foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 TUTTO TARANTO

Quello che i tarantini non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i tarantini non avrebbero mai voluto leggere. 

Taranto: la città del dissesto; la città dell'inquinamento e delle cozze e delle pecore alla diossina; la città delle truffe al comune, all'Asl, all'arsenale dove 2200 dipendenti erano pagati per non lavorare.

Taranto: la città del.......

di Antonio Giangrande

 

MAI DIRE INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE: “MESSI A TACERE PERCHE’ RICERCAVAMO LA VERITA’….”

In questo campo, io Antonio Giangrande, mi sono imbattuto quando svolgevo l’attività forense. Professione che fatta da me in modo etico, ha portato gli operatori della giustizia ad adottare atti di ritorsione, che mi impediscono di proseguirla. La mia testimonianza sui casi di malagiustizia da me affrontati, o di cui sono venuto a conoscenza, hanno indotto i magistrati a far chiudere i miei siti web e di processarmi per diffamazione a mezzo stampa. Ad oggi, nonostante che a giudicarmi siano gli stessi magistrati criticati, nessuna sentenza di condanna ha sporcato la mi onorabilità. E quantunque fosse stato il contrario, sarebbe comunque salva la mia dignità. Il tutto ben illustrato nel dossier ingiustizia a parte. Perché il potere ti dice: subisci e taci. La Mafia ti distrugge la vita, lo Stato di uccide la speranza. In Avetrana, una mia cliente, alla morte del padre, quale unica erede, riceve centinaia di milioni di lire. Il fratellastro, che da tempo non aveva rapporti con loro, al fine di impossessarsi dell’eredità, promuove il procedimento d’interdizione per dichiarare incapace d’intendere e volere la stessa sorella. Contestualmente, presenta esposto penale, ritenendola vittima di circonvenzione d’incapace a seguito di condotta di un’altra parente. Il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, non nuovo ad abusi giudiziari, in violazione degli artt.257 e 322 c.p.p., sequestra tutti i beni, compresi quelli di sostentamento, senza notifica del decreto per poter opporre richiesta di riesame. Inoltre attiva, d’ufficio, altro procedimento d’interdizione. Nei tre procedimenti, 1 penale e 2 civili d’interdizione, per anni si impedisce il diritto di difesa all'interdicenda, perché non gli viene nominato un difensore d’ufficio, né gli viene nominato il curatore-tutore provvisorio per la nomina del difensore di fiducia. Si abbandona l’interdicenda e la si sente dopo anni, anziché dopo giorni, in procedimento d’interdizione, in udienza pubblica, alla presenza di decine di spettatori divertiti. Il sottoscritto, suo difensore, pur con regolare abilitazione al patrocinio legale, operando nell’interesse dell’assistita nei molteplici mandati extragiudiziari, sol perché è Praticante Avvocato con patrocinio legale, viene indagato per esercizio abusivo della professione e per gli effetti anche di circonvenzione d’incapace, nonostante non fossi io il denunciato dal fratellastro, e lo viene a sapere dal fascicolo del P.M., segretato per le indagini in corso, ma alla mercé pubblica del procedimento d’interdizione. Tutti gli atti richiesti al sottoscritto sono stati consegnati senza sapere di essere indagato e senza la presenza del difensore. Non si indaga in suo favore, per accertare la regolare abilitazione con il patrocinio legale, né viene sentito su fatti e circostanze. Al sottoscritto gli viene impedito di nominare un difensore, in quanto gli si impedisce l’accesso al gratuito patrocinio, perché gli viene comunicato il limite di reddito di lire 11.260.000, anziché lire 18 milioni. Così come fanno altre Procure per altri accusati. Inoltre per 3 rituali richieste di accesso al gratuito patrocinio non viene dato riscontro, nemmeno per il diniego. Il PM, ricevendo la prima richiesta, invia al GIP parere negativo, che diniega, ma non comunica. Il PM, ricevendo la seconda richiesta, inviata al GIP tramite carabinieri, la fa sparire. Il giudice del Tribunale di Manduria, nell’udienza del 4 novembre 2003, rigettando la terza richiesta impone la nomina illegale preventiva dell’avvocato, nominandolo ella stessa, in violazione della legge, che stabilisce la scelta dell’avvocato, da parte dell’imputato, solo ad ammissione avvenuta al gratuito patrocinio. Il giudice viene sostituito per altri motivi ed il successore, nonostante le illegalità e gli abusi, rigetta l’istanza di annullamento e rinvio al GIP degli atti processuali. Insomma, dopo anni è stata impedita la difesa, per una condanna scontata. Al sottoscritto indagato non gli si impedisce di reiterare il presunto reato, perché continua a lavorare per la persona offesa dallo stesso reato, abbandonata da tutti, e continua a lavorare per altri. In violazione dell’art.50 c.p.p. non si indaga sui veri responsabili, oggetto di denuncia. Inoltre, in udienza di interdizione, il Giudice, alla richiesta del sottoscritto di attivarsi, affinché l’interdicenda potesse esercitare il suo diritto di difesa, lo sbatté fuori fisicamente a spintoni, sbattendogli dietro la porta, sfiorandoli la spalla. Questo nonostante fosse stato il Giangrande stesso a portare la donna in udienza, cosa che avrebbe dovuto fare, invece, il fratello o l'autorità giudiziaria. Ad istigare il Giudice era il legale del fratellastro, che nella stessa udienza, derideva il sottoscritto, sua controparte, per essere praticante, fino a farlo cacciare dall’aula, affermando, che i Praticanti possono solo esercitare presso i Giudici di Pace. In sede di udienza preliminare, il GUP, anziché effettuare reale udienza preliminare con contraddittorio delle parti, si limita a ratificare tout cour la richiesta di rinvio a giudizio, senza dare modo di interloquire. In tale sede, pur denunciando la nullità degli atti di indagine, le cause di non procedibilità, ovvero le cause di giustificazione, il GUP, non sente ragioni. L’avvocato nominato d’ufficio per il sottoscritto, non si presenta nemmeno. L’avvocato nominato in udienza in sua sostituzione, non se ne frega niente del suo assistito. Egli è silente e inattivo. L’interdicenda, addirittura, in udienza era assente e non rappresentata per la mancanza di nomina del difensore o del curatore-tutore giudiziale provvisorio. Con questo stato di cose si è impediti, inoltre, ad essere interrogati, a conoscere gli atti del P.M. e a costituirsi nei termini, decadendo dal diritto di chiamare testi e produrre prove a discarico. La stessa cosa è nel proseguo presso il Tribunale di Manduria, dove è disattesa l’ennesima istanza di accesso al Gratuito Patrocinio e dove è impedita la nomina dell’avvocato di fiducia. Lo stesso Presidente della Camera Penale, iscritto nell’elenco degli avvocati del gratuito patrocinio, rifiuta il mandato. L’interdicenda abbandonata da parenti ed Istituzioni, impedito l’aiuto del sottoscritto e ritenuta capace da tutti, improvvisamente, viene allontanata dalla sua casa e ricoverata coattivamente presso un ospedale, presumibilmente, psichiatrico. All’uscita essa entra in uno stato di depressione senza soluzione di continuità. Non si poteva non presentare alla procura di Potenza le denunce penali contro i magistrati. Invece la Procura di Taranto dichiara in udienza che non esistono denuncie presentate presso di loro, né presso altre Procure. Dichiarazioni mendaci confermate dalla Procura di Potenza. La Procura di Potenza si affretta ad archiviare la denuncia del 02/09/03. Lo stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, denunciato, per ritorsione alle battaglie di legalità, impedisce l’accesso al gratuito patrocinio al Giangrande per due procedimenti civili. Nel primo procedimento civile era controparte lo stesso Consiglio dell’Ordine, dichiarato contumace, e l’INPS; nel secondo procedimento civile era controparte l’INPS. La seconda causa è stata tenuta da un avvocato, che per 10 anni non ha svolto fedele patrocinio, chiedendo ed ottenendo, sistematicamente, il mero rinvio, rasentando la soccombenza e decadendo dal diritto di chiamare i terzi garanti in causa, i quali erano titolari della esattoria comunale e per questo delegati dall’INPS ad incassare le somme richieste per i contributi previdenziali. Esattori che, sembra, non hanno versato al delegante le somme percepite. In seguito alla doverosa e necessaria estromissione dell’avvocato, avendone le qualità, si è attuata la difesa personale da parte dell’istante, ex art.86 c.p.c., così come è stato fatto per l’altro procedimento, fino a che non è scaduto il patrocinio legale, con conseguente indigenza e mancanza di difesa. COMUNQUE IN DATA 14 LUGLIO 2009 SI E’ PRONUNCIATO IN APPELLO IL NON LUOGO A PROCEDERE PER ANTONIO GIANGRANDE E LA CONDANNA DI CIRCONVENZIONE D’INCAPACE ED ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE E’ DECADUTA.

Questo a Taranto, nel Sud dell’Italia. Ed al Nord?

Che fine ha fatto la professoressa Borgna? Questo si chiede Alessandro Barbaglia della “Tribuna Novarese”. Tutto comincia così con una domanda che la testata torinese “Cronaca Qui” nel gennaio 2009 fa risuonare dalle proprie colonne. Che fine ha fatto? Rapita? Confinata all’ospizio? Fatta interdire da avidi parenti con l’intenzione di spartirsene l’eredità? O forse semplicemente ricoverata in una struttura adatta ad accogliere le esigenze di un’anziana 83enne resa sorda dagli anni o dai ricordi di una vita difficile, molto difficile? Le ipotesi in quel gennaio freddo sulla stampa si fanno roventi. Anche fantasiose. Salta fuori pure una lettera (autentica) firmata dai vicini di casa della professoressa che racconta quanto sia stato anomalo quel ricovero forzato eseguito per far sparire la vecchia professoressa di latino e greco definita “donna lucida e sempre presente e sé stessa, eppure è stata caricata a forza su un’ambulanza, legata e portata via: era evidente che c’era qualcosa di poco chiaro”. Ma chi è la signora Borgna? E perché ricordare oggi questa vicenda torinese e passata? Perché quella domanda, quella che poneva ai lettori “Cronaca Qui”, ha aperto un vortice di strane vicende fatte anche di minacce ed intimidazioni che ha allargato le proprie spire fino a coinvolgere un’assistente sociale novarese che si è interessata del caso, ha proposto una chiave di lettura della vicenda drammaticamente differente da quella che i giudizi ed i tutori legali stavano seguendo ed è stata radiata dall’ordine professionale con gravi accuse: aver rivelato a terzi informazioni sul conto della propria cliente; aver contattato la persona interdetta senza autorizzazione; aver effettuato attività professionale senza aver ricevuto compenso ed incarico. Radiata perché ha fatto il suo lavoro. Inoltre questa storia vede imputata un’altra donna finita in questo ciclone: la badante della professoressa Borgna accusata di circonvenzione d’incapace. Ma cosa è successo? Che storia e cosa si nasconde dietro il mistero della scomparsa professoressa Borgna e della radiazione dell’assistente sociale novarese? Proviamo a ricapitolare la vicenda, proprio con lei, l’assistente sociale Luigia Padalino, specializzata tra l’altro, in psichiatria forense. «Inizia quasi tutto per caso – spiega – Una mattina di oltre un anno fa quando mi sono imbattuta nella lettura di alcuni articoli del giornale “Cronaca Qui”. Si raccontava della sparizione, o del ricovero forzato, di un’anziana professoressa, la signora Borgna e delle accuse rivolte alla badante della donna: circonvenzione d’incapace. In quegli articoli c’era qualcosa che non mi convinceva, le modalità con cui la donna era stata prelevata dalla sua abitazione sembrava una deportazione: polizia, finanzieri ed infermieri che l’hanno addirittura legata. Tutto ciò per una pacifica donna di 82 anni.» in realtà, secondo gli atti, la donna era stata interdetta un anno prima e affidata ad un tutore. «Già, anche questo era un elemento anomalo: il nuovo tutore legale era l’avvocato che accusava la badante di circonvenzione d’incapace: mentre sulle capacità mentali della donna ci sono lettere lucidissime inviate poco prima del sequestro ad un amico di vecchia data. Una persona interdetta non potrebbe scrivere lettere tanto precise». Insomma la questione la incuriosisce e cosa fa? «Mi occupo di malagiustizia e malasanità, anche in forma privata e gratuita: quando ho letto la storia della professoressa ho inviato una mail al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli chiedendogli di non sottovalutare il caso, presentava anomalie, mi ricordava altre vicende simili e drammatiche in cui donne anziane, e molto ricche come la Borgna, erano state fatte internare dai parenti per potersi spartire l’eredità». E lei a Caselli fa presente questa ipotesi? «No, assolutamente no, chiedo solo di prestare attenzione al caso perché poteva presentare anomalie». La mail parte ad inizio gennaio, due giorni dopo l’assistente novarese viene convocata in procura. A Torino. «Mi sono stupita molto, nemmeno credevo l’avrebbero letta quella mail, e invece nel giro di pochi giorni mi convocano, mi interrogano e mi chiedono cosa sapessi di quella storia. Il bello è che io non sapevo nulla, richiamavo l’attenzione della Procura al caso. È a quel punto che ho la conferma che tutta quella situazione è anomala: perché la procura di Torino ha voluto sentirmi? Cosa supponeva potessi sapere? Perché è scattata sull’attenti appena ho nominato il caso della ricca professoressa fatta interdire e poi ricoverare con la forza? Qui inizi il gorgo del mistero. L’assistente sociale incontra la badante della professoressa Borgna, accusata di circonvenzione di incapace ai danni della Borgna, e la versione dei fatti che la donna fornirà sarà sconcertante. «La badante era accusata in sede penale sulla base di un’unica prova: nel suo appartamento era stato ritrovato un testamento a firma della Borgna a lei favorevole. L’avvocato dell’accusa, nonché tutore della Borgna, non ha dubbi: la badante è colpevole. Senza averla mai ascoltata, altrimenti avrebbe appreso dell’altro, di un complotto ordito da persone vicine alla Borgna nei confronti della professoressa: in una lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri, la donna racconta di persone che le si aggiravano in casa e le sottraevano mobili, oggetti preziosi e documenti … E’ per quello che la Borgna aveva chiesto alla badante di conservare il testamento: per evitare che sparisse! La Borgna collezionava mobili antichi, oggi in casa sua non ce ne è più nemmeno uno. Dove sono finiti?» questa è una sua tesi? «Questo è quanto si evince dal racconto della badante e dalla lettura della lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri di Torino e mai considerata quel che succede poi è un “giallo”. Con regolare assunzione d’incarico svolgo tre indagini sociali per conto della badante sollevando interrogativi inquietanti corredandole di documenti e testi che nessuno aveva considerato arrivando però alla sbrigativa conclusione che la badante fosse responsabile di qualcosa. Tre indagini sociali che finiscono negli atti processuali contro la badante, privati degli allegati dei documenti dei testi». E il processo ha preso in considerazione le sue indagini? «Il processo non è ancora iniziato (la prima udienza è fissata per oggi ) ma l’accusa invia le perizie, prive degli allegati fondamentali, all’ordine degli assistenti sociali che mi ha sospeso per un anno sostenendo che, per stenderle, avevo agito in maniera deontologicamente scorretta. Un bavaglio che ha messo a tacere me e tutti quelli che, anche con intimidazioni, come dimostrato dalle mie indagini sociali, tentavano di presentare la vicenda sotto altre vesti, cercavano di sollevare dubbi sulle monolitiche verità che erano state assunte: la colpevolezza della badante, il corretto internamento della Borgna, l’affidamento del suo patrimonio ad altri. Ho cercato di fare il mio lavoro, di cercare la verità, forse ho toccato tasti o interessi che non andavano nemmeno sfiorati…». Mentre il processo sulla colpevolezza della badante è ancora tutto da dibattere, l’assistente sociale, Luigia Padalino, scusate il giro di parole, paladina della giustizia: è radiata dall’Ordine. “NESSUN COMMENTO, MA LA SANZIONE POGGIA SU MOTIVAZIONI SERIE”. La storia di Luigia Padalino è complessa e scivola in temi per cui le colonne del giornale rischiano di essere strette. Dall’ordine degli assistenti sociali di Torino, organo da cui è partita al sospensione annuale nei confronti dell’operatrice novarese, sulla questione c’è un riserbo totale. «E’ impensabile- ci spiega Povero Graziella, segretaria dell’ordine- che si possano fare commenti ad una sospensione che è un atto ufficiale e notificato su cui incide il segreto professionale e la tutela della privacy». Quindi per capire cosa ha spinto l’ordine ad assumere il provvedimento disciplinare contro Padalino, che bisogna fare? «Chiederlo a lei e attenersi agli atti. È chiaro però che se l’ordine ha deciso per la sospensione, non ha agito in maniera sconsiderata: è in possesso di atti e ragioni che lo giustificano e lo motivano chiaramente. Tutti atti e ragioni di cui non si può sapere nulla. All’interessata tutto è stato spiegato e tutte le carte che la riguardano le sono state consegnate. Se la signora dovesse avere qualcosa da ridire è libera di impugnare il provvedimento davanti al consiglio nazionale, ma noi non siamo tenuti a dare ulteriori spiegazioni».

Già! Peccato che il potere non può tacitare una verità inconfessabile e censurata dai media.

Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze? A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare. Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici. Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti. L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca. La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono. La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano. E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finchè la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre). Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una organizzazione truffaldina. Ancora anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi». A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro. Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione. Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari. Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini». Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia». Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente». Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno. Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre. E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani). Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli. Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte. Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano. Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti. Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania». Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni. Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani. Questa inchiesta sulla Crosignani e sulla Mariani è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perchè forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara. 

Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.

La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l'arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infame ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso. A ristabilire la sua verità Matteo Di Giorgio il 2 maggio 2012 ha incontra pubblicamente a Castellaneta i suoi cittadini. La sua difesa: «Vittima di un complotto». Il pm ha respinto le accuse. Fallite le mediazioni del sen. Putignano e del vescovo Fragnelli. Il resoconto parziale e politico di Michele Cristella sulle colonne de "Il Corriere del Giorno di Puglia e Lucania", dove non si fa menzione delle accuse alla procura di Potenza.

Risposta, confutazione, dignità. Oltre due ore di intervento nel cinema Valentino gremito, Matteo Di Giorgio, magistrato che ha subìto l’onta degli arresti domiciliari dichiara la sua innocenza dinanzi alla sua città. La moderatrice Sara Trovato gli pone subito la domanda più spinosa: perché parla oggi, in piena campagna elettorale? «So, dice Di Giorgio, che di queste cose bisogna parlare nelle aule dei tribunali. Ma io ogni giorno vengo attaccato nei comizi come il cancro della mia città e come il responsabile della stasi edilizia e dello sviluppo. Sento come mio diritto difendere e ristabilire la mia dignità dinanzi alla pubblica opinione. La mia coscienza è pulita, adamantina, cristallina. Parlo ora, dopo un manifesto gravemente pregiudizievole nei miei confronti e per gli attacchi nei comizi, fino ad essere un additato come “giudice deviato”». E continua: «Il prof. Rocco Loreto dice di non avermi mai nominato, ma i riferimenti a me sono numerosi: responsabile dello scioglimento della sua maggioranza nel 2001, sequestro del Prg, favorito un testimone a me avverso». E confuta le accuse. «Non posso aver sequestrato il Prg perché esso era stato annullato dalla stessa maggioranza per vizio di forma. Non posso aver minacciato Mimmo Trovisi perché si dimettesse per far cadere la maggioranza, perché egli non era l’undicesimo, ma si dimise dopo altri dodici, né sarebbe stato possibile minacciarlo perché la nipote, essendo minorenne, non poteva né essere indagata né arrestata. Quanto alla storia del testimone Coccioli è una vicenda lunga e complessa che si incentra su un favore di fargli avere dal comune 1500 euro da dare alla squadra che poi li avrebbe girati a lui, cosa che nessun “capo di cupola”, come sono stato definito, avrebbe mai potuto fare, essendo io, per altro ben in grado di elargire di tasca mia una somma così esigua». Di Giorgio, dopo aver sostenuto di non aver mai perseguitato Loreto, di aver accettato di indagare su di lui e di aver accettato da Sebastio e Petrucci di essere affiancato da colleghi e dagli stessi Procuratori, spiega la sua tesi di essere vittima di un complotto, di aver subito un processo kafkiano, cioè di essere passato da vittima a carnefice, ha mostrato come alcune ordinanze coperte da segreto istruttorio erano in possesso e a conoscenza di alcuni suoi denuncianti: «Il complotto contro di me è indiscutibile». Una storia, racconta Di Giorgio, «che comincia nella notte del bar Gorgo. E fu questo episodio che m’indusse a parlare con la stampa e dire che avrei chiesto la sua rimozione da dirigente scolastico». Un particolare: il senatore Putignano prima e il vescovo Fragnelli, prosegue, «dopo mi chiesero di partecipare al rasserenamento del clima; rinuncio a tutto, chiedo solo che Loreto dicesse in pubblico che ero onesto. Ma egli si rifiuta. E chiamo a testimone mons. Fragnelli». La conclusione: «Mai minacciato nessuno, mai fatto del male ad alcuno, almeno scientemente, mai danneggiato la mia città, rivendico il diritto alla mia dignità».

Anche Mimmo Mazza da “La Gazzetta del Mezzogiorno” rendiconta l’avvenimento. Anch'esso con stampo politico, omettendo ogni riferimento alle critiche sull'operato della magistratura potentina.

A un mese dall'inizio del processo che lo vedrà alla sbarra per concussione e corruzione in atti giudiziari e, soprattutto, a quattro giorni dalle elezioni comunali che rischiano di riportare alla guida del Comune il suo acerrimo nemico Rocco Loreto, l'ex pubblico ministero Matteo Di Giorgio riempie l'unico cinema cittadino per raccontare la sua verità, «tutta la verità», come annuncia negli inviti trasmessi via mail alla stampa, postati sul suo profilo Facebook e rivolti in maniera particolare ai suoi detrattori. «Armato» di computer portatile e faldoni, come se occupasse il suo ufficio del Palazzo di Giustizia di Taranto dal quale manca dall'11 novembre del 2010, giorno in cui fu sottoposto agli arresti domiciliari dai carabinieri del Reparto operativo di Potenza, Di Giorgio è un fiume in piena, desideroso di rompere gli argini che i suoi legali avevano faticosamente costruito in tutti questi mesi. Il dibattito, quasi un one man show, parte con sul grande schermo un manifesto dell'Italia dei Valori dal titolo emblematico «Dopo oltre dieci anni la giustizia prevale sul potere», fatto affiggere per le vie del paese all'indomani dello scorso 14 marzo, giorno in cui il gup Petrocelli di Potenza ha rinviato a giudizio il magistrato, sospeso cautelativamente dal Csm, il sindaco uscente Italo D'Alessandro, Antonio Vitale, già noto alle Forze dell'ordine, accusato di favoreggiamento, il comandante della Polizia municipale Francesco Perrone, Giovanni Coccioli e Agostino Pepe. «Non voglio fare il processo penale qui, ma riabilitare la mia persona pubblica, il mio essere magistrato, perché statene certi, la toga la indosserò ancora. Devo rispondere - attacca Di Giorgio, compiendo una vera e propria requisitoria e non a caso un paio di volte chiamando aula quella che è una sala cinematografica - a una valanga di accuse che ogni giorno mi travolge. La mia vicenda è finita nei comizi, nelle interviste, sui social network. Ho il diritto di difendere la mia dignità, e dunque ho deciso di sottopormi ad un processo pubblico. La mia coscienza è pulita, è adamantina. Non mi interessa la campagna elettorale, ma ho deciso di parlare oggi perché gli attacchi sono diventati insopportabili». L'ex pm mostra uno spezzone del comizio del 22 aprile del Pd, facendo ascoltare le critiche che gli rivolge il candidato al Consiglio comunale Antonello Montanaruli. E parte con una lunga teoria di atti, delibere, verbali di interrogatorio e stralci di brogliacci telefonici, con costanti riferimenti alla poca serenità dell'autorità di giudiziaria di Potenza, con la ricostruzione del tanto chiacchierato sequestro del Piano Regolatore generale, «un falso problema, il Piano regolatore - annota Di Giorgio - era stato già revocato», con il fissare nella lite stradale alla vigilia delle elezioni del 2007 con la famiglia Loreto, la causa del suo arresto (e non è obiettivamente così, nè per il fatto in sè, nè soprattutto per la pretesa attualità della vicenda, vecchia di 5 anni, rispetto agli altri capi di imputazione). Quella del magistrato, in predicato nel 2009 di essere il candidato alla presidenza della Provincia per il Pdl, è una ricostruzione faticosa da seguire, una discussione lunga due ore degna di una aula di giustizia più di una chiacchierata a duecento persone che nella quasi totalità nulla sanno di atti giudiziari e aule di giustizia. Legge i verbali dell'ex consigliere comunale del Pd Stefano Ignazzi, arrestato per l'operazione antidroga Valentino, condotta proprio da lui, per dimostrare la sua estraneità ad un rilievo che gli viene mosso dalla Procura di Potenza, quella di aver piegato la sua funzione giurisdizionale agli interessi personali. Uno degli episodi sul quale il magistrato, dicendo con chissà quanta convinzione di voler rasserenare il clima, si concentra riguarda la concussione che avrebbe compiuto ai danni di Domenico Trovisi, consigliere comunale nel 2001, a cui sarebbero state chieste le dimissioni, minacciando in caso contrario l'arresto della nipote e del fratello nell'ambito di una inchiesta antidroga, dimissioni poi effettivamente rassegnate da Trovisi. «Non solo io sono sempre stato amico di Trovisi, ma soprattutto le sue non erano dimissioni indispensabili per lo scioglimento del Consiglio comunale, la sua era la tredicesima firma, e la nipote all'epoca dei fatti era minorenne, quindi non potevo nemmeno indagare su di lei, figuriamoci se potevo arrestarla». Infine Di Giorgio tenta di sfatare quella che definisce una leggenda, la sua rivalità con Loreto. «Mi sono occupato solo due volte nella mia carriera di lui, una nel 1996, quando chiesi l'archiviazione di un procedimento che avevo ereditato da un altro magistrato, e una nel 2000, quando, essendo di turno, mi arrivò una denuncia contro Loreto. Decisi di astenermi quando il 4 giugno del 2001 seppi dell'arresto di Loreto. Ritenni in quel momento che non era più ammissibile che mi occupassi di lui. È da 11 anni che non mi occupo più di Loreto, come si fa a dire che sono l'artefice di una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti?».

«Avrò sbagliato mille volte nella mia carriera professionale - urla Di Giorgio - ma mai scientemente. Mai. Così come mai mi sono intromesso nelle vicende politiche di Castellaneta, mai stato il sindaco ombra, come d'altronde dimostrano le oltre 50mila intercettazioni telefoniche effettuate nei miei confronti».

Nessuno di questi giornalisti, però, ha osato riportare il pensiero del Di Giorgio sull’amministrazione della Giustizia. Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.

La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l'arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infami ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso.

Bene Matteo Di Giorgio ha dichiarato: «Il procedimento che mi riguarda prende le mosse proprio da una denuncia di Italo Pontassuglia, 22 settembre 2007. In questa denuncia, signori, si dice di tutto sul mio conto. Non si parla delle sciocchezze che sono emerse nell’ordinanza, perché poi vedremo sono comunque delle sciocchezze, anche se fossero vere e non lo sono. Ora, io non ho molto tempo per spiegarvi l’enormità, però devo far notare che quello che dice Pontassuglia è smentito da tutti gli atti del processo.

Amministratore di fatto significa prendere le decisioni in luogo dell’amministratore formale, di colui il quale il Sindaco, o la Giunta, o il Consiglio Comunale, si sostituisse di fatto agli stessi. Ebbene. Signori sapete quante intercettazioni telefoniche ed ambientali hanno visto oggetto la persona del sottoscritto? Quasi cinquantamila. E io dico, meno male che ci sono le intercettazioni.

Dico meno male che ci sono le intercettazioni, perché dalle intercettazioni non è emerso nulla. Perché la procura di Potenza, consentitemi da questa vicenda è strabica. Perché da un lato ha messo sotto processo Rocco Loreto per la minaccia rivolta a mio figlio, dall’altra ha arrestato me perché ho detto “ha minacciato mio figlio”. Io sono stato arrestato perché mi si dice “non è vero, tu hai diffamato Loreto, dicendo che ha minacciato tuo figlio”. Questo è l’oggetto dell’arresto mio, signori. Questo è. Ed è la prova che ho detto che c’è una certa contiguità tra gli investigatori ed i miei denuncianti. Volete un’altra prova? La disponibilità dell’ordinanza in originale. Questa è una copia dell’originale. E’ una copia che qualcuno ha avuto al più tardi il 18 novembre 2010, cioè una settimana dal mio arresto, quando l’ordinanza era coperta dal segreto istruttorio. E sapete da dove proviene questa ordinanza?

Signori, sta scritto qua. E’ il signor Pontassuglia Italo: il mio denunciante. Questo è un avviso di accertamento tecnico irripetibile notificato il 15 novembre 2010 a Pontassuglia. Questo significa che Pontassuglia ha creato questo file, ha avuto l’ordinanza al più tardi il 18 di novembre 2010. Questo significa che una settimana dopo il mio arresto il mio accusatore aveva l’ordinanza. Chi gliel’ha data?

Io certo no. Signori, questo è agli atti del processo, poi tutto il resto è inutilmente, perché a Potenza le porte sono chiuse. Questa è la prova che Pontassuglia ha una corsia preferenziale con Potenza, perché non può che averla ricevuta da Potenza. Non sono sospetti, questa è una prova. Io ho denunciato Potenza. Ci sarà un motivo se io ho denunciato gli Uffici giudiziari di Potenza. Perché a Potenza non sono tutelato. Io ho detto alla dottoressa Triassi, ho detto, quando mi ha fatto una valutazione giuridica, ho detto lei mi fa paura, ho detto. Come cittadino io ho paura di lei. Sapete perché? Perché quando la Cassazione ha annullato il capo d’imputazione della vicenda Coccioli, ha detto la Cassazione “me la date sta prova che Di Giorgio sta d’accordo con l’amministrazione comunale?”. E s’è rifatta l’udienza. Viene la dottoressa Triassi e dice “ecco la prova dell’accordo”. La prova dell’accordo è questo. In una telefonata tra il dottor Di Giorgio e l’assessore allo Sport, si tratta di Alfredo Cellammare, che nei 6 mesi successivi al fatto, in cui io ed Alfredo Cellammare parliamo di tutt’altra cosa. Non parliamo del contributo, parliamo di tutt’altro. E dice la dottoressa Triassi “ecco, questa è la prova che Di Giorgio e Cellammarre si conoscono. Io gli ho detto “guardi che avrebbe potuto chiedermelo, glielo avrei detto io, perché ci conosciamo da quando avevamo i calzoncini corti. Ma se la prova del concorso in un reato, scusatemi devo fare un discorso tecnico, risiede nel mero rapporto di conoscenza, allora io sono complice di tutti i reati commessi dai castellanetani, perché li conosco un po’ tutti. Quindi io verrò chiamato a rispondere in qualsiasi reato possa commettere un castellanetano. Questa è un abnormità; un’aberrazione giuridica. E io alla dottoressa Triassi dissi lei mi fa paura. Io ho paura di una che ragiona così. Come uomo”. Se parliamo dell’amministrazione della Giustizia dobbiamo uscirne, se ciascuno di noi recupera il proprio ruolo. Che cosa voglio dire: la nostra magistratura vive di correnti, di amicizie. Io non sono iscritto a nessuna corrente ed ho sbagliato, perché se fossi stato iscritto, non mi sarebbe successo niente. Ve lo dico!! Io sono difeso dal CSM, lo dico, dal dottor Marcello Maddalena, per chi è del mestiere sa che si tratta del Procuratore Generale della Corte d’Appello di Torino. Uno dei massimi magistrati italiani. Mi ha detto dopo che ho letto le carte, mi ha detto “io ho settantuno anni. Ne ho viste di cotte e di crude. Ho subito attentati. Ma io non ho mai letto quello che è accaduto a te.

Io non so come tu faccia ad essere ancora così fiero, dignitoso ad andare avanti con la testa alta”. Ha detto “però ti dico, tu sei dalla parte sbagliata. Tu sei dalla parte sbagliata. Per questo stai passando guai. Se tu fossi stato dall’altra parte avrebbero detto che si vuole conculcare il diritto alla libera esplicazione delle proprie attività”. E non dico altro signori. No, forse bisognerebbe anche avere il coraggio in Italia, io lo dico contro tutta la categoria, di introdurre il principio della responsabilità civile del magistrato, perché io devo avere paura di sbagliare. Ci devo pensare cento volte prima di far qualcosa. Perché signori il magistrato ha il compito più alto: decide della libertà delle persone; ha in mano la vita delle persone. Tutti possono sbagliare, ma purchè ci sia la buona fede e purchè ci sia il rispetto di alcune regole. Spesso ciò non avviene. L’altro giorno a chi a detto, e rispondo a quest’avvocato, che il rinvio a giudizio, parlo dell’avvocato Giuseppe Clemente, faccio nome e cognome, Clemente, il quale impazza su Facebook contro di me dicendo delle cose invereconde, delle quali io mi vergognerei. Quest’avvocato ha detto che un rinvio a giudizio è praticamente una affermazione di responsabilità penale. Ecco vorrei ricordare all’avvocato Clemente che in Italia ancora esiste l’articolo ventisette della Costituzione e quindi la presunzione di innocenza, tecnicamente di non colpevolezza, e che questa presunzione vale fino al terzo grado di giustizia. Io ancora non sono stato giudicato e gli ricordo Raniero Busco. Ce l’ho qua.

L’altro giorno. E’ stato condannato in primo grado a ventotto anni di reclusione. E’ stato assolto dalla Corte d’Appello. Buon per lui che non sia stato sottoposto alla misura cautelare. Però io vi voglio leggere soltanto un passo di un’intervista di Raniero Busco, che la dice tutta. “Cosa ha imparato da questo processo? Che in queste aule non si trova niente di umano. Ognuno è proiettato a salvaguardare la propria idea, la propria posizione. Nessuno è disposto a fare un passo indietro in nome della verità. Questa sentenza però mi restituisce un po’ di fiducia nella Giustizia”. Ed è quello che dico io: perché a fronte di tutto ciò che è emerso dal processo potentino, dei tentativi di inquinamento, dei tentativi di agganciare i testimoni, non è successo niente. Perché ciascuno si innamora della propria posizione e la difende fino alla fine anche contro l’evidenza dei fatti. E questo un magistrato non lo deve fare mai. Il magistrato deve avere l’onestà di dire “ho sbagliato, faccio un passo indietro” e non deviare da alcune regole che sono indefettibili e che a Potenza sono state violate. Io lo dico qua perché l’ho già detto, l’ho già scritto e non posso tediarvi, perché è tardissimo, se no lo farei volentieri. E vi dimostrerei tutte le violazioni che sono avvenute nel mio caso. Tutte.»

Ogni commento è superfluo: basta non essere dalla parte sbagliata.

A Taranto indagini "all'acqua di rose" sui concorsi pubblici truccati. Prendiamo ad esempio un caso di rilevanza nazionale, a prescindere dall'esito e dai suoi protagonisti. Personaggi, questi, osannati dai media nella fortuna ed infangati appena sono sfiorati da dubbi sul loro operato. "La Gazzetta del Mezzogiorno" e “Il Corriere della Sera” ed altri giornali riportano a titoli cubitali la notizia riguardante il concorso a Taranto per il Segretario Generale della Camera di Commercio: "indagato Sportelli e altri cinque. Indagini sulla nomina del vincitore del concorso. Abuso d'ufficio:nel mirino anche il vice presidente". Per la serie: così si fanno le indagini sui concorsi pubblici truccati. Le vittime dovranno sperare nella coscienza di qualche Giudice per le Indagini Preliminari che contesta ai Pubblici Ministeri le mancate indagini. Si ottiene giustizia se si è fortunati nell'incorrere in qualche giudice coscienzioso, che molto spesso non si trova.

Arriva al capolinea l’inchiesta sul concorso per il nuovo segretario generale della Camera di Commercio aperta dal sostituto procuratore Remo Epifani a seguito dell’esposto presentato dall’ex commissario dell’ente Roberto Falcone. L’accusa di tentato abuso d’ufficio aggravato viene contestata ai cinque componenti della commissione esaminatrice (il presidente della Camera di Commercio Luigi Sportelli, il vicepresidente Leonardo Giangrande, i consiglieri Paolo Nigro e Riccardo Caracuta e il rappresentante di Unioncamere Ugo Girardi) ed al dirigente delle cancellerie del tribunale Tommaso Valentino, designato quale vincitore lo scorso 5 settembre 2011 a seguito della prova orale svolta il 25 luglio. La relativa delibera fu però poi revocata in autotutela, fatto che fa ritenere il reato tentato e non consumato, mentre la contestazione riguardante l’abuso d’ufficio riguarda la sovrabbondante valutazione dei titolo posseduti da Valentino. Il pubblico ministero aveva presentato al giudice per le indagini preliminari Martino Rosati richiesta di archiviazione, ritenendo che quanto segnalato da Falcone riguardo la presenza di irregolarità nelle procedure di selezione per l’incarico di segretario generale della Camera di Commercio non era meritevole di approfondimento investigativo, ma al limite di ricorso al competente giudice amministrativo.

Falcone tramite l’avvocato Ludovica Coda si è però opposto alla richiesta del pm Epifani, fornendo al gip elementi tali da ordinare alla pubblica accusa di svolgere tutti gli accertamenti del caso. Il gip Rosati aveva ritenuto, infatti, che nel caso in specie, «a fronte di specifiche circostanze di fatto, seppure in parte rappresentate sulla base di notizie generiche e da fonti anonime, non è stata operata alcuna verifica, sebbene delle circostanze, allo stato in astratto, potrebbero essere rivelatrici di comportamenti suscettibili di rilevanza penale».

Ma nell'inchiesta è finito anche Tommaso Valentino, vincitore del concorso dopo il superamento della prova orale, ma di fatto mai investito della carica. La nomina di Valentino fu bloccata in autotutela degli stessi vertici della Camera di commercio, dopo l’esposto presentato da Roberto Falcone, ex commissario dell’ente. Ed è stato proprio lo stesso Falcone a opporsi alla successiva richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero al gip Martino Rosati. Mettendo in luce una serie di interrogativi: «Come mai i commissari della commissione giudicatrice, chiamati a valutare la prova orale di lingua straniera sostenuta dai concorrenti, non sono stati nominati dalla Giunta della Camera di Commercio, così come previsto dalla legge? Come mai il verbale conclusivo della procedura di selezione è stato redatto, sebbene fossero assenti taluni componenti della commissione giudicatrice e non dal responsabile del procedimento? Come mai dello stesso esistono due differenti versioni: una redatta nelle ore antimeridiane ed altra nelle postmeridiane?». Argomenti, portati dall’avvocato Ludovica Coda, che hanno convinto il giudice Rosati che quindi ha rigettato la richiesta dell’accusa. Il gip nella sua ordinanza ha infatti spiegato che per alcune «specifiche circostanze di fatto, seppure in parte rappresentate sulla base di notizie generiche e da fonti anonime, non è stata operata alcuna verifica». Le indagini sono così andate avanti fino alla contestazione del reato.

Già. Ma questa benevolenza dei Procuratori della Repubblica (o loro sostituti) dedicata ad alcuni indagati, stride con l'accanimento giudiziario destinato ad altri, spesso non sostenuto da prove, ma coperto dai loro colleghi giudicanti.

“TERRONE E’ CHI IL TERRONE FA”.  Questo detto sembra fare il verso all’attore Tom Hanks che interpreta Forrest Gump.

Non è forse vero che il limite di Taranto siano proprio i tarantini, che, scusate il giro di parole, non riescono a riconoscere i propri limiti? Tutti scienziati; tutti saccenti. E poi all'analisi dei fatti, questi parlano chiaro: chi li rappresenta politicamente e quali sono i risultati?

Si prenda ad esempio l’articolo de “Il Fatto Quotidiano” che parla delle amministrative 2012. Nel comune più afflitto d’Italia dai veleni della grande industria e con il più grande dissesto della storia repubblicana, la responsabilità della gestione della cosa pubblica avrebbe dovuto mettere i brividi e invece, a Taranto, la corsa alle poltrone ha abbattuto le inibizioni e il buon senso, dando il via a una campagna elettorale tragicomica. I candidati sindaco sono 11, ben 31 le liste e quasi mille gli aspiranti consiglieri comunali. Ma al di là dei numeri, sono forse alcuni nomi a spiegare, con maggiore efficacia, il quadro della situazione. Filippo Condemi, avvocato ed ex assessore ai lavori pubblici della giunta ("Di Bello") di centro-destra che portò il comune al dissesto, oggi è il candidato sindaco del Pdl. “Un uomo scelto per la sua onestà” ha dichiarato a un’emittente locale il coordinatore provinciale Luigi Montanaro, forse dimenticando che poche settimane prima a Condemi era stata inflitta una condanna a un anno e sei mesi di carcere dalla corte d’appello di Taranto, per una delle tante vicende giudiziarie legate proprio al suo passato di amministratore comunale. L’avvocato tarantino nel processo di secondo grado aveva anche rinunciato alla prescrizione puntando all’assoluzione piena, che però non è arrivata (i suoi coimputati che se ne sono avvalsi, sono stati tutti prosciolti). Questo, tuttavia, non ha impedito ai vertici del Pdl ionico di individuarlo come candidato idoneo alla carica di primo cittadino. Ma Taranto è anche la culla dei telepredicatore Giancarlo Cito. E se ufficialmente il candidato sindaco è il figlio Mario, il motto resta “Cito sindaco”. E’ sempre lui, Giancarlo, a parlare nelle conferenze stampa, dinanzi alle telecamere della sua emittente locale e ad attaccare politicamente i suoi avversari. Mario Cito è una specie di entità fluttuante che ruota intorno alla figura ingombrante del padre. Giancarlo Cito è il vero terrore della destra e della sinistra tarantina:l’ex sindaco ed ex parlamentare di At6 riesce sempre ad esercitare un fascino sulle masse della città dei due mari nonostante una condanna a quattro anni già scontata in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, una condanna definitiva per una vicenda legata allo stadio comunale e una nuova condanna in Cassazione a 4 anni per concussione per avere chiesto tangenti per la realizzazione del porticciolo turistico di San Vito (avuta la notizia, Cito ha accusato un malore). Nonostante tutto questo ha sfiorato il ballottaggio nelle scorse amministrative e oggi ci riprova, favorito anche da un centro-destra completamente invisibile (La Destra sostiene Cito e FLi a Taranto non ha una sua lista). Nello schieramento opposto poi c’è il sindaco uscente Ippazio Stefàno, sostenuto da tutto il centro-sinistra e soprattutto da Vendola che ha imposto al Partito democratico di rinunciare alle primarie e al proprio candidato Michele Pelillo, assessore regionale al Bilancio della giunta guidata dal leader di Sel. Primarie urlate da tutto il Pd ionico, fino a poche settimane prima, ma improvvisamente messe da parte dopo il diktat del governatore. Ma l’asse Stefàno-Vendola dovrà però fare a meno, in questa tornata elettorale, di Rifondazione Comunista che sostiene Dante Capriulo (ex assessore al bilancio di Stefàno defenestrato dopo aver manifestato la volontà di candidarsi alle primarie) e della galassia ambientalista, che a Taranto ha scelto di correre in autonomia schierando come candidato il leader nazionale dei Verdi Angelo Bonelli. L’arrivo di Bonelli però ha suscitato malumori anche all’interno del fronte ambientalista che ha perso diversi pezzi per strada. A questi si aggiungono, infine, i nomi di tutti gli altri candidati sindaco, tra cui il grillino Alessandro Furnari e il candidato di Io Sud, Massimiliano Di Cuia, di famiglia socialista, figlio di un ex assessore di centro destra, eletto con la sinistra di Stefàno e oggi finito al centro come candidato di Adriana Poli Bortone.

Certo è che l’articolo tace il fatto che Ippazio Stefano è sostenuto da quel Vendola che secondo “Il Giornale” incorre in guai giudiziari a raffica. Nichi Vendola è inciampato in quel marasma che è la sanità pugliese. Altro che superiorità morale: due inchieste in meno di 24 ore. Altra inchiesta, altra storia: il pasticciaccio che tira in ballo anche il governatore del Sel è esploso quando un avviso di conclusione delle indagini è stato notificato dalla procura di Bari a 47 persone coinvolte in una delle inchiesta sulla gestione della sanità pugliese. Un'inchiesta che serve ad accertare gli accreditamenti delle cliniche private. Tra gli indagati ci sono pure il senatore democratico Alberto Tedesco, l'ex direttore Ares Mario Morlacco, un luogotenente della Guardia di Finanza, imprenditori e dirigenti regionali. Un vero e proprio terremoto per la sinistra pugliese. La mala gestione della sanità nella terra di Vendola rischia di far implodere il sistema sanitario dell'intera Regione. Le accuse formulate dagli inquirenti vanno dall’associazione per delinquere al falso. Secondo l’accusa, infatti, la Giunta guidata da Vendola avrebbe nel corso degli ultimi otto anni concesso accreditamenti a strutture sanitarie che non avrebbero avuto i requisiti. L’inchiesta, condotta dai pm Francesco Bretone, Desiree Digeronimo e Giorgio Lino Bruno, parte dalla clinica Kentron di Putignano, oggetto di una lunga inchiesta del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza. E al centro dello scandalo c'è pure il governatore della Puglia. "Chi fa un mestiere come il mio mette nel conto i rischi oggettivi che ci sono - commenta Vendola - un concorso in abuso d’ufficio è il titolo di una ipotesi di reato. Ho le spalle larghe anche perchè ho la coscienza molto pulita". Il presidente ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Bari su una transazione da 45 milioni di euro conclusa tra la Regione e l’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. Questa volta i reati ipotizzati sono abuso d’ufficio, peculato e falso. Dopo l’avviso di garanzia notificato per concorso in abuso d’ufficio su presunte pressioni per la nomina di un primario, Vendola si ritrova coinvolto in un’altra vicenda giudiziaria nata come costola della maxi inchiesta sull'associazione a delinquere guidata da Tedesco che per anni avrebbe gestito una parte della sanità pugliese. Il senatore del Pd aveva, infatti, seguito anche l’accordo con l'ente di Acquaviva delle Fonti. Atto poi però concluso e ratificato dalla successiva composizione della giunta Vendola. Il problema riguarda proprio quella delibera, poi annullata in autotutela dalla stessa giunta Vendola e che oggi, dopo un contenzioso col Miulli finito davanti al Consiglio di Stato, sta costringendo la Regione a restituire all’ente di Acquaviva differenze tariffarie per 150 milioni di euro. Proprio per questo sono indagati Anche il vescovo Mario Paciello e don Mimmo Laddaga, direttore dell’ospedale ecclesiastico Miulli di Acquaviva. Nel complesso, a detta dell'accusa, sarebbero sei le società che hanno beneficiato, senza averne i requisiti, delle procedure amministrative per il rilascio dei provvedimenti autorizzativi sanitari provocando danni per milioni di euro alle casse della Regione. Numerose le società coinvolte: dalla "Cbh-Città di Bari Hospital" di Modugno alla Kentron di Putignano, dal Gruppo Villa Maria di Lugo alle Case di Cura Riunite Villa Serena e Nuova San Francesco di Foggia. Tra i dirigenti coinvolti invece figura anche Lucia Buonamico, responsabile del settore programmazione e gestione sanitaria della Regione Puglia. Quest’ultima avrebbe gestito "in maniera clientelare" le procedure per alcune strutture sanitarie. "Le scelte di Buonamico - spiega la procura - hanno orientato gli impegni di bilancio regionale per la sanità privata in Puglia verso imprenditori amici della dirigente, ai danni del Fondo sanitario regionale". Secondo la Guardia di Finanza, insieme ad altri pubblici ufficiali, la Buonamico era asservita agli interessi imprenditoriali di alcuni soggetti "in totale spregio dei principi di trasparenza, di buona e corretta amministrazione della cosa pubblica".

Bene a questo punto pare che a Taranto il più pulito abbia la rogna. Però c’è sempre il capro espiatorio. Quel Giancarlo Cito che nel bene (per molti) o nel male (per pochi) ha fatto sì che Taranto si sentisse orgogliosa di essere Taranto. Si lasci perdere quel modo di fare sgradassone tipico dei leghisti padani. A me non piace quel modi fare, ma anche loro, sì, tengono al loro territorio. Il candidato sindaco o parlamentare può aspirare ad avere immagine, avere loquacità ed oratoria, essere diretti e non bizantini, e comunque avere competenza, capacità e coraggio per combattere i poteri forti, compreso contro quella fronda di magistratura politicizzata che si crede unta dal signore. Ma siamo a Taranto, anzi meglio, siamo in Italia e queste aspirazioni sono utopia. Ma fa schifo il fatto che a Taranto si sentano alti pure i nani, che dove non arrivano alla ragione con la bocca, ci arrivano con le mani.

Ebbene, Giancarlo Cito pare essere il migliore della compagnia, checché ne possano pensare i sinistroidi e i magistrati di carriera.

Ed i fatti e i dissesti parlano chiaro.

TARANTO: SUBISCI E TACI! TARANTINI: COLLUSI O CODARDI?

Giancarlo Cito, prima di essere nuovamente arrestato è stato intervistato dal direttore di Studio 100 tv, Walter Baldacconi, e dal direttore di Taranto Sera, Michele Mascellaro, su Attenti a quei due - Sesta Puntata del 5 Marzo 2012. Cito alla domanda cosa ha sbagliato nella vita, lui ha risposto: «attaccare le istituzioni». Bene.

Il guerriero è stato domato ed imbavagliato. Che fine ha fatto quel Giancarlo Cito che, come Antonio Giangrande, denunciò gli insabbiamenti delle denunce scomode a Taranto, tanto da essere presentate delle interrogazioni parlamentari? Si possono rinnegare giuste azioni per possibili ingiuste ritorsioni?

I fatti per i quali l’ex sindaco di Taranto è chiamato a scontare la pena si riferiscono al periodo in cui ricopriva la carica di primo cittadino e riguardano due reati consumati nel 1996 e 1997. Nel primo caso, sostengono i giudici, intascò tangenti da una ditta di facchinaggio vincitrice di un appalto comunale (ditta Cervelli), nel secondo avrebbe favorito una società sportiva minore di terza categoria vietando l’uso dello stadio, per ripicca, alla squadra del Taranto calcio che militava nel campionato di C2. Per quest’ultimo episodio i reati riconosciuti a suo carico furono quelli di violenza privata, tentata concussione, abuso d’ufficio e falso ideologico.

Giancarlo Cito era stato colto da malore già la sera di mercoledì 11 aprile 2012 quando da Roma erano giunte le non buone notizie di un’altra sentenza di condanna a quattro anni di carcere confermata dalla Cassazione. Quest’ultimo procedimento passato in giudicato, che riguarda il reato di concussione consumato sempre quando era primo cittadino di Taranto, comporterà l’emissione nei suoi confronti di una seconda ordinanza di custodia, per un totale di otto anni e dieci mesi da scontare. Da questo cumulo si dovrà togliere il periodo già pagato con i precedenti arresti o con la misura alternativa dell’affidamento ai servizi sociali per un saldo definitivo di 7 anni e 11 mesi. La condanna a quattro anni è maturata dopo un processo concluso in terzo grado per una mazzetta che secondo la magistratura che lo condanna fu intascata da Cito quando era sindaco. Tale tangente, sostiene sempre l’accusa, derivava da contratti pubblicitari per un valore di 120 milioni di lire stipulati con l’emittente televisiva Super 7 e il portavoce della Dirav, la multinazionale liberiana interessata al progetto del porto turistico.

L’ex deputato e fondatore del movimento AT6-Lega d’Azione meridionale ha già scontato in carcere una precedente condanna a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Le sue precarie condizioni di salute avevano fatto sperare la famiglia Cito in una clemenza dei giudici nel trasformare la detenzione ai domiciliari. Recentemente l’esponente politico ha subito un delicato intervento al fegato.

Giancarlo Cito secondo una striminzita biografia.

E' nato a Taranto il 12 Agosto 1945, sposato, ha due figli: Antonella e Mario.

La sua carriera politica inizia negli anni Settanta iscrivendosi al Movimento Sociale Italiano, si distinse all'interno di esso per il suo estremismo tanto che nel 1979 fu espulso dal MSI per le sue posizioni non conformi alla linea del partito. Nel 1980 presenta una sua lista "Taranto Nostra" alle amministrative, riportando circa 1000 voti. Torna a candidarsi con il MSI alle regionali del 1985, e riscuote 2400 voti di preferenza. Dopo di che esce definitivamente dal Movimento Sociale. Presta servizio militare nei Vigili del Fuoco dove guadagna un elogio del Ministero dell'Interno per aver salvato un bambino di 9 mesi, con altri vigili, in seguito ad un'esplosione che provocò 5 morti. Sempre negli anni Ottanta lavorò come imprenditore edile (era diplomato geometra) ma subì alcune condanne e cambiò settore puntando sulla televisione locale.

Fondò nel 1985 il canale Antenna Taranto 6 che, in breve tempo ebbe un grande successo e Cito divenne molto popolare anche perché, capendo il malcontento per la pessima gestione di centro sinistra agli inizi degli anni novanta, condusse una politica di denuncia contro gli illeciti compiuti dagli amministratori locali. Nel 1990 Cito fondò un suo partito, AT6-per Taranto, divenendo di colpo la quarta forza politica a Taranto, con il 14% dei voti. Nel 1993 l'elezione a Sindaco: la lista che ora si chiama "AT6 - Lega d'Azione Meridionale" ottiene il 32% e, al ballottaggio del 5 dicembre, conquista il 53% dei voti e diviene Sindaco di Taranto. I cittadini tarantini ricordano ancora le azioni dimostrative a nuoto per protestare contro l'inquinamento delle acque: nel settembre del 1995 nuota ininterrottamente per 24 ore e 30 minuti, coprendo una distanza di 50 chilometri (si dice con varie interruzioni). Sempre in questi anni Taranto balza alla cronaca per la "Marcia su Mantova", da lui inventata e capeggiata, contro la "Lega Nord", a cui parteciparono migliaia di attivisti di AT6-Lega d'Azione Meridionale. Fu il primo sindaco d'Italia a dotare i vigili urbani di manganello, finendo per questo sotto processo per abuso d'ufficio. Il 16 dicembre del 1995 fu rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 21 aprile 1996 viene eletto deputato nazionale con 33.960 preferenze, dimettendosi da sindaco. La primavera del 1997 si ricorda per un nuovo atto mediatico, presentandosi come candidato Sindaco a Milano, sostenuto da una lista di AT6 Lega d'Azione Meridionale risultando il quinto su 15 candidati. Il 9 dicembre del 1997 viene condannato definitivamente e dal 2003 al 2007 sconta quattro anni di carcere. Il 20 aprile del 2007 ha annunciato il suo ritorno in politica, candidandosi alla carica di consigliere comunale (candidatura che verrà successivamente invalidata), proponendo invece il figlio Mario alla carica di sindaco, supportato dalla sola lista "Lega d'Azione Meridionale". Sempre nell'aprile 2007 si è laureato in Scienze Giuridiche con tesi (ovviamente) sul concorso esterno in associazione mafiosa, che come lui stesso ha affermato a Panorama: "un reato che non esiste. E la Costituzione italiana, articolo 25, secondo comma, dice che non si può condannare una persona per un reato che non esiste, Guardi che in diritto costituzionale ho preso 27, in diritto amministrativo 28…". Tra le sue passioni ricordiamo: le arti marziali ( è cintura nera 2° dan di judo e 1° dan di kendo), la pratica dello yoga e del nuoto.

Ricordiamo inoltre la sua investitura a presidente onorario del Taranto, anche se per breve tempo.

Giancarlo Cito secondo Vikipedia.

Negli anni settanta si iscrisse al Movimento Sociale Italiano e si distinse per il suo estremismo, tanto che nel 1979 fu espulso dal MSI per le sue posizioni non conformi alla linea del partito. Presta servizio militare nei Vigili del Fuoco. Negli anni ottanta lavorò come imprenditore edile ma subì alcune condanne (ad esempio, un anno e quattro mesi per ricettazione) e cambiò settore puntando sulla televisione locale. Nel 1980 presentò una sua lista "Taranto Nostra" alle amministrative, riportando circa 1000 voti. A notte fonda, sul Canale 33 che poi diventerà Antenna Taranto 6, viene trasmesso materiale pornografico - come ricorda il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo: "Porno DOC. Cassette inverosimilmente zozze, di quelle che ci si vergogna a noleggiare nelle ore calde del pomeriggio nelle bottegucce di periferia. Ammucchiate, perversioni, esibizioni... insomma, il vero porno. In TV, gratis senza canone, da videoregistrare per poi rivedere con calma... il porno...Da lì a qualche tempo, su quel canale 33 comincerà a trasmettere Antenna Taranto 6. (...) La storia del porno va avanti a lungo: finite le trasmissioni, scompare il logo dell'emittente e partono le zozzerie notturne. Non so se il geom. Cito sia stato processato per diffusione di spettacoli osceni, se il fatto abbia lasciato indifferenti i miei concittadini, se gli inquirenti si siano mai sintonizzati su quegli spettacoli" (De Cataldo, G., "Terroni", Edizioni Theoria, Roma-Napoli, 1995, pag. 62). In breve tempo il suo canale, Antenna Taranto 6, ebbe un grande successo e Cito divenne molto popolare anche perché, intercettando il malcontento per la gestione fallimentare di centro sinistra agli inizi degli anni novanta, condusse una rubrica politica in cui denunciava gli illeciti compiuti dagli amministratori locali. Oggi è proprietario di Tele Basilicata Matera.

Nel 1992 Cito fondò un suo partito, AT6-Lega d'Azione Meridionale, con cui un anno dopo venne eletto sindaco di Taranto con un ampio consenso. In questo periodo si contraddistinse per iniziative clamorose e spettacolari, come la lunga nuotata nel Golfo di Taranto per richiamare l'attenzione sul problema dell'inquinamento marino. Per breve tempo fu presidente onorario del Taranto Calcio, per tentare di risollevare la squadra che non navigava in buone acque nel campionato di Serie C2 1995-96. In quello stesso periodo, dopo che la società Taranto Calcio 1906 gli aveva revocato la carica di presidente onorario, trattò l'acquisto dell'Altamura. Per ripicca nei confronti dei dirigenti della società ionica, Cito negò l'utilizzo dello stadio "E.Iacovone" al Taranto Calcio 1906 (che militava in serie C2) e lo concesse al Taranto 2000 (squadra di Terza Categoria). La Corte d'Appello di Taranto, nel luglio del 2010, condannerà Giancarlo Cito a 2 anni di carcere per violenza privata, tentata concussione, abuso d'ufficio e falso ideologico (La Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Taranto, 14 luglio 2010, pag. IV). Il 16 dicembre del 1995 fu rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa mentre al termine delle elezioni politiche del 1996 divenne deputato nazionale con 33.960 preferenze, pari al 45,9% dei voti. Nel maggio del 1996 capeggiò la "Marcia su Mantova" contro la Lega Nord e le sue mire secessioniste ed autonomiste, a cui parteciparono migliaia di attivisti di AT6-Lega d'Azione Meridionale. A questa seguì, il 15 settembre dello stesso anno, una manifestazione a Chioggia, nella quale lo stesso Cito rimase contuso durante gli scontri con le forze dell'ordine. Inoltre, alle elezioni amministrative del 1997, si candidò a sindaco di Milano con lo slogan: «Voglio tarantizzare Milano.

Voglio che questa città diventi come Taranto, la Svizzera del Sud», risultò quinto su quindici candidati (ottenendo lo 0,8% dei voti). Il 9 dicembre del 1997 fu condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con la Sacra Corona Unita e dal 2003 al 2007 scontò quattro anni di carcere. Nel 2000 si candida a presidente della Puglia raggiungendo l' 1,32 % di preferenze pari a 29.317 voti. Il 20 aprile del 2007, nel periodo in cui si laureò in scienze giuridiche, annunciò la sua intenzione di ricandidarsi alla carica di primo cittadino di Taranto. In realtà si sarebbe candidato alla carica di consigliere comunale (candidatura che verrà successivamente invalidata), proponendo il figlio Mario alla carica di sindaco, supportato dalla sola lista Lega d'Azione Meridionale. E' durante la detenzione in carcere che sostiene alcuni degli esami che nel 2007 gli permetteranno di laurearsi in Scienze Giuridiche. Al termine della consultazione elettorale comunale la Lega d'Azione Meridionale, nonostante l'assenza in lista di Giancarlo Cito, ottenne un inaspettato successo risultando il primo partito in città con il 15,44% dei consensi, e mancando con il candidato sindaco del suo partito il ballottaggio per meno di ottocento voti. Si tratta, però, di una specie di inganno agli elettori: nei manifesti elettorali, infatti, il nome di Mario Cito non compare mai (c'è soltanto il cognome "Cito" che induce gli elettori a ritenere che il candidato sindaco sia Giancarlo), alle trasmissioni televisive ed ai comizi è Giancarlo Cito a parlare, mai il figlio Mario. Nel 2009 presenta la sua lista alle provinciali schierandosi insieme alla coalizione che appoggia il candidato presidente Giuseppe Tarantino. La coalizione è composta da: At6 Lega D'azione Meridionale, Udc, Io Sud (di Adriana Poli Bortone), Lista Tarantino, Pensionati, Destra Sociale. L'esito delle elezioni ha visto al primo posto il candidato Domenico Rana per il centro destra, al secondo il candidato Gianni Florido per il centro sinistra, e Giuseppe Tarantino che arriva terzo. Nell'aprile del 2011 viene condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 5 anni e 6 mesi di carcere per il cosiddetto "caso Cervelli" (dal nome della ditta di trasporti costretta a pagare una tangente di 80 milioni di lire per il rinnovo di un appalto comunale). I fatti risalgono agli anni Novanta, periodo in cui il movimento politico di Giancarlo Cito governava la città di Taranto (La Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Taranto, 7 aprile 2011, pag. V). Grazie all'indulto ed alla possibilità di fruire dell'affidamento in prova al servizio sociale, l'ex-sindaco di Taranto eviterà il carcere. La parte lesa, in cambio del ritiro della costituzione di parte civile, è stata risarcita con 100.000 euro.

L’epilogo del 12 aprile 2012 è con l’ennesima condanna della Cassazione che gli ha procurato un malore. Secondo l’accusa, Cito avrebbe ottenuto una "mazzetta", mascherata da contratti pubblicitari stipulati con l’emittente televisiva Super 7, di 120 milioni di lire dal portavoce della Dirav, la multinazionale liberiana interessata al progetto del porto turistico. L’ex primo cittadino ed ex deputato, fondatore del movimento AT6-Lega d’Azione meridionale, ha già scontato una condanna a quattro anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. È stato anche condannato in via definitiva a cinque anni e mezzo di reclusione per tangenti incassate in cambio del rinnovo dell’appalto biennale alla ditta di traslochi "Cervelli" e, in un altro processo, a due anni di carcere per violenza privata, abuso d’ufficio e falso ideologico.

Quest’ultima vicenda riguarda la temporanea chiusura dello stadio comunale 'Erasmo Iacovonè, negato per un lungo periodo, nel 1997, al Taranto Calcio 1906 (società che militava nel campionato di serie C2) e concesso al Taranto 2000 (che disputava il torneo di Terza Categoria).

Dopo il malore è stato trasferito in carcere. Quattro anni di reclusione per concussione a Giancarlo Cito. Arriva il sigillo della Corte di Cassazione sul processo che ha visto imputato l’ex sindaco di Taranto per una storia di mazzette connesse al progetto che prevedeva la realizzazione di un porticciolo turistico a San Vito. Secondo "Taranto Buona Sera" i giudici della Cassazione hanno infatti respinto il ricorso proposto dai legali dell’ex deputato contro la condanna a quattro anni che gli era stata già inflitta dalla Corte di Appello il 27 aprile del 2010. Per Cito una tegola giudiziaria imponente che va a sommarsi all’altra condanna, già divenuta definitiva con il verdetto della Cassazione, per la querelle con l’ex dirigenza del Taranto calcio per l’utilizzo dello stadio Erasmo Iacovone. La vicenda giunta alla definizione affonda le radici a metà degli anni ‘90 quando At6 lega d’azione meridionale, il movimento fondato e guidato da Cito, aveva conquistato il Comune ed il suo vulcanico leader era accomodato sullo scranno più alto di Palazzo di Città. Tra i progetti al vaglio della giunta arrivò anche quello per la realizzazione del porticciolo turistico a San Vito. Al progetto era interessata una multinazionale, la Dirav International, che a Taranto era rappresentata dall’imprenditore Ildebrando De Franco. Fu proprio quest’ultimo ad innescare l’inchiesta sul balletto di mazzette con un esposto in procura. La vicenda finì all’attenzione dei pubblici ministeri Maurizio Carbone ed Antonio Costantini. L’indagine esplose con l’arresto di un imprenditore, accusato di aver fatto da tramite per il pagamento delle tangenti destinate all’ex sindaco per spianare la strada al progetto, e lo stesso Cito si salvò dal carcere in quanto nel frattempo era stato eletto deputato e quindi il provvedimento cautelare venne congelato in ragione delle garanzie riconosciute ai parlamentari. Cito che si è sempre professato innocente, già all’epoca a gran voce si difese davanti alle telecamere senza risparmiare attacchi al suo grande accusatore. Al termine della lunga attività di indagine gli altri imputati del procedimento definirono la loro posizione con i riti alternativi. Cito, invece, optò per il procedimento ordinario. In primo grado, il tribunale accolse le tesi della sua difesa e l’ex sindaco fu assolto perchè “il fatto non sussiste”. Quel verdetto non convinse affatto il pm Maurizio Carbone, che impugnò la sentenza. In appello arrivò la condanna a quattro anni che è stata confermata. Cito, è reduce da un grosso intervento chirurgico. Intanto Maurizio Carbone il 23 marzo 2012 diventerà il nuovo segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Che Giancarlo Cito debba pagare da solo le colpe di una città, oltretutto 20 anni dopo i fatti, merita l’onore delle armi, specialmente se a Taranto non è il peggiore, esclusa ogni forma di impunità. E l’onore lo rendo io, che né da Cito, né dalla sua televisione, ho avuto mai un attimo di attenzione. Perché Giancarlo Cito non è un personaggio senza arte né parte, ma è solo e semplicemente un vero tarantino. Condannato per concorso esterno di associazione mafiosa, che per la Cassazione è un reato che non esiste e che come reato ha colpito pochi soggetti (Giancarlo Cito come Bruno Contrada, ma evidentemente non come Marcello Dell'Utri). Evidentemente, quando si dice che è un vero tarantino e c'è chi si offende dell’accostamento: questi non è un tarantino o è un ipocrita.

A questi riporto dotti citazioni.

«…l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... » (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

Una volta un tal Leonardo Sciascia scrisse («I professionisti dell'antimafia» da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987) «... l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. ... chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno».

Che forse lo scrittore siciliano avesse visto lontano?

Precari e veleni, Taranto muore.

L’inchiesta di Michele Azzu su “L’Espresso”. Seicento operai senza futuro. E una fabbrica, l'Ilva, che continua a inquinare. Il risultato è una guerra senza fine tra chi vuole un lavoro e chi non vuole morire intossicato. E nemmeno Vendola riesce a venirne a capo.

«'A gueeerra, 'a gueeerra!» urlava il piccolo Giovanni per i vicoli di Taranto, mentre assieme agli amici lanciava sassi ai questurini. Era il 1963 e a Giovanni, il figlio del fornaio, pareva proprio di stare in guerra: da una parte i tarantini a protestare contro il taglio delle convenzioni mutalistiche, dall'altra la polizia a reprimere con forza la manifestazione. Se passate oggi nelle strade di quel quartiere antico che chiamano "L'isola", sembra proprio ci sia stata una guerra in quei palazzi mai ristrutturati che sembrano sventrati dalle bombe. E nonostante siano passati 50 anni - e Giovanni sia ora autore teatrale - a Taranto la guerra non è finita: da una parte gli operai Ilva che lottano per i contratti e per la sicurezza sul lavoro, dall'altra una gran parte della cittadinanza chiede la chiusura dello stabilimento per porre fine all'inquinamento.

E' una guerra fatta di solitudini.

Sono rimasti soli i 'somministrati' dell'Ilva, cioè i precari assunti tramite agenzia interinale: che per ben due volte - nel novembre 2010 e nel febbraio 2012 - hanno occupato il ponte davanti la fabbrica per ottenere l'assunzione. Ci sono i sindacalisti come Lorenzo Semeraro, cancellato d'ufficio dalla Fiom, lui che chiedeva la messa in sicurezza del tubificio: «Sei mesi prima era morto un ragazzo, schiacciato dai tubi», racconta. Solo è anche Saverio Farilla, operaio che si denuncia vittima di mobbing e che su Facebook minaccia: «Al prossimo rapporto disciplinare la mia vita finirà». Fuori dall'Ilva, invece, ci sono gli ambientalisti come Fabio Matacchiera, che è stato minacciato di morte: «Mi hanno mostrato la pistola all'uscita di casa», dice. «Taranto è una città che potrebbe essere bella come Taormina», spiega Marco che ha una piccola impresa e che pensa a trasferirsi altrove. Ma Taranto è anche una città devastata, con l'Ilva grande il doppio la città, e in mezzo a quei 12 comignoli di fumo che racchiudono l'orizzonte c'è ancora un gruppo di persone, sole, che combattono una guerra per la sopravvivenza.

Incontriamo Nico Leggieri e Vincenzo Collocolo, i due leader dei somministrati dell'Ilva, nel quartiere Tamburi, ai piedi dello stabilimento. Le case sono popolari, coi panni stesi fuori, e per la via principale il riferimento non è un campanile ma la ciminiera azzurra. «Ai cancelli abbiamo occupato il ponte per ben due volte - racconta Nico - l'ultima solo a febbraio». Nel novembre 2010 erano in venti sul ponte, al freddo, e portavano avanti uno sciopero della fame. I somministrati erano 600 in Ilva nel 2008, e come da accordo con i sindacati dovevano essere tutti regolarizzati entro due anni. Due anni dopo, invece, vengono tutti licenziati: «A quel punto decidemmo di occupare il ponte»,racconta Nico. Vendola fece un accordo con l'azienda: entro un anno i somministrati saranno assunti. Nico e Vincenzo sono stati sì assunti, ma a tempo determinato e in due ditte appaltatrici differenti, non all'Ilva stessa come nell'accordo firmato da Vendola. «Sto otto ore al giorno in un magazzino, a non fare nulla», spiega Leggieri, «solo, con la compagnia di due cani». Per i due giovani operai, che hanno figli piccoli, lo scopo dell'assunzione sarebbe stato allontanarli dal resto dei lavoratori: «A me dopo qualche tempo mi hanno chiamato in direzione della ditta dove lavoro ora», spiega Vincenzo, «per chiedermi spiegazioni. Dall'Ilva chiamavano spesso per sapere come mi comportavo», sostiene il lavoratore. Nel frattempo l'azienda ha assunto altri 140 somministrati, ex novo. Così i 'vecchi' operai somministrati, il 14 febbraio 2012 decidono di tornare sul ponte. Ancora al freddo, perchè l'accordo del 9 dicembre 2010 venga rispettato. «Mi ha chiamato la Fornero mentre stavo sul ponte», racconta Nico. «Aveva un tono molto serio e mi ha detto che la questione stava nelle mani di Vendola». Il governatore della Puglia arriva poco dopo e promette che in due settimane troverà una soluzione. «Stiamo inseguendo Vendola ad ogni incontro a Taranto e Bari. Gli stiamo col fiato sul collo».All'ultima visita i due operai sono riusciti ad incontrare il governatore, che ha assicurato una soluzione entro il 30 marzo.

Lorenzo Semeraro fino al 2008 ha lavorato all'Ilva, e lì dentro è rimasto per sette anni. «Ero Rsu Fiom, ma dopo aver scritto una lettera a Rinaldini dove dicevo che la Fiom a Taranto era troppo morbida, mi sono allontanato dal sindacato», racconta l'ex sindacalista. «Ho subìto tanti provvedimenti disciplinari all'Ilva, e mi hanno lasciato solo - continua - alla fine mi firmavo "Rsu libero"». Ha lottato, Lorenzo, per tante battaglie, alcune vinte e molte perse: «Ricordo l'ultima, bloccammo la produzione perchè si mettesse in sicurezza un tubificio dove i tubi non erano bloccati per bene». Solo sei mesi prima era morto un operaio di 26 anni, Domenico Occhinegro, schiacciato dai tubi. Poi la lettera a Rinaldini, e la cancellazione d'ufficio dalla Fiom: «Nessuno mi disse che non ero più in Fiom - dice Lorenzo - lo scoprii quando mi accorsi di non aver ricevuto le trattenute sindacali in busta paga». Così Lorenzo ha fatto il sindacalista gratis per alcuni mesi, poi non ce l'ha fatta più: «Ho accettato la mobilità e sono andato via. Vivere all'Ilva è stato massacrante, o ti pieghi o soffri. Non sono l'unico sindacalista finito male là dentro. Penso a Massimo Battista, che era il più 'pericoloso' dei delegati sindacali e ora è isolato da tutti».

All'Ilva, da otto anni, lavora anche Saverio Farilla, che per due volte ha fatto parlare di sè. Nel 2008, da responsabile della sicurezza nel reparto di sua competenza aveva addirittura chiamato la Digos in stabilimento, per accertare la persecuzione che denunciava nei suoi confronti da parte dei dirigenti aziendali. Saverio era stato carabiniere, poi aveva lavorato in un'agenzia di investigazione, e una volta entrato in Ilva era subito diventato caporeparto con mansioni di controllo sicurezza, poi rsu Fiom. Ma in fabbrica erano troppe, secondo lui, le misure di sicurezza regolarmente disattese. Anche lui come Lorenzo Semeraro inizia a protestare, e viene relegato in un reparto isolato. Saverio inizia a soffrire di attacchi di panico, cosa che non gli era mai successa prima. Dopo aver chiamato la Digos cade tutto nel dimenticatoio: in Italia il reato di mobbing non esiste. Ad oggi sono 24 i provvedimenti disciplinari in cui Saverio è incorso al lavoro, una media da record, per questo ai primi di marzo ha scritto sul suo profilo Facebook: «Al prossimo rapporto disciplinare la mia vita finirà per sempre (...) Spero che poi si parlerà di me per aiutare tanti altri lavoratori». Ora Saverio ha una causa in corso tramite l'Inail per il riconoscimento della malattia professionale.

Se la notte passerete nei paraggi dello stabilimento vedrete grandi volute di fumo rosso, sotto il cielo stellato. La fabbrica lavora anche di notte, e per gli ambientalisti come Fabio Matacchiera il buio potrebbe favorire l'assenza dei controlli alle emissioni, come sostiene in un video agli infrarossi del 2010, che gli è costato una querela. Matacchiera negli anni '80 è stato campione di nuoto, poi si è specializzato in riprese subacquee e ha collaborato a documentari per la Rai e Folco Quilici. Ora ha fondato la onlus "Fondo Antidiossina Taranto" che è stata fondamentale per la rilevazione delle diossine nelle cozze del mar piccolo: «Segnalammo che le cozze del fondale erano inquinate e fui sottoposto a una gogna mediatica», racconta, «ma cinque mesi dopo Asl e Arpa ci hanno dato ragione». Sono in fase di svolgimento al tribunale di Taranto le indagini preliminari al processo che accusa l'Ilva di inquinamento, con l'ausilio di una maxi perizia che per la prima volta individua le patologie derivanti dalle emissioni inquinanti: «Il Gip Todisco sta facendo chiarezza», commenta Matacchiera, «e per la perizia si è affidata a periti esterni alla provincia di Taranto». Ma come si coniugano le richieste sull'inquinamento con l'esigenza di lavoro? «Io sono in contatto con molti operai, che vivono in condizioni difficili... l'inquinamento è prima di tutto un loro problema. Dalle bonifiche ci sarebbe lavoro per tutti, se si facessero». Nell'attesa Matacchiera da diversi anni gira armato, dopo essere stato minacciato di morte. Da bonificare, a Taranto, ci sono prima di tutti gli animi esasperati.

Mentre altrove si ottiene giustizia, a Taranto (Foro dell'Ingiustizia) le denunce del dr Antonio Giangrande contro i poteri forti vengono sistematicamente tutte archiviate. Ma così non per le denunce presentate presso altri fori. Secondo la Corte di Cassazione con sentenza n.1584/2012 sono nulli i contratti d’investimento «My Way» e «For You» della ex Banca 121 sottoscritti fuori dai locali commerciali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza del 3 febbraio 2012. Furono proposti dalla Banca 121 - assorbita dal gruppo Monte Paschi di Siena - negli anni 2001 e 2002, a migliaia di cittadini che si accorsero solo in seguito di aver sottoscritto non dei piani di accumulo di capitale a basso rischio e con prospettive di guadagno illimitate, ma dei contratti di investimento ad alto rischio. Dopo le segnalazioni e l’avvio di un procedimento, anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha stabilito l’ingannevolezza delle informazioni fornite ai clienti. «Siamo soddisfatti di questa sentenza della Cassazione - dice Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", e presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie - perché abbiamo sempre sostenuto che si trattava di un inganno, checchè la pensassero i magistrati di Taranto. I risparmiatori venivano consigliati a sottoscrivere quei contratti pubblicizzati come prodotti di investimento anche ai fini previdenziali e con l’impegno della restituzione del capitale in qualsiasi momento. I cittadini prendevano soldi in prestito dalla banca per investire in strumenti speculativi e, se non si riuscivano a pagare perché il piano di finanziamento durava dai 15 ai 30 anni, veniva chiuso il mutuo, con una grossa penale. I titoli venivano svenduti e la differenza addebitata sul conto corrente gravato di spese e interessi anatocistici». Numerose sono state le condanne per la banca. «Lo squilibrio contrattuale derivante da quelle operazioni bancarie - si legge in una delle sentenze, di fine dicembre 2011, del Tribunale di Civitavecchia - è evidente e va ben oltre l’ordinarietà. Il contratto è vantaggioso per la banca che percepisce gli interessi sul finanziamento, lucra i compensi per la gestione delle risorse finanziarie nell’interesse del cliente, colloca titoli dalla stessa negoziati o in regime di conflitto di interessi, in quanto si tratta di titoli emessi da una società facente parte dello stesso gruppo, mentre è esclusa la possibilità per il cliente di effettuare operazioni di passaggio fondi, indispensabili in caso di turbolenze del mercato».

Il 4 YOU, come il gemello piano finanziario MY WAY, differente solo per la diversa composizione dei titoli acquistati, è una singolare forma di indebitamento, con tassi dal 6,15 ed il 6,99 %; non è un investimento ma un vero e proprio mutuo (che viene anche segnalato e registrato dalla Centrale Rischi e può impedire altri mutui come per l’acquisto della casa) per l’acquisto di titoli, tra cui titoli dalla stessa Banca, in evidente conflitto di interessi. Non solo. Si chiedeva anche al consumatore di tradurre un’oscura equazione economico-finanziaria per comprendere che il recesso è talmente costoso da essere impraticabile.

Tutta Italia ne parla. Ed è niente in confronto alle denunce che arrivano a Potenza, destinate ad un infausto destino, ossia lettera morta, senza che sia conseguita accusa di calunnia per i denuncianti, ma a Taranto si fa finta di niente. Anzi, si processa per diffamazione a mezzo stampa chi osa parlarne come Antonio Giangrande. Il diritto di cronaca e di critica, però pretende la sua soddisfazione: qualcuno deve pur informare il mondo su quello che succede a Taranto, definito Foro dell'Ingiustizia.

Sono stati sorpresi mentre si scambiavano una mazzetta di quattromila euro. Così sono stati presi, in flagranza di reato, il giudice Pietro Vella e l'avvocato Fabrizio Scarcella. I due sono stati arrestati il 13 marzo 2012 su ordine di cattura firmato dal gip del Tribunale di Potenza su richiesta della locale procura della Repubblica che è competente per i procedimenti a carico dei magistrati di Taranto. Vella e Scarcella, che operavano nel settore civile, portati nel carcere del capoluogo jonico devono rispondere di concussione. I carabinieri di Taranto che hanno indagato su delega della procura hanno sorpreso i due in flagranza di reato mentre si scambiavano una mazzetta di quattromila euro. La vicenda riguarda una presunta concussione ai danni di un imprenditore di Taranto titolare di una grossa stazione di servizio. L'uomo aveva un contenzioso con la compagnia petrolifera che minacciava di ritirargli il marchio. L'avvocato Scarcella avrebbe fatto avvicinare l'imprenditore da un suo collaboratore che lo avvisava di una prossima visita degli ispettori delle Entrate che lo avrebbero rovinato. L'emissario consigliava quindi di rivolgersi al legale che avrebbe risolto il problema. All'appuntamento con l'avvocato Scarcella l'imprenditore avrebbe ricevuto la proposta di una mazzetta di ottomila euro che il legale avrebbe diviso con il giudice Vella al quale toccava il compito di aggiustare il contenzioso con la compagnia petrolifera. L'imprenditore avrebbe finto di accettare l'accordo raccontando tutto ai suoi avvocati e ai carabinieri che avrebbero organizzato la trappola. Con una telecamera nascosta, il presunto concusso si sarebbe recato in mattinata nello studio dell'avvocato con la prima tranche della mazzetta di quattromila euro in banconote tutte precedentemente fotosegnalate. Per tutto il pomeriggio i carabinieri hanno pedinato l'avvocato che si è incontrato con il giudice al quale avrebbe consegnato la sua parte di banconote. A quel punto è scattata la trappola.

Secondo "Il Corriere della Sera" il giudice civile Piero Vella e l'avvocato Fabrizio Scarcella sono stati arrestati martedì sera del 13 marzo 2012 in flagranza di reato per corruzione in atti giudiziari. Tutto nasce dalla denuncia di un cliente dello stesso legale, il quale lo avrebbe convinto a passare con lui, affidandogli il fascicolo della causa che lo interessava, con la promessa che avrebbero avuto partita vinta in quanto sarebbe intervenuto sul giudice che avrebbe dovuto decidere. L'avvocato ha però chiesto al cliente 4mila euro. Questi prima è rimasto sorpreso, poi ha accettato la proposta ma si è recato dai carabinieri denunciando l'accaduto. L'avvocato aveva chiesto 8mila euro per intervenire favorevolmente in un processo, un sequestro patrimoniale, la cui sentenza era attesa per metà marzo. I soldi avrebbe dovuto girarli al magistrato investito del caso e ottenere così un giudizio favorevole per il suo cliente. Ma questi ha fatto finta di accettare e ha denunciato tutto ai Carabinieri che sono intervenuti ed arrestato, per corruzione in atti giudiziari, l'avvocato Fabrizio Scarcella e il giudice civile Pietro Vella, entrambi tarantini. Il cliente ha parlato con i Carabinieri i quali prima hanno tracciato le banconote (una prima tranche di 4mila euro) che l'uomo avrebbe dovuto consegnare all'avvocato, poi lo hanno dotato di una microcamera per filmare tutte le fasi dell'incontro. Due elementi, questi, che hanno incastrato l'avvocato, spianando la strada all'intervento dei Carabinieri che hanno anticipato l'incontro tra Scarcella e Vella in cui ci sarebbe dovuto essere il passaggio dei soldi. Sia Vella che Scarcella sono finiti in carcere. Le indagini sono della Procura di Potenza competente a indagare sui magistrati di Taranto.

Mazzette per aggiustare i processi, arrestati un giudice civile e un avvocato. Ottomila euro da dividere in due. Sono stati sorpresi mentre si dividevano i soldi del gestore di un distributore di benzina che rischiava di perdere la sua attività. L'uomo ha denunciato tutto ai carabinieri. Secondo "La Repubblica" pretendevano soldi cash per aggiustare un processo. Ma sono stati arrestati al termine di un pedinamento. In manette a Taranto un giudice e un avvocato. Sullo sfondo, una causa da sistemare e il titolare di una grossa stazione di servizio nei panni dell'onesto cittadino che finge di accettare il ricatto e invece denuncia tutto ai carabinieri. In carcere sono finiti il giudice Pietro Vella, in servizio nella sezione civile del tribunale ionico, e l'avvocato Fabrizio Scarcella. Il piccolo imprenditore era impelagato in una complessa vicenda in cui rischiava di perdere la stazione di servizio che è tutta la sua vita. Così l'avvocato gli ha spiegato che pagando tutto si poteva aggiustare. Per accontentare il giudice, servivano 8.000 euro. Metà subito, gli altri all'esito del giudizio. Lui ha finto di acconsentire, ma sin dal primo momento ha avvisato i carabinieri. Gli incontri per le trattative sono stati filmati e registrati. Ieri l'ultimo appuntamento con i soldi in mano. Il legale ha intascato i quattromila euro e poi si è dileguato con le banconote che erano state precedentemente fotocopiate. I militari, armati di telecamera, lo hanno pedinato tutto il giorno. Sino a quando, nel tardo pomeriggio avvocato e magistrato si sono incontrati. Al momento della consegna dei soldi le manette. Accusa pesante, secondo "La Gazzetta del Mezzogiorno", frutto della circostanziata denuncia di un imprenditore che, facendo finta di acconsentire alla richiesta del suo nuovo avvocato, Scarcella appunto, ha invece deciso di raccontare tutto ai Carabinieri, e di seguire passo passo i consigli degli inquirenti. Stando a quanto trapelato dal fitto riserbo caduto sulla vicenda, l'imprenditore aveva subìto un sequestro patrimoniale di rilievo – una stazione di servizio – e il prossimo 16 marzo attendeva di conoscere il suo destino economico, in quanto su quel sequestro doveva esprimersi proprio il giudice Vella. Nei giorni precedenti sarebbe stato avvicinato dall'avvocato Fabrizio Scarcella che gli avrebbe proposto di affidare a lui il mandato difensivo, facendo capire senza tanti giri di parole di essere stato mandato a parlare con lui proprio dal giudice Vella. L'imprenditore ha fatto finta di stare al gioco ma in realtà ha subito informato i Carabinieri che - dopo essersi coordinati con la Procura della Repubblica di Potenza, competente per i fatti riguardanti i magistrati in servizio a Taranto, e con il sostituto procuratore Mariano Buccoliero, di turno nel tribunale jonico - sono passati all'azione. Ieri mattina l'imprenditore si è presentato nello studio dell'avvocato con 4mila euro, che costituirebbe l’acconto sull'importo totale che sarebbe stato chiesto da Scarcella per «sistemare» la causa. Le banconote erano state debitamente fotocopiate dai Carabinieri, mentre l'imprenditore aveva indosso un registratore ed una telecamera con la quale ha ripreso l'incontro e la consegna dei soldi. Il pomeriggio i Carabinieri sono entrati in azione, anticipando l'incontro tra Scarcella e Vella nel quale ci doveva essere lo scambio del denaro. Spetterà al giudice per le indagini preliminari, probabilmente quello di turno a Potenza, decidere se convalidare o meno l'arresto del magistrato e del legale, difesi dagli avvocati Carlo Petrone, Luca Balistreri e Franco De Feis.

Ma il giudice non è nuovo agli altari della cronaca. Ruolino di marcia disastroso anche per Pietro Vella, giudice a Taranto. Le sue sentenze arrivavano dopo il periodo previsto: con 700-800 giorni di ritardo in 14 casi (in 12 dei quali superiore a due anni); 800-900 giorni dopo il tempo stabilito in 28 casi; con 900-1.000 giorni di troppo dopo in 28 casi. Vella ha addirittura infranto 47 volte il muro dei 1000 giorni; in 21 di questi 47 casi ha cincischiato più di tre anni e 5 volte ha indugiato più di quattro anni, con una punta massima di 1684 giorni. Per la sezione disciplinare del Csm si tratta di «ritardi pluriennali gravemente lesivi del generale interesse pubblico... sintomatici di negligenza e di insufficiente laboriosità, nonché di inadeguata capacità di organizzazione del lavoro giudiziario». Risultato: l’ammonimento !!!

Ma ci sono altri precedenti di arresti eccellenti. Il pubblico ministero di Taranto, Matteo Di Giorgio, è stato arrestato dai Carabinieri del Comando provinciale di Potenza con l’accusa di concussione. Di Giorgio è stato arrestato al termine di un’inchiesta avviata nel 2008. Secondo quanto è stato possibile apprendere, i Carabinieri hanno cominciato ad indagare dopo una serie di denunce presentate da cittadini che si ritenevano danneggiati dal magistrato. Le indagini hanno permesso di stabilire che Di Giorgio avrebbe compiuto atti contrari al suo ufficio e avrebbe ricevuto in cambio numerose utilità, ma non denaro. L'inchiesta è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Potenza, competente sui magistrati del Distretto della Corte di Appello di Lecce.

Che dire: siamo a Taranto.

Tutta la stampa e la tv ne parla....finalmente! A Taranto, per colpa dell'inquinamento, ci si ammala più di tumore di quanto su dovrebbe. Salgono il numero di malattie cardiovascolari per via del benzoapirene, prodotto quasi esclusivamente dall'Ilva. E sono segnalate anche anomalie nei tumori che colpiscono i bambini. Questi i risultati della perizia epidemiologica depositata dai tecnici esperti nominati dal gip di Taranto, Patrizia Todisco, davanti alla quale si è svolto l’incidente probatorio nell´inchiesta per disastro ambientale ai cinque vertici Ilva. L'indagine, affidata a tre specialisti, ha accertato l'esistenza di una possibile connessione tra le malattie, le morti causate da tumori e l'inquinamento prodotto dalle emissioni dagli impianti industriali dell'Ilva. E' la seconda parte della maxi-indagine: la prima, svolta dai chimici, ha già accertato la pericolosità delle sostanze inquinanti per la salute di lavoratori e cittadini di Taranto. Oltre 500 pagine per mettere nero su bianco che dall'Ilva di Taranto vengono emesse in atmosfera sostanze come diossine e Pcb, pericolose per i lavoratori e la popolazione. E' la prima verità sull'inquinamento a Taranto, dove è stata depositata la relazione dei periti chimici che costituisce la prima parte della maxi perizia sull'Ilva, disposta nell'ambito di un incidente probatorio, che dovrà accertare se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute umana nell'inchiesta al maxi colosso. I documenti sono ora al vaglio del gip Patrizia Todisco, che ha nominato gli esperti e disposto l'accertamento peritale durato oltre un anno. Ad essere indagati sono Emilio Riva, presidente dell'Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva presidente dell'Ilva dal 20 maggio 2010, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, capo area del reparto Agglomerato. Le accuse sono disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.

"L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte". E' quanto sostengono i periti Annibale Biggeri, docente ordinario all'università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, Maria Triassi, direttore di struttura complessa dell'area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell'azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, e Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia dell'Asl di Roma. I periti sono stati incaricati dal gip Todisco nell'ambito dell'incidente probatorio sull'llva chiesto dal procuratore capo Franco Sebastio, dall'aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. "Nei sette anni considerati, per Taranto nel suo complesso, si stimano 83 decessi attribuibili ai superamenti del limite Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la concentrazione annuale media di Pm10. Nei sette anni considerati per i quartieri Borgo e Tamburi - rilevano ancora i periti - si stimano 91 decessi attribuibili ai superamenti Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la concentrazione annuale media di PM10". E ancora nei sette anni considerati per Taranto "si stimano - sempre secondo la perizia - 193 ricoveri per malattie cardiache attribuibili ai superamenti del limite Oms di 20 microgrammi al metro cubo per la media annuale delle concentrazioni di Pm10 e 455 ricoveri per malattie respiratorie". Le emissioni dello stabilimento Ilva causano malattie e 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto. È quanto hanno stabilito i medici nominati dal gip Patrizia Todisco nella perizia epidemiologica per comprendere lo stato di salute dei tarantini in relazione agli inquinanti emessi dallo stabilimento siderurgico. Nelle 282 pagine che compongono il documento depositato, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, hanno risposto ai tre quesiti posti dal giudice. Su richiesta del pool di inquirenti, il gip ha infatti chiesto ai tre esperti di individuare le patologie derivanti dall’esposizione agli inquinati emessi dallo stabilimento industriale, il numero dei morti e degli ammalati attribuibili all’inquinamento prodotto dagli impianti di proprietà del gruppo Riva. A Taranto, secondo i periti, tra il 2004 e il 2010 vi sarebbero stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica. “L’analisi per i quartieri Borgo e Tamburi – scrivono i periti – mostra che, nonostante la ridotta numerosità, una forte associazione tra inquinamento dell’aria ed eventi sanitari è osservabile e documentabile solo per questa popolazione”. Ironia della sorte però, il record per i decessi e ricoveri per malattie croniche spetta al quartiere Paolo VI, il rione costruito proprio per ospitare, dopo la nascita del polo siderurgico negli anni ’60, i nuovi cittadini di Taranto: coloro cioè che dalle campagne della provincia si trasferirono in città per diventare operai. A Paolo VI, infatti, vi è una percentuale maggiore rispetto alla media complessiva della città e i decessi dovuti a malattie dell’apparato respiratorio sono addirittura superiori del 64%. Ma non è solo la lunga esposizione a creare danni secondo i periti. Nei bambini e negli adolescenti fino a 14 anni, i periti hanno infatti accertato “un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie” e un’elevata presenza di tumori in età pediatrica. La situazione peggiore è quella che riguarda gli ex operai dello stabilimento siderurgico. L’analisi “dei lavoratori che hanno prestato servizio presso l’impianto siderurgico negli anni ’70-’90 – allora Italsider acquisita Gruppo Riva nel 1995 e denominata Ilva, ndr – con la qualifica di operaio ha mostrato un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%). Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie”. Dopo la prima relazione sulle condizioni ambientali della città, questo nuovo documento, contribuisce a fare chiarezza sui danni causati dalle emissioni inquinanti.

TARANTO: CULLA DELLA CULTURA SOCIO MAFIOSA

Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati di Taranto ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati di Taranto. La notizia pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.

Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».

Un fiume in piena ben oltre gli argini consentiti ad un rappresentante istituzionale le parole rilasciate dal sindaco Stefàno durante una intervista alla emittente locale TeleRama, riportate da “Taranto Sera”. del 15 ottobre 2011. Pesantissime le accuse al Pd, il partito che con i suoi consiglieri comunali gli ha finora garantito la sopravvivenza politica al Comune ed i cui esponenti siedono in giunta al suo fianco. Fatti che evidentemente non sono bastati al primo cittadino, parecchio nervoso, punto sul vivo, evidentemente, quando l’intervistatrice gli ha chiesto delle elezioni primarie, invocate solo poche ore prima dai due principali candidati alla segreteria provinciale del partito, Ressa e Parisi, bollate dallo stesso sindaco come “strumento torbido”.

Ma sentite le parole precise che TarantoSera ha trascritto dall’intervista a TeleRama.

«Non abbiamo fiducia nelle primarie fatte dal Pd».

Sindaco, ma questo bagno di umiltà se lo fa o no? (Si riferisce alle dichiarazioni di Ressa di poche ore prima). «Guardi, non è un problema di bagno di umiltà. Il problema è che non abbiamo fiducia nelle primarie fatte dal Pd, punto. Lo ha dimostrato Napoli dove è entrata la camorra. Lo sospettiamo, perchè tutti sanno di alcuni voti che sono stati acquistati nella nostra città, quindi invece il bagno d’umiltà è quello di non fare le analisi in famiglia ma di esporsi al giudizio di tutti i cittadini. Noi vogliamo sottoporli al giudizio dei tarantini. Le primarie in questo caso a Taranto sono uno strumento torbido, lo ha detto la Magistratura che ha aperto un’inchiesta sui voti di scambio. Io ti dico che ti posso fare nome, cognome, indirizzo, promesse fatte che non sono state mantenute, l’ha detto la Magistratura che hanno venduto i voti. Io non mi vado a misurare in una fogna, mi vado a misurare a cielo aperto. Quando hanno avuto le botte perchè hanno fatto le promesse e non le hanno mantenute. Vuoi che ti faccio un elenco e te lo dico quali sono?»

Hanno avuto le botte? «Certo, leggi i giornali e vedrai, leggi i giornali e vedrai, leggi i giornali di Taranto e vedrai chi ha avuto botte perchè ha fatto promesse elettorali. Voglio parlare dei problemi della città, io non li penso proprio. Non li penso proprio. Non li penso proprio. Ci misureremo alle votazioni, qual è il problema? Ma perchè devono fare gli esami fatti in casa? E’ come gli esami fatti a porta chiusa, quando il professore poi mette le mani addosso alle studentesse, invece gli esami si fanno in aula, così non noi gli esami li facciamo alla luce aperta, quando voteranno i cittadini che vengono in sedia a rotelle perchè credono nella democrazia, non quelli che vanno perchè hanno ottenuto le promesse».

Veniamo al dunque: è la prima volta nella storia planetaria che un sindaco dichiara papale, papale, che un partito con cui divide la gestione amministrativa prende i voti dalla camorra e che mai e poi mai può fare con esso le primarie.

Ma non è tutto. Lo stesso presidente del Consiglio comunale, avv. Gina Lupo (UDEUR), il 17 novembre 2011 abbandonando l’aula e facendo venire meno il numero legale si lascia andare ad un libero sfogo ai microfoni di TeleRama. L’intervista infuocata ripresa dall’emittente salentina riporta: «Da parte della maggioranza (Giunta Ippazio Stefano - sinistra) ci sono atteggiamenti mafiosi nei confronti della sottoscritta. Consiglieri della maggioranza mi hanno minacciato, addirittura dicendomi “ci vediamo dopo”!»

Ma non è finita qui. Il sindaco di Taranto indagato per agevolazione di associazione mafiosa. Notizia riportata da Mimmo Mazza sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Abuso d’ufficio aggravato dall’agevolazione dell’associazione mafiosa. È il reato ipotizzato dalla Direzione investigativa antimafia di Lecce nei confronti del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, 66 anni, iscritto nel registro degli indagati a seguito delle dichiarazioni rese da Mario Babuscio, aspirante collaboratore di giustizia, in un interrogatorio svoltosi nel capoluogo salentino il 19 novembre del 2010 dinanzi al sostituto procuratore Lino Giorgio Bruno. La posizione di Stefàno è stata poi stralciata lo scorso 8 settembre 2011 con un provvedimento, accluso agli atti depositati in cancelleria nell’ambito dell’incidente probatorio che vedrà protagonista lo stesso Babuscio l'11 gennaio, del quale fanno parte il verbale dell’aspirante collaboratore di giustizia e tre informative redatte dagli agenti della Squadra Mobile di Taranto. Il 53enne Mario Babuscio è stato condannato a un anno e 4 mesi con il rito abbreviato nell’ambito del procedimento scaturito dal blitz antimafia denominato «Scarface» che nell’ottobre del 2010 lo fece finire in carcere.

La Dda di Lecce ha chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini preliminari Antonia Martalò un incidente probatorio per acquisire le dichiarazioni di Babuscio. Il suo racconto ha portato all’apertura di diversi fascicoli di inchiesta, uno dei quali, riguarda il sindaco di Taranto per episodi relativi al 2008. Il rapporto con il sindaco Stefàno viene a galla, nell’interrogatorio del 19 novembre del 2010, quando il dottor Bruno chiede a Babuscio conto del suo interessamento, per conto del boss Cataldo Ricciardi, riguardo la gestione del bar dell’ospedale «Santissima Annunziata». Dall’attività d’indagine compiuta dagli agenti della Squadra Mobile, è emerso che l’esercizio era formalmente gestito da una società tarantina partecipata da Francesco Presicci, arrestato come Babuscio nell’ambito del blitz «Scarface». I sopralluoghi della polizia avevano consentito di accertare che nella gestione del bar si alternavano la convivente di Mario Babuscio, con Anna Guarella e le due donne, insieme allo stesso Babuscio, provvedevano ad intrattenere anche i rapporti con i fornitori. Ricciardi torna alla carica nel 2007 quando viene creata una società «Nuovo Bar padiglione Vinci srl», con unico socio Francesco Ricciardi, figlio di Cataldo, alla quale la società di Presicci ha poi ceduto in fitto il bar. Due anni fa – il 15 ottobre 2009 – è stato stipulato tra l’Asl e la società di Ricciardi un contratto della durata di 9 anni mentre lo scorso 8 maggio la Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati Gaetano Vitale e Domenico Di Terlizzi, ha annullato il sequestro dei beni nei confronti dei Ricciardi, eseguito nell’ambito del blitz «Scarface», quando i finanzieri i sigilli al bar ubicato all’interno del padiglione Vinci. Ma ecco uno stralcio del verbale di interrogatorio.

BABUSCIO: Io i contatti ce li avevo frequentemente da solo, andavo a Palazzo di città, mi incontravo alle 8 e mezzo di mattina, perché so l’orario quand’è che arriva, andavo sopra e gli esponevo qualche problema, tra i quali il problema che ci aveva il bar dell’ospedale, che io andavo e gli dicevo….e lui mi disse una volta…sono andato io e la Guarella.

BRUNO: Ma il sindaco sapeva che la Guarella era la moglie di Cataldo Ricciardi?

BABUSCIO: No, non lo sapeva. (…) Quei contatti che si sono stati più frequenti con il sindaco erano proprio per far passare questa società da Presicci, diciamo che si doveva fare questa cessione di azienda e c’era da mettere a posto…

BRUNO: Ma le risulta che in qualche modo sia stato agevolato dal sindaco questo trasferimento? Perché quella era una competenza dell’Asl più che del sindaco.

BABUSCIO: il sindaco dice: “Va bene, rivolgetevi a tizio e digli che ti ho mandato io”.

L’iscrizione nel registro degli indagati del primo cittadino va considerata un atto dovuto, praticamente inevitabile dopo le dichiarazioni fatte da Babuscio. Spetterà alla Dda di Lecce, ed in particolare al sostituto Alessio Coccioli a cui sono passati i fascicoli del dottor Bruno dopo il suo trasferimento alla Procura di Bari, valutare se e come proseguire l’azione penale nei confronti del sindaco.

Alessio Coccioli, già magistrato a Taranto prima di essere trasferito a Lecce, è colui che ha denunciato il dr Antonio Giangrande, presidente dell’associazione Contro Tutte le Mafie, per diffamazione a mezzo stampa. Non è seguita condanna. Antonio Giangrande denunciato senza colpa perché la Gazzetta del Sud Africa ha pubblicato un articolo riguardante il modo in cui il Coccioli svolge le indagini. Il giornale ha pubblicato le motivazioni di una richiesta di archiviazione presentata dal Coccioli, poi accolta dal GIP di Taranto. Nelle motivazioni il Coccioli dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore che, contestualmente, a Manduria era il responsabile del procedimento concorsuale. Lo stesso Coccioli nelle motivazioni riteneva, altresì, che fosse regolare che all’ufficio Protocollo del Comune di Manduria non si rilasciasse ricevuta degli atti consegnati. Ritenuto regolare dal PM e avallato dal fatto che, a suo dire e secondo anche le risultanze delle indagini dei carabinieri di Manduria, non vi fossero altri a lamentarsi della prassi comunale, se non il denunciante che non ha trovato traccia del materiale consegnato.

E meno male che a Taranto tutti, compresa la magistratura, additavano Cito come lo fonte di tutte le mafiosità.

A Taranto succede anche questo. «Ho già fatto sapere che d’ora in avanti mi rifiuterò di fare Consigli comunali in seconda convocazione». Un fulmine a ciel sereno per chi pensava di “tirare a campare” contando sul trucchetto della “convocazione d’urgenza”. Il presidente del Consiglio comunale Gina Lupo, come suo costume, non le manda di certo a dire ed anzi lo dice a Fabio Mancini su "Taranto Sera", e blocca ogni tentativo di usare per l’ennesima volta lo stratagemma che garantisce di abbassare l’asticella del numero legale. Si perché,  abbiamo assistito ad un trucchetto degno del migliore dei prestigiatori. Che Stefàno, ormai da tempo, non avesse o quasi i numeri per governare è persino anacronistico dirlo, ma che il presidente del Consiglio metta fine alla pratica (fuorilegge, secondo qualche consigliere d’opposizione) della “seconda convocazione” è una notizia pessima per chi pensava di approvare in questo modo norme di estrema importanza per il futuro della città. Ma in che cosa consiste il trucchetto? Il Consiglio viene convocato con i crismi dell’urgenza. In questa maniera, nel caso di “seduta deserta” in prima convocazione è possibile svolgere la seduta in seconda convocazione con un abbassamento del numero legale da 21 a 13. In questo modo la maggioranza, che ha numeri risicati, avrebbe la possibilità di approvare provvedimenti di estrema importanza come i debiti fuori bilancio. Una pratica che definire poco ortodossa è poca cosa. Forse per questo il presidente del Consiglio ha deciso di dire basta. «Mi rifiuto di fare Consigli comunali in seconda convocazione. Qualcuno – spiega Gina Lupo – sarebbe felice di usare sistematicamente questo escamotage, ma ho già fatto sapere che sono contraria a questa pratica».

Tutto questo e ben altro, però, a Taranto accade nella più totale omertà mediatica.

Sui giornali si legge "Dopo quelle di Bari e Lecce, adesso a tremare sono le Asl di Taranto e della Bat. Due filoni della maxi inchiesta sulla sanità (che comprende anche il capitolo escort e Finmeccanica) condotta dai pm della Procura di Bari, Ciro Angelillis ed Eugenia Pontassuglia, sono rimasti ancora aperti e puntano i riflettori proprio le due aziende sanitarie pugliesi. Entrambe le indagini riguardano presunti illeciti che sarebbero stati compiuti durante le gare di appalto bandite in alcuni ospedali delle due province pugliesi. Occhi puntati anche sulle forniture di attrezzature e dispositivi medici, in sostanza il «modello Tarantini», così come è stato ribattezzato, sarebbe stato riproposto, oltre che a Bari e Lecce dove le inchieste sono state chiuse e hanno portato a diversi arresti, anche nella sesta provincia e nel Tarantino. Complessivamente gli indagati dovrebbero essere una decina, ma con un distinguo: se l’indagine sulla Asl Bat risulta essere ancora in corso, per quanto riguarda Taranto gli accertamenti degli inquirenti sarebbero conclusi da diverse settimane."

Ma gli scandali, le truffe, le inchieste giudiziarie a Taranto non sono una novità. A tal proposito però non ci dimentichiamo l’inchiesta di “Report” trasmessa su Rai tre. Il programma di giornalismo di inchiesta REPORT, in onda sulla emittente televisiva di RAI 3, nella puntata andata in onda il 20 maggio 2007, dal titolo "Gli Intoccabili" si è occupata quasi globalmente degli scandali avvenuti a Taranto: dalla Asl agli stipendi d'oro del Comune, passando per il dissesto e l'arsenale.

E Adesso andiamo a Taranto in un luogo vietato ai non addetti: cioè all'arsenale militare.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Suona la sirena delle sette e trenta. Entrano nell'arsenale militare di Taranto i circa 2200 dipendenti del ministero della difesa, di questi 1300 sono operai addetti alla manutenzione delle navi.

UOMO 1

Sono intorno ai 1300 lavoratori pubblici che non fanno niente insomma la stragrande maggioranza non fa niente.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

È la denuncia di un operaio di una ditta privata che lavora in appalto all'interno dell'arsenale. Sostiene che i 400 addetti esterni hanno svolto per anni il lavoro al posto dei 1300 interni, gli statali.

UOMO 1

Mentre noi siamo un po' schiacciati da noi si lavora, si lavora tanto, anche in condizioni un po' disumane.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Questo documento mostra l'attività interna dell'arsenale proprio in quell'area dove gli operai statali dovrebbero fare le manutenzioni. Le numerose auto parcheggiate fuori dalle office fa pensare che siano già tutti al lavoro. Questa è l'officina congegnatori, si dovrebbero fare lavori di meccanica. C'è un operaio fuori. Dentro dovrebbero lavorare 50 addetti, ma non c'è nessuno. I Macchinari sono fermi, in stato di abbandono. Questa è la fonderia, non viene utilizzata da anni. C'è un addetto, e ha le mani in tasca. Questa è l'officina motori: deserta. Anche nell'officina tubisti non c'è nessuno. Questa è la carpenteria. Ancora una volta strutture fatiscenti e costosissimi macchinari inutilizzati. I dipendenti vivono alla luce del sole la loro inoperosa condizione, convinti che nessuno li possa vedere dentro quella città militare protetta dalle mura.

UOMO FUORI CAMPO

Beh passano il tempo così, andando per l'arsenale, chiacchierando o almeno in certe ore poi diciamo negli orari pomeridiani vanno anche addirittura a riposarsi, insomma, oppure si fanno la partita a carte, si passa un po' il tempo.

SABRINA GIANNINI

Ma loro non si lamentano del fatto che venissero dati i lavori fuori, cioè a gente di fuori i lavori che avrebbero dovuto fare loro?

UOMO FUORI CAMPO

Beh questo gli ha fatto sempre comodo perché poi la maggior parte di questi adesso hanno la doppia attività di fuori no!

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Per esempio un operaio che la mattina anziché stare in arsenale lavora in un negozio di un parente e quando arrivo sta etichettando la merce.

SABRINA GIANNINI

Cercavo l'uomo che lavora nell'arsenale chi è?

UOMO 2

Io non lavoro qua.

SABRINA GIANNINI

No stava lavorando.

UOMO 2

No non stavo lavorando!

SABRINA GIANNINI

No stava lavorando!

UOMO 2

No sto dando una mano così se passo..

SABRINA GIANNINI

Ma è lei o no?

UOMO 2

No non sono io.

SABRINA GIANNINI

E' quello che lavora all'arsenale?

UOMO 2

No.

SABRINA GIANNINI

No è lei?

UOMO 2

No.

SABRINA GIANNINI

No perché siccome mi avevano detto che lei esce dall'arsenale quando dovrebbe lavorare.

UOMO 2

Chi glielo ha detto?

SABRINA GIANNINI

Non importa che me lo ha detto, però è vero evidentemente?

UOMO 2

No, non è vero.

SABRINA GIANNINI

Permesso, malattia?

UOMO 2

No.

SABRINA GIANNINI

No.

UOMO 2

L'hanno informata male sa!

SABRINA GIANNINI

Sì?

UOMO 2

Sicuramente, tranquilla.

SABRINA GIANNINI

Mi sembra che funziona così.

UOMO 2

Io non lo so che cosa dove mira o che cosa vuole mirare.

SABRINA GIANNINI

No, io voglio capire perché non vi fanno lavorare?

UOMO 2

Chi non mi fa lavorare?

SABRINA GIANNINI

I vostri capi là, no vi fanno lavorare, perché non vi fa fare i lavori dentro? E' chiaro che poi uno esce.

UOMO NEGOZIO

Se lei ha avuto queste notizie, anziché venire lei come giornalista, dentro ci sarà qualcuno addetto ai controlli.

UOMO 2

Innanzi tutto non mi faccia veder perché mi precipiti.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Se non lavora all'arsenale perché ha paura che io "lo precipiti".

SABRINA GIANNINI

Invece i sindacati che rappresentato i presidenti di base o i sindacati in generale che cosa dicono?

UOMO 1

Hanno sempre un po' coperto questa situazione. Però ormai questa rivendicazione per fare in modo che le lavorazioni le facessero loro, non c'è mai stato questo, anzi secondo me era una questione che faceva pure comodo, tanto loro erano degli statali, lo stipendio lo prendevano ugualmente.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Da una parte i dipendenti di piccole aziende private, tutte con meno di 15 operai, quindi con poche garanzie e tutele. Dall'altra gli ipergarantiti, ma capaci anche di slanci di solidarietà verso i meno fortunati.

UOMO 1

Dicevano che dovete dire grazie a noi che non lavoriamo perché voi lavorate, perché se lavoriamo noi, voi rimanete senza lavoro, dovete andar via.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Si può capire il tornaconto dei dipendenti statali, perché lavorare stanca. Si può capire il tornaconto dei sindacati che qui inseguono tessere e il consenso. Non si capisce quale sia il tornaconto del direttore. Che interesse avrebbe l'ammiraglio a lasciare con le mani in mano i suoi dipendenti e le attrezzature a invecchiare, sprecando denaro pubblico? Un evidente tornaconto l'avrebbero avuto gli imprenditori delle ditte esterne, che grazie a questa situazione si sarebbero presi, per anni, appalti per milioni di euro.

UOMO 1

Ci sono 15 gruisti là dentro, che stanno lì senza fare niente, passano l'intera giornata a giocare a carte. Vedi le gru sono quelle, sono le tre altre lì, sono tutte quelle bianche e rosse, uno, due e tre, sono tutte ferme vedi non lavora nessuno.

SABRINA GIANNINI

E quando c'è da fare un lavoro le usano o no?

UOMO 1

No, a parte che non vogliono salire là sopra i gruisti.

SABRINA GIANNINI

I gruisti che sono dipendenti statali?

UOMO 1

I dipendenti statali. Dicono che gli gira la testa, poi non sono a norma.

SABRINA GIANNINI

E se c'è un lavoro dove serve la gru chi lo fa?

UOMO 1

Gli autogrù la ditta privata. Ci sono queste autogrù private, dei camion.

SABRINA GIANNINI

E vengono pagate le ditte per far questo?

UOMO 1

Adesso le pagheranno in nero mi dicevano, 800 euro.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Come tutte le mattine un auto blu attende il vicedirettore dell'arsenale. Esce da casa. Sale in auto. Svolta l'angolo. E l'arsenale è lì davanti, a duecento metri. Avrebbe fatto prima a piedi. Lo stato al servizio del servitore dello stato. Come da copione.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Ma il ministero della Difesa lo sa che là dentro 1300 operai sarebbero addetti alla manutenzione delle navi, e i lavori li fanno le ditte esterne? Pare che andasse bene a tutti almeno fino a 18 mesi fa quando un provvedimento di un magistrato ha autorizzato un ispettore del lavoro a effettuare dei controlli. L'area è stata messa sotto sequestro. Il problema degli apparati militari esiste perché esplodono di personale ma sembra che ci sia da fare proprio poco.

Cosa succede invece quando un funzionario pubblico viene rinviato a giudizio ? Il comune di Taranto è stato spolpato, è fallito. Nell'attesa dei tempi giudiziari dove stanno i responsabili?

ALDO PETRUCCI - Procuratore generale Taranto

Ho coniato questa definizione per le vicende del comune di Taranto: la realtà supera l'immaginazione.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Nella sede comunale di via Plinio 23 impiegati lavoravano molto altroché i fannulloni. Per far quadrare i conti facevano straordinari su straordinari finché un bel giorno.

TGR PUGLIA

"una ventina di arresti a Taranto per gli emolumenti gonfiati a favore dei dipendenti comunali".

ALDO PETRUCCI - Procuratore generale Taranto

Peculato, truffa aggravata, associazione a delinquere.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Secondo la procura i dipendenti coinvolti nella vicenda giudiziaria si sarebbero gonfiati illecitamente le buste paga fino a 20,40,100 mila euro al mese, aggiungendo varie voci di straordinario.

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

Avrebbero dovuto avere delle capacità soprannaturali, insomma, per poter far fronte a questa mole di lavoro. Praticamente partecipavano contestualmente sia a progetti sia a commissioni, sia a straordinario. Una giornata avrebbe dovuto essere minimo di 48 ore.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

48 ore al giorno e per 5 anni, in via Plinio non si usava timbrare il cartellino, i marcatempo sono stati acquistati soltanto dopo lo scandalo. Erano i dirigenti a segnare le ore su un foglio presenza, attestando che i dipendenti partecipavano a commissioni e a progetti obiettivo.

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

Un progetto fatto per la raccolta e la numerazione delle fatture, destinato al comune. Questo è un compito ordinario della direzione risorse finanziarie.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Ma è bastato farlo diventare straordinario e i ragionieri si sono spartiti 26 mila e 500 euro. Progetti obiettivo ne sono stati fatti almeno 122.

ALDO PETRUCCI - Procuratore generale Taranto

Per le casse comunali oltre 5 milioni di euro.

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

Lo stipendio base è 1747.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Aggiungendo la parola magica progetto sono comparsi 50 mila euro, in un solo mese. Dal 2001 al 2005 questo dirigente si è guadagnato 600 mila euro grazie ai progetti. Quest'altro 500 mila. Facevano tutti parte della direzione Risorse finanziarie del personale.

ALDO PETRUCCI - Procuratore generale Taranto

Loro avevano il rubinetto della spesa, quella direzione ha il rubinetto della spesa, per cui attingevano nei capitoli di bilancio che prevedevano interventi in favore di altri settori delle vita amministrativa.

SABRINA GIANNINI

Gli altri settori non si sono accorti?

ALDO PETRUCCI - Procuratore generale Taranto

Accorti o no nessuno ha protestato.

UOMO TARANTO 1

Vuole sapere un detto tarantino: "Lontano un palmo da me tutto può succedere".

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Le indagini hanno chiarito che gli assessori non verificavano le determine di spesa firmate dai dirigenti, ma i politici sapevano. Nel corso delle perquisizioni è stato trovato in un cassetto il rapporto del 2001 redatto dagli ispettori del ministero dell'economia dove si segnalavano irregolarità nella gestione delle finanze. Ma per cinque anni e mezzo il sindaco Rossana Di Bello eletta in modo plebiscitario per due tornate elettorali, non ha fatto correttivi. Si è dimessa il giorno dopo aver ricevuto la condanna per la gestione degli appalti dell'inceneritore a febbraio dello scorso anno, lasciando nelle mani del commissario inviato dal governo un comune in bancarotta.

TOMMASO BLONDA - Commissario del Governo

Il lunedì cominciare una settimana con quest'incubo dei soldi che mancavano, di questi poveracci che stavano qui senza stipendio, due mesi senza stipendio! Due mesi! E' troppo!

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Taranto da un estremo all'altro. Nel giro di poche settimane i suoi dipendenti comunali sono passati dal record dei più pagati in Italia al record dei meno pagati. La grande abbuffata era finita per tutti, anche per gli onesti. I 23 arrestati che si sono mangiati 5 milioni di euro non possono rappresentare gli altri 1300, ma la spartizione pare fosse più allargata e non solo ai piani alti di via Plinio. All'appello mancano infatti almeno 20 forse 30 milioni di euro, elargiti come salario accessorio ma presi illecitamente da altri fondi.

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

Noi praticamente quando le dobbiamo analizzare le prendiamo da giù le portiamo qua, le analizziamo e le riportiamo in archivio.

SABRINA GIANNINI

In tutto quante sono le buste paga?

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

85.000.

SABRINA GIANNINI

Ne guardate una ad una?

GIOVANNI MONACO - Guardia di Finanza Taranto

Certo. Voce per voce.

SABRINA GIANNINI

Uno dei suoi primi atti è stato quello di bloccare questi di progetti quindi di avere contro quasi tutti i dipendenti.

TOMMASO BLONDA - Commissario del Governo

E' quello che è stato difficile, fermare questo dissanguamento della finanza pubblica attraverso questa diffusione pratica del progetto.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

E adesso che non c'è più trippa per gatti in 100 chiedono di andare in pensione tra questi quattro degli indagati.

UOMO GUARDIA DI FINANZA

C'è il rischio che lo stato gli debba dare anche una pensione quindi un vitalizio per tutti gli anni a venire basata sull'entità dei compensi accessori che finora hanno percepito. E quindi avendo quegli importi mediamente di 20/30 mila euro al mese, lascio immaginare a tutti l'entità della pensione che questi in linea potenziale potrebbero percepire.

SABRINA GIANNINI

Il fatto che avessero chiesto la pensione, l'avevano chiesta prima delle indagini?

COSIMA DI STANI - Subcommissario del Governo

No, no dopo.

SABRINA GIANNINI

Qui ci hanno provato ad andare in pensione sperando che voi non interveniste no?

COSIMA DI STANI - Subcommissario del Governo

Per cui a queste persone è stato consentito di poter andare in pensione ma non è stata versata o quindi non è stata calcolata sulla busta, sul pagamento della pensione la quota riferibile agli stipendi loro.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Riepilogando i 23 contabili vengono arrestati a luglio, quando scadono i termini di custodia cautelare gli indagati riprendono servizio a parte 8 dirigenti.

COSIMA DI STANI - Subcommissario del Governo

Questi sapevano che il comune stava sull'orlo del dissesto e con tutto ciò hanno continuato a prendere i soldi.

UOMO TARANTO 2

Il commissario di cui tutti parlano male almeno ha avuto il coraggio di dire "Non dovete ritornare a lavorare almeno fino a quando ci sto io".

COSIMA DI STANI - Subcommissario del Governo

Erano proprio come dire gli ideatori dei progetti obiettivo.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

La subcommissario li ha sospesi lasciandoli vivere con l'assegno familiare di 700 euro al mese. I sospesi hanno fatto ricorso in tribunale per rientrare al lavoro. Uno si è persino lamentato per la mancanza dello stipendio. Il giudice ne respinge il ricorso, gli ha ricordato che aveva guadagnato in due anni 230 mila euro.

UOMO TARANTO 2

Com'è possibile che un funzionario di un'amministrazione comunale quindi non è un politico, è una persona che io pago attraverso le mie tasse, si possa prendere tutti questi soldi di superstipendi, va bene, e non viene licenziato nel momento in cui viene e io quando lavoravo all'Ilva, avessi rubato un cacciavite mi avrebbero già licenziato. Mistero perché queste persone.. che cosa bisogna fare la rivoluzione per ottenere ciò che è normale?

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Bisognerebbe cambiare la legge che oggi non consente di licenziare un dipendente pubblico se nei suoi confronti è stato aperto un procedimento giudiziario, si deve aspettare che la lenta macchina della giustizia finisca il suo corso. Per i lavoratori del privato la musica è un'altra. Qui siamo nel tribunale di Milano, è appena terminata l'udienza che vedi imputati alcuni dipendenti delle poste di Peschiera Borgomeo. Aprivano le buste rubando il contenuto sotto gli occhi delle telecamere nascoste. Poste Italiane spa ha potuto recapitare ad ognuno di loro una lettera di licenziamento, non hanno avuto una condanna ma sono stati espulsi lo stesso. All'azienda non conviene compromettere la propria immagine per tutelare venti ladruncoli preferisce rischiare un eventuale risarcimento in caso di loro assoluzione. La pubblica amministrazione che può licenziare soltanto davanti ad una condanna, può però utilizzare la sospensione cautelare, come a Taranto, ma non sembra molto applicata. Perfino nella scuola di fronte ai rinvii a giudizio per reati gravi quando il ministro Fioroni se ne è accorto ha inviato una circolare ai dirigenti rinfrescando loro la memoria.

GIUSEPPE FIORONI - Ministro dell'Istruzione

Oggi c'è una norma che sui reati di abusi sessuali, pedofilia e quant'altro c'è la decadenza immediata del servizio come ha richiamato una circolare per far applicare.

SABRINA GIANNINI

Quindi lei ha chiesto ai dirigenti qualora ci fossero questi casi in sospensione cautelare.

COSIMA DI STANI - Subcommissario del Governo

Il rientro in servizio è la regola. L'eccezione è appunto la valutazione in termini discrezionali dell'opportunità o meno di far rientrare il dipendente.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Infatti non vi è obbligo ma discrezione nell'allontanare un inquisito e a discrezione si sceglie quasi sempre di lasciarlo sul posto. Basta restare a Taranto per avere un esempio.

SABRINA GIANNINI

Il peso che un dirigente di una asl che ha più dirigenti inquisiti in assoluto?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Statisticamente non so le altre, però io sono messo bene.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

La tangentopoli della sanità tarantina prende avvio nel 2002, secondo l'accusa le gare di appalto erano sproporzionate rispetto ai servizi forniti alla asl, a volte le forniture erano del tutto inesistenti, quindi le fatture false. I funzionari della asl avrebbero secondo l'accusa il loro tornaconto in tangenti. Direttore da un anno Marco Urago sta cercando di ridimensionare il deficit di 90 milioni di euro, in compenso può vantare un bagno costoso lasciatogli in eredità da uno dei direttori inquisiti.

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Questo è un bagno che è stato oggetto anche in questo caso di interesse da parte della magistratura perché fu un bagno ristrutturato ad un prezzo decisamente elevato. Circa 200 mila euro. E una doccia che non funziona.

SABRINA GIANNINI

Pure! Perché lei ha detto che almeno la doccia funzioni no!

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Che la doccia funzioni, magari mi posso fare una doccia, stando qui dalla mattina alle otto alla sera tardi, questa cosa poteva capitare e invece no.

SABRINA GIANNINI

Quanti dirigenti hanno questa pendenza giudiziaria? Più o meno lei lo sa?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Diversi.

SABRINA GIANNINI

Decine?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Sì.

SABRINA GIANNINI

Quanti ancora oggi sono ancora qua che lavorano?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Tutti tranne una.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

E' da pochi giorni rientrata anche lei Antonia Manghisi. E' l'unica ad aver fatto i 5 anni di sospensione previsti e adesso vuole un risarcimento. Era l'ex direttore amministrativo nel 2002, si fece anche otto mesi di carcere, l'anno successivo gli arresti domiciliari per un'altra vicenda di appalti e tangenti e adesso la rosa dei funzionari inquisiti è al gran completo.

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

Io pure sono sotto processo sempre per abuso di ufficio, però successivamente.

SABRINA GIANNINI

Quindi anche lei è un graziato dei provvedimenti disciplinari che non sono arrivati.

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

No, no non c'era la necessità.

SABRINA GIANNINI

Beh si dovevano fare. E' partito un procedimento penale?

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

E' partito, è partito il procedimento penale, ma attenzione dipende. Per abuso di ufficio, attenzione!

SABRINA GIANNINI

Lei è solo per abuso di ufficio?

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

Per abuso di ufficio.

SABRINA GIANNINI

Può essere veramente soltanto abuso di ufficio?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Noooo!

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Oltre al reato di abuso di ufficio, l'ex capo area gestione del patrimonio è imputato per i reati di corruzione e corruzione aggravata.

SABRINA GIANNINI

Non sarebbe giusto che una persona che è a servizio dello stato no, venga sospesa nel frattempo.

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

No perché personalmente, bisogna vedere se le cose stavano esattamente così come sono apparse.

SABRINA GIANNINI

Nel 2002 queste persone non hanno subito un procedimento di sospensione per esempio. Questo non è attribuibile a lei chiaramente.

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

No.

SABRINA GIANNINI

A chi è attribuibile?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Ai direttori generali precedenti.

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Perché i dirigenti della pubblica amministrazione sospendono così poco? Diciamo che non gli conviene avere coraggio, se non lo fanno non rischiano niente, tanto la legge dice che è discrezionale. Se invece sospendono ma il dipendente torna perché è stato assolto ed il suo reato prescritto.

SABRINA GIANNINI

Si rifà su di lei?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Assolutamente sì.

SABRINA GIANNINI

E questo è un rischio del dirigente no?

MARCO URAGO - direttore generale ASL Taranto1

Più che un rischio con l'andamento, con i tempi dell'andamento della magistratura italiana diventa quasi una certezza.

SABRINA GIANNINI

Ed è ancora in corso il procedimento penale?

SILVANO BAGLIVO - Dirigente ASL Taranto 1

Sì, questi qua sono cominciati da poco.

SABRINA GIANNINI

Primo grado non c'è stato?

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO

Cinque anni ed è appena iniziato il primo grado. Il sogno della prescrizione si sta realizzando.

PIERCAMILLO DAVIGO - Consigliere di Cassazione

Ai pubblici funzionari, è richiesto di avere disciplina d'onore. Allora se vuoi continuare a fare il pubblico funzionario non prendi la prescrizione. Oppure se vuoi continuare a fare il pubblico funzionario non patteggi, non ricorri all'applicazione di pena. Se sei innocente ti difendi e accetti l'esito del giudizio.

Essere il megafono delle procure e lo zerbino del potere politico ed economico spesso non paga.

L'inchiesta archiviata, per cui Paolo Pagliaro, editore di Telerama, aveva querelato il Tacco d'Italia di Lecce, ricostruiva brevemente una vicenda che anni fa aveva sollevato un polverone nell'opinione pubblica leccese e occupato non poche pagine di giornali. Riguardava i soldi dati dalla Provincia di Lecce (Giunta Giovanni Pellegrino) con affidamento diretto a Telerama, per la messa in onda di varie campagne promozionali. Parlava anche del meccanismo con cui vengono stilate le graduatorie per l'attribuzione alle televisioni locali, dei finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98, spiegando il meccanismo perverso con cui è sufficiente dichiarare di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali ai dipendenti, anche se in regola non lo si è, per poi ricevere i soldi pubblici e sanare il proprio debito con gli Istituti di previdenza con gli stessi finanziamenti ricevuti. Parlava infine di altre cosucce relative all'occupazione delle frequenze Rai riscontrata e denunciata dalla stessa emittente statale.

Per questo si ha clamorosa conferma la notizia del Corriere della Sera del 1 luglio 2011: Dichiarazioni fasulle per i contributi. Sequestro di 900mila euro a Studio 100.

Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv.

Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili. Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.

E dire che proprio su Studio 100 si tenne una trasmissione: I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

Il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

A tanta meticolosità si contrappone la mancata inchiesta sulle baronie baresi. Dalla lontana redazione di "Repubblica" di Palermo per poter svelare verità taciute dalle redazioni dei giornali pugliesi. "L'università affare di famiglia. A Bari mogli e figli in cattedra" di Attilio Bolzoni.

PERO' SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione 'Il Graffio', che lunedì sera ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per 'il Graffio'), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale).

«Mannaggia alla miseria» è una tipica imprecazione meridionale e solo a una meridionale come Arcangela Wertmuller, detta Lina, lucana di Palazzo San Gervasio, o al compianto Nanni Loy, poteva venire l'idea di farne il titolo di un film. Un titolo quanto mai azzeccato, bisogna dire, sia per il luogo, Taranto, sia per ciò che poi è successo, cioè richiesta di «pizzo» di 50 mila euro per continuare a lavorare in pace. Si potrebbe raccontare il guaio capitato alla Wertmuller proprio con un film di Nanni Loy.

Ciononostante, a Taranto adesso sono tutti contenti. Non soltanto perché il pizzo non è stato pagato, ma perché «Mannaggia alla miseria» è già diventato il motto della città. E si capisce. Circa quattromila persone decedute da anni risultavano ancora in carico all'Asl di Taranto e concorrevano regolarmente alla quantificazione delle retribuzioni dei rispettivi medici di base convenzionati: la scoperta è stata fatta da militari del comando provinciale della guardia di finanza a conclusione di indagini che hanno comparato i dati delle anagrafi comunali con gli elenchi degli iscritti all'Asl nel periodo compreso fra il 2004 e il 2008. Taranto è il Comune italiano che ha anticipato la crisi finanziaria mondiale grazie a «derivati», obbligazioni spazzatura e cartolarizzazioni d'ogni tipo, facendo bancarotta per un miliardo e 200 milioni di euro (spalmati su 200 mila abitanti fanno 6 mila euro a cranio). Ed è anche la città che ha l'acciaieria più grande d'Europa, l'Ilva, che però non ha pagato l'Ici per 13 anni (13 milioni di euro). Cosa le resta da dire se non «mannaggia alla miseria»?

A Taranto la gestione del pubblico denaro negli ultimi anni è stata indecente. A raccontarla tutta, la storia del crac del Comune di Taranto, il primo in assoluto in Italia ad avere un liquidatore come capita alle società fallite, ci sarebbe da scrivere un libro. Un po’ comico e un po’ horror. Prendete la faccenda dei semafori, scoperta da Cesare Bechis del «Corriere del Mezzogiorno». Un bel giorno un funzionario butta un occhio sulle bollette: come è possibile che un semaforo costi meno di 18 euro di elettricità e un altro 1.749? Se fanno entrambi la stessa cosa (luce verde, gialla, rossa…) come è possibile che uno costi cento volte più di quell’altro? Sfoglia i conti e ci resta secco: non c’è semaforo che abbia una bolletta uguale a un altro. Come mai? A certi semafori si attaccavano con i cavi per fregare la luce tutti gli abitanti dei dintorni. Non c'è settore nel quale, per anni, le pubbliche casse non siano state viste come mammelle alle quali era «normale» succhiare il più possibile. Un paio di esempi? Tra tutti i conti presentati dai creditori del Comune (per un totale di 5.960 istanze di gente che diceva di avanzare soldi) spiccano tre parcelle di un avvocato per un totale di 150 mila euro. Mario Pazzaglia, il presidente veneto-marchigiano dell’Ols (l’Organo Straordinario di Liquidazione), non è convinto. Spulcia e scopre che si tratta di tre fatture per la stessa pratica. «Oh, scusate, un errore della segretaria…». Pagamento concordato: 6 mila euro. Venticinque volte di meno. Altro esempio? Lo racconta ancora Bechis: «Fatta cento la tassa sui rifiuti (Tarsu) accertata a carico di un nuovo contribuente, finisce nelle casse comunali il 26,34%». Poco più di un quarto. Ma soprattutto la metà di quello che si trattenevano le società (l’ultima fetta, storicamente, riguarda gli evasori) delegate agli accertamenti e alla riscossione. Che si portavano via addirittura il 47,29% sull’accertato. Un delirio. Per non dire della maxi evasione dell'Ici da parte delle grandi imprese, come la stessa Ilva, che per anni avevano «dimenticato» come l’imposta andasse pagata non solo per le opere in muratura. Totale dell’evasione accertata dal 2003 al 2007: 57 milioni. Una somma enorme. Tanto più per un Comune con l'acqua alla gola. C’è poi da stupirsi che Taranto sia affondata nel 2006 sotto una montagna di debiti che Pazzaglia e i suoi hanno definito  in 835 milioni? E meno male che controllando documento su documento («le fatture erano ricaricate in media del 40% e perfino Equitalia diceva di avanzare dal Comune 25 milioni e invece ne avanzava 4») la somma finale è stata ridotta. Quella iniziale era di 920. Cioè 14.000 euro di buco a famiglia.

Dovrebbero studiarla a scuola, la storia degli anni della Grandeur Tarantina. Quando il Comune era amministrato da Rossana Di Bello, una biologa titolare di alcune gioiellerie, fondatrice del primo club pugliese di Forza Italia, eletta nel 2000, rieletta trionfalmente nel 2005 e dimessasi l’anno dopo in seguito a una condanna per abuso di ufficio e falso ideologico nell’ambito dell’inchiesta sull’inceneritore. Appalti incredibili. Contabilità allegra. Megalomanie. Al punto che fu avanzata l’idea (travolta dal crac) di costruire il Colosso di Zeus, una statua gigantesca che avrebbe dovuto ricordare l’antica opera di Lisippo. Colossale fu il buco lasciato dalla giunta berlusconiana. E colossale la legnata inflitta alle elezioni del 2008 alla Casa delle Libertà, precipitata in due anni dal 57,8 al 15,5%, con tracollo di 42,2 punti. Tanto che il ballottaggio per il sindaco vide scontrarsi due schieramenti di centrosinistra con travolgente vittoria (76%) di Ippazio Stefàno, un pediatra che dopo essere stato senatore pidiessino aveva chiuso con la politica attiva per dedicarsi al volontariato ed era appoggiato da un «fritto misto», dall’Udeur a Rifondazione comunista. Tre anni dopo nel 2010, assediato da mille cittadini in difficoltà, mille beghe interne alla sinistra e mille grane ereditate dal crac («non abbiamo diritto neppure ad avere un direttore generale o un addetto stampa e io me le sogno le venti persone nello staff che aveva la Di Bello!») il sindaco allarga le braccia: «Su 40 seggi la sinistra ne ha 29, la destra 11. Teoricamente dovrei leccarmi le dita. E invece è una lite al giorno. Per ragioni di bottega. Destra e sinistra, solo bottega. Un ostruzionismo continuo, che di fatto va contro la povera gente. Dibattiti sui destini della città, zero. La commissione ambiente e paesaggio, per dire, non è ancora stata nominata. Dovrebbe occuparsi delle spiagge. Siamo a metà luglio e il consiglio comunale non l’ha nominata. Non so se mi spiego». I conti, certo, vanno meglio. Le entrate Ici, per esempio, sono salite da 32 milioni nel 2006 a 45 l’anno 2009 e probabilmente 55 nel 2010. Quelle della Tarsu da 19 a 33. Ma alcuni problemi annosi, spiega Stefàno, sono rimasti irrisolti: «Il Comune ha 2000 appartamenti e ne ricava 400 mila euro l’anno. Fatti i conti ogni appartamento rende 200 euro d’affitto. Da non dormirci di notte. Vorrei e dovrei censirli a uno a uno, ma mi mancano perfino i vigili. Sulla carta ce ne sono 194 ma 56 figurano "non idonei". Ne restano 140, su due turni. Togli malattie, riposi, assenteisti e di fatto, la domenica, per una città di 200.000 abitanti, sì e no in servizio ce n’è una dozzina». I dipendenti comunali, dice, con «una pianta organica che era stata gonfiata fino a 1.750 dipendenti, sono calati da circa 1.500 a 1.050». Miracolo? Magari. Quando scoppiò il bubbone saltò fuori che decine di funzionari e dirigenti si erano auto-aumentati lo stipendio, autocertificando di avere fatto per il Comune dei lavori al progetto. Buste paga da venti, trentamila euro al mese. Con punte di 39.160. Basti dire che a un certo Cataldo Ricchiuti, accusato di essersi regalato 567 mila euro di aumenti illegittimi, furono sequestrati 12 fabbricati, un terreno, 124 mila euro in banca…

Ma quelle megatruffe, spiega il sindaco, erano solo la punta dell’iceberg: «Tutti i dipendenti, salvo forse una ventina di persone pulitissime, avevano gli stipendi più alti. Dico tutti. Straordinari senza controllo, "progetti" pagati a parte per fare niente, autocertificazioni di familiari a carico... Tutto "normale" pareva. Quando ho cercato di ripristinare un po’ di serietà (ci guardavano come dei marziani rompicoglioni) chi poteva se n'è andato in pensione così che questa fosse calcolata sulla base dell’ultimo stipendio. Sa, piuttosto che vedersela conteggiare su una busta paga ribassata...». Dice che lui, con i conti messi in quel modo, lo stipendio da sindaco non lo tocca neppure: «Lo versano su un conto corrente a parte. E i soldi servono per fare tante cose. Pubbliche. A me basta la pensione». Lo stesso Giancarlo Cito, incazzosissimo bastian contrario, riconosce che sì, «Ippazio è uno che fa le cose con spirito missionario. Pediatra bravissimo. Se i nipotini hanno un problema chiamo lui. Sarebbe un grande missionario in Africa. Per fare il sindaco di Taranto però servono gli attributi. Durissimi bisogna essere. Lui non lo è». Era dimagrito di 45 chili, l’ex sindaco costretto a dimettersi e poi condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quando nel 2006 «La Voce del Popolo» lo sparò spettrale in copertina col titolo: «Vi prego, non mi abbandonate!». Pagato il conto con la giustizia, anche se ha ancora qualche gatta da pelare, l'istrionico imprenditore televisivo sembra tornato quello di una volta. Che conquistò la carica di primo cittadino e poi un seggio alla Camera sventagliando sulla sua tv (Tbm: Tele Basilicata Matera ma i tarantini ammiccano che in realtà è Tele Benito Mussolini) raffiche di sgrammaticati insulti ai politici: «Siete delle carogne, dei ladri, dei delinquenti!». «Io vi do un sacco di botte perché avete rubato a quattro ganasce!». «Signori che avete le orecchie a livello di Trombo di Eustacchio!». Per il momento, in politica, c’è tornato per interposta persona. Candidando il figlio Mario (l’unico candidato del pianeta muto come Bernardo, il servo di Zorro: «a parlare penso io») fino a portarlo incredibilmente al 20% alle comunali e addirittura al 30% (solo in città, si capisce) alle provinciali del 2009. Due trionfi. A dispetto della fama che ha nel resto d'Italia dai tempi in cui si candidò a sindaco di Milano con uno slogan purtroppo incompreso: «Voglio tarantizzare Milano. Farla diventare come la mia Taranto, la Svizzera del Sud». Una scalata cui seguì quella all’Europa per «tarantizzare Strasburgo ». Ora che l'interdizione dai pubblici uffici è scaduta si candiderà ancora? Cito gigioneggia: «Mah…». In ogni caso, convinto com’è di essere stato il più grande sindaco di tutti tempi («io feci rimuovere 40 mila auto in seconda fila, io portare qui l’università, io scendere gli scippi a un paio l’anno…») è tornato a mostrare i muscoli. Letteralmente. Andando a nuoto da Reggio Calabria a Messina («da Villa San Giovanni son capaci tutti») per glorificare l’idea di unire il Mezzogiorno contro l’odiata Lega Nord. Una nuotata alla Mao Tzetung? Ma va là: «Quello s’era fatto un bagnetto nel Fiume Giallo. Plop, plop, fine. Io invece...».

La storia del sindaco Cito diventa un film, la sceneggiatura del giornalista di Annozero. Bianchi: «ha anticipato Berlusconi». L'ex parlamentare di AT6, è stato imprenditore edile e presidente del Taranto Calcio, poi la condanna.

La storia di Giancarlo Cito, ex parlamentare di AT6 già sindaco di Taranto, sta per diventare un film: la sceneggiatura del giornalista Stefano Bianchi, inviato di Annozero, è pronta per essere girata. Le somiglianze tra i trascorsi di Cito e quelli di Berlusconi in effetti non sono poche: negli anni ottanta lavorò come imprenditore edile, ma dopo alcune condanne cambiò settore puntando sulla televisione locale. Così nacque Antenna Taranto 6, e sempre nel 1980 presentò una sua lista «Taranto Nostra» alle amministrative, riportando circa 1000 voti. La carriera politica continuò con la fondazione del partito AT6-Lega d'Azione Meridionale e un anno dopo venne eletto sindaco di Taranto con un ampio consenso. Nel 1995 fu rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, e condannato definitivamente per rapporti con la Sacra Corona Unita due anni dopo, mentre al termine delle elezioni politiche del 1996 divenne deputato nazionale. Scontata la condanna a quattro anni, possiede Tele Basilicata Matera, e per un breve periodo - altra somiglianza col premier - fu presidente onorario del Taranto Calcio. Ma la storia continua….

Le CONDANNe.

TARANTO 13 luglio 2010  - La sezione distaccata di Taranto della Corte d’Appello di Lecce ha condannato a 2 anni di carcere l’ex sindaco Giancarlo Cito e a un anno e 3 mesi l’ex vicesindaco Vito Rotolo, accusati di violenza privata, abuso d’ufficio e falso ideologico. La vicenda riguarda la temporanea chiusura dello stadio comunale “Erasmo Iacovone”, negato per un lungo periodo, nel 1997, al Taranto Calcio 1906 (società che militava nel campionato di serie C2) e concesso al Taranto 2000 (che disputava la Terza Categoria). I due imputati hanno beneficiato di un leggero sconto di pena rispetto al primo grado. È stata invece dichiarata la prescrizione per il dirigente comunale Marcello Vuozzo. Secondo l’accusa, l’ex sindaco Giancarlo Cito vietò l’utilizzo dello stadio alla società rossoblù per dispetto nei confronti dei dirigenti del Taranto Calcio 1906, che gli avevano revocato la carica di presidente onorario.

TARANTO 27 aprile 2010 - La sezione distaccata di Taranto della Corte d’appello di Lecce ha condannato a quattro anni di reclusione ciascuno l’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito, leader del movimento At6-Lega d’azione meridionale, e l’ex dirigente comunale Vincenzo De Palma, accusati di concussione. Secondo la tesi degli inquirenti, gli imputati avrebbero chiesto tangenti per la realizzazione del porticciolo turistico in località San Vito, alla periferia di Taranto. In un procedimento parallelo, per la stessa vicenda, erano stati già condannati due architetti, mentre un imprenditore ha patteggiato due anni di reclusione. Cito è accusato di aver ottenuto una tangente, mascherata da contratti pubblicitari stipulati con l’emittente televisiva Super 7, di 120 milioni di lire dal portavoce della Dirav, la multinazionale liberiana interessata al progetto del porto turistico. In primo grado l’ex sindaco fu assolto, mentre fu dichiarata la prescrizione (dopo la derubricazione del reato da concussione a corruzione) per l’ex dirigente comunale De Palma.

Cito ha già scontato quattro anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato già condannato in appello a cinque anni e mezzo di reclusione perchè ritenuto colpevole di aver intascato tangenti per il rinnovo dell’appalto biennale concesso dal Comune ad una ditta di traslochi.

Dagli organi di stampa la magistratura tarantina sembra mettere le mani avanti per giustificare un esito infausto delle inchieste sulla "Amministratopoli" tarantina.

Quando non si arriva al risultato previsto dalle norme, si dà la colpa alla ex Cirielli.

Chi pagherà? «Probabilmente, nessuno. I tempi di prescrizione sono troppo brevi e alcuni processi finiranno all’udienza preliminare. Non è giusto illudere chi attende giustizia». Il pm Maurizio Carbone, presidente della sezione tarantina dell’associazione nazionale magistrati, è brutalmente concreto. Il crac di Taranto resterà impunito. Carbone addolcisce il concetto: «E’ ragionevole ipotizzarlo».

Sotto il peso di una zavorra pesantuccia, cioè un debito di 901 milioni di euro, il Comune di Taranto è affondato ufficialmente il 17 ottobre 2006. Dissesto finanziario. Ci vorrà ancora un po’ di pazienza per chiudere la pratica con una bolla di sapone. I processi rischiano di non concludersi. E quando la prescrizione avrà definitivamente cancellato falso, abuso di ufficio, truffa, peculato, corruzione, qualche altro reato contro la pubblica amministrazione e 17 inchieste giudiziarie, si avrà la certezza che non è successo nulla. Oppure - come dice il pubblico ministero Carbone - «che i magistrati hanno fatto processi inutili sapendo che si sarebbero conclusi con la prescrizione».

Il caso Taranto - arresti, decine di indagati - ha lasciato la città al crac, le imposte locali al massimo (l’Ici è salita dal 6,25 al 7 per cento; la Tosap, l’occupazione del suolo pubblico, è raddoppiata) e a secco di risposte. Chi ha fatto sparire 901 milioni? Forse i dipendenti comunali che intascavano stipendi da quarantamila euro al mese? Impossibile: secondo i calcoli degli inquirenti, hanno fatto solo un «piccolo» buco da cinque milioni di euro. Allora gli imprenditori ai quali il Comune cedeva attività commerciali pagando perfino le bollette? Nessuna risposta.

Luigi Lubelli, ex dirigente responsabile del settore finanziario comunale coinvolto in una mezza dozzina di inchieste, ha detto pubblicamente che i politici sapevano. Rossana Di Bello, sindaco per quasi sei anni, è uscita di scena il 25 febbraio 2006: condannata a un anno e quattro mesi per falso e abuso d’ufficio per l’appalto dell’inceneritore, si dimise. Da allora, tace. Dopo la condanna confermata in secondo grado, la Corte di Cassazione ha annullato la condanna con rinvio. Dovrebbe farsi in Appello un nuovo processo. Ma i reati saranno prescritti, come ricorda il suo avvocato, Rocco Maggi: «C’è la volontà di discutere il processo nel merito per chiedere l’assoluzione - dice - ma sappiamo, ovviamente, che in subordine c’è la prescrizione». E’ vero, Rossana Di Bello (ex Forza Italia) dovrà essere giudicata anche per altro. Con il suo vice Michele Tucci (Udc), per esempio, è accusata di avere truccato i bilanci di cinque anni. Per la procura, sono falsi. Si concluderà mai, il processo?

Non c’è un solo grande appalto che non sia finito sotto inchiesta. La pubblica illuminazione (28 milioni). La proroga del servizio di vigilanza. La gestione della società partecipata Taranto Servizi. L’appalto per il porto turistico. La condotta fognaria sottomarina. Il telesoccorso. I maxi stipendi intascati mentre il Comune affondava. Carbone sottolinea che la legge ex Cirielli «ha dimezzato i tempi di prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione, sette anni e mezzo dal commesso reato, non della sua scoperta». E cita un caso esemplare vissuto da pm a Taranto: il processo contro l’ex direttore dell’azienda ospedaliera Giuseppe Nocco, ex senatore di Forza Italia, accusato di avere intascato tangenti pagate da alcuni imprenditori. «Quando sono cominciate le indagini la prescrizione per la corruzione era di quindici anni, poi è diventata di sette e mezzo. Come mi sono sentito? Come un calciatore che sta in campo e sa di dover giocare novanta minuti. E invece a un certo punto arbitro dice: si gioca fino al quarantacinquesimo».

E’ una vicenda istruttiva, il caso Nocco. Solo l’udienza preliminare - e qui la ex Cirielli non c’entra niente - dura due anni e mezzo. I fatti risalgono al 2003. Sono passati cinque anni. Prima che il processo cominci, la storia è già finita. Più o meno lo stesso destino toccherà all’inchiesta sugli appalti comunali prorogati per non bandire nuove gare.

Intanto l’erede del disastro, il rifondazionista Ippazio Stèfano, sindaco alla guida di un Comune indigente e con le toppe, cerca di rianimare la città incoraggiandola con l’ottimismo e i manifesti per le strade: «Taranto rinasce».

Una domanda sorge spontanea: ma chi ha fatto sparire 901 milioni di euro?

Si scelga la risposta:

Gli amministratori con i bilanci truccati?

I dirigenti comunali con gli stipendi gonfiati?

Gli imprenditori con gli appalti truccati?

I cittadini con l'assistenza clientelare?

Certo è che parlare di prescrizione, per creare un alibi, è un po' troppo.

Dalla conoscenza del reato si attivano le indagini: durata 6 mesi, salvo proroga di pari termine. Ci sono 7 anni di tempo per evitare la prescrizione, come si fa per processi con gente meno importante.

Dai fatti risulta che l'amministrazione Di Bello è accusata di aver truccato i bilanci di 5 anni.

Un'altra domanda sorge spontanea: se la Di Bello si è dimessa il 25 febbraio 2006, perché si è dato modo di reiterare il presunto reato dal bilancio del 2001 ???

SI E' CAUSATO IL DISSESTO PER IL MANCATO INTERVENTO URGENTE E NECESSARIO.

MANCATE DENUNCE O MANCATE INCHIESTE ????

MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE, TUTTI COLLUSI ???

MAGISTRATI CODARDI E OMISSIVI ???

Comunque, alla fine della fiera, in una Italia di impuniti, è sempre il cittadino onesto a pagare: una città al crac, le imposte locali al massimo, (l'Ici è salita dal 6,25 al 7 per cento; la Tosap e l'occupazione del suolo pubblico raddoppiate. Come il cittadino italiano pagherà i 12 milioni di euro al tarantino Domenico Morrone, che ha scontato una condanna di 15 anni, 2 mesi e 23 giorni, di cui 11 anni e 6 mesi in carcere, o ai tarantini Pedone, Aiello, Caforio, Bello, che condannati fino a 30 anni di carcere, hanno scontato 7 anni di galera, perché tutti vittima di un errore giudiziario causato da un magistrato tarantino, che continua a fare il suo lavoro.

LA NOSTRA INCHIESTA

L'Ilva dà da mangiare a più di 15 mila famiglie ma è una delle fabbriche italiane in cui più si muore e ci si infortuna. La provincia di Taranto è una delle più inquinate, forse la più inquinata, d'Italia. I valori di alcuni veleni presenti nell'aria sono anche trenta volte più alti rispetto alla media europea

L’Ilva è lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa, con i suoi 15 milioni di metri quadri di superficie è due volte e mezzo la città. Attraversato da duecento chilometri di binari, 50 di strade, centonovanta di nastri trasportatori, ogni anno produce oltre 10 milioni di tonnellate d'acciaio.

L'Ilva dà vita perché dà da mangiare a più di 15 mila famiglie ma dispensa anche morte fra incidenti sul lavoro e malattie. E' una delle fabbriche italiane in cui più si muore e ci si infortuna.

La provincia di Taranto è una delle più inquinate, forse la più inquinata, d'Italia. I valori di alcuni veleni presenti nell'aria sono anche trenta volte più alti rispetto alla media europea; molti sono i casi di tumore e la probabilità di ammalarsi è elevata: solo in Veneto va peggio.

Taranto che è, anche, una delle città più indebitate del Paese. Un buco di novecento milioni di euro frutto del saccheggio sistematico delle casse comunali, almeno stando alle accuse formulate nei processi.

Dirigenti, funzionari e anche qualche impiegato si sono gonfiati gli stipendi in maniera spropositata sfruttando falsi progetti, premi di produttività e straordinari: alcuni guadagnavano anche più di 30 mila euro al mese. Gli appalti, anche quello della cancelleria, sempre stando alle accuse, venivano dati in affidamento a ditte di "amici" o di "amici di amici"... il Comune pagava a qualcuno persino le bollette delle utenze private.

Come si è potuti arrivare a tutto questo?

Per capire la Taranto di oggi bisogna tornare agli anni '80 del secolo scorso, gli anni in cui l'Ilva, che allora si chiamava ancora Italsider, cominciò a licenziare.

Durante tutto il corso degli anni '80, come in tutti i grandi centri industriali, anche a Taranto ci furono licenziamenti massicci. Ristrutturazione si chiamava all'epoca.

Nei primi anni di quel decennio la città era amministrata da sindaci comunisti retti da precarie giunte di sinistra, un'anomalia se rapportata al resto d'Italia. Giunte che, tra le altre cose, si erano opposte alla costruzione della nuova base navale in Mar Grande, oggi realizzata.

Sono anni di impoverimento e imbarbarimento della città. E' anche il periodo in cui la malavita comincia a diffondersi e a rafforzarsi grazie alle tante braccia disponibili a causa dei licenziamenti.

L'anno di rottura, il momento in cui i vecchi equilibri vengono meno e se ne devono creare dei nuovi, è il 1985.

A maggio di quell'anno si vota per il rinnovo del Consiglio comunale. Dalle elezioni esce un quadro frammentato. Il Pci perde molti voti in città, dove raccoglie il 29,2%, pur restando, con il 37%, il primo partito a livello provinciale. Neanche la Dc va bene, non raccoglie il consenso che si aspettava e, nel complesso, la coalizione di sinistra è più forte: passa da 27 a 29 consiglieri, grazie soprattutto ai discreti incrementi di Psi e Psdi. Cominciano gli incontri per formare una giunta: trattative su trattative senza mai trovare una soluzione.

Passa l'estate e Taranto non ha ancora un sindaco. Passa anche settembre. Siamo in ottobre, precisamente è la notte fra il dieci e l'undici ottobre del 1985.

A Taranto in quelle ore si conclude un accordo fra i partiti della sinistra con Pri e Pli per una nuova giunta a guida socialista.

Il Consiglio comunale per eleggere il nuovo sindaco viene fissato per il 14. Quel giorno, però, Guadagnolo, il sindaco socialista designato, viene eletto da una coalizione che invece del Pci comprende la Dc, il classico pentapartito che in quegli anni governa l'Italia.

Cosa è successo in tre giorni?

Sono intervenuti i dirigenti nazionali di Pli e Pri ad impedire che, a livello locale, i loro partiti entrassero in una giunta di sinistra. Socialdemocratici prima e socialisti poi si sono tirati indietro. Taranto, dopo dieci anni di amministrazioni di sinistra, passa al pentapartito.

L'ottobre del 1985 non fu solo un periodo di trattative e complotti politici.

All'inizio del mese il Csm aveva messo sotto inchiesta e trasferito l'allora procuratore capo di Taranto, Giuseppe Raffaelli. Due dei suoi sostituti, Giuseppe Lezza e Giuseppe Lamanna, vennero invece sospesi dall'incarico e dallo stipendio. Erano accusati di corruzione, omissione di atti di ufficio e abuso di potere.

Si comincia ad ipotizzare che in città vi sia un "super partito" che riunisce esponenti di diversi settori.

La polemica divampa. Sono molte le storie che sul finire del 1985 vengono a galla.

Qualche mese prima di quell'ottobre un funzionario del ministero dell'interno, Aldo Luzzi, inviato a Taranto per alcune indagini, ha depositato la propria relazione. Nel documento mette in risalto il ruolo di due dirigenti della polizia: il capo della mobile, Giuseppe De Donno, e il responsabile della squadra volanti-furti, Eugenio Introcaso.

La relazione di Luzzi contiene, fra l'altro, riferimenti a comportamenti presumibilmente illeciti di alcuni esponenti della magistratura locale e Martinazzoli, allora Ministro della giustizia, decide di inviare a Taranto un ispettore.

Secondo quanto emergeva dai rapporti degli ispettori del Viminale e del Ministero della giustizia a Taranto si era costituita un'organizzazione composta da politici, imprenditori, magistrati, esponenti delle forze dell'ordine e malavita organizzata che aveva contatti con la mafia siciliana e che gestiva i traffici leciti ed illeciti. Un'organizzazione addirittura in grado di influenzare la composizione di una giunta.

Tutto però si concluse con qualche trasferimento e nessun risultato rilevante nelle seguenti indagini: tutti furono scagionati.

Quel lungo 1985 era finito. La giunta Guadagnolo amministrerà per cinque anni, saranno anni, però, in cui si parlerà più della guerra di mala che di politica.

A comandare la malavita tarantina è il "messicano", Tonino Modeo.

Ha tre fratellastri Tonino: Gianfranco, Riccardo e Claudio. La madre, Mina Ceci, è la stessa ma i padri diversi. Gestisce con loro i propri traffici ma non ne ha molta stima.

Molte famiglie cominciano a criticarlo, i rapporti con i fratelli, appoggiati dalla madre, si incrinano sempre più e attorno a loro si coagulano gli avversari di Tonino, quelli che vogliono commerciare la roba ( "loro non erano altro che dei delinquenti del rione che, per il fatto che si erano messi contro Tonino il messicano, si erano ingranditi" dirà dei fratelli Modeo Salvatore Anacondia nella sua deposizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia).

A quel punto Antonio Modeo stringe un patto di ferro con il gruppo di Salvatore De Vitis: pur di non trafficare eroina, ma anche per non far calpestare la propria autorità, si mette contro i fratelli. Questi decidono di ammazzare De Vitis, ma non ci riescono.

La scissione ormai è aperta, ci sono due clan fra loro contrapposti. Uno vuole smerciare eroina, l'altro si oppone.

Comincia così la guerra di mala tarantina: durerà sino ai primi anni novanta concludendosi il primo ottobre del 1991 con una strage di innocenti, quella della barberia, dove un commando, per sbaglio, uccide quattro innocenti e non il bersaglio che si era prefissato. Sarà una guerra pesantissima, si conteranno più di cento morti.

Il primo a morire è il padre di De Vitis, Paolo, ucciso per "sfregio" dal clan dei fratelli Modeo; subito dopo tocca alla madre dei Modeo e del "messicano", Cosima Ceci, uccisa per vendetta. Poi è una valanga di morti, fino al 1991 (il prologo alla guerra lo aveva messo in scena Gregorio Cicala: incaricato di ammazzare De Vitis, al quale è legatissimo perchè gli ha permesso di liberarsi dall'eroina, decide di ammazzare il mandante e di schierarsi con De Vitis e il "messicano". Sarà lui ad uccidere Cosima Ceci per vendicare l'omicidio del padre di De Vitis).

Nel 1990 i fratelli di Tonino vengono arrestati. Erano nascosti in un bunker scavato sotto un'abitazione di campagna a Montescaglioso, in Basilicata ma a quattro passi da Taranto. Sono i loro cani a tradirli: continuano ad annusare sempre nello stesso punto della casa, proprio dove, rimuovendo il pavimento, viene ritrovata una botola.

In quell'anno Tonino non è più a Taranto, ha lasciato la borgata di Statte (oggi Comune autonomo) già da tempo. E' stato avvistato a Milano ma il 16 Agosto di quel 1990 è a Bisceglie, in provincia di Bari. E' lì che viene ammazzato da Salvatore Anacondia.

Anacondia non è uno qualsiasi, è, per sua stessa ammissione, affiliato alla mafia siciliana ed ha un grado elevato, "santista", nella gerarchia malavitosa. Quello che i fratelli Modeo, dal carcere, gli hanno fatto sapere per convincerlo ad ammazzare il "messicano" è infamante: Tonino avrebbe cercato di violentare la moglie di uno dei fratelli.

Anacondia esegue la condanna. La mafia esegue la condanna e, forse, più che per l'episodio di violenza che i fratelli gli attribuiscono, decide di ucciderlo per punire quella caparbietà con cui si era opposto al traffico di eroina e all'infiltrarsi di cosa nostra nella sua città (il "messicano", si dice, fosse stato "innalzato" dai campani).

Nel maggio del 1990, prima che il "messicano" fosse ucciso, si votò per il rinnovo del consiglio comunale: ne venne fuori una situazione ancora più confusa che nel 1985. Il Pci è tracollato al 19% ma è possibile una giunta di sinistra con Pri e Pli, proprio come cinque anni prima. Si ipotizza, è quasi fatta, ma salta. La nuova giunta di Taranto è appoggiata da Dc, Psi, Psdi, Pri.

La novità politica venuta fuori dalle elezioni è Giancarlo Cito: si è presentato per la prima volta con il partito che prende il nome dalla sua tv, At6 (Antenna Taranto 6), raccogliendo il 13,5% dei voti e sette consiglieri comunali. Solo tre anni dopo diventerà sindaco. Saranno tre anni di elevata instabilità politica.

La guerra di mala, invece, dopo la strage del '91, sembra essersi arrestata. Con la morte del "messicano" hanno vinto i fratelli e, nonostante siano in carcere, riescono a far giungere le proprie direttive in città.

Taranto si è impoverita ulteriormente: l'Italsider, che nel frattempo è diventata Ilva, ha continuato ad espellere operai dal ciclo produttivo; altre aziende importanti, come la Belleli, sono entrate in crisi. Anche l'arsenale è in difficoltà e in quei primi anni novanta non si parla più di riapertura dei cantieri navali ma di costruire un parco giochi al loro posto.

La gente comincia ad essere stanca e rassegnata, per tutto il decennio precedente si è diffusa una pericolosa mentalità secondo la quale tutti rubano e sono uguali. C'è netta sfiducia nella politica. Il malcostume si diffonde sempre più, anche fra i cittadini. La città di sera è buia, sporca, ci sono vistose buche sull'asfalto, quasi delle voragini, e ogni due passi incontri una siringa. Dopo una certa ora non esce più nessuno: hanno paura.

Sembra grigia, opaca, la Taranto dei primi anni '90. E opachi sono gli aspetti della sua vita economica, politica e sociale. In tre anni cambiano tre giunte. Tre sindaci diversi si succedono, il secondo dei quali appoggiato anche dal Pci che nel frattempo si scinde e diviene Pds. La precarietà sociale e l'instabilità politica non fanno che portare acqua al mulino di Cito. Non passa giorno senza che sbraiti dalla sua televisione contro i politici corrotti, la partitocrazia e tutti quelli che siedono in consiglio comunale al di fuori del suo gruppo. Non passa giorno che non segnali strade dissestate, chioschi abusivi ed episodi di malcostume riferiti a dipendenti comunali. Tutto si conclude sempre con: "se fossi sindaco io questo non succederebbe".

Diventa sindaco nel dicembre del 1993. Il sistema elettorale è ormai cambiato, per la prima volta c'è l'elezione diretta del primo cittadino. Anche a Taranto i partiti tradizionali, dopo tangentopoli, sono in seria difficoltà. I poteri forti hanno bisogno di referenti nuovi, diversi.

Cito sembra la persona giusta, e vince. Il suo partito è il primo con il 25,9% dei consensi. Lui, invece, come candidato sindaco raccoglie il 30,3% dei voti, il 3,4% in meno di Gaetano Minervini, candidato da Pds, Rifondazione, Verdi, Rete e Psi: si va al ballottaggio.

Nella campagna elettorale seguente sono ripetuti gli appelli ai democratici che votano Dc ma questi, evidentemente, preferiscono Cito, che diventa sindaco con il 52,6% dei voti (Minervini ottiene solo il 47,4%).

Ma chi è il geometra, ora dottore, Giancarlo Cito?

Quando c'è da rifare le strade lui è lì, con le telecamere che riprendono tutto, a dirigere i lavori di chiusura delle voragini che si erano aperte. E anche quando i vigili devono sgomberare un chiosco abusivo o i dipendenti comunali illuminare una via, lui è sempre lì, a dirigere i lavori, ripreso dalle sue telecamere.

A modo suo ama davvero la città e riesce a trasmetterlo ai tarantini. La sua base sociale va dal professore di liceo al disoccupato, dall'operaio all'avvocato, dalla casalinga al commerciante. Tutti sono stanchi di una città allo sbando, degradata e in crisi e Cito sembra la persona giusta per uscirne: "almeno lui le cose le fa" si sentiva spesso dire in quel periodo. E non era del tutto falso: alcune fontane, chiuse dalle giunte precedenti, riprendono a zampillare; si riparano le strade; ritorna la luce di sera; viene realizzata a tempo di record la rotonda sul lungo mare...

La criminalità intanto non uccide più, molti capi clan, anche quelli che reggevano le redini per conto dei fratelli Modeo, vengono arrestati. Alcuni, come Marino Polito, si pentono e vengono fuori intrecci inaspettati fra il clan Modeo, Licio Gelli, cosche siciliane e calabresi. Polito parla dei rapporti fra la sua organizzazione e Cito e anche Salvatore Anacondia, il killer del "messicano", pentitosi nel frattempo, riferisce di un incontro fra il politico e i malavitosi nel loro bunker di Montescaglioso.

Oltre ai pentiti che lo tirano in ballo Cito comincia ad accumulare numerose denunce per diffamazione. Partono i processi a suo carico, quelli per reati di mafia sono solo i più gravi. Viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, secondo la legge italiana non può più essere sindaco.

Siamo alla fine del 1995. La politica nazionale è ormai cambiata: tangentopoli ha spazzato via i vecchi partiti e sulla scena si è affacciato Berlusconi con il suo centrodestra. Hanno vinto le elezioni l'anno precedente battendo "la gioiosa macchina da guerra" progressista ma, dopo pochi mesi, il governo è caduto.

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Taranto sono fissate per il 9 giugno del 1996, le elezioni politiche per il 21 aprile. Cito non può ricandidarsi a sindaco. Si candida alla Camera e viene eletto con il 45,9% dei voti. Il suo è il primo partito in città e ottiene buoni risultati in tutti gli altri collegi della provincia. Toglie voti al centrodestra, però, avvantaggiando il centrosinistra che vince le elezioni anche a livello nazionale.

E' un campanello d'allarme che Pinuccio Tatarella, in quegli anni plenipotenziario dell'alleanza berlusconiana in Puglia, non trascura. Sotto la sua benedizione nasce un'alleanza fra il centrodestra e At6 che decide di candidare a sindaco, nelle imminenti elezioni comunali, Mimmo De Cosmo, il braccio destro di Cito che, invece, si presenta al Consiglio comunale.

Vincono le elezioni e At6 è ancora, di gran lunga, il primo partito di Taranto.

De Cosmo, però, non ha vita facile e le contraddizioni nella sua maggioranza vengono presto a galla. Spesso non si riesce a trovare un accordo e le rotture sono evidenti, anche all'esterno. Cito è troppo accentratore, non è adeguato a mediare fra i molteplici interessi di cui dovrebbe essere il riferimento; a molti comincia a non andare giù che il vero sindaco sia lui. Probabilmente non è l'uomo della provvidenza come i poteri forti avevano creduto.

Sul finire del 1996, dopo una polemica che ebbe lunghi strascichi, Cito lascia il posto di consigliere comunale: l'incarico, per legge, non è compatibile con i processi ai quali è sottoposto.

Nel novembre del 1997 De Cosmo viene arrestato; gli viene imputato di aver truccato gare d'appalto per l'affidamento di alcuni servizi in cambio di tangenti. Non si dimette, viene scarcerato e continuerà ad amministrare, con una maggioranza in fibrillazione, sino alla scadenza del mandato prevista per il 2000.

Cito, viene condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, decade da parlamentare e passa gli anni che vanno dal 2003 al 2007 in carcere. Nelle elezioni del 16 aprile 2000 At6, che non è in coalizione con il centrodestra, raccoglie solo l'otto per centro dei voti.

Vince Rossana Di Bello, invece, candidata sindaco del centrodestra, che per un pelo, con il 49%, non vince al primo turno. E' lei l'astro nascente della politica tarantina; sarà lei a garantire il mantenimento degli equilibri, cosa che Cito non aveva saputo fare, fino al 2006. La Di Bello, il 25 febbraio del 2006, si dimette in seguito alla condanna ad un anno e quattro mesi, con sospensione della pena, per alcune vicende legate all'affidamento della gestione dell'inceneritore.

Immediatamente dopo fu scoperto il disavanzo, poi seguì il dissesto. Ma pochi mesi prima di dimettersi, il 3 aprile del 2005, la Di Bello era stata rieletta al primo turno con il 57,7% dei voti. Un trionfo!

Possibile che nessuno si fosse accorto di quello che stava avvenendo?

Dal 2007 Taranto è amministrata da una giunta di sinistra, senza il Pd ma con l'Udeur. Ezio Stefano,  ha battuto il candidato del Partito democratico al ballottaggio. Eugenio Introcaso, ex questore di Taranto, il candidato del centrodestra, non ci è arrivato neanche al ballottaggio. Il figlio di Cito, invece, Mario, lo ha sfiorato per un pelo: At6, con il 15,4% dei voti, è di nuovo il primo partito.

I cattivi rapporti con il Pd non garantiscono una collaborazione proficua con la Provincia presieduta da Gianni Florido, lo sfidante di Stefano al ballottaggio, ma la cui amministrazione è appoggiata anche dagli stessi partiti che formano la giunta comunale. Florido, nel 2000, quando era segretario della Cisl, diede la sua benedizione alla Di Bello e uomini del sindacato ebbero incarichi in giunta. Nel 2004 venne eletto presidente della Provincia con il centrosinistra.

Taranto è contorta sino alla fine.

Per l'ennesima volta sembra che tutto sia cambiato... ma affinchè nulla cambi. Il "super partito", se esiste davvero, ha semplicemente passato il turno, in attesa di tempi migliori e di qualche prescrizione.

Intanto Cito, nelle vesti del figlio, è tornato, ed è forte. Anche il capo dell'opposizione, Introcaso, non è nuovo in città. E' l'ex capo della volanti-furti, quello allontanato dopo la relazione di Luzzi. E' tornato a Taranto nel 2004, da questore. Nel 2007 si è candidato per quella parte politica che aveva condotto la città al dissesto.

TARANTO: CITTA' PIù INQUINATA DELL'EUROPA OCCIDENTALE

Le nuove cifre dell'Ines: qui si produce il 92% del «veleno» italiano.

A 13 anni ha il tumore da fumo. «E' la diossina».

Il medico: mai visto un caso così. Tre mamme con il latte contaminato, cinque adulti con il livello più alto del mondo, 1.200 pecore da abbattere.

Tre anni fa, S. aveva 10 anni. E senza aver mai fumato una sigaretta in vita sua era già conciato come un fumatore incallito. Un caso simile, Patrizio Mazza, primario di ematologia all'ospedale «Moscati» di Taranto, non l'aveva mai visto. E nemmeno la letteratura medica internazionale lo contempla. Anche a cercare su Internet, la risposta è negativa: « No items found ». Per questo, Mazza temeva di avere sbagliato diagnosi. Invece no. Quel bimbo aveva proprio un cancro da fumatore: adenocarcinoma del rinofaringe. Come tanti altri tarantini, specie quelli del Tamburi, «il quartiere dei morti viventi».

A Bruxelles forse ancora non lo sanno, ma Taranto è la città più inquinata d'Italia e dell'Europa occidentale per i veleni delle industrie. L'inquinamento di Taranto, infatti, è di fonte civile solo per il 7%. Tutto il resto, il 93%, è di origine industriale. A Taranto, ognuno dei duecentomila abitanti, ogni anno, respira 2,7 tonnellate di ossido di carbonio e 57,7 tonnellate di anidride carbonica. Gli ultimi dati stimati dall'Ines (Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti) sono spietati. Taranto è come la cinese Linfen, chiamata «Toxic Linfen», e la romena Copša Miça, le più inquinate del mondo per le emissioni industriali.

Ma a Taranto c'è qualcosa di più subdolo. A Taranto c'è la diossina. Qui si produce il 92% della diossina italiana e l'8,8% di quella europea. «In dieci anni — dice Mazza — leucemie, mielomi e linfomi sono aumentati del 30-40%. La diossina danneggia il Dna e un caso come quello di S. è un codice rosso sicuramente collegato alla presenza di diossina. Se nei genitori c'è un danno genotossico non è in loro che quel danno emerge, ma nei figli».

Tre mamme il cui latte risulta contaminato dalla diossina, cinque adulti che scoprono di avere il livello di contaminazione da diossina più alto del mondo, 1.200 pecore e capre di cui la Regione Puglia ordina l'abbattimento, forti sospetti di contaminazione nel raggio di 10 chilometri dal polo industriale (con i monitoraggi sospesi perché sempre «positivi ») sono, più che un allarme, una emergenza nazionale. La diossina si accumula nel tempo e a Taranto ce n'è per 9 chili, il triplo di Seveso (la città contaminata nel 1976). Ma sono sette le sostanze cancerogene e teratogene che, con la diossina, colpiscono Taranto come sette piaghe bibliche.

Mentre però a Bruxelles e a Roma (e a Bari, sede della Regione) si discute, Taranto viene espugnata dalla diossina. Basta dare un'occhiata, oltre che ai dati Ines, ai limiti di emissione, il cuore del problema. Il limite europeo è di 0,4 nanogrammi per metro cubo. Quello italiano, di 100 nanogrammi. «Un vestito su misura per l'Ilva di Emilio Riva», dicono le associazioni ambientaliste. «Siamo in regola e abbiamo anche investito 450 milioni di euro per migliorare gli impianti», replica l'Ilva, che l'anno scorso ha realizzato utili per 878 milioni, 182 milioni in più dell'anno prima e il doppio del 2005.

L'Europa però è dal 1996 che ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L'Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori.

Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d'intesa, ma con scarsi risultati. La «campagna di ambientalizzazione» procede a rilento e sembra che l'Ilva intenda concluderla nel 2014, proprio quando scadrà il Protocollo di Aarhus, recepito anche dall'Italia, che impone ai Paesi membri di adottare le migliori tecnologie per portare le emissioni a 0,4-0,2 nanogrammi.

Eppure a Servola, Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente e Lavori pubblici, che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, Servola è diventata un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi.

 Certo, con una legge regionale, o con un decreto come quello friulano, si eviterebbe anche il referendum sull'Ilva, giudicato ammissibile dal Tar di Lecce e sicura fonte di drammatiche spaccature fra i 13 mila dipendenti del siderurgico. Invece c'è soltanto una delibera del consiglio comunale di Taranto che chiede timidamente alla Regione «di fare come in Friuli». Ma la Puglia non confina con l'Austria. Al di là del mare, c'è l'Albania.

Il dossier-choc dell'Arpa: veleni e tumori, ecco le prove

Benzoapirene. Pm10. Diossine, fino a trenta volte maggiori che nel resto d´Europa. Tradotto: tumori. Tanti, tantissimi, troppi. Ci sarà scritto questo nella relazione che l´Arpa pugliese dovrà consegnare al ministero dell´Ambiente entro il 15 giugno. Numeri sulla base delle quali Roma dovrà dire si o non all´Aia (autorizzazione ambientale integrata), un acronimo bucolico dietro il quale però si nasconde il futuro dello stabilimento dell´Ilva. Senza l´Aia, l´Ilva non può lavorare. In queste ore i tecnici dell´Agenzia regionale per l´ambiente stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli, e come spiega il direttore, Giorgio Assennato, «si tratterà sostanzialmente di una raccolta dati sulla situazione di Taranto, numeri elaborati in questi anni da noi direttamente o da enti accreditati, come l´università».

Saranno segnalati aspetti non allarmanti, come l´inquinamento del suolo. Ma anche tutte quelle situazioni che rendono Taranto una delle città (forse la prima) più inquinate d´Italia. «Uno degli aspetti più tragici - spiega Assennato - è sicuramente la presenza massiccia di benzoapirene, una delle sostanza maggiormente cancerogene, nella zona del quartiere Tamburi, la più vicina all´Ilva». Gli ultimi dati a disposizione parlano di una concentrazione anche dieci volte superiore alla media nazionale ed europea. «Il prodotto arriva principalmente dalle cokerie, che forse più ancora dei camini sono la causa principale dell´inquinamento in città» spiega il direttore dell´Arpa. Non soltanto benzoapirene. Nell´area di Taranto, e in particolare nelle zone vicine all´Ilva, girano anche metalli più che altrove: ferro, manganese e zinco soprattutto.

Stesso discorso vale per il pm10, la sostanza abitualmente prodotta dalle marmitte delle automobili. A Taranto lo scorso anno ci sono stati 69 superamenti del limite massimo imposto dalla legge, quando la stessa norma ne consente soltanto 35. Uno studio più approfondito ha poi dimostrato come i valori erano dettati direttamente dall´Ilva: crescevano o diminuivano a seconda delle condizioni del vento. C´è poi il problema solito delle diossine, i cui valori invece di diminuire continuano a crescere. Le ultime rilevazioni - effettuate nel febbraio del 2008 - sono state di 7 nanogrammi per metro cubo d´aria, mentre erano state rispettivamente di 2,4 il 12 giugno 2007, 4,3 il 14 giugno e di 4,9 il 16. Dati preoccupanti che a maggio avevano spinto la Regione a prendere una decisione molto dura sulla vicenda: «O questi dati calano - avevano detto - oppure saremo costretti a prendere provvedimenti e a dare parere negativo all´Autorizzazione ambientale integrata», quella necessaria all´Ilva a proseguire l´attività. E sulla quale il Ministero si dovrà esprimere sulla base anche dei dati che l´Arpa sta per inviargli.

La questione più tragica riguarda però gli effetti che tutti questi fattori inquinanti hanno avuto, hanno e sicuramente avranno sulla gente. Malattie, tumori, morti. Secondo gli ultimi dati a disposizione, a Taranto (ma anche a Brindisi, dove il Petrolchimico fa male uguale) si ammalano di cancro seimila persone ogni anno e duemila cinque vengono uccise. Tumori al polmone, soprattutto, ma anche alla prostata e alla vescica: malattie strettamente correlate all´inquinamento atmosferico e che hanno un tasso di incidenza molto maggiore rispetto al resto d´Italia. Sono leggermente inferiori soltanto a quelle del nord Est, ma sono il doppio rispetto alla Puglia e a tutto il Mezzogiorno. Si muore di più a Taranto e Brindisi, ma muore ancora di più chi ha i balconi, le finestre a pochi passi dalle cokerie: la statistica dice infatti che nella zona rossa si ammalano di tumore 496 persone su 100mila. Nel resto delle province 370.

Centoventisei in meno. Ad aggiungere poi preoccupazione alla preoccupazione c´è l´ultima inchiesta della procura di Taranto in seguito a una segnalazione del Noe. Dieci giorni fa sono state sequestrate 16mila tonnellate di pet coke (due milioni di euro il valore di mercato) appena arrivate dall´America. Si tratta di uno scarto di lavorazione del petrolio che l´azienda tarantina voleva utilizzare insieme e al posto del carbon fossile. Il pet coke è però assai più tossico. E secondo i carabinieri vietato.

DIOSSINA A TARANTO: 26 MESI DI RITARDO PER FARE I PRIMI MONITORAGGI

Il 29 febbraio 2004 è stato firmato il secondo atti di intesa avente ad oggetto gli interventi per la riduzione dell'impatto ambientale derivante dallo stabilimento ILVA di Taranto. Tale atto fu firmato dall'Ilva (Claudio Riva), dalla Regione Puglia (Raffaele Fitto) e dagli enti locali alla presenza dell'allora Prefetto di Taranto Giancarlo Ingrao. In quell'occasione nulla fu sottoscritto a proposito del monitoraggio della diossina. Fu solo preso un generico impegno per il monitoraggio della cokeria e dell'impianto di agglomerazione, senza specificare quali inquinanti monitorare.

Il 22 aprile 2005 in una tavola rotonda presso la Facoltà di Ingegneria di Taranto l'associazione TarantoViva presenta un dossier sugli inquinanti a Taranto basato sul registro europeo delle emissioni Eper. In tale dossier TarantoViva evidenzia una stima di diossina altissima: l'Ilva di Taranto immetterebbe nell'atmosfera un quantitativo di diossina pari all'8,8% del totale europeo. Nella tavola rotonda, a cui partecipavano esperti ambientali, si evidenziava che non esiste in città alcun sistema di monitoraggio dell'inquinamento da diossina. Il giorno stesso PeaceLink invia un comunicato stampa e la "notizia" viene amplificata dal Tg3 che ne fa la notizia di apertura del telegiornale regionale. Il giorno dopo nessuna istituzione commenta la gravità della notizia.

A questo punto PeaceLink avvia una campagna informativa sulla diossina che fa il giro di Internet ed evidenzia le inadempienze delle istituzioni.

Il 7 luglio 2006 viene varata la "cabina di regia" dal presidente Vendola. Vi partecipano i sindacati, le organizzazioni di categoria e imprenditoriali, il presidente della Provincia Giovanni Florido, dirigenti del Ministero delle Attività Produttive, gli assessori Frisullo, Losappio, Barbieri e Ostillio, il direttore dell'Arpa Giorgio Assennato, il consigliere regionale Luciano Mineo, il commissario del Comune di Taranto Tommaso Blonda, il sindaco del comune di Statte e per l'Ilva l'ing. Felice Riva. Il presidente Vendola parla in quella sede per la prima volta del "rilevamento delle diossine e dei furani".

Il 18 luglio 2006 PeaceLink, Legambiente e Wwf intervengono congiuntamente e pubblicamente sulla questione diossina in vista dell'incontro del 19 luglio con cui viene riunito il gruppo di lavoro sull'inquinamento atmosferico costituito da due rappresentanti del Comune, della Provincia, dell'Asl e dell'Arpa. Le associazioni scrivono al presidente della Provincia Gianni Florido: " Vogliamo proporre che a Taranto venga effettuato un costante monitoraggio della diossina. Tale sostanza cancerogena sfugge attualmente ad ogni controllo e le attuali centraline di rilevamento non sono attrezzate a misurare il tasso di diossina presente nell'aria di Taranto. Eppure a Taranto è stato rilevato da un registro europeo dell'inquinamento (l'European Pollutant Emission Register) l'8,8% di tutta la diossina europea. Taranto è la Seveso del Sud senza che i tarantini lo sappiano. Per questo motivo riteniamo urgente dare realizzazione di un progetto di monitoraggio della diossina. Come azione successiva e conseguente andranno individuate e censite le fonti di diossina in modo tale da mettere in atto tutte le strategie più indicate per ridurre queste emissioni".

Dopo quella pressione congiunta la questione "diossina" diviene prioritaria, anche se il monitoraggio incontra evidentemente delle resistenze. Lo testimonia l'intervista del quindicinale "La voce del popolo" ( 1 settembre 2006) al direttore generale dell'Arpa Giorgio Assennato, il quale dichiara: "A Taranto la pressione ambientale è altissima. C'è anche la diossina, eppure la classe dirigente non ha mai mosso un dito". La frase diventa il sottotitolo di una copertina con Assennato sovrastato dal titolo "Politici colpevoli".

Passano mesi e mesi senza che nulla accada, nonostante la tenacia del professor Giorgio Assennato e il tenore della sua denuncia.

Occorre un primo scossone per risuscitare la "diossina" e farla uscire dai cassetti dei "politici colpevoli". E' il settimanale l'Espresso che la sbatte in prima pagina, assieme alla foto di Taranto: 30% di tutta la diossina nazionale. E' il 5 aprile 2007.

Pochi giorno dopo sul blog dell'Espresso il chimico Vittorio Ascalone segnala che la situazione è ancora più grave snocciolando nuovi dati aggiornati. PeaceLink raccoglie le nuove informazioni e il 3 maggio 2007 invia alla stampa il "dossier diossina". Nel comunicato si legge: "Nuovo record: a Taranto il 90,3% della diossina nazionale. Il dato è stimato rispetto alle emissioni complessive stimate per la grande industria. All'Ilva il primato nazionale per PCDD (policlorodibenzo-p-diossine) e PCDF (policlorodibenzo-p-furani). Sotto accusa l'impianto di agglomerazione".

E' il secondo scossone ed è salutare. Il 7 maggio 2007 infatti si costituisce un gruppo di studio dell'Arpa per monitorare la diossina nell'Ilva. Sono passati 10 mesi dal varo della "cabina di regia". Ed è chiaro che è stato perso troppo tempo. L'assessore Michele Losappio si fa intervistare dai TG e rilascia dichiarazioni per dire che la Regione vuole fare subito il monitoraggio della diossina. Peccato che abbia perso dieci mesi per farsi scoprire inadempiente su un impegno così rilevante e urgente. Ma almeno così parte il progetto che fino a quel momento era rimasto sulla carta.

"Allo scopo di affrontare una situazione così complessa - dichiara il Prof. Giorgio Assennato - ARPA Puglia ha costituito un apposito Gruppo di Studio, composto oltre che da propri tecnici, da esperti di ARPA Piemonte, del Politecnico di Milano, della Johns Hopkins University, del Politecnico di Bari, di ARPA Toscana e dell'Istituto Superiore di Sanità. L'obiettivo non è solo quello di procedere, per la prima volta, alle misure, ma anche di individuare i determinanti di tali emissioni, in modo da stabilire i criteri per minimizzare la formazione di diossine".

La costituzione del gruppo di studio, con diverse modifiche, porta poi ai campionamenti di metà giugno, realizzati in condizioni idilliache, da "Mulino Bianco", con visibili difformità rispetto alla gestione abituale dell'impianto siderurgico.

Ciò nonostante alla fine emergono valori di diossina 27 volte più alti del limite vigente in Friuli Venezia Giulia.

Scopriamo che il limite valevole per i friulani non è valevole per i tarantini.

Scopriamo che i livelli di diossina che per i friulani sono un pericolo, non lo sono per i tarantini. Per la la salute per i tarantini 11,1 nanogrammi a metro cubo di diossina sono un "valore a norma" mentre in Friuli il limite è di 0,4.

Che vergogna!

In Friuli Venezia Giulia i controlli della diossina li fanno in tre ore, qui in Puglia ci sono voluti 26 mesi!

Ci sono voluti ben 10 mesi solo per istituire un semplice gruppo di lavoro per il monitoraggio.

Intanto ogni anno si svolge la manifestazione contro l'inquinamento, a cui aderiscono, in buona fede, migliaia di cittadini di Taranto e provincia e sostenuta in modo solidale da tutti i mezzi di informazione tarantini. Una manifestazione INQUINATA proprio dalla presenza di tutti quei politici, amministratori e sindacalisti che, corresponsabili dello stato dei fatti, con demagogia rappresentano una realtà utopistica: Taranto senza la grande industria e senza inquinamento.

Gli stessi che da una parte hanno rinunciato in passato a vedersi risarciti i danni collettivi da inquinamento, ritirandosi dalla costituzione di parte civile nei procedimenti penali con sentenza di condanna, e dall’altra parte rinunciando ad attivare altre forme ripristinatorie e risarcitorie future, con gli strumenti che dà l’ordinamento giuridico.

Gli stessi che per anni hanno impedito la rilevazione e misurazione delle emissioni inquinanti, risultanti fatali.

Se per i cittadini, sull’onda dell’indignazione, la partecipazione alla manifestazione è doverosa per sollevare un problema, per i parlamentari, gli amministratori e i sindacalisti locali, è una vergogna farne parte. Senza alcun imbarazzo in prima fila fanno passerella pubblicitaria in previsione di future elezioni, manipolando lo stato d’animo della gente, contro quel poco lavoro che c’è, senza attivarsi ad attuare soluzioni fattibili alternative.

TARANTO: IL FORO DELL’INGIUSTIZIA.

ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI.

Per gli errori giudiziari non ci sono avvocati locali che hanno il coraggio di mettersi contro i magistrati di Taranto. I Pubblici Ministeri che, presumibilmente, hanno sbagliato, intervengono in processi in cui si dovrebbe acclamare il loro errore e perseguono chi si oppone a questo stato di cose.

"Basta errori giudiziari che distruggono la vita dei cittadini. Basta impunità per i responsabili". Questo dice il dr Antonio Giangrande, Presidente della Associazione Contro Tutte le Mafie, che ha svolto una inchiesta sulla Giustizia in Italia, in generale, e a Taranto, in particolare. Una società civile che permette di tenere in carcere degli innocenti, per essere genuflessa ai poteri forti, è una società collusa e codarda. Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un’omissione o un abuso d’atti di ufficio da parte del magistrato che non ha saputo o voluto cercare prove a discarico, così come la legge lo obbliga a fare. Dove c’è l’errore giudiziario, lì vi è un infedele patrocinio da parte del difensore che non ha saputo o voluto difendere il proprio cliente, spesso dovuto allo stato d’indigenza dell’indagato/imputato".

Il presidente continua: “Secondo l’Eurispes sono 4 milioni gli italiani vittime di errori giudiziari negli ultimi 50 anni, ma a noi interessano i casi concreti. E’ di questi giorni l’ennesima denuncia, riportata da alcuni giornali, contro la violazione della libertà personale presso il Tribunale di Taranto. Succede a Taranto, ma tutta Italia ne parla. E’ una cosa normale? E, soprattutto, è possibile che simili situazioni siano tollerate?

I fatti. Leggendo i giornali si viene a sapere che alcune persone sono detenute (altre, invece, hanno già scontato la pena detentiva inflitta) per una serie di reati per i quali, invece, si ha il reo confesso con tanto di ritrovamento delle prove. Ma per la giustizia italica tutto ciò non è sufficiente ed in carcere si ritrovano un po’ tutti: innocenti (presunti colpevoli) e colpevole (per sua stessa ammissione).

Il Caso Sebai: l’ingiustizia più grande d’Italia.

La Vergogna. Ben Mohammed Ezzedine Sebai (il Killer delle vecchiette), che tra il 1995 e il 1997 si macchiò dell’omicidio di ben 14 anziane tra Puglia e Basilicata. Nonostante il legittimo sospetto che non vi potesse essere serenità di giudizio, ed non essendo prevista la ricusazione del PM, si è permesso di giudicare il Sebai a Taranto con il rito abbreviato per delitti di cui altri già erano stati condannati dal quel foro e accusati, in particolare, dagli stessi PM. Nessuno delle parti in causa (pubblici ministeri, avvocati e giudice), che abbia chiesto la rimessione del processo in altro foro per legittimo sospetto di parzialità nel giudizio.

L’umiliazione. I media tacciono la vergogna. Nella puntata di “Agorà” dell’8 febbraio 2011 su Rai Tre, dalle 9.00 alle 11.00, sarebbe dovuta andare in onda un’inchiesta della giornalista Angela Caponnetto sulla censurata vicenda Sebai. Nell’inchiesta si sarebbero potute ascoltare le parole di Michele Donvito, fratello di Vincenzo, suicidatosi nel carcere di Teramo nel 2005, accusato dell’omicidio di Celestina Commessatti, uccisa nella sua abitazione di Palagiano, in provincia di Taranto, il 14 agosto 1995. Eppure già nel 1999 il tunisino Ben Mohamed Ezzedine Sebai si era dichiarato colpevole dell’omicidio della stessa, confessione rafforzata di particolari e dettagli solo nel 2006. In studio era presente anche la giornalista che per cinque ore ha intervistato Donvito sulla triste vicenda, che ha coinvolto e stravolto la sua famiglia, eppure, a detta del suo conduttore, Andrea Vianello, di tempo non ce n’è stato a sufficienza e il servizio è saltato. La Caponnetto è stata liquidata con delle semplici scuse e la vicenda rimane nell’oblio.

Il 10 febbraio del 2006, Sebai Ezzedine – un 33enne immigrato tunisino - rilascia una confessione al dott. Nobile della Procura di Milano, successivamente confermata dinanzi al P.M. di Taranto Dott.ssa Montanaro, nell'ambito della quale ammette la propria responsabilità in merito all'omicidio di 15 anziane signore. Si tratta di donne sole, sgozzate nelle loro abitazioni, che ricordavano al reo confesso le donne che da bambino lo picchiavano e seviziavano. Sulla decisione del Sebai di confessare la verità e di scagionare persone che egli sapeva con sicurezza essere innocenti ha, senza alcun dubbio, influito il suicidio di Vincenzo Donvito il quale, dopo aver proclamato per anni la sua innocenza, non ha retto al regime carcerario ed al tormento di essere recluso ingiustamente e si è tolto la vita impiccandosi in carcere.

13 agosto del 1995, omicidio di Celestina Commessatti avvenuto in Palagiano (Taranto)– Condannati: Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli, Vincenzo Donvito. La confessione del Sebai è supportata da una perquisizione locale effettuata presso un pregiudicato della zona nell'ambito della quale venivano rinvenuti gioielli di sicura appartenenza della Commessatti e che il ricettatore afferma essergli stati venduti da un tunisino rispondente al nome di Fathi Said, pseudonimo di Sebai Ezzedine. Giuseppe Tinelli è recluso presso il carcere di Ivrea da 11 anni, Davide Nardelli ha scontato 7 anni di carcere e Vincenzo Donvito in data 21 luglio 2005, si è tolto la vita all'interno del carcere di Castogno, nei pressi di Teramo, dopo aver scontato 7 anni di carcere. Donvito aveva sempre proclamato, inutilmente, la propria innocenza e si è determinato a togliersi la vita non potendo più reggere il peso di una ingiusta detenzione, nè si era tenuto conto delle testimonianze a discarico.

17 maggio del 1997, omicidio di Pasqua Rosa Ludovico avvenuto a Castellaneta – Condannati: Vincenzo Faiuolo, Francesco Orlandi. Il Sebai nella dichiarazione rilasciata all'autorità giudiziaria afferma la completa estraneità di Faiuolo ed Orlandi ai fatti di sangue per cui sono stati condannati. Uno dei punti fondamentali di questa confessione, e dalla quale si desume l'innocenza degli stessi, è l'individuazione dell'ora esatta della morte della vittima che è avvenuta in un'ora in cui i due fratellastri si recavano nei campi a lavorare e vi rimanevano per tutto il pomeriggio. Alla luce delle dichiarazioni del Sebai veniva emesso decreto di perquisizione locale dell'appartamento di cui il tunisino aveva la disponibilità fino al momento del suo arresto. In data 15.05.2006 il reparto operativo dei Carabinieri di Taranto procedeva ad ispezionare la cantina dove, all'interno di una buca, rinvenivano oggetti che le nipoti della vittima riconoscevano essere appartenuti alla loro zia. In tutti questi casi, il Sebai afferma la completa estraneità dei condannati ai delitti da lui commessi. E, soprattutto, riferisce circostanze precise e pienamente concordanti, relative sia alle modalità che ad i tempi di esecuzione degli omicidi. Le modalità di uccisione delle vittime sono state definite dai periti incaricati del “caso Totaro” come una sorta di “firma dell'autore”. Il Sebai, inoltre, descrive la scena dei crimini con dovizia di particolari dimostrando di essere a conoscenza dello stato dei luoghi in cui i delitti sono stati commessi. Vincenzo Faiuolo (che da 12 anni sconta la propria pena ed attualmente è ristretto presso il carcere di Volterra) e Francesco Orlandi (attualmente in regime di libertà vigilata, dopo aver scontato 11 anni di carcere).

29 luglio del 1997, omicidio di Maria Valente – Condannati: Giuseppe e Arcangela Tinelli, Carmina Palmisano. Il Sebai, già condannato per questo omicidio, confessa di non aver mai conosciuto i coimputati e di aver sempre agito da solo. Anche in questo caso a carico dei condannati non c'è nessuna prova. Infatti in casa della Valente venne rinvenuta solo un'impronta digitale appartenente al Sebai. La procura di Taranto ha rinviato il Sebai a giudizio per l'omicidio della signora Celeste Commesatti e della signora Pasqua Ludovico, ma non per la signora Maria Valente, per il quale il Sebai era già stato condannato unitamente a Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano, ritenendo impossibile processare nuovamente il Sebai per lo stesso omicidio, secondo il principio del ne bis in idem. Non ha però preso in considerazione il fatto che, in relazione a detto omicidio, sono stati condannati anche Giuseppe Tinelli (ad oggi ancora ristretto presso il carcere di Ivrea), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano. A questo proposito preme sottolineare come la Procura generale di Taranto avrebbe potuto e, secondo lo scrivente, avrebbe dovuto chiedere la revisione penale della sentenza che vedeva condannati ingiustamente, per l'omicidio della Valente, il Sebai unitamente agli altri tre summenzionati imputati, in quanto questi sono stati scagionati dalle dichiarazioni confessorie di Sebai Ezzadine Ben Mohamed, ed alcuni di loro stanno ancora scontando un'ingiusta pena.

L'innocenza dei condannati è ulteriormente suffragata dalla sentenza emessa dal Gup di Lucera in data 15.02.2008 il quale ha rilevato che nessun dubbio è scaturito dalle emergenze processuali “in ordine alla ricostruzione del fatto ed alla sua ascrivibilità ad un'azione cosciente e volontaria del Sebai”. La confessione del serial killer delle vecchiette, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, è “pienamente attendibile”: lo scrive il gup del tribunale di Lucera (Foggia) Carlo Chiriaco motivando la sentenza con la quale, il 15 febbraio, ha condannato Sebai a 18 anni di reclusione (con rito abbreviato) per l’omicidio di Celeste Madonna, di 81 anni, uccisa a Lucera il 25 aprile 1996.

A seguito delle dichiarazioni confessorie formulate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, in riferimento alla posizione di Giuseppe Tinelli l'avvocato Claudio Defilippi, difensore di quest'ultimo ha proposto istanza di revisione presso la Corte d'Appello di Potenza, presentata in data 2 settembre 2008, avverso la sentenza n. 05.1998 che lo riteneva colpevole, in concorso con Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, dell'omicidio della signora Celestina Commesatti (omicidio avvenuto in Palagiano il 13 agosto 1995) ed una successiva istanza di revisione volta ad ottenere la revoca della sentenza n. 06 del 2002 che lo riteneva colpevole, in concorso col Sebai Ezzedine, in qualità di esecutori materiali dell'omicidio di Maria Valente (omicidio avvenuto in Palagiano il 29 luglio 1997). La prima istanza di revisione è stata rigettata dalla Corte d'Appello di Potenza che ha ritenuto inesistente un contrasto di giudicati, non essendo ancora pervenuti ad una sentenza di condanna definitiva in ordine ai fatti dei quali si è autoaccusato il Sebai. Sulla seconda istanza di revisione l'esito negativo è scontato. Anche in riferimento alle posizioni di Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi l'avvocato Claudio Defilippi ha presentato due istanze di revisione davanti alla Corte d'Appello di Potenza, volte ad ottenere la revoca della sentenza che li ha ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dell'omicidio di Pasqua Ludovico. Anche queste istanze di revisione sono state rigettate. Le dichiarazioni confessorie del Sebai Ezzadine Ben Mohamed, a seguito delle quali lo stesso è stato mandato a giudizio per gli stessi fatti, evidenziano la possibilità dell'esistenza di gravi errori giudiziari. Si tenga presente, a questo proposito, che sono già stati comminati a persone presumibilmente innocenti complessivi 100 anni di carcere, con il conseguente pericolo per lo Stato italiano di dover pagare ingenti somme a titolo di risarcimento per detti errori giudiziari, pari a 100 milioni di euro, più spese processuali. Tutto a carico della collettività e non dei responsabili.

A questo punto la “logica” e i precedenti giurisprudenziali vorrebbero che – di fronte all’ammissione di colpa da parte di Sebai Ezzedine ed in base ai riscontri oggettivi – i condannati innocenti venissero scarcerati, almeno coloro che non sono già fuori dopo aver scontato una pena ingiustificata. E invece nulla, perché la giustizia (e la “g” è minuscola non a caso) prima di tirarli fuori dalle patrie galere attende che il tunisino venga condannato in via definitiva di fronte alla Cassazione per i quindici delitti commessi in terra pugliese. Si noti bene, l’attesa secondo i tempi biblici italici. Potenza, competente per il processo di revisione risponde di no. "Sebai è credibile, ma questo non basta”.

Invece a Taranto, dove il 19 dicembre 2008 e l’8 gennaio 2009 si è tenuta l’udienza contro Sebai, questo non è credibile, perché si è autoaccusato dei delitti solo per scagionare i veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. La richiesta di assoluzione per il Sebai è giunta da parte del Pm Pina Montanaro al termine del processo con rito abbreviato per l’uccisione di Grazia Montemurro, di 75 anni (Massafra, 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86, (Castellaneta 14 maggio 1997). La stessa richiesta ha fatto il Pm Vincenzo Petrocelli per l’omicidio di Celeste Commessatti, di 73, (Palagiano, 13 agosto 1995).  A sorpresa, però, vi è stata una richiesta di condanna, formulata nel corso dello stesso processo con rito abbreviato, riguardante l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia, di 90 anni, uccisa a Laterza (Taranto) il 21 agosto del 1997. La richiesta di condanna è stata presentata dal Pm Maurizio Carbone.

A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto, quindi senza alcun condannato a scontare la pena.

Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per gravi ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità per errore giudiziario".  Non solo i pm erano incompatibili, ma incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.

L’ingiustizia si evidenzia nel fatto che a decidere sulle eventuali responsabilità dei magistrati requirenti sia un collega dello stesso foro. Si palesa, altresì, dal fatto che la procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi; per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione. Strano che proprio in quel caso la credibilità non dia seguito ad alcuna conseguenza per i magistrati che hanno sbagliato, non essendoci innocenti in carcere da risarcire. Da tener conto che il pm Vincenzo Petrocelli è stato coinvolto in un altro caso di grave errore giudiziario, in quanto già accusatore di Domenico Morrone, 15 anni di carcere da innocente, risarcito con 4,5 milioni di euro, senza contare che era, anche, il Pubblico Ministero procedente al caso di Carmela, la ragazza che si tolse la vita gettandosi dal 7° piano, vittima di abusi sessuali e mai creduta dal Petrocelli.

Per questi motivi l'avv. Luciano Faraon di Venezia, difensore di Sebai, si è rivolto al Premier, al Guardasigilli, al Procuratore generale presso la Cassazione, al CSM e al Procuratore generale di Lecce.

Mentre il difensore di alcuni dei condannati «per orrore», Claudio Defilippi, avvocato di Modena, legale di 6 delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna), ha chiesto al Guardasigilli di inviare gli ispettori per verificare l’operato della procura di Taranto. Tutto lettera morta. ''La procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi; per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione”. Lo evidenzia l’avv.Claudio Defilippi legale di sei delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna) detenute da lunghi anni “pur essendo innocenti”.

Dei delitti per i quali gli otto sono stati condannati si è successivamente accusato Sebai. Defilippi chiede che il gup di Taranto Valeria Ingenito, dinanzi alla quale è a giudizio Sebai, disponga un confronto all’americana tra i suoi assistiti e il tunisino. E rilancia: “il fatto che i tre pm di Taranto non la pensino allo stesso modo sull'attendibilità di Sebai dovrebbe spingere il ministro della Giustizia a disporre un’ispezione in procura”. Per Defilippi, vi è nel processo una “situazione di incompatibilità dei pm Montanari e Petrocelli”.

“Questi – sottolinea – prima hanno chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio e la condanna definitiva di alcune persone che si proclamano da sempre innocenti (Vincenzo Donvito, poi suicidatosi, Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo) e successivamente chiedono l’assoluzione per gli stessi omicidi per il serial killer”.

27 aprile 2010. Al contrario della Procura Generale di Potenza, la Procura Generale presso la Corte d’appello di Bari ha espresso parere favorevole al giudizio di ammissione alla revisione del processo per il detenuto Vincenzo Faiuolo, condannato alla pena definitiva di 25 anni di reclusione (13 anni e 6 mesi già scontati) per l’omicidio di un’anziana della quale si è poi accusato il serial killer di anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai.

Faiuolo, in carcere a Volterra per il delitto di Pasqua Ludovico, di 86 anni, compiuto a Castellaneta (Taranto) il 14 maggio 1997. Egli è stato ritenuto esecutore materiale del delitto, per il quale fu processato anche il suo fratellastro, Francesco Orlandi. Questi si ritenne avesse avuto un ruolo secondario, motivo per il quale fu condannato per omicidio a 11 anni di reclusione, pena che ha interamente scontato.

Entrambi hanno confessato il delitto ma tempo dopo hanno spiegato che la confessione era stata estorta con minacce e violenza degli investigatori, tesi questa che ha portato la magistratura barese ad affermare che il caso deve essere riaperto, sia alla luce delle «prove sopravvenute», che sono ritenute «serie», sia in virtù degli elementi di riscontro forniti da Sebai negli ultimi anni: il serial killer si è infatti accusato di aver ucciso 14 anziane tra il 1995 e il 1997, compresa Ludovico.

Sebai ha così scagionato otto persone che erano state condannate negli anni per aver compiuto i diversi omicidi. I magistrati che finora hanno giudicato il serial killer non lo hanno ritenuto credibile perchè – è il ragionamento – egli si è autoaccusato degli omicidi solo per scagionare gli otto veri responsabili, che ha conosciuto in carcere. Uno di questi, Vincenzo Donvito, si è suicidato in cella a Teramo il 21 luglio 2005 dopo aver proclamato per sette anni la propria innocenza.

La richiesta di revisione è stata presentata da Defilippi sulla base di una serie di elementi. Tra l’altro Faiuolo aveva confessato di aver ucciso la donna con un coltello (recuperato) che si è poi rivelato diverso da quello usato dall’assassino; ha poi spiegato di aver colpito la vittima con fendenti sferrati personalmente con la mano sinistra (perchè è mancino), invece la donna è stata assassinata da un killer destrimano. Ancora: gli anelli che la donna possedeva sono stati trovati nella disponibilità di Sebai, così come un articolo di giornale che parlava del delitto.

"La decisione dei giudici baresi è un successo importante perchè riapre il caso Sebai. L'attenzione ora va agli otto innocenti, di cui uno si è suicidato in carcere, che sono stati condannati a complessivi 100 anni di carcere per delitti che non hanno compiuto. Il silenzio di questi otto innocenti oggi è finalmente finito”. Così l’avv.Claudio Defilippi commenta la decisione della Corte d’appello di Bari di ammettere la revisione del processo per il proprio assistito, Vincenzo Faiuolo, condannato a 25 anni di reclusione per aver ucciso un’anziana.

Del delitto si è poi accusato il serial killer delle anziane donne pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 46 anni. “Abbiamo trovato a Bari dei magistrati che hanno voluto vedere dentro le cose. Mi auguro – afferma Defilippi – che si possa al più presto verificare la responsabilità di un altro innocente, Giuseppe Tinelli, condannato all’ergastolo per gli omicidi di Celeste Commesatti (Palagiano, Taranto, 13 agosto 1995) e di Maria Valente (Palagiano, 29 luglio 1997), ma che da sempre si dice innocente”.

“Tinelli – prosegue il legale – ha tentato di suicidarsi per due volte in carcere ingerendo candeggina. Spero che, dopo 15 anni di detenzione, possa ottenere la sospensione della pena per questi due delitti che non ha commesso”. Il legale sostiene inoltre che il giudizio di revisione per Faiuolo, per attrazione, riaprirà anche la posizione processuale dell’altro concorrente nel delitto, Francesco Orlandi, condannato a 11 anni, pena che ha interamente scontato a Trani (Bari) ed è ora libero. Delle otto persone “innocenti”, sei delle quali sono difese da Defilippi, le sole detenute sono Tinelli e Faiuolo.

Dunque cosa è successo dal giorno in cui venne comunicato che la richiesta di revisione era stata accettata?

“E’ successa una cosa molto grave - dice l’avvocato De Filippi a "Il Democratico". - Prima la Corte di Appello di Bari ha accettato la richiesta di revisione, ma poi mi è arrivato un provvedimento dalla Corte di Assise di Appello di Bari che non c’entra niente e che ha revocato tutto. Ora: cosa c’entra la Corte di Assise di Appello di Bari?! Questo si chiama provvedimento abnorme: cioè quando non c’entra niente!

Praticamente un giudice che non c’entra niente ha fatto un provvedimento che revoca quello emesso dal giudice competente. La Corte di Assise di Appello di Bari non ha nessuna competenza in merito a questo processo”.

Cioè lei sta dicendo che la Corte di Appello di Bari e la Corte di Assise di Appello di Bari sono due cose diverse e sganciate in merito a questo caso giudiziario?

“Assolutamente si. È la Corte di Appello di Bari che ha la competenza del caso, non quella di Assise”.

Ma allora come spiega questo provvedimento? Perché è stato fatto?

“Io non lo so. Non so le ragioni per le quali sia avvenuto tutto questo. Io non so più cosa pensare perché sinceramente ogni mia mossa viene cancellata. Ogni mia mossa viene bloccata: non so cosa pensare”.

Ma lei non ha nemmeno una vaga idea del perché si sia verificato questo ennesimo, improvviso intoppo al normale svolgimento del processo di Faiuolo?

“Questo è il più grosso caso di errore giudiziario della storia d’Italia. Si immagini un po’ se c’è gente che non lo vuole bloccare…Io non so chi sia e cosa faccia, so solo che tutte le cose che faccio mi vengono bloccate sistematicamente. Questo provvedimento qua è assolutamente abnorme, dato da un giudice non competente e che non doveva essere di competenza. Non si capisce perché questo giudice lo abbia fatto. Non si capisce niente!”

Ma quindi ora che ne sarà del processo? E’ stato tutto ‘chiuso’?

“Non è chiuso niente: io ho fatto ricorso in Cassazione contro questo provvedimento, perché è assolutamente abnorme. I provvedimenti abnormi sono tali per cui ci potrebbe essere una responsabilità disciplinare per il giudice che lo ha emesso. Non doveva venire fuori questo giudice, perché è assolutamente incompetente con il caso”.

Come si può commentare tutto questo?

“Dicendo che è una situazione paradossale, assolutamente strana. E il tutto nell’assoluta assenza di media, giornali e tv”.

Quello di Vincenzo Faiuolo potrebbe essere, a tutti gli effetti, un grave caso di malagiustizia. La riapertura delle indagini e la revisione del processo, infatti, potrebbero testimoniare l’esistenza di plurimi errori giudiziari fatti dal foro competente (quello di Taranto) che all’epoca condannò Vincenzo Faiuolo ed altri con l’accusa di omicidio. Qualora tali ipotetici errori giudiziari venissero dimostrati, infatti, un gran numero di giudici e magistrati verrebbe a trovarsi in seria difficoltà poiché dovrebbe rispondere e giustificare il perché di tali errori. In più c’è da considerare che questo è un caso, complessivamente, da 100 anni di carcere: risarcire 100 anni di carcere costerebbe moltissimo allo Stato.

Nonostante ciò, i Magistrati di Taranto hanno denunciato presso la Procura di Potenza il Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr. Antonio Giangrande, il collegio difensivo del Sebai ed altri testimoni perché questi hanno espresso dubbi di legalità riguardo il Processo Sebai, ossia il “killer delle vecchiette”. Il reato contestato: calunnia nei confronti della difesa, per essersi permessi di contestare con atti di rito le sentenze avverse; false dichiarazioni rese a difensore nei confronti dei testimoni. In quest'ultimo caso la denuncia non è stata fatta dal difensore, ma dai magistrati. Ba!!

Continua la battaglia dei Magistrati di Taranto contro l’Associazione Contro Tutte le Mafie ed il suo presidente. “Non contenti di aver archiviato tutte le mie denunce e dei miei clienti, fino a che mi hanno permesso di fare l'avvocato, compresa quella ricevuta da altra procura e nella quale gli stessi magistrati di Taranto erano denunciati, ed accolte tutte quelle contro di me, pur pretestuose, come quella di calunnia per aver proposto come avvocato di terzi opposizione ad una archiviazione - dice il dr Antonio Giangrande - alcuni Magistrati di Taranto, prima mi hanno denunciato a Potenza perché ho pubblicato sui miei siti le interrogazioni parlamentari e gli articoli di stampa, che parlavano degli insabbiamenti delle inchieste presso il foro di Taranto, poi mi hanno denunciato a Potenza, assieme al collegio difensivo del Sebai, per aver rilevato abnormi anomalie riguardo il processo al killer delle vecchiette. Le anomalie sollevate erano che il foro di Taranto, magistrati giudicanti ed inquirenti, non doveva occuparsi, per conflitto di interesse, dei delitti di cui il Sebai si dichiarava autore e per i quali i giudici di Taranto avevano già condannato altri imputati. In quel processo il Sebai si accusava di 14 delitti, dando dovuti riscontri. A Taranto è stato creduto solo per un delitto, guarda caso, per quello dove non si è mai trovato un colpevole. Gli esiti di quel processo potevano far emergere responsabilità dei magistrati che si erano prodigati a far condannare dei presunti innocenti e per questo si urla che era poco opportuno che gli stessi dovessero intervenire, più che sulle sorti dei detenuti, sulle conseguenze della loro presunta negligenza od imperizia.”

Su questi fatti, silenzio assordante da parte delle Istituzioni. Le denunce penali presentate dal presidente dell'Associazione Contro Tutte Le Mafie, Dr Antonio Giangrande, contro la Procura di Taranto, inviate a Potenza, sono rimaste lettere morta. A seguito dell'indifferenza della Procura di Potenza le denunce penali contro la Procura di Taranto sono state inviate presso altre Procure. Queste hanno reinviato a Taranto le denunce ricevute. Risultato: la Procura di Taranto da denunciata ha archiviato con abuso, in conflitto di interessi, le denunce contro se stessa.

Silenzio assordante da parte delle Istituzioni. Così come è per tutte le interrogazioni parlamentari che hanno sollevato problemi di etica giudiziaria e forense di quel foro. Interrogazioni che sono state presentate non da Parlamentari tarantini. Nemmeno l'On. Franzoso ha avuto il coraggio di ribellarsi, se non per altri, almeno per se stesso. Come molti ricorderanno, l'on. Pietro Franzoso, tarantino, all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa ha riservato alla notizia poco spazio e pochissimo risalto.

Nella problematica è da segnalare l’astensione alla lotta della classe forense tarantina contro i magistrati di quel foro per procedimenti di declaratoria di errori giudiziari.

Il presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ricorda altri casi.

Gronda ingiustizia la storia della strage della barberia, così come è stata rivisitata dalla Corte di Appello di Potenza. Quella Corte ha scagionato quattro innocenti, condannati come feroci killer per la mattanza dell’1 ottobre del 1991. Il punto di non ritorno della guerra di mala. Quel maledetto giorno i sicari della mala irruppero nella barberia di Giuseppe Ierone, all’imbocco di via Duomo. Spararono all’impazzata con mitra e pistole. Poi fuggirono lasciandosi alle spalle quattro morti e due feriti. Cercavano i boss rivali, invece, inchiodarono al suolo innocenti che con quella guerra tra bande non avevano nulla a che fare. Il primo di una lunga serie di tragici errori. Nelle ore successive alla mattanza, le indagini imboccarono la strada sbagliata. In carcere finirono cinque persone.

A distanza di sedici anni la Corte di Appello di Potenza ha definitivamente scritto che quattro erano innocenti. Giovanni Pedone, Massimo Caforio, condannati a trent’anni come esecutori materiali, e Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati ad undici anni come fiancheggiatori. Con quel tremendo delitto non c’entravano. Ma la Corte di Potenza, nel motivare la revisione va oltre il verdetto, svelando definitivamente particolari che inducono a riflettere. Un aspetto su cui oggi si è soffermato l’avvocato Carlo Petrone che in questa brutta vicenda ha assistito Giovanni Pedone, noto con il soprannome di “fafetta”. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocente ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre. Collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Di Bari avevano parlato, adombrando il sospetto di un depistaggio messo in atto da un boss che a suo dire era vicino ai servizi segreti. Ma quando quelle dichiarazioni furono portate in Appello, la Corte le bollò come un tentativo di inquinamento probatorio. E fa specie leggere che quel secondo grado del procedimento cominciò e si concluse in un giorno a dispetto della complessità del caso. Come dire che se la giustizia è lenta l’ingiustizia in quel caso fu rapidissima. Così come rapidi giunsero gli arresti per il quadruplice omicidio. A spianare la strada sbagliata agli uomini della Squadra Mobile un confidente. “Quel confidente - scrivono i giudici di Potenza - fu messo in camera di sicurezza con Aiello e Bello i quali si decisero poi a parlare”.

«E’ certo - ha detto l’avvocato Petrone - che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini».

Continua il dr Antonio Giangrande, parlando del caso Morrone.

“Domenico Morrone un terzo della sua vita l'ha spesa dietro le sbarre. 16 anni. Ingiustamente. Lo avevano arrestato nel 1991 e condannato a 21 anni, perché, secondo l'accusa, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzini davanti a una scuola media di Taranto. Non era vero. E la verità è saltata fuori. Grazie alle confessioni di due pentiti e ad una revisione del processo, la Corte d'Appello di Lecce l'ha assolto. La stessa Corte gli ha riconosciuto 4,5 milioni di euro: soldi che pagheranno i cittadini italiani e non i responsabili dell'errore.

In base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri, coordinati dal pm del tribunale di Taranto Vincenzo Petrocelli, Morrone, poche ore dopo i fatti, fu sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Ad incastrarlo - secondo l'accusa - c'erano le testimonianze di alcune persone. Sia al momento del fermo sia durante i processi a suo carico, l'imputato ha sempre detto di essere estraneo ai fatti, ma nessuno gli ha creduto.

«Questo processo è stato caratterizzato da lacune immense - denuncia l'avv. Defilippi - e i giudici di merito non hanno mai tenuto conto dell'alibi che Morrone aveva, che era stato confermato sin dal primo annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione. L'imputato ha sempre detto che al momento del delitto si trovava nell'appartamento dei coniugi Masone, che vivevano sullo stesso pianerottolo dell'abitazione della sua famiglia. I Masone hanno confermato l'alibi del giovane durante il processo ma sono stati condannati per falsa testimonianza, così come è stata condannata la mamma del giovane che aveva riferito la stessa circostanza: «Queste persone - conclude il legale - sono cadute nella fossa dell' inferno solo per aver detto la verità».

A Taranto si deve subire e si deve tacere. Potenza agevola. Processato per diffamazione a mezzo stampa il presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”, perché sul web e sulla stampa nazionale ed internazionale (La Gazzetta del sud Africa) riporta le prove che a Taranto, definito Foro dell’Ingiustizia, vi sono eccessivi errori giudiziari ed insabbiamenti impuniti.

Si apre a Potenza il processo a carico del Dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte Le Mafie”.

L’accusa: diffamazione a mezzo stampa, su denuncia di un procuratore della Repubblica di Taranto.

La difesa: aver pubblicato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sul Foro di Taranto, le interrogazioni parlamentari, le richieste di archiviazione e gli articoli di stampa nazionale.

I dati ufficiali: Denunce penali presentate a Taranto 21.720, condanne conseguite 364.

Le varie interrogazioni dei parlamentari: Patarino, Bobbio, Bucciero, Lezza, Curto e Cito.

Le motivazioni di una richiesta di archiviazione in cui si dubita della fondatezza delle accuse di una vittima di un concorso pubblico palesemente irregolare per conflitto di interessi del vincitore e, contestualmente, responsabile del procedimento concorsuale.

La richiesta di una auto-archiviazione per una denuncia in cui la stessa Procura richiedente era stata palesemente denunciata. Denuncia, oltretutto, iscritta falsamente a carico di ignoti.

Articoli di stampa: Giudice scriveva sentenze con gli avvocati; ritardi colossali delle sentenze; Vigili Urbani, pronto intervento per il sindaco, 50 minuti; Vigili urbani, violenza sui cittadini; insabbiamenti alla Procura; giudici, cancellieri, avvocati e consulenti accusati di corruzione; ispettore di polizia denuncia i giudici che insabbiano, lo processano in un giorno; corruzione al Palazzo di Giustizia; concorsi forensi truccati ed impedimento del ricorso al Tar.

Articoli di stampa sugli innumerevoli errori giudiziari: caso on. Franzoso, caso killer delle vecchiette, caso della barberia, caso Morrone, ecc.

La denuncia è stata presentata da un magistrato di Taranto, la cui procura ha già cercato, non riuscendoci, di far condannare il dr Antonio Giangrande per abusivo esercizio della professione forense, pur sapendo di essere regolarmente autorizzato a patrocinare; ovvero di farlo condannare per calunnia per la sol colpa di aver presentato per il proprio assistito opposizione provata avverso ad una richiesta di archiviazione; ovvero di farlo condannare per lesione per essersi difeso da un’aggressione subita nella propria casa al fine di impedirgli di presenziare ad una sua udienza; ovvero di farlo condannare per diffamazione per aver pubblicato le inchieste sulle consulenze o perizie false; ovvero farlo condannare per violazione della privacy e per diffamazione per aver pubblicato atti pubblici nocivi alla reputazione della stessa procura. Sempre con impedimento alla difesa.

Il processo si apre a Potenza. Foro in cui lo stesso Presidente di quella Corte di Appello aveva più volte chiesto conto alle procure sottoposte sulle denunce degli insabbiamenti a Taranto, rimaste lettera morta.

Il processo si apre a Potenza, più volte sollecitata ad indagare sui concorsi forensi truccati, in cui vi sono coinvolti magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto.

Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro alcuni magistrati di Brindisi, che a novembre 2007 hanno posto sotto sequestro per violazione della privacy (censura tuttora vigente) un intero sito dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie composto da centinaia di pagine, effettuato con atti nulli e con incompetenza territoriale riconosciuta dallo stesso foro. La procura di Taranto, investita per competenza, ha reiterato il sequestro. Il sito conteneva, alla pagina di Brindisi, le notizie di stampa nazionale riguardanti il presunto complotto della medesima procura di Brindisi contro il Giudice di Milano, Clementina Forleo, e alla pagina di Taranto, le prove sugli insabbiamenti della Procura locale.

Il processo si apre a Potenza, foro in cui è rimasta lettera morta la denuncia contro il giudice di Manduria, che condanna sempre quando il Giangrande o un suo assistito è imputato, ovvero assolve sempre quando il Giangrande o un suo assistito è persona offesa. Questo sempre in contrasto alle prove acquisite.

Il processo si apre a Potenza, dove si è costretti a presentare istanza di ammissione al gratuito patrocinio, a causa dell’indigenza procurata dalle ritorsioni del sistema di potere, che impedisce l’esercizio di qualsivoglia attività professionale. Situazione che non assicura una adeguata difesa.

Tutto questo, e anche peggio, succede a chi, non conforme all’ambiente, non accetta di subire e di tacere, per sè e per gli altri.

ANTIMAFIA CLIENTELARE

In data 2-3-4 marzo 2010, il servizio di Stefania Petix, inviata di Striscia La Notizia, per la prima volta in Italia ha sollevato il problema della destinazione clientelare dei beni confiscati alla mafia.

In quel caso si evidenziava che a Palermo la destinazione a fini sociali dei beni confiscati era stata effettuata a favore di associazioni inesistenti o a fini di lucro.

Inascoltata la “Associazione Contro Tutte le Mafie” da sempre ha denunciato che il fenomeno è nazionale.

Si riscontra che l’associazione “Libera” ha un rapporto privilegiato con le strutture Prefettizie a scapito delle tantissime associazioni indipendenti che non fanno capo a quel coordinamento.

In questo caso vi è silenzio assoluto delle Istituzioni e degli organi di stampa su un fatto gravissimo.

Allo stesso sodalizio nazionale denominato “Associazione Contro Tutte le Mafie”, iscritta presso la Prefettura di Taranto al n. 3/2006, è impedita l’iscrizione presso altre prefetture pur operando nel loro territorio, in virtù del Decreto del Ministero dell’Interno n. 220 del 24/10/2007, che prevede l’iscrizione delle associazioni antiracket solo ed esclusivamente presso le prefetture competenti sulla sede legale.

In data 3 marzo 2010, anche grazie ad una legge regionale, denominata appunto “Libera il bene”, attraverso la quale la Regione Puglia si assume il 90% dell’onere economico delle spese per la ristrutturazione degli immobili, il commissario straordinario prefettizio di Manduria Giovanni D’Onofrio ha promosso ed ottenuto, con la firma del protocollo di intesa, la collaborazione della stessa associazione Libera (rappresentata da Davide Pati e Annamaria Bonifazi) e della Prefettura di Taranto (rappresentata dalla dott.ssa Distante), finalizzata all’analisi dei beni confiscati agli esponenti mafiosi di Manduria, al monitoraggio delle loro condizioni strutturali, alla verifica del possibile riutilizzo e alla progettazione per la trasformazione in centri di aggregazione o per altro uso (da stabilirsi). Con il protocollo l'Ente pubblico si assume l'onere del restante 10%.

“Libera” è un coordinamento, non un’associazione, e come tale, in virtù del Decreto citato, non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, in quanto il coordinamento non ha la sede legale in quella città, ma in via IV Novembre, 98, Roma, per cui il protocollo d’intesa è nullo e la Prefettura di Taranto e il Comune di Manduria, dovrebbero collaborare con le associazioni con sede legale nella provincia di Taranto, e l’Associazione Contro Tutte le Mafie, ha la sede legale in Avetrana, 15 Km da Manduria.

Se passa il principio che chiunque spenda il nome “Libera” possa essere iscritto e privilegiato dagli enti Prefettizi, è normale che in Italia si formi un monopolio illegale delle assegnazioni dei beni, specie se poi questa attività è sostenuta dai finanziamenti pubblici.

E’ ancor più grave se poi i coordinamenti hanno sede presso la CGIL. In questo caso parrebbe un’espropriazione proletaria.

Poi non si capisce come mai la Regione Puglia possa riconoscere finanziamenti solo a “Libera”, escludendo le altre associazioni indipendenti, specie se dopo tanta enfasi, dopo anni non è ancora stato istituito l’albo regionale delle associazioni antiracket, che dovrebbe legittimare gli stessi finanziamenti.

A Taranto, venerdì 16 aprile 2010, una delegazione dei parlamentari del PD della Commissione Parlamentare Antimafia, insieme ad altri parlamentari pugliesi del PD, ha tenuto una serie di incontri con autorità, associazioni ed organizzazioni sindacali e di categoria della provincia tarantina, tra cui i rappresentanti locali di “Libera” e della CGIL.

La delegazione, guidata dall’on. Laura Garavini, presidente della Commissione Antimafia, era costituita dal sen. Alberto Maritati, dall’on. Michele Bordo, dall’on. Ludovico Vico, dall’on. Teresa Bellanova, dall’on. Dario Ginefra, dal sen. Salvatore Tomaselli, dall’on. Cinzia Capano e dall’on. Gero Grassi.

La delegazione antimafia di sinistra non ha voluto incontrare il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Sodalizio nazionale che, purtroppo, proprio presso la Prefettura di Taranto ha la sua iscrizione.

“Non capisco perché quest’ostracismo istituzionale nei nostri confronti – dice il presidente Antonio Giangrande – discriminarci perché non siamo di sinistra e perché non santifichiamo i magistrati, fa apparire la loro lotta alla mafia come lotta di parte o di facciata. Purtroppo per loro e per tutti quelli che ci emarginano noi siamo gli unici ad avere una competenza specifica sul fenomeno mafioso e sul sistema antimafia. I nostri studi ed inchieste sono la fonte di articoli di stampa e di tesi di laurea. I tentativi di emarginare le contro voci, noi come Leonardo Sciascia, dimostrano la malafede di chi li compie e la codardia di chi, mediaticamente, li copre. Noi additiamo il sistema di potere corrotto come madre di tutte le mafie, ma, come diceva Sciascia, lo Stato non può processare se stesso. La gente lo sa bene e, non corrisposta nei suoi interessi, si astiene dal dare un voto inutile a chi si bea di aver vinto, ma, in virtù dell’astensione, solo con il 25-30% dell’elettorato votante. L’informazione pubblica, purtroppo si ostina a dare spazio a questa politica lontana dai cittadini, anziché far parlare le contro voci foriere di rinnovamento.”

Spero che questa denuncia pubblica sia approfondita, nell’interesse della collettività, delle associazioni antimafia indipendenti e della vera lotta alla mafia e cessi l’ostracismo a danno dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Antonio Giangrande, dal 1998, entrato nell'ambiente come praticante avvocato, denuncia pubblicamente i concorsi pubblici truccati, lo sfruttamento dei praticanti, gli insabbiamenti delle denunce e l'impedimento al gratuito patrocinio: da allora non lo abilitano alla professione di avvocato.

Il dr Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, presenta il “Dossier sui concorsi pubblici truccati”.

Esso è il frutto di anni di ricerche ed approfondimenti su un sistema che sforna la nostra classe dirigente, e per questo, dai risultati che ottiene, la medesima dimostra la propria inadeguatezza.

Antonio Giangrande lo fa in occasione della prova scritta del concorso forense, che si tiene presso la Corte d’Appello, come ogni anno a metà dicembre, e in relazione alla riforma che imprime maggiori tutele alla lobby, stilata in Parlamento da chi si è abilitato con un sistema truccato.

Lo fa in seguito alla missiva del Governo del 5 ottobre 2009, in risposta alla sua richiesta di intervento per la tutela dei diritti soggettivi su un caso concreto: “esistono concorsi irregolari e violazione della tutela giudiziaria. Provvederemo”. Intervento mai arrivato.

Con il discorso ufficiale del Magnifico Rettore, Prof. Ing. Domenico Laforgia, è stato inaugurato a Brindisi il 3/12/2009 l'anno accademico 2009-2010 dell'Università del Salento. Presenti alla cerimonia Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati e diverse altre insigne personalità del mondo politico, economico e culturale della penisola salentina. In quella sede ha palesato una realtà, che molti cercano di ignorare o tacitare. “…..Questo è un altro dato che si presta ottimamente ad una lettura politica. Il familismo non è la ferita pruriginosa di questa o quella Università, ma di tutto il sistema occupazionale italiano. È una malattia endemica del Paese che ha contagiato tutti i campi, dalla politica alle libere professioni, dal giornalismo al mondo dello spettacolo, dall’industria a tutto il comparto pubblico. Familismo, nepotismo e clientelismo non sono le conseguenze di un sistema malato, come spesso si dice, ma sono il segno più evidente di una mancanza effettiva di alternative possibili. Ed è questa povertà di occasioni che mette in moto il meccanismo, che diventa perverso e nocente alla comunità quando non è neppure compensato dal merito."

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione,  tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una  interrogazione a al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e, cosa, fondamentale, sui principi di diritto del parere dato. Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi. Di fatto le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria. Di fatto i compiti non sono corretti, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. Di fatto le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

Badate, questi signori sono poi quelli che, quale organo supremo amministrativo, devono dirimere le controversie attinenti i concorsi truccati in tutta l’amministrazione pubblica.

Intanto il concorso notarile ha i suoi i precedenti che parlano chiaro: nel 2005 candidati ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un' agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

TUTELA AMMINISTRATIVA: i ricorsi al Tar, stante l’immane giurisprudenza a sostegno, sono automaticamente vincenti. Unica condizione presentarsi con il principe del foro locale. Per ovviare all’ovvia ritrosia degli ordini di abilitare chi ha vinto un ricorso, la legge 17 agosto 2005 n. 168 di conversione (con modificazioni)  del decreto legge 30 giugno 2005 n. 115, contiene un norma destinata a sconvolgere gli esami di Stato di tutte le professioni intellettuali (in particolare di quelle di avvocato, notaio, commercialista  ed architetto, le più bersagliate di ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato). Insomma, il candidato che supera le prove orali, anche se l’ammissione è stata decisa da ordinanze dei Tar, “consegue a ogni effetto” l’abilitazione professionale. Se si è indigenti, però, l’ammissione al patrocinio pagato dallo Stato è impedito dalle relative commissioni presso i Tribunali Amministrativi formate ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato. Le commissioni, stante i requisiti di accoglimento per il fumus e per l’indigenza, rigettano la domanda, con giudizi anticipati senza contraddittorio: “Manca il Fumus”, inibendo così anche l’inoltro ordinario a pagamento del ricorso avverso all’esito concorsuale.

IL CASO MARTINO SCIALPI

«La magistratura punisca i responsabili o sarò costretto a farmi giustizia da solo». È ormai al limite della sopportazione Martino Scialpi, il sessantenne ambulante di Martina Franca (Taranto) che il primo novembre del 1981 realizzò un 13 al Totocalcio da oltre un miliardo di lire, ma non ha mai incassato la vincita perchè la titolare della ricevitoria smarrì la matrice della schedina. Da allora ha affrontato un calvario giudiziario che dura da 29 anni e, malgrado 23 anni fa il Tribunale di Taranto abbia attestato l’autenticità del tagliando, il Coni è tornato a contestare e a mettere in dubbio la genuinità della schedina. La vincita oggi varrebbe dieci milioni di euro oltre al risarcimento dei danni morali e materiali.

FUNZIONARI DEL CONI - Il commerciante ritiene che vi siano anche responsabilità di funzionari del Coni nella falsificazione di un documento sulla cessione dell’attività del ricevitore da un proprietario all’altro e quindi del rilascio della concessione (già dimostrata da una perizia disposta dal gip di Bari nel 2004). Per questo aspetto della vicenda è in corso un procedimento penale per frode processuale a carico degli ex vertici del Coni. Scialpi ha depositato anche una relazione del commercialista Luigi Perrini che certifica l’esborso di denaro che ha dovuto sostenere in questi anni per viaggi, spese legali e di cancelleria, quantificato in 383mila euro a partire dal 1987.

INCHIESTA SUI MAGISTRATI DI TARANTO - A luglio 2010 la procura di Potenza aprì un fascicolo di indagine sui magistrati di Taranto che nell’arco di oltre vent’anni si sono occupati della vicenda di Scialpi. L’apertura dell’inchiesta a carico dei magistrati tarantini risulta dal provvedimento con cui la stessa procura di Potenza, attraverso il pm Anna Piccininni ha trasmesso alla procura di Roma per competenza territoriale. Si tratta di atti relativi alla denuncia presentata dallo scommettitore nei confronti della titolare della ricevitoria, Maria Luisa Taiana, degli ex funzionari del Totocalcio di Bari Mario Bernacchia e Rocco De Vivo, degli ex segretari generali del Coni Mario Pescante e Raffaele Pagnozzi e del coordinatore degli affari giuridici del Coni Leonardo Zauli, per associazione per delinquere e altri reati. La denuncia di Scialpi si riferisce a comportamenti e dichiarazioni rese dai protagonisti della vicenda fino al 2005 e sostiene che i rappresentanti del Totocalcio hanno esibito un documento, inerente la cessione dell’attività di ricevitore da un proprietario all’altro e quindi del rilascio della concessione, risultato manipolato. A supporto di questa tesi Scialpi dispone di una doppia perizia grafica e merceologica. Tale circostanza, secondo Scialpi, farebbe scattare la responsabilità extracontrattuale del Coni.

L'INCHIESTA - Dopo che la procura di Potenza aveva trasmesso gli atti a Roma su una parte dell’indagine trattenendo per sè quella sui magistrati tarantini, la procura romana ha chiesto l’archiviazione nei confronti della titolare della ricevitoria e dei funzionari dell’ente olimpico. Scialpi ha presentato opposizione. «Sono stanco - disse già allora l'ambulante - di rincorrere una giustizia che non ha ancora fermato chi ha commesso o dichiarato il falso per impedirmi di incassare una vincita sacrosanta e che in passato ha creato una vera anomalia nel sistema giustizia italiano con poteri forti che hanno coperto le responsabilità del Coni».

UN MARE DI FOTOCOPIE - L’opposizione all’archiviazione è corredata da sei fascicoli e 8500 fotocopie che raccontano una odissea giudiziaria che si trascina da 29 anni. «Nel 1983 - osserva ora Scialpi - mi accusarono di aver cercato di truffare lo Stato, ma una perizia dimostrò che la schedina era genuina e che costituiva valido titolo per il pagamento della vincita. Poi sono emerse varie irregolarità amministrative nella concessione della ricevitoria da parte del Coni, che quindi avrebbe dovuto subito pagarmi». «Devono corrispondermi quella vincita, ne ho diritto - conclude oggi l'ambulante - dalle carte emergono gravi responsabilità, chiedo alla magistratura di fare finalmente giustizia». Altrimenti provvederà «a modo suo».

IL CASO CARMELA CIRELLA.

15 aprile 2007. Carmela volava via, dal settimo piano di un palazzo a Taranto, dopo aver subito violenze ed abusi, ma soprattutto dopo essere stata tradita proprio da quelle istituzioni a cui si era rivolta per denunciare e chiedere aiuto. Per dare giustizia e un senso al suo sacrificio e affinché non vi siano più altre “Carmele”, nasce l’associazione in suo onore e memoria “IoSòCarmela”, come la frase che lei stessa ripeteva sempre e scriveva dappertutto per urlare a tutti il suo diritto di esistere e di essere rispettata.

Delle lettere scritte si è perso il conto. Soltanto in quest’ultimo mese al ministro di Grazia e Giustizia e al ministro delle Pari Opportunità ne saranno state inviate cinque o sei. Risposte? Nessuna. Certezze che siano state almeno aperte? Nessuna. E così Alfonso Frassanito ha deciso che era il momento di fare qualcosa di più per dare voci a tutti quelli come lui: genitori di bambini o adolescenti che hanno subito un abuso, che forse conoscono anche il nome del colpevole, ma hanno capito che non otterranno mai giustizia.

Per la prima volta lui - e tanti altri come lui - saranno sotto il ministero di Grazia e Giustizia a urlare quello che era scritto nelle lettere. «Perché nessuno stavolta possa dire di non aver sentito», spiega Alfonso. Sarà una catena umana di genitori, arriveranno da tutt’Italia, qualcuno ogni giorno per mantenere viva l’attenzione su quello che denunciano essere un vero e proprio business: i servizi sociali, le case-famiglia, gli istituti di accoglienza. Più o meno negli istituti sono collocati circa 30.000 minori per vari motivi: separazioni, abbandono, disagio dei figli e incapacità dei genitori di occuparsene secondo le perizie il Tribunale dei Minori. Per ciascun minore il Comune di appartenenza versa una quota di 100-150 euro al giorno, per un totale complessivo annuale di circa mille milioni di euro che rappresentano un giro d’affari molto interessante. «E che fanno sì che la giustizia italiana a volte provochi più danni degli stessi criminali», ha provato a spiegare Alfonso Frassanito nella sua lettera al ministro Alfano.

La sua storia è esemplare: è il padre di Carmela. «Una ragazzina di 13 anni - scrive Alfonso - che il 15 aprile del 2007 è deceduta volando via da un settimo piano della periferia di Taranto, dopo aver subito violenze sessuali da un branco di viscidi esseri», ma poi anche le incompetenze e la malafede di quelle Istituzioni che sono state coinvolte con l’obiettivo di tutelarla», perché «invece di rinchiudere i carnefici di mia figlia hanno pensato bene di rinchiudere lei in un istituto (convincendoci con l’inganno) ed imbottendola di psicofarmaci a nostra insaputa». Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio. Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile.

Invece di perseguire chi l’aveva violentata, hanno di fatto perseguito una bambina rinchiudendola in vari istituti in cui Carmela non voleva stare. E, come ha denunciato il padre, usando il metodo facile di «calmarla» con psicofarmaci.

Carmela aveva manifestato in vario modo la sua disperazione, ma per tutta risposta era stata classificata come “soggetto con problematiche psichiatriche”. E questi stessi magistrati, psichiatri che hanno deciso per Carmela, contro Carmela, quando è morta, si sono detti «sorpresi».

Drogata con anfetamine e violentata. In diverse occasioni e in luoghi diversi, di lei, come poi denuncerà al pm Enzo Petrocelli, abusano in otto. Sette minorenni, che hanno poco meno di 18 anni, tutti identificati e indagati per violenza sessuale, e un maggiorenne. È questo l' episodio che innesca la procedura per l' affidamento della ragazza al centro di accoglienza «L' Aurora» di Lecce. Dal quale, dopo circa tre mesi, Carmela verrà trasferita, per andare nel centro «Il Sipario», a Gravina di Puglia, proprio quello che ospitava Francesco e Salvatore, i fratellini scomparsi di Gravina. Carmela, prima delle violenze subìte in quei quattro giorni, aveva raccontato di un interessamento nei suoi confronti da parte di un giovane sottufficiale della Marina in servizio a Taranto, sul quale però la polizia non aveva trovato riscontri per l' avvio di un procedimento penale. Carmela, dicevano, spesso inventa le cose e non ha la completa padronanza di sé. Poi l' allontanamento da casa e l' intervento di assistenti sociali e medici e giudici. Da qui alla perizia psichiatrica il passo non è stato lungo. E ancora più breve è stato il cammino verso gli abusi sessuali, tanto ormai Carmela era per tutti «quella sbroccata», «quella che ci stava». Chi le avrebbe mai creduto? Il padre di Carmela adesso dice che la colpa è di quei medici e di quell'istituto che somministravano alla ragazza pesanti dosi di psicofarmaci per tenerla tranquilla.

Ma sulle scrivanie dei ministri dovrebbe essere arrivata anche la lettera di Luigi Bitonto, padre dei quattro fratellini che a gennaio del 2008 denunciarono con un video inviato da loro stessi su You Tube gli abusi subiti. Dopo tutti questi mesi gli abusi sono stati accertati anche dalle perizie ma i fratellini sono stati allontanati dal padre, unica figura familiare di riferimento, e ora vivono in una casa-famiglia. E a Luigi Bitonto non è rimasto che prendere carta e penna e denunciare «le tragiche lungaggini, che producono confusione, con Tribunali che seguono contemporaneamente strade diverse, perizie che si accavallano e l'una sconfessa l'altra e alla fine chi subisce sono appunto le vittime. E i criminali se ne vanno in giro in tutta tranquillità, casomai continuando a delinquere».

D'altro canto c’è anche il risvolto della medaglia.

La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva due condanne per molestie sessuali su bambini che frequentavano un asilo a La Loggia. Per Valerio Apolloni, all'epoca dei fatti presidente dell'ente di gestione della struttura, e Vanda Ballario, direttrice, la pena è di due anni e dieci mesi di reclusione, in parte già scontati per effetto di un periodo di custodia cautelare. I due educatori hanno sempre respinto ogni accusa. Anzi, Valerio Apolloni è il figlio di Vittorio Apolloni, presidente dell'Associazione Falsi Abusi, che da anni si batte (dai casi esplosi a Brescia fino a quelli di Rignano) per dimostrare come la stragrande maggioranza delle denunce sia del tutto inventata dai bambini.

IL CASO SEBAI: IL KILLER DELLE VECCHIETTE.

CONDANNATI: FAIUOLO, ORLANDI, NARDELLI, TINELLI, MONTEMURRO, DONVITO

La quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di revisione del processo, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello di Potenza, nei confronti di Vincenzo Faiuolo, arrestato per il delitto di Pasqua Ludovico, anziana uccisa in provincia di Taranto negli anni '90. Faiuolo è una delle otto persone arrestate per diversi omicidi di anziane uccise in Puglia in quegli anni. Omicidi dei quali poi si è confessato colpevole Ben Mohamed Ezzedine Sebai, soprannominato 'il serial killer delle vecchiette'. A darne notizia è l'avvocato Claudio Defilippi, legale dello stesso Faiuolo, condannato a 25 anni di carcere, di cui ne ha scontati 15 anni. Defilippi spiega che è stata accolta anche la richiesta di revisione del processo, con rinvio alla sezione per i minorenni della Corte d'Appello di Potenza, nei confronti di Davide Nardelli, all'epoca dei fatti minorenne, che fu condannato a 7 anni per il delitto di un'altra anziana e che ha già finito di scontare la pena. "La Cassazione dice che la revisione dei processi deve andare avanti. Chiediamo ora che siano riaperti i procedimenti per questi diversi omicidi", afferma Defilippi.

Sarà la Corte d’appello di Potenza, dopo le pronunce della Cassazione, ad occuparsi di tre richieste di revisione del processo avanzate dalla difesa di altrettanti imputati condannati con sentenza definitiva per l’omicidio di anziane donne pugliesi. Di questi tre delitti si è poi accusato il serial killer Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 48 anni, che ha ammesso di aver ucciso 14 anziane in Puglia tra il 1995 e il 1997. Delle decisioni della Cassazione ne dà notizia il legale dei tre condannati, avv.Claudio Defilippi. Le richieste di revisione riguardano le posizioni dei detenuti Vincenzo Faiuolo (condannato a 25 anni, 15 dei quali già scontati), di Giuseppe Tinelli, condannato all’ergastolo; e di Davide Nardelli, libero dopo aver scontato sette anni in carcere. Di Tinelli e Nardelli dovrà occuparsi la sezione per i minorenni della Corte d’appello potentina perchè erano entrambi minori quando uccisero Celeste Commesatti a Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995. Tinelli è stato riconosciuto colpevole anche del delitto di Maria Valente (Palagiano, 29 luglio 1997). Faiuolo è invece detenuto per l’omicidio di Pasqua Ludovico, compiuto a Castellaneta (Taranto) il 14 maggio 1997. Gli imputati ”ingiustamente” coinvolti nei delitti, ma tornati frattanto in libertà, sono Francesco Orlandi (fratellastro di Faiuolo, condannato a 11 anni) e Cosimo Montemurro. Vincenzo Donvito si è invece suicidato in carcere dopo essere stato condannato, in concorso con Nardelli e Tinelli, per l’omicidio di Celeste Commesatti. «Dopo le decisioni della Cassazione – dice Defilippi – si faccia la revisione dei processi, si fermi il ping-pong giudiziario che va avanti ormai da cinque anni e si sospenda la pena nei confronti dei due detenuti. Da cinque anni chiedo un provvedimento umanitario che oggi reclamo con ancora più forza dopo le decisioni univoche della Suprema Corte. Dalle nostre indagini – conclude – emerge che a carico di Sebai c’e’ una montagna di prove in ordine agli omicidi per i quali sono stati condannati ingiustamente i miei assistiti, ed emerge anche che il tunisino, che è il secondo serial killer italiano dopo Donato Bilancia, ha agito da solo».

Ora il serial killer è credibile. Dopo le confessioni di Ben Mohamed Ezzedine Sebai, per il 48enne tunisino di Kairouan già condannato a sei ergastoli (quattro dei quali passati in giudicato) per gli omicidi di altrettante anziane donne pugliesi e lucane, si riaprono tre processi. Sarà la Corte d'appello di Potenza, dopo le pronunce della Cassazione, ad occuparsi delle richieste di revisione del processo avanzate dalla difesa degli imputati condannati con sentenza definitiva. Di questi tre delitti si è accusato Sebai, soprannominato il «collezionista», che ha ammesso di aver ucciso 14 anziane in Puglia tra il 1995 e il 1997. Le richieste di revisione riguardano le posizioni dei detenuti Vincenzo Faiuolo (condannato a 25 anni, 15 dei quali già scontati), di Giuseppe Tinelli, condannato all'ergastolo; e di Davide Nardelli, libero dopo aver scontato sette anni in carcere. Di Tinelli e Nardelli dovrà occuparsi la sezione per i minorenni della Corte d'appello potentina perché erano entrambi minori quando vennero accusati di aver ucciso Celeste Commesatti a Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995. Tinelli è stato condannato all’ergastolo anche per l’uccisione di Maria Valente (Palagiano, 29 luglio 1997). Faiuolo è invece detenuto per l'omicidio di Pasqua Ludovico, compiuto a Castellaneta (Taranto) il 14 maggio 1997. Gli imputati «ingiustamente» coinvolti nei delitti ma tornati frattanto in libertà, sono Francesco Orlandi (fratellastro di Faiuolo, condannato a 11 anni) e Cosimo Montemurro (condannato per l’omicidio della zia Grazia, di 75 anni, uccisa a Massafra il 4 aprile 1997). Vincenzo Donvito, invece, si suicidò il 7 luglio 2005 nel carcere di Teramo dopo essere stato condannato, in concorso con Nardelli e Tinelli, per l'omicidio di Celeste Commesatti. «Dopo le decisioni della Cassazione – ha sottolineato l’avv. Claudio Defilippi, che ha fatto ricorso per gli imputati condannati - si faccia la revisione dei processi, si fermi il ping-pong giudiziario che va avanti ormai da cinque anni e si sospenda la pena nei confronti dei due detenuti. Da cinque anni chiedo un provvedimento umanitario che oggi reclamo con ancora più forza dopo le decisioni univoche della Suprema Corte». Sebai, il serial killer per destinazione, ha svelato il motivo per il quale si è trasformato in pluriomicida. «Bevevo 11 litri di vino al giorno e sentivo delle voci che mi dicevano di uccidere le vecchiette» ha detto il tunisino ai giudici. «Ho avuto un’infanzia difficile. Mia nonna mi faceva picchiare dagli zii. Mi legavano e bastonavano e per questo sono stato sempre abituato a girare con il coltello in tasca. Dopo il mio arresto avevo bisogno di un ospedale per essere curato, non di un carcere. Ora chiedo perdono».

Sebai è considerato un vero fenomeno da antologia criminale. Il tunisino fu arrestato a Palagianello, il 16 settembre del 1997 poco dopo aver ucciso la 75enne Lucia Nico. Il tunisino fu bloccato da un coraggioso finanziere e riconosciuto da mezzo paese. Sempre in zona, fra i binari e una casupola per attrezzi, furono rinvenuti un borsone bianco contenente vestiti macchiati di sangue e più in là, nelle travette, un coltello anch’esso insanguinato. Lui, Sebai, fumava e simulava sicurezza. Anche quando lo misero alle strette, perfino quando gli contestarono una serie di bugie sul suo nome. Scavando nel suo passato, collegando i suoi movimenti con la scia di sangue che stava terrorizzando le anziane donne pugliesi, si fece strada la pista più inquietante: l’extracomunitario poteva essere il «collezionista» assassino tanto temuto. «Dalle nostre indagini - ha aggiunto l’avv. Defilippi - emerge che a carico di Sebai c'è una montagna di prove in ordine agli omicidi per i quali sono stati condannati ingiustamente i miei assistiti».

A proposito di questa vicenda la Redazione de Il Democratico ha avuto più volte occasione di occuparsi della vicenda Sebai, il tunisino che negli anni ’90 seminò il terrore tra Puglia e Basilicata uccidendo quattordici anziane signore. I gravissimi fatti di sangue hanno dato adito ad una complicatissima vicenda giudiziaria ancora in gran parte sub iudice. Difatti, insieme al serial killer tunisino sono finiti in carcere con pesanti condanne altre persone la cui colpevolezza, alla luce dello stato delle indagini, risulta essere più che dubbia. Di questi Tinelli e Faiuolo attendono ancora che la giustizia restituisca la libertà, mentre un terzo, Vincenzo Donvito, si è drammaticamente suicidato in carcere nel 2005 dopo essersi sempre proclamato innocente.

Il calvario di Giuseppe Tinelli non conosce fine. In carcere dal 1996 per l’omicidio Valente, sfiancato da una lunga attesa che la giustizia faccia il suo corso, il Tinelli ha recentemente subito due gravissimo lutti familiari, consumatisi, per volontà della sorte beffarda, nel giro di sole 48 ore. Sono infatti venute a mancare Carmine Palmisano ed Elena Tinelli, rispettivamente madre e sorella del reo confesso (obbligato, come risulta dalle carte). La signora Palmisano era tra le persone coinvolte nella scia di sangue che negli anni ’90 terrorizzò la Puglia; un groviglio di omicidi che ancora attende una verità materiale che superi quella processuale. E gli avvocati non hanno dubbi; la verità è che gli omicidi seriali hanno un solo autore, Ezzedine Sebai.

La Palmisano era stata condannata per favoreggiamento nell’omicidio Valente ed aveva finito di scontare la sua pena. «Il coinvolgimento di terzi in questa sequela di omicidi urta contro le risultanze di una perizia della dott. Riccadonna che proverebbe l’azione unilaterale nell’omicidio Valente, così come in tutti gli altri per cui il Sebai si è dichiarato colpevole - dice l’Avvocato De Filippi, legale di fiducia di Giuseppe Tinelli - Elena Tinelli si trovava invece in carcere per atti osceni in presenza di minori. Le circostanze della sua morte sono attualmente oscure, la famiglia Tinelli chiederà l’autopsia, si dovrà verificare il diario clinico della donna per accertare se questa morte si poteva evitare - prosegue l’avvocato. - Già la famiglia Tinelli, una famiglia sfortunata, che ha incrociato i dardi della mala giustizia e che ancora ne paga le conseguenze nella persona di Giuseppe Tinelli. Il mio assistito è ovviamente molto toccato dal doppio lutto, ma quello che mi ha sorpreso durante l’ultimo colloquio che ho avuto con lui, è stata la sua determinazione, e la sua volontà di portare avanti la sua battaglia» - afferma il De Filippi. Una battaglia che si combatte nelle aule di Tribunale e che si appresta ad arricchirsi di nuovi capitoli e colpi di scena. L’ultimo è il ritrovamento di una perizia del tribunale penale di Foggia, datata 1997 (quando ancora non si parlava di omicidi seriali). Nella perizia si riferisce che l’autore degli omicidi di Madonna Celeste, Garbetta Giuseppina, Totaro Maria e Stella Anna Maria è con ogni probabilità straniero ed estraneo alla Puglia. Tutti gli omicidi considerati presentano il medesimo modus operandi, tutti riconducibili univocamente ad un unico soggetto. L’assassino ha sempre agito con coltellate al collo, ma i magistrati allora non dettero evidentemente peso alla perizia, nè la confrontarono con gli elementi probatori emersi durante le indagini relative ai casi Lodovico e Valente. «Non tutti gli omicidi sono stati però consumati in maniera materialmente identica, in alcuni casi il killer era privo del pugnale, oppure ha dovuto confrontarsi con la ribellione della vittima - dice De Filippi - Paradigmatico è l’omicidio Commesatti, consumato mediante strangolamento. Questa perizia rappresenta una prova regina che dovrebbe far riflettere bene i giudici di Taranto per una pluralità di elementi, in primis, per la sua datazione, anteriore ad ogni ipotesi relativa alla presenza di un serial killer. Il caso Stano è sicuramente una delle maggiori stranezze che si sono viste in tutta questa vicenda. I magistrati della Procura di Taranto, a colloquio con il Sebai gli dissero che lui era già stato condannato per questo omicidio, Sebai invece, fece presente agli inquirenti che non era stato condannato per questo omicidio. Ora, la pronuncia che attendiamo dai giudici di Taranto sarà di fondamentale importanza; se, come auspico, verrà riconosciuta la colpevolezza del Sebai, allora significa che il cerchio si va stringendo ancora di più. L’eventuale pronuncia di colpevolezza di Sebai è destinata a dispiegare la sua efficacia anche su agli altri processi pendenti e precisamente su quelli in cui gli inquirenti hanno portato avanti tesi innocentiste sul tunisino, i casi Commesatti e Montemurro. Ovviamente mi sembra evidente che la Corte d’assise d’appello di Taranto dovrà sentire tutti i protagonisti di questa vicenda, da Tinelli a Faiuolo a Sebai. Sarà poi compito dei giudici chiarire alcuni aspetti relativi alle modalità dell’uccisione e al movente, elementi che sono stati trascurati in primo grado. Spero che Taranto segua l’esempio della Corte d’appello di Bari, che in seguito all’apertura della revisione della posizione di Faiuolo ha constatato la necessità di acquisire le dichiarazioni di tutti i protagonisti e in particolare del Sebai, che, ha sempre dichiarato, di non aver mai visto Tinelli in vita sua». Non che a Bari non vi siano stati problemi di sorta; dopo che il Procuratore era forse in procinto di chiedere la sospensione per Faiuolo, è intervenuto un provvedimento della Corte d’assise d’appello di Bari che ha arrestato l’iter procedurale. Un provvedimento più volte definito “abnorme” da De Filippi, e infine dichiarato nullo dalla Cassazione. Ma in seguito alla dichiarazione la Corte d’appello di Bari ha denegato la sua competenza territoriale; “un provvedimento ancora più abnorme, la revisione è un diritto del Faiuolo, i giudici stanno dicendo “non liquet”, stanno negando la giustizia”. L’avvocato De filippi ha dunque dovuto procedere nuovamente mediante ricorso per Cassazione, ma questa volta ha chiesto alla Suprema Corte, che il processo di revisione di Faiuolo venga spostato lontano dalla Puglia, “il più lontano possibile, anche al nord”.

Continua dunque la battaglia di Tinelli, Faiuolo e del loro legale affinchè emerga la verità. Una verità scomoda per molti perché rivelerebbe in un sol colpo mille mali dell’italica giustizia, eppure una verità necessaria per restituire la libertà a dei giovani innocenti. Ma per portare a galla questa verità bisognerà scardinare quelle apodittiche tesi circa la mitomania del Sebai che ancora fanno breccia presso alcuni magistrati di Taranto. La sensazione è che questo triste capitolo di cronaca giudiziaria sia lungi dall’archiviarsi in tempi brevi.

In questa sede, è nostra ferma intenzione rendere omaggio alla storia di Vincenzo Donvito, ripercorrendo la sua vicenda attraverso il racconto di un “testimone” illustre, il suo legale di fiducia Avv. Danilo Dinoi, nella speranza sempre viva nell’animo di chi pratica l’attività giornalistica, che questi “frammenti” possano innescare un circolo virtuoso all’interno dei palazzi di giustizia e, in via più immediata, a riportare all’attenzione del circo mediatico, una vicenda finita troppo presto nell’oblio.

Avvocato, A beneficio dei nostri lettori, ripercorriamo l’iter fattuale e processuale “kafkiano” affrontato da Vincenzo Donvito, dal suo principio fino al suo tragico epilogo.

Vincenzo Donvito, ad oggi risulta essere l’autore di un omicidio nel suo paese, ma è purtroppo noto che egli risulta essere la vittima di questa storia nonostante si sia proclamato innocente fino all’ultimo, fin quando ha deciso di farla finita e di togliersi la vita nel carcere. Oggi abbiamo comunque fiducia nella possibilità che gli possa essere resa giustizia, e questa fiducia diventa sempre più fondata, in quanto nell’udienza del 18 maggio 2011, la Corte di Assise d’appello di Taranto, all’esito della discussione in aula ha ritenuto che allo stato degli atti, e quindi anche in riferimento all’omicidio della signora Commesatti, non sia possibile decidere ed hanno quindi chiesto l’acquisizione di tutte le sentenze passate in giudicato relative ai vari omicidi commessi dal Sebai a danno di donne anziane. Dunque allo stato degli atti, viene sconfessata la sentenza di primo grado del giudice monocratico (GUP) di Taranto, il quale aveva riconosciuto il Sebai innocente per tre omicidi per cui erano state condannate altre persone su richiesta della Procura della Repubblica di Taranto. Questo significa anche che le deposizioni del Sebai sono ritenute credibili analogamente a come giudicate in altre processi. Nell’udienza di maggio vi è stata in effetti l’ennesimo riscontro positivo delle dichiarazione del Sebai il quale aveva confessato 15 omicidi. In particolare il Sebai aveva dichiarato che l’ultimo omicidio fosse avvenuto a Foggia, ma nella data apparsa sugli atti non risultava avvenuto alcuno omicidio. Grazie all’intraprendenza del Procuratore di Foggia Vaccaro, è stato possibile rintracciare la signora Aprile, la quale risultava essere stata effettivamente aggredita dal Sebai, ma che era rimasta incolume e fortunatamente solo svenuta. Dunque anche le indagini di Foggia hanno fornito un riscontro positivo delle dichiarazioni di Sebai. Sempre a Foggia, è stata effettuata una perizia su una scatola di caramelle “Rossana” sequestrata all’epoca di un altro delitto. L’esito della perizia ha dato la possibilità di rintracciare le impronte digitali del Sebai sulla scatola. Rimangono ancora irrisolti i casi per cui a Taranto sono state condannate altre persone. Ripeto però che l’udienza del 18 maggio ha segnato un fondamentale ripensamento da parte dei magistrati giudicanti, i quali, attraverso il confronto con le altre sentenze, potranno ottenere i riscontro necessari con le dichiarazione del Sebai, e confermare le tesi della difesa dei soggetti condannati in luogo del Sebai, il quale risulta essere un vero e proprio serial killer.

La morte di Donvito nel 2005 ha costituito un momento di svolta nell’iter processuale. Essa ha dato adito alla confessione del Sebai e alla riapertura delle indagini relative al caso Commesatti. Eppure, dopo 6 anni, questa abnorme vicenda giudiziaria pare essere ostaggio dell’elefantiasi burocratica che governa le procure. La vicenda è stata oggetto di un’interrogazione a risposta in commissione giustizia alla Camera (a firma Rita Bernardini del Pd) in data 10 novembre 2008, rivolta al ministro Alfano affinchè proceda alle rituale ispezioni all’interno della Procura di Taranto. Nonostante le richieste formulate in tal senso anche dal legale di Tinelli e Faiuolo Avv. De Filippi, lo stato del processo sembra sempre avanzare in tempi biblici. Secondo lei questi meccanismi sono da imputare a gravi negligenze all’interno degli uffici giudiziari ed in particolare all’interno della Procura di Taranto.

Vorrei precisare che l’intenzione di Sebai di confessare l’omicidio Commesatti risaliva già al 2005, ma purtroppo non c’è stato il tempo materiale di far pervenire la notizia a Donvito. Alla domanda è comunque difficile rispondere, e le spiegherò il perché. Noi riteniamo che in primo grado siano stati commessi dei gravissimi errori di valutazione, non me la sento però di attribuire ulteriori responsabilità ai vari magistrati che si sono occupati del caso. Gli errori come accennato si sono verificati in particolar modo nel processo di primo grado, non è stato dato adeguato peso infatti a quanto emergeva dall’istruttoria dibattimentale, non sono stati valutati adeguatamente i documenti che erano all’interno del fascicolo processuale. La Corte d’assise d’appello di Taranto sta invece confermando di aver compreso il valore di determinati documenti e di determinati fatti, e di valutarli in maniera più adeguata. Voglio ribadire ancora una volta che alla luce della requisitoria del Procuratore generale nell’udienza del 18 maggio, l’impossibilità di non decidere allo stato degli atti è un passo avanti decisivo. La sentenza che chiuderà il processo ci dirà quanto e come siano state errate le valutazioni della procura e dei magistrati giudicanti effettuate anni addietro.

Questa vicenda ha sicuramente messo in luce le lacune del sistema giudiziario italiano. Quali sono secondo lei, da operatore del diritto, i meccanismi più adeguati da introdurre in sede di riforma del processo penale e del Codice di Procedura Vassallo del 1988? La riforma della giustizia, di cui si fa spesso un gran parlare, dovrebbe concentrarsi sulla modifica della revisione giudiziale delle sentenze passate in giudicato e su una più celere definizione del procedimento? Cosa pensa inoltre dell’eventuale meccanismi che sanciscano nel nostro Ordinamento la responsabilità dei magistrati per gli errori giudiziari?

Dobbiamo distinguere i differenti piani di analisi. Per quanto concerne ciò che è accaduto in primo grado nel caso di specie, sarebbe bastata una più accurata attività investigativa al principio. Faccio esempio, semplice e banale ma dai risvolti nefasti: nel caso di Donvito e del delitto Commesatti non furono ad esempio rilevate le impronte digitali nella abitazione che ha costituito la scena del crimine. Rilevamento che era invece stato effettuato per un caso parallelo dalla Procura di Foggia. Proprio in virtù di questa “ovvia” accortezza investigativa, i tempi processuali a Foggia hanno seguito ritmi molto più spediti. Grazie alla conservazione dei referti presso la Procura, si è potuto risalire alle impronte di Sebai. Noi riteniamo che, in analogia a gli altri omicidi avvenuti in abitazioni, anche nella dimora della signora Commesatti sarebbe stato possibile rintracciare le impronte digitali del Sebai. Purtroppo non è mai stato effettuato alcun prelievo in loco. Questa lacuna emerge sia dall’istruttoria dell’epoca sia da un altro elemento a dir poco paradossale: dopo 10 giorni dall’omicidio della signora Commesatti, i Carabinieri hanno fatto analizzare delle tracce ematiche che erano stato rilevate sul copri divano della defunta signora. Questo copri divano era stato fatto recapitare alle autorità investigative dal nipote della signora che stava effettuando le pulizie all’interno dell’abitazione. Io non voglio attribuire responsabilità a nessuno, ma i fatti parlano chiaro; quando le indagini vengono svolte con tutti i crismi e la perizia necessaria, i risultati possono arrivare. Per questo motivo io non ritengo necessario apportare modifiche al Codice di Procedura Penale, si tratta semplicemente di applicarlo. Per quanto concerne invece la problematica cui lei ha fatto riferimento, afferente ai meccanismi di revisione giudiziale, la problematica è differente. In quel settore qualcosa va sicuramente modificato, in quanto non si può aspettare una sentenza contraria affinchè la magistratura possa nuovamente pronunciarsi e riconoscere gli errori commessi. Bisognerebbe avere un più libero accesso valutativo per addivenire ad una revisione processuale. Ma questo potrebbe essere un ulteriore carico che difficilmente, ad oggi, il sistema giudiziario potrebbe sopportare. Il problema di fondo è che gli organi giudiziari devono poter agire serenamente per adempiere diligentemente il loro dovere.

Passiamo a delle domande meno “tecniche”. Le va di condividere con noi un ricordo di Vincenzo Donvito? Quale era in particolare la personalità del suo assistito e quali circostanze lo hanno portato ad una opzione così drammatica.

Donvito, anche a detta dei suoi parenti, era una persona piena di vita. Era un giovane che all’epoca dei fatti aveva un problema, in quanto assumeva anche sostanze stupefacenti, ciò era indice di una sua carenza di serenità, ma ciò non intaccava la sua “voglia di vivere”. Spesse volte in gioventù il mondo della tossicodipendenza attira gli animi sensibili (ma con ciò non voglio dire che tutti gli animi sensibili facciano uso di droghe) e Vincenzo Donvito era una persona di elevatissima e spiccata sensibilità. Egli aveva anche creduto nella giustizia finchè si è mantenuta viva la speranza. In virtù della decisione da lui presa mi sento di paragonarlo ad un personaggio Shakespeariano, egli è stato vinto “dai dardi dell’oltraggiosa fortuna”, quando ha capito che non c’era più nulla da fare, ha deciso di porre in essere il gesto che aveva già preannunciato durante la sua ultima dichiarazione processuale. Il dolore più grande per Donvito, ancor più grande della prospettiva di passare 24 anni in carcere, era quello di essere ritenuto un assassino, cosa che lui non era assolutamente. Il ricordo più grande di Donvito dovrebbe essere questo: un forte attaccamento alla verità e un’ansia vera e profonda di giustizia. Mi sento di accostare a lui la virtù della “beatitudine evangelica”, nel senso di originario di virtù accostata a chi ha sofferto molto ed ingiustamente.

Un ultima domanda: la vicenda di Sebai e dunque quella connessa degli innocenti che hanno intrecciato le loro storie con quella del serial killer tunisino, sembra essere completamente dimenticata dal circuito mediatico, che pure spesso non si tira indietro dal puntare i riflettori su vicende dal sapore analogo. Tanto per rimanere in terra di Puglia, pensiamo all’attenzione riservata dai media all’omicidio di Sarah Scazzi, o, qualche anno addietro, a quella della scomparsa e poi della morte dei “gemellini” in Provincia di Bari. Cosa spiega secondo lei questa vera e propria “asimmetria informativa”?

E’ stata dimenticata per più motivi: in primis perché mancano gli elementi di morbosità, le vittime sono esclusivamente signore anziane e ciò spiega in parte il minore appeal mediatico della vicenda. Sotto altro profilo suppongo che sia difficile per l’opinione pubblica confrontarsi con l’evidenza di errori giudiziari a seguito di sentenze passate in giudicato. Per questi motivi mi sembra quasi fisiologico che i media attendano da tempo sviluppi prima di concentrarsi nuovamente su questa questione. Fortunatamente ci sono delle lodevoli eccezioni come la “battaglia di civiltà” portata avanti da IlDemocratico, consistente nel tenere i riflettori accesi su quei dinieghi di giustizia nel nostro paese. Anche se è difficile prendere posizioni su argomenti così delicati credo che mantenere vivi i riflettori su questa.

INTERROGAZIONI PARLAMENTARI

Atto Camera

Interrogazione a risposta in Commissione 5-00589

presentata da RITA BERNARDINI lunedì 10 novembre 2008, seduta n.082

BERNARDINI. - Al Ministro della giustizia - Per sapere - premesso che:

tra il 1994 ed il 1997 in Puglia vi furono quindici omicidi di donne anziane che vivevano da sole, per i quali vennero arrestate 7 persone, delle quali due sono ancora in carcere;

i suddetti omicidi avvennero tutti con le stesse modalità, tanto che anche i giornali dell'epoca formularono l'ipotesi del serial killer. Ipotesi non seguita dai magistrati inquirenti, che rinviarono a processo e condannarono molteplici imputati;

in particolare, per l'omicidio della signora Celeste Commesatti, avvenuto in Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995, furono condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito;

Giuseppe Tinelli è recluso presso il carcere di Ivrea da 11 anni, Davide Nardelli ha scontato 7 anni di carcere e Vincenzo Donvito in data 21 luglio 2005, si è tolto la vita all'interno del carcere di Castogno, nei pressi di Teramo, dopo aver scontato 7 anni di carcere. Donvito aveva sempre proclamato, inutilmente, la propria innocenza e si è determinato a togliersi la vita non potendo più reggere il peso di una ingiusta detenzione;

per l'omicidio della signora Pasqua Ludovico avvenuto a Castellaneta il 14 maggio 1997, sono stati condannati Vincenzo Faiuolo (che da 12 anni sconta la propria pena ed attualmente è ristretto presso il carcere di Volterra) e Francesco Orlandi (attualmente in regime di libertà vigilata, dopo aver scontato 11 anni di carcere);

per l'omicidio della signora Maria Valente, avvenuto a Palagiano in data 29 luglio 1997, sono stati condannati Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli, Carmina Palmisano e Sebai Ezzadine Ben Mohamed;

in riferimento ai fatti narrati, in epoca successiva alle condanne, sono emerse nuove e decisive prove, volte a dimostrare l'erroneità delle condanne impartite e l'effettiva esistenza di un unico serial killer. Infatti, in data 10 febbraio 2006, Sebai Ezzadine Ben Mohamed, già condannato a quattro ergastoli perché ritenuto responsabile dell'uccisione di quattro donne anziane, rendeva la propria confessione davanti al Procuratore della Repubblica di Milano, dottor Alberto Nobili, ammettendo la propria responsabilità in ordine ai quindici omicidi, tra i quali anche quelli relativi alle signore Celeste Commesatti, Pasqua Ludovico e Maria Valente;

il Sebai si determinò a rendere tale confessione per liberarsi la coscienza a seguito del suicidio del Donvito, scagionando completamente le persone condannate per i fatti sopra menzionati. Il Sebai, infatti, ha così dichiarato: «è mia intenzione ammettere le mie responsabilità in ordine a quindici omicidi. Preciso che per quattro omicidi sono già stato condannato in ciascun caso alla pena dell'ergastolo nel mentre sono responsabile anche per altri undici omicidi. Per alcuni di questi omicidi so che sono state condannate persone innocenti e quindi voglio liberarmi la coscienza da questo peso»;

le sue dichiarazioni sono state molto dettagliate, precise e concordanti in quanto lo stesso ha fornito puntuali descrizioni non solo circa le modalità degli omicidi, ma anche con riferimento ai luoghi ed alla refurtiva. Tali descrizioni hanno trovato oggettivi riscontri. In particolare, per quanto riguarda la refurtiva sottratta alle vittime, è da sottolineare come le dichiarazioni del Sebai abbiano portato al ritrovamento di parte della stessa presso la sua abitazione e presso un ricettatore al quale il Sebai l'aveva venduta;

nella sua confessione Sebai Ezzadine Ben Mohamed narra della sua infanzia difficile, dei maltrattamenti che riceveva in famiglia e di come fosse dedito all'alcolismo sin da piccolo nonché delle rapine che ha iniziato a fare dall'età di 12 anni a danno prima dei suoi familiari e successivamente a danno di donne anziane sole, e di come agisse sempre sotto l'effetto dell'alcool;

in particolare, riguardo all'omicidio di Celeste Commesatti, per il quale sono stati ingiustamente condannati Giuseppe Tinelli, Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, il Sebai narrò di come l'avesse uccisa strangolandola con le proprie mani fornendo una dettagliata descrizione dei luoghi;

in data 3 giugno 2006 il Sebai confermava la sua confessione in modo ancor più dettagliato, davanti alla dottoressa Pina Montanaro, PM di Taranto, e le sue dichiarazioni vennero verificate e confermate dagli inquirenti, tanto che si determinarono ad aprire a carico del Sebai un ulteriore procedimento penale, recante RG n. 386/06, relativo all'omicidio di Celeste Commesatti e di Pasqua Ludovico;

la prossima udienza per il processo de quo, dopo una serie di rinvii d'ufficio, è stata fissata per il giorno 22 novembre 2008, davanti al GUP dottor Ingenito;

l'avvocato del Sebai ha formulato istanza di rito abbreviato, anticipando che la sua richiesta sarà comunque di condanna in quanto sarà volta all'accertamento della parziale incapacità di intendere e di volere del Sebai, all'epoca dei fatti contestati, e non la sua incapacità totale;

per l'omicidio di Celeste Commesatti e Pasqua Ludovico, Faiuolo è ancora detenuto presso il carcere di Volterra, mentre Orlandi ha scontato la pena ed è stato scarcerato nel giugno di quest'anno, avendo ancora da scontare tre anni di libertà vigilata;

la procura di Taranto ha rinviato il Sebai a giudizio per l'omicidio della signora Celeste Commesatti e della signora Pasqua Ludovico, ma non per la signora Maria Valente, per il quale il Sebai era già stato condannato unitamente a Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano, ritenendo impossibile processare nuovamente il Sebai per lo stesso omicidio, secondo il principio del ne bis in idem. Non ha però preso in considerazione il fatto che, in relazione a detto omicidio, sono stati condannati anche Giuseppe Tinelli (ad oggi ancora ristretto presso il carcere di Ivrea), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano;

a questo proposito preme sottolineare come la Procura generale di Taranto avrebbe potuto e, secondo gli interroganti, dovuto chiedere la revisione penale della sentenza che vedeva condannati ingiustamente, per l'omicidio della Valente, il Sebai unitamente agli altri tre summenzionati imputati, in quanto questi sono stati scagionati dalle dichiarazioni confessorie di Sebai Ezzadine Ben Mohamed, ed alcuni di loro stanno ancora scontando un'ingiusta pena;

a seguito delle dichiarazioni confessorie formulate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, in riferimento alla posizione di Giuseppe Tinelli l'avvocato Claudio Defilippi, difensore di quest'ultimo ha proposto istanza di revisione presso la Corte d'Appello di Potenza, presentata in data 2 settembre 2008, avverso la sentenza n. 05.1998 che lo riteneva colpevole, in concorso con Davide Nardelli e Vincenzo Donvito, dell'omicidio della signora Celestina Commesatti (omicidio avvenuto in Palagiano il 13 agosto 1995) ed una successiva istanza di revisione volta ad ottenere la revoca della sentenza n. 06 del 2002 che lo riteneva colpevole, in concorso col Sebai Ezzedine, in qualità di esecutori materiali dell'omicidio di Maria Valente (omicidio avvenuto in Palagiano il 29 luglio 1997);

la prima istanza di revisione è stata rigettata dalla Corte d'Appello di Potenza che ha ritenuto inesistente un contrasto di giudicati, non essendo ancora pervenuti ad una sentenza di condanna definitiva in ordine ai fatti dei quali si è autoaccusato il Sebai. Sulla seconda istanza di revisione non è ancora pervenuta alcuna decisione da parte della Corte d'Appello di Potenza;

anche in riferimento alle posizioni di Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi l'avvocato Claudio Defilippi ha presentato due istanze di revisione davanti alla Corte d'Appello di Potenza, volte ad ottenere la revoca della sentenza che li ha ritenuti responsabili, in concorso tra loro, dell'omicidio di Pasqua Ludovico;

anche in riferimento all'istanza presentata per conto di Faiuolo non è ancora stata comunicata alcuna decisione, ma è stata rigettata la revisione proposta a favore di Orlandi per gli stessi fatti;

le dichiarazioni confessorie del Sebai Ezzadine Ben Mohamed, a seguito delle quali lo stesso è stato mandato a giudizio per gli stessi fatti, evidenziano la possibilità dell'esistenza di gravi errori giudiziari. Si tenga presente, a questo proposito, che sono già stati comminati a persone presumibilmente innocenti complessivi 100 anni di carcere, con il conseguente pericolo per lo Stato italiano di dover pagare ingenti somme a titolo di risarcimento per detti errori giudiziari -:

se i tempi relativi al procedimento a carico di Sebai Ezzadine Ben Mohamed davanti al GUP dottor Ingenito, volto ad accertare le responsabilità dell'imputato per l'omicidio di Celestina Commesatti e Pasqua Ludovico, siano coerenti con i tempi medi di svolgimento dei giudizi nel medesimo tribunale e, nel caso in cui si rilevi l'abnormità della dilatazione dei medesimi, se non intenda disporre un'ispezione presso il citato tribunale di Taranto al fine dell'esercizio dei poteri di competenza;

se intenda inviare un'ispezione presso la procura generale presso la Corte di Appello di Taranto al fine di verificare i motivi per cui la stessa, alla luce delle dichiarazioni confessorie rilasciate da Sebai Ezzadine Ben Mohamed, non abbia ritenuto necessario formulare istanza di revisione delle sentenze che hanno visto condannati Giuseppe Tinelli (attualmente in carcere da 11 anni), Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano in relazione all'omicidio di Maria Valente, omicidio per il quale era già stato condannato anche Sebai Ezzadine Ben Mohamed;

se intenda inviare un'ispezione presso la Corte d'Appello di Potenza per comprendere i motivi in base ai quali detta Corte non abbia concesso, pur avendone la facoltà la provvisoria scarcerazione di Vincenzo Faiuolo e di Giuseppe Tinelli, detenuti da oltre 11 anni, nonostante sussista il fumus relativo alla loro innocenza. (5-00589)

Martedì 13 ottobre 2009. - Presidenza del vicepresidente Federico PALOMBA. - Interviene il sottosegretario di Stato per la giustizia Giacomo Caliendo. La seduta comincia alle 12.50.

Il sottosegretario Giacomo CALIENDO risponde all'interrogazione in titolo nei termini riportati in allegato (vedi allegato 1).

5-00589 Bernardini: Sulle vicende giudiziarie relative a quindici omicidi di donne anziane commessi in Puglia tra il 1994 ed il 1997.

TESTO DELLA RISPOSTA

Con riferimento all'interrogazione indicata in oggetto, si comunica che Sebai Ezzedine Ben Mohamed, di nazionalità tunisina, già condannato alla pena dell'ergastolo per omicidi commessi negli anni novanta, rendeva spontanee dichiarazioni in data 10 febbraio 2006, nel procedimento 686/2006 mod. 45, avanti al Pubblico Ministero della D.D.A. di Milano, dottor Alberto Nobili, poi reiterate quale persona sottoposta ad indagini nel procedimento penale 7133/2006 mod. 21. In tali dichiarazioni costui confessava quindici omicidi a scopo di rapina (per taluni dei quali era già stato a suo tempo sottoposto a procedimento penale da solo o in concorso con altri) commessi nell'anzidetto periodo nei circondari di Foggia (in danno di Barbetta Giuseppina e Stella Annamaria), Taranto (in danno di Anna Stano, Grazia Montemurro, Ludovica Pasqua, Rosa Lucia Lapiscopia e Celeste Commessatti), Melfi (in danno di Petronilla Vernetti), Lucera (in danno di Celeste Madonna) e Trani (in danno Leona Santa).

In conseguenza di tali dichiarazioni, il Procuratore della Repubblica di Milano trasmetteva i relativi procedimenti agli uffici requirenti competenti per territorio; detti uffici avviavano le indagini relative agli omicidi prima menzionati accludendo gli atti dei procedimenti già definiti con esiti vari (sentenze di condanna o di assoluzione passate in giudicato, ovvero decreti di archiviazione «per essere rimasti ignoti gli autori del reato»).

I difensori dei soggetti condannati con sentenza irrevocabile per gli omicidi citati presentavano istanze di revisione alle competenti Corti di Appello, che però venivano dichiarate inammissibili per i motivi illustrati in modo specifico nei vari provvedimenti, nei quali si rilevava, in sostanza, l'assenza di un giudicato circa la responsabilità dell'autore della confessione, in contrasto con quello già formatosi.

Al riguardo, il Procuratore della Repubblica di Taranto ha comunicato che a seguito di tali dichiarazioni autoaccusatorie sono stati instaurati presso detto Ufficio i seguenti procedimenti penali:

n. 4082/06 Mod. 21, relativo all'omicidio di Ludovico Pasqua (per il quale erano stati condannati in precedenza Faiuolo Vincenzo e Orlandi Francesco, entrambi rei confessi) e all'omicidio di Montemurro Grazia;

n. 4081/06 Mod. 21, relativo all'omicidio di Commessatti Celestina (per il quale era stato condannato in precedenza Donvito Vincenzo, come da procedimento n. 7/96 Mod. 21 già instaurato dallo stesso Pubblico Ministero);

n. 2833/97 Mod. 21, relativo all'omicidio di Lapiscopia Rosa, per il quale il Pubblico Ministero aveva chiesto ed ottenuto l'archiviazione dell'indagine nei confronti del Sebai, già indagato per quel fatto, poiché gli elementi a carico del predetto, pur se dotati di una certa concretezza, non avrebbero consentito di sostenere l'accusa in dibattimento. A seguito della dichiarazione autoaccusatoria del Sebai, il medesimo Pubblico Ministero provvedeva a chiedere ed ottenere l'autorizzazione alla riapertura delle indagini.

Per tutti i tre procedimenti di cui sopra, i Pubblici Ministeri assegnatari hanno avanzato richiesta di rinvio a giudizio in data 9 maggio 2007, 18 giugno 2007 e 10 ottobre 2007.

Nel corso dell'udienza davanti al GUP, svoltasi con rito abbreviato, i Pubblici Ministeri hanno concluso chiedendo l'assoluzione del Sebai per gli omicidi di Ludovico Pasqua, Montemurro Grazia e Commessatti Celestina, poiché gli elementi a sostegno dell'accusa non avevano evidenziato un complesso di acquisizione probatoria tale da giustificare la condanna dell'imputato.

Il Pubblico Ministero, invece, evidentemente ritenendo che l'autoaccusa del Sebai in relazione all'omicidio Lapiscopia valesse ad integrare il quadro giudiziario già esistente, che tuttavia all'epoca non gli aveva consentito di insistere per il rinvio a giudizio, avanzava richiesta di condanna allo stesso GUP.

Tanto premesso in relazione a tale complessa vicenda processuale e passando a rispondere al primo dei quesiti posti, posso far presente che il GUP del Tribunale di Taranto ha fornito esaustivi dati informativi in ordine ai tempi ed agli sviluppi dell'udienza preliminare, relativa al procedimento penale n. 3407/07 R. GIP, connesso a quello in cui gli eredi di Vincenzo Donvito, già condannato per taluni omicidi, hanno intrapreso giudizio di revisione.

In particolare è stato riferito che all'udienza del 4 dicembre 2007 la difesa ha chiesto un aggiornamento del processo per riunire il procedimento con altri pendenti sempre nei confronti del SEbai. All'udienza del 14 febbraio 2008 il GIP procedeva alla riunione di uno dei procedimenti in questione e la difesa insisteva per la riunione degli altri procedimenti.

La trattazione del procedimento n. 3407/07 R. GIP, a causa della legittima assenza in data 6 maggio 2008 del GIP assegnatario, in congedo ordinario, fu rinviata all'udienza del 14 ottobre 2008.

In tale udienza, riuniti tutti i procedimenti sopra indicati, assente l'imputato - detenuto per altro in località del Nord e «rinunciante» a presenziare al giudizio - la difesa, sfornita di valida procura speciale, annunciava la volontà di chiedere che la trattazione del procedimento proseguisse con le forme del giudizio abbreviato «condizionato». L'assenza di una valida procura speciale determinava l'opportunità di rinviare a breve la trattazione per consentire alla difesa la regolarizzazione della procura e la corretta formulazione dell'annunciata istanza.

All'udienza del 28 ottobre 2008, l'istanza, così come proposta dal procuratore speciale - ancora assente l'imputato, nuovamente «rinunciante» - veniva respinta e si disponeva che la trattazione del procedimento proseguisse con le forme del giudizio abbreviato, giusta richiesta tempestivamente avanzata dal medesimo procuratore speciale. Subito dopo, la difesa manifestava l'intenzione dell'imputato di rendere interrogatorio e, conseguentemente, si disponeva un ulteriore rinvio all'udienza straordinaria, all'uopo fissata.

In data 21 novembre 2008, Sebai Ezzedine, tradotto dalla Casa circondariale in cui era detenuto, veniva interrogato nel corso dell'udienza tenutasi dalle ore 10,50, alle ore 14,25. La lunghezza dell'atto, tenuto conto della molteplicità dei fatti narrati in relazione a quattro omicidi, impediva l'immediata discussione. Va precisato, al riguardo, che tutti i soggetti processuali erano d'accordo ad acquisire preventivamente la fono trascrizione dell'udienza e il procedimento veniva quindi rinviato al 19 dicembre 2008. Svolta l'udienza del 19 dicembre 2008 in cui il Pubblico Ministero chiedeva un integrazione probatoria, respinta dal GIP, il procedimento era rinviato a quella dell'8 gennaio 2009, nella quale il difensore del Sebai sollevava eccezione di incostituzionalità dell'articolo 52 del codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non l'obbligo del Pubblico Ministero di astenersi, avendo tutti e tre i Pubblici Ministri titolari dei procedimenti riuniti trattato in passato procedimenti relativi agli stessi fatti-reato e/o comunque procedimenti il cui il Sebai era o indagato o imputato o persona offesa.

Il GUP del Tribunale di Taranto rigettava tale eccezione, ritenuta manifestamente infondata, e il procedimento in questione si concludeva, con rito abbreviato, con sentenza n. 105/09 del 13 febbraio 2009 (depositata il 16 aprile 2009), con la quale il Sebai, riconosciuto colpevole dell'omicidio di Lucia Lapiscopia, è stato condannato alla pena dell'ergastolo, mentre è stato assolto per gli omicidi di Pasqua Ludovico, Grazia Montemurro e Celestina Commessatti per non aver commesso il fatto.

Peraltro, deve al riguardo chiarirsi che il Pubblico Ministero, nel corso della discussione ha espressamente chiesto che gli atti fossero trasmessi all'Ufficio Requirente per procedere per il reato di autocalunnia nei confronti del Sebai ed il GIP ha disposto in conformità. In conseguenza di ciò, la Procura di Taranto ha quindi iscritto un procedimento penale a carico del Sebai per il delitto di cui all'articolo 369 del codice penale in ordine alle dichiarazioni da lui rese in merito agli omicidi di Ludovico Pasqua, Montemurro Grazia e Commessatti Cristina.

Deve poi evidenziarsi che l'imputato ha proposto appello avverso la suddetta sentenza e gli atti sono stati trasmessi in Corte di Appello - Sezione distaccata di Taranto - il 16 settembre 2009.

Tanto chiarito, si precisa che le competenti articolazioni ministeriali non hanno riscontrato anomalie o ritardi nella trattazione dell'anzidetto procedimento a carico di Sebai Ezzedine, la cui definizione è comunque pregiudiziale rispetto al giudizio di revisione intrapreso dagli eredi di Donvito.

Con riferimento al secondo quesito, riferito all'operato della Procura Generale presso la Corte di Appello di Taranto, l'interrogante chiede quali siano i motivi per cui, alla luce delle dichiarazioni confessorie rilasciate da Sebai Ezzedine Ben Mohamed non sia stata formulata, dalla Procura Generale di Taranto, istanza di revisione delle sentenze che hanno visto condannati Giuseppe Tinelli, Arcangela Tinelli e Carmina Palmisano in relazione all'omicidio di Maria Valente, per il quale era stato già condannato anche lo stesso Sebai Ezzedine Ben Mohamed.

In relazione a tale quesito si osserva come, prima della formazione di un giudicato incompatibile, è rimessa al competente Procuratore Generale la valutazione circa i presupposti di un'eventuale richiesta di revisione di una sentenza di condanna e tale valutazione, espressione dell'attività giurisdizionale, rimane estranea al sindacato disciplinare.

L'interrogante, inoltre, ha censurato l'operato della Corte di Appello di Potenza per non aver concesso, pur avendone la facoltà, la provvisoria scarcerazione di Vincenzo Faiuolo e di Giuseppe Tinelli, detenuti da oltre 11 anni, nonostante sussista il fumus relativo alla loro innocenza.

Su tale quesito sono stati forniti esaustivi dati informativi dal Presidente della Corte di Appello di Potenza, il quale ha trasmesso documentata nota del Presidente della Sezione penale, dalla quale è emerso che le dodici istanze di revisione proposte a seguito delle dichiarazioni autoaccusatorie di Sebai Ezzedine Ben Mohamed, sono tutte state dichiarate inammissibili con provvedimenti puntualmente motivati, tenendo anche conto dei principi fissati in materia dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui «la individuazione di un diverso responsabile del delitto, per il quale l'imputato venne definitivamente condannato, assume la qualità di prova nuova, legittimante la revisione del processo, laddove sia avvenuta mediante sentenza passata in giudicato, che quindi escluda la validità di quello precedentemente formatosi» (cfr. Cass. 30 giugno 2004 n. 31610).

Va precisato, inoltre, che i ricorsi proposti avverso le ordinanze emesse dalla Corte territoriale sono stati tutti rigettati dalla Corte di Cassazione.

In ordine alla medesima vicenda, sono pervenuti numerosi esposti di avvocati, fra cui quelli del difensore di Sebai Ezzedine Ben Mohamed, ma le censure mosse sono riferite all'attività giudiziaria in corso da parte dei pubblici ministeri e dei giudici delle indagini preliminari titolari dei procedimenti penali ricevuti per competenza territoriale dalla Procura di Milano e all'attività già svolta dal magistrati delle Corti di Appello investite delle predette richieste di revisione, giudicate inammissibili.

Alla luce della complessa ricostruzione processuale sin qui operata, nonché dall'esame della voluminosa documentazione acquisita non è emerso alcun profilo suscettibile di rilievo disciplinare nell'operato dei magistrati che si sono occupati delle vicende processuali in argomento.

Non sussistono, infatti, i presupposti per l'adozione di iniziative di carattere ispettivo, dovendosi rilevare che è precluso sindacare in sede amministrativa il merito dei provvedimenti giurisdizionali, ai sensi dell'articolo 2, comma 2 del decreto legislativo 109/06 ed in assenza di indici rilevatori di talune delle ipotesi tipiche indicate nella medesima norma.

Rita BERNARDINI (PD) dichiara di non potersi considerare soddisfatta della risposta del Governo, dalla quale emerge l'immagine precisa di una malattia tutta italiana nel funzionamento della giustizia, a causa della quale alcuni cittadini stanno scontando una pena ingiusta e uno di questi si è tolto la vita. Ricorda, quindi, come nel caso di specie si stia discutendo di un serial killer che ha confessato. La sentenza, tuttavia, ha assolto il Sebai solo per i delitti per cui erano state già condannate altre persone, considerando la sua confessione inattendibile solo per questi casi, salvo ritenerla perfettamente attendibile soltanto per l'unico omicidio che era rimasto privo di autore. Si è quindi applicato ad un serial killer reo confesso un inaccettabile principio di scindibilità della confessione. Ritiene conclusivamente indispensabile che siano adottate tutte le misure affinché questa incresciosa situazione sia risolta in tempi brevi e per evitare che situazioni analoghe si verifichino in futuro.

Federico PALOMBA, presidente, dichiara concluso lo svolgimento delle interrogazioni all'ordine del giorno. La seduta termina alle 13.05.

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-06484

presentata da RENATO FARINA mercoledì 10 marzo 2010, seduta n.297

RENATO FARINA. -  Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia - Per sapere - premesso che:

davanti alla corte dì Assise di Foggia è in corso il processo di Sebai Ezzedine, di nazionalità tunisina, nei procedimenti penali iscritti ai nn. R.G. 146848/08 e riuniti e R.G. 823/09, per il reato di rapina e tentato omicidio di Aprile Assunta (Foggia, 12 gennaio 1994), e per i reati di rapina e omicidio ai danni di Garbetta Giuseppina (San Ferdinando di Puglia, Foggia, il 30 maggio 1996) e di Stella Anna Maria (Trinitapoli, Foggia, il 1o maggio 1997);

il signor Sebai viene schedato con foto ed impronte sin dal 1991, dai carabinieri di Bolzano. Egli, nel corso delle dichiarazioni rese al sostituto procuratore del tribunale di Milano, dottor Nobili, in data 10 febbraio 2006, e successivamente confermate, a dicembre 2008, davanti al sostituto procuratore del tribunale di Foggia, dottor, Ludovico Vaccaro, ha confessato i seguenti omicidi, compiuti tra il gennaio 1994 ed il settembre 1997:

gennaio 1994, presunta vittima ignota, in assenza di riscontri investigativi, poi identificata a seguito dell'interrogatorio di Sebai avanti al pubblico ministero di Foggia (avvenuto nel dicembre 2008, come citato in premessa) in Aprile Assunta, la quale è l'unica vittima sopravvissuta;

8 luglio 1995, Vernetti Petronilla, anni 83, Melfi (Potenza), assolto;

13 agosto 1995, Commessatti Celeste, anni 83, Palagiano (Taranto), per il quale delitto sono stati condannati Nardelli Davide e Tinelli Giuseppe, minorenni all'epoca del fatto, e Donvito Vincenzo, suicidatosi nel 2006 nella Casa di Reclusione di Teramo;

24 aprile 1996, Madonna Celeste, anni 81, Lucera (Foggia), omicidio irrisolto, nel 2008 Sebai condannato a 18 anni;

30 maggio 1996, Garbetta Giuseppina, anni 72, San Ferdinando di Puglia (Foggia), omicidio irrisolto fino alla confessione di Sebai;

10 agosto 1996, Stano Anna, anni 85, Ginosa (Taranto), ergastolo;

15 gennaio 1997, Totaro Maria, anni 76, Cerignola (Foggia), ergastolo;

5 aprile 1997, Montemurro Grazia, anni 76, Massafra (Taranto), per il quale delitto è stato condannato diciotto anni di reclusione Montemurro Cosimo, nipote della vittima;

1o maggio 1997, Stella Anna Maria, anni 69, Trinitapoli (Foggia), omicidio irrisolto fino alla confessione di Sebai;

9 maggio 1997, Leone Santa, anni 82, Canosa di Puglia (Bari), processato e assolto;

14 maggio 1997, Ludovico Pasqua, anni 86, Castellaneta (Taranto) per il quale delitto sono stati condannati Faiulo Vincenzo e Orlandi Francesco, rei confessi;

28 luglio 1997, Valente Maria, anni 84, Palagiano (Taranto), ergastolo per il quale delitto, oltre all'ergastolo per Sebai, sono stati condannati anche Tinelli Giuseppe e la di lui madre e sorella;

21 agosto 1997, Lapiscopa Rosa Lucia, anni 90, Laterza (Taranto), ergastolo;

27 agosto 1997, Sansone Angela, anni 84, Spinazzola (Bari), ergastolo;

15 settembre 1997, Nico Lucia, anni 75, Palagianello (Taranto), ergastolo;

per il delitto del gennaio 1994, ai danni di Aprile Assunta, unica sopravvissuta delle 15 vittime, quantunque ricoverata in prognosi riservata, gli investigatori non rilevarono le impronte digitali e, inoltre, a dispetto delle accuratissime descrizioni dell'aggressore, fornite dalla vittima, non fu esperita alcuna ricerca fra le foto schedate nel casellario centrale. Un tale accertamento avrebbe potuto impedire tutti i successivi 14 delitti, risalendo ai dati del Sebai schedati sin dal 1991;

per il delitto del 13 agosto 1995, ai danni di Commessatti Celeste, il signor Sebai viene fermato con la refurtiva sottratta alla vittima, viene fotografato, vengono rilevate le sue impronte digitali e poi rilasciato. In tale circostanza, la negligenza investigativa, manifestatasi già nel 1994, assume connotati gravi aprono la strada ai successivi 5 delitti, confessati dal Sebai;

per il delitto del 1o maggio 1997, ai danni di Stella Anna Maria, nel corso delle indagini successive, furono rilevate le tracce di Dna sulle cicche di sigaretta, rinvenute sulla scena del delitto, nonché le impronte digitali. Comparato il Dna a quello di Sebai, risultando negativo, Sebai fu rilasciato senza comparare le impronte digitali. Solo nel 2008, cioè 11 anni dopo, a seguito degli accertamenti disposti dal nuovo sostituto procuratore del tribunale di Foggia, dottor Ludovico Vaccaro, si scoprirà che Sebai aveva lasciato l'impronta sulla scena del delitto Stella. L'accertamento sulle impronte, omesso nel 1997, consente al Sebai lo stato di libertà nel corso del quale compie altri 6 omicidi -:

se i Ministri interrogati dispongano di elementi sulla vicenda, se dagli atti dei Ministeri risulti se siano state assunte iniziative ispettive in relazione ai fatti citati in premessa e, qualora ne sussistano i presupposti, se intendano avviarne. (4-06484)

TARANTO – 8 gennaio 2009 - Il sostituto procuratore del tribunale di Taranto, Maurizio Carbone, ha chiesto la condanna alla pena di 20 anni di reclusione per Ben Mohamed Ezzedine Sebai, il tunisino di 44 anni ritenuto il serial killer delle vecchiette uccise in Puglia negli anni Novanta. La richiesta di condanna, formulata nel corso di un processo con rito abbreviato, riguarda l’omicidio di Rosa Lucia Lapiscopia, di 90 anni, uccisa a Laterza (Taranto) il 21 agosto del 1997. Sebai è già stato condannato con sentenza definitiva a quattro ergastoli per altrettanti omicidi commessi in Puglia, a 18 anni (in primo grado) per un altro delitto compiuto nel foggiano ed ha confessato di aver ucciso altre nove donne. Nel corso del processo in corso a Taranto, che riguarda quattro omicidi di altrettante anziane, un altro pm, Vincenzo Petrocelli, sempre oggi ha chiesto invece l’assoluzione del tunisino dall’omicidio di Celestina Commessatti, di 73 anni, assassinata a Palagiano (Taranto) il 13 agosto 1995. Nella scorsa udienza, invece, il pm Antonella Montanaro aveva chiesto l'assoluzione del serial killer per gli omicidi di Grazia Montemurro, di 75 anni (uccisa a Massafra il 4 aprile 1997), e di Pasqua Rosa Ludovico, di 86 anni (morta a Castellaneta il 14 maggio 1997). Per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta oggi la condanna, era ancora insoluto. Per gli altri delitti erano stati condannati in via definitiva altri imputati che vengono ritenuti «assolutamente innocenti» dai loro difensori.

IL GUP RESPINGE LA RICHIESTA DI SOSPENSIONE DEL PROCESSO

Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto oggi l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per evidenti situazioni di incompatibilità visto che hanno sostenuto l’accusa di persone (ottenendone poi la condanna, ndr) che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti".

IL LEGALE DI SEI DELLE OTTO PERSONE DETENUTE DA ANNI

''La procura di Taranto è spaccata sull'attendibilità del serial killer delle vecchiette pugliesi, Ben Mohamed Ezzedine Sebai. Per due pm il tunisino non è credibile e va assolto dall’accusa di aver compiuto tre omicidi; per un altro pm è invece credibile e va condannato a 30 anni di reclusione”. Lo evidenzia l’avv.Claudio Defilippi legale di sei delle otto persone (una si è suicidata in carcere dopo la condanna) detenute da lunghi anni “pur essendo innocenti”.

Dei delitti per i quali gli otto sono stati condannati si è successivamente accusato Sebai. Defilippi chiede che il gup di Taranto Valeria Ingenito, dinanzi alla quale è a giudizio Sebai, disponga un confronto all’americana tra i suoi assistiti e il tunisino. E rilancia: “il fatto che i tre pm di Taranto non la pensino allo stesso modo sull'attendibilità di Sebai dovrebbe spingere il ministro della Giustizia a disporre un’ispezione in procura”. Per Defilippi, vi è nel processo una “situazione di incompatibilità dei pm Montanari e Petrocelli”.

“Questi – sottolinea – prima hanno chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio e la condanna definitiva di alcune persone che si proclamano da sempre innocenti (Vincenzo Donvito, poi suicidatosi, Francesco Orlandi e Vincenzo Faiuolo) e successivamente chiedono l’assoluzione per gli stessi omicidi per il serial killer”.

Il perfetto canovaccio di un film sull’assurdità della giustizia italiana è stato scritto la scorsa settimana in una piccola aula del tribunale di Taranto. Sinossi: due magistrati indagano sulle proprie inchieste. Negli anni passati hanno ottenuto la condanna di sei persone, che si proclamano innocenti, per l’omicidio di tre anziane. Delitti di cui si è poi accusato il tunisino Ezzedine Sebai, il “killer delle vecchiette”.

Sulla base di questa nuova ipotesi, la procura decide quindi nel 2006 di riaprire i casi. E a chi vengono affidati? A Pina Montanaro e Vincenzo Petrocelli, gli stessi pubblici ministeri che avevano chiesto il carcere per i sei. I magistrati in sostanza si dovranno adoperare per scoprire se hanno mandato degli incolpevoli in galera. Se sono gli autori di quello che potrebbe essere il più grande errore giudiziario mai avvenuto in Italia. Stando al Codice di procedura penale, potrebbero astenersi “per gravi ragioni di convenienza”. Eppure, la procura procede. Le inchieste inciampano in prove e riscontri: il tunisino è rinviato a giudizio. Ma la scorsa settimana i due magistrati ne chiedono l’assoluzione: è un “mitomane”, sostengono.

Un loro collega, che ha indagato sull’omicidio di un’altra anziana, la pensa diversamente: quello che dice Sebai è vero, merita trent’anni. Spaccatura che esemplifica i guazzabugli di una procura già coinvolta in ingiuste detenzioni clamorose.

Come quella di Domenico Morrone, per cui ottenne la pena proprio Petrocelli, che a dicembre 2008 ha avuto il risarcimento record di 4,5 milioni di euro. O come la vicenda dei quattro uomini ritenuti colpevoli e poi assolti per la “strage della barberia”, che ora chiedono 12 milioni di euro di risarcimento.

Il tunisino che rischia di generare l’ennesimo cortocircuito giudiziario ha 44 anni. Ha affermato di avere ucciso 14 anziane in Puglia, tra il 1995 e il 1997. Vedove che gli ricordavano le megere che da bambino abusavano di lui: per questo le avrebbe ammazzate, stordito da alcol e risentimento. Oggi è rinchiuso nel carcere di Augusta, vicino a Siracusa, dove sconta l’ergastolo per cinque omicidi. In molti casi invece le indagini non sono partite. Per quattro assassinii è sotto processo a Taranto: per tre di questi sono già stati puniti presunti innocenti. A dispetto delle parole del serial killer e dei riscontri alle sue dichiarazioni.

Come nel caso dell’uccisione di Grazia Montemurro, sgozzata nella sua casa di Massafra il 5 aprile 1997. La sera stessa viene arrestato il nipote, Cosimo Montemurro. Si prende 18 anni ed esce dal carcere a novembre 2007. Due anni prima Sebai si era intestato i 14 delitti, compreso quello di Massafra. Racconta dettagli, dà orari precisi, ricostruisce dinamiche.

Del caso si occupa il pm di Taranto Pina Montanaro, che aveva già chiesto la condanna del nipote della signora. Per il magistrato le parole del tunisino non bastano. Potrebbe avere letto quei particolari sui giornali. O averli appresi in carcere. Allora imbastisce la prova del nove. Fa accompagnare Sebai alla stazione di Massafra. I carabinieri gli dicono di raggiungere la casa dell’omicidio. Il serial killer ha raccontato di essersi spostato in treno e poi a piedi. Quella strada dovrebbe conoscerla: infatti porta i militari all’abitazione. Mentre riemerge la testimonianza di un prete che ha parlato con il tunisino nei giorni dell’assassinio. Riassumendo: il serial killer conosce i particolari dell’uccisione, il luogo del delitto, il modo per arrivarci, è stato visto da un testimone. Ma non gli credono. Colpevole è ritenuto Cosimo Montemurro, che si dice innocente. Il magistrato, riconsiderando la sua vecchia indagine, conclude che il tunisino non c’entra: mente, per motivi oscuri.

“L’incompatibilità del magistrato è evidente” accusa Luciano Faraon, che difende Sebai da tre anni. “È troppo coinvolta nel caso, visti i precedenti. Avrebbe dovuto astenersi, però inspiegabilmente non l’ha fatto. A Taranto stanno ammazzando il giusto processo”.

La procura sostiene l’ipotesi contraria: per sveltire gli accertamenti era necessario affidare i casi a chi se n’era già occupato.

Montanaro ha riaperto l’inchiesta su un altro delitto. L’omicidio di Pasqua Ludovico, 86 anni, sgozzata con 12 coltellate nel maggio 1997 a Castellaneta. Vengono condannati a 16 anni due braccianti: i fratellastri Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi. Si incolpano a vicenda, ma ritrattano subito dopo. È l’unico elemento contro di loro. Contro Sebai, invece, c’è molto di più. Anche in questo caso il tunisino viene portato alla stazione e raggiunge l’appartamento della vittima: “Riconosce senza ombra di dubbio due porte finestre di colore verde” annotano i carabinieri di Taranto.

Il tunisino racconta di avere rubato una pistola e dei proiettili. Dopo li ha nascosti a casa. In effetti dall’abitazione dell’anziana manca una vecchia rivoltella del marito, morto nel 1950. E nell’appartamento di Sebai c’è una pistola arrugginita: “Potrebbe risalire agli anni 1940-1950 circa” scrivono i carabinieri. Eppure, il magistrato chiede l’assoluzione. “È un mitomane” dice nella requisitoria. Vuole scagionare i detenuti conosciuti in carcere. Ma perché? E com’è arrivata quella pistola a casa sua? Come faceva a conoscere la strada? Gli avevano schizzato una piantina nell’ora d’aria ipotizzando già che venisse portato alla stazione?

Claudio Defilippi, che difende i fratellastri incolpati dell’omicidio, chiede che intervengano il Csm e il ministero della Giustizia: “Le prove contro il tunisino sono lampanti. I magistrati non dovevano accettare l’incarico per chiara incompatibilità. Avevano già chiesto la condanna di persone che si assumono innocenti. Ora il tunisino è stato scagionato. Così resta il dubbio che i pm abbiano ratificato le loro precedenti decisioni”.

Anche per il delitto di Celeste Commessatti, 73 anni, assassinata a Palagiano il 13 agosto 1995, il pm Vincenzo Petrocelli, che adesso ha chiesto l’assoluzione per Sebai, aveva ottenuto il carcere per tre persone, tra cui Vincenzo Donvito, suicida in cella il 19 luglio 2005. Petrocelli è lo stesso magistrato che fece condannare a 21 anni il pescatore tarantino Domenico Morrone: incarcerato per l’uccisione di due ragazzi, poi assolto e risarcito un mese fa: i 4,5 milioni di euro sono la più alta somma mai pagata dal ministero della Giustizia per un’ingiusta detenzione.

Pure per l’assassinio di Palagiano Sebai fornisce dettagli con una dovizia che non ha il sapore dei racconti di seconda mano. Al pm dichiara di avere venduto la refurtiva a un ricettatore di Taranto, “Silviuccio”. La polizia, dal nomignolo, risale a Silvio Epiro. Lo torchia, fino a quando l’uomo non tira fuori dalla tasca sinistra della giacca due collane e tre anelli di oro giallo: i gioielli rubati nella casa di Celeste Commessatti. “Me li ha dati Fathi Said”. E chi è? Uno degli alias di Ezzedine Sebai, il serial killer a cui due magistrati hanno deciso di non credere.

Conseguenza del modo di fare non omologato all’ambiente all’avvocato Luciano Faraon, del Foro di Roma, difensore di Sebai, è stato riservato un trattamento particolare da parte del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto. Su migliaia di avvocati  in Italia che subiscono la sanzione della sospensione, atto notificato a tutti i Consigli dell’ordine, il Faraon ha avuto il privilegio di vedersi pubblicato in modo esclusivo l’atto di sospensione sul sito degli avvocati di Taranto.

IL CASO MORRONE

È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso.

Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita.

Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la corte d’appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto.

Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono condannate per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui al Giornale - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

Ora, finalmente, la giustizia si mostra comprensiva con chi è stato vittima di un errore così grave: la corte d’appello di Lecce nota anzitutto che l’Avvocatura dello Stato «non si oppone alla liquidazione» della cifra. La scorsa estate Morrone aveva chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro; il tempo di condurre una rapida trattativa e il ministero si è detto disponibile a chiudere la pratica a quota 4, 5 milioni di euro. Senza opposizioni e contestazioni. La somma totale di 4,5 milioni è così ripartita: 1 milione e 300mila euro per la privazione della libertà; 1 milione e 700mila euro per i danni non patrimoniali; 1 milione per il danno patrimoniale da mancato guadagno; 500mila euro per le spese legali e per gli onorari del difensore. Un record per l’Italia. E anche un primato di velocità.

Ma non finisce qui. Morrone vuole presentare il conto anche ai magistrati che hanno sbagliato e per questo ricorrerà alla legge sulla responsabilità civile dei giudici. Il pescatore, come impone la norma, si rivolgerà alla Presidenza del consiglio, chiedendo 8 milioni di euro per l’operato di Vincenzo Petrocelli, il magistrato di Taranto che l’aveva messo sotto accusa.

IL CASO FRANZOSO

L’on. Franzoso è stato assolto, ma la notizia non fa notizia.

Come molti ricorderanno, l'on. Franzoso, tarantino,all'epoca non ancora deputato ma assessore regionale ai trasporti della Giunta Fitto, a dicembre del 2004 fu arrestato come un malfattore, rinchiuso in cella per una settimana, accusato di voto di scambio che avrebbe ottenuto attraverso la concessione di non precisati favori a una cosca mafiosa. Ora, il Tribunale di Taranto lo ha assolto dalla infamante accusa ma la stampa riserva alla notizia poco spazio e pochissimo risalto. In proposito ecco il testo della lettera che i deputati pugliesi di Forza Italia hanno inviato alla Stampa. Per parte nostra non possiamo non testimoniare all'on. Franzoso la più viva solidarietà, insieme alla gioia per l'affermazione della verità e della sua innocenza.

LETTERA APERTA ALLA STAMPA DEI DEPUTATI PUGLIESI DI FORZA ITALIA

La felicità per aver visto confermata la nostra assoluta certezza che il collega Pietro Franzoso fosse del tutto estraneo ai fatti che nel 2004 portarono al suo arresto mentre era assessore regionale, con accuse gravi e infamanti, viene oggi turbata da più di una vena di amarezza.

Leggendo i giornali nazionali, gli stessi che nel 2004 dedicarono ampio spazio all’arresto dell’On. Franzoso, non si trova traccia alcuna della notizia della sua assoluzione “perchè il fatto non sussiste"; leggendo quelli regionali su alcuni si trova un trafiletto con la notizia oltre la pagina 10 e su altri non si trova nulla se non nelle edizioni cittadine di Taranto.

Atteggiamento ben diverso rispetto al clamore dato quando il 16 dicembre 2004, l’allora assessore Franzoso fu prelevato al suo arrivo in aereo a Brindisi e fu portato in carcere dove trascorse una settimana. Allora i giornali nazionali pubblicarono servizi densi di particolari sulla presunta collusione di Franzoso con la mafia tarantina, quelli regionali dedicarono le prime pagine.

Non è al rispetto della legge sulla stampa che sentiamo di volerci appellare oggi, pur essendoci tutti i margini per farlo, ma alla deontologia, alla onestà intellettuale, alla coscienza di quegli stessi direttori e capiredattori che a dicembre 2004 decisero di dedicare le prime pagine regionali e le pagine nazionali all’arresto di un assessore in carica e oggi non danno neanche la notizia della sua assoluzione o la relegano nelle edizioni locali.

Non è un Paese giusto quello in cui un arresto viene sbattuto in prima pagina e un’assoluzione relegata in 15ma o addirittura ignorata; non è un Paese “normale" quello in cui l’onorabilità di un assessore, di un politico, di un uomo, viene cancellata nel momento in cui lo si ritiene colpevole e non gli viene riconsegnata quando, dopo tre anni, un Tribunale lo giudica innocente. Non è un Paese né normale né giusto quello in cui bisogna appellarsi al rispetto delle leggi, affinché ad una assoluzione sia dato lo stesso clamore che ad un arresto.

Non siamo animati da spirito polemico, né tantomeno da vittimismo.

Invochiamo solo giustizia e normalità.

IL CASO NARDELLI

Salve Dr. Giangrande,

ho letto gran parte di quanto scritto sul suo sito. Devo essere sincero ne sono rimasto spaventato in quanto non immaginavo che potesse esserci a Taranto un sito simile.

Sono un semplice cittadino che sta subendo una situazione di malagiustizia.

La mia storia è scritta su molti siti, Mediaset ha mandato in onda una intervista della mia storia intitolata " Malagiustizia", sono usciti articoli di giornale a Napoli e Teramo.

Ho fatto 60 giorni di carcere, 3 lunghi anni di cause penali per altre 1.000 accuse. Per la difesa mi hanno tolto 21.000 euro.

Sono stato assolto da tutte le accuse, COMPRESA L'ACCUSA INFAMANTE DI ABUSI SESSUALI SU MIA FIGLIA. Sono ridotto in povertà, non riuscirò mai a spuntarla perché l'Ispettore della Polizia di Stato, che ha indagato su di me e che personalmente mi ha arrestato, è stato beccato nella sua auto con mia moglie.

Quando ho scoperto quanto su detto pensavo di chiudere la mia vicenda ed invece quella scoperta è stata la mia rovina.

Sergio Nardelli da Taranto

IL CASO PEDONE, CAFORIO, AIELLO, BELLO

Non erano colpevoli, ora chiedono 12 mln.

Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento.

TARANTO – 2 maggio 2008 - Quattro imputati prima condannati e poi assolti nel processo di revisione per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, in cui morirono quattro persone, hanno chiesto complessivamente un risarcimento di 12 milioni di euro per ingiusta detenzione.

I quattro erano stati condannati con sentenza definitiva a pene comprese fra 30 anni e 11 anni di carcere. Si tratta di Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, tornati in libertà il 5 aprile del 1998 dopo sette anni di detenzione. Sta scontando la condanna a 30 anni di carcere invece, Giovanni Caforio, considerato uno degli esecutori materiali della strage. Alla revisione del processo si è arrivati dopo dichiarazioni di pentiti che hanno scagionato gli imputati.

Il primo ottobre del 1991, un commando di killer entrò nel salone da barba di via Garibaldi, uccidendo quattro innocenti. Il vero obiettivo, secondo gli investigatori, doveva essere il noto pregiudicato Antonio Martera. La richiesta di risarcimento passa al vaglio della Corte d’Appello di Potenza

Strage della Barberia. Sospetti ed errori

Gronda ingiustizia dalla storia della strage della barberia, così come è stata rivisitata dalla Corte di Appello di Potenza.

Quella Corte ha scagionato quattro innocenti, condannati come feroci killer per la mattanza dell’1 ottobre del 1991.

Il punto di non ritorno della guerra di mala. Quel maledetto giorno i sicari della mala irruppero nella barberia di Giuseppe Ierone, all’imbocco di via Duomo.

Spararono all’impazzata con mitra e pistole. Poi fuggirono lasciandosi alle spalle quattro morti e due feriti.

Cercavano i boss rivali, invece, inchiodarono al suolo innocenti che con quella guerra tra bande non avevano nulla a che fare.

Il primo di una lunga serie di tragici errori.

Nelle ore successive alla mattanza, le indagini imboccarono la strada sbagliata. In carcere finirono cinque persone.

A distanza di sedici anni la Corte di Appello di Potenza ha definitivamente scritto che quattro erano innocenti.

Giovanni Pedone, Massimo Caforio, condannati a trent’anni come esecutori materiali, e Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati ad undici anni come fiancheggiatori, con quel tremendo delitto non c’entravano. Ma la Corte di Potenza, nel motivare la revisione va oltre il verdetto, svelando definitivamente particolari che inducono a riflettere.

Un aspetto su cui oggi si è soffermato l’avvocato Carlo Petrone che in questa brutta vicenda ha assistito Giovanni Pedone, noto con il soprannome di “fafetta”. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocenti ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre.

Collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Di Bari avevano parlato, adombrando il sospetto di un depistaggio messo in atto da un boss che a suo dire era vicino ai servizi segreti. Ma quando quelle dichiarazioni furono portate in Appello, la Corte le bollò come un tentativo di inquinamento probatorio. E fa specie leggere che quel secondo grado del procedimento cominciò e si concluse in un giorno a dispetto della complessità del caso. Come dire che se la giustizia è lenta l’ingiustizia in quel caso fu rapidissima. Così come rapidi giunsero gli arresti per il quadruplice omicidio. A spianare la strada sbagliata agli uomini della Squadra Mobile un confidente.

“Quel confidente - scrivono i giudici di Potenza - fu messo in camera di sicurezza con Aiello e Bello i quali si decisero poi a parlare” . E poco dopo i giudici aggiungono che i due “furono convinti a rendere dichiarazioni accusatorie. Questa prima fase delle indagini - scrivono ancora i giudici di Potenza- si svolse in maniera informale e ovviamente in mancanza di garanzie processuali”.

A distanza di tanti anni, però, uno dei veri killer della strage è passato nella schiera dei collaboratori di giustizia ed ha ammesso le sue responsabilità. Quella confessione ha finalmente aperto un varco nel destino atroce degli innocenti. ma sul tavolo restano i sospetti di una lunga storia.

«E’ certo - ha detto questa mattina l’avvocato Petrone - che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini». Ora per gli innocenti si apre un lungo iter processuale per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione.

Eloquente a tal proposito il commento di Giovanni Pedone: «I soldi mi interessano fino ad un certo punto. La mia vita è stata segnata in maniera indelebile. Mi piacerebbe vedere pagare i responsabili di questa enorme ingiustizia».

Erano stati condannati per omicidio. Taranto, sono innocenti. Scarcerati in quattro dopo 7 anni di prigione

Sono tornati liberi dopo essere stati in carcere per sette anni per le condanne irrogate loro per aver partecipato ad un quadruplice omicidio col quale non c'entravano per nulla, secondo le ultime acquisizioni degli investigatori. Giovanni Pedone (condannato a 30 anni di reclusione), Massimo Caforio (condannato a 29 anni e sei mesi), Francesco Aiello e Cosimo Bello (condannati a 11 anni di reclusione ciascuno per aver favorito i presunti assassini) sono usciti lunedì sera dal carcere: la Corte di appello di Taranto ha infatti accolto la richiesta, presentata dai loro avvocati sin dal luglio '97, di sospendere l'esecuzione della pena ed ha disposto la scarcerazione dei detenuti.

Le condanne erano state inferte per il quadruplice omicidio compiuto a Taranto la sera del primo ottobre '91 in una sala da barba e divenuto noto come "la strage della barberia".

Dichiarazioni di "collaboratori di giustizia" e nuove indagini avevano portato però nel giugno '97 i pm inquirenti, Nicolangelo Ghizzardi, della procura di Taranto, e Antonio Maruccia, della Dda di Lecce, a chiedere il giudizio per lo stesso fatto di altre persone: le nuove indagini avevano anche accertato che sicuramente Pedone, ma di conseguenza anche gli altri tre condannati, non c'entravano nella strage. Di qui, la richiesta di revisione del processo e, nelle more, l'istanza di sospensione della esecuzione della pena, accolta dalla Corte col parere favorevole della procura generale. Di coloro che furono condannati per la prima volta nel '93 per la "strage della barberia" resta così in carcere solo Giovanni Caforio (fratello di Massimo Caforio), condannato a 30 anni di reclusione come Pedone e ritenuto tra gli organizzatori del quadruplice omicidio. «Questi sette anni pesano come venti.

Forse le indagini all'epoca sono state troppo frettolose, sbagliare è umano, l'essenziale è ravvedersi», ha spiegato con calma ammirevole Giovanni Pedone. «Ho trascorso sette anni in cella innocente - dice - e penso che chiunque al mio posto si sarebbe suicidato. Sapevo però che prima o poi doveva accadere qualcosa, anche se qualcuno forse da oggi non potrà più guardarsi allo specchio».

IL CASO DEI BRACCIANTI AGRICOLI.

CONDANNA SENZA PROCESSO: DECRETI PENALI DI CONDANNA.

Condannati per aver finto un rapporto di lavoro, mentre in realtà erano veramente andati in campagna a fare il proprio dovere. Sono infatti 292 i braccianti agricoli coinvolti in un’inchiesta riguardante la società di intermediazione di manodopera Saag, nei confronti dei quali sono stati emessi decreti penali di condanna per truffa e induzione al falso, con una sanzione pecuniaria di 5.000 euro ciascuno. La vicenda è stata illustrata in una conferenza stampa da dirigenti della Cgil e della Flai jonica e dai legali del sindacato. «I braccianti - spiegano i sindacati - sarebbero stati colpiti dall’indagine documentale dell’Inps che avrebbe contestato alla società la congruità tra giornate di lavoro e capienza dei fondi agricoli. Un iter procedurale classico che tende a scovare i rapporti di lavoro fittizi, ma che lascia al palo anche tutti i lavoratori agricoli che realmente sono andati a lavorare».

I fatti contestati risalgono al periodo 2004-2005. Secondo i legali, ora i braccianti rischiano anche la beffa di una richiesta di risarcimento danni da parte dell’Inps, mentre nell’indagine non sarebbe stata fatta alcuna verifica sui fondi e non ci sarebbe traccia di interrogatori, tanto che l’ispettorato del lavoro avrebbe già accertato che molti braccianti hanno realmente lavorato.

MALAGIUSTIZIA

 Un fallimento? In Italia può durare anche mezzo secolo !!!

Quarantasei anni: a tanto ammonta la durata della procedura fallimentare di un’azienda di Taranto. Lo racconta Sergio Rizzo nella “Cricca”, un saggio Rizzoli dedicato alle lentezze e ai mille conflitti d’interesse del nostro Paese. Leggiamone un estratto.

A Berlino la costruzione del Muro procedeva a ritmi serrati. Papa Giovanni XXIII aveva scomunicato il comunista Fidel Castro e la Francia riconosceva l’indipendenza dell’Algeria. In Italia Aldo Moro apriva la stagione del centrosinistra, Enrico Mattei regnava sull’Eni, Antonio Segni entrava al Quirinale. E mentre per la prima volta, dopo 400 anni, le orbite di Nettuno e Plutone si allineavano e gli Stati Uniti mandavano il loro primo uomo in orbita intorno alla Terra, in quel 1962 falliva a Taranto la ditta del signor Otello Semeraro. Non meritò nemmeno due righe in cronaca la notizia che al tribunale del capoluogo pugliese stava per cominciare una delle procedure fallimentari più lunghe della storia della Repubblica. Quarantasei anni.

Nel 2008 il tribunale di Taranto ha approvato il rendiconto finale del fallimento Semeraro, con un verbale condito da particolari burocraticamente esilaranti. «Avanti l’Illustrissimo Signor Giudice Delegato Pietro Genoviva assistito dal cancelliere è personalmente comparso il curatore Michele Grippa il quale fa presente che tutti i creditori ed il fallito sono stati avvisati mediante raccomandata con avviso di ricevimento dell’avvenuto deposito del conto di cancelleria.» Nonostante ciò il giudice «dà atto che all’udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». Sulle ragioni dell’assenza dei creditori non ci sono informazioni certe. Invece il signor Semeraro, pur volendo, difficilmente si sarebbe potuto presentare. Fitto è il mistero dell’indirizzo al quale gli sarebbe stata recapitata la raccomandata, con tanto di ricevuta di ritorno: perché egli, purtroppo, non è più tra i vivi.
Come il tribunale di Taranto non poteva non sapere, avendo accertato, nel rendiconto del fallimento, un versamento di 10.263 euro «a favore della vedova di O. Semeraro». Quarantasei anni.

Una lentezza inaccettabile per qualunque procedimento. Figuriamoci per un fallimento che ha fatto recuperare in tutto 188.314 euro, ai valori di oggi. Con la doverosa precisazione che un terzo abbondante se n’è andato in spese: 70.000 euro, di cui 50.398 soltanto per gli avvocati. Nei tribunali mancano i cancellieri, è vero. Nemmeno i giudici sono così numerosi. Poi la burocrazia, le procedure...

Sulla scia del fenomeno denunciato è scandaloso quanto succede a Taranto.

L’avv. Patrizio Giangrande, fratello del presidente Antonio Giangrande, e l’avv. Giancarlo De Valerio vincono la causa contro Equitalia Spa per risarcimento danni, sulla base di ipoteche su immobili emesse da detta società senza alcun avviso e per importi milionari attinenti presunti crediti, risultati inesistenti. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento di svariate migliaia di euro liquidati in via equitativa.

La cosa scandalosa è che, purtroppo, sono migliaia i casi in cui avvengono invii di cartelle talvolta recanti debiti anche estinti e con scadenze decennali. Il sistema permette al Fisco di effettuare sequestri di immobili o fermo amministrativo di auto, senza aver verificato, come nel caso di causa, la effettiva esistenza debitoria applicando interessi e spese che spesso superano l’importo del debito stesso, stranamente somme non calcolate come usuraie.

Allucinante è il fatto che gli avvocati, in virtù della sentenza di condanna, recatisi unitamente all’ufficiale giudiziario per rendere ad Equitalia il torto subito ed eseguire il pignoramento presso la loro sede a Taranto, gli è stato comunicato dalla stessa Equitalia spa che non intende pagare, ritenendo i beni e i fondi insequestrabili.

Pazzesco è che solo il Quotidiano di Puglia, alla pagina interna su Manduria, a firma di Gianluca Ceresio, si è occupato della vicenda che interessa tutti i cittadini, non solo tarantini, per la disparità di trattamento dei diritti lesi.  

IL RESOCONTO ANNUALE DELLO STATO DELLA GIUSTIZIA INDICA IL PERCHE' DI TANTA SFIDUCIA DEI CITTADINI NELLE ISTITUZIONI, SE GIA' LE DENUNCE DELLE FORZE DELL'ORDINE HANNO UN ESITO INCERTO.

 DENUNCE ITALIA FORZE DELL'ORDINE

TOTALE

AUTORI IGNOTI

AUTORI NOTI

 

2.456.887

1.840.209

616.678

TOTALE CONDANNE ITALIA

198.263

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

8%

 

 

 

 

 

 

DENUNCE PUGLIA

 

 

 

Foggia

24.368

15.643

8.725

Bari

61.003

44.814

16.189

Taranto

19.333

13.419

5.914

Brindisi

16.538

11.621

4.917

Lecce

28.202

20.373

7.829

Totale

149.444

105.870

43.574

 

 

 

 

CONDANNE PUGLIA

 

 

 

Foggia

1.923

 

 

Bari

5.639

 

 

Taranto

5.513

 

 

Brindisi

2.348

 

 

Lecce

2.113

 

 

Totale

17.536

 

 

RAPPORTO DENUNCE-CONDANNE

11%

 

 

 

PARLIAMO DI INSABBIAMENTI.

INSABBIAMENTI: SE SUCCEDE A LORO, FIGURIAMOCI AI POVERI CRISTI !!!!!

Quando la legge non è uguale per tutti.

Denunce fondate presentate a Potenza contro i magistrati di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto: nessuna condanna per i denunciati, nessuna calunnia contestata ai denuncianti !!!!

Il Gip presso il Tribunale di Potenza ha disposto l’archiviazione della denunzia presentata dal ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, contro il procuratore della Repubblica di Brindisi, Marco Dinapoli, per violazione del segreto d’ufficio. La denuncia ipotizzava una presunta divulgazione di notizie riservate compiuta da Dinapoli quando questi era procuratore aggiunto a Bari e coordinava il pool di magistrati che indagava sui reati contro la pubblica amministrazione.

L’ipotesi di violazione del segreto riguardava anche gli altri tre magistrati del pool barese (Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti), che ha indagato su Fitto per fatti che risalgono a quando il ministro era presidente della Regione Puglia. Lorenzo Nicastro, divenuto assessore regionale dipietrista con la Giunta di Vendola, ha indagato su Fitto fino al giorno prima di candidarsi alle regionali pugliesi nel distretto in cui operava. A sollevare perplessità sulla candidatura del pm è stato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ribadendo che "il tema della credibilità della magistratura non può essere disgiunto da quello dell'inopportunità della partecipazione alla vita politica dei magistrati nei luoghi dove abbiano esercitato la giurisdizione, per evitare il rischio di indebite strumentalizzazioni dell'attività svolta". Roberto Rossi, è stato eletto nel Consiglio superiore della magistratura. Roberto Nitti, l’unico a essere rimasto nell’organico della Procura di Bari. Già nel giugno 2010 vi furono nuovi colpi di scena nell’ambito dell’inchiesta delle Procure di Bari e Trani sulle ormai note fughe di notizie su Berlusconi. Quattro magistrati sarebbero stati intercettati mentre parlavano con giornalisti rivelando notizie relative ad indagini in corso. Ad avere il telefono sotto controllo sono però i cronisti: scopo degli inquirenti è quello di stanare le loro fonti.

L’archiviazione, disposta con ordinanza il 23 luglio 2010. Fitto aveva lamentato che “la diffusione alla stampa di notizie riservate costituisca la regola seguita dai predetti magistrati” sostenendo inoltre la sussistenza di “una vera e propria emorragia di notizie dalla Procura di Bari a fini politici verso alcuni organi di stampa".

"In seguito alla pubblicazione di notizie riservate di carattere penale, erano stati chiesti accertamenti per scoprire gli autori di tali rivelazioni. Il gip, pur individuando precise responsabilità penali per la pubblicazione non consentita di atti giudiziari, si è dovuto arrendere dinanzi alla difficoltà delle indagini e al muro di gomma innalzato dal silenzio dei giornalisti”. Lo afferma l'avv. Francesco Paolo Sisto, difensore del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e al contempo deputato al Parlamento, commentando in una nota il provvedimento del gip del Tribunale di Potenza. “Come al solito, quindi – aggiunge il legale – non è stato possibile scoprire i responsabili. Un film già visto, troppe volte. I giornalisti tacciono, le indagini, se e quando effettuate, non servono allo scopo”.

Lecce come Potenza.

La seconda sezione penale del Tribunale di Lecce il 12 luglio 2010 ha assolto "perchè il fatto non sussiste" l'ex presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Bari, Piero Sabatelli, dalle accuse di rivelazione del segreto d'ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura della Repubblica barese. I fatti contestati risalgono al 2004. Lo ha reso noto il difensore del magistrato, avvocato Mario Guagliani. Sabatelli, che è attualmente in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Bari, era imputato con due segretarie e altre quattro persone che sono state tutte assolte. Secondo l'accusa (sostenuta dalla procura di Lecce competente per i procedimenti relativi ai magistrati in servizio nel distretto della Corte d'appello di Bari), Sabatelli e le sue segretarie, dopo aver consultato il registro generale della Procura di Bari, avrebbero rivelato a terzi notizie coperte dal segreto d'ufficio in relazione all'andamento delle inchieste sulle cooperative romana e barese La Cascina (quest'ultima aveva portato nell'aprile 2003 all'esecuzione di dieci provvedimenti cautelari) e La Fiorita. L'accusa, sostenuta dal pm Valeria Mignone, aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione.

PARLIAMO DI PROCEDIMENTI A CARICO DI MAGISTRATI

Il pubblico ministero di Taranto, Matteo Di Giorgio, è stato arrestato dai Carabinieri del Comando provinciale di Potenza con l’accusa di concussione.

Di Giorgio – che è agli arresti domiciliari – è stato arrestato al termine di un’inchiesta avviata nel 2008. Secondo quanto è stato possibile apprendere, i Carabinieri hanno cominciato ad indagare dopo una serie di denunce presentate da cittadini che si ritenevano danneggiati dal magistrato. Le indagini hanno permesso di stabilire che Di Giorgio avrebbe compiuto atti contrari al suo ufficio e avrebbe ricevuto in cambio numerose utilità, ma non denaro. L'inchiesta è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Potenza, competente sui magistrati del Distretto della Corte di Appello di Lecce.

Nel 2001 Di Giorgio fu parte offesa in un’inchiesta nell’ambito della quale finì agli arresti domiciliari l’ex senatore dei Ds, Rocco Loreto, che era stato anche sindaco di Castellaneta (Taranto). L'ex senatore, poi rinviato a giudizio, era accusato di aver calunniato Di Giorgio, il quale aveva inviato alcune inchieste sulla sua attività di sindaco del comune jonico. La Procura della Repubblica di Potenza indagò prima su alcune accuse rivolte da Loreto a Di Giorgio: avendole trovate infondate, l’allora pm del capoluogo lucano, Henry John Woodcock, indagò per calunnio contro l’ex senatore.

Nessun commento da parte del procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio sull'arresto del pm Matteo Di Giorgio. Il provvedimento ha provocato sorpresa e clamore negli ambienti giudiziari tarantini. Mentre era ancora in corso l’udienza del tribunale del riesame sul ricorso per Sabrina Misseri, il pm Ida Perrone è arrivata di corsa dinanzi all’ingresso dell’aula, invitando un carabiniere a riferire che voleva parlare urgentemente con il procuratore aggiunto Pietro Argentino. Pochi minuti dopo, giunta la sospensione dell’udienza del tribunale del riesame, lo stesso Argentino e successivamente il procuratore Franco Sebastio e il pm Mariano Buccoliero sono usciti dall’aula recandosi nei rispettivi uffici al terzo piano, tra la ressa di fotografi e operatori televisivi.

MINACCE ED ABUSI TRA I REATI CONTESTATI AL PM

Minacce in ambito politico e ad un imprenditore, altre per proteggere un parente, e azioni dirette a garantire l’attività di un bar «completamente abusivo»: sono i fatti alla base delle accuse mosse al pm di Taranto, Matteo Di Giorgio, posto agli arresti domiciliari dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta coordinata dal pm di Potenza, laura Triassi. I carabinieri del comando provinciale di Potenza hanno notificato anche due divieti di dimora nel comune di Castellaneta (Taranto), dove il magistrato è agli arresti nella sua casa. Uno dei due uomini raggiunti dal provvedimento è il dipendente dell’azienda sanitaria di Taranto.

Di Giorgio, abusando della sua qualità di pubblico ministero, avrebbe minacciato di un «male ingiusto» un consigliere comunale di Castellaneta, costringendolo a dimettersi per provocare lo scioglimento del consiglio comunale e assumere una funzione di guida politica di uno schieramento. Vi è anche l’accusa di aver intimorito un imprenditore, al quale fu sequestrato un villaggio turistico, e di aver indotto un’altra persona a non denunciare - per usura – un parente del magistrato. Infine, insieme ai due indagati ai quali è stata vietata la dimora a Castellaneta e ed amministratori e dirigenti comunali, Di Giorgio avrebbe commesso atti contrari ai suoi doveri d’ufficio pur di permettere ad un bar aperto senza autorizzazioni amministrative ed edilizie di continuare l’attività.

La Gazzetta del Mezzogiorno web 11/11/2010

Le accuse al pm arrestato a Taranto: "Minacce per un posto in Parlamento". Nell'ordinanza del gip di Potenza, Matteo Di Giorgio viene definito il vero politico di Castellaneta. Pressioni su Fitto che resiste, per ottenere un incarico nel centrodestra. Dall’inviato del “La Repubblica”  GIULIANO FOSCHINI.

A Taranto ci sarebbe un pubblico ministero che in realtà è un politico. Un magistrato che usa "la sua qualità e i suoi poteri" - per citare il gip Gerardina Romaniello di Potenza - per influenzale le scelte amministrative della sua città, Castellaneta, e di tutta la provincia di Taranto. Un pm che fa pressioni inutilmente sui ministri (Raffaele Fitto), obbliga amministratori ad appoggiarlo, fa cadere consigli comunali minacciando di arresti politici locali, tutto pur di spuntare una candidatura a parlamentare o presidente della provincia con il centrodestra. Il racconto è nelle 500 pagine di ordinanza di custodia che costringono da giovedì il pm Matteo Di Giorgio agli arresti domiciliari. Mentre il suo procuratore capo, Franco Sebastio, imbarazzato si affida a dichiarazioni di rito ("fiducia nel lavoro dei colleghi" e "speranza in tempi certi, il più possibile") da Potenza arriva uno spaccato molto duro sul pm vicino a Marcello Dell'Utri, Alfredo Mantovano e Giancarlo Cito. Secondo la ricostruzione che fa il gip nell'ordinanza, "dall'analisi delle conversazioni telefoniche intercettate è emerso che Di Giorgio, di fatto, è l'amministratore del comune di Castellaneta in quanto nella realtà dirige e condiziona le scelte dell'amministrazione comunale, venendo addirittura interessato ogni qual volta sia necessario ottenere una sorta di placet ove ci siano provvedimenti e scelte politiche da adottare".

Il pm, dicono a Potenza, controllerebbe direttamente il sindaco di Castellaneta, Italo D'Alessandro, il vice sindaco, Vito Perrone, il comandante della polizia municipale, Francesco Perrone, più un'altra serie di personaggi locali. Di Giorgio ha l'ambizione di scendere in politica. Ci prova prima a farsi candidare alle elezioni europee, poi mira alla presidenza della provincia. E per questo punta a convincere Fitto, che invece aveva un suo candidato. "Lui si deve sentire un po' assediato - dice Di Giorgio a Perrone, riferendosi a Fitto in un'intercettazione del 4 aprile del 2009 - deve prendersi paura, dice "ancora facciamo una piazzata qua" ma se poi c'hai qualche altro che può chiamare anche lui, cioè io voglio che lui si senta un po' stretto mi sono spiegato? Dai, vedi un poco, vedi un poco". Il gip è esplicito: "Nel processo politico innescatosi nell'area tarantina per la scelta del candidato da proporre alla Presidenza della provincia di Taranto - spiega - il Di Giorgio, come già visto, è riuscito a far sottoscrivere ai Sindaci dell'area sud un documento per la sua candidatura. La scelta, tuttavia, è di competenza del coordinatore regionale del Pdl, onorevole Raffaele Fitto, che a sua volta è orientato sul candidato Rana nonostante il veto dei sindaci. A questo punto il magistrato tenta l'ultimo assalto proprio nei confronti di Fitto con modalità identiche: dettare le strategie che i propri gregari devono porre in essere. Pur di raggiungere il suo obiettivo - continua - Matteo Di giorgio non ha lesinato neppure l'appoggio politico di Giancarlo Cito ex sindaco del comune di Taranto". L'operazione non riuscirà. Ma invece andrà a buon fine quella di far cadere la giunta comunale: "Tramite Vito Pontassuglia minaccia il consigliere Domenico Trovisi che se non avesse firmato le dimissioni avrebbe chiesto l'arresto per la nipote Paola e il fratello Pompeo. Per questo lo costringeva a sottoscrivere le proprie dimissioni da consigliere comunale, così da determinare lo scioglimento del consiglio comunale di Castellaneta e la sua successiva ascesa politica nell'area di Castellaneta prima e tarantina poi, assumendo, in tali contesti, ruolo di leader e condizionandone le scelte e gli esiti degli scrutini elettorali".

D’altro canto “Il Fatto Quotidiano” scrive

“Dall’analisi delle intercettazioni telefoniche – scrive il gip – è emerso che Matteo di Giorgio è, di fatto, l’amministratore del Comune di Castellaneta: nella realtà dirige e condiziona le scelte dell’amministrazione comunale”. Il punto è che Matteo di Giorgio, agli arresti domiciliari da tre giorni, è un pubblico ministero, e non un politico. È ancora tutto da dimostrare, ma se l’inchiesta condotta dalla Procura di Potenza dovesse rivelarsi solida, il magistrato dovrà rispondere di accuse pesanti, dalla concussione alla corruzione al favoreggiamento. Secondo l’accusa ambiva alla presidenza della provincia di Taranto e, per questo, avrebbe fatto pressioni (inutilmente) anche sul ministro Raffaele Fitto. Ciò che più appare grave, però, è il presunto abuso della sua funzione di pm per ottenere lo scioglimento del consiglio comunale di Castellaneta: mirava alle dimissioni del consigliere Mimmo Trovisi.

“Abusando della sua qualità di pubblico ministero – scrive il Gip di Potenza Gerardina Romaniello – faceva pervenire a Domenico Trovisi, tramite Vito Pontassuglia, la minaccia che, se non avesse firmato le dimissioni, avrebbe chiesto l’arresto per la nipote, Paola Trovisi, e il fratello Pompeo, lo costringeva a sottoscrivere le dimissioni da consigliere comunale, ponendo in essere una condotta di sviamento delle funzioni giudiziarie concretamente esercitate, così da determinare l’indebita utilità costituita dallo scioglimento del consiglio comunale di Castellaneta e la sua successiva ascesa politica nell’area di Castellaneta prima, e tarantina poi, assumendo, in tali contesti, il ruolo di leader, e condizionandone le scelte e gli esiti degli scrutini elettorali”. Accuse gravissime che, scrive l’accusa, sono supportate dal tenore delle intercettazioni. E sempre dalle intercettazioni, scrive il gip, emerge che “Di Giorgio è interessato alla sua candidatura per la presidenza della Provincia”.

“Il 22 maggio 2009 – si legge negli atti – il sindaco di Castellaneta Italo D’Alessandro informa di Giorgio che si sta recando a Palagianello per un incontro con Fitto, “per quella cosa”. Di Giorgio prima spiega che hanno “già fatto”, poi riferisce di ribadire “il concetto”. In una conversazione successiva D’Alessandro rassicura di Giorgio: “Matteo tutto a posto quella cosa…”.

Il pm, secondo l’accusa, s’inserisce nella bagarre politica: “Riesce a far sottoscrivere ai sindaci dell’area sud un documento per sostenere la sua candidatura. La scelta, tuttavia, è di competenza del coordinatore regionale del Pdl, Raffaele Fitto, che a sua volta è orientato sul candidato Rana, nonostante il veto dei sindaci. A questo punto il magistrato tenta l’ultimo assalto proprio nei confronti di Fitto, con modalità identiche: dettare le strategie che i propri gregari devono porre in essere. “Lui si deve sentire assediato – dice al telefono – prendersi paura”, dice, “ancora facciamo una piazzata qua”. Il fatto più inquietante, però, riguarda le dimissioni di Trovisi.

“Vito Pontassuglia (un politico del posto, ndr) ha denunciato come di Giorgio abbia utilizzato la sua posizione di magistrato per ottenere risultati politici”. Tutto comincia nel 2000: “Pontassuglia afferma che il suo ingresso in politica avvenne con le elezioni comunali del 2000, nello schieramento di Rocco Loreto (poi senatore Ds, ndr) ma dopo alcuni scontri si schierò contro questi, andando all’opposizione e formando un gruppo denominato ‘L’alternativa’. Da allora iniziò – si legge sempre negli atti – la collaborazione con un gruppo di uomini, nemici di Rocco Loreto, tra i quali di Giorgio, che aveva sposato la loro causa, mettendosi a loro disposizione, sfruttando addirittura il supporto della Digos. Per giungere allo scioglimento del consiglio comunale, il gruppo di lavoro era riuscito, fino al 13 febbraio 2001, a portare alla firma 10 consiglieri. Mancava l’undicesimo: Mimmo Trovisi, per il quale ci voleva qualcosa di forte per indurlo a firmare”.

In base alle informazioni raccolte dalla procura, in quel periodo il pm di Giorgio era titolare del fascicolo “Valentino”, un’inchiesta sul traffico di stupefacenti: “Personaggio fulcro – scrive il gip – era Riccardo Papa, fidanzato di Paola Trovisi, nipote del consigliere comunale. (…). Di Giorgio doveva procedere non solo all’arresto di Paola, ma anche dei fratelli Trovisi”. Ed ecco la ricostruzione dell’accusa: “La notte del 30 agosto 2001 Trovisi firmò le dimissioni da consigliere comunale. Il giorno dopo seguì la sospensione del consiglio comunale. Il mancato arresto dei Trovisi era stato barattato con le dimissioni”.

"TOGHE SPORCHE SULLO JONIO".

Taranto, ex procuratore e capo dei gip indagati per corruzione.

Se si trattava degli amici, la giustizia a Taranto poteva diventare strabica. E all'occorrenza anche cieca. Da questa accusa ora dovranno difendersi due alti magistrati, sospettati di aver pilotato alcuni procedimenti, approfittando del loro ruolo. Si trascina dietro una carica dirompente l'indagine condotta dai giudici di Potenza sul conto di toghe sino a poco tempo fa adagiate su poltrone strategiche del palazzo di giustizia ionico.

I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito hanno messo sotto inchiesta l'ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci e l'ex coordinatore dell'ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Nello scottante caso è coinvolto anche l'avvocato Leonardo Conserva, ex sindaco di Martina Franca. Gravi le imputazioni contenute nelle informazioni di garanzia, con le quali gli inquirenti hanno concluso la loro attività. I pm lavorano sull'ipotesi di concorso in corruzione in atti giudiziari ma Petrucci, ora procuratore minorile a Lecce, deve difendersi anche dall'accusa di peculato per le tante telefonate private fatte dagli apparecchi di servizio. Su Tommasino, inoltre, aleggia la contestazione di rivelazione di segreto d'ufficio.

L'inchiesta ruota proprio sul rapporto stabilito tra le due toghe, piazzate a Taranto a presidio di snodi obbligati delle inchieste. Da quelle postazioni, sostengono i pm lucani, Petrucci e Tommasino si sarebbero scambiati favori a ripetizione sviando l'attività giudiziaria. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L'attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l'ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all'archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell'accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato.

Quello che riguarda il sindaco di Martina, però, è solo uno dei capitoli del rimpallo di favori che si sostiene si sia sviluppato tra il terzo piano del Tribunale, dove c'è l'ufficio del procuratore, e il pianterreno dove si trova quello del capo dei gip. Lo stesso Tommasino, oggi in aspettativa perché componente della commissione per il concorso di notaio, sarebbe stato graziato da Petrucci. Era finito nei guai nel 2004 dopo una clamorosa indiscrezione. Un imprenditore, coinvolto nello scandalo sanitopoli, aveva saputo in anticipo del suo imminente arresto per una storia di forniture pagate a peso d'oro. Quella fuga di notizie aveva mandato su tutte le furie il pm titolare dell'inchiesta, che aveva preteso un'indagine interna. Seguendo le tracce nel sistema informatico del Tribunale si era risaliti al desk dal quale era stato violato il registro generale. Era la scrivania di un cancelliere che non aveva esitato a puntare il dito contro Tommasino.

A quel punto sarebbe intervenuto il procuratore capo che, dopo essersi assegnato l'indagine, aveva iscritto sul registro degli indagati solo il cancelliere, poi scagionato, insabbiando la posizione dell´amico gip. A distanza di anni, però, ci ha pensato la procura di Potenza a risistemare i pezzi del puzzle incriminando l´ex capo dei gip. Dopo quella ciambella di salvataggio, Tommasino avrebbe ricambiato il favore. Nel giugno del 2006 sul suo tavolo arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per una banda accusata di rapine. Anche in questo caso sarebbe scattata l'intesa. Dal procedimento venne estromesso, con sentenza di non luogo a procedere poi annullata in Cassazione, un giovane tarantino. Quell'uomo era il marito di una conoscente del procuratore e per questo a Tommasino avrebbe chiuso un occhio. Ora i due magistrati hanno a disposizione venti giorni per farsi interrogare, nel tentativo di allontanare l'accusa di aver degradato la giustizia ad un affare tra amici.

In data 13 aprile 2011 arriva dal dr Giuseppe Tommasino una richiesta di rettifica all’articolo di cui sopra a firma di Mario Diliberto - Repubblica del 22 febbraio 2009.

Richiesta aggiornamento: «Lei è contro tutte le mafie? Onestamente non credo visto che esercita la sua attività di blogger con modalità discutibili. La invito a prendere atto che sono stato assolto con ampia formula e su richiesta del PM. di udienza in data 17 maggio 2011 dopo aver combattuto strenuamente. Un dossier a firma è anche a sua disposizione, così si chiarirà le idee». Giuseppe Tommasino

Prontamente si è riportata la richiesta di rettifica e non è certo il tono usato che può sminuire quello che io faccio per la società. Sicuramente non si conosce quello che noi facciamo e chi noi siamo. Non si conosce il mio libro, lo spot nazionale antiracket ed antiusura, il film, la nostra web tv di promozione del territorio, i nostri siti d'inchiesta o il nostro movimento politico. Tutto questo senza aver vinto alcun concorso pubblico che possa contenerci o darci l’appoggio o il potere istituzionale. L’aggiornamento avviene prontamente non per timore, ma perché devo essere grato al dr. Tommasino per aver ricevuto solo un’intimazione e non direttamente una ritorsione come hanno fatto i suoi colleghi, tanto da dover presentare istanza di rimessione per legittimo sospetto, che i processi a mio carico a Taranto, artatamente formati, possano essere inficiati da inimicizia e pregiudizio. Preme precisare, però, ad un valido tecnico di discipline giuridiche come è il dr. Tommasino che il nostro non è un blog. Un blog è un sito, generalmente gestito da una persona o da un ente, in cui l'autore (blogger) pubblica più o meno periodicamente, come in una sorta di diario online, i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Il definirmi blogger per molti è l’intento diffamatorio per denigrare il mio operato e su questo si montano dei processi. Peccato però che gli innumerevoli detrattori devono mettersi in fila e aspettare il proprio turno per colpirmi, essendo in molti, in quanto le nostre inchieste coprono l’intero territorio nazionale. Il nostro, peccato per loro, è un vero portale d’inchiesta letto in tutto il mondo. Strumento con cui si esercita il sacrosanto diritto di critica e di informazione, di cui all’art. 21 della Costituzione. Portale dove la cronaca diventa storia attingendo da fonti pubbliche. I dati riportati sono pubblici e si basano su: a) la verità dei fatti (oggettiva o “putativa”); b) l’interesse pubblico alla notizia; c) la continenza formale, ossia la corretta e civile esposizione dei fatti. In ossequio al dettato della Suprema Corte. Non è nostra intenzione danneggiare o favorire alcuno. Le nostre inchieste non riportano alcun nostro commento: bastano ed avanzano quelli dei redattori degli articoli di stampa. L’inchiesta citata dal dr Tommasino è inserita in un più ampio spettro di fatti e circostanze che minano la credibilità del sistema giustizia. L’abitudine all’omertà mediatica degli organi d’informazione territoriale non può impedirmi di dire la verità. Il fatto che per il dr. Tommasino sia intervenuta l’assoluzione, questo non salva l’immagine che il sistema giustizia dà di sé a Taranto ed in Italia. E' certo, però, che le nostre inchieste sono state fatte anche per Potenza, foro in cui, spesso, si assolvono o si archiviano le denunce contro i magistrati tarantini.

Tanto io dovevo ad un magistrato che è da me tra i più stimati a Taranto, in integrazione esplicativa alla sua richiesta di aggiornamento.

CORSI E RICORSI STORICI. A proposito di come funzioni la giustizia (con la g minuscola) in questi paraggi riportiamo questo stralcio di premessa del libro-inchiesta del giornalista Alfredo Ancora:

"Un anno dopo, a maggio del 2010, tutti gli imputati di cui si parla in questi articoli di stampa sono stati prosciolti dall'accusa di corruzione; il giudice Tommasino anche da quella per la fuga di notizie. Solo l'ex procuratore capo della Repubblica di Taranto Petrucci è stato rinviato a giudizio con l'accusa di peculato, perché avrebbe utilizzato per uso personale il cellulare di servizio. Ad ogni modo fui molto colpito dalle notizie di stampa che annunciavano l'inchiesta di Taranto, perché alcuni anni prima l'allora procuratore aggiunto della Repubblica di Lecce, Aldo Petrucci, era stato l'autore di un'inchiesta mirata e puntigliosa che aveva portato all'arresto dell'ex sindaco di Calimera, Giorgio Aprile, del suo vice sindaco Fernando Gaetani, e di chi scrive, Alfredo Ancora, allora capogruppo del Pds in Consiglio comunale. Non eravamo dei ladri, non eravamo corrotti, non eravamo accusati di nessuno dei reati per i quali in quegli anni era nata ed è poi divenuta famosa l'inchiesta milanese di "Mani Pulite", quali concussione, corruzione, peculato, appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato, etc.. No, nulla di tutto questo. Fummo arrestati con un'ordinanza di custodia cautelare emanata a causa di una mia lettera di dimissioni dalla carica di consigliere comunale. Una vicenda oscura e strana che aveva portato tre cittadini, i quali per anni, da postazioni e con intensità diverse, avevano combattuto contro il malaffare e la gestione allegra della cosa pubblica, a finire quasi in prigione. Solo la "magnanimità" del giudice per le indagini preliminari consentì che ci fosse risparmiata l'onta delle manette e del carcere. Finimmo però agli arresti domiciliari. Per una lettera di dimissioni per la quale una prima inchiesta era stata archiviata. Ma l'inchiesta fu riaperta dopo un anno dal procuratore aggiunto Aldo Petrucci, senza alcun fatto nuovo che non fosse la nostra attività politica e di amministratori a Calimera. Al termine di un'indagine che aveva anche visto un mandato di perquisizione e il sequestro del mio computer, quando le prove della nostra presunta colpevolezza sembravano essere state tutte raccolte, ecco arrivare l'incredibile ordinanza di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari durarono otto giorni e furono una violenza insopportabile alla nostra coscienza di cittadini onesti. Alla fine, rinviati a giudizio, il teorema accusatorio rivelò tutta la sua inconsistenza, sia in fatto che in diritto, e cadde miseramente come un castello di sabbia. Fummo assolti. Non senza che, durante tutta quella vicenda, il procuratore aggiunto Aldo Petrucci mostrasse nei nostri confronti un forte pregiudizio che lo portò ad avere un atteggiamento che ho definito allora, e non esito a definire ancora oggi, persecutorio. Perché è bene si sappia: nonostante in quel Comune negli anni fino ad allora trascorsi fossero accaduti fatti che avrebbero meritato, quelli sì, l'attenzione della magistratura, l'unico sindaco arrestato nella storia di Calimera è stato Giorgio Aprile; gli unici amministratori arrestati di quel Comune della Grecìa Salentina siamo stati noi, che non abbiamo rubato una lira ma che, anzi, ci abbiamo rimesso di tasca nostra, sindaco e giunta più dei consiglieri. Finimmo invece arrestati per una banale lettera di dimissioni. Appropriazioni indebite, clamorosi falsi in atti pubblici, ammanchi di denaro pubblico, truffe elettorali, e una gestione allegra della cosa pubblica che avevano portato quel Comune alla bancarotta certificata da decreti ministeriali, mai avevano visto la magistratura così puntigliosa come lo fu con noi in quel caso, quando arrivò addirittura ad ordinare gli arresti. Mai una giunta comunale aveva subito tante e tali inchieste, basate tutte sul nulla e che portarono al nulla totale, ma nate tutte col solo scopo di intimidire chi aveva osato ribaltare trentennali equilibri di potere, come invece era accaduto a quella giunta, guidata prima da Giorgio Aprile e poi da Rocco Montinaro. Passata la tensione di quei mesi, una volta assolti gli imputati, la vicenda è finita nel dimenticatoio. La politica e il paese avevano bisogno di guardare avanti, a noi erano stati restituiti la serenità e l'onore che, per la verità, agli occhi dei nostri concittadini non avevamo mai perduto. Poi, dopo 15 anni, ecco questa storia del nostro inquisitore che viene a sua volta messo sotto inchiesta. E per reati molto più gravi di quelli per i quali egli ci mise sotto accusa e ci fece arrestare. Sarebbe stato facile dire, come dicevano gli antichi, che "il tempo è galantuomo". Sarebbe stato, forse, anche un po' meschino. Certo, non possiamo non notare come lui, il dottor Petrucci, messo sotto accusa, si sia augurato, come farebbe ogni indagato, «che nell'inchiesta non abbia trovato cittadinanza la maldicenza». Non si preoccupò però quando nella sua inchiesta di allora, che portò ai nostri arresti, la maldicenza egli la lasciò entrare, eccome. Comunque al procuratore della Repubblica Aldo Petrucci auguriamo sinceramente di avere la coscienza tranquilla almeno quanto l'avevamo noi, Aprile, Gaetani ed il sottoscritto, quando fummo arrestati e poi rinviati a giudizio; gli auguriamo che egli, nel procedimento a suo carico, dimostri, come facemmo noi, la sua innocenza e la totale estraneità anche al reato di peculato per il quale sarà sottoposto a giudizio. La giustizia italiana è fin troppo malata per potersi permettere che al suo interno agiscano magistrati sui quali pesi anche solo l'ombra di un uso distorto del loro posto di lavoro, e di potere. Resta da capire cosa avevamo fatto noi, o cosa lui pensava avessimo fatto noi, di peggio delle cose delle quali lui è stato accusato dai Pm di Potenza al punto che noi meritammo la custodia cautelare e lui no. Forse, come io ero e sono convinto, si voleva solo darci una lezione, per imparare a stare al nostro posto. Ma è inutile fare ipotesi che il lettore non capirebbe se non raccontando, carte alla mano, tutta la storia relativa al nostro arresto. Anche perché oggi, chiunque venga a sapere che tre persone furono arrestate per una banale lettera di dimissioni di un consigliere comunale, ha una reazione di sorpresa e incredulità. E in tanti mi hanno esortato: «Perché non scrivi questa storia?». E' quanto mi accingo a fare, chiedendo perdono a quanti si vedranno scaraventati, attraverso queste pagine, in una fase della vita che essi consideravano ormai alle spalle. Anche perché dopo tanti anni il tempo ha sparigliato le carte, cambiato le vite e i pensieri di molti dei protagonisti di allora. Alcuni di loro, purtroppo, non ci sono più. Ma il passato, che piaccia o no, fa parte della nostra vita. E col passato i conti vanno fatti, senza ipocrisie. Soprattutto quando il presente sembra fornire di esso nuove chiavi di lettura."

Glocal editrice è una piccola realtà editoriale del Salento portata avanti con coraggio e tenacia dal giornalista Lino De Matteis. Specializzata soprattutto in editoria d’inchiesta, tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo “Giornali e democrazia” di Beppe Lopez, “Il Giallo di Ugento” di Lino De Matteis sul controverso caso di nera riguardante Giuseppe Basile, e tutta una serie di e-book scaricabili gratuitamente sul sito dell’editore  dalle tematiche accattivanti come “Le mani sulla Puglia”, un’inchiesta sulla criminalità organizzata in Puglia e sulla zona grigia in cui si annidano i rischi di collusione tra criminalità e politica, oppure l’interessantissimo “Il caso Fonte. La prima vittima della mafia nel Salento” ovvero un reportage sull’assassinio dell’assessore comunale repubblicano di Nardò, Renata Fonte, avvenuto nel 1984. Ora Glocal editrice punta su un libro che farà discutere ovvero “Un processo per caso” di Alfredo Ancora, volume che racconta il caso emblematico di “mala-giustizia”, avvenuto a Calimera (un piccolo centro del basso Salento), raccontato da uno dei protagonisti. Tutt’altro che un fatto locale, la vicenda può divenire un vero e proprio esempio di un fatto accaduto a tre pubblici amministratori arrestati per una semplice lettera di dimissioni dal consiglio comunale presentata da uno di loro. Fatto accaduto a tre amministratori pubblici vittime di un accanimento persecutorio da parte di un giudice, che mette piede in una vicenda squisitamente politica. Ora Alfredo Ancora, vuole dire la sua, e lo fa mettendo in luce la disparità di trattamento avuta dai diversi imputati nelle fasi istruttorie delle due inchieste: da una parte, tre integerrimi amministratori (sono stati poi tutti assolti) che vengono arrestati per una normale lettera di dimissioni e, dall’altra, un magistrato che, per reati certamente più gravi, come corruzione e peculato, non viene privato della libertà. Fuori da ogni dubbio la vicenda dei tre amministratori rappresenta l’incarnazione perfetta delle disfunzioni della Giustizia nel nostro Paese, e soprattutto il libro si presta a mantenere aperto il dibattito sulla giustizia che ancora oggi non ha trovato alcun punto di efficienza e obiettività. 

Il libro "Un processo per caso. Storia di tre arresti per dimissioni" (Glocal Editrice, pp. 208) del giornalista Alfredo Ancora. La storia è quella di tre amministratori di un Comune del Sud Italia, Calimera, arrestati diversi anni fa per una semplice lettera di dimissioni. Lettera che un consigliere comunale di maggioranza aveva presentato in Comune e che vicesindaco, prima, e sindaco, poi, avevano iscritto nel protocollo riservato. Dall’opposizione arrivò la richiesta di copia di quella lettera, che fu negata dal sindaco perché la ritenne riservata. Partì un esposto alla Procura che avviò un’inchiesta, ma il sostituto procuratore incaricato non rilevò alcun reato e archiviò tutto. Partì allora un secondo esposto alla Procura Generale e si riaprirono le indagini a conclusione delle quali ci furono tre ordinanze di custodia cautelare a carico di sindaco, vicesindaco e del consigliere dimissionario. Mentre in Italia infuriava la bufera di Tangentopoli, nel Salento avveniva questa vicenda surreale, conclusasi con l’assoluzione di tutti e tre gli imputati al termine di un processo d’appello celebrato – fatto più unico che raro – sulla base del ricorso del procuratore aggiunto della Repubblica contro le conclusioni del Pm di udienza nel processo di primo grado che i giudici del Tribunale, peraltro, avevano accolto. Una storia assurda sul filo dei rapporti tra giustizia e politica, che qui viene raccontata da uno dei protagonisti, con grande passione e rigore documentale. L’autore del volume è nato a Zollino (LE) nel 1953 e dal 1976 vive a Calimera. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Bari discutendo una tesi sul rapporto di lavoro giornalistico, ha subito iniziato un’intensa attività pubblicistica. È stato infatti direttore del giornale “Il ponte”, poi de “La civetta”, ha collaborato con “Calimera città futura” e con la “Kinita”, tutti giornali editi a Calimera. Assunto dal “Quotidiano di Lecce” nel 1979, è diventato giornalista pubblicista nel 1982 e professionista nel 1999. Nel 2003 ha iniziato la collaborazione con il “Corriere del Mezzogiorno”, protrattasi per alcuni anni, e con il settimanale “Città Magazine” diretto allora dal collega Mino De Masi. Attualmente collabora con il “Nuovo Quotidiano di Puglia”. Nella sua attività giornalistica si è sempre interessato soprattutto di politica, di politica-amministrativa e di giustizia amministrativa. È anche stato consigliere comunale di Calimera dal 1985 al 1996, prima eletto come indipendente nelle liste del Pci, poi in quelle del Pds. Durante questa esperienza politica è accaduta la vicenda raccontata nel libro Un processo per caso. Negli anni ’90 ha assunto la direzione di Radio Salentina. Nel 2003 ha iniziato le collaborazioni con la rivista dell’Università di Lecce, “Unile”.

Una storia tra politica e persecuzione giudiziaria di tre pubblici amministratori, raccontata da uno dei protagonisti. Non è un fatto locale, come si potrebbe pensare, poiché la vicenda è talmente emblematica e unica che diventa un caso universale nel panorama della “malagiustizia” italiana. Non era mai successo, infatti, che tre pubblici amministratori venissero arrestati per una semplice lettera di dimissioni dal consiglio comunale presentata da uno di loro, con un accanimento persecutorio da parte di un giudice che entra a gamba tesa in una vicenda squisitamente politica. Ma il “colpo di scena”, se così si può dire, sta nel fatto che proprio quel giudice che si era tanto accanito all’epoca contro i tre amministratori, un giudice noto in Puglia per essere stato prima procuratore aggiunto a Lecce, poi procuratore capo a Taranto e, infine,  di nuovo procuratore capo al Tribunale dei minorenni di Lecce, Aldo Petrucci, è passato di recente agli onori della cronaca, pugliese e nazionale, perché imputato di corruzione e peculato in un’inchiesta sulle “toghe sporche” a Taranto (poi è stato prosciolto dall’accusa di corruzione ma rinviato a giudizio per peculato). Indipendentemente, comunque, dalle conclusioni della vicenda giudiziaria, è la fase istruttoria dell’inchiesta che ha riguardato Petrucci che ha fatto scattare la voglia di raccontare la sua esperienza ad Ancora, mettendo in parallelo proprio la diversità di trattamento avuta dai diversi imputati nelle fasi istruttorie delle due inchieste: da una parte, tre onesti amministratori (sono stati infatti poi tutti assolti) che vengono arrestati per una semplice lettera di dimissioni e, dall’altra, un magistrato che, per reati molto più gravi, come corruzione e peculato, non viene privato della libertà. Al di là di quello che potrebbe sembrare una sorta di curioso contrappasso dantesco, comunque, la vicenda dei tre amministratori è emblematica per come certa giustizia può accanirsi sui semplici cittadini impotenti a difendersi e come invece il corso della giustizia possa essere frenato o aggirato facilmente dagli uomini di potere. Il dibattito sulla giustizia è aperto ed è, anzi, oggi al centro della vita pubblica italiana: la vicenda raccontata da Ancora ne è a pieno titolo uno dei tasselli di cui bisogna discutere.

GIUDICE SCRIVEVA SENTENZE CON AVVOCATI, TRASFERITO DAL CSM

Assegnava perizie a medici che non avevano specializzazioni in materia e, per la stesura di decreti ingiuntivi, aveva chiesto aiuto ad alcuni avvocati difensori. Per queste ragioni il presidente della sezione Lavoro di Taranto, Vito Vozza, a pochi mesi dalla pensione, è stato trasferito, in via cautelare, dalle funzioni e dalla sede dalla sezione disciplinare del Csm. Il Tribunale delle toghe ha così accolto la richiesta di trasferimento che era stata avanzata nei confronti di Vozza dal guardasigilli Angelino Alfano, ribadita anche dalla Procura generale della Cassazione, titolare assieme al ministro dell'azione disciplinare, rappresentata dal Pg Pasquale Ciccolo. Nei confronti di Vozza, difeso davanti al Csm da Nicola Buccico, è stato aperto anche un procedimento penale a Potenza per falso ideologico.

RITARDI COLOSSALI NEL DEPOSITO DELLE SENTENZE

Ruolino di marcia disastroso anche per Pietro Vella, giudice a Taranto. Le sue sentenze arrivavano dopo il periodo previsto: con 700-800 giorni di ritardo in 14 casi (in 12 dei quali superiore a due anni); 800-900 giorni dopo il tempo stabilito in 28 casi; con 900-1.000 giorni di troppo dopo in 28 casi. Vella ha addirittura infranto 47 volte il muro dei 1000 giorni; in 21 di questi 47 casi ha cincischiato più di tre anni e 5 volte ha indugiato più di quattro anni, con una punta massima di 1684 giorni. Per la sezione disciplinare del Csm si tratta di «ritardi pluriennali gravemente lesivi del generale interesse pubblico... sintomatici di negligenza e di insufficiente laboriosità, nonché di inadeguata capacità di organizzazione del lavoro giudiziario». Risultato: l’ammonimento !!!

DENUNCE OCCULTATE CONTRO I MAGISTRATI !!!

MOTIVAZIONI PER RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE, CHE FANNO RIFLETTERE !!!

L'INCARICATO DELLE INDAGINI, CHE HA OMESSO DI INDAGARE PER UN REATO PERSEGUIBILE DI UFFICIO, RITIENE PACIFICA LA PRASSI DELL'UFFICIO PROTOCOLLO DI NON RILASCIARE IDONEA RICEVUTA E NUMERO DI ISCRIZIONE, ANCHE SE LA FUNZIONE DELL'UFFICIO SIA PROPRIO QUELLA DI ATTESTARE LA REGOLARE E COMPLETA CONSEGNA DEI DOCUMENTI.

NON C'E' REATO DI ABUSO DI UFFICIO SE LE PARTI OFFESE SONO TANTE E NON UNA SOLA.

SONO PROPALAZIONI IL RITENERE CHE SIA ILLEGALE VINCERE UN CONCORSO PUBBLICO IN PALESE E GRAVE CONFLITTO DI INTERESSE, ANCHE SE A VINCERLO E' COLUI IL QUALE L'HA INDETTO E REGOLATO.

SI ISCRIVE CONTRO IGNOTI E SI ARCHIVIA UN DENUNCIA. PECCATO CHE LA PROCURA SIA LA STESSA, CHE IN DENUNCIA E' ACCUSATA DI PRESUNTI ABUSI ED OMISSIONI.

CORPI DEL REATO SULLE BANCARELLE

Le griffe false tornavano sul mercato direttamente dal Tribunale. A gestire il presunto traffico illecito era un cancelliere in servizio a Palazzo di Giustizia. Nel mirino della Squadra Mobile è finito il tarantino Raffaele Tricarico, di 64 anni, responsabile dell’ufficio corpi di reato. Nella giornata di ieri i poliziotti guidati dal dottor Fabio Abis, hanno notificato al cancelliere la misura interdittiva spiccata dal dottor Giuseppe Disabato, giudice delle indagini preliminari presso lo stesso Tribunale. E al cancelliere è andata anche bene, visto che il pubblico ministero Antonella Montanaro aveva chiesto per lui gli arresti domiciliari. Ma il gip ha ritenuto che le esigenze di natura cautelare connesse alla clamorosa inchiesta fossero sufficientemente salvaguardante con la sospensione dal lavoro del cancelliere, volto piuttosto noto in Tribunale.

VIGILI VIOLENTI ?!? Arrestato per violenza a vigile, ma una telecamera lo scagiona.

«Le cose non sono andate come le hanno raccontate a voi. E io ho le prove». Oscar Morello, l’imprenditore  48enne arrestato  mercoledì scorso dai vigili urbani perché  accusato di aver aggredito gli  agenti in seguito alla contestazione di una multa, si difende.

L’uomo, processato per direttissima giovedì, è stato rimesso  in libertà dal giudice. Il prossimo 5 maggio è fissata l’udienza che vede Morello imputato per lesioni nei confronti degli agenti. Ma, d’intesa con il suo legale Marino Galeandro, Morello ha deciso di contrattaccare. «Chiederò anche il risarcimento dei danni. Ho un  taglio alla testa e un occhio pesto».

 Il suo asso nella manica è una registrazione dell’episodio immortalato dalla telecamera a circuito chiuso posizionata sotto il balcone dell’ufficio di Morello. «Non sono stato io ad aggredire il vigile, ma è accaduto l’esatto contrario e come prova ho la registrazione. Questo video è la mia salvezza. Se non ci fosse stata la telecamera la mia vita sarebbe cambiata. Non avrei potuto provare come farò, la mia innocenza». Dell’esistenza  dei nastri si è saputo solo giovedì in aula durante l’udienza per direttissima.

«Non ho fatto mai riferimento alla registrazione perché avevo paura. Temevo, visto quello che ho subìto, che qualcuno potesse addirittura spaccare tutto per distruggere questa prova. È stata un’esperienza bruttissima. Non sapevo più di chi fidarmi».  Sul nastro si vede l’auto parcheggiata al solito posto in via Umbria, il vigile che si avvicina ed eleva la contravvenzione. Morello arriva per protestare, ma non è lui a fare violenza.

Il processo si terrà a maggio, ed in tribunale figurerà come imputato per lesioni nei confronti di tre agenti di Polizia Municipale, che hanno denunciato di essere stati aggrediti da lui mercoledì in via Umbria, per una multa. Ma Oscar Morello, ex tassista ed oggi titolare di un’azienda di autoservizi, non ci sta. E racconta la sua verità in merito a quanto accaduto. «Non sono stato io ad aggredire i vigili, è stato uno di loro che invece mi ha picchiato. Posso provarlo». La prova è in un video, che conserva nel suo computer e che Morello definisce «la mia salvezza». Il filmato è stato registrato da una videocamera posizionata sul balcone dell’azienda. «E’ lì come forma di sicurezza, per me ed i miei dipendenti. Adesso la benedico».  Intanto, nella sua azienda, insieme ai suoi due figli ed alla squadra di dieci dipendenti che lavora con lui, Morello racconta la sua verità. «Perché per una persona perbene è terribile essere accusati di qualcosa che non si è fatto», dice mentre mostra i segni che gli avrebbero lasciato i colpi di walkie talkie del vigile. «Dal balcone ho visto che mi stavano multando, e sono sceso. La macchina non era neppure dinanzi al passo carrabile. E’ nata una discussione, ed ho detto al vigile che doveva vergognarsi. Lui ha perso la testa e mi ha picchiato». Ne è seguita una gazzarra, con l’arrivo di altri agenti della Municipale. Per Morello è scattato l’arresto, eseguito dagli stessi vigili urbani. Un agente si è fatto refertare cinque giorni di prognosi, tre giorni invece per due vigilesse.

PRONTO INTERVENTO ?!? PER IL SINDACO 50 MINUTI, PER I CITTADINI....

Il Sindaco di Taranto Ezio Stefàno ha chiamato il centralino dei vigili urbani per segnalare la presenza di diverse vetture in doppia fila, ma la pattuglia sarebbe giunta sul posto dopo 50 minuti. Dal canto loro, i vigili negano questa tesi e dicono che la pattuglia sarebbe arrivata dopo soli 25 minuti. La replica del Sindaco non si è fatta attendere:”ci sono orari delle telefonate e testimoni".

LA NOTTE DI CAPODANNO I VIGILI URBANI TUTTI A CASA.

Sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 23 dicembre 2010 ennesima notizia scandalo. Solo tre Vigili urbani in servizio durante la notte di San Silvestro. Ovvero, 3 su 193 (l’organico al completo). Anche se sarebbe meglio dire, 3 su 80 riferendosi solo al reparto Viabilità. E questo nonostante, per quella sera, il Comune di Taranto abbia organizzato in piazza della Vittoria il concerto per festeggiare la fine dell’anno e salutare con la musica l’inizio del 2011. E, per questo motivo, è facile immaginare che il traffico, in quelle ore, in quella sera, possa andare in tilt.  In altre parole, il concerto in piazza organizzato dall’Amministrazione comunale rende, praticamente, obbligatoria la presenza degli agenti di Polizia municipale. E non solo per dirigere il traffico ma anche per fronteggiare eventuali imprevisti (incidenti stradali ed altro). Eppure, all’appello dell’Amministrazione comunale hanno risposto solo in tre. Sono stati i pochi, pochissimi evidentemente, ad accettare di effettuare per la notte di San Silvestro il lavoro straordinario. Evidentemente, i 15 euro lordi all’ora previsti sono stati ritenuti poco appetibili da parte dagli agenti che hanno, dunque, rifiutato. Lo straordinario, del resto, non può essere considerato obbligatorio ma facoltativo. E, quindi, i vigili non possono essere obbligati a lavorare, come se il loro lavoro fosse uguale a tanti altri. La passione, il buon senso e la responsabilità civica a Taranto è un optional.

INSABBIAMENTI ALLA PROCURA DI TARANTO

Sullo scandalo della Asl di Taranto era stata sollevata una polemica durissima dall'ex parlamentare di Forza Italia, Pino Lezza. Aveva accusato la Procura di aver insabbiato parte dell'inchiesta, soprattutto il filone di indagine che riguardava i politici che avrebbero intascato tangenti da Parnasso. Secondo Lezza, inoltre, molte denunce su sprechi di denaro per concessioni di lavori a personaggi in odore di malavita da parte del Comune sarebbero rimaste inascoltate.

DENUNCIA I GIUDICI CHE INSABBIANO: LO PROCESSANO IN UN GIORNO

Non capita quasi mai. Quasi. E infatti è capitato che a Taranto la giustizia-lumaca ha preso a correre come un treno. L’eccezione che conferma la regola è nell’incredibile vicissitudine giudiziaria capitata a Franco Maccari, poliziotto-sindacalista del Coisp, denunciato per aver sollevato accuse scomode.

È capitato tutto in un giorno: la querela nei suoi confronti è approdata in procura la mattina stessa in cui è stata presentata; il suo fascicolo è stato immediatamente assegnato dal Procuratore Capo; prima del calar del sole da neoquerelato si è ritrovato iscritto nel registro degli indagati; tempo due giorni e ha subìto un sequestro preventivo prontamente autorizzato, notificato a casa e convalidato.

Roba da guinness. Da far strabuzzare gli occhi ad avvocati e magistrati di mezzo Stivale: una piccola luce di speranza per migliaia di uomini e donne in attesa di un giudizio da anni.

Non succede mai, ma è successo. A Taranto, in quella stessa Procura finita a novembre in un’inchiesta dei colleghi potentini per un sospetto «rallentamento» nelle indagini, accuse di insabbiamento con incartamenti al vetriolo su intrecci tra politica e malaffare, con Asl e Comune nel mirino.

Certi faldoni, secondo un’interrogazione parlamentare di Pino Lezza, ex deputato di Forza Italia, ora a capo di un'associazione cattolica liberale, sarebbero stati messi appositamente in sordina, con un andamento lento, molto lento.

Ecco invece che, oggi, a presentarsi in Procura per rispondere di diffamazione arriverà puntuale il poliziotto-sindacalista. Tre dei quattro procedimenti penali a suo carico sono stati aperti con velocità supersonica e abnegazione esemplare.

Il tutto nasce da un esposto dell’ex questore Eugenio Introcaso, risentitosi per certe affermazioni. Non sappiamo com’è, ma le carte contro Maccari sono arrivate a destinazione a velocità ipergalattica. «Con rapidità decisamente inusuale - commenta Giuseppe Salvatore Cutellè, legale di Maccari - tanto da averci indotto a scrivere al Csm e al Procuratore generale di Cassazione. Questo doppio passo della giustizia ci lascia quantomeno perplessi».

Nel corso dell'attività di sindacalista, Maccari prende di petto alcune scelte gestionali dell'ex numero uno della questura tarantina, lo fa riempiendo comunicati destinati all'ufficio relazioni sindacali del Viminale, poi pubblicati sul sito internet del sindacato.

La prima querela per diffamazione è del 13 gennaio 2006. Il 30 dello stesso mese la squadra mobile redige il verbale d'elezione a domicilio e nomina dell'avvocato. Il 28 febbraio scatta il sequestro preventivo del sito www.coisp.it, sequestro subito convalidato ed eseguito a Roma il 6 marzo dagli agenti della Digos appositamente inviati da Taranto. Quindi, la denuncia del 13 luglio, trasformata in avviso di garanzia nel corso di una stessa mattinata.

Procedura lampo anche per la denuncia del 17 luglio dello scorso anno. «Circostanze - afferma Maccari - che evidenziano senza ombra di dubbio una corsia preferenziale che ci lascia quantomeno perplessi. Pare incredibile che in una Procura oberata dalla mole di lavoro come quella di Taranto, tutto passi in secondo piano rispetto a una semplice querela di diffamazione. Vi sono denunce per reati ben più gravi che restano ferme nei cassetti per mesi. Eppure nel mio caso, e per più di una volta, tutto si è svolto con una celerità che ha del paradossale. Per questo chiediamo al Csm di controllare se non vi siano i presupposti di incompatibilità ambientale e, nel caso, di avviare dei procedimenti disciplinari».

GIUSTIZIA

ALLEGATO B SEDUTA N. 80 DEL 30/11/2006 Pag. 2643

Interrogazioni a risposta scritta:

PATARINO. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:

il Sottosegretario alla Giustizia senatore Alberto Maritati, dopo aver recentemente visitato il Tribunale di Taranto, ha voluto far notare che lo scopo della visita era dovuto anche ad una propria richiesta di accelerazione delle inchieste;

il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Taranto dottor Aldo Petrucci, in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno, ha evidenziato che le inchieste non devono essere soltanto concluse presto ma anche e soprattutto concluse bene,

Quali provvedimenti intenda assumere per verificare i gravissimi fatti su descritti e per tutelare l'autonomia della Magistratura tarantina da pressioni ed interferenze esterne, anche a garanzia della credibilità del suo operato in una fase politico-amministrativa particolarmente delicata come quella pre-elettorale. (4-01814)

GIUSTIZIA

Atto n. 4-08911

Pubblicato il 22 giugno 2005 Seduta n. 824

BOBBIO Luigi , BUCCIERO - Al Ministro della giustizia. Premesso:

che sono pervenute all’interrogante 3 audiocassette e la trascrizione del relativo contenuto, concernente alcuni colloqui intercorsi tra il sig. Antonio Criscuolo ed il sig. Giuseppe Bellino, entrambi ex amministratori del Comune di Castellaneta (Taranto);

che il Bellino risulta essere attualmente indagato nel procedimento penale n. 2827/00 r.g.n.r. della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto per numerosi reati, tra i quali quelli di cui agli artt. 323, 479, 353, 640, 317 del codice penale, che sarebbero stati commessi quando il Bellino rivestiva la qualità di assessore presso il Comune di Castellaneta;

che il tenore delle precitate trascrizioni si presenta meritevole di approfondimento, in quanto nelle stesse si dice apertamente che lo svolgimento di tutta l’udienza preliminare per tale procedimento penale, tenutasi dinanzi al Dott. Pio Guarna, il suo strano ed anomalo andamento connotato da circa una ventina di udienze (veramente tante per una semplice udienza preliminare), il suo esagerato protrarsi per circa un triennio, la sentenza conclusiva, sarebbero il risultato di un accordo intercorso tra il giudice dell’udienza preliminare, dott. Pio Guarna, e l’imputato Rocco Loreto, già sindaco del Comune di Castellaneta, nonché ex Senatore della Repubblica;

che delle frasi contenute in queste trascrizioni appaiono realmente di contenuto inequivoco, soprattutto alla luce di un fatto fondamentale: Giuseppe Bellino, che era ed è attualmente imputato nel processo in questione, e rispondeva di gravi reati, è stato assolto da alcuni di essi, e soprattutto dal più grave, ossia da una concussione sessuale;

che evidentemente non ha motivi di astio o risentimento nei confronti del giudice che lo ha giudicato, e che lo inducano a dire il falso;

che anzi precisa, come si ricava dalle trascrizioni, che a lui stanno solamente facendo del bene;

che a più riprese emerge dalle trascrizioni come l’andamento del processo sia frutto di quello che viene definito come un accordo generale;

che l’intera attività processuale ha conosciuto un grande dispendio di tempo, in quanto ci sarebbero stati ritardi fatti apposta, e che devono fare delle cose per perdere tempo;

che di molte attività che si sarebbero tenute nel corso dell’udienza alcuni, imputati e non, erano a conoscenza in anticipo;

che il latore di queste anteprime sarebbe stato un tale Mimmo Salemme;

che ciò tanto era vero, che in una circostanza il Salemme in questione era così ben informato da avere addirittura in suo possesso una copia della sentenza autentica e scritta di pugno dal Dott. Guarna;

che sarebbe stato appositamente commesso un errore nel corso del processo per ottenere una ulteriore perdita di tempo;

che in sostanza tutto il processo sarebbe stato pilotato in virtù del precitato accordo generale, in quanto si dice che sta facendo tutto Rocco, da identificare nell’ex sindaco Rocco Loreto;

che dalle trascrizioni emerge inequivocabilmente come il Bellino sia assai bene informato, e come dia per effettivo e pacifico l’accordo tra Guarna e Loreto;

che riferendosi ad altra vicenda sempre connessa al processo in questione, e sempre dando per scontata la sussistenza di un previo accordo, si leggerebbero nella trascrizione frasi che parlerebbero di un giudice che è d’accordo con Rocco e che potrebbe forse fare qualcosa;

che un cenno merita anche la figura del Salemme il quale, oltre ad essere in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice, oltre ad essere colui che dava le notizie in anteprima circa lo svolgimento del processo, dimostra quasi una sorta di organicità rispetto a questo accordo, in quanto nel tranquillizzare il Bellino circa l’andamento del processo a quest’ultimo diceva che occorreva perdere tempo;

che, in effetti, le gravissime dichiarazioni contenute nell’audiocassetta trovano oggettivi riscontri nei fatti che di seguito si evidenziano ed elencano, ed in primis nell’andamento stesso del processo in questione;

che Cosimo Salemme, ossia colui che avrebbe dato le anteprime sullo svolgimento delle udienze, ed era in possesso di una copia della sentenza scritta di pugno dal giudice prima che venisse pronunciata, effettivamente sarebbe persona assai vicina al Loreto in quanto facente parte della sua coalizione politica;

che effettivamente il processo n. 2827/00 r.g.n.r. è stato oggettivamente un processo di inspiegabile (almeno sino ad oggi) lunghezza, se si considera che si è trattato della sola udienza preliminare;

che la prima udienza si è celebrata in data 18/10/2001 e la sentenza, per quanto pronunciata in data 8/7/2003, è stata depositata solo il 1°/6/2004;

che la decisione del GUP è stata una sentenza di non luogo a procedere, e considerato che è stato proposto gravame avverso la stessa, e che deve celebrarsi anche il consequenziale giudizio di appello, la fase dell’udienza preliminare non può ancora ritenersi virtualmente conclusa (nonostante, appunto, la prima udienza si sia celebrata il lontano 18/10/2001);

che la sentenza, anche con una motivazione assai discutibile come si dirà a breve, ha assolto dalle imputazioni relative ai fatti più recenti, rinviando al contrario a giudizio solo le imputazioni per i fatti più risalenti nel tempo, e quindi più prossimi alla prescrizione;

che tale circostanza, evidentemente, avvalora l’ipotesi che rinviene dalla registrazione, ossia che tutta l’attività di udienza è stata pilotata per far perdere più tempo possibile ed arrivare indenni alla maturazione dei termini di prescrizione dei reati contestati;

che ulteriore elemento da considerare è che il dott. Guarna al momento della lettura del dispositivo si riservava novanta giorni per il deposito della motivazione, benché nessuna norma consenta al GUP di motivare entro un determinato termine, mentre appare strano che un giudice abilitato alle magistrature superiori come il dott. Guarna incappi in una tale svista;

che in ogni caso il termine dei novanta giorni previsto per il deposito è stato ampiamente superato;

che la credibilità del Bellino circa il fatto che dal giudice sarebbero stati commessi volontariamente degli errori per perdere ulteriore tempo è confermato dal fatto che effettivamente è stata attivata la procedura di correzione di errore materiale;

che tuttavia, anche nella circostanza, il dott. Guarna è incappato in uno svarione a dir poco strano per un magistrato della sua esperienza, in quanto al momento della decisione vi è stata l’omessa pronuncia su due dei numerosi capi d’imputazione contestati, ossia sui capi I e II;

che tale omessa pronuncia, che legittimerebbe esclusivamente chi ha interesse ad impugnare la sentenza, è stata invece il pretesto per azionare (del tutto abnormemente) la precitata procedura di correzione dell’errore materiale;

che per la correzione di questo errore materiale si sono persi ben ulteriori nove mesi;

che vi è stata sentenza di non luogo a procedere per tutti i capi d’imputazione nei quali in qualche modo era coinvolto il Loreto, mentre vi è stato rinvio a giudizio per tutti quei reati dei quali lo stesso non era chiamato a rispondere;

che addirittura vi è stata sentenza di non luogo a procedere anche per taluni degli imputati, e quindi per taluni reati, quando questi in qualche modo potessero essere ricondotti al Loreto, o quando per fatti contestati ad altri imputati la responsabilità avrebbe potuto, in qualche modo, essere estesa anche al Loreto nonostante la pluralità delle fonti di prova acquisite in ordine a detti reati, tra cui anche le confessioni di taluni coimputati;

che tale circostanza è fortemente sintomatica del modus operandi del giudice Guarna;

che tale agire, seppur raffinato, non di rado e per forza di cose, mostra la corda in considerazione del fatto che, dovendo talvolta giustificare e difendere l’ingiustificabile e l’indifendibile, il Dott. Guarna è costretto ad avventurarsi in soluzioni e motivazioni logico-giuridiche quantomeno estrose e, come tali, assai discutibili;

che tale è il caso delle numerose contestazioni di falso in atto pubblico ideologico e materiale contestate al Loreto, ove il primo rilievo ascrivibile al giudice Guarna è la formula assolutoria con la quale scagiona il Loreto dalle accuse di falso e cioè con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, ossia con una formula inapplicabile e non prevista per definire l’esito dell’udienza preliminare, quantomeno a mente dell’attuale art. 425 del codice di procedura penale;

che tale formula è evidentemente, ontologicamente e giuridicamente inapplicabile ad una contestazione di falso materiale, perché significherebbe affermare (come del resto il Giudice Guarna ha fatto) che il reato di falso effettivamente è stato commesso sotto il profilo oggettivo, e tuttavia, e venendo al caso concreto, pur essendo stata contraffatta ed alterata dalle delibere di Giunta Comunale, l’attività di falsificazione sarebbe stata commessa senza coscienza e volontà alcuna, e quindi senza dolo;

che quindi, il giudice Guarna ha ritenuto che un’attività di confezionamento ex post di una delibera falsa ideologicamente e materialmente non si potesse configurare come reato, in quanto carente sotto il profilo psicologico, perché attività compiuta ma non voluta dall’imputato;

che questa inedita creatura giuridica partorita dalla mente del Dott. Guarna, ossia il falso involontario, rappresenta un’aberrazione giuridica, e sovverte un più che risalente insegnamento giurisprudenziale che ha sempre configurato il reato di falso come reato formale;

che del pari rappresenta un’aberrazione giuridica ritenere questa attività di falsificazione ed alterazione alla stregua di un falso innocuo o grossolano, così come pure ritenuto dal giudice;

che lo stesso, essendosi senz’altro reso conto dell’evidente inattendibilità giuridica di una falsificazione non voluta, avrà ben compreso come l’unica scappatoia per rendere digeribile questa forzatissima tesi (forzatura resa vieppiù manifesta dal fatto di essere in fase di udienza preliminare dove, solitamente, non ci si attarda su queste disquisizioni e sottilizzazioni) era quella del ricorso alla tesi del falso innocuo o grossolano;

che tuttavia, nella sua stentata ed accademica motivazione, tesa ad ammantare di innocuità e grossolanità un’attività di falsificazione, al contrario assolutamente rilevante, il giudice Guarna non offre le uniche motivazioni che avrebbe dovuto fornire, ossia, perché la falsificazione di una delibera di Giunta Comunale dovrebbe essere grossolana, e soprattutto per quali fini, seppur grossolanamente, sarebbe stata falsificata. Né ha fornito una versione antagonista e credibile rispetto a quella ipotizzata dal P.M. nella sua prospettazione accusatoria, tale da giustificare una sentenza di non luogo a procedere;che si commenta da sé il fatto che in motivazione il giudice cerchi sempre il pelo nell’uovo arrivando sino al punto di ritenere come falsi innocui o grossolani delibere di giunta municipale al contrario inficiate da palese falsità ideologica e materiale;

che del pari, si commenta da sé il fatto che il giudicante non neghi che i fatti contestati siano stati effettivamente commessi, ma che tuttavia gli stessi non costituirebbero reato perché difetterebbero dell’elemento psicologico, senza dare conto alcuno, peraltro, di quali sarebbero gli elementi che escludono la sussistenza dell’elemento psicologico (tra l’altro, il principio sarebbe stato applicato anche ad una ipotesi di concussione sessuale contestata proprio al Bellino);

che pertanto, il giudice Guarna ha emesso una sentenza di non luogo a procedere pur dovendo ammettere la corrispondenza al vero delle numerose fonti probatorie acquisite dalla Procura della Repubblica;

che indubbiamente, alla luce del contenuto delle audiocassette, ben altro significato assume un ulteriore elemento: l’udienza preliminare è ruotata pressoché esclusivamente, ed assorbendo un cospicuo numero di udienze, intorno alle dichiarazioni spontanee dell’imputato Loreto;

che tali dichiarazioni solo raramente si sono attenute ai fatti di causa ed alle accuse oggetto dei capi d’imputazione, spaziando, al contrario, sugli argomenti di natura più varia;che ancora più forte si è manifestato questo aspetto in un altro procedimento penale, il n.12310/00 r.g.n.r.;

che anche questo processo, che vede tra i suoi imputati il Loreto ed altri imputati coinvolti nel precitato processo n.2827/00 r.g.n.r., è stato caratterizzato da un’udienza preliminare di inimmaginabile lunghezza non ancora conclusa, sempre presieduta dal medesimo GUP, dott. Guarna;

che la prima udienza è stata celebrata l’ormai lontano 25/6/2002, e ne sono susseguite un numero impressionante e che probabilmente non ha né precedenti, né paragoni;

che anche in tale circostanza tutta l’udienza è stata monopolizzata dalle dichiarazioni spontanee del Loreto, e caratterizzata dall’irrituale “deposito” nel corso delle udienze di una massa enorme di carte della più svariata natura;che l’utilizzo del termine “carte” in luogo di altri, che solo apparentemente potrebbero apparire come maggiormente pertinenti, non è casuale, in quanto lo stesso termine “documento” ha ben altro significato sotto il profilo processuale e probatorio, ciò tanto più ove si consideri che le “carte” sono state depositate nel corso di dichiarazioni spontanee, rese peraltro nel corso dell’udienza preliminare, e senza possibilità di contraddittorio in merito alla pertinenza delle stesse ai fatti di causa, e di interlocuzione alcuna circa la loro rilevanza ai fini della decisione;

che oltre alle svariate altre originalità, anche questo rappresenta senza ombra di dubbio un ulteriore unicum;

che le dichiarazioni spontanee rese nel corso dell’udienza preliminare del processo n. 12310/00 r.g.n.r., al di là della comune torrenzialità con quelle rese nel processo n. 2827/00 r.g.n.r., e della comune inconferenza con le imputazioni ascritte, si caratterizzano per un elemento ulteriore;

che, oltre allo scopo manifesto di perdere il maggior tempo possibile, le dichiarazioni rese nel precitato processo, tramite la delegittimazione progressivamente sempre più arrogante di quanti hanno reso dichiarazioni gravemente accusatorie a carico del Loreto, hanno tradito la loro intenzione di svilire le indagini compiute, i risultati delle stesse, i pubblici ministeri che le hanno condotte;

che Loreto si è spinto sino al punto di rendere nel corso dell’udienza dichiarazioni velenosamente allusive e, successivamente, apertamente calunniose e lesive dell’onorabilità e dell’operato dei magistrati e dei loro collaboratori;

che non è di poco momento rammentare come il Loreto abbia apertamente parlato di indagini manipolate, di un “castello calunnioso dell’accusa”, di trascrizioni falsificate, di un interrogatorio mai verbalizzato perché non avrebbe consentito di formulare determinate accuse, con questo accusando chi lo ha indagato di gravi abusi ed irregolarità;

che al riguardo uno dei magistrati che ha condotto l’inchiesta, stanco di queste gravi, non meno che gratuite, illazioni, ben consapevole della cristallinità e regolarità del proprio operato, ha richiesto la trasmissione di tutto il fascicolo relativo al processo n. 12310/00 r.g.n.r. al Tribunale di Potenza, chiedendo, altresì, di essere indagato in prima persona in merito alla regolarità del proprio operato,l’interrogante chiede di sapere quali urgenti iniziative il Ministro della giustizia intenda adottare per verificare la correttezza sotto il profilo disciplinare delle condotte del giudice dell’udienza preliminare di Taranto, dott. Guarna, e la sua compatibilità ambientale.

GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta scritta 4-07349

presentata da GIUSEPPE LEZZA lunedì 15 settembre 2003 nella seduta n.355

LEZZA. - Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:

alcuni mesi fa la stampa dava notizia di alcune dichiarazioni del Ministro della Giustizia sulle azioni disciplinari che stavano per partire nei confronti di alcuni magistrati, che avrebbero provato come la commistione fra politica e giustizia sarebbe talmente grave da compromettere i diritti dei cittadini;

naturalmente tali iniziative devono riguardare qualsiasi magistrato, e qualunque schieramento politico coinvolto nella prefata commistione;

frequentemente, e soprattutto a livello locale, questo intreccio tra politica e giustizia nasconde piuttosto rapporti di interesse personale tra politici e magistrati, come a volte è stato denunciato attraverso articoli di stampa, o esposti al CSM -:

quali azioni disciplinari siano state promosse, successivamente alle predette dichiarazioni, in particolare nei confronti di magistrati operanti nel circondario del Tribunale di Taranto. (4-07349)

GIUSTIZIA

Atto n. 4-04363

Pubblicato il 10 aprile 2003, Seduta n. 381

CURTO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. - Premesso:

che allo scrivente è pervenuta copia di un esposto inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente del Consiglio Nazionale Forense, al Procuratore Generale della Repubblica c/o la Corte d’Appello di Taranto, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Potenza, al Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale di Taranto e al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto;

che tale esposto, penale ed amministrativo, sembra sia l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di denuncie ed esposti tendenti a smantellare illegalità di vario tipo che colpiscono i cittadini più deboli e più poveri ad opera di chi rappresenta la giustizia nel nostro Paese, in particolare giudici ed avvocati;

che, per la delicatezza della questione, e a causa della mancanza di un qualsiasi riscontro a questo esposto e ad altri precedenti atti congeneri, ritengo opportuno riportare di seguito il testo del citato esposto:

“Oggetto: omissioni d’atti d’ufficio ed abusi d’ufficio presso gli Uffici Giudiziari di Taranto.

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona offesa dal reato;

Al Registro Generale non si ritrovano iscritte notizie di reato, di cui si è presentata regolare denuncia o querela o esposti firmati, ex art.335, c.p.p. ed ex art. 110 bis att. c.p.p., né si forniscono notizie circa le notizie di reato iscritte.

Non si comunica, quando richiesto, ex artt. 406, 408 c.p.p., la proroga delle indagini e la richiesta di archiviazione al GIP, impedendo l’opposizione alla stessa.

Non si svolgono indagini, ex art. 50 c.p.p., nei confronti di persone influenti, e Pubblici Ufficiali che li coprono, per notizie di reato di abusivismo edilizio e violazione di norme ambientali, di sfruttamento del lavoro giovanile e nero ed emissione di buste paghe false, di concorsi truccati per diventare avvocato e di evasione fiscale e contributiva sui praticanti avvocati, di aggressioni ad avvocati per impedirgli la presenza in udienza, di abbandono di incapaci, di riciclaggio di assegni nominativi rubati, di emissione di deleghe false, di truffe Enel, ecc…

Si eseguono sequestri innominati, senza notifica di copia all’interessato. Al soggetto interessato, quando è ritenuto incapace, non si nomina un tutore, impedendo la nomina di un difensore di fiducia, né si nomina un difensore d’ufficio, affinché il soggetto possa opporre richiesta di riesame, ex artt. 257, 322 c.p.p., ed esercitare tutti gli altri diritti processuali, ovvero, se abbandonato fin anche dalle istituzioni, possa esercitare ogni facoltà a favore dello stesso, siano di cura, assistenza, mantenimento, ecc…

In campo penale si viola il diritto di difesa della persona sottoposta ad indagine;

Si chiedono sommarie informazioni alla persona nei cui confronti si svolgono indagini, senza che questa sappia di essere indagata e di conseguenza senza la presenza necessaria del difensore, ex artt. 350, 369, 369 bis c.p.p.

Ex artt.358, 362 c.p.p. non si svolgono accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato, né si assumono informazioni utili alle indagini, omettendo l’interrogatorio dello stesso.

Non si procede nei confronti di soggetti rei dello stesso reato.

Si ritrova il fascicolo degli atti d’indagine compiuti dal P.M. e delle dichiarazioni rese dagli indagati, coperti dal segreto d’ufficio, ex art. 329 c.p.p., alla pubblica conoscenza degli indagati e degli estranei in procedimento civile di interdizione. Procedimento civile d’interdizione che dura anni e senza la presenza dell’interdicenda. Quando questa è presente, la si sente alla presenza di decine di persone divertite.

Si obbliga la persona sottoposta ad indagine ad essere il difensore di fiducia e tutore convenzionale del soggetto offeso dallo stesso reato, in quanto non si nomina un difensore d’ufficio, né un tutore, affinché la presunta incapace possa esercitare i suoi diritti processuali e l’indagato non possa reiterare le azioni ritenute lesive.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si comunica il limite di ammissione di € 5.815,30 (lire 11.260.000) quale reddito del nucleo familiare, anziché € 9.296,22 (lire 18 milioni),ex art. 3, L. 134/01, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

Volutamente si impedisce alla persona sottoposta ad indagine di chiedere il gratuito patrocinio e quindi nominare un difensore di fiducia capace, pagato dallo Stato, perché si ignora ogni istanza di concessione del gratuito patrocinio, presentata ex art. 2 L. 217/90, obbligandolo ad avere un difensore d’ufficio, che non conosce, e che, forse, è meno capace.

In campo civile si violano i diritti di difesa delle parti private;

Le vendite dei pignoramenti di beni mobili non si eseguono per mancanza di organi preposti alla vendita, (Istituto Vendite Giudiziarie, Commissionari), ovvero, quando ci sono, si eseguono al di sotto del 10% del valore pignorato, obbligando l’abbandono del procedimento di esecuzione per antieconomicità, perdendo il conto capitale e le spese di giudizio.

Si omette di sollevare il problema dei tempi biblici dei procedimenti civili ordinari e speciali, con meri rinvii delle udienze effettuati per decenni con la complicità dei Giudici.

Con la presente si chiede alle autorità interpellate di intervenire, adottando i provvedimenti necessari, con preghiera di riscontro al sottoscritto, pronto a dare prova per quanto su esposto. In caso contrario si chiede di procedere obbligatoriamente nei confronti del sottoscritto, attivando procedimento penale di calunnia, se bugiardo, ovvero procedimento civile d’interdizione, se pazzo.”,

l’interrogante chiede di conoscere:

se si ritenga opportuno verificare quanto riportato dall’esposto in questione;

se si intenda, e in quale modo, procedere qualora gli argomenti, o alcuni di essi, rispondessero a verità.

CAMERA DEI DEPUTATI. SECONDA COMMISSIONE

Resoconto giovedì 16 gennaio 1997.

- Presidenza del Presidente Giuliano PISAPIA. -

Interviene il Sottosegretario di Stato per la grazia e la giustizia Franco Corleone.

La seduta comincia alle 13,15.

5-00733: Modalità di esercizio dell'amministrazione della giustizia da parte del sostituto procuratore della Repubblica di Taranto, dott. Ghizzardi. (10 ottobre 1996).

Il sottosegretario di Stato Franco CORLEONE osserva che dalle informazioni acquisite presso l'autorità giudiziaria risulta che la procura della Repubblica di Taranto non ha avviato indagini sul fatto indicato nell'interrogazione. Il deputato Cito avrebbe rilasciato dichiarazioni pubbliche nel corso di una conferenza stampa, tenuta a Taranto il 30 maggio 1996, in ordine all'utilizzo delle attrezzature dell'amministrazione comunale, per informare gli organi di stampa della attività svolta quale parlamentare da un sindaco della provincia di Taranto, Senatore della Repubblica, ma non è pervenuta all'ufficio della procura alcuna denuncia sul fatto indicato né alcuna relazione dalle forze dell'ordine.

Pertanto non si ravvisa allo stato alcun elemento per promuovere ulteriori accertamenti anche di tipo ispettivo, posto che il pubblico ministero non aveva notizia di reato sui fatti.

Giancarlo CITO (gruppo misto) si augura di non dover ricevere ogni volta risposte alle sue interrogazioni quale quella data adesso dal rappresentante del Governo. Sottolinea infatti di avere presentato una denuncia nel momento in cui ha rilasciato una pubblica dichiarazione circa l'accaduto. Non si può certo dire, quindi, come ha fatto il rappresentante del Governo, che non è stata fatta alcuna denuncia. La sua denuncia in pubblico è stata rivolta alle forze dell'ordine, a cui ha fatto seguito l'invio per fax. Sottolinea infine che a Taranto vengono seguiti metodi da terrorismo giudiziario, con magistrati che svolgono la loro attività secondo criteri esclusivamente politici. Per questi motivi è totalmente insoddisfatto dalla risposta alla sua interrogazione.

Il sottosegretario di Stato Franco CORLEONE ribadisce che non vi è stata alcuna relazione da parte delle forze dell'ordine e che il Ministro di grazia e giustizia non può comunque prendere iniziative che siano lesive dell'indipendenza ed autonomia della magistratura.

TARANTO, GIUDICI SOTT'ACCUSA: INQUISITO L'EX PROCURATORE

Corruzione al Palazzo di Giustizia di Taranto, interessi privati e intrecci poco chiari tra ambienti della magistratura, della questura e dell' imprenditoria locale. Su questi scottanti temi si è incentrata negli ultimi tre anni l' attività dei magistrati baresi che tra mille difficoltà hanno ora concluso gran parte dell' inchiesta.

Clamorose, come nelle premesse, sono le conclusioni.

Sono stati rinviati a giudizio l' ex procuratore capo della Repubblica di Taranto, Giuseppe Raffaelli, 72 anni, sua moglie Giacoma Bianca De Filippis, 58 anni, e l' ex sindaco di Massafra (Taranto), il democristiano Orazio Bianco, 55 anni, tutti e tre accusati di concorso in interesse privato.

Di corruzione dovranno invece rispondere l' ex sostituto procuratore Giuseppe Lamanna, 60 anni, e il presidente degli industriali di Taranto, Donato Carelli, 49 anni.

Un altro magistrato di Taranto, l' ex sostituto procuratore Giuseppe Lezza, 47 anni, ha evitato il rinvio a giudizio perché il reato di corruzione contestatogli, fra gli altri, si è estinto per prescrizione. C'è comunque un procedimento disciplinare nei suoi confronti.

Estinta per amnistia l' accusa di simulazione di reato a carico di Raffaelli, della moglie, e di Lamanna e Bianco.

E' da rilevare inoltre che numerosi altri episodi esaminati dal giudice istruttore di Bari, dottor Emilio Marzano (la requisitoria è stata formulata dal procuratore capo di Bari Domenico Zaccaria), sono stati trasmessi per competenza alle autorità giudiziarie di Taranto e di Lecce.

Due ispezioni ministeriali. In queste due tranche della corposa inchiesta sono coinvolti funzionari della questura di Taranto poi trasferiti in altre sedi periferiche e anche diversi poliziotti.

L' ex questore del capoluogo jonico, Giuseppe Ciulla, è invece già stato rinviato a giudizio per falso e peculato in relazione a un incidente stradale nel quale rimase coinvolto assieme al suo autista: dichiarò che era avvenuto nell' ambito del servizio, ma non era vero. L' inchiesta prese le mosse nel 1985 da due ispezioni ministeriali a Palazzo di Giustizia e nella questura del capoluogo ionico, al termine delle quali venne fuori un contesto di influenze, di protezioni e di favoritismi tra alcuni magistrati, funzionari di polizia e l' imprenditore Donato Carelli.

Tra gli episodi accertati durante le ispezioni, eclatante è il caso dei lavori di spostamento della linea ferroviaria Taranto-Metaponto che originariamente prevedevano l'occupazione d' urgenza di alcuni immobili, tra i quali figuravano vasti terreni di proprietà della moglie e della cognata di Raffaelli, Giacoma e Marina De Filippis.

Secondo le accuse, l'allora procuratore, attraverso la pressione di un processo penale e l'emanazione di una ordinanza di sequestro della documentazione relativa al progetto ferroviario, determinò la modifica dello stesso progetto approfittando sia della sua posizione che di quella del vicecommissario del consorzio Asi, area per lo sviluppo industriale, suo stretto parente. Dagli accertamenti compiuti è risultato che l' ex sindaco di Massafra (Comune nel quale ricadono i terreni in questione), Orazio Bianco, disconosceva la propria firma in calce al nullaosta al progetto di variante che aveva poi portato al decreto di occupazione dei terreni. Il fatto venne denunciato alla procura nel periodo in cui (gennaio 1982) Raffaelli risultò assente dall' ufficio per motivi personali e il fascicolo passò nelle mani del procuratore facente funzione, Giuseppe Lamanna, che poi emanò il decreto di sequestro della documentazione.

Automobili in regalo Circa i rapporti tra Carelli e i due sostituti Lezza e Lamanna, è emerso che un procedimento penale a carico dell' imprenditore per presunte irregolarità fiscali, inizialmente avviato da Lezza, sarebbe stato poi insabbiato dall' altro magistrato al quale il presidente dell' Assindustria tarantina fece omaggio in tempi diversi di ben quattro automobili: una Golf, una Mercedes, una Audi 100 e ancora una Golf. Lezza invece avrebbe ricevuto, sempre dal Carelli, un contributo di 15 milioni per l' acquisto di una Mercedes. L' inchiesta si è soffermata anche su presunte corsie privilegiate nella distribuzione di processi contro amministratori di Martina Franca (Taranto), un tempo feudo dell' ex sottosegretario democristiano alle Finanze Giuseppe Caroli.

COSI’ E’ TARANTO, SE VI PARE