
Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande
DISUGUAGLIANZE
PARAGRAFO 1: INDISPONENZA
OSSIA, NASCERE CON LA CAMICIA


“L’Italia fondata sul lavoro, che non c’è, fatto salvo per i mantenuti e i raccomandati. L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. La raccomandazione nel pubblico impiego è la negazione della meritocrazia e dell'efficienza, oltre ad essere un reato impunito e sottaciuto, dato che sono gli stessi raccomandati ad occuparsene. Cultura e scienza in mani improprie. Le scuole non mi invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi.
Sia libera ogni attività economica, professionale, sociale, culturale e religiosa. Il sistema scolastico o universitario assicuri l'adeguata competenza, senza vincoli professionali di Albi, Ordini, Collegi, ecc. Il libero mercato garantirà il merito. Le scuole o le università siano rappresentate da un preside o un rettore eletti dagli studenti o dai genitori dei minori. Il preside o il rettore nomini i suoi collaboratori, rispondendo delle loro azioni.
Il lavoro subordinato pubblico e privato sia remunerato secondo efficienza e competenza.
Lo Stato assicuri ai cittadini ogni mezzo per una vita dignitosa. Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari".
di Antonio Giangrande
Di qualunque cosa si parli, ti ritrovi sempre la Massoneria.
LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.
Parliamo di lavoro. A proposito del viceministro al Lavoro Martone e di Sfigati.
Su “L’Espresso”, così come su tantissimi giornali nazionali o locali, vi è stata pubblicata una lettera aperta del Dr. Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS. Da 20 anni partecipa al concorso forense: i suoi compiti non sono corretti, ma dichiarati tali da commissioni composte e presiedute da chi è stato da lui denunciato perché trucca l’esame. Il Tar di Lecce respinge i suoi ricorsi, nonostante vi siano decine di motivi di nullità.
«Il viceministro Martone provoca i fuori corso universitari: "Se a quell'età sei ancora all'università sei uno sfigato". Ha ragione, eppure finisce alla gogna. Polemiche pretestuose sulla frase da chi ha la coda di paglia. Michel Martone, viceministro del Lavoro secondo il quale un 28enne non ancora laureato è spesso "uno sfigato". Ha ragione e lo dico io, Antonio Giangrande, uno che si è laureato a 36 anni, sì, ma come?
A 31 anni avevo ancora la terza media. Capita a chi non ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.
A 32 anni mi diplomo ragioniere e perito commerciale presso una scuola pubblica, 5 anni in uno (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), presentandomi da deriso privatista alla maturità assieme ai giovincelli.
A Milano presso l’Università Statale, lavorando di notte perché padre di due bimbi, affronto tutti gli esami in meno di 2 anni (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità), laureandomi in Giurisprudenza.
Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ho fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.
Mio figlio Mirko a 25 anni ha due lauree ed è l’avvocato più giovane d’Italia (non gliene frega a nessuno dell’eccezionalità).
Primina a 5 anni; maturità commerciale pubblica al 4° anno e non al 5°, perché aveva in tutte le materie 10; 2 lauree nei termini; praticantato; abilitazione al primo anno di esame forense.
Un genio, no, uno sfigato, sì, perché ha fatto sacrifici per nulla: fuori dall’università ti scontri con una cultura socio mafiosa che ti impedisce di lavorare.
Alla fine si è sfigati comunque, a prescindere se hai talento o dote, se sei predisposto o con intelligenza superiore alla media. Sfigati sempre, perché basta essere italiani nati in famiglie sbagliate.»
Tale lettera è inserita in una inchiesta più larga su un malcostume ed illegalità noto ed utile a tutti. E si viene a sapere da Gianluca Di Feo su “L’Espresso” che l'amico del padre del viceministro (quello degli 'sfigati') andò dal potente senatore del Pdl, Dell'Utri, per far sistemare il giovane. Lo ha detto, a verbale, Arcangelo Martino, imprenditore al centro dell'inchiesta sulla P3. «Mi sono ricordato che Martone sosteneva che attraverso il partito voleva dare una risposta lavorativa al figlio». Arcangelo Martino ha uno stile spiccio, spesso approssimativo. Del figlio di Martone dice che «fa il commercialista, una cosa del genere». L'imprenditore è considerato uno dei pilastri della P3, la cricca che interveniva per pilotare le cause in Cassazione e in molti tribunali. Ma durante l'interrogatorio in carcere davanti ai pm romani ricostruisce in modo netto il principale interesse di Antonio Martone, all'epoca potente avvocato generale della Cassazione: sistemare il figlio, ossia Michel il giovane enfant prodige del governo Monti, pronto ad attaccare gli studenti fuori corso e le lauree tardive.
Il suo curriculum di professore ordinario a soli 29 anni era anche - stando ai verbali - nelle mani degli uomini della P3. Martino dichiara che assieme a Pasqualino Lombardi, l'altro protagonista dell'inchiesta P3, si sarebbero presentati a Marcello Dell'Utri chiedendo di intervenire in favore del ragazzo. Sarebbe stato Lombardi a sollecitare la raccomandazione, accompagnata dalla lista dei meriti accademici del giovane al senatore del Pdl. Ottenendo una risposta vaga: «Va be' vediamo». Tanta premura per il rampollo non nasceva da una solidarietà amicale. L'interesse della P3 era chiaro: volevano che il padre intervenisse per sistemare la causa sul Lodo Mondadori, ossia il processo contro l'azienda di Silvio Berlusconi a cui era contestata un'evasione fiscale da circa 300 milioni, e sollecitasse un voto positivo della Consulta sul Lodo Alfano che garantiva l'immunità al premier. Due questioni strategiche per il Cavaliere che Pasqualino Lombardi e i suoi sodali volevano mettere a posto grazie all'aiuto di Martone, come spiegano ai magistrati.
Antonio Martone ha dichiarato di non avere mai chiesto raccomandazioni per il figlio. L'uomo ha lasciato la suprema corte dopo la diffusione delle intercettazioni su suoi contatti con gli emissari della P3. Nunzia De Girolamo, parlamentare pdl, ha descritto la presenza dell'avvocato generale ai pranzi da Tullio dove ogni settimana Lombardi riuniva i suoi compagni di merende. «Ricordo che erano presenti il sottosegretario Caliendo e diversi magistrati. Tra loro Martone, Angelo Gargani e un magistrato del Tribunale dei ministri». Il geometra irpino Lombardi si mostra capace di grandi persuasioni, come ricostruisce la De Girolamo: «Ricordo anche che Martone diceva di volere andare via dalla Cassazione e che Lombardi non era d'accordo e cercava di convincerlo a restare. Diceva che stava bene lì, che era un punto di riferimento lì. Martone insisteva dicendo che voleva fare altre esperienze e che preferiva andare da Brunetta». Proprio da Brunetta era poi venuto il primo incarico di consulente da 40 mila euro l'anno per Michel Martone, mentre al padre andavano ruoli direttivi. Ma Lombardi e Martino si impegnavano per trovare «attraverso il partito una risposta lavorativa» migliore per il professore in erba. Che due anni esatti dopo l'incontro tra Lombardi e Dell'Utri per trovargli un posto «attraverso il partito» è arrivato al governo Monti.
Luogo comune vuole che l’Italia è il paese dei raccomandati. Si chiede la raccomandazione per tutto, anche violando la legge, quando per attuarla si truccano i concorsi pubblici. Ma chi se ne frega e poi, chi va ad indagare? Se lo si chiede in giro ti diranno che la raccomandazione esiste, ma l’interlocutore però ti dirà, anche, che lui non ha mai chiesto la raccomandazione, né è stato mai raccomandato.
Uno dei momenti clou della puntata del 2 febbraio 2010 di “Servizio Pubblico” è stato l’intervento di Marco Travaglio che ha scelto un obiettivo ben preciso per la sua invettiva. Il vice ministro Michel Martone e la sua infelice dichiarazioni sugli sfigati. A dire il vero Travaglio non ha iniziato subito incalzando l’incauto vice ministro. Prima ha fatto alcune considerazioni sulla possibilità di eliminare l’articolo 18 e sulla monotonia del posto fisso. Il primo affondo di Marco Travaglio è per Mario Monti, “Ha un posto da senatore a vita, più fisso di cosi si muore…Ma nel vero senso della parola”. Michel Martone viene presentato così, “Nonostante il nome e la faccia non è un parrucchiere per signora”. Travaglio si mette, con la consueta precisione ed ironia, a fare le pulci alla rapidissima carriera del vice ministro. Laureato giovanissimo, Martone, vede la sua carriera accademica e lavorativa accompagnata da una serie di esami e concorsi superati al primo colpo. Una particolarità, la commissione esaminante è presieduta sempre dalla stessa persona o da un amico stretto della stessa. In entrambi i casi persone molto vicine al padre di Martone, un “Potentissimo magistrato romano” che ha frequentato molto l’ufficio dell’avvocato Previti. Il curriculum del vice ministro Michel Martone è una lunga risata amara, soprattutto per chi, invece, non ha avuto una strada così liscia.
Ciò non basta. Qualcos'altro serve a dimostrare l'inaffidabilità dei TAR per la tutela dei diritti e degli interessi legittimi. A Tal proposito su LA7 il programma “Piazza Pulita” manda in onda il servizio sui fratelli Martone: il prof. Michel e l’avv. Thomas.
Dopo aver sviluppato la solita litania su Michel si passa al fratello. Thomas nel 2004 partecipa all’esame per diventare avvocato e viene bocciato alla prova scritta. Lui, però, non si perde d’animo, a differenza di tanti altri, e fa ricorso al Tar. L’intervistatore chiede agli avvocati amministrativisti: «se vengo bocciato all’esame di avvocato e faccio ricorso al Tar quante possibilità si hanno di vincere il ricorso»: “non moltissime” rispondono questi.
Thomas Martone lamentava al Tar che alla sua prova scritta fosse stato attribuito solo una votazione numerica senza alcun giudizio. L’avvocato amministrativista spiega che bisogna dimostrare che il punteggio attribuito è ai limiti dell’irragionevolezza manifesta. L’intervistatore chiede «e se mi lamento per il fatto che mi sia stato attribuito soltanto un voto numerico?» L’avvocato spiega che il voto numerico, secondo la giurisprudenza, va bene se la procedura ha previsto che c’era il voto numerico e che se i criteri per il voto numerico sono stati esplicitati preventivamente. Un altro avvocato spiega che qualche ricorso è stato accolto, ma hanno detto che è molto difficile.
Invece Thomas Martone c’è riuscito. Ce l’ha fatta. La prima sezione del Tar del Lazio ha deciso che la sua prova scritta andava giudicata da un’altra commissione che questa volta lo ha promosso.
L'intervistatore cerca Thomas Martone nel suo studio, che si trova a due passi da Piazza San Pietro, in via della Conciliazione in un palazzo di proprietà della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. In altre parole Propaganda Fide.
L’intervistatore chiede a Thomas: «non è vero che va tutto bene ai figli dei Martone, perché io ho scoperto che lei fu bocciato allo scritto dell’esame per diventare avvocato.»
Martone: «io non vedo che cosa possa interessarvi e perché vi debba rispondere. Mi dispiace.»
L’intervistatore: «non è vero che i Martone sono tutti raccomandati, perché se lei fosse stato raccomandato non l’avrebbero bocciato allo scritto all’esame per avvocato.»
Martone: «lasciate perdere.»
L’intervistatore: «come ha fatto lei a vincere il ricorso, che peraltro non lo passa praticamente nessuno questo ricorso? Si ritiene fortunato per questo. Poi mi risulta che questo palazzo sia di Propaganda Fide. Come ha fatto ad essere inquilino di Propaganda Fide?»
Martone: «Si paga, anche profumatamente. Tutto qua.»
L’intervistatore: «come fa a sapere che ci c’è una disponibilità di immobili in locazione?»
Martone: «si informi non è esattamente così.»
Intervistatore: «e come è stato, mi dica lei. Cosa le costa. E’ una domanda semplice.»
Martone: «non so dove volete arrivare, mi dispiace.»
Intervistatore: «siccome uno dice “gli altri sono sfigati” se fanno ritardi con gli studi, però i Martone hanno un po’ di fortuna.»
Martone: «non è così. Se lei va a vedere su internet cosa intendeva dire mio fratello, capirà che è il contrario.»
Intervistatore: «ho capito, però guarda caso, il fratello di Martone bocciato allo scritto non è così fortunato. I Martone non sono così super raccomandati. E’ vero no. Questo ce lo può confermare?»
Dopo l’intervista Martone ha scritto alla redazione per precisare che lo studio in via della Conciliazione lo condivide con un collega più anziano titolare del contratto con Propaganda Fide da 40 anni. Quanto al ricorso al Tar contro la bocciatura all’esame di avvocato sottolinea che la Commissione che giudicò la sua prova era composta da 4 avvocati ed un solo magistrato, anziché 2 come previsto dalla legge, e che sui suoi elaborati mancava ogni segno grafico che dimostrasse l’effettiva correzione. Che ha sostenuto regolarmente la prova orale diventando così uno dei 250.000 avvocati italiani.
Italiani: raccomandati e pure bugiardi.
Tre italiani su dieci trovano un'occupazione grazie alla "spintarella" di parenti e amici. La crisi non fa diminuire quindi le raccomandazioni. L'ultima indagine dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori), riferita al 2010, sottolinea che la "buona parola" è il canale privilegiato per accedere al mondo del lavoro: il 38% dei giovani ha infatti ottenuto un posto grazie a familiari o conoscenti.
A tutto questo persino il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha detto: Stop! "Basta con le raccomandazioni".
Al Quirinale il 15 novembre 2011, per il rilancio dell'occupazione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fa un invito. «L'Italia deve diventare il più rapidamente possibile un Paese aperto ai giovani, deve offrire opportunità non viziate da favoritismi e creare per il lavoro sistemi di assunzione trasparenti che creino un vero ascensore sociale, smentendo così la convinzione che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale. Bisogna - ha concluso - smontare la convinzione secondo cui le occasioni siano riservate a certi ambienti”.
Affermazione inane se si pensa che proprio un'altra istituzione, La Corte Costituzionale, in riferimento ai giudizi dati agli esami di Stato, smentisce queste buone intenzioni. Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili negli abusi. Qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.
Un documentario realizzato da Ugo Gregoretti nei primi anni ’60 narrava la esilarante vicenda di un deputato calabrese. Al suo ufficio romano pervenivano centinaia di lettere da parte dei propri elettori, tutte contenenti pressanti richieste di raccomandazione. Quel deputato aveva perfino creato un’apposita struttura – composta di solerti impiegati - che si premurava di rispondere a tutti i questuanti. Per tutti, il deputato avanzava accorate richieste di assunzione, che indirizzava alle varie amministrazioni pubbliche. Questo sistema industrializzato, venne documentato da Gregoretti senza che il deputato avesse nulla da ridire. Anzi, come potete immaginare, la pubblicizzazione di quel sistema era per l’uomo politico un elemento di vanto. L’unica cosa su cui ebbe da ridire, peraltro, fu il fatto che nel documentario si vedeva il suo staff sedersi sulle buste, per garantirne la perfetta stiratura. Non era decoroso, infatti, che i questuanti venissero a sapere che le lettere di risposta, che essi trattavano come una reliquia, fossero state a contatto con i pachidermici deretani dei componenti il suo staff. Che pudore: roba di altri tempi!!!
In Italia, oggi invece, si è costruito intorno alla raccomandazione non solo un sistema di potere a fini clientelari. Si potrebbe dire, anzi, che la raccomandazione abbia assunto un ruolo antropologico-culturale, che affonda le proprie radici in un sistema valoriale sempre più decadente. In passato, il raccomandato acquisiva la possibilità di essere avvantaggiato perché garantiva - con tutto il suo parentado esteso – che avrebbe poi votato in eterno per il suo benefattore. Oggi, invece, si è imposta una ben più eterogenea serie di motivi (compreso la soddisfazione erotica del politico) che producono una degenerazione estrema di un sistema, di per sé anche in passato poco equo e corretto, ma ora addirittura devastante. Se nel recente passato, infatti, la raccomandazione era pur sempre odiosa e non giustificabile, oggi essa è palesemente distruttiva del buon funzionamento della macchina amministrativa pubblica. Oggi, non ci si limita ad avvantaggiare un competente sugli altri concorrenti, altrettanto competenti. Attraverso l’inserimento nei posti chiave di uomini pronti ad eseguire qualsiasi ordine, si creano i presupposti per il funzionamento del sistema corruttivo. È intuibile, infatti, che se a ricoprire un ruolo determinante viene chiamato qualcuno che non ne ha neanche lontanamente le capacità, costui sarà sempre pronto, da perfetto yesman, a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di chi lo ha favorito.
In sostanza, il raccomandato non è più un privilegiato che usurpa un diritto altrui (sempre gravissimo come fatto, ben inteso), ma molto più banalmente si è trasformato in un fortunato, che si presta ad essere accondiscendente strumento del sistema della corruzione. Quando so di non avere le competenze per occupare il ruolo che generosamente mi è stato affidato, sarò poco propenso ad opporre resistenza al malaffare, di cui finirò per essere pedissequo esecutore. Il Potere, quindi, non dispensa più prebende a fini clientelari, scegliendo un candidato fra i tanti che ne hanno le competenze, ma, anzi, sceglie quasi sempre il più incapace perché così si garantisce la sua cieca ed affidabilissima riconoscenza.
Art. 18 dello Statuto dei lavoratori e licenziamento libero. Quello che nessuno dirà mai.
Che i sindacati fossero una casta come i boiardi di Stato o come i partiti politici, di cui sono spesso spalla, si sa.
Che i sindacati, come i partiti, siano considerati parassiti foraggiati dai contribuenti ed esentati fiscalmente, per questo interessati alle entrate fiscali per non perdere il loro sostentamento, tanto da far divenire l’Italia uno Stato di polizia fiscale, è poco pubblicizzato, ma tant’è nessuno fa niente.
Che i sindacati difendano a spada tratta l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è, anche, ampiamente risaputo.
Il Dr Antonio Giangrande, autore della Collana editoriale “L’Italia del Trucco”, ne spiega il perché.
«Il fatto di discriminare i lavoratori soggetti a due regimi differenti è uno scandalo. E’ che ciò sia avallato dai sindacati e dai partiti di sinistra è vergognoso. L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo.
In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l'illegittimità dell'atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un'indennità pari a 15 mensilità dell'ultimo stipendio, o un'indennità crescente con l'anzianità di servizio.
Il lavoratore può presentare ricorso d'urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento, della durata media di 3 anni.
Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere se riassumere il dipendente o pagargli un risarcimento. Può quindi rifiutare l'ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che, nel primo caso, il dipendente perde l'anzianità di servizio ed i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).
In sostanza, i lavoratori delle aziende con meno 15 dipendenti che hanno subito un licenziamento illegittimo non hanno la possibilità di essere reintegrati.
Guarda caso, proprio queste aziende non sono sindacalizzate ed i lavoratori sono più fidelizzati e produttivi, con l’interesse economico dell’imprenditore a non licenziarli.
Al contrario le aziende con più di 15 dipendenti sono quelle con strutture sindacali ben radicate, spesso riconducibili a più sigle, i cui molteplici rappresentanti sono quelli che, per un motivo o per l’altro, apportano meno utilità all’impresa o non le sono utili affatto. Per logica economica, l’imprenditore, se fosse abolito l’art. 18, prima di tutto metterebbe alla porta questi sindacalisti, che nuocciono all’azienda e, oltretutto, allo stato dei fatti, non tutelano i lavoratori.
L’imprenditore, a costo di pagare le 15 mensilità, si toglierebbe ben volentieri di mezzo i sindacalisti dannosi all’impresa ed ai lavoratori. Ed i sindacati questo lo sanno.
Ecco perché si difende tanto l’art. 18: per difendere gli interessi economici e politici dei sindacati e non certo dei lavoratori, o per dirla meglio, si difende l’art. 18 per danneggiare coloro i quali il lavoro non lo hanno o non lo hanno mai avuto.»
PARLIAMO DI POVERI. COSA E' LA POVERTA'
La povertà è fame: sei impossibilitato a sfamare te e la tua famiglia.
La povertà è solitudine: non puoi avere una famiglia.
La povertà è emarginazione: non puoi avere amici.
La povertà è sporcizia: sei impossibilitato a lavarti e ad adottare le più elementari forme di igiene.
La povertà è vivere senza un tetto o in abitazioni insalubri.
La povertà è vivere con vestiti logori e sporchi.
La povertà è malattia: sei impossibilitato a curare te e la tua famiglia.
La povertà è ignoranza: non puoi far studiare te e i tuoi figli per migliorare il futuro.
La povertà è sopraffazione: non puoi difenderti da accuse penali infamanti.
La povertà è staticità: non puoi viaggiare per fuggire.
La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente.
La povertà è mancanza di libertà e di dignità.
La povertà è silenzio: nessuno ti scolta, anche se hai tanto da insegnare.
La povertà assume volti diversi, volti che cambiano nei luoghi e nel tempo, ed è stata descritta in molti modi.
La povertà è una situazione da cui la gente vuole evadere con qualsiasi mezzo e compromesso.
La povertà è essere indifeso, quindi vittima di sopraffazione ed ingiustizie altrui.
Per capire come si può ridurre la povertà, per capire ciò che contribuisce o meno ad alleviarla e per capire come cambia nel tempo, bisogna vivere la povertà. Dato che la povertà ha tante dimensioni, deve essere osservata mediante una serie di indicatori; indicatori dei livelli di reddito e di consumo, indicatori sociali ed anche indicatori della vulnerabilità e del livello di accesso alla società e alla vita politica. Una forte incidenza della povertà si associa al basso titolo di studio o al basso profilo professionale e, come è naturale, anche, per i casi di disoccupazione.
La disoccupazione è la condizione di mancanza di un lavoro per una persona in età da lavoro (da 15 a 74 anni) che lo cerchi attivamente, sia perché ha perso il lavoro che svolgeva (disoccupato in senso stretto), sia perché è in cerca della prima occupazione (inoccupato).
Molti provvedimenti di politica economica sono finalizzati a far diminuire il tasso naturale di disoccupazione: gli uffici di collocamento, politiche pubbliche di riqualificazione professionale.
In caso di cessazione del rapporto di lavoro per scadenza del termine, per licenziamento e per alcuni casi di dimissioni, al lavoratore spetta un sostegno economico: l'indennità di disoccupazione ordinaria. Al disoccupato viene corrisposta l’indennità per un periodo di 8 mesi che diventano 12 per i lavoratori che hanno superato i 50 anni. Ai lavoratori che sono stati sospesi, spetta invece il contributo per un massimo di 65 giorni. L’indennità è pari al 40% della retribuzione media percepita nei 3 mesi precedenti l'inizio della disoccupazione.
La Cassa integrazione guadagni (CIG) è un istituto previsto dalla legge, consistente in una prestazione economica (erogata dall’Inps) in favore dei lavoratori sospesi dall'obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorano a orario ridotto.
L'art. 1 della legge 20 maggio 1975, n. 164, aggiorna i presupposti applicativi della CIG alla precaria situazione socio-economica degli anni 70, prevedendo interventi di integrazione salariale in favore degli operai dipendenti da imprese industriali che siano sospesi dal lavoro o effettuino prestazioni di lavoro a orario ridotto, e precisamente:
integrazione salariale ordinaria per contrazione o sospensione dell'attività
produttiva; per situazioni aziendali dovute ad eventi transitori e non
imputabili all'imprenditore o agli operai; ovvero determinate da situazioni
temporanee di mercato. Durata tre mesi prorogabili trimestralmente. Il
trattamento a carico dell'INPS, è corrisposto nella misura dell'80% della
retribuzione globale di fatto, entro i limiti di un massimale.
integrazione salariale straordinaria per crisi economiche settoriali o locali;
per ristrutturazioni, riorganizzazioni o conversioni aziendali. Possono avere
accesso alla CIG straordinaria soltanto le imprese che abbiano occupato più di
15 lavoratori nel semestre precedente la richiesta.
COME SI VEDE, GLI INOCCUPATI NON HANNO ASSOLUTAMENTE ALCUNA TUTELA, MENTRE I DISOCCUPATI O I SOSPESI HANNO TUTELE RIDOTTE E TEMPORALI.
In questo stato di cose si è disposti a tutto per superare le difficoltà.
Non ci si deve stupire se, in situazioni disperate permanenti, sia usuale la prostituzione morale (a volte fisica) e l’assoggettamento e la prostrazione schiavizzante nei confronti dei centri di potere, che riconoscono discrezionalmente i diritti solo per alcuni, come se elargissero favori.
Secondo l’ISTAT il 5% delle famiglie italiane, non ha soldi per cibo. Per l’Istituto di statistica peggiorano le condizioni di reddito e di vita degli italiani: il 15,4% delle famiglie ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà a fine mese e il 32,9% di non essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700 euro. Il 5,3% delle famiglie ha avuto momenti di insufficienti risorse per l'acquisto di cibo, l'11,1% per le spese mediche e il 16,9% per l'acquisto di abiti necessari. Non solo, ben il 50% delle famiglie del Belpaese vive con meno di 2mila euro al mese.
Tutti gli indicatori rilevati dall'istituto di statistica, nell'indagine annuale su un campione di ventottomila famiglie, mostrano un peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie. Già prima, quindi, della crisi economica, per gli esperti dell'Istituto di statistica, le famiglie hanno iniziato a vivere una ''fase particolarmente critica''. Condizioni di difficoltà che riguardano in particolare i nuclei familiari con tre o più figli, gli anziani soli soprattutto se donne, e le famiglie mono-genitore in particolare per le donne sole divorziate o vedove. Il 32,9% delle famiglie ha dichiarato di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro. Sale al 10,7% la quota di famiglie che ha avuto difficoltà nel riscaldare adeguatamente la propria abitazione.
L'Istat giudica ''non trascurabili'' le percentuali di famiglie che hanno registrato difficoltà relative a beni di prima necessità: oltre al dato sugli alimentari, è salito all'11,1% la quota di famiglie che ha avuto momenti con insufficienti risorse per le spese mediche, mentre sale al 16,9% il numero di famiglie che ha avuto difficoltà per l'acquisto di abiti necessari.
Al sud e nelle isole l'Istat registra ''segnali di disagio particolarmente marcati rispetto al resto del paese'', con il 22% delle famiglie che ''arriva con grande difficoltà alla fine del mese'' ed il 46,4% che ''dichiara di non poter far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro''.
I disagi maggiori in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Al Nord la regione fanalino di coda è il Piemonte mentre al centro è il Lazio.
PARLIAMO DELLO SFRUTTAMENTO MAFIOSO E LEGALIZZATO.
Gli schiavi sono tra noi, l’inchiesta di Marco Ratti su “L’Espresso”. In Italia nell'ultimo anno sono arrivate decine di migliaia di vittime del traffico di esseri umani. Che nel nostro Paese fattura tre miliardi di euro l'anno. E costringe a prostituirsi o a farsi sfruttare sul lavoro anche moltissimi bambini. Che poi a volte spariscono nel nulla. Una realtà agghiacciante, di cui però si sa ancora pochissimo. Uomini, donne e bambini sono solo dollari che camminano per i trafficanti di esseri umani. Basta organizzarsi bene e il gioco è fatto. Lavorando d'astuzia si può ridurre in schiavitù chiunque abbia bisogno d'aiuto. O, almeno, lo si può spremere fino all'ultimo centesimo. Di storie così ce ne sono a bizzeffe: vengono da tutto il mondo e arrivano anche in Italia. C'è Goodluck, ad esempio, 23 anni, che è scappato dal Ghana dopo avere visto genitori e quattro fratelli ammazzati a fucilate per una faida familiare. Ha attraversato il deserto, consegnando tutti i risparmi ad autisti e poliziotti incontrati di frontiera in frontiera, fino a raggiungere la Libia. Lì ha trovato un lavoro, ma la guerra lo ha costretto presto a infilarsi in un barcone strapieno di migranti diretto a Lampedusa. E a dare all'aguzzino tutti i soldi guadagnati. Maria, romena di appena 16 anni che studiava in un liceo linguistico di Bucarest, invece, è stata abbindolata dal vicino di casa. «Vieni con me in Italia», le aveva detto, «ho un posto da interprete che fa al caso tuo: entro qualche anno avrai abbastanza soldi da non doverti più preoccupare di nulla». Poi Maria è stata venduta all'asta in un albergo di Tirana e oggi si prostituisce a Roma e Milano. Goodluck e Maria hanno qualcosa in comune: tutti e due sono rimasti impigliati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Una miriade di gruppi specializzati in grado di trasformare una persona in difficoltà in carne da macello. In qualunque parte del mondo si trovi. Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, si contano ogni anno 2,7 milioni di vittime di tratta. Un traffico tra i più redditizi, secondo solo a quello delle armi e della droga. Il fatturato annuo di questa organizzazione criminale, infatti, è stimato in 32 miliardi di dollari (dati Terre des Hommes-Ecpat 2010). Il traffico degli esseri umani viene raggruppato di solito in due macro-categorie. Da una parte c'è lo "smuggling of migrants", o traffico di migranti. «Si tratta di un'attività criminale che consiste nel trasportare e introdurre illegalmente persone in un Paese straniero facendosi pagare per il servizio», spiega Andrea Di Nicola, professore aggregato di Criminologia della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento e autore del capitolo su devianza e criminalità degli stranieri dell'ultimo rapporto Ismu sulle migrazioni in Italia. Lo smuggling non prevede l'abuso dei migranti una volta a destinazione. Quando esiste uno sfruttamento anche nel Paese d'arrivo, sia esso sessuale o lavorativo, invece, si parla di "trafficking in persons", o tratta di persone a scopo di sfruttamento. Secondo una stima fatta in esclusiva per 'l'Espresso' dal professore di Trento insieme ad Andrea Cauduro, assegnista di ricerca del dipartimento di Scienze giuridiche dello stesso ateneo, questo mercato vale in tutto fino a 3,2 miliardi di euro l'anno nel nostro Paese (dato 2011). Per arrivare a questa cifra gli studiosi hanno considerato tariffario e numero di vittime. Con gli smugglers mediterranei, scrivono Di Nicola e Cauduro, «si pagano 7-10 mila euro per arrivare in Italia dall'Africa subsahariana, contro 1-2 mila per il solo passaggio tra Tunisia o Egitto o Libia e Italia». E il migrante deve consegnare altri quattrini ai trafficanti che incontra nel percorso. Si è ipotizzato dunque un costo medio di 4-8 mila euro a persona. Quanto al numero di immigrati entrati nel nostro Paese con queste organizzazioni, sia via mare sia via terra, i ricercatori hanno stimato quasi 180 mila persone nel 2011. A conti fatti, dunque, il fatturato del traffico di migranti in Italia vale tra i 711,5 e 1.423 milioni di euro. Il trafficking è ancora più redditizio. La stima delle persone intrappolate in questa rete nell'ultimo anno è tra gli otto e i 16 mila, di cui circa il 70 per cento sfruttate per fini sessuali e il 30 per cento in attività lavorative. Considerando che in media la prostituzione rende 500 euro al giorno, mentre il lavoro nero 100 euro, il fatturato annuo va da 912 a 1.824 milioni di euro. Sommando smuggling e trafficking, e limitando l'analisi a chi è entrato in Italia l'anno scorso, si arriva dunque a un fatturato compreso tra 1,6 a 3,2 miliardi di euro. Una montagna di soldi che viene fatta sparire con meccanismi rodati nel tempo da una miriade di associazioni capaci di spostare e sfruttare gli indifesi in ogni parte del Pianeta. Dietro a tutti questi numeri ci stanno volti e storie di chi è caduto in trappola per i motivi più svariati. «Nello sfruttamento lavorativo ci sono in particolare giovani uomini dai 20 ai 40 anni, celibi e coniugati ma comunque senza famiglia al seguito», scrive Mirta Da Pra Pocchiesa in 'Un metodo in continuo divenire' (Gruppo Abele, 2011). In generale, si tratta di persone con scolarità medio-alta arrivate da diverse nazioni e distribuite in Italia in base all'occupazione. «I rumeni sono presenti più al Nord, impiegati nell'edilizia, e al Centro, nel lavoro domestico; i cinesi sono impiegati in laboratori artigianali, soprattutto al Centro, mentre al Sud sono presenti gli indiani e i pakistani, occupati nella pastorizia e nella ristorazione», puntualizza Da Pra Pocchiesa. In generale, i Paesi di provenienza più rappresentati sono: Romania, Moldavia, Ucraina, Bulgaria, Polonia, Russia, Marocco, Tunisia, Egitto, Ghana, Brasile, Perù, Ecuador, India, Pakistan, Cina. Chi entra in Italia attraverso le organizzazioni criminali si porta sulle spalle un debito che va dai 2 ai 13 mila euro. E il caporale, che fa da intermediario tra lavoratore e azienda (leggi l'approfondimento de 'l'Espresso'), «trattiene per sé dal 50 al 60 per cento del compenso giornaliero del lavoratore», dice la responsabile del progetto Prostituzione e tratta delle persone del Gruppo Abele. Le condizioni di vita, inoltre, possono essere peggiori persino di quelle dei Paesi d'origine. Come testimonia Jacopo Storni nel suo 'Sparategli!' (Editori Internazionali Riuniti, 2011), dove racconta anche l'incontro con alcuni raccoglitori di pomodori di Borgo Rignano (Foggia): «Nel ghetto non ci sono servizi igienici. Tutto avviene all'aria aperta, tra l'erba bruciata e la terra polverosa. Gli uomini diventano bestie». Insomma, nonostante il viaggio e i soldi pagati alle organizzazioni - confessa un migrante a Storni - «senza un lavoro qui è peggio che vivere in Africa». Oltre ad avere messo le mani sullo sfruttamento dei lavoratori migranti, queste multinazionali del crimine si sono accaparrate gran parte del mercato della prostituzione. Secondo il recente rapporto della fondazione Scelles, nel mondo si prostituiscono 40-42 milioni di persone, di cui tre quarti di età compresa tra i 13 e i 25 anni. E nella sola Europa occidentale la cifra è di 1-2 milioni di persone coinvolte, di cui nove su dieci alle dipendenze di un protettore. Nel nostro Paese si prostituiscono donne, uomini, minori di 60 diverse nazionalità e le italiane rappresentano circa il 10 per cento del totale. Un esercito di 19-70 mila vittime, a seconda della fonte (vedi anche l'inchiesta 'La fabbrica della lucciole'). E nell'80 per cento dei casi si tratta di migranti legati a qualche forma di tratta o sfruttamento. A proporsi ai clienti sulle strade italiane sono soprattutto nigeriane e donne dell'Est Europa, mentre al chiuso sono più numerose rumene, cinesi, sudamericane, marocchine e italiane. La prostituzione "indoor" rappresenta dal 30 al 70 per cento del totale e si consuma in saune, sale massaggio, discoteche, sale bingo e pub, che attrezzano sale riservate. Di solito le vittime vengono abbindolate da conoscenti nei Paesi d'origine. Oppure possono essere avvicinate da organizzazioni mascherate da agenzie di lavoro. In ogni caso, «il vero legame che lega la persona ai suoi sfruttatori è il debito molto alto che le donne contraggono quando decidono di partire (per una giovane nigeriana può arrivare fino a 50-70 mila euro) e che dovranno restituire pena la rivalsa sui parenti nel Paese di origine»,scrive Da Pra Pocchiesa in 'Prostituzione, un mondo che attraversa il mondo' (Cittadella Editrice, 2011). Per assicurarsi che il debito sarà saldato, i trafficanti fanno leva su tutto ciò che possono. E così le sudamericane e alcune rumene devono mettere un'ipoteca sulla casa, mentre le cinesi fanno garantire i genitori. Altre, soprattutto le nigeriane, sono sottoposte a riti vudù, capaci di creare «la convinzione che, se non manterranno le promesse fatte accadrà qualcosa di grave ai loro cari rimasti in patria o anche a loro stesse». In cambio dei soldi, l'organizzazione criminale offre una sorta di "pacchetto all inclusive". Questo, spiega Da Pra Pocchiesa, prevede«il viaggio con un trasporto aereo oppure misto con pullman, traghetto, treno e tanti spostamenti a piedi, con accompagnatori che hanno il compito di far superare i posti di frontiera; l'ospitalità nei posti-tappa e i documenti ottenuti quasi sempre corrompendo funzionari di ambasciate e forze di polizia. All'arrivo, un posto dove andare, un telefono cellulare in dotazione, qualche vestito per "lavorare" e l'indirizzo di un avvocato». In realtà, chi arriva dall'Africa spesso è costretto a percorrere molti chilometri nel deserto e a subire violenze di ogni tipo. E non è raro che queste donne finiscano per attraversare il mare su pericolosi gommoni. Le ragazze dell'Est, invece, sono vendute più e più volte durante il tragitto. «E l'ultima transazione avviene di solito in cantine di alberghi di Tirana o Valona, in Albania, dove si svolge una vera e propria tratta delle bianche, con le donne che vengono fatte sfilare per essere scelte e smistate verso luoghi sicuri e redditizi», spiega Da Pra Pocchiesa. Una volta portate le vittime a destinazione, ai trafficanti interessa solo che siano il più "produttive" possibile, che obbediscano, che non creino problemi. Per ottenere questi risultati, innanzi tutto, vengono sequestrati i documenti.«L'obiettivo dell'organizzazione è far sì che non si fidino di nessuno e che pensino di essere in una situazione di illegalità insanabile», chiarisce la ricercatrice. Anche se i trafficanti sono meno efferati di un tempo, perché vogliono che le donne continuino a ubbidire, sono previste ancora dure punizioni. Chi non lavora, chi non consegna i soldi o, peggio, chi cerca di fuggire, deve affrontare botte, cinghiate, immersioni in acqua gelida. Oltre alle frequenti minacce di ritorsioni sulla famiglia d'origine. Chi si prostituisce in strada deve pagare anche il posto in cui stare. «Un pezzo di marciapiede, chiamato in gergo "joint", può costare alla donna fino a 500 euro al mese», dice Da Pra Pocchiesa. E «alcune vengono guardate a vista e sono impaurite al punto tale che sul posto di lavoro non parlano con nessuno, se non con i clienti, e quando tornano a casa non possono più uscire»,mentre altre «hanno più libertà di movimento e si sentono quasi indipendenti perché in cambio di una percentuale più alta di guadagno l'organizzazione riesce a tenerle legate a sé senza temere denunce». Un capitolo a parte riguarda i minori. Un bambino può essere usato per spacciare, per chiedere la carità o per soddisfare le perversioni di qualche ricco cliente. E accade persino che questi ragazzini, una volta arrivati in Italia, spariscano nel nulla nel giro di pochi giorni. Insomma, «sembra consolidarsi lo sfruttamento dei minori a scopo sessuale, ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro», come si legge nel dossier di Save the Children 'I piccoli schiavi invisibili'. Secondo le Nazioni Unite, i minori vittime di tratta interna e internazionale nel mondo sono 1,2 milioni. E in Italia quelli sfruttati sessualmente sono 1.600-2.000. In particolare le vittime sono soprattutto «ragazzine provenienti dalla Romania (46 per cento) e dalla Nigeria (36 per cento), seguite da giovanissime albanesi (11 per cento) e del Nord Africa (7per cento )». In questo mercato del sesso sono stati trascinati anche rom fra i 15 e i 18 anni di età, soprattutto a Roma e Napoli. «Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori, per poi prostituirsi durante la notte», scrivono i curatori del report. Che sottolineano pure che «accanto ai minori rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni». E lo sfruttamento sessuale al chiuso è addirittura tre volte quello su strada. Un sistema studiato dalle organizzazioni criminali per rendere ancora più difficile l'individuazione delle vittime a chi prova ad aiutarle a uscire dal giro. Ma i trafficanti di esseri umani hanno imparato a sfruttare questi ragazzini anche per lavorare. Oltre all'accattonaggio, imposto soprattutto ad adolescenti rom e provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia e dalla Romania, ci sono altre attività molto richieste.«I ragazzi egiziani sono tra i più a rischio di sfruttamento lavorativo, in particolare nel settore orto-frutticolo, o di cadere vittime di organizzazioni criminali per essere sfruttati nello spaccio di sostanze stupefacenti», scrivono Save the Children e On the Road. Un altro inquietante aspetto della tratta dei minori è che molti ragazzini, una volta entrati in Italia e dopo essere stati inseriti nelle strutture d'accoglienza, spariscono letteralmente nel nulla. E da ogni forma di possibile protezione. Non si tratta di voci di corridoio : la notizia, infatti, arriva direttamente dal soggetto attuatore per l'accoglienza dei minori non accompagnati del Nord Africa, Natale Forlani, che lo scorso 25 ottobre ha parlato alla bicamerale per l'Infanzia e l'adolescenza. Riferendosi al periodo 1° gennaio-25 ottobre 2011 Forlani diceva che, dei 3.863 minori non accompagnati arrivati fino a quel momento, «835 si sono resi irreperibili». Spariti, appunto. Alessandra Ballerini, avvocato specializzato in diritti umani e immigrazione, punta il dito contro le "strutture ponte", 24 centri aperti nel 2011 dove sono accolti ancora oggi molti minori non accompagnati. «Sono soluzioni provvisorie, dove i ragazzi non possono fare nulla: basti pensare che qui non viene neppure nominato un tutore e, di conseguenza, non è possibile chiedere per loro un permesso di soggiorno», dice. Inoltre, «in alcuni casi c'è il rischio che gli approfittatori si appostino nelle vicinanze di questi centri e non serve una grande organizzazione per portarsi via i minori o per sfruttarli». La Ballerini spiega che ci sono mille complicazioni burocratiche per questi ragazzi. E così tanti rischiano di diventare maggiorenni prima di avere avuto la nomina del tutore, che è poi il solo a poter chiedere un permesso di soggiorno per loro. E in questo modo si ritrovano irregolari al compimento dei 18 anni. Anche chi ottiene un permesso per minore età, del resto, rischia di non vederselo rinnovato, anche se ne avrebbe diritto. Capita spesso, infatti, che la struttura non faccia richiesta di un apposito parere al comitato per i minori, come invece impone di fare la legge. Una complicazione in più, che sembra fatta apposta per consegnare i giovani alla clandestinità. Con tutto quello che questo può significare, ancora una volta, per il ricco mercato del traffico degli esseri umani.
Che business gli schiavi invisibili di Fabrizio Gatti. Sfruttati dagli enti e dalle aziende. Costretti a nascondersi per il pacchetto sicurezza. Privi di assistenza medica. Ecco le Rosarno del Nord. 'Non c'è soltanto Rosarno. Esiste un volto della schiavitù tutto milanese, tutto lombardo. Con tentacoli nell'agricoltura meccanizzata del Veneto, nella sanità in Piemonte, perfino dentro la grande industria. Operai messi a lavorare senza stipendio. Padri di famiglia minacciati e picchiati dal capo. Solo che al Nord gli sfruttatori non sono agricoltori in bilico tra la 'ndrangheta e i prezzi bassi della grande distribuzione. Ecco Milano, capitale del modello sicurezza del centrodestra, dove i committenti di queste opere macchiate di sangue o di illegalità sono spesso gli enti pubblici: il Comune, la Regione, l'Azienda trasporti municipale. Trovi storie di schiavi perfino dentro la nuova sede regionale in via Gioia, il grattacielo più alto della città voluto da Roberto Formigoni: il 1 luglio 2009 un gessista di 38 anni protesta per il mancato pagamento di tutti i mesi arretrati, il capo lo prende a pugni e gli morde l'occhio destro. Denunce anche negli appalti di Poste Italiane, di Banca Intesa, dell'Aler di Lecco, l'azienda per l'edilizia pubblica. Non si sottraggono nemmeno le metropoli governate dal centrosinistra: a Torino la Asl 4 ha dovuto usare soldi dei contribuenti per sanare la situazione di sei operai in servizio in un ospedale. Ovviamente si tratta sempre di lavoratori stranieri, a volte clandestini. Perché sono più ricattabili. Perché se non accettano il contratto capestro perdono la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno. Perché tanto non votano. Perché la caccia all'uomo scatenata a Milano dal sindaco Letizia Moratti e dal vicesindaco Riccardo De Corato ha spinto un esercito di muratori, operai, colf, badanti a rifugiarsi come cani nei ruderi della periferia. Vivono senza acqua, senza luce, senza riscaldamento. Solo a Milano sarebbero 8 mila le persone costrette a nascondersi perché le condizioni di lavoro non hanno consentito loro di avere o di rinnovare il permesso. Una città invisibile: quattro volte il numero di stranieri ridotti alla fame, spinti alla rivolta e cacciati da Rosarno. Non è solo una questione tra immigrati: "In gioco ci sono le garanzie che regolano la vita di tutti i cittadini. A cominciare dall'articolo 1 della Costituzione", dice Francesca Terzoni, tra le organizzatrici dello sciopero e delle manifestazioni nelle città italiane lunedì primo marzo (informazioni su www.primomarzo2010.it). E' la prima volta, dopo anni di propaganda xenofoba, in cui stranieri e italiani si ritrovano uniti con un obiettivo comune. Per questo la giornata, che avrà come simbolo il colore giallo, ha ricevuto il sostegno delle principali organizzazioni sindacali e delle associazioni in tutte le regioni. La trasformazione in reato della permanenza in Italia senza documenti in regola, voluta dal centrodestra, ha ulteriormente peggiorato la vita di migliaia di stranieri. Anche di quelli che hanno il permesso di soggiorno in scadenza e che per rinnovarlo sono costretti ad accettare qualsiasi tipo di contratto. Per incontrarli, bisogna andare nell'ambulatorio dell'associazione Naga dove medici volontari garantiscono l'assistenza non d'urgenza che la sanità pubblica nega agli irregolari. Oppure bisogna camminare ore in periferia. Vivono mimetizzati nei campi. Per loro anche gli appartamenti sovraffollati di via Padova sono un lusso. Eccone quattro dentro una cabina elettrica dismessa. Due in una baracca. Altri in qualche casa abbandonata. Questi sono albanesi e moldavi. Di giorno si spostano nei cantieri. Le donne si ripuliscono le scarpe dal fango e vanno a lavorare come cameriere o baby-sitter per famiglie che non conoscono nulla di loro. La sera ricompaiono qui. "L'impatto del pacchetto sicurezza sul tessuto cittadino è devastante", sostiene Pietro Massarotto, presidente del Naga, "la gente si nasconde, si rompono i legami sociali". In mezzo ai terreni di Ligresti, alcune ditte selezionano e riciclano rifiuti. Operai tutti stranieri. Perfino i cani da guardia che 12 anni fa abbaiavano sempre hanno perso il posto. Sono stati sostituiti da immigrati, qualcuno senza documenti. Un pastore tedesco o un rottweiler lo devi lavare, curare. Devi portargli da mangiare due volte al giorno compresi Natale e Ferragosto. Un immigrato no: anche se guadagna pochi soldi, si procura i pasti da solo. E lo puoi sempre cacciare. La legge punisce l'abbandono dei cani, non degli stranieri. In 12 anni i loro padroni hanno guadagnato. Il risultato si vede all'ingresso: i container e le baracche di lamiera sono stati sostituiti da uffici in muratura con finestre a specchio e telecamere. "Il sistema produttivo italiano aumenta profitti e rendite, ma scarica i costi sui lavoratori autonomi delle microimprese", osserva Marco Rovelli nel suo libro 'Servi' (Feltrinelli, 15 euro): "Opposte a questa nebulosa ci sono le vere imprese, quelle mediograndi. Le quali, secondo un'indagine di Mediobanca del 2006, nel decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così alta nella storia del Paese, determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno abbienti: il più grande dell'Ue". Questa trasformazione economica è ben descritta nelle cause raccolte a Milano dall'associazione Tribunale dell'immigrato. "I lavoratori stranieri", spiega l'avvocato Domenico Tambasco, "sono diventati ammortizzatori societari: si ammazzano di fatica e non vengono pagati. In questo modo le società scaricano i costi che non riescono a sopportare". Magari sono costi insopportabili proprio perché la gara è stata vinta con un ribasso impossibile da rispettare. Secondo dati Istat del 2006, su un campione di 16 milioni e mezzo di lavoratori, sono circa otto milioni e mezzo quelli impiegati in aziende con meno di 15 persone e oltre 6 milioni quelli che lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. E' il frazionamento della manodopera. Consente di ridurne il potere contrattuale e concentrare i guadagni tra le grandi imprese che gestiscono l'appalto. La costruzione dell'Altra sede, nome del progetto del nuovo grattacielo della Regione Lombardia, che qualche milanese chiama ora il 'Formigone', è finita in due cause avviate dal Tribunale dell'immigrato. L'incarico per l'opera simbolo di Milano l'ha vinto il Consorzio Torre, guidato da Impregilo e altre grosse società. La denuncia presentata alla direzione provinciale del Lavoro riguarda un subappalto affidato a una piccola ditta di proprietà di un imprenditore egiziano, che ingaggia operai tra i connazionali. Uno dei muratori specializzati, il gessista di 38 anni, dichiara di essere stato assunto come manovale generico con contratto fittizio per un mese, di aver lavorato due mesi a 60 ore a settimana e di essere stato cacciato con licenziamento orale, senza un soldo. Il primo luglio il muratore egiziano rintraccia l'imprenditore e chiede di essere pagato. L'operaio finisce al pronto soccorso del Policlinico con un morso all'occhio. Nelle stesse condizioni, un mese di lavoro senza paga, è un altro operaio della stessa impresa. Nella citazione viene chiamata in causa la filiera degli appalti: la Ana service che avrebbe ingaggiato i due operai, la Coiver Contract, il Consorzio Torre e i committenti pubblici della grande opera, Infrastrutture lombarde spa e Regione Lombardia. "Di solito il committente, in questo caso l'ente pubblico, dichiara di non sapere nulla", spiega Tambasco: "Non appena ha notizia della causa, blocca i pagamenti e la ditta citata preferisce conciliare". L'accordo tra l'imprenditore egiziano e l'operaio aggredito viene firmato in un ufficio della Uil il 25 settembre: una somma omnicomprensiva per mesi e straordinari di 4.524 euro. In cambio il muratore deve ritirare la querela per il morso all'occhio. E così avviene. L'altro operaio ottiene 2.524 euro. Soldi con cui sopravvivere per chissà quanto. Perché i due restano senza lavoro. La conciliazione non è comunque un'ammissione di responsabilità. Il 17 luglio 2009 l'Asl Torino 4 davanti al Tribunale di Monza accetta di pagare 8.050 euro come compenso e arretrati a sei operai egiziani. La squadra ha lavorato a 65 ore la settimana, domeniche comprese, alla ristrutturazione dell'ospedale di Ciriè. E, raggiunti gli obiettivi, è stata allontanata dal cantiere con licenziamento orale. Uno degli operai, 41 anni, in sette mesi di lavoro ha ricevuto dall'impresa che si è aggiudicata il subappalto soltanto 2.506 euro: 358 euro al mese. Per il resto è stato pagato con assegni scoperti. Secondo i calcoli, vanta arretrati per 23.425 euro. Ma, essendo da mesi senza stipendio, non può permettersi di attendere la fine di una lunga causa: così si accontenta di 4.500 euro, anticipati metà dall'impresa che lo aveva ingaggiato e metà dalla Asl di Torino, con diritto di rivalersi poi sulle ditte. Un risparmio sul costo del lavoro di 18.925 euro. Sfruttare gli immigrati conviene comunque. Chi protesta rischia di rimanere disoccupato e di perdere il permesso di soggiorno. In un'altra causa, contro la Coteco service, una cooperativa italiana che ha vinto l'appalto per la pulizia e il rifornimento degli autobus dell'Atm a Milano, la sezione Lavoro del Tribunale descrive gravi episodi di razzismo. Nella sentenza, che un anno fa sospende il trasferimento forzato di un operaio egiziano dal deposito Atm di via Leoncavallo, si riportano gli insulti del capoturno: "Sta' zitto e lavora, animale". Scrive il giudice Renata Peragallo: "E' risultato accertato un clima distorto e intimidatorio presso il posto di lavoro", dove gli operai subiscono minacce perché dichiarino il falso al processo. Un'altra causa per arretrati non pagati da quattro mesi riguarda i cantieri per 160 appartamenti di edilizia popolare a Milano, Bollate e Legnano appaltati dall'Aler. L'impresa sotto accusa cede il ramo d'azienda e all'improvviso dichiara fallimento. I lavoratori vedranno i loro soldi soltanto alla fine della procedura fallimentare. E se non ci saranno più spiccioli, pagherà l'Inps. In un altro cantiere per sette alloggi popolari appaltati dall'Aler di Lecco, vengono arruolati quattro egiziani senza permesso di soggiorno. Lavorano dal settembre 2006 al gennaio 2007 e non vedono mai un soldo. Scattata la denuncia, l'Aler blocca i pagamenti e l'impresa accetta di conciliare. Ma i quattro restano senza lavoro: ora, con il pacchetto sicurezza, non potrebbero nemmeno presentarsi ai giudici perché rischierebbero l'arresto. Ancora una causa davanti al Tribunale di Monza e questa volta si tratta di varie opere commissionate da Poste Italiane a Sondrio e da Banca Intesa in provincia di Pavia. Secondo la denuncia, l'impresa ingaggiata fa lavorare un operaio egiziano dal lunedì alla domenica per 81 ore la settimana. Gli schiavi li incontri anche nel ricco Nord-est. "L'impiego di stranieri è fondamentale nell'agricoltura veneta", spiega Alessandra Stivali, responsabile dell'ufficio immigrazione della Cgil a Padova: "Con i ritardi burocratici ci ritroviamo con lavoratori stagionali che entrano in Italia quando la raccolta è terminata. Gli agricoltori si rivolgono così a chi trovano, regolari e non. Abbiamo casi di donne impiegate nella raccolta invernale del radicchio e ammassate a dormire in tuguri". Pure al Nord sanno essere spietati. Come quell'imprenditore milanese che a Paderno Dugnano produce cosmetici per marche famose. Pretende che un suo operaio tunisino gli porti subito il permesso di soggiorno rinnovato. Una pratica che richiede fino a due anni, contro i 20 giorni imposti dalla legge. Non è colpa dell'operaio se l'Italia funziona così. Eppure l'imprenditore gli spedisce un'ammonizione scritta. Con un avviso: "Voglia prendere nota che le addebiteremo euro 3,40 dallo stipendio quale rimborso spese postali per la raccomandata n.".
E in Trentino gli schiavi del porfido di Paolo Tessadri. E' una regione ricca e accogliente. Ma tra le montagne c'è anche il Far West del lavoro: manovali italiani, macedoni, arabi, cinesi, marocchini non hanno altra scelta che il cottimo puro. Era la pietra degli imperatori, rossa come la porpora per testimoniare nei secoli il potere assoluto. Oggi quel potere sa di sfruttamento. E il rosso ricorda il sangue dei lavoratori, spesso costretti a convivere con l'insicurezza. La Val di Cembra in Trentino ha una crepa lunga dieci chilometri, costeggiata da cento cave dove si estrae il porfido migliore: una miniera d'oro che frutta ai concessionari 220 milioni di euro l'anno. Ci sono mille dipendenti, di cui 600 stranieri che sudano in questi buchi di pietra e polvere, con un indotto che coinvolge altre 1.500 persone. Nelle cavità di queste montagne sbrecciate si spacca la roccia dieci ore al giorno, sei giorni la settimana, con la schiena piegata e la mazza in mano per rompere le lastre di porfido. Ma nel ricco e accogliente Trentino, c'è anche il Far West del lavoro: manovali italiani, macedoni, arabi, cinesi, marocchini non hanno altra scelta che il cottimo puro. Sollevano più di 200 quintali di pietra al giorno, mentre chi sta alle macchine deve produrre fra i 35 e i 50 quintali di cubetti, piastrelle o lastre. Chi non raggiunge il quantitativo viene messo in ferie; chi si ammala non viene pagato; chi s'infortuna sul lavoro viene considerato assente ingiustificato e può venire licenziato: si va avanti quando piove, in inverno col ghiaccio, in mezzo alla polvere che mina i polmoni. Le buste paga le decidono i gestori in una contrattazione individuale con immigrati che non parlano italiano. Ma anche per chi da sempre lavora qui la situazione non è ottimale: "Sono in cava dal 1974, a quel tempo si stava meglio, quando era brutto tempo ti mandavano a casa. Oggi ti trattano da schiavi. Ho visto gente che si è bloccata ed è stata portata all'ospedale". Joussef Marras, marocchino, ha protestato perché l'aspiratore della polvere non funzionava da tre anni: è stato licenziato. Kamber Mazllami, macedone, dopo 15 anni di cava ha avuto problemi di cuore: licenziato. Pure il trentinissimo Walter Ferrari, che aveva protestato per il rinnovo del contratto collettivo, è stato costretto ad andarsene: ora alleva capre e ha costituito insieme ad altri 150 il Comitato dignità per i lavoratori del porfido. Con la crisi, poi, si è creata una catena al ribasso: padroncini che affittano una parete di roccia, acquistano i vecchi macchinari- dismessi dalle grandi aziende perché meno sicuri - e con dipendenti extracomunitari cercano di ritagliarsi il loro guadagno di pietra. Spesso sono immigrati che assumo altri immigrati ma succede che questi artigiani al momento di pagare i dipendenti spariscono. Spiega l'avvocato Lorenza Cescatti: "I lavoratori che ho assistito non sanno parlare italiano. Subiscono continue contestazioni per fatti inesistenti o insignificanti. E spesso vengono lasciati senza stipendio".
Noi, costretti a lavorare gratis: inchiesta di Roberta Carlini su “L’Espresso”.
Stagisti, praticantati, crowdsourcing: mezzo milione di giovani italiani, qualificati e creativi, non viene pagato per quello che fa. Ma questo ricatto al mondo sommerso potrebbe far esplodere la protesta da un momento all'altro.
C'è il grafico che ironizza sul suo mestiere: "Faccio il gratis designer". L'attrice che ha coniato una nuova formula, "sto nel racket del lavoro bianco: mi pagano i contributi, ma non lo stipendio". Il praticante avvocato che difende i diritti degli altri e trascura i suoi. La free lance che lancia un avviso ai naviganti: basta volontariato, d'ora in poi non lavoro più senza paga.
Gli stagisti d'ogni tipo ed età: mezzo milione come minimo, nel privato e nel pubblico, per la maggior parte non retribuiti e neanche rimborsati. E il mondo nuovo del Web, con il crowdsourcing trasformato da officina creativa di massa a reclutamento di opera a costo zero. Il 65 per cento dei giovani con meno di 35 anni ha lavorato almeno una volta senza essere retribuito, dimostra un sondaggio di Demopolis realizzato per "l'Espresso". Tutti lavoratori e lavoratrici, in gran parte giovani, ben qualificati, spesso alle prese con lavori interessanti, creativi, belli. Ma non pagati. Gratis. Non per scelta, ma per ricatto o necessità. Un mondo sommerso, che può esplodere da un momento all'altro.
In prima fila, nell'universo del lavoro gratis, ci sono loro: gli stagisti, esercito che si è stratificato negli anni e con la crisi si è cronicizzato. "Lo stage non è più il primo passo di un percorso lineare, in crescendo: si può andare avanti, ma si può anche passare da uno stage all'altro senza migliorare in niente o addirittura tornare indietro, da un lavoretto retribuito a un nuovo stage", racconta Eleonora Voltolina, fondatrice di un sito molto popolare nel mondo dei forzati della stage (repubblicadeglistagisti.it) e autrice dell'omonimo libro (Laterza). Da porta d'ingresso nel mercato del lavoro, ormai da tempo lo stage è diventata una condizione esistenziale: non retribuita, nella maggior parte dei casi. "Secondo un sondaggio tra i nostri utenti, il 52 per cento degli stagisti non prende un euro, e un altro 15 ha un rimborso spese inferiore ai 250 euro al mese".
Non stiamo parlando di un gruppetto di poche persone: secondo i dati Unioncamere, nel settore privato gli stagisti sono 322 mila. E nel pubblico? "Abbiamo chiesto al ministro Brunetta di dare le cifre, non ci ha risposto", dice Voltolina. La stima, non ufficiale, è sui 200 mila: e siamo già sopra il mezzo milione. Ai quali poi vanno aggiunti almeno 200 mila aspiranti professionisti (avvocati, commercialisti, notai) costretti a fare la pratica per poi accedere con un esame di Stato ai mitici ordini professionali. E la loro pratica, di norma, è a prezzo zero. Anche laddove i codici deontologici prescrivono che il praticante vada pagato, dopo un po' di mesi di addestramento. Una regola inapplicata dalla maggior parte degli studi italiani, e ignorata persino dallo Stato, che da un pezzo ricorre al lavoro gratis dei giovani avvocati: succede nell'Avvocatura di Stato e succede persino all'Inps.
Non che siano i soli. Ci sono stagisti che mandano avanti itribunali in crisi di organico e quelli che tengono aperte le biblioteche delle università. Lo stagismo dilaga nei Comuni come nei ministeri, in tutto lo Stato e il parastato. E fa da biglietto da visita dell'Italia anche nelle ambasciate. Sono stati 1.800 l'anno scorso e 580 quest'anno i neolaureati che hanno vinto i posti messi in palio dal ministero degli Esteri per fare stage presso le ambasciate. Una bella opportunità, per chi studia nel campo della politica e diplomazia. Ma a caro prezzo: nessun rimborso spese, neanche se ti mandano a Bangkok o in Australia. "Io sono stata fortunata, ho avuto come destinazione Lisbona: il viaggio non costa molto e tutto qui è abbastanza economico per effetto della crisi", racconta Noemi De Lorenzo, 24 anni, appena laureata in Scienze internazionali e diplomatiche all'università di Trieste. Viaggio, affitto, cibo ("devo dire che i funzionari dell'ambasciata spesso mi offrono il pranzo..."), tutto per tre mesi prorogabili di uno: "Di più non potrei, però finora è stata una esperienza utile, so che non sempre è così, a volte ti tengono solo a fare le fotocopie", racconta Noemi, che si tiene in rete con i suoi colleghi che in tutto il mondo stanno apprendendo l'abc della diplomazia e insieme i rudimenti del lavoro gratuito. Che prosegue spesso anche quando il pretesto della formazione non c'è più, incanalandosi su mille altre strade.
"Diciamo no al volontariato: perché non si deve mai lavorare gratis". A un certo punto Silvia Bencivelli, giornalista scientifica free lance, non ce l'ha fatta più e si è sfogata sul suo blog (http://silviabencivelli.it/): basta al volontariato, basta alle telefonate di chi ti chiede di contribuire a un libro, moderare una tavola rotonda, scrivere, intervenire a un convegno, dimenticandosi sempre di citare l'argomento "soldi". Oppure promettendo, al massimo, un rimborso del biglietto del treno: magari per un fine settimana, magari per andare in un posto bello. Basta. "No. Per me, perché anche se è vero che il mio lavoro assomiglia a un hobby, e a volte si tratta di fare cose divertenti che farei anche per niente, non posso svendere quel che faccio. E poi no, per tutti gli altri. Perché chi lavora gratis rovina il mercato". Uno sfogo cliccatissimo, che è stato rilanciato e commentato in Rete alla grande. Segno che Bencivelli ha messo il dito in una piaga diffusa, che colpisce soprattutto il lavoro intellettuale e creativo: "Quel che tutti pensano è: siccome fai un bel lavoro, puoi anche farlo gratis", riassume Silvia. Che aggiunge: "Per carità, il dono, l'attività volontaria, ci possono sempre stare, per gli amici o per una causa. Ma qui sta diventando un sistema, un modo per svalutare il lavoro. Me lo dice sempre mio padre: non è che siccome fai un lavoro bello, ti possono pagare in bellezza".
Se il "lavoro bello" è il primo dei ricatti, quello che viene subito dopo è il mito della visibilità: "Non ti pago, ma così fai vedere il tuo lavoro, la tua firma, la tua faccia". Ne soffrono professionisti affermati e ancor più giovani che vogliono emergere, ragazzi pagati 3 euro ad articolo per vedere la propria firma su quotidiani blasonati. Figuriamoci se non ne soffre il mondo dello spettacolo. "Da noi non c'è solo il lavoro nero, c'è di peggio: il lavoro bianco", dice Manuela Cherubini, regista e attrice. Che racconta, seduta a un tavolino di fronte al teatro Valle occupato, cos'è questo trucco del lavoro bianco: "Ti pagano i contributi, ma non lo stipendio". Questo per colpa dei meccanismi perversi del finanziamento pubblico alle compagnie: commisurati appunto a quanti cedolini hanno, quanti contributi pagano. E allora, "firmi la busta paga, ma la paga non arriva. Poi magari arrivano l'anno dopo le tasse da pagare sulla paga che non hai avuto".
Il tavolino si affolla, e attrici, attori, scenografi, registi, raccontano tutti episodi di "lavoro bianco". Che prima veniva accettato perché, cedolino dopo cedolino, magari arrivava il diritto al trattamento di disoccupazione. Adesso questa possibilità non c'è più e chi lavora gratis lo fa solo per esserci. "Perché ci sono tanti attori a spasso che pur di sentirsi vivi accettano". Poi c'è il lavoro gratis venduto come grande opportunità, il privilegio di recitare per cinque minuti accanto a un grande della scena. O il trucco della formazione, nel dilagare dei "laboratori". Fino all'organizzazione di festival ed eventi con scambio di compagnie, senza remunerazione ma con garanzia di poter riempire così i rispettivi cartelloni. "Siamo noi per primi a dover cambiare mentalità, a dover dire no, se continuiamo a essere disposti a tutto pur di andare in scena non saremo mai considerati, a tutti gli effetti, lavoratori".
"Può il governo federale americano chiederci di lavorare gratis?", stanno chiedendo a gran voce un migliaio di graphic designer americani. Sono protagonisti di una rivolta contro il bando appena lanciato dal dipartimento agli interni a stelle e strisce, che ha messo in crowdsourcing il rifacimento del logo. Il vecchio bisonte quasi centenario non va più bene, così il ministero si è rivolto alla Rete: mandateci una proposta, sceglieremo la più bella. Sul mercato professionale, quel lavoro è valutato dai 20 mila ai 50 mila dollari: con il crowdsourcing di Stato, protestano i designer americani in rivolta, chi vince ne guadagna appena 1.000, tutti gli altri hanno lavorato gratis.
Il fenomeno è mondiale e interessa designer, grafici, copyrighter e altri professionisti che hanno visto rapidamente il Web trasformarsi da delizia in croce. "Il crowdsourcing dilaga, è un modo per raccogliere risorse a basso costo, o del tutto gratis", dice Dario Banfi, giornalista, copywriter e consulente milanese, autore con Sergio Bologna del libro "Vita da free lance" (da poco uscito per Feltrinelli), nel quale dedica ampio spazio al problema, in un capitolo che si apre con la seguente domanda: "Il lavoro gratuito, meglio di nessun lavoro?". Banfi pensa di no, ovviamente, e mostra una mail da lui stesso ricevuta qualche giorno fa: "Caro copy, eccoci a proporti una nuova ricerca nome...". Si trattava, in sostanza, di inventare il nome per un nuovo prodotto assicurativo per automobilisti. Premio: mille euro per il nome vincente, zero compensi per tutti gli altri.
Anche in Italia sono fiorenti agenzie che fanno brokeraggio tra i clienti e i creativi, cercando sulla Rete le idee migliori a prezzi ridicoli. "Negli Stati Uniti, dove i free lance si sono coalizzati, comincia una reazione molto forte contro queste pratiche. Così come è partita la rivolta dei giornalisti-blogger che hanno scritto gratis per l'Huffington Post e adesso hanno avviato una class action per avere una parte del bottino ricavato da Arianna Huffington dalla vendita".
La class action dei blogger di Arianna porta argomenti a quanti sostengono che il magico mondo "gratis" del Web è il regno dello sfruttamento di massa, come sostiene nel suo libro "Felici e sfruttati" (Egea) Carlo Formenti; e alimenta il dibattito, molto fitto nella blogosfera, sui confini tra spontaneità e gratuità della Rete e un business economico che si fa sempre più aggressivo ma non distribuisce i suoi "jackpot" a chi ha donato idee e scritti all'impresa nascente che poi è diventata di successo. Le nuove frontiere del crowdsourcing vanno a peggiorare una situazione già poco rosea, per un mondo di professionisti non sempre riconosciuti come tali, soprattutto in Italia.
"Tra noi circola una battuta, autoironica: non voglio fare il gratis designer", racconta Mario Rullo, graphic designer, fondatore di una piccola agenzia romana. "Faccio questo lavoro da vent'anni e ho vissuto tutti i cambiamenti tecnologici, la rivoluzione che ha reso accessibili alcune operazioni a tutti". Una bella cosa, ovviamente: però diventa preoccupante "se il mercato poi pensa che alcuni servizi si possono non pagare: le fotografie, il design, la scrittura. Colpa del fatto che in molte imprese non ci sono le competenze per riconoscere un lavoro professionale, ma anche della voglia di pagare poco, risparmiare. E così il crowdsourcing diventa una mistificazione, non è una specie di concorso per giovani o per emergenti - cosa in sé molto bella e utile -ma vuol dire una sola cosa: non voglio spendere". E quindi non ti pago.
Così fan tutti, anche lo Stato. I giovani avvocati lavorano senza retribuzione. E succede persino all'Inps. La testimonianza di una praticante.
"All'inizio abbiamo fatto un po' di pratica in ufficio, poi abbiamo cominciato a scrivere gli atti, fare ricerche di giurisprudenza e andare in udienza". La pratica da avvocato Francesca Esposito, leccese di 30 anni, l'ha fatta presso l'Inps della sua città. Tutto bene, finché non ha cominciato a fare domande inconsuete, del tipo: "Ma ci darete un rimborso spese, a un certo punto? Almeno per pagarci la benzina, il parcheggio, il biglietto dell'autobus?".
Neanche l'Inps paga i praticanti avvocati?
"No, non li paga. Ma questo sul bando a cui io ho partecipato non c'era scritto, in quelli successivi lo hanno messo nero su bianco. Però il codice deontologico degli avvocati dice il contrario".
Quand'è che ha cominciato la sua ribellione?
"Prima non rispondevano in modo chiaro alle mie domande, poi ho trovato la circolare con la quale l'Inps aveva aperto all'uso dei praticanti: lì c'era scritto esplicitamente che lo si faceva per far fronte alla mole di contenzioso e alla carenza di organico, senza oneri finanziari aggiuntivi. Dunque, per avere lavoro gratis".
Una pratica diffusa, anche negli studi privati.
"Sì, ma in questo caso siamo noi, avvocati che dovremo in futuro occuparci dei diritti previdenziali dei lavoratori, a subire un torto proprio dallo Stato. Quando l'ho fatto presente mi hanno risposto che fa così anche l'Avvocatura di Stato. E' anche la risposta che ha dato il ministro Sacconi quando c'è stata un'interrogazione parlamentare sul caso che io avevo sollevato attraverso il sito "La repubblica degli stagisti": bisognava smaltire il contenzioso arretrato, ha detto il ministro".
Lei ha fatto altri stage?
"Prima di andare all'Inps, stavo alla Corte di Giustizia di Strasburgo, con un mensile di 1.500 euro. E anche adesso sono stagista, di nuovo all'estero. Sono tornata in Italia perché volevo fare la pratica per l'esame di Stato. Secondo me ci può anche stare uno stage senza rimborso spese, purché lo stagista non sia preso per sostituire un dipendente, ma per ricevere una formazione. Una volta che sei in grado di lavorare, devono pagarti. Invece miei colleghi sono rimasti a lavorare anche dopo aver finito il periodo obbligatorio di praticantato. Dicono che è meglio stare lì gratis che essere disoccupati".
PARLIAMO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE.
Tangenti, truffe, poco lavoro. La formazione è una fabbrica di precari, così come risulta da un’inchiesta di “Repubblica”.
Ci sono 2,3 milioni di persone in cerca di un posto, un mercato enorme per i professionisti dei corsi. Gli unici a godere dei fondi stanziati sono gli organizzatori e negli ultimi anni i casi di raggiro si sono quintuplicati. Centinaia di iniziative ma senza reali sbocchi.
Ogni uomo che perde il lavoro per loro è una straordinaria opportunità. Ogni donna che non riesce a trovarlo per loro è una risorsa. I precari sono il loro target, gli operai in esubero il loro pane quotidiano. Sono i professionisti della disoccupazione. Organizzano corsi di formazione, a volte finti, spesso inutili. E mai come ora fanno affari: con la crisi, secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero degli italiani in cerca di lavoro è salito alla cifra record di 2,3 milioni, e altri 230mila posti si bruceranno, secondo Confindustria: per loro è una manna dal cielo. Quanti sono gli enti che utilizzano i fondi per la ricollocazione dei lavoratori solo per giustificare la loro esistenza? Quali risultati hanno prodotto finora, quante persone hanno reinserito?
Per rispondere a queste domande bisogna prima descrivere un sistema che attira ogni anno - oltre agli investimenti privati delle famiglie per corsi di avviamento al lavoro - finanziamenti pubblici per quasi 20 miliardi di euro. Alla cifra si arriva sommando la metà dei "32 miliardi di euro nel biennio" che secondo il ministro del Welfare sono a disposizione, tra fondi nazionali e comunitari, per gli ammortizzatori sociali e i 2,5 miliardi destinati alla formazione professionale. Di quest'ultima somma, una parte consistente viene destinata ai corsi per disoccupati, apprendisti, giovani alla prima esperienza o lavoratori a rischio di esclusione: a tutte queste attività, secondo l'ultimo rapporto Isfol, hanno partecipato 360mila persone. La Lombardia, tra le regioni più colpite dalla crisi, ha stanziato in un anno 112 milioni di euro per le "doti formative". Sicilia e Campania, afflitte da disoccupazione cronica, spendono 500 milioni di euro all'anno. Tutto questo fiume di denaro alimenta gli appetiti degli speculatori?
"Development enterprise tourism", "cooperazione internazionale", "business administration & finance": leggendo l'elenco delle materie che s'insegnavano ai corsi formativi organizzati a Padova da alcune cooperative della Compagnia delle Opere sembrava di essere ad Harvard. Ma per la procura era una gigantesca montatura, così come erano gonfiate le ore di lezione e di lavoro svolte e il numero dei docenti impegnati: tutto per arrivare a rendicontare 561mila euro, la cifra intascata dal ministero, dall'Unione europea e dalla Regione Veneto. Pensava in grande anche Tonino Tidu, un tempo assessore Dc sardo e presidente dell'Enaip, poi nel consiglio nazionale delle Acli, imputato in un processo a Cagliari: avrebbe gestito, secondo l'accusa, 358mila euro di finanziamenti regionali per corsi per "operatore su pc", "addetto alle piante aromatiche e officinali" e "orticoltore" senza produrre un posto. Di inchieste così se ne trovano in tutti i palazzi di giustizia italiani. A Roma il processo al deputato Pdl Giorgio Simeoni, accusato di aver ricevuto, da assessore regionale alla Scuola, nel 2005, una tangente da 100mila euro dai titolari della Euro Consulting group per chiudere un occhio sui corsi di formazione inesistenti, ma regolarmente finanziati con contributi comunitari, da loro organizzati. In Liguria ogni partito aveva il suo consorzio da spingere, come ha dimostrato un'inchiesta della procura di Genova che vede coinvolti, tra gli altri, l'assessore regionale alla Pesca Giancarlo Cassini e il consigliere Vito Vattuone, del Pd, e Nicola Abbundo, del Pdl, teorico, nei tempi in cui era assessore, del "modello ligure dell'eccellenza formativa". E se in Campania gli stage dei mille partecipanti al progetto "Isola" avvenivano solo sulla carta, in Puglia i fondi per l'inserimento dei disabili finivano in tasca ad assessori, funzionari regionali e imprenditori: così sono spariti cinque milioni di euro, assicurano i magistrati nel processo. Dopo gli scandali, in Puglia, hanno cercato di far pulizia tra i cosiddetti enti storici della formazione. Sono stati sospesi gli accreditamenti per quattro agenzie. Come il Cefop, il centro europeo per la formazione ed orientamento professionale, che era stato ammesso a finanziamenti per 4,2 milioni di euro per corsi come "operatore audiovisivo" e "animatore di villaggi turistici". Per la Corte dei conti siciliana per ogni corso di formazione solo un disoccupato e mezzo trova effettivamente lavoro. I costi della collettività per ogni occupato, secondo i calcoli dei magistrati contabili, ammontano a 72mila euro. Soldi che in Sicilia vanno a 400 enti privati i quali danno lavoro a 7300 persone, ai quali andrebbero aggiunti i 1800 impiegati agli sportelli multifunzionali affidati ai privati dalla Regione, che nel frattempo spende altri 60 milioni di euro per finanziare i centri per l'impiego pubblici. L'isola è tra la regioni con il più alto tasso di disoccupazione, il doppio rispetto alla media italiana. E così l'Europa attraverso il Fondo sociale dal 2003 al 2010 ha fatto piovere in Sicilia 1,5 miliardi di euro per finanziare i corsi. Il risultato? Un boom di enti che fanno capo a politici targati Mpa, Pdl, Pd e Udc, sindacati (Cisl e Uil ricevono la gran parte dei finanziamenti) e associazioni cattoliche (dai salesiani alle Acli). Tutti enti accreditati dalla Regione per far diventare i disoccupati siciliani marinai, artigiani, parrucchieri, esperti informatici, colf o badanti. La maggior parte dei formatori sono stati assunti tra il 2006 e il 2008, a ridosso delle grandi tornate elettorali che hanno portato sul trono della Regione prima Salvatore Cuffaro e poi Raffaele Lombardo. Un ginepraio che garantisce un sussidio che va dai 400 ai 1.000 euro al mese per oltre quarantamila corsisti che ogni anno si siedono sui banchi d'oro pagati dalla Regione. Gli assessori che hanno guidato la Formazione, da Francesco Scoma a Santi Formica entrambi del Pdl, sono diventati i re dei consensi. Nella formazione la politica la fa da padrone: i nomi di Francantonio Genovese e Gaspare Vitrano del Pd, oppure quelli di Lino Leanza, numero due dell'Mpa di Lombardo, o Nino Dina dell'Udc sono a dir poco conosciuti in decine di enti di formazione. Ma anche i sindacati la fanno da padrone, in questo settore, dove si trovano a difendere i lavoratori ma anche i padroni, che sono loro stessi. Lo IAL della Cisl e l'ENFA della Uil ricevono ogni anno oltre 30 milioni di euro. Poi ci sono le associazioni cattoliche: i salesiani gestiscono ad esempio il Cnos Fap, mentre tra gli enti finanziati c'è l'EFAL, che fa capo al Movimento cristiano lavoratori finito nell'occhio del ciclone per l'arresto di uno dei suoi dirigenti, l'architetto Giuseppe Liga, accusato dai pm di Palermo di essere l'erede dei boss Lo Piccolo. I magistrati hanno scoperto che nel 2010 l'Efal, l'ente di formazione del movimento, ha ricevuto dalla Regione un sostegno di sei milioni e 336 mila euro. Fino a pochi giorni fa l'architetto era un insospettabile, ma è stata un'anticipazione dell'inchiesta finita sui giornali che aveva indotto l'Mcl a sospendere il professionista. Anche la Corte dei conti e la Guardia di finanza da tempo indagano sul business della formazione siciliana. I magistrati contabili hanno contestato a diversi enti corsi fantasma e somme non rendicontate. E ci sino stati i primi arresti, come quello di un insospettabile professore di Palermo, condannato in primo grado a 8 anni per aver intascato, attraverso conti all'estero, 9 milioni di euro dai 20 milioni ricevuti per corsi di formazione con i fondi europei. La montagna ha partorito un topolino anche nell'efficiente Lombardia, dove 64mila persone hanno beneficiato, nel 2010, della "dote lavoro", per un totale di 45,8 milioni di euro impegnati. La metà dei fondi tuttavia, sono stati gestiti da dieci operatori. Chi sono? I soliti noti, enti di area Cl - o più in generale cattolica - come l'Enaip, lo Ial-Cisl, Obiettivo Lavoro. La maggior parte dei servizi svolti riguarda il colloquio di accoglienza di primo livello, il bilancio di competenze, il coaching e i corsi di formazione: le cifre dei destinatari, per queste voci, oscillano tra i 34mila e i 62mila. Ma se poi si passa dall'orientamento all'accompagnamento concreto al lavoro i numeri si abbassano penosamente: solo 168 allievi hanno avuto un supporto per l'autoimprenditorialità, in 94 sono stati accompagnati agli stage, 22 al tirocinio e appena 5 al "training on the job".
Ma lo storico paradosso dei formatori - che non riescono a lenire la disoccupazione altrui, ma intanto trovano un posto a sé stessi - non regge più come una volta. Gigi Rossi, della Cgil, segnala il fenomeno del "precariato nei sistemi regionali della formazione professionale. E soprattutto al Nord, con la crisi - aggiunge - è diffuso l'uso, da parte degli enti, di invitare caldamente i collaboratori a trasformarsi in finti imprenditori con partita Iva". Gli enti di formazione servono davvero a qualcosa o hanno finito per creare una "sovrastruttura" - come scrive l'Isfol nel suo ultimo rapporto - sganciata dalle esigenze reali del mercato del lavoro? Armando Rinaldi, dell'Atdal over 40, un'associazione che cerca di tutelare i diritti di chi perde il lavoro in età matura, assicura che "se ci fossero dati disponibili si scoprirebbe che la media dei disoccupati ha un bagaglio di ore di formazione triplo rispetto a quello di un lavoratore. Invece di un'occupazione ha trovato sulla sua strada decine di proposte formative". La Regione Lombardia ha commissionato un'indagine a un istituto di ricerca. Trenta disoccupati ultraquarantenni hanno tenuto un diario nel quale raccontavano le loro esperienze. È emerso che nelle rare occasioni in cui riuscivano a trovare lavoro i corsi di formazione non c'entravano nulla: era tutto merito delle loro conoscenze personali. Lo studio non è stato mai pubblicato. Secondo Rinaldi per ogni corso organizzato in Lombardia 3000 euro vanno (nell'arco di sei-nove mesi) al candidato, mentre gli altri 7000 vanno agli organizzatori. "Si comincino a ribaltare le modalità di distribuzione dei fondi, erogando ai destinatari il 60-70 per cento dei finanziamenti sotto forma di reddito di sostegno".
Si potrebbe trovare un utilizzo diverso dei capitali in modo da sostenere direttamente il reddito delle persone in difficoltà? Per ottenere i contributi oggi basta - oltre a una buona capacità di lobby - compilare un formulario in cui, tra l'altro, si dimostra il fabbisogno nel territorio di competenza della figura professionale che s'intende formare. "Per esempio - scrive l'Atdal - se si propone di formare addetti al check-in aeroportuale si ricercano i dati sul traffico aereo della regione e si dice che data la crescita del traffico aereo occorre formare nuovi operatori". Angela, diplomata, ha 47 anni e da dodici frequenta corsi di formazione professionale in Lombardia. Non è mai riuscita a ottenere altro che qualche lavoretto di poche settimane all'anno in fabbrica. "Nell'ultimo corso che ho seguito, per lavorare in un asilo privato, il colloquio orientativo si è svolto tre giorni prima della fine dei corsi. Un'altra volta mi hanno costretto a scrivere un sacco di bugie sulla relazione finale. Ad esempio che avevo trovato lavoro in una fabbrica. In realtà era la mia vecchia azienda che mi richiamava". L'importante, insomma, è giustificare le spese. I risultati non contano.
PARLIAMO DI RISCATTO.
In Italia è impossibile cambiare vita. Il riscatto dei più poveri è un miraggio. L’Italia è un paese dove i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi. Quella che tecnicamente si chiama «mobilità sociale» è più bassa che altrove. Risultava già da parecchie analisi; ma l’ultima, dovuta a un economista della Banca d’Italia, Andrea Neri, fa sospettare che questo difetto stia peggiorando. Nel confronto tra due decenni parzialmente sovrapposti «emerge una diminuzione nel livello di mobilità osservata». Dividendo le famiglie italiane in quattro classi di reddito, solo il 13% sono riuscite a passare alla classe superiore; l’11% sono precipitate indietro, l’87% delle famiglie che erano nella prima classe, la più povera, vi sono rimaste; e addirittura il 98% di chi era nella seconda non si è mosso. Lo scarso rimescolamento è avvenuto quasi tutto tra le due classi più alte. Lungo tutto il decennio tre quarti dei più poveri (prima classe) sono rimasti poveri, e tre quarti esatti dei più ricchi (quarta classe) sono rimasti ricchi. La scarsa mobilità sociale - effetto e causa insieme di un cattivo funzionamento dell’economia - compare spesso nelle analisi dei dirigenti della Banca. Uno degli strumenti principali per farsi avanti in una società moderna è lo studio. E’ normale che i laureati guadagnino più dei diplomati e questi più di chi ha solo fatto la scuola inferiore. Una stranezza del nostro paese, ha notato di recente il vicedirettore generale della Banca d’Italia Ignazio Visco, è che la sua struttura produttiva «assorbe laureati con fatica e li remunera peggio che in altri paesi».
C’è poco incentivo a studiare; inoltre la cattiva qualità media degli studi forse spinge le imprese, quando assumono, a guardare più alla famiglia di origine che ai voti. La speranza di salire nella scala sociale è un grande motore per l’economia. Un paese cresce meno dove contano solo la famiglia, le raccomandazioni, o la politica. Secondo uno studio recentissimo dell’Ilo, l’Ufficio internazionale del lavoro (branca dell’Onu) durante gli ultimi 15 anni le disuguaglianze tra ricchi e poveri nel nostro paese sono cresciute più che negli altri principali paesi d’Europa.
PARLIAMO DI CASE POPOLARI.
Avere fame. E dover scegliere tra comprare da mangiare o pagare l’affitto.
Famiglie con bimbi piccoli, anziani soli, giovani coppie o inquilini che vivono da single, che non hanno reddito o che hanno stipendi o pensioni non da sogno, ma da incubo. Molte persone non vogliono, per vergogna, parlarne. Fino a quando, però, la situazione degenera, e la richiesta di aiuto è imprescindibile. Stimiamo che la media degli inquilini, paghi oltre 800 euro al mese di affitto, nella migliore delle ipotesi, spesso a fronte di una bilancio mensile, stipendio o pensione che sia, sui 1.000 euro. Come si fa a stare a galla in situazioni del genere? Si affonda, infatti.
Ma c’è un’altra realtà. Dalle pagine de “Il Giornale” l’inchiesta sulla “mala gestio” delle case popolari. Centomila senza casa: colpa degli abusivi. Sono più di 40mila gli alloggi popolari occupati illegalmente in Italia, alcuni da oltre 30 anni.
E intanto 600mila famiglie, regolarmente iscritte nelle graduatorie, aspettano un tetto.
Nel quartiere tutti la chiamavano «la padrona». Ufficialmente Cristiana Petriacci era nullatenente, eppure vendeva più case di un immobiliarista di successo. Il problema è che quegli appartamenti erano di proprietà dell’Ater, l’azienda che gestisce le case popolari di Roma. A inizio dicembre la padrona del Testaccio, che tra un «contratto» e l’altro gestiva anche un giro di prostitute, è finita in carcere. Ma in giro per l’Italia sono migliaia i «padroni» di alloggi pubblici. Basta trovare un appartamento vuoto – magari in manutenzione da anni, oppure già pronto per la famiglia che ne ha diritto, attesa per il giorno successivo –, sfondare il portoncino e portar dentro un materasso. Alla Barona, periferia sudovest di Milano, i Valliani presero casa così, negli anni Settanta, e ora mamma Domenica ha lasciato l’alloggio abusivo in eredità ai figli. In Italia, rivela l’indagine realizzata da Dexia Crediop per Federcasa sul Social Housing 2008, oggi oltre 40mila case popolari sono occupate abusivamente: se venissero liberate e riassegnate a chi ne ha diritto, centomila persone in difficoltà sarebbero «fuori emergenza».
Una cosa è sicura: in Italia l’abitazione è un’emergenza davvero. Sono 600mila le famiglie in difficoltà che aspettano da anni in silenzio, i loro nomi occupano graduatorie lunghissime in ogni Comune d’Italia. Trentamila solo a Roma, 20mila a Milano, 10mila a Torino, a Napoli e a Catania. Famiglie numerose e giovani coppie con lavori precari. Anziani soli con la pensione minima. Immigrati regolari in Italia da anni. Genitori divorziati che si ritrovano da un giorno all’altro senza una casa e con l’assegno per la figlia da pagare ogni fine mese. L’anno prossimo, avverte Federcasa, le liste potrebbero crescere di un altro 10 per cento.
Una soluzione sarebbe costruire. Ma la realtà è che da anni le «aziende territoriali» che gestiscono le case popolari non hanno più fondi. Per incassare soldi da reinvestire, hanno dovuto vendere gli alloggi a chi già ci viveva in affitto. Dal 1993, sono stati così «privatizzati» ben 154.768 appartamenti. Il problema è che sono stati venduti a cifre irrisorie. E cioè al valore catastale dell’immobile (che spesso è meno di un terzo del reale valore di mercato) con un ulteriore sconto del 30 per cento. In media, ogni appartamento è stato venduto a poco più di 23mila euro. A Napoli, per «concedere» di occupare un alloggio pubblico nei quartieri di Scampia e Secondigliano, la camorra chiede 10mila euro «chiavi in mano». Ormai non serve nemmeno più la spranga. A Palermo i prezzi sono ancora più alti: per un appartamento di 60 metri quadrati, bisogna pagare al racket che gestisce il «settore» fino a 40mila euro.
Intanto la gente onesta continua ad aspettare in silenzio. Col ricavato della mega svendita i vari «Aler», «Ater» e «Iacp» hanno pagato a stento le spese di manutenzione. Quello che incassano di affitto dagli inquilini non basta: i canoni sono troppo bassi. In media 1.200 euro l’anno nel Nord Italia, tra 600 e 800 euro nelle regioni meridionali. E proprio nelle grandi città del Sud, la morosità praticamente è la regola. A Catania nel 2006 non ha pagato l’affitto il 92,5% degli inquilini, a Cosenza il 75,3%, a Roma il 41,2%, a Palermo il 34,7 per cento.
Anche la mappa dell’abusivismo mostra due Italie. A Bergamo, Cremona e Parma nemmeno un alloggio popolare è occupato da chi non ne ha diritto. A Torino sono appena un centinaio, lo 0,3 per cento. A Palermo è abusivo un inquilino su 4, a Catania uno su 5, a Roma l’11,1 per cento. E una volta riusciti a dormire una notte, nella maggioranza dei casi ci si riesce a dormire per sempre. Regolari o no, in questo non c’è differenza. A Roma l’anno scorso l’Ater ha scoperto che ben 7.185 «assegnatari» avevano un reddito superiore a 41mila euro. Provate voi a mandarli fuori. Tanto per la Cassazione non è reato “OCCUPARE UNA CASA POPOLARE”, (35580/07).
PARLIAMO DI CREDITO NEGATO ALLE IMPRESE.
Le piccole e medie imprese, in particolare quelle meridionali, non solo hanno difficoltà nell’accesso al credito, con aggravio di garanzie, ma addirittura di mantenimento dei prestiti bancari in essere. E’ quanto emerge nella ricerca condotta da quattro atenei italiani in collaborazione con Confindustria.
Nello studio si legge anche che, oltre ai tagli ai finanziamenti, sono iniziate le richieste di rientro da parte delle banche. La situazione è critica al Sud, dove il costo del denaro è superiore del 2-2,5 per cento rispetto al Centro-Nord e dove le imprese arrivano a pagare oneri finanziari superiori fino al 20 per cento.
PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO.
Rapporto Eurostat: altro che centro per l'impiego o ufficio di collocamento, in Italia, il lavoro si cerca tramite un intermediario. Il 76,9 % chiede aiuto a amici, parenti o sindacati. In Europa la media è del 68,9 %. La diffusione di curriculum invece è tra le più basse (63,9 %). Solo il 31,4 % infine, fa affidamento sugli annunci che compaiono sulla stampa o sul Web.
In Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro si affidano a un intermediario che può essere un parente o anche un sindacato. Ricorrere a chi si conosce già è, così, la prima strada che si percorre per trovare un posto.
A certificare le "usanze" degli italiani a caccia di un impiego è Eurostat nel rapporto 'Methods used for seeking work', secondo dati aggiornati al secondo trimestre del 2011. Nella Penisola chi bussa alle porte di amici, parenti o sindacati è, infatti, pari al 76,9%, una quota superiore alla media dell'area euro (68,9%), a quella dell'Unione europea nel complesso (69,1%) e soprattutto circa doppia a confronto con quella di Paesi come Germania (40,2%), Belgio (36,8%), Finlandia (34,8%). Anche se nel Vecchio continente c'è chi fa peggio, è il caso della Grecia (92,2%), ma pure di Irlanda e Spagna. Nell'Unione europea, inoltre, si fa molta pubblicità del proprio curriculum, del proprio percorso di studi, (68,8% Ue 17 e 71,5% Ue 27), una modalità che viene anche seguita in Italia, ma con una percentuale inferiore (63,9%), tra le più basse, in particolare a confronto con Irlanda e Slovenia, dove quello che Eurostat definisce come lo Study advertisement è praticato da più di nove persone su dieci in cerca di lavoro. L'Italia risulta anche tra i Paesi che meno fanno affidamento agli annunci di lavoro che compaiono sulla stampa o sul web, con solo il 31,4% che si rende disponibile a una precisa prestazione o risponde a un'offerta di impiego. Insomma, gli italiani credono poco nei contatti a distanza e privilegiano di gran lunga gli approcci diretti e informali. Non a caso è anche al di sotto dei valori medi europei la quota di coloro che si rivolgono ad operatori istituzionali, come i centri pubblici per l'impiego (31,9%), addirittura l'Italia è penultima nell'eurozona, alle spalle solo di Cipro, con una forte distanza dalla Germania (82,8%). Un discorso simile vale per i centri privati di impiego, come possono essere le agenzie del lavoro. In generale, in tutta Europa chi contatta soggetti privati per essere assunto è una minoranza, ma in Italia la fetta è ancora più risicata (18,0%). Tornando alle preferenze degli italiani, la seconda via scelta per trovare un'occupazione consiste nel chiedere direttamente al datore di lavoro; sempre secondo le tabelle di Eurostat oltre sei persone su dieci in cerca si rivolge al principale. Molto probabilmente si tratta di una modalità favorita dalla struttura produttiva del Paese, con tantissime piccole e medie aziende, dove, quindi, è più facile entrare in rapporto con i 'capi'.
Il sospetto già lo avevamo, ma ora arriva anche la certificazione dell'Eurostat. Nel Belpaese tre persone su quattro, quando devono cercare un posto di lavoro, bussano alla porta di amici, parenti o sindacati: qualcuno che possa dargli una mano. Insomma, qualcosa di molto simile al nepotismo, almeno nei casi in cui ci si rivolge ad amici e parenti nella speranza, magari, di avere accesso a una corsi preferenziale, una spintarella che possa lubrificare gli ingranaggi del mercato del lavoro. Il 76,9% degli italiani sceglie questa strada, una quota superiore alla media del continente (68,9%) e doppia rispetto a Germania (40,2%), Belgio (36,8%), Finlandia (34,8%). Tanti ma, secondo i dati diffusi dell'istituto di statistiche, non siamo neppure sul podio. Fanno peggio di noi Irlanda e Spagna e sul primo gradino del podio troneggia la Grecia. Atene stravince: il 92,2 per cento di chi cerca un posto di lavoro non prova nemmeno a seguire i metodi tradizionali.
Ufficio di collocamento, annunci su giornali e siti web o invio a raffica di curriculum? Neanche per sogno: si suona il campanello di amici e parenti già sistemati. Tutta una questione di metodo e di curriculum. In Europa si presta molta attenzione alla diffusione delle proprie conoscenze e del percorso di studi, in Italia no. Emerge anche questo dai dati dell'Eurostat: solo il 63,9 per cento dei nostri connazionali pubblicizza le proprie credenziali. Perché? Per sfiducia nei confronti degli annunci, innanzitutto, ma anche perché molto spesso non si è disposti ad accettare lavori che richiedano una precisa prestazione. E anche in questa abitudine siamo nella parte bassa della classifica europea.
Non solo chi cerca lavoro, ma anche chi offre lavoro si affida alla conoscenza diretta.
Altro che curriculum 6 aziende su 10 assumono in base alle conoscenze. Secondo l'ultima indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel 2010 6 aziende su 10 hanno usato il canale della "conoscenza diretta e segnalazioni personali". Infatti, per assumere, le imprese preferiscono affidarsi a conoscenze personali piuttosto che a curriculum, società di lavoro interinale o centri per l'impiego. Secondo l'indagine, nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione del personale hanno fatto ricorso al cosiddetto canale informale, "conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali", attraverso conoscenti o fornitori. Soprattutto, rispetto all'anno precedente l'utilizzo del canale informale ha registrato un forte aumento, passando al 61,1% dal 49,7% del 2009. "Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati: la conoscenza diretta, magari avvenuta nell'ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage, e il rapporto di fiducia da essa scaturito diventano quindi premianti ai fini dell'assunzione", si legge nel rapporto. Nel 2010 è anche cresciuto il ricorso da parte delle imprese a strumenti interni, ovvero alle banche dati costruite dalle stesse aziende sulla base dei curriculum raccolti nel tempo (al 24,6% dal 21,5%), ma la quota resta limitata a poco più di due imprese su dieci. Perdono invece terreno le modalità di reclutamento "tradizionali" (annunci su quotidiani e riviste specializzate), preferite solo nel 2,3% dei casi. Sono pochissime e in diminuzione anche le aziende che utilizzano intermediatori istituzionali, come società di lavoro interinale, di selezione (5,7%) e quelle che si affidano a operatori istituzionali, ovvero ai centri per l'impiego (2,9%). Ma se si guarda alla dimensione d'impresa il quadro cambia, dopo i 50 dipendenti le aziende iniziano a fare più affidamento sulle loro banche dati interne e a basarsi sul curriculum. Ecco che, quindi, al crescere della dimensione d'impresa il rapporto diretto del candidato con il datore di lavoro o tramite conoscenti perde importanza. Basti pensare che nelle realtà con più di 500 dipendenti il ricorso al canale informale scende al 10,2%, mentre l'utilizzo di strumenti interni sale al 48,9%.
Il dato più preoccupante, che emerge dal monitoraggio delle politiche occupazionali e del lavoro da parte del Ministero del Welfare, è quello relativo alla qualità del servizio offerto, che mostra come solo il 24 % di chi cerca lavoro si rivolge ai centri provinciali per l'impiego e di questi solo il 4% dell'utenza che si rivolge ai servizi pubblici per trovare un'occupazione, vede soddisfatta la propria richiesta, contro il 30% di coloro che si rivolgono ai privati. La riflessione più interessante che esce dal monitoraggio è, però, un'altra. Non si tratta di stabilire se vinca il pubblico o il privato, bensì di capire di che tipo di servizio ha bisogno l'utenza. In Italia è proprio il sistema dell'intermediazione a non essere decollato, perché quello che funziona è il metodo fai da te. E questo sia a causa delle caratteristiche del tessuto imprenditoriale, sia per questioni di cultura. Le azioni più diffuse sono, infatti, quelle "private": colloqui di lavoro o selezioni spontanee, annunci o inserzioni su giornali o internet, invio domande di lavoro o curriculum, contatti tramite parenti, amici, conoscenti o sindacati. Nell'eccesso di offerta e in presenza di scarsità di domanda lì emerge l'adattabilità italica con lo scavalco furbesco del concorrente: attraverso l'uso della "Raccomandazione".
Wikipedia dà una definizione di “Raccomandazione”, fenomeno sociale impossibile da debellare in periodi di crisi economica e morale. Si sceglie di adottare questo rimedio per superare illegalmente tutti i candidati a ricoprire un impiego, o un incarico, o un appalto a numero limitato, pubblico o privato, professionale o istituzionale.
La raccomandazione proposta in ambito privato, se adottata, danneggia l’azienda quando la selezione non sceglie il migliore tra i candidati possibili. Vi può essere reato.
Si concretizza il reato di concussione nel caso in cui un amministratore comunale, anche se non ha direttamente un potere gestionale, invita un imprenditore ad effettuare assunzioni di dipendenti da lui segnalati in una iniziativa commerciale che si sta realizzando e minaccia ripercussioni negative sulle autorizzazioni che il comune deve rilasciare alla nuova attività nel caso negativo. Il reato matura anche nel caso in cui venga assolto il coimputato cui è attribuito un ruolo amministrativo importante e che è direttamente dotato del potere di rilasciare o meno tali assunzioni, cioè in presenza di una assoluzione del sindaco o di un assessore. Ed infine non osta alla maturazione del reato il fatto che l’amministratore condannato non sia dotato in via diretta ed immediata del potere di rilasciare l’autorizzazione, ad esempio perché presidente del consiglio comunale: risulta essere sufficiente il fatto che le minacce di ripercussioni negative sulla iniziativa commerciale risultino essere concretamente credibili e quindi tali da determinare un condizionamento concreto nelle scelte dell’imprenditore. Possono essere così riassunti i più importanti principi fissati dalla Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 38617 del 5 ottobre 2009. Si deve soprattutto sottolineare che la pronuncia assume un notevole rilievo, perché stabilisce che per la maturazione del reato non è necessario che le minacce provengano personalmente da un amministratore, cui sono attribuiti compiti amministrativi diretti ed immediati sulla materia oggetto della autorizzazione da parte del comune, ma è sufficiente che queste minacce abbiano una rilevante probabilità di essere concretamente realizzate.
Per quanto detto, la Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza nr. 38617 del 5 ottobre 2009, ha affermato che, fare pressioni su qualcuno, sfruttando la propria posizione o la propria autorevolezza, per agevolare l’assunzione di terze persone, può integrare gli estremi del reato di concussione. Il caso ha riguardato un Signore di Afragola (NA) che, in primo grado è stato condannato alla pena (condizionalmente sospesa) di due anni di reclusione per tentata concussione, perché, approfittando della sua qualità di presidente del consiglio comunale di Afragola, aveva esercitato ripetute pressioni sui responsabili di un ipermercato di prossima apertura, per “agevolare” l’assunzione di 250 persone nominativamente segnalate, prospettando in caso contrario, la frapposizione di ostacoli all’avvio del centro commerciale. Successivamente, la corte di Appello di Napoli, lo assolveva dal reato. La Procura ricorreva in cassazione. La Suprema corte ha affermato che per aversi il reato di concussione è necessario che “il comportamento abusivo sia idoneo a creare nel soggetto passivo uno stato intimidatorio”. Aggiunge la Corte che questo illecito si configura anche nel caso in cui il pubblico ufficiale si attribuisca poteri estranei alla sua competenza. In pratica, “è sufficiente che la qualità soggettiva dell’agente renda credibile l’esistenza di una specifica competenza di fatto.
La raccomandazione in ambito pubblico, è proposta da un soggetto privato o istituzionale, ma per avere conseguenza giuridica deve essere percepita ed adottata da un Pubblico Ufficiale, che pone in essere atti illegali al fine di produrre gli effetti sperati nella Pubblica Amministrazione. Ciò si concretizza nell’avvantaggiare qualcuno in pubblici incanti o in pubblici concorsi, ma il vero danneggiato è il sistema pubblico: non vi è cooptazione dei suoi elementi secondo imparzialità e meritocrazia, inficiandone la sua efficienza. Molti sono i reati commessi.
Vi è il “Falso”, perché nei verbali pubblici si attesta una valutazione non veritiera o fatti inesistenti.
Vi è l’ “Abuso di ufficio”, perché si adotta un atto illegale con violazione di norme di legge, con cui si avvantaggiano soggetti non meritevoli, danneggiandone altri.
Vi è la “Corruzione” e la “Concussione”, perché vi è sempre un interesse e un vantaggio economico, spesso reciproco.
Vi è l’ “Associazione a delinquere”, perché si è in tanti ad essere partecipi. Ecc. ecc.
Insomma, dovrebbe essere equiparata alla turbativa d'asta, in quanto mi si dovrebbe spiegare qual'è la differenza tra un concorso truccato ed un appalto truccato.
Si soprassiede sul fatto, non marginale, sul perché non si ravvisi il reato di associazione di stampo mafioso istituzionale, per il sol fatto che vi è sopraffazione ed omertà in atti pubblici, con il vincolo associativo dei Pubblici Ufficiali.
Per RACCOMANDAZIONE si intende, comunemente, un'azione o una condizione che favorisce un soggetto, detto raccomandato, nell'ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, cioè indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto raccomandante o sponsor, il quale esercita un'influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato. Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distorte dalle raccomandazioni sono i concorsi pubblici, le procedure di selezione del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale, o qualsiasi procedura dove si valuta l'idoneità o la competenza di un soggetto in un determinato ambito professionale o culturale.
Caratteristica fondamentale della raccomandazione, dunque, è che agisce su queste procedure introducendo un criterio di valutazione estraneo ai loro criteri logici ordinari, che dovrebbero puntare a scegliere i più preparati e i più idonei. Questa caratteristica la distingue da altre pratiche apparentemente simili, ma eticamente legittime e socialmente funzionali, come la presentazione di un allievo, da parte di uno scienziato a un altro scienziato, affinché l'allievo prosegua con il secondo scienziato il percorso di ricerca già intrapreso con il primo. In questo caso, infatti, l'azione dello scienziato "raccomandante" non prescinde affatto dalla qualità del "raccomandato", testata appropriatamente attraverso l'esperienza di ricerca. Per sincerare l'esistenza di una vera "raccomandazione", occorre dunque comprendere la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti, e chiarire se la natura di questi rapporti sono tali da introdurre, nel processo di valutazione, criteri estranei a quelli del merito e della capacità del valutando.
Nella raccomandazione esplicita (o raccomandazione propriamente detta) lo sponsor o raccomandante è sempre formalmente estraneo alla procedura di valutazione, e può indirizzare una semplice segnalazione a uno o più decisori coinvolti nella procedura di valutazione (raccomandatari). In tal caso si può anche parlare di menzione raccomandativa, che spesso viene descritta dal raccomandante con l'espressione "ho fatto il nome di....". Se invece il raccomandante esprime una schietta richiesta di favore o di aiuto, indirizzata ai raccomandatari, allora si può parlare di raccomandazione esortativa.
La raccomandazione implicita (o raccomandazione impropriamente detta) è invece una proprietà del soggetto valutato, che lo lega a un soggetto terzo o a un decisore (rapporto di amicizia, parentela, appartenenza politica, esperienze pregresse) e che può influenzare il processo di valutazione anche senza che un'azione vera e propria venga compiuta per distorcerlo.
Nel caso della raccomandazione esplicita, o anche nel caso della raccomandazione implicita se il raccomandante e il raccomandatario non coincidono, è frequente ravvisare un legame tra raccomandante e raccomandatario che espone il secondo all'influenza del primo, per meriti acquisiti dal raccomandante presso il raccomanadatario, per un rapporto di potere che il raccomandante può esercitare sul raccomandatario, per il prestigio e la reputazione del raccomandante, o per una qualsiasi proprietà del raccomandante da cui il raccomandatario attende vantaggi. Dello stesso tipo possono essere inoltre i legami tra raccomandato e raccomandante: se sussiste un rapporto di parentela tra i due, la raccomandazione è un aspetto del nepotismo. Se invece sussiste un rapporto politico, che spesso si traduce in consenso elettorale a favore del raccomandante, la raccomandazione rientra nella fenomenologia del clientelismo.
Dunque nella "pratica di raccomandazione" si ravvisano almeno tre soggetti. Nel caso della raccomandazione implicita, il raccomandatario non ha un ruolo attivo, ma nondimeno esercita la sua influenza.
Il raccomandante: colui che, sfruttando la propria posizione sociale e il proprio potere, compie l'azione del raccomandare.
Il raccomandato: colui che gode della raccomandazione e della posizione di vantaggio che ne consegue.
Il raccomandatario: colui che riceve la raccomandazione e, dunque, la segnalazione del soggetto da favorire.
La raccomandazione, anche detta informalmente "spintarella", può essere ulteriormente distinta in raccomandazione a spinta e raccomandazione a scavalco.
Nel caso della raccomandazione a spinta, la procedura di valutazione non è di tipo competitivo. I valutandi, in altre parole, non competono per l'accesso a un bene scarso, quindi non si forma una graduatoria con i partecipanti alla procedura di valutazione. E' il caso, ad esempio, degli esami scolastici o universitari. In questo caso, la raccomandazione danneggia il sistema sociale nel suo insieme, ma non presenta "controinteressati" specifici i cui diritti sono lesi.
Nel caso della raccomandazione a scavalco, i valutandi vengono inseriti in una graduatoria, in quanto competono per l'accesso a opportunità di numero limitato (ad esempio l'assunzione in un ente pubblico). In questo caso, la raccomandazione, oltre a danneggiare il sistema sociale sfavorendo la selezione dei più meritevoli e capaci, danneggia direttamente i valutandi non raccomandati.
La distinzione tra raccomandazione a spinta e raccomandazione a scavalco è spesso sfumata, in quanto gli esiti di procedure di valutazione non competitiva possono essere utilizzati per procedure di selezione: ad esempio, l'assegnazione di borse di studio può dipendere dai voti d'esame, la graduatoria di un concorso pubblico può dipendere dal voto di laurea. In questo senso, pressoché ogni raccomandazione a spinta ha il potenziale per sostanziarsi in una raccomandazione a scavalco, sebbene gli effetti siano in prima battuta meno prevedibili e specifici. Nel caso della raccomandazione a scavalco, invece, i danni di natura morale e patrimoniale inflitti ai valutandi non raccomandati sono immediatamente tangibili.
La raccomandazione è in Italia una pratica molto diffusa, soprattutto per l'accesso al pubblico impiego, come segnalano molte vicende di cronaca. La trasmissione "Mi Manda Raitre" segnalò molti casi di raccomandazioni a vantaggio di candidati del concorso per titoli e per esami del 2000, rivolto ad aspiranti insegnanti, supplenti in attesa di cattedra e neolaureati. Caso che rimbalzò sui primi titoli del Times e fece il giro del mondo. In quel caso, si parlò soprattutto di regali da parte dei raccomandati a membri delle commissioni esaminatrici, spesso consistenti in pellicce e gioielli. Non da meno sono gli scandali esplosi sui concorsi a numero chiuso per accedere alle università, ovvero le forme di baronie accademiche. Meno note alla pubblica opinione sono le questioni attinenti ai concorsi pubblici che attengono l'abilitazione professionale dell'avvocatura e del notariato o dell'università, oltre che quella più scabrosa per accedere in Magistratura. Investiti delle denunce sui concorsi farsa sono i Magistrati, che con gli avvocati e i professori universitari fanno parte, come componenti necessari, di tutte le commissioni di esame per l'accesso ai rispettivi ordini professionale. Invalidare un concorso pubblico significa invalidarli tutti, in quanto il sistema concorsuale è marcio dal punto di vista oggettivo, così come molteplici interrogazioni parlamentari e sentenze amministrative hanno dimostrato. Ammettere ciò significa palesare il degrado morale di una società civile la cui classe dirigente non merita di essere tale. Ma muoversi dal punto di vista penale significa inficiare la credibilità delle categorie nominare. Per questo non si può, nonostante la riforma dell'esame forense del 2003 ha attestato quanto si cerca di censurare: fuori i consiglieri dell'ordine degli avvocati dalle commissioni esaminatrici e gli scritti corretti da avvocati, magistrati e professori universitari di altro distretto di Corte d'Appello, sorteggiato, questo perché si raccomandava a iosa. In seguito nulla è cambiato. A questo punto per il sistema è più facile tacitare e perseguitare il dr Antonio Giangrande, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, autore del libro "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo" ed autore di centinaia di articoli-denuncia pubblicati da moltissime testate nazionali ed estere. Egli da anni denuncia al mondo il sistema illegale di accesso e di abilitazione alla classe dirigente italiana, non assicurandole la meritocrazia, foriera di inefficienza. Per questo per decenni non gli è stata resa un'abilitazione forense, chiaramente meritata, oltre che essere perseguito per reati inesistenti.
Il meccanismo della raccomandazione "va a buon fine" quando tutti i soggetti coinvolti agiscono di concerto. Spesso le relazioni tra i soggetti qui descritti sono sostenute da trasferimenti di denaro e/o altre prestazioni. Quando la raccomandazione ha buon esito e il candidato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall'ex raccomandatario un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall'accesso. La raccomandazione viaggia spesso attraverso circuiti familiari (nepotismo): un parente può essere favorito da un membro della stessa famiglia che occupa una posizione importante in seno a un istituto della pubblica amministrazione, un ente privato o una struttura confessionale, se in tali istituzioni esistono soggetti in grado e propensi a favorire dei loro protetti e manchi la vigilanza delle istituzioni.
Questa pratica danneggia quindi meritocrazia e efficienza, che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni e della gestione: l'accesso di nuovi assunti non in grado di assolvere ai requisiti richiesti può causare una diminuzione o un danno alla produttività e all'efficienza di una struttura, mentre in molti casi la macchina burocratica della stessa diventa più lenta per la presenza di personale assunto ad hoc in numero eccedente rispetto alle necessità effettive. Talvolta il raccomandatario, se in una posizione molto influente, può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui per posizioni per esaudire le necessità del raccomandato.
Nel caso della raccomandazione clientelistica nel settore pubblico, ulteriore danno alla pubblica amministrazione proviene dal rapporto di riconoscenza che lega il raccomandato al raccomandante: se la Costituzione della Repubblica Italiana pone i dipendenti pubblici "al servizio della Nazione", il raccomandato potrebbe invece servire l'interesse particolare del raccomandante politico-clientelare, venendo talvolta a configurare un rapporto di lavoro subordinato, di fatto, non più con l'ente pubblico che eroga la retribuzione (e quindi con la comunità di cittadini che finanzia l'ente pubblico), ma con il raccomandante o con la parte politica del raccomandante. I raccomandanti, in alcuni casi, potrebbero contare sul dipendente pubblico come su una propria risorsa privata da utilizzare per le attività di partito o addirittura personali o familiari dei raccomandanti, sebbene a spese dei contribuenti.
A sua volta, laddove si manifesta, l'inefficienza della macchina burocratica (personale eccedente assunto senza effettive necessità, leggi errate, conflitti tra leggi regionali e statali ecc.) può rendere molto difficile l'accesso al posto di lavoro da parte del candidato avente i requisiti necessari. I cavilli legali, la lunghezza delle pratiche da espletare, possono creare così una competizione al ribasso che spinga un dirigente poco onesto a risolvere i problemi occupazionali di un candidato particolare piuttosto che di un altro in possesso di titoli uguali o maggiori del favorito.
La domanda di posti di lavoro aumenta con l'incertezza istituzionale: leggi e decreti che scadono al cadere di una legislatura, o concorsi istituiti una tantum per volontà di un singolo governo o di una singola amministrazione, non ripetuti a scadenze precise di tempo possono aggiungersi ai problemi già elencati. Le vessazioni burocratiche illegali (ad es. richiesta di documenti o certificati di identità o idoneità laddove la legge prescrive l'autocertificazione personale), la complicazione delle procedure burocratiche (eccessiva documentazione da compilare, difficoltà dei moduli di iscrizione e mancanza di personale, insufficienza delle strutture addette ad assistere i candidati nell'espletamento delle pratiche, la mancanza o insufficienza di informazioni atte alla preparazione del candidato possono scoraggiare ulteriormente chi non goda di sostegni particolari all'interno dell'istituzione in questione.
Per tutti questi aspetti, le raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale, che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incentivando la "fuga dei cervelli", minando la competitività del sistema produttivo, incentivando l'inefficienza, gli sprechi e l'illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un'atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio.
Dorothy Louise Zinn, con il suo libro, “La raccomandazione, Clientelismo vecchio e nuovo”, parla di un tema sempre attuale.
Secondo una radicata tradizione di studi antropologici, ormai largamente acquisita anche dal senso comune, il clientelismo è uno dei caratteri costitutivi della realtà del nostro Mezzogiorno. Ad esso viene strettamente connessa l'idea della raccomandazione, cioè di una qualche forma di relazione sociale tesa a «forzare le regole», e che va dalle più piccole e innocue richieste di favori, fino alle forme più gravi di sopraffazione e stravolgimento delle regole. Ma la raccomandazione è davvero, e soltanto, un fatto meridionale? Tutta la vicenda di Tangentopoli in Italia, così come le crisi economiche dell'Asia e della Russia, o lo scandalo che ha investito in Germania il partito dell'ex cancelliere Kohl, indicano che i tempi sono maturi per una riconsiderazione del clientelismo.
Sarà pure spregevole, ma è quanto mai necessaria. La raccomandazione è una pratica così diffusa nel malcostume nostrano da essere elevata a sistema, a ideologia pura. Il 58% degli italiani, infatti, secondo la rivista Focus, approva la spintarella come strumento di promozione senza differenze tra maschi e femmine. L'Italia si conferma paese dove il nepotismo e la "segnalazione" hanno basi abbastanza solide e così la percentuale si alza di molto quando si tratta di chiedere una raccomandazione per parenti o amici. Secondo l'indagine della rivista si arriva al 72% per gli uomini e addirittura all'80 per le donne. La meritocrazia non gode di ottima salute in Italia. E ormai la credenza che la raccomandazione sia un atto dovuto sta egemonizzando l'opinione pubblica e la gente comune. Nel familismo all'italiana sembra non si possa proprio negare un favore a nessuno. I centri di potere che creano clientele sono molteplici (politica, magistrati, avvocati, mondo ecclesiastico) ciascuno in grado di assicurare un posto al sole. Sono in pochi a credere nella mobilità sociale, così meglio affidarsi a prassi consolidate. Così all'intervistatore che chiede: “Raccomandereste il figlio, inetto, di un amico che vi ha fatto un grosso favore?”, il 41% ha risposto in modo affermativo aggiungendo, “senza insistere”. Ma solo il 10% degli intervistati ne sconsiglierebbe l'assunzione.
Sarà cambiata lei, ma i raccomandati no, quelli ci sono sempre. Almeno uno su due, è la conclusione di una ricerca dell’Isfol. E per un’indagine dell’Eures quasi il 60% dei ragazzi con meno di 20 anni hanno le idee chiare sul loro futuro, convinti come sono che il fenomeno della raccomandazione sia in aumento.
Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto "Generare classe dirigente" della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti. Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte "molto" e "abbastanza" hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa "migliorare le condizioni del Paese". E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte "poco" e "per nulla apprezzato" relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.
La raccomandazione non tramonta mai. Il male italiano resta radicato con forza nella nostra realtà lavorativa e non accenna a indebolirsi. E' quanto risulta da un sondaggio realizzato dall'istituto ricerca Swg e diffuso durante un convegno a Lamezia Terme sul tema "La nuova politica del quadro strategico nazionale: l'istruzione motore dello sviluppo". Secondo l'indagine 9 italiani su 10 credono che per trovare lavoro serve conoscere la persona giusta. Sono l'89% degli interpellati a dire dunque che la vecchia raccomandazione serve ancora, eccome, per trovare un'occupazione in Italia.
Al Sud solo un laureato su quattro trova lavoro e solo grazie alle "conoscenze". Lo rivela uno studio della «Rivista Economica del Mezzogiorno», trimestrale della Svimez. Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud, a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel Sud infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma solo «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perché ricca, ma pure perché inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso: «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita».
Recenti inchieste giudiziarie hanno smascherato centinaia di casi di privilegio e favoritismi, costruiti scientemente. La raccomandazione è il metodo più rapido per ottenere risultati. Che denoti una scarsa cultura della legalità, o un impatto sociale devastante non sembra interessare più di tanto. Del resto in situazioni di ristrettezza e di vacche magre, la spintarella rimane un valido appiglio per andare avanti con la proverbiale arte dell'arrangiarsi, del tirare a campare, del machiavellismo specioso. Come dire: ognuno usa i mezzi di cui dispone. Con buona pace dei sociologi che lanciano strali contro le sponsorizzazioni gonfiate e pontificano sul declino dell'etica, sul clientelismo, sul familismo amorale.
I PARENTI ECCELLENTI DELLA POLITICA: DALLE DINASTIE PERPETUE A CHI 'SISTEMA' I FIGLI NEGLI UFFICI O LE MOGLI IN PARLAMENTO.
Un fenomeno davvero curioso, che in politica si verifica con una frequenza strabiliante, è quello dell’ereditarietà. E’ curioso perché nello sport, per esempio, non accade con eguale sistematicità. Quanti grandi calciatori o sciatori o automobilisti hanno generato eredi capaci di eguagliarli e magari superarli? I casi si possono contare sulle dita di una mano. In politica, al contrario, non è così. Evidentemente, i geni si tramandano meglio quando si sta seduti su una comoda poltrona in Palamento, che quando occorre correre dietro una sfera di cuoio o su un bolide di Formula1. Chi di voi, infatti, sapeva che l’ex premier Massimo D’Alema è figlio di un ex deputato del Partito comunista italiano, Giuseppe D'Alema?
L’ex primo ministro – l’unico della storia italiana a provenire dalla sinistra – non è tuttavia l’unico prototipo del darwinismo applicato alla politica. Particolarmente articolata, infatti, è la dinastia dei Veltroni.
Walter è figlio di Vittorio Veltroni, radiocronista Eiar e poi dirigente della Rai, scomparso quando lui aveva appena un anno. Sua madre, Ivanka Kotnik, era figlia dello sloveno Ciril Kotnik, ambasciatore del Regno di Jugoslavia presso la Santa Sede, che dopo l'armistizio del 1943 aiutò numerosi ebrei romani a scappare dalla persecuzione nazifascista. Walter, bocciato in prima superiore – quasi un precursore rispetto a Renzo Bossi - nel 1973 ha ottenuto il diploma in cinematografia e televisione. In particolare, si è distinto per avere sfasciato il centrosinistra, defenestrando Romano Prodi – l’unico capace di battere sempre il Cavaliere - e guidando il Pd alla disfatta nelle politiche del 2008.
Proprio Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio, ex ministro dell’era Andreotti e presidente storico dell’Iri, ha un fratello maggiore, Vittorio, che siede all’Europarlamento. La loro dinastia impera anche all’Università di Bologna. Vittorio è stato docente di fisica, Romano vi insegna ancora economia.
Giorgio Franceschini, padre del ferrarese Dario - anche lui leader per nulla indimenticabile del Pd, dopo il fallimento di Veltroni - fu partigiano bianco e deputato per la Democrazia cristiana durante la II Legislatura, dal 1953 al 1958.
Rosa Russo Jervolino, ex ministro dell’Interno e sindaco di Napoli, è figlia di Angelo Raffaele Jervolino, ex esponente del Partito popolare e della Dc, firmatario della costituzione, deputato, senatore e ministro di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e Aldo Moro.
Il deputato messinese del Pd ed ex sindaco di Messina, Francantonio Genovese, è nipote dello storico numero uno della Dc siciliana, Nino Gullotti, a suo tempo pluriministro della Repubblica, e figlio dell’ex senatore della Balena Bianca, Luigi genovese. Altro figlio d’arte messinese è il senatore Gianpiero D’Alia, coordinatore siciliano dell’Udc e capogruppo a palazzo Madama. Suo padre, Totò, è stato per anni un pezzo da novanta della Dc.
“Circondato” da politici o comunque da militanti è Piero Fassino, altro esponente di spicco del Pd, più volte ministro e segretario dei Ds dal 2001 al 2007. È sposato dal 1993 con Anna Maria Serafini, deputata del suo stesso partito dal 1987 al 2001 e senatrice dal 2006. Nel 2008, stranamente, è stata eletta in un collegio della Sicilia, sebbene lei sia nata - il 4 marzo 1953 - a Piancastagnaio (provincia di Siena) e sia residente a Roma. Probabilmente avrà trovato nell’isola un posto disponibile sul treno per palazzo Madama. Il nonno materno di Piero Fassino, Cesare Grisa, fu uno dei fondatori del Partito socialista italiano. Quello paterno venne ucciso dai fascisti nel 1944, mentre il padre, Eugenio Fassino, è stato comandante della 41ma brigata Garibaldi nel corso della resistenza.
Si sono separati come le acque al cospetto di Mosè i figli di Bettino Craxi, padre a dir poco discusso del socialismo liberale italiano. Stefania, sottosegretaria agli Esteri, ha sposato – sebbene con atteggiamento recentemente critico – la causa di Silvio Berlusconi. Bobo, fratello minore, è stato anch’egli sottosegretario agli Esteri, ma nel Governo Prodi. E ora tenta l’impresa con il riesumato Partito socialista.
Un nome decisamente altisonante e ancora più “scomodo” di quello dei Craxi è quello di Alessandra Mussolini, ex attrice e cantante e da una vita in Parlamento. L’attuale deputata del Pdl si potrebbe definire una predestinata, configurando una sorta di “incrocio” tra due famiglie di assoluto richiamo. E’ infatti figlia di Anna Maria Scicolone, sorella minore dell'attrice Sophia Loren, e di Romano Mussolini, quarto figlio di Benito.
Parenti eccellenti anche nelle forze cosiddette autonomiste. Come per esempio in Sicilia. L’ex europarlamentare e attuale governatore Raffaele Lombardo, un tempo democristiano di ferro e ora leader del Mpa, nel 2008 ha spedito a Montecitorio il fratello Angelo Salvatore, da una vita nella sua segreteria politica. Angelo, nel 2006, era stato eletto all’Assemblea regionale siciliana, salvo poi perdere la poltrona a causa dello scioglimento del governo in virtù delle dimissioni dell’allora presidente Salvatore Cuffaro.
Ma quando si parla di autonomismo non si può tralasciare l’epopea dei Bossi. Renzo, secondogenito di Umberto, dopo essere stato bocciato per ben 3 volte all’esame di Stato, nel 2009 è stato eletto in Consiglio regionale lombardo. Il primogenito Riccardo, all’inizio del nuovo millennio, è stato il portaborse – in Europarlamento – del leghista Francesco Speroni. Lo stesso è accaduto per Franco Bossi, fratello del Senatùr, che nello stesso periodo ha servito a Bruxelles un altro esponente del Carroccio, Matteo Salvini. Nessuno dei due portaborse aveva titoli giustificativi dell’incarico ma guadagnavano entrambi 12.750 euro. Mensili.
Sempre in quegli anni, il sottosegretario Maria Elisabetta Alberti Casellati, in quota a Forza Italia prima e al Pdl poi, ha assunto a capo della propria segreteria, al ministero della Salute, la figlia Ludovica. E ancora in consiglio regionale Lombardo, oltre al Trota, siede un altro parente eccellente: Romano Maria La Russa, fratello minore del ministro della Difesa, Ignazio.
E questa è solo la punta dell’iceberg. Del resto, si sa, buon sangue non mente. Anche se verrebbe tanto da chiedersi dove è finito, dopo la morte della Prima Repubblica, il “nuovo che avanza”.
"Onorevoli figli di. I parenti, i portaborse, le lobby: istantanea del nuovo Parlamento" Rinascita edizioni di Danilo Chirico e Raffaele Lupoli.
"Non possiamo avere un Paese che, quando andiamo a vedere le liste elettorali, sono tutti figli di". Luca Cordero di Montezemolo era ancora presidente di Confindustria quando, da buon manager legato alle famiglie più influenti del capitalismo italiano, prima del voto ha voluto ribadire l'importanza della meritocrazia e della concorrenza in tutti i campi, anche nella politica. "Sin dalla prima elementare - ha spiegato - chiunque deve poter andare avanti se è capace, indipendentemente da come si chiama". Gli si potrebbe replicare che dipende anche da dove uno frequenta le elementari. E se ci va accompagnato dall'autista di papà o a piedi con la mamma disoccupata assieme agli altri tre fratelli. (...) Essere figli di non è reato e non è per forza sinonimo di incapacità e privilegio: per fortuna c'è anche chi eredita passione e competenza. Anche se non sempre è possibile distinguere se e quanto il successo, nella professione o nella politica, dipenda dal saperci fare o dal peso del genitore di turno.
Maria Paola Merloni, ad esempio, è laureata in Scienze politiche ed è un'imprenditrice. A 45 anni ha al suo attivo già due anni da deputato della Margherita, poi Pd. Prima di arrivare in politica è stata presidente di Confindustria nelle Marche e le sue parole d'ordine sono "innovazione e competitività". Nonostante abbia mostrato sul campo le sue doti, il suo nome lo si trova per forza di cose associato a quello del padre Vittorio, fabrianese patron della Indesit elettrodomestici e presidente di Confindustria dal 1980 al 1984. Durante la scorsa legislatura sulla prima dei quattro figli dell'industriale, membro peraltro della commissione Attività produttive, si è abbattuto un sospetto di conflitto d'interesse quando si è trattato di votare sugli incentivi all'acquisto degli elettrodomestici ecologici. (...)
Per rimanere nel ramo (figli e rottamazioni) passiamo a Matteo Colaninno, esordiente in Parlamento ma alle spalle una carriera da manager che fa spavento se rapportata ai suoi 38 anni. Prima di annunciare il suo sì a Veltroni (era capolista in Lombardia 1) si è dimesso dalla carica di presidente nazionale dei Giovani imprenditori, di vicepresidente di Confindustria e di membro del consiglio d'amministrazione del Sole 24 Ore. (...) Matteo è il numero due dell'impresa guidata da Roberto Colaninno, il gruppo Piaggio: 7.200 dipendenti, 7 stabilimenti e attività commerciali in oltre 50 paesi. La sua visione sul ruolo di operai e imprenditori nel paese è la stessa più volte espressa da Walter Veltroni: "Oggi anche le imprese non sono necessariamente soggetti forti - ha detto Colaninno all'apertura della campagna elettorale - . Bisogna capire che azienda e lavoratori devono fare parte dello stesso progetto perché il mercato non è più l'orto di casa o il confine domestico ma il mondo". (...)
Tanti imprenditori è vero, ma qualche rampollo della politica non se lo è fatto sfuggire neanche Silvio Berlusconi, nonostante un solenne annuncio dallo studio di Porta a porta, quando in apertura di campagna elettorale disse: "Nel Pd hanno messo dentro le segretarie, i portaborse e anche i figli e le figlie di. Una cosa che, posso assicurare, noi non faremo".
Fra i banchi di Montecitorio però siede anche stavolta Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco. L'ex presidente picconatore che l'8 aprile, dopo aver confermato i buoni rapporti con il Cavaliere ("non l'ho mai votato, ma sono amico suo e delle sua famiglia"), ha regalato uno "scoop" alla giornalista del Piccolo che lo intervistava: "Sarò il testimone di nozze della figlia di Berlusconi, Barbara - ha detto - E sa chi mi ha scelto? Barbara". Amicizie di famiglia a parte, l'onorevole Cossiga figlio, 44enne ingegnere aeronautico, era vice-coordinatore sardo di Forza Italia e la scorsa legislatura faceva parte della commissione Difesa di Montecitorio. (...)
Per restare ai politici figli di politici, torna in Parlamento anche Enrico Costa, figlio dell'ex ministro Raffaele, liberale finito nel Pdl, autore dei libri "L'Italia degli sprechi" e "L'Italia dei privilegi" e propugnatore della fine dei poteri speciali a regioni e province autonome. Il padre presiede la provincia di Cuneo, mentre il figlio, deputato con il Pdl, ne segue le orme a Roma.
Meno noto, ma altrettanto "figlio" il teramano Paolo Tancredi, 42 anni: suo padre è l'ex parlamentare della Dc Antonio Tancredi. Eletto al Senato nelle truppe berlusconiane ha lasciato la carica di consigliere regionale nel suo Abruzzo.
Stessa eredità e stesso partito per Mauro Pili, figlio di Domenico, socialista di Iglesias che abbandonò la politica dopo una condanna per tangenti. Il giornalista ed ex (giovanissimo) presidente della Regione Sardegna (famoso il suo discorso d'insediamento in cui citava cifre e dati relativi alla Lombardia), in campagna elettorale ha attraversato la sua regione a bordo del "treno della libertà".
Alla stazione Montecitorio Pili si è ritrovato seduto qualche posto più in là un altro figlio riconfermato, il responsabile Mezzogiorno di Forza Italia ed ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto da Maglie, Lecce. Anche suo padre Totò, democristiano di razza e concittadino (ma avversario nel partito) di Aldo Moro, è stato alla guida della Regione. Purtroppo è morto in un incidente stradale nel 1998, prima di coronare il suo sogno di candidarsi all'Europarlamento l'anno successivo, ma il giovane Raffaele, oggi 38enne, ne ha raccolto bacino di voti e voglia di gettarsi nell'agone.
A 33 anni (è nata il 23 ottobre del 1974) è al suo terzo mandato anche Chiara Moroni, figlia del parlamentare socialista Sergio, che si tolse la vita dopo che fu coinvolto nello scandalo di Tangentopoli. Dopo la morte del padre Chiara ha militato nella Federazione giovanile socialista e, aderendo al Nuovo Psi, si è candidata con la Casa delle Libertà alle politiche del 2001. Nel 2004 è stata al centro di roventi polemiche, scaturite dalle esternazioni dei deputati leghisti Alessandro Cè e Dario Galli, che avevano dichiarato: "Ci sono persone abbastanza giovani, che stanno qui non si capisce per quali meriti", alludendo chiaramente alla Moroni e ai partiti della Prima Repubblica (fra cui quello socialista), che la Lega ha spesso criticato.
L'avvocato e poi magistrato militare Daniela Melchiorre, classe 1970, il 18 maggio 2006 è stata nominata sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi. "Il governo di centrosinistra sarà fondamentale nel portare un miglioramento nella giustizia in generale. Si lavorerà in tutte le direzioni indicate da presidente del Consiglio", aveva dichiarato subito dopo la nomina. Prima di allora affiancava alla professione l'attività di vicesegretario regionale della Margherita in Lombardia. Gianni Barbacetto nel libro "Compagni che sbagliano" racconta che nel curriculum scritto da lei stessa, tra i meriti di studio e professionali, compare anche un'altra utile indicazione: "Figlia del generale della Guardia di finanza Melchiorre e nipote del cardinale Bovone". Una voce quantomeno originale, ma facile da valutare. (...)
Insospettabili le origini familiari di Maria Eugenia Roccella, neo-deputata del Pdl. Giornalista e saggista con una laurea in lettere e un dottorato di ricerca alla Sapienza, Eugenia è figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito radicale e anima dell'Ugi, Unione goliardica italiana. A lui si deve il motto dell'associazione che annoverava fra i suoi adepti Marco Pannella e Lino Jannuzzi: "Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità". (...)
Se, insomma, il Popolo delle libertà non può scagliare la prima pietra, è vero anche che il Partito democratico è stato il più criticato in campagna elettorale per la sua eccessiva attenzione alla genealogia. La medaglia d'oro per la specialità va senz'altro a Daniela Cardinale, giovane figlia dell'ex ministro delle Poste e telecomunicazioni Salvatore. (...)
Sul banco degli imputati con l'accusa di essere "figlia di" è finita anche Marianna Madia, che rivendica con fierezza un'affermazione per la quale era stata criticata da più parti: "Porto in dote tutta la mia straordinaria inesperienza". E spiega che la sua candidatura "dimostra che c'è una rivoluzione in corso". Ma di lei in campagna elettorale si è detto soprattutto che è sveglia e amica dei potenti. Per sua stessa ammissione la parlamentare romana, classe 1980 "secchionissima" laureata con il massimo dei voti, deve dire grazie a chi le ha consentito di arrivare al posto di capolista nel Lazio: dal "maestro di vita" Giovanni Minoli a Enrico Letta, "che ad una ragazzina non ancora laureata ha dato la possibilità di entrare all'Arel", il Centro studi economici promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E ovviamente a Walter Veltroni, a cui è bastato un colloquio dopo la segnalazione degli altri due padrini per decidere. "L'ho visto due volte in vita mia - si schermisce Marianna - Venne al funerale di mio padre. Tre anni e mezzo dopo mi ha telefonato per propormi la candidatura. Il padre di Marianna, Stefano Madia, era giornalista professionista. Poi decise di iscriversi a un corso di recitazione e Dino Risi lo scritturò per il film Caro papà che gli fruttò un premio come miglior attore non protagonista a Cannes. "Poi torna al suo lavoro - racconta la figlia - Ma da precario: programmista-regista in Rai. Lavora a Porta a porta, poi a Mixer, quindi fa causa alla Rai. Dopo dieci anni, due mesi fa ho ricevuto la sentenza: il giudice ordina assunzione e reintegro con giusta mansione. Perciò, in Parlamento, lo giuro: di due cose, certamente, mi occuperò. La lentezza della Giustizia e il dramma del precariato".
"La candidatura come capolista di Marianna Madia mi convince come donna e come democratica. E le parole di Marianna mi convincono ancor più che la strada del rinnovamento è davvero iniziata". Sarà solidarietà filiale, dato che Franca Chiaromonte, senatrice eletta in Campania, è figlia di Gerardo, parlamentare e dirigente comunista, numero due del partito ai tempi di Berlinguer. (...)
Ritrova il suo posto al Senato anche Sabina Rossa, 45 anni, insegnante e sindacalista: eletta nel 2006 nelle file dell'Ulivo torna a Palazzo Madama dopo l'elezione in Liguria, dove era sesta in lista. Suo padre Guido nel '79 è stato giustiziato da un commando delle Brigate Rosse in un'esecuzione che segnò l'inizio della loro fine. L'attentato era stato deciso per punire il sindacalista della Fiom-Cgil che aveva voluto denunciare l'infiltrazione in fabbrica di un brigatista sorpreso a sistemare volantini terroristici. (...)
Con Sabina Rossa, Giovanni Bachelet ha in comune il tragico destino del padre. E anche lui è stato eletto con il Partito democratico alla Camera. Le sue ricerche come fisico della materia hanno ottenuto il prestigioso traguardo di circa quattromila citazioni: ora lo scienziato arriva in un Parlamento che nella sua storia ne ha annoverati davvero pochi. (...)
Segno Pd ascendente Dc anche per Francantonio Genovese, messinese avvocato figlio del senatore Luigi e nipote del pluriministro Nino Gullotti, entrambi dello scudo crociato. L'ex deputato regionale e sindaco di Messina "decaduto" è segretario siciliano del partito ed è stato eletto alla Camera nel collegio Sicilia II (terzo in lista). Da primo cittadino della sua città, nel 2007 il neo parlamentare è stato travolto, assieme all'intero consiglio comunale, dall'annullamento delle elezioni che lo avevano eletto nel novembre 2005. Il Consiglio di giustizia amministrativa ha accolto il ricorso di un suo contendente alla poltrona di sindaco, Antonio Di Trapani, e della lista del Nuovo Psi di De Michelis, esclusi dalla competizione.
Esordio in Parlamento anche per Roberto Della Seta, romano classe 1959, responsabile Ambiente del Pd eletto al Senato in Piemonte. (...) Prima del "salto" era presidente nazionale di Legambiente, dove era entrato da obiettore di coscienza e ha lavorato per oltre dieci anni. Laureato in Storia dei partiti politici, giornalista, è autore di saggi su vari temi di storia contemporanea: l'ultimo è il Dizionario del pensiero ecologico, il primo è I suoli di Roma, scritto a quattro mani con suo padre Piero, urbanista, saggista ed ex assessore nella capitale dal 1976 al 1983 nelle gloriose giunte Petroselli e Argan. (...)
Giuseppe Berretta, eletto in testa alla lista Pd nel collegio della Sicilia orientale, ha ereditato dal padre due carriere: quella accademica e quella politica. Prima di arrivare a Montecitorio il 37enne avvocato e docente di Diritto del lavoro all'università Kore di Enna, è stato consigliere comunale all'opposizione di Scapagnini, che ora ritroverà in Parlamento, e segretario dei Ds a Catania. Il padre è Paolo Berretta, vicesindaco ai tempi di Enzo Bianco, docente universitario da sempre impegnato in politica, scomparso nel 2006.
Candidata numero 18 al Senato per il Pd in Lombardia c'era anche Ludina Barzini, giornalista, nipote di Luigi Barzini senior, figlia di Luigi Barzini jr, ha raccontato alcune vicende della sua famiglia in Barzini, Barzini, Barzini (Rizzoli 1986). E' è stata anche assessore alla cultura al Comune di Milano. Assieme a candidature di bandiera come quella della Barzini, Pd e Pdl hanno candidato anche alcuni giovani dai natali parlamentari verso il fondo delle liste. Sono ragazzi che sulla scorta dell'esperienza paterna intraprendono la formazione alla dura scuola della campagna elettorale.
Per sostenere Veltroni, ad esempio, ha cominciato a farsi le ossa Gennaro Diana figlio di Lorenzo, ex senatore proveniente dalle difficili terre di Casal di Principe, in provincia di Caserta, in Parlamento dal 1994 al 2006. Dopo tre legislature nelle fila dei Ds e in commissione Antimafia, oggi è membro dell'assemblea nazionale del Pd. Il giovane figlio era numero 26 in Campania 2. Candidatura di servizio, si dice in gergo.
Nelle truppe berlusconiane è stato invece eletto Antonino Salvatore Germanà, nato a Messina nel 1976 e piazzato al decimo posto in Sicilia 2. Conquistando quel seggio che tra Camera e Senato il padre Basilio occupava per Forza Italia dal '94 (fu lui nel 2002 a proporre una provincia autonoma per le isole minori: 53 in tutto). Per la candidatura è perfino entrato in competizione con l'assessore regionale uscente alla Cooperazione Nino Beninati. Per volare a Roma il 32enne deputato ha lasciato ben volentieri la poltrona alla Provincia di Messina, dove era assessore alla Pubblica istruzione. Le sedie che occuperà nella capitale hanno tutto un altro fascino.
Invece è un capitolo a sé l'eterno match tutto interno alla famiglia Craxi. Il botta e risposta a distanza ha toccato il punto più caldo a metà marzo, quando Michele Vittorio detto Bobo Craxi si è armato di carta e penna e ha scritto a sua sorella: "Cara Stefania, stai nel posto sbagliato". Il capolista per il Partito Socialista in Lombardia 1 e 3 ha reagito così all'iniziativa dal titolo "I riformisti craxiani e il Partito popolare europeo", svoltasi a Milano ad opera del movimento Giovane Italia di Stefania Gabriella Anastasia, meglio conosciuta come Stefania Craxi. L'operazione è chiara: la sorella maggiore era candidata del Popolo delle libertà (è stata eletta nella circoscrizione Lombardia 1). E nella formazione guidata da Silvio Berlusconi ha voluto portare con sé l'ingombrante bagaglio del craxismo, quello che fa riferimento a suo padre Bettino. Le urne hanno dato ragione a lei.
Tra non eletti anche il senatore Alessandro Forlani, figlio dell'Arnaldo del famigerato Caf (il trio Craxi Andreotti Forlani), sul quale l'Unione di centro riponeva le speranze di ottenere un seggio al Senato nelle Marche. Alessandro Forlani ha seguito fin dai tempi del Ccd le vicende politiche di Pier Ferdinando Casini, ritenuto unanimemente l'erede politico più diretto di Forlani padre. Il quale però avrebbe preferito che Berlusconi e Casini non fossero arrivati alla separazione. Poi si è rassegnato, visto che il dissenso tra Pier e Silvio è precipitato in lite. "Dico la verità, non mi aspettavo che, dopo aver fatto il patto con Fini, Berlusconi fosse così drastico con Casini". Una chiusura che a pochi giorni dal voto ha portato papà Arnaldo a dichiarare la sua preferenza: "Credo che le suggestioni e la retorica di un certo presidenzialismo abbiano reso la politica italiana meno democratica" e dunque va incoraggiata "la scelta dell'Udc di presentarsi da sola". Sarà mica perché era in gioco la rielezione del figlio? (...)
Rimane invece al Parlamento europeo Claudio Fava, 51enne figlio del direttore de I Siciliani Giuseppe, ucciso dagli uomini del clan Santapaola nel 1984. Dal padre Claudio ha ereditato molte passioni, a cominciare dal mestiere. Nel nuovo Parlamento poteva sedere con tutta tranquillità tra i banchi del Partito democratico, ma ha preferito fare il capolista con poche speranze per la Sinistra arcobaleno. Il motivo? "Mi sarei ritenuto pazzo a candidarmi capolista al Senato per il Partito democratico, avendo alle mie spalle, nella stessa lista, Mirello Crisafulli" ha detto Fava. Che all'affermazione di Casini sul fatto che "non è giusto che le liste le faccia la magistratura" ha replicato: "Infatti le liste dell'Udc le ha fatte Casini. Solo lui poteva ricandidare capolista al Senato un signore, Cuffaro, condannato all'interdizione perpetua dai pubblici uffici". E non ha risparmiato neanche Lombardo: "È un Cuffaro fresco di lavanderia".
BERRETTA, Giuseppe (1970)
Figlio di Paolo Berretta, vicesindaco di Catania negli anni '90, è avvocato e
professore universitario. Nel 2005 viene eletto consigliere comunale di Catania,
e nel 2008 entra alla Camera nelle liste del Partito Democratico.
BOSSI, Renzo (1988)
Figlio del leader della Lega Nord Umberto Bossi e soprannominato "il trota",
noto alle cronache per essere riuscito a conseguire il diploma di maturità solo
al terzo tentativo nel 2009, l'anno successivo viene eletto consigliere
regionale della Lombardia risultando il più votato nella provincia di Brescia.
CARDINALE, Daniela (1982)
Figlia dell'ex ministro Salvatore Cardinale, è laureata in scienze della
comunicazione. Nel 2008 viene eletta alla Camera con il Partito Democratico,
dopo la decisione del padre di non candidarsi con la promessa che sarebbe stata
candidata al suo posto la figlia.
CHIAROMONTE, Franca (1957)
Figlia di Gerardo Chiaromonte, parlamentare e dirigente comunista, è
giornalista. Nel 1994 viene eletta deputata con il Partito Democratico della
Sinistra, nel 2001 e nel 2006 viene riconfermata alla Camera con l'Ulivo, nel
2008 viene eletta al Senato con il Partito Democratico.
COSSIGA, Giuseppe (1963)
Figlio del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, è laureato in
ingegneria aeronautica. E' stato deputato di Forza Italia per due legislature e
nel 2008 è stato rieletto alla Camera con il Popolo della Libertà. E'
Sottosegretario alla Difesa.
COSSUTTA, Maura (1951)
Figlia di Armando Cossutta, dopo aver esercitato a lungo la professione di
medico ematologo aderisce al Partito della Rifondazione Comunista, con cui viene
eletta deputata nel 1996. Nel 1998 segue il padre nella formazione del Partito
dei Comunisti Italiani, con i quali viene eletta alla Camera nel 2001.
COSTA, Enrico (1969)
Figlio dell'ex ministro liberale Raffaele Costa, avvocato, viene eletto deputato
nel 2006 ed è rieletto nel 2008 nelle fila del Popolo della Libertà.
CRAXI, Bobo (1964)
Figlio di Bettino Craxi, è consigliere comunale a Milano fino al 1991. Nel 2000
fonda la Lega Socialista, che poi confluisce nel Nuovo PSI. Nel 2001 viene
eletto deputato nella Casa delle Libertà. Nel 2006 viene candidato nella lista
dell'Ulivo alla Camera senza essere eletto, ma viene nominato sottosegretario
agli Affari Esteri del Governo Prodi. Nel 2007 aderisce alla "costituente" che
porta alla nascita del Partito Socialista. Nel 2010 partecipa alle elezioni
regionali nel Lazio guidando una lista socialista sostiene Emma Bonino.
CRAXI, Stefania Gabriella Anastasia (1960)
Figlia di Bettino Craxi, ha fatto parte prima del Partito Socialista Italiano,
poi di Forza Italia, e infine del Popolo delle Libertà. E' Sottosegretaria di
Stato agli Esteri dal 2008.
D'ALEMA,
Massimo (1949)
Figlio di Giuseppe D'Alema, parlamentare del PCI, è deputato dal 1987. Nel 1994
viene eletto segretario del Partito Democratico della Sinistra, è Presidente del
Consiglio dal 1998 al 2000, dal 2004 al 2006 è europarlamentare, nel 2006 viene
nominato ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio nel governo
Prodi. Nel 2010 viene eletto all'unanimità presidente del COPASIR.
DI PIETRO, Cristiano (1973)
Figlio di Antonio Di Pietro, nel 2006 viene eletto consigliere provinciale a
Campobasso nelle fila dell'Italia dei Valori. Nel settembre del 2011 viene
candidato al consiglio regionale del Molise.
FITTO, Raffaele (1969)
Figlio democristiano Salvatore Fitto, presidente della Regione Puglia dal 1985
fino alla morte nel 1988, è laureato in giurisprudenza. Nel 1995 viene eletto
consigliere regionale della Puglia con Forza Italia. Nel 1999 viene eletto
eurodeputato, dal 2000 è presidente della Regione Puglia e nel 2006 viene eletto
alla Camera. Nel 2008 viene eletto deputato con il Popolo della Libertà e viene
nominato Ministro degli Affari Regionali e le Autonomie Locali.
FRANCESCHINI, Dario (1958)
Figlio di Giorgio Franceschini, partigiano e deputato democristiano, è avvocato.
Nel 1980 diventa consigliere comunale di Ferrara con la Democrazia Cristiana.
Dal 1999 al 2001 è Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle
Riforme Istituzionali. Nel 2001 viene eletto deputato con la Margherita e nel
2008 viene rieletto con il Partito Democratico, di cui è segretario nel 2009.
GENOVESE, Francantonio (1968)
Figlio del senatore Luigi Genovese e nipote del ministro Nino Gullotti, entrambi
democristiani, è avvocato e imprenditore. Nel 1998 viene nominato assessore
all'agricoltura nella giunta provinciale di centrodestra di Messina di
centrodestra. Nel 2001 viene eletto all'Assemblea Regionale Siciliana con la
Margherita, nel 2005 diventa sindaco di Messina con l'Unione, ma le elezioni
vengono annullate due anni più tardi. Nel 2008 viene eletto alla Camera nella
lista del Partito Democratico.
GERMANA',
Antonino Salvatore (1976)
Figlio del parlamentare di Forza Italia Basilio Germanà, imprenditore, nel 2008
viene eletto alla Camera con il Popolo della Libertà.
MORONI, Chiara (1974)
Figlia del parlamentare socialista Sergio Moroni, che si suicidò dopo essere
stato coinvolto nell'inchiesta Mani pulite, è laureata in farmacia. Aderisce al
progetto del nuovo PSI e nel 2001 viene eletta deputata con la Casa delle
Libertà. Nel 2006 si candida con Forza Italia e viene ripescata alla Camera. Nel
2008 viene eletta deputata con il Popolo della Libertà.
PILI, Mauro (1966)
Figlio del socialista Domenico Pili, nel 1993 diventa sindaco di Iglesias con
una lista civica e viene riconfermato alla scadenza del mandato. Nel 1999 e nel
2001 viene eletto presidente della Regione Sardegna, ma entrambe le volte è
costretto a dimettersi per il venir meno della fiducia. Nel 2001 viene eletto
deputato con Forza Italia, e nel 2008 viene di nuovo eletto alla Camera con il
Popolo della Libertà.
ROCCELLA, Maria Eugenia (1953)
Figlia di Franco Roccella, fondatore del Partito Radicale, è giornalista. Negli
anni '80 lascia il partito radicale. Nel 2008 viene eletta alla Camera con il
Popolo della Libertà e diventa Sottosegretaria al Ministero del Lavoro, della
Salute e delle Politiche Sociali.
ROSSA, Sabina (1962)
Figlia del sindacalista Guido Rossa, ucciso dalla BR nel 1979, è insegnante di
educazione fisica. Nel 2006 viene eletta al Senato con l'Ulivo, e nel 2008 viene
eletta deputata con il Partito Democratico.
SCAJOLA, Antonio Claudio (1948)
Figlio del sindaco democristiano di Imperia Ferdinando Scajola, viene eletto
consigliere comunale di Imperia nel 1980 con la Democrazia Cristiana e diventa
sindaco nel 1982 e nel 1990. Nel 1996 viene eletto deputato con il Polo per le
Libertà e nel 2001 è riconfermato con Forza Italia. Nello stesso anno viene
nominato Ministro dell'Interno, nel 2003 Ministro per l'attuazione del programma
di Governo, nel 2005 Ministro delle Attività Produttive. Nel 2008 viene eletto
alla Camera con il Popolo della Libertà e viene nominato Ministro dello Sviluppo
Economico, carica dalla quale si dimette due anni dopo.
SEGNI, Mariotto (1939)
Figlio di Antonio Segni, Presidente della Repubblica, è stato docente
universitario. Dal 1976 è consigliere regionale, parlamentare nazionale,
parlamentare europeo e Sottosegretario all'Agricoltura. Nel 1992 fonda Alleanza
Democratica, nel 1994 fonda il Patto Segni, nel 1999 fonda l'Elefantino.
TANCREDI, Paolo (1966)
Figlio del parlamentare democristiano Antonio Tancredi, ingegnere elettronico,
nel 1999 viene eletto consigliere comunale a Teramo con una coalizione di
centrodestra, nel 2001 diventa consigliere regionale dell'Abruzzo con Forza
Italia e viene rieletto nel 2005. Nel 2008 viene eletto senatore con il Popolo
della Libertà.
E poi….
Alemanno Gianni: genero di Pino Rauti (ha sposato la figlia Isabella), Gianni divenne segretario nazionale del Fronte della Gioventù quando Rauti era segretario del partito MSI (Movimento Sociale Italiano).
Bocciardo Mariella: ex moglie di Paolo Berlusconi.
Carloni Anna Maria: moglie di Antonio Bassolino. Prima consigliera comunale a Bologna, poi a Roma nella direzione nazionale PCI-PDS. Varie le collaborazioni con ministeri e le diverse realtà istituzionali. Assessore al bilancio del comune di Castellammare di Stabia, oggi nei Palazzi che contano.
Cossiga Giuseppe: figlio di Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica. Giuseppe, ingegnere aeronautico, era vice coordinatore sardo di Forza Italia e la scorsa legislatura faceva parte della commissione Difesa della Camera. Cossiga padre ha sempre tenuto a precisare di non essersi mai occupato della carriera politica del figlio, ha fatto tutto da se.
Costa Enrico: figlio dell’ex ministro Raffaele Costa PLI (Partito Liberale Italiano) passato poi al PDL. Costa padre, Presidente della Provincia di Cuneo, è stato in particolare, autore di due libri: “L’Italia degli sprechi” e “L’Italia dei privilegi”.
De Feo Diana: moglie di Emilio Fede.
Fitto Raffaele: figlio di Totò Fitto democristiano ed ex Presidente della Regione Puglia.
La Malfa Giorgio: figlio di Ugo La malfa, fondatore e leader del PRI (Partito Repubblicano Italiano). Ugo La malfa è stato deputato della costituente e ministro della ricostruzione nel dopo guerra. Giorgio è entrato in parlamento nel 1972 a 33 anni. Partito Repubblicano, Partito per l’Italia di Segni (1994), centrosinistra con L’Ulivo nella lista “Per Prodi” (1996), poi il passaggio nel PDL (Casa della Libertà).
Lanzillotta Linda: moglie di Franco Bassanini. Ministro degli Affari regionali del governo Prodi lei, ex Ministro a sua volta lui. Linda ha avuto un passato socialista, ha aderito alla Margherita e ora PD, è stata assessore al comune di Roma, funzionario del Ministero del Bilancio, Capo di gabinetto del Ministero del Tesoro e Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Franco, Ds e PD, al suo nome è legata la riforma della pubblica amministrazione. Consulente del governo francese.
Melchiorre Daniela: figlia del Generale della Guardia di Finanza Melchiorre e nipote del Cardinale Bovone. Prima avvocato e dopo magistrato militare, ha ricoperto la carica di vicesegretario regionale della Margherita in Lombardia. nel 2006 è stata nominata sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi. Nel 2007 è passata con Lamberto Dini (Movimento dei Liberaldemocratici), per poi andare nel PDL (Partito della Libertà).
Pili Mauro: figlio di Domenico Pili, socialista sardo che si allontanò dalla politica dopo qualche incidente di percorso. Giornalista, ex presidente della Regione Sardegna (famoso il suo discorso d’insediamento in cui citava cifre e dati relativi alla Lombardia).
Serafini Anna: moglie di Piero Fassino, ha sempre dichiarato di aver avuto solo svantaggi dal fatto di essere la moglie di Fassino. S’è iscritta al partito prima di Piero e prima di lui è entrata in parlamento (lei nel 1987 lui nel 1994).
Testoni Pietro: nipote di Francesco Cossiga. Giornalista, responsabile editoria di Forza Italia e uomo dello staff comunicazione di Silvio. L’Onorevole Cossiga così spiegò la parentela con Testoni: “…è mio nipote in quanto la nonna era cugina in secondo grado di mio padre…”
Veltroni Walter: figlio di Vittorio Veltroni, primo direttore di telegiornale in Italia e cronista di tutti i viaggi del Duce.
Ebbene sia. Diamo per scontato che il nostro Presidente del Consiglio abbia una vigorosa ed inesausta passione per le donne e che la soddisfi ampiamente. Quel che è certo è che non sarebbe né il primo né l’ultimo dei grandi protagonisti della storia d’Italia ad esserne felicemente afflitto.
A cominciare da tutti e quattro i “Padri della Patria”, ossia dal quartetto Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini dei nostri remoti studi scolastici. Vittorio Emanuele II, apprezzava, in particolare, le procaci contadinotte del suo Piemonte e non se ne faceva comunque sfuggire una, purché respirasse. Cavour era un impenitente libertino che passava spietatamente da un’amante sofisticata all’altra fino ad indurne una al suicidio e ad infilarne un’altra, la nota Contessa di Castiglione (che era anche sua nipote e che condivideva con il Re), nel letto di Napoleone III, propiziandovi la II e determinante Guerra di Indipendenza. Mazzini non gli era da meno, avendo disseminato nel corso dei suoi esìli nell’intera Europa, cuori infranti e figli abbandonati. E chi sa che l’eroica Anita era originariamente la moglie di un altro, e che l’”Eroe dei due mondi” seppe molto ben consolarsi della sua tragica scomparsa?
Nell’Italietta umbertina, nonostante gli ufficiali rigori vittoriani, il primo a correre entusiasticamente “la cavallina” era Umberto I in persona. Nel pieno dello scandalo della Banca Romana, Giovanni Giolitti consegnò platealmente al Presidente della Camera un “piego” in cui - tra altri documenti che lo discolpavano, inguaiando il suo avversario Francesco Crispi - c’era una lettera della moglie di questi che intimava al padrone della casa romana in cui Crispi dimorava, di “non portare più puttane a Don Ciccio”. Né Giolitti aveva a tal riguardo molte lezioni da dare, essendo anch’egli un assiduo frequentatore di bordelli, secondo peraltro un costume che soltanto l’infausta legge Merlin ha infranto.
Su Mussolini è perfino inutile soffermarsi, era quasi certamente bigamo mentre l’elenco delle sue amanti note, ed anche dei suoi figli più o meno occulti, continua ad allungarsi all’infinito. Nelle brevi pause della sua attività di governo si concedeva, con signore di passaggio, rapidissimi amplessi, nei quali, si dice, non si sfilasse nemmeno gli stivali... L’ultima e più innamorata delle delle sue amanti gli morì anche eroicamente accanto.
Delle distrazioni sessuali della prima parte della Prima Repubblica, soggetta ad una forte censura clericale, è filtrato poco, ma non tanto da nascondere – per esempio - le frequenti scappatelle di un Presidente della Repubblica come Giovanni Gronchi (mentre anche il suo futuro successore Sandro Pertini non se la passava male), o l’omosessualità di due Presidenti del Consiglio, uno dei quali pare anche legato ad un vicino Ministro e l’altro addirittura dedito in privato ai trasferimenti, prima di essere in tarda età beccato in una storia di coca. L’omosessualità era poi ampiamente diffusa tra le virago del movimento femminile della “Balena bianca”.
Né potevano prodursi in lezioni di moralità i vertici del PCI, che le loro donne ed in genere i loro cari li facevano parlamentari, alternando al riguardo mogli ed amanti, e stabilizzando negli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama fratelle et similia.
L’amante e futura moglie di Togliatti, è diventata addirittura Presidente della Camera, passando per grande donna senza che nessuno abbia mai spiegato perché. In Parlamento l’aveva preceduta la prima moglie del Migliore, poi liquidata senza troppi scrupoli insieme ad un figlio dispersosi misteriosamente in qualche casa di cura. Anche il suo successore, Luigi Longo, fece deputate prima la moglie Teresa Noce e poi la più piacente compagna; Pajetta la moglie, la compagna Miriam Mafai ed il fratello Giancarlo.
Berlinguer, più morigerato, preferì sistemare il fratello Giavanni e i due cugini Luigi e Sergio. La moglie di Occhetto, Aureliana Alberici, era inevitabilmente senatrice com’è deputata la moglie di Fassino, Anna Serafini. Anche l’un tempo bellissima Luciana Castellina era in realtà la moglie di Alfredo Reichlin, come D’Alema è il figlio della potentissima segretaria di Togliatti e di un autorevole parlamentare togliattiano, mentre nel Parlamento siede la compagna di Bassolino. E poi si scandalizzano di fronte a qualche bella euro-parlamentare altrui.
I favolosi “anni ‘80” furono segnati dai noti appetiti sessuali di Craxi e dei suoi collaboratori, mentre Cicciolina entrava trionfalmente a Montecitorio sull’onda della filosofia libertina bisex di Marco Pannella, di cui si narrano legami con splendidi dirigenti del suo Partito, uno dei quali destinato ad una luminosa carriera politica. In quegli anni conquistava per la prima volta il proscenio, un giovane poeta barese che sulla omosessualità avrebbe costruito una carriera, e che inneggiava alla libertà sessuale assoluta, senza nemmeno troppi scrupoli sull’età dei liberandi.
Nella Seconda Repubblica, Antonio Di Pietro, assegnatario a titolo gratuito negli anni gloriosi di “Mani Pulite” di una bollente garconniere al centro di Milano, è stato fotografato con una esplosiva donna dello spettacolo. Pare invece che l’unico condannato alla castità, in un mondo in cui quelli che un tempo erano “vizi privati” sono diventati costume diffuso alla luce del sole, debba essere Silvio Berlusconi, le cui debolezze verso le donne, secondo i novelli bacchettoni di una sinistra sempre più bigotta, addirittura squalificherebbero l’Italia nel mondo.
Lo svariato numero delle amanti di Kennedy ivi compresa la povera Marilyn, o la sotto-scrivania di Clinton, o le distrazioni di Re Juan Carlos e dei principi e delle principesse inglesi, o le quattro mogli ecc. di Shroeder e la lunga storia del “première dame” di Francia sono irreprensibili esempi di senso dello Stato.
Mogli, ex cognate, fratelli, figlie: il voto del 9 aprile 2006 rischia di passare alla storia come quello «dei parenti». Quasi tutti i partiti hanno presentato una valanga di candidati «di famiglia», con elezione garantita perché hanno abolito anche le preferenze, con l’annesso rischio-trombatura. Se n’è accorta perfino la Cnn: «La famiglia resta l’istituzione italiana più solida», ironizzano i giornalisti americani. Il caso più clamoroso: la moglie del segretario Ds Piero Fassino, Anna Serafini, ripresentata per la quinta volta nonostante il massimo di due legislature imposto dal partito a (quasi) tutti i propri parlamentari. Oppure Anna Maria Carloni, aspirante senatrice in Campania, regione della quale il marito Antonio Bassolino è presidente. Napoli vanta peraltro una tradizione consolidata di coniugi in politica: la presidente del Consiglio regionale Sandra Lonardo è infatti moglie di Clemente Mastella (Udeur). In Piemonte la diessina Magda Negri sta con il senatore Enrico Morando. E in Lombardia per la Margherita si presenta Linda Lanzillotta, coniugata con Franco Bassanini. «Lo scrittore Leo Longanesi sessant’anni fa propose di adottare come slogan ufficiale della Repubblica italiana il motto “Tengo famiglia”», scherza Goffredo Locatelli, autore con Daniele Martini del libro omonimo, pubblicato nel ’97. È lui il massimo esperto italiano di nepotismo, anche perchè sei anni prima aveva esordito con un altro volume, "Mi manda papà", che esaminava i legami familiari della Prima repubblica e vendette 25 mila copie. Non hanno scherzato però tutti quelli che lo hanno querelato, in primis la famiglia Necci, chiedendo un totale di dieci miliardi di lire in danni. Risultato: l’editore Longanesi ha tolto Tengo famiglia dalla circolazione, intimorito nonostante le diecimila copie già vendute. È un argomento scottante, quindi, quello del familismo in politica. Anche perché riguarda tutti gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per esempio, candida alla Camera nella circoscrizione Lombardia 1 l’ex cognata Mariella Bocciardo, già coniugata col fratello Paolo. In Sicilia il parlamentare di An Enzo Trantino fa correre la figlia Maria Novella, così come il collega di partito Orazio Santagati, che mette in pista la figlia Carmencita. I figli di Bettino Craxi si dividono equamente: Stefania a destra, Bobo a sinistra. Infine ci sono i fratelli, come Marco Pecoraro Scanio, ex calciatore e poi assessore ad Ancona e Salerno, il quale condivide con Alfonso la fede verde. L’unico sfortunato sembra essere Umberto Bossi: sua sorella Angela è sì candidata, ma contro di lui, in una lista lombarda concorrente della Lega. Sembrano lontani, insomma, i tempi del povero Paolo Pillitteri, crocifisso come «sindaco cognato» quando governava Milano per conto di Craxi. «Non è cambiato nulla dai tempi della famigerata Prima repubblica», commenta sconsolato Locatelli, «anche perché ormai la politica si è degradata a mestiere, non è più un fatto onorifico». Fra l’altro, abolito il voto di preferenza, noi elettori non possiamo neppure vendicarci bocciando il parente eccellente. Insomma, assistiamo impotenti al trionfo della nomenklatura burocratica, che si appropria in ogni modo di compensi molto alti (un parlamentare guadagna 120 mila euro annui). Occorre precisare però che, almeno nel caso delle mogli di Fassino, Bassolino e Bassanini, si tratta di signore in politica da molto tempo, le quali probabilmente avrebbero fatto carriera indipendentemente dai mariti. In altri casi, invece, la «vocazione» sembra essere maturata all’improvviso...
E pensare che fino a pochi anni fa i consiglieri comunali e provinciali percepivano soltanto qualche gettone di presenza. Oggi invece tutti, perfino gli eletti in quartieri e circoscrizioni, incassano uno stipendio fisso. L’unica consolazione viene guardando gli Stati Uniti: anche lì le dinastie familiari sembrano eterne, con cariche che passano di padre in figlio (George Bush senior e junior), tra fratelli (John, Robert e Ted Kennedy) e fra marito e moglie (Bill e Hillary Clinton).
Alle regionali del 2010, nel Lazio l’Udc schiera il broker Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, passato alla storia della Dc come «lo Squalo». Sempre nel listino della candidata del Pdl Renata Polverini entra, tra le polemiche, la moglie del sindaco Gianni Alemanno, Isabella Rauti: capo del dipartimento Pari opportunità presso la presidenza del Consiglio, la figlia del fondatore del Msi, Pino Rauti. E c’è anche una giovane coppia in corsa nel Lazio con la Polverini: Francesco Pasquali e Veronica Cappellari, insieme nella vita e nel listino. Nelle Marche scende in pista, con Sinistra ecologia e libertà, Iside Cagnoni, moglie dell’onorevole Luigi Giacco, figura storica della sinistra di Osimo. E si parla anche del vicesindaco di Bari Alfonso Pisicchio, fratello dell’onorevole Pino, passato dall’Idv all’Api. Sempre in Puglia corre Mario Cito, figlio dell’ex deputato e sindaco di Taranto Giancarlo (già condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa), con la lista «I pugliesi per Palese presidente », depositata a Taranto. Con il candidato governatore del Pd Claudio Burlando, a Genova, corre la nipote di Don Baget Bozzo, Francesca Tedeschi, impiegata turistica. Nella lista del Pdl di Napoli e provincia per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania c’è anche Angelo Gava, dirigente d’azienda, figlio dell’ex ministro Antonio, leader dei dorotei, e nipote di Silvio, patriarca della Democrazia Cristiana. Infine in Calabria, col Pd, si ricandida l’uscente Stefania Covello, figlia dell’ex parlamentare Franco.
Umberto Bossi, l’intransigente leader del Carroccio, poi colloca i parenti stretti in impieghi tali da poter allattare alle mammelle della scrofa politica. Prima manda in Europa il fratello Franco e figlio primogenito Riccardo, assunti al Parlamento Europeo, al seguito dei deputati leghisti Speroni e Salvini (già direttore di quella Radio Padania Libera che per anni ha cannoneggiato contro il clientelismo e le assunzioni in Terronia di amici, cognati e parenti), per 12.750 euro al mese. Poi è la volta del figlio Renzo. Il nepotismo padano quindi segue il suo corso ed il giovane Renzo, maturo o no, è ormai riconosciuto come il delfino dell’Umberto, lo ha accompagnato in tutte le manifestazioni di partito e compare su centinaia di foto. Il ministro Calderoli lo riconosce come erede affermando che lui e Maroni sono già troppo vecchi e poi Renzo “È la fotocopia del papà”. L’Umberto dichiara: “Quando passerò la mano, non certo adesso, qualcosa di me resterà”, una vera investitura. “Dopo Bossi ci sarà ancora Bossi”. Tanto per onor di cronaca ricordiamo alcune parole gridate da Sua Maestà Umberto Bossi contro clientele e “familismo amorale”: “La Lega assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo”. “Il nostro programma? Incrementare i posti di lavoro, eliminare i favoritismi clientelari e restituire il voto ai cittadini”. “Non si barattano i valori-guida con una poltrona!”. “Questo deve fare un segretario di sezione: far crescere la gente e non dare spazio agli arrivisti. Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!”.
Non ci dobbiamo dimenticare anche il caso ripreso da Striscia la Notizia”: "Cara Renata, non ti dimenticare delle mie figlie", così il finiano Zaccheo, sindaco di Latina, alla finiana Polverini, Presidente della Regione Lazio.
Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."
Anche lei, poverina, non è più quella di una volta. E c’è chi, pur di tenerla alla giusta distanza, le cambia l’identità: un freddo «segnalazione», un burocratico «indicazione», un elegante «gestione combinata». I partiti non ci sono quasi più, la legge elettorale ha abolito i collegi, i parlamentari che non si perdono un battesimo sono eccezioni, però lei, anche se si deve scontrare con la modernità, con le lobbies e i lobbisti, resiste e lotta insieme e per noi: la vecchia e cara Raccomandazione, italianissima come la pizza e le romanze di Verdi. Raccomandazione di governo o di opposizione, ce n’è (sempre) per tutti. E cosa non si fa per lei, perfino un premier che scippa il mestiere a Lele Mora. Però, appunto, non è più quella di una volta. C’è, ma non si vede. E non ci sono più i Remo Gaspari, il ministro dc che aveva assunto postini a vagonate. «O personaggi come Franco Evangelisti, l’ombra di Giulio Andreotti - ricorda Alfredo Biondi, avvocato, liberale e genovese, 9 legislature prima del prepensionamento non voluto -. Quando lo incontravi in Transatlantico ti appariva la Raccomandazione». Ecco, fine di quella storia: «Ora che la politica è cooptazione - dice Biondi - la Raccomandazione passa da lobbies potenti e clandestine».
Raccomandato e parente, il massimo. Categoria sdoganata a fine Anni 80 al Festival di Sanremo, nientemeno. Quando, a presentare canzonette, erano stati chiamati gli eredi di Adriano Celentano, Johnny Dorelli, Anthony Queen e Ugo Tognazzi, e l’allor giovane Gigi Marzullo, in odor di raccomandazione dc, li sfotteva in diretta: «I figli di ...». Però erano bravini, e qui si passa alla raccomandazione a fin di bene, a sua volta differente dalla «raccomandazione per necessità», quella applicabile ai poveracci. E’ a fin di bene, come per la verità dicon tutti, perché segnala qualcuno che non delude, che se la cava o addirittura lo merita.
Di solito il raccomandato non ha buona memoria ed è facile alla smentita, a volte rabbiosa. Intervenuto in difesa di chi si è visto pubblicare raccomandabili intercettazioni, Francesco Cossiga aveva raccontato le sue telefonate in favore di due telegiornaliste, Bianca Berlinguer e Federica Sciarelli, peraltro amiche. L’avesse mai fatto, a momenti se lo mangiano. Perché a nessuno fa piacere l’abbraccio della Raccomandazione, anche se capita nell’ambiente Rai, dove è chiamata più brutalmente lottizzazione, e ad ogni cambio di governo le carriere interne si misurano con il bilancino del chi è sponsorizzato da chi.
Favore, spintarella, aiutino, pratica nota, diffusa e trasversale. «Medialab» ha fissato le quote dei concittadini che negli ultimi tre mesi hanno chiesto o ottenuto qualcosa: il 66,1% da un parente, il 60,9% da un amico, il 33,9% da un collega di lavoro. Quanto basta per stabilire che nessuno, proprio nessuno, può dirsi immune. Non è reato, per carità. E’, appunto, malcostume. Lo stesso che poi intasa ad esempio i Laboratori diagnostici del Lazio. «Perché - spiega Gianni Fontana, il responsabile - ci sono pazienti che accedono al servizio senza prenotazione». I soliti raccomandati... Ma queste sono le storie di tutti i giorni, dei soliti italiani che cercano la scorciatoia e avranno sempre un buon motivo per non sentirsi in colpa. Altra e più complessa è la storia della Raccomandazione da lobby, dove politica e interessi si abbracciano e colpiscono pesante. La sanità, per dire, con gli intrecci tra baronie e lottizzazioni. «E qui il gioco si fa molto più sottile», spiega Paolo Cherubino, 60 anni, primario ortopedico, preside della facoltà di medicina a Varese. «Perché le lobbies della politica con le assegnazioni di posti si affermano, si rafforzano e ne ricavano un potere di compensazione con altre lobbies». Ecco, Varese che passa per città leghista. Su dieci primari solo uno non è dell’area di Comunione e Liberazione, il movimento caro al governatore Roberto Formigoni. Un caso? «Mi sono sentito dire che non è lottizzazione - dice Cherubino - ma il dato oggettivo resta». Ma il lobbismo non si ferma qui, e il preside Cherubino, per cautela, ricorre all’esempio. «Mettiamo che si decida un Piano di Ristrutturazione Ospedaliera. Bisogna tener conto dell’interesse dell’area interessata, dei cittadini, e questo è giusto. Poi si prevedono reparti e personale sulla base degli individui da sistemare...». La Raccomandazione pilotata.
La lobby non rivendica, non si vanta, basta che chi deve sapere sappia. Non è più come ai tempi di Gaspari e Evangelisti. Non è più come nella Milano dove per essere assunti in banca bisognava frequentare gli oratori, per una licenza da tassista i socialdemocratici, per una casa i socialisti. E nemmeno e non solo come nella Sicilia dell’ex governatore Totò Cuffaro, che per lenire il bruciore di un calo di voti per la sua Udc se n’è uscito con questa spiegazione: «Per forza, in quella zona non avevamo l’assessore regionale!». E magari non sarebbe manco bastato, magari si sarebbe scontrato con una lobby. Trovare la lobby giusta, dunque, il mix tra politica e affari, perché il resto è robetta. «Se mi chiama un politico - racconta Paolo Sassi, presidente dell’Inps - è solo per sapere la posizione contributiva di un elettore, non sanno che è tutto su Internet».
Puoi darmi una mano...? Comincia sempre così. «Lo so bene - dice Pierluigi Bersani,-. La mia mamma diceva che bisogna aiutare tutti, ma aiutando tutti si finisce sempre con il fregare qualcuno. La mia regola? Aiutare solo i malati, gli handicappati, i disperati, per loro sì che sono pronto a dare una mano. Per gli altri niente, grazie». Antonio Marano, direttore di Rai2 intercettato al telefono con Agostino Saccà, la mano la dà per chi vale. «E’ normale per noi, i personaggi del mondo dello spettacolo li conosciamo bene». E’ normale, come il titolo di una trasmissione Rai di successo. «I Raccomandati».
Assumi, assumi: qualcosa resterà. Più che la parafrasi del motto di Oscar Wilde (diffama, diffama: qualcosa resterà), a Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali. Con la legge finanziaria 2007 il governo Prodi sembra aver provato nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il triennio successivo ha previsto di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata. Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone. I costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale. Dai dati sulle entrate tributarie, è evidente come l’andamento del gettito sia estremamente legato alla dinamica del prodotto interno lordo. Ma se la congiuntura dovesse peggiorare (come prevede lo stesso governo), le assunzioni restano assunzioni: contabilizzate come spese certe; mentre le entrate che le garantiscono, inevitabilmente, sono destinate a scendere. E per finanziare gli aumenti di organico, dovranno essere sostituite da nuove tasse. Lamberto Dini non ha votato per la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, da lui definiti “amici degli amici”. Dini parla chiaro. Secondo lui la sanatoria “vuol dire che si assumono gli amici degli amici nei comuni e altrove. E poi si fa la sanatoria per passarli di ruolo. Vi sembra questa – conclude - una cosa seria?”. Insomma, i cittadini pagheranno i raccomandati assunti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione, che, con falsa contrapposizione delle parti politiche, hanno visto sanare la loro posizione in tempo indeterminato senza concorso. Con una grande presa per i fondelli la sinistra e i sindacati hanno paragonato i lor signori, amici e parenti, ai veri precari del lavoro, loro sì sfruttati e malpagati.
Ma ci sono altri gravi precedenti. L’INPS, il giorno 23 luglio 1999, ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di un concorso per 1940 posti di collaboratore amministrativo, per la 7a qualifica funzionale. L' On. Michielon, da sempre in prima linea contro le truffe, il giorno 3 maggio 2000 ha presentato un'interrogazione nella quale chiede se corrisponde a verità il fatto che tutti i candidati del concorso Inps, hanno brillantemente superato le prove scritte e se corrispondono al vero le varie voci che narrano di strani episodi relativi a questo concorso “virtuale”. L'On. Michielon l’anno prima aveva presentato un'analoga interrogazione al Governo, la risposta che ricevette fu che "non esisteva alcuna addomesticatura del Concorso". L'onorevole Michielon, per nulla soddisfatto della risposta governativa emise un comunicato stampa. “La farsa continua" "Confermate le mie accuse sul concorso truffa a 1.940 posti presso l'INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l'Ente”. “Con una replica imbarazzata - continua Michielon – il Governo, confermando un comportamento connivente, che ricorda molto i regimi totalitari con suffragi pari al 100 per 100 degli aventi diritto, ha ammesso che dei 1790 partecipanti alla selezione scritta del concorso, tutti hanno superato la prova”. ”Fin dal giugno 1997 - spiega Michielon - l'INPS aveva individuato una carenza di personale quantificata in circa 3.650 unità, per la copertura della quale si riteneva necessario reperire risorse dall'esterno. Incredibilmente nel 1998 veniva bandito un concorso per soli 394 posti di collaboratore della VII qualifica funzionale, mentre l'anno successivo, nel luglio 1999, veniva indetto un "concorso" per titoli ed esami per 1940 posti nella medesima qualifica funzionale." “Già in una precedente interrogazione - prosegue il deputato del carroccio - cercavo di far luce su questo concorso-truffa, bandito ad hoc per sistemare quelle circa duemila unità di lavoratori impiegati in LSU presso l'INPS ed il cui bando richiedeva, come requisito essenziale per l'ammissione, l'aver partecipato a progetti di LSU per un periodo temporale che, guarda caso, coincideva esattamente con la durata di impiego dei LSU presso l'INPS.” “Alla luce del fatto che su 1790 partecipanti effettivi, 1790 risultano essere i candidati ammessi alle prove orali - prosegue il parlamentare leghista - ho presentato una nuova interrogazione contro questo concorso-truffa, che altro non è che la conferma di un posto di lavoro”. “Resta strabiliante il criterio di selezione - conclude Michielon - che ha fatto sì che per il concorso a 394 posti siano stati ammessi 11 mila candidati, mentre per il concorso a 1940 posti sono stati ammessi solo 1790 concorrenti, tutti risultati idonei dopo gli scritti. Ed inoltre, se i vincitori del concorso a 394 posti non sono stati ancora assunti in attesa della determinazione del Consiglio dei Ministri in relazione al numero massimo di assunzioni autorizzate per l'Istituto, il Governo deve ancora spiegare come si sia potuto bandire un concorso per ben 1.940 posti, peraltro a così breve distanza dal precedente”.
PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE IN TV.
Della “conigliera RAI”, ossia i raccomandati assunti nell’azienda di Stato si è già parlato in altre sedi, ma nessuno avrebbe pensato che sia pilotato anche il voto da casa per i concorrenti in gare e concorsi televisivi.
Lo scandalo del televoto pilotato si allarga a macchia d'olio. E inquina anche l'Isola dei Famosi. E' Lele Mora a gettare altra benzina sul fuoco: Queste le parole di Lele Mora, prossimo concorrente della Fattoria 4, rilasciate a Striscia: "Mi ricordo il primo anno con Walter Nudo, che era un’artista che lavorava con me. Ho suggerito agli amici e parenti di prendere tante schede telefoniche, tante posizioni sul call-center per arrivare alla valutazione finale e farlo vincere. Credo che tra amici e parenti abbiamo investito circa 25.000 euro». Lo scoop del "Foglio" e di "Striscia": «Un euro a voto, 5.000 voti sicuri per 5.000 euro»: è la denuncia lanciata da Striscia la notizia, riportando una notizia già pubblicata su Il Foglio, secondo cui la gara al festival di Sanremo rischia il doping telefonico. Secondo l'articolo «attraverso i call center oggi è possibile comprare voti per il proprio artista. Versando l'assegno e poi sedersi, in attesa che il doping telefonico sortisca il suo effetto sulla classifica, se si è ultimi non si vince, ma se si è ottavi magari si arriva secondi». In base al regolamento del Festival 2009, nelle serate di venerdì e sabato, col televoto è possibile dare fino a un massimo di 7 voti con la stessa utenza fissa o mobile nell'arco delle 24 ore. Secondo il quotidiano, in questo modo si lasciano così agli operatori dei call center il tempo di generare più di 10 mila voti al giorno sull'artista indicato. «Quello che anni fa si fece comprando le schedine del Totip - sottolinea Il Foglio - oggi si fa in modo più equo, dando lavoro ai precari del call center. La Rai poi non si sogna certo di ridurre il tempo del televoto: finirebbero gli introiti previsti dalle percentuali su ogni chiamata all'operatore».
Secondo l'articolo de Il Foglio, «attraverso i call center oggi è possibile comprare voti per il proprio artista. Versando l'assegno e poi sedersi, in attesa che il doping telefonico sortisca il suo effetto sulla classifica, se si è ultimi non si vince, ma se si è ottavi magari si arriva secondi».
PARLIAMO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORO.
I GIUDICI ONORARI - Magistrati onorari, 4.000 precari: svolgono il 20 per cento del lavoro giudiziario, però sono pagati 98 euro lordi a udienza con contratti triennali. I magistrati ordinari prendono di media, invece, 120.000 euro annui.
Lavoratori precari che si autotassano per permettere ad una loro collega di avere un minimo di reddito nel periodo di maternità. Costretta a rimanere a casa da una normativa che le impedisce di riprendere il lavoro dopo aver partorito ma non le riconosce le forme di assistenza e di previdenza che la legge riconosce ai lavoratori dipendenti.
La precaria di questa storia però non lavora in un call center o in una agenzia di lavoro temporaneo.
E non è neppure un operaio dell’800, quando i lavoratori senza diritti fondavano le società di mutuo soccorso per darsi un minimo di tutela l’un l’altro. La precaria di questa storia, che chiameremo Luisa, amministra la giustizia oggi a Torino. Per 73 euro netti al giorno, senza indennità di malattia, senza ferie pagate, senza tutela se decide di avere un figlio, rappresenta la pubblica accusa, cioè lo Stato, in tribunale. È la «co.co.co. della giustizia».
Luisa fa la viceprocuratore onorario a Torino. Resta incinta e nell’ultimo periodo della gravidanza si astiene (volontariamente) dal lavoro. Un mese fa il lieto evento, dà alla luce un bel bambino, un maschietto dai capelli scuri. Decide di tornare sul suo posto di lavoro, cioè il tribunale di Torino. Solo che il suo posto di lavoro non c’è, almeno per ora e fino a che non saranno trascorsi tre mesi dal parto, come prescrive il Testo unico in materia di tutela della maternità. Una delibera del Consiglio superiore della magistratura del luglio 2006 stabilisce che ai «precari della giustizia» - i giudici di pace, i viceprocuratori onorari e i giudici onorari di tribunale - vanno applicati gli stessi obblighi dei lavoratori dipendenti, ovvero devono restare in aspettativa obbligatoria in caso di maternità, come un lavoratore dipendente. Ma ovviamente non le riconosce il diritto a percepire l’indennità per le giornate di lavoro perse, come viene accade ai lavoratori dipendenti. Col risultato che Luisa resta sì a casa ad accudire il suo bimbo, ma senza l’unica fonte di reddito.
Il caso di Luisa stabilisce un precedente a livello nazionale, sottolineano i rappresentanti della categoria, perché di fatto «si prende atto che gli obblighi di prestazione che fanno capo al magistrato onorario non consentono di equipararlo ad un qualsiasi lavoratore autonomo - spiega Paola Bellone, la collega di Luisa che ha promosso questa Mutua del nuovo millennio -. Il paradosso è che al magistrato onorario non sono estese le forme di previdenza e di assistenza di cui beneficia il lavoratore dipendente, e quindi la tutela della prole, a cui è ispirata la delibera del Csm, non è effettiva».
Così i magistrati onorari di Torino hanno preso carta e penna e scritto ai parlamentari, hanno sollevato il caso di Luisa tra le ragioni dell’ennesimo sciopero della categoria - il secondo dall’inizio dell’anno - e alla fine si sono infilati le mani in tasca e hanno deciso di rinunciare ad una parte dei loro compensi, per costituire un fondo in favore di Luisa e del suo bambino. L’iniziativa dei «magistrati co.co.co» torinesi ha avuto anche un’eco nazionale, con gli iscritti alla Federmot, una delle associazioni della categoria, che si stanno organizzando per un fondo nazionale di solidarietà a favore di tutte le future madri come Luisa.
I magistrati onorari hanno, anche, scioperato. Da allora, al di là delle molte promesse e della solidarietà di tanti magistrati togati - quelli veri, ufficiali, che hanno diritto alla maternità e alle ferie pagate - che riconoscono il loro ruolo nel tenere in piedi lo scoraggiante carrozzone dell’amministrazione della giustizia in Italia. Perché, senza questi precari, la giustizia italiana sarebbe in una situazione ben peggiore di quella attuale.
Due numeri, solo per chiarire di cosa stiamo parlando. In tutta Italia i giudici onorari e i magistrati onorari sono in quattromila. A loro è delegata l'ordinaria amministrazione dei tribunali: per reati come scippo, furto semplice e aggravato, rapina semplice, ricettazione, truffa, spaccio, calunnia, diffamazione a mezzo stampa la pubblica accusa può essere rappresentata dai Vpo. Ma anche per alcuni reati ambientali, i maltrattamenti in famiglia, le lesioni personali. E per tutti i reati previsti dalla Bossi-Fini, che hanno gonfiato il lavoro dei tribunali. Per reati più lievi, quelli che dal 2002 sono di competenza del giudice di pace, Got e Vpo svolgono addirittura le indagini. In molte procure i Vpo sostengono l'accusa davanti al giudice di pace nel 100% dei casi. La percentuale è superiore al 90% anche per i procedimenti con il giudice monocratico. A Torino, per esempio, il 97% delle udienze monocratiche (che fa il 78% del totale) è tenuta da un «onorario». Tutto questo per 73 euro al giorno, senza ferie, senza malattia, e se fanno un figlio l’unica risorsa è la solidarietà dei colleghi. Come nell’Ottocento.
Toh, ma allora esistono anche loro. I quattromila magistrati onorari dei tribunali italiani. Per il fatto che a Bologna una di loro è finita nella bufera per non avere convalidato il decreto di allontanamento di un cittadino comunitario romeno che 6 mesi dopo ha commesso uno stupro, ecco che «si scopre» l'esistenza di questo ircocervo della giustizia italiana: la categoria dei magistrati per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, a tempo ma continuamente prorogati, pagati a cottimo e senza pensione- malattia-ferie come precari del diritto, teoricamente solo di supporto ai magistrati togati ma in realtà ormai insostituibili nei Tribunali italiani.
Quanti sono. Già i numeri lo segnalano. A fronte di un ruolo di 8.790 magistrati togati, ve ne sono 7.833 onorari: 6.048 giudicanti (quasi quanti i 6.526 giudici di carriera) e 1.785 requirenti (a supporto dei 2.264 pm usciti dal concorso). Se si tolgono (per la loro differente specificità) gli oltre 3.900 giudici di pace, i magistrati onorari restano appunto quasi 4mila: 2.081 sono i giudici onorari di tribunale (got) e 1.785 i viceprocuratori onorari (vpo).
Chi sono. Il loro reclutamento avviene per valutazione dei titoli (la laurea in legge è ovviamente il prerequisito), con nomina fatta dal Csm e ratificata dal ministro della Giustizia. Il primo paradosso è che l'incarico sarebbe dovuto essere triennale, come previsto dalla legge Carotti che nel 1998 arruolava giudici e pm onorari «al limitato scopo di esaurire i giudizi pendenti alla data del 30 aprile 1995»: ma nella realtà, di proroga in proroga, le funzioni onorarie si sono protratte, e l'ultima proroga del 2008 fissa il teorico ultimo termine al primo gennaio 2010. Gli unici a esaurirsi davvero sono stati i giudici onorari aggregati (goa) nati nel 1997 per smaltire l'arretrato civile pre-1995: dovevano durare cinque anni, hanno cessato di esistere solo il primo gennaio 2007. Per legge c'è incompatibilità assoluta a svolgere, entro il medesimo circondario, le funzioni di magistrato onorario e la professione di avvocato: tuttavia, in quelle province dove ci sono più (piccoli) circondari, accade che giudice onorario e avvocato possano scambiarsi le casacche nel raggio di qualche chilometro, situazione che lascia unicamente al loro scrupolo morale la risoluzione di palesi conflitti di interesse e anche già soltanto di possibili reciproci condizionamenti psicologici.
Cosa fanno. In materia civile i giudici onorari concorrono ad assorbire il contenzioso di primo grado senza limiti di valore; in materia penale può essere loro la quasi totalità dei reati di competenza del tribunale ordinario, dove celebrano i processi e li decidono con sentenza, proprio come i loro colleghi di carriera. Quanto ai viceprocuratori onorari, essi rappresentano la pubblica accusa in udienza (al posto dei pm togati, che così possono dedicarsi in ufficio alle indagini oppure seguire i dibattimenti più delicati) nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico (che vuol dire discutere di pene sino a 10 anni di carcere), nonché per i reati minori decisi dai giudici di pace.
Quanto pesano. Per avere un'idea di quanto ormai la giustizia italiana non possa più fare a meno di loro, bisogna guardare gli ultimi dati ufficiali che, come tutti in questo settore, sono stagionati al 2003: i giudici onorari si sono visti assegnare il 12% dei procedimenti civili (254mila cause) e hanno svolto il 20% delle udienze (61mila). Nel penale, i giudici onorari hanno smaltito il 23% dei processi nazionali, con 19mila udienze per 90mila fascicoli. Ancora più alta l'incidenza del lavoro dei vpo, ai quali sono stati assegnati il 39% di tutti i procedimenti delle Procure, attraverso la delega a trattare 569mila fascicoli e a rappresentare l'accusa in 73mila udienze. In una grande sede come Milano, c'è già stato il «sorpasso»: nei primi 10 mesi del 2008 i pm di professione hanno sostenuto 3.141 udienze (davanti a gup, Tribunali, Corti d'Assise) e hanno potuto svolgere almeno un po' di indagini solo grazie al fatto che, al posto loro, sono stati i vpo ad andare a rappresentare l'accusa in altre 3.820 udienze, sostenendola nel 78% dei reati di competenza monocratica e nel 90% di quelli davanti ai giudici di pace.
Il corto circuito. Sfrangiata da Procura a Procura è invece la collocazione dei vpo nella fase pre-dibattimentale. Qui non ha aiutato negli anni l'ondivaga attitudine delle varie consiliature del Csm: l'attività inquirente svolta fuori udienza nei procedimenti di competenza del giudice di pace è stata ammessa ma poi non più retribuita, così come è stata infine negata (dopo essere stata consentita) la redazione delle richieste di emissione dei decreti penali di condanna. Confusione anche sui got, visto che le circolari Csm prima hanno negato, poi ammesso, poi di nuovo negato che i giudici onorari potessero partecipare ai collegi giudicanti penali. Il risultato è una serie di corto circuiti. Al got è fatto divieto di giudicare i reati che arrivano dall'udienza preliminare, però il vpo può rappresentare l'accusa in quegli stessi processi; il vpo non può svolgere attività di indagine sui reati di competenza del tribunale, però quando questi reati approdano in aula può ricoprire l'accusa proprio nella fase decisiva del dibattimento. Ma è anche vero che non di rado proprio i capi degli uffici giudiziari, alle prese con gravi carenze d'organico della magistratura professionale, hanno aggirato le circolari restrittive del Csm, per esempio inserendo ugualmente giudici onorari nei collegi penali con una interpretazione molto elastica del concetto di «mancanza o impedimento » dei giudici togati. Di rammendo in rammendo, peraltro, anomalie nell'assetto generale dell'ordinamento sono ormai evidenti: i magistrati onorari svolgono le loro funzioni senza quella selezione che invece attraverso il concorso screma e prepara i magistrati di carriera, il periodo di tirocinio è molto più breve (4 mesi per i got e 3 per i vpo) dei 2 anni dei togati, le verifiche di professionalità oggettivamente più tenui.
A cottimo. Tasto dolente, da molto tempo, quello dei compensi: non stipendi (non se ne parla proprio perché per le legge esercitano soltanto funzioni onorarie, senza un inquadramento stabile, senza uno statuto), ma indennità lorde di 98 euro a udienza: anche qui con un profluvio di ordini e contrordini dal ministero della Giustizia, come quando nel 2007 una circolare di via Arenula ha riconosciuto la retribuibilità anche dei patteggiamenti, dei riti abbreviati e delle dichiarazioni di non luogo a procedere, e l'anno dopo un'altra circolare ha invece non soltanto rifiutato di corrispondere gli arretrati nel frattempo chiesti dai magistrati onorari, ma ha posto forse le basi anche per la restituzione di quanto nel frattempo già percepito a quel titolo. Più di tutto, però, pesa ai magistrati onorari di essere dei precari del diritto, non soltanto pagati a cottimo ma privi di contributi previdenziali, retribuzione nei giorni di malattia o ferie, assistenza in maternità. Rivendicazioni alla base delle tornate di sciopero proclamate nell'ultimo anno.
Le prospettive. Progetti di legge di ogni genere, per una riforma della magistratura ordinaria, si sono via via affastellati e contraddetti: da quelli che ritagliano una fetta specifica di giurisdizione a quelli che invece immaginano per got e vpo un ruolo vicario nel futuribile «ufficio del processo » in chiave di supporto al magistrato togato. Ma la Federmot, l'organizzazione di categoria, non condivide «progetti che vorrebbero trasformare questo genere di incarico in una sorta di Kindergarten per neolaureati o, all'opposto, in una nuova edizione di un'attività per pensionati, già malriuscita in passato. Sono idee che, se realizzate, porterebbero ad un ineguale scontro in aula fra giudici e pubblici ministeri inesperti od esausti da una parte e le migliori forze dell'avvocatura dall'altra».
I GIUDICI DI PACE - Attualmente la magistratura di pace gestisce un contenzioso enorme (circa 1.800.000 procedimenti l’anno), con tempi di definizione delle cause molto rapidi, mediamente meno di un anno, a fronte dei 5 anni occorrenti ai Tribunali, e con un impegno lavorativo praticamente a tempo pieno (che ha costretto la maggior parte dei colleghi ad interrompere, o comunque a diminuire drasticamente la propria attività professionale di avvocato). Il Giudice di Pace, pur avendo le medesime responsabilità e doveri dei magistrati di carriera (nonché carichi di lavoro equiparabili), non gode di nessun diritto, sia sotto il profilo dello status giuridico (irragionevolmente assimilato al funzionario cd. “onorario”, il quale, per definizione, ha carica elettiva o discrezionale, laddove il GdP è nominato sulla base di un concorso vincolato per titoli e deve superare un periodo di tirocinio), sia, cosa ancora più grave, sotto il profilo della totale carenza di qualsiasi forma di tutela previdenziale e assistenziale: i Giudici di Pace, integralmente retribuiti “a cottimo” sulla base del lavoro effettivamente svolto, non maturano il diritto alla pensione, non hanno diritto a indennità di malattia o maternità (con dispensa d’ufficio nel caso in cui l’impedimento si protragga oltre i 6 mesi), non percepiscono il trattamento di fine rapporto, non hanno tutele e agevolazioni per i familiari a carico, né la moglie del giudice deceduto percepisce indennizzi, assegni di reversibilità o quant’altro, non sono coperti dall’assicurazione per infortuni sul lavoro (pur operando, per lo più, in luoghi insalubri a causa delle scarse risorse economiche destinate agli uffici), né le indennità percepite possono essere assimilate ai redditi derivanti da altre attività professionali eventualmente svolte, con la conseguenza che anche i più fortunati e stacanovisti, i quali riescono, con enormi sacrifici, ad esercitare, in altra sede (per incompatibilità), l’attività di avvocato, nel caso in cui non raggiungano i minimi reddituali – piuttosto alti per gli avvocati (circa 20.000 Euro) – restano sforniti di tutela previdenziale.
I VERBALIZZANTI GIUDIZIARI - Probabilmente termini quali “verbalizzatori, stenotipisti, trascrittori, fonici” significano poco o nulla per molti, ma nella realtà descrivono figure importanti nello scenario della Giustizia praticata nei Tribunali italiani. Agli inizi degli anni 90, a garanzia del cittadino, venne introdotta nel processo penale la resocontazione integrale del dibattimento, ovvero le udienze dovevano essere registrate (con registratori che col tempo si sono evoluti da analogico a digitale), poi riascoltate, trascritte, riviste, stampate e impaginate, cosicché il prodotto finale entrava quale parte integrante del fascicolo del dibattimento. In alternativa, sempre rispettando il principio dell’integralità del parlato, la ripresa avveniva per mezzo di sistemi stenotipici, che altro non sono che una forma di stenografia computerizzata. Tutto questo per la imprescindibile necessità di non stravolgere il senso delle testimonianze, come invece poteva avvenire con la verbalizzazione riassuntiva e manuale che evidentemente non poteva rispettare i tempi del parlato.
La gara di appalto nazionale, dopo una vigenza di operatori territoriali, è stata indetta in periodo di regola dedicato al riposo, il 17 agosto 2005, e allora tutti con ansia a formare entità che potessero coprire l’intero stivale.
Le nuove modalità nazionali si concretizzano comunque il 16 novembre 2006, lasciando a spasso la metà di tutti gli operatori italiani, ossia i più piccoli, i professionisti in proprio, quelli che non avrebbero mai potuto superare lo scoglio economico della quota associativa, molto elevata, imposta dal raggruppamento temporaneo di impresa risultato poi vincitore dell’appalto. Lo Stato Italiano indice quindi questa gara con una base d’asta che rispecchia la spesa dell’anno in corso, ma la gara è al ribasso e viene vinta con un 30% in meno. In gara si sono ritrovati due gruppi e ciascuno rispecchiava grosso modo il 50% del territorio, nessuno dei due gruppi poteva vantare la copertura nazionale, e chiaro che se operi in 50 per coprire il 100, diventa fatale accumulare ritardi su ritardi, poi errori per mancanza del tempo da dedicare alla revisione dei testi, e poi e poi… è stata una valanga. A gara vinta si è scoperto come, per coprire i buchi, ci si sia accontentati di personale declassato: i verbalizzatori, i fonici, i trascrittori, gli stenotipisti erano assimilabili, dopo un mese di contratto, a studenti universitari con lavoretti part-time, ad anonimi che lavoravano a casa loro, che trattavano materia tanto delicata come quella processuale, senza controlli sulla loro adeguatezza a rendere tale servizio, persone senza cognizione di cosa stessero scrivendo. Udienze intere rinviate per mancanza del verbale trascritto; processi in prescrizione e quindi detenuti in libertà; personale sottopagato a causa del budget insufficiente, oltreché ad un continuo viavai di persone all'interno degli Uffici e delle Aule giudiziarie senza alcun giuramento di rito, peraltro richiesto dal contratto.
Addirittura si verificano casi di dipendenti sottopagati o, addirittura, «a nero».
I PRATICANTI PROFESSIONALI - In Italia, per chi termina gli studi universitari e intenda intraprendere la professione forense, o altro, è difficile trovare uno Studio professionale, che lo accolga per l’effettuazione del praticantato dei due anni. Praticantato che serve per poter poi partecipare all’esame di abilitazione. E’ quasi impossibile se non si ha un parente od un amico, che ti sostenga. Tutto ciò per garantire l’omertà sugli abusi del sistema.
La legge e la deontologia prevede la remunerazione e la contribuzione in favore dei Praticanti, che, durante le pratica, proficuamente lavorano per il dominus. In realtà nessun praticante è remunerato, nonostante, spesso, sia sfruttato. Ogni tanto scappa per qualcuno una regalia, ma è in nero. Naturalmente tutte le spese per disbrigare gli oneri di scartoffie e spostarsi da un ufficio ad un altro sono a carico del Praticante. Lo sfruttato tace, speranzoso che prima o poi arriverà il suo turno, meditando rivalsa sui praticanti che verranno.
GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI - Neanche in Parlamento si sfugge al lavoro nero. Più del 60% dei portaborse dei deputati lavora senza contratto, a rivelarlo è un servizio della trasmissione di Italia 1, Le Iene, andata in onda venerdì 27 marzo 2009.
Con il governo Prodi (centro sinistra) dei 683 collaboratori accreditati alla Camera, infatti, solo 54 avevano un contratto regolare. I giornalisti de Le Iene hanno intervistato 629 "portaborse" i quali hanno dichiarato di percepire dai 750 ai 900 euro al mese, tutti in nero, e di non avere riconosciuto alcun diritto. E solo alcuni dei deputati intervistati ha ammesso di avere collaboratori a titolo non oneroso (pagati in nero o addirittura non pagati).
Secondo i dati forniti dalla Camera dei Deputati durante il governo Berlusconi (centro destra), su 516 portaborse solo 194 ha un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62%, non sono legati al loro parlamentare da un contratto, quindi sono senza stipendio, cioè ufficialmente risultano lavorare gratis.
Le Iene hanno intervistato due di questi portaborse che ufficialmente lavorano gratis.
Ecco una portaborse che lavora attualmente al Senato.
Filippo Roma: Che fai nella vita?
Intervistata: Faccio l'assistente parlamentare per un senatore.
Filippo Roma: Da quanti anni?
Intervistata: da cinque anni.
Filippo Roma: Sei in regola?
Intervistata: No, assolutamente no.
Filippo Roma: In che senso?
Intervistata: Nel senso che prendo 700 euro al mese senza contratto, quindi senza versamento di nessun contributo.
Filippo Roma: Tutto in nero?
Intervistata: Tutto in nero.
Filippo Roma: Quante ore lavori al giorno?
Intervistata: Lavoro 9-10 ore al giorno senza nessuna interruzione, quindi senza pausa pranzo e spesso anche nei week-end.
Filippo Roma: E che diritti hai?
Intervistata: Nessuno. Non ho il versamento di contributi, quindi non avrò una pensione, non ho la malattia, non ho le ferie pagate, non posso avere la maternità.
Filippo Roma: Come fai ad entrare al Senato se non hai un contratto?
Intervistata: Abbiamo una badge rilasciato dall'ufficio di Questura richiesto dai senatori. Ogni senatore può avere al massimo due collaboratori, però non viene chiesto se c'è un contratto o meno.
Filippo Roma: il Presidente Marini aveva promesso a suo tempo una "leggina" per risolvere questo problema. Questa "leggina" è stata fatta o no?
Intervistata: No, assolutamente. Non è stato fatto nulla, non è cambiato niente. Continuiamo ad entrare tranquillamente senza che nessuno controlli se abbiamo un contratto o meno.
Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse sono in regola o sono in nero?
Intervistato: Ma, io ne conosco decine e decine. Di tutti questi nessuno ha un contratto.
Ecco le dichiarazioni di un ex collaboratrice parlamentare della Camera dei deputati:
Filippo Roma: Tu che fai nella vita?
Intervistata: Sono disoccupata.
Filippo Roma: E perché?
Intervistata: Perché prima lavoravo come assistente parlamentare alla Camera dei deputati, ma sono stata costretta ad andare via.
Filippo Roma: E come mai?
Intervistata: Perché non ero regolarmente contrattualizzata. Il mio deputato dopo promesse e promesse, non mi aveva comunque mai messo in regola.
Filippo Roma: Per quanto tempo hai lavorato per questo deputato?
Intervistata: Circa cinque mesi.
Filippo Roma: E quanto ti pagava?
Intervistata: 500 euro al mese, in nero ovviamente.
Filippo Roma: Quante ore lavoravi al giorno?
Intervistata: Quando c'era aula entravo alle otto del mattino e non si andava via mai prima delle nove alla sera, mentre il lunedì e il venerdì, che erano giornate un po' più libere diciamo, comunque mi costringeva a stare lì fino alla diciotto del pomeriggio.
Filippo Roma: E tu che diritti avevi?
Intervistata: Nessun diritto, né ferie, né malattie. Infatti, quando chiesi all'Onorevole come comportarmi nel momento in cui fossi stata male, mi disse che quello sarebbe stato un problema.
Inoltre esercitava mobbing nei miei confronti alzando al voce… era anche parecchio maleducato.
Filippo Roma: Il Presidente della Camera Bertinotti ci aveva garantito che sarebbero entrati soltanto gli assistenti con regolare contratto di lavoro.
Intervistata: È falso perché comunque io riuscivo ad accedere all'ufficio dell'Onorevole con un permesso che mi veniva firmato settimanalmente da lui stesso. Lasciavo il mio documento all'ufficio passi, che veniva registrato e mi veniva dato un badge da ospite. In più spesso lui dimenticava, partendo, di firmarmi questo permesso, per cui ero io stessa a firmarlo e ad accedere in questa maniera.
Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse alla Camera, sono in regola o sono in nero?
Intervistata: Per quanto ne so io la maggior parte sono in nero.
Le iene si erano infatti occupate del problema anni fa, con il governo Prodi. Allora risultava che solo alla Camera su 683 portaborse solo 54 avevano un contratto. Qualche parlamentare aveva ammesso il lavoro nero.
Dopo le polemiche sui giornali, Fausto Bertinotti e Franco Marini, allora rispettivamente Presidenti di Camera e Senato, avevano preso un impegno preciso per risolvere questa questione.
Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Franco Marini: Io sono d'accordo con i Questori del Senato di procedere alla definizione di una leggina che risolva questo problema.
Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Fausto Bertinotti: La Camera riconoscerà come collaboratori soltanto coloro che esibiranno, e depositeranno alla Camera, un contratto di lavoro.
Da allora al Senato non hanno preso alcun provvedimento. Alla Camera hanno cambiato il regolamento d'accesso, continuando però a consentire che potessero entrare anche i collaboratori a titolo non oneroso, cioè senza un contratto.
Filippo Roma si è recato, inoltre, dal senatore Antonio Paravia.
Filippo Roma: Molti portaborse sono ancora in nero.
On. Antonio Paravia : Penso proprio di sì.
Filippo Roma: E lei come ha risolto il problema?
On. Antonio Paravia: Io l'ho risolto innanzitutto perché avevo una serie di consulenti disponibili che mi hanno suggerito l'unico contratto possibile che era quello dei collaboratori degli studi professionali. Ho scritto in proposito al Ministero del Lavoro, all'Inps, all'Inail… Mi hanno, diciamo, confortato in questa decisione e quindi ho sottoscritto col mio precedente collaboratore e poi con quello attuale, un contratto di lavoro, ovviamente subordinato, perché il collaboratore parlamentare fa un'attività subordinata e regolata da orari e da quant'altro che stabilisce il parlamentare.
Filippo Roma: Ma il contratto a progetto potrebbe essere adatto per i portaborse?
On. Antonio Paravia: Io credo francamente di no. Credo che il contratto a progetto lo si faccia esclusivamente per pagare meno contributi.
Deputati e senatori avrebbero quindi potuto risolvere il problema adottando diverse soluzioni tra cui quella scelta dal senatore Paravia, cioè attraverso un contratto di lavoro subordinato con tutti i diritti e le garanzie del caso.
Inoltre, la iena Filippo Roma intervista telefonicamente uno dei portaborse dell'On. Santo Versace, che ha un contratto a progetto e ammette: "La cosa su cui io mi focalizzerei è la retribuzione, perché non è corretto che ci sono molti colleghi che sicuramente percepiscono una retribuzione irrisoria".
Filippo Roma: E qual è questa retribuzione?
Portaborse On. Santo Versace: In media può andare da 300, 400, 500, 600, 700. Queste solo le medie di netto mensile che un collaboratore, tra virgolette non propriamente in regola, percepisce.
Filippo Roma: Quindi lei ci dice che l'Onorevole Versace è uno dei pochi che tiene in regola il suo collaboratore.
Portaborse On. Santo Versace: Sicuramente sì, questo è facilmente verificabile. Ripeto, sono uno dei pochi, probabilmente insieme a qualcun altro fortunato, che riceve un trattamento regolare e tutto dichiarato.
Filippo Roma: Perché scusi, gli altri parlamentari che fanno?
Portaborse On. Santo Versace: La stragrande maggioranza dei parlamentari… chi ha un collaboratore sicuramente non dichiara completamente quello che il collaboratore guadagna.
Filippo Roma: Quindi sono in nero, diciamo?
Portaborse On. Santo Versace: Sì, sì, sì ma è rimasto quello… lo avete già fatto in un servizio.
I MEDICI SPECIALIZZANDI - in Italia vi sono circa trentamila medici specializzandi, che, pur essendo iscritti al rispettivo ordine professionale, vengono considerati a tutti gli effetti degli studenti. Detti medici frequentano le scuole universitarie nei vari reparti per conseguire, alla fine di un lungo percorso, la specializzazione. Durante questi anni essi vengono utilizzati a tutti gli effetti come medici, ma con una retribuzione da studente, senza contributi previdenziali, non tutelati nel periodo di maternità e senza ferie e malattie pagate oltre i 30 giorni annui. Nel nostro Paese, diversamente da tutta Europa, si continua a considerare gli specializzandi come studenti, mentre si sottopongono ai turni di guardia e di servizio, visitano i malati, formulano diagnosi, prescrivono cure, attuano terapie. Insomma fanno i medici seguendo un percorso formativo teorico-pratico, che, alla fine della specializzazione (4-5 anni) dovrebbe costruire la loro professionalità. Spesso i medici specializzandi operano all'interno delle rispettive unità con un carico di lavoro ben superiore a quello previsto dal contratto formativo: 60/70 ore settimanali svolte mediamente a fronte delle 38 previste, svolgendo frequentemente compiti che non competono loro.
I GIORNALISTI - L’inchiesta che non leggerete mai sui giornali è quella che mette in luce alcuni aspetti del giornalismo dei nostri tempi e che tocca molto da vicino, chi più chi meno, tutti gli editori. Tali imprenditori sfruttano i lati deboli di un “sistema” creato da consuetudine e leggi vaghe o sbagliate. Le vittime sono tante; la più importante è la verità.
«Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare», si diceva.
In effetti fino agli anni 80 i giornalisti facevano parte di una categoria-casta ben pagata, che deteneva di sicuro le leve del potere. Negli anni 90 le cose iniziano a cambiare, le testate giornalistiche aumentano sempre più, si consolidano le reti televisive e radiofoniche locali. I grandi gruppi investono nel locale sviluppando redazioni regionali. Aumenta la richiesta dei giornalisti e gli iscritti all’albo, in maniera esponenziale. I giornali aumentano la foliazione e c’è bisogno di più lavoratori.
Si crea, all’interno della casta dei giornalisti, una netta separazione: ci sono i giornalisti assunti, (quelli con la propria scrivania, in redazione, con stipendi che superano i 2000 euro, spese, trasferte, straordinario, tredicesima e quant’altro preveda il contratto nazionale).
Ci sono poi i cosiddetti “collaboratori”.
Nel frattempo è intervenuta la legge Biagi che ha flessibilizzato ulteriormente il lavoro dei collaboratori.
In sostanza il giornale che prima si faceva con giornalisti con contratto e diritti, oggi si fa soprattutto con collaboratori, che vengono pagati meno e soprattutto non hanno alcun diritto.
Il problema diventa rilevante perché il lavoro dei giornalisti è strettamente dipendente con i diritti più importanti: il diritto costituzionale ad essere informato correttamente.
Secondo la legge che istituisce l’Ordine e regola la professione giornalistica (3 febbraio 1963 n. 69), «sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni ed impieghi».
Per poter diventare pubblicisti occorre aver pubblicato un pugno di articoli, essere stati retribuiti in qualche modo (non importa se molto o poco).
Per diventare professionisti, invece, bisogna essere dotati di un contratto da praticante, esercitare continuativamente la pratica giornalistica per almeno 18 mesi e superare l’esame di Stato, che si tiene a Roma due volte l’anno.
Tuttavia poiché degli editori hanno fatto ampio ricorso agli strumenti, che la legge mette a disposizione, sfruttando al massimo la flessibilità, è diventato in sostanza impossibile ottenere i contratti da praticante, poiché per l’azienda molto onerosi.
Così la maggior parte degli “operatori dell’informazione” saranno pubblicisti.
Iniziare a scrivere sul giornale non è poi particolarmente difficile. Diventa ostico se si pretende di essere pagati per il lavoro che si svolge. Chissà perché il giornalismo è l’unico mestiere che si può fare “per hobby”.
Assolutamente impossibile è oggi essere regolarizzati, che significa semplicemente avere un contratto e dunque diritti.
Il ragazzo che si avvicina a questa professione, avendo un’idea romantica della professione, si scontra immediatamente con la realtà che, nella migliore delle ipotesi, è un contratto annuale di collaborazione, o a progetto.
Oggigiorno si fa ampio ricorso a contratti flessibili, che ogni collaboratore esterno deve obbligatoriamente, ma “liberamente” firmare. Tale accordo privato imposto dall’editore ha il solo obiettivo di svincolare l’azienda da ogni sorta di legame con il collaboratore, che rimane dunque esterno all’azienda.
Per la legge formalmente tale lavoratore opera «in proprio» e «senza alcun
vincolo di subordinazione».
Il collaboratore lavora «sulla base di singoli incarichi professionali di volta
in volta conferiti». Non c’è rimborso spese, non ci sono ferie, riposo o diritti
riconosciuti. I contratti imposti dalla parte più forte sono accordi stipulati
«nella più ampia libertà e facoltà delle parti».
Seguendo pedissequamente il dettato contrattuale il collaboratore dovrebbe proporre un pezzo al giornale quando ne ha voglia, il giornale lo pubblica se ne ha voglia.
I problemi seri iniziano quando, sfruttando la legge, si riescono a creare interi giornali basandosi esclusivamente, o per la maggior parte sul lavoro dei collaboratori. Con il non trascurabile vantaggio di costare molto poco al “padrone”.
Questo implica di fatto un lavoro quantitativamente e qualitativamente diverso del collaboratore, che dovrà assicurare nella pratica un certo numero di articoli utilizzando un certo numero di ore della sua giornata. Si crea così un certo “obbligo sottinteso” alla prestazione, che si allontana dalla iniziale statuizione e si trasforma di fatto in un rapporto, che dal punto di vista giuridico diventa in molti casi subordinato, che andrebbe regolato dal contratto nazionale dei giornalisti molto, ma molto più costoso per l’editore.
Il vincolo c’è, la dipendenza pure, ma non si vedono a fine mese nella busta paga.
Oggi la percentuale dei collaboratori di un giornale si aggira intorno al 75%. Questo vuol dire che i giornalisti contrattualizzati sono appena il 25% dell’intero organico e di solito hanno compiti di coordinamento, di impaginazione, di verifica dei pezzi.
Per le tv locali le cose non vanno meglio: il ricorso ai giovanissimi di primo pelo (che non pretendono, ma nemmeno assicurano professionalità) è sempre maggiore, così come a società esterne, troppo pochi i veri professionisti con regolare contratto di categoria che possono garantire la qualità del prodotto.
Moltissimi “operatori part time dell’informazione”, per sopravvivere offrono la loro prestazione professionale, creando servizi legati a quello che viene chiamato “ufficio stampa”.
“Fare l’ufficio stampa di” significa veicolare in sostanza il messaggio ai media di politici, enti, aziende, associazioni predisponendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa.
Cosa succede se lo stesso giornalista cura l’ufficio stampa di qualcuno e scrive anche sul giornale o lavora in tv? La risposta più corretta è: dipende.
In gergo si chiama conflitto di interesse e nuoce inevitabilmente alla salute della verità e della obiettività. Infatti, la legge vieta questo genere di commistione esplicitamente.
Peccato che nessuno faccia rispettare la norma.
Chi dovrebbe controllare non sa e non vuole vedere (e poi perché impedire a giornalisti precari di portare alla fine del mese uno stipendio per sopravvivere dignitosamente?)
Così abbiamo giornalisti che scrivono anche su quotidiani molto diffusi o in tv che vengono pagati per fare i portavoce di politici.
Saranno poi naturalmente prontissimi a “far passare” articoli sul giornale per il quale lavorano.
Poi ci sono quelli che sono “pagati dal sindaco”, che li ha “assunti”, e continuano a scrivere sul giornale, magari lavorano in tv o rivestono ruoli organizzativi, per cui possono influire persino sul taglio da dare a certe notizie o a tutte le notizie.
Ma in questo caso di precaria c’è solo la verità, che inevitabilmente ne viene fuori, visto che per eccezioni come queste vengono fuori compensi oltremodo dignitosi.
Sta di fatto che, capito il gioco, i politici (ma anche aziende, enti pubblici e non) hanno fatto a gara ad “accaparrarsi” le prestazioni delle firme più autorevoli (ma non contrattualizzati), per fare a volte anche giochi poco corretti.
Tutto ruota intorno ai “buoni rapporti” e alla simpatia e alle credenziali che il giornalista può giocarsi.
E ci sono giornalisti che lavorano per aziende, enti pubblici, organizzazioni e che di queste scrivono poi sui giornali chiamati ad essere obiettivi creando un numero enorme di conflitti e generando un groviglio di interessi inestricabile.
Casi di questo genere sono migliaia a tutti i livelli, generati proprio da un sistema che non garantisce diritti al giornalista precario.
E se manca la verità e l’obiettività, manca quel controllo che il vero giornalismo è chiamato a fare, scoperchiando quanto andrebbe per missione scoperchiato ed offrire uno strumento importante al cittadino, non fosse altro perché garantito dalla Costituzione.
Certo il nostro sistema offre alcuni rimedi per i giornalisti in cerca di giustizia, che smaniano di uscire dal precariato. E sono sempre più le cause di lavoro in materia. E quale giustizia può arrivare in questi casi, se si incappa nelle maglie di un sistema giudiziario ingolfato?
GLI INSEGNANTI. Da un’inchiesta del “Il Corriere della Sera” si scopre la tacita regola imposta ai docenti. Tutti sanno, ma nessuno denuncia. Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari, senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.
Secondo i dati Istat, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.
M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».
C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».
G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».
I LAVORATORI SUBORDINATI - Su un totale di oltre 2 milioni e 850mila lavoratori irregolari presenti nel nostro paese, oltre 1 milione e 352mila (47,4%) sono donne. In pratica 1 lavoratore su 2 fra quelli sommersi, è donna. Emerge da uno studio presentato a Roma dall’Isfol, su «Le donne nel lavoro sommerso». In valori assoluti, la quota più consistente di donne che lavorano in condizioni irregolari o illegali si trova al Nord (oltre 685mila). Al Centro le irregolari sono circa 287mila, al Sud 380mila.
Ciò significa che al Nord, sul totale dei circa 1 milione e 100mila lavoratori irregolari presenti nell’area, più di 6 su 10 sono donne. Per quanto riguarda i settori di attività, l’occupazione irregolare femminile si concentra nel settore dei servizi, dove sono attive circa 1 milione e 150mila donne senza contratto o con un contratto disapplicato. Le donne rappresentano il 57% dell’occupazione irregolare del settore dei servizi. Molto inferiore la quota di donne sommerse nell’industria (85mila) e nell’agricoltura (120mila).
L'Isfol ha anche presentato una ricerca dal titolo «Dimensione di genere e lavoro sommerso. Indagine sulla partecipazione femminile al lavoro nero e irregolare», curata dall’area Sistemi Locali e Integrazione delle Politiche. L’indagine ha coinvolto quasi mille donne, italiane e straniere che lavorano in 3 città (Torino, Roma, Bari) con un contratto di lavoro irregolare o in nero. L’indagine ha messo l’accento su alcune caratteristiche dell’occupazione irregolare femminile. La tipologia più diffusa di irregolarità è l’assenza di contratto scritto che interessa quasi due terzi delle lavoratrici (64%) seguita da parziale o totale disapplicazione delle norme contrattuali (28%).
Altro dato significativo è quello relativo al titolo di studio. Il 36% delle intervistate afferma di possedere un diploma di scuola media superiore, il 13% un titolo universitario, l’8% la qualifica professionale, il 31% la licenza media e il 6% quella elementare.
Un dato che, secondo l’Isfol, evidenzia come «il titolo di studio non costituisca uno strumento di salvaguardia rispetto all’accettazione di un lavoro nero».
Un dato in comune fra lavoro regolare e lavoro sommerso, sembra essere quello dell’accesso. L’Isfol, infatti, sottolinea come anche i lavoratori irregolari trovino un’occupazione attraverso il passaparola e le conoscenze. Il 65% di chi lavora senza contratto ha avuto accesso al lavoro grazie alla rete informale di relazioni personali e amicali, mentre solo il 10% ha avuto una proposta diretta e solo il 4% si è trovato sommerso dopo aver risposto a un annuncio per un lavoro regolare.
Le lavoratrici in nero tendono a considerare la loro condizione difficilmente mutabile. Infatti il 42% degli intervistati ha dichiarato che continuerà a rimanere nell’irregolarità, finché non troverà un impiego regolare, mentre il 31% lo farà finché non troverà un lavoro regolare e a condizioni più vantaggiose. Tra coloro che dichiarano di non essere in cerca di altra occupazione è significativo che il 17% si ritiene soddisfatto dell’attuale occupazione e questo soprattutto per il bisogno di una certa continuità del reddito che, paradossalmente, il lavoro irregolare comunque assicura.
Inoltre la permanenza nell’irregolarità, dice l’Isfol, diminuisce la fiducia nelle proprie capacità. Sulla durata del lavoro irregolare, il 67% delle intervistate dichiara di svolgere un lavoro sommerso da più di un anno. Una conferma, secondo gli autori dell’indagine, che il lavoro irregolare non ha una natura occasionale né, tantomeno, di breve durata. Per le donne siamo, cioè, di fronte a un lavoro irregolare con caratteri di stabilità, di sicurezza e di continuità nel tempo maggiori rispetto al lavoro regolare e più per le straniere che non per le italiane. Le lavoratrici straniere, infatti, svolgono prevalentemente attività di cura presso famiglie come colf e badanti, con prospettive di maggiori stabilità e continuità rispetto alle italiane, impegnate in altri settori di attività. In ogni caso, conclude l’Isfol, siamo di fronte a una domanda strutturale e permanente presente nel nostro mercato del lavoro.
E, per le donne, il sommerso non è una condizione transitoria, ma anzi un lavoro permanente, tanto che l’Isfol parla di «trappola del sommerso» nella quale rischiano di rimanere impigliate soprattutto le lavoratrici con minori risorse personali.
CAPORALATO IN AGRICOLTURA - Il 90% degli intervistati non ha il contratto di lavoro, oltre il 60% vive in strutture abbandonate, senza servizi igienici, senza acqua corrente e senza riscaldamento. Sono dati e informazioni mutuati da "Una stagione all'inferno", il rapporto-denuncia di Medici Senza Frontiere sulle drammatiche condizioni, umane e sanitarie, dei lavoratori stagionali immigrati impiegati in agricoltura nelle campagne del meridione d’Italia.
Per intenderci, quelli per cui teoricamente dal sito “interno.it” i datori di lavoro avrebbero potuto chiedere la regolarizzazione. La realtà è invece tutt'altra che 'regolare' e sono invece praticate nei loro riguardi vessazioni e violenze indicibili. Chi si ribella viene punito in modo esemplare dal "caporale" che lo ha reclutato, anche per "educare" gli altri.
CAPORALATO NELL'EDILIZIA - Per i disperati il salario arriva a bordo di una station-wagon o di un Fiorino. Chi offre il lavoro a domicilio ha gli abiti che profumano di fresco e due telefonini cellulari per mano. Modi sbrigativi, poca voglia di parlare. Ma non sbagliatevi: non si tratta di un imprenditore o di un selezionatore di personale. Lui è un caporale del nord dell’Italia.
Vite sospese su di un'impalcatura, senza caschi di protezione, senza imbracature e soprattutto senza una vera assunzione con relativa assicurazione. Sono le cinque e mezza del mattino. Il buio e il freddo invernale sembrano indurire ulteriormente i loro volti. Fumano. In mano una busta con il pranzo. E aspettano. Poi arriva lui, il caporale. C'è chi lo conosce già e c'è chi invece deve chiedere dieci ore di lavoro, quasi come se stesse elemosinando. Il caporale carica la “merce umana” sulla vettura e parte. Chi avrà fortuna tornerà a casa con una misera paga giornaliera. Altrimenti diventerà un articolo di cronaca, da leggere l'indomani sul quotidiano cittadino.
CAPORALATO E COOPERATIVE - Immaginiamo una cooperativa con quasi un centinaio di soci lavoratori che eseguono "ufficialmente" lavori di facchinaggio nelle imprese delle lavorazione delle carni e dei salumi, ma nella realtà eseguono lavori del ciclo produttivo. Viene naturale pensare ad impresa con una struttura che sostiene una sede, se non prestigiosa almeno dignitosa con computer telefoni e fax, un apparato di dirigenti con impiegati e segretarie. Ci possiamo immaginare, insomma, di avere di fronte un impresa a tutti gli effetti.
Niente di tutto questo. La cooperativa di cui sopra, che possiamo benissimo definire “falsa cooperativa”, è un esempio che può rappresentare benissimo altre imprese del genere. Queste false cooperative spesso hanno formalmente la loro sede legale presso l’abitazione del presidente, a volte un semplice prestanome extracomunitario, oppure, per dare una parvenza di legalità, presso un polveroso ufficio di pochi metri quadrati che funge da ripostiglio, in cui manca la strumentazione minima per qualsiasi impresa: fax, telefono e computer, oltre che il personale che vi lavori dentro.
Gli unici recapiti di queste imprese fantasma, in maggioranza false cooperative, sono anonimi cellulari. Un esercito di false cooperative che gestiscono lavoratori stranieri grazie al prezioso lavoro di consulenti, o commercialisti, delle imprese committenti. Imprese committenti che attraverso pseudo appalti di servizi, ne utilizzano la manodopera.
Cooperative che cambiano nome repentinamente, per sfuggire ai controlli. Consulenti che spesso sono gli stessi consulenti dell’impresa committente. Consulenti che si sono creati in famiglia la loro cooperativa di facchinaggio per somministrare manodopera nelle aziende dei loro clienti. Ma non è tutto! Associazioni degli imprenditori che di giorno predicano bene contro l’illegalità del lavoro, ma di notte razzolano male perché, attraverso società terze direttamente controllate, gestiscono decine di false cooperative.
Al peggio però non c’è mai fine: imprese committenti che si costruiscono la propria cooperativa in casa, con presidente un familiare dell’amministratore delegato dell’impresa committente, oppure lo stesso amministratore delegato della cooperativa che è lo stesso dell’azienda committente.
PARLIAMO DI CAPORALATO.
Inchiesta italiana su “Repubblica” a firma di Davide Carlucci e Sandro De Riccardis col titolo: Schiavi e caporali a Natale, scandalo false cooperative. Vengono usate come forma di outsourcing, con il vantaggio che i "soci" sono facilmente licenziabili. Fini mutualistici solo sulla carta, così si sfruttano i benefici su fisco e costo del lavoro. L'influenza di mafia e 'ndrangheta. Alla catena di montaggio che prepara il Natale, nei cubi di cemento dei grandi centri logistici che riforniscono gli scaffali dei supermercati di luci e decorazioni, entrano che non è ancora l'alba ed escono che è già notte. Nelle grandi piattaforme della grande distribuzione, sperdute nelle campagne di tutta Italia, sgobba una nuova classe di lavoratori. Sono gli schiavi del Natale. Formalmente, soci di cooperative. In realtà persone che, di fatto, hanno meno diritti dei dipendenti delle aziende classiche, con la sola differenza che spesso non sanno bene chi è il loro padrone. Due coop su tre, dicono le ispezioni delle direzioni provinciali del lavoro, sono irregolari. Ma quante sono allora in Italia le "cooperative spurie"? Quanti dipendenti occupano? E perché sia il sistema economico che la criminalità organizzata ricorrono sempre più a questa tipologia d'impresa che produce un valore aggiunto di 40 miliardi di euro, il tre per cento del totale nazionale?
LE DENUNCE. "Con questo mezzo, gli operai ad essa aderenti pensano di fare il primo passo nella via della loro emancipazione, poiché sottratto il lavoro da ogni dipendenza, l'associazione offrirà ad essi il modo di istruirsi, di educarsi e di togliersi dallo stato di miseria e soggezione in cui oggi si trovano...". Fa tenerezza rileggere le parole dello statuto della prima cooperativa modenese, fondata a Finale Emilia nel 1886, e confrontarle con il racconto che Juan, 124 anni dopo, ha reso alla procura di Lodi. Con altri quattro connazionali, il 36enne boliviano ha denunciato gli ingranaggi del sistema del lavoro nero nella piattaforma Dhl di San Giuliano Milanese, dove lo smistamento dei pacchi natalizi moltiplica il numero di colli da movimentare. "Ho girato diverse cooperative. I nomi cambiavano in continuazione ma i responsabili erano sempre gli stessi...". L'ultima "non mi consegnò mai il contratto di assunzione. Ma il quindici di ogni mese un caporale mi pagava in contanti. La mia busta paga era sempre a zero ore. Lavoravo nel settore carico con una mansione pericolosa, che richiedeva, però, velocità e lucidità. Poi abbiamo contattato il sindacato e ci siamo ribellati. Ma quando tornai in azienda, l'addetto alla sicurezza non mi fece entrare: ero licenziato". Ora Juan ha ottenuto il permesso di soggiorno in base all'articolo 18 della legge sull'immigrazione, quello utilizzato di solito dalle prostitute per fare arrestare i protettori. E come lui gli altri colleghi che hanno denunciato, oggi collocati in una vera cooperativa, la "Lotta all'emarginazione" di Sesto San Giovanni. Le prime segnalazioni della Filt-Cgil sulla piattaforma di San Giuliano risalgono all'aprile 2008. "Ai lavoratori regolarmente assunti venivano assegnati orari sempre più ridotti in modo da provocarne le dimissioni affinché fossero sostituiti da extracomunitari con permessi di soggiorno falsi...". Simon, anche lui boliviano, quarantenne, racconta di aver lavorato per più cooperative e di ricevere lo stipendio "su una carta di credito prepagata intestata a mio nome". Le cifre sono sempre minori di quelle concordate. Sulle denunce di Juan, Simon e gli altri è aperta un'inchiesta della direzione provinciale del lavoro di Milano. Molte coop citate nelle denunce, nel frattempo, hanno licenziato gli operai, come la Padana servizi - 70 in un colpo solo, con un semplice fax - o risultano inattive, come la Alfa coop e la Vidac.
IL BOOM. In Italia le cooperative sono 151mila, calcola l'ultimo rapporto di Unioncamere. E mostrano, a differenza delle altre imprese, "una notevole resistenza alle difficoltà della crisi", con un saldo positivo tra cessazioni e nuove costituzioni. Quasi la metà del totale (45 per cento) sono al Sud, ma è al Nord che creano più occupazione. Sicilia e Lazio sono le prime regioni per diffusione, seguono Lombardia e Campania, dove in media crescono del 2%. Sono il 2,1% del totale delle imprese italiane, con un milione e 400mila lavoratori impiegati ormai in ogni settore. La logistica - dove operano grandi gruppi come Colser di Parma (3000 dipendenti), Ucsa di Milano (1700), Gesconet di Roma, Cal di San Giuliano Milanese (900 soci), Piave di Torino, Transcoop di Reggio Emilia - è solo uno dei settori delle coop, che ora operano anche nell'outsourcing. Per esempio, grandi compagnie di assicurazioni hanno delegato a piccole coop di giovani diplomati - inserite all'interno di gruppi imprenditoriali molto floridi - lavori che prima erano riservati agli interni, ottenendo più flessibilità, ma anche la possibilità di lasciare a casa i "soci" quando le commesse scarseggiano. Un vero e proprio boom si registra poi nella sanità, nell'informatica, nelle telecomunicazioni, nell'edilizia, nel settore delle pulizie fin anche all'intermediazione finanziaria, all'istruzione, alla formazione privata. Con picchi di crescita superiori alla media delle altre imprese, soprattutto per quanto riguarda donne e immigrati. Ma cosa c'è dietro questa esplosione di vitalità? Un rilancio in grande stile o un uso distorto della forma cooperativa come quello che denunciano i facchini di San Giuliano Milanese?
IL RACKET. Dietro, spesso, ci sono soltanto delle truffe. Storie che sanno di caporalato e che riempiono decine di inchieste, dal Trentino alla Sicilia. Imprenditori, commercialisti, avvocati e consulenti fiscali sono i registi di reti di società intestate a prestanome con le quali danno avvio all'impresa criminale. Come funzionano le coop-patacca? Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. S'intestano le cooperative ad anziani, disabili, tossicodipendenti, che in cambio di una firma ricevono poche decine di euro. Poi si dà il via all'attività, sfruttando le agevolazioni previste per questo genere d'impresa, con assunzioni in nero, buste paga inferiori ai pagamenti effettivamente corrisposti, straordinari nascosti in altre voci contabili, contributi e tasse non versate. Formalmente, i lavoratori sfruttati sono soci della coop. Ma essendo ricattati, le loro decisioni sono dirette dal presidente o dai suoi fantocci. Quando gli investigatori arrivano alle società, si trovano di fronte a società in liquidazione, a patrimoni pari a zero, ad amministratori fittizi. Ma non sempre i furbi la fanno franca. Il caso più noto è quello di Padova, dove un'operazione della Guardia di Finanza ha smantellato una "associazione per delinquere finalizzata all'evasione fiscale". Una rete di cooperative intestate a titolari di comodo, quasi tutte nell'orbita della Compagnia delle opere, aveva evaso 30 milioni di euro tra oneri previdenziali, fiscali e contributivi non versati. I militari hanno sequestrato anche 18 milioni di euro in contanti, titoli di società ed immobili tra Veneto, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna. Tra i 21 indagati e i tre arrestati c'erano Willi Zampieri, 40 anni, presidente della società con un passato in Forza Italia; il commercialista Paolo Sinagra Brisca e una consulente del lavoro, ex tesoriere del Consiglio provinciale dell'Ordine, Patrizia Trivellato. Diecimila euro al giorno venivano reinvestiti in bar e negozi, mentre centinaia di lavoratori restavano senza contributi previdenziali. Le loro condizioni di lavoro sono lo spaccato del moderno schiavismo camuffato da cooperativismo: permessi per malattia o maternità negate, ferie inesistenti. Un caso isolato? Pare proprio di no. Nella capitale economica del paese, Milano, teoricamente il luogo più evoluto nei rapporti di lavoro, dal primo gennaio al 31 agosto 2010, gli accertamenti hanno svelato 1101 posizioni irregolari: collaboratori a progetto che nella realtà erano soci, lavoratori senza riposo giornaliero o settimanale, "con schede cronografiche infedeli, straordinari contabilizzati come indennità di trasferta, per le quali non è previsto il versamento di contributi", spiega il direttore provinciale del Lavoro di Milano, Paolo Weber. In otto mesi, gli ispettori della Direzione provinciale del lavoro hanno recuperato ben 426.780 euro di contributi non versati.
COOPERATIVE A DELINQUERE. La favola dell'assistenza e della mutualità ha fatto il suo tempo. E in questa grande finzione, fa presto a infiltrarsi la criminalità organizzata. A Corigliano Calabro la Finanza ha indagato a maggio 352 persone per truffa all'Inps: una cooperativa agricola che aveva denunciato falsi rapporti di lavoro per 35mila giornate agricole era, in realtà, riconducibile a una cosca della 'ndrangheta. A Gioia Tauro, invece, la "Cooperativa lavoro", che gestisce il traffico di migliaia di container, aveva stretto una sorta di joint-venture con le famiglie Piromalli, Alvaro e Molè. E in Campania è la camorra a utilizzare le coop nel settore dei trasporti e dei parcheggi. L'Ortomercato di Milano, che si prepara a garantire una cornucopia di frutta e pesci di ogni tipo sulle tavole degli italiani imbandite per il Natale, è stato per anni il regno dei clan. Nella memoria depositata nel processo concluso a maggio con la condanna dei boss della cosca Morabito-Bruzzaniti, il pm Laura Barbaini ricostruisce il ruolo del prestanome Antonio Paolo che "formalmente assume presso la cooperativa Scai il socio lavoratore Salvatore Morabito, l'uomo conosciuto da tutti come criminalmente potente, e nella sostanza cede al consorzio i suoi contratti di appalto migliori: quale per esempio quello con Dhl Express Italy srl e con Tnt Poste". Le cooperative - scrive il pm - servono ai clan anche per riciclare denaro sporco "attraverso la falsa fatturazione o l'emissione di assegni circolari intestati a nominativi di lavoratori stranieri dipendenti e incassati da prestanomi". In questo modo, creano "importanti disponibilità in contanti per l'acquisto di droga". Anche al boss di Cologno Monzese, Marcello Paparo, le cooperative del suo consorzio di facchinaggio e pulizie per i supermercati Sma ed Esselunga servivano solo per prelevare contanti da investire in affari illegali. E nel capoluogo lombardo c'è l'ombra del riciclaggio anche nell'omicidio di Pasquale Maglione, un avvocato casertano che rappresentava diversi consorzi di origine campana nel rapporto tra colossi della logistica e sindacati.
IL DUMPING E LA CONCORRENZA SLEALE. Ma anche quando non c'è la mafia, le statistiche dicono che le cooperative sono, una miniera di profitti in nero. Più delle altre società. A Milano, come a Lecco, l'82% di quelle ispezionate risultano irregolari; a Brindisi il 37%; a Cuneo il 65, a Pescara il 40, a Padova il 67,7. In media, il 65% sono irregolari. Anche nel settore dei servizi sanitari e sociali si diffonde l'illegalità: a Siena la Gdf ha scoperto a luglio una coop che per quattro anni aveva lavorato in nero con anziani, minorenni e disabili. Gonfiavano i rimborsi, s'inventavano trasferte inesistenti in giorni improbabili - come il 31 giugno - e in questo modo, secondo la Finanza, "riuscivano a garantirsi, a costi competitivi, la presenza sul mercato degli appalti pubblici". Con prezzi stracciati, è facile sbaragliare la concorrenza degli onesti. Il ministero del Lavoro, nel 2007, aveva tentato di arginare il fenomeno con un protocollo che considerava i ribassi del 30 per cento "un fattore di distorsione del mercato". Si decise di dar vita agli "osservatori permanenti", coordinati dalle direzioni del lavoro. Pochi ispettorati, però, sono riusciti a tener d'occhio le cooperative spurie. Che hanno una vita media di due anni ed espellono i soci che osano prendere sul serio i loro diritti. Com'è successo, ad esempio, ai 16 soci eritrei della cooperativa "Il papavero" di Cerro al Lambro, in provincia di Milano, che lavora per la Gls, che ha tra i suoi committenti le poste inglesi: a febbraio avevano indetto un regolare sciopero, ad agosto si sono ritrovati licenziati. E ora, assistiti dal SiCobas, hanno aperto due vertenze: in una il datore di lavoro è tacciato di comportamento "discriminatorio". Due settimane fa il tribunale del lavoro di Firenze ha dato loro ragione. Ma, prima della magistratura, chi dovrebbe fare tutte le verifiche?
I CONTROLLI FANTASMA. La maggior parte delle pseudocoop non fanno parte delle centrali (Legacoop, Confcooperative, eccetera) che prevedono verifiche sugli affiliati. "C'è il potere ispettivo del ministero dello Sviluppo - spiega Stefano Zamagni, economista e presidente dell'agenzia per le Onlus - ma gli ispettori sono pochi, è difficile controllare. Noi possiamo intervenire solo per le cooperative sociali, ma solo inoltrando le denunce alla Guardia di finanza e all'Agenzia delle entrate. Nella maggior parte dei casi si ricorre alle cooperative solo per evadere il fisco e avere agevolazioni. Lo spirito mutualistico di una volta è sparito". Così finisce che le cooperative anziché unire i lavoratori consentendo loro di emanciparsi, li dividono ulteriormente. In questi giorni nei magazzini Gs-Carrefour di Pieve Emanuele, in provincia di Milano, operai cinesi, egiziani e italiani stanno il dando il meglio di sé. Sono i "soci" che hanno accettato i nuovi ritmi, 160 colli stoccati all'ora, imposti da una nuova coop che sostituiva la precedente. Quelli che hanno detto no, erano stati espulsi. Ora hanno vinto la loro battaglia, e hanno ritrovato il lavoro.
PARLIAMO DI INFORTUNI SUL LAVORO.
1 milione l'anno gli infortuni sul lavoro. 1.000 i morti: 1 ogni 7 ore. Quando gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di mille, quando ogni 7 ore muore un lavoratore, non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito. Non si tratta infatti di un fenomeno marginale e in via di estinzione, bensì di un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione e nello stesso modo di essere della modernità. In realtà, siamo in presenza di un fenomeno sociale di massa, sebbene la società non lo riconosca come tale.
Di certo una vera e propria guerra a bassa intensità, che di regola si svolge nell’ombra e nel silenzio. Una vergogna che macchia il Paese, che ignora il diritto al lavoro e alla sua sicurezza. E’ una contabilità spesso arida e anonima, persino controversa, che non ha sussulti neanche di fronte alla fine di una vita. Resta in ogni caso la preoccupazione e in certa misura lo sconcerto per il fatto che gli enti previdenziali siano considerati, in definitiva, dei semplici strumenti operativi dello Stato - al di là di quanti organi rappresentativi siano presenti al loro interno - dei quali interessa il valore complessivo ed il risparmio complessivo che possano realizzare.
Come riscontro di questa sensazione, al di là delle dichiarazioni di commozione, di cordoglio e di solidarietà, ci sono d’altra parte alcuni fatti concreti:
- dall’entrata in vigore della legge 123/07 (nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro), i coordinamenti provinciali delle attività ispettive, previsti all’art. 4, stanno appena muovendo, quando va bene, i primi passi;
- si stima che il personale impegnato nella prevenzione infortuni, se dovesse controllare tutte le aziende, ognuna di esse riceverebbe un controllo ogni 23 anni, ed infatti si interviene quasi sempre solo dopo l’infortunio;
- sul fronte penale i reati di omicidio colposo o lesioni conseguenti al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro sono sostanzialmente impuniti per i tempi della giustizia;
- nell’ordinamento giudiziario francese vi è un Pool di Pubblici Ministeri e di giudici istruttori i quali hanno una competenza per quasi tutto il territorio francese sugli affari e i reati di maggiore rilevanza sul piano nazionale che attengono la salute. In Spagna è stata introdotta la figura del Procuratore Speciale per gli incidenti sul lavoro. Nel nostro Paese per le vittime del lavoro ottenere giustizia è purtroppo una timida e quasi sempre disattesa speranza.
D'altronde cosa si può aspettare dai nostri governati. Il servizio del “Trio Medusa” su “Italia 1” documenta come alcuni operai impegnati al rifacimento delle facciate della Camera dei deputati siano senza caschetto protettivo. Immagini poi proposte a Fausto Bertinotti, che in passato aveva definito i lavori in corso nel palazzo di Montecitorio come un "cantiere modello". Prima un uomo al lavoro al dodicesimo piano di una impalcatura, poi un altro al quarto piano, e ancora un altro che sale le scale, uno che scende con l'ascensore, tutti senza caschetto. Le immagini scorrono una dopo l'altra, e vengono poi proposte al Presidente della Camera. Bertinotti le guarda con attenzione, poi dichiara: "L'azienda che assume questo lavoro ne è responsabile sia civilmente che penalmente, e dunque qualunque elemento che mettesse a rischio il lavoratore deve essere indagato dall'ispettorato del lavoro, dalle organizzazioni sindacali e denunciato ovunque esso si trovi". “Le Iene” incalzano, ricordando a Bertinotti che proprio lui aveva dichiarato che quello di Montecitorio era un cantiere modello per tutti i cantieri edili in Italia. "E' disposto a ripeterlo?", chiede la “Iena”.
"Io l'ho detto sulla base della mia esperienza personale" ammette il Presidente della Camera, "e in quel momento era un cantiere dalle garanzie riconosciute. Siccome credo all'inchiesta, quando questa documenterà il contrario sarò pronto a fare marcia indietro. Adesso, di fronte a questa vostra sollecitazione sospendo il giudizio e verificherò. In ogni caso", conclude Bertinotti, "vi invito ad andare dal magistrato". Bertinotti dimentica che lui, come pubblico ufficiale, è obbligato alla denuncia. Se si tira indietro il Presidente della Camera, comunista, figuriamoci gli altri……
PARLIAMO DI SCIOPERI SELVAGGI.
Le cronache ci inondano di lesioni di diritti per la tutela di altri diritti, nell’indifferenza generale.
Un manipolo di scioperanti politicizzati che impedisce alla stragrande maggioranza di cittadini di poter esercitare la fruizione di ogni tipo di diritto: “Continuano i blocchi stradali e ferroviari e le proteste organizzate in tutto il Paese dalle "tute blu"”. “Il ministro dei Trasporti, ha precettato gli autotrasportatori in sciopero limitando il fermo alla mezzanotte di oggi. Il provvedimento si è reso necessario a seguito della gravissima criticità della circolazione su molte arterie della rete stradale e autostradale, che ha determinato la concreta possibilità che venga pregiudicata la distribuzione dei beni essenziali in quanto volti a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini”. “Tassisti sul piede di guerra dopo la liberalizzazione delle licenze decisa dal governo. Il Codacons ha denunciato i tassisti alla procure della Repubblica ipotizzando il reato di blocco stradale e turbativa di pubblico servizio”. “Metropolitana, autobus, tram. Tutti fermi. Un nuovo sciopero selvaggio degli autoferrotranvieri”. “Periodico picchettaggio e occupazione di scuole ed università da parte degli studenti per protestare, strumentalmente, ad ogni tentativo di riforma.”
PARAGRAFO 2: INDIFFERENZA
OSSIA, NEL BISOGNO NESSUNO TI AIUTA


PARLIAMO DELLE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO.
"I parassiti del 5 per mille" è il titolo di un'inchiesta dell'"L'Espresso" a firma di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli. L'Associazione Cercatori d'oro. I sedicenti Cavalieri templari. I cultori del rito di Misraim. Sono solo alcune delle più incredibili Onlus che si spartiscono la torta dei denari pubblici. Sottraendo fondi a chi fa vera solidarietà. Io ti creo, e io ti distruggo. Avrà pensato questo il ministro dell'economia Giulio Tremonti quando ha massacrato il 5 per mille, una delle sue più riuscite invenzioni, dissanguandolo con il taglio dei fondi da 400 a 100 milioni di euro. Eppure nei suoi anni di vita, il meccanismo creato per rimpiazzare i soldi pubblici per il sociale con quelli provenienti dalle tasche dei contribuenti era stato apprezzato dal mondo del volontariato. Nonostante i suoi evidenti limiti: in assenza di una legge, naturalmente si è scatenato il Far West. Con tanto di assalto alla diligenza. Un mucchio selvaggio di associazioni che saranno anche non profit, ma che di socialmente utile fanno ben poco, hanno ingrossato gli elenchi tenuti dalla Agenzia delle entrate. Cosa che se in tempi di vacche grasse già era un problema, ora che sono anoressiche è diventata intollerabile. Il fatto è che i confini di ciò che lo Stato italiano considera di "utilità sociale" sono evidentemente vasti, e spesso piuttosto fantasiosi. A volte l'utilità sociale c'è, ma gode di un "doppio fondo": le regioni, ad esempio, i soldi li prendono dalle tasse dei cittadini, ma attingono comunque al 5 per mille dal canale della ricerca sanitaria. I comuni, che attraverso le pro loco fanno man bassa. E poi le associazioni di protezione civile, che già godono dei fondi provenienti dalla protezione civile nazionale. Altre volte, invece, l'utilità sociale è decisamente questione di punti di vista. Così sulle liste del 5 per mille, fra le infinite associazioni che si prendono cura degli amici a quattro zampe - cani, gatti, cavalli - ne trovi una d'importazione che i randagi vuole castrarli, così come fanno a Bucarest: Lamento Rumeno. Il loro sogno è attrezzare un piccolo camper a mo' di clinica mobile, in cui sterilizzare le povere bestie per sconfiggere il randagismo. E un'altra che invece gli animali li prende in considerazione solo quando ormai non esistono più (Associazione per lo studio degli animali estinti). Non è ancora del tutto estinto, a quanto pare, l'esperanto - il fallito esperimento di lingua artificiale - tanto che dalla Esperanto Radikala Asocio partono strali contro "l'oppressione linguistica" dell'inglese: «Follia del Ventunesimo secolo, fenomeno divenuto ormai religioso». Un po' rétro lo sono anche a Biella, dove non solo esistono ancora cercatori d'oro, ma si son riuniti in un'apposita associazione. E come loro cercano pepite, in Sicilia si aggirano uomini armati di registratore che passano al setaccio i suoni del territorio, per catalogarli e salvaguardarli (è il Sicilian Soundscape Research Project). Sembrano, insomma, i personaggi di una commedia all'italiana - come quella tutelata da un apposito centro studi del comune livornese di Rosignano Marittimo. Altri, invece, paiono fuoriusciti da un libro di Dan Brown, in un profluvio di scudi, spade, compassi e grembiuli: le pagine del 5 per mille raccontano infatti numerose storie di cavalieri templari e fratelli massoni. C'è l'Ordo templi hierosolymitani equites templares (cioè ordine dei templari di Gerusalemme), a fianco dei Cavalieri templari onlus, e alla Milizia del tempio - ordine poveri cavalieri di Cristo. C'è il Gran priorato dei Santi apostoli e il Priorato di San Martino. Da una parte ci sono gli Amici del sovrano militare ordine di Malta - delegazione di Venezia onlus, dall'altra la Knights of Malta Osj foundation. Infine, oltre alla scuola esoterica della Associazione archeosofica, troviamo Stupor mundi, seziona barese dell'Accademia dei filaleti. Il presidente dell'Accademia, Giancarlo Seri, è Gran ierofante dei riti egizi della massoneria, e in un filmato su YouTube spiega: «Il mio ruolo all'interno del Grande Oriente d'Italia è sovrintendere i lavori dell'antico e primitivo rito di Memphis e Misraïm».
Il 5 per mille oltre a essere esoterico, tocca punte di misticismo New Age. Folte le schiere di guru, santoni, e predicatori di dottrine varie che poco o niente hanno a che vedere con le grandi religioni. Partiamo dalla Fondazione l'Albero della Vita, al sedicesimo posto fra le onlus più premiate, con oltre un milione e mezzo di euro. L'organizzazione, che si propone a tutela dei diritti di bambini, adolescenti e donne in situazioni di disagio sociale, è presieduta dal napoletano Patrizio Paoletti (esiste anche l'Associazione Patrizio Paoletti onlus). Nel dizionarietto del Cesnur sui culti in Italia, il suo nome salta fuori alla pagina sui centri "El Are" per lo «sviluppo armonico dell'uomo», dove lo si scopre erede spirituale del guru armeno Gurdjeff. Secondo Paoletti, quindi, «non tutti hanno un'anima, solo chi riesce faticosamente a costruirla può aspirare al risveglio. Paoletti propone una «via delle perle di cristallo, fatta di piccoli insegnamenti che partono dal quotidiano e che, come nelle favole, aiutano a ritrovare la propria strada». Decisamente New Age è l'approccio della comunità di Damanhur, l'autoproclamata "città-Stato" piemontese dove si scavano templi sotterranei e si sposa un politeismo spinto. Sia la loro sezione fiorentina, Damanhur Firenze, che l'Associazione di protezione civile Damanhur trovano spazio nelle liste. Insieme ad altri volontari di protezione civile, quelli del Nuovo Rinascimento di Scientology. Gli appassionati lettori di Ron Hubbard ce li ritroviamo in fila per il 5 per mille anche con i quattro centri Narconon per la disintossicazione, e col Comitato dei cittadini per i diritti umani. Pure il Movimento umanista, che segue il verbo dell'argentino Silo, può vantare una nutrita presenza: l'associazione di volontariato La svolta umanista, la Dimensione umanista onlus, e Pangea per una nazione umana universale. Senza contare quelli del Movimento raeliano italiano, che si fanno portatori del messaggio di angeli alieni e nel frattempo predicano la clonazione dell'uomo. Passando per i devoti di culti indiani, come l'Associazione Amma (dal nome della donna dalla quale anche Dario Fo e Franca Rame fanno la fila per farsi abbracciare), e dall'Osho meditation center (ispirato all'omonimo fondatore). Per arrivare agli Hare Krishna, e tanti altri. Né basta a tranquillizzare, di fronte a tutto questo, neanche la consapevolezza di avere destinato il proprio 5 per mille a una organizzazione di (vera) utilità sociale. Non tutti i milioni vanno a finire direttamente nelle casse degli enti prescelti: il meccanismo infatti prevede una parte proporzionale da distribuire a pioggia a tutti quelli in elenco. E non si tratta di bruscolini.
I dati 2008, gli ultimi diffusi dal fisco, sono chiari: sui 415 milioni complessivi, 328 sono finiti direttamente alle onlus designate dal cittadino, e 87 sono stati divisi fra tutti i partecipanti. Una bella fetta (circa il 21 per cento) va quindi a chi non se l'è conquistato, motivo per cui far parte degli elenchi, comunque, conviene. Del resto, entrare nelle liste è tutt'altro che impossibile.
I controlli più rigidi sono quelli formali, cioè sulla correttezza dei documenti presentati, fatti dall'Agenzia dell'entrate. Ma se non si sbaglia a segnare il codice fiscale o l'indirizzo dell'associazione, il più è fatto. Sui controlli di merito, invece, ecco che si moltiplicano le competenze. Al fisco spettano quelli sulle onlus, ai ministeri quelli sugli enti di ricerca scientifica e sanitaria, al Coni quelli sulle associazioni sportive dilettantistiche. E ad aumentare i dubbi c'è un altro indizio: i colori della politica partecipano al banchetto del 5 per mille. A partire da chi tutti i giorni spara contro Roma ladrona e gli sprechi del palazzo, il verde leghista. Negli elenchi si trova la Guardia Nazionale Padana, che tempo fa s'era messa in testa di organizzare su tutto il territorio del Nord le ronde padane, con tanto di uniforme. Oggi però, con Bossi al governo, la Guardia ha "deposto le armi" e, come si legge sul sito, dedica il tempo «alle popolazioni in pericolo, indipendentemente da razza, religione o credo politico». Duri e puri invece sono rimasti quelli dell'Associazione Nord autonomo, negli ultimi tempi trasformati in partito politico. Il loro programma non è che combaci esattamente con i valori della solidarietà sociale: vogliono il carcere duro («Le prigioni sono ormai alberghi»), i lavori forzati per i detenuti («Così possiamo ripulire Napoli»), e sono contro i clandestini («Rispediamoli a casa subito, così ci costano meno»).
Nelle liste del fisco, poi, ci sono tante "armi culturali" che servono ai politici per darsi battaglia. C'è la Fondazione Italiani Europei del pd Massimo D'Alema, la Fondazione Magna Carta dei forzisti Marcello Pera e Gaetano Quagliariello, e il Meeting Amicizia fra i popoli targato Comunione e liberazione. A queste bisogna aggiungere tutte le fondazioni che perpetrano il pensiero dei leader politici del passato, da quella Enrico Berlinguer a quella Alcide De Gasperi, passando per Sandro Pertini e Bettino Craxi (quest'ultima fondata e guidata dalla figlia Stefania). Passando dal Novecento all'Ottocento, prendono soldi anche l'Associazione marxista lucana, l'Associazione mazziniana e perfino gli irredentisti della Lega nazionale Trieste. Anche la Chiesa non disdegna attingere al denaro pubblico. All'undicesimo posto fra le Onlus che dal 5 per mille escono con le tasche piene c'è l'Associazione world family of Radio Maria, che riceve oltre 2 milioni di euro per far funzionare una radio che serve a diffondere il messaggio evangelico. Per non parlare di una folta schiera di parrocchie, oratori, monasteri e diocesi.
Neanche le imprese rinunciano alla possibilità del 5 per mille. E lo fanno attraverso una miriade di fondazioni. Obiettivo primario, fare beneficenza vera (e allo stesso tempo nobilitare l'immagine del proprio marchio). Nel lungo elenco ci sono aziende di abbigliamento e di accessori (Ermenegildo Zegna, Diesel, Luxottica), sportive (Ducati, Milan), acciaierie e cementifici (Falck e Buzzi-Unicem). S'incontra, poi, l'interminabile sfilza di club che impiegano il 5 per mille per finanziare una passione. Ce n'è per tutti i gusti: i collezionisti possono donare alla Società numismatica italiana o al Centrostudi araldici, i radioamatori all'European radioamateurs association e alle miriadi di filiali locali, gli astrofili alle tante piccole associazioni regionali, tra cui ad esempio The planetary society - Sicily. Non si contano poi le bocciofile o i circoli degli scacchi (Associazione sportiva scacchistica in testa). Così come non sono poche le scelte per chi ama l'avventura: l'Associazione speleologi piemontesi, il Club alpinistico triestino, la Confederazione italiana campeggiatori, il Caravan camping club e la Federazione italiana amici della bicicletta. Ovviamente non poteva mancare la coppia più famosa nel campo degli hobby, caccia & pesca. Così il 5 per mille va a chi agli animali gli spara (Federazione della caccia, nazionale e sedi locali) ma anche a chi cerca di tutelarli (Lega abolizione della caccia). Meno fortunati i pesci, che non hanno nessun santo che li tuteli: i fondi vanno solamente alle numerose associazioni dei pescatori, e alla Federazione italiana della pesca sportiva. La rassegna di enti che usano i soldi degli italiani per l'utilità dei propri soci è lunga. Nel 2008 la Fondazione italiana per il notariato ha incassato quasi 800 mila euro, e 150 mila l'Associazione nazionale consulenti tributari. Vanno poi aggiunte tutte quelle organizzazioni che rappresentano i maestri di ballo, i fisioterapisti, gli informatici, i biotecnologi, i seniores d'azienda e via elencando. Senza dimenticare due simil- sindacati come il Movimento italiano casalinghe e il Comitato per i diritti civili delle prostitute. C'è poi lo strano caso dell'Associazione nazionale italiana farmacisti: strano perché automaticamente si pensa all'ente di categoria, e invece si tratta della Nazionale di calcio degli speziali. Magari se la battono coi rivali dell'Associazione nazionale calcio medici onlus, che su Facebook vantano le simpatie dei senatori pidiellini Gentile e Quagliariello. Infine, le mille e più associazioni sportive dilettantistiche, tra cui spiccano soprattutto squadre di calcio, basket, pallavolo o rugby, e che spesso di sociale hanno ben poco. Addirittura negli elenchi si trova una società a responsabilità limitata: è l'Ac Isola Liri che gioca nel campionato di calcio Lega Pro di seconda divisione. Per non parlare dell'infinita lista delle Federazioni sportive, da quelle che rappresentano gli sport maggiori a quelle più sconosciute, come bocce, tennistavolo, dama e tamburello. Magari avranno pure bisogno di fondi, per sopravvivere. C'è un solo problema: se tutto è di utilità sociale, ma i soldi sono pochi, allora niente sarà di utilità sociale.
Il trucco del 5x1000: beneficio, ma non per tutti.
Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2010 si è previsto per il 2010 la possibilità per i contribuenti di destinare una quota pari al 5 per mille dell'Irpef a finalità di interesse sociale. Associazioni ed enti pronti a rimpinguare le loro misere casse con l'adesione di cittadini seguaci delle loro attività. Sarebbe bello se non fosse tutto un trucco, così come ha constatato l'Associazione Contro Tutte le Mafie, che avrebbe investito quei contributi nei suoi siti web: d'inchiesta www.controtuttelemafie.it e di promozione del territorio www.telewebitalia.eu .
L’Agenzia delle Entrate ha imposto la presentazione delle richieste di ammissione al beneficio entro il 7 maggio 2010 e solo in forma telematica, nei modi e nelle forme previste dall’ufficio. Per farlo vi è l’obbligo dell’abilitazione ai servizi telematici.
Dal 23 aprile al 7 maggio ci sono 14 giorni, di cui solo 10 lavorativi.
In questi 10 giorni, molti richiedenti hanno provato ad inoltrare la richiesta, ma il sistema non ha riconosciuto la password e il pincode dell’anno precedente.
I contatti telefonici con l’agenzia (a pagamento) sono stati impediti dalla lunga lista d’attesa, (fino a 70 contribuenti).
La richiesta del nuovo pincode e password è rimasta disattesa nei termini, se non riceverla dopo 12 giorni dall’istanza. Le comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate non hanno alcuna data, per cui inutile contestare il ritardo, non avendo prova, né te la fornisce il servizio postale, che interpellato sull’apposizione della data di ricezione, ti dice: “noi non mettiamo alcuna data, altrimenti i ritardi dell’Agenzia delle Entrate ricadono su di noi”. In questo modo gli enti pubblici fanno ricadere le colpe sui contribuenti, che non possono provare il disservizio.
Comunque, se pur in palese ritardo, la richiesta del beneficio non si può inoltrare, in quanto avere il pincode e la password non basta. Dopo tutto il casino, nel momento in cui attivi i servizi telematici, ti comunicano sul portale web dell’Agenzia che bisogna rivolgersi ad un incaricato terzo abilitato (a pagamento). Cosa che a saperla, si sarebbe potuta fare dall’inizio, senza aver percorso tutta la trafila burocratica inutile.
Risultato: in tempi ristretti e per i disservizi dell’Agenzia delle Entrate non tutti hanno potuto accedere al beneficio. Ed è solo una semplice istanza.
Il problema è che la prassi si ripete ogni anno e nessuno vi pone rimedio, mentre i contribuenti ignari pensano di aver donato una quota di tasse alla loro associazione, mentre i contributi, in realtà, vanno ad altri sodalizi.
Inutili sono state le interrogazioni parlamentari presentate a porre rimedio all'ingiustizia che ha colpito l'Associazione Contro Tutte le Mafie e tanti altri sodalizi ONLUS.
PARLIAMO DI ABORTO.
La legge italiana sull’aborto è la Legge n. 194 del 22 maggio 1978, che consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. Oggi, nonostante la legge, sono praticati aborti clandestini. Pertanto, è necessario affermare che la legge 194/78 ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro Paese, ma la sua applicazione deve essere ulteriormente migliorata.
La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza è composta da 22 articoli. L'articolo 12 si occupa del caso in cui la donna, che deve praticare l'interruzione di gravidanza sia minorenne. La legge prevede infatti che la richiesta di interruzione di gravidanza sia fatta personalmente dalla donna; se però la donna ha un'età inferiore ai 18 anni, per l'interruzione della gravidanza è richiesto l'assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela.
Tuttavia, la 194 prevede che nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone che esercitano la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleti i compiti e le procedure previste dalla legge e rimetta entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare. Questi, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle sue ragioni e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna a decidere la interruzione della gravidanza. Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di 18 anni, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza ricorrere al giudice tutelare, certifica l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Questa certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se necessario, il ricovero.
A leggere la relazione del Ministero si scopre che in Italia in un anno vi sono state all’incirca 4 mila interruzioni legali effettuate da minorenni, di queste 1.426 sono state chieste da parte di minorenni, decise ad escludere dalla decisione chi esercita la patria potestà, molte di più rispetto agli anni precedenti quando la media si aggirava intorno alle 1.330 interruzioni l’anno.
Ed è soprattutto in calo l’età media delle ragazze, che fanno ricorso ad un’interruzione di gravidanza. Cinque su dieci hanno diciassette anni e tre su dieci ne hanno sedici. E quindi è allarme, lo ripetono in tanti. Ma la Relazione del Ministero continua. Più di 6 minorenni su dieci non interpella nessuno del proprio nucleo familiare e si rivolge direttamente ai consultori. Se manca il consenso dei genitori o non lo si voglia richiedere, come accade in oltre la metà dei casi, si ricorre al Giudice Tutelare dei minori.
Più di sei minorenni su dieci (il 65%) decidono di interrompere la gravidanza per motivi psicologici. Le altre per motivi socio-economici. Il Rapporto del Ministero sottolinea che al giudice le minorenni dichiarano quasi sempre che il figlio «è un serio ostacolo ai progetti di vita futura». La maggior parte adduce motivi «psicologici» e circa il 30 per cento parla di motivi di studio. Le richieste arrivano soprattutto da ragazze che vivono al Nord: il 45%. Mentre il 25% da ragazze che vivono nel centro Italia, il 23% da giovani meridionali e il 7% dalle isole.
E allora, va bene l'allarme, ma le interrogazioni parlamentari da parte dei deputati per far fare qualcosa al governo sono finite nel nulla. E ad emergere, da storie come quella della minorenne che voleva tenere il figlio a dispetto dei genitori e dai dati del Ministero di Giustizia, è soprattutto una scarsa informazione sui metodi contraccettivi e un'assenza di educazione sessuale.
Riguardo al fenomeno degli aborti clandestini si denota che tornano le mammane. E ora non sono più solo oscure praticone, ma anche ginecologi compiacenti che operano nei loro studi privati, lontano dagli occhi indiscreti. Ma c’è anche di peggio: chi non ha neppure i soldi per pagare queste soluzioni alternative, si rivolge a «mamma Internet» per procurarsi medicinali che provocano i cosiddetti aborti farmacologici, pericolosi per la salute della donna, ma sempre più diffusi tra giovanissime ed emarginate. «È un fenomeno in crescita ed incontrollato e molto pericoloso per la salute della donna» ammette il Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo).
Il motivo di questo ripiego? In una distorsione della legge: «Probabilmente una piena applicazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza eviterebbe il diffondersi di tali fenomeni». In pratica, la legge non è sempre garantita nella sua applicazione. E l’alto tasso di obiettori di coscienza che, attuando un loro diritto, rifiutano di praticare l’aborto pongono ostacoli organizzativi non facili da superare. Nelle strutture sanitarie pubbliche, infatti, risulta obiettore il 60% dei ginecologi, il 46% degli anestesisti e il 39% del personale non medico.
La presenza di così tanti obiettori negli ospedali allunga le liste di attesa per fare un aborto e favorisce così indirettamente, secondo molti ginecologi, il ricorso all’aborto clandestino e soprattutto a quello farmacologico. Si tratta di cosiddetti farmaci off-label, impiegati per un utilizzo differente rispetto a quello per cui sono nati. «È il caso delle prostaglandine: principi presenti in medicinali destinati alla cura dell’apparato gastrico (anti-ulcere), ma che possono avere anche un effetto abortivo soprattutto all’inizio della gravidanza». Le prostaglandine sono acquistabili dietro prescrizione medica, ma il problema è che sono facilmente reperibili in mercati clandestini e su Internet.
Gli esperti di farmacologia avvertono che si tratta di un pericolo serio, un uso improprio di farmaci che sono destinati ad altre funzioni col rischio di provocare effetti collaterali imprevedibilmente gravi. I rischi maggiori sono quelli relativi a forti emorragie e infezioni.
L’uso dell’aborto farmacologico è molto diffuso e il farmaco si compra in farmacia.
A favorire l’aborto è, anche, il fallimento dei Consultori Familiari: pochi e inadeguati: sulla carta 2.063, di fatto 1 ogni 57 mila abitanti. Le liste di attesa di attestano oltre i 50 giorni. In Italia sono 2.063 i consultori familiari secondo gli ultimi dati del Ministero della Sanità. Secondo un’indagine svolta in sei città italiane (Napoli, Roma, Torino, Milano e Bologna) portata avanti dall’Associazione Altro Consumo, il rapporto reale è di un consultorio ogni 57 mila abitanti. Infatti molte strutture non sono aperte, sono in ristrutturazione o semplicemente sono inesistenti.
L’indagine è stata fatta su 146 strutture nelle sei città. A Milano la lista segnala 21 consultori. Due risultano chiusi e uno accorpato ad un’altra struttura. In media un consultorio ogni 70 mila abitanti. Le liste di attese per una visita vanno dai 40 ai 50 giorni.
A Bologna c’è un consultorio ogni 41 mila abitanti e il tempo di attesa è in media di 63 giorni.
A Torino i consultori presenti sono 21, ma 6 sono chiusi e la popolazione ha a disposizione un consultorio ogni 57 mila abitanti. Roma è la città con più consultori 51, sette di questi però, risultano chiusi e la media è un consultorio ogni 58 mila abitanti. Al San Camillo di Roma gli specialisti non obiettori sono tre su 50.
A Napoli i dati sono veramente sconcertanti: i consultori sono 18, ma di questi 7 sono chiusi. I tempi di attesa sono di 40 giorni. Infatti al Nuovo Policlinico in un anno su 1.370 donne che hanno richiesto di interrompere la gravidanza solo 862 sono state sottoposte a Ivg. In tutti i grandi comuni della provincia, come Giugliano (300mila abitanti), Pozzuoli e altri paesi della provincia vesuviana, c’è una unica Asl per comune con un unico punto di riferimento per le Ivg. È evidente la difficoltà ad esercitare il diritto ad abortire legalmente.
Al Rizzoli di Ischia (dove anni fa il primario finì al centro di un’inchiesta per aborti clandestini) il servizio Ivg non è mai stato istituito. A Napoli quasi il 90% degli specialisti sono obiettori di coscienza. Al Policlinico sono 54 su 60, fra cui il primario.
Le donne della Basilicata nella loro Regione non hanno possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza e devono emigrare al centro Italia.
Colpisce la distanza fra le dichiarazioni dei politici a sostegno della 194 e la realtà concreta vissuta da tutte le donne.
PARLIAMO DI BARRIERE ARCHITETTONICHE.
Molte persone con ridotte capacità motorie, visive o uditive, si trovano, purtroppo, ad essere ancora in parte discriminati, poiché uno scalino o la larghezza di una porta o il bagno inadeguato sono loro di impedimento nelle varie occasioni di vita sociale.
L'eliminazione delle barriere architettoniche è un diritto del cittadino sancito dall'art. 2 della Costituzione.
Con la legge n. 13 del 1989, sono state introdotte tre condizioni, che dovrebbero essere rispettate per qualsiasi edificio residenziale pubblico e privato: l’accessibilità, l’adattabilità, la visitabilità.
Invece, nelle nostre città, per mancanza di leggi che estendano l'applicazione della suddetta norma a tutti gli edifici aperti al pubblico e alle aree pubbliche stanziali e di pubblico transito, sono ancora presenti tante barriere architettoniche.
E’ scandaloso, però, che a violare le leggi e i diritti dei disabili sono proprio gli impedimenti esistenti presso i Tribunali e gli Uffici dei Giudici di Pace.
Alcuni Tribunali, per esempio, andrebbero chiusi immediatamente e i responsabili rimossi dall’incarico.
Essi, uguali a tanti altri Uffici Giudiziari Italiani:
impediscono l’accesso ai disabili, sia quando sono parti nel processo, sia quando sono testimoni;
sono inadatti all’attesa dei disabili durante le tante ore delle udienze;
sono mancanti di qualsivoglia servizio igienico, sia per i disabili sia per i non disabili.
Identica cosa è per gli Uffici pubblici di tanti paesi e città d’Italia.
Naturalmente, i disabili, come altre categorie deboli, non hanno rappresentanti politici e sindacali che li tutelano, quindi, anche loro, devono subire e tacere.
PARLIAMO DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI IN ITALIA.
Lo Scandalo raccontato da “La Repubblica”.
L'esercito degli "invisibili" intrappolati nell'inferno Italia. Li chiamano i "dubliners", da "Dublino II", il regolamento europeo sull'asilo politico. Sono i rifugiati sbarcati in Italia e poi passati nel Nord Europa, ma che devono istruire la loro pratica nel nostro Paese. E ora quarantuno tribunali tedeschi hanno bloccato le espulsioni dei richiedenti asilo verso l'Italia sulla base di un rapporto che racconta come per queste persone da noi non ci sia alcuna "garanzia di dignità umana".
Nei primi decenni del Novecento c'erano persone che spontaneamente arrivavano a rompersi un arto, chi un braccio e chi una gamba, per evitare di essere chiamati in guerra. È passato quasi un secolo, ma nella cosiddetta società dei diritti esistono ancora persone costrette a bruciarsi le dita per cancellare le impronte digitali. Queste persone sono i rifugiati politici, e alcuni di loro lo fanno per non tornare in Italia, dopo essere arrivati in Germania o nel Nord Europa.
Com'è possibile? È possibile principalmente per due ragioni: la prima è che il principale regolamento legislativo in Europa in materia di asilo politico, il Dublino II, perno fondamentale dell'intero sistema di accoglienza europeo, prevede obbligatoriamente che la richiesta d'asilo di un rifugiato politico debba essere gestita dal paese membro nel quale quel rifugiato ha registrato le impronte digitali. L'ingresso principale per gli extracomunitari in Europa è rappresentato dalle coste italiane e greche ed è qui che vengono identificati la prima volta, segnando involontariamente il loro destino. Succede che gli immigrati, quando escono dal periodo di soggiorno forzato, decidono di prendere la strada del Nord in cerca di lavoro e molti attraversano i confini per approdare in Germania e oltre. Ma una volta usciti da Italia o Grecia, eccoli scontrarsi con la Dublino II che li costringe a tornare nelle penisole di partenza. E qui si arriva alla ragione per la quale i richiedenti asilo non vogliono fare ritorno: perché in Italia e in Grecia non ci sono “garanzie di dignità umana” per loro. Questa conclusione è contenuta in un dossier, per ora tradotto solamente in inglese, scritto da due avvocati tedeschi che difendendo la causa di alcuni rifugiati sono venuti in Italia per vedere di persona quali sono le condizioni che gli riserviamo. Un'accusa, non ancora presentata in modo formale, ma che da un lato ha già scandalizzato l'opinione pubblica tedesca e dall'altro ha spinto quarantuno tribunali (Weimar, Francoforte, Dresda, Friburgo, Colonia, Darmstadt, Hannover, Gelsenkirchen e altri) a emettere altrettante ordinanze temporanee per bloccare le espulsioni dei richiedenti asilo verso l'Italia.
È giusto a questo punto fare una distinzione importante, quella fra richiedente asilo e rifugiato politico.
Il richiedente asilo è colui che richiede lo status di rifugiato: è una distinzione banale ma ancora molte persone confondono le due situazioni. In Italia, quando un immigrato ottiene lo status di rifugiato politico la sua domanda d'asilo viene gestita dallo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Lo Sprar è l'istituzione nazionale che si occupa di trovare soluzioni logistiche e abitative per facilitare l'integrazione sociale dei rifugiati: vitto, alloggio e un programma di inserimento socio-lavorativo più l'assistenza linguistica, il tutto appoggiandosi agli enti locali. Lo Sprar ha tremila posti a disposizione, quindi riesce a gestire in media seimila rifugiati l'anno (sei mesi a rifugiato).
Il problema nasce proprio qui, dalla carenza di posti. Infatti le domande di asilo sono molte di più e lo Sprar mostra il limite di un sistema sovraccarico che non riesce a fronteggiare le richieste. Nel 2008 si è raggiunto l'apice di trentunomila domande d'asilo, mentre nel 2009 si è scesi a diciassettemila dopo che gli accordi tra Libia e Italia hanno dirottato gli sbarchi verso la Grecia o li hanno rispediti al mittente, in questo caso alle coste nordafricane. Oltre la metà dei rifugiati non rientra quindi in un programma di inserimento. La maggior parte di loro viene ospitata all'interno dei cosiddetti Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo), dove ricevono un posto letto da lasciare libero alle otto del mattino. Quindi hanno a disposizione un posto dove passare la notte ma di giorno sono abbandonati a se stessi, e vanno in strada con l'obiettivo di sbarcare il lunario. Ma anche i Cara sono spesso saturi. Così a chi non trova posto nemmeno qui dovrebbe essere garantito un compenso per mantenersi nell'ordine di 45 euro al giorno (“dovrebbe” perché alcuni rifugiati dichiarano di non riceverlo). Il risultato è che centinaia di persone trovano riparo dove possono: alcuni dormono per strada, altri occupano edifici abbandonati senza nessun tipo di comfort (riscaldamento, acqua, eccetera). La conseguenza è che i nuovi “inquilini” si ritrovano del tutto tagliati fuori dalla società e dalla possibilità di ottenere un riconoscimento legale. Infatti, se mai si liberassero dei posti nei programmi di inserimento, essi non risultano rintracciabili. E senza fissa dimora non possono ottenere assistenza sanitaria, inserimento nelle liste d'impiego, la patente e tutti gli altri servizi. Questi rifugiati politici diventano pressoché “invisibili”. I richiedenti asilo possono rimanere in attesa per mesi, addirittura anche un anno, prima di ricevere una risposta - che può essere negativa – alla loro richiesta da parte della Commissione territoriale. Una volta messi alla porta dal Cie, il Centro di identificazione ed espulsione, i richiedenti sono soli, non hanno tessuto nessuna rete sociale con l'esterno dal momento che sono stati costretti a mesi di soggiorno forzato. Così alcuni fuggono cercando di espatriare o di farsi dimenticare nelle pieghe della città, altri vengono “parcheggiati” in edifici inutilizzati in attesa di una risposta. E mentre le loro giornate trascorrono inutili, il loro soggiorno diventa una spesa pubblica.
Non si può dare tutta la colpa all'Italia. É vero, il nostro Paese, in tema di diritti d'asilo, è stato già richiamato almeno quattro volte in due anni dalla Corte europea per i diritti umani. Ma a essere sotto accusa è l'intero sistema di gestione dei profughi e dei richiedenti asilo a livello europeo. È logico che in Europa esistano paesi con più problemi di accoglienza di altri, dal momento che sono le prime terre d'approdo per gli sbarchi. A questi paesi deve essere riconosciuta la possibilità di gestire differentemente la questione flusso migratorio. La legge Dublino II non fa altro che ripartire in modo ineguale la domanda di richieste d'asilo. Per il Cir, Consiglio italiano per rifugiati, questa convenzione dev'essere addirittura abolita “perché non risponde ai principi contenuti nella Convenzione di Ginevra ma anzi va a soddisfare interessi politici-economici nazionali”. In pratica Dublino II limita la libertà personale di queste persone. Disabili, donne partorienti, persone traumatizzate e vulnerabili: spesso capita al Cir di verificare espulsioni del genere. Gente spedita come pacchi postali dalla Gran Bretagna e da altri paesi europei.
Eppure alcuni di questi paesi sembrano voler invertire la tendenza. Oltre alla Germania, anche Olanda e Svezia stanno prendendo in considerazione l'eventualità di bloccare i rimpatri dei dubliners, i rifugiati di ritorno. Da non dimenticare che queste misure erano già state adottate nel 2008 da Norvegia e Finlandia nei confronti della Grecia, reputata un paese “a rischio” per i profughi. "Senza tetto, picchiati, violentati e le cose stanno peggiorando"Parla Dominik Bender, uno dei due avvocati tedeschi che ha realizzato il dossier di Pro Asyl sulle scandalose condizioni di vita dei richiedenti asilo nel nostro Paese. "Da più parti d'Europa arrivano giudizi simili e i tribunali s'interrogano se si possa rimandare in Italia un richiedente asilo. E non ci sono notizie di miglioramenti". "Con la nostra iniziativa siamo riusciti a bloccare, in media, già un terzo delle espulsioni verso l'Italia, e la tendenza è in aumento". L'avvocato Dominik Bender, uno dei due estensori del dossier di Pro Asyl sulle scandalose condizioni di vita dei rifugiati in Italia, è fiero e combattivo.
Avvocato, da quando avete pubblicato il rapporto in Germania, ci sono stati sviluppi positivi in Italia da parte delle autorità o per i profughi?
«Non sono a conoscenza di miglioramenti in Italia. Non voglio generalizzare, parlando da fuori dell'Italia, ma non ho sentito di nuovi tentativi per migliorare la situazione dei profughi. E sempre più profughi extracomunitari lasciano l'Italia per venire in Germania o altrove in Europa. I loro racconti sono gli stessi di un anno fa: direi che ci sono piuttosto segnali di un peggioramento della situazione. Penso a Lampedusa ma anche a Roma, dove in primavera l'ambasciata somala è stata chiusa senza offrire a chi vi viveva situazioni alternative".
Ma parliamo di gravi situazioni in centri d'accoglienza non ufficiali, non in quelli pubblici, no?
«Sì, lo so benissimo. Ma è un sintomo dell'assoluta insufficienza dell'assistenza pubblica per questa gente dai destini tragici».
Preparate altre iniziative?
«Un avvocato che vuole impedire l'espulsione di profughi verso l'Italia deve sempre superare due ostacoli. Primo, occorre documentare la situazione in un paese. Per questo siamo andati a ricercare in Italia, e altri gruppi lo hanno fatto dopo di noi. Secondo, c'è la valutazione giuridica della situazione reale. In questo senso non c'è solo il nostro rapporto: anche La Schweizerische Fluechtlingshilfe (l'associazione svizzera per l'assistenza ai profughi, ndr) ha presentato un rapporto a maggio. C'è un rapporto di una ong norvegese. E infine un rapporto di Thomas Hammerberg, responsabile dei diritti umani del Consiglio d'Europa. Anche lui ha scritto che i profughi stanno molto male in Italia. Ora comincia il confronto giuridico».
Con chi?
«Prima di tutto con i tribunali tedeschi. Solo loro possono impedire ad esempio l'espulsione di un somalo in Italia. Molti avvocati in Germania ora usano questi rapporti nelle cause per convincere i giudici che non si possono inviare i profughi in Italia. Conosco già una cinquantina di sentenze tedesche che dicono che al momento non si può rispedire un esule in Italia. E' già un successo molto grande. Circa un terzo delle espulsioni verso l'Italia sono state bloccate da tribunali tedeschi. Tendenza in aumento. Due settimane fa poi la Corte europea per i diritti umani a Strasburgo ha provvisoriamente bloccato l'estradizione di un curdo siriano in Italia. E' un precedente. Conosco l'avvocato che ha strappato questa sentenza: gli era andata male al tribunale di Muenster, poi si è rivolto invano alla Corte costituzionale tedesca, a Strasburgo ha trovato ascolto. La Corte di Strasburgo ha chiesto al governo tedesco di spiegare entro il 30 novembre perché un'espulsione verso l'Italia dovrebbe non violare i diritti umani, e in Germania ogni tribunale riceve informazione della sentenza di Strasburgo. Vedremo quale sarà il verdetto finale di Strasburgo, tra qualche mese. La discussione sulla vita dei rifugiati in Italia però è aperta a livello europeo, dubbi e critiche all'Italia sono stati presi in seria considerazione».
Quali sono secondo voi i problemi più gravi per i profughi in Italia?
«Prima di tutto l'alto numero di senzatetto tra loro. Non hanno famiglia né amici, sono del tutto soli, tranne amici conosciuti sulle navi dalla Libia o a Lampedusa. Non hanno network sociali, nessuno li aiuta. Se non si dà loro un tetto vivono in strada, così si producono situazioni come a Roma: minorenni somali o eritrei per settimane o mesi hanno dormito sotto i ponti o a Termini, o hanno trascorso la notte come clandestini sui treni per avere un po' di caldo. E un tetto è importante anche per la difesa da attacchi. Poi chi non ha una residenza registrata ha gravi difficoltà a ricevere assistenza sanitaria. Spesso molti profughi arrivano in Germania gravemente malati, per esempio di tbc, dopo un anno o un anno e mezzo vissuti in strada in Italia. E qui vengono per prima cosa curati per settimane in ospedale. Poi ci sono altri due problemi».
Quali?
«La mancanza di assistenza per cibo e abiti. Ci sono le mense della Caritas, la Fraternità dei gesuiti, fanno il possibile ma è troppo poco. Ultimo problema: non hanno tempo né di imparare l'italiano né di cercare lavoro, quindi non possono integrarsi. In Germania è diverso: hanno pasti caldi, sono offerti loro corsi di lingua e corsi professionali, hanno un qualche alloggio. Senza parlare delle aggressioni razziste a Termini o a Torino o a Milano di cui ci raccontano i profughi che arrivano qui. Il razzismo è un problema purtroppo generale in Europa, anche in Germania, ma se dormi a Termini sei un bersaglio ben più vulnerabile che non in un alloggio o in un container. Somali ed eritrei che vengono in Europa hanno ogni motivo di chiedere difesa, e in Italia sono del tutto indifesi. E' comprensibile che fuggano in altri paesi per cercare difesa e sicurezza, i nostri tribunali appunto cominciano a capire che in Italia la loro sicurezza non è garantita, sono abbandonati a sé stessi in strada, per questo cominciano a emanare verdetti contro le espulsioni in Italia».
Casi concreti? Racconti...
«Penso a otto giovani, in maggioranza somali, che mi hanno narrato le loro esperienze. Ecco la testimonianza di uno di loro: 'Arrivai a Lampedusa, mi portarono in un campo profughi dove trascorsi diversi mesi. In quel periodo mi presero due volte le impronte digitali. Due volte fui interrogato, poi ricevetti un documento che m'imponeva di lasciare il campo profughi. Da quel momento sono cominciati i miei problemi peggiori. Non era assolutamente chiaro dove avrei dovuto o potuto andare, e di cosa avrei potuto o dovuto vivere. Lampedusa era divenuta una casa per me, c'era un minimo esistenziale garantito. Mi sentii gettato in strada in un paese straniero di cui non capivo la lingua. Desideravo una cosa sola, tornare nel campo. Ma fu impossibile, e come unica risposta alle mie domande le autorità mi dettero un biglietto per Roma. Altri miei compatrioti mi dissero: sì, vacci, puoi dormire all'ex ambasciata somala. Nell'agosto 2009 arrivai in treno a Termini. Altri somali mi portarono all'ambasciata, non lontano. La situazione nell'edificio era catastrofica: tutti abbandonati a se stessi, ognuno doveva provvedere da solo a come sopravvivere. Grazie all'aiuto di organizzazioni della Chiesa ebbi cibo e abiti. Ma in inverno non avevo nemmeno una coperta. E molti somali nell'ex ambasciata erano alcolizzati, aggressivi, c'erano violenze quotidiane. Per questo decisi di lasciare l'Italia».
TESTIMONIANZE DIRETTE
HUSEIN / MOGADISCIO
«Vivevo a Termini e mangiavo rifiuti. A 14 anni la vita di strada fa paura. A Roma avevo 14 anni quando per mesi dovetti vivere in strada attorno a Termini. Sopravvivevo cibandomi di rifiuti che trovavo fuori dai supermarket e dai ristoranti. E vendendo un po' di vuoti di bottiglia mi guadagnavo pochi soldi. Praticamente tutto il tempo a Roma l'ho vissuto in strada, fui anche aggredito e derubato, perfino, del permesso di soggiorno. Provai a vivere nell'ex ambasciata somala ma per me minorenne era troppo pericoloso, gli alcolizzati volevano continuamente stuprarci. Se chiedevo aiuto alla polizia, la risposta era sempre la stessa: stai molto attento, non ti far più vedere, vattene altrove in Europa. Alla fine decisi di tentare l'impossibile. Mi affidai a un passatore, che in giugno mi portò in auto in Germania».
MOGDAN / MOGADISCIO
«Un incubo tra la Sicilia e Torino. Il martirio è finito in Germania. In Sicilia vivevo in strada, fui spesso picchiato e derubato. Poi un contadino mi dette lavoro, ma in che condizioni! Lavoro dalle sei del mattino alle sei di sera, lavoro pesante nei campi. Niente colazione, a mezzogiorno solo pane secco. Non avevo un alloggio, dormivo in una capanna di legno infestata di ratti, cimici e pidocchi. Se crollavo di stanchezza il contadino mi picchiava selvaggiamente, o aizzava contro di me il suo cane da guardia. Non avevo neanche mai il diritto di lavarmi. Dopo alcuni mesi decisi di andarmene, chiesi di essere pagato, e lui mi rispose "non ho il dovere di darti proprio un soldo, perché non hai né documenti né permesso di lavoro"... Passai poi mesi a Roma, nelle terribili condizioni di vita nell'ambasciata somala, e a Torino in condizioni altrettanto pesanti. Il martirio è finito arrivando in Germania, lasciando l'Italia».
WADI / KISIMAYO
«A Roma in balia dei gruppi mafiosi. Ora studio tedesco e gioco a calcio. Trascorsi due mesi e dieci giorni in un carcere a Reggio Calabria, poi quattro mesi e undici giorni in un'altra prigione. In tutto quel periodo di detenzione non ho mai potuto vedere un avvocato, mi prendevano solo le impronte digitali. Non sono stato maltrattato, ma mi trattavano sempre in modo razzista... a Roma poi ho vissuto tre mesi e venti giorni in strada. Quasi sempre nei pressi della stazione Termini. Noi giovani somali là a Termini eravamo in balìa dei gruppi mafiosi. Ci picchiavano selvaggiamente o ci usavano violenza sessuale per costringerci a compiere atti criminali... partii per Milano, ma anche là non trovai alcuna assistenza, né lavoro. Allora mi decisi, con l'aiuto dei clan somali cui appartengo, a tentare di lasciare l'Italia. Lungo viaggio, attraverso la Danimarca, poi la Svezia dove la polizia voleva rispedirmi in Italia. Mai, mi dissi, e riuscii ad arrivare in Germania. Da settimane ho alloggio in un ostello, studio il tedesco, gioco a calcio in una società sportiva».
HABIB / MOGADISCIO
«La polizia picchiava con i manganelli. A Francoforte ho trovato un rifugio. A Lampedusa fu una prigione, tutti insieme, minorenni come me e adulti... se chiedevamo qualcosa tiravano fuori i manganelli... poi mi misero alla porta... arrivai a Roma, e là quando chiedevo aiuti alla polizia loro indossavano i guanti, picchiavano coi manganelli, mi sputavano in faccia. La vita a Termini era terribile, eravamo in mano a organizzazioni mafiose che minacciandoci ci chiedevano di compiere reati per loro, eravamo bottino, selvaggina. E' stato a Francoforte che per la prima volta nella mia vita ho trovato un luogo di pace e protezione. Ho un tetto sotto cui dormire, assistenti sociali che si occupano di me, posso andare a scuola, imparo il tedesco, i medici qui mi hanno curato. Lentamente mi sto riprendendo dalle pesanti conseguenze del soggiorno in Italia, anche sulla mia salute».
ABDUL / KISIMAYOS
«Solo la Chiesa mi dava da mangiare, poi finalmente il treno per Monaco. I momenti peggiori vennero dopo che mi mandarono via da Lampedusa. Era impossibile a Roma trovare lavoro, studiare, nessuno si occupava di me che ero allora minorenne. Le difficili condizioni di vita ma prima di tutto il freddo, nell'edificio dell'ex ambasciata somala, fecero sì che io mi ammalassi. Avevo dolori tremendi agli arti, non ce la facevo più nemmeno a stare in piedi in fila davanti alle istituzioni di carità della Chiesa per aver da mangiare. Alcune donne somale s'impietosirono e si presero cura di me. Mi salvarono la vita. Dopo l'inverno venne la primavera, fu più caldo ma la vita nell'ex ambasciata era insopportabile: alcolizzati, pederasti. A Termini alcuni somali mi dissero 'ragazzo, vai in un altro paese europeo, starai meglio'. Furono loro a portarmi in treno a Monaco e poi mi inviarono a Francoforte. Vivo a Francoforte da allora in un'istituzione giovanile. Chiunque ascolti di queste mie esperienze in Italia, quando avevo 14 o 15 anni, può capire che io non voglia tornarci».
PARLIAMO DI EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE.
Dai bollettini ufficiali di molte regioni italiane, in attuazione delle norme previste, si leggono le deliberazioni di Giunta sul piano per gli interventi a favore dei loro corregionali nel mondo.
I contributi economici una tantum previsti per gli emigrati dalle norme, riguardano contributi per acquisto prima casa, affitto e ristrutturazione immobili di proprietà e contributi per l'avvio e il potenziamento di attività produttive (artigianali, agricole, manifatturiere,ecc..). Premettendo che molti uffici comunali non sono a conoscenza dei benefici a favore degli emigranti, in modo da rendere il contributo conosciuto e fruibile, è scandaloso che un piano di intervento per gli emigranti preveda proprio a loro favore solo il 10 % circa, da impiegare per il reinserimento abitativo e produttivo di corregionali, mentre tutto il resto va ad una ripartizione che suscita qualche perplessità.
Non è diffamazione dire che “c’azzecca” il piano “Interventi in favore dei corregionali nel mondo” con i corregionali nel mondo, se agli emigranti che vogliono rientrare è destinata una infima somma. Poteva essere chiamato benissimo “Piano per interventi di propaganda e promozione del sistema Regione”. La logica chiama il ragionamento:
il 90 % di stanziamento per eventi culturali, gemellaggi ed altro, cosa vuol significare se non eventi festaioli, a cui qualcuno partecipa, spesso viaggiando.
PARLIAMO DI CONCORSI TRUCCATI ALL’INPS.
Gruppi investigativi della Polizia di Stato e dei Carabinieri stazionerebbero da diversi giorni nella sede della Direzione generale dell’Inps di Roma all’affannosa ricerca di alcuni documenti, relativi a un concorso a 15 posti di dirigente (poi incredibilmente lievitati a ben 45) bandito nel 2002, che sarebbero inspiegabilmente scomparsi.
Un nutrito gruppo di candidati, in seguito risultati vincitori del concorso incriminato, non avrebbero posseduto, infatti, requisiti essenziali per poter partecipare alle prove selettive. Ma c’è di più. Dagli accessi agli atti relativi alle prove scritte del concorso, effettuati da alcuni candidati non risultati vincitori, risulterebbe che gran parte degli elaborati non sarebbero stati corretti, altri presenterebbero un contenuto che esula dall’argomento oggetto della prova e, addirittura, qualcun altro conterrebbe segni che potrebbero essere stati utilizzati per risalire all’identità del candidato (guarda caso poi risultato vincitore).
Il tutto sarebbe stato condito, poi, da un documento, a firma del Direttore Generale e dal Capo del Personale, che avrebbe in qualche modo tentato di giustificare i casi più eclatanti di mancanza di requisiti da parte di alcuni candidati.
PARAGRAFO 3: INSOFFERENZA
OSSIA, LE MALATTIE SONO UGUALI PER TUTTI, MA NON LE CURE

PARLIAMO DI VERGOGNA SANITA’.
Ci sono le strutture fatiscenti e i medicinali scaduti o vietati somministrati ai pazienti, ma ci sono anche le truffe dei medici e gli abusi delle società farmaceutiche. Ci sono i reparti chiusi perché inutilizzabili e gli infermieri che risultano in servizio nelle strutture pubbliche mentre lavorano per le aziende private. Tempo fa le immagini dei malati curati per terra oppure abbandonati per giorni sulle barelle nei pronto soccorso degli ospedali romani avevano mostrato lo sfascio della sanità pubblica. Il rapporto annuale dei carabinieri del Nas, così come riporta l’inchiesta di conferma la crisi di un settore che costa alle casse dello Stato centinaia di milioni di euro. Sono i numeri a fornire il quadro della situazione, con un dato che fa impressione: negli ultimi due anni sono stati effettuati sequestri di apparecchiature e medicine per circa 20 milioni di euro. E poi ci sono gli arresti, le denunce e ci sono soprattutto ben 10 reparti che si è deciso di chiudere per gravi irregolarità.
Sono 2.588 le ispezioni effettuate dai militari del Nucleo antisofisticazione nell'anno appena trascorso e hanno portato a ben 760 denunce penali e 1.777 sanzioni. Nelle case di cura private o convenzionate va addirittura peggio: su 373 «visite» dei militari dell'Arma effettuate nell'anno appena trascorso ci sono state 63 denunce e ben 146 sanzioni penali. E poi c'è il capitolo relativo al denaro: ai sequestri per un valore di circa 20 milioni effettuati negli ospedali nell'ultimo biennio si devono aggiungere i 280 milioni «sigillati» nelle cliniche. La relazione dei carabinieri evidenzia come nelle strutture pubbliche si registri il maggior numero di casi relativi alla malasanità, mentre nelle strutture che ricevono i contributi economici pubblici aumentino in maniera eclatante gli episodi di truffe legati soprattutto all'esercizio del doppio lavoro, ma anche agli interventi effettuati senza che ce ne fosse reale necessità. Nel novembre scorso i magistrati di Udine hanno chiesto e ottenuto l'arresto di tre medici dell'ospedale di Latisana e tra manager di case farmaceutiche. «L'inchiesta - annotano i Nas - è stata avviata su segnalazioni di privati cittadini che, per l'acquisto delle protesi acustiche, si vedevano indirizzare forzatamente dai medici che li avevano visitati solo verso alcune ditte del settore. Dagli accertamenti è risultato come i medici coinvolti segnalassero i pazienti, spesso anche a loro insaputa, agli imprenditori infedeli affinché questi ultimi vendessero i loro prodotti, agendo in regime di concorrenza sleale in danno delle altre ditte concorrenti e creando, di fatto, una sorta di "cartello". Le indagini hanno permesso di accertare che, in cambio della loro illecita attività, i medici venivano regolarmente pagati in contanti presso gli ambulatori dell'ospedale». Sono almeno 400 i pazienti coinvolti per un giro d'affari che ha superato il mezzo milione di euro e il sospetto, sul quale tuttora si indaga, è che molti di loro non avessero affatto bisogno della protesi, ma che gli sia stata consigliata visto che veniva rimborsata dalla Asl. E l'indagine si è poi allargata a ben dieci province del Nordest da Gorizia a Treviso, passando per Rovigo e arrivando a Venezia. Ancora più grave quanto scoperto a Ragusa agli inizi del 2011 con un primario che, non solo alterava le liste d'attesa dell'ospedale per favorire gli assistiti che si facevano visitare nel suo studio privato, ma effettuava interventi su pazienti sani e senza ottenere il cosiddetto «consenso informato». Sono due i malati che avrebbero subito un'operazione per l'asportazione di un tumore che in realtà non esisteva. E poi c'è il caso della signora portata in sala operatoria due volte nella stessa settimana e per due patologie completamente diverse. In realtà, si è scoperto in seguito, la seconda volta le è stata tolta la garza che i medici le avevano lasciato nell'addome e che ha rischiato di farla morire. Tra i reati contestati ci sono concussione, falso e truffa. Accuse analoghe per un chirurgo vascolare di Cagliari che «diagnosticava gravissime malattie ai suoi assistiti e poi li portava nel proprio studio privato per sottoporli a sofisticati e costosissimi esami, in particolare il doppler transcranico».
Sono centinaia i casi di dottori o infermieri che risultano in servizio nelle strutture pubbliche, mentre in realtà stanno effettuando prestazioni a pagamento. A Milano «personale sanitario dipendente di alcune aziende ospedaliere pubbliche svolgeva attività professionale non autorizzata, nella fattispecie attività infermieristica, presso altre strutture sanitarie per conto di una cooperativa sociale nei giorni in cui avevano beneficiato di permessi retribuiti oppure assenze per malattie o addirittura in orari in cui risultavano in servizio in entrambe le strutture. I compensi venivano percepiti sotto forma di "rimborso spese", ma non è stata rintracciata alcuna documentazione fiscale». Le verifiche riguardano adesso la posizione delle 419 persone che risultano aver lavorato per la cooperativa. Durante un'indagine a Massa Carrara si è scoperto che «nel corso di almeno 45 interventi chirurgici di artroprotesi eseguiti tra gli anni 2007 e 2009 presso l'ospedale "SS Giacomo e Cristoforo" i medici hanno consentito l'accesso in sala operatoria a persone non qualificate e sprovviste di adeguati titoli di studio, permettendo loro l'esecuzione di atti propri dell'attività sanitaria (divaricazione, aspirazione e tamponamento di ferite, l'uso di elettrobisturi, complesse manovre di posizionamento degli arti)». Si trattava in realtà di agenti di commercio di prodotti per l'ortopedia, i cosiddetti «specialist», ed è scattata l'accusa di esercizio abusivo della professione sanitaria e falso ideologico.
Nella relazione dei Nas si elencano i casi di interventi di chirurgia estetica spacciati per operazioni di asportazione di cisti o tumori e svariati episodi di dottori che prescrivono pillole a base di «fendimetrazina» per uso terapeutico, ben sapendo che in realtà servono a dimagrire ma la legge vieta questo tipo di impiego. Uno dei casi più eclatanti è stato scoperto a Roma lo scorso anno: i Nas hanno «sigillato» lo studio di un medico che aveva numerosi clienti famosi ai quali somministrava pasticche a base di anfetamina per far ritrovare loro una forma fisica perfetta. Stesso meccanismo veniva utilizzato da una dottoressa specializzata in endocrinologia, dipendente dall'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, indagata per truffa aggravata e prescrizione non terapeutica di sostanza stupefacente. «Sul suo conto - annota il rapporto dei Nas - è emerso che nello studio privato svolgeva senza fatturazione attività di dietologa, percependo illecitamente l'indennità di esclusività per rapporto di lavoro a "tempo pieno" e prescrivendo indiscriminatamente farmaci dimagranti a base di "fendimetrazina", senza osservare le norme sull'uso terapeutico».
Intanto a fronte di tutto questo esce la biografia di Luigi di Bella. Il figlio: "Verità scomode e censurate".
Il poeta della scienza. Vita del professor Luigi di Bella è la biografia dello scienziato scritta dal figlio Adolfo. Fra le 500 pagine spiccano documenti inediti, dai carteggi con gli scienziati del tempo ai contatti con personaggi celebri, da Jacqueline Kennedy al musicista Jerry Mullighan. Il volume sarà in libreria a fine aprile 2012, in occasione del centenario della nascita del professore. In quasi 500 pagine Di Bella-figlio racconta la vita del padre, un grande medico tanto elogiato, da essere candidato al Nobel, quanto dileggiato per il suo metodo contro il cancro, la terapia Di Bella. La biografia rivela documenti sconosciuti, dai carteggi con gli scienziati del tempo (Guglielmo Marconi premiò il professore e lo avrebbe voluto al Cnr; il famoso ematologo Edoardo Storti collaborò con lui e gli inviò numerosi pazienti), alle ricerche condotte con Pietro Tullio, candidato al Nobel nel 1930 e al vivo interesse per la sua terapia manifestata dal professore Domenico Campanacci, autore negli anni Cinquanta del famoso “Manuale di patologia medica”. Accanto alle commoventi lettere dei pazienti guariti, c’è testimonianza dei contatti con entourage di personaggi celebri (nel 1993 Jacqueline Kennedy – che, come re Hussein di Giordania nel 1998 - non fece nemmeno in tempo a iniziare la cura) e di altri vip che intrapresero in extremis la terapia (il musicista Jerry Mullighan). Per alcuni di questi, tuttora in vita, l’autore preferisce rispettare l’anonimato (anche se non mancano riferimenti indiretti eppur eloquenti…). Ci sono prove risalenti ai primi anni Settanta sul farmaco cardine della terapia, la somatostatina, che ne attestano la priorità d’impiego nella terapia dei tumori, grazie al carteggio con l’azienda tedesca Serono, depositaria del brevetto, che fornì al professore i primi campioni. Fino al clamoroso documento, sufficiente da solo a invalidare la sperimentazione ministeriale del 1998, che conferma l’affermazione dello scienziato di non avere mai firmato i relativi protocolli. Ecco come l’autore ci presenta la biografia che è possibile prenotare e il cui ricavato sosterrà l’attività del laboratorio di ricerca Di Bella. «Mio padre aveva espresso più volte il desiderio di raccogliere in un libro le sue memorie, dedicandolo principalmente ai giovani. – dice il figlio Adolfo Di Bella a Gioia Locati su "Il Giornale" - La sua aspirazione era fornire loro ragioni di speranza nel futuro e ‘linee guida’ sane, antitetiche a quelle che sembrano dominare la società contemporanea, dato che i giovani sono stati diseredati di ideali e di autonomia di ragionamento e giudizio, oltre che della possibilità di costruire con serenità il loro avvenire. Nel corso dei quarantacinque anni di docenza universitaria ha sempre coniugato l’insegnamento della materia al proposito formativo, forte della consapevolezza di disporre dell’unico strumento efficace per realizzare questa meta: l’esempio personale. Studenti, specializzandi o assistenti lo consideravano il riferimento sul quale basarsi, tutti consapevoli che il suo rigore, l’indisponibilità a compromessi di qualsiasi tipo, un’attività incessante, l’umiltà di fronte ai limiti della conoscenza e della comprensione umana, erano indispensabili per raggiungere elevati livelli professionali. Al rigore si univa sempre una umanità tanto prorompente quanto pudica, fatta di concretezza e non di parole. Tutta la sua esistenza è stata finalizzata al continuo miglioramento di se stesso, a trasformare in realtà quelle potenzialità che ogni individuo ha in misura più o meno ampia. Il ‘messaggio’ lanciato ai giovani è che, con impegno, costanza, senso di sacrificio, si riesce a superare qualsiasi ostacolo e dare un contributo per migliorare un mondo che, oggi specialmente, tende a greggificare tutto e tutti, ed esercitare sull’uomo una tirannia insidiosissima, perché occulta. Questa è stata una delle ragioni per le quali mi sono accinto al lavoro: tentare di realizzare un progetto che la morte gli ha impedito di compiere».
La biografia vuole rendere giustizia a Luigi Di Bella ma è anche una forma di
“ritorsione” verso di chi lo ha contrastato e denigrato?
«Certamente la biografia passa in rassegna tanti episodi di malevolenza dei
quali è stato vittima, ma non è da una loro sottolineatura – che non c’è -
quanto dalla descrizione del suo operato, che emerge, potente e luminosa, la
figura di scienziato e di uomo. Perciò è assente qualsiasi proposito
‘vendicativo’, anzitutto per rispetto della sua memoria (non indulgeva mai a
rancorosità o malevolenza, nemmeno nei confronti di autori di bassezze e
malvagità); in secondo luogo perché le tare umane emergono autonomamente, senza
necessità di esecrazioni. La biografia è quindi una…. biografia, non un libello
né una catilinaria. Le pagine del libro coprono novant’anni di vita e di storia,
ricomprendono – direi prevalentemente – il calore degli affetti familiari e dei
rapporti umani. Su sedici capitoli solo uno si occupa in dettaglio del periodo
della maggiore notorietà».
Ha impiegato sette anni di lavoro...
«La responsabilità che mi stavo assumendo era grande ed altrettanto lo era il
timore che affermazioni non supportate da riscontri dimostrabili potessero
portare a giudizi opposti a quelli che auspicavo. Inoltre c’erano periodi della
vita di mio padre – specie se antecedenti la nascita mia e di mio fratello – sui
quali avevo notizie parziali e imprecise che esigevano una ricostruzione ed un
compendio realizzabili solo reperendo il materiale necessario. A parte
inevitabili ricerche d’archivio, mi sono trovato di fronte ad una quantità di
materiale sbalorditiva, che mai avrei immaginato di scoprire: intere casse di
documenti e lettere, non poche delle quali dal contenuto clamoroso o
emozionante».
Ad esempio?
«Non credevo ai miei occhi quando ho trovato il primo lavoro pubblicato da mio
padre nel 1932. Era studente del second’anno di medicina ed aveva ancora
diciannove anni. Il lavoro riguardava l’influenza dei campi elettrici variabili
– tema, oggi, di attualità – sui riflessi neuromotori e accanto al suo figurava
il nome del Prof. Pietro Tullio, candidato al Nobel nel 1930 e nel 1932. Analogo
stupore ed emozione ho provato trovando documenti che testimoniavano dei
rapporti con Guglielmo Marconi, che lo avrebbe voluto come ricercatore al CNR,
di cui era presidente e che gli conferì un premio. O quando mi sono trovato tra
le mani un libro di Chimica Biologica scritto nel 1937, ancora venticinquenne,
quando era già docente della stessa materia e di Fisiologia all’Università di
Parma. Emozioni diverse, ma non meno intense, quelle provate nel ritrovare
copiosissima corrispondenza con colei che sarebbe diventata nostra madre. Vi
sono lettere di una bellezza indescrivibile, degne di figurare in un testo
letterario. Parlo di scritti che risalgono anche agli anni 1930-31. Tutto
conservato con la massima cura. Ma noi figli non sapevamo nulla dei
riconoscimenti citati e di altri, dei quali chiunque menerebbe legittimamente
vanto. Per lui contava solo quello che doveva ancora realizzare, non quanto
aveva fatto. Comunque la biografia privilegia la descrizione dell’uomo, del
padre, del marito, del docente, e spero di essere riuscito a far ‘assistere’ il
lettore, quasi nascosto in un angolino o camminandogli accanto, al succedersi
degli eventi della sua esistenza. Per riuscire in questo intento ho cercato di
ricreare le immagini della Sicilia che lo aveva visto bambino tormentato dalle
privazioni della povertà; della Messina post terremoto nella quale trascorse
l’adolescenza e la prima giovinezza. Allo stesso modo in cui, ricorrendo a tante
lettere e ai nostri ricordi, ho rievocato l’immenso amore che nutriva per la
famiglia, tante scene di vita domestica, i nostri meravigliosi ed intimi Natali,
la passione per l’arte, le fatate domeniche pomeriggio, quando con mia madre
suonavano intere opere a quattro mani. Sono molti anche gli episodi di
spensieratezza, di allegria, di comicità: come succede nella vita di qualsiasi
uomo ed in qualsiasi famiglia. Sarei felice se fossi riuscito a far sentire il
lettore come un ospite invisibile della nostra casa. Un intimo amico che ha
letto la bozza della biografia mi ha detto che non era riuscito a ‘staccarsi’
dal libro fino all’ultima pagina. Per me è stata la gratificazione più grande».
Il libro documenta anche i rapporti di Luigi Di Bella con gli studiosi e i
responsabili degli istituti di ricerca…
«Il materiale documentale esistente consentirebbe di scrivere un’intera
biblioteca, non un libro soltanto. Ho dovuto limitarmi alle citazioni più
significative, per non annoiare i lettori. Emerge comunque, innegabile,
l’altissima considerazione che avevano per lui scienziati di prestigio e fama
internazionali, e questo provocherà inevitabilmente molti imbarazzi tra le
schiere dei suoi detrattori, anche se non era questo il fine che mi proponevo
riportando certe testimonianze».
Parla anche dei pazienti famosi?
«Ho preferito limitarmi a qualche accenno, ritenendo di essere moralmente
vincolato al segreto professionale, anche se, a dire la verità, si è affacciata
spesso la tentazione di fare nomi e cognomi di persone che, recuperata vita e
salute, sono state colte da crisi di opportunistica smemoratezza. Alcune
testimonianze rendono peraltro evidente, pur in modo indiretto, che molti “vip”
di ogni settore siano ricorsi a lui. Basterebbe la commovente lettera che ci ha
indirizzato Luciano Pavarotti quando abbiamo perduto nostro padre. Non si
dichiara che “…il mondo della medicina perde un personaggio unico che per me
sarà sempre il vero ed unico vincitore del Premio Nobel”….senza nutrire una
stima profonda e senza aver potuto osservare l’efficacia della terapia su amici
intimi e colleghi, come accadde al grande artista scomparso».
La toccante prefazione del libro è scritta da don Alessandro Pronzato, scrittore
cattolico prediletto da Papa Wojtyla. È stato lui a definire il professore
“poeta della scienza”?
«No, l’idea di questo titolo è stata mia, e don Pronzato l’ha condivisa. In
nostro padre era immanente l’idea della bellezza. La bellezza della Sicilia, la
sua terra d’origine, della musica, delle arti figurative, della letteratura; ma
anche – e direi in primo luogo – di quel mondo misterioso e ‘incantato’ che si
schiude ai grandi ricercatori. L’ho sorpreso tante volte con lo sguardo
trasognato dopo che aveva decifrato meccanismi e processi fisio-biologici prima
sconosciuti, e il termine che ricorreva sempre sulle sue labbra era ‘bellezza’.
La stessa bellezza che associava alla bontà, alla gioia di fare del bene, per
cui si attuava in lui quella ineguagliabile fusione di bello e buono che
costituì uno dei pilastri concettuali del più grande popolo apparso sulla terra,
quello degli antichi Greci: il famoso kalòs kai agatòs. Questo vuole significare
il titolo. Ma nessuno poteva, meglio di lui, suggellare questi suoi ideali con
una frase, scritta nel settembre 2002, presago della fine imminente: “L’animo mi
dice che non sono vissuto inutilmente, perché ho fatto del bene ed ho gioito per
il bene fatto».
PARLIAMO DI CASE DI RIPOSO. ANZIANI A PERDERE.
Violenza contro gli anziani. Fenomeno in crescita ma nessuno ne parla per tacitare le coscienze. Ma a volte scappa la notizia: botte, insulti e abusi sugli anziani alla casa di riposo ''Fondazione G. Borea e Massa'' di Sanremo. Le violenze sono state scoperte dalla Guardia di Finanza della compagnia e della sezione di polizia giudiziaria della città dei fiori nel corso di indagini che hanno portato all'arresto di sette persone. Tutta la stampa nazionale ne parla. Agli arresti domiciliari il presidente della casa di riposo Rosalba Nasi, moglie del senatore del Pdl Gabriele Boscetto. In carcere sono finiti invece Assunta Mecca, Daniele Raschellà, Silvano Fagian, Ihor Telpov, Cristina Ciobanu, Elzbieta Ribakowska. Gli investigatori parlano di ''violenze inaudite e sbalorditive: anziani, nonni e nonne non autosufficienti, abusati, legati, malmenati, insultati, denutriti, abbandonati in condizioni igieniche indecenti, di precarietà assoluta. Incapaci e senza la possibilità di difendersi da tanta brutalità, crudeltà e disumanità''. Supportata da videoregistrazioni e intercettazioni ambientali, l'attività dei finanzieri ha certificato oltre tre mesi di violenze, offese, umiliazioni e sopraffazioni ai danni degli anziani ospiti della casa di riposo. Ci sono anche due morti sospette, risalenti al 2005-2006, nell’indagine coordinata dalla procura di Sanremo. Si tratta di due donne. Una morì in seguito ad un ictus dopo un ricovero in ospedale dovuto a gravi ferite alla testa. L’altra è deceduta dopo aver ingerito una massiccia dose di farmaci.
Da Nord a Sud l’Italia delle violenze agli anziani è tutta uguale. E’ stata portata immediatamente in ospedale l’anziana donna trovata in stato d’abbandono in un magazzino, a Cosenza, ma per lei non c’è stato nulla da fare: è morta poco dopo il ricovero. La donna, che versava in condizioni di salute precarie, viveva in un locale angusto da qualche settimana, senza luce e riscaldamento e neanche servizi igienici. I militari hanno denunciato la nipote e il suo convivente per maltrattamenti in famiglia e sequestro di persona. Il caso di cronaca arriva negli stessi giorni in cui vengono diffusi i dati Eurispes sulla violenza domestica estrema, ovvero sulle uccisioni che si consumano all’interno delle famiglie. Dati che testimoniano l’esistenza di un conflitto forte, tra sessi e spesso tra generazioni, che alcune volte si risolve addirittura con l’uccisione dell’altra/o. Le cifre parlano di delitti commessi perlopiù dai maschi (nell’84,9% dei casi) nei confronti delle donne – mogli, conviventi, figlie, sorelle, ma anche madri. Ma non solo. Quei dati parlano anche dei genitoricidi. Di figli, cioè, che uccidono il padre o la madre. Ad essere stati uccisi per mano dei propri figli sono stati, nella maggior parte dei casi i padri (6, nel 2009 e 14, nel 2010). I matricidi, invece, sono stati 8 nel 2009 e 10 nel 2010. I figli maschi (30), rispetto alle femmine (8), sono quelli che hanno commesso più parricidi (16 figli contro 4 figlie e 14 figli contro 4 figlie). Senza arrivare a tali estremi, tutto sommato numericamente esigui rispetto, ad esempio, alla violenza agita da mariti o ex mariti, troviamo poi i casi di maltrattamento, abbandono, violenza nei confronti degli anziani. Soggetti deboli o resi tali, spesso abusati nelle strutture cui sono affidati dalle famiglie che non possono occuparsene direttamente, a volte maltrattati da quelle stesse famiglie che dovrebbero invece prendersene direttamente o indirettamente cura. Di violenza contro gli anziani non sentiamo molto parlare in Italia, benché si tratti di un fenomeno in crescita esponenziale, anche in relazione all’invecchiamento della popolazione. Se ne occupa invece l’OMS, che nel suo primo “Rapporto Mondiale su violenza e salute”, datato 2002, distingue tra tipi di abuso sulla persona anziana: quello domestico (maltrattamento della persona anziana nella sua abitazione o in quella del caregiver), istituzionale (maltrattamento degli anziani che vivono in case di riposo o residenze assistenziali) e auto-inflitto (comportamento auto-lesivo). L’entità del problema ha indotto l’OMS a prendere dei provvedimenti, incentrati su tre punti: Consapevolezza, Educazione, Difesa. Gli interventi si muovono su diversi piani, attraverso i Servizi Sociali (centri di emergenza, linee telefoniche di aiuto, somministrazione di questionari di screening, domande a parenti e vicini con eventuale visita alla casa dell’anziano) e campagne di sensibilizzazione. Inoltre si consiglia di non considerare gli abusi sugli anziani come problemi esclusivamente familiari, ma al contrario collettivi avendo il coraggio di parlare di essi e denunciarli, pur nella comprensione e rispetto dei diritti degli anziani.
Della serie: quando gli anziani saremo noi!
Ogni anziano in affidamento alle residenze sanitarie assistenziali costa allo Stato dai 1800 ai 2000 euro. Ma questo sistema carissimo spesso presenta servizi insufficienti e troppe irregolarità. In un Paese che vede l'età media aumentare. Sarebbe meglio investire, dove possibile, sull'assistenza a domicilio. L’inchiesta di Margherita D’Amico su “La Repubblica” svela un mondo, a parte del quale tutti noi facciamo finta di non conoscere.
Un Paese che invecchia sempre di più. Anziani triplicati negli ultimi 60 anni. Nel 1951 gli over 65 erano l'8% della popolazione, oggi sono oltre il 20% e nel 2050 supereranno il 34%. Solo un punto e mezzo di pil di spesa pubblica é destinato al supporto dei non autosufficienti. E tra Rsa e Ra sono 6715 le strutture assistenziali.
6,1% La percentuale della popolazione italiana di età superiore agli 80 anni;
12.500.000 gli over 65, di cui 5.600.000 vivono da soli;
8,2 La percentuale della popolazione italiana di età superiore ai 65 anni, nel 1951;
18,7 Nel 2001;
20,3 Oggi;
23,9 Nel 2021;
34,3 Nel 2050;
4,1 mln le persone che hanno una disabilità per effetto dell'invecchiamento e delle patologie cronico-degenerative, nel 2010;
4,8 mln La stima nel 2020;
6,7 mln La stima nel 2040;
1,5% La spesa pubblica per l'assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia (in % sul Pil), nel 2010, di cui: 0,24% Servizi a domicilio; 0,66% Indennità di accompagnamento; 0,40% Strutture residenziali; 6.715 le strutture assistenziali per anziani in Italia (Rsa ed Ra) pubbliche e private, secondo una stima Auser. (fonte: Ragioneria generale dello Stato e Istat, rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali).
Rsa, viaggio nei "capolinea", dove l'Italia confina i suoi vecchi. Si chiamano residenze sanitarie assistenziali, sono le strutture dove dovrebbero trovare ricovero gli anziani non autosufficienti. Una rete che, in un paese che conta un tasso d'invecchiamento tra i più elevati al mondo, dovrebbe essere finanziata e controllata con attenzione. La realtà che abbiamo incontrato è differente...Chissà se Antonia ha mai letto Philip Roth, che in Everyman scrive: "la vecchiaia non è una battaglia, è un massacro". È entrata nella Rsa da tetraplegica capace di intendere, al contrario delle compagne di stanza affette dalle più varie forme di demenza senile. Chissà se Antonia oggi fissa in silenzio la parete perché bastano le urla della vicina di letto schizofrenica, o forse si è zittita quando il nipote ha smesso di farle visita e la sedia a rotelle è scomparsa in prestito, svelando che oltre il letto non rimaneva più nulla. Ma capita sempre un parente altrui che ha il garbo di tirarle su la coperta mentre la ragazza pakistana si danna sola lungo tutto il piano. Il sentimento più diffuso, per chi pratica le residenze sanitarie assistenziali, è il senso di colpa: aver piazzato mamma o zio altrimenti ingestibili in una lunga anticamera in cui tutti ci si ritrova sperduti. Ma quanto ci costa questa intima vergogna? Cosa accade ai nostri vecchi? Chi guadagna sulla loro pelle? E cosa capiterà a noi, in un Paese con un tasso d'invecchiamento fra i più elevati al mondo?
Il sistema dell'assistenza. Se nel 2007 la spesa pubblica per l'assistenza continuativa a persone non autosufficienti, secondo la Ragioneria di Stato, ammontava a 17,3 miliardi di euro, pari a 1,13% del Pil, da recente rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali l'1,28% del Pil 2010, ovvero 19,84 miliardi, è stato assorbito dagli ultra 65enni. Tali dati sono stati rilevati perlopiù sulla base di indennità di accompagnamento e interventi socio assistenziali erogati a livello locale. Ma è quasi impossibile definire i costi specifici delle Rsa, che accolgono a tempo indeterminato anziani (e non solo) disabili fisici, psichici e sensoriali, poiché si tratta di fondi gestiti in modo autonomo e disomogeneo dalle regioni, cui va aggiunta la consistente partecipazione delle famiglie. "Un sistema carissimo con benefici insufficienti e troppe irregolarità; meglio investire ove possibile sull'assistenza a domicilio. Quando le condizioni di un paziente precipitano s'imporrebbe tra l'altro il trasferimento in ospedale", osserva Michele Mangano, che a seguito di un dossier sulle case di riposo realizzato dall'associazione Auser di cui è presidente, è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Sistema sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino. "A chi non ha denaro provvede il comune di appartenenza, il contributo degli altri si valuta in base agli indicatori Isee". Anche 1.700-2000 euro a paziente, superate liste d'attesa lunghissime. Le disponibilità rimangono inadeguate malgrado il crescente accreditamento di residenze private in convenzione - il 73% secondo dati 2007 dell'Agenas (l'agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) - di cui in molte regioni si lamenta la mancata verifica di idoneità, se non deroghe alle modalità previste dalla legge. Lo stesso anno si censivano 5.105 Rsa con una mappatura che sembra indicare un Settentrione virtuoso, con 379 strutture in Piemonte, 619 in Lombardia, 316 in Veneto, 266 in Toscana e numerosi esempi di ricezione apprezzata. Intanto, 66 nel Lazio, 15 in Campania, 5 in Puglia e Basilicata, neanche una in Molise.
Le carenze. Esiste dunque un'Italia, quella del Nord, che garantisce gli anziani? Non proprio, perché abusivismo e anomalie vengono rilevati ovunque nell'ambito delle centinaia di controlli stagionali effettuati da Nas e Guardia di finanza. Dappertutto, di continuo, si ravvisano ombre nei bilanci, scarsa igiene, farmaci scaduti, pazienti plagiati, vessati, se non orrori. In una struttura privata convenzionata a Genova, lo scorso aprile, le forze dell'ordine trovano decine di anziani che giacciono fra gli escrementi. Mercoledì scorso la trasmissione di Rai3 "Sirene" ha trasmesso le immagini choc delle sevizie cui erano sottoposti i pensionanti invalidi di Villa Borea a Sanremo (di proprietà di una fondazione) oggetto di blitz da parte dei finanzieri. Ma la sofferenza non si profila solamente nei casi estremi, è anzi nelle piccole cose quotidiane. "Mio fratello ha danni cerebrali dalla nascita, siamo soli. Ci consideriamo fortunati perché qui gli ospiti vengono cambiati, pochi decubiti, né c'è cattivo odore. Ma devo venire ogni giorno, altrimenti lo lasciano immobile a letto. Fra un po' non riuscirò più ad alzarlo: vede quanto è pesante?" racconta Marzia, 73 anni, in piedi in una camerata romana spoglia di qualsiasi arredo, dove al congiunto non è concessa neppure una sedia. "E poi orari di visita infami, siamo in periferia, ad agosto mi tocca attraversare la città alle 14, con i mezzi". I ritmi dei pazienti sono in base ai turni del personale: "Minestrine bollenti alle sei dei pomeriggi estivi, il cibo è fornito dal catering nella plastica. Un pasto lo portiamo noi e la imbocchiamo: non sappiamo se loro lo fanno davvero", dice Anna, che si alterna alla sorella nell'assistenza alla madre, Parkinson ultimo stadio. "La biancheria personale dobbiamo lavarla noi se no si paga a parte, 80 euro al mese. A giorni alterni mettiamo un badante privato; è caro e bisogna fidarsi. C'è un infermiere in tutta la palazzina e una operatrice socio-sanitaria straniera a ogni piano che non parla italiano, senza preparazione specifica. Non ti avvertono di niente: ci chiameranno quando mamma muore".
Le denunce. Dal paziente, il disagio si estende alla famiglia. Sgarberie, incuria, umiliazioni, dolore inutile, decubiti, costi esorbitanti, lunghe distanze sono fra le segnalazioni in sinistro aumento che giungono al Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanza attiva. "Qualità e umanizzazione delle cure sono diritti basilari", afferma la coordinatrice nazionale Francesca Moccia. "Avvertiamo una situazione fuori controllo, preoccupante soprattutto in certe regioni. Nel Lazio la richiesta è 13mila posti letto, ce ne sono 5mila. Le rette lievitano, i parenti si sentono abbandonati. Alla fine", aggiunge "negli ospedali c'è maggior trasparenza. Nelle Rsa fatichiamo a entrare". Intanto, con voto unanime circa la priorità del tema, la Commissione d'inchiesta presieduta da Marino è entrata in fase istruttoria. "A seguito del rapporto Auser e di un rilevante numero di segnalazioni e denunce tali da far sospettare l'alterazione di funzionamenti amministrativi e sociali, abbiamo chiesto di attivare i poteri dell'articolo 82, che ci consente di operare al pari della magistratura", spiega Marino. "Effettueremo controlli a sorpresa. Non so cosa troveremo, forse un sistema attento. Certo, a seguito dei tagli a regioni e comuni, i rischi cui sembrano sottoposti questi luoghi, che dovendo sopperire all'assistenza domiciliare si trasformano in cronicari, appaiono consistenti". Ci penseremo poi? La questione ci riguarda ora. Oltre che poveri, noi italiani diventiamo vecchissimi: un fatto che pesa sulle spalle fragili degli interessati, ma anche dei giovani. Se un tempo la pensione del nonno forniva aiuto in casa e mancetta al nipotino, oggi da precari al secondo o terzo matrimonio, nel bilocale in affitto, a stento si invita a pranzo la suocera.
Gli anziani in aumento. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità nel 2050 la popolazione over 60 crescerà in Europa da 650 milioni a 2 miliardi. Si valuta che una bambina su due nata nel 2012 in Giappone e in Italia arriverà a compiere 100 anni. Nel 1951 l'8,2% della nostra popolazione era over 65 e l'indice di vecchiaia era del 2,8, nel 2051 si passerà al 34,3% con il 325,1. Un'indagine Istat del 2007, che esclude i minori di 6 anni, parla di 2,6 milioni di persone in condizioni di disabilità in famiglia, 2 milioni delle quali anziane. Secondo altri dati del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la disabilità è pari al 9,7% della fascia di popolazione dai 70-74 anni, sale al 17,8% nella fascia dai 75-79 e raggiunge il 44,5% degli 80enni. Le malattie cronico degenerative affliggono in modo severo il 54% degli individui con disabilità, più diffusa nell'Italia meridionale (5,2%) e nelle isole (5,7%), mentre al Nord supera di poco il 4% benché vi siano tassi d'invecchiamento più elevati.
Le cattive pratiche. "Non ci troviamo male, però d'estate non si può nemmeno portare un ventilatore", mormora Enrico, che in memoria dell'antica devozione ogni sera, prima di andarsene, passa la crema sulle mani scarne di Caterina, che l'Alzheimer ha sottratto al ruolo di moglie. "La badante ho dovuto tenerla io", si giustifica "qualcuno doveva pur occuparsi di me". Passa un uomo con lunghe unghie viola e strano copricapo; Caterina sussulta. "Dicono che chiuderanno le carceri psichiatriche, chissà dove li metteranno". Alcuni stati Ue affrontano l'emergenza vecchiaia con fondi e progetti dedicati: come si regola il nostro Paese? Dai dati dei principali paesi Ocse si rileva che i servizi residenziali per anziani sono organizzati su un'offerta che varia da 30 a 60 posti letto ogni mille utenti mentre in Italia - dati Agenas - nel 2007 la nostra disponibilità oscillava fra 0,2 e 44,3. Un autorevole studio comparato richiesto da Bruxelles al professor Roberto Bernabei, a capo del dipartimento di Scienze gerontologiche, geriatriche e fisiatriche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, rivela che l'Italia delle Rsa si distingue sul piano internazionale in una serie di cattive pratiche. Prima assoluta fra otto nazioni nell'utilizzo delle spondine dei letti e di cinghie che immobilizzano i pazienti al tronco come mezzi di contenzione. Siamo terzi invece dopo Repubblica Ceca e Olanda per quanto riguarda le piaghe da decubito. Nell'uso di psicofarmaci c'è chi ci va più pesante: Finlandia, Francia, Israele, ma secondi a quest'ultimo stato abbiamo i ricoverati meno coinvolti nelle attività sociali. Quanto ai depressi veniamo solo dopo gli olandesi. Siamo indietro nel trattamento del dolore e vantiamo fra gli internati più incontinenti d'Europa. "È vero che rafforzare l'assistenza domiciliare è importantissimo, ma bisogna anche tener conto dei mutamenti della società e delle esigenze dei singoli", commenta Bernabei. "Da noi ancora il 50% degli ultra 85enni muore a casa, contro il 10% degli inglesi (dati Fondazione ML). Oltremanica i cittadini non sono evidentemente motivati da anaffettività, ma da un eccellente sistema sanitario nazionale". Amara senectute, ma quanto la desideriamo: nell'ipotesi di conquistarla sarà bene correre ai ripari. Poca igiene, farmaci scaduti e c'è anche chi scippa l'eredità. Sono centinaia i controlli che ogni anno Nas e Guardia di Finanza svolgono nelle Rsa, rilevando un po' ovunque abusivismo, maltrattamenti, anomalie. Come nel caso di un anziano abruzzese che era stato plagiato e convinto a nominare suo erede universale un infermiere. Eppure, abusivismo e anomalie vengono rilevati un po' ovunque nell'ambito delle centinaia di controlli stagionali effettuati da Nas e Guardia di Finanza. Dalla Liguria alle Marche, fino al profondo Meridione, di continuo si ravvisano ombre nei bilanci, scarsa igiene, farmaci scaduti, pazienti plagiati, vessati, se non peggio. In una struttura privata convenzionata a Genova, lo scorso aprile, le forze dell'ordine trovano decine di anziani che giacciono fra gli escrementi. Il mese successivo, il gip di Avezzano dispone il sequestro preventivo di beni per un milione di euro al dipendente di una Rsa locale: l'uomo è accusato di essersi fatto nominare erede universale di un anziano dell'Aquila, quasi centenario e malatissimo, scampato al terremoto. Ma la sofferenza non si profila solamente nei casi estremi, è anzi nelle piccole cose quotidiane. "Mio fratello ha danni cerebrali dalla nascita, siamo soli. E' ricoverato da sette anni, ci consideriamo fortunati perché qui almeno gli ospiti vengono cambiati, non capitano molte piaghe da decubito, né c'è cattivo odore. Però devo venire ogni giorno, altrimenti lo lasciano immobile a letto.
Fra un po' non riuscirò più ad alzarlo: vede quanto è pesante?", racconta Marzia, 73 anni, in piedi in una camerata romana spoglia di qualsiasi arredo, dove al congiunto non è concessa neppure una sedia. "E poi gli orari di visita sono infami, siamo in periferia, ad agosto mi tocca attraversare la città alle 14, con i mezzi". Gli stessi ritmi dei pazienti sono stabiliti in base ai turni del personale: "In piena estate vengono somministrate minestrine bollenti alle sei del pomeriggio, il cibo è fornito da un catering, nella plastica, perciò almeno un pasto lo portiamo noi da casa e la imbocchiamo: non è detto che loro lo facciano davvero", le fa eco Anna, che si alterna alla sorella nell'assistenza alla madre, Parkinson all'ultimo stadio. "La biancheria personale dobbiamo lavarla noi oppure si paga a parte, 80 euro al mese. A giorni alterni mettiamo un badante privato; costa tanto e bisogna fidarsi. C'è un infermiere in tutta la palazzina e una Oss straniera a ogni piano che non parla italiano, senza preparazione specifica. Qui ci sono malati gravi cronici. Non ti avvertono di niente: credo ci chiameranno solo quando mamma muore."
Sgrarberie, incuria, umiliazioni, dolore inutile, decubiti, indisponibilità a fornire informazioni, costi esorbitanti, lunghe distanze da percorrere sono fra le segnalazioni avvertite in misura sempre maggiore - aumentate dal 12 al 18% - dal Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanza attiva. "Qualità e umanizzazione delle cure sono diritti basilari", afferma la coordinatrice nazionale Francesca Moccia. "Avvertiamo una situazione fuori controllo, preoccupante soprattutto in certe regioni. Nel Lazio, per esempio, la richiesta è 13mila posti letto e ce ne sono 5mila. Le rette lievitano, le famiglie si sentono abbandonate, gli anziani sono spesso parcheggiati o bistrattati. Alla fine," aggiunge "negli ospedali c'è maggior trasparenza. Nelle Rsa fatichiamo a entrare". E in un paese che sarà dei centenari, il problema ricade sui giovani. Le cifre parlano chiaro: in Europa nel 2050 la popolazione over sessanta passerà dagli attuali 650 milioni a due miliardi; e una bambina su due, tra quelle nate in Italia dopo il 2012, arriverà a compiere i cento anni. Un mutamento sociale di cui è indispensabile tenere conto. Intanto, con voto unanime circa la priorità del tema, la Commissione d'inchiesta presieduta da Ignazio Marino è entrata in fase istruttoria. "A seguito del rapporto dell'Auser e di un rilevante numero di segnalazioni e denunce tali da far sospettare l'alterazione di funzionamenti amministrativi e sociali, abbiamo chiesto di attivare i poteri dell'articolo 82, che ci consente di operare al pari della magistratura", spiega Marino. "Effettueremo controlli a sorpresa. Non so cosa troveremo, forse un sistema attento. Certo, a seguito dei tagli a Regioni e Comuni, i rischi cui sembrano sottoposti questi luoghi, che dovendo sopperire all'assistenza domiciliare si trasformano in cronicari, appaiono consistenti". E non è il caso di illudersi che la questione non ci riguardi. Oltre che poveri, noi italiani diventiamo vecchi, super vecchi: un fatto ineluttabile che pesa sulle spalle sempre più fragili degli interessati, ma anche dei giovani, in minoranza e sempre meno capaci di prendersi carico delle generazioni precedenti. Se un tempo la pensione del nonno forniva aiuto in casa e mancetta al nipotino, oggi da precari al secondo o terzo matrimonio, nel bilocale in affitto, a stento si invita a pranzo la suocera.
Secondo l'Oms nel 2050 la popolazione over 60 crescerà in Europa da 650 milioni a 2 miliardi. Si valuta che una bambina su due nata nel 2012 in Giappone e in Italia, paesi da record di longevità, arriverà a compiere 100 anni. Nel 1951 l'8,2% della nostra popolazione era over 65 e l'indice di vecchiaia era del 2,8, nel 2051 si passerà al 34,3% con il 325,1. Un'indagine Istat del 2007, che esclude i minori di 6 anni, parla di 2.600.000 persone in condizioni di disabilità in famiglia, 2 milioni delle quali anziane. Secondo altri dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali la disabilità è pari al 9,7% della fascia di popolazione dai 70-74 anni, sale al 17,8% nella fascia dai 75-79 e raggiunge il 44,5% negli 80enni. Le malattie cronico degenerative affliggono in modo severo il 54% degli individui con disabilità, più diffusa nell'Italia del Sud (5,2%) e nelle Isole (5,7%), mentre al Nord supera di poco il 4% benché vi siano tassi d'invecchiamento più elevati. "Non ci troviamo male, però d'estate non si può nemmeno portare un ventilatore", mormora Enrico, che in memoria dell'antica devozione ogni sera, prima di andarsene, passa la crema sulle mani scarne di Caterina, che l'Alzheimer ha sottratto al ruolo di moglie. "La badante ho dovuto tenerla io", si giustifica, "qualcuno doveva pur occuparsi di me". Passa un uomo con lunghe unghie viola e uno strano copricapo; Caterina ha un sussulto. "Dicono che chiuderanno le carceri psichiatriche, chissà dove li metteranno". Dai dati dei principali paesi Ocse si rileva che i servizi residenziali per anziani sono organizzati su un'offerta che varia da 30 a 60 posti letto ogni mille utenti mentre in Italia - dati Agenas - nel 2007 la nostra disponibilità oscillava fra 0,2 e 44,3. Un autorevole studio comparato richiesto da Bruxelles al professor Roberto Bernabei, a capo del Dipartimento di scienze gerontologiche, geriatriche e fisiatriche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, rivela che l'Italia delle Rsa si distingue sul piano internazionale in una serie di cattive pratiche. Prima assoluta nell'utilizzo delle spondine dei letti e di cinghie che immobilizzano i pazienti al tronco come mezzi di contenzione. Siamo terzi invece, con il 12,1%, contro il 16,3% della Repubblica Ceca e il 12,7% dell'Olanda, per quanto riguarda le piaghe da decubito. Nell'uso di psicofarmaci c'è chi ci va più pesante: Finlandia, Francia, Israele, ma secondi a quest'ultimo Stato abbiamo i ricoverati meno coinvolti nelle attività sociali (33,1%), e i depressi (36,8%) solo dopo gli olandesi, 39,6%. Siamo scarsi nel trattamento del dolore, 27,5% contro l'82,6% della Francia, e vantiamo fra gli internati più incontinenti d'Europa. "E' vero che rafforzare l'assistenza domiciliare è importantissimo, ma bisogna anche tener conto dei mutamenti della società e delle esigenze dei singoli", commenta Bernabei. "Da noi ancora il 50% degli ultra 85enni muore a casa, contro il 10% degli inglesi (dati Fondazione Ml). Oltremanica i cittadini non sono evidentemente motivati da anaffettività, ma da un eccellente sistema sanitario nazionale". Amara senectute, ma quanto la desideriamo: e nell'ipotesi di conquistarla sarà bene correre ai ripari.
PARLIAMO DI PRONTO SOCCORSO?!?
Se ti capita un infarto o un ictus è meglio non trovarsi in Abruzzo. Il terremoto c’entra assai poco. Il problema sono i pronti soccorso degli ospedali. Per gli Eas regionali (dipartimenti di emergenza ad alta specialità) il tempo medio di attesa per tutti i codici è 241 minuti. Un’eternità. Ma se ti va male, è propri negli Eas abruzzesi che si può sperimentare l’inferno: 451 minuti di attesa. Non è il record più alto di Italia. Perché quello ce l’ha la Sicilia, limitatamente alle emergenze cuore nei Dea (dipartimenti di emergenza e accettazione) degli ospedali regionali: 595 minuti.
A rivelarlo non è un’indagine statistica da prendere con le molle, ma sono stati gli stessi ospedali italiani rispondendo a un lungo e interessante questionario che aveva loro inviato la commissione sanità del Senato presieduta da Antonio Tomassini (Pdl). Una raffica di domande poi elaborate dalla stessa commissione nel rapporto finale della indagine conoscitiva sul trasporto degli infermi e sulle reti di emergenza ed urgenza.
Il quadro è drammatico, tanto da fare immaginare che in buona parte d’Italia in caso di emergenza sanitaria è più sicuro farsi il segno della croce che rivolgersi ad altri tipi di croce, rossa o verde, per essere trasportati nei pronti soccorso. La stessa presenza di strutture di emergenza e ricovero è un ostacolo e indica la totale assenza di logica e programmazione. “Appaiono immediatamente evidenti alcune lacune di sistema”, scrive il rapporto finale della commissione, “a cominciare dai dati sui bacini di utenza dei Dea, che vanno da un minimo di un Dea ogni 14 mila abitanti per Toscana ed Abruzzo fino ad uno ogni 1,2 milioni di abitanti nel Lazio e uno ogni 1,3 milioni di abitanti della Lombardia, con una forbice evidentemente inaccettabile. Anomala è anche la distribuzione dei Dea sul territorio nazionale, con un eccesso di strutture specializzate in alcune regioni, come Emilia Romagna, Campania e Puglia”.
La distribuzione territoriale dell’emergenza è priva di logica. Così come i dati forniti nel questionario dalle stesse strutture ospedaliere indicano come il primo criterio della loro stessa esistenza sia la più assoluta casualità. Magari c’è stato il politico, o il sindacalista che ha spinto per avere quell’ospedale nella zona in cui non era necessario, magari è stata incapacità tecnica di programmazione. Nel questionario si chiedeva se “la programmazione sanitaria, in merito alla distribuzione delle specialità e delle superspecialità sul territorio, sia stata realizzata tenendo conto di dati territoriali, demografici ed epidemiologici”. La risposta secondo il rapporto della commissione è stata senza dubbio sincera, ma “drammatica: su base nazionale solo il 47 per cento dei Dea è stato realizzato tendendo conto di tali dati. Alcune regioni, come Calabria e Campania, rispondono negativamente nel 100 per cento dei casi. Questo significa che molto frequentemente la programmazione sanitaria non viene effettuata in base ai reali bisogni, bensì in funzione di altri fattori che si possono purtroppo agevolmente immaginare”.
E a rimetterci c’è naturalmente il cittadino. Perché ci sono parti di Italia con una concentrazione inutile di strutture di emergenza, perché nessuno vi si rivolge. E altre dove non c’è posto per chi ha davvero bisogno. Così con infarti e ictus - per non parlare di traumi - dal momento in cui viene lanciato l’allarme inizia spesso una lunga peregrinazione di ospedale in ospedale prima di ricevere le cure necessarie.
E si rischia la vita. Scrive la commissione: “l’anello debole della catena dei soccorsi è però indubbiamente e preoccupantemente il livello intraospedaliero, fondamentalmente con due dati sconvolgenti: i 241 minuti d’attesa media nei Dea, con la punta di 451 minuti in Abruzzo, ed i percorsi privilegiati per gli accertamenti diagnostici per i pazienti di pronto soccorso, pressoché inesistenti, salvo sporadiche realtà. Lo stesso dicasi per le procedure specifiche integrate per patologia, presenti - nelle regioni più performanti - solamente nel 50 per cento dei Dea, fino a giungere all’assenza assoluta in Basilicata, Sicilia e Molise”. Per i traumi invece “troppi pazienti vengono trasportati in ospedale, come si evince dai tempi medi di stazionamento delle ambulanze, che in qualche caso come in Lazio e in Puglia arrivano a sfiorare le tre ore, sottraendo fra l’altro risorse per i soccorsi territoriali”.
Secondo il questionario il tempo medio di attesa fra triage (procedura per stabilire quale è il problema del paziente) e soluzione (visita o intervento) in un pronto soccorso italiano è di 100 minuti al Nord, ma di 451 minuti massimi (e 241 minuti medi) negli Eas di Abruzzo “che sembrano essere eccessivi”. Il questionario poi chiedeva anche quale fosse il tempo medio di attesa delle ambulanze in codice verde (non grave). Secondo la commissione dovrebbe essere di 30 minuti il tempo “accettabile”. Ma non è così frequente: “per i Dea in Liguria la media è di 46 minuti; in Sardegna di 60 minuti. Improponibili invece i picchi che si registrano in alcuni Eas, quali 127 minuti per il Lazio e 152 minuti per la Puglia, in cui i pazienti sostano quasi 3 ore sulla barella dell’ambulanza”.
Guai in caso di attacco al cuore: “Buona parte delle patologie di natura cardiaca”, scrive la commissione, “sono tempo-dipendenti. Non potere usufruire di una rete integrata per la gestione di queste problematiche significa non potere offrire al paziente una corretta e tempestiva cura. Il 39,1 per cento dei Dea e il 71,4 per cento degli Eas del Sud dichiara l’inesistenza di una rete integrata di trattamento per le patologie di natura cardiaca. L’Abruzzo presenta una situazione poco edificante: 42,9 per cento dei Dea e 33,3 per cento degli Eas ne sono privi. Grave la situazione di Campania, Molise, Puglia e Sicilia. In Umbria un Dea su cinque non può contare sulla rete integrata”. Figurarsi il tempo di attesa fra esame emodinamico e intervento per problemi di cuore. “Nella vista nazionale i 198,8 minuti medi di attesa dichiarati dagli Eas del Sud risultano veramente eccessivi, quasi inaccettabili, poiché, sommando i tempi, il paziente deve prima prendere coscienza del tipo di dolore, poi rivolgersi al 118 o andare direttamente in ospedale, dove viene valutato. A tutto questo, se si aggiungono 3 ore di attesa, si è oltre qualsiasi ragionevole trattamento di urgenza. Particolarmente preoccupante è il dato - pari a 595 minuti - dichiarato dagli ospedali della Sicilia”: Laggiù, se hai un doloretto al petto, devi sperare solo che sia falso. Altrimenti all’intervento non arrivi vivo.
Ogni tanto esplode uno scandalo nella sanità: nella gestione strutturale o nella cura dei pazienti. E’ esploso lo ‘scandalo’ Pronto Soccorso negli ospedali romani. Dal San Camillo al policlinico Umberto I, è corsa allo ‘scoop’ sul malato maltrattato dal sistema sanitario nazionale. Quotidiani con i titoloni, telegiornali che fanno inchieste ed approfondimenti. Ma nessuno di questi signori giornalisti ha avuto recentemente qualche amico, genitore, figlio, parente ricoverato all’ospedale? Nessuno di quelli che oggi si meravigliano è mai andato recentemente in un Pronto Soccorso romano?
I casi riportati dai media sono all’ordine del giorno. Non c’è alcuna novità. Per esperienza personale ho sperimentato la materia e posso dire che vedendo i servizi giornalistici non posso che provare tanta rabbia. Possibile che nessuno avesse mai notato il problema? Due senatori hanno compiuto ‘un blitz’ all’Umberto I meravigliandosi della situazione e denunciando le condizioni di una povera signora. Mai stati prima in un ospedale romano onorevoli? Dove vanno di solito a farsi curare, in una clinica privata? Ciò che hanno visto è ordinaria amministrazione in una regione, il Lazio, dove da anni vengono tagliati posti letto. Il piano Polverini prevede la chiusura di vari Pronto Soccorso in regione. E sono almeno quindici anni che tutti i governi, di qualsiasi colore, usano la ‘mannaia’ sui finanziamenti alla Sanità. Di cosa si meravigliano quindi? Invece di compiere inutili blitz mediatici, cerchino di stanziare maggiori fondi per il servizio sanitario nazionale, evitando gli sprechi e salvaguardando le eccellenze. Ipocriti tutti, dai tanti giornalisti che parlano di una cosa ben nota come se fosse uno scandalo mai visto prima, ai politici che cercano di ‘intestarsi’ la scoperta ‘dell’acqua calda‘…E per tutti quelli che diranno ‘Nella mia regione tutto questo non accade‘, vi consiglio di controllare bene perche se nel Sud e nel Lazio la situazione è molto più seria, anche nel CentroNord si iniziano a vedere gli effetti dei tagli decennali.
Ospedali, il catalogo delle follie, secondo Daniela Minerva e Michele Sasso su “L’Espresso”. Agrigento: chiuso cinque anni dopo l'inaugurazione perché stava crollando. Verona: le barelle non entrano negli ascensori perché hanno sbagliato le misure. Bergamo: l'acqua penetra ovunque perché l'hanno costruito su una palude. Ostia: è pronto da mesi, ma non apre perché manca l'elettricità. E così via...”. Sul piatto, venticinque miliardi. Più della metà degli ospedali italiani era già lì nel 1950, e per questo una legge del 1988 mette continuamente a disposizione soldi per ristrutturarli, adeguarli e modernizzarli. Perché se vengono meno il decoro dei luoghi, l'igiene, la macchina dello smaltimento dei rifiuti e, soprattutto, la funzionalità dei locali destinati a ospitare le apparecchiature hi-tech salvavita non si può più curare nessuno. E di certo si mina la funzionalità di un sistema sanitario, il nostro, che è tra i migliori al mondo. Come si appesantisce il lavoro di migliaia di professionisti della sanità costretti a lavorare spesso in condizioni avvilenti. Il risultato è devastante. E colpevoli sono i politici e gli amministratori da loro nominati. Che gestiscono i soldi per mantenere le strutture. Così mentre la qualità della medicina italiana tiene, nonostante tagli e blocchi del turn over, a cedere sono le strutture. E, nonostante i tanti soldi a disposizione per rimetterle a posto, il panorama è desolante. Basti pensare che una buona parte di quei 25 miliardi non sono mai nemmeno riusciti a spenderli: lo rivela la Corte dei Conti che ha indagato sull'ultima tranche di 17 miliardi e scoperto che ne sono stati utilizzati circa il 40 per cento. Mentre oltre un miliardo è tornato nelle casse dello Stato perché i progetti che doveva finanziare sono finiti nel nulla. Colpa della farraginosità delle procedure, ma colpa soprattutto del fatto che ogni possibile appalto genera appetiti e per questo alimenta conflitti tali da paralizzare tutto. E a volte, è una fortuna. Perché andando a vedere come sono stati impiegati i soldi spesi abbiamo scoperto che, molte, moltissime volte, sono stati letteralmente buttati via. E altrettanto spesso sono stati solamente il volano per alimentare un business niente affatto interessato a garantire la salute degli italiani.
SOLDI BUTTATI. Accade tanto per insipienza quanto per permettere guadagni illeciti, ma è certo che milioni sono andati in fumo per colpa di errori di progettazione o pessima esecuzione dei lavori. Come a Bergamo: 500 milioni di euro per un ospedale che affoga. Sì perché è stato costruito sopra una palude. E l'acqua filtra nel cemento, nei parcheggi, nei tunnel. Allungando i tempi e i costi di costruzione del gigante da 36 sale operatorie e 1.200 letti, perché gli extra-costi per le opere di impermeabilizzazione e messa in sicurezza lievitano giorno dopo giorno. Come sono stati scelti i terreni a Bergamo? E come sono stati scelti a Caserta? Da10 anni si aspetta il nuovo Policlinico universitario da mille posti, con un susseguirsi di appalti e ritardi, e un incongruo straordinario: a meno di 500 metri dai futuri reparti ci sono due cave di pietra che rendono il luogo tutt'altro che salubre. Kafkiana, come la storia dell'eliporto del Santissima Annunziata di Sassari: progettato, costruito e mai completato. La commissione tecnica ha stabilito che la piattaforma è in grado di reggere solo il peso di un piccolo elicottero. E quelli in attività, normalmente impiegati per le emergenze, sono invece belli grandi. Insipienza? Non sempre però. La magistratura indaga al San Giovanni di Dio di Agrigento. Inaugurato nel 2004, cinque anni dopo è stato chiuso per gravi carenze strutturali: nei "pilastri portanti c'è più sabbia che cemento", secondo la perizia della Procura. Come a Giarre, nel catanese, dove la sabbia l'hanno scoperta i tecnici della Asl dopo una serie di crolli. Gli ultimi due in tre mesi: a novembre pioveva e dal tetto è caduto uno strato di intonaco; e il 19 agosto scorso era toccato al controsoffitto del locale riservato al 118. Ma da tempo alcune zone del complesso ospedaliero sono chiuse al pubblico per la pioggia di calcinacci, così come diversi muri continuano a sbriciolarsi e molte pareti sono aggredite e scrostate dall'umidità.
QUALCUNO CI GUADAGNA. Il nuovo mantra dell'edilizia sanitaria è "project financing": in cambio dei lavori la Regione versa un canone annuo e gli appalti e la gestione di beni e servizi è data alle società che hanno vinto le gare. Come accade al nuovo ospedale All'Angelo di Mestre costato 241 milioni versati da un network di imprese private. Ma la formula del project financing vuole che ora gli edifici siano di proprietà della regione Veneto, la quale si è impegnata a pagare per 24 anni un canone di 54,5 milioni. Insomma: a conti fatti L'Angelo sarà costato 1,3 miliardi di euro. Troppi anche secondo la Commissione sanità dello stesso consiglio regionale. E non proprio ben spesi, visto che le porte sono troppo piccole per il passaggio delle barelle e, già pochi mesi dopo l'apertura, c'erano infiltrazioni di acqua nel servizio di radioterapia. Anche a Verona, al nuovo ospedale di Borgo Trento, costato la ragguardevole cifra di 212 milioni di euro, hanno problemi di dimensionamento: gli ascensori sono così piccoli che non ci entrano le barelle ma ci sono ben 34 sale operatorie. "Troppe per farle funzionare tutte. Siamo nel centro di Verona, non si riescono a servire così tanti pazienti. E di certo non c'è il personale sufficiente", commenta Vincenzo D'Arienzo segretario provinciale del Pd.
PRIMA SPENDO, POI DEMOLISCO. Lo spreco più pacchiano è quello sotto gli occhi di molti cittadini pugliesi, abruzzesi, liguri, laziali. Insomma di tutte quelle regioni che hanno avviato recentissimamente un opportuno piano di riorganizzazione della rete, prevedendo la chiusura o la trasformazione di piccoli ospedali. Peccato che molti di essi fossero nuovi di zecca, appena inaugurati con sfoggio di tecnologie, sale operatorie, camere di degenza ben attrezzate. Come il Nuovo di Castellaneta dove sono stati spesi milioni per farne un moderno ospedale di riferimento per la Puglia orientale e oggi è destinato a essere ridimensionato al ruolo di presidio. Come lo è il nosocomio di Conversano: ci avevano appena speso 7 milioni per adeguare le sale operatorie e riconvertire consultorio e cardiologia. E oggi per trasformarlo in un poliambulatorio serve un altro milione e mezzo. Storie come queste se ne trovano a decine da un capo all'altro della Penisola. In Liguria c'è lo scandalo Albenga, aperto nel 2008, un vero gioiello oggi destinato a diventare ambulatorio perché a pochi chilometri c'è il grande ospedale di Pietra Ligure, che sta, invece, cadendo a pezzi. E in Piemonte c'è la misteriosa scelta del governatore Roberto Cota di fermare i lavori del nosocomio di Valle Belbo, appaltato per 20 milioni di euro. I cantieri sono fermi dunque dal 2010 con uno spreco di circa 4 milioni di euro. Piccole cifre, forse, piccole realtà. Ma sono la trama di un puzzle demenziale che si traduce in un pessimo servizio ai malati Così ai calabresi, già umiliati dallo schiaffo dei sette ospedali per 180 mila abitanti della piana di Gioia Tauro - molti dei quali mai aperti o sequestrati dai Nas - è toccato assistere allo scempio di Rogliano dove erano riusciti a ristrutturare il vecchio nosocomio, realizzato due belle sale operatorie e ammodernato gli ambienti di degenza. E' uno dei pochi presidi a norma della zona, ma verrà dismesso.
IL MALATO PUO' ATTENDERE. Aspettare che si attivi la rete elettrica, ad esempio. Come a Ostia: il nuovo presidio ospedaliero, che serve 200 mila persone, è pronto da qualche mese. Ma manca il collegamento con la cabina elettrica e i sei mesi si avviano a diventare dodici mentre la struttura vuota deperisce. I collegamenti in rete devono essere un punto debole dell'edilizia sanitaria del Paese: anche a Ortona, in provincia di Chieti, il nosocomio da 200 posti letto ha inaugurato lo scorso luglio due nuove sale operatorie, costate 3 milioni di euro. Che però non hanno mai funzionato perché il sistema di condizionamento è stato progettato male e ci vogliono altri 700 mila euro per renderlo operativo. Che mai arriveranno perché Ortona è entrato nella bad list di quelli da dismettere. E' un girone infernale, tanto più orribile perché i milioni bruciano mentre i reparti ospedalieri crollano. E altri milioni servono a mantenerli in vita nel degrado, come accade al Vecchio Policlinico di Napoli: deve chiudere da almeno 15 anni. Coi pazienti della zona est della città dirottati all'Ospedale del Mare, in costruzione da 8 anni perché i cantieri sono sempre fermi: sia perché interviene la magistratura a fare chiarezza su qualche illecito; sia perché, semplicemente, mancano soldi. Ma di soldi ce ne devono essere da qualche parte se, in attesa della chiusura, al Policlinico già condannato a morte arrivano gli operai per rimettere a nuovo il padiglione per le cure materne e infantili.
PARLIAMO DELL’ITALIA, PAESE DI VITTIME DI MALASANITA’.
Un caso di malasanità ogni due giorni. Da fine aprile 2009 a settembre 2010 ben 242 episodi, di cui 163 hanno causato la morte del paziente. I dati, allarmanti, che fotografano una situazione della sanità italiana che desta grande preoccupazione, emergono dal lavoro svolto in poco più di un anno di lavoro della commissione parlamentare sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando. I casi esaminati, inoltre, non sono tutti quelli che si sono verificati nel nostro Paese ma solo quelli finiti sotto la lente di ingrandimento della commissione per un esposto, una segnalazione o un articolo di giornale. Le 163 presunte vittime (presunte finché non si pronuncerà la magistratura) sono state causate o per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze struttura. «Gli errori della sanità italiana hanno tanti padri - spiega Leoluca Orlando, presidente della commissione parlamentare sugli errori sanitari - i medici che sbagliano, certo, ma anche le strutture, i manager e chi li nomina, ossia i politici. Il nostro obiettivo non è solo capire chi commette l’errore, ma anche il perché, ossia le anomalie strutturali e organizzative che hanno portato a quell’errore». «La politica - continua Orlando - deve fare dieci passi avanti per la salute, ossia impegnarsi di più per tutelare i cittadini, anche stanziando risorse adeguate, e dieci passi indietro per la sanità, ossia per le nomine, i giochi di potere, la spartizione delle cariche».
Dicembre 2009. Una bimba di cinque mesi è morta a Gela perché a Palermo si discuteva - per un tempo lungo e impietoso - su quale di due elicotteri dovesse volare a salvarla. Maria Grazia cianotica per un rigurgito di latte, soccorsa dalla nonna, era stata «recuperata» dal personale di un’ambulanza e dell’ospedale, poi portata all’eliporto dell’Eni, contrada Ponte Olivo, dieci chilometri dalla città, dopo che si era chiesto il volo urgente. Ma la telefonata, dice l’esposto, aveva acceso la disputa: deve partire l’elicottero palermitano o quello di Caltanissetta? Le agenzie narrano che la piccola è rimasta in attesa per tre ore, arrivando all’Ospedale dei Bambini in «coma post-anossico». Papà e mamma erano già lì dopo il viaggio in auto.
Dicembre 2009. La storia di Marika, 20 mesi, morta a Pantelleria: febbre alta, iniezione contro l’influenza A, rispedita a casa. Sempre più grave, si è chiesto l’elicottero, ma ci ha messo troppo tempo. Qui è di mezzo l’organizzazione, non le competenze.
Dicembre 2009. Un anziano è morto d'infarto dopo essere stato trasportato nell'ospedale di Belcolle a Viterbo a causa della chiusura del laboratorio di emodinamica. Il paziente, suocero di un cardiologo, avrebbe dovuto essere sottoposto ad angioplastica d'urgenza, ma il primario ha negato l'apertura straordinaria del reparto. Inutile il tentativo di trasporto verso un altro ospedale. "Si sarebbe creato un precedente che non siamo in condizioni di applicare ad altri pazienti"- ha concluso il medico .
Le competenze sono un refrain della cronaca sanitaria. Il più delle volte le spiegazioni sono ineccepibili, i regolamenti inflessibili, non ci sono comportamenti contrari alle gabbie dei protocolli. Come se il rispetto di ruoli, incarichi, direttive avesse azzerato completamente la presa in carico di un rischio, di una decisione immediata e superiore, non prevista dai codici, anzi passibile di censura se le cose non vanno bene.
La morte sta a guardare il balletto delle competenze e, quando questo va per le lunghe, plana e porta via.
Non è facile nemmeno per i magistrati, cui spetta giudicare comportamenti oggettivi, non stati emotivi. Però i fascicoli delle Procure spargono fra noi l’emotività e l’incredulità.
A Torino a fine Anni 80 finì in cronaca una ragazzina che stava per scavalcare il diciottesimo compleanno. Soffriva di schizofrenia, attacchi violenti. L’ultimo episodio portò la lente su un piccolo e grande conflitto: neuropsichiatria infantile (minorenne seppur per poco) o psichiatria degli adulti? Intanto che il quesito cercava soluzione lei e famiglia soffrivano in un crescendo solitario.
Ai giudici discernere, ma l’elenco è un ritmo battente. A Roma, febbraio 1992, un paziente si spegne in pronto soccorso, testi giurano che il medico ha detto che non era sua competenza, lui replica che stava visitando un altro paziente e aveva ordinato di portargli l’uomo in barella. Colpa di chi aveva la competenza di portarglielo.
Il Pronto Soccorso in prima pagina. Nel settembre 2006 a Torino un uomo muore davanti al cancello del Dipartimento di Emergenza del Mauriziano. Viene chiesto ai medici di turno di correr fuori, qualche decina di metri. La replica: il regolamento vieta di farlo e, comunque, non avrebbero potuto far alcunché senza strumenti, compito dell’ambulanza attrezzata. Controreplica: potevano già intervenire in strada e provarci. Replica alla controreplica: il paziente infartuato va trattato secondo criteri specifici. Tutti nel giusto, lui al camposanto.
Alle porte della stessa città, Moncalieri, gennaio 2007, episodio analogo: pensionato di 71 anni portato fin lì dall’autista di un pullman che però non riesce ad accedere fino all’ingresso. Gli portano una sedia a rotelle, ma i medici non escono. Vada l’ambulanza. L’ambulanza arriva ma il tempo è scaduto. Altro carro funebre, stesso dibattito.
E’ uno stillicidio. Ci sono le opere pubbliche incomplete per competenze frantumate. C’è l’operaio morto a Volvera perché l’ambulanza non riesce a infilarsi nella sua via: è privata, il Comune non ha competenza nel sistemarla. Un altro muore perché i Vigili del Fuoco volontari - vuoi per una vertenza, vuoi per compiti definiti - non intervengono su un incidente stradale. Quelli in servizio effettivo arrivano da lontano. E’ tardi. A volte si muore per incompetenza. Morire per un palleggio di competenze è andarsene soffocati, oltre che dal male, da un mondo robot, disumanizzato e, soprattutto, inefficiente e poco coraggioso.
Carmelo Abbate su "Panorama" racconta la sua inchiesta filmata sulla Sanità italiana.
"Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione.
È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie.
Trattato come un medico da pazienti, inservienti, infermieri, colleghi. Questi ultimi mi hanno accolto nei loro camerini, mi hanno assegnato l’armadietto e gli indumenti da lavoro. Sono entrato a contatto diretto con i malati, ho fatto il giro di visite del mattino e ho preso parte (ma non ho preso i ferri in mano, tranquilli) a interventi chirurgici.
Gli ospedali al centro di questa inchiesta sono quattro: a Catanzaro, Napoli, Isernia e Venafro, in provincia di Isernia. Nel corso dell’indagine (tutta documentata da una telecamera nascosta) ho visto barboni che mangiano e dormono a pochi metri dai malati, zingare che passano fra i letti a chiedere l’elemosina, cinesi che entrano nei reparti per vendere ai bambini giocattoli privi di ogni standard di sicurezza.
Poi medici e infermieri che fumano, alcuni perfino dentro i blocchi operatori. Ho seriamente rischiato di togliere dei punti di sutura dalla testa di una donna. Soprattutto, ho visto da vicino come il personale sanitario si comporta a volte nei nostri ospedali. Come vengono ignorate le più basilari regole di comportamento e di igiene, la cui inosservanza provoca ogni anno circa 500 mila infezioni e più di 5 mila morti. Pazienti che erano andati a curarsi per altre cause.
Catanzaro. Sono le 7 di martedì 29 settembre, Ospedale Pugliese di Catanzaro. Per un’ora faccio su e giù con gli ascensori. Le norme prescrivono che la biancheria pulita segua un percorso diverso da quella sporca. I rifiuti ospedalieri, organici, non devono transitare negli stessi ascensori utilizzati da medici, pazienti o per il cibo. A Catanzaro non funziona così. Passa tutto per lo stesso montacarichi. Ci sono dentro quando si apre la porta. Un operaio: «Dottò, sta scendendo?». Rispondo di sì e lui spinge all’interno il carrello con un bel po’ di bidoni gialli messi uno sopra l’altro fino al soffitto. Ci stringiamo nel poco spazio disponibile. Li abbiamo addosso. Nell’etichetta esterna c’è scritto: «Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo». Dentro possono esserci garze imbevute di sangue, siringhe, residui di interventi chirurgici, anche materiale radioattivo utilizzato nella medicina nucleare. La porta dell’ascensore si apre, pochi minuti dopo sono sempre lì con il carrello del cibo.
Alle 8 e mezzo eccomi in pediatria. Entro nella saletta dei medici. Ce ne sono tre, più due infermiere. Mi presento: sono il dottor Trimarchi dell’associazione Orchidea bianca onlus. Dico tutto velocemente, come fosse la più famosa organizzazione sanitaria italiana, nella speranza di far scattare il tipico meccanismo per cui non chiedi ulteriori informazioni per paura di passare per deficiente davanti agli altri. È andata. Spiego che mi sono appena laureato e che la nostra struttura ci manda a fare degli stage in giro per gli ospedali. Vorrei stare un giorno con loro per vedere come lavorano. Non c’è problema, nessuno chiede una lettera di incarico, un documento, una preventiva richiesta alla direzione generale. Nulla. Mi accettano sulla parola.
Da questo momento parte quel processo che poi si ripeterà in alcuni dei centri successivi: basta farsi vedere in giro con un infermiere o un medico perché tutti gli altri ti considerino uno di loro, un nuovo arrivato. Ogni minuto che passa, ogni gesto è un tassello che va ad arricchire la tua tracciabilità. Fino a non riuscire più a risalire al momento originario. Ovvero, come sei entrato lì. Chi ti ha mandato. Chi ti ha aperto le porte per primo.
Sono a tutti gli effetti il dottor Trimarchi. Il primo a darmene atto è l’imbianchino che dipinge i muri del corridoio. Mi saluta con una certa deferenza. La puzza della vernice si sente, eccome. Le infermiere mi accolgono nella loro saletta. Una mi prepara il caffè. Poi mi offre una sigaretta. Lei accende e apre la finestra. Mi infilo nella camera dei medici. Anche qui si fuma.
Dopo mezz’ora il battaglione muove alla volta delle camere dei bambini per il consueto giro mattutino delle visite. Alla testa c’è il medico più esperto. Camice aperto, mani in tasca o a giocare con le chiavi, passa da un letto all’altro dispensando affettuosi buffetti e barzellette. Le visite avvengono tutte senza guanti e senza un minimo di privacy, ogni comunicazione è a partecipazione collettiva.
Prima mi sono informato sulle diagnosi dei malati: c’è chi ha un’infezione generalizzata, chi da morso di zecca, chi ha la mononucleosi, l’epatite. In una stanza ci sono tre letti: due adolescenti e un bambino. Dopo aver toccato le ragazze il medico infila la mano dentro la bocca del piccoletto. Ma non vede bene. Allora afferra la tapparella, la tira su. Poi fa alzare il bambino, lo mette a favore di luce e gli rificca la stessa mano in bocca. Un altro bambino ha delle strane macchie sul corpo. Dietro un orecchio la pelle è aperta. Il medico ci passa le mani, poi invita l’assistente ad avvicinarsi. Tocca pure lei. Senza guanti. L’équipe si consulta. Non si riesce a capire a cosa siano dovute. Le gambe sono piene. Uno butta lì l’ipotesi tubercolosi, un altro epatite.
Durante una visita, il medico mi coinvolge: «Lei che ne pensa, dottor Trimarchi?». Sono con le spalle al muro, non so cosa fare. Ripete la domanda, vuole sapere se in presenza di quei valori la diagnosi è corretta. Rispondo che non lo so, non è quella la mia specializzazione. «E in che cosa siete specializzato voi, dottore?». Già, bella domanda. In sociologia, in sociologia medica, ecco. Dico così e subito mi do del deficiente. Ma che c’entra la sociol…? «Bene!» esclama il medico. «Ho giusto un caso di cui vi potete occupare allora». Sono pronto. «Una bambina alla quale abbiamo scoperto il diabete. Ma la mamma, che è qui con lei, è analfabeta». In una camera singola c’è un bambino con gravi malformazioni. Sembra affetto da sindrome di Down. È grasso, gonfio dalla testa ai piedi, sproporzionato. Mentre il medico si avvicina lui gli sfila lo stetoscopio dalla giacca. Ci gioca con le mani. Se lo attacca alle orecchie, al petto. Alla fine il dottore lo riprende e lo rimette in tasca. Ci sono altri piccoli da visitare.
Intorno alle 11 esco e vado a prendere il caffè al bar di fronte all’ospedale. Con camice e zoccoli, cosa vietata. Ma sono in buona compagnia. Torno dentro, sulle scale trovo una zingara che chiede l’elemosina. La tengo d’occhio. Dopo un po’ si infila in un reparto, si fa largo tra i parenti in visita, arriva perfino ai letti dei malati.
Provo a entrare nel blocco operatorio. Suono il campanello. Un’infermiera mi apre la porta. Saluto con piglio sicuro e vado dentro. Dopo pochi metri c’è un’altra porta a vetri opachi. Su un cartello c’è un avviso rivolto a tutto il personale: «Si ricorda che è assolutamente vietato entrare nelle sale operatorie senza divise, calzari, cappellini e mascherine adeguate». Gli indumenti sono lì a fianco. Li ignoro. La porta si apre su un corridoio, sulla destra ci sono due sale operatorie. Un infermiere mi viene incontro. Non ha calzari, cuffia, guanti: nulla. Gli dico che sto cercando il dottor Vattelappesca, un dottore di cui ho letto il nome su un cartello in giro. «Sta al piano di sotto». Ribatto: mi ha detto di trovarci qui per prendere accordi per un intervento. Tanto basta, semaforo verde. La scena si ripete identica nella camera successiva. Sulla soglia una donna parla al cellulare. La chiamata sembra di lavoro. La seguo dentro. Mette il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni, prende una garza e si rimette al lavoro. Non ha cambiato i guanti. Le sue mani si posano sull’uomo operato. Con lei c’è un’altra donna: naso fuori dalla mascherina. A un metro, una infermiera vestita come fosse in reparto. Ha soltanto una cuffia sui capelli, che lascia scoperti grandi ciuffi sul davanti. Non ha i calzari. Come me, che sto a due metri dal lettino operatorio con le stesse scarpe che avevo poco prima al bar di fronte all’ospedale.
All’uscita del reparto un uomo mi chiede com’è andata l’operazione, è preoccupato. Rispondo che è tutto ok e prego Dio che sia vero. Lo rassicuro, la madre si è risvegliata. Mi stringe le mani, mi ringrazia, dice che però si tratta della moglie. Un infermiere mi ha raccontato di un barbone che mangia e dorme dentro la struttura. Lo trovo seduto davanti al reparto di medicina nucleare, tra l’ascensore e la corsia, dove passano i malati. È grosso, dorme piegato su se stesso. Ha due sacchetti pieni di cianfrusaglie. Le gambe sono gonfie, le caviglie non si distinguono. Puzza. Ha i capelli lunghi e la barba. Accanto a lui c’è un piatto di plastica con i resti del pranzo che ha appena consumato. Lo chiamano «Carminuzzo», diminuitivo di Carmelo, ha il mio stesso nome.
Continuo il giro. Fra gente che mi chiede informazioni. Non so che rispondere, mi scuso, dico che è il mio primo giorno. Mi becco auguri e pure qualche bacio. Incrocio una ragazza cinese. Ha uno zaino sulle spalle e una sorta di bancarella ambulante davanti con bracciali, orologi e giocattoli. La seguo. Un’infermiera le chiede un cinturino, contrattano. Entra ed esce dalle stanze, anche in pediatria, dove vende i suoi giochi di plastica privi degli standard di sicurezza previsti dall’Unione Europea.
Napoli. Giovedì primo ottobre il dottor Valerio Trimarchi si presenta al Pellegrini di Napoli, nel centro storico. Non ho fortuna. L’ospedale è piccolo, si conoscono tutti, dal primario all’ultimo dei volontari. Riesco comunque a fare un giro all’interno. Non sono ancora le 8 del mattino. Diversi ricoverati dormono sulle barelle nei corridoi. Le condizioni igieniche sembrano scarse. Sul davanzale di una finestra ci sono decine di mozziconi di sigarette. Stessa situazione al pronto soccorso. L’ingresso dell’ospedale dà su una strada molto trafficata. Poco più su c’è l’arrivo della metropolitana. È una fiumana di persone che si trascina tra auto e moto. In mezzo vedo infermieri e medici in divisa, uno addirittura con la tuta operatoria. Vanno al bar o nei negozietti della via.
Isernia. Per entrare all’ospedale di Isernia, in Molise, mi infilo in un vorticoso giro di conoscenze tipico di una certa Italia dove l’amicizia e il clientelismo la fanno da padrone. Si trova sempre qualcuno che ti consiglia a un altro, che a sua volta non si prende nemmeno la briga di capire chi sei. Gli basta soltanto sapere che sta facendo un favore. Si va avanti così, in una sorta di catena di Sant’Antonio della quale non si riesce più a venire a capo.
Intanto Valerio Trimarchi venerdì 2 ottobre di buon mattino arriva in divisa d’ordinanza all’ospedale Veneziale. Dico che mi sono appena laureato e che mi accingo a scegliere la specializzazione. In medicina generale i pazienti sono tutti anziani. I medici si fermano ai piedi del letto, guardano la cartella, si confrontano, prescrivono esami. Le mani ce le mettono gli infermieri. Si passa da un pannolone all’altro fino alle flebo: senza guanti. Solo un’infermiera è ligia al dovere.
Gli altri quasi la rimproverano per l’inutile perdita di tempo. Alla fine vado al bar.
Una dottoressa in camice bianco è appoggiata a un’auto parcheggiata. Aspetta qualcuno. Un medico in tuta verde attraversa la strada. Torno nel blocco operatorio. Mi conoscono tutti, mi muovo in totale libertà. Vedo medici e infermieri senza copriscarpe, mascherine. Senza guanti. Un paio di chirurghi fumano. A pochi metri dalle sale dove si operano i malati, i posacenere sono pieni di mozziconi.
Intorno alle 2 del pomeriggio mi accingo a lasciare l’ospedale. Sbaglio l’uscita. Percorro un corridoio pieno di scatoloni, qualcosa a metà tra un magazzino e un ripostiglio. I muri sono scrostati, alcune piastrelle divelte. Cammino per una decina di metri quando sulla destra mi trovo una porta spalancata: dentro ci sono tre malati che dormono sui lettini. Fanno la dialisi. Le condizioni igieniche sono scadenti. A metà corridoio, senza alcuna porta divisoria, c’è un bagno con due sanitari dove si scaricano pale e pappagalli.
Nel pomeriggio accompagno un medico all’ospedale di Campobasso, nel reparto di anatomia patologica, dove da Isernia mandano ad analizzare i tessuti asportati. Davanti a un cartello con scritto «Vietato fumare» una dottoressa ci intrattiene con una sigaretta fra le mani. La stessa mattina le sono arrivati dei «pezzi» che ancora non riesce a capire perché siano stati asportati. Ci invita a prendere l’abitudine di segnalare la sospetta diagnosi. E accende una seconda sigaretta.
Venafro. Il giorno dopo, su segnalazione di un medico di Isernia, vado a trovare un collega a Venafro, distante una trentina di chilometri. Ha l’aspetto provato, è stanco. Ha voglia di parlare e di sfogarsi. Fare l’ortopedico lì è come essere in trincea, ti arriva di tutto e lavori in condizioni estreme. Con gente che fuma in sala operatoria. Ogni volta che impianta una protesi, dopo che ha cucito prega Dio perché non subentrino complicazioni e infezioni.
Quello che intende lo vedo con i miei occhi lunedì 5 ottobre. Faccio un rapido giro per il reparto. Le camere sembrano supermercati. I comodini faticano a contenere bottiglie, biscotti, patatine e pasticcini. I medici mi danno subito del collega. Dico che sono troppo buoni e che non merito ancora quel titolo perché devo fare la specializzazione. Non importa, sono molto gentili. Mi invitano nella loro stanza, mi affidano un armadietto e una tuta per la sala operatoria. C’è da correre a fare gli interventi. Ci cambiamo.
Nel blocco operatorio ci sono i canonici indumenti monouso. Poi, stranamente, gli spogliatoi sono più avanti nel percorso che porta alle sale operatorie. Le regole vengono molto disattese. L’infermiere che assiste il chirurgo non indossa guanti. Mentre l’operazione è in corso la porta si apre: è un medico in camice bianco e scarpe normali. Rimane sulla soglia a chiacchierare con i colleghi.
Torno in reparto. Sul tavolo della saletta infermieri c’è dell’uva. Il medico mangia e con la stessa mano tocca la medicazione di una donna. Una signora cammina con un mucchio di lenzuola tra le braccia. Ha disfatto lei stessa il letto della figlia. Intanto il medico controlla la mano fasciata di un uomo. Tre dita sono nere, in necrosi. Dai polpastrelli escono fili di ferro. Lui ci infila le mani, che non ha mai lavato dopo avere mangiato l’uva.
Rimango solo, mi trovo davanti una signora: «Dottò, stamattina il primario mi ha detto che prima di uscire mi devono togliere questi punti dalla testa. Ma ora lui non c’è più. Che fa, me li toglie lei?». Esito. Poi chiedo a un’infermiera di indicarmi la medicheria perché, specifico bene, devo togliere i punti a quella donna. Entriamo. Faccio accomodare la signora, prendo un paio di strumenti, ci gioco, la guardo e le dico che forse è meglio aspettare il primario. Con la salute della gente è meglio non scherzare."
Ma l'inchiesta non si ferma qui. Il viaggio choc nell'ospedale più grande d'Italia dell'inviato de 'L'espresso', Fabrizio Gatti. Per un mese, travestito da uomo delle pulizie al Policlinico di Roma.
"Quaggiù in pediatria una pausa sigaretta vale più di un bambino. Bisogna camminare fino in fondo al reparto per trovarne la prova. Si arriva davanti a una porta scorrevole con un citofono. Il cartello 'Terapia intensiva' rivela le sofferenze che il vetro smerigliato nasconde. Si sente il pianto dei piccoli pazienti. A volte piangono anche i genitori seduti su una panca di fronte. Ma il corridoio prosegue. Nove passi. Soltanto nove passi dalla porta scorrevole. E si finisce su un pavimento di mozziconi, cicche lasciate a metà, filtri consumati fino all'ultimo tiro di tabacco. Un corridoio è un corridoio. Non ha sbocchi all'aperto. Non ha finestre. Il fumo ristagna. Volteggia. Si affida alla corrente d'aria e lentamente torna indietro attirato dalla temperatura più calda nel reparto. L'odore di nicotina lo senti tra le stanze con i lettini a sbarre e i poster di Topolino, Biancaneve e la Carica dei 101. Lo annusi all'ingresso della grande camera sterile. Forse scivola fin là dentro ogni volta che la porta scorrevole si apre. Fumare in un ospedale con bimbi in pericolo di vita non solo è vietato: è da criminali. Ma in un mese, nessun trasgressore è mai stato rimproverato. Il perché lo si scopre fermandosi qualche ora ad osservare. Chi fuma sono quelli che dovrebbero far rispettare il divieto. Uomini o donne con il camice bianco. Oppure personale sanitario con il completo e la cuffia azzurri, o strumentisti con la mascherina e l'uniforme verde delle sale operatorie. Sanno che non si può e non si deve. Ma chissenefrega. Qualcuno l'ha dichiarato con un pennarello nero sul muro bianco: 'Stiamo in pausa... e si fuma'. E ha pure aggiunto quattro punti esclamativi.
È sorprendente lavorare un mese in ospedale. Questo poi non è un ospedale qualunque. È il Policlinico Umberto I di Roma, il più grande d'Italia, uno dei più grandi al mondo. L'ospedale modello dell'Università La Sapienza che con i suoi professori, assistenti, ricercatori, medici, infermieri, allievi è, o dovrebbe essere, l'eccellenza dello Stato. Invece è l'esempio di come la sanità pubblica si stia suicidando. Non solo per la sporcizia e la carenza di manutenzione grazie ad appalti che nessuno controlla. Ma anche per l'abitudine al degrado che sta inesorabilmente contagiando le persone. A cominciare dagli studenti, il futuro della medicina, costretti a formarsi in una realtà nella quale o ci si rassegna o si scappa.
Con la carenza cronica di personale, non occorre essere assunti per lavorare al Policlinico. Basta indossare una tuta blu e presentarsi vestito come un addetto alle manutenzioni. Oppure come un uomo delle pulizie. In tasca: un metro da falegname, una macchina fotografica digitale e una piccola telecamera nascosta per documentare l'inchiesta. Tutti i giorni, per un mese intero. Con turni dalle 8 alle 15 o dalle 14 alle 21. Nessuno si accorge di nulla, nessuno domanda nulla. Nel 2006 la giunta del governatore Piero Marrazzo chiede informazioni sull'organico a tutti gli ospedali del Lazio per il buco da 10 miliardi lasciato da Francesco Storace. E tra contratti a termine, precari usati oltre ogni limite, cooperative e imprese esterne, l'amministrazione dell'Umberto I deve confessare alla Regione di non conoscere il numero esatto dei dipendenti.
L'elenco delle negligenze fotografate e filmate è impressionante. Dal 4 al 29 dicembre il laboratorio di Fisica sanitaria resta più volte incustodito con i frigo e gli armadi aperti nonostante la presenza di sostanze radioattive. Il deposito di colture batteriche e virali del Dipartimento di malattie infettive e tropicali non ha serratura: senza sorveglianza, il congelatore con le provette a rischio contagio è sempre accessibile a chiunque. Per tre giorni nessuno pulisce gli escrementi che la notte di Santo Stefano un cane randagio ha lasciato nel corridoio sfruttato per trasferire i pazienti da un reparto all'altro. Infermieri e portantini spesso fumano anche quando spingono gli infermi su lettighe e carrozzelle. Ogni volta che salgono o scendono dalla rianimazione o dal pronto soccorso o dalle sale operatorie, i ricoverati, anche quelli più gravi, nudi sotto le lenzuola, intubati o con l'ossigeno, seguono lo stesso percorso dell'immondizia. Finiscono così in mezzo ai sacchi neri e agli scatoloni gialli ammassati nel sotterraneo, o in coda ai carrelli della rimozione. E quando gli addetti lavano con getti d'acqua i depositi dei rifiuti, le ruote dei lettini si inzuppano di liquami e trascinano tutto lo sporco in reparto. Verrebbe da sorridere se si pensa che, per legge, perfino le mozzarelle di una pizzeria vanno tenute sempre lontane dalla spazzatura. Basterebbe forse cambiare orario. Almeno rimuovere i rifiuti la sera e non la mattina, quando l'ospedale è in piena attività. Ma questi corridoi sono terra di nessuno. E nessuno decide.
La competenza di professori e direttori si ferma al proprio reparto. La maggior parte di loro non ha nemmeno il tempo di guardar fuori. Impegnati come sono a dividere le giornate tra Policlinico e cliniche private. Perché mai dovrebbero battersi per il datore di lavoro che dà loro sì prestigio, ma con il quale guadagnano meno? Dopo tutto, proprio queste condizioni favoriscono l'esodo dei pazienti verso la sanità privata, o no? Così nessun nome che conta si accorge del disastro. Anche perché i nomi che contano a Roma di solito non si fanno curare al Policlinico. Silvio Berlusconi in persona l'ha dimostrato volando negli Stati Uniti per un'aritmia cardiaca. Al Policlinico ci va la gente comune. Ed è quella che rischia di più. Ogni anno in Italia la mancanza di igiene in corsia provoca un'ecatombe: tra i 4.500 e i 7 mila morti per infezioni prese durante il ricovero. Per altri 21 mila decessi le infezioni ospedaliere sono una concausa. I pazienti italiani che si ammalano in ospedale oscillano tra i 450 mila e i 700 mila all'anno. E nel 30 per cento dei casi si tratta di contagi sicuramente evitabili. Sono stime molto variabili di anno in anno, raccolte dall'Istituto superiore di sanità.
Le infezioni ospedaliere in Italia nel 2005 riguardavano il 6,7 per cento dei ricoveri. Percentuale in linea con la Francia, superiore alla Germania e inferiore a Svizzera e Regno Unito. In Lombardia nel 2000 erano state il 4,9 per cento. Ma, secondo una ricerca dell'Università La Sapienza e dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma, nel 1999 il Policlinico Umberto I aveva raggiunto il record: 15,2 per cento di infezioni sul totale dei ricoveri. Due volte e mezzo in più della media tra tutti gli ospedali romani. E nessuno ha osato calcolare quante morti abbia provocato tutto questo.
Il primo giorno di lavoro non si passa dall'ingresso principale. Da lì entrano pazienti e familiari. Un appalto da qualche milione di euro prevede la sorveglianza di guardie private, una sbarra per fermare le auto, un segnale rotondo rosso, bianco e nero con l'avvertimento 'alt-controllo'. Sembra un posto di frontiera talmente gli agenti sono meticolosi nel loro compito. Meglio fare il giro dell'isolato. Camminare fino all'incrocio tra viale Policlinico e viale Regina Elena. C'è una vecchia porta al numero 330 sotto la scritta in rilievo 'Ambulatorio'. Sembra chiusa. Invece da mattina a sera è soltanto accostata. Si apre scricchiolando su una scalinata. In cima, un corridoio buio. Poi un corridoio illuminato. A pochi passa dalla strada, senza nessun controllo, ci si ritrova tra i laboratori del Servizio di fisica sanitaria. Sulle porte blindate il simbolo internazionale giallo e nero del pericolo radioattivo con l'indicazione: 'Dipartimento malattie infettive - laboratorio ricerca - zona sorvegliata'. Per buona parte del pomeriggio però le porte sono aperte e nessuno sorveglia.
Più volte è possibile entrare, girare nei laboratori, guardare nei frigoriferi, richiudere e uscire in strada. Senza mai essere visti. Come il 21 dicembre nel laboratorio di Batteriologia. E il 27 dicembre nel laboratorio di Radioimmunologia e in quello accanto. La porta blindata e il cancello di protezione sono spalancati. Le riprese con la telecamera richiedono una buona mezz'ora. Non passa nessuno.
A saper rovistare, un ladro potrebbe andarsene con flaconi di sostanze usate per le ricerche. Come gli isotopi di iodio, la cui radioattività dura tra gli otto e i 60 giorni. Il lungo corridoio dei laboratori di Fisica sanitaria arriva a una porta tagliafuoco. Al di là il passaggio prosegue verso il centro del Policlinico. Sopra ci sono le camere del Dipartimento malattie infettive. È intitolato a Paolo Tesio, medico assistente morto a 29 anni il 20 gennaio 1911 per 'difterite contratta in reparto', spiega la lapide. Un po' quello che le norme di igiene oggi dovrebbero evitare. Ma qui sotto, anche se è il corridoio centrale dell'ospedale, due dipendenti hanno pensato di usare lo spazio come garage. I loro grossi scooter restano parcheggiati tutto il tempo del turno di lavoro. E quando ripartono, i due accendono il motore e affumicano il locale fino alla rampa che porta in cortile. Sarà per questo che un avviso della direzione del Policlinico vieta a medici e infermieri di passare di qui con i pazienti. Ma questa è anche la via più breve. Così, la mattina e buona parte del pomeriggio, il viavai di carrozzelle e lettighe è continuo. Da questo incrocio di corridoi si scopre presto la propensione di molti a fottersene delle norme di igiene. Anche se riguardano la salute delle persone che accudiscono.
L'elenco delle infrazioni è lungo. Un caso tra i tanti ripreso dalla telecamera, la mattina del 29 dicembre: due infermieri portano un'anziana a uno degli ambulatori di Chirurgia e le fumano addosso per alcune centinaia di metri passando davanti ad almeno una decina di cartelli di divieto.
Lo chiamano tunnel anche se non tutto questo corridoio è sotterraneo. I muri sono scrostati dall'umidità. In mezzo scritte e graffiti, qualcuno poco incline al giuramento di Ippocrate invita a 'gasare gli handicappati'. È qui che la mattina del 27 dicembre il pavimento è ricoperto da due grossi escrementi, sembra di cane. Il pomeriggio del 29, ultimo giorno dell'inchiesta, sono ancora lì nonostante il passaggio quotidiano di decine di persone tra medici, infermieri e pazienti. Nessuno segnala o tanto meno protesta con l'impresa di pulizie.
I frigoriferi con le colture di virus e batteri sono più o meno a metà del corridoio successivo, oltre l'indicazione 'malattie tropicali'. Sulla porta del deposito l'insegna internazionale avverte chi entra del 'rischio biologico - pericolo di infezione'. Ma la serratura della porta è scassinata. Dentro, tra i congelatori, quello a 80 gradi sotto zero non è mai chiuso a chiave. Gli altri a volte sì, a volte no. Una sigla identifica ogni provetta. Ce ne sono migliaia. Potrebbero contenere colture di Stafilococco aureo o di Pseudomonas aeruginosa, i ceppi batterici resistenti agli antibiotici e responsabili di metà delle infezioni ospedaliere. Oppure campioni di germi di malattie infettive e tropicali studiate dal Dipartimento. Anche qui, soprattutto di pomeriggio, qualunque malintenzionato potrebbe venire a rubare provette senza essere fermato. La visita a questi congelatori è un appuntamento quotidiano per tutto il mese di lavoro al Policlinico. Un giorno una foto. Un altro giorno una ripresa con la telecamera. Mai un controllo. Tra i pochi infermieri di passaggio, mai nessuno ha avuto l'idea di chiedere chi fossi.
Fuori dal locale frigoriferi, a destra, davanti agli ambulatori del Dipartimento di malattie tropicali, un esempio di come non andrebbero fatte le pulizie in un ospedale. L'addetto, terminato il turno, ha abbandonato il carrello con il sacco mezzo pieno di sporcizia. La scopa non tocca l'acqua da almeno qualche settimana. È ricoperta da uno strato di lanugine, peli, capelli e incrostazioni di polvere. Gli stracci sono stati lasciati a bagno in un liquame nero. E sul pavimento, in un angolo poco visibile, è rimasta una sventagliata di mozziconi di sigaretta. Non è l'episodio di una volta. È così tutti i giorni. Eppure, secondo banalissime ricerche nel Regno Unito, proprio la mancata pulizia dei pavimenti e degli attrezzi per le pulizie è la concausa principale della diffusione di infezioni ospedaliere.
Sotto i reparti centrali del grande ospedale universitario l'igiene peggiora. Dal soffitto gocciola un vecchio tubo caldo e corroso. I tecnici della manutenzione l'hanno ovviamente riparato. Ma non hanno sostituito la sezione rotta. Il sistema scelto è molto più creativo. Una canalina lunga una ventina di metri raccoglie l'acqua tiepida e attraverso un'apertura nel muro la porta in cortile sopra un tombino. A valutare dalla quantità di muschio e di cicche di sigarette, il ruscello termale è lì da mesi. Certo, la direzione tecnica del Policlinico non poteva pretendere di più. In fondo questa è l'università di medicina, non di ingegneria idraulica. Per verificare la sensibilità del personale sanitario al rischio di infezioni ospedaliere, basta seguire un infermiere o un portantino mentre spinge una lettiga con qualche malato grave. Tra i più recenti, un caso del 20 dicembre, alle sette di sera. Un dipendente in divisa bianca deve riportare una donna in uno dei padiglioni di Chirurgia.
Lei è coperta da un lenzuolo e da una spalla appare un catetere infilato nella vena succlavia. L'uomo, invece di accompagnarla direttamente in reparto, le fa fare un lungo giro fino a uno dei depositi dell'immondizia con sbalzi di temperatura che, secondo un approssimativo termometro tascabile, passano dai 23 ai 15 gradi in poche decine di metri. Lui va lì perché deve buttare un sacco pieno di flaconi da flebo vuoti. Non si preoccupa che, in questo modo, non solo la paziente respira aria infetta, ma sia le ruote della lettiga sia i suoi zoccoli si impregnano del liquame che ricopre il pavimento. I pericoli di contagio per la sporcizia sotto le suole non sono per niente considerati. Il pomeriggio del 27 dicembre quattro tra infermieri e strumentisti della rianimazione portano in Radiologia un paziente con barella, cateteri e bombola d'ossigeno.
Nel lungo percorso sotterraneo passano davanti a due depositi di rifiuti e a un filare di sacchi neri addossati a un muro. Il pavimento è lurido. Mezz'ora dopo riaccompagnano il malato nel reparto di Terapia intensiva. E due di loro si appartano per fumare una sigaretta. Attenti ai divieti, non lo fanno in corridoio. Si nascondo in un locale abbandonato trasformato in discarica abusiva, dietro un deposito di rifiuti ospedalieri. La discarica è tra il laboratorio di Medicina iperbarica e il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', di fronte al corridoio che dovrebbe rimanere sempre pulito perché porta all'ascensore della rianimazione. Lì dentro ci sono scatoloni di rifiuti ospedalieri rotti, macerie, rottami, immondizia che qualcuno avrebbe dovuto portare altrove. La possibilità di incendio per le cicche di sigaretta è soltanto il più remoto dei mali. Per entrare e uscire dal nascondiglio, i due strumentisti mettono gli zoccoli da reparto dentro il liquido viscido che ricopre il pavimento e sta macerando la pila di scatoloni gialli con la scritta 'Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo'. Spenta la sigaretta, tornano in rianimazione passando accanto ai bancali di legno abbandonati di fronte all'ascensore. E all'ingresso del reparto asettico, non c'è nemmeno il tappeto di carta adesiva per trattenere lo sporco più grossolano.
Proprio qui la mattina i percorsi di immondizia e pazienti gravi si intrecciano pericolosamente. A momenti, il corridoio è una lunga coda di lettighe, carrozzine, muletti elettrici, lampeggianti gialli, sacchi neri e dottori che prendono la rincorsa per non sporcarsi i mocassini dentro i rivoli di acqua sporca. A pranzo e a cena al traffico si aggiungono i carrelli con i vassoi di plastica e i pasti preriscaldati che troppo spesso arrivano nelle stanze freddi. Scene così fanno dimenticare i successi nella ricerca conquistati dall'università e le fatiche quotidiane di tutto il personale, sanitario e non.
A pochi metri dalla targa che indica il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', un altro cartello sulla parete è perentorio e lapalissiano davanti all'ingresso di un blocco operatorio. 'È assolutamente vietato', dice, 'lasciare abbandonati rifiuti urbani o assimilabili (vedi sacchi neri e cartoni) in questo spazio'. Provate a indovinare com'è andata durante tutto il mese: nei giorni migliori i sacchi abbandonati proprio sotto il cartello sono uno o due. In altri, anche quattro. Per non contare assi e pezzi di legno. Stesse scene davanti agli ambulatori di Geriatria, dove una porta tagliafuoco nasconde un'altra discarica abusiva con macerie, immondizia e una carrozzella arrugginita.
Alle 17,49 del 21 dicembre due infermiere fumano nella rampa di scale sotto l'astanteria del Pronto soccorso. Tentiamo di far osservare il divieto in ospedale, filmandole con la telecamera nascosta: "Non si potrebbe fumare qua sotto". Loro rispondono candide: "Eh lo sappiamo, ma son le sei". E continuano ad ammorbare l'aria fino all'ultimo millimetro di tabacco.
La sera tardi capita di parlare con qualche clochard al riparo dal freddo nelle sale d'attesa deserte. Tre quelli incontrati in un mese. Uno dorme nella palazzina dell'amministrazione. Il secondo cambia spesso luogo per non essere sorpreso. Il terzo si ripara in uno sgabuzzino sotto uno dei padiglioni di Medicina. Le luci restano sempre accese e i locali accessibili anche nei settori non più utilizzati. Come davanti all'ambulatorio di Plasmaferesi terapeutica. Il trasloco, appaltato alla solita ditta esterna, l'hanno fatto talmente in fretta che si sono dimenticati in corridoio qualche migliaio di cartelle cliniche. Arrivano fino al 2002. Ci sono radiografie, ecografie, esami del sangue. Basta andare lì e spulciare. Nomi, cognomi, indirizzi, diagnosi, anamnesi. Si può sapere tutto sulla salute e le abitudini di vita di migliaia di cittadini. L'archivio delle cartelle è incustodito anche negli ambulatori di Clinica oculistica. Non ci sono armadi chiusi a chiave. Le buste con gli esami arrivano fino al 2006 e sono infilate in scatoloni riciclati dalle forniture per l'ospedale. Per consultarle o rubarle, basta aspettare che i medici e gli infermieri finiscano il turno di visite.
Secondo i contratti a disposizione delle organizzazioni sindacali, l'appalto con la società esterna Pultra sas prevede che i quattro piani di Oculistica siano puliti da due persone. Dal 6 novembre, però, uno dei due addetti è in malattia. E nelle stesse ore la collega deve garantire il doppio del lavoro. Tutto a mano. Niente aspirapolvere. Niente macchine. Perché per guadagnare di più le imprese assumono al livello più basso di stipendio e per usare una lucidatrice industriale uno dev'essere promosso almeno operaio specializzato. Il risultato, in questo e in altri reparti, sono scope e stracci che fanno chilometri ogni giorno. Senza mai essere cambiati o lavati tra una stanza e l'altra o tra un ambulatorio e l'altro. In un mese di lavoro non c'è mai stato tempo per spolverare scrivanie, strumenti, scaffali, porte, termosifoni, piastrelle, davanzali. E spesso nemmeno per lavare il pavimento. La sera del 21 dicembre l'addetta alle pulizie ignara di avere di fronte un finto collega trasmette le indicazioni di un caposquadra. La domanda è: "Ce la facciamo a lavare tutto il pavimento prima di finire?". Lei risponde: "No, soltanto per spazzare. Io faccio in bagno". E qui non laviamo? "No, no". Una passata con una scopa piuttosto sporca che ha già fatto il giro di tutti i piani. Soltanto questo per tre sale d'attesa, tre ambulatori e la segreteria aperti tutto il giorno a centinaia di pazienti. Un tocco al battiscopa fa cadere un pezzo di intonaco fradicio di umidità. L'addetta alle pulizie ripete le indicazioni del caposquadra: "Se non è tanto sporco, non si lava sempre". Poi si accorge dell'intonaco caduto: "Mo' lì c'è da lavare perché hai levato la polvere".
"Facciamo tutti i pavimenti?". "No, no, va be', tutti no. Ma lì quelle macchiette è meglio che le levi.
Poi dev'essere tutto in ordine", dice segnalando le sedie nell'ambulatorio, "per far vedere..., hai capito?". Da sola da due mesi non può fare di più. Anche se il Policlinico ha pagato il servizio di pulizie per avere qui due addetti. Un appalto che nel 2005 è costato 8 milioni 687 mila 681 euro. Eppure il reparto di Oculistica meriterebbe più attenzione. Perché gli occhi sono tra gli organi più esposti alle infezioni ospedaliere. Nel 1998 alcuni pazienti del Policlinico perdono la vista dopo una semplice operazione di cataratta. L'estate del '99 un contagio forse da pseudomonas in una sala parto, in una sala travaglio e nell'unità neonatale provoca 15 casi di enterite necrotizzante tra i neonati. La perizia, ordinata dalla Procura, denuncerà le condizioni che "non garantivano una adeguata igiene": come l'esistenza di "polvere massiva e non rimossa da tempo, pareti imbrattate, pedane sporche, presenza di ruggine e polvere nelle bocchette di areazione".
È il 29 dicembre, ultimo giorno di lavoro al Policlinico. Qualcuno finalmente ha scopato le decine di mozziconi fumati e gettati a ridosso della terapia intensiva di Pediatria. Ma non li ha portati via: li ha semplicemente spinti verso l'angolo del muro insieme con un pacchetto vuoto di Marlboro, cartacce, polvere, un pezzo di legno. Stasera la sala d'attesa del Pronto soccorso è piena di gente, come sempre. Sono costretti ad aspettare i ritmi della sanità pubblica. E ad avere fiducia. Non si chiamano Silvio Berlusconi e nessuno di loro può permettersi un ricovero negli Stati Uniti."
Ma a svelare la «malasanità» Regione per Regione è il dossier dei carabinieri del Nas al termine dell’indagine ispettiva.
Si scopre così che su 854 nosocomi visitati ben 417 sono stati sanzionati. Disastrosa è la situazione del Sud con la Calabria (36 irregolari su 39) e la Sicilia (67 su 81). Più che di ospedali, in queste zone si potrebbe parlare di vere e proprie fogne a cielo aperto dove i rifiuti si accatastano nei corridoi, dove c’è muffa e ruggine nelle stanze e nei corridoi, dove gli impianti non sono a norma, le apparecchiature non funzionano, i medici troppo spesso non vanno al lavoro. Ma a sorprendere sono molti istituti del Nord e del Centro. Perché in Toscana, dove la Sanità è considerata «fiore all’occhiello» la metà dei nosocomi non ha passato l’esame. E anche in Emilia Romagna uno su tre non rientra nei parametri. Perfetta la situazione del Trentino: le diciassette strutture hanno tutte ottenuto «bollino verde».
C’è sporcizia nel Presidio di Brescia, agli Ospedali Riuniti di Bergamo, nella struttura di Desenzano sul Garda. Sono sudici i locali dove si preparano i pasti per il Civile di Ascoli Piceno, così come quelli per il Villa San Pietro di Roma. Al San Bartolo di Vicenza «si riscontra presenza di materiali di consumo in ambienti inidonei, in quanto stoccati in un corridoio di accesso e collegamento con le sale operatorie». Al Civile di Gorizia piove nei reparti e sono state contestate le condizioni della «farmacia» interna, ma la Asl è già intervenuta per sanare la situazione. Per la gestione delle cucine la Mangiagalli di Milano si è affidata a una società privata, ma i carabinieri hanno trovato «carenze igienico sanitarie». Stesso problema per il Niguarda e per l’Istituto ortopedico Galeazzi e in alcuni nosocomi della provincia. La gestione del servizio mensa viene spesso affidata ad aziende esterne, ma i risultati non confortano: la ditta per la ristorazione dell’ospedale Maggiore di Novara è stata denunciata per truffa e in altre strutture è stato concesso un termine perentorio per la ristrutturazione dei locali dove vengono cucinati i pasti. Al Civile di Verona in cattive condizioni igieniche era il magazzino per la conservazione delle derrate alimentari. All’Azienda ospedaliera di Pavia è stata contestata «l’ordinaria pulizia della cucina», come al S’Antonio Abate di Gallarate in provincia di Milano.
Agli Ospedali Riuniti di Livorno il reparto di neurochirurgia si caratterizza per «gravi carenze». Muri scrostati e piastrelle rotte sono stati trovati a Medicina generale e Ostetricia del Civile all’isola d’Elba. Al San Salvatore di Pesaro non funziona l’impianto antincendio. All’Israelitico di Roma non è norma quello elettrico, così come al San Giacomo. Al San Camillo, sempre nella capitale, sono illegali i «servizi igienici», e anche per i pavimenti è scattata la contestazione. Al policlinico Umberto I «è stata riscontrata l’inidonea conservazione ed efficienza di attrezzature e immobili oltre alla presenza di cavi elettrici privi di idonea protezione», mentre al San Giovanni Addolorata «il locale del pronto soccorso è stato adibito a magazzino per le lenzuola sporche». Catastrofico il quadro siciliano: basti pensare che dopo le ispezioni dei carabinieri sono state disposte numerose chiusure di reparti e sale operatorie per ordine delle stesse direzioni sanitarie. È accaduto al Civico, al Policlinico e al Cto di Palermo. Una segnalazione alla Regione Puglia riguarda gli Ospedali Riuniti di Foggia per «carenze igienico strutturali quali infissi obsoleti, servizi igienici non adeguati, intonaci scrostati e tracce di umido, lavori in corso nei reparti di degenza in attività».
Medicinali scaduti al Grassi di Roma, al Santa Maria della Misericordia di Udine, al Salvini di Garbagnate Milanese. Si fuma in molte corsie e nei reparti: sono centinaia le contravvenzioni firmate. Al Santobono di Napoli mancano i posti e così si aggiungono letti nelle camere dove dovrebbero essere ricoverati non più di quattro pazienti. Al Fatebenefratelli del capoluogo campano è sparito il locale malattie infettive, al Moscato di Aversa non hanno neanche i macchinari per lavare le «padelle», mentre al Moscato di Castellammare di Stabia «manca il carrello per la gestione delle emergenze con defibrillatore».
Grave appare la situazione della Sardegna: su 45 strutture, ben 32 sono risultate fuori regola. E nella maggior parte dei casi le contestazioni hanno riguardato «l’omesso adeguamento strutturale dei reparti». Riguardo alla Clinica universitaria di medicina generale di Sassari i carabinieri scrivono: «La struttura sarà segnalata all’assessorato per la mancanza dell’impianto di ossigeno centralizzato, servizi igienici carenti in relazione al numero dei degenti, le precarie condizioni igienico-sanitarie e strutturali (riscontrata la presenza di insetti-blatte) di un deposito di materiali del centro ipertensivo nonché la presenza di rifiuti nel cortile». Analoghe segnalazioni sono scattate, sempre a Sassari, anche per la clinica di Neurochirurgia, Neurologia e altri reparti dove sono stati trovati pannelli divelti, macchinari arrugginiti, calcinacci.
A tutto questo si aggiunge una doppia denuncia su due fronti diversi, che rivela ancora una volta lo stato preoccupante delle nostre strutture sanitarie: malnutrizione e cartelle pazze.
Sei pazienti italiani su dieci vengono dimessi dall'ospedale in uno stato di malnutrizione. Di questi, tre erano già così al momento dell'accettazione e gli altri erano a rischio. Eppure basterebbero 15 minuti di attenzione in più entro 24 ore dal ricovero: il tempo necessario per uno screening nutrizionale.
A puntare il dito contro la malnutrizione nelle strutture sanitarie della Penisola sono gli specialisti dell'Andid, l'Associazione dei dietisti italiani, riuniti a congresso nazionale di Firenze. Un problema paradossalmente sottovalutato nei Paesi occidentali, compresa l'Italia. «La nostra associazione - spiega la presidente, Giovanna Cecchetto - sta conducendo una vera e propria battaglia per migliorare la cultura nutrizionale nelle strutture ospedaliere. Ci sono infatti direttive del ministero della Salute che prevedono il controllo dell'alimentazione del paziente da parte di un pool di esperti. Purtroppo però - dice - sono pochi gli ospedali con un approccio multidisciplinare al malato che contempli anche la presenza di un dietista».
Una situazione molto pericolosa per il paziente, che entra in ospedale già con uno stato nutrizionale svantaggiato. E che vede aggravarsi la sua condizione, spesso a a causa dei digiuni richiesti prima di esami diagnostici e di un eventuale intervento chirurgico. A questo si aggiunge la mancanza di attenzione da parte del personale al consumo giornaliero effettivo di cibo che arriva al malato sul vassoio dei pasti.
Ma non basta. Perché gli ospedali sono diventati anche una miniera di troppi errori nelle cartelle cliniche dei pazienti italiani. Sbagli di trascrizione e scrittura illeggibile, anche solo semplici sviste possono portare a gravi conseguenze.
La denuncia è dell'Anmco, l'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri, che per contrastare questo fenomeno ha promosso una campagna nazionale di prevenzione dell'errore in ospedale proponendo una cartella unica integrata medico-infermieristica.
«L'idea - spiega Alessandro Boccanelli, Coordinatore Comitato Esecutivo della Campagna Educazionale Nazionale - è quella di ridurre al minimo i passaggi delle disposizioni terapeutiche condividendo tra medici e infermieri la stessa cartella su cui viene prescritta in stampatello la terapia e la sua somministrazione».
In base alla letteratura internazionale, infatti, tra gli sbagli più comuni compaiono quelli di prescrizione (49%), seguiti dagli errori di somministrazione (26%), da quelli di distribuzione (14%) e di trascrizione (11%). Dati che, secondo Boccanelli, sarebbero confermati per Italia, anche se non esistendo un registro italiano è difficile conoscere l'esatta entità del fenomeno.
«Da nostre estrapolazioni - conclude - questi errori coinvolgono 320 mila pazienti l'anno, di questi 12.000 intentano causa contro gli ospedali con richieste di risarcimento pari a 2,5 miliardi di euro, mentre i costi annui per il prolungamento delle degenze per errori sarebbero di 260 milioni di Euro. Tutte spese che aggravano i difficili bilanci delle strutture ospedaliere».
Provocano più vittime degli incidenti stradali, dell'infarto e di molti tumori. In Italia le cifre degli errori commessi dai medici o causati dalla cattiva organizzazione dei servizi sanitari sono da bollettino di guerra: tra 14 mila (secondo l'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri) e i 50 mila decessi all'anno, secondo Assinform. Il che significa circa 80-90 morti al giorno (il 50% dei quali evitabile), 320 mila le persone danneggiate. E con costi pari all'1% del pil: 10 miliardi di euro l'anno.
A fornire le cifre è L'Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom), che in collaborazione con Dompé Biotec, ha organizzato un convegno nazionale proprio su questo tema. Che si tiene, oggi, all'Istituto dei Tumori di Milano. ''Il tema del rischio clinico - afferma il professor Emilio Bajetta, presidente nazionale dell'Aiom - si propone come un argomento di grande attualità, con un forte impatto socio-sanitario. Lo scopo è migliorare la prestazione sanitaria e garantire la sicurezza del paziente oncologico''.
Anche perché, nella speciale classifica delle specialità dove si commettono maggiori errori stilata dal Tribunale del Malato, l'oncologia con un 13% si colloca al secondo posto, preceduta solo dall'ortopedia e traumatologia con il 16,5%; seguono ostetricia (10,8%) e chirurgia (10,6%). A guidare invece la graduatoria dei reparti più a rischio c'è la sala operatoria (32%), seguita da dipartimento degenze (28%), dipartimento urgenza (22%) e ambulatorio (18%).
Riguardo specificamente al settore oncologico, prosegue Bajetta, "quelli relativi al farmaco e alla corretta esecuzione dei protocolli terapeutici sono fra gli errori più frequenti in oncologia. Dagli ultimi studi internazionali risulta però che, sempre in questo ambito, le controversie per errori medici sono in diminuzione. La cosa però non deve sollevare in alcun modo il clinico dai propri doveri e responsabilità: una maggiore chiarezza nel comunicare i limiti della medicina e gli eventuali errori non può che giovare al rapporto col paziente".
In ogni caso, c'è da registrare che il contenzioso in oncologia è in calo, con percentuali attualmente scese dal 13% al 10%. E il 90% dei medici o degli ospedali citati in giudizio viene assolta. Ma resta il problema dell'aumento esponenziale delle cause intentate ai medici e dei premi richiesti dalle assicurazioni agli ospedali (fino a due milioni di euro l'anno, per le strutture più grandi). Questo malgrado i progressi registrati in termini di sopravvivenza: più 7% negli ultimi dieci 10 anni.
I dati nazionali disponibili provengono da varie fonti (Anestesisti Ospedalieri, Assinform, Tribunale dei Diritti del Malato e altre): oppure sono proiezioni dalla letteratura internazionale (a partire dal rapporto Usa del 2000 "To err is human"); o ancora si riferiscono a studi e sperimentazioni condotti in grandi e piccoli centri di cura italiani.
La sanità italiana spende ogni anno più di 500 milioni di euro solo per assicurarsi contro il rischio di ferire o uccidere i pazienti. È una spesa fuori controllo che ha l'effetto di una tassa occulta sulla salute dei cittadini: almeno mille miliardi di vecchie lire che, a ogni scadenza di bilancio, si trasformano in costi ospedalieri finanziati dallo Stato, finendo così per gravare su tutti i contribuenti. A differenza dell'Irpef o dell'Ici, questa imposta segreta sulla malasanità continua a salire a ritmi vertiginosi - nell'ultimo decennio l'aumento medio è di oltre il 20 per cento ogni 12 mesi - seguendo dinamiche inarrestabili: l'esborso finale è sempre variabile e imprevedibile, perché corrisponde all'insieme dei risarcimenti liquidati in migliaia di vertenze individuali.
Oggi si contano circa 30 mila denunce all'anno per vere o presunte colpe professionali di medici e infermieri o per disservizi delle strutture sanitarie. Sul numero di vittime, in Italia non esistono stime accurate, ma le cifre degli Stati Uniti sono impressionanti: 98 mila morti all'anno di malasanità. Ora anche nel nostro Paese il boom delle cause intentate dai pazienti o dai loro familiari, che hanno cominciato ad affollare i tribunali dalla metà degli anni Novanta, sta provocando un'esplosione delle spese assicurative.
Ma il corrispondente aumento degli indennizzi è tanto forte e diffuso che gli esperti cominciano a temere quei fenomeni predatori che fino a ieri sembravano tipici del sistema privatistico americano: l'abuso della malasanità come nuova frontiera delle speculazioni organizzate e delle frodi. Di fatto anche in Italia i drammi professionali dei medici e le tragedie dei pazienti si consumano tra liti e processi interminabili, perizie e consulenze contraddittorie, sospetti di connivenze e corruzioni, in un clima generale di sospetto e diffidenza che avvelena la sanità e ostacola la giustizia.
Roberto T. era un bambino di sei anni, sano e molto intelligente, quando è diventato vittima di un orrore ospedaliero che ha convinto i giudici di Milano a infliggere il più elevato risarcimento individuale documentabile negli ultimi vent'anni. Ricoverato all'ospedale Buzzi per una semplice operazione alle tonsille, il bimbo entra in coma e dopo tre giorni ne esce cieco, paralizzato e con un deficit mentale del 90 per cento.
La causa civile intentata dai suoi disperati genitori ha fatto scuola, perché ha segnato uno spartiacque nella valutazione delle prove scientifiche in un caso che sembra riassumere tutto quello che non dovrebbe succedere in un paese civile. Per cominciare, i tempi. L'intervento chirurgico (tonsillectomia) risale al 16 marzo 1989, la sentenza di primo grado è del 21 febbraio 1997, quella d'appello del 6 novembre 2001, per cui le condanne diventano definitive nel 2002: giustizia è fatta, ma dopo 13 anni. Secondo problema. Come in tutti i processi sanitari, di fatto a decidere sono le perizie. Firmate da altri medici, cioè da colleghi degli imputati. Nelle motivazioni (finora inedite) si legge che il primo collegio di periti aveva escluso qualsiasi responsabilità dei medici del Buzzi. Se nonché il giudice istruttore scopre gravi lacune nel referto, s'infuria e nomina un secondo collegio, che invece accerta "colpe evidenti" del primario e di altri tre dottori.
In appello, l'inevitabile terza perizia riconferma l'accusa ai quattro medici di non essersi accorti neppure che il bambino sotto i ferri aveva "una vistosa emorragia interna con perdita di mezzo litro di sangue", che gli ha bloccato la respirazione. Tutti i periti sono d'accordo solo nel condannare il Buzzi, l'ospedale dei neonati di Milano, che all'epoca "non aveva nemmeno una rianimazione". Nel frattempo ai baroni innocentisti, benché smentiti dalle altre due squadre di periti, non succede nulla: continuano a lavorare anche per i tribunali, perché la medicina non è una scienza matematica. Il risarcimento-record (più di 5 miliardi di lire da sommare a 13 anni di interessi calcolati all'8,12 per cento) sfonda il massimale coperto dalle assicurazioni e quindi diventa un costo imprevisto per l'ospedale che, non avendo risorse illimitate, deve recuperare i soldi tagliando altre spese.
Rimborsi superiori, per quanto è possibile documentare, sono stati pagati solo per tragedie collettive, come il rogo del 31 ottobre 1997 nella camera iperbarica dell'ospedale privato Galeazzi (11 morti e, per la prima volta in Italia, un primario che sconta davvero in carcere la condanna a quattro anni) o il disastro nazionale delle migliaia di trasfusioni infette. L'avvocato Rosario Alberghina oggi ricorda soprattutto "quanto è stato difficile ottenere giustizia per Roberto" e ne attribuisce il merito "al coraggio del giudice di ordinare una seconda perizia" e alla "evoluzione generale della giurisprudenza: fino agli anni Novanta era difficilissimo dimostrare la colpa dei medici. Era quasi una prova diabolica".
Vent'anni dopo, suggeriscono i sanitari, l'Italia sembra caduta nell'eccesso opposto: troppe denunce, troppi dottori sotto accusa, troppi risarcimenti facili. Secondo stime diffuse dalla Federazione degli Ordini dei medici, ogni anno i pazienti italiani farebbero piovere "oltre 16 mila esposti" contro ospedali (7.500) e singoli dottori (8.500).
A pagare il conto, però, sono quasi sempre le assicurazioni. E i loro archivi, in gran parte inesplorati, amplificano il boom dei risarcimenti per colpe mediche e, in misura ancora maggiore, per i danni provocati dall'inadeguatezza e disorganizzazione delle strutture: in dieci anni il totale è addirittura decuplicato. L'Ania, l'associazione che raggruppa il 91 per cento delle compagnie italiane, nel 1995 registrava poco più 17 mila denunce di malasanità, coperte da incassi contrattuali (premi) per 35 milioni di euro. Dieci anni dopo, le vertenze dei pazienti sono quasi raddoppiate (28.500 nel 2005) e i premi sono dieci volte superiori (381 milioni). Le assicurazioni registrano così circa il doppio delle denunce conosciute dai medici, ma negano di guadagnarci, anzi giurano di subire perdite sempre più pesanti: per ogni cento euro incassati per i contratti del 1995, dichiarano di essere arrivate a pagarne, nel 2005, ben 216. Sempre stando all'Ania, questo sbilanciamento sarebbe una costante degli ultimi 15 anni, con punte di 313 euro versati per ogni 100 incassati nel 1998. Se questo è vero, significa che il boom delle cause di malasanità sarebbe tanto esasperato da far regolarmente saltare i calcoli e gli accantonamenti annuali delle compagnie. Che a quel punto ricaricano i costi, con altrettanta regolarità, sui premi pagati dalle strutture (pubbliche e private) e dai singoli medici.
In un settore a così alto rischio, le compagnie italiane stanno lasciando spazio a colossi stranieri come i Lloyd's di Londra e l'australiana Qbe.
Quasi in ogni ospedale sono attive associazioni di tutela dei pazienti. I settori più a rischio sono l'ortopedia (18,7 per cento delle denunce di malpractice), oncologia (12,1), chirurgia generale (9,5), ginecologia-ostetricia (6,9), odontoiatria (5,5), oculistica (5,4), cardiologia e neurologia (4 ciascuna). C'è il ragazzo che "si frattura il gomito destro. Ingessato dopo l'intervento, accusa dolore e la mano gli diventa nera. I medici dicono di allargare il gesso. Il paziente entra in coma e dopo 19 giorni muore per infezione. Le cartelle cliniche sequestrate dalla procura risultano alterate". C'è la signora che "operata all'anca, scopre dopo quattro mesi di avere una gamba più corta di sei centimetri". E la donna che "accusava dolori dopo il parto cesareo. La lastra ha evidenziato una garza infetta nell'utero. Nella lunga convalescenza ha perso il lavoro". Per non citarne che alcuni.
I casi più costosi per le assicurazioni sono i parti con invalidità totale dei neonati (da 2 a 4,5 milioni di euro), la mancata diagnosi di tumori mortali (un milione), i più gravi danni ortopedici (400 mila euro) e le trasfusioni di sangue infetto (rimborsi medi da 200 a 400 mila euro). Oltre ad allargare il danno risarcibile alle vittime (patrimoniale, morale, biologico ed esistenziale), la giurisprudenza ha via via esteso il diritto ai rimborsi anche ai familiari in proprio.
Il risultato è un circolo vizioso. I pazienti e i loro avvocati presentano sempre più denunce. I giudici riconoscono risarcimenti sempre più numerosi ed elevati. Medici e amministrazioni pagano premi assicurativi sempre più cari, con aumenti annui (dichiarati dall'Ania) dal 10 fino al 59 cento. Gli ospedali sono sempre più indebitati e finiscono spesso col tagliare anche le spese necessarie a ridurre gli errori. E il giro ricomincia, sempre più a caro prezzo.
A questo punto parecchi periti giudiziari cominciano a sospettare il peggio. Il medico e criminologo Michele Bellomo, docente della Scuola di specializzazione in Medicina legale dell'Università di Foggia, vede più di un'anomalia dietro il boom delle cause sanitarie: "Non vi è dubbio che stiano nascendo organizzazioni interessate a vario titolo ai risarcimenti spesso milionari che ne derivano". Bellomo è l'esperto che ha aiutato a scoprire le più clamorose frodi sistematiche, con falsi referti e corruzioni a catena, nel settore dei sinistri stradali. Altri periti assicurativi, che chiedono di non essere nominati, segnalano "casi di galoppini mandati negli ospedali di Napoli e di Roma a reclutare pazienti"; strane società che "comprano cause sanitarie" a prezzi da "recupero crediti"; studi legali e singoli avvocati che, invece di ricevere i clienti, "vanno a caccia di malati promettendo processi gratuiti in cambio di una compartecipazione agli indennizzi, da dividere con il consulente medico associato".
Al di là delle deviazioni illegali, la malasanità è sicuramente diventata un business, fino a prova contraria lecito.
A questo punto anche i migliori medici italiani si sentono assediati e criminalizzati. L'oncologo Alberto Scanni, direttore dell'Istituto dei Tumori di Milano, testimonia: "Purtroppo comincia ad affermarsi anche nel nostro Paese un concetto di medicina difensiva. Nel timore di future denunce, il medico è indotto a eccedere in esami e prescrizioni che non hanno una reale necessità per il paziente, ma servono a precostituirsi una prova a discarico". Il cardiologo Marco Bobbio, primario all'ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, sottoscrive la stessa diagnosi e inserisce l'escalation delle cause sanitarie in "un aumento a tutti i livelli di un senso di risentimento, un imbarbarimento sociale che porta ogni individuo a sentirsi vittima di un torto, dalla bega di condominio ai problemi più gravi, e a cercare per forza un colpevole. Per dirla con un paradosso: diventare madri è sempre meno pericoloso, ma fare i ginecologi lo è sempre di più. Se nei secoli scorsi moriva di parto una donna su 20, e quindi la morte era considerata un evento naturale, oggi che il tasso è sceso a un decesso su 6 mila parti, il marito si chiede: perché proprio mia moglie? Nonostante tutti i progressi, la mortalità non potrà mai essere uguale a zero".
A tutto questo si aggiunge l'impedimento all'accesso alle cure: lunghe liste d'attesa e insufficienti reparti di terapia intensiva.
Le liste di attesa sono da cinque anni in preoccupante aumento e sono diventate ormai un muro fra i cittadini e l'accesso alle cure per la salute: 550 giorni per una mammografia, ad esempio o 630 giorni per una visita specialistica dall'oculista, ma si allungano anche i tempi per un intervento chirurgico, e sempre più italiani sono costretti all'intra moenia, (ovvero alle prestazioni dei medici di un ospedale, ma al di fuori dell'orario di lavoro, che utilizzano le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell'ospedale stesso).
Questo è il Rapporto Pit salute del 'Tribunale del malato -Cittadinanzattiva'. L'area che guida questa triste hit parade delle liste di attesa è la diagnostica (58% delle segnalazioni), seguita dalla specialistica (31%) e dagli interventi chirurgici (9%).
A fronte di questa situazione si rende necessario (se non obbligatorio) dover ricorrere al privato e all'intramoenia, dove i tempi si fanno notevolmente più brevi per l'erogazione della prestazione rispetto al canale istituzionale.
Questo fenomeno, che sa tanto di estorsione, viene alimentato dalle prestazioni degli stessi medici, che da privati le erogano, ma che da dipendenti pubblici, le impediscono.
Per sopravvivere nell'Italia che sta sotto Roma bisogna sempre sperare che qualcun altro muoia. E prendere rapidamente il suo posto, prima che sia troppo tardi. Altrimenti in ospedale non vi fanno entrare più: c'è il "tutto esaurito" nei reparti di terapia intensiva sparsi per il nostro Sud.
La storia di Salvatore Petarra, il padre di mia moglie è esemplare. Dopo essere stato investito da un’auto in provincia di Brindisi, impegnata in curva ad forte velocità, si ritrova per giorni a girare per la Puglia per un posto in terapia intensiva. Poi in Basilicata; poi in Campania. Alla fine lo trasferiscono a Cosenza: dove ormai era troppo tardi. La storia di Salvatore, identica a tante altre, la ritrovi ogni giorno sui giornali. Riguarda o potrebbe riguardare ognuno di noi. Casi di malagiustizia perché nessuno paga e casi di malasanità, perché nessuno ti salva.
È la Sanità pubblica corrotta ed inefficiente che ha "chiuso" anche per le emergenze, pazienti trasportati come pacchi da città in città o posteggiati da qualche parte in attesa di migliore sistemazione, ore e giorni di calvario inseguendo la sorte tra riforme e tagli e quelli che gli esperti della materia chiamano misteriosamente "riordini". Sempre molto incerta è la linea tra la vita e la morte nella casba ospedaliera che è oggi l'altra Italia, specie nel Meridione.
Liste di attesa dolorosissime, risse e denunce per accaparrarsi un respiratore artificiale, i soliti carabinieri che accompagnano i malati più gravi per piazzarli "in nome della legge" in qualche ospedale. Ma non c'è più possibilità di finire "normalmente" in rianimazione.
La terapia intensiva è il reparto ospedaliero dove vengono garantite al paziente critico cure intensive che sono rese necessarie dal particolare stato di salute del paziente.
La terapia intensiva dispone normalmente per ogni unità letto di un respiratore automatico, monitor multiparametrico, un defibrillatore manuale, pompe infusionali, impianto d’aspirazione; nel reparto è garantita assistenza infiermeristica specializzata in numero non inferiore ad una unità ogni due letti e di un medico, normalmente anestesista-rianimatore.
È classicamente costituita da un unico spazio di degenza in modo da poter garantire in qualsiasi momento, da parte di tutto il personale presente, il controllo agevole di ciò che avviene nel reparto e la garanzia di immediati interventi in caso di necessità. Esistono terapie intensive anche specializzate. Il termine terapia intensiva equivale a quello di rianimazione. In Italia esiste ancora un diffuso equivoco terminologico che considera il paziente di terapia intensiva "meno" critico di quello del reparto di rianimazione.
A riguardo l’Associazione Nazionale Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani (Aaroi) denuncia la mancanza di posti in rianimazione. Se in Italia la carenza ha una media pari al 50%, in alcune regioni del Sud c’è ne sono disponibili solo il 25% rispetto a quanto necessario.
''Dopo questo censimento, che in assoluto è il primo effettuato in Italia, si evince che vi è una grave carenza di posti letto, necessari ed indispensabili, per assistere adeguatamente il malato critico, quello cioè le cui funzioni vitali, respiratorie, cardiovascolatorie, renali sono compromesse'', sottolinea il Presidente Nazionale dell'Aaroi.
Questi centri sono pertanto definiti anche centri salvavita, in cui l'assistenza medico infermieristica deve essere continua, ad alto livello di specializzazione e 24 ore su 24.
A tutto ciò si aggiunge una ricerca truccata. La ricerca non la si fa, spesso la si impedisce.
PARLIAMO DI RICERCA SUL CANCRO
Vi ricordate il metodo Di Bella?
METODO DI BELLA: QUANDO A DECIDERE SULLA CURA DEI PAZIENTI SONO LE LOBBY FARMACEUTICHE ED IL COMPARAGGIO MEDICO
Da “Il Giornale”: Il metodo del professor Luigi Di Bella torna in un'aula di giustizia. E ancora una volta un giudice ribadisce il diritto del malato a utilizzare contro il tumore il cocktail di farmaci a base di somatostatina messo a punto dal fisiologo modenese tra il 1997 e il 1998: il Tribunale di Bari il 26 febbraio 2012 ha infatti accolto l'istanza di un paziente obbligando la «Asl a concedere l'erogazione immediata e gratuita dei farmaci del trattamento». E così, a distanza di anni, la Puglia si conferma crocevia della speranza e avamposto decisivo nella battaglia intrapresa da tanti pazienti che invocano il diritto di cura nella lotta al cancro. Una vicenda tortuosa al centro di aspre polemiche, segnata anche da momenti di grande tensione nella comunità scientifica e da scontri a livello istituzionale. Ma adesso si torna al punto di partenza. Perché un giudice ha messo nero su bianco il diritto del paziente a scegliere la terapia che ritiene migliore. L'ordinanza che obbliga il sistema sanitario pubblico a farsi carico delle spese è stata firmata dal magistrato del tribunale di Bari, sezione lavoro, Maria Procoli. Ma il caso è tutt'altro che chiuso. L'Asl ha già annunciato che intende impugnare il provvedimento e la battaglia giudiziaria si preannuncia ancora lunga. Nel frattempo, il caso ha innescato una nuova raffica di polemiche attorno alla discussa terapia innovativa nella lotta al tumore, già approdata in un'aula di giustizia tanto tempo fa. Era il 16 dicembre del 1997 quando Carlo Madaro, all'epoca pretore di Maglie, provincia di Lecce, dispose la somministrazione gratuita di somatostatina per un bambino di due anni, colpito da un tumore al cervello. Fu una decisione rivoluzionaria, perché aprì la strada a nuovi orizzonti nella cura al cancro. Successivamente furono emessi altri sedici provvedimenti. E la Regione Puglia, all'epoca governata da una giunta di centrodestra, scontrandosi col ministero della Sanità guidato da Rosy Bindi, emanò una delibera per avviare la somministrazione della somatostatina in due ospedali, a Casarano e a Triggiano: da quel momento migliaia di malati cominciarono a riversarsi in Puglia chiedendo di essere sottoposti alla cura nonostante gli appelli a non intraprendere viaggi della speranza anche perché il cocktail era assicurato solo ai residenti. E così, il metodo Di Bella finì al centro di un autentico scontro anche a livello politico. Alla fine la sperimentazione del cocktail fu avviata nel marzo del '98. Secondo la commissione oncologica nazionale il metodo non è efficace e quindi non viene riconosciuto come cura contro i tumori. Ma a distanza di quasi vent'anni c'è ancora chi invoca invece la possibilità di utilizzare la terapia del fisiologo modenese. Al punto da decidere di rivolgersi alla magistratura pur di conquistare una speranza. E così è stato ancora una volta a Bari, dove un paziente ha scelto di presentare istanza al giudice dopo che la Asl gli aveva negato la somministrazione dei farmaci necessari per seguire il protocollo.
Da “La Repubblica”. Malato di tumore vince la causa: "Cura Di Bella gratis" Il giudice accoglie ricorso contro la Asl di Bari che impugna la decisione. Gli oncologi: "Un errore alimentare false speranze e grave sprecare risorse pubbliche per un metodo privo di efficacia". Il ministro: "Vicenda che ha già avuto tempo fa un lungo percorso e già definita, nessun commento" "Erogazione immediata e gratuita del trattamento Di Bella".
Il ricorso presentato da P. F., paziente barese malato di tumore, contro la Asl di Bari è stato accolto. Il giudice della sezione lavoro del Tribunale di Bari Maria Procoli ha disposto che al paziente venga somministrata gratuitamente la terapia alternativa a base di somatostatina per la cura dei tumori ideata dal medico Luigi Di Bella tra il 1997 e il 1998. Il metodo di cura però secondo la commissione oncologica nazionale è privo di validità scientifica. Così la Asl di Bari, in un provvedimento firmato dal direttore generale Domenico Colasanto, ha dato mandato al suo legale di opporsi al giudizio. Domenico Colasanto, direttore generale del sistema ospedaliero barese, dichiara: «Purtroppo ci sono giudici che pretendono di fare anche i medici e ancora impongono il metodo Di Bella. Dico purtroppo perché la cura non ha nessun fondamento scientifico, è stata testata ma ha fallito. Non produce benefici per i pazienti, nemmeno come terapia palliativa. Non è una battaglia contro gli ammalati e i loro familiari, li comprendo, capisco che nel dolore e nella disperazione si voglia tentare ogni strada. Ma deve essere anche chiaro che la cura Di Bella non funziona». Le reazioni non si sono fatte attendere. Con la decisione del giudice della sezione Lavoro del Tribunale di Bari di accogliere il ricorso presentato da un malato di cancro che chiedeva di essere curato con il metodo Di Bella, "si tornano ad avallare il facile sensazionalismo e le false speranze da parte dei pazienti". E' l'opinione del segretario nazionale dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) Carmine Pintu, il quale sottolinea come ai pazienti debbano essere garantite esclusivamente cure "riconosciute valide scientificamente". "Dobbiamo garantire ai malati - afferma Pintu - cure per le quali c'è una dimostrazione scientifica di efficacia, e non cure potenzialmente tossiche". Sul metodo Di Bella contro il cancro, sottolinea l'esperto, "sono state svolte sperimentazioni che hanno dimostrato in modo chiaro l'inefficacia della cura in questione: il metodo Di Bella non si è cioè dimostrato 'attivò contro la patologia; inoltre - rileva - si pose anche la questione etica del sottrarre pazienti a cure che si sono invece dimostrate efficaci scientificamente". Altro aspetto è poi quello economico: "Si sottraggono risorse autorizzando un metodo non efficace, in un momento - afferma Pintu - in cui non possiamo sicuramente permettercelo". Insomma, "per noi oncologi - conclude Pintu - questo è un capitolo chiuso. Il messaggio che lanciamo è che non bisogna assolutamente riaccendere false speranze nei pazienti".
Anche il ministro della salute Renato Balduzzi interviene sulla vicenda. "E' una vicenda che ha già avuto tempo fa un lungo percorso e si è già definita. Non credo di dover fare alcun commento", ha risposto a chi gli chiedeva di commentare la decisione del giudice di Bari.
Ufficialmente per l’Istituto superiore della sanità non ha nessuna efficacia, per questo motivo non è riconosciuto come cura contro i tumori. Ma il metodo Di Bella, a distanza di quasi venti anni, torna a far parlare di sé: il Tribunale del lavoro di Bari, nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso di urgenza promosso da un uomo gravemente ammalato di cancro che aveva chiesto all’Asl del capoluogo pugliese di poter essere sottoposto alla terapia scoperta, tra il 1997 e il 1998, dal fisiologo modenese Luigi Di Bella. I medici dell’azienda sanitaria, però, aveva negato questa possibilità al paziente, così la vicenda è stata catapultata in un’aula giudiziaria. Il Tribunale si è espresso qualche giorno fa e ha dato ragione all’ammalato: con un’ordinanza, il giudice ha obbligato l’Asl a concedere «l’erogazione immediata e gratuita dei farmaci del trattamento Di Bella». Quindi, nonostante le sperimentazioni ufficiali siano fallite e la comunità scientifica abbia bocciato senza appello il cocktail di medicinali, il magistrato ha riconosciuto il diritto del paziente a curarsi, a carico del sistema sanitario pubblico, con il metodo Di Bella. Per obbligare l’Asl a coprire le spese è necessario, però, che ci sia almeno un medico disposto a prescrivere la cura. L’azienda sanitaria ha già anticipato che presenterà appello contro l’ordinanza del giudice del lavoro, la battaglia legale quindi non è conclusa. La cura è fuori dal protocollo e i farmaci sono esclusi dal prontuario del ministero. Ragion per cui, è il ragionamento dei dirigenti dell’Asl, il sistema sanitario non potrebbe farsi carico delle spese. Ma non è solo un problema economico: la stragrande maggioranza dei medici non crede all'efficacia e alla bontà della terapia. Tra questi il direttore generale dell’azienda sanitaria barese, Domenico Colasanto, che ha già firmato la delibera per affidare l’incarico ai legali di fare appello. «Purtroppo - sostiene il manager a Vincenzo Damiani de “Il Corriere della Sera” - ci sono giudici che pretendono di fare anche i medici e ancora impongono il metodo Di Bella. Dico purtroppo perché la cura non ha nessun fondamento scientifico, è stata testata ma ha fallito. Non produce benefici per i pazienti, nemmeno come terapia palliativa. Non è una battaglia contro gli ammalati e i loro familiari, li comprendo, capisco che nel dolore e nella disperazione si voglia tentare ogni strada. Ma deve essere anche chiaro che la cura Di Bella non funziona». Ma intanto c’è un giudice che ha disposto «l’erogazione immediata», ed essendo l’ordinanza immediatamente esecutiva l’Asl non può porre alcun ostacolo alla volontà del paziente. Il dibattito, intanto, prosegue tra pro e contro. Migliaia di persone, anche su Facebook, giurano sull’efficacia del metodo e portano testimonianze dirette. Sul social network esistono almeno due gruppi che sostengono il contrario di quanto provato dalla comunità scientifica.
Quasi un anno di sperimentazioni, ricorsi, accuse e polemiche attorno alla cura del professore modenese. Metodo Di Bella, le tappe della vicenda:
16 dicembre 1997: il pretore di Maglie, Carlo Madaro, impone alle autorità sanitarie la somministrazione della somatostatina e della terapia messa a punto dal professore modenese. Seguiranno in tutta Italia decine di ricorsi di questo tipo.
9 gennaio 1998: il ministro della Sanità Rosy Bindi mette in guardia gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico invitandoli a prepararsi alla sperimentazione.
22 gennaio: nasce la Mdb, multiterapia Di Bella. Insieme al professore, la Commissione oncologica nazionale stabilisce i nove protocolli (diventeranno 11) per 600 pazienti.
10 febbraio: la somatostatina impiegata nella sperimentazione ha un prezzo politico, 23 mila lire al mg.
3 marzo: comincia la sperimentazione.
28 luglio: i risultati di quattro protocolli della sperimentazione sono definiti "inefficaci" dall'Istituto superiore di sanità.
29 luglio: l'avvocato Enrico Aimi, legale del professor Di Bella, annuncia a Modena esposti per verificare l' esatto contenuto dei farmaci dati ai pazienti sottoposti alla sperimentazione. "Non è stato provato realmente il mio metodo, non sono stati usati i miei farmaci" dice Di Bella.
4 agosto: diventa effettiva, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la legge che stabilisce la gratuità dei farmaci della Mdb per tutto il periodo della sperimentazione.
4 settembre: davanti al pretore Madaro, Di Bella dice di essere disponibile a fare insieme con il Ministero della Sanità una nuova sperimentazione sulla sua terapia anticancro, ma di non voler "essere menato per il naso".
15 ottobre: viene formata una commissione medico-legale di 12 persone (cinque scelte dal Ministero) incaricata di esaminare un primo gruppo di 500 cartelle di pazienti, curati da Di Bella, che dimostrerebbero l'efficacia della cura.
8 novembre: in occasione della Giornata nazionale della ricerca sul cancro, il presidente della Repubblica Scalfaro, senza mai citarlo ma riferendosi a Di Bella, dice che nella ricerca, nel recente passato, ci sono stati "momenti di non serietà".
12 novembre: l'Aian, l'associazione dei pazienti curati con la Multiterapia Di Bella, annuncia che è "tossico e cancerogeno" il preparato a base di vitamine utilizzato nella sperimentazione.
Era la fine degli anni 90 quando il pretore di Maglie, Carlo Madaro, primo in tutta Italia, emise un’ordinanza che imponeva alla Asl salentina di somministrare gratuitamente la cure Di Bella a un giovane paziente di Casarano. A quella seguirono numerose altre pronunce analoghe, a Bari e in tutta Italia. Poi i riflettori si spensero sul «metodo» ideato dal fisiologo siciliano: quel cocktail di medicinali fu sostanzialmente bocciato come «inefficace» dalla comunità scientifica. Adesso, circa 15 anni dopo, quella terapia anticancro alternativa ritorna di attualità. Il giudice del Tribunale del Lavoro di Bari, Maria Procoli, accogliendo il ricorso urgente di un paziente ammalato di tumore, ha ordinato all’Azienda sanitaria locale di Bari di somministrargli la terapia Di Bella, con costi interamente a carico del servizio sanitario nazionale. La decisione ha effetto immediato. In ogni caso, il direttore generale della Asl, Domenico Colasanto, ha già firmato il mandato ai legali dell’Azienda per fare annullare la decisione del giudice. Che, come spiega l’avvocato Marisa Cataldo, legale di alcuni pazienti, «comunque impone alla Asl di fornire i farmaci, che costano decisamente meno di quelli chemioterapici, e non il medico che li deve somministrare». Il professor Luigi Di Bella morì ultranovantenne nel 2003. Ma solo qualche anno prima egli stesso fu convocato dal giudice Madaro in aula a Maglie, in una delle udienze più affollate della storia giudiziaria recente. Nella cittadina salentina, in quel periodo, approdavano da mezza Italia meridionale pullman pieni di pazienti e loro familiari, speranzosi che il verdetto del pretore salentino aprisse loro spiragli di speranza. La recente ordinanza del giudice barese è destinata a fare discutere, anche se gli addetti ai lavori mostrano tutto il loro scetticismo, oggi come 15 anni fa. Dice a Carlo Stragapede de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Gennaro Palmiotti, oncologo medico dell’ospedale «Di Venere» di Bari: «La comunità scientifica non è pregiudizialmente contraria alla cura Di Bella ma nutre perplessità nei confronti del metodo terapeutico perché non c’è una prova scientifica sufficiente della sua efficacia. Non c’è mai stata - precisa -, tranne in casi rarissimi ricollegabili al fatto che nella cura in questione è compreso un chemioterapico, l’Endoxan, che quindi in quanto tale può rivelarsi efficace». Il presidente dell’Ordine dei medici di Bari, Filippo Anelli: «L’anno scorso abbiamo sospeso dalla professione un collega che prescriveva la terapia Di Bella. Provvedimenti analoghi sono stati adottati in tutta Italia». Come mai? «Noi medici siamo autorizzati a prescrivere farmaci avallati dall’Istituto superiore di sanità - puntualizza - o la cui efficacia sia comprovata da studi scientifici non ancora considerati dal Ministero. In questo secondo caso, però, la spesa non può essere a carico del Ssn e occorre il consenso informato del paziente». La terapia Di Bella consiste fondamentalmente nella somministrazione di un cocktail di sostanze a base di vitamine (beta carotene, alfa tocoferolo, acido retinoico), ormoni (somatostatina, melatonina) e altre sostanze (alcune delle quali sono antitumorali usati nella terapia tradizionale). Alla somatostatina, il medico attribuiva un ruolo chiave: quello di frenare la diffusione del tumore. Quanto ai costi della terapia, usando la somatostatina biologica a 14 amminoacidi e considerando tutti i componenti, la cura ha un costo fra 620 e 800 euro al mese. Se si usano analoghi della somatostatina a lento rilascio il costo è superiore.
Secondo Flavia Amabile su “La Stampa” Se un malato vuole curarsi con il metodo Di Bella ha il diritto di chiedere alla propria Asl questa terapia in modo gratuito e immediato come ogni altro trattamento. Il giudice della sezione Lavoro del Tribunale di Bari Maria Procoli ha accolto il ricorso presentato da un malato perché il metodo Di Bella è ancora pienamente operativo, chi può averne bisogno lo sa bene e c’è sempre qualcuno che, per non sottoporsi alla chemioterapia, preferisce altre strade. La Asl dovrebbe ora trovare un medico disposto a somministrare al paziente la terapia alternativa a base di somatostatina che la maggior parte della sanità italiana non riconosce come efficace. Il condizionale è d’obbligo perché il primo passo del direttore generale dell’Asl, Domenico Colasanto, è stata la firma del mandato ai legali dell’Azienda sanitaria locale per opporsi alla decisione del giudice. «Si tornano ad avallare il facile sensazionalismo e le false speranze da parte dei pazienti», avverte il segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) Carmine Pintu che ricorda come ai pazienti debbano essere garantite esclusivamente cure «riconosciute valide scientificamente». «Dobbiamo garantire ai malati - afferma Pintu - cure per le quali c’è una dimostrazione scientifica di efficacia, e non cure potenzialmente tossiche». Sul metodo Di Bella contro il cancro, sottolinea l’esperto, «sono state svolte sperimentazioni che hanno dimostrato in modo chiaro l’inefficacia della cura in questione: il metodo Di Bella non si è cioè dimostrato attivo contro la patologia; inoltre - rileva - si pose anche la questione etica del sottrarre pazienti a cure che si sono invece dimostrate efficaci scientificamente». Altro aspetto è poi quello economico: «Si sottraggono risorse autorizzando un metodo non efficace, in un momento - afferma Pintu - in cui non possiamo sicuramente permettercelo». Insomma, «per noi oncologi - conclude Pintu - questo è un capitolo chiuso. Molto perplesso anche Ignazio Marino, presidente della Commissione d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale: «Nutro profondo rispetto per il lavoro della magistratura e tuttavia mi sembra paradossale che una terapia medica possa essere prescritta da un magistrato. Così come mi sembrerebbe strano se fosse un medico a concludere un processo».
Quanto al merito, «è bene ricordare che la cura Di Bella - sottolinea - è stata ritenuta dalla comunità medica e scientifica internazionale come non affidabile».
A tutti risponde Giuseppe Di Bella, figlio del medico che inventò il metodo che ancora oggi, a distanza di quasi venti anni dalla sua pubblicizzazione, divide l’Italia. «Non conoscevo quest’ultima decisione di un giudice, ma rilevo che sono oltre duemila in Italia le sentenze che hanno condannato le Asl a erogare la terapia di mio padre. Il metodo ormai è ufficiale e si trova nelle banche dati scientifiche mondiali», spiega. Citando dati del National Cancer Institute, il figlio del ricercatore afferma che quando questo tipo di tumore è al quarto stadio la possibilità di sopravvivenza viene ritenuta non superiore al 19%, mentre «con il metodo Di Bella al quarto stadio sopravvive ormai il 50% delle donne».
Amedeo Bianco, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici
Chirurghi e degli Odontoiatri: un giudice può imporre una terapia ad un medico?
«Credo che il giudice possa riconoscere esclusivamente il diritto amministrativo
di ottenere la somministrazione di una terapia in modo gratuito ed immediato ma
non può costringere un medico ad usare quel trattamento».
Nemmeno l’Asl può essere costretta?
«L’ordine può essere discusso. Se qualcosa non fa parte dei Lea, i Livelli Essenziali di Assistenza, non esiste alcun obbligo di somministrazione gratuita. Una sentenza del genere invece fa rientrare in un profilo di diritti acquisiti quello che non vi rientrerebbe. Sinceramente non ne vedo l’utilità».
Perché?
«Correre dietro ad una speranza è giusto ma le risorse non sono infinite. Decidere di utilizzare dei fondi per una cura come il metodo Di Bella su cui esistono molte perplessità in campo scientifico invece che per terapie su cui esistono evidenze, significa correre il rischio di sprecare le risorse già limitate a disposizione dei pazienti.
Il fantasma della terapia che da 15 anni spacca l’Italia, secondo Enza Cusmai su “Il Giornale”. Un pretore l'aveva sdoganata nel 1997, un tribunale l'ha riportata violentemente sotto i riflettori nel 2012. Parliamo della cura Di Bella, quella che sarà somministrata gratuitamente dalla Asl di Bari ad un malato di cancro che chiedeva di essere curato con il metodo ideato dal medico siciliano. I giudici si sono schierati con il paziente a dispetto dello scetticismo della comunità scientifica e delle sonore bocciature da parte del ministero della Sanità. Insomma, ha sbagliato i calcoli chi pensava che la cura alternativa al cancro senza l'utilizzo della chemioterapia fosse una storia chiusa e caduta nel dimenticatoio. Sembra viva e vegeta. C'è persino qualcuno che la reclama in un'aula di tribunale e la ottiene gratuitamente dallo Stato. Dunque vale la pena di riparlarne. Va trasmesso al lettore il fermento che gira attorno a quel viso serio, incorniciato dalla capigliatura folta e bianca del professor Luigi Di Bella. E' stato immortalato in tv, nei giornali, in Italia e all'estero quando si cercava di capire se il suo metodo a base di somatostatina fosse davvero una nuova scoperta scientifica rivoluzionaria anticancro. Molti si ricorderanno la lunga coda di pazienti davanti alla sua casa di Modena in attesa di una visita che restituisse loro la speranza di vivere. Qualcuno ha ricevuto sollievo, altri solo illusioni. Si sono scatenate guerre e faide mediche sul metodo Di Bella. E la sperimentazione del '99 ha bloccato ogni aspettativa rivoluzionaria in campo medico. Il suo cocktail di sostanze a base di vitamine, ormoni e somatostatina che avrebbe dovuto frenare la diffusione del tumore è stata dichiarata «inefficace» dal ministero della Sanità. Una stroncatura. Ma per i suoi sostenitori il professore resta un Salvatore che va sostenuto. Anche quando le luci dei riflettori si spengono. Basta dare un'occhiata al Blog di Gioia Locati «Col senno di poi» sul Giornale per verificare le testimonianze dirette di gente che è guarita usando il suo cocktail di farmaci. La storia di Marina è emblematica. E' guarita da un carcinoma mammario senza perdere il seno e senza sottoporsi a cicli di chemio e di radio. Ha seguito la cura Di Bella con scrupolo. E oggi, assieme ad altre 13 italiane colpite da carcinoma mammario che, come lei, hanno rifiutato intervento e protocollo tradizionale, è un caso scientifico di rilevanza mondiale. Il cancro di queste donne si è rimpiccolito man mano «sotto l'effetto dei farmaci, mica di zuccherini» precisa Marina perché la cura di Bella «non è una pozione preparata da un santone». Marina e tanti altri. Basta cliccare su Internet per scoprire diversi blog con testimonianze di pazienti guariti dal loro male. Il professore è scomparso nel 2003, ma il figlio Giuseppe ha continuato la sua battaglia e ha raccolto in eredità pazienti e fan del padre. E' una storia zeppa di luci e ombre. Molto delicata. Perfino il neo ministro della Sanità Renato Balduzzi sembra imbarazzato dinnanzi alla domanda di un cronista sull'ultima sentenza del tribunale di Bari: «E' una vicenda che ha già avuto tempo fa un lungo percorso e si è già definita. Non credo di dover fare alcun commento». Stop. Ma lo sa Balduzzi che Ilenia, con la cura Di Bella ha scacciato un linfoma al secondo stadio in pochi mesi e da 15 anni vive felice? Oppure che Caterina non riusciva a camminare per i tumori ossei e dopo i primi giorni di cura saliva le scale? Testimonianze on-line, certo, da prendere con le pinze. Ma non varrebbe forse la pena di rivederla, questa sperimentazione? Gli oncologi scuotono la testa perché questa cura offre «false speranze», il senatore Ignazio Marino critica i giudici perché la prescrivono per sentenza. Ma Giuseppe Di Bella insiste: «Sono 122 i casi di tumore alla mammella guariti senza operazione, chemio o radio grazie al Metodo Di Bella».
Ecco perché ne riparliamo...con Gioia Locati su “Il Giornale”.
Chi vive con una diagnosi di cancro è come un naufrago in cerca di un approdo sicuro le strade per raggiungere il quale sono più di una. Così nasce l’idea di questo dibattito. Vogliamo invitare i lettori a farsi un’idea, i malati a studiarsi le pubblicazioni affinchè possano trovare il loro approdo.
«Da quando ho aperto il blog, nel febbraio scorso, ho ricevuto valanghe di mail di lettori che hanno condiviso con me l’esperienza del cancro.
In molti casi gli ammalati erano i loro parenti. Le loro domande diventavano le mie. E le mie le loro. “Avrò fatto la scelta giusta?” “Dovevo cambiare città?” “Potevo evitare gli effetti collaterali”? La loro disperazione mi contagiava: “Perché ci sono i tumori chemioresistenti?”. “Perché qualcuno guarisce e qualcuno muore, è solo una questione di diagnosi precoce?”. Ho trovato notizie di scoperte più o meno eclatanti e le ho segnalate sul blog, come fiori da cogliere: chi vive con una diagnosi di cancro è come un naufrago in cerca di un approdo sicuro. Non so quale sia questo approdo, sicuramente le strade per raggiungerlo sono più di una. Io ho scelto il protocollo tradizionale, dopo l’intervento e la radioterapia, ho affrontato quattro cicli di chemioterapia. Fra i lettori più assidui del mio blog (e anche fra chi si considera guarito) ci sono molti “dibelliani”, ossia persone che hanno scelto di curarsi con il metodo Di Bella messo a punto da Luigi Di Bella negli anni ’70 e ’80 e che oggi il figlio Giuseppe continua ad applicare.
All’inizio, ammetto, ho fatto un po’ di fatica a riordinare le idee. Ricordavo una sperimentazione condotta dal Ministero della Sanità nel 1998 (il ministro era Rosy Bindi) che stabilì che queste terapie erano inefficaci. Ma continuavo a ricevere documenti e testimonianze che reclamavano la mia attenzione. Tipo: indagini dei Nas, successive alla sperimentazione, hanno dimostrato che molti farmaci furono somministrati scaduti, che in altri fu aggiunto dell’acetone e che per altri ancora vennero modificati posologie e quantità. La terapia così “alterata” fu testata su un gruppo di pazienti gravemente malati, alcuni terminali, altri all’ultimo stadio (quelli che l’oncologia tradizionale tratta con medicine palliative). Nonostante ciò è ancora viva nell’opinione pubblica l’immagine del professore dai capelli bianchi sbugiardato in televisione. Degli esiti dei Nas la gente non ricorda nulla. Molti miei colleghi, tutt’oggi, considerano l’anziano professore alla stregua di un santone.
Ho visto che l’argomento “divide”, scalda gli animi – di mezzo c’è il bene più prezioso, la salute (e, ovvio, una marea di interessi economici) - e che su Facebook i dibelliani sono migliaia. La medicina ufficiale liquidò così il metodo Di Bella. Chi avesse voluto curarsi in quel modo avrebbe dovuto pagare tutto di tasca propria. Come in una terapia alternativa lo Stato non avrebbe rimborsato un centesimo. Tuttavia esistono fior di richieste di rimborso ordinate dai giudici.
Com’è possibile? Sono centinaia i ricorsi presentati dai pazienti – guariti con la cura Di Bella e non con le chemioterapie, i trapianti di midollo o gli anticorpi monoclonali - e vinti. Carta canta come si sul dire, e infatti, i periti dei tribunali, dopo aver esaminato le cartelle mediche di questo esercito di persone hanno “condannato” lo Stato a pagar loro la cura dibelliana. Un assurdo? Giudicate voi… Così nasce l’idea di questo dibattito. Vogliamo invitare i lettori a farsi un’idea, i malati a studiarsi le pubblicazioni (per chi non ha avuto un cancro: durante le notti insonni, quando il tarlo del cancro si divora i pensieri, si studia e si legge…), chiediamo agli stessi oncologi di intervenire. Vi raccontiamo la storia di una donna guarita da un tumore al seno senza aver fatto l’intervento chirurgico (il suo caso è uno degli 11 guariti senza intervento e uno dei 523 tumori trattati con la terapia dibelliana, con buon esito, pubblicati su riviste scientifiche e presentati ai convegni mondiali). E vi presentiamo il parere di un oncologo tradizionale, Stefano Iacobelli, direttore della Scuola Oncologica di Roma, a cui abbiamo chiesto perché la medicina tradizionale non prende in considerazione il metodo Di Bella. Perché? Elementare: non porta denaro alle aziende farmaceutiche.»
E’ opinione diffusa che dal cancro, qualunque terapia si adotti, difficilmente si guarisce; gli scarsi risultati ottenuti dalla terapia ufficiale sulle neoplasie, specialmente quelle diagnosticate già in fase avanzata, confortano questa opinione e, purtroppo, la maggior parte delle diagnosi risulta tardiva.
Molti pazienti non se la sentono di affrontare gli effetti devastanti sulla “qualità della vita” indotti dei trattamenti chemio e radioterapici più praticati, i cui risultati finali spesso non sono entusiasmanti ed anche questa è una realtà difficile da negare. Come pure sono innegabili i traumi psicologici e le scomodità che derivano dall’essere costretti a praticare gli ambulatori e gli ospedali.
Per questi motivi c’è:
- necessità da parte dei malati di coltivare la speranza di guarire, soprattutto nei casi di malattie incurabili.
- perdita di credibilità della sanità pubblica a causa dei continui scandali che la riguardano.
- trionfalismo con il quale i mass media presentano la cura del cancro, a fronte di progressi inferiori alle aspettative.
- strumentalizzazione da parte di alcuni magistrati e di alcune forze politiche.
- sensazionalismo dei mezzi di comunicazione.
- disprezzo da parte delle istituzioni mediche nei confronti della medicina alternativa o extra sistema.
- difficoltà nella popolazione a comprendere le modalità del progresso scientifico e in particolare della sperimentazione medica, a fronte di tante iniziative per il suo sostegno economico.
- scarso dialogo dei medici con il malato, scarsa personalizzazione della cura.
- effetti collaterali dei trattamenti oncologici come la chemioterapia.
- crisi della fiducia nelle possibilità della scienza.
- interessi economici in gioco della medicina.
Oggetto di contestazioni violentissime da parte della lobby dei medici, “La Cura Di Bella” fu sperimentata sotto il ministro Rosi Bindi in modo approssimativo e scorretto, fino a decretarne ingiustamente l'inefficacia. "Ingiustamente" perchè laddove la terapia fu praticata con particolare attenzione alle prescrizioni del suo proponente - il fisiologo Antonio Di Bella - spesso portò a risultati positivi, che vennero volutamente e sistematicamente sottovalutati o peggio taciuti. In moltissimi casi, invece, la cura Di Bella venne sperimentata scorrettamente, senza alcuna attenzione al protocollo e alle più elementari garanzie farmacologiche. Certo è che la terapia è stata osteggiata dalla lobby medica e farmaceutica per motivi facilmente individuabili, mentre sarebbe opportuno che venisse sperimentata e analizzata con rigore e senza pregiudizi.
La cura Di Bella non può essere definita in questo modo, anche perchè non è stata protetta nella sua sperimentazione da coloro che non avevano alcun interesse affinchè funzionasse.
La sperimentazione condotta nel 1999 dal Ministero della Salute Rosy Bindi sancì, la sostanziale "inattività", cioè l'inefficacia terapeutica, del cosiddetto "multitrattamento Di Bella", e i Nas riscontrarono delle irregolarità nei medicinali. Visti i risultati della sperimentazione, nella quale per altro, Di Bella volle rilevare che le sue istruzioni non furono seguite, la terapia che porta il suo nome non è considerata efficace dalla medicina scientifica.
Solo nel maggio del 2007 viene fuori la definitiva bocciatura nella lettera scritta il 30 dicembre 2005 dal presidente del Consiglio Superiore della Sanità Mario Condorelli all'allora Ministro della Salute Francesco Storace: "Il Gruppo di lavoro del consiglio superiore di Sanità ritiene di non avere elementi che dimostrino l'efficacia della multiterapia Di Bella e pertanto ne sconsiglia una nuova sperimentazione clinica ministeriale; questa potrebbe essere non solo inefficace ma anche nociva per i pazienti negando a essi (o procrastinando) l'accesso a farmaci anti-neoplastici di dimostrata efficacia".
Di Bella attribuì il fallimento della sperimentazione a tre fattori:
Utilizzo di medicinali scaduti: secondo il rapporto del Nucleo Anti Sofisticazioni dei Carabinieri firmato dai marescialli Ciro Spiniello e Antonio Barrasso, 1048 pazienti assunsero "un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali [...] Ne consegue che i risultati ottenuti dalla sperimentazione debba essere quantomeno rivista". I due marescialli segnalarono la questione a varie Procure della Repubblica e per questo furono accusati di essere andati oltre i compiti a loro assegnati; questo contribuì ad alimentare le voci di complotto.
Dosaggi errati e preparazioni non corrispondenti alle istruzioni: nella preparazione della vitamina E, utilizzata nella terapia, secondo il promemoria del professore Di Bella è necessario "Gorgogliare l'azoto a medio flusso per qualche minuto fino ad eliminazione del solvente organico", in particolare se tale solvente è l’acetone, altamente tossico, e uno dei composti conteneva acetone fino a 850 milligrammi per litro. Il Ministero sostenne l'impossibilità di eliminare completamente la sostanza, nonostante la letteratura mondiale sconfessasse tale dichiarazione. Inoltre, secondo il figlio del professore "le percentuali di concentrazione di alcuni composti furono insufficienti", "furono usati solo quattro dei sette farmaci necessari", "non fu adoperata la particolare siringa temporizzata indispensabile per somministrare la somatostatina".
Selezione dei pazienti: i pazienti erano già in stadio avanzato, ed erano già stati sottoposti a chemioterapia che secondo il professore "ha un effetto deleterio sui pazienti".
Sul sito metododibella.org vi sono gli approfondimenti visti dalla parte di chi la sperimentazione l’ha subita.
"Io, oncologo vi spiego perché la Medicina esclude Di Bella".
Su “Il Giornale” Paolo Lissoni, oncologo al San Gerardo di Monza, mette in luce i punti di forza e le debolezze della terapia Di Bella e conclude: "Quando le terapie tradizionali falliscono si potrebbe applicare la Di Bella". Paolo Lissoni, 57 anni, oncologo e endocrinologo. Lavora all’ospedale San Gerardo di Monza dal 1985. E’ stato premiato dal National Cancer Institute di Washington per le sue ricerche sulla ghiandola pineale, su questo argomento ha pubblicato 600 lavori. Il reparto di oncologia di Monza è l’unico in Italia che offre, accanto alle tradizionali, una terapia “complementare”.
Ossia?
«Il campo delle terapie alternative anti-cancro (usate in abbinamento a chemio e radio) è estesissimo: vischio, aloe, graviola, veleno di scorpione, curcuma, mirra. Noi abbiamo dato la priorità alle sostanze naturalmente prodotte dal nostro corpo. La ghiandola pineale produce melatonina e altre quattro molecole derivate da aminoacidi. Sono molecole – fondamentali nel regolare il sistema immunitario, nel dosare le endorfine (che danno benessere) e nel favorire i processi di coscienza - che variano a seconda delle ore della luce».
Quindi proponete la melatonina ai pazienti oncologici?
«Si sa da anni che un ammalato di cancro produce livelli bassissimi di queste sostanze prodotte dalla pineale, melatonina soprattutto. Tutti i processi psico-chimici sono alterati in chi ha un cancro”. Date melatonina dopo o durante la chemio? “Dopo e durante per ridurre la tossicità dei chemioterapici. La melatonina ha proprietà antiossidanti, azione anti-proliferativa, potenzia il sistema immunitario (accresce il rilascio dell’interleuchina 2 dai linfociti T), contrasta la carenza di piastrine e la cachessia che sono la debolezza e il dimagrimento tipici di chi fa una chemio…»
La scoperta di Luigi Di Bella…
«Esattamente, tutto il mondo deve essergli grato per questo. La melatonina mette in moto almeno 20 meccanismi antitumorali…»
Però non tutti gli oncologi ci informano di questo…
«Noi lo facciamo».
Date la melatonina in ospedale?
«Anni fa sì, ora non più. La prescriviamo e si compra in farmacia fra i prodotti da banco».
Parliamo di Di Bella?
«L’argomento mi coinvolge affettivamente. Negli anni Ottanta conobbi Luigi Di Bella, lo contattai per confrontare con lui i miei studi sulla ghiandola pineale. Trovai un terreno comune ma i miei tentativi di conciliare le due oncologie, la tradizionale e la dibelliana sono tristemente falliti…»
Come mai?
«Da un lato c’è l’ottusità mentale dell’oncologia tradizionale che non conosce o non vuol conoscere gli aspetti biologici, dall’altro la terapia Di Bella che ha avuto (e ha) il grosso limite di non essersi espressa attraverso una sperimentazione clinica».
Però c’è chi guarisce dal cancro con la Di Bella.
«Non basta dire: uno è guarito. Quanti pazienti sono andati bene e quanti male? Questa situazione va avanti da 25 anni. La multiterapia Di Bella deve seguire la sperimentazione clinica che tutto il mondo segue. Sennò si fa confusione, non si comprenderà mai l’efficacia della cura tradizionale rispetto alla Di Bella».
Se fosse lei a decidere come si comporterebbe?
«Raccoglierei i dati e unirei le forze: ai malati che non rispondono alle cure ufficiali darei la Di Bella».
Quindi la proporrebbe dopo che si è accertato il fallimento della terapia tradizionale, perchè?
«Potrebbe essere un modo per conciliare le posizioni scientifiche e per poter testare finalmente i risultati sul campo. Anche lei mi sta confermando che ha raccolto molto storie di pazienti che dopo il fallimento della tradizionale si sono trovati bene con la Di Bella…»
C’è un altro limite del metodo Di Bella?
«L’aspetto immunologico nella cura del cancro è noto da pochi anni, so che Giuseppe Di Bella ogni tanto inserisce al cocktail anche le interleuchine 2 (sostanze prodotte dai linfociti T) per potenziare il sistema immunitario».
Un aspetto positivo della terapia Di Bella (oltre alla melatonina?)
«Il fatto di somministrare chemioterapici a piccole dosi è stata una geniale intuizione di Luigi Di Bella, oggi si inizia a praticare la “metronomica” che significa appunto curare con dose minima di chemioterapici a intervalli di tempo brevi».
Piccoli dosi per evitare il fenomeno della chemio-resistenza?
«Questo aspetto va ancora studiato. Quel che è certo però è che le piccole dosi non intossicano l’organismo e hanno effetti immunostimolanti e antiangiogenetici (ossia impediscono la formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per crescere).»
Allora pro o contro Di Bella?
«Non ha senso dire ‘pro o contro’, io direi: ognuno dia il meglio di sé e la cosa funzionerebbe se il dialogo fosse solo scientifico, ma è chiaro che entrano in gioco altri interessi. La terapia Di Bella è la punta dell’iceberg che dischiude una tematica immensa: il rapporto tra la scienza e la cultura umana».
"Così ho curato 553 pazienti". Abbiamo chiesto al Professor Giuseppe Di Bella come cura i suoi pazienti. Intervista di Gioia Locati del 21 novembre 2011 pubblicata su “Il Giornale. Marina, la donna che abbiamo intervistato, non è l’unica guarita da tumore al seno senza aver fatto l’intervento chirurgico e seguendo la cura Di Bella. In tutta Italia ci sono altre 8 donne come lei (che stanno diventando 11). Pazienti dai 40 ai 60 anni che hanno scartato da subito il protocollo tradizionale. Il caso di Marina è stato pubblicato sulla rivista medica internazionale “Neuroendocrinology Letters” con il titolo Complete objective response to biological therapy of plurifocale breast carcinoma ed è stato recensito dalla banca data mondiale www.pubmed.gov. Ci sono altre 36 pazienti che, una volta ricevuta la diagnosi di cancro alla mammella, si sono sottoposte a intervento chirurgico ma non a radioterapia e chemioterapia. Non solo: queste donne hanno rifiutato anche le cosiddette terapie di mantenimento, a base di anticorpi monoclonali (quando il tumore esprime la proteina Her2) o di tamoxifene (quando le cellule maligne si nutrono di ormoni femminili). Stanno tutte bene; il cancro originario si è ridotto fino a scomparire nelle pazienti che non hanno fatto l’intervento e nelle altre, dopo almeno cinque anni dalla diagnosi, non c’è traccia del tumore originario o di metastasi in altre parti del corpo. Questi casi clinici, più altri affrontati al terzo e quarto stadio per un totale di 122 neoplasie della mammella, sono stati discussi sia al Bit’s 4th World Cancer Congress 2011, a Dailan, in Cina e pubblicati nella relazione congressuale, The Di Bella Method (DBM) Improves Survival, Objective Response and Performance Status in Breast Cancer (si trovano anche sul sito della Fondazione di Bella) sia al Congresso internazionale di oncologia ginecologica del 14 settembre 2011 a Milano. Da qui è stato prodotto un abstract apparso sull’International Journal of Gynecological Cancer vol 21, supp 3 October 2011.
Dottor Giuseppe Di Bella come sono state curate queste donne?
«Con il cocktail di farmaci utilizzato anche da mio padre, l’efficacia di ogni singolo principio attivo è riconosciuta da anni: somatostatina, bromocriptina, soluzione ai retinoidi, vitamine E, C, D melatonina. Sempre inserisco l’inibitore dell’aromatasi (blocca l’azione di estrogeni e progestinici) e bassissime dosi di chemioterapici tradizionali (ciclofosfamide e idrossiurea). Per ognuno di questi principi attivi esistono migliaia di pubblicazioni scientifiche: sono a disposizione di chiunque voglia consultare la banca dati mondiale ufficiale www.pubmed.gov. La somatostatina ne ha addirittura 28mila400. Alcuni lavori sulla somatostatina sono stati inseriti dal premio Nobel per la medicina Andrea Schally, il quale, 30 anni dopo gli studi di mio padre, ne ha confermato il deciso e atossico effetto antitumorale».
Se questi farmaci hanno una letteratura scientifica così estesa la cura Di Bella non dovrebbe essere una terapia “alternativa”…
«Infatti non lo è. Il tumore è una deviazione dalla vita normale che il metodo Di Bella corregge esaltando le reazioni vitali. Non è una cura alternativa ma "integrativa"».
Ci spiega come funziona?
«Il tumore (tutti i tumori) hanno due caratteristiche. La prima: cresce, le sue cellule prolificano più velocemente di quelle sane, questa crescita può interessare un organo solo o diffondersi a distanza (metastasi). La seconda: nel moltiplicarsi le cellule tumorali selezionano tutti i vantaggi possibili, cercano l’immortalità, si trasformano e diventano man mano più resistenti e aggressive. Le cellule si sviluppano grazie all’apporto di un ormone, il GH e dei fattori di crescita ad esso collegati IFG1-2, NGF, FGF che sono potenzialmente oncogeni e sono un’infinità (c’è il fattore di crescita epidermico, quello vascolare, quello di derivazione piastrinica…) Senza GH non esiste nessuna proliferazione tumorale».
E le mutazioni cellulari?
«Avvengono nel Dna della cellula neoplastica per varie cause, infettive, fisiche o chimiche e le consentono di superare le condizioni avverse».
Dunque?
«Usiamo tutti farmaci che arrestano la crescita. Su più fronti: stop alla proliferazione, all’angiogenesi (è la formazione dei vasi sanguigni che nutrono il tumore), alla prolattina (che fa riprodurre le cellule, le maligne si nutrono tutte di prolattina, su questo ci sono almeno 9mila pubblicazioni). In più, i minimi dosaggi di chemioterapici non intossicano l’organismo ma soffocano le cellule cancerose. I retinoidi hanno la capacità di trasformare le cellule maligne in benigne. E la vitamina E e la melatonina rafforzano l’azione di questi principi attivi. Visto che le cellule neoplastiche superano facilmente gli ostacoli, mettiamo in atto una serie di blocchi per impedire che queste riescano a difendersi mutando».
Il principio dell’arrestare la crescita delle cellule maligne è applicato con altrettanta enfasi nell’ oncologia tradizionale?
«In modo diverso: l’oncologo esamina i recettori del tumore. Se questi sono positivi a estrogeni e progestinici somministra l’anti-estrogeno (è un modo per togliere il nutrimento al tumore e lo facciamo anche noi). Se il cancro alla mammella è positivo alla proteina Her2 si dà un anticorpo che la contrasta ma quando un tumore al seno non ha queste due caratteristiche e si chiama “triplo negativo”, gli oncologi vanno nel panico»…
Lei no?
«No. Test in vitro hanno dimostrato che anche se il tumore non ha i recettori degli estrogeni, l’antiestrogeno agisce comunque sul fattore di crescita perché è sempre l’estrogeno che nutre il fattore di crescita prodotto dal fegato…Ci sono numerosi studi che sostengono questo: l’estrogeno è interattivo sia con i fattori di crescita GH che con la prolattina nel promuovere la crescita tumorale. Applicando questi principi si può trovare la strada per affrontare il cancro al seno più aggressivo, il triplo negativo.»
Questa è una scoperta di suo padre?
«Assolutamente sì. La conferma della logicità e della razionalità della sua terapia l’abbiamo avuta anche di recente, Andrea Schally, l’endocrinologo polacco insignito del Nobel per la medicina nel 1977, ha avvalorato quello che lo ho appena spiegato nella pubblicazione Triple negative breast cancer express receptors for growth hormone-releasing hormone (GHRH) and respond to GHRH antagonists with growth inibition apparsa su Breast cancer Res Treat.2009 Jul; 116 (2): 273-9.»
Quando il cancro al seno è al terzo e quarto stadio?
«Fra le mie pubblicazioni riporto anche le storie cliniche di 72 donne che hanno iniziato la Di Bella quando il loro tumore era già a uno stadio avanzato. Ossia con metastasi diffuse. La stima ufficiale di sopravvivenza a 5 anni del tumore alla mammella metastatico è del 14,8%, con la cura Di Bella è del 50%».
Quali tumori si curano con la Di Bella oltre a quello al seno?
«Il metodo Di Bella agisce sui denominatori comuni a tutti i tumori (applichiamo un modulo fisso per ogni neoplasia e uno variabile specifico per le diverse varietà) Sono 553 i casi di tumori (22 tipi diversi) guariti con il metodo Di Bella dal 2003 a oggi. Li ho presentati al World Cancer Congress di Singapore nel 2010 (pubblicazioni su Neuro Endocrinol Lett.2010; 31 Suppl 1:1-42)».
C’è una storia particolare che ricorda?
«Moltissime… C’è una ragazza di 29 anni, aveva un linfoma di Hodgkin. Dopo ripetuti cicli di chemioterapia – inefficaci - era debilitata, avrebbe dovuto sottoporsi al trapianto di midollo, non l’ha fatto e si è curata con me, aveva fatto ricorso, come centinaia di miei pazienti, per ottenere il rimborso delle cure dal sistema sanitario nazionale. E l’ha vinto: i periti del tribunale hanno condannato l’Asl a pagarle le cure con il Metodo Di Bella. Tale testimonianza la si può trovare insieme a molte altre sul gruppo di Facebook degli amici dei Di Bella fondato da Elena Pasini per sostenere il Metodo e chi lo intraprende alla quale appartengono 7580 iscritti».
"Io, Garattini, vi dico: piano con la chemioterapia". Silvio Garattini, presidente dell'istituto farmacologico Mario Negri, nel 1998 partecipò alla sperimentazione della terapia Di Bella criticandola aspramente, gli abbiamo chiesto se ha cambiato idea...di Gioia Locati - 20 gennaio 2012.
Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, non ha mai preso in considerazione la terapia Di Bella “perché non ha valore dal punto di vista scientifico”. Da 16 anni va ripetendo: “È come l’astrologia e l’omeopatia: non contiene nulla”. Ma per i malati di cancro, che negli anni della sperimentazione erano in cura con la Di Bella, Garattini si mostrò tutt’altro che indifferente. Per loro Garattini diventò il nemico numero uno, l’uomo che, da membro della Cuf (commissione unica del farmaco) boicottò la loro terapia oncologica: nel marzo 1996 entrò in vigore il decreto 161 che proibì la vendita di melatonina con conseguenze penali per il medico che l’avrebbe prescritta. Poi, a suon di manifestazioni di piazza, il decreto venne giudicato incostituzionale dalla suprema corte. E i malati poterono continuare a comprarsi la melatonina. Ma nello stesso anno la terapia Di Bella subì un colpo ancora più pesante per effetto di un provvedimento del ministro Rosy Bindi: il farmaco cardine del protocollo dibelliano, la somatostatina, scomparve dalla fascia A, quella esente da ticket. Fu così che la dose giornaliera, i 3milligrammi di somatostatina, venne venduta a 516mila lire.
Professor Garattini perché nel 1996 bloccò la vendita di melatonina?
«Non serviva a niente, non c’erano evidenze scientifiche della sua efficacia sull’uomo».
In questi anni ha cambiato idea?
«La melatonina è utile solo per alleviare i disagi del jet lag (i disturbi che derivano quando si attraversano vari fusi orari e ci si sente stanchissimi). Per capirci però dobbiamo fare una premessa…»
Prego…
«Come si fa a stabilire che un farmaco funziona? La scienza ha stabilito una metodologia, si fanno studi randomizzati su gruppi di pazienti e si “testa” l’efficacia di una o più molecole. Facciamo l’esempio della sciatica: uno ha male e prende una medicina. Dopo tre settimane il dolore passa. Ma non si può sapere con certezza scientifica se il male è scomparso per effetto dell’antidolorifico o perché doveva passare da solo. Se il farmaco è efficace lo sappiamo solo perché l’abbiamo testato su gruppi di pazienti randomizzati e abbiamo fatto gli adeguati controlli».
Se prendiamo i farmaci della terapia di Di Bella, uno per uno, li inseriamo sulla banca dati Pubmed accanto alla parola cancer troviamo ampissima letteratura…
«Uno per uno, ma l’efficacia del cocktail, ossia del fatto di impiegarli tutti assieme sui malati di cancro, non è stata dimostrata».
Infatti la sperimentazione del ’98 fu ampiamente criticata.
«Fosse dipeso da me non l’avrei neanche fatta. Per ragioni etiche. Non c’erano i motivi per farla».
Ma c’era (e c’è) un sacco di gente che si curava il tumore in questo modo.
«Che ragionamento è? C’è un sacco di gente che crede agli oroscopi.. Qui abbiamo
bisogno che i farmaci che sono in commercio siano efficaci e che l’efficacia sia
testata. Non posso dire: mi piace lo champagne dunque me lo deve pagare lo
Stato. Si spendono soldi pubblici, sono tasse di tutti».
Quanto spende l’Italia per i farmaci ospedalieri?
«Tanto. Direi troppo: 19 miliardi di euro».
È vero che il 32% di questa cifra se ne va per la chemioterapia?
«E' vero che le spese per i chemioterapici occupano una quota importante ed io sono sempre stato critico su questo e sul fatto che circolano tante medicine che non dovrebbero essere usate, infatti non sono ben visto dalle aziende farmaceutiche. Dico spesso anche di non esagerare con le chemioterapie…».
Perché non funzionano poi così tanto, come dimostrò la metanalisi di Ralph Moss (lo studio apparso sul Journal Clinical Oncology pose l’accento sul fatto che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza dei malati di cancro).
«Conosco bene quello studio, non siamo convinti neanche noi dell’efficacia dei chemioterapici su tutti i tumori…»
Se ad ammalarsi di tumore fosse un suo familiare cosa gli consiglierebbe?
«Di curarsi con tutte le terapie riconosciute ma senza esagerare, significa senza accanimento. La scienza non può spiegare tutto, dobbiamo essere umili e accettare questo limite. Ma sul principio bisogna restare fermi: prima si testa la molecola, secondo le regole delle autorità regolatorie internazionali e poi la si vende. Altrimenti…»
Altrimenti?
«Si ripete la storia dell’omeopatia: tonnellate di parole, pochi esperimenti, nonostante ciò si vendono scatole su scatole…».
Professore, torniamo alle storie dei malati…
«I casi singoli si possono discutere, lei porta quelli guariti, io le porto i casi che finirono male come quello di una bambina a cui venne negata la chemioterapia, ripreso in una trasmissione di Gad Lerner tanti anni fa, vede che non arriviamo a niente?»
Ma la curiosità scientifica di andare a vedere perché certe storie cliniche sono state stravolte dalle cure…
«Il suo background è fideista, il mio è scientifico».
Come fa a dire che questa terapia non funziona?
«Guardi che il suo ragionamento è sbagliato. Se non posso dimostrare scientificamente che una cura funziona, non vuol dire che devo spiegarle perché non funziona..»
No?
«No».
Beh, allora si deve dire che la cura Di Bella non si sa se funziona ma non si può nemmeno provare che non funziona…
«Esattamente. Secondo lei perché Giuseppe Di Bella non richiede una sperimentazione alle aziende che producono i suoi farmaci?»
Penso perché le aziende sono le stesse che producono i chemioterapici che costano decisamente di più dei farmaci dibelliani. Parliamo della somatostatina, so che blocca i fattori di crescita…?
«Si usa per curare varie sintomatologie ma non è autorizzata per il trattamento dei tumori».
I retinoidi?
«Ci stiamo lavorando da diversi anni. Sono molto efficaci nella leucemia promielocitica acuta.»
Veronesi dice che la fenretinide (un retinoide di sintesi) blocca le ricadute
del tumore al seno.
«Siamo ancora a livello di studi, prima che il farmaco sia sul mercato occorrono
altri passaggi».
Che proprietà hanno i retinoidi?
«Sulle cellule che esprimono i recettori per l’acido retinoico hanno effetto di inibizione della crescita e, ad alte dosi, aumentano l’apoptosi (la morte delle cellule). In più tendono a far tornare le cellule maligne verso la normalità…».
Queste cose le dice anche Di Bella.
«Mi fa piacere ma non vuol dire che si debbano utilizzare per tutti i tumori».
Siamo vicini alla cura del cancro?
«Oggi non possiamo più parlare del cancro in generale, per ogni tumore ci sono sub-categorie e sottotipi, per questo la stessa chemioterapia non va bene per tutti. Cerchiamo di caratterizzare quelli che rispondono meglio alle cure e con l’analisi genomica selezioniamo le differenze, insomma è un lavoro lungo…».
Lei prende qualche antiossidante o vitamina?
«Assolutamente no, sono inutili».
Nemmeno la vitamina C?
«Non voglio rovinarmi i reni…»
Dovrebbe essere una questione di quantità…
«Certo, ma è inutile lo stesso».
C’è qualche cibo che non mangia?
«Con moderazione mangio tutto. Non fumo e non bevo (un bicchiere di vino, ogni tanto).»
Mangia anche la carne?
«Certo, anche il salame. Non tutti i giorni però. L’unica cosa che conta davvero è variare le pietanze».
Gioia Locati - 22 novembre 2011 ha chiesto a Stefano Iacobelli, oncologo e professore di oncologia medica all’università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara (oltre che direttore della Mso, la scuola di specializzazione oncologica “Mediterranean School of Oncology” con sede a Roma) un parere sulla donna guarita da tumore al seno senza intervento chirurgico. Iacobelli ha visto l’abstract della storia clinica della paziente presentato da Giuseppe di Bella a diversi convegni mondiali e pubblicato su riviste scientifiche (una storia simile a quella di altre 13 italiane nelle stesse condizioni che hanno seguito scrupolosamente la cura Di Bella). Gli esami clinici hanno evidenziato la scomparsa della massa tumorale in un paio d’anni. E ora le pazienti seguono una terapia di “mantenimento” e stanno bene. Il primo commento è sottovoce “non vorrei che passasse l’idea che ci può curare dal cancro senza intervento chirurgico… là dove è possibile”.
Il secondo commento è a voce alta: «Tra i farmaci che la donna ha preso c’è anche un inibitore dell’aromatasi (un farmaco ad attività antiestrogenica con il quale l’oncologia tradizionale cura i carcinomi ormonodipendenti, ma che Di Bella usa anche quando il tumore non è sensibile agli ormoni femminili). È un principio attivo molto efficace sui tumori ormonosensibili, anch’io ho curato così – e soltanto con l’inibitore dell’aromatasi - diverse pazienti anziane che rifiutavano l’intervento e ho ottenuto, in alcuni casi, la remissione completa del tumore».
Età delle pazienti?
«Da 80 a 90 anni».
In questo caso però la donna aveva 51 anni al momento della diagnosi, tre focolai di tumore nella stessa mammella. Anche le altre suppergiù hanno la stessa età…
«Non possiamo sapere quello che succederà fra qualche anno, per me è un azzardo non operare là dove è possibile».
Oltre all’inibitore dell’aromatasi gli altri farmaci impiegati da Di Bella sono efficaci contro il cancro?
«Indubbiamente. Di Bella usa principi attivi, naturali e chimici, che hanno una potente attività biologica sulle cellule tumorali, conosciuta da tempo. I retinoidi ad esempio favoriscono la differenziazione cellulare, vuole dire che una cellula maligna può tornare sana. La somatostatina inibisce la proliferazione cellulare e l’angiogenesi (la formazione di nuovi vasi sanguigni).»
Se è così perché gli oncologi non dicono ai pazienti che hanno un cancro che ci sono anche questi farmaci oltre alla chemioterapia?
«La questione è semplice: se la multiterapia Di Bella vuole ascendere a terapia anti-tumorale riconosciuta deve passare attraverso una sperimentazione ufficiale, altrimenti la sua cura verrà sempre considerata come quella della pinna di squalo.»
La sperimentazione del ’98 ha arruolato solo pazienti o terminali o in fase di malattia molto avanzata, senza gruppo di controllo, in alcuni casi sono stati impiegati farmaci scaduti (c’è relazione dei Nas), in altri abbinati maldestramente i principi attivi…
«Si potrebbe pensare a una nuova sperimentazione che rispetti tutti i passaggi previsti dall’attuale normativa: prima test in vitro e su animali. Poi, se non c’è tossicità, applicazioni sull’uomo. Stabilita la dose del farmaco, si testa il prodotto su diverse neoplasie. E poi se ne confronta l’efficacia con altri farmaci».
Ma chi deve richiedere una nuova sperimentazione e a chi?
«Non è compito del ministero della Sanità, nel ’98 il governo accettò questo incarico perché la pressione popolare era fortissima e fu fatta un’eccezione. Le sperimentazioni le fanno le industrie farmaceutiche, servono molti soldi. O Di Bella trova un ricco mecenate o si affida a un’industria. Quest’ultima ipotesi è altamente improbabile perché un’azienda si muove soltanto se ha la possibilità di acquistare un brevetto di un principio attivo che poi venderà».
E non si possono brevettare i farmaci dibelliani?
«Quelli naturali, tipo melatonina e vitamina E, non si possono per legge brevettare. Gli altri, somatostatina, bromocriptina, cabergolina sono prodotti che risalgono a cinquant’anni fa e il brevetto è scaduto».
E l’Aifa (agenzia italiana del farmaco) che pubblica ogni anno un bando per finanziare la ricerca indipendente?
«Dubito che l’Aifa possa fare qualcosa perché c’è un principio base da rispettare e cioè che il principio da brevettare sia specifico per una malattia (esempio: inibitore aromatasi per tumore mammella e non per stomaco e così via). I farmaci di Di Bella non sono registrati dal ministero come antitumorali, per questo non c’è la prescrizione gratuita».
La chemioterapia è da considerarsi superata?
«E' molto probabile che tra qualche anno la chemioterapia non verrà più utilizzata e verrà sostituita da farmaci più intelligenti che colpiscono con maggiore selettività le cellule tumorali ma, al momento, è l’unico metodo riconosciuto che abbiamo a disposizione».
Ancora sul “Il Giornale” e sempre a cura di Gioia Locati un’altra testimonianza. Achille Norsa, specialista in chirurgia generale, toracica e cardiovascolare, ha lavorato alla Divisione di chirurgia toracica all’ospedale Maggiore di Verona dal 1973 al 2004 diventandone dirigente nel 1995. Oggi ha 70 anni, è in pensione, ma continua a curare i malati di tumore nel suo studio privato applicando il metodo Di Bella. Da studente ha frequentato la facoltà di medicina all’università di Modena e i corsi di fisiologia del professor Luigi Di Bella. Da otto anni è vicepresidente della Sibor, la società di bioterapia oncologica razionale che si prefigge di rilanciare la terapia dibelliana per curare i tumori. I suoi lavori scientifici sui malati di cancro al polmone sono apparsi sulla rivista Cancer Biotherapy & Radiopharmaceuticals (vol 21, n n° 1, 2006 e vol 22 n° 2, 2007).
«Ho osservato nel tempo, per otto anni, due gruppi di pazienti in fase avanzata al III e IV stadio (alcuni erano stati coinvolti nella sperimentazione del ’98). Il primo gruppo di 28 malati con metastasi a distanze (mediastino, fegato, surrene, cervello e ossa) non aveva fatto né intervento, né radio, né chemio: per loro la Di Bella era cura di ‘prima linea’; il secondo invece aveva seguito diverse terapie, dagli interventi alla radio, alla chemio. La letteratura scientifica rivela che la mediana di sopravvivenza di malati come quelli del primo gruppo è di appena 3,7 mesi, con la terapia Di Bella questo indice di sopravvivenza (la mediana) è diventato di quasi 18 mesi. Ossia, non solo questi pazienti sono sopravvissuti più a lungo, ma hanno avuto anche condizioni di vita accettabili. L’altro gruppo, quello composto da malati che avevano fatto chemio e radio, ha avuto la mediana di sopravvivenza di poco più di tre mesi perché le terapie cui sono stati sottoposti hanno danneggiato l’organismo in maniera irreversibile, in questo caso la terapia Di Bella ha soltanto potuto migliorare la loro qualità di vita».
Lei è un chirurgo che ha scelto di applicare il metodo Di Bella, come mai?
«Nel ‘95 un’amica della mia famiglia, con tumore alla vescica inoperabile, si rivolse a Luigi Di Bella. In un anno guarì. Del mio professore di università conservavo un ottimo ricordo, tutti lo consideravano un genio. Sono andato da lui per cercare di capire, devo ammettere che sono rimasto letteralmente colpito.»
Da cosa?
«Dal razionale scientifico. Il professore mi fece una lezione di un’ora e mezza, mi parve di esser tornato studente.»
Dunque?
«Il professore mi affidò un fascicolo di lavori scientifici. Il fisiologo è uno scienziato puro, che studia il funzionamento di tutti gli organi. Mi sforzai di entrare nell’argomento il più possibile. Per due anni andai da lui a ‘ripetizioni’, mi presentavo alle 6,30 del mattino perchè poi arrivavano i pazienti».
Quando cominciò a curare i malati con la Di Bella?
«Proprio in quel periodo, dal ’98 al 2004 facevo il chirurgo in ospedale e ai pazienti parlavo di questa cura. Portavo periodicamente da Di Bella le cartelle mediche di chi accettava la terapia».
Quanti pazienti ha curato?
«A oggi più o meno duemila».
Di quali tumori?
«Dalle leucemie ai linfomi, ai tumori solidi ma per favore non scriva che venivano curati tutti allo stesso modo. La Di Bella ha un modulo fisso e tantissime varianti, quanti sono i tumori e le stadiazioni».
D’accordo. Ma i pazienti guarivano?
«Dipendeva dallo stadio della malattia e dal fatto che la Di Bella fosse o meno applicata subito (e non dopo chemio e radio)».
Qualche esempio?
«Il tumore al polmone al primo stadio, inferiore a tre centimetri, può guarire in due anni senza intervento. Al secondo stadio, quando supera i tre centimetri si può operare e curare. Al terzo e quarto stadio, quando non è più possibile fare l’intervento, suggerisco soltanto la terapia biologica Di Bella. Fra i miei pazienti al primo e secondo stadio il tumore è regredito o si è stabilizzato nel polmone. In alcuni casi il tumore viene incapsulato da una cotenna fibroso-calcifica e quindi ‘sequestrato dall’organismo’ e i pazienti convivono con la malattia conducendo una vita normale».
Lei curava gratis i pazienti in ospedale con la Di Bella?
«Sì, poi quando hanno cominciato a occuparsene i giornali avevo il reparto bloccato, c’era gente dappertutto, l’amministrazione mi comunicò che non avrei più potuto occupare gli spazi per consulenze gratuite».
E si aprì un suo studio. Cura ancora i tumori così?
«Certamente, ho riportato anche alcuni casi nel libro ‘La multiterapia biologica razionale dei tumori: il metodo Di Bella (ed. Mattioli)».
Chi le manda i pazienti?
«Con il mio portale su internet è tutto più facile (www.achillenorsa.com), arrivano da soli o tramite conoscenze, anche dall’estero.»
Perché negli ospedali nessuno parla di questa terapia, lei pensa che i suoi colleghi sappiano e tacciano?
«Me lo chiedo anch’io: il medico dovrebbe essere curioso e rivestirsi di umiltà per capire. Conosco anche alcuni giovani disposti a seguire questa linea ma temono l’ostracismo del mondo della sanità».
Addirittura? Qual è l’ostacolo principale?
«Il dio denaro. Sono le multinazionali che dettano le regole, nessuno si arricchisce con la Di Bella: per curarsi si spendono 15-20 euro al giorno, nei casi in cui c’è bisogno dell’octeotride (un derivato della somatostatina) si arriva a 60 euro al dì. Nulla a confronto di un ciclo di chemioterapia che può costare 50mila euro senza l’indotto (per ciascun malato di cancro lo Stato spende 200mila euro) e comunque…»
Comunque?
«Anche se non è un gran costo, dispiace che siano i pensionati a doversi pagare di tasca propria una cura anticancro».
Ma la chemioterapia è efficace?
«In 48 anni di ospedale raramente ho visto un tumore solido guarire con la chemioterapia a meno che non sia stato associato l’intervento chirurgico. Le spiego come funziona…»
Prego…
«La chemioterapia ha un’azione di debulking, ossia di riduzione della massa tumorale. Un tumore è liquido per l’80%: chemio e radio diminuiscono la parte liquida del tumore. Però può succedere che l’attività proliferativa del tumore riprenda con più intensità proprio perchè l’ambiente biologico non è in equilibrio dal punto di vista immunitario. Inoltre la radioterapia ha come effetto quello di rendere insensibili le cellule cancerose (quelle sopravvissute) a qualsiasi altra terapia».
Ma lei che cosa chiede?
«Vorrei che questo metodo fosse applicato negli ospedali. È una cura che funziona anche se non è ancora definitiva. Il professor Di Bella ci ha indicato un binario che andrebbe seguito da chi fa ricerca. Si tratta di un percorso che, come diceva lui stesso, farebbe ‘risparmiare tempo, denaro e vite umane’. E poi vorrei aggiungere un’altra cosa: si è visto che quando la malattia è all’ultimo stadio, la Di Bella allevia le sofferenze rispettando la dignità della persona. Mi creda: non è poco…»
Se ciò non bastasse ci si mette il racket dei decessi e delle ambulanze, oltre alle solite truffe.
Truffe al Sistema sanitario nazionale sono state scoperte da nord a sud dell’Italia. Si sono accertati migliaia di casi di pazienti morti che erano ancora iscritti al Servizio Sanitario che quindi continuava a erogare compensi mensili ai medici. Si trattava di persone morte da circa vent'anni in giù. Cinque euro al mese. Questa la tariffa mensile che i medici di base ricevono per ogni iscritto al Servizio sanitario nazionale.
I carabinieri del Nas di Cosenza hanno arrestato 70 falsi infermieri, impiegati presso strutture pubbliche e private della Regione Calabria. Secondo quanto accertato dagli investigatori, avrebbero acquistato da un'organizzazione criminale falsi diplomi di "infermiere professionale" riuscendo così ad inserirsi nel mondo del lavoro ospedaliero nonostante fossero del tutto privi di conoscenze mediche. I finti infermieri erano spesso coinvolti anche in sala operatoria e in altre delicate mansioni. Altri ancora avevano anche fatto carriera diventando caposala. Secondo quanto appurato dagli investigatori coordinati dalla procura di Cosenza, l'organizzazione falsificava, in maniera impeccabile, i titoli di studio vendendoli per somme che variavano tra 8 e 10mila euro. E garantiva anche stage truffa insegnando a misurare la pressione arteriosa, medicare e prelevare sangue.
Quarantanove infermieri in servizio nelle strutture ospedaliere della Asl 5 della Spezia sono stati denunciati dai carabinieri del Nas di Genova per mancanza di iscrizione all’albo; i militari li hanno scoperti controllando la regolarità di un migliaio di paramedici della Asl, facendo accertamenti sia sui fascicoli amministrativi sia nel collegio professionale degli Infermieri della Spezia.
Secondo la legge, l’iscrizione all’albo è requisito «essenziale e indispensabile» per potere svolgere l’attività sanitaria sia come libero professionista sia come dipendente; i denunciati hanno violato l’articolo 348 del codice Penale.
Non da meno sono gravi i casi scoperti in cui si i cittadini, fruitori di visite ed esami clinici specialistici, hanno dichiarato il falso sulle autocertificazioni, per essere esonerati al pagamento del ticket.
A Barletta, emettevano certificati di morte per agevolare pompe funebri: indagati in 16. Le persone indagate sono medici, operatori sanitari della Asl, responsabili di imprese funebri, ma anche una guardia giurata e due volontari del tribunale dei diritti del malato. Le indagini furono avviate all’indomani di un decesso avvenuto nel 2005, decesso certificato quando, appunto, era ancora in vita la donna ricoverata in ospedale alla quale il certificato si riferiva.
A Caserta il racket ruotava attorno a tre figure essenziali: gli addetti alla sala mortuaria dell'Azienda ospedaliera casertana. Erano loro che, avvertivano tempestivamente gli impresari di pompe funebri, che c'era «un morto da venire a prendere». Secondo quanto accertato dagli investigatori, gli infermieri non solo avvisavano gli imprenditori delle ditte per garantire loro la tempestività in ospedale ma facevano anche intendere ai familiari dei defunti che il servizio fosse convenzionato con la struttura pubblica. Grazie a loro, a Caserta e provincia, si era creata una sorta di monopolio: lavoravano solo quattro agenzie di pompe funebri, più un paio del Napoletano, che si erano spartite il territorio. Le altre, zac! Tutte tagliate fuori. E, per chi non accettava questa dittatura del funerale, erano minacce e violenze.
Imponente il giro di affari, quantificato in diverse centinaia di milioni di euro.
Nella notte del 16 ottobre 2008 a Milano sono state arrestate 41 persone, coinvolte in un vasto giro di corruzione tra ospedali e imprese di onoranze funebri. Molti degli arrestati sono infermieri di otto diversi ospedali o case di cura, che segnalavano alle pompe funebri dove e quando avveniva un decesso.
Quella battezzata ‘Caronte’, non è la prima inchiesta sul racket delle pompe funebri che interessa Milano.
Numerosi i precedenti, il più eclatante dei quali nel 1992. Proprio un indagine su corruzioni e truffe intorno agli affari per ‘il caro estinto’ in alcuni ospedali, tra cui il Pio Albergo Trivulzio, portò sulle tracce di Mario Chiesa, il ‘mariolo’ come venne definito allora da Bettino Craxi, primo arrestato di ‘Mani Pulite’ per una tangente di 7 milioni di lire. Nel 1997 un’altra operazione portò la Procura di Milano a chiedere l’arresto (richiesta non accolta dal Gip), di 22 tra infermieri e procacciatori di sei imprese (san Siro, Lombarda Foroni, San Cipriano, La Milanese, la Casoratese Ognissanti). Ancora: nel 2004, 5 impiegati del Comune vengono indagati dalla Polizia Locale per reati analoghi.
A livello nazionale, tra i casi più recenti, le indagini della squadra Mobile di Arezzo nel 2006 (4 impresari arrestati e 5 infermieri indagati), della Guardia di Finanza di Torino nel 2001 e nel 2007 (9 indagati di cui 5 arrestati tra infermieri e impresari dell’ospedale Le Molinette) e dai Carabinieri di Bari nell’aprile del 2008 (51 indagati di cui 33 arrestati in numerosi nosocomi del capoluogo pugliese). Secondo i dati Codacons il business del caro estinto genera un giro d’affari annuo di 3,5 miliardi di euro per più di 5 mila imprese funebri.
Nella puntata del 7 Ottobre 2008 Le Iene di Italia 1 hanno scoperto a Roma una prassi, che risulterebbe comune fra operatori sanitari ed i servizi di ambulanza privata, quale la stecca o mazzetta per accaparrarsi la chiamata per le dimissioni.
La Iena Calabresi travestito da portantino ha chiamato una serie di servizi di ambulanza privata accordandosi sulla mazzetta per passare il trasporto che veniva immediatamente consegnata dall'autista del mezzo all'arrivo in Ospedale.
Anche quando non era Natale c'erano dei bei regali, viaggi, libri, computer, impianti stereo, per quei medici che prescrivevano ai loro pazienti i farmaci di quella nota casa farmaceutica invece di quelli delle aziende concorrenti. Troppi regali, troppe ricette con quel marchio, hanno insospettito gli inquirenti, che hanno incominciato ad indagare per "corruzione e comparaggio" quasi tremila persone in molte regioni: oltre a medici ed informatori, farmacisti, operatori sanitari, dirigenti di aziende, istituti ed enti ospedalieri. Sono stati perquisiti centinaia di studi medici e di uffici in varie città e sequestrati migliaia di documenti, di computer e floppy disk. Costosi regali ai medici che preferivano dei farmaci a scapito di altri: viaggi-premio in svariate località esotiche, con prevalenza ai Caraibi, spacciati come "congressi scientifici" e "aggiornamenti culturali", settimane bianche in note località sciistiche presentate come "corsi di formazione professionale", e vari regali tra cui libri e vini di pregio, impianti stereo e persino personal computer da cinquemila euro. Il reato di comparaggio, che prevede l'arresto fino ad un anno, e che, secondo il codice penale, punisce "quella pratica per cui medici, farmacisti e altri operatori sanitari accettano denaro, premi e donazioni varie in cambio della prescrizione di farmaci", è una pratica molto in uso, nonostante che sia proibita dallo stesso Ordine dei Medici.
Il primo scandalo parte da Verona, ma non si ferma qui.
Successivamente se ne scopre uno a Bari, dove i medici di base, dopo aver ricevuto danaro ed altre utilità degli informatori scientifici, hanno prescritto farmaci all’insaputa dei loro pazienti, ma avvalendosi della complicità dei farmacisti. Questi, dopo aver tolto le fustelle dai medicinali, provvedevano a gettare le confezioni nella spazzatura: in questo modo si sarebbero sbarazzati anche di farmaci salva vita che avevano un prezzo unitario che arrivava fino a 700 euro per confezione. Una farma-truffa da circa 20 milioni di euro. 101 a processo. Nell’occasione, la Procura di Bari ha riscosso circa sette milioni e 120 mila euro da nove case farmaceutiche che hanno patteggiato. Tra gli imputati ci sono capi area e informatori scientifici delle note case farmaceutiche, anche multinazionali, medici di base e farmacisti. Sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla truffa di corruzione, falso, riciclaggio e comparaggio.
Sanità e corruzione. Su “La Stampa” l’inchiesta sulla Farmatruffa.
"Provi a digitare su Google le parole medici corrotti e vengono fuori più di due milioni e ottocento risultati. Medici e tangenti superano di poco un milione. Medici onesti arrivano appena a 645 mila voci. Nessuno sa a quanto ammonti il giro d’affari della corruzione nel mondo dei farmaci e più in generale della sanità. Si dice cento milioni di euro contando l’intero circo di traffici di politici, imprenditori, burocrati e medici. Ma si tratta di cifre troppo grandi e sommerse. Soltanto ricorrere al motore di ricerca più cliccato della rete può dare un’idea meno astratta del fenomeno. D'altra parte, Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, nel 2009 l’aveva detto nel leggere la sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario. «Siamo tra i peggiori Paesi al mondo per corruzione». E aveva precisato che alcuni settori sono particolarmente a rischio truffa e sperpero, in particolare il settore della spesa farmaceutica-sanitaria. E aveva elencato le irregolarità riscontrate dai magistrati della Corte dei Conti: la fatturazione fraudolenta, il mancato completamento di strutture ospedaliere o la mancata utilizzazione di impianti già realizzati, le spese per corsi di formazione mai tenuti o carenti di documentazione, l’irregolare gestione di case di cura convenzionate, l’irregolarità sulla gestione di ticket e l’eccesso di prescrizione di farmaci. Sulla Sanità e sulle tangenti si sono costruiti imperi e distrutti fior di politici. La sanità faceva da sfondo al traffico di escort a Palazzo Chigi. La Sanità è costata la poltrona a Ottaviano Del Turco, presidente della regione Abruzzo. Ed è stata il filo conduttore della Sanitopoli che travolse Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità ai tempi della Dc, e Duilio Poggiolini direttore generale del ministero. Poggiolini, il re Mida della Sanità, colpito da 145 capi d’accusa, fra cui aver favorito l'ingresso di alcuni farmaci nel prontuario sanitario dietro compensi e regalie, in beni o denaro o aver autorizzato aumenti dei prezzi sempre dietro compensi. O, ancora, la farmatruffa esplosa nel 2003 a Verona con viaggi, regali, cene, consulenze per un totale di cento milioni di euro per comprare circa tremila medici che avevano prescritto prodotti farmaceutici in cambio di denaro. Oppure c’è l’inchiesta nata a Torino nel 2005 e approdata a Roma che coinvolge addirittura l’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, che classifica e cataloga i medicinali da immettere sul mercato. Due dirigenti dell’Agenzia vengono accusati di intrattenere rapporti privilegiati con gruppi multinazionali di società farmaceutiche nella sperimentazione di sperimentazione di due prodotti bio-equivalenti."
Questa è la rappresentazione di una realtà, spesso, sottaciuta ed ignorata.
La domanda che il cittadino si fa è questa: quanto ci costa tutta questa inefficienza?
Cento miliardi l'anno. È il costo della salute in Italia. Una torta da spartire per la politica. Tra nomine, appalti e rimborsi a privati. Un business che sempre più spesso finisce nel mirino della magistratura.
La cronaca ci parla di Puglia, Abruzzo, Lombardia, Piemonte, Lazio, Calabria, Campania, ecc.: da almeno 15 anni, decine di indagini giudiziarie documentano migliaia di truffe, sprechi, clientelismi, favoritismi, disservizi, frodi criminali, corruzioni e infiltrazioni mafiose. La salute degli italiani muove un giro d'affari di oltre 100 miliardi di euro. Che molti vedono come una torta da spartire. E i pm di Milano che indagano sulla Santa Rita e le altre "cliniche degli orrori", in un'audizione segreta al Senato, finiscono col descrivere la sanità come «un sistema che fa diventare i reati una prassi».
Come è potuto succedere? Da un lato c'è un flusso continuo, e da decenni in crescita, di denaro pubblico a disposizione per appalti, convenzioni con strutture accreditate, gente da assumere. Dall'altra ci sono i partiti alla guida delle Regioni, che stringono la morsa su ospedali e Asl attraverso il loro plenipotenziario, il direttore generale. Dopo la legge Bindi di riforma del Servizio sanitario nazionale del 1999, il manager è nominato dal governatore, quindi dalla politica, ed è lui che decide tutto: dai contratti alla scelta dei primari. In mezzo ci sono i medici, che maledicono quella legge che ha tolto loro tutto il potere e li ha messi nelle mani della politica; e i malati, che in molte parti d'Italia fanno sentire la loro voce e minacciano chi li governa, ma in molte altre no.
Su di loro contava Rosy Bindi quando firmò quella legge, nella convinzione che i governatori avrebbero fatto le cose per bene perché la sanità è uno snodo cruciale del consenso. Ma così non è andata: le mani della politica sulla torta si sono trasformate, spesso, in un reticolo di tangenti, appalti truccati, nomine incongrue. Perché la legge di depenalizzazione dell'abuso d'ufficio con finalità politiche del 1997 aveva reso praticamente impunibile chi spadroneggiava.
Così il sistema è saltato, fatte salve le solite isole felici. I reati, come dicono i pm, sono prassi. Da un lato le nomine, poltrone troppo spesso occupate da incapaci, ma dall'altra i denari. Oltre 100 miliardi, di cui la metà cash, a disposizione dei privati. Che forniscono beni e servizi agli ospedali, ma anche prestazioni sanitarie che il pubblico non riesce a erogare. È questo il ventre molle del sistema che crea consenso distorto per politici rapaci e che arricchisce manager disonesti. Perché sono gli uomini della politica a decidere chi e in quale misura può partecipare al business. E magari su chi si può chiudere un occhio nei controlli.
In un vortice di mazzette e appalti, quello che sembra importare meno a molti dirigenti è il fatto che stanno amministrando la salute pubblica. E che ogni euro in mazzette e servizi scadenti è un euro tolto ai malati. Ma la questione morale in sanità non esiste, se i presunti corrotti finiscono in Parlamento e nessuno sembra pagare mai il conto.
PARLIAMO DI DONAZIONE DI ORGANI E DI SANGUE.
Dopo ben 41 anni di trapianti effettuati attraverso organi prelevati da ammalati a cuore battente, la comunità scientifica internazionale scopre oggi che la dichiarazione di “morte cerebrale” non era poi così infallibile e occorre un profondo ripensamento dei criteri. L'annuncio arriva da uno dei padri della trapiantistica, Ignazio Marino.
Contrordine: dopo decenni di espianti a cuore battente, spacciati per “prelievo da cadavere” fin dalle ingannevoli parole della legge, la comunità scientifica italiana, costretta ad allinearsi a buona parte di quella internazionale, oggi fa marcia indietro: la morte cerebrale è una finzione, una convenzione buona per far prosperare carriere e primariati, holding statali dei trapianti ma, soprattutto, le multinazionali del farmaco, che proprio sui trattamenti antirigetto accumulano ogni anno fatturati da milioni e milioni di euro.
La notizia arriva dal Festival della Salute di Viareggio dove uno dei padri della trapiantistica internazionale, Ignazio Marino, oggi alza le mani: «I criteri attualmente in uso per stabilire la morte cerebrale sono troppo rigidi. Bisogna rivederli in modo da tener conto della pratica clinica». In sostanza, «si dovrebbe evitare di ispirarsi a una rigida ortodossia, mantenendo invece un'apertura mentale su un tema così complesso e controverso», e vanno perciò «riconsiderate definizioni troppo rigide come la cessazione “irreversibile” “di tutte le funzioni”, “dell'intero cervello”, perchè è convinzione comune l'inapplicabilità di tali criteri nella pratica clinica».
L'appello è firmato dalla delegazione di scienziati presenti in Versilia, tutti di altissimo profilo: oltre a Marino (già presidente della Commissione d'inchiesta sul sistema sanitario nazionale al Senato), ci sono Giovanni Boniolo (Fondazione Ifom e facoltà di Medicina di Milano); Bernardino Fantini (Università di Ginevra); John Harris (Università di Manchester); Robert Truog (Harvard Medical School) e Stuart Youngner (Case Western Reserve University). «Si stanno ancora scoprendo molti aspetti clinici, legali, sociali della morte cerebrale - sottolineano - dal momento che il concetto evolve in relazione alle differenze culturali e religiose. È necessario mantenere aperta la discussione con il mondo non scientifico».
Vaglielo a raccontare alle centinaia di migliaia di pazienti espiantati negli ultimi 41 anni in mezzo mondo perchè certificati in stato di “morte cerebrale”.
Una storia che comincia nel 1968 quando Christian Barnard effettua a Città del Capo il primo trapianto di cuore sulla base dei criteri (coma, perdita irreversibile di qualsiasi funzionalità cerebrale e impossibilità di una respirazione autonoma) dell'Harvard Medical School che aveva cambiato la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto.
La polemica suscitata dal documento di Viareggio riaccende in realtà un fuoco che da tempo covava sotto la cenere. La testimonianza sta tutta in un libro shock di prossima uscita per Tullio Pironti Editore, nel quale vengono dettagliatamente riportate tutte le stridenti contraddizioni della stessa comunità scientifica internazionale sul fenomeno trapianti e, soprattutto, sulla dichiarazione di morte cerebrale. Ma saltano fuori anche i criteri aziendalistici che guidano le scelte, dai sistemi di premialità per i centri che effettuano il maggior numero di espianti, fino alle tecniche mercantili (le chiamano “benchmarking”) messe in atto per organizzare i reparti, o quelle di comunicazione per convincere i familiari riluttanti. Senza contare l'escalation di anestesisti che chiedono di poter esercitare l'obiezione di coscienza (non prevista in Italia per questi interventi) o le storie vere, raccontate nel volume, di coloro che si sono svegliati da uno stato definito di morte cerebrale. Mettendo a confronto ricerche di scienziati provenienti da diversi Paesi, il libro si sofferma poi sui business dell' “indotto”, sul mercato clandestino degli organi e sui traffici di cellule staminali.
Con prefazione di Ferdinando Imposimato, nella quale si inquadrano gli aspetti normativi del fenomeno in ambito europeo, il volume, firmato da Rita Pennarola, si intitola “Ultimi - inchiesta sui confini della vita” ed e' in uscita a novembre. Ne pubblichiamo in anteprima alcuni significativi stralci.
QUOTE DI PRODUTTIVITA'.
Dietro questo brutale dettato aziendalistico si cela una delle principali ragioni che inducono gli ospedali ad incrementare il numero dei trapianti effettuati nell'anno, pena il possibile smantellamento del reparto con relativi primariati, equipes chirurgiche, infermieri, acquisto di farmaci ed apparecchiature. Regioni e centri di riferimento trapianti hanno infatti il potere di revocare l'idoneità a quelle strutture che abbiano svolto nell'arco di un biennio meno del 50 per cento dell'attività minima di trapianto prevista dagli standard stabiliti dal ministro della Sanità. Questo - secondo quanti si oppongono agli espianti a cuore battente - spiegherebbe la fretta. Spiegherebbe i casi delle migliaia di altri giovani considerati troppo presto donatori di organi. «Tutti morti - dicono alla “Lega contro la Predazione degli Organi e la morte a Cuore Battente” di Bergamo, che da anni raccoglie e diffonde documentazione scientifica internazionale - in nome di uno Stato divenuto ormai azienda di macellazione e distribuzione di organi, con un indotto multimiliardario». (...)
TRAPIANTI SPA.
Il trapiantificio Italia è una macchina gigantesca che si alimenta di carriere, fatturati, giri d'affari farmacologici da milioni e milioni di euro. Una corazzata nella quale ognuno ha il suo ruolo. Anche gli anestesisti che in molte Aziende Ospedaliere - come ad esempio quelle della Campania - ricevono un bonus da duemila euro per ogni segnalazione di possibile donatore andata “a buon fine”. Ed anche ai tre medici componenti la commissione chiamata ad accertare lo stato di “morte cerebrale”, va un gettone di presenza ogni volta che si riuniscono. (...) Perchè una struttura si veda revocare l'autorizzazione del ministero basta che in due anni abbia effettuato la metà del numero minimo di interventi previsti: che sono 30 di rene e 25 di fegato. Per rendere tali principi maggiormente espliciti, a giugno 2004 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il provvedimento del 29 aprile di quello stesso anno attraverso il quale l'intera efficienza del sistema può essere determinata e controllata punto per punto, pena la chiusura della struttura sanitaria adibita ai trapianti (con relativa perdita di primariati, carriere, posti del personale parasanitario, addetti alla comunicazione, etc). (...) L'Accordo ministero-regioni inserisce espressamente tra gli indicatori il «numero di trapianti effettuati da donatore cadavere e da donatore vivente nell'ultimo triennio», ricorrendo ancora una volta alla consueta terminologia fuorviante del “cadavere”. Più avanti vengono elencati ulteriori criteri connessi alla produttività di ciascun centro trapianti regionale o interregionale: «numero di donatori utilizzati nell'area; numero di organi prelevati nell'area; numero di organi offerti al Centro trapianti; numero di organi offerti al Centro, rifiutati dal centro stesso ed accettati da altri centri trapianto». Entro il 31 gennaio di ogni anno i centri sono tenuti a comunicare i dati sulla propria efficienza, che devono essere valutati dal CNT. (...) Nel Lazio solo per il rene esistono ben 5 centri trapianti. A Parigi ce n'è solo uno. Spiega Franco Filipponi, presidente della Società italiana per la qualità dei trapianti: «Difficilmente una struttura che produce meno di 25 trapianti di fegato all'anno svolge buona formazione e buona ricerca. Ma si sa, aprire nuovi reparti piace molto ai nostri politici, è veicolo di propaganda. I centri sono troppi e troppo frammentati».
Quale genere di computo “numerico”, allora, si adotta nelle procedure di valutazione dei centri trapianto? A gennaio 2003 il dicastero della Salute aveva presentato i primi dati ufficiali sulla qualità di queste strutture in Italia, basati sulla valutazione effettuata a partire dal 2002 ad opera del CNT. «L'intento - veniva spiegato nella presentazione - è quello di effettuare, al termine delle verifiche, un confronto dei risultati ottenuti da tutte le strutture ospedaliere del Paese analizzate, arrivando così all'individuazione dei centri di eccellenza; una tecnica di gestione comparativa, ben conosciuta nella cultura aziendalista e definita di benchmarking». (...) Tre i criteri seguiti per il sistema di misurazione della qualità. In primo luogo il numero dei trapianti effettuati. Al secondo e terzo posto nei criteri di valutazione, la sopravvivenza ad un anno del paziente trapiantato e l'idoneità del Centro ad affrontare i casi complessi. E il donatore? Le sue condizioni, la valutazione sul controllo effettuato dal collegio che deve dichiararne la morte cerebrale prima di procedere all'espianto? I tentativi di preservare fino all'ultimo la sua vita per esaminare ogni possibilità di salvarla? Non una parola, naturalmente. Questo genere di valutazione non viene presa in considerazione dalla legge: si dà per scontato che non possano esistere errori, fretta, negligenza o superficialità nella dichiarazione di “morte”, mentre per le equipe che effettuano l'espianto-trapianto si fissano criteri rigidi e severe procedure di valutazione.
MANAGEMENT DELLA MORTE.
(...) Ancor più esplicito il senso di questa sfida sul terreno della produttività fra i diversi centri trapianto regionali nel documento attraverso cui il CNT, a fine 2007, spiegava il percorso in atto per incentivare tali strutture ad adeguarsi agli elevati standard richiesti. (...) «Una grande importanza ai fini della valutazione verrà attribuita a tutti i dati relativi alle esperienze e ai processi, dove verranno conteggiati i decessi con lesione cerebrale acuta, gli accertamenti di morte, il numero di opposizioni e naturalmente il numero di donatori effettivi. In tale ambito, e per pervenire ad un indice realistico che evidenzi il reale volume di attività del centro, verranno esaminati gli aspetti di management della cerebro-lesione acuta». Ictus, aneurismi, ischemie cerebrali acute ed altre devastanti lesioni traumatiche che fino a qualche anno fa erano solo di pertinenza dei medici, della loro preparazione professionale e di quella tensione capace di strappare tante vite alla morte lottando fino all'ultimo con tutti i mezzi, oggi sono piuttosto, nella terminologia della trapiantistica corrente, un fatto che riguarda management e procurement. Più ce ne sono, di candidati all'espianto, per traumi encefalici gravi, meglio è, per l'indice di valutazione del centro trapianti. «Il processo di procurement - specifica infatti il CNT nel documento - verrà dunque valutato in relazione alle caratteristiche strutturali, organizzative, qualitative e quantitative dell'ospedale, della Rianimazione e del coordinamento locale, utilizzando indicatori per i singoli item di valutazione, in riferimento agli standard nazionali, europei e al benchmarking presente in letteratura». Il benchmarking - che sembra diventato la parola d'ordine per quanti si occupano di espianti - è una metodologia di marketing che indica la competizione sul mercato e la capacità - o almeno la tendenza - ad arrivare primi. Adottato tempo fa oltreoceano nel campo della concorrenza fra produttori di fotocopiatrici, con l'aziendalizzazione spinta della sanità ha trovato la sua collocazione “ideale” nei criteri per definire la efficienza dei centri trapianti e le loro “dinamiche contrattuali”.
LE PAROLE PER DIRLO.
Una cosa, naturalmente, è il linguaggio che i general manager del trapianto usano parlando fra loro, un'altra è imparare a trattare con i familiari degli ammalati gravi per ottenere il consenso all'espianto. Una abilità decisamente difficile da conquistare, quando si debbono fare i conti tutti i giorni con indici di produttività e audit aziendali, ma non meno strategica per quella attività di procurement considerata requisito indispensabile. Servono, insomma, le parole giuste per dirlo. E non bastano semplici comunicatori. “Trapianti d'organo: dimensioni esistenziali ed etiche” è una risposta a questa delicata esigenza pubblicata sulla rivista ufficiale del Centro Nazionale Trapianti. A firmare il documento sono Ivo Lizzola, professore associato di Pedagogia Sociale all'Università di Bergamo, e Mauro Ceruti, preside della facoltà di lettere presso lo stesso Ateneo. Il lungo saggio, più che una riflessione esistenziale sulle pratiche di espianto-trapianto, suona come un'operetta morale a beneficio dei medici che sono quotidianamente tenuti ad informare i familiari sullo stato di “morte encefalica” del proprio congiunto e a chiedere loro il consenso per la donazione. Destinatari del documento sono infatti i responsabili delle strutture create ad hoc per incentivare le donazioni nella popolazione. (...) «Attenzione alle contabilità, all'efficienza da migliorare, incrementare, garantire. Rischia di restare in penombra il dono-gesto con il suo carattere di continuità e di compimento di una biografia, e di patto di fraternità. (...) L'insistenza sugli organi da trapiantare - scrivono - sull'essere “risorse scarse”, bene pubblico da amministrare con cautela e “giustizia”, sviluppa un'attenzione sul dono-oggetto, avulso dal contesto umano». Insomma: insistete sul “dono fraterno” e non sognatevi di far trasparire le stringenti esigenze di benchmarking che pure sono alla base della richiesta.
IL MURO DEL DOLORE.
(...) Nonostante tante “cautele” nel linguaggio, continua a crescere anche in Italia il numero delle opposizioni. Il Sistema informativo trapianti (nella terminologia ufficiale il termine “espianti” è rigorosamente bandito), con sede presso il ministero della Salute, aggiorna periodicamente le statistiche su donazioni, interventi eseguiti ed opposizioni all'espianto. Al 20 settembre 2008 venivano segnalati 1498 donatori, 1774 trapianti eseguiti, 71 trapianti da vivente, il tutto comprendente anche la donazione di tessuti e di cellule. La flessione diventa evidente nel raffronto con il 2007 (2201, donatori, 3031 trapianti, 131 da vivente) e soprattutto con il 2006, quando furono eseguiti 3183 trapianti. (...) Per fronteggiare l'ondata montante del dissenso, il CNT ha pubblicato nel 2009 un documento dal titolo “Position Paper sulla determinazione di morte con standard neurologico”. Elaborato da uno staff di cinque medici, compresi il direttore del Centro Alessandro Nanni Costa (area PD) ed Andrea Gianelli Castiglione, sempre del Cnt, lo scritto ammette «l'esistenza di considerazioni dissonanti e dubbi riportati negli anni sulla stampa e nella letteratura medica». A chi abbia letto con attenzione il documento non sfuggono alcuni controversi passaggi. In un periodare affrettato Nanni Costa e i suoi spiegano, ad esempio, che «le attuali tecniche rianimatorie potrebbero probabilmente essere in grado di procrastinare ad libitum l'arresto circolatorio, benchè uno studio prospettico in tal senso non sarebbe accettabile; la perdita irreversibile della “neural driving force of existence”, come funzione vitale essenziale ed esclusiva dell'encefalo, sembra essere al contrario il razionale indispensabile e sufficiente per la determinazione della morte dell'essere umano». Gli stessi aspetti, affermati qui con incrollabile certezza, sui quali oggi nel documento della Versilia si innesta una decisa retromarcia. Non meno sorprendente, poi, la puntualizzazione che viene fatta sul termine “cadavere”: «La comunità scientifica parla di morte solo ed unicamente al fine di distinguere un cadavere da una persona, per poter dare alle persone le cure, ed ai cadaveri la dovuta sepoltura. Usa poi il termine “morte dell'uomo” o “morte della persona” sempre in un'ottica retrospettiva, cioè al fine di affermare che essa è avvenuta con certezza e che ci si trova di fronte ad un cadavere». Giusto. Ma come definire, allora, colui che sta per essere espiantato? Non è più una “persona”? O è una “persona” che diventa “cadavere” dopo il prelievo dei suoi organi?
DONARE? SOLO I PAZIENTI.
(...) Fa notizia la nascita a Udine della prima ed unica associazione italiana di camici bianchi che si sono finalmente decisi a donare almeno il sangue. «Molti donatori - spiegano alcuni studenti di medicina, promotori dell'iniziativa - si chiedono se i medici, che conoscono l'utilità del sangue, siano anche donatori a loro volta... Ora ci auguriamo che la realtà di Udine possa essere presa d'esempio da altri Ordini». Pare insomma che il motto, per i camici bianchi, sia sempre stato: “fate che a donare siano gli altri”. Ed effettivamente, scorrendo statistiche e cronache, i casi di medici diventati donatori di organi sono gocce in un oceano.
L'AFFARE CYCLOSPORINA.
Tanto nel caso di trapianti legali, quanto nelle operazioni frutto di traffici illeciti, la riuscita degli interventi ha un nome ben preciso: si chiama cyclosporina ed esercita un effetto immunosoppressore molto simile a quello realizzato sull'organismo umano dal virus dell'Aids. E' prodotta sin dal 1984, anno della sua scoperta, nei laboratori del colosso farmaceutico Novartis, non a caso principale sponsor a livello mondiale dei convegni sui trapianti. La cyclosporina viene usata per impedire la difesa autoimmune nell'organismo del soggetto ricevente che, in assenza di questo farmaco, letteralmente espelle l'organo estraneo, causando la morte del paziente. No cyclosporina, insomma, no trapianto. E questo vale anche per quelli clandestini. «Perchè la Novartis - chiede lo storico sociale David J. Rothman, autore di uno fra i più autorevoli rapporti sul traffico internazionale di organi - non decide di vendere la cyclosporina solo ai medici e agli ospedali dove vengono rispettati gli standard delle donazioni?».
I RIPENSAMENTI DI IGNAZIO MARINO.
Chi nel Partito Democratico, non meno che sul piano professionale, intorno all'exploit dei trapianti degli ultimi 40 anni ha costruito una strabiliante carriera è senza dubbio Ignazio Marino, per una vita sotto l'ala politica di Massimo D'Alema. La partecipazione del chirurgo alla sua Fondazione Italianieuropei era stata un fattore tutt'altro che secondario nel 2006, quando Marino fu candidato ed eletto in parlamento dove, ha presieduto la Commissione d'inchiesta sull'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale. Benchè rivale del dalemiano Pier Luigi Bersani nella corsa per la segreteria del partito, è stato proprio in un convegno internazionale organizzato da Italianieuropei, il Festival della Salute 2009, che un'equipe di prestigiosi ricercatori internazionali capitanata da Ignazio Marino ha sottoscritto il documento in cui si mettono in discussione i criteri di definizione medica della “morte cerebrale”, che hanno guidato la mano dei chirurghi negli espianti per oltre quarant'anni. Un dietro front che, per giunta, arriva negli stessi giorni in cui esce per Einaudi “Nelle tue mani”, il libro nel quale Marino ribadisce le sue convinzioni in fatto di trapianti. E si sofferma sui tanti, dolorosi aspetti della malasanità in Italia. «Come se - è stato il commento di molti lettori - lui stesso, tanto in veste di medico quanto ora da politico, potesse chiamarsi fuori da ogni responsabilità». Tornato in Italia nel 1999 dopo la lunga permanenza negli Stati Uniti, Marino va a guidare l'Ismett, il complesso chirurgico di eccellenza gestito dalla Regione Sicilia in convenzione con l'Università di Pittsburgh. Una nuova, luminosa era sembrava dischiusa per la martoriata sanità al Sud. Ma meno di tre anni dopo, a settembre 2002, Marino rassegna le dimissioni in seguito alle aspre polemiche che avevano accompagnato la gestione dell'istituto in quel periodo e, soprattutto, all'inchiesta aperta dalla Procura palermitana, poi conclusasi in archiviazione, ma sfociata in un rapporto della Corte dei conti sull'Ismett, dove in quel triennio erano stati eseguiti appena 56 trapianti (contro i 440, per esempio, di Torino), a fronte di enormi risorse pubbliche impiegate, in particolare per la convenzione con i ricercatori statunitensi. Mentre i dati ufficiali del ministero vedevano l'Ismett mal piazzato anche sul fronte della sopravvivenza media dei pazienti trapiantati.
PARLIAMO DI FALSI MEDICI.
Una grande festa di laurea in provincia di Torino. Amici e parenti commossi celebrano la giovane studentessa che ha finito Medicina. Tra gli invitati c'è una dottoressa, un medico di famiglia che qualche tempo dopo, quando la collega fresca di diploma le chiede di sostituirla, la fa lavorare nel suo ambulatorio. Commette un grave errore. Quella giovane non ha mai concluso l'università, ha ingannato tutti. Si tratta di un falso medico, che ha fatto diagnosi e prescritto farmaci. Come lei, in Italia, ogni anno finiscono a processo circa mille persone. Il reato è l'esercizio abusivo della professione e lo inseguono soprattutto il Nas e la Finanza. Lo sforzo degli investigatori è notevole, la pena prevista per chi viene colto sul fatto piuttosto blanda: sei mesi o una multa di 516 euro. Ad essere scoperti sono solo una piccola parte di dentisti, medici di famiglia, dottori di cliniche o ospedali, professionisti privati in medicina convenzionale o alternativa che non hanno titolo a curare la gente. Le stime degli odontoiatri raccontano di circa 15mila abusivi accanto a 56mila regolari nel loro settore, e sono volutamente ottimiste. Non è facile dire quanti possano essere invece i falsi medici ma il fenomeno è di certo percentualmente molto più contenuto rispetto a quello dei dentisti. Gli iscritti all'ordine però sono tanti di più: 340mila. Così alcuni osservatori arrivano a dire che anche in questa categoria si possano stimare 10-15mila abusivi. Con i dentisti si arriverebbe a 30mila.
Il Nas in un anno ha denunciato 1.170 persone per esercizio abusivo della professione medica, di cui 450 falsi odontoiatri. Non tutti i segnalati dai carabinieri sono dottori abusivi, ci sono anche alcuni falsi infermieri, ma all'attività dell'Arma va aggiunta quella della Finanza e delle altre forze di polizia. Fatta la somma e poi tolti coloro che prima del processo si scoprono innocenti, restano quel migliaio di falsi dottori e dentisti a finire davanti al giudice. Ma da chi ci facciamo curare? Il catalogo è questo, e a sfogliarlo si finisce dagli ambulatori privati agli ospedali pubblici. E com'è possibile che chi ha dato solo qualche esame o addirittura non ha mai visto l'università finisca in corsia?
Tra i falsi medici c'è la dottoressa con lo studio nel Cadore, abusiva da anni, che si pubblicizza sul web e dispone di ricettario. C'è il chirurgo estetico di Palermo che fa lavorare giovani non laureati, o l'internista, sempre nella città siciliana, che non ha concluso gli studi, ma opera in casa di cura. A Udine un uomo si autodefiniva naturopata e somministrava cure dimagranti, prescrivendo esami e medicine. Proprio i casi di "curatori" o comunque di persone esperte in discipline non mediche, che fanno comunque diagnosi e dettano terapie, sono quelli che sfumano il fenomeno dell'abusivismo, rendendolo difficilissimo da intercettare e gonfiando i numeri. Ci sono poi decine di sequestri di studi di falsi dentisti, dentro palazzi signorili o in scantinati umidi. Scavando negli archivi si trovano centinaia di casi, alcuni eclatanti come quello del pediatra senza laurea che per 19 anni ha esercitato a Rho, oppure del non ortopedico si occupava anche dei giocatori di una nota squadra di basket. E poi il ragioniere-ginecologo e decine e decine di altri con il doppio lavoro.
La storia di Marco è tutta vera (mentre il nome è inventato), ma potrebbe sembrare falsa da quanto è incredibile. "Mi sono specializzato in urologia ma non ero laureato - racconta - All'università ho avuto un blocco, dopo una decina di esami non andavo avanti. Sono riuscito ad entrare alla scuola di specializzazione a Trieste con un'autocertificazione falsa, ho detto che avevo il diploma". Durante il tirocinio Marco ha seguito molti pazienti. Anche prima: dal '90 al 2000 ha lavorato in Lombardia. "Facevo sostituzioni di medici di famiglia e guardie, sempre perché nessuno verificava i miei titoli". Una volta specializzato ha lavorato in una clinica. "In tutto ho fatto un centinaio di interventi. Alcuni pazienti mi chiamano ancora. Come mi hanno scoperto? Colpa della mia ex moglie, mi ha denunciato perché avevo un'altra. Altrimenti farei ancora il dottore. Ero bravo, anche se ora non riesco a passare il test per iscrivermi di nuovo a Medicina. Quando mi sono venuti a prendere, i Nas hanno detto che da soli non mi avrebbero mai beccato, sarei arrivato alla pensione. Dicevano che come me ce ne sono tanti". Ma come si diventa falsi medici?
Un esercito di falsi camici bianchi riesce ad infilarsi nelle pieghe del sistema. Ma come fanno? Può bastare un'autocertificazione a mandare in corsia o in ambulatorio un impostore. Come è successo a Marco, passato dalle falle di un controllo a campione. "Da tempo abbiamo un contenzioso con le università - dice Amedeo Bianco, presidente della federazione degli Ordini dei medici - Certe scuole di specializzazione non chiedono ai neolaureati l'iscrizione al nostro albo. È un grave errore perché quei dottori negli anni di formazione fanno attività sanitaria, anche sostituzioni di medici e guardie. E poi chi è nelle liste dell'Ordine è certamente laureato, per gli altri vanno fatti accertamenti nelle facoltà di provenienza. Ecco, mi auguro che le scuole facciano almeno le verifiche su tutte le autocertificazioni". Ma in ambulatorio si può entrare, come la giovane in provincia di Torino, anche prima di iscriversi a una specializzazione. Per sostituire un medico di famiglia per un breve periodo basta mettersi d'accordo con lui, altrimenti va fatta una comunicazione alla Asl. "Le sostituzioni possono essere una maglia debole della rete - dice Giacomo Milillo, del sindacato dei medici di famiglia Fimmg - Il singolo medico ha difficoltà a verificare le autocertificazioni. Quando poi va avvertita l'Asl, se questa non controlla è un problema. Penso però che avvenga raramente, l'abusivismo mi sembra più legato alla dipendenza, su cui deve controllare sempre l'azienda sanitaria, e soprattutto alla libera professione. Parlo di dentisti e non solo. Negli ambulatori privati i controlli sono pochi". Se per dare sicurezza a pazienti o a enti pubblici c'è bisogno del "pezzo di carta", non è un problema. Una bella pergamena con l'intestazione dell'Università si trova. Rivolgendosi ad una stamperia clandestina, come quella scoperta da poco a Vibo Valentia, o alla rete. Duecento euro e pergamente.com spedisce a casa la laurea. Anzi spediva. "Quelle in Medicina, non le faccio più - dice il responsabile del sito - Le vendevo per scherzo, i carabinieri le hanno trovate in studi di abusivi e mi hanno denunciato. Altri siti le vendono per mille euro". Per Giovanni Monchiero, presidente della Federazione italiana Asl "i casi non sono frequenti ma è stupefacente che quando si scopre il medico infedele immancabilmente i pazienti ne dicono un gran bene. Dove viene meno la scienza si supplisce con le capacità relazionali".
Solo i Nas di Torino dall'inizio dell'anno hanno già denunciato oltre 30 dentisti senza titolo. Odontotecnici che facevano gli odontoiatri, principalmente, ma non solo. In questo campo l'abusivismo è considerato una piaga dalla categoria, tra pazienti che vogliono risparmiare e controlli mai sufficienti. "Sono 15 mila a esercitare senza poterlo fare. Tutto il fenomeno è sottostimato, anche per i medici". A parlare è Giuseppe Renzo presidente degli odontoiatri della Federazione Ordini. "Il 70% sono odontotecnici che fanno i dentisti, ultimamente sono molto in crescita le false lauree. Le vanno a prendere in paesi entrati nella Ue da poco come la Romania". Alcune indagini hanno rivelato una sorta di rinterzo della laurea. Ci sono persone che si fanno intestare diplomi di università sudamericane. "Poi chiedono il riconoscimento dei titoli in Spagna, che ha accordi bilaterali con quei Paesi - dice Renzo - E automaticamente possono esercitare in Italia". I dentisti hanno fatto varie proposte per bloccare gli abusivi, come quella di confiscare, anziché sequestrare, i macchinari degli studi dei falsi odontoiatri. Di fronte a questa piaga ci si domanda: perché non aumentare le pene?
Quello delle pene troppo lievi è un problema sentito. "Capita di bloccare dentisti abusivi che ci ridono in faccia: "tanto pago 500 euro, cambio appartamento e ricomincio", ci dicono". Il capitano Marco Datti dirige il Nas di Roma. "Combattiamo il fenomeno ogni giorno, ma solo una piccola nicchia viene individuata. È un lavoro difficile. Spesso gli abusivi sono difesi dai colleghi, i quali magari pensano che denunciarli ricada negativamente sull'immagine della categoria. E i pazienti a volte non parlano perché si vergognano". Gli uomini di Datti hanno tante storie da raccontare, come quella dell'idraulico che da 20 anni si occupa dei denti di decine di persone. "Sono pericolosissimi perché fanno meno attenzione alla trasmissione di malattie infettive e non sanno intervenire su emergenze come emorragie o shock. Da tempo i dentisti regolari chiedono un inasprimento delle pene, credo che sia auspicabile. Con il giro di affari di certi soggetti la multa li preoccupa ben poco". Alla Camera giace un progetto di legge per aumentare le pene dell'esercizio abusivo della professione medica. "Si propone di aumentare la reclusione a 2 anni e la multa a 51.646 euro", spiega l'avvocato milanese Paolo Vinci. "Parliamo di un reato per cui, dicono ministero e istituti di statistica, ogni anno finiscono a processo mille persone".
Qualche falso medico va a giudizio per reati ben più gravi dell'esercizio abusivo. Perché ha truffato o peggio danneggiato i pazienti. In certi casi in modo irreparabile. "Siamo finiti nelle mani di un uomo diabolico, che ha agito per una decina di milioni di vecchie lire, fregandosene della salute della mia compagna". Tommaso Giarrizzo è la vittima di un dottore abusivo. "A Ilaria hanno diagnosticato il tumore al seno nel '98. Dopo l'intervento le è stata proposta la chemioterapia ma lei aveva paura, e poi desiderava tanto avere un figlio. In quel momento abbiamo incontrato quella persona". Sta parlando di Marco Schiavazzi, che per il caso di Ilaria e di un altro paziente è stato condannato in primo grado a Firenze a 14 anni e 8 mesi per lesioni e omicidio volontario. "Siamo entrati in un bello studio, con attestati attaccati alle pareti, un lettino e strumenti medici. Aveva un lessico medico perfetto". E poi proponeva ciò che voleva Ilaria: non fare la chemio. "Spiegò che era assolutamente superflua. La incoraggiò a fare un figlio. La conquistò. Ci diede una terapia con farmaci e integratori. Con lui abbiamo perso sei mesi, durante i quali Ilaria non si è curata". Una scelta fatale. "Le prescriveva solo vitamine. Quando abbiamo capito che era un buono a nulla era già incinta". Così Ilaria non si è curata anche in gravidanza. Poco dopo la nascita del figlio è morta. "All'inizio eravamo increduli - raccontano gli avvocati di Giarrizzo, Nicola Muncibì e Marco Passagnoli - Sembrava impossibile che un uomo avesse trattato la vita e la salute delle persone come se stesse facendo una truffa su un'automobile. La sua è stata la fredda crudeltà di un soggetto che pur in presenza di malattie gravi, senza un filo di cuore, ha stabilito che per i propri interessi la salute di una persona potesse essere sacrificata. Purtroppo era credibile, anche per altri medici".
PARLIAMO DI VOLONTARIATO.
Il terzo settore, distinto dallo Stato e dal mercato. Le Onlus fanno il bene, ma non sempre fanno bene. Bussano alle nostre tasche, proponendo mille cause nobili: la lotta senza quartiere ad una malattia inguaribile, l’aiuto ai bambini malati, una crociata contro le infinite piaghe della nostra società. Non sempre, però, i soldi che finiscono nelle mani di enti e organizzazioni vengono spesi con i migliori criteri. Sprechi, inefficienze, il peso soffocante della burocrazia che uccide anche i migliori sentimenti, quando non ammanchi, ruberie, truffe delle più odiose. Il mondo della carità, o della solidarietà, è una foresta dove si trova di tutto. Straordinari esempi di altruismo e storie di furbizia e di cinismo che fanno a pugni con la nostra coscienza.
Per questo, “Il Giornale” è entrato in questo mondo e l’ha esplorato. Ha analizzato e smontato le più grandi macchine raccogli soldi dell’Italia col cuore in mano e ha posto domande scomode a trecentosessanta gradi. Non certo per scandalizzare, ma per capire se i nostri soldi sono in buone mani. Ha cercato di verificare le destinazione finale ed effettiva di quel che quotidianamente diamo per le cause più disparate. Vogliamo sapere come vengono spese le nostre offerte, fino alla virgola e fino al centesimo. Attenzione: non si tratta di spiccioli, ma di una montagna di denari. Solo il 5 per mille, scelto nell’ultimo anno dal 61 per cento degli italiani, vale quasi trecento milioni di euro; e solo le grandi campagne di solidarietà, che spesso passano con messaggi martellanti attraverso la televisione, raccolgono 100-150 milioni di euro l’anno. Ma quei 400-450 milioni di euro sono solo una parte di una torta molto più grande. I soldi che circolano sono molti, molti di più. E non sempre la carità è trasparente.
Il Giornale ha messo il naso in questo mondo. Ha fatto le pulci all’Airc, la
benemerita e blasonata Associazione italiana per la ricerca sul cancro. Ha letto
e controllato i bilanci e sono andati a vedere quanti soldi finiscono
effettivamente nella ricerca e quanti si fermano prima: per pagare stipendi,
computer, telefoni, bollettini postali, comitati regionali. Le sorprese non
mancano.
Il Giornale ha verificato anche i conti dell’Anlaids, l’associazione nazionale
per la lotta all’Aids. Nel week end di Pasqua le piazze d’Italia sono un
tripudio di alberelli nani, ornati col fiocchetto rosso. In cambio, gli
acquirenti lasciano un’offerta. Dove va in concreto questa offerta?
È la domanda chiave di questa inchiesta. Va bene dare, ma anche la generosità ha
i suoi parametri, i suoi standard ottimali, le sue regole virtuose.
Nel cestone del volontariato ha trovato di tutto. E di tutto ha dato conto, privilegiando sprechi e ruberie. Senza tabù: dedicheremo spazio anche alla Fao. E ci occuperemo anche dell’opaca gestione dei generi alimentari, destinati alle popolazioni più sfortunate, colpite da calamità naturali.
Il caso classico è quello della Onlus accalappia solidarietà: si promette un aiuto ai bambini brasiliani o a ragazzini bisognosi di delicate operazioni chirurgiche. Si mostrano foto sconvolgenti, di quelle che spingono inesorabilmente al pianto. Ma poi i soldi intercettati evaporano verso auto di lusso, serate al night e allegre compagnie. Purtroppo, il mondo del terzo settore si porta sulla schiena parassiti e truffatori di ogni genere che approfittano, ci si scusi il bisticcio, del non profit per riempire il portafoglio. Le forze dell’ordine, in particolare la guardia di Finanza, e l’Agenzia per le Onlus, fanno la loro parte e passano il tempo a togliere le mele marce dal mondo della beneficenza.
È una sfida continua. I criminali hanno una fantasia sfrenata e le studiano tutte pur di incantare l’opinione pubblica. Basta sfogliare i giornali per rimanere a bocca aperta. C’è chi si mette nella scia di Padre Pio, come faceva una sedicente onlus intitolata al santo di Pietrelcina, in realtà mai esistita. I suoi rappresentanti però si facevano precedere dalle immagini delle stimmate e parlavano di terzo mondo e di aiuto ai Paesi poveri. Come non dare loro una mano? Invece, le donazioni andavano dritte nelle tasche degli artefici dell’imbroglio.
Più terra terra, l’attività della onlus casertana «Servizi terra di lavoro», in realtà un tentacolo della camorra: incredibilmente questa società paravento gestiva per conto della criminalità organizzata i parcheggi della Reggia di Caserta. Alla fine del 2007 gli arresti. Due. E la fine di uno scandalo all’ombra della storia. Come è vergognosa la trama venuta a galla a Genova: il «Centro cooperazione sviluppo» si proponeva di raccogliere risorse per i bambini africani. Ma non si andava al di là delle intenzioni; la realtà era mortificante: i soldi servivano per lucidare lo scintillante tenore di vita degli inventori di questa macchina mangiasoldi.
C’è chi ha speculato perfino sul trasporto dei malati. La «Croce Verde Brixia», una sigla che farebbe pensare ad un’organizzazione seria e scrupolosa, triplicava le parcelle presentate agli ospedali di Bergamo, Mantova, Cremona. Una parte serviva per coprire le spese realmente sostenute, il resto era mancia. Anzi, una cresta inqualificabile sulla sofferenza dei malati. I soldi, soldi del contribuente, prendevano un’altra strada. Lontanissima da quella indicata nello statuto.
Il Progetto Bonsai è il fiore all’occhiello dell’Anlaids, l’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids. Si svolge dal 1993 il venerdì, sabato e domenica di Pasqua: le piazze di tutta Italia, nelle grandi città e nei piccoli paesi affollati di turisti in quel weekend festivo, come pure i piazzali di ospedali e centri commerciali, si riempiono di volontari e tavolinetti per distribuire gli alberelli nani ornati dal fiocchetto rosso. In cambio è chiesta un’offerta.
È la manifestazione che consente la sopravvivenza dell’Onlus: nell’ultima edizione ha fruttato 2.366.009,47 euro, che rappresentano l’84 per cento dei proventi dell’organizzazione. Il resto affluisce da altri contributi liberi e finanziamenti legati agli specifici progetti. Con questi denari, spiega l’Anlaids, è possibile attuare gli scopi statutari: borse di studio, premi scientifici, progetti di ricerca, momenti di formazione, campagne informative, mantenimento di case alloggio, cooperazione allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo flagellati dalla peste del 2000.
Eppure il Progetto Bonsai è un affare più per i vivaisti che per i ricercatori. Per raccogliere quei due milioni e 300mila euro, se ne spendono la bellezza di due milioni per acquistare, trasportare e distribuire i bonsai. Significa che per ogni euro donato ai banchetti pasquali dell’Anlaids, 87 centesimi finiscono nelle tasche dei coltivatori. Soltanto una minima parte di quella gara di generosità rimane nelle casse dell’associazione, e un rivolo ancora minore riesce ad alimentare la vera lotta contro l’Aids, perché quelle di approvvigionamento non sono le uniche spese da sostenere: la struttura organizzativa assorbe 168mila euro.
Così, alle attività istituzionali dell’Anlaids restano poco più che le briciole: 75mila euro per borse di studio, 64mila per l’informazione, 57mila per la giornata del 1° dicembre (che ne frutta 126mila), 48mila per le case alloggio, 43mila per progetti di ricerca, 32mila per il progetto scuole, 22mila per dottorati di ricerca e cifre minori per progetti di cooperazione internazionale oltre ad «altri costi» non meglio precisati dall’ultimo bilancio. In definitiva, meno del 20 per cento dei denari spesi dall’Anlaids è destinato agli scopi per cui quei soldi vengono raccolti.
L’associazione ha anche risparmiato qualcosina, realizzando un avanzo di gestione di 81.251 euro. E detiene una notevole liquidità: 306mila euro sono depositati in banca o alle poste mentre 50mila sono investiti in Bot. La situazione patrimoniale segnala anche la presenza di debiti per 215mila euro, ma non è dato sapere di che cosa si tratti: a differenza di altre grandi Onlus, sul sito internet non sono pubblicate le note integrative al bilancio (e anche i conti del 2008 sono apparsi soltanto dopo la segnalazione de il Giornale), mentre l’ultimo bilancio patrimoniale a disposizione dei donatori è quello del 2005.
Quello dell’Anlaids appare un caso limite. Le principali Onlus italiane presentano rapporti tra ricavi e relative spese molto minori anche se assai diversi tra loro. Telefono Azzurro dichiara proventi per sette milioni e mezzo, di cui spende il 22 per cento nella raccolta fondi e il 60 nel personale, in gran parte impegnato nei centri di ascolto. All’Airc (associazione per la ricerca sul cancro) si scende al 18 per cento. Inferiore l’indice di efficienza registrato da Telethon, la maratona televisiva che rastrella denaro per combattere la distrofia muscolare e altre malattie genetiche: secondo il rendiconto, per incassare oltre 33 milioni e mezzo di euro ne sono stati spesi quasi sei, con un indice di efficienza del 17 per cento cui si aggiungono i costi di supporto generale.
Ancora migliore è la «performance» di Actionaid: 15,5 per cento, con 34 milioni spesi in programmi di cooperazione su quasi 44 raccolti soprattutto con le adozioni a distanza. L’associazione si mostra particolarmente oculata nella gestione finanziaria: 2.899.000 euro investiti in operazione pronti contro termine (alta liquidità a rischio nullo, spiegano gli amministratori), 1.200.000 in certificati di deposito della Bpm, 1.046.000 in conti correnti bancari e postali, 499.000 in quote di un fondo di investimento della Banca popolare etica.
Gli ambientalisti di Greenpeace spendono il 32 per cento del loro bilancio nella raccolta fondi e il 21,6 nella struttura, destinando all’attività istituzionale attorno al 45 per cento. Il «fundraising» garantisce a Emergency, l’ente fondato da Gino Strada, che gestisce ospedali in zone di guerra, entrate per 22 milioni di euro con i quali amministrare macchinari e strutture sanitarie, acquistare medicinali e protesi, pagare il personale: difficile catalogare con precisione gli indici di efficienza.
Non si può dire che sia irregolare il modo di operare dell’Anlaids, il cui fondatore e presidente onorario è il professor Fernando Aiuti e la cui presidente Fiore Crespi siede nella Commissione nazionale Aids guidata dal già viceministro Ferruccio Fazio. Per le Onlus non è sancito l’obbligo di pubblicare il bilancio per dare conto agli italiani di come sono stati impiegati i fondi raccolti. E non è nemmeno fissata la percentuale delle sottoscrizioni da destinare ai bisognosi: si può andare dal 78,5 di Telethon al 20 dell’Anlaids. Le linee guida fissano un minimo del 70 per cento. Per ora, nessuno può alzare un dito se un ente di utilità sociale raccoglie 100 e trattiene 80. Gli unici che possono intervenire sono i donatori. Chiudendo i rubinetti.
PARLIAMO DI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI.
Ospedali psichiatrici giudiziari: bocciati, «una sorta di inferno organizzato».
I risultati dei sopralluoghi della commissione d'inchiesta del Senato. Marino: «Il 40% degli internati è dimissibile».
Sono ancora tante le carenze degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani. I sopralluoghi effettuati dalla delegazione della commissione d'inchiesta del Senato sull'efficacia ed efficienza del Ssn in sei strutture hanno riscontrato gravi carenze in cinque di queste. Solo un ospedale, quello di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è risultato corrispondere agli standard di legge e offrire una sistemazione dignitosa agli internati e al personale. A presentare i risultati di quest'indagine al Senato sono stati Ignazio Marino, presidente della commissione, insieme ai senatori Michele Saccomanno, Daniele Bosone e Donatella Poretti. Gli ospedali esaminati sono stati quelli di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Aversa (Ce), Napoli, Montelupo Fiorentino (Fi), Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere.
Solo l'OPG in provincia di Mantova è risultato in buone condizioni e con un’assistenza di qualità per le persone internate. Negli altri cinque ospedali i senatori che si sono recati in visita hanno rilevato «una sorta di inferno organizzato - ha detto il presidente della Commissione, Ignazio Marino - dove senza problemi viene affermato anche dagli operatori che vi lavorano che i malati stanno vivendo una sorta di ergastolo bianco. Tra il profilo sanitario e penitenziario, negli Opg visitati, a parte rare eccezioni - ha proseguito Marino - prevale l’approccio carcerario ed è pressochè assente l’impostazione terapeutica». Più carceri che ospedali, dunque, dato anche che, paradossalmente, in queste strutture mancano gli psichiatri: «c’è spesso un medico di medicina generale per centinaia di pazienti, che riescono a vedere uno specialista per meno di un’ora alla settimana», racconta Marino.
«Nei fatti - ha detto il senatore Michele Saccomanno (Pdl), che si è recato in visita negli ospedali con Marino e i senatori Daniele Bosone (Pd), Donatella Poretti (Pd), e con i carabinieri del Nas - almeno cinque dei sei Opg esistenti sul territorio italiano sono ancora manicomi criminali. Le persone internate vivono delle vere e proprie via crucis. Anche i direttori di queste strutture sono spesso insensibili e accettano la situazione senza fare nulla. E con i giorni di afa il quadro si è fatto ancora più preoccupante: ho visto pazienti conservare una bottiglia d’acqua all’interno del wc per mantenerla fresca».
A parte la struttura lombarda, la commissione ha riscontrato gravi carenze in tutti gli altri opg. A Barcellona mancano psichiatri e psicologi, e, a parte un reparto recentemente ristrutturato, in tutti gli altri ambienti le condizioni sono degradanti, con pareti dagli intonaci sporchi e cadenti, finestre con vetri incrinati, macchie di umidità, sporcizia, lenzuola strappate. Il tutto impregnato dall'odore di urina. Ad Aversa i padiglioni in uso sono risultati in pessime condizioni igienico-sanitarie, mentre i due ristrutturati sono inutilizzati per la mancanza del nulla osta della Asl e del certificato di agibilità. Nell'opg di Napoli il 40% degli internati è detenuto "in deroga", come un uomo che a fronte di una misura di 2 anni è lì da 25. Pienamente promosso l'opg di Castiglione delle Stiviere, costruito nel 1990, con stanze e biancheria nuove e pulite, personale motivato, regime di apertura delle celle e possibilità per gli internati di frequentare una scuola interna o vari laboratori di pittura, rilegatura o per fare il pane.
BARCELLONA - Un uomo nudo, coperto da un lenzuolo, legato a un letto che ha un foro in corrispondenza del bacino per i bisogni corporali. L'uomo presenta un vistoso ematoma alla zona cranica parietale di origine sconosciuta. È la scena, atroce ma consueta, vista in prima persona dalla Commissione parlamentare nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto dove «in tutti gli ambienti - si legge nella relazione - emerge una situazione di degrado derivante dalle pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie, dovute a pareti e soffitti con intonaci sporchi e cadenti; porte e finestre con vari vetri incrinati, tali da costituire pericolo per gli ospiti; evidenti macchie di umidità e muffe; presenza di sporcizia dovunque; presenza di letti metallici con spigoli vivi, vernice scrostata e ruggine; pavimenti danneggiati in vari punti, sì da costituire ricettacolo di polveri e batteri; coperte e lenzuola strappate, sporche ed insufficienti. Ovunque si avvertiva un lezzo nauseabondo per la presumibile presenza di urine sia sul pavimento che sugli effetti letterecci. Gli armadietti apparivano talvolta divelti e arrugginiti. L'unico servizio igienico, di circa un metro quadrato risultava privo di impianto doccia».
AVERSA - Ad Aversa le condizioni non cambiano. «Durante il sopralluogo - scrive la commissione - veniva ispezionato il padiglione che ospita le sezioni A-B-C-D, dislocate su due piani. Si notava che le celle/stanze, munite di 6 posti letto e un servizio igienico, versavano tutte in pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie, con: pavimenti danneggiati in vari punti; soffitti e pareti con intonaco scrostato ed estese macchie di umidità; ovunque cumuli di sporcizia e residui alimentari; letti metallici con vernice scrostata e ruggine; sgradevoli esalazioni di urina; armadietti vetusti; effetti letterecci (lenzuola e coperte, ndr) sporchi, strappati ed evidentemente insufficienti; finestre, anche in corrispondenza di letti, divelte o con vetri rotti: il tutto in condizioni tali da rendere disumana la permanenza di qualsiasi individuo». In generale emerge il sovraffollamento degli ambienti, l'assenza di cure specifiche, l'inesistenza di qualsiasi attività, la sensazione di completo e disumano abbandono del quale gli stessi degenti si lamentavano. Degenti che, nella assoluta indifferenza, oltre a indossare abiti vecchi e sudici, si presentavano sporchi e maleodoranti.
In conclusione la commissione evidenzia che «le carenze e le pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie riscontrate in entrambe le strutture, unitamente al sovraffollamento e all'assenza pressoché totale di attività di recupero e cure specifiche, oltre ad essere fortemente lesive della dignità personale, appaiono, in alcuni casi, rivestire rilevanza penale».
GLI ALTRI - A Napoli la commissione trova un detenuto/paziente che a fronte di una misura di due anni è internato ormai da 25. Mentre a Montelupo Fiorentino «i due padiglioni che ospitano gli internati si presentano con evidenti carenze strutturali, documentate anche con riprese fotografiche e filmate, dovute anche alla vetustà degli edifici. Sono state notate estese macchie di umidità a soffitti e pareti, intonaci scrostati e cadenti in vari punti; le celle anguste e in alcuni casi fatiscenti; i servizi igienici di alcune celle sono risultati sporchi, con urine sul pavimento e cattivo odore». A Reggio Emilia la struttura, vista dall'esterno, appare di recente realizzazione ed è disposta su vari livelli collegati tra loro sia da scale che da ascensore, mentre all'interno «si presenta in scadenti condizioni strutturali a causa di copiose infiltrazioni e segni di umidità, servizi igienici vecchi e in cattivo stato di manutenzione, locali doccia sudici, con pavimenti e pareti costantemente bagnati a causa, verosimilmente, della scarsa areazione». Anche qui c'è un paziente legato al letto ormai da cinque giorni.
CASO POSITIVO - Unica eccezione al girone dantesco descritto dalla commissione il caso di Castiglione delle Stiviere, considerato «idoneo dal punto di vista igienico-sanitario» e dotato, unico caso in Italia, di un reparto femminile formato da due sezioni chiamate "Rosa" e "Mimosa". «Questa parte della struttura - si legge nella relazione -, pur essendo alquanto vetusta, si presenta pulita e decorosa; le pazienti possono usufruire di un piccolo bar; gli impianti doccia sono aperti dalle 7 alle 9 e dalle 14 alle 15 tutti i giorni». La commissione conclude che i «manicomi criminali non sono stati chiusi», che la situazione vissuta dai 1.500 internati - e non detenuti - è alienante, degradante, che si tratta dell'inferno dei dimenticati, di situazioni disumane, che è una vergogna e che di fronte a certe scene non si può che provare orrore, fino allo schifo.
«Ho camminato in questi luoghi - afferma il senatore Michele Saccomanno - provando orrore per l'aver creato, come società, territori nei quali qualcuno ritiene di aver nascosto non ammalati psichiatrici, ma mostri di cui vergognarsi, appestati da punire oltre la legge. Ergastoli bianchi che ci fanno sentire ipocritamente uomini di legge, come ci ha definito un detenuto ex ammalato che da dieci ha già scontato la pena e oggi ha la veneranda età di 83 anni». «Questo ramo dell'inchiesta sulla psichiatria italiana - ha affermato il senatore Daniele Busone - ci ha fatto incontrare una realtà drammatica e impressionante, di persone malate dimenticate dalla società».
«Sono 1.500 gli internati negli ospedali giudiziari, eppure il 40% di loro pur essendo dimissibile, cioè non più pericoloso, continua a rimanere rinchiuso in questi posti senza essere affidato ai servizi psichiatrici territoriali - spiega Marino -. «Nei nostri sopralluoghi a sorpresa - spiega - abbiamo scoperto che quelle strutture che avrebbero dovuto sostituire i manicomi criminali, non sono cambiate poi molto. Alcune strutture sono indecenti e indecorose, una ferita per un Paese che voglia dirsi civile. In queste strutture non c'è certezza della pena né cura, visto che malati psichiatrici ricevono meno di un'ora al mese assistenza psichiatrica».
PARLIAMO DI CASE DI RIPOSO
Il boom degli ospizi fantasma.
La denuncia di di Giulia Cerino su "L'Espresso". In Italia ci sono almeno mille 'case di riposo' private mai registrate, senza autorizzazioni, ricavate in scantinati o in case senza ascensore, senza medici che seguono gli anziani. Un business gigantesco che i Nas non riescono più a fermare. Secondo il censimento delle regioni sono 3.374, tra pubbliche e private. Il Ministero dell’Interno invece ne conta 5.858. Se poi si va sul sito delle pagine gialle e si digita "Case di riposo", si ottengono 6.389 indirizzi. Ma almeno altri 4-500 sfuggono anche a questa ricerca.
Ecco, quante siano in Italia le strutture per gli anziani è un mistero. Così l’Auser - una Onlus indipendente che si occupa di terza età - ha cercato di vederci chiaro, regione per regione, scoprendo il fenomeno degli ospizi fantasma: mai registrati, spesso al limite delle regole, talvolta oltre. Prendiamo la Sicilia, ad esempio. Qui il Viminale ha censito ufficialmente 499 strutture residenziali di cui l'82 per cento private. Secondo l'Auser però questa cifra sale «al doppio se si ragiona con elenchi telefonici e altre fonti locali». Si arriva così a circa 900 case di riposo di cui il 94 per cento a fini di lucro. Insomma, un bel business, benché la Sicilia sia la regione con il più alto tasso di diffusione di presidi residenziali socio-assistenziali.
Ma le case di riposo profit spuntano come funghi da nord a sud. I dati Cerved evidenziano che mentre si tagliano 40 mila posti letto nelle strutture pubbliche (oggi 100.282), il numero dei letti privati, in tutta Italia, è salito del 37 per cento (171.445). Le strutture private sono passate dalle 2.555 unità del 2005 alle 2.906 del 2009, moltiplicandosi proprio nel biennio 2008-2009, anno in cui la crisi economica ha colpito la quasi totalità dei settori produttivi. Stessa cosa per la crescita dei ricavi del settore che, nel 2009, risultava pari al 17,91 per cento. Il fatto è che aprire una casa di riposo privata in Italia, conviene. «E' un ottimo business», spiega Michele Mangano, palermitano, presidente Auser. E aprire da zero una struttura per anziani è un'operazione facile: per farlo, basta dimostrare di rispettare i criteri sanitari contenuti nelle carte di servizio. Alcune Regioni hanno infatti introdotto il regime di accreditamento solo per le strutture pubbliche e convenzionate con il pubblico. Così «c'è chi prende ammezzati o vecchie scuole e le tramuta in case di riposo», spiega Mangano. E per rientrare delle poche spese (l'affitto, fondamentalmente) basta giocare con i prezzi. Un posto letto può costare alla famiglia dell'anziano tra i 1.200 e i 4.250 euro al mese. Per abbattere i costi, poi, basta che l'infermiera si improvvisi medico, badante e assistente sociale. Peccato che accorpare tre figure professionali in una sola violi le norme contenute nelle carte di servizi. Non a caso, in più del 67 per cento delle strutture "fantasma" setacciate dall'Auser, risulta assente un professionista operante nel settore sanitario (medico, infermiere), figura presente in maniera stabile (24 ore su 24) solamente in 74 casi su 227. Come se non bastasse poi, circa il 65 per cento delle case di riposo interrogate telefonicamente dall'associazione, è collocato in una zona periferica. Il dato cresce fino al 73 per cento nel nord-ovest e scende (58 per cento) nel sud e nelle isole. Meno del 30 per cento delle case di riposo è ubicato nei comuni capoluogo, percentuale che scende al di sotto del 14 per cento se si considerano solamente i quartieri centrali. A Roma, dove risiedono poco più del 70 per cento degli anziani di tutta la provincia, le case di riposo localizzate nel territorio comunale sono il 33 per cento. Molte distribuite nei quartieri periferici: nell'area di Lariano e Velletri. Ancora: 209 strutture su 227 sono distribuite su più livelli. Ma solo 144 hanno un ascensore. L'Auser rileva «abitazioni senza alcuna autorizzazione e impropriamente adibite ad attività socio-assistenziali per anziani e disabili, con un'assistenza assolutamente inadeguata». Certi ambienti sono infatti del tutto privi di requisiti igienico-sanitari, a causa della presenza di un numero di anziani superiore a quello autorizzato. Il dato è confermato dalle indagini svolte dai Nas: il 27,5 per cento degli 863 controlli effettuati nel 2010 presso le strutture residenziali per anziani ha rilevato irregolarità. Autorizzazioni mancanti, strutture non adeguate, numero di anziani superiore alle possibilità, oltre ad attività infermieristiche esercitate in modo abusivo. I casi peggiori si concentrano al Sud (39,5 per cento del totale), nel centro Italia (circa il 29 per cento), nel Nord-Est (14,3 per cento) e nord-ovest (17,5per cento). «I Nas sono bravissimi, ma soli, non riescono a coprire tutto», dicono all'Auser. Dunque, ecco la proposta: aprire i portoni delle case di riposo al volontariato. «Per incentivare la socializzazione degli anziani e svolgere indirettamente anche un ruolo di monitoraggio. Chiediamo», conclude Mangano «di stilare un protocollo in questa direzione da sottoporre ai Comuni e da inserire nella carte dei servizi».
PARLIAMO DEI PARTI CESAREI.
Cesareo, scandalo italiano, come da un'inchiesta de "L'Espresso".
Secondo l'Oms, i parti con incisione non dovrebbero superare il 10 per cento. In Italia siamo al 40, con punte di 60 al Sud. Il più delle volte sono inutili. Ma spesso sono dannosi: alla fertilità futura e non solo. Il 40 per cento con punte del 60 in alcune zone del Sud: è l'abnorme percentuale di parti cesarei sul totale delle nascite in Italia. Di molto superiore a quella che l'Oms considera giustificata, intorno al 10 per cento. Un'anomalia che ha costi non solo economici a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ma anche sanitari. Uno studio del National Collaborating Centre for Women's and Children's Health di Londra (disponibile su www.saperidoc.it) ha infatti rilevato che le donne che hanno subito un cesareo hanno più probabilità di affrontare gravi complicazioni nelle gravidanze successive, quando la possibile rottura dell'utero è 42 volte superiore a quello delle donne che hanno avuto precedenti parti naturali, sebbene si tratti di un evento comunque eccezionale. Il cesareo inutile quindi può compromette il futuro riproduttivo delle donne: 42 donne che hanno subito un cesareo su 100 rischiano di non avere più figli (contro le 29 dei parti naturali). E non solo: molte riferiscono sensazioni di perdita, di mancanza, di frustrazione, di mutilazione, di violenza subita, di sensi di colpa. Tante non riescono ad accettare la ferita come parte del proprio corpo, alcune hanno violenti attacchi di panico anche a distanza dall'intervento. La loro integrità fisica è compromessa e questo rischia di pregiudicare pesantemente la loro vita affettiva e sessuale. Da non sottovalutare sono poi i rischi legati all'intervento vero e proprio. Chi subisce un cesareo ha, secondo lo studio citato, più probabilità di avere lesioni vescicali e ureterali, di doversi sottoporre a un successivo intervento chirurgico per complicazioni, di subire una isterectomia (ossia la rimozione dell'utero). Si tratta, anche in questi casi, di eventi piuttosto infrequenti, ma la cui incidenza è nettamente superiore nei casi di tagli cesarei. Anche la mortalità materna, sebbene ormai molto rara, è comunque circa cinque volte superiore nei casi di cesareo. Infine il taglio cesareo, come tutti gli interventi chirurgici di una certa rilevanza, impone una convalescenza, che si protrae per diverse settimane. Chi subisce un taglio cesareo ha difficoltà a muoversi con prevedibili difficoltà nell'allattamento del piccolo, e può andare incontro alle conseguenze che sempre un atto chirurgico porta con sé (cicatrizzazione della ferita, canalizzazione dell'intestino, dolore).