Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

TARANTO

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

TUTTO SU TARANTO

I TARANTINI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI?!?!

 

Quello che i tarantini non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i tarantini non avrebbero mai voluto leggere. 

Taranto: la città del dissesto; la città dell'inquinamento e delle cozze e delle pecore alla diossina; la città delle truffe al comune, all'Asl, all'arsenale dove 2200 dipendenti erano pagati per non lavorare.

Taranto: la città del.......

di Antonio Giangrande

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

MAI DIRE ANTIMAFIA. QUELLI CHE SONO ANTIMAFIOSI. QUELLI CHE SONO PER LA LEGALITA'.

PARLIAMO DI TARANTO.

ASTE GIUDIZIARIE TRUCCATE: LINFA PER LA MAFIA.

L’ILVA E LO SCIAME POPULISTA.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

ILVA. QUESTO PROCESSO NON SA DA FARE. (PER COLPA DEI MAGISTRATI).

TARANTO. SANGUE. BOSSOLI E MARE.

GLI AMICI DI GIANNI LIVIANO.

MAGISTRATURA PROLETARIA.

TOGHE E LOGGE.

AMBIENTE SVENDUTO E TARANTO INQUINATA: GIORNALISMO CORROTTO E STAMPA INFETTA.

LE BUFALE DI PEACELINK.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

IL SISTEMA ILVA ED I MERCENARI AUTOCTONI.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

DISSERVIZI A PAGAMENTO. COSE STRANE AGLI SPORTELLI ASL DI TARANTO? O COSI’ FAN TUTTI?

DEPURATORI. COME CI PRENDONO PER IL CULO.

DEPURATORI DELLE ACQUE E POLEMICHE STRUMENTALI. UN PROBLEMA NAZIONALE, NON LOCALE.

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

I MAGISTRATI FAN QUEL CHE VOGLIONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO.

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

TARANTO MAFIOSA.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

CHI SONO I MAFIOSI? GUERRA IN PROCURA A TARANTO. PIETRO ARGENTINO E MATTEO DI GIORGIO. PROCURATORI DELLA REPUBBLICA ACCOMUNATI DALLO STESSO DESTINO?

I MAGISTRATI E LA SINDROME DELLA MENZOGNA.

COSI’ LE TOGHE HANNO DISTRUTTO L’ILVA…….E TARANTO.

MAI DIRE MAFIA: IL CALVARIO DI ANTONIO GIANGRANDE.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

C’E’ MAFIOSO E MAFIOSO. LA LETTERA DI ANNA STRANIERI PER IL PADRE VINCENZO.

LA TARANTO CHE DIFENDE I LADRI.

TARANTO. POLITICA E MAGISTRATURA. PARLIAMO DI CLAUDIO SIGNORILE.

POVERA LA MIA TARANTO.

VENDOLA E L’AMBIENTE SVENDUTO.

AMBIENTE SVENDUTO: 53 PRESUNTI RESPONSABILI. VENDOLA, STEFANO E GLI ALTRI. LA POLITICA DI SINISTRA E LA GRANDE INDUSTRIA. TUTTI DENTRO, CAZZO! SI', MA QUANDO?

TARANTO E VADO LIGURE. C’E’ INQUINAMENTO ED INQUINAMENTO. E’ SALUBRE SE E’ DI SINISTRA.

LE TANTE STRANEZZE DELLA SANITA’ PUGLIESE.

LE TANTE STRANEZZE DEL CASO ILVA.

I RIVA, L'ILVA E GLI ESPROPRI PROLETARI.

TASSISTI TAGLIEGGIATI.

CONTRO L'AMBIENTALISMO DEL SEMPRE NO! 

L'AMBIENTALISMO E L'ECOLOGISMO DEI LUOGHI COMUNI.

ILVA, LE VERITA' NASCOSTE DELL'INCHIESTA.

LA LOTTA CON GLI IDOLI DELLA PIAZZA.

TARANTO. TUTTI DENTRO.

TARANTO E GIUSTIZIA. LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SPECIALE PAOLO PAGLIARO E TELERAMA.

SPECIALE CANALE 8 TV.

SPECIALE ANTENNA SUD.

MAGISTRATI SOTTO INCHIESTA.

MAGISTRATI INDIPENDENTI?

TARANTO, QUANDO IL BUE CHIAMA CORNUTO L’ASINO.

TARANTO IGNAVA. TANTO FUMO E NIENTE ARROSTO.

TARANTO VILE DIMENTICA I SUOI FIGLI.

TARANTO FORO DELL’INGIUSTIZIA. MICHELE MISSERI E BEN EZZEDINE SEBAI, CONFESSI OMICIDI NON CREDUTI E SULLO SFONDO L’ILVA.

LA TARANTO DEI TALEBANI E LA CADUTA DEGLI DEI.

TARANTO, ILVA, LA POLITICA, LA STAMPA E LA GIUSTIZIA. AMBIENTE VENDUTO.

AMBIENTE E GIUSTIZIA: CHI COPRE CHI?

PARLIAMO DELLA MAFIA DEGLI AUSILIARI GIUDIZIARI.

TARANTO, QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

ILVA. LA GRANDE TRUFFA. TARANTO, IN CHE MANI SIAMO MESSI. A QUALI MAGISTRATI CREDERE?

TARANTO MAFIOSA, MA ANCHE CORROTTA.

TARANTO MUORE DI FAME O DI TUMORE, O MUORE DI CODARDIA O DI COLLUSIONE.

ORGE IN CANONICA.

TARANTO COME NON LA SI CONOSCE.

MAI DIRE INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE: “MESSI A TACERE PERCHE’ RICERCAVAMO LA VERITA’….”

AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA E RESPONSABILITA' DEI MAGISTRATI: PARLA UNO DI LORO.

CONCORSI TRUCCATI.

TARANTINI, FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE!

“TERRONE E’ CHI IL TERRONE FA”.

TARANTO: SUBISCI E TACI! TARANTINI: COLLUSI O CODARDI?

MALAGIUSTIZIA, INSABBIAMENTI E MAGISTRATI CORROTTI.

TARANTO: CULLA DELLA CULTURA SOCIO MAFIOSA E DELLA MAFIOSITA' REALE.

OMERTA' E MEDIOPOLI.

LA STORIA DI GIANCARLO CITO.

ILVA: MADRE E MATRIGNA. TUTTI LA AMANO, TUTTI LA RINNEGANO.

TARANTO: CITTA' PIù INQUINATA DELL'EUROPA OCCIDENTALE.

DIOSSINA A TARANTO: 26 MESI DI RITARDO PER FARE I PRIMI MONITORAGGI.

TARANTO: IL FORO DELL’INGIUSTIZIA. SEBAY, MORRONE, PEDONE E GLI ALTRI.

ANTIMAFIA CLIENTELARE.

CONCORSOPOLI, ACCESSO ALL'AVVOCATURA.

INGIUSTIZIOPOLI:

IL CASO ANGELO MASSARO E ANNA MARIA MANNA.

IL CASO MARTINO SCIALPI.

IL CASO CARMELA CIRELLA.

IL CASO FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO.

IL CASO MORRONE.

IL CASO FRANZOSO.

IL CASO NARDELLI.

IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO.

IL CASO DEI BRACCIANTI AGRICOLI.

MALAGIUSTIZIA: IL REPORT.

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

PARLIAMO DI PROCEDIMENTI A CARICO DI MAGISTRATI.

"TOGHE SPORCHE SULLO JONIO".

GIUSTIZIA E SICUREZZA? ABUSI ED INSABBIAMENTI!

DENUNCIA I GIUDICI CHE INSABBIANO: LO PROCESSANO IN UN GIORNO.

MAGISTRATI CRIMINALI: CORSI E RICORSI STORICI.

AVETRANA, DELITTO DI SARAH SCAZZI E DINTORNI.

CASTELLANETA. UN NIDO DI VIPERE.

MANDURIA, LA MAFIA E LA MAFIOSITA'.

MARTINA FRANCA. "TOGHE SPORCHE SULLO JONIO".

PALAGIANO. MAZZETTE AI POLIZIOTTI.

SAVA. ANCHE I VIGILI TRUFFANO.

TORRICELLA. QUELLO CHE LA STAMPA CENSURA. OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.

 

  

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Taranto, mobbing all'Ordine dei commercialisti: 8 indagati. Vittima una impiegata amministrativa: tutti rispondono di concorso in maltrattamenti e lesioni personali aggravate, scrive il 02 Novembre 2017 "La Gazzetta del mezzogiorno". Il pm del tribunale di Taranto, Rosalba Lopalco, ha chiuso l’inchiesta su un presunto caso di mobbing nei confronti di una impiegata amministrativa dell’Ordine dei Commercialisti ed Esperti Contabili di Taranto, notificando l’avviso di conclusione delle indagini ad otto persone. Si tratta del presidente dell’Ordine Cosimo Damiano Latorre, degli ex tesorieri succedutisi dal 2013 al 2016, Riccardo Scialpi e Maria Rosaria Chiechi, dell’attuale tesoriere Angela Cafaro, del segretario dell’Ordine Gregorio Pecoraro e delle impiegate Teresa Giusto e Lucia Arina. Tutti rispondono di concorso in maltrattamenti e lesioni personali aggravate. Scialpi (ex tesoriere e consigliere dell’Ordine) è indagato anche per una ipotesi di violenza sessuale per aver palpeggiato il seno della dipendente che ha presentato una serie di denunce tramite l’avvocato Massimo Saracino. Secondo l’accusa, gli indagati - nelle rispettive qualità - avrebbero sottoposto l'impiegata, ex referente del Collegio di disciplina territoriale e del Collegio dei Revisori dei conti, «a reiterati atti di violenza psicologica per la convergenza di motivi di natura personale e professionale». Atteggiamenti che avrebbero portato «in una situazione di isolamento e di emarginazione sul luogo di lavoro» la presunta vittima, costretta ad assentarsi dal lavoro per «malattia professionale» per un periodo di sei mesi. Nell’ambito di una separata indagine, all’esito di un’altra denuncia sporta dall’impiegata, i militari della Guardia di Finanza di Taranto nei giorni scorsi hanno acquisito documentazione presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili in esecuzione di un provvedimento a firma del pm Maurizio Carbone.

Mobbing e violenza sessuale, a Taranto sotto accusa i vertici dell'Ordine dei commercialisti. Per circa tre anni e mezzo, secondo l'accusa, fra il 2013 e il 2016, una dipendente amministrativa di 45 anni avrebbe subìto "atti di violenza psicologica" che le hanno causato un disturbo ansioso-depressivo, scrive Vittorio Ricapito il 2 novembre 2017 su “La Repubblica”. I vertici del consiglio dell'Ordine dei commercialisti di Taranto sono indagati per mobbing ai danni di una dipendente. Le accuse per presidente, segretario, tesoriere e tre dipendenti sono di maltrattamenti e lesioni. Un commercialista, ex tesoriere dell'Ordine, è accusato anche di violenza sessuale e molestie. Per circa tre anni e mezzo, secondo la pm Rosalba Lopalco, fra il 2013 e il 2016, una dipendente amministrativa di 45 anni ha subìto "atti di violenza psicologica" che le hanno causato un disturbo ansioso-depressivo. L'inchiesta nasce dalla denuncia della donna, assistita dall'avvocato Massimo Saracino. Gli indagati sono il presidente dell'Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Taranto, Cosimo Damiano Latorre, il segretario Gregorio Pecoraro, la tesoriera Angela Cafaro e gli ex consiglieri ed ex tesorieri Maria Rosaria Chiechi e Riccardo Scialpi, quest'ultimo accusato anche di molestie e violenza sessuale. Indagate per maltrattamenti anche due colleghe della presunta vittima, Teresa Giusto e Lucia Arina, e una tirocinante, Lucia Brigante, accusate di aver deriso, offeso e isolato la vittima condividendo la strategia dei superiori. Una "convergenza di motivi personali e professionali", scrive la pm nei capi d'accusa, che avrebbero portato la donna a subìre demansionamenti e maltrattamenti. Per l'accusa, da impiegata amministrativa fu assegnata a compiti "svilenti", messa a fare fotocopie o spedire raccomandate e poi sottoposta a ingiustificati rimproveri, procedimenti disciplinari e perfino sabotaggi per impedirle di svolgere serenamente le sue mansioni. In un'occasione un consigliere le avrebbe rivolto la frase "lei non è una signorina di strada, sa leggere?". L'ex consigliere Scialpi, all'epoca dei fatti tesoriere dell'Ordine, è accusato di aver fatto avance sessuali alla dipendente, in modo diretto o tramite messaggi telefonici per circa due anni, causandole stati d'ansia e costringendola a cambiare le proprie abitudini di vita. In un episodio, fingendo di volerla consolare, le avrebbe palpato il seno. Tutte le volte che la donna respingeva le avance, secondo l'accusa, il commercialista attuava condotte ritorsive, come rimproveri ingiustificati. Le avance sessuali, apprezzamenti personali e inviti a uscire insieme, sempre respinti, sarebbero continuati perfino dopo il rientro della donna da un periodo di malattia di sei mesi causato proprio dai presunti maltrattamenti ricevuti sul posto di lavoro.

Mobbing e violenza sessuale, sotto accusa i vertici dell'Ordine dei commercialisti, scrive Lino Campicelli il 2 novembre 2017 su “Il Quotidiano di Puglia”. Bufera sull’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Taranto. Presidente, tesoriere, segretario, ex tesorieri e due impiegate sono sott’inchiesta con l’accusa di maltrattamenti e lesioni personali aggravate ai danni di un’altra dipendente dell’Ordine. La donna ha denunciato di essere stata oggetto di numerosi episodi di maltrattamenti, vessazioni e anche di una violenza sessuale, che è contestata però solo ad uno degli otto indagati, ai quali il pm inquirente Rosalba Lopalco ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Gli episodi incriminati si riferiscono ad un periodo compreso fra il 2013 e l’estate del 2016. E sono episodi a causa dei quali la denunciante si era assentata dal lavoro per sei mesi. L’assenza era stata motivata per un “disturbo dell’adattamento di tipo cronico misto ansioso depressivo con importante componente depressiva persistente”, così come specificato in certificazioni mediche allegate alla denuncia. Nel procedimento sono coinvolti il presidente dell’Ordine dottor Cosimo Damiano Latorre, gli ex tesorieri dell’Ordine succedutisi dal 2013 al 2016, rispettivamente dottor Riccardo Scialpi e dottoressa Maria Rosaria Chiechi, e dell’attuale tesoriere, dottoressa Angela Cafaro. Insieme con loro sono accusati di condotte che avrebbero integrato sia il reato di maltrattamenti che quello di lesioni personali gravi il segretario dell’Ordine dottor Gregorio Pecoraro e due impiegate: Teresa Giusto e Lucia Arina. Quanto all’accusa di violenza, la stessa grava sul solo dottor Scialpi, che avrebbe assunto una condotta disdicevole con la donna nel marzo del 2015, attraverso uno specifico episodio che è stato rappresentato in denuncia. A carico di Scialpi, in ogni caso, la dottoressa Lopalco ha anche contestato il reato di molestie ai danni del marito della denunciante. In sostanza, secondo quanto sintetizzato nel capo di imputazione, dopo gli atteggiamenti attuati nei confronti dell’impiegata, Scialpi avrebbe ricevuto un messaggio telefonico da parte del marito della donna. Nel messaggio, l’uomo avrebbe invitato il consigliere dell’Ordine a desistere dalle condotte moleste nei confronti della moglie.

I vertici dell’Ordine dei commercialisti di Taranto indagati: mobbing e violenza sessuale, scrive il 2 novembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Nell’ambito di un procedimento parallelo avviato dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone, gli uomini della Guardia di Finanza di Taranto hanno acquisito documentazione di natura amministrativa all’interno dell’Ordine. Il Presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Taranto Cosimo Damiano Latorre, il tesoriere Angela Cafaro, il segretario Gregorio Pecoraro, gli ex tesorieri succedutisi dal 2013 al 2016, Riccardo Scialpi, la dottoressa Maria Rosaria Chiechi e due impiegate Teresa Giusto e Lucia Arina sono sott’inchiesta con l’accusa di “maltrattamenti” e “lesioni personali aggravate” ai danni di un’altra dipendente dell’Ordine. La denunciante ha denunciato di aver subito numerosi episodi di maltrattamenti, vessazioni e anche di una violenza sessuale, che è contestata però solo a uno degli otto indagati, il commercialista Riccardo Scialpi ai quali la procura ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini (ex art. 415 bis). Scialpi avrebbe palpeggiato il seno della dipendente che ha presentato una serie di denunce assistita dall’avvocato Massimo Saracino. Gli episodi oggetto delle indagini della Procura di Taranto sono relativi  ad un periodo intercorrente fra il 2013 e l’estate del 2016  in cui gli indagati   avrebbero commesso nei confronti dell’impiegata, ex referente del Collegio di disciplina territoriale e del Collegio dei Revisori dei conti,  ” reiterati atti di violenza psicologica per la convergenza di motivi di natura personale e professionale”, comportamenti che avrebbero spinto la vittima “in una situazione di isolamento e di emarginazione sul luogo di lavoro», costretta ad assentarsi dal lavoro per “malattia professionale” durato sei mesi a causa di un “disturbo dell’adattamento di tipo cronico misto ansioso depressivo“.

Secondo le evidenze investigative della Procura, la denunciante fu assegnata dalle attività di impiegata amministrativa a compiti “svilenti”, dovendo fare fotocopie o spedire raccomandate, venendo umiliata con contestazioni e rimproveri ingiustificati, persino procedimenti disciplinari per ostacolare lo svolgimento regolare delle sue mansioni. Un consigliere dell’Ordine, l’avrebbe offesa ed umiliata in un’occasione proferendo la frase “sa leggere? lei non è una signorina di strada! L’ex-consigliere Scialpi, tesoriere dell’Ordine, commercialista di Martina Franca, è accusato di aver fatto all’epoca dei fatti, delle proposte sessuali alla dipendente, in modo diretto ed attraverso messaggi telefonici per circa due anni, cagionandole pesanti stati d’ansia e costringendola a modificare le proprie abitudini di vita quotidiana. In un episodio, facendo finta di volerla consolare, le avrebbe palpato il seno, e secondo l’accusa tutte le volte che la donna respingeva le proposte sessuali, il commercialista si vendicava medianti comportamenti ritorsivi, con ingiustificati rimproveri lavorativi. La Procura ha contestato a Scialpi anche il reato di molestie nei confronti del marito della denunciante, il quale lo avrebbe contattato per chiedergli di lasciare in pace sua moglie. Per tutta risposta il commercialista Scialpi, secondo quanto riportato negli atti della Procura di Taranto, il 28 luglio 2016 lo avrebbe tempestato di telefonate e messaggi arrivando al punto di “cagionargli uno stato ansioso”. Le avance sessuali e gli apprezzamenti personali dello Scialpi ed i suoi inviti alla donna ad uscire insieme, secondo la querela della denunciante, che venivano puntualmente respinti si sarebbero protratti anche successivamente al rientro della donna in ufficio dopo un periodo di malattia conseguente ai presunti maltrattamenti ricevuti sul posto di lavoro. Nell’ambito di un procedimento parallelo avviato dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone, nato sempre da una denuncia della vittima, gli uomini della Guardia di Finanza di Taranto hanno acquisito documentazione di natura amministrativa all’interno dell’Ordine, che riguardano un’altra inchiesta in corso nei confronti dell’ordine professionale tarantino, che a questo punto sembra aver ben poco di professionale. Già in un recente passato vi era stata una perquisizione dalla polizia giudiziaria lucana nella sede dell’Ordine dei commercialisti di Taranto. Cosimo Damiano Latorre, è componente del consiglio camerale della Camera di Commercio di Taranto, e presidente del collegio sindacale della Cittadella della Carità e liquidatore del Distripark di Taranto (nomina indicata dal ragionier Sportelli presidente dell’Ente camerale tarantino, incarichi istituzionali dai quali, se avesse il dovuto rispetto etico, a questo punto dovrebbe dimettersi immediatamente.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia. Così come qualcuno con archiviazioni faziose mi rappresentò come mitomane e calunniatore. I fatti mi hanno dato ragione. Erano solo dei falsificatori e dei mendaci.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

 

 

Quella “strana” nomina del Comune di Taranto all’AMIU. Secondo nostre fonti autorevoli sarebbe in corso di preparazione un esposto all’ ANAC, l’Autorità nazionale Anticorruzione presieduta dal magistrato Cantone, che dovrà quindi accertare se esiste o meno un conflitto d’interesse. Iniziativa questa che un Comune serio (non è evidentemente il caso di Taranto…!) avrebbe dovuto intraprendere autonomamente prima di effettuare la nomina in questione, scrive Antonello de Gennaro il 21 gennaio 2018 su "Il Corriere del Giorno".  Qualcuno al Comune di Taranto, crede che tutti i giornalisti siano condizionabili con qualche centinaia di euro, come questo giornale ha documentato, e quindi nel fare i propri trionfali comunicati stampa redatti e diffusi dalla “staffista” del cuore del Sindaco, credono che nessuno si accorga dei conflitti d’interesse. Come quello sulla nomina del nuovo presidente dell’AMIU Taranto. Ad occuparsi della nomina in questione l’assessore Massimiliano Motolese, espressamente delegato dal sindaco in carica (non si sa sino a quando…)  Rinaldo Melucci rappresentando il maggiore azionista dell’AMIU Taranto, cioè il Comune di Taranto. Il Comune di Taranto ha reso noto che il nuovo presidente dell’AMIU, Luca Tagliente siede nel direttivo nazionale di Utilitalia (è la Federazione che riunisce le Aziende operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas), consulente tecnico di numerose aziende che operano in campo industriale e (presunto) consulente di diverse Procure della Repubblica con incarichi di livello nazionale (quali ?).  Ha lavorato per grosse multinazionali operanti nel settore industriale ed in particolare nel settore dell’incenerimento dei rifiuti. Componente del Technical Working Group (TWG) al CEWEP Confederation of European Waste-to-Energy Plants per la revisione del BREF WI – Bruxelles. Questo comunicato stampa, ancora una volta non è arrivato alla nostra redazione da parte del Comune di Taranto, motivo per cui i nostri legali stanno preparando alcune iniziative legali per la tutela dei nostri diritti ad essere informati correttamente per poter conseguentemente come nostro diritto informare l’opinione pubblica. Ed infatti  ancora una volta dal Comune di Taranto non raccontano ai cittadini tutta la verità e cioè che Luca Tagliente è anche un dirigente della società Appia Energy spa di Massafra controllata al 51% dal Gruppo Marcegaglia (a sua volta azionista al 15 per cento  della AmcoInvest Italy che ha rilevato l’ ILVA) ed al 49 per cento dalla società CISA spa che fa capo all’imprenditore  Tonino Albanese, società che sulla base di un vecchio piano dello smaltimento dei rifiuti elaborato dalla Regione Puglia nel lontano 1994,  smaltisce i rifiuti raccolti dall’ AMIU società del Comune di Taranto. Sarebbe interessante conoscere anche quali sarebbero le presunte “numerose aziende che operano in campo industriale” di cui Tagliente è consulente. Così come sarebbe interessante conoscere dal Comune di Taranto o dal “signor” Tagliente (se preferisce…)  come mai  vengono rese note ed elencate quali siano le “diverse Procure della Repubblica con incarichi di livello nazionale” e quali sono le  “grosse multinazionali operanti nel settore industriale ed in particolare nel settore dell’incenerimento dei rifiuti“. Come nel nostro consueto stile giornalistico investigativo abbiamo fatto un pò di ricerche ed abbiamo scoperto che il nuovo presidente dell’AMIU Taranto nella sua pagina sul social network professionale Linkedin si auto-qualifica esclusivamente come “Plant Manager Appia Energy S.r.l. – Marcegaglia Group” incarico che ricopre dal 2009, dopo esserne stato responsabile della Manutenzione ed Ambiente dal 2007 al 2009. Quello che sa di incredibile è che Tagliente non ha neanche avuto il buon gusto di dimettersi dal suo incarico dall’ APPIA ENERGY. Così come è ancora più vergognoso che dal Comune di Taranto nessuno glielo abbia mai chiesto! Non a caso i consiglieri comunali del M5S Taranto, Nevoli e Battista hanno subito diramato un comunicato: “I cognomi dei neoconsiglieri AMAT e AMIU sono, tuttavia, innanzi tutto noti alla cittadinanza per essere agevolmente riconducibili ad attuali consiglieri comunali. Per questa ragione ci viene da pensare che l’obiettivo perseguito dal sindaco sia piuttosto quello di placare gli animi all’interno del Consiglio che, in seguito alle notizie di rimpasti e di probabili candidature, mostra di essere piuttosto irrequieto ed instabile” proseguendo “Un discorso a parte merita il neopresidente AMIU, (che é stato fino a qualche mese fa, se non lo é tuttora) direttore di impianto di una nota società ( Appia Energy – n.d.a.) partecipata dal colosso massafrese ( Cisa s.p.a. – n.d.a.) della gestione dei rifiuti e delle discariche. Questo duraturo rapporto professionale pone l’ingegnere in una situazione di palese conflitto di interessi, posto che il Comune di Taranto ha l’obbligo normativo di perseguire l’obiettivo dell’innalzamento delle percentuali di raccolta differenziata. E che non ci sfugga ancora qualcosa?” conclude la nota stampa. Secondo nostre fonti autorevoli sarebbe in corso di preparazione un esposto all’ ANAC, l’ Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta dal magistrato Cantone, che dovrà quindi accertare se esiste o meno un conflitto d’interesse. Iniziativa questa che un Comune serio (non è evidentemente il caso di Taranto…!) avrebbe dovuto intraprendere autonomamente prima di effettuare la nomina. in questione. Chiaramente siamo a disposizione di chiunque voglia documentarci il contrario, o attestare il contrario di quanto abbiamo scritto. Ma gentilmente…lo faccia documenti alla mano!

Le “fake news” dei giornalisti tarantini, Adesso chi interviene, la Polizia Postale? Scrive il 20 gennaio 2018 "Il Corriere del Giorno". Resta da chiedersi a questo punto qualcosa: è giornalismo questo? Cosa aspetta l’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed il proprio consiglio di disciplina che ha il dovere di intervenire di ufficio, ma anche i direttori delle testate giornalistiche che hanno pubblicato questa “Fake News” a prendere dei provvedimenti su certi giornalisti che pubblicano notizie senza verificarle. Nei giorni scorsi dei giornalisti tarantini notoriamente fiancheggiatori dello pseudo ambientalismo locale hanno diffuso sull’ Agenzia ANSA, sul quotidiano La Repubblica, sul Corriere del Mezzogiorno delle “Fake News”, cioè delle notizie false, relative alle vacanze forzate a causa dei “Wind days”, dei bambini degli istituti scolastici del rione Tamburi di Taranto. La notizia è stata immessa nei social network da un’ambientalista tarantina che notoriamente va a caccia di clamore supportata dalle pseudo associazioni ambientaliste Peacelink e Taranto Libera, che fa riferimento all’eurodeputata “grillina” di Taranto Rosa D’ Amato. Secondo alcuni giornalista tarantini “spacciatori” di notizie false, come ha scritto sull’ ANSA “al ritorno a scuola dopo due giorni di vacanze forzate a causa dei Wind days hanno pulito i banchi con panni e fazzoletti che sono rimasti impregnati di polvere minerale. Le scuole del quartiere a ridosso dell’Ilva restano chiuse per ordinanza sindacale nei Wind day, giorni di forte vento proveniente da nord ovest che riversa sulla città, e in particolare sul rione Tamburi, le polveri dei parchi minerali dello stabilimento siderurgico, comportando rischi per la salute. C’è una foto scattata questa mattina all’interno di una delle scuole del quartiere, diffusa da una insegnante, che sta facendo il giro dei social network. L’immagine, che ritrae due fazzoletti utilizzati per pulire i banchi dalla polvere minerale, è accompagnata da una frase: “Gli alunni hanno ripulito i loro banchi e questo è il risultato”. Peccato per loro che la notizia è stata immediatamente smentita dalla dirigente scolastica dell’istituto scolastico Vico-De Carolisda cui dipende anche il plesso Deledda, del Rione Tamburi di Taranto, che ha chiarito con una comunicazione ufficiale diramata anche alla stessa Agenzia ANSA che “Non esiste che i bambini puliscano i banchi. Non si dica questo, è falso.  Non sono sicura che quella foto sia stata scattata in un aula scolastica dei nostri istituti.” e quindi ufficializzato che quanto scritto da certa stampa tarantina, esperta del “copia & incolla” è assolutamente una “Fake News”. Chi dei giornalisti autori di tale diffusione di notizie false ha fatto qualche verifica? Come mai non citano il nome della fonte, e cioè dell’insegnante? Resta da chiedersi a questo punto qualcosa: è giornalismo questo? Cosa aspetta l’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed il proprio consiglio di disciplina che ha il dovere di intervenire di ufficio, ma anche i direttori delle testate giornalistiche che hanno pubblicato questa “Fake News” a prendere dei provvedimenti su certi giornalisti che pubblicano notizie senza verificarle amplificando notizie false, seguendo solo il proprio “credo” ideologico-politico? Come non dare ragione a Francesca Franzoso consigliere regionale pugliese di Forza Italia, quando sulla sua pagina Facebook scrive “Le notizie false illustrano il mito e ne nutrono la potenza, un reciproco inverarsi nella comune menzogna. Cosa può davanti a questa trappola infernale una smentita? Poco, lo dimostra la bugia delle polveri rimosse dai banchi di una scuola del quartiere Tamburi. I bugiardi hanno un piano”. E’ la stampa “monnezza”! Ecco perchè vanno così tanto d’accordo con gli pseudo-ambientalisti dell’ultima ora…

1 maggio 2015, Marco Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. Aveva ragione, ecco le prove! Scrive Antonello de Gennaro il 5 gennaio 2018 su "Il Corriere del Giorno". La distribuzione delle “mancette pubblicitarie” ai giornali, siti e tv locali che essendo letti a Taranto e provincia, sarebbe interessante capire a cosa sia servita visto che il proposito di “incrementare le presenze turistiche” sicuramente non poteva essere determinato dalla stampa locale, ed infatti alla manifestazione di piazza Maria Immacolata, degna della peggiore festa di piazza da “sagra paesana” non vi erano più di 500 spettatori presenti. 80mila euro per 500 persone. Era il 1 maggio 2015 allorquando nel “concertone” tarantino il giornalista Marco Travaglio, direttore del giornale IL FATTO QUOTIDIANO disse: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”.  Aveva ragione ed infatti lo confermavano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali  il Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia che ancora oggi tergiversa nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, come ad esempio quello del giornalista barese Michele Mascellaro (ora passato a fare l’addetto stampa all’ assessore regionale del PD Michele Mazzarano), cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari per poter “salvare” il pennivendolo di turno. E’ bene ricordare, solo il CORRIERE DEL GIORNO cioè il quotidiano online che state leggendo in questo momento, ha pubblicato “integralmente” le intercettazioni acquisite agli atti del processo, mentre molte altre contenenti intercettazioni ad altri giornalisti sono state “benevolmente” stralciate da qualche magistrato generoso e benevolo della procura tarantina. Non abbiamo fatto sconti a nessuno, scrivendo tutto integralmente, pubblicando come nostro stile i documenti. Che parlano meglio delle parole. Ma come si suol dire il “lupo perde il pelo ma non il vizio”. Infatti, le “mancette pubblicitarie” del Comune di Taranto in occasione festività natalizie a Taranto ci hanno dato la possibilità di dimostrare documentalmente quanto asserito da Marco Travaglio in passato, e di poter depositare anche un esposto alla Procura Regionale della Corte dei Conti di Puglia. Così come l’informazione deve essere libera ed indipendente, gli enti pubblici non devono usare la pubblicità da distribuire agli “amici degli amici”, (per non dire “anche a cani e porci”) per condizionare e pilotare l’informazione pugliese che è già moribonda di suo, come la chiusura di giornali e televisioni locali comprovano e testimoniano. Lo scorso 6 dicembre 2017 la giunta comunale di Taranto, guidata da Rinaldo Melucci ha deliberato un “Piano di comunicazione della rassegna eventi natalizi anno 2017 – Atto di indirizzo” pieno di illegalità e di “comiche” da bar. La cosa incredibile che nella Giunta come risulta dal verbale, l’unica assente era l’assessore Valentina Tilgher, che però incredibilmente dal verbale risulta “relatore” in giunta. Un “relatore” di giunta (l’assessora Tilgher n.d.a) che risulta assente dai verbali non si era mai visto in un ente comunale!  Ma a Taranto succede di tutto e di più…. Cosa e come poteva relazionare l’assessora “viaggiante”, che dal suo insediamento a fine novembre è peraltro costata circa 3mila euro di spese di viaggio per venire a Taranto dall’ Emilia Romagna (dove vive) a lavorare, oltre a percepire il suo stipendio ed indennità di missione, che era assente in Giunta? Leggerlo è molto divertente: ” premesso che l’Amministrazione Comunale è impegnata in significative azioni di valorizzazione del proprio patrimonio artistico ed enogastronomico, che possono diventare un’ottima occasione di sviluppo locale, conoscenza del territorio, collegamento tra luoghi sacri e altri fattori di interesse culturale e paesaggistico“….” è inoltre intendimento della stessa Amministrazione, in occasione delle imminenti festività natalizie, porre in essere iniziative tese a rendere più attrattiva la città, al fine di incrementare le presenze turistiche ed avere conseguenti positivi riscontri per lo sviluppo economico della stessa, specie nell’attuale momento di gravissima crisi dei consumi”…..” tutto ciò contribuirebbe significativamente al perseguimento delle finalità di promozione del commercio e attrarrebbe ulteriormente l’interesse dei flussi turistici italiani e stranieri“…”si è inteso operare per la creazione di un progetto finalizzato a promuovere una positiva immagine di Taranto e del suo territorio, con le tipicità del periodo natalizio, tra tradizione e cultura” , concludendo “è importante assicurare una cassa di risonanza a tutti gli eventi e le manifestazioni organizzate dal Comune di Taranto nel periodo natalizio”. Nobili “teoremi” o meglio voli pindarici propositi sulla carta, mentre invece in realtà tutto ciò altro non è stato che uno squallido tentativo di distribuzione di “mancette alla tarantina”, nella illegalità più vergognosa di una Giunta comunale che usa soldi pubblici e cioè del contribuente come se fossero i propri per avere buona stampa. Abbiamo” vivisezionato”, scandagliato l’albo pretorio del Comune di Taranto da cima a fondo, ma non abbiamo trovato alcuna delibera che contenesse i requisiti necessari per ricevere della pubblicità dell’Ente comunale tarantino. Un ente comunale che spaccia come proposito delle inesistenti “finalità di promozione del commercio” prive di alcun riscontro, millantando “iniziative tese a rendere più attrattiva la città, al fine di incrementare le presenze turistiche ed avere conseguenti positivi riscontri per lo sviluppo economico della stessa” è semplicemente vergognoso!  Tutte parole, o ancora peggio proclami e menzogne al vento. Basta scorrere l’elenco della suddivisione e distribuzione delle “mancette pubblicitarie” natalizie del Comune di Taranto accolte di buon grado da giornali e siti locali, che vivono di vere e proprie elemosine, sussidi statali e “markette” publiredazionali. Alcuni lavorando nella totale illegalità che il CORRIERE DEL GIORNO ha accertato ed è in grado di provare in qualsiasi sede. Ecco come promesso l’elenco dei beneficiari delle “mancette” pubblicitarie, elargite “allegramente” dal Comune di Taranto calpestando norme di legge e trasparenza pubblicitaria che la giunta guidata da Rinaldo Melucci ha finto di ignorare e di non sapere, violando così facendo delle leggi vigenti. Il giornale maggiormente beneficiato è  stato il Nuovo Quotidiano di Puglia (fatturava la concessionaria Piemme s.p.a. del Gruppo Caltagirone Editore) che ha ricevuto 3.500 euro di pubblicità, in virtù della leadership di copie vendute e lettori,  seguita a ruota dalla Gazzetta del Mezzogiorno con 3.000 euro di pubblicità, quotidiano che lavora in piena crisi (negli ultimi due anni hanno lavorato con i contratti di solidarietà) arrivando a vendere in tutta la Puglia e Basilicata soltanto 19.000 copie all’incirca, di cui circa 1.2/300 copie a Taranto e provincia. A fatturarla regolarmente la concessionaria Mediterranea s.p.a., notoriamente molto “generosa” nell’omaggiare articoli pubbliredazionali, quelli che piacciono tanto agli sfigati inserzionisti locali. Ma ad onor del vero il cronista Fabio Venere della redazione tarantina della Gazzetta del Mezzogiorno con i suoi articoli critici sull’amministrazione comunale tarantina sta dimostrando di non farsi condizionare minimamente dalle “mancette” del Comune di Taranto. Fanalino di coda con 2.000 euro di pubblicità comunale incassata dal quotidiano Taranto Buona Sera la cui pubblicità riscontra delle anomalie nelle delibere. Infatti nella Deliberazione della Giunta Comunale n.267/2017 del 06.12.2017 risulta beneficiaria la concessionaria per la pubblicità A & B Comunicazioni srl, mentre nella delibera di pagamento compare un altro soggetto e cioè la società editrice Sparta Cooperativa, società che peraltro non compare nel piano e nella delibera di stanziamento dei fondi pubblici. e quindi non si capisce come abbia potuto essere liquidata e pagata dalle casse comunali. Il tutto “legittimato” si fa per dire  dai pareri del  Dirigente della Direzione Sviluppo Economico e Produttivo Marketing  Carmine Pisano (del 06.12.2017) e del  Responsabile del Servizio Finanziario Antonio Lacatena (del 05/12/2017), verbale controfirmato dal  Sindaco Rinaldo Melucci e dal Segretario Generale  Eugenio De Carlo, quest’ultimo evidentemente troppo impegnato a nascondere dei documenti “pubblici” compromettenti del Comune di cui ci viene illegittimamente negato l’accesso amministrativo, e di cui vi parleremo molto presto. Ma la dispensa delle “mancette pubblicitarie” non si è esaurita ai giornali locali che essendo letti a Taranto e provincia, sarebbe interessante capire a cosa siano serviti, visto che il proposito di “incrementare le presenze turistiche” sicuramente non poteva essere determinato dalla stampa locale, ed infatti alla manifestazione di piazza Maria Immacolata, degna della peggiore festa di piazza da “sagra paesana” non vi erano più di 500 spettatori presenti. 80mila euro per 500 persone. Chissà quali grandi affari … hanno fatto le attività commerciali tarantine, sarebbe interessante saperlo !!! I contributi pubblicitari sono andati anche alle televisioni territoriali, dove la parte del “leone” con 3.000 euro l’ha fatta T.B.M. e Super 7 (a fatturare Antenna Taranto 6 – s.r.l.) cioè la televisione della famiglia Cito i cui due figli siedono in consiglio comunale, senza pressochè far nulla; seguita da Studio 100 con 2.250 euro fatturate dalla società Mastermedia Club – s.r.l. Ed è proprio in questo caso vengono alla luce delle illegalità. Infatti l’emittente televisiva Studio 100 è fra le società che richiede e percepisce da anni i contributi pubblici a fondo perduto dello Statopagati dal Corecom Puglia per conto del Ministero dello Sviluppo Economico, avente come editore e concessionaria la società Jet s.r.l. esercente l’attività di Studio 100. Ma nel registro del R.O.C. il Registro Operatori della Comunicazione istituito dall’ AGCOM l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni della società Mastermedia Club – s.r.l. non c’è alcuna traccia. Abbiamo trovato ed appurato altro su questa società, gestita dietro le quinte da Giancarlo Cardamone (fratello di Gaspare Cardamone, editore di Studio 100) che non può comparire essendo stato condannato per bancarotta fraudolenta dal Tribunale di Taranto e sottoposto a lungo ai servizi sociali come pena alternativa all’espiazione della pena, società che gestisce iniziativi commerciali di affiliazione di attività commerciali collegate ai giochi televisivi di Studio 100! A seguire la più seria emittente radiofonica Radionorba (a fatturare 2.500,00 euro la “storica” concessionaria Fono.Vi.Pi. – s.p.a.); quindi la “resuscitata” tv barese Antenna Sud (Antenna Sud Radiotelevisione Del Mezzogiorno – s.r.l.) in accoppiata con Canale 85 che hanno percepito1.700,00 euro; quindi il periodico free-press Jonio con appena 500 euro fatturati dall ‘ Editrice Lo Jonio di Stellato Camilla). In conclusione qualche centinaia di euro per i due siti locali tarantini laringhiera.net (Capera – s.c.r.l.); ed il corriereditaranto.it (a fatturare la Fondazione Oro 6 per il Sociale) che meriterebbero secondo noi una bella “visita” ed accertamento della Guardia di Finanza. Perchè diciamo questo? Velo spieghiamo dettagliatamente. L’attività editoriale viene svolta in entrambi i casi non da una società editrice come sarebbe necessario e corretto, ma bensì da un’associazione di promozione sociale (La Ringhiera) che non potendo per legge fatturare e trarre profitti demanda la fatturazione ad una società cooperativa (Capera s.c.a.r.l.) la quale li ospita nel proprio studio di via Duca degli Abruzzi. Resta da capire ed accertare che fine poi facciano questi soldi che sarebbero dovuti per il quotidiano online La Ringhiera tanto “caro” dall’assessore Tilgher che li cita anche nel suo comunicato stampa! A seguire il quotidiano corriereditaranto.it edito dalla Fondazione Oro 6 per il Sociale onlus (che per legge non potrebbe svolgere attività commerciale e tantomeno editoriale con giornalisti alle dipendenze) che dichiara sul suo sito di essere un “ente tra i pochi riconosciuti dalla Regione Puglia ed economicamente non beneficiari di fondi pubblici“, dietro la cui facciata si cela in realtà una società di compravendita di oro usato, appunto ORO 6  ultimo spiraglio di salvezza per la povera gente disperata che non sa più come sopravvivere e si vende i propri preziosi. La delibera del 6 dicembre 2017 non prevedeva altri organi di informazione, ma all’improvviso nella delibera comunali è sbucata all’ultimo minuto (non prevista inizialmente) una “mancetta” di 800 euro in favore della ditta individuale Luigi Abbate Productions e Communications, con sede presso l’abitazione dell’omonimo giornalista pubblicista Luigi Abbate, che risulta aver presentato la propria offerta il 7 dicembre, cioè il giorno dopo della delibera comunale del 6.12.2017! Anche in questo caso la “fantasia creativa” dei dirigenti ed assessori del Comune di Taranto, è degna di denunce alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti. Viene spacciata una neonata ditta individuale come emittente televisiva, mentre in realtà “Viva la Puglia Channel” e “Viva l’Italia Channel” sono due canali pugliesi presenti sul digitale terrestre, e la cui concessionaria pubblicitaria “ufficiale” non è certo la neonata ditta individuale, bensì vendono all’ Abbate degli spazi di informazione giornalistica (si fa per dire) autogestiti, che non è quindi nè una testata giornalistica, nè un’emittente televisiva. e quindi tali delibere contengono dei clamorosi falsi ed abusi. Sarebbe interessante accertare chi e sulla base di quali requisiti, dati di vendita, audience, siano stati assegnate dette “mancette pubblicitarie”. L’assessora Tilgher intervenendo in una seduta di “question time” del Consiglio Comunale sulla vicenda della manifestazione comunale di Capodanno, a seguito di un’interrogazione dei consiglieri comunali Massimo Battista e Francesco Nevoli del Movimento 5 Stelle, ispirata dal nostro precedente articolo in cui abbiamo svelato i costi della squallida serata musicale di fine anno, ha dichiarato che vi sono state delle sponsorizzazioni che hanno fatto abbattere i costi della serata, grazie ad un generoso contributo pubblicitario di Confindustria Taranto per 6.000,00 euro, e di un millantato contributo-sponsorizzazione “tecnica” di Studio 100 per 10mila euro. Resta da capire sulla base di quali delibere, contratti ecc., visto che nell’ Albo Pretorio non vi è alcuna traccia di tutto ciò. E meno male… che in Giunta è presente persino l’ex-magistrato, cioè Franco Sebastio, l’ex-“chiacchierato” procuratore capo di Taranto andato in pensione da un anno, che candidatosi inutilmente alla carica di sindaco, ha ottenuto una “poltrona” sulla quale trascorrere il suo tempo libero, visto che non può più farsi ospitare su yacht di suoi amici, attualmente sotto sequestro giudiziario. Sebastio è stato per molti anni un “campione” del conflitto d’interessi, quindi non ci meravigliamo minimamente della sua indifferenza alle illegalità del Comune di Taranto. Ma tutto questo i dirigenti, funzionari, assessori e beneficiari delle “mancette pubblicitarie” lo dovranno spiegare molto presto alla Procura della repubblica di Taranto ed alla Procura Regionale della Corte dei Conti dove stanno per essere depositati degli esposti di denuncia. Per nostra fortuna il CORRIERE DEL GIORNO sin dal 1 giorno di pubblicazione online di questo quotidiano online, erede dello storico quotidiano fondato nel 1947 da mio padre e soci, non ha mai chiesto ed ottenuto neanche un centesimo di euro pubblico sotto qualsiasi forma. E mai lo chiederà. Le mancette (o “markette”) pubblicitarie non ci interessano minimamente. Siamo curiosi di vedere se la Guardia di Finanza di Taranto che si interessò a lungo della nostra attività editoriale, adesso avrà il coraggio, o meglio il senso del dovere di andare a controllare la legittimità e legalità delle attività editoriali di Taranto. Sicuramente ne vedremo delle belle. La nostra informazione è libera ed indipendente e non è in vendita, come i nostri lettori che ci seguano da oltre tre anni sanno molto bene.

Aggiornamenti: P.S. ecco qualche confessione sulla serata da sagra paesana “voluta da Rinaldo” (Melucci, da Crispiano n.d.r.) e “Doriana” (Imbimbo, la “staffista” del cuore del Sindaco n.d.r.). Per la cronaca Fabiano Marti è stato beneficiato di 4.000,00 euro dal Comune di Taranto, “Taranto è questa, Taranto ha artisti incredibile…Taranto non ha niente da invidiare a nessuno!”: 500 persone in piazza su 200mila abitanti, 500 mila compresi quella della provincia. Dobbiamo aggiungere altro?

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Come bisogna tacere: La sentenza della Cassazione che ha spedito in carcere l’ex-pm Matteo Di Giorgio. Le motivazioni della sentenza che ha mandato in carcere l’ex-magistrato della Procura di Taranto Matteo Di Giorgio. Processo che ha visto confermare nei tre gradi di giudizio la struttura accusatoria della Procura di Potenza. Nella sentenza di primo grado, ed in appello le pene erano diminuite soltanto per la sopraggiunta prescrizione di alcuni dei reati commessi, scrive Antonello de Gennaro il 19 ottobre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Ancora una volta è il Corriere del Giorno a pubblicare in esclusiva la sentenza integrale della sezione feriale della Suprema Corte di Cassazione dello scorso 8 agosto, contenente le motivazioni depositate il 18 ottobre, che hanno mandato in carcere l’ex-magistrato della Procura di Taranto Matteo Di Giorgio. Un processo che ha visto confermare nei tre gradi di giudizio la struttura accusatoria della Procura di Potenza, ed infatti nella sentenza di primo grado, ed in quella di appello le pene erano diminuite solo e soltanto per la sopraggiunta prescrizione di alcuni dei reati commessi. Il procedimento ha visto confermare nel merito le accuse al Di Giorgio precedentemente in servizio presso la Procura della Repubblica presso Il Tribunale di Taranto, con a capo il procuratore Aldo Petrucci. Da ricordare che il Tribunale di Potenza al termine del processo di primo grado ordinò ai sensi dell’ art. 207 c.p.p. la trasmissione degli atti alla Procura per procedere nei confronti anche dei magistrati tarantini Pietro Argentino ed il Petrucci  “per il reato di falsa testimonianza“, i quali alle rispettive udienze dibattimentali del 6 e 27 febbraio 2014 avevano reso “dichiarazioni che, alla luce delle altre acquisizioni processuali, venivano ritenute  non credibili dal Collegio giudicante“. Le accuse processuali espresse e contenute nella sentenza del Tribunale di Potenza nei confronti  dei magistrati Argentino e Petrucci , come anche la decisione del pm dr.ssa Laura Triassi della Procura di Potenza,  da noi pubblicata in precedenza, nella sua richiesta di archiviazione del 16 marzo 2015, erano quindi fondate e veritiere, ed i due magistrati si sono “salvati” solo e soltanto  grazie al proscioglimento conseguenziale ad un discutibile principio espresso da due sentenze della Corte di Cassazione secondo le quali “un testimone non è punibile in forza dell’esimente (art. 384 comma primo Cp)  allorquando il testimone (è il caso dei magistrati Argentino e Petrucci – n.d.a.) rende false dichiarazioni per evitare di essere a sua volta incriminato per un reato precedentemente commesso“. Anche l’ “allegra” archiviazione della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura  del procedimento nei confronti di Argentino, successivamente diventato con il minimo dei voti necessari procuratore capo di Matera, circostanza ammessa e confessata al Corriere del Giorno da  alcuni dei componenti della sezione disciplinare del CSM che lo avevano prosciolto, i quali hanno dichiarato (a posteriori)  che “avremmo dovuto ascoltare il procuratore generale ed ascoltare i testimoni, e quantomeno sospendere il procedimento considerando delle attività giudiziarie in corso a Catanzaro che vede contrapposto Argentino ai magistrati di Potenza“.

I magistrati Argentino e Petrucci si salvano “tecnicamente” in Procura a Potenza. Ma la vicenda finisce alla commissione disciplina del CSM. E non solo …, scrive l'1 febbraio 2016 "Il Corriere del Giorno". Nell’ottobre scorso il nostro giornale ha pubblicato tutta la sentenza integrale della vicenda giudiziaria che ha portato prima agli arresti e poi alla sospensione dal servizio il pm Matteo Di Giorgio, precedentemente in servizio presso la Procura della Repubblica di Taranto, con a capo il procuratore Aldo Petrucci, per cui il Tribunale di Potenza ordinò ai sensi dell’ art. 207 c.p.p. la trasmissione degli atti alla Procura per procedere nei confronti del procuratore aggiunto Pietro Argentino ed il Petrucci  “per il reato di falsa testimonianza“, i quali alle rispettive udienze dibattimentali del 6 e 27 febbraio 2014 avevano reso “dichiarazioni che, alla luce delle altre acquisizioni processuali, venivano ritenute  non credibili dal Collegio giudicante“. Nel frattempo dopo aver appreso direttamente dall’ avv. Franz Pesare, che per “motivi personali che non mi consentivano di esercitare serenamente il mio mandato” aveva abbandonato la difesa del magistrato lizzanese Pietro Argentino, questi si è affidato alle “cure” legali dello stesso avvocato del suo collega Di Giorgio, e cioè l’avvocato Donatello Cimadomo di Potenza. Abbiamo quindi provato a contattare per telefono Cimadomo ripetutamente, per ottenere dei ragguagli sulla vicenda processuale ed anche per sapere se il suo assistito fosse disponibile ad un’intervista giornalistica, ma l’avvocato lucano in maniera non molto “etica” e soprattutto poco gentile, non si è mai degnato di risponderci o richiamarci telefonicamente.

Chiaramente non ci siamo fermati ed abbiamo rintracciato quale “documento” e delle notizie imbarazzanti per il magistrato Argentino, che in questi giorni supplisce al pensionamento del suo ex-capo Franco Sebastio, nonostante tutti i suoi vari ricorsi e controricorsi amministrativi, in attesa che da Roma venga nominato ed arrivi un nuovo Procuratore Capo. Il documento che siamo in grado di mostrarvi in esclusiva, conferma la teoria processuale del Tribunale di Potenza esposta in sentenza, e cioè che i procuratori Argentino e Petrucci abbiano mentito ben consapevoli di mentire dinnanzi al Tribunale di Potenza. Infatti la Procura di Potenza ha confermato la tesi accusatoria del Tribunale sulla circostanza delle loro deposizioni inveritiere. La registrazione audio della deposizione per pm. Pietro Argentino all’udienza del processo “Di Giorgio ed altri” che si è tenuta giovedì 6 febbraio 2014 a Potenza. Le accuse processuali espresse e contenute nella sentenza del Tribunale di Potenza nei confronti  dei magistrati Argentino e Petrucci , come anche il pm dr.ssa Laura Triassi della Procura di Potenza, ha precisato nella sua richiesta di archiviazione dello scorso 16 marzo 2015 , erano fondate e veritiere, ed i due si sono “salvati” soltanto  grazie al principio espresso da due sentenze della Corte di Cassazione per cui un testimone non è punibile in forza dell’esimente (art. 384 comma primo Cp) allorquando il testimone (è il caso dei magistrati Argentino e Petrucci – n.d.r.) rende false dichiarazioni per evitare di essere a sua volta incriminato per un reato precedentemente commesso. Ma la vicenda non è finita con l’archiviazione, in quanto siamo un conoscenza di un procedimento pendente dinnanzi alla 7a sezione della Corte di Cassazione, così come sarebbe stato aperto un fascicolo a carico dell’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino dinnanzi alla Commissione disciplinare del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. La vicenda processuale di fatto non si è conclusa, stante ancora in piedi l’appello richiesto dal pm. Matteo Di Giorgio, ma soprattutto si sarebbero aperti dei procedimenti penali dinnanzi alla Procura ed al Tribunale di Catanzaro fra i magistrati lucani e quelli tarantini. Una triste vicenda di scontri fra toghe. Come vi dicevamo all’inizio, avremmo voluto parlare ed intervistare il dr. Argentino, ma il suo avvocato Cimadomo di fatto lo ha reso impossibile. Chiaramente non saranno certamente questi rifiuti o dei “sussurri” e “spifferi” di presunte indagini tarantine sul nostro conto ed operato, che ci impediranno di informare correttamente i nostri lettori. A qualcuno a Palazzo di giustizia a Taranto evidentemente sfugge… che il foro di eventuale competenza sul nostro operato editoriale e giornalistico è solo e soltanto quello di Roma, e quindi non rispettarlo sarebbe un “reato”.

Dai pm notizie ai giornali prima che agli indiziati, scrive Giulia Merlo il 13 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". La denuncia della Camera Penale di Lucca sul caso doping nel ciclismo. Intercettazioni e video con il logo della Polizia di Stato fornite ai giornalisti e pubblicate sui siti locali in contemporanea con l’esecuzione di arresti e perquisizioni, che sono divenuti di dominio pubblico prima ancora della conferenza stampa (convocata dagli inquirenti) e addirittura prima che i diretti interessati potessero averne piena conoscenza. Inoltre sulla stampa ha trovato ampio risalto la notizia di una perquisizione avvenuta nello studio di un avvocato, che non ha subito alcuna misura cautelare. E’ successo a Lucca, nell’ambito di un’inchiesta sul doping nel ciclismo, e a denunciarlo è la Camera Penale della cittadina toscana con un atto formale: «Si assiste a una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita; il circo mediatico a cui siamo oramai tristemente avvezzi non solo comporta la violazione della privacy e della dignità di persone, non colpevoli fino a una sentenza irrevocabile di condanna, ma ancor di più si fonda su pratiche contrarie alle norme interne e sovranazionali». L’indagine sull’utilizzo di sostanze dopanti da parte di giovani ciclisti, avviata dalla Procura di Lucca dopo la morte di un atleta ventunenne il maggio scorso, ha portato a sei misure di arresto domiciliare e all’iscrizione di 17 persone nel registro delle notizie di reato. Nella nota dei penalisti, tuttavia, è decisa la critica alle modalità di diffusione della notizia da parte dei titolari dell’indagine: «La notizia degli arresti e delle perquisizioni è stata pubblicata dalla stampa locale e nazionale ben prima della conferenza stampa convocata per le ore 11.00 del giorno stesso e quindi ancora prima che tutti i diretti interessati potessero averne piena conoscenza. E’ evidente come ai giornalisti sia stato fornito materiale nella sola disponibilità degli inquirenti (in particolare, la registrazione integrale di alcune intercettazioni oltre a un video che riporta il logo della Polizia di Stato), pubblicato in contemporanea con l’esecuzione delle misure». La vicenda è stata stigmatizzata con forza dalla Camera Penale di Lucca, che ha sottolineato quanto l’accaduto violi la privacy dei cittadini, disattenda l’attuale normativa in materia di pubblicazione delle intercettazioni e, soprattutto, mini al principio della presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva. Nella delibera si legge un auspicio: «che la libertà di informazione, diritto incontestabile, venga sempre esercitata nel rispetto delle più elementari norme di civiltà, ancor prima di quelle penali». Fatti gravi ma purtroppo non certo isolati: ultimo il caso dell’ebook completo di intercettazioni diffuso durante lo svolgimento del processo Aemilia, anche in quell’occasione denunciato dalla Camera Penale locale. Accanto alla denuncia pubblica, la Camera Penale di Lucca ha interessato dei fatti Unione delle Camere Penali, l’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria UCPI, i Presidenti delle Camere Penali della Toscana, il Consiglio Nazionale Forense e il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lucca, ma anche il Presidente del Tribunale e il Procuratore della Repubblica. Nella speranza che possa essere messo un freno alla pratica, almeno pro futuro.

Gli “spifferi” della Questura di Taranto e la differenza fra gli avvocati penalisti di Lucca e quelli tarantini…, scrive Antonello de Gennaro il 12 febbraio 2018 su "Il Corriere del Giorno". Si assiste ad una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita: il circo mediatico a cui siamo ormai tristemente avvezzi” che “non solo comporta la violazione della privacy e della dignità delle persone non colpevoli fino ad una sentenza irrevocabile di condanna”. Due anni fa circa in occasione di una conferenza stampa convocata a Taranto una domenica mattina alle 8, fissata per le ore 12, per l’arresto effettuato (grazie ad una “soffiata” di un confidente) dei responsabili di un omicidio nel giro del commercio della droga nel quartiere Salinella. In quella occasione ebbi a contestare con fermezza ed anche durezza (ma sempre educatamente) al Questore di Taranto Stanislao Schimera ed al pm Maurizio Carbone della procura tarantina, la fuga delle notizie che avrebbero dovuto essere rese note in conferenza, ed apparse online su due giornali, ad opera dei soliti “ventriloqui” della Procura di Taranto che all’epoca dei fatti era retta dall’ accoppiata Franco Sebastio (capo) – Pietro Argentino (aggiunto). Le reazioni furono ben diverse. Fu il CORRIERE DEL GIORNO l’unico organo di stampa a protestare, nell’indifferenza ed il silenzio imbarazzante della stampa locale, sempre pronta a piegare il capo pur di non mettere a rischio le “clientele” di ogni genere  Il Questore di Taranto Schimerra si irrigidì preoccupandosi solo di farsi intervistare dalle telecamere delle tv locali, chiedendo “sono venuto bene ? sono andato bene ? ” preso da un’incontrollata voglia di apparire, mentre l’educato e corretto pm Carbone al termine della conferenza stampa mi si avvicinò garantendomi che da lui non era trapelato nulla. Conoscendolo, e soprattutto ricostruendo quanto accaduto, gli credetti senza esitare un solo attimo. L’arresto era stato fatto alle prime ore dell’alba della domenica cioè ad uffici giudiziari chiusi, e quindi era chiaro ed evidente che la “soffiata” proveniva dalla Questura tarantina. Nei giorni scorsi un’altra inchiesta tarantina, quella relativa alle “mazzette” degli agenti della Polizia Stradale di Taranto, che ha portato agli arresti ben 6 poliziotti, ha portato alla luce delle ennesime fughe incontrollate di notizie dagli investigatori, che avevano reso possibile ai poliziotti indagati, il tentativo di occultare le prove a loro carico e persino intimorire i poliziotti onesti, che sono la stragrande maggioranza, che indagavano su di loro. Il pm era sempre il dottor Maurizio Carbone. Ebbene non abbiamo sentito alcun lamento della Procura, della Questura e Prefettura di Taranto, su queste fughe di notizie. Figuriamoci se parlavano gli avvocati penalisti componenti delle Camera Penale di Taranto! “Chi sbaglia in divisa sbaglia due volte” è stato il commento del capo della Polizia di Stato, il prefetto Franco Gabrielli sull’arresto dei sei poliziotti della Polstrada. “Non mi sono stracciato le vesti – ha detto Gabrielli – per il fatto che nella mia famiglia qualcuno ha sbagliato” evidenziando invece “la capacità dei corpi sani di espellere le situazioni di criticità, individuare le criticità, e di sanzionare chi sbaglia”. Dichiarazioni apprezzabili, condivisibili, ma che restano al momento solo belle parole. Non va dimenticato infatti che la corruzione dei poliziotti della Stradale tarantina, emerse esclusivamente grazie ad una telefonata anonima. Ben altro comportamento quello degli avvocati della Camera Penale di Lucca sull’ennesima violazione dell’art. 114 c.p.p. che hanno emesso un comunicato stampa di protesta in relazione all’inchiesta sul doping del ciclismo che ha coinvolto 17 persone delle province toscane fra le quali alcune colpite da misure cautelari, i quali hanno constatato e contestato che la notizia degli arresti e perquisizioni era apparsa pubblicata dalla stampa nazionale e locale (esattamente come avvenne a Taranto) ben prima della conferenza stampa convocata per il giorno stesso.  “E’ evidente – scrivono gli avvocati della Camera Penale di Lucca – come ai giornalisti sia stato fornito materiale nella sola disponibilità degli inquirenti” (in particolare la registrazione integrale di alcune intercettazioni oltre ad un video che riporta il loro della Polizia di Stato pubblicate in contemporanea con l’esecuzione delle misure cautelari)  contestando altresì che “si assiste ad una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita: il circo mediatico a cui siamo ormai tristemente avvezzi” che “non solo comporta la violazione della privacy e della dignità delle persone non colpevoli fino ad una sentenza irrevocabile di condanna”. I penalisti toscani ricordano nel loro comunicato stampa che “In attesa che entri in vigore la nuova normativa in tema di intercettazioni , basti ricordare gli articoli 114 e 329 c.p.p (codice di procedura penale n.d.a.) e 684 c.p. (Codice Penale n.d.a.) i quali vietano e puniscono la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, imponendo l’obbligo del segreto sugli atti di indagine fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza” cosi come ” l’articolo 10 CEDU (Corte Europea Diritti Umani n.d.a.)”, che, nel sancire il diritto della libertà di espressione ribadisce che tale diritto implica la contestuale assunzione di doveri e responsabilità, misure volte alla “protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”. A Taranto invece nessun avvocato disse (e dice una parola) quando vi sono continuamente fughe incontrollate di notizie.  Per molti di loro è importante essere citati negli articoli di cronaca giudiziaria per farsi della pubblicità manifestando in realtà il proprio noto “provincialismo” esasperato. O meglio della disperazione professionale. Così come è pressochè impossibile vedere la Procura di Taranto aprire delle inchieste per la violazione del segreto istruttorio, come invece è accaduto a Roma per il “caso CONSIP” dove il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone non ha esitato un attimo ad iscrivere nel registro degli indagati, magistrati, giornalisti e forze dell’ordine. Come non dare ragione quindi al collega romano Dimitri Buffa quando scrive in un suo articolo dal titolo “SONO UN GIORNALISTA E NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE.”  Una domanda retorica: perché i giornalisti si sentono sempre defraudati di qualcosa se qualcuno osa giudicare il loro lavoro, specie se a farlo sono gli avvocati! Che per caso tra i tanti o pochi clienti che si ritrovano in ipotesi ne possono avere qualcuno accusato di associazione mafiosa – ‘ndrangheta. Non sia mai poi che a qualcuno venga in mente di istituire un osservatorio sui rapporti tra la procura e i cronisti a quelle latitudini. “Attentato alla libertà di stampa”. Indignazione. E il sindacato che ne approfitta per far vedere che esiste e batte un colpo. Ma sempre alla porta sbagliata. E poi paginate dei giornali che strillano per l’indignazione che i consigliori dei boss abbiano l’ardire di mettere sotto processo loro, i “sacerdoti” autoproclamatisi della libertà di stampa. Ma se tutta questa indignazione si rivelasse in realtà una farsa o una gigantesca esposizione di una lunghissima coda di paglia? “Il problema dei processi celebrati, anzi recitati, nei talk-show esiste eccome” aggiunge Buffa – “Come esistono tante assoluzioni e tante inchieste flop che però quando erano ancora allo stato larvale di indagini preliminari venivano “pompate” da questi cronisti – o da altri simili a loro – che ci lucravano carriere o comparsate televisive. Come esistono innocenti sbattuti per anni in carcere con accuse rivelatesi poi inconsistenti. E come esiste lo Stato di diritto, magari ancora per poco, e la presunzione di innocenza. E anche le condanne europee all’amministrazione della giustizia italiana o i mille e cinquecento e passa errori giudiziari annui che costano allo Stato cifre imprecisate intorno al mezzo miliardo di euro”. Soprattutto, esistono tribunali molto più autoritari i cui giudizi – contro i giornalisti e i loro editori che ricorrono alla scorciatoia “giustizialista” per vendere più copie – spesso sono inappellabili. “Sono i tribunali dei lettori – aggiunge Buffa e noi siamo d’accordo con lui – e di coloro che guardano la tivù la sera magari perché non hanno di meglio da fare. Se gli editori (e i giornalisti) confrontassero i propri dati di vendita attuali con quelli di solo una decina di anni orsono scoprirebbero che tale giudizio, di condanna, è già stato emesso. E lo stesso discorso vale per le emittenti televisive pubbliche e private e i loro dati di ascolto”. Da giornalisti ci rimane a dir poco difficile giustificare queste inutili difese corporative della nostra categoria in cui i sindacati danno il meglio di sé. Il collega Dimitri Buffa ha assolutamente ragione. In un Paese in cui ci sono giornalisti ricattati e sfruttati da editori senza scrupoli, minacciati dalla mafia e indicati come bersagli agli elettori da alcuni partiti politici tra i quali spicca uno affacciatosi da poco sulla scena politica italiana, e che nelle prossime elezioni però ne candida qualcuno. L’invenzione dell’inutile osservatorio “Ossigeno” da parte del sindacato dei giornalisti, ed i suoi intrecci mediatici in Italia appare onestamente passare in secondo piano. Ma probabilmente, forse, c’è un requisito che a molti giornalisti manca da tempo e che influisce sensibilmente negativamente sulle vendite dei giornali per cui scrivono: si chiama onestà intellettuale.

Fact-checking. L’ intervista in ginocchio della Gazzetta del Mezzogiorno a Giangrande (Confcommercio Taranto), scrive il 13 febbraio 2018 "Il Corriere del Giorno". In un momento in cui si discute molto di “fake news”, resta da chiedersi: chi controlla le “fake news” giornalistiche, cioè scritte dai giornalisti? Ed ancora una volta scopriamo le “BALLE” scritte dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Qualche controllo dovrebbe farlo l’Ordine dei Giornalisti regionale territorialmente competente, ma si sa che quello in Puglia ha altro da fare. Povera informazione! Un attento lettore ci ha segnalato una straripante colossale “sviolinata” pseudo giornalistica appesa il 21 maggio 2017 sull’edizione tarantina della Gazzetta del Mezzogiorno dal titolo “L’ascesa del re dei supermercati” a firma del collaboratore Arturo Guastella, dedicata a Leonardo Giangrande presidente della Confcommercio Taranto, imprenditore “legato” ad un giornalista della Gazzetta per motivi di parentele ed affari societari collegati, di cui nell’articolo in questione non viene data alcuna informazione ai lettori.

La Gazzetta del Mezzogiorno così scriveva su Giangrande nell’edizione di Taranto il 31 maggio 2017: “La lungimiranza. Di “materia grigia ne ha avuto a sufficienza per creare un vero impero economico, con qualcosa come 40 supermercati di proprietà” aggiungendo “quest’uomo dal viso gentile e dal fisico asciutto di “materia grigia” ne ha avuto a sufficienza per creare un impero economico, con qualcosa come quaranta supermercati di proprietà, cinque “cash and carry” con forniture dirette per altri duecento supermercati di tutta la Puglia, dando lavoro a circa seicento persone, di cui una quindicina di laureati in Economia e Commercio, per un fatturato annuo che supera i 150 milioni di euro”. Così non è.  Infatti i supermercati di proprietà sono soltanto 30 (e non 40!) e le forniture dirette sono per 180 punti di vendita affiliati (e non oltre 200!). Inoltre che la Gazzetta del Mezzogiorno non dice, è che la società in questione (Supercentro s.p.a.) di cui Giangrande è socio titolare di una quota azionaria del 10,99%, ha anche un indebitamento di Euro 47.418.308 !!!

Poichè di Leonardo Giangrande il CORRIERE DEL GIORNO se n’era già occupato in passato, siamo andati a fare un pò di ricerche sulla banca dati “Telemaco” (pubblica) delle Camere di Commercio, per verificare quanto scriveva la Gazzetta del Mezzogiorno, ed abbiamo verificato e scoperto “le balle” che ancora una volta la redazione tarantina del quotidiano barese-siculo propina ai suoi lettori, che diminuiscono sempre di più di giorno in giorno. Siamo quindi partiti dalla scheda persona di Leonardo Giangrande, che della società (la Supercentro s.p.a. n.d.r. )  che ha un fatturato annuo che supera i 150 milioni di euro, in realtà  detiene appena il 10,99 delle quote societarie per un importo di appena 53.153 euro su un capitale sociale di 483.600 euro. Abbiamo quindi verificato per cercare di capire e documentare ai nostri lettori come abbia fatto il giornalista…della Gazzetta del Mezzogiorno ad accreditare Leonardo Giangrande di “materia grigia” al punto tale di aver “creato un impero economico”!

La società SUPERCENTRO gestisce prevalentemente supermercati in franchising della catena veneta PAM, dichiarando 119 dipendenti nel bilancio 31.12.2016 con un fatturato di 133.869.159 euro, con un indebitamento bancario di Euro 15.530.884, a fronte di una massa di debiti per Euro 47.418.308 ed un utile di appena 597.618 euro secondo quanto si evince dall’ultimo bilancio depositato alla data del 31.12.2016. Ma le “balle” cioè le “fake news”, come vengono chiamate adesso, della Gazzetta del Mezzogiorno su Leonardo Giangrande, non sono finite...

Infatti Giangrande ha un’altra società la FRATELLI GIANGRANDE s.r.l. con sede ad Avetrana di cui detiene il 35% delle quote societarie, controllata insieme al fratello Pietro (35% delle quote) che è l’amministratore unico della società attiva dal 2014, che svolge come attività prevalente la gestione di supermercati, dichiarando al 31.12.2016 (ultimo dato disponibile) soltanto 14 addetti e 5 soci, e non dichiara alcuna altra unità locale!

Nel maggio 2016 sempre in società con il fratello Pietro, Leonardo Giangrande ha costituito una nuova società, la AGRICOLA GOLD s.r.l. sempre con sede ad Avetrana (Taranto) che dichiara di non avere alcun dipendente, ma solo 4 soci in tutto.

Le attività di gestione di supermercati esercitata direttamente da Leonardo Giangrande, sotto il controllo azionario del socio unico, cioè la Supercentro s.p.a., è la SUPERGEST.DUE srl di cui Giangrande è amministratore unico che gestisce dei punti vendita in Martina Franca (TA) – Via Fighera; Martina Franca (TA) – Via Guglielmi; San Giorgio Jonico (TA); Leverano (LE); Torricella (TA); Aradeo (LE) e Nardò (LE). Nei primi mesi del 2016 è stato inoltre aperto un nuovo punto vendita in Taranto, Via Umbria), società questa dove le cose non vanno molto bene.  Infatti il bilancio di esercizio chiuso al 31/12/2016 presenta una perdita di euro 350.997,87, al netto delle imposte dell’esercizio e degli accantonamenti. Altrettanto dicasi per un’altra società la GROS MARK srl  di cui Leonardo Giangrande è amministratore unico, società appartenente al Gruppo Supercentro che esercita la direzione e coordinamento tramite la Società Supercentro S.p.A., che  opera nel settore del commercio al dettaglio di prodotti alimentari e non alimentari ed è proprietaria di cinque punti vendita siti rispettivamente in Lizzano (TA), Noicattaro (BA), San Marzano di San Giuseppe (TA), Bari e Matino (LE), con soli 16 dipendenti., dove le cose non vanno sicuramente molto bene. Infatti il bilancio dell’esercizio chiuso al 31/12/2016, segnala una perdita dell’esercizio di euro 495.618,97! Leonardo Giangrande è anche amministratore unico della D.G.M. srl, anche questa società appartenente al Gruppo Supercentro che esercita la direzione e coordinamento tramite la società Supercentro S.p.A.. che ha chiuso il proprio ultimo bilancio di esercizio al 31/12/2016; che presenta anche questo delle perdite di euro 127.281,15 che sono state ripianate mediante utilizzo della riserva straordinaria per euro 13.314,60 e con versamento soci per la differenza, pari a euro 113.966,55.

Quello che non è stato possibile verificare è l’istruzione di Leonardo Giangrande, il quale omette da diversi anni di depositare il suo curriculum vitae (che nel suo caso sarebbe un obbligo di Legge) persino alla Camera di Commercio di Taranto di cui è stato eletto consigliere in quota Confcommercio. Sarà forse simile a quella di suo fratello Pietro Giangrande che nell’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, viene indicato come “studente in Medicina”, mentre invece da una nostra ricerca effettuata abbiamo scoperto che candidatosi a suo tempo con una lista civica, era in possesso solo di licenza di scuola media superiore?  Anche il codice fiscale riportato sulle visure camerali, infatti coincide con quello della sua data di nascita. In un momento in cui si discute molto di “fake news”, resta da chiedersi: chi controlla le “fake news” giornalistiche, cioè scritte dai giornalisti? Dovrebbe farlo l’Ordine dei Giornalisti regionale territorialmente competente, ma si sa che quello in Puglia ha altro da fare. Povera informazione!

P.S. E’ forse un caso fortuito, una coincidenza che Paolo Michele Macripò Presidente della Supercentro spa. sia parente della moglie (Sabrina Brescia) del giornalista Mimmo Mazza, vicecaposervizio della redazione di Taranto della Gazzetta del Mezzogiorno ? I latini dicevano: Cogito ergo sum (trad. “dubito quindi esisto“). E spesso avevano ragione. Queste di seguito sono la visura camerale ed il bilancio al 31.12.2016 della capogruppo SUPERCENTRO s.p.a.

La Confcommercio di Taranto a caccia di “sponsors” politici…e “bluff” elettorali! Scrive il 18 aprile 2015 "Il Corriere del Giorno". Grandi manovre dietro le quinte della Confcommercio di Taranto, associazione molto “chiacchierata” e discussa in città, non soltanto per la nota inimicizia nei confronti del nostro quotidiano online che non riceve alcuna comunicazione ufficiale sulle loro attività, alcun invito alle conferenze stampa e soprattutto non si lascia “apparecchiare” e rifocillare…nelle cenette private della loro addetta stampa. Ma tutto ciò non ci preoccupa assolutamente perchè abbiamo qualche informatore persino nella loro Giunta, che ci racconta tristemente le difficoltà economiche e gestionali in cui versano le casse dell’Associazione. E basta vedere i dati sulle tristi chiusure dei commercianti di Taranto per capire come questa associazione non abbia saputo affrontare la crisi e supportare i propri associati. Oltre 1.000 commercianti hanno purtroppo calato definitivamente le serrande dei propri negozi (con oltre il 300% in meno rispetto all’anno precedente). L’attuale presidente della Confcommercio in scadenza di mandato, Leonardo Giangrande da Avetrana, un piccolo comune di circa 7.000 abitanti in provincia di Taranto, di professione risulta essere “socio-azionista” di minoranza (circa l’11%)   in una società che gestisce supermercati in franchising a Taranto e provincia, e che dagli ultimi bilanci sembra non passarsela molto bene.  Il Giangrande dopo aver avuto un parente attivo nel centrodestra, e cioè suo fratello Pietro Giangrande, anch’egli commerciante, eletto nel 2011 nella Lista Civica “L’impegno Continua” e che ci risulta in possesso della Licenza di Scuola Media Superiore (o Titolo Equivalente), era a suo tempo “vicino” alle posizioni politiche dell’on. Pietro Franzoso (Forza Italia) deceduto qualche anno fa. Trovare un suo Curriculum Vitae è pressochè impossibile (sarà forse perchè imbarazzante?)  non avendolo mai inviato alla Camera di Commercio di Taranto, nonostante sia un obbligo previsto dalla Legge sull’ Amministrazione Trasparente e la Corruzione. Adesso Giangrande  è alla ricerca di nuove sponde e “sponsors” politici sia per se stesso che per la Confcommercio, ma con scarsi risultati…Molto “furbescamente” il candidato Governatore alla Regione Puglia,  Michele Emiliano ha preferito incontrare i rappresentanti della  Confcommercio di Taranto, “privatamente” senza esporsi in manifestazioni pubbliche come invece ha recentemente fatto peraltro con pochissima affluenza come si evince dalle fotografie, il martinese Donato Pentassuglia, assessore regionale alla sanità uscente (è da meno di un anno n.d.r. ), un politicante del Partito Democratico proveniente dall’ “area” CISL , e notoriamente molto legato al suo “mentore” politico Gianni Florido l’ex-presidente della Provincia di Taranto,  con cui Pentassuglia è unito non solo nelle comuni origini politiche ma entrambi sono coinvolti come “imputati” nel processo “Ilva Ambiente Svenduto “attualmente in corso dinnanzi al Tribunale di Taranto. All’incontro tenutosi giovedì pomeriggio nella saletta della Confcommercio erano annunciati e presenti il presidente provinciale l’ “avetranese”  Leonardo Giangrande a caccia di visibilità ed attivismo elettorale in vista delle elezioni per il rinnovo della sua carica che dovrebbero svolgersi nel giro di un paio di mesi , l’ incolpevole dr. Michele Conversano l’ ottimo direttore del Dipartimento Prevenzione dell’ ASL di Taranto  e l’assessore regionale alla Sanità  uscente Donato Pentassuglia, il quale ha dimostrato in questa occasione non solo di essere poco informato in casa Pd ( il candidato Governatore Michele Emiliano ha già annunciato pubblicamente che in caso di elezione, terrà per se la delega alla Sanità n.d.r. ) ma ha dimostrato di essere anche molto poco informato sulla Confcommercio di Taranto. Leggete cosa ha detto Pentassuglia in Confcommercio: “Tutte le iniziative che ho messo in campo in questi miei otto mesi di attività sono volte a creare un’azione di confronto ma anche sinergica tra le istituzioni con un coordinamento vero tra tutti gli attori della filiera. Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di conoscere e condividere la qualità di quello che mangiamo ponendo l’attenzione sugli alimenti e sulla loro somministrazione al fine di creare un patto istituzionale per garantire la salute dei cittadini. Abbiamo bisogno di lavorare in questa direzione e Confcommercio, con la sua ramificazione e la sua attività, lavora con noi perché questo venga affermato”. E concludendo ha fatto la gaffe più bella della campagna elettorale dicendo: “Purtroppo – ha concluso Pentassuglia – registriamo ancora i “furbi” che hanno delle celle frigorifere con prodotti normali e poi al di là delle celle si trovano locali con prodotti scaduti”. Evidentemente all’ assessore deve essere sfuggito qualcosa che oltre 150mila lettori attraverso i socialnetworks ed il nostro quotidiano online hanno potuto leggere lo scorso 1 ottobre 2014 quando in un articolo dal titolo eloquente “Predicano bene ma razzolano male…ecco chi è il ristorante multato da Nas ed Asl sulla litoranea jonica” raccontavamo che proprio “il personale del Dipartimento di Prevenzione dell’ ASL di Taranto in collaborazione con i Carabinieri nel NAS Nucleo Anti Sofisticazione di Taranto, durante i normali continui controlli a tutela della salute pubblica, per il rispetto dei requisiti delle strutture ed igienici dei ristoranti, cucine e prodotti alimentari, hanno scoperto a Marina di Pulsano un deposito alimentare “abusivo” (cioè mai comunicato e verificato dall’ ASL)  utilizzato dal noto ristorante “IL GRILLO”, a carico del quale sono state comminate pesanti sanzioni per le gravi violazioni in materia di sicurezza alimentare e sequestrati circa 250 chilogrammi di alimentari scaduti o in pessime condizioni rinvenuti nel deposito abusivo“. A dire il vero, la scorsa estate furono non pochi i ristoranti di Taranto e provincia ad essere sanzionati e denunciati per motivi di igiene, ma nel caso del ristorante il GRILLO di Marina di Pulsano (Taranto) qualcuno in Confcommercio, auto-smentendo i suoi editti verbali di facile-finto di moralismo un tanto al chilo… deve aver dimenticato qualcosa! E cioè che il proprietario del Ristorante IL GRILLO è Giampiero Laterza, che è un consigliere della Confcommercio di Taranto, presidente della Fipe – Ristoratori e Pizzerie della provincia di Taranto, che nonostante tutto ciò è rimasto beatamente seduto sulla sua sedia-incarico. Ecco cari lettori, chi sono realmente le persone che in campagna elettorale vendono “fumo” ai cittadini, ai consumatori ed agli associati di Confcommercio, spacciando i loro interessi personali come “attivismo” a favore della collettività. Ascoltate un consiglio: pensate bene a quanto avete letto, prima di andare a votare. Taranto e la sua provincia così facendo, purtroppo, non migliorerà. Figuriamo cambiare! A questo punto ci piace ricordare il titolo di un bellissimo film di Lino Banfi, passato alla storia… “Vieni avanti cretino!”. In questo caso avremmo un pò in imbarazzo a dedicarlo a qualcuno. Quindi lasciamo a voi la scelta. Non è difficile…

Tutta la verità sul processo per la nomina del segretario generale della Camera di Commercio di Taranto, scrive il 7 marzo 2016 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Era esattamente un anno fa quando Leonardo Giangrande l’attuale presidente della Confcommercio di Taranto, associazione sempre più in crisi, per numero di iscritti e soprattutto per la diminuita rappresentatività e calente credibilità nell’economia jonica, affiancato dall’ avv .Egidio  Albanese,  tenne una conferenza stampa “accusatoria” , alla luce dell’assoluzione nel processo di 1° grado relativo alla nomina contestata e turbolenta di Segretario Generale della Camera di Commercio di Taranto . Giangrande all’atto della sentenza di assoluzione del processo di 1° grado, in una poco strategica trionfale… conferenza stampa, affermò con poca oculatezza e competenza giuridica che “si evince facilmente l’infondatezza di tutto il processo che è frutto delle logorroiche accuse mosse dal signor Falcone che ha trasmesso denunce ed esposti contenenti illazioni e pettegolezzi” dimenticando che in realtà per il pubblico ministero e per il Gip, cioè il Giudice per le Indagini Preliminari che lo avevano mandato sotto processo, non si trattava evidentemente soltanto di pettegolezzi…Infatti solo e soltanto questo quotidiano,  a suo tempo, nel desolante panorama di un giornalismo “prezzolato” ed accondiscendente dove i “cappucci” non mancano… fece presente che si trattava soltanto di una sentenza di 1° grado del Tribunale di Taranto, e  scrivevamo (leggi QUI ) “lo ricordiamo per dovere di cronaca e rispetto ai nostri lettori, al momento non è definitiva in quanto non è ancora passata in giudicato“. Eravamo quindi stati facili profeti nello scrivere che “gioire manifestando rancori, accusando gli assenti è a dir poco una mancanza di tatto, e strategia processuale-difensiva. Ma dato il personaggio non ci meravigliamo”. Per un anno abbiamo provato ad avere la sentenza, gli atti processuali, i verbali delle udienze, chiedendole direttamente od indirettamente ai vari imputati, e cioè Riccardo Caracuta, Leonardo Giangrande, Paolo Nigro, Luigi Sportelli (recentemente riconfermato alla presidenza della Camera di Commercio), Tommaso Valentino (attuale dirigente delle cancellerie del Tribunale di Taranto) ma inutilmente. E tutto questo ci ha insospettito non poco. Lecito chiedersi: ma perchè nessuno di loro ha interesse a pubblicare quella sentenza se sono stati assolti? A distanza di un anno fa, lo abbiamo capito, grazie anche alle parole molto chiare del Procuratore Generale della Repubblica dr.ssa Pina Montanaro, contenute nel suo ricorso in appello, in cui ha impugnato la sentenza di 1° grado, scrivendo che “la decisione emessa dal Tribunale è manifestamente e radicalmente errata e va riformata in toto.“ Negli ambienti del Palazzo di Giustizia jonico,  ci si aspettava che il ricorso venisse presentato dal pubblico ministero del procedimento di 1° grado , e cioè dalla dr. ssa Filomena Di Tursi, la quale al termine della sua arringa aveva chiesto una sentenza di condanna nei confronti degli imputati a “8 mesi per ciascuno degli imputati, riconosciute le attenuanti generiche“. Ma così non è stato. Qualche “maligno” ha ipotizzato che nella sua decisione di non appellarsi, potrebbe aver pesato la presenza una sorta di conflitto d’interessi “familiare”, in quanto suo marito, il commercialista tarantino Raffaele Amodio (di cui ci siamo già occupati), ricopriva e ricopre ancora oggi delle cariche in società di cui la Camera di Commercio di Taranto è importante azionista. “Cogito ergo sum” (trad. “Dubito quindi esisto”) dicevano i nostri padri latini. Chiaramente un dubbio non può e non deve costituire un’accusa, e noi vogliamo assolutamente credere nella piena rettitudine e totale buona fede della dr.ssa Di Tursi che altrimenti non avrebbe chiesto una condanna per tutti! I 5 imputati nel procedimento di 1° grado era stato chiamati in causa in quanto, secondo il pubblico ministero “favorivano il candidato Tommaso Valentino, in concorso con questi, in particolare nella fase preliminare della valutazione dei curricula professionali attribuivano al Valentino, laureatosi con il voto finale di 97, il punteggio di “8“, superiore a quello di “7” attribuito al candidato Mele (che aveva riportato come voto di laurea di 106) ed identico a quello attribuito al candidato Maggio, laureatosi con il voto di 105. Così consentendo al detto Valentino di accedere alla fase successiva del colloquio – dalla quale sarebbe stato escluso in caso di corretta attribuzione del punteggio – ed agendo al fine di procurargli intenzionalmente ingiusto vantaggio patrimoniale consistente nell’attribuzione dell’incarico, conseguente al colloquio al cui esito veniva attribuito il punteggio più elevato con collocazione al primo posto della graduatoria”. Quello che Giangrande definiva “logorroiche accuse mosse dal signor Falcone che ha trasmesso denunce ed esposti contenenti illazioni e pettegolezzi”, in realtà, come racconta la sentenza di 1° grado, altro non erano che “gravi anomalie relative all’ammissione di Valentino alla fase orale a causa dell’attribuzione anomala del punteggio concernente la valutazione dei titoli di studio”, affermazioni queste rese dal teste dr. Roberto Falcone nell’udienza del 29 settembre 2014. Ma Falcone non era stato il solo ad accorgersi di quanto accaduto “illegittimamente”. Lo racconta e conferma, persino la sentenza di 1° grado, che riferisce che “le stesse incongruenze venivano segnalate da Buonfrate Patrizia, responsabile del procedimento, la quale nel corso della procedura e, specificamente dopo la conclusione dei lavori della commissione, si premurava di redigere in data 20/09/2011 una nota nella quale ripercorreva pedissequamente le fasi della procedura e manifestava che la stessa “non era immune da criticità oggettive“” che rappresentava quanto accaduto, tanto da consigliare l’annullamento in autotutela dell’intero concorso. Annullamento che intervenne nella seduta camerale del 07/10/2011. “Criticità queste – recita la sentenza di 1° grado – che venivano manifestate dal teste Sanesi (attuale vicesegretario generale della CCIAA di Taranto- n.d.r.), Vinciguerra e De Giorgio (che successivamente è diventato il segretario generale – n.d.r.). Infatti nel ripercorrere i fatti, leggendola bene, la sentenza conferma espressamente che le illegalità erano avvenute, sostenendo che “appare evidente che vi è stata una manifesta violazione di Legge nell’attribuzione di un punteggio che evidentemente non poteva spettare al candidato che aveva il volto di laurea più basso”. A leggere tutto ciò, il lettore potrebbe giustamente chiedersi “ma allora perchè li hanno assolti?”. La lettura della sentenza completa, che solo il CORRIERE DEL GIORNO, come sempre vi offre in “ESCLUSIVA”, si basa su un discutibile concetto e cioè che “quanto detto piuttosto induce a credere che non si è trattato di una disegno teso a favorire il candidato Valentino a discapito degli altri, quanto piuttosto ad un mero errore, poi emendato dai successivi avvenimenti”. E’ stato proprio il disaccordo giuridico con questa teoria processuale che ha indotto il Procuratore Generale della Repubblica dr.ssa Pina Montanaro ad impugnare la sentenza di 1° grado, depositando lo scorso 27 gennaio 2016 il proprio ricorso in appello. Notizia questa che ha trovato “spazio” ed ospitalità esclusivamente su questo quotidiano online che state leggendo. I giornali e giornaletti locali, stampati ed online infatti, si sono ben guardati dal pubblicare ed approfondire la questione. Loro preferiscono ospitare le dichiarazioni e comunicati stampa dei vari “amici/clienti” e girarsi dall’altra parte. E poi si lamentano. che a Taranto l’informazione anno dopo anno muore lentamente come l’economia locale. “La decisione emessa dal Tribunale è manifestamente e radicalmente errata e va pertanto riformata “in toto“” è la principale motivazione del ricorso in appello del Procuratore Generale,  sostenendo che l’assoluzione degli imputati Riccardo Caracuta, Leonardo Giangrande, Paolo Nigro, Luigi Sportelli “è da considerarsi priva di qualsiasi fondamento sia in diritto che in fatto” , adducendo principi giuridici enunciati in ben due sentenze della Suprema Corte di Cassazione (la più recente, è la n. 36179 del 15/04/2014) sulla base delle quali “l’ipotesi del “mero errore“, come proposta dal Giudice di I grado, appare veramente carente e comunque non esaustiva“, aggiungendo che “se di mero errore si fosse trattato – a fronte dell’evidente macroscopica dell’abuso – al primo cenno si sarebbe proceduto alla revoca, che invece è intervenuta solo dopo l’atto formale del responsabile del procedimento“. Ma l’atto d’accusa contenuto nell’appello della Procura Generale della Repubblica è abbastanza “forte”, con delle accuse abbastanza pesanti: “Si è omesso, infatti, di tenere conto della “preparazione culturale” e quello dell’esperienza e conoscenza dei sistemi di pianificazione strategica dovevano comunque essere corroborati da documentazione ed il Valentino, con ogni verosimiglianza non era in possesso di documentazione idonea per aspirare ad un punteggio più elevato, in ordine ai medesimi parametri“. La “stoccata” finale del Procuratore Generale Montanaro è condensata nelle ultime tre righe della sua impugnazione, laddove scrive: “Vi è, da ultimo, da annotare che il Valentino, come dichiarato dalla dr. Buonfrate, non era persona del tutto “estranea” in quanto lo stesso aveva partecipato alla fase della selezione dei bandi di concorso, benchè il fac-simile da lui proposti non fosse stato, poi, prescelto”. La parola adesso alla Corte di Appello. In questo anno di attesa… dopo la sentenza di 1° grado, abbiamo incontrato il dr. Tommaso Valentino, con cui abbiamo parlato e registrato la sua versione dei fatti, e con il Presidente della Camera di Commercio Luigi Sportelli. Entrambi ci hanno fornito le loro versioni, ed avevano promesso di fornirci i documenti processuali, i verbali d’udienza, ma alla fine hanno preferito non fornirceli. Un loro diritto, sia chiaro. Leonardo Giangrande Presidente della Confcommercio di Taranto, invece si è limitato alle sue solite ripetute annunciate denunce nei miei/nostri confronti, che però dopo un anno a questa parte non hanno mai scaturito nulla. Neanche una semplice elezione di domicilio. Non a caso Giangrande non ha mai avuto il coraggio di accettare un’intervista video-filmata che gli abbiamo richiesto “pubblicamente” e che avremmo pubblicato integralmente. Probabilmente non gli stiamo più simpatici, dopo averci telefonato (inutilmente) per una vicenda giudiziaria di un suo associato. O forse preferisce farsi intervistare da qualche “pennivendolo” in ginocchio, da ricompensare con qualche centinaio di euro. Molto più facile, vero? Adesso sarà bene che Giangrande si faccia spiegare da qualche “giurista”, e non da qualche avvocato a libro paga, come mai le sue denunce contro di noi, dopo oltre un anno, non sortiscono alcun effetto. Neanche una semplice necessaria elezione di domicilio. Anche perchè il nostro quotidiano online ha sede a Roma, città dove per fortuna la Procura non è facilmente condizionabile.  Nel frattempo, permetteteci di spiegarlo noi, ai nostri lettori: non abbiamo mai diffamato nessuno, ma solo e soltanto semplicemente pubblicato notizie e raccontato fatti, lasciando sempre parlare i documenti a conferma di quanto abbiamo scritto. P.S. A proposito…. non abbiamo ancora finito di occuparci degli “affarucci” dei furbetti della Confcommercio tarantina. Molto presto ne leggerete delle belle!

Da quale pulpito vien la predica?

Il Tribunale di Taranto smentisce la Procura locale: la competenza sul Corriere del Giorno è della Procura di Roma, scrive il 19 marzo 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Su tutto quello che di illegale hanno fatto questi magistrati “ostili” (Pietro Argentino, Giovanna Cannarile e Rosalba Lopalco) non solo al sottoscritto, ma anche alla corretta applicazione della Legge se ne stanno occupando da un anno i magistrati della Procura di Potenza e presto anche quelli del Consiglio Superiore della Magistratura. Ai magistrati tarantini da me denunciati, nei prossimi giorni si aggiungeranno altre due toghe in servizio nel palazzo di Giustizia di Taranto. Come avevamo già scritto in passato numerose volte ogni attività del nostro giornale non poteva che essere che di competenza della magistratura romana e non certo dell’ostile procura tarantina, essendo il nostro giornale registrato presso il Tribunale di Roma, ed avendo la nostra società editrice sede legale a Roma, ove è iscritta presso la locale Camera di Commercio. La Procura di Taranto nonostante la presenza al suo interno di ottimi e validi magistrati, di persone per bene e rispettose delle toghe che indossano, era diventata (come avevo scritto nell’ aprile di tre anni fa) “la Procura della Diossina”. Una procura dove esercitava (per modo di dire…) l’azione penale l’ormai ex pubblico ministero Matteo Di Giorgio, che poteva contare sul sostegno di alcuni colleghi, e nonostante ciò, è stato condannato in primo grado, appello e dalla Corte di Cassazione a 9 anni di carcere, ed è attualmente detenuto nel carcere di Matera. Non a caso in quel processo il Tribunale di Potenza dopo aver condannato inizialmente il pm Di Giorgio alla pena di quindici anni di carcere, aveva inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Potenza per valutare la posizione di diversi testimoni in ordine al reato di falsa testimonianza. Tra questi vi erano anche altre figure “togate”, come l’ex procuratore di Taranto Aldo Petrucci e l’ex- procuratore aggiunto di Taranto, Pietro Argentino salvatosi grazie ad un cavillo giudiziario. Era il lontano 27 luglio 2015 quando in un’ editoriale  a mia firma dal titolo  “ QUEL MALEDETTO VENERDI’ 17” scrivevo queste testuali parole : “cari lettori,  sono consapevole e pressochè certo di subire prima o poi, qualche attenzione o ritorsione dalla Procura della Repubblica di Taranto, così come l’ha subita a suo tempo una nostra collega (che stimiamo) e cioè Annalisa Latartara che è attualmente sotto  processo (“violazione del segreto d’indagine“) per aver fatto anche lei il proprio lavoro, e cioè informare“. Infatti la collega Latartara successivamente è stata assolta dal Tribunale di Taranto dalle fantomatiche accuse mosse a suo carico dai soliti “noti” della Procura tarantina. Nello stesso editoriale quasi profetico aggiungevo” tutto ciò, cari lettori, non mi preoccupa. Per fortuna competente sul nostro e mio operato, è la Procura di Roma, guidata da un gentiluomo, da un “signor Magistrato”, il dr. Giuseppe Pignatone. E quindi possiamo dormire sonni tranquilli” e concludevo: “Una cosa è certa: negli uffici giudiziari di Taranto si preannuncia un autunno caldo.  Molto “caldo”. Ma non avevo fatto i conti con la vicinanza e “comparanza” fra alcuni magistrati in servizio presso la Procura di Taranto ed un giornalista-sindacalista, tale Cosimo (detto Mimmo) Mazza che lavora presso la redazione tarantina della Gazzetta del Mezzogiorno, di cui si “spaccia” esserne il capo, senza in realtà esserlo. Poco dopo, infatti la “macchina del fango” tarantina si attivò immediatamente contro il sottoscritto, forte di poter contare sull’esercizio abusivo della leva giudiziaria nei miei confronti. Ho subito oltre 20 querele false e piene di menzogne, dal Mazza con accuse inizialmente di estorsione giornalistica, esclusa e trasformata in “stalking” dalla “manina” del procuratore aggiunto (all’epoca dei fatti) Pietro Argentino e del pm Giovanna Cannarile, la quale aveva stralciato le inesistenti ed insussistenti accuse di “estorsione” denunciate dal Mazza nei miei confronti, per le quali molto presto risponderà dinnanzi alla Procura ed al Tribunale penale e civile di Roma. Il procuratore aggiunto Pietro Argentino affidò le indagini ad una loro “sodale” di turno…, cioè il sostituto procuratore Rosalba Lopalco. Magistrati questi, appena citati, che insieme alla Cannarile sono iscritti attualmente nel registro degli indagati della Procura della repubblica di Potenza a seguito di una mia circostanziata e documentata querela-denuncia nei loro confronti. E tutto ciò con la “complicità” silente del Procuratore capo Franco Sebastio che aveva avvallato le indagini a mio e nostro carico illegittimamente, arrivando ad iscrivere nel registro degli indagati senza alcun legittimo motivo persino mia madre , quale rappresentante legale della nostra società cooperativa, editrice del quotidiano on line  IlCorriere del Giorno.it che state leggendo in questo momento, e da circa quattro anni vi offre un’informazione senza “favoritismi” e compromessi su quanto avviene in Italia, in Puglia ed anche a Taranto. Sebastio arrivò addirittura a far finta di non saperne nulla quando gli contestai l’accaduto alla presenza del comandante provinciale della Guardia di Finanza di Taranto.

La vendetta della Procura di Taranto. Questa “costola” ostile della Procura di Taranto contro chi scrive, non aveva fatto però i conti con l’oste… e cioè la “Giustizia”. Quella con la “G” maiuscola.  Infatti la Procura di Taranto si era inventata letteralmente una misura interdittiva per 6 mesi della professione nei confronti del sottoscritto. Il loro obbiettivo era molto chiaro: metterci a tacere. Arrivando successivamente a richiedere persino il mio arresto sostenendo (contrariamente al vero) che il sottoscritto avesse violato la misura interdittiva. Ma per fortuna a Tarato, come ho scritto e sostenuto pubblicamente più volte esistono ancora dei giudici onesti, seri, liberi ed indipendenti. E molto ma molto lontani dalla “cricca” del Tribunale !!! Le decisioni della Procura di Taranto nei miei confronti, sono state tutte annullate in sequenza in prima battuta dal Tribunale del Riesame sempre di Taranto (presidente dr. Petrangelo, relatore dr.ssa Di Roma, a latere dr. Caroli), contro il quale la Procura di Taranto presentò un ricorso in Cassazione firmato dai magistrati Cannarile e Lopalco. La misura cautelare richiesta nei miei confronti venne invece revocata dal Gup dr.ssa Gilli del Tribunale di Taranto che annullò quanto erroneamente disposto inizialmente dal Gip dr. Tommasino. Un ricorso illegittimo a dir poco vergognoso e ridicolo, quello della Procura di Taranto, che infatti non caso, è stato ritenuto “inammissibile” prima dalla Procura Generale presso la Corte di Cassazione, e successivamente rigettato dalla Va Sezione della Corte di Cassazione, che lo ritenuto “totalmente inammissibile”. Ma evidentemente per questi magistrati “ostili” a chi vi scrive ed al giornale da me diretto credevano di essere destinatari del “verbo”, e si sentivano degli “intoccabili” utilizzando come una clava il potere giudiziario nei mei confronti arrivando a far verificare dalla Guardia di Finanza persino i consumi energetici dell’abitazione da me condotta in locazione a Taranto, appartamento che utilizzavo durante i miei soggiorni nel capoluogo jonico.  Tutto questo non era bastato, e la Procura di Taranto arrivò a chiudere le indagini, accusandomi di essere responsabile di “stalking”, “diffamazione” e persino di “stampa clandestina”! Come dicevo prima questa “cricca” non aveva fatto i conti con la Giustizia, quella con la “G” maiuscola, questa volta rappresentata ed esercitata dal Gip dr. Benedetto Ruberto del Tribunale di Taranto, il quale pur in presenza della richiesta di rinvio a giudizio formulata in udienza venerdì scorso dal procuratore aggiunto di Taranto Maurizio Carbone (notoriamente amico personale e vicino alle posizioni idologiche-politiche “sinistrorse” del Mazza) che era presente in aula a sostenere le accuse inconsistenti delle sue colleghe Cannarile e Lopalco  contro il sottoscritto, mentre nei corridoi del Tribunale e della Procura appariva la presenza “anomala” dell’ex procuratore aggiunto Pietro Argentino, attuale procuratore capo a Matera. Il Gip del Tribunale di Taranto dr. Ruberto ha confermato l’incompetenza territoriale della Procura di Taranto nell’esercitare l’azione giudiziaria nei miei/nostri confronti, accogliendo le tesi difensive del mio difensore Avv. Giuseppe Campanelli,  e dichiarando con la propria sentenza il Tribunale di Taranto incompetente a decidere, rimettendo quindi tutti gli atti alla Procura di Roma che dovrà accertare, valutare e decidere sulle accuse farneticanti  sostenute dall’ Avv. Coda del Foro di Taranto, per conto del suo “caro” assistito Mimmo Mazza. Una sentenza quella del Tribunale di Taranto che è stata una vera propria “mazzata” giudiziaria per la “cricca” degli amici degli amici che voleva metterci a tacere utilizzando una giustizia deviata e teoremi giudiziari inventati di sana pianta. Ma di tutto quello che di illegale hanno fatto questi magistrati “ostili” (Pietro Argentino, Giovanna Cannarile e Rosalba Lopalco) non solo al sottoscritto, ma anche alla corretta applicazione della Legge, adesso dovranno occuparsene altri magistrati di Potenza e del Consiglio Superiore della Magistratura. Ed ai magistrati tarantini da me denunciati, nei prossimi giorni si aggiungeranno altre due toghe in servizio nel palazzo di Giustizia di Taranto. La “Giustizia” ha trionfato come scrivevo prima, ma sulla base delle verità processuali e sull’applicazione delle norme di Legge, che non vanno interpretate ma rispettate. Non si avviano azioni giudiziarie basate sullo stretto legame collusivo fra i soliti giornalisti ed alcuni magistrati della Procura di Taranto smaniosi di protagonismo mediatico. Su tutto ciò l’ottimo nuovo procuratore capo di Taranto dr. Carlo Maria Capristo che è persona per bene, ha ancora molto da fare. Non basta trasferire e riunire gli uffici e far cambiare i numeri di telefono dei suoi magistrati. Il lavoro da fare per il procuratore Capristo è ancora tanto. A partire dal fare installare un bel pò di telecamere nei corridoi della Procura di Taranto e seguire l’esempio di suoi colleghi del “calibro” di Giuseppe Pignatone ed Armando Spataro. Allora sì che verrebbero a galla non pochi conflitti di interesse, fughe di notizie e strane frequentazioni degli uffici giudiziari di Taranto. E come ho più volte scritto e sostenuto pubblicamente, il Procuratore Capo di Taranto dr. Capristo è persona per bene, ma per riportare la piena legalità negli uffici giudiziari di Taranto ha ancora molto da fare. E lo diciamo per il suo bene e con la stima che abbiamo nei suoi confronti. Altrimenti fra qualche anno a Taranto potrebbe succedere quanto è accaduto nella precedente procura di Trani che lui dirigeva.

Corriere del Giorno. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il Corriere del Giorno è un quotidiano fondato nel 1947 a Taranto da Franco de Gennaro, Egidio Stagno, Franco Ferrajolo e Giovanni Acquaviva. Attualmente il giornale è diretto dal giornalista Antonio (Antonello) de Gennaro. Negli anni '70 il quotidiano venne venduto dai fondatori alla Edital s.p.a. una società editrice collegata alla Democrazia Cristiana. Fallita la società democristiana, negli anni '80, venne registrata presso il Tribunale di Taranto una nuova testata giornalistica denominata Corriere del Giorno Nuovo edita da una nuova società editrice che nulla aveva a che fare legalmente con lo storico quotidiano fondato nel 1947. Dopo qualche anno anche questa nuova società editrice fallì. A seguito di questo nuovo fallimento venne costituita la Cooperativa 19 Luglio, formata dai 18 giornalisti che erano soci e dipendenti che depositarono una nuova testata, il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, che non aveva alcun collegamento societario, storico e legale con lo storico quotidiano tarantino fondato nel 1947. Nell'ottobre 2013 la Cooperativa 19 Luglio, per evitare il fallimento e la bancarotta, ha chiesto la liquidazione coatta amministrativa, procedura del diritto fallimentare, disposta dal Ministero dello Sviluppo Economico sino alla chiusura definitiva del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, avvenuta il 31 marzo 2014, disposta dal Commissario Liquidatore dr. Mauro Damiani, nominato dal Ministero, che ha depositato una massa fallimentare di oltre 5 milioni di euro lasciati da amministratori e soci della fallimentare cooperativa giornalistica. Nel 2014 il giornalista professionista Antonio de Gennaro, figlio di uno dei fondatori, ha resuscitato la storica testata Corriere del Giorno registrandola presso il Tribunale di Roma e depositandone il marchio registrato; sono entrambi diventati di proprietà della Fondazione Corriere del Giorno, costituita a Roma nel luglio 2016. Il Corriere del Giorno viene pubblicato online sul sito ilcorrieredelgiorno.it, testata giornalistica anch'essa regolarmente registrata, in attesa di pubblicare anche un'edizione stampata. Il giornale, pur avendone i requisiti previsti dalla Legge sull'Editoria, non richiede e quindi non riceve dallo Stato alcun contributo pubblico.

Stalking, interdizione di sei mesi a direttore giornale on line Taranto. Antonio De Gennaro è accusato di molestie nei confronti del giornalista Cosimo Mazza, caposervizio della Gazzetta del Mezzogiorno. L’Assostampa: «Abbiamo dato mandato ai legali per difendere i dirigenti», scrive "Il Corriere del Mezzogiorno" il 21 aprile 2016. Il gip del Tribunale di Taranto Giuseppe Tommasino ha disposto l’applicazione della misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare la professione di giornalista, per sei mesi, ad Antonio De Gennaro, direttore della testata giornalistica online «Corriere del Giorno» edita e pubblicata dalla società «Media company group», con sede legale a Roma. Il provvedimento è legato all’ipotesi di reato di stalking nei confronti del giornalista Cosimo Mazza, caposervizio aggiunto della redazione di Taranto Gazzetta del mezzogiorno e vicepresidente dell’Assostampa di Puglia. Secondo l’accusa, De Gennaro - che risponde anche dell’ipotesi di diffamazione - avrebbe pubblicato «con frequenza settimanale e talvolta giornaliera articoli giornalistici e post dal contenuto diffamatorio» e «prima ancora, inviando a Mazza Cosimo, con l’applicazione whatsapp, sms dal contenuto molesto, nonché appostandosi di fronte alla sua abitazione» e «parcheggiando appositamente la sua autovettura» sotto l’abitazione «del Mazza, lo molestava, sì da cagionargli - ipotizzano i pm Giovanna Cannarile e Rosalba Lopalco - un perdurante e grave stato di ansia, una condizione di mortificazione personale e professionale, tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita». De Gennaro nei giorni scorsi aveva annunciato querele nei confronti di Mazza e del sindacato dei giornalisti per aver solidarizzato con i responsabili dell’edizione del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, giornale tarantino chiuso il 31 marzo 2014 «per fallimento (liquidazione coatta amministrativa)», che avrebbero utilizzato - sostiene De Gennaro - «un marchio registrato» di sua proprietà.

La nota dell’Assostampa. L’Associazione della Stampa di Puglia annuncia in una nota di aver conferito «mandato ai suoi legali a tutela e sostegno dei suoi dirigenti, vittime ormai da quasi due anni di diffamazione e stalking e per costituirsi parte civile nel futuro processo» ad Antonio De Gennaro. «L’Assostampa, nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura - è detto - auspica che sia fatta piena luce, nel più breve tempo possibile, su quanto avvenuto allo scopo di riportare la necessaria serenità nel mondo dell’informazione pugliese, e in quello della provincia di Taranto in particolare, nella speranza che la misura sinora adottata sia rispettata e si riveli concretamente idonea a far cessare l’azione criminosa contestata all’indagato». «Il sindacato unitario dei giornalisti - continua - coglie l’occasione per ribadire che l’operazione messa in piedi dal De Gennaro ha come unico obiettivo quello di danneggiare i colleghi del Corriere del Giorno di Puglia e Lucania, quotidiano che ha sospeso le pubblicazioni nel marzo del 2014 e la cui testata è stata messa in vendita dal liquidatore allo scopo di soddisfare almeno in parte i creditori, a partire proprio dagli ex dipendenti. Questa vicenda deve anche interrogare l’Ordine dei Giornalisti sulla compatibilità di tali comportamenti con gli obblighi e con il decoro della professione, oltre che sull’opportunità di mantenere iscritto nei propri elenchi chi si fa scudo del tesserino per fare ben altro. In questo caso, parliamo di un signore che ha già alcune condanne passate in giudicato».

Stalking, per giornalista divieto di avvicinarsi a collega della Gazzetta, scrive il 5 Agosto 2016 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Il gip del tribunale di Taranto Giuseppe Tommasino ha disposto nei confronti di Antonio De Gennaro, direttore della testata giornalistica online «Corriere del giorno» edita e pubblicata dalla società 'Media company group', con sede legale a Roma, l’applicazione della misura cautelare che prevede il divieto di avvicinarsi al collega giornalista Cosimo Mazza, caposervizio aggiunto della redazione di Taranto de La Gazzetta del Mezzogiorno e vicepresidente dell’Assostampa di Puglia. De Gennaro dovrà restare ad almeno 500 metri dai luoghi di dimora e di lavoro del collega. Il provvedimento è legato all’ipotesi di reato di stalking e diffamazione nei confronti di Mazza. Per le stesse accuse, De Gennaro era stato già raggiunto nell’aprile scorso da provvedimento di divieto temporaneo di esercitare la professione di giornalista, per sei mesi, poi revocato dal tribunale del riesame presieduto dal giudice Michele Petrangelo. Successivamente il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto ha disposto la misura cautelare del divieto di avvicinarsi al collega Mazza. Secondo l’accusa, De Gennaro, direttore della testata giornalistica online «Corriere del giorno», avrebbe pubblicato «con frequenza settimanale e talvolta giornaliera articoli giornalistici e post dal contenuto diffamatorio» e «prima ancora, inviando a Cosimo Mazza sms dal contenuto molesto, nonché appostandosi di fronte alla sua abitazione» e «parcheggiando appositamente la sua autovettura" sotto l’abitazione di Mazza, «lo molestava, sì da cagionargli - ipotizzano i pm Giovanna Cannarile e Rosalba Lopalco - un perdurante e grave stato di ansia, una condizione di mortificazione personale e professionale, tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita».

DOVRÀ RISARCIRE 230 MILA EURO ALLE QUINDICI PARTI CIVILI COSTITUITE TRA CUI ANCHE L'AVVOCATO MATRIMONIALISTA ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE, SILVANA GIACOBINI E ALTRI GIORNALISTI. Ansa – 28 gennaio 2014. Antonello De Gennaro, condannato a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Milano per aver diffamato alcuni vip e giornalisti attraverso il suo sito www​.svanityfair​.com, dovrà risarcire a titolo di provvisionale 230 mila euro alle parti civili costituite, tra cui anche il principe Serge di Jugoslavia. Lo ha deciso il giudice monocratico della settima sezione penale, che ha condannato De Gennaro per diffamazione a mezzo di internet. De Gennaro dovrà versare provvisionali comprese tra i 10 mila e i 20 mila euro alle quindici parti civili costituite, tra cui anche l'avvocato matrimonialista Annamaria Bernardini De Pace, Silvana Giacobini e altri giornalisti. De Gennaro, dopo complesse indagini, venne denunciato nel 2004 dalla Guardia di Finanza. L'avvocato Daria Pesce, legale di nove parti civili, ha parlato di "una condanna esemplare, perché c'è stata una campagna diffamatoria nei confronti di vari direttori di testate Mondadori e di altri giornalisti che io assisto". Il legale, lei stessa vittima di diffamazione sul sito, ha spiegato di avere anche avviato una causa negli Usa.

Rettifica. Antonello De Gennaro ad Affaritaliani: "Mai coinvolto in alcuno scandalo in Romania", scrive Giovedì, 25 febbraio 2010, "Affari italiani". Dopo la condanna per diffamazione ad alcuni vip per mezzo del suo sito di gossip SvanityFair.com, Antonello De Gennaro annuncia battaglia su internet: è infatti online il sito Processo SvanityFair, in cui il giornalista - che fra l'altro in passato ha contribuito all'inchiesta di Vallettopoli - annuncia che, "dopo aver subito un processo che ha visto trionfare le false testimonianze, che mi ha visto condannare senza mai trovare una sola prova, in attesa che la Corte di Appello a cui mi rivolgerò non appena sarà possibile leggere le motivazioni della sentenza", pubblicherà retroscena, documenti e testimonianze, molte delle quali vengono definite false e che - aggiunge De Gennaro - "provvederò nei prossimi giorni a denunciare alla Magistratura". Documenti che potrebbero far tremare più di un vip coinvolto nella vicenda di SvanityFair, che peraltro De Gennaro sottolinea di avere ceduto a un gruppo estero. "E ora a giudicare saranno i lettori", conclude. E in merito a quanto pubblicato nei giorni scorsi da Affaritaliani.it, riceviamo dallo stesso De Gennaro e pubblichiamo la seguente rettifica.

Non corrisponde al vero quanto da voi pubblicato sul quotidiano online AFFARITALIANI.IT, che io sottoscritto sia stato mai coinvolto in alcun scandalo in Romania, Paese dove non ha mai messo piede in tutta la sua vita, e cioè che la modella rumena Monica Columbeanu mi abbia mai offerto "favori sessuali pur di raggiungere a ogni costo il successo nel nostro Paese. Favori che De Gennaro sostenne di avere rifiutato”. Altresì è fatto contrario al vero che io “aggiungendo una serie di altri particolari "piccanti" per distruggere la reputazione della Columbeanu”. Lo conferma la circostanza che né in Romania né in Italia a distanza di due anni dai fatti in questione la signora Columbeanu non ha mai intrapreso un’azione legale nei miei confronti. Unica verità sui rapporti intercorrenti fra il sottoscritto e la signora Monica Columbeanu, è che la stessa dopo aver sottoscritto con una società di servizi editoriali e giornalistici della mia famiglia un regolare contratto per farsi gestire i suoi rapporti con la stampa e tv, ed aver ricevuto da noi numerose prestazioni e servizi facilmente documentabili con ampia ulteriore prova testimoniale di diversi colleghi giornalisti, non ha onorato la fattura regolarmente emessa a suo nome per 15mila euro, per la quale erano stati peraltro applicati i minimi tariffari previsti dal Consiglio Nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti per dette prestazioni”. Antonio (detto Antonello) de Gennaro 

2 febbraio 2016. Luigi Abbate ad Antonello De Gennaro: “Io non sono un pregiudicato”.

I retroscena e la verità sullo scontro fra il giornalista Luigi Abbate e l’on. Michele Pelillo, scrive l'1 novembre 2015 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Era il 24 luglio 2014 ore 09:54. ed il giornalista  Luigi Abbate così scriveva in un suo sms  inviato sul telefono dell’ on. Michele Pelillo, messaggio che abbiamo visto e letto personalmente: “Ho bisogno di parlarti. Stanno per licenziarmi da Blustar, vorrei un tuo intervento su Cosimo (editore di Blustar Tv – n.d.a.)  Ti giuro che tra me e non ci saranno più scontri. Richiamami appena puoi!”. Pelillo non richiamò Abbate e tantomeno contattò l’editore di Blustar Tv.  “Un politico non deve mai caldeggiare l’operato indipendente di un editore o di un giornalista”, ci dice Pelillo. Quarantotto ore dopo (e cioè il 26 luglio 2014) a quel messaggio, che rimase privo di alcun riscontro ed effetto, il giornalista Luigi Abbate venne licenziato dall’emittente televisiva Blustar Tv.  Ne abbiamo lette e sentite delle belle. Abbate che faceva la “vittima” di una “persecuzione politica”. Ma per accertare la verità, occorre ricostruire sino in fondo la vicenda, per restituire il dovuto “onore” a Pelillo, e sbugiardare Luigi Abbate, il quale anche se è un giornalista come chi vi scrive, non può godere della nostra stima, sopratutto alla luce dei suoi comportamenti e manie di protagonismo e “vittimismo”.

I FATTI. Un anno prima dell’SMS inviato da Abbate all’on. Pelillo, l’editore di Blustar Tv aveva avviato la procedura di mobilità nei confronti di 5 giornalisti della tv tarantina, a causa della dalla crisi che ha investito l’intero settore dell’emittenza televisiva privata ed Abbate non era uno di loro, circostanza questa che basta a smentire il suo vittimismo e soprattutto le solite accuse campate in aria contro la politica. I fatti sono ben diversi da come ve li hanno raccontati sinora. Ed il Corriere del Giorno, è in grado ancora una volta e come sempre documentalmente di rivelarveli. Una dei 5 giornalisti licenziati da Blustar TV, e cioè Alessandra Abbatemattei, impugnò il licenziamento ricevuto per il mancato rispetto delle quote rosa tra i “superstiti” dinnanzi al Tribunale del Lavoro di Taranto, ottenendo a seguito del suo ricorso una sentenza a lei favorevole con il reintegro immediato nella redazione della tv tarantina. A quel punto l’azienda televisiva della famiglia Quaranta, per rispettare la sentenza applicò un turn-over all’interno della redazione. Venne quindi riassunta la Abbatemattei, ed al suo posto venne invece licenziato Luigi Abbate. “La legge prevede la possibilità di fare questo, ma non è un obbligo. Si può anche non fare – dichiarò Abbate al Fatto Quotidiano aggiungendo – e poi perché io?  (ma nessuno gli chiese: e perchè un altro ? n.d.a.) Mi viene il dubbio di essere scomodo a qualcuno. Me lo chiedo. Sono scomodo alla grande industria? Sono scomodo a qualche politico? Voglio la verità”. Immediatamente insorse l’Assostampa Puglia, il sindacato dei giornalisti pugliesi, che come sempre strilla, annuncia battaglia, senza ottenere o risolvere pressochè mai nulla. “Non ci sono licenziamenti di serie A e di serie B a seconda delle convenienze politiche del momento – dichiarò a suo tempo il giornalista-sindacalista-presidente Raffaele Lorusso – è evidente che i rapporti tra grande industria e informazione a Taranto, sono ancora inquinati”. Purtroppo… per Lorusso, una successiva sentenza del Tribunale del lavoro del capoluogo jonico, taciuta dalla stampa tarantina (e sopratutto dai suoi “sindacalisti”) che venne pubblicata esclusivamente da questo quotidiano, ha provato l’esatto contrario delle fantasiose teorie prive di alcun fondamento manifestate sia dell’Assostampa che dello stesso Abbate. Immediatamente il circuito “pennivendolo-sindacalista-ambientalista” tarantino si attivò…. Ecco quello che scriveva (dietro ispirazione…locale) e raccontava il Fatto Quotidiano che di seguito riportiamo testualmente per vostra comodità: ” Angelo Bonelli, leader dei Verdi, incalza, centrando il cuore del pensiero comune. “A me viene più che un dubbio sul fatto che ci sia una pressione politica dietro questa scelta. Ci sono state pressioni da parte di qualcuno? Era un giornalista scomodo da eliminare? Attendiamo che sia la proprietà di Blustar a rispondere”. Risposta che è arrivata a stretto giro, rigettando le accuse “infondate e pervase di dietrologia”. “Nessuna persecuzione – chiarisce Blustar – ma solo l’applicazione della sentenza del Tribunale del Lavoro di Taranto che ha reintegrato, nel luglio 2014, un’altra giornalista costringendo al licenziamento di chi aveva i requisiti stabiliti dalla legge 223/91”. E ad averli era proprio Abbate. Ma tanto non è bastato. La teoria di Bonelli è avvalorata da Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink. “Abbate è scomodo alla politica perché mostrava l’esistenza di due verità. Da una parte quella sostenuta da noi che, con le nostre ecosentinelle pronte a fotografare i fumi dei camini, con i nostri analizzatori, pari a quelli dell’Arpa Puglia, dimostravamo che le emissioni, fuori controllo, contengono cancerogeni. Dall’altra quella dei politici che davanti a quei dati non battevano ciglio”. Sulle sopra riportate dichiarazioni dei soliti ambientalisti a caccia di protagonismo e visibilità, non vi era nulla che avesse a che fare con il licenziamento di Luigi Abbate, sul quale come nostro consueto stile e scelta editoriale, stendiamo il solito veto pietoso evitando qualsiasi commento. I fatti hanno dimostrato ancora una volta, che certe persone danno voce alla bocca senza in realtà saper o rendersi conto di quello che dicono e di cosa stiano parlando!  Il Fatto Quotidiano così continuava nel suo articolo sulla vicenda: “Nessun nome. Ma negli stessi minuti, l’associazione ambientalista, pubblica un video su Youtube. È la puntata del 30 maggio della trasmissione condotta da Abbate, ospiti in studio i parlamentari Gianfranco Chiarelli e Michele Pelillo. La discussione si incentra, ancora una volta, sul decreto Ilva allo studio del Parlamento e sui dati forniti dalle associazioni e ritenuti poco attendibili. Quando il conduttore decide di far intervenire in diretta telefonica il presidente del Fondo Antidiossina Onlus Fabio Matacchiera, Pelillo sbotta: “L’editore lo sa? Domani parlerò con l’editore. Voglio sapere se anche lui è d’accordo”. La discussione la conclude Abbate: “Siamo una televisione libera. Il Pd nella campagna elettorale ha fatto figli e figliastri, forse non siamo nelle vostre grazie e per questo diamo fastidio”. Il deputato democratico raggiunto dalla redazione de ilfattoquotidiano.it non intende rilasciare dichiarazioni a riguardo. Stando a voci bene informate, sarebbe arrivato sulle scrivanie dei magistrati tarantini del materiale a sostegno della tesi delle pressioni politiche. Starà a loro, ora, stabilire la verità. Intanto, il telefono di Luigi Abbate scotta. Sono in tanti a manifestargli, in queste ore, solidarietà. Tra questi nessun politico”. Ebbene oggi, in molti dovrebbero recitare un mea culpa, basato proprio sugli atti della magistratura tarantina. Infatti non si trattava, come sosteneva erroneamente il Fatto Quotidiano e cioè che secondo “voci bene informate, sarebbe arrivato sulle scrivanie dei magistrati tarantini del materiale a sostegno della tesi delle pressioni politiche. Starà a loro, ora, stabilire la verità”. I magistrati in realtà si sono occupati della vicenda, esclusivamente sulla base  di una querela-denuncia presentata da Luigi Abbate nei confronti dell’ on. Michele Pelillo, querela che per sommo dispiacere dei soliti pennivendoli-sindacalisti-ambientalisti e di Luigi Abbate  è stata archiviata dalla Procura della Repubblica di Taranto, in quanto non vi era alcun presupposto di reato. La magistratura tarantina, ha fatto quindi il proprio dovere, applicando la Legge. Avranno adesso, tutti questi giornalisti (o presunti tali…) e pennivendoli d’assalto molti dei quali senza un giornale o un editore vero, il coraggio di dire “ho sbagliato” e di chiedere scusa all’ on. Michele Pellilo dopo averlo diffamato? Conoscendoli, ne dubitiamo fortemente.

Qualcuno, i soliti “corvi”, quelli specializzati in lettere anonime, che da tempo cercano di mettere in piedi anche a Taranto una “macchina del fango” nei miei confronti, a questo punto, se va bene vi diranno: “de Gennaro è amico di Pelillo”! O ancora peggio, vi diranno “de Gennaro è sul libro paga di Pelillo”. Nel primo caso hanno ragione, in quanto non ho mai nascosto la mia ultradecennale amicizia familiare con Michele Pelillo e la sua consorte, i quali mi onorano da sempre della loro amicizia.  Nel secondo caso, purtroppo per voi, vi diranno solo delle clamorose falsità! A tal proposito invito tutti voi ad andarvi a leggere un mio vecchio articolo del 2011 (leggi QUI) , dalla cui lettura difficilmente mi si potrà scambiare per un “portavoce” o  “fiancheggiatore” di Michele Pelillo e del suo gruppo politico. O se preferite, chiedete pure qualcosa sul sottoscritto al consigliere regionale del Pd Michele Mazzarano (molto vicino al gruppo dell’on. Pelillo) e fatevi raccontare quanto gli ho detto pubblicamente recentemente, e dinnanzi ad una ventina di testimoni, fra cui tutti i consiglieri regionali tarantini di ogni partito. Il sottoscritto, cari amici e nemici, ha una grande fortuna e forza: sono libero e non ho mai timore di dire quello che penso. Sempre e comunque. A chiunque. Ma per fortuna le persone intelligenti e serie, e ce ne sono tante, non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Ai diffamatori di professione, i “pennivendoli”, gli esperti di “fango” ed i celebro-limitati, invece non presto alcuna attenzione. Per il semplice fatto che non la meritano. Di questa gentaglia, se ne occupano i miei legali, e le forze dell’ordine su delega della magistratura. Concludendo permettetemi di raccontarvi qualcosa di personale. Lo “strombazzamento” dell’Assostampa contro chi vi scrive,  messo in atto oltre un anno fa, da una ristretta di “cricca” di giornalisti sindacalisti tarantini, i quali nonostante gli uffici dell’ Assostampa a Bari, fossero chiusi per ferie (e ce lo riferì proprio Mimmo Mazza),  ed il loro presidente regionale  Raffaele Lorusso fosse in viaggio in America,  mi accusarono con uno squallido e vergognoso comunicato sindacale di un “plagio” inesistente di fatto ed anche di diritto (cioè per Legge) auspicando la nostra chiusura. Adesso questi giornalisti-sindacalisti-diffamatori sono tutti iscritti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Roma, mentre noi continuiamo a fare seriamente il nostro lavoro, riconosciuto ed apprezzato dal crescente numero di lettori che quotidianamente ci segue ed aumenta di giorno in giorno sempre più numeroso, mentre qualche “giornalista-sindacalista” porta lo stipendio a casa soltanto grazie agli ammortizzatori sociali o ai contratti di solidarietà. Ma non si sa fino a quando… Qualcuno si chiederà: ma perchè stiamo pubblicando e raccontando tutto ciò? La risposta è molto semplice: per amore di verità. Quell’ amore che ci spinge ogni giorno a raccontarvi storie e fatti che altri preferiscono ignorare o chiudere nei cassetti per trarne qualche vantaggio personale. Taranto ha bisogno di una stampa al “servizio” dei cittadini, utile al loro diritto d’informazione, e non una stampa che sia “serva” al “servizio” di qualcuno o per un proprio tornaconto personale e carriera sindacale!

Luigi Abbate, il giornalista deriso da Nichi Vendola: "Avevo votato per lui, mi ha deluso. Lui come Fitto", scrive il 15/11/2013 Gregorio Romeo su L'Huffington Post. Si chiama Luigi Abbate, ha 41 anni, è laureato in giurisprudenza ed è un giornalista di Taranto Blustar Tv. È lui il reporter deriso dal Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola durante la telefonata con Girolamo Archinà, addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva, oggi agli arresti per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Durante un'intervista, Archinà aveva letteralmente strappato il microfono dalle mani di Abbate, per impedire al giornalista di porre a Emilio Riva delle domande sul rischio tumori a Taranto. Un episodio, registrato dalle telecamere e pubblicato sul web, che aveva suscitato l'ilarità di Nichi Vendola.

Luigi Abbate, cosa ha provato ascoltando il Presidente della Regione ridere di lei?

"Molta amarezza. Nel 2005 avevo votato proprio per Nichi Vendola alle elezioni regionali, dunque la delusione è stata tanta. Evidentemente, alla lunga, le maschere cadono: Vendola si è rivelato identico al suo predecessore Raffaele Fitto".

Nella telefonata con Archinà, Vendola definisce il suo atteggiamento giornalistico da "provocatore" e rivendica di essersi sempre battuto a difesa della "vita e della salute".

"Le battaglie contro l'inquinamento a Taranto io le conduco da sempre. Lavoro in tv dal 2004 e con i miei servizi, da 9 anni, incalzo l'Ilva e le amministrazioni locali di ogni colore. Su questo tema, l'assoluta latitanza delle istituzioni l'ho sperimentata sulla mia pelle".

Si aspetta delle scuse da Vendola? Pensa che dovrebbe dimettersi?

"Vendola non deve scusarsi con me, ma con i familiari di chi è morto ammalandosi a causa dell'Ilva. Da Presidente della Regione non ha fatto il necessario per tutelare la salute dei cittadini, mascherandosi dietro una dialettica vuota. Il rapporto che emerge nella telefonata tra lui e Archinà è schifoso ed è chiaro che dovrebbe dimettersi. Ma non lo farà mai: Vendola è un politico come tutti gli altri e bada solo a fare la sua carriera".

Cosa pensa lei della questione Ilva?

L'Ilva va chiusa, punto e basta. Chiunque, qui a Taranto, conosce persone che si sono ammalate a causa delle acciaierie. Del resto, tra morire di fame e morire di tumore è meglio morire di fame. Anche perché un panino, in qualche modo, si rimedia sempre.

MAI DIRE ANTIMAFIA. QUELLI CHE SONO ANTIMAFIOSI. QUELLI CHE SONO PER LA LEGALITA'.

«Mai dire antimafia» scrive Antonio Giangrande, il noto autore di saggi sociologici che raccontano di una Italia alla rovescia, profondo conoscitore ed esperto del tema e presidente nazionale di una associazione antimafia.

«Il mio intento è dimostrare che la mafia siamo noi: i politici che colludono, i media che tacciono, i cittadini che emulano e le istituzioni che abusano ed omettono – spiega Antonio Giangrande – Quando Luigi Vitali, noto avvocato brindisino, era sottosegretario alla Giustizia col Governo Berlusconi ed Alfredo Mantovano, noto magistrato leccese, era sottosegretario agli Interni, a loro espressi il mio disappunto su come mal funzionava la giustizia nei tribunali e sull’accesso criminoso alle professioni togate e sulla censura e le ritorsioni operate dai magistrati nei confronti delle notizie a loro scomode e come tante associazioni pseudo antimafia erano sostenute in modo amicale finanziariamente, mediaticamente e politicamente a danno di altre. Addirittura alla regione Puglia è impedita l’iscrizione al registro generale alla Associazione Contro Tutte le Mafie, di cui sono presidente, per poter tranquillamente finanziare le loro associazioni amiche. Mantovano non mi ha mai risposto, Vitali ad un mia telefonata in diretta su TBM, una televisione privata di Taranto, in cui gli chiedevo cosa intendesse per Mafia, mi rispose che certamente non la intendeva come la intendevo io. Questo in modo da crearmi grande imbarazzo ed a palese tutela del sistema di potere di cui egli in quel preciso momento ne faceva parte, salvo cambiar opinione quando vittima ne diventa egli stesso. Da allora ho aspettato di sapere come effettivamente loro intendessero la lotta alla mafia ed essere degno come loro di essere dalla parte dell’antimafia. Dai fatti succeduti ed acclarati, però, penso che io avessi e continuo ad aver ragione».  

"Personalmente abolirei l’udienza preliminare che è diventata, col tempo, tutt'altro di quello che aveva immaginato il legislatore. Da filtro rigoroso dei presupposti per un giudizio si è trasformata in una tappa di smistamento per il dibattimento". Così l’ex deputato del Pdl ed ex sottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali commenta in una nota, pubblicata su "La Gazzetta del Mezzogiorno, il rinvio a giudizio deciso dal gup di Brindisi nei confronti dello stesso ex parlamentare e di quasi tutta la maggioranza del consiglio comunale del 2012 di Francavilla Fontana (Brindisi) per presunti vantaggi ottenuti attraverso il piano locale delle farmacie. All’epoca dei fatti anche Vitali era consigliere comunale. "Sono più che sicuro – aggiunge Vitali – che non vi potrà essere nessun giudice che possa condannare i consiglieri comunali per aver esercitato, in piena autonomia e libertà, le loro prerogative. Sarebbe un colpo mortale alla democrazia. Dal fascicolo, infatti, non risulta, nonostante le puntuali, prolungate ed articolate indagini, nessun rapporto e/o contatto tra alcun consigliere comunale ed il presunto favorito dott. Rampino nè con altri farmacisti". "Nutro massima fiducia nella giustizia e, pertanto, attendo con assoluta serenità il processo" commenta da parte sua il senatore di Forza Italia Pietro Iurlaro, anch’egli rinviato a giudizio per la stessa vicenda. "Sempre nel pieno rispetto del lavoro della magistratura - prosegue Iurlaro – trovo comunque discutibile che si possa contestare ad un consigliere comunale qualsiasi responsabilità di natura penale per aver contribuito, con un voto di natura politica, all’approvazione di una delibera dell’esecutivo che si sostiene. Almeno quando, come poi sembrerebbe che le stesse indagini abbiano appurato, non emergono in alcun modo rapporti tra gli stessi consiglieri e i farmacisti coinvolti nella vicenda". Iurlaro si dice quindi "ottimista", confidando che "l'intera procedura possa svolgersi in maniera serena per concludersi, infine, nel più breve tempo possibile".

Torna la polemica sui professionisti dell’antimafia, scrive Mario Portanova su “Il Fatto Quotidiano”. Non a Palermo, ma – specchio dei tempi – a Milano. La celebre invettiva di Leonardo Sciascia contro Paolo Borsellino, ospitata in prima pagina dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 è risuonata oggi nell’aula bunker del carcere di San Vittore a Milano, nella terza udienza del “maxiprocesso” alla ‘ndrangheta lombarda scaturito dall’operazione Infinito del 13 luglio scorso. A riesumarla ci ha pensato Roberto Rallo, il legale di Giuseppe “Pino” Neri, il consulente tributario accusato di essere un uomo di vertice della criminalità calabrese trapiantata al Nord. I nuovi “professionisti dell’antimafia”, secondo l’avvocato Rallo, sono le associazioni antiracket che si costituiscono parte civile “di processo in processo”, da Reggio Calabria a Milano, “anche se nessuno dei loro iscritti è stato materialmente danneggiato dagli imputati”. E così facendo “realizzano soltanto l’autoreferenzialità delle loro associazioni, spendendo tra l’altro soldi pubblici”, visto che in genere ricevono finanziamenti. Sono due le sigle attive contro il “pizzo” che si sono costituite al processo milanese: Sos Impresa di Confesercenti e la Federazione della associazioni antiracket e antiusura italiane, di cui è presidente onorario Tano Grasso.

Un nuovo scandalo investe i professionisti dell’Antimafia, scrive Angela Camuso su “Il Corriere della Sera”. Dopo i casi clamorosi di Rosy Canale e dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole, arriva la notizia che la Corte dei Conti di Napoli sta indagando su un corposo trasferimento di fondi pubblici a favore di un pugno di associazioni antiracket le quali, secondo i giudici contabili, sarebbero state privilegiate a discapito di altre, in violazione della legge sugli appalti. La posta in gioco è alta: 13 milioni e 433 mila euro stanziati da Bruxelles che fanno parte del cosiddetto Pon-Sicurezza, ovvero il Programma Operativo Nazionale finanziato dalla Comunità Europea con la finalità di contrastare gli ostacoli allo sviluppo del nostro Mezzogiorno. I soldi sono arrivati da Bruxelles solo agli inizi del 2012, ma registi dell’operazione, concepita a partire dal 2008 con l’approvazione dei singoli progetti poi finanziati dal Pon, furono l’allora sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano; l’allora commissario antiracket Giosuè Marino, diventato in seguito assessore in Sicilia della giunta dell’ex Governatore Lombardo indagato per mafia; nonché l’allora presidente dell’autorità di gestione del Pon-Sicurezza e al contempo vicecapo della polizia Nicola Izzo, il prefetto travolto dallo scandalo sugli appalti pilotati del Viminale. Da quanto ad oggi ricostruito dal sostituto procuratore generale della Corte dei Conti della Campania Marco Catalano, fu questo l’asse che selezionò i pochi partners a cui destinare i fondi secondo quelli che sembrano essere criteri arbitrari, visto che molte altre associazioni analoghe – tra cui ad esempio la nota “Libera” - risulterebbero avere i medesimi requisiti di quelle prescelte e dunque avrebbero potuto anch’esse ricevere i finanziamenti su presentazione di progetti, se solo ci fosse stato un bando pubblico di cui invece non c’è traccia. Nell’albo prefettizio, per il solo Mezzogiorno, risultano attive oltre cento associazioni antiracket. Tuttavia i fondi del Pon sono stati destinati soltanto a: “Comitato Addio Pizzo” (1.469.977 euro); Associazione Antiracket Salento (1.862.103 euro) e F.A.I. (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura), che pur raggruppando una cinquantina di associazioni ha ottenuto finanziamenti per 7 milioni di euro in qualità di soggetto giuridicamente autonomo. Altri 3.101.124 euro sono infine andati a Confindustria Caserta e Confindustria Caltanissetta. La F.A.I., il cui presidente è il popolare Tano Grasso, ha sede a Napoli ed è per questo, essendo competente in quel territorio, che il fascicolo di indagine è finito sul tavolo della Corte dei Conti della Campania. L’istruttoria infatti è partita la scorsa estate a seguito di un esposto in cui si evidenziavano le presunte violazioni. Così il sostituto procuratore Catalano ha iniziato a lavorare, prima acquisendo una serie di documenti, presso il ministero dell’Interno e presso la prefettura di Napoli. Successivamente, sono stati escussi a sommarie informazioni diversi funzionari della stessa prefettura a vario titolo responsabili dell’erogazione dei fondi e dei presunti mancati controlli. Alla Corte dei Conti questi funzionari, secondo quanto trapelato, avrebbero confermato di aver agito su indicazione del Ministero e ora l’indagine è nella sua fase conclusiva e cruciale. Si prospetta l’esistenza di un illecito amministrativo che potrebbe aver prodotto un danno erariale sia in termini di disservizi sia in termini di sprechi visto che, paradossalmente, molte delle associazioni escluse dai finanziamenti continuano a svolgere, supportate dal solo volontariato, attività identiche, per qualità e quantità, a quelle messe in pratica da chi ora può contare su contributi pubblici erogati in deroga a ogni principio di trasparenza. Per questi motivi, già a marzo del 2012, le associazioni “La Lega per la Legalità” ed “S.O.S. Impresa” avevano inviato una lettera al ministro Cancellieri, denunciando la “mercificazione” dell’attività contro il pizzo, l’esistenza di una “casta dell’antiracket” e, addirittura, alcuni casi di nomine ‘politiche’ ai vertici di associazioni antimafia diventate a parere dei firmatari della missiva mera merce di scambio, in una logica di premi e promesse elettorali. “Prendiamo il caso di Maria Antonietta Gualtieri, presidentessa dell’Antiracket Salento e già candidata a Lecce sei anni fa nella lista civica di Mantovano…” insinua Lino Busà, presidente di S.O. S Impresa. La lettera al Ministro e le successive polemiche furono oggetto l’anno scorso di pochi articoli comparsi sulla stampa locale ma poi sulla vicenda calò il silenzio. Ora l’indagine della Corte dei Conti sembra dimostrare che la questione va al di là di una lotta fratricida. Le decisioni che presto prenderanno i giudici contabili preludono infatti a nuovi inquietanti sviluppi. Una volta chiusa questa prima istruttoria, gli atti potrebbero essere trasferiti in procura. Se ciò avverrà, sarà il tribunale penale a dover accertare se il presunto illecito amministrativo sia stato commesso per errore o se, invece, nella peggiore delle ipotesi, la violazione della legge sugli appalti sia stata dolosa e dunque funzionale a un drenaggio sottobanco di soldi pubblici, negli interessi di qualcuno.

Antiracket, i conti non tornano, scrive Arnaldo Capezzuto su “Il Fatto Quotidiano”. Progetti teleguidati. Bandi sartoriali. Contratti di lavoro per gli amici. Incarichi solo su segnalazione. Consulenze a compagni di merenda. Assegnazione di fondi e finanziamenti pubblici su preciso mandato. Creazione di scatole vuote per l’affidamento e poi il propedeutico assegnazione dei beni confiscati. Centri studi che non si sa cosa studino. Strani consorzi. Associazioni di associazioni. Federazioni di associazioni. Cooperative di associazioni. E’ proprio un vero e proprio guazzabuglio il variegato mondo dei professionisti dell’anticamorra. Per non parlare di sportelli e sportellini, vacue campagne di sensibilizzazione come sagre di paese e poi i dibattiti a chili, le iniziative, gli anniversari con lacrime incorporate, l’editoria di promozione, le segreterie organizzative, gli uffici e le tante sedi distaccate. E’ chiaro che la trasparenza è un termine sconosciuto nel mondo dei professionisti della legalità. Mai e dico mai troverete in questa giungla uno straccio di bilancio, di nota spese, di un computo analitico sulle entrate e uscite, un rendiconto dei contributi pubblici. Impossibile trovarne traccia. Non si conoscono i criteri di come si utilizzino i denari dell’anticamorra. Tutto è nascosto, tutto è segreto, tutto è gestito nell’ombra. Accade a Napoli ma è come dire Italia. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che la Corte dei Conti di Napoli, ovvero i giudici contabili, stigmatizzano questo modus operandi o quanto meno una pratica alquanto disinvolta nell’affollato mondo dei professionisti della legalità. I giudici – a più riprese- vagliando corpose documentazioni con atti formali chiedono, interrogano, dispongono approfondimenti, delucidazioni alle pubbliche amministrazioni quali erogatori: dalla Ue, ai Ministeri, alla Regione, alla Provincia, ai Comuni. Capita spesso che i giudici della Corte dei Conti debbano smascherare consulenze ad personam accordate a Tizio, Caio e Sempronio accreditati come esperti di “Camorrologia” come puro scambio di favori. Gli importi sono fissati da un prezzario segretamente in vigore, i zeri sono svariati. Prendo spunto dall’ultimo accertamento della Corte dei Conti di Napoli, di cui ha dato notizia solo Corriere.it. Nel mirino dei giudici partenopei è finito il mondo dell’antiracket e dell’usura. Mi sembra che dopo i casi clamorosi di Rosy Canale e dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole mi sembra – a naso – davvero di trovarci di fronte ad un’altra storiaccia. Al centro delle indagini sono finiti i Pon-Sicurezza cioè il Programma Operativo Nazionale finanziato dalla Comunità Europea per contrastare gli ostacoli allo sviluppo del nostro Mezzogiorno. Pare che il F.A.I. (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura), che raggruppa una cinquantina di associazioni antiracket e facente capo a Tano Grasso abbia ottenuto finanziamenti per 7 milioni di euro. Una cifra – secondo le indagini – sproporzionata in considerazione delle tante realtà operanti in Italia e che si occupano da anni di lotta al racket e all’usura. Il sospetto è che l’iter per l’assegnazione di questa pioggia di denaro pubblico non sia stata molto trasparente. La Corte dei Conti di Napoli insomma sospetta un illecito amministrativo che avrebbe provocato un danno erariale. Gli accertamenti sono stati avviati grazie all’esposto della “Lega per la Legalità” ed “S.O.S. Impresa” dove in una lettera denunciavano la “mercificazione” dell’attività contro il pizzo, l’esistenza di una “casta dell’antiracket” e, addirittura, alcuni casi di nomine ‘politiche’ ai vertici di associazioni antimafia diventate a parere dei firmatari della missiva mera merce di scambio, in una logica di premi e promesse elettorali. C’è un ampio spazio dove Tano Grasso saprà documentare e chiarire la posizione del Fai. Ma desta qualche perplessità – sinceramente – la nascita di una newsletter quindicinale “Lineadiretta” dove il Fai ha stanziato per la copertura di dodici mesi di pubblicazione la somma di centomila euro. L’unica certezza è che i giudici della Corte dei Conti di Napoli sapranno scrivere una parola di verità a tutela dei tanti che lottano in silenzio la camorra.

Lecce, truffa sui fondi per le vittime: presa la presidente di un'associazione antiracket Maria Antonietta Gualtieri. Arrestati due funzionari comunali. Trentadue le persone indagate: fra loro c'è anche l'assessore comunale al Bilancio, Attilio Monosi. Al setaccio una convenzione del 2012 con il Viminale, scrive Chiara Spagnolo il 12 maggio 2017 su "La Repubblica". Con 2 milioni di euro di finanziamenti pubblici avrebbe dovuto aprire tre sportelli a Lecce, Brindisi e Taranto per assistere le vittime dell'usura e del racket. Quei soldi invece, attraverso assunzioni fittizie, false missioni, fatture e rendiconti creati ad arte sono finiti - secondo l'accusa - nella tasche della presidente dell'associazione antiracket Salento, Maria Antonietta Gualtieri, leccese di 62 anni. Un video girato dalla guardia di finanza di Lecce documenta quanto accadeva nell'ufficio della presidente antiracket: c'era un viavai di persone, ritenute complici del raggiro, che portavano alla donna buste piene di contanti che Gualtieri apriva, contava e metteva in borsa. Dalla disinvoltura con la quale tutti agivano si capisce che era un'operazione di routine. La bufera giudiziaria si è abbattuta sull'amministrazione comunale salentina nel giorno in cui si avvia la presentazione delle liste elettorali per le elezioni dell'11 giugno. L'inchiesta sui presunti illeciti ha portato in carcere una stretta collaboratrice della presidente, Serena Politi, e due funzionari del Comune di Lecce: Pasquale Gorgoni dell'ufficio Patrimonio (già coinvolto nell'inchiesta sulle assegnazioni delle case popolari) e Giuseppe Naccarelli dell'ufficio Ragioneria. Gli sportelli aperti solo sulla carta. Gualtieri, secondo gli investigatori, avrebbe promosso a Lecce, Brindisi e Taranto l'apertura degli Sportelli antiracket, ma soltanto sulla carta. In realtà gli sportelli, secondo quanto emerge dall'indagine, sarebbero fittizi: attraverso una falsa rendicontazione di spese sostenute per il personale, acquisizione di beni e servizi o di trasferte mai sostenute, attestavano falsamente la loro operatività relativa al servizio di assistenza fornito alle vittime e al numero di denunce raccolte, alterando anche il raggiungimento degli obiettivi richiesti dal progetto.

Le somme restituite in contanti. L'associazione antiracket gestita da Gualtieri, secondo l'accusa, con l'appoggio di professionisti compiacenti - avvocati, commercialisti, esperti del settore bancario - avrebbe anche stipulato contratti di collaborazione fasulli con dipendenti esistenti soltanto sulla carta, emettendo buste paga fasulle per prestazioni mai effettuate. Le somme indebitamente percepite dai fittizi collaboratori grazie alle false rendicontazioni presentate all'ufficio del commissario Antiracket - secondo quanto accertato dagli investigatori - venivano successivamente restituite in contanti alla stessa presidente dell'associazione.

Gli altri indagati. Politi è agli arresti domiciliari. Gli altri tre sono stati condotti in carcere dopo aver assistito alle perquisizioni nei rispettivi uffici e abitazioni. Le ipotesi di reato - contestate nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giovanni Gallo su richiesta dei sostituti procuratori Massimiliano Carducci e Roberta Licci - sono corruzione e truffa e riguardano le azioni di un presunto sodalizio criminale che sarebbe capeggiato proprio da Gualtieri. Un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici è stato emesso nei confronti dell'assessore comunale al Bilancio, Attilio Monosi (anch'egli coinvolto nell'inchiesta sugli alloggi popolari), candidato al consiglio comunale in una delle liste che sostengono il candidato sindaco del centrodestra Mauro Giliberti: Monosi si è dimesso, ma correrà comunque per le comunali.

Sequestrati 2 milioni di euro. Proprio nelle ore in cui la guardia di finanza stava notificando le ordinanze del gip, a Palazzo Carafa era in programma la presentazione ufficiale dei candidati. In totale sono quattro le ordinanze di custodia cautelare (tre in carcere e una ai domiciliari) disposte dal gip, sette le misure interdittive dai pubblici uffici e 32 sono le persone indagate. Sequestrato anche l'equivalente di somme indebitamente percepite dal ministero dell'Interno, pari a 2 milioni di euro.

Il coinvolgimento del Comune. Un altro capitolo dell'inchiesta ha riguardato le presunte collusioni con pezzi dell'amministrazione comunale di Lecce. A partire da un funzionario pubblico che avrebbe fatto carte false per far sì che alcuni lavori di ristrutturazione dell'ufficio dello Sportello antiracket venissero pagati dal Comune anziché dal commissario Antiracket. L'obiettivo - secondo la tesi investigativa - era agevolare il costruttore che ha effettuato i lavori e che avrebbe poi avuto un occhio di riguardo per il funzionario pubblico per altri interventi eseguiti nella sua abitazione.

I lavori mai ultimati. Anche le ristrutturazioni eseguite all'ufficio dello Sportello antiracket di Brindisi sarebbero state viziate da anomalie, relative a false certificazioni di interventi mai ultimati da parte di dipendenti comunali. Ad aggravare ulteriormente la situazione di Gualtieri c'è il fatto che avendo appreso che alcuni suoi collaboratori erano stati convocati dalla finanza per gli interrogatori, li avrebbe istruiti sulle versioni da fornire al fine di cercare di nascondere i numerosi illeciti commessi al fine di ottenere indebitamente i soldi del Fondo antiracket, sottraendoli al loro legittimo utilizzo.

Antiracket Lecce, da anni polemiche accuse e sospetti sulla presidente dell’associazione arrestata. “In un momento come quello attuale, particolarmente critico per l’economia del Paese, cancri sociali come il racket e l’usura insidiano il sistema produttivo, mettendo radici”. Così parlava Maria Antonietta Gualtieri ad aprile 2013 nel presentare un convegno dell’Antiracket Salento a Brindisi e oggi arrestata per truffa aggravata, scrive Luisiana Gaita il 12 maggio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". “In un momento come quello attuale, particolarmente critico per l’economia del Paese, cancri sociali come il racket e l’usura insidiano il sistema produttivo, mettendo radici”. Così parlavaMaria Antonietta Gualtieri ad aprile 2013 nel presentare un convegno dell’Antiracket Salento a Brindisi. Eppure, secondo la procura di Lecce, che ha lavorato all’indagine sulla presunta truffa finalizzata a ottenere un finanziamento da due milioni di euro destinato alle vittime del racket e dell’usura, molto era già accaduto. Tanto che già in passato si era gettata qualche ombra sull’operato dell’associazione, ben prima dell’operazione della Guardia di Finanza scattata oggi nel Salento. Ma negli ultimi anni l’Antiracket Salento è stata al centro di polemiche, accuse, sospetti e anche inchieste che, in un modo o nell’altro, l’hanno coinvolta.

LA POLEMICA – A giugno 2013 a fare andare su tutte le furie Maria Antonietta Gualtieri furono le parole del presidente della Camera di Commercio di Brindisi Alfredo Malcarne che annunciava l’apertura presso l’ente di uno sportello antiracket. “Solo noi siamo l’unico sportello riconosciuto dal ministero dell’Interno finanziato con i fondi Pon sicurezza” si affrettò a chiarire la presidente, ricordando che l’associazione era l’unica ad aver firmato un protocollo con la Procura della Repubblica. “Vorrà pur dir qualcosa – aggiunse – ci sono associazioni che sono cattive imitazioni”. Poi le accuse ad altre realtà del territorio: “Ce ne sono alcune dalle quali ho subito pressioni – disse – perché non vogliono che cambino le cose. Con il loro atteggiamento favoriscono il consenso sociale alla criminalità, non aiutano le vittime di racket e usura. Tanto da pensare che ci possano essere delle infiltrazioni”. Inevitabili le reazioni. Come quella del presidente antiracket di Mesagne (Brindisi) Fabio Marini: “Una cosa è certa, noi siamo un’associazione non profit composta da vittime del racket e dell’usura che hanno deciso di lottare e aiutare gli altri, facciamo volontariato, mentre lo sportello antiracket Salento vive perché ha ottenuto un finanziamento di 2 milioni di euro”.

L’INDAGINE DELLA CORTE DEI CONTI DI NAPOLI – E a proposito di quel finanziamento, a gennaio 2014 si diffuse la notizia che la Corte dei Conti di Napoli stava indagando sul trasferimento di fondi pubblici a favore di alcune associazioni antiracket. Al centro i 13 milioni e 433mila euro stanziati dall’Unione Europea e arrivati agli inizi del 2012 che facevano parte del Pon-Sicurezza, il Programma Operativo Nazionale finanziato per lo sviluppo del Mezzogiorno. E al Sud nell’albo prefettizio risultavano attive oltre cento associazioni antiracket. I fondi, però, furono destinati solo a tre di esse, tra cui l’Antiracket Salento, che ha ottenuto qualcosa come un milione e 862mila euro. Già a marzo del 2012, in realtà, le associazioni ‘La Lega per la Legalità’ ed ’S.O.S. Impresa’ avevano inviato una lettera all’allora ministro Anna Maria Cancellieri, denunciando l’esistenza di una vera e propria “casta dell’antiracket”. Lino Busà, presidente di S.O.S Impresa, commentando l’indagine fece proprio il suo nome: “Prendiamo il caso di Maria Antonietta Gualtieri, presidentessa dell’Antiracket Salento e già candidata a Lecce sei anni fa nella lista civica di Alfredo Mantovano”. La presidente smentì di essere coinvolta nell’indagine della Corte dei Conti, sottolineando la correttezza dell’iter che aveva portato al finanziamento degli sportelli antiracket. Di fatto l’associazione non ha partecipato ad alcun bando pubblico. E Busà ricordava che sia le norme italiane che quelle europee prevedono, invece, “bandi ed avvisi pubblici”, arrivando a parlare di “una trattativa privata”.

LO SCANDALO DEI CONSULENTI CHE CHIEDEVANO SOLDI – Un anno dopo, nel luglio 2015, un’altra inchiesta della procura di Lecce ha coinvolto l’associazione. Un avvocato e un commercialista sono finiti nel registro degli indagati, accusati di avere estorto denaro durante la loro attività di consulenti allo sportello Antiracket di Lecce. Nel fascicolo del procuratore Cataldo Motta si parlava di parcelle che andavano dai 100 ai 900 euro per gli imprenditori che si rivolgevano all’associazione per chiedere pareri sui tassi di interesse dei mutui accesi con le banche. In quella occasione, però, le accuse partirono proprio dalle denunce presentate da un imprenditore, dalla presidente dell’associazione Maria Antonietta Gualtieri e da altre due persone. Il rapporto di collaborazione tra i due consulenti e lo sportello antiracket si interruppe, ma i consulenti depositarono una una querela per calunnia contro la presidente Gualtieri.

Ed ancora…

Taranto, minacce sessuali a giornalista: indagato il capo dello sportello antiracket. Michele Cagnazzo è accusato di aver inviato una lettera minatoria rivolta anche contro se stesso: secondo gli investigatori lo scopo era quello di accreditarsi come paladino antiusura, scrive l'8 settembre 2017 "La Repubblica". Era a capo dello Sportello antiracket Casartigiani di Taranto e in questa funzione aveva svolto diverse iniziative contro le estorsioni, invitando imprenditori e cittadini a ribellarsi e offrendo loro assistenza legale. Ora è accusato, ed è stato chiesto il rinvio a giudizio per aver simulato minacce e avvertimenti pur di essere sotto i riflettori della cronaca. Nel mirino anche una giornalista, collaboratrice del Quotidiano di Puglia. Dovrà affrontare un processo, perchè ritenuto responsabile di minaccia aggravata, Michele Cagnazzo, 50enne residente a Taranto con precedenti specifici e "da sempre autoreferenziatosi quale paladino di onestà e giustizia per le sue campagne antiracket e antiusura", dicono dalla questura di Taranto in una nota. "A tradirlo - secondo gli investigatori - è stata proprio la sua eccessiva e malcelata voglia di protagonismo attraverso una tanto inquietante quanto maldestra strategia". "Nello scorso marzo il quotidiano pubblicava un articolo a firma in cui veniva presentata l'istituzione dello sportello antiracket di Casartigiani Taranto, di cui Cagnazzo era responsabile. Pochi giorni dopo la pubblicazione, nella sede di Taranto della testata fu recapitato un plico al cui interno vi erano pesanti minacce di morte ai referenti dello sportello antiracket e di stupro alla redattrice dell'articolo se non avesse smesso di occuparsi di tali fenomeni criminosi". La denuncia delle minacce violente e sfondo sessuale, in particolare a ridosso della giornata dell'8 marzo, ha allarmato la Digos di Taranto, che, nel giro di pochi giorni è riuscita a individuare il presunto colpevole delle intimidazioni". E' stato così appurato che le minacce non provenivano da esponenti della malavita organizzata, ma da chi voleva costituirsi una posizione meritoria all'interno dello sportello antiracket. Secondo gli investigatori, la lettera avrebbe generato un tale clamore mediatico da cui poter trarre vantaggi "visto che conteneva anche minacce contro lo stesso Cagnazzo". Chiuse le indagini, il sostituto procuratore Enrico Bruschi ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio sulla base di "chiari e concreti elementi di colpevolezza". "Apprendo dalla stampa con sconcerto, ma con animo tranquillo, lo scempio e l'indecenza della notizia che mi riguarda e cercherò nei prossimi giorni non solo di capire ma di chiarire nelle sedi opportune la mia posizione, totalmente estranea nel merito dell'accaduto", replica Cagnazzo in una nota sostenendo che si sta cercando di delegittimarlo. "Quello che mi preme rimarcare da uomo, marito, padre e poi professionista, impegnato da circa vent'anni nella lotta alla criminalità organizzata e mi dispiace se qualcuno non lo abbia compreso - afferma ancora Cagnazzo - che l'obiettivo era fermarmi, fermarci. E' notoria l'azione che stavamo svolgendo sul territorio in ambito antiracket e antiusura, abbiamo subito attacchi e abbiamo risposto in maniera inequivocabile ed incontrovertibile. Abbiamo cercato di risvegliare coscienze ponendo sul campo strategie contro racket e usura, che qualcuno continua ad affermare che a Taranto questi fenomeni non esistono".

«Zitta o ti violentiamo», sotto inchiesta direttore antiracket. Le minacce a una giornalista di Quotidiano, scrive Alessandra LUPO su "Il Quotidiano di Puglia" Giovedì 7 Settembre 2017. Credeva di raccontare una cosa bella, Alessandra Macchitella, giornalista tarantina trentenne, collaboratrice del Nuovo Quotidiano di Puglia che dalle colonne del giornale aveva scritto dell’istituzione di un nuovo sportello antiracket nella città di Taranto, nato in seno a CassaArtigiani. Ma purtroppo quell’articolo le è costato caro: pesanti minacce anonime e mesi di ansia che l’hanno costretta a farsi accompagnare anche negli spostamenti più banali, condizionando pesantemente il suo lavoro. Fino alla svolta delle indagini, del tutto inattesa, arrivata ieri. Tutto era iniziato nel marzo scorso, infatti, dopo che la collega aveva scritto del nuovo ente, di cui era responsabile Michele Cagnazzo, intervistando il cinquantenne tarantino promotore di numerose campagne antiusura e antiracket. Pochi giorni dopo la pubblicazione degli articoli, però, nella sede tarantina del Quotidiano giunse una lettera contenente minacce di morte non solo contro i responsabili dello sportello ma anche rivolte alla giornalista. In un plico, infatti, le fotocopie di due articoli, uno sullo sportello e l'altro riguardante la diffusione di droga nel quartiere. In entrambi i volti e la firma cerchiati con mirini e frasi minacciose. Alla giornalista, però, è stato riservato anche un altro trattamento: quello della minaccia di violenza sessuale qualora si fosse occupata ancora di lotta all’usura e al racket delle estorsioni. “Ti stupriamo: lascia droga, racket e usura: sei avvisata”, si legge accanto al suo nome e in un’altra lettera una sua fotografia con una scritta a penna sul volto. Immediata la denuncia, con l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Taranto e l’avvio delle indagini affidate alla Digos. Indagini condotte in maniera «eccellente», tanto dal punto di vista umano che professionale, ha spiegato la vittima. E che hanno portato alla svolta decisiva: secondo gli inquirenti a inviare la missiva non sarebbe stata affatto la malavita tarantina, come si credeva in un primo momento, bensì lo stesso Cagnazzo - allora responsabile dello sportello antiracket - evidentemente a caccia di visibilità per la sua attività. Nei suoi confronti la Procura tarantina, nella persona del sostituto procuratore Enrico Bruschi, ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di minaccia aggravata. I poliziotti sono arrivati a lui attraverso le immagini di videosorveglianza dell’ufficio postale, dove l’uomo si era recato a inviare la raccomandata. A confermare i sospetti è stata poi la perizia calligrafica sui fogli. Ora sarà il giudice delle indagini preliminari a decidere nell’udienza che si terrà a novembre. Ma intanto il caso fa riflettere per vari motivi: il primo, senza voler generalizzare, è che un reato come la minaccia di morte e stupro possa maturare in un’associazione antiracket. Il secondo, ancora più odioso, riguarda il sessismo strisciante nella maldestra vicenda: tutti sono minacciati di morte ma la giovane donna anche di stupro. Alessandra, che si occupa spesso di tematiche di genere, dev’essere sembrata la vittima ideale tanto più che la lettera è stata spedita alla vigilia della festa della donna. Un tempismo perfetto insomma, tra gli elementi di una miscela mediatica potenzialmente esplosiva che secondo chi indaga avrebbe voluto richiamare sullo sportello solidarietà e interesse. Il giornale, però, decise di non divulgare le lettere minatorie ma di sporgere invece denuncia. «Io venni contattata dalla redazione per il plico - racconta Alessandra - ma per tutelare le indagini non ne scrivemmo mantenendo il massino riserbo». Ora, se l’uomo sarà riconosciuto colpevole - lei potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e tornare alla vecchia vita. «La cosa più brutta è stato essere bloccata - racconta ancora -: per un po’ non ho potuto occuparmi per precauzione di alcune tematiche, ma quello che mi ha davvero ferita delle minacce è stato il riferimento alla violenza sessuale, un modo di colpirmi non solo come giornalista ma come donna».

Taranto. Una lettera di minaccia per tutti. Questa vicenda dovrebbe far riflettere un pò di più i cittadini di Taranto, le forze dell’Ordine, ma soprattutto i giornalisti locali, che hanno notoriamente. e non soltanto secondo il sottoscritto un brutto vizio: dare troppa visibilità alle persone, quando invece nel nostro lavoro si dovrebbe concentrare l’attenzione sui fatti, scrive Antonello de Gennaro l'8 settembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Alessandra Macchitella, è una giornalista tarantina trentenne, una persona molto educata che e soprattutto una collega che rispetta il prossimo, ed i suoi colleghi, ed è per questo che la stimiamo. Alessandra è una collaboratrice del Nuovo Quotidiano di Puglia e sulle pagine di questo giornale aveva scritto un articolo sull’apertura di un nuovo sportello antiracket nella città di Taranto, nato in seno a Confesercenti-Confartigianato, associazioni alle quali Michele Cagnazzo ha fatto causa per ottenere un assunzione a tempo indeterminato, per poi passare armi…e bagagli sotto le insegne di Casartigiani-Confcommercio insieme ai quali operava, come questi video dimostrano.

Cagnazzo con precedenti specifici e da sempre autoreferenziatosi quale paladino di onestà e giustizia per le sue campagne antiracket e antiusura, si è tradito proprio per la sua eccessiva e malcelata voglia di “protagonismo” attraverso una tanto inquietante quanto maldestra strategia. Nessuno meglio del sottoscritto può capirla avendo ricevuto per oltre un anno lo stesso trattamento, a mezzo di atti vandalici sulla macchina, lettere diffamatorie rigorosamente “anonime” diffuse in lungo e largo per la città, lettere di minacce, culminato con l’incendio della mia autovettura nello scorso marzo avvenuto lo scorso marzo a Taranto. Avvenimento questo, le cui indagini ancora sono in corso, che ha indotto il nuovo Prefetto di Taranto a disporre l’alzamento del livello di tutela sulla mia persona affidato alla Polizia di Stato che vigila sulla mia incolumità in occasione dei miei soggiorni nel capoluogo jonico. Anche la vicenda che ha coinvolto la giovane collega Macchitella era iniziata nel marzo scorso, a seguito di un articolo che la collega aveva scritto sul Quotidiano del nuovo sportello antiracket, di cui era responsabile il cinquantenne tarantino Michele Cagnazzo, promotore di numerose campagne anti-usura e antiracket intervistandolo. Articolo che è costato molto caro alla Macchitella. Infatti le sono subito arrivate pesanti minacce anonime ed ha dovuto vivere mesi di tensione e preoccupazione che l’hanno costretta ad essere sempre accompagnata anche negli spostamenti più brevi, condizionando pesantemente la sua vita personale ed il lavoro che ha sempre svolto diligentemente. Qualche giorno dopo la pubblicazione arrivò presso la redazione di Taranto del Nuovo Quotidiano di Puglia una lettera piena di minacce di morte non solo contro i responsabili dello sportello ma anche nei confronti della giornalista. All’interno della busta vi erano le fotocopie di due articoli, uno sulla la diffusione della droga e dei volti cerchiati con mirini e minacce esplicite. Alla collega Macchitella, invece, era stato scelto anche un altro “metodo”: quello della minaccia di violenza sessuale se si fosse occupata nuovamente di lotta all’usura e del racket delle estorsioni. Con delle pesanti minacce molto esplicite: “Ti stupriamo: lascia droga, racket e usura: sei avvisata” scritto accanto al suo nome, ed in un’altra lettera una sua fotografia con una scritta minacciosa a penna sul volto. Chiaramente venne presentata una querela, con l’apertura di un’inchiesta da parte e l’avvio delle indagini affidate alla Digos dalla Procura di Taranto.

Il capo della redazione di Taranto del Nuovo Quotidiano di Puglia, decise con saggezza ed intelligenza, di non divulgare le informazioni ma di sporgere invece denuncia. “Venni contattata dalla redazione per il plico – racconta la Macchitella – ma per tutelare le indagini non ne scrivemmo». Ora, se l’uomo sarà riconosciuto colpevole – lei potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e tornare alla vecchia vita. «La cosa più brutta è stato essere bloccata – racconta ancora – per un po’ non ho potuto occuparmi per precauzione di alcune tematiche, ma quello che mi ha davvero ferita delle minacce è stato il riferimento alla violenza sessuale, un modo di colpirmi non solo come giornalista ma come donna». Ma ieri vi è stata una svolta nelle indagini “condotte in maniera eccellente, tanto dal punto di vista umano che professionale”, ha commentato questa mattina la Macchitella sul Quotidiano, Infatti le indagini sono arrivate alla svolta decisiva: secondo gli investigatori ad inviare la lettera non sarebbe stata responsabile la malavita tarantina, ma lo stesso Cagnazzo – all’epoca dei fatti  responsabile dello sportello antiracket – il quale evidentemente è una delle tante persone di Taranto a caccia di uno stipendio e di visibilità per la propria attività che sopravvive esclusivamente grazie a contributi e fondi “pubblici”.  Secondo la Polizia di Stato la lettera, inviata il 7 marzo e che sarebbe dovuta pervenire alla destinataria proprio il giorno della “festa della donna”, avrebbe generato un tale clamore mediatico da cui poter trarre vantaggi, visto che conteneva anche minacce contro se stesso riconducibili all’asserita attività di contrasto ai fenomeni criminali estorsivi quale responsabile dello sportello Antiracket.

La procura di Taranto ha chiesto il   rinvio a giudizio del Cagnazzo con l’accusa di “minaccia aggravata” sulla base quindi di chiari e concreti elementi di colpevolezza grazie all’ulteriore supporto di accertamenti tecnico-scientifici. Gli investigatori della Digos sono arrivati alla sua identificazione infatti attraverso le immagini filmate del sistema di videosorveglianza dell’ufficio postale, da cui era partita la raccomandata dalle quali si vede il Cagnazzo mentre spedisce la lettera di minacce. I sospetti sono stati confermati dalla perizia calligrafica disposta sui fogli scritti a mano. Adesso sarà quindi il giudice delle indagini preliminari a decidere per la fissazione nell’udienza che potrebbe tenersi a novembre. Questa vicenda dovrebbe far riflettere un pò di più i cittadini di Taranto, le forze dell’Ordine, ma soprattutto i giornalisti locali, che hanno notoriamente. E non soltanto secondo il sottoscritto un brutto vizio: dare troppa visibilità alle persone, quando invece nel nostro lavoro si dovrebbe concentrare l’attenzione sui fatti. E’ questo malvezzo che porta poi delle persone mitomani desiderose di uscire dal torpore del loro anonimato e spesso di un’esistenza insulsa e squallida, e fare qualsiasi cosa per apparire, di vedere il suo none e la sua fotografia pubblicata sulla carta stampata o online pur di “esserci”. Forse un pò di autocritica e di maggiore attenzione e riflessione servirebbe alla stampa locale a riprendersi dal torpore in cui vegeta ed a ritrovare la voglia di fare giornalismo, che non si fa solo con le interviste o le conferenze stampa, ma con la cronaca fatta per strada, con le inchieste che fanno scaturire indagini e provvedimenti della magistratura. Tutto ciò cari lettori è il “vero” giornalismo. Il resto è noia per chi legge e spesso anche per chi scrive ricevendo quando va bene… somme che oscillano fra i 5 ed i 10 euro netti ad articolo. Concludendo non possiamo che essere felici che questa amara vicenda sia finita, e che finalmente il sorriso possa ritornare sul viso della splendida collega Alessandra Macchitella, e complimentarci con la Polizia di Stato per l’efficienza dimostrata nel corso dell’indagine. Restiamo in attesa di poter scrivere qualcosa di simile sulla vicenda dell’incendio dell’autovettura. Chi ha scritto quelle volgari minacce ad Alessandra Macchitella ci auguriamo possa ricevere una pesante punizione dalla Giustizia, e non solo, ma anche dalla città, emarginando lui e chi ha avuto fiducia nello “strumentale” operato di quella specie di uomo che si chiama Michele Cagnazzo.

Ma di lui si è già parlato sul giornale di Antonello De Gennaro. Il 27 febbraio 2015. Aggredito da 3 uomini il responsabile dello sportello antiracket, scrive "Il Corriere di Taranto". Michele Cagnazzo, responsabile di uno sportello antiusura ed antiracket di Taranto, 48enne originario di Bari ha denunciato ai Carabinieri di essere stato avvicinato e spintonato mentre si trovava in viale Magna Grecia da dei malviventi subito dopo essere uscito da una banca, venendo aggredito da tre uomini. Cagnazzo a seguito dell’aggressione è caduto per terra, e quindi si è rialzato rifugiandosi all’interno della banca, per poi recarsi in ospedale e sottoporsi a degli accertamenti, a seguito delle quali sono state riscontrate lesioni all’omero giudicate guaribili in 30 giorni. I tre ignoti aggressori si sono immediatamente dileguati. I Carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile dopo aver raccolto la sua testimonianza, hanno quindi avviato le indagini per identificare i responsabili ed accertare se l’aggressione sia riconducibile all’attività professionale della vittima.

Caso della giornalista minacciata: interviene il responsabile dell'associazione antiracket. Michele Cagnazzo: «Sono estraneo a quanto mi è stato contestato», scrive "Manduria Oggi" l'8/09/2017. «Apprendo dalla stampa con sconcerto ma con animo tranquillo, lo scempio e l’indecenza della notizia che mi riguarda e cercherò nei prossimi giorni non solo di capire ma di chiarire nelle sedi opportune la mia posizione, totalmente estranea nel merito dell’accaduto». A parlare è Michele Cagnazzo. «Magari questa può sembrare un’autodifesa, ma non lo è se si va a guardare oltre la becera notizia, ovvero nel merito, che nulla ha d’interesse pubblico se non un unico obiettivo: delegittimarmi. Nel merito ci ritornerò più avanti. Quello che mi preme però sottolineare da uomo, marito, padre e poi professionista, impegnato da circa vent’anni nella lotta alla criminalità organizzata e mi dispiace se qualcuno non lo abbia compreso, che l’obiettivo era fermarmi, fermarci. E’ notoria l'azione che stavamo svolgendo sul territorio in ambito antiracket e antiusura, abbiamo subito attacchi e abbiamo risposto in maniera inequivocabile ed incontrovertibile. Abbiamo cercato di risvegliare coscienze ponendo sul campo strategie contro racket e usura che qualcuno continua ad affermare che a Taranto questi fenomeni non esistono. Ritornando nel merito, qualcuno dovrà spiegarmi quale interesse abbia avuto a disincentivare l’attività giornalistica in materia di mafia, usura ed estorsioni con squallide minacce che non mi sono mai appartenute? L’attività della stampa e dei giornalisti rappresenta l’essenza del nostro stesso lavoro? Poi chiunque volesse inviare una minaccia, credo che non lo farebbe entrando in una posta munita di videosorveglianza e per di più facendo una raccomandata con nome e cognome e manoscrivendola? Questo credo che equivalga a fare una rapina e lasciare il proprio documento d’identità. Credo che tutti dovremmo porci questi interrogativi, come credo che non avessi bisogno di tale ingiustificata e becera pubblicità. La mia storia di uomo è molto chiara, a torto o ragione. La mia storia è stata costellata di minacce di vario tipo e genere, ma ho sempre continuato mettendoci la faccia a rischio continuo della mia incolumità fisica (vedasi aggressione subita nel 2015). Questa ne è un’incancellabile ed eterna testimonianza. Come diceva il compianto G. Falcone: “Quando si entra in un gioco grande o ti ammazzano o ti delegittimano”».

Chi è Michele Cagnazzo? Lo scopriamo dal suo blog e da quello che lui scrive di se stesso.

MICHELE CAGNAZZO NOMINATO RESPONSABILE "UFFICIO ANTIRACKET-ANTIUSURA" A TARANTO. Lunedì 13 aprile 2015. Un ufficio antiracket-antiusura è l’iniziativa presentata questa mattina dalla Confesercenti e dalla Confartigianato di Taranto. Presenti all’incontro il Presidente di Confesercenti Taranto Vito Lobasso, Fabio Paolillo per Confartigianato, Michele Cagnazzo, criminalista ed esperto in Scienze criminologiche applicate, nominato coordinatore e responsabile dell’Ufficio. La promozione dell’apertura dell’Ufficio Antiracket–usura da parte delle due associazioni, con annesso Centro di ascolto, vuole offrire ai soggetti che denunciano usura ed estorsioni una completa assistenza per la soluzione dei problemi economici e finanziari, per affrontare le situazioni di crisi delle piccole e medie aziende associate. Il fenomeno dell’usura a Taranto e provincia è estremamente insidioso, anche alla luce dell’attuale crisi economica. Di conseguenza, le risposte al fenomeno sono affidate alla messa in atto di strumenti di contrasto e di repressione da un lato e di sostegno e di prevenzione dall’altro. Ed è proprio su questi aspetti che si concentrerà l’attività del nuovo Ufficio Antiracket – usura. L’obiettivo dello sportello è quello di assicurare una necessaria azione di sostegno nei confronti delle piccole e medie imprese che sono vittime del racket. “Avremmo preferito non aver bisogno di creare questa attività – afferma il Presidente di Confesercenti Vito Lobasso – purtroppo però il nostro territorio ha questa esigenza. Il messaggio che ci preme veicolare ai piccoli e medi commercianti è di fare sempre affidamento sulla nostra presenza, in quanto perseguiamo tutti lo stesso scopo: la tutela della legalità”. Lobasso mette in evidenza un’iniziativa presentata precedentemente che mira ad allontanare questi fenomeni, Operazione ripresa, un’intesa a quattro tra Interfidi, BCC di San Marzano, Confartigianato e Confesercenti per sostenere il rilancio dell’artigianato e del commercio sul territorio tarantino. Confesercenti e Confartigianato hanno stipulato una convenzione con il consorzio di garanzia collettiva fidi Interfidi con lo scopo di assistere le piccole e medie imprese nell’accesso al credito. “A Taranto la situazione non è allarmante ma preoccupante – specifica il criminalista Michele Cagnazzo – il 42% delle imprese sono sotto estorsione ed usura e circa 8.600 famiglie, per un giro d’affari complessivo di 300 milioni di EURO. Dobbiamo fare i conti con una tipologia di reati subdoli perché vivono di silenzio e omertà. L’ufficio si rivolgerà a tre categorie, in fase preventiva alle imprese che hanno un sovraindebitamento e difficoltà economiche, quindi a rischio usura; una seconda categoria a chi è già sotto usura e racket ma non ha ancora maturato la decisione di denunciare e una terza categoria per chi ha già fatto denuncia, a cui forniremo assistenza amministrativa e tutoraggio in fase di ripresa dell’azienda per portare ad accedere ai fondi di solidarietà. Vogliamo far recuperare la normalità alla vittima”. Oltre ai dati numerici che derivano dall’Osservatorio statistico nazionale Confesercenti, il messaggio di Cagnazzo si riassume in una frase: “Ci siamo, non siete più soli”. Il responsabile dell’ufficio Cagnazzo lancia anche una provocazione al sindaco di Taranto: “Perché il Comune attraverso un regolamento interno non propone sgravi fiscali per le imprese che denunciano fenomeni di racket ed usura?”. “Molti problemi non sono denunciati per paura – afferma Fabio Paolillo di Confartigianato – ma si può uscire da questi fenomeni mostrando fiducia allo Stato”. Presente all’evento anche il Questore di Taranto Giuseppe Mangini che dichiara: “Abbiamo il dovere di affiancarvi. Tutte le iniziative che servono ad aumentare la sensibilità verso questo problema trovano il nostro sostegno”.

Michele Cagnazzo ex IDV, l'Italia dei Valori di Di Pietro, il partito della sedicente legalità.

Si legge sempre dal blog di Michele Cagnazzo.

CAGNAZZO E ZAZZERA (IDV): “TUTTI CON UN’AGENDA ROSSA TRA LE MANI". Venerdì 17 luglio 2009. “Sarà un modo per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta, un modo migliore però per ricordarlo sarebbe anche trovare l’agenda rossa che Paolo aveva con sé nella strage di Via D’Amelio. Colui che ancora oggi possiede questa agenda si nasconde, ricattando mezza classe politica nei Palazzi della vecchia e cattiva politica”. A parlare sono Pierfelice Zazzera e Michele Cagnazzo, rispettivamente Segretario Coordinatore Regionale e Responsabile dell’Osservatorio Regionale sulla Legalità – Dipartimento Antimafia-Prevenzione-Sicurezza. Pertanto Lunedi 20 luglio invitiamo davanti alla Procura della Repubblica di Bari associazioni e cittadini che ancora oggi tengono alle sorti di questo Paese, per restituirgli un volto nuovo e credibile, e per chiedere semplicemente delle risposte allo Stato. Dove l’agenda rossa di Paolo Borsellino sottratta nella strage di Via D’Amelio rappresenta una probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra. Continuano Zazzera e Cagnazzo “dopo 17 anni riteniamo che nulla sia cambiato. Anzi la mafia si è trasformata da associazione a delinquere in sistema democraticamente rappresentato. E questo riteniamo costituisca la prima ed autentica emergenza del nostro Paese, oltre all’impressione che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano tutti d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis, per sempre. Tutto ciò concludono Zazzera e Cagnazzo “perché l’agenda rossa costituisce la scatola nera della seconda Repubblica”.

E poi...

Di Stanislao indagato nella rimborsopoli pugliese, scrive il 19 gennaio 2016 Barbara Orsini su "Rete 8". Secondo la procura di Bari l’ex parlamentare dell’Idv, Augusto Di Stanislao, avrebbe percepito indebitamente rimborsi per benzina e alberghi: è indagato insieme ad altre due persone. Guai giudiziari per l’ex parlamentare dell’Idv ed ex consigliere regionale Augusto Di Stanislao: il suo nome, insieme a quello di altre due persone, è finito nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta della procura della Repubblica di Bari su rimborsi indebitamente percepiti. Una sorta di rimborsopoli pugliese che vede Di Stanislao indagato nella veste di commissario regionale dell’Idv in Puglia: l’arco temporale passato al setaccio è quello che va da giugno 2011 a marzo 2013. Un’inchiesta innescata dalla denuncia di un dirigente del partito di Antonio Di Pietro, tal Michele Cagnazzo, che ha fatto finire nel ciclone giudiziario l’ex tesoriera regionale del partito in Puglia e un suo braccio destro. L’accusa per tutti, incluso Di Stanislao, è di appropriazione indebita: si parla, nello specifico, di rimborsi per oltre 8500 euro divisi tra spese di carburante, ristoranti e alberghi. Un caso in particolare è balzato agli occhi degli inquirenti: un rifornimento di benzina per un pieno alla ‘Maserati 3200′ di Di Stanislao a cui ci si domanda se l’ex dell’Idv avesse diritto oppure no. Accuse ancora tutte da provare in sede dibattimentale.

Idv, spunta il sex-gate. Prestazioni sessuali in cambio di una promessa di lavoro in Parlamento. A Bari una denuncia contro il senatore Pedica e l'onorevole Zazzera. La donna parla apertamente di ricatti, ovviamente tutti da dimostrare, scrive Riccardo Bocca su "L'Espresso" il 16 giugno 2011. Non bastavano le recenti amarezze elettorali, a guastare il trionfo dell'Italia dei Valori ai referendum. Adesso c'è anche la denuncia presentata il 14 giugno alla Procura di Bari da Michele Cagnazzo, esperto di criminalità organizzata ed ex responsabile per l'Idv dell'Osservatorio pugliese sulla legalità. La storia che emerge da queste pagine è un misto di sesso e politica, segreti e fragilità umane. Uno scenario tutto da dimostrare, naturalmente, al centro del quale si trova C. M., una donna di 31 anni che Cagnazzo incontra nell'aprile 2010 negli uffici baresi dell'Italia dei Valori. "Dopo alcune frequentazioni", scrive nella denuncia, "mi accorsi del fatto che versava in uno stato di non indifferente alterazione emotiva", tant'è che in seguito, acquisita maggiore familiarità, "mi confidava di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte del senatore della Repubblica Stefano Pedica e del deputato Pierfelice Zazzera, entrambi iscritti all'Idv". Personaggi non secondari. Zazzera, 43 anni, all'epoca dei fatti era parlamentare Idv e coordinatore regionale del partito in Puglia. Mentre il senatore Pedica, 53 anni, ha una storia che parte dalla Democrazia cristiana, continua nell'Udr di Francesco Cossiga, e sfocia dopo la fondazione del Movimento cristiano democratici europei nel partito dipietrista. "La stessa M.", scrive Cagnazzo, "mi riferiva che, avendo partecipato in qualità di simpatizzante a diversi dibattiti e conferenze, aveva conosciuto entrambi gli esponenti". E che tutti e due avrebbero iniziato, in tempi diversi, "a compulsarla con insistenti inviti e richieste di appuntamenti al di fuori dell'ordinaria attività politica". L'intenzione della donna ("Laureata in giurisprudenza e inoccupata") nell'accettare una serie di inviti, è a detta di Cagnazzo "comprendere se ci fossero opportunità di lavoro". Tant'è che Zazzera, "avendone carpito lo stato di necessità (...) continuò a tempestarla di telefonate e sms con ripetuti inviti a incontri clandestini", svoltisi all'hotel A. di Massafra (Taranto) "dal maggio 2009 all'ottobre 2009". Circostanze, recita la denuncia, che "si possono evincere benissimo dai registri presenze del suddetto albergo", e che comprenderebbero la promessa di Zazzera a M. "di farle ottenere un posto di lavoro presso l'ufficio legislativo del Parlamento ". In cambio, si legge, l'onorevole "chiedeva favori sessuali", e M., "per quanto mi ha riferito, proprio perché versava in gravi difficoltà (...) accettò di accondiscendere alle richieste". In questo contesto, dunque, va ambientata la seconda parte della vicenda. A un certo punto, Cagnazzo racconta che Zazzera avrebbe invitato "M. a Roma presso il proprio alloggio privato dicendole che era necessaria la presenza di lei, sia perché consegnasse il curriculum, sia per sottoscrivere (...) documenti finalizzati a perfezionare un rapporto di lavoro". L'onorevole, anche in quei giorni, avrebbe chiesto alla donna "insistentemente prestazioni sessuali, promettendole in cambio il proprio definitivo interessamento per la stipula di un contratto". Dopodiché, scrive Cagnazzo, "M., per quanto mi ha riferito, accettò di avere ancora un rapporto sessuale". Sentendosi però precisare da Zazzera che, "se avesse voluto guadagnare definitivamente il ruolo, avrebbe dovuto dedicare le medesime attenzioni sessuali al senatore Pedica"; il quale, "secondo quanto disse Zazzera, avrebbe anche lui messo la buona parola". Il resto è presto sintetizzato. Pedica, denuncia Cagnazzo, avrebbe raggiunto la donna all'hotel M. di Brindisi. Un incontro in cui "il senatore disse che per avere determinati benefici, avrebbe dovuto avere rapporti sessuali con lui". Da parte sua, si legge nella denuncia, "M. accettò ed ebbe, nel dicembre 2009, un rapporto sessuale con il senatore". E sarebbe stato il preludio di un ulteriore appuntamento, "sempre a fini sessuali, nel gennaio 2010". Finché, "constatando che nulla si muoveva sul fronte del lavoro, M. interruppe i rapporti anche telefonici con i due". Scoprendo in seguito, "con somma sorpresa, di risultare tra i candidati alle elezioni regionali 2010 per la Puglia, nella lista Idv, pur non avendo mai proposto né tantomeno accettato la propria candidatura". Per quest'ultimo aspetto, riferisce Cagnazzo assistito dall'avvocato Renato Bucci, la signora "mi disse di essersi rivolta a un legale". E sempre Cagnazzo, a seguito di questa vicenda, dichiara di essersi autosospeso da responsabile dell'Osservatorio Idv pugliese sulla legalità: "Cosa che avvenne nel maggio 2010". Ora tocca agli inquirenti il non facile compito di scoprire che cosa sia veritiero, e cosa eventualmente no, in questa brutta vicenda. Una verifica che, per evidenti ragioni, si spera avvenga al più presto.

Sempre dell’IDV.

Lecce, “shopping coi soldi di una vittima della strada”. Arrestato l’avvocato dello Sportello diritti. Francesco D'Agata, già coordinatore dell'Italia di valori in Salento e paladino dei consumatori in diverse trasmissioni tv nazionali, è accusato di aver truffato una donna senegalese, trattenendo 283mila euro su un risarcimento di oltre 600mila riconosciuto dal Fondo vittime della strada, scrive Tiziana Colluto il 12 ottobre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Si è fidata. Perché lui da sempre è stato al fianco dei più deboli, dei consumatori, dei migranti. Lei, ambulante senegalese, il sospetto di poter essere truffata lo ha anche avuto, una volta, ma è stata rassicurata con tanto di sentenza, poi risultata falsificata. Nella bufera finisce Francesco D’Agata, avvocato leccese di 39 anni, noto in tutta Italia per essere attivo nello “Sportello dei diritti” fondato dal padre Gianni, oltre che per essere stato ospite non di rado di trasmissioni televisive sulle reti nazionali e già coordinatore provinciale dell’Italia dei Valori nel Salento.  Per lui, il gip Cinzia Vergine ha disposto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Ai domiciliari l’ex collega di studio, l’avvocato Graziano Garrisi, 38 anni. Non è detto che il cerchio sia già chiuso, perché le indagini vanno avanti e molto potrebbe emergere dai documenti sequestrati nelle scorse ore durante le perquisizioni. “D’Agata ha potuto usare il suo background di assistenza nei confronti dei più deboli, approfittando della condizione di minorata difesa della vittima” è l’atto di accusa lanciato in mattinata dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta (nella foto). Un porto sicuro lo studio legale di Francesco D’Agata, nella stessa sede dello Sportello dei diritti, in città. La 34enne senegalese, residente nel Salento, non ci ha pensato due volte, anche perché a presentarglielo è stato un connazionale, cognato dell’avvocato. L’uomo giusto, insomma, a cui affidare il suo caso, decisamente serio: nell’aprile 2010, a San Cesario di Lecce, è stata travolta da un’auto, riportando lesioni gravissime. Il responsabile di quel terribile incidente non è mai stato scoperto. Ha intentato, dunque, la causa per il risarcimento danni: il 22 giugno 2015, il Tribunale Civile di Trieste ha imposto al Fondo vittime della Strada di versare a suo favore la somma di 636mila euro, comprensivi di spese. Allianz, la compagnia designata, lo ha fatto in due tranche, con bonifici su un conto corrente intestato alla donna, con domiciliazione presso lo studio legale e sul quale Francesco D’Agata, secondo gli inquirenti, ha operato “a insaputa della signora e senza informarla delle numerose operazioni e movimentazione di denaro”. Alla vera vittima è arrivata solo una parte di quei soldi: 353mila euro. Anche a lei dev’essere sembrato poco, a fronte dei danni patiti. “A richiesta della medesima e per comprovare la bontà del suo operato, D’Agata ha esibito copia conforme all’originale della sentenza falsificata, in quanto alterata negli importi”, è ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento che sarebbe stato ritoccato, la cifra riportata è di 335.565 euro, oltre 22.800 di compensi e 3mila di spese. Stando alle indagini, condotte dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza, D’Agata ha taciuto “la effettiva liquidazione della somma di 636mila euro in favore dell’assistita trattenendo per sé la restante parte di 283mila euro”. Di questi, 160mila euro erano già stati incassati e 122mila euro “bloccati in extremis”, dopo che la vera titolare del conto corrente lo ha congelato in seguito ad un primo colloquio con la polizia giudiziaria. Al caso, infatti, si è giunti indagando su altro. A carico di D’Agata, come di altri due avvocati leccesi ora indagati, è arrivato un anno fa un esposto. Una donna torinese, la cui storia ha fatto il giro d’Italia per gli episodi di mobbing denunciati, lamentava l’infedele patrocinio: nonostante le rassicurazioni e 4mila euro già versati, il suo ricorso in Cassazione non è mai stato depositato. È stata lei a fornire il numero di conto corrente, che ha fatto da filo d’Arianna. “Abbiamo capito che c’era sotto qualcosa quando abbiamo visto che quel conto era intestato alla signora senegalese, che ha dichiarato di non saperne nulla”, ha spiegato il pm Massimiliano Carducci. I movimenti bancari ricostruiti dagli investigatori hanno consentito di tracciare il corso dei soldi: acquisti di mobili, viaggi, la cabina al mare. Ma a pesare non è questo shopping, bensì quello residuale, 43mila euro impiegati in spese professionali. È per questi che si contesta il reato più grave, quello di autoriciclaggio, che si affianca a quello di truffa aggravata continuata, falso in atto pubblico e infedele patrocinio aggravato dall’aver approfittato delle condizioni personali, di disagio culturale e sociale della vittima. “Francesco D’Agata è sereno”, ribadisce il suo legale Luigi Rella. Risponde di concorso negli stessi reati Graziano Garrisi, assistito dall’avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti. Al primo sono stati sequestrati conti correnti e beni per il valore complessivo di 203mila euro; al secondo, invece, 15.500 euro, soldi che avrebbe speso utilizzando indebitamente la carta prepagata rilasciata alla donna senegalese, presentandosi al bancomat opportunamente incappucciato.

PARLIAMO DI TARANTO.

Mazzarano si dimette: prometteva posti di lavoro in cambio di aiuti per la sua campagna elettorale, scrive il 22 marzo 2018 "Il Corriere del Giorno". Il programma Striscia la Notizia svela un audio compromettente dell’assessore regionale allo Sviluppo economico, Michele Mazzarano già salvatosi grazie alla prescrizione da due vicende processuali. Il consigliere regionale massafrese Michele Mazzarano (Pd) finisce ancora una volta nei guai in una vicenda giudiziaria che questa volta sconfina nel voto di scambio, attraverso la richiesta di pagamento dell’affitto di un locale di via Dante, a Taranto, durante l’ultima campagna elettorale per le regionali del 2015. Con la promessa di trovare un posto di lavoro per i due figli del povero uomo che avrebbe pagato il canone di locazione del locale da utilizzare come comitato elettorale. La vicenda è venuta fuori grazie ad un servizio mandato in onda ieri sera dal programma satirico Striscia la Notizia trasmesso su Canale 5 realizzato dall’inviato barese, Pinuccio. Nel filmato andato in onda ieri sera su Striscia la Notizia l’uomo che accusa Mazzarano ha ricostruito i termini dell’accordo con il consigliere (ora assessore) regionale: “Ti faccio entrare i tuoi figli in un’azienda Asl o in qualche altra azienda, adesso vediamo, e tu ti paghi il locale, mi disse”. Sempre secondo quanto dichiarato dall’uomo, di cui non è stata svelata l’identità “sono separato e disoccupato” l’esponente del Pd massafrese avrebbe trovato un posto di lavoro a tempo determinato soltanto per uno solo dei due figli in un’azienda che lavora per l’ILVA.  Ed quindi ha deciso con una lettera del proprio avvocato, di chiedere a Mazzarano la restituzione dei soldi sborsati per pagare l’affitto del locale utilizzato come comitato elettorale. Questo quanto raccontato ieri sera all’inviato di Striscia, a cui Mazzarano pur avendo visionato il filmato ed ascoltato la registrazione con le accuse a suo carico, ma si è rifiutato rispondere, sostenendo in maniera ridicola che nella stanza accanto c’erano i Carabinieri ad ascoltare tutto! In realtà era falso, in quanto i Carabinieri non c’erano, mentre il Comando Regionale di Puglia dell’Arma dei Carabinieri da noi contattato ci ha informato che il Comando Provinciale di Bari è stato già attivato per effettuare tutti gli accertamenti dovuti ed acquisire i filmati originali da trasmettere alla competente Autorità Giudiziaria (e quindi alle Procure di Bari e Taranto). L’assessore regionale del PD dopo la lettera del legale avrebbe incontrato e provato a rassicurare il suo ‘finanziatore’. Il quale però ha registrato la conversazione, che è stata trasmessa dal programma di Antonio Ricci. Michele Mazzarano avrebbe detto “Ti posso dire che, come ho fatto per tuo figlio, devo impegnarmi per l’altro tuo figlio. Punto. Quando quello (cioè l’imprenditore che ha assunto uno dei due figli, ndr) mi dirà che potrà fare qualche assunzione, il nome di tuo figlio io lo darò. Statevi calmi e risolviamo il problema”. L’assessore ha prima riferito di aver presentato denuncia, salvo poi annunciare che la starebbe depositando in queste ore, si è dichiarato vittima di un’estorsione, quando dai fatti emersi dal filmato si Striscia la Notizia in realtà si tratta di un vero e proprio voto di scambio ed ancora una volta di finanziamento illecito ai partiti, in cui Michele Mazzarano “eccelle”. Infatti a suo tempo venne rinviato a giudizio per illecito finanziamento ai partiti per aver ricevuto – ipotesi della procura di Bari confermata dal Gip del Tribunale di Bari – diecimila euro da Giampaolo Tarantini, l’imprenditore noto per aver organizzato un giro di escort nelle residenze dell’ex premier Silvio Berlusconi. Il fatto risale alla campagna elettorale per le politiche del 2008, quando Tarantini finanziò con un proprio assegno consegnato nelle mani di Mazzarano il concerto di Edoardo Bennato a Massafra, in occasione della chiusura della campagna elettorale del Pd di cui l’attuale assessore era all’epoca dei fatti coordinatore regionale. Il procedimento si estinse per intervenuta prescrizione pronunciata dal Tribunale di Bari. Il Movimento 5 Stelle con una nota degli otto consiglieri regionali pugliesi Rosa Barone, Gianluca Bozzetti, Cristian Casili, Mario Conca, Grazia Di Bari, Marco Galante, Antonella Laricchia e Antonio Trevisi hanno duramente attaccato il comportamento di Mazzarano. “Riteniamo il passo indietro dell’assessore Mazzarano un gesto più che dovuto. Il consigliere PD tarantino va ad aggiungersi alla sempre più numerosa schiera di assessori di Emiliano costretti ad uscire dalla Giunta; apprendiamo, inoltre, della sua querela nei confronti del segnalatore intervistato da “Striscia la notizia”. “Il reato del voto di scambio è una questione serissima ed una vera e propria estorsione della dignità dell’elettore – continua la nota – che noi del Movimento 5 Stelle combattiamo con tutte le nostre forze da sempre. Se davvero Mazzarano, ex capogruppo del Partito Democratico regionale, dovesse aver utilizzato la sua influenza politica per promettere assunzioni in cambio di sostegno elettorale le dimissioni da assessore sarebbero assolutamente insufficienti, un simile comportamento non sarebbe nemmeno lontanamente degno di un consigliere regionale chiamato a rappresentare le istituzioni”. “Auspichiamo dunque che il politico Mazzarano, già in passato salvatosi grazie alla prescrizione dall’accusa di finanziamento illecito ai partiti nel processo Tarantini – conclude la nota del M5S – chiarisca in fretta quanto accaduto sia al Consiglio regionale che ai cittadini pugliesi. Questo anche alla luce dell’importanza del ruolo che ha rivestito sia nel suo partito che nella Giunta regionale e, per quest’ultima ragione, ci auguriamo che anche il presidente Emiliano sostenga questa nostra richiesta di pubblici chiarimenti; per le valutazioni di natura giudiziaria ci affidiamo al lavoro degli inquirenti che auspichiamo possano far luce su quanto accaduto e ai quali auguriamo buon lavoro.” “La Puglia di Emiliano è un cantiere di fibrillazioni: oggi, con Michele Mazzarano, siamo a quota cinque assessori che hanno rassegnato le loro dimissioni”. Lo dichiarano i consiglieri regionali di Forza Italia Nino Marmo, Giandiego Gatta, Domenico Damascelli e Francesca Franzoso. “Siamo garantisti – aggiungono – e non entriamo nel merito delle vicende giudiziarie, su cui le autorità competenti faranno luce. Ma ci interessano, invece, le questioni politiche. Sarebbe il caso, dopo i continui scossoni nella sua Giunta, che Emiliano facesse una lunga e profonda riflessione sulle politiche del suo governo e sulle personalità a cui affidarne le sorti. Solo a lui –concludono i consiglieri di Forza Italia – spetta oggi il compito di riportare la nave in acque sicure”. La difesa di Mazzarano. “Restituisco le deleghe nelle mani del Presidente, In merito al servizio di Striscia, avendo riconosciuto il signore intervistato, che mi perseguita da tre anni, ho provveduto a sporgere esposto querela nei suoi confronti presso la Procura della Repubblica di Taranto“, ha dichiarato l’assessore Mazzarano “Confido nel buon esito dell’attività della magistratura e sono molto sereno – conclude Mazzarano – sulla correttezza e buona fede del mio operato“. Il Governatore della Regione Puglia Emiliano, in una nota (a cui ormai è abituato….) prende atto della decisione e ringrazia Mazzarano per sensibilità dimostrata ed auspicato “che la vicenda possa al più presto chiarirsi“.

La “tele-bufala” di Michele Mazzarano (Pd) a Striscia la Notizia: “I Carabinieri stavano nell’altra stanza…” FALSO! Scrive il 31 marzo 2018 "Il Corriere del Giorno". Come abbiamo più volte detto e raccontato in tempi non sospetti, e come il nostro archivio giornalistico può testimoniare, comportamenti come quello di Mazzarano, che si salva sempre solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione, sono una vergogna per la politica. I nostri lettori ci hanno segnalato il contenuto della seconda puntata sulla “telenovela” su Michele Mazzarano, andata in onda nella puntata serale del 22 marzo scorso su Striscia la Notizia che contiene non poche falsità ed affermazioni di una gravità istituzionale che dovrebbero indurlo a dimettersi dal Consiglio Regionale. Le conversazioni rivelate da Striscia nella propria dettagliata ricostruzione dell’accaduto, non sono un “processo mediatico” come un giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno ha sostenuto ridicolmente, ma bensì inconfutabili prove documentali di un avvenuto “voto di scambio” fra Pastore e Mazzarano. Intervistato da Pinuccio l’ inviato di “Striscia“, il consigliere regionale massafrese Michele Mazzarano (Pd) esponente della “corrente” Fronte Democratico di Michele Emiliano, dice “Lo sai che quando questo quà è venuto nel mio ufficio io gli ho fatto trovare i Carabinieri ?” ed aggiunge “Stavano nell’altra stanza…che loro non hanno visto…stavano fuori con il registratore” precisando ” Io li ho denunciati” ed alla domanda di chiarimento dell’ inviato di Striscia “C’è una denuncia ?” il politicante del Pd risponde “C’è una denuncia” ma in realtà il servizio mostra una notizia pubblicata alle ore 16:24 del 22 marzo  dal sito della redazione barese dell’ ANSA sul proprio sito, riportante le dichiarazioni di Mazzarano: “In merito al servizio di Striscia, avendo riconosciuto il signore intervistato, ho provveduto a presentare querela nei suoi confronti”. L’inviato di Striscia ricordando che l’audio è di ottobre 2017 (quando Mazzarano sosteneva falsamente che nella stanza accanto c’erano i Carabinieri n.d.r.) si chiede giustamente” ma come aveva detto che l’aveva fatta prima, l’audio è di ottobre!” aggiungendo conseguenzialmente “questo vuol dire che i Carabinieri hanno la stessa nostra registrazione. Solo che a noi sembra strano che con i Carabinieri nell’altra stanza che registravano tutto, abbia detto determinate cose”. Quindi Mazzarano nel video-audio della sua conversazione con il suo interlocutore Emilio Pastore, così come ha rivelato da Striscia, spiegava al suo interlocutore i meccanismi “clientelari”, il voto di scambio che imperversava nella Regione Puglia, sino all’avvento di Nichi Vendola (Sel) alla presidenza della Regione Puglia nella legislatura precedente all’attuale in cui Michele Emiliano ha preso il posto di Vendola alla guida della Regione pugliese. Il cittadino (Emilio Pastore) che ha fornito l’audio della registrazione a Striscia la Notizia, ad un certo punto chiede a Mazzarano se può mettere il suo secondo figlio a lavorare in una società che lavora con l’ASL, ma come racconta Pinuccio “le cose sono un pò difficili ma gli lascia qualche speranza” come si evince dalla fotostory ricostruita sulla base del servizio di Striscia. Pinuccio ricorda che a detta dell’assessore (Mazzarano n.d.r.) “tutto avviene alla presenza dei Carabinieri”. Affermazione questa, del politicante massafrese, che in realtà è FALSA come il CORRIERE DEL GIORNO ha rivelato contattando il Gen. Gianni Cataldo, Comandante Regionale dell’Arma dei Carabinieri, che ha negato qualsiasi attività dell’Arma e tantomeno che i Carabinieri fossero dietro la porta come fantasticava, mentendo ben sapendo di mentire Mazzarano davanti al microfono di Striscia la Notizia. Non a caso da indagare sulla vicenda su delega della Procura di Taranto, è la Digos della Questura di Taranto, e non i Carabinieri. L’ inviato di Striscia evidenzia che “dall’audio ricevuto pare che l’ assessore abbia dato un posto di lavoro ad uno dei due figli di questo cittadino (Emilio Pastore n.d.r) in una società che lavora per l’ ILVA, “in un momento però” aggiunge ed evidenzia giustamente Pinuccio “in un momento però strano in cui la Regione Puglia è in contrasto con lo stesso Ministro (Carlo Calenda, titolare del Ministero dello Sviluppo economico n.d.r.) proprio perchè l’ ILVA inquina ed i posti di lavoro non possono essere un compromesso per fare andare avanti l’ azienda ancora così“. Ma sentite cose dice l’assessore in merito…. Ma ci sono altri politici in questa storia, che vanno anche in contrasto fra di loro come si sente in questa “pillola”, in cui il massafrese Michele Mazzarano si lascia andare ad inquietanti “minacce” nei confronti di una donna, che lavora in un ente della Regione Puglia, sposata con un “renziano” quindi ostile alla corrente Fronte Democratico di Michele Emiliano, della quale il Mazzarano è diventato un “adepto”! “Un clima meraviglioso”. chiosa Pinuccio. In realtà è lo specchio del comportamento ignobile di un politico come Mazzarano, che non sa neanche cosa sia la parola “legalità” o “etica”. Un comportamento che costituisce una vera e propria vergogna per l’istituzione Regione Puglia che lo annovera fra i propri consiglieri, ma anche per il Partito Democratico. Come abbiamo più volte detto e raccontato in tempi non sospetti, e come il nostro archivio giornalistico può testimoniare, comportamenti come quello di Mazzarano, che si salva sempre solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione, sono una vergogna per la politica. E non a caso i suoi “sostenitori” di Mazzarano nel mondo dell’informazione pugliese hanno con lui molte cose in comune. A partire dall’utilizzo e frequentazioni di cappucci e grembiulini….

Striscia continua a svelare gli “altarini” del voto di scambio di Michele Mazzarano, scrive il 4 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". Ad essere coinvolta nel voto di scambio, “specialità” del consigliere regionale massafrese Marrazano (Pd) compare anche la SINCON società informatica tarantina, il cui presidente del CdA rag. Luigi Sportelli è anche l’attuale Presidente uscente della Camera di Commercio di Taranto. Dalle registrazioni acquisite dal programma “Striscia la Notizia”  (Canale5) sulla vicenda del “voto di scambio” di Michele Mazzarano, consigliere regionale del Partito Democratico aderente alla corrente “Fronte Democratico” che fa riferimento all’attuale Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, si allarga l’inchiesta che coinvolge anche delle assunzioni “allegre”… in una società informatica, la SINCON di Taranto, il cui presidente del Consiglio di Amministrazione è il rag. Luigi Sportelli, presidente (in scadenza) della locale Camera di Commercio jonica. Un cittadino pugliese ha denunciato a Striscia la Notizia questa presunta “parentopoli”, fornendo un elenco di dipendenti proprio della SINCON pieno di parenti, figli e mogli di dirigenti dell’ASL Taranto, parenti di politici tutt’ora in attività, portaborse vari. Insomma di tutto e di più. Il nuovo denunciante della “parentopoli” tarantina ha fornito persino copia di un esposto inviato via Pec nell’agosto del 2016 al Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, rimasto privo di alcun riscontro, circostanza questa che dimostra l’inattendibilità delle dichiarazioni di Emiliano di millantata trasparenza e legalità, formulate all’indomani dell’ennesimo scandalo che ha decimato la sua Giunta Regionale. Non è la prima volta che la S.IN.CON s.r.l. (di seguito SINCON) compare fra le maglie delle irregolarità della giustizia. Infatti nel 2012 vi era stata una sentenza della Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Puglia, che era venuta a conoscenza di una indagine penale in merito a presunte irregolarità nella gestione di alcuni servizi informatici, affidati alla società SINCON con delibera n. 648 del 5.4.2006. Fra i servizi prestati dalla SINCON all’ ASL Taranto risultava previsto anche il servizio di Help Desk di 2°livello/ Help Desk di 1°livello, per un costo annuale preventivato in €.1.756.481,00 (IVA compresa). Il personale della SINCON da destinare al servizio di Help Desk (di 2°livello – Team di operatori particolarmente esperti) veniva dettagliatamente individuato in uno specifico prospetto, costituente parte integrante della proposta di convenzione in allegato alla citata delibera, per un totale complessivo di n. 50 unità. Da altre indagini delegate alla Guardia di Finanza di Taranto, era emerso, anche tramite l’escussione del predetto personale SINCON, che le n.50 unità formalmente adibite al servizio di “Help Desk” di fatto erano adibite esclusivamente ad attività di “Data Entry” ossia di semplice inserimento dati: attività per la quale non è richiesta alcuna particolare specializzazione nel settore informatico e che avrebbe potuto essere svolta, come in realtà già avveniva in moltissimi casi, dai dipendenti dell’Azienda sanitaria. Dalla sentenza della Corte dei Conti si evince inoltre che “Tale circostanza veniva confermata dallo stesso dott. Gallina, Responsabile dell’Area Risorse Finanziarie, il quale dichiarava agli organi di p.g. (informativa nr.34/12-3 di prot.llo 2007 del 16.02.2009 del Nucleo Investigativo dei C.C. di Taranto) nel verbale di s.i. rese in data 24.04.2007, che “i dipendenti SINCON che lavorano presso questa Area Risorse Finanziarie, sono dei semplici utilizzatori di programmi Sincon, oltre che eventualmente di altre applicazioni software installate presso i p.c., necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di data entry. Normalmente, i problemi tecnici che si verificano sugli strumenti informatici in dotazione al reparto e/o software (programmi applicativi) vengono risolti dai tecnici della Sincon appositamente chiamati con una richiesta scritta, sottoscritta da me personalmente o da un mio collaboratore responsabile del proprio ufficio”. Gli operatori della società di servizi informatici tarantina, questa volta escussi dai Carabinieri di Taranto  avevano confermato che il servizio di Help Desk di 1° livello veniva assicurato da un numero limitatissimo di dipendenti della SINCON, nello specifico dalla signora Colapinto Daniela, dislocata presso il CED SINCON (via Minniti a Taranto), con mansioni di ricezione delle segnalazioni che ella provvedeva ad inoltrare, in ultima istanza, ai tecnici (solitamente dott. Michele La Tagliata, dott.Giuseppe Brugnola ed ing. Sergio Fresta) incaricati di risolvere l’eventuale anomalia insorta. Sulla base di tali riscontri investigativi la Procura regionale ha dedotto che gli amministratori della ASL Taranto, attraverso la simulazione di un servizio di Help Desk (1° e 2° livello), hanno provveduto ad assicurare all’Azienda sanitaria un certo numero di personale (n.50 unità ) da destinare allo svolgimento di impieghi informatici elementari quale è quello di inserimento dati, aggirando, in tal modo, il blocco delle assunzioni previsto dalla Legge Finanziaria del 2006 (legge 23.12.2005 n.266), ma facendo tuttavia sostenere, all’Azienda sanitaria, una spesa ben superiore rispetto alla tipologia, e quindi al reale contenuto, della prestazione ricevuta con corrispondente danno per le finanze della stessa. La Corte dei Conti aggiungeva che “E’ appena il caso di ricordare che il Direttore Generale, in quanto organo di vertice dell’azienda sanitaria, oltre a dover tenere un comportamento pienamente osservante dei suddetti canoni di imparzialità, correttezza e buon andamento della gestione amministrativa canonizzati dall’art.97 della Costituzione, a mente dell’art.16 della legge regionale n.36/’94 e del d.leg.vo n.502/’92 e s.m. è prioritariamente responsabile della sana e corretta gestione delle risorse dell’Azienda sanitaria al pari del Direttore Amministrativo che viene nominato a ricoprire tale ruolo, o almeno dovrebbe, proprio in virtù della particolare competenza e professionalità acquisita nel campo della direzione di strutture sanitarie pubbliche e/o private“. La particolare negligenza e superficialità della condotta tenuta nella vicenda dall’ ASL Taranto, è dimostrata anche dalla circostanza per la quale l’azienda sanitaria locale tarantina, non solo ha continuato ad affidare il servizio per il 2006 alla SINCON senza preoccuparsi minimamente di procedere con una gara pubblica, ma ha anche persino accettato pedissequamente le condizioni economiche riportate nella proposta formulata dalla società in data 23.02.2006. Oculatezza e prudenza avrebbero dovuto ispirare anche la condotta del dott. Gallina, il quale, all’epoca dei fatti Dirigente Responsabile dell’Area Gestione Risorse Finanziarie dell’ASL Taranto, ma anche questi aveva apposto parere favorevole alla delibera, senza porre in evidenza che il costo orario del servizio richiesto era notevolmente superiore rispetto a quello che l’Azienda, a parità di funzioni e prestazioni, sosteneva per il proprio personale dipendente. Nella propria decisione in diritto la Procura regionale della Corte dei Conti, ha espressamente rappresentato che del danno patito dalla Azienda sanitaria, individuato nella differenza tra il maggiore costo orario (€. 22,18) pagato alla SINCON per prestazioni di “data entry” e quello minore (€. 12,72) necessario per ottenere la stessa prestazione dal personale interno, devono “rispondere, per condotta gravemente colposa, gli amministratori e i dirigenti che hanno partecipato alla approvazione della delibera D.G. n.648 del 5.04.2006, con la quale, come più volte ricordato è stato affidato, in proroga, il servizio in questione alla SINCON, ovvero il Direttore Generale, il Direttore Amministrativo (Regione Puglia dr. Maccari), il Dirigente dell’Area Gestione del Patrimonio (dott. Palazzo – quest’ultimo successivamente deceduto n.d.r.), nonché il Responsabile dell’Area Gestione Risorse finanziarie (dott. Gallina)”. E’ evidente che la Procura regionale, in relazione alla partecipazione del convenuto Maccari Direttore amministrativo all’epoca dei fatti, all’approvazione della deliberazione, si è sostanzialmente riferita alla formulazione da parte di costui del parere favorevole nella veste di Direttore amministrativo, aggiungendo che “deve preliminarmente evidenziarsi l’inconsistenza della deduzione difensiva secondo cui egli sarebbe estraneo alla decisione del Direttore Generale perché si sarebbe limitato, al pari del Direttore sanitario, non convenuto in giudizio, ad esprimere il proprio parere favorevole all’adozione dell’atto deliberativo senza alcun apporto determinante“. L’affermazione della Procura regionale della Corte dei Conti, secondo cui “il servizio di help desk di 2° livello fosse in realtà una prestazione di mero inserimento dati (“data entry”) nei programmi informatici dell’ASL TA 1, è confermata dalle dichiarazioni rese, nell’ambito delle indagini penali, da tutti i dipendenti della SINCON adibiti a tale servizio, i quali hanno anche unanimemente riferito che il vero servizio di help desk era quello di 1° livello, che veniva assicurato da un limitatissimo numero di dipendenti (cfr. pagg. 7 e segg. relazione prot. 21180/11 del 17.1.2011 del Nucleo Polizia Tributaria di Taranto – Sezione Tutela Spesa Pubblica – della Guardia di Finanza)”. Al di là dell’ampollosità dei termini adoperati,  secondo la procura pugliese della Corte dei Conti la descrizione del servizio contenuta nella proposta di convenzione della SINCON, approvata con la deliberazione in contestazione ed individuato come “supporto operativo continuo on-site sulle procedure applicative”, assicurato da ben 50 dipendenti dislocati presso quasi tutti gli uffici dell’Azienda, rendeva già evidente che tale servizio non poteva che consistere in attività di base per il funzionamento degli applicativi informatici in esercizio presso l’Azienda stessa. Diversamente non si vede perché oltre a quello denominato “help desk di 2° livello”, ma garantito da un numero così alto di personale, nella stessa proposta di convenzione SINCON era anche previsto il servizio di help desk di 1° livello che prevedeva, come è prerogativa essenziale di una prestazione di tal genere, l’assistenza tecnica in caso di problematiche riguardanti la gestione del servizio informatico della ASL TA/1.” La spiegazione della vicenda è ben esplicitata nell’allegata sentenza di seguito pubblicata. Sapete chi gestisce attualmente in appalto tutto il settore informatico ed il portale dell’ASL Taranto? La Consis un consorzio di società informatiche fondato proprio dalla SINCON, società che ne fa parte, che continua a fare affari alla faccia della legalità, nell’ ASL Taranto nonostante quanto accaduto nel recente passato nelle sovra-fatturazioni, continuando quindi a prosperare. Ma non è questo il primo caso. Nei prossimi giorni infatti vi racconteremo e documenteremo un’altra analoga vicenda di fatturazioni “allegre” molto simile che vede “protagonisti” (se così possiamo chiamarli) questa volta il Comune di Taranto e la Sincon. E capirete tante altre cose…

Con il caso Mazzarano emergono nuove rivelazioni sulla “parentopoli” nelle aziende legate all’ASL di Taranto, scrive il 6 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". L’ inchiesta di Striscia la Notizia è appena iniziata e sono molti i nomi della politica tarantina, ma anche della magistratura che tremano, per il timore di essere trascinati nell'inchiesta “Parentopoli” che è appena iniziata, e che troverà questo giornale sempre accanto agli amici autori e redattori di Striscia. Ieri sera il programma Striscia la notizia (Canale 5) ha svelato nuove rivelazioni sulla “parentopoli” nelle società che svolgono lavori in appalto per conto dell’ASL di Taranto. Pinuccio inviato pugliese del telegiornale satirico di Canale5, il più seguito programma della televisione italiana, è tornato ad intervistare l’impiegato di una delle aziende coinvolte, che ha parlato di gare “poco oneste” e di un giro di appalti e consulenze tra società che gravitano intorno all’ASL tarantina. Il testimone ha rivela, inoltre, che la moglie di uno dei soci di queste società lavorava proprio all’ASL di Taranto ma che, dopo i servizi di Striscia, la donna sarebbe stata spostata a un altro incarico. Inutile chiedere chiarimenti all’ Avv. Stefano Rossi attuale direttore generale dell’ASL Taranto che ha le valigie in mano. Lui non vede, non sente, non parla, e quando c’è da leggere qualcosa lo fa sempre a cose fatte. Un comportamento che ci ricorda qualcosa di imbarazzante, e molto in uso in Sicilia….Il Festinante di cui Mazzarano parla, si chiama Vincenzo (soltanto cugino dell’attuale consigliere comunale Cosimo Festinante del Gruppo Indipendente per Taranto n.d.r. ) ed è uno dei soci principali della società SDS srl di Taranto, con sede in via Cataldo Nitti 45/a. L’ attuale sistema informativo dell’ASL TA , veniva annunciato e presentato alla stampa nel dicembre 2012, in cui L’ ASL Taranto si vantava di essere la prima Azienda Sanitaria della Regione Puglia ad avvalersi di un sistema informativo integrato, per informatizzare  le attività amministrative, quelle di diagnostica, sanitarie,  ma anche le attività di prenotazione delle prestazioni sanitarie e di gestione delle attività libero-professionali in modo complementare alle iniziative e sistemi regionali di Sanità Elettronica, così, permettendo La connessione tra le diverse aree lavorative ed i diversi processi di attività migliorando l’efficienza. Ora basta andare a farsi un giro negli ospedali tarantini e chiedere cosa pensino gli utenti sul concetto di efficienza, per capire che si è trattato dell’ennesimo spreco di denaro pubblico. La progettazione e realizzazione del Sistema Informativo dell’ASL TA venne affidata ad un raggruppamento di imprese leader del mercato e delle soluzioni ICT in cui erano presenti le società consortile Consis di Bari (che annovera fra i propri soci fondatori consorziati, proprio la SINCON di Luigi Sportelli), e la SDS di Taranto di Festinante. Ma la cosa più incredibile è che il segretario cittadino PD di Massafra, Domenico Lasigna, notoriamente legato a Michele Mazzarano (e, a detta di Striscia nel servizio del 5 aprile 2018, suo difensore nda), risulta addirittura nell’organico dell’ASL di Taranto, nonostante sia in realtà alle dipendenze della SINCON insieme ai suoi due compagni di partito massafresi Paolo Tristani, Piermario Pagliari e Giampiero Pagliari. Quello che è sfuggito agli amici di Striscia ma sopratutto alla memoria sbiadita di Michele Mazzarano è che nella SDS sono dipendenti oltre ad Anna Russo moglie dell’ex assessore ora consigliere del Comune di Taranto Vincenzo di Gregorio (Pd)   che venne assunta circa sette anni fa proprio durante il mandato da assessore del marito, e Loira De Pasquale moglie di Lucio Lonoce(Pd) attuale presidente del consiglio comunale di Taranto e candidato alla Camera nelle ultime elezioni (“trombato” dagli elettori tarantini n.d.r.) , la quale venne assunta anche lei quando il marito era vice sindaco al Comune di Taranto, nella Giunta guidata dal sindaco Ippazio Stefano. Le due signore, erano in compagnia anche della moglie del capogruppo Pd in Consiglio Comunale, Gianni Azzaro, la quale dal gennaio 2017 si è licenziata avendo vinto un concorso pubblico scolastico. Un “conflitto” di interessi in meno! Gli amici di Striscia hanno portato alla luce anche delle vicende imbarazzanti, come ad esempio quella relativa ad una gara di acquisto di arredamenti che inizialmente ritenuta perfettamente in regola, viene aggiudicata alla GIVAS srl una delle due aziende che avevano presentato offerta. La società SERVIMED srl, seconda classificate ed esclusa, ha però immediatamente fatto ricorso lo scorso 15 marzo 2018 al Tar di Lecce, notificandolo all’ ASL Taranto ed ecco che all’improvviso l’ ASL annulla l’aggiudicazione poichè “si è rivelato che la procedura di gara non risulta pienamente rispondente ai principi di trasparenza…e per non aver effettuato l’ Amministrazione la verifica di conformità su tutti gli articoli in gara e per altro verso, per aver inserito nella lettera di invito la descrizione di un bene che va ad identificare delle apparecchiature fornite specificatamente da un’ azienda” della serie, un bando fatto su misura per far vincere un’azienda. L’ ASL Taranto come racconta in esclusiva Striscia la Notizia e come il Corriere del Giorno è in grado di documentarvi “integralmente” ha immediatamente fatto retromarcia. Per evitare qualche implicazione penale forse? Resta legittimo chiedersi cosa aspettino la Guardia di Finanza, il NAS dei Carabinieri ad intervenire? Una vicenda che è finita sotto i riflettori dell’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione guidata dal magistrato Raffaele Cantone, che si è immediatamente attivata come Striscia la Notizia ha prontamente documentato. L’inchiesta di “Striscia la Notizia” è appena iniziata e sono molti i nomi della politica tarantina, ma anche della magistratura che tremano, per il timore di essere trascinati nell' inchiesta “Parentopoli” che è appena iniziata, e che troverà questo giornale accanto agli amici autori e redattori di Striscia la Notizia, con un solo fine: fare pulizia e contribuire al ripristino della legalità attraverso la denuncia attraverso l’informazione di fatti noti a molti. Ma che molti a partire dal Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, hanno preferito ignorare. Compresi i giornalisti locali, silenti sull’inchiesta di Striscia, salvo una patetica difesa “d’ufficio” del solito giornalista… in favore di Michele Mazzarano, un esperto del voto di scambio, che si è salvato da ben due processi penali solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione. La stessa salvezza conseguenza della lentezza della giustizia degli uffici giudiziari di Taranto, che hanno evitato sempre grazie alla prescrizione una condanna per “brogli elettorali” anche al giornalista “difensore” mediatico di Mazzarano. I latini dicevano “similia com similibus” Come dare loro torto?

La “parentopoli” di Taranto: ecco tutti i nomi dei parenti illustri…assunti dalla SINCON, scrive il 7 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". L’inviato di Striscia la Notizia ha correttamente ricordato che la SINCON è una società privata e quindi libera di assumere chi vuole, solo che quando assume parenti dei propri principali clienti, forse è necessario soffermarsi a fare qualche considerazione di ordine morale. Per gli aspetti legali è “competenza della Procura” come ama ricordare il Procuratore capo di Taranto, dr. Carlo Maria Capristo. Dalle registrazioni trasmesse da Striscia la Notizia sulle conversazioni ed affermazioni di Michele Mazzarano, il consigliere regionale del PD di Massafra (Taranto) dimessosi da assessore dopo la vicenda del voto di scambio finita in Procura a Taranto, sono emerse non poche strane coincidenze relative ai dipendenti di aziende che gravitano intorno alla ASL di Taranto. Come ad esempio la SINCON. Nella puntata andata in onda ieri sera, l’inviato Pinuccio ha fornito alcuni elementi per evidenziare un giro di parentele “illustri” tutti assunti presso l’azienda informatica tarantina. Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di rivelarvi tutti i nomi, come sempre in “esclusiva”.  Pinuccio in apertura del servizio ha parlato del “fratello di un politico di spessore dell’Ente Provincia di Taranto” e cioè di Giovanni Tamburrano, fratello di Martino Tamburrano (Forza Italia) attuale presidente della Provincia di Taranto, il quale ci ha precisato che “mio fratello lavora alla SINCON dal 2001“. Dopodichè l’inviato di Striscia ha parlato della “moglie di un Sindaco di un Comune vicino a Taranto”, e cioè della signora Gianna Ludovico, moglie di Giovanni Gugliotti Sindaco di Castellaneta che abbiamo provato a contattare lasciandogli persino dei messaggi in segreteria telefonica a cui ha fatto seguito soltanto un laconico silenzio. Nessuna risposta. Dopodichè si è parlato del “cugino di un ex-consigliere della Provincia di Taranto, già candidato sindaco in un Paese” che sarebbe Domenico Miccolis, cugino di Vito Miccolis candidato sindaco di Massafra nel 2011 ed ex consigliere provinciale del Partito Democratico. Altri due riferimenti sono stati fatti a 2 esponenti del coordinamento del PD di Massafra, che sarebbero Piermario Pagliari e Gianpiero Pagliari, entrambi legati al gruppo di Michele Mazzarano, che fanno capo alla corrente Fronte Democratico che fa capo a Michele Emiliano. Come meravigliarsi quindi quando un cittadino manda un mail-PEC al presidente della Regione Puglia e nessuno gli risponde dopo quasi due anni? Trattasi di politica “monnezza”! Ma nella SINCON hanno trovato lavoro facilmente anche non pochi parenti illustri” di dirigenti dell’ASL Taranto. Come “il figlio di un ex direttore amministrativo dell’ASL Taranto” che sarebbe Giuseppe Mancini, figlio del dr. Massimo Mancini, attuale direttore amministrativo dell’Ospedale Oncologico di Bari, il cui “rampollo lavora presso la sede SINCON in viale Venezia a Taranto. La lista dei parenti elencati da Pinuccio continua con “2 cognati di un dirigente area invalidità ASL, rispettivamente assunti uno alla SINCON e l’altro ad un’azienda che si occupa di vigilanza” e cioè la VIS Vigilanza (che guarda caso… presta servizio di vigilanza negli ospedali dell’ASL Taranto). Il dirigente in questione è Nehludoff Albano responsabile Sistemi Informativi e Telematici e Commissione Invalidità dell’ASL Taranto, che ha sistemato la cognata Rita Palmisano presso la SINCON e lavora nello stesso settore (invalidi) del parente “illustre”, mentre l’altro cognato Giovanni Lombardi lavora per la VIS vigilanza chiaramente sempre presso l’ASL. Fra i riferimenti emersi nel servizio di Striscia la Notizia, si parla anche della “figlia di un responsabile di dipartimento, sempre dell’ASL Taranto” che sarebbe Nicoletta Pisconti figlia del dottor Salvatore Pisconti responsabile dipartimento oncoematologico dell’ASL Taranto. Quindi Pinuccio è parlato di una famiglia “marito e moglie che lavorano all’ ASL ed i due figli che lavorano in un’azienda che prende appalti, e cioè la SINCON” e cioè di Francesco e Marica Gravina figli di Giovanni Gravina (Organismo Indipendente di Valutazione ASL Taranto) ed Aurora Ciulli (Staff Ufficio Gestione Amministrativa del Personale Convenzionato ASL Taranto). Concludono la “carrellata” della puntata di Parentopoli “il figlio e genero di una dipendente dell’area tecnica dell’ASL, che ha sistemato l’altro figlio in una società che fa vigilanza che prende appalti sempre dall’ ASL”. La dipendente sarebbe Piera Fiorentino segretaria dell’Ing. Paolo Moschettini (area Gestione Tecnica ASL di Taranto), la quale ha “sistemato” la figlia Claudia Galluzzo lavora alla SINCON ed è sposata con Giannico Andrea anch’egli dipendente SINCON.  E Gianluca Galluzzo l’altro figlio della Fiorentino lavora invece alla VIS. Un vero “cuore di mamma” ! Pinuccio si è recato presso la SINCON, il cui amministratore unico Antonio Nicola Galeone che lavora nella società informatica tarantina dal 1989, ha preferito non farsi trovare e non rispondere ad eventuali domande e richieste di chiarimenti. Avrà forse qualcosa da nascondere? L’inviato di Striscia la Notizia ha correttamente ricordato che la SINCON è una società privata e quindi libera di assumere chi vuole, solo che quando assume parenti dei propri principali clienti, forse è necessario soffermarsi a fare qualche considerazione di ordine morale. Per gli aspetti legali è “competenza della Procura” come ama ricordare il Procuratore capo di Taranto, dr. Carlo Maria Capristo. Facendo qualche ulteriore ricerca abbiamo trovato qualcosa di pruriginoso. Infatti proprio Galeone, nel 2010 fu unico destinatario, per conto della SINCON, del provvedimento giudiziario con il quale il pm Enrico Bruschi chiese il rinvio a giudizio a carico della Sincon, appunto e della Asl di Taranto ipotizzando i reati di “Abuso d’ufficio e frode in pubbliche forniture a vario titolo le contestazioni”. La gestione dei servizi informatici dell’ASL Taranto venne affidata attraverso una convenzione diretta all’azienda Sincon. Qualche anno dopo scattata l’inchiesta gli investigatori eseguirono delle perquisizioni negli uffici della direzione generale dell’azienda sanitaria e in tutti gli ospedali. Volevano verificare l’iter attraverso il quale il servizio di informatiz­zazione della ASL era stata affidato alla SINCON e le modalità con le quali il servizio era stato espletato. Al centro delle indagini un appalto per la fornitura di servizi di help disk per un valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro. Gli investigatori coordinati dalla Procura tarantina nel corso delle indagini hanno ascoltato numerosi dipendenti della Sincon che lavoravano presso le varie sedi dell’Azienda sanitaria locale. Hanno inoltre acquisito numerosi documenti riguardanti la convenzione tra ASL e SINCON, fatture, progetti per la realizzazione della rete informatica. Dalle carte giudiziarie venne alla luce però che la Sincon non è una semplice società di informatizzazione. Come scriveva il quotidiano online La Voce di Manduria, all’epoca dei fatti, cioè il 6 giugno 2010,  diretto dall’ottimo collega Nazareno Di Noi , la SINCON : “E’, al contrario, una galassia complessa di società, sotto-società e fiduciarie, quasi come in un sistema di “scatole cinesi” tra le quali compare spesso il nome di Luigi Sportelli che proprio alla Sincon, fino a qualche anno fa, ha ricoperto il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione insieme con il figlio Alessandro, quest’ultimo componente del cda della azienda. Nel 2003, però, Sportelli lascia l’incarico alla Sincon, che subisce anche alcune trasformazioni societarie (tra le quali la nomina dell’amministratore unico Antonio Galeone) per assumere quello di amministratore unico della Fingest Puglia srl, la società che risulta proprietaria di circa il 30% delle quote della Sincon. Il restante 70% circa è detenuto da un’altra società ancora, la B.A.S. srl (Building Automation sistem) di cui i proprietari sono Alessandro Sportelli, che nel frattempo aveva lasciato il posto nel consiglio di amministrazione di Sincon, e che detiene il 10 % delle quote della Bas srl, e della Reseco, una fiduciaria sempre presente in numerose società tarantine soprattutto di servizi, che detiene il 90% della proprietà. Vi siete persi? Aspettate di sentire questa, allora. Perchè la Reseco ricompare ancora una volta in una nuova società, la Oda srl, che nel 2009 acquista le quote di Sincon della Fingest Puglia srl, la società di cui Sportelli era amministratore unico. Così, con un capitale sociale di appena 10mila euro la Oda srl, di proprietà della Reseco (95%) e di Luigi Sportelli (5%) si trova a diventare proprietaria del 30 percento delle quote della Sincon che, come si evince dalla sua visura, ha un capitale sociale di un milione di euro”. Ma le sorprese non finiscono mai. Infatti facendo qualche ulteriore controllo dal curriculum sopra pubblicato, abbiamo scoperto che Antonio Nicola Galeone, siede dal 26 gennaio 2016 anche nel consiglio (ormai uscente) della Camera di Commercio di Taranto presieduta da Sportelli che è anche presidente del CdA della SINCON, in rappresentanza del “settore servizi alle imprese”. Ma adesso Sportelli e Galeone sicuramente hanno molto da fare per la SINCON tralasciando i propri impegni camerali, proprio in vista dell’accorpamento delle Camere di commercio di Brindisi e Taranto, previsto dal Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 16 febbraio 2018 che ha istituito la nuova Camera di Commercio di Brindisi – Taranto con sede legale a Taranto. Attualmente sono in corso infatti gli adempimenti necessari e propedeutici per l’integrazione delle due strutture ed a gestire le procedure per la costituzione degli organi del nuovo Ente. Sembra proprio di assistere alla fine del “sistema Sportelli”. E gli “avvoltoi”, o meglio i rivali di Sportelli si stanno molto agitando per approfittare della situazione mediatica, per portare la presidenza della Camera di Commercio nelle braccia di un esponente brindisino emanazione di un accordo CNA-Confcommercio sponsorizzato dall’ex-senatore (non rieletto) del PD di Brindisi Salvatore Tommaselli, di estrazione ed origine “CNA”. Ma come dicevano i Greci “Se Atene piange Sparta non ride…”. Infatti i principali oppositori della “gestione Sportelli” della Camera di Commercio di Taranto, e cioè i vertici della CONFCOMMERCIO TARANTO che in queste ore stanno festeggiando l’ “inchiesta Parentopoli”, in realtà hanno ben poco da sorridere. Anche loro hanno non pochi scheletri negli armadi, anche nei rapporti con Michele Mazzarano e con il suo predecessore Loredana Capone, per l’erogazione “allegra” di contributi da parte della Regione Puglia e la eccessivamente costosa progettazione e realizzazione di portali internet pressochè inutili ed abbandonati al loro destino, a spese del contribuente. Soldi che guarda caso finivano sempre nelle casse della societàe consorzi gestiti e controllati da Aldo Manzulli (un professore di istituto tecnico) la cui società di famiglia INFOSYSTEM è pressochè inattiva vicina al fallimento e che ora opera con nuove società dal nome simile, la INFOSYSTEM SMART SECURITY. Ma questo ve lo racconteranno nelle prossime puntate di questa inchiesta. E possiamo garantirvi sin d’ora che anche alla CONFCOMMERCIO di Taranto avranno ben poco da ridere e festeggiare…Lunedì andrà in onda su STRISCIA LA NOTIZIA una nuova puntata dedicata alle altre società che lavorano con l’ASL Taranto specializzate in sistemare gli “amici degli amici”.

La “Parentopoli” di Taranto: ecco tutti i nomi dei parenti illustri…assunti dalla SDS per l’ASL Taranto, scrive il 10 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". Continua l’inchiesta di STRISCIA LA NOTIZIA e del CORRIERE DEL GIORNO sulle assunzioni “parentali” nelle varie società che lavorano pressochè in esclusiva per l’ASL Taranto. L’ S.D.S. srl è una società privata, e quindi teoricamente libera di assumere chi vuole, ma quando si assumono parenti dei propri principali clienti, allora è doveroso soffermarsi su delle doverose valutazioni di ordine morale. Continua l’inchiesta di Striscia la Notizia, affiancata dal nostro giornale, sulla “Parentopoli” tarantina che si sta rivelando di giorno in giorno sempre di più un pozzo senza fondo, di connivenze fra esponenti della politica, dirigenti di enti pubblici e società private che erogano servizi profumatamente retribuite dagli appalti della ASL Taranto e quindi della Regione Puglia utilizzando soldi pubblici. Circa cinque anni fa, l’ASL di Taranto chiese alla SDS s.r.l. di Vincenzo Festinante un più ampio monte di ore per il CUP gestito dalla società di Festinante, e quindi di altro personale. Un andazzo che andava avanti da oltre 10 anni, confermata dallo stesso consigliere regionale Michele Mazzarano, dimessosi dalla carica di assessore regionale a seguito dell’esplosione dello scandalo sul voto di scambio e sulla parentopoli su cui sta indagando la Procura della repubblica di Taranto che ha affidato le indagini in corso alla Digos della Polizia di Stato. La S.D.S. di Taranto opera nel settore della progettazione ed erogazione di servizi informatici e telematici, come si legge sul loro sito “La nostra missione aziendale si concretizza nel supporto progettuale ed operativo alle organizzazioni pubbliche e private nella gestione delle relazioni con i clienti, attraverso l’erogazione di soluzioni call center inbound ed outbound e la gestione di sportelli al pubblico” operando a Taranto e provincia e lavorando quasi esclusivamente per l’ ASL Taranto.

Ecco i nomi delle “coincidenze”…per dirla alla Pinuccio. La signora Patrizia Chieppa passata da infermiera a responsabile in una carriera durata 10 anni, lavora presso la ASL come “coordinatrice del servizio CUP” ma è anche la moglie di Pasquale Melucci, responsabile della ditta SDS. Anna Russo moglie dell’ex assessore Vincenzo di Gregorio attualmente consigliere del Comune di Taranto e segretario cittadino del Pd, venne assunta presso l’ S.D.S. srl circa sette anni fa nello stesso periodo in cui il marito ricopriva l’incarico di assessore nella giunta di centrosinistra guidata dall’ex-sindaco Ippazio Stefàno. In quello stesso periodo venne “accontentato”… anche il suo collega di partito Lucio Lonoce, all’epoca dei fatti vice sindaco ed assessore ai lavori pubblici, ed attuale presidente del Consiglio Comunale di Taranto, con l’assunzione di sua moglie Loira De Pasquale, entrambe assunte dalla S.D.S. srl  per prestare servizio come gli altri al CUP dell’ ASL Taranto. Come non definire “ridicole” le accuse rivolte a Striscia la Notizia da Maria Grazia Cascarano, esponente della corrente “Fronte Democratico” di Michele Emiliano, candidata Pd al Senato alle ultime elezioni dello scorso 4 marzo, “trombata” (cioè non eletta) dagli elettori? La “signora delle tessere” come viene definita a Manduria (Taranto) all’interno del Partito Democratico, la candidata “trombata” del Pd che  ha dichiarato : “Sono numerosi gli elementi di perplessità in ordine alla vicenda di cui è vittima Michele Mazzarano, al quale ribadisco vicinanza personale e sostegno politico. A mio avviso si tratta di un’operazione mediatica costruita per screditare la sua figura, la sua attività di assessore regionale e di esponente del Pd. Sono sicura che la Magistratura farà piena luce. Pur trovandosi nel mezzo della bufera, Mazzarano ha dato prova di grande responsabilità e senso delle Istituzioni, rassegnando le dimissioni nelle mani del presidente Emiliano”. La Cascarano nel suo delirio da “trombatura” elettorale ha aggiunto: “Il mio timore è che dietro questa vicenda ci sia il malcelato intento di delegittimare e screditare un’area politica che sta faticosamente tentando di costruire percorsi nuovi e mi rattrista constatare che Taranto oggi è meno protetta. Mazzarano, infatti, aveva messo in campo una serie di strumenti per rendere più competitivo il territorio ionico. Ora sarà più difficile recuperare il gap economico tra Taranto e le altre aree della Puglia e dell’Italia”. Come non meravigliarsi davanti a certe dichiarazioni a dir poco ridicole, se il Pd a Taranto, così come in tutta la Puglia è stato “asfaltato” dagli elettori? Nessun commento della Cascarano però sulle assunzioni facili delle moglie dei suoi “compagni” di partito e di merende. Sarà un caso…ma guardo caso anche la figlia della Cascarano lavora per il CUP di Taranto. Della serie “casa Pd: tutti in famiglia”! Abbiamo scoperto qualcosa di poco chiaro sulla S.D.S. Infatti all’interno del sito nella “pilicy della privacy” viene scritto che “A seguito della consultazione di questo sito possono essere trattati dati relativi a persone identificate o identificabili. Il “titolare” del loro trattamento è la società S.D.S. s.r.l., che ha sede legale in Taranto (Italia), via Cataldo Nitti 45/A -74123″, ma Stranamente sempre sullo stesso sito viene indicata in calce (come previsto dalla Legge) la propria sede legale, che però viene indicata “Sede legale: Piazzale Dante (Bestat), 2 – 74121 – Taranto (TA)”. La domanda che ci si pone conseguentemente è: ma dove ha sede realmente la S.D.S. srl?

In relazione alle dichiarazioni di Emiliano dello scorso 26 marzo (cioè due settimane fa) all’ inviato Pinuccio di “Striscia la Notizia”: “Voglio fare anche un appello. Se ci sono situazioni opache nella gestione della Regione Puglia, parlatene, parlatene anche con Striscia la Notizia, con i Carabinieri, con me” dimenticandosi che lui è anche assessore regionale alla sanità ad interim sin dal primo giorno della sua Presidenza alla guida della Regione Puglia, e queste cose le sa. Quindi come mai tace? Abbiamo contattato oggi la portavoce di Michele Emiliano alla Regione Puglia, la quale si è limitata a riferirci che “al momento Emiliano ritiene di non dover fare dichiarazioni pubbliche”, e che “quando le farà vi terremo informati”. Della serie: “meglio che me ne sto zitto!”. Ma noi al suo contrario continueremo a parlare! Fra le varie “beneficiarie” delle assunzioni privilegiate da parte della SDS di Festinante, che chiaramente paga le sue dipendenti grazie agli introiti incassati dall’ ASL Taranto e quindi dalla Regione Puglia, compare anche Luisa Caracciolo nipote del dottor Paolo Quarato, ex Direttore Amministrativo dell’ASL Taranto. Ciliegina sulla torta l’assunzione nel 2011 alla SDS anche di Giuseppe Conserva, figlio di Michele Conserva assessore all’ambiente della Provincia di Taranto, coinvolto nello scandalo dei favoreggiamenti all’ILVA, ma dichiarato assolto il 27 settembre 2016, dalle gravi accuse a suo carico, dal Gup Pompeo Carriere con la formulazione “perchè il fatto non sussiste”, a seguito dall’accusa di associazione per delinquere e concussione formulata dal pm dr. Remo Epifani dalla Procura di Taranto. Le accuse formulate nei confronti di Conserva vennero modificate in quanto secondo il giudice delle udienze preliminari non si era raggiunta la prova della contestata concussione: gli imprenditori ascoltati avevano escluso infatti che Conserva abbia mai chiesto denaro o abbia esercitato pressioni. La nuova ipotesi accusatoria della presunta corruzione (e quindi non di una concussione) a carico di Conserva è confluita nel procedimento parallelo a quello madre di “Ambiente Svenduto” si prescriverà a fine maggio 2018. Secondo fonti confidenziali interne all’ ASL di Taranto, alle dipendenze dell’S.D.S. srl gestore del CUP di Massafra dell’ASL di Taranto, vi sarebbero anche Debora (detta Nota) Notaristefano candidatasi nelle liste del PD alle Comunali di Massafra, e persino sua sorella Patrizia (???) grazie alla parentela “politica” di quest’ultima essendo la moglie di Mazzarano. 

In serata Michele Mazzarano ha pubblicato sulla sua pagina Facebook il seguente post: “Ieri Striscia la Notizia ha pubblicato questa notizia: parentopoli pugliese spunta la cognata dell’ex assessore Mazzarano. La notizia è falsa tanto è vero che la stessa Striscia è corsa a cancellarla dal suo sito come si evince negli screen shot che pubblico qui di seguito e ad eliminarla dal servizio andato in onda. Tuttavia il danno è stato fatto perché è rimasta on line per alcune ore, cosicché la rimozione è stata tardiva, essendo stata già copiata e ripresa da innumerevoli altri siti giornalistici e pseudo tali. Ho meritato finora ben 12 servizi in due settimane da un gigante come Striscia, nonostante non solo non sono indagato per nessun reato ma al contrario sono stato vittima di un tentativo di truffa come risulta dalla mia denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto e dalla documentazione che lo dimostra”.

Mazzarano così continua nel suo post: “Nonostante il mio avvocato abbia più volte illustrato la verità dei fatti alla redazione e abbia inviato tutte le carte che provano la truffa contro di me, non solo Striscia non ne ha tenuto conto ma ha addirittura aumentato la dose pubblicando una notizia falsa. Purtroppo non ho né i mezzi né la forza di Striscia la Notizia per competere sul piano mediatico. Quello che ho è una incondizionata fiducia nella giustizia. Per questo non ho altra strada che denunciare Striscia la Notizia per diffamazione confidando con serenità nell’unico verdetto che conta davvero”. Leggere Mazzarano che scrive oggi “ho incondizionata fiducia nella magistratura” dopo che in un recente passato dopo essere stato rinviato a processo per ben due volte si è salvato solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione, senza quindi essere mai stato scagionato da una sentenza assolutoria, ci fa letteralmente ridere. Risponda Mazzarano al nostro quesito: se si processava innocente nei due procedimenti che lo vedevano imputato, come mai non ha rinunciato alla prescrizione per ottenere invece una piena assoluzione? Altri rappresentanti del PD come Filippo Penati a Milano lo hanno fatto! O forse Mazzarano si è “tuffato” nell’intervenuta prescrizione, ben sapendo che gli assegni lasciano sempre traccia…??? Mazzarano aggiunge di confidare” con serenità nell’unico verdetto che conta davvero”. E quale sarebbe? Forse la prescrizione a cui si è abbonato salvandosi come già detto in due processi? Marrano si auto-assolve dichiarandosi “vittima di un tentativo di truffa come risulta dalla mia denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto e dalla documentazione che lo dimostra” ignorando che alla fine sono le risultanze delle indagini della Magistratura a stabilirlo e non certamente il contenuto di una querela (di parte!). Piuttosto Mazzarano ci spieghi, chi sono le”8 persone che ho messo lì dentro” come lui stesso ha dichiarato ??? E sopratutto a che titolo “le ha messe” essendo l’S.D.S. srl una società privata? La nostra direzione oggi pomeriggio ha cercato di contattare Mazzarano, inutilmente in quanto non risponde alle telefonate, e si è quindi rivolta telefonicamente al suo legale Avv. Fausto Soggia (come i tabulati potranno facilmente comprovare) a cui è stata da noi inviata una mail via Pec alle ore 21:36 cioè ancor prima che Mazzarano pubblicasse alle ore 22:11di questa sera il suo post che abbiamo riportato integralmente sopra. Nella mail inviata chiedevamo “ufficialmente” conferma se sua moglie o sua sorella (cioè la cognata) avessero rapporti di lavoro con società, associazioni o cooperative che prestano servizi retribuiti per l’ASL Taranto. Attendiamo fiduciosi, certi che questi accertamenti verranno disposti anche dalla Procura. Nel Pd di Massafra compare anche un altro Notaristefano di nome Angelo (coordinatore dei giovani PD massafresi) il quale però incredibilmente ci risulta alleato e considerato vicino alle posizioni dell’avversario storico di Mazzarano a Massafra, e cioè Vito Miccolis, “trombato” alle elezioni amministrative del 2011 in cui venne sconfitto da Martino Tamburrano. Abbiamo contattato telefonicamente anche Vito Miccolis, il candidato sindaco di Massafra nel 2011 ed ex consigliere provinciale del Partito Democratico cugino di Domenico Miccolis un altro “privilegiato da parentela” assunto dalla SINCON srl per lavorare per l’ASL Taranto, per verificare opportunamente le informazioni in nostro possesso che lo riguardavano, ma Vito Miccolis si è rifiutato di risponderci sostenendo di “non conoscerci”. Paura forse di ritorsioni politiche di Mazzarano? A Massafra si sa che succede di tutto e di più…. P.S. CHIARAMENTE IL CORRIERE DEL GIORNO E’ SEMPRE A DISPOSIZIONE DEI LETTORI O DELLE PERSONE CITATE PER EVENTUALI RETTIFICHE E/O PRECISAZIONI DA FORMULARSI NELLE FORME E TERMINI PREVISTI DALLE NORME DI LEGGE SULLA STAMPA.

Parentopoli Taranto: coinvolti anche manduriani, scrive l'11 Aprile 2018 Ciak Social. Continua l’inchiesta di Striscia la Notizia sulle presunte assunzioni “parentali” nelle varie società che lavorano per l’ASL Taranto. Si parla dapprima della SINCON, società privata e quindi libera di assumere chi vuole.  Poi è la volta della società SDS, che ha preso l’appalto dall’Asl per il CUP.  Striscia la Notizia evidenzia un giro di assunzioni di parenti di dipendenti, ex dirigenti della ASL e politici pugliesi. Pinuccio, l’inviato di Striscia la Notizia, ha fornito alcuni elementi per evidenziare le assunzioni in queste società di parentele “illustri”. Ha parlato del “fratello di un politico di spessore dell’Ente Provincia di Taranto”, della “moglie di un Sindaco di un Comune vicino a Taranto”, del “cugino di un ex-consigliere della Provincia di Taranto, ma anche di parenti di dirigenti dell’ASL Taranto. Tra questi “il figlio di un ex direttore amministrativo dell’ASL Taranto”, attuale direttore amministrativo dell’Ospedale Oncologico di Bari. Pinuccio continua con “2 cognati di un dirigente area invalidità ASL, rispettivamente assunti uno alla SINCON e l’altro ad un’azienda che si occupa di vigilanza” che presta servizio negli ospedali dell’ASL Taranto. Si parla anche della “figlia di un responsabile di dipartimento, sempre dell’ASL Taranto”. Continua parlando di una famiglia “marito e moglie che lavorano all’ASL ed i due figli che lavorano in un’azienda che prende appalti, e cioè la SINCON”. Così anche “figlio e genero di una dipendente dell’area tecnica dell’ASL che ha sistemato l’altro figlio in una società che fa vigilanza che prende appalti sempre dall’ASL”. Ad affiancare l’inchiesta di Striscia la Notizia sulla “Parentopoli” tarantina è anche il giornale Il Corriere del Giorno che evidenzia connivenze fra esponenti della politica, dirigenti di enti pubblici e società private che erogano servizi dagli appalti della ASL Taranto e quindi della Regione Puglia. Il Corriere del Giorno fa anche i nomi delle presunte assunzioni di favore. Tra questi, fra i tanti, figura, come assunta al CUP di Taranto, la figlia di Maria Grazia Cascarano, ex consigliere comunale di Manduria e candidata Pd al Senato alle ultime elezioni dello scorso 4 marzo. Come è nostro solito, oggi abbiamo contattato la signora Cascarano che però non ha voluto rilasciare nessuna dichiarazione. Intanto, il consigliere Michele Mazzarano presenterà querela per diffamazione nei confronti del programma televisivo Striscia la Notizia. E’ lo stesso consigliere regionale, attraverso il suo profilo Facebook, ad annunciare l’azione legale, questo è quanto scrive sul post: "Ieri Striscia la Notizia ha pubblicato questa notizia: parentopoli pugliese spunta la cognata dell’ex assessore Mazzarano. La notizia è falsa tanto è vero che la stessa Striscia è corsa a cancellarla dal suo sito come si evince negli screen shot che pubblico qui di seguito e ad eliminarla dal servizio andato in onda. Tuttavia il danno è stato fatto perché è rimasta on line per alcune ore, cosicché la rimozione è stata tardiva, essendo stata già copiata e ripresa da innumerevoli altri siti giornalistici e pseudo tali. Ho meritato finora ben 12 servizi in due settimane da un gigante come Striscia, nonostante non solo non sono indagato per nessun reato ma al contrario sono stato vittima di un tentativo di truffa come risulta dalla mia denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto e dalla documentazione che lo dimostra. Nonostante il mio avvocato abbia più volte illustrato la verità dei fatti alla redazione e abbia inviato tutte le carte che provano la truffa contro di me, non solo striscia non ne ha tenuto conto ma ha addirittura aumentato la dose pubblicando una notizia falsa. Purtroppo non ho né i mezzi né la forza di Striscia la Notizia per competere sul piano mediatico. Quello che ho è una incondizionata fiducia nella giustizia. Per questo non ho altra strada che denunciare Striscia la Notizia per diffamazione confidando con serenità nell’unico verdetto che conta davvero".

Striscia la Notizia scopre con una settimana di anticipo la ditta vincitrice di un appalto per conto dell’ASL di Taranto: la cooperativa DOMUS. Una vecchia “conoscenza” del CORRIERE DEL GIORNO! Mai come in questo caso è sempre valido il pensiero dell’indimenticato Giulio Andreotti, il quale sosteneva che “A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Chissà che questa volta qualcuno dell’Autorità Giudiziaria si svegli e vada ad indagare cosa succede dietro le quinte della sanità pugliese e tarantina, Sarebbe forse ora…, scrive Antonello de Gennaro il 13 aprile 2018 su "Il Corriere del Giorno". Il noto programma di Antonio Ricci ieri sera con un servizio del simpatico e bravo inviato Pinuccio  ha “scoperchiato” una vicenda allucinante, sulla quale a questo punto dovrebbero intervenire la Procura della Repubblica e la Guardia di Finanza di Taranto per fare luce su una serie di situazioni poco chiare che il CORRIERE DEL GIORNO ha iniziato a denunciare con i propri articoli sin dal gennaio 2017, nel silenzio sempre più vergognoso e connivente della stampa locale, sempre più asservita ad interessi di bottega sottostando agli interessi illegali di alcuni poteri occulti, ma che in realtà sono molto ben noti, andando a scavare fra i documenti, ed ancora più grave, nell’indifferenza di una certa magistratura spesso e volentieri collusa a vario titolo. La redazione di “Striscia la Notizia” ha ricevuto nei giorni scorsi una segnalazione, che ha lasciato tutti quanti con gli occhi di fuori. In una mail ricevuta, un segnalatore si annunciava con un anticipo di diversi giorni, l’esito di una gara d’appalto dell’ ASL Taranto, l’azienda sanitaria locale che storicamente ha visto negli ultimi 20 anni la stragrande maggioranza dei direttori generali, amministrativi ed operativi ecc. finire sotto inchiesta e processo, da cui molti si sono salvati grazie alla prescrizione o a cavilli processuali, ed i loro figli, parenti diretti o acquisiti assunti a chiamata diretta dalle aziende fornitrici di servizi per l’ ASL Taranto. Per non sbagliare Pinuccio ed i suoi autori hanno inviato una Pec (mail certificata n.d.a.) ad un avvocato il contenuto della mail ricevuta con cui si annunciava l’aggiudicazione di una gara di appalto del valore di 6 milioni di euro alla DOMUS Cooperativa, società della quale ci eravamo già occupati nel gennaio 2017, raccontando una vicenda che aveva lasciato insensibili i disattenti (o distratti….?) magistrati in servizio nella procura di via Marche a Taranto. Nella PEC era appunto indicata in anticipo l’indicazione del vincitore relativo alla “Procedura aperta comunitaria per l’affidamento del servizio a supporto dell’assistenza socio sanitaria assistenziale nelle cure domiciliari integrate (ADI) per l’ambito territoriale distrettuale e dipartimentale riabilitativo della ASL TA e della rete SLA ASL TA”. Nella mail ricevuta da “STRISCIA LA NOTIZIA” veniva indicata come aggiudicataria del bando di circa 6milioni di euro oltre IVA, la Cooperativa DOMUS di Taranto controllata dai fratelli Maniglia, cioè la stessa società di cui ci eravamo occupati un anno fa, denunciando qualcosa di scandaloso senza che nessuno dell’ASL Taranto, della Regione Puglia e dell’ Autorità Giudiziaria abbia avuto il minimo dubbio per andarci a vedere chiaro. Ma cosa scrivevamo un anno fa? Ecco : “Nessun magistrato della Procura della repubblica di Taranto intervenne a partire dal procuratore capo in carica, e cioè quel Franco Sebastio ora per fortuna pensionato, che guarda caso… ora il Vescovo Mons. Santoro ed i suoi amichetti di “Comunione e Liberazione” vorrebbero portare sulla poltrona di primo cittadino di Taranto attraverso un accordo politico con il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che  mantiene ad interim la delega alla sanità regionale”  aggiungendo: “Nessun magistrato della Procura della repubblica di Taranto ebbe il coraggio ed il senso del dovere e soprattutto della Legge di aprire un procedimento d’ufficio, un fascicolo con notizia di reato. Nessuno fece nulla. Come non dare ragione quindi a chi definiva la Procura di Taranto il “porto della diossina”…Il destino a volte è imprevedibile, infatti,  soltanto 10 mesi dopo,  il pm Maurizio Carbone  a seguito delle indagini svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Taranto  dovette giungere alla conclusione delle indagini svolte ed adottare la decisione di ipotizzare il reato di “concorso in abuso d’ufficio” nei confronti di quattro dirigenti dell’ ASL TARANTO: l’ex direttore generale Fabrizio Scattaglia, il direttore amministrativo Paolo Quarato, il dirigente istruttore Francesco Bailardi ed il direttore sanitario Maria Leone”. Eravamo stati profetici anche noi, e le sorprese non finiscono mai. Infatti il Corriere del Giorno un anno fa venne a conoscenza di altre vicende imbarazzanti dietro le quinte della Fondazione Cittadella della Carità, a partire dalla triste notizia che anche quest’anno, per il secondo anno di seguito i dipendenti, medici, impiegati non avevano ricevuto la 13ma! E nel frattempo venivano stipulati contratti inquietanti come il contratto della ASL per la scuola infermieri, e quello il fitto del ramo d’azienda alla cooperativa sociale Domus con sede in Taranto in via Acclavio 49, gestita di fatto dai fratelli Maniglia. Cioè la stessa società cooperativa che oggi, come rivelato dagli amici di STRISCIA LA NOTIZIA si è aggiudicata una gara da 6 milioni di euro dell’ASL Taranto, che proprio nei giorni scorsi ha dimostrato con quale leggerezza vengono scritti e preparati i propri bandi di gara. Nella nostra inchiesta di un anno fa evidenziammo  che era a dir poco inusuale che la ASL si accordi con una Casa di Cura (la Cittadella della Carità n.d.a)  nei confronti della quale vanta un credito un milione e seicentomila euro, attraverso manovra  di “compensazione” derivante dal fitto dei locali della Cittadella, il cui il fitto è stato convenuto in  100.000 euro all’anno, come si legge nella documentazione che il Corriere del Giorno  fu  in grado di pubblicare e che quindi comporterebbe un impegno da parte della ASL Taranto per ben 16 anni !  Peraltro secondo fonti ben informate e da noi verificate l’intenzione dell’Università di Bari era quella di cambiare sede trasferendola presso l’Ospedale vecchio (dove sono in corso i lavori di ristrutturazione dello stabile) o l’Ospedale Militare ubicati entrambi nel centro della città di Taranto e quindi più facilmente raggiungibili per gli studenti. In quella occasione scrivemmo (senza mai essere sentiti, rettificati o querelati!) che “L’ accordo stipulato fra ASL Taranto e la Fondazione Cittadella della Carità è frutto in realtà di una stretta amicizia tra il dr. Rossi, Direttore Generale della ASL Taranto ed il dr. Causo Direttore Generale della Cittadella.  I due infatti sono entrambi leccesi, e Rossi all’inizio della sua carriera ha lavorato sotto De Causo a cui è rimasto molto “legato” come il contratto di “favoritismo” stipulato comprova.  Per quanto riguarda il fitto di ramo d’azienda RSSA (che è un’attività extraospedaliera che fa capo alla Cittadella e che riguarda l’assistenza ai vecchietti con la presenza di un medico per poche ore la settimana), la cosa incredibile è che sia stata fittata per 8 anni alla Domus dietro e dentro la quale ci sono i fratelli Maniglia (legati a Comunione e Liberazione)  e considerati molto “vicini” al Vescovo di Taranto, Mons. Filippo Santoro“. La nostra inchiesta del gennaio 2017 si concludeva spiegando ai nostri lettori che  “l’accordo deriva dal fatto che la Domus gestiva il ramo d’azienda RSSA  della Fondazione Cittadella della Carità e che aveva accumulato un credito di 800mila euro  ed a fronte di questo debito, la Cittadella ha pensato bene di affidare alla Cooperativa Domus l’intero ramo d’azienda per 8 anni  per un valore di oltre 2milioni e mezzo di euro all’anno, anziché raggiungere un più vantaggioso accordo economico e concordare un piano di rientro come avrebbe fatto chiunque. Il risultato della “malagestione” della Fondazione è che l’ultimo bilancio di gestione ha subito con una perdita secca di 2milioni e mezzo”. E come avevamo indovinato noi, ha indovinato anche il “segnalatore” di STRISCIA LA NOTIZIA.  La gara bandita dall’ ASL Taranto è stata aggiudicata lo scorso 10 aprile ed ha vinto proprio la DOMUS COOPERATIVA. Siamo quindi tornati a fare delle ricerche sulla cooperativa di Taranto (e non solo…) ed abbiamo trovato anche in questo caso non poche coincidenze emerse dal certificato camerale. Infatti dando un’occhiata nelle 52 pagine della visura camerale della Cooperativa DOMUS, si fanno diversi incontri (tutti evidenziati in giallo), oltre a componenti della famiglia Maniglia, in particolare emerge un nome: quello di Eleonora Coletta. La signora in questione nel novembre 1997 aveva vinto un concorso pubblico dell’ASL Foggia (come si evince dal suo curriculum vitae) e secondo quanto riferitoci da fonti attendibili, nella commissione esaminatrice vi sarebbe stato guarda caso l’Avv. Stefano Rossi, attuale Direttore Generale dell’ASL Taranto. Ma la Coletta non contenta del concorso vinto è anche “Sindaco supplente” della Cooperativa DOMUS in un conflitto di interessi che è durato diversi anni, sino al 2003. Non è quindi un caso che la Coletta sia ritenuta persona molto “vicina” all’ Avv. Stefano Rossi, Direttore Generale, ancora per qualche mese, dell’ASL Taranto, il quale è stato molto felice di ritrovarsela da Foggia a Taranto, non conoscendo (???) probabilmente forse la stretta “parentela” della Coletta nel frattempo sposatasi con Dario Maniglia. Uno dei “dominus” della Cooperativa DOMUS. Mai come in questo caso è sempre valido il pensiero dell’indimenticato Giulio Andreotti, il quale sosteneva che “A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Chissà che questa volta qualcuno dell’Autorità Giudiziaria a Taranto, mentre Emiliano dorme…e non risponde alle nostre sollecitazioni giornalistiche ad esprimersi sulle vicende di questi giorni, nel vano tentativo di far scemare i riflettori accesi sulla vicenda che ha portato alle dimissioni (richieste) di Michele Mazzarano da assessore. Ma sono in molti coloro i quali adesso dovranno svegliarsi da un torpore…inusuale e sospetto, e indagare su cosa succede dietro le quinte della sanità pugliese e tarantina. E probabilmente sarebbe anche ora! 

Striscia la Notizia aveva ragione: l’appalto da 6 milioni di euro dell’ASL Taranto alla Cooperativa Domus era illegittimo, scrive il 17 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". Al direttore dell’ASL Taranto Stefano Rossi, peraltro in predicato di essere sostituito, non è restato altro che confermare la fuga di notizie ed aggiunge: “Grazie a Striscia la notizia abbiamo approfondito e siamo già intervenuti, anche segnalando il caso all’Autorità Giudiziaria” aggiungendo con forte imbarazzo che  “con ogni probabilità quella gara verrà annullata”. Una gara da 6 milioni di euro! Ci sono volute le gole profonde, i “veggenti” di Striscia la Notizia, i servizi divertenti e ficcanti dell’inviato Pinuccio, le nostre contestazioni alla Presidenza della Regione Puglia, con il governatore Michele Emiliano che detiene anche la delega alla sanità, sempre più silente ed assordante… per scoperchiare l’ennesimo conflitto d’interesse che regnava indisturbato ancora una volta nella gestione delle gare d’appalto all’interno dell’ASL Taranto. Il servizio andato in onda la scorsa settimana (vedi il video sopra) in cui l’inviato di Striscia la Notizia aveva rivelato in anticipo la ditta che avrebbe vinto un appalto per conto dell’ASL di Taranto. Al direttore dell’ASL Taranto Stefano Rossi, peraltro in predicato di essere sostituito, non è restato altro che confermare la fuga di notizie relativa all’aggiudicazione preannunciata da Striscia la Notizia in favore della Cooperativa DOMUS ed aggiunge: “Grazie a Striscia la notizia abbiamo approfondito e siamo già intervenuti, anche segnalando il caso all’Autorità Giudiziaria” aggiungendo con forte imbarazzo che “con ogni probabilità quella gara verrà annullata”. Una gara da 6 milioni di euro! Resta da chiedersi con quali presupposti vengono gestite queste gare, ed infatti il CORRIERE DEL GIORNO e proprio per questo motivo abbiamo cercato ancora una volta di andare sino in fondo ed identificare i tre componenti della commissione aggiudicatrice: presidente era la dr.ssa Giuseppina Ronzino(direttore del Distretto socio sanitario n.6 , ASL Taranto) e componenti il dr. Oliviero Capparella, (direttore del Distretto socio sanitario n.1 , ASL Taranto ) ed il dr. Vito Giovannetti, (direttore Struttura Complessa Socio-Sanitaria, ASL Taranto) il quale all’improvviso due anni fa è diventato anche giornalista pubblicista  grazie ad un’improvvisa iscrizione all’ Ordine dei Giornalisti di Puglia, titolo grazie al quale ha legittimato la sua posizione di responsabile dell’ufficio stampa che per anni ha esercitato illegittimamente e quindi illegalmente. Secondo le dichiarazioni di Rossi a Striscia la Notizia, uno dei tre componenti e cioè Oliviero Capparella avrebbe agito in conflitto d’interesse, avendo avuto in un recente passato dei rapporti di lavoro con la Cooperativa DOMUS. Da nostre fonti interne ai vertici dirigenziali dell’ASL Taranto abbiamo appreso in tarda serata dopo la messa in onda del servizio di Striscia la Notizia, che il direttore generale Stefano Rossi ha trasmesso il fascicolo alla commissione disciplinare, che in tal caso potrebbe addirittura licenziare il dirigente Capparella. Inoltre il direttore generale si appresta a presentare denuncia penale alla Procura della Repubblica per cercare di salvare delle proprie responsabilità indirette che sono sotto gli occhi di tutti. Come poteva il direttore Rossi non conoscere i rapporti non solo di Capparella ma anche della Ronzino con la Cooperativa DOMUS, nominandoli in commissione? Infatti la Ronzino ( a lato nella foto) era già stata presente in un’altra commissione composta da enti pubblici (Comune di Pulsano, Grottaglie)  in occasione della quale la prosecuzione del servizio di integrazione (mensa) scolastica ed extra scolastica anche per l’anno 2017/2018 era stato affidato in via diretta alla “societàCoop.va Domus fino alla data del 31.12.2017 con impegno della spesa necessaria, pari a complessive € 181.475,00 (di cui € 138.119,00 quale quota di compartecipazione degli utenti al servizio d’ambito ed € per 43.356,00 quale quota vincolata per attuazione del Piano Sociale di Zona“. E pensare che nel maggio 2016 proprio l’ASL Taranto aveva organizzato un “Seminario Formativo su Trasparenza e Anticorruzione nella Pubblica Amministrazione”, svoltosi presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi Bari, sede di Taranto, che aveva come ospite d’eccezione, il Presidente dell’ANM l’Associazione Nazionale Magistrati (all’ epoca dei fatti – n.d.r. )  Dott. Piercamillo Davigo che fece il quadro della corruzione in Italia illustrando possibili rimedi. Per Davigo “La prima caratteristica comune della corruzione è la serialità. Chi compie il reato di corruzione lo farà di nuovo, diventando seriale. Chi decide di fare spregio delle regole imbocca spesso una strada senza ritorno.”  “Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana rispetto a quelle europee è la mancanza di senso di appartenenza – aggiunse Davigo – il dipendente pubblico, in italia, non è orgoglioso di essere un dipendente pubblico. Bisogna ricostruire un processo di appartenenza. Se uno occupa un posto perchè ha vinto un concorso, sarà orgoglioso di se stesso e questo è uno dei migliori metodi contro la corruzione”. Altro aspetto su cui intervenire, sottolineava Davigo, “è il contesto, perchè non bisogna tenere conto solo del corrotto e del corruttore, ovvero di chi fa o riceve corruzione attiva, ma anche di quella passiva, cioè di tutti quelli che ricevono benefici e vantaggi da quest’azione. E a questa platea bisogna poi aggiungere un nocciolo di intermediari che a volte sono persone già espulse dalla pubblica amministrazione”. Poi Davigo concluse: “Non è pensabile fare la concorrenza alle mazzette con lo stipendio, dobbiamo tenere la gente che lavora nella pubblica amministrazione libera dal bisogno”. Ma forse quel giorno Rossi ed il “fido” Giovannetti erano troppi occupati a “scodinzolare” … intorno a Davigo! Un’imbarazzante coincidenza quella raccontata da Pinuccio il quale si è visto dare sulla sua pagina Facebook dell’ “idiota” ed “infame” da una tale  Monica Campolucci di Castellaneta , che guarda caso risulta essere un’attivista del PD di Castellaneta, la quale lavora per l’ ASL Taranto,  ed è considerata molto “vicina” a Michele Mazzarano, al punto da dedicargli sulla sua pagina Facebook un ampio servizio fotografico insieme a Massimo D’Alema! 

A Striscia la notizia caso Mazzarano parla un esponente del PD di Taranto: «avete aperto il vaso di Pandora quelli che dovrebbero intervenire stanno zitti», scrive il 13 aprile 2018 Striscia la Notizia". Stasera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) Pinuccio incontra un nuovo testimone che lavora nello staff provinciale del Pd di Taranto che rimarca le differenze che ci sono tra lui e altri esponenti dello stesso gruppo politico. Infatti, intervistato dall’inviato del Tg satirico sulla relazione tra il Pd e le persone assunte nelle società legate all’ASL, l’uomo ha detto: «Avete aperto il vaso di Pandora. Tutti quelli che dovrebbero prendere atto della situazione fanno parte di questo sistema, per questo stanno in silenzio».

Continuano i conflitti d’interesse all’ ASL Taranto. E la Procura della Repubblica di Taranto cosa fa…? Scrive il 19 aprile 2018 "Il Corriere del Giorno". Davanti a tutte queste rivelazioni, che peraltro il CORRIERE DEL GIORNO da anni denuncia e scrive, resta da chiedersi come mai la Procura della Repubblica di Taranto resti immobile senza affidare alcuna delega aperta come accadrebbe in tutt’ Italia alla Guardia di Finanza, preferendo aspettare che qualcuno dall’ ASL temendo il peggio… trasmetta delle carte in procura peraltro tardivamente, di fatto ammettendo le proprie omissioni ed abusi in atti d’ufficio. Pinuccio l’inviato pugliese del Tg satirico di Antonio Ricci ha scoperto che nella stessa gara d’appalto del valore di 6 milioni di euro, che con ogni probabilità verrà sospesa dopo le irregolarità denunciate da Striscia la Notizia (Canale5),  ha partecipato anche la Pam Service, una cooperativa amministrata da Addolorata Orlando una dipendente (assistente amministrativa) dell’ASL Taranto dal 2010, la quale guarda caso ha dato le dimissioni il mese scorso, dopo circa un anno di aspettativa, proprio in coincidenza dei primi servizi di Striscia e del CORRIERE DEL GIORNO sulla “parentopoli” tarantina. Striscia la Notizia ha scoperto che la stessa cooperativa Pam Service partecipa anche a un altro bando per la concessione di una residenza socio sanitaria per un valore di circa 3 milioni e mezzo di euro. Bando in cui nella commissione aggiudicatrice erano componenti 2 dei 3 dirigenti dell’ASL Taranto che facevano parte anche del bando annullato da 6 milioni di euro. Come meravigliarsi quindi di tutte queste illegalità, se questo era un vero e proprio “sistema” di illegalità regnante all’interno dell’ASL Taranto? Inoltre la Pam Service Cooperativa partecipa anche ad una gara in corsa per l’affidamento in concessione della gestione in accreditamento della residenza socio sanitaria assistenziale di Grottaglie. E tutto ciò nell’indifferenza più totale della Direzione Generale dell’ASL Taranto che sembra di fatto non effettuare alcun controllo sui partecipanti, ma ancor più grave sui propri dipendenti, preferendo perseguitare i giornalisti come nel caso di Nazareno Di Noi. Ma abbiamo scavato nel passato della Orlando ed abbiamo scoperto che, mentre era dipendente dell’ASL partecipava con la Cooperativa in qualità di rappresentante legale a dei bandi di gara dell’ASL TARANTO sottoscrivendo persino un dichiarazione di insussistenza delle cause di esclusione, in un bando di gara del valore di oltre 100mila euro! Imbarazzante il silenzio di Michele Emiliano, che è bene ricordare non è soltanto Governatore della Regione Puglia, detiene ad interim anche il ruolo di assessore regionale alla sanità/salute. Emiliano, infatti, interviene e parla sempre di tutto e su tutto, ma su questa vicenda tace e non proferisce parola. Come mai? Paura forse di qualche nuovo problema giudiziario che potrebbe coinvolgere i suoi “adepti” di corrente (Fronte Democratico n.d.r.) come Michele Mazzarano? Davanti a tutte queste rivelazioni, che peraltro il CORRIERE DEL GIORNO da anni denuncia e scrive, resta da chiedersi come mai la Procura della Repubblica di Taranto resti immobile senza affidare alcuna delega aperta come accadrebbe in tutt’ Italia alla Guardia di Finanza, preferendo aspettare che qualcuno dall’ ASL temendo il peggio… trasmetta delle carte in procura peraltro tardivamente, di fatto ammettendo le proprie omissioni ed abusi in atti d’ufficio. Forse questo immobilismo è conseguente alla “parentopoli” tarantina che coinvolge anche parenti di magistrati, giudici e dipendenti del Palazzo di Giustizia? Ma su questo state pur certi che presto ci saranno delle rivelazioni che faranno tremare anche il Palazzo di Giustizia di Taranto.

Voto di scambio: la Procura ha concluso le indagini su Michele Mazzarano chiedendo il suo rinvio a giudizio, scrive il 13 ottobre 2018 "Il Corriere del Giorno". Le indagini partirono dopo i servizi di “STRISCIA LA NOTIZIA” e del CORRIERE DEL GIORNO. Piccolo particolare che sfugge ai giornalisti locali, è che “l’indagato” per cui la Procura di Taranto ha richiesto il rinvio a giudizio è soltanto nei confronti di Mazzarano, e che quindi la sua strumentale contro querela di fatto non ha sortito alcun effetto. La Procura di Taranto ha notificato un avviso di conclusione delle indagini (ex art. 415 bis) per voto di scambio, atto siglato dal procuratore capo, Carlo Maria Capristo e dall’aggiunto Maurizio Carbone, nei confronti di Michele Mazzarano (Pd) l’ex assessore regionale della Regione Puglia, richiedendone il suo rinvio a giudizio, a seguito delle indagini svolte conseguenti all’inchiesta di “Striscia la notizia” ed ai servizi del CORRIERE DEL GIORNO. Mazzarano attuale semplice consigliere regionale, ed ex capogruppo del Pd, si era dimesso dalla giunta guidata da Michele Emiliano lo scorso 22 marzo in seguito al servizio di “Striscia la notizia” in cui un testimone, Emilio Pastore, lo aveva accusato di avergli promesso di assumere i suoi due figli in cambio della concessione gratuita di un locale per la campagna elettorale delle regionali del 2015. Con una dichiarazione all’ ANSA Mazzarano ha confermato di aver “ricevuto nei giorni scorsi l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura di Taranto in merito alla presunta vicenda risalente alla campagna elettorale regionale del 2015 secondo cui avrei promesso posti di lavoro in cambio di un comitato elettorale. La Procura ha fatto le sue verifiche e io ho contribuito, anche con una mia denuncia, all’accertamento della verità. Sono pronto a fornire ulteriori spiegazioni al fine di ottenere l’archiviazione e sono fiducioso nel lavoro e nel rigore dei magistrati”. Sembra di rileggere le stesse dichiarazioni dei precedenti procedimenti penali da cui Mazzarano si è salvato solo grazie alla prescrizione. Piccolo particolare che sfugge ai giornalisti locali, è che “l’indagato” per cui la Procura di Taranto ha richiesto il rinvio a giudizio è Mazzarano, e che quindi la sua denuncia strumentale nei confronti di Emilio Pastore, colui che con le sue dichiarazioni a “Striscia” fece venire a galla la torbida vicenda e le squallide dichiarazioni del consigliere regionale massafrese non ha sortito alcun effetto. Infatti Mazzarano nella sua dichiarazione all’ ANSA non la dice tutta, omettendo di raccontare che è stato interrogato dalla Procura proprio qualche giorno prima dell’avviso di conclusione delle indagini ma evidentemente la sua versione non ha convinto il procuratore aggiunto Maurizio Carbone, che ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari insieme col procuratore della Repubblica, Carlo Maria Capristo. Alla loro attenzione è finita anche la denuncia di Mazzarano nei confronti coloro che avevano fatto scoppiare il caso. Gli accertamenti delegati agli investigatori Digos della Questura di Taranto, fino a ora sembrano aver riscontrato quanto denunciato dall’ex guardia giurata Emilio Pastore, che non soltanto raccontò la sua storia in tv, ma firmò anche due esposti, diventando di fatto il teste “principale” dell’inchiesta. A proposito dove sono finiti i “garantisti a gettone” (in particolare un giornalista “esperto” di mazzette) che sostenevano che Striscia la Notizia cercasse soltanto audience televisivo con la sua inchiesta?

L'Appia Energy e quel "boschetto" scomparso a Massafra, scrive il 15 ottobre 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". La vera storia sul raddoppio della centrale termoelettrica alimentata a rifiuti dell’Appia Energy. Fare chiarezza e portare un pò di legalità dalle parti di Massafra non farebbe male.  5000 metri quadri di bosco non scompaiono all’improvviso…. Quello che appare incredibile dopo aver visto i servizi del noto programma televisivo “Striscia la Notizia” è il silenzio ed il disinteresse della Procura di Taranto sul raddoppio della centrale termoelettrica alimentata a rifiuti dell’Appia Energy di Massafra (51% Gruppo Marcegaglia, 49% Cisa spa) ed in particolare del procedimento autorizzativo, VIA-AIA coordinato, da parte della Provincia di Taranto rilasciato con Determinazione Dirigenziale 7 settembre 2012, n. 93. Per capire meglio quello che è accaduto a Massafra, occorre seguire la sequenza temporale dell’intera vicenda. L’ Architetto Luigi Traetta cioè lo stesso dirigente del “caso dirigenti” arrivato al Quirinale, nel novembre 2012 esprimeva il parere positivo del Comune di Massafra (con sindaco Martino Tamburrano) già illustrato il 20 luglio 2012 in conferenza di servizi. Secondo Traetta, (a sinistra nella foto) vi erano i perimetri necessari. L’avvocato Giampiero Mancarelli, attuale segretario provinciale del PD, all’epoca dei fatti assessore all’ambiente della Provincia sotto la presidenza Florido (resta in carica fino a maggio 2013), chiese spiegazioni nel novembre del 2012 all’ex assessore regionale all’ ambiente Barbanente per capire la posizione dell’Ente Regionale rispetto alle autorizzazioni. La Regione Puglia rispose alla Provincia ribadendo il fatto che l’impianto rappresentava un’opera di rilevanti trasformazione che contrastavano con gli ambiti territoriali confermando in sintesi il parere negativo e aggiungendo che nelle more la Regione voleva cercare di lenire le sofferenze di quel territorio già compromesso dalla diossina. Successivamente dopo che la Regione Puglia aveva segnalato la presenza di vincoli legati a boschi e machine e area protetta dalle gravine, l’autorizzazione della Provincia di Taranto venne ritirata. La Provincia a quel punto revocò le autorizzazioni ad Appia Energy con la propria determinazione del 7 gennaio 2013 ai fini dell’acquisizione dell’attestazione di compatibilità paesaggistica da parte della Regione Puglia. Nel 2014 Appia Energy si rivolse al TAR di Lecce vincendo il ricorso con una sentenza esecutiva e quindi Appia poteva iniziare i lavori, ma la sentenza del Tar venne impugnata nel 2015 dalla Regione e dalla Provincia di Taranto dinnanzi al Consiglio di stato. E qui accade l’inverosimile, che secondo noi dovrebbe far accendere i riflettori della magistratura. Appia Energy a questo punto chiese al Comune di Massafra un’attestazione sulle misure e sui vincoli.  Ebbene pensate che efficienza… il dirigente Luigi Traetta nel giro di sole 4 ore della stessa mattinata riceveva richiesta da Appia Energy, società rappresentata dall’imprenditore massafrese Tonino Albanese,  andava sul campo a fare le misurazioni, confrontava il tutto con i piani paesaggistici, scriveva la relazione, la protocollava e la consegnava ad Appia Energy, ed incredibilmente   sempre nell’arco di  quelle stesse 4 ore,  Appia Energy riusciva a consegnare a mano l’attestazione rilasciata dal Comune di Massafra, alla cancelleria  del Consiglio di Stato a Roma. Resta da chiedersi a questo punto se il Comune di Massafra si fosse dotato di aereo privato o elicottero per consentire al suo dirigente arch. Traetta un’impresa possibile solo in qualche “fiction” televisiva! L’avvocato della Regione Puglia evidenziò al Consiglio di Stato questa “anomala” (per non dire sospetta…) giornata di intenso lavoro del dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Massafra, degna della super efficienza… del dirigente Luigi Traetta trasformatosi nelle vesti di “Batman” o dell’attore Tom Cruise in una delle sue tante “Mission Impossible”! Dopo qualche mese, questa volta è però il Consiglio di Stato a decidere di non fidarsi nè della Regione Puglia nè del Comune di Massafra, nè della Provincia di Taranto inviando dei propri verificatori, e qui venne alla luce la storia incredibile di quei famosi strategici 99 centimetri del” boschetto” massafrese. Dalla precedente decisione del Consiglio di Stato (fine 2015) all’arrivo dei verificatori del Consiglio di Stato (maggio 2016) scompaiono come se niente fosse, e senza che nessuno degli enti pubblici territoriali se ne accorgesse…la bellezza di 5000 ettari di bosco.  A portare alla luce l’accaduto è l’avvocato Semeraro della Provincia di Taranto, il quale dopo la visita dei verificatori sottolinea la presenza di una mano umana dietro la scomparsa del bosco.  I verificatori, infatti proprio in virtù di questa scomparsa riuscirono a verificare una distanza di 100,99 metri dall’impianto. E proprio grazie ai quei 99 centimetri l’opera poteva essere realizzata e quindi il Consiglio di Stato confermò la precedente decisione del Tar e quindi ad Appia Energy. A seguito della sollecitazione di una vera e propria sorta di sommossa popolare, il Comune di Massafra portò la questione in consiglio riunitosi in terza convocazione. Il sindaco Tamburrano si astenne, ma nonostante il consiglio comunale a maggioranza disse di “no” all’opera, purtroppo era ormai troppo tardi in quanto l’iter amministrativo era già ormai in atto e  con la sentenza del Consiglio di Stato si era arrivati alla fine del processo autorizzativo. In realtà la Provincia di Taranto guidata da Martino Tamburrano avrebbe potuto fare qualcosa, se soltanto lo avesse voluto… rispettando innanzitutto il voto del Consiglio comunale di Massafra, in quanto il provvedimento VIA-AIA emesso dalla Provincia di nel 2012 aveva una sua naturale scadenza fissata al 07 settembre 2017. Ma poteva mai fare Tamburrano un torto del genere al suo “amico” Tonino Albanese, azionista e rappresentante legale dell’Appia Energy? I fatti parlano eloquentemente. La Società Appia Energy presentò non a caso il 25 agosto 2017 un’istanza di proroga, a fronte della quale la Provincia di Taranto non esitò un solo attimo, ed infatti dopo soli 5 giorni, cioè il 1 settembre 2017 concedette la proroga richiesta, firmata della dottoressa D’Arcangelo ex segretaria generale del Comune di Massafra (considerata una “fedelissima” di Martino Tamburrano che l’ha portata con se alla Provincia di Taranto) insieme al “fido” architetto Lorenzo Natile. La proroga volendo poteva non esser concessa dalla Provincia di Taranto, sopratutto se si tiene conto che la sentenza del Tar essendo esecutiva permetteva ad Appia Energy di avviare il cantiere, e il 24 luglio 2018 l’arch. Natile ha predisposto celermente un provvedimento favorevole di riesame dell’AIA l’Autorizzazione integrata ambientale chiudendo così, di fatto, l’iter amministrativo. Ma vi è un ulteriore passaggio. Infatti oltre a questo impianto vi è un terzo impianto per “essiccamento e recupero energetico dei fanghi” impianto termico che produce un fango essiccato con un potere calorifico capace di alimentare una centrale termoelettrica annessa all’essiccatore.  Anche in questo caso ARPA Puglia espresse parere negativo il 4 luglio 2017. Ma indovinate cosa ha fatto Natile l’11 aprile 2018? Puntualmente… ha espresso il proprio parere favorevole! Soltanto coincidenze..? Il Comune di Massafra, questa volta guidato dal neo-eletto ed attuale sindaco Avv. Fabrizio Quarto, alla guida di una lista civica che aveva asfaltato alle elezioni amministrative la maggioranza politica di centrodestra di Tamburrano, ha portato davanti al Tar quest’ultima autorizzazione. Ma incredibilmente la Regione Puglia si è addormentata…proprio quando potrebbe ancora intervenire attraverso due possibilità: revocare la delega data alla Provincia di Taranto nell’erogazione di autorizzazioni VIA AIA, ed opporsi alla sentenza del Consiglio di Stato per sopraggiunti elementi come appunto la scomparsa improvvisa del boschetto. Un opposizione che a questo punto potrebbe fare anche la Provincia di Taranto. Ma i candidati Rinaldo Melucci (centrosinistra) e Giovanni Gugliotti (centrodestra) avranno mai il coraggio “politico” di mettersi contro il loro “amico” Tonino Albanese? Abbiamo più di qualche dubbio…. Come dicevano i latini “cogito, ergo sum” (trad. “dubito quindi esisto”). Ed in questo caso il dubbio è molto ma molto vicino alla realtà. Esiste però secondo noi anche una terza via: quella della magistratura. Fare chiarezza e riportare un pò di legalità dalle parti di Massafra non farebbe male.  5.000 metri quadri di bosco non possono scomparire all’improvviso… ed è per questo motivo che questo articolo è stato da noi inviato alla Procura di Taranto ed alla Guardia di Finanza nonchè alle varie Autorità competenti (come documentiamo sopra), affinchè vengano effettuate delle dovute necessarie indagini giudiziarie e finalmente fatta chiarezza su una vicenda che definire “torbida”, è sin troppo elegante, trattandosi di vera e propria “spazzatura” a 360 gradi!

LO STRANO CASO DELLA CENTRALE TERMOELETTRICA DI MASSAFRA, scrive il 15 maggio 2018 Striscia la Notizia. Nella gestione dei rinnovi della centrale è coinvolto un dirigente provinciale già condannato per tentato abuso d'ufficio.

A Striscia la notizia appaltopoli in Puglia: lo strano caso della centrale elettrica di Massafra, scrive il 15 maggio 2018 Mediaset. Stasera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) Pinuccio torna a parlare degli appalti in Puglia. In questi giorni si devono rinnovare le autorizzazioni per la centrale termoelettrica di Massafra alimentata a rifiuti. Nella gestione dei rinnovi è però coinvolto un dirigente provinciale già condannato per tentato abuso d'ufficio e che dunque non potrebbe ricoprire quel ruolo. Nonostante questo, Martino Tamburrano, Presidente della Provincia di Taranto, ha confermato la legittimità del dirigente.

APPALTOPOLI PUGLIESE, TESTIMONIANZA SU TAMBURRANO, scrive il 14 maggio 2018 Striscia la Notizia. Parla Roberto Falcone, ex amministratore pubblico, sollevato dall'incarico dal Presidente della Provincia Tamburrano. Stasera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) Pinuccio intervista Roberto Falcone, l’ex amministratore unico della Ctp (l’azienda dei trasporti della provincia di Taranto) sollevato dall’incarico, nei giorni scorsi, dal Presidente della Provincia, scrive il 14 maggio 2018 "Opinione". Falcone, ai microfoni dell’inviato del Tg satirico, ha detto: «Sono stato revocato con grande perplessità. Ho contestato più volte le ingerenze del signor Tamburrano che si traducevano in richieste esplicite per l’assegnazione di servizi a taluno rispetto ad altri, assunzioni particolari, nulla che rispetta la legalità. Inoltre, Tamburrano continua a essere Presidente di Provincia quando non potrebbe più esserlo per legge in quanto non è più sindaco di Massafra dal 2016».

CONCORSOPOLI PUGLIESE, scrive l'11 maggio 2018 Striscia la Notizia. Pinuccio controbatte punto per punto le accuse del presidente della Provincia di Taranto Tamburrano.

I DIRIGENTI DI MASSAFRA, scrive il 10 maggio 2018 Striscia la Notizia. Pinuccio prosegue l'inchiesta su dirigenti del comune con procedimenti penali.

MASSAFRA, ATTI NON VALIDI?, scrive l'8 maggio 2018 Striscia la Notizia. News sui dirigenti del comune di Massafra assunti con un concorso definito nullo dall'ex Presidente della Repubblica.

Pinuccio prosegue l’inchiesta sui dirigenti del comune di Massafra assunti con un concorso definito nullo dall’ex Presidente della Repubblica, scrive il 10 maggio 2018 Opinione. Uno di questi responsabili comunali sarebbe stato successivamente assunto dalla provincia di Taranto mediante un’altra prova a cui non avrebbe potuto partecipare. Nel regolamento del concorso provinciale, infatti, è chiaro che i candidati non devono avere procedimenti penali in corso. Il dirigente di Massafra vincitore, invece, non solo aveva procedimenti penali in corso, ma addirittura era già stato condannato, in secondo grado, con l’interdizione ai pubblici uffici. Nonostante ciò, il responsabile avrebbe firmato numerosi atti soprattutto sulla gestione dei rifiuti pugliesi.

Provincia, assunzione con il “giallo”, scrive Lunedì 18 Dicembre 2017 Michele Montemurro su "Il Quotidiano Di Puglia". Il presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano, ha nominato lo scorso 15 novembre due nuovi dirigenti «a tempo determinato», dopo aver effettuato un avviso pubblico di selezione: si tratta dell’architetto Lorenzo Natile al Settore Pianificazione e Ambiente e dell’architetto Raffaele Marinotti al Settore Tecnico. Nomine che si sarebbero rese necessarie dopo il pensionamento nei mesi scorsi di alcuni dirigenti. L’avviso pubblico, all’articolo 2 - Requisiti per l’ammissione, contempla l’«assenza di condanne penali, anche non definitive per reati che impediscono, ai sensi delle vigenti disposizioni, la costituzione del rapporto di impiego con la Pubblica Amministrazione». Nel caso dell’architetto Lorenzo Natile, neo dirigente alla Pianificazione e Ambiente, risulta tuttavia una condanna per un presunto tentato abuso d’ufficio in primo grado di otto mesi, con interdizione temporanea dai pubblici uffici per la stessa durata della pena, con pena sospesa e non menzione, inflittagli il 27 ottobre 2014 e depositata in cancelleria il 26 febbraio 2015 quando all’epoca dei fatti era componente della commissione di gara del Comune di Massafra per l’affidamento dell’appalto di servizi di raccolta di rifiuti solidi urbani ed assimilati e dei servizi di igiene e sanità pubblica, al tempo stesso in cui Tamburrano, estraneo alla vicenda, era sindaco del Comune di Massafra e già presidente della Provincia. Condanna che per Natile è stata confermata, anche se ridotta a quattro il 12 luglio 2017 dalla Corte di Appello di Lecce Sezione distaccata di Taranto, dunque prima della pubblicazione dell’avviso della Provincia, e depositata il 6 dicembre scorso in cancelleria, con una pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di un anno. Processi, tra l’altro, nei quali la Provincia stessa si è costituita parte civile e risulta informata sui fatti, tanto che mercoledì scorso, 13 dicembre, con una nota protocollata dall’Avvocatura dell’ente e indirizzata a presidente e segretario generale, Tamburrano e D’Arcangelo hanno ricevuto la sentenza di Appello e pertanto sono stati messi direttamente a conoscenza dei fatti. Alla scadenza del termine fissato alle ore 12 del 31 ottobre scorso, sono pervenute alla Provincia sedici domande di partecipazione all’avviso per la nomina dei due dirigenti: sette sono stati esclusi e nove sono stati ammessi. I nominativi sono stati valutati da un’apposita commissione valutatrice. Tra gli ammessi figurava anche quel funzionario della Provincia, l’architetto Paolo Caramia, che in passato aveva rifiutato la poltrona di dirigente del settore Ambiente: una nomina, la sua, che avrebbe fatto risparmiare soldi all’ente trattandosi di un “interno”. Ma le scelte del presidente, com’è noto, sono state altre e, rispetto a quanto si legge nel suo decreto, ha nominato i due dirigenti il giorno stesso, il 7 novembre, che la commissione valutatrice gli ha trasmesso la nota contenente gli esiti della selezione pubblica. Secondo quanto pubblicato nell’avviso, realizzato su disposizione del presidente del 4 ottobre 2017, Natile ricopre il ruolo di dirigente al settore “Ambiente” che comprende: Aree protette, parchi naturali, protezione naturalistica e forestale, rifiuti, autorizzazione unica ambientale, pianificazione territoriale, sicurezza sul lavoro interna, impianti termici. Mentre Marinotti ricopre il ruolo di dirigente al settore “Lavori pubblici” che comprende: Edilizia sismica, demanio idrico, beni demaniali-patrimoniali-espropri, viabilità ed infrastrutture stradali, progettazione-manutenzione scuole ed immobili provinciali, pianificazione opere pubbliche, rapporti con il Gse - fonti di energia alternativa. Sempre secondo l’avviso, i due incarichi sono «nelle more delle assunzioni dei dirigenti a tempo indeterminato e comunque fino alla scadenza del mandato del Presidente».

Confessione di un ex dirigente di Forza Italia. ​Non posso fare a meno di congratularmi con me stesso per aver assunto, circa tre anni orsono, la decisione, in verità molto sofferta..., scrive sabato 3 febbraio 2018 su "lavocedimanduria.it" Giuseppe Nuzzo. Non posso fare a meno di congratularmi con me stesso per aver assunto, circa tre anni orsono, la decisione, in verità molto sofferta, non solo di dimettermi da coordinatore del circolo di “FORZA ITALIA” di Manduria, ma anche di prendere le distanze dal predetto partito in cui avevo creduto sin dal 1994 e per il quale avevo speso generosamente energie e risorse. A condurmi a quella decisione fu la inqualificabile condotta del coordinatore regionale Vitali che, dopo aver assicurato la candidatura alle regionali al mio amico Morgante invitandolo a “stampare i manifesti”, ventiquattro ore prima del termine di scadenza, lo escluse dalla lista senza neppure avvertirlo: a distanza di anni si è appreso che Vitali agì in quel modo per ubbidire agli ordini di altra candidata che, evidentemente, non gradiva la scomoda presenza di Luigi Morgante. Non si trattò certamente di una vicenda edificante e l’idea che ricavai fu quella della politica intesa come un fatto privato, da consumarsi in “famiglia”. Oggi sembra ripetersi lo stesso copione, magari con tinte più fosche, anche se ormai guardo ciò con totale distacco. Invito tutti coloro che hanno ancora il senso del bene comune e, nel contempo, rispetto della propria dignità a dare uno sguardo alle candidature di Forza Italia per le prossime politiche. A Taranto è candidata al senato la moglie del presidente della provincia Martino Tamburrano di Massafra (non bastava un politico in famiglia), alla camera una avvocatessa vicina al predetto ed anche ella di Massafra. Nel nostro collegio è candidato l’alter ego di Vitali così Francavilla avrà due parlamentari. Complimenti coordinatore regionale: ottima scelta! Sono davvero felice di non esserci in un simile sodalizio anche se la consapevolezza di non poter prescindere dalla politica da cui dipende il futuro dei nostri figli, mi spinge a nutrire ancora nuove speranze che non posso che riporre nel movimento cinque stelle: ignoro chi siano i candidati, probabilmente non li conoscerò neppure e forse inconsciamente non li voglio conoscere, ma sicuramente non saranno espressione di cinici giochi di potere consumati sulla pelle dei cittadini. Giuseppe Nuzzo.

Il presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano accusa Striscia. Pinuccio controbatte punto per punto, scrive Mediaset l'11 maggio 2018. Stasera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) Pinuccio controbatte punto per punto alle dichiarazioni di Martino Tamburrano, il Presidente della Provincia di Taranto che questa mattina in una conferenza stampa si è scagliato contro il Tg satirico di Antonio Ricci. In particolare, Tamburrano ha contestato l’inchiesta di Striscia sul dirigente che, nonostante una sentenza di condanna, è stato assunto al Comune di Massafra e alla Provincia di Taranto proprio quando Tamburrano era a capo di quegli enti.

Martino contro Pinuccio: «Sciacallaggio politico sulle nomine dei dirigenti»​, scrive domenica 13 maggio 2018 tarantobuonasera.it. “E’ in atto uno sciacallaggio politico, bisogna prima esaminare i documenti e poi giudicare”. Così il presidente della Provincia, Martino Tamburrano, che ieri mattina ha tenuto una conferenza stampa per replicare a “Pinuccio” inviato pugliese di “Striscia la Notizia” in merito ad un servizio in cui si parla di presunte irregolarità nelle nomine di due dirigenti del Comune di Massafra durante le amministrazioni guidate dello stesso Tamburrano. “Nel 2010 è stato bandito un concorso a Massafra per l’assunzione di dirigenti. Due dei candidati esclusi hanno fatto ricorso al Tar di Lecce e in seguito a quei ricorsi finora l’unica sentenza emessa da un organo giudicante ha stabilito il regolare svolgimento del concorso. Ora il giudizio è pendente al Consiglio di Stato - ha spiegato Tamburrano - una vicenda per la quale sono state presentate numerose denunce, tutte archiviate dalla magistratura.” Tamburrano ha poi mostrato il certificato del casellario giudiziale presentato da uno dei candidati ammessi a quel concorso, dal quale non risulta nessun carico pendente all’epoca dei fatti. “Nessuna diffida del Ministro è arrivata al Comune di Massafra - ha spiegato il presidente della Provincia - e in merito al dirigente della Provincia condannato per una vicenda giudiziaria abbiamo ricevuto parere positivo sia dal Prefetto che dall’Anac affinchè continuasse a svolgere il proprio lavoro”. Ieri sera da Striscia sono arrivate le repliche a Tamburrano. Sulla questione intanto è intervenuto il deputato del Movimento 5 Stelle, Giovanni Vianello, che ha inviato una segnalazione all’attenzione dell’Anac. “L’Anticorruzione chiarisca se il responsabile del settore Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto possa ricoprire il ruolo che gli ha assegnato Tamburrano - ha dichiarato Giovanni Vianello - ho presentato con formale richiesta a Cantone un esposto: in base al decreto legislativo 39/2013, adottato in attuazione della legge Severino, si profilerebbe per il dirigente della Provincia di Taranto uno stato di inconferibilità degli incarichi dirigenziali, in quanto lo stesso risulterebbe condannato in secondo grado per il reato di tentato abuso d’ufficio-specifica il deputato del Movimento 5 Stelle - sebbene sia stata concessa al dirigente la sospensione condizionale della pena, l’inconferibilità di incarichi dirigenziali sussiste ugualmente, come la stessa Autorità ha confermato in altre occasioni. Pertanto - conclude il deputato pentasellato Giovanni Vianello - al fine di prevenire situazioni ritenute anche potenzialmente portatrici di conflitto di interessi o, comunque, ogni possibile situazione contrastante con il principio costituzionale di imparzialità, e nell’interesse supremo alla tutela della legalità della pubblica amministrazione, ho ritenuto necessario procedere alla segnalazione, anche perchè il dirigente della Provincia è il firmatario di tre disastrose autorizzazioni legate allo smaltimento di rifiuti nel Tarantino”.

Tamburrano chiama, Pinuccio “non risponde”, scrive l'11 maggio 2018 Pietro Dragone su periodicodaily.com. Conferenza stampa di stamane tenuta dal Presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano per rispondere ai servizi televisivi andati in onda su canale 5 a cura di “Pinuccio” di “Striscia la notizia”. Tutto ciò, mentre sulla nostra regione si profila maleodorante l’ombra di nuovi rifiuti in arrivo. Si è svolta stamane la conferenza stampa del Presidente della Provincia Tamburrano, in merito alle notizie apparse durante il servizio condotto da Alessio Giannone, conosciuto come “Pinuccio”, andato in onda durante la puntata del TG satirico “Striscia la notizia”. All’incontro con i giornalisti, era stato invitato anche Pinuccio con le telecamere di “Striscia la notizia” al fine di garantire il diritto di replica del Presidente della Provincia. Presenza che invece, non c’è stata, così come il contraddittorio. “Questo è il segno che si tratta solo di un buffone e di un azzeccagarbugli, lui e tutta la ciurma politica che ha intervistato”. Sono state queste le prime, dure, parole, indirizzate contro chi era presente nei servizi di “Striscia la notizia”, che il presidente ha rivolto ai giornalisti presenti in sala. Proseguendo, Tamburrano ha dichiarato la volontà di voler portare in tribunale i sopracitati. Ma facciamo un passo indietro. Nel 2010, quando Tamburrano era al suo primo mandato da Sindaco di Massafra, insieme al segretario generale e al dirigente per le Risorse Umane, bandirono i concorsi per dirigenti. Non per la necessità di “piazzare” alcuni professionisti ma perché allora “la legge imponeva che entro il 31 dicembre di quell’anno gli enti locali si dovevano munire di dirigenti a tempo indeterminato e non a contratto determinato come era stato fatto nei dieci anni precedenti il suo mandato”. Il concorso fu bandito, così “come previsto dalla legge, modificando il regolamento di accesso anteponendo la prova orale a quella scritta”. La motivazione: accelerare i tempi e non, limitare la partecipazione. Questo regolamento consentì di espletare il concorso nei tempi giusti. Al concorso furono ammessi quattro candidati, due dirigenti tecnici, un dirigente ai Servizi Sociali e un dirigente Comandante. Dirigenti che il Comune di Massafra, ereditato da Tamburrano all’epoca, non aveva. Due candidate escluse, fecero ricorso. “Ricorso di cui parla Pinuccio”. La prima candidata esclusa si rivolse direttamente al Capo dello Stato, l’altra al TAR Lecce. “L’unica sentenza – spiega il Presidente della Provincia – emessa dal TAR di Lecce è detenuta dal Comune di Massafra, è indirizzata nei confronti della Dott.ssa La Pagliara, vincitrice del concorso e alla quale fu assegnata la dirigenza dei Servizi Sociali”. Il procedimento di cui parla invece Pinuccio è quello del Capo dello Stato, dove non c’è contraddittorio: il ministero prepara un parere, all’epoca negativo, determinando, parlando del regolamento, l’annullamento esclusivamente del solo concorso del dirigente Comandante. Gli altri dirigenti, “sono legittimati” nelle loro mansioni istituzionali. “Anzi – aggiunge Tamburrano – si pensi che il direttore del servizio finanziario ha perfino vinto un altro concorso”. Ma non fare riferimento alla sentenza del TAR di Lecce, per Tamburrano, è un “artifizio immorale” fatto da Pinuccio e da quella che per tutta la conferenza ha definito “ciurma politica” intervistata. Riferendosi poi alla “facoltà di autotutela” dell’ente che emittente gli atti, Tamburrano ha dichiarato che non fu utilizzata in quel caso perché la sentenza del TAR di Lecce era esecutiva. La valutazione sull’autotutela è stata anche oggetto di indagine penale che, con l’archiviazione, in un passaggio della sentenza il PM dichiarò “legittimo non fare”. Su quella vicenda si sono succedute tra l’altro, molte denunce, tutte regolarmente visionate da una procura “attenta e onesta come quella di Taranto” che ha archiviato tutto. “Evidentemente – ha sottolineato il Presidente Tamburrano – qualcuno voleva ricoprire quei posti senza meriti”. Al comune di Massafra molte persone avevano anche fatto denunce, prima, durante e dopo il concorso; poi, tutte cadute, con decreti di archiviazioni emessi da giudici diversi. “Pinuccio – dice Tamburrano – queste archiviazioni non le ha mai citate nei suoi servizi su canale 5”. Quello che dice Pinuccio, riguardo ai giudici, è che “uno dei giudici si ritirò perché conosceva una imputata, ciò che non dice è che fu subito prontamente sostituito”. Già nel 2011, sei mesi dopo, due altre archiviazioni di un altro giudice, si sono susseguite. Rispettivamente il 28 febbraio 2011 e il 15 novembre 2011. Inoltre nessuna diffida da parte del Ministero è mai arrivata al Comune di Massafra. Tra i requisiti di ammissibilità al concorso, c’era una clausola che sanciva che il candidato non doveva aver riportato condanne penali o avere procedimenti penali e/o amministrativi in corso ovvero procedimenti per l’applicazione di misure di sicurezza e prevenzione (perdita della libertà), così come non doveva avere precedenti giudiziari come quelli descritti nel casellario giudiziale. Tamburrano ha poi mostrato il casellario giudiziario di uno dei candidati ammessi al concorso, dal quale non risulta nessun carico pendente all’epoca dei fatti, “secondo la legge Severino”. I candidati sono stati quindi ammessi a quel concorso avendo diritto a partecipare. In merito poi, al dirigente della Provincia condannato per una vicenda giudiziaria, Tamburrano ha riferito che a tal proposito ha ricevuto parere positivo sia dal Prefetto che dall’ANAC affinché il dirigente in questione continui a svolgere il proprio lavoro. E tornando su Pinuccio: “Ha infangato l’operato dei magistrati tarantini. Ha infangato una città laboriosa, una città che era cresciuta a livello internazionale. Associare la mia città ai rifiuti, significa danneggiare tutto un territorio. Questo hanno fatto, quel buffone insieme alla ciurma che aveva alle spalle. Ha mandato in onda solo la relazione del carabiniere, poi smontata punto per punto dal magistrato, con l’archiviazione del PM Bruschi e del GIP De Simone”. Relazione del carabiniere che per altro, a detta del Presidente, è stata affidata a un penalista per verificare la presenza di tracce di abuso. “Ma di ciò nessuna traccia in tv! Tutto tagliato e manipolato. Hanno tagliato anche il video dell’attuale sindaco di Massafra, Fabrizio Quarto”. “Non ho avuto la possibilità di replicare a quel servizio televisivo” ha affermato il Presidente Tamburrano. In conclusione, secondo il Presidente della Provincia quel servizio si basa solo su alcune informative degli inquirenti, indagini poi archiviate dalla Magistratura. Tutto ciò avviene mentre “la Regione Puglia non ha ancora un piano per i Rifiuti”. Proprio ieri sono stati chiamati tutti i dirigenti delle discariche ai quali è stato comunicato che “giungeranno altri rifiuti nella nostra regione, in maniera emergenziale” ha annunciato Tamburrano a fine conferenza stampa insistendo sulla volontà di avere un confronto pubblico con Emiliano affinché “racconti la verità ai pugliesi”.

La legge ed il giornalismo dei “prescritti”. Dover ammettere la propria manifesta incapacità di fare un’inchiesta giornalistica, il fatto di non essere mai stato capace di rivelare qualcosa di utile che abbia fatto scaturire un’indagine, un processo, deve pesare molto, per chi è “specializzato” esclusivamente nella pubblicazione di atti processuali e veline della Procura di Taranto spacciati per articoli, o nel fare “interviste in ginocchio”, scrive Antonello de Gennaro il 13 maggio 2018 su "Il Corriere del Giorno". Il giornalista-sindacalista Mimmo Mazza con alle spalle un passato di rappresentante di seggio per conto del Partito Comunista Italiano a San Marzano di San Giuseppe, dove venne condannato per brogli elettorali, salvandosi successivamente in appello grazie alla “prescrizione”, è diventato negli ultimi tempi il “paladino” dei massafresi, o meglio in realtà di “qualche” massafrese. Proprio lui che osteggiava sui social network l’avvenuta elezione del “massafrese” Martino Tamburrano alla presidenza della Provincia di Taranto…! Leggere quanto scrive oggi su “La Mazzetta del Mezzogiorno” (come il quotidiano La Repubblica definì anni fa la Gazzetta del Mezzogiorno all’epoca dei fatti quando venne arrestato un suo direttore) e cioè che “i massafresi sono al centro di una campagna mediatica” presentandola come “la Tebaide d’ Italia, ovvero quello che per anni è stato celebrato per luogo incastonato tra gli insediamenti della civiltà rupestre e bizantine” esaltandola come “uno splendido luogo di grande quiete e silenzio”  fa a dir poco stramazzare al suolo dalle risate. Probabilmente per Mazza dover ammettere la sua manifesta incapacità di fare un’inchiesta giornalistica, il fatto di non essere mai stato capace di rivelare qualcosa di utile che abbia fatto scaturire un’indagine, un processo, deve pesare molto, essendosi egli “specializzato” esclusivamente nella pubblicazione di atti processuali e veline della Procura di Taranto, o a fare “interviste in ginocchio” come scrisse giustamente tempo fa il Nuovo Quotidiano di Puglia deve risultare a dir poco amaro. Ma tutto ciò capita a chi viene assunto da un giornale soltanto a seguito di una causa di lavoro…Come non dare quindi ragione a Pinuccio quando scrive oggi sulla sua pagina Facebook “Quindi dopo i servizi sulla controversa politica a Taranto ignorati dalla stampa locale, oggi la Gazzetta del Mezzogiorno esce dopo settimane con un articolo in difesa della politica tarantina con affermazioni (allucinanti n.d.a.) in linea con quello che ha detto Tamburrano nella conferenza stampa quasi accusandomi di buttare fango sul territorio. Diceva bene chi affermava che quel giornale è buono solo per vendere le cozze”. Evidentemente a Mazza stanno più a cuore gli affari ed interessi di un noto imprenditore “massafrese” della spazzatura, a lui notoriamente molto “vicino”, che finanziava pubblicitariamente “Ribalta di Puglia” una rivista di campagna di cui il Mazza era direttore responsabile, prima che il Presidente sul Tribunale di Taranto su nostra istanza la cancellasse dal registro della stampa, nonostante venisse comunicato il cambio di direttore, con l’avvento (sulla carta, e peraltro mendace) di un suo collega , tale Vittorio Ricapito, dopo 4 anni che non usciva più, dichiarando il falso in un atto pubblico! Per il giornalista “prescritto” Mazza non bisognerebbe denunciare il voto di scambio del “massafrese” Michele Mazzarano (Pd) emerso dall’inchiesta con cui Striscia la Notizia insieme al CORRIERE DEL GIORNO hanno denunciato e rivelato documentalmente il fenomeno del voto di scambio e la “parentopoli” interna all’ ASL di Taranto. Ma tutto ciò evidentemente è comprensibile per Mazza, che come dicevamo è stato condannato a 7 mesi nel 2001 per “abuso in atti d’ufficio” per i reati commessi mentre svolgeva l’incarico di rappresentante di seggio per il PCI durante le elezioni nel suo paese di San Marzano di San Giuseppe, processo dal quale si è salvato in appello, ed è bene ribadirlo nuovamente e ricordarlo ai lettori, si è salvato solo e soltanto grazie all’intervenuta prescrizione. Secondo il “giornalismo” di Mazza quanto trasmesso da Striscia la Notizia e pubblicato del CORRIERE DEL GIORNO sono “presunti scoop” ed “accertate diffamazioni” se non “proprie e vere calunnie”.  Se lo dice lui…che è campione nel suo giornale per le denunce (ricevute) e citazioni per danni in sede civile per le sue diffamazioni, da cui si è sinora salvato grazie all’intervento economico del suo editore che rimborsa i diffamati pagando i danni, allora è proprio il caso di dire, povera informazione e sopratutto povera legalità! E’ altresì comprensibile che un giornalista…del genere si meravigli, allorquando poverino non ha avuto neanche la capacità (o il coraggio?) di raccontare quanto scopri l’ottimo e valido collega Guido Ruotolo del quotidiano LA STAMPA di Torino, su “Angelo Soloperto, sorvegliato speciale – scriveva Ruotolo – domani compirà 50 anni. Voleva organizzare una festa in grande, indimenticabile, nel suo paese, San Marzano di San Giuseppe, provincia di Taranto, paese agricolo dove i vecchi parlano ancora arberesche, il vecchio albanese – prima con uno spettacolo a pagamento (tre euro a biglietto) con il cantante neo-melodico Nino Fiorelli, poi con i festeggiamenti veri e propri, e c’è da scommettere, pure con i fuochi d’artificio”. Eppure a San Marzano vive tutta la famiglia del Mazza… Risulta strano che non sapesse cosa accadeva nel suo paesello d’origine! Il giornalista a mezzo servizio sostiene che il Sindaco di Massafra “farebbe bene a difendere con le mani e con le unghie” la sua città. Dimenticando che è stata proprio la cittadinanza di Massafra a sovvertire l’egemonia politica del centrodestra guidato da Tamburrano, ed a ridicolizzare il PD di Mazzarano che nella stessa cittadina, nell’ultima tornata elettorale ha conseguito solo il 7% dei consensi, conquistando il peggior risultato amministrativo in Italia del Partito Democratico!  Forse a qualcuno deve essere sfuggita… la protesta ambientale dei massafresi, che la loro città probabilmente la conoscono molto meglio di chi scrive per sentito dire dagli “amici degli amici”. Così come non abbiamo letto una sola parola di vicinanza sindacale dell’ Assostampa di Puglia al collega Michele Montemurro, al suo capo servizio Giovanni Camarda del Nuovo Quotidiano di Puglia che sono denunciati dal proprietario della CISA spa di Massafra, Tonino Albanese per diffamazione, e la cui denuncia ci risulta essere stata archiviata dalla Procura di Taranto, archiviazione a cui Albanese si è opposto, e nel prossimo giugno dovrebbe celebrarsi un’udienza  dinnanzi al Gip del Tribunale di Taranto. Ma ormai i giornalisti-sindacalisti pugliesi li conosciamo bene: loro sono bravi a solo a farsi gli interessi loro, o a diffamare la concorrenza come Mazza ha fatto prima con il CORRIERE DEL GIORNO e recentemente anche con TARANTO BUONA SERA. Per il resto è noto che i sindacalisti pensano soltanto al proprio posto di lavoro, alla propria carriera, ad un buono stipendio ed alla propria famiglia! P.S.  Per le diffamazioni dell’ Assostampa nei nostri confronti è stata richiesto il rinvio a giudizio della Procura di Bari dinnanzi al Tribunale competente. Mentre quello per Mazza e signora per le diffamazioni espresse nei miei confronti è imminente. E’ solo questione di giorni! Di seguito vi pubblichiamo alcuni dati e commenti presi dalla pagina Facebook di Pinuccio il quale come potrete constatare coni vostri stessi occhi, gode di un seguito-consenso di 478mila persone. Sul suo commento odierno sulla Gazzetta del Mezzogiorno questi i risultati: oltre 3.4000“like” (mi piace), 345 condivisioni, più di 250 commenti!

Eccone qualcuno: buona lettura e mi raccomando tappatevi il naso…!!!”

La rivolta dei dirigenti (sulla carta) della pubblica amministrazione. Sarebbero "idonei" ma vengono superati dai colleghi promossi senza concorso: i casi dell'Agenzia delle entrate e dell'Autorità Anticorruzione, scrive su Panorama Stefano Caviglia il 7 novembre 2016. Come può funzionare una burocrazia i cui metodi di reclutamento dei dirigenti sono regolarmente contestati e spesso bocciati da sentenze della magistratura amministrativa? Fra i tanti paradossi italiani ce n'è anche uno che di solito passa sotto silenzio ma produce danni sia sul piano economico che su quello morale: le abituali anomalie per la nomina dei dirigenti pubblici. Un male che non risparmia neppure i centri più strategici dell’Amministrazione, come l’Agenzia delle entrate e perfino l’Autorità nazionale anticorruzione. Ne sanno qualcosa gli oltre 250 funzionari pubblici che negli ultimi anni hanno ottenuto l’idoneità (ma non il relativo incarico) al ruolo di dirigenti, seguendo la procedura classica: preselezioni, due prove scritte, una prova orale e infine inserimento in una graduatoria. Alla fine di quest’anno, dopo anni di attesa, perderanno anche quel fragile titolo, la cui durata triennale è già stata prorogata più volte. Così, vedendo la ghigliottina pronta a calare sulla sudata idoneità, il piccolo esercito dei dirigenti mancati si è organizzato, dando vita a un comitato che ora prova a farsi sentire. Tre le rivendicazioni fondamentali che spera di riuscire a far valere prima della fine di dicembre: proroga della validità dei titoli al 2018; ripresa dello scorrimento delle graduatorie concorsuali (nel frattempo bloccate anche perché non si sa ancora dove mettere i dirigenti delle province); creazione di un ruolo unico in cui ciascun idoneo possa essere pescato da tutte le amministrazioni e non solo da quelle in cui ha superato la prova. "Chi ha studiato per preparare un concorso" osserva uno dei promotori del comitato, Dario Messineo "si è fidato dello Stato. Tradire questa fiducia significa mandare un messaggio devastante ai dipendenti pubblici e più in generale al Paese". Sarebbe facile obiettare che nei paesi seri i concorsi si bandiscono solo per i posti disponibili e che il conseguimento di una semplice abilitazione crea aspettative fatalmente aleatorie. Se non fosse per un piccolo particolare: mentre i vincitori di concorso aspettavano, altri sono diventati dirigenti al posto loro, sfrecciando in corsia di sorpasso. Come? Soprattutto ricorrendo all’articolo 19, comma 6 della legge 165 del 2001, una norma scritta negli anni ’90 per consentire alla Pubblica amministrazione di pescare all’occorrenza anche dall’esterno e di cui lo stesso autore, l’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini, ha appena contestato l’applicazione proprio in una intervista pubblicata da noi. Situazioni anomale ce n’è davvero in quantità e la cosa più sorprendente è che, nonostante le contestazioni diffuse e diverse sentenze della giustizia amministrativa, vanno avanti da anni come se niente fosse. Chi potrebbe immaginare che perfino all’Anac di Raffaele Cantone, continuamente invocata contro sprechi e corruzione, siano al lavoro ben 9 dirigenti su 45 (fra cui Lorenza Ponzone, rinviata a giudizio per corruzione nell’inchiesta sulla Tav) entrati con un concorso dichiarato nullo dal Consiglio di Stato? La faccenda, a quanto pare, è così imbarazzante che la stessa Autorità esita a pubblicare il ruolo dei dirigenti, atteso ormai da mesi, nel timore che questo semplice atto sia impugnato da quanti si considerano danneggiati. Spicca in questo campo la baldanza dell’Agenzia delle entrate che, non contenta di esser stata bacchettata duramente un anno e mezzo fa dalla Corte Costituzionale con la retrocessione di 800 dirigenti nominati senza concorso, continua a produrre perle di disinvoltura burocratica. Ad esempio quella che a gennaio 2015, subito prima della sentenza della Corte (attesa da mesi), ha portato alla promozione di uno dei quasi sicuri retrocessi, Claudio Borgnino, da vicedirettore a direttore della rivista telematica Fisco Oggi. Per farlo i vertici dell'Agenzia non hanno sentito il bisogno di dar vita ad alcuna procedura pubblica (che il prescelto ben difficilmente avrebbe potuto superare, non essendo neppure laureato), scatenando i prevedibili malumori dei colleghi più titolati. Qualcosa del genere è successo anche a fine luglio scorso, con la nomina del nuovo portavoce della direttrice Rossella Orlandi, Sergio Mazzei, uno degli 800 già promossi sul campo e successivamente bocciati dalla Corte Costituzionale. Anche lui è stato messo in aspettativa come funzionario interno per poi essere assunto dall'esterno a tempo determinato al livello superiore. A differenza del collega è almeno laureato, ma non ha comunque mai fatto un concorso da dirigente. E la cosa più sorprendente è che nella delibera di nomina, a sostegno della promozione, effettuata ancora una volta senza lo straccio di un “interpello” (procedura pubblica semplificata rispetto al concorso) viene citata una precedente sentenza della Corte dei conti, la 36 del 2014, che sembrerebbe più adatta a censurare la nomina medesima, visto che il suo contenuto è la bocciatura di un'altra promozione per mancanza di requisiti. Come stupirsi se i funzionari i cui titoli non sono stati presi in considerazione, rimasti ancora una volta a bocca asciutta, sono a dir poco arrabbiati?

Cantone: "Non è vero che all'Anac ci sono dirigenti entrati con concorsi dichiarati nulli". Il presidente dell'Autorità anticorruzione risponde a un articolo pubblicato da Panorama.it il 7 novembre: "Il Consiglio di Stato ha revocato una precedente sentenza di nullità", scrive Panorama. Pubblichiamo questa "lettera al direttore" inviata dal presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone: Gent.mo direttore, ho letto l’articolo di Stefano Caviglia dal titolo “La rivolta dei dirigenti (sulla carta) della pubblica amministrazione” e, senza alcun intento polemico ma nella sola prospettiva di fare chiarezza, vorrei poter dare alcune precisazioni nella parte che ci riguarda. In premessa, ci tengo a rappresentare che sono stato nominato presidente dell’Anac nell’aprile 2014 e quell’autorità che, pure esisteva fin dalla fine del 2012, è stata di fatto, nella sua struttura, integralmente modificata nel giugno di quello stesso anno, a seguito del cd decreto Madia (d.l. 90/2014), attraverso la “incorporazione” di un’altra autorità, quella della vigilanza sui contratti pubblici (AVCP), che veniva contestualmente soppressa. L’Anac, che originariamente non aveva un ruolo organico e operava con pochissime unità provvisoriamente comandate da altre amministrazioni (una ventina!), ha di conseguenza ereditato la struttura amministrativa (ed i dipendenti) della ex AVCP (quasi 300 persone con varie qualifiche). Come era imposto dal decreto, bisognava procedere ad una complessa operazione di "fusione", approvando un piano di riordino che comportasse anche un cospicuo risparmio del 20% delle spese di funzionamento. Il piano di riordino è stato, per la sua oggettiva complessità, definitivamente approvato solo nel febbraio del 2016 ma fin dal giugno 2014 si è intervenuti con modifiche molto significative sulla struttura e sul personale dell’Autorità, attraverso una cospicua riduzione degli uffici dirigenziali (vi erano 6 direzioni generali che sono state tutte soppresse e sono stati ridotti gli uffici dirigenziali da 45 a 25) ed una riduzione anche del numero dei dirigenti in servizio. Questa premessa le faccio non certo per vantare meriti, ma semplicemente per ricordare che mai nessun concorso di dirigenti è stato fatto da quanto l’Autorità è da me presieduta; i dirigenti che abbiamo nel ruolo, tranne uno che era presso la vecchia Anac, erano tutti già in servizio presso l’AVCP. E, come è accaduto in numerose altre amministrazioni, purtroppo, nell’ereditare il personale composto da tante professionalità di eccezionale valore, abbiamo ereditato anche un significativo contenzioso che riguarda alcuni concorsi espletati in passato. A differenza di quanto dice il dott. Caviglia, ci sono, purtroppo, più concorsi oggetto di impugnativa dinanzi la giustizia amministrativa ma, ad oggi, nessun provvedimento definitivo di declaratoria di nullità del concorso. Chi (probabilmente interno dell’Autorità) ha informato il suo giornalista, gli ha rappresentato una situazione a metà; una sentenza del Consiglio di stato che aveva dichiarato la nullità di un concorso è stata oggetto di revocatoria da parte del Consiglio di stato medesimo e non c’è bisogno di essere un fine giurista per capire che questo significa che quella sentenza è come se non fosse mai esistita. Voglio rassicurare, quindi, lei ed i suo lettori che mai e poi mai l’Autorità da me presieduta non darebbe esecuzione ad una sentenza definitiva! Quanto alla mancata pubblicazione del ruolo, l’informatore del Suo giornalista è stranamente male informato; la complessità della fusione fra due realtà molto diverse ci aveva consigliato di chiedere sulla materia un parere al Consiglio di stato e quel parere (pubblico e a conoscibile quindi da tutti) ha precisato che il ruolo dell’Autorità esiste ed è quello già della precedente AVCP, che, quindi, deve essere soltanto completato con l’immissione del personale che, provenendo dal regime degli ex comandati della vecchia Anac, ha chiesto di restare definitivamente nell’autorità. Nessun imbarazzo, quindi, da parte mia né tantomeno alcuna preoccupazione di ricorsi; siamo sicuri di aver agito con piena legittimità e trasparenza e non solo non temiamo ma, vista la mia provenienza dalla magistratura, consideriamo benvenuta ogni iniziativa di controllo anche giudiziario! Mi permetta solo, in conclusione, un davvero minimo accenno polemico. Ho più di una ragione per ritenere che chi ha informato il dott. Caviglia è qualche nostro dipendente che o ha nostalgia di passate gestioni dell’Autorità o, non avendo ottenuto o non sperando di ottenere l’auspicata soddisfazione a sue pretese, pensa sia meglio gettare un po’ di discredito sull’Autorità, in un momento in cui questa (e lo rivendico con forza!) sta assicurando legittimità e trasparenza all’agire sia interno che esterno. Se il dott. Caviglia avesse ritenuto di chiedere a me o alla struttura tutte le spiegazioni che riteneva necessarie, le avrebbe, come abbiamo sempre fatto e come faremo sempre, ottenute in modo completo ed esauriente e poi avrebbe potuto scrivere tutto quello che riteneva, anche criticandoci aspramente. Sappiamo, come Lei può ben confermarci, che solo chi è immobile e pavidamente fermo non commette errori mentre chi opera inevitabilmente ne commette (e noi sicuramente di errori ne abbiamo fatti!) e, quindi, siamo pronti ad accettare con spirito costruttivo tutte le critiche che ci vengono fatte, anche se ci piacerebbe essere criticati per quegli errori di cui siamo davvero responsabili! La saluto con vivissima cordialità e gratitudine per la sua disponibilità. Raffaele Cantone

La risposta di Stefano Caviglia. Ho letto con attenzione la lettera del presidente dell’Anac Raffaele Cantone a proposito del mio articolo “La rivolta dei dirigenti (sulla carta) della Pubblica amministrazione” e voglio ringraziarlo anzitutto per i toni cortesi e l’affermazione di apertura alle critiche e alle richieste di trasparenza, che fa sempre onore a chi la pronunci. La questione della sentenza del Consiglio di Stato è a mio giudizio non nei termini che il Presidente Cantone scrive e lascia spazio invece all'interpretazione da me data, ma evito di addentrarmi in un terreno più consono ai giuristi che ai lettori. Ciò che mi preme sottolineare è che, non già per responsabilità ascrivibili al mandato del Presidente Cantone, la vicenda del concorso dei 9 dirigenti è lungi dall'essere conclusa. Per quanto riguarda la mancata pubblicazione del ruolo dirigenti rimane un fatto incontestabile: ad oggi sul sito dell’Autorità non si trova alcun ruolo dei dirigenti dell’Anticorruzione. Voglio infine rassicurare il presidente Cantone sull’ipotesi che presunti informatori interni mi abbiano fornito notizie per screditare l’Autorità. Nulla di tutto questo, sia perché, come gran parte dell’opinione pubblica, ho grande considerazione dell’Anac guidata da Raffaele Cantone (cui va dato atto, ribadisco, che le vicende di cui si parla sono di parecchi anni precedenti al suo insediamento), sia perché le informazioni su cui ho basato il mio articolo sono tutte pubbliche. Stefano Caviglia

La Cittadella della Carità…o dell’omertà? Con qualche grembiulino e cappuccio di troppo! Dietro le quinte della Fondazione Cittadella della Carità, le vicende imbarazzanti non finiscono mai, a partire dalla triste notizia che anche quest’anno, per il secondo anno di seguito i dipendenti, medici, impiegati non hanno ricevuto la 13ma! E nel frattempo vengono a galla dei contratti stipulati a dir poco inquietanti…, scrive Antonello de Gennaro il 5 gennaio 2017 su "Il Corriere del Giorno". La scorsa primavera venimmo invitati alla conferenza stampa della Fondazione Cittadella della Carità tenuta dal nuovo Presidente Giuseppe Mele, a lato nella foto, 68 anni nativo di Ginosa, ed a cui partecipò anche il direttore generale e procuratore speciale Bruno De Causo, 66 anni nato a Specchia (LE). Una bella accoppiata…Una conferenza stampa “atipica”, in cui di fatto vennero fatte molte chiacchiere, ma in cui non venne esibito alcun documento, bilancio, nulla di nulla. Solo parole al vento (che abbiamo registrato). Ci venne detto che appena approvato il bilancio della Fondazione che è peraltro “pubblico” essendo la Fondazione Cittadella della Carità iscritta e registrata presso la Camera di Commercio di Taranto, ma nonostante le assicurazioni telefoniche ricevute dal dr. Mele in tal senso, non abbiamo ricevuto mai nè alcuna risposta nè alcun bilancio, che chiaramente a questo punto ci procureremo attraverso i canali pubblici. Nella conferenza stampa del marzo 2016 il presidente Mele dichiarò che “Si è provveduto a realizzare un contenimento ed una razionalizzazione della spese e sono stati raggiunti risultati apprezzabili, pur nella salvaguardia dei 207 posti di lavoro. Possiamo dire che il bilancio del 2015 chiude in pareggio, anche grazie al differimento degli ammortamenti di alcuni mutui. Le quote annuali dunque sono divenute più leggere, attraverso la ristrutturazione dei debiti ed inoltre siamo riusciti a realizzare dei risparmi, anche con semplici operazioni”  come l’ esternalizzazione del  servizio della mensa per i degenti e per i dipendenti che venne affidato alla “Gam” di Lucera, che ha ristrutturato sia la cucina della Cittadella, che la sala destinata alla consumazione dei pasti a cui possono accedere (a pagamento) anche i parenti di quanti sono ricoverati all’interno della struttura. In quell’ occasione il direttore generale Causo aggiunse che “abbiamo voluto migliorare la nostra offerta sanitaria, proponendo innanzitutto un cambiamento culturale, dobbiamo avere a cuore non solo il benessere fisico dei nostri ospiti e dei pazienti tutti, ma anche la loro salute psicologica e le loro relazioni sociali. Stiamo quindi puntando ad assicurare a tutti un’ospitalità molto vicina a quella familiare”. Nella conferenza stampa venne annunciata come “la novità più importante” una convenzione stipulata con l’ASL Taranto e con l’Università degli Studi di Bari che dovrebbe permettere alla Fondazione Cittadella della Carità di ospitare ben tre corsi di laurea: infermieristica, fisioterapia e tecnica della prevenzione degli ambienti e dei luoghi di lavoro. Gli studenti che attraverseranno gli spazi della struttura, al quartiere Paolo VI, saranno circa 450.  Gli studenti – secondo i vertici della Cittadella – avranno così la possibilità di affrontare la parte teorica dei corsi e al tempo stesso sperimentare quella pratica, frequentando, sotto la guida del personale in servizio, i pazienti della Cittadella. “Abbiamo in mente ancora altre idee per rendere la struttura sempre più simile al modello che il suo fondatore aveva in mente – aggiunse il presidente Mele – aspettiamo l’adozione del piano di riordino ospedaliero, che ancora non conosciamo nei dettagli, per poter valutare un loro possibile sviluppo. Crediamo con fiducia che dalla Regione possa arrivare un segnale positivo anche per la Cittadella”. Tutto quello che venne raccontato ai giornalisti non era completamente vero, e non ci venne ed è stata mai fornita alcuna documentazione neanche successivamente seppure richiesta esplicitamente dal nostro giornale anche nei giorni scorsi via mail. Probabilmente alla Cittadella della Carità non hanno ancora “ingoiato” quel boccone amaro del nostro articoli del gennaio 2015 (vedi QUI) che di fatto impedì la nomina illegale a direttore generale del dott. Fabrizio Scattaglia proprio colui che sino a pochi giorni prima era stato  il direttore generale dell’ ASL Taranto, una carica quindi quella Cittadella  effettuata ed accettata in aperta violazione della Legge 190 del 6 nov. 2012  (sulla prevenzione e repressione della corruzione) che all’ Art. 1, comma 42, lettera L, contiene all’ articolo 53 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, le seguenti indicazioni :  l) dopo il comma 16-bis è aggiunto il seguente: «16-ter. I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti». Quindi di fatto la nomina di Scattaglia era fuori legge. In un comunicato stampa della Cittadella condiviso ed autorizzato della Curia Arcivescovile venne annunciato che “La Cittadella si avvarrà di una unità operativa compatta ed efficiente che supporterà il nuovo Consiglio di Amministrazione di cui è Vice presidente Mons. Emanuele Tagliente, Vicario Episcopale per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Taranto.  Il dott. Fabrizio Scattaglia ha accettato l’incarico di Direttore Generale della Cittadella: le sue capacità manageriali riconosciute e la sua alta professionalità sono garanzia per un cammino di rinascita. Le prime risposte che in queste ore stiamo cogliendo sono di grande apprezzamento, sia all’interno del presbiterio diocesano, delle comunità parrocchiali, come anche della città e della gente della terra ionica!” Nessun magistrato della Procura della repubblica di Taranto intervenne a partire dal procuratore capo in carica, e cioè quel Franco Sebastio ora per fortuna pensionato, che guarda caso… ora il Vescovo Mons. Santoro ed i suoi amichetti di “Comunione e Liberazione” vorrebbero portare sulla poltrona di primo cittadino di Taranto attraverso un accordo politico con il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che mantiene ad interim la delega alla sanità regionale. Nessun magistrato della Procura della repubblica di Taranto ebbe il coraggio ed il senso del dovere e soprattutto della Legge di aprire un procedimento d’ufficio, un fascicolo con notizia di reato. Nessuno fece nulla. Come non dare ragione quindi a chi definiva la Procura di Taranto il “porto della diossina”…??? Ma il destino a volte è imprevedibile. Infatti soltanto 10 mesi dopo,  il pm Maurizio Carbone ( a lato nella foto) a seguito delle indagini svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Taranto  dovette giungere alla conclusione delle indagini svolte ed adottare la decisione di ipotizzare il reato di “concorso in abuso d’ufficio” nei confronti di quattro dirigenti dell’ ASL TARANTO : l’ex direttore generale Fabrizio Scattaglia, il direttore amministrativo  Paolo Quarato,   il dirigente istruttore Francesco Bailardi ed il direttore sanitario Maria Leone. Ma ciò nonostante, nessun procedimento giudiziario venne mai aperto per quella nomina illegale di Scattaglia alla Cittadella della Carità, che era stata voluta e decisadalla Curia Arcivescovile di Taranto nella persona del suo vescovo Mons. Filippo Santoro, ed  accettata di Scattaglia. Nessun magistrato si accorse di nulla…, anche se ci è ben noto che il Corriere del Giorno conta non pochi seguaci e lettori anche all’interno nel Palazzo di Giustizia di Taranto.  Ma cosa aspettarsi da una Procura retta da Franco Sebastio, campione nell’oscuramento dei numerosi conflitti d’interesse, a partire dal suo che faceva il procuratore pur esercitando suo figlio la professione di avvocato nello stesso foro? Lo scandalo della procura di Trani in confronto, credetemi è una barzelletta. Ma le sorprese non finiscono mai. Infatti il Corriere del Giorno è venuto a conoscenza di altre vicende imbarazzanti dietro le quinte della Fondazione Cittadella della Carità, a partire dalla triste notizia che anche quest’anno, per il secondo anno di seguito i dipendenti, medici, impiegati non hanno ricevuto la 13ma! E nel frattempo vengono stipulati contratti inquietanti   come il contratto della ASL per la scuola infermieri, e quello il fitto del ramo d’azienda alla cooperativa sociale Domus con sede in Taranto in via Acclavio 49, gestita di fatto dai fratelli Maniglia. E’ infatti a dir poco inusuale che la ASL si accordi con una Casa di Cura nei confronti della quale vanta un credito un milione e seicentomila euro, attraverso manovra di “compensazione” derivante dal fitto dei locali della Cittadella, il cui il fitto è stato convenuto in 100.000 euro all’anno, come si legge nella documentazione che il Corriere del Giorno è in grado di pubblicare e che quindi comporterebbe un impegno da parte della ASL Taranto di ben 16 anni!  Peraltro secondo fonti ben informate e da noi verificate l’intenzione dell’Università di Bari è quella di cambiare sede trasferendola presso l’Ospedale vecchio (dove sono in corso i lavori di ristrutturazione dello stabile) o l’Ospedale Militare ubicati entrambi nel centro della città e quindi più facilmente raggiungibili per gli studenti. L’ accordo stipulato fra ASL Taranto e la Fondazione Cittadella della Carità è frutto in realtà di una stretta amicizia tra il dr. Rossi, Direttore Generale della ASL Taranto ed il Direttore Generale della Cittadella I due infatti sono entrambi leccesi, e Rossi all’inizio della sua carriera ha lavorato sotto De Causo a cui è rimasto molto “legato” come il contratto di “favoritismo” stipulato comprova.  Per quanto riguarda il fitto di ramo d’azienda RSSA (che è un’attività extraospedaliera che fa capo alla Cittadella e che riguarda l’assistenza ai vecchietti con la presenza di un medico per poche ore la settimana), la cosa incredibile è che sia statafittata per 8 anni alla Domus dietro e dentro la quale ci sono i fratelli Maniglia (legati a Comunione e Liberazione) e quindi molto vicini al Vescovo Santoro. Infatti l’accordo deriva dal fatto che la Domus ( nella foto a lato la sua sede “diroccata” nel centro di Taranto) gestiva il ramo d’azienda RSSA  della Fondazione Cittadella della Carità e che aveva accumulato un credito di 800mila euro  ed a fronte di questo debito, la Cittadella ha pensato bene di affidare alla Cooperativa Domus l’intero ramo d’azienda per 8 anni  per un valore di oltre 2milioni e mezzo di euro all’anno, anziché raggiungere un più vantaggioso accordo economico e concordare un piano di rientro come avrebbe fatto chiunque. Il risultato della “malagestione” della Fondazione è che l’ultimo bilancio di gestione ha subito con una perdita secca di 2milioni e mezzo. Desta imbarazzo anche la presenza nel consiglio di amministrazione della Fondazione come vice presidente dell’Avv. Angelo Esposito, a carico del quale sono in corso delle indagini del sostituto procuratore della repubblica Maurizio Carbone, a seguito di un esposto-denuncia cautelativo presentato dall’ Ordine degli Avvocati di Taranto, di cui Esposito è stato presidente, per degli ammanchi di circa 114 mila euro di spese personali dell’Esposito prive di giustificativi.  Oltre a quattro contratti di lavoro-consulenza firmati e prorogati nonostante la sua nomia fosse scaduta. Una nostre fonte interna al consiglio dell’ordine ci ha riferito che al momento l’avv. Esposito ha restituito solo 38 mila euro, mentre l’ Ordine degli Avvocati di Taranto è in attesa della revisione degli anni precedenti della gestione Esposito, affidata all’Ordine dei Dottori Commercialisti di Taranto. Massoneria e dintorni. Un bel risultato…quello della gestione Mele-Esposito-De Causo, e questa sarebbe una ristrutturazione per un’azienda in crisi?  Ma dietro alle quinte della Fondazione si muove anche la presenza massiccia di non pochi dirigenti appartenenti alla massoneria tarantina, attivi nel settore sanitario, in quello fisioterapico, nell’ufficio tecnico che stanno cercando attraverso loro colleghi “grembiulini” che esercitano la professione di avvocato di “sostenere” l’imbarazzante posizione dell’Avv. Esposito a Palazzo di Giustizia. Fonti interne, ciliegina sulla torta… raccontano che il Dr. Causo Direttore Generale della Fondazione Cittadella della Carità avrebbe trovato… un contratto di lavoro per suo figlio, presso la Gam di Lucera cioè la società a cui ha affidato la gestione della cucina della struttura ospedaliera. Illegalità? Conflitti d’ interesse? Ma no figuriamoci …è solo la Cittadella della Carità !  Quella del Vescovo di Taranto mons. Filippo Santoro, esponente di Comunione & Liberazione.

La scelta poco chiara di Mons. Santoro sulla Cittadella: quello che i giornali tarantini non dicono sulla “vicenda Cittadella”, scrive il 18 gennaio 2015 "Il Corriere del Giorno". Probabilmente Mons. Santoro ignora che con la nomina dell’ “integerrimo dirigente sanitario” in questione, in realtà si stanno violando delle leggi vigenti. Infatti, la Legge 190 del 6 nov. 2012 (sulla prevenzione e repressione della corruzione) Art. 1, comma 42, lettera L, indica che all’ articolo 53 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e’ fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti». “Dio è amore e noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi” – scrive in una nota Don Franco Semeraro, il nuovo presidente del Cda della Cittadella, che per tanti lunghi anni, è stato il braccio di destro di mons. Guglielmo Motolese – E’ la chiave di lettura della scelta coraggiosa dell’Arcivescovo Mons. Filippo Santoro che reinserisce totalmente la Cittadella della Carità nel tessuto vivo della Chiesa di Taranto, promuovendola così a icona di tutti i gesti di amore che fioriscono tra i cristiani e gli uomini di buona volontà, ogni giorno, nelle nostre comunità; porta spalancata che permette alla comunità cristiana di mettersi in uscita per cercare, accogliere, consolare, guarire! Mons. Arcivescovo vuole fare della Cittadella il luogo più alto ed emblematico delle attenzioni verso il fratello in stato di bisogno!” “E la ripresa dell’idea originaria del fondatore, Mons. Guglielmo Motolese, proprio nel decimo anniversario della scomparsa di quel grande Pastore (5 giugno 2005). Quello compiuto dall’Arcivescovo è un passo coraggioso e non privo di preoccupazioni ma che disegna un altro tratto singolare e concretissimo del sua passione pastorale e della sua condivisione spirituale, culturale e umana con Taranto e l’intera area jonica. Il progetto è di rilanciare la Cittadella, custodendone il prezioso patrimonio valoriale, salvaguardare i posti di lavoro per chi opera nella struttura, riqualificarla nell’eccellenza delle prestazioni. La Cittadella si avvarrà di una unità operativa compatta ed efficiente che supporterà il nuovo Consiglio di Amministrazione di cui è Vice presidente Mons. Emanuele Tagliente, Vicario Episcopale per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Taranto. Il dott. Fabrizio Scattaglia ha accettato l’incarico di Direttore Generale della Cittadella: le sue capacità manageriali riconosciute e la sua alta professionalità sono garanzia per un cammino di rinascita. Le prime risposte che in queste ore stiamo cogliendo sono di grande apprezzamento, sia all’interno del presbiterio diocesano, delle comunità parrocchiali, come anche della città e della gente della terra ionica. Alle realtà ecclesiali mi permetto chiedere condivisione, affetto per la Cittadella, dono del consiglio e della carità. Un grazie va all’Associazione Monte Tabor-San Raffaele di Milano per l’opera svolta in questi decenni, che cede alla Diocesi di Taranto tutta la responsabilità gestionale e organizzativa della Cittadella. In questi mesi non facili la dottoressa Gianna Zoppei, i membri del Consiglio di Amministrazione, i revisori dei conti e figure professionali di valore, hanno compiuto una anamnesi non semplice della intera situazione amministrativa della struttura. Al centro della Cittadella vi sono non numeri, non “casi” ma volti, persone, storie umane, vi sono famiglie che chiedono di potere assistere e ospitare congiunti, bisognosi di cura e di accoglienza. Sono loro il perché stesso di questa realtà. Per loro il personale medico infermieristico, ausiliario, amministrativo, Suore Missionarie del Sacro Costato, vogliono sancire e consolidare un patto stretto di solidarietà e di responsabilità che ognuno vorrà onorare con paziente perseveranza. A tutto il personale della Cittadella, che offre cuore e competenza, il segno della stima e della fiducia: rimettiamo in volo il “Pellicano” per una nuova stagione di fiducia e di speranza”.  Dichiarazioni a cui si sono aggiunte a ruota quelle del consigliere regionale di SEL Cosimo Borracino  :  “La Cittadella della Carità ha rappresentato sempre un valido e qualificato presidio sanitario, sopratutto per le fasce più critiche della popolazione: gli anziani con criticità gravi, secondo i dettami del suo fondatore, il mai dimenticato Mons. Guglielmo Motolese“…..”La fresca nomina del Dott. Fabrizio Scattaglia (sino a pochi giorni fa D.G. dell’ ASL Taranto) a direttore generale garantirà certamente ai lavoratori e agli utenti la massima professionalità di un valido manager sanitario che saprà senz’altro traguardare importanti risultati per l’integrità ed il mantenimento dell’offerta sanitaria che da decenni la cittadella della carità ha sempre offerto alla nostra provincia. Al dottor Fabrizio Scattaglia persona integerrima, giungano i sinceri auguri di buon lavoro”. Probabilmente Mons. Santoro (accanto nella foto), don Franco Semeraro ed il “vendoliano” Borracino ignorano che in realtà con la nomina dell’ “integerrimo dirigente sanitario” in questione, in realtà si stanno violando delle leggi vigenti. Infatti, la Legge 190 del 6 nov. 2012 (sulla prevenzione e repressione della corruzione) Art. 1, comma 42, lettera L, indica che all’ articolo 53 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: l) dopo il comma 16-bis è aggiunto il seguente: «16-ter. I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti». Quindi di fatto la nomina di Scattaglia è fuori legge. Oltre che essere inopportuna ed incoerente. Bene fanno i dipendenti della Cittadella della Carità quando rivolgono un appello “Le chiediamo di intervenire ancora una volta in nostra difesa” all’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro il quale invece di occuparsi essenzialmente di problemi cristiani e di fede  come l’azione di Papa Francesco insegna, ci risulta un pò troppo occupato nelle sue riunioni “cielline” con noti imprenditori e qualche rappresentante locale delle forze dell’ordine (mentre per le strade della città si spara ed uccide). L’ Arcivescovo di Taranto sui giornali sembra più attento ai decreti del Governo Renzi sull’ILVA che ai diritti dei lavoratori della Cittadella che reclamano la tredicesima non pagata, stipendi a rischio mentre si prospetta l’applicazione dei contratti di solidarietà al personale. Per non parlare poi del contenzioso con l’Asl Taranto avviato proprio dal “nominato” Scattaglia. Ed infatti non si leggono dichiarazioni di Mons. Santoro in merito alla delicata situazione della Cittadella. I lavoratori della struttura socio-sanitaria chiedono a monsignor Santoro di fare in modo che “non avvenga la nomina che taluni “nemici” della Cittadella già danno per certa proprio del dottor Scattaglia a nostro nuovo direttore generale. Veniamo a sapere sgomenti – scrivono i lavoratori – che lo stipendio di dicembre non ci verrà corrisposto per intero in quanto, con opinabile tempismo, il direttore generale dell’Asl di Taranto, Fabrizio Scattaglia, ha richiesto alla Fondazione il pagamento immediato di somme milionarie per prestazioni rese dal 2003 al 2009 a loro dire indebitamente percepite, in ciò confortati da una sentenza del Tar che grida vendetta. Solo noi sappiamo se è vero o non è vero che quelle prestazioni, rese a favore di pazienti con patologie complesse che ci venivano ricoverati dalla Asl per risparmiare i loro preziosi posti letto e raggiungere i livelli di deospedalizzazione che gli garantivano lauti premi, erano coerenti o meno con le somme che oggi ci chiedono indietro. Perché eravamo noi ad assistere, spesso fino alla fine del loro cammino, quei pazienti che il “pubblico” rifiutava”. Il silenzio di Mons. Santoro a questo punto è sin troppo inquietante (o eloquente?).  E’ questo l’insegnamento di don Giussani, fondatori di Comunione e Liberazione? Non ci sembra, onestamente. Questo movimento cattolico, notoriamente “legato” alla Compagnia delle Opere, si muove da sempre un pò troppo spregiudicatamente sulla scia dei comportamenti del loro uomo politico di punta: Roberto Formigoni, più propenso ad occuparsi degli affari che della fede cristiana.  E non siamo nè i primi, nè gli unici a scriverlo e sostenerlo. Ci consola sapere che a pensarla come noi sono alcune Procure della Repubblica, il fratello dal compianto valoroso magistrato Paolo Borsellino (vedi qui)  che ha sostenuto pubblicamente che “Oggi la vera massoneria in Italia è la Compagnia delle Opere, senza compassi e senza grembiulini“, importanti quotidiani nazionali come IL FATTO QUOTIDIANO e giornalisti del calibro di Eugenio Scalfari che a proposito della Compagnia delle Opere e di Comunione e Liberazione nel 2008 ha detto  “nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere”.  Dobbiamo aggiungere altro…?

P.S. un nostro caro vecchio e vero amico, profondo conoscitore degli equilibri tarantini dopo aver letto questa nostro articolo, ci ha chiamato ieri sera, dopo aver letto la prima stesura di questo servizio, e detto “state attenti a quello che scrivete…sono molto potenti…possono arrivare ovunque, anche molto in alto”. Lo abbiamo ringraziato, chiaramente per averci informato, di qualcosa che sapevamo gia. Ma noi però, cari lettori, non abbiamo paura di nulla e di nessuno. Abbiamo solo una missione: informare e raccontare quello che di vero (sulla base di documenti) sappiamo o veniamo a conoscenza. E siamo e saremo sempre dalla parte dei lettori, dei cittadini privi di rappresentanza e distanti dal potere. Siamo a saremo la “voce dei tarantini”, per cui questo giornale nacque nel 1947 ed è stato rifondato 6 mesi fa. I “salotti buoni” o le riunioni in arcivescovado non ci interessano…. ( A.d.G.)

Taranto, alcolici e carburante per addolcire i controlli: arrestati due della Polstrada. L'accusa è di concussione. Sono stati fermati dai loro colleghi ed erano già stati arrestati nell'operazione precedente che aveva incastrato quattro agenti a fine gennaio 2018, scrive Vittorio Ricapito il 12 aprile 2018 su "La Repubblica".  Minacciavano alcuni negozianti di ripercussioni e controlli e si facevano consegnare casse di acqua del valore di 50-200 euro senza pagare o pagando solo una cifra simbolica. Due agenti della polizia stradale di Taranto sono stati arrestati dai loro colleghi con l’accusa di concussione. Si tratta di Pietro Galeandro, 58 anni e Alessandro Vozza, 54 anni, già arrestati insieme ad altri quattro colleghi della stradale a fine gennaio 2018. I due erano già ai domiciliari per l’inchiesta riguardante denaro, ricariche telefoniche e pesce fresco ottenuto dai camionisti per chiudere un occhio e non fare multe. Le indagini della Squadra Mobile coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone non si sono fermate dopo gli arresti e tre commercianti hanno raccontato che mentre Galeandro si limitava alle casse di acqua, Vozza abusava del proprio potere anche con altri commercianti e dietro la velata minaccia di continui e pretestuosi controlli ai mezzi di alcune ditte riusciva ad ottenere liquori, dolciumi e il pieno di carburante alle sue auto (circa 70-100 litri) ogni due settimane. Secondo l’accusa le richieste di casse d’acqua, dolci e rifornimenti di benzina, reiterate con disinvoltura e sfrontatezza, sarebbero andate avanti fino a pochi giorni prima del loro arresto. Nei mesi precedenti, per indagare sul presunto giro di regali ottenuti dai loro colleghi per chiudere un occhio sulle multe, gli agenti della stradale avevano nascosto microcamere nelle auto di servizio.

Taranto, arrestati sei agenti della Polstrada: si facevano pagare per annullare le multe. L’inchiesta è partita da una telefonata anonima in questura che segnalava la presenza di un equipaggio che caricava nell'auto di servizio alcune casse di pesce prelevate da un furgone fermato, scrive Vittorio Ricapito il 29 gennaio 2018 su "La Repubblica". Soldi, ricariche telefoniche e pesce fresco per chiudere un occhio e non fare multe ai camionisti. Agli arresti domiciliari con l’accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità sono finiti sei agenti della polizia stradale di Taranto: Savino Dimastrochicco, Pietro Galeandro, Giuseppe Abatangelo, Antonio Pastore, Angelo Nunzella e Alessandro Vozza. I sei poliziotti sono stati arrestati dai loro colleghi della stradale che per indagare avevano nascosto telecamere sulle auto della polizia. Tra le accuse anche quella di aver messo in atto azioni ritorsive e denigratorie verso i colleghi indagavano sul loro conto. L’inchiesta del pubblico ministero Maurizio Carbone è partita da una telefonata anonima giunta alla sala operativa della questura di Taranto che segnalava la presenza sulla statale 100 (che collega Taranto a Bari) di un equipaggio della polizia stradale impegnato a caricare nel bagagliaio dell'auto di servizio, ferma sul ciglio della strada a fari spenti, alcune casse di pesce prelevate da un furgone fermato per un controllo. Da lì sono scattate le verifiche sulle pattuglie in servizio quella sera e dalle prime indagini sono subito emersi due episodi, videoripresi dagli investigatori, in cui effettivamente i camionisti consegnavano banconote dopo essere stati fermati dalla stradale e sottoposti a controllo. Nei video ripresi dalle telecamere nascoste nelle auto, poi, gli investigatori hanno potuto ascoltare i commenti degli agenti ogni volta che fermavano conducenti di mezzi pesanti in contravvenzione omettendo di compilare i verbali. Almeno quindici gli episodi contestati nel periodo compreso tra luglio e ottobre del 2016. In sole due occasioni gli investigatori sono stati in grado di quantificare la somma, 50 euro, ottenuta per evitare di elevare multe ai camionisti fermati. Le vittime erano quasi sempre conducenti di mezzi articolati o furgoni fermati su strade di grande transito commerciale come la 106 jonica, la SS7 Appia e l’area del mercato. I sei agenti arrestati, secondo quanto riportato in un comunicato della polizia, ormai consapevoli di essere stati scoperti, hanno anche cercato di sabotare le telecamere nascoste nelle auto e messo in atto azioni ritorsive e denigratorie nei confronti dei colleghi che stavano indagando sul loro conto. E nonostante fossero consapevoli di essere ormai indagati, hanno disinvoltamente continuato, seppur con maggiori cautele, a chiedere denaro per non fare multe.

Niente multe in cambio di soldi, arrestati sei agenti Polstrada. 50 euro e non facevano sanzioni, scrive il 29 Gennaio 2018 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Sei poliziotti della Polstrada in servizio a Taranto sono finiti agli arresti domiciliari per corruzione. Ad eseguire i provvedimenti cautelari sono stati gli agenti della Squadra Mobile e della sezione di Polizia giudiziaria della Stradale. Le indagini, che riguardano verbali non elevati in cambio di danaro, sono condotte dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone. I sei poliziotti arrestati, componenti di tre equipaggi della Polstrada, sono accusati di più ipotesi di induzione indebita a dare e/o promettere utilità, in relazione a fatti accaduti tra luglio ed ottobre 2016. Secondo l’accusa, durante i controlli alla circolazione stradale, avrebbero indotto diversi camionisti a consegnare loro somme di denaro non dovute, omettendo così di elevare verbali per violazioni al Codice della Strada. Gli stessi conducenti sono indagati per avere, seppure indotti, promesso e/o dato le utilità richieste. L'indagine ha preso avvio a seguito di una telefonata anonima giunta alla sala operativa della Questura di Taranto, nel corso della quale un ignoto chiamante segnalava la presenza sulla S.S. 100, in direzione di Bari, di un equipaggio della Polizia Stradale intento a caricare nel bagagliaio dell'auto di servizio (posta a fari spenti sul ciglio della strada) alcune casse di pesce prelevate dall'interno di un furgone per il trasporto di prodotti ittici fermato per un controllo. Dopo la segnalazione, sono stati predisposti servizi di controllo che hanno consentito di rilevare e videoregistrare, in almeno due occasioni, l’effettiva consegna di banconote da parte di camionisti sottoposti a controllo dall’equipaggio indiziato. Sono state, quindi, montate microspie audio-video nell’auto di servizio dei poliziotti che hanno permesso di registrare i commenti scambiati tra gli indagati sia nell’immediatezza dei controlli sia subito dopo la partenza dei veicoli controllati, quindi i riferimenti fatti a violazioni rilevate ma non verbalizzate. Sono stati documentati diversi controlli fatti su strada nei confronti di autotrasportatori dai quali i poliziotti avrebbe ricevuto somme di denaro non quantificate. Nel tempo gli indagati si sono accorti della presenza delle microspie nelle vetture di servizio ed hanno cercato di addossare la responsabilità della denuncia a loro carico ai vertici del loro ufficio di appartenenza e della Questura. Tuttavia, nonostante sapessero dell’esistenza di indagini a loro carico, i poliziotti hanno continuato a compiere i delitti loro addebitati, seppure ricorrendo all’adozione di maggiori cautele. Per non contestare le multe ai camionisti solitamente chiedevano una banconota da 50 euro i sei agenti della Polizia stradale di Tarato finiti oggi agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione. Due di essi, in un caso, avrebbero chiesto ad un operaio intento ad effettuare lavori stradali a Taranto ricariche telefoniche da acquistare per le loro utenze cellulari, omettendo in cambio di procedere al controllo nei suoi confronti. L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip di Taranto Paola Incalza su richiesta del pm Maurizio Carbone, è stata notificata a Savino Dimastrochicco, Pietro Galeandro, Giuseppe Abatangelo, Antonio Pastore, Angelo Nunzella e Alessandro Vozza, tutti agenti della Polstrada che non facevano parte di equipaggi fissi ma venivano impiegati a rotazione. Fino a questo momento sono 15 gli episodi contestati per controlli stradali in agro di Ginosa e Castellaneta, a Chiatona, Massafra, nella zona mercatale di Manduria, sulla statale 106, sulla statale 7 e a Taranto città. 

Lo studio del prof. Turco sulla storia infinita sul dissesto del Comune di Taranto, scrive il 28 giugno 2017 "Il Corriere del Giorno". Presentata alla Camera di Commercio di Taranto la ricerca sul dissesto del Comune di Taranto dichiarato 11 anni fa. Ma qualcuno dimentica di occuparsi di Agromed, la società immobile da anni con oltre 10 milioni di euro “pubblici” inutilizzati. E un “blog” ufficiale-anonimo! Un bilancio comunale sparito introvabile, e tante ombre su un dissesto che nessuno ha ancora chiarito e spiegato, documenti alla mano fino in fondo. Ma che è servito al commercialista tarantino Mario Turco per realizzare a casa uno studio commissionato, presentato alla Camera di Commercio di Taranto, il cui presidente Cav. Luigi Sportelli è notoriamente coinvolto attraverso una sua società la Sincon nel dissesto comunale vantando un presunto credito. Società che come tante altre non ha inteso transarre come molte altre con l’OSL. Il dottore commercialista Turco è professore a contratto dell’Università del Salento. Il dissesto di Taranto viene imputato erroneamente alla Giunta Di Bello, mentre in realtà è conseguente ad una gestione comunale deficitaria, duratura da 20 anni prima, e cioè dalle giunte Guadagnolo, Cito, De Cosmo e successivamente ereditata dall’amministrazione comunale guidata dalla Di Bello, come ha onestamente ammesso dallo stesso Turco autore dello studio-ricerca. E’ assolutamente doveroso per il nostro giornale rendere noto un forte contrasto in essere, taciuto a molti, ma in realtà esistente e ben noto a tutti, e cioè che la società (SINCON ) del Cav. Sportelli, risulterebbe aver richiesto in passato al Comune di Taranto il pagamento di fatture prive di alcun ordinativo, la cui documentazione completa è stata acquisita dal nostro giornale, motivo per cui il Sindaco Ippazio Stefàno con un provvedimento rimosse il dirigente competente Rosa De Benedetto che ne autorizzava illegittimamente il pagamento. Chiaramente questo è quanto si evince dai documenti amministrativi e disciplinari del Comune. Contrariamente a quanto prospettato dal commercialista dr. Turco, il Comune di Taranto in realtà non rischia un secondo dissesto alle porte come qualcuno vorrebbe far presagire.  Ad oggi, il totale delle somme trasferite dal Comune di Taranto alla Osl ammonta a 128.403.834,68 euro. Una cifra imponente, pagata dalle casse dell’amministrazione comunale tarantina, nel corso del “quinquennio di prescrizioni” in cui il Comune guidato da Stefàno è stata autorizzato per legge a mantenere la tassazione ai massimi livelli. Circostanza questa che il dr. Turco si è ben guardato dall’evidenziare. Stralciando la “partita dei Boc” (circa 250 milioni di euro) in realtà contrariamente a quanto emerso da questa ricerca unidirezionale restano da pagare debiti per pochi milioni di euro. Il Comune, sta provvedendo a trasferire all’Osl le somme necessarie ad avviare le ultime transazioni. Ci sono poi le “cause pendenti”, il cui valore nominale ammonta ad oggi circa 80 milioni di euro. Se il Comune che finora ha vinto tutte le cause intercorse, dovesse essere condannato, ovviamente dovrà pagare. Se le dovesse vincere invece dovrebbe incassare non pochi soldi dal Gruppo BancaIntesaSanpaolo. Interessante la relazione del dr. Davide Di Russo vice presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Commercialisti basata sullo studio effettuato recentemente sui dissesti delle pubbliche amministrazioni in tutt’Italia, anche se un pò disinformato sul “caso Taranto” con le sue considerazioni sulla presenza di ben 15 candidati (in realtà erano 10) alla poltrona di Sindaco dopo il dissesto. Ignorando che nel frattempo sono passati 10 anni e soprattutto che fra quei 10 candidati c’era anche la moglie di un commercialista seduto in prima fila, membro del consiglio dell’Ordine dei Commercialisti di Taranto, il quale come la prevalenza dei commercialisti eletti nel Consiglio dell’ordine dei commercialisti tarantini, lavora prevalentemente grazie alle curatele fallimentari, consulenze e perizie per il Tribunale e la Procura della repubblica.

In questi anni l’Osl ha complessivamente effettuato oltre 24mila transazioni, dato che non è stato preso in considerazione (come mai?) nello “studio”…di Turco, accantonando circa 34 milioni euro, frutto di offerte transattive avanzate ma rifiutate dalla controparte. Comprese quelle della Sincon di Sportelli. E la Camera di Commercio tace….

Alla Camera di commercio tarantina invece tutto tace sulla questione AGROMED, sollevata due anni fa dal nostro giornale, società partecipata con ugual quota (33%) dal Comune di Taranto e dalla Camera di Commercio di Taranto, che ha in cassa fondi inutilizzati per 10.924.000 euro, versati su un conto corrente della BCC di S.Marzano di S. Giuseppe, il cui incarico di tesoreria scadrà il prossimo 31 dicembre 2017. Ma questo particolare deve essere sfuggito… nella ricerca di Turcosulle attività economiche del Comune di Taranto...Sarà forse perchè è sul libro paga (come revisore) di questa società ferma, immobile e che non svolge alcuna attività? Dall’ultimo bilancio disponibile di Agromed  approvato nell’ aprile 2016 si legge che “in merito agli indici di redditività si segnala quanto segue: a) il ROE (Return on equity) – Indice di redditività del capitale proprio – sia netto che lordo, presenta nuovamente un andamento decrescente, dovuto alla riduzione dei tassi di interesse applicati alle disponibilità di conto corrente, correlati all’andamento del T.U.R. fissato dalla B.C.E. b) il ROI (Return on investment) – Indice di redditività del capitale investito – presenta valore negativo data l’assenza di ricavi della gestione caratteristica. c) il ROS (Return on sales) – Indice di redditività operativa – non è calcolabile, dal momento che il denominatore del rapporto (Ricavi delle vendite) è pari a zero. Anche in questo caso, questi soldi, fermi, immobili giacenti sul conto corrente di una banca (il cui presidente Franco Cavallo e direttore generale Emanuele Di Palma siedono nel consiglio della CCIAA di Taranto) che ci lucra utilizzandoli per le proprie attività di finanziamento alla propria clientela, nessuno ne parla, data la generosità di questa banca ad elargire elemosine pubblicitarie alla stampa locale o allestire sedi faraoniche ad ogni buon gusto di gestione economica. Sino a quando durerà Agromed? Cosa si aspetta a questo punto a liquidarla o ad utilizzare finalmente gli oltre 10 milioni di euro per i reali fini istituzionali, e non lasciarli fermi immobili su conti bancari? Ma le “stranezze” della Camera di Commercio di Taranto non finiscono mai. Infatti da alcuni mesi è apparso online NOI CAMERA il blog “ufficiale” della Camera di Commercio di Taranto gestito in spregio alle vigenti leggi italiane sulla trasparenza. Infatti non risulta nell’area Amministrazione Trasparente della CCIAA di Taranto non risulta alcun ruolo, incarico e compenso economico per i curatori (“TEAM”) di questo blog, fra i quali risulta persino un Senatore della repubblica, Mauro Del Barba, un ex-impiegato nativo e residente a Sondrio in Lombardia, membro della 5a commissione Bilancio e della commissione parlamentare per le questioni regionali.  Che si non capisce che attinenza abbia con il blog della Camera di Commercio di Taranto, ente che assegna incarichi senza alcun bando di evidenza pubblica. Ma quello che è ancora peggio, è che non è dato sapere di chi sia proprietà di questo blog, che dalle nostre ricerche online, risulta “mascherato” e quindi anonimo. Alla faccia della trasparenza e legalità. Per non parlare poi dell’ufficio stampa affidato formalmente ad un avvocato, Domenico Carbone, giornalista pubblicista, il quale notoriamente si occupa in realtà da sempre dell’ufficio di conciliazione, come si evince nella pianta organica della Camera di Commercio di Taranto, ente che da anni paga fior di quattrini a persone assunte senza alcun titolo o esperienza reale, o parenti di magistrati del Tribunale di Taranto. Ma in questo caso si tratta di assunzioni effettuate dalle gestione precedenti al Cav. Sportelli, quando l’ente camerale era molto “generoso” anche con i giornalisti locali.

Taranto. La Guardia di Finanza arresta ex consigliere e ex assessore del centrodestra, scrive il 7 dicembre 2017 "Il Corriere del Giorno". Secondo l’accusa e gli investigatori delle Fiamme Gialle il Condemi contando sulla complicità di Renna, avrebbe richiesto una mazzetta per “sistemare” un arbitrato civile il cui arbitro era la figlia di Condemi, anche lei avvocato ed al momento non coinvolta nella vicenda. Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Taranto, sotto la guida dal colonnello Antonio Marco Antonucci, hanno arrestato in flagranza di reato con l’accusa di estorsione l’ex consigliere comunale Aldo Renna e l’ex assessore comunale del centrodestra Filippo Condemi   candidato sindaco in occasione delle Elezioni Amministrative del 2012 vinte da Ippazio Stefàno (centrosinistra). Il pm Enrico Bruschi titolare del fascicolo, ha disposto il carcere per Aldo Renna, dove potrà rivedere la direttrice Stefania Baldassari candidata sindaco per il centrodestra nel giugno 2017, elezioni in cui anche Renna si era candidato nella lista di Direzione Taranto (cioè Direzione Italia) senza riuscire ad essere rieletto, mentre Condemi è stato posto agli arresti domiciliari per motivi di età e per le condizioni di salute non ritenute compatibili con il regime carcerario. Secondo l’accusa e gli investigatori delle Fiamme Gialle il Condemi contando sulla complicità di Renna, avrebbe richiesto una mazzetta per “sistemare” un arbitrato civile sulla gestione della Cooperativa Indaco. La denuncia è stata presentata da Salvatore Micelli, amministratore di una cooperativa che si occupa di migranti, a cui i due avrebbero chiesto 3mila euro per vincere un lodo arbitrale contro un suo ex socio, il cui arbitro era Annamaria Condemi anche lei avvocato, figlia del Condemi, la quale al momento non risulta coinvolta nella vicenda. I due sono stati bloccati ed arrestati dai finanzieri in borghese all’interno di un bar cittadino proprio mentre avveniva la consegna del denaro richiesto. Sia Micelli che Renna alle ultime elezioni amministrative di Taranto avevano sostenuto con le rispettive liste (Progetto in Comune–Micelli, Direzione Taranto–Renna) la candidatura a sindaco del direttore del carcere di Taranto Stefania Baldassari (estranea a questa squallida vicenda). Salvatore Micelli, è doveroso ricordarlo, è stato più volte processato per truffe su finanziamenti pubblici e recentemente la pm dr.ssa Antonella De Luca della Procura di Taranto ha richiesto il suo rinvio a giudizio per stalking e diffamazione nei confronti del nostro direttore Antonello de Gennaro. Qualche mese prima, a seguito di nostri articoli e delle successive indagini ed accertamenti effettuati dai Carabinieri dei Nas, la Prefettura di Taranto, aveva revocato l’affidamento dell’accoglienza migranti alle strutture tarantine della Cooperativa Indaco gestita dal Micelli. Nel frattempo ci risulta che la Procura di Taranto stia indagando anche su una denuncia presentata da un avvocato nei confronti di un giudice di pace del Tribunale di Taranto, il quale avrebbe anch’egli “sistemato” con dei suoi giudicati discutibili delle cause patrocinate da uno studio legale tarantino in cui lavora come avvocato proprio suo figlio. Il giudice di pace in questione è molto “chiacchierato” negli ambienti del Tribunale di Taranto, ed è stato anche recentemente denunciato per delle gravi diffamazioni da un alto stimato magistrato recentemente andato in pensione. Come non dare ragione al CORRIERE DEL GIORNO quando definivamo il Palazzo di Giustizia di Taranto il “porto della diossina” parafrasando il vecchio “porto delle nebbie”, appellativo che in tempi memorabili identificava il Palazzo di Giustizia della Capitale? Possibile che il Presidente del Tribunale di Taranto dr. Lucafò ed il Procuratore Capo dr. Capristo non conoscano o abbiano appreso dei tanti, troppi conflitti di interessi ancora oggi circolanti negli uffici giudiziari di via Marche? Forse è arrivato il tempo dopo aver riorganizzato il Palazzo, di dare una controllata anche a chi ci lavora dentro e come…. Conoscendo la serietà di Lucafò e Capristo ci auguriamo che una bella “ripulita” avvenga al più presto.

I nostri turisti? Profughi e lamentosi. Il Salento risponde con: “Vaffanculo”. Arrivano in massa, senza soldi e con la litania lamentosa e diffamatoria: perché qua è diverso? La meta del turista fai da te che arriva in Salento è il mare, il sole, il vento ma è stantio a metter mano nel portafogli e nell’intelletto. C’è tanta quantità, ma poca qualità. Il turista fai da te che arriva nel Salento è come un profugo in cerca spasmodica di benessere gratuito. Crede nei luoghi comuni e nei pregiudizi, nelle false promesse e nelle rappresentazioni menzognere mediatiche. Con prenotazione diretta last minute, al netto dell’agenzia, prende un appartamento con locazione al ribasso e con pretesa di accesso al mare. Si aggrega in gruppo per pagare ancora meno. Ma a lui sembra ancora tanto. Poi si meraviglia della sguaiatezza di ciò che ha trovato. Tutto l’anno fa la spesa nei centri commerciali e pretende di trovarli a ridosso del mare. Non vuol fare qualche kilometro per andare al centro commerciale più vicino, di cui i paesi limitrofi son pieni, e si lamenta dei prezzi del negozietto stagionale sotto casa. Durante l’anno non ha mai mangiato una pizza al tavolo e quando lo fa in vacanza se ne lamenta del costo. Vero è che il furbetto salentino lo trovi sempre, ma anche in Puglia c’è la legge del mercato: cambia pizzeria per il prezzo giusto. Il turista fai da te tutto l’anno vive in palazzoni anonimi, arriva in Salento e si chiude nel tugurio che ha affittato con poco e poi si lamenta del fatto che in loco non c’è niente, nonostante sia arrivato nel Salento, dove ogni dì è festa di sagre e rappresentazioni storiche e di visite culturali, che lui non ha mai frequentato perché non si sposta da casa sua. Comunque una tintarella a piè di battigia del mare cristallino salentino è già una soddisfazione che non ha prezzo. Il turista fai da te si lamenta del fatto che sta meglio a casa sua (dove si sta peggio per cognizione di causa) e che qui non vuol più tornare, ma, nonostante il piagnisteo, ogni anno te lo ritrovi nella spiaggia libera vicino al tuo ombrellone. Si lamenta della mancanza di infrastrutture. Accuse proferite in riferimento a zone ambientali protette dove è vietato urbanizzare e di cui egli ne gode la bellezza. A casa sua ha lasciato sporcizia e disservizi, ma si lamenta della sporcizia e della mancanza di servizi stagionali sulle spiagge. Intanto, però, tra una battuta e l’altra, butta cicche di sigaretta e cartacce sulla spiaggia e viola ogni norma giuridica e morale. La raccolta differenziata dei rifiuti, poi, non sa cosa sia. Ogni discorso aperto per socializzare si chiude con l’accusa ai meridionali di sperperare i soldi pagati da lui. Lui, ignorante, brutto e cafone, che risulta essere, anche, evasore fiscale. Il turista fai da te lamentoso è come il profugo: viene in Salento e si aspetta osanna, vitto e alloggio gratis di Boldriniana fattura. Ma nel Salento accogliente, rispettoso e tollerante allora sì che trova un bel: Vaffanculo…

Quando il turista malcapitato viene a San Pietro in Bevagna, a Specchiarica o a Torre Colimena dice: “qua non c’è niente e quel poco è abbandonato e pieno di disservizi. Non ci torno più!”. Al turista deluso e disincantato gli dico: «Campomarino di Maruggio, Porto Cesareo, Gallipoli, Castro, Otranto, perché sono famosi?» “Per il mare, per le coste, per i servizi e per le strutture ricettive” risponde lui. «Questo perché sono paesi marinari a vocazione turistica. Ci sono pescatori ed imprenditori e gli amministratori sono la loro illuminata espressione» chiarisco io. «E Manduria perché è famosa?» Gli chiedo ancora io. “Per il vino Primitivo!” risponde prontamente lui. Allora gli spiego che, appunto, Manduria è un paesone agricolo a vocazione contadina e da buoni agricoltori, i manduriani, da sempre, i 17 km della loro costa non la considerano come una risorsa turistica da sfruttare, (né saprebbero come fare, perché non è nelle loro capacità), ma bensì, semplicemente, come dei terreni agricoli non coltivati a vigna ed edificati abusivamente, perciò da trascurare.

Turismo e risorse ambientali.

“Ci vogliono brutti, sporchi e cattivi”

19 settembre 2016. Dibattito pubblico a Otranto, in Puglia, sul tema: "Prospettive a Mezzogiorno".

Il resoconto del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Nel Salento: sole, mare e vento. Terra di emigrazione e di sotto sviluppo economico e sociale dei giovani locali. Salentini che emigrano per mancanza di lavoro…spesso con un diploma dell’istituto alberghiero. Salentini che perennemente si lamentano della mancanza di infrastrutture per uno sviluppo economico e che reiteratamente protestano per i consueti disservizi sulle coste e sui luoghi di cultura. Salentini con lo stipendio pubblico che si improvvisano ambientalisti affinchè si ritorni all’Era della pietra. Salentini con la sindrome di Nimby: sempre no ad ogni proposta di sviluppo sociale ed economico, sia mai che i giovani alzino la testa a danno delle strutture politiche padronali. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. Salentini che dalla nascita fin alla morte si accompagnano con le stesse facce di amministratori pubblici retrogradi che causano il sottosviluppo e che usano ancora il metro di misura dei loro albori politici: per decenni sempre gli stessi senza soluzione di continuità e di aggiornamento.

Presente al convegno Flavio Briatore, fine conoscitore del tema, boccia il modello turistico italiano, partendo proprio dalla Sardegna del suo Billionaire. Intanto per il caro trasporti: «Hanno un'isola e non lo sanno - dice Briatore alla platea del convegno - pensano che la gente arrivi per caso. La gente arriva o via mare o via aerea: sono due monopoli, per cui fanno i prezzi (che vogliono). Se tu vai da Barcellona a Maiorca, quattro persone sul traghetto spendono 600 euro. Da Genova ad Alghero ne spendono 1600. L'80 per cento degli amministratori - aggiunge ancora Briatore - non ha mai preso un aereo. Come si fa a parlare di turismo senza averlo mai visto?».

Briatore è poi passato alla Puglia, dove nell’estate 2017 aprirà il Twiga Beach di Otranto grazie a una cordata di imprenditori locali ed ha criticato l'offerta turistica del territorio, sottolineando in particolare la mancanza di servizi adeguati alle esigenze dei turisti più facoltosi, sorvolando sulla mancanza di infrastrutture primarie: «Se volete il turismo servono i grandi marchi e non la pensione Mariuccia, non bastano prati, né musei, il turismo di cultura prende una fascia bassa di ospiti, mentre il turismo degli yacht è quello che porta i soldi, perché una barca da 70 metri può spendere fino a 25mila euro al giorno. Masserie e casette, villaggi turistici, hotel a due e tre stelle, tutta roba che va bene per chi vuole spendere poco - ha affermato Briatore - ma non porterà qui chi ha molto denaro. Ci sono persone che spendono 10-20mila euro al giorno quando sono in vacanza, ma a questi turisti non bastano cascine e musei, prati e scogliere - ha continuato l'imprenditore - io so bene come ragiona chi ha molti soldi: vogliono hotel extralusso, porti per i loro yacht e tanto divertimento». Non poteva essere altrimenti: Briatore ha puntato il dito sulle mancanze di infrastrutture a sostegno di quelle strutture turistiche mancanti ad uso e consumo di un’utenza diversificata e non solo mirata ad un turismo di massa che non guarda alla qualità dei servizi ed alla mancanza di infrastrutture. Una semplice analisi di un esperto. Una banalità. Invece...

Sulle affermazioni di Briatore si è scatenato un acceso dibattito, in particolare sui social: centinaia i commenti, quasi tutti contro.

I contro, come prevedibile, sono coloro che sono stati punti nel nerbo, ossia gli amministratori incapaci di dare sviluppo economico e risposte ai ragazzi che emigrano e quei piccoli imprenditori che con dilettantismo muovono un giro di affari di turismo di massa a basso consumo con scarsa qualità di servizio.

L’assessore regionale Sardo Maninchedda: «A parole stupide preferisco non rispondere».

Francesco Caizzi, presidente di Federalberghi Puglia replica alle parole dell’imprenditore: «La Puglia non è Montecarlo, Briatore si rassegni. La Puglia ha hotel che vanno dai 2 stelle ai 5 stelle, dai bed & breakfast agli affittacamere. Sono strutture per tutte le tasche e le esigenze, ma con un unico denominatore comune: rispettano l’identità del luogo. Questo significa che non ci si può aspettare un’autostrada a 4 corsie per raggiungere una masseria. È probabile che si dovrà percorrere un tratto di sterrato, ma nessuno ha mai avuto da ridire su questo. Anzi, fa parte del fascino del luogo».

Loredana Capone, assessore imperituri (governo Vendola per 10 anni e con il Governo Emiliano), che ha concluso da poco un lavoro di diversi mesi sul piano strategico del turismo, ha illustrato il punto di vista di un eterno amministratore pubblico: «Dobbiamo partire da quello che abbiamo per puntare ai mercati internazionali. Come stiamo nei mercati? Prima di tutto evitando qualsiasi rischio di speculazione e abusivismo. È puntando sulla valorizzazione del patrimonio, residenze storiche, masserie, borghi, che saremo in grado di offrire un turismo di qualità, capace di portare ricchezza. Non i grandi alberghi uguali dappertutto, modelli omologati e omologanti. Anche gli investimenti internazionali puntano al recupero più che alla nuove costruzioni».

La visione di Briatore proprio non piace a Sergio Blasi, altro esponente eterno del Pd che si è detto disponibile a concorrere alla primarie del centrosinistra a Lecce: «Briatore punta alla creazione di non-luoghi riservati all’accesso esclusivo di una élite economica ad altissima qualità di spesa, nei quali conta chi sei prima di entrare e non quello che sarai diventato alla fine del tuo viaggio o della tua vacanza. Io la ritengo una prospettiva poco interessante per il Salento. E lo dico da persona che ha criticato fortemente la svolta “di massa” di alcune attrazioni, che a furia di sbandierare numeri sempre più alti finiscono per rovinare più che per valorizzare le opportunità di crescita. Ma esiste un mezzo – ha proseguito nel suo post l’ex segretario regionale del Pd - nel quale collocare un’offerta turistica che sia in grado di valorizzare le potenzialità inespresse, e sono tante, garantendo al contempo una “selezione” non in base al ceto sociale quanto agli interessi e alle aspettative del turista. Noi dobbiamo guardare ad un turismo che apprezza la cultura, anche quella popolare, la natura e il paesaggio. Che apprezza i musei e i centri storici tanto quanto il buon vino e il buon cibo. Che sia in grado di apprezzare e rispettare la terra che visita e di non farci perdere il rispetto per noi stessi». 

Per Albano Carrisi: “La Puglia piace così!”

Naturalmente l’Italia degli invidiosi, che odiano la ricchezza, quella ricchezza che forma le opportunità di lavoro per chi poi, senza quell’occasione è costretto ad emigrare, non ha notato la luna, ma ha guardato il dito. Il discorso di Briatore non è passato inosservato sul web dove alcuni utenti classisti, stupidi ed ignoranti hanno manifestato subito il loro disappunto. "Tranquillo Briatore, i parassiti milionari che viaggiano e non pagano non ce li vogliamo in Puglia", ha commentato un internauta, "Noi vogliamo musei e prati perché vogliamo gente che ami cultura e natura. Gli alberghi di lusso fateli a Dubai", ha ribattuto un altro.

Ci vogliono brutti, sporchi e cattivi. E’ chiaro che il Salento quello ha come risorsa: sole, mare e vento. E quelle risorse deve sfruttare: in termini di agricoltura, ma anche in termini di turismo, essendo l’approdo del mediterraneo. E’ lapalissiano che le piccole e le grandi realtà turistiche possono coesistere e la Puglia e il Salento possono essere benissimo l’alcova di tutti i ceti sociali e di tutte le esigenze. E se poi le grandi strutture turistiche incentivano opere pubbliche eternamente mancanti a vantaggio del territorio, ben vengano: il doppio binario, strade decenti al posto delle mulattiere, aeroporti, collegamenti ferro-gommati pubblici accettabili per i pendolari ed i turisti, ecc.. Ma il sunto del discorso è questo. Salento: sole, mare e vento. Ossia un luogo di paesini e paesoni agricoli a vocazione contadina con il mito tradizionale della “taranta” e della “pizzica”. E da buoni agricoltori, i salentini, da sempre, la loro costa non la considerano come una risorsa turistica da sfruttare, (né saprebbero come fare, perché non è nelle loro capacità), ma bensì semplicemente come dei terreni agricoli non coltivati a vigna od ulivi ed edificati abusivamente, perciò da trascurare. Ed i contadini poveri ed ignoranti, si sa, son sottomessi al potere dei politicanti masso-mafiosi locali.

Stesso discorso va ampliato in tutto il Sud Italia. Gente meridionale: Terroni e mafiosi agli occhi dei settentrionali, che invidiano chi ha sole, mare e vento, e non si fa niente per smentirli, proprio per mancanza di cultura e prospettive di sviluppo autonomo della gente del sud: frignona, contestataria e nel frattempo refrattaria ad ogni cambiamento e ad una autonoma e propria iniziativa, politica, economica e sociale.

Allora chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Corruzione, a Taranto arrestata ufficiale della Marina: "Tangente per pilotare appalto". Francesca Mola, 31 anni, è accusata anche di turbativa d'asta. Il capitano è stato arrestato in flagranza mentre intascava 2.500 euro da un imprenditore per pilotare una gara d'appalto da oltre 11 milioni, scrive Vittorio Ricapito il 18 settembre 2016 su “La Repubblica”. Si allarga la nuova inchiesta sulla tangentopoli nella base di Maricommi della Marina militare italiana. Gli uomini della guardia di finanza hanno arrestato il tenente di vascello Francesca Mola, 31 anni, responsabile dell’ufficio contratti della direzione di Commissariato di Taranto con le accuse di concorso in corruzione e turbativa d’asta. La giovane ufficiale è ritenuta stretta collaboratrice del direttore di Maricommi, capitano di vascello Giovanni Di Guardo, arrestato il 15 settembre in flagranza mentre riceveva 2.500 euro in contanti dal suo presunto corruttore, l’imprenditore Vincenzo Pastore, sindaco di Roccaforzata (Ta) e presidente della cooperativa Teoma. Secondo l’accusa i due ufficiali avevano raggiunto un accordo con Pastore per pilotare una gara d’appalto da 11 milioni e 300mila euro in tre anni per le pulizie nelle basi della Marina militare di Taranto e Napoli. In cambio avrebbero ricevuto circa 200mila euro e auto di lusso. E' la prima donna militare arrestata per questo tipo di reati. Mola è stata arrestata nella sua abitazione di Crispiano (Ta) e portata in carcere su ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Valeria Ingenito. Secondo gli accertamenti delle fiamme gialle avrebbe ricevuto un anticipo sulla somma dell’accordo di circa 12.500 euro dal presunto corruttore. Nella sua ordinanza il gip definisce “quadro avvilente” lo scenario degli affari tra imprenditori e Marina a Taranto. Lo stesso magistrato alcune ore prima aveva convalidato l’arresto in carcere per Di Guardo, 56 anni e Pastore, 69 anni, così come chiesto dal sostituto procuratore Maurizio Carbone titolare anche della prima inchiesta sulle tangenti in Marina, che nel giro di due anni ha portato all’arresto di 9 ufficiali (7 finiti in carcere e 2 ai domiciliari) che ora rischiano il rinvio a giudizio per concussione. Da quanto trapelato nel corso degli interrogatori di convalida il capitano Di Guardo e l’imprenditore Pastore avrebbero fatto parziali ammissioni. Nei loro confronti ci sarebbero accuse ben circostanziate, fondate su intercettazioni e pedinamenti durati diversi mesi. I due sono stati arrestati mercoledì sera in un appartamento sfitto di proprietà di Pastore. A casa dell’ufficiale i baschi verdi hanno trovati altri 2.500 euro in banconote da 50, che ritengono parte della tangente pagata da Pastore per aggiudicarsi la commessa milionaria ma ci sarebbe un altro incontro di luglio, monitorato dai militari, durante il quale sarebbero stati consegnati circa 10mila euro. I tre indagati sono accusati di corruzione e turbativa d’asta. La base di Maricommi a Taranto è già stata teatro di clamorosi arresti in flagranza. La magistratura tarantina a marzo scorso ha chiuso le indagini sul così detto sistema “del dieci per cento”, un presunto giro di tangenti estorte agli imprenditori dell’appalto dai vertici della base. Undici gli imputati per concussione (l’udienza preliminare è il 25 novembre), dall’ex direttore della base, Fabrizio Germani, agli ex vice direttori Marco Boccadamo, Giuseppe Coroneo e Riccardo Di Donna. Stessa accusa per gli ex comandanti del 4° e 5° reparto, Roberto La Gioia, il primo ad essere arrestato a marzo 2014 dai carabinieri mentre intasca una tangente, Giovanni Cusmano, Alessandro Dore e Giovanni Caso. Secondo l'accusa chiedevano il dieci per cento fisso sull'importo di appalti per forniture di carburanti o servizi, minacciando di rallentare i pagamenti o escludere le aziende dal giro d’affari. Dopo lo scandalo degli arresti e delle tangenti imposte “in modo rigido e con brutale e talora sfacciata protervia, come fa la malavita organizzata”, così scrisse il magistrato che ordinò l’arresto degli ufficiali, la Marina militare è corsa ai ripari inviando a Taranto il capitano Di Guardo per fare pulizia nella base di Maricommi ma dopo qualche mese anche il nuovo direttore è stato pizzicato con le mani nel sacco. I computer del direttore e i documenti della gara d’appalto finita nel mirino delle fiamme gialle sono stati sequestrati. Gli investigatori ora passano al setaccio le precedenti gare d’appalto.

Caso Maricommi: le “amnesie” dello Stato Maggiore della Marina Militare. Per il Capo Stato Maggiore Girardelli, sulla corruzione Taranto, colpe sono personali. Soltanto? Crediamo di no, scrive Antonello de Gennaro il 17 settembre 2016 su "Il Corriere del Giorno". Secondo il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Valter Girardelli, parlando dell’arresto per corruzione del comandante di Maricommi “Non bisogna generalizzare, le attività di malaffare risalgono alla sfera individuale di ogni singolo componente e non devono essere allargate alle istituzioni”. Il riferimento è al provvedimento restrittivo nei confronti del capitano di vascello Giovanni Di Guardo, di 56 anni, accusato di aver ricevuto una ‘mazzetta’ di 2.500 euro dall’imprenditore 69enne Vincenzo Pastore (anch’egli arrestato), presidente della cooperativa Teoma nonché sindaco di Roccaforzata (Taranto), quale acconto per l’aggiudicazione di un appalto – non ancora assegnato – per 11 milioni di euro. L’ ammiraglio di squadra Girardelli ha partecipato ieri a Taranto alla cerimonia di cambio al vertice del Comando in capo della Squadra Navale (Cincnav) e del Comandante della Forza marittima europea (Euromarfor) tra l’ammiraglio di squadra Filippo Maria Foffi uscente e l’ammiraglio di squadra Donato Marzano subentrante. Incredibilmente Girardelli afferma: “La responsabilità è personale. Le istituzioni sono sane “. Che la responsabilità penale sia personale lo dice la Legge e certamente non c’era bisogno di scomodare lo Stato Maggiore della Marina Militare, che è da mesi nell’occhio del ciclone. Dallo scandalo di Potenza, ai precedenti arresti, infatti, non sono pochi militari infedeli che avrebbero abusato del loro ruolo in Marina per arrotondare i rispettivi stipendi o ad essere oggetto di indagine da parte della Magistratura. Quindi due le possibilità: o gli ufficiali di Maricommi Taranto vengono scelti male (e questa è una responsabilità da addebitare a chi li sceglie), o non ci sono degli opportuni dovuti sistemi di controllo nella gestione degli appalti della Marina Militare (e questa è una responsabilità proprio dello Stato Maggiore della Marina). Se non ci fossero stati i Carabinieri e la Guardia di Finanza chi si sarebbe accorto mai all’interno della Marina Militare di tutte le ruberie che ha fatto arrestare i loro ufficiali in servizio a Taranto, smantellando un sistema criminale con le “stellette” che prevedeva una tangente fissa su ogni commessa? Tutto ciò evidentemente l’Amm. Girardelli lo trascura… E’ un fatto provato e quindi non un’opinione personale che dal 2014 il sistema degli appalti della Marina Militare costituisca un boccone molto appetito per chi opera con la Marina. Noi non abbiamo dimenticato i lavori disposti dal predecessore Amm. De Giorgi (ora in pensione) sulle fregate di classe Fremm in costruzione alla Fincantieri di Muggiano, La Spezia. E’ stato il Fatto Quotidiano, mai smentito, rettificato, querelato,  a raccontare che quando  l’Amm. De Giorgi nel 2013visitò il cantiere, osservò la nave e poichè non gli andavano bene le aree destinate al cosiddetto “quadrato ufficiali” – il luogo della nave dove ufficiali e sottufficiali siedono a mensa o si rilassano – e ai camerini, ordinò delle modifiche, “specificando – si legge ancora nel dossier – di avviare i lavori richiesti anche in assenza dei preventivi e dei necessari atti amministrativi”. Vi fu chi come Ernesto Nencioni, direttore degli Armamenti navali, cercò di intervenire segnando all’ Amm. De Giorgi i notevoli nuovi costi da affrontare, preparando a tutta velocità un preventivo, da cui venne fuori un costo ulteriore non previsto inizialmente di quasi 13 milioni di euro per lecorrezioni al quadrato ufficiali e altri 30milioni alle cuccette. Ma l’ex-Capo di Stato Maggiore della Marina Militare De Giorgi non volle sentire ragioni, e lo mise anche per iscritto. “Al termine della vicenda – secondo quanto riporta La Repubblica – Nencioni rassegnò le dimissioni e si ritirò a vita privata”. Quindi l’Amm. Girardelli farebbe bene a dare un’occhiata al sistema amministrativo degli appalti della Marina Militare e far introdurre delle procedure di assoluta trasparenza e controllo incrociato per evitare nuovi possibili scandali. L’ Ammiraglio di squadra Girardelli si faccia dare le carte anche degli episodi delinquenziali delle tangenti scoperte a Taranto due anni fa dai Carabinieri grazie alla denuncia di un imprenditore “taglieggiato”, e si renderà conto che la responsabilità non può essere solo “personale” quando a Taranto esiste un vero proprio “sistema” di tangenti da pagare per lavorare con la Marina Militare. Esattamente come nella malavita organizzata cioè mafia, camorra, sacra corona unita, n’drangheta, anche a Maricommi esisteva e veniva applicato un sistema di “pizzo” sui fornitori della Marina Militare. Lo confermano le parole, poco piacevoli e durissime, del giudice delle indagini preliminari di Taranto, dr. Pompeo Carriere, nel convalidare i precedenti arrestati, parlando di una tangente imposta agli imprenditori “in modo rigido e con brutale e talora sfacciata protervia, come fa la malavita organizzata»”. Ad essere arrestato due anni e mezzo fa   fu il capitano di fregata Roberto La Gioia, comandante del Quinto Reparto di Maricommi. Le manette scattarono nell’ufficio del militare che venne beccato in flagranza di reato, dopo aver appena intascato una mazzetta da duemila euro. Le successive perquisizioni effettuate dai Carabinieri permisero di scoprire circa 44.000 euro, e soprattutto alcuni stumenti di memoria informatica (pendrive) all’interno delle quali era documentata e conservata la contabilità “nera” e l’elenco delle imprese che pagavano tangenti all’organizzazione criminale con le “stellette” che imperversava fra Mariccomi Taranto e lo Stato Maggiore della Marina. Il pm Maurizio Carbone della  Procura di Taranto (nella foto a sinistra) ha concluso le proprie indagini, ex-art. 415 bis,  sul giro di tangenti, che aveva nella base navale di Chiapparo nella Marina Militare il proprio centro, nel marzo scorso richiedendo il rinvio a giudizio per undici persone in divisa che dovranno rispondere di concussione, fra i quali l’ex direttore di Maricommi  Comandante Fabrizio Germani, i suoi collaboratori ex vicedirettori Marco Boccadamo, Giuseppe Coroneo e Riccardo Di Donna; gli ex comandanti del4° e 5° Reparto della base Roberto La Gioia (che venne arrestato), Giovanni Cusmano, Alessandro Dore e Giovanni Caso; persino un alto ufficiale Attilio Vecchi che lavorata allo Stato Maggiore della Marina Militare a Roma, il quale si occupava di garantire i fondi per le forniture destinate alla flotta di stanza a Taranto; il capo deposito Antonio Summa ed un dipendente civile della base, Leandro De Benedectis.  Il “sistema” delle tangenti su appalti e forniture era presente ed attivo nei reparti che si occupano dell’acquisto di carburanti, beni, servizi, lavori e convenzioni con professionisti esterni. In pratica chi non pagava la mazzetta agli ufficiali della Marina Militare (e non uno solo…) in servizio a Maricommi Taranto, come emerge dalle rispettive inchieste delle Forze dell’ Ordine  e della Magistratura, automaticamente vedeva eliminata la propria azienda dalle commesse, o ancora peggio non riceveva nei tempi dovuti i pagamenti di propria spettanza, che venivano rallentati di mesi e mesi mettendo in sofferenza le risorse finanziarie dei fornitori, al punto tale che alcune società sarebbero finite in fallimento. E’ proprio sicuro l‘ Ammiraglio di squadra Girardelli che si tratta solo di “responsabilità personale”? Noi abbiamo qualche dubbio. Nel suo discorso di insediamento sostituendo l’Amm. De Giorgi, il nuovo capo di Stato Maggiore volle testimoniare l’impegno alla guida della Marina dicendo “Dedicherò tutto me stesso con orgoglio e passione per il bene della Marina e dell’Italia”. Caro Ammiraglio Girardelli è arrivato il momento di dimostralo con i fatti, senza far nascondere alla stampa (inutilmente) i nomi degli ufficiali arrestati. La peggior maniera di onorare quella preziosa divisa e la sua onorata carriera.

ASTE GIUDIZIARIE TRUCCATE: LINFA PER LA MAFIA.

Le aste giudiziarie: un mondo dorato che attira tutti, scrive lunedì, 30 Novembre 2015 Gianpaolo Battaglia su “La Vera Cronaca”. Sono uno strumento utile ad effettuare la vendita forzata di un bene che viene attuato quando un soggetto, sia egli privato o azienda, è gravato da debiti insoluti e non potendo onorarli si ricorre alla vendita forzata di uno o più dei suoi beni. In questo modo ai suoi creditori viene data la possibilità di rientrare del proprio denaro, tutto o anche solo una parte. Benvenuti nel mondo delle aste giudiziarie, un microcosmo parallelo ambito da molti per la possibilità di realizzare affari sostanziali e che, per questa ragione, attira su di sè interessi trasversali anche della malavita al punto che capita spesso di assistere ad aste truccate e pilotate. Le leggi di riferimento, che sono la n. 263 del 28 Dicembre 2005 e la n. 52 del 24 Febbraio 2006, hanno stabilito che esistono due tipi di aste giudiziarie: quelle con vendita ad incanto e quelle con vendita senza incanto.

Cosa sono le aste giudiziarie: Nello specifico, queste due tipologie di differenziano per caratteristiche ben precise: le aste giudiziarie con vendita ad incanto prevedono la realizzazione immediata tra i diversi offerenti. Il giudice stabilisce tutti i parametri dell'asta, quindi prezzo base, ora e data, modalità e termini; questo tipo di asta viene aggiudicata nei confronti di chi fa l’offerta più alta sulla base di un prezzo minimo stabilito dal giudice. Qualora questa soglia non dovesse essere superata, le offerte non risulteranno essere efficaci. Quando viene aggiudicata l'asta, il provvedimento del giudice ha l'effetto di cancellare tutti i gravami giudiziari (ipoteche, pignoramenti ecc.) pendenti su quel bene. L'altra tipologia di asta giudiziaria è quella con vendita senza incanto: in questo caso, le offerte dei partecipanti all'asta vengono presentate in busta chiusa presso la Cancelleria. Sarà compito poi del giudice nominato aprire le buste e stabilire, secondo determinati criteri, quale sia l'offerta migliore. All'apertura delle buste, se l'offerta risulta essere superiore al valore dell’immobile aumentato di un quinto, è da considerarsi accolta; se risulta invece inferiore a questa soglia e se vi è dissenso del creditore precedente (o se si ritiene che vi siano possibilità tangibili di migliorare tale offerta passando alla vendita con incanto) il giudice può non predisporre la vendita. Può succedere che vi siano più offerte valide: in questo caso viene stabilita una gara tra gli offerenti partendo dalla base del prezzo più alto.

La visibilità delle aste giudiziarie: Una legge recente ha imposto che le aste giudiziarie debbano necessariamente essere visibili sui siti internet appositi per almeno 40 giorni. Tra i siti in questione, astegiudiziarie.it, che è il portale italiani delle vendite giudiziarie. Questa misura fa sì che l'asta venga resa nota ad un numero alto di partecipanti e non soltanto a pochi che magari potrebbero essere i soliti noti. Per conoscere quindi le aste fallimentari è opportuno seguire i suddetti siti analizzando al meglio tutte le condizioni per parteciparvi così da reperire informazioni su descrizione del bene all'asta, pendenze che gravino sullo stesso, destinazione di uso ed eventuale stato occupazionale, valore ecc..

Come partecipare ad un'asta giudiziaria? E veniamo a quello che è il punto principale: come si partecipa ad un'asta fallimentare. C'è un articolo del codice civile, il 579, che va a indicare come chiunque possa partecipare ad un’asta giudiziaria, ad eccezione ovviamente del debitore.  Per partecipare materialmente ad un'asta è necessario versare la cauzione richiesta per legge (mai inferiore ad almeno 1/10 del valore del bene); le offerte possono essere presentate o personalmente o tramite mandatario munito di procura speciale. Nel caso di vendite senza incanto come detto, l'offerta deve depositata in busta chiusa presso la Cancelleria. Qualora l'asta venga disertata il giudice stabilità una nuova data con un prezzo di partenza (che è inizialmente stabilito da una perizia) del bene leggermente inferiore; nel caso di asta terminata senza che il bene sia aggiudicato, verrà restituita la caparra a tutti i partecipanti. Nel caso di bene aggiudicato sarà necessario pagare in contanti: il che può rappresentare un limite alla partecipazione a queste aste.

Cosa si può acquistare all'asta? Ecco un'altra questione tra le più dibattute: cosa posso acquistare all'asta? Di base, qualsiasi bene che sia stato frutto di sequestro giudiziario. Spesso se a fallire sono aziende, il loro stock viene messo interamente all'asta così può capitare di trovarsi di fronte un po' di tutto. Di solito tuttavia, i beni che vanno per la maggiore sono gli immobili vista la possibilità di acquisirli a prezzi convenienti. Spesso si può acquistare un immobile ad un prezzo inferiore fino al 25% del suo reale valore. Ecco perchè le aste immobiliari sono quelle che vanno per la maggiore. Tuttavia, a fronte di questa convenienza, prima dell'asta sarebbe bene visitare di persona l'immobile per rendersi conto del suo reale stato e degli aspetti non presenti nella perizia. Capire se ci sono impedimenti, come ad esempio nel caso di immobili occupati, e informarsi bene sulle spese da sostenere oltre a quelle legate al prezzo di aggiudicazione. Perchè spesso la smania di portare a termine un affare può giocare brutti scherzi e si rischia di ottenere il risultato opposto.

Aste giudiziarie e fallimentari truccate: non solo mafia.

Reggio indaga su Messina. Inchiesta sulla gestione di aste giudiziarie: 6 indagati, scrive il 10 maggio 2016 “L’Eco del sud". Ci sono un giudice, un poliziotto, un carabiniere, un imprenditore e parenti prestanome coinvolti nell’inchiesta della procura di Reggio Calabria, che ha puntato i riflettori sulla gestione di fallimenti e aste giudiziarie da parte della sezione fallimentare del tribunale di Messina. Sei in tutto gli indagati, accusati di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Si tratta del giudice Giuseppe Minutoli, a capo delle sezione fallimentare del Tribunale, dell’ispettore della Digos Giuseppe Spuria; del Tenente Colonnello che sino a poco tempo fa era a capo della sezione operativa della Dia, Letterio Romeo. E poi un imprenditore stranoto in città, Gianfranco Colosi.  Intercettazioni telefoniche avrebbero portato alla luce l’esistenza di una rete di favori nelle aggiudicazioni di aste giudiziarie.

Una brutta storia ancora soltanto all’inizio, scrive Giampaolo Scaglione l'11 maggio 2016 su “Centonove”. Un’inchiesta della Procura di Reggio Calabria della quale è titolare Gerardo Dominijanni: indagate sette persone con accuse gravissime che ruotano tutte intorno alla Sezione fallimentare del tribunale di Messina. Un’inchiesta condotta sotto traccia per mesi. Prorogate le indagini preliminari. La Procura di Reggio Calabria sta indagando sulla Sezione fallimentare del Tribunale di Messina. Sotto inchiesta è finito un magistrato, si tratta di Giuseppe Minutoli, a capo della Fallimentare. Indagato anche l’imprenditore Gianfranco Colosi, titolare in via diretta o indiretta di numerosi esercizi commerciali in città, molti dei quali acquistati all’asta. Ma l’inchiesta coinvolge anche un tenente colonnello già in servizio alla Dia di Messina: Letterio Romeo e l’ispettore della Digos, Nicola Spuria. Le altre persone indagate sono: Francesco Biondo, Maria Spanò ed Emilio Andaloro di 45 anni. Le ipotesi di reato sono molto gravi. A tutti, eccezion fatta per Romeo, viene intanto contestata l’ipotesi di associazione a delinquere. Poi vengono addebitati a vario titolo la corruzione in atti giudiziari (ex art. 319 ter c.p., solo al magistrato Minutoli), la corruzione ex art. 318 c.p. “per un atto d’ufficio” e quella prevista dall’ art. 319 “per un atto contrario ai doveri d’ ufficio”. Sono poi previste alcune ipotesi di abuso d’ ufficio. Da tempo, comunque, circolavano voci in città sulle continue ripetute aggiudicazioni all’asta di locali ed aziende commerciali da parte del Colosi, ma solo adesso è venuta fuori un’inchiesta che avrà dei riflessi notevoli anche sull’immagine del Palazzo di Giustizia messinese. La Procura di Reggio si starebbe anche occupando dei criteri di assegnazione delle pubblicità delle aste giudiziarie. Ieri sono stati notificati gli avvisi di proroga delle indagini da parte della Procura della Repubblica di Reggio Calabria che sta conducendo l’indagine.

Dopo una lunga e articolata indagine ed un'istruttoria arriva il conto della giustizia nel processo "Canasta", scrive il 23/06/2016 "Galat1one". Sono diciannove le condanne inflitte dai giudici della seconda sezione. L'indagine della Finanza consentì di smantellare nel novembre di sei anni fa un presunto cartello che avrebbe monopolizzato il mondo delle aste giudiziarie. I giudici (Presidente Roberto Tanisi) a fronte dei 6 anni di reclusione invocati dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, hanno inflitto 9 anni e 6 mesi di reclusione a Giancarlo Carrino, 54, di Nardò, che avrebbe gestito il redditizio mondo dell'esecuzioni immobiliari. Sarebbe stato proprio il faccendiere neretino, come evidenziato dalle numerose intercettazioni telefoniche, a gestire in prima persona i rapporti con i fratelli Padovano. Di seguito tutte le altre condanne:  

6 anni e 2 mesi a Ferruccio Piscopiello, 63enne di Melissano, in qualità di amministratore delegato della Seta (e noto anche per essere stato sindaco del suo Comune, per il Pd), 4 anni la richiesta del procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone; 

3 anni a Carmelo Tornese, 70enne di Lecce, nel ruolo di direttore dell'Ivg di Lecce, 4 anni la richiesta del procuratore;

9 anni a Luigi Dell'Anna, 70enne di Nardò, amministratore della Cm Sas, 3 anni e 6 mesi la richiesta del procuratore;

6 anni e 2 mesi per Franco Russo, 63enne di Nardò, 3 anni e 6 mesi la richiesta del procuratore;

6 anni a Gregorio Mellone, 63enne di Nardò, 3 anni e 4 mesila richiesta del procuratore;

2 anni a Elio Dell'Anna, nel ruolo di comandante dei carabinieri presso la sezione di polizia giudiziaria, 3 anni la richiesta del procuratore;

Fabiola Orlando, 50enne di Neviano, ufficiale di riscossione di Equitalia, esclusa l'ipotesi di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, 2 anni e 6 mesi la richiesta del procuratore;

3 anni a Rossana Tornese, 43enne di Lecce, titolare dell'Ivg, 1 anno la richiesta del procuratore; 

Evaristo De Vitis, 32enne di Squinzano, 8 mesi la richiesta del procuratore; 

Antonio De Benedetto, imprenditore, 40enne di Taviano, 8 mesi la richiesta del procuratore; 

2 anni a Marta Luciana Schito, 52enne di Sanarica, imprenditrice, 8 mesi la richiesta del procuratore;

1 anno a Marco Palmieri, 45enne di Lecce, commercialista, 6 mesi la richiesta del procuratore; 

1 anno e 2 mesi a Biagio Terragno, 54enne di Galatone, dipendente di Equitalia, 6 mesi la richiesta del procuratore; 

1 anno e 1 mesi a Francesco De Girolamo, 48enne di Sava, dipendente di Equitalia, 6 mesi la richiesta del procuratore; 

1 anno e 3 mesi a Rosario Bizzarro, 63enne di Nardò, altro dipendente di Equitalia, 6 mesi la richiesta del procuratore; 

3 anni e 6 mesi a Pantaleo Colazzo, 40enne di Collemeto per il quale il pm aveva chiesto l'assoluzione;

1 anno e 6 mesi a Luigi Sparapane, 58enne di Galatone a fronte della richiesta di assoluzione.

Sono stati assolti con la formula "perchè il fatto non sussiste":

Fabio Corvino, 49enne di Lizzanello, commercialista per il quale il pm aveva chiesto 2 anni e 6 mesi, assistito dall'avvocato Luigi Covella; 

Enzo Benvenga, 73enne di Gallipoli, politico locale di spicco del Pdl;

Sandro Quintana, 41enne di Gallipoli, ex capogruppo dell'Udc provinciale. 

Per tutti gli altri imputati è stato sollecitato il non doversi procedere perché nel frattempo si è abbattuta la mannaia della prescrizione: Carmelo Tornese; Antonia De Benedetto; Evarista De Vitis; Rosalba Enrico; Walter Ubaldo Ronzini; Alba Errico, 53enne di Squinzano; Ubaldo Walter Ronzini, 50enne di San Donato, 8 mesi la richiesta del procuratore; Antonio Tornese, 50enne di Lecce, dipendente dell'Ivg; Maria Giovanna Pitardi, 39enne di Bagnolo del Salento, imprenditrice; Lucio Frassanito, 76enne avvocato, di Monteroni; Raffaele Gambuzza, 30enne di San Cesario di Lecce, dipendente dell'Ivg; Cosimo Magnolo, 53enne di Taviano; Giuseppe Erriquez, 60enne di Nociglia; Fabiola Orlando.

"Un sistema marcio su più livelli e nonostante molti reati andranno prescritti spero che questa inchiesta serva da insegnamento" raccontò il magistrato in aula. "Un cartello che gestiva in maniera monopolistica impedendo al privato di accedere al settore delle aste giudiziarie", ha poi proseguito il magistrato. Ed effettivamente le parole del pm ricalcavano l'esito delle indagini della Finanza: gli interessi del malaffare e della criminalità organizzata nel mondo delle aste giudiziarie per i beni mobiliari e immobiliari del Salento. Un sistema composito e variegato composto da insospettabili professionisti e di connivenze di uomini d'affari e pubblici ufficiali. Sullo sfondo due consorterie criminali storiche: il clan dei Padovano di Gallipoli e dei Coluccia di Galatina, che avevano monopolizzato il business delle aste giudiziarie. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Michelangelo Gorgoni, Vincenzo Venneri, Massimiliano Zecca, Paola Scarcia, Biagio Palamà, Paola Scialpi, Massimo Fasano, Gaetano Centonze, Antonio Savoia, Luigi Corvaglia, Paolo Nuzzo, Fabio Lazari, Cesare Del Cuore, Luigi Suez, Umberto Leo, Giuseppe Bonsegna, Francesca Conte, Lucio Calabrese, Pantaleo Cannoletta, Ladislao Massari, Anna Maria Ciardo, Maurizio Memmo, Antonio Bolognese, Luigi Rella, Alberto Alfieri,  Gianpiero Geusa e Vincenzo Venneri.

Infiltrazioni mafiose nelle aste giudiziarie: quindici condanne nel processo Canasta, scrive Angelo Centonze su “Lecce News 24” il 22/06/2016. Nel processo, inoltre si è costituita parte civile Equitalia, attraverso l'avvocato Antonella Corvaglia. Gli imputati rispondevano a vario titolo ed in diversa misura di: turbativa d'asta, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale; abuso d'ufficio, estorsione; millantato credito, peculato. Nel corso di un articolato excursus durante l'udienza del 27 gennaio scorso, il procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone ha ricostruito l'intera vicenda. Anzitutto, sottolineando il contributo fondamentale delle intercettazioni, ha chiarito i ruoli assunti dai vari imputati. Carmelo Tornese era preposto alle aste giudiziarie come funzionario pubblico, seguendo "una sorta di prassi consolidata di disturbo sulla regolarità dello svolgimento, sfalsando così, il gioco della concorrenza". Altro personaggio chiave, Giancarlo Carrino (l'avrebbe conosciuto attraverso il socio Luigi Dell'Anna). Questi, un navigato faccendiere neretino, anzitutto, come evidenziato dalle numerose intercettazioni telefoniche, gestiva in prima persona i rapporti con i fratelli Salvatore (denominato "Nino bomba") e Rosario Padovano. Ma non solo, anche con commercialisti, avvocati etc. Attorno a questi due personaggi chiave dell'intera vicenda si muovevano, sempre per usare le parole del pm Mignone, "una serie di personaggi borderline sul cui ruolo assunto era difficile capire, quando si superava il confine tra lecito ed illecito". Il pm ha infine stigmatizzato, nel corso delle requisitoria, "la scarsa serietà della sezione di polizia giudiziaria e funzionari preposti alle aste", nel periodo in cui si sarebbero consumati gli illeciti. L'operazione investigativa "Canasta" portò, il 22 novembre 2010, all’esecuzione di undici provvedimenti di custodia cautelare, da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Al termine di una serie di articolate indagini durate due anni, condotte dalla Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Lecce, vennero alla luce gli interessi della criminalità organizzata su numerosi beni mobiliari e immobiliari, dislocati nel territorio salentino. In seguito alla chiusura delle indagini, vi furono alcune importanti operazioni di confisca di beni mobili ed immobili, come quella eseguita nel novembre, nei confronti di Francesco Russo. Quest'ultimo è balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi. Infatti, il 64enne, Francesco Russo è finito in manette per il "tentato omicidio" di Giovanni Calignano avvenuto a Nardò, il 16 maggio scorso, in pieno centro cittadino. Assieme al padre, venne arrestato anche il figlio Giampiero Russo, 27 anni di Nardò. Entrambi rispondono dell'accusa di "tentata estorsione continuata e aggravata" ai danni di un imprenditore.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice. Quella conversazione risale al febbraio del 2014, ma i fatti cui si fa riferimento sono tuttora oggetto di contenzioso. L’imprenditore, due anni prima avrebbe subito due aggressioni o più precisamente, come egli dice: “Hanno tentato di uccidermi”. Fatto sta che in una delle due aggressioni il signor Tonino ha perso la vista all’occhio destro. Nella conversazione che pubblichiamo, emergerebbe un tentativo di concussione da parte del curatore il quale afferma di parlare in nome di un giudice delle esecuzioni fallimentari. L’imprenditore, per non avere più fastidi, e chiudere la faccenda, dovrebbe “offrire un fiore” da ventimila euro. Chiudiamo questa parentesi e andiamo a capire che cosa succede nei tribunali di Taranto e di Potenza. Che c’entra Potenza? Ce lo spiegano le vittime: “Il tribunale del capoluogo lucano sembra essere il terminal oscuro di molte denunce contro i magistrati tarantini. L’ultima fermata delle speranze di giustizia. Il luogo dove il cerchio si chiude a danno di poveri cittadini sottoposti a procedure fallimentari o esecuzioni immobiliari.”.

La punta dell’iceberg e le minacce di suicidio. A quanto pare i cittadini che, dopo aver subito per anni, vessazioni, umiliazioni e ingiustizie, hanno alzato la voce non sono molti. Rappresentano, però, la punta di un iceberg molto vasto. A Taranto ci sarebbero quasi 750 case all’asta, con centinaia di famiglie destinate a finire sulla strada. Non solo case. Molte aziende agricole sono finite nelle maglie delle procedure fallimentari e molte altre rischiano di fare la stessa fine. Sono gli stessi imprenditori agricoli a lanciare l’allarme e denunciano “il comportamento dell’autorità giudiziaria che vende i beni all’asta a faccendieri di mestiere svalutandone il prezzo che non copre il totale dei debiti dell’esecutato che continua a rimanere indebitato e privato dei propri beni; contestano il comportamento dell’autorità giudiziaria che non consente all’esecutato un riscatto di posizione anche quando, rilevato il comportamento usuraio della banca, procede imperterrita nella vendita del bene…” Insomma, l’unica preoccupazione dei giudici tarantini sembra essere quella di vendere, vendere, vendere, a tutti i costi. Perché? A chi? Lo vedremo. Fatto sta che mentre scriviamo, da Taranto ci segnalano che un imprenditore agricolo minaccia di darsi fuoco, perché la sua azienda, il cui valore, “sottostimato”, è di 600mila euro, è stata venduta all’asta ad un prezzo di circa 150mila euro.

“E che c’entra… noi le case mica le regaliamo... e comunque il prezzo base è più che sufficiente, noi vendiamo anche e sino a euro 20.000,00!” Questa è la risposta che il giudice delle esecuzioni avrebbe dato alla signora Giovanna Montemurro, o meglio alla figlia di lei: … “Al che mia figlia gli evidenziava che in base all’ultima ordinanza di vendita, da lui (il giudice Martino Casavola) firmata, il valore del bene si era di molto abbassato, scendendo al di sotto della metà, con la conseguenza che pur vendendo la nostra casa, nemmeno i debiti si sarebbero coperti (debiti che nel frattempo erano fortemente lievitati); (…). Mi risulta che, a quel punto, il magistrato rispondeva così: “E che c’entra… noi le case mica le regaliamo... e comunque il prezzo base è più che sufficiente, noi vendiamo anche e sino a euro 20.000,00”. Eppure, scrive la signora Montemurro nel suo esposto, non si poteva procedere all’asta perché il prezzo fissato come base, pari a euro 49.800,00, era inferiore al limite minimo di legge, ossia il limite della metà del valore del bene espropriando, così come determinato dallo stesso Tribunale. In questo caso il prezzo stabilito è pari a euro 118.000,00, per cui la metà sarebbe stata al massimo euro 59.000,00. Quindi non si poteva procedere all’asta poiché il prezzo base non avrebbe potuto consentire un ragionevole soddisfacimento delle ragioni dei creditori, anche tenuto conto dei costi della procedura esecutiva. Purtroppo il giudice dell’esecuzione – scrive la signora Montemurro - ha venduto la nostra casa all’asta durante l’udienza del 26 maggio 2016, con un tempismo sospetto.

“…l’asta va avanti anche quando si tratta di vendere case abitate dagli invalidi”. La signora Montemurro ha presentato ricorso con richiesta di tutela cautelare, alle ore 12.30 del 24 maggio 2016; il magistrato avrebbe ricevuto il fascicolo il 25 maggio e lo stesso giorno il giudice Andrea Paiano ha rigettato la richiesta. Il giorno successivo, il 26 maggio, ha provveduto all’aggiudicazione, in maniera se non illegittima quanto meno poco prudente, in considerazione del fatto che si trattava di un immobile adibito ad abitazione occupata da due anziani quasi ottantenni. Non c’è da meravigliarsi. E’ ancora la signora Montemurro a parlare: Messo di fronte al rischio che io e mio marito, ormai anziani, finissimo in mezzo alla strada, anche alla luce del diritto comunitario, così come applicato dalla Corte di Giustizia, secondo cui l’abitazione di residenza deve essere tutelata, il giudice (in questo caso Martino Casavola) si limitava a precisare che dovevamo ringraziare per essere rimasti nella casa per trent’anni e che il fatto che la casa fosse abitata da due anziani a nulla rilevava e che l’asta andava comunque avanti, e va avanti anche quando si tratta di vendere case abitate dagli invalidi. Però! Chi compra la casa all’asta dei Montemurro? Lo chiediamo alla signora Giovanna. “A quanto mi risulta l’unico offerente per l’asta è stato un certo signor Di Napoli Pasquale. Di lui so soltanto che è imparentato, essendone verosimilmente il figlio, con il signor Di Napoli Giovanni, con precedenti per associazione per delinquere di stampo mafioso, e attualmente in carcere per l’episodio del triplice omicidio di Palagiano del 2014, ove fu ucciso anche un bambino di tre anni. Sembrerebbe che, prima dell’evento omicidiario e dell’arresto, il signor Giovanni Di Napoli lavorasse con il figlio Pasquale, nella ditta di quest’ultimo, in Massafra”. Da quanto abbiamo appreso segnaliamo la circostanza che Giovanni Di Napoli avrebbe legami con il clan mafioso dei Putignano di Palagiano.

Il clan mafioso e le aste pilotate. Pasquale Putignano, 67enne membro dell’omonimo clan il cui capo sarebbe il fratello Carmelo, detto “Minuccio”, venne arrestato il 5 aprile 2016 perché aveva chiesto soldi a un imprenditore agricolo per pilotare un asta. Il Putignano è stato nuovamente arrestato il 3 novembre 2016 per gli stessi fatti: estorsione e turbativa d’asta. Nel corso del tempo, i carabinieri hanno avuto modo di accertare nuove condotte delittuose, della stessa specie e con lo stesso "modus operandi", in danno di imprenditori agricoli dell'agro di Palagiano e Palagianello. Il 67enne, secondo quanto emerso dalle indagini, minacciava di pilotare l'aggiudicazione di beni sottoposti a vendita giudiziaria di alcuni imprenditori agricoli, sottoposti a procedure esecutive immobiliari ed intenzionati a riacquistarne la proprietà, millantando di poter allontanare ogni possibile concorrente. Il palagianese, per la "sua opera persuasiva" – dicono gli inquirenti- pretendeva dai malcapitati l'ingiusta consegna di una somma di denaro, quale compenso per il proprio intervento, facendosi promettere ulteriori somme di denaro in caso di favorevole esito delle aste giudiziarie, presso il Tribunale di Taranto.

“E’ in utile che continuate a pagare tanto il terreno sarà venduto... c'è già il compratore”. (Negli esposti archiviati che risalgono a sei anni fa) Così parla al telefono un funzionario della SGC, società delegata alla riscossione del credito vantato dalla Bnl nei confronti della signora Maria Spera. E ancora: “Non continuate a pagare altrimenti saranno tutti soldi gettati... se non pagate la penale il terreno sarà venduto il 29 novembre”. Il funzionario al telefono sa benissimo che la signora Spera non può e comunque non deve pagare alcuna penale. La vendita di quelle proprietà è stata pianificata da tempo. Un piatto succulento per chiunque. Un patrimonio che qualcuno vorrebbe comprare con quattro soldi. In questa vicenda, le violazioni di legge, gli abusi, e persino l’usura sono drammaticamente evidenti. La signora Spera lo spiega nel suo esposto: “la somma che ho preso a mutuo nel 1990, dalla Bnl, era pari a 500 milioni di lire corrispondenti a € 258.228,45; la somma che alla data della conversione del pignoramento ho reso (novembre 2007) è pari a €. 400.000,00; la BNL, secondo i conteggi depositati in giudizio all’udienza di conversione (29.11.2007), mi ha chiesto ancora €. 491.013,91 (oltre spese successive); la SGC, in virtù del decreto ingiuntivo 566/2003, che trae origine dallo stesso mutuo, consacra in un titolo definitivo e non più caducabile la somma di € 408.834,30 oltre interessi di mora dal 2003…; tutto ciò comporta, ulteriormente, che a fronte di un mutuo di circa € 258.000,00 oggi esistono titoli per ottenere coattivamente circa € 1.500.000,00. Insomma, la BNL e la SGC agiscono entrambe per l’intero credito rinveniente dal mutuo e non ognuna di esse per una parte dello stesso credito. E’ come dire: Caio deve 100 a Mevio, Mevio cede i 100 a Sempronio, Mevio e Sempronio agiscono entrambi congiuntamente… Caio non è più debitore di 100 ma di 200! Insomma, una illegittima duplicazione di titoli esecutivi. C’è già il compratore, chi sarebbe? Signora Spera, chi sarebbe il compratore? Le condotte di tutte le parti coinvolte in questa storia, oltre ad avermi danneggiata ingiustamente, erano oggettivamente finalizzate a favorire probabilmente il ricco imprenditore locale Antonio Albanese, notoriamente interessato ad acquistare il terreno di mia proprietà e generalmente avvezzo agli acquisti all’asta.

La banca concede un mutuo a chi evidentemente non può sostenerlo. Perché? Alla domanda risponde il signor Vitoantonio Bello, di Massafra: Forse perché sin dall’inizio hanno deciso di prendersi la mia casa. Nel caso di Bello l’asta immobiliare riguarda la casa dove vive con moglie e due figli minori, un anno e cinque anni di età. In questo caso la magistratura di Taranto, non accordandogli tutela e non sospendendo l’esecuzione, in un provvedimento giurisdizionale, ha sostanzialmente anche asserito che non vi sarebbe alcun vizio nel rapporto tra il signor Bello e la banca, seppure l’istituto di credito, concedendogli più prestiti a distanza di poco tempo, era a conoscenza che lo stesso cliente non sarebbe stato in condizione di restituire il denaro, e ciò in considerazione di quella che era la sua valutata capacità di rimborso. In questo caso il giudice dell'esecuzione è Francesca Zanna.

La tela del ragno. I cittadini vessati sono convinti di essere finiti nelle maglie di un “sistema” che fa affari intorno alle aste. Avvocati, periti, magistrati, consulenti, funzionari di banche, faccendieri e malavitosi si coalizzerebbero per aggredire i patrimoni delle povere vittime, spesso inconsapevoli dell’esito, già deciso, delle loro vicende giudiziarie. Loro traccerebbero i percorsi giudiziari avvalendosi dei soliti periti che sottostimano il valore degli immobili, per raggiungere l’obiettivo della vendita a basso prezzo, ricavando percentuali sull’affare aggiudicato ai soliti compratori o ai loro prestanome. E se qualcuno dovesse, a valle del tracciato giudiziario, partecipare a un asta già assegnata a monte a Tizio, a quel qualcuno viene “amichevolmente” consigliato di ritirarsi dalla partita oppure gli viene offerto del denaro. Tutto avverrebbe, come scrive il signor Delli Santi nel suo esposto, nella certezza dell’impunità. “Tanto a Potenza archiviano”. “Il principio di rotazione dei consulenti sarebbe rispettato soltanto per molti, con pochi e marginali incarichi, ma non per alcuni, che si contano sulle dita di una mano, ai quali sarebbero affidati grossi incarichi in grande quantità. E’ il caso dei consulenti Paolo D’Amore e Valentina Valenti. Sarebbero tra i cinque consulenti che hanno collaborato costantemente con il giudice Martino Casavola. D’Amore in 7 anni avrebbe ricevuto 238 incarichi, 34 l’anno, quasi 3 al mese. Un’enormità. Scrive ancora nel suo esposto il signor Angelo Delli Santi: “Naturalmente, anche questa circostanza è stata denunciata al tribunale di Potenza e, manco a dirlo, anche questa volta Potenza ha ignorato.” Sembrerebbe che tra alcuni magistrati, consulenti, periti, avvocati ci siano legami parentali e amicali più o meno stretti.

L’estrema difesa dei cittadini: Chiedere aiuto al tribunale di Potenza. Le storie qui raccontate sono soltanto un frammento di una lunga narrazione che riguarderebbe molti altri casi. La narrazione di abusi, falsi ideologici, strafalcioni procedurali, usura e raggiri che hanno seminato e stanno seminando molte vittime. Sarebbero decine i cittadini che hanno denunciato i giudici, ma anche periti e custodi giudiziari tarantini, al tribunale competente di Potenza. Per ottenere cosa? Improbabili, eppure sorprendenti archiviazioni. Tra i casi più eclatanti quello della signora Spera finito, come altri, nelle mani del pm di Potenza Anna Gloria Piccininni. Spera denuncia il giudice delle esecuzioni di Taranto, Martino Casavola e il Ctu, Paolo D’Amore, per i reati di abuso d’ufficio, omissione in atti d’ufficio, falsa perizia o interpretazione. La Procura di Potenza chiede l’archiviazione sulla base delle sole dichiarazioni del custode, avvocato Fabrizio Nastri che doveva essere indagato. Tutto a posto. La signora Spera fa opposizione alla richiesta di archiviazione. Opposizione accolta dall’allora giudice per le indagini preliminari Luigi Barrella che dispone ulteriori indagini. Piccininni chiede nuovamente l’archiviazione. La signora Spera fa opposizione alla seconda archiviazione. Il gip Michela Tiziana Petrocelli dispone l’archiviazione, ma dispone anche che il Nastri sia indagato. E così via, per tutte le denunce contro i magistrati, i consulenti tecnici, i curatori, i periti del tribunale di Taranto. Eppure le denunce presentate dai cittadini sembrerebbero molto circostanziate e ricche di dettagli. Chissà. Non a caso dodici senatori del Movimento Cinque Stelle, nel settembre scorso, hanno presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia per sapere, tra l’altro, “se non ricorrano le circostanze per intraprendere le opportune iniziative ispettive, sia presso il tribunale di Taranto, che presso quello di Potenza…”. Staremo a vedere.  Di Giusi Cavallo, Michele Finizio.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

Bufera mediatica su un avvocato manduriano. Un noto avvocato manduriano Franco De Laurentiis, è finito suo malgrado nell’occhio del ciclone mediatico per una vicenda avvenuta due anni fa quando fu oggetto di un esposto presentato da un imprenditore di Oria presunta vittima di un sistema di aste fallimentari truccate. L’avvocato in questione, nominato curatore di un fallimento, aveva avuto a che fare con l’oritano interessato ad acquisire una proprietà agricola sulla quale rivendicava il diritto di usucapione. La trattativa non andò in porto e l’imprenditore presentò una serie di esposti contro il curatore e la giudice del tribunale fallimentare accusandoli di tentata corruzione. Per quelle accuse l’avvocato manduriano è stato sotto inchiesta conclusa con la richiesta di archiviazione. Anche il suo ordine professionale che lo aveva sottoposto a procedure disciplinari, ad aprile scorso ha chiuso il fascicolo con un’altra archiviazione. L’altro ieri, nuovo scossone: l’imprenditore di Oria, intervistato da Telenorba, ha rinnovato le accuse nei confronti dell’avvocato rendendo inoltre pubblico un video registrato di nascosto nello studio legale di Manduria nel 2014. Dalla registrazione, prodotta parzialmente, non emergerebbe con chiarezza nessun tentativo di concussione da parte dell’avvocato le cui uniche parole registrate si riferiscono ad una proposta transattiva tesa a definire la questione a favore dell’acquirente che avrebbe potuto prendere possesso del bene a cui teneva versando la somma di ventimila euro. Diversa invece la tesi dell’oritano che nell’intervista a Telenorba aveva raccontato di essere stato vittima di una richiesta concussiva di ventimila euro da dare alla giudice del fallimento.

Attinente al procedimento fallimentare de quo fa parte il caso di Roberto Ditaranto. 

Roberto Ditaranto e Unicredit: noi non dimentichiamo, scrive Giancarlo Marcotti il 28 maggio 2014 su "Cronache Lodigiane". I miei lettori più fedeli ricorderanno certamente l’incredibile vicenda, che Finanza In Chiaro ha seguito fin dagli albori, e che vede come protagonisti da un lato il Sig. Roberto Ditaranto e dall’altro Unicredit. In sintesi alla fine del gennaio del 2009, probabilmente per un errore, Unicredit revocò d’imperio tutti gli affidamenti alle tre società in capo alla famiglia del Sig. Roberto Ditaranto, senza che ci fossero sconfinamenti o rate impagate del finanziamento chirografario e del mutuo ipotecario a suo tempo concessi, chiedendo l’immediato rientro. L’evento fu ovviamente devastante e, seppur a costo di immani sacrifici si riuscì ad evitare il fallimento, ebbe come conseguenza la chiusura di tutte le attività in capo alla famiglia del Sig. Roberto Ditaranto, che, da quel momento, entrò in una specie di inferno dantesco per le lungaggini della burocrazia e soprattutto della giustizia (con la g minuscola). La disperazione per una vita personale e familiare distrutta, portò il Sig. Roberto Ditaranto a prendere la parola durante l’Assemblea dei soci della Banca tenutasi nel maggio 2012, la frase conclusiva dell’intervento raggelava l’intero auditorio “non escludo che qualora non venga risolta la mia posizione, l’elenco degli imprenditori che si sono suicidati possa allungarsi”. L’intervento ebbe larga eco sulla stampa nazionale ed in sede di replica l’AD Ghizzoni ebbe parole concilianti promettendo che la vicenda avrebbe trovato a breve una soluzione. Spenti i riflettori dei media, invece, non accadde nulla e per il Sig. Roberto Ditaranto il passare dei giorni ha tramutato la sua vita in una lenta agonia. Un nuovo accorato intervento all’Assemblea dei soci del 2013 non portò a smuovere la situazione e stavolta rimaneva solo Finanza In Chiaro ad occuparsi della vicenda, il numero dei suicidi di imprenditori, nel frattempo, è diventato talmente lungo da non far notizia, ed i media nazionali non se ne occupano più. Pensate, cari lettori a che punto siamo arrivati, ci siamo assuefatti anche a drammi personali e familiari per portano persone per bene a togliersi la vita. Non volendo adeguarmi alla “stampa” nazionale, ho chiesto, quindi, al Sig. Roberto Ditaranto di relazionarmi sul suo nuovo intervento all’Assemblea dei Soci tenutasi alcuni giorni fa, volevo scrivere un altro articolo sulla assurda vicenda continuando ad interessarmi al caso finché non si fosse arrivati ad una soluzione. Quando però ho ricevuto la mail, ho percepito immediatamente che dietro alla disperazione dell’uomo c’è una forza che mai, personalmente, sarei stato in grado di trasmettere, ed allora ho deciso di pubblicare interamente le riflessioni del Sig. Roberto Ditaranto. Eccole: «Carissimo Dott. Giancarlo Marcotti, innanzitutto La devo ringraziare per la Sua sensibilità nei miei confronti. Lei è stato l’unico giornalista imparziale che è riuscito a pubblicare la realtà dei fatti. Ringrazio Dio che mi ha fatto incontrare Lei. Oggi purtroppo i poteri forti con il “demonio denaro” riescono a comprare anche l’anima delle persone. Io sono del parere che quando un uomo vende la propria dignità per soldi non si può chiamare “UOMO”. In questi tre anni ho avuto modo di toccare direttamente e fare esperienza diretta di come viene manipolata anche la stampa. Ancora una volta GRAZIE per la Sua disponibilità, professionalità e serietà con la quale svolge il Suo lavoro. Una riflessione sul mio intervento in assemblea Unicredit del 13.05.2014. Dopo 5 anni non riesco ad avere delle risposte e non riesco a capire tanti PERCHE’».

Unicredit: ora possibili denunce per istigazione al suicidio, scrive Giancarlo Marcotti il 3 luglio 2014. Carissimi lettori, "Finanza In Chiaro" torna nuovamente su caso Roberto Ditaranto/Unicredit, sono onorato che il sito che ho fondato e dirigo sia l’unico a non far calare il silenzio su una vicenda che deve trovare una soluzione affinché non accadano mai più cose simili in Italia. Pubblico così integralmente l’intervento che il Sig. Roberto Ditaranto ha fatto nel corso dell’Assemblea dei soci di Unicredit lo scorso 13 maggio. Ricordo a tutti che si è trattato del terzo intervento durante un’Assemblea annuale della Banca, il primo, nel 2012, aveva avuto un certo riscontro mediatico nazionale perché il Sig. Ditaranto aveva paventato l’ipotesi che, qualora Unicredit non avesse provveduto ad un risarcimento per “l’errore” commesso (“errore” che aveva portato alla chiusura di tre aziende in capo alla sua famiglia), non poteva escludere che il proprio nome si sarebbe potuto aggiungere alla lunga lista degli imprenditori che si sono suicidati. Dopo di che, però, era calata una coltre di silenzio sulla vicenda, un deliberato e colpevole silenzio che ha accompagnato prima l’intervento successivo, nel 2013, ed ora anche quest’ultimo. Ma Finanza In Chiaro, NO! Se Finanza In Chiaro dice che non smetterà di occuparsi del caso fino ad una sua auspicabile ed equa soluzione, statene certi che manterrà la sua promessa, questo mi distingue nel panorama nazionale dell’informazione ed ai miei principi, etici e morali, non verrò mai a meno. Vi chiedo quindi di leggere con attenzione ogni passo di questo intervento, preannunciandovi fin d’ora che seguiranno una serie di miei articoli attraverso i quali vorrei sviscerare punto per punto i passi più importanti che il Sig. Ditaranto ha voluto toccare, perché questa non è solo una vicenda personale e umana, ma un caso dal quale trarre preziosi insegnamenti.

«Sig. Presidente, signori del Consiglio, signori Azionisti buongiorno, Chiedo al Notaio, al quale consegno copia sottoscritta del presente documento, che venga integralmente messo tutto a verbale. Mi chiamo Roberto Ditaranto, questo è il mio terzo intervento che faccio e sicuramente l’ultimo di questa tematica. Molti dei presenti ricorderanno la vicenda della rovina della mia famiglia e delle tre aziende di Parma di cui essa era titolare, che denunciai durante le Assemblee del 2012-2013, dovute al comportamento irresponsabile di alcuni funzionari Unicredit, e che mi aveva condotto sull’orlo del suicidio. Non intendo rubare altro tempo nel rievocare questa triste e squallida storia, già nota attraverso gli interventi effettuati nelle 2 assemblee precedenti. Ci tengo solo a precisare oggi in questa sede alcuni punti:

1. Le tre società in fase di espansione a livello nazionale, con progetti d’impresa ad alta redditività, che sono state distrutte di colpo per la segnalazione errata in Centrale rischi, non avevano problemi di liquidità.

2. Ad oggi non si riesce ancora a capire con che logica il 31.01.2009 si procede a revocare un contratto di finanziamento ed uno di mutuo ipotecario senza nessuna rata in sospeso.

3. Non solo: Unicredit effettua la segnalazione di sconfinamento in Centrale rischi eliminando nel mese successivo (febbraio 2009) il codice “accordato” su tutte le posizioni: per cui i nostri scoperti da regolarmente accordati divengono di colpo debiti fuorilegge!

4. Riguardo le garanzie, il cod. 112 (Garantito da ipoteca interna) viene trasformato nel cod. 125 (Fuori garanzia): si tratta di una falso ideologico assoluto!

A seguito di queste vere e proprie falsificazioni della realtà, trasmesse alla Centrale rischi, le aziende della mia famiglia si sono viste revocare tutti gli affidamenti bancari in essere, ed hanno dovuto chiudere bottega (dopo avere prosciugato tutte le nostre residue disponibilità personali ed averci ridotti sul lastrico). Come si fa a prevedere e a sopravvivere ad una catastrofe di questa portata, del tutto immotivata ed inspiegabile? Una cosa del genere poteva capitare a chiunque di Voi! Come avreste reagito? Voi del consiglio come avreste reagito? Me lo potete dire? Il Governatore della Banca D’Italia come avrebbe agito? Lei Dott. Montezemolo, visto che è un imprenditore, come avrebbe reagito? In data 02.Aprile.2014 è stato inviato il 4° esposto alla Banca D’Italia, in quanto non si riesce ancora ad avere una risposta chiara. E’ stata fatta espressamente questa domanda: sono state rispettate correttamente le procedure di segnalazione in Centrale Rischi della Banca D’Italia da parte di Unicredit? SI o NO? Ad oggi dopo 5 anni attendiamo la risposta, con la speranza che sia chiara questa volta. Apro e chiudo una parentesi (In Italia c’è un grande malato: la Banca D’Italia, che dopo l’ingresso nell’Euro soffre di una crisi di identità. Non sa se è la banca degli italiani o la banca delle banche. Se qualcuno me lo spiega in questa sede, ne sono grato). Dal 2009 sino al 2012 nei confronti delle tre ditte della mia famiglia abbiamo subito tutte le azioni esecutive: pignoramenti mobiliari ed immobiliari, asportato tutto di tutto, sfratti, sino al pignoramento dell’unica busta paga di mio figlio. Dopo due pronunce di urgenza del Tribunale di Parma che hanno sancito l’illegittimità del comportamento di Unicredit, abbiamo dovuto avviare nel febbraio 2011 una complessa e costosa vertenza di merito, citando la banca presso il Tribunale di Parma, per ottenere un congruo risarcimento danni. Dopo oltre 3 anni non siamo riusciti ad arrivare ancora alla prima udienza! Per esattezza la prima udienza era stata fissata per il 20 febbraio 2013: peccato però che il Giudice fosse incinta da alcuni mesi! Il sostituto ci aveva garantito che avrebbe sciolto la riserva entro massimo 45 giorni: ad oggi dopo 15 mesi la riserva non è stata ancora tolta e il giudice risulta ancora assente: forse rientrerà nel secondo semestre del 2014, dopo una gravidanza lunga quanto quella di una elefantessa. Per distruggere e ammazzare un uomo vi è una nuova arma micidiale, ed anche invisibile: IL SILENZIO. Un’arma che ti TORTURA e ti ammazza lentamente, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno sino a toglierti le forze e poi lentamente “LA VITA”. Un ottimo strumento invisibile a costo zero per istigare un uomo al SUICIDIO. Quest’arma Unicredit la sta usando nei miei confronti. Faccio presente che Unicredit non ha avuto neanche un centesimo di perdita dalla mia famiglia: anzi eravamo degli ottimi clienti che pagavano regolarmente il giusto dovuto, a differenza dei vari miliardi di perdite che Unicredit ha subito ovunque. E’ veramente deplorevole che una grande banca non riconosca l’errore compiuto, ed offra spontaneamente un equo risarcimento ad un proprio cliente distrutto per colpa sua. Una volta definito il tutto informo che il sottoscritto ha come progetto di creare un’associazione di volontariato a difesa dei diritti dell’uomo, la famiglia, l’impresa. A difesa del diritto della propria vita, il blocco urgente e la prevenzione dei suicidi. Un patrimonio enorme, persone oneste con una dignità, abbandonati a se stessi e senza nessun punto di riferimento come lo è stato per me sino ad oggi. Ci sono storie drammatiche impensabili. Solo chi ha sofferto può capire cosa significa tutto questo. Più volte ho comunicato alle istituzioni: La disorganizzazione e la lentezza della Giustizia porta le persone al “SUICIDIO”. Ho provato tutte le strade: tra l’altro avevo inviato dopo il mio primo intervento pubblico una email al Dott. Ghizzoni, tramite la Segreteria Generale Direzionale, per proporgli un possibile colloquio tra due padri di famiglia; richiesta fatta senza successo come lo è per prassi per tutte le alte autorità. La solita risposta: spiacente per motivi di bla, bla, bla; la invito a contattare la struttura, bla, bla, bla. Informo che non aspetterò la conclusione della causa in quanto non ho (PIÙ’) fiducia dell’organizzazione attuale della “Giustizia”. Devo riprendere in mano con urgenza la mia vita per farne un capolavoro, come diceva il Santo Padre Giovanni Paolo II. Il capolavoro è quello di aiutare quelle persone che hanno gravissime difficoltà di sopravvivenza, far cambiare la loro vita, passare allo sviluppo, all’azione ecc. ecc. Concludendo: se entro il 30 giugno non si arriverà ad una sistemazione, dal 1° Luglio 2014 in poi, al primo suicidio di un imprenditore vittima del sistema bancario, azionerò la seconda causa di risarcimento per tutti i danni biologici procurati a me, ed a tutta la mia famiglia ed effettuerò una denuncia per istigazione al suicidio nei confronti del Sig. Federico Ghizzoni in qualità di Amministratore delegato e responsabile Unicredit. Dal 31.Gennaio 2009 ad oggi sono passati 1928 giorni. Sono stati 1928 giorni di inferno per me, oltre che mia moglie ed i miei tre figli. Tu!!!! Sig. Ghizzoni guardami negli occhi, quando andrai a letto questa sera, sicuramente in un albergo a 5 stelle pagato dagli azionisti, devi pensare solo 10 minuti a me. Vorrei che tu provassi solo per un giorno quello che io ho provato per 1928 giorni di tortura sino ad oggi per mezzo vostro. Questa è la terribile realtà di questo paese: Voi avete stipendi da milioni di euro mandando in perdita l’azienda che gestite a danno degli azionisti. Dall’altra parte vi sono tanti imprenditori vittime del sistema bancario costretti ad andare alla Caritas per poter mangiare. Il mio intervento vuole rappresentare tutti quegli imprenditori suicidatosi in quanto non c’è l’hanno fatta a sopravvivere negli ultimi 30 anni: dal 1983 ad oggi. Il mio è un caso reale, vivente di un manager sopravvissuto, torturato e ammazzato vivo con l’arma invisibile del “SILENZIO”. NOTAIO!!!!! Firmato Roberto Ditaranto. Un cittadino italiano morto che continua a respirare. N.B. Copia del presente intervento è stato da me firmato e consegnato al notaio per essere trasferito integralmente sul verbale di assemblea. Consegnato nelle proprie mani in assemblea il giorno 13.05.2014 ore 15,00.

Imprenditore denuncia giudice di Taranto al tribunale di Potenza. Non è la prima e forse non sarà l’ultima accusa di cittadini contro i magistrati della sezione fallimentare del tribunale jonico, scrive Michele Finizio, giovedì 1/12/2016 su "Basilicata24". Usurato dalle banche e costretto al fallimento, finisce nelle maglie delle procedure di vendita all’asta. Un’altra voce contro il tribunale di Taranto. Stefano Buonsanti, imprenditore edile, ginosino, riesce appena a trattenere le lacrime, mentre ci racconta la storia, assurda, paradossale come tante altre vissute da molti cittadini della provincia tarantina. Il signor Stefano lavorava bene, guadagnava anche bene. Fino a quando un intreccio “mortale” tra avvocati e direttori di filiali bancarie, giudici del tribunale, lo costringe alla miseria. E’ il 1998 quando il presidente dell’allora Cassa Rurale e Artigiana (ora Banca di Credito Cooperativo) di Ginosa dice al signor Buonsanti: “Da oggi in poi devi morire”. Da quel momento, infatti, l’imprenditore non ha più pace. Gli vengono revocati tutti i fidi in tutte le banche. Intanto aveva contratto mutui con le stesse banche a tassi usurai, fino al 23 per cento di interessi. I committenti per lavori da centinaia di milioni di vecchie lire, si tirano indietro e revocano i contratti. Il signor Buonsanti capisce che una rete “mortale” lo ha imprigionato in un destino che lo porterà a perdere tutti i suoi beni. E siamo ai giorni nostri. Stefano Buonsanti ci racconta di aste pilotate, di vendite illegittime, di opposizioni alle vendite sempre rigettate dal giudice Martino Casavola. Questo giudice compare spesso nelle denunce dei cittadini al tribunale di Potenza, oltre che nei racconti di altre persone sottoposte a procedimenti fallimentari. E’ di pochi giorni fa, il 25 novembre scorso, la denuncia dell’imprenditore contro il Giudice tarantino e alcuni avvocati, depositata al tribunale di Potenza. Buonsanti fa rilevare nella sua denuncia due episodi da egli ritenuti perseguibili penalmente. Il fatto riguarda la vendita all’asta di un locale commerciale in pieno centro storico di Ginosa per il quale era stata nominata custode la moglie dell’imprenditore. Il giudice ha ritenuto di surrogare il custode nominando in sostituzione l’avvocato già delegato alla vendita dell’immobile. Buonsanti, tramite il suo legale, ricorre contro il provvedimento di sostituzione chiedendone la revoca. Ricorso rigettato. Il giudice, nell’ambito del procedimento fallimentare, ordina la comparazione delle parti per il giorno 19 dicembre 2016, ma nel frattempo, in data 12 ottobre 2016, l’immobile viene venduto e aggiudicato. A chi? A persone che sembrano lavorare saltuariamente, quindi con un reddito, almeno apparentemente, povero. A quanto viene ceduto l’immobile? A 25mila euro. Eppure il valore stimato era pari a 120mila euro. “Insomma – ci dice Buonsanti – questa è una delle tante aste pilotate al cento per cento, spero che il tribunale di Potenza indaghi sul serio, anche se so che altre denunce di altri cittadini sono finite archiviate”. In questi anni l’imprenditore ha subito aggressioni verbali, umiliazioni, che lo hanno ridotto allo stremo psicologico. Ci racconta di strani personaggi malavitosi aggirarsi intorno alle aste, di strane procedure che finiscono con l’aggiudicazione di beni immobili a gente che non sembra avere le mani pulite. Buonsanti è convinto: “Quel giudice è corrotto”. Noi, naturalmente non possiamo approvare la sua convinzione. Fino a prova contraria quel giudice è immacolato. Da quando ci stiamo occupando di queste vicende che coinvolgono il tribunale tarantino e il tribunale di Potenza, abbiamo ricevuto molte segnalazioni, anche anonime, di persone che hanno vissuto vicende controverse nel “calvario” delle procedure fallimentari a Taranto e delle archiviazioni “facili” a Potenza.

Una Interrogazione Parlamentare alza il velo dell’ipocrisia a Taranto.

L’Omertà istituzionale, come sempre, ne coprirà la vergogna.

Il resoconto del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha pubblicato un saggio denuncia: “Usuropoli. Usura e Fallimenti Truccati”. Il libro contiene un dossier completo anche sulle aste truccate e le inchieste che nel tempo hanno coinvolto gli uffici giudiziari di tutta Italia.

Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.

Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.

Altro tassello anomalo è la costituzione di società ad hoc per la gestione dei fallimenti. Le principali banche hanno infatti costituto apposite società denominate "Asteimmobili", nei principali Tribunali (Roma, Milano, Genova, ecc.), con la finalità di chiudere il cerchio quando i tartassati e maltrattati utenti non hanno la possibilità di adempiere alle obbligazioni, specie su mutui e prestiti. ABI e banche si sono quindi ritrovate ben presto, con personale impiegato nella società costituita “Asteimmobili” a fare lavoro di cancelleria come altri pubblici ufficiali (con la non piccola differenza di non essere entrati per concorso e di non aver dovuto "prestare giuramento di fedeltà" allo Stato) in gangli alquanto delicati come le esecuzioni immobiliari, le procedure fallimentari, gli uffici dei giudici di pace, le corti d'appello sia civili che penali, le stesse procure.

Non si può, comunque, dimenticare che il percorso dei giudici del Tribunale di Milano è stato particolarmente difficile, soprattutto nei confronti di un problema estremamente rilevante quale quello legato alla turbativa d'asta, vero e proprio tallone d' Achille per il sistema delle esecuzioni. E' proprio su questo punto che i giudici sono intervenuti in maniera decisa denunciando alla Procura il fenomeno. I giornali allora parlarono di un "cartello" di speculatori per le “aste truccate”. Una specie di organizzazione in grado di condizione le gare per l'acquisto degli immobili pignorati. Come dire, nessuno poteva partecipare ad un'asta giudiziaria senza pagare una "commissione" che andava dal 10 al 15 percento del valore dell'immobile che intendeva acquistare. In caso contrario il "cartello" soprannominato allora "La compagnia della morte" avrebbe fatto lievitare al prezzo. In passato, a partire dall’esperienza pilota del Tribunale di Milano, stampa ed istituzioni hanno dato grande risalto alla pretesa "innovazione" del sistema delle vendite giudiziarie, dedicando intere pagine, anche di pubblicità a  pagamento, sui quotidiani nazionali, facendoci credere che con gli otto arresti di avvocati e pubblici funzionari della c.d. "compagnia della morte", si sarebbe posto fine al cartello di speculatori, in grado di condizionare le gare d’asta per l'acquisto degli immobili pignorati. Ci hanno spiegato e confermato che per svariati anni una banda di "professionisti" ha potuto agire impunita, scoraggiando la partecipazione alle aste del pubblico, che veniva intimidito e minacciato, imponendo il pagamento di un "pizzo" pari al 10-15% del valore dell'immobile pignorato e pilotando l'assegnazione su società immobiliari vicine o su professionisti, soggetti privati e prestanome, i cui interessi spesso sono risultati riferibili agli stessi magistrati giudicanti, come nei tanti casi da noi vanamente denunciati. Lo stesso dicasi per quanto attiene l'ambito delle procedure fallimentari, controllate da un vero e proprio racket di professionisti delle estorsioni, che con il caso del maxi-ammanco negli uffici giudiziari del Tribunale di Milano, da cui sono stati sottratti in 10 anni da una cinquantina di fallimenti, circa 35 milioni di euro, mietendo oltre 7000 vittime, ha messo a nudo una ultradecennale capacità di delinquere interna agli uffici istituzionali, in grado di resistere ad ogni denuncia-querela, forma di controllo ed ispezione ministeriale. Fatti per i quali si è cercato, anche in questo caso, di farci credere che tutto sarebbe avvenuto all'insaputa dei magistrati, dei vertici del Tribunale di Milano e degli organismi di controllo preposti (CSM, Ministero di Giustizia, Procura di Brescia, Procura Nazionale Antimafia), i quali, invero, seppure edotti di tutto, dagli anni ‘80, hanno sistematicamente insabbiato anche le stesse segnalazioni di magistrati onesti, come la dr.ssa Gandolfi, occultando solo negli ultimi anni svariate decine di migliaia di esposti a carico di avvocati, magistrati e curatori fallimentari, nei cui confronti sono rimasti del tutto inerti, giungendo, persino, a tollerare la dolosa elusione dell’obbligo di registrazione delle denunce nell’apposito Registro delle notizie di reato, tassativamente previsto dall’art. 335 c. 1° c.p.p. (26.000 procedimenti insabbiati e occultati in soffitta dalla sola Procura di Brescia).

Quattro anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Da “La Repubblica”. È la condanna emessa dal tribunale di Perugia nei confronti di Pierluigi Baccarini, giudice della sezione Fallimentare del tribunale della capitale accusato di aver "pilotato" diversi procedimenti fallimentari trai quali quello della società che amministrava il tesoro immobiliare della Democrazia Cristiana. L' inchiesta era scattata a Roma dalle indagini dei pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci che nel 2005 avevano scoperto una sorta di "comitato d' affari" che gestiva l'attività fallimentari degli uffici di viale Giulio Cesare.

Dalle cronache dei giornali si apprende che una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie. Mantovano lo ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti. Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie. “Un procedimento disciplinare per tutti gli avvocati coinvolti nella vicenda delle aste giudiziarie sottoposte all’indagine della Procura”. È quanto ha annunciato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce Luigi Rella.

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.

E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.

E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d'ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.

E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice: al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.

Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.

Nelle Marche l'inchiesta sul crack delle aziende dell'imprenditore sambenedettese ha coinvolto ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.

In Abruzzo, l’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.

A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara e uccide il suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.

Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania. A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”. A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l'interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.

Veniamo a Taranto.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06628. Pubblicato il 9 novembre 2016, nella seduta n. 719.

BUCCARELLA , AIROLA , DONNO , LEZZI , PETROCELLI , SANTANGELO , GIARRUSSO , FUCKSIA , CASTALDI , TAVERNA , PUGLIA , CAPPELLETTI , MANGILI , BLUNDO , BOTTICI - Al Ministro della giustizia. - Premesso che:

tramite l'atto di sindacato ispettivo 4-06370 (pubblicato il 21 settembre 2016), il primo firmatario della presente interrogazione segnalava le criticità occorse nell'ambito delle procedure fallimentari e di esecuzione immobiliare presso il Tribunale jonico, ed anche la chiusura della magistratura potentina competente a valutare gli esposti presentati contro i colleghi tarantini, e chiedeva al Ministro in indirizzo di disporre ispezione presso i Tribunali di Taranto e Potenza al fine di verificare la fondatezza dei fatti indicati. L'interrogazione inoltre enumerava molteplici suicidi-omicidi dovuti alla crisi ed alla facilità con cui viene tolta agli italiani la prima casa, con la conseguenza di spingere anche le persone anziane a covare e a realizzare azioni estreme di morte; inoltre, nell'atto sono contenute indicazioni, per difetto, dei casi occorsi a quella data;

dal mese di settembre 2016 ad oggi, altri casi di suicidi-omicidi si sono purtroppo verificati, imponendo la necessità di un intervento immediato e drasticamente risolutorio;

considerato che:

risulta agli interroganti che il 23 settembre 2016, il signor Angelo Salvatore Delli Santi avrebbe depositato presso la Questura di Taranto una denuncia penale (inviata per conoscenza anche al Ministro) in cui, premettendo il suo stato di fallito ed esecutato da ben 30 anni, avrebbe lamentato che presso il Tribunale di Taranto esistono meccanismi che creerebbero un sistema finalizzato ad espropriare i falliti ed esecutati, sistema da lui addirittura definito come "criminale, consolidato stabile ed efficace". Inoltre, nell'esposto, il signor Delli Santi avrebbe lamentato fortemente l'esistenza di una rete di collegamenti tra i Tribunali di Taranto e di Potenza, per cui, a suo dire, le denunce che giungono presso il Tribunale e la Procura potentina sarebbero destinate all'insabbiamento ed all'archiviazione, così come era stato evidenziato nell'atto di sindacato ispettivo 4-06370;

la gravità dei fatti è stata evidenziata in un articolo pubblicato in data 4 novembre 2016 dalla redazione on line di "Basilicata24" che, descrivendo il "sistema" illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari, ha finanche prodotto il video di una conversazione avvenuta presuntivamente nello studio di un curatore fallimentare, da cui si ricava che il citato ausiliario del magistrato avrebbe richiesto all'imprenditore, per conto del magistrato, una somma di denaro di circa 20.000 euro per chiudere ogni questione, con tanto di fissazione di incontro successivo, con il magistrato stesso, presso il quarto piano del Tribunale di Taranto;

a parere degli interroganti, i fatti descritti dal citato articolo e dalla conversazione registrata sono molto gravi sia sotto il profilo delle eventuali responsabilità dei magistrati interessati che sotto quello delle conseguenze, anche estreme, ricadenti sull'utenza e sulla collettività, determinando umiliazione ed affievolimento delle garanzie democratiche, che rischiano di essere annullate da una giustizia negata e mercificata;

considerato inoltre che:

i fatti descritti nell'atto di sindacato ispettivo 4-06370, relativi alle questioni occorse ai signori Montemurro, Bello e Spera, contengono dettagliate indicazioni di casi in cui, a detta degli stessi, si sarebbero evidenziate forzature nelle maglie del diritto, sostanziale e processuale, con evidente vulnus della giustizia;

risulta agli interroganti che tali episodi non sarebbero isolati e di ciò il signor Delli Santi, nel suo esposto del 23 settembre 2016, fornisce un'indicazione analitica, elencando casi di sua conoscenza, in cui si sarebbero verificate evidenti e macroscopiche violazioni di legge;

a parere degli interroganti, si pone come improrogabile la necessità di verificare i fatti, non potendo accettare che i cittadini vivano con la convinzione dell'esistenza di dubbi meccanismi nell'applicazione del diritto e, indi, nel funzionamento del "sistema giustizia" di Taranto;

risulta agli interroganti che numerosi media stiano affrontando le problematiche emerse, soprattutto alla luce del video pubblicato da "Basilicata24";

a parere degli interroganti si ricava che vi sia sfiducia nella giustizia, anche dal fatto che la citata signora Spera, i cui fatti sono dettagliatamente indicati nell'atto di sindacato ispettivo citato, ha espresso il timore di non ottenere tutela nemmeno nelle questioni ancora pendenti, a causa di quello che ha definito come "andazzo allegro" dei magistrati tarantini;

risulta agli interroganti che la signora Spera riferirebbe essere pendente una sua questione in grado di appello relativamente all'ipoteca che grava i suoi beni da oltre 13 anni, nonostante ella ritenga di aver versato addirittura più somme di quelle eventualmente di debenza e nonostante l'usura subita e non sanzionata (causa n. 536/2014 R.G. Corte di appello di Lecce, sezione di Taranto);

considerato altresì che risulta anche agli interroganti che sia stata già disposta, e programmata nel mese di gennaio 2017, un'ispezione presso il Tribunale e la Procura di Taranto, che verterebbe su alcune delle problematiche afferenti alla gestione delle procedure presso le sezioni di esecuzione immobiliare e fallimenti;

considerato infine che a giudizio degli interroganti tali critiche situazioni impongono che sia disposta un'ispezione, senza ritardo, presso tutti gli organi di giustizia che abbiano trattato le questioni evidenziate, nonché quelle indicate nell'atto di sindacato ispettivo citato, in particolare presso il Tribunale e la Procura di Taranto, sezione distaccata della Corte di appello di Taranto, e presso il Tribunale e la Procura di Potenza,

si chiede di sapere:

se non ricorrano le circostanze per intraprendere le opportune iniziative ispettive presso gli organi deputati all'applicazione del diritto e al funzionamento della giustizia nel tarantino e potentino, con particolare riferimento al Tribunale di Taranto, alla Procura di Taranto, alla sezione distaccata di Taranto della Corte di appello, al Tribunale di Potenza e alla Procura di Potenza, onde verificare se quanto lamentato dai soggetti coinvolti corrisponda al vero e, in caso di verifica positiva, se non ricorrano le condizioni di adozione dei necessari provvedimenti a tutela delle parti e del corretto esercizio della funzione giurisdizionale;

se l'ispezione programmata per gennaio 2017 riguardi i fatti e fascicoli relativi i signori Spera, Bello, Montemurro e Delli Santi, ovvero se non si intenda estenderla anche a tali situazioni.

Legislatura 17. Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06370 Pubblicato il 21 settembre 2016, nella seduta n. 683.

Buccarella, Airola, Taverna, Donno, Bertorotta, Puglia, Cappelletti, Serra, Giarrusso, Paglini, Santangelo, Bottici -

Al Ministro della giustizia. - Premesso che:

si apprende da un articolo apparso su "TarantoBuonaSera", del 13 luglio 2016, che a Taranto ci sarebbero quasi 750 case all'asta, con altrettante famiglie destinate a perdere la propria casa, che nella maggior parte dei casi è proprio quella di abitazione;

la crisi che ha colpito il Paese sta incrementando il fenomeno delle aste immobiliari, soprattutto conseguenti all'impossibilità, da parte dei cittadini, di onorare i mutui contratti (senza sottacere delle tante abusive concessioni di finanziamento, da parte degli istituti bancari, che vanno ad aggravare situazioni fortemente compromesse dalla recessione);

purtroppo, non mancano anche conseguenze estreme, come i suicidi ed anche gli omicidi-suicidi di interi nuclei familiari, ad opera di persone ritenute perbene e tranquille, ma che, nella morsa della crisi, non ravvisando vie di soluzione (nemmeno in conseguenza di azioni giudiziarie, che spesso non risultano loro favorevoli), compiono tali deprecabili atti, e i numeri depongono per un vero olocausto di italiani;

dall'Osservatorio suicidi per la crisi economica, gli interroganti hanno rilevato che negli ultimi 4 anni, ovvero tra il 2012 e il 2015, si sono verificati 628 suicidi, in media uno ogni 2 giorni. Ecco alcuni casi, verificatisi solo negli ultimi 12 mesi, balzati agli onori delle cronache: l'omicidio-suicidio di Boretto: agosto 2016, Albina Vecchi, 71 anni, uccide il marito Massimo Pecchini, 77 anni, e poi si uccide perché la loro casa è andata all'asta; 30 maggio 2016, Stefano, pescatore genovese di 55 anni tenta il suicidio perché senza lavoro da mesi, da quando gli era stata sequestrata l'imbarcazione con la quale usciva in mare, e, sfrattato dalla sua abitazione, era costretto ad occupare abusivamente un alloggio del Comune; marzo 2016, Sisinnio Machis, imprenditore di 58 anni, si è suicidato a Villacidro dopo il pignoramento della propria casa; gennaio 2016, Maurizio Palmerini, cinquantenne di Vaiano, frazione di Castiglione del Lago (Perugia), ha ucciso i suoi figli, Hubert di 13 e Giulia di 8 anni, a coltellate e ferito la moglie, poi si è tolto la vita; gennaio 2016, dopo il suicidio del signor Guarascio per aver subito lo sfratto, i deputati dell'Assemblea regionale sciliana del Movimento 5 Stelle comprano la casa andata all'asta e la restituiscono alla sua famiglia; dicembre 2015, un imprenditore si impicca a Lodi perché la sua casa viene messa all'asta;

risulta, inoltre, agli interroganti che presso il tribunale di Taranto, al quarto piano dedicato alle aste immobiliari, si sarebbero imposte prassi non del tutto conformi alla legge (come quella di vendere i beni pignorati anche al "prezzo vile", favorendo gli "avvoltoi" di turno e, verosimilmente, la stessa criminalità) a cui si aggiunge la tendenza a prestare maggiore attenzione alla prosecuzione delle esecuzioni immobiliari, piuttosto che alla tutela ed alle garanzie dei soggetti esecutati o falliti;

sempre presso il tribunale di Taranto, sarebbero diversi i cittadini ad aver lamentato abusi e violazioni di legge da parte dei magistrati chiamati a decidere le loro controversie, con grave nocumento dei loro diritti;

di recente a quanto risulta agli interroganti, la signora Maria Giovanna Benedetta Montemurro, presso il tribunale di Taranto, ha incardinato una procedura di opposizione avverso l'esecuzione immobiliare n. 168/1986 R.G.E., tentando di far valere molteplici ragioni a sua tutela. Nel ricorso, tra i tanti motivi di opposizione, invocando il "decreto Banche" (rectiusdecreto-legge n. 59 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119 del 2016), la signora Montemurro ha anche dedotto che il giudice non poteva procedere all'aggiudicazione atteso che, nella fattispecie, il prezzo di vendita era inferiore al limite della metà e che erano stati esperiti tentativi di vendita oltre il numero consentito dal citato decreto-legge. Effettivamente il recente decreto-legge n. 59, andando a completare il quadro normativo disciplinante la materia, non ha trascurato proprio i profili di tutela delle parti, creditrice e debitrice, soprattutto al fine di evitare che la vendita avvenga oltre determinati limiti e per un tempo indefinito;

la vendita al "prezzo vile", ovvero al prezzo lontano da quello di mercato, danneggia sia il debitore che lo stesso ceppo creditorio (con il rischio concreto di vendere le case e non soddisfare nemmeno le ragioni dei creditori) e pare anche certo che, indipendentemente dalle modalità di vendita (con incanto o senza), dal sistema delle norme che presidiano le esecuzioni immobiliari può ricavarsi che la vendita non possa avvenire ad un prezzo inferiore al limite della metà del valore del bene espropriando, così come stabilito dal tribunale ai sensi dell'art. 568 del codice di procedura civile;

tuttavia, nonostante l'apparente e verosimile fondatezza del ricorso proposto dalla signora Montemurro, il giudice dell'esecuzione ha rigettato le sue ragioni, peraltro in circostanze di tempo così rapide da destare, a parere degli interroganti, non poca inquietudine: il ricorso è stato presentato alle ore 12.30 del 24 maggio 2016; il magistrato ha ricevuto il fascicolo il 25 maggio (perché lo ha "ereditato" da altro magistrato che ha inteso astenersi); nella medesima data del 25 maggio il magistrato ha rigettato la tutela cautelare chiesta dalla Montemurro; solo il giorno successivo, ovvero il 26 maggio, ha provveduto all'aggiudicazione, a giudizio degli interroganti in maniera se non illegittima quanto meno in modo poco prudente, in considerazione del fatto che si trattava di espropriare un immobile adibito ad abitazione;

considerato che a quanto risulta agli interroganti:

la signora Montemurro, ritenendo di non avere ricevuto alcuna tutela in sede civile, con atto del 24 giugno 2016, ha adito il giudice penale ed ha denunciato non solo il giudice dell'esecuzione, ma anche il "sistema" aste presso l'organo di giustizia. Nel suo esposto, tra l'altro, ha lamentato che presso il tribunale jonico: vi è l'orientamento di vendere all'asta, con poca o nessuna tutela per le parti; vi è poca turnazione dei magistrati, che gestiscono le aste ed anche degli ausiliari di questi ultimi; vi sarebbe prassi di vendere anche al limite di 20.000 euro, indipendentemente da quello che è il valore del bene espropriando, con la conseguenza che, a suo dire, alla fine, risulterebbero "pagati" solo i costi delle procedure;

la signora Montemurro non è l'unica ad aver lamentato condotte discutibili e inclini alle banche (solitamente creditrici procedenti) ed alle espropriazioni in genere da parte dei magistrati del tribunale tarantino, di volta in volta chiamati ad intervenire in questioni relative alle opposizioni alle aste immobiliari, in sede sia di cautela che di merito;

consta agli interroganti che anche il signor Vitantonio Bello abbia lamentato una tenace chiusura della magistratura jonica rispetto all'asta immobiliare in suo danno (n. 593/2011 R.G.E. del tribunale di Taranto), non ottenendo tutela nonostante le molteplici procedure incardinate e nonostante, in qualche provvedimento giurisdizionale, il magistrato estensore abbia riconosciuto la fondatezza della doglianza da lui sollevata. Nel caso di Bello l'asta immobiliare ha ad oggetto la casa ove vive con moglie e due figli minori (di anni 5 ed uno), a tal punto il signor Bello avrebbe anche interessato della sua vicenda la Presidenza della Repubblica e quest'ultima, di rimando, la Prefettura di Taranto;

sempre nella vicenda del signor Bello, la magistratura di Taranto, non accordandogli tutela e non sospendendo l'esecuzione, in un provvedimento giurisdizionale, ha sostanzialmente anche asserito che non vi sarebbe alcun vizio nel rapporto tra il medesimo e la banca, se pure l'istituto di credito, concedendogli più prestiti a distanza di poco tempo, era a conoscenza che lo stesso cliente non sarebbe stato in condizione di restituire il denaro (e ciò in considerazione di quella che era la sua valutata capacità di rimborso). A parere degli interroganti, nella stessa statuizione, vi sarebbe anche un'abnorme legittimazione della concessione abusiva di credito;

altra vicenda molto sintomatica della pervicace chiusura dei giudici di Taranto rispetto alla tutela da accordare agli esecutati e falliti è quella della signora Maria Spera (procedura esecutiva n. 590/1994 R.G.E del tribunale di Taranto). Vicenda che, nonostante non si sia ancora conclusa, ha registrato non poche forzature, con grave danno economico, psicologico e morale dell'esecutata. Addirittura la signora Spera ha lamentato un'illegittima duplicazione di titoli esecutivi, con cui l'intero suo patrimonio risulta ancora bloccato: 1) la procedura n. 590/1994 R.G.E., che si basa sul titolo esecutivo "mutuo fondiario" e che vede quale bene pignorato un terreno di 24 ettari (terreno a cui sarebbe interessato un facoltoso imprenditore locale, già socio di Emma Marcegaglia); 2) un decreto ingiuntivo, che si basa sullo stesso e medesimo debito, decreto con il quale è stato ipotecato l'intero restante patrimonio immobiliare della signora Spera. La vicenda, a giudizio degli interroganti, è tanto più inquietante se si pensa che il debito originario contratto dalla signora nel 1990 era a pari a 500 milioni di lire (corrispondenti a circa 258.000 euro) e la signora, alla data del 2007, ne aveva già restituiti 400.000 euro (corrispondenti a circa 800 milioni di lire);

ad oggi la signora Spera, nonostante il pignoramento del terreno, sottostimato dal tribunale di Taranto in poco più di 400.000 euro (somma che sarebbe più che capiente rispetto all'eventuale debito residuo, ove ne residuasse, visto che circa 400.000 euro sono stati già resi dalla signora alla Banca nazionale del lavoro), ha l'intero suo patrimonio ipotecato, in virtù dell'altro titolo esecutivo (il decreto ingiuntivo), emesso per lo stesso ed unico debito (che così è consacrato in 2 distinti titoli esecutivi). Pertanto, se la signora volesse vendere qualcosa per pagare eventuali residui debiti, non potrebbe farlo (e nemmeno è in condizione di onorare le esose tasse sulla proprietà, se non con gli aiuti dei figli);

la signora Spera ha riferito agli interroganti che, decorsi 10 anni dall'iscrizione dell'ipoteca sul suo patrimonio, in virtù del decreto ingiuntivo, nell'assenza di atti esecutivi (perché nel frattempo la procedura è andata avanti per la vendita del terreno pignorato sulla base del titolo esecutivo "mutuo fondiario"), ha chiesto la cancellazione dell'ipoteca, anche ritenendo la perenzione del decreto ingiuntivo, ma in risposta ha ottenuto dal tribunale tarantino il rigetto della sua legittima istanza (procedura n. 3291/2014 R.G. del tribunale). La questione pende in appello (causa n. 536/2014 R.G. della Corte di appello di Lecce, sezione di Taranto), ma la signora Maria Spera ritiene che incontrerà ancora l'illogico ed illegale ostacolo;

considerato, inoltre, che:

la signora Maria Spera ha riferito agli interroganti di aver presentato, presso il tribunale di Potenza (competente a valutare gli esposti nei confronti dei magistrati di Taranto), denuncia penale nei confronti dei magistrati ed ausiliari che, a suo parere, avrebbero male esercitato la funzione giurisdizionale, causandole danni; ma anche a Potenza ha dovuto prendere atto che, anziché ottenere tutela, ha solo registrato l'astio del pubblico ministero e la pessima sua azione. Allo stato la signora Spera, esecutata dal 1994, non ha ottenuto, né dai giudici di Taranto né da quelli di Potenza, la tutela che le leggi le garantirebbero ma che la magistratura (chiamata ad applicarle) le ha negato;

la vicenda è già balzata agli onori della stampa (sul settimanale tarantino "Wemag" del 12 novembre 2010) ed è stata anche oggetto di un'altra interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei deputati nel 2010 (4-07339 a firma dell'on. Zazzera dell'IdV, Legislatura XVI);

ad avviso degli interroganti, circostanza molto inquietante è quella per cui, sempre in danno della signora Spera, né la magistratura jonica (sia in sede civile che penale) né quella potentina (in sede penale) hanno inteso accertare l'usura che la signora stessa ha lamentato esserle stata applicata. Usura che è poi emersa nell'ambito di una causa civile sempre dinanzi al tribunale tarantino, in occasione di una consulenza di ufficio redatta (causa n. 7929/2009 R.G. del tribunale di Taranto);

considerato infine che:

i fatti lamentati, per quanto gravi, non sono isolati. Gli interroganti hanno preso atto anche di un'intervista fatta dalla televisione locale "Studio 100" a varie persone esecutate, che avrebbero descritto il quadro inquietante e ricorrente al quarto piano del tribunale di Taranto, destinato appunto alle esecuzioni e ai fallimenti: si racconterebbe di prassi illegali che, pur denunciate, non vengono sanzionate, di "avvoltoi" che si avvicinano agli esecutati, estorcendo denaro per rinunciare all'acquisto, per poi acquistare all'udienza di vendita successiva, con ulteriore ribasso del prezzo e aggravio di danno per le povere vittime;

a giudizio degli interroganti la delicatezza dell'argomento, sia per le gravose conseguenze sulle persone, che per i dubbi di opinabile esercizio della funzione giurisdizionale, impone interventi urgenti e forti,

si chiede di sapere:

se non ricorrano le circostanze per intraprendere le opportune iniziative ispettive, sia presso il tribunale di Taranto, che presso quello di Potenza, onde verificare se quanto lamentato dai soggetti coinvolti corrisponda al vero e, in caso di verifica positiva, se non ricorrano le condizioni di adozione dei necessari provvedimenti correttivi a tutela delle parti e del corretto esercizio della funzione giurisdizionale;

se, nell'ambito delle attività ispettive, il Ministro in indirizzo non ritenga di dover verificare: la sussistenza delle condotte descritte, con particolare riguardo ai rapporti con le banche e le società di recupero crediti, ai fini dell'eventuale adozione di provvedimenti sanzionatori da parte delle autorità competenti; se corrisponda al vero che, presso il tribunale di Taranto, si celebrano aggiudicazioni di immobili anche al di sotto della metà del loro valore, e comunque in violazione delle norme di legge;

se esista un obbligo di turnazione dei magistrati nelle sezioni di esecuzione immobiliare e fallimentare e, in caso positivo, se lo stesso venga rispettato presso il tribunale di Taranto e se il medesimo obbligo sussista rispetto ai consulenti e ausiliari vari.

Caso aste giudiziarie a Taranto, un'inchiesta per fare chiarezza. La procura farà chiarezza sulle denunce arrivate dagli agricoltori. Servizio di Francesco Persiani del 9/11/2016 su TeleNorba. Breve intervista a Paolo Rubino, Tavolo Verde agricoltori: «Non possiamo che registrare una grande sfiducia nelle istituzioni. In questo caso della Magistratura». Il resto dell'intervista dedicata all'Avv. Fedele Moretti, Presidente Camera Procedure ed Esecuzioni Immobiliari. La Procura indagherà, partendo dai servizi giornalistici di questi giorni, ritenute possibili notizie di reato e per questo acquisiti dall’autorità giudiziaria su disposizione del procuratore capo presso il Tribunale di Taranto Carlo Maria Capristo, chiosa Persiani.

Aste, stop alle accuse: “rispettate tutte le leggi”, scrive Campicelli su “Il Quotidiano di Puglia”. Il presidente del Tribunale di Taranto Francesco Lucafò respinge con fermezza qualsiasi insinuazione su “condotte non lineari” nell’esercizio delle funzioni svolte dai magistrati tarantini impegnati sul fronte delle esecuzioni immobiliari e delle aste giudiziarie: «La legge è chiara e le procedure si rispettano fino in fondo».

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

Avvocato, la levata di scudi che c’è stata contro questa iniziativa parlamentare è sembrata una difesa corporativa. Non è così?

«Ribadisco: non è così. Come Consiglio dell’Ordine abbiamo voluto sottolineare che in ballo non c’è soltanto l’onorabilità degli avvocati e di tutti gli addetti ai lavori ma la delegittimazione del comparto Giustizia sul nostro territorio, che invece è presidio degli assetti della nostra Repubblica e prim’anche della stabilità sociale».

Come giudica, allora, l’iniziativa di quel gruppo di senatori? 

«L’interpellanza parlamentare, per come formulata e veicolata denota, a nostro sommesso parere, a prima lettura, insufficiente conoscenza delle regole processuali; per non dire dell’aver legato notizie scollegate l’una dall’altra, messe insieme con spirito sensazionalistico e di mera propaganda politico-elettorale: una intollerabile miscellanea per chi deve o meglio dovrebbe avere a cuore le sorti delle genti».

Resta pur sempre un atto che è nelle prerogative dei parlamentari... 

«Rispetto per le prerogative costituzionalmente garantite per le attività parlamentari, ci mancherebbe altro, ma una cosa è sollevare un caso e promuovere un’inchiesta ed un’altra è poi darne (o farne dare) quel risalto prima ancora che i fatti vengano accertati o chiariti».

Forse accanto alla difesa di quanti lavorano in questo tipo di procedure bisognava auspicare chiarezza rispetto ai fatti denunciati? 

«Ma qui siamo di fronte a clienti armati dalla medesima penna che, scontenti dei provvedimenti dei giudici inventano un nuovo insolito grado di impugnazione: la denunzia di tutti coloro, magistrati compresi, che a loro dire si sono resi protagonisti delle loro disgrazie. Rigettata ogni istanza che i rimedi processuali prevedono, quindi, si passa alla denuncia di chi, nel rispetto delle regole, ha applicato le regole stesse. Queste nuove irrituali iniziative processuali non hanno potuto che trovare nell’archiviazione il loro fatale epilogo ed allora... inventiamone un’altra: l’interrogazione parlamentare».

E che dice del video nel quale si farebbe riferimento ad una somma («Un fiore») per “sistemare” un fallimento? 

«È inquietante, perché si dà credito ad una prospettazione senza conoscere la realtà dei fatti. Mi auguro che il collega menzionato in quel video sporga denuncia. Per quel che ne so, il caso al quale si fa riferimento nel video è difficilmente risolvibile con... omaggi floreali».

Nelle scorse settimane ci sono stati arresti per vicende legate proprio alle aste... 

«Episodi di criminalità organizzata non possono essere accostati ad altre situazioni. Se ci sono altri collusi toccherà alla giustizia stabilirlo. Non si può generalizzare e gettare fango su un intero sistema. Ci sono cinquemila persone che lavorano in questo comparto che non possono essere infangate in questo modo. Il sistematico ricorso alla denuncia di chi ha rigettato le tue istanze è un meccanismo perverso che rigetto come uomo e come avvocato».

In quella stessa interpellanza del M5S si annuncia però un’ispezione in Tribunale per il prossimo gennaio. 

«Quella ispezione è programmata da un anno ed è già in corso. Si tratta di ispezioni concordate che si fanno periodicamente in tutti i tribunali. Vede, anche questa è propaganda. Chiederò che intervengano il ministro e il Csm: esigiamo rispetto per le istituzioni».

Dobbiamo quindi concludere che va tutto bene? 

«No, affatto. Abbiamo avuto la soppressione delle sedi distaccate di Martina, Ginosa, Manduria, Grottaglie e questo ci costringe a lavorare in quattro sulla stessa sedia. Sa cosa lascia sbigottiti? Tra i firmatari di quella interpellanza c’è chi ha disertato i nostri inviti a prendere parte proprio ad iniziative a tutela del nostro territorio. Evidentemente si preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi».

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati. «I direttivi della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali, associazioni presenti nel Tribunale di Taranto e che raccolgono centinaia di iscritti agli albi professionali, nella persona rispettivamente dei presidenti avv. Fedele Moretti ed avv. Cosimo Buonfrate - si legge nella nota congiunta -  intendono fare chiarezza in merito a quanto riportato su  articoli pubblicati su organi di stampa su accadimenti che hanno interessato il Tribunale di Taranto, in particolare ritenendo, che in alcuni di questi articoli, sia stata riportata una realtà travisata che lede gravemente anche la professionalità e l’onorabilità di tutti i professionisti che rivestono il ruolo di custode giudiziario - delegato alla vendita e di curatore fallimentare. Ci risulta che a Taranto i Magistrati che si occupano di Esecuzioni Immobiliari osservano, nell’affidamento degli incarichi, una turnazione che fa riferimento all’Elenco dei Professionisti previsto obbligatoriamente dall’art. 173–ter C.p.c., compilato a cura dei Consigli degli Ordini su richiesta degli interessati e comunicato ogni triennio al Presidente del Tribunale, che ad oggi contiene circa 500 nominativi. Considerando che annualmente a Taranto vengono affidati circa 800 incarichi, emerge con evidenza che non vi possono essere, come non vi sono, posizioni di rendita, al netto della discrezione in capo ai Magistrati di nominare persone qualificate e di fiducia. Ugualmente dicasi per la Sezione Fallimentare, dove gli incarichi vengono affidati con un’ampia turnazione tra professionisti che, per esperienze e competenze maturate, e se in possesso dei requisiti di cui all’art. 28 della legge fallimentare, siano disponibili ad accettare nomine che comportano un carico di responsabilità sempre più gravoso e ovviamente non affidabile a chiunque. Per quanto attiene alla presunta possibilità di aggiudicazione dei beni pignorati ad un “prezzo vile”, inferiore anche alla metà del prezzo base, va chiarito che le modifiche al Codice di Procedura Civile apportate a mezzo del D.L. 59/16, segnatamente all’art. 591, attribuiscono al Giudice, a partire dal quarto esperimento d’asta, la facoltà di fissare un prezzo di vendita inferiore del 50% rispetto a quello della vendita precedente, al fine dichiarato (dal legislatore) di rendere più celeri le procedure. Se la scelta legislativa è allora quella di imprimere un’accelerazione dell’iter espropriativo, agli operatori non resta che adeguarsi alle norme vigenti, prescindendo da considerazioni di carattere morale (se sia più giusto rappresentare gli interessi del creditore piuttosto che quelli del debitore che comunque ha a disposizione strumenti di tutela; per esempio, quelli di cui alla legge 3/2012 c.d. legge in materia di sovraindebitamento), di giustizia sostanziale etc etc…». «In ragione di quanto sopra - concludono gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate -  i direttivi della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali di Taranto dichiarano la loro assoluta fiducia nell’operato della Magistratura tarantina».

Vicenda Aste pilotate, i commercialisti: fiducia nei magistrati, scrive Marcella D'Addato il 15 novembre 2016 su "Canale 189”. Il Consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Taranto, riunito in seduta monotematica in data 14.11.2016, ha deliberato di diramare il seguente comunicato stampa. “Le notizie apparse sui mass media su presunti abusi e violazioni di legge commessi nelle procedure esecutive individuali e collettive appaiono fortemente lesive dell’onorabilità e professionalità dei Giudici e dei loro ausiliari (Avvocati e Commercialisti). Dall’ultima comunicazione inviata dal Tribunale di Taranto agli Ordini Professionali della provincia di Taranto ex art. 173 ter c.p.c., emerge che la soglia massima degli incarichi, prevista dall’art. 23 disp. att. c.p.c., risulta di gran lunga inferiore al 10% di tutti gli incarichi affidati dall’Ufficio. Le vendite dei beni pignorati ad un “prezzo vile” risultano eseguite, per quanto a conoscenza, nel rispetto delle norme vigenti in materia e segnatamente dall’art. 591 c.p.c., come da ultimo modificato in data 3 maggio 2016. In conclusione il Consiglio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Taranto esprime piena ed incondizionata fiducia nell’operato dei Magistrati di Taranto e dei Professionisti delegati (Avvocati e Commercialisti) nelle procedure esecutive individuali e collettive ed auspica che, per il futuro, non si debba più assistere ad improprie strumentalizzazioni a cura di parti processuali”.

I due parlamentari di Taranto (avvocati) scrivono al ministro per difendere la sezione fallimentare del tribunale. Chiarelli e Pelillo evidenziano quelle che ritengono le estraneità assolute con fatti riguardanti la malavita e attaccano i parlamentari M5S che chiedono di chiarire presunte anomalie, scrive il 16 novembre 2016 “Noi Notizie”.

La polemica. Abusi nella gestione dei fallimenti, bufera sul Movimento 5 Stelle. Pelillo e Chiarelli scrivono al ministro Orlando e attaccano i senatori pentastellati, scrive "Taranto Buona Sera” il 16 novembre 2016. Diventa un caso politico la polemica sollevata da un gruppo di senatori del M5S su presunti abusi nella gestione dei fallimenti al Tribunale di Taranto. La reazione parlamentare all’interrogazione dei Cinquestelle arriva in modalità bipartisan con una lettera congiunta degli onorevoli Michele Pelillo (Pd) e Gianfranco Chiarelli (CoR) indirizzata al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Una lettera nella quale, oltre a esprimere incondizionata fiducia agli operatori della giustizia, i due deputati accusano i senatori del M5S di aver voluto strumentalizzare politicamente situazioni che neppure conoscono. «Nel corso del mandato parlamentare - scrivono Pelillo e Chiarelli - sia in veste di rappresentanti in Parlamento della provincia ionica, sia nell’ambito dell’attività delle commissioni di appartenenza, abbiamo avuto modo di confrontarci innumerevoli volte su diverse problematiche che riguardano la Giustizia in generale, e Taranto e la sua provincia in particolare. Abbiamo discusso dell’accorpamento delle sedi giudiziarie, della paventata chiusura della sede distaccata della Corte d’Appello, del Tribunale per i minorenni, della sicurezza delle sedi giudiziarie. Tanto per fare solo alcuni esempi. Riteniamo quindi che, nell’ambito di un rapporto di reciproca stima che si è venuto a creare, si sia dimostrata la nostra ampia conoscenza del territorio e delle dinamiche che riguardano la vita giudiziaria. Con tale premessa sottoponiamo una necessaria riflessione su alcuni temi di grande attualità oggetto di ampio clamore mediatico in questi giorni». «L’atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06628, presentato da alcuni senatori del gruppo Movimento Cinque Stelle, in data 9 novembre 2016, nella seduta nr. 719, che segue, su analogo argomento, il precedente atto ispettivo 4-0637 datato 21 settembre 2016, riguardante, a dire il vero in modo molto confuso, generico e soprattutto lontano dalla verità dei fatti, l’attività della Sezione fallimentare del Tribunale di Taranto, e non solo, impone di intervenire al fine di esporre elementi di verità in una vicenda che presenta chiari aspetti di pura strumentalizzazione politica. La nostra comune lunga esperienza professionale, di operatori della Giustizia, ci pone nelle condizioni di esporre valutazioni fondate su dati di fatto direttamente verificati; ben diversamente dai colleghi parlamentari firmatari dei due atti ispettivi che, per un verso non rappresentano, e non conoscono, direttamente il territorio (neppure dove sia allocato il tribunale) se non attraverso fonti giornalistiche; per altro, stando a quanto rivela il contenuto degli atti proposti, denunciano evidenti lacune in termini di conoscenza del nostro diritto, e in specie delle procedure civili e fallimentari. Va segnalato, innanzitutto, come l’ampia eco mediatica che ha fatto seguito alla iniziativa dei senatori cinque stelle, iniziativa che si configura come una superficiale, generica e astratta denuncia di ipotetiche irregolarità, ha di fatto gettato fango sulla intera categoria degli operatori di Giustizia del Foro di Taranto, con un una conseguente grave caduta di immagine nei confronti della opinione pubblica. Una caduta di immagine che colpisce l’intero sistema giudiziario italiano, di cui l’articolo 110 della Costituzione assegna al Ministro della Giustizia il compito di curare “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi ....” Riteniamo che in tal senso la pronta reazione del presidente del Tribunale, dott. Franco Lucafò, del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, e delle associazioni di categoria, abbia esaustivamente esposto, anche sul piano tecnico delle procedure, palesemente ignorate dai parlamentari interroganti, la inconsistenza di ogni pur minimo fondamento rispetto alle ipotesi di irregolarità denunciate». A detta dei due deputati l’intera questione va vista sotto diversi aspetti. «La questione penale. L’arresto di tale Pasquale Putignano, per violazione dell’obbligo di non allontanarsi dall’area di Palagiano, è avvenuto all’interno della Sezione fallimentare del tribunale di Taranto. Tale circostanza evidenzia due questioni: la prima riguarda la assoluta assenza di qualunque collegamento tra le responsabilità da accertarsi a carico dell’arrestato e l’attività della sezione fallimentare. La seconda, per la quale più volte si è sollecitato il Governo ad assumere provvedimenti, riguarda in generale la sicurezza delle sedi giudiziarie. In particolare il tribunale di Taranto risulta molto esposto, in assenza di adeguati sistemi e procedure atti a garantire il controllo degli ingressi. Tant’è che chiunque può raggiungere aree sensibili del tribunale senza un preventivo filtro». Vi è poi la questione degli incarichi. «L’atto ispettivo di cui si tratta, riporta pedissequamente quanto esposto da un cittadino, che si ritiene danneggiato. Esposto che, come previsto, è alla attenzione della Procura di Taranto e che sarà oggetto di necessario approfondimento. Riteniamo una indebita ingerenza spostare sul piano politico la questione. Tuttavia, è opportuno a questo punto fare chiarezza. L’affidamento degli incarichi, in riferimento alle esecuzioni immobiliari, come è stato già ampiamente chiarito da diversi interventi di addetti ai lavori, è puntualmente regolamentata e prevede un elenco tenuto dai Consigli degli Ordini che, nel caso di Taranto, conta ad oggi circa 500 avvocati a cui sono distribuiti circa 800 incarichi per anno. Analogamente anche l’assegnazione di incarichi assegnati dalla sezione fallimentare, che avvengono puntualmente nel rispetto di quanto previsto dall’ art. 28 della legge fallimentare. Quanto sopra è facilmente rilevabile dalla documentazione che accompagna ogni atto giudiziario». Infine, gli aspetti sociali: «Nelle premesse dell’atto ispettivo dei senatori cinque stelle si pone in evidenza il grave allarme sociale che deriva anche dai numerosi fallimenti in provincia di Taranto. Un allarme sociale reale, che va ricondotto esclusivamente ad una accentuata crisi economica che, come è noto, a Taranto, si presenta particolarmente grave a causa anche della vicenda Ilva, che ha colpito l’intero indotto produttivo, con ricadute negative sull’intero tessuto economico ed occupazionale. Le oggettive difficoltà che derivano dall’incremento dei fallimenti, non possono mai essere attribuite alla gestione da parte della magistratura, che opera nel più stretto rispetto delle normative di legge. Va piuttosto segnalato come il Governo, nelle more di provvedere ad una più articolata riforma che intervenga sui tempi dei processi, ha dato via libera a modifiche normative, come nel caso dell’art. 591 C.p.c., recentemente modificato dal Decreto Legge nr. 59 del 3 maggio 2016), da cui deriva, tra l’altro, la procedura del cosiddetto “prezzo vile”. La questione primaria quindi non è la gestione delle procedure fallimentari ed esecutive, che sono puntualmente regolamentate e verificate, quanto intervenire a monte per creare le condizioni necessarie a garantire la vitalità delle imprese, come più volte si è sollecitato. Ma questa è un’altra storia che riguarda le politiche di sviluppo e non l’amministrazione della Giustizia». «Siamo pertanto convinti - concludono Chiarelli e Pelillo - che quanto programmato, per altre motivazioni, nei vari tribunali d’Italia, già nel mese di giugno 2016 (ispezione prevista a Taranto per il mese di gennaio 2017), debba puntare a dare risposte ad un territorio che chiede da tempo certezze in tema di sviluppo, di giustizia, di sicurezza sociale, ripristinando altresì la verità dei fatti, e smascherando ogni tentativo di strumentalizzazione politica».

Aste Immobiliari del Tribunale di Taranto, il Meetup amici di Beppe grillo di Massafra risponde, scrive "Vivi Massafra” il 16 Novembre 2016. Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato da parte del Meetup Amici di Beppe Grillo Massafra riguardante le aste immobiliari del Tribunale di Taranto. "In qualità di attivisti del meetup Amici di Beppe Grillo di Massafra abbiamo la necessità morale di replicare ai comunicati del Presidente del Tribunale di Taranto, Dott. Lucafò, a quelli dei Presidenti delle Camere delle procedure esecutive immobiliari e delle procedure concorsuali, Avvocati Moretti e Buonfrate, a quello del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Avv. Di Maggio, ed anche a quello dei Dottori Commercialisti e lo facciamo con questa lettera aperta. Siamo stati investiti della problematica dalla signora Montemurro, peraltro genitrice di una nostra attivista, e più volte indicata nelle interrogazioni parlamentari che stanno così tanto scuotendo gli animi in provincia. Ci siamo rivolti ai portavoce del Movimento 5 stelle dopo aver ascoltato persone e preso atto che davvero esiste qualcosa di poco trasparente; quasi un sistema che abbiamo ritenuto che andasse verificato e affrontato anche con presa di posizione a livello centrale! I senatori del Movimento 5 stelle, nostri portavoce, hanno richiesto documentazione, hanno verificato i fatti e solo all’esito hanno ritenuto che la questione aste e fallimenti presso il Tribunale di Taranto andasse portata all’attenzione del Ministro della Giustizia! E ci riferiamo a ben 12 senatori nella prima interrogazione e a 15 nella seconda: e ad essi va la nostra fiducia ed il nostro grazie! E a tutti questi signori che, con preveggenza e coro unanime, affermano la correttezza e la regolarità di ciò che noi invece riteniamo poco chiaro (per usare termini prudenti), consigliamo solo di attendere la conclusione degli accertamenti che sono stati richiesti sia al giudice penale che al ministro della giustizia! A questi signori consigliamo di fermarsi un attimino dinanzi ad anni di vite negate secondo delle prassi che sembrano tutt’altro che corrette. E troviamo a dir poco risibili i comunicati, peraltro molto simili e sovrapponibili, del Presidente del Tribunale, degli Avvocati e dei Commercialisti. E’ vergognoso avallare prassi scorrette, arrogarsi la conoscenza delle procedure e negarla a ben 15 rappresentanti del popolo (molti dei quali sono anche avvocati) e soprattutto affermare che le interrogazioni parlamentari sono state fatte per biechi fini elettoralistici. Ma quali fini elettoralistici… il movimento 5 stelle non ne ha bisogno, cammina sulle sue gambe, anzi corre, e meno male che c’è!" Meetup Amici di Beppe Grillo Massafra

Cane non morde cane. Le certezze del sistema e i dubbi dei cittadini. Sul caso delle aste pilotate al tribunale di Taranto e delle 'facili archiviazioni' alla Procura di Potenza levata di scudi contro i Cinque Stelle e la nostra inchiesta. A quando la verità? Scrive Michele Finizio su "Basilicata 24", mercoledì 16/11/2016. Il 4 novembre scorso, abbiamo firmato un’inchiesta su “presunte” irregolarità nella gestione dei procedimenti fallimentari nel tribunale di Taranto. Chiamando in causa anche la Procura di Potenza che sarebbe avvezza ad archiviare in quattro e quattr’otto le denunce dei cittadini contro i giudici del tribunale jonico. Abbiamo pubblicato un video per sintetizzare il contenuto di una registrazione che una delle nostre fonti ci ha fornito. La registrazione di una conversazione nella quale emergerebbe un tentativo di concussione da parte di un curatore fallimentare, il quale dice di parlare in nome di un giudice, nei confronti di un imprenditore. Sulle vicende tarantine e potentine il Movimento Cinque Stelle ha presentato ben due interrogazioni parlamentari, l’ultima in seguito alla pubblicazione della nostra inchiesta. Che cosa è successo dopo quel 4 novembre? A Taranto e nella provincia si sono levati gli scudi della magistratura, della politica, della stampa, dell’ordine degli avvocati e dell’ordine dei commercialisti: “Tutto regolare”. Gli onorevoli Gianfranco Chiarelli (Conservatori e Riformisti) e Michele Pellillo (Pd), si sono affrettati a scrivere al ministro della Giustizia per opporsi alle “strumentalizzazioni” del Movimento Cinque Stelle sulla vicenda e definire “confusi e bugiardi” i firmatari delle interrogazioni. Il presidente del tribunale di Taranto ha dichiarato che le accuse dei pentastellati sono infondate. Le associazioni forensi si schierano apertamente a sostegno dei giudici tarantini: “Procedure esecutive e concorsuali senza violazioni né abusi. Riportata una realtà che è stata travisata completamente”. L’ordine dei Commercialisti si affretta a dichiarare: “Niente ombre sulle procedure, piena e incondizionata fiducia nell’operato dei magistrati tarantini e dei professionisti delegati”. Certa stampa si è limitata a dare ampio spazio al “sistema” e, in alcuni casi, a creare confusione mediatica ad arte, per deviare l’opinione pubblica. Nel frattempo non sono mancati episodi che sembrerebbero sottili tentativi di intimidazione a danno di cittadini autori degli esposti contro i giudici tarantini e potentini. E neanche sono mancati fatti che potrebbero apparire come tentativi di ritorsione nei confronti di un avvocato difensore di quei cittadini. Possibile che nessuno, al momento, abbia sentito il dovere di fare una qualche verifica? Può darsi che nel video, da noi pubblicato, si nasconda un millantatore o un provocatore. Oppure è tutto vero. Può darsi che quanto raccontato negli esposti dei cittadini vittime delle “presunte” irregolarità sia tutto falso, Oppure tutto vero. Basta fare qualche verifica. Eppure, a quanto pare, tutti i signori della giustizia, della politica, delle professioni, della stampa, non hanno dubbi: “Tutto regolare”. Vorremmo toglierci il dubbio anche noi, per questo il nostro lavoro di inchiesta sulla vicenda, continua. A presto rivederci.

Usurati ed esecutati.  Aste giudiziarie fallimentari. Il marcio sotto il tappeto: chi si scusa si accusa.

Il business delle Aste giudiziarie fallimentari e della gestione dei beni confiscati a presunti mafiosi.

L’intervento del dr Antonio Giangrande, presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie.

Dr Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Sono presidente di una associazione Antiracket ed Antiusura, riconosciuta dal Ministero dell’Interno perché iscritta presso la Prefettura di Taranto nell’elenco dei sodalizi antimafia, finchè lo permetteranno. La mia peculiarità è quella di essere presidente di una associazione che non prende soldi da alcuno, né ha agganci politici o istituzionali. Per tale carica e per la mia storia sono l’unico destinatario delle lamentele di migliaia di cittadini usurati ed esecutati da tutta Italia. Accuse tutte uguali: sfiducia nella giustizia e nelle istituzioni. La mia risposta a costoro è una sola: non caverete un ragno dal buco.

L’assunto è provato dal mio libro “Usuropoli e Fallimentopoli. Usura e fallimenti truccati”. Saggio che raccoglie le storie piccole e grandi sparse in tutta Italia. Storie come quelle di cui si parla in questo periodo al tribunale di Taranto: Foro chiacchierato per questa e per altre vicende. Ma del chiacchiericcio si deve tacere, altrimenti capita quello che capita a me: perseguitato dalla magistratura di Taranto e Potenza perché oso parlarne.

Da tempo mi chiamano i cittadini tarantini per denunciare anomalie nella gestione delle aste giudiziarie fallimentari e di questi ne ho fatto un gran fascio, oggetto di prove, veicolati presso uno studio legale che le raccoglie. Solo in questo periodo è montata la polemica per la presentazione di interrogazioni parlamentari, che ha permesso di parlare pubblicamente del fenomeno senza ritorsioni e stranamente si è parata un’alzata di scudi a spada tratta da parte delle corporazioni coinvolte: Excusatio non petita, accusatio manifesta, ossia, chi si scusa si accusa.

Ma provare a chi? Ai magistrati?

Un fallimento? In Italia può durare anche mezzo secolo!!! Quarantasei anni: a tanto ammonta la durata della procedura fallimentare di un’azienda di Taranto. Lo racconta Sergio Rizzo nella “Cricca”, un saggio Rizzoli dedicato alle lentezze e ai mille conflitti d’interesse del nostro Paese. Leggiamone un estratto. A Berlino la costruzione del Muro procedeva a ritmi serrati. Papa Giovanni XXIII aveva scomunicato il comunista Fidel Castro e la Francia riconosceva l’indipendenza dell’Algeria. In Italia Aldo Moro apriva la stagione del centrosinistra, Enrico Mattei regnava sull’Eni, Antonio Segni entrava al Quirinale. E mentre per la prima volta, dopo 400 anni, le orbite di Nettuno e Plutone si allineavano e gli Stati Uniti mandavano il loro primo uomo in orbita intorno alla Terra, in quel 1962 falliva a Taranto la ditta del signor Otello Semeraro. Non meritò nemmeno due righe in cronaca la notizia che al tribunale del capoluogo pugliese stava per cominciare una delle procedure fallimentari più lunghe della storia della Repubblica. Quarantasei anni. Nel 2008 il tribunale di Taranto ha approvato il rendiconto finale del fallimento Semeraro, con un verbale condito da particolari burocraticamente esilaranti. «Avanti l’Illustrissimo Signor Giudice Delegato Pietro Genoviva assistito dal cancelliere è personalmente comparso il curatore Michele Grippa il quale fa presente che tutti i creditori ed il fallito sono stati avvisati mediante raccomandata con avviso di ricevimento dell’avvenuto deposito del conto di cancelleria.» Nonostante ciò il giudice «dà atto che all’udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». Sulle ragioni dell’assenza dei creditori non ci sono informazioni certe. Invece il signor Semeraro, pur volendo, difficilmente si sarebbe potuto presentare. Fitto è il mistero dell’indirizzo al quale gli sarebbe stata recapitata la raccomandata, con tanto di ricevuta di ritorno: perché egli, purtroppo, non è più tra i vivi. Come il tribunale di Taranto non poteva non sapere, avendo accertato, nel rendiconto del fallimento, un versamento di 10.263 euro «a favore della vedova di O. Semeraro». Quarantasei anni. Una lentezza inaccettabile per qualunque procedimento. Figuriamoci per un fallimento che ha fatto recuperare in tutto 188.314 euro, ai valori di oggi. Con la doverosa precisazione che un terzo abbondante se n’è andato in spese: 70.000 euro, di cui 50.398 soltanto per gli avvocati. Nei tribunali mancano i cancellieri, è vero. Nemmeno i giudici sono così numerosi. Poi la burocrazia, le procedure...Sulla scia del fenomeno denunciato è scandaloso quanto succede a Taranto. L’avv. Patrizio Giangrande, fratello del presidente Antonio Giangrande, e l’avv. Giancarlo De Valerio vincono la causa contro Equitalia Spa per risarcimento danni, sulla base di ipoteche su immobili emesse da detta società senza alcun avviso e per importi milionari attinenti presunti crediti, risultati inesistenti. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento di svariate migliaia di euro liquidati in via equitativa. La cosa scandalosa è che, purtroppo, sono migliaia i casi in cui avvengono invii di cartelle talvolta recanti debiti anche estinti e con scadenze decennali. Il sistema permette al Fisco di effettuare sequestri di immobili o fermo amministrativo di auto, senza aver verificato, come nel caso di causa, la effettiva esistenza debitoria applicando interessi e spese che spesso superano l’importo del debito stesso, stranamente somme non calcolate come usuraie. Allucinante è il fatto che gli avvocati, in virtù della sentenza di condanna, recatisi unitamente all’ufficiale giudiziario per rendere ad Equitalia il torto subito ed eseguire il pignoramento presso la loro sede a Taranto, gli è stato comunicato dalla stessa Equitalia spa che non intende pagare, ritenendo i beni e i fondi insequestrabili. Pazzesco è che solo il Quotidiano di Puglia, alla pagina interna su Manduria, a firma di Gianluca Ceresio, si è occupato della vicenda che interessa tutti i cittadini, non solo tarantini, per la disparità di trattamento dei diritti lesi.

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06628. Pubblicato il 9 novembre 2016, nella seduta n. 719: “…le denunce che giungono presso il Tribunale e la Procura potentina sarebbero destinate all'insabbiamento ed all'archiviazione, così come era stato evidenziato nell'atto di sindacato ispettivo 4-06370”. Aste, stop alle accuse: “rispettate tutte le leggi”, scrive Campicelli su “Il Quotidiano di Puglia”. Il presidente del Tribunale di Taranto Francesco Lucafò respinge con fermezza qualsiasi insinuazione su “condotte non lineari” nell’esercizio delle funzioni svolte dai magistrati tarantini impegnati sul fronte delle esecuzioni immobiliari e delle aste giudiziarie: «La legge è chiara e le procedure si rispettano fino in fondo».

Già perché nei tribunali si rispettano le leggi? A questa domanda risponde un ex magistrato antimafia.

Ingroia: «Il tribunale di Roma ignora il lavoro dei pm nisseni». L’ex pm aveva chiesto che l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara venisse ascoltato come teste assistito nel processo sul riciclaggio del tesoro di Ciancimino, scrive il 2 novembre 2015 "Il Corriere del Mezzogiorno". «Sono rimasto sorpreso della decisione del tribunale di Roma di non acquisire gli atti dell’inchiesta della procura di Caltanissetta e del Consiglio Superiore della Magistratura sull’ex presidente della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, e di non ascoltare l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara nella veste di teste assistito. Una decisione che trovo assolutamente incomprensibile e che rende purtroppo più difficile la ricerca della verità». Lo dichiara l’avvocato Antonio Ingroia, difensore di Raffaele Valente e del rumeno Victor Dombrovschi. «Il collegio - aggiunge Ingroia - ha totalmente ignorato le evidenti connessioni probatorie esistenti tra il processo di Roma e l’inchiesta di Caltanissetta, che vede indagati l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara e la giudice Silvana Saguto per fatti gravissimi all’esame del Csm e su cui si è pronunciato in modo netto anche il ministro della Giustizia Orlando. Nel procedimento romano, infatti, risultava che Cappellano Seminara era stato nominato dalla Saguto amministratore giudiziario dei beni sequestrati, e sequestrati proprio grazie alle informative di Cappellano Seminara: come si può negare che ci sia una connessione con quanto emerso nelle ultime settimane a Palermo? La logica suggerisce di sì e invece il tribunale ha deciso di ignorare il lavoro dei pm nisseni. Evidentemente - conclude Ingroia - meglio non sentire, non vedere, non sapere. Ma non è così che si accerta la verità e si fa giustizia».

Ma provare a chi? Agli ispettori ministeriali?

Se, come è stato evidenziato nell’interrogazione parlamentare, tutto è stato insabbiato a Potenza, come può desumersi fonte di prova un atto che non si trova o che sia già valutato negativamente dal sistema giudiziario? E comunque, il Ministero della Giustizia, (andando contro corrente, anche in virtù delle risultanze di una certosina ispezione senza condizionamenti ambientali, da cui risultasse un sistema criminale collusivo non certificato dai magistrati), promuovesse un’azione disciplinare nei confronti dei responsabili, quale risultato ne conseguirebbe, se non un esito scontato?

PUNTATA DEL 29/11/2015. LA GIUSTA CAUSA di Claudia Di Pasquale

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO:…ma un procedimento disciplinare del CSM a carico di un magistrato può durare fino a 5 anni.

CLAUDIA DI PASQUALE: Ogni anno quanti procedimenti vengono invece archiviati?

PASQUALE CICCOLO - PROCURATORE GENERALE CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE: La media è il 94% circa.

CLAUDIA DI PASQUALE: Che cosa?

PASQUALE CICCOLO - PROCURATORE GENERALE CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE: Delle archiviazioni sul numero degli esposti. Noi facciamo azione disciplinare sul 7% degli esposti.

FRANCANTONIO GRANERO - EX PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI SAVONA: Quando un magistrato prende uno svarione nessuno gli fa un procedimento disciplinare.

Ma provare a chi? Ai Prefetti in funzione antiusura ed antiracket?

Nella migliore delle ipotesi, da rappresentanti istituzionali e governativi, ti impediscono di parlare di usura bancaria e di aste truccate, come di malagiustizia in generale; nella peggiore delle ipotesi si parla di Prefetti arrestati o condannati, come Ennio Blasco per corruzione in relazione alle certificazioni antimafia rilasciate, o Carlo Ferrigno per usura e sesso in cambio di aiuto o agevolazioni.

Ma provare a chi? Agli avvocati?

Avvocati? A trovarne uno meritevole di tale appellativo è un’impresa. E se lo trovi te lo tieni stretto, pur essendo sempre un avvocato, coi i suoi difetti e con i suoi pregi. Il fascio di prove sono in mano ad un avvocato coraggioso di Massafra, che per ripicca è isolato ed accusato di Stalking giudiziario. Per altro gli avvocati di Taranto hanno preso una netta posizione.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la Giustizia per scopi elettorali», Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: “preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi”, scrive Enzo Ferrari su "Taranto Buona Sera” il 16 novembre 2016.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Ma provare a chi? Ai commercialisti?

Vicenda Aste pilotate, i commercialisti: fiducia nei magistrati, scrive Marcella D'Addato il 15 novembre 2016 su "Canale 189”.

Ma provare a chi? Ai politici parlamentari?

I due parlamentari di Taranto (avvocati) scrivono al ministro per difendere la sezione fallimentare del tribunale. Chiarelli e Pelillo evidenziano quelle che ritengono le estraneità assolute con fatti riguardanti la malavita e attaccano i parlamentari M5S che chiedono di chiarire presunte anomalie, scrive il 16 novembre 2016 “Noi Notizie”.

La polemica. Abusi nella gestione dei fallimenti, bufera sul Movimento 5 Stelle. Pelillo e Chiarelli scrivono al ministro Orlando e attaccano i senatori pentastellati, scrive "Taranto Buona Sera” il 16 novembre 2016. Diventa un caso politico la polemica sollevata da un gruppo di senatori del M5S su presunti abusi nella gestione dei fallimenti al Tribunale di Taranto. La reazione parlamentare all’interrogazione dei Cinquestelle arriva in modalità bipartisan con una lettera congiunta degli onorevoli Michele Pelillo (Pd) e Gianfranco Chiarelli (CoR) indirizzata al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Una lettera nella quale, oltre a esprimere incondizionata fiducia agli operatori della giustizia, i due deputati accusano i senatori del M5S di aver voluto strumentalizzare politicamente situazioni che neppure conoscono.

Ma provare a chi? All’antipolitica parlamentare?

Aste Immobiliari del Tribunale di Taranto, il Meetup amici di Beppe grillo di Massafra risponde, scrive "Vivi Massafra” il 16 Novembre 2016. «Ma quali fini elettoralistici… il movimento 5 stelle non ne ha bisogno, cammina sulle sue gambe, anzi corre, e meno male che c’è!" Meetup Amici di Beppe Grillo Massafra». Aste pilotate al tribunale di Taranto: perché avere paura delle ispezioni? Buccarella (M5S): "Colpito dalla reazione denigratoria bipartisan a nostre interrogazioni", scrive "Basilicata24" Giovedì 17/11/2016. «Chi scrive è il primo firmatario delle interrogazioni parlamentari -sottoscritte anche da altri colleghi senatori del M5S - indirizzate al Ministro della Giustizia e volte a chiedere chiarezza su taluni accadimenti e prassi applicative relativi alla sezione fallimentare e delle esecuzioni immobiliari del Tribunale di Taranto che nell’ultima settimana hanno causato sulla stampa locale tarantina una considerevole produzione di comunicati stampa, interviste e prese di posizione (Presidente del Tribunale, Presidenti degli Ordini Professionali degli Avvocati e dei Commercialisti, Comunicati congiunti bipartizan di esponenti parlamentari del centrodestra e centrosinistra). La singolarità di tali reazioni mi ha colpito non poco atteso il tono generalmente ed univocamente denigratorio in relazione all’iniziativa parlamentare ma soprattutto per la unicità del messaggio delegittimante verso chi, utilizzando il legittimo strumento parlamentare di sindacato ispettivo e lungi dal voler criminalizzare alcuna categoria operante nei palazzi di giustizia, ha voluto e vuole semplicemente che si accerti la regolarità delle procedure e delle aste immobiliari presso il Tribunale di Taranto - così come in ogni altra città italiana - con il solo fine di far rispettare i principi di legalità e trasparenza dell’azione giudiziaria in un campo così delicato come quello che riguarda le sorti e le vite di centinaia di cittadini ed imprese in tema di procedure esecutive immobiliari. A chi, non senza un pizzico di senso di ostentata superiorità, bolla le interrogazioni come formulate da chi sostanzialmente non sa di cosa parla perché non conosce la legge, mi preme sommessamente far rilevare che chi scrive è pure avvocato e vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato ed ha seguito gli iter legislativi che hanno, nell’ultimo anno, modificato due volte il codice di procedura civile in materia di procedura esecutive e l’interpretazione che il sig. Presidente del Tribunale ed i Presidenti degli Ordini Professionali hanno (legittimamente, per carità) dato del vigente art. 591 c.p.c. è, - come tante norme che possono dar adito ad letture differenti - una interpretazione tanto libera quanto opinabile rispetto alla ratio della Legge che ben difficilmente, a parere dello scrivente, era volta a sacrificare, sull’altare della presunta celerità delle procedure esecutive e dell’ottenimento del risultato di vendere comunque i beni messi all’asta - è il caso di dire – “ad ogni costo”, la ragionevolezza dell’intero iter esecutivo ed alla fine il soddisfacimento delle stesse ragioni creditorie così come i diritti e prerogative dei debitori esecutati. Infatti, abbracciando l’interpretazione pur autorevolmente sostenuta dal sig. Presidente del Tribunale, dopo tre aste andate deserte ed altrettante riduzioni del prezzo di vendita ogni volta fino al 25% del valore di stima, sarebbe possibile dalla quarta vendita proseguire con la riduzione ulteriore del prezzo di vendita andando ben al di sotto della metà dell’originario valore di stima, così che, per esempio, un bene originariamente stimato 100 mila euro, potrebbe essere venduto (come accade) a 20 mila euro o anche meno, con vantaggi che, al di fuori dei fortunati acquirenti, risulterebbero inesistenti per gli stessi creditori e con inevitabile danno, come detto, dei debitori esecutati. Se tale prassi interpretativa del secondo comma dell’art. 591 c.p.c. è, come è stato sostenuto, diffusa in questi ultimi mesi in “tutti i tribunali italiani” (dopo la conversione in legge avvenuta pochi mesi fa del DL n. 59/16, ultima novella legislativa in materia), la cosa assumerebbe contorni ancor più preoccupanti e giustificherebbe l’interesse e l’azione pronta di quella Politica che non è interessata ai proclami ed alle strumentalizzazioni mediatiche, ma dovrebbe pensare ai problemi veri dei cittadini che, in questo periodo di crisi economica generale, vedono troppo spesso sprofondare il proprio presente nel baratro della disperazione. Ma non è questa la sede per poter approfondire l’argomentazione giuridica che ha mosso il sottoscritto ed i miei colleghi a presentare le interrogazioni de quibus (si potrebbe infatti diffusamente argomentare, con sguardo sistematico all’attuale complesso di norme relativo alle procedure esecutive immobiliari che il Legislatore, lungi dal voler favorire sfacciatamente la svendita a prezzo vile del patrimonio immobiliare dei debitori, ha disposto anzi che il Giudice estingua anticipatamente la procedura se non si realizzi un prezzo congruo, v. art. 164 bis disp. att. C.p.c.) e non volendo né potendo interferire addirittura con una funzione assegnata per Costituzione a chi la Legge la deve interpretare ed applicare, rimane lo sconcerto nel non aver letto, nei contributi pubblicati in questi giorni, una sola parola che rappresentasse semplicemente la volontà di non essere noi i soli a voler veder chiaro su possibili abusi e distorsioni, veri o presunti - lo accerterà naturalmente l’Autorità Giudiziaria – che già oggi gettano sul Tribunale ionico un’ombra delegittimante sol che si presti l’orecchio a tanti cittadini del tarantino che per un motivo o l’altro hanno dovuto avere a che fare con la sezione fallimenti ed esecuzioni del Tribunale di Taranto e da ben prima del deposito delle interrogazioni. Non una parola per garantire quantomeno l’ascolto a chi vede sé e le proprie famiglie cadere nella disperazione del perdere una casa o un’attività che garantisce il sostentamento mettendo in dubbio la regolarità dell’iter espropriativo magari anche rappresentando il sospetto che ci possa essere del torbido da parte di alcuni (alcuni) operatori del mondo delle aste giudiziarie e fallimentari. Del tutto singolare, poi, la circostanza che, nel loro comunicato, gli on.li Pelillo (PD) e Chiarelli (CoR, già FI e PdL) facciano riferimento ad una presunta identità del contenuto dell’interrogazione parlamentare con “quanto esposto da un cittadino che si ritiene danneggiato. Esposto che, come previsto, è all’attenzione della Procura di Taranto e che sarà oggetto di necessario approfondimento”. Viene naturalmente da chiedersi come i suddetti parlamentari siano a conoscenza del contenuto dell’esposto che, salvo che non sia stato a loro inviato per conoscenza, è atto riservato e patrimonio, appunto, conoscitivo (notitia criminis) dell’Autorità Giudiziaria? Insomma, finora abbiamo letto solo quelle che appaiono inutili e speciose difese corporative (come se oggi alcun rappresentante di alcuna categoria professionale o lavorativa possa giurare che, sì, i propri rappresentati sono tutti ma proprio tutti bravi e specchiati et honestissimi cittadini), attacchi strumentali al M5S e la solita vecchia politica consociativa, di “destra” e “sinistra”, saccente e che si atteggia “padrona” e unica conoscitrice del territorio e persino della Legge. Perché aver paura di accertamenti, di verifiche, delle ispezioni ministeriali invocate dagli interroganti? Perché aver paura di sgomberare ogni sospetto che magari si potrà rilevare infondato? Sono, siamo, con i cittadini, i magistrati, i professionisti ed i membri di tutte le categorie che agiscono con correttezza ed anelano a vivere in un Paese dove chi chiede Giustizia non sia criminalizzato bensì tranquillizzato che ogni verifica sarà fatta con equilibrio ed onestà, senza pregiudizio, né zone di impunità o privilegio. Sen. Avv. Maurizio Buccarella, V.P. Commissione Giustizia del Senato Gruppo Movimento 5 Stelle»

Da sapere che i 12 senatori della prima interrogazione che ha innescato la polemica ed i 15 senatori della seconda interrogazione sono quei parlamentari che hanno votato contro la responsabilità civile dei magistrati. Ergo: per la loro assoluta impunità ed irresponsabilità! Inoltre è risaputo il fenomeno dei concorsi pubblici farsa o truccati. Allora perché non chiedere ai rappresentanti delle categorie interessate pronti ad aprir bocca, come loro sono stati abilitati?

Ma provare a chi? Al regime omologato dell’informazione, che ha anch’essa assoluta fiducia nella magistratura?

Da premettere che ricevo segnalazioni di inchieste a carico di magistrati ed avvocati delle quali nessuno ha mai saputo nullo, compreso l’inchiesta sul bilancio del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto. Ma è esemplare come la vicenda delle aste giudiziarie fallimentari a Taranto con conseguente interrogazione parlamentare e ispezione ministeriale a gennaio 2017, sia rimasta censurata sulla stampa nazionale e locale, salvo casi eccezionali. Nella cerchia nell’eccezionalità, nella maggioranza dei casi, però, deformando la realtà. Si pensi che il video della intercettazione privata ambientale in cui si dimostra la concussione di un delegato giudiziario è stato pubblicato da un giornale non tarantino, non pugliese, ma da un giornale lucano. E comunque nessuno ha avuto il coraggio di fare il nome dell’avvocato coinvolto a chiedere la presunta tangente.

Su come sono stati trattati i fatti vi è un esempio lampante: “Caso aste giudiziarie a Taranto, un'inchiesta per fare chiarezza. La procura farà chiarezza sulle denunce arrivate dagli agricoltori”. Servizio di Francesco Persiani del 9/11/2016 su TeleNorba. Breve intervista a Paolo Rubino, Tavolo Verde agricoltori: «Non possiamo che registrare una grande sfiducia nelle istituzioni. In questo caso della Magistratura». Il resto dell'intervista dedicata all'Avv. Fedele Moretti, Presidente Camera Procedure ed Esecuzioni Immobiliari. «La Procura indagherà, partendo dai servizi giornalistici di questi giorni, ritenute possibili notizie di reato e per questo acquisiti dall’autorità giudiziaria su disposizione del procuratore capo presso il Tribunale di Taranto Carlo Maria Capristo», chiosa Persiani.

Servizi giornalistici? Lo studio legale che ha il fascio di prove sulle aste di Taranto è tenuta ben lontana dagli autori dei servizi giornalistici mai nati. Perché? Perché i giornalisti son di sinistra e son amici dei magistrati. Ecco a voi una vera e propria perla andata in onda su Rainews24: durante la notte delle elezioni americane, Giovanna Botteri si è lasciata andare alla disperazione: «Che ne sarà di noi giornalisti se non riusciamo più a influenzare l’opinione pubblica?» Parole testuali: «Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta ed unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana? Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno influito su questo risultato e sull’elettorato che ha creduto a Trump e non alla stampa!». Forse è per questo che la gente non si fida più di voi? Forse è per questo che non vendete più giornali?  Forse è per questo che dovete andarvene tutti a casa?

Ma i giornalisti sono troppo di sinistra? Si chiedono Luigi Curini e Sergio Splendore di Lavoce.info il 20 ottobre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". I giornalisti italiani si collocano politicamente più a sinistra dei cittadini. Ne consegue una scarsa fiducia dei lettori nella carta stampata. Perché i giornali non reagiscono? Perché a leggerli e comprarli sono coloro che hanno una posizione ideologica in media più vicina a chi li scrive. Il difficile rapporto tra italiani e stampa. Stando ai sondaggi periodicamente effettuati da Eurobarometro, i cittadini italiani hanno poca fiducia nella carta stampata. Sostanzialmente più di un italiano su due esprime un giudizio negativo a riguardo: negli ultimi quindici anni la media del livello di fiducia verso la stampa è stata complessivamente del 43 per cento, quattro punti in meno del dato europeo nello stesso periodo. Le spiegazioni più ricorrenti riconducono la sfiducia al modello di giornalismo italiano contraddistinto da una propensione al commento, da un alto livello di parallelismo politico e da una stampa che storicamente si è indirizzata a una élite, producendo, come conseguenza, bassi livelli di lettura. In questo quadro, il rapporto tra giornalisti e cittadini rimane tuttavia in secondo piano. 

Tra gli omologati spicca la figura dell’eccezione. «Cane non morde cane. Le certezze del sistema e i dubbi dei cittadini. Sul caso delle aste pilotate al tribunale di Taranto e delle facili archiviazioni alla Procura di Potenza levata di scudi contro i Cinque Stelle e la nostra inchiesta. A quando la verità? - Scrive Michele Finizio su "Basilicata 24", mercoledì 16/11/2016. - Può darsi che quanto raccontato negli esposti dei cittadini vittime delle “presunte” irregolarità sia tutto falso, Oppure tutto vero. Basta fare qualche verifica. Eppure, a quanto pare, tutti i signori della giustizia, della politica, delle professioni, della stampa, non hanno dubbi: “Tutto regolare”. Vorremmo toglierci il dubbio anche noi, per questo il nostro lavoro di inchiesta sulla vicenda, continua. A presto rivederci».

Ma provare a chi? Agli usurati esecutati?

Quella giustizia tracotante che mi sbatte fuori di casa alla soglia di ottant'anni. Parla l'autore dell'esposto contro i giudici di Taranto e Potenza: "Negli armadi non hanno fascicoli ma cimiteri", scrive "Basilicata24" Giovedì 17/11/2016. «Caro direttore, chi le scrive è il firmatario di un esposto contro i giudici di Taranto e Potenza, esposto che tanto sta scuotendo gli animi ‘giusti’ di quei pochi magistrati, avvocati e commercialisti della nostra provincia; e sono anche, insieme ad altri disgraziati esecutati, l’ispiratore (con desolanti storie giudiziarie) delle due interrogazioni parlamentari a firma di un ben nutrito gruppo di senatori del Movimento 5 stelle, senatori che hanno tanto agitato la serenità politica dei due parlamentari nostrani. Ebbene sento anche io, come tutti questi signori che si sono coalizzati in nome della ‘giustizia’, della ‘legalità’ e della ‘sapienza giuridica’, il dovere morale di dire - ribadendo tutto quanto ho già scritto nel mio esposto - che questa giustizia che non garantisce alcuno, ma solo chi la esercita, è giustizia di nome ed ingiustizia di fatto. Se l'esercizio della giustizia si fonda sull'idea che l'individuo è sempre sacro, allora la sacralità simbolica della giustizia diventa garanzia di civiltà….Ma se come spesso accade la liturgia della giustizia, per così dire, la retorica che si accompagna ad un processo o ad un procedimento diventano il vistoso simbolo di un potere autoreferenziale oppure del braccio armato di un potere oligarchico, è allora necessario rendere trasparente l'inganno. Questo cerco di dire nel mio esposto raccontando la mia storia e la storia di altri che, come me, ad un certo punto della vita sono caduti nella trappola del destino avverso… e lo dico io esecutato e fallito da ben trent'anni. Mi hanno fatto fallire nonostante fossi un piccolo artigiano e mi hanno tenuto esecutato per trent’anni… ed io che non cercavo nulla se non lavorare! Praticamente un ergastolo il mio, in nome della ‘giustizia’. Ma vorrei capire di quale giustizia si parla e lo voglio capire ora che tutti ne parlano. E’ forse la stessa giustizia di cui parlano i due parlamentari nostrani che si arrogano il diritto di affermare la correttezza dell’altrui condotta? E se i due parlamentari nostrani non conoscono le storie giudiziarie e processuali mia e di chi, con me, urla un bisogno di verità e chiarezza, come possono garantire l’altrui correttezza? E ciò che loro chiamano correttezza io la definisco assurda tracotanza di una ‘giustizia’ che mi butta fuori dalla mia unica casa alla soglia dei miei quasi ottant’anni. E che sappiano, questi parlamentari che da tutti si parla di sistema, che non si può cambiare, perché è così da troppo tempo ormai. Sistema? Di quale giustizia e giustezza dei procedimenti quindi parlano questi signori? Forse solo la loro, ma non la nostra; è la giustizia di cui parla Chiarelli quando afferma su facebook “La nostra comune lunga esperienza professionale, di operatori della #Giustizia, ci pone nelle condizioni di esporre valutazioni fondate su dati di fatto direttamente verificati; ben diversamente dai colleghi parlamentari firmatari dei due atti ispettivi che, per un verso non rappresentano, e non conoscono, direttamente il territorio (neppure dove sia allocato il tribunale) se non attraverso fonti giornalistiche. Per altro, stando a quanto rivela il contenuto degli atti proposti, denunciano evidenti lacune in termini di conoscenza del nostro diritto, e in specie delle procedure civili e fallimentari. Frequentiamo ogni giorno aule giudiziarie, e in particolare quelle di Taranto. Negli anni abbiamo acquisito piena conoscenza degli uffici, dei funzionari e dei magistrati, dei quali, senza esclusione alcuna, non possiamo che segnalare la massima #correttezza, scrupolosità e capacità”. Io voglio dire a questi signori che i senatori del Movimento 5 Stelle ci hanno ascoltato e hanno letto i nostri atti e hanno accolto le nostre istanze, che sono tante, e soprattutto sono ricche di passaggi da verificare. Ebbene alla luce di tutto ciò io - e tanti come me – l’ho denunciato questo sistema di giustizia formale ed ingiustizia sostanziale. E a tutti i signori operatori della Giustizia nelle sezioni esecuzioni e fallimenti, che si stanno risentendo così tanto delle richieste ispezioni, io voglio dire questo: anziché coalizzarvi cosi irresponsabilmente, aprite prudenzialmente le porte a tutte le verifiche possibili e sgomberatelo il campo dai sospetti di avere negli armadi non fascicoli, ma cimiteri. Angelo Salvatore Delli Santi»

Le vittime, accusate di mitomania o pazzia, anziché fare un fascio di prove aggregandosi tra loro, anche per rompere il velo di omertà e censura, pensano bene di smarcarsi e fare guerra a sé per salvare il proprio orticello.

La conclusione di questo mio intervento, quindi, è che ogni vittima di qualsivoglia ingiustizia non caverà mai un ragno dal buco perché per gli altri sarà sempre “Tutto Regolare”, mentre per quanto riguarda se stessi: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

E comunque, dopo quanto ho scritto, non mi si chieda perché il mio sodalizio si chiama Associazione Contro Tutte le Mafie. Il perché dovrebbe essere chiaro…

Taranto, svendono immobili veri in una città falsa. La vittima ha denunciato il curatore fallimentare: "io truffata", scrive di Michele Finizio, sabato 18/02/2017 su "Basilicata 24". Mettono all’asta un immobile a Palagiano, ma nell’avviso scrivono Palagianello. Un errore? Macché. L’hanno fatto apposta. Ma come è possibile? Il curatore avrebbe dato una risposta che, nel girone circense infernale dei procedimenti fallimentari a Taranto, non fa una grinza: “Se avessimo scritto Palagiano, ci sarebbe stata la fila di persone”. Ma che risposta sarebbe? L’interesse del curatore dovrebbe essere di avere una fila di compratori che garantisce più offerte e magari la vendita ad un prezzo più alto della base d’asta. Roba da denuncia. Infatti, la signora Caterina Cuscito, vittima protagonista del fattaccio, ha presentato un esposto-denuncia alla procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto, il 28 gennaio scorso. La signora Cuscito è un'ex commerciante che ha dovuto fare i conti con la crisi e con la solita banca. Prima gli espropriano la casa, poi mettono all’asta due locali commerciali e un’auto rimessa a Palagiano (Taranto). Però, il curatore nell’avviso scrive Palagianello (Taranto). Indicare una località al posto di quella effettiva di collocazione dei beni all’asta è certamente un vizio di procedura, ma probabilmente è anche un reato. E sì. Perché la signora Cuscito legittimamente si sente truffata. La “fila delle persone” avrebbe fatto alzare il prezzo dell’immobile con un probabile vantaggio per Caterina: il ricavo di una somma residuata dalla vendita, dopo aver pagato il creditore. Questa possibilità è svanita, perché i locali sono stati venduti, a chissà chi, ad un prezzo chissà quale, a Palagiano e non a Palagianello. I compratori, dal canto loro, dovevano essere informatissimi circa la collocazione dei beni. Insomma, alla sezione fallimentare del tribunale di Taranto, le procedure sono delle vere e proprie processioni di povere vittime che non sanno più a che santo votarsi. I pescecani, invece, sanno benissimo a chi rivolgersi. A proposito anche in questo caso il giudice delle esecuzioni è sempre uno del "giro". Gli stessi del fiore da 2omila euro, del caso Delli Santi, del caso Roberto Di Taranto, della vicenda Buonsanti, gli stessi in moltissime procedure contestate. Gli stessi più volte denunciati al Tribunale competente di Potenza che archivia. Anche i curatori, gira e rigira, sono sempre gli stessi giostrai della disperazione. Alla prossima puntata, tra qualche giorno, un altro caso che riguarda direttamente il tribunale di Potenza.

"A 80 anni mi cacciano da casa mia". Lo sgombero previsto per domani 20 marzo 2017. Taranto: Angelo Delli Santi scrive al presidente della Repubblica e alle altre Istituzioni dello Stato, scrive "Basilicata24" Domenica 19/03/2017.

"Sono e mi chiamo Delli Santi Angelo Salvatore e sono un cittadino italiano (purtroppo). Le autorità locali conoscono la mia vicenda, ma un breve cenno è dovuto per quelle nazionali pure in indirizzo: ed a tutti mi rivolgo perché ognuno sappia e di ognuno sia radicata la responsabilità! Per una truffa subita oltre trent'anni fa, mi sono trovato in difficoltà e sono state aperte sia un'esecuzione immobiliare che una procedura fallimentare: e così è iniziato per me il periodo di ergastolo (solo che io non avevo fatto nulla). Se avessi ammazzato il mio truffatore, ora sarei riabilitato e rispettato (e forse riuscirei anche ad avere accesso a quel circolo chiuso di soggetti che acquistano all'asta i beni altrui come se niente fosse, incamerando anche grossi patrimoni per due spiccioli, magari anche solo al fine di riciclare denaro che, in qualche modo, deve pure essere ripulito: e tutti lo sappiamo che è così). Invece no, non potevo delinquere perché avevo i figli piccoli e dovevo mantenermi pulito per loro! Passano trent'anni e riesco a trovare chi accetta di difendermi, peraltro senza soldi (perché io i soldi non li ho nemmeno per mangiare). Il mio avvocato ci prova a difendermi per salvare la mia piccola casa e lo fa senza risparmiare fatiche ed energie, con cuore e passione, pagando un prezzo che pochi avrebbero sopportato; ma non c'è niente da fare. Niente da fare: il sistema aste e fallimenti del tribunale di Taranto è troppo marcio e radicato e tutto ivi si vende, senza rispetto della legge e senza alcun limite, indipendentemente da quello che è il valore iniziale del bene, e solo con il limite del valore di ventimila euro (e vedi un po' tu che coincidenza. . . 20.000 euro. . . giusto il costo approssimativo di una procedura esecutiva di media durata - e come non dedurne che tutto si vende per dare da mangiare alla cerchia dei soliti consulenti e custodi e avvocati e, magari, perché no, per un bel fiore, un po' costoso magari, un fiore da 20.000,00 per il giudice dell'esecuzione. Capito che c'è un muro provo ad abbatterlo e, dicendo una parziale verità, punto il mio dito contro la casta dei signori che gestiscono questi sistemi e la accuso anche di associazione a delinquere; ho detto, però, parziale verità perché ora so che l'associazione a delinquere è poca cosa rispetto a quella che è la realtà: qui c'è attacco al Popolo Italiano, attentato alla Costituzione, crimini contro i diritti umani, tortura psicologica ed ogni reato che, mortificando l'umanità, realizza spostamento della ricchezza dal popolo, sempre più povero, ai soliti e con sperticata tutela delle banche (e chissà poi perché?)! Quel muro, però, che non è ancora caduto - ma ho fiducia che cadrà - mi viene contro tentando di schiacciarmi (un po' come ho immaginato potesse accadere se decidessi di far esplodere la mia casa)... ma, come ho già detto, non sono nato delinquente, io. E veniamo ad oggi! Lunedì 20 marzo è previsto il mio sgombero. L'avvocato mi ha difeso anche rispetto a questo e le Autorità locali lo sanno bene: non si può procedere perché c'è vizio nella procedura di sgombero (e questo non lo dice il mio avvocato ma lo dice la legge); mia moglie è in ospedale e pure questo le Autorità locali lo sanno bene (e qui soccorrerebbe solidarietà ed umanità); mia figlia e mia nipote, che vivono nella casa sgomberanda, non hanno ottenuto alcuna tutela (che pure, per legge, competerebbe loro) e pure questo le Autorità locali lo sanno bene. E senza dire che tutta la procedura espropriativa in mio danno è stata portata avanti nella più totale negazione di ogni diritto vigente e nella bieca imposizione di prassi illegali: e sfido chiunque a verificare gli atti tutti prodotti nel mio interesse (e le vicende processuali sono ancora tutte aperte)! Ma nonostante ogni mio diritto, evidente quanto esistente, mi consta che in spregio di ogni legge ed equità e umanità procederete con ausilio della forza pubblica, come quando si va contro un pericoloso delinquente... ma nuovamente vi rammento che non sono nato delinquente, io. Io sono un cittadino italiano che voi state umiliando, offendendo, aggredendo ed io, cari signori, ho il dovere di difendermi; fallito per trent'anni, dopo aver riacquistato la dignità, a quasi ottant' anni, non intendo perderla subendo i vostri abusi di potere... e la mia difesa è legittima quanto sacrosanta! E al Popolo italiano, a cui pure questo scritto è rivolto a mezzo della stampa tutta, io voglio dire che è ora di riprenderci in mano le nostre vite e i nostri diritti: ci calpestano ed umiliano, trasformando la giustizia in una puttana (con vendita ai migliori offerenti, che sono sempre loro e i loro amici); ci affamano con scelte politiche scellerate; attentano alla personalità dello Stato svendono la sovranità, come vendessero cose proprie; si garantiscono privilegi per generazioni, vivendo come parassiti alle spalle di tutti; accumulano patrimoni succhiando il sangue altrui come veri vampiri; ci pisciano in testa e dicono che piove (ed è proprio vera questa frase)! E a tutti in indirizzo io dico che se anche si finge di non sapere che tutto, prima o poi, deve avere una fine, lo rammento io: la fine di ogni scempio e abuso verrà e che Dio le consacri queste mie parole... in fondo se da una società togliamo la giustizia, cosa resta? Angelo Salvatore Delli Santi

VITE ALL'ASTA. "Ho dato dei soldi per evitare che la mia casa andasse all'asta". La storia di due anziani coniugi finiti in mezzo alla strada, scrive Michele Finizio su “Basilicata 24” Venerdì 05/05/2017. Alfonso Notarnicola e Filomena Altamura, marito e moglie da una vita. Sulla soglia degli 80 anni lui, quasi 75enne lei. Vivono (si fa per dire) a Palagiano in provincia di Taranto. Nel corso della loro vita di duro lavoro e di sacrifici non avrebbero mai immaginato di finire, un giorno, per essere trattati dallo Stato come stracci da cucina. Accanto al dolore per aver perso ogni proprietà, compresa la casa dove abitavano, si è aggiunta una delusione, profonda, di quelle che fanno male. La delusione di una Giustizia ingiusta, che trasforma il cittadino in carta da sgabuzzino e lo tratta come carne da macello. Come da copione, Alfonso e Filomena, finiscono nel tritacarne delle procedure fallimentari del tribunale di Taranto, per non aver pagato alcune rate di mutuo. Come da copione, le loro proprietà, tutte, vanno all’asta. L’ultima, che riguarda un immobile del valore di mercato di poco meno di circa 1 milione e 300mila euro, è aggiudicata al prezzo vile di 275 mila euro. Niente di che, ormai è sempre così, gli articoli del codice per cui non si possono svendere gli immobili oltre determinati limiti di valore, a Taranto, ognuno li interpreta a soggetto. I coniugi Notarnicola sono stati espropriati di tutti i loro beni per pagare debiti, che forse nemmeno sono reali, nella misura indicata dalle banche, con interessi verosimilmente usurai, senza tenere in minimo conto il valore dei beni e quello del debito. Infatti, con quella vendita, il debito non è estinto. Niente di che. E’ la prassi. Quei beni sarebbero stati venduti ai soliti personaggi che lucrano sulle disgrazie altrui. Una specie di club degli affari sulle aste, in cui si affacciano persone per bene e personaggi di dubbio calibro morale. Una vicenda emblematica la racconta lo stesso Alfonso in un suo esposto alla Procura della Repubblica tarantina: …“anche noi abbiamo da dire qualcosa in merito alle cosiddette turbative d’asta! Infatti, in un recente passato… io, Notarnicola Alfonso, ho reso informazioni presso la caserma dei carabinieri di Massafra per evidenziare che il citato signor "OMISSIS" (che è stato arrestato per ben due volte nell’anno 2016) aveva richiesto anche a me del denaro per evitare che la mia proprietà fosse venduta (e inizialmente, anche in riferimento alle prime vendite, avendo paura di perdere la proprietà, all’insaputa di tutti, gliene ho anche dato denaro, in diverse tranche, se mal non ricordo circa una ventina di mila euro; poi quando ho capito che comunque non mi poteva garantire nulla e che la mia proprietà non solo restava all’asta, ma veniva venduta, non gli ho dato più nulla: e lì ho perso tutto). Ricordo che il signor Putignano ‘sapeva ben vendere’ il proprio intervento per evitare che le aste fossero aggiudicate e, in particolare, ricordo che in un’occasione lo stesso ebbe a dire: “ma cosa credete che tutto ciò che mi date è a me? Io devo accontentare quelli di Taranto”; ora chi siano quelli di Taranto non mi compete saperlo, quello che so è che devo lottare per difendermi, ma mai avrei creduto di dovermi difendere dallo Stato”. Il sognor "OMISSIS", sappiamo chi è, noto esponente di un clan malavitoso locale, non sappiamo chi sarebbero “quelli di Taranto”.  Anche se la curiosità si fa sempre più rodente. Sin qui, nulla di nuovo. Abbiamo raccontato di peggio. Ciò che appare nuovo, in questo ennesimo caso di “vite all’asta”, è il trattamento subito dalla famiglia Notarnicola da parte dell’Istituto Vendite Giudiziarie. Trattamento che potremmo sintetizzare con una sola frase: cacciati illegalmente da casa, ingannati a più riprese, privati dei più elementari diritti umani.

Ma cos’è l’Istituto Vendite Giudiziarie o anche Ivg? E’ l’organo che si occupa delle esecuzioni mobiliari e che si presenta a casa della gente per prelevare i beni mobili pignorabili (televisore, divano e quant’altro), in questo caso esclusi dalla procedura di vendita, per essere poi venduti. Ebbene, il 31 gennaio 2017, il personale dell’Ivg, butta fuori di casa i due anziani, senza che questi abbiano avuto modo di liberare l’immobile dai loro effetti personali poiché non avrebbero ricevuto alcun avviso. O meglio, un avviso l’ha ricevuto il signor Alfonso, il giorno prima del “blitz”, un avviso generico nel quale non veniva indicato il giorno in cui l’Ivg si sarebbe presentato per liberare gli immobili, infatti c’era scritto: “nei prossimi giorni”. A noi della redazione viene il dubbio che l’IVG abbia confuso la disciplina o prassi che si segue quando si tratta di prelevare beni mobili con quella che invece riguarda gli immobili. Ma chiediamo al signor Notarnicola che cosa è successo: il 31 gennaio 2017 l’IVG è venuto a buttarci fuori di casa senza nessun avviso, o meglio con un preavviso scritto notificatoci solo il giorno prima (30/01/2017); avviso in cui c’è scritto che nei prossimi giorni si sarebbe recato presso di noi per immettere il custode giudiziario nel possesso del bene (e il custode giudiziario era proprio l’Istituto Vendite). Noi in quest’occasione siamo stati tranquilli ed abbiamo consentito che operassero e lo hanno fatto anche alla presenza di una bimba di cinque anni; l’operatore dell’IVG ci ha invitati a consentire che si facesse e che il giorno dopo saremmo potuti andare a prenderci le nostre cose (noi abbiamo lasciato lì tutte le nostre cose, comprese le medicine, del denaro e tutti gli effetti personali; L’operatore dell’IVG, da noi contattato, ci ha dato appuntamento per il giorno 2 febbraio per andare a riprenderci un po’ di nostre cose, ma neppure questo ci è stato consentito; ci siamo recati in caserma e i carabinieri ci hanno ottenuto un nuovo appuntamento per il 3 febbraio 2017 (ma all’ora dell’appuntamento abbiamo trovato fuori dal cancello della nostra proprietà due persone che ci hanno detto che ora non è più possibile entrare per prendere le nostre cose perché l’acquirente (che ha tutte le chiavi) è all’estero: quindi oltre il danno e la beffa… anche la presa in giro! Insomma, i signori Notarnicola, entrano in possesso dei loro effetti personali, dopo che nell’immobile era già entrato l’acquirente. Senza che siano state rispettate le procedure di legge. Sbattuti come pupazzi di pezza. Tutte situazioni illustrate nell’atto di reclamo al Giudice delle Esecuzioni, ma tant’è. In ogni caso sulla vicenda Notarnicola pende un rinvio pregiudiziale alla Corte Europea.

Luigi Abbate il 27 aprile 2017 su “L’Occhio di Abbate”, canale youtube, parla delle aste giudiziarie in Italia ed a Taranto: il fenomeno delle aste immobiliari – Alcune anomalie: il prezzo “vile” ed il duopolio degli studi legali ed il ruolo dei curatori/custodi/ausiliari e banche.

 La sua casa viene acquistata all’asta, l’acquirente rinuncia, scrive la Redazione Basilicata24 il 22 marzo 2017. In nome e per conto dei signori Delli Santi Angelo Salvatore e Montemurro Giovanna Maria Benedetta, che rappresento e difendo, formo questa per illustrare l’esito della vicenda sgombero di via Bolzano 1. Di certo nella vicenda il senso umano ha grandemente prevalso, consentendo una sincera stretta di mano tra chi ha comprato e chi è stato espropriato. Tuttavia, richiamando la notizia che è stata trasmessa nell’ultimo servizio di Tg norba ed in parziale rettifica di essa, sono ad evidenziare che la vicenda è tutt’altro che conclusa, ove per conclusione dovesse volersi intendere la chiusura di ogni questione già pendente, sia nelle sedi giudiziarie civili e penali: vicende tutte che seguiranno il loro corso e che nulla hanno a che fare con la persona dell’aggiudicatario, signor Di Napoli! La vicenda va avanti, avendo gli assistiti ogni interesse acché i di loro diritti vengano accertati e tutelati (e tutto anche con il comprensibile ed umano avallo dello stesso signor Di Napoli che, come ha affermato alle parti, non ha mai inteso porre in essere fatti che potessero danneggiare alcunché, men che meno due anziani). E non c’è motivo per non credere a questo assunto! Di certo l’incubo dello sgombero è cessato e, relativamente ad esso, anche questo difensore, non può che prendere atto della solidale ed umana volontà dimostrata dall’aggiudicatario, signor Pasquale Di Napoli, a rendere l’immobile ai signori Delli Santi e Montemurro e a farlo con ogni ampiezza di disponibilità nella corresponsione, da parte dei Delli Santi, del denaro che egli ha dovuto esborsare per l’aggiudicazione (senza alcun interesse). Rispetto all’esito positivo della vicenda sgombero, quindi, i signori Delli Santi e Montemurro, anche mio tramite, ringraziano tutti coloro che hanno dimostrato sostegno, morale e materiale, e, prima di tutti, ringraziano il citato signor Di Napoli. Infine, non si sottace, da questo difensore, che tutta la vicenda, nel suo divenire, è stata mediaticamente alterata rispetto a quella che ne è la semplice verità; è evidente che certa stampa ha voluto marcare il fatto con un carattere non corrispondente alla realtà, anche imprimendo alla notizia un indirizzo per cui la legge sarebbe inesorabile e il povero esecutato sarebbe comunque destinato a perdere; senza dire di tutti i comunicati di parte o prodotti nell’interesse dei Delli Santi (prodotti anche per replicare a quanto è piaciuto illustrare a soggetti portatori di posizioni contrapposte) che, pur trasmessi, non hanno trovato nessuno spazio sulla stampa e nei tg. In ultimo, sempre in tema di stampa e informazione, non può chi scrive, sia nell’acclarata qualità che a titolo personale, esimersi dal commentare l’attacco formulato contro la propria immagine professionale, per cui l’intera vicenda sarebbe in qualche modo da imputare ad un ‘noto azzeccacarbugli che prova a sguazzarci’… e anche rispetto a questo assunto la vicenda non è chiusa e di certo se ne parlerà ancora per molto! Avv. Anna Maria Caramia

 “Adesso parlo io.” J’accuse dell’avvocato Anna Maria Caramia. Aste giudiziarie e procedure fallimentari nel tribunale di Taranto. “A me le cose non quadrano”, scrive Michele Finizio Sabato 18/03/2017, su Basilicata 24. Anna Maria Caramia, 48 anni, di Massafra, avvocato, difensore di alcuni cittadini nei procedimenti fallimentari incardinati nel tribunale di Taranto. Da otto anni è in “trincea”, a combattere le “ingiustizie”. Non sono poche ormai le denunce contro quello che qualcuno ha definito "sistema criminale, stabile ed efficace". Il nostro giornale si è ampiamente occupato della vicenda tarantina con inchieste e articoli su presunte irregolarità e palesi violazioni di legge nelle aste giudiziarie e procedure fallimentari. La vicenda, sotto alcuni aspetti, coinvolge anche il tribunale di Potenza “avvezzo ad archiviare le denunce contro i giudici tarantini”.  Cittadini mantenuti nello status di fallito per oltre 30 anni, vendite a prezzo vile, usura, aste “pilotate” l’ombra della malavita, presunti tentativi di concussione e corruzione, duplicazione di titoli esecutivi, avvisi di aste in luoghi inesistenti, connivenze sospette tra giudici, avvocati, consulenti, banche. Queste sono le frasi ricorrenti nelle decine di esposti, denunce, querele di cittadini che sarebbero finiti nel tritacarne di quello che, uno di loro - Angelo Delli Santi – definisce “Sistema criminale consolidato, stabile ed efficace”.

Avvocato Caramia, che sta succedendo?

«La mia esperienza parte nel 2008 allorché, nella difesa di Spera Maria, mi sono scontrata con meccanismi e decisioni che ben presto si sono rivelati tutt’altro che regolari e conformi a leggi. Usura che non viene accertata nonostante la doglianza (e che poi emerge come reale); duplicazione di titoli esecutivi; lievitazioni di debitorie oltre ogni logica, anche quella aritmetica, e, soprattutto, rigetti e rigetti e rigetti di opposizioni e procedure fondate: ma tutto doveva andare in un'unica direzione e quella direzione non è mai quella che tutela il cittadino esecutato!»

Ci risulta che lei stia avendo problemi sul piano professionale.

«Mi sono dovuta imbattere in tante situazioni per cui ho dovuto difendere me stessa. A dire il vero io l’ho sempre percepito un forte accanimento professionale, ma mi sono astenuta dal dirlo a ogni piè sospinto (anche per evitare che mi si dicesse che vedo fantasmi e che, in fondo, quello che io potevo percepire come ritorsione altro non era che il solito ‘errore’ del magistrato… tanto c’è l’appello); ma in realtà, proprio giorni fa, ho avuto contezza che in mio danno c’è stato più del solito errore da appellare. Sono anche destinataria di un esposto all’Ordine degli Avvocati da parte del presidente del tribunale di Taranto».

Lei sembra diventata la “Giovanna d’Arco” di tanti cittadini che ritengono di aver subito e di subire abusi e prepotenze dal tribunale di Taranto. Non fa più l’avvocato?

«Un collega, qualche giorno fa, mi dice: “Tu non puoi fare l’avvocato così, puoi fare politica ma non l’avvocato… non puoi attaccare i giudici che devono giudicare le tue questioni, lo faranno sempre contro di te… è una vita che prendi schiaffi qui, ed io lo so!” Queste affermazioni mi hanno convinta a parlare.  Quelle parole hanno ravvivato tanti dolori, hanno svegliato in me rabbia e soprattutto la voglia di riscatto! Mi sono detta:” parlano tutti e adesso parlo pure io.”  Sono e faccio l’avvocato, non mi sento un’eroina e faccio di tutto per evitare che qualcuno mi percepisca o mi faccia apparire come paladina di una causa sociale. Io faccio le cause nei processi civili nei tribunali per difendere i miei clienti. Punto. Ho appreso dai comunicati vari, di colleghi e politici e magistrati, che non ci sarebbe nulla di più candido e puro di quanto avviene nelle sezioni esecuzioni e fallimenti del tribunale. Eppure a me le cose, proprio in questi termini di candore, non quadrano affatto.»

Che cos’è che non le quadra?

«Sorvolo su tante situazioni, sulle strane attenzioni rivoltemi negli anni, sugli inviti cordiali e destra e a manca, sulle forzature nei provvedimenti di alcuni magistrati e su tanto altro: in fondo dal 2008 resisto e sono riuscita ad arrivare sino al 2016. Nel 2016, poi, si sono rivolti a me i signori Delli Santi e Montemurro, lamentando un’esecuzione immobiliare ed un fallimento che perduravano dal 1986, ovvero da ben trent’anni! La sofferenza letta nei loro occhi mi ha indotta ad entrare nella loro vicenda trentennale: e così sono diventata l’avvocato difensore di colui che, di lì a breve, sarebbe diventato per tutti il famoso Nonno Angelo.  Io l’ho solo difeso con gli strumenti che ritenevo di poter azionare; lui mi ha parlato di morte, sia della sua che di quella degli altri, voleva fare del male e voleva armarsi per farlo; io ho solo sostituito un’arma atta a offendere la vita altrui con un atto giuridico! Ma non mi quadra anche altro».

La rabbia dei cittadini può trasformarsi in azioni insensate? E’ questo che vuole dire? E cos’altro non le quadra?

«Ha mai provato un sentimento di impotenza nei confronti di chi, seppure involontariamente, distrugge la sua vita? Ha mai provato a difendersi con tutti i mezzi legali e scoprire che quella stessa legalità si trasforma in un eterno labirinto senza uscita? Quando la giustizia non tutela i più deboli applicando la legge, lo stato di diritto subisce colpi mortali. Alcuni cittadini impotenti, finiti nel labirinto, hanno provato a conservare un lume di speranza rivolgendosi all’avvocato Caramia. Questo è successo. Mai, però, avrei immaginato che tutto il mondo intorno si sarebbe elevato in un grido univoco in difesa della magistratura e della purezza delle sezioni esecuzioni e fallimenti del tribunale. Mai avrei immaginato attacchi feroci, tutt’altro che disinteressati contro di me. Non è colpa mia se la legge prevede che una procedura fallimentare debba durare massimo sette anni e qui c’è gente che soffre da trent’anni. Non è colpa mia se la legge prevede vendite all’asta a prezzo giusto e qui si svende a prezzo vile. Non è colpa mia se la legge prevede che nell’avviso di un’asta bisogna indicare il luogo esatto di collocazione del bene e qui si danno indicazioni palesemente false. Non è colpa mia se la legge prevede che un giudice denunciato da un cittadino non può avere ruolo giudicante in una causa che riguarda quel cittadino. Potrei continuare a lungo, ma tant’è…»

Però, lei appare come un avvocato anomalo, che attacca i giudici per ottenere sentenze favorevoli alle sue cause.

«Mai ho inteso, con la mia condotta, attaccare la magistratura, io ci credo ancora nella giustizia, mai ho inteso attaccare i colleghi, dai quali però sono stata anche attaccata, mai ho inteso screditare il mio Ordine che invece ha avuto nei miei confronti, atteggiamenti di ostilità e rifiuto. Non ho mai attaccato alcun giudice, ho sempre e semplicemente chiesto l’applicazione delle leggi. E invece ricevo esposto all’Ordine addirittura dal presidente del tribunale che, su relazione del presidente di sezione, ritiene che io non disdegni minacciare i giudici per avere ciò che voglio, che però mai ottengo. E che la mia sarebbe condotta penalmente rilevante… e questo addebito ancora mi ‘puzza’ di strano; e nel frattempo i miei poveri clienti esecutati e falliti vengono incolpati di condizionare il corretto esercizio della funzione giurisdizionale; e nel medesimo tempo io continuo a prendere i soliti schiaffi, perdendo cause vinte e incontrando difficoltà anche allorché si tratta di ottenere liquidazioni di gratuiti patrocini. Devo dire che è da tempo che mi aspetto che qualcuno trovi il modo per arrestarmi, in senso lavorativo intendo… ma perché no anche in senso letterale. E che dire di certi colleghi avvocati?»

Mi dica.

«Ho anche appreso che, addirittura, presso il tribunale di Taranto, esistono le Camere delle esecuzioni immobiliari e delle procedure concorsuali, presiedute dagli avvocati Moretti e Buonfrate. L’avvocato Fedele Moretti ha anche grossi incarichi, nonostante il ruolo di consigliere dell’Ordine rivestito all’epoca in cui l’incarico o gli incarichi – che non avrebbe dovuto accettare – li ha accettati. E’ recente una sua intervista in cui, nella solita sperticata difesa, al professionista è piaciuto evidenziare non solo che è tutto regolare e che anche la svendita senza limite di ribasso lo è (per cui si potrebbe vendere a qualunque prezzo, ribassando di un quarto alla volta e senza limite di valore, con negazione e non solo limitazione di ogni diritto di proprietà), ma che l’unico problema, del caso aste, esiste a Massafra (e a Massafra risiede il mio cliente, Nonno Angelo, ed il suo avvocato, io). E non sarà che Moretti predica bene e razzola male? Se il codice deontologico stabilisce l’incompatibilità tra carica di consigliere dell’Ordine e funzione di incaricato alle vendite d’asta, poteva l’avvocato Moretti accettare incarichi? E se nella sua condotta c’è un’ombra (anche solo una), non sarebbe stato opportuno che tacesse anziché ergersi ad accusatore di chi si sta solo difendendo?»

Lei, dunque è sola, si sente sola, avverte isolamento?

«Sulle vicende tarantine ci sono due interrogazioni parlamentari. E’ nata un’associazione tra cittadini, si chiama “Legalità”. Un giornale, il vostro, ha dato a sta dando ampio spazio a queste vicende. Non sono sola, né mi sento sola. Detto questo, è evidente che negli ambienti giudiziari e in alcuni ambienti politici da tempo sono in atto tentativi di delegittimazione del mio operato e della mia persona. Certo sono scomoda, e vivo questo essere scomoda con forte disagio. Vorrei essere un semplice avvocato che lavora in un contesto di legalità, che fa il proprio dovere dove anche gli altri fanno il loro».

Prima di lasciarci, mi deve togliere una curiosità. Lei sa del video da noi pubblicato nel novembre scorso. In quel video, ossia una registrazione audio, emergerebbe un tentativo di concussione da parte di un curatore fallimentare, che sembrerebbe parlare a nome di un giudice, nei confronti di un imprenditore interessato in una vicenda fallimentare. Si tratterebbe dell’acquisto all’asta di beni immobili relativa ad una procedura lunga almeno 30 anni. Potrebbe anche trattarsi di una semplice proposta di transazione immaginata come concussione per causa di equivoci nella conversazione. Il dubbio deriva dal fatto che il tribunale di Potenza ha archiviato la denuncia contro quel curatore depositata dall’imprenditore che sarebbe stato vittima del tentativo di concussione.  Lei che ne pensa?

«Lei si riferisce a qual video in cui si parla di un fiore da 20mila euro per “aggiustare la cosa”. L’imprenditore in questione non è mio cliente. Conosco la vicenda perché mi è stata raccontata dall’imprenditore. Ho ascoltato e visto quel video. Non posso, però, esprimere valutazioni, non ho studiato le carte della vicenda. Posso solo dire che il tribunale di Potenza archivia con troppa facilità le denunce a carico dei giudici e dei curatori fallimentari del tribunale di Taranto. Avranno i loro motivi. Per quanto riguarda questa storia particolare, mi aspetto che, se la denuncia dell’imprenditore è infondata, qualcuno denunci l’imprenditore per calunnia o per diffamazione. Adesso faccio io una domanda a lei. Il signor Angelo Delli Santi ha fatto gravi affermazioni nel suo esposto contro i giudici tarantini e potentini, definendoli, tra l’altro, parte di un sistema criminale. Non so se, allo stato, il mio cliente sia stato denunciato da qualcuno relativamente al suo esposto; ma se non lo è stato perché nessuno denuncia il signor Delli Santi?»

Già, perché?

«Si dia lei una risposta, intanto io aspetto»

Vogliono distruggermi. Ma neanche da morta riusciranno a fermarmi. Parla l’avvocato Anna Maria Caramia, simbolo della lotta contro la malagiustizia della sezione fallimentare del tribunale civile di Taranto, scrive Michele Finizio il 20 marzo 2018 su "Basilicata 24". Annamaria Caramia, avvocato delle vittime delle procedure fallimentari nel tribunale di Taranto. E’ diventata il simbolo della lotta alla mala giustizia subita dagli esecutati. La sua esperienza è raccontata in un libro dal titolo emblematico: “Ho toccato la Casta. Oltre la magistratura”.

Avvocato Caramia, sappiamo che hanno venduto all’asta una casa di circa 300 metri quadrati al prezzo vile di euro 35mila e i debiti dell’esecutato ammontavano a 130mila.  Sappiamo che il tribunale di Taranto ritiene che 35mila non sia prezzo vile e che sarebbe sufficiente a pagare i debiti ‘in modo parziale ma non apparente’. E’ possibile?

«E’ la realtà, anzi un lembo di realtà, c’è di peggio, molto peggio. E aggiungo che i 35mila euro sono al lordo delle spese di procedura esecutiva che, per una procedura che dura dal 1995, possono aggirarsi intorno ai 15mila se non 20mila. Quali debiti si possono pagare? La conseguenza è che l’esecutato resta senza casa e con i debiti, ed oltre ad essere espropriato non può nemmeno ricominciare!»

Lei da anni difende cittadini nei procedimenti della sezione civile fallimentare di Taranto, sta cambiando qualcosa, magari anche grazie alle sue battaglie?

«Direi di sì, in peggio però. Oltre ad agire spesso contro legge, a calpestare i diritti sacrosanti degli esecutati, i soliti noti giudici tarantini fanno la guerra all’avvocato che da anni difende questa povera gente. Ormai è prassi revocarmi i provvedimenti di ammissione ai gratuiti patrocini, già disposti nei confronti dei clienti. E queste revoche sono disposte sulla base di una mia presunta malafede e colpa grave nell’azione giudiziaria».

Ci spieghi la colpa grave e la mala fede.

«A titolo di esempio, nell’ipotesi del Tizio a cui hanno venduto la casa di trecento metri a 35mila euro, la mala fede e colpa grave consisterebbe nel fatto che il mio assistito avrebbe chiesto tutela sulla scorta di ragioni che il tribunale ritiene infondate, ma che io ritengo, al contrario assolutamente legittime e veritiere, tanto da voler portare la questione sino al Giudice dell’ultima istanza, ovvero la Cassazione. E, poi, a dire dei magistrati della sezione, 35 mila euro per quasi trecento metri non sarebbe prezzo vile e 20mila o addirittura 15 mila sono sufficienti per pagare 135 mila euro. Ma le pare possibile questo?»

Lei come ha reagito dinanzi a questi provvedimenti?

«Io ho impugnato il provvedimento di revoca del gratuito patrocinio dinanzi al tribunale e il giudizio sarà trattato dal presidente, anche se lo stesso, a tenore di codice, mi sarebbe incompatibile per inimicizia dimostratami in un pretestuoso esposto disciplinare.

Esposto disciplinare dal presidente del tribunale?

«Sì. Ormai è notoria e palese l’inimicizia dimostratami da parte dei magistrati delle sezioni esecuzioni e fallimenti – qualcuno più degli altri, ma tutti allineati – a tal punto da aver ricevuto un esposto all’Ordine degli Avvocati a firma del presidente del Tribunale, su relazione del Presidente della sezione esecuzione. Si rende conto?»

Quindi?

«A loro dire, io sarei avvezza minacciare i giudici di fargli causa se non mi danno ciò che io chiedo. Eppure nella questione per cui mi hanno fatto esposto io mi ero limitata ad esercitare il dovere di difesa in favore di un giovane padre che sta perdendo la casa all’asta e si era limitato a chiedere di sospendere la vendita per evitare eventuali danni che, ove rivelatisi ingiusti, avrebbero generato un diritto al ristoro nei confronti dei responsabili; per non dire che si avvedono della mia “minaccia” dopo quasi due anni da quando l’avrei posta in essere! Ridicolo! La loro azione di attacco è infondata e strumentale».

Mi si accusa anche del fatto che i miei clienti, poveri falliti ed esecutati, avrebbero denunciato i giudici per tentare di condizionare quello che loro definiscono il corretto esercizio della funzione giurisdizionale, ma solo per loro è corretto! Ormai è notorio il grido di strazio che si eleva dalla gente a causa delle pessime gestioni delle procedure espropriative!

«E’ come dire che non si può e non si deve denunciare un’irregolarità commessa da un giudice. Ridicolo. Tutti questi addebiti sono un’offesa all’intelligenza».

Ma come fa a patrocinare in un ambiente così ostile?

«Per amor del vero, non accuso l’intera magistratura, anzi, una piccola parte di essa. Ma devo dire che mi è capitato di patrocinare in cause (sempre della stessa sezione) che dovevano essere decise da chi mi ha dimostrato astio e ne ho sollecitato l’astensione per la grave inimicizia, ma a volte non ho ottenuto nessuna risposta e comunque il solito rigetto. Altre volte il presidente del tribunale si è pronunciato confermando il magistrato che sarebbe incompatibile. Ma dimentica, il presidente del tribunale di Taranto (Franco Lucafò nda), che è lui, nella qualità di primo giudice, che mi ha dimostrato astio ed inimicizia sottoscrivendo l’esposto dagli addebiti inconsistenti!»

Lei sta dichiarando fatti molto gravi.

«Gravi? Direi inconfutabili. A proposito dell’imparzialità, segnalo che i magistrati tarantini delle sezioni esecuzioni e fallimenti dimostrano di ignorare le norme del codice di rito che impongono di astenersi in caso di amicizia o inimicizia ed anche quelle per cui chi ha trattato di un giudizio in un grado, non può occuparsene in altra fase. A Taranto accade, al contrario, che i soliti noti – per fortuna pochi – trattano i giudizi in più fasi. Assurdo».

Lei nel suo libro scrive di essere vittima di un accanimento professionale da parte del Tribunale.

«Subisco accanimento professionale, certo, e non posso lavorare più, per evitare di danneggiare i clienti. La mia difesa è ormai diventato un pericolo per i clienti: è forte il rischio per cui i giudici, per il semplice fatto che a difenderli sia la sottoscritta, rigettino qualunque richiesta. Ricordo che un collega anziano, il 15 marzo 2017 – non posso dimenticare nemmeno il giorno – mi disse che non potevo continuare a fare l’avvocato perché è una vita che prendo schiaffi lì e tutti lo sanno!»

A proposito di accanimento dalle pagine del suo libro emerge qualcosa di più grave. Addirittura tra le righe si legge che qualcuno avesse organizzato o programmato qualcosa di più inquietante del classico e fisiologico accanimento professionale. Lei conferma questa ipotesi?

«Preferirei non rispondere».

Lei sta reagendo a questa situazione, in che modo?

«E’ difficile in un contesto come quello del tribunale civile tarantino, reagire senza subire gravi contraccolpi personali e professionali. E’ un sistema che alcuni miei clienti, vittime dell’ingiustizia, hanno definito “criminale”. Un sistema finalizzato allo sfruttamento dei fallimenti e delle esecuzioni, spesso gestiti ad arte. Vendite a prezzo vile, procedimenti di durata trentennale, irregolarità nelle procedure e anomalie negli incarichi a consulenti, periti, avvocati. Ho rivolto le mie lagnanze anche al presidente Mattarella e al Ministro della Giustizia, oltre che al Csm ed altri, ma ho ottenuto il nulla!»

Mi scusi, lei prima ha detto che c’è di peggio, molto peggio. Quindi ci sarebbero fatti ancora più gravi in relazione alla gestione della giustizia da parte di alcuni giudici a Taranto, ci può dire qualcosa di più?

«A presto.»

I giudici di Taranto e Potenza si vogliono un gran bene, scrive Michele Finizio, Martedì 21/02/2017 su "Basilicata 24". Il “pasticcio” delle procedure fallimentari si fa sempre più ricco di episodi curiosi. Continuiamo la nostra inchiesta sulle aste fallimentari gestite dal tribunale jonico e sulle strane decisioni che assume il tribunale di Potenza sui giudici tarantini denunciati. Vi ricordate la drammatica denuncia del signor Angeli Delli Santi, 30 anni con lo status di fallito, contro gli abusi dei giudici e contro il “sistema criminale consolidato, stabile ed efficace” delle aste giudiziarie e procedure fallimentari al tribunale di Taranto? Un atto di accusa gravissimo che coinvolge anche i giudici potentini i quali in più occasioni sono stati chiamati a pronunciarsi sul comportamento dei loro colleghi tarantini. (Se avete qualche minuto, potrete rilegge l’atto di accusa di Delli Santi e tutti gli altri articoli della nostra inchiesta, “Vite all’asta”, pubblicati fino a oggi, cliccando sui link a margine). Ebbene ci risiamo. Emergono nuovi particolari episodi che lascerebbero stupefatto anche un novellino del diritto. Insomma vizi e violazioni di norme sarebbero all’ordine del giorno delle procedure fallimentari gestite dal tribunale di Taranto. Andiamo a vedere.

Il giudice Andrea Paiano e la giurisprudenza “creativa”. Paiano, è giudice delle esecuzioni. Denunciato sia dal signor Delli Santi, sia dalla moglie di questi, Giovanna Montemurro, per abuso d’ufficio e non solo. La denuncia della signora Montemurro pende al tribunale di Potenza. Logica vorrebbe, ma soprattutto il Diritto, che un giudice si astenga se ha “causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori”. Nella giostra della sezione fallimentare del tribunale civile di Taranto, questa norma non sembra avere ospitalità. Infatti, il dottor Paiano nonostante le denunce a suo carico, in qualità di giudice ha deciso più istanze presentate dai coniugi Delli Santi, naturalmente rigettandole tutte. Eppure egli sa, lo sanno tutti, che è stato denunciato dalla signora Montemurro il 24 giugno 2016, e verosimilmente egli sa, e tutti lo sanno, che è stato denunciato anche dal signor Delli Santi il 23 settembre 2016. Nel primo caso l’accusa è di abuso d’ufficio, nel secondo caso si ipotizza addirittura l’associazione per delinquere tra magistrati, curatori, consulenti, banche. I coniugi Delli Santi chiedevano con opposizione formale l’estinzione della procedura esecutiva, per vizi procedurali e violazioni delle norme. Opposizione rigettata, la casa viene aggiudicata. Si opponevano all’aggiudicazione, perché ritengono che siano state violate la legge e la procedura. Niente da fare, opposizione rigettata. La signora Montemurro si oppone anche allo sgombero con ulteriore atto. Niente da fare, anche questa opposizione è rigettata. Il giudice, da loro denunciato, agisce come se nulla fosse. Per la verità Paiano aveva chiesto l’astensione, ma il presidente del tribunale non ha autorizzato. Lo stesso presidente, però, aveva autorizzato il giudice Martino Casavola ad astenersi da quel procedimento, per evidente inimicizia con l’avvocato dei Delli Santi. Chissà, l’inimicizia è causa di astensione, le denunce al contrario non autorizzano l’astensione. Il tribunale di Taranto sarebbe un vero e proprio laboratorio di giurisprudenza “creativa”.

Il reclamo rigettato dal giudice “avvelenato”. I coniugi Delli santi, tramite il loro avvocato Anna Maria Caramia, in data 23 dicembre 2016, presentano un reclamo contro il provvedimento di rigetto del giudice Paiano. Chi decide su quel reclamo? Un collegio di tre giudici tarantini. Chi è il presidente di quel collegio? Il giudice Pietro Genoviva.  Chi è Genoviva? Niente di che. Semplicemente ha il dente avvelenato contro l’avvocato dei coniugi Delli Santi, l’avvocato Anna Maria Caramia. Lo stesso avvocato di tanti altri cittadini falliti e finiti nelle maglie del tribunale di Taranto. Genoviva è il giudice che ha definito la condotta di quell’avvocato, penalmente rilevante e che ritiene i coniugi Delli Santi persone che “tentano di condizionare il corretto esercizio della funzione giurisdizionale attraverso lo strumento della denuncia contro i giudici”.  Servirebbe un dentista sopra le parti.

I “giochi di prestigio” tra Potenza e Taranto. Come già detto, la signora Giovanna Montemurro il 24 giugno 2016 denuncia il giudice Andrea Paiano alla Procura della Repubblica di Potenza (procura competente a giudicare i magistrati tarantini). In quella denuncia è richiamata espressamente l’istanza di sequestro preventivo dell’immobile poi aggiudicato all’asta. Su questa istanza la procura di Potenza non si esprime. Si esprime però, e stranamente, sulla denuncia del signor Angelo Delli Santi, quella del 23 settembre 2016, con una decisione di “non luogo a provvedere”. Strano anche che una denuncia, quella di Delli Santi, contro la procura potentina finisca nelle mani dei magistrati di Potenza, cioè nelle mani del giudice denunciato. Eppure, quella denuncia è stata indirizzata a tutti tranne che, giustamente, alla procura di Potenza. Procura che è la stessa a iscrivere la notizia di reato che la riguarda a modello 45 (Registro degli atti non costituenti notizia di reato). Eppure la denuncia di Angelo Delli Santi è gravissima, altro che notizie non costituenti reato! Perché nessuno si è mosso per fare almeno una verifica sulle dichiarazioni del denunciante? Macché! Il giudice denunciato decide per se stesso: “Non luogo a provvedere”. Si autoassolve. E se il signor Delli Santi ha torto nel denunciare collusioni tra giudici tarantini e potentini, se il signor Delli Santi ha torto nel denunciare un “sistema criminale di gestione delle aste fallimentari”, perché non è destinatario di una denuncia per diffamazione o calunnia da parte dei giudici potentini e tarantini? Perché non viene arrestato per le sue gravi e infondate accuse? Staremo a vedere. Intanto la nostra inchiesta continua. A breve, con un altro caso “strano”.

Vite all'asta: un fallimento lungo 30 anni distrugge un'altra famiglia. Il girone infernale delle procedure nel tribunale di Taranto. E i giudici di Potenza stanno a guardare, scrive Michele Finizio su "Basilicata 24", Martedì 14/02/2017. Ha perso un’azienda agricola, un’azienda di sistemi di sicurezza, una casa e ora, anche il rischio di perdere l’abitazione di Parma dove vive. Da 31 anni va avanti così, per una vicenda da cinquanta milioni di lire cominciata nel 1984. Una procedura interminabile che, non gli ha consentito di riabilitarsi come imprenditore. Anzi, ha travolto l’intera famiglia, in particolare i figli i quali si sono visti serrare il futuro da una giustizia eterna. Eppure, le procedure fallimentari, anche le più complesse, dovrebbero durare non più di sette anni. Roberto Ditaranto, imprenditore di Sava, 60 anni, ora vive in Emilia. La solita trafila dei “destinati al fallimento”. Prima ti concedono un mutuo, poi fanno di tutto per evitare che lo paghi, magari ci si mette di mezzo anche la finanziaria di turno con le solite truffe. O qualcuno che ti propone di fare delle cose illegali, ma tu ti opponi e allora sono guai. Hai una bella masseria, un’azienda avviata, un appartamento e qualcuno li vuole ad ogni costo. Niente di più facile a Taranto. Ti puntano ed entri nel tritacarne della giustizia, anzi dell’ingiustizia, dove la sezione fallimentare del tribunale sembra essere, per molti “falliti”, il girone infernale delle procedure a ostacoli. Tu cerchi di difenderti. Fai di tutto, nonostante i raggiri di cui sei stato vittima, per agevolare l’iter di vendita dei tuoi beni, sperando che la tua condizione di “fallito” duri il meno tempo possibile, per riabilitarti e ricominciare. Invece, no. Loro ti tengono sulla graticola fin quando serve. Anche più di trent’anni, come in questo caso. Allora l’angoscia ti avvolge, il mondo intorno ti tratta come un essere inutile, uno stupido onesto, un presuntuoso che non ha voluto chinare la testa. Avverti l’impotenza di fronte all’ingiustizia, quell’ingiustizia che indossa il mantello scuro della legalità. E pensi ad un’unica via d’uscita: il suicidio. Perché il signor Ditaranto vive con lo status di fallito da oltre 30 anni? Uno dei motivi? Gli hanno detto che non riescono a vendere la sua porzione di masseria cosiddetta “Li Cicci” (Manduria/Oria) “perché non ci sono acquirenti”. E’ vero che non ci sono acquirenti?

Forse la risposta è nella nostra inchiesta del 4 novembre scorso. Potremmo scrivere un libro sulla vicenda del signor Ditaranto, magari noioso, pieno di codici e codicilli della procedura fallimentare. Potremmo raccontare delle presunte false perizie. Potremmo raccontare delle denunce, degli esposti, delle suppliche inviate a decine di autorità. Avremo tempo, la nostra inchiesta continua. Qui però, ci interessa fare luce su un episodio inquietante che oggi sembra dipanarsi con una conferma dei dubbi già espressi quando abbiamo iniziato le nostre inchieste sulle aste fallimentari a Taranto e sulle archiviazioni facili a Potenza: esiste un sistema di corruzione intorno alle procedure delle aste fallimentari nel tribunale jonico? Il caso del signor Ditaranto sembra essere collegato alla vicenda di cui ci siamo occupati nel novembre dello scorso anno, con un articolo corredato da un video. In quel video c’è una conversazione che farebbe emergere un tentativo di concussione da parte di un curatore fallimentare il quale afferma di parlare in nome di un giudice delle esecuzioni. L’imprenditore, per ottenere ciò che chiede da qualche tempo, dovrebbe “offrire un fiore” da ventimila euro. Quella conversazione risale al febbraio 2014, ma in un altro audio risalente al dicembre 2014, l’imprenditore in questione torna sulla vicenda chiedendo al suo interlocutore: “Perché devo dare 20mila euro, perché?” Dunque, il tira e molla sul “fiore” da quanto tempo dura?

Se due più due fa quattro e se il tribunale di Potenza la smette di archiviare. L’imprenditore cui viene chiesto il fiore da 20mila euro, è lo stesso che già possiede e vive dal 1987 in una porzione della Masseria Li Cicci. Interessato a comprare il resto dei beni immobiliari (fabbricati e terreni). Il curatore fallimentare che chiede, a suo dire per conto di un giudice, il “fiore”, sarebbe lo stesso avvocato cui è stata affidata la curatela nel procedimento Roberto Ditaranto. Il giudice cui farebbe riferimento il curatore che chiede il “fiore”, sarebbe lo stesso del caso Di Taranto. L’imprenditore interessato all’acquisto della porzione di bene del signor Ditaranto sarebbe stato anch’egli ostacolato nel suo legittimo scopo. Da circa 20 anni sta provando a regolarizzare la sua posizione, ma sarebbe stato vittima di “sabotaggi” anche attraverso perizie false e vendite a prezzo vile di terreni, ad altre persone, insistenti nel perimetro della Li Cicci. La domanda è: siamo proprio sicuri che la vicenda del signor Di Taranto dura da 30 anni perché il curatore non aveva acquirenti a cui vendere? La risposta è nelle mani della magistratura. Anche Roberto Ditaranto, come tanti altri cittadini ha denunciato curatore e giudice tarantini al tribunale di Potenza. Chissà se anche in questo caso si procederà a “facile” archiviazione.

Intanto un uomo e la sua famiglia sono allo stremo. Ecco la rabbia di Roberto. Penso a voce alta, ma l'obiettivo del curatore qual 'è? Quello di chiudere la procedura come per Legge, entro cinque o massimo sette anni! E se il curatore è incosciente di essere incosciente, dietro di lui c'è anche un giudice, c'è anche un presidente del Tribunale. (…) Io non ho potuto esercitare la mia professione quella di progetti di sistemi di sicurezza a livello militare essendo fornitore di fiducia del Ministero Difesa (…) Ma che diritto hanno di inchiodare una vita, di portare le persone a pensare di farla finita! Io nel 2000 ho fatto diversi salvataggi di aziende, ma non ho potuto accettare incarichi di amministratore delegato perché quei disonesti hanno tenuto in piedi questa procedura, finché rimane aperta sono segnalato dappertutto. Io ho avuto la fortuna di avere tanta forza, competenza e di arrivare dove sono arrivato. Ma tante persone si sarebbero già suicidate al posto mio. (…) E poi, se io mi devo raccomandare per avere un mio diritto, allora andrò via dall'Italia. Non devo usare le raccomandazioni per ottenere un mio diritto come per Legge altrimenti è finita. Anche la mia casa di Parma sta andando all'asta nonostante ho prodotto 2 denunce di usura, 1 denuncia di querela di falso, 1 denuncia di estorsione. Dal 2009 per mezzo del fallimento aperto anche i miei due figli, hanno passato e stanno passando i guai, tanti guai. Mia moglie poi, è disperata. Aiutatemi.

Il fallito non è Roberto. Il vero fallito è lo Stato, il vero fallito è la Giustizia.

L’ILVA E LO SCIAME POPULISTA.

Ilva: quanti miliardi ha perso nei sei anni senza proprietà, scrivono Milena Gabanelli e Michelangelo Borrillo il 23 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Ora che l’Ilva ha una nuova proprietà si può tirare una riga e fare i conti: qual è stato il «prezzo» del commissariamento? La storia dell’azienda è piena di crocevia, colmi di speranze, poi quasi sempre disattese. Il primo bivio fu la scelta del quarto polo siderurgico italiano: dopo Cornigliano, Piombino e Bagnoli, si aprì Taranto. Il secondo bivio risale all’inizio degli anni Novanta, quando il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert costrinse l’Italia a scegliere fra Bagnoli e Taranto. Lo stabilimento siderurgico pugliese sopravvisse a quello di Bagnoli in un derby del Sud in cui nessuno ricorda di aver vinto: Napoli aspetta ancora, dopo più di venti anni, la riqualificazione dell’area e Taranto un futuro che concili ambiente e lavoro. Erano i tempi dell’Ilva pubblica, quella che si chiamava Italsider.

Dall’acciaio di Stato all’Ilva privata. Ma c’è stata anche un’Ilva privata, a partire dal 1995, quando arrivarono i Riva che si aggiudicarono quella che nel frattempo — dopo la messa in liquidazione di Italsider nel 1988 — era appunto diventata l’Ilva. Con un’offerta di 1.649 miliardi di lire (e 1.500 miliardi di debiti, a fronte di un fatturato di 9 mila miliardi e 11.800 dipendenti) superarono i rivali del gruppo Lucchini. Con un padrone privato, si pensò all’epoca, sarà più facile per la magistratura controllare che la produzione dell’acciaio venga fatta secondo le leggi. Non si sa, neanche con il senno di poi, se l’Ilva dei Riva abbia inquinato più o meno dell’Italsider di Stato, ma si sa con certezza che ai tempi dei Riva le leggi per la tutela ambientale erano chiare e severe.

Dai Riva ai commissari, agli indiani di Mittal. La storia dei Riva in Ilva dura 17 anni: il 26 luglio del 2012, infatti, l’acciaieria viene messa sotto sequestro (senza facoltà d’uso) a seguito di un’inchiesta della magistratura di Taranto. Le accuse per i vertici aziendali, a vario titolo, sono di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. Nel 2013 arriva il commissariamento, nel 2015 l’Amministrazione straordinaria, nel 2016 il decreto per la vendita, nel 2017 l’aggiudicazione alla cordata Am Investco (in concorrenza con AcciaItalia), guidata da ArcelorMittal, gruppo nato nel 2006 dalla fusione tra la francese Arcelor e l’indiana Mittal Steel Company, con quartier generale in Lussemburgo. E l’Ilva torna privata.

Le condizioni dell’accordo. Perché ArcelorMittal potesse prendere possesso dell’Ilva, però, si è dovuto attendere settembre 2018. Non è bastata l’offerta vincente, così articolata: 1,8 miliardi il prezzo di acquisto, 2,4 miliardi di investimenti (circa 2,2 miliardi al netto del contributo del gruppo Riva) entro il 2023, di cui 1,25 miliardi per il piano industriale e 1,15 di investimenti ambientali. E un’occupazione per 9.407 unità nel 2018, a fronte dei circa 14 mila addetti del gruppo (con cassa integrazione autorizzata fino a 4.100 dipendenti) del 2017.

L’accordo doveva essere accettato dai sindacati. Il ministro Carlo Calenda del governo Gentiloni ci prova fino all’ultimo a chiudere l’intesa migliorativa, ma non riesce a completare l’opera. Il voto del 4 marzo 2018 spazza via il vecchio governo e la palla passa nelle mani del suo successore al ministero dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Che prima prova ad annullare la gara per illegittimità, poi chiude — dopo una trattativa durata tutta l’estate e conclusa il 6 settembre — l’accordo migliorativo.

10.700 lavoratori assunti, 3.100 in cassa integrazione. ArcelorMittal si impegna ad assumere 10.700 lavoratori e ad assorbire, dal 2023, i rimanenti 3.100, che nel frattempo restano sotto l’amministrazione straordinaria di Ilva in cassa integrazione, per un costo complessivo che può arrivare a 400 milioni. Molti lavoratori però potrebbero optare subito per l’incentivo all’esodo di 100.000 euro lordi. L’Amministrazione straordinaria invece resterà in vita fino al 2023, con il compito di decontaminare l’area fuori dallo stabilimento, ma per l’opera di bonifica basteranno circa 400 persone.

I costi dei 2.200 giorni senza padrone. Ma quanto sono costati gli oltre 2.200 giorni dell’Ilva senza padrone in cui si sono susseguiti 5 governi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte), 4 commissari (Enrico Bondi, Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi) e un sub commissario (Edo Ronchi)? Poiché l’ultimo bilancio di Ilva approvato dagli organi sociali è quello del 2011, gestione Riva, il calcolo può essere soltanto approssimativo. Nel 2015 l’Ilva ha perso in media 50 milioni al mese (quindi 600 milioni nell’anno), 25 nel 2016 (300 milioni), 30 nel 2017 (360) e 25 nei primi otto mesi del 2018 (200 milioni). In pratica dal 21 gennaio 2015, inizio dell’amministrazione straordinaria, a oggi, l’Ilva ha perso 1,46 miliardi di euro. Dall’assegnazione ad Am Investco (5 giugno 2017) all’accordo con i sindacati (6 settembre 2018) si sono persi circa 380 milioni. Se si considera che inizialmente la gara si sarebbe dovuta chiudere a giugno 2016, nel conto dei due anni di ritardo vanno aggiunti altri 330 milioni, che portano il totale a circa 700 milioni. Per gli anni 2012/2014, si può far riferimento ai numeri emersi dalla data room a cui ebbero accesso le aziende che presentarono la prima manifestazione d’interesse: emergono perdite per 2,1 miliardi. Complessivamente sono quindi 3,6 miliardi le perdite del dopo Riva, quasi quanto i 4 miliardi offerti da ArcelorMittal per rilevare l’Ilva.

Gli stipendi dei Commissari. Nei costi dell’Amministrazione straordinaria rientra anche il compenso dei commissari: quello annuo di Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, al lordo delle imposte, è stato di 240mila euro ciascuno. In precedenza hanno operato Bondi e il subcommissario Ronchi per un anno, e poi Gnudi per sei mesi. Ipotizzando lo stesso compenso, si sfora un totale di 3 milioni di euro.

I soldi nascosti dai Riva tornano a Taranto. Rimane il tema da cui tutto è partito: il disastro ambientale. In questi sei anni si è risanato pochissimo perché non c’erano i soldi. Oggi a disposizione ci sono circa 2,2 miliardi. Chi li mette? Per metà la nuova proprietà, per l’altra metà la vecchia proprietà dei Riva. Perché nel 2013, grazie al filone milanese dell’inchiesta, la Guardia di finanza sequestra ai fratelli Adriano ed Emilio Riva circa 1,3 miliardi di euro sottratti alla holding Riva Fire. Portati in Svizzera anziché essere investiti nei filtri, nella copertura dei parchi minerali, nel trattamento delle acque, nella gestione dei fanghi velenosi. Nell’ordinanza di sequestro il gip Fabrizio D’Arcangelo usa parole durissime: i fondi «costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata» da parte degli indagati «ai danni della Fire Finanziara spa (poi Riva Fire) di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori». I fondi vengono sbloccati definitivamente a dicembre 2016 e in applicazione della legge cosiddetta «Salva Ilva» destinati al risanamento e al rilancio dell’azienda, applicando tutte le prescrizioni del Piano Ambientale.

Dopo 7 anni parte il risanamento ambientale. Nell’effettiva disponibilità di Ilva arrivano solo a giugno 2017: 230 milioni vengono utilizzati per la gestione corrente, mentre dei restanti 1.083 milioni vincolati al risanamento aziendale, 61 sono stati già spesi e altri 600 sono stati impegnati. Il più importante degli investimenti ambientali è la copertura dei parchi minerari. Nei giorni in cui spira da nord-ovest, al quartiere Tamburi di Taranto il vento porta polveri pericolose, Pm10 e benzo(a)pirene. Tanto da aver fatto saltare, lo scorso anno, una decina di giorni di scuola, come prescritto dalle ordinanze del sindaco Rinaldo Melucci: perché nei «Wind days», così li chiamano, è meglio respirare lo stretto indispensabile. Per evitarlo, già l’Autorizzazione integrata ambientale del 4 agosto 2011 prevedeva che il Parco minerale e il Parco fossile dell’Ilva venissero coperti. I lavori sono partiti solo nello scorso febbraio, dopo 7 anni, e si concluderanno nel 2020. Il costo previsto è di 300 milioni ed è a carico della nuova proprietà, ma la somma è stata anticipata dall’amministrazione straordinaria di Ilva con i fondi sequestrati ai Riva dalla procura di Milano. Verrà rimborsata da Am Investco entro 90 giorni dalla definitiva acquisizione dell’Ilva.

Il futuro sta nei controlli. Si potevano evitare gli incalcolabili danni alla salute, il collasso ambientale e quello dell’azienda? La risposta è sì. La responsabilità, in prima istanza, pesa sulle spalle dei Ministri dell’Ambiente, della Salute, i Governatori della Regione Puglia, Arpa, magistrati, sindacati, che a partire dal 1995 (anno in cui lo Stato ha venduto l’Ilva ai Riva) avrebbero dovuto imporre l’adeguamento alle norme. Invece, mentre la proprietà accumulava soldi nei paradisi fiscali e a Taranto si moriva, hanno fatto finta di niente. Fino a quando non è più stato possibile. Come a Genova, viene sempre il momento in cui la storia presenta il conto.

L’acciaio che fa cadere le stelle, scrive l'8 settembre 2018 Massimo Gramellini su "Il Corriere della Sera". L’opinione di Massimo Gramellini sull’aggressione alla deputata Rosalba De Giorgi da parte dei suoi ex-elettori di Taranto. Quando ho visto le immagini di un politico inseguito dalla folla furente, ho pensato che fosse un profugo della sinistra capitato per sbaglio in qualche fabbrica. Invece si trattava della deputata cinquestelle Rosalba De Giorgi. E la folla che la ricopriva di insulti erano gli stessi abitanti di Taranto che appena sei mesi prima l’avevano issata in Parlamento con il mandato di chiudere l’acciaieria più grande e inquinante d’Europa. In quei giorni Taranto era il palcoscenico dell’alternativa stellare. Democrazia diretta, green economy, decrescita felice. Arrivò anche Beppe Grillo per vaticinare che al posto dell’Ilva sarebbe sorto un parco acquatico. Invece del parco, Di Maio ha finito per fare un accordo con la multinazionale. Il migliore possibile, probabilmente. Ma gli elettori sono come gli amanti: perdonano tutto, tranne le aspettative tradite. Specie quando li hai illusi che la democrazia sia una pratica sbrigativa, risolvibile con un clic e circoscritta a quelli che già la pensano come te, anziché il lavoro paziente e noioso di chi deve mettere insieme interessi divergenti: i polmoni e lo stipendio, per esempio. Se semini sogni e raccogli compromessi, scendi dall’onda del consenso popolare su cui il pragmatico Salvini volteggia ormai in solitudine. La deputata grillina che scappa dalle orde degli innamorati delusi, scortata come un notabile del vecchio regime, sancisce un cambio di scenario. Il momento esatto in cui le Cinquestelle precipitarono sulla Terra.

Ilva, a Taranto l'addio del consigliere comunale M5S al Movimento: "Ha tradito la città". Massimo Battista, operaio ed ex attivista del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, ha lasciato il gruppo grillino e aderito a quello misto. "Non credo che Di Maio sarà accolto bene qui", scrive Chiara Spagnolo l'11 settembre 2018 su "La Repubblica". Il caso Ilva diventa un boomerang per il Movimento Cinque Stelle, che a Taranto incassa le prime defezioni. Il consigliere comunale Massimo Battista (operaio del siderurgico con passato da attivista nel comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti) ha lasciato il gruppo consiliare grillino e ha aderito al gruppo Misto. "Continuerò il mio operato da indipendente - ha spiegato - per rispetto delle oltre mille persone che mi hanno votato. Il Movimento Cinque Stelle ha tradito l'elettorato di Taranto, perché nel 2017 parlava di chiusura dello stabilimento, riconversione economica e bonifiche, come dimostrano i 600.000 volantini che abbiamo distribuito all'epoca". In merito a un'imminente visita del vicepremier Luigi Di Maio, Battista ha ribadito: "Ha fatto promesse che poi ha tradito. Non credo che se verrà a Taranto sarà accolto bene". Il punto di scontro è, naturalmente, l'accordo con Arcelor Mittal che rileverà il colosso siderurgico. Un accordo definito da Di Maio "il migliore possibile", che salvaguarda 10.700 posti di lavoro ma lascia molte perplessità ai tarantini dal punto di vista ambientale. Tanto che un gruppo di cittadini è sceso in piazza subito dopo per dire no all'accordo e ha riconsegnato in segno di protesta le schede elettorali. Negli stabilimenti Ilva sono iniziati i referendum tra i lavoratori per votare l'accordo, che però non avranno alcun peso sull'acquisizione.

A Taranto la doppia verità dei grillini sull'Ilva. Di Maio e compagni inciampano sull'Ilva tra contestazioni, dimissioni e polvere di... Cinque Stelle, scrive Emanuela Carucci, Martedì 11/09/2018, su "Il Giornale". Dalla polvere minerale (quella che inquina) alla polvere di stelle. Anzi, di Cinque Stelle. Potremmo sintetizzare così la più grave crisi politica che ha colpito il movimento dalla sua fondazione. L'Ilva di Taranto è stata pietra d'inciampo non solo per Luigi Di Maio, ma anche per i rappresentanti istituzionali e per quella base militante che ha sempre creduto in una svolta ambientalista. Di Maio ha promesso la chiusura delle fonti inquinanti, la bonifica, la riconversione. Ma in realtà il vice premier, come Penelope, tesseva a Taranto una tela che puntualmente ha disfatto a Roma consegnando lo stabilimento siderurgico nelle mani di Arcelor Mittal, garantendo così un futuro all'Ilva e agli operai, anche loro grandi elettori del Movimento Cinque Stelle. Così i grillini si sono impiccati alle parole: chiusura delle fonti inquinanti, bonifica, riconversione. A farne le spese in principio fu la deputata Rosalba De Giorgi. Giornalista tarantina, eletta a furor di popolo nello scorso marzo, De Giorgi è dovuta scappar via dalla piazza in cui gli ambientalisti tenevano un sit in al grido di "venduta, dimettiti". "L'operazione Ilva non è conclusa." Dichiara De Giorgi al Giornale glissando sulle proteste degli ecologisti. Lei ha ancora voglia di spiegare: "Per chi ha seguito le cose sa che non si poteva annullare il contratto, perché il Tar avrebbe fatto ricorso. Nonostante le aspettative disattese in questo momento quel contratto è la cosa migliore perchè le cose andranno diversamente in futuro. Mittal dovrà seguire le regole e noi intanto cerchiamo delle alternative perchè Taranto non può vivere solo di questo." Ma i nodi sono arrivati al pettine. In realtà, il Movimento Cinque Stelle a Taranto, dopo la grande ascesa alle politiche del 2012 (fu stravotato dagli operai dell'Ilva) ha vissuto una profonda crisi nel capoluogo pugliese che anticipava questa crisi d'identità visibile a livello nazionale. Sono stati i non esaltanti risultati alle comunali a dimostrare il malessere. Così, il movimento decise di incrociare i suoi destini con quelli dei "Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti", tra i quali c'è un nutrito gruppo di operai dell'Ilva che ha addirittura espresso un consigliere comunale: Massimo Battista. I "Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti" sono da sempre per la chiusura e la riconversione dell'Ilva, così il Movimento Cinque Stelle pensò furbamente, alla vigilia delle scorse elezioni politiche, di stringere alleanza con il gruppo nato nel periodo caldo del sequestro giudiziario dell'Ilva (anno 2012). Questo fruttò il successo a marzo, ma ora, che, come dicevamo, il nodo è arrivato al pettine e la contraddizione è esplosa, nelle mani dei grillini restano i cocci taglienti di un giocattolo che si è rotto. Massimo Battista ha lasciato il gruppo dei cinque stelle in consiglio comunale a Taranto scagliandosi con forza contro la politica della "doppia verità" grillina: "Annuncio la mia volontà di lasciare il Movimento Cinque Stelle. È una decisione che prendo nel rispetto di più di mille cittadini che mi hanno votato ma anche di tutto il resto della città. Ho sperato anch’io che fosse finalmente arrivato il momento di iniziare a realizzare una Taranto libera dalla fonti inquinanti, fondata su quelle economie alternative che da decenni vengono sacrificate. Avrebbe richiesto anni di impegno, ma con un governo alleato e non più nemico non sarebbe stato impossibile. Da diversi mesi, però, è evidente per me che le speranze nel Movimento Cinque Stelle sono state tradite. Da quando si è insediato il governo Conte. Allearsi con un partito xenofobo e razzista come la Lega ha segnato lo spartiacque tra un Movimento spontaneo, cresciuto dal basso, e un partito conservatore che soffia sulle paure della gente. Nonostante mi fosse chiaro ho voluto aspettare. Il mio mandato elettorale, la mia storia, è strettamente legata all’Ilva di Taranto e su questo ho voluto giocarmi fino in fondo la partita. Sono un operaio, un ex delegato sindacale, ma soprattutto sono un cittadino che ama la sua città. Ho voluto vedere cosa ci fosse per Taranto nel mazzo di carte del Cinque Stelle, nelle mani di Di Maio. Ho sperato di poter incidere per indirizzare le scelte verso un cambiamento vero, tangibile, lungimirante. Né più né meno di quello che avevamo promesso in campagna elettorale, alle amministrative prima e alle politiche poi. Abbiamo difeso a denti stretti quanto era scritto nel programma politico affinché fosse riportato intatto all’interno in quello di Governo. Siamo riusciti a non snaturare completamente quell’impegno formale ma non è bastato. Alla prova dei fatti hanno dimostrato di non voler mettere in discussione l’attuale economia della città procedendo in continuità con il precedente esecutivo. Un cambio di rotta che non è mai stato realmente condiviso con il territorio, con noi che siamo nelle istituzioni e che in esse rappresentiamo il Cinque Stelle. Io, come i cinque parlamentari, abbiamo incontrato solo due volte Di Maio per parlare di Taranto e Ilva. Onorevoli e senatori tarantini non erano neanche stati informati la scorsa settimana dell’incontro tra sindacati, Mittal e Di Maio per raggiungere un accordo che garantisse la continuità produttiva e il passaggio al gruppo franco-indiano. Tutt’oggi nessuno conosce il piano industriale di Mittal." C'è chi però non ci sta, non crede alla doppia verità grillina, è sì deluso ma getta acqua sul fuoco. Si tratta del parlamentare Cinque Stelle Mario Turco: "Se io non mi sono dimesso non significa che non sia deluso. Le aspettative da parte di tutti erano tante e la città aveva aspettative. Ognuno di noi è rimasto molto deluso dall'esito della vertenza. Io sono un economista e la mia chiamata in politica era legata soprattutto per la riconversione economica. Su Battista? Ognuno reagisce in relazione alla sua delusione. La partita dell'Ilva non è chiusa e, soprattutto, non c'è crisi nel movimento", ha dichiarato al Giornale. Sarà, ma è forte la sensazione che la polvere di stelle, anzi di cinque Stelle, abbia soffocato e soffocherà Taranto più della polvere di minerale e che il vento delle contraddizioni e di una certa approssimazione politica possa arrivare fino a Roma, scuotendo i palazzi e rendendo meno stabile le poltrone su cui sono seduti Di Maio e i suoi uomini.

Ora gli eletti del M5S di Taranto si dimetteranno? Scrive il 7 settembre 2018 Valentina Petrini su "Il Corriere del Giorno". Ripubblichiamo un commento indipendente della giornalista Valentina Petrini sul M5S e la questione ILVA, apparso sul sito del FATTO QUOTIDIANO. Chiaramente si tratta di un opinione personale che non coinvolge la linea editoriale del nostro giornale, lasciando ai lettori le proprie valutazioni, opinioni e commenti. Accordo firmato. In 10.700 subito assunti da Mittal, piano di esodi volontari, con un bonus di 100 mila euro lordi, anticipo dei lavori di copertura dei parchi minerari, da terminare non più nel 2020 ma all’inizio dell’estate dell’anno prossimo. E poi la garanzia che all’aumento della produzione non corrispondano maggiori emissioni inquinanti. Di Maio: “Risultato migliore possibile nelle peggiori condizioni possibili”. Il premier Conte: “Abbiamo fatto un lavoro egregio”. Ilva è viva. Grazie Di Maio. Grazie Calenda. Grazie governo Gentiloni. La strada tracciata è andata in porto anche con il governo del cambiamento giallo-verde, chi l’avrebbe detto. Leggeremo nel dettaglio l’accordo sindacale appena sarà disponibile, leggeremo il piano ambientale. Attenderemo il voto degli operai sull’accordo raggiunto. Nulla di nuovo o estremamente diverso dallo scenario che già conoscevamo. Nulla di nuovo rispetto ad una domanda madre: può una fabbrica grande tre volte la città che la ospita convivere con la popolazione, con le scuole, con i campetti da calcio e i parchi giochi dei bambini? E come si può rendere sostenibile un’industria datata e vetusta che cade a pezzi? Cosa c’è per Taranto e per l’Italia, oltre e dopo l’acciaio? Oltre e dopo il 2023? Potete venire davanti alla cittadinanza e giurando sulla Costituzione dire che “mai più nessuno si ammalerà e morirà, dentro e fuori la fabbrica, per colpa dell’inquinamento”? Ma queste sono altre domande, quelle che facciamo a tutti da anni. Oggi, ora, dobbiamo dedicare pochi minuti al funerale politico del Movimento 5 Stelle. Da oggi il Movimento diventa partito. Iniziata una nuova fase: quella di un “PARTITO” che come gli altri raccoglie consensi con promesse che non mantiene. In queste ore la mia bacheca Facebook e molte altre si stanno riempendo di commenti amari e delusi di elettori tarantini 5S. Perché il Movimento a Taranto ha preso una valanga di consensi. Voto di protesta, sì. Ma anche voto identitario: di tutti coloro che chiedono la chiusura delle fonti inquinanti, o anche lo stop a Tap, a Tav. Per questo a Taranto sono stati eletti 5 parlamentari M5S. Oltre ai tre eletti nei collegi uninominali (De Giorgi e Cassese alla Camera e Turco al Senato), sono passati anche altri anche altri 2 nel collegio plurinominale della Camera ovvero nel listino proporzionale bloccato. Sono la crispianese Alessandra Ermellino e il tarantino Giovanni Vianello. Candidati per lo più esponenti del mondo ambientalista, attivisti che per anni si sono battuti per la chiusura dell’acciaieria e che si sono fatti eleggere con un mandato preciso “riconvertire l’Ilva e far partire le bonifiche”. Che faranno oggi questi parlamentari stellati? Resteranno al loro posto? Si dimetteranno? Entreranno nel gruppo Misto? Come spiegheranno al territorio che l’unica strada possibile era quella di Calenda, fino a qualche giorno fa il loro grande nemico. Va dato atto a Luigi Di Maio di esser venuto a Taranto in campagna elettorale e di essersi comportato già al tempo da vecchio politico: è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto sul caso Ilva. Poi c’è stato il contratto del governo del cambiamento: “Con riferimento all’Ilva, ci impegniamo, dopo più di trent’anni, a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, salvaguardando i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere a bonificare, e sviluppo della green economy, energie rinnovabili, economia circolare”. Poi c’è stato Grillo: “Ho sempre sognato che questo bellissimo golfo di Taranto tornasse a essere una cosa meravigliosa con tecnologie di energie rinnovabili, con centro per le batterie» «Potremmo fare come hanno fatto nel bacino della Ruhr» dove «non hanno demolito, hanno bonificato, hanno messo delle luci hanno fatto un parco archeologico di industria del paleolitico lasciando le torri per fare centri di alpinismo, i gasometri per centri sub più grossi d’Europa, sono state aperte un sacco di attività dentro“. Poi c’è stato quel passaggio incomprensibile di Luigi Di Maio sull’annullabilità della gara di vendita dell’Ilva gestita dall’ex ministro Calenda. Passaggio incomprensibile che oggi ha ribadito anche il premier Conte: “Sono emerse irregolarità molto chiare ed evidenti, però come ha precisato anche il ministro Di Maio, di fronte ad un’aggiudicazione, cioè ad un provvedimento che si era concluso con l’aggiudicazione, l’annullamento della gara, un provvedimento che si chiama di autotutela, non era così semplice perché non basta un vizio formale occorre anche poter dimostrare che attraverso quell’annullamento, pur di fronte ad irregolarità riconosciute formali, si realizza meglio l’interesse pubblico”. Vi giuro, dice proprio così. Sentitelo. Sembra si giustifichino con qualcuno per la strada intrapresa senza però dire chiaramente a chi stanno parlando. Ma se la gara fosse stata annullabile voi cosa avreste fatto? Come avreste perseguito e realizzato l’interesse pubblico? Non si è capito. Giuro. Di Maio non ci ha mai detto la sua idea alternativa su Ilva. Il suo progetto rivoluzionario, sostenibile, futuristico. Non ci ha mai aperto il suo cuore, spiegandoci cosa avrebbe fatto se avesse potuto annullare questa benedetta gara. Non ha mai risposto nemmeno alle domande sull’immunità penale concessa da quelli di prima, del Pd, a Mittal e prima ancora ai commissari statali. Agli elettori Cinque Stelle a Taranto oggi resta l’amaro in bocca, la polvere rossa in gola e nessuna visione economica rivoluzionaria. Forse Di Maio non ha motivo di preoccuparsi della ricaduta elettorale di questa scelta politica fatta su Ilva. Ma forse sì.

Taranto. Ambiente, democrazia e dintorni...Molti dimenticano che dal 2013 l’ ILVA in amministrazione straordinaria ha speso 500 milioni di euro per bonifiche e ristrutturazioni ambientali per lo stabilimento di Taranto, a cui andranno ad aggiungersi i circa 300 milioni di euro per la copertura dei parchi minerari, i cui lavori sono partiti con un anticipo di due anni sulle date prefissate grazie alla oculatezza dell’ ex-ministro Carlo Calenda, scrive il 7 settembre 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Come tutti i nostri lettori ben sanno, questo giornale non ha mai pubblicato la valanga di comunicati stampa diffusi dalle pseudo-associazioni ambientaliste di Taranto, animate e popolate da squallidi anonimi personaggi, privi di alcuna competenza e soprattutto alla ricerca di protagonismo ed esibizionismo mediatico. Qualcuno anche con problemi con la giustizia. Lo abbiamo fatto soltanto per garantire ai nostri lettori un’informazione equilibrata, seria ed attendibile, documentata e fondata sulla base di studi e ricerche scientifiche comprovate, come ad esempio dell’Istituto Superiore di Sanità del Ministero della Salute che l’anno scorso attestò che Taranto è addirittura meno inquinata del centro di Roma o di Milano! Abbiano preferito lasciare “sguazzare” questi squallidi personaggi sulle pagine di giornaletti e siti locali a caccia di encomi del nulla, o di donazioni online pur di sopravvivere. Abbiamo letto dei “falsificatori” del voto elettorale (con tanto di sentenza di condanna del tribunale di Taranto) atteggiarsi ad ambientalisti e far diventare “protagonisti” qualche magistrato di campagna, o ancor peggio quale giudice che aveva un parente che lavorava come fornitore per l’ILVA, fino a poco tempo prima delle sentenze (tutte annullate dalla Suprema Corte di Cassazione) del proprio illustre…parente. Abbiamo visto diversi giornalisti nascondersi grazie al segreto istruttorio dalle intercettazioni della Guardia di Finanza che comprovavano di essere stati sul libro paga di Girolamo Archinà, il grande “corruttore” e manipolatore dell’informazione locale di Taranto. E soltanto qualcuno di loro ha “pagato” disciplinarmente, mentre uno di loro, e parlo di Michele Mascellaro ex direttore di Taranto Buona Sera, il quale si è sinora nascosto sfuggendo al previsto (dalla Legge) giudizio disciplinare dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia, si è salvato con l’imminente prescrizione, con sostegno e l’aiuto dei soliti quattro “sindacalisti del quartierino”…baresi ed aggregato di campagna. La stragrande maggioranza degli “ignoranti” tarantini (cioè di coloro che non sanno di cosa parlano) non sa che l’economia del territorio di Taranto e della sua provincia si regge direttamente ed indirettamente all’ 80% sullo stabilimento siderurgico dell’ILVA di Taranto, dove per oltre 50 anni la gente ha fatto carte false pur di entrarci a lavorare. Uno stabilimento dove lavorano migliaia persone, molte prossime alla pensione che grazie a Dio non si sono ammalate di alcun male grave ed incurabile. Il 14 dicembre 2016 la collega Margherita De Bac, così scriveva sul CORRIERE DELLA SERA: “I test di laboratorio effettuati sul materiale prelevato nelle centraline di via Regina Elena a Roma e di due postazioni (quartiere Tamburi e Statte n.d.r.)  a Taranto non hanno mostrato differenze. Eppure il confronto è con un centro portuale, ad alta intensità di traffico pesante. “La situazione è abbastanza rassicurante per Taranto. Lo studio riguarda gli ultimi due anni, le tracce di inquinanti sono sovrapponibili alle grandi metropoli” ha detto Walter Riciardi, presidente dell’Iss, citando anche la centralina di Corso Francia. Ma a Roma dobbiamo sentirci altrettanto “abbastanza rassicurati”? No, perchè qui non ci sono altiforni siderurgici ma troppo traffico e impianti di riscaldamento da svecchiare”. Pochi si chiedono come mai i più grandi centri di cura contro queste maledette malattie pressochè incurabili, si trovino a Roma, a Milano. Pochi si soffermano a controllare e leggere le statistiche ufficiali, per molti risulta più facile farsi pagare da qualche “politicante”, grazie ai rimborsi (soldi pubblici) per la propaganda, per affiggere propri cartelloni pubblicitari con i quali cercavano di portare le loro campagne di propaganda politiche, sfruttando persino dei poveri bambini incolpevoli. Eppure è facile capirlo: quel maledetto male incurabile si diffonde dappertutto, senza distinzioni geografiche, senza distinzioni di città, classe sociale e lavoro. Molti dimenticano che dal 2013 l’ILVA in amministrazione straordinaria ha investito sinora 500 milioni di euro per bonifiche e ristrutturazioni ambientali per lo stabilimento di Taranto, a cui andranno ad aggiungersi i circa 300 milioni di euro per la copertura dei parchi minerari, i cui lavori sono partiti con un anticipo di due anni sulle date prefissate grazie alla oculatezza dell’ex-ministro Carlo Calenda. Molti a Taranto parlano, o meglio, si sono riempiti la bocca di riconversione, di turismo, di parco giochi, dimenticando che ILVA era ed è rimasta una industria “privata” e che in una società dove esiste la libertà d’impresa, il diritto ad imprendere, nessuno ha il diritto di decidere cosa dover fare con qualcosa che è ed appartiene a degli altri. E sopratutto nessuno ha il diritto di giocare con la vita delle famiglie dei 20mila addetti (fra dipendenti diretti dell’ILVA e quelli dell’appalto) e nessuno ha il diritto di condizionare la vita e le sorti delle 300 società pugliesi che lavorano per ILVA di Taranto, molti dei quali hanno effettuato ingenti investimenti in macchinari, attrezzature e formazione del personale, ed aspettano ancora oggi di essere pagati. Se qualcuno a Taranto si è fatto letteralmente prendere per il c…o da Beppe Grillo, , da Gigetto Di Maio, da Di Battista, dall’accoppiata Furnari e Labriola (ricordate di lei…1 solo voto nel M5S alle comunali di 5 anni fa ! ) cioè da un branco di ex-disoccupati “telepilotati” e “telecomandati” da una società informatica di Milano (la Casaleggio) , per poi ad arrivare al commercialista che si fa chiamare “professore” senza esserlo (Mario Turco), al portaborse diventato deputato (Giovani Vianello) ecc., perdonatemi questo qualcuno  è causa del proprio male. Hanno investito dando fiducia ad un’ “azione” (il M5S) priva di alcun valore e perso tutti i loro risparmi (cioè i voti), metaforicamente parlando, ovvero le loro aspettative, le promesse ricevute. Ieri a Taranto qualche sparuto centinaio di persone hanno manifestato incivilmente, hanno circondato l’on. Rosalba De Giorgi (M5S) ed insultata, gridandole “Assassina”. La parlamentare, scortata dalla Polizia, ha dovuto rapidamente abbandonare piazza della Vittoria. Un’aggressione violenta frenata per fortuna dalle forze dell’ordine immediatamente intervenute, esattamente come accadde a suo tempo con l’on. Michele Pelillo (Pd) all’uscita dell’inaugurazione del Museo MarTa, aggressione per la quale alcuni pseudo ambientalisti ed esponenti anche del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti che oggi continuano a manifestare la propria inciviltà sono finiti sotto processo. Come è pubblico e noto a tutti, io non condivido nè la politica, nè la scelta dell’amica Rosalba De Giorgi di impegnarsi e candidarsi nel M5S , ma la rispetto. Si chiama “democrazia”. E soprattutto Rosalba è una persona per bene, una donna, che non meritava assolutamente quello che è accaduto ieri. Vedere quello che è accaduto ieri a Taranto a Rosalba De Giorgi mi ha fatto letteralmente vergognare di essere nato in quella città. Mi ha fatto provare uno “schifo” totale nei confronti di quella “feccia” umana che ha manifestato in maniera indegna ed incivile in piazza della Vittoria, ma mi ha fatto anche sperare che tutto ciò possa far riflettere una volta per tutte, i tarantini quando andranno a votare la prossima volta. Taranto merita ben altro. Taranto merita di tornare ai livelli socio-economici, politici, sportivi che l’avevano resa negli anni ’70-’80 come una delle più belle ed invidiate città d’ Italia. Nonostante ci fosse l’ILVA. Se tutti quanti lo vogliamo, quella città può risorgere e tornare ad essere la “nostra” Taranto. Ma dobbiamo volerlo tutti, senza se e senza ma, lasciando da parte invidie, rabbia, rancore, e giochetti politici dallo squallore più vergognoso, a partire da Palazzo di città. Sperando di poter contare su una ritrovata legalità e sulla massima attenzione della magistratura, quella libera ed indipendente, che non insabbia nei propri cassetti le indagini delle forze dell’ordine, come purtroppo accaduto sino a qualche giorno fa.

Ecco come il caso Ilva si sta tingendo di giallo. I grillini hanno gridato allo scandalo per i contratti segreti di Autostrade e nascondono il parere dell'Avvocatura sul quello di acquisizione dell'azienda, scrive Sara Dellabella il 24 agosto 2018 su "Panorama". La casa di vetro si è appannata all'improvviso e il futuro dell'Ilva si tinge di giallo. D'altronde è stato proprio il super Ministro al Lavoro e allo Sviluppo economico, Luigi Di Maio, a dire che siamo di fronte al "delitto perfetto". Così dopo circa due anni e mezzo dalla gara governativa, l'acquisizione del polo siderurgico di Taranto da parte di Ancelor Mittal potrebbe essere ancora in bilico.

Il documento dell'avvocatura resta nel cassetto. In effetti, ieri Di Maio non ha svelato il contenuto del parere dell'Avvocatura dello Stato sul contratto tra il colosso indiano dell'acciaio e il Mise, concluso dal governo Gentiloni, lasciando trapelare solo delle criticità e l'illeggitimità dell'atto che però non consente l'annullamento della gara. Da una nota del portavoce italiano di Mittal, si apprende che neppure loro hanno potuto consultare il parere che potrebbe far saltare tutto. I profeti della trasparenza, che solo una settimana fa gridavano allo scandalo contro la segretezza dei contratti di Autostrade, ieri hanno deciso di secretare il parere dell'Avvocatura, interrompendo di fatto anche le trattative tra Ancelor Mittal e i sindacati che da mesi stanno trattando le condizioni occupazionali e ambientali del polo tarantino. Anche perchè – commentano i sindacati – è inutile andare avanti in una trattativa se il contratto dovesse saltare. Così per una battuta ad effetto, 10 mila lavoratori, un'intera città e un grossissimo investitore straniero che ha regolarmente partecipato e vinto una gara rimangono ancora una volta in attesa.

Per Calenda si tratta di un bluff. Per l'ex inquilino del Mise, Carlo Calenda, quello messo in atto dai 5 Stelle è solo un“bluff” anche perchè la cordata che fa capo a Mittal, che vede coinvolta anche Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), ha messo sul piatto un investimento da 4,2 miliardi di euro e i gruppi dell'acciaio che possono spendere queste cifre sono solo Tata, Tissen, Mittal. Ma poi dopo quello che sta accadendo, chi sarebbe il pazzo che si farebbe avanti? Inoltre, se la gara fosse annullata, è immaginabile che Mittal faccia ricorso al Tar portando a casa anche un maxi risarcimento agli azionisti della cordata tra cui anche Cdp, partecipata del ministero dell'Economia e delle Finanze. Questo si, che sarebbe il delitto perfetto. La vicenda di Ancelor Mittal risponde una volta per tutte alla domanda ricorrente sul perchè gli imprenditori stranieri non investono in Italia.

Il Movimento 5 stelle e l'osso del collo. A Taranto, come in tutta la Puglia, il Movimento 5 stelle ha fatto il pienone di consensi alle ultime elezioni politiche anche promettendo di chiudere l'Ilva. Dallo sbarco di Di Maio al Mise, il neo ministro ha sempre cercato di prendere tempo per studiare la complessità del dossier, ma è certo che il polo siderurgico più grande d'Europa non è solo una questione economica. E i grillini sull'Ilva rischiano l'osso del collo, Di Maio lo sa bene, anche se in queste ore sta tirando un po' la corda. Dal 2012, anno che ha travolto la famiglia Riva indagata per disastro ambientale portando l'Ilva al commissariamento, intorno alla città di Taranto i partiti hanno sempre alimentando speranze e costruito consensi elettorali senza avere in fondo mai capito la drammaticità di un territorio al bivio tra salute e lavoro, in un sud senza alternative. A Taranto la delusione e la rabbia montano velocemente ed è per questo che i cinquestelle devono giocare bene questa partita.

Ilva non è solo lavoro. Una delle perizie del Tribunale di Taranto ha stabilito che tra il 2004 ed il 2010 le emissioni dì polveri sottili avrebbero causato circa 83 morti l’anno, e di ben 648 ricoveri l’anno per cause cardiorespiratorie, senza contare il numero elevatissimo di operai che all'Ilva lavorano, si ammalano e muoiono. Al quartiere Tamburi che dista quindici passi dagli stabilimenti, i palazzi vengono dipinti di rosa, che è il colore delle polveri della lavorazione dell'acciaio che si poggiano sui balconi. Il tasso di mortalità infantile è 21 volte superiore alla media del Paese e qui le mamme fino a qualche anno fa non allattavano i propri bambini perchè tracce di diossina erano state trovate anche nel latte materno.

La matrigna di Taranto. Ma l'Ilva per Taranto è una matrigna perchè consente di portare a casa lo stipendio e far studiare i figli da spedire il più lontano dai fumi della fabbrica. E' la metafora di un sud che ha accettato troppi veleni pur di lavorare e oggi che a un passo dal traguardo che salverebbe 10 mila dei 13 mila occupati dell'Ilva, con un forte investimento industriale volto anche alla sostenibilità ambientale rischia di veder saltare tutto per un cavillo burocratico, che assomiglia più ad una bega tra politici. Di Maio da mesi promette un piano B per l'Ilva ma lo ha sempre tenuto segreto ai diretti interessati, insieme al parere dell'avvocatura. Ma insieme alla trasparenza si può davvero buttare l'occasione di fare di Taranto il primo polo siderurgico europeo e tentare di avviare il primo vero piano, che sia stato mai messo sul tavolo, di risanamento ambientale della fabbrica, dei forni e quindi della città? Se il contratto con Ancelor Mittal dovesse saltare non ci perderebbe solo Taranto, ma l'Italia intera in tema di credibilità e affidabilità per quegli imprenditori ancora speranzosi. 

Il silenzio di Di Maio... e la disinformazione della Gazzetta del Mezzogiorno sull' ILVA, scrive il 20 agosto 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Il giornale siculo-barese il cui editore Mario Ciancio di Sanfilippo è doveroso ricordare è imputato sotto processo a Catania per “concorso esterno in associazione a a delinquere di stampo mafiosa”, ancora una volta manifesta i propri limiti giornalistici nelle cronache sulla vicenda ILVA, scrivendo un mare di fesserie. Scrive la Gazzetta oggi online: “Tutti i soggetti coinvolti attendono che l’Avvocatura dello Stato esprima il suo parere sulla procedura di gara dopo le criticità rilevate dall’Autorità nazionale anticorruzione. ArcelorMittal non ha ricevuto alcuna comunicazione dall’Avvocatura dello Stato su un eventuale via libera per l’acquisizione dell’Ilva.”  Tutto ciò ignorando o meglio facendo finta di non sapere che invece in realtà il parere è stato espresso come annunciato in esclusiva dal CORRIERE DEL GIORNO lo scorso 17 agosto e mai smentito ufficialmente dal Ministero dello Sviluppo Economico, che peraltro ci ha anche contattato attraverso il portavoce del Ministro. Un giornalista intelligente e capace di fare il proprio lavoro, si sarebbe chiesto: ma come mai il Ministero non smentisce ufficialmente quanto scritto dal CORRIERE DEL GIORNO? La risposta è semplice. Non possono negare l’evidenza. E soprattutto dovrebbe sapere che ArcelorMittal non avrebbe mai potuto ricevere alcuna comunicazione direttamente dall’Avvocatura Generale dello Stato! La Gazzetta del Mezzogiorno continua a scrivere inesattezze e fake news quando sostiene che “tutti i soggetti coinvolti attendono che l’Avvocatura dello Stato esprima il suo parere sulla procedura di gara dopo le criticità rilevate dall’Autorità nazionale anticorruzione. ArcelorMittal non ha ricevuto alcuna comunicazione dall’Avvocatura dello Stato su un eventuale via libera per l’acquisizione dell’Ilva”. Innanzitutto il parere espresso (per la seconda volta) dall’ Avvocatura Generale dello Stato sulla procedura di gara viene indirizzato esclusivamente al Ministero dello Sviluppo Economico, e per saperlo non c’è bisogno di citare “fonti vicine all’azienda”. Capiamo che la Gazzetta fa male per aver preso un ennesimo “buco” giornalistico, dopo l’avvenuta pubblicazione in esclusiva nazionale del CORRIERE DEL GIORNO, del contratto per la cessione dell’ILVA, che neanche Michele Emiliano, il Comune di Taranto, i sindacati, avevano mai visto ed ottenuto. Come non ridere quindi quando la Gazzetta scrive che “l’iter prevede che l’Avvocatura comunichi la decisione al ministero dello Sviluppo economico e questo, solo successivamente, si attivi per contattare i soggetti interessati alla vicenda, tra cui anche i sindacati”. La realtà è ben diversa. Il parere dell’Avvocatura serve esclusivamente per completare e chiudere il procedimento di verifica in autotutela attivata dal ministero retto da Luigi Di Maio, che si conclude il 24 agosto. Cioè fra circa 72 ore. Il 15 settembre non è soltanto il termine fissato dai commissari straordinari” come termine ultimo di liquidità finanziaria ma bensì il termine concesso da Arcelor Mittal ai commissari dell’Amministrazione Straordinaria prima di prendere possesso degli stabilimenti ILVA come previsto contrattualmente e dal bando di gara.  Cos’ continua la Gazzetta nelle sua farneticazioni: “Il vice premier Luigi Di Maio darà indicazioni precise sulla tabella di marcia e deciderà chiaramente se annullare o meno la gara che aveva definito «un pasticcio». L’ultima parola spetterà quindi al Governo”, aggiungendo che “questa si baserà, almeno per gli aspetti tecnici e legali, su quanto scriverà l’organo legale dello Stato sul suo parere”. Qualcuno dovrebbe spiegare ai giornalisti della Gazzetta della Mezzogiorno che l’ Autorità Anticorruzione (ANAC)  ha già chiarito ed attestato che la gara è stata regolare, le non ci sono gli estremi per annullarla, altrimenti avrebbero mandato i documenti alla Procura della Repubblica di Roma, così come era stato affermato anche dal Ministero dell’ Ambiente, e persino dall’ Antitrust Europea, dove hanno sicuramente più competenza di qualche burocrate “azzeccagarbugli” passato recentemente al servizio del M5S e di Di Maio. Alla Gazzetta deve essere sfuggito anche quanto ha dichiarato la settimana scorsa il premier Conte sulla vicenda ILVA: “ma secondo voi Di Maio mette a rischio 14mila posti di lavoro?” La Gazzetta non contente delle bufale giornalistiche propinate ai propri lettori scrive che “in ogni caso il 24 agosto scade il procedimento amministrativo avviato da Mise lo scorso 24 luglio e finalizzato all’eventuale annullamento in autotutela del decreto di aggiudicazione della gara. «Un atto dovuto» dopo il parere espresso dall’Autorità Anticorruzione che per primo aveva evidenziato criticità nella procedura di aggiudicazione”. Errore clamoroso, come ha più volte precisato Cantone, presidente dell’ANAC, in quanto le presunte criticità non erano tali da pregiudicare la legalità e regolarità della gara. Infatti basta leggersi il parere dell’ANAC per capirlo. Avendo capacità e competenza per farlo. Qualità rare soprattutto dopo il pensionamento del collega ed amico Domenico Palmiotti, ex.capo servizio della redazione tarantina della Gazzetta del Mezzogiorno, che quando scriveva almeno sapeva di cosa parlava! Confesso che sono molto curioso di vedere cosa scriveranno, i giornali ed in particolar modo la Gazzetta del Mezzogiorno quando verrà reso noto ed ufficializzato dal MISE il parere dell’Avvocatura Generale dello Stato e soprattutto dove andranno a nascondere la faccia il ministro Di Maio ed i deputati e rappresentanti pugliesi del M5S, ma soprattutto Michele Emiliano che con la sua lettera a Di Maio dove ipotizzava illegalità ha creato tutte queste tensioni e disinformazioni.

Confermate le anticipazioni del CORRIERE DEL GIORNO: per l'Avvocatura Generale dello Stato, la gara per l'ILVA è regolare, scrive il 22 agosto 2018 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". La decisione per un eventuale annullamento della vendita viene comunque lasciata al Governo al termine del procedimento di verifica in autotutela che scade il 24 agosto. Ma solo un pazzo a questo punto rischierebbe una causa pressochè certa con Arcelor Mittal, che potrebbe costare miliardi di euro allo Stato e soprattutto non garantire occupazione, e stipendi a circa 20 mila operai e 300 imprese dell’appalto. L’ Avvocatura dello Stato ritiene che non ci siano vizi tali da richiedere l’annullamento in autotutela della gara per la vendita dell’Ilva alla cordata guidata da Arcelor Mittal, anche se la decisione finale viene rimandata al Governo. Lo hanno detto all’ agenzia di stampa Reuters due fonti vicine alla situazione, confermando indiscrezioni di stampa (anticipate in esclusiva 5 giorni fa dal CORRIERE DEL GIORNO n.d.r.) sul parere dell’Avvocatura sulla legittimità della procedura di cessione del Gruppo ILVA in amministrazione straordinaria. “L’Avvocatura non ha ritenuto che ci fossero gli estremi per l’annullamento in autotutela e ha rimesso la decisione al governo”, hanno detto le due fonti. Il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, dopo aver deciso il rinvio al 15 settembre della decisione sul dossier, ha chiesto all’ufficio legale del Governo di valutare se la procedura di vendita delle acciaierie, portata avanti dal predecessore Carlo Calenda, contenesse vizi tali da richiedere un annullamento per tutelare gli interessi dello stato. Oggi alcuni giornali hanno scritto che il parere dell’Avvocatura consegnato ieri al Ministero sostiene che nella procedura di vendita c’è stata qualche imperfezione ma si tratterebbe di vizi che non pregiudicano la validità della gara. Esattamente quello che abbiamo spiegato noi in tempi non sospetti. E che è stato confermato. La decisione per un eventuale annullamento della vendita viene comunque lasciata al Governo al termine del procedimento di verifica in autotutela che scade il 24 agosto. Ma solo un pazzo a questo punto rischierebbe una causa pressochè certa con Arcelor Mittal, che potrebbe costare miliardi di euro allo Stato e soprattutto non garantire occupazione, e stipendi a circa 20 mila operai e 300 imprese dell’appalto. In tarda serata alle 20:30 è arrivato un comunicato stampa del Ministro Di Maio: questo il testo integrale: “Nella serata di ieri sono arrivate le 35 pagine del parere dell’Avvocatura dello Stato, che avevo richiesto lo scorso 7 agosto. Il parere affronta sia le criticità rilevate dall’Autorità Nazionale Anticorruzione che alcuni ulteriori profili segnalati all’attenzione dell’Avvocatura” aggiungendo che “persistono forti criticità e nuovi elementi fondamentali che porterebbero al sospetto di illegittimità dell’atto. Il profilo più rilevante è legato a eccesso di potere e cioè al cattivo esercizio dello stesso, non essendo stato tutelato il bene comune e il pubblico interesse a causa della negata possibilità di effettuare rilanci per migliorare l’offerta. Secondo il comunicato stampa del Ministero “l’Avvocatura evidenzia una possibile lesione del principio di concorrenza: lo spostamento del termine al 2023 per l’ultimazione degli interventi ambientali avrebbe dovuto suggerire una proroga del termine per la presentazione di ulteriori offerte”, sostenendo che “in relazione alle tutele ambientali l’estrema importanza di ambiente e salute richiede altri necessari approfondimenti in materia”. Ma il ministro Di Maio stranamente si guarda bene dal rendere pubblico il parere. dell’Avvocatura Generale dello Stato.  L’ufficio stampa da noi contattato sostiene che sarebbe stata l’Avvocatura Generale dello Stato ad impedire la pubblicizzazione e pubblicazione online del proprio parere. Una giustificazione che ci lascia poco convinti sulla veridicità, trattandosi atti amministrativi di una gara pubblica. Infatti anche il segretario generale della FIM-CISL Marco Bentivogli, ha contestato via Twitter queste affermazioni del ministro Di Maio, ricordandogli che il precedente Governo aveva reso pubblico il primo parere dell’Avvocatura in sede di gara.

Anche il Ministro Calenda con una dichiarazione-video via Facebook in serata ha contestato le posizioni e dichiarazioni del Ministero dello Sviluppo Economico. Smentendolo punto per punto, analiticamente, documenti alla mano. Di Maio ha fretta perché sa molto bene che il procedimento dovrebbe essere ultimato entro 30 giorni, quindi entro il 24 agosto, ed il parere ricevuto dall’Avvocatura è parte essenziale, per definire fino in fondo la situazione, e soprattutto non lascia alcun spazio di “manovra”. A partire dal problema occupazionale che come ben noto, è il più complicato. I sindacati fanno sapere che non hanno ricevuto alcuna convocazione ufficiale al Ministero per la riapertura il tavolo delle trattative con ArcelorMittal.  Nello stesso tempo bisognerà che qualcuno al Mise, qualora voglia giocare con il fuoco, innanzitutto trovi i soldi (stando attenti a non infrangere le normative UE) per mandare avanti gli impianti dell’ILVA che, secondo le dichiarazioni dei commissari, per poter funzionare almeno fino a dicembre 2018, hanno bisogno di 132 milioni di euro. Ed in cassa non ci sono. L’ex viceministro e ora senatrice Pd Teresa Bellanova con una nota ricorda inoltre che fra 35 giorni scade la proroga dell’amministrazione straordinaria e le casse di Ilva saranno vuote e sollecita Conte e Di Maio a “dire qualcosa di sensato”. Nel frattempo ricorda il valore dell’accordo che il Governo Gentiloni era riuscito a chiudere con ArcelorMittal e che invece i sindacati rifiutarono. “Quella ipotesi di accordo – dice la  Bellanova – prevedeva da subito 10mila lavoratori assunti da Arcelor Mittal, cui venivano garantiti i diritti economici e normativi acquisiti inclusa l’anzianità di servizio e l’articolo 18”. Domani alle 11:30 si terrà una conferenza stampa al Ministero dello Sviluppo Economico. Noi chiaramente ci saremo.

Di Maio: "La cessione dell'Ilva un delitto perfetto del governo a guida PD". Per Avvocatura dello Stato, Antitrust Europea, Anac e Ministero dell'Ambiente invece è tutto in regola, scrive il 23 agosto 2018 "Il Corriere del Giorno". Il CORRIERE DEL GIORNO, che come ben noto ai nostri lettori, ha anticipato di 5 giorni il contenuto del parere dell’ Avvocatura, che il ministro Di Maio ha promesso che renderà pubblica al termine del procedimento di verifica in autotutela, in grado avendo avuto accesso a quel parere anche in questo caso, e siamo in grado di confermare che quanto dichiarato da Di Maio è una sua interpretazione personale, che non collima con il contenuto del parere redatto in 35 pagine dell’ Avvocatura Generale dello Stato. Questa mattina il Ministro dello Sviluppo Economico del Lavoro Luigi Di Maio ha tenuto una conferenza stampa per commentare il parere (il secondo!) dell’Avvocatura Generale dello Stato sulla gara che ha assegnato il Gruppo ILVA alla cordata AmCo Invest Italy, guidata da Arcelor Mittal. “Sulla gara per la cessione dell’Ilva è stato commesso il delitto perfetto. La gara è illegittima, ma non si può annullare. Per questo è un delitto perfetto” precisando che “Mittal è sempre stata in buona fede. Il delitto perfetto lo ha fatto lo Stato creando una procedura piena di vizi e illegittimità”. “Secondo noi c’è stato eccesso di potere e l’atto è illegittimo”, ha sostenuto il ministro precisando però che “per l’annullamento occorrono due presupposti: innanzitutto deve esserci illegittimità dell’atto, ed un altro punto è quello della tutela dell’interesse pubblico” dimenticandosi che il Gruppo ILVA è una società privata e non una proprietà dello Stato e quindi dei contribuenti. Di Maio su questo punto non ha fatto alcuna chiarezza su un punto fondamentale, e cioè se fosse stata la stessa la stessa avvocatura ad esprimersi in questi termini. “Se dopo due anni e otto mesi esistessero delle aziende che volessero partecipare alla gara – ha continuato Di Maio – noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Non abbiamo ad oggi delle aziende che vogliono partecipare, ma se ne esistesse anche solo una ci sarebbe motivo per revocare la gara” e concluso “se annullassimo la gara a cui ha fatto seguito un contratto regolarmente   firmato, Arcelor Mittal con un ricorso al TAR vincerebbero senza alcun problema!” Il CORRIERE DEL GIORNO, che come ben noto ai nostri lettori, ha anticipato di 5 giorni il contenuto del parere dell’ Avvocatura, che il ministro Di Maio ha promesso che renderà pubblica al termine del procedimento di verifica in autotutela,  in grado avendo avuto accesso a quel parere anche in questo caso, e  siamo in grado di confermare che quanto dichiarato da Di Maio è una sua interpretazione personale, che non collima con il contenuto del parere redatto in 35 pagine dell’ Avvocatura Generale dello Stato. In realtà nei pareri dell’Avvocatura e dell’ANAC si è parlato solo di “criticità”, infatti in nessun passaggio si è parlato di illegittimità altrimenti come è stato ricordato al ministro Di Maiodal nostro Direttore in conferenza stampa, i pareri dell’ANAC e dell’Avvocatura Generale dello Stato sarebbero finiti a piazzale Clodio sul tavolo del procuratore capo di Roma Pignatone, e non sulla sua scrivania ministeriale in via Veneto. Infatti non vi è alcuna traccia di alcuna illegalità penalmente rilevante e perseguibile. “Abbiamo chiesto se è stato giusto non concedere i rilanci – ha detto Di Maio – La gara si poteva fare in due round, ci poteva essere la possibilità di rilanciare. Questo non è stato concesso, nonostante il concorrente lo avesse chiesto”, ha detto il ministro che ha aggiunto “Secondo noi c’è stato un eccesso di potere. I rilanci non sono solo una cosa tecnica, significa avere una migliore offerta, non si è fatto l’interesse dello stato e dei cittadini. I cittadini sono stati penalizzati da un eccesso di potere”. Immediata è arrivata la replica dell’ex ministro Carlo Calenda: “Caro Luigi Di Maio il delitto (im)perfetto è il tuo verso la nostra intelligenza. Se la gara è viziata, annullala. “Potremmo se ci fosse qualcuno interessato” e le altre fesserie del genere che ci stai propinando da mesi, dimostrano solo confusione e dilettantismo”. Questo, il commento di Teresa Bellanova (Pd) su Twitter: “#Ilva una conferenza stampa tutta basata sui secondo lui. Non abbiamo necessità di interpretazioni, Ministro, occorre trasparenza. La ricorda quella che sbandieravate ad ogni respiro? Negli atti di governo non ci sono cose private. Renda subito pubblico il parere dell’Avvocatura”, aggiungendo “Allucinante. Ci aspettavamo di conoscere finalmente il parere dell’Avvocatura dello Stato rimasto, a detta della stampa, diversi giorni nel cassetto del ministro. Ci siamo sorbiti invece il commento, confuso e sibillino oltre che concettualmente e politicamente pericoloso, di un incompetente ministro ad un parere che sarebbe stato secretato, cosa mai accaduta in passato e inconcepibile per un atto dell’Amministrazione pubblica”. La senatrice Teresa Bellanova (Pd) annuncia di voler chiedere “l’audizione urgente del ministro perché riferisca in Parlamento”. “Delle due l’una: o quella gara può essere annullata, alla luce del parere, o quella gara non va annullato. L’eccesso di potere che ravvisa il ministro è soltanto nella sua testa. E il delitto perfetto lo ha compiuto lui oggi: a danno della logica e della cosa pubblica. Un cialtrone che infanga in modo vergognoso chi lo ha preceduto e infanga la mia personale onorabilità.” “Sono stata seduta al tavolo di trattativa ore e ore – aggiunge ancora la Bellanova – senza deflettere un momento da ruolo e responsabilità confortata proprio da un parere dell’Avvocatura dello Stato oltre che da norme approvate dal Parlamento. E oggi ci si dice che, sia pure illegittima, non è possibile annullare la gara? Ma che non si dicano fandonie. La verità è semplicemente il bisogno disperante, qui come altrove, di alibi. In questo modo si potranno anche vincere le elezioni ma non si governa un Paese. Richiederò se l’Avvocatura ha chiesto la secretazione del parere per ragioni inerenti possibili, futuri contenziosi, è di tutta evidenza che il segreto è già stato violato dal Ministro, che il contenuto di quel parere ha ampiamente divulgato. Ora prevale l’interesse del Parlamento e di tutti i cittadini, di conoscere l’originale: per capire e per giudicare”. Distanti dalle posizioni espresse dal ministro Di Maio anche i sindacati. Pochi minuti prima della conferenza stampa di Di Maio, era stata diffusa alla stampa una dure presadi posizione del segretario della Fim Cisl Marco Bentivogli.  “Siamo a due settimane dalla scadenza della proroga dei commissari data dal ministro Di Maio. Fino ad ora è stata fatta solo confusione. Il ministro ha dato contemporaneamente ragione a chi vuole chiudere l’Ilva e a chi la vuole rilanciare ambientalizzata. Non abbiamo nessun pregiudizio sull’operato del ministro e del suo dicastero, chiediamo solo di decidere perché è da maggio che la trattativa si è interrotta. Abbiamo atteso troppi mesi di scaricabarile, i lavoratori non attenderanno ancora per molto tempo. Basta campagna elettorale. Se ci sono criticità gravi – ha spiegato –, annulli la gara altrimenti è fumo e confusione utile solo alle prossime elezioni. La fabbrica è senza manutenzione e pericolosissima”. Bentivogli ha assunto una posizione molto dura ni confronti di Di Maio: “Non ci costringa a chiedere alla Magistratura la pubblicazione di ciò che le ha inviato l’Avvocatura, e non a fine procedura ma immediatamente. Lei dice che state aprendo migliaia di cassetti, ma come le ha detto qualche giornalista (il riferimento è al nostro direttore de Gennaro n.d.r.)  in conferenza stampa, ne state chiudendo molti altri”. In linea con Bentivogli anche il giudizio di Rocco Palombella, della Uilm:” “Siamo di fronte a una grave irresponsabilità delle istituzioni, sia quelle che ieri ci hanno tenuti fuori dall’accordo con Arcelor Mittal che quelle che oggi parlano a mezzo conferenze stampa senza indicarci una strada concreta da percorrere”, sono le parole del Segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. “Siamo stanchi di assistere da oltre sei anni a questo scaricabarile sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini – aggiunge – Inoltre scaricare la responsabilità sull’accordo sindacale in questo clima di incertezze ci sembra un atto illegittimo”. In questa situazione dice Palombella “è ormai chiara l’impossibilità della ripresa del confronto con Arcelor Mittal e il raggiungimento di un accordo, data l’assenza di una regia del Governo e del dicastero guidato da Di Maio”. Ed insiste: “Il ministro ci dica a questo punto senza mezzi termini come intende gestire l’esaurirsi delle risorse economiche e la chiusura dell’Ilva. È il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità”. Anche Francesca Re David segretaria generale della Fiom-CGIL è di parere avverso: . “NoiFiom, e con noi soprattutto i lavoratori dell’Ilva, non intendiamo essere parte o vittime di quello che il ministro ha definito “un delitto perfetto”. Proprio per questo non parteciperemo ad alcuna trattativa parallela con Mittal mentre in altra sede si decidono i destini dell’Ilva”. Di Maio ha dichiarato esplicitamente che l’unico interlocutore del Governo in questo momento è Mittal e che la cessione verrà conclusa, migliorando però le condizioni a suo dire “penalizzanti” presenti nell’aggiudicazione di un anno fa. Quindi non esiste nulla dello sbandierato e millantato “piano B”, ma si va avanti con la trattativa con ArcelorMittal, che   qualche settimana fa ha presentato un’offerta integrativa al contratto. Di Maio ha coinvolto il Ministero dell’Ambiente richiedendo un parere (il secondo essendosi già espressi durante la gara) che dovrebbe richiedere al massimo 15 giorni. Il Gruppo Arcelor Mittal, attraverso il proprio portavoce italiano, ha detto: “Speriamo di ricevere il supporto del Governo per raggiungere una conclusione positiva nella negoziazione con le unioni sindacali il più presto possibile”. “ArcelorMittal – ha aggiunto – rimane interessata all’acquisizione di Ilva e al fatto di poter diventare un proprietario e un imprenditore responsabile del gruppo siderurgico italiano”.

Ilva, un ricatto d’acciaio lungo sessant’anni. La storia della fabbrica più importante d’Italia, scrive Rocco Vazzana il 5 Agosto 2018 su "Il Dubbio". «I o sono qui, anche oggi, per solennizzare l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale, questa volta rappresentato dal complesso degli impianti del IV centro siderurgico dell’Italsider. E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del Mezzogiorno l’assicurazione che lo Stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla». È il 10 aprile del 1965 quando il primo presidente socialista della storia repubblicana, Giuseppe Saragat, taglia il nastro dello stabilimenti Ilva di Taranto. I più importante d’Italia, il più imponente d’Europa. La “prima pietra” risale quattro anni prima, nel 1961, poco importa che l’immensa struttura sorga a ridosso di un quartiere, Tamburi, che negli anni si espanderà ulteriormente proprio per far spazio alle nuove palazzine costruite per gli operai. Sono anni di espansione economica, bisogna produrre per arricchire gli italiani. Il lavoro prima di tutto. Nessuno pensa al possibile impatto ambientale di un “mostro” che si estende per 1500 ettari, il doppio dell’intera città di Taranto. Lo Stato investe come un privato – circa quattrocento miliardi di lire – e crea ricchezza per tutti con l’acciaio “pubblico”. Non solo Bagnoli, l’acciaio muta i contorni di un Mezzogiorno povero e arretrato e “inventa” un nuovo mestiere: l’operaio. Anche in Puglia, dove chi non cerca fortuna al Nord sembra destinato a vendere “fatica” nei campi, sotto il sole che spacca il viso. Contadini si trasformano in tute blu sindacalizzate come a Genova, come a Torino che tuttavia mantengono vivo il legame con la terra. È un operaio particolare quello dell’Ilva, un «metalmezzadro», lo ribattezzerà Walter Tobagi, sul Corriere della Sera nel 1979. «È metalmeccanico, lavora nello stabilimento Italsider. Abita nei paesi della provincia e trova il tempo per coltivare il pezzo di terra», scrive Tobagi. «Su trentamila stipendiati della più grande industria del Sud, almeno la metà appartiene alla categoria dei metalmezzadri. E sono loro che hanno reso “ricchi” comuni di antica miseria come Grottaglie, Manduria, Massafra, Mottola, Laterza, Venosa». Operai dentro le acciaierie, contadini tra le mura domestiche. «Taranto è la più prosperosa delle città del Meridione: il reddito pro capite sfiora il milione e 300mila lire, che grosso modo corrisponde alla media nazionale. Il metalmezzadro se la passa meglio», racconta ancora Tobagi. «Dall’Italsider ricava, in media, altri due milioni sotto forma di “autoconsumo” della verdura e dei polli che fa in cortile. Verso la piana di Metaponto, dove l’irrigazione è più facile e la terra rende meglio, ci sono dipendenti dell’Italsider che mandano avanti anche aziende di barbabietole». Solo l’acciaio può liberare le masse meridionali dalla miseria, ragiona qualcuno. E all’acciaio si pensa quando bisogna sedare la sollevazione popolare più lunga della Repubblica: la rivolta di Reggio Calabria del 1970. Per “compensare” la popolazione reggina privata del capoluogo di Regione, assegnato a Catanzaro, il governo Dc guidato da Emilio Colombo promette sviluppo in riva allo Stretto attraverso la creazione del quinto centro siderurgico italiano. È il “pacchetto Colombo”: lo stabilimento sarebbe dovuto sorgere a Gioia Tauro, ma il progetto non vedrà mai la luce. La “fede nell’acciaio” comincia a vacillare, insieme al mito dello Stato imprenditore. Ma nessuno ancora si interroga sull’impatto ambientale della produzione pesante. Il ricatto occupazionale vince sulla paura della morte, meglio inquinare che non avere nulla da portare in tavola. Nello stesso anno dei “fatti di Reggio”, il centro siderurgico di Taranto produce il 41 per cento dell’acciaio Italsider, dieci anni dopo quasi l’80.

Con gli anni Ottanta, però, arriva anche la crisi della siderurgia italiana. Tutti gli stabilimenti Ilva vengono chiusi o venduti, lo Stato si ritira. Il centro più importante, quello di Taranto, passa nelle mani del gruppo Riva nel 1995. La “fabbrica” cambia drasticamente e con lei i contratti. Chi non accetta di buon grado le novità introdotte dai nuovi padroni viene spedito in visita alla Palazzina Laf. La punizione si consuma in una struttura attigua al “Laminatoio a freddo”: gli operai disobbedienti vengono rinchiusi in un edificio senza alcun macchinario per tutto il turno di lavoro, vengono pagati per non far nulla. È uno dei più gravi casi di mobbing di sempre. Ma Riva significa anche produzione e giro d’affari miliardario su cui vale la pena chiudere un occhio, almeno per alcuni. Non per la procura di Taranto, convinta che l’enorme ricchezza del gruppo derivi anche dal mancato ammodernamento degli impianti. Una dimenticanza che, per i pm, potrebbe aver causato la morte di migliaia di tarantini che nei giorni in cui il vento spira da Nord sono costretti a barricarsi in casa per evitare di esporsi a rischi. Nel 2012 i magistrati depositano le perizie chimiche ed epidemiologiche. Tra le sostanze disperse in modo incontrollato risultano polveri, diossido di azoto, anidride solforosa, acido cloridrico, benzene e diossine. La perizia epidemiologica parla di 11.550 morti per cause respiratorie e cardiovascolari. Il 26 luglio Emilio e Nicola Riva (padre e figlio) vengono arrestati per disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. Per la gip di Taranto, Patrizia Todisco, «chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Ma vengono posti i sigilli i sigilli per sei reparti dell’area a caldo e gli operai scendono subito in strada per timore di perdere il lavoro.

L’anno successivo, nel 2013, i cittadini sono chiamati a esprimersi sul futuro dell’acciaieria con un referendum. L’ 81 per cento dei partecipanti chiede la chiusura dell’impianto, ma la consultazione è un vero e proprio flop: si reca alle urne meno del 20 per cento dei tarantini. Lavoro o salute, salute o lavoro? Inizia la lunga fase del commissariamento. Il dilemma che per decenni in tanti hanno preferito evitare, quando non negare, si ripresenta con ancora più violenza.

Fino ad arrivare agli ultimi giorni: da un lato il futuro quasi 12 mila dipendenti e altri 4 mila lavoratori dell’indotto, dall’altro la difficoltà a produrre acciaio in maniera più pulita in tempi rapidi. La multinazionale lussemburghese Arcelor- Mittal si è aggiudicata il controllo della siderurgia italiana mettendo sul tavolo 5 miliardi (di cui 1,5 da investire nel risanamento). Tra gli impegni assunti, una riduzione consistente delle emissioni inquinanti: meno 15 per cento di anidride carbonica per tonnellata di acciaio liquido prodotto e abbattimento di polveri (- 30 per cento) e diossine (- 50). Ma per il neo ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, lo sforzo non è ancora soddisfacente. Il tempo delle scelte scade il 15 settembre, nella speranza che per una volta lavoro e salute possano stare insieme.

Senza l’Ilva Taranto ha un futuro? Scrive Goffredo Buccini il 12 luglio 2018 su Corriere.it. Gli operai lo sanno. Sentono che non c’è da fidarsi. Né dei politici, inconcludenti con le loro doppie verità, né di noi giornalisti, ciechi per quarant’anni su nuvole e colonne di fumi finché il rione Tamburi non s’è intossicato nelle fondamenta. A Taranto peraltro non ci si fida neanche di se stessi: «Ce me ne futt’a mme?» («che m’importa?») è il motto cittadino ma è anche un modo per defilarsi, prevenire delusioni immancabili sin dai tempi di Pirro, l’alleato sbagliato. Dunque, davanti al cancello D, quelli del cambio di turno fra le tre e le quattro di pomeriggio sfilano a testa bassa, rancorosi e muti. Uno solo ci mugugna contro: «Noi non abbiamo paura di questo governo, siete voi pennivendoli che dovete averla».

Pancia grillina. Solleone e miraggi. Inseguendo la miracolosa resurrezione del bacino della Ruhr o di Pittsburgh, si finisce per impigliarsi nei fantasmi di Bagnoli e Crotone, demoni di un Sud che da sempre ha con l’industria un rapporto da film di Truffaut, «né con te, né senza di te». All’Ilva c’era una volta il sindacato, ma era il tempo positivista dei «metalmezzadri» inventati da Walter Tobagi. Poi è venuto il post-sindacalismo alla tarantina come le cozze, intesa cordiale con i padroni Riva e concertazione generosa per il circolo dopolavorista Vaccarella. Ora le sigle si danno da fare al tavolo nazionale della trattativa sul futuro, ma sotto i nostri occhi passano monadi spaventate. Perché quel futuro fa paura, eccome, davanti all’acciaieria più grande d’Europa che quest’estate diventa bivio finale sulla strada del Mezzogiorno d’Italia: dopo Bagnoli e la sua bonifica beffa, dopo Crotone e la morte civile d’una comunità intera, si spegne l’ultimo interruttore? E cosa accade se si deindustrializza? «Macché, qua non verrà mai chiusa la fabbrica! Questi, se no, chi li paga? Io? Lei?», ridacchia con condiscendenza Michele il contrabbandiere, quattro anni di galera («che manco se ammazzavo qualcuno!») e un banchetto fisso di bionde proprio davanti ai tornelli. Una volta, prima di mettersi «in proprio», era sindacalista edile («si pigliavano mazzate e si lottava»), «ma allora era sindacato vero, quando questi si piazzavano abbàsc’ ‘o puèrto, giù al porto, tutto si fermava... mo’ so’ lecchini, tutt’ quant’».

Michele la fa troppo semplice. Uno dei vecchi alla fine sussurra una spiegazione plausibile: «I miei compagni sono storditi. Parlare è pericoloso, qui si tagliano i posti di lavoro. Da tanti decreti legge e tanti articoli di giornale hanno ricavato solo fregature, io mi sono fatto i polmoni d’acciaio e non solo quelli...». Dopo più di mezzo secolo tra industria di Stato, famiglia Riva e commissari di governo, siamo forse ai titoli di coda. Con un finale paradossale quanto tutta la storia. Il 1° luglio doveva entrare in fabbrica la cordata vincente Am Investco, guidata dal colosso indiano Arcelor-Mittal che ha messo sul tavolo un pacchetto di quasi 5 miliardi (di cui 1,15 per il sospirato risanamento e 1,25 per il rilancio industriale) senza però sciogliere del tutto il dilemma perfetto che sta ammazzando l’impianto pugliese, diritto alla vita contro diritto al lavoro: sopra i sei milioni di tonnellate di produzione d’acciaio l’anno l’Ilva inquina e devasta la salute dei tarantini; ma, a sei milioni di tonnellate o meno, ne devasta i portafogli, perché parte della manodopera (11mila operai più 4mila dell’indotto) diventa superflua. La questione occupazionale con i sindacati è stata l’unica non chiusa al tavolo del governo precedente, Carlo Calenda ministro. Svimez, l’associazione che tanti allarmi ha lanciato sulla decrescita infelice del Sud, stavolta ha mandato al suo successore, Luigi Di Maio, un segnale di prospettiva: uno studio che fissa in 3,1 miliardi l’incremento annuo di Pil che può derivare dal piano industriale Arcelor, ovvero 19 miliardi nel periodo di attuazione del piano (2018-2023). Dal 2023, quando gli indiani promettono di poter risalire a otto milioni di tonnellate di produzione avendo ambientalizzato la fabbrica, la crescita di Pil sarebbe di 3,9 miliardi l’anno (la Procura, tuttavia, quando nel 2012 sequestrò gli impianti ai Riva, sostenne coi suoi periti che per ambientalizzare occorrevano almeno 8 miliardi, dunque le cifre ballano). Neppure il risvolto occupazionale prospettato da Svimez sarebbe però da prendere sottogamba: 51mila posizioni lavorative di cui 42mila in Puglia, un effetto moltiplicatore in scala nazionale, come se già la fabbrica non fosse chiave per la siderurgia e dunque l’industria italiana. Per il giovane ministro pentastellato il dossier è da far tremare i polsi: anche perché l’umore della base è duro da conciliare con lo sviluppo industriale, il vecchio guru Grillo e molti militanti spingono per l’utopia pura, la riconversione e il parco nel cratere degli altoforni e altre amenità del genere, con un mito: il bacino della Ruhr, quattromila chilometri quadrati in dieci anni al centro di un risanamento mai visto in Europa. Nel contratto di governo si parla invece di chiusura delle fonti inquinanti, che può voler dire tutto e nulla, «viva la mamma» o appunto stop agli altoforni e addio, vai a sapere. Sicché il povero Di Maio ha spiegato, da studente non uso, che mica si potevano leggere in due settimane 23mila pagine di dossier Ilva e ha preso al balzo la proroga fatta scivolare su questa estate incandescente dai tre commissari ai sensi del contratto: D-day spostato dal 1° luglio al 15 settembre. Il giovane leader di Pomigliano, ribattezzato da qualche sindacalista «Pomicino digitale» (perfidamente, soprattutto per Paolo Cirino Pomicino), s’è attenuto a un’aurea regola italica: non farti sfuggire mai un buon rinvio. Il rischio che l’acquirente si disamori dell’acquisto c’è (Arcelor ha tempi stretti, a settembre dovrebbe vendere gli asset necessari a non cadere sotto gli strali dell’Antitrust europeo) e s’accompagna a una frase attribuita da alcuni a Geert Van Poelvoorde, ceo europeo dell’azienda: «Non mi è mai capitata una situazione con così poca chiarezza». 

La certezza è che noi italiani ci perdiamo intanto altri soldi: una settantina di milioni, puntualizza perfido Calenda, dato che questa Ilva nazionalizzata pro-tempore, poiché tenuta a galla dai decreti del governo (e dunque dai contribuenti), ne perde circa 30 al mese. Angelo Monfredi, sindaco Dc degli Anni 60, disse che i tarantini erano così poveri e così felici di uscire dalla povertà che il Mostro-acciaieria se lo sarebbero fatto impiantare non solo sulla spiaggia, come fu, ma nella piazza principale della città. C’è chi, oltre mezzo secolo dopo, sogna di poter riavvolgere il nastro, magari ripiantare gli ulivi allora sradicati. «Non c’è niente da risanare», ringhia Rosa D’Amato, eurodeputata grillina dura e pura, «a meno che tu non l’abbatta e la sposti più in là spendendo 8 miliardi. Bisogna chiuderla. E a breve abbiamo il reddito di cittadinanza». Eccola, la vulgata che qui ha portato i Cinque Stelle al 44 per cento nelle ultime elezioni: l’idea che gli altoforni si possano spegnere e i piatti a tavola riempirsi comunque grazie ai mitici 780 euro a testa promessi prima del 4 marzo. «E poi ci sono le ostriche nel Mar Grande. Ai ragazzi diremo: vuoi lavorare all’Ilva o fare l’imprenditore di ostriche?». Che domande... «Il paragone con il progetto di riqualificazione del Parco minerario della Ruhr è ridicolo», taglia corto il segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, dopo un post di Grillo che rilanciava l’idea: «Quello tedesco è un bacino che attorno ha aree fortemente industrializzate, questo ha consentito di lavorare sui servizi, ma per riassorbire le perdite occupazionali i tedeschi hanno impiegato 50 anni. Taranto non ha aree come il Nord Reno Westfalia vicino... e, poi, possiamo aspettare 50 anni?». «Per l’Ilva evitare una nuova Bagnoli», scrive preoccupato un esperto della materia come Paolo Bricco sul Sole 24 Ore. In effetti, i modelli di bonifica che abbiamo sotto gli occhi non sono il bacino tedesco evocato da Grillo o la non più inquinatissima Pittsburgh, capitale americana dell’acciaio che da un tasso di malattie respiratorie del 400 per cento sopra la media nazionale s’è trasformata in un idilliaco hub di nanotecnologie e bioingegneria. No. Vale la pena di ricordare gli esempi più famigerati di deindustrializzazione meridionale. Da uno studio epidemiologico di “Sentieri” sui siti di interesse nazionale per le bonifiche emerge che Taranto non è neppure messa peggio, quanto a incidenza tumorale, di aree dismesse da anni. «Al Sud, su queste, che sono le vere frontiere del futuro occupazionale, il pubblico mette in campo clientele e non opportunità di lavoro», dice Bentivogli.  A Bagnoli sono stati sprecati 600 milioni e 25 anni, solo un terzo del sito è stato bonificato, ancora si cercano rifiuti tossici nel terreno. Intanto la giustizia inizia a fare il suo corso: a febbraio sono arrivate le prime sentenze per tecnici, dirigenti e burocrati infedeli (16 anni di carcere spalmati su sei condanne). Crotone è un buco nero: una città dove, a due decenni dallo smantellamento delle fabbriche, si continua a morire di cancro più che altrove ma, per effetto di una crisi disperante, si tirano pure giù le saracinesche del centro (ultima una gioielleria quasi centenaria) e si smantellano pure binari ferroviari. Il Crotonese un anno fa rimpiangeva il «notevole salto dalla malaria alla fabbrica, durato 70 anni di benessere». La fonte di lavoro più florida è il vicino Cara dei migranti, finito in mano alla ‘ndrangheta come molto di ciò che produce reddito in quella parte di Calabria e oggetto di un blitz della Procura appena un anno fa.

Si può uscirne in positivo almeno a Taranto? Il governatore Michele Emiliano in opposizione al renzismo s’è messo negli ultimi tempi a capo di tutti i movimenti di protesta della sua regione. Invoca la «decarbonizzazione» dell’Ilva: produrre senza carbone, cosa che costa molto e presuppone l’arrivo del gas. Ma Emiliano è contrario anche al Tap, il gasdotto che dovrebbe portare in Puglia il gas attraverso l’Adriatico: vorrebbe spostarlo verso Brindisi per attutirne l’impatto ambientale. In qualche convegno – a Taranto – strizza l’occhio alla chiusura totale dell’acciaieria. Il localismo muscolare continua a esercitare un peso esiziale su scelte strategiche nazionali specie di fronte alle incertezze dell’esecutivo. «Il governo chiarisca, da un punto di vista di politica industriale, se c’è un nuovo modello cui fare riferimento o se prevale l’ala del cosiddetto luddismo dei Cinque Stelle. Noi siamo per il Tap. Ma per decarbonizzare tutto, l’Ilva assorbirebbe un quarto di tutto il gas del gasdotto: è impensabile», sbotta Giuseppe Romano della Fiom. Un’ennesima chiamata per Di Maio, che non passerà un’estate tranquilla. I tarantini, come sempre, si preparano invece a un’altra estate rassegnata. Franco Sebastio, il vecchio procuratore in pensione che sequestrò la fabbrica, sorseggia una granita di limone guardando malinconico i contrafforti della città vecchia. Il sindaco Pd Melucci l’aveva scelto come assessore (chissà perché non all’ambiente ma alla cultura), poi l’ha giubilato in dodici ore. «Sai», mi dice, «la cosa più buffa è che ho lavorato trent’anni da magistrato sull’Ilva e nessuno di questi politici mi ha mai chiesto un parere. Ti sembra normale?». C’è ancora molto di non detto, forse, sui materiali di lavorazione che arrivano in porto dal Sud America, i soliti sospetti, il nulla che avanza come nella Storia infinita: «L’Ilva è come una vecchia Balilla, non è che se le cambi il tubo di scappamento non inquina più... forse non serviranno 8 miliardi... ma 7, per renderla compatibile, tutti», sorride Sebastio. Fosse vero, è partita persa. Fulvio Colucci, uno degli ultimi scrittori attenti alla città dopo la morte di Alessandro Leogrande, dice che allora Taranto passerebbe dalla rust belt alla waste belt: dalla cintura della ruggine, ovvero delle acciaierie all’americana, alla cintura dei rifiuti, una grande discarica da Terzo mondo dove sversare e interrare ere geologiche di peccati ed errori. Mafiosi e speculatori già scaldano i motori dei camion, speranzosi.

Bentivogli: «Chi chiude l’Ilva condanna l’Italia e 20mila lavoratori». Il segretario della Fim-Cisl contro Grillo e chi vuole chiudere l’acciaieria di Taranto, scrive Simona Musco il 10 giugno 2018 su "Il Dubbio".  Chiudere l’Ilva avrebbe lo stesso effetto di una condanna a morte per l’industria italiana. E tirare in ballo il "bacino della Ruhr" come esempio da emulare, così come ha fatto Beppe Grillo, è una proposta «che non sta in piedi». Parola di Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl, che richiama la politica alla realtà. «Il contratto di governo sull’Ilva ci preoccupa. La campagna elettorale è finita – racconta al Dubbio-, è ora di sederci ad un tavolo e discutere seriamente su uno degli assets industriali più importanti del paese».

Grillo ha parlato di riconversione dell’Ilva, mentre Di Maio ha frenato. Come commenta queste posizioni?

«Ognuno dovrebbe parlare delle cose che conosce. È vero che alcuni ormai hanno l’illusione di “laurearsi su Facebook”, ma Beppe Grillo esperto di siderurgia speravamo di poterne fare a meno. Le parole di ieri non meriterebbero commenti se non ci fossero in ballo 20mila posti di lavoro e la sorte dell’industria siderurgica italiana. Quanto fatto nella Ruhr è un esempio eccellente di bonifica e risanamento ambientale in un’area industriale mineraria, ma è solo una faccia della medaglia. Grillo non spiega che la Germania non ha dismesso la produzione dell’acciaio nel suo paese ma ha investito in maniera massiccia nell’industria siderurgica, spina dorsale del sistema industriale europeo: il 39,7 per cento della produzione di acciaio grezzo arriva dalla Germania – primo produttore d’acciaio, con grande utilizzo del ciclo integrale, lo stesso di Taranto – a fronte di un 20,5 per cento prodotto dall’Italia. Gli esempi prodotti da Grillo non stanno in piedi. Innanzitutto il Parco attorno al fiume Emsher della Ruhr ha dimensioni notevolmente ridotte rispetto al sito siderurgico di Taranto. Il progetto ha poi coinvolto un’area molto maggiore, dove sono nati servizi e nuova occupazione. La riconversione ha funzionato perché ha coinvolto anche le aree circostanti ad altissima industrializzazione, per cui nel parco e in altre aree della Ruhr sono progressivamente nati servizi offerti alle regioni limitrofe, assai industrializzate e ricchissime. A quali aree industrializzate limitrofe potrebbe offrire eventuali servizi Taranto? Infine, mentre si chiudeva la Ruhr i tedeschi non farneticavano fantasie benaltriste, ma intensificavano la produzione siderurgica a Duisburg, ampliando l’indotto e dando lavoro ai servizi nati nel parco stesso e nel bacino della Ruhr. Vi sembra paragonabile con Taranto? E i posti di lavoro perduti dopo la chiusura di miniere e fabbriche sono stati recuperati dopo 50 anni. Questo sport in cui non si condivide ma, neanche da lontano, il destino dei lavoratori deve finire. Ci aspettiamo dal ministro Di Maio ragionevolezza e buon senso, i lavoratori e le loro famiglie meritano rispetto e soluzioni all’altezza per la tutela dell’ambiente e della salute».

La preoccupa questo governo M5s- Lega?

«Non siamo abituati a giudicare i governi in base al colore né ad esprimere giudizi affrettati ma, è chiaro, che su Ilva quanto scritto alla pagina 13 del “contratto di governo” ci preoccupa. Si alternano quotidianamente conferme e smentite a seconda del contesto. Siamo abituati a lottare e negoziare con tutti i governi, la nostra impostazione, che fa riferimento sempre al merito, non cambierà di un millimetro. I lavoratori chiedono a noi di impedire la chiusura dell’impianto. Ricordo al ministro che Bagnoli fu chiusa nel 1988, smantellata e spedita in Cina e al suo posto è rimasto un deserto di rifiuti tossici e disoccupazione, terreno fertile non per l’economia sostenibile ma per la Camorra. La Puglia ha la disoccupazione doppia rispetto alla media europea, senza l’Ilva la situazione sarebbe devastante, bloccando, peraltro, i lavori di ambientalizzazione».

Qual è la posta in gioco?

«È altissima. Dobbiamo dimostrare che è possibile, come avviene nel resto d’Europa, far conciliare la produzione di acciaio con la salute e l’ambiente. Solo così potremmo rimanere tra i paesi avanzati. L’Ilva rappresenta il perno della nostra sovranità industriale. È necessario che per tutti i lavoratori ci sia una soluzione lavorativa e la garanzia che alla fine del piano nessuno resti indietro. Dalla fine del mese, se non va in porto la cessione e non si rifinanzia l’amministrazione straordinaria, toccheremo con mano cosa significa chiudere il più grande siderurgico europeo».

Come valuta il lavoro fatto con Calenda?

«Si era avviato un percorso allo scopo di tracciare le linee guida su cui provare a costruire l’intesa. Alcuni aspetti rispondevano già alle nostre richieste, come ad esempio la possibilità di incentivi all’esodo volontario, la tutela dei diritti già in essere e la salvaguardia del salario. Siamo stati gli unici a rimanere al tavolo, invitando le altre organizzazioni, il ministro e l’azienda a proseguire la trattativa. Non bisognava gettare la spugna. L’approccio del ministro è stato costruttivo e molto concreto improntato da grande lealtà. Mi auguro che con Di Maio si riesca a collaborare altrettanto. Il lavoro è un bene troppo importante per continuare ad essere sacrificato nelle diatribe politiche».

Qual è l’attuale situazione?

«La gestione commissariale si sta dimostrando incapace: attualmente si perdono circa 30 milioni di euro al mese, diminuisce la sicurezza e la manutenzione, le aziende vengono pagate in ritardo e vantano crediti verso la gestione. Manca una visione industriale, per cui le commesse scarseggiano e i la-vora-tori pagano con la cassa integrazione queste mancanze. La produzione dello stabilimento, che può superare i 10 milioni di tonnellate annue, ora è a 4,7 milioni. Sotto gli 8 milioni le economie di scala del sito non si raggiungono e si perde».

Il M5s in campagna elettorale ha parlato spesso di chiusura. Cosa significherebbe?

«La campagna elettorale è finita, governare richiede un bagno nella realtà e nei fatti. Chiudere l’Ilva significherebbe perdere 20mila posti di lavoro e avviare Taranto ad una Bagnoli 2, lasciando disoccupazione e inquinamento. Il 5 dicembre del 2012 Grillo con un post sul suo blog parlava di risanare gli impianti, riprendere la produzione di acciaio e far sostenere le spese mediche per le persone e le famiglie ammalate all’azienda. Nella trattativa con Arcelor- Mittal stiamo discutendo e affrontando questi temi. Si può decarbonizzare, ma serve tanto gas e a prezzi competitivi e chi lo propone non può bloccare la Tap come ha tentato di fare il governatore Emiliano in modo piuttosto maldestro».

L’idea di Di Maio di risolvere le crisi con il reddito di cittadinanza come le sembra?

«Intanto, considero un errore invitare i parlamentari locali nei negoziati per le vertenze. Si negozia tra le parti che rappresentano lavoratori e impresa e tra coloro che firmano le intese. I parlamentari hanno da fare un buon lavoro in Parlamento, costruendo buon leggi che tutelino meglio i lavoratori, prevengano le crisi, migliorino l’habitat, piuttosto sfavorevole alla creazione d’impresa in Italia. Pensare ad un reddito di sostegno per le persone come abbiamo proposto e ottenuto come Cgil, Cisl e Uil nell’Alleanza contro la povertà con il Rei è importante e va rafforzato. Ma il lavoro resta centrale».

Qual è la vera riforma del lavoro da affrontare secondo lei?

«Semplificare, pensare a come tutelare tutto il nuovo lavoro che non è né autonomo né dipendente, con regole e contratti completamente nuovi. Bisogna puntare sulla formazione e su una politica che guardi ai megatrend oltre i 30 anni. La progettazione di nuove e inclusive architetture sociali, industriali e tecnologiche sono un bel terreno in cui giocare la nuova buona politica. Speriamo lo capiscano».

La dichiarazione d'amore di Emiliano per Di Maio: "È meglio di Calenda". Per il governatore della regione Puglia, il ministro grillino dello Sviluppo economico "ha una cortesia istituzionale e umana e una lucidità politica nell'individuare la soluzione neanche paragonabile" al suo predecessore, scrive "Il Foglio" il 18 Luglio 2018. Da che parte sta, non è proprio facile da capire. Forse conviene fare domande dirette e chiare, tipo "Meglio Di Maio o Calenda?", come chiede il nostro Luciano Capone al presidente della regione Puglia Michele Emiliano, entrambi ospiti di Omnibus su La7. "Lei ha citato alcune parole chiave", continua Capone: "Ilva, decreto dignità e Tap, il gasdotto sul quale lei ha fatto anche dei ricorsi per bloccare l'espianto degli ulivi. Tra l'altro, c'è una cosa interessante. Poco tempo fa la regione ha avviato la costruzione dell'ospedale di Monopoli-Fasano ed è stato autorizzato – tranquillamente, in silenzio – l'espianto di circa 700 ulivi. Più o meno la stessa quantità di quelli da espiantare per il gasdotto. Non era insomma un problema insormontabile quello di espiantare gli alberi visto che viene fatto quotidianamente per tantissime opere pubbliche in Puglia. E' un problema politico di avversione a queste infrastrutture, come nel caso del dossier Ilva, come nel caso del decreto dignità così nel caso del Tap. Secondo me il motivo per cui Emiliano e la sua corrente hanno ritirato Francesco Boccia come rappresentante della divisione Imprese nella segreteria Pd è perché un rappresentante per le imprese la corrente di Emiliano ce l'ha già: è il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio". Insomma, chiede Capone al governatore pugliese "secondo lei è meglio Di Maio o Calenda?" Intanto, ribatte subito il governatore pugliese, "la rappresentazione della regione Puglia sul Tap è una stupidata. Ed è la rappresentazione che ne ha dato Calenda. Noi abbiamo sempre detto che il Tap lo vogliamo, perché crediamo che quel gas sia utile. Solo che vogliamo che non approdi sulla più bella spiaggia dell'Adriatico pugliese ma vorremmo spostarlo in una zona industriale. Ovviamente il Foglio e molti altri giornali hanno sempre rappresentato il presidente della regione come uno che ha la sindrome nimby, uno che non vuole il gas. Speriamo sia finita qui". "Lei ha fatto o no i ricorsi contro il Tap?", insiste Capone. Ma la risposta non arriva. Emiliano si scaglia invece contro l'ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che secondo lui è "il rappresentante di questa idea che la Puglia dovesse essere sottomessa persino nelle localizzazioni delle infrastrutture strategiche – che non contestavamo nell'opportunità – e che non potessimo discutere su dove doveva arrivare il Tap. Non mi hanno mai consentito di andare a discutere al ministero dello Sviluppo economico, né sul Tap né sull'Ilva. Cosa che invece Di Maio ha fatto subito. Di Maio mi informa sistematicamente di tutto ciò che avviene sull'Ilva. Con lui ho una cortesia istituzionale e umana, e soprattutto una lucidità politica nell'individuare la soluzione, che dal mio punto di vista non è neanche paragonabile a Calenda. Di Maio ha una connessione col territorio tarantino immensamente superiore a Calenda. Invece Calenda tentava solo di forzare la mano, chiudere un accordo ricattando regione e sindacato con la minaccia della chiusura dell'Ilva senza trovare soluzione ai problemi della salute e degli esuberi. Se Di Maio dovesse ricadere negli errori del passato avrà a che fare con me e con la Puglia esattamente come accaduto a Calenda. Il mio lavoro è obbedire ai pugliesi che mi hanno votato, non obbedire al Pd o contrastare il M5s".

Ilva, Calenda va all’attacco: "Di Maio è un ragazzino incapace e incoerente". L’ex ministro dello Sviluppo economico contro il suo successore per il caso (e il caos) Ilva di Taranto, scrive Franco Grilli, Martedì 31/07/2018 su "Il Giornale". "Questo ragazzino incapace mi sta facendo irritare. Firma in gran segreto un piffero: la notizia è stata diffusa e commentata da ogni media. Secondo, non ha la più vaga idea dei numeri neanche quando vanno a suo vantaggio". Il "ragazzino incapace" sarebbe Luigi Di Maio, a scrivere è Carlo Calenda. Che così, su Twitter, si butta all’attacco del suo successore e leader del Movimento 5 Stelle circa l’ingarbugliata questione Ilva da sciogliere e dunque risolvere. Nell’interesse della città di Taranto e dei lavoratori. Il cinguettino dell’esponente del Partito Democratico è in riferimento all’accusa mossagli dal ministro pentastellato di aver, appunto, "firmato in gran segreto l’accordo per far entrare Mittal nello stabilimento, in cui c’è scritto che ci saranno 3mila persone che vanno in mezzo a una strada". Accusa che l’ex ministro rispedisce con forza al mittente, chiarendo: "4.000 le persone che Mittal non assumeva ma protette da AS". Dove "AS" sta per ammortizzatori sociali. Calenda, dunque, twitta ancora all’indirizzo del grillino sempre in merito all'affaire Ilva: "Il Ministro @luigidimaio dichiara che 'se la gara non è fatta a regola d’arte la devo ritirare’. Ma ha già dichiarato in Parlamento che la gara è viziata. Dunque o ha mentito in Parlamento o non ha il coraggio di essere conseguente. Incoerenza, Incompetenza, Incapacità".

Continua il "bluff" di Di Maio e del M5S sull' ILVA, scrive il 31 luglio 2018 "Il Corriere del Giorno". Vedere riuniti con Di Maio i parlamentari pugliesi del M5S Gianpaolo Cassese, Rosalba De Giorgi, Alessandra Ermellino, Mario Turco e Giovanni Vianello, un gruppo di dilettanti allo sbaraglio privi di esperienza politica, manageriale ed imprenditoriale, come confermano i rispettivi curricula, lascerebbe perplessi chiunque. Il ministro Luigi Di Maio continua il suo “bluff” mediatico-politico sull’ ILVA. Secondo lui “non bastano” i miglioramenti ed anche la nuova proposta integrativa di ArcelorMittal per potenziare e soprattutto velocizzare i tempi di attuazione del piano ambientale. “Non sono soddisfacenti” dice il Ministro dello Sviluppo Economico senza spiegare sulla base di quale competenza afferma ciò, considerando che al tavolo ministeriale di ieri non erano presenti i rappresentanti del Ministero dell’Ambiente che, legalmente ed istituzionalmente parlando è il soggetto deputato a tali valutazioni. Nonostante i vincoli più stringenti sulla riduzione di CO2, polveri e diossine e l’apertura alle tecnologie low carbon studiati fino all’ultimo insieme ai tecnici del ministero, i vertici di Arcelor Mittalavevano pensato di colmare e soddisfare le aspettative e di essere quindi ad un passo dall’intesa. La multinazionale ha parlato ieri di “impegni migliori possibili, che superano di gran lunga il contratto 2017″ e per questo “definitivi”. Ma le loro previsioni “politiche” sono state disattese L’unica reale passaggio che manca è l’accordo sindacale dopodichè Arcelor Mittal avrà tutti i requisiti di legge ed i diritti contrattuali per entrare in possesso della gestione (in affitto per tre anni) e poi rilevare definitivamente il gruppo ILVA. Nona caso adesso più che mai i sindacati, chiedono di stringere i tempi e rivendicano la giusta attenzione su occupazione e investimenti, ed in settimana si svolgerà un confronto unicamente fra ArcelorMittal ed i sindacati. Di Maio diffonde delle fakenews parlando di “cambio di metodo” affermando che il Governo “non ha fretta di assegnare l’ILVA al primo compratore che passa”, perchè in realtà, leggi e documenti alla mano, l’ILVA è stata già assegnata ricevendo semaforo verde dall’ Avvocatura Generale dello Stato, dal Ministero dell’Ambiente e dall’ Antitrust Europea. E non al primo compratore che passa, ma al 1° gruppo produttore al mondo. L’ ANAC ha espresso solo un parere consultivo e non vincolante, osservando solo delle presunte criticità, ma ricordando anche che in questo caso non era applicabile il Codice degli Appalti in quanto l’ILVA in amministrazione straordinaria non è un bene dello Stato, e chi se l’è aggiudicata, cioè Arcelor Mittal è un gruppo privato che usa mezzi propri e non finanziamenti statali del Governo Italiano. Qualcuno dovrebbe spiegare a Di Maio che il fatturato dell’ILVA e del suo indotto rappresenta e “pesa” l’1% del PIL (cioè il Prodotto Interno Lordo) e che sicuramente il futuro di decine di migliaia di lavoratori non può essere determinato da dilettanti allo sbaraglio, esperti di fake news, o “cacciatori” di stipendi pubblici, da persone cioè che nella loro vita non hanno mai lavorato prodotto alcunchè e tantomeno mai pagato uno stipendio a qualcuno. Per fortuna adesso le carte sono in mano all’Avvocatura dello Stato (che peraltro già le conosceva molto bene) per un parere. Di Maio ipotizza e minaccia che “se emergerà che il governo precedente ha sbagliato la gara se ne dovrà prendere le responsabilità. Se ci saranno rilievi e criticità, reati commessi, porterò tutte le carte in Procura”. Possibile che nessuno sia capace di spiegare al leader (pro-tempore) “nominato” del M5S che se tale evidenza fosse emersa tutto ciò lo avrebbe fatto il magistrato Cantone che preside l’ANAC che non ha bisogno di aspettare le decisioni governative, per rispettare la legge? Ha ragione quindi l’ex-ministro Carlo Calenda quando commenta via twitter, parlando di “una buona proposta di Mittal e una nuova perdita di tempo Di Maio. Sembra sempre più la Raggi”, ricordando i disastri fatti dal Sindaco di Roma Capitale, attualmente sotto processo per aver mentito al responsabile anti-corruzione del Comune di Roma. La multinazionale ArcelorMittal non deve aver accolto bene le parole farneticanti del ministro Di Maio dopo aver integrato ed offerto “impegni aggiuntivi che recepiscono la controproposta del Mise del 19 luglio”. L’ex disoccupato Di Maio probabilmente ha capito che la posta in gioco è alta e che la multinazionale terrà duro ed utilizzerà ogni via legale pur di assicurarsi il controllo del più grande stabilimento d’Europa in un settore che conosce bene e che ha sicure prospettive di crescita. Si tratta piuttosto di riuscire capire fino a che punto i tempi di una trattativa complessa siano conciliabili con quelli di un gruppo che brucia un milione di euro al giorno di debiti con il sistema bancario, garantiti dallo Stato!

Geert Van Poelvoorde presidente di ArcelorMittal Europe-Flat Products si dichiara “ottimista sull’avanzamento della transazione”.  Per chiarezza e completezza d’informazione,  l’addendum ambientale del gruppo franco-indiano alla proposta d’acquisizione, prevede  di raggiungere, entro il 2023, una riduzione delle emissioni di CO2 per tonnellata di acciaio liquido pari al 15% rispetto ai dati del 2017, l‘azzeramento delle polveri al 2020 con 18 mesi in anticipo rispetto a quanto previsto dal Dpcm del dicembre 2017, l’anticipazione della fine dei lavori per la copertura dei parchi delle materie prime da realizzare entro giugno 2020 per il carbone e gennaio 2020 per il minerale ferroso, indicando l’obiettivo di supporto alla crescita ed anche, particolare non indifferente al benessere delle comunità locali. Vedere riuniti con Di Maio i parlamentari pugliesi del M5S Gianpaolo Cassese, Rosalba De Giorgi, Alessandra Ermellino, Mario Turco e Giovanni Vianello, un gruppo di dilettanti allo sbaraglio privi di esperienza politica, manageriale ed imprenditoriale, come confermano i rispettivi curricula, lascia perplessi chiunque. Così come onestamente fa ridere leggere le loro dichiarazioni sulle rispettive pagine Facebook: ciclostilate esattamente e perfettamente identiche, preparate ed imposte dalla comunicazione M5S. Più che politici mi sembrano dei ligi “dipendenti” della Casaleggio & Associati, che con la loro elezione sono riusciti a portarsi a casa oltre 150mila euro all’ anno. Trovate qualche differenza ???

Ilva, il sindaco di Taranto diserta il tavolo ministeriale. Di Maio: "Non è un club privato", scrive il 29 luglio 2018 "Il Corriere del Giorno". Il primo cittadino di Taranto rifiuta di partecipare all’incontro promosso da Di Maio e previsto per domani al MISE. Melucci contesta la scelta del ministro Di Maio di estendere la partecipazione a 62 sigle, alcune minoritarie e poco rappresentative. La scelta dell’allargamento dei partecipanti al tavolo, voluta da Di Maio, è stata criticata da Confindustria Taranto e da Arcelor Mittal. Alla vigilia dell’incontro convocata da Luigi Di Maio al Ministero dello Sviluppo Economico, aumenta la tensione sul caso Ilva. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, ha reso noto di non volere partecipare, contestando la decisione di Di Maio di avere invitato al tavolo “una serie di sigle pseudo associative e comitati, tra cui quelle delle aggressioni in Prefettura nel giorno dell’ultimo tragico incidente nello stabilimento”.  Il sindaco di Taranto accusa il Ministro definendo “dilettantismo spaccone quello che il Ministro Di Maio ci spaccerà per trasparenza e democrazia, ma è solo una sceneggiatura ben congegnata per coprire il vuoto di proposte e di coraggio”. Immediata la replica del ministro Di Maio che ha spiegato che il tavolo sull’Ilva domani “è stato convocato perché ArcelorMittal ha chiesto di poter illustrare a tutti gli stakeholder le proprie proposte. Per me hanno diritto a partecipare tutte le rappresentanze dei cittadini coinvolti, incluse le associazioni e i comitati che in questi anni hanno svolto un ruolo essenziale. Ed è per questo che li ho invitati”, ha detto Luigi Di Maio, aggiungendo che il tavolo “non è stato convocato per trasformarsi in un club privato” e quindi “chi preferisce può liberamente scegliere di non partecipare”. “Da ministro lo accetto, ma ne trarrò le dovute conseguenze” ha spiegato.

Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico in un post sul suo profilo Facebook, ha precisato, in relazione al tavolo istituzionale che “non è stato convocato per trasformarsi in un club privato dove si discute nell’oscurità. Tutto deve essere trasparente perché tutti devono prendersi le responsabilità di ciò che propongono. Stiamo parlando del futuro di migliaia di cittadini e lavoratori, chi preferisce può liberamente scegliere di non partecipare. È finita l’epoca delle riunioni che escludono i cittadini da qualsiasi tipo di discussione. Il nostro metodo – continua Di Maio – è un altro. Fa rima con partecipazione e trasparenza. Gli altri metodi, sbagliati, e i vecchi schemi mentali ci hanno portato dove siamo oggi e non ripeteremo gli errori di chi ci ha preceduto”. Le accuse del Sindaco di Taranto. “Poco dopo le 21.30 di sabato, l’invito al tavolo Ilva del 30 luglio è stato revisionato, non integrandolo magari coi parlamentari ionici, ma estendendolo addirittura ad una serie di sigle pseudo associative e comitati – ha attaccato Melucci con una nota – tra i quali si rinvengono quelle delle aggressioni in Prefettura nel giorno dell’ultimo tragico incidente nello stabilimento, sigle dunque spesso inclini al dileggio delle Istituzioni, sigle che hanno parte della responsabilità di aver lacerato la comunità ionica in questi anni“. Dopo il suo forfait, hanno annunciato la propria assenza anche i sindaci di Massafra (Fabrizio Quarto) di Statte (Francesco Andrioli) e di Montemesola (Vito Punzi), cioè dei Comuni dell’area “di crisi” di Taranto, e Martino Tamburrano Presidente della Provincia di Taranto (in scadenza a settembre). Tutti quanti insieme parteciperanno alla conferenza stampa indetta domani lunedì 30 luglio alle ore 10.00 a Palazzo di Città di Taranto. I rappresentanti del territorio tarantino chiedono al “ministro Di Maio di insediare eventuali successivi momenti di confronto nel capoluogo tarantino”. E la farsa sulla pelle degli operai dell’ILVA continua….

Melucci ha aggiunto che il Ministro Di Maio, ha “perciò scelto i suoi interlocutori e ha tracciato definitivamente la linea dei lavori, contro ogni nostro ulteriore