Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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SIENA

 

 

  

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

TUTTO SU SIENA

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

 

I SENESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

 

Quello che i senesi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i senesi non avrebbero mai voluto leggere. 

(*Su Firenze e la Toscana c'è un libro dedicato)

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

SIENA: FINE DELLA STORIA?

SIENA. DAVID ROSSI, L’OMERTA’ ED IL MONTE DEI PASCHI.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

IL MONTE DEI MISTERI.

GIUSTIZIA FARSA. IL PROCESSO MPS TRASLOCA A MILANO. PER UNA "EMAIL".

SIENA FERITA A MORTE. SI INIZIA DALLO SPORT.

QUEL CHE RESTA DI SIENA.

CENNI DI STORIA SENESE.

COSA E' IL PALIO.

IL PALIO E LA CENSURA.

SIENA LA ROSSA. COMPAGNI MASSONI.

MPS, UNA VALANGA DI GUAI.

MPS: INCHIESTA INUTILE?

E' IL MERCATO, BELLEZZA!!

MONTEPASCHI ED ILVA. LA LOTTA CONTRO GLI IDOLI DELLA PIAZZA.

MA CHE SUCCEDE TRA I GIUDICI SENESI?

MAFIA, POLITICA E BANCHE: LA FINANZA…ROBA NOSTRA.

SIENA MAFIOSA.

SIENA MASSONE. 'CENTO NOMI DI MASSONI' E SIENA TREMA.

SIENA, GIOIELLO ROSSO IN ZONA RETROCESSIONE.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA, STORIA DI DEBITI E MASSONI.

SIENA E’ ROSSA, MA DI VERGOGNA. DI ROSSO RESTANO I CONTI.

LA LOBBY DI SIENA.

LE CASTE DI SIENA.

MOBBING SCOLASTICO.

SCANDALI ACCADEMICI.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

SIENA: FINE DELLA STORIA?

"Siena? Distrutta da noi comunisti". L'atto di accusa dello storico assessore della Provincia, deluso dal partito, scrive Fabrizio Boschi, Giovedì 7/09/2017 su "Il Giornale". Il titolo dice tutto: Ci hanno preso in giro! Pure i veri comunisti di Siena si pentono. Si pentono di aver retto il gioco, di aver visto, sentito e taciuto tutto. Si pentono di aver fatto fallire una banca, una fondazione, un'università, una squadra, nascondendo la testa sotto il tufo. Si pentono di essere stati collusi con il «sistema Siena», la «ragnatela vischiosa» di una piccola città-Stato «altezzosa e autoreferenziale». «Ho sentito il dovere di rompere il silenzio che politicamente continua ad avvolgere Siena e l'urgenza di manifestare la mia indignazione verso il sistema di corruttela che ha saccheggiato la città», scrive Gianni Resti, autore di questo libro (ancora non uscito), comunista pentito, che sbriciola quel muro di silenzio che da sempre spadroneggia in quella città, dove va di moda (finché fa comodo) tacere su tutto. Insegnante di filosofia, iscritto al Pci dal 1977, infatuato da Enrico Berlinguer, convinto della diversità comunista, innamorato della questione morale, per 30 anni è lo storico assessore alla cultura alla Provincia di Siena per Pci, Pds, Ds e Pd. Resti crea la Fondazione musei senesi, ma a causa del suo spirito critico, «difficilmente incasellabile», i compagni lo mettono all'uscio, per due volte. Due diversi presidenti di Provincia (Starnini e Ceccherini) lo cacciano, intestandosi i suoi successi: «La mia presenza ostacolava alcune mire politiche e prospettive di carriera. (...) Il partito aveva bisogno di sistemare alcuni suoi funzionari». Resti subisce l'onta di doversi difendere pure dal sospetto di aver rubato. E poi arriva l'isolamento, la solitudine e «il silenzio politico»: «Nessun compagno mi dedicò un gesto di solidarietà e uno in particolare, Molteni, per non incontrarmi, si nascose fra gli abiti della Upim». È costretto a lasciare il partito: «Le persone peggiori e ambigue le avevo conosciute soprattutto all'interno del partito». Quando era alla ricerca di un funzionario, venne convocato dal segretario del Pci locale Vigni che gli propose De Martinis, «un giovane compagno, suo amico». Che venne assunto «senza eccessiva fatica». Quando gli ripropongono il posto da assessore, gli stessi che lo silurarono lo chiamarono per convincerlo a rinunciare all'incarico per «le difficoltà che avrei determinato per alcuni». Da Siena «uno dei migliori esempi di città di sinistra», a Siena rovinata dalla sinistra, dall'ex sindaco Ceccuzzi, all'ex presidente della provincia Bezzini, fino al segretario Pd Guicciardini. «Mi sento giocato come persona, cittadino e amministratore». L'incontro casuale al bar «Quattro cantoni» con il giovane avvocato Giuseppe Mussari, presidente del comitato elettorale che portò alla vittoria del sindaco Maurizio Cenni: «Mi confidò di sentirsi a disagio nel riprendere il proprio lavoro di avvocato». Di lì a poco venne nominato presidente della Fondazione Mps, soffiando il posto al sindaco uscente Pierluigi Piccini, impigliato in una storiaccia di liste massoniche, che comunque venne premiato con un ufficio dorato alla Mps di Parigi. «La politica era ormai di casa nella banca più antica del mondo (...)». Tanto nulla cambia mai a Siena: «Stessi dirigenti politici, stessi capicorrente, stesse doppiezze». È Siena.

Il caso Siena. CPI aiuta gli italiani, i comunisti chiamano la polizia, scrive Marco Valle giovedì 22 giugno 2017 su "Il Secolo D’Italia". In un tempo lontano, molto lontano, la sinistra comunista aveva una sua dignità. Una certa fierezza e un contatto reale con le mitiche “masse”. Gli operai, i contadini, gli “ultimi della terra”. Bandiere rosse, feste dell’Unità e tanti cortei per una rivoluzione che, prima o poi, doveva arrivare. Speranze. Tanta gente, in assoluta buona fede, immaginò sul serio che il comunismo fosse la “religione dei lavoratori”, il paradiso in terra e si convinse, chissà perchè, che il “potere doveva essere operaio”. Se, poi, qualcuno aveva dei dubbi sul socialismo reale o gli inghippi del PCI con il potere, vi erano sempre gli scandali democristiani, le porcherie dei socialdemocratici, le mene socialiste. Su tutto, l’improbabile minaccia neofascista. Le “trame nere”, il golpe. Almirante. La Nato. Gli americani. Magari i marziani. Bastava crederci. Poi, tutto è andato in vacca, nella cacca. Nel 1989 l’URSS ingloriosamente crollò, l’ottobre rosso e tutto il resto vennero archiviati. Mentre le bandiere rosse si ammainavano dal Pacifico a Berlino Est, il PCI cambiò nome ed Occhetto e D’Alema si strinsero il nodo della cravatte (rigorosamente firmate). Un passaggio epocale. Dagli anni Novanta in poi in Italia l’operaio, il non garantito, “l’oppresso”, aprì una partita IVA, si ruppe i coglioni e iniziò a votare per chi voleva: Lega, Berlusconi, Destra. O, forse, nulla. Mentre il PDS, poi i DS e, infine, il PD iniziarono a veleggiare verso i globalizzatori d’oltre Manica e oltre Oceano, alla sinistra ultrà rimase solo qualche borghese sfigato (ma garantito), un pugno di “cattolici adulti”, un po’ di pirla livorosi incagliati nel pubblico impiego. Poi i centri sociali e qualche commentatore televisivo. La retorica dei “movimenti” e dei diritti civili.  Poca roba, ma abbastanza per galleggiare tra il berlusconismo e Veltroni, Fassino, Bersani. Questa era Rifondazione comunista, i “puri e duri” della seconda repubblica, tipi eccentrici che Togliatti, nella sua fase sovietica, avrebbe fatto fucilare senza troppi problemi. Poi venne Prodi, le elezioni, gli inganni e le trappole della politica. Infine l’ennesima catastrofe. Storie note. I comunisti (veri o presunti) finirono fuori dal Parlamento. Smarrito Bertinotti (nei salotti molto affaccendato), perso Vendola (in qualche sala parto canadese), introvabili Pisapia e De Magistris (in altre avventure impegnati), Rifondazione, SEL e rovine varie fecero, alla fine, una scelta furba e cambiarono copione. Pur di non evaporare nel nulla i partitini rossi colonizzarono una sigla morente: l’ANPI, un baraccone appassito ma molto redditizio e politicamente consolidato.  Da qui il rilancio di un antifascismo fuori tempo. Foraggiato dagli enti locali e dallo Stato, il fantasma della guerra civile 1943-45 si è risolto in una gettata di soldi e ricatti: il “bene” e il “male”, “scarpe rotte” e molti finanziamenti, “bandiera rossa” e tanti denari. Tanto paga lo Stato, le Regioni (comprese quelle di centrodestra), i Comuni, le circoscrizioni. Si capisce perchè per alcuni il 25 aprile è una vera, vera festa. Ma, in assenza dei lavoratori italiani, ai resti della sinistra poco ancora rimaneva. Al netto della retorica neo-antifascista — un misto d’isterismo, allucinazioni e indagini poliziesche —, vi era solo (forse) il proletario di riserva: gli immigrati d’ogni dove e d’ogni credo. Tanto, le religioni, le culture, le origini sono solo delle sovrastrutture. Ecco l’insana passione verso gli invasori, nuovi “compagni” e prossimi elettori. Piccolo calcolo di piccola gente. Enrico Berlinguer era ben altra cosa…Un corto circuito. Lo conferma il caso Siena, l’ennesima follia dell’ANPI (e Rifondazione) che ha denunciato i ragazzi di Casa Pound per razzismo. Già, razzismo. Per i finti eredi di Di Vittorio (un uomo serio, socialista, sindacalista ma anche volontario di guerra e patriota), CPI è colpevole di aiutare, assistere gli italiani più deboli, più poveri. Senza alcun imbarazzo l’avvocato Irene Gonnelli ha presentato querela: “Abbiamo visto numerosi manifesti dove si legge di raccolte alimentari che vengono effettuate dall’associazione CasaPound. Ma negli stessi manifesti si legge che il cibo raccolto verrà poi donato solamente agli italiani. Ci siamo domandati se questo comportamento rispetti la legge e sia costituzionale (…) Questa per noi è discriminazione per questo motivo abbiamo presentato denuncia per quello che noi riteniamo essere un atteggiamento discriminatorio”. Follia, pura follia. Compagni, ripiegate le vostre bandiere. Il comunismo fu sogno, sangue, tragedia. Non operetta. Andate a casa. In silenzio.

"Siena Brucia" di David Allegranti, 2015. In breve A Siena tutto si tiene. Lo strapotere e lo strapaese. La democrazia e l’oligarchia. Lo squilibrio e l’equilibrio. Questa non è solo una storia toscana. Siena è il più grande romanzo politico italiano. Accadde così, per un autarchico desiderio di autoconservazione, per errori di una dirigenza politica, economica, finanziaria che si credeva invincibile, che Siena bruciò un patrimonio. La crisi della città ha coinciso con la crisi del Monte dei Paschi. E all’improvviso il sistema non ha retto più. Non ha retto il socialismo municipale. Non ha retto la via montepaschina al benessere. Siena è a misura di sogno. Per anni ci si è illusi di avere la banca migliore del mondo, la banca più sana del mondo, il partito più forte di tutti, la squadra di basket imbattibile. Era fuori scala la Mens Sana, il Siena Calcio. Tutto alimentato dai soldi della Banca. Una volta finiti i soldi, è finito il sogno. Aggiungete misteri irrisolti, come il rogo negli uffici dell’economato della Curia (chi è stato? non si sa), e avrete Siena. Una città in cui, come ha scritto Henry James, «ogni cosa ha oltrepassato il proprio meriggio».

Siena, la città che si è persa nel suo labirinto. “Siena Brucia” di David Allegranti prova a raccontare quello che la cronaca trascura: una città piena di energia e di progetti, ma che non sa realizzare e che ancora non si risolleva dal crac del Monte Paschi, scrive Antonio Sgobba il 10 giugno 2015 su "Wired". L’ultimo bilancio in rosso per 5,4 miliardi. Un aumento di capitale di tre miliardi da completare entro luglio. Gli ispettori della Bce che vigilano su ogni mossa. La possibile aggregazione con soci stranieri. Il presidente Alessandro Profumo dato in uscita. Senza contare la «bomba a tempo» del derivato Alexandria, contratto con la holding giapponese Nomura ai tempi della gestione Mussari e che ora espone la banca senese per più di 3,4 miliardi. Questo è il Monte dei Paschi di Siena oggi. La città assiste rassegnata. Nel frattempo la locale squadra di basket, la Mens Sana, ai tempi d’oro della sponsorizzazione Mps vincitrice di sette campionati italiani in sette anni, è costretta a mettere all’asta i suoi trofei per pochi spiccioli: l’ultimo scudetto è stato pagato appena 13 euro, molti lotti sono rimasti invenduti. C’eravamo quasi dimenticati di Siena. Fino a qualche mese fa era sulle prime pagine dei giornali. Poi ci siamo distratti. Altre città, altri scandali, le hanno rubato la scena. Tra il 2013 e il 2014 avevamo saputo del «groviglio armonioso», il complesso intrigo di politica e finanza che governava la banca e tutto il resto. Per fortuna ora ci pensa un libro di David Allegranti, giornalista classe 1984, collaboratore di Wired, a rinfrescarci la memoria, si intitola Siena brucia (Laterza, 2015) ed è il racconto di come l’incendio è stato appiccato e di come non accenni a spegnersi. L’autore lo dichiara subito: «Non volevo fare l’enciclopedia senese». L’intenzione è un’altra: «Volevo raccontare una storia, non la storia». E per raccontare questa storia è necessario capire alcuni tratti fondamentali di Siena. Alla base di tutto sembra esserci una profonda mancanza di realismo: «Siena sublima in smisurati progetti i propri obiettivi», scrive Allegranti. Prendete il “facciatone” del Duomo. Nel 1339 i senesi vollero raddoppiare le dimensioni del Duomo, furono fermata dall’epidemia di peste del 1348, e da errori di calcolo. Dell’imponente progetto iniziale alla fine fu edificata solo la facciata, chiamata appunto “facciatone”. «Simbolo della città che sogna, progetta, crea, vuole raddoppiarsi, è vorace, ma alla fine non ce la fa. Una città fuori scala, disdegnosa di un accorto senso del realismo», secondo Allegranti. Ed è lo stesso atteggiamento che ha portato Siena ad avere «una banca spaziale, una squadra di basket spaziale, un’università spaziale». Poi, a far tornare tutti sulla terra, ci ha pensato la magistratura. E in effetti non può essere il realismo il modo migliore per raccontare una città in cui «la dimensione onirica spesso prende il sopravvento sulla realtà». Una città in cui il forestiero si perde. «Le prime volte, insomma, chi ci va brancola, vede il Duomo in lontananza, percorre qualche via e se lo trova accanto senza capire come e perché ci è arrivato», scrive Allegranti. Una caratteristica confermata dalla natura stessa delle contrade, componenti essenziali dell’enigma Siena: «Il vincolo con la Contrada assomiglia a quello massonico: ci puoi entrare, persino se sei forestiero, cioè non nato a Siena, puoi farti battezzare e diventare contradaiolo. Ma uscirne non puoi, e se ne esci è come se tu andassi, appunto, “in sonno”. Non a caso di ogni Contrada esiste un ingresso, ancorché non delimitato architettonicamente, ma l’uscita non è prevista». Nel racconto non mancano poi gli elementi da romanzo – tutti verissimi – un misterioso suicidio, un incendio in una chiesa, le lotte di potere, le ardite speculazioni finanziarie. Allegranti descrive nei dettagli un sogno – tramutatosi in incubo – con dentro un labirinto. E non è semplice spegnere un incendio in un labirinto.

A Siena si è aperta una nuova corrente di pensiero, che vede noti intellettuali come Barzanti e giornalisti come Allegranti protagonisti e fondatori: quelli della “diavolina”, scrive Bastardo Senza Gloria il 13 maggio 2015. Il David Allegranti ha dato alla luce un libro (che noi compreremo, leggeremo e consigliamo, perché leggere fa sempre bene) dal titolo molto eloquente: “Siena brucia”. Questo libro verrà ovviamente presentato a Siena e vedrà come relatore l’intellettuale Barzanti, con l’intervento del sindaco Valentini, quindi la compagnia della “diavolina” al completo che ci introdurrà nei contenuti dello scritto. Ora vorremmo farvi osservare un fenomeno assai curioso che sta prendendo campo da un po’ di tempo a questa parte, il fenomeno di chi scrive libri su Siena e le sue macerie. Ovviamente non ci riferiamo a quelli come l’Eretico che ci hanno sempre messo la faccia anche quando era scomodo, ma ci riferiamo a coloro che quando il sistema Siena aggrovigliato imperava, non solo non lo hanno attaccato, ma lo sostenevano. Se prendiamo come esempio ultimo, il libro di Michele Taddei “Scandalosa Siena”, per arrivare a quello dell’Allegranti “Siena brucia”, la domanda sorge spontanea: ma dove eravate? Niente di personale cari giornalisti/scrittori ci mancherebbe, anzi siamo contenti di imbarcare tra gli indignati, fior di narratori di cose successe, tra l’altro da una prospettiva abbastanza privilegiata, quella da dentro. Ora ci permettiamo un’altra osservazione: mentre il fuoco devastava e gli aggrovigliati erano lì ad alimentarlo, qualcuno che tirava le fila passò a tutti il messaggio di catalogare il dissenso come “frullato diffamatorio”. Bene cari giornalisti, nessuno prese le parti di chi si scandalizzava, anzi alla prima occasione qualcuno ha tirato colpi bassi per discreditare chi si opponeva. Noi abbiamo un discreto archivio. Abbiamo una buona memoria. Siamo attrezzati e così un giorno, forse, anche noi scriveremo la nostra storia di quella Siena, di cui ora vi piace tanto scrivere. Nel frattempo godiamoci questa “braciata” di eventi libreschi, presentata e sostenuta dalla compagnia della “diavolina”, nota compagnia di oppositori del sistema. Per quelli che oltre ai libri gli piace la buona musica, segnaliamo un grande concerto che si terrà a “Las Vagas” del gruppo folk francigeno “I Nebbia sound”, i quali presenteranno in anteprima il nuovo disco dal titolo “No-mura No cry”. Da non perder, presenteranno l’evento gli “Smart-boys”.

“Siena brucia”: una eretical recensione (e 3 Ps)…, scrive “L’Eretico di Siena” il 17/06/15. Con profonda, lacerante invidia personale, mi accingo a recensire l’ultima fatica di David Allegranti, il suo “Siena brucia”: invidia dettata dalla constatazione che del suo libro si sta parlando, scrivendo, sbraitando come mai era accaduto prima, per un libro simile. Nel caso dei miei sugli stessi argomenti, tutto avveniva in modo non pubblico, sotterraneo, catacombale: a favore o contro che si fosse. Una sede – prestigiosa, onusta di gloria culturale – come la Biblioteca comunale degli Intronati non solo non l’ho mai avuta: non ci provavo nemmeno, ad averla. I tempi cambiano, e questa ne è una dimostrazione: meglio, molto meglio ora di prima, sia ben chiaro. Anche perché i fomentatori di (parte) del dibattito sul libro, siamo stati proprio noi bloggers, ognuno con le sue prese di posizioni: anche questo, segno dei tempi, visto che ciò che dicevamo fino a qualche tempo fa veniva attentamente letto, analizzato, sminuzzato e sviscerato, ma non poteva (e doveva) entrare nel dibattito pubblico. Dopo avere letto il libro, 4 considerazioni sparse, fra le tantissime che – potete ben immaginare – sono balenate nella mente ereticale:

1) ASSORDANTE SILENZIO DEI CECCUZZIANI: mi pare che nessuno abbia notato l’assordante silenzio dei comunicatori fedeli al verbo ceccuzziano (ora peraltro avvicinatisi molto a quello valentiniano, in quanto coincidente). Ovviamente nelle prossime ore scriveranno qualcosa, non fosse altro che per dimostrare di esistere; ma pregherei di notare e di fare notare il perdurante silenzio: un po’ perché si godono gli stracci che volano altrove, un po’ perché il libro – e questo è un merito – ridicolizza Franchino il Ceccuzzi (almeno di questo, diamogli atto), mentre le pagine dell’intervista al Valentini sono effettivamente tutt’altro che aggressive, verso l’attuale (per quanto ancora?) Primo cittadino, anche se è evidente che la chiacchierata è stata realizzata prima dell’Avvisone di garanzia di metà maggio;

2) IL CORAGGIO, LO STILE: una calda, una diaccia, per David Allegranti.

La calda: David Allegranti – cosa non facile da trovare, al giorno d’oggi – sa scrivere: lo dico a livello meramente tecnico. Come scritto plurime volte, è difficile trovare un under 40 che sappia scrivere in modo brillante, specie di di politica: Allegranti è uno dei pochi. Con un’aggiunta: Allegranti è un giornalista che cita (quando si può) le sue fonti. Scontato? Manco per niente: mi è capitato di trascorrere ore, in compagnia di illustri giornalisti (più noti di David), ma poi nessuna citazione, a fronte di tonnellate di informazioni dallo scrivente fornite. La diaccia: chi ha scritto o detto che il “Siena brucia” non è un libro coraggioso, ha detto o scritto in modo corretto. Per il tempismo, in primo luogo. E poi: perché presentarlo – al netto della questione penale del Sindaco, sulla quale torneremo nel fine settimana – alla destra del dominus di un importante quotidiano e, soprattutto, alla sinistra dell’attuale Sindaco?

3) FRANCA SELVATICI: altra cosa non rilevata da alcuno, mi pare. Paolo Ermini dice e scrive che il Corriere fiorentino ha rotto l’isolamento extra moenia sull’Eretico. In questo caso, Ermini compie un errore – credo sinceramente in buona fede – davvero clamoroso: a Firenze, il mio punto di riferimento iniziale (addirittura DURANTE la stesura della Casta di Siena) fu l’ottima Franca Selvatici di Repubblica. Che fu appunto la prima a scrivere della mia attività. La quale Franca – tanto per non glorificare troppo la testata in cui meritoriamente scrive – un giorno magari racconterà di ciò che le è capitato a proposito di Siena: un suo libro a tal proposito sarebbe davvero educativo, credetemi;

4) I BLOGGERS: nel libro di David Allegranti, a me pare che – più di altre cose da approfondire meglio – ci sia piuttosto una cosa (sulla questione bloggeristica), cioè il tentativo di staccare il sottoscritto dal resto dei bloggers. Dopo Franchino il Ceccuzzi e Mussàri Giuseppe, l’eretico è il più citato (non sempre positivamente, ma questo non è un problema). Degli altri – in particolare di Carlo Regina (Bastardo senza gloria) – si dà un giudizio a tinte più negative che positive (lasciamo stare le polemiche del DOPO, basiamoci sul testo). Al buon David, vorrei dire che ognuno di noi – come ha scritto lui stesso, riportando un mio pezzo – ha una sua storia ed un suo percorso. Avremo anche un ego ipersviluppato (“I blogger senesi, insomma, hanno una certa considerazione di sé”, pagina 144). Vorrei solo ricordare che siamo nati SOLO perché l’informazione era nello stato comatoso e servile che lui stesso ha descritto nel suo libro; che nessuno di noi guadagna un fico secco da quello che, pure, lo impegna non poco (l’unico che guadagna qualche soldarello è il sottoscritto, ma con i libri); ed infine, mi sia consentito dire in pubblico ciò che all’autore ho già detto face to face: collegare, in qualunque forma o modo, la morte di David Rossi con l’attività dei bloggers, è francamente un oltraggio alla intelligenza di chi legge, di chi scrive e, in ultima analisi, dello scomparso stesso. Se si scrive che “Gli amici di Rossi, dopo la sua morte, hanno raccontato che il capo della comunicazione di Mps soffriva molto per il veleno dei blogger” (quindi creando un nesso causale tra bloggers e morte del Rossi stesso), credo si vada davvero oltre. Molto oltre. Per finire: “Siena brucia” è un libro che ai senesi, in effetti, non ha molto di nuovo da dire, ma offre una sintesi, ben scritta, del Groviglio armonioso da proporre extra-moenia; con l’affaire Curia che – per la prima volta – esce, nero su bianco, dalla Toscana. In questo senso, spero che l’opera di Allegranti – edita da Laterza – finisca nelle mani giuste: quelle di chi può fare sloggiare da Siena persone che non meritano di ricoprire cariche di potere in questa città (e neanche in altre, a dirla tutta…). Per tante altre cose, riformulo l’invito per dopo l’estate a David Allegranti: un bell’incontro, non embedded, in cui dirsi, in pubblico, tante cose. Da bloggers, non da uomini di potere che hanno solo da difendere la propria poltrona.

Ps 1 Pare che don Roberto Barzanti, alla fine della presentazione di “Siena brucia”, abbia attaccato Danielito Magrini per avere, Danielito, tolto i bloggers dal recinto (pur seguitissimo) in cui erano costretti fino ad un paio di anni or sono. Va bene, dai: Robertino era un po’ alterato. In tanti decenni di attività politica, mai (credo) gli era successo di essere attaccato e “processato” pubblicamente, come era appena accaduto per mano di Bastardo senza gloria. Crimen lesae maiestatis?

Ps 2 Chicca bisiana, in “Siena brucia”; parla il Gran Maestro (pagina150): “Io tutto questo potere non l’ho sentito. Ho sentito il potere del lavoro. E su questo, ancora oggi, anche se ho qualche anno in più, volendo ammazzo tutti”. Commento a cura della collettività…

Ps 3 Stasera ho anteposto un’intervista di Elio Fanali all’Assessore Pallai all’intervento di Crozza da Floris: Crozza è straordinario, davvero, ma la Pallai lo è ancora di più. Per esempio, ho avuto modo di imparare che Siena è tagliata del tutto fuori dal turismo balneare (toh), però è una LOCHESCION che tira tantissimo a cagione della Francigena. Sul Santa Maria versione Opera laboratori, mi pare di non avere sentito niente: meglio parlare di LOCHESCION e di bisacce del pellegrino, vai…

"SIENA BRUCIA". UN LIBRO SULLA MIGLIOR METAFORA ITALIANA. Scrive l'8 Giugno 2015 Piercamillo Falasca su “Strade On Line”. Con Siena non sbagli mai, ho sempre pensato. Se c'è una città italiana dove accompagnare amici stranieri in visita nel Bel Paese o dove trascorrere un fine settimana gaudente, quella è Siena. È un paradigma straordinario della nazione, un coacervo di vizi e virtù al massimo livello: l'universalità della dimensione cittadina, il particolarismo feroce delle Contrade, l'architettura decadente, la gastronomia gaudente, la natura ammaliante. Siena è un simbolo dell'Italia del troppo e del troppo poco. Bellissima da vedere, difficilissima da capire nel profondo. Il fuoco della crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008 non ha risparmiato la città, come spiega molto bene David Allegranti nel suo recente "Siena brucia" (Edizioni Laterza, 2015). Allegranti racconta, con nomi e particolari, la vita quotidiana del capitalismo municipale senese, con la politica che controllava una banca e quella banca che drogava di liquidità un sistema economico, culturale, scientifico e sportivo altrimenti incapace di reggersi sulle proprie gambe. Anzi, un sistema che non ha minimamente retto quando i soldi sono finiti: addio Serie A di calcio, addio fasti del basket, addio opulenza dell'Università, addio elargizioni "mecenatesce" a mostre, musei e tornei di tennis. "Una mano non si negava a nessuno", scrive Allegranti. Addio anche ai centri di ricerca che non facevano ricerca. A inizio 2015 è fallita la Siena Biotech, la società di ricerca biomedica fondata nel 2000 in una sede da diecimila metri quadri e che un tempo aveva 150 dipendenti: Finché c'erano i soldi, ha ricevuto 160 milioni di euro dalla Fondazione Mps, in media 10 milioni all'anno. Nel 2013, non potendo più contare su quei denari, sperava di avere l'aiuto della Regione per 3 milioni di euro, mai arrivati. Nella logica del socialismo municipale, ciò che la Fondazione a guida politico-finanziaria non poteva più fare, lo avrebbe dovuto svolgere un altro ente istituzionale: la Toscana. "La Siena Biotech – mi dice Paolo Neri, Priore del Nicchio, nipote di Achille Sclavo, e ordinario di biotecnologie a Siena – è un classico prodotto del cosiddetto 'groviglio armonioso'. Nata senza disporre di un brevetto veramente originale, di una tecnologia proprietaria o del controllo riconosciuto di un segmento di mercato, ha avuto soprattutto funzioni d'immagine, grazie a una disponibilità, praticamente illimitata, di danaro, che, al momento in cui il sistema Siena è entrato in crisi, ne ha decretato un rapido stato di coma. Tra le crepe profonde del sistema MPS, Allegranti dedica giustamente molto spazio all'azzardo dell'acquisizione della Banca Antonveneta. Non pareva vero, alla classe dirigente senese, poter vantarsi di aver comprato la Ferrari per esibirla con la compagnia di giro. "Non abbiamo pagato un prezzo caro per Antonveneta", diceva Mussari. "Siamo una banca sana e pensiamo di fare di Antonveneta una storia di successo. Secondo noi Antonveneta potrà arrivare a 700 milioni di euro di utile". Esultarono tutti per la scelta di Mussari, comunque, non solo a Siena e non solo i politici. Tutti i grandi protagonisti del capitalismo bancocentrico italiano si spellarono le mani, evidentemente assuefatti all'idea che le operazioni di una banca parapubblica come MPS non avessero bisogno di due diligence particolari. E ora? Che ne sarà di Siena? Nel caso della città toscana e del suo groviglio di interessi politici ed economici, la rottamazione renziana ha assunto la forma di una astensione, un "non possumus" dietro cui il nuovo segretario del PD si è trincerato rispetto a chi gli chiedeva un impegno, un intervento. Forse è proprio meglio così. Dal luglio 2015 il Ministero dell'Economia entrerà nell'azionariato del MontePaschi, come effetto del contratto sui Monti bond emessi dalla banca senese ed acquistati da Via XX Settembre. Il MEF diverrà il primo azionista con circa il 10 per cento (anche se poi un successivo aumento di capitale diluirà la quota) e la banca entrerà in una nuova fase della sua storia. Il futuro del MPS continua ad essere nelle mani della politica, ma non più della politica comunale e contradaiola.

L'intervento statale sarà provvisorio, come tutti sperano e promettono, o durerà a lungo? Ci sarà il consolidamento della banca con altri istituti di credito privati, come caldeggiato dalla BCE? Leggendo il libro di Allegranti, che consigliamo a tutti i lettori di Strade, sorge anche un'altra domanda: riuscirà l'Italia a non essere una grande Siena?

“Siena brucia”? Sarà stato il maggiordomo, scrive il Quando decisi due anni fa di iniziare a lavorare su un libro che avesse per argomento Siena non avrei pensato che si sarebbe rivelato un’impresa titanica. Il reperimento delle fonti, in una delle città più divise d’Italia, è praticamente impossibile. Per uno che ti dice una versione ne trovi altri dieci che te ne forniscono altrettante, tutte diverse ovviamente. Non ci sono un sentimento condiviso della storia, una memoria collettiva archiviata alla quale attingere, un idem sentire della società. E’ come se ogni contrada, ogni vicolo, ogni gruppo d’interesse fosse un piccolo mondo a se stante. Fu questo il motivo che proposi a Pierluigi Piccini di raccontare gli ultimi venti anni della città. A lui che di Siena è stato sindaco dal 1990 al 2001, comunista nemmeno a dirlo, dal PCI fino ai Ds, amministrando sotto tutti i loghi e i nomi che la sinistra italiana ha affiancato alla Quercia. Fu una full immersion in un mondo per me sconosciuto, un incontrare persone della politica, della finanza, delle istituzioni che avevo solo sentito nominare ma che a Siena avevano dato il loro contributo negli anni in cui la città era un piccolo modello di sviluppo e l’economia premiava. In questi giorni per Laterza è uscito Siena brucia di David Allegranti, giornalista del Corriere fiorentino che primo degli altri comprese la portata del fenomeno Matteo Renzi tanto da scrivere la prima biografia non ufficiale e per questo meritandosi l’etichetta di renzologo ufficiale per molta carta stampata e non solo. Il suo curriculum recita anche reportage e articoli sull’allora attualità senese, un’attualità fatta di disastri bancari, default di società sportive, dissesti politici e via discorrendo. Il pane ed il companatico ottimi per ogni cronista insomma. Allegranti dalla sua ha il pregio di non essere senese, vale a dire che può contare su un occhio distaccato e non ostaggio delle logiche interne di una piccola città cinta da mura. Peccato però che ciò che in questo libro emerge è un racconto a tratti asettico, a tratti cronachistico con non poche omissioni, che non risponde all’esigenza di una lettura critica dell’accaduto. Gli ispiratori del libro sono Roberto Barzanti, il Gran Maestro del Grand’Oriente d’Italia Stefano Bisi, e altri personaggi più o meno di punta della vita senese, oggi come allora. È bene a questo punto fare un po’ di chiarezza su cosa sia davvero Siena e su ciò che regola il suo stare sospesa poco sopra, o poco sotto, dipende dai punti di vista, rispetto a quel “groviglio armonioso” che lega finanza, politica e società civile. Tutto iniziò nemmeno a dirlo con la nomina a presidente della Banca dell’allora sindaco socialista Vittorio Mazzoni della Stella. Il suo vice era un giovanissimo Pierluigi Piccini, quota PCI, che con una staffetta istituzionale ex lege divenne sindaco fino alle naturali elezioni del 1993. Elezioni in cui per la prima volta si fecero primarie aperte. Il candidato del partito, vale a dire degli apparati della città, era proprio Roberto Barzanti. Tra i due la spuntò Piccini con largo consenso. Dibattiti pubblici e televisivi sui programmi e con gli altri candidati – un po’ il concetto dello streaming grillino, solo con venti anni di anticipo – e infine la creazione di una giunta formata da personalità della società civile, antesignana di quella che sarebbe diventata la vulgata prodiana dell’Ulivo (mettendo anche dentro, non a caso, le anime socialiste e popolari della città). Il patto sociale passava appunto per la politica, anzi, di più: passava attraverso le istituzioni, dacché, da buon kantiano, per Piccini c’è una predominanza delle istituzioni sulla politica. Siena negli anni Novanta è il laboratorio amministrativo di un bel po’ di cose: nasce uno statuto della Fondazione Monte dei Paschi, la banca da istituto di diritto pubblico diventa SPA e quindi va quotata, il sindaco non crea ingerenze sulla finanza ma dà indirizzi, poiché il Montepaschi è quella banca territoriale, la seconda banca più antica d’Italia, che può diventare per l’Italia un vero e proprio esempio. Altro che tanti bei discorsi sulla banca etica. Il modello di sviluppo era semplice: un polo federativo aggregante, dopo che Piccini si era confrontato anche con l’allora dg dell’Ente, Divo Gronchi, e grazie al quale il Monte fu in grado di effettuare brillanti operazioni come la fusione con l’Agricola Mantovana (fu centrale la cooperazione delle direzioni generali dei due istituti, Gronchi per Siena e Mario Petroni per Mantova, oltreché a personalità di primissimo piano dell’imprenditoria nazionale dell’epoca, come Steno Marcegaglia). Il Monte sulla fine dei Novanta aveva un problema di promotori finanziari: l’istituto che all’epoca era all’avanguardia su questo tipo di retail era Banca 121, costruita con tali caratteristiche dall’ingegner Vincenzo De Bustis, che prese una banca locale e ne fece – per l’epoca, numeri alla mano – un istituto visionario. Fu fatta anche questa operazione, De Bustis arrivò a Siena. Il Monte era quotato in borsa, la Fondazione aveva un suo statuto, i Novanta erano finiti e nel 2001 scadeva il secondo mandato di Piccini. Era lui il candidato naturale alla guida della Fondazione. C’erano stati accordi per il Banco Popolare di Novara e per l’Antonveneta. Mps poteva essere una banca federale dell’Italia centrale che rispondesse alle esigenze dei ceti produttivi e delle famiglie. Il partito romano questa visione non l’ha mai voluta, a loro interessavano le grandi acquisizioni: BNL in primis. D’Alema voleva la banca di via Bissolati ma Piccini non gliela garantiva. Il 2001 fu l’anno del regolamento dei conti. A Piccini fu preferito Giuseppe Mussari, molto vicino all’ala dalemiana del partito, e fu così che inizia l’epopea degli anni Duemila, una storia bancaria tutta italiana fatta di scandali e derivati, acquisizioni incaute e nomine discutibili. Il marcio di Siena, per così dire, è vero che sta tutto in quegli anni, ma per onestà intellettuale bisogna ripercorrere le azioni di tutti i giocatori, locali e non, che hanno portato a tanto. Allegranti si ferma alla superficie consegnando un racconto focomelico e timido, affronta l’incendio dai contorni mai risolti dell’economato della Curia e rintraccia nell’impunità dei colpevoli una forma mentis che accompagnerà tutte le vicende a venire riguardanti la città: il crack della Mens Sana Basket, del Siena Calcio, della Banca stessa quando un incauto Mussari decide nel 2007 di accontentare qualcuno e comprare Antonveneta pagandola troppo (8 miliardi di euro) e non rendendosi conto di un debito che avrebbe dovuto saldare ad Abn Amro di 10 miliardi. Aumenti di capitali su aumenti di capitale, derivati dai nomi ellenici (triste presagio) hanno poi portato la banca ad oggi, sotto nuovo (inutile, dicono gli esperti) aumento di capitale, con un presidente dimissionario e con un partito, il Pd di Renzi, che nemmeno più fa caso a Siena. Dall’entusiastico “Abbiamo una banca?!” di Fassino ad un menefreghista “Abbiamo una banca…” dei tempi postmoderni. Certo, nel racconto di Allegranti c’è quel sentimento senese di sentirsi onnipotenti coi soldi del Monte, ma oltre alla descrizione ingiustamente caricaturale non si va al nocciolo del problema. Siena è la città in cui David Rossi, manager della comunicazione di Mps, braccio destro del presidente Mussari, è morto. C’è una Fondazione che nel 2001, anno in cui lascia Piccini, valeva 14 miliardi di euro a valore di libro: oggi vale qualche centinaio di milioni di euro e sta nel patto di sindacato della Banca con qualche spicciolo percentuale. Prima era al 51%. Allegranti liquida il lavoro di ricostruzione su Siena fatto da Pierluigi Piccini e dal sottoscritto come “tendenzioso e autoelogiativo”. Può darsi che nel ricordare il proprio passato chiunque metta quel pathos che non lo rende certo eccessivamente critico, ma parlare degli ultimi 10 anni di Siena senza affrontare i casi Mussari e Profumo (i bilanci sono pubblici, ad Allegranti li avrei forniti volentieri), della morte di David Rossi (la perizia medico-legale ad Allegranti l’avrei spiegata in termini comprensibili anche per i non addetti ai lavori), della finta rottura del groviglio armonioso in favore di un sindaco “renziano”, l’attuale Bruno Valentini, che però ha fatto l’accordo con l’ala non renziana del partito, è sinceramente grottesco, oltreché inutile. Ne risulta un racconto di fatterelli minori, con personaggi e comparse che alla fine poco spiegano l’accaduto e non indaga sui punti interrogativi grossi come case che ancora stanno a mezz’aria in città. Di sicuro non è autoelogiativo, ma altrettanto tendenzioso, pericolosamente tendenzioso, questo sì. E come in ogni noir di provincia, se Siena Brucia finisce che è stato il maggiordomo.

David Allegranti ci racconta “Siena brucia”, scrive il 10 agosto 2015 Luca Santi su “Fuori come va?”. Tempo di vacanze, di relax, ma anche di letture estive interessanti. Se siete alla ricerca di un buon libro, scritto con leggerezza, ma che guardi ad argomenti più impegnati, una scelta da considerare è certamente “Siena brucia” di David Allegranti. Lui, brillante giovane giornalista, è collaboratore di numerose testate nazionali (Corriere fiorentino, il Foglio, il Fatto quotidiano, Vanity Fair ecc). Ai più, sarà conosciuto anche come opinionista ‘al pezzo’ della dissacrante trasmissione satirica ‘Gazebo’, in onda su Rai3. Ragazzo molto alla mano e disponibile, ha accettato di rispondere ad alcune domande sul suo libro. Il libro, naturalmente parla di Siena, ma in ogni pagina è possibile ritrovare elementi che consentono di sviluppare una riflessione sull’Italia di oggi e sul rapporto, talvolta deteriore, che c’è tra politica e parte del capitalismo nostrano. I parallelismi, si sprecano. L’Italia è tradizionalmente uno dei paese occidentali, dove l’economia di mercato ha dato maggiori spazi ad intrecci ed alchimie – tanto straordinarie quanto inedite – tra poteri forti economici, partiti politici e interessi locali. E Siena da questo punto di vista è un po’ una metafora della nostra Italia. Città storica, con una cultura ed una tradizione secolare splendidamente conservata. Città ricca, prospera e ben amministrata, che ha goduto per anni di una straordinaria disponibilità finanziaria, grazie alla presenza di uno dei più antichi ed importanti istituti di credito del nostro Paese. Il Monte dei Paschi ha contribuito ad alimentare ed a costruire quel sogno di perfezione ed autarchia, radicato in profondità nell’immaginario collettivo dei senesi. Sogno che in definitiva ha fatto vivere una città stupenda, ma di modeste dimensioni e di relativa importanza economica, ben al di sopra delle proprie possibilità. Alcuni episodi significativi contenuti nel libro, tracciano un racconto suggestivo e particolare di una realtà chiusa e conservatrice da un lato, ma capace per molto tempo di proiettare ed immaginare la propria grandezza oltre i propri confini, attraverso la propria Banca. O che almeno ci ha provato, desiderandolo fortemente. Ci hanno pensato le operazioni finanziarie, le speculazioni ed una certa miopia delle classi dirigenti locali e nazionali, a risvegliare Siena da un sogno che neanche le feroci e profonde divisioni, gli appetiti personali, politici ed economici contrapposti erano riusciti a scalfire. Perché tutto, nella città del Palio, si ricomponeva in un ‘groviglio armonioso’. Un intreccio di interessi di diversa natura che ha finito per lasciare senza respiro Siena. Groviglio che, forse avviluppa anche il nostro Paese…

Come è nato il libro ‘Siena brucia’? Perché hai voluto raccontare questa storia?

“Scrivo di Siena da una decina di anni, l’ho sempre trovata affascinante anche nei suoi aspetti deteriori, perché Siena è un grande romanzo politico. E ho scritto il libro non per i senesi ma per i forestieri”.

Quando si parla di Siena non si può non parlare di economia e finanza. Il Monte dei Paschi, nonostante le difficoltà, è ancora la principale attività economica del territorio senese. Attività che ha garantito per decenni la prosperità di una comunità e di un territorio. Le cose in seguito sono cambiate a causa di scelte manageriali rischiose e di una certa quiescenza della politica…

“Di solito viene ricordato l’incauto acquisto di Banca Antonveneta, ma in precedenza c’era stata l’acquisizione dell’ex Banca del Salento (Banca 121), guidata da Vincenzo De Bustis, vicino all’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. A Siena, quella contaminazione fra finanza e politica, con la seconda che voleva governare la prima attraverso classi dirigenti che si sono dimostrate fallimentari, viene chiamato groviglio armonioso. Ma ora di armonia ce n’è rimasta ben poca”.

Uno dei temi trattati nel libro è appunto il rapporto tra classi dirigenti locali e Fondazione Monte dei Paschi – ente di controllo della Banca composto da membri nominati in gran parte da Comune, Provincia, Arcidiocesi, Università, Associazioni ecc. Come racconti nel tuo libro, la Fondazione ha avuto un ruolo importante in questi decenni nel finanziare attraverso i soldi di MPS, progetti, enti, società, associazioni soprattutto sul territorio. Che ne pensi di questa relazione esistente tra politica, interessi locali e finanza?

“Penso che valga sempre la domanda della Satira di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes?. Chi sorveglierà i sorveglianti? Nel libro ci sono due episodi che aiutano a spiegare perché il sistema Siena, ai limiti dell’autarchia, non è accettabile: l’autonomina di Giuseppe Mussari a presidente della Banca (era presidente della Fondazione Mps) e la sua difesa nelle vesti di avvocato di monsignor Giuseppe Acampa nel processo per l’incendio del 2006 negli uffici dell’economato. A quei tempi Mussari era ancora presidente della banca. Un fatto, diciamo, singolare”.

Siena ha rappresentato per molto tempo un modello per la sinistra (PCI-PDS-DS) italiana e toscana soprattutto. Una città ben amministrata, un sistema economico florido, benessere diffuso ecc. Un esempio della capacità delle classi dirigenti locali di portare sviluppo e ricchezza ad un territorio. E’ stato veramente così? Cosa ha provocato la fine di questo sogno?

“Beh, Siena è un gioiello e ha potuto beneficiare delle ingenti risorse che la Fondazione Mps erogava sul territorio. I soldi non finivano tutti a Siena, ma la maggior parte sì. Un esempio: nel 2008 la Fondazione erogò la cifra record di 233 milioni di euro. Quante cose si fanno con 233 milioni di euro? Quante associazioni culturali e sportive si finanziano? Quanti restauri? Quante scuole si rattoppano? Il sogno è finito per un mix di scelte sbagliate, come gli acquisti incauti (eufemismo) di cui sopra. Ed è finito perché Siena, una città non a misura d’uomo ma a misura di sogno, ha pagato per il suo gigantismo. Sembrava che tutto le fosse dovuto: la squadra di basket migliore del mondo, il partito migliore del mondo, la banca migliore del mondo, e via così. Quei tempi lì sono finiti”.

Ho trovato molto interessante nel libro, la riflessione sulla senesità. Molto utile, soprattutto a un non-senese, per capire il contesto culturale ed alcune vicende trattate nel libro. Una subcultura affascinante, un misto tra chiusura identitaria ed autoconservazione (vedi Palio e candidature solo per senesi doc) e desiderio di grandezza e di crescita oltre ogni limite. Perché è importante questo aspetto per capire ciò che è successo a Siena negli ultimi anni?

“Senza la senesità non si capisce lo spirito di autoconservazione di Siena, che le permette di essere una città bellissima in cui le persone, per spirito civico, non imbrattano i muri o danneggiano le opere. C’è però anche un aspetto deteriore della senesità, che è la sindrome di accerchiamento. Nel libro intervisto Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena, e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, successore di Gustavo Raffi. A un certo punto mi dice: ‘Mi pare che si infierisca su Siena da sempre; perché non veniva sopportato da voi esteri che questa città di 55 mila abitanti avesse una grande banca, una grande festa, una grande squadra’. Mi pare che questa frase la dica lunga”.

Quale è l’impatto che la senesità del Monte dei Paschi ha avuto sulla città? Perché si parla di un vero e proprio sistema Siena?

“Il sistema Siena è un equilibrio fra strapotere e strapaese benedetto e foraggiato da Mps. C’è una vecchia battuta di Emilio Giannelli, vignettista del Corriere della Sera, per anni capo dell’ufficio legale di Mps, che spiega, con un’iperbole, parte del sistema. ‘A Siena esistono tre tipi di senesi: quelli che sperano di lavorare al Monte, quelli che lavorano al Monte e quelli che sono in pensione dal Monte’. Una battuta, ma fino a un certo punto: il sistema di welfare di Mps arriva a coprire 80 mila persone”.

Perché nonostante gli scandali, la degenerazione di un sistema e le lotte intestine nel centrosinistra anche alle ultime elezioni amministrative non ci sono state forze politiche alternative capaci di trarre un vantaggio in termini elettorali ed arrivare ad amministrare la città? E’ un problema solo di qualità delle classi dirigenti o di assenza di soggetti privi di implicazioni col sistema?

“Il centrodestra senese, a esclusione della Lega Nord, che però bercia molto ottenendo poco, ha potuto beneficiare del sistema partecipando alla lottizzazione delle poltrone, quindi non ha mai avuto grande interesse a vincere. Gli altri, come il M5S, mi pare abbiano un problema di classe dirigente”.

Come è cambiata Siena oggi dopo la fine del sogno garantito dai soldi della Fondazione?

“Si possono fare meno cose di prima. Un esempio, di cui parlo nel libro in un capitolo dedicato a ciò che è cambiato nella città del Palio. La Virtus Siena, seconda squadra di basket che ha sfiorato la A2, aveva un bilancio di quasi un milione di euro ai tempi d’oro. Ora, mi ha spiegato il direttore sportivo, se la deve cavare con 180 mila euro. E così è successo in tante altre realtà, alcune delle quali costrette anche a chiudere”.

Credi che le vicende che racconti nel tuo libro, ci aiutino a dare anche una lettura della realtà politica ed economica di oggi? Secondo te, dopo la vicenda Mps come si stanno evolvendo i rapporti tra questi due ambiti della vita sociale in Italia?

“Penso che studiare il caso Siena, che pure è unico nel suo genere, aiuti a capire l’Italia, un Paese in cui non si privilegia il merito ma l’appartenenza a quella corrente, a quella loggia, intesa in senso lato, non esclusivamente massonico, o a quel gruppuscolo d’interesse. Mi pare che la sinistra italiana continui a non avere un rapporto sereno con la finanza. Da “l’abbiamo una banca” di Fassino alle cene renziane per raccogliere i fondi, non molto trasparenti”.

Dalla lettura del libro si ha la sensazione di una Siena, diffidente e gelosa di quanto accade tra le sue mura: è stato difficile raccogliere notizie ed informazioni dirette per ricostruire le vicende trattate nel libro?

“Ho la fortuna di raccontare Siena da un po’ di tempo, per cui negli anni ho raccolto molto materiale. Però, sì, la diffidenza c’è sempre stata. Anche perché a Siena appena scrivi qualcosa vieni subito incasellato. Comunque, quelli di destra pensano che io sia di sinistra e quelli di sinistra pensano che io sia di destra; i renziani pensano che io sia antirenziano, gli antirenziani pensano che io sia renziano. Ed è tutto molto divertente”.

Come è stato accolto il libro dal grande pubblico e quale è secondo te il giudizio dei senesi?

“Il libro sta andando bene, è stato ristampato e ne sono molto contento. A Siena ha suscitato dibattito e non sono mancate le aspre critiche. Ma è giusto così: Siena è una città che avrebbe bisogno di una discussione permanente, pubblica e trasparente”.

Scottature senesi dei fiorentini, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 27 giugno 2015. Lettera aperta di Mauro Aurigi al direttore del Corriere fiorentino a proposito del libro-inchiesta “Siena brucia”. “Esimio dott. Ermini, immagino che si ricordi di me. Sono senese, ma sono temporaneamente a Firenze per motivi familiari, per cui mi era giunta solo l’eco delle polemiche che la presentazione senese del libro “SIENA BRUCIA” di David Allegranti aveva sollevato. Quindi è per curiosità che il 17 c.m. ero alla RED di Feltrinelli ad ascoltarvi per l’analoga presentazione fiorentina. Alla fine le ho chiesto quante ore mi sarebbero state concesse per una replica. Ovviamente ‒ era già molto tardi ‒ non mi sono stati concessi che pochi minuti. Per cui eccomi qui a dire quello che non potei dire allora. Dico subito che dopo avervi ascoltati, lei e l’Allegranti, non mi sono più meravigliato che a Siena si sia sollevato un polverone. A Firenze ‒ come a Siena immagino ‒ si sono sparsi a piene mani sarcasmo e ironia su vizi e virtù dei Senesi, con grande diletto del pubblico. A cominciare subito dall’intervento, breve ma che avrebbe dovuto essere anche asettico, della rappresentante della libreria che ci ospitava. Ma ancora più del sarcasmo e dell’ironia (sia detto con le dovute proporzioni: era dal tempo dell’antisemitismo che in Italia non si sentivano tante critiche su una comunità di umani) c’è un altro aspetto che ha reso inaccettabile il tono generale: essersi eretti, non so in forza di quale autorità, a censori, giudici e, peggio, pedagoghi di una comunità. E’ vero che il Paese tutto ha una matrice culturale fascista immarcescibile (il fascismo non è nato con Mussolini né è morto con lui) a cui ci è difficile sottrarsi, ma non ci si deve lamentare se poi le vittime di tale trattamento si ribellano. E’ vero, i Senesi sono molto particolari, ma almeno una cosa non l’hanno mai fatta e non la faranno mai: erigersi a censori, giudici e pedagoghi dei comportamenti di altrui comunità. Siamo troppo narcisi (è vero) e come Narciso guardiamo solo a noi stessi. Insomma non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di insegnare agli altri come si fa a stare al mondo. E quando ci imitano (c’è chi lo fa) la cosa non ci fa per niente piacere, anzi. Insomma eravate e siete liberi di criticare, ma non di lamentarvi, come avete fatto, se poi qualcuno s’incazza. SIENA CITTA’ CHIUSA? MA SE E’ STATA “APERTA” TROPPO (E SCONCIAMENTE) DA UN COLONIALISMO SPIETATO! Ma veniamo ad aspetti più particolari e meno generali. Anche lei, caro Direttore, non ha saputo resistere alla tentazione di far risalire i guai della Città alla sua “chiusura” o meglio alla cultura chiusa e retrograda dei suoi abitanti. “Siena si deve aprire” è ormai un mantra per i nostri esegeti esogeni (ed anche per i più ottusi dei Senesi). Come se non si avesse sotto gli occhi una realtà inoppugnabile: Siena, fino a quando è stata gestita dai Senesi, è stata ricchissima e colta e neanche tanto invidiata perché fino ad allora nessuno, da fuori, si era accorto della sua “colta ricchezza”. Tutto è cambiato a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, quando ha cominciato, non ad aprirsi, ma ad essere aperta da gente venuta giù con la piena, “decisionisti” che hanno scosso dalle fondamenta questo mondo ovattato e sonnacchioso ma prospero come pochi altri. Così, mentre a Roma stava occupando la scena nazionale il “decisionista” Craxi (e da allora la crisi economica italiana non ha avuto più fine), la scena senese veniva occupata dal sassarese Luigi Berlinguer e dal romano Pierluigi Piccini, ambedue del Pci e ambedue “decisionisti” a prescindere, tanto da sentirsi il primo come fondatore dell’Università (XIII secolo) e il secondo come inventore del Palio (XV-XVI secolo). In effetti le eccellenze di Siena, Università e Palio inclusi, non avevano avuto fondatori, essendo tutte frutto dell’azione creativa, corale e anonima del popolo. I due e i loro diretti successori, avevano ‒ come il Padrone Bianco nei confronti dei buoni selvaggi delle colonie ‒ una pessima opinione dei nativi, ritenuti degli inetti scansafatiche, insomma dei perfetti sciaborditi (grulli in fiorentino). La cosa fu ufficializzata da un altro venuto giù con la piena, Omar Calabrese, docente universitario nonché assessore comunale alla cultura. Questi, reagendo ai pochi che, come chi scrive, parlavano esplicitamente di regime coloniale, dichiarò in una intervista del 2.8.1998 al Corriere di Siena che la Città aveva eccellenze di dimensioni sproporzionate rispetto al proprio corpus per cui “non c’è abbastanza scelta per far maturare una classe dirigente esclusivamente locale”. Se un intellettuale era così “incoerente” da sostenere che coloro che avevano costruito quelle eccellenze erano così imbecilli da non essere poi all’altezza di gestirle (puro razzismo insomma), per cui dovevano essere affidate a chi cose del genere non era mai riuscito a costruire, immaginatevi un po’ l’ottusità culturale degli altri “colonialisti” ‒ che non erano neanche intellettuali ‒ a cui il groviglio del Pd teneva “aperta” la porta di Siena. L’elenco di questi signori è lungo (dove però mancano i mercenari foresti più recenti come Alessandro Profumo e Fabrizio Viola al vertice del Monte dei Paschi, e Marcello Clarich al vertice della Fondazione) ed è certamente incompleto, ma dà un’idea di come una parte non secondaria della classe dirigente italiana abbia fatto carriera sulle spalle dei Senesi, a nessuno dei quali, nella propria città, è toccato un destino neanche lontanamente paragonabile. Col passaggio di questa valanga di barbari (l’avidità spietata di questi colonizzatori non aveva nulla da invidiare a quella dei colonialisti di ogni altra epoca e luogo) Siena si è afflosciata, ormai totalmente svuotata dall’interno. Solo una coincidenza o ci sarà un rapporto di causa e effetto? Chissà. Comunque c’è ancora oggi chi questo banale meccanismo non l’ha capito e, come lei Direttore, invoca maggiore apertura verso l’esterno (l’ha fatto recentemente in consiglio comunale Massimiliano Bruttini autorevole esponente del Pd) come se la Città non fosse già stata oscenamente aperta e stuprata abbastanza. Per chiudere su questo argomento vorrei che fosse chiaro che non è in discussione il diritto degli alieni ad avere importanti incarichi nella o dalla Città, ma il perché analogo diritto non è stato riconosciuto ai Senesi. Ad onor del vero va però anche detto che ci sono non senesi diventati più senesi dei Senesi stessi e perfino ancora più fieri e orgogliosi dei Senesi di questo passato che ancora si vive a Siena. ALTRO CHE “BABBO MONTE”! IL MONTE ERA IL FIGLIO E SIENA LA SUA MAMMA. L’altro leitmotiv della serata è stato il Monte dei Paschi visto esclusivamente come un ingiusto privilegio caduto dalle stelle e immeritatamente assegnato ai Senesi non si sa se dalla divina provvidenza o da un insensato atto di qualche misterioso potere o potente signore, come la FIAT a Torino, per esempio. Insomma tutto è stato detto del Monte tranne il fatto che giuridicamente apparteneva al Comune di Siena perché i Senesi se lo erano fatto da soli (per combattere l’usura), circondandolo di amorevoli cure per mezzo millennio (lo sapeva, Direttore, che anche Firenze aveva il suo Monte, più antico di quello senese, ma fatto fallire dai Fiorentini nell’800?) fino a farlo diventare la potenza economica internazionale che è stato. E ciò fino alla sua privatizzazione avvenuta, contro la volontà popolare, nel 1995. Ovviamente nessun riferimento si è sentito, né da lei né da Allegranti, al fatto che sia stata la sua privatizzazione (termine che giustamente ha la sua radice nel verbo “privare”) a provocare una seconda valanga colonialista che l’ha ridotto nelle condizioni che sappiamo. Anzi, proprio lei Direttore ha accennato al fatto che finalmente la Banca è stata portata via ai Senesi (nel senso di “così imparano”), ponendo fine al modo indegno e indecoroso con cui loro stavano attaccati allegramente alle sue mammelle fino a mungerla del tutto. E’ vero che i Senesi fossero i maggiori destinatari di quella ricchezza, ma fino alla sua privatizzazione e all’arrivo della valanga “coloniale” il prelievo era limitato a una parte minoritaria, anzi minima degli ingenti utili che la Banca faceva ogni anno, perché questo i Senesi avevano scritto nello statuto del loro Monte: la maggior parte doveva essere portata a fondi per la copertura dei rischi d’impresa, mentre il rimanente andava per un 50% al Comune (opere di beneficienza e pubblica utilità) e l’altro 50% al capitale del Monte. E’ così, anche grazie alla Banca, che la Città e i Senesi godevano di una più che soddisfacente prosperità. Di grazia, chi altri se non i costruttori avrebbero dovuto godere dei benefici di quella costruzione? E che dire dei geni della Banca d’Italia che spingevano per la privatizzazione perché (sentite, sentite, che pensiero profondo!) ritenevano inaccettabile che una città così piccola avesse una banca così grande. Ovviamente sugli Agnelli, miglia di volte più piccoli di Siena e proprietari di un’impresa decine di volte più grande del Monte, niente, neanche le linguacce. A qualcuno è mai venuto in mente di criticare i Pratesi perché godevano indecentemente della ricchezza del tessile, almeno fino a quando, non molti anni fa, Prato era la città più ricca d’Italia? O gli Aretini per il loro oro? O Berlusconi perché godeva degli ingenti e esclusivi guadagni delle sue imprese? Ma i Senesi per il Monte sì, però solo dal momento in cui son caduti in disgrazia (sciacallaggio?). Resta il fatto che appena privatizzata e praticamente cacciati i Senesi (nella prima deputazione della Fondazione, ossia nel suo cda che gestiva il 100% delle azioni del Monte, non c’era un solo senese, cosa poi diventata sistemica sia nella Banca che nella Fondazione), la Banca ha smesso di guadagnare ed è entrata in operazioni avventurose che quando era pubblica neanche avrebbe mai immaginato, esposta com’era al controllo occhiuto dell’opinione pubblica. Tanto per spiegare: Giovanni Cresti, direttore generale del Monte dal 1975 al 1983, il migliore che la Banca avesse avuto nella seconda metà del ‘900 (periodo della sua massima espansione), si dimise dalla carica perché solamente sospettato di adesione alla loggia P2, e per alcuni anni non si fece vedere in giro nonostante che fosse circondato dalla stima e dal rispetto della cittadinanza. Nella sua lettera di addio ai dipendenti scrisse che lasciava l’Istituto – allora così chiamavamo la Banca – più ricco e autonomo che mai (sic!). Il bello era che la banca non guadagnava, ma, miracolo della privatizzazione, gli “utili” agli azionisti privati venivano distribuiti ugualmente e generosamente. Bastava vendere ogni anno un po’ dei tanti gioielli di famiglia portati a bilancio a valori infimi e quindi realizzare le ingenti plusvalenze di vendita che, invece di essere portate a capitale visto che erano cespiti della ex Banca pubblica, venivano allegramente distribuiti agli azionisti privati, del tutto immeritatamente (ovviamente il patrimonio aziendale si assottigliava ogni anno di più). Ci pensava poi la Fondazione, allora massima beneficiaria di quegli utili fasulli, a renderli anche evanescenti nelle cosiddette opere di beneficenza e pubblica utilità (tipo chiese in Ucraina e moschee nel mondo arabo, senza poi che dei progetti finanziati si sapesse più niente). E la cosa è finita come doveva finire: la Banca, già più solida d’Europa, sull’orlo del fallimento e la Fondazione, già più ricca d’Italia, totalmente prosciugata. Mi dica lei, Direttore, se non si può parlare di sfruttamento del tutto simile a quello colonialista praticato nel terzo mondo. E dica se, per avere cercato di spiegare frettolosamente queste cose, è stato giusto coprirmi di urla “si vergogni, si vergogni!”, come quel pomeriggio qualcuno ha fatto. SIENA, IMMERSA NELLA SUA STORIA COME NESSUN’ALTRA CITTA’. Lei, Direttore, ha detto che Allegranti ha scritto il libro con un criterio giornalistico. Ma sarebbe stato meglio se avesse seguito un metodo storico. Perché Siena, giornalisticamente non è attuale, immersa com’è ancora oggi nella sua storia. Pensi che ininterrottamente per 800 anni i Senesi nel Campo sono stati sempre attori e mai spettatori. Prima con le esercitazioni delle compagnie militari rionali (tutti i maschi dai 16 ai 60 anni, preti e frati compresi, ne facevano obbligatoriamente parte). Poi con le Contrade che dalle compagnie militari discendono da quando nel 1559 il Granduca fiorentino, piegata sanguinosamente Siena, aveva abolito queste ultime (i tiranni sono sempre terrorizzati dall’idea del popolo in armi). Fino alla calata dei “colonialisti”, ossia fino a una ventina di anni fa, forse addirittura il 90% della vita sociale, economica e culturale dei Senesi dipendeva, e ancora oggi dipende, da prestigiose entità pubbliche di eccellenza, non parassitarie come invece è normale in Italia per il settore pubblico, ma produttrici di cultura e benessere economico e per giunta create dai Senesi stessi tra i 500 e i 1000 anni fa, durante il periodo repubblicano. Per citare le maggiori: la Banca (la più antica del pianeta e la più solida d’Europa, con 30.000 dipendenti); l’Ospedale (con i sui 1000 anni almeno, forse il più antico del mondo e forse il più grande della Toscana nella città più piccola della regione); l’Università (risale al XIII secolo: più di 20.000 studenti in una città di poco più di 50.000 abitanti); l’Arte (ossia il turismo: più di 5mln di presenze). Bene, di tutto ciò che i Senesi hanno (avevano) ‒ ed è (era) molto di più di quanto avessero i conterranei ‒ non devono ringraziare nessuno, né un papa, un principe, un re e neanche un capitano d’impresa, ma solo se stessi. Quello che ho descritto probabilmente è un caso unico al mondo. Nell’800 i Senesi si fecero da soli tutte le ferrovie che prima i Lorena e poi i Savoia avevano negato loro. E siccome dall’Inghilterra, dove erano andati a vedere come si faceva, avevano portato anche le conoscenze per costruire le locomotive, se le costruivano da soli (cosa che rapportata all’oggi è come se a Siena si costruisse lo Shuttle). Nella prima decade del secolo scorso il Comune con i propri tecnici e i propri soldi si fece l’acquedotto che portava l’acqua dal Monte Amiata, 100 km più a sud. Fino ad allora Siena, priva di acque superficiali e di falda, aveva usato l’acqua che geme ancora oggi dalle pareti dei 30 km di gallerie medievali costruite a questo scopo e che sgorga poi abbondante in fonti monumentali erette alla dea Acqua (Siena ha più fonti di Firenze). Come meravigliarsi allora se i Senesi continuano a vivere immersi nella loro storia? Non meritano (meritavano) almeno un cenno di stima e di lode invece che solo l’ironia e il sarcasmo? Come meravigliarsi che di tutto ciò siamo così orgogliosi fino a renderci antipatici a tutti (tranne a quei pochi che hanno cuore, cultura e intelligenza per capire)? Ma meglio essere invidiati che compatiti, diceva una saggio che ho conosciuto. Insomma se non si tiene conto di tutto questo, come si può scrivere di Siena e dei Senesi e pretendere di essere credibili? POTEVA MANCARE MONTAPERTI? CERTO CHE NO! E poi il ripetuto sarcasmo sul ricordo di Montaperti. Siena, per tutta la sua storia ha combattuto per la propria sopravvivenza contro lo strapotere di Firenze e tutte le sue guerre e battaglie sono state combattute sotto le sue mura. Facile capire chi fosse l’aggressore più forte e chi l’aggredito più debole. Firenze, doppia e poi anche tripla in popolazione, ricchezza e potenza, sin dal XIII secolo riuscì a portare il suo confine meridionale a 15 km dalle mura di Siena. Ma lì la inchiodarono per quasi 400 anni i Senesi. Nel 1202 dopo quattro anni di assedio fu sconfitta e rasa al suolo dai Fiorentini Semifonte, un’altra città, poco a nord di Siena, che si era opposta all’espansionismo fiorentino. Di essa non rimane una pietra sull’altra, ma solo uno sbiadito ricordo. Questo è quello che sarebbe rimasto anche di Siena dopo Montaperti se fosse stata sconfitta.  E scusate se i Senesi ancora oggi pensano a quella battaglia, una delle più sanguinose di tutto il Medioevo europeo, con autentica emozione. Ma non basta. Nel ‘500 quasi l’intera Italia passò sotto il dominio spagnolo (ancora oggi il Paese paga il peso di quella dominazione). Bene, davanti all’esercito imperiale ispano-germanico la grande e ricca Firenze resistette eroicamente dieci mesi prima di arrendersi nel 1530 per fame. Ma la piccolissima Siena (25-30mila abitanti), che nel 1552 aveva temerariamente sfidato da sola lo stesso esercito accresciuto da quello fiorentino, resistette per ben sette anni (Roma solo due ore!). Tutto il territorio dello Stato senese fu messo a ferro e fuoco tanto che ancora nell’800 si vedevano nelle campagne gli effetti di quella devastazione. Combatterono anche le donne (per quanto ne sappia caso unico per quell’epoca e anche oltre), tanto che Blaise de Montluc, rappresentante del re di Francia a Siena e uno dei massimi condottieri del secolo, anni dopo, mandato a difendere Roma, scriverà nelle sue memorie: “…piuttosto ritornerei a difendere Siena con le sole donne senesi, che difender Roma coi romani…” . Dopo quei sette anni in Città non c’erano rimasti che 6-7000 poveri sopravvissuti stremati, tutti gli altri erano morti delle tre “effe”, ferro, fame e fuoco, piuttosto che rinunciare alla libertà. Nessun’altra città in Italia si oppose come Siena alla dominazione spagnola. Bene di quell’epopea gloriosa non c’è traccia nei libri di testo scolastici, ma c’è lo studio approfondito di un romanzesco assedio di Troia di 3000 anni prima in una terra lontana e di cui non esistono documenti storici quindi forse mai esistito. Ma i Senesi non se la prendono: quell’epopea continuano a portarsela nel cuore, magari inconsapevolmente. Nel 1559 non ci fu la sconfitta perché la Repubblica resisteva ancora. Ma a Cateau-Cambrésis quell’anno ci fu la pace tra Spagnoli e Francesi, comportante anche il passaggio dello Stato senese in feudo ai Medici: la guerra con la Spagna poteva anche continuare ma Spagna e Francia alleate erano troppo anche per gente cazzuta come i Senesi. E ci fu la resa. Ancora nel ‘700 Siena tentava di salvare la propria lingua contro lo straripante fiorentino. Ma il vocabolario della lingua senese redatto da Girolamo Gigli fu bruciato nel 1717 dall’Accademia della Crusca nelle piazze di Firenze su ordine del Granduca (altra triste usanza dei tiranni, quella di bruciare i libri), e il suo autore, perseguitato, dovette rifugiarsi nella Roma papalina dove evidentemente spirava aria più liberale che nel Granducato toscano. E scusate ancora se i Senesi guardano alla loro storia con emozione. D’altra parte a Firenze si fa di peggio. Anche lì si glorifica la propria storia, ma di questa si è scelto il peggio, spendendo un ballino di soldi (anche i nostri!) per celebrare i fasti della famiglia medicea, quelli di Lorenzo il Magnifico e perfino delle due medicee regine di Francia, tutta gente che ha tolto la libertà repubblicana alla Toscana (con il loro avvento ovviamente la regione e Firenze spariscono dalla scena culturale e artistica che avevano fino ad allora dominato). Niente per quanto riguarda l’eroica e sfortunata difesa che i Fiorentini fecero della propria libertà, contro i Medici e gli Spagnoli. Intanto un documentario americano su quella famiglia definisce i Palleschi, giustamente, mafiosi e fascisti: avevano una polizia segreta per perseguitare gli avversari, anche quei Senesi che scapparono per sempre da Siena dopo la caduta della Città perché non volevano trasformarsi da cittadini in sudditi dei Medici, rifugiandosi anche in Francia e Inghilterra, dove però i sicari dei Medici li tormentarono e assassinarono (Mussolini con l’assassinio dei fratelli Rosselli in Francia, non aveva inventato niente). Ecco, un altro libro dell’Allegranti, pur esso pedagogico su questa distorsione culturale e morale dei Fiorentini, dopo quella dei Senesi, mi sembrerebbe opportuno (i Senesi non lo farebbero mai, un po’ perché da buoni narcisi se ne fregano di quello che fanno gli altri, un po’ perché passerebbero presto dalla pedagogia, che non interessa loro, agli insulti in cui sono invece molto bravi). ALCUNE NOTE SUL “GROVIGLIO ARMONIOSO” E DINTORNI. Tutto vero sul “groviglio amoroso”, ma non c’è niente di nuovo sotto il sole, Direttore. Tutti i regimi dispotici ‒ anche quello che il Pci-Pds-Ds-Pd ha negli ultimi 20 anni instaurato a Siena ‒ hanno bisogno almeno del 90% dei consensi popolari (precisiamo: il consenso attiene alla tirannia, mentre è la partecipazione che attiene alla democrazia), che consente loro di perseguitare i pochi dissidenti. Ma nessuna tirannia può reggersi anche solo col 70% dei consensi, come è largamente dimostrato dalla storia e dall’attualità. A Siena il partito dominante aveva messo tutti d’accordo; i partiti di opposizione, la stampa e la tv, i sindacati e la confindustria, la Chiesa e la Massoneria. Un consenso totale non gratuito perché per mantenere quel potere si sono disseccate tutte le eccellenze cittadine come, tanto per citare le maggiori, l’Università, l’Ospedale e il Comune, indebitati fino agli occhi, per finire con lo scempio del gioiello più bello, il Monte. Quelli che lei, Direttore, ha chiamato fiore all’occhiello della comunità, il basket e il calcio ormai decaduti, non erano altro che volgarissimo panem et circenses, con l’aggravante che il “principe” non spendeva i soldi suoi per piegare il popolo, ma i soldi del popolo stesso (quelli del Monte). C’erano anche quelli che si opponevano, ma non credo rappresentassero neanche il 2%, e talvolta neanche quello perché spesso si trattava di individui isolati, ovviamente ridicolizzati, nel limite del possibile molestati e comunque tacciati di essere Cassandre (come se Cassandra fosse quella che dava di fuori!). In quel groviglio c’erano ovviamente anche i Senesi, ma pochi e in posizione ancillare, come Barzanti e Valentini, inopinatamente vostri interlocutori nella presentazione senese di “SIENA BRUCIA”; il grosso del groviglio era rappresentato dai “colonialisti” di cui sopra. CONCLUSIONE. Lei, Direttore, ha ragione da vendere nel dire che quello senese è un caso di scuola che vale per tutto il Paese. Ma sai che scoperta! Perché se hai un tesoro prezioso, accumulato gelosamente per così tanto tempo, con una passione eccezionale come hanno fatto i Senesi, e un giorno lo affidi al primo foresto che passa, hai il 90% delle probabilità di vederlo sfumare. Insomma Allegranti ha fatto la scoperta dell’acqua calda, sempre ammesso che l’abbia capita. Direttore, ci sarebbe stata anche l’ironia sul Palio e le Contrade, ma rinuncio a commentare: argomento troppo arduo da spiegare a chi non è nato nelle nostre lastre. Ma su una cosa sono assolutamente d’accordo con voi: la responsabilità di ciò che è successo è tutta dei Senesi e della loro attuale dabbenaggine: in meno di 30 anni si sono fatti trasformare docilmente da cittadini in sudditi, da popolo in plebe. Nel corso della loro lunga storia non erano mai stati così coglioni. Ora mi leggo “SIENA BRUCIA” e vedrò se a quanto detto c’è qualcosa da aggiungere o aggiustare. A lei, caro Direttore, i miei saluti e anche i miei complimenti se avrà avuto la pazienza di leggermi fino a qui”. Mauro Aurigi

I Senesi che fine hanno fatto? Scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line", il 19 dicembre 2011. Perchè le carriere pubbliche e politiche più sfolgoranti sono riservate ai forestieri? Chi scrive è vecchio abbastanza per ricordare il sostegno della sinistra italiana, soprattutto del PCI, ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo che nel secondo dopo-guerra combattevano per scrollarsi di dosso il giogo coloniale delle potenze europee, giogo che significava tutto il potere in mano al Padrone Bianco e piena libertà di sfruttare le popolazioni indigene e rapinarne le risorse naturali. Oggi a Siena guai a lamentarsi che la Città con le sue eccellenze sia da tempo usata da alieni venuti giù con la piena per carriere strepitose dalle quali i Senesi sono totalmente esclusi: i tristi epigoni di un’ormai sedicente sinistra sentono subito puzza di leghismo e di razzismo. Teorizzano addirittura che quel fenomeno ci sia, sì, ma che è assolutamente salutare (ossia dovremmo essere riconoscenti invece di lamentarci), perché questa Città ha istituzioni troppo più grandi della possibilità umane, culturali e professionali di noi aborigeni. Il concetto anni fa fu addirittura formalizzato sulla stampa, in risposta a “Quelli di Montaperti” che denunciavano la discriminazione ai danni dei Senesi, dal “compagno” Omar Calabrese, celebre bardo della comunicazione del nostro Ateneo (essendo lui stesso un non senese alla cosa era evidentemente interessato: oltre che il barone all’Ateneo riuscì a fare anche l’assessore comunale alla cultura e certamente pensava che lo dovessimo ringraziare per il gran servizio resoci). A parte l’ottusa irrazionalità della pretesa (i Senesi non avrebbero la capacità di gestire gli organismi che essi stessi hanno creati e fatti grandi, anzi grandissimi, molto al di là delle dimensioni cittadine e perfino nazionali), c’era in quel concetto un’ipocrisia grande come una casa: volevano, sì, rintuzzare la presunta chiusura “razzista” dei Senesi verso gli estranei, ma in realtà se ne declamava l’inferiorità intellettiva e intellettuale. Ma che razzisti questi antirazzisti! E anche spocchiosamente arroganti come il Padrone Bianco di cui sopra: anche lui era convinto di avere diritto alla gratitudine degli inetti “negri”. Tutti i personaggi che seguono (ma la lista è incompleta) sono di sinistra o di centro-sinistra, ossia campioni della secolare lotta allo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Ma si tratta di pura ipocrisia: appena hanno potuto hanno sfruttato i Senesi. Un giorno arrivò alla nostra Università dalla Sardegna uno sconosciuto comunista dal cognome invece notissimo: Luigi Berlinguer. Prima barone universitario, poi, salendo sulle spalle dei Senesi, magnifico rettore e quindi in stretta sequenza, deputato al Monte dei Paschi, consigliere regionale, parlamentare e infine ministro (per poco tempo, ma abbastanza per porre le basi su cui si arrampicherà la Gelmini per picconare il sistema universitario). Un altro giorno arrivò il fiorentino andreottiano Piero Barucci, ancora un barone, che si insediò alla presidenza del Monte. Anche lui trovò il suo il trampolino di lancio sulle spalle dei Senesi: dopo fu presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), ossia capo di tutti i banchieri italiani, e quindi Ministro del Tesoro. Poi si presentarono Franco Bassanini, Enrico Boselli, Giuliano Amato e Rosy Bindi, personaggi la cui storia merita una breve chiosa. Franarono a Siena dal profondo Nord spinti dalla piena, ossia dal ciclone Mani Pulite (1992 e successivi). I loro partiti (Dc e Psi) erano stati annientati dagli scandali, non esistevano più. I quattro erano in crisi di astinenza perché nei loro territori nessuno li avrebbe più votati, tanto era il rigetto popolare per la Prima Repubblica (la Lega sulle spoglie di quei due partiti aveva dilagato al Nord conquistando anche il comune di Milano). Li soccorse D’Alema: per ignoti motivi che possiamo solo immaginare e che comunque non avevano nulla a che fare con l’interesse della nostra Città, li candidò a Siena. Erano tutti sconosciuti, anche la Rosy Bindi che, avendo gravitato solamente sulla Dc veneta, nessuno a Siena aveva mai sentito neanche nominare. Ma vennero votati in massa (i Senesi che co….oni!) e diventarono prima parlamentari, poi ministri e anche capi del governo (Amato).Riconoscenti, i quattro poi si distinsero per acredine verso la Città che li aveva catapultati nell’olimpo della politica: contro la resistenza dei Senesi sostennero a spada tratta la privatizzazione  del Monte dei Paschi (1995) i cui esiti vediamo oggi (i Senesi che co….ni!). Infine, ma non è l’ultimo, dalle Calabrie salì un altro carneade: l’avv. Giuseppe Mussari. Ambizioso e cinico il giusto, si vide la strada spianata dal proprio protettore, il sindaco Pierluigi Piccini. Anche quest’ultimo a Siena era un alieno in vertiginosa e promettente carriera (sempre sulle spalle dei Senesi), se sulla sua strada non avesse incontrato proprio il Mussari. Questi imparò molto dal Piccini e lo mise subito a frutto: scavalcò e spodestò il suo mentore (quando si dice la gratitudine) la cui carriera fu stroncata (gli sta bene: così impara). Mussari invece cominciò a correre: dal niente fu presidente della deputazione della Fondazione MPS, poi praticamente si autonominò presidente della Banca MPS lasciando la poltrona in Fondazione al solerte e servizievole Gabriello Mancini (altro alieno). Ora è già approdato alla presidenza della potentissima Abi (co….oni, sì, ma che spalle robuste hanno i Senesi!). Se Mussari fosse riuscito ancora per qualche mese a coprire le difficoltà della Banca e della Fondazione, anche lui sarebbe approdato al governo in caso di elezioni anticipate e vittoria delle sinistre. Non che la destra gli faccia schifo, anzi: per dare una mano al governo Berlusconi-Tremonti ha reso illiquido il Monte caricandolo di un fardello insopportabile di 32 (trentadue!) miliardi di traballanti titoli di Stato: proporzionalmente 4 o 5 volte più di ogni altra banca italiana. Per la carriera di questi signori e di tanti altri, i Senesi si sono letteralmente svenati viste le condizioni in cui sono ora ridotte, dopo il passaggio di “lorsignori”, le loro maggiori istituzioni. No, i Senesi non hanno pregiudizi razziali: tutti quegli arrampicatori delle nostre eccellenze vengono sia dal nord che dal sud e dal centro, ossia da ogni punto cardinale. Fuorché da Siena. E non si tratta solo del passato, perché questa storia tragicomica continua. Pensiamo al sindaco Franco Ceccuzzi, alieno di Montepulciano, che è ancora agli inizi ma che punta agli stessi successi sulla nostra pelle (con armi spuntate purtroppo: gli alieni che l’hanno preceduto, lui consenziente, l’hanno lasciato in brache di tela). E’ lontanamente immaginabile che a un Senese possa essere consentito di fare anche solamente il sindaco di Montepulciano? Non che poi quegli alieni che hanno fatto delle nostre spalle un trampolino abbiamo poi fatto qualcosa per Siena, come ci si sarebbe aspettati da un senese parlamentare o ministro o capo del governo. Macché, se va bene se ne sono subito dimenticati lasciandosi alle spalle solo macerie, se va male ci hanno pure dato addosso: vedi Amato e Bassanini. Nessuno che si ponga questa domanda: perché tutti questi signori fanno strepitose carriere in una città che non è la loro, mentre non uno dei Senesi – i “negri” della situazione – è riuscito a ottenere altrettanto? Magari avrebbero fatto quello che lorsignori non hanno fatto, ossia l’interesse di Siena. Ma hanno ragione lorsignori ad avere una così bassa opinione dei Senesi: cosa si può pensare di chi costruisce nei secoli tanta eccellenza (banca, fondazione, università, ospedale, tanto per citare le maggiori)  e poi se la fa devastare in pochi anni da Padroni Bianchi venuti da fuori? Ma io, senese come pochi altri, non ce la faccio più a sentirmi nella parte del “negro”. E allora lo voglio gridare forte: 

MA QUANTO SIAMO CO…..NI NOI SENESI! Gli ultimi istanti di Siena… e lo stupore per l’inconsapevolezza dei senesi, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 28 dicembre 2013 08:12. Ecco cosa succede quando si trascura la lezione della storia. Mi meraviglia la quantità di critici verso la passata gestione del Monte che sono riemersi dopo una lunga e “coraggiosa” apnea, e mi meraviglia la virulenza della loro critica. Emergono solo ora che la ventennale agonia della semimillenaria istituzione è arrivata al suo logico, irreparabile epilogo. Ma fino ad ora silenzio assoluto. Perché? Banale codardia? O forse peggio, ossia l’entusiastica, servile e generalizzata approvazione di come le due istituzioni venivano in questi anni amministrate? Comunque ancora la grande maggioranza dei coraggiosi neo-inquisitori si cela dietro l’anonimato … non si sa mai. Mi meraviglia l’ingenuità di quella critica che addebita ogni scelleratezza a Mussari, Mancini, Vigni e i loro vassalli. Quasi che, cacciati loro a tempo dovuto, non ce ne fossero migliaia di altri, allora come ora, dotati della stessa avidità di potere e denaro e della stessa spregiudicatezza, disposti a sostituirli. E quasi che non ci fosse, allora come ora, un “sistema” disposto ad accontentarli. Basti per tutte l’ultima infornata: i due mercenari della finanza Profumo e Viola e la confindustriale Mansi, anch’essi col seguito di propri vassalli, ovviamente pure loro alieni. Gli ottusi, in particolare quelli del Pd, pensano ingenuamente, e lo dicono in giro, che siano lì a fare gli interessi della Città e della Banca invece dei propri (nel senso che se non ci fosse stato un utile personale si sarebbero guardati bene dall’accettare l’incarico). Per questo gli hanno accomodato gentilmente gli statuti della Banca e della Fondazione affinché stessero parecchio più comodi. E ciò sempre che quelli del Pd siano in buona fede, ma non è detto. Potrebbero invece, per esempio, avere semplicemente ubbidito, anche loro servilmente, a ordini calati dall’alto. Un servilismo ovviamente utile ai fini della propria personale carriera politica (cosa che niente avrebbe a che fare col salvataggio della Banca e della Fondazione, anzi!) come sempre hanno fatto a cominciare dalla privatizzazione della Banca, la madre di tutti i problemi attuali. Non hanno più ideologia né ideali. E neanche idee, a parte, da una ventina d’anni a questa parte, la fissa per i cda che invece in passato era prerogativa ributtante e esclusiva dell’ “odiata borghesia” (forse invidiata invece che odiata, visto con quanto piacere si sono tutti accomodati nelle poltrone delle S.p.A. miliardarie e sulle spalle – finalmente! – dei lavoratoti senza dover tirare fuori neanche un centesimo dalle proprie tasche che invece si riempivano!). Così anche mi meraviglia che nessuno di quei critici metta in relazione la disfatta della Banca (e della Città) proprio con la privatizzazione nel 1995 del glorioso Istituto che allora era – tardivo riconoscimento odierno – la banca più solida d’Europa. La privatizzazione fu imposta da una folta schiera di potenti notabili (D’Alema, Amato, Ciampi, L. Berlinguer, Dini, Visco, Turci …) e di accademici (Spaventa, Imbriani, Claric, …), più la stampa di regime (ossia tutta) ed anche l’infinita schiera di notabili senesi, che poi senesi non erano per niente (L. Berlinguer, Piccini, Calabrese, Starnini, Ceccherini, Spinelli, Piazzi, Borghi, Barzanti …), ma anche il Consiglio comunale che, democraticamente, rifiutò il referendum popolare sulla questione (sarebbe stato certamente vinto da chi si opponeva all’operazione). Privatizzazione finita come tutte le privatizzazioni in Italia a cominciare da quelle dei Savoia fatte ai danni del Meridione per rimborsarsi dei debiti di guerra contratti per la sua conquista (ossia fecero pagare la guerra agli aggrediti), grazie alle quali i musei di tutta Europa si riempirono di opere d’arte italiane, e per finire con quelle più attuali dell’Ilva, Cirio, Alfa Romeo, Alitalia o Telecom, ed ora aspettiamo RAI, Finmeccanica, Cassa Depositi e Prestiti, Poste …). Come se non ci fosse stato a Siena chi alla privatizzazione del Monte si oppose, spiegando che sarebbe successo esattamente quello che poi è successo. Cassandra, chiamavano chi scrive i compagni convertitisi entusiasticamente al capitalismo peggiore, quello finanziario, tanto incolti da essere del tutto all’oscuro che Cassandra era quella che aveva sempre ragione. Mi meraviglia che nessuno di quei critici che ora fanno la voce grossa abbia mai, non dico protestato, ma almeno inarcato un sopracciglio, mentre in meno di un ventennio il patrimonio della banca più solida d’Europa veniva spolpato. Eppure non mancarono sulla (poca) stampa non asservita e nelle assemblee degli azionisti coraggiose denunce di chi vedeva che il re era nudo. Infatti dopo la privatizzazione i bilanci cominciarono quasi subito a denunciare perdite reali trasformate, tra l’indifferenza di tutti, in utili “virtuali” grazie a plusvalenze ottenute dall’alienazione di cespiti attivi (partecipazioni, banche, immobili …) accumulati nei secoli. Fu così che, ai fini di pura immagine mediatica (se non peggio), si cominciò a demolire la banca più solida d’Europa ben prima degli sciagurati affari della Banca 121 e Antonveneta. Quelle plusvalenze, invece di portarle a riserva com’era logico, furono portate a un inesistente utile d’esercizio da distribuire ai neo-azionisti privati che nulla avevano fatto per meritarselo. Un paio di volte fecero addirittura di più: per mostrare un utile fittizio prelevarono direttamente dalle riserve, frutto dell’accantonamento di utili della passata Banca pubblica e, contemporaneamente mediante la cartolarizzazione (vendita) dei mutui fondiari in essere, anche dagli utili del futuro: mai spoliazione di un pubblico patrimonio fu più devastante. E evidente. Ma si chiuse, non un occhio, ma tutt’e due. E mi meraviglia che dopo tanta afasia, invece di metterci la faccia, rimboccarsi le maniche e provvedere in proprio alla bisogna, ci si sgoli a pontificare, ovviamente per lo più protetti da un coraggioso anonimato, invocando che qualcun altro, un uomo della provvidenza, un unto dal signore, cacci questi barbari dalle poltrone del potere a cui sono ancora inchiodati a Siena, a Firenze e a Roma. Questi neo-critici sono del tutto inconsapevoli o immemori del fatto che ormai da più di mezzo secolo a Siena (e in Italia) chiunque abbia conquistato il potere è sempre stato peggiore di quelli che ha sostituito. E soprattutto inconsapevoli del fatto che è proprio all’avvento di “salvatori della patria”, ovviamente tutti alieni, che Siena deve tutti i suoi guai decorsi e attuali. Ecco cosa scrive uno – che però, ad onor del vero si firma – su un blog: Forse adesso molti senesi avranno capito o percepito il perché dell’allontanamento da Siena dell’ex sindaco Pierluigi Piccini, il quale non ha certamente bisogno delle mie difese né tantomeno intendo farlo; ma guarda caso, proprio dall’inizio del suo “esilio” sono cominciati i guai per Siena e, belli grossi. Forse qualcuno, in maniera estremamente superficiale e inopportuna vorrà pensare ad una certa mia forma di piaggeria; povero illuso, non è altro che una semplice presa d’atto dei palesi fatti avvenuti. Per cui mi meraviglia che ancora non si sia capito che quello che è successo alla Banca, all’Università, all’Ospedale, al Comune ecc., ha cominciato a succedere quando sono venuti giù con la piena Luigi Berlinguer all’Università negli anni ’70 e Pierluigi Piccini al Comune negli anni ‘80: due prìncipi feudali, alieni come alieni sono tutti quelli che a Siena da allora hanno contano qualcosa. I due aprirono la loro corte con tanto di vassalli, valvassori e valvassini. Tutti i “protagonisti” attuali, ma proprio tutti, sono allievi di tali personaggi: Mussari non era forse il pupillo di Piccini? Due “decisionisti”, dicevo, in perfetta sincronia col “grande decisionista” Craxi che in quegli stessi anni da Roma cominciò a demolire l’Italia (da Berlusconi a Renzi sono tutti allievi suoi: forse che Fassino, D’Alema e, mi pare, anche Veltroni non stanno ora criticando l’ottimo Enrico Berlinguer per rivalutare il latitante-contumace Craxi?). Come non meravigliarsi allora se c’è a Siena chi ancora spera che un cavaliere bianco, ovviamente alieno, si affacci all’orizzonte per salvare la “nostra” patria in grande periglio? E soprattutto come non meravigliarsi che ci siano Senesi così privi di cultura (e forse anche d’intelletto) da non aver capito una lezione della loro storia che è strettamente legata all’attualità? Possibile che nessuno abbia consapevolezza del fatto che (caso probabilmente unico al mondo) l’80-90% della nostra notevolissima ricchezza economica, sociale e culturale, direttamente o indirettamente dipende o, meglio, dipendeva fino a una ventina di anni fa da enti pubblici fondati nel periodo repubblicano? Il millenario Spedale, la quasi millenaria Università, il semimillenario Monte e il moderno turismo richiamato dall’arte, anch’essa tutta pubblica e tutta risalente a quel periodo. Possibile che nessuno si renda conto che un fenomeno di questo tipo, che per le sue longevità e floridezza ha del miracoloso, sia stato prodotto in un periodo, quello della Siena repubblicana, caratterizzato dall’assenza assoluta di uomini della provvidenza, di unti del signore, di salvatori della patria, tant’è che da quella straordinaria epoca, quando governavano i semplici cittadini tirati a sorte, per brevi periodi, anche di due soli mesi (più alta la carica, più breve la sua durata), senza rinnovo alla scadenza se non dopo anni, da quell’epoca così straordinaria, virtuosa e prolifica da farne beneficiare e largamente anche noi, dicevo, non è giunto sino a noi il nome di un solo politico? E che è proprio con l’apparire sulla scena senese dei “grandi politici” dei nostri giorni, il cui nome infatti sopravvivrà nella storia futura, è cominciata la demolizione di quegli enti giganteschi creati dagli anonimi gnomi senesi del Medioevo e quindi anche la demolizione della nostra sostanziale prosperità? Eppure quegli gnomi ci hanno lasciato un messaggio chiarissimo addirittura sulle pareti del Palazzo affinché anche noi, lontanissimi pronipoti, ne seguissimo l’esempio. E’ l’affresco del Buono e del cattivo governo, dove viene spiegato ai contemporanei e ai posteri cosa succede quando governa uno solo (il tiranno) e cosa succede quando invece governano tutti i cittadini. Possibile che l’enorme, minacciosa pialla da falegname impugnata dalla Concordia affinché nessuno dei cittadini, tutti raffigurati sotto di lei rigorosamente della stessa altezza, osasse alzare la propria testa sopra gli altri, non insegni più niente? Come sarebbe stata “ripiallata” la testa dei “principi”, da Luigi Berlinguer a Giuseppe Mussari? Ed ora quella di Alessandro Profumo? E siccome non abbiamo tenuto conto di quegli insegnamenti ora stiamo perdendo gli enti di cui sopra e l’enorme indotto da essi prodotto. Per secoli a Siena ogni generazione ha lasciato alle successive più di quanto avesse eredito dalle precedenti. La nostra è la prima generazione che lascia alle generazioni future meno, ma parecchio meno per non dire niente, di quello che ha ricevuto dalle passate. Come e dove, per nostra esclusiva colpa, vivranno i nostri figli e nipoti? E cosa ne sarà di questa città?

Aurigi: “Temo che per Siena questa sia la fine della storia”, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 13 gennaio 2016. Se i Senesi non si svegliano presto dal sonno profondo in cui sono caduti la decadenza (sottosviluppo e emigrazione) sarà irreversibile. Il 19.12.2011 sul “Il Cittadinoonline”, sotto il titolo I Senesi che fine hanno fatto? (Io avevo suggeritoI Senesi che coglioni!), elencavo quanti e quali alieni, sfruttando e più spesso parassitando e quindi affossando le eccellenze di questa Città, abbiano fatto e facciano carriere brillantissime alle quali i Senesi mai hanno potuto neanche sperare (p. es.: da semplice professore universitario a ministro o da politico trombato a parlamentare e poi magari anche Capo del Governo). Bene, quella denuncia fece insorgere come tarantolati i soliti lecchini di un potere che a Siena è esogeno, nel senso che da fuori c’è sempre un burattinaio che ne regge i fili e che la considera sua esclusiva riserva di caccia. Fui accusato di voler negare a chi non fosse di pura razza senese il diritto alle poltrone cittadine. Tipico caso dello stupido (o dell’ipocrita) che insiste a guardare il dito invece della luna. Infatti quella denuncia non negava agli alieni quel diritto, bensì postulava esattamente l’opposto, ossia che ai Senesi fosse sistematicamente negato di godere nella propria città dello stesso diritto assicurato altrettanto sistematicamente a quegli stranieri. Mi ero limitato all’epoca solo alle persone più in vista ed alle carriere più prestigiose (*) per meglio illustrare le dimensioni di quel sistema, prima causa della frana che ha travolto la Città. Ma la realtà ovviamente era ed è ancora più inquietante di quanto avessi denunciato, perché quel sistema perverso, a partire dai vertici, permea l’intera vita istituzionale cittadina, magari esclusi i livelli infimi, dove vivacchiano a sbafo i lecchini senesi di cui sopra. Per esempio: mi è oggi casualmente ricapitato tra le mani il decreto n. 25 del 31.10.2013 firmato dal nostro ineffabile sindaco Bruno Valentini (manco a dirlo: anch’egli alieno) e riguardante le “sue” nomine dei 9 amministratori della Biblioteca degli Intronati, istituzione senese che più senese non si può. Eccoli qui, come esposti nel decreto con tanto di nome e cognome e luogo di nascita:

Barzanti Roberto (presidente), Monterotondo Marittimo GR

Bonura Giuseppe Emiliano, Catania

Capresi Donatella, Montalcino

Faleri Valentina, San Vito Tagliamento (PN)

Mangionami Leonardo, Castiglion del Lago (PG)

Zanibelli Giacomo, Firenze

Ceccherini Dario , Poggibonsi

Dicorato Luigi Maria, Busto Arsizio (VA)

Pianigiani Lucia, Siena(**)

Ogni commento è superfluo, anche se qualcuno di quelle signore e signori sarà probabilmente più senese di me (ne conosco molti d’oltralpe e perfino d’oltreoceano la cui senesità batte anche quella degli ultrà aborigeni). Una simile distorsione ha un’unica giustificazione. L’affidò alla stampa ‒ non mi stancherò mai di ricordarlo ‒ il prof. Omar Calabrese, altro alieno che come Giuseppe Mussari (pure alieno) fece carriera a Siena alla scuola dell’allora sindaco Pierluigi Piccini (ovviamente alieno pure lui). Pungolato dall’associazione “Quelli di Montaperti” che parlava apertamente di sfruttamento coloniale (e siamo negli anni ’90), Calabrese dichiarò che la Città aveva eccellenze di dimensioni sproporzionate rispetto al proprio corpus per cui non c’è abbastanza scelta per far maturare una classe dirigente esclusivamente locale(Corriere di Siena, 2.8.1998). Razzismo raffinatissimo, ossia il più ripugnante, sicuramente congiunto a ipocrita ottusità. Caso forse unico al mondo, un gruppo umano ‒ i Senesi ‒ aveva generato, coltivato e portato quelle eccellenze, vecchie anche di 1000 anni, alla odierna modernità, non solo fino a renderle internazionalmente famose, ma addirittura derivando ancora oggi da esse, direttamente o indirettamente, l’80 o il 90% delle proprie risorse culturali, sociali ed economiche. Caso probabilmente unico al mondo, ripeto. Però quegli stessi Senesi non sarebbero maturi per gestirle! Definire incapaci, immaturi, pigri e apatici i propri colonizzati è tipico di ogni potere coloniale (che per il “servizio” reso pretende pure di essere ringraziato). E’ così che per gestire le storiche e appetitose istituzioni senesi bisogna andare a chiamare gente da Pordenone o da Catania. E’ il provincialismo più sfrenato: l’erba degli altri è sempre più verde. Ma non c’è provinciale più provinciale di colui che anela a sprovincializzarsi. Mi domando dove il sindaco Valentini sarà andato a scovare tutti quei personaggi, come cavolo sapesse che uno di San Vito sul Tagliamento fosse la persona adatta per la plurisecolare Biblioteca cittadina. Nessuna giustificazione o motivazione ha reso pubblica. Come si fa a pensare che i nominati siano stati scelti per amore della Città e della Biblioteca? Il che ci lascia nel ragionevole dubbio che la decisione sia stata presa altrove e che i “nominati” arrivino a Siena con il solo fine di “usufruire” delle sue ricchezze. Come i barbari di ogni epoca e latitudine. Ed è qui che casca l’asino. La fortuna che fino a ieri ha avuto Siena e a cascata anche le sue eccellenti istituzioni, si basa (e questo è un fatto storicamente accertato) sull’amore e addirittura l’emozione e la commozione che esse sempre hanno suscitato nei Senesi. In amore si dà più di quanto si prenda. Le minuscole Contrade e le loro tradizioni avrebbero raggiunto la fama internazionale senza quell’amore e senza pretendere che tale sentimento fosse il primo requisito per selezionare la propria dirigenza? E posso testimoniare per esperienza personale che lo stesso fenomeno è l’unica spiegazione per cui una piccola Città emarginata e negletta abbia da sola costruito il semimillenario gigante economico che era il Monte. Credo non esista un caso simile in tutto il pianeta. Ma lo stesso posso dire di mio padre e i suoi colleghi, umili operai del Manicomio, o di mia zia, operaia specializzata allo Sclavo, diventato secondo lo scienziato Albert Sabin, padre dell’omonimo vaccino anti-polio, il migliore del mondo. E allora mi domando: tutta questa gente che viene anche da lontano e che è stata preferita ai Senesi per occupare, anzi per usurpare le eccellenti poltrone senesi, l’ha fatto, lo fa e lo farà per “prendere” o per “dare”? Nella risposta a questa domanda c’è la spiegazione della devastazione abbattutasi su Siena, devastazione che è solo agli inizi. L’enorme perdita del Monte, che non ci appartiene più, non è costata al territorio solo un danno economico di decine di miliardi di euro (forse 60 o più), ma anche di potere, di prestigio, di immagine, di autorità e autorevolezza, il cui dissolversi alla lunga ci costerà più che altrettanto. Si pensi, dopo quello che è successo, a cosa sta già succedendo per la sede dell’Azienda Usl Toscana Sud Est, assegnata non a Siena, tra l’altro sede universitaria da quasi 800 anni, ma a Arezzo, o alla nomina della Capitale Europea della Cultura 2019, assegnata a Matera..Quando si è titolari di un patrimonio storico, culturale ed economico del valore di quello senese, bisogna stare sempre sugli spalti perché è da quando è cominciata la Storia che gli alieni hanno sempre concupito le ricchezze altrui. Successe all’Impero romano quando una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti si fece mettere in ginocchio da tribù barbare che non contavano più di 5/10mila individui ciascuna, donne vecchi e bambini compresi, e che operarono singolarmente e in epoche diverse le une dalle altre. Gli imperatori romani, infatti, sugli spalti ci mandarono i mercenari, ossia i barbari “moderati”, avendo da secoli abolito le legioni popolari, primarie artefici della costruzione di quell’Impero, perché il popolo in armi è sempre sentito dal principe come un pericolo letale. Si sa come è andata a finire. E si sa purtroppo come è andata a finire a Siena dove il Principe, grazie a 30 anni di stupefacente (nel senso che rende stupidi) lavaggio ideologico del cervello e di panem et circenses, riuscì a mandare decine di migliaia di cittadini, ormai ridotti a plebe, a urlare sugli spalti degli stadi, mentre la Casta si dava da fare con l’argenteria (quella di quei cittadini, ovviamente, non la propria). Questa storia purtroppo ancora non è finita, anche se ormai si sta raschiando il fondo del barile. Esemplare il caso della nomina del nuovo direttore del Santa Maria della Scala, ossia dell’edificio più grande e antico di Siena (più grande e antico del Palazzo comunale e del Duomo) e dei tesori che contiene e di quelli ulteriori che conterrà. Come avrà fatto il nostro ieratico sindaco è scovarlo questo Antonio Calpi in quel di Tricarico  (Matera)? E cosa l’avrà affascinato, tanto da preferirlo ad uno qualsiasi degli studiosi d’arte senesi, in questo sinora ignoto esperto di teatro? Temo che questa sia per Siena la “fine della storia”, una storia gloriosa durata almeno un millennio: i Senesi, ormai definitivamente emasculati, non potranno mai più, come hanno fatto in altre epoche della loro storia, scrollarsi dal collo questo giogo.

NOTE. (*) Quel lungo elenco ancora non comprendeva i due del Monte – Profumo e Viola‒ i due della Fondazione ‒ Mansi e Clarich ‒ e il recentissimo Antonio Calbi al S.M.S. (**) Senese? Probabilmente una svista o un errore.

Monte Paschi di Siena. Chiuse indagini a Milano: «truccati bilanci per 2 mld». Pm: «da ex vertici operazioni per celare buco acquisto Antonveneta», scrive “Prima da Noi” il 15/01/2016. Centinaia di milioni di euro di utili mai prodotti effettivamente e perdite miliardarie occultate con dati di bilancio truccati per oltre 2 miliardi di euro. A chiusura delle indagini sui tronconi Santorini, Alexandria, Fresh e Chianti Classico è questa la situazione evidenziata dalla Procura di Milano sul dissesto del Monte dei Paschi di Siena, che si è realizzato tra il 2008 e il 2012 con una serie di operazioni finanziarie, tra derivati, prestiti ibridi e cartolarizzazioni, servite soltanto a nascondere il buco seguito all'acquisizione di Antonveneta da parte dell'istituto senese, costata circa 10 miliardi di euro. Per questo motivo i pm Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco, hanno notificato oggi l'avviso di conclusione delle indagini, condotte dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma, a 13 persone, tra cui gli ex vertici della banca senese, manager ed ex manager di Deutsche Bank ed ex dirigenti di Nomura. Le ipotesi di reato vanno dalle false comunicazioni sociali all'aggiotaggio, dal falso in prospetto all'ostacolo alle funzioni di vigilanza di Banca d'Italia e Consob. Indagate per la responsabilità amministrativa anche Mps, Nomura e Deutsche Bank, la quale precisa, però, che il derivato Santorini fu chiuso nel dicembre 2013 con accordo tra le parti e «con reciproca soddisfazione». La Procura si appresta, intanto, a chiedere il processo per Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gian Luca Baldassarri, rispettivamente ex presidente, ex direttore generale ed ex responsabile Area finanza della banca toscana, tutti già condannati in primo grado nel processo Alexandria a Siena, dove scoppiò lo scandalo e da dove sono stati trasmessi gli atti che poi hanno dato vita ai filoni chiusi oggi a Milano. Coinvolti nelle indagini anche sei tra dipendenti ed ex della filiale londinese di Deutsche Bank, che aveva strutturato il derivato Santorini poi venduto all'istituto e che sarebbe servito ad occultare le perdite. Si tratta di Ivor Dunbar, Michele Faissola, Michele Foresti, Dario Schiraldi, Matteo Vaghi e Marco Veroni. Indagati anche due manager della banca d'affari Nomura, che aveva strutturato il derivato Alexandria: l'ex ceo Sadeq Sayeed e l'ex responsabile vendite per l'Europa e il Medio oriente Raffaele Ricci. La chiusura dell'inchiesta, tra l'altro, segna la conclusione del lavoro istruttorio della Procura milanese sul dissesto di Rocca Salimbeni, visto che il troncone principale sul derivato Alexandria si trova già in fase di udienza preliminare. Mussari e Vigni, in particolare, in concorso con gli altri indagati, «con l'intenzione di ingannare i soci» per «conseguire per sé e per altri un ingiusto profitto» avrebbero esposto, come scrivono i pm, nei «bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni sociali» fatti «materiali non rispondenti al vero», causando così «ad MPS un danno patrimoniale di rilevante entità».  In relazione al derivato Santorini, solo per fare un esempio, spiegano gli inquirenti, gli ex vertici «ideavano, organizzavano, concludevano ed eseguivano un'operazione di finanza strutturata fatta su misura, anomala e fuori mercato».  Solo nel 2011, il peggiore bilancio tra quelli analizzati dalla Procura, l'istituto avrebbe accumulato un miliardo di perdite nette (1,5 miliardi circa di perdite lorde) in più rispetto a quelle dichiarate in bilancio. In totale, poi, le sopravvalutazioni del risultato netto, per l'accusa, hanno superato i 2,2 miliardi di euro nei quattro anni considerati, con una rappresentazione decisamente più rosea di quella che era in realtà. Stessa musica per ciò che riguarda il patrimonio netto del gruppo senese, che sarebbe stato sopravvalutato per centinaia di milioni di euro in ogni esercizio, dando così un'informazione distorta sulla solidità del gruppo.

Basket, falsi bilanci e frode sportiva: Siena rischia la revoca di 6 scudetti, scrive Mario Canfora il 12 gennaio 2016 su “La Gazzetta.it”. Sotto accusa l’era Minucci: Pianigiani convocato per il fine settimana dalla Procura Federale: possibile squalifica. Avendo il basket regular season e playoff, non è praticabile la riassegnazione. Intanto la Mens Sana basket è stata dichiarata fallita il 4 luglio 2014. Si tornerà a parlare di Siena, nei prossimi giorni, e di tutto ciò che circonda la squadra dei sette scudetti di fila (di cui adesso molti sono a rischio), finita dal 2012 al centro dell’operazione "Time Out" per una storia di pagamenti in nero, accesso abusivo al credito (per la cessione del marchio) e associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla bancarotta fraudolenta. Andiamo per ordine, partendo dalla posizione dell’allora coach della Mps, Simone Pianigiani. Alla fine dello scorso anno la Procura di Siena ha trasmesso alla Procura della Fip gli atti della conclusione dell’inchiesta per evasione fiscale che coinvolgeva l’ex coach della Nazionale, la cui posizione è stata archiviata per "favor rei". Ossia, le dichiarazioni dei redditi contestate sono state inferiori all’attuale soglia di punibilità, elevata dal Governo a giugno da 50 a 150mila euro. Ma la sua posizione dal punto di vista "sportivo" è tuttora in essere: prova ne è che Pianigiani è stato convocato per fine settimana dal Procuratore Federale Marco Lucente che lo ascolterà in merito alla vicenda dopo aver letto le carte della Procura senese. Gli verrà contestata la violazione dei principi di lealtà e correttezza, che all’articolo 39 del Regolamento di Giustizia Fip prevede "l’inibizione da tre mesi a tre anni a chiunque, violando i principi di lealtà e correttezza, con azioni od omissioni volontarie, dirette o mediate, violi qualsiasi disposizione regolamentare non diversamente sanzionata. In caso di desistenza volontaria, la sanzione è ridotta della metà. Nel caso in cui l’azione o omissione sia diretta a conseguire un illecito vantaggio la sanzione è aumentata". Insomma, per il coach (ancora sotto contratto con la Fip) il rischio squalifica è reale, ma una stangata improbabile. In attesa delle decisioni della Procura, la parte sportiva più succosa della vicenda potrebbe invece proporre un vero e proprio cataclisma nell’albo d’oro del campionato di Serie A. L’inchiesta Time Out, condotta dal p.m. della Procura senese Antonino Nastasi sui conti della Mens Sana Basket (il cui massimo dirigente, Ferdinando Minucci, era stato sottoposto l’8 maggio 2014 agli arresti domiciliari, poi revocati), è vicina alla conclusione. I relativi atti dovrebbero essere trasmessi entro la fine del mese alla Fip. Se venisse confermata la frode sportiva, nonché la violazione sempre dei principi di lealtà e correttezza per conseguire un illecito vantaggio (utilizzando bilanci non veritieri per la costruzione delle squadre), la strada sarebbe tracciata: gli scudetti saranno a rischio revoca e il giudice sportivo a quel punto dovrebbe riscrivere la classifica mettendo accanto al nome di Siena la dicitura "revocato". L'eventuale riassegnazione non appare percorribile perché il basket prevede due fasi di gioco ben distinte, regular season e playoff. Magra consolazione per i club avversari, ma tant’è. Gli scudetti che ballano sono sei, perché quello della stagione 2006-2007 non rientra nel conteggio visto che i documenti su cui si basa l’inchiesta partono dal 2006 e quindi è finito sotto la lente dei magistrati il bilancio valido per l’iscrizione alla stagione 2007-2008, oltre ai successivi. Il particolare strano della vicenda è che la controparte non esiste: la Mens Sana Basket è stata dichiarata fallita il 4 luglio 2014, con conseguente revoca della affiliazione alla Fip con codice 141.

Misteri, suicidi, scandali finanziari: Mps e i 10 anni che sconvolsero Siena e l’Italia. Dall’acquisto (per una cifra esorbitante) di Antonveneta nel novembre 2007 a Siena è successo di tutto: miliardi andati in fumo, inchieste, morti sospette, risparmiatori infuriati. Le ripercussioni dello scandalo del MontePaschi si fanno sentire ancora oggi, scrive Fabrizio Massaro l'11 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Uno scandalo mondiale. Dieci anni fa l’acquisizione di Antonveneta, il 7 novembre 2007. Costo rivelatosi esorbitante: 9 miliardi più 7 miliardi di debiti accollati. Troppo per Mps, per di più mentre scoppiava la crisi finanziaria (e poi economica) più pesante e lunga dagli Anni Trenta. Da allora al Montepaschi e a Siena è successo di tutto. Oltre dieci miliardi di aumenti di capitale andati in fumo, i primi aiuti di Stato per 4 miliardi (ripagati con quasi 1 miliardo di interessi), una banca salvata lo scorso dicembre dal fallimento dal Tesoro con 8 miliardi, la Fondazione Mps praticamente azzerata con il patrimonio crollato da 6 miliardi ad appena 500 milioni. Migliaia di persone fuori dalla banca – anche se senza licenziamenti. Un territorio impoverito. E i tribunali al lavoro. Cinque inchieste, molto complesse, due a Milano, tre a Siena. Una condanna già avvenuta, due processi in corso, una udienza preliminare. Indagati o imputati gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, ma anche la nuova gestione che avrebbe dovuto salvare la banca, quella di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. E poi c’è, David Rossi. Per la morte del portavoce della banca precipitato dalla finestra del suo ufficio, il 6 marzo 2013, l’inchiesta della procura di Siena per istigazione suicidio è stata archiviata due volte. Ma i dubbi sulla ricostruzione continuano a gettare un’ombra sinistra su quella vicenda misteriosa.

Le inchieste. A Milano, trasferito per competenza da Siena, è in corso il processo contro l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni, l’ex direttore dell’area finanza Gianluca Baldassarri, oltre ad altri 10 imputati e alle banche Deutsche Bank e Nomura per la vicenda dei derivati segreti cosiddetti Santorini e Alexandria. Il processo è cominciato a Milano il 15 dicembre scorso. Si tratta del processo “madre”, in quanto fa riferimento alle modalità con le quali il Montepaschi e il 2008 nel 2009 ha recuperato i capitali e coperto i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta del novembre 2007. I reati ipotizzati nei confronti degli imputati sono, a vario titolo, manipolazione del mercato, falso in bilancio, falso in prospetto, e ostacolo all’autorità di vigilanza.

«Profumo e Viola alla sbarra». Sempre a Milano è in corso l’udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio presentata dal pm Stefano Civardi e Giordano Baggio nei confronti degli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, i banchieri chiamati nel 2012 a mettere a posto i conti disastrati della banca senese. Anche per loro, e per l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvatori, l’accusa è aggiotaggio e falso in bilancio. Secondo la procura avrebbero contabilizzato in maniera non corretta in bilancio i contratti Santorini è Alexandria, nonostante avessero consapevolezza che si trattava di derivati. Proprio sotto la loro gestione era emerso il ruolo di queste operazioni nell’occultare le perdite di bilancio del Montepaschi nel 2008-2009. Tuttavia Profumo e Viola non hanno contabilizzato i derivati come tali a bilancio, continuando così con l’impostazione di Mussari e Vigni, fino a quando non è stata la Consob a imporre la riscrittura del bilancio nel 2015. La vicenda è molto controversa: i magistrati avevano inizialmente chiesto l’archiviazione per gli indagati, ma il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha disposto altri approfondimenti investigativi riaprendo il caso. Il non avere dichiarato i derivati – ipotizzano i periti della procura – consentì alla banca di avere i requisiti per accedere agli aiuti di Stato sotto forma di “Monti Bond” senza azzerare il patrimonio della Fondazione. Di recente Profumo ha manifestato dubbi sulla sua gestione di Mps: «Mi chiedo spesso se Fabrizio Viola e io abbiamo fatto bene a salvare Mps e a non lasciarla fallire».

Quel documento occultato in cassaforte. A Siena si è già celebrato e concluso in primo grado un processo sulle vicende Mps, quello su cosiddetto «mandate agreement», ovvero un documento tenuto segreto che costituiva l’architrave dell’operazione Alexandria – un complicato complesso di operazioni e di prestiti legata all’acquisto di BTP in scadenza al 2034, con la banca giapponese Nomura da 3 miliardi di euro. È il «contratto quadro» stipulato nel 2009 è discusso da Mussari con i vertici dell’Istituto giapponese nell’ormai famosa telefonata del 7 luglio 2009. Si tratta di uno dei contratti chiamano causato perdite nascoste nei bilanci per Montepaschi, secondo l’accusa. L’operazione sarebbe servita a spalmare di 120 milioni di perdita nel 2009 nei successivi 25 anni. Tra maggiori interessi e costi occulti per Montepaschi il costo dell’operazione stato di oltre 300 milioni. Nell’ottobre del 2014 sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarre, per ostacolo alla autorità di vigilanza Per avere tenuto nascosto alla Banca d’Italia questo documento, che venne poi ritrovato nella cassaforte dell’allora direttore generale Vigni dal nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola nell’ottobre del 2012. Il processo di appello si è aperto lo scorso 23 giugno.

La banda del 5% di Gianluca Baldassarri. C’era anche chi faceva la cresta sui contratti finanziari di Mps: è la cosiddetta banda del 5%. Il processo a carico dell’ex responsabile dell’area finanza di Banca Montepaschi, Gianluca Baldassarri, comincerà a Siena il prossimo 14 novembre. Insieme con lui sono importanti altre 11 persone (interni della banca ma anche broker esterni), con l’accusa di associazione a delinquere transnazionale. Questa è una costola dell’inchiesta principale su MPS, che riguarda le presunte “creste” che alcuni manager della banca senese effettuavano sulle operazioni dell’istituto. Montepaschi è stata messa come parte civile. Questo è l’unico filone che di fatto è aperto ancora a Siena dell’inchiesta principale condotta dei pm Aldo Natalini, Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi. E per queste vicende sono stati sequestrati all’estero una ventina di milioni di euro.

Il soccorso d’emergenza: i Monti Bond e gli aumenti del 2014 e 2015. Per i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta e alla crisi di liquidità scoppiata in tutto il sistema finanziario dopo il crac Lehman Brothers, il Montepaschi ha dovuto fare ricorso per ben due volte a prestiti dello Stato: una prima volta nel 2009, con i Tremonti Bond per circa 1,9 miliardi, e poi nel 2012 (ma emessi nel 2013) per ulteriori 2 miliardi complessivamente, i cosiddetti Monti Bond: in totale circa 4,1 miliardi di euro di finanziamenti, ad alto tasso di interesse (sopra il 10% annuo), per Mps.

Mario Monti. Per restituirli, in appena un anno, almeno parzialmente, come richiesto dalla commissione europea che vigilava sugli aiuti di Stato, il Montepaschi varerà nel 2014 un primo mega-aumento di capitale da 5 miliardi (dopo essere stato innalzato dagli iniziali 3 miliardi e rinviato da dicembre 2013 alla primavera dell’anno dopo in seguito alla drammatica rottura con la Fondazione Mps guidata dall’attuale vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi, che votò contro la delibera). Il miliardo residuo verrà rimborsato nel 2015 dopo il secondo aumento di capitale da ulteriori 3 miliardi. Il Tesoro riceverà nel 2016 parte degli interessi non in contanti ma sotto forma di azioni della banca e diventerà un certo punto il primo azionista dell’istituto con oltre il 4%.

L’esame della Bce e l’aumento di capitale fallito. L’ennesima svolta per Mps avviene a fine luglio 2016: la banca viene bocciata agli stress test della Bce risultando la peggiore dell’Eurozona. Per salvarsi l’istituto propone la vendita di tutti i crediti in sofferenza, circa 28 miliardi, è un ennesimo aumento di capitale da 5 miliardi di euro per coprire l’ammanco patrimoniale. L’incarico di portare avanti l’aumento di capitale lo prende la banca americana J. P Morgan, insieme con Mediobanca.

Matteo Renzi. A spingere soprattutto per la soluzione di mercato è l’allora premier Matteo Renzi, che non voleva impiegare capitali dello stato nel Montepaschi ma allo stesso tempo voleva evitare il bis delle quattro banche saltate a fine 2015 (Banca etruria, Banca Marche, CrChieti, CrFerrara). Le due banche d’affari cercano un acquirente importante, il cosiddetto “anchor Investor” trovando l’interesse del fondo sovrano del Qatar. L’operazione però si rivela difficile sul mercato anche per l’incertezza politica dell’Italia legata all’imminente referendum costituzionale del 4 dicembre e ai rischi di una crisi di governo in caso di vittoria dei no. Contemporaneamente risulta complicata per motivi burocratici e giuridici (Per esempio per le autorizzazioni della Consob) l’altra parte dell’aumento di capitale complessivo da 5 miliardi, cioè la conversione in azioni dei bond subordinati.

La ricapitalizzazione precauzionale. La crisi del governo Renzi e il “no” della BCE a spostare a gennaio l’aumento di capitale autorizzato solo entro fine dicembre 2016 portano il Montepaschi poco prima di Natale a chiedere la ricapitalizzazione precauzionale, l’ultimo passo consentito dalle direttive europee prima che la banca finisca in Bail-In con conseguenze disastrose per la banca, l’economia italiana e forse per la stessa tenuta dell’euro. La Bce accoglie la richiesta e impone alla banca di trovare, anche con capitali dello Stato, 8,1 miliardi di euro. Di questi, oltre 4 miliardi arriveranno dalla conversione obbligatoria dei Bond subordinati in nuove azioni della banca.

Il salvataggio ad opera dello Stato e il prossimo ritorno in Borsa. La trattativa con le istituzioni europee -Bce e soprattutto commissione europea -dura quasi sei mesi. È una strada mai percorsa prima né da Bruxelles né da Francoforte. E il quadro si aggrava nel frattempo a livello di sistema perché contemporaneamente finiscono in crisi, e poi in liquidazione, i due istituti del Veneto, popolare di Vicenza e veneto banca. A luglio arriva l’ok finale della direzione concorrenza della commissione europea. Lo Stato può entrare con un aumento di capitale riservato - a un prezzo più basso di quello applicato agli obbligazionisti per la conversione dei loro Bond in azioni – e con 3,9 miliardi prende la maggioranza assoluta dalla banca.

L’offerta. È in partenza nei prossimi giorni un’offerta di transazione e scambio rivolta ai risparmiatori che si sono ritrovati in mano le azioni Montepaschi: costoro potranno Consegnare le azioni alla banca, Che le darà al Tesoro, in cambio di nuovi Bond “senior”, ovvero garantiti, è in scadenza la prossima primavera. Sempre negli stessi giorni il Montepaschi, forse già a fine mese, dovrebbe tornare in borsa. È il tesoro, con altri 1,6 miliardi immessi nell’operazione, potrebbe ritrovarsi con in mano fino al 70% del capitale. Quello che tornerà in borsa sarà dunque un Montepaschi nazionalizzato. Un Mps di Stato.

SIENA. DAVID ROSSI, L’OMERTA’ ED IL MONTE DEI PASCHI.

David Rossi, speciale Iene/1: si tratta di suicidio o di omicidio? Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Prima parte dello speciale Iene dedicato alla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi precipitato giù da una finestra della sede della banca il 6 marzo 2013. Prima parte dello Speciale Le Iene “Caso David Rossi: suicidio o omicidio?”. Torniamo a parlare, a un anno dagli ultimi servizi sul caso, con l’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, di David Rossi, capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, morto la sera del 6 marzo 2013 in circostanze che molti, a partire dalla famiglia, considerano più che misteriose. La giustizia italiana ha archiviato per due volte l’indagine su questa morte come suicidio. David Rossi muore a 51 anni nel mezzo della più grande tempesta finanziaria dal dopoguerra a oggi, che ha visto nel mondo 70 banchieri morti per ragioni non naturali. Ripartiamo da quanto ci ha detto Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente Mps: “La città è convinta che sia stato ucciso”. Piccini ci ha parlato anche di “una villa al mare dove facevano i festini”: “ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava anche qualche personaggio nazionale? Mah…”. Per queste dichiarazioni Piccini è stato indagato per diffamazione assieme a Le Iene dalla procura di Genova, competente a procedere su fatti che riguardano i magistrati toscani. A Genova è stato aperto anche un fascicolo per presunte omissioni e abusi d’ufficio commessi dai pm senesi nelle indagini sulla morte di David Rossi. Abbiamo incontrato anche un ragazzo che ci ha detto di aver partecipato a quei festini come escort “per intrattenere ospiti di alto profilo”. Il Corriere di Siena intanto riferisce che sul caso la Procura “segue un nuovo elemento”. Anche noi ne abbiamo raccolti moltissimi.

David Rossi: il video della morte e tutti i dubbi. Speciale Iene/2. Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Ci concentriamo ora, nella seconda parte dello speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, su tutti i dubbi che sorgono guardando il video della sua morte. 6 marzo 2013, ore 20.45: dalla sede centrale del Monte dei Paschi di Siena, al centro da mesi di una bufera giudiziaria, mediatica e finanziaria, viene chiesta un’ambulanza perché “si è suicidata una persona”. David Rossi, da 7 anni capo della comunicazione e quindi uno dei manager più importanti della terza banca d’Italia, viene trovato riverso a terra dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio al terzo piano. Eccoci alla seconda parte dello Speciale Iene su questo caso. “Quando ho visto le immagini degli ultimi minuti di vita di mio padre ho capito che forse non era stato un suicidio” ci dice Carolina Orlandi, figlia della moglie di David Rossi, Antonella Tognazzi. Anche Antonella non crede al suicidio. David Rossi due settimane prima della morte subisce una perquisizione. I magistrati stanno indagando sull’acquisto nel 2007 di Banca Antonveneta da parte di Mps per 9 miliardi di euro (invece dei 6 del suo valore). Un’operazione, che con i debiti accumulati da Antonveneta, arriverebbe a un costo di 16 miliardi. La magistratura indaga sui presunti trucchi finanziari usati per nascondere i debiti di Mps dopo quell’acquisto. Guardando le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza in vicolo Monte Pio, si vede la caduta mortale di David alle 19.43. Passano 22 minuti in cui resta agonizzante senza soccorso, poi altri 40 prima che qualcuno chiami l’ambulanza. Luca Scarselli, consulente informatico della famiglia, sostiene che la caduta diritta, senza slancio e rotazione, non è quella di un suicida. Perché nessuno interviene in un’ora in cui la zona è molto frequentata? Secondo Scarselli, l’unica ipotesi è che l’entrata del vicolo sia stata bloccata per esempio con un veicolo e delle persone che controllavano. Nel video si vedono in effetti dei fari e alle 20.11 si vede comparire un uomo con il telefono all’orecchio che si affaccia come per controllare. Perché nessuno ha cercato di sapere chi era? Nelle immagini si intravede comparire un’altra ombra, pochissimi minuti dopo la caduta, senza vederne l’uscita (qualcuno ha manomesso il video?). I primi a comparire riconoscibili nel video, un’ora dopo, sono Giancarlo Filippone, al tempo capo della segreteria di David Rossi, e Bernardo Mingrone, ex capo dell’area Finanza di Mps, quello che chiama l’ambulanza. Entrambi sembrano molto freddi, secondo Antonella Tognazzi. Carolina Orlandi ci racconta che Filippone, uno delle ultimi ad averlo visto vivo, l’aveva da poco accompagnata nell’ufficio del padre, chiedendole di restare fuori. “E’ uscito con le mani nei capelli: ‘Carolina, una tragedia: s’è ammazzato’”. Filippone, amico fin da ragazzo con David che ora ha chiuso i rapporti con la sua famiglia, si è rifiutato di parlare con noi. Mingrone parla invece con Antonino Monteleone e si dice convinto che si sia trattato di un suicidio, ma non vuole approfondire. Torniamo alle immagini della morte: David ha delle ferite sul labbro e sul naso e contusioni sul viso che non sarebbero riconducibili alla caduta. E un segno profondissimo sul polso sinistro dove portava sull’orologio. Per Paolo Pirani, avvocato del fratello maggiore di David, Ranieri, è frutto di una “presa”: “qualcuno gli ha afferrato il polso”. Ci sono lividi sul braccio destro (con quattro segni che sembrano lasciati da una mano), contusioni anche sul braccio sinistro, un ematoma sulla pancia che sembra la conseguenza di un pugno e una contusione all’inguine. Tutto questo, secondo il nuovo avvocato della vedova di David Rossi, Carmelo Miceli, vorrebbe dire che “prima di volare dalla finestra è stato picchiato”: “Autolesionismo? Anche la procura in questo caso non si spiega i segni sul volto”. “Secondo la testimonianza di una collega, Lorenza Bondi, alle 20.05 la porta dell’ufficio di David era aperta”, dice l’avvocato Pirani. “Mezz’ora dopo la porta è chiusa, David Rossi è caduto alle 19.43”. Chi ha chiuso quella porta? Lorenza Bondi non vuol parlarne però con noi di quella sua testimonianza. E Massimo Ricucci, di turno in portineria alla sorveglianza delle telecamere quella sera? Dice di non aver visto niente. Con Antonino Monteleone anche lui si rifiuta di parlare con modi molto bruschi. Altro elemento ancora senza spiegazione: nelle immagini si vede volar giù un oggetto vicino al corpo, mezz’ora dopo la caduta, alle 20.16, nella zona dove è stato ritrovato l’orologio, con la lancetta delle ore ferma tra le 20 e le 21 (quella dei minuti è staccata). “Sempre alle 20.16 qualcuno dal telefono di David mi ha risposto per tre secondi: tutti questi dettagli mi fanno pensare che c’era qualcuno nel suo ufficio a quell’ora”, ci dice Carolina Orlandi. Subito dopo, sempre dal suo telefono parte una chiamata verso un numero misterioso, il 4099009. Telecom Italia prima parla di una conversazione durata pochi secondi, poi che quel numero è quello di una “Sos ricarica per credito esaurito”. Il perito e consulente informatico Simone Bonifazi sostiene che nei tabulati non c’è quel numero, Carolina Orlandi aggiunge che David aveva un abbonamento, non una scheda ricaricabile. Prima di concentrarci, nel prossimo appuntamento, su quello che non tornerebbe nelle indagini e nelle conclusioni dei giudici, ecco i due elementi principali su cui punta chi crede al suicidio. 1. Tre fogli accartocciati ritrovati nel cestino del suo ufficio che sembrano il tentativo di scrivere una lettera d’addio (la moglie Antonella nota che le parole “Toni, amore”, lui con lei non le aveva mai usate, come “scusa”, e compaiono invece in quei fogli, che secondo una perizia calligrafica sembrerebbero scritti sotto dettatura). 2. Pochissimo tempo prima della sua morte, la figlia Carolina vede dei taglietti sul polso di David. Lui spiega di esserseli autoinflitti. Poi però chiede alla figlia, scrivendo, di non parlarne a voce alta in casa perché teme ci siano cimici in casa.

David Rossi, speciale Iene/3: i 10 errori delle indagini secondo la famiglia. Scrivono Le Iene il 21 marzo 2019. Terza parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Vi parliamo di tutto quello che, secondo la famiglia, non torna nelle indagini. Nella terza parte dello Speciale Iene ci concentriamo su un momento cruciale (clicca qui per vedere la prima parte di presentazione e qui per la seconda dedicata ai dubbi che sorgono guardando il video della sua caduta). David Rossi, nel mezzo della bufera giudiziaria che coinvolge Mps, scrive via email all’allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, che vuole andare a parlare con i pm. In questo scambio di messaggi ce n’è una scritta da David due giorni prima di morire: “Stasera mi suicidio, sul serio, Aiutatemi!!!!”. Seguono altri messaggi in cui ribadisce di voler parlare con i magistrati. Giuseppe Mussari, ex presidente della banca e dell’Associazione bancaria italiana, amico di Rossi, non ne vuole parlare con Antonino Monteleone. Poi però ci dice: “Parlarne mi fa piangere, per me David è un grande dolore”, ribadendo l’affetto per la vedova Antonella Tognazzi. “Quello che crede Antonella, lo credo io”. Un’altra pista porta a Roma, in Vaticano però. Sulla scrivania di David Rossi c’è un appunto con un nome: Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della banca del Vaticano Ior e allora capo italiano della spagnola Banca Santader (da cui il Monte dei Paschi di Siena comprò Antonveneta nell’acquisto al centro allora delle indagini dei magistrati). Siamo andati da Gotti Tedeschi e ci ha rilasciato delle dichiarazioni esplosive che potrebbero ampliare gli scenari di quello che David Rossi voleva dire ai magistrati. Ve ne parleremo. “Chi sa parli, se no come fa a guardarsi nello specchio la mattina”: era l’appello di Carolina Orlandi. Quasi a risponderle l’ex sindaco di Siena e dirigente Mps, Pierluigi Piccini, ci dice sull’amico David: “La città è convinta che sia stato ucciso”. “David fa un errore storico, cioè dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto". Ci parla anche di “una storia parallela”, di “una villa al mare dove facevano i festini”: “…Ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava anche qualche personaggio nazionale? Mah…”. Piccini parla anche di indagini fatte male. Cosa si poteva fare e non si è fatto secondo la famiglia? 1. richiedere i tabulati telefonici nella zona; 2. sequestrare e analizzare i vestiti di David; 3. analizzare le ferite sul suo corpo; 4. chiedere l’esame del dna sul suo corpo e nel suo ufficio; 5 non distruggere i fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio; 6. identificare tutte le persone presenti in banca in quel momento; 7. acquisire le immagini di tutte le video camere interne ed esterne; 8. il video della morte di David non è integrale: si poteva chiederlo; 9. aprire un’indagine per omissione di soccorso per l’uomo che si affaccia nel vicolo mentre c’era David a terra; 10. riaprire le indagini prima del 2015 e non due anni dopo la prima archiviazione del 2013, così molti elementi non sarebbero diventati forse indecifrabili.

David Rossi, speciale Iene/4: una testimonianza clamorosa. Scrivono Le Iene il 21 marzo 2019. Quarta parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Con una testimone, che la Procura dice di aver sentito ma non ha fatto e che ci fa rivelazioni clamorose. Eccoci alla quarta parte dello Speciale Iene: “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale e la terza a quelli sulle indagini, parliamo del caso di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’allora ad di Mps, Fabrizio Viola. Non è mai stata sentita dalla Procura come invece risulta agli atti. Noi ci abbiamo parlato: ha dei dubbi anche lei sulla morte di David Rossi e ci conferma di non essere mai stata sentita dagli inquirenti. Si tratta tra l’altro di una delle ultime persone che l’ha visto vivo. Come vi abbiamo detto, David Rossi scrive via email all’allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, che vuole andare a parlare con i magistrati. In questo scambio di email ce n’è una molto strana scritta da David due giorni prima di morire: “Stasera mi suicidio, sul serio, Aiutatemi!!!!”. Seguono altri messaggi in cui ribadisce di voler parlare con la Procura. Lorenza Pieraccini, ex segretaria di Viola, conferma che l’ad ha letto quell’email in cui David annunciava il suicidio (ai magistrati ha detto invece di non ricordarsene). Quell’allarme l’avrebbero letto anche il capo della segreteria Valentino Fanti. Nessuno si sarebbe mosso per fermare o aiutare Rossi. E nessuno dei due vuole parlarne.

David Rossi: i festini e l'escort. Speciale Iene/5. Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Un escort ci fa rivelazioni che ci lasciano senza parole sui “festini” a base di sesso e droga, quelli di cui ha parlato l’ex sindaco di Siena Piccini. Eccoci alla quinta parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti: “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini e la quarta al caso di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’allora ad di Mps, Fabrizio Viola, torniamo a concentrarci sulle indagini e a parlare con la madre di David Rossi, la moglie (finita pure indagata per divulgazione di atti che avrebbero violato la privacy) e la figlia che chiedono giustizia. La Procura risponde con un comunicato ufficiale a tutti i dubbi della famiglia. Lo analizziamo punto per punto. In particolare ci concentriamo sui cambiamenti che ci sarebbero stati sulla “scena del crimine” e su una chiamata a cui qualcuno risponde nell’ufficio di David la mattina dopo la sua morte (mentre il suo cellulare è acceso e riceve un messaggio). Per quanto riguarda il caso “festini”, di cui ha parlato l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, invece, abbiamo incontrato una persona le cui dichiarazioni ci hanno lasciato senza parole. Si tratta di un escort che avrebbe partecipato a quei festini. Ci ha contattato lui e ci parla in anonimo e con un cappuccio e racconta di feste a base di sesso e droga “per intrattenere ospiti di alto profilo”. Avrebbero partecipato, secondo i racconti dell’escort, esponenti di spicco del mondo senese (compresi dirigenti Mps, tra questi non c’era David Rossi) e nazionale. Antonino Monteleone gli mostra alcune foto di questi personaggi e lui riconosce precisi esponenti, pur avendo dichiaratamente paura di eventuali ritorsioni. Stefano (il nome è di fantasia) dice di averci contattato rispondendo all’appello della figlia di David Rossi, Carolina Orlandi: “Chi sa, parli”. Ovviamente politici, dirigenti bancari, magistrati, religiosi e appartenenti alle forze dell’ordine nel privato possono fare quello che vogliono. Partecipare a festini gay a base di droga, potrebbe esporli però a ricatti. È l’ipotesi di Piccini: su David Rossi “la magistratura potrebbe avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”, per evitare cioè che scoppiasse anche questo caso coinvolgendo “troppe” persone importanti.

Caso Rossi, Antonella Tognazzi: “Il lavoro de Le Iene ha portato a risultati eccezionali”, scrive il 22 marzo 2019 la Redazione di Radio Siena. “Le Iene ci hanno portati a risultati insperati, adesso lavoriamo per la riapertura delle indagini”. “Un lavoro enorme quello svolto dalla redazione de Le Iene, che ha portato però ad un risultato eccezionale ovvero che una Procura abbia riconosciuto un errore in un’azione intrapresa da questa stessa.” Sono queste le parole di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi, che abbiamo raggiunto telefonicamente questa mattina, dopo la messa in onda di una puntata speciale de “Le Iene” dedicata proprio alla morte dell’ex capo comunicazione di Mps. La Tognazzi ha anche parlato dell’incontro con il Procuratore Capo Salvatore Vitello ” Ho visto in lui la disponibilità a collaborare, nell’intento di trovare risposte. Il mio avvocato intanto ha ripreso gli atti ex novo per poterle rianalizzare. Ci devono essere nuovi elementi, non ci può essere una riapertura senza nuovi quesiti.”

''POTEVO FAR SALTARE IL VATICANO''.  Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini, la quarta a una testimonianza fondamentale e la quinta al “caso escort”, siamo arrivati alla sesta e ultima parte dello Speciale Iene: “David Rossi: suicidio o omicidio?” che nel finale contiene rivelazioni veramente clamorose. Continuiamo intanto con la testimonianza dell’escort Stefano, iniziata nella quinta parte, che parla in particolare del suo dubbio che quei festini a base di sesso e droga fossero videoregistrati. Il che aumenterebbe il rischio di ricatto per gli esponenti di primo piano del mondo senese e nazionale che avrebbero partecipato. Stefano accetta di incontrare anche Carolina Orlandi e gli dice di non aver mai visto il padre David Rossi ai festini. Antonino Monteleone va poi alla ricerca anche di una villa teatro di quelle feste. Antonino Monteleone intervista anche la moglie di un uomo importante nelle istituzioni che sarebbe stato coinvolto nei festini e forse anche nelle indagini sulla morte di David Rossi. Torniamo poi a inquadrare il caso nella crisi finanziaria in cui era coinvolta Mps quando è volato giù da una finestra della sede centrale della banca. Torniamo allora al biglietto con il nome di Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, e il suo numero di cellulare trovati sulla sua scrivania quel giorno. Di viaggi frequenti a Roma per andare allo Ior di David Rossi avrebbe parlato anche un testimone misterioso a Luca Goracci, che ha seguito il caso per la famiglia. L’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari cosa pensa del “caso Ior”? “È una bufala”. Antonino Monteleone incontra a questo punto, in un lungo colloquio, Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello Ior e artefice dell'acquisto per conto del Banco Santander della Banca Antonveneta, che rivendette successivamente a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese. E proprio sull'acquisto di Banca Antonveneta da parte di Mps, che costò alla banca senese nove miliardi di euro (cui però vanno sommati i miliardi di debiti che la banca aveva in pancia), Gotti Tedeschi dice: "Mussari non voleva comprare l'Antonveneta. Della vendita se ne occupò Rothschild (la banca d'affari che curava per conto di Santander la vendita di Antonveneta, ndr). Mussari era entusiasta della fusione. Non dell'acquisto. Chi volle l'acquisto era la Fondazione". "Quindi Mussari ha subito la l'acquisto?", gli chiede Monteleone. "Questa è sempre stata la mia opinione", risponde il banchiere. E la Iena gli chiede anche dei quattro conti correnti presso lo Ior che sarebbero stati aperti da uomini riconducibili alla Fondazione. Gotti Tedeschi risponde: "Credo che fosse vero. Chi si occupava di questi conti all'interno dello Ior era direttamente ***** della Fondazione. E naturalmente col presidente, ma mi tagliavano completamente fuori visto il mio ruolo con Santander nella vicenda Montepaschi. Quindi non sapevo assolutamente niente. E non ho mai visto Mussari venire in Vaticano. In realtà operava per conto di altri, diciamo per il sistema senese". E perché la fondazione Mps potrebbe avere quattro conti correnti accesi presso lo Ior?", chiede Monteleone. "Sono tangenti, mi pare evidente", risponde il banchiere. "Se dice tangenti penso alla politica", lo incalza la Iena. "È evidente! Ma nessuno le confermerà l'esistenza di quei conti, perché lì c'era di tutto! Qua si tratta della Curia vaticana. Lì dentro c'era tutto quello che lei non può immaginare. C'erano delle persone che in un secondo cambiavano le intestazioni di tutti i conti. Un sistema che non permetteva a nessuno, se non alla Cupola, di risalire ai conti. È molto probabile quindi che quei conti ci fossero. Stavo per perdere la fede". "Quando dice che la Curia vaticana le stava facendo perdere la fede...", gli fa eco Monteleone. "Anche La vita!", lo interrompe Gotti Tedeschi. "La Curia vaticana può commissionare un delitto secondo lei?". "Ci sono persone all'interno che non mi meraviglierebbe per niente se lo facessero. Dove c'è il bene c'è sempre il male. Nella Chiesa si perpetrano cose che non si dovrebbero neanche immaginare".

David Rossi/6. Gotti Tedeschi: i conti di Mps allo Ior? "Tangenti!" Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Sesta e ultima parte dello speciale Iene "Caso David Rossi: suicidio o omicidio?". Rivelazioni clamorose dell'ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi: in Vaticano possono arrivare persino a uccidere. E su David Rossi dice...Sesta e ultima parte con rivelazioni ancora più clamorose dello speciale Iene “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini, la quarta a una testimonianza fondamentale e la quinta al “caso escort”. Antonino Monteleone incontra in un lungo colloquio Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello Ior e artefice dell'acquisto per conto del Banco Santander della Banca Antonveneta, che rivendette successivamente a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese. E proprio sull'acquisto di Banca Antonveneta da parte di Mps, che costò alla banca senese nove miliardi di euro (cui però vanno sommati i miliardi di debiti che la banca aveva in pancia), Gotti Tedeschi dice: "Mussari non voleva comprare l'Antonveneta. Della vendita se ne occupò Rothschild (la banca d'affari che curava per conto di Santander la vendita di Antonveneta, ndr). Mussari era entusiasta della fusione. Non dell'acquisto. Chi volle l'acquisto era la Fondazione". "Quindi Mussari ha subito la l'acquisto?", gli chiede Monteleone. "Questa è sempre stata la mia opinione", risponde il banchiere. E la Iena gli chiede anche dei quattro conti correnti presso lo Ior che sarebbero stati aperti da uomini riconducibili alla Fondazione. Gotti Tedeschi risponde: "Credo che fosse vero. Chi si occupava di questi conti all'interno dello Ior era direttamente ***** della Fondazione. E naturalmente col presidente, ma mi tagliavano completamente fuori visto il mio ruolo con Santander nella vicenda Montepaschi. Quindi non sapevo assolutamente niente. E non ho mai visto Mussari venire in Vaticano. In realtà operava per conto di altri, diciamo per il sistema senese". E perché la fondazione Mps potrebbe avere quattro conti correnti accesi presso lo Ior?", chiede Monteleone. "Sono tangenti, mi pare evidente", risponde il banchiere. "Se dice tangenti penso alla politica", lo incalza la Iena. "È evidente! Ma nessuno le confermerà l'esistenza di quei conti, perché lì c'era di tutto! Qua si tratta della Curia vaticana. Lì dentro c'era tutto quello che lei può immaginare. C'erano delle persone che in un secondo cambiavano le intestazioni di tutti i conti. Un sistema che non permetteva a nessuno, se non alla Cupola, di risalire ai conti. È molto probabile quindi che quei conti ci fossero. Stavo per perdere la fede". "Quando dice che la Curia vaticana le stava facendo perdere la fede...", gli fa eco Monteleone. "Anche La vita!", lo interrompe Gotti Tedeschi. "La Curia vaticana può commissionare un delitto secondo lei?". "Ci sono persone all'interno che non mi meraviglierebbe per niente se lo facessero. Dove c'è il bene c'è sempre il male. Nella Chiesa si perpetrano cose che non si dovrebbero neanche immaginare".

David Rossi, Gotti Tedeschi e quei 4 conti “pericolosi” allo Ior, scrivono Le Iene il 26 marzo 2019.  Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della banca del Vaticano, parla dei presunti quattro conti che sarebbero stati aperti allo Ior da uomini riconducibili alla Fondazione Mps. Con altri elementi che, dopo lo Speciale Iene, aprono nuovi scenari nell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. “Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti per non trovarmi un giorno in imbarazzo di fronte a un giudice che mi domanda: ‘che lei sappia ci sono questi conti’?'”. Continua l’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sul caso David Rossi, dopo lo Speciale Iene di giovedì 21 marzo, con nuove eclatanti rivelazioni da parte di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la banca del Vaticano, tra il 2009 e 2012. David Rossi, ex capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, vola giù dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano della sede centrale della banca, il 6 marzo 2013. Si è trattato di suicidio, come stabilito con due archiviazioni dalla magistratura, o è stato ucciso, come sostiene la famiglia? Nello speciale, che vi riproponiamo qui sotto nelle sei parti in cui è diviso (clicca qui per vederlo integralmente), abbiamo ripercorso tutti i dubbi che avvolgono la morte di David Rossi, dai quelli sul video della sua caduta mortale ai dubbi su alcuni aspetti delle indagini, ascoltando anche la testimone Lorenza Pieraccini, che dice di non essere mai stata sentita dalla Procura, come invece risulta agli atti, e valutando la storia dei festini a base di sesso e droga raccontata da un escort. Fino alle clamorose rivelazioni fatte proprio dall’ex presidente della banca del Vaticano, che ha parlato non solo della possibile esistenza di tangenti e soldi sporchi, ma ha addirittura lasciato intendere che uomini interni alla Curia vaticana potrebbero essere capaci anche di commissionare un delitto. È proprio Gotti Tedeschi a fare nuove clamorose dichiarazioni nell’intervista che vedete qui sopra. Nel primo incontro tra la Iena e l’ex presidente dello Ior, Monteleone gli ha chiesto dei quattro conti correnti che sarebbero stati aperti presso la banca del Vaticano e che sarebbero riconducibili a uomini della Fondazione Mps. “Credo che fosse vero”, risponde l’ex presidente dello Ior sull’esistenza di questi conti. “Sono tangenti mi pare evidente”, dice, come avete visto nella sesta parte dello speciale che abbiamo dedicato al caso. Dopo la prima intervista, Antonino Monteleone è tornato da Gotti Tedeschi, per capire come fosse possibile che l’allora presidente dello Ior non sapesse nulla sulla presunta esistenza di quei conti. Le dichiarazioni di Gotti Tedeschi a riguardo sono davvero clamorose. “Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti”, dice Gotti Tedeschi alla Iena. Come faceva a non occuparsi di tutti i conti e della loro provenienza, proprio lui che, come ci ha detto nell’ultima intervista, era stato chiamato da Papa Benedetto XVI per “ripulire lo Ior”? “Io non ho mai voluto vederli. Non era il mio compito”, risponde l’ex presidente. “Il mio incarico era di attuare le necessarie procedure per fare trasparenza, e mi fu anche detto: ‘lascia proprio stare la curiosità naturale di guardare di chi sono i conti’, infatti io non volli mai sapere”. E perché non ha mai voluto sapere? “Se tu hai visto i conti e dici al giudice di chi erano i conti, quelli veri, la tua famiglia dove la metti?”, dice Gotti Tedeschi alla Iena. “A proteggerla, ci vuole il più grande sistema di protezione che si possa immaginare” e nomina il giornalista Mino Pecorelli. “Si ricorda perché è morto?”, chiede a Monteleone. “Ha messo le mani su che cosa? Sui nomi”. Monteleone gli fa notare che sapere chi ha i soldi allo Ior è un potere. “Sarei morto”, risponde l’ex presidente della banca del Vaticano. Perché le dichiarazioni di Ettore Gotti Tedeschi sono così rilevanti? Primo perché mentre era presidente dello Ior, Gotti Tedeschi era stato a capo per l’Italia di Santander e partecipò all'acquisto per conto di quell’istituto della Banca Antonveneta, che è stata poi rivenduta nel 2007 a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese che venne travolta da una bufera mediatica e finanziaria. Quella durante la quale muore David Rossi, volando giù dalla finestra del suo ufficio. L’ex presidente dello Ior, nell’ultima intervista andata in onda, ci ha detto di non ricordarsi di lui. Su una foto scattata dalla polizia scientifica il giorno del dissequestro dell’ufficio di David si vede un biglietto sulla scrivania con scritto a penna il nome "Ettore Gotti Tedeschi" e il suo numero di cellulare. I due si dovevano parlare? Nel caso, chi aveva cercato chi e, soprattutto, perché l’allora capo dell’area comunicazione di Mps doveva parlare con il presidente dello Ior? Si tratta solo di una coincidenza? Davvero Ettore Gotti Tedeschi non conosceva David Rossi? Esistevano davvero quattro conti riconducibili a uomini della Fondazione presso lo Ior? E chi poteva sapere i nomi legati a quei conti? Sono solo alcuni dei dubbi che legherebbero il Monte dei Paschi e David Rossi alla banca del Papa.

Ecco per esteso l'intervista inedita a Ettore Gotti Tedeschi.

“Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti proprio per questa ragione. Per non trovarmi un giorno in imbarazzo di fronte a un giudice che mi domanda che lei sappia ci sono questi conti? Io non ho mai voluto vederli". 

Cioè è come se lei fosse un pilota di Formula 1 che si rifiuta di guardare cosa c’è nel cofano della sua monoposto?

"Esattamente”.

È un po’ spericolata come cosa.

"Non era il mio compito. Primo perché non sono un meccanico, se anche avessi aperto il cassone, avrei dovuto avere competenza per la meccanica. Io so guidare la Formula 1. Non significa saper cambiare le gomme".

Però siccome è lei che guida...

"Ho avuto un incarico…estremamente preciso, direttamente dal Papa. Quello di attuare le necessarie procedure, per fare la trasparenza. E mi fu anche detto lascia proprio stare la curiosità naturale di guardare di chi sono i conti, infatti io non volli mai sapere".

Però c’è una cosa che lei mi ha detto, io non volevo sapere chi erano i nomi, perché…

"Su questo non deve dubitare…".

"No  no non dubito…".

"E non li so!".

Ma se io avessi avuto un mandato da Sua Santità Benedetto XVI di…

"Eh, come è stato…".

Io ho bisogno di ripulire questo istituto. Come si concilia il mandato per la trasparenza assoluta senza entrare a gamba tesa su chi ci ha messo i soldi.

"No no no… le rispondo, a poco a poco dal 2001 al 2008 sono stati chiusi tutti i paradisi fiscali nei Paesi, chiamiamoli democratici, non canaglia. va bene? si ricorda San Marino?

Certo…

"Bene. Quale era l’unico e ultimo aperto? Quello all’interno dello stato della Città del Vaticano. Benedetto dice: se noi non ottemperiamo ai criteri di massima trasparenza esemplare, mettiamo a repentaglio la credibilità della Chiesa e del Papa. Dottore. vada, faccia quello che deve fare. Santità, devo fare una legge antiriciclaggio. Sevo fare delle procedure e un’autorità di controllo che controlli che le procedure alla lettera vengano applicate. Vada! Cosa ho detto: come faccio io a evitare che ci siano dei conti intestati a chi non devono essere intestati? Transazioni che non devono essere fatte, cosa faccio? Senza voler andare a vedere chi li ha fatti fino al giorno prima. Faccio una legge che dice: da oggi chi li fa è un fuorilegge. Ma ha capito?"

In questo modo come si fa a sapere: noi abbiamo i soldi della mafia nelle casse dello Ior?

"Ma non voglio saperlo!".

Eh però se vogliamo toglierli quei soldi bisogna saperlo se ci sono, sennò ce li teniamo, è un gioco strano.

"No, lei mi sta chiedendo delle cose talmente, scusi eh, per me talmente semplici e banali. Io non dovevo guardare i conti. non dovevo".

Ma chi li guardava?

l’unica persona al mondo che io sappia che conoscesse i conti di chi erano era Cipriani, Tulli e Mattietti.

Qui Gotti Tedeschi sostiene che gli unici a sapere di chi erano i conti fossero l’ex direttore aggiunto dello Ior Giulio Mattietti, licenziato nel 2017 con l’accusa di avere tradito la fiducia del Papa. E insieme a lui Paolo Cipriani, ex direttore generale, e Massimo Tulli, il suo vice. Entrambi condannati a risarcire 47 milioni lo Ior per danni in primo grado. Mentre Gotti Tedeschi, che era il Presidente, afferma che di chi fossero quei conti non ne avrebbe saputo niente. Ma perché lei rinuncia ad avere informazioni che ha una figura all’interno dell’istituto che le è sottoposta.

"Allora stia a sentire. Lei fa il giornalista d’inchiesta, si ricorda perché è morto Mino Pecorelli? si ricorda chi era?".

Sì certo faceva…

"Si ricorda perché è morto? ha messo le mani su che cosa? sui nomi. allora..."

Cioè lei mi sta dicendo che chi mette le mani sui nomi schiatta.

"Cosa mi viene detto? me lo ricordo come se fosse adesso: non volere mai sapere, non andare a cercare... se ti vengono a dire le facciamo vedere rifiutati di vedere. Per due ragioni. La prima, che prima o poi succederà uno scandalo allo Ior, tu verresti immediatamente interrogato. Ti dicono lei ha guardato i conti? Tu dici: sì che l’ho guardati. Allora ci dica di chi sono i conti. Oppure tu dici non li ho guardati, hai mentito perché li hai guardati, in tutti e due i casi tu sei morto. se tu hai visto i conti…"

Professionalmente?

"… e dici al giudice di chi erano i conti, quelli veri, la tua famiglia dove la metti? a proteggerla. ci vuole il più grande sistema di protezione che si possa immaginare. seconda ipotesi: tu li hai visti ma dici noooo, non li ho visti, ti arrestano, perché sanno perfettamente che li hai visti!"

Tutti pensano di lei, cazzo Gotti Tedeschi sa chi c’ha i soldi allo ior. Cioè, che potenza…

"Sarei morto. non, si potrebbe aver recitato molti requiem…".

Se Gotti Tedeschi fosse stato più spericolato, lei mi dice sarebbe morto...

"Senta…"

Ma morto professionalmente o morto schiattato, cioè morto... morto

"Ehhhhhhh… lei deve riflettere sulla morte di quel giornalista".

Pecorelli.

"Vada a rileggersi i giornali dell’epoca e vada  riflettere, cioè, se lei sa dei nomi e li dice nel modo sbagliato, alla persona sbagliata e questi nomi potrebbero non gradirlo, avere un segreto è un’arma a doppio taglio. Se lei è forte le permette di influenzare gli altri. Se lei è debole o decide di essere debole... lei è morto".

David Rossi, perquisito Monteleone delle Iene: “Attacco a segretezza delle fonti”. I magistrati Cristina Camaiori e Vittorio Ranieri Miniati hanno disposto la perquisizione per acquisire i file del computer dell'inviato delle Iene per cercare di svelare l'identità dell'uomo che - intervistato dalla trasmissione di Mediaset - ha raccontato di festini a luci rosse a cui partecipavano i magistrati titolari delle indagini sulla morte del capo della comunicazione di Mps, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'1 ottobre 2018. Vogliono sapere chi è il giovane escort che davanti alle telecamere ha raccontato di festini a luci rosse a cui partecipavano i magistrati titolari delle indagini sulla morte di David Rossi. Per questo motivo gli agenti della polizia postale hanno perquisito la casa di Antonino Monteleone, inviato delle Iene e autore di numerosi servizi sul capo della comunicazione di Mps, precipitato da una finestra della banca nel 2013. I magistrati Cristina Camaiori e Vittorio Ranieri Miniati hanno disposto la perquisizione per acquisire i file del computer di Monteleone per cercare di svelare l’identità dell’uomo che – intervistato dalla Iene – ha raccontato di quelle feste a base di sesso e droga. “È un grave attacco alla segretezza delle fonti”, ha detto Monteleone in un video pubblicato sul sito della trasmissione Mediaset. La procura di Genova aveva aperto un fascicolo per abuso d’ufficio a carico di ignoti dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini che aveva detto di aver saputo di ‘festini‘ ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l’inchiesta sulla morte di Rossi era stata ‘affossata‘ per questo motivo. Dopo la trasmissione di Mediaset, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione per le dichiarazioni di Piccini: per questo fascicolo a breve dovrebbe arrivare una svolta con l’iscrizione nel registro dei primi indagati. Sempre nel capoluogo ligure è aperta l’inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini che si era occupato anche della vicenda Mps. L’ipotesi di reato è tentata minaccia grave.

David Rossi, perquisita la Iena Monteleone. "Attacco alla segretezza delle fonti", scrivono "Le Iene" l'1 ottobre 2018. La procura di Genova vuole arrivare all'identità dell'escort che ha parlato dei presunti festini di Siena a cui avrebbero partecipato magistrati e vertici della banca Monte dei Paschi La polizia postale questa mattina ha perquisito la Iena Antonino Monteleone su mandato della procura di Genova nell'ambito dell'inchiesta che riguarda la morte di David Rossi. Gli agenti hanno chiesto a Monteleone di lasciare il computer, che usa abitualmente per lavoro, e hanno prelevato una copia della parte del contenuto. Nel decreto di perquisizione si legge che la perquisizione personale e domiciliare nei confronti del giornalista è "opportuna e necessaria" per arrivare all'identità dell'uomo che a Le Iene ha raccontato di aver partecipato a dei festini a base di sesso in cui ci sarebbero stati anche esponenti della magistratura e vertici della Banca Monte dei Paschi di Siena. "Non ho mai voluto rivelare l'identità della fonte che ci ha raccontato dei festini", ci spiega Antonino Monteleone a caldo della perquisizione, "e se da una parte sono contento che la procura di Genova continui a indagare, dall'altra però sono preoccupato, perché così facendo si mina la serenità dei giornalisti a mantenere la segretezza delle proprie fonti". Sulla morte di David Rossi, il dirigente di Monte dei Paschi volato dalla finestra della banca il 6 marzo 2013, la cui morte - per due volte - è stata archiviata come suicidio sono in corso diverse nuove indagini. Due della procura di Genova, che ha emesso il decreto di perquisizione nei confronti della Iena Monteleone, in particolare una per l’ipotesi di reato abuso di ufficio commesso di magistrati senesi. Nello stesso decreto si legge che la procura non è riuscita a identificare "Stefano", l'escort dei presunti festini di Siena. Se i festini fossero confermati, scrivono i pubblici ministeri Miniati e Camaiori, potrebbe confermarsi la tesi "più volte rappresentata nelle varie puntate de Le Iene, che le indagini sulla morte del povero David Rossi, asseritamente condotte dalla magistratura di Siena in modo superficiale e lacunoso, avrebbero avuto il tanto stigmatizzato anomalo sviluppo - che di fatto non avrebbe portato all'accertamento della verità - in quanto condizionate da inconfessabili legami e da situazioni personali che esponevano i protagonisti a illecite pressioni". Anche la figlia di David Rossi, Carolina, ha conosciuto l'escort, e per questo è stata sentita dalla procura di Genova nella primavera scorsa. "Non so e non ho voluto sapere il nome e cognome del ragazzo proprio per tutelarlo. Ci è bastato sapere chi ha riconosciuto e che David non c'entrasse nulla con quei festini”, ha riferito Carolina ai pm. Sono ancora molti i dubbi che restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. 

David Rossi: un anno dopo l'archiviazione dell'inchiesta. Tutti i nostri servizi e i nostri dubbi, scrivono il 4 luglio 2018 "Le Iene".

Il 4 luglio 2017 il Gip di Siena archivia il caso della morte di David Rossi, capo dell’area comunicazione della Banca Monte dei Paschi, come suicidio. Si trattava della seconda archiviazione. E da lì siamo ripartiti perché, a distanza di quattro anni da quel tragico evento, i punti da chiarire erano ancora molti. Dopo le indagini de Le Iene, diventate un caso nazionale e giudiziario, è aumentata l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso. Vi raccontiamo i nostri 11 servizi e ve li riproponiamo.

Un anno fa, il 4 luglio 2017, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siena, Roberta Malavasi, accoglieva la richiesta della Procura di archiviare l’inchiesta per istigazione al suicidio relativa alla morte dell’ex capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena, 52 anni. David Rossi viene ritrovato a Vicolo di Monte Pio a Siena, proprio sotto la finestra del suo ufficio che si trovava al terzo piano della sede centrale della banca il 6 marzo 2013, nel pieno della bufera finanziaria che stava travolgendo Mps.

Già nel 2014 veniva archiviata la prima inchiesta. Ma i familiari di David quando si trovano di fronte alle agghiaccianti immagini della telecamera di videosorveglianza che documentano la strana dinamica della sua caduta e osservano attentamente i segni sul suo corpo, smettono di credere al suicidio depositando nuovi documenti e perizie che spingono la Procura di Siena a riaprire le indagini. La nostra inchiesta parte dopo la seconda archiviazione: troppi punti oscuri ancora da chiarire e la strana sensazione dei familiari di David Rossi che non tutte le iniziative investigative possibili fossero state adottate. Indagando, i dubbi sono aumentati sempre di più. Ci siamo occupati del caso con 11 servizi della Iena Antonino Monteleone e dell’autore Marco Occhipinti in onda tra ottobre 2017 e aprile 2018. Ve li raccontiamo.

1. DAVID ROSSI MUORE IN BANCA: OMICIDIO O SUCIDIO?. Servizio dell’1 ottobre 2017. Nel titolo c’è già il dubbio fondamentale. Torniamo a Siena, 6 marzo del 2013. Partiamo dall’unico video a disposizione (ripreso da una telecamera di sorveglianza) della caduta mortale per 14 metri di David Rossi alle 19.43: in verticale, con la faccia rivolta al muro, in linea retta. Primi fondamentali dubbi: non c’è “uno slancio”, una rotazione, tipici di chi si lancia volontariamente. E poi: perché ci sono voluti 22 minuti di agonia e altri 40 prima che venga chiamata un’ambulanza? Attorno alle 8 di sera non passa nessuno o qualcuno ha bloccato l’entrata del vicolo? In effetti nel video si vede un uomo misterioso al cellulare che si affaccia e poi si allontana e, poco prima, anche un’altra figura in maniera meno nitida. C’è poi la questione dell’orologio di David: nel video si vede, alle 20.16, volare verso il corpo di David dalla finestra un oggetto, che si ferma dove è stato ritrovato l’orologio. Sempre alle 20.16 qualcuno risponde e poi butta giù al telefondo di David mentre chiama Carolina Orlandi. Anche guardando il corpo di David, i dubbi aumentano: ci sono ferite e contusioni sul volto, sul polso (in corrispondenza dell’orologio) e sull’avambraccio. Segni su torace e inguine. Secondo i periti e i legali nominati dai familiari potrebbero essere i segni di una colluttazione. La famiglia sospetta che David sia stato picchiato e poi buttato giù dalla finestra. Certo, c’è un’email mandata due giorni prima all’amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola, in cui annuncia di volersi uccidere. Lo stesso giorno, però, aggiunge di voler parlare con i magistrati. La Iena Monteleone, quando chiede chiarimenti a testimoni e protagonisti, si trova di fronte un “muro di gomma”. Anche l’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari, amico di David che era il suo ex braccio destro, non vuole parlare. Ma dice: “Quello che fa la moglie (Antonella Tognazzi, ndr), per me, è Vangelo”. Servizio dell’1 ottobre 2017.

2. L’EX SINDACO FA RIVELAZIONI SHOCK. Servizio dell’8 ottobre 2017. Il muro di gomma si incrina con le clamorose rivelazioni dell’ex dirigente Mps ed ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini: “Ho seri dubbi sull’ipotesi del suicidio”. Seduti a un bar di piazza del Campo, aggiunge: “Le anomalie ci sono. David però fa un errore storico, dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto. La città è convinta che sia stato ucciso. Poi l’indagine è stata fatta male, fin dall’inizio”. Nel servizio raccontiamo quelli che secondo i familiari di David rappresenterebbero errori o omissioni nelle indagini sulla sua morte. Piccini soprattutto apre un nuovo fronte sulla base di quanto gli avrebbe detto un’amica avvocato, con il marito nei servizi segreti: “C’è anche un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: dovete indagare su alcune ville fra l’Aretino e il mare e sui festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché se no scoppia una bomba morale. Chi andava a queste feste? Ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava qualche personaggio nazionale? Io posso anche capire che la magistratura di fronte a una cosa del genere cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile”. Piccini scopre di essere registrato e diventa furioso.

3. IL MISTERO DEI FESTINI SESSO E DROGA. Servizio del 17 ottobre 2017. Ripartiamo dai misteriosi “festini” di cui ci ha parlato Piccini. Pierpaolo Fiorenzani, azionista, aveva parlato di queste orge addirittura a un’assemblea Mps. “Ho detto che la città è sotto una cappa di piombo, dominata da una cricca di orgiastici e pervertiti”, dice ai nostri microfoni. “I festini si son sempre usati, per legarsi, per ricattarsi”. L’unico che va in direzione contraria è Antonio Degortes, figlio del famoso fantino Aceto, gestore di discoteche e amico di David Rossi, che nega la presenza di “festini” e ricorda la grande paura e agitazione in cui versava David da quando aveva subito una perquisizione della Guardia di Finanza tre settimane prima di morire.

4. LA TESTIMONE MAI SENTITA. Servizio del 29 ottobre 2017. Rileggendo gli atti dell’inchiesta aumentano i dubbi: perché il Gip di Siena dice che la segretaria dell’ex amministratore delegato Fabrizio Viola (e prima ancora dell’ex presidente Giuseppe Mussari) era stata sentita, quando la circostanza sembra non corrispondere al vero? Monteleone va a trovarla e rivela una cosa mai emersa fino a quel momento. Intanto la moglie Antonella Tognazzi viene indagata per la divulgazione delle email di Viola. L’unico altro indagato dall’inizio dell’inchiesta è il giornalista David Vecchi del Fatto Quotidiano, che si è occupato del caso e che avrebbe pubblicato quelle email. Verranno aggiunti poi Piccini e noi de Le Iene.

5. NUOVE INDAGINI E SEQUESTRI. Servizio del 5 novembre 2017. Le indagini ripartono, a Genova, foro competente su fatti che riguardino i magistrati senesi, con due inchieste, una per diffamazione e una per abuso d’ufficio. La procura dispone il sequestro di tutti i filmati realizzati da Le Iene. Ai magistrati genovesi diamo tutto, tranne i materiali che violerebbero l’anonimato di chi ha deciso di parlare con noi e il nostro segreto professionale. I magistrati senesi rispondono con un comunicato alle obiezioni della famiglia di David Rossi, ammettendo che si potevano fare alcune indagini ulteriori, secondo loro comunque non determinanti: gli abiti dovevano essere conservati, le ferite sul corpo dovevano essere analizzate, anche i fazzoletti di sangue trovati nel cestino non andavano distrutti.

6. IL MISTERO DELLA VALIGETTA. Servizio del 14 novembre 2017. Un nuovo inquietante elemento. L’avvocato Luca Goracci, legale della famiglia di David Rossi, racconta di essere stato contattato da un uomo che sostiene di conoscere elementi importanti sull’“omicidio di David Rossi”. L’ha incontrato un anno e mezzo fa. Il misterioso testimone gli dice che il giorno della morte aveva un appuntamento con David, ma di aver fatto tardi. Avrebbe visto il suo corpo nel vicolo e sarebbe stato aggredito da alcune persone. Qualcuno avrebbe anche sparato un colpo di pistola con il silenziatore. E spunta fuori una valigetta che David avrebbe sempre portato con sé.

7. IL VIDEO È MANOMESSO? Servizio del 26 novembre 2017. Trasmettiamo il video girato dal primo poliziotto che entra nell’ufficio di David Rossi la sera tra il 6 e il 7 marzo del 2013. Lo fa prima dell’arrivo della Polizia scientifica. Il confronto tra quel filmato e le foto scattate più di un’ora dopo lascia spazio a pochi dubbi: per gli avvocati della famiglia di David Rossi la scena sarebbe stata alterata. Da chi? E perché? Non solo, dai tabulati telefonici risulta che il giorno dopo la morte, alle 9.33, qualcuno ha risposto a una chiamata all’utenza di quell’ufficio, quando ormai era chiuso e sotto sequestri con sigilli del Tribunale. Anche il cellulare di David, che doveva essere spento, alle 7.33 del 7 marzo 2013 è acceso e riceve un messaggio. Inoltre, non solo non sono state acquisite i video delle altre telecamere, ma il disco che conteneva le immagini è andato perduto. L’unico video richiesto dalle forze dell’ordine è quello della caduta mortale che vi abbiamo fatto vedere. Anche in questo ci sarebbero elementi che non tornano, secondo il perito della famiglia, Luca Scarselli: la presenza costante di fari rossi dall’altra parte del vicolo che sembrano i fanali posteriori di un veicolo e di ombre di persone con frame deteriorati. C’è il sospetto che il video sia stato manomesso.

8. LA LETTERA, IL VIGLIACCO, GLI SPARI. Servizio del 28 novembre 2017. Mentre a Siena le nuove indagini ora sono due, la vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, ci legge una lettera anonima, trovata nella posta, che ha ricevuto da una persona che si firma “Un vigliacco” e che le vuole rivelare una cosa in punto di morte, pentito di non averlo fatto prima. Si torna anche al caso del misterioso testimone incontrato dall’avvocato Goracci, raccontato nel sesto servizio. La lettera confermerebbe, come detto dal misterioso testimone, che in quel vicolo sarebbero stati sparati colpi di pistola, addirittura due, dall’interno della banca verso l’esterno. Il mittente della lettera, che sarebbe già morto, dice di non aver parlato per “paura dei poteri forti”. Difficile capire se si tratta di un mitomane (o addirittura un depistaggio) o meno, salvo la singolare coincidenza di due testimoni misteriosi che parlano di colpi di pistola.

9. “IO MI PROSTITUIVO AI FESTINI DI SIENA”. Servizio del 25 marzo 2018. Nel 2018 Antonino Monteleone torna ad occuparsi del caso con una testimonianza clamorosa. Ci contatta un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune cene private con risvolti a luci rosse a base. “Festini” che si sarebbero svolti nelle campagne toscane per “intrattenere degli ospiti di alto profilo”. Avrebbero partecipato dirigenti del Monte dei Paschi, un sacerdote, due magistrati, un politico, un giornalista e perfino un ex Ministro. L’escort, che accetta di rivelare le cose di cui è a conoscenza a condizione che gli venga garantito l’anonimato, ha paura perché c’erano “personaggi pericolosi, anche delle forze dell’ordine e legate ai servizi segreti”, poi inizia a riconoscere i partecipanti e in alcuni casi anche i suoi clienti sessuali nei “dopocena” da alcune foto che gli mostra la nostra Iena. Secondo l’escort, qualcuno potrebbe aver registrato quegli incontri. Esiste o esisteva un meccanismo di ricatto o condizionamento subito da vari pezzi del potere pubblico e privato nella città di Siena?

10. LA FIGLIA DI DAVID ROSSI INCONTRA L’ESCORT DEI FESTINI. Servizio del 4 aprile 2018. Le dichiarazioni dell’escort sono diventate un nuovo caso mediatico e giudiziario nazionale. Facciamo incontrare l’escort con Carolina Orlandi, la figlia acquisita di David Rossi. In un momento di comprensibile alta tensione emotiva l’escort ricorda i giorni della morte di Rossi (compreso il riferimento alla morte di una giovane prostituta colombiana avvenuta due giorni prima di quella di David). L’uomo sostiene di essersi convinto a parlare dopo aver visto gli appelli proprio di Carolina, nei nostri servizi, per cercare la verità.

11. NUOVI RISCONTRI AL RACCONTO DELL’ESCORT? Servizio dell’11 aprile 2018. Si aggiunge una nuova testimonianza. A parlare è “la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato”. A spingerla a collaborare con l’inchiesta de Le Iene sarebbero state le parole di Piccini sui “festini”. “La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, racconta la donna che collega il tutto ai festini citati da Piccini. “Lui mi disse che erano fatti suoi”. Il marito conosceva David Rossi. Potrebbe aver avuto a che fare con le indagini e dopo pochi mesi, dopo un’accesa discussione, ha cambiato incarico.

David Rossi, svolta nel caso: l'orologio è stato gettato 20 minuti dopo la caduta del corpo del manager di Mps, scrive il 29 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Svolta nel caso David Rossi. L'orologio del capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena è stato gettato dalla finestra dell'ufficio - rivela Il Fatto Quotidiano - ben venti minuti dopo il corpo del manager. Una perizia ha certificato come il lato della cassa dell'accessorio che ha attutito il colpo al suolo sia esattamente l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo. Non solo, il video della telecamera di sorveglianza (l'unico di dodici acquisito) è stato studiato dall'ingegnere Luca Scarselli, consulente dei familiari, che ha individuato un oggetto (l'orologio) cadere dalla finestra dell'ufficio, dopo il corpo del manager. Quindi qualcuno doveva per forza esserci nella stanza di Rossi. Qualcuno che però non è rintracciabile, dato che né i fogli presenza del giorno in banca, né le celle per tracciare i cellulari presenti in zona, sono mai stati acquisiti. Non si rassegnano i familiari di Rossi: troppe le lacune commesse dai magistrati senesi. La morte di David Rossi infatti, avvenuta il 6 marzo 2013, è stata oggetto di due fascicoli, uno nell'immediatezza del decesso, uno due anni dopo. Entrambi chiusi con archiviazione per suicidio, anche se proprio dalle carte delle due indagini emerge chiaramente che tutto può esser accaduto quella sera tranne che Rossi si sia tolto la vita. Lo stesso Colonello dei Ris, Davide Zavattaro, nominato dalla Procura, ha ammesso che prima di morire David sia stato oggetto di una colluttazione. Peccato però che elementi fondamentali a sostegno di questa tesi (i sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell'ufficio di Rossi), siano stati distrutti dal magistrato titolare del primo fascicolo, Aldo Natalini, senza nemmeno essere analizzati e prima ancora che il Gip disponesse l'archiviazione o un eventuale supplemento di indagini. A riaprire il caso, nel 2015, è stato il magistrato Andrea Boni che si è immediatamente accorto che qualcosa non tornava nelle indagini della scientifica. Poi Boni ha preso servizio come procuratore capo di Urbino e ha ceduto il fascicolo ad altri colleghi senesi. E il tutto si è concluso con una nuova archiviazione.

David Rossi, Giannarelli (M5S Toscana): “Corpo e orologio non sono caduti insieme. Si riaprano le indagini”. A suscitare la reazione del consigliere M5S è stato l'articolo de Ilfattoquotidiano.it a firma di Davide Vecchi, in cui si riportano gli esiti di una perizia effettuata sull'apparecchio: il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 27 settembre 2018. Il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Toscana, Giacomo Giannarelli, chiede la riapertura delle indagini sulla morte di David Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra di Rocca Salimbeni, il 6 marzo del 2013. A suscitare la reazione del consigliere M5S è stato l’articolo de Ilfattoquotidiano.it a firma di Davide Vecchi, in cui si riportano gli esiti di una perizia effettuata sull’orologio dell’uomo: il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l’opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell’uomo. Questo vuol dire che l’orologio è stato lanciato dalla finestra successivamente alla caduta della vittima, per la precisione “venti minuti dopo”. “Troppe cose non tornano. Troppe le lacune rimaste e richiamate anche in queste ore sulla stampa. Vogliamo capire sino in fondo cosa sia davvero successo a Rossi”, ha dichiarato Giannarelli in un comunicato diffuso dal Movimento 5 Stelle Toscana. Poi il consigliere regionale ha continuato: “Corpo e orologio di Rossi non sono caduti assieme. Questo quel che emerge dalla consulenza richiesta dai familiari del manager Mps. A questo punto mi pare evidente vi siano tutti i margini affinché le autorità competenti predispongano la riapertura delle indagini sulla morte del capo della comunicazione di Mps”, ha concluso Giannarelli.

David Rossi, “orologio del manager gettato dalla finestra 20 minuti dopo la sua morte”. Quella che fino a oggi era una ipotesi investigativa oggi ha un riscontro oggettivo: una perizia svolta sull'orologio certifica come il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo. Lo studio è stato disposto dai familiari di Rossi, in particolare dal fratello Ranieri, che non si sono rassegnati all'epilogo scritto per due volte dalla procura: suicidio, scrive Davide Vecchi il 26 settembre 2018 "Il Fatto Quotidiano". L’orologio di David Rossi è stato gettato dalla finestra dell’ufficio venti minuti dopo il corpo del manager. Quella che fino a oggi era una ipotesi investigativa oggi ha un riscontro oggettivo: una perizia svolta sull’orologio certifica come il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l’opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell’uomo. Lo studio è stato disposto dai familiari di Rossi, in particolare dal fratello Ranieri, che non si sono rassegnati all’epilogo scritto per due volte dalla procura: suicidio. E non si rassegnato perché è ormai appurato quali e quante lacune siano state commesse dai magistrati senesi. La morte del capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, avvenuta il 6 marzo 2013, è stata oggetto di due fascicoli, uno nell’immediatezza del decesso, uno due anni dopo. Entrambi chiusi con archiviazione per suicidio anche se proprio dalle carte delle due indagini emerge chiaramente che tutto può esser accaduto quella sera tranne che Rossi si sia tolto la vita. Basti ricordare che il Colonello dei Ris, Davide Zavattaro, nominato dalla Procura come perito ha certificato come prima di morire David sia stato oggetto di una colluttazione. Purtroppo elementi fondamentali, come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi, sono stati distrutti dal magistrato titolare del primo fascicolo, Aldo Natalini, senza essere neanche analizzati e prima ancora che il Gip disponesse l’archiviazione o un eventuale supplemento di indagini. Poco è rimasto su cui concentrare le ricerche, in particolare il video della telecamera di sorveglianza (l’unico di dodici acquisito). Studiando quel video l’ingegnere Luca Scarselli, consulente dei familiari, ha individuato un corpo cadere dalla finestra dell’ufficio di David circa venti minuti dopo il corpo del manager. Si è sin da subito ipotizzato si trattasse dell’orologio. Ora, grazie a una nuova perizia, c’è la conferma: la cassa dell’orologio è stata gettata in un secondo momento. Quindi qualcuno era presente della stanza di Rossi. Chi? Inutile al momento chiederlo, visto che né i fogli presenza del giorno in banca, né le celle per tracciare i cellulari presenti in zona, sono mai state acquisiti. Quando nel 2015 il magistrato Andrea Boni prese servizio alla procura di Siena decise di riaprire il fascicolo e tentò di approfondire il caso, concentrandosi anche sull’orologio. Dopo aver visto le immagini scattate del corpo di Rossi senza vita nel vicolo nell’immediato e averle confrontate con quelle dei rilievi compiuti dalla scientifica si accorse subito che qualcosa non tornava: nelle prime cassa e cinturino non comparivano accanto al cadavere a differenza che nella seconda serie di foto. Addirittura il cinturino del Sector risultava attaccato alla caviglia di David, mentre la cassa poco distante la sua testa. Così il pm ha sentito tutti i membri della squadra di soccorso intervenuta quella sera e tutti hanno negato categoricamente che cinturino e orologio fossero lì vicino al corpo. Poi Boni ha preso servizio come procuratore capo di Urbino e ha ceduto il fascicolo ad altri colleghi senesi. E il tutto si è concluso con una nuova archiviazione. Da allora la battaglia per la verità da parte della famiglia non ha mai trovato sosta. Questa mattina il fratello di David, Ranieri Rossi, ha rivelato l’esistenza di questa nuova perizia durante la trasmissione Buongiorno Siena su Siena Tv. “Mio fratello non aveva l’orologio quando è precipitato da Rocca Salimbeni”, ha detto. “Questo conferma che qualcuno lo ha gettato dalla finestra dopo, mentre David era agonizzante a terra”, conferma Ranieri. “La perizia sull’orologio evidenzia che il lato dove l’orologio risulta ammaccato dopo la precipitazione è l’opposto rispetto a quello in cui la mano di David ha toccato il suolo”. L’elemento sarebbe sufficiente a presentare un’istanza di riapertura delle indagini per arrivare a scrivere sul caso una verità almeno credibile.

David Rossi, motivazioni dell’assoluzione della vedova e del cronista del Fatto: non dovevano neanche essere processati. Il giudice Alessio Innocenti ha depositato le motivazioni per le quali il 15 gennaio scorso ha assolto con formula piena il giornalista Davide Vecchi e Antonella Tognazzi, moglie del capo della comunicazione di Mps. Nelle 33 pagine si legge che "i reati contestati sono insussistenti" e che "il tribunale non condivide il presupposto giuridico da cui muove l'ufficio del pm né i successivi passaggi del ragionamento”, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'11 aprile 2018. La vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, e il giornalista del Fatto, Davide Vecchi non solo devono essere assolti ma non dovevano proprio essere processati. Il giudice Alessio Innocenti ha depositato le motivazioni per le quali il 15 gennaio scorso ha assolto con formula piena Vecchi e Tognazzi. Nelle 33 pagine più che spiegare i motivi della loro assoluta estraneità ai fatti, impartisce una lezione di diritto al magistrato Aldo Natalini che li ha indagati e trascinati sul banco degli imputati. Lezione delle basi del diritto: di quella Costituzione che qualunque cittadino dovrebbe conoscere a memoria, figurarsi un magistrato. Sin dalla prima pagina dell’analisi che svolge dell’accusa formulata dal pm, Innocenti scrive: “Il tribunale è giunto a ritenere insussistente già sotto il profilo oggettivo il reato contestato”. Poco più avanti: “Il tribunale non condivide il presupposto giuridico da cui muove l’ufficio del pm né i successivi passaggi del ragionamento”. E così fino alle conclusioni, nelle quali fra l’altro scrive che, proprio volendo indagare i due, sarebbero stati ipotizzabili altri reati ma “perseguibili solo su querela” di parte. Che non c’era: il processo è stato avviato d’ufficio dal pm e il reato contestato era l’unico che permetteva a Natalini di agire senza querela di parte nei confronti di un giornalista, quello di violazione della privacy. E il giudice sottolinea addirittura come persino il riferimento usato dal pm per impostare l’accusa fosse riferito a “un ambito civilistico amministrativo” e “non penale”. Innocenti, poi, ricorda più volte il quadro normativo scontato per chiunque operi nel settore e non solo: l’articolo 21della Costituzione sul diritto all’informazione, l’art 10 della Convenzione europea dei diritti fondamentali dell’uomo, il codice deontologico dei giornalisti, le garanzie dei cronisti e lo stesso regolamento sulla privacy che garantisce il diritto di cronaca. Insomma: le leggi che tutelano la libertà di stampa. Che l’intero processo fosse un tentativo di limitare Vecchi nel suo lavoro era già stato denunciato da vari organismi internazionali, fra cui il più importante è il Grobal Freedom of Expression della Columbia university di New York. Se ne sono accorti anche a Siena: non c’erano neppure gli estremi per indagare Vecchi e Tognazzi. Ma allora perché è stata avviata l’inchiesta?

Il giudice ricorda un aspetto importante e cioè che non si può negare “il collegamento, quantomeno sotto il profilo probatorio, tra il presente processo e i procedimenti relativi alla morte del Rossi”. Ecco. Si torna all’inizio di tutto. Al 6 marzo 2013, quando il capo della comunicazione di Mps, David Rossi, viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Il fascicolo di indagine è affidato a Nicola Marini, pm di turno quella sera. Ma presto a lui si aggiunge Natalini. Dopo appena tre mesi, nel giugno 2013, si dicono pronti ad archiviare il caso come suicidio e restituiscono parte del materiale sequestrato tra cui telefoni e computer di Rossi ai familiari. Vecchi, come decine di altri colleghi, è a Siena perché in quel periodo sono in pieno svolgimento le indagini sulle sorti bancarie di Mps e ha rapporti quotidiani con i magistrati della procura. Natalini si occupa anche dei fascicoli relativi a Rocca Salimbeni. A inizio luglio 2013 firma due articoli per il Fatto Quotidiano nei quali riporta lo scambio di mail tra Rossi e Fabrizio Viola, all’epoca amministratore delegato della banca. Mail contenute negli atti dei magistrati. Tutte inviate il 4 marzo, due giorni prima di morire. Tra queste la più importante recita: “Stasera mi suicidio, sul serio. Aiutatemi!!!”. Nelle altre Rossi esprime la volontà di andare a parlare con i magistrati che poche settimane prima lo hanno perquisito – seppure lui non fosse indagato – perché ritenuto braccio destro di Giuseppe Mussari. Lo scambio di mail tra i due viene pubblicato sul Fatto i giorni 5 e 6 luglio. A seguito della pubblicazione, il 5 luglio Natalini indaga Antonella Tognazzi insieme ad altri che rimangono ignoti. Nei mesi e anni successivi la vedova Rossi andrà a bussare alla porta del pm per avere informazioni sull’inchiesta relativa al marito senza sapere che invece Natalini stava indagando su di lei. E solamente nel 2015 il fascicolo viene chiuso: indagati sono lei e Vecchi con l’accusa di aver violato la privacy di Viola, seppure sia stato avvisato prima della pubblicazione. Ma tant’è. Secondo Natalini, la vedova avrebbe dato a Vecchi le mail per pubblicarle così da ricattare la banca e ottenere un risarcimento. Un’accusa più moralmente infamante che penalmente rilevante, in pratica: aver tentato di speculare sulla morte del marito. Eppure Tognazzi ha sempre e sin da subito rifiutato ogni proposta avanzata da Mps, persino quella di una assunzione a tempo indeterminato. Il processo si apre nel 2016. E nel frattempo a Siena arriva un pm nuovo, Andrea Boni, che riapre le indagini sulla morte di Rossi, archiviate come detto frettolosamente anni prima. Boni fa il suo lavoro ma pochi mesi dopo diventa procuratore capo a Urbino. I risultati delle sue indagini diventano pubbliche nell’ottobre 2018 con la pubblicazione di un libro di Vecchi dedicato alla vicenda (Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto, Chiarelettere). Ma più che le indagini svolte da Boni si comprendono le “non indagini” svolte da Natalini: il pm nell’agosto 2013, ad esempio, aveva disposto la distruzione di reperti fondamentali come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi. Distrutti senza analizzarli e prima ancora di metterne a conoscenza le parti e soprattutto prima ancora che il caso fosse archiviato come suicidio: il Gip avrebbe potuto disporre un supplemento di indagini. Dalla pubblicazione del libro, inoltre, anche la trasmissione Le Iene ha iniziato a occuparsi della vicenda, sollevando molti altri dubbi sull’operato dei magistrati senesi tanto che il Csm ha aperto un fascicolo nei confronti di Natalini e la procura di Genova sta valutando l’ipotesi di abuso d’ufficio. Da ieri intanto il pm ha lasciato Siena e si è trasferito a Roma, negli uffici del massimario della Corte di Cassazione. Quanto scritto dal giudice Innocenti dunque spinge a chiedersi con maggior forza perché Natalini nel luglio 2013 invece di indagare sulle sorti del manager Mps, abbia preferito dedicare le sue energie a Vecchi e Tognazzi portandoli a processo? La vedova, insieme a tutti i familiari, invoca ancora la verità su David. Per lei si chiude un capitolo doloroso, un processo ingiusto. Con la beffa di aver dovuto dividere i suoi risparmi su due fronti. Da una parte per difendersi da un’accusa rivelatasi infondata e dall’altra nel lavoro che avrebbe dovuto svolgere proprio la procura: le indagini sulla morte di David Rossi.

La Procura di Siena: molto «choosy», scrive il 4 Febbraio 2013 L'associazione culturale editoriale EFFEDIEFFE Non ci si sazia mai di ammirare la mano delicata dei procuratori di Siena che stanno indagando sull’enorme scandalo comunista Montepaschi. Nessuna intercettazione esce di lì, nessuna indiscrezione ai media amici: mica come dalle Boccassini, dagli Ingroia o dai Woodcock per Berlusconi o dell’Utri. «Mussari è stato già, in massima segretezza, interrogato dai pm senesi», dicono i giornali. Si viene a sapere che gli infaticabili pubblici ministeri hanno selezionato «undici indagati tra i quali «nessun politico», come lasciano trapelare ambienti giudiziari» (da Il Giornale). Nessun politico. Mi raccomando. Un momento. C’è un nome che da giorni, gli inviati sono stati autorizzati a nominare. La Procura di Siena sta dedicando «un’attenzione particolare al ruolo del consigliere Andrea Pisaneschi — in quota Forza Italia — che fu nominato presidente di Antonveneta subito dopo l’acquisizione e costretto a dimettersi dopo il coinvolgimento nell'inchiesta sul Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini» (Corriere della Sera). Sicuramente questo Pisaneschi è un farabutto, non dubitiamo. Ma altrettanto sicuramente, c’è voluta tutta la più fine capacità dei magistrati per identificare, tra quella folla di comunisti con tessera PD nella Fondazione, nella dirigenza, nel Comune, Provincia e Regione con potere e mani in pasta in Montepaschi, uno «in quota Forza Italia». È stato come chi, davanti alla fetta del panettone, pilucca e mangia solo i pezzettini di canditi. È una procura choosy, un po’ schifiltosa. Ad occhio e croce, questo identificato colpevole farebbe parte di una componente massonica, come lascia intendere il suo collegamento a Verdini. È evidente che la linea l’ha data, fin dal 26 gennaio scorso, lo storico tesoriere dei DS, Ugo Sposetti: «Nel caso del Monte dei Paschi non c’entra la politica ci sono altri interessi», la massoneria «ma non solo. C’è pure l’Opus Dei». A Siena «c’era pure il Pci, ma casualmente». «Il Monte è il Monte» – dice Sposetti, «la storia d’Italia, delle cento città, dei mille comuni. Dal granduca di Toscana a Mussolini, tutti hanno messo bocca sul Monte» Ecco dunque il colpevole: il FODRIA, sigla delle «Forze Oscure della reazione in Agguato», perenne ed imprendibile nemico del progressismo rosso e del Radioso Domani Rivoluzionario oggi incarnato da Bersani. I procuratori non mancheranno di portare, e spifferare alla stampa amica, le prove del complotto fra il Duce e il Granduca; e possiamo già indovinare che questa pista finirà per portarli a Berlusconi-Dell’Utri e Mangano come colpevoli reali del dissesto Montepaschi. Ma, come dicono i media, «mancano ancora varie tessere al mosaico». Per intanto stanno comprovando che il Pci c’entra solo casualmente, e che i veri malfattori sono Massoneria ed Opus Dei. Opus Dei? Aspettavo con ansia, confesso, di vedere come sarebbe stata chiamata in causa l’Opus, in una Fondazione dove 13 su 16 membri-caporioni hanno la stessa tessera di Bersani e, dei tre, se c’è qualcuno «cattolico», sarà uno di Rosy Bindi. Sono stato subito accontentato: «Questi conti segreti fra MPS e IOR», titolano i giornali di domenica. Basta fare il nome dello IOR, e i cani di Pavlov cominciano a salivare: ecco il colpevole di ogni oscura trama bancaria! La procura di Siena sta seguendo la pista maleodorante della banca vaticana, finalmente inchiodata alle sue colpe! Per la verità, spiega il Giornale, l’oggetto della sua attenzione è minimo, c’è voluto un microscopio per scorgerlo, come i vibrioni nella montagna di m... «Due conti correnti, intestati a manager Mps, aperti allo Ior. Un particolare che, in sé, non è illegittimo». Due conti correnti. Non illegittimi. Ma da giorni è stato convocato dalla Procura senese, e interrogato per ore, «L’ex Gotti Tedeschi presidente Ior Gotti Tedeschi» oltretutto come «responsabile per l’Italia di Banco Santander (guidato da Emilio Botin, uomo forte dell’Opus dei)». In questi interrogatori, Gotti Tedeschi «ed altri, tra cui Daffina (?) ha sostenuto di non essersi mai occupato della cessione di Antonveneta dalla banca iberica a quella senese». Con la miserevole scusa che, all’epoca della vendita di Antonveneta, Gotti Tedeschi non si trovava più al Santander... Scusa miserevole. La procura, pur discretissima, fa sapere ai media che «i rapporti tra i due — Gotti Tedeschi e Mussari — erano certamente buoni: nell’agenda di Mussari del 2007 è segnato un appuntamento con Gotti (e diversi con Botin), e i pm ritengono che i rendez vous non annotati tra i due siano stati anche di più». Il fatto che Gotti Tedeschi avesse cordiali rapporti con Mussari è – giustamente – altamente sospetto per i magistrati. Ma perché non è loro anche più sospetto il fatto che tutti i banchieri italiani hanno avuto con Mussari rapporti così cordiali, da acclamarlo all’unanimità a capo dell’ABI, la loro associazione massima? C’è il sospetto che Passera, la Tarantola, Profumo, forse persino Monti (e Bersani e D’Alema) conoscessero personalmente Mussari, e intrattenessero con lui più che cordiali rapporti: perché prendere di mira solo Gotti Tedeschi? Ah, ma ci sono due conti correnti che manager di Montepaschi hanno acceso allo Ior. Va bene. Va benissimo anche prendere di mira il tizio «in quota Forza Italia» che fu messo a capo di Antonveneta da Mussari e dai comunisti che lo comandavano dopo l’acquisto. Infatti i magistrati hanno concentrato «l’attenzione su Pisaneschi per capire in base a quali accordi, stretti all’interno del Cda, si decise che dovesse essere proprio lui a dover guidare Antonveneta». Ottima preoccupazione. Ma ci permettiamo di dichiararla accessoria rispetto al reato principale. Pisaneschi messo ad Antonveneta è il «dopo». Mai dubbi riguardano quel che avvenne «prima». Il reato, o l’insieme di reati da indagare, sarebbe il fatto che Mussari (su indicazione di chi?) comprò «per 9 miliardi e 300 milioni, più un miliardo di euro di oneri», una banca che solo quattro mesi prima il Santander aveva comprato per 6 miliardi e 300 milioni; che 2 di quei miliardi pagati in più sono finiti in un fondo nero su un conto cifrato di Londra, e poi fatti rientrare in Italia approfittando di scudi fiscali: chi li ha presi? Sono finiti ai manager, come si sta insinuando, pardon facendo filtrare dalla procura? Politici esclusi? È questo il centro del problema, che umilmente segnaliamo ai procuratori di Siena. Ammirevole la loro capacità di selezionare nelle indagini, eccezionale la loro visione microscopica. Ma qui c’è un fatto macroscopico – la famosa montagna di m... rossa – visibile ad occhio nudo, e puteolente ad un olfatto semplicemente sano. Non vorremmo che sfuggisse ai validissimi magistrati. Tanto più che è stato questo oculatamente cattivo affare a dissestare definitivamente Montepaschi. Infatti «per coprire l'esborso non bastò l’aumento di capitale di 5 miliardi. MPS concluse una serie di scommesse derivate che non andarono a buon fine. Per mascherare le perdite in bilancio, MPS sostituì le vecchie scommesse con delle nuove, che immediatamente portavano soldi freschi, ma a scadenza sarebbero state perdenti per MPS, e il buco sarebbe aumentato. Sono noti almeno due di questi contratti: uno, chiamato Progetto Santorini, stipulato con Deutsche Bank, e l’altro, chiamato Alexandria, stipulato con Nomura. Si ritiene però che questo sia solo la punta dell’iceberg». Stiamo citando lo EIR (Executive Intelligence Review, Alert n.5) il quale ci dà una notizia che pare sfuggita ai magistrati, occupatissimi a trovare uno «in quota Forza Italia» e «due conti con lo Ior»: che di quel pessimo acquisto (ma lucroso per ignoti italiani) fu «coordinatore globale». «Ma Goldman era anche stata advisor di ABN-Amro nella prima acquisizione, quella osteggiata dal governatore Antonio Fazio che a causa di quella vicenda, come è noto, fu costretto a dimettersi». Qui la storia si fa spessa, perché fu la banca olandese ABN-Amro a tentare per prima la vasta scalata alle banche italiane (strapiene di risparmi, al contrario di quelle inglesi) che fu bloccata dal governatore Antonio Fazio, che per questo fu duramente punito da altri valorosi magistrati. Citiamo da Il Giornale «È il 22 marzo 2006 e Fazio, travolto dalla tempesta dei furbetti del quartierino e delle scalate corsare, viene chiamato in procura a Milano dal pm Francesco Greco. E che cosa racconta? Parla di Ricucci, di Fiorani e di Antonveneta, ma poi si concentra su un dettaglio illuminante. “Le posso dire – spiega a Greco –, su Bnl, che sono venuti da me Fassino e altri a chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi. Io li ho ascoltati». Greco non molla, per cercare di collocare nel tempo l'episodio: «Questo quando?». «Primissimi mesi 2005 o fine 2004», è la replica. Pausa. Poi Fazio articola meglio i ricordi: «Erano Fassino e Bersani. Ma sì, l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino, e l’allora responsabile economico del partito Pier Luigi Bersani, bussarono alla porta del governatore per proporre la creazione di un grande polo bancario in cui sarebbero confluiti Bnl, Unipol e Monte dei Paschi». (Lo smemorato Bersani andava in Bankitalia per sponsorizzare Mps) Questo particolare dovrebbe essere agli atti, e la Procura di Siena non dovrebbe fare fatica a procurarseli. Osiamo suggerire questo filone, come potenzialmente più promettente della ricerca di un uomo «in quota Forza Italia» nella montagna di m... rossa detta Montepaschi. Eh sì, perché come prosegue EIR, «Capo dell’ufficio europeo di Goldman Sachs all’epoca dell’accordo ABN-Antonveneta era un certo Mario Draghi, lo stesso Draghi che, nel dicembre 2006, sostituì il dimissionario Fazio. Lo stesso Draghi che era responsabile della supervisione bancaria quando MPS truccò il bilancio per mascherare le perdite sui derivati». Ciò potrebbe indurre gli inquirenti a porsi alcune domande non microscopiche, ma macro: su Draghi. Sulla Tarantola, miracolata da Monti. E sul perché Mario Monti ha versato senza fiatare l’intero introito dell’Imu prima casa per «salvare» Montepaschi e più precisamente, per salvare la sua dirigenza comunista, quella palese e quella occulta. Come ha rilevato l’ex ministro Tremonti, Monti ci teneva tanto a far approvare il pacchetto salvaMPS da averci posto la fiducia». Già, perché? Ma qui, capisco, la procura segue una linea ben più augusta di quella di Sposetti «storico tesoriere dei DS». È Napolitano a scendere in campo per sopire, troncare e difendere i grossi papaveri politici, ma soprattutto il suo probabile successore Mario Draghi. Con una nota dal Colle, ci assicura quanto segue: «La Banca d’Italia ha documentato di aver esercitato fin dall’inizio con il tradizionale rigore le funzioni di vigilanza nei limiti delle sue attribuzioni di legge. E in effetti, la collaborazione che essa ha prestato e presta alla magistratura inquirente è garanzia di trasparenza per l’accertamento di tutte le responsabilità». E ancora, sempre per puntellare Bankitalia: «Sono fermamente convinto – afferma il capo dello Stato – che va salvaguardato il patrimonio di credibilità e di prestigio, anche fuori d’Italia, di storiche istituzioni pubbliche di garanzia, insieme con la riconosciuta solidità del nostro sistema bancario nel suo complesso». Che cosa ne sa, Napolitano, di come si comporta Bankitalia? È la domanda che rivela la nostra ingenuità. Napolitano sa. Sa tutto. È tessera Pci-Pdi da tempo immemorabile. Lui garantisce la trasparenza del tutto. Lui segnala che il Pci non c’entra. Lui indica i papaveri da non toccare. Non è bello, avere un monarca così Illuminato? Siate choosy, animosi procuratori di Siena; non fate del male a Bersani che poi andrà d’accordo con Monti, Draghi e Tarantole varie... Arrestate il Granduca di Toscana, piuttosto.

Indagò su Mps e la morte di David Rossi, lascia la Procura di Siena il pm Natalini. Sentito dall'inviato de Le Iene sui presunti "buchi" nelle indagini sulla fine dell'ex capo comunicazione della banca, rispose che l'unica verità era nel fascicolo e nelle sentenze, scrive la Redazione Tiscali l'11 aprile 2018. La Procura di Siena continua a perdere protagonisti di alcune delle maggiori inchieste italiane degli ultimi anni. Il pm Aldo Natalini va via verso nuova destinazione. In precedenza si era trasferito Antonio Nastasi, altro pubblico ministero senese, destinazione Firenze. Natalini si era occupato di due casi di grande risonanza: le inchieste sulle tribolate vicende finanziarie di Montepaschi, e la morte di David Rossi, responsabile della comunicazione della più antica banca del mondo, precipitato dalla finestra del suo ufficio nel 2013. 

L'inchiesta de Le Iene e la denuncia dei magistrati. Natalini era stato intervistato da Antonino Monteleone, sui dettagli che l'inviato de Le Iene sta riportando a galla circa le indagini sulla morte di David Rossi. Natalini si era limitato a rispondere che quanto c'è da sapere è già tutto nel fascicolo delle indagini e nelle sentenze che hanno archiviato quella morte come un suicidio. In seguito aveva ricevuto una lettera intercettata al Centro smistamento delle Poste di Sesto Fiorentino (Firenze). All'interno c'erano un proiettile calibro 9, inesploso, e minacce, considerate "gravissime", contro il magistrato. Il programma di Mediaset è stato denunciato per diffamazione dai magistrati chiamati in causa nei servizi televisivi sul caso Rossi, e il fascicolo è stato acquisito dalla Procura di Siena e dal Consiglio superiore della magistratura.

David Rossi, il mistero sulla morte del manager Mps. DAVID ROSSI. Video, era la gola profonda in Mps del pm Natalini? Spunta un'intercettazione... (Quarto Grado). David Rossi, il mistero sulla morte del manager Mps. Era la gola profonda in Mps del pm Natalini? Spunta un'intercettazione... La pubblica Quarto Grado nell'ultima puntata, scrive il 7 aprile 2018 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Una nuova tessera al complesso puzzle relativo alla morte di David Rossi. L’ha data il programma “Quarto Grado”, che ieri sera ha mandato in onda un’intercettazione tra il pm Aldo Natalini, uno dei magistrati che indagava sull’acquisizione di Antonveneta e sulle spericolate operazioni di Mps, e un suo amico d’infanzia, un avvocato che era indagato per estorsione. L’intercettazione risale alle 22.08 del 19 febbraio 2013 ed è alla base dell’inchiesta contro Natalini per rivelazione del segreto d’ufficio, vicenda archiviata poi nell’autunno. Il 19 febbraio è il giorno delle perquisizioni a casa e nell’ufficio di David Rossi, indagini per le quali il responsabile comunicazione Mps aveva mostrato preoccupazione nei giorni successivi. Natalini rivelò all’amico di avere una possibile gola profonda in Mps. «Una gola profonda non ce l’avete?», chiede l’amico al pm, che risponde: «Sì, quello sì». Per “Quarto Grado” c’è un collegamento tra la volontà di David Rossi di andare a parlare con la Procura, palesata via mail a Viola, quindi ipotizza che sia lui la talpa. Il programma condotto da Gianluigi Nuzzi non crede alla pista dei festini, considerata un depistaggio, ma collega la vicenda al sequestro disposto dalla Procura di Siena di 1 miliardo e 666 milioni a carico di Nomura, somma versata da Mps alla banca londinese per il caso del titolo tossico da 220 milioni. La perquisizione e l’interrogatorio a David Rossi avrebbero avuto quindi come obiettivo proprio la ricerca di elementi per procedere col sequestro. (agg. di Silvana Palazzo).

Anche Quarto Grado torna ad occuparsi di David Rossi, il manager di Mps trovato morto la sera del 6 marzo 2013. Lo ha anticipato Sabrina Scampini nella didascalia al selfie postato su Instagram: «Un po’ di ripasso prima della puntata di questa sera con Il caso David Rossi di Davide Vecchi: spiega molti lati oscuri sulla vicenda dell’improbabile suicidio». Il programma condotto da Gianluigi Nuzzi farà il punto della situazione sul caso che nelle ultime settimane ha conosciuto diversi sviluppi grazie all’inchiesta de Le Iene. La novità più importante è stata annunciata dal giornalista Davide Vecchi, autore di un libro (“Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Mps”) che svela molti elementi sfuggiti alle indagini svolte dalla Procura di Siena. I soggetti indicati come partecipanti ai festini a luci rosse saranno convocati e interrogati dalla Procura di Genova: politici, manager, sacerdoti, imprenditori, persino i magistrati di Siena sfileranno davanti al procuratore aggiunto del capoluogo ligure, Vittorio Ranieri Miniati. Le rivelazioni dell’escort intervistato dalla Iena Antonino Monteleone sono finite al vaglio degli inquirenti, che hanno disposto il sequestro del video integrale dell’intervista trasmessa dal programma di Italia 1. Cene e festini a luci rosse in diverse ville senesi, in particolare una a Monteriggioni. La conferma arriva da un ragazzo che a Le Iene ha rivelato di essere uno degli escort che vi ha preso parte. Il gigolò ha riconosciuto come partecipanti a quelle serate almeno dieci persone, tra cui due magistrati di Siena, un manager già al vertice di Mps e un importante ex ministro. Le immagini mostrate al ragazzo sono state nascoste da Le Iene per non rendere riconoscibili a tutti i volti delle persone indicate. Ma il procuratore genovese Miniati, come riportato dal giornalista Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano, sentirà i giornalisti della trasmissione per individuare l’escort e avere un elenco completo delle persone riconosciute dal 26enne e che poi saranno convocate. Il caso nasce dalle indagini giornalistiche svolte negli ultimi mesi su David Rossi. Queste inchieste hanno evidenziato le lacune delle inchieste condotte dai magistrati senesi sulla morte di Rossi, liquidata frettolosamente con l’archiviazione per suicidio. Ma sulla vicenda sono emerse molte incongruenze. E ora il sospetto - insinuato dall'ex sindaco Piccini - è che le indagini siano state “abbuiate” per evitare lo scoppio di una bomba morale.

Monte Paschi, l’inchiesta delle Iene sul “suicidio” di David Rossi, scrive giovedì 5 ottobre 2017 Imola Oggi. In prima serata su Italia 1, a “Le Iene Show” l'1 ottobre, l’inviato Antonino Monteleone si è occupato del caso di David Rossi, responsabile della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS è al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così la richiesta avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Si tratta della seconda archiviazione dell’indagine: la prima era avvenuta nel marzo 2014. La Iena intervista Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone raggiunge anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando è stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non ha più parlato: né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi.

In onda dichiarazioni confidenziali di Piccini: "David Rossi non si è ucciso". L'ex sindaco annuncia querele. Il giallo dei festini, scrive l'8.10.2017 "Il Corriere di Siena". Servizio choc delle Iene sulla morte di David Rossi, ex capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena. Nella puntata dell'8 ottobre 2017, sono state mandate in onda rivelazioni choc di Pierluigi Piccini. L'ex sindaco è stato registrato e ripreso dalle telecamere delle Iene a sua insaputa, durante una chiacchierata confidenziale in cui si è lasciato andare, raccontando la sua personale versione e le sue opinioni sulla vicenda della morte dell'ex capo della comunicazione di Mps. Piccini non sapeva di essere filmato e quindi ha parlato "senza veli". Soltanto al termine della chiacchierata si è reso conto che la Iena Antonino Monteleone, aveva un microfono sotto la camicia. A quel punto Piccini è andato su tutte le furie, ha urlato che avrebbe denunciato tutti, ma ormai era troppo tardi. Dopo la messa in onda del servizio, durante la puntata di ieri sera è stato spiegato che le dichiarazioni di Piccini sono state trasmesse anche se ottenute con l'inganno, perché troppo importanti per il caso. Ma cosa ha detto l'ex sindaco di Siena? Piccini ha sostenuto più volte e con forza di essere certo che David Rossi non si sia tolto la vita, ha spiegato i perché di tutti i suoi dubbi, messo in discussione le indagini degli inquirenti che avrebbero archiviato troppo in fretta e senza le opportune verifiche. Ma è andato anche oltre, parlando di presunti festini in una location tra Siena ed Arezzo che avrebbero visto la partecipazione di importanti personaggi italiani e che sarebbero legati alle indagini sulla morte di David Rossi. Quando Piccini si è reso conto che le Iene avevano registrato le sue parole, ha ripetuto più volte che avrebbe denunciato se le sue dichiarazioni sarebbero state mandate in onda: "Voi mi rovinate - ha detto - io mi sto candidando a sindaco di Siena. Mi mettete contro la magistratura". “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset) preciso - ha scritto Piccini in una nota fatta recapitare al Corriere di Siena nella serata dello stesso 8 ottobre - che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”. Nel frattempo, giovedì 12 ottobre alle ore 18.30 a Palazzo Patrizi, in via di Città a Siena, verrà presentato il libro del giornalista Davide Vecchi proprio sul "Caso Rossi".

David Rossi come Attilio Manca: Servizi Segreti, Magistrati Ambigui e Tanti Misteri, scrive il 10 Ottobre 2017 Francesca Scoleri. Un suicidio inattendibile quello attribuito a David Rossi, avvenuto il 6 marzo del 2013. Il corpo fu trovato privo di vita sotto la finestra del suo ufficio in una zona centrale di Siena. Un’inchiesta de Le Iene rivela particolari preziosissimi ai fini dell’accertamento della verità ma la magistratura persiste nel non considerarli. Proprio come nel caso di Attilio Manca. Ecco che la presenza dei Servizi Segreti ripiomba laddove non c’è chiarezza di fatti, azioni e omissioni. Ho seguito personalmente il caso di Attilio Manca, il giovane urologo “suicidato” dopo aver operato Bernardo Provenzano di tumore alla prostata. Un intreccio di operazioni incomprensibili messe in atto da medici, magistrati e rappresentanti delle istituzioni e come un’ombra, la mano dei Servizi Segreti. Immancabili ormai dove i conti macchiati di sangue non tornano. Da una parte, si copre l’ingiustificabile latitanza di Provenzano; 43 anni vissuti in estrema libertà al punto da aver raggiunto, senza alcun problema, le frontiere francesi per recarsi in una delle cliniche più prestigiose di Marsiglia. Attilio Manca, in qualità di migliore urologo suggerito al boss corleonese, lo ha operato salvandogli la vita ignorando che avrebbe perso così la sua. Ma il movente per eliminarlo appartiene più a quella parte di istituzioni corrotte che non alla mafia. Il processo “trattativa Stato-mafia” ne dà prove continue che la maggior parte della stampa ignora. Ma sono fatti. Provenzano è stato protetto, anche da uomini dell’Arma.

Dall’altra parte uno scandalo nazionale che ha origine a Siena; è il 2013, i vertici dell’istituto bancario Monte dei Paschi, nato come “monte di pietà” per dare aiuto alle classi povere della città, vengono sanzionati da Bankitalia con una multa di 5 milioni di euro a seguito di accertamenti ispettivi in cui è stata riscontrata violazione nel controllo dei rischi. Inutile dirlo, le vittime sono i risparmiatori. In un clima di indagini e sospetti, giunge la notizia che David Rossi, responsabile della comunicazione in Monte dei Paschi, si è buttato nel vuoto dalla finestra del suo ufficio in una zona centrale di Siena. Un suicidio risultato poco credibile sin dai primi momenti. Si dirà che l’uomo, non ha retto ai controlli e alle perquisizioni fatte sia nel suo ufficio che nella sua abitazione pochi giorni prima e che, provato emotivamente, ha preferito farla finita. Parole smentite da chi lo conosceva bene come l’ex moglie Antonella Tognazzi e Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi ed ex sindaco di Siena. Le rivelazioni di quest’ultimo, inconsapevolmente registrato da un giornalista de Le Iene, aprono scenari inquietanti.

Da premettere che il caso è alla sua seconda archiviazione nonostante molteplici prove fra testimonianze e video filmati, dimostrino che la parola “suicidio” sul fascicolo di David Rossi è completamente falsa. Secondo la perizia grafologica, i biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel suo ufficio, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”. Nelle ore trascorse tra il decesso e il sequestro del suo ufficio da parte degli inquirenti, avvenuto la mattina dopo, il computer di David Rossi è stato manomesso e alcuni oggetti fra cui agende e appunti sono spariti.

Da fotografie fatte su disposizioni degli inquirenti, si evidenzia la presenza di fazzolettini di carta macchiati di sangue nel cestino. Nessun elemento è stato fornito a riguardo e dei fazzolettini più nessuna traccia. Spariti nel vuoto. Una telefonata, l’ultima fatta da David Rossi, della durata di circa dieci minuti, mai rintracciata. E ancora, testimoni suggeriti dai legali della famiglia, mai convocati. I particolari più agghiaccianti riguardano i 22 minuti di agonia vissuti da David Rossi prima di morire. Nessuno lo ha soccorso ma forse è il caso di dire che nessuno poteva soccorrerlo. I periti della famiglia ipotizzano che una vettura posizionata all’imbocco del vicolo dove giaceva Rossi, impediva la visuale sul vicolo con delle luci accese in modo anomalo. Nel video che i magistrati senesi continuano ad ignorare, si delineano due figure in prossimità del corpo, entrambe prive di identificazione. Nemmeno il verificato reato di omissione di soccorso interessa gli inquirenti? Dalle immagini si evince inoltre un oggetto in caduta dalla finestra dell’ufficio di David Rossi, dopo ben mezz’ora dalla caduta dell’uomo. Si tratta del quadrante del suo orologio. Ma nemmeno questo smuove gli inquirenti a procedere verso indagini accurate. Chi ha lanciato quell’oggetto dalla finestra? E ancora, i segni sul corpo di David Rossi denotano colluttazioni e ferite che non hanno nulla a che fare con la caduta ma anche questo, per i magistrati senesi, è un elemento privo di importanza, esattamente come accaduto in presenza del corpo deturpato di Attilio Manca che certo non è frutto di “inoculazione volontaria di stupefacenti”, conclusione messa nero su bianco dai magistrati di Viterbo. “Ulteriori indagini si preannunciano superflue” rispondono i magistrati di Siena a chi chiede di considerare gli elementi rilevanti e degni di approfondimento fin qui riscontrati ed è più o meno quel che si sente dire da anni la famiglia Manca, che da Barcellona Pozzo di Gotto continua a pretendere sia fatta luce sulla morte del figlio che con ogni evidenza, non si è suicidato.

Il motivo per cui a Siena non si riesce a infrangere il muro d’omertà sulla vicenda Rossi, lo svela suo malgrado Pierluigi Piccini che ben conosce le dinamiche interne a Monte dei Paschi e alla città dove è stato sindaco, la città legata a doppio filo alla massoneria; Piccini parla di festini in una location tra Siena ed Arezzo frequentati da politici, uomini legati al Monte Paschi e magistrati senesi. E parla anche di Servizi segreti. Anche in questo caso c’è analogia col caso Manca. Da numerose testimonianze, pare che nell’apparato dei servizi, ci sia abilità a trasformare omicidi in suicidi. Durante i lavori della commissione d’inchiesta del Consiglio regionale Toscana su Fondazione e Banca Mps, il Presidente Giacomo Giannarelli (M5S), ha dichiarato: “Il disastro del Monte dei Paschi di Siena rappresenta un punto di non ritorno dell’intero sistema bancario. Quanto avvenuto non è successo per caso. La commissione ha accertato gravi responsabilità della politica e gravi intrecci di poteri forti, non democraticamente rappresentativi, che hanno causato danni economici ai risparmiatori e minato la stabilità dell’erogazione del credito alle imprese. Gravi responsabilità gravano anche sugli organismi di controllo, come Banca d’Italia, Ministero del tesoro, Consob”. A proposito delle “responsabilità politiche” di cui si accenna, gli ex sindaci di Siena Cenni, Ceccuzzi e lo stesso Piccini, insieme all’ex presidente della provincia Ceccherini, riferiscono all’unanimità che “Al Monte dei Paschi decideva tutto il Partito democratico”. L’unico sistema Italia che non conosce crisi, si riconferma “corruzione S.P.A”.

Mps: David Rossi ha imparato a cadere ma non a rialzarsi. Proprio nei giorni in cui la banca senese lancia la nuova campagna pubblicitaria esce un libro che prova a svelare i misteri del suicidio di Rossi, scrive Domenico Camodeca su Blasting News il 10 ottobre 2017. “Cadere è la prima cosa che impariamo, la seconda è rialzarci e lo facciamo perché c’è qualcuno che crede in noi, qualcuno pronto a tenderci la mano”. Si apre con questa frase lo spot della nuova campagna pubblicitaria del Monte dei Paschi di Siena (#mps) pubblicizzato in tv da pochi giorni. “Più forza alle persone” è lo slogan coniato dalla banca più antica del mondo. Forse una scelta non proprio azzeccata, vista la quasi contemporanea uscita, giovedì 12 ottobre, di un libro (Il caso #David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena, ed. Chiarelettere) scritto dal giornalista Davide Vecchi. Il tomo di 176 pagine si ripropone di accendere una luce sul misterioso suicidio del braccio destro di Giuseppe Mussari (ex ad di Mps), avvenuto il 6 marzo 2013 gettandosi dalla finestra del suo ufficio. Il primo dubbio dell’autore riguarda l’inopinata distruzione di sette fazzoletti insanguinati. A mettere un ulteriore pizzico di noir a questa storia ci ha pensato anche l’ex sindaco della città toscana, Pierluigi Piccini il quale, in una dichiarazione ‘rubata’ dalle Iene, afferma di non credere alla tesi del suicidio.

Breve ricostruzione del caso Rossi. È il tardo pomeriggio del 6 marzo 2013 quando l’allora capo della comunicazione di Mps, David Rossi, dopo aver telefonato alla moglie per avvertirla che sarebbe tornato a casa, vola dalla finestra del suo ufficio che affaccia in un vicolo nella zona centrale di Siena. I magistrati incaricati delle indagini, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, ipotizzano subito il gesto volontario, non autorizzano l’autopsia e, appena tre mesi dopo, a giugno, confermano senza ombra di dubbio che si tratti di suicidio. Conclusione a cui non hanno mai creduto la moglie e i familiari di Rossi che decidono di cominciare la loro personale battaglia giudiziaria alla ricerca della verità.

I dubbi avanzati nel libro di Vecchi. Neanche il giornalista Davide Vecchi sembra molto convinto che si tratti di suicidio. Per questo decide di scrivere un libro per dimostrare che, parole testuali, “il suicidio ipotizzato dai magistrati non è l’unico scenario possibile”. Dalle prime anticipazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano emerge il mistero dei 7 fazzoletti sporchi di sangue, ritrovati nell’ufficio di Rossi e fatti distruggere su ordine dei magistrati il 14 agosto. Data importante, quella agostana, se si tiene conto che la richiesta di archiviazione del caso Rossi viene depositata il 2 agosto 2013, proprio all’inizio della cosiddetta ‘sospensione feriale’ (dall’1 agosto al 15 settembre) che tutti i tribunali devono rispettare. I familiari di Rossi e i loro legali non vengono nemmeno avvertiti, anche se avrebbero avuto tutto il tempo, fino al 15 settembre appunto e non i canonici 10 giorni, per fare ricorso. Altro fatto grave è che i suddetti fazzoletti non vennero nemmeno analizzati per scoprire almeno se il sangue appartenesse effettivamente al manager Mps o a qualcun altro.

Le rivelazioni di Piccini: Festini in una villa. Ad alimentare i dubbi sull’esistenza di un complotto intorno alla morte di Rossi ci pensa, forse involontariamente, l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini. Inseguito da Le Iene e credendo di non essere registrato, Piccini si lascia sfuggire di non credere che “si sia suicidato, lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto quello che sapeva”. Alla domanda su cosa avrebbe raccontato Rossi ai pm, Piccini risponde: “Un avvocato romano mi ha detto che c’è una villa tra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini”. E poi, si chiede polemicamente: “Chi andava in queste feste? Ci andavano anche i magistrati senesi?” Supposizioni che, se confermate, aprirebbero scenari imprevisti sul caso della morte di David Rossi. #suicidio David Rossi.

Suicidio David Rossi, l'ex sindaco: «Festini a Siena? In città lo sanno tutti». Piccini, ex sindaco: David Rossi non si è suicidato, conosceva cose e intendeva riferirle, scrive Marco Gasperetti il 10 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". Di storie di presunti omicidi camuffati da suicidi — la morte dell’ex capo della comunicazione di Mps, David Rossi — e festini orgiastici con presenze eccellenti e innominabili, se ne parlava da tempo a Siena. Voci di popolo, certo. Ma adesso che Pierluigi Piccini, 67 anni, ex sindaco, raffinato intellettuale e già direttore aggiunto del Monte dei Paschi France, le ha raccontate in televisione — credendo di non essere ripreso dalle telecamere — si sono trasformate da pettegolezzo noir a racconto uscito dalla bocca di un personaggio molto autorevole e attendibile. Tant’è vero che il procuratore di Siena, Salvatore Vitiello, ha interessato del caso la Procura di Genova — competente per le indagini sulle toghe senesi — per fare luce su quelle dichiarazioni-choc «di magistrati senesi coinvolti, in “festini” a base di “cocaina” che si sarebbero tenuti in due ville, una in una località tra Siena e Arezzo e l’altra in zona di mare». E proprio ieri la Procura di Genova ha aperto un fascicolo, ancora senza alcuna ipotesi di reato.

Conferma le accuse dottor Piccini?

«Io non accuso nessuno riporto soltanto quello che mi è stato raccontato e che tutti a Siena sanno».

Ci dica che cosa sanno i senesi.

«Che David Rossi non si è ucciso, ma è stato assassinato. E io, che David lo conoscevo molto bene, ne sono assolutamente convinto. Nulla di nuovo».

Ma lei ha parlato anche di orge a base di droga alle quali avrebbero partecipato magistrati. E questa è una notizia-bomba...

«Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013 durante un’assemblea del Monte dei Paschi un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti».

E che cosa avrebbero a che fare i festini con la morte di David Rossi?

«Non spetta a me indagare. Io so soltanto che, appena due giorni prima di morire, David mandò un messaggio a un alto dirigente di Monte dei Paschi avvertendolo che avrebbe raccontato tutto ai magistrati. Queste cose le sto ripetendo da anni».

E perché la procura di Siena non l’ha ascoltata?

«Questo non lo so. Io sono pronto a parlare con i magistrati in qualunque momento».

Adesso sulle sue dichiarazioni indaga la Procura di Genova. Che ne pensa?

«Sono contento. E a disposizione. Perché voglio che la verità su David Rossi venga fuori una volta per tutte. Anche se ci sono state due inchieste che hanno archiviato la sua morte come un suicidio io sono convinto che l’abbiano ucciso».

Come fa ad esserne così certo?

«Conoscevo David molto bene, da sindaco era stato un mio collaboratore. Era impossibile che potesse fare un gesto del genere. Per la sua cultura, per la sua voglia di vita. Aveva ferite compatibili con una colluttazione, dalla finestra è caduto in modo innaturale e il suo orologio pare sia stato gettato giù mezz’ora dopo, sette fazzoletti sporchi di sangue sono stati trovati nel suo studio senza che nessuno abbia analizzato il dna e adesso sono stati distrutti. Aveva chiamato l’anziana madre dicendole che stava arrivando, così come la moglie. Aveva minacciato di andare a raccontare tutto alla magistratura. I magistrati hanno detto di non aver trovato prove sufficienti né un mandante per avvalorare l’ipotesi dell’omicidio. Ma se non c’è movente del delitto qual è quello del suicidio? Le motivazioni sono ancora più deboli di quelle dell’omicidio».

Caso Rossi a Le Iene, intervento dell'Ordine degli Avvocati di Siena di Martedì 11 Ottobre 2017. “Il Presidente del COA di Siena, in relazione alle notizie divulgate dai media sul caso di David Rossi, manifesta il proprio sconcerto per le modalità con cui sono stati fatti riferimenti indiscriminati a Magistrati del nostro Tribunale. Confida che la Procura della Repubblica di Genova possa svolgere adeguati accertamenti per non addensare altre nubi su un caso che ha profondamente turbato l’intera cittadinanza.” Così un comunicato stampa del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Siena, Avv. Nicola Mini.

Morte David Rossi, Associazione Magistrati contro Piccini. E bacchetta stampa nazionale, scrive il 10.10.2017 "Il Corriere di Siena". Delio Cammarosano, presidente della sottosezione senese dell'Associazione nazionale magistrati (che proprio a Siena terrà il prossimo 20 ottobre alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il suo congresso nazionale) ed i magistrati del tribunale della città del Palio si scagliano contro le dichiarazioni dell'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, sulla morte di David Rossi, già capo della comunicazione Mps. E bacchettano pure la stampa nazionale. I Magistrati della sottosezione Anm di Siena riuniti in assemblea stigmatizzano che "l’interlocutore del giornalista (Piccini, ndr) ha espresso gravi accuse nei confronti dei magistrati di Siena. In particolare si racconta di una “storia parallela”, mai emersa nel corso delle indagini e mai denunciata dallo stesso interlocutore, che vedrebbe coinvolti vari soggetti, tra cui i magistrati senesi, in “festini” a base di “cocaina” che si sarebbero tenuti in due ville, una tra Siena e Arezzo, altra in zona di mare. Secondo quanto prospettato nell’intervista, le indagini sul decesso di David Rossi non si sarebbero spinte oltre per evitare lo scandalo nei confronti di magistrati o di altre personalità di rilievo nazionale, che avrebbero preso parte ai “festini”. Si tratta di accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena, per le quali ogni competenza spetterà alla Procura della Repubblica di Genova". I magistrati senesi criticano pure una parte della stampa nazionale: "Ulteriormente, su parte della odierna stampa anche di rilievo nazionale - si legge nel comunicato della sottosezione della Anm - il contenuto della trasmissione è acriticamente ripreso ed esaltato, con toni di inusitata gravità (il Fatto Quotidiano titola, “la morte di David Rossi: mistero delle prove distrutte”; Il Giornale, “l’ombra dei festini hard”, “David Rossi fu assassinato (…) quelle ville frequentate da politici e giudici”). Si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento e riscontro, non finalizzate all’accertamento della verità, che si risolvono in una gratuita aggressione all’immagine e alla fedeltà istituzionale della magistratura senese. Proprio nella consapevolezza del ruolo fondamentale dell’informazione anche come eventuale stimolo all’approfondimento di spunti investigativi, riteniamo assolutamente inaccettabile, invece, la sistematica e continua delegittimazione degli uffici giudiziari senesi. Esprimiamo pertanto la più ferma solidarietà ai colleghi che nel tempo si sono occupati del tragico caso, di cui conosciamo la professionalità e la assoluta fedeltà istituzionale, auspicando che nella Sede competente sia attivato un immediato intervento a tutela".

Caso David Rossi, Piccini choc in tv. Il procuratore: «Inaccettabile». L'ex sindaco: "Storia parallela sull'ex capo della comunicazione di Mps". Vitello trasmette il materiale a Genova, scrive il 10 ottobre 2017 “La Nazione". L'ex sindaco Pierluigi Piccini fa rilevazioni choc alla trasmissione «Le iene», parlando di «storia parallela» e «festini» che avrebbero condizionato le indagini da parte della magistratura sulla morte di David Rossi. Parole che nel tardo pomeriggio di ieri hanno provocato la dura reazione del procuratore della Repubblica di Siena, Salvatore Vitello, che in una nota ha annunciato di aver trasmesso la registrazione della trasmissione alla procura di Genova, «cui spetta ogni competenza in merito trattandosi di accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena». Nel documento di Vitello si afferma: «Si racconta di una storia parallela mai emersa nel corso delle indagini svolte da questo ufficio e mai denunciate dallo stesso interlocutore che vedrebbe coinvolti vari soggetti, tra cui i magistrati senesi in festini a base di cocaina che si sarebbero tenuti in due ville, una in una località tra Siena e Arezzo, un’altra in zona di mare». La replica del magistrato continua: «Secondo quanto prospettato nell’intervista, le indagini sul decesso di David Rossi non si sarebbero spinte oltre per evitare lo scandalo nei confronti di magistrati o di altre personalità di rilievo nazionale che avrebbero preso parte ai ‘festini’. Prendiamo atto che l’interlocutore del giornalista ha espresso gravi accuse nei confronti dei magistrati di Siena». Ma, aggiunge, «è assolutamente inaccettabile la sistematica delegittimazione» dei magistrati che hanno seguito le indagini e che hanno portato per due volte a riconoscere come prevalente l’ipotesi del suicidio. «Pur esprimendo profonda indignazione per questa continua aggressione – prosegue Vitello – nei confronti dei magistrati di questo ufficio, restiamo sereni anche di fronte a questi nuovi indicibili attacchi». Piccini, subito dopo la trasmissione, aveva diffuso una nota annunciando di aver «immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta».

David Rossi, il legale: "Lavoro su dati oggettivi. Chi sa non aspetti a parlare". L'avvocato della famiglia di David Rossi: "Puntiamo alla riapertura del caso. Festini? Chiunque sa parli", scrive Lorenzo Lamperti su "Affari Italiani" Mercoledì 11 ottobre 2017. "Aspettiamo quanto dirà la procura di Genova, noi nel frattempo continuiamo a lavorare sui dati oggettivi e su tutto ciò che non torna nell'inchiesta". Paolo Pirani, avvocato della famiglia di David Rossi, commenta in un'intervista ad Affaritaliani.it l'apertura di un fascicolo da parte dei pm liguri dopo le dichiarazioni alla trasmissione tv Le Iene di Pierluigi Piccini. L'ex sindaco di Siena paventa la possibilità di un qualche legame tra la morte dell'ex direttore della comunicazione di Mps e dei presunti festini orgiastici in città ai quali avrebbero partecipato personaggi di spicco di politica e magistratura.

Avvocato Pirani, che cosa cambia dopo l'apertura del fascicolo a Genova?

«L'apertura del fascicolo a Genova ritengo sia un atto dovuto dopo l'informazione arrivata puntualmente dai magistrati di Siena. A noi non cambia nulla sotto il profilo della nostra attività di indagine che abbiamo svolto e che stiamo continuando a svolgere».

Le dichiarazioni di Piccini sui presunti festini sono una novità oppure è un elemento del quale eravate a conoscenza?

«Non mi sostituisco agli inquirenti e non entro nel merito delle dichiarazioni di Piccini anche perché le ho apprese in tv e sui giornali come tutti voi. Attendiamo i risultati del lavoro degli inquirenti»

Ma quella dei festini può essere una pista valida?

«Chiunque sia a conoscenza di elementi concreti sulla morte di David Rossi e voglia parlare è ben accetto. Certo, invece che aspettare 4 anni sarebbe opportuno rappresentarli prima. Comunque il messaggio della famiglia è sempre stato chiaro: chiunque sa parli».

Come procede la vostra attività d'inchiesta?

«Stiamo lavorando nel dettaglio su alcune attività di indagine per puntare alla riapertura dell'indagine»

Ci sono nuovi elementi?

«Ci sono ulteriori elementi sui quali ci stiamo concentrando. Noi lavoriamo sugli atti d'indagine, su riscontri probatori e su dati per quanto possibile oggettivi. Purtroppo tante prove tecniche sono state perdute per una ragione temporale. Tante cose che potevano essere fatte o acquisite anni fa si sono perse. Ma il nostro presupposto, molto chiaro, è che i dubbi siano superiori a qualsiasi certezza. Per questo stiamo cercando di evidenziare le criticità nelle varie richieste di archiviazione portando nuovi elementi in grado di dare concretezza ai tanti dubbi che persistono sulla morte di David Rossi».

Mps, "David Rossi? Fu ucciso". Tutti i punti oscuri: e quella telefonata... Le ferite, l'orologio, il telefono. Ecco tutto quello che non torna nella morte dell'ex capo comunicazione di Mps David Rossi, scrive Lorenzo Lamperti Venerdì 16 dicembre 2016 su "Affari Italiani". Tra i tanti misteri intorno alla morte di David Rossi il più sconcertante è probabilmente quello che riguarda l'attività del suo, anzi dei suoi, telefoni cellulari. Rossi era in possesso infatti di due apparecchi con lo stesso numero. Poco prima della morte, Rossi fa e riceve una chiamata da un numero sconosciuto. Gli inquirenti non sono riusciti a stabilire di quale numero si trattasse a causa di alcuni "buchi neri" nei tabulati. Dopo l'orario della morte si verificano due fatti mai chiariti. Alle 20,16 uno dei due telefoni riceve una chiamata dalla figlia Carolina e dai tabulati risulta che qualcuno le rispose per poi chiudere la conversazione subito dopo. E poco più tardi dal telefono di Rossi partì una telefonata in uscita verso un misterioso numero, la cui proprietà non si è mai riusciti ad accertare. Sono passati quasi quattro anni da quel 6 marzo 2013. E' il giorno della morte di David Rossi, l'ex capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena che ha perso la vita dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio in circostanze mai del tutto chiarite. L'ultima perizia della procura parla di "probabile suicidio" ma allo stesso tempo si descrivono ferite incompatibili con la caduta dalla finestra. E il giallo resta, eccome. Affaritaliani.it ripercorre i punti oscuri della morte di David Rossi in un'intervista con il legale Paolo Pirani che, insieme al collega Luca Goracci, difende gli interessi della sua famiglia.

Avvocato Pirani, qual è stata la sua prima impressione sulla vicenda quando lo scorso aprile ha assunto l'incarico?

«Il fascicolo era, ed è, molto complesso e ho dovuto metabolizzarlo, ma sin da subito ho potuto constatare che dalla prima inchiesta che è stata archiviata qualcosa non tornava. C'era tutta una serie di dubbi confermati dal fatto che il caso è stato riaperto e il corpo di Rossi riesumato. Le perizie hanno confermato che quanto sostenuto dal collega Goracci durante la prima inchiesta era sostanzialmente corretto. Sul corpo di Rossi ci sono una serie di lesioni incompatibili con la modalità della caduta rappresentata anche dal video. Nel primo decreto di archiviazione si sosteneva una balistica scientificamente impossibile. Certo, molti approfondimenti su questo e altri aspetti andavano fatti all'epoca e non dopo tre anni e mezzo. Il grande rammarico è che si sono perse per strada delle prove potenzialmente determinanti».

A quali prove fa riferimento?

«Mi riferisco alle prove tipiche della scena del crimine. Abbiamo fatto un sopralluogo nell'ufficio di Rossi il 25 giugno 2016, oltre tre anni dopo la sua morte. E' chiaro che ci siamo trovati di fronte ad una scena del crimine totalmente diversa e contaminata. Si sono perdute tutte le tracce di dna che avrebbero potuto dirci chi era in quella stanza quella sera. Non abbiamo i campionamenti delle tracce biologiche dell'epoca. Nel 2013 furono acquisiti e sequestrati dei fazzolettini con macchie di sangue che ora non sappiamo nemmeno dove sono e probabilmente sono stati distrutti. In quella stanza si è perso tantissimo».

Nell'ultima perizia si fa riferimento a ferite che potrebbero essere incompatibili con la caduta.

«Tutti i medici che hanno avuto modo di verificare il video della caduta sostengono che le ferite frontali non possono essere conseguenza della caduta in quanto antecedenti la stessa. David sbatte la schiena e tutte le lesioni frontali non hanno nulla a che fare con la caduta. Tutto questo era già documentabile ma anche qui molte cose all'inizio non sono state fatte. Mi riferisco a un eventuale esame istologico che poteva dare risposte concrete su quelle ferite. E' chiaro che oggi, a tre anni e mezzo di distanza e due lavaggi del corpo, i risultati degli esami non risultano dirimenti. All'epoca si sarebbe potuto anche fare un sequestro dei vestiti».

Un altro aspetto poco chiaro è quello della posizione dell'orologio. Perché si è ipotizzato che qualcuno lo abbia buttato di sotto?

«La posizione dell'orologio non trova spiegazione da un punto di vista tecnico, lo capirebbe anche un profano guardando il video. Il corpo di Rossi cade in maniera leggermente obliqua verso l'uscita del vicolo ovvero verso sinistra. Lui portava l'orologio al polso sinistro ma lo stesso lo troviamo collocato al suolo a un metro e mezzo a destra nella parte alta. Si tratta di una posizione difficilmente spiegabile da un punto di vista crimino-dinamico».

E' vero che partì una telefonata dal cellulare di Rossi in un orario successivo alla sua morte?

«Su questo punto abbiamo dei dati che ci vengono forniti dalla Guardia di finanza sotto forma di elaborati in Excel dei tabulati telefonici. Abbiamo inoltrato una specifica richiesta per i tabulati originali anche per avere indicazioni sulle celle. Quello che emerge è che dopo le 20, quando David era già a terra, sarebbe partita in uscita una chiamata dal suo telefono. Sicuramente è importante capire verso quale numero ma mi sembra ancora più importante sottolineare il fatto che qualcuno ha usato rispondendo per 3 secondi il telefono di David mentre lui era a terra e circa 40 minuti prima del primo avvistamento ufficiale del suo corpo; inoltre risulta anche una risposta di 3 secondi sempre quando David giaceva a terra».

La moglie di David ha sempre detto che il marito aveva paura di qualcuno o qualcosa.

«Sull'aspetto psicologico abbiamo dato incarico a una consulente, una psicologa forense, che ci ha escluso la possibilità di un suicidio. Ci sono tre categorie di suicidi: il suicidio depressivo, quello indotto e quello di impeto. David non era malato, non era sotto effetto di alcolici o stupefacenti e non aveva ricevuto nessuna notizia in grado di sconvolgerlo. Certo, era preoccupato e aveva vissuto male la perquisizione del 19 febbraio ma lui nell'inchiesta su Mps non è mai entrato. In quei giorni, anzi in quelle ore, progettava il suo futuro a breve e lungo termine. Stava progettando gli appuntamenti dei giorni seguenti e nell'ultimo messaggio alla moglie, 40 minuti prima del fatto, dice che sarebbe andato a comprare la cena e sarebbe tornato a casa. Tutto ci dice che quello di David non fu un suicidio».

Lei ha parlato più volte di incongruenze o aspetti non approfonditi. Si è fatto un'idea del perché queste incongruenze o mancati approfondimenti si sarebbero verificati?

«Io non guardo al perché o altre cose astratte, guardo ai fatti ed alle prove. Devo valutare non tanto le motivazioni quanto i fatti concreti. Sicuramente un giorno le incongruenze qualcuno ce le dovrà spiegare anche perché non c'è cosa peggiore che nutrire dubbi circa il fatto di non aver approfondito nell'immediatezza circostanze che potevano essere determinanti per scoprire la verità. Per una famiglia avere la sensazione che sia stata sottratta la verità sulla vita e la morte di un proprio caro è devastante».

Tenendo conto di tutte le difficoltà del caso, quale pensa possa essere il futuro dell'inchiesta?

«Sicuramente la situazione è stata molto compromessa per tutto quanto ho detto in precedenza. Ma la nostra indagine continua su vari fronti e mi auguro che la stessa cosa la faccia anche la procura. L'indagine non è solo tecnica ma anche fondata sull'acquisizione di informazioni di persone informate sui fatti. Ribadisco di non sapere come si stia muovendo la procura perché il fascicolo della riapertura indagine è segretato ma è un dovere verso tutta la famiglia che si faccia davvero luce e chiarezza su tutte le anomalie che abbiamo riscontrato. Per esempio: come è possibile che non si abbia un elenco delle persone che quella sera sono entrate e uscite dalla sede principale di Mps? Noi tutti legali e consulenti, con l'ausilio dei familiari, stiamo lavorando e lavoreremo affinché si possa arrivare alla verità».

Mps, la vedova di David Rossi: sulla sua morte voglio la verità, qualunque sia. Parla la moglie dell’ex capo della comunicazione Mps: «Non credo alla storia dei festini, io penso che sia stato assassinato. Troppe carenze investigative, l’indagine va rifatta», scrive Marco Gasperetti l'11 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". «La storia dei festini? Io non ho mai sospettato nulla, ma s’indaghi anche su questo sino in fondo, senza reticenze, si arrivi alla verità. Costi quel che costi».

Signora, mi perdoni la domanda, ma se in questa vicenda fosse stato coinvolto anche suo marito? 

«Conoscevo David, la sua moralità, la sua voglia di vivere, il suo amore per la famiglia. E questo mi dà la forza di dire: andiamo avanti senza tralasciare alcuna pista, anche quella del più odioso pettegolezzo. Io ho la certezza che mio marito sia stato ucciso, che qualcuno l’ha gettato dalla finestra del suo ufficio. Spero si torni a indagare».

Antonella Tognazzi, la vedova di David Rossi, il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi precipitato da una finestra del suo studio di Rocca Salimbeni in circostanze ancora oggi poco chiare, dopo quattro anni e due inchieste archiviate non si è ancora arresa. Ha guardato la tv, ha letto l’intervista dell’ex sindaco Pierluigi Piccini (anche lui convinto che Rossi sia stato assassinato), e ha seguito le polemiche che si sono scatenate e l’apertura di un fascicolo da parte della magistratura di Genova dopo le voci su presunti festini ai quali secondo quanto riportato da Piccini avrebbero partecipato anche magistrati senesi. Ieri la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano e il procuratore generale, Marcello Viola, hanno chiesto al Csm di aprire una «pratica a tutela» per i magistrati di Siena. Mentre Piccini, rispondendo alle critiche del sindaco di Siena, Bruno Valentini, sottolinea che «il vero problema è che il sindaco o quei pochi che mi criticano, sono stati comodamente omertosi, finora». Polemiche roventi. Nelle quali la vedova Rossi, non vuole entrare. «Si torni a indagare — ripete —, io chiedo solo verità e non mi fermerò sino a quando non l’avrò trovata».

Ma secondo lei perché si parla di festini proprio adesso?

«Guardi non ne ho idea. Forse qualcuno si vuole lavare la coscienza. Stamani (ieri mattina ndr) mi hanno detto che questa storia circolava da tempo in città e sarebbe stata collegata in qualche modo alla morte di mio marito. Io non sapevo niente, anche perché non mi interessano i pettegolezzi e mi faccio gli affari miei. Sono altre le mie convinzioni».

Quali sono, signora?

«Che David sia stato assassinato e che le indagini sono state fatte male. Non lo dico solo io ma anche l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, perito incaricato dalla Procura, la stessa che ha lavorato sul caso di Yara Gambirasio. La dottoressa, tanto per farle un esempio, ha scritto che sul corpo di mio marito c’erano segni non compatibili con una caduta ma riconducibili a una colluttazione. Eppure di questo, nell’inchiesta, non si fa parola. Ed è solo un elemento, ce ne sono tanti altri ignorati. Io sono convinta che bisognerebbe aprire ancora una volta il caso e indagare come si deve».

Secondo lei suo marito aveva paura?

«Era molto spaventato. Chiedeva aiuto e lo aveva fatto anche con una mail a un alto dirigente di Mps».

Ma a lei David non ha mai confidato di temere d’essere ucciso?

«In quei giorni ero malata con febbre altissima e allucinazioni. Lui certe cose non me le avrebbe dette esplicitamente per difendermi, per tutelarmi. Poi nelle condizioni fisiche in cui mi trovavo non lo avrebbe fatto in nessun modo. Però oggi io ho rielaborato quei momenti, ci ho ripensato più volte».

Ed riuscita a capire qualcosa?

«Ricordando quegli ultimi giorni oggi ho la sensazione che David fosse minacciato. Era un uomo che aveva paura di essere ucciso. Anche una situazione di stress come quella non poteva giustificare la sua agitazione. Non lo avevo mai visto così, a fargli così tanta paura non poteva essere solo preoccupazione lavorativa e un’inchiesta nella quale oltretutto lui non era neppure indagato».

5 ottobre 1554: fu istituita la magistratura de “I Quattro cittadini per distribuzione di Monte, per cavare dalla Città tutte le bocche disutili”, scrivono il 5 ottobre 2017 Maura Martellucci e Roberto Cresti su "Siena News". Il 5 ottobre 1554 avviene uno dei fatti più drammatici tra i molti che caratterizzeranno i lunghi mesi dell’assedio di Siena. Uno dei primi problemi che si pose Biagio di Montluc, al comando della resistenza senese, insieme ai signori “Otto di Reggimento sopra la Guerra”, fu quello di istituire una nuova magistratura: quella de “I Quattro cittadini per distribuzione di Monte, per cavare dalla Città tutte le bocche disutili”. Per cercare di resistere e salvare Siena, dove si contavano circa 24.000 bocche da sfamare, infatti, come in ogni regime di assedio, si stabilì che, nel corso dei mesi, dovevano essere allontanate tutte le cosiddette “bocche inutili”: poveri, stranieri, contadini, rifugiati, prostitute, vecchie e orfani. In questo 5 ottobre, si legge nel “Diario delle cose avvenute in Siena dal 20 luglio 1550 al 28 giugno 1555” redatto da Alessandro Sozzini: “uscirno a Porta Fontebranda circa 250 putti dello Spedale grande dalli, sei fino alli dieci anni, tutti in barcelle e cestarelle, con la scorta di quattro compagnie (….) Si accompagnorno con detti putti molti uomini e donne della Città, che avevano avuto precetto di partire; e avevano carico, infra muli, asini e cavalli, intorno alle 100 bestie. Salite che furno alla Piazza a Casciano, un miglio lontano da Siena, si derno in una imboscata (…) la mattina erano tutti fuora Porta di Fontebranda (a dove si fa l’anno il mercato de’ porci), tutti a diacere per terra, con grandissime strida e lamenti. Era la più grande compassione a veder quei putti svaligiati, feriti e percossi in terra a diacere, che averiano fatto piangere un Nerone: ed io averei pagati 25 scudi a non gli aver visti; che per tre giorni non possevo mangiare né bere che pro’ mi facesse”. E questo sarà solo uno degli episodi che vedranno il sacrificio di indifesi per il “bene comune” e la sopravvivenza di Siena libera. Sacrifici che, come sappiamo, saranno tutti inutili.

Movimento Siena 5 Stelle: ''Massima fiducia nella Magistratura ma...'', scrive Mercoledì 11 Ottobre 2017 "Siena Free". "Partiamo da un assunto scontato, ormai quasi banale, ma comunque sempre importante: massima fiducia nella Magistratura. Ma questa fiducia, come per tutte le cose, non deve essere “cieca”, ma deve essere certificata giornalmente con atti e dimostrazioni di efficienza, rigore e chiarezza". Così un intervento del Movimento Siena 5 Stelle sul caso Rossi-Le Iene. "Soprattutto in un ambito così importante e delicato - prosegue il M5S -, e in un momento storico in cui appare quanto mai necessario attendersi il massimo rigore e la totale chiarezza. Purtroppo, per quanto riguarda la Procura di Siena negli ultimi anni - continuano i pentastellati -, tanti dubbi sono emersi su una enorme quantità di procedimenti: ricordiamo quelli in merito all’aeroporto di Ampugnano, la vendita di immobili di proprietà della Banca MPS, l’Enoteca Italiana, l’incendio della Curia, il crac dell’Università degli Studi di Siena, per arrivare alla vicenda MPS-Antonveneta e al caso David Rossi. La maggior parte di questi delicati procedimenti ha visto tutta una serie di passaggi veramente sorprendenti, se non imbarazzanti: assoluzioni, archiviazioni, prescrizioni, una quantità di difetti di notifica e relativi rinvii, un continuo turn over di magistrati e via dicendo, fino a veder dichiarare la Procura di Siena come sede disagiata. Ecco, ci piacerebbe che la ANM, che ora si erge a difesa della categoria, esprimendo una comprensibile “solidarietà ai colleghi” per quella che definisce “aggressione gratuita all’immagine della Magistratura”, ci dicesse cosa pensa degli episodi richiamati, e come mai non si sia mai espressa su questi tanti dubbi, nonostante richieste di ispezione più volte sollecitate da vari ambiti, a partire dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle. Ci auguriamo che, a prescindere dall’attuale polverone mediatico (forse tardivo e strumentale a qualche obiettivo) - conclude il Movimento 5 Stelle senese -, si faccia finalmente vera chiarezza sui tanti dubbi che negli ultimi anni stanno incrinando la fiducia dei cittadini senesi nei confronti della Procura di Siena, fondamentale organo dello Stato al quale si deve guardare con assoluta certezza e sicurezza. A partire proprio dal caso David Rossi e disastro MPS".

Caso Rossi: l'Anm "assolve" i giudici. Il sindaco di Siena parla di pm ospiti di festini. L'associazione: "Falso", scrive Luca Fazzo, Giovedì 12/10/2017, su "Il Giornale". Inchiesta impeccabile e magistratura immacolata: sulla vicenda di David Rossi, il dirigente del Monte dei Paschi di Siena morto in circostanze oscure nel marzo del 2016, i tentativi di riaprire il caso continuano a scontrarsi contro le difese d'ufficio dell'operato delle toghe senesi da parte dei capi e colleghi. David Rossi, morto il 6 marzo 2013. Mentre il fuoco incrociato di inchieste giornalistiche, rivelazioni e convegni mette a nudo sempre di più i buchi neri dell'inchiesta, il procuratore Salvatore Vitello si dichiara indignato per gli «attacchi inaccettabili». Ed ora a difesa dell'inchiesta e dei pm che l'hanno condotta scende in campo addirittura l'Associazione nazionale magistrati. A smuovere l'Anm sono state le rivelazioni alle Iene dell'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, che ha parlato di una «storia parallela» alla morte di Rossi, fatta di festini a luci rosse in alcune ville della campagna toscana. A queste feste Rossi fa capire che partecipavano anche magistrati, e che per questo l'indagine sulla morte di Rossi è stata insabbiata. L'Anm insorge, sostenendo - non si sa in base a quali conoscenze della vita privata dei suoi associati - che è tutto falso: «si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento e riscontro, che si risolvono in una gratuita aggressione all'immagine e alla fedeltà istituzionale della magistratura senese». Parrebbe una reazione persino fuori misura, se non desse la misura del nervosismo con cui a Siena si vive la recrudescenza degli interrogativi sul tragico volo di David Rossi, sul quale si sperava che fosse calato definitivamente il silenzio. Invece il servizio delle Iene e un libro del reporter Davide Vecchi che verrà presentato oggi hanno riaperto bruscamente il caso, suscitando indignazioni e timori, ma anche le aspettative di chi non ha mai creduto alla tesi del suicidio di Rossi. La decisione del procuratore Vitello di trasmettere l'inchiesta delle Iene alla Procura di Genova perché ne verifichi l'attendibilità potrebbe smuovere le acque, chiamando in casa un ufficio giudiziario estraneo agli equilibri interni alla città del Palio. E il primo passo degli inquirenti genovesi non potrà che essere interrogare l'ex sindaco Piccini, che dalle Iene era stato registrato di nascosto: ma che ora con una intervista al Corriere ribadisce punto per punto le sue affermazioni, sia sulla inverosimiglianza del suicidio di Rossi sia sull'esistenza di un giro di sesso e droga con la presenza anche di magistrati: «Queste voci - dice Piccini - circolano da tempo in città».

 “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto”: tutti i buchi nell’indagine sulla fine del manager. Il 6 marzo 2013 il manager Mps si è tolto la vita lanciandosi dal suo ufficio al terzo piano della sede principale della banca a Siena? Per i magistrati titolari del fascicolo non ci sono dubbi. Due anni dopo, però, una nuova inchiesta, avviata dal pm Andrea Boni, ha reso evidenti tutte le falle, le carenze, i buchi della prima indagine con atti ritenuti dagli stessi periti nominati dalla procura al limite della sciatteria. Il libro di Davide Vecchi (edito da Chiarelettere, in uscita giovedì) ricostruisce l'intera vicenda proprio attraverso le carte per scoprire che il suicidio, come ipotizzato dai pm, non è l'unico scenario plausibile, scrive "Il Fatto Quotidiano il 12 ottobre 2017. Il 6 marzo 2013, dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa, David Rossi, il capo della comunicazione di Mps e da dieci anni braccio destro di Giuseppe Mussari, viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Per i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta, avviata dal pm Andrea Boni, ha reso evidenti tutte le falle, le carenze, i buchi della prima indagine con atti ritenuti dagli stessi periti nominati dalla procura al limite della sciatteria. Il libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (in libreria da giovedì 12 ottobre per Chiarelettere) ricostruisce l’intera vicenda proprio attraverso le carte delle inchieste per scoprire che il suicidio, come ipotizzato dai magistrati, non è l’unico scenario plausibile. Sono troppe le cose che non tornano nella ricostruzione compiuta dalla magistratura. Sia per quanto riguarda il prima, sia il durante sia il dopo la morte di David Rossi. Reperti spariti o addirittura distrutti dagli stessi magistrati prima ancora di analizzarli, elementi fondamentali come tabulati e video registrati dalle 12 telecamere mai acquisiti, persone presenti in Mps non convocate né sentite, analisi scientifiche nell’ufficio e nel vicolo dove è stato trovato il cadavere mai compiute. L’elenco è lungo. Persino l’unico filmato sequestrato (quello della telecamera posta nel vicolo) è stato prima smarrito e poi miracolosamente ritrovato da Boni. Un video (pubblicato in anteprima da ilfattoquotidiano.it il 6 marzo 2016) fondamentale perché da questo sia i periti dei familiari di Rossi sia quelli nominati dalla procura, hanno potuto individuare numerosi elementi utili alle indagini. O meglio: elementi che sarebbero stati utili alle indagini ma che non sono stati presi in considerazione subito dopo la morte del capo della comunicazione di Mps, ma solamente alla riapertura della nuova inchiesta, due anni dopo, quando ormai le tracce si erano cancellate, i possibili testimoni dileguati, la ricerca della verità sfumata. Dal libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” riportiamo uno dei tanti elementi individuati e diventati veri e propri misteri: quello relativo alla cassa dell’orologio del manager di Mps. Nel video si vedono gli ultimi tre metri di caduta di Rossi e l’impatto al suolo alle ore 19.43. Dopo venti minuti si vede cadere un oggetto d’acciaio che finisce ben distante dal corpo di David: dalla parte opposta del vicolo. Secondo quanto ricostruito dai periti si tratta della cassa dell’orologio Sector che Rossi portava al polso. Già il cadere venti minuti dopo il manager lascia pensare che qualcuno fosse nel suo ufficio. E di fatto c’è chi usa il suo cellulare mentre lui è già sul selciato, ma questo è ancora un altro elemento. Restiamo sul Sector. I primi a intervenire sul corpo di David sono i medici del pronto intervento chiamati solamente alle 20.41. Tentano di rianimare Rossi, inutilmente. Così chiamano il medico legale che arriva insieme agli inquirenti e lasciano il vicolo perché il loro lavoro è finito: altri, ora è che cadavere, se ne devono occupare. Quando dopo le 22 arriva anche la polizia scientifica per fare i rilievi fotografici, la cassa dell’orologio, caduta a metri di distanza dal cadavere, compare magicamente sopra la testa di Rossi. Agli atti sono allegate due foto che immortalano due posizioni diverse della cassa: la prima è inserita nelle immagini del medico legale e lo ritrae sul punto dove è caduto, sulla parete opposta a dove si trova il cadavere, la seconda invece – compiuta dalla scientifica e indicata come reperto numero “3” – lo mostra vicino a Rossi. Qualcuno l’ha spostato? Chi? E perché? Il cinturino, addirittura, viene ritrovato accanto al piede di David (reperto numero 1). Eppure, come si vedrà, nessuno di quanti sono intervenuti inizialmente sul posto lo hanno visto e difficilmente nelle operazioni di primo soccorso avrebbe potuto rimanere lì, attaccato al corpo. Sul polso, inoltre, il manager ha un segno di compressione di forma identica alla cassa. Eppure nella caduta David atterra con il bacino e non sbatte mai i polsi a terra: nei venti drammatici minuti di video in cui si vede Rossi in agonia, le braccia sono gli unici arti che riesce a muovere. Non solo, ma le maniche della camicia sono allacciate e quindi, se l’avesse perso nell’impatto, la cassa sarebbe rimasta al loro interno. Tutte considerazioni degli stessi periti nominati da Boni tant’è che il magistrato, nonostante siano passati ormai più di tre anni, cerca di ricostruire quanto accaduto. Anche all’orologio. Lo stralcio tratto dal libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” edito da Chiarelettere in libreria da giovedì 12 ottobre: Boni non rinuncia e usa tutti gli strumenti a sua disposizione per reperire il maggior numero di informazioni possibili. Per fare il suo mestiere: individuare la realtà, qualunque essa sia. Così dà mandato ai Carabinieri della polizia giudiziaria di individuare e sentire «il personale tutto del servizio 118 al fine di cercare di chiarire se al momento del loro intervento la camicia del Rossi era o meno lacerata, se – prima di girare il corpo – si resero conto se i pantaloni del Rossi fossero sporchi o meno, se ebbero a rendersi conto delle condizioni delle punte e delle suole delle scarpe e circa l’aver visto o meno il cinturino e la cassa dell’orologio del Rossi». Poi cerca i reperti che dagli atti risultano sequestrati. Ma dopo i video e i vestiti emerge che pure i fazzoletti di carta sporchi di sangue trovati nell’ufficio di David sono andati distrutti, insieme alle linguette dei cerotti e ad altro materiale. Sono stati analizzati? Si sa di che sangue si tratta? No. Nessuna analisi scientifica è stata compiuta. A forza di scoprire che mancano reperti fondamentali Boni fa richiesta ufficiale alla polizia giudiziaria per chiederle di accertare quali reperti effettivamente siano ancora disponibili e non siano andati persi o distrutti. Ciò che rimane è al dipartimento di medicina legale dell’università. Qui sono custoditi frammenti di organi inclusi in paraffina, sangue e urine di David congelati, nonché un campione di muscolo. Il 15 aprile, prima che vadano persi o distrutti pure questi, il pm si premura di sequestrarli, «ritenuta la necessità di evitare che tali campioni di organi e liquidi biologici possano andare dispersi in quanto risultano indispensabili».

Le nuove indagini, pur tra mille difficoltà, portano ad alcuni punti fermi. Intanto sulla camicia di David: i medici del 118 ricordano che è stata strappata da loro per tentare di rianimarlo; che le maniche non erano alzate, bensì abbottonate; che non vi erano sui polsini macchie di sangue; né alcuno si ricorda della presenza dell’orologio. Elisabetta Pagni, il medico del 118 che per primo intervenne sul cadavere di Rossi, afferma «con assoluta certezza che nelle immediate vicinanze del corpo non notai la presenza di nulla, né tantomeno di un orologio o di una sua parte». I verbali dei primi soccorritori si rivelano molto utili, nonostante siano ormai passati quasi quattro anni. Appare chiaro che i fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio non erano serviti a David per tamponare i tagli superficiali che aveva sul polso (come sostenuto nella prima indagine), altrimenti i polsini della camicia sarebbero stati trovati macchiati. È chiaro inoltre che la forte pressione della cassa dell’orologio è avvenuta prima della caduta e che quindi l’orologio, come ipotizzato da Scarselli (perito della famiglia, ndr), è stato gettato dopo il corpo di Rossi. Anche perché, con il polsino abbottonato, il quadrante, impattando al suolo, sarebbe rimasto dentro la manica o comunque nelle vicinanze. Anche gli altri tre componenti della squadra del 118 guidata dalla dottoressa Pagni confermano quanto da lei detto: la camicia venne strappata per effettuare il massaggio cardiaco, e dell’orologio nessuna traccia. Gianluca Monaldi aggiunge altri dettagli sull’abbigliamento: «Tutto era impeccabile, i pantaloni stirati perfettamente e le scarpe sembravano nuove tanto erano pulite». Stessa annotazione la fa anche un altro componente della squadra, Maria Coletta. Che aggiunge un altro tassello importante: «Nelle immediate vicinanze del corpo non c’era nulla». Coletta è sicura. «Lo ricordo perché, quando la dottoressa ci disse di riporre tutta l’attrezzatura nello zaino e di raccogliere tutto quello che potevamo aver lasciato a terra, facemmo attenzione alla zona circostante il cadavere.» L’orologio lì non c’era. Forse allora hanno ragione i periti a sostenere che è stato gettato dalla finestra in un secondo momento e lontano dal corpo. Infatti nel video lo si vede cadere distintamente. Ma gettato da chi? Se fossimo in un romanzo giallo sarebbe il momento di ipotizzare i possibili aggressori. Ma siamo nella realtà. E vale la pena rimanerci. Perché le indagini proseguono. Boni non sembra avere alcuna intenzione di rallentare o rinunciare. Appare talmente determinato da chiedere una ulteriore proroga delle indagini un mese prima che scadano i termini: avrebbe tempo fino al 17 maggio, ma si porta avanti e l’11 aprile 2016 presenta la richiesta. Il giudice, Roberta Malavasi, autorizza la proroga appena tre giorni dopo. Per Antonella e i legali dei famigliari di Rossi è un ottimo segnale, ciò che cercavano da anni: la giustizia, nella quale hanno sempre creduto, sta tentando di accertare la verità. (…) Le indagini sembrano andare spedite. Ma il 21 aprile Andrea Boni riceve la comunicazione del suo trasferimento, ad appena un anno dal suo arrivo a Siena. Un notevole avanzamento di carriera: il ministero di Giustizia lo nomina procuratore capo di Urbino e lì dovrà prendere servizio a fine giugno. Il fascicolo su David Rossi deve passare di mano.

Il caso David Rossi, i festini e la città omertosa, scrive Daniele Magrini su "agenziaimpress.it" il 10/10/2017. E’ chiaro. Dell’intero servizio de Le Iene di domenica scorsa, a Siena il can can è tutto sulle allusioni di Pierluigi Piccini ai festini, già peraltro evocati in un intervento di Pier Paolo Fiorenzani in una assemblea Mps. Se quelle cose a cui ha alluso – con la sensazione costante di essere sempre registrato, rivelatasi ovviamente fondata alla fine – Piccini le avesse dette non “fuori onda” ma “in onda” e, ancora meglio, fosse andato dalla magistratura a dirle, prima di essere candidato, il can can e i moralismi avrebbero avuto meno ragione di essere. C’è un tema di attendibilità sulle parole di Piccini, che adesso riguarda lui e la magistratura di Genova, inevitabilmente chiamata in causa dalla Procura di Siena. Fino al fuori onda Piccini ha espresso le proprie opinioni e ha detto almeno una cosa opportuna: “la città non crede che si sia ucciso”. Ma per me, che stando a Siena, ho lavorato quattro anni sugli atti della morte di David Rossi, è un altro il picco di interesse per la trasmissione de Le Iene: vedere su una rete nazionale, sintetizzati in modo così giornalisticamente efficace da Antonino Monteleone, quegli elementi deboli dell’indagine che io ho evidenziato in quattro anni di lavoro (la puntata del 24 giugno 2017 di “Di Sabato” su Siena TV, ne è un po’ il riassunto; utile anche quella del 15 luglio, successiva all’archiviazione: entrambe sono sul sito di Siena Tv e sulla pagina di Fb “Il caso David Rossi”), è un riscontro importante. Le Iene hanno lavorato benissimo, a mio parere. Con i metodi un giornalismo nuovo, che una persona pubblica non può ignorare. E se quei metodi vanno nella direzione di far sapere più cose a chi guarda, rispetto alle modalità “politically correct” di noi giornalisti “antichi”, io dico, ben vengano. Anche i blogger senesi sono apparsi, negli anni passati, delle specie di “Iene”, eppure hanno rivelato tracce di verità sulla “Siena da bere” prima e durante il dominio dei potenti veri, e non dopo. E non è cosa da poco. Unica cosa: durante questi quattro anni, io non ho avvertito nei confronti del mio lavoro teso a dimostrare gli elementi che non tornano rispetto al suicidio, le reazioni tipiche di una città “omertosa”, che oltre a non parlare, ha fastidio che si parli. Si, c’è stato chi è andato dall’editore di Siena Tv a dire che “Magrini l’ha presa fitta la storia di Rossi”, ottenendo un bel niente. Altri che mi hanno detto: “guarda che David era tanto nervoso in quei giorni”. Ma sono piccolezze: io invece a Siena ho avvertito molta attenzione nei confronti del mio lavoro e anche incoraggiamento. Tanti a Siena, come me, a Bernardo Mingrone che dice a Monteleone: “Non bastano due archiviazioni?” rispondono ancora no. Giovedì, sulla morte di David Rossi, c’è la presentazione del libro di Davide Vecchi, “Il suicidio imperfetto”, alle 18 a Palazzo Patrizi. E’ l’inchiesta di un giornalista che solo per aver fatto il suo lavoro è sotto processo insieme alla moglie di Rossi, Antonella Tognazzi. Un bel tema per una terza puntata de Le Iene. Piccola postilla in chiave elettorale: partiti e listoni, candidati e aspiranti tali, non si affannino a rincorrere l’opinione pubblica sulla morte di David Rossi. Gli unici che hanno sempre mostrato attenzione, che hanno fatto interpellanze parlamentari, che si sono “sporcati le mani” con questa tragedia, sono stati i Cinque stelle. E Maurizio Montigiani è sempre stato attivo. Per il resto, un po’ di Facebook con sporadici post, più fitti in caso di trasmissioni nazionali, come ora per “Le Iene”. E un incontro del sindaco con Antonella Tognazzi, rimasto sospeso nel limbo, senza alcun seguito. Eppure Bruno Valentini è dello stesso partito del ministro della giustizia, Andrea Orlando, che tra pochi giorni verrà a Siena per il convegno nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati: potrebbe cogliere l’occasione per chiedergli attenzione sul caso David Rossi, invece delle risposte formali che ha dato alle interrogazioni sulle falle dell’inchiesta.

Caso Rossi, l'ex gigolò: "Vi racconto i festini hard tra coca e orge. C'erano dirigenti Mps e pm". L'ex gigolò racconta di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese, scrive Luca Romano, Domenica 25/03/2018, su "Il Giornale".  Nella puntata de Le Iene Show in onda questa sera in prima serata su Italia 1, Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi. L'inviato intervista, in esclusiva, un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private che si sarebbero svolte nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d'Italia. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano. In quelle stesse settimane, Mps era al centro di una grande inchiesta basata sull'acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l'archiviazione del fascicolo d'indagine aperto con l'ipotesi di reato d'istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l'opposizione avanzata - nel novembre 2015 - dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, che non credono all'ipotesi del suicidio, sono da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell'uomo. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de "Le Iene" sul caso, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi) e due presso la Procura di Siena. Nella puntata de "Le Iene" dell'8 ottobre 2017, in particolare, Antonino Monteleone aveva intervistato Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS, il quale - tra le altre cose - aveva affermato: "Non credo che David Rossi si sia suicidato […] C'è un'altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto […] 'devi indagare su alcune ville fra l'aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale. Non so se mi sono spiegato? […] Questo avvocato romano mi ha detto: 'C'è una villa fra Siena e Arezzo e c'è una villa al mare, dove facevano i festini. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina gira a fiumi in questa città". Ipotesi confermata anche dall'ex gigolo nell'intervista a Le Iene, che racconta proprio di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese. "Ho deciso di raccontare questa storia quando è uscito il primo servizio su David Rossi - ha spiegato l'uomo all'inviato del programma -. Quando ho visto la figlia di David fare un appello in televisione dove appunto diceva che tutte le mattine controllava i social, o comunque Facebook o quant'altro, con la speranza di trovare qualcuno che le dicesse "ci dobbiamo vedere, ti devo parlare". Da lì ho deciso che fosse giusto raccontare" tutta la vicenda. L'uomo guadagnava anche 10mila euro a settimana. Per "il fatto di frequentare determinate persone più o meno conosciute, ma comunque con dei ruoli importanti all'interno di società, di banche, del mondo della televisione, del giornalismo, del cinema o anche dell'imprenditoria, costituisci una sorta di, chiamiamola così, minaccia velata - ha sottolineato -. C'era sempre il timore di… le cose che ho visto... le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi". Trai suoi clienti c'erano anche dirigenti di Mps e ai festini la cocaina scorreva a fiumi e spesso la situazione si trasformava in un'orgia. La maggior parte dei partecipanti "non erano gay dichiarati o comunque omosessuali" e "avevano famiglia e figli". L'ex escort ha "paura" di possibili ripercussioni perché i suoi ex clienti "sono persone con le quali bisogna stare attenti" perché possono diventare pericolose. "Io ho visto, mi ricordo benissimo, una discussione a Monteriggioni con due persone che litigavano furiosamente e mi ricordo uno dei due che litigava, che aveva proprio negli occhi uno sguardo che... non da assassino, ma insomma", ha proseguito. Quanto all'ex capo della comunicazione di Mps David Rossi "lo avevo sentito nominare - ha spiegato l'ex gigolo - . Non lo avevo mai visto ad una festa - ha sottolineato l'ex accompagnatore - . Non ho mai avuto un incontro con lui, però, pensando alle persone che c'erano lì e comunque ai legami che avevano… perché c'erano persone appunto legate chi alle forze dell'ordine… addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, robe del genere... Un'ipotesi poteva essere anche quella, che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra". "Io più di una volta ho avuto la sensazione che qualcuno registrasse" gli incontri hard, ha aggiunto. "Qualche giorno dopo uno dei miei ragazzi ha confermato che delle persone stavano discutendo perché erano state fatte delle registrazioni degli incontri. Poi, quando io sono rientrato, qualche cliente sapeva delle cose che erano state fatte all'interno di questi incontri ma non aveva partecipato, e io dubito fortemente che qualcuno di loro vada in giro a raccontare quello che fa o non fa in questi festini", ha concluso.

Caso David Rossi, festini a luci rosse: politici, preti e toghe presto dai pm. “Groviglio armonioso” - Genova, la Procura acquisisce il video delle “Iene” senza omissis e ascolterà le persone chiamate in causa, scrive Davide Vecchi il 27 marzo 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Saranno convocati e interrogati in procura a Genova. Politici, manager, sacerdoti, imprenditori, persino i magistrati di Siena: i soggetti indicati come partecipanti ai festini sfileranno davanti al procuratore aggiunto del capoluogo ligure, Vittorio Ranieri Miniati. Quanto raccontato dal gigolò Stefano in un’intervista trasmessa domenica da Le Iene non poteva che finire al vaglio degli inquirenti. Il ragazzo ha dichiarato di aver partecipato per soldi ad alcune cene e festini in diverse ville senesi – in particolare una a Monteriggioni – e ha riconosciuto come partecipanti a quelle serate almeno dieci persone, tra cui due magistrati di Siena, un manager già al vertice di Mps e un importante ex ministro. Le immagini mostrate al ragazzo dal giornalista Antonino Monteleone sono state nascoste da Le Iene per non rendere riconoscibili a tutti i volti dei soggetti indicati. Così ieri il procuratore genovese Miniati ha disposto il sequestro del video integrale del servizio e sentirà i giornalisti della trasmissione per poter individuare Stefano e avere un elenco completo delle persone riconosciute dal 26enne che poi saranno convocate. Tutto nasce dalle indagini giornalistiche svolte negli ultimi mesi su David Rossi, il manager di Mps trovato morto la sera del 6 marzo 2013. Indagini che hanno evidenziato le lacune delle inchieste condotte dai magistrati senesi sulla morte di Rossi frettolosamente liquidata per ben due volte con l’archiviazione per suicidio. Sulla vicenda sono emerse molte incongruenze. Gli stessi periti nominati dalla procura hanno certificato come prima di morire David avesse subito delle percosse. Il medico legale ha evidenziato come tutte le ferite e gli ematomi presenti sulla parte anteriore del corpo di Rossi non fossero compatibili con la caduta nel vuoto. Inoltre è emerso che i pm titolari del fascicolo hanno disposto la distruzione di reperti fondamentali, come i sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio del manager, mandati al macero prima ancora che il gip potesse pronunciarsi a favore dell’archiviazione o di un supplemento di indagini. Elementi rivelati da articoli del Fatto e lo scorso ottobre dalla pubblicazione di un libro di Chiarelettere dedicato al caso. A ottobre Le Iene hanno iniziato a occuparsi della vicenda trasmettendo, tra l’altro, le dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, secondo il quale in città si svolgevano dei festini cui partecipavano anche alcuni magistrati. Per questo, dunque, le indagini su Rossi sarebbero state blande. Accuse pesanti. Che hanno portato la Procura di Genova – competente su Siena – ad aprire due fascicoli. Uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione. In quest’ultimo proprio ieri è stato iscritto come indagato Piccini. I giornalisti de Le Iene sono invece stati denunciati da alcuni magistrati senesi. L’aggiunto di Genova Miniati e il sostituto Cristina Camaiori stanno portando avanti entrambi i fascicoli. Il servizio trasmesso domenica sera potrebbe aprire uno scenario quanto mai preoccupante per la procura senese. Se quanto dichiarato dal gigolò Stefano dovesse trovare riscontri effettivi (il ragazzo garantisce di essere in possesso di prove documentali e parla dell’esistenza di alcuni video delle serate) le ombre che aleggiano sulle indagini relative a David Rossi si estenderebbero a molti altri fascicoli dei magistrati toscani inerenti il Monte dei Paschi di Siena e quel “groviglio armonioso” coniato dal giornalista Stefano Bisi – oggi grande maestro del Goi – per definire il sistema di rapporti e potere che ha gestito Mps e la città per decenni e che ruotava attorno a Giuseppe Mussari. Un groviglio che ora potrebbe sciogliere la Procura di Genova.

Festini a base di sesso e droga nelle campagne toscane dove avrebbero partecipato magistrati, politici e sacerdoti. Le rivelazioni di un escort raccolte da “Le Iene”, scrive il 26 marzo 2018 Il Corriere del Giorno. Sulla vicenda della morte del dirigente del MPS Davi Rossi, arrivano le confessioni di un ex gigolò su Italia 1: “Ho partecipato a quei festini. C’erano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato” ed ora si iniziano a capire le tante omissioni della Procura di Siena. Antonino Monteleone inviato del noto programma di italia Uno “Le Iene”,  è tornato ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi con nuove, clamorose rivelazioni ed ha raccolto la testimonianza di un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private, cui aveva già fatto riferimento Pierluigi Piccini ,l’ex sindaco di Siena dal 1993 al 2001,   le cui dichiarazioni sono andate in onda anche  ieri sera nel corso della trasmissione. David Rossi all’epoca dei fatti direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, è precipitato la sera del 6 marzo 2013, da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano nello stesso periodo in cui il Monte Paschi di Siena era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Banca Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip dr.ssa Monica Gaggelli dispose l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo l’opposizione depositata dai legali della famiglia Rossi – nel novembre 2015 – da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Questa è stata la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. Il caso di David Rossi, per due volte archiviato come suicidio, resta un vero mistero per diversi motivi. Nelle corrispondenze elettroniche del manager di Mps si leggono conversazioni in cui annuncia di voler parlare con gli inquirenti nei giorni più drammatici dello scandalo del 2013, ma anche in cui minaccia di suicidarsi. La sensazione è quella che le indagini effettuate dai pubblici misteri Nicola Marini ed Aldo Natalini titolari del fascicolo d’inchiesta non siano state poi così approfondite: delle 12 telecamere presenti sul luogo del delitto e nei suoi dintorni, ne è stata presa in considerazione solo una e, secondo ‘Le Iene’, le registrazioni sarebbero incomplete perché tagliate o manipolate, ma non solo. Nessuno ha analizzato i tabulati delle celle telefoniche presenti nella zona la sera del delitto e la caduta, visibile insieme a tutta la cruda agonia dell’uomo prima di morire, non sembra affatto compatibile con un suicidio, dal momento che David Rossi è impattato al suolo con la parte posteriore del corpo e presentava lesioni al volto, alle braccia e all’addome apparentemente compatibili con una colluttazione. Sono troppe le carenze da addebitarsi ad incapacità od omissioni  riscontrate nella prima fase dell’inchiesta sulla scomparsa del manager di Mps David Rossi a partire da alcune prove fondamentali distrutte dal pm Aldo Natalini, come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi e mandate al macero mentre le indagini erano ancora in corso nell’agosto 2013 , e circostanza ancor più grave ben prima che il giudice per le indagini preliminari disponesse l’archiviazione o un supplemento di indagini e senza neanche informare i legali dei familiari di David. Ma non solo. I fazzoletti sono stati distrutti senza essere stati neanche analizzati. Ma ci sono state molte altre prove investigative da accertare e neanche approfondite che invece sarebbero state fondamentali a ricostruire l’accaduto. A partire dai video delle 12 telecamere, l’analisi delle celle telefoniche per identificare i telefonini presenti nella zona al momento della morte di Rossi, l’elenco dei possibili testimoni, l’esame dei presenti nell’area di Mps e queste sono soltanto alcune delle ormai inconfutabili omissioni investigative. L’avvocato Luca Goracci, legale di Antonella Tognazzi, la vedova di Rossi, aveva inoltre rivelato un episodio avvenuto in passato, quando un uomo, presentatosi come l’imprenditore mantovano Antonio Muto, aveva chiesto di incontrarlo, rivelando di aver assistito alla scena della morte di David Rossi e di aver udito anche uno sparo, esploso da una pistola munita di silenziatore. Potrebbe essersi trattato del gesto di un mitomane, privo di alcun riscontro, anche perché quando il vero Antonio Muto, tra i creditori di Mps, aveva rilasciato alcune dichiarazioni a ‘Report‘, l’avvocato Goracci si rese conto che non era la stessa persona che aveva incontrato pochi mesi prima. L’ipotesi degli spari, però, sarebbe stata confermata da una lettera ricevuta da Antonella Tognazzi e scritta da un uomo che si firma ‘Un vigliacco‘ e che sostiene di essere in punto di morte e pronto a fare rivelazioni. L’anonimo mittente, nella lettera, scrive di ben due colpi di pistola sparati con un silenziatore e di due persone presenti sul posto, oltre a David Rossi. Inoltre, viene suggerito di analizzare le pareti del vicolo del mistero, alla ricerca di tracce di proiettili. Antonella Tognazzi ha già annunciato di voler richiedere nuove indagini alla Procura di Siena, che si è dimostrato sin troppo indifferente, ma anche queste rivelazioni potrebbero trattarsi di una pista completamente sbagliata e quindi non si può escludere alcuna ipotesi. Infatti la moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, non credono all’ipotesi del suicidio, sono impegnate da anni per la continuazione delle indagini frettolosamente e superficialmente chiuse dalla Procura di Siena sulla morte dell’uomo.  Nella puntata de “Le Iene” dell’8 ottobre 2017, in particolare, Antonino Monteleone aveva intervistato Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS, il quale – tra le altre cose – aveva affermato: “Non credo che David Rossi si sia suicidato…C’è un’altra storia parallela un avvocato romano mi ha detto… ‘devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale‘. Non so se mi sono spiegato? Questo avvocato romano mi ha detto: ‘C‘è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini’. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina gira a fiumi in questa città”. Una rivelazione questa difficile da credere, ma confermata dalla testimonianza di un uomo, Stefano (nome di fantasia), che recentemente ha contattato direttamente Monteleone e ha fatto delle rivelazioni sconvolgente.

I festini di cui parla la fonte de “Le Iene” si sarebbero realmente svolti nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d’Italia. “Sono eterosessuale, ma dopo aver avuto un tenore di vita alto, alcuni problemi economici mi hanno spinto a prostituirmi con questi uomini. Venivo pagato anche 10mila euro a settimana, erano proprio i guadagni a non farmi smettere, ma c’era dell’altro” – ha rivelato l’uomo – “Le persone che partecipavano a quelle cene, che finivano sempre con sesso gay, erano magistrati, dirigenti bancari, politici, sacerdoti, giornalisti e imprenditori. Sono stato a Siena, Monteriggioni, tutta la Toscana, ma anche a Bologna e sul litorale romano. C’erano delle droghe, ma non in quantità industriale”. Lo scopo era quello di “intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che organizzavano queste feste”. E avrebbero partecipato personaggi di spicco della società senese, come un importante ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, persino un sacerdote con un incarico di rilievo nella Diocesi, e persino un ex Ministro. Tutte persone che l’escort riconosce da alcune foto che l’inviato Monteleone gli ha mostrato. L’escort sarebbe arrivato a guadagnare in questi festini fino a “10.000 euro in due o tre giorni di incontri”. Secondo lui ci sarebbe anche chi ha registrato quegli incontri, e ci sarebbero quindi in circolazione dei video. In numerosi servizi Antonino Monteleone si è occupato della morte dell’allora capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra della sede bancaria il 6 marzo 2013 in circostanze ancora oggi misteriose. L’inchiesta sulla sua morte è stata in un primo tempo archiviata come caso di suicidio dalla Procura di Siena. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene”, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Siena e due presso la Procura di Genova competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi. Le due indagini della Procura di Genova, una per “abuso d’ufficio” (a carico dei magistrati di Siena) e una per “diffamazione” nei confronti dell’ex sindaco, sono state aperte in seguito alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini, raccolte da Le Iene, in riferimento a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Dichiarazioni che corrispondono a quelle dell’escort.  L’ ipotesi dell’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini è stata confermata ieri sera anche dall’ex gigolo nell’intervista a ‘Le Iene’, che ha racconta proprio di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese. “Ho deciso di raccontare questa storia quando è uscito il primo servizio su David Rossi – ha raccontato l’uomo all’inviato del programma – Quando ho visto la figlia di David fare un appello in televisione dove appunto diceva che tutte le mattine controllava i social, o comunque Facebook o quant’altro, con la speranza di trovare qualcuno che le dicesse ‘ci dobbiamo vedere, ti devo parlare’. Da lì ho deciso che fosse giusto raccontare tutta la vicenda”.

L’uomo “coperto” da LE IENE guadagnava anche 10mila euro a settimana e per “il fatto di frequentare determinate persone più o meno conosciute, ma comunque con dei ruoli importanti all’interno di società, di banche, del mondo della televisione, del giornalismo, del cinema o anche dell’imprenditoria, costituisci una sorta di, chiamiamola così, minaccia velata – ha sottolineato –   c’era sempre il timore di raccontare le cose che ho visto… le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi”. Fra suoi clienti secondo le dichiarazioni rese in televisione vi erano anche dirigenti di Monte dei Paschi ed ai festini la cocaina scorreva a fiumi e spesso al situazione di trasformava in un’orgia. La maggior parte dei partecipanti “non erano gay dichiarati o comunque omosessuali” ed “aveva la famiglia e figli”. L’ex escort adesso ha “paura” di possibili ripercussioni perché i suoi ex clienti “sono persone con le quali bisogna stare attenti” perchè possono diventare pericolose. “Io ho visto, mi ricordo benissimo, una discussione a Monteriggioni con due persone che litigavano furiosamente e mi ricordo uno dei due che litigava, che aveva proprio negli occhi uno sguardo che… non da assassino, ma insomma” ha raccontato. Quanto all’ex capo della comunicazione di Mps David Rossi “lo avevo sentito nominare – ha spiegato l’ex gigolò – ma non lo avevo mai visto ad una festa. Non ho mai avuto un incontro con lui, però, pensando alle persone che c’erano lì e comunque ai legami che avevano perché c’erano persone appunto legate chi alle forze dell’ordine ed addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, robe del genere… Un’ipotesi poteva essere anche quella, che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra”. “Io più di una volta ho avuto la sensazione che qualcuno registrasse” gli incontri hard, ha aggiunto l’escort “Qualche giorno dopo uno dei miei ragazzi ha confermato che delle persone stavano discutendo perché erano state fatte delle registrazioni degli incontri. Poi, quando io sono rientrato, qualche cliente sapeva delle cose che erano state fatte all’interno di questi incontri ma non aveva partecipato, e io dubito fortemente che qualcuno di loro vada in giro a raccontare quello che fa o non fa in questi festini”, ha concluso. Una testimonianza questa sicuramente molto importante ed utile che offre agli inquirenti una strada chiara e definita da perseguire al fine di accertare almeno una parte di verità. Sono dieci i nomi e cognomi dei partecipanti alle serate. Ma ci sono anche i reclutatori dell’escort, gli organizzatori di questi eventi sicuramente non comuni, che potranno essere facilmente rintracciati e riscontri individuabili.

In una precedente puntata delle IENE andato in onda nel novembre del 2017, il servizio si concentrava su due ipotesi. La prima ipotesi è quella della manomissione del video. Le immagini mostrano l’impatto a terra di Rossi, precipitato dalla finestra del suo ufficio della banca senese nel 2013. Subito dopo l’impatto si nota che Rossi ancora si muove e, nelle immagini successive, si vedono avvicinarsi due persone: la prima che arriva a pochi centimetri dal corpo, lo guarda e quindi torna sui suoi passi, apparentemente senza fretta. Sembrerebbe che alcune ombre nel video siano manomesse e alcune presenze oscurate. La seconda ipotesi è quella di alcuni depistaggi nel corso delle indagini. Il magistrato di allora si rifiuta di rispondere, e peraltro non chiese allora le riprese di tutte le telecamere presenti sulla strada, ma soltanto di una. Inoltre non aprì alcuna indagine sull’uomo e tantomeno dispose qualsiasi accertamento per identificare la persona che si vede apparire e tornare indietro col telefono in mano con il corpo di David Rossi riverso sul selciato stradale. L’indagine venne aperta guarda caso…due anni dopo, ma nel frattempo i tabulati telefonici riguardanti la zona dell’episodio erano stati distrutti per legge sulla privacy. Ed a qualcuno tutto questo ha giovato per non essere rintracciabile. Le immagini trasmesse ieri sera con alcuni magistrati della Procura di Siena lasciano presagire che ci sia del torbido, e che sarebbe ora che anche il Consiglio Superiore della Magistratura invece di perdere tempo a “lottizzare” le varie nomine e promozioni dei magistrati italiani, facesse un pò di luce e soprattutto pulizia al proprio interno.

Mps, il giallo e l'altra inchiesta: "La fine che ho fatto fare fare a Rossi...". Secondo La Verità ci sarebbe un collegamento tra le dichiarazioni del gigolò sui presunti festini hard e un'inchiesta aperta dalla procura di Belluno, scrive Claudio Cartaldo, Martedì 27/03/2018, su "Il Giornale". Il mistero del presunto suicidio di David Rossi, ex capo della Comunicazione di Mps, dopo le rivelazioni di un gigolò rilasciate a Le Iene su presunti festini hard sulle colline senesi, si colora di un nuovo capitolo. Un pezzo che dalla Toscana si sposta a Belluno e che riguarderebbe un'inchiesta aperta dalla procura veneta.

Le dichiarazioni del gigolò su Rossi e Mps. "Tu lo dici anche alla luce di quanto successo a David?", aveva chiesto Antonino Monteleone all'escort che ha confessato i suoi presunti incontri con magistrati, politici e parroci. "Sì, lui lo avevo sentito nominare - la risposta - ma non l'ho mai visto ad una festa, non ho mai avuto un incontro con lui, però pensando alle persone che c'erano lì e comunque ai legami che avevano, perché c' erano persone appunto legate chi alle forze dell'ordine, addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, a roba del genere, un'ipotesi poteva anche essere che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra".

L'inchiesta di Belluno. Ed è proprio sulla questione dei servizi segreti, secondo quanto scrive oggi su La Verità il giornalista Giacomo Amadori, che le due vicende - quella senese e quella di Belluno - potrebbero avere un collegamento. L'indagine in questione è quella condotta dal procuratore Paolo Luca e dai carabinieri del Nucleo investigativo guidato dal maggiore Marco Stabile. "A novembre - scrive Amadori - due personaggi in fuga dal loro passato hanno iniziato a denunciare atti persecutori, violenze, operazioni di riciclaggio, truffe e misteriosi dossier. Uno di loro, il quarantaduenne romano Valerio L., ha denunciato di essere stato sequestrato e ha riferito che uno dei suoi presunti carcerieri, G. M., un giorno avrebbe esclamato questa frase: 'Ti faccio fare la stessa fine che ho fatto fare a David Rossi, ti butto giù come un sacco di merda'". Non solo. Perché, sempre secondo quanto scrive Amadori, "l'altro testimone, l'imprenditore e consulente bancario Giuseppe V., per quasi 25 anni è stato un informatore proprio di G. M., il quale si sarebbe spacciato come agente dei servizi, esibendo tesserini, armi e lampeggianti sull' auto. “G. M. si vantava di essere amico del capo della sicurezza di Mps, un ex ufficiale dei carabinieri in pensione. Diceva di conoscere Viola e parlava di un vicepresidente che aveva un fratello commercialista. G. M. diceva di far transitare le sue pratiche da lui”, ha dichiarato Giuseppe V.". Amadori riporta che i due testimoni sono ritenuti credibili dalla procura "in tutto quello che dicono". Anche se sulla frase che riguarda David Rossi non sarebbero ancora stati trovati riscontri.

Caso David Rossi, giallo sui festini hot. La denuncia della trasmissione televisiva Le Iene, scrive il 27/03/2018 Giornale d’Italia. Un gigolò parla di appuntamenti a luci rosse a cui avrebbero partecipato personaggi di Mps e magistrati. Intanto finiscono indagati per diffamazione l’ex sindaco Piccini e i giornalisti del servizio. Un gigolò parla di appuntamenti a luci rosse a cui avrebbero partecipato personaggi di Mps e magistrati. Intanto finiscono indagati per diffamazione l’ex sindaco Piccini e i giornalisti del servizio. Presunti festini a luci rosse in cui si faceva anche uso di droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. È quanto denunciato pochi giorni fa in una nuova puntata dell’inchiesta del programma televisivo “Le Iene” relativa ad un servizio sul caso Monte dei Paschi di Siena e alla morte di David Rossi, manager ed ex capo della comunicazione della banca trovato morto la sera del 6 marzo 2013 dopo essere caduto da una finestra dei Rocca Salimbeni (sede della banca) nel 2013. Le immagini della puntata, andata in onda domenica, sono state acquisite dalla procura di Genova. Nel video c'è un intervista ad un giovane gigolò che ha raccontato di essersi prostituito ai presunti festini hard a cui avrebbero partecipato anche alcuni personaggi collegati al caso Mps oltre a volti di spicco della banca e della magistratura. Il gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Il testimone ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Uno dei dubbi che emergono, come si legge anche sul sito de ‘Le Iene’, è che ai festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati ricattabili). Intanto, secondo quanto trapelato, sono stati indagati per diffamazione l’ex sindaco di Siena, ricandidatosi per la tornata elettorale di quest'anno, Pierluigi Piccini e tutti i giornalisti del programma Mediaset “Le Iene” autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Il fascicolo per diffamazione era stato aperto a seguito della querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione, ma era rimasto contro ignoti. Dopo l’ultima puntata, andata in onda appunto domenica sera, i pm di Genova hanno quindi iscritto i nomi nel registro degli indagati. L’inchiesta per diffamazione “viaggerà” in parallelo con quella per abuso d'ufficio, a carico di ignoti, aperta invece sulle indagini ‘abbuiate’ dai pm senesi dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini. Secondo la tesi dell’allora primo cittadino, le indagini su Rossi sarebbero state “insabbiate” perché in sostanza alcuni magistrati senesi avrebbero preso parte ai presunti festini hard organizzati in diverse ville toscane. Nei prossimi giorni i colleghi dei magistrati toscani sentiranno i giornalisti della trasmissione “Le Iene” per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. Sono quattro le nuove inchieste aperte anche grazie ai servizi del programma di Italia 1: due alla procura di Genova (competente a indagare sui fatti che riguardano i magistrati senesi) e due alla procura di Siena. Presunti festini a luci rosse in cui si faceva anche uso di droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. È quanto denunciato pochi giorni fa in una nuova puntata dell’inchiesta del programma televisivo “Le Iene” relativa ad un servizio sul caso Monte dei Paschi di Siena e alla morte di David Rossi, manager ed ex capo della comunicazione della banca trovato morto la sera del 6 marzo 2013 dopo essere caduto da una finestra dei Rocca Salimbeni (sede della banca) nel 2013. Le immagini della puntata, andata in onda domenica, sono state acquisite dalla procura di Genova. Nel video c'è un intervista ad un giovane gigolò che ha raccontato di essersi prostituito ai presunti festini hard a cui avrebbero partecipato anche alcuni personaggi collegati al caso Mps oltre a volti di spicco della banca e della magistratura. Il gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Il testimone ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Uno dei dubbi che emergono, come si legge anche sul sito de ‘Le Iene’, è che ai festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati ricattabili). Intanto, secondo quanto trapelato, sono stati indagati per diffamazione l’ex sindaco di Siena, ricandidatosi per la tornata elettorale di quest'anno, Pierluigi Piccini e tutti i giornalisti del programma Mediaset “Le Iene” autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Il fascicolo per diffamazione era stato aperto a seguito della querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione, ma era rimasto contro ignoti. Dopo l’ultima puntata, andata in onda appunto domenica sera, i pm di Genova hanno quindi iscritto i nomi nel registro degli indagati. L’inchiesta per diffamazione “viaggerà” in parallelo con quella per abuso d'ufficio, a carico di ignoti, aperta invece sulle indagini ‘abbuiate’ dai pm senesi dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini. Secondo la tesi dell’allora primo cittadino, le indagini su Rossi sarebbero state “insabbiate” perché in sostanza alcuni magistrati senesi avrebbero preso parte ai presunti festini hard organizzati in diverse ville toscane. Nei prossimi giorni i colleghi dei magistrati toscani sentiranno i giornalisti della trasmissione “Le Iene” per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. Sono quattro le nuove inchieste aperte anche grazie ai servizi del programma di Italia 1: due alla procura di Genova (competente a indagare sui fatti che riguardano i magistrati senesi) e due alla procura di Siena.

Mps, i “festini” e la morte di David Rossi. Indagato per diffamazione l’ex sindaco di Siena Piccini, scrive il 26 marzo 2018 Il Secolo XIX.  L’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini è stato indagato per diffamazione dai magistrati genovesi. Insieme a lui sono stati iscritti nel registro degli indagati i giornalisti de Le Iene autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Questo fascicolo per diffamazione era stato aperto subito dopo la querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione. Era rimasto contro ignoti ma dopo l’ultima puntata, andata in onda ieri sera, durante la quale è stato sentito un ragazzo che avrebbe partecipato ai festini, i pm di Genova hanno iscritto i nomi nel registro degli indagati. Nei prossimi giorni il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e il sostituto Cristina Camaiori sentiranno i giornalisti de Le Iene per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. L’interrogatorio avverrà in forma assistita, ovvero con la presenza di un avvocato. La Procura del capoluogo ligure ha sequestrato le immagini della puntata delle “Iene” andata in onda ieri sera su Italia Uno: la parte acquisita dai magistrati genovesi riguarda la vicenda del Monte dei Paschi di Siena e in particolare la morte di David Rossi, ex capo della comunicazione della banca, morto cadendo da una finestra della sede di palazzo Rocca Salimbeni nel 2013. L’inviato della trasmissione ha intervistato un ragazzo che ha raccontato di essersi prostituito a “festini” cui avrebbero partecipato personaggi di spicco della banca e della magistratura. La Procura di Genova (competente a indagare quando i fatti che riguardano i magistrati della Toscana) aveva aperto un fascicolo per abuso d’ufficio a carico di ignoti dopo l’intervista rilasciata sempre alle “Iene” dall’ex sindaco senese, Pierluigi Piccini, che aveva detto di avere saputo di “festini” cui avrebbero appunto partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l’inchiesta sulla morte di Rossi era stata “affossata” per questo. Dopo la trasmissione di Mediaset e le dichiarazioni di Piccini, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione: a breve, per quest’altro fascicolo dovrebbe arrivare una “svolta”, con l’iscrizione nel registro dei primi indagati. Infine, sempre nel capoluogo ligure è aperta l’inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini, che si era occupato anche della vicenda Mps: l’ipotesi di reato è tentata minaccia grave.

David Rossi e Mps, indagate Le Iene e l'ex sindaco di Siena Piccini, scrive il 27 marzo 2018 Le Iene. Domenica era andato in onda il servizio in cui un escort parlava di festini a luci rosse con personaggi di alto livello. Ieri la notizia dell'acquisizione del nostro servizio sul caso David Rossi e sui presunti festini a luci rosse nel Senese, andato in onda domenica, da parte della procura di Genova. Oggi l'agenzia Asca fa sapere che la procura ha inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene (in realtà già inseriti da mesi). Nel servizio, Antonino Monteleone ha raccolto le rivelazioni di Stefano (il nome è di fantasia), un escort che racconta di aver partecipato a numerosi festini a luci rosse, a base di sesso e droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. Uno dei dubbi che emergono è che a questi festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati infatti ricattabili). David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 si sarebbe lanciato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata per due volte a Siena come suicidio. La famiglia crede alla tesi dell’omicidio. La nostra Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla persona che si vede comparire sullo sfondo, in uno dei pochi filmati a disposizione, nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia. La procura di Genova, competente per indagini che coinvolgano la magistratura senese, ha aperto due fascicoli: uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione. Stefano ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Stefano non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte). Per capire meglio tutti i risvolti della vicenda, guardate qui sotto il nostro servizio “Morte David Rossi: io mi prostituivo ai festini di Siena” e più in basso tutti i servizi che abbiamo dedicato a questo caso.

Morte David Rossi: sentita in procura la Iena Monteleone, scrive il 7 aprile 2018 "Le Iene". "Ho dato elementi utili per le indagini tutelando l'anonimato della fonte”. La iena Antonino Monteleone è stata sentita nel processo per diffamazione dopo il servizio sulla morte di David Rossi e i festini a base di sesso nelle campagne toscane dove avrebbero partecipato magistrati, politici e sacerdoti. “Ho dato elementi utili per le indagini. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro” commenta Monteleone. “Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili”. Gli stessi emersi nell’intervista esclusiva a un escort andata in onda nella puntata dello scorso 25 marzo. In quella circostanza, il nostro testimone ci aveva rilasciato dichiarazioni clamorose riconoscendo tra alcune foto che gli avevamo mostrato i partecipanti dei festini nel senese. Antonino Monteleone precisa che ha tutelato “l'anonimato della fonte”. La Iena è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Cristina Camaiori. L’inchiesta della Procura di Genova è stata aperta dopo il nostro primo servizio in cui l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini aveva rilasciato dichiarazioni choc sui 'festini' ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l'inchiesta sulla morte di Rossi era stata 'affossata' proprio per questo. I pm di Siena ci avevano querelato insieme al sindaco per diffamazione.

Morte David Rossi, interrogata per oltre tre ore la iena Monteleone: “Ho dato elementi utili per le indagini”, scrive il 10 aprile 2018 di Elisabetta Francinella su "Velvetgossip.it". È stato interrogato l’inviato de Le Iene Antonino Monteleone in merito all’accusa di diffamazione dopo il servizio sulla morte di David Rossi e sui festini a luci rosse nelle campagne circostanti Siena a cui avrebbero preso parte magistrati, politici, sacerdoti, imprenditori e figure legate al Monte dei Paschi di Siena. Antonino Monteleone, la iena che da sempre insieme al suo team si è occupata della morte di David Rossi, è stato ascoltato dagli inquirenti in merito al processo per diffamazione dopo il servizio sul decesso dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena e i festini a luci rosse nelle campagne fiorentine, a base di sesso e droga, a cui avrebbero preso parte magistrati, politici, sacerdoti e imprenditori. A rivelare l’esistenza di tali cene con risvolti hot era stato l’ex sindaco di Siena Pierluigi Picciniche, a telecamere nascoste, ne aveva confessato l’esistenza. Come riportano Le Iene stesse, Antonino Monteleone è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto procuratore Cristina Camaiori. L’inviato del programma ci ha tenuto a specificare di aver tutelato l’anonimato della fonte, aggiungendo: “Ho dato elementi utili per le indagini tutelando l’anonimato della fonte. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro”. Antonino Monteleone, stando quanto riportano Le Iene stesse, ha rivelato le stesse informazioni emerse dall’intervista esclusiva a un escort, andata in onda nella puntata del 25 marzo scorso. L’escort intervistato da Le Iene, il cui servizio era stato immediatamente acquisito dalla Procura di Genova che ha aperto un fascicolo a carico dei magistrati di Siena, aveva rilasciato importanti dichiarazioni. Nel servizio il giovane aveva riconosciuto le foto di alcuni dei partecipanti ai festini a luci rosse, rivelando retroscena clamorosi su quanto accadeva al termine delle cene. Stando alle dichiarazioni del testimone, a prendere parte alle feste a base di sesso e droga vi erano importanti personaggi della magistratura e della politica, che forse potrebbero essere legati con l’inchiesta sulla morte di David Rossi, che poco prima di morire aveva rivelato ad alcune persone di spicco di voler confessare ai magistrati ciò che sapeva in merito all’acquisizione di Antonveneta e sulle operazioni del Mps.

La morte di David Rossi, il disastro Mps e quei festini hard con politici e magistrati: Le Iene nel mirino della Procura. Era il marzo del 2013 quando il capo della comunicazione della banca, al centro di una tempesta giudiziaria e mediatica, piombò al suolo. L'inchiesta tv, i nuovi elementi e le denunce, scrive la Redazione Tiscali i 7 aprile 2018. "Ho dato elementi utili per le indagini. Pur tutelando l'anonimato della fonte e non rivelando l'identità delle persone mostrate nelle foto". Queste le parole del giornalista Antonino Monteleone, interrogato dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Cristina Camaiori che lo hanno messo sotto indagine per diffamazione per la collana di servizi de Le Iene sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena e la morte di David Rossi, ex capo della comunicazione della banca, precipitato da una finestra dei Rocca Salimbeni nel 2013. L'interrogatorio è durato oltre tre ore. "È stato tutto secretato - ha spiegato l'inviato del programma Mediaset - e non posso dire altro. Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili".

I festini in quelle due case. Due settimane fa Monteleone aveva intervistato un gigolò che aveva raccontato di avere partecipato ad alcuni festini con politici, magistrati e forze dell'ordine. Al giovane erano state mostrate alcune foto e lui aveva confermato di aver incontrato magistrati, politici e giornalisti alle feste. L'escort aveva anche aggiunto di aver avuto la sensazione che venisse filmato tutto quel che accadeva durante quelle cene d'elite con prosieguo in cui diversi partecipanti chiedevano rapporti omosessuali. Dando corpo all'ipotesi che il ricatto sessuale legasse i partecipanti in un clima omertoso. La procura di Genova - competente ad indagare, poiché i fatti riguardano anche magistrati di Siena - aveva aperto un fascicolo per abuso d'ufficio a carico di ignoti dopo la prima puntata della inchiesta sulla morte di Rossi con l'intervista rilasciata a Le Iene dall'ex sindaco senese Pierluigi Piccini che aveva detto di aver saputo di festini ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l'inchiesta sulla morte di Rossi era stata 'abbuiata' per questo. Piccini parlava di due ville in cui avvenivano questi incontri, una sul litorale romano e una nelle campagne presso Monteriggioni, dove pure il giornalista de Le Iene si è recato, tentando di chiedere spiegazioni allo staff che gestisce questa struttura. L'escort che ha testimoniato sui festini sessuali a base di droga, chiamato con il nome di fantasia Stefano, ha accettato di incontrare Carolina Orlandi, figlia dello scomparso David Rossi, confermando che quest'ultimo non aveva mai partecipato alle cene descritte, e dando conferma pure di una serie di partecipanti, esponenti di magistratura e politica, incluso anche un cronista. Riconosciuti in foto. Dopo la trasmissione di Mediaset e le dichiarazioni di Piccini, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione: per questo fascicolo l'ex sindaco e gli autori della puntata sono stati indagati per diffamazione. Sempre nel capoluogo ligure è aperta l'inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini che si era occupato anche della vicenda Mps. L'ipotesi di reato è tentata minaccia grave. Sul caso dei presunti festini indaga anche il Consiglio superiore della magistratura. 

Oltre la verità ufficiale. L'inchiesta di Monteleone ha riportato a galla i dettagli dubbi, a dire dei familiari di David Rossi e del perito di parte che li esaminò, della morte del capo dell'area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena: la traiettoria innaturale del corpo che rovinava al suolo dalla finestra del suo ufficio della banca, la modifica del luogo della presunta colluttazione, le ferite su viso e corpo riconducibili ad un aggressione, la mancanza di analisi sui vestiti, i tabulati telefonici e le telecamere della zona (che comprendono la sequenza in cui una persona compare sullo sfondo nel vicolo in cui agonizza Rossi dopo la caduta, e poi va via).  In una nota del 25 ottobre 2017, il presidente del Tribunale senese Roberto Carrelli Palombi e il Procuratore capo Salvatore Vitello, hanno risposto ai dubbi sollevati da Le Iene. I vestiti in particolare "non sono stati sequestrati" e "non potevano essere da questa distrutti". Ancora: “Non appaiono avere avuto un ruolo determinante nella ricostruzione dell’evento". Circa i segni di violenza sul corpo e il viso di David Rossi, per la Procura "si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato" sebbene "nella seconda relazione non sussistono dati certi su genesi e natura e si formula l’ipotesi di uno strisciamento con un oggetto affilato ma non tagliente". Perciò l'ipotesi di aggressione e omicidio "non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino". Quella ufficiale, relativa al suicidio "è supportata da elementi, seppur non scientificamente dirimenti, comunque maggiormente suggestivi da un punto di vista medico legale". Inoltre, per il Tribunale e la Procura la "pessima qualità del filmato di videosorveglianza" non ha permesso di ottenere elementi utili per le indagini sulla morte di David Rossi. Archiviata poi per due volte come suicidio. 

Il dissesto della Banca. La morte di David Rossi arrivò al culmine di un periodo di grande tensione per Monte dei Paschi di Siena. Sotto la presidenza di Giuseppe Mussari, poi dimissionario nel 2013, fu perfezionato l'acquisto di Banca Antonveneta per 10 miliardi di euro, poi oggetto di indagine della Procura di Siena per i reati di aggiotaggio e ostacolo alle indagini di vigilanza. In una inchiesta, il quotidiano La Stampa parlò di una "una truffa, estero su estero, che vale all'incirca 1,2-1,5 miliardi". Fu poi Il Fatto Quotidiano a dare la notizia di un accordo segreto siglato nel 2009 i vertici di Mps presieduti da Mussari e quelli della banca giapponese Nomura per una ristrutturazione del debito di Mps per centinaia di milioni di euro. Montepaschi era esposta dopo l'acquisto dei derivati finanziari Alexandria e Santorini, e Nomura propose di scambiarli in cambio di derivati emessi dall'istituto giapponese, fatto che ha creato un buco stimato in 740 milioni di euro nei conti della banca senese. Il 4 marzo 2013 David Rossi in una mail inviata all'allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, manifestava la volontà di voler parlare con i magistrati di come era stata gestita la banca. Due giorni dopo volava dalla finestra del suo ufficio, nella sede centrale dell'istituto. 

David Rossi, nuova querela a Le Iene da parte dei pm di Siena, scrive il 3 aprile 2018 "Le Iene". Dopo la messa in onda dell’ultimo servizio di Antonino Monteleone, una nuova querela alla nostra trasmissione. I magistrati di Siena querelano Le Iene dopo l’ultimo servizio di Antonino Monteleone sulla morte di David Rossi, andato in onda domenica 25 marzo. Nel servizio la Iena ha raccolto la testimonianza di un escort che avrebbe partecipato ai festini a luci rosse nel Senese, per “ospiti di alto profilo”. Fra questi politici e magistrati di alto livello, che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti potrebbero essere stati infatti ricattabili).  Secondo i pm, nonostante le foto mostrate da Monteleone fossero tutte oscurate e non fosse emerso alcun nome completo, si sarebbe comunque intuito a chi la nostra Iena faceva riferimento. Già pochi giorni dopo la messa in onda del servizio, il materiale de Le Iene era stato acquisito dalla procura di Genova, che aveva inoltre inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene. Dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco, raccolte da Le Iene e andate in onda l’8 ottobre 2017, la procura di Genova aveva aperto due nuove indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. L’ex sindaco faceva riferimento proprio a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 è volato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata come suicidio. La famiglia crede invece alla tesi dell’omicidio. La Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. L’escort ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. L’escort non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte). 

Siena, indagine del Csm sui festini e la morte di David Rossi. Dopo il servizio della trasmissione tv le "Iene" arriva l'inchiesta conoscitiva del Consiglio superiore della magistratura, scrive il 29 marzo 2018 "La Repubblica”. ll comitato di Presidenza del Csm, su richiesta del consigliere Ardituro, ha incaricato la prima Commissione, presieduta dal laico Antonio Leone, di avviare un'indagine conoscitiva sulle vicende oggetto dell'inchiesta giornalistica delle Iene, andata in onda domenica scorsa e ripresa dalla stampa. Il servizio delle Iene riguardava la morte dell'ex capo comunicazione di Mps David Rossi, precipitato da una finestra il 6 marzo 2013, e la vicenda di presunti di presunti festini a cui avrebbero preso parte anche magistrati e imprenditori. Il video è già stato acquisito dalla procura di Genova che ha aperto un fascicolo a carico dei colleghi di Siena. La prima commissione del Csm ha inoltre chiesto oggi, nell'ambito delle pratiche già aperte sul caso Mps, informazioni al procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Presso la prima commissione del Csm, infatti, sono già pendenti da ottobre una pratica aperta su richiesta dell'ex componente laico Pierantonio Zanettin, da poco eletto in parlamento, che chiedeva di "valutare eventuali profili di incompatibilità ambientale o funzionale" a carico dei vertici del tribunale e della procura di Siena; e una "pratica a tutela" dei magistrati senesi chiesta dal presidente della Corte d'Appello di Firenze, Margherita Cassano, e dal procuratore generale, Marcello Viola. Le Iene, nella puntata andata in onda domenica, hanno intervistato anche un gigolò che ha riferito di festini a cui avrebbero preso parte magistrati, imprenditori, politici, manager che sarebbero collegati alla banca affermando di avere numeri di telefono, pagamenti, mail che comprovano le sue affermazioni.

Il ragazzo-escort: "Ai festini David Rossi non c'era", scrive il 5.04.2018 "Il Corriere di Siena". "Non ho mai incontrato David Rossi ai festini". E' quanto ha ripetuto il ragazzo-escort nel corso del faccia a faccia con Carolina Orlandi, figlia acquisita di David, nel corso dell'incontro tra i due mandato in onda da Le Iene nella trasmissione del 4 aprile 2018. A precisa domanda della ragazza, il giovane ha risposto che alle feste in cui lui si prostituiva non ha mai visto l'ex manager di Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo avrebbe soltanto sentito nominare "...due anni prima che io avevo appena iniziato ad andare a Siena, ma tranquillamente". Il 26enne ha anche aggiunto che dopo la morte di David tutti erano molto più agitati. Nel corso della trasmissione per la seconda volta in pochi giorni il ragazzo-escort ha indicato, attraverso fotografie mostrate dal cellulare della stessa Carolina, quelli che a suo avviso erano alcuni dei partecipanti alle cene che terminavano con festini a base di sesso. Ha ribadito inoltre che la maggior parte degli incontri si svolgeva in Toscana, nel Senese, in particolare a Monteriggioni e ha guidato telefonicamente la iena Antonino Monteleone alla ricerca di quella che a suo avviso era una delle location dei festini. L'ha definita una specie di "...tenuta con una parte centrale e alloggi sparsi nel parco molto distanti tra loro". Le iene hanno raggiunto quella che secondo il testimone era una delle location degli incontri, hanno cercato di parlare telefonicamente con il proprietario ma senza successo.

Mps, la figlia di David Rossi incontra l’escort dei festini, scrive il 4 aprile 2018 "Le Iene". Dopo il racconto dei festini a base di sesso e droga a Siena, abbiamo fatto nuove verifiche, tra la famiglia e una proprietà misteriosa a Monteriggioni. Il nostro servizio di domenica 25 marzo è diventato un caso giudiziario e politico nazionale e noi de Le Iene continuiamo con le nostre verifiche. Un escort ci ha raccontato di aver partecipato ai festini a luci rosse nel Senese, per “ospiti di alto profilo”. Fra questi ci sarebbero stati politici e magistrati di alto livello, che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi perché i partecipanti avrebbero potuto essere ricattabili. La Iena Antonino Monteleone ha fatto incontrare l’escort con la figlia acquisita di David, Carolina Orlandi, in un momento di comprensibile alta tensione emotiva e ripercorre con lui i giorni della morte di Rossi (compreso il riferimento a un omicidio avvenuto due giorni prima). Abbiamo incontrato anche la mamma di Carolina, Antonella Tognazzi. Siamo andati anche alla ricerca di una delle ville teatro dei festini, nei dintorni di Monteriggioni. Stasera vedrete cosa abbiamo scoperto. Ieri intanto a Le Iene è arrivata una nuova querela dai magistrati di Siena. Già pochi giorni dopo la messa in onda del servizio, il materiale de Le Iene era stato acquisito dalla procura di Genova, che aveva inoltre inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene. Dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco, raccolte da Le Iene e andate in onda l’8 ottobre 2017, la procura di Genova aveva aperto due nuove indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. L’ex sindaco faceva riferimento proprio a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Anche il Csm, dopo l'ultimo nostro servizio, sta indagando sul caso. David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 è volato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata come suicidio. La famiglia crede invece alla tesi dell’omicidio. La Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. L’escort ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che pensa sia stato “scaraventato dalla finestra”. L’escort non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione, anche con quanto vedrete in onda stasera. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte).

DAVID ROSSI, MPS. Video, escort a Carolina Orlandi: “A quei festini erano agitati dopo la sua morte” (Le Iene). David Rossi, Mps: nuovo servizio de Le Iene, video. La figlia Carolina Orlandi incontra l'escort dei festini a luci rosse, mentre Antonino Monteleone cerca una villa nel Senese, scrive il 5 Aprile 2018 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Carolina Orlandi, figlia di David Rossi, ha incontrato l’uomo che avrebbe partecipato ai festini a luci rosse vicino Siena. Sotto la supervisione della Iena Antonino Monteleone, la figlia dell’ex responsabile della comunicazione Mps si è confrontata con l’escort che ha confermato di essersi prostituto in quei festini. La Orlandi gli ha mostrato alcune foto di personaggi di primo piano che sono stati riconosciuti come partecipanti ai festini, ma ha soprattutto chiesto se David Rossi avesse mai partecipato a quegli eventi, scenario escluso dall’escort. Il 26enne ha però aggiunto che dopo la morte di David Rossi tutti erano molto più agitati. La Iena ha poi individuato la villa che sarebbe stata teatro degli incontri, nei dintorni di Monteriggioni, grazie alle indicazioni del testimone in videochiamata, ma parlare con i responsabili della struttura è stata un’impresa vana. (agg. di Silvana Palazzo) Le Iene continua a trattare il caso relativo alla morte di David Rossi, nonostante il servizio di domenica 25 marzo sia diventato un caso giudiziario e politico. Il programma di Italia 1 continua le sue verifiche dopo aver intervistato un escort che ha raccontato di aver partecipato a festini a luci rosse nel Senese con ospiti di alto profilo, tra cui politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte del capo dell’area comunicazione di Mps. La Iena Antonino Monteleone ha fatto incontrare l’escort con Carolina Orlandi, figlia acquista di David Rossi. Ma Le Iene per il servizio che verrà trasmesso nella puntata di oggi, mercoledì 5 aprile 2018, ha sentito anche la mamma di Carolina, Antonella Tognazzi, compagna di David Rossi. Per la nuova puntata è stata effettuata anche una ricerca di una delle ville dove sarebbero stati organizzati i festini, nei dintorni di Monteriggioni. Cosa hanno scoperto Le Iene? Il caso David Rossi continua a far discutere. Ieri a Le Iene è stata notificata una nuova querela dai magistrati di Siena. Già pochi giorni dopo la messa in onda dell’ultimo servizio, il materiale era stato acquisito dalla procura di Genova, che peraltro aveva inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori del programma di Italia 1. La procura di Genova aveva aperto due indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. Anche il Csm però dopo l’ultimo servizio de Le Iene sta indagando sul caso. Dei presunti festini a luci rosse nel Senese e del loro possibile collegamento con la morte di David Rossi si sta occupando in particolare la prima commissione del Csm con un’indagine conoscitiva sulle vicende oggetto dell’inchiesta de Le Iene. A proposito del racconto dell’escort, il programma sul suo sito ha scritto: «Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione, anche con quanto vedrete in onda stasera».

Caso Rossi, il gigolò conferma. E indica la villa dei festini hard. La nuova puntata dell'inchiesta sulla morte di David Rossi, ex capo della comunicazione di Mps. Le Iene seguono le indicazioni del gigolò per raggiungere una presunta villa dei festini, scrive Claudio Cartaldo, Sabato 07/04/2018, su "Il Giornale". Ancora David Rossi. E ancora una volta Le Iene che dedicano un servizio alla morte, tra mille interrogativi, dell'ex capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Questa volta Antonino Monteleone ha fatto incontrare la figlia di Rossi, Carolina Orlandi, con l'ex escort dei presunti festini gay che si sarebbero svolti in Toscana (e non solo) e a cui avrebbero partecipato personalità influenti a Siena. Tra cui anche alcuni magistrati e politici. A raccontare per primo questi fatti era stato l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, e la vicenda è stata confermata da un ragazzo che, dietro anonimato, ha rivelato alle Iene non solo cosa si facesse ai festini omosessuali, ma anche quali influenti persone erano coinvolte e che avrebbero consumato rapporti sessuali con lui. Secondo Piccini le indagini sulla morte di David Rossi sarebbero state "fatte male" perché altrimenti sarebbe scoppiata una "bomba" su questi presunti festini. Dopo quelle dichiarazioni, sia Le Iene che il sindaco (e sul giornalista del Fatto, Davide Vecchi) si sono stati indagati. Monteleone, come annunciano oggi Le Iene sul loro sito, è stato sentito dalla procura di Siena in merito al processo per diffamazione aperto dopo il servizio con le dichiarazioni dell'ex sindaco. “Ho dato elementi utili per le indagini. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro", commenta Monteleone. “Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili”. L'inviato recisa che ha tutelato “l'anonimato della fonte” e non ha rivelato “l'identità delle persone mostrate nelle foto”. A confermare, però, i fatti ci sono le parole del presunto ex gigolò dei festini. Le Iene lo hanno fatto incontrare con la figlia di David Rossi. Carolina Orlandi mostra all'ex gigolò la foto di un ex di MpS, amico di Rossi, e di altri. Il gigolò conferma alcuni dei volti che sarebbero stati ai dopocena. Poi, nega che David Rossi abbia mai preso parte alle cene. "Ho sentito parlare di lui una volta due anni prima che io avevo iniziato ad andare a Siena, ma tranquillamente". Monteleone poi si dirige in una delle ville in cui si sarebbero svolti questi festini. Raggiunto il posto (e riconosciuto dal gigolò), la Iene tenta di contattare il direttore della struttura. Il quale però nega che gruppi organizzati e aziendali abbiano mai affittato la villa (ristorante e camere) per eventi simili. Il proprietario della struttura, però, non risponde alle telefonate dell'inviato di Italia1. Il gigolò poi racconta di come si sia appesantita l'aria a quegli incontri dopo la morte di David Rossi. "Ne ho sentito parlare - dice - mi ricordo che in quei giorni c'era stato un po' di agitazione. Perché era morta una ragazza". Si tratta di una prostituta colombiana, trovata morta a Siena due giorni prima della morte dell'ex capo della comunicazione di Mps. La prostituta venne trovata esanime non lontano dalla sede della banca e dal vicolo dove è caduto Rossi dopo essere volato dalla finestra. "Si pensava fosse una ragazzo del giro e quindi l'aria era tesa - racconta il gigolò - dopo la notizia della morte di David l'aria era diventata molto più tesa. Era una tensione percepibile nelle persone. Si tagliava col coltello". Poi il gigolò prova a ipotizzare il motivo per cui i festini potrebbero avere un collegamento con la morte di Rossi: "Magari i soldi con i quali venivano finanziati in parte uscivano dal Monte dei Paschi". E per Carolina Orlandi ci sarebbe un'altra spiegazione: Rossi in una mail inviata ai colleghi aveva espresso il desiderio di andare alla magistratura. "Forse voleva tirare fuori tutto", dice la figlia. Anche la storia dei festini.

Festini, bomba Iene: rivelazioni choc della moglie di un uomo ai vertici delle istituzioni, scrive l'11.04.2018 "Il Corriere di Siena". Nuove rilevazioni choc nella trasmissione delle Iene in onda questa sera (11 aprile) su Mediaset in merito all'inchiesta sulla morte di David Rossi, già capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, morto in circostanze ancora da chiarire dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio cinque anni fa. Seguendo la traccia dei festini a base di sesso e droga, gli inviati di Italia Uno hanno raccolto la testimonianza di una donna, che sarebbe la moglie di una alta carica dello Stato a Siena negli anni dello scandalo Mps. La donna avrebbe parlato dei festini e delle escort, di cui la trasmissione si sta occupando da settimane. “La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla "50 sfumature grigio". Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, comincia così il racconto della donna, come si legge sul sito delle Iene. Il sito anticipa che la donna racconta il proprio punto di vista privilegiato su quanto è accaduto in quegli anni a Siena e su come è cambiata la sua vita, il suo matrimonio e anche il modo di comportarsi e il lavoro del marito. 

Caso David Rossi, la moglie di un vertice dello Stato conferma i festini hard a Siena. La nuova rivelazione delle Iene sul caso Rossi, scrive Luca Romano, Mercoledì 11/04/2018, su "Il Giornale".  Le Iene vanno avanti sul caso di David Rossi, capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, volato da una finestra della sede storica della banca a Siena il 6 marzo 2013. La sua morte è stata archiviata dal Tribunale di Siena, per due volte, come suicidio. Una nuova testimonianza sul caso dei festini a base di sesso e droga a cui partecipavano magistrati, banchieri e personaggi di alto livello nel Senese è stata raccolta dall'inviato Antonino Monteleone. Nel servizio, in onda stasera a Le Iene, è “la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato”. A spingerla a collaborare con l’inchiesta che Le Iene stanno portando avanti da mesi sono state in particolare le parole dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini mandate in onda da Le Iene l’8 ottobre 2017, in cui si parlava per la prima volta di questi festini. "La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, racconta la donna, le cui parole potrebbero essere un importante riscontro a quanto ha raccontato, nel servizio del 25 marzo scorso, un escort che avrebbe partecipato a questi festini con ospiti “di alto profilo”. Tra i partecipanti ci sarebbero stati ex manager della Banca Mps, politici e magistrati. Questa circostanza – così come ipotizzato dall’ex Sindaco di Siena Pierluigi Piccini – avrebbe potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi? l gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui (o da altri escort) ai festini con una serie di personalità di rilievo. L'inviato de Le Iene gli ha mostrato una serie di fotografie nelle quali il giovane avrebbe riconosciuto un noto imprenditore senese, un sacerdote, due magistrati, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste, sempre secondo il racconto del gigolò, sarebbe stato presente anche un ex ministro della Repubblica. Ha inoltre confessato di provare molta paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che potrebbe essere stato “scaraventato dalla finestra”, perché alcuni dei partecipanti sarebbero stati personaggi da temere. Stasera andrà in onda una parte inedita dell’intervista del giovane escort in cui riconosce in una foto privata che ritrae una decina di persone uno dei partecipanti ai festini. E questa persona è proprio il marito della donna intervistata da Monteleone.

David Rossi. Video Le Iene, rivelazioni choc: moglie di un uomo ai vertici delle Istituzioni conferma festini. David Rossi, Mps: nuovo servizio de Le Iene. Intervista choc alla moglie un uomo ai vertici delle istituzioni a Siena che avrebbe preso parte ai festini confermati dall'escort, scrive l'11 Aprile 2018 Emanuela Longo su "Il Sussidiario". La trasmissione Le Iene continua la sua ricerca della verità in merito al caso di David Rossi, capo dell’area comunicazione di Mps morto il 6 marzo 2013, dopo essere volato dalla finestra della sede storica della banca presso la quale lavorava, a Siena. Il programma di Italia 1 ha annunciato la messa in onda, in programma per la puntata odierna, di una nuova testimonianza choc raccolta come sempre da Antonino Monteleone. A parlare, come anticipato, sarà "la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato". La donna avrebbe deciso di rompere il silenzio dopo le parole di Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, trasmesse dalla stessa trasmissione l'8 ottobre scorso ed in cui per la prima volta parlava di questi festini hard. Si tratta di un racconto particolarmente forte sin dall'esordio: "La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino". La testimone spiegherà come, da quel momento, la sua vita cambiò, compreso il suo matrimonio. L'intervista si pone davvero clamorosa per via dei possibili collegamenti con la vicenda legata alla morte di David Rossi. La nuova testimonianza annunciata per la serata odierna nell'ambito del servizio sulla morte misteriosa di David Rossi arriva esattamente a distanza di poco più di due settimane dalle dichiarazioni di un escort che proprio ai microfoni di Antonino Monteleone avrebbe fatto nuova luce sui presunti festini a luci rosse con ospiti "di alto profilo". Ora, le parole della donna andrebbero in qualche modo a rappresentare un ulteriore riscontro al racconto del giovane, secondo il quale avrebbero preso parte a queste "cene" particolari anche ex manager di Mps, politici e magistrati importanti. Proprio questo aspetto potrebbe aver potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi? Certo è che dopo la morte misteriosa del capo dell'area comunicazione di Mps, lo stesso escort intervistato da Le Iene ha ammesso di avere molta paura. Lo stesso aveva accettato nei giorni scorsi di incontrare la figlia di David, Carolina Orlandi, alla quale l'uomo ha confermato, guardandola negli occhi, quanto avveniva nel corso dei festini ai quali però non avrebbe mai partecipato Rossi. Questa sera, secondo le anticipazioni del programma, sarà trasmesso un ulteriore filmato inedito dell'intervista all'escort, in cui avverrà un importante riconoscimento avvenuto attraverso una foto privata (dunque non presente su Google né in alcun archivio di un'agenzia fotografica) in cui sono immortalate una decina di persone, tra cui una in particolare avrebbe preso parte ai festini. Si tratta del marito della donna intervistata in precedenza, circostanza di cui l'escort non poteva essere a conoscenza poiché le interviste sono avvenute in periodi differenti. 

Nella puntata de “Le Iene Show” in onda oggi, mercoledì 11 aprile, in prima serata su Italia 1, Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi, scrive l'11 aprile 2018 agenzia giornalistica Opinione (lancio d'agenzia). L’inviato incontra, in esclusiva, una donna che si presenta come “moglie di una persona che a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato” che rilascia alcune dichiarazioni dopo aver seguito l’intervista all’ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS Pierluigi Piccini.

Nella puntata de “Le Iene” dell’8 ottobre 2017, Antonino Monteleone aveva intervistato Piccini, il quale – tra le altre cose – aveva affermato: «Non credo che David Rossi si sia suicidato […] C’è un’altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto […] “devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”. Non so se mi sono spiegato? […] Questo avvocato romano mi ha detto: “C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini”. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. […] La cocaina gira a fiumi in questa città».

Nella puntata del 25 marzo, inoltre, l’inviato aveva raccolto le parole di un uomo che affermava di aver partecipato come escort a feste o cene private. Questi spiegava com’erano organizzate le serate: «La maggior parte delle volte c’erano delle cene, poi quando finiva la cena diciamo che avveniva una sorta di selezione. Dopo noi sapevamo che dovevamo andare con una determinata persona». Le feste, proseguiva l’uomo, avevano lo scopo «di intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che le organizzavano». L’ex escort aveva anche affermato: «Le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi». Nelle foto mostrategli dalla Iena, infine, l’uomo aveva riconosciuto – come presunti partecipanti alle serate, tra cena e dopocena – un ex ministro, un ex dirigente della Banca, due magistrati, un imprenditore, un politico, un giornalista e un importante sacerdote.

Nel servizio in onda questa sera, viene mostrata una parte inedita dell’intervista all’ex escort: Monteleone gli mostra una foto privata che ritrae circa dieci persone, chiedendogli di riconoscere eventuali partecipanti alle feste. Tra tutti, l’uomo riconosce solo una persona, che sarebbe proprio il marito della donna intervistata nella puntata odierna. L’ex escort dice di averlo visto a una cena e che non è mai stato suo cliente. Nell’intervista di Antonino Monteleone, in onda questa sera, la donna racconta di come la sua vita familiare sarebbe cambiata nel 2012, dopo il ritrovamento, nell’armadio del marito, di “manette, biancheria di pelle e un frustino”. La donna sostiene che il coniuge potrebbe aver avuto rapporti con persone coinvolte nelle indagini sulla morte di David Rossi, per amicizia o rapporti di frequentazione; e che, dopo la morte del Capo Comunicazione MPS, l’uomo avrebbe cambiato incarico, cosa che sarebbe avvenuta in modo “molto veloce”. Di seguito, l’intervista alla donna.

Iena: Perché ha deciso di parlare con noi?

Donna: Perché ho visto in televisione una vostra intervista riguardo la morte di David Rossi e io sono stata una testimone in parte di alcune vicende che hanno influito sulla mia vita.

Iena: Le posso chiedere a quale intervista si riferisce?

Donna: Un’intervista in cui si parlava della morte di David Rossi ed era collegato a una serie di feste che venivano fatte dalla Siena bene e a cui partecipavano alti personaggi e anche esponenti dello Stato.

Iena: Lei perché crede di essere coinvolta rispetto alle rivelazioni che ha fatto l’ex sindaco Piccini?

Donna: Perché sono la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato.

La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio, ho trovato oggetti particolari, di una sessualità “50 sfumature di grigio”…

Iena: Le posso chiedere che cosa ha trovato nello specifico?

Donna: Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino…

Iena: Ma queste manette erano senza nulla o…

Donna: No, c’erano le mutande arrotolate…

Iena: Delle mutande arrotolate alle manette?

Donna: Hmm, sì, non mi chieda perché, perché la mia mente non riesce ad arrivare… e quando chiesi conto di questi oggetti a mio marito, mi fu risposto che non erano affari miei, che io non dovevo permettermi di fare una perquisizione nei suoi armadi.

Iena: Le posso chiedere se il ritrovamento di questo tipo di oggetti fosse anche disdicevole in funzione dell’incarico che svolgeva in quegli anni a Siena?

Donna: Secondo il mio punto di vista, sì.

Iena: Lei ha mai saputo di festini a Siena prima di vedere l’intervista all’ex sindaco Piccini?

Donna: Mi era stato suggerito dalla moglie di un collega di mio marito, che viveva da più di 20 anni a Siena, che a casa di un dirigente del Monte Paschi era un vero e proprio puttanaio.

Iena: Le posso chiedere il nome?

Donna: No, non lo voglio fare il nome.

Iena: Si ricorda dove si trovava il cosiddetto puttanaio, questa casa del dirigente?

Donna: Sì, affacciava proprio su […].

Iena: Quando la moglie del collega di suo marito le fa questa rivelazione, lei lo fa presente a suo marito?

Donna: Sì, e lui si fece una risata, mi disse che erano pettegolezzi di una cittadina di provincia dove non si sapeva come trascorrere il tempo.

In quegli anni mio marito è cambiato moltissimo, io non riuscivo proprio più a riconoscerlo. Noi avevamo anche smesso di avere dei normali rapporti sessuali di una coppia, sposata da tantissimi anni, con delle richieste un po’ particolari che a me non piacevano.

Iena: Stiamo parlando di percosse, sesso violento?

Donna: Un sesso molto più aggressivo. Una volta mi mise una mano sulla bocca dicendo che se respiravo più a fatica avrei sicuramente provato più piacere. Io mi sono scansata violentemente e gli ho detto “tu non stai bene, sei pazzo”.

Iena: Lei mi sta dicendo che, da quando suo marito era stato per ragioni lavorative a Siena, aveva cambiato anche le sue attitudini sessuali.

Donna: Dal mio punto di vista sì, un po’ le attitudini sessuali…

Iena: Che ricordo ha di suo marito nei mesi precedenti alla morte di David Rossi?

Donna: Era molto molto nervoso. Era poco disponibile, non era incline a confidarsi con me. Lui aveva proprio una necessità fortissima di legarsi a qualcuno per poter proseguire la sua carriera. Però, a quel punto, ti leghi a dei personaggi che ti possono chiedere qualsiasi cosa e non credo che sia opportuno per un funzionario dello Stato.

Iena: Il lavoro di suo marito, a Siena, l’ha messo in contatto in qualche modo alla morte di David Rossi?

Donna: Penso di sì. Io ho anche conosciuto il signor Rossi a una delle feste date dal Monte Paschi dopo i Palii.

Iena: Lei sa se c’era un rapporto che andava fuori dal lavoro tra David Rossi e suo marito? Se si frequentavano, erano amici…

Donna: Noi andavamo a vedere spesso il Palio: quella volta c’era proprio David Rossi, si sono dati del tu in quell’occasione. Era il 2011 e ci riservarono proprio una stanzetta dove potevamo vedere il Palio.

Iena: A lei risulta che la sera della morte di David Rossi suo marito si trovava nelle vicinanze del luogo degli eventi?

Donna: Questo l’ho scoperto perché poi sono andata a documentarmi.

Iena: Vi siete sentiti quel giorno?

Donna: Sì, credo un paio di volte, mi ha sempre liquidata molto velocemente. Aveva molto da fare perché c’era stato un suicidio a Siena, quindi non era possibile chiacchierare. Negli ultimi mesi era agitato, era nervoso, era dimagrito tantissimo: le ripeto, non era più la persona che io conoscevo. Ho anche pensato che avesse incominciato a fare uso di cocaina o di altre sostanze. Era sempre molto alterato, molto nervoso.

Iena: L’eventuale partecipazione di suo marito a dei festini, in ragione della delicatezza del ruolo che svolgeva a Siena, l’avrebbe potuto esporre a un meccanismo di tipo ricattatorio?

Donna: Sicuramente è pericolosissimo. Non solo nel caso di mio marito: chiunque partecipa a certe situazioni imbarazzanti, se ha un ruolo pubblico è facilmente ricattabile.

Iena: Suo marito ha avuto a che fare con le indagini relative alla morte di David Rossi?

Donna: Dopo la morte di David Rossi, ho quasi completamente chiuso i rapporti con mio marito e tutto quello che posso sapere l’ho saputo dai giornali.

Iena: Per il tipo di incarico che aveva a Siena è verosimile pensare di sì o di no?

Donna: Sicuramente sì.

Iena: Le posso chiedere se suo marito aveva rapporti con le persone direttamente coinvolte nelle indagini sulla morte di David Rossi, per amicizia o rapporti di frequentazione?

Donna: Sì.

Iena: Successivamente alla morte di David Rossi, cambia qualcosa nella vita professionale di suo marito?

Donna: Sì.

Iena: Cosa succede?

Donna: Che lui cambia incarico.

Iena: Ha mai capito se il cambio di incarico di suo marito è stato un evento programmato o se ha in qualche modo qualche legame con gli eventi relativi alla morte di Rossi?

Donna: Allora, io rischio moltissimo e le posso dire che, per quello che mi riguarda, il mio pensiero è sì. Però questo lo negherò sempre… perché non ho la capacità di collegare eventi, fatti e situazioni. Mi dissero che ci fu una fortissima discussione, un giorno, e dopo poco tempo mio marito cambiò incarico.

Iena: Tra chi era questa discussione, suo marito e…?

Donna: Un alto vertice. Però questi possono anche essere dei pettegolezzi di una piccola città di provincia.

Iena: Il cambio di incarico di suo marito avviene in modo graduale o in modo improvviso?

Donna: Molto veloce. I precedenti cambi erano stati tutti cambi molto tranquilli, addirittura con feste, saluti… mi sto rovinando perché io sto raccontando la verità e mi sto esponendo tanto. Mio marito se ne andò quella notte. Di corsa.

Iena: La carriera di suo marito, con questo cambio di incarico, migliorava o peggiorava?

Donna: Era la pietra tombale su una carriera molto lunga.

Iena: Le cose che ci sta dicendo, ce le dice perché lei è spinta da un rancore personale? Sta un po’ calcando la mano perché è arrabbiata con suo marito?

Donna: No, io non sono neanche più arrabbiata, sono soltanto delusa, dispiaciuta.

Iena: Secondo lei suo marito custodisce dei segreti relativi alle più importanti vicende senesi degli ultimi anni?

Donna: Dal mio modestissimo punto di vista, sì.

La vicenda di David Rossi. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano. In quelle stesse settimane, MPS era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, che non credono all’ipotesi del suicidio, sono da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene” sul caso, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi) e due presso la Procura di Siena.

Mps, la morte di David Rossi: mistero delle prove distrutte, scrive Davide Vecchi il 10 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Il 6 marzo 2013, dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa, David Rossi, capo della comunicazione di Mps e da dieci anni braccio destro di Giuseppe Mussari, viene trovato morto nel vicolo sotto il suo ufficio. Per i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta avviata dal pm Andrea Boni ha portato alla luce le falle, le carenze della prima indagine con atti criticati anche dai periti nominati dalla Procura. Il libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (in libreria da giovedì 12 ottobre per Chiarelettere) ricostruisce l’intera vicenda proprio attraverso le carte delle inchieste per scoprire che il suicidio ipotizzato dai magistrati non è l’unico scenario possibile. Pubblichiamo un breve stralcio del testo relativo a uno dei numerosi errori commessi nel corso della prima fase delle indagini. Nel giugno 2013, ad appena tre mesi dalla morte di Rossi, gli inquirenti sono certi di avere tutti i riscontri necessari per affermare senza ombra di dubbio che si tratti di un suicidio. Per carità, l’avevano capito già la notte del 6 marzo del resto, già guardando il cadavere riverso al suolo. Tanto che ritenevano superflua anche l’autopsia. Con tutto quello che succede nelle mura di Mps e le conseguenze pesanti che si ripercuotono all’esterno – le inchieste che coinvolgono gli ex vertici, i miliardi di euro dilapidati, centinaia di lavoratori licenziati, squadra di calcio e di basket fallite, università, comune e decine di enti lasciati senza finanziamenti –; insomma, con tutto quello che ha preso avvio da Mps senza che si riescano a individuare i responsabili né prove sufficienti a incastrarli per il tracollo finanziario della banca più antica del mondo; con la cappa di riservatezza e segreti nascosti all’interno di Rocca Salimbeni: come non pensare che il manager legato al potentissimo Mussari e con ogni probabilità custode di molti segreti sia stato eliminato o spinto a uccidersi? Che domande. Questa è una tesi da romanzo giallo. A Siena, nella realtà, un uomo ricco, potente, noto e ritenuto custode di informazioni riservate, si uccide lanciandosi dalla finestra dell’ufficio pochi minuti dopo aver detto alla moglie che stava rientrando a casa. Ovvio. Forse. Sicuramente ovvio lo è per i magistrati. (…) Appena inizia la sospensione feriale depositano la richiesta di archiviazione. Per «feriale» s’intende il periodo di pausa che per legge considera i tribunali sostanzialmente «chiusi»: dal primo agosto al 15 settembre. Si tratta di una sospensione pensata con una ratio garantista nei confronti delle parti, in applicazione del più generale diritto di difesa. Ad agosto, si sa, ci sono le vacanze. Anche i senesi, come tutti, si allontanano dalla città, dalle loro abitazioni e dalla quotidianità. Proprio a tutela dei cittadini quindi, visto che i termini per presentare ricorso sono strettissimi – appena dieci giorni –, durante il mese di agosto questi vengono temporaneamente sospesi e decorrono tutti a partire dal 15 settembre successivo. Lo dice la legge. E così è nel 2013. I magistrati, sicuri che il caso Rossi sia un suicidio, chiedono l’archiviazione proprio il 2 agosto 2013. (…) Ma in quel periodo di vacanza avviene una cosa ben più grave: senza che le parti vengano avvisate, il 14 agosto Natalini dispone la distruzione dei reperti trovati nell’ufficio di Rossi, compresi sette fazzoletti di carta sporchi di sangue. Fazzoletti già repertati con estremo ritardo solamente il 14 giugno, seppur sequestrati il 7 marzo, ma soprattutto mai analizzati né presi in considerazione nel corso delle indagini. Non si sa ad esempio se il sangue sia del gruppo sanguigno di David o appartenga a qualcun altro, magari a un ipotetico aggressore. Si sarebbe potuti risalire comodamente anche al Dna, attraverso quei reperti: erano ben sette. I legali dei famigliari di David, ricorrendo contro l’archiviazione, avrebbero potuto chiedere che venissero sottoposti a esami specifici: oltre al gruppo sanguigno e al Dna, si sarebbe potuto verificare anche quale tipo di ferita avessero tamponato; la forma della macchia di liquido ematico impressa sui fazzoletti avrebbe potuto svelare molto. Qualsiasi esame aggiuntivo avrebbe fugato ogni futuro dubbio. Anche per la procura quei fazzoletti avrebbero potuto rappresentare un elemento fondamentale: il sangue poteva essere di David e le macchie potevano coincidere con le ferite che il manager aveva al polso. Ma non è stato possibile analizzarli. Perché i fazzoletti vengono decretati come da distruggere il 14 agosto (…) ed eliminati da «Ambrogio Antonini, funzionario giudiziario, e Alessandro Troiani, conducente automezzi» si legge nel verbale. Dei reperti fondamentali vengono così distrutti senza neanche metterne a conoscenza i famigliari. Distrutti senza attendere non solo il decorso dei termini per far presentare alla difesa un’eventuale opposizione alla richiesta d’archiviazione, ma neanche l’esaurirsi della feriale. Si scoprirà solo anni dopo”.

David Rossi, l’archiviazione del gip per suicidio. Ma restano dubbi e domande su tabulati, biglietti e ferite sul cadavere. Il manager del Monte dei Paschi di Siena non è stato né ucciso né istigato da altri a togliersi la vita secondo il giudice: si è gettato spontaneamente dalla finestra del suo ufficio del terzo piano di Rocca Salimbeni. Un caso, quello capo della comunicazione di Mps, amico e ombra dell'ex presidente, Giuseppe Mussari, che per molti ha ormai conquistato un capitolo nel libro delle morti misteriose della storia del nostro Paese, scrive Davide Vecchi il 27 luglio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". David Rossi non è stato né ucciso né istigato da altri a togliersi la vita. Il manager del Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, si è gettato spontaneamente dalla finestra del suo ufficio del terzo piano di Rocca Salimbeni. Il gip del tribunale di Siena, Roberta Malavasi, ha messo così la parola fine al caso David Rossi, il capo della comunicazione di Mps, amico e ombra dell’ex presidente, Giuseppe Mussari. Un caso che per molti ha ormai conquistato un capitolo nel libro delle morti misteriose della storia del nostro Paese. In 57 pagine di motivazione del decreto di archiviazione, il gip Malavasi, ripercorre i passaggi dell’intera vicenda per sancire che seppur non vi sia “prova certa oltre ogni ragionevole dubbio della ricostruzione” della morte di David si deve ritenere un suicidio e non un omicidio per “ragionevole certezza”. Gli avvocati dei familiari di Rossi si sono visti rigettare la richiesta di nuove indagini e persino le nuove perizie di parte depositate ma hanno annunciato l’intenzione di proseguire nella ricerca di una verità. Secondo i legali Luca Goracci e Paolo Pirani, che difendono rispettivamente la vedova e i familiari di Rossi, sono ancora molte, troppe le falle della ricostruzione effettuata dalla procura e sposata dal gip. Di fatto è la seconda archiviazione sul caso Rossi. E questa seconda sottolinea molti degli errori commessi nella prima, avvenuta nel marzo 2014. Il giudice Monica Gaggelli commise alcune sviste errori, alcune delle quali sottolineate ora da Malavasi. Ad esempio l’ora della morte di Rossi: avvenuta alle 19.43e non, come sostenuto nella prima archiviazione, alle 20.12. Due testimoni sostennero di aver visto la porta dell’ufficio di David prima aperta e poi chiusa. Ebbene Gaggelli si spinse a certificare che alle 20, quando uno dei due testimoni passa di fronte alla porta, non vede David perché questo si era nascosto in bagno. In realtà era già cadavere in vicolo di Monte Pio. Malavasi, invece, conclude che la porta era aperta e poi è stata trovata chiusa perché “basta alle volte una folata di vento entrata da una finestra aperta”. Poche righe dopo però ricorda come nessuno abbia sentito alcun rumore.

Insomma i dubbi su quanto avvenuto la notte del 6 marzo 2013 rimangono ancora molti. Malavasi sottolinea la carenza di prove a carico di un ipotetico omicidio, ma tra le righe di queste 57 pagine è scritto che in realtà c’è stata una carenza di indagini iniziali. Persino reperti fondamentali, come i vestiti o i fazzoletti di carta sporchi di sangue rinvenuti nell’ufficio di David, non sono mai stati analizzati e anzi sono stati distrutti dai pm. O l’acquisizione dei tabulati per capire chi era presente nella sede di Mps e nel vicolo dove David è stato trovato morto, è stata richiesta solamente pochi mesi fa ottenendo per risposta dagli operatori telefonici una comunicazione ovvia: “Non è possibile adempiere alla richiesta perché come previsto dalla legge i tabulati vengono conservati per 24 mesi”. Di fatto Malavasi scrive che oggi ulteriori indagini “si preannunciano superflue”.

Va detto che il gip ha tenuto conto di alcune delle contestazioni sollevate dai legali dei familiari di David, in particolare quelle relative alle conclusioni dei periti nominati dai magistrati, il colonnello del Ris Davide Zavattaro e il medico legale Cristina Cattaneo, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione della caduta di David. Scrive Malavasi: “Gli oppositori contestano il risultato dell’accertamento che non sarebbe attendibile (…), osservazione sulla quale non si può che convenire e che par essere stata tenuta ben presente anche dai consulenti. (…) Proprio per questa ragione non appare utile insistere sul piano degli accertamenti scientifici, il cui risultato sarebbe in ogni modo opinabile”. Ai rilievi sulle ferite trovate nella parte anteriore del cadavere di Rossi, ritenute “non compatibili con l’impatto al suolo” ma anzi dovute a una “precedente colluttazione”, Malavasi non dedica alcuna attenzione. Così come alle evidenze sull’uso del telefonino di David mentre lui era già precipitato. O le varie incongruenze sul video della caduta. Ritenendo il tutto forse superfluo o, comunque, ininfluenti a escludere una nuova archiviazione. Scrive Malavasi: “Come ben si comprende, non essendo note le singole azioni in cui si concretizzò l’evento, non è possibile una verifica puntuale del nesso di derivazione, che non può essere apprezzato se non in termini di compatibilità/incompatibilità con l’unica ipotesi ricostruttiva dotata di riscontro fattuale”. Cioè il suicidio. Il riscontro fattuale? I biglietti scritti da David e ritrovati strappati nel cestino del suo ufficio. Tre tentativi di salutare sua moglie, Antonella Tognazzi. Sono la certezza alla quale il gip avvinghia la sua decisione: è suicidio. I familiari la pensano diversamente. Per loro l’unica certezza è ancora oggi che David sia morto.

Le strane telefonate, l’ultimo video: i misteri sulla morte di David Rossi. Il libro su «Il caso di David Rossi, Il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena», in uscita giovedì, ricostruisce le indagini e la passione della moglie e della figlia per la ricerca della verità, scrive Fabrizio Massaro il 7 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". Alle 19.43 di mercoledì 6 marzo 2013 il direttore della comunicazione di Mps, David Rossi, precipita di schiena dalla finestra del suo ufficio a Siena. Morirà venti minuti dopo, in un vicolo. Per la Procura è chiaramente un suicidio. Ma i dubbi sono tanti. Il libro «Il caso David Rossi», del cronista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi (Chiarelettere, 176 pagine, in uscita giovedì), ricostruisce le indagini e la passione della moglie del manager, Antonella Tognazzi, e della figlia di lei, Carolina Orlandi, per la ricerca della verità. Due inchieste hanno concluso che Rossi si è tolto la vita. Loro continuano a credere che sia stato ucciso. Da chi, non si sa. Per quale motivo, neppure. Su questo terreno il libro non si spinge. Si ferma ai fatti, spesso inquietanti, alle circostanze, spesso inspiegabili. Ricostruisce le indagini dei pm con i loro buchi ed errori, evidenzia i punti oscuri — per esempio il segno dell’orologio impresso sul polso, i tagli sul volto e i lividi alle braccia, le chiamate partite dal telefono dopo che David era volato giù o la mancata identificazione di alcune persone che compaiono nel video che ha ripreso caduta e agonia del 52enne portavoce di Giuseppe Mussari — e riporta l’ipotesi dei periti della Procura nella seconda inchiesta, avviata su richiesta della famiglia: David Rossi potrebbe avere avuto una «colluttazione con terzi» prima di volare giù. Sulla base delle risultanze dei periti, anche della Procura, l’autore ipotizza due scenari, entrambi con due persone presenti nella stanza di David che lo avrebbero minacciato facendolo cadere dalla finestra o, in alternativa, indotto a suicidarsi per paura. Perché? Forse perché Rossi — come scrisse via mail al ceo Fabrizio Viola — voleva andare a parlare con i magistrati che indagavano su Antonveneta dei rapporti politici di Mps? Non si sa. Per aver pubblicato quelle mail Vecchi, con la moglie di Rossi, è a processo — ancora in corso — per «violazione della privacy» di Viola, nonostante Mps non abbia sporto querela. Il libro è avvincente, e chi ne esce male sono gli inquirenti senesi che — contesta Vecchi — hanno subito sposato la tesi del suicidio, non sgombrando il campo da quei dubbi e buchi che dopo quattro anni hanno portato il caso David Rossi ad allungare la lista dei «misteri italiani».

MPS: David Rossi, suicidio o omicidio? Si riapre il caso, scrive il 3 ottobre 2017 Alessandra Caparello su Wallstreetitalia. Si ritorna a parlare del caso di David Rossi, responsabile della comunicazione di Mps che la sera del 6 marzo 2013, nel pieno della bufera giudiziaria che sconvolgeva l’ex presidente del Monte, Giuseppe Mussari, per la costosissima acquisizione di banca Antonveneta, si lancia dalla finestra del suo ufficio, un volo di 15 metri da cui poi è seguita la morte. Il tribunale di Siena ha archiviato per ben due volte il caso come suicidio ma i familiari dell’ex manager del Monte non ci stanno e chiedono di riaprire il caso. Già le immagini della caduta di Rossi in Vicolo Monte Pio, riprese dalle telecamere della zona, non sembrerebbero compatibili con quelle di un suicidio visto che il manager cade in verticale per circa 15 metri, con la faccia rivolta al muro.

Un suicidio comporta uno slancio, un abbandono del corpo che qui non c’è, oltre all’assenza di rotazione che in questo caso non è stata rivelata. Così dice il perito di parte. Un’indagine della trasmissione televisiva Le Iene poi mette in luce anche che i soccorsi sono arrivati molto tardi, 40 minuti dopo e si ipotizza da alcuni diaframmi inediti che la stradina, solitamente molto trafficata, era chiusa per lavori. Coincidenza o atto voluto?

Guardando il corpo di David evidenti sono i segni di colluttazione al volto ed al polso, con la presenza di ecchimosi in corrispondenza della cassa dell’orologio e le telecamere avevano ripreso anche la caduta di un oggetto nella stessa zona in cui fu poi rinvenuta la cassa dell’orologio di Rossi, circa mezz’ora dalla sua caduta. Lo stesso orologio le cui lancette segnavano le ore 20,00, mentre il corpo di David era caduto mezz’ora prima. Qualcuno poi dall’ufficio di Rossi, per tre secondi, dopo la caduta rispose ad una telefonata di Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi moglie di David Rossi.

Il mistero si infittisce anche per le reticenze manifestate da colui che si diceva molto amico di David, Giancarlo Filippone, capo della segreteria di Rossi e suo amico che, sempre dalle immagini della telecamera, si avvicina al corpo riverso per terra del capo della comunicazione di Mps e dopo averlo fissato con estrema freddezza va via insieme a Bernardo Mingrone, capo area finanza Mps, il primo a chiamare i soccorsi. Proprio Filippone è una delle ultime persone ad aver visto in banca David ancora vivo. Da allora non ha mai parlato con la stampa e avrebbe tranciato i rapporti, prima molto amichevoli, con la famiglia di David. Lorenza Bondi, collega di David, ha dichiarato di aver visto la porta del suo ufficio aperta mentre usciva dalla banca, ritrovata poi chiusa.

Tutte coincidenze o chiari indizi che fanno pensare ad un omicidio piuttosto che suicidio?

David Rossi. Caso Mps, video: suicidio o omicidio? I 5 Stelle chiesero la riapertura del caso (Le Iene Show). David Rossi, il caso ieri sera a Le Iene Show: tutte le tappe di quello che per la Giustizia italiana è stato un suicidio, i dubbi della famiglia, le anomalie e le reticenze, scrive il 2 ottobre 2017 Emanuela Longo su "Il Sussidiario". La morte di David Rossi a distanza di alcuni anni fa ancora discutere. Il servizio delle Iene ha riportato in auge il dilemma del suicidio oppure dell'omicidio, riaccendendo i riflettori sulla tormentata vicenda. Il polverone che si sta alzando in queste ore, però, non è un fatto nuovo per ciò che concerne il Monte dei Paschi di Siena. Già due anni fa, a fine 2015, il MoVimento 5 stelle aveva chiesto a gran voce di riconsiderare l'intera vicenda reativa a David Rossi. Sul blog di Beppe Grillo è possibile notare come in data 17 novembre 2015, con ua conferenza stampa apposita, i 5 Stelle abbiano richiesto a gran voce l'apertura delle indagini facendo pressione sulla Procura di Siena. Pressioni poi favorevolmente accolte e prolungatesi fino ai presenti giorni. Questo fatto sottolinea come certi casi possano passare agevolmente in silenzio, sotto un pesante muro d'omertà, se la televisione o altri mezzi simili non operano a farvi luce. Il Movimento 5 stelle ieri, Le Iene Show oggi: sono entrambe due facce della stessa medaglia, una medaglia che chiede soltanto chiarezza per una storia fin troppo intricata. (agg. Francesco Agostini)

PARLA LA VEDOVA. Il giallo attorno alla morte di David Rossi, responsabile comunicazione di banca Monte dei Paschi di Siena, è approdato ieri nella prima serata televisiva. A raccontare quello che per la Giustizia ufficiale è un terribile suicidio ma che per la sua famiglia è invece qualcosa di molto più grave, è stata la trasmissione Le Iene Show, nella prima puntata trasmessa su Italia 1. Il racconto drammatico parte esattamente da due telefonate al 118 realizzate la sera del 6 marzo 2013 da un importante manager Mps per avvertire la presenza di un uomo che si era appena suicidato buttandosi dal terzo piano di una finestra. Precisamente, dalla finestra del suo ufficio. Per la Giustizia italiana, quel caso fu giudicato per ben due volte un suicidio e per questo archiviato, ma la famiglia Rossi non ci sta e continua a lottare affinché sia fatta piena giustizia sulla morte del dirigente Mps. E' certamente vero che la sua morte si colloca esattamente nel mezzo di una serie di scandali che avevano coinvolto, quattro anni fa, la banca in cui lavorava, facendo tremare l'intera economia italiana. Per reati finanziari risultano indagati l'ex direttore generale della banca, Antonio Vigni e l'ex presidente Giuseppe Mussari, che in piena crisi fu costretto a lasciare anche l'incarico di presidente dell'ABI. Proprio di quest'ultimo, per anni, David Rossi fu uno dei suoi più stretti collaboratori. A causa di tale legame, alcune settimane prima del suo presunto suicidio, Rossi subì una perquisizione da parte della Guardia di Finanza che lo scosse notevolmente. Secondo il Tribunale di Siena, 15 giorni dopo si sarebbe tolto la vita a causa delle forti pressioni. "David non avrebbe mai e poi mai fatto una cosa del genere. Era sicuramente molto stressato, molto impaurito. Era attaccatissimo alla vita, aveva un amore per la sua famiglia incredibile, aveva una professionalità tale che qualunque problema al lavoro era in grado di gestirlo": sono le parole di Antonella Tognazzi, la vedova Rossi.

TUTTE LE ANOMALIE ATTORNO ALLA VICENDA. A parlare della drammatica vicenda, nel servizio de Le Iene, è stata anche Carolina Orlandi, figlia della moglie di David Rossi: "Quando ho iniziato a vedere un video di sorveglianza che ha registrato gli ultimi minuti di vita di mio padre, ho capito che forse non era stato un suicidio". Quel video in questione, la famiglia avrebbe deciso di renderlo pubblico, al fine di creare maggiore consapevolezza anche in chi continua a parlare di suicidio. Le immagini in questione sono decisamente forti, ed immortalano la rovinosa caduta di Rossi avvenuta in Vicolo Monte Pio, a Siena. E' qui che il corpo di David precipita per circa 15 metri, in verticale, con la faccia rivolta al muro. Da quell'istante passano 22 terribili minuti prima della morte, ma nessuno gli presterà soccorso. La caduta, di per sé, non sembra essere compatibile con quella di una persona intenzionata a suicidarsi ed a ribadirlo è stato anche il consulente informatico della famiglia Rossi: "Un suicidio comporta uno slancio, un abbandono del corpo che qui non c'è". L'esperto ha ribadito l'assenza di rotazione che in questo caso non è stata rivelata. Dopo i 22 minuti di agonia, ne passeranno altri 40 prima che qualcuno possa chiamare i soccorsi. Qui si colloca una ulteriore anomalia: la stradina su cui si affaccia il suo ufficio è solitamente molto trafficata, eppure quella sera nessuno avrebbe visto il cadavere di un uomo. Secondo il perito, all'inizio del vicolo ci sarebbero state persone ed un veicolo che avrebbero impedito la visuale. La conferma arriva dalle stesse immagini, nelle quali si intravedono ombre sospette, luci di un veicolo e figure umane misteriose. Il video è forse stato manomesso? Secondo il perito potrebbe esserci stato un intervento di eliminazione sul filmato. Ma le anomalie non finiscono qui: guardando il corpo di David sono evidenti i segni di una colluttazione non solo al volto ma anche in altri punti, compreso al polso, dove è presente un segno profondo in corrispondenza della cassa dell'orologio. Ed ecco ancora una stranezza: dopo circa mezzora dalla sua caduta, le telecamere riprendono all'improvviso la caduta di un oggetto in una zona in cui fu poi rinvenuta la cassa dell'orologio di Rossi. Proprio l'orologio racchiude un altro mistero poiché al momento del ritrovamento le lancette delle ore segnavano le 8, ma David sarebbe caduto molto prima quindi avrebbero dovuto fermarsi in un orario diverso. Questa è la dimostrazione che ci fosse qualcuno nell'ufficio dell'uomo tanto che per tre secondi, dopo il presunto suicidio di David, qualcuno rispose ad una telefonata di Carolina, ma chi?

LE RETICENZE DEGLI EX COLLEGHI. Le prime figure a comparire nel video circa un'ora dopo la caduta di David Rossisono quelle di Giancarlo Filippone, capo della segreteria di Rossi e suo amico, e Bernardo Mingrone, capo area finanza Mps, nonché il primo a chiamare i soccorsi. Filippone si avvicina al corpo, guarda David per terra, lo fissa e con estrema freddezza va via dopo 8 secondi. Quando la figlia, preoccupata dal non ritorno del padre, si recò in banca fu accolta da Filippone che dopo averla fatta attendere nel suo studio le comunico: "Si è ammazzato, si è buttato di sotto". E' lui una delle ultime persone ad aver visto in banca David ancora vivo. Da allora non ha mai voluto parlare con la stampa ed anche all'inviato de Le Iene ha dimostrato grande reticenza, ma si sarebbe anche allontanato dalla famiglia Rossi, nonostante i rapporti molto stretti con David. "Vedere quella persona che non ha emozioni in quel momento per me non è comprensibile", ha commentato Antonella dopo le immagini del filmato in cui mostrano Filippone la sera della morte del marito. La stessa reticenza è emersa anche da parte di Mingrone, che si è detto convinto del suicidio, nonostante le tante anomalie. Nessuno, in realtà, ha voglia di parlare di questa storia, compresa Lorenza Bondi, collega di David e che quella sera ammise di aver visto la porta del suo ufficio aperta mentre andava via dalla banca, quando poi fu rinvenuta chiusa. A restare in silenzio e mostrare molto fastidio di fronte alle domande del giornalista anche il portiere che quella sera non guardò per oltre 45 minuti le telecamere senza accorgersi della presenza del cadavere. L'inviato è quindi giunto fino all'ex presidente Mussari, che dal giorno in cui è stato indagato sarebbe sparito da Siena. L'uomo, anche lui inizialmente molto reticente, a telecamere basse si è lasciato andare ad alcune dichiarazioni importanti: "Per me David è un enorme dolore, come ho spiegato ad Antonella. Parlare mi fa venire da piangere, lasciami perdere". E sulla storia del presunto suicidio ha replicato: "Non lo so, guarda... Io sono per Antonella... quello che crede Antonella lo credo io. Quello che fa Antonella per me è Vangelo. Se lei ritiene di andare per quella strada, quella è la strada giusta". Infine l’ex presidente Amato, che ha smentito categoricamente di aver avuto legami con David Rossi: "Non lo conoscevo".

David Rossi. Video caso Mps, ex sindaco Pierluigi Piccini: "L'indagine è stata fatta male" (Le Iene Show). David Rossi, il caso Mps a Le Iene Show. L'ex sindaco Pierluigi Piccini fa una rivelazione shock: "Non si è suicidato, vi dico perché", scrive il 9 ottobre 2017 Silvana Palazzo su "Il Sussiadiario". L'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, con le sue parole ha aperto la strada a nuovi dubbi sulla morte del povero David Rossi. Lui non crederebbe affatto alla tesi del suicidio e, a sua detta, non lo crederebbe l'intera città di Siena. "L'indagine è stata fatta male", sostiene ai microfoni nascosti della trasmissione Le Iene, che ieri sera è tornata a far luce sul caso di cronaca iniziato oltre 4 anni fa e rimasto ad oggi ancora un giallo. A detta di Piccini, infatti, sin dall'inizio sarebbero stati commessi molti errori: "Anche la famiglia, nel momento dello shock non si rende bene conto di quello che sta succedendo", dice. Il riferimento è alla sparizione involontaria dei vestiti della vittima. "Io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini", ha commentato ancora l'ex sindaco, toccando un fatto effettivamente decisivo dell'intera vicenda. Le sue successive dichiarazioni su ciò che non tornerebbe, però, come ribadito anche dall'inviato della trasmissione non sarebbero ad oggi sostenute da alcuna conferma, per cui non è possibile dire con certezza se realmente, come da lui ipotizzato, ci sia stata una volontà di far chiudere frettolosamente le indagini già avviate in modo maldestro e che avrebbero potuto scoperchiare un pericoloso vaso di Pandora. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

EX SINDACO ROMPE L'OMERTÀ. Il secondo servizio della Iena Antonino Monteleone dedicato al misterioso caso relativo alla morte di David Rossi è destinato a far discutere. Nuove e importanti rivelazioni choc sono state trasmesse sul capo della comunicazione della banca Monte Paschi di Siena. Il servizio ha documentato l'omertà che vige a Siena sulla vicenda, ma l'inviato delle Iene ha trovato un personaggio che ha rivelato aspetti davvero importanti sul caso. Si tratta dell'ex sindaco Piccini, che conosceva molto bene David Rossi, il quale era stato capo ufficio stampa del Comune quando ricopriva la carica di primo cittadini. Tra le rivelazioni ce n'è una molto grave: parla di presunti festini a base di cocaina, in una località tra Siena e Arezzo, che avrebbe visto protagonisti molti personaggi della magistratura e volti noti della politica italiana. Così l'ex sindaco ha voluto far comprendere che potesse esserci una volontà di chiudere il caso di David Rossi. (agg. di Silvana Palazzo)

"NON SI È SUICIDATO, VI DICO PERCHÉ". La morte di David Rossi è ancora avvolta nel mistero e il servizio de Le Iene Show alimenta i dubbi. Il direttore della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena il 6 marzo 2013 precipita di schiena dalla finestra del suo ufficio, morendo venti minuti dopo in un vicolo. Per la Procura si tratta di un suicidio, ma i dubbi sono tanti. E infatti la sua famiglia continua a chiedere che venga fatta chiarezza su quanto successo, cerca la verità. La moglie del manager, Antonella Tognazzi, e la figlia di lei, Carolina Orlandi, stanno ricostruendo le indagini, perché continuano a credere che sia stato ucciso. I fatti sono inquietanti, le circostanze inspiegabili e le anomalie tantissime. La Procura fa due ipotesi: che si sia stato indotto al suicidio per paura o che sia caduto in seguito ad una colluttazione. Forse perché David Rossi, come scrisse via mail al CEO Fabrizio Viola, voleva parlare con i magistrati che indagavano su Antonveneta dei rapporti politici di Mps.

LA RIVELAZIONE CHOC DELL'EX SINDACO DI SIENA. Tra i misteri italiani c'è il caso della morte di David Rossi, del quale si è occupato il programma Le Iene Show anche oggi. L'inviato ha interpellato l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini: «Non credo che si sia suicidato. Le anomalie ci sono, è inevitabile. Lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto quello che sapeva... Fa il grande errore di dire "Io parlo"». L'ex dirigente Mps aveva le porte aperte dappertutto: «Ma uno che mangia il mondo, ha paura di una perquisizione? Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. Aveva l'abitudine di prendere sempre appunti, quindi il fatto che non abbia lasciato nulla è strano. Lui era il braccio destro di Mussari su tante cose. Lui aveva un certo appeal in quanto tale». Proseguono le rivelazioni choc dell'ex sindaco: «Conoscendo la sua razionalità, non è possibile che si sia ucciso». Emerge poi un'altra storia parallela riguardo la velocità della magistratura nella chiusura delle indagini: «Potrebbe aver abbuiato tutto perché potrebbe scoppiare una bomba morale. C'è una villa tra Siena e Arezzo dove facevano delle feste...». L'intervista, però, si è chiusa male: l'ex sindaco dopo aver scoperto di essere stato registrato si è arrabbiato con l'inviato de Le Iene, consapevole dell'importanza e del peso delle sue rivelazioni.

L'inchiesta delle Iene su David Rossi. 1 ottobre 2017 su Dago Spia.

In prima serata su Italia 1 dell'1 ottobre 2017, a “Le Iene Show”, l’inviato Antonino Monteleone si è occupato del caso di David Rossi, responsabile della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS è al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così la richiesta avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Si tratta della seconda archiviazione dell’indagine: la prima era avvenuta nel marzo 2014. La Iena intervista Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone raggiunge anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell'ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando è stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non ha più parlato: né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi. Infine, l’inviato intervista Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio dei ministri, ex Ministro dell’Interno e ora Giudice costituzionale. Di seguito alcuni stralci delle interviste ad Antonella Tognazzi e a Carolina Orlandi.

Orlandi: David era molto amico di Mussari, Mussari è stato il primo volto di tutto questo disastro, quindi molte persone hanno pensato che David potesse centrare qualcosa, solo per questo.

Iena: Tu lo escludi?

Orlandi: Io lo escludo ma sono pronta a cambiare idea... se qualcuno mi spiegasse perché è morto, magari mi spiegherebbe anche tante altre cose che io non so.

Orlandi: Non mi spiego le ombre che si vedono all'interno del vicolo per quasi tutta la durata della registrazione, quindi da prima che David cadesse a dopo che David ha esalato l'ultimo respiro. Ci sono delle persone, delle ombre là: non sappiamo chi siano. Ci sono dei fari di una macchina che vengono proiettati nel muro opposto, questa macchina se ne va dopo che David muore ma c'era già da prima.

Iena: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Iena: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno più o meno da quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato o contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Iena: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, diciamo che certe domande me le sono fatte.

Tognazzi: Sicuramente è successo qualcosa, sicuramente David è stato picchiato. Non so da chi, ovviamente, però è stato picchiato. Quei segni sono riconducibili a percosse. È scandaloso perché non esiste che in ufficio una persona venga picchiata.

Orlandi: Ci sono delle ecchimosi, però nessuno ci ha mai spiegato come ha fatto a farsele.

Iena: E l'inguine?

Orlandi: La prima cosa da fare per mettere k.o. un uomo lo sappiamo tutti qual è.

Orlandi: Posso garantire che è molto più semplice accettare che in quel momento David si sia gettato in preda a un qualcosa…

Iena: Che non abbia retto alla pressione…

Orlandi: È molto più semplice accettare questo piuttosto che accettare che David abbia avuto una colluttazione dopo la quale è stato gettato dalla finestra, è rimasto 22 minuti agonizzante… questo non si può accettare.

Iena: Tu hai ancora la speranza che venga fuori una verità diversa?

Orlandi: Magari quando certi equilibri si romperanno e qualcuno avrà da guadagnare e qualcun altro non avrà più niente da perdere, magari verrà fuori qualcosa. Penso che ci siano tante persone che hanno anche semplicemente visto qualcosa che non tornava: io vorrei, e lo chiedo da anni, che chiunque sappia qualcosa su quello che è successo quella sera, che abbia visto anche un particolare che non gli torna, un qualcosa di sospetto… qualunque cosa può aiutare. Vorrei che si rompesse questo muro di omertà che si è formata intorno a questa storia. Vorrei che tutti si facessero un esame di coscienza e che si facessero avanti anche solo per aiutarci a scoprire qualcosa in più.

Iena: Chi sa, parli.

Orlandi: Assolutamente. Chi sa deve parlare, come fanno a guardarsi allo specchio la mattina?

Di seguito, alcuni stralci dell’intervista a Giuseppe Mussari.

Iena: Lei è convinto del suicidio?

Mussari: Guardi, come le ha detto Antonella, io non parlo...

Iena: Ha visto questa foto delle braccia di David?

Mussari: Per carità di Dio, io non le voglio vedere.

Mussari: Per me David è un enorme dolore, come ho spiegato ad Antonella. Parlare mi fa venire da piangere, lasciami perdere.

Iena: Lei è convinto che sia stato un suicidio?

Mussari: Non lo so. Guarda, io sono per Antonella, quello che crede Antonella lo credo io, però lasciami in pace, per cortesia… per cortesia…

Iena: Però è fondamentale il suo pensiero…

Iena: Su David ha visto che ci sono quei segni sul corpo che sono impressionanti?

Mussari: Tesoro mio, non voglio… Te l'ho spiegato prima, non mi far piangere. Cioè, se io ti potessi dire…

Iena: Qualcuno potrebbe averlo picchiato e lanciato dalla finestra in banca…

Mussari: Ma io se ti potessi dire una cosa che so, te la direi. Io in banca non c’ero più quando è successo. È giusto? Iena: Ma ha visto quante anomalie in questa benedetta inchiesta?

Mussari: Io non ho letto le carte, ti ripeto. Quello che fa Antonella per me è Vangelo, d'accordo? Cioè, se lei ritiene di andare avanti su quella strada, quella è la strada giusta, perché lei ha letto tutto, è la moglie e tutto il resto. Ma io non ne so niente.

Iena: Non si sono lasciati scappare qualcosa di fondamentale per risalire alla verità?

Mussari: Non ne ho idea.

Iena: Un ragazzo che vola dalla finestra in quel modo…

Mussari: Non ne ho idea.

Iena: 50 anni…

Mussari: Non ne ho idea e ti prego, parlarne mi addolora enormemente.

Iena: Ha mai avuto paura per la sua incolumità, avvocato Mussari?

Mussari: No, io mai.

Iena: Ma perché non avete fatto la fusione anziché comprarla Antonveneta?

Mussari: Lascia perdere…

Iena: Perché?

Mussari: Vedi, vedi qual è il problema?

Iena: Però è un po' strano...

Mussari: Il tema poi è… senti a me…

Iena: Non mi capita tutti i giorni di incontrarla, Mussari.

Mussari: Ho capito che non ti capita tutti i giorni, è roba passata, ci sono i processi, chiariranno i processi. C’è il processo a Milano, risponderà a tutte le domande.

Iena: Ma quelle sono le verità giudiziarie, secondo la verità giudiziaria David Rossi si è suicidato…

Mussari: Guarda, da me non puoi avere nulla di quello che chiedi, quindi non mi braccare come… cioè… come una lepre. Capisci? Non sono una lepre.

Iena: Mi dice perché avete fatto zompare ‘sta banca?

Mussari: No, che zompare, io non ho fatto zompare niente, dammi retta.

Iena: Però la storia le va contro, il giudizio storico…

Mussari: Tu quando vai a letto, vai a letto tranquillo?

Iena: Io sì.

Mussari: Bene.

Iena: Lei quando va a letto?

Mussari: Uguale.

Mussari: Ci sono i processi, i processi verranno fatti.

Iena: Ma lei si fida così tanto di questi processi?

Mussari: Sono un cittadino della Repubblica italiana e mi fido della Giustizia italiana.

Iena: Ma come ha fatto a finire Presidente dell'Associazione bancaria italiana, ‘ché quando è uscito avrebbe detto: “Io non ci capivo niente di banche, il mio lavoro era l'avvocato”?

Mussari: Non ho mai detto questo.

Iena: Come no? Come ha fatto a diventare presidente dell'ABI?

Mussari: (Ride).

Iena: È vero che l’ha sponsorizzata Giuliano Amato per quell'anno?

Mussari: No, assolutamente no. Stai bene!

Di seguito, alcuni stralci dell’intervista a Giuliano Amato.

Iena: Secondo diverse fonti, David Rossi veniva a trovarla spesso quando lei era Ministro dell’Interno al Viminale.

Amato: Non è così.

Iena: Smentisce questa circostanza?

Amato: Assolutamente.

Iena: Presidente Amato, solo una domanda sul povero David.

Amato: Non lo conoscevo.

Iena: Perché sponsorizza Giuseppe Mussari che era un avvocato alla Presidenza dell’ABI, che poi ha dichiarato di non aver proprio nessuna competenza in tema di banche?

Amato: Lei ha le sue domande, io non ho risposte da darle. Se lei è gentile, smette; se non è gentile, continua a tormentarmi e io mi domando per quale ragione un giovane in Italia, per guadagnarsi da vivere, deve fare la parte che sta facendo lei.

Iena: Cioè fare domande sulla morte di un collega, l’ex Capo di un ufficio Comunicazione, e su una vicenda bancaria…?

Amato: Continui, continui…

Amato: Il giorno in cui lei mi farà domande, mi viene a trovare…

Iena: Al Palazzo della Consulta, posso venire?

Amato: … lo fa gratis, nel senso…

Iena: Che vuol dire “gratis”? Uno non deve essere pagato per il lavoro che fa? Ma proprio lei mi parla di “gratis”?

Amato: Sì, io parlo di “gratis”.

Iena: Dovrei lavorare gratis? Io faccio il giornalista, faccio delle domande, dovrei lavorare gratis?

Amato: No, io le sto dicendo che lei non sta facendo il giornalista.

Iena: Le ho chiesto perché ha sponsorizzato Mussari ai vertici dell’ABI…

Amato: Io a lei non rispondo.

Iena: E allora non mi dica “se viene a farsi una chiacchiera, rispondo”, perché è un tema scivoloso.

Amato: No, il tema non è scivoloso, ma io non voglio essere usato da lei.

Iena: Ma come “usato”? Lei è un protagonista.

Amato: Ora basta, le ho dato fin troppo del mio tempo. […] Io continuerò a guardarla e a domandarmi perché un giovane, oggi, debba fare una parte così orribile come quella che lei sta facendo per guadagnarsi da vivere. Lei è lo specchio della crisi italiana in questo momento. Mi dispiace per lei, la saluto.

L'inchiesta delle Iene su David Rossi. 9 ottobre 2017 su Dago Spia.

Ieri, domenica 8 ottobre, in prima serata su Italia 1, a “Le Iene Show”, l’inviato Antonino Monteleone è tornato ad occuparsi del giallo sulla morte di David Rossi, a seguito di rivelazioni shock da parte dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La scorsa settimana la Iena aveva intervistato Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone aveva, inoltre, raggiunto anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell'ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando era stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non aveva più parlato né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi. Nel corso del nuovo servizio, Antonino Monteleone ha incontrato Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi e sindaco di Siena dal 1990 al 2001. Di seguito alcuni stralci.

Iena: Lei crede che David Rossi si sia suicidato?

Piccini: No, ho seri dubbi su questa ipotesi. Non credo che David Rossi si sia suicidato.

Iena: Quello che voglio capire è se lei crede che sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure effettivamente ci sono delle anomalie tali che… 

Piccini: No, le anomalie ci sono. Le anomalie ci sono, è inevitabile. E poi David fa un errore storico: lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontargli tutto. E dice: “Io di questa città conosco tutto dai tempi del Piccini fino ad oggi”. David Rossi fa il grande errore di dire “io parlo”.

Iena: Cioè non c’è complottismo dietro l’ipotesi di dire che forse David non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Piccini: No, no.

Iena: Ma se uno invece volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda di un potere, che è rimasto da solo e che ha ceduto?

Piccini: No, tutte cazzate. David Rossi ha gestito più di 50 milioni di euro in quattro anni, aveva le porte aperte dappertutto.

Iena: Lei a che ora ha saputo, ad esempio, che era successo quello che era successo?

Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Iena: E lei ha pensato “Oddio, è impazzito David”, o ha pensato “Non quadra”?

Piccini: No no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida. La città è convinta che sia stato ucciso.

Iena: Ma può avere questa benedetta perquisizione (ndr, si riferisce alla perquisizione fatta nell'ufficio privato e nell'abitazione di David Rossi nell’ambito dell’inchiesta MPS pochi giorni prima della morte), per la fuga di notizie, aver… cioè, tu sei uno che si mangia il mondo, a un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…

Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa eh, ha paura di una perquisizione?

Iena: Dice… pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Piccini: Mah! Ma scusa eh? Allora, sennò veramente… Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini: Questo è strano (ndr, si riferisce al fatto che dopo la morte non sarebbero state ritrovate né memorie né appunti) perché David aveva l’abitudine, quando faceva l’addetto stampa mio, di prendere sempre appunti. Cioè, io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano, e quindi poi la memoria la teneva lui. Questo fatto che lui non abbia lasciato nulla…

Iena: David non faceva solo l'addetto stampa?

Piccini: Macché, lui era il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo. Ma uno che gestisce 54… 50 milioni di euro in 4 anni, ma ti rendi conto di quanti sono? Che lui avesse un particolare anche, come dire, appeal all'interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Iena: Ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Piccini: Questo sì.

Iena: Ma con ruoli attivi o con ruoli di spettatore privilegiato?

Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì. E poi dopo, come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni. Quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperlo.

Iena: Quindi non può essere un uomo rimasto solo che è crollato?

Piccini: Ma quale solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia. Non aveva un problema di lavoro, assolutamente.

Iena: No, di lavoro, però dico che rimani da solo, sei sottoposto a una pressione che non ti è mai capitata nella vita e si rompe una lampadina in testa… come quando salta un fusibile, non lo puoi prevedere…

Piccini: E dice alla madre “vengo a prendere le polpette”?

Iena: Per non farla preoccupare…

Piccini: E poi s’ammazza? Dai, via, su. Alla madre dice “guarda, sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, non esiste… Ma dai, ma non esiste “vengo a prendere le polpette alla madre”.

Iena: No perché non vorrei che passassimo per super complottisti…

Piccini: Non ti sembra strano? Tu a tua madre dici “mamma, vengo a prendere le polpette” e poi t’ammazzi? Così la madre non se ne accorge che ti sei ammazzato? Dai, via. No, no.

Iena: Ma sa perché glielo dico? Perché io vengo dalla cronaca giudiziaria e quindi ho un po' di sudditanza psicologica nei confronti dell'autorità giudiziaria.

Piccini: Però l'indagine è stata fatta male. Il problema parte male questa indagine, all'inizio; e, devo dire, anche la famiglia, nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono spariti dei vestiti… Io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Iena: Una questione che uno dovrebbe riuscire a risolvere per rilanciare il dubbio sulla veridicità del suicidio è: chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato, quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Piccini: E allora c'è un'altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni?”. E io: “Ma scusa perché? Era un’amica mia, dove il marito era nei servizi…”. Ma, guarda, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l'aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”. Non so se mi sono spiegato? Questo filone non è stato mai preso.

Iena: Questo potrebbe avere ostacolato la realizzazione di una buona indagine?

Piccini: E questo avvocato romano mi ha detto: “Ma non state lì a girare tanto le scatole…C'è una villa fra Siena e Arezzo e c'è una villa al mare, dove facevano i festini”. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Iena: Va beh gira in Italia, ovunque…

Piccini: Sì, domandalo a **** quanta ne… quanto uso ne fa?

Iena: Ne fa o ne faceva?

Piccini: Ne fa. Questa è un'altra storia parallela e io mi fermo qui…

Iena: No, ma fermo un attimo. Io quando sento questa cosa del festino dico: “Perfetto, qui c'è la chiave per capire perché fanno le indagini…”.

Piccini: Ad un certo punto io posso anche capire la magistratura che di fronte a una cosa del genere… guarda che ti sto a dire… cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile.

Iena: E ok, e questa è la chiave, ma rimane sempre…

Piccini: E lo posso anche capire…

Iena: …sempre rimane irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare.

Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo? Ma lo vedi che ancora non riescono a risolvere il… si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Iena: Ma lo IOR? (ndr, Istituto delle opere di religione)

Piccini: Ragazzi, mi volete mandare… che volete fare di me? Spiegatemelo, mi volete rovinare?

Quando la Iena prova a chiedere a Piccini se, in questa storia, possa avere qualcosa a che fare anche lo IOR - Istituto per le opere di religione, comunemente conosciuto come "Banca vaticana" -  Piccini preferisce fermare le sue rivelazioni.

L’orologio, il video, le ferite. Perizie e misteri del caso Rossi. L’uomo delle comunicazioni del Monte dei Paschi di Siena morto tre anni fa. Per ricordarlo domenica 6 marzo c’è un corteo a Siena, scrive Sergio Rizzo il 5 marzo 2016 su "Il Corriere della Sera". «A tre anni dalla morte alzate la testa, rompete il silenzio». È scritto su un manifesto che chiama a raccolta per un corteo silenzioso domenica pomeriggio a Siena, davanti alla sede del Monte dei Paschi, chi ha a cuore la verità sulla fine di David Rossi. La moglie e la figlia del dirigente della banca senese che fu trovato morto sotto la sua finestra non si sono rassegnate. E il caso, archiviato come suicidio, tre mesi fa è stato riaperto dalla procura di Siena. Che ora ha il compito di diradare le nebbie che avvolgono l’episodio più inquietante di una storia capace di spingere il Monte sull’orlo del baratro. È mercoledì sera. A quell’ora, nelle giornate di inizio marzo, rinfresca un po’. Il torrente umano che scorre senza sosta lungo via Banchi di Sopra sfilando davanti a piazza Salimbeni si interrompe di tanto in tanto. Le stradine lì intorno sono deserte. Vicolo di Monte Pio, alle spalle del Monte dei Paschi di Siena, poi, è un budello chiuso dove non si vede mai nessuno. Ma non quel mercoledì sera di tre anni fa, il 6 marzo 2013. Ci sono delle persone, e c’è anche una macchina che sbarra l’ingresso del vicolo. Ai loro piedi, disteso per terra, un uomo sta agonizzando. È caduto da una finestra: si è buttato da solo o qualcuno l’ha aiutato? Si chiama David Rossi, ha cinquant’anni ed è un alto dirigente del Monte dei Paschi di Siena, che sta attraversando il momento più difficile dei suoi cinque secoli e passa di vita. Una tempesta giudiziaria la sta scuotendo dalle fondamenta. Sulla costosissima acquisizione dell’Antonveneta si allungano ombre pesanti: i magistrati sospettano reati gravissimi, dall’insider trading alla truffa. Rossi è il responsabile della comunicazione della banca, uno degli uomini che sono stati più vicini all’ex presidente Giuseppe Mussari, l’epicentro della bufera. E adesso è lì, a terra, con quegli uomini intorno. Quando arriva la polizia, però, non c’è nessuno. L’inchiesta è rapidissima e il caso viene subito archiviato: suicidio. Tutti gli indizi, secondo i magistrati, depongono in questa direzione. Rossi è stressato, il 19 febbraio hanno perquisito casa sua. Due giorni prima, ha scritto in una mail all’amministratore delegato Fabrizio Viola «stasera mi suicido sul serio aiutatemi». E poi non c’è forse quel biglietto lasciato alla moglie («Toni, ho fatto una cavolata troppo grossa...»)? Già, quel biglietto... Antonella Tognazzi riconosce la scrittura del marito. Ma c’è qualcosa che non convince. Come se quel messaggio non fosse stato scritto in piena libertà. David stava passando un brutto momento, d’accordo, ma non c’erano state avvisaglie di un gesto simile. E poi non la chiamava mai «Toni». Anche le perizie hanno lasciato molti dubbi, però sono state liquidate frettolosamente. Decisamente troppo. I familiari vogliono vederci chiaro e insieme all’avvocato Luca Goracci rimettono pazientemente in fila tutti i fatti. Il 16 novembre 2014 Antonella Tognazzi dice a Report di non credere al suicidio. E la trasmissione di Milena Gabanelli mostra un frammento del filmato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dove si vede un oggetto, forse un orologio, che cade dall’alto sul selciato dove da qualche minuto è riverso Rossi. Un dettaglio sconcertante, e non isolato. Le perizie di parte ne sono piene. L’ora registrata nel video non corrisponde a quella effettiva: è avanti di 16 minuti. Il perito sostiene che potrebbe essere anche stato manomesso. Anche se il presunto autore non è riuscito a occultare la presenza di persone vicino al corpo di Rossi. Secondo il perito compaiono poco dopo la caduta di David e restano lì fino alla sua morte avvenuta 22 minuti dopo l’impatto. «Tali figure umane — sottolinea la relazione — non sono mai state oggetto di approfondimento, secondo quanto in atti». Così la stessa dinamica della caduta, che le perizie di parte giudicano incompatibile con l’ipotesi del suicidio. Sul cadavere vengono poi riscontrate ecchimosi e ferite tipiche di una colluttazione. Quindi c’è l’oggetto che cade, dopo diversi minuti, e nello stesso momento in cui qualcuno, sul telefonino di Rossi rimasto nel suo ufficio mentre lui è a terra esanime, digita un numero: 4099009. E che cosa cercava chi è entrato quella sera nel computer di David, usando le sue credenziali? Nell’istanza di riapertura del caso c’è la ricostruzione minuziosa dello scambio di mail avvenuto due giorni prima della sua morte fra Rossi e Viola. David gli dice che vuole parlare con i magistrati. E prima possibile. «Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Mi puoi aiutare?». Ma perché David ha bisogno di parlare con i pubblici ministeri? «Vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici e i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini, Mussari, Comune, fondazione, banca. Magari — scrive ancora — gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve». Passa qualche minuto, però, e cambia idea: «Ho deciso che meglio di no. Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Si può fare con calma». Calma che Rossi purtroppo non avrà.

David Rossi di Monte dei Paschi di Siena non si è suicidato ma è stato assassinato, scrive “Mercati 24” il 22 novembre 2015. David Rossi era un bravo ragazzo, amante del suo lavoro, che voleva riportare la storica banca Monte dei Paschi di Siena a splendere di nuovo. Ma così non è stato, e non si è suicidato. Lo scandalo del Monte dei Paschi, purtroppo, non è più solo un fatto finanziario, è diventato qualcosa di tragico. Avremmo preferito 1000 volte occuparci di una delle solite truffe forex che in fondo non causano vittime. Ma questa volta dobbiamo parlare di una vita umana che è stata spezzata. Il 6 Marzo 2012 successe qualcosa che scosse profondamente il mondo della finanza, ma anche quello dell’opinione pubblica, in quanto questo fatto fu pubblicato su qualsiasi media. Uno scandalo da 1,2 miliardi di euro. Quel giorno di Marzo, David si buttava dalla finestra di un palazzo, dopo lo scandalo MPS da diversi miliardi di euro, secondo Il Fatto: Tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, pubblicò due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni (di MPS). Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone). Ma non è questo quello che è successo veramente secondo l’avvocato Luca Goraggi della procura di Siena, che ha deciso di fare “una vera luce” sul caso, per cercare la verità, che i familiari di David stanno cercando disperatamente da anni. Secondo le perizie, la caduta non sarebbe stata accidentale. I biglietti di addio alla moglie, ritrovati in un cestino, sarebbero stati scritto sotto coercizione fisica o psichica. Anche le telecamere di sicurezza confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, che prima analisi della caduta è completamente errata. Rossi fu ritrovato su un vicolo di Monte Pio, proprio dopo gli scandali di Monte di Paschi di Siena, che coinvolse Mussari e Vigni. L’indagine venne inspiegabilmente chiusa nel 2014, affermando il suicidio. Un anno fa fu anche rifiutata la richiesta di riapertura delle indagini. Adesso l’inchiesta è stata riaperta ufficialmente, e il Movimento 5 Stelle esulta. I Grillini chiedevano infatti la riapertura dell’inchiesta da anni ormai, sono stati finalmente ascoltati, e giustizia (speriamo) sarà fatta. David si era trattenuto fino a tardi nella sua stanza ufficio di Rocca Salimbeni, nell’antico palazzo della banca. Era stanco, preoccupato, ma non ne aveva parlato con nessuno, neppure con gli amici di una vita. Poco prima delle dieci, quel volo, che adesso è sospetto a fa parte di uno dei più grandi misteri nell’Italia dell’alta finanza, corrotta, sporca e composta da mille segreti silenziosi. Negli ultimi giorni Rossi era apparo molto stanco e provato. Non era tra gli indagati, ma era comunque stato già perquisito dalla Guardia di Finanza, evento che lo scosse tantissimo. Gli era morto il padre da poco. Era molto giù di morale. In uno dei biglietti trovati nell’ufficio, scritti apparentemente da lui, era stata trovata la scritta “Ho fatto una cavolata”. Un copione di un suicidio. Rossi “è stato suicidato”, ma non si è certamente suicidato. Un evento troppo carico di ombre e pochissime luci, che è stato dovuto riaprire con un supplemento di indagini, per fare chiarezza e per mettere una volta per tutte il punto a questa situazione.

Secondo l’avvocato della moglie, “Ucciso da almeno due persone”. La tesi dell’avvocato Luca Goracci è che l'ex capo della comunicazione dell'istituto, morto il 6 marzo 2012 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sia stato "prima colpito alla testa e poi buttato da almeno due persone". L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando la morte come suicidio, scrive Andrea Tundo il 16 novembre 2015. “Sarebbe stato prima colpito alla testa e poi buttato dalla finestra almeno da due persone”. È la tesi, sostenuta da tre perizie, rappresentata dall’avvocato Luca Goracci alla Procura di Siena, che ha deciso di riaprire il caso sulla morte di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena deceduto il 6 marzo 2013 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. L’istanza di riapertura era stata depositata dal legale della vedova di Rossi, Antonella Tognazzi, dieci giorni fa, e oggi il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello, in accordo con il sostituto Andrea Boni, ha deciso di ricominciare a indagare sul caso che finora era sempre stato catalogato come suicidio. Invece secondo le perizie grafologica, medico legale e dinamico-fisica sulla caduta – già “oggetto di valutazione” da parte della Procura e che hanno portato alla decisione di ricominciare a indagare “sui temi di prova evidenziati” – la caduta di Rossi non sarebbe stata accidentale. Le indagini di parte, che saranno presentate alla stampa martedì a Roma, avrebbero evidenziato che i tre biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel cestino dell’ufficio del capo comunicazione della banca senese, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”, sostiene la perizia del professor Giuseppe Sofia, già collaboratore di numerose procure italiane. E un ulteriore segno che dimostrerebbe come le lettere d’addio non siano state scritte da Rossi sarebbero le ecchimosi sulle braccia riscontrate nell’esame autoptico “chiaro segno di afferramento”. Oltre all’analisi dei filmati delle telecamere di sicurezza che confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, come la prima analisi della caduta fosse errata. Rossi fu ritrovato cadavere sul selciato del vicolo di Monte Pio, attorno alle 20 del 6 marzo di due anni fa, nel pieno della bufera per lo scandalo derivati che coinvolse il Monte dei Paschi fino agli ex vertici, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando come “suicidio” la morte del capo comunicazione della banca senese. E poco più di un anno fa, il 10 novembre 2014, la Procura generale aveva rigettato la prima richiesta dei famigliari per la riapertura dell’inchiesta. Nei giorni immediatamente successivi alla morte, i magistrati toscani avevano anche ricevuto un esposto dell’ex consigliere di amministrazione di Mps, Michele Briamonte, che chiedeva di verificare un’eventuale connessione tra la morte di Rossi e la pubblicazione da parte dell’agenzia di stampa Reuters, tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, di due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni. Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone.

Mps, Indagine sulla morte di David Rossi. Parla la vedova: "Non si è ucciso, ora ho le prove. Voleva parlare con i pm", scrive Simona Poli su La Repubblica il 18/11/2015. La prima piccola luce. Dopo tre anni in cui sembrava che David fosse stato inghiottito dal buio, che a nessuno interessasse scavare nel mistero della sua morte. È un giorno di speranza per Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi, il responsabile della comunicazione di Mps che il 6 marzo 2013 cadde dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni dopo aver lasciato un biglietto di addio proprio a lei. La riapertura dell’inchiesta potrebbe far chiarezza su quel suicidio a cui Antonella non crede. Insieme ai legali, a due consulenti tecnici e a un gruppo di parlamentari Cinque Stelle ieri era a Montecitorio per dare corpo ai suoi sospetti.

Come pensa che sia morto suo marito?

«Non certo buttandosi giù di sua volontà. Il medico legale ha riscontrato lesioni che non hanno niente a che vedere con la caduta. Lo hanno spinto, almeno in due, anche se non posso sapere quante persone ci fossero in quella stanza. Ora voglio conoscere il nome degli assassini di mio marito».

Il vostro legale, Luca Goracci, lascia intendere che David potrebbe aver pagato la sua intenzione di essere ascoltato in procura.

«Io so soltanto che lui voleva andare dai giudici per sapere che cosa cercassero, che cosa volessero da lui. Questo pensiero lo tormentava, ne parlavamo spesso».

Potrebbero riesumare la salma, lei è d’accordo?

«Per ora è solo un’ipotesi. Laddove fosse necessario, vedremo».

Quando ha iniziato ad avere dei dubbi sulla versione del suicidio?

«Appena mi sono ripresa dallo shock. All’inizio mi sembrava di stare su un altro pianeta, i magistrati mi dicevano che era tutto lampante, che gli indizi concordavano, erano quasi arrivati a convincermi. Io ero malata quando morì David, venivo da un’infezione che mi aveva causato febbre altissima, proprio quella sera avrebbe dovuto farmi un’iniezione, lo stavo aspettando. Lo chiamai alle 19 e mi disse “tra una mezzoretta sono a casa”. Succedeva spesso che facesse tardi in ufficio, quello poi era un periodo difficilissimo al lavoro. Ma quando ho visto che passava il tempo e non tornava mi sono preoccupata, ho pensato a un malore e ho mandato mia figlia a cercarlo».

Quella telefonata fu l’ultimo contatto tra di voi?

«L’ultima volta che ho sentito la sua voce, sì. Nel pomeriggio era passato a salutarmi per vedere come stavo».

La calligrafia del biglietto è autentica però.

«La calligrafia sembrerebbe la sua, anche se la scrittura è a strappi, con cambiamenti continui, insomma strana. Ma è stato proprio il biglietto a farmi capire che David non diceva quello che pensava, che lo stavano costringendo. Mi ha messo lui sulla strada giusta».

Il biglietto di addio nascondeva un secondo messaggio?

«Esatto, proprio così. Quelle parole, “Toni amore mio ti chiedo scusa”, non facevano parte del nostro vocabolario quotidiano. Lui sapeva che non mi piace il diminutivo Toni e mi chiamava Antonella, a differenza di tutti gli altri. Non ci chiamavamo mai amore perché non era quello il nostro stile. E David non era un tipo che chiedesse scusa. Messe in fila una dietro l’altra in quel contesto queste espressioni potevano avere solo un senso: farmi capire che chi stava scrivendo non era lui, che in quel momento qualcuno lo stava forzando. Solo io avrei potuto afferrare quell’sos in codice, lo ha fatto apposta, mi ha aperto gli occhi».

Nel frattempo sembrava che il caso fosse chiuso.

«Già, avevano archiviato in fretta. Ma i miei stessi sospetti sono nati anche nelle persone che mi affiancavano, cominciavano a venir fuori molti elementi strani, non tutto era così lineare come avevano voluto farmi credere. Ad esempio, quella storia dell’email che David avrebbe scritto due giorni prima della morte all’amministratore delegato, in cui chiedeva se fosse il caso di andare dai giudici. Possibile che in due giorni nessuno la avesse letta? Prima mi dicono che Viola si trovava a Dubai, poi invece si scopre che alla mail era stata data una risposta. Qualcosa non torna».

Suo marito era stato sottoposto a stress fortissimi. Il 19 febbraio la Guardia di finanza aveva perquisito casa vostra.

«Stava vivendo una situazione di disagio. Non si capacitava del fatto che invece di chiamarlo in procura per sentire la sua versione avessero perquisito la casa. “Che cercano qui?”, mi diceva».

Come si sente oggi?

«Mi auguro che adesso la magistratura con vera coscienza si rimetta al lavoro e dia quelle risposte che per anni sono state negate. Ho vissuto tanti momenti di sconforto, per tre anni ho sopportato questo silenzio pesantissimo, atroce. Con tutte le mie forze ora voglio credere che le cose cambieranno, che si cercherà la verità. Oggi posso finalmente farmi ascoltare, finora nessuna voce autorevole si era sollevata per chiedere di analizzare i punti oscuri di questa storia. Che sono tanti, troppi».

David Rossi, il giallo del suicidio e quel numero misterioso. Era il 6 marzo 2013: il manager Mps senza vita da oltre 30 minuti. Sul suo cellulare venne digitato un numero. Relativo a un conto dormiente, scrive Alessandro Rossi il 31 Marzo 2015 su “Lettera 43”. Un numero di telefono? No, un numero di conto. Il cellulare di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi deceduto misteriosamente il 6 marzo del 2013, si rianimò all’improvviso mezz’ora dopo il suo tragico volo da una finestra. Lui era già morto e qualcuno compose sul tastierino un numero di sette cifre. Le incongruenze sulla morte: segni di colluttazione e dinamica non chiara. Per comprendere appieno la storia di David occorre partire dai suoi amici. Una volta ne aveva molti. Chiamava Renato Pozzetto, chiamava Daniela Santanché, chiamavano giornalisti dei più importanti quotidiani, della Rai, di Mediaset. Chiedevano informazioni, pubblicità, sponsorizzazioni, piccoli favori. Chiamarono anche quella maledetta sera del 6 marzo, fino a pochi minuti prima che Rossi finisse giù da una finestra, forse nemmeno quella del suo ufficio, spinto da una follia suicida o dalla mano di qualcuno. Di amici a David, ora che è morto, ne sono rimasti davvero pochi. Si abbandona chi cade in disgrazia, figuriamoci chi cade da una finestra. In occasione del secondo anniversario della sua morte, un ricordo su Facebook di David Taddei, amico e socio nelle tante avventure di comunicazione prima di arrivare a Palazzo Salimbeni, con una spruzzata di condivisioni. Dolore, rinnovato e ancora intenso, in famiglia. Poco altro. Forse, a questo punto, non vuol dir nulla, ma David Rossi ha ancora qualche amico che ha usato le sue capacità professionali per provare a scrivere, o quantomeno a raccontare, una verità diversa da quella delle carte della giustizia che prima a Siena e poi a Firenze ha deciso che David si è ucciso buttandosi giù dalla finestra del suo ufficio alle 19.43. Già, l’ora della morte e tutto quello che l’ha preceduta e seguita. Qui comincia un’altra storia, un giallo che per certi versi arriva a somigliare a quello di Roberto Calvi, raccontato dalla telecamera di sorveglianza di Mps che ha ripreso il volo letale di David nel vicolo del Monte Pio, che si intuisce, anzi si capisce proprio, se si ha il fegato di guardare le foto del corpo esanime sul tavolo dell’autopsia. È difficile ridursi in quel modo con la caduta. Il corpo sull’avambraccio ha un livido in cui si riconoscono bene le dita della presa di una mano, altri lividi simili sull’altro braccio, una contusione di sette centimetri per 10, la misura esatta di un pugno, all’altezza dello stomaco, una ferita triangolare, un buco, sul retro della testa, un graffio classico da colluttazione (simile a un’unghiata) che gli percorre il naso e gli tocca un labbro. E poi la dinamica del volo: se si fosse buttato sarebbe caduto ben più in là di dove lo fa vedere la telecamera di servizio. E perché l’orologio che aveva al polso è caduto a terra addirittura qualche minuto dopo? E quelle luci nel vicolo stretto del Monte Pio, dove David è caduto, che somigliano tanto a segnali luminosi, quelle ombre che paiono far capolino dalla bocca della strada e da una porta lì vicino in uso al Monte dei Paschi. Illazioni? Fantasia? A guardare il video e le foto dell’autopsia vengono i brividi. Non solo per l’umana pietà, ma per quello che si capisce, o quantomeno sembra di capire: forse non è andata come le carte ufficiali raccontano. Le ultime ore: dalla visita alla moglie all'appuntamento con la Ciani. Luca Scarselli, ingegnere, e Luca Goracci, avvocato, sono forse gli amici più cari che David ha ancora da morto. Non lo hanno abbandonato e hanno messo insieme gli elementi che dicono che quello di David Rossi sarà stato anche un suicidio, ma somiglia troppo a un omicidio. Report ha raccontato la storia che hanno ricostruito i due Luca con le famose email, i biglietti, le ricostruzioni, le situazioni improbabili. Lettera43.it ha ricostruito le ultime ore prima che David Rossi volasse giù dalla finestra. Ma prima di arrivare a quei terribili momenti bisogna partire da qualche giorno prima, dal 19 febbraio 2013 quando la guardia di finanza perquisì casa sua cercando, ha sempre detto David, qualcosa che lui non ha mai capito. Dopo quella perquisizione la vita di Rossi non è stata più la stessa. Aveva paura, era convinto che casa e ufficio fossero piene di cimici, che lo seguissero, forse addirittura che qualcuno fosse pronto a fargli del male. In uno sconquasso complessivo, la mattina del 6 marzo 2013, l’inizio di una giornata piovigginosa, David si alzò presto, come sempre, per andare a fare jogging per le vie del centro storico. Uscì e rientrò diverse volte. Percorse la vicina salita, ripidissima di Vallerozzi, la via principale della sua contrada, la Lupa, fece un passaggio davanti al garage Perugini poco distante. Qualcuno lo vide. E notò che Rossi era guardingo, sospettoso, tanto da rientrare in casa e poi riuscire un paio di volte sempre in tenuta da jogging. Aveva un appuntamento alle 9 in banca con Carla Lucia Ciani, coaching manager. David, un maniaco della puntualità, uscì di casa intorno alle 8,30, dopo aver parlato con la moglie Antonella Tognazzi, che non stava bene. La salutò. La banca era distante poche centinaia di metri, 10 minuti a piedi al massimo. La Ciani, invece, arrivò tardi all’appuntamento, circa mezz’ora dopo. David si lasciò andare, anche se il suo carattere non gli consentiva certo slanci espansivi. Nel colloquio furono trattati diversi argomenti finché Rossì le disse: «Mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione, ho fatto una cavolata dietro l’altra». Sì, ma che tipo di cavolate? «Ho scritto a Viola (Fabrizio, amministratore delegato di Mps, ndr) e gli ho chiesto protezione e forse l’ho fatto irritare». In effetti tra Rossi e Viola c’è uno scambio di email il 4 marzo 2013 in cui David chiese se fosse il caso di andare dai magistrati a raccontare tutto quello che poteva sapere sulle vicende senesi, visto che lui, negli ultimi anni, era stato vicino all’ex presidente dell’Mps Giuseppe Mussari, ma anche a tanti altri personaggi del mondo politico locale. Praticamente Viola gli disse: «Se vuoi chiama i magistrati». E lì, probabilmente, David si sentì solo, scaricato. La mattina del 6 marzo, mentre aspettava la coaching manager, Rossi ricevette diverse telefonate da parte di giornalisti e di personale interno della Banca. Ma lui, almeno stando ai tabulati, non rispose. Tra le 8.54 e le 9.14 parlò al cellulare con la moglie, con il medico di famiglia, Antonio Bardi. Alle 10.04 ricevette una telefonata dalla Fondazione Mps, poi un’altra ancora dal medico e quindi David chiamò la moglie Antonella. Quella confidenza al fratello: «Un amico mi ha tradito». Finito il colloquio con la coaching manager, Rossi telefonò al fratello Ranieri. Dovevano andare a pranzo insieme. Così Rossi riparlò con la moglie, poi con la mamma intorno alle 13,52. Tra le telefonate alla moglie e alla madre si infilarono diverse chiamate di giornalisti ma David non rispose. Alle 15.10 riparlò con Ranieri per andare a pranzo. Prima di uscire richiamò la moglie. Il fratello andò a prendere David con la macchina. Strano, David amava camminare a piedi per la sua Siena. Salì sulla Mitsubishi grigia di Ranieri e andarono allo Snack Bar, un ristorante all’Antiporto, appena fuori Porta Camollia. Durante tutto il percorso David proferì pochissime parole, guardò continuamente lo specchietto e al fratello fece capire che temeva di essere seguito. Al momento di parcheggiare gli chiese di fare una strana manovra proprio come se volesse depistare qualcuno. Al ristorante scelse un tavolo in fondo e si piazzò con le spalle al muro per aver bene aperta la visuale della porta e vedere chi entrava. Si lasciò andare a una confidenza con il fratello: «Ho fatto una cavolata, e un amico di cui mi sono fidato mi ha tradito». Chi? Ranieri non sa dirlo o forse nemmeno glielo chiese. Finito il pranzo, verso le 16, Rossi ripassò da casa, probabilmente per sentire come stesse Antonella. Proprio la moglie gli chiese se avesse avuto risposte da Viola sul possibile colloquio con i pubblici ministeri. David non disse nulla. Era convinto che la sua abitazione fosse piena di microspie al punto da comunicare con moglie e figliastra, più di una volta, tramite messaggi scritti, che vergava su un blocco, di cui poi strappava le pagine: quelle scritte, ma anche quelle sotto per evitare l’effetto della copia per pressione. Intorno alle 16,40 Rossi tornò in ufficio. Nel frattempo lo aveva chiamato un dipendente della banca e una compagnia della guardia di finanza: niente di drammatico, le fiamme gialle chiedevano una sponsorizzazione. Piovevano telefonate ma David continuava a non rispondere. Alle 17.37 ricevette una chiamata da una collega dell’ufficio stampa della banca. Poi alle 19.02 chiamò di nuovo la moglie. «Alle 19.30 vengo a casa», le disse, «così ti faccio l’iniezione. Ho già comprato tutto il necessario. Prima però passo a prendere le polpette che ho ordinato per cena. A dopo». Clic. La storia di Rossi si ferma a quel clic. Non si ferma invece quella del suo cellulare. Stando ai tabulati in mano alla procura alle 20.16, circa mezz’ora dopo il volo dalla finestra e con David ormai morto, alla stessa ora in cui un oggetto (che da moto e posizione finale assunta sembrerebbe essere l’orologio) cade al suolo, il cellulare come d’incanto si rianima e chiama il numero 4099009. Chi l’ha digitato? E soprattutto che numero è? Non è di un telefono, infatti non rispose nessuno. È il numero (o almeno anche il numero) di un conto dormiente del Monte dei Paschi, uno di quei conti che non vengono movimentati da più di 10 anni. E chi lo sa fare, e lo può fare, può usarli in tanti modi. Fino a voler uccidere?

Mps. L’ombra della massoneria dietro il misterioso suicidio di David Rossi, scrive “Articolo tre”. E' trascorso più di un anno. Era il 6 marzo del 2013 e il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, venne trovato morto, precipitato in terra dopo un volo di trenta metri. Subito si parlò di suicidio: erano giorni difficili, a Siena. Il Monte dei Paschi nel bel mezzo dello scandalo; nomi illustri iscritti nel registro degli indagati per il crack che aveva investito l'istituto. Rossi era agitato e aveva paura di finire in qualche modo coinvolto. A dimostrarlo, le e-mail che spedì prima di morire, in cui paventava il suo suicidio e chiedeva aiuto all'amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola. Non ricevendo riscontri soddisfacenti, dunque, avrebbe deciso di togliersi la vita, saltando dalla finestra del suo ufficio, sul retro di Rocca Salimbeni. Una ricostruzione che la magistratura ha accolto: il marzo scorso, il caso è stato chiuso. Un punto alla fine di una storia che, in realtà, sarebbe potuta continuare, e rivelare intrecci finora impensabili. La famiglia lo sa. Lo sospetta fin dall'inizio, che quella morte non è stata auto-provocata. Ci sono troppi elementi che non tornano, nella storia. Tralasciando il fatto che Rossi non figurava tra gli indagati dello scandalo Mps, e non rischiava di perdere il proprio posto di lavoro, restano inspiegabili numerosi dettagli. Come mai un suicida, per esempio, si lascia cadere dalla finestra radente al muro, anziché saltare nel vuoto? Perchè mai le tracce sulle scarpe della vittima non risultano compatibili con quelle trovate sul davanzale? Anche alcuni segni sul corpo di Rossi racconterebbero un'altra storia, probabilmente legata alla manomissione del suo pc, avvenuta appena dopo il suicidio. Chi frugò tra i documenti dell'uomo dopo la sua morte e perché? Sono domande, queste, che, con l'archiviazione, sono state messe a tacere. Rossi si suicidò semplicemente perché sottoposto ad un "sovraccarico emotivo", e basta. Di fatto, si è data ragione al pm titolare delle indagini, il sostituto procuratore Aldo Natalini, colui che ha richiesto ed ottenuto l'archiviazione.  Natalini, per inciso, era stato destinatario di un avviso di garanzia da parte del pm di Viterbo Massimiliano Siddi con l'ipotesi di violazione del segreto istruttorio. Era stato infatti intercettato casualmente dalla Procura di Viterbo, mentre essa indagava su un giro di appalti truccati nel Lazio. Il pm parlava al telefono con un indagato, Samuele De Santis, a cui fornì dettagli sull'inchiesta senese e, non fosse sufficiente, spiegava anche le strategie difensive con cui si sarebbero potuti salvare i personaggi illustri coinvolti. Dirigenti del Pd, ma anche i vertici del Mps, Fabrizio Viola e Giuseppe Mussari. L'avviso di garanzia cadde comunque nel nulla: si andò rapidamente verso l'archiviazione. Esattamente come quella per Rossi, avvenuta il 5 marzo scorso. E' importante la data: lo stesso giorno, infatti, nel mondo della massoneria qualcosa si rivoluzionava. Il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi, lasciava posto al suo successore, Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena e collega di David Rossi. I due, denunciavano alcuni confratelli "dissidenti" nel lontano giugno 2012, si era conosciuti durante "l'era Mussari", in seno al Mps. "Bisogna evidenziare che il peso della gestione Mussari supportato dai due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi ha condizionato i partiti, le giunte comunali e l’informazione cittadina", scrivevano i muratori nel proprio blog "Fratello Illuminato". "Dal 2006 al 2011 la banca Mps ha speso 355 milioni di euro in pubblicità attraverso l’area comunicazione gestita da David Rossi", proseguivano sempre i massoni, ai tempi in cui il nome del capo della comunicazione ancora non riempiva le pagine dei giornali. "Quanti organi d’informazione hanno beneficiato della pubblicità? Forse è solo una coincidenza, ma verso la fine della presidenza Mussari sono stati assunti all’area comunicazione di Mps la fidanzata del Bisi e un altro collaboratore del Corriere di Siena. "E stranamente", attaccavano ancora, "il responsabile dell’area comunicazione di Mps (David Rossi) non ha perso tempo nel rilasciare attraverso un video pubblicato da Siena News parole di elogio al medesimo giornale online (con direttore responsabile Stefano Bisi)". Era proprio verso Bisi che riversavano il loro disprezzo: "Vogliamo parlare dei legami stretti del Bisi con gli ex vertici dell’aereoporto di Ampugnano o del cda dell’università?", si interpellavano. "Vogliamo ricordare gli articoli di elogio scritti dal Bisi sull’acquisto di banca Antonveneta? Il groviglio armonioso ha messo in ginocchio la città. E oggi che strategia si sono inventati i due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi?" "Minimizzare e tentare di salvare le sorti del Ceccuzzi", rispondevano dunque, riferendosi all'ex sindaco di Siena, successivamente coinvolto nello scandalo Mps. Ma, sottolineavano, "non perchè amano il Ceccuzzi, ma solo con la speranza di custodire il loro ruolo". "Tutto questo protagonismo del Bisi crea soltanto imbarazzi dentro la massoneria", concludevano. Non senza ricordare le parole di un loro uomo-simbolo, Delfo Del Bino, definito "esponente storico del Goi": "Amiamo l'Europa dei popoli e dei saperi, non quella delle banche". Una citazione, questa, che tentava di prendere le distanze da Bisi, ma soprattutto da quella massoneria intrecciata a doppio filo col potere finanziario. In due anni le cose sono mutate. Alla fine, Bisi è divenuto Gran Maestro del Goi, con buona pace di chi si opponeva al suo "protagonismo". Le speranze che economia e massoneria restassero separate son venute così a crollare. D'altra parte, non poteva essere altrimenti, guardando i precedenti. Basti pensare a Enzo Viani, il presidente dell'Urbs, una società immobiliare verso cui il Goi nutriva non pochi interessi. Viani è anche, neppure a dirlo, ex dipendente del Monte dei Paschi. Soprattutto era colui che Cuccuzzi, prima di diventare sindaco di Siena, prescelse come presidente dell'aeroporto di Ampugnano. Chi lo favorì nell'ascesa a primo cittadino? Ovviamente il Corriere, diretto da Bisi. Semplici triangolazioni, certo. Ma che tracciano uno scenario diverso, rispetto a quello di un disperato capo-comunicazione che sceglie di togliersi la vita, pur amandola profondamente, come dichiarato dalla moglie. Piuttosto, lasciano incombere su tutta la vicenda un'ombra pressante. Quella della massoneria "economica", e su cui i magistrati non hanno ritenuto necessario interpellarsi prima di chiudere il misterioso caso.

Siena e i veleni, oggi come vent’anni fa: David Rossi come le liste massoniche, scrive il 12 ottobre Cecilia Marzotti su "Siena News". Un nome: David Rossi, responsabile dell’area comunicazione di Banca Monte dei Paschi; un dramma la sua morte avvenuta il 6 marzo 2013; una famiglia che non si dà pace; un’inchiesta portata avanti da sei differenti pubblici ministeri e due gup che a distanza di 4 anni arrivano alle stesse conclusioni: è tutto da archiviare. Non basta: arriva il reportage de Le Iene e il popolo senese che ricorda poco e parla tanto si divide come oltre venti anni fa quando furono pubblicate da una testata locale delle false liste massoniche dove si mischiavano massoni veri e falsi. Condizioni temporali diverse anche se il territorio è lo stesso; allora come oggi partirono querele e cause civili. Fin qui il passato e una parte del presente e proprio questa mattina alle 9 e 16 minuti il procuratore capo Salvatore Vitello che ha risposto in “maniera decisa e a volte arrabbiato”, come lui stesso afferma alle domande de Le Iene che lo hanno contattato,  decide di mettere a disposizione della stampa l’ordinanza di archiviazione, l’ultima nonostante varie trasmissioni televisive, e interpellanze  parlamentari,  firmata dal gup Roberta Malavasi e che in parte ricalca le conclusioni a cui era arrivata nel 2013 la sua collega Gaggelli. Chi scrive da allora fino ad oggi ha seguito le indagini e pubblicato senza dare giudizi, né si è anteposta ai titolari dell’inchiesta in maniera che ciascuno liberamente, come è giusto che sia, si potesse fare una propria opinione che si deve basare sui fatti e non sulle parole. E così lo faccio ora riportando le parti salienti dell’ordinanza di 57 pagine depositata lo scorso 4 luglio. Lo avevamo già scritto, ma vista la memoria corta lo riproponiamo. Entriamo nel merito tenendo presente che quest’ultima decisione arriva dopo ulteriori accertamenti caldeggiati dalla famiglia di Rossi che non ha mai creduto che il proprio caro si fosse ucciso. Il gup Malavasi parla di “un’accurata attività investigativa che normalmente non si riserva ai casi di suicidio” descrive le risultanze del medico legale e poi si sofferma sugli ultimi giorni di vita di David Rossi attraverso gli atti depositati dalle parti. Il gup testualmente scrive “niente francamente poteva essere investigato di più e di diverso di quantomeno stato effettivamente fatto e debitamente documentato, al fine di acclarare responsabilità di terze persone nelle vesti di istigatori al suicidio”. E scorrendo le pagine dell’ordinanza si capisce che da quando David Rossi nel febbraio del 2013 ebbe la perquisizione in casa e nel suo ufficio si preoccupa e la sua situazione psicologica si aggrava ulteriormente dopo il Cda del 28 febbraio di quello stesso anno dove era stato deciso di promuovere l’azione di risarcimento danni non solo nei confronti degli ex manager Mussari e Vigni , ma anche di Nomura e Deutsche Bank: Davide Rossi, responsabile della comunicazione non sa nulla eppure il giorno dopo la temuta fuga di notizia c’era stata davvero. Un importante quotidiano aveva riportato tutto e c’erano state implicazioni sul titolo in borsa di Mps tanto che Profumo e Viola presentarono un esposto in Procura. David è sempre più preoccupato, ma non era stato lui a dare la notizia bensì come si legge nell’ordinanza di Malavasi il consigliere del cda Briamonte. E’ il primo marzo del 2013 quando David Rossi esterna alla moglie Antonella Tognazzi “in modo assolutamente irrazionale la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato”. Antonella Tognazzi nei giorni successivi non sta bene e finisce persino in ospedale, quando torna a casa sua figlia le riferisce di “…strani taglietti ai polsi del Rossi. Alla richiesta di spiegazioni David prima aveva detto di essersi accidentalmente tagliato con la carta, ma dietro le insistenze della moglie aveva ammesso di esserseli procurati volontariamente dicendo che nei momenti di nervosismo quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente… Sai in quei momenti in cui si perde la testa e per ritornare alla realtà hai bisogno di sentire dolore…”. E così continua il gup: “… In quello stesso giorno il Rossi si era mostrato talmente angosciato di essere intercettato che aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto…”. L’ordinanza va avanti fino alla morte di David Rossi e il gup infine accoglie in pieno le conclusioni della procura: tutto archiviato. Chi la vuole leggere l’ordinanza per intero può farlo collegandosi al sito della Procura di Siena. Non va interpretata, va letta e non usata per scopi diversi da quelli che possono essere il dolore e gli affetti di una famiglia che ha perso quattro anni fa una persona cara.

MPS-Rossi, caso massonico, scrive Mario Adinolfi su "La Croce Quotidiano" il 12/10/2017. L’ inchiesta di Antonino Monteleone per le Iene sul suicidio di David Rossi che molto probabilmente non è suicidio è interessante. Superficiale, forse, ma interessante perché racconta partendo da uno spaccato secondario un enorme tema della storia recente del nostro paese. Noi qui di seguito su La Croce pubblichiamo un’intervista al professor Luca Fiorito, che di Monte Paschi Siena è stato il più giovane consigliere d’amministrazione dal 2003 al 2006 per essere poi cacciato da Mussari giusto pochi mesi prima dell’acquisizione di Antonveneta che darà il via al disastro che condurrà fino alla morte di David Rossi. Fiorito è senese, nato a Pontassieve (Renzi spunta sempre), ma in tutto e per tutto senese. E sa tante cose. Parla di David Rossi, dell’ex sindaco Piccini, della villetta delle orge, del fuori onda delle Iene che non è un fuori onda ma una pantomima, di Amato e di Tremonti, di Monti e D’Alema, di Letta e di Renzi. Ma soprattutto pronuncia la parola che manca alla inchiesta di Monteleone, quella che la rende superficiale: massoneria. Non si può parlare di banche, Mps, Siena e Antonveneta senza parlare di massoneria nazionale e internazionale. O, come dice Fiorito, di “grembiuli”. Luca Fiorito, 50 anni, oggi è professore di Storia del Pensiero Economico all’Università di Palermo ma una vita fa è stato uno degli uomini più influenti del Monte dei Paschi di Siena. Nato a Pontassieve, senese di adozione, contradaiolo dell’Istrice. L’Istrice è la nemica giurata della Lupa, la contrada di David Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi: se fosse stato in vita l’anno scorso avrebbe partecipato al Gaudio perché la Lupa ha fatto il “cappotto”, ha vinto due edizioni consecutive del Palio. Ma David Rossi è morto, secondo la magistratura si è suicidato, secondo chi ha visto le ultime due puntate della trasmissione le Iene invece è stato ucciso. Luca Fiorito nel 2003 diventa il più giovane consigliere d’amministrazione della banca della sua città fino a quando un certo Giuseppe Mussari nel 2006 lo convoca per dirgli: “Non sussistono più le condizioni politiche per la tua permanenza nel consiglio d’amministrazione del Mps”. Quella che per Fiorito è un’enorme delusione lì per lì, oggi per il docente senese si rivela come una benedizione: “Mussari non lo sapeva, ma facendomi fuori mi ha salvato la vita”. Il consiglio d’amministrazione da cui il giovane professore viene escluso è quello che nel 2007 deciderà l’acquisizione di Banca Antonveneta, fonte di valanghe di guai e di tragedie culminate nel presunto suicidio di David Rossi, caso riaperto dalla inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti.

Professor Fiorito, lei conosceva bene David Rossi?

«Sì, lo conoscevo bene, ho lavorato a diretto contatto con lui».

Che idea si è fatto?

«Io ero tra coloro che erano convinti che si fosse suicidato».

Perché?

«Perché dopo l’avvio dell’inchiesta era stato completamente isolato, l’atmosfera in città si era fatta estremamente pesante per lui. Ed uno abituato a dominare la partita, a distribuire decine di milioni di euro di sponsorizzazioni che fanno diventare chiunque ossequioso e aprono tutte le porte, nel trovarle sbarrate e avendo attorno a sé estrema freddezza poteva perdere il lume della ragione».

Dopo l’inchiesta delle Iene ha cambiato idea?

«Le immagini sono impressionanti, alcuni dettagli riportati anche. Sospendo il giudizio. Conosco Antonella, la moglie di David, di certo posso dire che è una persona di altissimo valore. Si batta per la verità».

Qual è la verità? Secondo l’ex sindaco Piccini, Rossi è stato ucciso. Ha ragione lui e la convince quel che dice nel fuori onda delle Iene?

«Ma quale fuori onda, è tutta una pantomima, Piccini sapeva benissimo che lo stavano registrando, lo dice anche e ripete più volte di essere candidato a sindaco. Una buona mossa da campagna elettorale. Piccini ha una enorme intelligenza ed è l’unico personaggio del contesto ad avere un’altra gamba. Ma parla anche da “amante delusa” perché al posto di Mussari voleva esserci lui, fu fregato da Giuliano Amato e Giulio Tremonti».

Lo stesso Amato che chiede i soldi della sponsorizzazione Mps per il suo circolo del tennis a Orbetello?

«Certo. è cosa nota, la filiera Amato-Mussari-Rossi è agli atti ed è ormai conosciuta a tutti. Rossi gestiva le sponsorizzazioni, gliene derivava un grande potere. Ma non si deve fare un errore».

Quale?

«Quello di buttarla in politica. La politica a Siena non ha mai davvero toccato palla sulle questioni grosse. Anche su Antonveneta, erano altri gli interessi che contavano».

Quali?

«I grembiuli».

La massoneria?

«Certo e a livello internazionale. O, come dicono quelli che parlano bene, le relazioni finanziarie internazionali consolidate. Dicono di D’Alema. D’Alema non è neanche laureato, non sa distinguere un derivato da una melanzana».

Però poteva sapere far comprare a 9 miliardi qualcosa che ne vale 6 e ha 7 miliardi di debiti, come nel caso dell’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Perché lo esclude?

«Perché quelle decisioni venivano prese ad altri livelli, il potere che conta nelle banche non è quello politico. Poi, certamente Mussari era amico personale di più di un presidente del Consiglio. Ma per consolidare la propria posizione, non per trattare le acquisizioni».

Piccini parla di ville dei festini. Tutto inventato?

«No, a Siena di questa famosa villa si parla da sempre. Ma quando si fanno quel tipo di denunce si indica il posto con l’indirizzo preciso, si fanno dei nomi. Se si sta sul generico è una mossa da campagna elettorale, Piccini è in campagna elettorale. A Siena, peraltro, è l’uomo di maggiore levatura che abbiamo».

I politicanti italiani volevano solo i soldi per il circolo del tennis?

«Volevano tante cose, ma non avevano una politica industriale. Gli ultimi tre governi hanno completamente ignorato il caso Monte Paschi minimizzandolo, è incredibile come presidenti del Consiglio del calibro di Monti, Letta e soprattutto Renzi abbiano ritenuto così di poco conto quel che accadeva a Mps. Si sono dimostrati incompetenti. Poi si è dovuto correre ai ripari mettendo di fatto le mani in tasca, e tanto, ai contribuenti italiani. E a pagare il prezzo sono stati i sottoscrittori di tre successivi aumenti di capitale che sono andati letteralmente bruciati. Ma se non recuperiamo sovranità sul sistema bancario persino parlarne è inutile. Anche per questo Siena è vittima e non carnefice».

Per la verità Antonino Monteleone e i suoi autori mostrano una Siena omertosa e complice, non è così?

«Neanche più Matteo Salvini pensa che l’omertà sia una caratteristica esclusiva di Crotone o Partinico. Omertosa è la provincia italiana, chiusa in sé stessa. E di questo è morto David Rossi, qualsiasi sia la storia della sua fine».

Caso Rossi, Valentini: “Siena non è come la dipingono Le Iene. L’ex funzionario esiste davvero? Scrive il 18 Ottobre 2017 "Antennaradioesse". Ancora rivelazioni piccanti nel corso della trasmissione Le Iene andata in onda ieri sera su Italia 1. Un nuovo servizio dedicato al caso della morte di David Rossi (lungo ben 21 minuti) ha proposto la testimonianza di un ex funzionario del comune di Siena, di cui non viene rivelata l’identità, che ha confermato le feste a base di sesso e droga a cui avrebbero partecipato numerosi personaggi di quello che viene definito “il groviglio armonioso”. Questa descrizione della città fatta dalla donna viene nuovamente rigettata dal sindaco Valentini che, dopo aver risposto alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini qualche giorno fa, torna a dire che Siena non è una città depravata e si chiede anche se la misteriosa funzionaria esista oppure no. “Io rifiuto questa immagine di Siena come città pruriginosa, di provincia, dove circola la droga a fiumi, ci sono festini hard, dove ci sono perversioni in ogni angolo e in questo clima poi maturano reati e delitti. Poi, come in tutte le città, ci sarà chi consuma droga e ci saranno avventure extraconiugali, ma il modo in cui viene presentata non corrisponde al vero, è deformata. Poi siamo sicuri che questa donna ex funzionario del comune in pensione esiste davvero o non è una montatura come è successo qualche anno fa con un’altra trasmissione, sempre sull’argomento del Monte dei Paschi? Prima di dare un giudizio vorrei saperne di più. Quello che mi interessa invece di più è la disponibilità dimostrata dalla magistratura, attraverso le parole del Procuratore Vitello, di riaprire le indagini qualora ci fossero elementi tali che richiedono un approfondimento. Io questo chiedo ai magistrati: se ci sono ancora dei lati oscuri bisogna andare avanti finchè non ci sia l’assoluta certezza che le cose sono andate così come è scritto nelle sentenze. Lo si deve ai familiari di Rossi e a tutta la città”. 

David Rossi ucciso perché non parlasse. I festini? Un freno alle indagini". La morte del manager Mps, parla la figlioccia: «Sapeva tante cose», scrive Pino Di Blasio il 12 ottobre 2017 su "La Nazione". Ognuno recita una parte in questo tormentato dramma sulla morte di David Rossi, che rischia di assumere i contorni di una commedia tragica. E che riaccende a Siena quel falò delle vanità che ha bruciato le ricchezze di una banca di 5 secoli, 50 miliardi in pochi anni, e le ambizioni di una classe dirigente improvvisata e incompetente (per sua stessa ammissione). Assieme alla vita di un giovane manager diventato troppo potente. L’ultimo petardo, esploso attorno all’inchiesta su quel volo fatale da una finestra di Rocca Salimbeni, il 6 marzo 2013, è lanciato dall’ex sindaco Pierluigi Piccini, nell’intervista rubata, sostiene lui, dalle Iene. Dopo aver detto che «l’ipotesi del suicidio di David è una cazzata», che «un uomo che ha gestito 50 milioni in quattro anni non perde la testa per una perquisizione», Piccini ha rivelato che, dietro la morte di David e le indagini non certo complete, ci sarebbero festini in ville nell’Aretino e sul mare, che avrebbero visto personaggi nazionali e giudici divertirsi insieme, senza freni, con tanto di sesso e droga. Affermazione prima derubricata come «intervista rubata», poi depotenziata con «a Siena tutti sanno dei festini, ma nessuno parla». Infine ribadita dall’ex sindaco, finito nel mirino della procura di Genova: che ha aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato, dopo che il procuratore capo di Siena aveva trasmesso alla sede competente il testo dell’intervista. «Confermo la disponibilità a parlare di tutto ciò che so – ha dichiarato ieri Piccini – e che ho detto già da molti anni, consapevole di sostenere un’ipotesi scomoda: soprattutto per me». Dai giudici altre reazioni veementi: la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano e il procuratore generale, Marcello Viola hanno chiesto al Csm di «aprire una pratica a tutela dell’operato dei pm della procura di Siena» per le dichiarazioni dell’ex sindaco. In mezzo a questa nuova bufera, la persona che sembra mantenere la barra dritta è Carolina Orlandi, figlioccia di David Rossi, che oggi presenterà, assieme alla madre Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, il libro di David Vecchi sul «suicidio imperfetto del manager Mps». «Non spetta a me trovare le risposte a tutte le incongruenze dell’inchiesta – è l’esordio di Carolina –; le abbiamo chieste più volte e ce l’hanno sempre negate. Se questa nuova pressione mediatica serve a spingere qualcuno a guardarsi dentro e a dire la verità, ben venga. Io resto convinta che tanti sanno e che dietro la morte di David ci siano interessi forti. Altrimenti l’inchiesta sarebbe stata condotta diversamente». Carolina Orlandi non crede al suicidio: è stata la persona più vicina a David Rossi anche negli ultimi giorni di vita, il suo giudizio non è marginale. «Penso che David sia stato ucciso perché voleva parlare, aveva tante informazioni sugli affari della banca, sentiva una forte pressione addosso. Anche a me aveva detto che non sapeva i motivi della perquisizione disposta dai magistrati sull’inchiesta Antonveneta. Era scosso, ripeteva che avrebbe preferito parlare con i pm. Due giorni dopo è morto». Siena era nel pieno dello scandalo derivati, delle indagini su Alexandria, Santorini e sui tentativi di occultare le voragini sui bilanci del Monte dei Paschi, aperte dallo sciagurato acquisto di Antonveneta. «Il Monte era al centro della bufera – ricorda Carolina – e qualcuno non sapeva cosa avrebbe voluto dire David ai giudici. Forse ha preferito togliersi il problema. Ma io non so chi ha deciso che David dovesse morire». C’è anche una risposta efficace sulla polemica in merito ai festini hard rivelati da Piccini, primo datore di lavoro, da sindaco, di David Rossi dal 1997 al 2001. «I festini a luci rosse – è la tesi di Carolina – non c’entrano direttamente con il delitto, non sono il movente della morte di David. Io penso che Piccini abbia voluto indicare una ragione del perché le indagini sarebbero state condotte in quel modo. Più che un movente, un deterrente a indagare, un possibile messaggio a magistrati eventualmente troppo zelanti». Carolina Orlandi non spera in una terza inchiesta su quel suicidio imperfetto, nonostante le incongruenze, dall’uomo nel vicolo col telefono mai identificato, ai fazzolettini insanguinati, bruciati come reperti inutili. Il procuratore capo di Siena, Salvatore Vitello, ha già ribadito che «ben sette magistrati sono stati titolari di indagini sul decesso di Rossi; magistrati intervenuti in momenti diversi, con approfondimenti investigativi e accertamenti, i cui risultati sono stati da tutti ritenuti convergenti verso l’ipotesi suicidio». «Sono tanti gli elementi che non tornano – conclude Carolina – e non spettava alla famiglia impedire di buttare i vestiti di David due giorni dopo. Con il senno di poi, avremmo fatto cose che sarebbero state utili». La figlia del manager preferisce glissare sulle risposte strappate all’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari: «Ha detto che quel che pensa mia madre Antonella è Vangelo? Preferisco non commentare. Non conosco Mussari, non l’ho mai visto né prima né dopo. So che David era l’unico uomo rimasto della vecchia dirigenza della banca e doveva gestire la comunicazione in mezzo a uno scandalo finanziario enorme». A distanza di 4 anni a mezzo, di sicuro c’è solo che David Rossi è morto: sul come e sui perché ognuno ha la sua verità.

Suicidio Monte Paschi, «Rossi fu ucciso e i pm coprono i festini». Gli avvocati: ora basta, scrive Errico Novi il 14 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". La rabbia dell’avvocatura di Siena contro l’ex sindaco che “sul caso del suicidio del dirigente della banca infanga l’intera magistratura”. C’è una tragedia, alla base di tutto il resto. Ma poi sulla tragedia si scatena l’assurdo della fake news più insensata. La storia è quella di una morte che ha sconvolto il sistema finanziario del Paese e di certo l’intera città di Siena: il suicidio – ritenuto tale dai magistrati – del povero David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi, che precipitò dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Un ex sindaco, Pierluigi Piccini, parla a “Le Iene”, senza sapere di essere registrato, di festini a cui avrebbero partecipato esponenti della politica nazionale e della magistratura locale. Aggiunge che forse gli stessi giudici avrebbero «abbuiato» la vicenda, nascosto la verità, perché altrimenti sarebbe scoppiata «una bomba morale». Elementi di riscontro? Glielo chiede il Corriere della Sera, che mercoledì scorso pubblica la seguente risposta dell’ex primo cittadino: «Ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi». Altro solido argomento: «Nel 2013 durante un’assemblea di Mps un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti». Cosa c’entri questo con la dinamica dei fatti che quella maledetta sera portarono al volo mortale di Rossi, non si capisce. Eppure Piccini non ha dubbi: «David Rossi non si è ucciso, è stato assassinato. Ne sono assolutamente convinto». Sempre sulla base della diceria raccolta da «un avvocato» di cui non ci si ricorda neppure se fosse o meno «romano». Tutto esemplare. Paradigmatico. Un’intera categoria, la magistratura di Siena, scaraventata indiscriminatamente e disinvoltamente nel fango, sulla base di informazioni claudicanti. Un canovaccio a cui si ribella non solo la locale sottosezione dell’Anm, che chiede un immediato «intervento a tutela» da parte del Csm, subito sollecitato in modo formale dalla presidente della Corte d’appello di Firenze Margherita Cassano; a dire basta è anche l’avvocatura. In un comunicato, il presidente dell’Ordine di Siena Nicola Mini esprime «sconcerto per le modalità con cui sono stati fatti riferimenti indiscriminati a magistrati del Tribunale di Siena». E confida che la Procura di Genova «possa svolgere adeguati accertamenti per non addensare altre nubi su un caso che ha profondamente turbato l’intera cittadinanza». A conferma di un dato: contro la barbarie delle fake news e dell’informazione senza regole in campo giudiziario, avvocatura e magistratura sono dalla stessa parte. Alleate contro la macchina del fango. E spesso costrette a battersi contro un apparato mostruoso. Certo, le “rivelazioni” hanno un inevitabile riverbero giudiziario: è già partita l’inchiesta–ter, condotta dalla Procura di Genova, che ascolterà Piccini come persona informata sui fatti. Non si può escludere che l’ipotesi dell’omicidio mascherato sia ancora percorribile. Ma, come ha ricordato il primo cittadino attuale Bruno Valentini, «chi sa deve parlare ai pm», non alle Iene. E invece si è scelto lo stile dello sputtanamento indiscriminato. Le “ipotesi” dell’ex sindaco sono state carpite con l’inganno, dunque la patologia non è Piccini ma il processo mediatico che lo eleva a fonte attendibile. Sistema che forse non dirà qualcosa di nuovo sulla tragedia di David Rossi, ma che di sicuro ha coperto di infamia l’intera magistratura senese.

"Falle nel suicidio di Rossi" L'autogol dei giudici su Mps. La Procura mette on line la sentenza di archiviazione Ma lo stesso gip ammette incongruenze nella dinamica, scrive Luca Fazzo, Venerdì 13/10/2017, su "Il Giornale". La verità si può afferrare: come si possono afferrare i polsi di un uomo, tenendolo sospeso sul precipizio, e poi lasciandolo andare a schiantarsi venti metri più in basso. Quell'uomo si chiamava David Rossi, e da quattro anni il suo fantasma agita i sonni di una città. La Siena del potere secolare, che quella morte vuole archiviare per sempre insieme alla stagione dell'onta, delle porcherie venute a galla e che l'hanno travolta. Ma anche della città che vuole sapere, della folla incredibile che ieri sera invade Palazzo Patrizi per la presentazione di un libro sul «suicidio imperfetto» del portavoce di Mps. L'immagine di Rossi, sospeso nel vuoto, fuori dalla finestra del terzo piano di Palazzo Salimbeni, sede del Monte dei Paschi e cuore della città, esce vivida dal documento che ieri fa irruzione nella scena. Subissata dalle accuse, imputata di avere affossato le indagini per coprire un circuito di perversione e di festini, la Procura senese fa una mossa a sorpresa: mette in rete un atto giudiziario, l'ordinanza con cui nel luglio scorso il giudice Roberta Malavasi archiviò per la seconda volta le indagini sulla morte di Rossi. È una mossa intelligente, quella del procuratore Salvatore Vitello, perché a una lettura veloce le 58 pagine dell'ordinanza appaiono solide, e si prestano a fare piazza pulita di molti dubbi: persino l'inverosimile comportamento dei due colleghi di Rossi, che nel vicolo Monte Pio si accostano al corpo dell'amico e se ne vanno senza fare nulla, assume una spiegazione. Ma è anche una mossa disperata, quella di Vitello. Perché nella stessa sentenza, infrattate tra le righe, saltano fuori due conferme a quanto in città si dice da quattro anni. La prima è che le indagini sono state fatte con sciatteria ingiustificabile: tanto che ora il nuovo giudice deve fornire una ricostruzione dei fatti radicalmente diversa da quella che un suo collega firmò il 5 marzo 2014, quando per la prima volta l'inchiesta venne affossata: a partire dall'agonia di Rossi al suolo, che secondo il primo giudice - supportato dai medici legali - durava pochi attimi, e che ora si scopre protratta per venti interminabili minuti. Seconda conferma: la versione del suicidio ha una falla, un elemento inspiegabile. Lo dice lo stesso giudice Malavasi a pagina 55: le tracce di sfregamento lasciate dall'orologio sul polso di Rossi sono incompatibili col volo dalla finestra e invece del tutto spiegabili con la scena dell'uomo, tramortito da un colpo alla testa, che viene tenuto oltre il davanzale, e poi precipita quasi all'inpiedi: «suggerendo piuttosto l'intervento di una azione di trascinamento dell'orologio dall'avambraccio verso la mano, compatibile con un afferramento, seguito da un trascinamento o da una sospensione». Da chi, per conto di chi, per coprire cosa? Su questo Siena si interroga da quattro anni, sospesa tra la rozza chiacchiera popolare, «erano tutti finocchi», e la dietrologia del grande complotto finanziario, dei santuari inviolabili che temevano il pentimento annunciato di David Rossi, del numero di conto allo Ior del Vaticano che il presunto suicida digita prima di morire. Ora il j'accuse di Piccini chiude in qualche modo il cerchio, perché accomuna le due piste in una sola, racconta di una «storia parallela» dove politica e massoni, potere e sesso si incontrano in un solo sistema di potere: ed è un'accusa forte, perché viene da un uomo che del sistema di potere senese ha fatto parte per anni. E che racconta come anche nella sacralità di una assemblea della banca un consigliere comunale si fosse alzato per denunciare le manovre di «personaggi orgiastici e pervertiti». «La Procura in fondo non ha colpe, perché in quel mondo nessuno può andare a scavare», dice un senese che queste storie le conosce bene. Ma più che di sudditanza ora sulla magistratura locale viene calata un'ombra di collusione piena col sistema di potere, anche nei suoi lati più inconfessabili. In fondo anche questo riprende gossip che girano da tempo, con financo l'indirizzo della villa dove i «personaggi orgiastici» avrebbero compiuto le loro gesta. Non è con le chiacchiere da bar che si fanno le inchieste giudiziarie, certo. Ma ora la procura di Genova nell'inchiesta ter, dovrà per forza ricostruire il percorso delle voci, partendo dalla avvocatessa romana (sposata ad un ex dei servizi segreti) che l'ex sindaco Piccini indica come sua fonte. È un terreno delicato, perché va inevitabilmente a lambire la figura della vittima di questa storia. Cosa sapeva David Rossi del circuito oscuro di Siena? Anche di questo voleva parlare con i giudici? Ieri sera, davanti a un'intera città arrivata ad ascoltare la storia del «suicidio imperfetto» raccontata nel libro del giornalista Davide Vecchi la moglie Antonella va giù piatta: «Di queste cose David non mi ha mai parlato. Neanche come pettegolezzo».

PRIMA ARCHIVIAZIONE. (Tratto dal sito web de Le Iene).

Ordinanza di accoglimento di richiesta di archiviazione da parte del Gip di Siena Monica Gaggelli per la morte di David Rossi.

TRIBUNALE DI SIENA

Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari.

Ordinanza di accoglimento di richiesta di archiviazione,

all'esito di udienza disposta ai sensi degli articoli 409 e 410 c.p.p.

Il G.1.P. del Tribunale di Siena, d.ssa Monica Gaggelli a scioglimento della riserva assunta all'udienza in camera di consiglio fissata ai sensi degli articoli 409 e 410 c.p.p. in seguito all'opposizione, proposta dall'Avv. Goracci, in rappresentanza e difesa della p.o. Antonella TOGNAZZI, avverso la richiesta di archiviazione presentata dalla locale Procura della Repubblica in persona dei Pubblici Ministeri dott. Nicola Marini e dott. Aldo Nata lini, nel p.p. n. 962/2013 rgnr mod.44, il 07.03.2013 promosso contro ignoti, in ordine all'ipotesi di reato di cui all'art 580 c.p. in seguito alla morte di David Rossi (coniuge della p.o. opponente) avvenuta a Siena il 06.03.2013:

PREMESSO CHE

I Pubblici Ministeri nella propria richiesta di archiviazione osservano, in ordine al fatto, che "il giorno 6 marzo 2013 verso le ore 20:40 veniva rinvenuto, nella stradina privata di proprietà di BMPS, denominata vicolo del Monte Pio, il cadavere di David ROSSI, Responsabile dell'Area Comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra del suo ufficio sito al terzo piano di palazzo Sansedoni. La Volante della P.S. recatasi sul posto avvisava questa A.G. che immediatamente presenziava personalmente al primo sopralluogo in loco per la ricostruzione dell'accaduto, disponendo quindi la rimozione de l cadavere ed il sequestro degli ambienti lavorativi. All'interno dell'ufficio occupato dal dott. ROSSI venivano rinvenuti tre fogli manoscritti (ai fogli 67,68 e 69: in copia ai fogli 48-51 e nel fascicolo fotografico ai fogli 316-316 bis) indirizzati alla moglie dal sicuro contenuto suicidiario (Ciao Toni, mi dispiace ma l'ultima cazzata che ho fallo è troppo grossa. Nelle ultime settimane ho perso; Ciao Toni, Amore l'ultima cosa che ho fallo è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione. Sono fuori di testa da settimane; "Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fallo una cazzata immotivata. Davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così ". Nell' ufficio venivano inoltre rinvenuti fazzolettini sporchi di sangue e carta protettiva per cerotto da automedicazione, la cui compatibilità con le lesività cutanee constatate su entrambi i polsi sin dal primo sopralluogo (v. foto n 11 - 14 fogli 306bis-307: v. rei. Polizia Scientifica in foto. 298-299) veniva definitivamente riscontrata in sede di C.T. medico-legale, in termini di "lesioni dagli avambracci ed ai polsi, di modesta entità, [. . .] prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo" (ved. rei. Fol. 450).

Quanto a ipotesi di reato inizialmente prospettata ed alle indagini esperite al fine di verificarne la sostenibilità in giudizio, osservano i Pubblici Ministeri come "benché sin da subito fosse evidente la natura suicidiaria del decesso, peraltro [ ... ] preceduto da gestualità chiaramente autolesive, questa A.G. disponeva un'intensa attività investigativa onde acclararne la spontaneità ed escludere l'esistenza di eventuali soggetti istigatori (art 580 c.p.), anche in ragione del contesto storico in cui era maturato il fatto, rappresentato dalla pendenza de l proc. pen. 845/201 2 N.R. mod. 2 1, nell'ambito del quale il ROSSI, quale terzo, era stato oggetto di perquisizione in data 19.2.20 13, nonché di escussione come p.i.f. in ordine ai suo i rapporti con MUSSARI (v. verbale di s.i.t. in foll. 989-991 e minuta del decreto di perquisizione in fo ti. 523-525). Le diffuse attività di indagine e perite si sviluppavano oltre che nell'espletamento di rilievi tecnici e di C.T. medico-legale nell'acquisizione delle immagini della videosorveglianza esterne al luogo della defenestrazione (ritraenti la parte finale della caduta del ROSSI: v. verbale in fai. 13 e correlato CD video in foll. 125 bis-128), nell'immediata perquisizione dell'abitazione del defunto e dell'ufficio, nel sequestro con successiva clonazione in procedura di sicurezza (write block) d i tutti i supporti informatici in uso al ROSSI (PC fisso, portatili, cellulari, chiavette Usb), nonché nell'analisi dei tabulati telefonici delle utenze in uso al predetto (vb. Voi. lrl: foll. 524-988). Venivano quindi escusse tutte le persone che, in ambito lavorativo, più strettamente avevano collaborato nell'ultimo periodo col deceduto (v. s.i.t. MINGRONE Bernardo, FILIPPPONE Giancarlo, SONDI Lorenza. PROFUMO Alessandro, VIOLA Fabrizio, GALGANI Chiara, CIANI Carla Lucia, DALLA RIVA Ilaria), anche al fine di escludere che fosse da attribuire al ROSSI la fuga di notizie circa il promovimento dell'azione civile nei confronti di Banca NOMURA in relazione all'operazione ALEXANDRIA e DEUTSCHE BANK in relazione all 'operazione SANTORINI: fatto per il quale questo Ufficio, su denuncia di BMPS - aveva iscritto il proc. pen. n 874/2013 mod. 44 per insider Jrading commesso la sera del 28.2.1O13, dopo il Cda di BMPS. Onde conoscere gli aspetti comportamentali del ROSSI relativi agli ultimi giorni antecedenti al decesso, venivano inoltre escussi i suo i famigliari (v. s.i.t. TOGNAZZI Antonella, O RLANDI Carolina, ROSSI Ranieri), nonché da ultimo alcun i giornalisti che con lui ebbero contatti (MUGNAINI Domenico, VECCHI Davide e STRAMBI Tommaso)."

In ordine alle ragioni poste a fondamento della conclusiva richiesta di archiviazione, rileva no e ritengono infine i pubblici ministeri che " il risultato Investigativo ha portato ad escludere, senza dubbio alcuno, che per la morte di ROSSI David ricorrano responsabilità di terze persone, nella veste di istigatori. Le stesse conclusioni del C.T. medico legale convergono nel senso di "assenza di segni attribuibili ad azione violenta di terzi " (v. relazione C.T. Gabbrielli in foll 450-456). In vero il triste episodio autosoppressivo è sicuramente maturato nelle ultime settimane nella psiche del defunto nel contesto della tempesta, anche mediatica oltre che giudiziaria, che ha subito l'istituto senese a seguito delle investigazioni rivolte nei confronti del vecchio management di BMPS e che ha finito col travolgere lo stesso ROSSI, legato da profonda amicizia con l'allora presidente MUSSAR) Giuseppe, principale indagato nell'ambito del procedimento sull'acquisizione di BANCA ANTONVENETA [ ... ] e nel filone sul c.d. scandalo derivati [ ... ] Proprio tale legame - per i timori che fosse "male inquadrato dagli inquirenti ( v. ma il a sua firma inviata a VIOLA il 04.03.2013) - aveva ingenerato nel ROSSI un crescente stato di tensione culminato con l'estremo gesto, a fronte di un sovraccarico emotivo divenuto insopportabile a seguito della perquisizione da lui subita il 19/02/201 3 [ ... ] Da quel momento in poi si è palesata di giorno in giorno, una sorte di ossessione, tanto evidente da essere percepita sia dai suoi più stretti collaboratori che dai suoi famigliari.

Emblematici in tal senso i gesti di autolesionismo di cui si avvedono la stessa moglie e la di le i fi glia, siccome avvenuti nei giorni immediatamente precedenti al suicidio e reiterati il giorno stesso del decesso, come evidenziato nella relazione medico-legale.

In sostanza, nella mente del ROSSI nelle ultime settimane si erano create due forti ossessioni:

- la prima, quella di non essere in grado di gestire il ruolo che pure anche il nuovo management gli aveva confermato ed anzi potenziato; e ciò perché il momento che stava vivendo era molto critico essendo necessario ricostruire attraverso la giusta comunicazione l'immagine dell'istituto bancario, fortemente compromessa da mesi;

- la seconda, quella che la sua datata amicizia col principale indagato nell'indagine MPS lo avrebbe portato addirittura ad un coinvolgimento diretto nella vicenda, ad essere intercettato e financo ad essere arrestato.

Alla prima paura, era poi correlata quella di essere licenziato, avendo introiettato una sorta di convinzione di essere estromesso dalle informazioni sensibili della Banca sene e: timore nondimeno assolutamente immotivato sulla base d i quanto ricostruito da questa A.G. (v s.i.t. VIOLA, PROFUMO e DALLA RIVA) ed in effetti smentito da due circostanze obiettive: il suo collocamento in seno al Comitato Direttivo della Banca ed il suo inserimento nel c.d. piano di coatching, ruoli, entrambi in rea ltà destinati soltanto ai responsabili di direzione, categoria cui a ben vedere il ROSSI non apparteneva.

Alla seconda paura seguiva invece una forte e crescente demoralizzazione per il fatto che un (temuto, ma da lui percepito come diretto) coinvolgimento nelle indagini MPS avrebbe prodotto quale effetto perverso quel lo della perdita della immagine che lui in anni si era costruito come funzionario integerrimo e capace. Illuminanti in tal senso [ ... ] le dichiarazioni rese alla coatch CIANI che ebbe ad intervistare il ROSSI la mattina stessa del suicidio [ ... ] La disastrosa condizione emotiva che viveva ROSSI negli ultimi giorni antecedenti il suicidio, emerge plasticamente dal drammatico ondivago scambio di mail intrapreso la mattina del 4 marzo 20 13 con l'Amministratore delegato VIOLA: evidenti sono gli sbalzi d i umore rispetto alla prima richiesta di aiuto allo stesso rivolta alle ore 10.30 ("stasera mi suicido sul serio. Aiutatemi!: v. fol. 157). pure non pervenuta all'unico destinatario, ma alla quale sono poi seguite altre mail, sempre dirette all'A.O., con toni meno allarmanti e più distesi.

Le coeve indagini svolte nell'ambito del proc. pen. n. 1169/2013 n.r. mod. 21 - culminate con l'individuazione del responsabile della fuga di notizia sull' azione di responsabilità in persona del consigliere BRIAMONTE Michele, attinto da misura interdittiva, consentivano infine di escludere che fosse questo il movente del gesto suicidario, se non in termini putativi."

Concludono i due pubblici ministeri in virtù di queste considerazioni chiedendo l'archiviazione del procedimento perché il fatto non sussiste, "non trovando l'iniziale ipotesi accusatoria alcun riscontro investigativo, non essendovi istigatori cui attribuire il fatto suicidario, trattandosi di gesto assolutamente volontario e comprovato dagli atti per cui è procedimento".

....

L' avv.to Goracci, per converso nell'interesse della p.o. Antonella TOGNAZZI (coniuge del deceduto ROSSI) nell'opporsi, con rituale atto scritto, alla suddetta richiesta di archiviazione evidenzia in primo luogo "alcuni aspetti delle indagini, meglio emergenze investigative, che avrebbero dovuto stimo lare [ ... ] altre considerazioni, indagini più approfondite, anche ed eventualmente indirizzate verso altre ipotesi di reato". Venendo all'ipotizzato evento suicidiario assume l'opponente l'esistenza di non poche " perplessità", desumibili sia dalle lesività presenti sul corpo de l deceduto che dalla dinamica della caduta. Sotto il primo aspetto il difensore opponente riportandosi alle note del proprio CTP (prof. Norelli) si interroga in termini critici rispetto alle conclusioni del CTP medico-legale de l PM (prof Gabbrielli) su "qua le possa essere l'origine della lesività al volto del deceduto, la cui genesi - così si assume - non si attaglia alla lesività che possa essersi prodotta nella caduta [ ... ] . Analogamente può dirsi per quanto attiene alla lesività delle braccia ed all'addome, eventualmente giustificabile con una dinamica di posizionamento sul davanzale assai complessa per un evento suicidiario [ ... ]. Ed ancora nulla si dice della lesività agli arti inferiori, del pari non giustificabile con la caduta né dell'origine della lesività toracica di cui ci si limita ad enfatizzare la gravità [ .. . ]. Ancora la ferita lacero-contusa occipitale si presentava di dimensioni assai ridotte e triangolare, come ridotta era la lesività cranica, poco compatibile con una precipitazione da altezza di circa 15 metri e le "ferite" ai polsi si sono rivelate in realtà aree d i mera disepitelizzazione, di cui neppure si è ritenuto di indagare, se non l'origine, quantomeno la data d i formazione [ ... ]. Quanto poi alla assenza di segni attribuibili a violenza di terzi, sembra doveroso do mandarsi in base a quali elementi di certa dimostratività il C.T. abbia inteso pronunciarsi, posto che di tale aspetto nella relazione non sono forniti alcuna elaborazione e approfondimento". Per quanto attiene alla dinamica del la caduta, analogamente, il difensore della parte offesa opponente, rinvia alla relazione del proprio CTP (ing. Scarselli), il quale complessivamente ravvisa "criticità importanti riferibili alla dinamica del suicidio, costituito dall'azione della vittima che si lancia nel vuoto dalla finestra" e sostiene che " la posizione iniziale da cui si è originato il moto, la assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, i segni di sfregamento sulle scarpe, evidenziano elementi la cui origine e le cui cause sono al momento oscure e non si spiegano con il me ro presunto suicidio della vittima".

Perplessità, secondo l'opponente s u aspetti aventi rilevanza, prima ancora che con riferimento all' ipotesi di reato di istigazione al suicidio, in relazione all’ipotesi di omicidio volontario, mediante defenestrazione, emergerebbero anche da altri elementi. Ossia:

- dall'ora del decesso, asseritamente "del tutto incerta in considerazione che l'ora riportata nel filmato non è corretta essendoci una discrepanza di circa 16 minuti, con la conseguenza che nel momento in cui la BONDI usciva dal proprio ufficio alle ore 20.05 circa e vedeva la porta dell'ufficio del ROSSI aperta, già questi avrebbe dovuto essersi gettato fuori dalla finestra; stranamente la stessa porta quando il FILIPPONE alle 8.35 circa, su richiesta della moglie (del ROSSI), si reca presso l'ufficio del collega ROSSI veni va trovata chiusa;

- dal rinvenimento delle lettere, inviate alla moglie, tutte accartocciate e cestinate;

- dalle discordanti dichiarazioni de l Dott. MINGRONE, "dove viene dichiarato dallo stesso di non conoscere neppure ove si trovasse l'ufficio di ROSSI mentre lo stesso risulta ben a conoscenza di cosa vi sia nelle stanze attigue [ ... ) la sala riunioni e la sala piccola";

- dalla diversa posizione, rilevata da l confronto tra le immagini del filmato mediante video-telefonino eseguito al momento del primo accesso della Polizia nell'ufficio de l ROSSI (ore 2 1.30) e le fotografie scattate dagli inquirenti durante il successivo sopralluogo (ore 01.30 circa), in relazione ad alcuni oggetti presenti della stanza, in particolare alla posizione della giacca sulla sedia del ROSSI nonché a quella degli occhiali, visibili sulla scrivania dattilo solo nelle fotografie delle ore 01.30.

Anche "sulla chiamata al 11 8, su chi tale chiamata ad a quale ora la stessa sia stata effettuata, sugli interventi eseguiti dai soccorritori, sulle indagini medico legali effettuate e su quanto non effettuato" l'opponente sol lecita "a porre la necessaria attenzione".

Vengono inoltre dall'opponente contestate le modalità di acquisizione delle mail, per come risultanti dal verbale di esecuzione del decreto di perquisizione ispezione informatica e sequestro probatorio del 07.03.2013 ore 10:30 (a foll. 42 fase. PM) ed a tale riguardo è avanzato il dubbio che talune mail "il cui contenuto potrebbe avere rilevanza anche con riferimento all'ipotesi di cui all'art 580 c.p. potrebbero addirittura essere state eliminate, ovvero modificate prima dell'acquisizione [ ... ]."

Ove si dovesse ritenere appurato il suicidio - osserva ancora l'opponente - in relazione sia alla all'ipotesi di reato di cui all'art. 580 c.p. che a quella dell'omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (dell'art 2087 c.c. e dell'art 28 d. Ivo 81 /08), si deve considerare che "è pacifico che si sia verificato un decesso di un lavoratore che prima di gettarsi dalla finestra, [ ... ] aveva mandato al datore di lavoro, in persona dell'amministratore delegato e del vice direttore del personale o comunque di una stretta collaboratrice del responsabile delle risorse umane, una mail in cui preannunciava il suicidio. Tale mail non sembra sia stata neppure mostrata all'Amministratore delegato in sede di interrogatorio e tanto meno risulta essere stata sentita la destinataria, oltre all'amministratore, della lettera del Rossi, per conoscere, da questa direttamente, quali attività ha ritenuto di intraprendere a fronte di una comunicazione di tal genere alla quale non hanno fatto seguito le altre mail inviate al solo amministratore delegato."

Sotto questo versante l'opponente richiamandosi alle "osservazioni psichiatrico-forensi sulla morte di D. Rossi" del proprio CT P (prof. L. Loretti) lamenta inoltre la sottovalutazione dello "stress lavorativo correlato" al quale il ROSSI è stato sottoposto negli ultimi tempi, in ragione d i una situazione lavorativa emersa da più fonti come "estremamente pesante e non certo per la perdita di punti di riferimento o di appoggio, ma anche per trovarsi, esso ROSSI, in prima linea" e denuncia il mancato approfondimento della correlazione causale che anche questa situazione potrebbe aver avuto con il suicidio.

Allo stesso riguardo osserva infine l'opponente che i timori nutriti dal ROSSI, sia per quanto concerne la sua posizione giudiziaria che per quanto concerne la sua posizione lavorativa, erano oltre che del tutto legittimi, diversamente da quanto ritiene la pubblica accusa, ancorati a vari dati oggettivi qua li, secondo l'opponente, il fatto che al ROSSI fosse stata tolta la responsabilità della Comunicazione Interna, affidando la alla nuova dirigente delle Risorse Umane (DALLA RIVA), che il ROSSI fosse stato estromesso da "un'attività tipicamente dal medesimo sempre svolta, data la segretezza della notizia, poi ugualmente trapelata (il riferimento è all'episodio specifico inerente la fuga di notizie sulla decisione adottata dal CdA del M.P.S. il 28.2.20 13, di promuovere l'azione di risarcimento danni nei confronti dell'ex presidente e dell'ex direttore genera le della banca, MUSSARI e VIGNI, nonché delle due banche estere implicate nel cd scandalo dei derivati), che inoltre da tempo girasse negli uffici della Banca anche il nome di colui che avrebbe dovuto sostituire esso ROSSI, stanti i suoi rapporti con la vecchia dirigenza. " li problema - così l'opponente continuando a ribattere sullo stesso argomento- è che tali timori [ .. . ] fondati o meno che siano stati erano stati evidenziati e palesati ed evidente era la situazione psicologica del ROSSI, non altrettanto evidente l'azione della Banca a tutela del proprio dipendente."

Conclude quindi il difensore, nonché rappresentante, della p.o. TOGNAZZI l'atto di opposizione chiedendo previa fissazione dell'udienza camerale ex art 4 1 O c.p.p. la restituzione degli atti al Pubblico Ministero "affinché assuma informazioni e svolga ulteriori indagini anche eventualmente con incarico a consulenti tecnici, sulle seguenti circostanze:

- "modalità di acquisizione delle ma il in atti e di accesso al computer di D.Rossi, nonché effettiva ricezione da parte di Sandretti Bruna della mail inviata da l dott. Rossi la mattina del 4 marzo 20 13 nella quale preannunciava il suicidio con richiesta di aiuto e di tutte le ma il rinvenibili nel server della Banca;

- modalità acquisizione del documento di valutazione rischi ivi compresa la valutazione del rischio stress lavoro correlato;

- attività svolta dal datore di lavoro in prevenzione ed a anche a seguito della mail inviata dal Dott. Rossi;

- effettiva e reale ora dell'evento e su chi effettivamente presente in sede MPS all'ora dell'evento, considerato il descritto passaggio di un soggetto dinanzi alla porta d i David Rossi, individuato dal piantone;

- dinamica della caduta in base alla posizione del corpo risultante dal filmato acquisito della telecamera di videosorveglianza;

- su chi abbia allertato ed a quale ora i soccorsi e sull'attività svolta dai primi soccorritori, in particolare sulle modalità di esecuzione del massaggio cardiaco;

- sulle cause della morte di David Rossi con le precisazioni indicate".

In ipotesi il Procuratore Generale presso la Corte di Appello avochi a sé le indagini; All'esito venga ordinata l'iscrizione nel registro degli indagati degli autori dei reati ritenuti sussistenti e disporre l'esercizio dell'azione penale contro di essi per i reati che saranno ravvisati.

OSSERVA

I motivi opposti avverso la richiesta di archiviazione in esame debbono ritenersi infondati e parimenti sono da respingersi le avanzate richieste di investigazione suppletiva: tutto questo per le seguenti ragioni.

In primo luogo, contrariamente a quanto assume e contesta la p.o. opponente, in forza delle risultanze di molteplici fonti di prova, attendibili, congrue e tra loro del tutto convergenti, nessun punto oscuro può ritenersi sussistere e nessuno dubbio, né da l punto di vista medico-legale né sul versante delle valutazioni più prettamente giuridiche, è consentito ragionevolmente avanzare in ordine al fatto che il dott. ROSSI si sia suicidato, il 6 marzo del 20 13 alle ore 20, 15 circa, gettandosi volontariamente (e non venendo buttato e spinto di sotto con violenza da terze persone ) dalla finestra del proprio ufficio (posto al terzo del palazzo che ospita la sede lega le della Banca Monte de i Paschi di Siena), affacciante sul vicolo privato e senza sfondo denominato vicolo di Monte Pio, all'arrivo dei primi soccorritori (circa venti minuti dopo il drammatico fatto) rinvenuta completamente aperta . Di quel terribile e tragico volo, di circa 15 metri, il filmato della telecamera n. 6 dell'impianto d i video sorveglianza della banca, inquadra gli ultimi tre metri mostrando il dott. ROSSI "che precipita dall'alto. Impatta con le natiche sul selciato dove rimane in agonia in posizione supina per qualche minuto ".

Circa tempi e causa del decesso del ROSSI, in forza della CT medico- legale de l prof. GABBRIELLI (esperita nelle forme dell'art. 360 c.p.p., a lla effettiva presenza di un CT P nominato dalle pp oo, ancorché diverso dal prof. Norelli, autore delle successive note critiche, allegate all'atto di opposizione di che trattasi 2 V. verbale a f.lio 13 e cd video a foll. 125 bis-128 fase. PM. in questa sede) deve ritenersi assolutamente certo che "la morte fu determinata da shock traumatico per lesioni osteo-viscerali multiple toraciche (fratture costali multiple, stravasi emorragici polmonari endoalveolari infiltrazione emorragica della radice aortica) encefaliche (frattura occipitale con edema cerebrale) e del rachide (frattura da scoppio di l ./.) e sopravvenne dopo pochi minuti dalla produzione delle lesioni.{ . .] le lesioni mortali furono prodotte per violento urlo della testa e del tronco contro una superficie rigida anelastico per precipitazione da grande altezza".

Non contestate su questo punto le conclusioni de l CT medico legale prof. Gabbrielli, l'opponente (alla luce delle note del proprio CT prof Norelli) solleva invece perplessità l'oppone nte rispetto alle ulteriori conclusioni, attinenti all'assenza nel corpo del defunto di segni attribuibili a azione violenta di terzi ed alla presenza di lesioni da taglio agli avambracci e ai polsi, prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo, dalle quali pure il prof Gabbrielli fa discendere la sua valutazione tecnica complessiva di piena compatibilità della morte de qua con l'evento suicidiario.

Tali perplessità o critiche dell'opponente non sono nondimeno minimamente fondate.

Quanto all'assenza sul corpo del ROSSI di tracce obiettive riferibili ad atti di violenza altrui ragionevolmente il prof. Gabbrielli lo afferma, ritenendo che anche tutte le lesività non letali rilevate sul corpo del defunto, al volto, addome ed arti inferiori e superiori - ad eccezione d i quelle riferibili ad autolesionismo - trovino la loro causa e genesi nella fase finale del tragico volo, ovvero nell'impatto (non avvenuto nel medesimo istante) delle varie parti del corpo del ROSSI con il suolo. Considerato invero che, come mostra chiaramente il filmato della video camera che ha ripreso la drammatica fase d i atterraggio del de cuius (giunto vivo a terra) è di tutta evidenza che il primo violentissimo impatto al suolo è avvenuto con i glutei, per la precisione con una maggiore e anticipata aderenza a terra della natica destra, a causa di una leggera rotazione sagittale de l corpo sul fianco destro - in tal modo venendo attutito l'impatto, che immediatamente ne è seguito, delle gambe allungate in avanti parallelamente al suolo e con il tronco, oramai privo del sostegno della cassa toracica in quanto esplosa al precedente violento impattare sul selciato (cd effetto "sacco di noc;'') molto reclinato in avanti verso le gambe stesse, ecco che, contrariamente a quanto assume l'opponente, appare riscontrata la compatibilità con questa prima fase dell'atterraggio, sia delle lesività cutanee (quali aree disepitelizzate ed escoriazioni violacee) rilevate in corrispondenza di fianchi e gambe (più accentuatamente a destra stante l'inclinazione del corpo giusto appunto da quella parte) e sia pure dell' ulteriore tenue lesività apprezzata all'addome e più precisamente in zona paraombelicale: quest'ultima con ogni probabilità derivante dal contatto e dallo strusciamento dei tessuti molli dell'addome contro la fibbia in metallo della cintura de i pantaloni indossati da l defunto, durante il già descritto piegamento del busto verso le gambe allungate in avanti.

Considerato poi che, continuando a scorrere le immagini de l suddetto filmato, si rileva chiaramente che dopo il primo impatto di natiche (necessariamente il più violento), il corpo ha effettuato un rimbalzo all'indietro e che, così sollecitato, il tronco si è risollevato dalla posizione reclinata in avanti, assumendo dapprima una posizione perpendicolare al suo lo per poi, completando la rotazione all'indietro, far aderire a terra schiena, testa nonché le braccia interamente distese ed allungate sopra la testa stessa e che nel contempo le immagini de l ridetto filmato documentano che nel momento in cui la schiena ha impattato al suolo il volto del ROSSI era piegato a sinistra e che soltanto in seguito ad un'ultima sollecitazione rotatoria ha raggiunto una posizione di quiete perfettamente frontale, ecco che francamente del tutto fuori luogo appaiono le perplessità sollevate dall' opponente (e dal CT.p. Norelli) anche in merito alle lesività cutanee rilevate in corrispondenza del volto (più significativamente a sinistra), nonché della parte dorsale delle braccia, stante che pure la loro genesi si rive la assolutamente compatibile con la dinamica della caduta, anziché - come si adombra, ma non si dimostra - con l'azione violenta di terzi in una supposta, ma mancante del più minimo elemento di riscontro, aggressione antecedente alla defenestrazione, trovandosi - sempre a seguire la logica della contro ipotesi, puramente teorica, adombrata dall'opponente - la vittima e l'omicida ancora all'interno dell'ufficio del terzo piano.

Altrettanto senza fondamento la difesa della p.o. opponente sostiene che le evidenze probatorie non offrano riscontro al le lesioni da taglio agli avambracci e ai polsi di modesta entità, prodotte poco prima della precipitazione per un meccanismo autolesivo, di cui non soltanto al punto 5 delle conclusioni della CT medico legale del prof. Gabbrielli, ma anche al referto e alla relazione medica approntali dai medici del 118. Ed a fronte della contestazione da parte della difesa opponente, se non della origine di siffatti taglietti a polsi e avambracci, della relativa datazione, inferibile dall'indicazione temporale usata dal CT Gabbrielli (ove si esprime in termini di "poco prima della precipitazione"), è agevole per converso richiamare la difesa stessa a prestare attenzione al cerotto ancora presente, al momento del rinvenimento del cadavere, sul polso sinistro della salma, a coprire una di queste lesioni, ad un altro cerotto, evidentemente staccatosi durante la caduta o al momento dell'impatto, ritrovato accanto al cadavere, nonché ai fazzolettini sporchi d i sangue, trovati all'interno del cestino dell'ufficio del dott. ROSSI e, da ultimo, alle cartine di protezione per cerotti da auto medicazione, rinvenute sul pavimento ed all'interno de l cestino del bagno posto nello stesso corridoio ed a poca distanza dall'ingresso del!' ufficio del compianto dott. ROSSl, trattandosi di ulteriori riscontri, in presenza dei quali la valutazione del CT medico legale del prof. Gabbrielli in termini di compatibilità di tali lesioni con meccanismi di autolesionismo compiuti poco prima della precipitazione deve ritenersi addirittura prudenziale, posto che le risultanze complessive, anche a tale riguardo, convergono addirittura verso la certezza.

Tutto ciò esposto e considerato, non meno avulse dalle concrete risultanze istruttorie versate in atti ed anzi in contrasto con le stesse - di talché anche fuorvianti- appaiono le ricostruzioni meramente ipotetiche elaborate nell'interesse della difesa opponente dal CT ing. Scarselli, relativamente alla posizione assunta dal ROSSI sulla finestra nei frangenti immediatamente precedenti all'inizio della precipitazione.

Premesso che, l'ing. Scarselli conclude per l'assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, in stridente contraddizione con altri passaggi delle sue elaborazioni, ove dà, in modo più obiettivo, conto di segni inequivocabili in tal senso, rilevati dagli inquirenti in sede di primo sopralluogo, in corrispondenza del davanzale di detta finestra, costituiti da 4 cavetti in metallo ''anti-volatili" - di cui tre sottostanti ed il quarto sovrastante una sbarra metallica di protezione anti-caduta posta a 35 cm dalla soglia - significativamente incurvali verso il basso e con una delle due estremità (quella di sinistra) sganciate dal muro, unitamente a lievi scalfiture della parte inferiore della intelaiatura in legno della finestra, oltre che a frammenti di legno sul davanzale, sia all'interno che all'esterno del davanzale stesso, non c'è chi non veda come trattasi di segni de l tutto compatibili con una salita sul davanzale in questione d i una persona che, da qui, presumibilmente previo iniziale appoggio in posizione seduta o quasi sulla suddetta barra di protezione, con la schiena verso l'esterno ed i piedi appoggiati sulla soglia (il che spiega anche le tracce di materiale lapideo bianco - come bianca è la soglia, in marmo o materiale simile, della finestra di che trattasi, rilevata sotto la suole delle scarpe del defunto, come pure spiega la lieve lacerazione della pelle presente sulla punta delle scarpe - dandosi il suicida una lieve spinta, con i piedi puntati contro l'intelaiatura in legno della finestra, si è lanciata cadere, all’indietro, per non vedere l'altezza ed il vuoto.

Se tutto questo non si dovesse ritenere sufficiente (ma così non è) a offrire la piena dimostrazione della morte cagionata, non dalla violenta azione di terzi, bensì da atto di auto-soppressione, come non considerare l'assenza del benché minimo segno e traccia di aggressione ante (ipotetica) defenestrazione all'interno dell' ufficio del ROSSI, trovato invero in perfetto ordine - come mostrano sia le immagini del filmato svolto con il video telefonino intorno alle ore 20.40 dal primo ufficiale della polizia di stato (sovr. Marini Livio) che vi ha fatto ingresso, e sia pure i rilievi fotografici delle successive ore 1.30 circa - e come non tener conto da ultimo, quale ulteriore e dirimente riscontro, delle tre lettere incomplete costituenti all'evidenza, in una con l'ultimo commiato alla moglie l'esternazione della volontà suicidiaria da parte di colui che sta per metterla in atto ("Ciao Toni, mi dispiace ma l 'ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa- Nelle ultime settimane ho perso"; Ciao Toni, Amore l'ultima cosa che ho fallo è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane; ''Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così ").

Molto debole è invero l'argomento opposto della difesa TOGNAZZI, desumendolo dal fatto che le tre lettere di commiato erano state dal defunto cestinate, secondo cui il ROSSI, ancorché dopo averci pensato, avrebbe accantonato il proposito suicidario, salvo poi essere rafforzato in tale intendimento da terzi e quindi dietro l'imput di questo supposto istigatore metterlo in atto - se non addirittura, come si adombra dalla parte opponente, essere direttamente ucciso per mani di altri (!) - ove si consideri che molto più semplicemente e con piena aderenza alle concrete risultanze, i tre messaggi incompleti e cestinati trovano una spiegazione del tutto congrua nella incapacità di trovare le parole "giuste" (che invero non esistono) da scrivere per spiegare ed al tempo stesso per chiedere scusa alla persona amata per un atto estremo e del tutto irrazionale quale il suicidio, nel momento cui si è definitivamente deciso di attuarlo.

E contrariamente ai rumors della stampa, nei primi giorni delle indagini, circa l'esistenza di una lunga telefonata che il dott. ROSSI avrebbe intrattenuto con una persona in corso di identificazione dopo l'ultima chiamata fatta alla moglie, per concordare l'orario del rientro a casa, è il caso per converso di sottolineare come i tabulati del traffico telefonico dei telefoni cellulari e del telefono fisso di ufficio del dott. ROSSI, sono a dimostrare che quest'ultimo si chiude nel più asso luto isolamento poco dopo lo scoccare delle ore 18 del giorno in cui, due ore più tardi (quando tutti i colleghi di lavoro erano usciti), si sarebbe ucciso, dopo un breve colloquio con la collega Chiara GALGANI 10 dai contenuti ed atteggiamenti complessivamente congrui ed implicanti, all'apparenza, anche programmi di lavoro per il giorno successivo (stante che ROSSI confermava alla GALGANI che l'indomani avrebbe accompagnato l'amministratore delegato VIOLA ad un evento a Firenze) e dopo un'ultima telefonata, pure essa dai toni e contenuti, ancorché sbrigativi, all'apparenza tranquillizzanti, fatta alla moglie alle ore 18:02, per confermarle il ritorno a casa alle 19 e 30. Dopo di allora nessun'altra chiamata risulta il ROSSI aver più fatto ed a nessun altra telefonata aver egli più risposto ed inoltre né risulta aver inviato sms, né risposto ed anzi nemmeno letto gli sms che sono continuati ad arrivargli, principalmente dalla moglie, pure con ciò il suicida denotando la volontà oramai definitivamente e tragicamente maturata nel proprio intimo, senza sollecitazioni o rafforzamenti da parte di terzi, di prendere commiato dal mondo, in una con l'intendimento di creare le condizioni (quali le rassicurazioni alla moglie circa il suo arrivo a casa all'ora convenuta, il normale colloquio di lavoro con la collega per non allarmarla ed indurla a lasciare normalmente il posto di lavoro) affinché, nell'attuazione di questo suo ultimo disperato proposito, non gli fosse invero più di intralcio niente e nessuno.

Per concludere la ricostruzione delle ultime ore di vita del ROSSI ed al fine di confutare le asserzioni dell'opponente circa molteplici punti oscuri e inesplorati dalle indagini, attinenti a modalità e tempistica degli accertamenti operali dagli inquirenti nelle ore immediatamente successive al rinvenimento del cadavere del dott. ROSSI, sulla scorta delle minuziose risultanze istruttorie versate e documentate in atti, è opportuno precisare quanto segue.

L'ultima persona che la sera del decesso ha visto vivo il ROSSI è stata la predetta GALGANO alle ore 18.00 circa. Ella quando alle ore 19.30 lasciava il posto di lavoro, transitando davanti all'ufficio (attiguo al proprio) del ROSSI lo trovava chiuso. Alla portineria posta nell'androne principale dell'edificio la GALGANO interloquiva con il portiere RICCUCCI. Alla domanda rivoltale da quest'ultimo su chi ci fosse ancora a lavorare nell'ala del terzo piano del palazzo dal quale ella proveniva, la GALGANO rispondeva che c'era ancora sicuramente la collega BONDI - che lavora nella sua stessa stanza), mentre non era sicura che ci fosse ancora il ROSSI dato che la porta del suo ufficio (due porte dopo il proprio) era chiusa. A questo punto la presenza del ROSSI era stata confermata alla GALGANO dallo stesso portiere RICCUCCI dicendole che non lo aveva visto uscire.

Alle ore 20.05 circa anche la BONDI aveva lasciato il posto di lavoro e transitando pure essa, in ragione della vicinanza e dell'apertura sullo stesso corridoio dei due uffici, dinanzi a quello del ROSSI aveva notato la porta aperta e la luce accesa ed all' interno non sembrava esserci nessuno. La BONDI che non faceva caso a come si presentasse la finestra (se chiusa o aperta), aveva supposto che il ROSSI fosse in giro per altri uffici (fermo restando che poteva trovarsi anche all'interno del bagno, dove si ricordi che sono state individuate tracce del recente uso di cerotti corrispondenti a quelli che sono stati rinvenuti applicati sulle ferite ai polsi del ROSSI). E' il caso di precisare che erra l'opponente nel sostenere che a quell'ora il ROSSI doveva essere in realtà già morto. Questo perché l'orario, delle 19.59, riportato sulle immagini del filmato della videocamera di sorveglianza che riprende gli ultimi tre metri della precipitazione del ROSSI è sì sfalsato di circa I 0-15 muniti, sennonché non va corretto - come fa il difensore - arretrandolo della stessa frazione oraria e cioè collocando la morte del ROSSI tra le ore 19:44 e 19:49 precedenti, bensì stante che gli inquirenti hanno accertato che l'orologio dell'impianto di video sorveglianza era in ritardo, l'ora della morte del ROSSI va per converso spostata in avanti alle ore 20: 10 - 20:15. Quindi il ROSSI pur celandosi alla vista della BONDI, presumibilmente anche perché recando visibili segni delle autolesioni che con ogni probabilità si era appena inferto, non intendeva sottoporsi a imbarazzanti spiegazioni, è pressoché certo che fosse ancora vivo. Ed in virtù di tutto questo, di nessuna aderenza alla emergenze probatorie è la ulteriore considerazione della difesa opponente secondo cui giacché il FILIPPONE - che è la persona, amico nonché collega del ROSSI, che per primo alle ore 20.35 circa entrando nella stanza dello stesso ed affacciandosi alla finestra spalancata, fatta la tragica scoperta dà l'allarme, ancorché chiamando soltanto il 118 e non anche la polizia - riferisce alla vedova TOGNAZZI - ma non invero direttamente agli inquirenti quando viene assunto a s.i.t. - di aver trovato la stanza del defunto chiusa, un terzo soggetto - ovvero, nella prospettiva dell'opponente, il presunto istigatore del suicidio se non il diretto omicida - l'avrebbe chiusa, lasciato non visto la stanza del delitto. Per converso, in forza del materiale probatorio disponibile a chiudere la porta della stanza, prima di accingersi al micidiale salto nel vuoto, si deve ritenere che sia stato lo stesso suicida. Si è già detto che il primo ad accedere dopo la tragedia nella stanza del ROSSI è stato Giancarlo FILIPPONE, intorno alle 20.30, collega nonché buon amico del medesimo che avendo smesso di lavorare, quella sera intorno alle ore 18, dopo che la vedova TOGNAZZI, poco prima delle ore 20.00, gli aveva telefonato chiedendogli di andare a controllare cosa stesse facendo il marito in quanto non era ancora rientrato a casa e dopo che anche lui aveva cercato, senza ottenere risposta, d i comunicare con il ROSSI, con un sms, era ritornato in ufficio, intorno alle ore 20.30 e, entrando nella stanza di David ed affacciandosi alla finestra aperta aveva visto, nel vicolo sottostante, il corpo esanime del collega ed amico. A quel punto aveva dato l'allarme al portiere RICCUCCI, nonché comunicato la tragica notizia anche al la figlia (ventunenne) della TOGNAZZI, Carolina ORLANDI, pure essa mandata dalla madre (bloccata a casa dalla convalescenza per una brutta polmonite) alla ricerca di chi era oramai atteso a casa da circa un'ora.

Mentre il FILIPPONE, l'ORLANDI ed il RICCUCCI stavano percorrendo il corridoio che dall'ufficio del ROSSI riporta alle scale principali e quindi all'uscita, dall'altra ala dello stesso piano (il terzo) del palazzo, i tre avevano visto sopraggiungere Bernardo MINGRONE (capo ufficio della direzione Finanziaria della Banca). Riferisce nelle sue s.i.t. quest'ultimo 16 che, appresa anche lui la sconcertante notizia, accompagnato dal FILIPPONE, si era recato, nella stanza de l ROSSI constatando, affacciandosi alla finestra che lo stesso giaceva al suolo esanime nel vicolo sottostante. Quindi riunitosi i tre uomini nel vicolo sottostante attorno al collega che, riverso a terra supino con i piedi rivolti verso l'edificio (nella stessa posizione in cui sarà rinvenuto dai soccorsi medici e della polizia), non dava segni di vita, era stato proprio il MINGRONE (quindi vi è già risposta, negli atti, all'interrogativo che anche a tale riguardo pone la difesa TOGNAZZI nella sua opposizione) appreso da FILIPPON E e RICCUCCI che non lo avevano ancora fatto, a chiamare il 118. Ritornando al più volte menzionato filmato della telecamera della videosorveglianza n 6, mette conto precisare che le immagini mostrano per circa venti minuti il corpo immobile e senza più segni vitali (con piena convergenza con la morte sul corpo per cui conclude la CT medico legale del prof. Gabbrielli) del ROSSI prima che un passante se ne accorga, accedendo a quel vicolo senza sfondo e scarsamente frequentato ed allontanandosi nel giro di pochi istanti, probabilmente per chiamare la polizia tanto che la chiamata alla sa la operativa, seguita a distanza di pochissimi minuti dall'arrivo di un equipaggio della Volante sul posto è pressoché sovrapponibile alla rapida inquadratura di detto passante (20:40). Mette conto soffermarsi a questo punto sulla tempistica degli arrivi della polizia e de i magistrati requirenti in loco, nonché sulla cronistoria degli atti di indagini espletati nelle ore immediatamente successive al rinvenimento de l cadavere. Orbene tutto è minuziosamente documentato. Un equipaggio della Volante, comandato dal Sov. L. Marini, viene inviato sul posto, in seguito alla segnalazione del rinvenimento del cadavere, giunta telefonicamente alla sa la operativa alle ore 20.40 circa. Quando ne l giro di pochi minuti successivi la pattuglia della volante giunge in loco, preso atto che il 11 8 è già stato chiamato (i medici al loro arrivo si impegneranno in manovre di rianimazione che rimarranno prive di ogni risultato), guidato dal MINGRON, il capo equipaggio in persona del già nominato Sov. Marini si faceva condurre nella stanza del deceduto ed effettuato un primo filmato mediante il proprio video telefonino, usciva chiudendo la porta a chiave, che portava con sé. Nel frattempo sul posto erano giunti oltre ai soccorsi medici anche i Carabinieri, tra cui il comandante della Stazione di Siena Centro (m.llo Cardiello), il quale nell'atto di informare telefonicamente dell'accaduto il PM di turno, cioè il dott. N. Marini, riceva da questi l'ordine di piantonare l'ingresso dell'ufficio del ROSSI, fino al suo arrivo. L'ordine veniva eseguito. Intorno alle 21.30 gi ungevano i sostituti N. Marini, A. Natalini e A. Nastasi e ivi trattenendosi fino alle 23:30 effettuavano un primo sopralluogo all'interno dell'ufficio, alla ricerca di prime tracce utili alla ricostruzione ed alla spiegazione di quanto avvenuto. Dopo di che, giusto appunto alle ore 23.30, la stanza dell'ufficio del deceduto veniva sequestrata, la porta d'ingresso chiusa a chiave - la chiave depositata in Questura - e sigillata con carta. L'ufficio piantonato dai Carabinieri. Sempre alle 23.30 dopo l'intervento del medico legale e della polizia scientifica il cadavere del ROSSI veniva rimosso per essere trasferito presso il dipartimento di scienze medico legali (per una più accurata ispezione esterna del cadavere oltre che per l'autopsia, questa disposta su esplicita richiesta della famiglia, laddove i sostituti procuratori, essenzialmente per rispetto della salma e non ravvisandone l'assoluta necessità, inizialmente avevano pensato di non eseguirla (anche su ciò la difesa opponente calcando in modo eccessivamente critico l'accento, sembrando insinuare incapacità e miopia investigativa, se non di peggio, senza nessun fondato sospetto ex ante e riscontro investigativo ex posto ad autopsia eseguita).

Alle successive ore 00:30, di nuovo avuta la presenza in loco dei sostituti NATALINI e NASTASI rimossi i sigilli alla stanza del ROSSI, la polizia scientifica aveva effettuato un più accurato sopralluogo documentandolo anche fotograficamente che si concludeva alle ore 01.50 ed a questo punto l'ufficio veniva di nuovo richiuso e sigillato con nastri di carta bollati e controfirmati, nonché piantonato continuativamente da un componente dell'equipaggio della Volante 2 della Squadra Mobile.

Queste le precauzioni, assolutamente congrue, adottate per assicurare l'integrità del campo delle indagini da eseguire in loco, prive di fondamento sono per converso le perplessità e gli interrogativi con cui la difesa della p.o. opponente lascia trasparire dubbi di inquinamento probatorio, laddove evidenzia come il confronto tra il filmato mediante video-telefonino effettuato dal Sov. Marini al primo accesso nell'ufficio del deceduto poco dopo le ore 20.40 ed i rilievi fotografici della polizia scientifica durante il loro sopralluogo dalle ore 0:30 alle ore I :30 circa successive consente di apprezzare lo spostamento del la giacca del deceduto appoggiata allo schienale della sedia con ruote della scrivania, nonché degli occhiali del deceduto, con ciò la difesa subodorando l'ingresso di terzi soggetti in detta stanza, alla ipotetica ricerca e/o eliminazione di tracce della sua precedente presenza, fisica ovvero virtuale (cioè mediante collegamenti on line), che ne potessero rivelare il coinvolgimento attivo nel suicidio se non - nella prospettiva ancorché più remota mai abbandonata dalla difesa opponente- nell'assassinio del ROSSI. Ipotesi assolutamente sganciata dal contesto reale ove si consideri che, tranne che nelle ore in cui nel corso della lunga notte operativa tra il 6 ed 7 marzo, g li stessi inquirenti si sono trattenuti all'interno dell'ufficio del defunto (mette conto ribadire ininterrottamente dal le 2 1.30 alle 23.30 quindi dalle successive 0,30 fino alle 1.50) intenti nella doverosa ricerca di tracce di eventuali reati e di eventuali indizi di colpevolezza attingenti specifici soggetti - in tali operazioni, tutte debitamente documentate anche fotograficamente, inevitabilmente muovendo e spostando alcune cose - è stato piantonato dalla polizia, oltre che chiuso a chiave (la chiave depositata in questura) e sigillata la porta d'ingresso . Ciò detto, si deve infine aggiungere che, contrariamente ai punti oscuri denunciati anche a tale specifico riguardo dalla difesa che si oppone all'archiviazione chiedendo supplementi di indagini assumendo pure sotto questo aspetto che vi sia ancora da fare chiarezza, che nessun mistero aleggia intorno a i quattro ingressi, o presunti tali, al P.C. fisso dell'ufficio de l ROSSI dopo il suo decesso, segnatamente, per come rilevato dall'ispezione informatica dalle ore 21 :50 alle ore 21 :56 dello stesso 6 marzo e quindi dalle successive ore 1:24 alle 1:37". Infatti le verifiche tecniche condotte dalla Polizia Postale - alla presenza dei sostituti procuratori Natalini e Nastasi - avvalendosi in operazioni prettamente esecutive del dott. Bemardini (dirigente de l Responsabile Area Facility Management)- hanno consentito di acclarare che si è trattato di accidentali riattivazioni de l sistema operativo del PC in funzione standby in orari in cui, per come risulta da quanto sopra evidenziato, deve indubitabilmente ritenersi riscontrata la presenza operativa, all'interno dell'ufficio de l deceduto, degli inquirenti, per essi intendendosi i componenti di vari corpi di polizia giudiziaria e gli stessi pubblici ministeri. Così testualmente dal verbale di ispezione informatica ed di acquisizione di atti del 7.03.2013 ore 14:30" i quattro eventi sono dovuti a meccanismi di riavviazione del sistema operativo a fronte di sollecitazioni meccaniche esterne (movimenti di mouse o tastiera) effettuati in coincidenza dei predetti orari, debitamente verificati e riscontrati; pertanto si può affermare che non è stato effettuato alcun accesso al P. C. in uso al ROSSI nei predetti orari, né da postazione fissa né da remoto ".

...

Niente francamente ritiene questo giudice che poteva essere investigato, di più e di diverso di quanto è stato effettivamente fatto e debitamente documentato, al fine di acclarare responsabilità di terze persone nella veste di istigatori de l suo suicidio - ipotesi questa, prima facie, meritevole di attenzione giudiziaria, che ha consentito, nel contempo di dipanare anche il più remoto dubbio in ordine all'ipotesi omicidiaria.

Le sommarie informazioni testimoniali assunte da i parenti e famigliari più stretti, come pure da i collaboratori più stretti in ambito lavorativo, del ROSSI, non lasciano dubbio alcuno in ordine al fatto che gli ultimi mesi di vita dello stesso erano stati vissuti con un crescente malessere interiore che aveva nondimeno raggiunto il suo apice, dando a tal punto luogo a comportamenti anomali percepiti sia in ambito famigliare che sul posto di lavoro, negli ultimi cinque giorni antecedenti al decesso.

Per ben inquadrare il drammatico epilogo che c i occupa, occorre rifar i da abbastanza lontano ed è quello che è stato fatto opportunamente dagli inquirenti assumendo anche al riguardo informazioni dai famigliari e collaboratori più stretti del deceduto.

Risalendo alla fine del 2011 inizi del 2012, la nomina in seno alla Banca MPS - ove ROSSI era stato assunto come Responsabile Area delle Comunicazioni nel maggio del 2006 - del nuovo presidente e del nuovo amministratore delegato nelle persone di Alessandro Pro fumo e di Fabrizio VIOLA, subentrati rispettivamente a Giuseppe MUSSARI e Antonio YIGNI, il ROSSI è uno dei pochi uomini di punta della precedente dirigenza in senso lato (la qualifica del deceduto non era invero di dirigente propriamente detto bensì, come già detto, di responsabile area) ad essere confermato ed a guadagnarsi senza nessuna difficoltà la fiducia sia dei nuovi datori di lavoro che dei nuovi colleghi con cui era in più stretto rapporto lavorativo, essendo peraltro rimasti buoni, come in passato, i rapporti anche con i collaboratori del vecchio staff che, come lui, erano stati confermati nel nuovo (tali soggetti debbono complessivamente identificarsi in DALLA RIVA Ilaria - responsabile della direzione Risorse Umane- GALGANI Chiara - responsabile dell'ufficio Stampa - BONO! Lorenza - vice capo ufficio stampa - FILIPPONE Giancarlo - funzionario preposto all'ufficio personale dell'Area Comunicazioni).

Nel novembre del 2012, in coincidenza per il dott. ROSSI con un lutto famigliare (decesso de l padre), è fatto notorio che esplode il cd scandalo MPS così chiamata, nei mass media (stampa, social network, blog) che gli danno ampissima risonanza a livello locale e nazionale, l'inchiesta giudiziaria avente ad oggetto svariate operazioni finanziarie della banca senese negli anni della dirigenza MUSSARI-VIGNI. Aumentato a partire da allora, in modo molto considerevole ed in continua crescita nei mesi successivi. il lavoro e di sicuro anche lo stress lavorativo del Rossi, essendosi trovato in prima linea, come capo dell' Area Comunicazioni a rispondere alle pressanti richieste dell'opinione pubblica e nel contempo a gestire l'enorme flusso di comunicazioni che dietro gli imput della nuova dirigenza, al fin e di salvaguardare e di recuperare l'immagine della Banca, dovevano essere veicolate all'esterno, è il caso di precisare, onde dissipare anche su questo versante possibili equivoci e fra intendimento dei fatti e delle emergenze istruttorie, che è la stessa vedova TOGNAZZI nelle sue prime s.i.t. del 17.4.2013 ad affermare che era stato lo stesso ROSSI a "manifestare a chiare lei/ere di voler in qualche modo essere aiutato nella propria attività" nonché "di essere almeno in parte sgravato. " Se così è, osserva questo giudice che deve essere letto in sintonia per l'appunto con i desiderata, più che legittimi dello stesso ROSSI, stante l'aggravio lavorativo al quale stava andando sempre di più incontro, e non invece come un primo indice (secondo la posizione assunta dalla difesa TOGNAZZI nell'opporsi alla presente richiesta di archiviazione) di una diminuzione di fiducia progressiva ed immotivata (e per questo implicante mobbing, sempre stando alla più recente linea difensiva intrapresa dalla p.o TOGNAZZI) nei confronti del dipendente ROSSI da parte de l nuovo datore di lavoro, la decisione presa (da VIOLA) di affiancargli la DALLA RIVA attribuendo ad essa la direzione delle Comunicazioni Interne, lasciando al ROSSI le Comunicazioni Esterne e creando rapidamente (gennaio 2013) nuove metodologie di lavoro, su imput dello stesso ROSSI, al fine di assicurare uniformità nell'agire delle due aree delle comunicazioni. Su tutto ciò hanno riferito con piena convergenza oltre ai predetti VIOLA e DALLA RIVA - la consulente coach della Banca (nominata pure essa nel novembre 2012 all'esplodere dello scandalo MPS) Carla Lucia CIANI. Questa in particolare ha spiegato che, su indicazioni dello stesso ROSSI, il quale evidenziava da un lato la difficoltà a gestire a livello manageriale da so lo l'enorme flusso di comunicazioni negative riguardanti BMPS, dopo l'esplosione dello scandalo giudiziario/mediatico attribuibile alla vecchia dirigenza e, dall'altro, le necessità di adottare modalità di lavoro che garantissero coerenza tra comunicazione interna ed esterna, venne creata (in seguito ad un incontro con il ROSSI avvenuto il 30 gennaio 201 3) una sorta di task force, de finita situation room. In pratica si trattava di " n gruppo di persone - capeggiato dal ROSSI - che decideva in maniera evoluta gli interventi stampa da effettuare, nel senso che tutte le comunicazioni stampa venivano gestite collegialmente, definendosi in sede di gruppo di lavoro (comprensivo delle altre f unzioni) gli interventi ufficiali da effettuare. Per iniziativa dello stesso ROSSI io - così testualmente nelle s.i.t. la Ciani- venivo messa a conoscenza - a mezzo mail - dei report di questo gruppo di lavoro. Posso dire che rispetto a tale nuovo assetto organizzativo il ROSSI fu molto confortato, in termini di condivisione di responsabilità con i suoi colleghi anche perché questo doveva essere il modello per una gestione più coordinata dell'area comunicazione esterna ".

Nella medesima direzione, di conferma ed anzi di obiettivo accrescimento di fiducia della nuova dirigenza in favore del ROSSI, era andata la decisione presa dall'A. D. VIOLA nel successivo mese di febbraio 20 13 di designare ROSSI " Invitato Stabile" del Comitato Direttivo. Il Comitato Direttivo - come ha spiegato VIOLA- è un consesso all'interno del quale i dirigenti delle varie direzioni discutono collegialmente dei progetti aventi implicazioni in più settori, con funzioni anche consultive e preparatorie delle decisioni che dovranno essere assunte dal CdA. Che Rossi fosse stato soddisfatto ed avesse preso come un positivo riconoscimento anche questa iniziativa non lo affermano soltanto il dr VIOLA e la d.ssa CIAN  ma anche la sig. TOGNAZZI - nelle s.i.t. Del 17 apri le 20 13 già ricordate- affermando che il marito ne era orgoglioso, salvo aggiungere che tale inserimento essendo stato effettuato prima della perquisizione subita presso l'ufficio e l'abitazione il 19 febbraio (su cui infra) non fu dal medesimo ritenuto un elemento positivo di valutazione da parte della dirigenza successivamente a questa iniziativa giudiziaria nei suo i confronti che, per converso, temeva che avesse messo in dubbio, agli occhi de lla dirigenza, la sua affidabilità. A questo ultimo riguardo, sulla scorta delle risultanze istruttorie e segnatamente delle s.i.t. della CIANI, è però necessario parzialmente correggere il quadro emergente dai ricordi della sig. TOGNAZZI. Riferisce infatti la CIANI che il dr VIOLA le manifestò per la prima volta l'intendimento che il ROSSI venisse inserito nel progetto di coatching riservato alla prima linea manageriale, durante un incontro a Milano che ebbero lunedì 11 febbraio 20 13. Alla fine della medesima settimana la segreteria de l dr VIOLA le aveva comunicato che ROSSI era stato inserito nel suddetto comitato direttivo. Con una successiva mail giungente questa volta alla CIANI dalla segreteria della DALLA RIVA. Il 26 febbraio (quindi siamo oltre la data della perquisizione eseguita nei confronti de l ROSSI il 19 febbraio e dallo stesso vissuta come una ricaduta negativa sulla sua affidabilità azienda le) veniva confermata la volontà di inserire il ROSS I tra i destinatari del progetto di coatching, il che implicava anche la conferma del ROSSI quale componente stabile d i quel comitato direttivo, ed in conseguenza di ciò la CIANI fissò ed effettivamente tenne con il ROSSI proprio la mattina de l giorno del decesso (dalle ore 9:30 alle 12.00) il primo incontro individuale di coach con il medesimo, all'interno del suo ufficio; il 13 marzo avrebbe dovuto esserci il primo incontro di gruppo.

Abbiamo già accennato a quanto era accaduto in data 19 febbraio a l ROSSI. Lo stesso era stato destinatario di una perquisizione non solo in ufficio ma anche all'interno della propria abitazione, ancorché non come persona indagata, nell'ambito dei proc. pen. nn 845/20 12 e 3861/20 12 N .R. mod. 21, instaurati nei confronti dei precedenti vertici de lla direzione della banca (MUSSARI e VIGNI) per vari reati ravvisati nelle operazioni finanziarie finalizzate e conseguenti all'acquisizione di banca Antonveneta. Nella stessa data allorchè erano scattate anche le perquisizioni a carico dei predetti due indagati di eccellenza, il ROSSI era stato inoltre interrogato dagli inquirenti in qualità di persona informata dei fatti in ordine ai suoi rapporti, anche successivi all'uscita da MPS con MUSSARI, con il quale erano noti anche i consolidati rapporti di amicizia.

Era da allora che lo stato d'animo del ROSS I aveva cominciato a dare segni di notevole turbamento e forte preoccupazione. Ed era da allora che il ROSSI aveva cominciato a temere per un suo maggiore coinvolgimento in tal i inchieste giudiziarie in conseguenza di un erroneo accostamento, operato dagli inquirenti, della sua persona a l vecchio management ed in particolare, data anche la loro amicizia, al MUSSAR! e, contemporaneamente a manifestare crescente preoccupazione anche per il mantenimento del posto di lavoro in conseguenza della perdita di fiducia da parte del nuovo management pure essa messa dal ROSSI in diretta correlazione che le temute implicazioni personali nelle indagini in corso. Così la TOGNAZZI nelle s.i.t. de l 17 aprile 20 13: " Ha comincialo a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al Presidente MUSSARI, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il MUSSARI. La vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui, per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l'ultima volta che si erano sentiti era a Natale {. . .} Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. la perquisizione del suo ufficio e e dell'abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi- secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal ROSSI successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni [. . .].

E similmente il dott. VIOLA "(...) premesso che il I9 febbraio ... lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisizione lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti: gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese allo di questo. Dall'indomani tuttavia iniziò a ridirmi di sentirsi "messo in mezzo" da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento [ . .] Ribadisco che - come nuovo management - avevamo piena fiducia nel ROSSI circostanza che gli espressi ripetutamente; lui mi manifestò la preoccupazione di una sua sostituzione: io lo tranquillizzai dicendo che stava bene al suo posto e che non avevamo alcun segnale favorevole al suo licenziamento avendo peraltro gestito in maniera o/lima l'ultima fase della crisi (...).

Quindi il dott MINGRONE, riferendo in merito a confidenze ricevute dal collega non più in vita, la sera del 28 febbraio durante una cena alla quale era presente anche il presidente Profumo; "(. . .) la cena è stata un'iniziativa del dr Profumo, in quanto avevamo terminato il consiglio di amministrazione a tarda ora e quindi si era deciso di cenare insieme. Il Rossi si era unito a noi in quanto lo avevamo incontrato uscendo. Ho conosciuto il ROSSI da metà giugno 2012 ho sempre pensato che fosse una persona abbastanza apprensiva per il lavoro; infatti in tale serata l'oggetto principale della discussione f u proprio il suo staio di malessere in virtù della perquisizione che aveva subito giorni addietro, Lo stesso ebbe infatti a rappresentare la sua ansia nel non comprendere le ragioni che avevano condotto l'A.G. ad effettuare tale perquisizione; ricordo che egli si domandava appunto se fosse proprio il suo rapporto di conoscenza direi/a con I' avv. Giuseppe Mussari ad avere indotto ciò, ovvero i colloqui telefonici che aveva avuto nel periodo fino a Natale 2012 ... Sia io che il dr Profumo abbiamo cercato di tranquillizzarlo dicendogli che lo stesso rispose, questo mi colpì molto: <evidentemente ho fallo qualcosa di sbagliato>. La mia percezione del momento fu che si riferisse a probabili errori di valutazione, e/o di opportunità nell'ambito dei rapporti mantenuti con l'ex presidente Mussari. Nella serata fece anche un riferimento generico ad una notizia stampa afferente ad un gruppo, a me sconosciuto, della 'Birreria" che, a quel punto ho capito, lui aveva frequentato insieme all'ex presidente Mussari (sempre fino a dicembre 20I2) ma della cui frequentazione a quel punto si rammaricava, la serata si concluse serenamente".

Mette conto precisare che la riunione del CdA terminata nella tarda serata del 28.2.2013, a cui ha fatto riferimento il dr Mingrone nelle sue sommarie informazioni testimoniali, è quella in seno alla qua le era stato deciso di promuovere l'azione di risarcimento danni non soltanto nei confronti dei precedenti vertici manageriali della Banca (ossia de i ridetti MUSSARI e VIGNI), ma anche di due banche estere (Nomura e Deutsche Bank) implicate in due imponenti operazioni di finanza strutturata rivelatesi disastrose per i conti dell'istituto di credito senese. E' opportuno aggiungere che data la importanza e la delicatezza della decisione da adottare, la convocazione del CdA era stata effettuata in forme molto riservate, in particolare senza indicare nell'ordine del giorno l'intendimento di fare causa oltre che ai precedenti amministratori - notizia che già circolava e che costituiva un'iniziativa pressoché obbligata per il nuovo management- anche alle predette due banche straniere. La segretezza con cui era stata gestita questa delicatissima ed importantissima decisione derivava dal fatto che ove fosse diventata di dominio pubblico prima della iscrizione delle cause civili in questione - ed in particolare di quelle nei confronti delle banche estere - nei registri de l Tribunale delle Imprese di Firenze c'era il rischio per BMPS di essere battuta sul tempo da una più tempestiva iscrizione presso la competente Autorità Giudiziaria estera di una speculare azione legale nei propri confronti da parte delle predette banche. Per questo non solo ROSSI ma nessun altro del!' Ufficio Stampa e de lla intera Area COMUNICAZIONI, ne era stato anticipatamente messo al corrente e la direttiva assunta era nel senso che anche al successivo comunicato stampa ufficiale, soltanto successivamente all'iscrizione delle cause giudiziarie, avrebbe provveduto direttamente il dr Mingrone. Non potendo - pare alla scrivente - neppure questa decisione de i vertici del CdA essere obiettivamente interpretabile come uno smacco ed un segno di mancanza di fiducia nei confronti, in modo specifico, del ROSSI e, tanto più ciò deve ritenersi, alla luce di quanto continua a riferire il Dr Mingrone in merito a quella serata conclusasi con la sua cena al ristorante in compagnia de l dr Profumo e de l dr Rossi. Accadde infatti che mentre si stavano recando al ristorante, il Rossi aveva ricevuto una chiamata telefonica di qualcuno che, dalla risposta che il ROSSI gli dava, si capi va che gli domandava di confermare se se fosse vero o meno che il CdA di quella sera avesse deciso l'azione di responsabilità in questione. La risposta di ROSSI era stata "se fosse vero me lo avrebbero dello". Terminata la telefonata il dr PROFUMO, evidentemente non nutrendo riserve sull'affidabilità del ROSSI, lo aveva messo al corrente della decisione dal CdA effettivamente presa in tal senso i ed a quel punto gli era stato mostrato anche il comunicato stampa riguardante la notizia e gli era stato chiesto di dare i suoi consigli sulla stesura finale. Invero la temuta fuga di notizia la mattina dopo c'era stata davvero, in forza di un articolo di stampa apparso su un importante quotidiano a tiratura nazionale; per essa, anche in ragione delle implicazioni che c'erano state sulle quotazioni in borsa de l titolo MPS, VIOLA e PROFUMO aveva no presentato un esposto in Procura e gli esiti dell’inchiesta giudiziaria (d i al p.p. n. 874/201 3 mod. 44 poi passato al registro noti con il n. 11 69/20 13 rgnr mod 2 1) che ne era seguita ed aveva portato all'individuazione del responsabile in un consigliere del CdA (M. Briamonte), si erano conosciuti nel maggio successivo.

Premesso, che in ragione della stretta vicinanza temporale tra questa fuga di notizia e la morte del ROSSI, opportunamente gli inquirenti avevano sulle prime svolto indagini anche al fine di verificare possibili collegamenti tra i due eventi, nell'eventualità che fosse da individuarsi nella fuga di noti zie il movente del gesto suicidario ed anche quello dell'ipotetico istigatore (in questo contesto non essendoci all'evidenza alcuno spazio, neppure puramente astratto e logico, per la percorribilità della terza ipotesi, quella dell'omicidio), evidenziato che nessuna emergenza investigativa era andata in questo senso, occorre in questa sede aggiungere che parimenti negati ve si sono di fatto rivelate le risultanze circa l'ipotetica immeritata colpevolizzazione, che sul luogo di lavoro il ROSS I avesse potuto subire, negli ultimi cinque giorni di vita, siccome infondatamente sospettato di essere lui l'autore della indebita divulgazione di siffatta in formazione di natura price sensitive. Ciò alla luce di quanto è emerso dalle dichiarazioni informative non soltanto di PROFUMO e di VIOLA, ai quali più d i ogni altro in ambito lavorativo avrebbero potuto in astratto imputarsi, condotte commissive o omissive discriminatorie indotte dalla presunta indebita colpevolizzazione de l ROSSI, ma anche dalle dichiarazioni, rilasciate dai colleghi di lavoro del deceduto ed in particolare da quelle della GALGANI Chiara.

PRUFUMO, pur non negando di aver inizialmente nutrito dei sospetti su un possibile coinvolgimento de l ROSSI sulla ridetta fuga di notizie, in ogni caso non solo non risulta averli manifestati al diretto interessato - con il quale nei pochi giorni lavorati vi successivi prima del tragico gesto aveva continuato ad interloquire normalmente in relazione a questioni ed affari di sua competenza (in particolare l'ultimo norma le colloquio di lavoro tra i tra i due c'era stato il 5 marzo) - ha aggiunto che, esternati confidenzialmente questi suoi primi dubbi al VIOLA, lo stesso I marzo, ne aveva avuto da quest'ultimo un immediato ritorno negativo. Sentito sul lo stesso argomento direttamente anche l'A.D. VIOLA, nel confermare lo scambio di opinioni, in forme assolutamente riservate con il Pres PROFUMO, in un colloquio del I marzo, ha altresì ripetuto anche agli inquirenti di aver scartato immediatamente l'ipotesi che il ROSSI potesse essere in qualche modo coinvolto nella ridetta fuga di notizie. A tale riguardo con estrema verosimiglianza - quindi attendibilmente dichiarando: "non ho mai messo in relazione il comportamento del ROSSI alla fuga di notizie circa l'avvio dell'azione di responsabilità varala dal CdA il giovedì precedente...Peraltro, sapendo che ROSSI è persona riservatissima l'ultima cosa che - secondo me - avrebbe fatto nello stato di agitazione peraltro in cui era - era parlare ai giornali".

Alquanto significative si sono inoltre rivelate le dichiarazioni della Galgano la quale, se per un verso ha confermato la circostanza che nelle ultime settimane di vita del collega girassero con qualche insistenza voci in me rito alla sua imminente sostituzione, per altro verso ha precisato che l'origine di questi rumors - il termine è quanto ma i appropriato in questo caso alla luce delle risultanze istruttorie sul punto - non era intranea agli ambienti de l BMPS bensì era da individuarsi in ambito giornalistico ed ha aggiunto che ai giornalisti che, nel tentativo d i avere conferme della notizia che asserivano d i aver avuto da fonti confidenziali l'avevano contattata, la notizia in questione era stata da le i smentita.

Così la GALGAN I (responsabile del settore "Relazione Media"): " ROSSI David, se non ricordo male, non mi ha mai espresso timori circa la perdita del suo posto di lavoro. Tuttavia c'erano delle voci in tal senso: mi ricordo in particolare una telefonata - se non vado errata avvenuta il giorno del CdA del 28.2.2013 in cui il giornalista Mugnaini Domenico dell'ANSA mi riferì che giravano voci circa la sua possibile sostituzione con un professionista di Milano...Giovedì 7 marzo fui chiamata dal giornalista STRAMBI Tomaso della Nazione che mi invitò ad incontrarlo per riferirmi che un suo collega di cui non mi fece il nome gli aveva dello che quel giorno si sarebbe a lui presentata una persona qualificatasi come nuovo responsabile dell'Area Comunicazione MPS. Mi sono quindi informata con la responsabile delle Risorse Umane Ilaria DALLA RIVA e con lo stesso VIOLA i quali mi hanno risposto che non era assolutamente vero: ho anche condiviso la posizione da tenere con il giornalista, che richiamai per smentire la notizia. Nel pomeriggio del 7 marzo mi chiamò anche C'AMBI Carlo, redattore di libero, il quale fece riferimento ancora alla sostituzione del ROSSI: anche in tal caso smentire tali voci.

Per concludere sul punto si deve altresì rimarcare che sentiti sull'argomento, nel corso delle indagini, direttamente i giornalisti. Questi non solo no n hanno inteso rivela re la fonte confidenziale della notizia in questione, ma neppure ne hanno confermato. Non tutti ed in ogni caso nessuno in modo persuasivo e cogente, il contenuto. Taluni di loro danno inoltre atto di smentite della notizia ricevute dal lo stesso ROSSI.

SIT Tomaso STRAMBl (giornalista de La Nazione): " Non mi ha mai esternato paure particolari per il posto di lavoro: né difficoltà di sorta in relazione alla nuova gestione di BMPS".

SIT Davide VECCHI (giornalista del Fatto Quotidiano): " Vidi per l'ultima volta ROSSI David una se/limano dopo la perquisizione a suo carico, circa nel febbraio ... parando delle varie ipotesi sui motivi per cui anche lui era stato perquisito non riusciva ad inquadrare le ragioni ed era stupito del suo coinvolgimento ... Preciso che in quei giorni io e altri colleghi avevano scritto che la Banca lo aveva affiancalo all'interno della sua area; sul punto lui - a mia domanda - rispose che non stato affiancato e che comunque si stava riorganizzando tutto, ma che non era più operativo come prima.

SIT Domenico MUGNAINI (agenzia ANSA Firenze): Vidi per l'ultima volta ROSSI David il 1 marzo 2013: era tranquillo. Successivamente l'ho sentilo per telefono il 4 marzo 2013 per due volte ... nella seconda occasione abbiamo scherzato e lui mi chiese - facendo riferimento ad una telefonata del 28/2/2013 tra noi - che lo avrebbe sostituito. lo gli dissi di non sapere nulla."

In tutte queste risultanze si debbono al fine calare i comportamenti, pur nella loro complessiva anormalità indicativi di stati emotivi ondivaghi, tenuti dal ROSSI, dentro le mura domestica in modo forse ancora più eclatante che non sul lavoro.

Questo perché venerdì 1.3.20 13 alla TOGNAZZI il ROSSI aveva esternato in modo assolutamente irrazionale la paura che l'indomani sarebbe stato addirittura arrestato, dicendo testualmente che sarebbero andati a prelevarlo nella giornata di sabato stante la chiusura per il week end de i mercati finanziari. Ed alla risposta della moglie che, sdrammatizzando ed evidentemente non dando troppo peso alle parole del marito, gli diceva che se poi il temuto arresto il giorno dopo non fosse avvenuto si sarebbe dovuto tranquillizzare, ROSSI aveva chiuso il discorso affermando "sarebbe già una buona cosa" . Questo accadeva venerdì I marzo, il sabato e la domenica successiva la TOGNAZZI aveva dovuto concentrarsi sui suoi problemi di salute ed era stata anche ricoverata in ospedale dove pur rinviandola al domicilio le avevano diagnosticato una brutta polmonite. Lunedì 4 marzo, seppur formalmente in ferie per accudire la moglie, ROSSI aveva trascorso molte ore in ufficio, impegnato in particolare in un carteggio epistolare via mail con VIOLA, in ferie a Dubai, su argomenti lavorativi e non ed era stato nel contesto di questo scambio prolungato di comunicazioni in rete che ROSSI aveva inviato a VIOLA anche l'HELP contenente una esternazione esplicita del proposito suicidiario (su cui infra).

Risalgono a martedì 5 maggio, come riferiscono la moglie del ROSSI e la di lei figlia ventunenne Carolina ORLANDI (convivente con la coppia), le anomalie più allarmanti compiute dal congiunto (o per lo meno, in quella data, scoperte) dentro casa.

La giovane si era infatti accorta di strani taglietti a i polsi del ROSSI ed era andato a riferirlo alla madre. Alle richieste di spiegazioni ROSSI prima aveva detto di essersi accidentalmente tagliato con la carta, ma dietro le insistenze della moglie aveva ammesso di esserseli procurati volontariamente dicendo, così nei ricordi della vedova "hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente" e ne lla rievocazione dell'ORLANDI: " ... sai com'è quando uno ha quei momenti in cui perde la Lesta per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore". Sempre, quello stesso giorno, il ROSSI si era mostrato talmente angosciato dalla preoccupazione di essere intercettato che aveva preso a comunicare con le famigliari per iscritto. Sul punto molto evocativamente l'ORLANDI: "Dopo di ciò (n.b.: l'Orlandi ha appena finito di raccontare la scoperta de i tagli ai polsi) egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse < non parlare di questa cosa né fuori né in casa> lo allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa un cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. Io allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: <nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare: Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?> Egli lesse il mio scritto dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma lo sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò. Strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, Davide mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo. Il giorno successivo, parliamo del 6 marzo ... ".

E la Tognazzi rievocando le reazioni dal marito allorché sempre il giorno 5 marzo lei cercava di tranquillizzarlo e riportarlo alla ragione in relazione alla paura delle microspie in casa, ha dichiarato che il ROSSI andava ripetendo che "c'era la probabilità che qualcuno poteva interpretare malamente alcuni accadimenti o episodi o frequentazioni pregresse".

Considerato che relativamente al giorno 5 marzo vi è anche la rievocazione del Pres. Profumo, il quale con convergenza con i racconti attinenti a comportamenti de l ROSSI nella medesima data afferma nelle s.i.t. del successivo 7 marzo riferisce: '' ... Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell'occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato. Legava tali sue preoccupazioni alla circostanza di aver frequentalo anche recentemente, il cd gruppo della birreria, di cui si parla nelle cronache locali. Mi fece anche il nome della persona che aveva incontrato, ma non lo ricordo anche perché non conosco coloro che farebbero parte di quel gruppo così denominato. Lo tranquillizzai dicendogli che a mio avviso non aveva nulla da temere, in quanto non risultava indagato, aggiungendo tra l'altro che a noi non erano giunte indicazioni che andassero in senso contrario rispetto alla sua permanenza dentro la banca. Insomma gli rinnovai la nostra fiducia invitandolo a continuare serenamente al suo lavoro ... ", sono anche da sottolineare i flash fomiti dall'ORLANDI sul corso della funesta giornata del 6 marzo, al termine della quale il ROSSI sarebbe morto o, per meglio dire, non potendosi nutrire più alcun dubbio, alla stregua di tutto quanto fin qui rassegnato, lo stesso si sarebbe ucciso, gettandosi dalla finestra de l suo ufficio. Ha invero riferito al riguardo la giovane che al mattino poco prima che ROSSl uscisse di casa lo aveva sentito parlare con sua madre. La TOGNAZZI con tono preoccupato invitava il marito a reagire ed ad uscire dallo stato in cui versava. Non appena ROSSI era uscito di casa. la TOGNAZZI aveva chi amato al telefono il cognato Ranieri ROSSI, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, invitandolo pertanto a parlare con lui, cosa che era accaduta all'ora di pranzo in quanto i due fratelli avevano mangiato assieme. Davide dopo il pranzo con il fratello Ranieri, intorno alle 16 era ripassato da casa. Era stato allora che l'ORLANDI aveva sentito la madre fa re riferimento con il marito a e-mail da ROSSI inviate a l dr VIOLA (su cui infra) per chiedergli, in relazione alla sua situazione, se poteva parlare con i pubblici ministeri ed alla domanda della Tognazzi se avesse ottenuto il colloquio con i magistrati, Davide aveva risposto che non era quello il momento di parlarne, stante la presenza in casa della suocera. In relazione al pranzo del 6 marzo con il fratello, Ranieri ROSSI, a sua volta riferisce direttamente che oltre a parlargli di cose normali, gli aveva confidato di essere" preoccupato per una cavolata che aveva fallo e che un suo amico/conoscente di cui si era fidalo lo aveva tradito". E quando di ciò Ranieri ROSSI aveva parlato - sembra successivamente al decesso del fratello - con la TOGNAZZI - quest'ultima, come dichiara a s.i.t.- come prima cosa aveva pensato "ad un giornalista al quale David possa aver dato fiducia nel tempo e che poi possa averlo tradito alla prima occasione o che DAVID potesse aver dello cose di troppo ad un amico giornalista che poi le avrebbe pubblicate." E che, in particolare il giorno in cui si sarebbe tolto la vita, il ROSS I fosse tormentato, come una specie di mono-ossessione, da una o più "cavolate" che, nelle sue valutazioni soggettive necessariamente condizionate dalla disastrosa condizione emotiva culminata nell'atto autosoppressivo serale, è un fatto da ritenersi assolutamente acclarato ove, oltre alle SS Il Tf dei predetti due famigliari, ed al contenuto delle tre lette re incomplete, di addio e di scuse per il gesto estremo a cui si accingeva nell'isolamento creato all'interno de l proprio ufficio, si consideri infine che la demoralizzazione per tali supposte cavolate era stato l'argomento centrale del colloquio individuale, durato più di due ore, del ROSSI con la coach CIANI, in ufficio, la mattina del 6.

"Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico ... disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo ... la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie le perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire. Io ho cercato di affrontare il discorso riferendomi alle competenze manageriali che possono essere di supporto in questi casi. Lui mi ha detto che da quando aveva subito la perquisizione e dalle vicende del Cd.A precedente, si era messo insistentemente a pensare rispetto a tutto quello che in questi anni era accaduto nella sua vita lavorativa: in questo senso lui continuava a chiedersi senza trovare risposta se c'era qualcosa che avrebbe potuto comprometterlo. Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente: questo era fortissimo tant'è che usava espressioni quali "ho paura che mi possono arrestare", .. ho paura di perdere il lavoro,  come se  accusato di qualcosa automaticamente perdesse il lavoro. Io gli sottolineai l'inutilità di continuare a rimuginare sul passato: gli precisai che sapevo che non era indagato e che aveva la fiducia di VIOLA e PROFUMO. Nel momento in cui gli dicevo queste cose anche lui disse che era vero: gli precisai che io stessa ero la prova della fiducia del nuovo management. Lui mi ha dello che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni ... Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l'ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo. è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto ...

Lui mi disse: <io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fallo una cavolata dietro l'altra>. Avevo il desidero di tranquillizzarlo non banalizzando ma alleggerendo la cosa. Gli chiesi a cosa rispondessero questa cavolaie di cui parlava, lui non mi rispose ... si è aperto solo in parte nel senso che disse di aver fatto una cavolata mandando una comunicazione a VIOLA chiedendo protezione. In ciò quindi mostrando la sua fragilità all'azienda e dall'altra temendo di aver messo a disagio VIOLA se non addirittura irritato. Gli chiesi se VIOLA gli avesse risposto: egli mi disse di sì e che lo aveva tranquillizzato. Abbiamo parlato del perché avesse avuto bisogno di scrivere questa mail a VIOLA: lui mi parlò del senso di frustrazione e di bisogno che viveva. Lui peraltro sapeva che VIOLA era fuori banca e immagino che sapesse che era fuori banca per lavoro; e quindi questa mail era fuori contesto, avendo atteso un momento sbagliato per scrivergli. Io gli dissi che l'indomani VIOLA sarebbe tornato e che avrebbe potuto chiarire il tulio con lo stesso. Lui mi rispose dicendomi. Mi disse anche che gli aveva riscritto scusandosi con VIOLA per averlo disturbato. A me ha dato l'impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c'era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fallo delle cavolate, ma l 'unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mail scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all'espressione cazzale commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dr. VIOLA. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestalo, del fallo che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave .... Oggi (la CIANI veniva sentita a s.i.t. il 13.3.2013) ci sarebbe stato un incontro di team, cioè in gruppo con gli altri manager. Alla fine dell'incontro individuale. ROSSI salutandomi disse che gli aveva fatto bene parlare un po' ".

Ed ora veniamo alle mail dal ROSSI, come è documentai mente riscontrato, inviate il giorno 4 marzo ali' amministratore delegato, alle quali deve dirsi certo che il medesimo si riferisse nel colloquio di coach la mattina prima di suicidarsi, manifestando al riguardo uno sconforto incontrollabile, proprio per il fatto stesso di averle inviate, in ta l modo mostrandosi - questo credeva il ROSSI - fragile e non all'altezza del suo prestigioso livello professionale.

Il carteggio online in questione aveva avuto inizio la mattina, in forza di una prima mail delle 9:24 inviata al ROSSI da VIOLA chiedendogli di parlare di lavoro. in particolare della" Vicenda mutui prato", con ciò intendendo fare riferimento ad indagini recentemente avviate dalla Guardia di Finanza di Prato in merito a mutui " facili" (stando al taglio giornalistico della notizia) per circa 80 milioni erogati, tra il 2005 al 2009, da filiali del MPS di Prato, per l'acquisto della prima casa a immigrati di nazionalità cinese, rivelatisi insolvibili e privi di garanzie e la necessità di parlarne con il responsabile delle Comunicazioni nasceva dal fatto che su questa inchiesta, il 2 marzo, il TG 5 aveva incentrato un servizio televisivo.

Rossi alle 9:36 rispondeva al "parliamo della vicenda mutui Prato? " di VIOLA dicendogli: "ma non era Dubai?

Al che VIOLA, alle 9.48: "sì ma e 'è il telefono".

Malgrado le ferie di entrambi (stante che anche il ROSSI, come riferito dalla TOGNAZZI e dai colleghi di lavoro, non avrebbe dovuto recarsi a lavoro quel giorno) v'è prova documentale in atti che nel corso della manina si dedicavano alla stesura di una lettera sostanzialmente di protesta, inviata, alle ore 10.33, ancorché a firma di VIOLA, dal ROSSI dalla sua e.mail dell'ufficio ( "david.rossi2@banca.mps.it) al Vice direttore di TG5 (dr Pamparana), autore del servizio televisivo contestandogli di non aver messo in buona luce la Banca, lettera alla quale il giornalista aveva risposto, sempre sulla posta elettronica del ROSSI, alle successive 10:49. E' in questo interfacciarsi, durato un'ora e più per la faccenda dei "Mutui di Prato" ed il servizio curato al riguardo del predetto giornalista, che alle ore 10:13 ROSSI lancia a VIOLA anche un HELP del seguente testuale tenore "Stasera mi suicido sul serio. Aiutatemi".

VIOLA questa mail, che dai dati estrapolabili dal P.C. fisso di ufficio del ROSSI risulta tra la posta inviata, non ricorda di averla ricevuta. Sia o non sia sincero nel dire ciò VIOLA, ciò che più rileva è che quando all'incirca tre ore dopo, ovvero alle ore 13:09, ROSSI, supponendo che ancorché senza rispondergli VIOLA abbia comunque letto il messaggio in questione, ritorna sull'argomento, anche se in modo meno esplicito, chiedendo e rappresentando ancora l'urgenza:" Ti posso mandare una mail sul tema di stamani. E' urgente domani potrebbe già essere tardi", VIOLA questa volta risponde. A questo punto la risposta di VIOLA, delle 13.45, è: "Mandami la mail". E Rossi quindi gli scrive: "ho bisogno di un confatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati, Capisco che il mio rapporto con certe persone possa averglielo fallo pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l'impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei delle garanzie di non essere travolto da questa cosa. Per questo lo devo fare subito. Prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. Mi può aiutare?"

La risposta del VIOLA a questa e.mail, non è di totale chiusura verso il bisogno rappresentato né di negazione dell'aiuto richiesto, stante che, dando peraltro da pensare che non afferri l'intero significato del messaggio ricevuto, in particolare riguardo alla tempistica indicata, scrive: "La cosa è delicata, Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere ".

ROSSI a quel punto scrive ancora: "Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare a vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini. Mussari, comune, fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve. L'avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto."

Al che, conclusa VIOLA la breve pausa di riflessione, segnatamente durata, stante l'orario delle sue due risposte, dalle 14:24 alle successive 14:40, scrive ancora al ROSSI: Ho riflettuto. Essendo la cosa molto delicata, credo la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere male interpretata. Oltretutto mi sembrano delle persone molto equilibrate.

Ebbene, osserva al riguardo la scrivente che, se - come sembra - quello che ROSSI intendeva ricevere dal VIOLA era un sorta di autorizzazione per potersi mettere a completa disposizione dei sostituti della locale Procura, nelle loro indagini tese a ricostruire le faccende di rilevanza penale attinenti al passato del MPS, insieme ad una sorta di manleva, ossia di rassicurazione di assenza di eventuali ripercussioni negative, di questa sua iniziativa, sul mantenimento del suo posto di lavoro, ebbene VIOLA con il suo ultimo messaggio di fatto rispondeva affermativamente ad entrambe le richieste del suo dipendente, rassicurandolo anche sull'equilibrio dei magistrati che avrebbe potuto contattare con una semplice telefonata al loro ufficio quella sera stessa.

A quel punto, in ciò trovando riscontro l'andamento ondivago dello stato emotivo del ROSSI e delle relative manifestazione esteriori, sottolineato dai pubblici ministeri nella loro richiesta di archiviazione, il contenuto dei suoi successivi messaggi cambia ed infatti con ulteriori mail con le quali si chiude il lungo carteggio epistolare del 4 marzo con l'amministratore delegato, in ferie a Dubai, ROSSI scrive (mail delle ore 15.10)". Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l'altro giorno", nonché (mail delle successive 17: 12) " In effetti ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura".

Tutto ciò risultante in merito al contenuto di queste mail, quanto a modalità e tempistica della relativa acquisizione è opportuno aggiungere che erano state le stesse mail già tutte individuate - in forza delle attività di ispezione informatica e di successiva estrazione di copie forensi, demandate dagli inquirenti alla Polizia Postale - quando, in data 21 marzo veniva esaminato - per la seconda volta stante la prima audizione avvenuta il giorno immediatamente successivo al decesso - il dr VIOLA tanto che in sede di s.i.t. gli erano state mostrate e gli era stato richiesto di esplicitarle3. Pertanto non risponde al vero quanto per converso assume la difesa TOGNAZZI relativamente al fatto che erano state individuate, in particolar modo l'HELP contenente l'esplicito proposito suicidario, soltanto dopo il dissequestro e la restituzione dei computers e dei telefoni del ROSSI ai famigliari (giugno 2013) e grazie alle sole ricerche, asseritamente più specifiche e mirate, intraprese a ta l punto dagli stessi famigliari. E quanto all'apparente incongruenza tra le mail acquisite in forza dell'attività informatica demandata alla polizia Postale e le stesse mail, riversate negli atti de l fascicolo in seguito alla copia che ne aveva fatto, con propri programmi di conversione, la sig. Chiara BENEDETTI, moglie di uno dei due fratelli del compianto David ROSSI, incongruenza costituita dalla presenza, in particolare nella mail con oggetto "HELP", contenente l'esternazione del proposito suicidario, di seguito all'indicazione di VIOLA Fabrizio, quale destinatario primario, della indicazione - non presente nelle mail estratte dalla Polizia Postale - di SANDRETTI Bruna (segretaria della DALLA RIVA) come secondo destinatario in campo CC, ebbene una seconda verifica informatica apprestata dal personale tecnico della Polizia Postale ha accertato essere questo mero frutto di un malfunzionamento del software di conversione, rilevatosi crackato utilizzato, si ha ragione di ritenere in perfetta buona fede, da lla BENEDETTI nel recupero delle mail in questione .

Con il che priva di fondamento ed ancorata ad un erroneo presupposto di fatto rimane la ulteriore considerazione critica della difesa opponente secondo cui sulla ma il di "Help", ingiustificatamente non sarebbe stata sentita la predetta Sandretti per conoscere, da questa direttamente, quali attività aveva essa ritenuto di intraprendere a fronte di una comunicazione di tal genere,  alla quale non avevano fatto seguito le altre mail - dai contenuti come sembra implicitamente riconoscere la stessa difesa TOGNAZZI riconosce un contenuto molto più tranquillizzanti - inviate al solo amministratore delegato. Di fatto è - come va ribadito- che tutte le mail in questione hanno avuto come unico destinatario il dr VIOLA.

...

Sulla scorta di tutto quanto ampiamente rassegnato ritiene la scrivente che debba essere senz'altro condivisa e quindi accolta la motivata richiesta di archiviazione de i Pubblici Ministeri.

Superflua ogni altra considerazione in punto di manifesta insostenibilità dell'ipotesi dell'omicidio volontario e di assenza di ogni e qualsiasi lacuna o lato oscuro al riguardo colmabile con supplementi investigativi, anche relativamente all'ipotesi, prima facie prospettata del reato di istigazione al suicidio (ex art 580 c.p.), all'esito delle indagini scrupolosamente esperite, risulta altrettanto certo difettare i requisiti costituti vi minimi della fattispecie criminosa anche nella forma - non già della determinazione ovvero dell'agevolazione, bensì - del solo rafforzamento dell'altrui proposito di suicidio : ove si consideri che, sotto il profilo oggettivo, occorre la dimostrazione di una condotta, ancorché a forma libera ( e se del caso anche omissiva) in ogni caso causalmente idonea I a consolida re nel suicida nel suo proposito di auto-soppressione e, quanto all'elemento psicologico , pur essendo richiesto il solo dolo generico, è nondimeno necessario non soltanto la conoscenza della obiettiva serietà del suddetto proposito, ma anche la consapevolezza nonché la volontà di concorrere con la propria condotta a spingere l'altro in quella disperata direzione. (cfr Cass. Pen. Sez V nr 22782 del 28.04.2010 e sez V nr 3924 del 26.10.2006)

Correttamente mantenuta, fino alla fine delle indagini l'iscrizione del procedimento contro ignoti, non si vede infatti quale condotta con cotali caratteristiche oggettive e soggettive possa essere ravvisata nelle risultanze attinenti al caso di specie ed è pertanto ancor più remoto chiedersi a chi una siffatta condotta possa essere attribuita.

La sottolineatura da parte della difesa opponente della mail, di richiesta di aiuto e di rivelazione di proposito suicidario del 4 marzo, peraltro sganciata - e con lettura quindi fuorviante anche di questa sola parte delle risultanze fattuali - dal più ampio carteggio che in quel giorno risulta esserci stato tra il dr VIOLA ed il dr ROSSI ed inoltre erroneamente ritenendo che quella stessa mail e non le altre dal contenuto molto più tranquillizzante, sia stata inviata oltre che al dr Viola anche alla segreteria della Direzione delle Risorse Umane e lasciata cadere nel vuoto, pare suggerire- sulla base di presupposti di fatto insussistenti - che questa dovrebbe essere la condotta tipicamente riconducibile alla fattispecie di cui all'art 580 e che nella stessa direzione dovrebbero anche essere ricercati gli autori del reato. Nello stesso senso secondo la difesa opponente deporrebbero un contesto lavorativo e condotte tenute, in tale ambito, nei confronti e contro il Rossi, che non soltanto nella sua percezione interiore fortemente condizionata - questo è certo - dallo stato di grave turbamento psicologico in cui versava, ma anche obiettivamente tendevano ad isolarlo e mettevano a rischio anche il mantenimento del posto di lavoro. Sennonché le risultanze delle indagini riportano un contesto lavorativo nettamente diverso. Connotato da vicinanza, comprensione, rassicurazione, riconferma di fiducia, sostegno anche psicologico, a fronte delle varie manifestazioni di forte demoralizzazione e perdita di autostima che peraltro stando a quello che lo stesso dr Rossi lasciava capire - ai colleghi di lavoro, ai suoi superiori ai suoi famigliari - gli derivava da problematiche estranee all'attività lavorativa o per lo meno a quella attuale. In ragione di tutto questo, non ritiene questo giudice fondata l'opposizione all'archiviazione neppure nell'ottica pure delineata dall'opponente della derubricazione in omicidio colposo, non ravvisandosi profili di colpa né generica né specifica nel datore di lavoro del deceduto ai quali sia causalmente riconducibile il suicidio dello stesso e non potendo di certo essere sufficiente il mero fatto dell'aver il suicida scelto di uccidersi sul luogo di lavoro.

S' impone pertanto l'archiviazione del procedimento.

P.Q.M.

Visti gli articoli di legge in epigrafe Accoglie la richiesta e per l'effetto ordina l'archiviazione del procedimento e la restituzione degli atti al Pubblico Ministero. Autorizza il rilascio di copie alle parti che ne faranno richiesta ai sensi dell'art. 116 co 2° c.p.p. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di sua competenza.

Siena 04.3.20 14 – Dr M. Gaggelli.

OPPOSIZIONE ALL’ARCHIVIAZIONE. (Tratto dal sito web de Le Iene).

Opposizione alla richiesta di archiviazione dell'Avvocato Paolo Pirani difensore di Ranieri Rossi, il fratello di David.

TRIBUNALE DI SIENA

GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI

OPPOSIZIONE DELLA PERSONA OFFESA ALLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

ex art. 410, c. 1 C.P.P.

Proc. Pen°8636/15 R.G.N.R.- PM Dr. Salvatore Vitello e Fabio Maria Gliozzi

A carico IGNOTI

All'Ill.mo Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Siena

***

Il sottoscritto Avv. Paolo Pirani, difensore di fiducia e procuratore speciale di Ranieri ROSSI, Filippo ROSSI, Vittoria RICCI, Simonetta GIAMPAOLETTI volge la presente opposizione alla richiesta di archiviazione per illogicità della stessa rispetto alle risultanze probatorie.

Preliminarmente si evidenzia come lo scrivente procuratore – stante la quantità dei documenti da analizzare - ha ritenuto con il collega Avv. Luca Goracci (che a sua volta produrrà la propria opposizione) di dividere le attività le cui risultanze saranno tra loro integrative sia nel contenuto che nelle relative richieste, riservandosi ogni opportuna allegazione e successiva integrazione nei termini di legge.

A parere di codesto difensore il fascicolo in questione avrebbe dovuto avere ben altra conclusione se non altro con riferimento a molteplici circostanze che avrebbero meritato maggiori approfondimenti ed adeguata considerazione.

L’attività investigativa condotta tace completamente sulle anomale risultanze che si evincono dai tabulati telefonici, la cui lettura sconfessa le conclusioni probabilistiche alle quali si perviene nella richiesta di archiviazione. Se nel corso del fascicolo iscritto al RGNR 962/2013 mod.44 STUDIO LEGALE PIRANI Avv. Paolo Pirani Via Vitelleschi 5 – 01016 – Tarquinia (VT) Pec: avv.paolopirani@legalmail.it Telefax 0766.855756 – Cell. 347.6104747 2 potevano sussistere dubbi sulla genuinità dei citati tabulati (i quali potevano anche essere frutto di errori materiali nella copiatura in formato “excel” da parte della Polizia Giudiziaria all’uopo incaricata) non altrettanto può dirsi nell’odierno procedimento dove - in virtù dell’allegazione dei file in originale dei detti tabulati - risulta “oltre l’ogni ragionevole dubbio” (e quindi con certezza probatoria!) che alle ore 20:16:49 qualcuno (e non certo David ROSSI già esanime a terra!) risponde per ‘3’ secondi alla chiamata della figlia Carolina Orlandi. Questi ‘3’ secondi bastano a confutare tutte le valutazioni probabilistiche a fondamento delle conclusioni (fatte proprie dai PM) dei CCTT della Procura ZAVATTARO-CATTANEO. L’aver sottaciuto questo incontestabile dato nella ricostruzione della dinamica appare di estrema gravità tanto più che discrasie negli orari erano già state oggetto di attenzioni da parte dello stimatissimo Collega Goracci in fase di opposizione alla richiesta di Archiviazione nel procedimento iscritto al RGNR 962/2013.

NESSUNA INDAGINE È STATA CONDOTTA PER INDIVIDUARE CHI (CON CERTEZZA) ALLE ORE 20:16:49 ABBIA UTILIZZATO IL CELLULARE DEL COMPIANTO DAVID ROSSI.

Meritevole altresì di indagine è la chiamata effettuata alle ore 20:16:52 dall’utenza cellulare del ROSSI al numero 4099009, telefonata della cui esistenza non vi è dubbio alcuno così come descritto dal CTP Simone Bonifazi (doc.1).

Incrociando i due dati emerge “oltre ogni ragionevole dubbio” che qualcuno alle ore 20:16 utilizzasse il cellulare del ROSSI, rispondendo dapprima per ‘3’ secondi alla Carolina ORLANDI – ‘figlia’ del ROSSI - per poi chiamare con immediata successione la sconosciuta utenza predetta.

Al fine di una maggiore completezza investigativa onde scongiurare – come venne fatto in sede di disamina del fascicolo della prima indagine iscritta al RGNR 962/2013 mod.44 - errate valutazione circa gli orari si precisa:

1. L’ora riportata nel video DVR (così come accertato dal Tecnico ‘SECCIANI’ vgs. pagina 128 del fascicolo RGNR 962/13 Mod.44) non è esatta. In detto verbale verrà dichiarato “ORA DVR 01:37 ORA ESATTA 01:21”. Pertanto, tutti gli orari riportati nel video debbono essere arretrati di 16 minuti per ottenere l’esatto orario di riferimento;

2. Alle ore 19:59:23 ore DVR e quindi 19:43:23 ore reali nel video si intravede per la prima volta l’immagine del corpo di ROSSI in caduta;

3. Alle ore 21:03:08 ore DVR e quindi 20:47:08 ore reali nel video si intravede per la prima volta l’immagine del FILIPPONE; Da quanto sopra appare evidente che alle ore 20:16 ad utilizzare il cellulare del ROSSI non potesse essere quest’ultimo poiché il video lo ritrae a terra dalle ore 19:59:23 (ovvero 19:43:23 ore reali). Tutto ciò non è stato minimamente affrontato nella nuova indagine così come non tenuto in considerazione dal CT della Procura Ten. Col. ZAVATTARO le cui presunzioni valutative risultano essere viziate dal totale silenzio sul punto nonché inequivocabilmente sconfessate da dati certi ed incontrovertibili: NELLA STANZA DEL ROSSI 30 MINUTI DOPO LA CADUTA C’ERA QUALCUNO CHE È DIFFICILE IPOTIZZARE NON ABBIA COINVOLGIMENTO ALCUNO CON LA MORTE DELLO STESSO.

Tutto ciò avrebbe meritato, e merita, adeguato approfondimento investigativo!

Partendo da questi dati certi (forse gli unici della vicenda!) appare ictu oculi come si sarebbe dovuto procedere sin dalla prima indagine con una maggiore attenzione ai dettagli (che poi tanto dettagli non sono) e chiedersi: chi e perché qualcuno era all’interno dell’ufficio del ROSSI alle 20:16 intento ad utilizzare il cellulare di questi?

Altro dato non trascurabile si ricava a Pagina 136 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 (verbale elenco acquisizione chiamate) nel quale si dà atto che si è proceduto ad estrapolare l’elenco delle ultime chiamate dal telefono fisso aziendale. In tale documento si legge “Stante le caratteristiche 4 tecniche dell’apparecchio telefonico (QUALI????) suddetto, idoneo a fornire un output cartaceo o informatico dell’elenco chiamate, si è proceduto ad una trascrizione manuale da intendersi accurata, salvo involontari errori umani (???)”.

Dalle annotazioni emergenti in sede di acquisizioni del telefono fisso dell’ufficio (allegato al detto verbale e contraddistinto con la pagina 137 del proc. Pen. 962/2013 mod.44) emerge che il giorno 6.3.2013 il ROSSI riceveva le seguenti chiamate alle quali viene data risposta:

- ore 09:29:29 da Bianciardi Simona

- ore 14:59:06 da Bianciardi Simona

- ore 17:27:20 da Filippone Gianluca

- ore 18:08:58 da PIERACCINI Lorenza

Alle ore 18:20:09 risulterà anche che la PIERACCINI Lorenza chiama il ROSSI senza però ricevere risposta.

A pagina 524 e ss. del proc. pen 962/2013 mod. 44 gli inquirenti (verbale della G. di F.) scriveranno che gli unici contatti avuti da David nella giornata del 06.03.2016 sono i seguenti:

Tognazzi Antonella, la moglie;

Bardi Antonello, medico;

Chiucchiu Claudio, Adn Kronos;

Montalbano Alfredo, BMPS;

Gallerini Paolo, B&G Assicurazioni;

Fondazione MPS;

Rossi Ranieri, il fratello;

Sorge Vittorio, BMPS;

Ricci Vittoria, la mamma;

Picchi Duccio, BMPS;

Graziani Alessandro, Il Sole 24 Ore;

Compagnia di Augusta, Guardia di Finanza;

Masoni Franco, ex coniuge di Stasi Luisa;

Galgani Chiara, BMPS;

Ognibene Silvia, Reuters;

Graziola Gerardo, Il Sole 24 Ore;

Massaro Fabrizio, Il Corriere della Sera";

Scarselli Luca, ingegnere titolare di Studio;

Filippone Giancarlo, suo capo segreteria in BMPS;

Roberta Amoruso, Il Messaggero.

Quanto descritto dagli inquirenti nel citato verbale risponde ad una verità parziale! Il ROSSI intrattenne il giorno 6 marzo 2013 conversazioni anche con la PIERACCINI Lorenza che MAI è stata escussa a SIT.

Certo è che La PIERACCINI Lorenza alle ore 18:20 si trovava presso la sede di Rocca Salimbeni (vgs tabulato pagina 137 RGNR 962/2013 mod.44) ed essendo una delle ultime persone a conferire con il ROSSI prima del tragico evento sarebbe stato utile chiederle di cosa avessero parlato, quale fosse lo stato emotivo del medesimo e se questi avesse da svolgere attività fuori ufficio e se fosse in compagnia di terzi.

Stessa notazione vale anche per la BIANCIARDI, con la quale il ROSSI si è sentito nel primo pomeriggio: non è mai stata sentita né indicata tra gli interlocutori del 6.3.2013.

Sempre dalla lettura dei tabulati (quelli in formato originale) emerge altro dato sconcertante e che avrebbe meritato adeguato approfondimento di indagine.

Alle ore 15:41:00 David riceve dall’utenza 0931521894 intestata alla Guardia di Finanza di Augusta sull’utenza del proprio ufficio 0577294519 una chiamata della durata di 406 secondi. Come emerge dagli atti del procedimento (vgs SIT di Ranieri ROSSI) a quell’ora il David ROSSI si trovava con il fratello fuori dell’ufficio; pertanto, chi ha risposto a quella chiamata di quasi 7 minuti? Chi aveva accesso all’ufficio del ROSSI al punto tale di rispondere dal suo interno? Tutte queste domande avrebbero trovato adeguata risposta se si fosse indagato su chi avesse effettuato la chiamata (cosa molto semplice considerando che il chiamante era un appartenente alla G. di F. di Agusta che avrebbe potuto riferire l’identità ed il contenuto di quella lunga conversazione). Sempre dalla lettura dei tabulati emergono delle incongruenze in alcuni soggetti escussi a SIT, circostanza anch’essa che merita adeguato approfondimento.

Dai tabulati è comprovato che Il VIOLA ha diversi contatti telefonici con il ROSSI anche tra le ore 09:50 e le 13:09 come dimostra questo estratto. Ciò nonostante il VIOLA dichiarerà difformemente al vero di non aver “parlato telefonicamente prima dell’invio delle email”.

Senza dubbio, la difformità tra quanto dichiarato e quello che emerge dai tabulati (anche in considerazione del contenuto della email delle ore 10:13 dal contenuto “HELP/aiutatemi stasera mi suicido, sul serio”) avrebbe meritato maggiori approfondimenti se non altro circa la necessità di escutere nuovamente il VIOLA per adeguati chiarimenti.

Dai tabulati risulta che alle ore 19:41 il FILIPPONE chiama il ROSSI (che non risponde) e subito dopo invia un sms; al sostituto procuratore dott. MARINI riferirà che quanto sopra fu eseguito solo dopo aver ricevuto una chiamata dalla TOGNAZZI, moglie di David, che era preoccupata dal fatto che il marito non gli rispondeva. Questa versione dei fatti è però “sconfessata” proprio dal 11 tabulato riportato a pagina 985 del fascicolo RGNR 962/13 dove la TOGNAZZI chiamerà per la prima volta David (dopo averci parlato alle 19:02) alle ore 20:06; sino a questa ora, infatti, non vi era motivo di chiedersi dove stesse il ROSSI. Pertanto il FILIPPONE darà una versione non corrispondente al vero. In verità c’è da dire che il FILIPPONE sarà escusso altre due volte (Il 18.01.2016 ed il 17.06.2016) apportando delle modificazioni ai fatti come narrati nell’immediatezza dell’accaduto. Per opportuna completezza si riporta anche il contenuto integrale delle citate SIT.

Le succitate tre dichiarazioni risultano tra loro differenti ed incoerenti con quelle del RICCUCCI Massimo, il quale, a SIT del 18.01.2016, riferirà “Ricordo che erano trascorse le 20:00, non ricordo però l'orario preciso. Quando ricevevo una telefonata da parte del dr. FILIPPONE Giancarlo che mi 14 chiedeva se il dr. ROSSI avesse lasciato la sede. Gli facevo presente di non averlo visto uscire e la circostanza era abbastanza anomala visto che il dr. ROSSI generalmente lasciava l'ufficio prima di quell'ora. Non era tra le persone che si trattenevano fino alle 21.00. Il dr. FILIPPONE mi chiedeva di trattenere il dr. ROSSI qualora l'avessi visto uscire dicendogli che stava per arrivare. Dopo circa IO minuti vedevo giungere in portineria, dalla p.za Salimbeni, il dr. FILIPPONE in compagnia di una ragazza a me sconosciuta. Solo in seguito seppi essere stata, se non erro, la figlia della compagna del dr. ROSSI, ma non ne sono sicuro. Il dr. FILIPPONE mi diceva che stavano andando nell'ufficio del dr. ROSSI. Ricordo che prendevano l'ascensore per raggiungere il terzo piano del Palazzo SPANNOCCHI, dove era situato l'ufficio del dr. ROSSI. Dopo qualche istante squillava il telefono; era il dr. FILIPPONE che mi diceva di raggiungerlo immediatamente al terzo piano. Bloccavo le porte scorrevoli dell'ingresso in modo che nessuno potesse più entrare o uscire e salivo di corsa le scale. Giunto a destinazione, il dr. FILIPPONE, evidentemente scioccato, mi invitava ad affacciarmi alla finestra dell'ufficio del dr. ROSSI e così facendo notavo nel vicolo sottostante, vicolo Monte Pio, il corpo esanime di un uomo che riconoscevo subito per il dr. ROSSI. [la ragazza] Era scesa in portineria con l'ascensore ed infatti il dr. FILIPPONE mi diceva di andare ad aprire le porte per permettere alla ragazza di allontanarsi dall'edificio. Rifacevo di corsa le scale e giunto in portineria ricordo perfettamente di aver trovato il dr. MINGRONE che stava cercando di uscire mentre era occupato in una telefonata. Non ho il ricordo della presenza della ragazza che penso fosse risalita dal dr. FILIPPONE proprio perché aveva trovate le porte chiuse. Aggiornavo subito il dr. MINGRONE su cosa fosse accaduto ed assieme a lui rifacevo le scale per tornare nell'ufficio del dr. ROSSI. Anche il dr. MINGRONE si affacciava alla finestra dopodiché tutti e tre riscendevano le scale. Strada facendo il dr. MINGRONE allertava il 118 e subito dopo le Forze dell'Ordine, non so se il 112 o il 113. Giunti in portineria, non ricordo se trovavamo anche la ragazza. Rammento che facevo uscire sia il dr. MINGRONE che il dr. FILIPPONE e chiudevo subito le porte, come richiestomi dal dr. MINGRONE per evitare sempre che nessuno potesse uscire o entrare”.

Delle due l’una: o FILIPPONE (chiamava con il telefono) RICCUCCI mentre era nella stanza di David oppure scendeva (senza chiamare il RICCUCCI) con Carolina Orlandi al piano terra. I dubbi saranno chiariti dal Bernardino MINGRONE il quale verrà escusso due volte ed in entrambi i casi dichiarerà quanto contenuto nell’ultima SIT del 02.07.2016 di cui si riporta un estratto.

Da ciò si evince come la versione fornita dal RICCUCCI non sia conforme al vero in quanto questi non ricevette alcuna telefonata dal FILIPPONE quando questi si trovava nell’ufficio del ROSSI. Resta pertanto da domandarsi perché tante discrasie e contraddizioni (MINGRONE a parte) tra i protagonisti di quello che è il primo avvistamento del corpo di David? Perché dare versioni differenti ed in taluni casi anche incompatibili?

Ed ancora il RICCUCCI Massimo nelle SIT del 18.01.2013 (pagina 200 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44) dichiarerà “ […] Cosa fece successivamente? Avvisavo telefonicamente il mio capo servizio. Guido GUIGGIANI, di quanto stava accadendo e attraverso i monitor a cui erano collegate le telecamere di videosorveglianza perimetrale del palazzo, seguivo le scene di vicolo Monte Pio. Di lì a poco giungevano le Forze dell’Ordine ed altri funzionari della Banca.

[..] Oltre a quelle perimetrali, nella sede storica di p.za Salimbeni, erano installate altre telecamere? Sì, l'interno era videosorvegliato da telecamere che riprendevano le portinerie ed altri locali non accessibili quali l'archivio storico e la pinacoteca. Per il resto, nessun altro locale, piano o ufficio risultava e risulta tutt'ora videosorvegliato. Le immagini delle telecamere penso fossero registrate ma non ho alcuna notizia in merito”.

Le suddette affermazioni inducono ad una riflessione: se il RICCUCCI ha seguito dal monitor le scene del vicolo di Monte Pio dopo il rinvenimento del corpo di ROSSI, come è possibile che lo stesso non abbia notato nulla di particolare dalle ore 19:43 alle 21:03? Anche su questo aspetto nulla veniva richiesto approfonditamente al RICCUCCI.

Ed ancora. Nel verbale indicato quale annotazione del 07.03.2013 a firma del Sov. Livio Marini (vgs pagina 2 fascicolo iscritto al RNGR 962/2013 mod. 44) si legge che alle ore 21:25 davanti l’ufficio di David ROSSI “transitava certo FANTI Gianni […] il quale riferiva di non essersi accorto di nulla”. A parere di chi scrive sarebbe utile escutere a SIT tale soggetto al fine di richiedere informazioni utili a comprendere chi fosse a quell’ora presente oltre quelli già escussi e soprattutto se quel giorno avesse avuto modo di incontrare il ROSSI.

Fatta questa doverosa premessa giova segnalare come l’impugnata richiesta di Archiviazione si fondi sulle considerazioni espresse nella propria relazione dai CT della Procura Ten. Col. Fabrizio ZAVATTARO e Dott.ssa Cristina CATTANEO, relazione che merita le seguenti valutazioni ed osservazioni critiche:

Si legge a pagina 4. In realtà quando si parla di Sentenza i consulenti errano, in quanto la prima indagine si concludeva con un Decreto di Archiviazione. Se questo “errore” può ritenersi scusabile per la Dott.ssa Cattaneo (avulsa dalla conoscenza delle norme processuali) non altrettanto varrebbe per il Ten. Colonnello Zavattaro il quale, anche per il ruolo di PG che riveste, ben dovrebbe conoscere la differenza tra “Decreto” e “Sentenza”. A parere di chi scrive queste imperfezioni etimologiche e concettuali contraddistingueranno gran parte dell’elaborato.

Sin dalle prime pagine si evidenzierebbe l’importanza di “un’analisi meticolosa (da un punto di vista tecnico) del video ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare”. Tanto che “Questo esame rappresenta un punto chiave dell’attuale processo” (sic!). Eppure nonostante l’Ing. Luca SCARSELLI avesse sollecitato più volte ZAVATTARO all’esecuzione di una analisi tecnica del video, il consulente della Procura ha sempre dichiarato che detto esame esulava dal quesito, salvo poi considerare il video come dirimente per le spiegazioni che verranno fornite dal consulente della procura in modo del tutto “apodittico” e senza alcuna consulenza sullo stesso.

Si legge sempre a pagina 4 “gli approfondimenti richiesti, nei fatti, si incardinano in un ampio contesto di elementi investigativi già valutati e di elementi tecnici da rivisitare, pertanto i nuovi risultati tecnici avranno il compito di rafforzare o diminuire l’efficacia delle prove a sostegno della sentenza di archiviazione a suo tempo emessa”. Già da queste righe si comprende il senso e l’utilità della relazione che i consulenti andranno a redigere: NON un atto per valutare acriticamente le prove in atti e quelle ulteriori acquisite (e quindi come atto dirimente per la ricerca della verità oggettiva), ma uno STRUMENTO per rafforzare le prove a sostegno della tesi del suicidio. Pertanto, tutta la relazione – come in effetti si legge – sarà redatta e “calzata” sull’ipotesi suicidiaria della prima indagine, ponendo a fondamento della stessa ipotesi “suggestive” (termini ripetutamente utilizzati nella relazione) e prive di validi sostegni probatori.

A pagina 8 si legge. I consulenti dichiareranno che l’orologio interno del videoregistratore risultava sfasato di circa 40 minuti, dato non rispondente al vero così come dimostrato dagli atti contenuti nel fascicolo dai quali risulta.

Quella che viene indicata come sfasatura di “circa 40 minuti” è in realtà una sfasatura di 16 minuti in avanti rispetto all’ora esatta. Pertanto la dichiarazione dei consulenti sul punto appare NON CORRETTA!

Ed ancora pur volendo considerare quanto descritto a pagina 16. Non si riesce a comprendere dove abbiano potuto ricavare il succitato minutaggio di 40 minuti di sfasatura.

Ugualmente meritevoli di confutazione sono le affermazioni contenute da pagina 40 a pagina 65 della relazione di cui si riportano le fotografie allegate.

Queste le fotografie estratte dal primo intervento. Queste le fotografie scattate dalla scientifica. Evidente è la modificazione dello stato dei luoghi così come più volte evidenziato e ribadito dalle parti offese. Orbene il Ten Col. ZAVATTARO sul punto dichiarerà (vgs. pagina 44) “Anche se le foto prodotte non riproducono esattamente i luoghi filmati due ore prima, si osserva che le ‘modifiche’ sono di modestissima entità, si nota che la sedia del Rossi (che ha un basamento con rotelle) è ruotata di circa 90 gradi, le ante degli armadi sono aperte e la finestra risulta chiusa. Il resto non pare aver subito alcuna alterazione, in particolare l’oggettistica della scrivania è rimasta sostanzialmente inalterata, se non per qualche piccolo spostamento. La posizione delle restanti sedie, dei tappeti e dell’attaccapanni non risulta modificata. L’ufficio, nel complesso, appare pulito e in ordine, la P.G. non ha rilevato tracce di azioni violente (non sono segnalate effrazioni, scardinamenti, rotture e nemmeno tracce di sangue nella stanza o di altri liquidi…) e tutte le immagini confermano questa circostanza: il pavimento in marmo con venature appare lucido, i tappeti sono sempre ben distesi, i libri e gli oggetti, anche leggeri o fragili, sono disposti sui tavoli, in situazione di normalità del quotidiano e non rivelano indizi che possano supportare azioni di carattere violento nell’ambiente, nemmeno da parte del Rossi stesso”.

Quanto affermato dallo ZAVATTARO desta le seguenti valutazioni critiche: una scena del crimine modificata è una scena del crimine inquinata’e la cosa più grave è che lo è stata da chi avrebbe dovuto preservarne il cd. “congelamento”.

L’analisi della scena del crimine, che si realizza attraverso il sopralluogo giudiziario, costituisce il punto di partenza di ogni indagine. Individuare, cristallizzare, raccogliere ed analizzare le tracce presenti sul luogo dell’evento significa riuscire a ricostruire le modalità con cui lo stesso è avvenuto ed identificarne il responsabile. Che si tratti di suicidio, omicidio o accidente dunque, questo momento è prodromico ed imprescindibile.

Chiaro è che nel caso in trattazione l’iniziale attività è stata eseguita con estrema “leggerezza” e con altrettanta “leggerezza” si è considerato normale che un luogo sia stato modificato (a prescindere da chi abbia posto in essere detta condotta) prima dell’arrivo della scientifica.

Quelle che il Consulente dichiara essere “modifiche di modestissima entità” sono al contrario macroscopici ed evidenti spostamenti che in taluni casi hanno determinato anche il non rinvenimento di molti oggetti dalla scrivania, oggetti che non è dato sapere se avessero potuto avere rilevanza (vgs. agende/quaderni nell’angolo in fondo a destra della scrivania come si evince dalle fotografie allegati al doc. 2).

Per dovere di verità, occorre evidenziare che a pagina 2 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 (verbale di annotazione a firma di Sov. Livio MARINI) si legge: “alle ore 20:40, su disposizione della S.O., la volante veniva inviata in via dei Rossi dove era stato segnalato un avvenuto suicidio. […] nell’immediatezza – accedendo all’ufficio – lo scrivente effettuava una ripresa video con il proprio cellulare, che viene momentaneamente riversata nel server della Questura. […] lo scrivente chiudeva a chiave l’ufficio lasciandolo nelle condizioni in cui lo aveva trovato (quindi come dimostrato dal video in atti) e portando con se la chiave. Presso la portineria trovava il Maresciallo Cardiello Marcello il quale contattava direttamente il Sostituto Procuratore Nicola Marini ricevendo disposizione di presidiare l’ufficio del ROSSSI, in attesa del suo intervento. Poco dopo giungevano i sostituti procuratori MARINI, NATALINI, NASTASI. Dopo un primo sopralluogo finalizzato a rinvenire tracce utili per la spiegazione del gesto suicida l’ufficio del ROSSI, su delega verbale del Dott. MARINI veniva sottoposto a sequestro, chiuso a chiave e sigillato”.

Quando la scientifica interverrà nella stanza del ROSSI (alle ore 00:45 del 7.3.2013 vgs. pagina 298 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44) troverà un ben evidente spostamento (come rappresentato e fotograficamente documentato vgs doc.2) di taluni oggetti.

Peccato che proprio sulla posizione di taluni oggetti come ritrovati e rinvenuti successivamente dalla scientifica (ricordiamo dopo un primo sopralluogo NON documentato e fotografato) si è fondata e basata l’attuale e pregressa richiesta di Archiviazione.

Si legge a pagina 45 della relazione ZAVATTRO-CATTANEO “Queste sono le uniche immagini, per cui non è possibile stabilire con precisione la sequenza temporale degli oggetti che sono stati cestinati, tuttavia si nota che tra i più superficiali ci sono dei frammenti di carta e almeno un fazzoletto di carta. In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo. I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius. I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di 46 tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”.

1. Quando si legge “In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo” trattasi di una valutazione priva di rilievi e riscontri probatori in quanto all’epoca non fu escusso a SIT nessun addetto alle pulizie. Al contrario, considerato il livello del materiale riposto nel cestino è lecito ipotizzare che fosse risalente a più giorni; nonostante ciò la relazione ZAVATTARO-CATTANEO dà per scontato che questi siano stati utilizzati e gettati poco prima dell’evento. Giova all’uopo ricordare come nel caso di specie trattasi di un cestino per la sola carta e, pertanto, resta difficile ipotizzare che fosse (contrariamente a quanto sostenuto in relazione) svuotato quotidianamente.

2. La relazione descrive queste macchie sui fazzolettini come frutto di un “tamponamento” e gli aloni come conseguenza di liquidi individuabili in saliva, acqua e siero (sic!! testuali parole utilizzate in relazione). Ancora una volta si afferma che i fazzolettini siano collocati nella parte superiore del cestino; detto particolare non risponde a verità in quanto i fazzolettini non risultano visibili.

Da notare come non siano visibili i fazzolettini. Il contenuto del cestino appare svuotato e quindi NON può essere dichiarato come dato certo che i fazzolettini siano stati rinvenuti nella parte superiore del cestino della spazzatura.

3. “I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius”. Detta circostanza non trova riscontro alcuno né dalle fotografie né dai verbali di sopralluogo (redatti a seguito di contaminazione e modifica). I biglietti manoscritti saranno consegnati dai PM alla scientifica (vgs pagina 299 ultimo capoverso del fascicolo del PM dove si legge “durante il sopralluogo i PM intervenuti hanno mostrato per documentarle tre lettere probabilmente del sig. ROSSI e rinvenute nel cestino dell’ufficio da loro stessi quando hanno effettuato una prima ispezione”) e quindi NON potevano essere dalla PG fotografati.

4. “I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di 46 tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”. Trattasi di fazzoletti che sono stati distrutti, pertanto, non utili ai fini probatori e per ogni valutazione. Non è lecito sapere se il colore rossastro nei fazzolettini sia sangue e nel caso lo fosse potrebbe essere di chiunque anche del probabile aggressore di David. Qualche perplessità desta l’interpretazione della forma, perché non è detto che la lesione potesse essere necessariamente triangolare (quindi quella del labbro) oppure una di quelle precedenti, basti pensare a una escoriazione che è in parte “profonda” e in parte più “superficiale”, per cui i capillari possono risultare rotti solo per una parte della superficie della lesione (quella più profonda) e il sangue che fuoriesce e che viene tamponato chiaramente non va a riprodurre fedelmente lo “stampo” della ferita. Peraltro, va considerato che quando il fazzolettino viene usato come tampone può essere spostato leggermente per tamponare più volte oppure può essere anche fatto scorrere sulla ferita creando disegni irregolari e aloni, cosicché non è possibile risalire alla forma della ferita.

Si legge da pagina 49 a 51 della relazione ZAVATTARO-CATTANEO “L’insieme di questi dati è aderente ad un’ipotesi di calpestamento dello zoccolo in legno, con un verosimile inizio nella zona centrale per poi spostare l’attività sul lato sinistro, schiacciando i fili antipiccione (in particolare quello centrale), in prossimità del margine sinistro della finestra.

Nella porzione interna della mensola abbiamo infatti un assembramento di schegge nella zona centrale, all’esterno invece si nota una concentrazione di residui legnosi nella parte sinistra e, delle tre molle sul lato sinistro, in effetti, notiamo che quella più interna è stirata, ma non tanto quanto quella centrale che è visibilmente molto più deformata e allungata anche rispetto a quella superiore, che ha subito sicuramente una forte stress azione estensiva, tanto da provocare il distacco del filo proprio da quel lato”.

Anche nel caso di specie si denota come ogni assunto acquisito come certo sia in realtà sia sfornito di certezze probatorie; infatti, non vi è la benché minima prova (certa ed oltre ogni ragionevole dubbio) che i fili antipiccioni così come rinvenuti siano la diretta conseguenza di un “contatto” di ROSSI con la finestra. Infatti, nulla esclude che tale condizione (filo superiore e centrale staccati) fosse già presente in precedenza al decesso di David e quindi non legata all’evento del 6.3.2013. In ogni caso la prova così come condotta dal Vigile del Fuoco (che non può essere chiamata simulazione!) non è stata eseguita con la dinamica “suicidiaria” descritta dallo ZAVATTARO. Ma vi è di più!

Confrontando le due foto a seguire allegate nella relazione. Immagini della finestra in condizioni normali (acquisizione 16 dicembre 2015) 28 e B. 6.3.2013 Particolare del davanzale, si noti l’abbondanza di schegge di legno, sia all’interno che all’esterno.

Possiamo notare come, anche in condizioni normali (fotografia il 16.12.2015), la parte lignea della finestra presenta schegge all’interno ed all’esterno. A questo confronto aiuta fortunatamente la superficie chiara del marmo esterno che funge da contrasto cromatico con la barra scura di legno. Anche in questo caso le considerazioni in materia fornite in relazione dai CT ZAVATTARO-CATTANEO risultano essere oggettivamente sconfessate.

Ed ancora. Viene fornita la ricostruzione della caduta sulla simulazione (che si ribadisce non può essere definita tale) condotta da un Vigile del Fuoco munito di cinture per la sicurezza con peso ed altezza differenti rispetto a DAVID.

La prima considerazione che deve essere effettuata è che David a detta di tutti i soggetti escussi era un tipo atletico (frequentatore di palestre) di corporatura esile ed alto tra 1,65 e 1,70 mt. Orbene, anche a voler considerare valida la tesi ricostruita dallo ZAVATTARO quest’ultimo non considera che per un atleta la risalita afferrando la sbarra sarebbe stata molto agevole. Peraltro, lo ZAVATTARO non fornisce adeguata spiegazione alla rottura/strappo della camicia, la quale non trova compatibilità con la stesse fotografie allegate dal Consulente a supporto della sua relazione.

Come si nota la posizione assunta dal Vigile del Fuoco mostra un arco proprio all’altezza dell’addome (in corrispondenza del quale è possibile vedere la grondaia retrostante), circostanza incompatibile con i segni di rottura e strappo presenti nella parte inferiore della camicia di David.

In sostanza secondo la ricostruzione fornita dai Consulenti del PM David avrebbe avuto un contatto con il davanzale della finestra solo con le proprie scarpe, ma in questo caso, a parere di questa difesa, (pur volendo considerare plausibile la punta delle scarpe consumata) non troverebbe spiegazione alcuno lo stato in cui è stata trovata la camicia dello stesso.

Scrive infatti ZAVATTARO “si notano alcune lacerazioni/abrasioni e la mancanza di due bottoni, a livello dell’addome. La circostanza di uno strisciamento sullo spigolo esterno del davanzale, situazione peraltro osservata anche nell’esperimento del 25 giugno, coerente con l’azione di 30 schiacciamento/strisciamento della fibbia contro l’addome, sotto il peso del Rossi stesso, oltre ad aver provocato le citate striature sulla cute ha certamente comportato anche analogo stress alla porzione di camicia interna al pantalone, provocando con ogni probabilità non solo la fuoriuscita della stessa dai pantaloni (cosa che spiegherebbe anche il perché nel filmato il Rossi precipita con l’indumento in quelle condizioni) ma anche la perdita di un paio di bottoni e la lacerazione visibile nell’immagine sottostante”. Delle due l’una: o l’addome ha strisciato sul davanzale (o sullo spigolo di questo) o David ha assunto la posizione del Vigile del Fuoco. Le due descrizioni sono tra loro antitetiche e contraddittorie e pertanto incoerenti con una ipotesi suicidiaria.

Si legge a pag.170 della relazione di ZAVATTARO-CATTANEO. Orbene come si noterà in relazione alla camicia viene detto “l’addome presenta striature ed ecchimosi compatibili ad analoga situazione di schiacciamento e strisciamento; la cintura può aver lasciato i segni della fibbia e la camicia puo’ essere stata danneggiata per stiramento ed essere fuoriuscita dai pantaloni”; ma come ha potuto l’addome schiacciarsi o strisciare se lo stesso sopralluogo del 25.6.2016 (vgs. fotografie allegate alla relazione) ha mostrato un arco proprio in corrispondenza dell’addome? Risibile è inoltre la dedotta affermazione che la lacerazione della camicia si sarebbe provocata in conseguenza della fuoriuscita dai pantaloni.

Si legge ancora in relazione ZAVATTARO-CATTANEO “un’eventuale ipotesi omicidiaria, che preveda quindi l’intervento di terzi e magari un’azione preventiva di tramortimento (che giustificherebbe l’assenza di grida) non spiegherebbe, viceversa, l’intero quadro degli elementi raccolti e, anzi, appare in contrasto con alcuni tasselli del mosaico”.

Giova, all’uopo, ricordare come la ricostruzione crimino-dinamica va eseguita mediante l’unione di tutti i tasselli, affinchè si arrivi ad una plausibile risposta oltre “l’ogni ragionevole dubbio”. Al contrario, i dubbi all’epoca riscontrati trovano certezze ma nel senso diametralmente opposto a quello che si legge nella relazione. Infatti, qualora DAVID avesse maturato la volontà di suicidarsi per poi avere un ripensamento, qualora avesse preso coscienza della difficoltà a risalire, avrebbe senza dubbio gridato aiuto. Il fatto che nessuno lo abbia udito rende ancor più probabile che lo stesso sia stato dapprima tramortito, fatto uscire con forza dalla finestra e fatto cadere come descritto nel video. Giova altresì ricordare come il sig. Paolo LIBERTAI escusso a SIT il 9.02.2016 32 riferirà “non ricordo di aver udito nulla di strano. Faccio presente che le stanze della sede storica sono ben insonorizzate: una volta chiusa la porta è difficile udire voci o rumori esterni”. E’ quindi plausibile che nessuno abbia udito alcunché, ma ciò non vuole dire che il ROSSI non sia stato attinto ed aggredito da terzi.

Le contraddizioni tra i due consulenti firmatari della relazioni si evincono in modo inconfutabile nelle esposizione che segue: SCRIVE LA CATTANEO, SCRIVE ZAVATTARO.

La CATTANEO riferisce di un “sforzarsi/strisciare” contro strutture lineari della finestra e del davanzale mentre il Ten Col. ZAVATTARO nulla riferisce in merito ad un possibile sfregamento del ROSSI con il davanzale. Tutto ciò denota l’assoluta carenza critica della relazione in atti, la quale piuttosto che analizzare in senso oggettivo tutti i dati raccolti e rappresentare più ipotesi plausibili, ha ritenuto di sostenere la tesi “suicidiaria”.

A pagina 35 della richiesta di Archiviazione si legge.

Quanto al punto 1 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). Giova rilevare come l’ordine apparente dell’ufficio del ROSSI, così come documentato e ripreso dall’operatore della volante, non può essere ritenuta prova di una mancanza di azioni concitate e violente di terze persone. Infatti, dapprima non può dimenticarsi il lungo decorso temporale intercorrente fra la precipitazione del ROSSI ed il primo soccorso; così come non può sottacersi quanto già ampiamente evidenziato circa l’utilizzo del cellulare di David quando questi era già riverso a terra. Occorre peraltro evidenziare come tutte le lesioni frontali - NON compatibili con la caduta - siano pienamente compatibili con l’intervento di terzi. All’uopo giova evidenziare come riguardo la lesività esterna, anche per i consulenti del PM, non vi è una chiara spiegazione con la modalità di precipitazione per quanto riguarda le lesioni del volto (di cui è già detto), le lesioni alla faccia antero-mediale delle braccia (lesione R e lesione I), quelle dell’addome (G e H), ginocchio destro (Y); però, nelle considerazioni finali non sono menzionate, nello specifico, né la lesione X (alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia interna della coscia destra) né la lesione Z (alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra). I CCTT del PM, non scendono nei dettagli nel fornire spiegazioni, quand’anche ipotetiche, circa le modalità con cui queste singole lesioni possano essersi prodotte nello specifico, ma si limitano a dare spiegazioni generiche che, secondo il sottoscritto, non consentono di fornire all’organo Giudicante tutte le informazioni richiamate preliminarmente da Loro stessi a pagina 5 e 6 della consulenza. All’uopo ci si riserva di integrare la detta memoria con le osservazioni critiche sul punto da parte del CTP Dott. Angelo Stamile.

Quanto al punto 2 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). I Consulenti, senza accertamenti o riscontri, oggettivi in tal senso, danno per scontato che i biglietti ritrovati nel cestino dell’ufficio di David Rossi siano “biglietti di addio scritti dal de cuius”. (pag. 45). Ancora una volta gli stereotipi e il pregiudizio anticipano, sostituendosi a loro, i riscontri scientifici e l’oggettività: si dà per scontato che i biglietti siano: 1) stati scritti spontaneamente da David; 2) scritti contestualmente alla precipitazione e dunque, riferibili necessariamente a quel 6 marzo 2013; 3) sicuramente biglietti di addio che danno fondamento pertanto all’idea di un suicidio.

In merito all’interpretazione relativa al contenuto e alla significatività dei messaggi all’interno dei biglietti si discuterà più avanti. Così come compiutamente descritto nella propria relazione di consulenza dalla CTP Dr.ssa Francesca De Rinaldis (alla quale ci si riporta integralmente - doc.3- e della quale si riportano i passaggi ritenuti più salienti), vale la pena invece sottolineare come i Consulenti considerino la certezza che si tratti di biglietti di addio, come la base sulla quale costruire la dinamica, ormai data per certa, di un suicidio: siccome David ha lasciato dei biglietti che sono sicuramente di addio, allora deve essersi altrettanto sicuramente ucciso! Si tratta di un ragionamento sillogistico1 alquanto pericoloso poiché non basato su riscontri oggettivi incontrovertibili e, come vedremo più avanti, non diversamente interpretabili. Pericoloso inoltre perché, chi legge, al pari dei Consulenti scriventi, potrebbe persuadersi di tale convincimento e basare su tale convincimento (suggestivo) la costruzione di un pensiero che vada via via strutturandosi e rafforzandosi, attorno alla convinzione di un suicidio.

La convinzione preconcetta, e come vedremo per altro ampiamente controvertibile, che i biglietti siano “certamente” di addio muove l’analisi interpretativa dei consulenti della Procura ZAVATTARO-CATTANEO ed è inoltre posta a fondamento della richiesta di archiviazione del febbraio 2017, unitamente alle condizioni di ordine della stanza del Rossi e alla dinamica della caduta. Tutti e tre gli elementi posti a fondamento della richiesta di archiviazione non sono oggettivabili poiché controvertibili e criticabili, dunque lontani da quelle caratteristiche di obiettività e scientificità che debbono essere poste a fondamento della verità.

A pag. 59 della Consulenza ZAVATTARO-CATTANEO si legge che i biglietti vengono ritrovati nel cestino dell’ufficio di Rossi. Si dà per scontato che siano contestuali alla precipitazione, ma valgono a tal proposito le stesse riflessioni per il rinvenimento del fazzolettino con le presunte macchie di sangue e per il resto del materiale rinvenuto nello stesso cestino: non è possibile stabilire con certezza se quel materiale fosse stato gettato lo stesso giorno né tantomeno se sia stato lo stesso Rossi a gettarlo.

La polizia scientifica si limiterà, infatti, a fotografarli una volta ricostruiti; infatti, dalle immagini non si vede alcun biglietto recante scritte in superficie nemmeno una volta che il relativo contenuto viene vuotato. Priva di valore probatorio (non essendo stato escusso a SIT qualche addetto e/o dipendente della ditta delle pulizie presso la sede di MPS all’epoca dei fatti) l’affermazione che si legge nella relazione dei CCTT della Procura “in considerazione del ruolo rivestito dal Rossi è ragionevole ipotizzare che il cestino venisse svuotato giornalmente”; quanto sopra per diversi motivi:

a) Dal momento che i bigliettini e le scritte sono state ritenute come prova fondamentale nella vicenda era doveroso informarsi sulla frequenza di svuotamento del cestino negli uffici, presso il personale MPS o presso la ditta eventualmente appaltante

b) Il cestino in questione è evidentemente un cestino della carta da riciclare, che come è noto in nessun ufficio viene svuotata quotidianamente

c) Il cestino non è vuoto e contiene diverso materiale oltre ad un libro, difficile ipotizzare che tutto sia stato buttato in un solo giorno dove peraltro David è stato impegnato in varie altre attività all’esterno dell’ufficio stesso. In mancanza di queste argomentazioni/investigazioni ogni riferibilità “presunta” dei biglietti a quel 06.3.2013 appare destituita di fondamento. Pertanto, tutta la ricostruzione in merito dedotta (e non provata) descritta nella relazione ZAVATTARO-CATTANEO resta disancorata a dati certi così da divenire essa stessa la causa della assoluta infondatezza delle conclusioni alle quali i medesimi CC.TT. pervengono.

Tanto più se le interpretazioni psicologiche sui biglietti, sono offerte da chi non ha competenza specifica per questo tipo di interpretazione in quanto i due consulenti non sono né psicologi né tanto meno, grafologi. Dato per cui, i tecnicismi che si trovano descritti non trovano attendibilità. I consulenti parlano di una INDUBBIA paternità data dalla comparazione con altri scritti SICURAMENTE autografati dal Rossi.

Qualora in Consulenti avessero estrapolato tali affermazioni “certe” da risultanze tecniche effettuate da altri, avrebbero comunque dovuto fare specifico riferimento alle fonti. In assenza di tali fonti certe nella consulenza, è ipotizzabile che tali deduzioni siano proprie dei Consulenti e quindi scientificamente deboli ed infondate, in mancanza di competenze specifiche e riscontri obiettivi di comparazione.

Le osservazioni sul punto fornite dai Consulenti sono pertanto sommarie e approssimative: ogni interpretazione data trova altre spiegazioni contrarie comunque differenti. Dunque, ogni interpretazione non ancorandosi a parametri o a supporti obiettivi certi, non è attendibile come fondamento di verità.

I Consulenti danno, infatti, per certa una ricostruzione relativa all’ordine cronologico dei tre biglietti che è totalmente arbitraria: scrivono: “ (…) analizzando le immagini dei tre manoscritti, è stato possibile ricostruire la sequenza cronologica di produzione di questi messaggi, studiando le variazioni delle caratteristiche stilistiche, più legate alla forma e al contenuto e, in ultima analisi, allo stato psicologico del soggetto, che ha evidenziato una progressione coerente”.

Va innanzitutto premesso che un’analisi che si basa sulla mera osservazione delle immagini dei tre biglietti è oltremodo superficiale ed inattendibile.

La ricostruzione dei Consulenti ha come unico fondamento la convinzione preconcetta dei medesimi che David ROSSI si sia suicidato e dunque, sulla base di tale convinzione, elaborano la ricostruzione cronologica più conformante al loro pregiudizio. Dunque NON SI TRATTA DI UNA RICOSTRUZIONE OGGETTIVA E SCIENTIFICA, BENSÌ DI UNA RICOSTRUZIONE MERAMENTE SOGGETTIVA E PREGIUDIZIEVOLE CHE SODDISFA IL PERSONALE CONVINCIMENTO MA CHE NON DÀ RISCONTRO OBIETTIVO DEI FATTI.

È ancor più palese, nell’analisi di questi scritti, come i Consulenti, convinti dell’ipotesi suicidaria, facciano convergere necessariamente in tal senso l’analisi degli scritti: alludono alla presenza di un turbamento emotivo che si va placando fino alla razionale decisione di “uscire di scena”. Allora, se ciò fosse vero perché ROSSI non avrebbe dovuto lasciare un messaggio dove esplicitava chiaramente la sua intenzione e decisione suicida, lucidamente maturata a questo punto, in una posizione chiara, visibile, in modo che potesse essere facilmente ritrovata a condivisa? Gettare via uno scritto definitivo, certo, conclusivo, come lo definiscono i Consulenti, con il rischio che nessuno mai lo possa trovare o leggere, appare contraddittorio rispetto ad una chiara e lucida decisione di porre consapevolmente fine alla propria vita. I Consulenti parlano di consapevolezza emotiva di ROSSI, poiché dà un nome al suo malessere: angoscia. L’appellativo angoscia non definisce un oggetto certo, bensì uno stato psichico pervadente, confuso, dove spesso l’oggetto scatenante è inconscio. Dire di essere angosciati è lontano da una definizione certa del proprio oggetto di malessere. I consulenti parlano di una convinzione di ROSSI che va maturando rispetto la non sanabilità della sua situazione. Viene dunque spontaneo domandarsi: QUALE SITUAZIONE? Lavorativa? Sentimentale? Esistenziale? Non è dato sapere con certezza…. Si lascia supporre in maniera suggestiva che il ROSSI viva un malessere dal quale non trova via d’uscita, tuttavia tale malessere non è ancorato ad alcun riscontro oggettivo certo. Certamente tale visione romanzata è molto drammatica e avvincente, o come amano dire i Consulenti, “suggestiva” ma comunque non oggettivamente inquadrata. L’affermazione di tale tipo di convincimento deve basarsi su una buona conoscenza del David Rossi “persona” in riferimento al suo modo di essere, di determinarsi e di reagire rispetto alle criticità della vita: parametri ampi di conoscenza del Rossi ad oggi assenti, per cui le considerazioni sulla sua personalità sono affidate a elementi, dati per scontati, desunti dalle conoscenze investigative fin qui raccolte, e quindi superficiali e incompleti oltre che viziati da proiezioni soggettive.

Quanto affermato dai Consulenti a questo punto appare altamente CONTRADDITTORIO; fanno riferimento ad un aspetto emotivo che domina sul controllo razionale: il controllo emotivo aumenta (e dunque se l’emotività è più controllata, il quadro razionale prevale), oppure prevale sull’assetto razionale?

Probabilmente i Consulenti non si sono nemmeno accorti di aver dato interpretazioni contraddittorie, se il fine era quello di ancorare i messaggi ad una chiara lettura in senso ad un’intenzione suicidaria, val la pena affidarsi a qualunque interpretazione converga in tal senso!

Ma vi è di più! Nei biglietti si parla di un evento al passato “che ho fatto”: lo stato emotivo di chi scrive non è esplicativo o ancorato a cosa farà o potrebbe fare, bensì a qualcosa che è accaduto prima, rispetto al quale egli sente ancora il bisogno di motivare, giustificarsi, con la moglie.

È esclusivamente la moglie la destinataria dei biglietti, che probabilmente non avrebbe neanche mai letto.

ROSSI sembra alludere ad una spiegazione rispetto a fatti o circostanze della quali aveva già discusso o che aveva già condiviso con la moglie e che sente ulteriormente il bisogno di spiegarle, motivarle. È, specialmente questo specifico scritto, un tentativo di comunicare ulteriormente alla moglie il proprio vissuto.

“Credimi è meglio così”: cosa? Per i Consulenti “è meglio così che lui esca di scena, si uccida”; al contrario invece, Rossi sembra voler convincere la moglie rispetto ad una decisione presa che la medesima probabilmente non condivideva e che era stata probabile fonte di discussione. “Credimi è meglio così” è allusivo di un tentativo di convincimento rispetto a qualcosa che la moglie già conosce: David Rossi comunica solo emotivamente perché probabilmente la moglie (unica e sola destinataria degli scritti), già conosce l’oggetto di discussione e non ha bisogno di spiegare oltre quello che loro già sanno. Predomina in David Rossi il desiderio di arrivare alla moglie affinché lei possa accogliere e comprendere.

Nelle loro considerazioni e valutazioni sull’analisi dei biglietti, i Consulenti affermano che: “(…) la causa più verosimile sia stata la condizione di travaglio interiore, condizionata da un forte stress psicologico” (pag. 64).

Ora, è pur vero che ROSSI potesse essere afflitto da una condizione di stress psicologico, ma non è possibile dare un’interpretazione certa, né tantomeno univoca, sulla causa che ha determinato tale stato. Allo stesso modo, affermare che il Rossi vivesse uno stato di travaglio interiore e stress psicologico, non è la conditio sine qua non per decidere certamente di uccidersi.

E ancora, i Consulenti parlano di un “chiaro processo di progressione emotiva, psicologica, che collega i tre scritti” (pag. 64).

Innanzitutto l’ordine dato agli scritti è arbitrario e dettato da un libero convincimento, tale per cui è inattendibile parlare di una chiara progressione. Tale chiara progressione semmai è coerente con ciò da cui i Consulenti stessi sono persuasi. Loro stessi poi affermano contraddittoriamente “abbiamo potuto vedere come il Rossi vada acquisendo controllo emotivo”, per poi improvvisamente affermare che il lato emotivo predomina su quello razionale!

Ogni considerazione valutazione fatta si basa su una premessa data per certa ma mai oggettivamente riscontrata: ROSSI ha scritto quei biglietti, quando era solo nel suo ufficio, prima di uccidersi!

Ancora, i riferimento all’analisi dei biglietti, a pag. 65 della loro Consulenza, i Consulenti affermano: “d) ancora più difficile ipotizzare una dettatura di un testo ideato da terzi, così ricco di risvolti psicologici e in un continuum emotivo;”

Peccato che il continuum emotivo, di cui parlano i Consulenti, sia quel continuum che loro arbitrariamente hanno dato agli scritti.

Proseguono i Consulenti (pag.65): “f) (…) affinché il Rossi scrivesse i biglietti di addio alla moglie e, soprattutto, l’addio annunciato alla propria vita (…)”

I Consulenti alludono all’intenzione coercitiva sul Rossi nel fargli scrivere dei biglietti di addio alla vita: peccato che non c’è in nessuno dei tre biglietti un chiaro significato di addio alla vita né tantomeno l’esplicitazione di un’intenzione suicidaria. (I Consulenti sono totalmente persuasi, e vogliono persuadere, del fatto che si tratti di chiari biglietti di addio).

Sempre nello stesso passaggio della relazione i Consulenti fanno riferimento al fatto che il ROSSI, qualora fosse stato costretto a scrivere questi biglietti di addio, avrebbe comunque nel frattempo preso consapevolezza del fatto che stesse andando verso la fine della propria vita, e che quindi avrebbe tentato una reazione, una resistenza. A questo punto i Consulenti si lanciano in un’interpretazione, ci si permette di dire, romanzesca, da film d’azione: Rossi avrebbe potuto lasciare un messaggio ‘in codice’ (pag. 65) lasciando un segno anche piccolo avendo la penna in mano e delle ferite sanguinanti per cui “avrebbe potuto utilizzare sia l’inchiostro che il sangue, o entrambi …”. A parte l’ilarità che suscita, tale osservazione, la stessa si basa su riscontri dati ancora una volta per assodati, quando assodati non sono: Rossi stava perdendo sangue nel momento in cui scrive; la stanza è in ordine non c’è quindi l’intrusione di terzi. La stanza potrebbe essere stata riordinata, oppure, non è stata mai scomposta per il probabile ingresso di persone (o una persona) nota, rassicurante, non allarmante.

In base a quanto sopra affermato, criticando e capovolgendo l’interpretazione dei biglietti data dai Consulenti della Procura, è possibile dare un’interpretazione alternativa degli stessi che dunque sconfessa l’oggettività e l’attendibilità attribuita all’analisi dei Consulenti medesimi, recepita, lo si ribadisce, a fondamento della richiesta di archiviazione.

È possibile infatti, attribuire ai biglietti un ordine cronologico inverso rispetto a quello fornito dai Consulenti:

IL BIGLIETTO NUMERO 3 DEI CONSULENTI, POTREBBE ESSERE IL NUMERO 1: prima prova a spiegare con più parole, anche con maggior tono e coinvolgimento affettivo alla moglie, lo stato emotivo che lo caratterizza e che caratterizza una “sua scelta”, che potrebbe essere una scelta qualunque, probabilmente già discussa e non condivisa dalla medesima.

BIGLIETTO NUMERO 2: non soddisfatto dei toni e della qualità dello scritto, ne produce un secondo, dove si evidenzia un primo distanziamento emotivo dalla moglie: non più solo amore, ma “Toni, Amore”, indirizzando con maggiore direttività il suo messaggio in modo più fermo, deciso, controllato; 42 Utilizzare il nomignolo “Toni” che a detta della moglie non era solito utilizzare, potrebbe essere funzionale ad esercitare un distacco emotivo ed un controllo razionale rispetto a quello che vuole spiegare alla moglie medesima che altrimenti rischierebbe di venir meno (è come se Rossi volesse tentare di “mantenere il timone” della situazione)

BIGLIETTO NUMERO 1 DEI CONSULENTI CHE DIVENTA IL BIGLIETTO 3: appare come se man mano Rossi decida di distaccarsi dal coinvolgimento emotivo col quale scrive alla moglie. Appare come se, progredendo nello scrivere, prendendo sicurezza in sé, arrivi a non considerare più opportuno spiegare nulla alla moglie, come se avesse deciso di non doverle più giustificare niente! Ecco perché getta i biglietti: non deve spiegarle nulla!

SE FOSSERO BIGLIETTI DI ADDIO ALLORA SI, LI AVREBBE FATTI RITROVARE. NE AVREBBE SCRITTO UNO DEL QUALE SI SAREBBE SENTITO SODDISFATTO E CHE AVREBBE LASCIATO IN BELLA VISTA! Si blocca sulle motivazioni sulle spiegazioni, come dicono i Consulenti, forse perché la moglie, destinataria dei biglietti, conosce il contenuto dell’azione alla quale Rossi si riferisce.

Forse c’era stata una discussione pregressa, o un’opinione condivisa, in merito a quella “cazzata”.

A conferma del fatto che non si trattasse di biglietti di addio del Rossi, è possibile fare anche altre considerazioni:

1- Rossi aveva manifestato un’aperta preoccupazione in quei giorni, in particolare la giornata del 6.03.2013, come anche confermato nelle SIT, per le condizioni di salute della moglie, colpita da una brutta polmonite. Rossi, dedito alla cura della moglie pertanto, l’aveva rassicurata circa il suo rientro in casa per le 19.30 con la cena. Un’azione pertanto di estrema premura ed attenzione per la moglie, quindi: perché uccidersi gravandola di un sì grande dolore? E soprattutto perché darle un peso così grande in un momento di estrema fragilità, senza lasciare un chiaro segnale di addio e motivazioni?

2- Rossi era molto legato alla propria famiglia d’origine soprattutto alla madre. Ci teneva a che la madre conservasse una buona opinione a suo riguardo e che non si trovasse mai nella condizione di dover vivere sofferenze da egli stesso causate. A riprova di ciò c’è l’affermazione raccolta dalla stessa madre di Rossi per la quale, il figlio a seguito della perquisizione subita il 19.02.2013, le avrebbe confessato che il suo timore più grande era quello di dare una delusione o un dolore in conseguenza di ciò proprio a lei. Rossi infatti, come verso la moglie, possedeva un’attitudine protettiva verso tutte le figure affettivamente care: piuttosto che porsi in condizione di creare disagio, era piuttosto lui a correre per sorreggere ed incoraggiare. Quindi: perché indirizzare le sue ultime parole, qualora fossero parole di addio, solo alla moglie, e non lasciare un biglietto alla madre per motivare le ragioni di un gesto suicidario? E soprattutto, perché gravare la madre di un così grande dolore inaspettato dopo anche la scomparsa del padre? Tali interrogativi, sorti nell’ambito della conoscenza delle attitudini comportamentali afferenti all’area affettiva intima del Rossi, non trovano risposta all’interno della dinamica dei fatti come ricostruita fin qui nelle indagini.

Da ultimo, seppur non in ordine di importanza, in correlazione all’analisi dei biglietti, è doveroso fare una riflessione a parte in merito al fatto che gli stessi fossero stati strappati e gettati.

Da quanto desunto dalle SIT del 18.04.2013, di Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, la stessa riferisce che la sera del 5 marzo 2013, mentre erano in casa loro, Rossi aveva preso un blocchetto per scriverle quello che aveva da dirle.

Tale specifico episodio denuncia come ROSSI fosse in quel periodo solito scrivere i propri pensieri sui fogli, non a voce, per timore anche di essere intercettato. Tale percezione persecutoria non trova riscontro in un quadro clinico di tipo psichiatrico, che come si è potuto apprezzare non aveva caratterizzato e non caratterizzava nel presente la condotta di Rossi medesimo, pertanto deve fondarsi sulla constatazione di dati certi.

Tuttavia quello che rileva a tal riguardo è proprio l’abitualità, correlata all’attualità del periodo, di depositare i propri pensieri in forma scritta, di far pervenire la propria opinione all’altro, nel casi specifico la moglie, attraverso scritti, scritti dei quali automaticamente poi era solito disfarsi.

C’è una particolarità però nel caso specifico: la sera del 5 marzo si raccomanda con Carolina di gettare i fogli fuori casa facendo attenzione a che nessuno la vedesse, mentre nel caso della comunicazione che deve dare alla moglie, del pensiero che vuole condividere o che inizialmente pensa di condividere con la moglie, decide di disfarsene ma NON di buttarlo in un luogo anonimo, distante, bensì nel cestino del suo stesso ufficio. Tale atto è indicativo del fatto che, scegliendo di affidare un intimo pensiero, al cestino del suo ufficio, egli, David Rossi, in quel posto, nel suo ufficio, si sentisse sicuro.

Tale gesto porterebbe a far decadere quel senso di sfiducia e di abbandono di Rossi vissuto e percepito nei confronti dell’Istituto Bancario su cui è stata impiantata e costruita la motivazione che ha spinto al gesto suicida.

Per altro, non potendo contestualizzare tali scritti in maniera oggettiva ad una data precisa, poiché potrebbero essere stati scritti dal Rossi anche giorni prima della sua morte, l’unico riscontro certo che ad oggi possiamo fare sui biglietti in base a quanto evidenziato, è che la condotta di affidare pensieri e parole ad uno scritto anziché al parlato, fosse caratterizzante l’ultimo periodo di Rossi, per cui il significato dell’esistenza di tali biglietti va ascritto a tale condotta, non a un significato di commiato.

Quanto al punto 3 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). Sulle risultanze medico-legali codesto procuratore si riserva di depositare le considerazioni del CTP Dott. Angelo STAMILE, il quale ha in ogni caso elaborato le valutazioni tecniche che di seguito si andranno a descrivere. Giova all’uopo rilevare alcune considerazioni che meritano adeguato approfondimento partendo proprio dalle lesioni frontali che – è dato acclarato - NON sono compatibili con la caduta.

Condivisibile è la questione dei possibili soccorsi non attivati in quanto il tempo di circa 20 minuti in cui il Rossi è sopravvissuto (in uno stato di semi-coscienza tenuto conto del grave politraumatismo subito ma visti i movimenti degli arti superiori e del capo chiaramente non afinalistici), è venuto meno ad un tentativo di salvataggio che avrebbe offerto delle chance di sopravvivenza all’uomo. Non sono certo io il primo a dirlo, e a farlo notare, ma come medico legale credo che se avessi avuto la possibilità di vedere ed esaminare il filmato della videosorveglianza, quale CT del PM, non avrei avuto dubbi nel tenere conto di quanto da questo si evince (ombre, fari di auto e sagome di persone) e questo, non solo per la questione dei soccorsi, ma anche ai fini di quella che sarebbe potuta essere una spiegazione plausibile circa la dinamica dei fatti.

Non ci sono dubbi circa la causa della morte, insita nella gravità delle lesioni traumatiche, non tanto quelle del capo, quanto quelle toraco-addominali, che per l’appunto non sono state “immediatamente” mortali ma che prima di condurre all’arresto cardio-respiratorio hanno dato luogo ad un quadro di shock emorragico e, probabilmente, anche di insufficienza respiratoria acuta, oltre che ad una paralisi del corpo dalla vita in giù (interessamento midollare da trauma del rachide lombare).

Riguardo la lesività esterna, anche per i consulenti del PM, non vi è una chiara spiegazione con la modalità di precipitazione per quanto riguarda le lesioni del volto (di cui è già detto), le lesioni alla faccia antero-mediale delle braccia (lesione R e lesione I), quelle dell’addome (G e H), ginocchio destro (Y); però, nelle considerazioni finali non sono menzionate, nello specifico, né la lesione X (alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia interna della coscia destra) né la lesione Z (alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra). I CCTT del PM, non scendono nei dettagli nel fornire spiegazioni, quand’anche ipotetiche, circa le modalità con cui queste singole lesioni possano essersi prodotte nello specifico, ma si limitano a dare spiegazioni generiche che, secondo il sottoscritto, non consentono di fornire all’organo Giudicante tutte le informazioni richiamate preliminarmente da Loro stessi a pagina 5 e 6 della consulenza.

Per quanto riguarda l’arto superiore destro questo tocca a terra prima con l’avambraccio e la mano e poi con la superficie dorsale quando ricade all’indietro, tanto potrebbe spiegare tutta la lesività presente sulla faccia volare dell’avambraccio e sul palmo della mano compresa la piccola lesione lineare2 , ma non quella sulla faccia mediale del braccio (lesione R), che peraltro presenta caratteri escoriativi, ossia di compressione e strisciamento (circostanza che non si è prodotta al momento dell’urto del corpo a terra), né quella sulla faccia mediale del braccio sinistro (lesione I), visto che l’arto superiore sinistro tocca a terra solo nella parte finale della caduta e con la superficie dorsale.

Ragionamento simile vale per le lesioni N e O del polso sinistro in quanto l’arto superiore di questo lato urta a terra solo nella fase finale della caduta e con la superficie dorsale. Credo che a questo punto sia importante sottolineare come il polsino della camicia fosse abbottonato e ben posizionato intorno al polso (si vede bene nei frame della caduta), quindi la cute dell’avambraccio e del polso era completamente coperta e protetta; nella consulenza non sono stati fatti riferimenti particolari all’orologio (se non a pagina 80), a tal riguardo l’avv. Luca Goracci e l’ing. Luca Scarselli hanno sempre sostenuto che l’orologio sia caduto successivamente; del resto è anomala la posizione del cinturino rispetto a quella del corpo così come quella del quadrante dell’orologio. È altamente plausibile che la lesione N e la lesione O non si siano prodotte al momento dell’urto finale dell’arto superiore con la superficie dorsale, e se questa è un ovvietà per la lesione N, visto che è sulla superficie volare, di non dissimile chiarezza è la spiegazione per lesione O; in effetti, se questa lesività si fosse prodotta con l’urto finale del braccio, intanto le lesioni avrebbero dovuto avere caratteristiche cromatiche e demarcazione molto più blanda rispetto a quella risultata, basti paragonare queste due lesioni (N e O) con le ferite dello stesso distretto controlaterale, ossia quelle della superficie volare dell’avambraccio destro (S e T) che risultano molto meno marcate nonostante questa parte del corpo abbia battuto al suolo al momento del impatto primario (ossia quello dotato di maggiore energia e quindi maggiore vis lesiva), e questo grazie alla presenza della manica della camicia che ha “protetto” la cute). Pensare poi che possa essere stato l’orologio al momento dell’urto a terra è del tutto inverosimile perché se fosse stato l’orologio, due sarebbero potute essere le possibilità (entrambe da scartare): a) se l’orologio fosse stato indossato sotto il polsino della camicia, ossia posto a contatto diretto con la pelle, sarebbe stato possibile darsi una spiegazione per la lesione O, ma non la N, restando comunque inspiegabile come mai l’orologio non sia rimasto trattenuto nella manica della camicia da dove credo non sarebbe potuto uscire (tanto più che la mano quando urta a terra non si muove più fino alla ripresa dei successivi movimenti, ma questi non possono certo giustificare il ritrovamento del quadrante e del cinturino in posti così distanti); se invece l’orologio fosse stato indossato esternamente all’indumento, intanto credo si potesse quanto meno intravedere dal filmato (orologio con quadrante e cinturino scuro su camicia bianca, un contrasto evidente) e poi lo stesso sarebbe rimasto comunque a contrasto tra selciato e braccio (per lo stesso motivo sopra addotto).

Con ogni probabilità (molto più attendibile di quella descritta dai CCTT dei PM) queste lesioni (N e O), così come la lesione Q sono originate in un frangente antecedente la caduta, quale conseguenza di una stretta presa al polso quando l’orologio era ancora indossato.

Per quanto riguarda l’escoriazione del ginocchio destro (Y), richiamo brevemente in nota quanto già detto a pagina 9.

Restano l’alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia mediale della coscia destra (X) e l’alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra (Z), entrambe mai menzionate nella ricostruzione della dinamica, neanche da ultimo a pagina 166 della relazione: “ La presenza quindi di strappi alla camicia anteriormente con sottostanti escoriazioni superficiali, così come di escoriazioni e ecchimosi lievi in regione ascellare e alla superficie anteriore delle braccia, di escoriazioni alle ginocchia e alla punta delle scarpe, e di escoriazioni al volto riconducibili forse all’urto contro spigoli (strutture lineari della finestra, del davanzale…), è suggestiva di un dibattersi o di uno sforzarsi/strisciarsi della parte anteriore del corpo contro le strutture della finestra e del muro esterno”.

A questo punto, nel riportarmi a quanto correttamente scritto dai consulenti del PM circa i limiti della scienza nei casi di precipitazione circa la aspecificità diagnostica delle lesioni conseguenti ad impatto a terra fra omicidio, suicidio ed evento accidentale, non si può che sottolineare, in effetti, quella che è l’importanza sia dei dati circostanziali che di una dettagliata indagine sul cadavere. Ma, all’esito di tutto l’operato, i consulenti del PM sposano l’ipotesi del suicidio facendo riferimento al precedente autolesionismo (ma quante persone compiono questo gesto che resta isolato?) e ai tre biglietti ritrovati la sera del decesso e ritenuti essere di commiato, ritenendo altresì non chiaramente indicative dell’intervento da parte di terzi le lesioni sul corpo del Rossi, avvalorando il tutto anche per il mancato ritrovamento di DNA di terze persone sotto le unghie del Rossi medesimo.

Riguardo gli elementi che possano indicare una palese colluttazione (dalle impronte digitate da afferramento sul corpo, a lesioni contusive o materiale subungueale che riporta la presenza di DNA di terze persone non spiegabile in altro modo), l’unico riscontro, in negativo, è l’assenza di reperimento di materiale genetico sotto le unghie, ma si badi bene non perché non potrebbe essercene stato, ma perché non è stato possibile repertarlo a distanza di tre anni. Per quanto riguarda poi le altre due tipologie di lesioni, credo che, se da una parte possa essere ipotizzato che le escoriazioni al volto possano essere riconducibili “forse” all’urto contro spigoli (strutture lineari della finestra, del davanzale…), per un suggestivo dibattersi o di uno sforzarsi/strisciarsi della parte anteriore del corpo contro le strutture della finestra e del muro esterno, non può, allo stesso tempo, essere escluso:

- che con un azione a sorpresa e forzosa il Rossi possa essere stato aggredito con calci (alla regione genitale cosicché si spiegherebbe la lesione X alla coscia destra) e pugni e/o ancora calci all’addome (spiegazione delle lesioni G e H), così da lasciarlo tramortito;

- che in conseguenza di tanto possa essere stato afferrato e fatto passare al di fuori dalla finestra in posizione pressoché prona e con i piedi rivolti verso la finestra, senza che potesse invocare aiuto per lo stato di ottundimento in cui versava nel frangente;

- che tale azione possa essere stata condotta da più persone (almeno due);

- che nella fase della defenestrazione il ROSSI ha potuto urtare il volto contro le medesime strutture della finestra procurandosi le lesioni poi riscontrate (A, C, D, e F); lesioni che alternativamente potrebbero essere state prodotte in un frangente precedente per azione diretta da parte di aggressori, sempre nell’ambito di azione di afferramento;

- che in una siffatta dinamica la presa ultima del corpo può essere stata il polso sinistro, circostanza quest’ultima che spiegherebbe bene: la genesi delle lesioni escoriate N, O e la lesione ecchimotica Q, quale conseguenza di una stretta/presa violenta del polso; il contestuale strappo dell’orologio dal polso medesimo (oggetto fatto poi cadere in un secondo momento); il leggero sbilanciamento del peso del corpo verso destra, che lo ha fatto arrivare a terra impattando maggiormente su questo lato; la posizione dell’arto superiore sinistro che resta elevato in caduta, mentre il destro era disteso lungo il corpo.

Azioni e movimenti del corpo nell’ambito di un “travaglio” quale quello proposto dai consulenti del PM che possano giustificare siffatte ubicazioni e lesività non possono però conseguire che all’assunzione di posizioni anomale del corpo (anche estreme). Resta ancor più difficile ipotizzare come in un siffatto scenario possano essersi prodotte anche le lesioni N, O e Q del polso sinistro.

Si legge a pagina 38 della relazione ZAVATTARO-CATTANEO “la prima (l’ipotesi di omicidio ndr) prevede che il Rossi sia stato spinto/forzato a cadere dalla finestra, e che questi atti, resi ancora più disparati dal tentativo di salvarsi e di vincolarsi, e magari anche l’aggrapparsi alle strutture della finestra e poi da lì cadere, abbiano portato agli urti contro le superfici delle strutture della finestra e del muro”. Detta ipotesi “non si può escludere in assoluto in base agli elementi medico legali (anche se gli accertamenti tecnici sulla finestra dell’ufficio del Rossi, contenuti nella prima parte della relazione, la rappresentano come impossibile, ndr), tuttavia non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino: non vi sono segni chiaramente attribuibili a terze persone (lesioni formate, DNA di terzi”.

Quanto sopra trova la sua smentita in dette considerazioni incontestabili:

1. Le lesioni frontali NON sono compatibili con la caduta e quindi antecedenti la stessa.

2. Gli accertamenti tecnici sulla finestra e la relativa simulazione con il Vigile di Fuoco (che simulazione NON è!) così come anche riferito dalla stessa CT dr.ssa CATTANEO non sarebbero dirimenti. A dover di verità un dato se non è dirimente non lo è sia in un senso che nell’altro, risultando mera presunzione ogni diversa qualificazione ad esso attribuita

3. Risibile come la mancanza del DNA (ricercato – e solo su richiesta delle parti – dopo oltre 3 anni!) venga considerato elemento dirimente a giustificare una chiara ed evidente mancanza di terzi alla condotta dei quali ricondurre la precipitazione del ROSSI. Sul punto senza tediare codesto GIP lo scrivente procuratore si riporta alle precise e puntuali osservazioni del proprio CT dott.ssa Marina BALDI (doc. 4) che dichiara “la sera in cui si è verificato l’evento pioveva. Non era una pioggia torrenziale, ma, come recita la CT medicolegale del Prof. Gabbrielli “Era in atto una leggera pioggia”. Ciò sta a significare che il corpo di Davi Rossi, è rimasto esposto alla pioggia per alcune ore, dalle 20 circa (l’orologio reperito accanto al corpo aveva la lancetta delle ore ferma tra le 8 e le 9 che corrisponderebbe al fatto che l’orologio interno della telecamera di sorveglianza fosse sfalsata di circa 35-40 minuti) ad ALMENO le 22,30, ora in cui è iniziato il sopralluogo, come risulta dai verbali, con l’ispezione del corpo, che “giaceva supino sul selciato”, con il volto rivolto verso l’alto. Viene osservato anche che “Il cadavere indossava indumenti bagnati”. Questa prima osservazione non è di banale importanza: le tracce biologiche estranee che si possono depositare nel corso di una colluttazione, o tramite percosse perpetrate a mani nude sulla cute di un individuo sono decisamente esigue. Infatti, a meno che un eventuale aggressore non abbia ferite sanguinanti, nel qual caso il deposito di cellule nucleate è cospicuo, il contatto tra superfici rilascia piccoli quantitativi di DNA, che variano, oltre per le modalità di deposizione, anche per caratteristiche peculiari del soggetto, essendoci una grande variabilità individuale tra chi rilascia cellule epiteliali con facilità e chi, invece, ne rilascia pochissime. E’ quindi evidente che in ogni caso, il quantitativo di cellule nucleate, ipotizzando una aggressione con percosse, non avrebbe potuto essere cospicuo. La permanenza del cadavere alla pioggia per quel lungo periodo temporale, con il viso rivolto verso l’altro, potrebbe aver dilavato le ferite del Rossi, rendendo di fatto impossibile reperire DNA estraneo che invece poteva essere presente”. Ed ancora “Lo stato di conservazione della salma, descritto in sede di operazioni peritali in data 22 aprile 2016, non ha consentito di valutare le lesioni che erano state evidenziate nell’autopsia eseguita dal Prof. Gabbrielli, all’epoca dei fatti. I prelievi sono quindi stati eseguiti seguendo uno schema corporeo fornito dal Professore nel corso della autopsia eseguita in data 7 marzo 2013, essendo questa l’unica possibilità che si rendeva attuabile in questa circostanza, a causa della decomposizione della salma. Anche questo dettaglio non può essere tralasciato. Il fatto di non avere riscontrato DNA estraneo non deve stupire. Risulta infatti evidente che in molte delle tamponature eseguite sulla salma, non hanno consentito nemmeno l’individuazione del DNA del Rossi, nonostante si trattasse di tamponature effettuate sulla cute dello stesso, quindi con una quantitativo di materiale biologico, a causa dello stato di decomposizione che risultava, come è ovvio, in stato molto avanzato. Ad esempio delle tamponature effettuate sul viso, identificate con le sigle da L ad O, solo una ha consentito di estrapolare il profilo della vittima”.

4. Alle ore 20:16 (come già ampiamente esposto e dimostrato) terzi hanno utilizzato il cellulare del ROSSI. Da qui anche le non rilavanti considerazioni dei consulenti ZAVATTARO-CATTANEO fatte proprie dalla Procura circa la non compatibilità di una colluttazione con lo stato di ordine dell’ufficio di David. Infatti, chiunque (e probabilmente proprio colui o coloro che alle 20:16 hanno utilizzato il cellulare del ROSSI) ha potuto – con la tranquillità ed il tempo necessario riordinare la stanza. All’uopo non si dimentichi che la sig.ra Lorenza BONDI sentita per ben due volte a SIT (il 07.03.2013 vgs. pagina 27 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 e il 18.01.2016 vgs. pagina 216 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44 ) confermerà che uscendo tra le ore 20:00 (seconde SIT) e le 20:05 (prime SIT) passando avanti l’ufficio del ROSSI “l’uscio era aperto e la luce accesa ma all’interno nessuno” mentre la Chiara GALGANI escussa a SIT l’11.03.2013 (vgs. pagina 118 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44) riferirà di essere uscita tra le 19:20 e le 19:30 circa e “per uscire sono passata davanti alla porta del ROSSI e notai che la porta era chiusa”. Il Giancarlo FILIPPONE (escusso SIT per ben 3 volte) riferirà che alle 20:30/20:35 circa “l’ufficio di David era chiuso” (vgs pag. 219 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44 SIT del 18.01.2016). Gli inquirenti non hanno affatto considerato che poco prima della precipitazione (come riferito dalla Galgani) l’ufficio di David fosse chiuso, che alle ore 20:00 circa (quando ROSSI era già precipitato) come riferito dalla BONDI la porta dell’ufficio di ROSSI era aperta e con luce accesa e che alle ore 20:30 circa (quando ROSSI era già precipitato) come riferito dal FILIPPONE la porta dell’ufficio di David era chiusa e con luce accesa. La puntuale dichiarazione sulla circostanza dei sommari informatori unitamente alle risultanze dei tabulati cosi come agli atti prova oltre l’ogni ragionevole dubbio che qualcuno quando il ROSSI era precipitato è entrato nella sua stanza avendo interesse a farlo tanto che è stato utilizzato il suo telefono!

Pertanto, alla luce di queste prove e dati certi appare molto più probabile l’ipotesi omicidiaria rispetto a quella suicidiaria la quale si reggerebbe solo ed esclusivamente sulle valutazioni dei biglietti relativamente al significato dei quali ritiene lo scrivente procuratore di aver già dato ampia ed esaustiva descrizione (all’uopo vgs. relazione della Dr.ssa Francesca DE RINALDIS- doc. 3). La richiesta di Archiviazione prende spunto dagli accertamenti tecnici condotti nella prima indagine e dunque, dai riscontri riportati nella prima richiesta di archiviazione dell’agosto 2013, che è integralmente riportata.

Al fine di un’evidenza psicologico-forense, si prendono in considerazione alcuni passaggi significativi che vengono riportati nella richiesta di archiviazione dai quali è possibile desumere spunti interpretativi che ancora una volta evidenziano la mancanza di oggettività e di interpretazione univoca di quello che invece è stato posto come fondamento di certezza investigativa.

In particolare:

- a pag. 4 della Richiesta di Archiviazione, riportando la vecchia Richiesta di Archiviazione del 2013, si legge: “In sostanza, nella mente del Rossi nelle ultime settimane si erano create due forti ossessioni: - la prima quella di non essere in grado di gestire il ruolo che pure, anche il nuovo managment, gli aveva confermato ed anzi potenziato; e ciò perché il momento che stava vivendo era molto critico essendo necessario ricostruire attraverso la giusta comunicazione l’immagine dell’Istituto bancario, fortemente compromessa da mesi; - la seconda quella che la sua datata amicizia con il principale indagato nell’indagine MPS lo avrebbe portato addirittura ad un coinvolgimento diretto nella vicenda, ad essere intercettato financo di essere arrestato;” Scriverà al riguardo la CTP Dott.ssa DE RINALDIS (vgs. doc. 3) di cui si riporta un estratto

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La condizione descritta è certamente sintomatica di un quadro di tensione psichica e preoccupazione, e seppur suggestiva, non è per questo giustificativa di una scelta drastica come il suicidio. L’insofferenza e le difficoltà collegate al contesto lavorativo e al peso emotivo che questo comportava, potevano certamente essere elaborate da Rossi attraverso soluzioni alternative che potevano ad esempio concretizzarsi attraverso la scelta di una dimissione. Pertanto l’abbandono del contesto lavorativo e della difficoltà esistenziale ad esso correlato, non necessariamente correlano a senso unico con una scelta suicidaria, laddove un’uscita di scena può coincidere ance con la decisione di dimettersi.

Non era la prima volta che Rossi si trovava a vivere un contesto di disagio con senso di fallimento in contesto lavorativo: già in precedenza, prima dell’ingresso in MPS del 2006, egli aveva intrapreso percorsi professionali che si erano rivelati fallimentari, deludenti. In quei percorsi Rossi aveva profuso energie, risorse, aspettative che pure si sono rivelate essere fallimentari. In tali frangenti Rossi ha sempre dimostrato di possedere le risorse per rimettere in discussione sé stesso e ripartire con nuove energie in altri percorsi. La sua vena creativa lo rendeva eclettico, modellabile, non rigido certamente, e dunque gli avrebbe permesso ora, come nel passato, di attingere a risorse e competenze per ripartire.

In qualità di Consulente Tecnico di Parte, in un colloquio avuto personalmente con i familiari di Rossi, e nello specifico con il fratello Ranieri e con la madre, gli stessi riferendomi dei suoi primi passi i MPS, raccontano di come la scelta di intraprendere tale strada professionale avesse inizialmente incontrato i timori del padre di Rossi che lo avrebbe invitato a riflettere circa le garanzie professionali di tale scelta. Raccontano i familiari di Rossi che egli si rivolse al padre, fermo nella sua scelta, rassicurandolo, dicendogli: “Non mi preoccupo se le cose dovessero non andare bene in MPS, sono sicuro che certamente mi metterò a fare qualcos’altro!”.

Da tale affermazione del Rossi è deducibile la sua capacità di attingere alla risorse per fronteggiare i problemi, sorretta da spirito di adattabilità e desiderio di mettersi in gioco, sempre! Val la pena infatti sottolineare come Rossi, pur in una condizione di stress non fosse mai, nemmeno nell’ultimo periodo, venuto meno all’onorare i suoi impegni e le sue responsabilità professionali. Il piano del rendimento lavorativo era rimasto invariato. Anzi, erano proiettate alla progettualità futura: prima fra tutte, la partecipazione alla conferenza stampa del 7 marzo 2013, giorno successivo alla sua morte, a Firenze!

A tal riguardo si riporta uno stralcio significativo delle SIT di Galgani Chiara, che dal 2006 conosceva il Rossi e con il quale collaborava in maniera diretta.

Afferma la Galgani che intorno alle 17.37 del 6.03.2013, telefona al Rossi per chiedere la disponibilità di un colloquio finalizzato alla discussione di aspetti lavorativi tra cui quelli relativi all’evento del 7 marzo a Firenze. “Rossi al telefono si disse disponibile ad incontrarci”, afferma la Galgani nelle SIT dell’11.03.2013, e ancora: “Io gli sottoposi delle domande di lavoro, lui mi rispose in maniera puntuale e precisa; notai che le sue risposte erano puntuali, anche se talora, terminato di rispondermi si rivolgeva verso il suo pc”.

Le affermazioni della Galgani denotano come il Rossi, a distanza di appena due ore dalla sua precipitazione, mantenga un costante atteggiamento di attenzione ed assolvimento del dovere lavorativo. Il suo stesso essere distratto dal guardare verso il pc si colloca come atteggiamento “normale” all’interno del contesto nel quale avviene: Rossi, sotto la forte pressione lavorativa del periodo, era preso a monitorare costantemente la fuoriuscita di nuove notizie relative alla Banca MPS.

- Le SIT di Ciani Carla Lucia:

Val la pena spendere ancora qualche parola in merito alla tensione psichica vissuta dal Rossi negli ultimi giorni della sua vita, e ancora una volta lo si fa attenendosi a spunti offerti dalla richiesta di archiviazione che rifacendosi alla precedente richiesta di archiviazione del 2013, che riporta per intero, pone ancora una volta in evidenza le SIT della Sig.ra Ciani Carla Lucia, consulente aziendale– coach che ha avuto modo di dialogare con David Rossi nelle date del 30.01.2013 e 06.03.2013.

Il Rossi aveva mostrato gradimento verso le decisioni dell’azienda ad essere inserito in un gruppo di coaching, di solito riservato alle élite dell’azienda stessa. La Ciani aveva appreso del gradimento di Rossi dal Dott. Viola a seguito di un loro incontro a Milano in data 11.02.2013. È Rossi a chiedere alla Ciani che il loro incontro concordato per la mattina del 6.03.2013, avvenga presso il suo ufficio (pag. 5 della Richiesta di archiviazione: “(…) fissammo l’incontro per il 06.03.2013 presso l’ufficio dello stesso Dott. Rossi: sede che fu scelta dallo stesso Rossi avendo io dato indicazione che l’incontro poteva essere svolto anche lì o anche in altri luoghi (…)”).

La decisione di Rossi di fissare l’appuntamento di coaching nel suo ufficio, è ulteriormente indicativo del fatto che egli, nel suo ufficio, si sentisse a proprio agio, sereno, pronto ad aprirsi, come di fatto poi avvenuto nel colloquio con la Ciani (9.30-12.00).

Certamente il quadro psichico derivante dalle SIT della Sig.ra Ciani, relativo al Rossi riguarda una persona in forte stato di tensione emotiva e pervasa da un senso di disgrazia imminente, che ben si presta quale interpretazione suggestiva per una prodromica preparazione al suicidio. Tanto è vero che la Procura riporta ad integrum tali SIT quale dimostrazione della predisposizione suicida del Rossi.

Vanno però fatte delle dovute precisazioni critiche rispetto alla lettura dell’emotività del Rossi in relazione al colloquio con la Ciani, che ancora una volta, offrono spunti di riflessione che ci fanno conoscere aspetti ed attitudini comportamentali diversi del Rossi, rispetto alla visione pregiudizievole costruita in corso di indagine sul medesimo.

Infatti, la Ciani parla di un David Rossi, “riservato”, non era infatti mistero per nessuno che egli fosse una persona riservata rispetto alle persone con le quali non condivideva rapporti amicali intesi in senso stretto.

Il suo essere riservato non lo qualifica comunque come persona “chiusa” o non predisposta ad aprirsi/esprimere sé stesso, ciò in constatazione di due evidenze:

1. Prima che giornalista Rossi è un’artista, una persona che ha fatto dell’arte e dell’espressione artistica identificata nella scrittura, nella pittura, nel disegno, il suo mezzo di espressione verso il mondo. Tutto ciò che non viene veicolato nel verbale vive attraverso la creazione pratica ed artistica per Rossi. Ciò è indicativo della sua normale ed innata predisposizione introspettiva e dunque di contatto con la propria emotività che viene attraverso tali canali espressa ed agita. Una persona che ha un facile accesso al proprio mondo interno e al proprio vissuto emotivo, non è certamente una buona candidata ad una condotta suicidaria;

2. Rossi si lascia andare ad aprirsi in maniera spontanea ed immediata con la stessa Ciani, che vede per la seconda volta nel corso di tutta la sua esistenza e con la quale non ha ancora instaurato rapporti confidenziali, lasciandosi a raccontare e condividere il proprio vissuto emotivo. Si trattiene a parlare di sé, dei suoi sentimenti, non ha fretta di concludere il colloquio. Una persona, come dimostra in tale frangente di essere come appunto il Rossi, in grado di entrare in contatto con i propri contenuti angosciosi e di esprimerli è certamente una persona che non agisce azioni difensive verso il proprio mondo interno, capace di guardare alla sua angoscia reagendo.

Ciò lo rende allo stesso modo, una personalità non candidabile al suicidio.

La Ciani appare inoltre colpita dal fatto che Rossi fosse distratto dal cellulare, ma ricordiamo che tale osservazione ha fondamento oggettivo di essere, dato dal fatto da un lato, che fosse in uno stato di preoccupazione per la salute della moglie e dall’altro lato, che fosse normale, in orario lavorativo, e nello specifico relativo alle mansioni di Rossi, tenere sotto controllo il telefono, la ricezione di mail ed sms di aggiornamento ad esempio rispetto alle notizie.

Un dato dunque, quello della distraibilità verso il telefono che non concerta e che anzi si inserisce in un quadro di “norma” rispetto quanto ci si possa attendere dal Rossi in quel dato frangente.

Ulteriore errore di definizione della personalità del Rossi è commessa dalla Ciani nell’affermare che in Rossi “non c’era più un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita”.

Al contrario, infatti, il Rossi teneva nettamente separati i due ambiti, al punto che la sua vita privata non aveva accesso al contesto lavorativo: il suo stesso ufficio non riportava tracce di sé, della sua famiglia che si potessero palesare in foto alle pareti o ad oggetti collegati ad affetti personali; continuava a coltivare le sue passioni, come quella per la Contrada della Lupa e a coltivare il suo giro di amicizie e di affetti familiari, al di fuori del contesto lavorativo.

Ancora la Ciani descrive il Rossi come qualcuno che fino a quel momento fosse stato “beneficiato da una sorta di iper-protezione” da parte dell’azienda dipingendo un quadro personologico che non appartiene di fatto al Rossi medesimo. Infatti tale affermazione della Ciani, lo vorrebbe come una persona che ha goduto di agevolazioni e facilitazioni sulle quali si è adagiato.

La storia di vita personale e professionale di Rossi, desunta dai colloqui con i familiari, lo vuole invece come una persona attenta, capace e diligente sul lavoro, scelto proprio per le capacità che nel tempo ha saputo dimostrare e che gli hanno fatto guadagnare fiducia e stima. Si è sempre contraddistinto per la sua intraprendenza, per la sua caparbietà e capacità di fare fronte allo stress e alle difficoltà operando sempre in direzione della “soluzione dei problemi”. Dunque, non certamente una persona che si adagia, bensì un punto di riferimento egli stesso per l’altro.

Quindi, quanto dedotto rispetto al profilo di personalità del Rossi, dalle SIT della Ciani, riportate integralmente nel ricorso, appare filtrato in primis da una percezione soggettiva della medesima e in seconda istanza superficiale: la Ciani non può delineare un quadro personologico del Rossi per ovvie ragioni date dal fatto che non è un professionista abilitato a deduzioni cliniche e ha una conoscenza superficiale del Rossi circoscritta a due singoli incontri.

È opportuno fare una riflessione a parte rispetto a quello che la Ciani definisce, rivolgendosi alla perquisizione subita dal Rossi in data 19.02.2013, un “dramma”.

Ad onore del vero non è un mistero, e lo stesso Rossi non lo ha mai trattato come tale, che la perquisizione subita abbia avuto un duro impatto sul suo assetto emotivo. Era a conoscenza di tutti, poiché gliene parlava apertamente, che tale evento lo avesse fortemente scosso.

Tale evento che è stato preso quale incipit del disagio esistenziale del Rossi, trova però una chiave di lettura che fin qui non è stata presa in considerazione:

la circostanza lo ha sconvolto, ma non travolto, nel senso che Rossi non si sottrae al suo dovere professionale e non viene mai meno ad una elaborazione emotiva cosciente del fatto stesso che si rivela proprio nella sua attitudine comportamentale a voler condividere con gli altri il disagio vissuto.

Inoltre egli non si sofferma a vivere passivamente, con senso di impotenza e perdizione l’accaduto, cerca anzi di reagire positivamente attivandosi alla ricerca di soluzioni. Quella che è un’azione subita, seppur portatrice di tensione e preoccupazione, diviene al tempo stesso stimolo per tentare una riparazione attiva.

Per spiegare e rendere chiaro quanto appena affermato si deve, però, necessariamente fare riferimento allo scambio di e-mail con il Dott. Viola.

Analisi del contenuto delle mail scambiate con il Dott. Viola il giorno 4.03.2013: si riporta lo scambio di e-mail tra il Dott. Viola e Rossi del 4.03.2013:

La prima mail è quella delle 9.25 che Viola invia a Rossi, dunque è Viola a contattare per primo il Rossi che per altro, con la sua risposta “ma non eri a Dubai?” sembra quasi stupito della richiesta di Viola che lo invita a parlare della vicenda Mutui Prato. Anzi, è lo stesso Viola che, rispondendo “Si ma c’è il telefono”, esorta Rossi a continuare la conversazione.

Emerge per altro dall’analisi dei tabulati telefonici, che Rossi e Viola abbiano avuto una conversazione telefonica quella mattina contestualmente a questo primo scambio di mail, circostanza che però lo stesso Viola, nelle SIT del 21.03.2013, afferma di non ricordare (“Non sono in grado di dire se ci sentimmo per telefono subito dopo questa mail delle ore 9.24 (…) Non ricordo di aver parlato telefonicamente con Rossi prima dell’invio di queste ultime mail che mi vengono mostrate (quelle delle 13.09) (…) Ribadisco che la telefonata se c’è stata, è successiva a queste mail che mi vengono mostrate”).

Non emerge un vissuto depressivo e di resa da parte di Rossi nei confronti di una situazione vissuta come schiacciante e dominante, non appare come una situazione nella quale egli si sentisse intrappolato, senza via di fuga, anzi emerge con chiarezza da parte sua l’intenzione di una partecipazione attiva, di un ruolo propositivo nel volersi mettere in gioco nella definizione del suo ruolo e della sua persona, che si palesa nella richiesta di andare a parlare con i Magistrati. Dunque non si evidenzia nelle mail da parte di Rossi un appello accorato di aiuto, né il senso delle mail medesime si limita ad una confidenza di uno stato emotivo di sofferenza, passività, bensì si evidenzia dinamicità, movimento di intenti e progettualità futura. E ancora, si manifesta l’urgenza del volersi mettere in gioco in assenza di vissuti di colpa, sconfitta, sopraffazione: Rossi vuole assumersi il ruolo di colui che esponendosi, potrebbe aiutare anzi tutti!

È semmai, lo stesso destinatario di tale motivazione di intenti, il Dott. Viola, a far desistere Rossi, dalla volontà di andare a “raccontare, spiegare, esprimere la sua persona ed il suo ruolo”.

Significativa è anche l’ultima mail che Rossi invia a Viola il 4.03.2013 alle ore 17:12:

“In effetti, ripensandoci, sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura… Ciao David”.

Rossi pare aver fatto una riflessione attorno ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti, che va nel verso della razionalizzazione. Egli mostra dunque, seppur in un periodo che genera stress e tensione continua, di saper riflettere su se stesso e fare ordine nei suoi pensieri in modo lucido, ordinato, consapevole. La chiarezza e la sicurezza maturate, lo portano dunque a voler concludere la conversazione con Viola, salutando e firmandosi, come a voler dire che la questione per lui è risolta, chiara, chiusa.

La conversazione tra Viola a Rossi, tuttavia, appare raccontare molto di più di quello che si legge, è opportuno prestare attenzione ad alcuni particolari:

nella mail delle 01:09 PM di Rossi a Viola, si legge: “Ti posso mandare una mail su quel tema di stamani? È urgente. Domani potrebbe già essere troppo tardi”.

Quale è “il tema di stamani”? la questione Mutui Prato per la quale Viola ha contattato Rossi, oppure qualcosa che attiene ad un contenuto relativo alla telefonata della mattina della quale non si conosce il contenuto?

E ancora, “domani”, è un modo di dire generico che rimanda all’urgenza generale della vicenda nella quale è coinvolta la Banca al momento, oppure rimanda ad una contingenza specifica di un fatto che realmente sarebbe accaduto l’indomani e del quale il Rossi era stato messo a conoscenza?

I dubbi e lo stesso ragionamento appena fatto, sul significato del termine “domani”, si rafforzano dalla lettura della mail che Viola invia a Rossi alle 14.24: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere”.

Certamente, tali circostanze meritano di essere approfondite. Nello specifico, rifacendoci alle SIT della Sig.ra Galgani Chiara dell’11.03.2013, la medesima riferisce.

La Galgani dunque fa riferimento ad una perquisizione del giorno 5.03.2013 a carico di due consiglieri del Cda, dunque il giorno dopo, (“domani”) lo scambio di mail tra Viola e Rossi. Allo stesso modo la Galgani afferma che il Rossi non ne fosse particolarmente turbato o sconvolto.

E ancora, occorre fare attenzione alla mail che alle 15:11:13, Rossi invia a Viola: “Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l’altro giorno”.

Cosa aveva spaventato Rossi l’atro giorno? Certamente “l’altro giorno” rimanda ad una dimensione temporale non facilmente ascrivibile ad una data precisa, ma tuttavia ravvicinata nel tempo, prossima allo scambio delle mail.

La cosa che ha spaventato Rossi potrebbe essere pertanto quella “cazzata” che egli afferma di aver fatto e per la quale si era mostrato agitato, preoccupato.

Tuttavia, a fronte degli ennesimi tanti, troppi interrogativi e dubbi, sarebbe stato opportuno, e lo è oltremodo ora, indagare verso la comprensione di tali circostanze che sono rimaste inesplorate e che chiarirebbero sia la comprensione dello stato d’animo e delle intenzioni del Rossi, che l’autenticità delle dinamiche relazionali tra egli ed i suoi interlocutori nell’ultimo periodo della sua vita.

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Di rilievo anche alcune osservazioni sulla metodologia delle campionature.

Così come puntualmente descritto nella relazione a firma del CTP dott.ssa Fabrizia Fabrizi de Biani (doc. 5) si rileva come la consulenza fornita dal Dr. Casamassima, richiesta dal Ten. Col. Davide Zavattaro in qualità di consulente del P. M. Fabio Maria Gliozzi, riguarda l’analisi di campioni provenienti dal muro esterno sottostante la finestra dalla quale è avvenuta la caduta di David Rossi.

L’analisi è stata condotta tramite microspettrometria FTIR. La relazione riporta le immagini e la descrizione solo di alcuni dei campioni prelevati (campioni 2, 3 e 9) le cui immagini al microscopio sono riportate nella relazione stessa insieme alla descrizione dei punti specifici che sono stati analizzati. Sono stati analizzati con lo stesso metodo anche due campioni indicati come “tomaia di scarpa” (in pelle), utilizzati come confronto. Lo scopo dell’analisi infatti è quello di identificare tracce delle scarpe di David Rossi, per verificare se le abrasioni visibili sulle stesse siano state prodotte dallo sfregamento contro il muro al di sotto della finestra. Secondo le conclusioni cui si giunge attraverso le analisi così descritte una parte del materiale analizzato è un miscuglio di silicati e di materiale di natura proteica, compatibile anche con il materiale delle tomaie di scarpa. Viene aggiunto inoltre che analisi più accurate ed esplicative sarebbero possibili solo con un termine di paragone certo.

Considerazioni preliminari.

La prima considerazione, di carattere principalmente logico, riguarda la decisione di usare campioni di riferimento ragionevoli, ma pur sempre arbitrari: la tomaia è la parte superiore di una scarpa, ma non è questa la parte abrasa nelle scarpe di David Rossi, identificabile invece nella giunzione tra prima e seconda suola (Fig. 1)

Questa parte è spesso in cuoio, ma non è raro che sia in gomma e non è stato chiarito di quale materiale fossero le scarpe in questione, attualmente non più disponibili, ma delle quali si poteva forse reperire lo stesso modello.

La seconda obbiezione, più rilevante, riguarda l‘assenza di un vero bianco nelle analisi prodotte: in presenza di presunti campioni positivi (i campioni di tomaia) mancano infatti campioni rappresentativi di un vero negativo, che nel caso specifico possono essere identificati solo da prelievi effettuati con modalità ed in condizioni le più possibili analoghe a quelli di interesse specifico, per esempio facendo prelievi sotto un’altra finestra, possibilmente alla stessa altezza e certamente dallo stesso lato dell’edificio di quella dell’ufficio di David Rossi.

Tale accortezza, come si vedrà, è tutt’altro che superflua, dato che il segnale FTIR che viene interpretato come compatibile con la traccia delle scarpe è sostanzialmente un segnale indicativo della presenza di materiale proteico, ubiquitario negli organismi viventi. E’ quindi necessario usare come confronto negativo (bianco) alcuni campioni prelevati da un muro nelle quali siano riprodotte il più fedelmente possibile (umidità, esposizione solare, altezza del muro al livello del prelievo, eventuale possibilità per un uccello di appoggiarsi sul davanzale) le condizioni che si hanno sotto la finestra dalla quale è avvenuta la caduta di David Rossi.

La tecnica analitica.

La spettroscopia FTIR è sicuramente una tecnica analitica molto potente e nel caso specifico della microspettromentria si ha la possibilità di analizzare separatamente la superficie (profondità dell’ordine di qualche decimo di micron) di regioni molto piccole di un campione (risoluzione dell’ordine di qualche micron). In generale, campioni anche molto complessi forniscono spesso spettri IR relativamente semplici e tuttavia ricchi di informazioni fornite dalle posizioni dei picchi, caratteristici dei gruppi funzionali (piccoli gruppi specifici di atomi legati tra loro) e relativamente sensibili all’intorno chimico, quindi alla presenza di gruppi funzionali vicini, oppure alla presenza di interazioni deboli e quindi capaci di dare talvolta informazioni anche strutturali. Tuttavia, all’aumentare della complessità di un campione e soprattutto in presenza di miscugli, buona parte di queste informazioni normalmente vengono perse a causa della sovrapposizione di molti segnali vicini.

Nel caso specifico, i campioni, per quanto analizzati puntualmente (su microregioni) sono senz’altro per loro stessa natura costituiti da un miscuglio di specie chimiche.

Inoltre la spettroscopia FTIR delle proteine, specie chimiche molto complesse, richiede, per dare risultati altamente informativi, una specifica manipolazione del campione, che deve essere puro. Il gruppo peptidico, il gruppo ripetitivo che costituisce le proteine, produce fino a 9 bande: amide A e B, che possono essere coperte dal segnale dell’onnipresente acqua (un largo segnale nella regione 3600-3000 cm-1) e amide I-VII. Di queste ultime, la prima (1600-1700 cm-1, fig. 2) è quella maggiormente diagnostica, la seconda, sebbene più complessa da studiare, deve essere comunque almeno visibile, mentre la altre possono essere talvolta coperte da altri segnali.

Le analisi presentate nella relazione.

Nel caso presente l’analista rileva in alcune parti dei campioni (identificate come particelle “scure” e “verdi”) i picchi corrispondenti ai segnali amide I e amide II, li confronta visivamente con quelli analoghi individuati nei campioni “tomaia” e saggiamente rinuncia all’identificazione specifica della proteina maggiormente presente nella tomaia (collagene), limitandosi ad affermare che tali picchi indicano la presenza di materiale proteico. Successivamente il software di matching, in dotazione allo strumento, individua, tra una collezione di spettri presente in un database, quei composti che hanno spettri simili a quello registrato e che dovrebbero dare indicazioni riguardo la natura del materiale analizzato. Si ottiene così una lista di sostanze (di natura effettivamente proteica) che suggerisce di identificare il materiale come: lievito di birra, semi di ricino, semi di peperoncino, semi di mostarda, muco nasale, insetti schiacciati o, solo secondariamente, come pelo di capra o di volpe. Vedremo che non è casuale che le prime sostanze proposte siano sostanzialmente sempre di origine vegetale. I picchi residui (principalmente un largo picco centrato a 1000 cm-1), che non rientrano nel matching, vengono identificati attraverso una analoga procedura di matching come dovuti alla presenza di alluminosilicati.

L’analista succintamente conclude che la particelle sono costituite da un miscuglio di alluminosilicati e materiale proteico compatibile con i residui che potrebbe avere lasciato una scarpa.

Le analisi supplementari.

Avendo individuato nella mancanza di un “bianco” il difetto principale della procedura analitica, si è provveduto a raccogliere campioni dal muro sottostante la finestra della stanza accanto all’ufficio di David Rossi. Le finestre si trovano sostanzialmente nelle stesse condizioni di esposizione a luce ed umidità ed i campioni sono stati prelevati prendendo come riferimento per l’altezza il nastro adesivo residuo che era rimasto ad indicare uno dei punti del precedente prelievo poi sottoposto alla analisi qui commentata.

Nel nostro caso, gli spettri FTIR sono stati ottenuti con un comune FTIR- ATR (descritto successivamente), che ci ha permesso di analizzare i campioni tal quali, senza ulteriore manipolazione, ma che non concede la risoluzione spaziale della microspettrometria e che prevede lo schiacciamento delle particelle che sono pressate da una punta di diamante. Di conseguenza, non è stato possibile limitarsi ad analizzare solo la loro superficie e si sono conseguentemente ottenuti spettri nei quali la presenza di alluminosilicati è maggiormente evidente (fig. 3e), ma nei quali è pure del tutto evidente, di nuovo, la presenza di materiale proteico, come indicato dalla presenza dei picchi amide I e amide II a frequenze perfettamente sovrapponibili (Fig 3a, b) a quelle degli spettri presentati nella relazione del DR. Casamassima (Fig 3c).

Paradossalmente, si sarebbero quindi trovate tracce di materiale proteico compatibile con la tomaia di scarpe in pelle anche nei campioni prelevati sotto la finestra della stanza accanto all’ufficio di David.

Non potendo più supportare ragionevolmente l’ipotesi che di scarpe si potesse trattare, è stato necessario trovare un’altra spiegazione per la presenza di questo materiale proteico ed è sembrato opportuno esplorare l’ipotesi che si trattasse di materiale organico proveniente da muffe, licheni o funghi. In effetti, anche secondo la relazione che qui critichiamo, particelle “nere”, “scure” o “verdi” esaminate nei precedenti campioni presentano tutte indistintamente il segnale proteico, il che supporta l’origine vegetale di tale segnale, piuttosto che il fatto che si tratti di tracce di pelle animale.

Una rapida ricerca su internet ci ha permesso di individuare uno spettro sorprendentemente simile a quelli registrati nel corso delle analisi del Dr. Casamassima (fig. 3d), presentato dal Museum of Fine Arts di Boston come lo spettro di una generica muffa (unidentified mold).

E’ da segnalare inoltre che la banda amide I degli spettri prelevati dal muro sotto entrambi gli uffici, così come quella dello spettro della muffa trovata come riferimento, è preceduta da un piccolo segnale a 1740 cm-1 dovuto alle catene laterali degli aminoacidi ed assente nello spettro della tomaia (collagene).

Alla luce di questi nuovi risultati, appare senz’altro più plausibile l’ipotesi che in entrambi i casi, ovvero nella precedente e nella nostra analisi, siano stati registrati gli spettri di una specie vegetale, consueta presenza sui muri di mattoni, piuttosto che le tracce di scarpe. Sembra sensato quindi concludere che la tecnica e la modalità di indagine utilizzata non possano fornire assolutamente alcuna indicazione riguardo la dinamica dell’evento che ha condotto alla morte di David Rossi, ogni diversa interpretazione dei risultati apparendo come una ingiustificata forzatura dei dati.

ULTERIORI CONSIDERAZIONI SULLA RELAZIONE DEI CC.TT. ZAVATTARO-CATTANEO

I. In diverse parti si nota che sia la dott.ssa Cattaneo utilizzi immagini dell’autopsia ma non quelle a maggior qualità e ad alta risoluzione della Polizia Scientifica acquisite a seguito di specifica richiesta del sottoscritto difensore e del Collega Goracci nell’aprile del 2016. Questo porta spesso ad interpretazioni ambigue e/o errate. In ogni caso è incomprensibile come mai in alcuni casi vengano usate le immagini della scientifica mentre in altri trascurate. Lesione U, in questo caso si sottolinea che l’immagine è di scarsa qualità concludendo che “i margini della lesione appaiono arrotondati… e ciò potrebbe suggerire una datazione maggiore rispetto agli eventi precedenti la morte”.  Al contrario se avessero utilizzate le immagini della scientifica prese nell’immediatezza (ore 11.30 del 6 Marzo 2013) si sarebbero accorti della presenza di sangue fresco all’interno del palmo della mano in corrispondenza della lesione. Questo suggerisce immediatamente che le lesività in oggetto è di natura recente. A parere di chi scrive è grave che pur avendo a disposizione foto di alta qualità (trasmesse una volta acquisite dal Collega Goracci via email a TUTTI i consulenti) vengano utilizzate per le comparazioni e/o descrizioni fotografie di scarsa qualità ottenute dalla stampa del fascicolo preesistente (RGNR 962/2013 mod.44).

II. La relazione inizia con una prolusione di carattere quasi filosofico che spiega quale sia l’approccio che il giudice deve tenere in casi dubbi, citando la relativa letteratura di riferimento (pag 5). Non è chiaro lo scopo di questa prolusione, viene citato un testo poco diffuso nelle aule di giustizia definendolo come di non facile lettura sia per la lingua (!) che per la densità di concetti che le rigorose formule matematiche: Fundamentals of Probability and Statistical Evidence in Criminal Proceedings Guidance for Judges, Lawyers, Forensic Scientists and Expert Witnesses. Colin Aitken, Paul Roberts, Graham Jackson; Royal Statistical Society. In questo lavoro viene illustrato il teorema di Bayes e la teoria secondo la quale si potrebbe applicare a livello legale per individuare le probabilità di colpevolezza. Tradotto in parole semplici (ed in italiano) ll teorema di Bayes (conosciuto anche come teorema della probabilità delle cause), proposto da Thomas Bayes deriva da due teoremi fondamentali: il teorema della probabilità composta e il teorema della probabilità assoluta. Viene impiegato per calcolare la probabilità di una causa che ha scatenato l'evento verificato. Per esempio si può calcolare la probabilità che una certa persona soffra della malattia per cui ha eseguito il test diagnostico (nel caso in cui questo sia risultato negativo) o viceversa non sia affetta da tale malattia (nel caso in cui il test sia risultato positivo), conoscendo la frequenza con cui si presenta la malattia e la percentuale di efficacia del test diagnostico. Formalmente il teorema di Bayes è valido in tutte le interpretazioni della probabilità. Modelli statistici di tipo bayesiano contengono caratteristiche aggiuntive, non presenti in altri tipi di tecniche statistiche, che richiedono una formulazione di un insieme di distribuzioni a priori per ogni parametro sconosciuto. Le distribuzioni a priori sono la parte predominante del modello statistico, come parte che esprime la distribuzione di probabilità delle osservazioni date nei parametri del modello. Le specifiche di un insieme di distribuzioni a priori per un problema potrebbe coinvolgere iperparametri e iperdistribuzioni a priori. Sono di fatto modelli matematici in cui si mettono dei numeri e da questo si ottiene probabilità maggiori o minori che un evento possa accadere, non è comprensibile come sia stato utilizzato nell’attuale contesto in cui le variabili indipendenti da considerare sono numerose e oltretutto nessuna di queste è traducibile in numeri.

La relazione ZAVATTARO-CATTANEO continua affermando che il testo non ha avuto la sperata diffusione nelle aule di giustizia, definendolo tuttavia una pietra miliare largamente utilizzata in molti paesi e utilizzata dal giudice per raggiungere una decisione. Quindi afferma di utilizzare l’approccio baynesiano definendolo come “unico strumento decisionale equilibrato e rigoroso” in quanto valuta sia gli elementi a favore dell’ipotesi difensiva sia quelli relativi a supporto all’ipotesi opposta. Aggiunge inoltre che in Italia al contrario di altri paesi vi è stata meno sensibilità (i soliti retrogradi gli italiani) e di conseguenza il percorso per un’adozione diffusa è più lento, pun non mancando sentenze di giudici ordinari e della Cassazione. Le sentenze sopra citate (Gip Gennari Tribunale Milano 18.05.2015) appare contrariamente al caso di specie si riferiscono ad una situazione ben precisa: probabilità di positività ad un test medico quindi ben traducibile in un numero. In questo caso avendo ben definito la variabile da inserire nel teorema ed essendo questa unica, è evidente che il teorema stesso possa trovare applicazione. Caso enormemente diverso quello in questione dove nessuna variabile può essere tradotta in un numero e dove le variabili da considerare sono praticamente infinite. Citare una sentenza e la relativa letteratura senza considerare i limiti applicativi del teorema di Bayes appare oltremodo “superficiale” e “suggestivo” di un voler giustificare in base a un modello matematico (non attuabile nel caso di specie!) le scelte e le considerazioni fatte.

III. Nella relazione ZAVATTARO-CATTANEO e così come anche nella richiesta di Archiviazione si afferma che David sia uscito spontaneamente calpestando lo zoccolo di legno della finestra (formando numerose schegge di legno) nonché i fili del davanzale esterno. Se così fosse dal momento che le scarpe erano imbrattate di materiale biancastro (come documentato da foto scientifica autopsia) questo dovrebbe ritrovarsi su davanzale interno/esterno ed in particolare sul montante della finestra in legno. Nella relazione si afferma che il legno è stato sbriciolato dall’azione delle scarpe; ebbene questa affermazione risulta incoerente con il fatto che essendo le stesse impregnate di materiale bianco sotto la suola non abbiano lasciato traccia alcuna. Perché tale materiale non si ritrova sul davanzale e sul legno e su nessuna altra struttura della finestra o sul fan coil davanti alla finestra?  Da queste fotografie si nota come nessun segno delle scarpe (sia di polvere bianca sia dei materiali neri pelle e cuoio) appare sulla finestra e sul fan coil sottostante. Si notano invece alcuni particolari importanti che contraddicono la versione secondo cui è salito in piedi sul davanzale. -Schegge di legno anche sul fan coil. - Due ammaccature evidenti nel montante - Presenza di una scheggia di legno nell’addome oltre che di altro materiale analogo a quello del davanzale -Presenza di schegge di legno anche sui pantaloni.

IV. CONSIDERAZIONI SU ANALISI MERCEOLOGICHE.

Tecnica analitica. La tecnica utilizzata a quanto si evince dalla relazione è la EDS (ENERGYGY DISPERSIVE X-RAY SPECTROSCOPY). L’analisi EDS, è una tecnica microanalitica mediante raggi X qualitativa e semiquantitativa che può fornire informazioni sulla composizione elementare di un campione. Le informazioni generate da analisi EDS può anche aiutare a identificare rivestimenti, e in alcuni casi, sostanze inorganiche estranee presenti in un campione. In parole semplici si rileva la % di atomi di un certo campione. Ovviamente in presenza di materia organica saranno preponderanti C, N, O. Utile per esempio per trovare tracce di metalli non tipici della materia organica. Si deve tenere presente che è un test qualitativo o al massimo semiquantitativo, infatti i tracciati riportano le sostanze in % relativa e non assoluta. Da notare anche che in presenza di quantità significative di analita si evidenziano picchi ben netti mentre quando l’analita stesso è poco si hanno tracciati di incerta interpretazioni. Quindi non tutti gli spettri EDX della relazione hanno stessa forza probatoria.

Criticità generiche della procedura. Per una corretta procedura analitica è particolarmente fondamentale la fase di raccolta e/o conservazione del campione. In questo caso sono emerse notevoli difficoltà in quanto dovendo analizzare tessuti in alterato stato di conservazione, oltretutto in un corpo che era stato lavato più volte, come emerge dalla relazione è ovvio che sia oltremodo difficoltoso fare prelievi esatti nei punti corrispondenti alle lesioni in quanto non visibili, si è proceduto quindi per approssimazione. Oltre a questo altri problemi di tipo preanalitico sono evidenti come citato nella relazione:

i) Inquinamento da metalli provenienti dalla cassa zincata

ii) Inquinamento da metalli presenti nel materiale utilizzato per la saldatura

iii) Inquinamento causato dai ferri chirurgici utilizzati nella prima autopsia

iv) Inquinamento dovuto al materiale utilizzato per prelevare i campioni e analizzarli. Ad esempio dei metalli costituenti la cassa dell’orologio (ferro cromo, nickel) indossato da David le cui impronte sono ben impresse sul polso non si trova traccia alcuna nelle riportate analisi.

v) Non esistono i cosiddetti “bianchi” ovvero analisi di parti del corpo esposte ad agenti esterni ma non lesionate. Avere analizzato solo una parte del piede coperto da scarpa e calzino non è ovviamente sufficiente in quanto non si riesce a dimostrare che in parti non lesionate non vi siano tracce di intonaco e/o materiale cementizio di vario tipo. Ipotesi non certo trascurabile in quanto David aveva una casa in ristrutturazione che visitava spesso.

vi) Si dà spesso per scontato che un oggetto colpendo un corpo lasci tracce del materiale di cui è fatto l’oggetto stesso. Se per i punti i),ii),iii) non sussistono attribuzioni di sorta per l’esecutore dell’indagine attuale, lo stesso non si può dire per il punto iv); infatti è un grave errore ‘inquinare’ il campione da analizzare con un possibile analita. Lo stesso dicasi per il punti v) e vi).

Nello specifico.

Lesione A. La lesione A come riportata nel referto è stata attribuita al contatto con oggetto di ottone che e’ una lega contenente zinco e rame a cui peraltro possono essere aggiunti altri metalli in piccole quantità (e.g. piombo). Sulla stessa lesione si osserva però risulta evidente un residuo di titanio (Ti) (prelievo 7a analisi 17) circostanza non considerata dalla Cattaneo. Non ne viene dato né cenno né spiegazione. Il titanio e’ molto utilizzato come rivestimento e come materiale di costruzione e di rivestimento in diversi oggetti ma non nell’ottone. Quindi può derivare da altro esempio cassa di orologio. Non da escludersi che possa trattarsi anche di pittura bianca, o altro oggetto contenente titanio in forma metallica o di ossido. L’analisi stessa infatti non distingue la composizione molecolare. Ad esempio il diossido di titanio è composto comune anche in diversi coloranti, creme solari cemento e vernici. Però l’alta percentuale di titanio in quel residuo e’ sospetta. Oltretutto in nessuno degli altri campioni analizzati esiste percentuale simile. Il gancio interno della finestra è di ottone e ha tracce minime di titanio, nessuno dei materiali analizzati presenta tracce rilevanti di titanio. La presenza di titanio appare rilevante e perché non viene considerata?

Lesione H. Per la lesione H (graffi su addome) si trovano cromo ferro e nickel si suppone compatibili con fibbia della cintura ma anche come dice la relazione con i ferri chirurgici utilizzati per la prima autopsia. Come detto precedentemente sarebbe stato ovviamente utile per dirimere la questione analizzare altri punti non in corrispondenza della lesione ma della sutura chirurgica toracica in modo da essere sicuri che i metalli trovati derivassero da ferri chirurgici. L’attività posta in essere appare non corretta dal punto di vista analitico.

Altre lesioni. Piombo e stagno delle altre lesioni sono ragionevolmente dovuti alla saldatura fatta sulla cassa infatti si trovano in zone esposte e non coperte dai vestiti. La lega Sn-Pb costituisce il materiale con cui si eseguono le saldature delle casse zincate.

Lesione D prelievo 8. In questo caso risulta molto evidente solo il piombo e in quantità pari al 100%. Essendo una lega quella della saldatura costituita in maggioranza (oltre al 60% di stagno) pare oltremodo strano. Risulta un picco molto evidente nel tracciato quindi ha alta significatività analitica anche in un contesto qualitativo come quello dell’analisi effettuata. Questa lesione evidente sia dal punto di vista anatomopatologico che dal punto di vista analitico-merceologico, non risulta presa in considerazione nella relazione. Una possibile spiegazione della prevalente presenza di piombo potrebbe forse trovarsi nella composizione chimica stessa della lega utilizzata per la saldatura. Essendo questa una lega eutettica (punto di fusione minore nella lega rispetto ai metalli singoli) raffreddandosi può avere nucleazione di cristalli di fase ricca di piombo con intorno zone a prevalenza stagno. Quindi esiste la possibilità (seppur remota) che una volta riscaldata repentinamente per effettuare le saldature possa rilasciare particelle con prevalenza piombo. Questo aspetto doveva essere comunque analizzato e considerato specialmente in presenza di una lesione altamente significativa e non spiegabile con la caduta come la lesione D. Resta comunque molto strano (ammesso che sia possibile) che questo fenomeno si verifichi solo in corrispondenza di questa lesione. Da tenere presente inoltre che quel tipo di analisi dice la % dei singoli atomi ma niente sulla molecola di origine. Il piombo quindi potrebbe essere qualche materiale fatto di piombo metallico o in alternativa un ossido o sale di piombo per esempio il minio, noto per essere utilizzato come antiruggine ma anche nelle pitture antiche essendo di tipico colore rosso.

Lesione N. In questo caso è stato trovato oro (Au). Su questo risulta un grave errore analitico in quanto si ammette che la presenza di oro sia dovuta alla procedura stessa. Non è ammissibile che un esperto tecnico possa contaminare (tanto più se in sede di accertamento ex art 360 c.p.p.) il campione da analizzare con l’analita stesso. Da notare che l’oro viene trovato in corrispondenza della superficie volare lato ulnare del polso sinistro ma non in nessuna altra parte analizzata. Oltretutto mancano i tracciati, vengono solo riportati quelli di analisi sulla stessa lesione dove non vi è oro. L’oro viene solo menzionato sotto la tabella scrivendo: “Solo oro circa 4 residui”.  Controllo materiali costituenti la cassa: In questo caso risulta evidente una “grave omissione”, in quanto si conclude che nella superficie interna si trova solo zinco e zolfo. Questo non è esatto, infatti come visibile nel tracciato riportato a pag 135 della relazione esiste una rilevante quantità di rame (Cu) evidenziata da due picchi ben visibili. Al contrario non risulta presente zolfo. Dal momento che si ritrova nella lesione A del rame pur volendo dire che si tratta di materiale compatibile con il gancio della finestra (identificandolo come ottone), è ovviamente incomprensibile come mai si ometta di segnalare che il rame è contenuto anche all’interno della cassa. Non bisogna certo trascurare che l’ufficio di David così come molti atri uffici sono dotati di innumerevoli oggetti in ottone come ad esempio tutte le maniglie delle finestra con apertura ad anta che si trovano sulla sinistra (entrando nella stanza) della scrivania. Le conclusioni fatte nella relazione pertanto non sono minimamente supportate da dati analitici riportati nella relazione stessa e denotano limiti tecnici ed interpretativi. Giova tra l’latro evidenziare che in sede di sopralluogo veniva solo “campionato” il gancio d’ottone collocato sul davanzale della finestra e non quello superiore, il quale si vuole presumere (senza prova certa) che abbia la stessa composizione di quello oggetto di analisi.

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DATI GEOMETRICI DERIVANTI DAL RILIEVO CON LASER SCANNER 3D ESEGUITE NEL SOPRALLUOGO DEL 02.02.2017

DISTANZA ORIZZONTALE DAVANZALE - PIEDE DELLA FACCIATA CM. 18,31 E NON CM. 8,1

MISURA RILEVATA IN EVIDENTE CONTRASTO CON QUANTO DICHIARATA DA ZAVATTARO NELLA SUA RELAZIONE, CHE INDICA LA MISURA DI 8,1 RILEVATA CON FILO A PIOMBO (!) (pagina 28, ultimo rigo).

La differenza orizzontale rilevata con il laser scanner 3d tra il piede della facciata e il filo esterno del davanzale della finestra dell’ufficio del Rossi è di 18,31 cm. – vedere sezione B). Il punto di impatto del bacino assunto da Zavattaro è a cm. 98 dal piede della facciata sottostante la finestra del Rossi.

CIÒ DETERMINA CHE LA DISTANZA ORIZZONTALE COMPLESSIVA TRA IL LATO ESTERNO DEL DAVANZALE ED IL PUNTO DI IMPATTO È CM. 116.

Se il Rossi si fosse veramente lasciato cadere da una posizione “rannicchiata” con il corpo completamente esposto all’esterno rispetto alla finestra (spalle al vuoto) e quindi l’asse del suo bacino sia da ritenere sporgente rispetto al davanzale IL CORPO, IN CADUTA, AVREBBE DOVUTO COMPIERE UNA DISCESA DIAGONALE IN ALLONTANAMENTO DALLA FACCIATA (PER UNO SPAZIO DI CIRCA CM. 70) CHE LA RIPRESA VIDEO NON RIVELA (CADUTA CON TRONCO VERTICALE COME DICHIARATO DALLO STESSO ZAVATTARO A PAGINA 8 DELLA RELAZIONE).

Tutte queste osservazioni, confortate dal rilievo 3d posto a confronto con quanto dichiarato in termini di verticalità della caduta, distanze rilevate e posizione degli elementi di confronto (asta metrica di 2 mt.) portano alle seguenti considerazioni:

Se davvero il Rossi si fosse lasciato cadere dalla posizione suddetta è difficile pensare al fatto che, cadendo verticalmente, non abbia riportato contatti con la facciata nel tratto sottostante il punto di distacco (lesioni del viso non compatibili con lo sfregamento in facciata);

Se dalla posizione di rilascio si fosse spinto indietro è difficile pensare che in una caduta di circa m. 14.00 non abbia acquisito alcuna rotazione (distacco delle mani con punte dei piedi sulla facciata – punto di rotazione??);

E’ altrettanto impensabile che il corpo del Rossi potesse compiere, in volo, una traiettoria parallela alla facciata;

Se si fosse spinto per allontanarsi dalla facciata tutte le considerazioni sulla caduta libera dovrebbero essere invalidate. Interverrebbero forze ulteriori non considerate.

Sempre a pagina 28 ultimo rigo, Zavattaro fornisce un elenco di dati geometrici tra i quali:

“L’altezza del davanzale della finestra dell’ufficio è di 14,40 m.”

LA MISURA RILEVATA CON IL RILIEVO 3D E’ ML. 14,36. TALE DIFFERENZA APPARE INSIGNIFICANTE MA SPIEGHERO’ IN SEGUITO PERCHE’ CONTIENE UN ERRORE IMPORTANTE 97

“L’edificio adiacente dista 3,48 metri al livello della finestra e 3,33 a livello del suolo.”

AFFERMAZIONE CHE NON CONSENTE DI CONFERMARE L’INCLINAZIONE DELLA FACCIATA DELLA FINESTRA DEL ROSSI SE NON VIENE RILEVATA L’INCLINAZIONE VERTICALE DELLA FACCIATA ANTISTANTE – DATO INUTILE.

Compatibilità con il posizionamento dell’asta di riferimento Un attento posizionamento della sagoma a terra permette di affermare che la caduta del Rossi sia avvenuta in una posizione più prossima all’asse verticale della facciata.

ASSUNZIONE DEI RIFERIMENTI ALTIMETRICI SUL CORPO IN CADUTA Paragrafo 2.1.1.1 – Calcolo dello spazio percorso tra i due fotogrammi Ricostruzione dello spazio percorso e della velocità. Per procedure con la ricostruzione della dinamica della caduta, con particolare riferimento al tempo di volo e quindi alla determinazione a ritroso della distanza coperta dal corpo del Rossi in caduta, finalizzata a stabilire il più probabile punto di inizio del volo, Zavattaro INDIVIDUA LA DISTANZA DEL COLLETTO DELLA CAMICIA DEL ROSSI TRA DUE FRAMES CONSECUTIVI (appena compare in visione rispetto al punto di vista delle telecamera di sicurezza e subito dopo l’impatto a terra). Tale distanza VERTICALE viene misurata sui frames in 360 pixel che:

- rapportati ad un’asta di misura nota (ml. 2.00) POSIZIONATA NEL PUNTO DI IMPATTO DELL’ASSE DEL BACINO DEL ROSSI STESSO;

- rilevata dallo stesso punto di vista del filmato (medesima telecamera);

- rapportata al valore determinato di ogni singolo pixel (0,65 altezza di ogni singolo pixel) consente a Zavattaro di ricavare l’altezza coperta dal Rossi in caduta ed il tempo impiegato NELLO SPAZIO IN VISIONE DI TELECAMERA.

ZAVATTARO STABILISCE CHE LO SPAZIO PERCORSO TRA I DUE FRAMES È COMPRESO TRA CM. 239 E CM. 244 IN UN TEMPO COMPRESO TRA 153 E 156 MILLISECONDI. SULLA BASE DI QUESTI DATI RICOSTRUISCE LA VELOCITÀ DI CADUTA, CONSIDERANDO I MARGINI DI ERRORE DELLA DISTANZA (CM. 239/244) E DI TEMPO (MS 135/156) E STABILISCE CHE LA VELOCITÀ DI CADUTA PUÒ ESSERE AVVENUTA NELL’INTERVALLO COMPRESO TRA 16,09 M/S (PARI A 57,91 KM/H) E TRA 16,7 M/S (PARI A 60,11 KM/H), E CHE IL TEMPO DI VOLO E’ COMPRESO TRA 1,64 E 1,75 SECONDI. Estratto della relazione di Zavattaro – Pagina 20 Di conseguenza, sulla base di alcune considerazioni relative agli studi effettuati sui corpi in caduta libera e sull’incidenza dell’attrito dell’aria e di tutti I possibili fattori di frenamento Zavattaro ricostruisce a ritroso la più probabile altezza di caduta utilizzando un calcolatore on-line accessibile al seguente indirizzo web. Nel citato calcolatore Zavattaro inserisce i seguenti dati:

- Peso corporeo del Rossi (già noto);

- Distanza percorsa nell’unità di tempo (ricavata con il sistema dell’asta metrica dal filmato);

- Tempo di volo (ricavato dal filmato in relazione alla temporizzazione dei frames.

- COEFFICIENTE DI ATTRITO DELL’ARIA, considerato un valore medio di 0,17 Kg/m tra il valore di 0,24 Kg/m (attrito dell’aria su un corpo in caduta libera in posizione orizzontale rispetto al suolo – parallelo) e 0,10 Kg/m (attrito dell’ria su un corpo in caduta libera in posizione verticale rispetto al suolo – perpendicolare).

Con questo procedimento, e per tentativi, Zavattaro RICOSTRUISCE L’INTERVALLO DELLE PIU’ PROBABILI ALTEZZE COPERTE DAL ROSSI IN BASE AI DATI NOTI/RICAVATI/ASSUNTI, determinando che:

- Assumendo l’intervallo di altezza (colletto-colletto) di cm. 239 nell’unità di tempo di 153 ms, e quindi una velocità di volo di 16,09 m/s equivalenti ad una velocità di 57,91 km/h, il ROSSI SAREBBE DOVUTO PARTIRE DA UNA ALTEZZA DI ML. 13,50;

- Assumendo l’intervallo di altezza (colletto-colletto) di cm. 244 nell’unità di tempo di 156 ms, e quindi una velocità di volo di 16,7 m/s equivalenti ad una velocità di 60,11 km/h, il ROSSI SAREBBE DOVUTO PARTIRE DA UNA ALTEZZA DI ML. 14,80.

Al termine di questi calcoli Zavattaro stabilisce che le due altezze probabili di partenza (ml. 13,50 e ml. 14,80) sono compatibili con l’altezza della finestra del Rossi da terra, ed in particolare con la posizione di un corpo in trattenuta all’esterno della finestra stessa.

CONSIDERAZIONI DETERMINAZIONE DELLA DISTANZA DEL COLLETTO TRA I DUE FRAMES: L’individuazione dell’intervallo verticale tra le due diverse posizioni del colletto della camicia del Rossi tra i due frames consecutivi appare piuttosto dubbia. Pur comprendendo l’opportunità di assumere il colletto come riferimento costante tra le due immagini appare piuttosto empirica l’assunzione delle due linee orizzontali di riferimento, in ragione della scarsa qualità delle immagini. Anche un errore di soli 5-10 cm. nel determinare lo spazio percorso nella medesima unità di tempo (assumibile in 153 ms ad esempio) PUO’ MODIFICARE IN MODO CONSISTENTE IL CALCOLO A RITROSO PER LA DETERMINAZIONE DELL’ALTEZZA DI CADUTA (al tempo=0 per intendersi). Tale affermazione può essere supportata da due esempi: - DISTANZA COLLETTO/COLLETTO DI ML. 2.30 ANZICHE’ ML. 2.39 NEL TEMPO DI 153 MS Utilizzando la stessa formula per la determinazione della velocità: 2,30 / 0.135 = 15,03 Calcolo della velocità (con incidenza della gravità): 15,03 + 9,806 x (0,153/2) = 15,78 m/s I tentativi di elaborazione compiuti con il calcolatore Casio fino a ritrovare la velocità di 15,78 m/s HANNO CONSENTITO DI VERIFICARE CHE LO SPAZIO DI CADUTA COMPLESSIVO È PARI A 13,10 ML. MINORE DI QUELLO STABILITO DALLA RELAZIONE DI ZAVATTARO CON UN TEMPO DI VOLO (1,64 secondi) COMUNQUE COMPATIBILE CON IL TEMPO RICAVATO DAI FRAMES 103 - DISTANZA COLLETTO/COLLETTO DI ML. 2.55 ANZICHE’ ML. 2.44 NEL TEMPO DI 153 MS Utilizzando la stessa formula per la determinazione della velocità: 2,55 / 0.135 = 16,66 Calcolo della velocità (con incidenza della gravità): 16,66 + 9,806 x (0,153/2) = 17,41 m/s I tentativi di elaborazione compiuti con il calcolatore Casio fino a ritrovare la velocità di 17,41 m/s HANNO CONSENTITO DI VERIFICARE CHE LO SPAZIO DI CADUTA COMPLESSIVO È PARI A 16,07 ML. MAGGIORE DI QUELLO STABILITO DALLA RELAZIONE DI ZAVATTARO CON UN TEMPO DI VOLO (1,82 secondi) COMUNQUE COMPATIBILE CON IL TEMPO RICAVATO DAI FRAMES NE CONSEGUE CHE ANCHE UN ERRORE di +/- CM. 10 NELLA DETERMINAZIONE DELLA POSIZIONE DEL COLLETTO NEI DUE FRAMES PUO’ INCIDERE NOTEVOLMENTE NELLA RICOSTRUZIONE DEL CALCOLO DELL’ALTEZZA DEL CORPO AL MOMENTO DELLA PARTENZA E CHE I DUE ESEMPI APPENA RIPORTATI SMENTISCONO SOSTANZIALMENTE QUANTO RIPORTATO A PAGINA 25 DELLA RELAZIONE DI ZAVATTARO (Vedere sotto – in rosso il confronto con il range calcolato con +/- 10 cm. di errore di rilevazione.

ALTRE CONSIDERAZIONI RIGUARDO ALLA MISURA DELLA DISTANZA TRA I DUE FRAME: Utilizzando la foto di dettaglio (DSCN9169.jpg) è stato ricollocato, con sufficiente precisione, la posizione dell'asta (linea magenta) durante i rilievi svolti da Zavattaro, all'interno del modello 3D ricavato con il laser scanner. Si è poi posizionato un'asta, come riferimento rispetto al contesto, di uguale misura in corrispondenza del centro della finestra (linea verde). La differenza tra i punti alla base delle due aste è 14 cm. 105 Sono state poi effettuate alcune prove spostando il punto di appoggio a terra dell'asta, per verificare che tipo di variazione determina nel calcolo dell'altezza tra le due posizioni del corpo in caduta (i due frame). Ogni 10 cm di spostamento dell'asta si ha una modifica di circa 2,30 cm. nel calcolo dell'altezza. Come detto in precedenza, cambiando anche di pochi centrimetri l'altezza tra i due punti della caduta, si hanno delle variazioni considerevoli nel calcolo del punto di partenza. Zavattaro, nella sua perizia, non ha parlato di questo ulteriore elemento di incertezza, così da rendere non precisa e quindi attendibile il risultato della relazione. Quanto sopra con riserva di allegazione di relazione a firma del Geom. Pierfrancesco Binella e dell’Arch. Andrea Magrini.

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Ulteriori necessità investigative. Emerge dai tabulati che il ROSSI avesse in uso due cellulari ‘Iphone’ e ‘Blackberry’ utilizzati entrambi ed aventi l’identico numero (3358033179). Quanto sopra si evince dal fatto che risultano essere attribuiti due codici IMEI. In virtù di quanto sopra appare necessario procedere all’analisi (copia forense) anche del Blackberry al fine di poter ricercare traccia di sms e/o altro contenuto eventualmente cancellato dal ROSSI prima della precipitazione.

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Per i suesposti motivi visto l'art.410 c.p.p

PROPONE

Opposizione alla richiesta di Archiviazione e chiede che la S.V. Ill.ma, sulla base di quanto suesposto, e con ulteriore riserva di motivi ed integrazioni documentali voglia disporre la prosecuzione delle indagini preliminari consistenti:

A) nella escussione a SIT di: 1) PIERACCINI Lorenza sul contenuto delle telefonate tra lei ed il ROSSI intercorse il 04.03.2013 nonché del 06.03.2013; quale fosse lo stato emotivo del ROSSI e soprattutto se il ROSSI avesse impegni e/o incontri con qualcuno tra le 18:00 e le 20:00 del 06.03.2013; 2) Simonetta BIANCIARDI (segretaria di David ROSSI) che potrà riferire sugli impegni del ROSSI nel giorno 06.03.2013 tra le ore 18:00 e le ore 20:00 così da poter ricostruire nel dettaglio proprio le ore immediatamente antecedenti e concomitanti alla precipitazione del ROSSI; 3) VIOLA Fabrizio sul contenuto delle telefonate intercorse la mattina del 04.03.2013 ed in relazione alle quali questi escusso a SIT il 21.03.2013 dichiarerò difformemente al vero di non aver “parlato telefonicamente prima dell’invio delle email” del pomeriggio; 4) FILIPPONE Giancarlo sul motivo per il quale escusso a SIT nell’immediatezza del fatto dichiarò – contrariamente al vero – di aver contattato il ROSSI (tramite chiamata e poi sms alle ore 19:41) a seguito della chiamata della TOGNAZZI quando in realtà quest’ultima lo chiamò dopo le 20:02; 5) RICCUCCI Massimo sul motivo per il quale escusso a SIT ha dichiarato difformemente dal MINGRONE e dal FILIPPONE di aver ricevuto da questi (mentre era nell’ufficio di ROSSI unitamente alla Carolina ORLANDI) una telefonata che lo avvisava di quanto accaduto; 6) FANTI Gianni sulla circostanza se conoscesse il ROSSI e se quel pomeriggio avesse avuto modo di incontrarlo e chi era presente in Banca quella sera oltre quelli già escussi.

B) acquisizione dei fogli di servizio presso la Guardia di Finanza- Compagnia di Agusta al fine di conoscere l’identità di colui il quale appartenente a detto “Corpo” ha intrattenuto la chiamata delle ore 15:41 del 06.03.2013 sull’utenza fissa dell’ufficio di DAVID ROSSI della durata di 406 secondi al fine anche di poter chiedere allo stesso l’identità di colui/colei il quale/la quale parlò telefonicamente;

C) acquisire informazioni circa l’utenza telefonica 4099009 (risultante inequivocabilmente dai tabulati telefonici originali acquisiti) digitata alle ore 20:16 dal cellulare di David ROSSI quando questo era già riverso a terra;

D) individuare la ditta incaricata di eseguire il servizio di pulizia presso la sede di MPS di rocca Salimbeni al fine di individuare l’addetta/o a tale incombenza al terzo piano di detta sede ed in particolare all’ufficio di ROSSI onde richiedere la frequenza con la quale veniva eseguito lo svuotamento dei cestini della spazzatura e della carta;

E) acquisizione della copertura radioelettrica di tutte le celle di interesse investigativo;

F) analisi dei telefonini cellulari in uso al ROSSI attività investigative e di indagine tutte necessarie al reale accertamento di quanto accaduto la sera del 06.03.2013 dalle ore 18:20 alle ore 21:02 nell’ufficio del ROSSI David, risultando certo che le ferite frontali non risultano compatibili con la caduta e che terzi fossero erano presenti all’interno dell’ufficio predetto prima dei soccorsi e quando il ROSSI era esanime a terra.

Il tutto con riserva di ulteriori richieste che saranno ritenute necessarie in corso di attività di indagine difensiva.

Si chiede infine che la S.V. Ill.ma Voglia, ai sensi dell'art. 410 c.p.p., fissare udienza di comparizione delle parti in Camera di consiglio per la discussione.

Si producono in copia (con riserva di produzione degli originali delle relazioni):

1) Relazione Simone BONIFAZI

2) Fotografie di comparazione tra primo video e sopralluogo della scientifica 

3) Relazione a firma della Dr.ssa Francesca De Rinaldis

4) Relazione a firma della Dr.ssa Marina Baldi

5) Relazione a firma del CTP dott.ssa Fabrizia Fabrizi de Biani

Tarquinia/Siena, lì 20.02.2017 Avv. Paolo Pirani

Opposizione alla richiesta di archiviazione nel procedimento contro ignoti da parte della moglie e della figlia di David Rossi difese dall'Avvocato Luca Goracci.

Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari

Presso il Tribunale Ordinario di Siena

Opposizione alla richiesta di archiviazione

ex art. 410 c.p.p.

per Antonella Tognazzi, nata a Siena il XXXXXXX, res.te in Siena, via XXXXXX (c.f.: xxxxxxxxxxxxxxxx), Carolina Orlandi, nata xxxxxxxxxx – C.F.: xxxxxxxxxxxxxxxx res. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx, nella qualità di persone offese nel proc. R.G. n. 8636/2015 difese, come da nomina in atti dall’Avv.to Luca Goracci (c.f. xxxxxxxxxxxxxxxxxxx) del Foro di Siena, con Studio in Siena, via Camollia n. 140.

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Ill.mo Sig. Giudice per le Indagini Preliminari, il sottoscritto difensore nell’interesse delle proprie assistite propone opposizione alla richiesta archiviazione nel procedimento contro ignoti RGNR n. 8636/2015 avanzata dai Procuratori della Repubblica Dott. Salvatore Vitello e Dott. Fabio Maria Gliozzi con richiesta del 08.02.2017 notificata a questo difensore in data 09.02.2017.

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Prima di entrare nel merito della presente opposizione e ce ne vorrà scusare l’Ill.mo Giudice da subito occorre svolgere una considerazione di carattere generale non senza aver premesso che per la ristrettezza dei tempi e la mole del materiale da esaminare, tra i legali vi è stata una concordata divisione dei compiti anche al fine di evitare sovrapposizioni di argomentazioni, in alcuni casi comunque inevitabili.

Le motivazioni addotte dai Procuratori della Repubblica a fondamento della richiesta di archiviazione, non lasciano e non possono lasciare sodisfatti per la sostanziale evanescenza dei temi che le caratterizzano e la non corrispondenza di talune affermazioni a quella che è, invece, la oggettività delle circostanze.

Valga per tutti, il riferimento (secondo capoverso della introduzione) all’esito di “plurimi accertamenti, anche di natura tecnica” svolti nel procedimento originario, che avrebbero potuto risultare sodisfattivi della istruttoria, condotta; quando, al contrario e come più volte si è avuto occasione di notare sia nella prima opposizione alla richiesta archiviazione, sia nella istanza di riapertura ed avocazione alla Procura Generale, sia nell’ultima istanza di riapertura presentata nel 2015, che, ove plurimi accertamenti e non solo quelli sollecitati da questo difensore, anche di natura tecnica, fossero stati non solo eseguiti ma anche correttamente svolti, certamente non ci si sarebbe trovati nella necessità di procedere, tardivamente, al loro espletamento.

Ed è proprio a motivo di tali, evidenti, lacune nella acquisizione di elementi di conoscenza, in quanto accertamenti di natura tecnica non furono eseguiti o lo furono in modo sommario ed insufficiente, non sono risultate chiare e non risultano ancora oggi, per l’organo inquirente, le circostanze in cui avvenne il decesso di David Rossi, le cause precise della morte e l’inquadramento penalistico delle azioni.

Anche se più volte si è dovuto sottolinearlo giova ancora una volta ricordare, per quanto attiene in particolare le attività medico-legali, e non è questo difensore che lo dice ma sono gli stessi consulenti nominati dalla Procura della Repubblica che lo affermano ( già a carte 224 e quindi nella relazione depositata) la assoluta mancanza di un’indagine di sopralluogo e di accertamenti radiografici, la lacunosità e la inesattezza nella descrizione dei reperti e nella definizione della loro origine causale; aspetti questi, tutti, in dettaglio evidenziati nella relazione del Prof. Norelli Gian Aristide a suo tempo depositata.

Lacune e inesattezze riguardo alle quali, finalmente, si è deciso di cercare chiarimenti, anche se a distanza di tanto tempo ognuno era consapevole che la acquisizione di dati utili avrebbe potuto essere una vana illusione, essendosi modificato lo stato dei luoghi e scomparsa ogni possibilità di acquisire validi reperti.

Ciò premesso e premesso anche il convincimento che la certezza non avrebbe potuto essere acquisita con le presenti, nuove perlopiù o rinnovate attività istruttorie, non può ritenersi convincente la richiesta di archiviazione, in quanto sorretta da una metodologia argomentativa palesemente insufficiente.

Tutta la prima parte della richiesta di archiviazione è rappresentata da una pedissequa ripetizione del contenuto della precedente attività istruttoria e della archiviazione concessa all’epoca; argomenti, tutti, la cui sostanziale insufficienza e scarsa dimostratività probatoria è dimostrata in re ipsa dalla necessità dell’odierna indagine, in parte necessariamente surrogata, dalle osservazioni della Parte Lesa ( all’epoca solo la Sig,ra Antonella Tognazzi) che, pur tardivamente ritenute fondate, hanno imposto l’esecuzione di attività e la reinterpretazione di reperti, condizionando il doveroso superamento di quanto svolto all’epoca dei fatti.

Non può non stupire pertanto che, per rinnovare la richiesta di archiviazione, il PM ricorra ad argomenti la cui scarsa consistenza è dimostrata dalla necessità della riapertura dell’istruttoria e dalla esecuzione di atti che non furono all’epoca espletati o lo furono solo parzialmente ed in modo sommario ovvero stante il convincimento immediatamente maturato che si fosse trattato di suicidio, diretta solo al raggiungimento della prova dell’evento suicidario.

Prova che non c’era e non c’è neppure a seguito delle nuove indagini che anzi confermano l’ipotesi omicidiaria.

Per questo si impone a questa difesa di ripercorrere, siccome sempre attuali, anche ai fini del supplemento di indagini che sarà richiesto quanto da subito evidenziato con la prima opposizione nella quale ci si permetteva di porre all’attenzione del Giudice per le Indagini Preliminari che, oltre alla ipotesi di reato per la quale erano state aperte le indagini, ipotesi mai modificata anche in conseguenza della apertura di un nuovo fascicolo, la istigazione al suicidio esistessero e dovessero essere prese in considerazioni anche altre ipotesi di reato.

Pur nell’assoluto convincimento che di omicidio e non di suicidio od altro si sia trattato era doveroso, affrontare anche l’aspetto giuslavoristico della responsabilità del datore di lavoro su cui incombe l’onere giuridico di tutelare il proprio dipendente dal rischio stress lavoro correlato (art. 28 L. 81/2008). Nel richiamare il contenuto della prima opposizione e ferma l’ipotesi omicidiaria, anche per la ironia manifestata nel confronti del sottoscritto legale che “navigava a vista” e non poteva fare altrimenti vista la nebbia che circondava e circonda il caso, si riporta un piccolo passo della stessa opposizione:

“Più volte la Cassazione si è espressa nel senso di non escludere e quindi condividere l'assunto che il suicidio non rappresenta un evento idoneo ad interrompere il nesso di causalità tutte le volte che l'illecito ha determinato nel soggetto leso dei gravi processi di infermità psichica, concretizzantisi in psicosi depressive o in altre gravi forme di alterazioni dell'umore e del sistema nervoso e di autocontrollo. Rispetto a tali infermità il suicidio non si configura, infatti, quale evento straordinario o atipico tale da risultare estraneo alla sequela causale ricollegabile all'iniziale condotta illecita. Condotta illecita da rinvenirsi, nella fattispecie, nella violazione delle norme a tutela del lavoratore mediante una condotta omissiva violatrice di quell’obbligo di garanzia che fa capo al soggetto chiamato ad attivarsi anche in via eccezionale al fine di evitare l’evento, obbligo che incombe necessariamente sul datore di lavoro, obbligo impeditivo riconducibile all’art. 40 cpv c.p., quale soggetto titolare della posizione di garanzia e come tale garante nella relazione protettiva tra datore di lavoro e lavoratore.

Proprio per gli obblighi conseguenti alla titolarità della posizione di garanzia, non può in assoluto escludersi che una condotta anche anomala, ma non più di tanto visto il numero di casi di suicidio in situazioni quali quella vissuta dal Rossi, tenuta dalla parte lesa, non escluda il nesso di causa con una condotta precedente stante la situazione di interdipendenza tra causa sopravvenuta e cause preesistenti”.

Non si poteva e non si può, con le norme di garanzia poste a tutela del lavoratore vigenti da anni affermare che David Rossi si era gettato dalla finestra siccome stressato per motivi di lavoro e trascurare il necessario svolgimento di indagini anche sul punto.

Non a caso veniva chiesto oltre allo svolgimento di altre indagini, anche che venissero svolte indagini sugli accessi effettuati nel computer di David Rossi computer che come risulta dalle fotografie acquisite nel procedimento de quo ( in precedenza erano solo in formato pdf) risultava bloccato, e non riattivabile con il semplice movimento del mouse, ( come tecnicamente evidenziato nella prima opposizione alla archiviazione) richiesta che viene reiterata essendo tale attività di indagine ritenuta necessaria non solo con riferimento alla ipotesi di omicidio colposo per violazione degli obblighi posti a tutela del lavoratore di cui alla normativa citata ma anche in considerazione del fatto che sui propositi suicidari e quindi email e bigliettini lasciati da David Rossi, sui quali sarà cura di questa difesa tornare nel prosieguo si fonda, in parte, il convincimento dei consulenti e quindi la nuova richiesta di archiviazione.

Come dedotto nella ultima istanza di riapertura, quella che ha dato poi origine al presente procedimento a cui integralmente si rimanda, a sostegno della richiesta di supplemento di indagine, i dati indicati circa le telefonate intercorse tra l’A.D. Viola e David Rossi forniti in formato excell (da un primo necessariamente sommario esame dei tabulati originali di cui le difese delle parti offese hanno potuto prendere visione solo a seguito della notifica della richiesta di archiviazione, per tale motivo si fa espressa riserva dopo una compiuta analisi di ulteriormente argomentare ) sono confermati, sul punto, dalla acquisizione dei tabulati originali, essendo la e-mail del 4 marzo 2013 avente ad oggetto Help del tutto avulsa dal contesto (presumibile) delle telefonate e (sicuramente) delle e-mail intercorse tra Viola e Rossi, considerato che in questa Rossi aveva espressamente manifestato l’intento di suicidarsi e le conclusioni alle quali sono giunti i consulenti incaricati, quali considerazioni certamente non complottiste di questo difensore potrebbero farsi se la e-mail non fosse stata inviata e, se lo fosse stata, quale attività sia stata intrapresa dal datore di lavoro per fronteggiare una chiara volontà del proprio dipendente di suicidarsi?

Si deduceva nella istanza di riapertura.

E proprio la corrispondenza, e-mail del giorno 4 marzo 2013, intercorsa tra Rossi e Viola necessita di un attento esame.

A seguito di un servizio del TG5 del giornalista Pamparana sui mutui concessi da banca MPS ai cinesi a Prato si sviluppano una serie di colloqui tra i massimi livelli della Banca, Presidente ed Amministratore Delegato a seguito dei quali l’AD Fabrizio Viola, alle ore 9.25 della mattina del 4 marzo 2013 si risolve a scrivere una mail a Rossi del seguente contenuto: “parliamo della vicenda mutui Prato”.

Rossi, alle ore 9.36 risponde, forse sorpreso dalla richiesta: “ma non eri a Dubai?”

Alle ore 9.48 Viola scrive a Rossi: “si ma c’è il telefono.”

Esaminando i tabulati delle telefonate si ricava che immediatamente, alle ore 9.49, Rossi chiama Viola che evidentemente, è indicata durata 0, non risponde ma lo stesso Viola richiama immediatamente dopo, alle ore 9.50 e tra i due intercorre una conversazione telefonica.

Conversazione telefonica che nuovamente intercorre tra Viola e Rossi ed è Viola a chiamare Rossi alle ore 10.27.

Tra queste due conversazioni, alle ore 10.13 si colloca la e-mail di Rossi: “stasera mi suicido sul serio aiutatemi”.

Pur non conoscendo quale sia il contenuto delle telefonate sarebbe logico supporre che la prima, quella delle 9.50 fosse relativa ai mutui di Prato mentre la seconda avrebbe dovuto interessare la e-mail dove viene minacciato il suicidio da parte di Rossi.

In realtà, leggendo la corrispondenza successiva appare lecito e logico desumere che tra i due non si sia parlato della e-mail relativa al suicidio visto che Rossi, alle ore 01.09 P.M. scrive a Viola: “Ti posso mandare una mail su quel tema di Stamani? E’ urgente, domani potrebbe essere troppo tardi”.

Ricevuta la comunicazione, alle ore 13.45 si annota la risposta da Viola:” Mandami la mail”, evidentemente Rossi temeva di disturbare sapendo che Viola era a Dubai.

Alle ore 2.12 P.M. Rossi scrive:” Ho bisogno di un contatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati. Capisco che il mio rapporto con certe persone possa farglielo pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l’impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. Mi puoi aiutare?

Prima di esaminare le successive conversazioni si impone una digressione: il contenuto di questa e-mail, esula completamente dagli argomenti che si presumono essere stati trattati nel corso delle due precedenti conversazioni telefoniche la prima riguardante quasi sicuramente i mutui di Prato e la seconda, ipoteticamente la e-mail del preannunciato suicidio, ipotesi questa che evidentemente se vi fosse stata, era sicuramente ormai passata, ammesso e non concesso che l’ipotesi suicidio sia stato argomento della conversazione delle 10.27, considerato che Rossi non scrive, con riferimento all’argomento di stamani mattina, né dei mutui di Prato né del suicidio ma chiede a Viola aiuto per parlare con i Pubblici Ministeri e garanzie “Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa”.

Un soggetto che minaccia il suicidio non fa programmi di andare a parlare con i Procuratori della Repubblica per raccontare ciò che può sapere.

Ritornando ad esaminare i contenuti della posta elettronica, alla ultima e-mail descritta di Rossi, Viola risponde alle ore 14.24: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere.”

Alle ore 02.28 P.M. Rossi insiste sulla necessità di essere messo in contatto con gli inquirenti tanto da scrivere:” Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare a vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con piccini, Mussari, comune, fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve. L’avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto.”

Alle 14.40 Viola risponde a Rossi:” Ho riflettuto. Essendo la cosa molto delicata credo che la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere un appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere mal interpretata. Oltretutto mi sembrano persone molto equilibrate”.

Passano solo tre minuti e Rossi, alle ore 14.43 scrive:” Ho deciso che meglio di no. Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Anche perché non ho notizie particolari da riferire ma solo di scenario. Si può fare con calma. Grazie comunque Ciao”.

Rossi, temendo evidentemente di aver disturbato Viola, alle ore 05.12 P.M. gli scrive nuovamente: “In effetti ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura… Ciao”.

La risposta di Viola:” Capisco che il momento non sia facile. E quindi ti capisco. Nei limiti del possibile stai sereno”, chiude lo scambio epistolare del giorno 4 marzo 2013 tra i due.

Di cosa fosse a conoscenza Rossi non è dato a sapersi, certo non lo andava a riferire ai familiari, ma incrociando certe risultanze processuali ed in particolare le dichiarazioni rese da Marco Morelli dinanzi al Dott. Nastasi il 26 luglio 2012 nell’ambito delle indagini relative al processo denominato Antonveneta, suggestivo è il fatto che Rossi, per come riferito dallo stesso Morelli sia stato chiamato, quale responsabile dell’area comunicazione a far parte di quella squadra che si doveva occupare dell’organizzazione della operazione di finanziamento inerente l’acquisto di Antonveneta, operazione di finanziamento che riguardavano anche il famigerato contratto con Nomura di cui Morelli riferisce di non sapere nulla, rispondendo alla domanda precedente a quella in cui riferisce di aver inserito David Rossi nella squadra, sulla cui notorietà all’interno della banca non è compito di questa difesa entrare.

Strano, e sicuramente chi scrive sarà tacciato di complottista, ma forse non più di tanto in base a ciò che si legge sui quotidiani, viste le indagini che sono in corso a Milano, seguite dal Sostituto Procuratore Generale Dott. Felice Isnardi, che nel dicembre 2012 Rossi accompagni il presidente di Banca MPS, all’epoca Profumo a Roma dal Direttore de Il Fatto Quotidiano, all’epoca Padellaro, ( quanto affermato risulta dalle cartelle outlook nel cd posta di David Rossi inserito nel fascicolo relativo al procedimento archiviato) e che il successivo 23 gennaio 2013 il quotidiano esca con un articolo a firma Marco Lillo proprio sul “mandate agreement” della cui esistenza ci si accorge solo nel mese di ottobre 2012 per essere stato rinvenuto in una cassaforte presente in una stanza, cassaforte mai aperta in precedenza.

Scusandoci per la digressione e tornando alle e-mail, già nella precedente opposizione alla archiviazione a cui per completezza comunque si rimanda, quanto alla del tutto inconsueta, per usare un eufemismo, estrazione delle e-mail dal computer di Rossi si osservava riportando testualmente quanto riferito in atti:

“Alle operazioni sopradescritte di esecuzione del sequestro e acquisizione dei dati, è presente il Dr. Leandri Fabrizio, Responsabile Area Revisione Interna, il quale nel corso dell'attività, su ordine dell'A.G. Chiede al Dr. Montalbano e al Dr. Bernardini, del Consorzio Operativo Banca MPS, il ripristino della password disabilitata nonché il backup della casella di posta elettronica di Rossi David ed il rilascio in formato digitale dei file di log dalle ore 20 del 06/03/2013 alle ore 12 del 07/03/2013.

Il Dr. Leandri si riserva di consegnare detta documentazione per posta elettronica, non appena fosse pervenuta.

Solitamente, per fare in modo di non correre rischi di manomissioni da parte degli Amministratori di Sistema, si procede al ritiro delle copie di backup (che per definizione sono non modificabili) direttamente sul luogo e si ricostruisce la struttura dei dati off-line.

La spedizione via posta risulta alquanto inconsueta e non solo per la vicinanza tra sede MPS ed uffici giudiziari.

L'invio tramite posta dei files richiesti non garantisce la corrispondenza con ciò che potrebbe essere rinvenuto all'interno di una copia di backup estratta direttamente dal server. Il file di posta elettronica del tipo “ .pst”, agli atti, ad esempio, non è una copia di backup della casella di posta di Rossi David (l'estensione stessa del file .pst ne è la dimostrazione). I file .pst potrebbero essere facilmente modificabili, non essendo stata fatta una acquisizione secondo le indicazioni forensi”.

Tale indagine è ritenuta da questa difesa indispensabile e sempre possibile almeno nella casella di posta dell’AD Viola.

Venendo alle indagini svolte successivamente alla riapertura, limitandosi alle critiche che discendono da osservazioni oggettive e rifuggendo da interpretazioni che, per la loro soggettività, potrebbero essere intese come deduzioni di parte e quindi equivalenti a quelle del PM, giova richiamarsi alla consulenza grafologica del Prof Sofia, a quella tecnica dell’Ing Scarselli a quella medico-legale del Prof Norelli, già depositate ed a quella che si deposita sempre a firma dell’Ing. Luca Scarselli alle quali non è stata data per i motivi che vedremo una esaustiva risposta.

Relativamente alla CT grafologica, la Procura della Repubblica si limita a rilevare che la stessa terminologia adottata nella relazione di parte rende arduo l’inquadramento delle affermazioni all’interno della certezza probatoria. Come a dire che, ammesso e non concesso che se ne possano condividere i contenuti di merito, non è tramite il rilievo grafologico che si perviene alla certezza penale. Il che è oltre ad essere condivisibile, anche se altrettanto ovvio e, si pensa, condivisibile è che nessuno può aver mai ritenuto di pervenire alla certezza penale, muovendo da un solo aspetto della dimostratività di azioni tecniche, ognuna dovendosi inquadrare all’interno di un ragionamento più complesso e dinamico, di cui ogni atto tecnico è come la tessera finalizzata al completamento del mosaico della conoscenza; per cui se si vuole interpretare la CT grafologica, in un contesto diverso rispetto a quello prospettato dalla parte che l’ha promossa, si dovrebbe procedere ad una consulenza equivalente, per vedere quale sia l’interpretazione conferita al dato tecnico da altro esperto di diversa nomina che potrebbe fornire, anche, una analoga interpretazione del dato.

Come vedremo, alcune delle lesività evidenziate dal prof. Norelli, già indicate come non compatibili con la caduta e compatibili invece anche con segni di afferramento, non hanno trovato alcuna dimostratività certa, quanto alla loro origine nella consulenza della Prof.ssa Cattaneo e del Colonnello D. Zavattaro che semplicemente hanno preferito glissare o ipotizzare dinamiche astrattamente idonee, ma non certo su tutte le lesività riscontrate e desumibili di reperti fotografici, il riferimento è a tutte le lesioni presenti sulla parte anteriore del corpo, dalla testa ai piedi ed in particolare ma senza trascurare le altre, se non altro, per la evidenza per quanto concerne le lesività di cui alla parte superiore della mano sinistra, a quelle sul volto, a quelle sulla parte inferiore dell’avanbraccio destro dovendosi riconoscere, ancora una volta, che si preferisce apoditticamente contrastare interpretazioni che provengono da diversa matrice, piuttosto che attivarsi per approfondire la conoscenza e verificare, in ogni modo possibile, la realtà degli eventi.

Per quanto attiene le osservazioni medico-legali che, almeno in parte, sono state recepite, deve osservarsi che della loro interpretazione è fatto un uso che merita ulteriori considerazioni.

Giusto le osservazioni dei Periti, infatti, il PM si pone il quesito, correttamente nell’essenza delle necessità istruttorie, se si sia trattato di omicidio o di suicidio ed è questo un quesito cui ciascuno sarebbe felice di poter fornire risposta; non era questo, però, il tema su cui si interrogava il medico legale e non era questo il dubbio cui pensava di poter fornire certe e dirimenti soluzioni al momento in cui si ottenne la riapertura della attività istruttoria.

Si muoveva, infatti, la archiviazione, su errati orientamenti medico-legali che, unitamente ad altri non ben condotti atti istruttori, avevano indotto l’altrettanto errato convincimento che si potesse nella specie escludere con certezza l’intervento di terze persone ed ogni reperto risultasse convergente, con pari certezza, verso l’ipotesi suicidaria.

I Periti attuali hanno condiviso, in gran parte le osservazioni medico-legali del Prof. Norelli, pervenendo a conclusioni che permangono, ovviamente dubitative, siccome viziate ab origine per quelle carenze alle quali i medesimi fanno riferimento, oltre che da grossolani errori, ma che sono ben lungi dall’escludere il ruolo di terze persone e propendono per l’ipotesi suicidaria, non certa, solo perché non sussistono elementi di certezza relativi all’ipotesi di omicidio.

Sembra di rivivere il caso dell’anarchico Pinelli.

Assumono aspetto di evidente forzatura concettuale, dunque, le osservazioni della Procura che cercano di mettere in contraddizione elementi medico-legali (inoppugnabili) forniti dalla Parte Lesa, condivisi dai periti con osservazioni tecniche ugualmente inoppugnabili che derivano dalla stessa Parte, anch’esse in larga parte condivise.

Parimenti, una forzatura evidente si palesa nel momento in cui le opinioni dei Periti dell’Ufficio si assumono convergere in via quasi esclusiva verso l’ipotesi suicidaria.

Prima e piuttosto che da elementi tecnici (già abbondantemente segnalati e discussi nelle osservazioni a suo tempo depositate, rilevati ed in larga misura ora condivisi dai consulenti) l’errore nel ragionamento dei Procuratori della Repubblica deriva dal modo in cui si è posto il quesito; e cioè se nella specie si fosse trattato di omicidio o di suicidio, sul presupposto errato che l’istruttoria odierna fosse la prima, condotta nella immediatezza degli eventi.

Purtroppo non è così: posto che l’odierna indagine deriva da una ricusazione dell’esito della prima, che si era conclusa con l’apodittica affermazione che trattavasi nella specie di atto suicidario, perpetrato con evidente assenza di terze persone e con lesività del tutto compatibili, in via esclusiva, con una dinamica suicidaria degli eventi e che non ha trovato e non trova fondamento.

Cosa è possibile dedurre oggi, invece, all’esito di una nuova istruttoria, consapevoli che la possibilità di acquisire ulteriori parametri utili all’accertamento della verità potesse essere preclusa dalla intempestività degli atti a suo tempo effettuati e dalla loro censurabile parzialità, nonché dal tempo ormai trascorso che ne aveva cancellato o alterato le tracce? Si può certamente dedurre che se esiste un ragionevole dubbio, questo è proprio in riferimento a quell’ipotesi suicidaria erroneamente dedotta come certa ed all’assenza dell’intervento di terze persone all’epoca, del pari, dichiarata con certezza dai consulenti su basi che essi stessi definiscono assolutamente incerte, come dire nessuna certezza ma solide conclusioni.

Le indicazioni medico-legali che avrebbero potuto darsi allora, con ogni probabilità avrebbero potuto andare oltre il ragionevole dubbio che può ammettersi oggi e la ricostruzione degli eventi avrebbe sicuramente potuto (immodificati gli ambienti e tempestivamente esaminati e campionati tutti i possibili siti di reperti biologicamente utili) risultare assai più convincente e realistica di quanto, in realtà, è stato oggi consentito.

Diversamente da quanto si era dedotto all’esito della prima istruttoria, si è confermato come i segni rilevati sul cadavere siano ben lontani da escludere la possibilità di intervento di persona o persone diverse dal Rossi e che le lesioni agli arti non avevano le caratteristiche del tentativo di azione autosoppressiva ( non possono essere definiti tali i piccoli tagli non rispondendo ai requisiti delle classiche ferite di assaggio ) diversamente da quanto era stato erroneamente dedotto all’epoca dal consulente dei PM.

Se ci si vuole esprimere in altri termini potremmo affermare che l’ipotesi suicidaria e non quella omicidiaria non può ammettersi come certa e neppure accettabile al di là di ogni ragionevole dubbio.

Limitandosi per il momento agli elementi oggettivi risultanti dagli atti e confermati al di là di ogni dubbio, non solo ragionevole, si chiede questa difesa su quali basi, se si esclude quella del non rilevamento di tracce genetiche appartenenti a terze persone, possano i consulenti affermare che non vi siano state terze persone nell’ufficio di David Rossi.

Si premette che tali considerazioni erano state già evidenziate e minimamente tenute in considerazione nella prima opposizione quindi nella prima istanza di riapertura e reiterate nell’ultima e risultano confermate anche dalle ulteriori indagini eseguite.

Si tralasciano i lievi spostamenti di sedia, giacca, oggetti sulla scrivania (come definiti dai consulenti Cattaneo e Zavattaro) non perché non rilevanti, diversi sarebbero i criteri da seguire in certi casi per una corretta acquisizione degli elementi probatori, per focalizzare l’attenzione su riscontri oggettivi e testimoniali che invece dimostrano la presenza di persone nell’ufficio.

L’attività di indagine svolta dopo la riapertura, sollecitata anche dalle difese delle parti offese ha portato gli inquirenti a sentire nuovamente alcuni soggetti già sentiti come persone informate sui fatti, a sentirne di nuovi, ad acquisizione di materiale probatorio rilevante.

Iniziando dalle dichiarazioni.

Dichiarazioni Bondi Lorenza. E’ confermato, e la stessa lo ha sempre, anche la sera stessa dell’evento, dichiarato di essere uscita dall’ufficio verso le 20, non occorre evidenziare il minuto. Sentita il 18 gennaio 2016, dopo la riapertura la Bondi non solo ribadisce di essere uscita verso le venti ma dichiara:” Ricordo perfettamente che al momento di andarmene, transitando necessariamente davanti al suo ufficio (di David Rossi n.d.r.) notavo la porta aperta e la luce accesa. In tale occasione non le viene richiesto di come fosse la finestra, sul punto nella precedente dichiarazione aveva riferito di non ricordare se questa fosse aperta o chiusa. La circostanza non rileva ai fini che interessano.

Dichiarazione Filippone Giancarlo. Il Filippone, amico di Rossi David conferma quanto da sempre sostenuto da questa difesa, siccome riferito dalla figlia della Sig.ra Tognazzi, Carolina Orlandi che al momento del suo arrivo nell’ufficio di David Rossi la porta era chiusa: “L’ufficio di David era chiuso per cui invitavo Carolina a sedersi nel mio ufficio e ad aspettarmi. Bussavo alla porta di David e vedendo che dagli spiragli fuoriusciva la luce entravo…..” Incrociando le dichiarazioni rese dal Filippone con quelle rese dal Riccucci, sentito sempre in data 18 gennaio 2016, e dalla Orlandi risulta incontestabile che il Filippone e la Orlandi siano giunti nell’ufficio di David Rossi non prima delle 20.30.

Filippone dichiara infatti di aver ricevuto la telefonata di Antonella Tognazzi verso le 20.20 e di aver chiamato il portiere per chiedere di david Rossi; Riccucci riferisce di aver ricevuto una chiamata dal Filippone trascorse le venti e di averlo visto arrivare insieme ad una ragazza, poi conosciuta come Carolina Orlandi circa dieci minuti dopo, quindi non prima delle 20.30.

Siccome dal rapporto di acquisizione video (carta 128 fascicolo R.G. 962/2013) chiaramente si legge: “SI EVIDENZIA CHE L’ORARIO DI REGISTRAZIONE NON E’ ESATTO. SI RISCONTRA ORA DVR 01.37 ORA ESATTA 01.21, essendo il corpo di David Rossi caduto, per come appare nel primo fotogramma del video alle ore 19.59.23, l’ora esatta a cui deve essere riportato il timing della caduta e quella delle ore 19.43.23.

Quindi al di là di ogni ragionevole dubbio, quando la Bondi è uscita dal lavoro, alle 20.05 ed è passata davanti all’ufficio di David Rossi notando con certezza la porta aperta e la luce accesa, il corpo di David Rossi già giaceva nel selciato del vicolo di Monte Pio da circa 20 minuti.

Quindi se alle 20.30 circa la porta venne trovata chiusa, qualcuno doveva pur avervi provveduto, certamente non poteva essere stato David a chiuderla.

Il Riccucci non sa dirci chi fosse rimasto negli uffici della Banca, si limita ad indicazioni generiche basate su ricordi e tutti i soggetti sentiti, indicati come coloro che solitamente potevano trattenersi sino a quell’ora di fatto non apportano elementi utili all’indagine.

Non si ritiene per il momento neppure indispensabile evidenziare le altre incongruenze che emergono dalle deposizioni del Riccucci, del Filippone e del Mingrone pur rilevanti sotto certi profili ma non utili in quanto riferite ad avvenimenti successivi di alcune decine di minuti alla caduta del corpo.

Resta il fatto inconfutabile che la porta sia stata chiusa e che a chiuderla non potesse essere stato David.

Se anche i consulenti avessero letto con attenzione gli atti non avrebbero potuto non notare tale circostanza ma essendosi limitati per come indicato nella relazione a leggere probabilmente solo il provvedimento di archiviazione ed il rapporto degli agenti di PS ove si dice che l’ora del DVR è indietro di circa dieci minuti non potevano non cadere nell’evidente errore, errore ancora più grossolano laddove si indicano in quaranta i minuti di sfasamento tra l’ora del DVR e quella reale.

Anche a voler pensare che la porta si potesse essere chiusa da sola, circostanza da escludersi in quanto trattasi di porte di una certa pesantezza inserite in ambiente insonorizzato, visto che a domanda degli inquirenti i testi che si trovavano non lontani dall’ufficio di Rossi riferiscono di non aver udito nulla proprio in considerazione della insonorizzazione dei locali, un altro elemento oggettivo e inconfutabile emerge da un pur necessariamente sommario esame dei tabulati acquisiti, di cui le difese ne hanno potuto prendere visione a seguito della richiesta archiviazione.

Già nei precedenti tabulati in formato excell, seppure non giuridicamente attendibili ma sui quali, almeno con riferimento ad alcuni dati non vi era motivo di dubitare, emergevano certe attività svolte sul telefono di David Rossi alle ore 20.16 del 6 marzo 2013, telefono che veniva rinvenuto sulla di lui scrivania.

Dal tabulato ufficiale di cui si allega estratto emerge, al rigo 209 che alle ore 20.16.49 qualcuno rispondeva al telefono di David Rossi, la chiamata era stata effettuata da Carolina Orlandi, in quanto è indicata la durata di 3 secondi.

Immediatamente dopo, rigo 210, alle ore 20.16.52 sempre un soggetto, necessariamente diverso dal Rossi probabilmente lo stesso che aveva preso il telefono in mano, digitava un numero di telefono e partiva una chiamata.

Trattasi del famoso n 4099009 da alcuni, in vari articoli anche di stampa indicato come numero di riferimento di un conto dormiente, i.e. conto sul quale non vengono eseguite operazioni da anni, da altri come numero di un conto aperto presso lo IOR, la Banca del Vaticano.

Nello stesso lasso di tempo, alle 20.32, ora del DVR e quindi alle 20.16, ora effettiva dall’esame del video della caduta registrato dalla telecamera di sorveglianza si nota la caduta di un grave avente un moto leggermente parabolico, non perfettamente perpendicolare, indice questo di una velocità iniziale con componente orizzontale che rimbalzando al suolo va ad assumere una posizione compatibile con quella di quiete in cui è stato trovato l’orologio ma soprattutto indice del fatto che qualunque cosa fosse non poteva trattarsi di un oggetto caduto spontaneamente.

Quindi o si afferma che un grave cade da solo, ma se così fosse il moto non avrebbe avuto una componente orizzontale oppure qualcuno lo ha aiutato a cadere, tertium non datur.

Questi gli elementi oggettivi da subito evidenti nel fascicolo delle indagini che da soli escludono che Rossi potesse essere stato solo nel proprio ufficio al momento della precipitazione.

Di contrario avviso ma su basi estremamente fragili sono le convinzioni dei consulenti che escludono la presenza di terze persone nell’ufficio in particolare per non essere state rinvenute in questo tracce genetiche riferibili a terze persone.

Sulle tracce genetiche si impone subito una digressione, pur lasciando al consulente di parte nominato Dott.ssa Baldi ogni migliore argomentazione.

L’ufficio che non è stato chiuso nel tempo, ad eccezione del periodo in cui venne posto sotto sequestro, all’epoca dell’accesso, nel corso delle indagini era occupato dall’Avv.to Quagliana, come può non presentare neppure tracce di DNA della persona che lo occupava; analogamente per quanto concerne l’orologio ed il telefono sui quali sono state eseguite le altre indagini genetiche.

L’orologio non è mai stato sequestrato, senza alcuna precauzione venne consegnato da un militare dell’arma alla Sig.ra Tognazzi e da questa consegnato al sottoscritto difensore che lo ha conservato si in una busta ma senza alcuna precauzione. In svariate occasioni dai consulenti e dal sottoscritto legale, anche il giorno del sopralluogo in cui l’oggetto venne nuovamente sequestrato fu preso in mano e fotografato tanto che venne rappresentata da subito la eventualità che vi fossero tracce genetiche di più persone: a sorpresa dalla relazione si legge che sull’orologio siano state rinvenute tracce genetiche appartenenti al solo David Rossi. Anche in questo caso tertium non datur, o sono stati completamente sbagliati i tamponi o le indagini genetiche non servono a nulla.

Analogamente per quanto concerne il telefono oggetto di analisi, a fronte del rinvenimento di tracce genetiche riferibili a David Rossi ed a due persone di sesso femminile legate da rapporto di filiazione, probabilmente madre e figlia e quindi Tognazzi Antonella e Carolina Orlandi, si ritiene di dover evidenziare che lo stesso telefono, così come tutti gli altri apparati informatici, all’indomani del dissequestro vennero consegnati alla moglie e da questa portati per le indagini a Chiara Benedetti, legata alla vedova per il fatto di aver sposato il di lei fratello, che evidentemente in più occasioni deve aver avuto tra le mani il telefono stranamente senza lasciare tracce del suo patrimonio genetico.

Venendo alla relazione dei consulenti a questi era posto un preciso quesito: “Presa visione degli atti di causa (in particolare consulenze di parte a firma dell'Ing. Luca Scarselli e del Prof. Gian Aristide Norelli) e compiuto ogni necessario accertamento, dicano i consulenti se la morte di Rossi David sia riconducibile ad intervento di terze persone oppure sia riconducibile a gesto suicida. Riferiscano altresì quanto altro utile ai fini di giustizia.”

Nella parte iniziale della presente opposizione si scriveva che la assoluta mancanza di un’indagine di sopralluogo e di accertamenti radiografici, la lacunosità e la inesattezza nella descrizione dei reperti e nella definizione della loro origine causale, aspetti questi, tutti, in dettaglio evidenziati nella relazione del Prof. Norelli Gian Aristide a suo tempo depositata erano stati fatti propri dai consulenti della Procura.

Gli stessi, da subito evidenziavano un aspetto: “E’ importante ricordare la circostanza che, alla luce degli atti processuali, l’esito delle indagini si concluse con un giudizio di ‘suicidio’. Sostanzialmente la sentenza si è basata sugli esiti delle testimonianze, dell’autopsia e delle investigazioni operate dalla P.G., prescindendo da un’analisi meticolosa (da un punto di vista tecnico) del video ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare. Questo esame rappresenta un punto chiave dell’attuale processo” e che “Compito degli scriventi, pertanto, consiste nel tentativo di una più oggettiva possibile ricostruzione dei fatti, incarico che sarà svolto tramite il riesame degli atti, in particolare di quelli tecnici non ripetibili a distanza di tre anni (sopralluogo con relative immagini, prima autopsia ecc…) e con l’effettuazione di tutte quelle attività tecnico-scientifiche di approfondimento che possano portare nuovi elementi ovvero dirimere i dubbi circa le contestazioni mosse dai consulenti della famiglia, con la limitazione di dover lavorare senza la disponibilità di tutti i reperti e con uno stato dei luoghi modificato nei dettagli.”

In particolare la Prof. Cattaneo, per la parte di propria competenza in più occasioni, nella relazione ha evidenziato: “Tutto ciò è stato effettuato nella piena consapevolezza che si andava a lavorare su materiale che già era stato esposto ad una prima autopsia, e quindi “contaminato”, ma anche lavato. Era tuttavia doverosa, seppur complessa e comportante lunghe attese, la suddetta sequenza di analisi di tipo medico legale al fine di tentare in tutti i modi di giungere a dati concreti e utili per rispondere ai quesiti posti” La consapevolezza di andare a lavorare su un materiale contaminato ed anche lavato, sicuramente non una sola volta, il corpo dopo l’autopsia viene nuovamente lavato prima della vestizione, e con materiali, in particolare spugne e strumenti per autopsia che non vengono sterilizzati ma semplicemente lavati, su un tavolo settorio che è sempre lo stesso non ha però impedito, in assenza di alcuna certezza di arrivare a quasi solide certezze.

Certezze che non possono essere date neppure dagli esiti degli accertamenti merceologici tanto che in relazione si legge: “Nei campioni si apprezza una presenza massiva di Zinco, Piombo e Stagno in diverse aree cutanee, da probabile contaminazione proveniente dalla cassa interna zincata, inoltre si rileva una diffusa presenza di Calcio, che tuttavia è da considerarsi un contaminante molto diffuso in diversi ambienti (ad esempio nell'acqua) o da relazionare ai processi putrefattivi (adipocera). Nella regione ombelicale si apprezza la massiva presenza di Cromo, Ferro e Nichel (almeno 20 residui); questi potrebbero essere dovuti al contatto con la fibbia in metallo della cintura indossata dalla salma per le esequie o da contaminazione di materiale utilizzato per la prima autopsia (ferri, tavolo anatomico). Al capo posteriormente sono presenti scarse particelle simili anche queste potenzialmente riconducibili ai ferri da autopsia.”

Certezze che non possono esistere ed anzi devono essere escluse, relativamente alle lesività tutte, presenti nella parte anteriore del corpo, che non possono dirsi raggiunte né attraverso le indagini merceologiche ne attraverso la ricostruzione, per certi aspetti, fantasiosa della dinamica della caduta che prevederebbe condotte del Rossi a dir poco incredibili, contrastanti con le prove di simulazione eseguite e sconfessata da considerazioni tecniche sulle quali nel prosieguo, pur facendo proprie le considerazione del consulente di parte Ing. Scarselli brevemente ci soffermeremo.

Non essendo infatti spiegabile con la dinamica della caduta tutta una serie di lesioni, in particolare, come detto quelle presenti nella parte anteriore del corpo e distribuite su tutto questo, dagli arti inferiori alla testa, circostanza questa confermata dai consulenti della Procura della Repubblica, pur mancando i fazzolettini con cui Rossi si sarebbe tamponato una piccola ferita, pur mancando i vestiti e le scarpe, non essendo, per stessa ammissione dei consulenti dell’ufficio utili di fatto i reperti merceologici e genetici, questi con elucubrazioni non solo al limite dell’incredibile ma addirittura sconfessate da quanto dai medesimi affermato traggono pseudo certezze dal nulla.

Due presupposti fondamentali devono essere posti alla base del ragionamento.

La datazione delle lesività. La Prof. Cattaneo afferma che in conseguenza dello stato del cadavere non è possibile datare scientificamente l’orario delle lesioni, combinazione ha voluto che la cassa zincata nella quale era deposto il corpo di David Rossi per la inumazione non fosse stata dotata della valvola di sfiato con la conseguenza che il corpo immerso nei liquidi si presentava in avanzato stato di saponificazione e non di mummificazione. Di fatto, e la domanda se la pone anche la Prof Cattaneo, essendo le lesioni al volto visibilissime, se fossero state presenti da prima qualcuno avrebbe dovuto averle viste: considerato che fino al primo pomeriggio Rossi si era intrattenuto con il fratello Ranieri che era passato da casa a far visita alla moglie, che risulta a chi scrive che verso le 17 - 17.30 era uscito per prendere un caffe con tale Fulvio Muzzi, che fino alle 18.20, dai tabulati acquisiti risulta essere presente negli uffici della banca la Sig.ra Pieraccini Lorenza, che come risultante dai tabulati intrattiene ben sei conversazioni telefoniche con Rossi e mai risulta essere stata escussa a SIT tra il giorno 4 ed il giorno 6, l’ ultima delle quali dopo le 18 del 6 marzo 2013 in occasione della quale chiama senza ricevere risposta, che allo stesso Filippone, sebbene più volte sentito non è stato mai chiesto se si fosse incontrato con i Rossi, anche se si ritiene evidente che le lesività siano di pochi minuti anteriori all’evento, forse potrebbe essere di aiuto sentire tali persone al fine di determinare sino a quale ora del pomeriggio David non presentasse alcun segno visibile sul volto, anche se gli stessi consulenti affermano (pag 46 relazione): “l’ultima testimonianza visiva del Rossi risale ad una collega, che lo avrebbe incrociato nei locali della banca intorno alle ore 18,00, senza segnalare la presenza di ferite.”

I fazzolettini gli abiti e le scarpe. Esaminando le fotografie in atti, i consulenti Cattaneo e Zavattaro scrivono (pag 45 relazione): “Queste sono le uniche immagini, per cui non è possibile stabilire con precisione la sequenza temporale degli oggetti che sono stati cestinati, tuttavia si nota che tra i più superficiali ci sono dei frammenti di carta e almeno un fazzoletto di carta. In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo. I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius. I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”, ed arrivano ad affermare, quanto alle macchie presenti sui medesimi che: “Le macchie di sangue potrebbero dunque essere dovute ai tamponamenti su una di queste ferite e, in particolare, la forma triangolare e la dimensione delle tracce, potrebbe essere ricondotta a quella al labbro inferiore (peraltro zona molto irrorata dai vasi, quindi con abbondante flusso, circostanza che giustificherebbe anche i numerosi tamponamenti)”. Mentre i biglietti accartocciati e strappati, non uno di questi veniva rinvenuto in bella mostra sulla scrivania, tutti erano stati cestinati, venivano prelevati, i fazzolettini verranno prelevati solo alcuni giorni dopo, posti sotto sequestro, mai esaminati e distrutti nel mese di settembre a seguito di ordine di distruzione del reperto del 14 agosto 2013, senza alcuna comunicazione alla parte offesa, che avrebbe potuto opporsi alla distruzione. I fazzolettini si trovavano in base alla documentazione fotografica dentro una scatola di cartone, all'interno di un sacco di plastica bianco. Le prime due fotografie mostrano la scatola che contiene vari oggetti tra i quali un libro e, la fotografia ripresa da sopra il cestino, scattata si presume prima che il contenuto dello stesso venisse, quanto alla dislocazione, modificato, mostra almeno un fazzolettino. La terza fotografia, ove sono raffigurati vari fazzolettini con evidenti tracce rossastre è evidentemente stata scattata una volta svuotato il cestino, tanto che il libro che prima era in posizione obliqua, appoggiato al bordo della scatola si vede in posizione orizzontale con sopra svuotato il contenuto della scatola. Ammesso e non concesso, che si tratti di tracce ematiche, che queste siano servite a tamponare la ferita al labbro, anche per l’alone presente intorno ad alcune delle tracce rosse, che siano di epoca di poco anteriore all’evento, ma essendo stati distrutti non è possibile adesso compiere alcuna verifica, considerato che gli stessi consulenti, e la visione delle fotografie non lascia adito a dubbi su questo, affermano che la ferita al labbro ed alla parte sinistra del naso, compresa probabilmente quella presente sulla pinna nasale, sono da riferirsi ad un unico evento, occorre stabilire come David Rossi possa essersi, da solo, procurato tale ferita. Sicuramente, ci scusi il Giudice la lapalissianità del ragionamento, non possono essere avvenute nella fase della caduta in quanto David Rossi non avrebbe certo potuto poi gettarli nel cestino, quindi sono necessariamente precedenti al posizionamento del corpo sulla finestra ed alla successiva caduta e, con altrettanta certezza non si può affermare che siano appartenuti al Rossi. Visto che in base alle fotografie, lo stesso consulente medico legale afferma però che un conto è vedere il corpo nell’immediatezza, un conto esaminare le fotografie, si afferma che la lesione può essere stata prodotta a seguito di urto, sfregamento compressione contro una parete, spigolo, non tagliente, si deduce che o David Rossi ha preso a testate uno spigolo e poi visto che gli usciva del sangue ha deciso di tamponarsi la ferita oppure qualcuno ha sbattuto la faccia di David Rossi contro uno spigolo. Analogo ragionamento deve farsi per la piccola ferita rotondeggiante presente sulla fronte. Dopo aver riferito che tutto è contaminato, che le tracce di rame sono rilevate su gran parte delle lesioni presenti sul corpo di David, si parla comunque di tracce minime, come per magia appare la possibilità che questa sia stata causata dall’urto contro il nottolino interno su cui si chiude la finestra, sia quello posto in alto che quello posto in basso in base alla lega con cui è composto il materiale. Al di là della stranezza che essendo l’ottone una lega venga trovato quasi esclusivamente del rame scrivono i consulenti:” Osservando gli elementi maggiormente (o unicamente) rappresentati sulle lesioni sul corpo del Rossi (Al, Si, Ti, Cu) (come ricordato sopra) insieme a K-feldspato (silicato di alluminio), si può apprezzare come tali elementi siano maggiormente presenti nelle strutture del muro esterno (malta e mattone) (Si, Al), sulle persiane (Si, Al), sul gancio metallico della finestra (soprattutto rame Cu). Ciò è suggestivo (con tutti i limiti detti precedentemente relativamente al lavaggio e alla contaminazione della salma) di un contatto in particolare: della sede del capo della lesione A (regione frontale destra) con il gancio della finestra (sopra o sotto),della lesione C all’occhio di sinistra e del polso e della mano sinistra e del polso della mano destra con il muro esterno o l’anta”, dovrebbero spiegare i consulenti, in base alle misure, altezza di David Rossi e altezza della finestra come David Rossi avrebbe potuto urtare la testa contro il nottolino, gancio superiore e se tali altezze non risultassero, come non risultano compatibili, come Rossi avrebbe potuto sbattere contro il gancio inferiore, se non spinto da qualcuno.

Le lesività sulla parte anteriore del corpo di David Rossi. I consulenti affermano che le lesività presenti sulla parte anteriore del corpo possono essere state causate anche da una colluttazione con terze persone ma non avendo trovato tracce genetiche riferibili a terzi si sono sforzati di individuare in quale altro modo le stesse potessero essere state originate. Premesso che di alcune di queste non sono riusciti a dare alcuna spiegazione ne logica ne deduttiva nè tantomeno scientificamente apprezzabile, si pensi alle ecchimosi ed abrasioni all’interno della coscia destra, nella zona inguinale, la piccola lesione tonda sotto il ginocchio a quelle presenti sull’addome che non possono essere state causate dalla cintura la cui fibbia non contiene nichel come riferito verbalmente dal Colonnello Zavattaro che aveva svolto accertamenti in tal senso direttamente dal produttore Prada ( il nichel è sostanza altamente allergizzante ), al fine di cercare una plausibile spiegazione delle altre, si deve osservare che la fantasia ha prevalso sulla realtà oggettivamente dimostrata dal consulente di questa difesa Ing. Scarselli e condivisa dallo stesso consulente Zavattaro nella parte della relazione afferente la dinamica su due aspetti fondamentali.

I punti fermi condivisi dai consulenti sulla dinamica della precipitazione. Premesso:

a) che per quanto sopra riportato l’analisi meticolosa del video (da un punto di vista tecnico) ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare rappresenta un punto chiave dell’attuale processo (parafrasi di quanto scritto dai consulenti sopra riportata per esteso);

b) che nessuna perizia sul video sia mai stata disposta nonostante espressamente sia stato richiesto;

c) che questo era il punto di partenza posto dai consulenti a base delle proprie valutazioni;

d) che anche sul video acquisito nel corso delle indagini devono sollevarsi delle perplessità siccome contenuto in una chiavetta USB avente capacità di 8GB mentre la sera della acquisizione il video venne riversato in due chiavette di 4GB ciascuna, (si veda rapporto acquisizione);

e) che il DVR sul quale venivano registrate le immagini del sopralluogo effettuato in sede di accertamenti irripetibili non era lo stesso in base alla descrizione del modello sempre contenuta nel medesimo rapporto di acquisizione;

f) che la posizione della telecamera anche se di pochi gradi risultava spostata rispetta a quella originale con cui vennero riprese le fasi della caduta del corpo di David Rossi,