Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL TRENTINO

 

ALTO ADIGE

 

 

 

                               

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

TUTTO SUL TRENTINO ALTO ADIGE

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

I TRENTINI E GLI ALTO ATESINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

 

Quello che i Trentini e gli Alto Atesini non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Trentini e gli Alto Atesini non avrebbero mai voluto leggere.

di Antonio Giangrande

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

L'ALTO ADIGE E L'ISIS.

A BOLZANO LE BANCHE FAN QUEL CHE VOGLIONO.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

PRIVILEGI E SCANDALI NEL TRENTINO ALTO ADIGE.

TIPICAMENTE TRENTINI.

ANCHE I RAZZISTI PIANGONO. MODELLO ALTO ADIGE TRAVOLTO DAGLI SCANDALI.

I PRIVILEGI DELLE REGIONI A STATUTO SPECIALE E DELLE PROVINCE AUTONOME.

PARLIAM DI LORO: GLI ALTOATESINI.

PARLIAMO DI SPRECHI. SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ITALIANI?

PARLIAMO DI MAFIA.

PARLIAMO DI MASSONERIA.

MAGISTROPOLI.

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

L'ALTO ADIGE E L'ISIS.

L'intercettazione ai terroristi: "Venite a Bolzano: la casa la paga il Comune". Dalle indagini del Ros emerge che i terroristi preferiscono la provincia di Bolzano per trovare casa perché facilmente si ottengono aiuti dai servizi sociali, scrive Claudio Cartaldo Giovedì 10/12/2015 su "Il Giornale". Ci sono delle regioni italiane preferite dai terroristi islamici di casa nostra. A quanto si apprende dalle indagini condotte dal ROS che lo scorso 13 novembre hanno portato all'arresto di diverse persone a Merano, sarebbe il Trentino-Alto Adige la provincia preferita dai terroristi. Il motivo? Lì è più facile trovare casa e sostegno economico da parte dello Stato. Esattamente, sostegno ai terroristi a nostre spese. Dalle indagini, infatti, venne fuori che Abdul Rahman Nauroz, 36enne responsabile della cellula italiana, viveva e faceva proselitismo in una casa il cui affitto era pagato dai servizi sociali della città. Ora si aggiungono altri particolari, come scrive il Corriere dell'Alto Adige. "Se vuoi vivere in Italia è meglio che tu vada a Bolzano - si legge nelle intercettazioni risalenti al 27 aprile tra Muhamad Majid e tale Kalid - …ti pagano la casa anche se non lavori". "Per il lavoro e anche per il sociale – aggiunge Kahlid – basta che fai come ha fatto Mullah Kawa, lui ha pagato l’affitto di casa soltanto per sei mesi. Dopodiché ci hanno pensato i servizi sociali. Che lavora o che non lavora è uguale! Può starsene tranquillamente a casa che tanto gli paga tutto il Comune. Gli passano pure un mensile per lui, la moglie e i figli". Come fare per ottenere l'alloggio gratis? "Il sistema che utilizzano a Bolzano è come quello tedesco – spiega Kalid – tutti i curdi che si trovano a Bolzano non lavorano. Stanno tranquillamente a casa… pensa bene a quello che ti ho detto".

L'Alto Adige? Il Bengodi dei jihadisti. Per la procura di Bolzano «le cellule islamiche si installano dove trovano casa e servizi garantiti», scrive Lodovica Bulian Lunedì 28/12/2015 su "Il Giornale". Il paradiso autonomo incastonato sulla porta delle Dolomiti, si riscopre terra promessa di aspiranti jihadisti. La metamorfosi dell'Alto Adige, svelata dalle inchieste che tra Bolzano e Merano hanno sgominato cellule collegate con la rete del terrorismo internazionale, ha trovato terreno fertile nelle maglie larghe delle politiche per la casa, quelle che hanno fatto del capoluogo della provincia autonoma la residenza ideale, agli occhi degli adepti al Califfato, per mimetizzarsi dietro il volto di migranti con famiglie a carico in cerca di asilo, lavoro, e di una nuova vita. È il rovescio della medaglia del welfare al tempo dell'emergenza terrorismo, quello che tra sussidi e alloggi riservati ai cittadini meno abbienti, ha consentito il proliferare silenzioso dell'estremismo radicale nella tranquilla cittadina del Nord Italia, trasformata in una ghiotta base di collegamento logistico con gruppi terroristici oltre-confine, oltre che in fulcro di proselitismo e terminal di smistamento di combattenti da e per la Siria.Ne è convinto anche il procuratore capo di Bolzano, Guido Rispoli, che in un'intervista al Corriere dell'Alto Adige mette in guardia sul pericolo di infiltrazioni che si cela dietro a politiche sociali inclusive ma poco controllate. Dai jihadisti affiliati all'organizzazione «Rawti Shax», facente capo al Mullah Krekar - l'esponente religioso dell'islamismo radicale arrestato in Norvegia contestualmente al maxi blitz dei Ros - che aveva il suo snodo strategico proprio a Merano, fino all'iracheno Muhamad Majid, il presunto terrorista arrestato a Bari per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e già condannato per terrorismo, che secondo gli inquirenti aveva messo gli occhi su Bolzano per ricreare una nuova cellula del terrore: «Perché si sono insediati da noi? Credo - afferma Rispoli - che sia dipeso dal fatto che in Alto Adige vengono riconosciuti contributi sociali maggiori che altrove e allora possa divenire un'opzione residenziale allettante anche per chi non coltivi proposti di convivenza civile». Ecco perché, avverte, servono «criteri più rigorosi di controllo, garantendo assistenza sociale solo a chi realmente se la merita». Basti ricordare che nelle intercettazioni emerse nelle carte dell'indagine di Bari che ha fatto scattare le manette per Majid con l'accusa di fornire supporto ai foreign fighters, l'Alto Adige viene descritto come la destinazione più gettonata per un trasferimento in Italia, grazie alle vantaggiose condizioni economiche. «Se vuoi vivere in Italia è meglio che tu vada a Bolzano ti pagano la casa anche se non lavori» sono le parole dell'iracheno ascoltato dagli inquirenti. Non solo. «Mullah Kawa ha pagato sei mesi l'affitto di casa, dopo glielo hanno pagato i servizi sociali. Adesso sta lavorando, lavora, altrimenti sta a casa e paga tutto il comune, con un mensile per lui sua moglie e i suoi figli». E ancora, tra le ombre jihadiste che gravitavano intorno alla cittadina, circola la certezza che «il sistema che sta a Bolzano è come quello tedesco. Tutti i curdi che stanno a Bolzano non lavorano e stanno a casa».

A BOLZANO LE BANCHE FAN QUEL CHE VOGLIONO.

Bolzano, la banca vende azioni con il prezzo fatto in casa. La Volksbank dell'Alto Adige chiede 100 milioni ai suoi 55 mila soci. Il valore dei titoli lo hanno deciso gli amministratori. Senza il via libera di un perito indipendente, scrive Vittorio Malaguti il 3 dicembre 2015 su “L’Espresso”. A Bolzano c'è una banca che in questi giorni chiede 100 milioni ai suoi soci. Fin qui nulla di strano: è un aumento di capitale come tanti, accompagnato da un voluminoso prospetto ricco di dati e informazioni destinato ai risparmiatori. Il fatto è che l'istituto in questione, la Popolare dell'Alto Adige, è una cooperativa con 55 mila soci e il prezzo di vendita delle nuove azioni è stato deciso in totale autonomia dagli amministratori, visto che i titoli non sono quotati in Borsa. Niente di illegale, ma questa è proprio la procedura che nei mesi scorsi è finita al centro dello scandalo che ha travolto la Popolare Vicenza e la vicina Veneto Banca, con base a Montebelluna, nel trevigiano. Si è scoperto che per anni i titoli di questi due istituti erano stati piazzati agli azionisti a prezzi ben superiori a quelli di mercato, decisi dai vertici delle due grandi banche. E adesso che la bolla è esplosa, con tanto di indagini della magistratura, i soci dovranno farsi carico di perdite ingenti, quasi certamente pari a oltre la metà del capitale investito. A quanto sembra, le polemiche non spaventano i manager della Popolare dell'Alto Adige, che nell'ultimo anno si è molto ingrandita assorbendo altre due piccole banche venete, la Popolare di Marostica e quella di Treviso. In base ai parametri normalmente utilizzati dagli analisti, le azioni offerte ai soci in questi giorni in sede di aumento di capitale (l'operazione si chiuderà il 22 gennaio) non appaiono esattamente a buon mercato rispetto a quelle di altre popolari quotate in Borsa e quindi con un prezzo fissato giornalmente dal mercato. Lo stesso prospetto informativo, nel capitolo dedicato ai rischi dell'operazione, segnala che il consiglio di amministrazione della Popolare dell'Alto Adige "non si è avvalso del supporto di alcuna società di advisory o di perizie" indipendenti. Insomma, hanno deciso tutto i vertici della banca. A prima vista non sembra la procedura più adatta a tutelare gli investitori, ma d'altra parte a Vicenza e a Montebelluna la valutazione dei titoli era puntualmente asseverata da un consulente esterno. E si è visto come è andata a finire.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it, mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

IL SUD TARTASSATO.  

Sud tartassato: il Meridione paga più di tutti, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Dice la Svimez che se muori e vuoi un funerale come i cristiani, è meglio che schiatti a Milano, che a Napoli ti trattano maluccio. E non ti dico a Bari o a Palermo, una schifezza. A Milano si spende 1.444,23 euro per defunto, a Napoli 988 euro, a Bari 892 euro e 19 centesimi, a Palermo 334 euro. A Palermo, cinque volte meno che a Milano. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, si rivolterà nella tomba, che a quanto pare non c’è nessuna livella, dopo morti. E checcazzo, e neppure lì terroni e polentoni siamo uguali. E basterebbe solo questo – il culto dei morti dovrebbe antropologicamente “appartenere” alle società meridionali, era il Sud la terra delle prefiche, era il Sud la terra delle donne in nero, era il Sud la terra dei medaglioni con la fotina dell’estinto che pendono sul petto delle vedove – per dire come questa Italia sia cambiata e rovesciata sottosopra. Si paga al Sud di più per tutto, per l’acqua, la monnezza, l’asilo, gli anziani, la luce nelle strade, i trasporti, insomma per i Lep, come dicono quelli che studiano queste cose: livelli essenziali delle prestazioni. Essenziali lo sono, al Sud, ma quanto a prestazioni, zero carbonella. Eppure, Pantalone paga. Paga soprattutto la classe media meridionale che si era convinta che la civilizzazione passasse per gli standard nazionali. Paghiamo il mito della modernizzazione. Paghiamo l’epica della statalizzazione. Paghiamo la retorica della “cosa pubblica”. Paghiamo l’idea che dobbiamo fare bella figura, ora che i parenti ricchi, quelli del Nord, vengono in visita e ci dobbiamo comportare come loro: non facciamoci sempre riconoscere. Paghiamo le tasse, che per questo loro sono avanti e noi restiamo indietro. Lo Stato siamo noi. Parla per te, dico io. Dove vivo io, un piccolo paese del Sud, pago più tasse d’acqua di quante ne pagassi prima in una grande città, e più tasse di spazzatura, e non vi dico com’è ridotto il cimitero che mi viene pena solo a pensarci. Sono stati i commissari prefettizi – che avevano sciolto il Comune – a “perequare” i prelievi fiscali. Poi sono andati via, ma le tasse sono rimaste. Altissime, cose mai viste. In compenso però, la spazzatura si accumula in piccole montagne. A volte le smantellano, poi si ricomincia. Non sai mai quando, magari qualcuno dei laureati che stanno a girarsi i pollici al baretto della piazza potrebbe studiarla, la sinusoide della raccolta rifiuti. Invece, i bollettini arrivano in linea retta. Con la scadenza scritta bella grossa. L’unica cosa che è diminuita in questi anni al Sud è il senso di appartenenza a una qualche comunità più grande del nostro orto privato. La pervasività dello Stato – e quale maggiore pervasività della sua capacità di prelievo fiscale – è cresciuta esponenzialmente quanto l’assoluta privatizzazione di ogni spirito meridionale. Tanto più Stato ha prodotto solo tanta più cosa privata. E non dico solo verso la comunità nazionale, la Patria o come diavolo vogliate chiamarla. No, proprio verso la comunità territoriale. Chi può manda i figli lontano, perché restino lontano. Chi può compra una casa lontano sperando di andarci il prima possibile a passare gli anni della vecchiaia. Chi può fa le vacanze lontano, a Pasqua e a Natale, il più esotiche possibile. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre. Il Sud è diventato terra di transito per i suoi stessi abitanti. Come migranti clandestini, non vediamo l’ora di andarcene. il Sud dismette se stesso, avendo perso ogni identità storica non si riconosce in quello che ha adesso intorno, che pure ha accettato, voluto, votato.

C’era una volta l’assistenzialismo. Rovesciati come un calzino ci siamo ritrovati contro un federalismo secessionista della Lega Nord che per più di vent’anni ci ha sbomballato le palle rubandoci l’unica cosa in cui eravamo maestri, il vittimismo. Siamo stati vittimisti per più di un secolo, dall’unità d’Italia in poi, e a un certo punto ci siamo fatti rubare la scena da quelli del Nord – e i trasferimenti di risorse, e le pensioni, e l’assistenzialismo e la pressione fiscale e le camorre degli appalti pubblici – e l’unica difesa che abbiamo frapposto è stata lo Stato. Siamo paradossalmente diventati i grandi difensori dell’unità nazionale contro il leghismo. Noi, i meridionali, quelli che il federalismo e il secessionismo l’avevano inventato e provato. Noi, che dello Stato ce ne siamo sempre bellamente strafottuti. Li abbiamo votati. Partiti nazionali, destra e sinistra, sindaci cacicchi e governatori, li abbiamo votati. Ci garantivano le “risorse pubbliche”. Dicevano. Ci promettevano il rinascimento, il risorgimento, la resistenza. Intanto però pagate. Come quelli del Nord. Facciamogli vedere. Anzi, di più. La crisi economica del 2007 ha solo aggravato una situazione già deteriorata. E ormai alla deriva. È stata la classe media meridionale “democratica” l’artefice di questo disastro, con la sua ideologia statalista. Spesso, loro che possono, ora che le tasse sono diventate insopportabili, ora che il Sud è sfregiato, senza più coscienza di sé, ora se ne vanno. O mandano i loro figli lontano. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre.

Non solo i cittadini italiano sono tartassati, ma sono anche soggetti a dei disservizi estenuanti.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

In molti mi hanno scritto chiedendomi il testo del mio monologo effettuato durante il Festival di Sanremo 2013 il 16 Febbraio scorso. Beh, eccolo. Inoltre alcuni di voi, sull'onda del contenuto di quel monologo hanno creato una pagina facebook "Quelli che domenica voteranno con un salmone". Come vedete, l'ho fatto anch'io... 

Sono un italiano. Che emozione... E che paura essere su questo palcoscenico... Per me è la prima volta. Bello però. Si sta bene… Il problema ora è che cosa dire. Su questo palco è stato fatto e detto davvero di tutto. E il contrario di tutto. Gorbaciov ha parlato di perestroika, di libertà, di democrazia… Cutugno ha rimpianto l’Unione Sovietica. Gorbaciov ha parlato di pace… e Cutugno ha cantato con l’Armata Rossa… Belen ha fatto vedere la sua farfallina (io potrei farvi vedere il mio biscione, ma non mi sembra un’ottima idea… è un tatuaggio che ho sulla caviglia, dopo tanti anni a Mediaset è il minimo…) Ma soprattutto Benigni, vi ricordate quando è entrato con un cavallo bianco imbracciando il tricolore? Ecco, la rovina per me è stato proprio Benigni. Lo dico con una sana invidia. Benigni ha alzato troppo il livello. La Costituzione, l'Inno di Mameli, la Divina Commedia... Mettetevi nei panni di uno come me. Che è cresciuto leggendo Topolino... Però, se ci pensate bene, anche Topolino, a modo suo, è un classico. Con la sua complessità, il suo spessore psicologico, le sue contraddizioni… Prendete Nonna Papera, che animale è? ... chi ha detto una nonna? Non fate gli spiritosi anche voi, è una papera. Ma è una papera che dà da mangiare alle galline. Tiene le mucche nella stalla... Mentre invece Clarabella, che anche lei è una mucca, non sta nella stalla, sta in una casa con il divano e le tendine. E soprattutto sta con Orazio, che è un cavallo. Poi si lamentano che non hanno figli... Avete presente Orazio, che fa il bipede, l’antropomorfo, però ha il giogo, il morso, il paraocchi. Il paraocchi va bene perché Clarabella è un cesso, ma il morso?!? Ah, forse quando di notte arriva Clarabella con i tacchi a spillo, la guêpiere, la frusta: "Fai il Cavallo! Fai il cavallo!" nelle loro notti sadomaso… una delle cinquanta sfumature di biada. E Qui Quo Qua. Che parlano in coro. Si dividono una frase in tre, tipo: "ehi ragazzi attenti che arriva Paperino/ e/ ci porta tutti a Disneyland", oppure: "ehi ragazzi cosa ne direste di andare tutti/ a/ pescare del pesce che ce lo mangiamo fritto che ci piace tanto..." ecco, già da queste frasi, pur banali se volete, si può evincere come a Quo toccassero sempre le preposizioni semplici, le congiunzioni, a volte solo la virgola: "ehi ragazzi attenti che andando in mezzo al bosco/, / rischiamo di trovare le vipere col veleno che ci fanno del male" inoltre Quo ha sempre avuto un problema di ubicazione, di orientamento... non ha mai saputo dove fosse. Tu chiedi a Qui: "dove sei?" "sono qui!" ... Chiedi a Qua "dove sei?", e lui: "sono qua!" tu prova a chiederlo a Quo. Cosa ti dice? "sono Quo?" Cosa vuol dire? Insomma Quo è sempre stato il più sfigato dei tre, il più insulso: non riusciva né a iniziare né a finire una frase, non era né qui, né qua... Mario Monti. Mari o Monti? Città o campagna? Carne o Pesce? Lo so. So che siamo in piena par condicio e non si può parlare di politica. Ma sento alcuni di voi delusi dirsi: ma come, fra sette giorni ci sono le elezioni. E questo qui ci parla di mucche e galline... Altri che invece penseranno: basta politica! Io non voglio nascondermi dietro a un dito, anche perché non ne ho nessuno abbastanza grosso… decidete voi, volendo posso andare avanti per altri venti minuti a parlare di fumetti, oppure posso dirvi cosa penso io della situazione politica… Ve lo dico? Io penso che finché ci sono LORO, non riusciremo mai a cambiare questo paese. Dicono una cosa e ne fanno un'altra. Non mantengono le promesse. Sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili. Credono di avere tutti diritti e nessun dovere. Danno sempre la colpa agli altri… A CASA! Tutti a casa!!! (A parte che quando dici tutti a casa devi stare attento, specificare: a casa di chi? No perché non vorrei che venissero tutti a casa mia) Vedo facce spaventate... soprattutto nelle prime file... Lo so, non devo parlare dei politici, ho firmato fior di contratti, ci sono le penali... Ma chi ha detto che parlo dei politici? Cosa ve l'ha fatto pensare? Ah, quando ho detto incompetenti, bugiardi, inaffidabili? Ma siete davvero maliziosi... No, non parlavo dei politici. Anche perché, scusate, i politici sono in tutto poche centinaia di persone... cosa volete che cambi, anche se davvero se ne tornassero tutti a casa (casa loro, ribadisco)? Poco. No, quando dicevo che devono andare tutti a casa, io non stavo parlando degli eletti. Io stavo parlando degli elettori... stavo parlando di NOI. Degli italiani. Perché, a fare bene i conti, la storia ci inchioda: siamo noi i mandanti. Siamo noi che li abbiamo votati. E se li guardate bene, i politici, ma proprio bene bene bene... è davvero impressionante come ci assomigliano: I politici italiani… sono Italiani! Precisi, sputati. Magari, ecco, con qualche accentuazione caricaturale. Come le maschere della commedia dell'arte, che sono un po' esagerate, rispetto al modello originale. Ma che ricalcano perfettamente il popolo che rappresentano. C'è l'imbroglione affarista, tradito dalla sua ingordigia “Aò, e nnamose a magnà!... A robbin, ‘ndo stai?”; C'è il servitore di due padroni: "orbo da n'orecia, sordo de n'ocio"… qualche volta anche di tre. Certi cambiano casacca con la velocità dei razzi… C'è il riccone arrogante...”Guadagno spendo pago pretendo” C'è la pulzella che cerca di maritarsi a tutti i costi con il riccone, convinta di avere avuto un'idea originale e che ci rimane male quando scopre che sono almeno un centinaio le ragazze che hanno avuto la sua stessa identica idea... C'è il professore dell'università che sa tutto lui e lo spiega agli altri col suo latino/inglese perfetto: "tananai mingheina buscaret!" Cos’ha detto? “Choosy firewall spending review” Ah, ecco, ora finalmente ho capito… C'è quello iracondo, manesco, pronto a menar le mani ad ogni dibattito... “culattoni raccomandati” Insomma, c'è tutto il campionario di quello che NOI siamo, a partire dai nostri difetti, tipo l'INCOERENZA. Come quelli che vanno al family day... ma ci vanno con le loro due famiglie... per forza poi che c'è un sacco di gente.... E se solo li guardi un po' esterrefatto, ti dicono: "Perché mi guardi così? Io sono cattolico, ma a modo mio”. A modo tuo? Guarda, forse non te l'hanno spiegato, ma non si può essere cattolico a modo proprio... Se sei cattolico non basta che Gesù ti sia simpatico, capisci? Non è un tuo amico, Gesù. Se sei cattolico devi credere che Gesù sia il figlio di Dio incarnato nella vergine Maria. Se sei cattolico devi andare in chiesa tutte le domeniche, confessare tutti i tuoi peccati, fare la penitenza. Devi fare anche le novene, digiunare al venerdì... ti abbuono giusto il cilicio e le ginocchia sui ceci. Divorziare: VIETATISSIMO! Hai sposato un farabutto, o una stronza? Capita. Pazienza. Peggio per te. Se divorzi sono casini… E il discorso sulla coerenza non vale solo per i cattolici... Sei fascista? Devi invadere l’Abissinia! Condire tutto con l'olio di ricino, girare con il fez in testa, non devi mai passare da via Matteotti, anche solo per pudore! Devi dire che Mussolini, a parte le leggi razziali, ha fatto anche delle cose buone! Sei comunista? Prima di tutto devi mangiare i bambini, altro che slow food. Poi devi andare a Berlino a tirare su di nuovo il Muro, mattone su mattone! Uguale a prima! Devi guardare solo film della Corea… del nord ovviamente. Devi vestirti con la casacca grigia, tutti uguali come Mao! …mica puoi essere comunista e poi andare a comprarti la felpa da Abercrumbie Sei moderato? Devi esserlo fino in fondo! Né grasso né magro, né alto né basso, né buono né cattivo... Né…Da quando ti alzi la mattina a quando vai a letto la sera devi essere una mediocrissima, inutilissima, noiosissima via di mezzo! Questo per quanto riguarda la coerenza. Ma vogliamo parlare dell'ONESTÀ? Ho visto negozianti che si lamentano del governo ladro e non rilasciano mai lo scontrino, Ho visto fabbriche di scontrini fiscali non fare gli scontrini dicendo che hanno finito la carta, Ho visto ciechi che accompagnano al lavoro la moglie in macchina, Ho visto sordi che protestano coi vicini per la musica troppo alta, Ho visto persone che si lamentano dell’immigrazione e affittano in nero ai gialli… e a volte anche in giallo ai neri!, Ho visto quelli che danno la colpa allo stato. Sempre: se cade un meteorite, se perdono al superenalotto, se la moglie li tradisce, se un piccione gli caga in testa, se scivolano in casa dopo aver messo la cera: cosa fa lo stato? Eh? Cosa fa?... Cosa c’entra lo stato. Metti meno cera, idiota! Lo sapete che nell'inchiesta sulla 'ndrangheta in Lombardia è venuto fuori che c'erano elettori, centinaia di elettori, che vendevano il proprio voto per cinquanta euro? Vendere il voto, in democrazia, è come vendere l'anima. E l'anima si vende a prezzo carissimo, avete presente Faust? Va beh che era tedesco, e i tedeschi la mettono giù sempre durissima, ma lui l'anima l'ha venduta in cambio dell'IMMORTALITA'! Capito? Non cinquanta euro. Se il diavolo gli offriva cinquanta euro, Faust gli cagava in testa. La verità è che ci sono troppi impresentabili, tra gli elettori. Mica poche decine, come tra i candidati… è vero, sembrano molti di più, ma perché sono sempre in televisione a sparar cazzate, la televisione per loro è come il bar per noi... "Ragazzi, offro un altro giro di spritz" "E io offro un milione di posti di lavoro" e giù a ridere. "E io rimborso l'imu!” “e io abolisco l'ici!" “Guarda che non c'è più da un pezzo l'ici" "Allora abolisco l'iva... E anche l'Emy, Evy e Ely!" "E chi sono? "Le nipotine di Paperina! "Ma va là, beviti un altro grappino e tasi mona!..." Vedi, saranno anche impresentabili ma per lo meno li conosci, nome e cognome, e puoi anche prenderli in giro. Invece gli elettori sono protetti dall’anonimato… alle urne vanno milioni di elettori impresentabili, e nessuno sa chi sono! Sapete quale potrebbe essere l’unica soluzione possibile? Sostituire l'elettorato italiano. Al completo. Pensate, per esempio, se incaricassimo di votare al nostro posto l'elettorato danese, o quello norvegese. Lo prendiamo a noleggio. Meglio, lo ospitiamo alla pari... Au pair. Carlo, ma chi è quel signore biondo che dorme a casa tua da due giorni? “Oh, è il mio elettore norvegese alla pari, domenica vota e poi riparte subito... C'è anche la moglie”... E per chi votano, scusa? "Mi ha detto che è indeciso tra Aspelünd Gründblomma e Pysslygar". Ma quelli sono i nomi dell'Ikea!, che tra l’altro è svedese… "Ma no, si assomigliano… però ora che mi ci fai pensare, effettivamente ho visto nel suo depliant elettorale che i simboli dei loro partiti sono un armadio, una lampada, un comodino. Mah. E tu poi, in cambio cosa fai, vai a votare per le loro elezioni? In Norvegia? "Ah, questo non lo so. Non so se mi vogliono. Mi hanno detto che prima devo fare un corso. Imparare a non parcheggiare in doppia fila. A non telefonare parlando ad alta voce in treno. A pagare le tasse fino all'ultimo centesimo. Poi, forse, mi fanno votare." Si, va beh, qualche difficoltà logistica la vedo: organizzare tutti quei pullman, trovare da dormire per tutti... Ma pensate che liberazione, la sera dei risultati, scoprire che il nostro nuovo premier è un signore o una signora dall'aria normalissima, che dice cose normalissime, e che va in televisione al massimo un paio di volte all'anno.

(Lancio di batteria e poi, sull’aria de “L’italiano”)

Lasciatemi votare

con un salmone in mano

vi salverò il paese

io sono un norvegese…

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

Economia Sommersa: Il Nord onesto e diligente evade più del Sud, scrive Emanuela Mastrocinque su “Vesuviolive”. Sono queste le notizie che non dovrebbero mai sfuggire all’attenzione di un buon cittadino del Sud. Per anni ci hanno raccontato una storia che, a furia di leggerla e studiarla, è finita con il diventare la nostra storia, l’unica che abbiamo conosciuto. Storia di miseria e povertà superata dai meridionali grazie all’illegalità o all’emigrazione, le due uniche alternative rimaste a “quel popolo di straccioni” (come ci definì quella “simpatica” giornalista in un articolo pubblicato su “Il Tempo” qualche anno fa) . Eppure negli ultimi anni il revisionismo del risorgimento ci sta aiutando a comprendere quanto lo stereotipo e il pregiudizio sia stato utile e funzionale ai vincitori di quella sanguinosa guerra da cui è nata l‘Italia. Serviva (e serve tutt‘ora) spaccare l’Italia. Da che mondo e mondo le società hanno avuto bisogno di creare l’antagonista da assurgere a cattivo esempio, così noi siamo diventati fratellastri, figli di un sentimento settentrionale razzista e intollerante. Basta però avere l’occhio un po’ più attento per scoprire che spesso la verità, non è come ce la raccontano. Se vi chiedessimo adesso, ad esempio, in quale zona d’Italia si concentra il tasso più alto di evasione fiscale, voi che rispondereste? Il Sud ovviamente. E invece non è così. Dopo aver letto un post pubblicato sulla pagina Briganti in cui veniva riassunta perfettamente l’entità del “sommerso economico in Italia derivante sia da attività legali che presentano profili di irregolarità, come ad esempio l’evasione fiscale, che dal riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività illecite e mafiose” abbiamo scoperto che in Italia la maggior parte degli evasori non è al Sud. Secondo i numeri pubblicati (visibili nell‘immagine sotto), al Nord il grado di evasione si attesta al 14, 5%, al centro al 17,4% mentre al Sud solo al 7,9%. I dati emersi dal Rapporto Finale del Gruppo sulla Riforma Fiscale, sono stati diffusi anche dalla Banca d’Italia. Nel lavoro di Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati “L’economia sommersa fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano” si legge “dalle stime a livello territoriale si nota una netta differenza tra il centro-nord e il sud, sia per quanto attiene al sommerso di natura fiscale che quello di natura criminale. Per quanto riguarda infine l’evidenza disaggregata per aree territoriali, è emerso che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore sia del sommerso da evasione sia di quello associato ad attività illegali rispetto alle province del Sud, un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra shadow economy. Viene meno, di conseguenza, la rappresentazione del Sud Italia come territorio dove si concentrerebbe il maggiore tasso di economia sommersa". E ora, come la mettiamo?

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

Ma quale Sud, è il Nord che ha la palma dell’evasione, scrive Vittorio Daniele su “Il Garantista”. Al Sud si evade di più che al Nord. Questo è quanto comunemente si pensa. Non è così, invece, secondo i dati della Guardia di Finanza, analizzati da Paolo di Caro e Giuseppe Nicotra, dell’Università di Catania, in uno studio di cui si è occupata anche la stampa (Corriere Economia, del 13 ottobre). I risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza mostrano come, nelle regioni meridionali, la quota di reddito evaso, rispetto a quello dichiarato, sia inferiore che al Nord. E ciò nonostante il numero di contribuenti meridionali controllati sia stato, in proporzione, maggiore. Alcuni esempi. In Lombardia, su oltre 7 milioni di contribuenti sono state effettuate 14.313 verifiche che hanno consentito di accertare un reddito evaso pari al 10% di quello dichiarato. In Calabria, 4.480 controlli, su circa 1.245.000 contribuenti, hanno consentito di scoprire un reddito evaso pari al 3,5% di quello dichiarato. Si badi bene, in percentuale, le verifiche in Calabria sono state quasi il doppio di quelle della Lombardia. E ancora, in Veneto il reddito evaso è stato del 5,3%, in Campania del 4,4% in Puglia, del 3,7% in Sicilia del 2,9%. Tassi di evasione più alti di quelle delle regioni meridionali si riscontrano anche in Emilia e Toscana. Alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che nelle regioni del Nord, dove più alta è la quota di evasione, e dove maggiore è il numero di contribuenti e imprese, si siano fatti, in proporzione, assai meno accertamenti che nel meridione. Poiché, in Italia, le tasse le paga chi è controllato, mentre chi non lo è, se può, tende a schivarle, sarebbe necessario intensificare i controlli là dove la probabilità di evadere è maggiore. E questa probabilità, secondo i dati della Guardia di Finanza, è maggiore nelle regioni più ricche. La seconda considerazione è che il luogo comune di un’Italia divisa in due, con un Nord virtuoso e un Sud di evasori, non corrisponde al vero. L’Italia è un paese unito dall’evasione fiscale. Il fatto che in alcune regioni del Nord si sia evaso di più che al Sud non ha nulla a che vedere né con l’etica, né con l’antropologia. Dipende, più realisticamente, da ragioni economiche. L’evasione difficilmente può riguardare i salari, più facilmente i profitti e i redditi d’impresa. E dove è più sviluppata l’attività d’impresa? Come scrivevano gli economisti Franca Moro e Federico Pica, in un saggio pubblicato qualche anno fa della Svimez: «Al Sud ci sono tanti evasori per piccoli importi. Al Nord c’è un’evasione più organizzata e per somme gigantesche». Quando si parla del Sud, pregiudizi e stereotipi abbondano. Si pensa, così, che la propensione a evadere, a violare le norme, se non a delinquere, sia, per così dire, un tratto antropologico caratteristico dei meridionali. Ma quando si guardano i dati, e si osserva la realtà senza la lente deformante del pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi quasi mai reggono. Di fronte agli stereotipi e alle accuse – e quella di essere evasori non è certo la più infamante – che da decenni, ogni giorno e da più parti, si rovesciano contro i meridionali, non sarebbe certo troppo se si cominciasse a pretendere una rappresentazione veritiera della realtà. Insieme a pretendere, naturalmente, e in maniera assai più forte di quanto non si sia fatto finora, che chi, al Sud, ha responsabilità e compiti di governo, faccia davvero, e fino in fondo, il proprio dovere.

Quante bugie ci hanno raccontato sul Mezzogiorno! Scrive Pino Aprile su “Il Garantista”. L’Italia è il paese più ingiusto e disuguale dell’Occidente, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna: ha una delle maggiori e più durature differenze del pianeta (per strade, treni, scuole, investimenti, reddito…) fra due aree dello stesso paese: il Nord e il Sud; tutela chi ha già un lavoro o una pensione, non i disoccupati e i giovani; offre un reddito a chi ha già un lavoro e lo perde, non anche a chi non riesce a trovarlo; è fra i primi al mondo, per la maggiore distanza fra lo stipendio più alto e il più basso (alla Fiat si arriva a più di 400 volte); ha i manager di stato più pagati della Terra, i vecchi più garantiti e i giovani più precari; e se giovani e donne, pagate ancora meno. È in corso un colossale rastrellamento di risorse da parte di chi ha più, ai danni di chi ha meno: «una redistribuzione dal basso verso l’alto». È uscito in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Pino Aprile («Terroni ’ndernescional», edizioni PIEMME, pagine 251, euro 16,50). Pubblichiamo un brano, per gentile concessione dell’autore. Quante volte avete letto che la prova dell’ estremo ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era l’alta percentuale di analfabeti? L’idea che questo possa dare ad altri un diritto di conquista e annessione può suonare irritante. Ma una qualche giustificazione, nella storia, si può trovare, perché i popoli con l’alfabeto hanno sottomesso quelli senza; e í popoli che oltre all’alfabeto avevano anche ”il libro” (la Bibbia, il Vangelo, il Corano, Il Capitale, il Ko Gi Ki…) hanno quasi sempre dominato quelli con alfabeto ma senza libro. Se questo va preso alla… lettera, la regione italiana che chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere era la Sardegna, dove l’analfabetismo era il più alto nell’Italia di allora: 89,7 per cento (91,2 secondo altre fonti); quasi inalterato dal giorno della Grande Fusione con gli stati sabaudi: 93,7. Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti, perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli (più o meno come adesso…). Ci furono Comuni che dovettero rinunciare a tutto, strade, assistenza, per investire solo nella nascita della scuola elementare: sino all’87 per cento del bilancio, come a Ossi (un secolo dopo l’Unità, il Diario di una maestrina, citato in Sardegna , dell’Einaudi, riferisce di «un evento inimmaginabile »: la prima doccia delle scolare, grazie al dono di dieci saponette da parte della Croce Rossa svizzera). Mentre dal Mezzogiorno non emigrava nessuno, prima dell’Unità; ed era tanto primitivo il Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, e vulcanologia, sismologia, archeologia… Produzione sorprendente per una popolazione quasi totalmente analfabeta, no? Che strano. Solo alcune osservazioni su quel discutibile censimento del 1861 che avrebbe certificato al Sud indici così alti di analfabetismo: «Nessuno ha mai analizzato la parzialità (i dati sono quelli relativi solo ad alcune regioni) e la reale attendibilità di quel censimento realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile appena scoppiata in tutto il Sud: poco credibile, nel complesso, l’idea che qualche impiegato potesse andare in  giro per tutto il Sud bussando alle porte per chiedere se gli abitanti sapevano leggere e scrivere» rileva il professor Gennaro De Crescenzo in Il Sud: dalla Borbonia Felix al carcere di Penestrelle. Come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Né si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel Regno delle Due Sicílie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo. Sull’argomento potrebbero gettare più veritiera luce nuove ricerche: «Documenti al centro di studi ancora in corso presso gli archivi locali del Sud dimostrano che nelle Due Sicilie c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private» si legge ancora nel libro di De Crescenzo, che ha studiato storia risorgimentale con Alfonso Scirocco ed è specializzato in archivistica. «Oltre 5.000, infatti, le ”scuole” su un totale di 1.845 Comuni e con picchi spesso elevati e significativi: 51 i Comuni in Terra di Bari, 351 le scuole nel complesso; 174 i Comuni di Terra di lavoro, 664 le scuole; 113 i Comuni di Principato Ultra, 325 le scuole; 102 i Comuni di Calabria Citra, 250 le scuole…». Si vuol discutere della qualità di queste scuole? Certo, di queste e di quella di tutte le altre; ma «come si conciliano questi dati con quei dati così alti dell’analfabetismo? ». E mentiva il conte e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, che scese a Sud pieno di pregiudizi, e non li nascondeva, e poi scrisse quel che vi aveva trovato davvero e lo scempio che ne fu fatto (guadagnandosi l’ostracismo sabaudo): per esempio, che «la pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia»? Di sicuro, appena giunti a Napoli, i Savoia chiusero decine di istituti superiori, riferisce Carlo Alianello in La conquista del Sud. E le leggi del nuovo stato unitario, dal 1876, per combattere l’analfabetismo e finanziare scuole, furono concepite in modo da favorire il Nord ed escludere o quasi il Sud. I soliti trucchetti: per esempio, si privilegiavano i Comuni con meno di mille abitanti. Un aiuto ai più poveri, no? No. A quest’imbroglio si è ricorsi anche ai nostri tempi, per le norme sul federalismo fiscale regionale. Basti un dato: i Comuni con meno di 500 abitanti sono 600 in Piemonte e 6 in Puglia. Capito mi hai? «Mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato,» racconta Raffaele Vescera, fertile scrittore di Foggia «il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta». Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo. Nel Regno delle Due Sicilie la ”liberazione” (così la racconta, da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli di Banca d’Italia, Consiglio nazionale delle ricerche e Banca mondiale), era ”la Germania” del tempo, dal punto di vista economico. La conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour. Ma la cosa è stata ed è presentata (con crescente imbarazzo, ormai) come una modernizzazione necessaria, fraterna, pur se a mano armata. Insomma, ho dovuto farti un po’ di male, ma per il tuo bene, non sei contento? Per questo serve un continuo confronto fra i dati ”belli” del Nord e quelli ”brutti” del Sud. Senza farsi scrupolo di ricorrere a dei mezzucci per abbellire gli uni e imbruttire gli altri. E la Sardegna, a questo punto, diventa un problema: rovina la media. Così, quando si fa il paragone fra le percentuali di analfabeti del Regno di Sardegna e quelle del Regno delle Due Sicilie, si prende solo il dato del Piemonte e lo si oppone a quello del Sud: 54,2 a 87,1. In tabella, poi, leggi, ma a parte: Sardegna, 89,7 per cento. E perché quell’89,7 non viene sommato al 54,2 del Piemonte, il che porterebbe la percentuale del Regno sardo al 59,3? (Dati dell’Istituto di Statistica, Istat, citati in 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). E si badi che mentre il dato sulla Sardegna è sicuramente vero (non avendo interesse il Piemonte a peggiorarlo), non altrettanto si può dire di quello dell’ex Regno delle Due Sicilie, non solo per le difficoltà che una guerra in corso poneva, ma perché tutto quel che ci è stato detto di quell’invasione è falsificato: i Mille? Sì, con l’aggiunta di decine di migliaia di soldati piemontesi ufficialmente ”disertori”, rientrati nei propri schieramenti a missione compiuta. I plebisciti per l’annessione? Una pagliacciata che già gli osservatori stranieri del tempo denunciarono come tale. La partecipazione armata dell’entusiasta popolo meridionale? E allora che ci faceva con garibaldini e piemontesi la legione straniera 11 domenica 4 gennaio 2015 ungherese? E chi la pagava? Devo a un valente archivista, Lorenzo Terzi, la cortesia di poter anticipare una sua recentissima scoperta sul censimento del 1861, circa gli analfabeti: i documenti originali sono spariti. Ne ha avuto conferma ufficiale. Che fine hanno fatto? E quindi, di cosa parliamo? Di citazioni parziali, replicate. Se è stato fatto con la stessa onestà dei plebisciti e della storia risorgimentale così come ce l’hanno spacciata, be’…Nei dibattiti sul tema, chi usa tali dati come prova dell’arretratezza del Sud, dinanzi alla contestazione sull’attendibilità di quelle percentuali, cita gli altri, meno discutibili, del censimento del 1871, quando non c’era più la guerra, eccetera. Già e manco gli originali del censimento del ’71 ci sono più. Spariti pure quelli! Incredibile come riesca a essere selettiva la distrazione! E a questo punto è legittimo chiedersi: perché il meglio e il peggio del Regno dí Sardegna vengono separati e non si offre una media unica, come per gli altri stati preunitari? Con i numeri, tutto sembra così obiettivo: sono numeri, non opinioni. Eppure, a guardarli meglio, svelano non solo opinioni, ma pregiudizi e persino razzismo. Di fatto, accadono due cose, nel modo di presentarli: 1) i dati ”belli” del Nord restano del Nord; quelli ”brutti”, se del Nord, diventano del Sud. Il Regno sardo era Piemonte, Liguria, Val d’Aosta e Sardegna. Ma la Sardegna nelle statistiche viene staccata, messa a parte. Giorgio Bocca, «razzista e antimeridionale », parole sue, a riprova dell’arretratezza del Sud, citava il 90 per cento di analfabeti dell’isola, paragonandolo al 54 del Piemonte. Ma nemmeno essere di Cuneo e antimerìdionale autorizza a spostare pezzi di storia e di geografia: la Sardegna era Regno sabaudo, i responsabili del suo disastro culturale stavano a Torino, non a Napoli;

2) l’esclusione mostra, ce ne fosse ancora bisogno, che i Savoia non considerarono mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra («Gli stati» riassume il professor Pasquale Amato, in Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi «erano proprietà delle famiglie regnanti e potevano essere venduti, scambiati, regalati secondo valutazioni autonome di proprietari». Come fecero i Savoia con la Sicilia, la stessa Savoia, Nizza… Il principio fu riconfermato con la Restaurazione dell’Ancièn Regime, nel 1815, in Europa, per volontà del cancelliere austriaco Klemens von Metternich). E appena fu possibile, con l’Unità, la Sardegna venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del Regno sabaudo. Lo dico in altro modo: quando un’azienda è da chiudere, ma si vuol cercare di salvare il salvabile (con Alitalia, per dire, l’han fatto due volte), la si divide in due società; in una, la ”Bad Company”, si mettono tutti i debiti, il personale in esubero, le macchine rotte… Nell’altra, tutto il buono, che può ancora fruttare o rendere appetibile l’impresa a nuovi investitori: la si chiama ”New Company”.

L’Italia è stata fatta così: al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ”meridionalizzata”. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ”isole”, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ”Mezzogiorno” (la Bad Company; mentre la New Company la trovate alla voce ”Centro-Nord”). Poi si chiama qualcuno a spiegare che la Bad Company è ”rimasta indietro”, per colpa sua (e di chi se no?). Ripeto: la psicologia spiega che la colpa non può essere distrutta, solo spostata. Quindi, il percorso segue leggi di potenza: dal più forte al più debole; dall’oppressore alla vittima. Chi ha generato il male lo allontana da sé e lo identifica con chi lo ha subito; rimproverandogli di esistere. È quel che si è fatto pure con la Germania Est e si vuol fare con il Mediterraneo.

PRIVILEGI E SCANDALI NEL TRENTINO ALTO ADIGE.

Trentino, privilegi e scandali della regione con il più basso tasso di disoccupazione. La pubblica amministrazione, grazie anche allo statuto speciale, garantisce posti di lavoro e consenso. Gli inoccupati sono il 5,5 per cento, mentre lievitano i bilanci delle due province autonome di Trento e Bolzano, scrivono Marzio Brusini e Ersilio Mattioni su “L’Espresso”. Le istituzioni trasformate in fabbriche di consenso e di posti lavoro. Il tutto grazie a un’antichissima autonomia, che risale al 1961, e che consente alle due province a statuto speciale, Trento e Bolzano, di trattenere in loco il 90 per cento delle tasse. Libertà di spendere, dunque. Ma anche di sprecare. Risultato: la disoccupazione è al 5,5 per cento (dati Istat 2013), la più bassa d’Italia, inferiore persino alla Repubblica di San Marino, dove è al 6,1. Migliaia di cittadini, in Trentino Alto Adige, lavorano nei palazzi della politica e altrettanti vivono grazie all’indotto generato da enti pubblici con una capacità di spesa fuori dal normale. A mostrarlo sono i bilanci delle due province autonome: a Bolzano si spendono 100 milioni di euro l’anno per il personale, mentre a Trento si tocca la cifra record di 216 milioni. Qualche raffronto mostra meglio quanto la spesa sia abnorme. Le province di Milano e Roma, spesso considerate sprecone, hanno una popolazione di 4 milioni di abitanti e spendono in personale rispettivamente 78 e 96 milioni. Quella di Palermo conta una popolazione di 1,3 milioni e ne spende 49 per pagare gli stipendi. In Trentino Alto Adige invece i costi risultano triplicati, nonostante l’esiguo numero di abitanti: all’incirca 500 mila per ognuna delle due province a statuto speciale. Allora forse si capisce perché, da queste parti, c’è la classe politica più longeva d’Italia, che ha attraversato incolume la prima e la seconda Repubblica, nonostante gli scandali. In Alto Adige, dal dopoguerra a oggi, la Südtiroler Volkspartei non ha mai perso una competizione elettorale, arrivando spesso da sola sopra il 50 per cento, mentre in Trentino gli autonomisti, organizzati in liste civiche, mantengono il potere grazie a un accordo pluridecennale con il centrosinistra. La fedeltà degli elettori è impressionante, ricambiata da governanti che offrono sia servizi efficienti sia lavoro. Però il conto è salato. E a pagare sono i cittadini delle altre regioni, alle quali lo Stato trasferisce somme assai parche e molto spesso già vincolate. In Trentino Alto Adige, invece, la quasi totalità dei tributi raccolti resta sulle montagne e gli amministratori locali possono disporne a piacimento. La provincia di Trento incamera tasse per 4,6 miliardi e lo Stato ne restituisce la bellezza di 3,5. Stessa musica a Bolzano, dove le entrate tributarie superano i 4,2 miliardi, 3,6 dei quali rimangono in Südtirol. E’ più facile amministrare così. Tanto che, in anni in cui si aboliscono le province e si tagliano i costi della politica, il Trentino Alto Adige va controcorrente: nel 2006 nascono le ‘comunità di valle’ – ente intermedio fra province autonome e comuni – e quando qualcuno pensa di risparmiare qualche soldo eliminando queste strutture di dubbia utilità con un referendum, il popolo dice no. Manca il quorum e i promotori della consultazione alzano bandiera bianca. Qualcosa, tuttavia, è stato fatto. In provincia di Trento, dopo gli scandali delle consulenze facili (un esempio su tutti: un progetto per la creazione di un social network, poi risultato inesistente, ha ricevuto un contributo di 240 mila euro), è montata un po’ di rabbia popolare. I consiglieri provinciali hanno dunque deciso di ridursi gli stipendi: da 9.100 euro a 5.900 mensili. Parliamo di cifre nette, cui si aggiungono i rimborsi per le spese di viaggio di 0,33 centesimi al chilometro, che incidono sul bilancio per oltre 2 milioni di euro. Cosa analoga è successa in Alto Adige, eccezion fatta per il presidente della provincia autonoma Arno Kompatscher – succeduto al collega Luis Durnwalder, padre padrone della Svp, dopo 25 anni di potere incontrastato – che conserva la super indennità di 12 mila euro netti al mese: guadagna più del presidente degli Stati Uniti d’America. Ma gli elettori sembrano ignorare sprechi e scandali. Un assessore è accusato di aver truccato le concessioni per l’energia idroelettrica per favorire la società elettrica altoatesina, ovvero amici e compagni di partito. E un’altra inchiesta riguarda i vitalizi: i politici del Südtirol avrebbero stracciato una consulenza da loro stessi richiesta perché l’esperto aveva calcolato vitalizi troppo bassi, affidando poi un nuovo incarico a un altro consulente, che avrebbe finalmente fornito le cifre desiderate e di molto superiori. Intanto i cittadini delle province autonome di Trento e Bolzano continuano a godersi i privilegi di una situazione senza confronti, figlia della notte dei fuochi, ovvero la stagione degli attentati ai tralicci dell’alta tensione per chiedere il ritorno dell’Alto Adige all’Austria. La Democrazia Cristiana, pur di far cessare le violenze, siglò negli anni Sessanta un patto a tutto vantaggio degli indipendentisti che, ricoperti d’oro, decisero di rimanere italiani. Il leader della Südtiroler Volkspartei era Silvius Magnago, scomparso nel maggio 2010. L’anno scorso, al costo di 695 mila euro, gli è stata dedicata la piazza principale di Bolzano.

Ai consiglieri di Trento regalati 29 milioni. Lo scandalo vitalizi si allarga al nord, scrivono Mauro Evangelisti e Diodato Pirone su “Il Messaggero”. I postini, si sa, suonano sempre due volte. Anche in Trentino Alto Adige. Dove però, in questi giorni, non sempre sono bene accolti. Perlomeno quelli che stanno recapitando 127 raccomandate ad altrettanti alti papaveri della Regione. Lettere pesantissime, con le quali la Regione - per la prima volta in Italia - chiede ad ognuno dei suoi ex consiglieri (87) e a 40 fra quelli ancora in carica o che hanno fatto carriera e sono diventati deputati e senatori la restituzione di centinaia e centinaia di migliaia di euro loro assegnati (e in gran parte già intascati) negli anni scorsi sia sotto forma di vitalizi che di anticipo dei vitalizi. In tutto fanno 29 milioni. Parte dell’enorme somma valutata in 90 milioni (in media, 700 mila euro a cranio) che la classe politica locale si era ritagliata con una legge del 2012, in piena crisi economica. Legge sulla quale la Procura ha aperto un’inchiesta (l’altro ieri nuove perquisizioni e ieri primi interrogatori) indagando politici e consulenti. Siamo ad un nuovo caso Fiorito? Vedremo. Ma è ormai lampante che di fronte ai vitalizi (leibrente, in lingua tedesca) non c’è barriera culturale che tenga: il profilo etico dei politici regionali sudtirolesi si sovrappone a quello di (quasi) tutti i colleghi di lingua italiana. Anzi. Il caso dei vitalizi trentin-sudtirolesi è persino più fangoso di quello di altre Regioni. Tutto comincia con una legge del 2012 con la quale Trento e Bolzano riducono il vitalizio sotto i 3.000 euro mensili ma danno ad ogni consigliere - anche in carica - la possibilità di riscuotere in parte subito, e in parte dopo 5 anni, quanto maturato. Una manovra giusta? Manco per niente. Luis Durnwalder, ex presidente della giunta di Bolzano e padre padrone della Svp, il partito della minoranza tedesca, si vede assegnare subito 919.527 euro e spicci. Il consigliere Mauro Delladio 1.322.948 euro, in compagnia di altri quattro neomilionari (fra gli ex consiglieri) e di altri cinque consiglieri in carica. Fra loro c’è anche Eva Klotz, che da anni siede nel consiglio predicando la riunificazione del Sudtirolo con l’Austria. Per lei un mega assegno di 1.145.000 euro dei quali ne prende senza indugio 435.000. Già perché, ripetiamolo, la legge bilingue consente anche ai consiglieri in carica e a chi nel frattempo è diventato parlamentare di riscuotere un anticipo del vitalizio. Fra gli altri riscuotono in tre: il deputato centrista Lorenzo Dellai, fra i fondatori della Margherita (572.000 euro); il senatore leghista Sergio Divina (355.000) e il senatore del gruppo Autonomie Franco Panizza (576.000). Tutto regolare, sia chiaro. Ma insospettiti dall’enormità delle somme in gioco, i giornalisti locali e poi i magistrati vanno a rileggersi la legge e scoprono che alcuni codicilli moltiplicano senza ragione i pani e i pesci. Uno è clamoroso: il vitalizio è calcolato su un’aspettativa di vita di 85 anni, ovvero 7/8 anni più degli altri italiani. Di qui un vitalizio/leibrente altissimo, come le meravigliose cime dolomitiche. Ma anche franoso come le Dolomiti. Di fronte alle proteste, il Consiglio regionale è costretto a ricalcolare i vitalizi e con una nuova legge appena varata ignora il mito dei ”diritti acquisiti” e ora chiede la restituzione di una parte delle somme assegnate. O, meglio, del ”beute” per i sudtirolesi. Che in italiano vuol dire malloppo.

TIPICAMENTE TRENTINI.

«Trentini. Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù». «Una guida che, con ironia e una punta di perfidia, mette a fuoco le caratteristiche salienti dei Trentini» di Umberto Cristiano.

Il sommario. Una guida che, con ironia e una punta di perfidia, mette a fuoco le caratteristiche salienti di questo popolo,  prendendo spunto dalla sua storia, ma anche dalla politica, dal cibo (non mangiano solo mele!) e dall’immagine un po’ pubblicitaria che vuole dare di sé... Con un divertente (e irriverente) inserto fotografico! 

Il contenuto. Chiusi. Questo è l’aggettivo che i trentini si sentono rivolgere più di frequente, e ne soffrono. Capita spesso di sentire un esemplare di razza tridentina confessare tristemente: «Eh sì… Noi trentini siam chiusi…», e in quella mestizia si può leggere l’incapacità di capire il vero significato dell’atteggiamento e men che meno la possibilità di immaginarne uno diverso. Allo stesso tempo, però, c’è anche una punta di orgoglio: che ci importa di essere chiusi se siam trentini? Siam taciturni? Sembriamo scontrosi? Ci chiamano «orsi»? Che importa! Il fatto è che i trentini non sono molto loquaci con gli sconosciuti. Difficilmente rivolgono la parola o il saluto per primi. Son forse maleducati o semplicemente timidi? «Gho rispet», diranno. Non parlano, non dan confidenza… «Talian», «forèst», «da’n zo» oltre a «teròm» sono i termini usati per definire chi non fa parte della comunità da più generazioni, chi non parla il dialetto o semplicemente chi ha abitudini diverse. Sanno di vivere in un’isola felice in cui non esistono grossi problemi (quelli veri!) e anche i rappresentanti di ultima generazione mostrano poca comprensione e ancor meno benevolenza verso le difficoltà che affliggono l’Italia in generale e alcune regioni in particolare. Per loro gli italiani sono «gli altri». Italiani, in fin dei conti, non lo son mai stati, e nemmeno austriaci: son trentini e basta. 

L’autore. Umberto Cristiano, nato a Imola, dopo essersi occupato per anni di «alta finanza» è passato all’insegnamento, perché «è il mestiere in cui si impara di più». Vive in Trentino da più di vent’anni e ha scritto questa guida con l’intima soddisfazione di chi fa le due cose che ama maggiormente: scrivere e prendere in giro i conterranei. Esperto di tecniche teatrali e del racconto, un tempo attore, ora regista, ha ricevuto le soddisfazioni artistiche maggiori dalla scrittura e dalla messa in scena di svariate commedie brillanti, che hanno riscosso un ottimo successo di pubblico. Umberto Cristiano è nato a Imola, in Romagna, lui lo dice subito. Per di più discende da quattro nonni di quattro regioni diverse: agli occhi trentini ha quindi ben quattro aggravanti per essere guardato con diffidenza. Ma il suo libro è quanto di più garbato e divertente ci si possa aspettare. Insegnante di professione ("...è il mestiere in cui si impara di più" dice) afferma di essersi tolto una soddisfazione e cioè fare le due cose che ama maggiormente: scrivere e prendere in giro i conterranei. Giornale Sentire lo ha incontrato.

Quale figura professionale tra le tante racconta meglio il trentino medio?

«Penso l'impiegato. Soprattutto quello di Mamma Provincia, o il dipendente in genere, per il suo modo di intendere la vita.»

Il miglior pregio dei trentini?

«Sicuramente la solidarietà, perché è diffusa, sincera, disinteressata ed anche discreta.»

Il peggior difetto?

«Come carattere sicuramente la scarsa apertura mentale, come abitudine, malauguratamente, quella di bere troppo!»

Da "foresto" cosa ti riesce più difficile accettare dei trentini?

«La superbia di alcuni di essi, ma è comunque un carattere diffuso ovunque!»

Essere specifici, cioè autonomi, è alla fine uno svantaggio?

«Certamente no, anzi credo sia un giusto vanto, oltre che un vantaggio.»

Quale aggettivo li definisce meglio?

«Può sembrare banale, ma l'aggettivo è "chiusi". Proprio da questo prende le mosse il libro.»

Come è stato accolto?

«Finora sicuramente molto bene, i commenti dicono che è proprio come volevo che fosse: divertente e di facile lettura.»

I trentini tra presunzione e autoreferenzialità, isole felici ed eccellenze. Ne hai trovate anche tu?

«Certo, sono tratti "trasversali" e traspaiono dalla descrizione degli atteggiamenti peculiari della popolazione.»

Quale miglior pregio potrebbero importare dalle altre regioni?

«Forse una maggiore apertura, non tanto rispetto alle diversità altrui, quanto verso la cultura e, sì, verso il futuro.»

Quale miglior difetto potrebbe...migliorarli?

«Domanda difficile! Come migliorare la perfezione? Fra difetti e pregi la bilancia pende sicuramente a favore di questi ultimi.»

Difetti e virtù dei trentini: «Un saluto è salutare», scrive Paolo Chiesa. Quando accompagnate a scuola i vostri figli o mentre siete nella sala d'attesa del dottore, vi capita mai di salutare qualche genitore o paziente e di ricevere in cambio un silenzio, un grugnito o al massimo il tipico saluto trentino: Salve!? Ci si resta male vero? Quella del non salutare e grave; un’abitudine molto “trentina” che capita anche in negozio, proprio in quello dove si va di solito, quindi dove si incontra gente del paese o del quartiere, gente che si conosce e che vi conosce, non estranei. In queste situazioni, nelle quali dopo avere salutato non ricevete una risposta, provate a fare un test. Fermatevi, salutate di nuovo. Un “ciao” va bene, un “buongiorno” anche. Di solito a questo punto salutano a loro volta, non per cortesia, probabilmente, ma per la forma. A volte ci scappa anche un mezzo sorriso. Non intero, mezzo, non esageriamo. Può succedere anche che, imbarazzate, queste persone si giustifichino. Non servirebbe mica, ci mancherebbe, però se lo fanno, ascoltatele, queste giustificazioni: “Ero distratto, addormentato, impegnato a fare qualcos’altro”. “Sono nuovo del paese”. “Non sono abituato”. Sei nuovo del paese? Non sei abituato a salutare? Cosa vuole dire? Basta dire: “ciao”, che abitudine ci vuole? Una precisazione: il test non funziona con gli irriducibili dei convenevoli negati. Quelli che se anche li saluti ogni giorno, loro ogni giorno non ti salutano. Magari perché votate diversamente da loro o perché quando eravate piccoli, un giorno durante la ricreazione non li avete invitati a giocare a pallone, oppure perché il loro nonno aveva litigato con vostro nonno per una qualche questione. Tutte motivazioni sacrosante, per carità, ma rispondere a un saluto, dai! Con gli irriducibili, se ve la sentite, potete fare un altro tipo di test. Insistete nel salutarli per qualche giorno, e se ancora non rispondono, diteglielo: “Scusa, hai sentito che ti ho salutato?”. La figuraccia (loro) è garantita, ma non è altrettanto garantito il fatto di ricevere un saluto di risposta o il fatto che d’ora in avanti vi saluteranno, anzi. Un irriducibile potrebbe anche obiettare: “non sono mica obbligato a salutare!”. È vero, ci mancherebbe altro, non per primo sicuramente. E pensandoci bene neanche per secondo. Ma un “ciao” in risposta non ha mai fatto male a nessuno. Anzi, molto spesso è salutare. Ma se non ve la sentite, non insistete, d’altronde non siete mica degli psicologi della socializzazione. Salutate chi e come volete. A proposito: un saluto a tutti. 

Il trentinismo e la vergogna di essere trentino. Editoriale del quotidiano ”Alto Adige", 17 maggio 1998, scrive Giuseppe Parolari. Università degli Studi di Padova, facoltà di medicina e chirurgia, correva l’anno 1969. Un gruppo di studenti, di provenienza la più varia lungo tutto lo stivale, stava gioiosamente ridendo in una delle bettole del centro storico. Pane e soppressa, ombre (bicchieri di vino bianco alla veneta) e barzellette, la facevano da padroni. Anch’io mi ero lasciato prendere in quel vortice di allegria e non facevo mancare battute, scherzi e barzellette. Sedeva accanto a me un amico, anche lui trentino, però taciturno e silenzioso, che più passava il tempo più mi fissava con un fare prima interrogativo, poi torvo, infine decisamente incavolato. Alla mia decima barzelletta (ho capito solo più tardi quanto deve aver sofferto le prime nove...), mi prese con forza il braccio, mi tirò da una parte e mi sibilò in un orecchio: “Vergògnete! Te sei propri come lòri, te me pari en teròm! I veri trentini no i se comporta en de stò modo!”. Pensai ad una battuta di spirito e gli risposti bonariamente :“Tòi, te poi nar en quel posto”. Non l’avessi mai fatto: si mise a gridare in mezzo alla sala, paonazzo in volto, le cose che poco prima mi aveva sibilato nell’orecchio, questa volta in buon italiano, perché tutti potessero capire. Poi se ne andò, sbattendo violentemente la porta, tra gli improperi del barista che l’aveva appena aggiustata e che non sopportava le idiozie. Ebbi il mio bel da fare, quella sera, a spiegare agli amici presenti che i trentini non erano così cretini. Ancora oggi, dopo tanti anni, quando qualcuno di loro mi ricorda quel fatto, mi torna l’angoscia e la vergogna. Sì perché, per la prima volta nella mia vita, mi ero vergognato di essere trentino! Ho avuto il tempo poi di consolarmi pensando che mentre io, finiti gli studi, sono tornato quassù, quell’ex amico ha invece ceduto alle lusinghe del denaro e si è fermato a lavorare fuori provincia. Se fra i due c’era un traditore della nostra terra, quindi, non ero di certo io! In questi giorni mi sta accadendo di nuovo la stessa cosa. Sento proposte di trentinismo barricadero provenienti addirittura dagli alti livelli della politica e dell’amministrazione provinciale. Leggo polemiche assurde nei confronti di Andrea Castelli, che ha fatto una saggia distinzione tra trentinismo e cretinismo. Mi ritorna la stessa angoscia di allora e la stessa vergogna. Anche oggi, come allora, cerco di consolarmi pensando che tutto è strumentale, che succede perché sono vicine le elezioni. Di fronte ai vecchi amici insisto nella mia testarda difesa. Cerco di convincerli che i veri trentini non sono coloro che fanno proposte oscene sul dialetto nei concorsi pubblici o che telefonano improperi a Castelli, ma coloro che difendono la storia, la cultura, il dialetto, il lavoro, l’ambiente in cui viviamo, con idee aperte al mondo, ai popoli, alla pace. Coloro che portano solidarietà ai terremotati, ai disagiati, ai bambini bielorussi, agli immigrati. Coloro che riescono a lanciare il loro sguardo anche al di là delle alte montagne. Faccio però sempre più fatica a convincerli…. Che vergogna.

ANCHE I RAZZISTI PIANGONO. MODELLO ALTO ADIGE TRAVOLTO DAGLI SCANDALI.

La Casta altoatesina spende 8 milioni per bon ton e sesso, scrive Antonio Amorosi su “Libero Quotidiano”. Bon ton ed educazione sessuale! Altro che spending review e tagli agli sprechi. Mentre la crisi continua è stato appena pubblicato sul sito della Provincia Autonoma di Bolzano l’elenco completo degli incarichi esterni dell’ente. Nel solo 2013 la Provincia ha speso 8 milioni e 366 mila euro per 4.705 incarichi. E a leggerli non viene da pensare all’Italia dei giorni nostri ma alla Prima Repubblica democristiana. Ci sono consulenze singolari quali i «corsi di bon ton per dipendenti provinciali» assegnate a Francesca Curi, per 13.400 euro. Forse perché il bon ton rappresenta un importante contributo all’evoluzione dell’ente, il corso si articola in varie fasi. C’è «il bon ton in ufficio», con due corsi da 1.600 euro cadauno, poi «il bon ton nelle mail» - qui la cifra cresce con tre corsi tra i 2.200 e i 2.700 euro cadauno - e il meno faticoso «il bon ton come approfondimento» con gli stracciati 1.600 euro pagati. (...) Scrive Amorosi: "Niente può smuovere i politici locali. Gli stessi che a marzo scorso finirono sotto l’occhio della Finanza per l’acquisto di un vibratore con soldi pubblici. Molte regioni del nord avrebbero un saldo migliore se avessero le stesse condizioni della Provincia di Bolzano..." L’articolo di Amorosi: Bon ton ed educazione sessuale! Altro che spending review e tagli agli sprechi. Mentre la crisi continua è stato appena pubblicato sul sito della Provincia Autonoma di Bolzano l’elenco completo degli incarichi esterni dell’ente. Nel solo 2013 la Provincia ha speso 8 milioni e 366mila euro) per 4.705 incarichi. E a leggerli non viene da pensare all’Italia dei giorni nostri ma alla Prima Repubblica democristiana. Ci sono consulenze singolari quali i «corsi di bon ton per dipendenti provinciali» assegnate a Francesca Curi, per 13.400 euro. Forse perché il bon ton rappresenta un importante contributo all’evoluzione dell’ente, il corso si articola in varie fasi. C’è«il bon ton in ufficio», con due corsi da 1.600euro cadauno, poi «il bon ton nelle mail» – qui la cifra cresce con tre corsi tra i 2.200 e i 2.700 euro cadauno – e il meno faticoso «il bon ton come approfondimento» con gli stracciati 1.600 euro pagati. Le mail sono importanti. E così il personale della Provincia ha potuto fare altri due corsi sul tema con Annamarie Huber. Uno su «come si scrive una mail» e l’altro sulla «comunicazione attraverso le mail», per complessivi 2.000 euro. A questi se ne aggiungono altri tre «sull’ortografia della lingua tedesca» e sulla «comunicazione con i cittadini». Che a Bolzano ci sia l’obbligo per i dipendenti pubblici di scrivere e parlare fluentemente italiano e tedesco non mette in discussione il bisogno di un approfondimento ortografico. Ma non è solo il testo scritto a preoccupare i legislatori bolzanini. Per la voce parlata e per esprimersi in pubblico la Provincia ha assoldato l’attore Andrea Castelli per due corsi e un totale di 3.000 euro. Un punto fisso della giunta che con la docente Loredana Pancheri approfondisce il tema con altre lezioni tra cui:«Articolazione e linguaggio corretto parlando alla radio» che costa 3.300 euro. Se fanno sorridere i corsi su «Come si gestire una telefonata di lavoro», di«Power talking: dimmi cosa intendi e otterrai quello che vuoi» o di «Prevenzione del burn out», la sindrome che produce stress emotivo da disadattamento al lavoro, colpiscono di più i numerosi incarichi ad ex dirigenti in pensione. Tra questi spicca quello a Karl Albert Kob, ex dirigente della sanità. C’è ogni anno e non ha mai smesso di lavorare. Altro che pensionato! Tra consulenze e assistenza in cassa, solo per 2013,27.000 euro a cui si sommano una serie di consulenze nell’ambito della non-autosufficienza da 54.700 euro. Ma anche l’educazione sessuale all’Intendenza scolastica è nei piani della Provincia con una consulenza di Hubert Fischer costata 3.700euro, o quella intitolata «Amore, sessualità e relazioni nel contesto interculturale» di Lucyna Wronska per 2.107 euro. Capitolo più impegnativo quello degli incarichi affidati dalle partecipate. Nel dedalo svetta il Cda delle Terme di Merano che dà consulenze allo studio legale Thurin-Vinatzer-Zeller per un totale di 145mila euro tanto più che, come indica una bella inchiesta scritta da Marco Angelucci per il Corriere dell’Alto Adige, l’avvocato Stefan Thurinèan- che sindaco della stessa società. Medesime cifre imponenti per la Società Elettrica Alto Atesina, che solamente nel 2013 spende in consulenze legali 493.000 euro. La crisi sembra aver solo sfiorato Bolzano. Il reddito per abitante è 22.400 euro, il più alto d’Italia (dato medio nazionale 17.600 euro). Così, mentre quello degli italiani crolla, i bolzanini vedono in un anno aumentare il proprio di ben+2,7 punti percentuali. Autonomia significa ottenere dallo Stato la gestione delle competenze e soldi. E la Provincia gestisce un bilancio annuale di 5 miliardi, costituiti per la maggior parte dal gettito delle imposte versate dagli altoatesini (il 90%). Con il paradosso che la spending review di Mario Monti è andata a colpire i presidi delle forze dell’ordine, polizia e dei carabinieri in primis, sotto il controllo dei ministeri,e non le risorse dell’ente locale. Niente può smuovere i politici locali. Gli stessi che a marzo scorso finirono sotto l’occhio della Finanza per l’acquisto di un vibratore con soldi pubblici. Molte regioni del nord avrebbero un saldo migliore se avessero le stesse condizioni della Provincia di Bolzano.

Anche il modello Alto-Adige è travolto da scandali all’italiana. Lazio, Lombardia. E ora Alto Adige. Uno scandalo rischia di travolgere il Svp, partito etnico di maggioranza, e insieme l’immagine di tutta la provincia. Uno degli assessori avrebbe truccato le concessioni per l’energia idroelettrica in favore della Sel, società elettrica altoatesina. E ora il modello scricchiola, scrive  Matteo Battistella su “L’Inkiesta”. Gli ingredienti per una commedia all’italiana ci sono tutti. Di quelle che ormai imperversano sui media, dalla regione Lazio alla Lombardia. Non proprio per tornaconto personale e impepate di cozze ma per il “bene collettivo”, così almeno si difendono i protagonisti dello scandalo. Siamo in Alto Adige, terra da cartolina, elogiata pochi giorni fa da una puntata di Report come una delle meglio amministrate e più lungimiranti. Il suo presidente, il potentissimo “Landeshauptmann” Luis Durnwalder, ricordava con fare da pigmalione di aver rovesciato le previsioni del commissario europeo Sicco Mansholt di 20 anni fa; allora sorvolando in elicottero le montagne altoatesine il commissario aveva detto che non c’era più futuro in alta quota, che i masi sarebbero giocoforza spariti e avrebbero fatto posto a una riserva di cervi. «Lui è andato, noi siamo rimasti», aggiungeva sorridendo Durnwalder. Rimasti sono rimasti. Con la Svp (Suedtiroler Volkspartei), il partito “etnico” che rappresenta la maggioranza della popolazione tedesca, che ancora oggi detiene 18 su 35 seggi in consiglio provinciale. Ora però c’è una grossa gatta da pelare. E i colonnelli della Svp iniziano a mostrare insofferenza nei confronti della finora incontestata leadership del governatore più longevo d’Italia, in carica dal 1989. Il suo ormai ex assessore all’energia, Michl Laimer, è accusato di irregolarità nel rilascio di concessioni idroelettriche, truffa, turbativa d’asta, violazione del segreto di ufficio e falso ideologico. Il tutto per favorire l’assegnazione di 12 centrali idroelettriche. A chi? Alla Sel, la società elettrica altoatesina posseduta per il 93,8% dalla Provincia. Le gare, bandite dalla provincia autonoma nel 2005, sono state tutte vinte con un’unica eccezione dalla società di proprietà della stessa, sbaragliando le aziende concorrenti. Al momento della sua costituzione, molti avevano storto il naso, vedendo nella Sel un grande conflitto di interessi. Nelle gare per le concessioni la provincia si trovava ad essere arbitro e giocatore. Ma veniamo ai fatti. Secondo la ricostruzione della Procura nel tardo pomeriggio del Venerdì santo del 2006, a termini ampiamente scaduti per il deposito delle offerte di gara, quando il palazzo della Provincia era vuoto, si incontrarono l’allora direttore Sel, Maximilian Rainer, un suo collaboratore reo confesso Armin Kager e l’assessore Laimer. In serata, nel suo ufficio, vengono modificati i piani di offerta della Sel per le concessioni, dopo aver visionato illegalmente le offerte delle aziende concorrenti. La Sel, poi, vinse praticamente tutte le gare. A chi non piace vincere facile? Passano anni e scoppia il caso. Dopo mezze ammissioni, l’assessore Laimer si dimette e, complici le forti pressioni del partito, lascia anche il Consiglio provinciale. La Stella Alpina (Svp) non vuole venire travolta dallo scandalo. Laimer, dal canto suo, dice di non essersi intascato nulla. La procura sembra credergli, ma molti altri reati gli sono contestati e, nonostante lui ritenga di «aver agito per il bene della collettività», parte il processo. Dopo il Venerdì santo però, prima della resurrezione, ci vogliono tre giorni. E la stessa Svp, che pensava di cavarsela e risorgere dicendo di essere estranea ai fatti, ora è sotto il fuoco amico e nemico. I partiti della destra tedesca sperano infatti di guadagnare consenso in vista delle elezioni provinciali dell’autunno. «La Svp ha raggiunto gli standard italiani di corruzione e malgoverno», attacca il falco Sven Knoll, consigliere di Südiroler Freiheit, il partito che chiede l’autodeterminazione del Sudtirolo. «È il sistema Stella», aggiunge il consigliere Andreas Poeder. I Verdi, invece, parlano del più grande scandalo politico della storia dell’Alto Adige. Il presidente Luis Durnwalder, in queste ore, deve far fronte anche al fuoco amico. Un pezzo da novanta del suo partito, il capogruppo in consiglio provinciale Elmar Pichler Rolle, ha invitato il governatore ad assumersi le sue responsabilità, «anche perché Durnwalder ha sempre gestito in prima persona l’affare energia». In ballo ci sono circa 500 milioni di euro che Sel rischia di dover pagare (l’intero valore delle concessioni) oltre ai danni che Enel e le altre aziende elettriche locali truffate potrebbero chiedere. Il commissario europeo Mansholt si era sbagliato: le riserve di cervi non ci sono. Le volpi però abbondano. E ogni tanto, qualcuna, finisce in trappola.

Scandalo Sel, giunta sotto accusa. Chiusa la commissione d’inchiesta: attacco delle minoranze, Mussner annuncia: più potere ai Comuni, scrive “Alto Adige”. Il consiglio provinciale si congeda affrontando il caso Sel, il clamoroso scandalo sulle gare truccate costato una condanna per patteggiamento all’ex assessore Michl Laimer e al direttore generale della Sel Maximilian Rainer. È iniziata ieri l’ultima sessione del consiglio 2008-2013. Al centro della giornata, la discussione sui lavori della commissione d’inchiesta speciale sul caso Sel. L’opposizione non ha fatto sconti alla giunta provinciale. La Sel «doveva» vincere le gare, è il giudizio di condanna politico che esce dal Consiglio. «Errori ci sono stati», replica Elmar Pichler Rolle (Svp), «ma tutti noi, maggioranza e opposizione, ci troviamo d’accordo su un punto centrale: non dobbiamo buttare a mare tutto, è essenziale trovare una soluzione con le parti coinvolte, Comuni e privati». Tre le relazioni di minoranza presentate: Riccardo Dello Sbarba (Verdi), Thomas Egger (Wir Südtiroler) e Andreas Pöder (Bürger Union). La relazione conclusiva della presidente Elena Artioli (Team A) è arrivata del tutto monca, dopo il braccio di ferro in commissione con la Svp. Artioli si è rifiutata di leggerla, mentre ha elencato i punti stralciati. La replica è toccata all’assessore all’Energia Florian Mussner: «Bisogna trovare una via d'uscita alla questione delle concessioni, la Provincia ci sta lavorando da più di un anno ed è sulla strada giusta. Siamo in trattative con l'Azienda energetica e gli attori della Venosta: non si lascia certo una bomba innescata. Si sta parlando di alleanze e collaborazioni, si sta cercando una pacificazione degli attori e un accordo con i Comuni, che devono svolgere un ruolo importante. Ci vuole anche una riflessione sull'autonomia energetica: si sta facendo il possibile anche per garantire gli attuali posti di lavoro e ulteriori posti di lavoro innovativi per il futuro. L'energia elettrica deve andare a beneficio della popolazione della provincia, e va gestita al meglio, anche con eventuali quote di partecipazione private». Dello Sbarba ha ricordato l’audizione del procuratore Guido Rispoli: «Ci ha indicato tre punti critici. Il ruolo dei tecnici, i cui pareri non possono essere ribaltati in sede politica, com'è avvenuto. Il rigore delle leggi, che in questa vicenda è mancato, tanto che la legge provinciale non indicava nemmeno in quale ufficio dovessero essere depositate le domande. La distinzione dei ruoli, totalmente assente in un contesto in cui la Provincia era giudice di gare cui contemporaneamente partecipava tramite Sel. Queste carenze hanno privato il sistema politico-amministrativo di quegli anticorpi necessari a prevenire il peggio. E il peggio è accaduto». Egger si è concentrato sulle società fiduciarie, sottolineando che «le loro attività diventano problematiche quando i fiduciari sono politici che se ne servono per celare all'opinione pubblica certi conflitti d'interesse. Sono stato io stesso e i Freiheitlichen a denunciare nel 2011 il problema, e a trasmettere alla Procura un esposto in merito alla "Stein an Stein" e ad altre fiduciarie». Duro Pöder: «La Sel è diventata una riserva di cariche" per la Svp e le cordate finanziarie dell'Alto Adige. Il suo monopolio ha fatto quattro vittime: la credibilità della politica altoatesina, la democrazia, i cittadini e i Comuni». Pichler Rolle: «Gli esperti giuridici in commissione hanno chiarito che le gare si sono svolte secondo le norme di legge, a prescindere dal doppio ruolo della Provincia». Così Artioli: «L'intento nobile di gestire l'energia locale è stato gestito in maniera poco trasparente e arrogante». E poi……

Gli autonomisti di Bolzano si fanno pagare i sex toys, scrive Stefano Zurlo Mer su il “Il Giornale”. Volevano portare il rigore di marca tedesca in consiglio provinciale. Ma pure loro, a quanto pare, spendevano allegramente i soldi del contribuente italiano. I duri e puri di Freiheitlichen sono nel mirino della procura di Bolzano che ha aperto un'inchiesta sulle spese dei consiglieri e ha sequestrato i bilanci dei gruppi. La pietra dello scandalo è uno scontrino da 64,92 euro rilasciato da un sexy shop di Bolzano per l'acquisto di un vibratore e due gadget erotici. La cifra è modesta, quasi un insulto rispetto alle migliaia e migliaia di euro sperperati nel Paese, dalla Lombardia alla Sicilia, per comprare un po' d tutto: creme solari, bottiglie pregiate, vestiti, tablet, libri. Con i soldi dei cittadini il ceto politico regionale, del Nord, del Centro e del Sud, di destra, di centro e di sinistra, ha finanziato la qualunque: spostamenti in auto, feste di matrimonio e perfino un passaggio rapido-rapido, da mezzo euro, in un bagno pubblico. Mancava però il vibratore e nel saccheggio vandalico di ristoranti, alberghi, agenzie di viaggio, macellerie e gelaterie, nessuno aveva pensato di far pagare al popolo desideri e fantasie hard. Ora questa lacuna è colmata: ci hanno pensato gli allievi altoatesini, ma loro preferiscono considerarsi sudtirolesi, di Jörg Haider, che alle ultime elezioni provinciali hanno raggiunto il 18 per cento e conquistato sei poltrone in consiglio. Questo pezzo della destra di lingua tedesca è rimasto impigliato in un vibratore e i Freiheitlichen fanno un po' la figura dei Fiorito e della cricca dei suoi amici scrocconi, anche se portano cognomi impronunciabili per noi figli di Dante e ci trasmettono quasi automaticamente un'idea di severità e integrità. Le indagini e le inchieste del quotidiano l'Alto Adige stanno svelando una realtà non proprio immune da tentazioni e scivoloni. Anche a Bolzano e Trento, come nel resto d'Italia, la casta si è costruita un lussuoso salvadanaio e l'ha riempito con i più sfacciati privilegi. I consiglieri regionali si sono inventati un sistema pensionistico strepitoso con buonuscite inimmaginabili, addirittura lunari, per l'uomo della strada: un milione di euro e pure di più. Cifre sbalorditive. Attenzione: a questo banchetto hanno partecipato tutti, anche le formazioni che a parole tuonano contro Roma ladrona e lottano per la secessione e l'indipendenza. Urlano contro l'Italia ma sotto sotto si sono adeguate ai vellutati meccanismi messi in moto nei Palazzi della capitale. L'Alto Adige come un Piemonte o un Abruzzo qualunque. Ecco il vibratore e una spruzzata hard nell'incredibile album della politica tricolore. Ora le pensioni d'oro, con tanto di sontuosi assegni di reversibilità per le vedove, mettono in imbarazzo la Regione che poi è la somma dei due consigli provinciali. Ma come se non bastasse i Freiheitlichen ricamano e cavillano sull'infortunio: la consigliera Ulli Mair prova a giustificare il vibratore parlando di «regalo burla a un collega mattacchione»; il capogruppo Pius Leitner parla invece di «notizia distorta» e minaccia querele. Insomma, la toppa è peggiore del buco. L'inchiesta va avanti: chissà che non arrivi un altro colpo al mito della frontiera.

Bolzano, bufera su partito sudtirolese: «Sex toys a spese del consiglio». Nell’inchiesta sui rimborsi dei gruppi ci sarebbe uno scontrino da 64,92 euro relativo all’acquisto di giochi erotici. I Freiheitlichen smentiscono dopo una mezza ammissione, scrive “Il Corriere della Sera”. Gadget erotici a spese del consiglio provinciale di Bolzano: è quanto scoperto dalla Guardia di finanza nell’ambito di un’inchiesta della procura sulle rendicontazioni dei gruppi consiliari. Tra le spese presentate dal partito sudtirolese dei Freiheitlichen risulterebbe - come scrive il Corriere dell’Alto Adige proprio mentre il quotidiano Dolomiten annuncia il matrimonio dei Freiheitlichen con la Lega Nord in vista delle europee - uno scontrino di 64,92 euro per l’acquisto di un vibratore e altri due oggetti a uso erotico. «Dobbiamo verificare, se fosse così non sarebbe corretto», ha detto all’Ansa il capogruppo Pius Leitner. L’inchiesta sui rimborsi dei gruppi consiliari della Provincia di Bolzano, che potrebbe causare un altro terremoto politico dopo quello delle «pensioni d’oro», è partita a inizio anno. Il 24 gennaio la Guardia di finanza si è infatti presentata in consiglio provinciale e ha proceduto al sequestro dei bilanci dei gruppi. La segnalazione su presunte irregolarità nell’utilizzo dei contributi sarebbe giunta da una persona interna al consiglio. La Guardia di finanza è così partita dall’analisi dei contributi di un preciso gruppo consiliare, forse proprio dei Freiheitlichen, per poi estendere l’indagine a tutti i gruppi. In un primo momento la consigliera Ulli Mair - raggiunta telefonicamente dal portale news altoatesino Goinfo - aveva parlato di un «regalo», poche ore dopo è invece seguita la smentita del partito. «Abbiamo comprato quel materiale per fare uno scherzo di compleanno ad un collega racconta», aveva detto la consigliera provinciale. «Lui - ha aggiunto, sempre secondo il sito - è una persona avvezza alla burla, è un mattacchione. E così, abbiamo pensato di fargli un regalo di compleanno, decisamente un po’ spinto, tutto qua». Mair poi non è stata più raggiungibile per i giornalisti. Il partito sudtirolese Freiheitlichen ha poi smentito con forza le notizie sul presunto rimborso di gadget erotici a spese del consiglio provinciale di Bolzano. «Le notizie non corrispondono ai fatti», afferma il partito in una nota. I Freiheitlichen si dicono disponibili a qualsiasi chiarimento, se la Procura oppure la Guardia di Finanza lo richiedessero. «Se i Freiheitlichen avessero compiuto qualcosa di illegittimo, questo deve essere comunicato dalla Procura», prosegue la nota. Il partito si riserva di adire le vie legali «contro chi pubblica notizie false per danneggiarci, senza verifiche e senza sottolineare che il partito non ha mai utilizzato irregolarmente fondi pubblici». Intanto la Procura ha fatto sapere che il famigerato scontrino di un noto sexy shop di Bolzano (emesso il 16 maggio 2012), non compare negli atti dell’inchiesta sui rimborsi dei gruppi consiliari. Ad affermarlo è stato il sostituto procuratore Giancarlo Bramante, titolare dell’inchiesta, attualmente in attesa di ricevere l’informativa dalla Guardia di Finanza.

Chi sono i Freiheitlichen. I liberal-nazionali, partito gemello della Fpoe austriaca del defunto leader Joerg Haider, con sei consiglieri è il maggiore partito d’opposizione a Bolzano, cresciuto costantemente negli anni puntando sui temi dell’immigrazione e della casta politica. Quando poche settimane fa è scoppiato il caso delle «pensioni d’oro», i Freiheitlichen si sono trovati in difficoltà di fronte ai suoi simpatizzanti, visto che al loro storico consigliere Pius Leitner spetta oltre un milione di euro di anticipo sulla pensione. Il partito è corso ai ripari annunciando la restituzione dei soldi.

Costi della politica: sex toys a spese del consiglio provinciale dell'Alto Adige. La Procura di Bolzano indaga sulle rendicontazioni dei gruppi: ma tra gli scontrini presentati dal partito di opposizione sudtirolese Freiheitlichen, uno di 64,92 euro sarebbe legato all'acquisto di un vibratore e di altri oggetti a uso erotico. E' giallo sulle prese di posizione. Prima si parla di un "regalo per uno scherzo di compleanno", poi si smentisce l'accaduto, scrive “La Repubblica”. Gadget erotici a spese del consiglio provinciale di Bolzano: è quanto scoperto dalla Guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta avviata dalla Procura sulle rendicontazioni dei gruppi consiliari. Tra le spese presentate dai Freiheitlichen risulterebbe - come scrive il Corriere dell'Alto Adige - uno scontrino di 64,92 euro per l'acquisto di un vibratore e di altri due oggetti ad uso erotico. Ma nel corso della giornata esplode un 'giallo' sulle prese di posizioni dei Freiheitlichen in merito al presunto rimborso. In un primo momento, infatti, la consigliera Ulli Mair - raggiunta telefonicamente dal portale news altoatesino Goinfo - aveva parlato di un "regalo". E aveva detto: "Abbiamo comprato quel materiale per fare uno scherzo di compleanno ad un collega", racconta la consigliera al portale. E ancora, si legge sul sito: "Lui - sono le parole della Mair - è una persona avvezza alla burla, è un mattacchione. E così, abbiamo pensato di fargli un regalo di compleanno, decisamente un po' spinto, tutto qua". Poche ore dopo, tuttavia, arriva la smentita del partito che afferma: "Le notizie non corrispondono ai fatti". A quel punto la Mair non è più stata più raggiungibile per i giornalisti. Nella medesima nota i Freiheitlichen si dicono disponibili a qualsiasi chiarimento, se la Procura oppure la Guardia di finanza lo richiedessero: "Se i Freiheitlichen avessero compiuto qualcosa di illegittimo, questo deve essere comunicato dalla Procura". Il partito si riserva poi di adire le vie legali "contro chi pubblica notizie false per danneggiarci, senza verifiche e senza sottolineare che il partito non ha mai utilizzato irregolarmente fondi pubblici". Poco prima era stato il capogruppo Pius Leitner a dire all'Ansa: sui rimborsi "dobbiamo verificare, se fosse così non sarebbe corretto". Quanto allo scontrino di 64,92 euro emesso da un noto sexyshop di Bolzano il 16 maggio 2012, questo non compare negli atti della Procura di Bolzano legati all'inchiesta sui rimborsi dei gruppi consiliari. Ad affermarlo, il sostituto procuratore Giancarlo Bramante, titolare dell'inchiesta, attualmente in attesa di ricevere l'informativa dalla Guardia di finanza. E' decisamente un periodo nero per i Freiheitlichen, il partito d'opposizione sudtirolese. La notizia dei sex toys è stata pubblicata dal Corriere dell'Alto Adige proprio mentre il quotidiano Dolomiten annuncia il matrimonio dei Freiheitlichen con la Lega Nord in vista delle europee. I liberal-nazionali, partito gemello della Fpoe austriaca del defunto leader Joerg Haider, con sei consiglieri è il maggiore partito d'opposizione a Bolzano, cresciuto costantemente negli anni puntando sui temi dell'immigrazione e della casta politica. Quando poche settimane fa è scoppiato il caso delle pensioni d'oro, i Freiheitlichen si sono trovati in difficoltà di fronte ai propri simpatizzanti, visto che al loro storico consigliere Pius Leitner spetta oltre un milione di euro di anticipo sulla pensione. Il partito è corso ai ripari annunciando la restituzione dei soldi. Proprio oggi il Dolomiten annuncia che i Freiheitlichen si presenteranno alle elezioni europee del 25 maggio assieme alla Lega Nord. "Si tratta di un'occasione unica per dare agli elettori un'alternativa alla Svp", spiega al giornale la segretaria Ulli Mair.

La Guardia di Finanza ha sequestrato una ricevuta da 65 euro relativa all'acquisto di oggetti erotici in un noto sexy shop della città. Bufera sui Freiheitlichen, partito separatista e principale forza d'opposizione al consiglio provinciale dell'Alto Adige, scrivono di Lorenzo Galeazzi ed Emiliano Liuzzi su "Il Fatto Quotidiano". Il vibratore a carico del contribuente ancora no. Nell’elenco degli oggetti bizzarri, comprati a spese dei cittadini dalla casta dei consiglieri regionali, quello mancava. Così da oggi, al fianco delle mutande verdi di Roberto Cota, delle Red Bull di Renzo “Trota” Bossi e del libro “Mignottocrazia” di Paolo Guzzanti, acquistato da Nicole Minetti, entrano in scena anche i sex toys. Succede a Bolzano dove la Guardia di Finanza ha trovato una fattura per l’acquisto di tre oggetti erotici in un sexy shop della città in mezzo alla documentazione sequestrata ai Freiheitlichen, gruppo consiliare germanofono di estrema destra. A darne notizia in anteprima il Corriere dell’Alto Adige che svela il nuovo colpo di scena dell’inchiesta sulle spese pazze fatte con soldi pubblici degli amministratori altoatesini condotta dal sostituto procuratore Giancarlo Bramante. Come riporta il dorso locale del Corsera, dopo il blitz di gennaio, fra le carte sequestrate dalle Fiamme Gialle è saltato fuori anche uno scontrino di 65 euro emesso dalla Beate Uhse, celebre catena tedesca di articoli erotici che ha una sede anche a Bolzano: 25 euro per un vibratore e il resto per altri due non meglio specificati sex toys. I militari stanno ancora cercando di capire quale dei sei consiglieri del gruppo abbia effettuato l’acquisto per poi chiedere il rimborso attraverso i fondi pubblici a disposizione dei gruppi (750mila euro annui). Quel che è certo, in attesa di sapere chi è l’acquirente, è che sta per arrivare una nuova mazzata sulla credibilità della politica all’ombra delle Dolomiti. Già, perché il nuovo scandalo arriva nemmeno dieci giorni dopo all’ondata di rabbia popolare per la pubblicazione dell’elenco dei ricchissimi vitalizi che i consiglieri (in carica ed ex) si preparavano a intascare. Così come sarà difficile per i Freiheitlichen giustificare l’accaduto di fronte al proprio elettorato che pochi mesi prima aveva premiato la sua linea ultra-autonomista e xenofoba con il 17,9 dei voti facendolo diventare la principale forza d’opposizione nel parlamentino della provincia autonoma. Il manifesto del partito guidato da Ulli Mair e Pius Leitner recita: “No agli immigrati clandestini, no alle moschee, no ai parassiti sociali”. Ma soprattutto chiede la secessione e la costituzione dello stato autonomo del Sud Tirolo. Posizioni da fare impallidire anche la Lega Nord e che avevano fatto accomunare la formazione al Freiheitliche Partei Österreichs, il partito nazionalista austriaco che ebbe nello scomparso Jörg Haider, ex governatore della Carinzia, il suo principale esponente. I Freiheitlichen hanno smentito le notizie, che, ha spiegato il partito, “non corrispondono ai fatti” e hanno dichiarato la loro disponibilità a ogni chiarimento con la Procura e con la Guardia di Finanza.

Rimborsopoli a Bolzano, la procura: “Nelle spese anche un gioco erotico”. Bufera sul partito Freiheitlichen per l’acquisto in un sexy shop. Ma è giallo. La consigliera: «Era un regalo». Il partito: «Uno scherzo di compleanno», scrive “La Stampa”. Uno scontrino di 64,92 euro di un noto sexy-shop per un vibratore e per altri due gadget erotici. C’è anche questo tra il materiale acquisito dagli inquirenti in un’inchiesta sui rimborsi ai gruppi del consiglio della Provincia autonoma. E la cosa sta causando non poco imbarazzo all’interno del partito sudtirolese dei Freiheitlichen, i liberal-nazionali della destra di lingua tedesca. Il presunto regalo osé a spese dei contribuenti potrebbe causare un altro terremoto politico dopo quello sulle pensioni d’oro dei consiglieri regionali. A Trento un gruppo di manifestanti ha occupato il consiglio provinciale per manifestare contro i vitalizi milionari e sono stati sparati in piazza dei bengala. L’inchiesta sui rimborsi dei gruppi consiliari era partita a inizio anno, con la Guardia di finanza che aveva acquisito tutta la documentazione. Il pm Giancarlo Bramante ha precisato che lo scontrino non compare negli atti della procura, che è in attesa di ricevere un’informativa dalle Fiamme gialle. Lo scontrino però esiste, riporta la data 16 maggio 2012 ed elenca l’acquisto di un vibratore e altri articoli del genere. In un primo momento la segretaria del movimento Ulli Mair aveva parlato di un «regalo per un collega» in una conversazione riportata dal sito web Goinfo. «Si tratta - aveva detto - di un mattacchione e così abbiamo pensato di fargli un regalo di compleanno un po’ spinto, tutto qua». Dopo queste affermazioni Mair ha chiuso il suo telefono per i giornalisti. «Dobbiamo verificare, se fosse così non sarebbe corretto», ha detto invece all’ANSA il capogruppo Pius Leitner. Poche ore dopo il partito ha comunicato che «le notizie non corrispondono ai fatti», riservandosi di adire le vie legali. La notizia sui presunti rimborsi hot, giunge in un clima già surriscaldato dalle polemiche sulle pensioni d’oro. Davanti al consiglio provinciale a Trento questa mattina sono esplosi fumogeni ed è seguita un’irruzione in aula con i manifestanti che urlavano «vergogna». Si è dipanato così l’ultimo capitolo della protesta contro i vitalizi milionari, rimasti per i consiglieri delle passate legislature della Regione Trentino Alto Adige. Erano una trentina di persone, tra sindacati di base e esponenti di area antagonista. Si sono fermati solo dopo la proposta del presidente della Regione e della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, di un incontro. Mentre il presidente del consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, ha urlato ai manifestanti: «Non si martellano le istituzioni e non si invade l’aula» e ha convocato brevemente i capigruppo, riprendendo subito i lavori del consiglio. Condanna unanime dei modi della protesta da Rossi, Dorigatti e da Diego Moltrer, presidente del consiglio regionale. 

In Alto Adige i pensionati d'oro da 90 milioni. Nella Regione Autonoma 123 politici hanno maturato il diritto a un vitalizio faraonico. Che per molti supera il milione, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Tedeschi e italiani uniti nel privilegio. In quel Trentino-Alto Adige dipinto da sempre come un presepe virtuoso ma che oggi si rivela come una greppia delle più sconce. Si scopre ora un'ammucchiata arcobaleno che fa piazza pulita di anni e anni di incomprensioni, muro contro muro, voglia di secessione. Tutto vero, ma fino a un certo punto. Perché quando c'è da spartire un tesoro diffidenze e rancori spariscono d'incanto e tutti parlano la stessa lingua: quella dei soldi. Tanti e tanti ancora. La casta, la casta che non muore mai, affiora con tutta la sua vergognosa arroganza nell'estremo nord del Paese. In quello spicchio di confine erroneamente indicato come modello senza peccati. Falso, almeno per quel che riguarda il capitolo vitalizi e vecchiaie serene. Da Trento e Bolzano emergono numeri che si fa fatica a credere: settecentomila-ottocentomila euro, un milione e anche più verso vette che il comune mortale non vede neanche con il binocolo. Bastava un passaggio di cinque anni in consiglio regionale e il gioco era fatto: il sistema è stato modificato solo nel 2012 e dunque i sontuosi trattamenti maturati in precedenza sono immuni da qualunque ribasso o sacrificio. La crisi non tocca i big e i peones della politica altoatesina e trentina, affacciati su un cielo che pare un forziere. In testa alla graduatoria c'è l'ex assessore della Südtiroler Volkspartei Sabina Kasslatter Mur, quattro legislature sulle spalle, con lo stratosferico vitalizio di un milione e 425mila euro. Insomma, a incassare più di tutti è un'esponente del partito della minoranza tedesca che ha spesso mostrato insofferenza per Roma e per i vizi della nostra politica. Evidentemente a Bolzano si sono contaminati e hanno preso il peggio del nostro sistema, peggiorandolo ulteriormente. Il vitalizio è diviso in due: una parte va all'incasso in questi giorni, il resto è al sicuro nel fondo Family e verrà versato all'interessata fra il 2018 e il 2021. La lista comprende 123 nomi di consiglieri o ex consiglieri regionali che soddisfano tutte le tendenze. Mauro Delladio e Pino Morandini di Forza Italia, una lunga permanenza in consiglio, portano a casa rispettivamente un milione e 322mila euro e un milione e 112mila euro. Una prima tranche, grossomodo, quattrocentomila euro a testa, verrà pagata subito, il resto in 4 rate fra il 2018 e il 2021. Più o meno gli stessi numeri garantiti a Eva Klotz. Sorpresa, pure lei, la dura e pura pasionaria dell'indipendentismo tirolese, la figlia del leggendario Georg Klotz, il Martellatore della Val Passiria, il fuorilegge che seminava il terrore in queste terre contese, ha fra le mani un vero e proprio tesoro: un milione e 136mila euro. L'ex governatore della provincia di Bolzano Luis Durnwalder, un pezzo da novanta della Südtiroler Volkspartei, già noto alle cronache perché considerato uno dei politici italiani con la retribuzione più alta, 11.800 euro netti al mese, si deve accontentare di un milione. Spicciolo più spicciolo meno. Poveretto. Come il suo storico collega di Trento, quel Lorenzo Dellai che è stato fra i fondatori di Scelta civica e che viaggia sopra quota cinquecentomila. Ma la graduatoria degli intoccabili e delle loro vedove, perché ci sono pure loro con gli assegni di reversibilità, è chilometrica e beneficia tutto e tutti: sopra i cinquecentomila euro sta pure il senatore del Partito autonomista trentino tirolese Franco Panizza. Apparentato a Palazzo Madama ai tedeschi della Südtiroler Volkspartei. Lui, beato fra i fortunati, intravede un futuro due volte radioso: un vitalizio da mamma Regione, un altro da papà Parlamento. Per inciso, è forse la prima volta che la Regione Trentino Alto Adige fa notizia nella sua storia: infatti è un organismo fantasma, oscurato dalle province di Trento e Bolzano, non ha alcun potere, ma va bene per entrare nel club dei milionari. In tutto il bottino messo da parte ammonta a 90 milioni di euro e bisogna ringraziare il Movimento 5 stelle e il quotidiano Alto Adige perché con la loro testarda battaglia per la trasparenza sono riusciti almeno a catturare le cifre prima ben nascoste e sconosciute all'opinione pubblica. Ma questo è uno scandalo che ha messo radici profonde: la pubblica mangiatoia distribuirà assegni fino al 2021. È come il gioco del lotto: ma a vincere saranno sempre gli stessi.

Ed ancora….Scandalo vitalizi senza fine. Spuntano 60 vedove d'oro. Non solo pensioni milionarie agli ex politici, nella Regione autonoma anche assegni di reversibilità fino a 4mila euro, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Le vedove. Ci sono anche loro nel grande banchetto allestito dalla casta fra Trento e Bolzano. Sono una sessantina e portano a casa un discreto assegno di reversibilità: duemila, tremila, anche quattromila euro netti al mese. Guai a chi tocca i loro diritti: il Palazzo è stato lungimirante e ha messo in cassaforte il futuro. Letteralmente. Novanta milioni di euro per salvaguardare la splendida vecchiaia degli ex consiglieri regionali trentini e altoatesini. Liquidazioni. Vitalizi. E pensioni di reversibilità. Elenchi lunghissimi che soddisfano le esigenze di tutti: chi parla la lingua di Dante e chi quella di Goethe, destra e sinistra. C'è gloria per tutti e sulla foto di gruppo è appoggiato il mantello della vergogna che ora il presidente della regione Ugo Rossi prova a scrollarsi di dosso. «Credo sia necessario - spiega Rossi - ripristinare un clima di maggior fiducia dei cittadini verso le nostre istituzioni autonomistiche». Davvero si resta basiti a leggere che l'ex assessore della Südtiroler Volkspartei Sabina Kasslatter Mur ha chiuso la sua ventennale esperienza in consiglio con una buonuscita record di un milione e 425mila euro. O che la pasionaria Eva Klotz riceverà a sua volta una liquidazione di un milione e 136mila euro. Cifre lunari, inimmaginabili per il comune cittadino che si arrabatta con i soldi contati. E, invece, nel grande bengodi regionale la politica ha pensato in grande, anche a chi non c'è più. Ora, grazie alla tenacia del Movimento 5 Stelle e del quotidiano Alto Adige, ecco spuntare l'elenco delle signore che percepiscono la pensione di reversibilità. Una sessantina di assegni da tre-quattromila euro netti al mese che raccontano il passato più che il presente di questa terra. Funzionava così un sistema che privilegiava in modo spudorato la classe dirigente. Nel 2008 i meccanismi sono stati modificati e certi eccessi sono stati ridimensionati. Ma chi aveva costituito la sua provvista in precedenza navigherà ancora con il metodo collaudato. Così Rossi, stretto fra le polemiche, è costretto a mettere il dito nella piaga: «Mi riferisco al tema del trattamento pensionistico dei consiglieri regionali. Dovremo essere capaci di affrontarlo ancora in questa legislatura e in questa sede, perché, se si è fatto molto circa il futuro, i cittadini non comprendono perché per il passato siano previsti trattamenti come quelli che abbiamo visto in questi giorni». E allora Rossi prova a dichiarare guerra ai vitalizi senza tetto: «Dovremo ricercare le vie legali per affrontare il problema». Parole accolte con sorrisetti di scetticismo. È difficile mettere a dieta la casta. Figurarsi imporle tagli all'indietro nel tempo.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

I PRIVILEGI DELLE REGIONI A STATUTO SPECIALE E DELLE PROVINCE AUTONOME.

Le Regioni a Statuto speciale furono istituite nel dopoguerra per motivi diversi, comunque dipendenti da ragioni culturali ed economiche. La prima, la Sicilia nel 1946 prima del referendum istituzionale; quindi nel 1948 Sardegna, Trentino alto Adige e Valle d’Aosta per la tutela delle popolazione germanofone e francofone infine nel 1963 il Friuli-Venezia Giulia. Nel 1972 i poteri autonomisti del Trentino Alto Adige furono assegnati alle provincie di Bolzano e di Trento. Appare chiaro che tali scelte furono motivate, in un contesto assolutamente diverso storico, economico culturale e politico da quello attuale, per cui vengono sostanzialmente a cadere le esigenze (ove fosse necessaria) di una legislazione diversa per le popolazioni di quelle regioni. Non sono più certo di attualità le spinte autonomistiche di Sicilia e Sardegna che minavano l’unità della nascente Repubblica Italiana; e se il problema esistesse, non riguarderebbe, oggi, quelle regioni. Stessa considerazione per la tutela linguistico culturale delle popolazioni germanofone e francofone. Premesso che esistono in Europa altre realtà di enclavi linguistiche senza che questo ponesse l’esigenza di diversificazioni amministrative, nella Europa delle regioni appare quanto meno superato il problema della tutela di minoranze linguistiche. L’abolizione dei confini pone fine al rischio, mai corso, di ghettizzazione di popolazioni di lingua e culture diverse all’interno di uno stato nazionale. Il cadere dei presupposti di tutela fa emergere chiaramente una situazione che si è completamente capovolta, nel senso che quella che era una garanzia contro la discriminazione oggi si è trasformata in un inaccettabile ed ingiusto privilegio. Basti pensare che la Regione Friuli-Venezia Giulia trattiene il 60% delle imposte, la Sardegna, e la Val d’Aosta il 70%, le provincie di Trento e Bolzano il 90% e la Sicilia addirittura il 100%. La conseguenza, ad esempio è che le provincie di Trento e Bolzano con un milione di abitanti dispongono dello stesso budget del Veneto che ne ha 4,8. Il che significa che per servizi e investimenti i cittadini del Veneto hanno ha disposizione circa il 20% delle risorse disponibili per i vicini altoatesini. Tutto questo oggi appare evidentemente non solo superato dalla realtà attuale, ma ingiusto nei confronti delle altra popolazioni. Nella attuale difficile situazione economica queste differenze e svantaggi sono assolutamente inaccettabili, in quanto i problemi, le difficoltà e le necessità sono uguali in tutto il territorio nazionale e non certo determinate dalla diversità della lingua o della natura del territorio. Gli abitanti di montagna della provincia di Sondrio o della Sila non hanno problemi diversi e minori di quelli della Val d’Aosta o del Trentino, così come il Friuli non è più una enclave di confine deindustrializzata e Sicilia e Sardegna, perfettamente inserite nel contesto italiano ed europeo, necessitano degli stessi interventi di altre aree meno sviluppate economicamente del nostro paese. Nel momento in cui si raccolgono tutte le risorse per diminuire il debito pubblico e finanziare gli strumenti per un rilancio economico, appare inaccettabile la conservazione di quelli che nel tempo sono diventati privilegi. Occorre per questo motivo il superamento delle Regioni e Provincie a Statuto speciale, assumendo anche tutte le iniziative finalizzate a questo obiettivo su tutti i tavoli istituzionali interessati, che oggi non è certo imputabile di discriminazione, ma bensì di riequilibrio e giustizia nei confronti di tutti i cittadini italiani.

Lo scandalo delle regioni a statuto speciale, non toccate dalla manovra. Si può dire molto dei tagli presenti nella manovra finanziaria appena proposta dal Governo ma di sicuro certi privilegi non sono stati toccati e non si è sforbiciato dove si poteva. Parliamo delle regioni a statuto speciale che raramente (per non dire mai) fanno sacrifici a livello amministrativo. Basta leggere alcuni dati che fanno gridare allo scandalo.

-La Valle d’Aosta è la regione più dispendiosa d’Italia: nel 2008 11983 euro pro-capite, più del triplo della spesa pro-capite italiana (3820). Trattiene inoltre il 90% del gettito delle tasse riscosse sul proprio territorio ma spende comunque il 36% in più contro una media italiana del 14%. Nel 2006 c’era un consigliere regionale ogni 3511 abitanti (contro una media italiana di 51728) e il loro emolumento rappresentava una spesa pari a 30,24 euro contro una media italiana di 2,26.

-Il Trentino Alto Adige trattiene il 90% delle tasse riscosse ma spende il 18% in più di quanto riceve. Ha i record per stipendi dei propri amministratori: il sindaco di Bolzano è il più ricco d’Italia (oltre 12000 euro al mese) mentre il presidente della provincia prende 6000 euro in più del cancelliere tedesco (25600 euro al mese contro 19300).

-La Sicilia ha un contenzioso storico con lo Stato Italiano per una serie (da dimostrare) di inadempimenti di quest’ultimo e sostiene di essere l’unica regione con il diritto di far rimanere sul territorio il 100% del gettito fiscale. La spesa pro capite pesa in percentuale sul Pil per il 30% ed è terza nel numero di abitanti per dipendenti regionali.

-La Sardegna ha raddoppiato ultimamente le province (tutte e 4 le ultime hanno meno di 154000 abitanti) e quella dell’Ogliastra è la meno popolata d’Italia. La spesa pro-capite è la terza in Italia.

-Il Friuli Venezia Giulia è il più virtuoso tra le regioni a Statuto Speciale e, per esempio, i sindaci hanno stipendi più bassi che nelle regioni ordinarie.

PARLIAM DI LORO: GLI ALTOATESINI.

Premessa. Per evitare malintesi: se, di seguito, parlo di altoatesini "tedeschi" o "italiani" intendo naturalmente quelli di madrelingua tedesca o italiana. Perché secondo il passaporto tutti sono italiani. Le eterne liti sulla questione se gli altoatesini sono prima di tutto italiani, tedeschi, austriaci o tirolesi lascio volentieri agli ideologi di tutti i campi.

Il caso del Signor Baldin. Conosco un signore di Padova - per rispettare la sua privacy lo chiamerò Sig. Baldin - che ha una seconda casa in Alto Adige. Ama tutto quello che è tedesco, parla discretamente il tedesco, ma quando torna da un fine settimana nella sua casa in Alto Adige è spesso un po' frustrato e si lamenta: "Quelli la (si riferisce agli altoatesini di lingua tedesca) mi ricordano sempre che sono italiano!" Lui vuole essere uno di loro, ma loro non lo lasciano. Lo trattano "da italiano" e questo significa: con una certa cortese distanza. Viene gentilmente tollerato, ma non accettato al 100% e si sente incompreso. Dall'esperienza del povero Sig. Baldin ho capito che la convivenza tra "gli italiani" e "i tedeschi" dell'Alto Adige non funziona ancora bene.

Perché gli altoatesini tedeschi non amano gli italiani?

Fino al 1919 l'Alto Adige era una parte dell'Austria. Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'Italia, che era uscita dalla guerra dalla parte dei vincitori, doveva essere accontentata e ricevette questa parte dell'Austria che invece aveva perso la guerra. Il dramma incominciò nel 1922 quando Mussolini arrivò al potere. L'Alto Adige fu "italianizzato" con la forza. L'Italia cacciò non solo tutti i tedeschi dai posti strategici dell'amministrazione e dalla vita pubblica, persino la natura doveva diventare italiana: il nome di ogni bosco, ogni ruscello, di ogni montagna e paese, tutti i nomi geografici furono cambiati - con risultati delle volte anche ridicoli. Qualsiasi tradizione tedesca fu soppressa, niente doveva più ricordare un passato non-italiano. Fu una durissima umiliazione che molti "tedeschi" dell'Alto-Adige stentano ancora oggi a dimenticare.

Perché gli alto-atesini italiani non amano i tedeschi?

Ormai tutto questo appartiene al passato. Oggi, il Trentino-Alto Adige è una regione con uno statuto speciale che garantisce una vasta autonomia e mezzi finanziari parecchio al di sopra rispetto alle altre regioni d'Italia. La provincia di Bolzano è "bilingue", chiunque voglia lavorare per il comune, per la provincia o la regione deve sapere sia il tedesco che l'italiano. Dopo la "stagione delle bombe" negli anni 50 e 60 in cui gli "oltranzisti" tedeschi volevano costringere l'Italia al ritiro dalla regione è tornata la pace, anche a causa di importanti concessioni economiche e politiche che lo stato italiano ha fatto alla provincia di Bolzano. Ma nonostante ciò tedeschi e italiani hanno ancora difficoltà con la convivenza. Oggi sono spesso gli italiani a lamentarsi, oggi sono loro a sentirsi in un certo modo svantaggiati. I tedeschi si comportano delle volte con una certa arroganza che sembra un misto tra vendetta per i torti subiti nel passato e un sentimento di superiorità che vede negli italiani e nell'Italia solo le caratteristiche dei più banali luoghi comuni: gli italiani sono inefficienti, pigri e inaffidabili.

Turisti tedeschi e italiani.

I turisti tedeschi difficilmente si accorgeranno di questi problemi. Ma anche molti turisti italiani ci vanno volentieri e vengono trattati bene, infine portano parecchi soldi e l'Alto Adige vive per lo più dal turismo. Ma più di una volta ho notato una sottile differenza: tedeschi e austriaci vengono ricevuti con vera cordialità, gli italiani con una "gentilezza professionale". Uno sguardo nei due quotidiani della regione, "Dolomiten (quotidiano tedesco) e "Alto Adige" (quotidiano italiano), conferma questa impressione: le tensioni politiche tra le due etnie non sono affatto sparite. Sono le persone che vivono lì che sentono di più il disagio del "problema etnico". I turisti invece, tedeschi o italiani che sia, vengono e vanno.

Un problema senza soluzione?

Molti vedono nell'Alto Adige una specie di isola felice, un "pezzo della Germania (o dell'Austria) in Italia". Le strade sono più pulite, l'amministrazione funziona meglio, insomma ci si sente quasi come in Germania o in Austria. Ma sullo sfondo c'è sempre quel problema irrisolto della convivenza tra la parte tedesca e quella italiana della popolazione. Ci sono due atteggiamenti molto diffusi che certamente non migliorano la situazione: da una parte i tedeschi (o almeno una parte di loro) che si ostinano a non voler riconoscere gli italiani come cittadini dello stesso livello e dall'altra parte gli italiani (o almeno una parte di loro) che si sentono offesi nel loro orgoglio e che hanno come unico argomento: "siamo in Italia, rispettate questo fatto e basta!". Quelli che cercano una terza via purtroppo fanno fatica a farsi sentire. Ma, secondo me, non c'è alternativa a questa strada "tra le etnie". Sia l'arroganza da una parte, sia l'orgoglio ferito dall'altra non risolveranno certo i problemi di questa - bellissima - regione (semi-tedesca) dell'Italia!

PARLIAMO DI SPRECHI. SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ITALIANI?

Inchiesta Sprechi: Bolzano, l'aeroporto resta vuoto. Scrive Paolo Cagnan su “L’Espresso”. Il nuovo terminal è stato inaugurato ed è costato sei milioni di euro. Ma l'unica linea aerea che lo usava sta fallendo. E così è destinato a rimanere un fantasma. Pagato dai contribuenti. Nuovo, sfavillante terminal di Bolzano era stato inaugurato ed era costato sei milioni di euro. Ora si guarderà allo specchio a tempo indeterminato: perché l'unica compagnia che serve l'aeroporto, la Air Alps, è a un passo dal fallimento. E per quanto la Provincia autonoma si sia affrettata a dire che una soluzione si troverà, all'orizzonte si profila un flop senza appelli. La Gazzetta ufficiale ha appena pubblicato il decreto di cassa integrazione dei 44 dipendenti italiani della compagnia quando i voli su Bolzano, Roma, Parma e Salerno restano a terra. Nessuna spiegazione. Sino al 2009, a finanziare l'Air Alps era stato il gotha dell'economia altoatesina, convinto che una terra ricca come l'Alto Adige non potesse fare a meno di un aeroporto. Ma non aveva messo nel conto l'ostracismo di una parte consistente della popolazione, né il diniego dell'Enac all'allungamento della pista, fondamentale per non limitarsi ai Fairchild Dornier da 32 posti e fare atterrare anche velivoli da 80 passeggeri. Gli imprenditori avevano gettato la spugna, ma non la Provincia di Bolzano, che nell'Air Alps ha sinora riversato 4,4 milioni di euro: soldi pubblici gettati al vento. Non i soli: nel conto c'è infatti da mettere anche il milione e mezzo di euro sborsato dalla Regione Trentino-Alto Adige. «A questo punto chiediamo l'intervento della Corte dei conti», dice il consigliere provinciale dei Verdi Riccardo Dello Sbarba, «che già nel 2008 aveva intimato alla Provincia di dismettere le sue quote e uscire dalla società». La Air Alps è un vettore austriaco. Fuggita a gambe levate la cordata altoatesina, nel 2009 la maggioranza della società (il 78 per cento) era stata rilevata dalla Welcome Air, a sua volta controllata dal Lions Air Group di Zurigo. Il resto del pacchetto azionario è tutto italiano, con il 16 per cento della Bzs Holding del re dello speck Franz Senfter, il 4 per cento della Sta (una controllata della Provincia) e il 2% della Regione. E adesso? Revoca della licenza di volo in Austria, stato d'insolvenza manifesto, cassa integrazione per il personale: la fine sembra segnata. A provocarla, dicono gli addetti ai lavori, mancati investimenti e scelte strategiche controverse, come un servizio di aeroambulanze che avrebbe reso molto meno del dovuto. Certo è che la crisi di Air Alps si abbatte in pieno sull'aeroporto di Bolzano: da oggi, niente più voli di linea. Qualche jet privato (soprattutto russo, verso le piste da sci dolomitiche) e gli aerei da turismo: ecco cosa resterà. La Airport Bolzano Dolomiti (Abd) che gestisce il piccolo scalo è una società in-house della Provincia, che ha sinora speso qualcosa come 45 milioni di euro. L'aeroporto dovrà formalmente restare aperto: uno scalo-fantasma. A rischiare il posto, ora, è anche il personale di terra. Il Ceo di Welcome Air, Sabine Mertens, ufficialmente nega la criticità della situazione, ma gli aerei sono tutti fermi a Innsbruck in Tirolo mentre il governatore altoatesino Durnwalder ?€“ al quale erano state consegnate 28 mila firme contro l'ampliamento dello scalo - parla già di una nuova gara per cercare altre compagnie e coprire almeno i collegamenti con Roma e Vienna. Peccato che la concessione con Air Alps scada soltanto a novembre. Così l'Italia delle piste bonsai, inutili e pagate dai contribuenti, potrebbe presto perdere un altro pezzo. Bolzano resta collegata a Roma solo attraverso l'aeroporto di Verona-Villafranca; ma anche qui, i guai non mancano. Dopo l'addio del presidente Fabio Bortolazzi, poco prima di Natale aveva lasciato la Catullo Spa anche il direttore generale Massimo Soppani, «preso atto del nuovo indirizzo strategico della società». Ai due viene imputato il buco di bilancio (19 milioni di euro previsti per il 2011) e il disastro gestionale della consorella, l'aeroporto di Brescia-Montichiari i cui sprechi erano stati denunciati dall'Espresso solo alcune settimane fa. Quest'ultimo, un pozzo senza fondo con qualche volo postale e poco più, avrebbe dovuto ospitare tre nuove compagnie cargo, ma non se n'é vista neppure una e ora si pensa ad una "bad company" per scorporare il ramo secco. Quanto al "Catullo", che pure nel 2011 ha registrato un aumento dei passeggeri del 12% (quasi 3,4 milioni), il bubbone è scoppiato per il contratto (per molti capestro) siglato con Ryanair, che da solo produce una perdita di due-tre milioni d'euro l'anno. 

SONO DIVERSI DAGLI ITALIANI?

Sulle sponde altoatesine dell'Isarco, dove tutto è sempre ordinato e quieto, sta per arrivare un improvviso scossone, scrive Andrea Pasqualetto su “Il Corriere della Sera”. Dopo quattro mesi d'indagine, il giovane procuratore contabile Robert Schülmers ha infatti depositato in questi giorni un pesantissimo atto d'accusa contro l'uomo più potente dell'Alto Adige, Luis Durnwalder, leader della Südtiroler Volkspartei e incontrastato presidente della ricca provincia di Bolzano da quasi un quarto di secolo. Gli contesta 17 anni di illecita gestione del cosiddetto fondo per spese riservate, cioè quel tesoretto pubblico previsto ogni anno dalla legge finanziaria e destinato al presidente per l'esercizio dell'attività istituzionale.

Non tre denari: in tutto 1 milione e 653 mila euro che secondo la procura regionale della Corte dei Conti è il danno erariale procurato dal governatore nel corso degli anni in varie forme e per le spese più diverse, elencate in circa duecento pagine di «invito a dedurre», il documento conclusivo dell'inchiesta. «Una cadenza quasi quotidiana - scrive il procuratore - utilizzando il denaro contante custodito all'interno della cassaforte e incaricando spesso una delle tre segretarie o gli uscieri di fare l'acquisto».

Si va dalle spese «tassative» come l'Ici sulle sue abitazioni, il canone Rai fin da quando si pagava in lire o la quota annuale di iscrizione all'albo dei giornalisti, a quelle «affettive» tipo i 1.510 euro del 2011 di biglietti aerei per Vienna a favore di Angelika, la sua attuale compagna, il fondo pensione di Heike, la precedente compagna, le bollette e l'Ici di Gerda, l'ex moglie. Ricorrono poi yogurt, frutta, assicurazioni dei vari anni, fazzolettini Tempo, lucido da scarpe, ombrelli, caramelle, scatole di aspirine, Aulin, mazzi di fiori, spumante, permessi per la caccia, e poi 10 schiaccianoci per 1.250 euro, un campanaccio da pecore, un bersaglio con inciso il suo nome regalato agli Schützen e costato nel 2001 4,3 milioni di lire, un ritratto fotografico personale pagato nel '97 un milione, una foto gigante di lui vestito da Schützen, fino al recente ritratto della figlia più piccola fatto dall'artista Sigrid Trojer e pagato il 18 maggio scorso 3.500 euro. Insomma, migliaia di acquisti per decine di pagine, dal 1995 al 2012. Una lunghissima e spesso personalissima lista della spesa che per gli investigatori sarebbe del tutto «ingiustificata».

Fra le spese occulte «l'indebito utilizzo del personale per la cura delle faccende personali e domestiche di Durnwalder, con un danno potenziale per l'ente pubblico di 100.322 euro». La procura si è soffermata su alcune uscite particolari e in particolare su quelle per il partito politico. Mentre sul fronte delle entrate sottolineano le strane «forme di ringraziamento» dell'imprenditoria locale che lavora con l'ente pubblico. Fin qui, dunque, l'accusa. E il governatore cosa dice? «Non ho incassato un solo euro», ha ripetuto in questi mesi. Sostiene che se da una parte utilizzava la cassaforte pubblica, dall'altra compensava con versamenti mensili di tasca sua. «Quanto agli imprenditori, alle volte capita che qualcuno per il quale abbiamo fatto... mi dice "lei avrà qualche famiglia povera da aiutare, noi li diamo a lei" e poi io li do a loro». Per lui è chiarissimo, per la procura contabile e per quella penale che indaga per peculato un po' meno: «Mancano i riscontri».

Chissà come la prenderà Florian Mussner, assessore alla rigorosa cultura ladina, quando gli diranno che quel binocolo da 500 euro ricevuto in regalo per il suo compleanno dall'amico e governatore Luis Durnwalder è stato forse pagato con i soldi pubblici del Fondo riservato della provincia di Bolzano, scrive  Andrea Pasqualetto su “Il Corriere della Sera”. Lo sospettano gli inquirenti altoatesini, come sospettano che dallo stesso fondo di 72mila euro annui siano usciti gli 800 spesi dal Landeshauptmann, cioè il presidente della provincia autonoma bolzanina, per un pranzo al rinomato ristorante Laurin. Oltre a quelli, ma qui va fatto un distinguo, usati per pagare le imposte personali come l'Ici, la tassa sui rifiuti, quella sulle acque reflue e i canoni tivù, i biglietti aerei per se e per la compagna, i medicinali, il rinnovo della patente di caccia, l'acquisto delle pallottole e tutto il necessaire per l'automobile, dall'assicurazione al bollo al cambio gomme. Per finire con un must di famiglia: le spese nuziali del figlio primogenito Hannes. È questa la lunga e sospetta lista della spesa degli ultimi dieci anni (dal 2002) che il magistrato della Corte dei Conti ha spedito al procuratore di Bolzano Guido Rispoli, costringendolo così ad aprire un procedimento penale per peculato nei confronti del settantaduenne Durnwalder, leader della Südtiroler Volkspartei. È dunque indagato l'uomo più potente del'Alto Adige, capace di governare incontrastato per ventitré anni la ricchissima provincia «tedesca» d'Italia, dove circa il 90% per cento delle tasse rimane in loco evitando l'antipatico passaggio da Roma. Un elenco che, visto così, assomiglia terribilmente a quello che ha movimentato le pagine dei giornali nelle ultime settimane grazie in particolare agli acuti del laziale Francesco Fiorito. Al punto che fra queste valli qualcuno già osa parlare del Batman delle Alpi, in modo decisamente irriguardoso e anche poco preciso. Innanzitutto perché quelli di Fiorito e degli altri erano denari destinati ai partiti, mentre queste sono riserve pubbliche che una sentenza della Corte di Cassazione del 2009 ha strettamente legato all'esercizio delle funzioni con «obbligo di motivazione delle spese». E poi perché nel caso di Durnwalder bisogna necessariamente distinguere tre livelli di esborso che generano una confusa commistione fra pubblico e privato, come ipotizza il procuratore regionale «contabile» Robert Schülmers. Ci sono i prelievi dal fondo giustificati dalle ricevute di pagamento e attribuiti talvolta arditamente dal governatore alla sua attività istituzionale (scontrini di pranzi, cene, regali come quello a Mussner, frutta, tè, colazioni, fazzoletti ecc); ci sono le spese «private» pagate con la cassa del fondo attraverso la segretaria (tasse, macchina, caccia, matrimonio ecc); e ci sono quelle senza alcun giustificativo contabile, sostenute brevi manu dal presidente a titolo di mance per le sue partecipazioni a cerimonie, feste, inaugurazioni, tipo quella a un'associazione di San Paolo o al ballo della maturità del liceo. Perché questo, dicono, è il costume locale: «Durni», come viene chiamato dalla minoranza italiana, mette la mano in tasca e anticipa del suo: «Tieni qua 2-3-400 euro» per la banda, per il banchetto, per il disoccupato, per questo e per quello. Che fa tanta simpatia e magari porta anche qualche voto. Ecco, a fine mese il presidente prende un foglio di carta e scrive tutto in una sorta di autocertificazione di «spese istituzionali» che vanno a compensare quelle private. Ieri, dopo 18 anni, gli è però venuto un dubbio: «La domanda è: posso usare il fondo riservato per fare un'offerta a una banda musicale o a una compagnia di Schuetzen? Se non posso è peculato, certo». Il procuratore Rispoli conta di rispondergli a breve. Nel frattempo lui rimane in sella: «Non mollo neanche se mi sparano».

SPRECHI.

Sugli sprechi della regione Sicilia tutti si lavano la bocca. E su i padani a parlar male. Degli sprechi delle regioni tutti stanno zitti, salvo che Andrea Morigi, con un articolo su Libero Quotidiano. Tutto ciò ha più valenza tenuto conto che il giornale non è mai tenero con i meridionali.

SPRECONI PER STATUTO. Trentino Alto Adige peggio della Sicilia: l'autonomia dorata gliela paghiamo noi. Tasse basse e fondi da Roma: così foraggiamo masse di dipendenti pubblici.

Follie d'Italia: il governatore bolzanino Durnwalder guadagna più di Obama...Si sono arroccati sulle montagne, con il loro tesoro e non vogliono mollarlo. In Trentino Alto Adige-Südtirol, il 31,7% del bilancio dei Comuni è costituito da entrate extratributarie. Anche perché da quelle parti le tasse incidono in misura molto minore rispetto al resto del territorio italiano, secondo i dati Istat relativi al 2010. Così, se in una regione a statuto ordinario come la Liguria la media pro-capite è di 572 euro, in Trentino Alto Adige si scende drammaticamente a 211 euro per abitante. Il motivo è presto detto: arrivano barcate di soldi da Roma. Nella Provincia autonoma di Trento sono riusciti a chiudere il bilancio 2011 in pareggio con un “fatturato” di 4,6 miliardi, garantiti quasi interamente (3,9 miliardi) dallo Stato, che restituisce all’autonomia trentina e bolzanina i nove decimi del gettito fiscale incassato localmente. In confronto a quanto ricevevano dopo la “Notte dei fuochi”, cioè la stagione degli attentati ai tralicci dell’alta tensione con cui nel 1961 i separatisti altoatesini chiedevano il ritorno dell’Alto Adige all’Austria, è poco. Ai tempi del patto fra la Democrazia Cristiana e la Südtiroler Volkspartei di Silvius Magnago, le cifre dei trasferimenti si aggiravano sui 10mila miliardi l’anno per 500mila abitanti. Ora il rapporto fra la popolazione e i soldi non è più lo stesso, nonostante l’alto numero di suicidi. Eppure le competenze affidate alle istituzioni locali rimangono costanti: soltanto il 60% di quanto ricevono è giustificato dalla spesa pro capite di 406 euro per lo stipendio del personale amministrativo. E va aggiunto che se ne approfittano anche, se si considera che il numero di dipendenti pubblici è superiore alla media nazionale del 32% e si spendono tra i 7 e gli 8mila euro per i servizi generali della Pubblica amministrazione. Ovvio che anche i parametri retributivi siano collocati a livelli stratosferici. Fanno eccezione i 70 consiglieri delle due Province autonome, che si sono autoridotti le indennità e ogni mese intascano 5.900 euro netti rispetto ai precedenti 9.100. Per gli ultimi eletti, è saltato anche il vitalizio. Dovranno consolarsi con i rimborsi per gli spostamenti pari a 0,33 euro al chilometro fino a ottomila chilometri l’anno. Quando gli stessi consiglieri siedono in Regione, invece, si vedono rimborsati appena seimila chilometri l’anno. Un capitolo a parte, invece, riguarda il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Dürnwalder, che, tolte le tasse, guadagna più del presidente degli Stati Uniti: 12mila euro al mese. Il calcolo è presto fatto: al presidente va il 50% in più che a un consigliere, a un vicepresidente il 25% e un segretario questore il 12,5 per cento. «Si potrebbe gestire meglio la spesa», spiega Rodolfo Borga, consigliere provinciale del Pdl a Trento. Sotto accusa sono «l’eccesso di dirigismo che, stante la capacità maggiore di incidere sul tessuto sociale ed economico, impone una presenza eccessiva del settore pubblico. Anche a causa della legge elettorale, che dà enormi poteri ai governatori, il centralismo ha depresso la capacità d’iniziativa delle aziende». Non ritiene necessaria quindi una cura dimagrante, perché «siamo a costo zero: non contribuiamo al bilancio dello Stato ma non pesiamo nemmeno», in quanto «la scuola, l’asilo, l’università, le strade ricadono direttamente sotto la competenza della Provincia, mentre allo Stato rimangono la giustizia, i tribunali e l’ordine pubblico». Semmai, si poteva pensare a un risparmio in occasione del referendum, promosso dalla Lega Nord e svolto nell’aprile del 2012 per l’abrogazione delle Comunità di Valle, costituite nel 2006. L’opposizione le contestava come uno spreco di risorse pubbliche e un’invasione nella sfera di competenza dei Comuni. Peccato che non sia stato raggiunto il quorum. Per Borga, si tratta soltanto di «un ulteriore ente intermedio», che si traduce nell’ennesimo «strumento di controllo politico del territorio». L’alternativa, le «unioni di comuni per la gestione di servizi in forma associata» potrebbe rappresentare un buon suggerimento per chi dovrà rassegnarsi a vedere calare la scure della spending review fissata dal governo. In conseguenza del decreto, i tagli per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome si dovrebbero attestare a 600 milioni nel 2012 e a 1,2 miliardi nel 2013, senza contare il miliardo e mezzo di riduzioni previste a partire dal 2014. I governatori li sommano agli effetti delle manovre precedenti, che per il Trentino-Alto Adige ammontavano a 902 euro in meno di spesa pro-capite, e lanciano l’allarme, in nome del feticcio dell’autonomia, antico privilegio che si conserva fin dai tempi in cui facevano parte dell’Impero austro-ungarico. Per ora, la battaglia è a colpi di carta bollata. Dopo l’accordo quadro di Milano del 2010, sottoscritto con il governo precedente dai ministri Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, sembravano essere state sistemate tutte le partite arretrate che da anni erano rimaste bloccate, impedendo il trasferimento di fondi dalle casse dello Stato. In cambio, le Province autonome si erano rese disponibili a un contributo rilevante purché fossero fissati alcuni paletti a tutela della loro “specialità”. Ma ora, con l’esecutivo Monti, la musica è cambiata. Si presenteranno impugnative e ancora una volta si finirà in un estenuante contenzioso giuridico. Nel frattempo si tenterà l’ultima carta, pretendendo altro denaro per il passaggio di funzioni dalle Province ai Comuni. Tanto perché non finisca troppo presto l’ultradecennale stagione della pacchia. 

PARLIAMO DI MAFIA.

"Nicht mit uns" (senza di noi): con questa risposta gli Schuetzen di Anterivo, un paesino di montagna in Alto Adige, hanno deciso di boicottare le riprese di un film sulla mafia rifiutandosi di fare le comparse con i loro costumi, racconta “Il Corriere della Sera”. Regista l'austriaco Felix Mitterer. La storia è quella di un boss mafioso, interpretato da Mario Adorf, mandato in soggiorno obbligato in un paese dell'Alto Adige dove la popolazione è praticamente tutta di lingua tedesca. L'ostilità per l'indesiderato ospite è dapprima evidente ma poi, giorno dopo giorno, l'uomo guadagna la stima dei paesani. "Quando un boss nemico gli fa ammazzare il figlio, dice la sceneggiatura. Tutto il paese partecipa commosso ai funerali". E per girare questa scena era previsto l'utilizzo di numerose comparse, quasi tutti i quattrocento abitanti di Anterivo (Altrei in tedesco). Ma gli Schuetzen locali hanno risposto "nicht mit uns" non condividendo questa visione dei rapporti tra sud tirolesi e un mafioso. La loro è stata soprattutto un'obiezione politica. Già l'Italia va stretta a questi "tiratori" che si considerano difensori delle tradizioni patriottiche più conservatrici tirolesi e sognano il ritorno dell' Alto Adige all'Austria o la nascita di un grande Tirolo. Impossibile per loro mescolarsi con il simbolo più negativo d'Italia, la mafia. Il sindaco Paul Amort è sicuro che si troverà una soluzione. Sono in corso trattative per spingere gli Schuetzen a una retromarcia. O per lo meno ad accettare di affittare i loro costumi a chi è disposto a fare la comparsa.

''Vicini di mafia'' del giornalista del Sole24Ore Roberto Galullo non è solo un libro: è un vero e proprio viaggio tra le regioni d'Italia strette nella morsa della criminalità organizzata. Ci sono gli «affari ad alta quota» delle associazioni a delinquere che si sono focalizzate sul Trentino Alto Adige («i mafiosi non parlano il tedesco ma anche a Bolzano si fanno capire»).

Roberto Saviano, Marco Travaglio e l'intoccabile Trentino, scrive Emanuele Gecele su “La Valsugana”. In principio c'è stato l'intervento di Roberto Saviano al Festival dell'Economia. Il giornalista e scrittore napoletano ha "osato" parlare del Trentino come di una terra nella quale sono state fatte delle operazioni antidroga e verso la quale c'è il rischio (come in tutte le Regioni del nord) di interesse economico da parte delle associazioni malavitose. Una dichiarazione che non è andata giù né ai politici nostrani, né alla stampa locale e men che meno ai trentini, inorriditi dal fatto che un "terrone" avesse qualcosa da insegnare alla nostra incantata Provincia. Poi c'è stato Travaglio al Trentino Book Festival di Caldonazzo. In questo caso "l'antipatico" vicedirettore del Fatto Quotidiano ha parlato di corruzione, evasione fiscale e di privilegi dovuti allo status di Provincia Autonoma. Apriti cielo. Il senatore Fravezzi ha sciorinato le cifre che fanno indubbiamente del Trentino una Provincia virtuosa invitando Travaglio a informarsi prima di parlare. Sui quotidiani locali sono piovuti una serie di commenti pro Provincia e contro Travaglio da parte di molti infuriati lettori che si firmano "Homo Tirolensis", "Trentino vs Resto d'Italia", "Toni Mochen" e con altri divertenti nomi di trentina purezza. Altri hanno aspramente criticato il "comunista" Travaglio che ce l'ha sempre e solo con Berlusconi e il centrodestra. Tutti comunque con un'unica e chiara idea: guai a chi parla male della nostra Provincia. Dico la mia. Saviano e Travaglio danno fastidio perché sono come il grillo parlante: dicono la verità. In più i due giornalisti predicano l'onestà e la giustizia. E io sono d'accordo con loro: se non sei onesto devi subirne le conseguenze; se commetti un reato devi scontarne la pena. Che tu sia di destra o di sinistra non importa. L'onestà non ha bandiera. E il fatto che di Travaglio si lamentino soprattutto persone di destra è naturale, perché nella destra italiana ci sono un sacco di condannati e inquisiti. Ma il bello di due giornalisti liberi come Saviano e Travaglio è che criticano anche la sinistra (all'interno della quale non dimentichiamo c'è molta gente che con l'onestà fa a cazzotti). Questo è giornalismo, ragazzi. Nè servo nè schierato. Per quanto riguarda la Provincia, non prendiamoci in giro: vogliamo parlare di magnadore, privilegi, consulenze? Vogliamo parlare di "coltivazione" di bacini elettorali da parte dei politici nostrani? Vogliamo parlare di come la Provincia (non) ha gestito le problematiche ambientali in Valsugana? Diciamo che ci si potrebbe aspettare di meglio da una Provincia Autonoma. Il Fravezzi che si lamenta non è un paladino dell'Autonomia, ma uno dei suoi privilegiati che non puó che glorificarla...I trentini che amano la loro terra fanno bene. Magari non scordino che se le magagne ci sono, farle emergere e risolverle, vuol dire amarla ancora di più...

MAFIOPOLI A BOLZANO ???

C'è un colonnello dei carabinieri tra le persone fermate giovedì 2 dicembre 2010 da guardia di finanza e carabinieri per l'esecuzione di una ottantina di provvedimenti disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, scrive "Il Corriere della Sera". Si tratta di Luigi Verde, di 57 anni, in servizio a Bolzano. A confermare la notizia il comando generale dell’arma dei carabinieri. Le accuse per tutti i fermati, a vario titolo, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, traffico di droga e altro. Sono in corso sequestri di beni, per la maggior parte concentrati nel Lazio, del valore di 200 milioni di euro. Nell'abitazione a Bolzano del colonnello Verde sono state trovate, secondo quanto hanno riferito investigatori e inquirenti, armi da guerra ed esplosivo. L'ufficiale, secondo quanto è emerso dalle indagini, avrebbe svolto un ruolo, in particolare, nei trasporti di droga. L'organizzazione criminale faceva capo alle cosche Muto e Chirillo della 'ndrangheta ed aveva la sua base operativa a Cetraro (Cosenza), il paese della costa tirrenica base operativa di Muto, definito «il re del pesce». Alle persone contro le quali sono stati emessi i provvedimenti di fermo viene contestata l'associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di droga ed armi. L'operazione è stata condotta, oltre che in Calabria ed in Trentino Alto Adige, in Emilia e Veneto.

MAFIOPOLI A TRENTO ?!?!

In questi giorni è "scoppiato" il caso trentino poli, scrive “Cittadinanza attiva di Brentonico”. Più di altri commenti è forse bene ricordare le parole dette (e forse non ascoltate) dal nostro difensore civico nel "lontano" 29 luglio 2006.

«Diverse persone mi hanno riferito, parlando dei loro problemi con le amministrazioni di tanti piccoli paesi, che la mafia c'è anche in Trentino». Parola del difensore civico della provincia di Trento Donata Borgonovo Re. Chi l’avrebbe mai detto che nella provincia di Trento c’è la mafia? Certo, non è la mafia intesa normalmente, quella assassina, più precisamente si tratta di comportamenti che hanno del mafioso soprattutto nei piccoli comuni del Trentino.

Il 13 luglio 2006 Donata Borgonovo Re - che oltre ad essere difensore civico per conto del Consiglio provinciale lo fa anche per i comuni trentini che hanno sottoscritto un accordo in tal senso – ha riferito alla commissione trasparenza del comune di Trento sull’attività del 2005. Il difensore civico ha detto che nei piccoli comuni chi ha un certo cognome e fa parte della maggioranza trova dappertutto le porte aperte, chi invece è escluso da questa cerchia non gode di determinate corsie preferenziali. Insomma, un comportamento di tipo mafioso. Alla faccia dell’imparzialità della pubblica amministrazione, diciamo noi. Esiste un modo di trattare la gente non alla stessa maniera, ma dividendo fra serie A e serie B in base a “legami, simpatie, leggi non scritte” e molti amministratori si comporterebbero come “padri-padroni sulle loro comunità”, afferma Borgonovo Re, la quale riporta l’opinione a lei espressa da molti cittadini per cui ritiene che tali affermazioni debbano essere verificate sul campo. Su 1.200 fascicoli aperti nel 2005 123 solamente riguardavano il Comune di Trento in cui vive un quarto dei residenti in Trentino. Segno che nella città di Trento il rapporto cittadini-amministrazione comunale è meno problematico rispetto alle comunità più piccole. Dopo le reazioni stizzite del presidente della giunta provinciale Lorenzo Dellai e della sua Margherita, che ha chiesto le dimissioni del difensore civico, il difensore civico ha precisato che “mafia è un termine sicuramente esagerato: giovedì l’ho usato nella mia relazione semplicemente perché lo sentiamo ripetere spesso dai cittadini che vengono da noi a chiedere aiuto. Non posso negare che io e i miei collaboratori siamo rimasti colpiti dalla frequenza con la quale ci dicono "la mafia esiste anche in Trentino" e questo vuol dire che c’è un problema. Se qualcuno indica con il dito la luna non bisogna guardare il dito, ma la luna”. “Non credo – afferma Borgonovo Re – che ci sia una cupola e se dovessi definire io stessa il fenomeno non userei il termine "mafia". Credo però che in Trentino sia diffusa una cattiva cultura dell’amministrare, per la quale il sindaco considera il Comune come "cosa sua"’. E non si tratta di casi sporadici”. Le affermazioni del difensore civico giungono a poche settimane da un’altra polemica sollevata da un Sindaco sempre del Trentino il quale aveva affermato che chi non è allineato alla maggioranza di Giunta provinciale viene in certo qual modo boicottato. Sono seguite precisazioni, smentite da parte del Sindaco interessato che non intendeva dire quello che è stato scritto sui giornali. Ma tant’è, un certo malcontento fra i Sindaci ci sarà: perché evidentemente anche qui ci saranno quelli di serie a e di serie b, quelli che vengono quasi sempre accontentati e quelli invece che per vari motivi vengono in qualche modo boicottati. Dunque sta emergendo in Trentino una certa insofferenza verso gli amministratori locali. Evidentemente molti cittadini ritengono che un sistema quasi-federale, quale è l’autonomia speciale, non abbia portato con sé anche una maggiore coscienza orientata al bene comune ma abbia rafforzato il partito degli affari. E qui mi viene in mente la provincia sorella di quella di Trento ovvero quella di Bolzano dove vi è il “partito unico” – la Südtiroler Volkspartei. Ebbene, una ventina di anni fa il periodico dell’associazione degli universitari altoatesini/sudtirolesi in copertina mise quattro disegni: si partiva dalla stella alpina – simbolo della Südtiroler Volkspartei – sopra l’Alto Adige che via via si trasformava in piovra. Chissà cosa verrebbe fuori dalla pentola dell’Alto Adige se si togliesse il coperchio.

PARLIAMO DI MASSONERIA.

Lo studio sulla massoneria ha senz'altro un certo interesse, da una parte per il mistero che ancora circonda – almeno nell'immaginario comune, e spesso con un contorno che è più leggenda che storia – il fenomeno. Dall'altra perché sono sempre di più gli studi, anche autorevoli, che stanno tentando di comprendere quale fu l'effettivo ruolo (innanzitutto culturale) delle logge nella storia contemporanea, e dell'Ottocento in particolare. A livello accademico italiano, il riconoscimento scientifico della necessità di approfondire lo studio su questa materia è arrivato qualche anno fa, quando l'Einaudi ha deciso di dedicare un intero volume degli annali della sua prestigiosa Storia d'Italia proprio alla massoneria, scrive “La Rotaliana”. Anche nell'ambito della storia regionale (dell'attuale Trentino-Alto Adige) non sono mancati i tentativi di approfondimento del fenomeno: datato, ma ancora fondamentale, è ad esempio il libro di Antonio Zieger su I Franchi Muratori del Trentino. Non è un caso che il libro porti la data di edizione del 1925, in età fascista parlare di massoneria era innanzitutto un modo per dimostrare come, un secolo prima, vi fossero stati dei Trentini fieramente convinti dell'italianità di Trento (che dal 1813, e sino alla Prima Guerra Mondiale, si trovava in realtà sotto dominazione asburgica). Alla vigilia del 1848, le società segrete avevano in effetti avuto un ruolo importante nella diffusione di istanze culturali a favore della nazionalità italiana del Trentino, e più in generale di idee di ammodernamento sociale. Le stesse che in Francia avevano trovato espressione, almeno ideologica, nella rivoluzione del 1789. «Nel Tirolo – ha scritto Helmut Reinalter in un suo studio – il percorso evolutivo dell'Illuminismo si sviluppò su piani diversi, spesso intrecciati tra loro: su quello delle riforme teresiano-giuseppine, su quello dell'Illuminismo cattolico e su quello delle varie associazioni illuministiche e – appunto – delle società segrete». Anche gli studi più recenti di area italiana (usciti, ancora non a caso, in occasione dei 150 anni dall'unità d'Italia) concordano su questa stessa linea interpretativa. «L'importanza delle vendite carbonare e di altre società segrete che combatterono per l'unità nazionale – secondo Gian Mario Cazzaniga – è data anzitutto dall'essere luogo di formazione e organizzazione di nuove élites, che diverranno poi dirigenti delle istituzioni nel nuovo Stato unitario. Questa funzione termina intorno al 1860, con l'eccezione dello Stato Pontificio, dove la Carboneria ha un ruolo importante fino al 1870, e di territori in prevalenza italofoni che restano sotto l'impero austro-ungarico, dove la storia delle vendite carbonare in parte si intreccia coi movimenti irredentistici». Scrivere di massoneria, insomma, non è solo avventurarsi in un panorama fatto di riti e segreti, ma studiare un aspetto ancora poco noto della storia culturale del nostro passato. La Massoneria, che fa riferimento al grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, in regione conta una presenza piuttosto forte e qualificata articolata in tre logge altoatesine (la “Franz von Gumer” , la “Italia e Concordia” e la meranese “Castrum Majense”) e due trentine (la “Francesco Filos e la roveretana Wolfgang Amadeus Mozart”) con un totale di circa 160 affiliati, la maggior parte dei quali in Alto Adige. Superati gli anni delle ombre legate alle deviazioni di Licio Gelli, ma anche alla scissione di Giuliano Di Bernardo, il Grande Oriente d’Italia sotto la guida del gran maestro Gustavo Raffi si sta consolidando con un’impostazione di grande trasparenza promuovendo una miriade di iniziative di approfondimento dei valori della muratoria puntando soprattutto al dialogo ed al confronto con tutte le componenti culturali e sociali con l’unico obiettivo della ricerca dell’equilibrio fra tradizione ed innovazione.

MAGISTROPOLI.

Giudice denunciato per percosse, scrive "L'Espresso". Il procuratore Tarfusser ha trasferito gli incartamenti, per competenza, a Trieste. Un noto magistrato bolzanino in servizio da anni nel comparto penale è stato denunciato dalla moglie per percosse. La querela, decisa nell'ambito di una drammatica quanto difficile separazione coniugale (chiesta dalla donna), è finita sul tavolo del procuratore capo della Repubblica Cuno Tarfusser che ha inviato gli atti, per competenza, alla Procura della Repubblica di Trieste. Tutti i procedimenti penali riguardanti magistrati altoatesini devono essere trattati nella città giuliana. La vicenda ha creato un certo scalpore negli ambienti forensi altoatesini. La clamorosa denuncia è stata depositata dalla donna poco prima della scorsa estate. Per il momento il magistrato, che lavora nell'ambito del comparto giudicante penale, è rimasto al suo posto. Ovviamente saranno i magistrati triestini a dover valutare la fondatezza delle accuse contenute nell'atto di querela della donna. Solo dopo un'eventuale condanna penale definitiva il giudice potrebbe essere oggetto di provvedimenti di carattere disciplinare su iniziativa del Consiglio superiore della magistratura. Per il magistrato in questione, comunque, la vicenda è solo alle prime battute. Bocche cucite in Procura della Repubblica. L'intero incartamento depositato dalla moglie a sostegno della querela è stato visionato solo formalmente. Preso atto che nella vicenda era coinvolto un magistrato bolzanino il procuratore ha agito nell'unico modo previsto dalle disposizioni di legge: inviando cioè gli atti per competenza a Trieste.  L'episodio violento nei confronti della donna (che ha denunciato di essere stata picchiata) si inquadra in una separazione coniugale molto difficile e tesa. E' quanto ha confermato lo stesso avvocato Benedetto Costantino, titolare di uno dei più rinomati e apprezzati studi legali di Padova, a cui la moglie del magistrato si è rivolta per ottenere una adeguata assistenza legale. Il professionista padovano ha semplicemente confermato il deposito della querela per percosse. Non ha voluto rilasciare altre dichiarazioni se non ammettere che l'intera vicenda per la sua assistita (che sta affrontando ora la separazione coniugale) ha toccato momenti ed episodi realmente pesanti e drammatici. Ricordiamo che il reato di percosse è perseguito dal codice penale all'articolo 581: è la forma più lieve di attentato all'incolumità personale per schiaffi, pugni e calci. La persona inquisita per questo reato rischia sino a 6 mesi di reclusione.

BOLZANO ALL'ITALIANA.

Il presidente della Provincia accusato di aver sperperato 1,6 milioni. Il procuratore della Corte dei conti, Robert Schulmers, che indagava su di lui: "Il Quirinale ha chiesto informazioni su di me, mi hanno detto ti distruggono, volevano fermarmi", scrive Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”. Il Quirinale ha fatto pressioni sui vertici della Corte dei conti per aiutare il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, il leader del partito Südtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder, citato in giudizio per un danno erariale di 1 milione e 600mila euro. La denuncia proviene dal procuratore regionale della Corte dei Conti in Trentino Alto Adige, il procuratore Robert Schulmers, che racconta tutto in una serie di lettere indirizzate al suo capo, il procuratore generale della Corte dei Conti Salvatore Nottola, dal quale si è sentito abbandonato, e anche al presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Contabili, Tommaso Miele, oltre che ai colleghi della mailing list dell’associazione magistrati. Il Fatto pubblica i contenuti delle lettere nelle quali è citato anche il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, perché avrebbe chiesto al procuratore Schulmers di darsi una calmata con i politici. La lettera più devastante è del primo marzo scorso. Schulmers scrive al procuratore generale Nottola contestandogli il suo comportamento: “In data 5 giugno 2012 il Presidente provinciale Luis Durnwalder si reca in visita ufficiale al Quirinale e, tra una chiacchiera e l’altra – scrive il procuratore del Trentino al suo capo – chiede un intervento del Capo dello Stato, come già scritto in precedenza. Dopo neppure un paio di giorni arriva una tua (di Nottola, ndr) telefonata in cui, come prima cosa, mi chiedi se ho un numero di telefono diverso da quello della Corte su cui chiamare. No, mi dispiace, io uso solo quello. Ma ho già capito”. Cosa c’era di così delicato da riferire, dopo l’incontro al Colle Napolitano-Durwaldner? Prosegue Schulmers: “Mi metti al corrente che la settimana entrante, credo di martedì, ti attende un appuntamento con un personaggio importante che ti deve raccontare delle cose su di me e non vuoi essere impreparato. Mi chiedi di predisporre una relazione sulla situazione. Ma di spedirtela non all’indirizzo della Corte, ma al tuo indirizzo di posta elettronica privata. Non vuoi che resti nulla sul server della Corte”. Il giovane procuratore altoatesino si trova improvvisamente sul banco degli imputati di fronte a un’autorità potentissima: la presidenza della Repubblica. Schulmers sa benissimo che il leader di Svp è un personaggio chiave per gli equilibri nazionali. Il partito guidato da Durwaldner è il collante politico che tiene queste terre legate all’Italia e in particolare al centrosinistra. L’ennesima conferma dell’importanza di Svp si è avuta nelle elezioni della scorsa settimana. Il distacco tra i due poli alla Camera è stato di 124 mila voti e con i 146.804 della Sud Tirol Volkspartain, il centrosinistra ha agguantato il premio di maggioranza alla Camera. Svp è stato premiato con cinque deputati. Schulmers, dal 2006 sostituto della Corte dei Conti e dal 2011 capo della Procura regionale, è visto come un rompiscatole troppo attivo, che magari con l’intenzione di far rispettare la legge italiana, rischia di far prevalere la minoranza secessionista. Ecco perché ogni volta che il presidente Durwaldner va al Quirinale e sorride con Napolitano, Schulmers si rattrista. Il 9 giugno 2012, dopo la telefonata di Nottola, scrive: “Quando settimana scorsa il Presidente Durnwalder si è recato in visita ufficiale al Quirinale ho sperato (per il rispetto e la fiducia che ho nelle Istituzioni) che non si ripetesse quello che è già successo qualche anno fa quando Napolitano venne in visita a Bolzano”. A cosa si riferisce il Procuratore regionale? Nel 2008 il magistrato contabile aveva contestato ai politici della Provincia di avere buttato dalla finestra i soldi pubblici investendo nel carrozzone dell’aeroporto di Bolzano. La Procura era arrivata a chiedere e ottenere il sequestro dei beni dei consiglieri. Anche in quel caso, secondo Schulmers, c’era stata una strana coincidenza temporale: poco dopo un incontro tra Napolitano e il presidente della Provincia, era stato disposto il dissequestro dai giudici contabili. Non finisce qui però. Dopo la telefonata Schulmers nel suo sfogo ricorda anche un incontro con Nottola: “Qualche giorno dopo mi chiedi di raggiungerti presso una località termale trentina perché mi devi mettere al corrente sugli sviluppi della situazione. Passeggiamo lungo un bellissimo parco, scegli una panchina isolata, e giù a raccontarmi del personaggio quirinalizio, che non mi nomini, ma che ti avrebbe raccontato cose su di me, pregandoti di “non prendere appunti” perché il Quirinale non voleva essere formalmente coinvolto nella vicenda. Mi dici che mi riferisci solo il 10% di quello che ti è stato detto. Ma a me basta. Mi riferisci di come si sia cercato di delegittimarmi, parlandoti di miei presunti insuccessi processuali. Mi dici di come tu abbia cercato di spiegare che ciò non è vero, perché appartiene alla fisiologia del processo. Mi dici che comunque stai dalla mia parte, che le pressioni le conosci, per averle subite in passato, e mi chiedi di predisporti quanto prima uno specchietto delle sentenze (…). Ti serve perché comunque vuoi rispondere al Presidente della Repubblica”. Con una mail, mercoledì 27 giugno 2012, Schulmers elenca le sentenze scaturite dai suoi procedimenti. Si difende come può. Il 29 giugno 2012 addirittura il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, è a Bolzano “con un calice in mano e qualcosa nell’altra, mi dice quello che mi deve dire. Ma senza tanta convinzione, con bonomia, perché forse, sentendomi parlare durante il giudizio di parifica, ha già capito la persona. Mi dice che sarebbe contento di vedermi a breve a Roma. Ma io devo andare in ferie e non ci penso proprio”. Schulmers spiega in un’altra lettera del 26 febbraio: “Giampaolino, mi ha chiesto – nelle mie funzioni di Procuratore regionale – di stare più tranquillo nei confronti dei vertici politico-istituzionali della Provincia autonoma di Bolzano, ‘altrimenti questi ti-ci distruggono’. Stando infatti ai nostri vertici istituzionali, Il Presidente provinciale, già condannato una volta dalla locale Sezione per una questione bagatellare, in attesa di giudizio in due altri processi pendenti (…) e al tempo sottoposto a altre due indagini, si era lamentato del Procuratore regionale, agli inizi di giugno 2012, nientemeno che presso il Quirinale”. Si arriva così all’epilogo: “a fine gennaio, quando mi “consigli” caldamente di archiviare la vertenza di cui sappiamo (…) di punto in bianco, venerdì 25 gennaio 2013, alle ore 09.22, mi arriva una mail che per noi in Procura è a dir poco un fulmine a ciel sereno. E lo sai benissimo. Mi rappresenti le tue conclusioni sulla vicenda, che però nessuno ti ha chiesto, “affinché tu possa regolarti” (regolarmi? Ma non era un consiglio?). Mi dici che, a distanza di più di un mese, ti saresti improvvisamente accorto che il decreto di sequestro impugnato dalla Provincia di Bolzano dinanzi alla Corte costituzionale sarebbe illegittimo, (….) Ritieni addirittura che non sarebbe “opportuno” coinvolgere la Presidenza del Consiglio per arrivare a una pronuncia della Corte costituzionale, secondo te, certamente negativa. Come se il governo non fosse in grado di prendere da sé le scelte da esso ritenute più opportune. Mi inviti perentoriamente a “studiare un sistema per uscirne” (studiare un sistema per uscirne? Ma da dove?). Mi scrivi che dovrei “revocare il decreto di sequestro e archiviare la vertenza. Bisognerebbe però trovare una motivazione non basata sulla presentazione del ricorso ma che avesse il senso di un’autonoma decisione.”.

Mi dici di rifletterci “e poi mi farai sapere (ma con una certa sollecitudine)” (ti devo fare sapere con una certa sollecitudine? E perché mai? Per riferire a chi? E, soprattutto, sulla base di quale norma?)”. (….) Ti chiamo subito e ti sento in evidente imbarazzo. Non sapendo cosa raccontarmi mi liquidi dicendo che devi andare in Cassazione. Rimango basito”. E solo a quel punto Schulmers pubblica tutto sulla mailing list.

L'indagine della Corte dei Conti sulle spese allegre della Provincia autonoma di Bolzano, le interferenze di Roma e la reazione del procuratore del Trentino Alto Adige, che va avanti per la sua strada e denuncia le pressioni subite dal Colle, scrive ancora Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”. Robert Schulmers non è in ufficio. Il procuratore della corte dei conti del Trentino Alto Adige ha appreso di essere indagato dalla Procura di Roma per due reati gravissimi mentre era in vacanza con la famiglia. Il giovane magistrato rischia fino a 11 anni di galera per calunnia e offesa al Capo dello Stato per colpa delle lettere all’associazione nazionale magistrati contabili nelle quali denunciava le ingerenze del suo capo, Salvatore Nottola, nelle indagini che disturbavano il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che a sua volta aveva presentato un dossier a giugno contro l’attività della Procura della Corte dei Conti al presidente Napolitano. Schulmers ha deciso di lavare i panni sporchi descrivendo quelle che lui considera ingerenze, non solo della Procura generale della Corte dei Conti, ma anche del Quirinale, davanti ai 400 colleghi e all’associazione dei magistrati della Corte dei Conti. Forse sperava in una reazione. Il risultato è stato che il presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, più volte contattato dal Fatto per dire una parola su questa vicenda, non si è mai degnato di richiamare. E mette ansia questo silenzio di 400 magistrati di fronte alle lettere pubblicate tra il 25 febbraio e il primo marzo sul sito dell’Anmc e solo il 3 marzo dal Fatto. I magistrati contabili sono bravi a fare i calcoli e hanno capito che costa troppo tenere la schiena dritta quando si ha di fronte il potere vero, quello che può farti male se osi parlare, come è accaduto a Schulmers. Quello che può contare sull’appoggio del presidente della Repubblica, del presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino (presidente del Consiglio che giudica sui procedimenti disciplinari) e del Procuratore Generale della Corte dei Conti Salvatore Nottola, che esercita l’azione disciplinare. Il triangolo di potere che ha stritolato Schulmers conta poi sull’appoggio di tutta la stampa che non ha pubblicato una riga delle lettere di Schulmers. E ora anche della Procura della Repubblica di Roma che indaga sulla presunta vittima delle ingerenze, Schulmers. Per capire questa storia bisogna partire dall’inizio. La provincia autonoma di Bolzano è un’isola felice dove le strade sono pulite, i cittadini fanno la raccolta differenziata e il turismo prospera tra masi e agriturismi finanziati generosamente dalla Provincia che tiene il 90 per cento dei soldi prodotti su queste terre. Dal 1989 regna Luis Durnwalder, leader incontrastato della SVP, il partito di lingua tedesca alleato con il centrosinistra alle ultime elezioni. Senza i voti della SVP di Durnwalder al Quirinale per prendere l’incarico non sarebbe andato Bersani ma Berlusconi. Durnwalder è un sovrano illuminato che bada al sodo e per anni la Corte dei Conti non ha avuto da ridire sulla sua gestione. Poi è arrivato come sostituto nel 2006 e poi come capo della Procura della Corte dei Conti del Trentino Alto Adige un ragazzo cresciuto a Bolzano con l’idea che la legge è uguale per tutti. Si chiama Robert Schulmers. Nell’aprile 2008 la Procura della Corte dei Conti indaga sui fondi spesi per la società (in perdita) che gestisce l’aeroporto di Bolzano. La Procura sequestra persino gli immobili dei consiglieri della società. Cose mai viste a Bolzano. Durnwalder tuona: “E’ un precedente pericoloso, un’invasione di campo nella politica”. Quell’anno Napolitano incontra il presidente altoatesino che – secondo i bene informati – si lamenta. Nel 2011 il procuratore Schulmers cita in giudizio 19 persone, tra cui Durnwalder, per il rimborso IRAP per tre milioni pagato a una società privata partecipata dalla Provincia, la tensione sale. Il 25 maggio 2012 le difese chiedono l’annullamento dell’inchiesta e undici giorni dopo, il 5 giugno, Durnwalder incontra Napolitano al Quirinale. Per i giornali dell’epoca dovrebbero parlare solo della “situazione politica in Alto Adige”. In realtà Durnwalder, come ha confermato in alcune interviste in questi giorni, consegna un promemoria su carta non intestata in merito ai problemi con la Corte dei Conti. Lui dice oggi “sull’aeroporto e sull’energia”. Il presidente altoatesino trova terreno fertile. I solerti funzionari del Colle intervengono e tre giorni dopo, 8 giugno 2012, il procuratore generale Nottola chiama Schulmers e gli chiede una nota perché deve parlare con un personaggio importante. Il 9 giugno 2012 Schulmers invia la sua nota per rintuzzare gli attacchi del Colle. A metà giugno Nottola incontra Schulmers e gli confida di avere incontrato un personaggio importante del Quirinale che ha cercato di delegittimare Schulmers parlando di presunti insuccessi processuali del procuratore. Schulmers su sua richiesta consegna uno specchietto delle sentenze per dimostrare che non è proprio un incapace. Il 29 giugno il presidente della Corte dei Conti Giampolino è a Bolzano per il giudizio di parifica e in quell’occasione – scrive Schulmers – gli consiglia di stare tranquillo con i vertici della Provincia. Giampaolino nega persino l’incontro e sostiene di essere andato a Bolzano solo per l’inaugurazione dell’anno giudiziario in altra data. Il 28 settembre del 2012 Napolitano è invitato a Bolzano da Durnwalder per ricevere persino un’onoreficenza “dell’Austria inferiore”. Italia e Sud-Austria tubano come piccioncini, se non fosse per quel procuratore birichino che il 4 ottobre 2012 cita in giudizio la giunta compreso il presidente Durnwalder per l’assegnazione di due consulenze (una a un ex politico SVP) per complessivi 30 mila euro. Il 17 ottobre 2012 la procura della Corte dei Conti sequestra le carte del fondo spese del presidente. La Provincia solleva il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale e la Presidenza del Consiglio dei ministri si costituisce al fianco di Schulmers. Il 25 gennaio però c’è il colpo di scena: il Procuratore generale Nottola chiede al procuratore altoatesino di “revocare il decreto di sequestro e archiviare la vertenza” perché non sarebbe “opportuno” coinvolgere la Presidenza del Consiglio. Schulmers fa di testa sua e accelera invece di frenare: il 15 febbraio formalizza l’accusa contro Durnwalder contestandogli l’utilizzo del fondo del presidente per 1 milione e 653 mila euro in 17 anni. Dieci giorni dopo, il 26 febbraio Schulmers si leva i sassolini dalle sue scarpe di montanaro. E sono macigni che rotolano fino a Roma. Scrive al presidente dell’Associazione nazionale magistrati contabili Tommaso Miele e la mail, letta da 400 magistrati della mailing list, ha per oggetto “ingerenze indebite a Bolzano”. Il 28 febbraio Nottola risponde che è tutto falso. Il primo marzo Schulmers invia una seconda mail durissima e il 3 marzo Il Fatto pubblica il carteggio. Ieri la Procura di Roma indaga Schulmers. I suoi colleghi tacciono ancora. Tutti.