accordi bilaterali con quei Paesi - dice Renzo - E automaticamente possono esercitare in Italia". I dentisti hanno fatto varie proposte per bloccare gli abusivi, come quella di confiscare, anziché sequestrare, i macchinari degli studi dei falsi odontoiatri. Di fronte a questa piaga ci si domanda: perché non aumentare le pene?
Quello delle pene troppo lievi è un problema sentito. "Capita di bloccare dentisti abusivi che ci ridono in faccia: "tanto pago 500 euro, cambio appartamento e ricomincio", ci dicono". Il capitano Marco Datti dirige il Nas di Roma. "Combattiamo il fenomeno ogni giorno, ma solo una piccola nicchia viene individuata. È un lavoro difficile. Spesso gli abusivi sono difesi dai colleghi, i quali magari pensano che denunciarli ricada negativamente sull'immagine della categoria. E i pazienti a volte non parlano perché si vergognano". Gli uomini di Datti hanno tante storie da raccontare, come quella dell'idraulico che da 20 anni si occupa dei denti di decine di persone. "Sono pericolosissimi perché fanno meno attenzione alla trasmissione di malattie infettive e non sanno intervenire su emergenze come emorragie o shock. Da tempo i dentisti regolari chiedono un inasprimento delle pene, credo che sia auspicabile. Con il giro di affari di certi soggetti la multa li preoccupa ben poco". Alla Camera giace un progetto di legge per aumentare le pene dell'esercizio abusivo della professione medica. "Si propone di aumentare la reclusione a 2 anni e la multa a 51.646 euro", spiega l'avvocato milanese Paolo Vinci. "Parliamo di un reato per cui, dicono ministero e istituti di statistica, ogni anno finiscono a processo mille persone".
Qualche falso medico va a giudizio per reati ben più gravi dell'esercizio abusivo. Perché ha truffato o peggio danneggiato i pazienti. In certi casi in modo irreparabile. "Siamo finiti nelle mani di un uomo diabolico, che ha agito per una decina di milioni di vecchie lire, fregandosene della salute della mia compagna". Tommaso Giarrizzo è la vittima di un dottore abusivo. "A Ilaria hanno diagnosticato il tumore al seno nel '98. Dopo l'intervento le è stata proposta la chemioterapia ma lei aveva paura, e poi desiderava tanto avere un figlio. In quel momento abbiamo incontrato quella persona". Sta parlando di Marco Schiavazzi, che per il caso di Ilaria e di un altro paziente è stato condannato in primo grado a Firenze a 14 anni e 8 mesi per lesioni e omicidio volontario. "Siamo entrati in un bello studio, con attestati attaccati alle pareti, un lettino e strumenti medici. Aveva un lessico medico perfetto". E poi proponeva ciò che voleva Ilaria: non fare la chemio. "Spiegò che era assolutamente superflua. La incoraggiò a fare un figlio. La conquistò. Ci diede una terapia con farmaci e integratori. Con lui abbiamo perso sei mesi, durante i quali Ilaria non si è curata". Una scelta fatale. "Le prescriveva solo vitamine. Quando abbiamo capito che era un buono a nulla era già incinta". Così Ilaria non si è curata anche in gravidanza. Poco dopo la nascita del figlio è morta. "All'inizio eravamo increduli - raccontano gli avvocati di Giarrizzo, Nicola Muncibì e Marco Passagnoli - Sembrava impossibile che un uomo avesse trattato la vita e la salute delle persone come se stesse facendo una truffa su un'automobile. La sua è stata la fredda crudeltà di un soggetto che pur in presenza di malattie gravi, senza un filo di cuore, ha stabilito che per i propri interessi la salute di una persona potesse essere sacrificata. Purtroppo era credibile, anche per altri medici".
PARLIAMO DEI PARTI CESAREI.
Cesareo, scandalo italiano, come da un'inchiesta de "L'Espresso".
Secondo l'Oms, i parti con incisione non dovrebbero superare il 10 per cento. In Italia siamo al 40, con punte di 60 al Sud. Il più delle volte sono inutili. Ma spesso sono dannosi: alla fertilità futura e non solo. Il 40 per cento con punte del 60 in alcune zone del Sud: è l'abnorme percentuale di parti cesarei sul totale delle nascite in Italia. Di molto superiore a quella che l'Oms considera giustificata, intorno al 10 per cento. Un'anomalia che ha costi non solo economici a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ma anche sanitari. Uno studio del National Collaborating Centre for Women's and Children's Health di Londra (disponibile su www.saperidoc.it) ha infatti rilevato che le donne che hanno subito un cesareo hanno più probabilità di affrontare gravi complicazioni nelle gravidanze successive, quando la possibile rottura dell'utero è 42 volte superiore a quello delle donne che hanno avuto precedenti parti naturali, sebbene si tratti di un evento comunque eccezionale. Il cesareo inutile quindi può compromette il futuro riproduttivo delle donne: 42 donne che hanno subito un cesareo su 100 rischiano di non avere più figli (contro le 29 dei parti naturali). E non solo: molte riferiscono sensazioni di perdita, di mancanza, di frustrazione, di mutilazione, di violenza subita, di sensi di colpa. Tante non riescono ad accettare la ferita come parte del proprio corpo, alcune hanno violenti attacchi di panico anche a distanza dall'intervento. La loro integrità fisica è compromessa e questo rischia di pregiudicare pesantemente la loro vita affettiva e sessuale. Da non sottovalutare sono poi i rischi legati all'intervento vero e proprio. Chi subisce un cesareo ha, secondo lo studio citato, più probabilità di avere lesioni vescicali e ureterali, di doversi sottoporre a un successivo intervento chirurgico per complicazioni, di subire una isterectomia (ossia la rimozione dell'utero). Si tratta, anche in questi casi, di eventi piuttosto infrequenti, ma la cui incidenza è nettamente superiore nei casi di tagli cesarei. Anche la mortalità materna, sebbene ormai molto rara, è comunque circa cinque volte superiore nei casi di cesareo. Infine il taglio cesareo, come tutti gli interventi chirurgici di una certa rilevanza, impone una convalescenza, che si protrae per diverse settimane. Chi subisce un taglio cesareo ha difficoltà a muoversi con prevedibili difficoltà nell'allattamento del piccolo, e può andare incontro alle conseguenze che sempre un atto chirurgico porta con sé (cicatrizzazione della ferita, canalizzazione dell'intestino, dolore).
http://www.leggonline.it/articolo.php?id=7734
http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/cronaca/errori-medici/errori-medici/errori-medici.html
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Dottore-ti-denuncio/2027834&ref=hpstr1
http://qn.quotidiano.net/salute/2008/03/18/73216-allungano_liste_attesa.shtml
http://www.ilbisturi.it/story_2244.html
http://www.consumatori-oggi.it/archives/00015771.html
http://www.pubblicaassistenza.it/2006/index.php?option=com_content&task=view&id=665
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Le-mani-sulla-sanita/2034474&ref=hpstr1
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/la_spezia/2009/12/28/AMR3EBFD-asl_denunciati_infermieri.shtml
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200912articoli/50746girata.asp
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo469630.shtml
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=232
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/28/news/l_esercito_dei_falsi_medici-4393342/