Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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SIENA

 

 

  

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

TUTTO SU SIENA

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

 

I SENESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

 

Quello che i senesi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i senesi non avrebbero mai voluto leggere. 

(*Su Firenze e la Toscana c'è un libro dedicato)

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

SIENA: FINE DELLA STORIA?

SIENA. DAVID ROSSI, L’OMERTA’ ED IL MONTE DEI PASCHI.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

IL MONTE DEI MISTERI.

GIUSTIZIA FARSA. IL PROCESSO MPS TRASLOCA A MILANO. PER UNA "EMAIL".

SIENA FERITA A MORTE. SI INIZIA DALLO SPORT.

QUEL CHE RESTA DI SIENA.

CENNI DI STORIA SENESE.

COSA E' IL PALIO.

IL PALIO E LA CENSURA.

SIENA LA ROSSA. COMPAGNI MASSONI.

MPS, UNA VALANGA DI GUAI.

MPS: INCHIESTA INUTILE?

E' IL MERCATO, BELLEZZA!!

MONTEPASCHI ED ILVA. LA LOTTA CONTRO GLI IDOLI DELLA PIAZZA.

MA CHE SUCCEDE TRA I GIUDICI SENESI?

MAFIA, POLITICA E BANCHE: LA FINANZA…ROBA NOSTRA.

SIENA MAFIOSA.

SIENA MASSONE. 'CENTO NOMI DI MASSONI' E SIENA TREMA.

SIENA, GIOIELLO ROSSO IN ZONA RETROCESSIONE.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA, STORIA DI DEBITI E MASSONI.

SIENA E’ ROSSA, MA DI VERGOGNA. DI ROSSO RESTANO I CONTI.

LA LOBBY DI SIENA.

LE CASTE DI SIENA.

MOBBING SCOLASTICO.

SCANDALI ACCADEMICI.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

SIENA: FINE DELLA STORIA?

"Siena? Distrutta da noi comunisti". L'atto di accusa dello storico assessore della Provincia, deluso dal partito, scrive Fabrizio Boschi, Giovedì 7/09/2017 su "Il Giornale". Il titolo dice tutto: Ci hanno preso in giro! Pure i veri comunisti di Siena si pentono. Si pentono di aver retto il gioco, di aver visto, sentito e taciuto tutto. Si pentono di aver fatto fallire una banca, una fondazione, un'università, una squadra, nascondendo la testa sotto il tufo. Si pentono di essere stati collusi con il «sistema Siena», la «ragnatela vischiosa» di una piccola città-Stato «altezzosa e autoreferenziale». «Ho sentito il dovere di rompere il silenzio che politicamente continua ad avvolgere Siena e l'urgenza di manifestare la mia indignazione verso il sistema di corruttela che ha saccheggiato la città», scrive Gianni Resti, autore di questo libro (ancora non uscito), comunista pentito, che sbriciola quel muro di silenzio che da sempre spadroneggia in quella città, dove va di moda (finché fa comodo) tacere su tutto. Insegnante di filosofia, iscritto al Pci dal 1977, infatuato da Enrico Berlinguer, convinto della diversità comunista, innamorato della questione morale, per 30 anni è lo storico assessore alla cultura alla Provincia di Siena per Pci, Pds, Ds e Pd. Resti crea la Fondazione musei senesi, ma a causa del suo spirito critico, «difficilmente incasellabile», i compagni lo mettono all'uscio, per due volte. Due diversi presidenti di Provincia (Starnini e Ceccherini) lo cacciano, intestandosi i suoi successi: «La mia presenza ostacolava alcune mire politiche e prospettive di carriera. (...) Il partito aveva bisogno di sistemare alcuni suoi funzionari». Resti subisce l'onta di doversi difendere pure dal sospetto di aver rubato. E poi arriva l'isolamento, la solitudine e «il silenzio politico»: «Nessun compagno mi dedicò un gesto di solidarietà e uno in particolare, Molteni, per non incontrarmi, si nascose fra gli abiti della Upim». È costretto a lasciare il partito: «Le persone peggiori e ambigue le avevo conosciute soprattutto all'interno del partito». Quando era alla ricerca di un funzionario, venne convocato dal segretario del Pci locale Vigni che gli propose De Martinis, «un giovane compagno, suo amico». Che venne assunto «senza eccessiva fatica». Quando gli ripropongono il posto da assessore, gli stessi che lo silurarono lo chiamarono per convincerlo a rinunciare all'incarico per «le difficoltà che avrei determinato per alcuni». Da Siena «uno dei migliori esempi di città di sinistra», a Siena rovinata dalla sinistra, dall'ex sindaco Ceccuzzi, all'ex presidente della provincia Bezzini, fino al segretario Pd Guicciardini. «Mi sento giocato come persona, cittadino e amministratore». L'incontro casuale al bar «Quattro cantoni» con il giovane avvocato Giuseppe Mussari, presidente del comitato elettorale che portò alla vittoria del sindaco Maurizio Cenni: «Mi confidò di sentirsi a disagio nel riprendere il proprio lavoro di avvocato». Di lì a poco venne nominato presidente della Fondazione Mps, soffiando il posto al sindaco uscente Pierluigi Piccini, impigliato in una storiaccia di liste massoniche, che comunque venne premiato con un ufficio dorato alla Mps di Parigi. «La politica era ormai di casa nella banca più antica del mondo (...)». Tanto nulla cambia mai a Siena: «Stessi dirigenti politici, stessi capicorrente, stesse doppiezze». È Siena.

Il caso Siena. CPI aiuta gli italiani, i comunisti chiamano la polizia, scrive Marco Valle giovedì 22 giugno 2017 su "Il Secolo D’Italia". In un tempo lontano, molto lontano, la sinistra comunista aveva una sua dignità. Una certa fierezza e un contatto reale con le mitiche “masse”. Gli operai, i contadini, gli “ultimi della terra”. Bandiere rosse, feste dell’Unità e tanti cortei per una rivoluzione che, prima o poi, doveva arrivare. Speranze. Tanta gente, in assoluta buona fede, immaginò sul serio che il comunismo fosse la “religione dei lavoratori”, il paradiso in terra e si convinse, chissà perchè, che il “potere doveva essere operaio”. Se, poi, qualcuno aveva dei dubbi sul socialismo reale o gli inghippi del PCI con il potere, vi erano sempre gli scandali democristiani, le porcherie dei socialdemocratici, le mene socialiste. Su tutto, l’improbabile minaccia neofascista. Le “trame nere”, il golpe. Almirante. La Nato. Gli americani. Magari i marziani. Bastava crederci. Poi, tutto è andato in vacca, nella cacca. Nel 1989 l’URSS ingloriosamente crollò, l’ottobre rosso e tutto il resto vennero archiviati. Mentre le bandiere rosse si ammainavano dal Pacifico a Berlino Est, il PCI cambiò nome ed Occhetto e D’Alema si strinsero il nodo della cravatte (rigorosamente firmate). Un passaggio epocale. Dagli anni Novanta in poi in Italia l’operaio, il non garantito, “l’oppresso”, aprì una partita IVA, si ruppe i coglioni e iniziò a votare per chi voleva: Lega, Berlusconi, Destra. O, forse, nulla. Mentre il PDS, poi i DS e, infine, il PD iniziarono a veleggiare verso i globalizzatori d’oltre Manica e oltre Oceano, alla sinistra ultrà rimase solo qualche borghese sfigato (ma garantito), un pugno di “cattolici adulti”, un po’ di pirla livorosi incagliati nel pubblico impiego. Poi i centri sociali e qualche commentatore televisivo. La retorica dei “movimenti” e dei diritti civili.  Poca roba, ma abbastanza per galleggiare tra il berlusconismo e Veltroni, Fassino, Bersani. Questa era Rifondazione comunista, i “puri e duri” della seconda repubblica, tipi eccentrici che Togliatti, nella sua fase sovietica, avrebbe fatto fucilare senza troppi problemi. Poi venne Prodi, le elezioni, gli inganni e le trappole della politica. Infine l’ennesima catastrofe. Storie note. I comunisti (veri o presunti) finirono fuori dal Parlamento. Smarrito Bertinotti (nei salotti molto affaccendato), perso Vendola (in qualche sala parto canadese), introvabili Pisapia e De Magistris (in altre avventure impegnati), Rifondazione, SEL e rovine varie fecero, alla fine, una scelta furba e cambiarono copione. Pur di non evaporare nel nulla i partitini rossi colonizzarono una sigla morente: l’ANPI, un baraccone appassito ma molto redditizio e politicamente consolidato.  Da qui il rilancio di un antifascismo fuori tempo. Foraggiato dagli enti locali e dallo Stato, il fantasma della guerra civile 1943-45 si è risolto in una gettata di soldi e ricatti: il “bene” e il “male”, “scarpe rotte” e molti finanziamenti, “bandiera rossa” e tanti denari. Tanto paga lo Stato, le Regioni (comprese quelle di centrodestra), i Comuni, le circoscrizioni. Si capisce perchè per alcuni il 25 aprile è una vera, vera festa. Ma, in assenza dei lavoratori italiani, ai resti della sinistra poco ancora rimaneva. Al netto della retorica neo-antifascista — un misto d’isterismo, allucinazioni e indagini poliziesche —, vi era solo (forse) il proletario di riserva: gli immigrati d’ogni dove e d’ogni credo. Tanto, le religioni, le culture, le origini sono solo delle sovrastrutture. Ecco l’insana passione verso gli invasori, nuovi “compagni” e prossimi elettori. Piccolo calcolo di piccola gente. Enrico Berlinguer era ben altra cosa…Un corto circuito. Lo conferma il caso Siena, l’ennesima follia dell’ANPI (e Rifondazione) che ha denunciato i ragazzi di Casa Pound per razzismo. Già, razzismo. Per i finti eredi di Di Vittorio (un uomo serio, socialista, sindacalista ma anche volontario di guerra e patriota), CPI è colpevole di aiutare, assistere gli italiani più deboli, più poveri. Senza alcun imbarazzo l’avvocato Irene Gonnelli ha presentato querela: “Abbiamo visto numerosi manifesti dove si legge di raccolte alimentari che vengono effettuate dall’associazione CasaPound. Ma negli stessi manifesti si legge che il cibo raccolto verrà poi donato solamente agli italiani. Ci siamo domandati se questo comportamento rispetti la legge e sia costituzionale (…) Questa per noi è discriminazione per questo motivo abbiamo presentato denuncia per quello che noi riteniamo essere un atteggiamento discriminatorio”. Follia, pura follia. Compagni, ripiegate le vostre bandiere. Il comunismo fu sogno, sangue, tragedia. Non operetta. Andate a casa. In silenzio.

"Siena Brucia" di David Allegranti, 2015. In breve A Siena tutto si tiene. Lo strapotere e lo strapaese. La democrazia e l’oligarchia. Lo squilibrio e l’equilibrio. Questa non è solo una storia toscana. Siena è il più grande romanzo politico italiano. Accadde così, per un autarchico desiderio di autoconservazione, per errori di una dirigenza politica, economica, finanziaria che si credeva invincibile, che Siena bruciò un patrimonio. La crisi della città ha coinciso con la crisi del Monte dei Paschi. E all’improvviso il sistema non ha retto più. Non ha retto il socialismo municipale. Non ha retto la via montepaschina al benessere. Siena è a misura di sogno. Per anni ci si è illusi di avere la banca migliore del mondo, la banca più sana del mondo, il partito più forte di tutti, la squadra di basket imbattibile. Era fuori scala la Mens Sana, il Siena Calcio. Tutto alimentato dai soldi della Banca. Una volta finiti i soldi, è finito il sogno. Aggiungete misteri irrisolti, come il rogo negli uffici dell’economato della Curia (chi è stato? non si sa), e avrete Siena. Una città in cui, come ha scritto Henry James, «ogni cosa ha oltrepassato il proprio meriggio».

Siena, la città che si è persa nel suo labirinto. “Siena Brucia” di David Allegranti prova a raccontare quello che la cronaca trascura: una città piena di energia e di progetti, ma che non sa realizzare e che ancora non si risolleva dal crac del Monte Paschi, scrive Antonio Sgobba il 10 giugno 2015 su "Wired". L’ultimo bilancio in rosso per 5,4 miliardi. Un aumento di capitale di tre miliardi da completare entro luglio. Gli ispettori della Bce che vigilano su ogni mossa. La possibile aggregazione con soci stranieri. Il presidente Alessandro Profumo dato in uscita. Senza contare la «bomba a tempo» del derivato Alexandria, contratto con la holding giapponese Nomura ai tempi della gestione Mussari e che ora espone la banca senese per più di 3,4 miliardi. Questo è il Monte dei Paschi di Siena oggi. La città assiste rassegnata. Nel frattempo la locale squadra di basket, la Mens Sana, ai tempi d’oro della sponsorizzazione Mps vincitrice di sette campionati italiani in sette anni, è costretta a mettere all’asta i suoi trofei per pochi spiccioli: l’ultimo scudetto è stato pagato appena 13 euro, molti lotti sono rimasti invenduti. C’eravamo quasi dimenticati di Siena. Fino a qualche mese fa era sulle prime pagine dei giornali. Poi ci siamo distratti. Altre città, altri scandali, le hanno rubato la scena. Tra il 2013 e il 2014 avevamo saputo del «groviglio armonioso», il complesso intrigo di politica e finanza che governava la banca e tutto il resto. Per fortuna ora ci pensa un libro di David Allegranti, giornalista classe 1984, collaboratore di Wired, a rinfrescarci la memoria, si intitola Siena brucia (Laterza, 2015) ed è il racconto di come l’incendio è stato appiccato e di come non accenni a spegnersi. L’autore lo dichiara subito: «Non volevo fare l’enciclopedia senese». L’intenzione è un’altra: «Volevo raccontare una storia, non la storia». E per raccontare questa storia è necessario capire alcuni tratti fondamentali di Siena. Alla base di tutto sembra esserci una profonda mancanza di realismo: «Siena sublima in smisurati progetti i propri obiettivi», scrive Allegranti. Prendete il “facciatone” del Duomo. Nel 1339 i senesi vollero raddoppiare le dimensioni del Duomo, furono fermata dall’epidemia di peste del 1348, e da errori di calcolo. Dell’imponente progetto iniziale alla fine fu edificata solo la facciata, chiamata appunto “facciatone”. «Simbolo della città che sogna, progetta, crea, vuole raddoppiarsi, è vorace, ma alla fine non ce la fa. Una città fuori scala, disdegnosa di un accorto senso del realismo», secondo Allegranti. Ed è lo stesso atteggiamento che ha portato Siena ad avere «una banca spaziale, una squadra di basket spaziale, un’università spaziale». Poi, a far tornare tutti sulla terra, ci ha pensato la magistratura. E in effetti non può essere il realismo il modo migliore per raccontare una città in cui «la dimensione onirica spesso prende il sopravvento sulla realtà». Una città in cui il forestiero si perde. «Le prime volte, insomma, chi ci va brancola, vede il Duomo in lontananza, percorre qualche via e se lo trova accanto senza capire come e perché ci è arrivato», scrive Allegranti. Una caratteristica confermata dalla natura stessa delle contrade, componenti essenziali dell’enigma Siena: «Il vincolo con la Contrada assomiglia a quello massonico: ci puoi entrare, persino se sei forestiero, cioè non nato a Siena, puoi farti battezzare e diventare contradaiolo. Ma uscirne non puoi, e se ne esci è come se tu andassi, appunto, “in sonno”. Non a caso di ogni Contrada esiste un ingresso, ancorché non delimitato architettonicamente, ma l’uscita non è prevista». Nel racconto non mancano poi gli elementi da romanzo – tutti verissimi – un misterioso suicidio, un incendio in una chiesa, le lotte di potere, le ardite speculazioni finanziarie. Allegranti descrive nei dettagli un sogno – tramutatosi in incubo – con dentro un labirinto. E non è semplice spegnere un incendio in un labirinto.

A Siena si è aperta una nuova corrente di pensiero, che vede noti intellettuali come Barzanti e giornalisti come Allegranti protagonisti e fondatori: quelli della “diavolina”, scrive Bastardo Senza Gloria il 13 maggio 2015. Il David Allegranti ha dato alla luce un libro (che noi compreremo, leggeremo e consigliamo, perché leggere fa sempre bene) dal titolo molto eloquente: “Siena brucia”. Questo libro verrà ovviamente presentato a Siena e vedrà come relatore l’intellettuale Barzanti, con l’intervento del sindaco Valentini, quindi la compagnia della “diavolina” al completo che ci introdurrà nei contenuti dello scritto. Ora vorremmo farvi osservare un fenomeno assai curioso che sta prendendo campo da un po’ di tempo a questa parte, il fenomeno di chi scrive libri su Siena e le sue macerie. Ovviamente non ci riferiamo a quelli come l’Eretico che ci hanno sempre messo la faccia anche quando era scomodo, ma ci riferiamo a coloro che quando il sistema Siena aggrovigliato imperava, non solo non lo hanno attaccato, ma lo sostenevano. Se prendiamo come esempio ultimo, il libro di Michele Taddei “Scandalosa Siena”, per arrivare a quello dell’Allegranti “Siena brucia”, la domanda sorge spontanea: ma dove eravate? Niente di personale cari giornalisti/scrittori ci mancherebbe, anzi siamo contenti di imbarcare tra gli indignati, fior di narratori di cose successe, tra l’altro da una prospettiva abbastanza privilegiata, quella da dentro. Ora ci permettiamo un’altra osservazione: mentre il fuoco devastava e gli aggrovigliati erano lì ad alimentarlo, qualcuno che tirava le fila passò a tutti il messaggio di catalogare il dissenso come “frullato diffamatorio”. Bene cari giornalisti, nessuno prese le parti di chi si scandalizzava, anzi alla prima occasione qualcuno ha tirato colpi bassi per discreditare chi si opponeva. Noi abbiamo un discreto archivio. Abbiamo una buona memoria. Siamo attrezzati e così un giorno, forse, anche noi scriveremo la nostra storia di quella Siena, di cui ora vi piace tanto scrivere. Nel frattempo godiamoci questa “braciata” di eventi libreschi, presentata e sostenuta dalla compagnia della “diavolina”, nota compagnia di oppositori del sistema. Per quelli che oltre ai libri gli piace la buona musica, segnaliamo un grande concerto che si terrà a “Las Vagas” del gruppo folk francigeno “I Nebbia sound”, i quali presenteranno in anteprima il nuovo disco dal titolo “No-mura No cry”. Da non perder, presenteranno l’evento gli “Smart-boys”.

“Siena brucia”: una eretical recensione (e 3 Ps)…, scrive “L’Eretico di Siena” il 17/06/15. Con profonda, lacerante invidia personale, mi accingo a recensire l’ultima fatica di David Allegranti, il suo “Siena brucia”: invidia dettata dalla constatazione che del suo libro si sta parlando, scrivendo, sbraitando come mai era accaduto prima, per un libro simile. Nel caso dei miei sugli stessi argomenti, tutto avveniva in modo non pubblico, sotterraneo, catacombale: a favore o contro che si fosse. Una sede – prestigiosa, onusta di gloria culturale – come la Biblioteca comunale degli Intronati non solo non l’ho mai avuta: non ci provavo nemmeno, ad averla. I tempi cambiano, e questa ne è una dimostrazione: meglio, molto meglio ora di prima, sia ben chiaro. Anche perché i fomentatori di (parte) del dibattito sul libro, siamo stati proprio noi bloggers, ognuno con le sue prese di posizioni: anche questo, segno dei tempi, visto che ciò che dicevamo fino a qualche tempo fa veniva attentamente letto, analizzato, sminuzzato e sviscerato, ma non poteva (e doveva) entrare nel dibattito pubblico. Dopo avere letto il libro, 4 considerazioni sparse, fra le tantissime che – potete ben immaginare – sono balenate nella mente ereticale:

1) ASSORDANTE SILENZIO DEI CECCUZZIANI: mi pare che nessuno abbia notato l’assordante silenzio dei comunicatori fedeli al verbo ceccuzziano (ora peraltro avvicinatisi molto a quello valentiniano, in quanto coincidente). Ovviamente nelle prossime ore scriveranno qualcosa, non fosse altro che per dimostrare di esistere; ma pregherei di notare e di fare notare il perdurante silenzio: un po’ perché si godono gli stracci che volano altrove, un po’ perché il libro – e questo è un merito – ridicolizza Franchino il Ceccuzzi (almeno di questo, diamogli atto), mentre le pagine dell’intervista al Valentini sono effettivamente tutt’altro che aggressive, verso l’attuale (per quanto ancora?) Primo cittadino, anche se è evidente che la chiacchierata è stata realizzata prima dell’Avvisone di garanzia di metà maggio;

2) IL CORAGGIO, LO STILE: una calda, una diaccia, per David Allegranti.

La calda: David Allegranti – cosa non facile da trovare, al giorno d’oggi – sa scrivere: lo dico a livello meramente tecnico. Come scritto plurime volte, è difficile trovare un under 40 che sappia scrivere in modo brillante, specie di di politica: Allegranti è uno dei pochi. Con un’aggiunta: Allegranti è un giornalista che cita (quando si può) le sue fonti. Scontato? Manco per niente: mi è capitato di trascorrere ore, in compagnia di illustri giornalisti (più noti di David), ma poi nessuna citazione, a fronte di tonnellate di informazioni dallo scrivente fornite. La diaccia: chi ha scritto o detto che il “Siena brucia” non è un libro coraggioso, ha detto o scritto in modo corretto. Per il tempismo, in primo luogo. E poi: perché presentarlo – al netto della questione penale del Sindaco, sulla quale torneremo nel fine settimana – alla destra del dominus di un importante quotidiano e, soprattutto, alla sinistra dell’attuale Sindaco?

3) FRANCA SELVATICI: altra cosa non rilevata da alcuno, mi pare. Paolo Ermini dice e scrive che il Corriere fiorentino ha rotto l’isolamento extra moenia sull’Eretico. In questo caso, Ermini compie un errore – credo sinceramente in buona fede – davvero clamoroso: a Firenze, il mio punto di riferimento iniziale (addirittura DURANTE la stesura della Casta di Siena) fu l’ottima Franca Selvatici di Repubblica. Che fu appunto la prima a scrivere della mia attività. La quale Franca – tanto per non glorificare troppo la testata in cui meritoriamente scrive – un giorno magari racconterà di ciò che le è capitato a proposito di Siena: un suo libro a tal proposito sarebbe davvero educativo, credetemi;

4) I BLOGGERS: nel libro di David Allegranti, a me pare che – più di altre cose da approfondire meglio – ci sia piuttosto una cosa (sulla questione bloggeristica), cioè il tentativo di staccare il sottoscritto dal resto dei bloggers. Dopo Franchino il Ceccuzzi e Mussàri Giuseppe, l’eretico è il più citato (non sempre positivamente, ma questo non è un problema). Degli altri – in particolare di Carlo Regina (Bastardo senza gloria) – si dà un giudizio a tinte più negative che positive (lasciamo stare le polemiche del DOPO, basiamoci sul testo). Al buon David, vorrei dire che ognuno di noi – come ha scritto lui stesso, riportando un mio pezzo – ha una sua storia ed un suo percorso. Avremo anche un ego ipersviluppato (“I blogger senesi, insomma, hanno una certa considerazione di sé”, pagina 144). Vorrei solo ricordare che siamo nati SOLO perché l’informazione era nello stato comatoso e servile che lui stesso ha descritto nel suo libro; che nessuno di noi guadagna un fico secco da quello che, pure, lo impegna non poco (l’unico che guadagna qualche soldarello è il sottoscritto, ma con i libri); ed infine, mi sia consentito dire in pubblico ciò che all’autore ho già detto face to face: collegare, in qualunque forma o modo, la morte di David Rossi con l’attività dei bloggers, è francamente un oltraggio alla intelligenza di chi legge, di chi scrive e, in ultima analisi, dello scomparso stesso. Se si scrive che “Gli amici di Rossi, dopo la sua morte, hanno raccontato che il capo della comunicazione di Mps soffriva molto per il veleno dei blogger” (quindi creando un nesso causale tra bloggers e morte del Rossi stesso), credo si vada davvero oltre. Molto oltre. Per finire: “Siena brucia” è un libro che ai senesi, in effetti, non ha molto di nuovo da dire, ma offre una sintesi, ben scritta, del Groviglio armonioso da proporre extra-moenia; con l’affaire Curia che – per la prima volta – esce, nero su bianco, dalla Toscana. In questo senso, spero che l’opera di Allegranti – edita da Laterza – finisca nelle mani giuste: quelle di chi può fare sloggiare da Siena persone che non meritano di ricoprire cariche di potere in questa città (e neanche in altre, a dirla tutta…). Per tante altre cose, riformulo l’invito per dopo l’estate a David Allegranti: un bell’incontro, non embedded, in cui dirsi, in pubblico, tante cose. Da bloggers, non da uomini di potere che hanno solo da difendere la propria poltrona.

Ps 1 Pare che don Roberto Barzanti, alla fine della presentazione di “Siena brucia”, abbia attaccato Danielito Magrini per avere, Danielito, tolto i bloggers dal recinto (pur seguitissimo) in cui erano costretti fino ad un paio di anni or sono. Va bene, dai: Robertino era un po’ alterato. In tanti decenni di attività politica, mai (credo) gli era successo di essere attaccato e “processato” pubblicamente, come era appena accaduto per mano di Bastardo senza gloria. Crimen lesae maiestatis?

Ps 2 Chicca bisiana, in “Siena brucia”; parla il Gran Maestro (pagina150): “Io tutto questo potere non l’ho sentito. Ho sentito il potere del lavoro. E su questo, ancora oggi, anche se ho qualche anno in più, volendo ammazzo tutti”. Commento a cura della collettività…

Ps 3 Stasera ho anteposto un’intervista di Elio Fanali all’Assessore Pallai all’intervento di Crozza da Floris: Crozza è straordinario, davvero, ma la Pallai lo è ancora di più. Per esempio, ho avuto modo di imparare che Siena è tagliata del tutto fuori dal turismo balneare (toh), però è una LOCHESCION che tira tantissimo a cagione della Francigena. Sul Santa Maria versione Opera laboratori, mi pare di non avere sentito niente: meglio parlare di LOCHESCION e di bisacce del pellegrino, vai…

"SIENA BRUCIA". UN LIBRO SULLA MIGLIOR METAFORA ITALIANA. Scrive l'8 Giugno 2015 Piercamillo Falasca su “Strade On Line”. Con Siena non sbagli mai, ho sempre pensato. Se c'è una città italiana dove accompagnare amici stranieri in visita nel Bel Paese o dove trascorrere un fine settimana gaudente, quella è Siena. È un paradigma straordinario della nazione, un coacervo di vizi e virtù al massimo livello: l'universalità della dimensione cittadina, il particolarismo feroce delle Contrade, l'architettura decadente, la gastronomia gaudente, la natura ammaliante. Siena è un simbolo dell'Italia del troppo e del troppo poco. Bellissima da vedere, difficilissima da capire nel profondo. Il fuoco della crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008 non ha risparmiato la città, come spiega molto bene David Allegranti nel suo recente "Siena brucia" (Edizioni Laterza, 2015). Allegranti racconta, con nomi e particolari, la vita quotidiana del capitalismo municipale senese, con la politica che controllava una banca e quella banca che drogava di liquidità un sistema economico, culturale, scientifico e sportivo altrimenti incapace di reggersi sulle proprie gambe. Anzi, un sistema che non ha minimamente retto quando i soldi sono finiti: addio Serie A di calcio, addio fasti del basket, addio opulenza dell'Università, addio elargizioni "mecenatesce" a mostre, musei e tornei di tennis. "Una mano non si negava a nessuno", scrive Allegranti. Addio anche ai centri di ricerca che non facevano ricerca. A inizio 2015 è fallita la Siena Biotech, la società di ricerca biomedica fondata nel 2000 in una sede da diecimila metri quadri e che un tempo aveva 150 dipendenti: Finché c'erano i soldi, ha ricevuto 160 milioni di euro dalla Fondazione Mps, in media 10 milioni all'anno. Nel 2013, non potendo più contare su quei denari, sperava di avere l'aiuto della Regione per 3 milioni di euro, mai arrivati. Nella logica del socialismo municipale, ciò che la Fondazione a guida politico-finanziaria non poteva più fare, lo avrebbe dovuto svolgere un altro ente istituzionale: la Toscana. "La Siena Biotech – mi dice Paolo Neri, Priore del Nicchio, nipote di Achille Sclavo, e ordinario di biotecnologie a Siena – è un classico prodotto del cosiddetto 'groviglio armonioso'. Nata senza disporre di un brevetto veramente originale, di una tecnologia proprietaria o del controllo riconosciuto di un segmento di mercato, ha avuto soprattutto funzioni d'immagine, grazie a una disponibilità, praticamente illimitata, di danaro, che, al momento in cui il sistema Siena è entrato in crisi, ne ha decretato un rapido stato di coma. Tra le crepe profonde del sistema MPS, Allegranti dedica giustamente molto spazio all'azzardo dell'acquisizione della Banca Antonveneta. Non pareva vero, alla classe dirigente senese, poter vantarsi di aver comprato la Ferrari per esibirla con la compagnia di giro. "Non abbiamo pagato un prezzo caro per Antonveneta", diceva Mussari. "Siamo una banca sana e pensiamo di fare di Antonveneta una storia di successo. Secondo noi Antonveneta potrà arrivare a 700 milioni di euro di utile". Esultarono tutti per la scelta di Mussari, comunque, non solo a Siena e non solo i politici. Tutti i grandi protagonisti del capitalismo bancocentrico italiano si spellarono le mani, evidentemente assuefatti all'idea che le operazioni di una banca parapubblica come MPS non avessero bisogno di due diligence particolari. E ora? Che ne sarà di Siena? Nel caso della città toscana e del suo groviglio di interessi politici ed economici, la rottamazione renziana ha assunto la forma di una astensione, un "non possumus" dietro cui il nuovo segretario del PD si è trincerato rispetto a chi gli chiedeva un impegno, un intervento. Forse è proprio meglio così. Dal luglio 2015 il Ministero dell'Economia entrerà nell'azionariato del MontePaschi, come effetto del contratto sui Monti bond emessi dalla banca senese ed acquistati da Via XX Settembre. Il MEF diverrà il primo azionista con circa il 10 per cento (anche se poi un successivo aumento di capitale diluirà la quota) e la banca entrerà in una nuova fase della sua storia. Il futuro del MPS continua ad essere nelle mani della politica, ma non più della politica comunale e contradaiola.

L'intervento statale sarà provvisorio, come tutti sperano e promettono, o durerà a lungo? Ci sarà il consolidamento della banca con altri istituti di credito privati, come caldeggiato dalla BCE? Leggendo il libro di Allegranti, che consigliamo a tutti i lettori di Strade, sorge anche un'altra domanda: riuscirà l'Italia a non essere una grande Siena?

“Siena brucia”? Sarà stato il maggiordomo, scrive il Quando decisi due anni fa di iniziare a lavorare su un libro che avesse per argomento Siena non avrei pensato che si sarebbe rivelato un’impresa titanica. Il reperimento delle fonti, in una delle città più divise d’Italia, è praticamente impossibile. Per uno che ti dice una versione ne trovi altri dieci che te ne forniscono altrettante, tutte diverse ovviamente. Non ci sono un sentimento condiviso della storia, una memoria collettiva archiviata alla quale attingere, un idem sentire della società. E’ come se ogni contrada, ogni vicolo, ogni gruppo d’interesse fosse un piccolo mondo a se stante. Fu questo il motivo che proposi a Pierluigi Piccini di raccontare gli ultimi venti anni della città. A lui che di Siena è stato sindaco dal 1990 al 2001, comunista nemmeno a dirlo, dal PCI fino ai Ds, amministrando sotto tutti i loghi e i nomi che la sinistra italiana ha affiancato alla Quercia. Fu una full immersion in un mondo per me sconosciuto, un incontrare persone della politica, della finanza, delle istituzioni che avevo solo sentito nominare ma che a Siena avevano dato il loro contributo negli anni in cui la città era un piccolo modello di sviluppo e l’economia premiava. In questi giorni per Laterza è uscito Siena brucia di David Allegranti, giornalista del Corriere fiorentino che primo degli altri comprese la portata del fenomeno Matteo Renzi tanto da scrivere la prima biografia non ufficiale e per questo meritandosi l’etichetta di renzologo ufficiale per molta carta stampata e non solo. Il suo curriculum recita anche reportage e articoli sull’allora attualità senese, un’attualità fatta di disastri bancari, default di società sportive, dissesti politici e via discorrendo. Il pane ed il companatico ottimi per ogni cronista insomma. Allegranti dalla sua ha il pregio di non essere senese, vale a dire che può contare su un occhio distaccato e non ostaggio delle logiche interne di una piccola città cinta da mura. Peccato però che ciò che in questo libro emerge è un racconto a tratti asettico, a tratti cronachistico con non poche omissioni, che non risponde all’esigenza di una lettura critica dell’accaduto. Gli ispiratori del libro sono Roberto Barzanti, il Gran Maestro del Grand’Oriente d’Italia Stefano Bisi, e altri personaggi più o meno di punta della vita senese, oggi come allora. È bene a questo punto fare un po’ di chiarezza su cosa sia davvero Siena e su ciò che regola il suo stare sospesa poco sopra, o poco sotto, dipende dai punti di vista, rispetto a quel “groviglio armonioso” che lega finanza, politica e società civile. Tutto iniziò nemmeno a dirlo con la nomina a presidente della Banca dell’allora sindaco socialista Vittorio Mazzoni della Stella. Il suo vice era un giovanissimo Pierluigi Piccini, quota PCI, che con una staffetta istituzionale ex lege divenne sindaco fino alle naturali elezioni del 1993. Elezioni in cui per la prima volta si fecero primarie aperte. Il candidato del partito, vale a dire degli apparati della città, era proprio Roberto Barzanti. Tra i due la spuntò Piccini con largo consenso. Dibattiti pubblici e televisivi sui programmi e con gli altri candidati – un po’ il concetto dello streaming grillino, solo con venti anni di anticipo – e infine la creazione di una giunta formata da personalità della società civile, antesignana di quella che sarebbe diventata la vulgata prodiana dell’Ulivo (mettendo anche dentro, non a caso, le anime socialiste e popolari della città). Il patto sociale passava appunto per la politica, anzi, di più: passava attraverso le istituzioni, dacché, da buon kantiano, per Piccini c’è una predominanza delle istituzioni sulla politica. Siena negli anni Novanta è il laboratorio amministrativo di un bel po’ di cose: nasce uno statuto della Fondazione Monte dei Paschi, la banca da istituto di diritto pubblico diventa SPA e quindi va quotata, il sindaco non crea ingerenze sulla finanza ma dà indirizzi, poiché il Montepaschi è quella banca territoriale, la seconda banca più antica d’Italia, che può diventare per l’Italia un vero e proprio esempio. Altro che tanti bei discorsi sulla banca etica. Il modello di sviluppo era semplice: un polo federativo aggregante, dopo che Piccini si era confrontato anche con l’allora dg dell’Ente, Divo Gronchi, e grazie al quale il Monte fu in grado di effettuare brillanti operazioni come la fusione con l’Agricola Mantovana (fu centrale la cooperazione delle direzioni generali dei due istituti, Gronchi per Siena e Mario Petroni per Mantova, oltreché a personalità di primissimo piano dell’imprenditoria nazionale dell’epoca, come Steno Marcegaglia). Il Monte sulla fine dei Novanta aveva un problema di promotori finanziari: l’istituto che all’epoca era all’avanguardia su questo tipo di retail era Banca 121, costruita con tali caratteristiche dall’ingegner Vincenzo De Bustis, che prese una banca locale e ne fece – per l’epoca, numeri alla mano – un istituto visionario. Fu fatta anche questa operazione, De Bustis arrivò a Siena. Il Monte era quotato in borsa, la Fondazione aveva un suo statuto, i Novanta erano finiti e nel 2001 scadeva il secondo mandato di Piccini. Era lui il candidato naturale alla guida della Fondazione. C’erano stati accordi per il Banco Popolare di Novara e per l’Antonveneta. Mps poteva essere una banca federale dell’Italia centrale che rispondesse alle esigenze dei ceti produttivi e delle famiglie. Il partito romano questa visione non l’ha mai voluta, a loro interessavano le grandi acquisizioni: BNL in primis. D’Alema voleva la banca di via Bissolati ma Piccini non gliela garantiva. Il 2001 fu l’anno del regolamento dei conti. A Piccini fu preferito Giuseppe Mussari, molto vicino all’ala dalemiana del partito, e fu così che inizia l’epopea degli anni Duemila, una storia bancaria tutta italiana fatta di scandali e derivati, acquisizioni incaute e nomine discutibili. Il marcio di Siena, per così dire, è vero che sta tutto in quegli anni, ma per onestà intellettuale bisogna ripercorrere le azioni di tutti i giocatori, locali e non, che hanno portato a tanto. Allegranti si ferma alla superficie consegnando un racconto focomelico e timido, affronta l’incendio dai contorni mai risolti dell’economato della Curia e rintraccia nell’impunità dei colpevoli una forma mentis che accompagnerà tutte le vicende a venire riguardanti la città: il crack della Mens Sana Basket, del Siena Calcio, della Banca stessa quando un incauto Mussari decide nel 2007 di accontentare qualcuno e comprare Antonveneta pagandola troppo (8 miliardi di euro) e non rendendosi conto di un debito che avrebbe dovuto saldare ad Abn Amro di 10 miliardi. Aumenti di capitali su aumenti di capitale, derivati dai nomi ellenici (triste presagio) hanno poi portato la banca ad oggi, sotto nuovo (inutile, dicono gli esperti) aumento di capitale, con un presidente dimissionario e con un partito, il Pd di Renzi, che nemmeno più fa caso a Siena. Dall’entusiastico “Abbiamo una banca?!” di Fassino ad un menefreghista “Abbiamo una banca…” dei tempi postmoderni. Certo, nel racconto di Allegranti c’è quel sentimento senese di sentirsi onnipotenti coi soldi del Monte, ma oltre alla descrizione ingiustamente caricaturale non si va al nocciolo del problema. Siena è la città in cui David Rossi, manager della comunicazione di Mps, braccio destro del presidente Mussari, è morto. C’è una Fondazione che nel 2001, anno in cui lascia Piccini, valeva 14 miliardi di euro a valore di libro: oggi vale qualche centinaio di milioni di euro e sta nel patto di sindacato della Banca con qualche spicciolo percentuale. Prima era al 51%. Allegranti liquida il lavoro di ricostruzione su Siena fatto da Pierluigi Piccini e dal sottoscritto come “tendenzioso e autoelogiativo”. Può darsi che nel ricordare il proprio passato chiunque metta quel pathos che non lo rende certo eccessivamente critico, ma parlare degli ultimi 10 anni di Siena senza affrontare i casi Mussari e Profumo (i bilanci sono pubblici, ad Allegranti li avrei forniti volentieri), della morte di David Rossi (la perizia medico-legale ad Allegranti l’avrei spiegata in termini comprensibili anche per i non addetti ai lavori), della finta rottura del groviglio armonioso in favore di un sindaco “renziano”, l’attuale Bruno Valentini, che però ha fatto l’accordo con l’ala non renziana del partito, è sinceramente grottesco, oltreché inutile. Ne risulta un racconto di fatterelli minori, con personaggi e comparse che alla fine poco spiegano l’accaduto e non indaga sui punti interrogativi grossi come case che ancora stanno a mezz’aria in città. Di sicuro non è autoelogiativo, ma altrettanto tendenzioso, pericolosamente tendenzioso, questo sì. E come in ogni noir di provincia, se Siena Brucia finisce che è stato il maggiordomo.

David Allegranti ci racconta “Siena brucia”, scrive il 10 agosto 2015 Luca Santi su “Fuori come va?”. Tempo di vacanze, di relax, ma anche di letture estive interessanti. Se siete alla ricerca di un buon libro, scritto con leggerezza, ma che guardi ad argomenti più impegnati, una scelta da considerare è certamente “Siena brucia” di David Allegranti. Lui, brillante giovane giornalista, è collaboratore di numerose testate nazionali (Corriere fiorentino, il Foglio, il Fatto quotidiano, Vanity Fair ecc). Ai più, sarà conosciuto anche come opinionista ‘al pezzo’ della dissacrante trasmissione satirica ‘Gazebo’, in onda su Rai3. Ragazzo molto alla mano e disponibile, ha accettato di rispondere ad alcune domande sul suo libro. Il libro, naturalmente parla di Siena, ma in ogni pagina è possibile ritrovare elementi che consentono di sviluppare una riflessione sull’Italia di oggi e sul rapporto, talvolta deteriore, che c’è tra politica e parte del capitalismo nostrano. I parallelismi, si sprecano. L’Italia è tradizionalmente uno dei paese occidentali, dove l’economia di mercato ha dato maggiori spazi ad intrecci ed alchimie – tanto straordinarie quanto inedite – tra poteri forti economici, partiti politici e interessi locali. E Siena da questo punto di vista è un po’ una metafora della nostra Italia. Città storica, con una cultura ed una tradizione secolare splendidamente conservata. Città ricca, prospera e ben amministrata, che ha goduto per anni di una straordinaria disponibilità finanziaria, grazie alla presenza di uno dei più antichi ed importanti istituti di credito del nostro Paese. Il Monte dei Paschi ha contribuito ad alimentare ed a costruire quel sogno di perfezione ed autarchia, radicato in profondità nell’immaginario collettivo dei senesi. Sogno che in definitiva ha fatto vivere una città stupenda, ma di modeste dimensioni e di relativa importanza economica, ben al di sopra delle proprie possibilità. Alcuni episodi significativi contenuti nel libro, tracciano un racconto suggestivo e particolare di una realtà chiusa e conservatrice da un lato, ma capace per molto tempo di proiettare ed immaginare la propria grandezza oltre i propri confini, attraverso la propria Banca. O che almeno ci ha provato, desiderandolo fortemente. Ci hanno pensato le operazioni finanziarie, le speculazioni ed una certa miopia delle classi dirigenti locali e nazionali, a risvegliare Siena da un sogno che neanche le feroci e profonde divisioni, gli appetiti personali, politici ed economici contrapposti erano riusciti a scalfire. Perché tutto, nella città del Palio, si ricomponeva in un ‘groviglio armonioso’. Un intreccio di interessi di diversa natura che ha finito per lasciare senza respiro Siena. Groviglio che, forse avviluppa anche il nostro Paese…

Come è nato il libro ‘Siena brucia’? Perché hai voluto raccontare questa storia?

“Scrivo di Siena da una decina di anni, l’ho sempre trovata affascinante anche nei suoi aspetti deteriori, perché Siena è un grande romanzo politico. E ho scritto il libro non per i senesi ma per i forestieri”.

Quando si parla di Siena non si può non parlare di economia e finanza. Il Monte dei Paschi, nonostante le difficoltà, è ancora la principale attività economica del territorio senese. Attività che ha garantito per decenni la prosperità di una comunità e di un territorio. Le cose in seguito sono cambiate a causa di scelte manageriali rischiose e di una certa quiescenza della politica…

“Di solito viene ricordato l’incauto acquisto di Banca Antonveneta, ma in precedenza c’era stata l’acquisizione dell’ex Banca del Salento (Banca 121), guidata da Vincenzo De Bustis, vicino all’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. A Siena, quella contaminazione fra finanza e politica, con la seconda che voleva governare la prima attraverso classi dirigenti che si sono dimostrate fallimentari, viene chiamato groviglio armonioso. Ma ora di armonia ce n’è rimasta ben poca”.

Uno dei temi trattati nel libro è appunto il rapporto tra classi dirigenti locali e Fondazione Monte dei Paschi – ente di controllo della Banca composto da membri nominati in gran parte da Comune, Provincia, Arcidiocesi, Università, Associazioni ecc. Come racconti nel tuo libro, la Fondazione ha avuto un ruolo importante in questi decenni nel finanziare attraverso i soldi di MPS, progetti, enti, società, associazioni soprattutto sul territorio. Che ne pensi di questa relazione esistente tra politica, interessi locali e finanza?

“Penso che valga sempre la domanda della Satira di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes?. Chi sorveglierà i sorveglianti? Nel libro ci sono due episodi che aiutano a spiegare perché il sistema Siena, ai limiti dell’autarchia, non è accettabile: l’autonomina di Giuseppe Mussari a presidente della Banca (era presidente della Fondazione Mps) e la sua difesa nelle vesti di avvocato di monsignor Giuseppe Acampa nel processo per l’incendio del 2006 negli uffici dell’economato. A quei tempi Mussari era ancora presidente della banca. Un fatto, diciamo, singolare”.

Siena ha rappresentato per molto tempo un modello per la sinistra (PCI-PDS-DS) italiana e toscana soprattutto. Una città ben amministrata, un sistema economico florido, benessere diffuso ecc. Un esempio della capacità delle classi dirigenti locali di portare sviluppo e ricchezza ad un territorio. E’ stato veramente così? Cosa ha provocato la fine di questo sogno?

“Beh, Siena è un gioiello e ha potuto beneficiare delle ingenti risorse che la Fondazione Mps erogava sul territorio. I soldi non finivano tutti a Siena, ma la maggior parte sì. Un esempio: nel 2008 la Fondazione erogò la cifra record di 233 milioni di euro. Quante cose si fanno con 233 milioni di euro? Quante associazioni culturali e sportive si finanziano? Quanti restauri? Quante scuole si rattoppano? Il sogno è finito per un mix di scelte sbagliate, come gli acquisti incauti (eufemismo) di cui sopra. Ed è finito perché Siena, una città non a misura d’uomo ma a misura di sogno, ha pagato per il suo gigantismo. Sembrava che tutto le fosse dovuto: la squadra di basket migliore del mondo, il partito migliore del mondo, la banca migliore del mondo, e via così. Quei tempi lì sono finiti”.

Ho trovato molto interessante nel libro, la riflessione sulla senesità. Molto utile, soprattutto a un non-senese, per capire il contesto culturale ed alcune vicende trattate nel libro. Una subcultura affascinante, un misto tra chiusura identitaria ed autoconservazione (vedi Palio e candidature solo per senesi doc) e desiderio di grandezza e di crescita oltre ogni limite. Perché è importante questo aspetto per capire ciò che è successo a Siena negli ultimi anni?

“Senza la senesità non si capisce lo spirito di autoconservazione di Siena, che le permette di essere una città bellissima in cui le persone, per spirito civico, non imbrattano i muri o danneggiano le opere. C’è però anche un aspetto deteriore della senesità, che è la sindrome di accerchiamento. Nel libro intervisto Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena, e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, successore di Gustavo Raffi. A un certo punto mi dice: ‘Mi pare che si infierisca su Siena da sempre; perché non veniva sopportato da voi esteri che questa città di 55 mila abitanti avesse una grande banca, una grande festa, una grande squadra’. Mi pare che questa frase la dica lunga”.

Quale è l’impatto che la senesità del Monte dei Paschi ha avuto sulla città? Perché si parla di un vero e proprio sistema Siena?

“Il sistema Siena è un equilibrio fra strapotere e strapaese benedetto e foraggiato da Mps. C’è una vecchia battuta di Emilio Giannelli, vignettista del Corriere della Sera, per anni capo dell’ufficio legale di Mps, che spiega, con un’iperbole, parte del sistema. ‘A Siena esistono tre tipi di senesi: quelli che sperano di lavorare al Monte, quelli che lavorano al Monte e quelli che sono in pensione dal Monte’. Una battuta, ma fino a un certo punto: il sistema di welfare di Mps arriva a coprire 80 mila persone”.

Perché nonostante gli scandali, la degenerazione di un sistema e le lotte intestine nel centrosinistra anche alle ultime elezioni amministrative non ci sono state forze politiche alternative capaci di trarre un vantaggio in termini elettorali ed arrivare ad amministrare la città? E’ un problema solo di qualità delle classi dirigenti o di assenza di soggetti privi di implicazioni col sistema?

“Il centrodestra senese, a esclusione della Lega Nord, che però bercia molto ottenendo poco, ha potuto beneficiare del sistema partecipando alla lottizzazione delle poltrone, quindi non ha mai avuto grande interesse a vincere. Gli altri, come il M5S, mi pare abbiano un problema di classe dirigente”.

Come è cambiata Siena oggi dopo la fine del sogno garantito dai soldi della Fondazione?

“Si possono fare meno cose di prima. Un esempio, di cui parlo nel libro in un capitolo dedicato a ciò che è cambiato nella città del Palio. La Virtus Siena, seconda squadra di basket che ha sfiorato la A2, aveva un bilancio di quasi un milione di euro ai tempi d’oro. Ora, mi ha spiegato il direttore sportivo, se la deve cavare con 180 mila euro. E così è successo in tante altre realtà, alcune delle quali costrette anche a chiudere”.

Credi che le vicende che racconti nel tuo libro, ci aiutino a dare anche una lettura della realtà politica ed economica di oggi? Secondo te, dopo la vicenda Mps come si stanno evolvendo i rapporti tra questi due ambiti della vita sociale in Italia?

“Penso che studiare il caso Siena, che pure è unico nel suo genere, aiuti a capire l’Italia, un Paese in cui non si privilegia il merito ma l’appartenenza a quella corrente, a quella loggia, intesa in senso lato, non esclusivamente massonico, o a quel gruppuscolo d’interesse. Mi pare che la sinistra italiana continui a non avere un rapporto sereno con la finanza. Da “l’abbiamo una banca” di Fassino alle cene renziane per raccogliere i fondi, non molto trasparenti”.

Dalla lettura del libro si ha la sensazione di una Siena, diffidente e gelosa di quanto accade tra le sue mura: è stato difficile raccogliere notizie ed informazioni dirette per ricostruire le vicende trattate nel libro?

“Ho la fortuna di raccontare Siena da un po’ di tempo, per cui negli anni ho raccolto molto materiale. Però, sì, la diffidenza c’è sempre stata. Anche perché a Siena appena scrivi qualcosa vieni subito incasellato. Comunque, quelli di destra pensano che io sia di sinistra e quelli di sinistra pensano che io sia di destra; i renziani pensano che io sia antirenziano, gli antirenziani pensano che io sia renziano. Ed è tutto molto divertente”.

Come è stato accolto il libro dal grande pubblico e quale è secondo te il giudizio dei senesi?

“Il libro sta andando bene, è stato ristampato e ne sono molto contento. A Siena ha suscitato dibattito e non sono mancate le aspre critiche. Ma è giusto così: Siena è una città che avrebbe bisogno di una discussione permanente, pubblica e trasparente”.

Scottature senesi dei fiorentini, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 27 giugno 2015. Lettera aperta di Mauro Aurigi al direttore del Corriere fiorentino a proposito del libro-inchiesta “Siena brucia”. “Esimio dott. Ermini, immagino che si ricordi di me. Sono senese, ma sono temporaneamente a Firenze per motivi familiari, per cui mi era giunta solo l’eco delle polemiche che la presentazione senese del libro “SIENA BRUCIA” di David Allegranti aveva sollevato. Quindi è per curiosità che il 17 c.m. ero alla RED di Feltrinelli ad ascoltarvi per l’analoga presentazione fiorentina. Alla fine le ho chiesto quante ore mi sarebbero state concesse per una replica. Ovviamente ‒ era già molto tardi ‒ non mi sono stati concessi che pochi minuti. Per cui eccomi qui a dire quello che non potei dire allora. Dico subito che dopo avervi ascoltati, lei e l’Allegranti, non mi sono più meravigliato che a Siena si sia sollevato un polverone. A Firenze ‒ come a Siena immagino ‒ si sono sparsi a piene mani sarcasmo e ironia su vizi e virtù dei Senesi, con grande diletto del pubblico. A cominciare subito dall’intervento, breve ma che avrebbe dovuto essere anche asettico, della rappresentante della libreria che ci ospitava. Ma ancora più del sarcasmo e dell’ironia (sia detto con le dovute proporzioni: era dal tempo dell’antisemitismo che in Italia non si sentivano tante critiche su una comunità di umani) c’è un altro aspetto che ha reso inaccettabile il tono generale: essersi eretti, non so in forza di quale autorità, a censori, giudici e, peggio, pedagoghi di una comunità. E’ vero che il Paese tutto ha una matrice culturale fascista immarcescibile (il fascismo non è nato con Mussolini né è morto con lui) a cui ci è difficile sottrarsi, ma non ci si deve lamentare se poi le vittime di tale trattamento si ribellano. E’ vero, i Senesi sono molto particolari, ma almeno una cosa non l’hanno mai fatta e non la faranno mai: erigersi a censori, giudici e pedagoghi dei comportamenti di altrui comunità. Siamo troppo narcisi (è vero) e come Narciso guardiamo solo a noi stessi. Insomma non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di insegnare agli altri come si fa a stare al mondo. E quando ci imitano (c’è chi lo fa) la cosa non ci fa per niente piacere, anzi. Insomma eravate e siete liberi di criticare, ma non di lamentarvi, come avete fatto, se poi qualcuno s’incazza. SIENA CITTA’ CHIUSA? MA SE E’ STATA “APERTA” TROPPO (E SCONCIAMENTE) DA UN COLONIALISMO SPIETATO! Ma veniamo ad aspetti più particolari e meno generali. Anche lei, caro Direttore, non ha saputo resistere alla tentazione di far risalire i guai della Città alla sua “chiusura” o meglio alla cultura chiusa e retrograda dei suoi abitanti. “Siena si deve aprire” è ormai un mantra per i nostri esegeti esogeni (ed anche per i più ottusi dei Senesi). Come se non si avesse sotto gli occhi una realtà inoppugnabile: Siena, fino a quando è stata gestita dai Senesi, è stata ricchissima e colta e neanche tanto invidiata perché fino ad allora nessuno, da fuori, si era accorto della sua “colta ricchezza”. Tutto è cambiato a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, quando ha cominciato, non ad aprirsi, ma ad essere aperta da gente venuta giù con la piena, “decisionisti” che hanno scosso dalle fondamenta questo mondo ovattato e sonnacchioso ma prospero come pochi altri. Così, mentre a Roma stava occupando la scena nazionale il “decisionista” Craxi (e da allora la crisi economica italiana non ha avuto più fine), la scena senese veniva occupata dal sassarese Luigi Berlinguer e dal romano Pierluigi Piccini, ambedue del Pci e ambedue “decisionisti” a prescindere, tanto da sentirsi il primo come fondatore dell’Università (XIII secolo) e il secondo come inventore del Palio (XV-XVI secolo). In effetti le eccellenze di Siena, Università e Palio inclusi, non avevano avuto fondatori, essendo tutte frutto dell’azione creativa, corale e anonima del popolo. I due e i loro diretti successori, avevano ‒ come il Padrone Bianco nei confronti dei buoni selvaggi delle colonie ‒ una pessima opinione dei nativi, ritenuti degli inetti scansafatiche, insomma dei perfetti sciaborditi (grulli in fiorentino). La cosa fu ufficializzata da un altro venuto giù con la piena, Omar Calabrese, docente universitario nonché assessore comunale alla cultura. Questi, reagendo ai pochi che, come chi scrive, parlavano esplicitamente di regime coloniale, dichiarò in una intervista del 2.8.1998 al Corriere di Siena che la Città aveva eccellenze di dimensioni sproporzionate rispetto al proprio corpus per cui “non c’è abbastanza scelta per far maturare una classe dirigente esclusivamente locale”. Se un intellettuale era così “incoerente” da sostenere che coloro che avevano costruito quelle eccellenze erano così imbecilli da non essere poi all’altezza di gestirle (puro razzismo insomma), per cui dovevano essere affidate a chi cose del genere non era mai riuscito a costruire, immaginatevi un po’ l’ottusità culturale degli altri “colonialisti” ‒ che non erano neanche intellettuali ‒ a cui il groviglio del Pd teneva “aperta” la porta di Siena. L’elenco di questi signori è lungo (dove però mancano i mercenari foresti più recenti come Alessandro Profumo e Fabrizio Viola al vertice del Monte dei Paschi, e Marcello Clarich al vertice della Fondazione) ed è certamente incompleto, ma dà un’idea di come una parte non secondaria della classe dirigente italiana abbia fatto carriera sulle spalle dei Senesi, a nessuno dei quali, nella propria città, è toccato un destino neanche lontanamente paragonabile. Col passaggio di questa valanga di barbari (l’avidità spietata di questi colonizzatori non aveva nulla da invidiare a quella dei colonialisti di ogni altra epoca e luogo) Siena si è afflosciata, ormai totalmente svuotata dall’interno. Solo una coincidenza o ci sarà un rapporto di causa e effetto? Chissà. Comunque c’è ancora oggi chi questo banale meccanismo non l’ha capito e, come lei Direttore, invoca maggiore apertura verso l’esterno (l’ha fatto recentemente in consiglio comunale Massimiliano Bruttini autorevole esponente del Pd) come se la Città non fosse già stata oscenamente aperta e stuprata abbastanza. Per chiudere su questo argomento vorrei che fosse chiaro che non è in discussione il diritto degli alieni ad avere importanti incarichi nella o dalla Città, ma il perché analogo diritto non è stato riconosciuto ai Senesi. Ad onor del vero va però anche detto che ci sono non senesi diventati più senesi dei Senesi stessi e perfino ancora più fieri e orgogliosi dei Senesi di questo passato che ancora si vive a Siena. ALTRO CHE “BABBO MONTE”! IL MONTE ERA IL FIGLIO E SIENA LA SUA MAMMA. L’altro leitmotiv della serata è stato il Monte dei Paschi visto esclusivamente come un ingiusto privilegio caduto dalle stelle e immeritatamente assegnato ai Senesi non si sa se dalla divina provvidenza o da un insensato atto di qualche misterioso potere o potente signore, come la FIAT a Torino, per esempio. Insomma tutto è stato detto del Monte tranne il fatto che giuridicamente apparteneva al Comune di Siena perché i Senesi se lo erano fatto da soli (per combattere l’usura), circondandolo di amorevoli cure per mezzo millennio (lo sapeva, Direttore, che anche Firenze aveva il suo Monte, più antico di quello senese, ma fatto fallire dai Fiorentini nell’800?) fino a farlo diventare la potenza economica internazionale che è stato. E ciò fino alla sua privatizzazione avvenuta, contro la volontà popolare, nel 1995. Ovviamente nessun riferimento si è sentito, né da lei né da Allegranti, al fatto che sia stata la sua privatizzazione (termine che giustamente ha la sua radice nel verbo “privare”) a provocare una seconda valanga colonialista che l’ha ridotto nelle condizioni che sappiamo. Anzi, proprio lei Direttore ha accennato al fatto che finalmente la Banca è stata portata via ai Senesi (nel senso di “così imparano”), ponendo fine al modo indegno e indecoroso con cui loro stavano attaccati allegramente alle sue mammelle fino a mungerla del tutto. E’ vero che i Senesi fossero i maggiori destinatari di quella ricchezza, ma fino alla sua privatizzazione e all’arrivo della valanga “coloniale” il prelievo era limitato a una parte minoritaria, anzi minima degli ingenti utili che la Banca faceva ogni anno, perché questo i Senesi avevano scritto nello statuto del loro Monte: la maggior parte doveva essere portata a fondi per la copertura dei rischi d’impresa, mentre il rimanente andava per un 50% al Comune (opere di beneficienza e pubblica utilità) e l’altro 50% al capitale del Monte. E’ così, anche grazie alla Banca, che la Città e i Senesi godevano di una più che soddisfacente prosperità. Di grazia, chi altri se non i costruttori avrebbero dovuto godere dei benefici di quella costruzione? E che dire dei geni della Banca d’Italia che spingevano per la privatizzazione perché (sentite, sentite, che pensiero profondo!) ritenevano inaccettabile che una città così piccola avesse una banca così grande. Ovviamente sugli Agnelli, miglia di volte più piccoli di Siena e proprietari di un’impresa decine di volte più grande del Monte, niente, neanche le linguacce. A qualcuno è mai venuto in mente di criticare i Pratesi perché godevano indecentemente della ricchezza del tessile, almeno fino a quando, non molti anni fa, Prato era la città più ricca d’Italia? O gli Aretini per il loro oro? O Berlusconi perché godeva degli ingenti e esclusivi guadagni delle sue imprese? Ma i Senesi per il Monte sì, però solo dal momento in cui son caduti in disgrazia (sciacallaggio?). Resta il fatto che appena privatizzata e praticamente cacciati i Senesi (nella prima deputazione della Fondazione, ossia nel suo cda che gestiva il 100% delle azioni del Monte, non c’era un solo senese, cosa poi diventata sistemica sia nella Banca che nella Fondazione), la Banca ha smesso di guadagnare ed è entrata in operazioni avventurose che quando era pubblica neanche avrebbe mai immaginato, esposta com’era al controllo occhiuto dell’opinione pubblica. Tanto per spiegare: Giovanni Cresti, direttore generale del Monte dal 1975 al 1983, il migliore che la Banca avesse avuto nella seconda metà del ‘900 (periodo della sua massima espansione), si dimise dalla carica perché solamente sospettato di adesione alla loggia P2, e per alcuni anni non si fece vedere in giro nonostante che fosse circondato dalla stima e dal rispetto della cittadinanza. Nella sua lettera di addio ai dipendenti scrisse che lasciava l’Istituto – allora così chiamavamo la Banca – più ricco e autonomo che mai (sic!). Il bello era che la banca non guadagnava, ma, miracolo della privatizzazione, gli “utili” agli azionisti privati venivano distribuiti ugualmente e generosamente. Bastava vendere ogni anno un po’ dei tanti gioielli di famiglia portati a bilancio a valori infimi e quindi realizzare le ingenti plusvalenze di vendita che, invece di essere portate a capitale visto che erano cespiti della ex Banca pubblica, venivano allegramente distribuiti agli azionisti privati, del tutto immeritatamente (ovviamente il patrimonio aziendale si assottigliava ogni anno di più). Ci pensava poi la Fondazione, allora massima beneficiaria di quegli utili fasulli, a renderli anche evanescenti nelle cosiddette opere di beneficenza e pubblica utilità (tipo chiese in Ucraina e moschee nel mondo arabo, senza poi che dei progetti finanziati si sapesse più niente). E la cosa è finita come doveva finire: la Banca, già più solida d’Europa, sull’orlo del fallimento e la Fondazione, già più ricca d’Italia, totalmente prosciugata. Mi dica lei, Direttore, se non si può parlare di sfruttamento del tutto simile a quello colonialista praticato nel terzo mondo. E dica se, per avere cercato di spiegare frettolosamente queste cose, è stato giusto coprirmi di urla “si vergogni, si vergogni!”, come quel pomeriggio qualcuno ha fatto. SIENA, IMMERSA NELLA SUA STORIA COME NESSUN’ALTRA CITTA’. Lei, Direttore, ha detto che Allegranti ha scritto il libro con un criterio giornalistico. Ma sarebbe stato meglio se avesse seguito un metodo storico. Perché Siena, giornalisticamente non è attuale, immersa com’è ancora oggi nella sua storia. Pensi che ininterrottamente per 800 anni i Senesi nel Campo sono stati sempre attori e mai spettatori. Prima con le esercitazioni delle compagnie militari rionali (tutti i maschi dai 16 ai 60 anni, preti e frati compresi, ne facevano obbligatoriamente parte). Poi con le Contrade che dalle compagnie militari discendono da quando nel 1559 il Granduca fiorentino, piegata sanguinosamente Siena, aveva abolito queste ultime (i tiranni sono sempre terrorizzati dall’idea del popolo in armi). Fino alla calata dei “colonialisti”, ossia fino a una ventina di anni fa, forse addirittura il 90% della vita sociale, economica e culturale dei Senesi dipendeva, e ancora oggi dipende, da prestigiose entità pubbliche di eccellenza, non parassitarie come invece è normale in Italia per il settore pubblico, ma produttrici di cultura e benessere economico e per giunta create dai Senesi stessi tra i 500 e i 1000 anni fa, durante il periodo repubblicano. Per citare le maggiori: la Banca (la più antica del pianeta e la più solida d’Europa, con 30.000 dipendenti); l’Ospedale (con i sui 1000 anni almeno, forse il più antico del mondo e forse il più grande della Toscana nella città più piccola della regione); l’Università (risale al XIII secolo: più di 20.000 studenti in una città di poco più di 50.000 abitanti); l’Arte (ossia il turismo: più di 5mln di presenze). Bene, di tutto ciò che i Senesi hanno (avevano) ‒ ed è (era) molto di più di quanto avessero i conterranei ‒ non devono ringraziare nessuno, né un papa, un principe, un re e neanche un capitano d’impresa, ma solo se stessi. Quello che ho descritto probabilmente è un caso unico al mondo. Nell’800 i Senesi si fecero da soli tutte le ferrovie che prima i Lorena e poi i Savoia avevano negato loro. E siccome dall’Inghilterra, dove erano andati a vedere come si faceva, avevano portato anche le conoscenze per costruire le locomotive, se le costruivano da soli (cosa che rapportata all’oggi è come se a Siena si costruisse lo Shuttle). Nella prima decade del secolo scorso il Comune con i propri tecnici e i propri soldi si fece l’acquedotto che portava l’acqua dal Monte Amiata, 100 km più a sud. Fino ad allora Siena, priva di acque superficiali e di falda, aveva usato l’acqua che geme ancora oggi dalle pareti dei 30 km di gallerie medievali costruite a questo scopo e che sgorga poi abbondante in fonti monumentali erette alla dea Acqua (Siena ha più fonti di Firenze). Come meravigliarsi allora se i Senesi continuano a vivere immersi nella loro storia? Non meritano (meritavano) almeno un cenno di stima e di lode invece che solo l’ironia e il sarcasmo? Come meravigliarsi che di tutto ciò siamo così orgogliosi fino a renderci antipatici a tutti (tranne a quei pochi che hanno cuore, cultura e intelligenza per capire)? Ma meglio essere invidiati che compatiti, diceva una saggio che ho conosciuto. Insomma se non si tiene conto di tutto questo, come si può scrivere di Siena e dei Senesi e pretendere di essere credibili? POTEVA MANCARE MONTAPERTI? CERTO CHE NO! E poi il ripetuto sarcasmo sul ricordo di Montaperti. Siena, per tutta la sua storia ha combattuto per la propria sopravvivenza contro lo strapotere di Firenze e tutte le sue guerre e battaglie sono state combattute sotto le sue mura. Facile capire chi fosse l’aggressore più forte e chi l’aggredito più debole. Firenze, doppia e poi anche tripla in popolazione, ricchezza e potenza, sin dal XIII secolo riuscì a portare il suo confine meridionale a 15 km dalle mura di Siena. Ma lì la inchiodarono per quasi 400 anni i Senesi. Nel 1202 dopo quattro anni di assedio fu sconfitta e rasa al suolo dai Fiorentini Semifonte, un’altra città, poco a nord di Siena, che si era opposta all’espansionismo fiorentino. Di essa non rimane una pietra sull’altra, ma solo uno sbiadito ricordo. Questo è quello che sarebbe rimasto anche di Siena dopo Montaperti se fosse stata sconfitta.  E scusate se i Senesi ancora oggi pensano a quella battaglia, una delle più sanguinose di tutto il Medioevo europeo, con autentica emozione. Ma non basta. Nel ‘500 quasi l’intera Italia passò sotto il dominio spagnolo (ancora oggi il Paese paga il peso di quella dominazione). Bene, davanti all’esercito imperiale ispano-germanico la grande e ricca Firenze resistette eroicamente dieci mesi prima di arrendersi nel 1530 per fame. Ma la piccolissima Siena (25-30mila abitanti), che nel 1552 aveva temerariamente sfidato da sola lo stesso esercito accresciuto da quello fiorentino, resistette per ben sette anni (Roma solo due ore!). Tutto il territorio dello Stato senese fu messo a ferro e fuoco tanto che ancora nell’800 si vedevano nelle campagne gli effetti di quella devastazione. Combatterono anche le donne (per quanto ne sappia caso unico per quell’epoca e anche oltre), tanto che Blaise de Montluc, rappresentante del re di Francia a Siena e uno dei massimi condottieri del secolo, anni dopo, mandato a difendere Roma, scriverà nelle sue memorie: “…piuttosto ritornerei a difendere Siena con le sole donne senesi, che difender Roma coi romani…” . Dopo quei sette anni in Città non c’erano rimasti che 6-7000 poveri sopravvissuti stremati, tutti gli altri erano morti delle tre “effe”, ferro, fame e fuoco, piuttosto che rinunciare alla libertà. Nessun’altra città in Italia si oppose come Siena alla dominazione spagnola. Bene di quell’epopea gloriosa non c’è traccia nei libri di testo scolastici, ma c’è lo studio approfondito di un romanzesco assedio di Troia di 3000 anni prima in una terra lontana e di cui non esistono documenti storici quindi forse mai esistito. Ma i Senesi non se la prendono: quell’epopea continuano a portarsela nel cuore, magari inconsapevolmente. Nel 1559 non ci fu la sconfitta perché la Repubblica resisteva ancora. Ma a Cateau-Cambrésis quell’anno ci fu la pace tra Spagnoli e Francesi, comportante anche il passaggio dello Stato senese in feudo ai Medici: la guerra con la Spagna poteva anche continuare ma Spagna e Francia alleate erano troppo anche per gente cazzuta come i Senesi. E ci fu la resa. Ancora nel ‘700 Siena tentava di salvare la propria lingua contro lo straripante fiorentino. Ma il vocabolario della lingua senese redatto da Girolamo Gigli fu bruciato nel 1717 dall’Accademia della Crusca nelle piazze di Firenze su ordine del Granduca (altra triste usanza dei tiranni, quella di bruciare i libri), e il suo autore, perseguitato, dovette rifugiarsi nella Roma papalina dove evidentemente spirava aria più liberale che nel Granducato toscano. E scusate ancora se i Senesi guardano alla loro storia con emozione. D’altra parte a Firenze si fa di peggio. Anche lì si glorifica la propria storia, ma di questa si è scelto il peggio, spendendo un ballino di soldi (anche i nostri!) per celebrare i fasti della famiglia medicea, quelli di Lorenzo il Magnifico e perfino delle due medicee regine di Francia, tutta gente che ha tolto la libertà repubblicana alla Toscana (con il loro avvento ovviamente la regione e Firenze spariscono dalla scena culturale e artistica che avevano fino ad allora dominato). Niente per quanto riguarda l’eroica e sfortunata difesa che i Fiorentini fecero della propria libertà, contro i Medici e gli Spagnoli. Intanto un documentario americano su quella famiglia definisce i Palleschi, giustamente, mafiosi e fascisti: avevano una polizia segreta per perseguitare gli avversari, anche quei Senesi che scapparono per sempre da Siena dopo la caduta della Città perché non volevano trasformarsi da cittadini in sudditi dei Medici, rifugiandosi anche in Francia e Inghilterra, dove però i sicari dei Medici li tormentarono e assassinarono (Mussolini con l’assassinio dei fratelli Rosselli in Francia, non aveva inventato niente). Ecco, un altro libro dell’Allegranti, pur esso pedagogico su questa distorsione culturale e morale dei Fiorentini, dopo quella dei Senesi, mi sembrerebbe opportuno (i Senesi non lo farebbero mai, un po’ perché da buoni narcisi se ne fregano di quello che fanno gli altri, un po’ perché passerebbero presto dalla pedagogia, che non interessa loro, agli insulti in cui sono invece molto bravi). ALCUNE NOTE SUL “GROVIGLIO ARMONIOSO” E DINTORNI. Tutto vero sul “groviglio amoroso”, ma non c’è niente di nuovo sotto il sole, Direttore. Tutti i regimi dispotici ‒ anche quello che il Pci-Pds-Ds-Pd ha negli ultimi 20 anni instaurato a Siena ‒ hanno bisogno almeno del 90% dei consensi popolari (precisiamo: il consenso attiene alla tirannia, mentre è la partecipazione che attiene alla democrazia), che consente loro di perseguitare i pochi dissidenti. Ma nessuna tirannia può reggersi anche solo col 70% dei consensi, come è largamente dimostrato dalla storia e dall’attualità. A Siena il partito dominante aveva messo tutti d’accordo; i partiti di opposizione, la stampa e la tv, i sindacati e la confindustria, la Chiesa e la Massoneria. Un consenso totale non gratuito perché per mantenere quel potere si sono disseccate tutte le eccellenze cittadine come, tanto per citare le maggiori, l’Università, l’Ospedale e il Comune, indebitati fino agli occhi, per finire con lo scempio del gioiello più bello, il Monte. Quelli che lei, Direttore, ha chiamato fiore all’occhiello della comunità, il basket e il calcio ormai decaduti, non erano altro che volgarissimo panem et circenses, con l’aggravante che il “principe” non spendeva i soldi suoi per piegare il popolo, ma i soldi del popolo stesso (quelli del Monte). C’erano anche quelli che si opponevano, ma non credo rappresentassero neanche il 2%, e talvolta neanche quello perché spesso si trattava di individui isolati, ovviamente ridicolizzati, nel limite del possibile molestati e comunque tacciati di essere Cassandre (come se Cassandra fosse quella che dava di fuori!). In quel groviglio c’erano ovviamente anche i Senesi, ma pochi e in posizione ancillare, come Barzanti e Valentini, inopinatamente vostri interlocutori nella presentazione senese di “SIENA BRUCIA”; il grosso del groviglio era rappresentato dai “colonialisti” di cui sopra. CONCLUSIONE. Lei, Direttore, ha ragione da vendere nel dire che quello senese è un caso di scuola che vale per tutto il Paese. Ma sai che scoperta! Perché se hai un tesoro prezioso, accumulato gelosamente per così tanto tempo, con una passione eccezionale come hanno fatto i Senesi, e un giorno lo affidi al primo foresto che passa, hai il 90% delle probabilità di vederlo sfumare. Insomma Allegranti ha fatto la scoperta dell’acqua calda, sempre ammesso che l’abbia capita. Direttore, ci sarebbe stata anche l’ironia sul Palio e le Contrade, ma rinuncio a commentare: argomento troppo arduo da spiegare a chi non è nato nelle nostre lastre. Ma su una cosa sono assolutamente d’accordo con voi: la responsabilità di ciò che è successo è tutta dei Senesi e della loro attuale dabbenaggine: in meno di 30 anni si sono fatti trasformare docilmente da cittadini in sudditi, da popolo in plebe. Nel corso della loro lunga storia non erano mai stati così coglioni. Ora mi leggo “SIENA BRUCIA” e vedrò se a quanto detto c’è qualcosa da aggiungere o aggiustare. A lei, caro Direttore, i miei saluti e anche i miei complimenti se avrà avuto la pazienza di leggermi fino a qui”. Mauro Aurigi

I Senesi che fine hanno fatto? Scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line", il 19 dicembre 2011. Perchè le carriere pubbliche e politiche più sfolgoranti sono riservate ai forestieri? Chi scrive è vecchio abbastanza per ricordare il sostegno della sinistra italiana, soprattutto del PCI, ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo che nel secondo dopo-guerra combattevano per scrollarsi di dosso il giogo coloniale delle potenze europee, giogo che significava tutto il potere in mano al Padrone Bianco e piena libertà di sfruttare le popolazioni indigene e rapinarne le risorse naturali. Oggi a Siena guai a lamentarsi che la Città con le sue eccellenze sia da tempo usata da alieni venuti giù con la piena per carriere strepitose dalle quali i Senesi sono totalmente esclusi: i tristi epigoni di un’ormai sedicente sinistra sentono subito puzza di leghismo e di razzismo. Teorizzano addirittura che quel fenomeno ci sia, sì, ma che è assolutamente salutare (ossia dovremmo essere riconoscenti invece di lamentarci), perché questa Città ha istituzioni troppo più grandi della possibilità umane, culturali e professionali di noi aborigeni. Il concetto anni fa fu addirittura formalizzato sulla stampa, in risposta a “Quelli di Montaperti” che denunciavano la discriminazione ai danni dei Senesi, dal “compagno” Omar Calabrese, celebre bardo della comunicazione del nostro Ateneo (essendo lui stesso un non senese alla cosa era evidentemente interessato: oltre che il barone all’Ateneo riuscì a fare anche l’assessore comunale alla cultura e certamente pensava che lo dovessimo ringraziare per il gran servizio resoci). A parte l’ottusa irrazionalità della pretesa (i Senesi non avrebbero la capacità di gestire gli organismi che essi stessi hanno creati e fatti grandi, anzi grandissimi, molto al di là delle dimensioni cittadine e perfino nazionali), c’era in quel concetto un’ipocrisia grande come una casa: volevano, sì, rintuzzare la presunta chiusura “razzista” dei Senesi verso gli estranei, ma in realtà se ne declamava l’inferiorità intellettiva e intellettuale. Ma che razzisti questi antirazzisti! E anche spocchiosamente arroganti come il Padrone Bianco di cui sopra: anche lui era convinto di avere diritto alla gratitudine degli inetti “negri”. Tutti i personaggi che seguono (ma la lista è incompleta) sono di sinistra o di centro-sinistra, ossia campioni della secolare lotta allo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Ma si tratta di pura ipocrisia: appena hanno potuto hanno sfruttato i Senesi. Un giorno arrivò alla nostra Università dalla Sardegna uno sconosciuto comunista dal cognome invece notissimo: Luigi Berlinguer. Prima barone universitario, poi, salendo sulle spalle dei Senesi, magnifico rettore e quindi in stretta sequenza, deputato al Monte dei Paschi, consigliere regionale, parlamentare e infine ministro (per poco tempo, ma abbastanza per porre le basi su cui si arrampicherà la Gelmini per picconare il sistema universitario). Un altro giorno arrivò il fiorentino andreottiano Piero Barucci, ancora un barone, che si insediò alla presidenza del Monte. Anche lui trovò il suo il trampolino di lancio sulle spalle dei Senesi: dopo fu presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), ossia capo di tutti i banchieri italiani, e quindi Ministro del Tesoro. Poi si presentarono Franco Bassanini, Enrico Boselli, Giuliano Amato e Rosy Bindi, personaggi la cui storia merita una breve chiosa. Franarono a Siena dal profondo Nord spinti dalla piena, ossia dal ciclone Mani Pulite (1992 e successivi). I loro partiti (Dc e Psi) erano stati annientati dagli scandali, non esistevano più. I quattro erano in crisi di astinenza perché nei loro territori nessuno li avrebbe più votati, tanto era il rigetto popolare per la Prima Repubblica (la Lega sulle spoglie di quei due partiti aveva dilagato al Nord conquistando anche il comune di Milano). Li soccorse D’Alema: per ignoti motivi che possiamo solo immaginare e che comunque non avevano nulla a che fare con l’interesse della nostra Città, li candidò a Siena. Erano tutti sconosciuti, anche la Rosy Bindi che, avendo gravitato solamente sulla Dc veneta, nessuno a Siena aveva mai sentito neanche nominare. Ma vennero votati in massa (i Senesi che co….oni!) e diventarono prima parlamentari, poi ministri e anche capi del governo (Amato).Riconoscenti, i quattro poi si distinsero per acredine verso la Città che li aveva catapultati nell’olimpo della politica: contro la resistenza dei Senesi sostennero a spada tratta la privatizzazione  del Monte dei Paschi (1995) i cui esiti vediamo oggi (i Senesi che co….ni!). Infine, ma non è l’ultimo, dalle Calabrie salì un altro carneade: l’avv. Giuseppe Mussari. Ambizioso e cinico il giusto, si vide la strada spianata dal proprio protettore, il sindaco Pierluigi Piccini. Anche quest’ultimo a Siena era un alieno in vertiginosa e promettente carriera (sempre sulle spalle dei Senesi), se sulla sua strada non avesse incontrato proprio il Mussari. Questi imparò molto dal Piccini e lo mise subito a frutto: scavalcò e spodestò il suo mentore (quando si dice la gratitudine) la cui carriera fu stroncata (gli sta bene: così impara). Mussari invece cominciò a correre: dal niente fu presidente della deputazione della Fondazione MPS, poi praticamente si autonominò presidente della Banca MPS lasciando la poltrona in Fondazione al solerte e servizievole Gabriello Mancini (altro alieno). Ora è già approdato alla presidenza della potentissima Abi (co….oni, sì, ma che spalle robuste hanno i Senesi!). Se Mussari fosse riuscito ancora per qualche mese a coprire le difficoltà della Banca e della Fondazione, anche lui sarebbe approdato al governo in caso di elezioni anticipate e vittoria delle sinistre. Non che la destra gli faccia schifo, anzi: per dare una mano al governo Berlusconi-Tremonti ha reso illiquido il Monte caricandolo di un fardello insopportabile di 32 (trentadue!) miliardi di traballanti titoli di Stato: proporzionalmente 4 o 5 volte più di ogni altra banca italiana. Per la carriera di questi signori e di tanti altri, i Senesi si sono letteralmente svenati viste le condizioni in cui sono ora ridotte, dopo il passaggio di “lorsignori”, le loro maggiori istituzioni. No, i Senesi non hanno pregiudizi razziali: tutti quegli arrampicatori delle nostre eccellenze vengono sia dal nord che dal sud e dal centro, ossia da ogni punto cardinale. Fuorché da Siena. E non si tratta solo del passato, perché questa storia tragicomica continua. Pensiamo al sindaco Franco Ceccuzzi, alieno di Montepulciano, che è ancora agli inizi ma che punta agli stessi successi sulla nostra pelle (con armi spuntate purtroppo: gli alieni che l’hanno preceduto, lui consenziente, l’hanno lasciato in brache di tela). E’ lontanamente immaginabile che a un Senese possa essere consentito di fare anche solamente il sindaco di Montepulciano? Non che poi quegli alieni che hanno fatto delle nostre spalle un trampolino abbiamo poi fatto qualcosa per Siena, come ci si sarebbe aspettati da un senese parlamentare o ministro o capo del governo. Macché, se va bene se ne sono subito dimenticati lasciandosi alle spalle solo macerie, se va male ci hanno pure dato addosso: vedi Amato e Bassanini. Nessuno che si ponga questa domanda: perché tutti questi signori fanno strepitose carriere in una città che non è la loro, mentre non uno dei Senesi – i “negri” della situazione – è riuscito a ottenere altrettanto? Magari avrebbero fatto quello che lorsignori non hanno fatto, ossia l’interesse di Siena. Ma hanno ragione lorsignori ad avere una così bassa opinione dei Senesi: cosa si può pensare di chi costruisce nei secoli tanta eccellenza (banca, fondazione, università, ospedale, tanto per citare le maggiori)  e poi se la fa devastare in pochi anni da Padroni Bianchi venuti da fuori? Ma io, senese come pochi altri, non ce la faccio più a sentirmi nella parte del “negro”. E allora lo voglio gridare forte: 

MA QUANTO SIAMO CO…..NI NOI SENESI! Gli ultimi istanti di Siena… e lo stupore per l’inconsapevolezza dei senesi, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 28 dicembre 2013 08:12. Ecco cosa succede quando si trascura la lezione della storia. Mi meraviglia la quantità di critici verso la passata gestione del Monte che sono riemersi dopo una lunga e “coraggiosa” apnea, e mi meraviglia la virulenza della loro critica. Emergono solo ora che la ventennale agonia della semimillenaria istituzione è arrivata al suo logico, irreparabile epilogo. Ma fino ad ora silenzio assoluto. Perché? Banale codardia? O forse peggio, ossia l’entusiastica, servile e generalizzata approvazione di come le due istituzioni venivano in questi anni amministrate? Comunque ancora la grande maggioranza dei coraggiosi neo-inquisitori si cela dietro l’anonimato … non si sa mai. Mi meraviglia l’ingenuità di quella critica che addebita ogni scelleratezza a Mussari, Mancini, Vigni e i loro vassalli. Quasi che, cacciati loro a tempo dovuto, non ce ne fossero migliaia di altri, allora come ora, dotati della stessa avidità di potere e denaro e della stessa spregiudicatezza, disposti a sostituirli. E quasi che non ci fosse, allora come ora, un “sistema” disposto ad accontentarli. Basti per tutte l’ultima infornata: i due mercenari della finanza Profumo e Viola e la confindustriale Mansi, anch’essi col seguito di propri vassalli, ovviamente pure loro alieni. Gli ottusi, in particolare quelli del Pd, pensano ingenuamente, e lo dicono in giro, che siano lì a fare gli interessi della Città e della Banca invece dei propri (nel senso che se non ci fosse stato un utile personale si sarebbero guardati bene dall’accettare l’incarico). Per questo gli hanno accomodato gentilmente gli statuti della Banca e della Fondazione affinché stessero parecchio più comodi. E ciò sempre che quelli del Pd siano in buona fede, ma non è detto. Potrebbero invece, per esempio, avere semplicemente ubbidito, anche loro servilmente, a ordini calati dall’alto. Un servilismo ovviamente utile ai fini della propria personale carriera politica (cosa che niente avrebbe a che fare col salvataggio della Banca e della Fondazione, anzi!) come sempre hanno fatto a cominciare dalla privatizzazione della Banca, la madre di tutti i problemi attuali. Non hanno più ideologia né ideali. E neanche idee, a parte, da una ventina d’anni a questa parte, la fissa per i cda che invece in passato era prerogativa ributtante e esclusiva dell’ “odiata borghesia” (forse invidiata invece che odiata, visto con quanto piacere si sono tutti accomodati nelle poltrone delle S.p.A. miliardarie e sulle spalle – finalmente! – dei lavoratoti senza dover tirare fuori neanche un centesimo dalle proprie tasche che invece si riempivano!). Così anche mi meraviglia che nessuno di quei critici metta in relazione la disfatta della Banca (e della Città) proprio con la privatizzazione nel 1995 del glorioso Istituto che allora era – tardivo riconoscimento odierno – la banca più solida d’Europa. La privatizzazione fu imposta da una folta schiera di potenti notabili (D’Alema, Amato, Ciampi, L. Berlinguer, Dini, Visco, Turci …) e di accademici (Spaventa, Imbriani, Claric, …), più la stampa di regime (ossia tutta) ed anche l’infinita schiera di notabili senesi, che poi senesi non erano per niente (L. Berlinguer, Piccini, Calabrese, Starnini, Ceccherini, Spinelli, Piazzi, Borghi, Barzanti …), ma anche il Consiglio comunale che, democraticamente, rifiutò il referendum popolare sulla questione (sarebbe stato certamente vinto da chi si opponeva all’operazione). Privatizzazione finita come tutte le privatizzazioni in Italia a cominciare da quelle dei Savoia fatte ai danni del Meridione per rimborsarsi dei debiti di guerra contratti per la sua conquista (ossia fecero pagare la guerra agli aggrediti), grazie alle quali i musei di tutta Europa si riempirono di opere d’arte italiane, e per finire con quelle più attuali dell’Ilva, Cirio, Alfa Romeo, Alitalia o Telecom, ed ora aspettiamo RAI, Finmeccanica, Cassa Depositi e Prestiti, Poste …). Come se non ci fosse stato a Siena chi alla privatizzazione del Monte si oppose, spiegando che sarebbe successo esattamente quello che poi è successo. Cassandra, chiamavano chi scrive i compagni convertitisi entusiasticamente al capitalismo peggiore, quello finanziario, tanto incolti da essere del tutto all’oscuro che Cassandra era quella che aveva sempre ragione. Mi meraviglia che nessuno di quei critici che ora fanno la voce grossa abbia mai, non dico protestato, ma almeno inarcato un sopracciglio, mentre in meno di un ventennio il patrimonio della banca più solida d’Europa veniva spolpato. Eppure non mancarono sulla (poca) stampa non asservita e nelle assemblee degli azionisti coraggiose denunce di chi vedeva che il re era nudo. Infatti dopo la privatizzazione i bilanci cominciarono quasi subito a denunciare perdite reali trasformate, tra l’indifferenza di tutti, in utili “virtuali” grazie a plusvalenze ottenute dall’alienazione di cespiti attivi (partecipazioni, banche, immobili …) accumulati nei secoli. Fu così che, ai fini di pura immagine mediatica (se non peggio), si cominciò a demolire la banca più solida d’Europa ben prima degli sciagurati affari della Banca 121 e Antonveneta. Quelle plusvalenze, invece di portarle a riserva com’era logico, furono portate a un inesistente utile d’esercizio da distribuire ai neo-azionisti privati che nulla avevano fatto per meritarselo. Un paio di volte fecero addirittura di più: per mostrare un utile fittizio prelevarono direttamente dalle riserve, frutto dell’accantonamento di utili della passata Banca pubblica e, contemporaneamente mediante la cartolarizzazione (vendita) dei mutui fondiari in essere, anche dagli utili del futuro: mai spoliazione di un pubblico patrimonio fu più devastante. E evidente. Ma si chiuse, non un occhio, ma tutt’e due. E mi meraviglia che dopo tanta afasia, invece di metterci la faccia, rimboccarsi le maniche e provvedere in proprio alla bisogna, ci si sgoli a pontificare, ovviamente per lo più protetti da un coraggioso anonimato, invocando che qualcun altro, un uomo della provvidenza, un unto dal signore, cacci questi barbari dalle poltrone del potere a cui sono ancora inchiodati a Siena, a Firenze e a Roma. Questi neo-critici sono del tutto inconsapevoli o immemori del fatto che ormai da più di mezzo secolo a Siena (e in Italia) chiunque abbia conquistato il potere è sempre stato peggiore di quelli che ha sostituito. E soprattutto inconsapevoli del fatto che è proprio all’avvento di “salvatori della patria”, ovviamente tutti alieni, che Siena deve tutti i suoi guai decorsi e attuali. Ecco cosa scrive uno – che però, ad onor del vero si firma – su un blog: Forse adesso molti senesi avranno capito o percepito il perché dell’allontanamento da Siena dell’ex sindaco Pierluigi Piccini, il quale non ha certamente bisogno delle mie difese né tantomeno intendo farlo; ma guarda caso, proprio dall’inizio del suo “esilio” sono cominciati i guai per Siena e, belli grossi. Forse qualcuno, in maniera estremamente superficiale e inopportuna vorrà pensare ad una certa mia forma di piaggeria; povero illuso, non è altro che una semplice presa d’atto dei palesi fatti avvenuti. Per cui mi meraviglia che ancora non si sia capito che quello che è successo alla Banca, all’Università, all’Ospedale, al Comune ecc., ha cominciato a succedere quando sono venuti giù con la piena Luigi Berlinguer all’Università negli anni ’70 e Pierluigi Piccini al Comune negli anni ‘80: due prìncipi feudali, alieni come alieni sono tutti quelli che a Siena da allora hanno contano qualcosa. I due aprirono la loro corte con tanto di vassalli, valvassori e valvassini. Tutti i “protagonisti” attuali, ma proprio tutti, sono allievi di tali personaggi: Mussari non era forse il pupillo di Piccini? Due “decisionisti”, dicevo, in perfetta sincronia col “grande decisionista” Craxi che in quegli stessi anni da Roma cominciò a demolire l’Italia (da Berlusconi a Renzi sono tutti allievi suoi: forse che Fassino, D’Alema e, mi pare, anche Veltroni non stanno ora criticando l’ottimo Enrico Berlinguer per rivalutare il latitante-contumace Craxi?). Come non meravigliarsi allora se c’è a Siena chi ancora spera che un cavaliere bianco, ovviamente alieno, si affacci all’orizzonte per salvare la “nostra” patria in grande periglio? E soprattutto come non meravigliarsi che ci siano Senesi così privi di cultura (e forse anche d’intelletto) da non aver capito una lezione della loro storia che è strettamente legata all’attualità? Possibile che nessuno abbia consapevolezza del fatto che (caso probabilmente unico al mondo) l’80-90% della nostra notevolissima ricchezza economica, sociale e culturale, direttamente o indirettamente dipende o, meglio, dipendeva fino a una ventina di anni fa da enti pubblici fondati nel periodo repubblicano? Il millenario Spedale, la quasi millenaria Università, il semimillenario Monte e il moderno turismo richiamato dall’arte, anch’essa tutta pubblica e tutta risalente a quel periodo. Possibile che nessuno si renda conto che un fenomeno di questo tipo, che per le sue longevità e floridezza ha del miracoloso, sia stato prodotto in un periodo, quello della Siena repubblicana, caratterizzato dall’assenza assoluta di uomini della provvidenza, di unti del signore, di salvatori della patria, tant’è che da quella straordinaria epoca, quando governavano i semplici cittadini tirati a sorte, per brevi periodi, anche di due soli mesi (più alta la carica, più breve la sua durata), senza rinnovo alla scadenza se non dopo anni, da quell’epoca così straordinaria, virtuosa e prolifica da farne beneficiare e largamente anche noi, dicevo, non è giunto sino a noi il nome di un solo politico? E che è proprio con l’apparire sulla scena senese dei “grandi politici” dei nostri giorni, il cui nome infatti sopravvivrà nella storia futura, è cominciata la demolizione di quegli enti giganteschi creati dagli anonimi gnomi senesi del Medioevo e quindi anche la demolizione della nostra sostanziale prosperità? Eppure quegli gnomi ci hanno lasciato un messaggio chiarissimo addirittura sulle pareti del Palazzo affinché anche noi, lontanissimi pronipoti, ne seguissimo l’esempio. E’ l’affresco del Buono e del cattivo governo, dove viene spiegato ai contemporanei e ai posteri cosa succede quando governa uno solo (il tiranno) e cosa succede quando invece governano tutti i cittadini. Possibile che l’enorme, minacciosa pialla da falegname impugnata dalla Concordia affinché nessuno dei cittadini, tutti raffigurati sotto di lei rigorosamente della stessa altezza, osasse alzare la propria testa sopra gli altri, non insegni più niente? Come sarebbe stata “ripiallata” la testa dei “principi”, da Luigi Berlinguer a Giuseppe Mussari? Ed ora quella di Alessandro Profumo? E siccome non abbiamo tenuto conto di quegli insegnamenti ora stiamo perdendo gli enti di cui sopra e l’enorme indotto da essi prodotto. Per secoli a Siena ogni generazione ha lasciato alle successive più di quanto avesse eredito dalle precedenti. La nostra è la prima generazione che lascia alle generazioni future meno, ma parecchio meno per non dire niente, di quello che ha ricevuto dalle passate. Come e dove, per nostra esclusiva colpa, vivranno i nostri figli e nipoti? E cosa ne sarà di questa città?

Aurigi: “Temo che per Siena questa sia la fine della storia”, scrive Mauro Aurigi su "Il Cittadino On Line" il 13 gennaio 2016. Se i Senesi non si svegliano presto dal sonno profondo in cui sono caduti la decadenza (sottosviluppo e emigrazione) sarà irreversibile. Il 19.12.2011 sul “Il Cittadinoonline”, sotto il titolo I Senesi che fine hanno fatto? (Io avevo suggeritoI Senesi che coglioni!), elencavo quanti e quali alieni, sfruttando e più spesso parassitando e quindi affossando le eccellenze di questa Città, abbiano fatto e facciano carriere brillantissime alle quali i Senesi mai hanno potuto neanche sperare (p. es.: da semplice professore universitario a ministro o da politico trombato a parlamentare e poi magari anche Capo del Governo). Bene, quella denuncia fece insorgere come tarantolati i soliti lecchini di un potere che a Siena è esogeno, nel senso che da fuori c’è sempre un burattinaio che ne regge i fili e che la considera sua esclusiva riserva di caccia. Fui accusato di voler negare a chi non fosse di pura razza senese il diritto alle poltrone cittadine. Tipico caso dello stupido (o dell’ipocrita) che insiste a guardare il dito invece della luna. Infatti quella denuncia non negava agli alieni quel diritto, bensì postulava esattamente l’opposto, ossia che ai Senesi fosse sistematicamente negato di godere nella propria città dello stesso diritto assicurato altrettanto sistematicamente a quegli stranieri. Mi ero limitato all’epoca solo alle persone più in vista ed alle carriere più prestigiose (*) per meglio illustrare le dimensioni di quel sistema, prima causa della frana che ha travolto la Città. Ma la realtà ovviamente era ed è ancora più inquietante di quanto avessi denunciato, perché quel sistema perverso, a partire dai vertici, permea l’intera vita istituzionale cittadina, magari esclusi i livelli infimi, dove vivacchiano a sbafo i lecchini senesi di cui sopra. Per esempio: mi è oggi casualmente ricapitato tra le mani il decreto n. 25 del 31.10.2013 firmato dal nostro ineffabile sindaco Bruno Valentini (manco a dirlo: anch’egli alieno) e riguardante le “sue” nomine dei 9 amministratori della Biblioteca degli Intronati, istituzione senese che più senese non si può. Eccoli qui, come esposti nel decreto con tanto di nome e cognome e luogo di nascita:

Barzanti Roberto (presidente), Monterotondo Marittimo GR

Bonura Giuseppe Emiliano, Catania

Capresi Donatella, Montalcino

Faleri Valentina, San Vito Tagliamento (PN)

Mangionami Leonardo, Castiglion del Lago (PG)

Zanibelli Giacomo, Firenze

Ceccherini Dario , Poggibonsi

Dicorato Luigi Maria, Busto Arsizio (VA)

Pianigiani Lucia, Siena(**)

Ogni commento è superfluo, anche se qualcuno di quelle signore e signori sarà probabilmente più senese di me (ne conosco molti d’oltralpe e perfino d’oltreoceano la cui senesità batte anche quella degli ultrà aborigeni). Una simile distorsione ha un’unica giustificazione. L’affidò alla stampa ‒ non mi stancherò mai di ricordarlo ‒ il prof. Omar Calabrese, altro alieno che come Giuseppe Mussari (pure alieno) fece carriera a Siena alla scuola dell’allora sindaco Pierluigi Piccini (ovviamente alieno pure lui). Pungolato dall’associazione “Quelli di Montaperti” che parlava apertamente di sfruttamento coloniale (e siamo negli anni ’90), Calabrese dichiarò che la Città aveva eccellenze di dimensioni sproporzionate rispetto al proprio corpus per cui non c’è abbastanza scelta per far maturare una classe dirigente esclusivamente locale(Corriere di Siena, 2.8.1998). Razzismo raffinatissimo, ossia il più ripugnante, sicuramente congiunto a ipocrita ottusità. Caso forse unico al mondo, un gruppo umano ‒ i Senesi ‒ aveva generato, coltivato e portato quelle eccellenze, vecchie anche di 1000 anni, alla odierna modernità, non solo fino a renderle internazionalmente famose, ma addirittura derivando ancora oggi da esse, direttamente o indirettamente, l’80 o il 90% delle proprie risorse culturali, sociali ed economiche. Caso probabilmente unico al mondo, ripeto. Però quegli stessi Senesi non sarebbero maturi per gestirle! Definire incapaci, immaturi, pigri e apatici i propri colonizzati è tipico di ogni potere coloniale (che per il “servizio” reso pretende pure di essere ringraziato). E’ così che per gestire le storiche e appetitose istituzioni senesi bisogna andare a chiamare gente da Pordenone o da Catania. E’ il provincialismo più sfrenato: l’erba degli altri è sempre più verde. Ma non c’è provinciale più provinciale di colui che anela a sprovincializzarsi. Mi domando dove il sindaco Valentini sarà andato a scovare tutti quei personaggi, come cavolo sapesse che uno di San Vito sul Tagliamento fosse la persona adatta per la plurisecolare Biblioteca cittadina. Nessuna giustificazione o motivazione ha reso pubblica. Come si fa a pensare che i nominati siano stati scelti per amore della Città e della Biblioteca? Il che ci lascia nel ragionevole dubbio che la decisione sia stata presa altrove e che i “nominati” arrivino a Siena con il solo fine di “usufruire” delle sue ricchezze. Come i barbari di ogni epoca e latitudine. Ed è qui che casca l’asino. La fortuna che fino a ieri ha avuto Siena e a cascata anche le sue eccellenti istituzioni, si basa (e questo è un fatto storicamente accertato) sull’amore e addirittura l’emozione e la commozione che esse sempre hanno suscitato nei Senesi. In amore si dà più di quanto si prenda. Le minuscole Contrade e le loro tradizioni avrebbero raggiunto la fama internazionale senza quell’amore e senza pretendere che tale sentimento fosse il primo requisito per selezionare la propria dirigenza? E posso testimoniare per esperienza personale che lo stesso fenomeno è l’unica spiegazione per cui una piccola Città emarginata e negletta abbia da sola costruito il semimillenario gigante economico che era il Monte. Credo non esista un caso simile in tutto il pianeta. Ma lo stesso posso dire di mio padre e i suoi colleghi, umili operai del Manicomio, o di mia zia, operaia specializzata allo Sclavo, diventato secondo lo scienziato Albert Sabin, padre dell’omonimo vaccino anti-polio, il migliore del mondo. E allora mi domando: tutta questa gente che viene anche da lontano e che è stata preferita ai Senesi per occupare, anzi per usurpare le eccellenti poltrone senesi, l’ha fatto, lo fa e lo farà per “prendere” o per “dare”? Nella risposta a questa domanda c’è la spiegazione della devastazione abbattutasi su Siena, devastazione che è solo agli inizi. L’enorme perdita del Monte, che non ci appartiene più, non è costata al territorio solo un danno economico di decine di miliardi di euro (forse 60 o più), ma anche di potere, di prestigio, di immagine, di autorità e autorevolezza, il cui dissolversi alla lunga ci costerà più che altrettanto. Si pensi, dopo quello che è successo, a cosa sta già succedendo per la sede dell’Azienda Usl Toscana Sud Est, assegnata non a Siena, tra l’altro sede universitaria da quasi 800 anni, ma a Arezzo, o alla nomina della Capitale Europea della Cultura 2019, assegnata a Matera..Quando si è titolari di un patrimonio storico, culturale ed economico del valore di quello senese, bisogna stare sempre sugli spalti perché è da quando è cominciata la Storia che gli alieni hanno sempre concupito le ricchezze altrui. Successe all’Impero romano quando una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti si fece mettere in ginocchio da tribù barbare che non contavano più di 5/10mila individui ciascuna, donne vecchi e bambini compresi, e che operarono singolarmente e in epoche diverse le une dalle altre. Gli imperatori romani, infatti, sugli spalti ci mandarono i mercenari, ossia i barbari “moderati”, avendo da secoli abolito le legioni popolari, primarie artefici della costruzione di quell’Impero, perché il popolo in armi è sempre sentito dal principe come un pericolo letale. Si sa come è andata a finire. E si sa purtroppo come è andata a finire a Siena dove il Principe, grazie a 30 anni di stupefacente (nel senso che rende stupidi) lavaggio ideologico del cervello e di panem et circenses, riuscì a mandare decine di migliaia di cittadini, ormai ridotti a plebe, a urlare sugli spalti degli stadi, mentre la Casta si dava da fare con l’argenteria (quella di quei cittadini, ovviamente, non la propria). Questa storia purtroppo ancora non è finita, anche se ormai si sta raschiando il fondo del barile. Esemplare il caso della nomina del nuovo direttore del Santa Maria della Scala, ossia dell’edificio più grande e antico di Siena (più grande e antico del Palazzo comunale e del Duomo) e dei tesori che contiene e di quelli ulteriori che conterrà. Come avrà fatto il nostro ieratico sindaco è scovarlo questo Antonio Calpi in quel di Tricarico  (Matera)? E cosa l’avrà affascinato, tanto da preferirlo ad uno qualsiasi degli studiosi d’arte senesi, in questo sinora ignoto esperto di teatro? Temo che questa sia per Siena la “fine della storia”, una storia gloriosa durata almeno un millennio: i Senesi, ormai definitivamente emasculati, non potranno mai più, come hanno fatto in altre epoche della loro storia, scrollarsi dal collo questo giogo.

NOTE. (*) Quel lungo elenco ancora non comprendeva i due del Monte – Profumo e Viola‒ i due della Fondazione ‒ Mansi e Clarich ‒ e il recentissimo Antonio Calbi al S.M.S. (**) Senese? Probabilmente una svista o un errore.

Monte Paschi di Siena. Chiuse indagini a Milano: «truccati bilanci per 2 mld». Pm: «da ex vertici operazioni per celare buco acquisto Antonveneta», scrive “Prima da Noi” il 15/01/2016. Centinaia di milioni di euro di utili mai prodotti effettivamente e perdite miliardarie occultate con dati di bilancio truccati per oltre 2 miliardi di euro. A chiusura delle indagini sui tronconi Santorini, Alexandria, Fresh e Chianti Classico è questa la situazione evidenziata dalla Procura di Milano sul dissesto del Monte dei Paschi di Siena, che si è realizzato tra il 2008 e il 2012 con una serie di operazioni finanziarie, tra derivati, prestiti ibridi e cartolarizzazioni, servite soltanto a nascondere il buco seguito all'acquisizione di Antonveneta da parte dell'istituto senese, costata circa 10 miliardi di euro. Per questo motivo i pm Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco, hanno notificato oggi l'avviso di conclusione delle indagini, condotte dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma, a 13 persone, tra cui gli ex vertici della banca senese, manager ed ex manager di Deutsche Bank ed ex dirigenti di Nomura. Le ipotesi di reato vanno dalle false comunicazioni sociali all'aggiotaggio, dal falso in prospetto all'ostacolo alle funzioni di vigilanza di Banca d'Italia e Consob. Indagate per la responsabilità amministrativa anche Mps, Nomura e Deutsche Bank, la quale precisa, però, che il derivato Santorini fu chiuso nel dicembre 2013 con accordo tra le parti e «con reciproca soddisfazione». La Procura si appresta, intanto, a chiedere il processo per Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gian Luca Baldassarri, rispettivamente ex presidente, ex direttore generale ed ex responsabile Area finanza della banca toscana, tutti già condannati in primo grado nel processo Alexandria a Siena, dove scoppiò lo scandalo e da dove sono stati trasmessi gli atti che poi hanno dato vita ai filoni chiusi oggi a Milano. Coinvolti nelle indagini anche sei tra dipendenti ed ex della filiale londinese di Deutsche Bank, che aveva strutturato il derivato Santorini poi venduto all'istituto e che sarebbe servito ad occultare le perdite. Si tratta di Ivor Dunbar, Michele Faissola, Michele Foresti, Dario Schiraldi, Matteo Vaghi e Marco Veroni. Indagati anche due manager della banca d'affari Nomura, che aveva strutturato il derivato Alexandria: l'ex ceo Sadeq Sayeed e l'ex responsabile vendite per l'Europa e il Medio oriente Raffaele Ricci. La chiusura dell'inchiesta, tra l'altro, segna la conclusione del lavoro istruttorio della Procura milanese sul dissesto di Rocca Salimbeni, visto che il troncone principale sul derivato Alexandria si trova già in fase di udienza preliminare. Mussari e Vigni, in particolare, in concorso con gli altri indagati, «con l'intenzione di ingannare i soci» per «conseguire per sé e per altri un ingiusto profitto» avrebbero esposto, come scrivono i pm, nei «bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni sociali» fatti «materiali non rispondenti al vero», causando così «ad MPS un danno patrimoniale di rilevante entità».  In relazione al derivato Santorini, solo per fare un esempio, spiegano gli inquirenti, gli ex vertici «ideavano, organizzavano, concludevano ed eseguivano un'operazione di finanza strutturata fatta su misura, anomala e fuori mercato».  Solo nel 2011, il peggiore bilancio tra quelli analizzati dalla Procura, l'istituto avrebbe accumulato un miliardo di perdite nette (1,5 miliardi circa di perdite lorde) in più rispetto a quelle dichiarate in bilancio. In totale, poi, le sopravvalutazioni del risultato netto, per l'accusa, hanno superato i 2,2 miliardi di euro nei quattro anni considerati, con una rappresentazione decisamente più rosea di quella che era in realtà. Stessa musica per ciò che riguarda il patrimonio netto del gruppo senese, che sarebbe stato sopravvalutato per centinaia di milioni di euro in ogni esercizio, dando così un'informazione distorta sulla solidità del gruppo.

Basket, falsi bilanci e frode sportiva: Siena rischia la revoca di 6 scudetti, scrive Mario Canfora il 12 gennaio 2016 su “La Gazzetta.it”. Sotto accusa l’era Minucci: Pianigiani convocato per il fine settimana dalla Procura Federale: possibile squalifica. Avendo il basket regular season e playoff, non è praticabile la riassegnazione. Intanto la Mens Sana basket è stata dichiarata fallita il 4 luglio 2014. Si tornerà a parlare di Siena, nei prossimi giorni, e di tutto ciò che circonda la squadra dei sette scudetti di fila (di cui adesso molti sono a rischio), finita dal 2012 al centro dell’operazione "Time Out" per una storia di pagamenti in nero, accesso abusivo al credito (per la cessione del marchio) e associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla bancarotta fraudolenta. Andiamo per ordine, partendo dalla posizione dell’allora coach della Mps, Simone Pianigiani. Alla fine dello scorso anno la Procura di Siena ha trasmesso alla Procura della Fip gli atti della conclusione dell’inchiesta per evasione fiscale che coinvolgeva l’ex coach della Nazionale, la cui posizione è stata archiviata per "favor rei". Ossia, le dichiarazioni dei redditi contestate sono state inferiori all’attuale soglia di punibilità, elevata dal Governo a giugno da 50 a 150mila euro. Ma la sua posizione dal punto di vista "sportivo" è tuttora in essere: prova ne è che Pianigiani è stato convocato per fine settimana dal Procuratore Federale Marco Lucente che lo ascolterà in merito alla vicenda dopo aver letto le carte della Procura senese. Gli verrà contestata la violazione dei principi di lealtà e correttezza, che all’articolo 39 del Regolamento di Giustizia Fip prevede "l’inibizione da tre mesi a tre anni a chiunque, violando i principi di lealtà e correttezza, con azioni od omissioni volontarie, dirette o mediate, violi qualsiasi disposizione regolamentare non diversamente sanzionata. In caso di desistenza volontaria, la sanzione è ridotta della metà. Nel caso in cui l’azione o omissione sia diretta a conseguire un illecito vantaggio la sanzione è aumentata". Insomma, per il coach (ancora sotto contratto con la Fip) il rischio squalifica è reale, ma una stangata improbabile. In attesa delle decisioni della Procura, la parte sportiva più succosa della vicenda potrebbe invece proporre un vero e proprio cataclisma nell’albo d’oro del campionato di Serie A. L’inchiesta Time Out, condotta dal p.m. della Procura senese Antonino Nastasi sui conti della Mens Sana Basket (il cui massimo dirigente, Ferdinando Minucci, era stato sottoposto l’8 maggio 2014 agli arresti domiciliari, poi revocati), è vicina alla conclusione. I relativi atti dovrebbero essere trasmessi entro la fine del mese alla Fip. Se venisse confermata la frode sportiva, nonché la violazione sempre dei principi di lealtà e correttezza per conseguire un illecito vantaggio (utilizzando bilanci non veritieri per la costruzione delle squadre), la strada sarebbe tracciata: gli scudetti saranno a rischio revoca e il giudice sportivo a quel punto dovrebbe riscrivere la classifica mettendo accanto al nome di Siena la dicitura "revocato". L'eventuale riassegnazione non appare percorribile perché il basket prevede due fasi di gioco ben distinte, regular season e playoff. Magra consolazione per i club avversari, ma tant’è. Gli scudetti che ballano sono sei, perché quello della stagione 2006-2007 non rientra nel conteggio visto che i documenti su cui si basa l’inchiesta partono dal 2006 e quindi è finito sotto la lente dei magistrati il bilancio valido per l’iscrizione alla stagione 2007-2008, oltre ai successivi. Il particolare strano della vicenda è che la controparte non esiste: la Mens Sana Basket è stata dichiarata fallita il 4 luglio 2014, con conseguente revoca della affiliazione alla Fip con codice 141.

Misteri, suicidi, scandali finanziari: Mps e i 10 anni che sconvolsero Siena e l’Italia. Dall’acquisto (per una cifra esorbitante) di Antonveneta nel novembre 2007 a Siena è successo di tutto: miliardi andati in fumo, inchieste, morti sospette, risparmiatori infuriati. Le ripercussioni dello scandalo del MontePaschi si fanno sentire ancora oggi, scrive Fabrizio Massaro l'11 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Uno scandalo mondiale. Dieci anni fa l’acquisizione di Antonveneta, il 7 novembre 2007. Costo rivelatosi esorbitante: 9 miliardi più 7 miliardi di debiti accollati. Troppo per Mps, per di più mentre scoppiava la crisi finanziaria (e poi economica) più pesante e lunga dagli Anni Trenta. Da allora al Montepaschi e a Siena è successo di tutto. Oltre dieci miliardi di aumenti di capitale andati in fumo, i primi aiuti di Stato per 4 miliardi (ripagati con quasi 1 miliardo di interessi), una banca salvata lo scorso dicembre dal fallimento dal Tesoro con 8 miliardi, la Fondazione Mps praticamente azzerata con il patrimonio crollato da 6 miliardi ad appena 500 milioni. Migliaia di persone fuori dalla banca – anche se senza licenziamenti. Un territorio impoverito. E i tribunali al lavoro. Cinque inchieste, molto complesse, due a Milano, tre a Siena. Una condanna già avvenuta, due processi in corso, una udienza preliminare. Indagati o imputati gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, ma anche la nuova gestione che avrebbe dovuto salvare la banca, quella di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. E poi c’è, David Rossi. Per la morte del portavoce della banca precipitato dalla finestra del suo ufficio, il 6 marzo 2013, l’inchiesta della procura di Siena per istigazione suicidio è stata archiviata due volte. Ma i dubbi sulla ricostruzione continuano a gettare un’ombra sinistra su quella vicenda misteriosa.

Le inchieste. A Milano, trasferito per competenza da Siena, è in corso il processo contro l’ex presidente Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni, l’ex direttore dell’area finanza Gianluca Baldassarri, oltre ad altri 10 imputati e alle banche Deutsche Bank e Nomura per la vicenda dei derivati segreti cosiddetti Santorini e Alexandria. Il processo è cominciato a Milano il 15 dicembre scorso. Si tratta del processo “madre”, in quanto fa riferimento alle modalità con le quali il Montepaschi e il 2008 nel 2009 ha recuperato i capitali e coperto i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta del novembre 2007. I reati ipotizzati nei confronti degli imputati sono, a vario titolo, manipolazione del mercato, falso in bilancio, falso in prospetto, e ostacolo all’autorità di vigilanza.

«Profumo e Viola alla sbarra». Sempre a Milano è in corso l’udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio presentata dal pm Stefano Civardi e Giordano Baggio nei confronti degli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, i banchieri chiamati nel 2012 a mettere a posto i conti disastrati della banca senese. Anche per loro, e per l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvatori, l’accusa è aggiotaggio e falso in bilancio. Secondo la procura avrebbero contabilizzato in maniera non corretta in bilancio i contratti Santorini è Alexandria, nonostante avessero consapevolezza che si trattava di derivati. Proprio sotto la loro gestione era emerso il ruolo di queste operazioni nell’occultare le perdite di bilancio del Montepaschi nel 2008-2009. Tuttavia Profumo e Viola non hanno contabilizzato i derivati come tali a bilancio, continuando così con l’impostazione di Mussari e Vigni, fino a quando non è stata la Consob a imporre la riscrittura del bilancio nel 2015. La vicenda è molto controversa: i magistrati avevano inizialmente chiesto l’archiviazione per gli indagati, ma il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha disposto altri approfondimenti investigativi riaprendo il caso. Il non avere dichiarato i derivati – ipotizzano i periti della procura – consentì alla banca di avere i requisiti per accedere agli aiuti di Stato sotto forma di “Monti Bond” senza azzerare il patrimonio della Fondazione. Di recente Profumo ha manifestato dubbi sulla sua gestione di Mps: «Mi chiedo spesso se Fabrizio Viola e io abbiamo fatto bene a salvare Mps e a non lasciarla fallire».

Quel documento occultato in cassaforte. A Siena si è già celebrato e concluso in primo grado un processo sulle vicende Mps, quello su cosiddetto «mandate agreement», ovvero un documento tenuto segreto che costituiva l’architrave dell’operazione Alexandria – un complicato complesso di operazioni e di prestiti legata all’acquisto di BTP in scadenza al 2034, con la banca giapponese Nomura da 3 miliardi di euro. È il «contratto quadro» stipulato nel 2009 è discusso da Mussari con i vertici dell’Istituto giapponese nell’ormai famosa telefonata del 7 luglio 2009. Si tratta di uno dei contratti chiamano causato perdite nascoste nei bilanci per Montepaschi, secondo l’accusa. L’operazione sarebbe servita a spalmare di 120 milioni di perdita nel 2009 nei successivi 25 anni. Tra maggiori interessi e costi occulti per Montepaschi il costo dell’operazione stato di oltre 300 milioni. Nell’ottobre del 2014 sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarre, per ostacolo alla autorità di vigilanza Per avere tenuto nascosto alla Banca d’Italia questo documento, che venne poi ritrovato nella cassaforte dell’allora direttore generale Vigni dal nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola nell’ottobre del 2012. Il processo di appello si è aperto lo scorso 23 giugno.

La banda del 5% di Gianluca Baldassarri. C’era anche chi faceva la cresta sui contratti finanziari di Mps: è la cosiddetta banda del 5%. Il processo a carico dell’ex responsabile dell’area finanza di Banca Montepaschi, Gianluca Baldassarri, comincerà a Siena il prossimo 14 novembre. Insieme con lui sono importanti altre 11 persone (interni della banca ma anche broker esterni), con l’accusa di associazione a delinquere transnazionale. Questa è una costola dell’inchiesta principale su MPS, che riguarda le presunte “creste” che alcuni manager della banca senese effettuavano sulle operazioni dell’istituto. Montepaschi è stata messa come parte civile. Questo è l’unico filone che di fatto è aperto ancora a Siena dell’inchiesta principale condotta dei pm Aldo Natalini, Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi. E per queste vicende sono stati sequestrati all’estero una ventina di milioni di euro.

Il soccorso d’emergenza: i Monti Bond e gli aumenti del 2014 e 2015. Per i buchi patrimoniali legati all’acquisizione di Antonveneta e alla crisi di liquidità scoppiata in tutto il sistema finanziario dopo il crac Lehman Brothers, il Montepaschi ha dovuto fare ricorso per ben due volte a prestiti dello Stato: una prima volta nel 2009, con i Tremonti Bond per circa 1,9 miliardi, e poi nel 2012 (ma emessi nel 2013) per ulteriori 2 miliardi complessivamente, i cosiddetti Monti Bond: in totale circa 4,1 miliardi di euro di finanziamenti, ad alto tasso di interesse (sopra il 10% annuo), per Mps.

Mario Monti. Per restituirli, in appena un anno, almeno parzialmente, come richiesto dalla commissione europea che vigilava sugli aiuti di Stato, il Montepaschi varerà nel 2014 un primo mega-aumento di capitale da 5 miliardi (dopo essere stato innalzato dagli iniziali 3 miliardi e rinviato da dicembre 2013 alla primavera dell’anno dopo in seguito alla drammatica rottura con la Fondazione Mps guidata dall’attuale vicepresidente di Confindustria, Antonella Mansi, che votò contro la delibera). Il miliardo residuo verrà rimborsato nel 2015 dopo il secondo aumento di capitale da ulteriori 3 miliardi. Il Tesoro riceverà nel 2016 parte degli interessi non in contanti ma sotto forma di azioni della banca e diventerà un certo punto il primo azionista dell’istituto con oltre il 4%.

L’esame della Bce e l’aumento di capitale fallito. L’ennesima svolta per Mps avviene a fine luglio 2016: la banca viene bocciata agli stress test della Bce risultando la peggiore dell’Eurozona. Per salvarsi l’istituto propone la vendita di tutti i crediti in sofferenza, circa 28 miliardi, è un ennesimo aumento di capitale da 5 miliardi di euro per coprire l’ammanco patrimoniale. L’incarico di portare avanti l’aumento di capitale lo prende la banca americana J. P Morgan, insieme con Mediobanca.

Matteo Renzi. A spingere soprattutto per la soluzione di mercato è l’allora premier Matteo Renzi, che non voleva impiegare capitali dello stato nel Montepaschi ma allo stesso tempo voleva evitare il bis delle quattro banche saltate a fine 2015 (Banca etruria, Banca Marche, CrChieti, CrFerrara). Le due banche d’affari cercano un acquirente importante, il cosiddetto “anchor Investor” trovando l’interesse del fondo sovrano del Qatar. L’operazione però si rivela difficile sul mercato anche per l’incertezza politica dell’Italia legata all’imminente referendum costituzionale del 4 dicembre e ai rischi di una crisi di governo in caso di vittoria dei no. Contemporaneamente risulta complicata per motivi burocratici e giuridici (Per esempio per le autorizzazioni della Consob) l’altra parte dell’aumento di capitale complessivo da 5 miliardi, cioè la conversione in azioni dei bond subordinati.

La ricapitalizzazione precauzionale. La crisi del governo Renzi e il “no” della BCE a spostare a gennaio l’aumento di capitale autorizzato solo entro fine dicembre 2016 portano il Montepaschi poco prima di Natale a chiedere la ricapitalizzazione precauzionale, l’ultimo passo consentito dalle direttive europee prima che la banca finisca in Bail-In con conseguenze disastrose per la banca, l’economia italiana e forse per la stessa tenuta dell’euro. La Bce accoglie la richiesta e impone alla banca di trovare, anche con capitali dello Stato, 8,1 miliardi di euro. Di questi, oltre 4 miliardi arriveranno dalla conversione obbligatoria dei Bond subordinati in nuove azioni della banca.

Il salvataggio ad opera dello Stato e il prossimo ritorno in Borsa. La trattativa con le istituzioni europee -Bce e soprattutto commissione europea -dura quasi sei mesi. È una strada mai percorsa prima né da Bruxelles né da Francoforte. E il quadro si aggrava nel frattempo a livello di sistema perché contemporaneamente finiscono in crisi, e poi in liquidazione, i due istituti del Veneto, popolare di Vicenza e veneto banca. A luglio arriva l’ok finale della direzione concorrenza della commissione europea. Lo Stato può entrare con un aumento di capitale riservato - a un prezzo più basso di quello applicato agli obbligazionisti per la conversione dei loro Bond in azioni – e con 3,9 miliardi prende la maggioranza assoluta dalla banca.

L’offerta. È in partenza nei prossimi giorni un’offerta di transazione e scambio rivolta ai risparmiatori che si sono ritrovati in mano le azioni Montepaschi: costoro potranno Consegnare le azioni alla banca, Che le darà al Tesoro, in cambio di nuovi Bond “senior”, ovvero garantiti, è in scadenza la prossima primavera. Sempre negli stessi giorni il Montepaschi, forse già a fine mese, dovrebbe tornare in borsa. È il tesoro, con altri 1,6 miliardi immessi nell’operazione, potrebbe ritrovarsi con in mano fino al 70% del capitale. Quello che tornerà in borsa sarà dunque un Montepaschi nazionalizzato. Un Mps di Stato.

SIENA. DAVID ROSSI, L’OMERTA’ ED IL MONTE DEI PASCHI.

David Rossi, speciale Iene/1: si tratta di suicidio o di omicidio? Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Prima parte dello speciale Iene dedicato alla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi precipitato giù da una finestra della sede della banca il 6 marzo 2013. Prima parte dello Speciale Le Iene “Caso David Rossi: suicidio o omicidio?”. Torniamo a parlare, a un anno dagli ultimi servizi sul caso, con l’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, di David Rossi, capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, morto la sera del 6 marzo 2013 in circostanze che molti, a partire dalla famiglia, considerano più che misteriose. La giustizia italiana ha archiviato per due volte l’indagine su questa morte come suicidio. David Rossi muore a 51 anni nel mezzo della più grande tempesta finanziaria dal dopoguerra a oggi, che ha visto nel mondo 70 banchieri morti per ragioni non naturali. Ripartiamo da quanto ci ha detto Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente Mps: “La città è convinta che sia stato ucciso”. Piccini ci ha parlato anche di “una villa al mare dove facevano i festini”: “ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava anche qualche personaggio nazionale? Mah…”. Per queste dichiarazioni Piccini è stato indagato per diffamazione assieme a Le Iene dalla procura di Genova, competente a procedere su fatti che riguardano i magistrati toscani. A Genova è stato aperto anche un fascicolo per presunte omissioni e abusi d’ufficio commessi dai pm senesi nelle indagini sulla morte di David Rossi. Abbiamo incontrato anche un ragazzo che ci ha detto di aver partecipato a quei festini come escort “per intrattenere ospiti di alto profilo”. Il Corriere di Siena intanto riferisce che sul caso la Procura “segue un nuovo elemento”. Anche noi ne abbiamo raccolti moltissimi.

David Rossi: il video della morte e tutti i dubbi. Speciale Iene/2. Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Ci concentriamo ora, nella seconda parte dello speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, su tutti i dubbi che sorgono guardando il video della sua morte. 6 marzo 2013, ore 20.45: dalla sede centrale del Monte dei Paschi di Siena, al centro da mesi di una bufera giudiziaria, mediatica e finanziaria, viene chiesta un’ambulanza perché “si è suicidata una persona”. David Rossi, da 7 anni capo della comunicazione e quindi uno dei manager più importanti della terza banca d’Italia, viene trovato riverso a terra dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio al terzo piano. Eccoci alla seconda parte dello Speciale Iene su questo caso. “Quando ho visto le immagini degli ultimi minuti di vita di mio padre ho capito che forse non era stato un suicidio” ci dice Carolina Orlandi, figlia della moglie di David Rossi, Antonella Tognazzi. Anche Antonella non crede al suicidio. David Rossi due settimane prima della morte subisce una perquisizione. I magistrati stanno indagando sull’acquisto nel 2007 di Banca Antonveneta da parte di Mps per 9 miliardi di euro (invece dei 6 del suo valore). Un’operazione, che con i debiti accumulati da Antonveneta, arriverebbe a un costo di 16 miliardi. La magistratura indaga sui presunti trucchi finanziari usati per nascondere i debiti di Mps dopo quell’acquisto. Guardando le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza in vicolo Monte Pio, si vede la caduta mortale di David alle 19.43. Passano 22 minuti in cui resta agonizzante senza soccorso, poi altri 40 prima che qualcuno chiami l’ambulanza. Luca Scarselli, consulente informatico della famiglia, sostiene che la caduta diritta, senza slancio e rotazione, non è quella di un suicida. Perché nessuno interviene in un’ora in cui la zona è molto frequentata? Secondo Scarselli, l’unica ipotesi è che l’entrata del vicolo sia stata bloccata per esempio con un veicolo e delle persone che controllavano. Nel video si vedono in effetti dei fari e alle 20.11 si vede comparire un uomo con il telefono all’orecchio che si affaccia come per controllare. Perché nessuno ha cercato di sapere chi era? Nelle immagini si intravede comparire un’altra ombra, pochissimi minuti dopo la caduta, senza vederne l’uscita (qualcuno ha manomesso il video?). I primi a comparire riconoscibili nel video, un’ora dopo, sono Giancarlo Filippone, al tempo capo della segreteria di David Rossi, e Bernardo Mingrone, ex capo dell’area Finanza di Mps, quello che chiama l’ambulanza. Entrambi sembrano molto freddi, secondo Antonella Tognazzi. Carolina Orlandi ci racconta che Filippone, uno delle ultimi ad averlo visto vivo, l’aveva da poco accompagnata nell’ufficio del padre, chiedendole di restare fuori. “E’ uscito con le mani nei capelli: ‘Carolina, una tragedia: s’è ammazzato’”. Filippone, amico fin da ragazzo con David che ora ha chiuso i rapporti con la sua famiglia, si è rifiutato di parlare con noi. Mingrone parla invece con Antonino Monteleone e si dice convinto che si sia trattato di un suicidio, ma non vuole approfondire. Torniamo alle immagini della morte: David ha delle ferite sul labbro e sul naso e contusioni sul viso che non sarebbero riconducibili alla caduta. E un segno profondissimo sul polso sinistro dove portava sull’orologio. Per Paolo Pirani, avvocato del fratello maggiore di David, Ranieri, è frutto di una “presa”: “qualcuno gli ha afferrato il polso”. Ci sono lividi sul braccio destro (con quattro segni che sembrano lasciati da una mano), contusioni anche sul braccio sinistro, un ematoma sulla pancia che sembra la conseguenza di un pugno e una contusione all’inguine. Tutto questo, secondo il nuovo avvocato della vedova di David Rossi, Carmelo Miceli, vorrebbe dire che “prima di volare dalla finestra è stato picchiato”: “Autolesionismo? Anche la procura in questo caso non si spiega i segni sul volto”. “Secondo la testimonianza di una collega, Lorenza Bondi, alle 20.05 la porta dell’ufficio di David era aperta”, dice l’avvocato Pirani. “Mezz’ora dopo la porta è chiusa, David Rossi è caduto alle 19.43”. Chi ha chiuso quella porta? Lorenza Bondi non vuol parlarne però con noi di quella sua testimonianza. E Massimo Ricucci, di turno in portineria alla sorveglianza delle telecamere quella sera? Dice di non aver visto niente. Con Antonino Monteleone anche lui si rifiuta di parlare con modi molto bruschi. Altro elemento ancora senza spiegazione: nelle immagini si vede volar giù un oggetto vicino al corpo, mezz’ora dopo la caduta, alle 20.16, nella zona dove è stato ritrovato l’orologio, con la lancetta delle ore ferma tra le 20 e le 21 (quella dei minuti è staccata). “Sempre alle 20.16 qualcuno dal telefono di David mi ha risposto per tre secondi: tutti questi dettagli mi fanno pensare che c’era qualcuno nel suo ufficio a quell’ora”, ci dice Carolina Orlandi. Subito dopo, sempre dal suo telefono parte una chiamata verso un numero misterioso, il 4099009. Telecom Italia prima parla di una conversazione durata pochi secondi, poi che quel numero è quello di una “Sos ricarica per credito esaurito”. Il perito e consulente informatico Simone Bonifazi sostiene che nei tabulati non c’è quel numero, Carolina Orlandi aggiunge che David aveva un abbonamento, non una scheda ricaricabile. Prima di concentrarci, nel prossimo appuntamento, su quello che non tornerebbe nelle indagini e nelle conclusioni dei giudici, ecco i due elementi principali su cui punta chi crede al suicidio. 1. Tre fogli accartocciati ritrovati nel cestino del suo ufficio che sembrano il tentativo di scrivere una lettera d’addio (la moglie Antonella nota che le parole “Toni, amore”, lui con lei non le aveva mai usate, come “scusa”, e compaiono invece in quei fogli, che secondo una perizia calligrafica sembrerebbero scritti sotto dettatura). 2. Pochissimo tempo prima della sua morte, la figlia Carolina vede dei taglietti sul polso di David. Lui spiega di esserseli autoinflitti. Poi però chiede alla figlia, scrivendo, di non parlarne a voce alta in casa perché teme ci siano cimici in casa.

David Rossi, speciale Iene/3: i 10 errori delle indagini secondo la famiglia. Scrivono Le Iene il 21 marzo 2019. Terza parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Vi parliamo di tutto quello che, secondo la famiglia, non torna nelle indagini. Nella terza parte dello Speciale Iene ci concentriamo su un momento cruciale (clicca qui per vedere la prima parte di presentazione e qui per la seconda dedicata ai dubbi che sorgono guardando il video della sua caduta). David Rossi, nel mezzo della bufera giudiziaria che coinvolge Mps, scrive via email all’allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, che vuole andare a parlare con i pm. In questo scambio di messaggi ce n’è una scritta da David due giorni prima di morire: “Stasera mi suicidio, sul serio, Aiutatemi!!!!”. Seguono altri messaggi in cui ribadisce di voler parlare con i magistrati. Giuseppe Mussari, ex presidente della banca e dell’Associazione bancaria italiana, amico di Rossi, non ne vuole parlare con Antonino Monteleone. Poi però ci dice: “Parlarne mi fa piangere, per me David è un grande dolore”, ribadendo l’affetto per la vedova Antonella Tognazzi. “Quello che crede Antonella, lo credo io”. Un’altra pista porta a Roma, in Vaticano però. Sulla scrivania di David Rossi c’è un appunto con un nome: Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della banca del Vaticano Ior e allora capo italiano della spagnola Banca Santader (da cui il Monte dei Paschi di Siena comprò Antonveneta nell’acquisto al centro allora delle indagini dei magistrati). Siamo andati da Gotti Tedeschi e ci ha rilasciato delle dichiarazioni esplosive che potrebbero ampliare gli scenari di quello che David Rossi voleva dire ai magistrati. Ve ne parleremo. “Chi sa parli, se no come fa a guardarsi nello specchio la mattina”: era l’appello di Carolina Orlandi. Quasi a risponderle l’ex sindaco di Siena e dirigente Mps, Pierluigi Piccini, ci dice sull’amico David: “La città è convinta che sia stato ucciso”. “David fa un errore storico, cioè dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto". Ci parla anche di “una storia parallela”, di “una villa al mare dove facevano i festini”: “…Ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava anche qualche personaggio nazionale? Mah…”. Piccini parla anche di indagini fatte male. Cosa si poteva fare e non si è fatto secondo la famiglia? 1. richiedere i tabulati telefonici nella zona; 2. sequestrare e analizzare i vestiti di David; 3. analizzare le ferite sul suo corpo; 4. chiedere l’esame del dna sul suo corpo e nel suo ufficio; 5 non distruggere i fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio; 6. identificare tutte le persone presenti in banca in quel momento; 7. acquisire le immagini di tutte le video camere interne ed esterne; 8. il video della morte di David non è integrale: si poteva chiederlo; 9. aprire un’indagine per omissione di soccorso per l’uomo che si affaccia nel vicolo mentre c’era David a terra; 10. riaprire le indagini prima del 2015 e non due anni dopo la prima archiviazione del 2013, così molti elementi non sarebbero diventati forse indecifrabili.

David Rossi, speciale Iene/4: una testimonianza clamorosa. Scrivono Le Iene il 21 marzo 2019. Quarta parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Con una testimone, che la Procura dice di aver sentito ma non ha fatto e che ci fa rivelazioni clamorose. Eccoci alla quarta parte dello Speciale Iene: “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale e la terza a quelli sulle indagini, parliamo del caso di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’allora ad di Mps, Fabrizio Viola. Non è mai stata sentita dalla Procura come invece risulta agli atti. Noi ci abbiamo parlato: ha dei dubbi anche lei sulla morte di David Rossi e ci conferma di non essere mai stata sentita dagli inquirenti. Si tratta tra l’altro di una delle ultime persone che l’ha visto vivo. Come vi abbiamo detto, David Rossi scrive via email all’allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, che vuole andare a parlare con i magistrati. In questo scambio di email ce n’è una molto strana scritta da David due giorni prima di morire: “Stasera mi suicidio, sul serio, Aiutatemi!!!!”. Seguono altri messaggi in cui ribadisce di voler parlare con la Procura. Lorenza Pieraccini, ex segretaria di Viola, conferma che l’ad ha letto quell’email in cui David annunciava il suicidio (ai magistrati ha detto invece di non ricordarsene). Quell’allarme l’avrebbero letto anche il capo della segreteria Valentino Fanti. Nessuno si sarebbe mosso per fermare o aiutare Rossi. E nessuno dei due vuole parlarne.

David Rossi: i festini e l'escort. Speciale Iene/5. Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Un escort ci fa rivelazioni che ci lasciano senza parole sui “festini” a base di sesso e droga, quelli di cui ha parlato l’ex sindaco di Siena Piccini. Eccoci alla quinta parte dello Speciale Iene sulla morte di David Rossi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti: “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini e la quarta al caso di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’allora ad di Mps, Fabrizio Viola, torniamo a concentrarci sulle indagini e a parlare con la madre di David Rossi, la moglie (finita pure indagata per divulgazione di atti che avrebbero violato la privacy) e la figlia che chiedono giustizia. La Procura risponde con un comunicato ufficiale a tutti i dubbi della famiglia. Lo analizziamo punto per punto. In particolare ci concentriamo sui cambiamenti che ci sarebbero stati sulla “scena del crimine” e su una chiamata a cui qualcuno risponde nell’ufficio di David la mattina dopo la sua morte (mentre il suo cellulare è acceso e riceve un messaggio). Per quanto riguarda il caso “festini”, di cui ha parlato l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, invece, abbiamo incontrato una persona le cui dichiarazioni ci hanno lasciato senza parole. Si tratta di un escort che avrebbe partecipato a quei festini. Ci ha contattato lui e ci parla in anonimo e con un cappuccio e racconta di feste a base di sesso e droga “per intrattenere ospiti di alto profilo”. Avrebbero partecipato, secondo i racconti dell’escort, esponenti di spicco del mondo senese (compresi dirigenti Mps, tra questi non c’era David Rossi) e nazionale. Antonino Monteleone gli mostra alcune foto di questi personaggi e lui riconosce precisi esponenti, pur avendo dichiaratamente paura di eventuali ritorsioni. Stefano (il nome è di fantasia) dice di averci contattato rispondendo all’appello della figlia di David Rossi, Carolina Orlandi: “Chi sa, parli”. Ovviamente politici, dirigenti bancari, magistrati, religiosi e appartenenti alle forze dell’ordine nel privato possono fare quello che vogliono. Partecipare a festini gay a base di droga, potrebbe esporli però a ricatti. È l’ipotesi di Piccini: su David Rossi “la magistratura potrebbe avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”, per evitare cioè che scoppiasse anche questo caso coinvolgendo “troppe” persone importanti.

Caso Rossi, Antonella Tognazzi: “Il lavoro de Le Iene ha portato a risultati eccezionali”, scrive il 22 marzo 2019 la Redazione di Radio Siena. “Le Iene ci hanno portati a risultati insperati, adesso lavoriamo per la riapertura delle indagini”. “Un lavoro enorme quello svolto dalla redazione de Le Iene, che ha portato però ad un risultato eccezionale ovvero che una Procura abbia riconosciuto un errore in un’azione intrapresa da questa stessa.” Sono queste le parole di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi, che abbiamo raggiunto telefonicamente questa mattina, dopo la messa in onda di una puntata speciale de “Le Iene” dedicata proprio alla morte dell’ex capo comunicazione di Mps. La Tognazzi ha anche parlato dell’incontro con il Procuratore Capo Salvatore Vitello ” Ho visto in lui la disponibilità a collaborare, nell’intento di trovare risposte. Il mio avvocato intanto ha ripreso gli atti ex novo per poterle rianalizzare. Ci devono essere nuovi elementi, non ci può essere una riapertura senza nuovi quesiti.”

''POTEVO FAR SALTARE IL VATICANO''.  Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini, la quarta a una testimonianza fondamentale e la quinta al “caso escort”, siamo arrivati alla sesta e ultima parte dello Speciale Iene: “David Rossi: suicidio o omicidio?” che nel finale contiene rivelazioni veramente clamorose. Continuiamo intanto con la testimonianza dell’escort Stefano, iniziata nella quinta parte, che parla in particolare del suo dubbio che quei festini a base di sesso e droga fossero videoregistrati. Il che aumenterebbe il rischio di ricatto per gli esponenti di primo piano del mondo senese e nazionale che avrebbero partecipato. Stefano accetta di incontrare anche Carolina Orlandi e gli dice di non aver mai visto il padre David Rossi ai festini. Antonino Monteleone va poi alla ricerca anche di una villa teatro di quelle feste. Antonino Monteleone intervista anche la moglie di un uomo importante nelle istituzioni che sarebbe stato coinvolto nei festini e forse anche nelle indagini sulla morte di David Rossi. Torniamo poi a inquadrare il caso nella crisi finanziaria in cui era coinvolta Mps quando è volato giù da una finestra della sede centrale della banca. Torniamo allora al biglietto con il nome di Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, e il suo numero di cellulare trovati sulla sua scrivania quel giorno. Di viaggi frequenti a Roma per andare allo Ior di David Rossi avrebbe parlato anche un testimone misterioso a Luca Goracci, che ha seguito il caso per la famiglia. L’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari cosa pensa del “caso Ior”? “È una bufala”. Antonino Monteleone incontra a questo punto, in un lungo colloquio, Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello Ior e artefice dell'acquisto per conto del Banco Santander della Banca Antonveneta, che rivendette successivamente a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese. E proprio sull'acquisto di Banca Antonveneta da parte di Mps, che costò alla banca senese nove miliardi di euro (cui però vanno sommati i miliardi di debiti che la banca aveva in pancia), Gotti Tedeschi dice: "Mussari non voleva comprare l'Antonveneta. Della vendita se ne occupò Rothschild (la banca d'affari che curava per conto di Santander la vendita di Antonveneta, ndr). Mussari era entusiasta della fusione. Non dell'acquisto. Chi volle l'acquisto era la Fondazione". "Quindi Mussari ha subito la l'acquisto?", gli chiede Monteleone. "Questa è sempre stata la mia opinione", risponde il banchiere. E la Iena gli chiede anche dei quattro conti correnti presso lo Ior che sarebbero stati aperti da uomini riconducibili alla Fondazione. Gotti Tedeschi risponde: "Credo che fosse vero. Chi si occupava di questi conti all'interno dello Ior era direttamente ***** della Fondazione. E naturalmente col presidente, ma mi tagliavano completamente fuori visto il mio ruolo con Santander nella vicenda Montepaschi. Quindi non sapevo assolutamente niente. E non ho mai visto Mussari venire in Vaticano. In realtà operava per conto di altri, diciamo per il sistema senese". E perché la fondazione Mps potrebbe avere quattro conti correnti accesi presso lo Ior?", chiede Monteleone. "Sono tangenti, mi pare evidente", risponde il banchiere. "Se dice tangenti penso alla politica", lo incalza la Iena. "È evidente! Ma nessuno le confermerà l'esistenza di quei conti, perché lì c'era di tutto! Qua si tratta della Curia vaticana. Lì dentro c'era tutto quello che lei non può immaginare. C'erano delle persone che in un secondo cambiavano le intestazioni di tutti i conti. Un sistema che non permetteva a nessuno, se non alla Cupola, di risalire ai conti. È molto probabile quindi che quei conti ci fossero. Stavo per perdere la fede". "Quando dice che la Curia vaticana le stava facendo perdere la fede...", gli fa eco Monteleone. "Anche La vita!", lo interrompe Gotti Tedeschi. "La Curia vaticana può commissionare un delitto secondo lei?". "Ci sono persone all'interno che non mi meraviglierebbe per niente se lo facessero. Dove c'è il bene c'è sempre il male. Nella Chiesa si perpetrano cose che non si dovrebbero neanche immaginare".

David Rossi/6. Gotti Tedeschi: i conti di Mps allo Ior? "Tangenti!" Scrivono Le Iene il 22 marzo 2019. Sesta e ultima parte dello speciale Iene "Caso David Rossi: suicidio o omicidio?". Rivelazioni clamorose dell'ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi: in Vaticano possono arrivare persino a uccidere. E su David Rossi dice...Sesta e ultima parte con rivelazioni ancora più clamorose dello speciale Iene “David Rossi: suicidio o omicidio?”. Dopo la prima di presentazione, la seconda dedicata ai dubbi sulla caduta mortale, la terza a quelli sulle indagini, la quarta a una testimonianza fondamentale e la quinta al “caso escort”. Antonino Monteleone incontra in un lungo colloquio Ettore Gotti Tedeschi, già presidente dello Ior e artefice dell'acquisto per conto del Banco Santander della Banca Antonveneta, che rivendette successivamente a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese. E proprio sull'acquisto di Banca Antonveneta da parte di Mps, che costò alla banca senese nove miliardi di euro (cui però vanno sommati i miliardi di debiti che la banca aveva in pancia), Gotti Tedeschi dice: "Mussari non voleva comprare l'Antonveneta. Della vendita se ne occupò Rothschild (la banca d'affari che curava per conto di Santander la vendita di Antonveneta, ndr). Mussari era entusiasta della fusione. Non dell'acquisto. Chi volle l'acquisto era la Fondazione". "Quindi Mussari ha subito la l'acquisto?", gli chiede Monteleone. "Questa è sempre stata la mia opinione", risponde il banchiere. E la Iena gli chiede anche dei quattro conti correnti presso lo Ior che sarebbero stati aperti da uomini riconducibili alla Fondazione. Gotti Tedeschi risponde: "Credo che fosse vero. Chi si occupava di questi conti all'interno dello Ior era direttamente ***** della Fondazione. E naturalmente col presidente, ma mi tagliavano completamente fuori visto il mio ruolo con Santander nella vicenda Montepaschi. Quindi non sapevo assolutamente niente. E non ho mai visto Mussari venire in Vaticano. In realtà operava per conto di altri, diciamo per il sistema senese". E perché la fondazione Mps potrebbe avere quattro conti correnti accesi presso lo Ior?", chiede Monteleone. "Sono tangenti, mi pare evidente", risponde il banchiere. "Se dice tangenti penso alla politica", lo incalza la Iena. "È evidente! Ma nessuno le confermerà l'esistenza di quei conti, perché lì c'era di tutto! Qua si tratta della Curia vaticana. Lì dentro c'era tutto quello che lei può immaginare. C'erano delle persone che in un secondo cambiavano le intestazioni di tutti i conti. Un sistema che non permetteva a nessuno, se non alla Cupola, di risalire ai conti. È molto probabile quindi che quei conti ci fossero. Stavo per perdere la fede". "Quando dice che la Curia vaticana le stava facendo perdere la fede...", gli fa eco Monteleone. "Anche La vita!", lo interrompe Gotti Tedeschi. "La Curia vaticana può commissionare un delitto secondo lei?". "Ci sono persone all'interno che non mi meraviglierebbe per niente se lo facessero. Dove c'è il bene c'è sempre il male. Nella Chiesa si perpetrano cose che non si dovrebbero neanche immaginare".

David Rossi, Gotti Tedeschi e quei 4 conti “pericolosi” allo Ior, scrivono Le Iene il 26 marzo 2019.  Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della banca del Vaticano, parla dei presunti quattro conti che sarebbero stati aperti allo Ior da uomini riconducibili alla Fondazione Mps. Con altri elementi che, dopo lo Speciale Iene, aprono nuovi scenari nell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. “Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti per non trovarmi un giorno in imbarazzo di fronte a un giudice che mi domanda: ‘che lei sappia ci sono questi conti’?'”. Continua l’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sul caso David Rossi, dopo lo Speciale Iene di giovedì 21 marzo, con nuove eclatanti rivelazioni da parte di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la banca del Vaticano, tra il 2009 e 2012. David Rossi, ex capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, vola giù dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano della sede centrale della banca, il 6 marzo 2013. Si è trattato di suicidio, come stabilito con due archiviazioni dalla magistratura, o è stato ucciso, come sostiene la famiglia? Nello speciale, che vi riproponiamo qui sotto nelle sei parti in cui è diviso (clicca qui per vederlo integralmente), abbiamo ripercorso tutti i dubbi che avvolgono la morte di David Rossi, dai quelli sul video della sua caduta mortale ai dubbi su alcuni aspetti delle indagini, ascoltando anche la testimone Lorenza Pieraccini, che dice di non essere mai stata sentita dalla Procura, come invece risulta agli atti, e valutando la storia dei festini a base di sesso e droga raccontata da un escort. Fino alle clamorose rivelazioni fatte proprio dall’ex presidente della banca del Vaticano, che ha parlato non solo della possibile esistenza di tangenti e soldi sporchi, ma ha addirittura lasciato intendere che uomini interni alla Curia vaticana potrebbero essere capaci anche di commissionare un delitto. È proprio Gotti Tedeschi a fare nuove clamorose dichiarazioni nell’intervista che vedete qui sopra. Nel primo incontro tra la Iena e l’ex presidente dello Ior, Monteleone gli ha chiesto dei quattro conti correnti che sarebbero stati aperti presso la banca del Vaticano e che sarebbero riconducibili a uomini della Fondazione Mps. “Credo che fosse vero”, risponde l’ex presidente dello Ior sull’esistenza di questi conti. “Sono tangenti mi pare evidente”, dice, come avete visto nella sesta parte dello speciale che abbiamo dedicato al caso. Dopo la prima intervista, Antonino Monteleone è tornato da Gotti Tedeschi, per capire come fosse possibile che l’allora presidente dello Ior non sapesse nulla sulla presunta esistenza di quei conti. Le dichiarazioni di Gotti Tedeschi a riguardo sono davvero clamorose. “Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti”, dice Gotti Tedeschi alla Iena. Come faceva a non occuparsi di tutti i conti e della loro provenienza, proprio lui che, come ci ha detto nell’ultima intervista, era stato chiamato da Papa Benedetto XVI per “ripulire lo Ior”? “Io non ho mai voluto vederli. Non era il mio compito”, risponde l’ex presidente. “Il mio incarico era di attuare le necessarie procedure per fare trasparenza, e mi fu anche detto: ‘lascia proprio stare la curiosità naturale di guardare di chi sono i conti’, infatti io non volli mai sapere”. E perché non ha mai voluto sapere? “Se tu hai visto i conti e dici al giudice di chi erano i conti, quelli veri, la tua famiglia dove la metti?”, dice Gotti Tedeschi alla Iena. “A proteggerla, ci vuole il più grande sistema di protezione che si possa immaginare” e nomina il giornalista Mino Pecorelli. “Si ricorda perché è morto?”, chiede a Monteleone. “Ha messo le mani su che cosa? Sui nomi”. Monteleone gli fa notare che sapere chi ha i soldi allo Ior è un potere. “Sarei morto”, risponde l’ex presidente della banca del Vaticano. Perché le dichiarazioni di Ettore Gotti Tedeschi sono così rilevanti? Primo perché mentre era presidente dello Ior, Gotti Tedeschi era stato a capo per l’Italia di Santander e partecipò all'acquisto per conto di quell’istituto della Banca Antonveneta, che è stata poi rivenduta nel 2007 a Monte dei Paschi innescando ripercussioni negative a catena sulla banca senese che venne travolta da una bufera mediatica e finanziaria. Quella durante la quale muore David Rossi, volando giù dalla finestra del suo ufficio. L’ex presidente dello Ior, nell’ultima intervista andata in onda, ci ha detto di non ricordarsi di lui. Su una foto scattata dalla polizia scientifica il giorno del dissequestro dell’ufficio di David si vede un biglietto sulla scrivania con scritto a penna il nome "Ettore Gotti Tedeschi" e il suo numero di cellulare. I due si dovevano parlare? Nel caso, chi aveva cercato chi e, soprattutto, perché l’allora capo dell’area comunicazione di Mps doveva parlare con il presidente dello Ior? Si tratta solo di una coincidenza? Davvero Ettore Gotti Tedeschi non conosceva David Rossi? Esistevano davvero quattro conti riconducibili a uomini della Fondazione presso lo Ior? E chi poteva sapere i nomi legati a quei conti? Sono solo alcuni dei dubbi che legherebbero il Monte dei Paschi e David Rossi alla banca del Papa.

Ecco per esteso l'intervista inedita a Ettore Gotti Tedeschi.

“Mi sono sempre rifiutato di vedere i conti proprio per questa ragione. Per non trovarmi un giorno in imbarazzo di fronte a un giudice che mi domanda che lei sappia ci sono questi conti? Io non ho mai voluto vederli". 

Cioè è come se lei fosse un pilota di Formula 1 che si rifiuta di guardare cosa c’è nel cofano della sua monoposto?

"Esattamente”.

È un po’ spericolata come cosa.

"Non era il mio compito. Primo perché non sono un meccanico, se anche avessi aperto il cassone, avrei dovuto avere competenza per la meccanica. Io so guidare la Formula 1. Non significa saper cambiare le gomme".

Però siccome è lei che guida...

"Ho avuto un incarico…estremamente preciso, direttamente dal Papa. Quello di attuare le necessarie procedure, per fare la trasparenza. E mi fu anche detto lascia proprio stare la curiosità naturale di guardare di chi sono i conti, infatti io non volli mai sapere".

Però c’è una cosa che lei mi ha detto, io non volevo sapere chi erano i nomi, perché…

"Su questo non deve dubitare…".

"No  no non dubito…".

"E non li so!".

Ma se io avessi avuto un mandato da Sua Santità Benedetto XVI di…

"Eh, come è stato…".

Io ho bisogno di ripulire questo istituto. Come si concilia il mandato per la trasparenza assoluta senza entrare a gamba tesa su chi ci ha messo i soldi.

"No no no… le rispondo, a poco a poco dal 2001 al 2008 sono stati chiusi tutti i paradisi fiscali nei Paesi, chiamiamoli democratici, non canaglia. va bene? si ricorda San Marino?

Certo…

"Bene. Quale era l’unico e ultimo aperto? Quello all’interno dello stato della Città del Vaticano. Benedetto dice: se noi non ottemperiamo ai criteri di massima trasparenza esemplare, mettiamo a repentaglio la credibilità della Chiesa e del Papa. Dottore. vada, faccia quello che deve fare. Santità, devo fare una legge antiriciclaggio. Sevo fare delle procedure e un’autorità di controllo che controlli che le procedure alla lettera vengano applicate. Vada! Cosa ho detto: come faccio io a evitare che ci siano dei conti intestati a chi non devono essere intestati? Transazioni che non devono essere fatte, cosa faccio? Senza voler andare a vedere chi li ha fatti fino al giorno prima. Faccio una legge che dice: da oggi chi li fa è un fuorilegge. Ma ha capito?"

In questo modo come si fa a sapere: noi abbiamo i soldi della mafia nelle casse dello Ior?

"Ma non voglio saperlo!".

Eh però se vogliamo toglierli quei soldi bisogna saperlo se ci sono, sennò ce li teniamo, è un gioco strano.

"No, lei mi sta chiedendo delle cose talmente, scusi eh, per me talmente semplici e banali. Io non dovevo guardare i conti. non dovevo".

Ma chi li guardava?

l’unica persona al mondo che io sappia che conoscesse i conti di chi erano era Cipriani, Tulli e Mattietti.

Qui Gotti Tedeschi sostiene che gli unici a sapere di chi erano i conti fossero l’ex direttore aggiunto dello Ior Giulio Mattietti, licenziato nel 2017 con l’accusa di avere tradito la fiducia del Papa. E insieme a lui Paolo Cipriani, ex direttore generale, e Massimo Tulli, il suo vice. Entrambi condannati a risarcire 47 milioni lo Ior per danni in primo grado. Mentre Gotti Tedeschi, che era il Presidente, afferma che di chi fossero quei conti non ne avrebbe saputo niente. Ma perché lei rinuncia ad avere informazioni che ha una figura all’interno dell’istituto che le è sottoposta.

"Allora stia a sentire. Lei fa il giornalista d’inchiesta, si ricorda perché è morto Mino Pecorelli? si ricorda chi era?".

Sì certo faceva…

"Si ricorda perché è morto? ha messo le mani su che cosa? sui nomi. allora..."

Cioè lei mi sta dicendo che chi mette le mani sui nomi schiatta.

"Cosa mi viene detto? me lo ricordo come se fosse adesso: non volere mai sapere, non andare a cercare... se ti vengono a dire le facciamo vedere rifiutati di vedere. Per due ragioni. La prima, che prima o poi succederà uno scandalo allo Ior, tu verresti immediatamente interrogato. Ti dicono lei ha guardato i conti? Tu dici: sì che l’ho guardati. Allora ci dica di chi sono i conti. Oppure tu dici non li ho guardati, hai mentito perché li hai guardati, in tutti e due i casi tu sei morto. se tu hai visto i conti…"

Professionalmente?

"… e dici al giudice di chi erano i conti, quelli veri, la tua famiglia dove la metti? a proteggerla. ci vuole il più grande sistema di protezione che si possa immaginare. seconda ipotesi: tu li hai visti ma dici noooo, non li ho visti, ti arrestano, perché sanno perfettamente che li hai visti!"

Tutti pensano di lei, cazzo Gotti Tedeschi sa chi c’ha i soldi allo ior. Cioè, che potenza…

"Sarei morto. non, si potrebbe aver recitato molti requiem…".

Se Gotti Tedeschi fosse stato più spericolato, lei mi dice sarebbe morto...

"Senta…"

Ma morto professionalmente o morto schiattato, cioè morto... morto

"Ehhhhhhh… lei deve riflettere sulla morte di quel giornalista".

Pecorelli.

"Vada a rileggersi i giornali dell’epoca e vada  riflettere, cioè, se lei sa dei nomi e li dice nel modo sbagliato, alla persona sbagliata e questi nomi potrebbero non gradirlo, avere un segreto è un’arma a doppio taglio. Se lei è forte le permette di influenzare gli altri. Se lei è debole o decide di essere debole... lei è morto".

David Rossi, perquisito Monteleone delle Iene: “Attacco a segretezza delle fonti”. I magistrati Cristina Camaiori e Vittorio Ranieri Miniati hanno disposto la perquisizione per acquisire i file del computer dell'inviato delle Iene per cercare di svelare l'identità dell'uomo che - intervistato dalla trasmissione di Mediaset - ha raccontato di festini a luci rosse a cui partecipavano i magistrati titolari delle indagini sulla morte del capo della comunicazione di Mps, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'1 ottobre 2018. Vogliono sapere chi è il giovane escort che davanti alle telecamere ha raccontato di festini a luci rosse a cui partecipavano i magistrati titolari delle indagini sulla morte di David Rossi. Per questo motivo gli agenti della polizia postale hanno perquisito la casa di Antonino Monteleone, inviato delle Iene e autore di numerosi servizi sul capo della comunicazione di Mps, precipitato da una finestra della banca nel 2013. I magistrati Cristina Camaiori e Vittorio Ranieri Miniati hanno disposto la perquisizione per acquisire i file del computer di Monteleone per cercare di svelare l’identità dell’uomo che – intervistato dalla Iene – ha raccontato di quelle feste a base di sesso e droga. “È un grave attacco alla segretezza delle fonti”, ha detto Monteleone in un video pubblicato sul sito della trasmissione Mediaset. La procura di Genova aveva aperto un fascicolo per abuso d’ufficio a carico di ignoti dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini che aveva detto di aver saputo di ‘festini‘ ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l’inchiesta sulla morte di Rossi era stata ‘affossata‘ per questo motivo. Dopo la trasmissione di Mediaset, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione per le dichiarazioni di Piccini: per questo fascicolo a breve dovrebbe arrivare una svolta con l’iscrizione nel registro dei primi indagati. Sempre nel capoluogo ligure è aperta l’inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini che si era occupato anche della vicenda Mps. L’ipotesi di reato è tentata minaccia grave.

David Rossi, perquisita la Iena Monteleone. "Attacco alla segretezza delle fonti", scrivono "Le Iene" l'1 ottobre 2018. La procura di Genova vuole arrivare all'identità dell'escort che ha parlato dei presunti festini di Siena a cui avrebbero partecipato magistrati e vertici della banca Monte dei Paschi La polizia postale questa mattina ha perquisito la Iena Antonino Monteleone su mandato della procura di Genova nell'ambito dell'inchiesta che riguarda la morte di David Rossi. Gli agenti hanno chiesto a Monteleone di lasciare il computer, che usa abitualmente per lavoro, e hanno prelevato una copia della parte del contenuto. Nel decreto di perquisizione si legge che la perquisizione personale e domiciliare nei confronti del giornalista è "opportuna e necessaria" per arrivare all'identità dell'uomo che a Le Iene ha raccontato di aver partecipato a dei festini a base di sesso in cui ci sarebbero stati anche esponenti della magistratura e vertici della Banca Monte dei Paschi di Siena. "Non ho mai voluto rivelare l'identità della fonte che ci ha raccontato dei festini", ci spiega Antonino Monteleone a caldo della perquisizione, "e se da una parte sono contento che la procura di Genova continui a indagare, dall'altra però sono preoccupato, perché così facendo si mina la serenità dei giornalisti a mantenere la segretezza delle proprie fonti". Sulla morte di David Rossi, il dirigente di Monte dei Paschi volato dalla finestra della banca il 6 marzo 2013, la cui morte - per due volte - è stata archiviata come suicidio sono in corso diverse nuove indagini. Due della procura di Genova, che ha emesso il decreto di perquisizione nei confronti della Iena Monteleone, in particolare una per l’ipotesi di reato abuso di ufficio commesso di magistrati senesi. Nello stesso decreto si legge che la procura non è riuscita a identificare "Stefano", l'escort dei presunti festini di Siena. Se i festini fossero confermati, scrivono i pubblici ministeri Miniati e Camaiori, potrebbe confermarsi la tesi "più volte rappresentata nelle varie puntate de Le Iene, che le indagini sulla morte del povero David Rossi, asseritamente condotte dalla magistratura di Siena in modo superficiale e lacunoso, avrebbero avuto il tanto stigmatizzato anomalo sviluppo - che di fatto non avrebbe portato all'accertamento della verità - in quanto condizionate da inconfessabili legami e da situazioni personali che esponevano i protagonisti a illecite pressioni". Anche la figlia di David Rossi, Carolina, ha conosciuto l'escort, e per questo è stata sentita dalla procura di Genova nella primavera scorsa. "Non so e non ho voluto sapere il nome e cognome del ragazzo proprio per tutelarlo. Ci è bastato sapere chi ha riconosciuto e che David non c'entrasse nulla con quei festini”, ha riferito Carolina ai pm. Sono ancora molti i dubbi che restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. 

David Rossi: un anno dopo l'archiviazione dell'inchiesta. Tutti i nostri servizi e i nostri dubbi, scrivono il 4 luglio 2018 "Le Iene".

Il 4 luglio 2017 il Gip di Siena archivia il caso della morte di David Rossi, capo dell’area comunicazione della Banca Monte dei Paschi, come suicidio. Si trattava della seconda archiviazione. E da lì siamo ripartiti perché, a distanza di quattro anni da quel tragico evento, i punti da chiarire erano ancora molti. Dopo le indagini de Le Iene, diventate un caso nazionale e giudiziario, è aumentata l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso. Vi raccontiamo i nostri 11 servizi e ve li riproponiamo.

Un anno fa, il 4 luglio 2017, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siena, Roberta Malavasi, accoglieva la richiesta della Procura di archiviare l’inchiesta per istigazione al suicidio relativa alla morte dell’ex capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena, 52 anni. David Rossi viene ritrovato a Vicolo di Monte Pio a Siena, proprio sotto la finestra del suo ufficio che si trovava al terzo piano della sede centrale della banca il 6 marzo 2013, nel pieno della bufera finanziaria che stava travolgendo Mps.

Già nel 2014 veniva archiviata la prima inchiesta. Ma i familiari di David quando si trovano di fronte alle agghiaccianti immagini della telecamera di videosorveglianza che documentano la strana dinamica della sua caduta e osservano attentamente i segni sul suo corpo, smettono di credere al suicidio depositando nuovi documenti e perizie che spingono la Procura di Siena a riaprire le indagini. La nostra inchiesta parte dopo la seconda archiviazione: troppi punti oscuri ancora da chiarire e la strana sensazione dei familiari di David Rossi che non tutte le iniziative investigative possibili fossero state adottate. Indagando, i dubbi sono aumentati sempre di più. Ci siamo occupati del caso con 11 servizi della Iena Antonino Monteleone e dell’autore Marco Occhipinti in onda tra ottobre 2017 e aprile 2018. Ve li raccontiamo.

1. DAVID ROSSI MUORE IN BANCA: OMICIDIO O SUCIDIO?. Servizio dell’1 ottobre 2017. Nel titolo c’è già il dubbio fondamentale. Torniamo a Siena, 6 marzo del 2013. Partiamo dall’unico video a disposizione (ripreso da una telecamera di sorveglianza) della caduta mortale per 14 metri di David Rossi alle 19.43: in verticale, con la faccia rivolta al muro, in linea retta. Primi fondamentali dubbi: non c’è “uno slancio”, una rotazione, tipici di chi si lancia volontariamente. E poi: perché ci sono voluti 22 minuti di agonia e altri 40 prima che venga chiamata un’ambulanza? Attorno alle 8 di sera non passa nessuno o qualcuno ha bloccato l’entrata del vicolo? In effetti nel video si vede un uomo misterioso al cellulare che si affaccia e poi si allontana e, poco prima, anche un’altra figura in maniera meno nitida. C’è poi la questione dell’orologio di David: nel video si vede, alle 20.16, volare verso il corpo di David dalla finestra un oggetto, che si ferma dove è stato ritrovato l’orologio. Sempre alle 20.16 qualcuno risponde e poi butta giù al telefondo di David mentre chiama Carolina Orlandi. Anche guardando il corpo di David, i dubbi aumentano: ci sono ferite e contusioni sul volto, sul polso (in corrispondenza dell’orologio) e sull’avambraccio. Segni su torace e inguine. Secondo i periti e i legali nominati dai familiari potrebbero essere i segni di una colluttazione. La famiglia sospetta che David sia stato picchiato e poi buttato giù dalla finestra. Certo, c’è un’email mandata due giorni prima all’amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola, in cui annuncia di volersi uccidere. Lo stesso giorno, però, aggiunge di voler parlare con i magistrati. La Iena Monteleone, quando chiede chiarimenti a testimoni e protagonisti, si trova di fronte un “muro di gomma”. Anche l’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari, amico di David che era il suo ex braccio destro, non vuole parlare. Ma dice: “Quello che fa la moglie (Antonella Tognazzi, ndr), per me, è Vangelo”. Servizio dell’1 ottobre 2017.

2. L’EX SINDACO FA RIVELAZIONI SHOCK. Servizio dell’8 ottobre 2017. Il muro di gomma si incrina con le clamorose rivelazioni dell’ex dirigente Mps ed ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini: “Ho seri dubbi sull’ipotesi del suicidio”. Seduti a un bar di piazza del Campo, aggiunge: “Le anomalie ci sono. David però fa un errore storico, dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto. La città è convinta che sia stato ucciso. Poi l’indagine è stata fatta male, fin dall’inizio”. Nel servizio raccontiamo quelli che secondo i familiari di David rappresenterebbero errori o omissioni nelle indagini sulla sua morte. Piccini soprattutto apre un nuovo fronte sulla base di quanto gli avrebbe detto un’amica avvocato, con il marito nei servizi segreti: “C’è anche un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: dovete indagare su alcune ville fra l’Aretino e il mare e sui festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché se no scoppia una bomba morale. Chi andava a queste feste? Ci andavano anche i magistrati senesi? Ci andava qualche personaggio nazionale? Io posso anche capire che la magistratura di fronte a una cosa del genere cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile”. Piccini scopre di essere registrato e diventa furioso.

3. IL MISTERO DEI FESTINI SESSO E DROGA. Servizio del 17 ottobre 2017. Ripartiamo dai misteriosi “festini” di cui ci ha parlato Piccini. Pierpaolo Fiorenzani, azionista, aveva parlato di queste orge addirittura a un’assemblea Mps. “Ho detto che la città è sotto una cappa di piombo, dominata da una cricca di orgiastici e pervertiti”, dice ai nostri microfoni. “I festini si son sempre usati, per legarsi, per ricattarsi”. L’unico che va in direzione contraria è Antonio Degortes, figlio del famoso fantino Aceto, gestore di discoteche e amico di David Rossi, che nega la presenza di “festini” e ricorda la grande paura e agitazione in cui versava David da quando aveva subito una perquisizione della Guardia di Finanza tre settimane prima di morire.

4. LA TESTIMONE MAI SENTITA. Servizio del 29 ottobre 2017. Rileggendo gli atti dell’inchiesta aumentano i dubbi: perché il Gip di Siena dice che la segretaria dell’ex amministratore delegato Fabrizio Viola (e prima ancora dell’ex presidente Giuseppe Mussari) era stata sentita, quando la circostanza sembra non corrispondere al vero? Monteleone va a trovarla e rivela una cosa mai emersa fino a quel momento. Intanto la moglie Antonella Tognazzi viene indagata per la divulgazione delle email di Viola. L’unico altro indagato dall’inizio dell’inchiesta è il giornalista David Vecchi del Fatto Quotidiano, che si è occupato del caso e che avrebbe pubblicato quelle email. Verranno aggiunti poi Piccini e noi de Le Iene.

5. NUOVE INDAGINI E SEQUESTRI. Servizio del 5 novembre 2017. Le indagini ripartono, a Genova, foro competente su fatti che riguardino i magistrati senesi, con due inchieste, una per diffamazione e una per abuso d’ufficio. La procura dispone il sequestro di tutti i filmati realizzati da Le Iene. Ai magistrati genovesi diamo tutto, tranne i materiali che violerebbero l’anonimato di chi ha deciso di parlare con noi e il nostro segreto professionale. I magistrati senesi rispondono con un comunicato alle obiezioni della famiglia di David Rossi, ammettendo che si potevano fare alcune indagini ulteriori, secondo loro comunque non determinanti: gli abiti dovevano essere conservati, le ferite sul corpo dovevano essere analizzate, anche i fazzoletti di sangue trovati nel cestino non andavano distrutti.

6. IL MISTERO DELLA VALIGETTA. Servizio del 14 novembre 2017. Un nuovo inquietante elemento. L’avvocato Luca Goracci, legale della famiglia di David Rossi, racconta di essere stato contattato da un uomo che sostiene di conoscere elementi importanti sull’“omicidio di David Rossi”. L’ha incontrato un anno e mezzo fa. Il misterioso testimone gli dice che il giorno della morte aveva un appuntamento con David, ma di aver fatto tardi. Avrebbe visto il suo corpo nel vicolo e sarebbe stato aggredito da alcune persone. Qualcuno avrebbe anche sparato un colpo di pistola con il silenziatore. E spunta fuori una valigetta che David avrebbe sempre portato con sé.

7. IL VIDEO È MANOMESSO? Servizio del 26 novembre 2017. Trasmettiamo il video girato dal primo poliziotto che entra nell’ufficio di David Rossi la sera tra il 6 e il 7 marzo del 2013. Lo fa prima dell’arrivo della Polizia scientifica. Il confronto tra quel filmato e le foto scattate più di un’ora dopo lascia spazio a pochi dubbi: per gli avvocati della famiglia di David Rossi la scena sarebbe stata alterata. Da chi? E perché? Non solo, dai tabulati telefonici risulta che il giorno dopo la morte, alle 9.33, qualcuno ha risposto a una chiamata all’utenza di quell’ufficio, quando ormai era chiuso e sotto sequestri con sigilli del Tribunale. Anche il cellulare di David, che doveva essere spento, alle 7.33 del 7 marzo 2013 è acceso e riceve un messaggio. Inoltre, non solo non sono state acquisite i video delle altre telecamere, ma il disco che conteneva le immagini è andato perduto. L’unico video richiesto dalle forze dell’ordine è quello della caduta mortale che vi abbiamo fatto vedere. Anche in questo ci sarebbero elementi che non tornano, secondo il perito della famiglia, Luca Scarselli: la presenza costante di fari rossi dall’altra parte del vicolo che sembrano i fanali posteriori di un veicolo e di ombre di persone con frame deteriorati. C’è il sospetto che il video sia stato manomesso.

8. LA LETTERA, IL VIGLIACCO, GLI SPARI. Servizio del 28 novembre 2017. Mentre a Siena le nuove indagini ora sono due, la vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, ci legge una lettera anonima, trovata nella posta, che ha ricevuto da una persona che si firma “Un vigliacco” e che le vuole rivelare una cosa in punto di morte, pentito di non averlo fatto prima. Si torna anche al caso del misterioso testimone incontrato dall’avvocato Goracci, raccontato nel sesto servizio. La lettera confermerebbe, come detto dal misterioso testimone, che in quel vicolo sarebbero stati sparati colpi di pistola, addirittura due, dall’interno della banca verso l’esterno. Il mittente della lettera, che sarebbe già morto, dice di non aver parlato per “paura dei poteri forti”. Difficile capire se si tratta di un mitomane (o addirittura un depistaggio) o meno, salvo la singolare coincidenza di due testimoni misteriosi che parlano di colpi di pistola.

9. “IO MI PROSTITUIVO AI FESTINI DI SIENA”. Servizio del 25 marzo 2018. Nel 2018 Antonino Monteleone torna ad occuparsi del caso con una testimonianza clamorosa. Ci contatta un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune cene private con risvolti a luci rosse a base. “Festini” che si sarebbero svolti nelle campagne toscane per “intrattenere degli ospiti di alto profilo”. Avrebbero partecipato dirigenti del Monte dei Paschi, un sacerdote, due magistrati, un politico, un giornalista e perfino un ex Ministro. L’escort, che accetta di rivelare le cose di cui è a conoscenza a condizione che gli venga garantito l’anonimato, ha paura perché c’erano “personaggi pericolosi, anche delle forze dell’ordine e legate ai servizi segreti”, poi inizia a riconoscere i partecipanti e in alcuni casi anche i suoi clienti sessuali nei “dopocena” da alcune foto che gli mostra la nostra Iena. Secondo l’escort, qualcuno potrebbe aver registrato quegli incontri. Esiste o esisteva un meccanismo di ricatto o condizionamento subito da vari pezzi del potere pubblico e privato nella città di Siena?

10. LA FIGLIA DI DAVID ROSSI INCONTRA L’ESCORT DEI FESTINI. Servizio del 4 aprile 2018. Le dichiarazioni dell’escort sono diventate un nuovo caso mediatico e giudiziario nazionale. Facciamo incontrare l’escort con Carolina Orlandi, la figlia acquisita di David Rossi. In un momento di comprensibile alta tensione emotiva l’escort ricorda i giorni della morte di Rossi (compreso il riferimento alla morte di una giovane prostituta colombiana avvenuta due giorni prima di quella di David). L’uomo sostiene di essersi convinto a parlare dopo aver visto gli appelli proprio di Carolina, nei nostri servizi, per cercare la verità.

11. NUOVI RISCONTRI AL RACCONTO DELL’ESCORT? Servizio dell’11 aprile 2018. Si aggiunge una nuova testimonianza. A parlare è “la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato”. A spingerla a collaborare con l’inchiesta de Le Iene sarebbero state le parole di Piccini sui “festini”. “La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, racconta la donna che collega il tutto ai festini citati da Piccini. “Lui mi disse che erano fatti suoi”. Il marito conosceva David Rossi. Potrebbe aver avuto a che fare con le indagini e dopo pochi mesi, dopo un’accesa discussione, ha cambiato incarico.

David Rossi, svolta nel caso: l'orologio è stato gettato 20 minuti dopo la caduta del corpo del manager di Mps, scrive il 29 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Svolta nel caso David Rossi. L'orologio del capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena è stato gettato dalla finestra dell'ufficio - rivela Il Fatto Quotidiano - ben venti minuti dopo il corpo del manager. Una perizia ha certificato come il lato della cassa dell'accessorio che ha attutito il colpo al suolo sia esattamente l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo. Non solo, il video della telecamera di sorveglianza (l'unico di dodici acquisito) è stato studiato dall'ingegnere Luca Scarselli, consulente dei familiari, che ha individuato un oggetto (l'orologio) cadere dalla finestra dell'ufficio, dopo il corpo del manager. Quindi qualcuno doveva per forza esserci nella stanza di Rossi. Qualcuno che però non è rintracciabile, dato che né i fogli presenza del giorno in banca, né le celle per tracciare i cellulari presenti in zona, sono mai stati acquisiti. Non si rassegnano i familiari di Rossi: troppe le lacune commesse dai magistrati senesi. La morte di David Rossi infatti, avvenuta il 6 marzo 2013, è stata oggetto di due fascicoli, uno nell'immediatezza del decesso, uno due anni dopo. Entrambi chiusi con archiviazione per suicidio, anche se proprio dalle carte delle due indagini emerge chiaramente che tutto può esser accaduto quella sera tranne che Rossi si sia tolto la vita. Lo stesso Colonello dei Ris, Davide Zavattaro, nominato dalla Procura, ha ammesso che prima di morire David sia stato oggetto di una colluttazione. Peccato però che elementi fondamentali a sostegno di questa tesi (i sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell'ufficio di Rossi), siano stati distrutti dal magistrato titolare del primo fascicolo, Aldo Natalini, senza nemmeno essere analizzati e prima ancora che il Gip disponesse l'archiviazione o un eventuale supplemento di indagini. A riaprire il caso, nel 2015, è stato il magistrato Andrea Boni che si è immediatamente accorto che qualcosa non tornava nelle indagini della scientifica. Poi Boni ha preso servizio come procuratore capo di Urbino e ha ceduto il fascicolo ad altri colleghi senesi. E il tutto si è concluso con una nuova archiviazione.

David Rossi, Giannarelli (M5S Toscana): “Corpo e orologio non sono caduti insieme. Si riaprano le indagini”. A suscitare la reazione del consigliere M5S è stato l'articolo de Ilfattoquotidiano.it a firma di Davide Vecchi, in cui si riportano gli esiti di una perizia effettuata sull'apparecchio: il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 27 settembre 2018. Il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Toscana, Giacomo Giannarelli, chiede la riapertura delle indagini sulla morte di David Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra di Rocca Salimbeni, il 6 marzo del 2013. A suscitare la reazione del consigliere M5S è stato l’articolo de Ilfattoquotidiano.it a firma di Davide Vecchi, in cui si riportano gli esiti di una perizia effettuata sull’orologio dell’uomo: il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l’opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell’uomo. Questo vuol dire che l’orologio è stato lanciato dalla finestra successivamente alla caduta della vittima, per la precisione “venti minuti dopo”. “Troppe cose non tornano. Troppe le lacune rimaste e richiamate anche in queste ore sulla stampa. Vogliamo capire sino in fondo cosa sia davvero successo a Rossi”, ha dichiarato Giannarelli in un comunicato diffuso dal Movimento 5 Stelle Toscana. Poi il consigliere regionale ha continuato: “Corpo e orologio di Rossi non sono caduti assieme. Questo quel che emerge dalla consulenza richiesta dai familiari del manager Mps. A questo punto mi pare evidente vi siano tutti i margini affinché le autorità competenti predispongano la riapertura delle indagini sulla morte del capo della comunicazione di Mps”, ha concluso Giannarelli.

David Rossi, “orologio del manager gettato dalla finestra 20 minuti dopo la sua morte”. Quella che fino a oggi era una ipotesi investigativa oggi ha un riscontro oggettivo: una perizia svolta sull'orologio certifica come il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l'opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell'uomo. Lo studio è stato disposto dai familiari di Rossi, in particolare dal fratello Ranieri, che non si sono rassegnati all'epilogo scritto per due volte dalla procura: suicidio, scrive Davide Vecchi il 26 settembre 2018 "Il Fatto Quotidiano". L’orologio di David Rossi è stato gettato dalla finestra dell’ufficio venti minuti dopo il corpo del manager. Quella che fino a oggi era una ipotesi investigativa oggi ha un riscontro oggettivo: una perizia svolta sull’orologio certifica come il lato della cassa che ha attutito il colpo al suolo è l’opposto di quello che avrebbe impattato se fosse stato al polso dell’uomo. Lo studio è stato disposto dai familiari di Rossi, in particolare dal fratello Ranieri, che non si sono rassegnati all’epilogo scritto per due volte dalla procura: suicidio. E non si rassegnato perché è ormai appurato quali e quante lacune siano state commesse dai magistrati senesi. La morte del capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, avvenuta il 6 marzo 2013, è stata oggetto di due fascicoli, uno nell’immediatezza del decesso, uno due anni dopo. Entrambi chiusi con archiviazione per suicidio anche se proprio dalle carte delle due indagini emerge chiaramente che tutto può esser accaduto quella sera tranne che Rossi si sia tolto la vita. Basti ricordare che il Colonello dei Ris, Davide Zavattaro, nominato dalla Procura come perito ha certificato come prima di morire David sia stato oggetto di una colluttazione. Purtroppo elementi fondamentali, come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi, sono stati distrutti dal magistrato titolare del primo fascicolo, Aldo Natalini, senza essere neanche analizzati e prima ancora che il Gip disponesse l’archiviazione o un eventuale supplemento di indagini. Poco è rimasto su cui concentrare le ricerche, in particolare il video della telecamera di sorveglianza (l’unico di dodici acquisito). Studiando quel video l’ingegnere Luca Scarselli, consulente dei familiari, ha individuato un corpo cadere dalla finestra dell’ufficio di David circa venti minuti dopo il corpo del manager. Si è sin da subito ipotizzato si trattasse dell’orologio. Ora, grazie a una nuova perizia, c’è la conferma: la cassa dell’orologio è stata gettata in un secondo momento. Quindi qualcuno era presente della stanza di Rossi. Chi? Inutile al momento chiederlo, visto che né i fogli presenza del giorno in banca, né le celle per tracciare i cellulari presenti in zona, sono mai state acquisiti. Quando nel 2015 il magistrato Andrea Boni prese servizio alla procura di Siena decise di riaprire il fascicolo e tentò di approfondire il caso, concentrandosi anche sull’orologio. Dopo aver visto le immagini scattate del corpo di Rossi senza vita nel vicolo nell’immediato e averle confrontate con quelle dei rilievi compiuti dalla scientifica si accorse subito che qualcosa non tornava: nelle prime cassa e cinturino non comparivano accanto al cadavere a differenza che nella seconda serie di foto. Addirittura il cinturino del Sector risultava attaccato alla caviglia di David, mentre la cassa poco distante la sua testa. Così il pm ha sentito tutti i membri della squadra di soccorso intervenuta quella sera e tutti hanno negato categoricamente che cinturino e orologio fossero lì vicino al corpo. Poi Boni ha preso servizio come procuratore capo di Urbino e ha ceduto il fascicolo ad altri colleghi senesi. E il tutto si è concluso con una nuova archiviazione. Da allora la battaglia per la verità da parte della famiglia non ha mai trovato sosta. Questa mattina il fratello di David, Ranieri Rossi, ha rivelato l’esistenza di questa nuova perizia durante la trasmissione Buongiorno Siena su Siena Tv. “Mio fratello non aveva l’orologio quando è precipitato da Rocca Salimbeni”, ha detto. “Questo conferma che qualcuno lo ha gettato dalla finestra dopo, mentre David era agonizzante a terra”, conferma Ranieri. “La perizia sull’orologio evidenzia che il lato dove l’orologio risulta ammaccato dopo la precipitazione è l’opposto rispetto a quello in cui la mano di David ha toccato il suolo”. L’elemento sarebbe sufficiente a presentare un’istanza di riapertura delle indagini per arrivare a scrivere sul caso una verità almeno credibile.

David Rossi, motivazioni dell’assoluzione della vedova e del cronista del Fatto: non dovevano neanche essere processati. Il giudice Alessio Innocenti ha depositato le motivazioni per le quali il 15 gennaio scorso ha assolto con formula piena il giornalista Davide Vecchi e Antonella Tognazzi, moglie del capo della comunicazione di Mps. Nelle 33 pagine si legge che "i reati contestati sono insussistenti" e che "il tribunale non condivide il presupposto giuridico da cui muove l'ufficio del pm né i successivi passaggi del ragionamento”, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'11 aprile 2018. La vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi, e il giornalista del Fatto, Davide Vecchi non solo devono essere assolti ma non dovevano proprio essere processati. Il giudice Alessio Innocenti ha depositato le motivazioni per le quali il 15 gennaio scorso ha assolto con formula piena Vecchi e Tognazzi. Nelle 33 pagine più che spiegare i motivi della loro assoluta estraneità ai fatti, impartisce una lezione di diritto al magistrato Aldo Natalini che li ha indagati e trascinati sul banco degli imputati. Lezione delle basi del diritto: di quella Costituzione che qualunque cittadino dovrebbe conoscere a memoria, figurarsi un magistrato. Sin dalla prima pagina dell’analisi che svolge dell’accusa formulata dal pm, Innocenti scrive: “Il tribunale è giunto a ritenere insussistente già sotto il profilo oggettivo il reato contestato”. Poco più avanti: “Il tribunale non condivide il presupposto giuridico da cui muove l’ufficio del pm né i successivi passaggi del ragionamento”. E così fino alle conclusioni, nelle quali fra l’altro scrive che, proprio volendo indagare i due, sarebbero stati ipotizzabili altri reati ma “perseguibili solo su querela” di parte. Che non c’era: il processo è stato avviato d’ufficio dal pm e il reato contestato era l’unico che permetteva a Natalini di agire senza querela di parte nei confronti di un giornalista, quello di violazione della privacy. E il giudice sottolinea addirittura come persino il riferimento usato dal pm per impostare l’accusa fosse riferito a “un ambito civilistico amministrativo” e “non penale”. Innocenti, poi, ricorda più volte il quadro normativo scontato per chiunque operi nel settore e non solo: l’articolo 21della Costituzione sul diritto all’informazione, l’art 10 della Convenzione europea dei diritti fondamentali dell’uomo, il codice deontologico dei giornalisti, le garanzie dei cronisti e lo stesso regolamento sulla privacy che garantisce il diritto di cronaca. Insomma: le leggi che tutelano la libertà di stampa. Che l’intero processo fosse un tentativo di limitare Vecchi nel suo lavoro era già stato denunciato da vari organismi internazionali, fra cui il più importante è il Grobal Freedom of Expression della Columbia university di New York. Se ne sono accorti anche a Siena: non c’erano neppure gli estremi per indagare Vecchi e Tognazzi. Ma allora perché è stata avviata l’inchiesta?

Il giudice ricorda un aspetto importante e cioè che non si può negare “il collegamento, quantomeno sotto il profilo probatorio, tra il presente processo e i procedimenti relativi alla morte del Rossi”. Ecco. Si torna all’inizio di tutto. Al 6 marzo 2013, quando il capo della comunicazione di Mps, David Rossi, viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Il fascicolo di indagine è affidato a Nicola Marini, pm di turno quella sera. Ma presto a lui si aggiunge Natalini. Dopo appena tre mesi, nel giugno 2013, si dicono pronti ad archiviare il caso come suicidio e restituiscono parte del materiale sequestrato tra cui telefoni e computer di Rossi ai familiari. Vecchi, come decine di altri colleghi, è a Siena perché in quel periodo sono in pieno svolgimento le indagini sulle sorti bancarie di Mps e ha rapporti quotidiani con i magistrati della procura. Natalini si occupa anche dei fascicoli relativi a Rocca Salimbeni. A inizio luglio 2013 firma due articoli per il Fatto Quotidiano nei quali riporta lo scambio di mail tra Rossi e Fabrizio Viola, all’epoca amministratore delegato della banca. Mail contenute negli atti dei magistrati. Tutte inviate il 4 marzo, due giorni prima di morire. Tra queste la più importante recita: “Stasera mi suicidio, sul serio. Aiutatemi!!!”. Nelle altre Rossi esprime la volontà di andare a parlare con i magistrati che poche settimane prima lo hanno perquisito – seppure lui non fosse indagato – perché ritenuto braccio destro di Giuseppe Mussari. Lo scambio di mail tra i due viene pubblicato sul Fatto i giorni 5 e 6 luglio. A seguito della pubblicazione, il 5 luglio Natalini indaga Antonella Tognazzi insieme ad altri che rimangono ignoti. Nei mesi e anni successivi la vedova Rossi andrà a bussare alla porta del pm per avere informazioni sull’inchiesta relativa al marito senza sapere che invece Natalini stava indagando su di lei. E solamente nel 2015 il fascicolo viene chiuso: indagati sono lei e Vecchi con l’accusa di aver violato la privacy di Viola, seppure sia stato avvisato prima della pubblicazione. Ma tant’è. Secondo Natalini, la vedova avrebbe dato a Vecchi le mail per pubblicarle così da ricattare la banca e ottenere un risarcimento. Un’accusa più moralmente infamante che penalmente rilevante, in pratica: aver tentato di speculare sulla morte del marito. Eppure Tognazzi ha sempre e sin da subito rifiutato ogni proposta avanzata da Mps, persino quella di una assunzione a tempo indeterminato. Il processo si apre nel 2016. E nel frattempo a Siena arriva un pm nuovo, Andrea Boni, che riapre le indagini sulla morte di Rossi, archiviate come detto frettolosamente anni prima. Boni fa il suo lavoro ma pochi mesi dopo diventa procuratore capo a Urbino. I risultati delle sue indagini diventano pubbliche nell’ottobre 2018 con la pubblicazione di un libro di Vecchi dedicato alla vicenda (Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto, Chiarelettere). Ma più che le indagini svolte da Boni si comprendono le “non indagini” svolte da Natalini: il pm nell’agosto 2013, ad esempio, aveva disposto la distruzione di reperti fondamentali come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi. Distrutti senza analizzarli e prima ancora di metterne a conoscenza le parti e soprattutto prima ancora che il caso fosse archiviato come suicidio: il Gip avrebbe potuto disporre un supplemento di indagini. Dalla pubblicazione del libro, inoltre, anche la trasmissione Le Iene ha iniziato a occuparsi della vicenda, sollevando molti altri dubbi sull’operato dei magistrati senesi tanto che il Csm ha aperto un fascicolo nei confronti di Natalini e la procura di Genova sta valutando l’ipotesi di abuso d’ufficio. Da ieri intanto il pm ha lasciato Siena e si è trasferito a Roma, negli uffici del massimario della Corte di Cassazione. Quanto scritto dal giudice Innocenti dunque spinge a chiedersi con maggior forza perché Natalini nel luglio 2013 invece di indagare sulle sorti del manager Mps, abbia preferito dedicare le sue energie a Vecchi e Tognazzi portandoli a processo? La vedova, insieme a tutti i familiari, invoca ancora la verità su David. Per lei si chiude un capitolo doloroso, un processo ingiusto. Con la beffa di aver dovuto dividere i suoi risparmi su due fronti. Da una parte per difendersi da un’accusa rivelatasi infondata e dall’altra nel lavoro che avrebbe dovuto svolgere proprio la procura: le indagini sulla morte di David Rossi.

La Procura di Siena: molto «choosy», scrive il 4 Febbraio 2013 L'associazione culturale editoriale EFFEDIEFFE Non ci si sazia mai di ammirare la mano delicata dei procuratori di Siena che stanno indagando sull’enorme scandalo comunista Montepaschi. Nessuna intercettazione esce di lì, nessuna indiscrezione ai media amici: mica come dalle Boccassini, dagli Ingroia o dai Woodcock per Berlusconi o dell’Utri. «Mussari è stato già, in massima segretezza, interrogato dai pm senesi», dicono i giornali. Si viene a sapere che gli infaticabili pubblici ministeri hanno selezionato «undici indagati tra i quali «nessun politico», come lasciano trapelare ambienti giudiziari» (da Il Giornale). Nessun politico. Mi raccomando. Un momento. C’è un nome che da giorni, gli inviati sono stati autorizzati a nominare. La Procura di Siena sta dedicando «un’attenzione particolare al ruolo del consigliere Andrea Pisaneschi — in quota Forza Italia — che fu nominato presidente di Antonveneta subito dopo l’acquisizione e costretto a dimettersi dopo il coinvolgimento nell'inchiesta sul Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini» (Corriere della Sera). Sicuramente questo Pisaneschi è un farabutto, non dubitiamo. Ma altrettanto sicuramente, c’è voluta tutta la più fine capacità dei magistrati per identificare, tra quella folla di comunisti con tessera PD nella Fondazione, nella dirigenza, nel Comune, Provincia e Regione con potere e mani in pasta in Montepaschi, uno «in quota Forza Italia». È stato come chi, davanti alla fetta del panettone, pilucca e mangia solo i pezzettini di canditi. È una procura choosy, un po’ schifiltosa. Ad occhio e croce, questo identificato colpevole farebbe parte di una componente massonica, come lascia intendere il suo collegamento a Verdini. È evidente che la linea l’ha data, fin dal 26 gennaio scorso, lo storico tesoriere dei DS, Ugo Sposetti: «Nel caso del Monte dei Paschi non c’entra la politica ci sono altri interessi», la massoneria «ma non solo. C’è pure l’Opus Dei». A Siena «c’era pure il Pci, ma casualmente». «Il Monte è il Monte» – dice Sposetti, «la storia d’Italia, delle cento città, dei mille comuni. Dal granduca di Toscana a Mussolini, tutti hanno messo bocca sul Monte» Ecco dunque il colpevole: il FODRIA, sigla delle «Forze Oscure della reazione in Agguato», perenne ed imprendibile nemico del progressismo rosso e del Radioso Domani Rivoluzionario oggi incarnato da Bersani. I procuratori non mancheranno di portare, e spifferare alla stampa amica, le prove del complotto fra il Duce e il Granduca; e possiamo già indovinare che questa pista finirà per portarli a Berlusconi-Dell’Utri e Mangano come colpevoli reali del dissesto Montepaschi. Ma, come dicono i media, «mancano ancora varie tessere al mosaico». Per intanto stanno comprovando che il Pci c’entra solo casualmente, e che i veri malfattori sono Massoneria ed Opus Dei. Opus Dei? Aspettavo con ansia, confesso, di vedere come sarebbe stata chiamata in causa l’Opus, in una Fondazione dove 13 su 16 membri-caporioni hanno la stessa tessera di Bersani e, dei tre, se c’è qualcuno «cattolico», sarà uno di Rosy Bindi. Sono stato subito accontentato: «Questi conti segreti fra MPS e IOR», titolano i giornali di domenica. Basta fare il nome dello IOR, e i cani di Pavlov cominciano a salivare: ecco il colpevole di ogni oscura trama bancaria! La procura di Siena sta seguendo la pista maleodorante della banca vaticana, finalmente inchiodata alle sue colpe! Per la verità, spiega il Giornale, l’oggetto della sua attenzione è minimo, c’è voluto un microscopio per scorgerlo, come i vibrioni nella montagna di m... «Due conti correnti, intestati a manager Mps, aperti allo Ior. Un particolare che, in sé, non è illegittimo». Due conti correnti. Non illegittimi. Ma da giorni è stato convocato dalla Procura senese, e interrogato per ore, «L’ex Gotti Tedeschi presidente Ior Gotti Tedeschi» oltretutto come «responsabile per l’Italia di Banco Santander (guidato da Emilio Botin, uomo forte dell’Opus dei)». In questi interrogatori, Gotti Tedeschi «ed altri, tra cui Daffina (?) ha sostenuto di non essersi mai occupato della cessione di Antonveneta dalla banca iberica a quella senese». Con la miserevole scusa che, all’epoca della vendita di Antonveneta, Gotti Tedeschi non si trovava più al Santander... Scusa miserevole. La procura, pur discretissima, fa sapere ai media che «i rapporti tra i due — Gotti Tedeschi e Mussari — erano certamente buoni: nell’agenda di Mussari del 2007 è segnato un appuntamento con Gotti (e diversi con Botin), e i pm ritengono che i rendez vous non annotati tra i due siano stati anche di più». Il fatto che Gotti Tedeschi avesse cordiali rapporti con Mussari è – giustamente – altamente sospetto per i magistrati. Ma perché non è loro anche più sospetto il fatto che tutti i banchieri italiani hanno avuto con Mussari rapporti così cordiali, da acclamarlo all’unanimità a capo dell’ABI, la loro associazione massima? C’è il sospetto che Passera, la Tarantola, Profumo, forse persino Monti (e Bersani e D’Alema) conoscessero personalmente Mussari, e intrattenessero con lui più che cordiali rapporti: perché prendere di mira solo Gotti Tedeschi? Ah, ma ci sono due conti correnti che manager di Montepaschi hanno acceso allo Ior. Va bene. Va benissimo anche prendere di mira il tizio «in quota Forza Italia» che fu messo a capo di Antonveneta da Mussari e dai comunisti che lo comandavano dopo l’acquisto. Infatti i magistrati hanno concentrato «l’attenzione su Pisaneschi per capire in base a quali accordi, stretti all’interno del Cda, si decise che dovesse essere proprio lui a dover guidare Antonveneta». Ottima preoccupazione. Ma ci permettiamo di dichiararla accessoria rispetto al reato principale. Pisaneschi messo ad Antonveneta è il «dopo». Mai dubbi riguardano quel che avvenne «prima». Il reato, o l’insieme di reati da indagare, sarebbe il fatto che Mussari (su indicazione di chi?) comprò «per 9 miliardi e 300 milioni, più un miliardo di euro di oneri», una banca che solo quattro mesi prima il Santander aveva comprato per 6 miliardi e 300 milioni; che 2 di quei miliardi pagati in più sono finiti in un fondo nero su un conto cifrato di Londra, e poi fatti rientrare in Italia approfittando di scudi fiscali: chi li ha presi? Sono finiti ai manager, come si sta insinuando, pardon facendo filtrare dalla procura? Politici esclusi? È questo il centro del problema, che umilmente segnaliamo ai procuratori di Siena. Ammirevole la loro capacità di selezionare nelle indagini, eccezionale la loro visione microscopica. Ma qui c’è un fatto macroscopico – la famosa montagna di m... rossa – visibile ad occhio nudo, e puteolente ad un olfatto semplicemente sano. Non vorremmo che sfuggisse ai validissimi magistrati. Tanto più che è stato questo oculatamente cattivo affare a dissestare definitivamente Montepaschi. Infatti «per coprire l'esborso non bastò l’aumento di capitale di 5 miliardi. MPS concluse una serie di scommesse derivate che non andarono a buon fine. Per mascherare le perdite in bilancio, MPS sostituì le vecchie scommesse con delle nuove, che immediatamente portavano soldi freschi, ma a scadenza sarebbero state perdenti per MPS, e il buco sarebbe aumentato. Sono noti almeno due di questi contratti: uno, chiamato Progetto Santorini, stipulato con Deutsche Bank, e l’altro, chiamato Alexandria, stipulato con Nomura. Si ritiene però che questo sia solo la punta dell’iceberg». Stiamo citando lo EIR (Executive Intelligence Review, Alert n.5) il quale ci dà una notizia che pare sfuggita ai magistrati, occupatissimi a trovare uno «in quota Forza Italia» e «due conti con lo Ior»: che di quel pessimo acquisto (ma lucroso per ignoti italiani) fu «coordinatore globale». «Ma Goldman era anche stata advisor di ABN-Amro nella prima acquisizione, quella osteggiata dal governatore Antonio Fazio che a causa di quella vicenda, come è noto, fu costretto a dimettersi». Qui la storia si fa spessa, perché fu la banca olandese ABN-Amro a tentare per prima la vasta scalata alle banche italiane (strapiene di risparmi, al contrario di quelle inglesi) che fu bloccata dal governatore Antonio Fazio, che per questo fu duramente punito da altri valorosi magistrati. Citiamo da Il Giornale «È il 22 marzo 2006 e Fazio, travolto dalla tempesta dei furbetti del quartierino e delle scalate corsare, viene chiamato in procura a Milano dal pm Francesco Greco. E che cosa racconta? Parla di Ricucci, di Fiorani e di Antonveneta, ma poi si concentra su un dettaglio illuminante. “Le posso dire – spiega a Greco –, su Bnl, che sono venuti da me Fassino e altri a chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi. Io li ho ascoltati». Greco non molla, per cercare di collocare nel tempo l'episodio: «Questo quando?». «Primissimi mesi 2005 o fine 2004», è la replica. Pausa. Poi Fazio articola meglio i ricordi: «Erano Fassino e Bersani. Ma sì, l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino, e l’allora responsabile economico del partito Pier Luigi Bersani, bussarono alla porta del governatore per proporre la creazione di un grande polo bancario in cui sarebbero confluiti Bnl, Unipol e Monte dei Paschi». (Lo smemorato Bersani andava in Bankitalia per sponsorizzare Mps) Questo particolare dovrebbe essere agli atti, e la Procura di Siena non dovrebbe fare fatica a procurarseli. Osiamo suggerire questo filone, come potenzialmente più promettente della ricerca di un uomo «in quota Forza Italia» nella montagna di m... rossa detta Montepaschi. Eh sì, perché come prosegue EIR, «Capo dell’ufficio europeo di Goldman Sachs all’epoca dell’accordo ABN-Antonveneta era un certo Mario Draghi, lo stesso Draghi che, nel dicembre 2006, sostituì il dimissionario Fazio. Lo stesso Draghi che era responsabile della supervisione bancaria quando MPS truccò il bilancio per mascherare le perdite sui derivati». Ciò potrebbe indurre gli inquirenti a porsi alcune domande non microscopiche, ma macro: su Draghi. Sulla Tarantola, miracolata da Monti. E sul perché Mario Monti ha versato senza fiatare l’intero introito dell’Imu prima casa per «salvare» Montepaschi e più precisamente, per salvare la sua dirigenza comunista, quella palese e quella occulta. Come ha rilevato l’ex ministro Tremonti, Monti ci teneva tanto a far approvare il pacchetto salvaMPS da averci posto la fiducia». Già, perché? Ma qui, capisco, la procura segue una linea ben più augusta di quella di Sposetti «storico tesoriere dei DS». È Napolitano a scendere in campo per sopire, troncare e difendere i grossi papaveri politici, ma soprattutto il suo probabile successore Mario Draghi. Con una nota dal Colle, ci assicura quanto segue: «La Banca d’Italia ha documentato di aver esercitato fin dall’inizio con il tradizionale rigore le funzioni di vigilanza nei limiti delle sue attribuzioni di legge. E in effetti, la collaborazione che essa ha prestato e presta alla magistratura inquirente è garanzia di trasparenza per l’accertamento di tutte le responsabilità». E ancora, sempre per puntellare Bankitalia: «Sono fermamente convinto – afferma il capo dello Stato – che va salvaguardato il patrimonio di credibilità e di prestigio, anche fuori d’Italia, di storiche istituzioni pubbliche di garanzia, insieme con la riconosciuta solidità del nostro sistema bancario nel suo complesso». Che cosa ne sa, Napolitano, di come si comporta Bankitalia? È la domanda che rivela la nostra ingenuità. Napolitano sa. Sa tutto. È tessera Pci-Pdi da tempo immemorabile. Lui garantisce la trasparenza del tutto. Lui segnala che il Pci non c’entra. Lui indica i papaveri da non toccare. Non è bello, avere un monarca così Illuminato? Siate choosy, animosi procuratori di Siena; non fate del male a Bersani che poi andrà d’accordo con Monti, Draghi e Tarantole varie... Arrestate il Granduca di Toscana, piuttosto.

Indagò su Mps e la morte di David Rossi, lascia la Procura di Siena il pm Natalini. Sentito dall'inviato de Le Iene sui presunti "buchi" nelle indagini sulla fine dell'ex capo comunicazione della banca, rispose che l'unica verità era nel fascicolo e nelle sentenze, scrive la Redazione Tiscali l'11 aprile 2018. La Procura di Siena continua a perdere protagonisti di alcune delle maggiori inchieste italiane degli ultimi anni. Il pm Aldo Natalini va via verso nuova destinazione. In precedenza si era trasferito Antonio Nastasi, altro pubblico ministero senese, destinazione Firenze. Natalini si era occupato di due casi di grande risonanza: le inchieste sulle tribolate vicende finanziarie di Montepaschi, e la morte di David Rossi, responsabile della comunicazione della più antica banca del mondo, precipitato dalla finestra del suo ufficio nel 2013. 

L'inchiesta de Le Iene e la denuncia dei magistrati. Natalini era stato intervistato da Antonino Monteleone, sui dettagli che l'inviato de Le Iene sta riportando a galla circa le indagini sulla morte di David Rossi. Natalini si era limitato a rispondere che quanto c'è da sapere è già tutto nel fascicolo delle indagini e nelle sentenze che hanno archiviato quella morte come un suicidio. In seguito aveva ricevuto una lettera intercettata al Centro smistamento delle Poste di Sesto Fiorentino (Firenze). All'interno c'erano un proiettile calibro 9, inesploso, e minacce, considerate "gravissime", contro il magistrato. Il programma di Mediaset è stato denunciato per diffamazione dai magistrati chiamati in causa nei servizi televisivi sul caso Rossi, e il fascicolo è stato acquisito dalla Procura di Siena e dal Consiglio superiore della magistratura.

David Rossi, il mistero sulla morte del manager Mps. DAVID ROSSI. Video, era la gola profonda in Mps del pm Natalini? Spunta un'intercettazione... (Quarto Grado). David Rossi, il mistero sulla morte del manager Mps. Era la gola profonda in Mps del pm Natalini? Spunta un'intercettazione... La pubblica Quarto Grado nell'ultima puntata, scrive il 7 aprile 2018 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Una nuova tessera al complesso puzzle relativo alla morte di David Rossi. L’ha data il programma “Quarto Grado”, che ieri sera ha mandato in onda un’intercettazione tra il pm Aldo Natalini, uno dei magistrati che indagava sull’acquisizione di Antonveneta e sulle spericolate operazioni di Mps, e un suo amico d’infanzia, un avvocato che era indagato per estorsione. L’intercettazione risale alle 22.08 del 19 febbraio 2013 ed è alla base dell’inchiesta contro Natalini per rivelazione del segreto d’ufficio, vicenda archiviata poi nell’autunno. Il 19 febbraio è il giorno delle perquisizioni a casa e nell’ufficio di David Rossi, indagini per le quali il responsabile comunicazione Mps aveva mostrato preoccupazione nei giorni successivi. Natalini rivelò all’amico di avere una possibile gola profonda in Mps. «Una gola profonda non ce l’avete?», chiede l’amico al pm, che risponde: «Sì, quello sì». Per “Quarto Grado” c’è un collegamento tra la volontà di David Rossi di andare a parlare con la Procura, palesata via mail a Viola, quindi ipotizza che sia lui la talpa. Il programma condotto da Gianluigi Nuzzi non crede alla pista dei festini, considerata un depistaggio, ma collega la vicenda al sequestro disposto dalla Procura di Siena di 1 miliardo e 666 milioni a carico di Nomura, somma versata da Mps alla banca londinese per il caso del titolo tossico da 220 milioni. La perquisizione e l’interrogatorio a David Rossi avrebbero avuto quindi come obiettivo proprio la ricerca di elementi per procedere col sequestro. (agg. di Silvana Palazzo).

Anche Quarto Grado torna ad occuparsi di David Rossi, il manager di Mps trovato morto la sera del 6 marzo 2013. Lo ha anticipato Sabrina Scampini nella didascalia al selfie postato su Instagram: «Un po’ di ripasso prima della puntata di questa sera con Il caso David Rossi di Davide Vecchi: spiega molti lati oscuri sulla vicenda dell’improbabile suicidio». Il programma condotto da Gianluigi Nuzzi farà il punto della situazione sul caso che nelle ultime settimane ha conosciuto diversi sviluppi grazie all’inchiesta de Le Iene. La novità più importante è stata annunciata dal giornalista Davide Vecchi, autore di un libro (“Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Mps”) che svela molti elementi sfuggiti alle indagini svolte dalla Procura di Siena. I soggetti indicati come partecipanti ai festini a luci rosse saranno convocati e interrogati dalla Procura di Genova: politici, manager, sacerdoti, imprenditori, persino i magistrati di Siena sfileranno davanti al procuratore aggiunto del capoluogo ligure, Vittorio Ranieri Miniati. Le rivelazioni dell’escort intervistato dalla Iena Antonino Monteleone sono finite al vaglio degli inquirenti, che hanno disposto il sequestro del video integrale dell’intervista trasmessa dal programma di Italia 1. Cene e festini a luci rosse in diverse ville senesi, in particolare una a Monteriggioni. La conferma arriva da un ragazzo che a Le Iene ha rivelato di essere uno degli escort che vi ha preso parte. Il gigolò ha riconosciuto come partecipanti a quelle serate almeno dieci persone, tra cui due magistrati di Siena, un manager già al vertice di Mps e un importante ex ministro. Le immagini mostrate al ragazzo sono state nascoste da Le Iene per non rendere riconoscibili a tutti i volti delle persone indicate. Ma il procuratore genovese Miniati, come riportato dal giornalista Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano, sentirà i giornalisti della trasmissione per individuare l’escort e avere un elenco completo delle persone riconosciute dal 26enne e che poi saranno convocate. Il caso nasce dalle indagini giornalistiche svolte negli ultimi mesi su David Rossi. Queste inchieste hanno evidenziato le lacune delle inchieste condotte dai magistrati senesi sulla morte di Rossi, liquidata frettolosamente con l’archiviazione per suicidio. Ma sulla vicenda sono emerse molte incongruenze. E ora il sospetto - insinuato dall'ex sindaco Piccini - è che le indagini siano state “abbuiate” per evitare lo scoppio di una bomba morale.

Monte Paschi, l’inchiesta delle Iene sul “suicidio” di David Rossi, scrive giovedì 5 ottobre 2017 Imola Oggi. In prima serata su Italia 1, a “Le Iene Show” l'1 ottobre, l’inviato Antonino Monteleone si è occupato del caso di David Rossi, responsabile della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS è al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così la richiesta avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Si tratta della seconda archiviazione dell’indagine: la prima era avvenuta nel marzo 2014. La Iena intervista Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone raggiunge anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando è stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non ha più parlato: né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi.

In onda dichiarazioni confidenziali di Piccini: "David Rossi non si è ucciso". L'ex sindaco annuncia querele. Il giallo dei festini, scrive l'8.10.2017 "Il Corriere di Siena". Servizio choc delle Iene sulla morte di David Rossi, ex capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena. Nella puntata dell'8 ottobre 2017, sono state mandate in onda rivelazioni choc di Pierluigi Piccini. L'ex sindaco è stato registrato e ripreso dalle telecamere delle Iene a sua insaputa, durante una chiacchierata confidenziale in cui si è lasciato andare, raccontando la sua personale versione e le sue opinioni sulla vicenda della morte dell'ex capo della comunicazione di Mps. Piccini non sapeva di essere filmato e quindi ha parlato "senza veli". Soltanto al termine della chiacchierata si è reso conto che la Iena Antonino Monteleone, aveva un microfono sotto la camicia. A quel punto Piccini è andato su tutte le furie, ha urlato che avrebbe denunciato tutti, ma ormai era troppo tardi. Dopo la messa in onda del servizio, durante la puntata di ieri sera è stato spiegato che le dichiarazioni di Piccini sono state trasmesse anche se ottenute con l'inganno, perché troppo importanti per il caso. Ma cosa ha detto l'ex sindaco di Siena? Piccini ha sostenuto più volte e con forza di essere certo che David Rossi non si sia tolto la vita, ha spiegato i perché di tutti i suoi dubbi, messo in discussione le indagini degli inquirenti che avrebbero archiviato troppo in fretta e senza le opportune verifiche. Ma è andato anche oltre, parlando di presunti festini in una location tra Siena ed Arezzo che avrebbero visto la partecipazione di importanti personaggi italiani e che sarebbero legati alle indagini sulla morte di David Rossi. Quando Piccini si è reso conto che le Iene avevano registrato le sue parole, ha ripetuto più volte che avrebbe denunciato se le sue dichiarazioni sarebbero state mandate in onda: "Voi mi rovinate - ha detto - io mi sto candidando a sindaco di Siena. Mi mettete contro la magistratura". “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset) preciso - ha scritto Piccini in una nota fatta recapitare al Corriere di Siena nella serata dello stesso 8 ottobre - che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”. Nel frattempo, giovedì 12 ottobre alle ore 18.30 a Palazzo Patrizi, in via di Città a Siena, verrà presentato il libro del giornalista Davide Vecchi proprio sul "Caso Rossi".

David Rossi come Attilio Manca: Servizi Segreti, Magistrati Ambigui e Tanti Misteri, scrive il 10 Ottobre 2017 Francesca Scoleri. Un suicidio inattendibile quello attribuito a David Rossi, avvenuto il 6 marzo del 2013. Il corpo fu trovato privo di vita sotto la finestra del suo ufficio in una zona centrale di Siena. Un’inchiesta de Le Iene rivela particolari preziosissimi ai fini dell’accertamento della verità ma la magistratura persiste nel non considerarli. Proprio come nel caso di Attilio Manca. Ecco che la presenza dei Servizi Segreti ripiomba laddove non c’è chiarezza di fatti, azioni e omissioni. Ho seguito personalmente il caso di Attilio Manca, il giovane urologo “suicidato” dopo aver operato Bernardo Provenzano di tumore alla prostata. Un intreccio di operazioni incomprensibili messe in atto da medici, magistrati e rappresentanti delle istituzioni e come un’ombra, la mano dei Servizi Segreti. Immancabili ormai dove i conti macchiati di sangue non tornano. Da una parte, si copre l’ingiustificabile latitanza di Provenzano; 43 anni vissuti in estrema libertà al punto da aver raggiunto, senza alcun problema, le frontiere francesi per recarsi in una delle cliniche più prestigiose di Marsiglia. Attilio Manca, in qualità di migliore urologo suggerito al boss corleonese, lo ha operato salvandogli la vita ignorando che avrebbe perso così la sua. Ma il movente per eliminarlo appartiene più a quella parte di istituzioni corrotte che non alla mafia. Il processo “trattativa Stato-mafia” ne dà prove continue che la maggior parte della stampa ignora. Ma sono fatti. Provenzano è stato protetto, anche da uomini dell’Arma.

Dall’altra parte uno scandalo nazionale che ha origine a Siena; è il 2013, i vertici dell’istituto bancario Monte dei Paschi, nato come “monte di pietà” per dare aiuto alle classi povere della città, vengono sanzionati da Bankitalia con una multa di 5 milioni di euro a seguito di accertamenti ispettivi in cui è stata riscontrata violazione nel controllo dei rischi. Inutile dirlo, le vittime sono i risparmiatori. In un clima di indagini e sospetti, giunge la notizia che David Rossi, responsabile della comunicazione in Monte dei Paschi, si è buttato nel vuoto dalla finestra del suo ufficio in una zona centrale di Siena. Un suicidio risultato poco credibile sin dai primi momenti. Si dirà che l’uomo, non ha retto ai controlli e alle perquisizioni fatte sia nel suo ufficio che nella sua abitazione pochi giorni prima e che, provato emotivamente, ha preferito farla finita. Parole smentite da chi lo conosceva bene come l’ex moglie Antonella Tognazzi e Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi ed ex sindaco di Siena. Le rivelazioni di quest’ultimo, inconsapevolmente registrato da un giornalista de Le Iene, aprono scenari inquietanti.

Da premettere che il caso è alla sua seconda archiviazione nonostante molteplici prove fra testimonianze e video filmati, dimostrino che la parola “suicidio” sul fascicolo di David Rossi è completamente falsa. Secondo la perizia grafologica, i biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel suo ufficio, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”. Nelle ore trascorse tra il decesso e il sequestro del suo ufficio da parte degli inquirenti, avvenuto la mattina dopo, il computer di David Rossi è stato manomesso e alcuni oggetti fra cui agende e appunti sono spariti.

Da fotografie fatte su disposizioni degli inquirenti, si evidenzia la presenza di fazzolettini di carta macchiati di sangue nel cestino. Nessun elemento è stato fornito a riguardo e dei fazzolettini più nessuna traccia. Spariti nel vuoto. Una telefonata, l’ultima fatta da David Rossi, della durata di circa dieci minuti, mai rintracciata. E ancora, testimoni suggeriti dai legali della famiglia, mai convocati. I particolari più agghiaccianti riguardano i 22 minuti di agonia vissuti da David Rossi prima di morire. Nessuno lo ha soccorso ma forse è il caso di dire che nessuno poteva soccorrerlo. I periti della famiglia ipotizzano che una vettura posizionata all’imbocco del vicolo dove giaceva Rossi, impediva la visuale sul vicolo con delle luci accese in modo anomalo. Nel video che i magistrati senesi continuano ad ignorare, si delineano due figure in prossimità del corpo, entrambe prive di identificazione. Nemmeno il verificato reato di omissione di soccorso interessa gli inquirenti? Dalle immagini si evince inoltre un oggetto in caduta dalla finestra dell’ufficio di David Rossi, dopo ben mezz’ora dalla caduta dell’uomo. Si tratta del quadrante del suo orologio. Ma nemmeno questo smuove gli inquirenti a procedere verso indagini accurate. Chi ha lanciato quell’oggetto dalla finestra? E ancora, i segni sul corpo di David Rossi denotano colluttazioni e ferite che non hanno nulla a che fare con la caduta ma anche questo, per i magistrati senesi, è un elemento privo di importanza, esattamente come accaduto in presenza del corpo deturpato di Attilio Manca che certo non è frutto di “inoculazione volontaria di stupefacenti”, conclusione messa nero su bianco dai magistrati di Viterbo. “Ulteriori indagini si preannunciano superflue” rispondono i magistrati di Siena a chi chiede di considerare gli elementi rilevanti e degni di approfondimento fin qui riscontrati ed è più o meno quel che si sente dire da anni la famiglia Manca, che da Barcellona Pozzo di Gotto continua a pretendere sia fatta luce sulla morte del figlio che con ogni evidenza, non si è suicidato.

Il motivo per cui a Siena non si riesce a infrangere il muro d’omertà sulla vicenda Rossi, lo svela suo malgrado Pierluigi Piccini che ben conosce le dinamiche interne a Monte dei Paschi e alla città dove è stato sindaco, la città legata a doppio filo alla massoneria; Piccini parla di festini in una location tra Siena ed Arezzo frequentati da politici, uomini legati al Monte Paschi e magistrati senesi. E parla anche di Servizi segreti. Anche in questo caso c’è analogia col caso Manca. Da numerose testimonianze, pare che nell’apparato dei servizi, ci sia abilità a trasformare omicidi in suicidi. Durante i lavori della commissione d’inchiesta del Consiglio regionale Toscana su Fondazione e Banca Mps, il Presidente Giacomo Giannarelli (M5S), ha dichiarato: “Il disastro del Monte dei Paschi di Siena rappresenta un punto di non ritorno dell’intero sistema bancario. Quanto avvenuto non è successo per caso. La commissione ha accertato gravi responsabilità della politica e gravi intrecci di poteri forti, non democraticamente rappresentativi, che hanno causato danni economici ai risparmiatori e minato la stabilità dell’erogazione del credito alle imprese. Gravi responsabilità gravano anche sugli organismi di controllo, come Banca d’Italia, Ministero del tesoro, Consob”. A proposito delle “responsabilità politiche” di cui si accenna, gli ex sindaci di Siena Cenni, Ceccuzzi e lo stesso Piccini, insieme all’ex presidente della provincia Ceccherini, riferiscono all’unanimità che “Al Monte dei Paschi decideva tutto il Partito democratico”. L’unico sistema Italia che non conosce crisi, si riconferma “corruzione S.P.A”.

Mps: David Rossi ha imparato a cadere ma non a rialzarsi. Proprio nei giorni in cui la banca senese lancia la nuova campagna pubblicitaria esce un libro che prova a svelare i misteri del suicidio di Rossi, scrive Domenico Camodeca su Blasting News il 10 ottobre 2017. “Cadere è la prima cosa che impariamo, la seconda è rialzarci e lo facciamo perché c’è qualcuno che crede in noi, qualcuno pronto a tenderci la mano”. Si apre con questa frase lo spot della nuova campagna pubblicitaria del Monte dei Paschi di Siena (#mps) pubblicizzato in tv da pochi giorni. “Più forza alle persone” è lo slogan coniato dalla banca più antica del mondo. Forse una scelta non proprio azzeccata, vista la quasi contemporanea uscita, giovedì 12 ottobre, di un libro (Il caso #David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena, ed. Chiarelettere) scritto dal giornalista Davide Vecchi. Il tomo di 176 pagine si ripropone di accendere una luce sul misterioso suicidio del braccio destro di Giuseppe Mussari (ex ad di Mps), avvenuto il 6 marzo 2013 gettandosi dalla finestra del suo ufficio. Il primo dubbio dell’autore riguarda l’inopinata distruzione di sette fazzoletti insanguinati. A mettere un ulteriore pizzico di noir a questa storia ci ha pensato anche l’ex sindaco della città toscana, Pierluigi Piccini il quale, in una dichiarazione ‘rubata’ dalle Iene, afferma di non credere alla tesi del suicidio.

Breve ricostruzione del caso Rossi. È il tardo pomeriggio del 6 marzo 2013 quando l’allora capo della comunicazione di Mps, David Rossi, dopo aver telefonato alla moglie per avvertirla che sarebbe tornato a casa, vola dalla finestra del suo ufficio che affaccia in un vicolo nella zona centrale di Siena. I magistrati incaricati delle indagini, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, ipotizzano subito il gesto volontario, non autorizzano l’autopsia e, appena tre mesi dopo, a giugno, confermano senza ombra di dubbio che si tratti di suicidio. Conclusione a cui non hanno mai creduto la moglie e i familiari di Rossi che decidono di cominciare la loro personale battaglia giudiziaria alla ricerca della verità.

I dubbi avanzati nel libro di Vecchi. Neanche il giornalista Davide Vecchi sembra molto convinto che si tratti di suicidio. Per questo decide di scrivere un libro per dimostrare che, parole testuali, “il suicidio ipotizzato dai magistrati non è l’unico scenario possibile”. Dalle prime anticipazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano emerge il mistero dei 7 fazzoletti sporchi di sangue, ritrovati nell’ufficio di Rossi e fatti distruggere su ordine dei magistrati il 14 agosto. Data importante, quella agostana, se si tiene conto che la richiesta di archiviazione del caso Rossi viene depositata il 2 agosto 2013, proprio all’inizio della cosiddetta ‘sospensione feriale’ (dall’1 agosto al 15 settembre) che tutti i tribunali devono rispettare. I familiari di Rossi e i loro legali non vengono nemmeno avvertiti, anche se avrebbero avuto tutto il tempo, fino al 15 settembre appunto e non i canonici 10 giorni, per fare ricorso. Altro fatto grave è che i suddetti fazzoletti non vennero nemmeno analizzati per scoprire almeno se il sangue appartenesse effettivamente al manager Mps o a qualcun altro.

Le rivelazioni di Piccini: Festini in una villa. Ad alimentare i dubbi sull’esistenza di un complotto intorno alla morte di Rossi ci pensa, forse involontariamente, l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini. Inseguito da Le Iene e credendo di non essere registrato, Piccini si lascia sfuggire di non credere che “si sia suicidato, lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto quello che sapeva”. Alla domanda su cosa avrebbe raccontato Rossi ai pm, Piccini risponde: “Un avvocato romano mi ha detto che c’è una villa tra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini”. E poi, si chiede polemicamente: “Chi andava in queste feste? Ci andavano anche i magistrati senesi?” Supposizioni che, se confermate, aprirebbero scenari imprevisti sul caso della morte di David Rossi. #suicidio David Rossi.

Suicidio David Rossi, l'ex sindaco: «Festini a Siena? In città lo sanno tutti». Piccini, ex sindaco: David Rossi non si è suicidato, conosceva cose e intendeva riferirle, scrive Marco Gasperetti il 10 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". Di storie di presunti omicidi camuffati da suicidi — la morte dell’ex capo della comunicazione di Mps, David Rossi — e festini orgiastici con presenze eccellenti e innominabili, se ne parlava da tempo a Siena. Voci di popolo, certo. Ma adesso che Pierluigi Piccini, 67 anni, ex sindaco, raffinato intellettuale e già direttore aggiunto del Monte dei Paschi France, le ha raccontate in televisione — credendo di non essere ripreso dalle telecamere — si sono trasformate da pettegolezzo noir a racconto uscito dalla bocca di un personaggio molto autorevole e attendibile. Tant’è vero che il procuratore di Siena, Salvatore Vitiello, ha interessato del caso la Procura di Genova — competente per le indagini sulle toghe senesi — per fare luce su quelle dichiarazioni-choc «di magistrati senesi coinvolti, in “festini” a base di “cocaina” che si sarebbero tenuti in due ville, una in una località tra Siena e Arezzo e l’altra in zona di mare». E proprio ieri la Procura di Genova ha aperto un fascicolo, ancora senza alcuna ipotesi di reato.

Conferma le accuse dottor Piccini?

«Io non accuso nessuno riporto soltanto quello che mi è stato raccontato e che tutti a Siena sanno».

Ci dica che cosa sanno i senesi.

«Che David Rossi non si è ucciso, ma è stato assassinato. E io, che David lo conoscevo molto bene, ne sono assolutamente convinto. Nulla di nuovo».

Ma lei ha parlato anche di orge a base di droga alle quali avrebbero partecipato magistrati. E questa è una notizia-bomba...

«Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013 durante un’assemblea del Monte dei Paschi un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti».

E che cosa avrebbero a che fare i festini con la morte di David Rossi?

«Non spetta a me indagare. Io so soltanto che, appena due giorni prima di morire, David mandò un messaggio a un alto dirigente di Monte dei Paschi avvertendolo che avrebbe raccontato tutto ai magistrati. Queste cose le sto ripetendo da anni».

E perché la procura di Siena non l’ha ascoltata?

«Questo non lo so. Io sono pronto a parlare con i magistrati in qualunque momento».

Adesso sulle sue dichiarazioni indaga la Procura di Genova. Che ne pensa?

«Sono contento. E a disposizione. Perché voglio che la verità su David Rossi venga fuori una volta per tutte. Anche se ci sono state due inchieste che hanno archiviato la sua morte come un suicidio io sono convinto che l’abbiano ucciso».

Come fa ad esserne così certo?

«Conoscevo David molto bene, da sindaco era stato un mio collaboratore. Era impossibile che potesse fare un gesto del genere. Per la sua cultura, per la sua voglia di vita. Aveva ferite compatibili con una colluttazione, dalla finestra è caduto in modo innaturale e il suo orologio pare sia stato gettato giù mezz’ora dopo, sette fazzoletti sporchi di sangue sono stati trovati nel suo studio senza che nessuno abbia analizzato il dna e adesso sono stati distrutti. Aveva chiamato l’anziana madre dicendole che stava arrivando, così come la moglie. Aveva minacciato di andare a raccontare tutto alla magistratura. I magistrati hanno detto di non aver trovato prove sufficienti né un mandante per avvalorare l’ipotesi dell’omicidio. Ma se non c’è movente del delitto qual è quello del suicidio? Le motivazioni sono ancora più deboli di quelle dell’omicidio».

Caso Rossi a Le Iene, intervento dell'Ordine degli Avvocati di Siena di Martedì 11 Ottobre 2017. “Il Presidente del COA di Siena, in relazione alle notizie divulgate dai media sul caso di David Rossi, manifesta il proprio sconcerto per le modalità con cui sono stati fatti riferimenti indiscriminati a Magistrati del nostro Tribunale. Confida che la Procura della Repubblica di Genova possa svolgere adeguati accertamenti per non addensare altre nubi su un caso che ha profondamente turbato l’intera cittadinanza.” Così un comunicato stampa del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Siena, Avv. Nicola Mini.

Morte David Rossi, Associazione Magistrati contro Piccini. E bacchetta stampa nazionale, scrive il 10.10.2017 "Il Corriere di Siena". Delio Cammarosano, presidente della sottosezione senese dell'Associazione nazionale magistrati (che proprio a Siena terrà il prossimo 20 ottobre alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il suo congresso nazionale) ed i magistrati del tribunale della città del Palio si scagliano contro le dichiarazioni dell'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, sulla morte di David Rossi, già capo della comunicazione Mps. E bacchettano pure la stampa nazionale. I Magistrati della sottosezione Anm di Siena riuniti in assemblea stigmatizzano che "l’interlocutore del giornalista (Piccini, ndr) ha espresso gravi accuse nei confronti dei magistrati di Siena. In particolare si racconta di una “storia parallela”, mai emersa nel corso delle indagini e mai denunciata dallo stesso interlocutore, che vedrebbe coinvolti vari soggetti, tra cui i magistrati senesi, in “festini” a base di “cocaina” che si sarebbero tenuti in due ville, una tra Siena e Arezzo, altra in zona di mare. Secondo quanto prospettato nell’intervista, le indagini sul decesso di David Rossi non si sarebbero spinte oltre per evitare lo scandalo nei confronti di magistrati o di altre personalità di rilievo nazionale, che avrebbero preso parte ai “festini”. Si tratta di accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena, per le quali ogni competenza spetterà alla Procura della Repubblica di Genova". I magistrati senesi criticano pure una parte della stampa nazionale: "Ulteriormente, su parte della odierna stampa anche di rilievo nazionale - si legge nel comunicato della sottosezione della Anm - il contenuto della trasmissione è acriticamente ripreso ed esaltato, con toni di inusitata gravità (il Fatto Quotidiano titola, “la morte di David Rossi: mistero delle prove distrutte”; Il Giornale, “l’ombra dei festini hard”, “David Rossi fu assassinato (…) quelle ville frequentate da politici e giudici”). Si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento e riscontro, non finalizzate all’accertamento della verità, che si risolvono in una gratuita aggressione all’immagine e alla fedeltà istituzionale della magistratura senese. Proprio nella consapevolezza del ruolo fondamentale dell’informazione anche come eventuale stimolo all’approfondimento di spunti investigativi, riteniamo assolutamente inaccettabile, invece, la sistematica e continua delegittimazione degli uffici giudiziari senesi. Esprimiamo pertanto la più ferma solidarietà ai colleghi che nel tempo si sono occupati del tragico caso, di cui conosciamo la professionalità e la assoluta fedeltà istituzionale, auspicando che nella Sede competente sia attivato un immediato intervento a tutela".

Caso David Rossi, Piccini choc in tv. Il procuratore: «Inaccettabile». L'ex sindaco: "Storia parallela sull'ex capo della comunicazione di Mps". Vitello trasmette il materiale a Genova, scrive il 10 ottobre 2017 “La Nazione". L'ex sindaco Pierluigi Piccini fa rilevazioni choc alla trasmissione «Le iene», parlando di «storia parallela» e «festini» che avrebbero condizionato le indagini da parte della magistratura sulla morte di David Rossi. Parole che nel tardo pomeriggio di ieri hanno provocato la dura reazione del procuratore della Repubblica di Siena, Salvatore Vitello, che in una nota ha annunciato di aver trasmesso la registrazione della trasmissione alla procura di Genova, «cui spetta ogni competenza in merito trattandosi di accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena». Nel documento di Vitello si afferma: «Si racconta di una storia parallela mai emersa nel corso delle indagini svolte da questo ufficio e mai denunciate dallo stesso interlocutore che vedrebbe coinvolti vari soggetti, tra cui i magistrati senesi in festini a base di cocaina che si sarebbero tenuti in due ville, una in una località tra Siena e Arezzo, un’altra in zona di mare». La replica del magistrato continua: «Secondo quanto prospettato nell’intervista, le indagini sul decesso di David Rossi non si sarebbero spinte oltre per evitare lo scandalo nei confronti di magistrati o di altre personalità di rilievo nazionale che avrebbero preso parte ai ‘festini’. Prendiamo atto che l’interlocutore del giornalista ha espresso gravi accuse nei confronti dei magistrati di Siena». Ma, aggiunge, «è assolutamente inaccettabile la sistematica delegittimazione» dei magistrati che hanno seguito le indagini e che hanno portato per due volte a riconoscere come prevalente l’ipotesi del suicidio. «Pur esprimendo profonda indignazione per questa continua aggressione – prosegue Vitello – nei confronti dei magistrati di questo ufficio, restiamo sereni anche di fronte a questi nuovi indicibili attacchi». Piccini, subito dopo la trasmissione, aveva diffuso una nota annunciando di aver «immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta».

David Rossi, il legale: "Lavoro su dati oggettivi. Chi sa non aspetti a parlare". L'avvocato della famiglia di David Rossi: "Puntiamo alla riapertura del caso. Festini? Chiunque sa parli", scrive Lorenzo Lamperti su "Affari Italiani" Mercoledì 11 ottobre 2017. "Aspettiamo quanto dirà la procura di Genova, noi nel frattempo continuiamo a lavorare sui dati oggettivi e su tutto ciò che non torna nell'inchiesta". Paolo Pirani, avvocato della famiglia di David Rossi, commenta in un'intervista ad Affaritaliani.it l'apertura di un fascicolo da parte dei pm liguri dopo le dichiarazioni alla trasmissione tv Le Iene di Pierluigi Piccini. L'ex sindaco di Siena paventa la possibilità di un qualche legame tra la morte dell'ex direttore della comunicazione di Mps e dei presunti festini orgiastici in città ai quali avrebbero partecipato personaggi di spicco di politica e magistratura.

Avvocato Pirani, che cosa cambia dopo l'apertura del fascicolo a Genova?

«L'apertura del fascicolo a Genova ritengo sia un atto dovuto dopo l'informazione arrivata puntualmente dai magistrati di Siena. A noi non cambia nulla sotto il profilo della nostra attività di indagine che abbiamo svolto e che stiamo continuando a svolgere».

Le dichiarazioni di Piccini sui presunti festini sono una novità oppure è un elemento del quale eravate a conoscenza?

«Non mi sostituisco agli inquirenti e non entro nel merito delle dichiarazioni di Piccini anche perché le ho apprese in tv e sui giornali come tutti voi. Attendiamo i risultati del lavoro degli inquirenti»

Ma quella dei festini può essere una pista valida?

«Chiunque sia a conoscenza di elementi concreti sulla morte di David Rossi e voglia parlare è ben accetto. Certo, invece che aspettare 4 anni sarebbe opportuno rappresentarli prima. Comunque il messaggio della famiglia è sempre stato chiaro: chiunque sa parli».

Come procede la vostra attività d'inchiesta?

«Stiamo lavorando nel dettaglio su alcune attività di indagine per puntare alla riapertura dell'indagine»

Ci sono nuovi elementi?

«Ci sono ulteriori elementi sui quali ci stiamo concentrando. Noi lavoriamo sugli atti d'indagine, su riscontri probatori e su dati per quanto possibile oggettivi. Purtroppo tante prove tecniche sono state perdute per una ragione temporale. Tante cose che potevano essere fatte o acquisite anni fa si sono perse. Ma il nostro presupposto, molto chiaro, è che i dubbi siano superiori a qualsiasi certezza. Per questo stiamo cercando di evidenziare le criticità nelle varie richieste di archiviazione portando nuovi elementi in grado di dare concretezza ai tanti dubbi che persistono sulla morte di David Rossi».

Mps, "David Rossi? Fu ucciso". Tutti i punti oscuri: e quella telefonata... Le ferite, l'orologio, il telefono. Ecco tutto quello che non torna nella morte dell'ex capo comunicazione di Mps David Rossi, scrive Lorenzo Lamperti Venerdì 16 dicembre 2016 su "Affari Italiani". Tra i tanti misteri intorno alla morte di David Rossi il più sconcertante è probabilmente quello che riguarda l'attività del suo, anzi dei suoi, telefoni cellulari. Rossi era in possesso infatti di due apparecchi con lo stesso numero. Poco prima della morte, Rossi fa e riceve una chiamata da un numero sconosciuto. Gli inquirenti non sono riusciti a stabilire di quale numero si trattasse a causa di alcuni "buchi neri" nei tabulati. Dopo l'orario della morte si verificano due fatti mai chiariti. Alle 20,16 uno dei due telefoni riceve una chiamata dalla figlia Carolina e dai tabulati risulta che qualcuno le rispose per poi chiudere la conversazione subito dopo. E poco più tardi dal telefono di Rossi partì una telefonata in uscita verso un misterioso numero, la cui proprietà non si è mai riusciti ad accertare. Sono passati quasi quattro anni da quel 6 marzo 2013. E' il giorno della morte di David Rossi, l'ex capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena che ha perso la vita dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio in circostanze mai del tutto chiarite. L'ultima perizia della procura parla di "probabile suicidio" ma allo stesso tempo si descrivono ferite incompatibili con la caduta dalla finestra. E il giallo resta, eccome. Affaritaliani.it ripercorre i punti oscuri della morte di David Rossi in un'intervista con il legale Paolo Pirani che, insieme al collega Luca Goracci, difende gli interessi della sua famiglia.

Avvocato Pirani, qual è stata la sua prima impressione sulla vicenda quando lo scorso aprile ha assunto l'incarico?

«Il fascicolo era, ed è, molto complesso e ho dovuto metabolizzarlo, ma sin da subito ho potuto constatare che dalla prima inchiesta che è stata archiviata qualcosa non tornava. C'era tutta una serie di dubbi confermati dal fatto che il caso è stato riaperto e il corpo di Rossi riesumato. Le perizie hanno confermato che quanto sostenuto dal collega Goracci durante la prima inchiesta era sostanzialmente corretto. Sul corpo di Rossi ci sono una serie di lesioni incompatibili con la modalità della caduta rappresentata anche dal video. Nel primo decreto di archiviazione si sosteneva una balistica scientificamente impossibile. Certo, molti approfondimenti su questo e altri aspetti andavano fatti all'epoca e non dopo tre anni e mezzo. Il grande rammarico è che si sono perse per strada delle prove potenzialmente determinanti».

A quali prove fa riferimento?

«Mi riferisco alle prove tipiche della scena del crimine. Abbiamo fatto un sopralluogo nell'ufficio di Rossi il 25 giugno 2016, oltre tre anni dopo la sua morte. E' chiaro che ci siamo trovati di fronte ad una scena del crimine totalmente diversa e contaminata. Si sono perdute tutte le tracce di dna che avrebbero potuto dirci chi era in quella stanza quella sera. Non abbiamo i campionamenti delle tracce biologiche dell'epoca. Nel 2013 furono acquisiti e sequestrati dei fazzolettini con macchie di sangue che ora non sappiamo nemmeno dove sono e probabilmente sono stati distrutti. In quella stanza si è perso tantissimo».

Nell'ultima perizia si fa riferimento a ferite che potrebbero essere incompatibili con la caduta.

«Tutti i medici che hanno avuto modo di verificare il video della caduta sostengono che le ferite frontali non possono essere conseguenza della caduta in quanto antecedenti la stessa. David sbatte la schiena e tutte le lesioni frontali non hanno nulla a che fare con la caduta. Tutto questo era già documentabile ma anche qui molte cose all'inizio non sono state fatte. Mi riferisco a un eventuale esame istologico che poteva dare risposte concrete su quelle ferite. E' chiaro che oggi, a tre anni e mezzo di distanza e due lavaggi del corpo, i risultati degli esami non risultano dirimenti. All'epoca si sarebbe potuto anche fare un sequestro dei vestiti».

Un altro aspetto poco chiaro è quello della posizione dell'orologio. Perché si è ipotizzato che qualcuno lo abbia buttato di sotto?

«La posizione dell'orologio non trova spiegazione da un punto di vista tecnico, lo capirebbe anche un profano guardando il video. Il corpo di Rossi cade in maniera leggermente obliqua verso l'uscita del vicolo ovvero verso sinistra. Lui portava l'orologio al polso sinistro ma lo stesso lo troviamo collocato al suolo a un metro e mezzo a destra nella parte alta. Si tratta di una posizione difficilmente spiegabile da un punto di vista crimino-dinamico».

E' vero che partì una telefonata dal cellulare di Rossi in un orario successivo alla sua morte?

«Su questo punto abbiamo dei dati che ci vengono forniti dalla Guardia di finanza sotto forma di elaborati in Excel dei tabulati telefonici. Abbiamo inoltrato una specifica richiesta per i tabulati originali anche per avere indicazioni sulle celle. Quello che emerge è che dopo le 20, quando David era già a terra, sarebbe partita in uscita una chiamata dal suo telefono. Sicuramente è importante capire verso quale numero ma mi sembra ancora più importante sottolineare il fatto che qualcuno ha usato rispondendo per 3 secondi il telefono di David mentre lui era a terra e circa 40 minuti prima del primo avvistamento ufficiale del suo corpo; inoltre risulta anche una risposta di 3 secondi sempre quando David giaceva a terra».

La moglie di David ha sempre detto che il marito aveva paura di qualcuno o qualcosa.

«Sull'aspetto psicologico abbiamo dato incarico a una consulente, una psicologa forense, che ci ha escluso la possibilità di un suicidio. Ci sono tre categorie di suicidi: il suicidio depressivo, quello indotto e quello di impeto. David non era malato, non era sotto effetto di alcolici o stupefacenti e non aveva ricevuto nessuna notizia in grado di sconvolgerlo. Certo, era preoccupato e aveva vissuto male la perquisizione del 19 febbraio ma lui nell'inchiesta su Mps non è mai entrato. In quei giorni, anzi in quelle ore, progettava il suo futuro a breve e lungo termine. Stava progettando gli appuntamenti dei giorni seguenti e nell'ultimo messaggio alla moglie, 40 minuti prima del fatto, dice che sarebbe andato a comprare la cena e sarebbe tornato a casa. Tutto ci dice che quello di David non fu un suicidio».

Lei ha parlato più volte di incongruenze o aspetti non approfonditi. Si è fatto un'idea del perché queste incongruenze o mancati approfondimenti si sarebbero verificati?

«Io non guardo al perché o altre cose astratte, guardo ai fatti ed alle prove. Devo valutare non tanto le motivazioni quanto i fatti concreti. Sicuramente un giorno le incongruenze qualcuno ce le dovrà spiegare anche perché non c'è cosa peggiore che nutrire dubbi circa il fatto di non aver approfondito nell'immediatezza circostanze che potevano essere determinanti per scoprire la verità. Per una famiglia avere la sensazione che sia stata sottratta la verità sulla vita e la morte di un proprio caro è devastante».

Tenendo conto di tutte le difficoltà del caso, quale pensa possa essere il futuro dell'inchiesta?

«Sicuramente la situazione è stata molto compromessa per tutto quanto ho detto in precedenza. Ma la nostra indagine continua su vari fronti e mi auguro che la stessa cosa la faccia anche la procura. L'indagine non è solo tecnica ma anche fondata sull'acquisizione di informazioni di persone informate sui fatti. Ribadisco di non sapere come si stia muovendo la procura perché il fascicolo della riapertura indagine è segretato ma è un dovere verso tutta la famiglia che si faccia davvero luce e chiarezza su tutte le anomalie che abbiamo riscontrato. Per esempio: come è possibile che non si abbia un elenco delle persone che quella sera sono entrate e uscite dalla sede principale di Mps? Noi tutti legali e consulenti, con l'ausilio dei familiari, stiamo lavorando e lavoreremo affinché si possa arrivare alla verità».

Mps, la vedova di David Rossi: sulla sua morte voglio la verità, qualunque sia. Parla la moglie dell’ex capo della comunicazione Mps: «Non credo alla storia dei festini, io penso che sia stato assassinato. Troppe carenze investigative, l’indagine va rifatta», scrive Marco Gasperetti l'11 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". «La storia dei festini? Io non ho mai sospettato nulla, ma s’indaghi anche su questo sino in fondo, senza reticenze, si arrivi alla verità. Costi quel che costi».

Signora, mi perdoni la domanda, ma se in questa vicenda fosse stato coinvolto anche suo marito? 

«Conoscevo David, la sua moralità, la sua voglia di vivere, il suo amore per la famiglia. E questo mi dà la forza di dire: andiamo avanti senza tralasciare alcuna pista, anche quella del più odioso pettegolezzo. Io ho la certezza che mio marito sia stato ucciso, che qualcuno l’ha gettato dalla finestra del suo ufficio. Spero si torni a indagare».

Antonella Tognazzi, la vedova di David Rossi, il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi precipitato da una finestra del suo studio di Rocca Salimbeni in circostanze ancora oggi poco chiare, dopo quattro anni e due inchieste archiviate non si è ancora arresa. Ha guardato la tv, ha letto l’intervista dell’ex sindaco Pierluigi Piccini (anche lui convinto che Rossi sia stato assassinato), e ha seguito le polemiche che si sono scatenate e l’apertura di un fascicolo da parte della magistratura di Genova dopo le voci su presunti festini ai quali secondo quanto riportato da Piccini avrebbero partecipato anche magistrati senesi. Ieri la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano e il procuratore generale, Marcello Viola, hanno chiesto al Csm di aprire una «pratica a tutela» per i magistrati di Siena. Mentre Piccini, rispondendo alle critiche del sindaco di Siena, Bruno Valentini, sottolinea che «il vero problema è che il sindaco o quei pochi che mi criticano, sono stati comodamente omertosi, finora». Polemiche roventi. Nelle quali la vedova Rossi, non vuole entrare. «Si torni a indagare — ripete —, io chiedo solo verità e non mi fermerò sino a quando non l’avrò trovata».

Ma secondo lei perché si parla di festini proprio adesso?

«Guardi non ne ho idea. Forse qualcuno si vuole lavare la coscienza. Stamani (ieri mattina ndr) mi hanno detto che questa storia circolava da tempo in città e sarebbe stata collegata in qualche modo alla morte di mio marito. Io non sapevo niente, anche perché non mi interessano i pettegolezzi e mi faccio gli affari miei. Sono altre le mie convinzioni».

Quali sono, signora?

«Che David sia stato assassinato e che le indagini sono state fatte male. Non lo dico solo io ma anche l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, perito incaricato dalla Procura, la stessa che ha lavorato sul caso di Yara Gambirasio. La dottoressa, tanto per farle un esempio, ha scritto che sul corpo di mio marito c’erano segni non compatibili con una caduta ma riconducibili a una colluttazione. Eppure di questo, nell’inchiesta, non si fa parola. Ed è solo un elemento, ce ne sono tanti altri ignorati. Io sono convinta che bisognerebbe aprire ancora una volta il caso e indagare come si deve».

Secondo lei suo marito aveva paura?

«Era molto spaventato. Chiedeva aiuto e lo aveva fatto anche con una mail a un alto dirigente di Mps».

Ma a lei David non ha mai confidato di temere d’essere ucciso?

«In quei giorni ero malata con febbre altissima e allucinazioni. Lui certe cose non me le avrebbe dette esplicitamente per difendermi, per tutelarmi. Poi nelle condizioni fisiche in cui mi trovavo non lo avrebbe fatto in nessun modo. Però oggi io ho rielaborato quei momenti, ci ho ripensato più volte».

Ed riuscita a capire qualcosa?

«Ricordando quegli ultimi giorni oggi ho la sensazione che David fosse minacciato. Era un uomo che aveva paura di essere ucciso. Anche una situazione di stress come quella non poteva giustificare la sua agitazione. Non lo avevo mai visto così, a fargli così tanta paura non poteva essere solo preoccupazione lavorativa e un’inchiesta nella quale oltretutto lui non era neppure indagato».

5 ottobre 1554: fu istituita la magistratura de “I Quattro cittadini per distribuzione di Monte, per cavare dalla Città tutte le bocche disutili”, scrivono il 5 ottobre 2017 Maura Martellucci e Roberto Cresti su "Siena News". Il 5 ottobre 1554 avviene uno dei fatti più drammatici tra i molti che caratterizzeranno i lunghi mesi dell’assedio di Siena. Uno dei primi problemi che si pose Biagio di Montluc, al comando della resistenza senese, insieme ai signori “Otto di Reggimento sopra la Guerra”, fu quello di istituire una nuova magistratura: quella de “I Quattro cittadini per distribuzione di Monte, per cavare dalla Città tutte le bocche disutili”. Per cercare di resistere e salvare Siena, dove si contavano circa 24.000 bocche da sfamare, infatti, come in ogni regime di assedio, si stabilì che, nel corso dei mesi, dovevano essere allontanate tutte le cosiddette “bocche inutili”: poveri, stranieri, contadini, rifugiati, prostitute, vecchie e orfani. In questo 5 ottobre, si legge nel “Diario delle cose avvenute in Siena dal 20 luglio 1550 al 28 giugno 1555” redatto da Alessandro Sozzini: “uscirno a Porta Fontebranda circa 250 putti dello Spedale grande dalli, sei fino alli dieci anni, tutti in barcelle e cestarelle, con la scorta di quattro compagnie (….) Si accompagnorno con detti putti molti uomini e donne della Città, che avevano avuto precetto di partire; e avevano carico, infra muli, asini e cavalli, intorno alle 100 bestie. Salite che furno alla Piazza a Casciano, un miglio lontano da Siena, si derno in una imboscata (…) la mattina erano tutti fuora Porta di Fontebranda (a dove si fa l’anno il mercato de’ porci), tutti a diacere per terra, con grandissime strida e lamenti. Era la più grande compassione a veder quei putti svaligiati, feriti e percossi in terra a diacere, che averiano fatto piangere un Nerone: ed io averei pagati 25 scudi a non gli aver visti; che per tre giorni non possevo mangiare né bere che pro’ mi facesse”. E questo sarà solo uno degli episodi che vedranno il sacrificio di indifesi per il “bene comune” e la sopravvivenza di Siena libera. Sacrifici che, come sappiamo, saranno tutti inutili.

Movimento Siena 5 Stelle: ''Massima fiducia nella Magistratura ma...'', scrive Mercoledì 11 Ottobre 2017 "Siena Free". "Partiamo da un assunto scontato, ormai quasi banale, ma comunque sempre importante: massima fiducia nella Magistratura. Ma questa fiducia, come per tutte le cose, non deve essere “cieca”, ma deve essere certificata giornalmente con atti e dimostrazioni di efficienza, rigore e chiarezza". Così un intervento del Movimento Siena 5 Stelle sul caso Rossi-Le Iene. "Soprattutto in un ambito così importante e delicato - prosegue il M5S -, e in un momento storico in cui appare quanto mai necessario attendersi il massimo rigore e la totale chiarezza. Purtroppo, per quanto riguarda la Procura di Siena negli ultimi anni - continuano i pentastellati -, tanti dubbi sono emersi su una enorme quantità di procedimenti: ricordiamo quelli in merito all’aeroporto di Ampugnano, la vendita di immobili di proprietà della Banca MPS, l’Enoteca Italiana, l’incendio della Curia, il crac dell’Università degli Studi di Siena, per arrivare alla vicenda MPS-Antonveneta e al caso David Rossi. La maggior parte di questi delicati procedimenti ha visto tutta una serie di passaggi veramente sorprendenti, se non imbarazzanti: assoluzioni, archiviazioni, prescrizioni, una quantità di difetti di notifica e relativi rinvii, un continuo turn over di magistrati e via dicendo, fino a veder dichiarare la Procura di Siena come sede disagiata. Ecco, ci piacerebbe che la ANM, che ora si erge a difesa della categoria, esprimendo una comprensibile “solidarietà ai colleghi” per quella che definisce “aggressione gratuita all’immagine della Magistratura”, ci dicesse cosa pensa degli episodi richiamati, e come mai non si sia mai espressa su questi tanti dubbi, nonostante richieste di ispezione più volte sollecitate da vari ambiti, a partire dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle. Ci auguriamo che, a prescindere dall’attuale polverone mediatico (forse tardivo e strumentale a qualche obiettivo) - conclude il Movimento 5 Stelle senese -, si faccia finalmente vera chiarezza sui tanti dubbi che negli ultimi anni stanno incrinando la fiducia dei cittadini senesi nei confronti della Procura di Siena, fondamentale organo dello Stato al quale si deve guardare con assoluta certezza e sicurezza. A partire proprio dal caso David Rossi e disastro MPS".

Caso Rossi: l'Anm "assolve" i giudici. Il sindaco di Siena parla di pm ospiti di festini. L'associazione: "Falso", scrive Luca Fazzo, Giovedì 12/10/2017, su "Il Giornale". Inchiesta impeccabile e magistratura immacolata: sulla vicenda di David Rossi, il dirigente del Monte dei Paschi di Siena morto in circostanze oscure nel marzo del 2016, i tentativi di riaprire il caso continuano a scontrarsi contro le difese d'ufficio dell'operato delle toghe senesi da parte dei capi e colleghi. David Rossi, morto il 6 marzo 2013. Mentre il fuoco incrociato di inchieste giornalistiche, rivelazioni e convegni mette a nudo sempre di più i buchi neri dell'inchiesta, il procuratore Salvatore Vitello si dichiara indignato per gli «attacchi inaccettabili». Ed ora a difesa dell'inchiesta e dei pm che l'hanno condotta scende in campo addirittura l'Associazione nazionale magistrati. A smuovere l'Anm sono state le rivelazioni alle Iene dell'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, che ha parlato di una «storia parallela» alla morte di Rossi, fatta di festini a luci rosse in alcune ville della campagna toscana. A queste feste Rossi fa capire che partecipavano anche magistrati, e che per questo l'indagine sulla morte di Rossi è stata insabbiata. L'Anm insorge, sostenendo - non si sa in base a quali conoscenze della vita privata dei suoi associati - che è tutto falso: «si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento e riscontro, che si risolvono in una gratuita aggressione all'immagine e alla fedeltà istituzionale della magistratura senese». Parrebbe una reazione persino fuori misura, se non desse la misura del nervosismo con cui a Siena si vive la recrudescenza degli interrogativi sul tragico volo di David Rossi, sul quale si sperava che fosse calato definitivamente il silenzio. Invece il servizio delle Iene e un libro del reporter Davide Vecchi che verrà presentato oggi hanno riaperto bruscamente il caso, suscitando indignazioni e timori, ma anche le aspettative di chi non ha mai creduto alla tesi del suicidio di Rossi. La decisione del procuratore Vitello di trasmettere l'inchiesta delle Iene alla Procura di Genova perché ne verifichi l'attendibilità potrebbe smuovere le acque, chiamando in casa un ufficio giudiziario estraneo agli equilibri interni alla città del Palio. E il primo passo degli inquirenti genovesi non potrà che essere interrogare l'ex sindaco Piccini, che dalle Iene era stato registrato di nascosto: ma che ora con una intervista al Corriere ribadisce punto per punto le sue affermazioni, sia sulla inverosimiglianza del suicidio di Rossi sia sull'esistenza di un giro di sesso e droga con la presenza anche di magistrati: «Queste voci - dice Piccini - circolano da tempo in città».

 “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto”: tutti i buchi nell’indagine sulla fine del manager. Il 6 marzo 2013 il manager Mps si è tolto la vita lanciandosi dal suo ufficio al terzo piano della sede principale della banca a Siena? Per i magistrati titolari del fascicolo non ci sono dubbi. Due anni dopo, però, una nuova inchiesta, avviata dal pm Andrea Boni, ha reso evidenti tutte le falle, le carenze, i buchi della prima indagine con atti ritenuti dagli stessi periti nominati dalla procura al limite della sciatteria. Il libro di Davide Vecchi (edito da Chiarelettere, in uscita giovedì) ricostruisce l'intera vicenda proprio attraverso le carte per scoprire che il suicidio, come ipotizzato dai pm, non è l'unico scenario plausibile, scrive "Il Fatto Quotidiano il 12 ottobre 2017. Il 6 marzo 2013, dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa, David Rossi, il capo della comunicazione di Mps e da dieci anni braccio destro di Giuseppe Mussari, viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Per i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta, avviata dal pm Andrea Boni, ha reso evidenti tutte le falle, le carenze, i buchi della prima indagine con atti ritenuti dagli stessi periti nominati dalla procura al limite della sciatteria. Il libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (in libreria da giovedì 12 ottobre per Chiarelettere) ricostruisce l’intera vicenda proprio attraverso le carte delle inchieste per scoprire che il suicidio, come ipotizzato dai magistrati, non è l’unico scenario plausibile. Sono troppe le cose che non tornano nella ricostruzione compiuta dalla magistratura. Sia per quanto riguarda il prima, sia il durante sia il dopo la morte di David Rossi. Reperti spariti o addirittura distrutti dagli stessi magistrati prima ancora di analizzarli, elementi fondamentali come tabulati e video registrati dalle 12 telecamere mai acquisiti, persone presenti in Mps non convocate né sentite, analisi scientifiche nell’ufficio e nel vicolo dove è stato trovato il cadavere mai compiute. L’elenco è lungo. Persino l’unico filmato sequestrato (quello della telecamera posta nel vicolo) è stato prima smarrito e poi miracolosamente ritrovato da Boni. Un video (pubblicato in anteprima da ilfattoquotidiano.it il 6 marzo 2016) fondamentale perché da questo sia i periti dei familiari di Rossi sia quelli nominati dalla procura, hanno potuto individuare numerosi elementi utili alle indagini. O meglio: elementi che sarebbero stati utili alle indagini ma che non sono stati presi in considerazione subito dopo la morte del capo della comunicazione di Mps, ma solamente alla riapertura della nuova inchiesta, due anni dopo, quando ormai le tracce si erano cancellate, i possibili testimoni dileguati, la ricerca della verità sfumata. Dal libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” riportiamo uno dei tanti elementi individuati e diventati veri e propri misteri: quello relativo alla cassa dell’orologio del manager di Mps. Nel video si vedono gli ultimi tre metri di caduta di Rossi e l’impatto al suolo alle ore 19.43. Dopo venti minuti si vede cadere un oggetto d’acciaio che finisce ben distante dal corpo di David: dalla parte opposta del vicolo. Secondo quanto ricostruito dai periti si tratta della cassa dell’orologio Sector che Rossi portava al polso. Già il cadere venti minuti dopo il manager lascia pensare che qualcuno fosse nel suo ufficio. E di fatto c’è chi usa il suo cellulare mentre lui è già sul selciato, ma questo è ancora un altro elemento. Restiamo sul Sector. I primi a intervenire sul corpo di David sono i medici del pronto intervento chiamati solamente alle 20.41. Tentano di rianimare Rossi, inutilmente. Così chiamano il medico legale che arriva insieme agli inquirenti e lasciano il vicolo perché il loro lavoro è finito: altri, ora è che cadavere, se ne devono occupare. Quando dopo le 22 arriva anche la polizia scientifica per fare i rilievi fotografici, la cassa dell’orologio, caduta a metri di distanza dal cadavere, compare magicamente sopra la testa di Rossi. Agli atti sono allegate due foto che immortalano due posizioni diverse della cassa: la prima è inserita nelle immagini del medico legale e lo ritrae sul punto dove è caduto, sulla parete opposta a dove si trova il cadavere, la seconda invece – compiuta dalla scientifica e indicata come reperto numero “3” – lo mostra vicino a Rossi. Qualcuno l’ha spostato? Chi? E perché? Il cinturino, addirittura, viene ritrovato accanto al piede di David (reperto numero 1). Eppure, come si vedrà, nessuno di quanti sono intervenuti inizialmente sul posto lo hanno visto e difficilmente nelle operazioni di primo soccorso avrebbe potuto rimanere lì, attaccato al corpo. Sul polso, inoltre, il manager ha un segno di compressione di forma identica alla cassa. Eppure nella caduta David atterra con il bacino e non sbatte mai i polsi a terra: nei venti drammatici minuti di video in cui si vede Rossi in agonia, le braccia sono gli unici arti che riesce a muovere. Non solo, ma le maniche della camicia sono allacciate e quindi, se l’avesse perso nell’impatto, la cassa sarebbe rimasta al loro interno. Tutte considerazioni degli stessi periti nominati da Boni tant’è che il magistrato, nonostante siano passati ormai più di tre anni, cerca di ricostruire quanto accaduto. Anche all’orologio. Lo stralcio tratto dal libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” edito da Chiarelettere in libreria da giovedì 12 ottobre: Boni non rinuncia e usa tutti gli strumenti a sua disposizione per reperire il maggior numero di informazioni possibili. Per fare il suo mestiere: individuare la realtà, qualunque essa sia. Così dà mandato ai Carabinieri della polizia giudiziaria di individuare e sentire «il personale tutto del servizio 118 al fine di cercare di chiarire se al momento del loro intervento la camicia del Rossi era o meno lacerata, se – prima di girare il corpo – si resero conto se i pantaloni del Rossi fossero sporchi o meno, se ebbero a rendersi conto delle condizioni delle punte e delle suole delle scarpe e circa l’aver visto o meno il cinturino e la cassa dell’orologio del Rossi». Poi cerca i reperti che dagli atti risultano sequestrati. Ma dopo i video e i vestiti emerge che pure i fazzoletti di carta sporchi di sangue trovati nell’ufficio di David sono andati distrutti, insieme alle linguette dei cerotti e ad altro materiale. Sono stati analizzati? Si sa di che sangue si tratta? No. Nessuna analisi scientifica è stata compiuta. A forza di scoprire che mancano reperti fondamentali Boni fa richiesta ufficiale alla polizia giudiziaria per chiederle di accertare quali reperti effettivamente siano ancora disponibili e non siano andati persi o distrutti. Ciò che rimane è al dipartimento di medicina legale dell’università. Qui sono custoditi frammenti di organi inclusi in paraffina, sangue e urine di David congelati, nonché un campione di muscolo. Il 15 aprile, prima che vadano persi o distrutti pure questi, il pm si premura di sequestrarli, «ritenuta la necessità di evitare che tali campioni di organi e liquidi biologici possano andare dispersi in quanto risultano indispensabili».

Le nuove indagini, pur tra mille difficoltà, portano ad alcuni punti fermi. Intanto sulla camicia di David: i medici del 118 ricordano che è stata strappata da loro per tentare di rianimarlo; che le maniche non erano alzate, bensì abbottonate; che non vi erano sui polsini macchie di sangue; né alcuno si ricorda della presenza dell’orologio. Elisabetta Pagni, il medico del 118 che per primo intervenne sul cadavere di Rossi, afferma «con assoluta certezza che nelle immediate vicinanze del corpo non notai la presenza di nulla, né tantomeno di un orologio o di una sua parte». I verbali dei primi soccorritori si rivelano molto utili, nonostante siano ormai passati quasi quattro anni. Appare chiaro che i fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio non erano serviti a David per tamponare i tagli superficiali che aveva sul polso (come sostenuto nella prima indagine), altrimenti i polsini della camicia sarebbero stati trovati macchiati. È chiaro inoltre che la forte pressione della cassa dell’orologio è avvenuta prima della caduta e che quindi l’orologio, come ipotizzato da Scarselli (perito della famiglia, ndr), è stato gettato dopo il corpo di Rossi. Anche perché, con il polsino abbottonato, il quadrante, impattando al suolo, sarebbe rimasto dentro la manica o comunque nelle vicinanze. Anche gli altri tre componenti della squadra del 118 guidata dalla dottoressa Pagni confermano quanto da lei detto: la camicia venne strappata per effettuare il massaggio cardiaco, e dell’orologio nessuna traccia. Gianluca Monaldi aggiunge altri dettagli sull’abbigliamento: «Tutto era impeccabile, i pantaloni stirati perfettamente e le scarpe sembravano nuove tanto erano pulite». Stessa annotazione la fa anche un altro componente della squadra, Maria Coletta. Che aggiunge un altro tassello importante: «Nelle immediate vicinanze del corpo non c’era nulla». Coletta è sicura. «Lo ricordo perché, quando la dottoressa ci disse di riporre tutta l’attrezzatura nello zaino e di raccogliere tutto quello che potevamo aver lasciato a terra, facemmo attenzione alla zona circostante il cadavere.» L’orologio lì non c’era. Forse allora hanno ragione i periti a sostenere che è stato gettato dalla finestra in un secondo momento e lontano dal corpo. Infatti nel video lo si vede cadere distintamente. Ma gettato da chi? Se fossimo in un romanzo giallo sarebbe il momento di ipotizzare i possibili aggressori. Ma siamo nella realtà. E vale la pena rimanerci. Perché le indagini proseguono. Boni non sembra avere alcuna intenzione di rallentare o rinunciare. Appare talmente determinato da chiedere una ulteriore proroga delle indagini un mese prima che scadano i termini: avrebbe tempo fino al 17 maggio, ma si porta avanti e l’11 aprile 2016 presenta la richiesta. Il giudice, Roberta Malavasi, autorizza la proroga appena tre giorni dopo. Per Antonella e i legali dei famigliari di Rossi è un ottimo segnale, ciò che cercavano da anni: la giustizia, nella quale hanno sempre creduto, sta tentando di accertare la verità. (…) Le indagini sembrano andare spedite. Ma il 21 aprile Andrea Boni riceve la comunicazione del suo trasferimento, ad appena un anno dal suo arrivo a Siena. Un notevole avanzamento di carriera: il ministero di Giustizia lo nomina procuratore capo di Urbino e lì dovrà prendere servizio a fine giugno. Il fascicolo su David Rossi deve passare di mano.

Il caso David Rossi, i festini e la città omertosa, scrive Daniele Magrini su "agenziaimpress.it" il 10/10/2017. E’ chiaro. Dell’intero servizio de Le Iene di domenica scorsa, a Siena il can can è tutto sulle allusioni di Pierluigi Piccini ai festini, già peraltro evocati in un intervento di Pier Paolo Fiorenzani in una assemblea Mps. Se quelle cose a cui ha alluso – con la sensazione costante di essere sempre registrato, rivelatasi ovviamente fondata alla fine – Piccini le avesse dette non “fuori onda” ma “in onda” e, ancora meglio, fosse andato dalla magistratura a dirle, prima di essere candidato, il can can e i moralismi avrebbero avuto meno ragione di essere. C’è un tema di attendibilità sulle parole di Piccini, che adesso riguarda lui e la magistratura di Genova, inevitabilmente chiamata in causa dalla Procura di Siena. Fino al fuori onda Piccini ha espresso le proprie opinioni e ha detto almeno una cosa opportuna: “la città non crede che si sia ucciso”. Ma per me, che stando a Siena, ho lavorato quattro anni sugli atti della morte di David Rossi, è un altro il picco di interesse per la trasmissione de Le Iene: vedere su una rete nazionale, sintetizzati in modo così giornalisticamente efficace da Antonino Monteleone, quegli elementi deboli dell’indagine che io ho evidenziato in quattro anni di lavoro (la puntata del 24 giugno 2017 di “Di Sabato” su Siena TV, ne è un po’ il riassunto; utile anche quella del 15 luglio, successiva all’archiviazione: entrambe sono sul sito di Siena Tv e sulla pagina di Fb “Il caso David Rossi”), è un riscontro importante. Le Iene hanno lavorato benissimo, a mio parere. Con i metodi un giornalismo nuovo, che una persona pubblica non può ignorare. E se quei metodi vanno nella direzione di far sapere più cose a chi guarda, rispetto alle modalità “politically correct” di noi giornalisti “antichi”, io dico, ben vengano. Anche i blogger senesi sono apparsi, negli anni passati, delle specie di “Iene”, eppure hanno rivelato tracce di verità sulla “Siena da bere” prima e durante il dominio dei potenti veri, e non dopo. E non è cosa da poco. Unica cosa: durante questi quattro anni, io non ho avvertito nei confronti del mio lavoro teso a dimostrare gli elementi che non tornano rispetto al suicidio, le reazioni tipiche di una città “omertosa”, che oltre a non parlare, ha fastidio che si parli. Si, c’è stato chi è andato dall’editore di Siena Tv a dire che “Magrini l’ha presa fitta la storia di Rossi”, ottenendo un bel niente. Altri che mi hanno detto: “guarda che David era tanto nervoso in quei giorni”. Ma sono piccolezze: io invece a Siena ho avvertito molta attenzione nei confronti del mio lavoro e anche incoraggiamento. Tanti a Siena, come me, a Bernardo Mingrone che dice a Monteleone: “Non bastano due archiviazioni?” rispondono ancora no. Giovedì, sulla morte di David Rossi, c’è la presentazione del libro di Davide Vecchi, “Il suicidio imperfetto”, alle 18 a Palazzo Patrizi. E’ l’inchiesta di un giornalista che solo per aver fatto il suo lavoro è sotto processo insieme alla moglie di Rossi, Antonella Tognazzi. Un bel tema per una terza puntata de Le Iene. Piccola postilla in chiave elettorale: partiti e listoni, candidati e aspiranti tali, non si affannino a rincorrere l’opinione pubblica sulla morte di David Rossi. Gli unici che hanno sempre mostrato attenzione, che hanno fatto interpellanze parlamentari, che si sono “sporcati le mani” con questa tragedia, sono stati i Cinque stelle. E Maurizio Montigiani è sempre stato attivo. Per il resto, un po’ di Facebook con sporadici post, più fitti in caso di trasmissioni nazionali, come ora per “Le Iene”. E un incontro del sindaco con Antonella Tognazzi, rimasto sospeso nel limbo, senza alcun seguito. Eppure Bruno Valentini è dello stesso partito del ministro della giustizia, Andrea Orlando, che tra pochi giorni verrà a Siena per il convegno nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati: potrebbe cogliere l’occasione per chiedergli attenzione sul caso David Rossi, invece delle risposte formali che ha dato alle interrogazioni sulle falle dell’inchiesta.

Caso Rossi, l'ex gigolò: "Vi racconto i festini hard tra coca e orge. C'erano dirigenti Mps e pm". L'ex gigolò racconta di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese, scrive Luca Romano, Domenica 25/03/2018, su "Il Giornale".  Nella puntata de Le Iene Show in onda questa sera in prima serata su Italia 1, Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi. L'inviato intervista, in esclusiva, un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private che si sarebbero svolte nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d'Italia. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano. In quelle stesse settimane, Mps era al centro di una grande inchiesta basata sull'acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l'archiviazione del fascicolo d'indagine aperto con l'ipotesi di reato d'istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l'opposizione avanzata - nel novembre 2015 - dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, che non credono all'ipotesi del suicidio, sono da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell'uomo. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de "Le Iene" sul caso, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi) e due presso la Procura di Siena. Nella puntata de "Le Iene" dell'8 ottobre 2017, in particolare, Antonino Monteleone aveva intervistato Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS, il quale - tra le altre cose - aveva affermato: "Non credo che David Rossi si sia suicidato […] C'è un'altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto […] 'devi indagare su alcune ville fra l'aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale. Non so se mi sono spiegato? […] Questo avvocato romano mi ha detto: 'C'è una villa fra Siena e Arezzo e c'è una villa al mare, dove facevano i festini. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina gira a fiumi in questa città". Ipotesi confermata anche dall'ex gigolo nell'intervista a Le Iene, che racconta proprio di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese. "Ho deciso di raccontare questa storia quando è uscito il primo servizio su David Rossi - ha spiegato l'uomo all'inviato del programma -. Quando ho visto la figlia di David fare un appello in televisione dove appunto diceva che tutte le mattine controllava i social, o comunque Facebook o quant'altro, con la speranza di trovare qualcuno che le dicesse "ci dobbiamo vedere, ti devo parlare". Da lì ho deciso che fosse giusto raccontare" tutta la vicenda. L'uomo guadagnava anche 10mila euro a settimana. Per "il fatto di frequentare determinate persone più o meno conosciute, ma comunque con dei ruoli importanti all'interno di società, di banche, del mondo della televisione, del giornalismo, del cinema o anche dell'imprenditoria, costituisci una sorta di, chiamiamola così, minaccia velata - ha sottolineato -. C'era sempre il timore di… le cose che ho visto... le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi". Trai suoi clienti c'erano anche dirigenti di Mps e ai festini la cocaina scorreva a fiumi e spesso la situazione si trasformava in un'orgia. La maggior parte dei partecipanti "non erano gay dichiarati o comunque omosessuali" e "avevano famiglia e figli". L'ex escort ha "paura" di possibili ripercussioni perché i suoi ex clienti "sono persone con le quali bisogna stare attenti" perché possono diventare pericolose. "Io ho visto, mi ricordo benissimo, una discussione a Monteriggioni con due persone che litigavano furiosamente e mi ricordo uno dei due che litigava, che aveva proprio negli occhi uno sguardo che... non da assassino, ma insomma", ha proseguito. Quanto all'ex capo della comunicazione di Mps David Rossi "lo avevo sentito nominare - ha spiegato l'ex gigolo - . Non lo avevo mai visto ad una festa - ha sottolineato l'ex accompagnatore - . Non ho mai avuto un incontro con lui, però, pensando alle persone che c'erano lì e comunque ai legami che avevano… perché c'erano persone appunto legate chi alle forze dell'ordine… addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, robe del genere... Un'ipotesi poteva essere anche quella, che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra". "Io più di una volta ho avuto la sensazione che qualcuno registrasse" gli incontri hard, ha aggiunto. "Qualche giorno dopo uno dei miei ragazzi ha confermato che delle persone stavano discutendo perché erano state fatte delle registrazioni degli incontri. Poi, quando io sono rientrato, qualche cliente sapeva delle cose che erano state fatte all'interno di questi incontri ma non aveva partecipato, e io dubito fortemente che qualcuno di loro vada in giro a raccontare quello che fa o non fa in questi festini", ha concluso.

Caso David Rossi, festini a luci rosse: politici, preti e toghe presto dai pm. “Groviglio armonioso” - Genova, la Procura acquisisce il video delle “Iene” senza omissis e ascolterà le persone chiamate in causa, scrive Davide Vecchi il 27 marzo 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Saranno convocati e interrogati in procura a Genova. Politici, manager, sacerdoti, imprenditori, persino i magistrati di Siena: i soggetti indicati come partecipanti ai festini sfileranno davanti al procuratore aggiunto del capoluogo ligure, Vittorio Ranieri Miniati. Quanto raccontato dal gigolò Stefano in un’intervista trasmessa domenica da Le Iene non poteva che finire al vaglio degli inquirenti. Il ragazzo ha dichiarato di aver partecipato per soldi ad alcune cene e festini in diverse ville senesi – in particolare una a Monteriggioni – e ha riconosciuto come partecipanti a quelle serate almeno dieci persone, tra cui due magistrati di Siena, un manager già al vertice di Mps e un importante ex ministro. Le immagini mostrate al ragazzo dal giornalista Antonino Monteleone sono state nascoste da Le Iene per non rendere riconoscibili a tutti i volti dei soggetti indicati. Così ieri il procuratore genovese Miniati ha disposto il sequestro del video integrale del servizio e sentirà i giornalisti della trasmissione per poter individuare Stefano e avere un elenco completo delle persone riconosciute dal 26enne che poi saranno convocate. Tutto nasce dalle indagini giornalistiche svolte negli ultimi mesi su David Rossi, il manager di Mps trovato morto la sera del 6 marzo 2013. Indagini che hanno evidenziato le lacune delle inchieste condotte dai magistrati senesi sulla morte di Rossi frettolosamente liquidata per ben due volte con l’archiviazione per suicidio. Sulla vicenda sono emerse molte incongruenze. Gli stessi periti nominati dalla procura hanno certificato come prima di morire David avesse subito delle percosse. Il medico legale ha evidenziato come tutte le ferite e gli ematomi presenti sulla parte anteriore del corpo di Rossi non fossero compatibili con la caduta nel vuoto. Inoltre è emerso che i pm titolari del fascicolo hanno disposto la distruzione di reperti fondamentali, come i sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio del manager, mandati al macero prima ancora che il gip potesse pronunciarsi a favore dell’archiviazione o di un supplemento di indagini. Elementi rivelati da articoli del Fatto e lo scorso ottobre dalla pubblicazione di un libro di Chiarelettere dedicato al caso. A ottobre Le Iene hanno iniziato a occuparsi della vicenda trasmettendo, tra l’altro, le dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, secondo il quale in città si svolgevano dei festini cui partecipavano anche alcuni magistrati. Per questo, dunque, le indagini su Rossi sarebbero state blande. Accuse pesanti. Che hanno portato la Procura di Genova – competente su Siena – ad aprire due fascicoli. Uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione. In quest’ultimo proprio ieri è stato iscritto come indagato Piccini. I giornalisti de Le Iene sono invece stati denunciati da alcuni magistrati senesi. L’aggiunto di Genova Miniati e il sostituto Cristina Camaiori stanno portando avanti entrambi i fascicoli. Il servizio trasmesso domenica sera potrebbe aprire uno scenario quanto mai preoccupante per la procura senese. Se quanto dichiarato dal gigolò Stefano dovesse trovare riscontri effettivi (il ragazzo garantisce di essere in possesso di prove documentali e parla dell’esistenza di alcuni video delle serate) le ombre che aleggiano sulle indagini relative a David Rossi si estenderebbero a molti altri fascicoli dei magistrati toscani inerenti il Monte dei Paschi di Siena e quel “groviglio armonioso” coniato dal giornalista Stefano Bisi – oggi grande maestro del Goi – per definire il sistema di rapporti e potere che ha gestito Mps e la città per decenni e che ruotava attorno a Giuseppe Mussari. Un groviglio che ora potrebbe sciogliere la Procura di Genova.

Festini a base di sesso e droga nelle campagne toscane dove avrebbero partecipato magistrati, politici e sacerdoti. Le rivelazioni di un escort raccolte da “Le Iene”, scrive il 26 marzo 2018 Il Corriere del Giorno. Sulla vicenda della morte del dirigente del MPS Davi Rossi, arrivano le confessioni di un ex gigolò su Italia 1: “Ho partecipato a quei festini. C’erano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato” ed ora si iniziano a capire le tante omissioni della Procura di Siena. Antonino Monteleone inviato del noto programma di italia Uno “Le Iene”,  è tornato ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi con nuove, clamorose rivelazioni ed ha raccolto la testimonianza di un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private, cui aveva già fatto riferimento Pierluigi Piccini ,l’ex sindaco di Siena dal 1993 al 2001,   le cui dichiarazioni sono andate in onda anche  ieri sera nel corso della trasmissione. David Rossi all’epoca dei fatti direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, è precipitato la sera del 6 marzo 2013, da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano nello stesso periodo in cui il Monte Paschi di Siena era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Banca Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip dr.ssa Monica Gaggelli dispose l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo l’opposizione depositata dai legali della famiglia Rossi – nel novembre 2015 – da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Questa è stata la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. Il caso di David Rossi, per due volte archiviato come suicidio, resta un vero mistero per diversi motivi. Nelle corrispondenze elettroniche del manager di Mps si leggono conversazioni in cui annuncia di voler parlare con gli inquirenti nei giorni più drammatici dello scandalo del 2013, ma anche in cui minaccia di suicidarsi. La sensazione è quella che le indagini effettuate dai pubblici misteri Nicola Marini ed Aldo Natalini titolari del fascicolo d’inchiesta non siano state poi così approfondite: delle 12 telecamere presenti sul luogo del delitto e nei suoi dintorni, ne è stata presa in considerazione solo una e, secondo ‘Le Iene’, le registrazioni sarebbero incomplete perché tagliate o manipolate, ma non solo. Nessuno ha analizzato i tabulati delle celle telefoniche presenti nella zona la sera del delitto e la caduta, visibile insieme a tutta la cruda agonia dell’uomo prima di morire, non sembra affatto compatibile con un suicidio, dal momento che David Rossi è impattato al suolo con la parte posteriore del corpo e presentava lesioni al volto, alle braccia e all’addome apparentemente compatibili con una colluttazione. Sono troppe le carenze da addebitarsi ad incapacità od omissioni  riscontrate nella prima fase dell’inchiesta sulla scomparsa del manager di Mps David Rossi a partire da alcune prove fondamentali distrutte dal pm Aldo Natalini, come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi e mandate al macero mentre le indagini erano ancora in corso nell’agosto 2013 , e circostanza ancor più grave ben prima che il giudice per le indagini preliminari disponesse l’archiviazione o un supplemento di indagini e senza neanche informare i legali dei familiari di David. Ma non solo. I fazzoletti sono stati distrutti senza essere stati neanche analizzati. Ma ci sono state molte altre prove investigative da accertare e neanche approfondite che invece sarebbero state fondamentali a ricostruire l’accaduto. A partire dai video delle 12 telecamere, l’analisi delle celle telefoniche per identificare i telefonini presenti nella zona al momento della morte di Rossi, l’elenco dei possibili testimoni, l’esame dei presenti nell’area di Mps e queste sono soltanto alcune delle ormai inconfutabili omissioni investigative. L’avvocato Luca Goracci, legale di Antonella Tognazzi, la vedova di Rossi, aveva inoltre rivelato un episodio avvenuto in passato, quando un uomo, presentatosi come l’imprenditore mantovano Antonio Muto, aveva chiesto di incontrarlo, rivelando di aver assistito alla scena della morte di David Rossi e di aver udito anche uno sparo, esploso da una pistola munita di silenziatore. Potrebbe essersi trattato del gesto di un mitomane, privo di alcun riscontro, anche perché quando il vero Antonio Muto, tra i creditori di Mps, aveva rilasciato alcune dichiarazioni a ‘Report‘, l’avvocato Goracci si rese conto che non era la stessa persona che aveva incontrato pochi mesi prima. L’ipotesi degli spari, però, sarebbe stata confermata da una lettera ricevuta da Antonella Tognazzi e scritta da un uomo che si firma ‘Un vigliacco‘ e che sostiene di essere in punto di morte e pronto a fare rivelazioni. L’anonimo mittente, nella lettera, scrive di ben due colpi di pistola sparati con un silenziatore e di due persone presenti sul posto, oltre a David Rossi. Inoltre, viene suggerito di analizzare le pareti del vicolo del mistero, alla ricerca di tracce di proiettili. Antonella Tognazzi ha già annunciato di voler richiedere nuove indagini alla Procura di Siena, che si è dimostrato sin troppo indifferente, ma anche queste rivelazioni potrebbero trattarsi di una pista completamente sbagliata e quindi non si può escludere alcuna ipotesi. Infatti la moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, non credono all’ipotesi del suicidio, sono impegnate da anni per la continuazione delle indagini frettolosamente e superficialmente chiuse dalla Procura di Siena sulla morte dell’uomo.  Nella puntata de “Le Iene” dell’8 ottobre 2017, in particolare, Antonino Monteleone aveva intervistato Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS, il quale – tra le altre cose – aveva affermato: “Non credo che David Rossi si sia suicidato…C’è un’altra storia parallela un avvocato romano mi ha detto… ‘devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale‘. Non so se mi sono spiegato? Questo avvocato romano mi ha detto: ‘C‘è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini’. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina gira a fiumi in questa città”. Una rivelazione questa difficile da credere, ma confermata dalla testimonianza di un uomo, Stefano (nome di fantasia), che recentemente ha contattato direttamente Monteleone e ha fatto delle rivelazioni sconvolgente.

I festini di cui parla la fonte de “Le Iene” si sarebbero realmente svolti nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d’Italia. “Sono eterosessuale, ma dopo aver avuto un tenore di vita alto, alcuni problemi economici mi hanno spinto a prostituirmi con questi uomini. Venivo pagato anche 10mila euro a settimana, erano proprio i guadagni a non farmi smettere, ma c’era dell’altro” – ha rivelato l’uomo – “Le persone che partecipavano a quelle cene, che finivano sempre con sesso gay, erano magistrati, dirigenti bancari, politici, sacerdoti, giornalisti e imprenditori. Sono stato a Siena, Monteriggioni, tutta la Toscana, ma anche a Bologna e sul litorale romano. C’erano delle droghe, ma non in quantità industriale”. Lo scopo era quello di “intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che organizzavano queste feste”. E avrebbero partecipato personaggi di spicco della società senese, come un importante ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, persino un sacerdote con un incarico di rilievo nella Diocesi, e persino un ex Ministro. Tutte persone che l’escort riconosce da alcune foto che l’inviato Monteleone gli ha mostrato. L’escort sarebbe arrivato a guadagnare in questi festini fino a “10.000 euro in due o tre giorni di incontri”. Secondo lui ci sarebbe anche chi ha registrato quegli incontri, e ci sarebbero quindi in circolazione dei video. In numerosi servizi Antonino Monteleone si è occupato della morte dell’allora capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra della sede bancaria il 6 marzo 2013 in circostanze ancora oggi misteriose. L’inchiesta sulla sua morte è stata in un primo tempo archiviata come caso di suicidio dalla Procura di Siena. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene”, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Siena e due presso la Procura di Genova competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi. Le due indagini della Procura di Genova, una per “abuso d’ufficio” (a carico dei magistrati di Siena) e una per “diffamazione” nei confronti dell’ex sindaco, sono state aperte in seguito alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini, raccolte da Le Iene, in riferimento a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Dichiarazioni che corrispondono a quelle dell’escort.  L’ ipotesi dell’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini è stata confermata ieri sera anche dall’ex gigolo nell’intervista a ‘Le Iene’, che ha racconta proprio di alcuni festini in diverse ville nelle campagne toscane, a Bologna e sul litorale romano a cui partecipavano dirigenti di Mps, magistrati, giornalisti, politici e un prelato molto in vista della diocesi senese. “Ho deciso di raccontare questa storia quando è uscito il primo servizio su David Rossi – ha raccontato l’uomo all’inviato del programma – Quando ho visto la figlia di David fare un appello in televisione dove appunto diceva che tutte le mattine controllava i social, o comunque Facebook o quant’altro, con la speranza di trovare qualcuno che le dicesse ‘ci dobbiamo vedere, ti devo parlare’. Da lì ho deciso che fosse giusto raccontare tutta la vicenda”.

L’uomo “coperto” da LE IENE guadagnava anche 10mila euro a settimana e per “il fatto di frequentare determinate persone più o meno conosciute, ma comunque con dei ruoli importanti all’interno di società, di banche, del mondo della televisione, del giornalismo, del cinema o anche dell’imprenditoria, costituisci una sorta di, chiamiamola così, minaccia velata – ha sottolineato –   c’era sempre il timore di raccontare le cose che ho visto… le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi”. Fra suoi clienti secondo le dichiarazioni rese in televisione vi erano anche dirigenti di Monte dei Paschi ed ai festini la cocaina scorreva a fiumi e spesso al situazione di trasformava in un’orgia. La maggior parte dei partecipanti “non erano gay dichiarati o comunque omosessuali” ed “aveva la famiglia e figli”. L’ex escort adesso ha “paura” di possibili ripercussioni perché i suoi ex clienti “sono persone con le quali bisogna stare attenti” perchè possono diventare pericolose. “Io ho visto, mi ricordo benissimo, una discussione a Monteriggioni con due persone che litigavano furiosamente e mi ricordo uno dei due che litigava, che aveva proprio negli occhi uno sguardo che… non da assassino, ma insomma” ha raccontato. Quanto all’ex capo della comunicazione di Mps David Rossi “lo avevo sentito nominare – ha spiegato l’ex gigolò – ma non lo avevo mai visto ad una festa. Non ho mai avuto un incontro con lui, però, pensando alle persone che c’erano lì e comunque ai legami che avevano perché c’erano persone appunto legate chi alle forze dell’ordine ed addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, robe del genere… Un’ipotesi poteva essere anche quella, che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra”. “Io più di una volta ho avuto la sensazione che qualcuno registrasse” gli incontri hard, ha aggiunto l’escort “Qualche giorno dopo uno dei miei ragazzi ha confermato che delle persone stavano discutendo perché erano state fatte delle registrazioni degli incontri. Poi, quando io sono rientrato, qualche cliente sapeva delle cose che erano state fatte all’interno di questi incontri ma non aveva partecipato, e io dubito fortemente che qualcuno di loro vada in giro a raccontare quello che fa o non fa in questi festini”, ha concluso. Una testimonianza questa sicuramente molto importante ed utile che offre agli inquirenti una strada chiara e definita da perseguire al fine di accertare almeno una parte di verità. Sono dieci i nomi e cognomi dei partecipanti alle serate. Ma ci sono anche i reclutatori dell’escort, gli organizzatori di questi eventi sicuramente non comuni, che potranno essere facilmente rintracciati e riscontri individuabili.

In una precedente puntata delle IENE andato in onda nel novembre del 2017, il servizio si concentrava su due ipotesi. La prima ipotesi è quella della manomissione del video. Le immagini mostrano l’impatto a terra di Rossi, precipitato dalla finestra del suo ufficio della banca senese nel 2013. Subito dopo l’impatto si nota che Rossi ancora si muove e, nelle immagini successive, si vedono avvicinarsi due persone: la prima che arriva a pochi centimetri dal corpo, lo guarda e quindi torna sui suoi passi, apparentemente senza fretta. Sembrerebbe che alcune ombre nel video siano manomesse e alcune presenze oscurate. La seconda ipotesi è quella di alcuni depistaggi nel corso delle indagini. Il magistrato di allora si rifiuta di rispondere, e peraltro non chiese allora le riprese di tutte le telecamere presenti sulla strada, ma soltanto di una. Inoltre non aprì alcuna indagine sull’uomo e tantomeno dispose qualsiasi accertamento per identificare la persona che si vede apparire e tornare indietro col telefono in mano con il corpo di David Rossi riverso sul selciato stradale. L’indagine venne aperta guarda caso…due anni dopo, ma nel frattempo i tabulati telefonici riguardanti la zona dell’episodio erano stati distrutti per legge sulla privacy. Ed a qualcuno tutto questo ha giovato per non essere rintracciabile. Le immagini trasmesse ieri sera con alcuni magistrati della Procura di Siena lasciano presagire che ci sia del torbido, e che sarebbe ora che anche il Consiglio Superiore della Magistratura invece di perdere tempo a “lottizzare” le varie nomine e promozioni dei magistrati italiani, facesse un pò di luce e soprattutto pulizia al proprio interno.

Mps, il giallo e l'altra inchiesta: "La fine che ho fatto fare fare a Rossi...". Secondo La Verità ci sarebbe un collegamento tra le dichiarazioni del gigolò sui presunti festini hard e un'inchiesta aperta dalla procura di Belluno, scrive Claudio Cartaldo, Martedì 27/03/2018, su "Il Giornale". Il mistero del presunto suicidio di David Rossi, ex capo della Comunicazione di Mps, dopo le rivelazioni di un gigolò rilasciate a Le Iene su presunti festini hard sulle colline senesi, si colora di un nuovo capitolo. Un pezzo che dalla Toscana si sposta a Belluno e che riguarderebbe un'inchiesta aperta dalla procura veneta.

Le dichiarazioni del gigolò su Rossi e Mps. "Tu lo dici anche alla luce di quanto successo a David?", aveva chiesto Antonino Monteleone all'escort che ha confessato i suoi presunti incontri con magistrati, politici e parroci. "Sì, lui lo avevo sentito nominare - la risposta - ma non l'ho mai visto ad una festa, non ho mai avuto un incontro con lui, però pensando alle persone che c'erano lì e comunque ai legami che avevano, perché c' erano persone appunto legate chi alle forze dell'ordine, addirittura si è parlato che ci fosse qualcuno legato anche a qualche agente dei servizi segreti, a roba del genere, un'ipotesi poteva anche essere che qualcuno lo avesse scaraventato giù dalla finestra".

L'inchiesta di Belluno. Ed è proprio sulla questione dei servizi segreti, secondo quanto scrive oggi su La Verità il giornalista Giacomo Amadori, che le due vicende - quella senese e quella di Belluno - potrebbero avere un collegamento. L'indagine in questione è quella condotta dal procuratore Paolo Luca e dai carabinieri del Nucleo investigativo guidato dal maggiore Marco Stabile. "A novembre - scrive Amadori - due personaggi in fuga dal loro passato hanno iniziato a denunciare atti persecutori, violenze, operazioni di riciclaggio, truffe e misteriosi dossier. Uno di loro, il quarantaduenne romano Valerio L., ha denunciato di essere stato sequestrato e ha riferito che uno dei suoi presunti carcerieri, G. M., un giorno avrebbe esclamato questa frase: 'Ti faccio fare la stessa fine che ho fatto fare a David Rossi, ti butto giù come un sacco di merda'". Non solo. Perché, sempre secondo quanto scrive Amadori, "l'altro testimone, l'imprenditore e consulente bancario Giuseppe V., per quasi 25 anni è stato un informatore proprio di G. M., il quale si sarebbe spacciato come agente dei servizi, esibendo tesserini, armi e lampeggianti sull' auto. “G. M. si vantava di essere amico del capo della sicurezza di Mps, un ex ufficiale dei carabinieri in pensione. Diceva di conoscere Viola e parlava di un vicepresidente che aveva un fratello commercialista. G. M. diceva di far transitare le sue pratiche da lui”, ha dichiarato Giuseppe V.". Amadori riporta che i due testimoni sono ritenuti credibili dalla procura "in tutto quello che dicono". Anche se sulla frase che riguarda David Rossi non sarebbero ancora stati trovati riscontri.

Caso David Rossi, giallo sui festini hot. La denuncia della trasmissione televisiva Le Iene, scrive il 27/03/2018 Giornale d’Italia. Un gigolò parla di appuntamenti a luci rosse a cui avrebbero partecipato personaggi di Mps e magistrati. Intanto finiscono indagati per diffamazione l’ex sindaco Piccini e i giornalisti del servizio. Un gigolò parla di appuntamenti a luci rosse a cui avrebbero partecipato personaggi di Mps e magistrati. Intanto finiscono indagati per diffamazione l’ex sindaco Piccini e i giornalisti del servizio. Presunti festini a luci rosse in cui si faceva anche uso di droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. È quanto denunciato pochi giorni fa in una nuova puntata dell’inchiesta del programma televisivo “Le Iene” relativa ad un servizio sul caso Monte dei Paschi di Siena e alla morte di David Rossi, manager ed ex capo della comunicazione della banca trovato morto la sera del 6 marzo 2013 dopo essere caduto da una finestra dei Rocca Salimbeni (sede della banca) nel 2013. Le immagini della puntata, andata in onda domenica, sono state acquisite dalla procura di Genova. Nel video c'è un intervista ad un giovane gigolò che ha raccontato di essersi prostituito ai presunti festini hard a cui avrebbero partecipato anche alcuni personaggi collegati al caso Mps oltre a volti di spicco della banca e della magistratura. Il gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Il testimone ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Uno dei dubbi che emergono, come si legge anche sul sito de ‘Le Iene’, è che ai festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati ricattabili). Intanto, secondo quanto trapelato, sono stati indagati per diffamazione l’ex sindaco di Siena, ricandidatosi per la tornata elettorale di quest'anno, Pierluigi Piccini e tutti i giornalisti del programma Mediaset “Le Iene” autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Il fascicolo per diffamazione era stato aperto a seguito della querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione, ma era rimasto contro ignoti. Dopo l’ultima puntata, andata in onda appunto domenica sera, i pm di Genova hanno quindi iscritto i nomi nel registro degli indagati. L’inchiesta per diffamazione “viaggerà” in parallelo con quella per abuso d'ufficio, a carico di ignoti, aperta invece sulle indagini ‘abbuiate’ dai pm senesi dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini. Secondo la tesi dell’allora primo cittadino, le indagini su Rossi sarebbero state “insabbiate” perché in sostanza alcuni magistrati senesi avrebbero preso parte ai presunti festini hard organizzati in diverse ville toscane. Nei prossimi giorni i colleghi dei magistrati toscani sentiranno i giornalisti della trasmissione “Le Iene” per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. Sono quattro le nuove inchieste aperte anche grazie ai servizi del programma di Italia 1: due alla procura di Genova (competente a indagare sui fatti che riguardano i magistrati senesi) e due alla procura di Siena. Presunti festini a luci rosse in cui si faceva anche uso di droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. È quanto denunciato pochi giorni fa in una nuova puntata dell’inchiesta del programma televisivo “Le Iene” relativa ad un servizio sul caso Monte dei Paschi di Siena e alla morte di David Rossi, manager ed ex capo della comunicazione della banca trovato morto la sera del 6 marzo 2013 dopo essere caduto da una finestra dei Rocca Salimbeni (sede della banca) nel 2013. Le immagini della puntata, andata in onda domenica, sono state acquisite dalla procura di Genova. Nel video c'è un intervista ad un giovane gigolò che ha raccontato di essersi prostituito ai presunti festini hard a cui avrebbero partecipato anche alcuni personaggi collegati al caso Mps oltre a volti di spicco della banca e della magistratura. Il gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Il testimone ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Uno dei dubbi che emergono, come si legge anche sul sito de ‘Le Iene’, è che ai festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati ricattabili). Intanto, secondo quanto trapelato, sono stati indagati per diffamazione l’ex sindaco di Siena, ricandidatosi per la tornata elettorale di quest'anno, Pierluigi Piccini e tutti i giornalisti del programma Mediaset “Le Iene” autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Il fascicolo per diffamazione era stato aperto a seguito della querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione, ma era rimasto contro ignoti. Dopo l’ultima puntata, andata in onda appunto domenica sera, i pm di Genova hanno quindi iscritto i nomi nel registro degli indagati. L’inchiesta per diffamazione “viaggerà” in parallelo con quella per abuso d'ufficio, a carico di ignoti, aperta invece sulle indagini ‘abbuiate’ dai pm senesi dopo l’intervista rilasciata a Le Iene dall’ex sindaco senese Pierluigi Piccini. Secondo la tesi dell’allora primo cittadino, le indagini su Rossi sarebbero state “insabbiate” perché in sostanza alcuni magistrati senesi avrebbero preso parte ai presunti festini hard organizzati in diverse ville toscane. Nei prossimi giorni i colleghi dei magistrati toscani sentiranno i giornalisti della trasmissione “Le Iene” per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. Sono quattro le nuove inchieste aperte anche grazie ai servizi del programma di Italia 1: due alla procura di Genova (competente a indagare sui fatti che riguardano i magistrati senesi) e due alla procura di Siena.

Mps, i “festini” e la morte di David Rossi. Indagato per diffamazione l’ex sindaco di Siena Piccini, scrive il 26 marzo 2018 Il Secolo XIX.  L’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini è stato indagato per diffamazione dai magistrati genovesi. Insieme a lui sono stati iscritti nel registro degli indagati i giornalisti de Le Iene autori della prima puntata, andata in onda lo scorso anno, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. Questo fascicolo per diffamazione era stato aperto subito dopo la querela presentata dai pm toscani dopo la messa in onda della trasmissione. Era rimasto contro ignoti ma dopo l’ultima puntata, andata in onda ieri sera, durante la quale è stato sentito un ragazzo che avrebbe partecipato ai festini, i pm di Genova hanno iscritto i nomi nel registro degli indagati. Nei prossimi giorni il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e il sostituto Cristina Camaiori sentiranno i giornalisti de Le Iene per cercare di trovare riscontro alle dichiarazioni rese dall’ultimo testimone. L’interrogatorio avverrà in forma assistita, ovvero con la presenza di un avvocato. La Procura del capoluogo ligure ha sequestrato le immagini della puntata delle “Iene” andata in onda ieri sera su Italia Uno: la parte acquisita dai magistrati genovesi riguarda la vicenda del Monte dei Paschi di Siena e in particolare la morte di David Rossi, ex capo della comunicazione della banca, morto cadendo da una finestra della sede di palazzo Rocca Salimbeni nel 2013. L’inviato della trasmissione ha intervistato un ragazzo che ha raccontato di essersi prostituito a “festini” cui avrebbero partecipato personaggi di spicco della banca e della magistratura. La Procura di Genova (competente a indagare quando i fatti che riguardano i magistrati della Toscana) aveva aperto un fascicolo per abuso d’ufficio a carico di ignoti dopo l’intervista rilasciata sempre alle “Iene” dall’ex sindaco senese, Pierluigi Piccini, che aveva detto di avere saputo di “festini” cui avrebbero appunto partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l’inchiesta sulla morte di Rossi era stata “affossata” per questo. Dopo la trasmissione di Mediaset e le dichiarazioni di Piccini, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione: a breve, per quest’altro fascicolo dovrebbe arrivare una “svolta”, con l’iscrizione nel registro dei primi indagati. Infine, sempre nel capoluogo ligure è aperta l’inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini, che si era occupato anche della vicenda Mps: l’ipotesi di reato è tentata minaccia grave.

David Rossi e Mps, indagate Le Iene e l'ex sindaco di Siena Piccini, scrive il 27 marzo 2018 Le Iene. Domenica era andato in onda il servizio in cui un escort parlava di festini a luci rosse con personaggi di alto livello. Ieri la notizia dell'acquisizione del nostro servizio sul caso David Rossi e sui presunti festini a luci rosse nel Senese, andato in onda domenica, da parte della procura di Genova. Oggi l'agenzia Asca fa sapere che la procura ha inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene (in realtà già inseriti da mesi). Nel servizio, Antonino Monteleone ha raccolto le rivelazioni di Stefano (il nome è di fantasia), un escort che racconta di aver partecipato a numerosi festini a luci rosse, a base di sesso e droga, organizzati nelle campagne di Siena per “ospiti di alto profilo”. Uno dei dubbi che emergono è che a questi festini possano aver partecipato politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti sarebbero stati infatti ricattabili). David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 si sarebbe lanciato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata per due volte a Siena come suicidio. La famiglia crede alla tesi dell’omicidio. La nostra Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla persona che si vede comparire sullo sfondo, in uno dei pochi filmati a disposizione, nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia. La procura di Genova, competente per indagini che coinvolgano la magistratura senese, ha aperto due fascicoli: uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione. Stefano ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. Stefano non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte). Per capire meglio tutti i risvolti della vicenda, guardate qui sotto il nostro servizio “Morte David Rossi: io mi prostituivo ai festini di Siena” e più in basso tutti i servizi che abbiamo dedicato a questo caso.

Morte David Rossi: sentita in procura la Iena Monteleone, scrive il 7 aprile 2018 "Le Iene". "Ho dato elementi utili per le indagini tutelando l'anonimato della fonte”. La iena Antonino Monteleone è stata sentita nel processo per diffamazione dopo il servizio sulla morte di David Rossi e i festini a base di sesso nelle campagne toscane dove avrebbero partecipato magistrati, politici e sacerdoti. “Ho dato elementi utili per le indagini. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro” commenta Monteleone. “Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili”. Gli stessi emersi nell’intervista esclusiva a un escort andata in onda nella puntata dello scorso 25 marzo. In quella circostanza, il nostro testimone ci aveva rilasciato dichiarazioni clamorose riconoscendo tra alcune foto che gli avevamo mostrato i partecipanti dei festini nel senese. Antonino Monteleone precisa che ha tutelato “l'anonimato della fonte”. La Iena è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Cristina Camaiori. L’inchiesta della Procura di Genova è stata aperta dopo il nostro primo servizio in cui l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini aveva rilasciato dichiarazioni choc sui 'festini' ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l'inchiesta sulla morte di Rossi era stata 'affossata' proprio per questo. I pm di Siena ci avevano querelato insieme al sindaco per diffamazione.

Morte David Rossi, interrogata per oltre tre ore la iena Monteleone: “Ho dato elementi utili per le indagini”, scrive il 10 aprile 2018 di Elisabetta Francinella su "Velvetgossip.it". È stato interrogato l’inviato de Le Iene Antonino Monteleone in merito all’accusa di diffamazione dopo il servizio sulla morte di David Rossi e sui festini a luci rosse nelle campagne circostanti Siena a cui avrebbero preso parte magistrati, politici, sacerdoti, imprenditori e figure legate al Monte dei Paschi di Siena. Antonino Monteleone, la iena che da sempre insieme al suo team si è occupata della morte di David Rossi, è stato ascoltato dagli inquirenti in merito al processo per diffamazione dopo il servizio sul decesso dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena e i festini a luci rosse nelle campagne fiorentine, a base di sesso e droga, a cui avrebbero preso parte magistrati, politici, sacerdoti e imprenditori. A rivelare l’esistenza di tali cene con risvolti hot era stato l’ex sindaco di Siena Pierluigi Picciniche, a telecamere nascoste, ne aveva confessato l’esistenza. Come riportano Le Iene stesse, Antonino Monteleone è stato ascoltato per oltre tre ore dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto procuratore Cristina Camaiori. L’inviato del programma ci ha tenuto a specificare di aver tutelato l’anonimato della fonte, aggiungendo: “Ho dato elementi utili per le indagini tutelando l’anonimato della fonte. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro”. Antonino Monteleone, stando quanto riportano Le Iene stesse, ha rivelato le stesse informazioni emerse dall’intervista esclusiva a un escort, andata in onda nella puntata del 25 marzo scorso. L’escort intervistato da Le Iene, il cui servizio era stato immediatamente acquisito dalla Procura di Genova che ha aperto un fascicolo a carico dei magistrati di Siena, aveva rilasciato importanti dichiarazioni. Nel servizio il giovane aveva riconosciuto le foto di alcuni dei partecipanti ai festini a luci rosse, rivelando retroscena clamorosi su quanto accadeva al termine delle cene. Stando alle dichiarazioni del testimone, a prendere parte alle feste a base di sesso e droga vi erano importanti personaggi della magistratura e della politica, che forse potrebbero essere legati con l’inchiesta sulla morte di David Rossi, che poco prima di morire aveva rivelato ad alcune persone di spicco di voler confessare ai magistrati ciò che sapeva in merito all’acquisizione di Antonveneta e sulle operazioni del Mps.

La morte di David Rossi, il disastro Mps e quei festini hard con politici e magistrati: Le Iene nel mirino della Procura. Era il marzo del 2013 quando il capo della comunicazione della banca, al centro di una tempesta giudiziaria e mediatica, piombò al suolo. L'inchiesta tv, i nuovi elementi e le denunce, scrive la Redazione Tiscali i 7 aprile 2018. "Ho dato elementi utili per le indagini. Pur tutelando l'anonimato della fonte e non rivelando l'identità delle persone mostrate nelle foto". Queste le parole del giornalista Antonino Monteleone, interrogato dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Cristina Camaiori che lo hanno messo sotto indagine per diffamazione per la collana di servizi de Le Iene sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena e la morte di David Rossi, ex capo della comunicazione della banca, precipitato da una finestra dei Rocca Salimbeni nel 2013. L'interrogatorio è durato oltre tre ore. "È stato tutto secretato - ha spiegato l'inviato del programma Mediaset - e non posso dire altro. Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili".

I festini in quelle due case. Due settimane fa Monteleone aveva intervistato un gigolò che aveva raccontato di avere partecipato ad alcuni festini con politici, magistrati e forze dell'ordine. Al giovane erano state mostrate alcune foto e lui aveva confermato di aver incontrato magistrati, politici e giornalisti alle feste. L'escort aveva anche aggiunto di aver avuto la sensazione che venisse filmato tutto quel che accadeva durante quelle cene d'elite con prosieguo in cui diversi partecipanti chiedevano rapporti omosessuali. Dando corpo all'ipotesi che il ricatto sessuale legasse i partecipanti in un clima omertoso. La procura di Genova - competente ad indagare, poiché i fatti riguardano anche magistrati di Siena - aveva aperto un fascicolo per abuso d'ufficio a carico di ignoti dopo la prima puntata della inchiesta sulla morte di Rossi con l'intervista rilasciata a Le Iene dall'ex sindaco senese Pierluigi Piccini che aveva detto di aver saputo di festini ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica e che forse l'inchiesta sulla morte di Rossi era stata 'abbuiata' per questo. Piccini parlava di due ville in cui avvenivano questi incontri, una sul litorale romano e una nelle campagne presso Monteriggioni, dove pure il giornalista de Le Iene si è recato, tentando di chiedere spiegazioni allo staff che gestisce questa struttura. L'escort che ha testimoniato sui festini sessuali a base di droga, chiamato con il nome di fantasia Stefano, ha accettato di incontrare Carolina Orlandi, figlia dello scomparso David Rossi, confermando che quest'ultimo non aveva mai partecipato alle cene descritte, e dando conferma pure di una serie di partecipanti, esponenti di magistratura e politica, incluso anche un cronista. Riconosciuti in foto. Dopo la trasmissione di Mediaset e le dichiarazioni di Piccini, i pm senesi avevano presentato querela per diffamazione: per questo fascicolo l'ex sindaco e gli autori della puntata sono stati indagati per diffamazione. Sempre nel capoluogo ligure è aperta l'inchiesta sulla lettera di minacce, accompagnata da un proiettile, indirizzata al pm senese Aldo Natalini che si era occupato anche della vicenda Mps. L'ipotesi di reato è tentata minaccia grave. Sul caso dei presunti festini indaga anche il Consiglio superiore della magistratura. 

Oltre la verità ufficiale. L'inchiesta di Monteleone ha riportato a galla i dettagli dubbi, a dire dei familiari di David Rossi e del perito di parte che li esaminò, della morte del capo dell'area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena: la traiettoria innaturale del corpo che rovinava al suolo dalla finestra del suo ufficio della banca, la modifica del luogo della presunta colluttazione, le ferite su viso e corpo riconducibili ad un aggressione, la mancanza di analisi sui vestiti, i tabulati telefonici e le telecamere della zona (che comprendono la sequenza in cui una persona compare sullo sfondo nel vicolo in cui agonizza Rossi dopo la caduta, e poi va via).  In una nota del 25 ottobre 2017, il presidente del Tribunale senese Roberto Carrelli Palombi e il Procuratore capo Salvatore Vitello, hanno risposto ai dubbi sollevati da Le Iene. I vestiti in particolare "non sono stati sequestrati" e "non potevano essere da questa distrutti". Ancora: “Non appaiono avere avuto un ruolo determinante nella ricostruzione dell’evento". Circa i segni di violenza sul corpo e il viso di David Rossi, per la Procura "si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato" sebbene "nella seconda relazione non sussistono dati certi su genesi e natura e si formula l’ipotesi di uno strisciamento con un oggetto affilato ma non tagliente". Perciò l'ipotesi di aggressione e omicidio "non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino". Quella ufficiale, relativa al suicidio "è supportata da elementi, seppur non scientificamente dirimenti, comunque maggiormente suggestivi da un punto di vista medico legale". Inoltre, per il Tribunale e la Procura la "pessima qualità del filmato di videosorveglianza" non ha permesso di ottenere elementi utili per le indagini sulla morte di David Rossi. Archiviata poi per due volte come suicidio. 

Il dissesto della Banca. La morte di David Rossi arrivò al culmine di un periodo di grande tensione per Monte dei Paschi di Siena. Sotto la presidenza di Giuseppe Mussari, poi dimissionario nel 2013, fu perfezionato l'acquisto di Banca Antonveneta per 10 miliardi di euro, poi oggetto di indagine della Procura di Siena per i reati di aggiotaggio e ostacolo alle indagini di vigilanza. In una inchiesta, il quotidiano La Stampa parlò di una "una truffa, estero su estero, che vale all'incirca 1,2-1,5 miliardi". Fu poi Il Fatto Quotidiano a dare la notizia di un accordo segreto siglato nel 2009 i vertici di Mps presieduti da Mussari e quelli della banca giapponese Nomura per una ristrutturazione del debito di Mps per centinaia di milioni di euro. Montepaschi era esposta dopo l'acquisto dei derivati finanziari Alexandria e Santorini, e Nomura propose di scambiarli in cambio di derivati emessi dall'istituto giapponese, fatto che ha creato un buco stimato in 740 milioni di euro nei conti della banca senese. Il 4 marzo 2013 David Rossi in una mail inviata all'allora amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, manifestava la volontà di voler parlare con i magistrati di come era stata gestita la banca. Due giorni dopo volava dalla finestra del suo ufficio, nella sede centrale dell'istituto. 

David Rossi, nuova querela a Le Iene da parte dei pm di Siena, scrive il 3 aprile 2018 "Le Iene". Dopo la messa in onda dell’ultimo servizio di Antonino Monteleone, una nuova querela alla nostra trasmissione. I magistrati di Siena querelano Le Iene dopo l’ultimo servizio di Antonino Monteleone sulla morte di David Rossi, andato in onda domenica 25 marzo. Nel servizio la Iena ha raccolto la testimonianza di un escort che avrebbe partecipato ai festini a luci rosse nel Senese, per “ospiti di alto profilo”. Fra questi politici e magistrati di alto livello, che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi (i partecipanti potrebbero essere stati infatti ricattabili).  Secondo i pm, nonostante le foto mostrate da Monteleone fossero tutte oscurate e non fosse emerso alcun nome completo, si sarebbe comunque intuito a chi la nostra Iena faceva riferimento. Già pochi giorni dopo la messa in onda del servizio, il materiale de Le Iene era stato acquisito dalla procura di Genova, che aveva inoltre inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene. Dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco, raccolte da Le Iene e andate in onda l’8 ottobre 2017, la procura di Genova aveva aperto due nuove indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. L’ex sindaco faceva riferimento proprio a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 è volato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata come suicidio. La famiglia crede invece alla tesi dell’omicidio. La Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. L’escort ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che non ha mai incontrato a quelle feste e che teme sia stato “scaraventato dalla finestra”. L’escort non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte). 

Siena, indagine del Csm sui festini e la morte di David Rossi. Dopo il servizio della trasmissione tv le "Iene" arriva l'inchiesta conoscitiva del Consiglio superiore della magistratura, scrive il 29 marzo 2018 "La Repubblica”. ll comitato di Presidenza del Csm, su richiesta del consigliere Ardituro, ha incaricato la prima Commissione, presieduta dal laico Antonio Leone, di avviare un'indagine conoscitiva sulle vicende oggetto dell'inchiesta giornalistica delle Iene, andata in onda domenica scorsa e ripresa dalla stampa. Il servizio delle Iene riguardava la morte dell'ex capo comunicazione di Mps David Rossi, precipitato da una finestra il 6 marzo 2013, e la vicenda di presunti di presunti festini a cui avrebbero preso parte anche magistrati e imprenditori. Il video è già stato acquisito dalla procura di Genova che ha aperto un fascicolo a carico dei colleghi di Siena. La prima commissione del Csm ha inoltre chiesto oggi, nell'ambito delle pratiche già aperte sul caso Mps, informazioni al procuratore generale di Firenze, Marcello Viola. Presso la prima commissione del Csm, infatti, sono già pendenti da ottobre una pratica aperta su richiesta dell'ex componente laico Pierantonio Zanettin, da poco eletto in parlamento, che chiedeva di "valutare eventuali profili di incompatibilità ambientale o funzionale" a carico dei vertici del tribunale e della procura di Siena; e una "pratica a tutela" dei magistrati senesi chiesta dal presidente della Corte d'Appello di Firenze, Margherita Cassano, e dal procuratore generale, Marcello Viola. Le Iene, nella puntata andata in onda domenica, hanno intervistato anche un gigolò che ha riferito di festini a cui avrebbero preso parte magistrati, imprenditori, politici, manager che sarebbero collegati alla banca affermando di avere numeri di telefono, pagamenti, mail che comprovano le sue affermazioni.

Il ragazzo-escort: "Ai festini David Rossi non c'era", scrive il 5.04.2018 "Il Corriere di Siena". "Non ho mai incontrato David Rossi ai festini". E' quanto ha ripetuto il ragazzo-escort nel corso del faccia a faccia con Carolina Orlandi, figlia acquisita di David, nel corso dell'incontro tra i due mandato in onda da Le Iene nella trasmissione del 4 aprile 2018. A precisa domanda della ragazza, il giovane ha risposto che alle feste in cui lui si prostituiva non ha mai visto l'ex manager di Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo avrebbe soltanto sentito nominare "...due anni prima che io avevo appena iniziato ad andare a Siena, ma tranquillamente". Il 26enne ha anche aggiunto che dopo la morte di David tutti erano molto più agitati. Nel corso della trasmissione per la seconda volta in pochi giorni il ragazzo-escort ha indicato, attraverso fotografie mostrate dal cellulare della stessa Carolina, quelli che a suo avviso erano alcuni dei partecipanti alle cene che terminavano con festini a base di sesso. Ha ribadito inoltre che la maggior parte degli incontri si svolgeva in Toscana, nel Senese, in particolare a Monteriggioni e ha guidato telefonicamente la iena Antonino Monteleone alla ricerca di quella che a suo avviso era una delle location dei festini. L'ha definita una specie di "...tenuta con una parte centrale e alloggi sparsi nel parco molto distanti tra loro". Le iene hanno raggiunto quella che secondo il testimone era una delle location degli incontri, hanno cercato di parlare telefonicamente con il proprietario ma senza successo.

Mps, la figlia di David Rossi incontra l’escort dei festini, scrive il 4 aprile 2018 "Le Iene". Dopo il racconto dei festini a base di sesso e droga a Siena, abbiamo fatto nuove verifiche, tra la famiglia e una proprietà misteriosa a Monteriggioni. Il nostro servizio di domenica 25 marzo è diventato un caso giudiziario e politico nazionale e noi de Le Iene continuiamo con le nostre verifiche. Un escort ci ha raccontato di aver partecipato ai festini a luci rosse nel Senese, per “ospiti di alto profilo”. Fra questi ci sarebbero stati politici e magistrati di alto livello, che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi perché i partecipanti avrebbero potuto essere ricattabili. La Iena Antonino Monteleone ha fatto incontrare l’escort con la figlia acquisita di David, Carolina Orlandi, in un momento di comprensibile alta tensione emotiva e ripercorre con lui i giorni della morte di Rossi (compreso il riferimento a un omicidio avvenuto due giorni prima). Abbiamo incontrato anche la mamma di Carolina, Antonella Tognazzi. Siamo andati anche alla ricerca di una delle ville teatro dei festini, nei dintorni di Monteriggioni. Stasera vedrete cosa abbiamo scoperto. Ieri intanto a Le Iene è arrivata una nuova querela dai magistrati di Siena. Già pochi giorni dopo la messa in onda del servizio, il materiale de Le Iene era stato acquisito dalla procura di Genova, che aveva inoltre inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori de Le Iene. Dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco, raccolte da Le Iene e andate in onda l’8 ottobre 2017, la procura di Genova aveva aperto due nuove indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. L’ex sindaco faceva riferimento proprio a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Anche il Csm, dopo l'ultimo nostro servizio, sta indagando sul caso. David Rossi era il capo dell’area comunicazione del Mps. Il 6 marzo 2013 è volato da una finestra della sede centrale della banca. La sua morte viene archiviata come suicidio. La famiglia crede invece alla tesi dell’omicidio. La Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi: la sua caduta anomala, le ferite del corpo riconducibili a un’aggressione precedente, la mancanza di analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e sulla figura di una persona che si vede comparire nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione. L’escort ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui o da altri escort ai festini almeno con un noto imprenditore senese, un sacerdote con un ruolo di rilievo nella Diocesi, un pubblico ministero, un altro magistrato, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste sarebbe stato presente anche un ex ministro. L’escort ha ammesso di aver paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che pensa sia stato “scaraventato dalla finestra”. L’escort non conosceva cognomi e ruoli dei vari personaggi, che ha però riconosciuto nelle foto mostrategli da Antonino Monteleone. Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione, anche con quanto vedrete in onda stasera. L’escort crede anche che gli incontri sessuali fossero videoregistrati (un elemento che aumenterebbe il rischio di ricatto per le persone coinvolte).

DAVID ROSSI, MPS. Video, escort a Carolina Orlandi: “A quei festini erano agitati dopo la sua morte” (Le Iene). David Rossi, Mps: nuovo servizio de Le Iene, video. La figlia Carolina Orlandi incontra l'escort dei festini a luci rosse, mentre Antonino Monteleone cerca una villa nel Senese, scrive il 5 Aprile 2018 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Carolina Orlandi, figlia di David Rossi, ha incontrato l’uomo che avrebbe partecipato ai festini a luci rosse vicino Siena. Sotto la supervisione della Iena Antonino Monteleone, la figlia dell’ex responsabile della comunicazione Mps si è confrontata con l’escort che ha confermato di essersi prostituto in quei festini. La Orlandi gli ha mostrato alcune foto di personaggi di primo piano che sono stati riconosciuti come partecipanti ai festini, ma ha soprattutto chiesto se David Rossi avesse mai partecipato a quegli eventi, scenario escluso dall’escort. Il 26enne ha però aggiunto che dopo la morte di David Rossi tutti erano molto più agitati. La Iena ha poi individuato la villa che sarebbe stata teatro degli incontri, nei dintorni di Monteriggioni, grazie alle indicazioni del testimone in videochiamata, ma parlare con i responsabili della struttura è stata un’impresa vana. (agg. di Silvana Palazzo) Le Iene continua a trattare il caso relativo alla morte di David Rossi, nonostante il servizio di domenica 25 marzo sia diventato un caso giudiziario e politico. Il programma di Italia 1 continua le sue verifiche dopo aver intervistato un escort che ha raccontato di aver partecipato a festini a luci rosse nel Senese con ospiti di alto profilo, tra cui politici e magistrati di alto livello che avrebbero potuto condizionare le indagini sulla morte del capo dell’area comunicazione di Mps. La Iena Antonino Monteleone ha fatto incontrare l’escort con Carolina Orlandi, figlia acquista di David Rossi. Ma Le Iene per il servizio che verrà trasmesso nella puntata di oggi, mercoledì 5 aprile 2018, ha sentito anche la mamma di Carolina, Antonella Tognazzi, compagna di David Rossi. Per la nuova puntata è stata effettuata anche una ricerca di una delle ville dove sarebbero stati organizzati i festini, nei dintorni di Monteriggioni. Cosa hanno scoperto Le Iene? Il caso David Rossi continua a far discutere. Ieri a Le Iene è stata notificata una nuova querela dai magistrati di Siena. Già pochi giorni dopo la messa in onda dell’ultimo servizio, il materiale era stato acquisito dalla procura di Genova, che peraltro aveva inserito nel registro degli indagati l’ex sindaco senese Pierluigi Piccini e gli autori del programma di Italia 1. La procura di Genova aveva aperto due indagini, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione. Anche il Csm però dopo l’ultimo servizio de Le Iene sta indagando sul caso. Dei presunti festini a luci rosse nel Senese e del loro possibile collegamento con la morte di David Rossi si sta occupando in particolare la prima commissione del Csm con un’indagine conoscitiva sulle vicende oggetto dell’inchiesta de Le Iene. A proposito del racconto dell’escort, il programma sul suo sito ha scritto: «Non abbiamo rivelato i nomi di un racconto comunque clamoroso, che abbiamo cercato più volte di mettere in discussione, anche con quanto vedrete in onda stasera».

Caso Rossi, il gigolò conferma. E indica la villa dei festini hard. La nuova puntata dell'inchiesta sulla morte di David Rossi, ex capo della comunicazione di Mps. Le Iene seguono le indicazioni del gigolò per raggiungere una presunta villa dei festini, scrive Claudio Cartaldo, Sabato 07/04/2018, su "Il Giornale". Ancora David Rossi. E ancora una volta Le Iene che dedicano un servizio alla morte, tra mille interrogativi, dell'ex capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Questa volta Antonino Monteleone ha fatto incontrare la figlia di Rossi, Carolina Orlandi, con l'ex escort dei presunti festini gay che si sarebbero svolti in Toscana (e non solo) e a cui avrebbero partecipato personalità influenti a Siena. Tra cui anche alcuni magistrati e politici. A raccontare per primo questi fatti era stato l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, e la vicenda è stata confermata da un ragazzo che, dietro anonimato, ha rivelato alle Iene non solo cosa si facesse ai festini omosessuali, ma anche quali influenti persone erano coinvolte e che avrebbero consumato rapporti sessuali con lui. Secondo Piccini le indagini sulla morte di David Rossi sarebbero state "fatte male" perché altrimenti sarebbe scoppiata una "bomba" su questi presunti festini. Dopo quelle dichiarazioni, sia Le Iene che il sindaco (e sul giornalista del Fatto, Davide Vecchi) si sono stati indagati. Monteleone, come annunciano oggi Le Iene sul loro sito, è stato sentito dalla procura di Siena in merito al processo per diffamazione aperto dopo il servizio con le dichiarazioni dell'ex sindaco. “Ho dato elementi utili per le indagini. Ma è stato tutto secretato e non posso dire altro", commenta Monteleone. “Non abbiamo l'ambizione di potere avere un ruolo decisivo nell'inchiesta, ma abbiamo fornito elementi utili”. L'inviato recisa che ha tutelato “l'anonimato della fonte” e non ha rivelato “l'identità delle persone mostrate nelle foto”. A confermare, però, i fatti ci sono le parole del presunto ex gigolò dei festini. Le Iene lo hanno fatto incontrare con la figlia di David Rossi. Carolina Orlandi mostra all'ex gigolò la foto di un ex di MpS, amico di Rossi, e di altri. Il gigolò conferma alcuni dei volti che sarebbero stati ai dopocena. Poi, nega che David Rossi abbia mai preso parte alle cene. "Ho sentito parlare di lui una volta due anni prima che io avevo iniziato ad andare a Siena, ma tranquillamente". Monteleone poi si dirige in una delle ville in cui si sarebbero svolti questi festini. Raggiunto il posto (e riconosciuto dal gigolò), la Iene tenta di contattare il direttore della struttura. Il quale però nega che gruppi organizzati e aziendali abbiano mai affittato la villa (ristorante e camere) per eventi simili. Il proprietario della struttura, però, non risponde alle telefonate dell'inviato di Italia1. Il gigolò poi racconta di come si sia appesantita l'aria a quegli incontri dopo la morte di David Rossi. "Ne ho sentito parlare - dice - mi ricordo che in quei giorni c'era stato un po' di agitazione. Perché era morta una ragazza". Si tratta di una prostituta colombiana, trovata morta a Siena due giorni prima della morte dell'ex capo della comunicazione di Mps. La prostituta venne trovata esanime non lontano dalla sede della banca e dal vicolo dove è caduto Rossi dopo essere volato dalla finestra. "Si pensava fosse una ragazzo del giro e quindi l'aria era tesa - racconta il gigolò - dopo la notizia della morte di David l'aria era diventata molto più tesa. Era una tensione percepibile nelle persone. Si tagliava col coltello". Poi il gigolò prova a ipotizzare il motivo per cui i festini potrebbero avere un collegamento con la morte di Rossi: "Magari i soldi con i quali venivano finanziati in parte uscivano dal Monte dei Paschi". E per Carolina Orlandi ci sarebbe un'altra spiegazione: Rossi in una mail inviata ai colleghi aveva espresso il desiderio di andare alla magistratura. "Forse voleva tirare fuori tutto", dice la figlia. Anche la storia dei festini.

Festini, bomba Iene: rivelazioni choc della moglie di un uomo ai vertici delle istituzioni, scrive l'11.04.2018 "Il Corriere di Siena". Nuove rilevazioni choc nella trasmissione delle Iene in onda questa sera (11 aprile) su Mediaset in merito all'inchiesta sulla morte di David Rossi, già capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, morto in circostanze ancora da chiarire dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio cinque anni fa. Seguendo la traccia dei festini a base di sesso e droga, gli inviati di Italia Uno hanno raccolto la testimonianza di una donna, che sarebbe la moglie di una alta carica dello Stato a Siena negli anni dello scandalo Mps. La donna avrebbe parlato dei festini e delle escort, di cui la trasmissione si sta occupando da settimane. “La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla "50 sfumature grigio". Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, comincia così il racconto della donna, come si legge sul sito delle Iene. Il sito anticipa che la donna racconta il proprio punto di vista privilegiato su quanto è accaduto in quegli anni a Siena e su come è cambiata la sua vita, il suo matrimonio e anche il modo di comportarsi e il lavoro del marito. 

Caso David Rossi, la moglie di un vertice dello Stato conferma i festini hard a Siena. La nuova rivelazione delle Iene sul caso Rossi, scrive Luca Romano, Mercoledì 11/04/2018, su "Il Giornale".  Le Iene vanno avanti sul caso di David Rossi, capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, volato da una finestra della sede storica della banca a Siena il 6 marzo 2013. La sua morte è stata archiviata dal Tribunale di Siena, per due volte, come suicidio. Una nuova testimonianza sul caso dei festini a base di sesso e droga a cui partecipavano magistrati, banchieri e personaggi di alto livello nel Senese è stata raccolta dall'inviato Antonino Monteleone. Nel servizio, in onda stasera a Le Iene, è “la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato”. A spingerla a collaborare con l’inchiesta che Le Iene stanno portando avanti da mesi sono state in particolare le parole dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini mandate in onda da Le Iene l’8 ottobre 2017, in cui si parlava per la prima volta di questi festini. "La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, racconta la donna, le cui parole potrebbero essere un importante riscontro a quanto ha raccontato, nel servizio del 25 marzo scorso, un escort che avrebbe partecipato a questi festini con ospiti “di alto profilo”. Tra i partecipanti ci sarebbero stati ex manager della Banca Mps, politici e magistrati. Questa circostanza – così come ipotizzato dall’ex Sindaco di Siena Pierluigi Piccini – avrebbe potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi? l gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui (o da altri escort) ai festini con una serie di personalità di rilievo. L'inviato de Le Iene gli ha mostrato una serie di fotografie nelle quali il giovane avrebbe riconosciuto un noto imprenditore senese, un sacerdote, due magistrati, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste, sempre secondo il racconto del gigolò, sarebbe stato presente anche un ex ministro della Repubblica. Ha inoltre confessato di provare molta paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che potrebbe essere stato “scaraventato dalla finestra”, perché alcuni dei partecipanti sarebbero stati personaggi da temere. Stasera andrà in onda una parte inedita dell’intervista del giovane escort in cui riconosce in una foto privata che ritrae una decina di persone uno dei partecipanti ai festini. E questa persona è proprio il marito della donna intervistata da Monteleone.

David Rossi. Video Le Iene, rivelazioni choc: moglie di un uomo ai vertici delle Istituzioni conferma festini. David Rossi, Mps: nuovo servizio de Le Iene. Intervista choc alla moglie un uomo ai vertici delle istituzioni a Siena che avrebbe preso parte ai festini confermati dall'escort, scrive l'11 Aprile 2018 Emanuela Longo su "Il Sussidiario". La trasmissione Le Iene continua la sua ricerca della verità in merito al caso di David Rossi, capo dell’area comunicazione di Mps morto il 6 marzo 2013, dopo essere volato dalla finestra della sede storica della banca presso la quale lavorava, a Siena. Il programma di Italia 1 ha annunciato la messa in onda, in programma per la puntata odierna, di una nuova testimonianza choc raccolta come sempre da Antonino Monteleone. A parlare, come anticipato, sarà "la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato". La donna avrebbe deciso di rompere il silenzio dopo le parole di Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, trasmesse dalla stessa trasmissione l'8 ottobre scorso ed in cui per la prima volta parlava di questi festini hard. Si tratta di un racconto particolarmente forte sin dall'esordio: "La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino". La testimone spiegherà come, da quel momento, la sua vita cambiò, compreso il suo matrimonio. L'intervista si pone davvero clamorosa per via dei possibili collegamenti con la vicenda legata alla morte di David Rossi. La nuova testimonianza annunciata per la serata odierna nell'ambito del servizio sulla morte misteriosa di David Rossi arriva esattamente a distanza di poco più di due settimane dalle dichiarazioni di un escort che proprio ai microfoni di Antonino Monteleone avrebbe fatto nuova luce sui presunti festini a luci rosse con ospiti "di alto profilo". Ora, le parole della donna andrebbero in qualche modo a rappresentare un ulteriore riscontro al racconto del giovane, secondo il quale avrebbero preso parte a queste "cene" particolari anche ex manager di Mps, politici e magistrati importanti. Proprio questo aspetto potrebbe aver potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi? Certo è che dopo la morte misteriosa del capo dell'area comunicazione di Mps, lo stesso escort intervistato da Le Iene ha ammesso di avere molta paura. Lo stesso aveva accettato nei giorni scorsi di incontrare la figlia di David, Carolina Orlandi, alla quale l'uomo ha confermato, guardandola negli occhi, quanto avveniva nel corso dei festini ai quali però non avrebbe mai partecipato Rossi. Questa sera, secondo le anticipazioni del programma, sarà trasmesso un ulteriore filmato inedito dell'intervista all'escort, in cui avverrà un importante riconoscimento avvenuto attraverso una foto privata (dunque non presente su Google né in alcun archivio di un'agenzia fotografica) in cui sono immortalate una decina di persone, tra cui una in particolare avrebbe preso parte ai festini. Si tratta del marito della donna intervistata in precedenza, circostanza di cui l'escort non poteva essere a conoscenza poiché le interviste sono avvenute in periodi differenti. 

Nella puntata de “Le Iene Show” in onda oggi, mercoledì 11 aprile, in prima serata su Italia 1, Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi, scrive l'11 aprile 2018 agenzia giornalistica Opinione (lancio d'agenzia). L’inviato incontra, in esclusiva, una donna che si presenta come “moglie di una persona che a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato” che rilascia alcune dichiarazioni dopo aver seguito l’intervista all’ex sindaco di Siena ed ex dirigente MPS Pierluigi Piccini.

Nella puntata de “Le Iene” dell’8 ottobre 2017, Antonino Monteleone aveva intervistato Piccini, il quale – tra le altre cose – aveva affermato: «Non credo che David Rossi si sia suicidato […] C’è un’altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto […] “devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”. Non so se mi sono spiegato? […] Questo avvocato romano mi ha detto: “C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare, dove facevano i festini”. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. […] La cocaina gira a fiumi in questa città».

Nella puntata del 25 marzo, inoltre, l’inviato aveva raccolto le parole di un uomo che affermava di aver partecipato come escort a feste o cene private. Questi spiegava com’erano organizzate le serate: «La maggior parte delle volte c’erano delle cene, poi quando finiva la cena diciamo che avveniva una sorta di selezione. Dopo noi sapevamo che dovevamo andare con una determinata persona». Le feste, proseguiva l’uomo, avevano lo scopo «di intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che le organizzavano». L’ex escort aveva anche affermato: «Le persone con cui sono stato magari possono farmi qualcosa, possono farmi del male, possono trovarmi». Nelle foto mostrategli dalla Iena, infine, l’uomo aveva riconosciuto – come presunti partecipanti alle serate, tra cena e dopocena – un ex ministro, un ex dirigente della Banca, due magistrati, un imprenditore, un politico, un giornalista e un importante sacerdote.

Nel servizio in onda questa sera, viene mostrata una parte inedita dell’intervista all’ex escort: Monteleone gli mostra una foto privata che ritrae circa dieci persone, chiedendogli di riconoscere eventuali partecipanti alle feste. Tra tutti, l’uomo riconosce solo una persona, che sarebbe proprio il marito della donna intervistata nella puntata odierna. L’ex escort dice di averlo visto a una cena e che non è mai stato suo cliente. Nell’intervista di Antonino Monteleone, in onda questa sera, la donna racconta di come la sua vita familiare sarebbe cambiata nel 2012, dopo il ritrovamento, nell’armadio del marito, di “manette, biancheria di pelle e un frustino”. La donna sostiene che il coniuge potrebbe aver avuto rapporti con persone coinvolte nelle indagini sulla morte di David Rossi, per amicizia o rapporti di frequentazione; e che, dopo la morte del Capo Comunicazione MPS, l’uomo avrebbe cambiato incarico, cosa che sarebbe avvenuta in modo “molto veloce”. Di seguito, l’intervista alla donna.

Iena: Perché ha deciso di parlare con noi?

Donna: Perché ho visto in televisione una vostra intervista riguardo la morte di David Rossi e io sono stata una testimone in parte di alcune vicende che hanno influito sulla mia vita.

Iena: Le posso chiedere a quale intervista si riferisce?

Donna: Un’intervista in cui si parlava della morte di David Rossi ed era collegato a una serie di feste che venivano fatte dalla Siena bene e a cui partecipavano alti personaggi e anche esponenti dello Stato.

Iena: Lei perché crede di essere coinvolta rispetto alle rivelazioni che ha fatto l’ex sindaco Piccini?

Donna: Perché sono la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato.

La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio, ho trovato oggetti particolari, di una sessualità “50 sfumature di grigio”…

Iena: Le posso chiedere che cosa ha trovato nello specifico?

Donna: Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino…

Iena: Ma queste manette erano senza nulla o…

Donna: No, c’erano le mutande arrotolate…

Iena: Delle mutande arrotolate alle manette?

Donna: Hmm, sì, non mi chieda perché, perché la mia mente non riesce ad arrivare… e quando chiesi conto di questi oggetti a mio marito, mi fu risposto che non erano affari miei, che io non dovevo permettermi di fare una perquisizione nei suoi armadi.

Iena: Le posso chiedere se il ritrovamento di questo tipo di oggetti fosse anche disdicevole in funzione dell’incarico che svolgeva in quegli anni a Siena?

Donna: Secondo il mio punto di vista, sì.

Iena: Lei ha mai saputo di festini a Siena prima di vedere l’intervista all’ex sindaco Piccini?

Donna: Mi era stato suggerito dalla moglie di un collega di mio marito, che viveva da più di 20 anni a Siena, che a casa di un dirigente del Monte Paschi era un vero e proprio puttanaio.

Iena: Le posso chiedere il nome?

Donna: No, non lo voglio fare il nome.

Iena: Si ricorda dove si trovava il cosiddetto puttanaio, questa casa del dirigente?

Donna: Sì, affacciava proprio su […].

Iena: Quando la moglie del collega di suo marito le fa questa rivelazione, lei lo fa presente a suo marito?

Donna: Sì, e lui si fece una risata, mi disse che erano pettegolezzi di una cittadina di provincia dove non si sapeva come trascorrere il tempo.

In quegli anni mio marito è cambiato moltissimo, io non riuscivo proprio più a riconoscerlo. Noi avevamo anche smesso di avere dei normali rapporti sessuali di una coppia, sposata da tantissimi anni, con delle richieste un po’ particolari che a me non piacevano.

Iena: Stiamo parlando di percosse, sesso violento?

Donna: Un sesso molto più aggressivo. Una volta mi mise una mano sulla bocca dicendo che se respiravo più a fatica avrei sicuramente provato più piacere. Io mi sono scansata violentemente e gli ho detto “tu non stai bene, sei pazzo”.

Iena: Lei mi sta dicendo che, da quando suo marito era stato per ragioni lavorative a Siena, aveva cambiato anche le sue attitudini sessuali.

Donna: Dal mio punto di vista sì, un po’ le attitudini sessuali…

Iena: Che ricordo ha di suo marito nei mesi precedenti alla morte di David Rossi?

Donna: Era molto molto nervoso. Era poco disponibile, non era incline a confidarsi con me. Lui aveva proprio una necessità fortissima di legarsi a qualcuno per poter proseguire la sua carriera. Però, a quel punto, ti leghi a dei personaggi che ti possono chiedere qualsiasi cosa e non credo che sia opportuno per un funzionario dello Stato.

Iena: Il lavoro di suo marito, a Siena, l’ha messo in contatto in qualche modo alla morte di David Rossi?

Donna: Penso di sì. Io ho anche conosciuto il signor Rossi a una delle feste date dal Monte Paschi dopo i Palii.

Iena: Lei sa se c’era un rapporto che andava fuori dal lavoro tra David Rossi e suo marito? Se si frequentavano, erano amici…

Donna: Noi andavamo a vedere spesso il Palio: quella volta c’era proprio David Rossi, si sono dati del tu in quell’occasione. Era il 2011 e ci riservarono proprio una stanzetta dove potevamo vedere il Palio.

Iena: A lei risulta che la sera della morte di David Rossi suo marito si trovava nelle vicinanze del luogo degli eventi?

Donna: Questo l’ho scoperto perché poi sono andata a documentarmi.

Iena: Vi siete sentiti quel giorno?

Donna: Sì, credo un paio di volte, mi ha sempre liquidata molto velocemente. Aveva molto da fare perché c’era stato un suicidio a Siena, quindi non era possibile chiacchierare. Negli ultimi mesi era agitato, era nervoso, era dimagrito tantissimo: le ripeto, non era più la persona che io conoscevo. Ho anche pensato che avesse incominciato a fare uso di cocaina o di altre sostanze. Era sempre molto alterato, molto nervoso.

Iena: L’eventuale partecipazione di suo marito a dei festini, in ragione della delicatezza del ruolo che svolgeva a Siena, l’avrebbe potuto esporre a un meccanismo di tipo ricattatorio?

Donna: Sicuramente è pericolosissimo. Non solo nel caso di mio marito: chiunque partecipa a certe situazioni imbarazzanti, se ha un ruolo pubblico è facilmente ricattabile.

Iena: Suo marito ha avuto a che fare con le indagini relative alla morte di David Rossi?

Donna: Dopo la morte di David Rossi, ho quasi completamente chiuso i rapporti con mio marito e tutto quello che posso sapere l’ho saputo dai giornali.

Iena: Per il tipo di incarico che aveva a Siena è verosimile pensare di sì o di no?

Donna: Sicuramente sì.

Iena: Le posso chiedere se suo marito aveva rapporti con le persone direttamente coinvolte nelle indagini sulla morte di David Rossi, per amicizia o rapporti di frequentazione?

Donna: Sì.

Iena: Successivamente alla morte di David Rossi, cambia qualcosa nella vita professionale di suo marito?

Donna: Sì.

Iena: Cosa succede?

Donna: Che lui cambia incarico.

Iena: Ha mai capito se il cambio di incarico di suo marito è stato un evento programmato o se ha in qualche modo qualche legame con gli eventi relativi alla morte di Rossi?

Donna: Allora, io rischio moltissimo e le posso dire che, per quello che mi riguarda, il mio pensiero è sì. Però questo lo negherò sempre… perché non ho la capacità di collegare eventi, fatti e situazioni. Mi dissero che ci fu una fortissima discussione, un giorno, e dopo poco tempo mio marito cambiò incarico.

Iena: Tra chi era questa discussione, suo marito e…?

Donna: Un alto vertice. Però questi possono anche essere dei pettegolezzi di una piccola città di provincia.

Iena: Il cambio di incarico di suo marito avviene in modo graduale o in modo improvviso?

Donna: Molto veloce. I precedenti cambi erano stati tutti cambi molto tranquilli, addirittura con feste, saluti… mi sto rovinando perché io sto raccontando la verità e mi sto esponendo tanto. Mio marito se ne andò quella notte. Di corsa.

Iena: La carriera di suo marito, con questo cambio di incarico, migliorava o peggiorava?

Donna: Era la pietra tombale su una carriera molto lunga.

Iena: Le cose che ci sta dicendo, ce le dice perché lei è spinta da un rancore personale? Sta un po’ calcando la mano perché è arrabbiata con suo marito?

Donna: No, io non sono neanche più arrabbiata, sono soltanto delusa, dispiaciuta.

Iena: Secondo lei suo marito custodisce dei segreti relativi alle più importanti vicende senesi degli ultimi anni?

Donna: Dal mio modestissimo punto di vista, sì.

La vicenda di David Rossi. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano. In quelle stesse settimane, MPS era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, che non credono all’ipotesi del suicidio, sono da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene” sul caso, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi) e due presso la Procura di Siena.

Mps, la morte di David Rossi: mistero delle prove distrutte, scrive Davide Vecchi il 10 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Il 6 marzo 2013, dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa, David Rossi, capo della comunicazione di Mps e da dieci anni braccio destro di Giuseppe Mussari, viene trovato morto nel vicolo sotto il suo ufficio. Per i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta avviata dal pm Andrea Boni ha portato alla luce le falle, le carenze della prima indagine con atti criticati anche dai periti nominati dalla Procura. Il libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (in libreria da giovedì 12 ottobre per Chiarelettere) ricostruisce l’intera vicenda proprio attraverso le carte delle inchieste per scoprire che il suicidio ipotizzato dai magistrati non è l’unico scenario possibile. Pubblichiamo un breve stralcio del testo relativo a uno dei numerosi errori commessi nel corso della prima fase delle indagini. Nel giugno 2013, ad appena tre mesi dalla morte di Rossi, gli inquirenti sono certi di avere tutti i riscontri necessari per affermare senza ombra di dubbio che si tratti di un suicidio. Per carità, l’avevano capito già la notte del 6 marzo del resto, già guardando il cadavere riverso al suolo. Tanto che ritenevano superflua anche l’autopsia. Con tutto quello che succede nelle mura di Mps e le conseguenze pesanti che si ripercuotono all’esterno – le inchieste che coinvolgono gli ex vertici, i miliardi di euro dilapidati, centinaia di lavoratori licenziati, squadra di calcio e di basket fallite, università, comune e decine di enti lasciati senza finanziamenti –; insomma, con tutto quello che ha preso avvio da Mps senza che si riescano a individuare i responsabili né prove sufficienti a incastrarli per il tracollo finanziario della banca più antica del mondo; con la cappa di riservatezza e segreti nascosti all’interno di Rocca Salimbeni: come non pensare che il manager legato al potentissimo Mussari e con ogni probabilità custode di molti segreti sia stato eliminato o spinto a uccidersi? Che domande. Questa è una tesi da romanzo giallo. A Siena, nella realtà, un uomo ricco, potente, noto e ritenuto custode di informazioni riservate, si uccide lanciandosi dalla finestra dell’ufficio pochi minuti dopo aver detto alla moglie che stava rientrando a casa. Ovvio. Forse. Sicuramente ovvio lo è per i magistrati. (…) Appena inizia la sospensione feriale depositano la richiesta di archiviazione. Per «feriale» s’intende il periodo di pausa che per legge considera i tribunali sostanzialmente «chiusi»: dal primo agosto al 15 settembre. Si tratta di una sospensione pensata con una ratio garantista nei confronti delle parti, in applicazione del più generale diritto di difesa. Ad agosto, si sa, ci sono le vacanze. Anche i senesi, come tutti, si allontanano dalla città, dalle loro abitazioni e dalla quotidianità. Proprio a tutela dei cittadini quindi, visto che i termini per presentare ricorso sono strettissimi – appena dieci giorni –, durante il mese di agosto questi vengono temporaneamente sospesi e decorrono tutti a partire dal 15 settembre successivo. Lo dice la legge. E così è nel 2013. I magistrati, sicuri che il caso Rossi sia un suicidio, chiedono l’archiviazione proprio il 2 agosto 2013. (…) Ma in quel periodo di vacanza avviene una cosa ben più grave: senza che le parti vengano avvisate, il 14 agosto Natalini dispone la distruzione dei reperti trovati nell’ufficio di Rossi, compresi sette fazzoletti di carta sporchi di sangue. Fazzoletti già repertati con estremo ritardo solamente il 14 giugno, seppur sequestrati il 7 marzo, ma soprattutto mai analizzati né presi in considerazione nel corso delle indagini. Non si sa ad esempio se il sangue sia del gruppo sanguigno di David o appartenga a qualcun altro, magari a un ipotetico aggressore. Si sarebbe potuti risalire comodamente anche al Dna, attraverso quei reperti: erano ben sette. I legali dei famigliari di David, ricorrendo contro l’archiviazione, avrebbero potuto chiedere che venissero sottoposti a esami specifici: oltre al gruppo sanguigno e al Dna, si sarebbe potuto verificare anche quale tipo di ferita avessero tamponato; la forma della macchia di liquido ematico impressa sui fazzoletti avrebbe potuto svelare molto. Qualsiasi esame aggiuntivo avrebbe fugato ogni futuro dubbio. Anche per la procura quei fazzoletti avrebbero potuto rappresentare un elemento fondamentale: il sangue poteva essere di David e le macchie potevano coincidere con le ferite che il manager aveva al polso. Ma non è stato possibile analizzarli. Perché i fazzoletti vengono decretati come da distruggere il 14 agosto (…) ed eliminati da «Ambrogio Antonini, funzionario giudiziario, e Alessandro Troiani, conducente automezzi» si legge nel verbale. Dei reperti fondamentali vengono così distrutti senza neanche metterne a conoscenza i famigliari. Distrutti senza attendere non solo il decorso dei termini per far presentare alla difesa un’eventuale opposizione alla richiesta d’archiviazione, ma neanche l’esaurirsi della feriale. Si scoprirà solo anni dopo”.

David Rossi, l’archiviazione del gip per suicidio. Ma restano dubbi e domande su tabulati, biglietti e ferite sul cadavere. Il manager del Monte dei Paschi di Siena non è stato né ucciso né istigato da altri a togliersi la vita secondo il giudice: si è gettato spontaneamente dalla finestra del suo ufficio del terzo piano di Rocca Salimbeni. Un caso, quello capo della comunicazione di Mps, amico e ombra dell'ex presidente, Giuseppe Mussari, che per molti ha ormai conquistato un capitolo nel libro delle morti misteriose della storia del nostro Paese, scrive Davide Vecchi il 27 luglio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". David Rossi non è stato né ucciso né istigato da altri a togliersi la vita. Il manager del Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, si è gettato spontaneamente dalla finestra del suo ufficio del terzo piano di Rocca Salimbeni. Il gip del tribunale di Siena, Roberta Malavasi, ha messo così la parola fine al caso David Rossi, il capo della comunicazione di Mps, amico e ombra dell’ex presidente, Giuseppe Mussari. Un caso che per molti ha ormai conquistato un capitolo nel libro delle morti misteriose della storia del nostro Paese. In 57 pagine di motivazione del decreto di archiviazione, il gip Malavasi, ripercorre i passaggi dell’intera vicenda per sancire che seppur non vi sia “prova certa oltre ogni ragionevole dubbio della ricostruzione” della morte di David si deve ritenere un suicidio e non un omicidio per “ragionevole certezza”. Gli avvocati dei familiari di Rossi si sono visti rigettare la richiesta di nuove indagini e persino le nuove perizie di parte depositate ma hanno annunciato l’intenzione di proseguire nella ricerca di una verità. Secondo i legali Luca Goracci e Paolo Pirani, che difendono rispettivamente la vedova e i familiari di Rossi, sono ancora molte, troppe le falle della ricostruzione effettuata dalla procura e sposata dal gip. Di fatto è la seconda archiviazione sul caso Rossi. E questa seconda sottolinea molti degli errori commessi nella prima, avvenuta nel marzo 2014. Il giudice Monica Gaggelli commise alcune sviste errori, alcune delle quali sottolineate ora da Malavasi. Ad esempio l’ora della morte di Rossi: avvenuta alle 19.43e non, come sostenuto nella prima archiviazione, alle 20.12. Due testimoni sostennero di aver visto la porta dell’ufficio di David prima aperta e poi chiusa. Ebbene Gaggelli si spinse a certificare che alle 20, quando uno dei due testimoni passa di fronte alla porta, non vede David perché questo si era nascosto in bagno. In realtà era già cadavere in vicolo di Monte Pio. Malavasi, invece, conclude che la porta era aperta e poi è stata trovata chiusa perché “basta alle volte una folata di vento entrata da una finestra aperta”. Poche righe dopo però ricorda come nessuno abbia sentito alcun rumore.

Insomma i dubbi su quanto avvenuto la notte del 6 marzo 2013 rimangono ancora molti. Malavasi sottolinea la carenza di prove a carico di un ipotetico omicidio, ma tra le righe di queste 57 pagine è scritto che in realtà c’è stata una carenza di indagini iniziali. Persino reperti fondamentali, come i vestiti o i fazzoletti di carta sporchi di sangue rinvenuti nell’ufficio di David, non sono mai stati analizzati e anzi sono stati distrutti dai pm. O l’acquisizione dei tabulati per capire chi era presente nella sede di Mps e nel vicolo dove David è stato trovato morto, è stata richiesta solamente pochi mesi fa ottenendo per risposta dagli operatori telefonici una comunicazione ovvia: “Non è possibile adempiere alla richiesta perché come previsto dalla legge i tabulati vengono conservati per 24 mesi”. Di fatto Malavasi scrive che oggi ulteriori indagini “si preannunciano superflue”.

Va detto che il gip ha tenuto conto di alcune delle contestazioni sollevate dai legali dei familiari di David, in particolare quelle relative alle conclusioni dei periti nominati dai magistrati, il colonnello del Ris Davide Zavattaro e il medico legale Cristina Cattaneo, in particolare per quanto riguarda la ricostruzione della caduta di David. Scrive Malavasi: “Gli oppositori contestano il risultato dell’accertamento che non sarebbe attendibile (…), osservazione sulla quale non si può che convenire e che par essere stata tenuta ben presente anche dai consulenti. (…) Proprio per questa ragione non appare utile insistere sul piano degli accertamenti scientifici, il cui risultato sarebbe in ogni modo opinabile”. Ai rilievi sulle ferite trovate nella parte anteriore del cadavere di Rossi, ritenute “non compatibili con l’impatto al suolo” ma anzi dovute a una “precedente colluttazione”, Malavasi non dedica alcuna attenzione. Così come alle evidenze sull’uso del telefonino di David mentre lui era già precipitato. O le varie incongruenze sul video della caduta. Ritenendo il tutto forse superfluo o, comunque, ininfluenti a escludere una nuova archiviazione. Scrive Malavasi: “Come ben si comprende, non essendo note le singole azioni in cui si concretizzò l’evento, non è possibile una verifica puntuale del nesso di derivazione, che non può essere apprezzato se non in termini di compatibilità/incompatibilità con l’unica ipotesi ricostruttiva dotata di riscontro fattuale”. Cioè il suicidio. Il riscontro fattuale? I biglietti scritti da David e ritrovati strappati nel cestino del suo ufficio. Tre tentativi di salutare sua moglie, Antonella Tognazzi. Sono la certezza alla quale il gip avvinghia la sua decisione: è suicidio. I familiari la pensano diversamente. Per loro l’unica certezza è ancora oggi che David sia morto.

Le strane telefonate, l’ultimo video: i misteri sulla morte di David Rossi. Il libro su «Il caso di David Rossi, Il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena», in uscita giovedì, ricostruisce le indagini e la passione della moglie e della figlia per la ricerca della verità, scrive Fabrizio Massaro il 7 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". Alle 19.43 di mercoledì 6 marzo 2013 il direttore della comunicazione di Mps, David Rossi, precipita di schiena dalla finestra del suo ufficio a Siena. Morirà venti minuti dopo, in un vicolo. Per la Procura è chiaramente un suicidio. Ma i dubbi sono tanti. Il libro «Il caso David Rossi», del cronista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi (Chiarelettere, 176 pagine, in uscita giovedì), ricostruisce le indagini e la passione della moglie del manager, Antonella Tognazzi, e della figlia di lei, Carolina Orlandi, per la ricerca della verità. Due inchieste hanno concluso che Rossi si è tolto la vita. Loro continuano a credere che sia stato ucciso. Da chi, non si sa. Per quale motivo, neppure. Su questo terreno il libro non si spinge. Si ferma ai fatti, spesso inquietanti, alle circostanze, spesso inspiegabili. Ricostruisce le indagini dei pm con i loro buchi ed errori, evidenzia i punti oscuri — per esempio il segno dell’orologio impresso sul polso, i tagli sul volto e i lividi alle braccia, le chiamate partite dal telefono dopo che David era volato giù o la mancata identificazione di alcune persone che compaiono nel video che ha ripreso caduta e agonia del 52enne portavoce di Giuseppe Mussari — e riporta l’ipotesi dei periti della Procura nella seconda inchiesta, avviata su richiesta della famiglia: David Rossi potrebbe avere avuto una «colluttazione con terzi» prima di volare giù. Sulla base delle risultanze dei periti, anche della Procura, l’autore ipotizza due scenari, entrambi con due persone presenti nella stanza di David che lo avrebbero minacciato facendolo cadere dalla finestra o, in alternativa, indotto a suicidarsi per paura. Perché? Forse perché Rossi — come scrisse via mail al ceo Fabrizio Viola — voleva andare a parlare con i magistrati che indagavano su Antonveneta dei rapporti politici di Mps? Non si sa. Per aver pubblicato quelle mail Vecchi, con la moglie di Rossi, è a processo — ancora in corso — per «violazione della privacy» di Viola, nonostante Mps non abbia sporto querela. Il libro è avvincente, e chi ne esce male sono gli inquirenti senesi che — contesta Vecchi — hanno subito sposato la tesi del suicidio, non sgombrando il campo da quei dubbi e buchi che dopo quattro anni hanno portato il caso David Rossi ad allungare la lista dei «misteri italiani».

MPS: David Rossi, suicidio o omicidio? Si riapre il caso, scrive il 3 ottobre 2017 Alessandra Caparello su Wallstreetitalia. Si ritorna a parlare del caso di David Rossi, responsabile della comunicazione di Mps che la sera del 6 marzo 2013, nel pieno della bufera giudiziaria che sconvolgeva l’ex presidente del Monte, Giuseppe Mussari, per la costosissima acquisizione di banca Antonveneta, si lancia dalla finestra del suo ufficio, un volo di 15 metri da cui poi è seguita la morte. Il tribunale di Siena ha archiviato per ben due volte il caso come suicidio ma i familiari dell’ex manager del Monte non ci stanno e chiedono di riaprire il caso. Già le immagini della caduta di Rossi in Vicolo Monte Pio, riprese dalle telecamere della zona, non sembrerebbero compatibili con quelle di un suicidio visto che il manager cade in verticale per circa 15 metri, con la faccia rivolta al muro.

Un suicidio comporta uno slancio, un abbandono del corpo che qui non c’è, oltre all’assenza di rotazione che in questo caso non è stata rivelata. Così dice il perito di parte. Un’indagine della trasmissione televisiva Le Iene poi mette in luce anche che i soccorsi sono arrivati molto tardi, 40 minuti dopo e si ipotizza da alcuni diaframmi inediti che la stradina, solitamente molto trafficata, era chiusa per lavori. Coincidenza o atto voluto?

Guardando il corpo di David evidenti sono i segni di colluttazione al volto ed al polso, con la presenza di ecchimosi in corrispondenza della cassa dell’orologio e le telecamere avevano ripreso anche la caduta di un oggetto nella stessa zona in cui fu poi rinvenuta la cassa dell’orologio di Rossi, circa mezz’ora dalla sua caduta. Lo stesso orologio le cui lancette segnavano le ore 20,00, mentre il corpo di David era caduto mezz’ora prima. Qualcuno poi dall’ufficio di Rossi, per tre secondi, dopo la caduta rispose ad una telefonata di Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi moglie di David Rossi.

Il mistero si infittisce anche per le reticenze manifestate da colui che si diceva molto amico di David, Giancarlo Filippone, capo della segreteria di Rossi e suo amico che, sempre dalle immagini della telecamera, si avvicina al corpo riverso per terra del capo della comunicazione di Mps e dopo averlo fissato con estrema freddezza va via insieme a Bernardo Mingrone, capo area finanza Mps, il primo a chiamare i soccorsi. Proprio Filippone è una delle ultime persone ad aver visto in banca David ancora vivo. Da allora non ha mai parlato con la stampa e avrebbe tranciato i rapporti, prima molto amichevoli, con la famiglia di David. Lorenza Bondi, collega di David, ha dichiarato di aver visto la porta del suo ufficio aperta mentre usciva dalla banca, ritrovata poi chiusa.

Tutte coincidenze o chiari indizi che fanno pensare ad un omicidio piuttosto che suicidio?

David Rossi. Caso Mps, video: suicidio o omicidio? I 5 Stelle chiesero la riapertura del caso (Le Iene Show). David Rossi, il caso ieri sera a Le Iene Show: tutte le tappe di quello che per la Giustizia italiana è stato un suicidio, i dubbi della famiglia, le anomalie e le reticenze, scrive il 2 ottobre 2017 Emanuela Longo su "Il Sussidiario". La morte di David Rossi a distanza di alcuni anni fa ancora discutere. Il servizio delle Iene ha riportato in auge il dilemma del suicidio oppure dell'omicidio, riaccendendo i riflettori sulla tormentata vicenda. Il polverone che si sta alzando in queste ore, però, non è un fatto nuovo per ciò che concerne il Monte dei Paschi di Siena. Già due anni fa, a fine 2015, il MoVimento 5 stelle aveva chiesto a gran voce di riconsiderare l'intera vicenda reativa a David Rossi. Sul blog di Beppe Grillo è possibile notare come in data 17 novembre 2015, con ua conferenza stampa apposita, i 5 Stelle abbiano richiesto a gran voce l'apertura delle indagini facendo pressione sulla Procura di Siena. Pressioni poi favorevolmente accolte e prolungatesi fino ai presenti giorni. Questo fatto sottolinea come certi casi possano passare agevolmente in silenzio, sotto un pesante muro d'omertà, se la televisione o altri mezzi simili non operano a farvi luce. Il Movimento 5 stelle ieri, Le Iene Show oggi: sono entrambe due facce della stessa medaglia, una medaglia che chiede soltanto chiarezza per una storia fin troppo intricata. (agg. Francesco Agostini)

PARLA LA VEDOVA. Il giallo attorno alla morte di David Rossi, responsabile comunicazione di banca Monte dei Paschi di Siena, è approdato ieri nella prima serata televisiva. A raccontare quello che per la Giustizia ufficiale è un terribile suicidio ma che per la sua famiglia è invece qualcosa di molto più grave, è stata la trasmissione Le Iene Show, nella prima puntata trasmessa su Italia 1. Il racconto drammatico parte esattamente da due telefonate al 118 realizzate la sera del 6 marzo 2013 da un importante manager Mps per avvertire la presenza di un uomo che si era appena suicidato buttandosi dal terzo piano di una finestra. Precisamente, dalla finestra del suo ufficio. Per la Giustizia italiana, quel caso fu giudicato per ben due volte un suicidio e per questo archiviato, ma la famiglia Rossi non ci sta e continua a lottare affinché sia fatta piena giustizia sulla morte del dirigente Mps. E' certamente vero che la sua morte si colloca esattamente nel mezzo di una serie di scandali che avevano coinvolto, quattro anni fa, la banca in cui lavorava, facendo tremare l'intera economia italiana. Per reati finanziari risultano indagati l'ex direttore generale della banca, Antonio Vigni e l'ex presidente Giuseppe Mussari, che in piena crisi fu costretto a lasciare anche l'incarico di presidente dell'ABI. Proprio di quest'ultimo, per anni, David Rossi fu uno dei suoi più stretti collaboratori. A causa di tale legame, alcune settimane prima del suo presunto suicidio, Rossi subì una perquisizione da parte della Guardia di Finanza che lo scosse notevolmente. Secondo il Tribunale di Siena, 15 giorni dopo si sarebbe tolto la vita a causa delle forti pressioni. "David non avrebbe mai e poi mai fatto una cosa del genere. Era sicuramente molto stressato, molto impaurito. Era attaccatissimo alla vita, aveva un amore per la sua famiglia incredibile, aveva una professionalità tale che qualunque problema al lavoro era in grado di gestirlo": sono le parole di Antonella Tognazzi, la vedova Rossi.

TUTTE LE ANOMALIE ATTORNO ALLA VICENDA. A parlare della drammatica vicenda, nel servizio de Le Iene, è stata anche Carolina Orlandi, figlia della moglie di David Rossi: "Quando ho iniziato a vedere un video di sorveglianza che ha registrato gli ultimi minuti di vita di mio padre, ho capito che forse non era stato un suicidio". Quel video in questione, la famiglia avrebbe deciso di renderlo pubblico, al fine di creare maggiore consapevolezza anche in chi continua a parlare di suicidio. Le immagini in questione sono decisamente forti, ed immortalano la rovinosa caduta di Rossi avvenuta in Vicolo Monte Pio, a Siena. E' qui che il corpo di David precipita per circa 15 metri, in verticale, con la faccia rivolta al muro. Da quell'istante passano 22 terribili minuti prima della morte, ma nessuno gli presterà soccorso. La caduta, di per sé, non sembra essere compatibile con quella di una persona intenzionata a suicidarsi ed a ribadirlo è stato anche il consulente informatico della famiglia Rossi: "Un suicidio comporta uno slancio, un abbandono del corpo che qui non c'è". L'esperto ha ribadito l'assenza di rotazione che in questo caso non è stata rivelata. Dopo i 22 minuti di agonia, ne passeranno altri 40 prima che qualcuno possa chiamare i soccorsi. Qui si colloca una ulteriore anomalia: la stradina su cui si affaccia il suo ufficio è solitamente molto trafficata, eppure quella sera nessuno avrebbe visto il cadavere di un uomo. Secondo il perito, all'inizio del vicolo ci sarebbero state persone ed un veicolo che avrebbero impedito la visuale. La conferma arriva dalle stesse immagini, nelle quali si intravedono ombre sospette, luci di un veicolo e figure umane misteriose. Il video è forse stato manomesso? Secondo il perito potrebbe esserci stato un intervento di eliminazione sul filmato. Ma le anomalie non finiscono qui: guardando il corpo di David sono evidenti i segni di una colluttazione non solo al volto ma anche in altri punti, compreso al polso, dove è presente un segno profondo in corrispondenza della cassa dell'orologio. Ed ecco ancora una stranezza: dopo circa mezzora dalla sua caduta, le telecamere riprendono all'improvviso la caduta di un oggetto in una zona in cui fu poi rinvenuta la cassa dell'orologio di Rossi. Proprio l'orologio racchiude un altro mistero poiché al momento del ritrovamento le lancette delle ore segnavano le 8, ma David sarebbe caduto molto prima quindi avrebbero dovuto fermarsi in un orario diverso. Questa è la dimostrazione che ci fosse qualcuno nell'ufficio dell'uomo tanto che per tre secondi, dopo il presunto suicidio di David, qualcuno rispose ad una telefonata di Carolina, ma chi?

LE RETICENZE DEGLI EX COLLEGHI. Le prime figure a comparire nel video circa un'ora dopo la caduta di David Rossisono quelle di Giancarlo Filippone, capo della segreteria di Rossi e suo amico, e Bernardo Mingrone, capo area finanza Mps, nonché il primo a chiamare i soccorsi. Filippone si avvicina al corpo, guarda David per terra, lo fissa e con estrema freddezza va via dopo 8 secondi. Quando la figlia, preoccupata dal non ritorno del padre, si recò in banca fu accolta da Filippone che dopo averla fatta attendere nel suo studio le comunico: "Si è ammazzato, si è buttato di sotto". E' lui una delle ultime persone ad aver visto in banca David ancora vivo. Da allora non ha mai voluto parlare con la stampa ed anche all'inviato de Le Iene ha dimostrato grande reticenza, ma si sarebbe anche allontanato dalla famiglia Rossi, nonostante i rapporti molto stretti con David. "Vedere quella persona che non ha emozioni in quel momento per me non è comprensibile", ha commentato Antonella dopo le immagini del filmato in cui mostrano Filippone la sera della morte del marito. La stessa reticenza è emersa anche da parte di Mingrone, che si è detto convinto del suicidio, nonostante le tante anomalie. Nessuno, in realtà, ha voglia di parlare di questa storia, compresa Lorenza Bondi, collega di David e che quella sera ammise di aver visto la porta del suo ufficio aperta mentre andava via dalla banca, quando poi fu rinvenuta chiusa. A restare in silenzio e mostrare molto fastidio di fronte alle domande del giornalista anche il portiere che quella sera non guardò per oltre 45 minuti le telecamere senza accorgersi della presenza del cadavere. L'inviato è quindi giunto fino all'ex presidente Mussari, che dal giorno in cui è stato indagato sarebbe sparito da Siena. L'uomo, anche lui inizialmente molto reticente, a telecamere basse si è lasciato andare ad alcune dichiarazioni importanti: "Per me David è un enorme dolore, come ho spiegato ad Antonella. Parlare mi fa venire da piangere, lasciami perdere". E sulla storia del presunto suicidio ha replicato: "Non lo so, guarda... Io sono per Antonella... quello che crede Antonella lo credo io. Quello che fa Antonella per me è Vangelo. Se lei ritiene di andare per quella strada, quella è la strada giusta". Infine l’ex presidente Amato, che ha smentito categoricamente di aver avuto legami con David Rossi: "Non lo conoscevo".

David Rossi. Video caso Mps, ex sindaco Pierluigi Piccini: "L'indagine è stata fatta male" (Le Iene Show). David Rossi, il caso Mps a Le Iene Show. L'ex sindaco Pierluigi Piccini fa una rivelazione shock: "Non si è suicidato, vi dico perché", scrive il 9 ottobre 2017 Silvana Palazzo su "Il Sussiadiario". L'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, con le sue parole ha aperto la strada a nuovi dubbi sulla morte del povero David Rossi. Lui non crederebbe affatto alla tesi del suicidio e, a sua detta, non lo crederebbe l'intera città di Siena. "L'indagine è stata fatta male", sostiene ai microfoni nascosti della trasmissione Le Iene, che ieri sera è tornata a far luce sul caso di cronaca iniziato oltre 4 anni fa e rimasto ad oggi ancora un giallo. A detta di Piccini, infatti, sin dall'inizio sarebbero stati commessi molti errori: "Anche la famiglia, nel momento dello shock non si rende bene conto di quello che sta succedendo", dice. Il riferimento è alla sparizione involontaria dei vestiti della vittima. "Io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini", ha commentato ancora l'ex sindaco, toccando un fatto effettivamente decisivo dell'intera vicenda. Le sue successive dichiarazioni su ciò che non tornerebbe, però, come ribadito anche dall'inviato della trasmissione non sarebbero ad oggi sostenute da alcuna conferma, per cui non è possibile dire con certezza se realmente, come da lui ipotizzato, ci sia stata una volontà di far chiudere frettolosamente le indagini già avviate in modo maldestro e che avrebbero potuto scoperchiare un pericoloso vaso di Pandora. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

EX SINDACO ROMPE L'OMERTÀ. Il secondo servizio della Iena Antonino Monteleone dedicato al misterioso caso relativo alla morte di David Rossi è destinato a far discutere. Nuove e importanti rivelazioni choc sono state trasmesse sul capo della comunicazione della banca Monte Paschi di Siena. Il servizio ha documentato l'omertà che vige a Siena sulla vicenda, ma l'inviato delle Iene ha trovato un personaggio che ha rivelato aspetti davvero importanti sul caso. Si tratta dell'ex sindaco Piccini, che conosceva molto bene David Rossi, il quale era stato capo ufficio stampa del Comune quando ricopriva la carica di primo cittadini. Tra le rivelazioni ce n'è una molto grave: parla di presunti festini a base di cocaina, in una località tra Siena e Arezzo, che avrebbe visto protagonisti molti personaggi della magistratura e volti noti della politica italiana. Così l'ex sindaco ha voluto far comprendere che potesse esserci una volontà di chiudere il caso di David Rossi. (agg. di Silvana Palazzo)

"NON SI È SUICIDATO, VI DICO PERCHÉ". La morte di David Rossi è ancora avvolta nel mistero e il servizio de Le Iene Show alimenta i dubbi. Il direttore della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena il 6 marzo 2013 precipita di schiena dalla finestra del suo ufficio, morendo venti minuti dopo in un vicolo. Per la Procura si tratta di un suicidio, ma i dubbi sono tanti. E infatti la sua famiglia continua a chiedere che venga fatta chiarezza su quanto successo, cerca la verità. La moglie del manager, Antonella Tognazzi, e la figlia di lei, Carolina Orlandi, stanno ricostruendo le indagini, perché continuano a credere che sia stato ucciso. I fatti sono inquietanti, le circostanze inspiegabili e le anomalie tantissime. La Procura fa due ipotesi: che si sia stato indotto al suicidio per paura o che sia caduto in seguito ad una colluttazione. Forse perché David Rossi, come scrisse via mail al CEO Fabrizio Viola, voleva parlare con i magistrati che indagavano su Antonveneta dei rapporti politici di Mps.

LA RIVELAZIONE CHOC DELL'EX SINDACO DI SIENA. Tra i misteri italiani c'è il caso della morte di David Rossi, del quale si è occupato il programma Le Iene Show anche oggi. L'inviato ha interpellato l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini: «Non credo che si sia suicidato. Le anomalie ci sono, è inevitabile. Lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto quello che sapeva... Fa il grande errore di dire "Io parlo"». L'ex dirigente Mps aveva le porte aperte dappertutto: «Ma uno che mangia il mondo, ha paura di una perquisizione? Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. Aveva l'abitudine di prendere sempre appunti, quindi il fatto che non abbia lasciato nulla è strano. Lui era il braccio destro di Mussari su tante cose. Lui aveva un certo appeal in quanto tale». Proseguono le rivelazioni choc dell'ex sindaco: «Conoscendo la sua razionalità, non è possibile che si sia ucciso». Emerge poi un'altra storia parallela riguardo la velocità della magistratura nella chiusura delle indagini: «Potrebbe aver abbuiato tutto perché potrebbe scoppiare una bomba morale. C'è una villa tra Siena e Arezzo dove facevano delle feste...». L'intervista, però, si è chiusa male: l'ex sindaco dopo aver scoperto di essere stato registrato si è arrabbiato con l'inviato de Le Iene, consapevole dell'importanza e del peso delle sue rivelazioni.

L'inchiesta delle Iene su David Rossi. 1 ottobre 2017 su Dago Spia.

In prima serata su Italia 1 dell'1 ottobre 2017, a “Le Iene Show”, l’inviato Antonino Monteleone si è occupato del caso di David Rossi, responsabile della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS è al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così la richiesta avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. Si tratta della seconda archiviazione dell’indagine: la prima era avvenuta nel marzo 2014. La Iena intervista Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone raggiunge anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell'ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando è stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non ha più parlato: né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi. Infine, l’inviato intervista Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio dei ministri, ex Ministro dell’Interno e ora Giudice costituzionale. Di seguito alcuni stralci delle interviste ad Antonella Tognazzi e a Carolina Orlandi.

Orlandi: David era molto amico di Mussari, Mussari è stato il primo volto di tutto questo disastro, quindi molte persone hanno pensato che David potesse centrare qualcosa, solo per questo.

Iena: Tu lo escludi?

Orlandi: Io lo escludo ma sono pronta a cambiare idea... se qualcuno mi spiegasse perché è morto, magari mi spiegherebbe anche tante altre cose che io non so.

Orlandi: Non mi spiego le ombre che si vedono all'interno del vicolo per quasi tutta la durata della registrazione, quindi da prima che David cadesse a dopo che David ha esalato l'ultimo respiro. Ci sono delle persone, delle ombre là: non sappiamo chi siano. Ci sono dei fari di una macchina che vengono proiettati nel muro opposto, questa macchina se ne va dopo che David muore ma c'era già da prima.

Iena: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Iena: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno più o meno da quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato o contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Iena: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, diciamo che certe domande me le sono fatte.

Tognazzi: Sicuramente è successo qualcosa, sicuramente David è stato picchiato. Non so da chi, ovviamente, però è stato picchiato. Quei segni sono riconducibili a percosse. È scandaloso perché non esiste che in ufficio una persona venga picchiata.

Orlandi: Ci sono delle ecchimosi, però nessuno ci ha mai spiegato come ha fatto a farsele.

Iena: E l'inguine?

Orlandi: La prima cosa da fare per mettere k.o. un uomo lo sappiamo tutti qual è.

Orlandi: Posso garantire che è molto più semplice accettare che in quel momento David si sia gettato in preda a un qualcosa…

Iena: Che non abbia retto alla pressione…

Orlandi: È molto più semplice accettare questo piuttosto che accettare che David abbia avuto una colluttazione dopo la quale è stato gettato dalla finestra, è rimasto 22 minuti agonizzante… questo non si può accettare.

Iena: Tu hai ancora la speranza che venga fuori una verità diversa?

Orlandi: Magari quando certi equilibri si romperanno e qualcuno avrà da guadagnare e qualcun altro non avrà più niente da perdere, magari verrà fuori qualcosa. Penso che ci siano tante persone che hanno anche semplicemente visto qualcosa che non tornava: io vorrei, e lo chiedo da anni, che chiunque sappia qualcosa su quello che è successo quella sera, che abbia visto anche un particolare che non gli torna, un qualcosa di sospetto… qualunque cosa può aiutare. Vorrei che si rompesse questo muro di omertà che si è formata intorno a questa storia. Vorrei che tutti si facessero un esame di coscienza e che si facessero avanti anche solo per aiutarci a scoprire qualcosa in più.

Iena: Chi sa, parli.

Orlandi: Assolutamente. Chi sa deve parlare, come fanno a guardarsi allo specchio la mattina?

Di seguito, alcuni stralci dell’intervista a Giuseppe Mussari.

Iena: Lei è convinto del suicidio?

Mussari: Guardi, come le ha detto Antonella, io non parlo...

Iena: Ha visto questa foto delle braccia di David?

Mussari: Per carità di Dio, io non le voglio vedere.

Mussari: Per me David è un enorme dolore, come ho spiegato ad Antonella. Parlare mi fa venire da piangere, lasciami perdere.

Iena: Lei è convinto che sia stato un suicidio?

Mussari: Non lo so. Guarda, io sono per Antonella, quello che crede Antonella lo credo io, però lasciami in pace, per cortesia… per cortesia…

Iena: Però è fondamentale il suo pensiero…

Iena: Su David ha visto che ci sono quei segni sul corpo che sono impressionanti?

Mussari: Tesoro mio, non voglio… Te l'ho spiegato prima, non mi far piangere. Cioè, se io ti potessi dire…

Iena: Qualcuno potrebbe averlo picchiato e lanciato dalla finestra in banca…

Mussari: Ma io se ti potessi dire una cosa che so, te la direi. Io in banca non c’ero più quando è successo. È giusto? Iena: Ma ha visto quante anomalie in questa benedetta inchiesta?

Mussari: Io non ho letto le carte, ti ripeto. Quello che fa Antonella per me è Vangelo, d'accordo? Cioè, se lei ritiene di andare avanti su quella strada, quella è la strada giusta, perché lei ha letto tutto, è la moglie e tutto il resto. Ma io non ne so niente.

Iena: Non si sono lasciati scappare qualcosa di fondamentale per risalire alla verità?

Mussari: Non ne ho idea.

Iena: Un ragazzo che vola dalla finestra in quel modo…

Mussari: Non ne ho idea.

Iena: 50 anni…

Mussari: Non ne ho idea e ti prego, parlarne mi addolora enormemente.

Iena: Ha mai avuto paura per la sua incolumità, avvocato Mussari?

Mussari: No, io mai.

Iena: Ma perché non avete fatto la fusione anziché comprarla Antonveneta?

Mussari: Lascia perdere…

Iena: Perché?

Mussari: Vedi, vedi qual è il problema?

Iena: Però è un po' strano...

Mussari: Il tema poi è… senti a me…

Iena: Non mi capita tutti i giorni di incontrarla, Mussari.

Mussari: Ho capito che non ti capita tutti i giorni, è roba passata, ci sono i processi, chiariranno i processi. C’è il processo a Milano, risponderà a tutte le domande.

Iena: Ma quelle sono le verità giudiziarie, secondo la verità giudiziaria David Rossi si è suicidato…

Mussari: Guarda, da me non puoi avere nulla di quello che chiedi, quindi non mi braccare come… cioè… come una lepre. Capisci? Non sono una lepre.

Iena: Mi dice perché avete fatto zompare ‘sta banca?

Mussari: No, che zompare, io non ho fatto zompare niente, dammi retta.

Iena: Però la storia le va contro, il giudizio storico…

Mussari: Tu quando vai a letto, vai a letto tranquillo?

Iena: Io sì.

Mussari: Bene.

Iena: Lei quando va a letto?

Mussari: Uguale.

Mussari: Ci sono i processi, i processi verranno fatti.

Iena: Ma lei si fida così tanto di questi processi?

Mussari: Sono un cittadino della Repubblica italiana e mi fido della Giustizia italiana.

Iena: Ma come ha fatto a finire Presidente dell'Associazione bancaria italiana, ‘ché quando è uscito avrebbe detto: “Io non ci capivo niente di banche, il mio lavoro era l'avvocato”?

Mussari: Non ho mai detto questo.

Iena: Come no? Come ha fatto a diventare presidente dell'ABI?

Mussari: (Ride).

Iena: È vero che l’ha sponsorizzata Giuliano Amato per quell'anno?

Mussari: No, assolutamente no. Stai bene!

Di seguito, alcuni stralci dell’intervista a Giuliano Amato.

Iena: Secondo diverse fonti, David Rossi veniva a trovarla spesso quando lei era Ministro dell’Interno al Viminale.

Amato: Non è così.

Iena: Smentisce questa circostanza?

Amato: Assolutamente.

Iena: Presidente Amato, solo una domanda sul povero David.

Amato: Non lo conoscevo.

Iena: Perché sponsorizza Giuseppe Mussari che era un avvocato alla Presidenza dell’ABI, che poi ha dichiarato di non aver proprio nessuna competenza in tema di banche?

Amato: Lei ha le sue domande, io non ho risposte da darle. Se lei è gentile, smette; se non è gentile, continua a tormentarmi e io mi domando per quale ragione un giovane in Italia, per guadagnarsi da vivere, deve fare la parte che sta facendo lei.

Iena: Cioè fare domande sulla morte di un collega, l’ex Capo di un ufficio Comunicazione, e su una vicenda bancaria…?

Amato: Continui, continui…

Amato: Il giorno in cui lei mi farà domande, mi viene a trovare…

Iena: Al Palazzo della Consulta, posso venire?

Amato: … lo fa gratis, nel senso…

Iena: Che vuol dire “gratis”? Uno non deve essere pagato per il lavoro che fa? Ma proprio lei mi parla di “gratis”?

Amato: Sì, io parlo di “gratis”.

Iena: Dovrei lavorare gratis? Io faccio il giornalista, faccio delle domande, dovrei lavorare gratis?

Amato: No, io le sto dicendo che lei non sta facendo il giornalista.

Iena: Le ho chiesto perché ha sponsorizzato Mussari ai vertici dell’ABI…

Amato: Io a lei non rispondo.

Iena: E allora non mi dica “se viene a farsi una chiacchiera, rispondo”, perché è un tema scivoloso.

Amato: No, il tema non è scivoloso, ma io non voglio essere usato da lei.

Iena: Ma come “usato”? Lei è un protagonista.

Amato: Ora basta, le ho dato fin troppo del mio tempo. […] Io continuerò a guardarla e a domandarmi perché un giovane, oggi, debba fare una parte così orribile come quella che lei sta facendo per guadagnarsi da vivere. Lei è lo specchio della crisi italiana in questo momento. Mi dispiace per lei, la saluto.

L'inchiesta delle Iene su David Rossi. 9 ottobre 2017 su Dago Spia.

Ieri, domenica 8 ottobre, in prima serata su Italia 1, a “Le Iene Show”, l’inviato Antonino Monteleone è tornato ad occuparsi del giallo sulla morte di David Rossi, a seguito di rivelazioni shock da parte dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano, la sera del 6 marzo 2013. In quelle stesse settimane, MPS era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La scorsa settimana la Iena aveva intervistato Antonella Tognazzi (la moglie di David Rossi) e la figlia della donna Carolina Orlandi, da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Antonino Monteleone aveva, inoltre, raggiunto anche Giuseppe Mussari, ex Presidente del MPS ed ex Presidente dell'ABI, Associazione Bancaria Italiana. Da quando era stato indagato e travolto dalle polemiche per l’acquisizione di Antonveneta da parte di MPS, non aveva più parlato né delle vicende bancarie, né della morte di Rossi. Nel corso del nuovo servizio, Antonino Monteleone ha incontrato Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi e sindaco di Siena dal 1990 al 2001. Di seguito alcuni stralci.

Iena: Lei crede che David Rossi si sia suicidato?

Piccini: No, ho seri dubbi su questa ipotesi. Non credo che David Rossi si sia suicidato.

Iena: Quello che voglio capire è se lei crede che sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure effettivamente ci sono delle anomalie tali che… 

Piccini: No, le anomalie ci sono. Le anomalie ci sono, è inevitabile. E poi David fa un errore storico: lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontargli tutto. E dice: “Io di questa città conosco tutto dai tempi del Piccini fino ad oggi”. David Rossi fa il grande errore di dire “io parlo”.

Iena: Cioè non c’è complottismo dietro l’ipotesi di dire che forse David non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Piccini: No, no.

Iena: Ma se uno invece volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda di un potere, che è rimasto da solo e che ha ceduto?

Piccini: No, tutte cazzate. David Rossi ha gestito più di 50 milioni di euro in quattro anni, aveva le porte aperte dappertutto.

Iena: Lei a che ora ha saputo, ad esempio, che era successo quello che era successo?

Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Iena: E lei ha pensato “Oddio, è impazzito David”, o ha pensato “Non quadra”?

Piccini: No no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida. La città è convinta che sia stato ucciso.

Iena: Ma può avere questa benedetta perquisizione (ndr, si riferisce alla perquisizione fatta nell'ufficio privato e nell'abitazione di David Rossi nell’ambito dell’inchiesta MPS pochi giorni prima della morte), per la fuga di notizie, aver… cioè, tu sei uno che si mangia il mondo, a un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…

Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa eh, ha paura di una perquisizione?

Iena: Dice… pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Piccini: Mah! Ma scusa eh? Allora, sennò veramente… Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini: Questo è strano (ndr, si riferisce al fatto che dopo la morte non sarebbero state ritrovate né memorie né appunti) perché David aveva l’abitudine, quando faceva l’addetto stampa mio, di prendere sempre appunti. Cioè, io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano, e quindi poi la memoria la teneva lui. Questo fatto che lui non abbia lasciato nulla…

Iena: David non faceva solo l'addetto stampa?

Piccini: Macché, lui era il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo. Ma uno che gestisce 54… 50 milioni di euro in 4 anni, ma ti rendi conto di quanti sono? Che lui avesse un particolare anche, come dire, appeal all'interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Iena: Ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Piccini: Questo sì.

Iena: Ma con ruoli attivi o con ruoli di spettatore privilegiato?

Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì. E poi dopo, come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni. Quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperlo.

Iena: Quindi non può essere un uomo rimasto solo che è crollato?

Piccini: Ma quale solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia. Non aveva un problema di lavoro, assolutamente.

Iena: No, di lavoro, però dico che rimani da solo, sei sottoposto a una pressione che non ti è mai capitata nella vita e si rompe una lampadina in testa… come quando salta un fusibile, non lo puoi prevedere…

Piccini: E dice alla madre “vengo a prendere le polpette”?

Iena: Per non farla preoccupare…

Piccini: E poi s’ammazza? Dai, via, su. Alla madre dice “guarda, sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, non esiste… Ma dai, ma non esiste “vengo a prendere le polpette alla madre”.

Iena: No perché non vorrei che passassimo per super complottisti…

Piccini: Non ti sembra strano? Tu a tua madre dici “mamma, vengo a prendere le polpette” e poi t’ammazzi? Così la madre non se ne accorge che ti sei ammazzato? Dai, via. No, no.

Iena: Ma sa perché glielo dico? Perché io vengo dalla cronaca giudiziaria e quindi ho un po' di sudditanza psicologica nei confronti dell'autorità giudiziaria.

Piccini: Però l'indagine è stata fatta male. Il problema parte male questa indagine, all'inizio; e, devo dire, anche la famiglia, nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono spariti dei vestiti… Io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Iena: Una questione che uno dovrebbe riuscire a risolvere per rilanciare il dubbio sulla veridicità del suicidio è: chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato, quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Piccini: E allora c'è un'altra storia parallela… un avvocato romano mi ha detto “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni?”. E io: “Ma scusa perché? Era un’amica mia, dove il marito era nei servizi…”. Ma, guarda, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l'aretino e il mare… e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale”. Non so se mi sono spiegato? Questo filone non è stato mai preso.

Iena: Questo potrebbe avere ostacolato la realizzazione di una buona indagine?

Piccini: E questo avvocato romano mi ha detto: “Ma non state lì a girare tanto le scatole…C'è una villa fra Siena e Arezzo e c'è una villa al mare, dove facevano i festini”. Chi andava in queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah. La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Iena: Va beh gira in Italia, ovunque…

Piccini: Sì, domandalo a **** quanta ne… quanto uso ne fa?

Iena: Ne fa o ne faceva?

Piccini: Ne fa. Questa è un'altra storia parallela e io mi fermo qui…

Iena: No, ma fermo un attimo. Io quando sento questa cosa del festino dico: “Perfetto, qui c'è la chiave per capire perché fanno le indagini…”.

Piccini: Ad un certo punto io posso anche capire la magistratura che di fronte a una cosa del genere… guarda che ti sto a dire… cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile.

Iena: E ok, e questa è la chiave, ma rimane sempre…

Piccini: E lo posso anche capire…

Iena: …sempre rimane irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare.

Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo? Ma lo vedi che ancora non riescono a risolvere il… si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Iena: Ma lo IOR? (ndr, Istituto delle opere di religione)

Piccini: Ragazzi, mi volete mandare… che volete fare di me? Spiegatemelo, mi volete rovinare?

Quando la Iena prova a chiedere a Piccini se, in questa storia, possa avere qualcosa a che fare anche lo IOR - Istituto per le opere di religione, comunemente conosciuto come "Banca vaticana" -  Piccini preferisce fermare le sue rivelazioni.

L’orologio, il video, le ferite. Perizie e misteri del caso Rossi. L’uomo delle comunicazioni del Monte dei Paschi di Siena morto tre anni fa. Per ricordarlo domenica 6 marzo c’è un corteo a Siena, scrive Sergio Rizzo il 5 marzo 2016 su "Il Corriere della Sera". «A tre anni dalla morte alzate la testa, rompete il silenzio». È scritto su un manifesto che chiama a raccolta per un corteo silenzioso domenica pomeriggio a Siena, davanti alla sede del Monte dei Paschi, chi ha a cuore la verità sulla fine di David Rossi. La moglie e la figlia del dirigente della banca senese che fu trovato morto sotto la sua finestra non si sono rassegnate. E il caso, archiviato come suicidio, tre mesi fa è stato riaperto dalla procura di Siena. Che ora ha il compito di diradare le nebbie che avvolgono l’episodio più inquietante di una storia capace di spingere il Monte sull’orlo del baratro. È mercoledì sera. A quell’ora, nelle giornate di inizio marzo, rinfresca un po’. Il torrente umano che scorre senza sosta lungo via Banchi di Sopra sfilando davanti a piazza Salimbeni si interrompe di tanto in tanto. Le stradine lì intorno sono deserte. Vicolo di Monte Pio, alle spalle del Monte dei Paschi di Siena, poi, è un budello chiuso dove non si vede mai nessuno. Ma non quel mercoledì sera di tre anni fa, il 6 marzo 2013. Ci sono delle persone, e c’è anche una macchina che sbarra l’ingresso del vicolo. Ai loro piedi, disteso per terra, un uomo sta agonizzando. È caduto da una finestra: si è buttato da solo o qualcuno l’ha aiutato? Si chiama David Rossi, ha cinquant’anni ed è un alto dirigente del Monte dei Paschi di Siena, che sta attraversando il momento più difficile dei suoi cinque secoli e passa di vita. Una tempesta giudiziaria la sta scuotendo dalle fondamenta. Sulla costosissima acquisizione dell’Antonveneta si allungano ombre pesanti: i magistrati sospettano reati gravissimi, dall’insider trading alla truffa. Rossi è il responsabile della comunicazione della banca, uno degli uomini che sono stati più vicini all’ex presidente Giuseppe Mussari, l’epicentro della bufera. E adesso è lì, a terra, con quegli uomini intorno. Quando arriva la polizia, però, non c’è nessuno. L’inchiesta è rapidissima e il caso viene subito archiviato: suicidio. Tutti gli indizi, secondo i magistrati, depongono in questa direzione. Rossi è stressato, il 19 febbraio hanno perquisito casa sua. Due giorni prima, ha scritto in una mail all’amministratore delegato Fabrizio Viola «stasera mi suicido sul serio aiutatemi». E poi non c’è forse quel biglietto lasciato alla moglie («Toni, ho fatto una cavolata troppo grossa...»)? Già, quel biglietto... Antonella Tognazzi riconosce la scrittura del marito. Ma c’è qualcosa che non convince. Come se quel messaggio non fosse stato scritto in piena libertà. David stava passando un brutto momento, d’accordo, ma non c’erano state avvisaglie di un gesto simile. E poi non la chiamava mai «Toni». Anche le perizie hanno lasciato molti dubbi, però sono state liquidate frettolosamente. Decisamente troppo. I familiari vogliono vederci chiaro e insieme all’avvocato Luca Goracci rimettono pazientemente in fila tutti i fatti. Il 16 novembre 2014 Antonella Tognazzi dice a Report di non credere al suicidio. E la trasmissione di Milena Gabanelli mostra un frammento del filmato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dove si vede un oggetto, forse un orologio, che cade dall’alto sul selciato dove da qualche minuto è riverso Rossi. Un dettaglio sconcertante, e non isolato. Le perizie di parte ne sono piene. L’ora registrata nel video non corrisponde a quella effettiva: è avanti di 16 minuti. Il perito sostiene che potrebbe essere anche stato manomesso. Anche se il presunto autore non è riuscito a occultare la presenza di persone vicino al corpo di Rossi. Secondo il perito compaiono poco dopo la caduta di David e restano lì fino alla sua morte avvenuta 22 minuti dopo l’impatto. «Tali figure umane — sottolinea la relazione — non sono mai state oggetto di approfondimento, secondo quanto in atti». Così la stessa dinamica della caduta, che le perizie di parte giudicano incompatibile con l’ipotesi del suicidio. Sul cadavere vengono poi riscontrate ecchimosi e ferite tipiche di una colluttazione. Quindi c’è l’oggetto che cade, dopo diversi minuti, e nello stesso momento in cui qualcuno, sul telefonino di Rossi rimasto nel suo ufficio mentre lui è a terra esanime, digita un numero: 4099009. E che cosa cercava chi è entrato quella sera nel computer di David, usando le sue credenziali? Nell’istanza di riapertura del caso c’è la ricostruzione minuziosa dello scambio di mail avvenuto due giorni prima della sua morte fra Rossi e Viola. David gli dice che vuole parlare con i magistrati. E prima possibile. «Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Mi puoi aiutare?». Ma perché David ha bisogno di parlare con i pubblici ministeri? «Vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici e i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini, Mussari, Comune, fondazione, banca. Magari — scrive ancora — gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve». Passa qualche minuto, però, e cambia idea: «Ho deciso che meglio di no. Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Si può fare con calma». Calma che Rossi purtroppo non avrà.

David Rossi di Monte dei Paschi di Siena non si è suicidato ma è stato assassinato, scrive “Mercati 24” il 22 novembre 2015. David Rossi era un bravo ragazzo, amante del suo lavoro, che voleva riportare la storica banca Monte dei Paschi di Siena a splendere di nuovo. Ma così non è stato, e non si è suicidato. Lo scandalo del Monte dei Paschi, purtroppo, non è più solo un fatto finanziario, è diventato qualcosa di tragico. Avremmo preferito 1000 volte occuparci di una delle solite truffe forex che in fondo non causano vittime. Ma questa volta dobbiamo parlare di una vita umana che è stata spezzata. Il 6 Marzo 2012 successe qualcosa che scosse profondamente il mondo della finanza, ma anche quello dell’opinione pubblica, in quanto questo fatto fu pubblicato su qualsiasi media. Uno scandalo da 1,2 miliardi di euro. Quel giorno di Marzo, David si buttava dalla finestra di un palazzo, dopo lo scandalo MPS da diversi miliardi di euro, secondo Il Fatto: Tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, pubblicò due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni (di MPS). Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone). Ma non è questo quello che è successo veramente secondo l’avvocato Luca Goraggi della procura di Siena, che ha deciso di fare “una vera luce” sul caso, per cercare la verità, che i familiari di David stanno cercando disperatamente da anni. Secondo le perizie, la caduta non sarebbe stata accidentale. I biglietti di addio alla moglie, ritrovati in un cestino, sarebbero stati scritto sotto coercizione fisica o psichica. Anche le telecamere di sicurezza confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, che prima analisi della caduta è completamente errata. Rossi fu ritrovato su un vicolo di Monte Pio, proprio dopo gli scandali di Monte di Paschi di Siena, che coinvolse Mussari e Vigni. L’indagine venne inspiegabilmente chiusa nel 2014, affermando il suicidio. Un anno fa fu anche rifiutata la richiesta di riapertura delle indagini. Adesso l’inchiesta è stata riaperta ufficialmente, e il Movimento 5 Stelle esulta. I Grillini chiedevano infatti la riapertura dell’inchiesta da anni ormai, sono stati finalmente ascoltati, e giustizia (speriamo) sarà fatta. David si era trattenuto fino a tardi nella sua stanza ufficio di Rocca Salimbeni, nell’antico palazzo della banca. Era stanco, preoccupato, ma non ne aveva parlato con nessuno, neppure con gli amici di una vita. Poco prima delle dieci, quel volo, che adesso è sospetto a fa parte di uno dei più grandi misteri nell’Italia dell’alta finanza, corrotta, sporca e composta da mille segreti silenziosi. Negli ultimi giorni Rossi era apparo molto stanco e provato. Non era tra gli indagati, ma era comunque stato già perquisito dalla Guardia di Finanza, evento che lo scosse tantissimo. Gli era morto il padre da poco. Era molto giù di morale. In uno dei biglietti trovati nell’ufficio, scritti apparentemente da lui, era stata trovata la scritta “Ho fatto una cavolata”. Un copione di un suicidio. Rossi “è stato suicidato”, ma non si è certamente suicidato. Un evento troppo carico di ombre e pochissime luci, che è stato dovuto riaprire con un supplemento di indagini, per fare chiarezza e per mettere una volta per tutte il punto a questa situazione.

Secondo l’avvocato della moglie, “Ucciso da almeno due persone”. La tesi dell’avvocato Luca Goracci è che l'ex capo della comunicazione dell'istituto, morto il 6 marzo 2012 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sia stato "prima colpito alla testa e poi buttato da almeno due persone". L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando la morte come suicidio, scrive Andrea Tundo il 16 novembre 2015. “Sarebbe stato prima colpito alla testa e poi buttato dalla finestra almeno da due persone”. È la tesi, sostenuta da tre perizie, rappresentata dall’avvocato Luca Goracci alla Procura di Siena, che ha deciso di riaprire il caso sulla morte di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena deceduto il 6 marzo 2013 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. L’istanza di riapertura era stata depositata dal legale della vedova di Rossi, Antonella Tognazzi, dieci giorni fa, e oggi il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello, in accordo con il sostituto Andrea Boni, ha deciso di ricominciare a indagare sul caso che finora era sempre stato catalogato come suicidio. Invece secondo le perizie grafologica, medico legale e dinamico-fisica sulla caduta – già “oggetto di valutazione” da parte della Procura e che hanno portato alla decisione di ricominciare a indagare “sui temi di prova evidenziati” – la caduta di Rossi non sarebbe stata accidentale. Le indagini di parte, che saranno presentate alla stampa martedì a Roma, avrebbero evidenziato che i tre biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel cestino dell’ufficio del capo comunicazione della banca senese, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”, sostiene la perizia del professor Giuseppe Sofia, già collaboratore di numerose procure italiane. E un ulteriore segno che dimostrerebbe come le lettere d’addio non siano state scritte da Rossi sarebbero le ecchimosi sulle braccia riscontrate nell’esame autoptico “chiaro segno di afferramento”. Oltre all’analisi dei filmati delle telecamere di sicurezza che confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, come la prima analisi della caduta fosse errata. Rossi fu ritrovato cadavere sul selciato del vicolo di Monte Pio, attorno alle 20 del 6 marzo di due anni fa, nel pieno della bufera per lo scandalo derivati che coinvolse il Monte dei Paschi fino agli ex vertici, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando come “suicidio” la morte del capo comunicazione della banca senese. E poco più di un anno fa, il 10 novembre 2014, la Procura generale aveva rigettato la prima richiesta dei famigliari per la riapertura dell’inchiesta. Nei giorni immediatamente successivi alla morte, i magistrati toscani avevano anche ricevuto un esposto dell’ex consigliere di amministrazione di Mps, Michele Briamonte, che chiedeva di verificare un’eventuale connessione tra la morte di Rossi e la pubblicazione da parte dell’agenzia di stampa Reuters, tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, di due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni. Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone.

Mps, Indagine sulla morte di David Rossi. Parla la vedova: "Non si è ucciso, ora ho le prove. Voleva parlare con i pm", scrive Simona Poli su La Repubblica il 18/11/2015. La prima piccola luce. Dopo tre anni in cui sembrava che David fosse stato inghiottito dal buio, che a nessuno interessasse scavare nel mistero della sua morte. È un giorno di speranza per Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi, il responsabile della comunicazione di Mps che il 6 marzo 2013 cadde dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni dopo aver lasciato un biglietto di addio proprio a lei. La riapertura dell’inchiesta potrebbe far chiarezza su quel suicidio a cui Antonella non crede. Insieme ai legali, a due consulenti tecnici e a un gruppo di parlamentari Cinque Stelle ieri era a Montecitorio per dare corpo ai suoi sospetti.

Come pensa che sia morto suo marito?

«Non certo buttandosi giù di sua volontà. Il medico legale ha riscontrato lesioni che non hanno niente a che vedere con la caduta. Lo hanno spinto, almeno in due, anche se non posso sapere quante persone ci fossero in quella stanza. Ora voglio conoscere il nome degli assassini di mio marito».

Il vostro legale, Luca Goracci, lascia intendere che David potrebbe aver pagato la sua intenzione di essere ascoltato in procura.

«Io so soltanto che lui voleva andare dai giudici per sapere che cosa cercassero, che cosa volessero da lui. Questo pensiero lo tormentava, ne parlavamo spesso».

Potrebbero riesumare la salma, lei è d’accordo?

«Per ora è solo un’ipotesi. Laddove fosse necessario, vedremo».

Quando ha iniziato ad avere dei dubbi sulla versione del suicidio?

«Appena mi sono ripresa dallo shock. All’inizio mi sembrava di stare su un altro pianeta, i magistrati mi dicevano che era tutto lampante, che gli indizi concordavano, erano quasi arrivati a convincermi. Io ero malata quando morì David, venivo da un’infezione che mi aveva causato febbre altissima, proprio quella sera avrebbe dovuto farmi un’iniezione, lo stavo aspettando. Lo chiamai alle 19 e mi disse “tra una mezzoretta sono a casa”. Succedeva spesso che facesse tardi in ufficio, quello poi era un periodo difficilissimo al lavoro. Ma quando ho visto che passava il tempo e non tornava mi sono preoccupata, ho pensato a un malore e ho mandato mia figlia a cercarlo».

Quella telefonata fu l’ultimo contatto tra di voi?

«L’ultima volta che ho sentito la sua voce, sì. Nel pomeriggio era passato a salutarmi per vedere come stavo».

La calligrafia del biglietto è autentica però.

«La calligrafia sembrerebbe la sua, anche se la scrittura è a strappi, con cambiamenti continui, insomma strana. Ma è stato proprio il biglietto a farmi capire che David non diceva quello che pensava, che lo stavano costringendo. Mi ha messo lui sulla strada giusta».

Il biglietto di addio nascondeva un secondo messaggio?

«Esatto, proprio così. Quelle parole, “Toni amore mio ti chiedo scusa”, non facevano parte del nostro vocabolario quotidiano. Lui sapeva che non mi piace il diminutivo Toni e mi chiamava Antonella, a differenza di tutti gli altri. Non ci chiamavamo mai amore perché non era quello il nostro stile. E David non era un tipo che chiedesse scusa. Messe in fila una dietro l’altra in quel contesto queste espressioni potevano avere solo un senso: farmi capire che chi stava scrivendo non era lui, che in quel momento qualcuno lo stava forzando. Solo io avrei potuto afferrare quell’sos in codice, lo ha fatto apposta, mi ha aperto gli occhi».

Nel frattempo sembrava che il caso fosse chiuso.

«Già, avevano archiviato in fretta. Ma i miei stessi sospetti sono nati anche nelle persone che mi affiancavano, cominciavano a venir fuori molti elementi strani, non tutto era così lineare come avevano voluto farmi credere. Ad esempio, quella storia dell’email che David avrebbe scritto due giorni prima della morte all’amministratore delegato, in cui chiedeva se fosse il caso di andare dai giudici. Possibile che in due giorni nessuno la avesse letta? Prima mi dicono che Viola si trovava a Dubai, poi invece si scopre che alla mail era stata data una risposta. Qualcosa non torna».

Suo marito era stato sottoposto a stress fortissimi. Il 19 febbraio la Guardia di finanza aveva perquisito casa vostra.

«Stava vivendo una situazione di disagio. Non si capacitava del fatto che invece di chiamarlo in procura per sentire la sua versione avessero perquisito la casa. “Che cercano qui?”, mi diceva».

Come si sente oggi?

«Mi auguro che adesso la magistratura con vera coscienza si rimetta al lavoro e dia quelle risposte che per anni sono state negate. Ho vissuto tanti momenti di sconforto, per tre anni ho sopportato questo silenzio pesantissimo, atroce. Con tutte le mie forze ora voglio credere che le cose cambieranno, che si cercherà la verità. Oggi posso finalmente farmi ascoltare, finora nessuna voce autorevole si era sollevata per chiedere di analizzare i punti oscuri di questa storia. Che sono tanti, troppi».

David Rossi, il giallo del suicidio e quel numero misterioso. Era il 6 marzo 2013: il manager Mps senza vita da oltre 30 minuti. Sul suo cellulare venne digitato un numero. Relativo a un conto dormiente, scrive Alessandro Rossi il 31 Marzo 2015 su “Lettera 43”. Un numero di telefono? No, un numero di conto. Il cellulare di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi deceduto misteriosamente il 6 marzo del 2013, si rianimò all’improvviso mezz’ora dopo il suo tragico volo da una finestra. Lui era già morto e qualcuno compose sul tastierino un numero di sette cifre. Le incongruenze sulla morte: segni di colluttazione e dinamica non chiara. Per comprendere appieno la storia di David occorre partire dai suoi amici. Una volta ne aveva molti. Chiamava Renato Pozzetto, chiamava Daniela Santanché, chiamavano giornalisti dei più importanti quotidiani, della Rai, di Mediaset. Chiedevano informazioni, pubblicità, sponsorizzazioni, piccoli favori. Chiamarono anche quella maledetta sera del 6 marzo, fino a pochi minuti prima che Rossi finisse giù da una finestra, forse nemmeno quella del suo ufficio, spinto da una follia suicida o dalla mano di qualcuno. Di amici a David, ora che è morto, ne sono rimasti davvero pochi. Si abbandona chi cade in disgrazia, figuriamoci chi cade da una finestra. In occasione del secondo anniversario della sua morte, un ricordo su Facebook di David Taddei, amico e socio nelle tante avventure di comunicazione prima di arrivare a Palazzo Salimbeni, con una spruzzata di condivisioni. Dolore, rinnovato e ancora intenso, in famiglia. Poco altro. Forse, a questo punto, non vuol dir nulla, ma David Rossi ha ancora qualche amico che ha usato le sue capacità professionali per provare a scrivere, o quantomeno a raccontare, una verità diversa da quella delle carte della giustizia che prima a Siena e poi a Firenze ha deciso che David si è ucciso buttandosi giù dalla finestra del suo ufficio alle 19.43. Già, l’ora della morte e tutto quello che l’ha preceduta e seguita. Qui comincia un’altra storia, un giallo che per certi versi arriva a somigliare a quello di Roberto Calvi, raccontato dalla telecamera di sorveglianza di Mps che ha ripreso il volo letale di David nel vicolo del Monte Pio, che si intuisce, anzi si capisce proprio, se si ha il fegato di guardare le foto del corpo esanime sul tavolo dell’autopsia. È difficile ridursi in quel modo con la caduta. Il corpo sull’avambraccio ha un livido in cui si riconoscono bene le dita della presa di una mano, altri lividi simili sull’altro braccio, una contusione di sette centimetri per 10, la misura esatta di un pugno, all’altezza dello stomaco, una ferita triangolare, un buco, sul retro della testa, un graffio classico da colluttazione (simile a un’unghiata) che gli percorre il naso e gli tocca un labbro. E poi la dinamica del volo: se si fosse buttato sarebbe caduto ben più in là di dove lo fa vedere la telecamera di servizio. E perché l’orologio che aveva al polso è caduto a terra addirittura qualche minuto dopo? E quelle luci nel vicolo stretto del Monte Pio, dove David è caduto, che somigliano tanto a segnali luminosi, quelle ombre che paiono far capolino dalla bocca della strada e da una porta lì vicino in uso al Monte dei Paschi. Illazioni? Fantasia? A guardare il video e le foto dell’autopsia vengono i brividi. Non solo per l’umana pietà, ma per quello che si capisce, o quantomeno sembra di capire: forse non è andata come le carte ufficiali raccontano. Le ultime ore: dalla visita alla moglie all'appuntamento con la Ciani. Luca Scarselli, ingegnere, e Luca Goracci, avvocato, sono forse gli amici più cari che David ha ancora da morto. Non lo hanno abbandonato e hanno messo insieme gli elementi che dicono che quello di David Rossi sarà stato anche un suicidio, ma somiglia troppo a un omicidio. Report ha raccontato la storia che hanno ricostruito i due Luca con le famose email, i biglietti, le ricostruzioni, le situazioni improbabili. Lettera43.it ha ricostruito le ultime ore prima che David Rossi volasse giù dalla finestra. Ma prima di arrivare a quei terribili momenti bisogna partire da qualche giorno prima, dal 19 febbraio 2013 quando la guardia di finanza perquisì casa sua cercando, ha sempre detto David, qualcosa che lui non ha mai capito. Dopo quella perquisizione la vita di Rossi non è stata più la stessa. Aveva paura, era convinto che casa e ufficio fossero piene di cimici, che lo seguissero, forse addirittura che qualcuno fosse pronto a fargli del male. In uno sconquasso complessivo, la mattina del 6 marzo 2013, l’inizio di una giornata piovigginosa, David si alzò presto, come sempre, per andare a fare jogging per le vie del centro storico. Uscì e rientrò diverse volte. Percorse la vicina salita, ripidissima di Vallerozzi, la via principale della sua contrada, la Lupa, fece un passaggio davanti al garage Perugini poco distante. Qualcuno lo vide. E notò che Rossi era guardingo, sospettoso, tanto da rientrare in casa e poi riuscire un paio di volte sempre in tenuta da jogging. Aveva un appuntamento alle 9 in banca con Carla Lucia Ciani, coaching manager. David, un maniaco della puntualità, uscì di casa intorno alle 8,30, dopo aver parlato con la moglie Antonella Tognazzi, che non stava bene. La salutò. La banca era distante poche centinaia di metri, 10 minuti a piedi al massimo. La Ciani, invece, arrivò tardi all’appuntamento, circa mezz’ora dopo. David si lasciò andare, anche se il suo carattere non gli consentiva certo slanci espansivi. Nel colloquio furono trattati diversi argomenti finché Rossì le disse: «Mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione, ho fatto una cavolata dietro l’altra». Sì, ma che tipo di cavolate? «Ho scritto a Viola (Fabrizio, amministratore delegato di Mps, ndr) e gli ho chiesto protezione e forse l’ho fatto irritare». In effetti tra Rossi e Viola c’è uno scambio di email il 4 marzo 2013 in cui David chiese se fosse il caso di andare dai magistrati a raccontare tutto quello che poteva sapere sulle vicende senesi, visto che lui, negli ultimi anni, era stato vicino all’ex presidente dell’Mps Giuseppe Mussari, ma anche a tanti altri personaggi del mondo politico locale. Praticamente Viola gli disse: «Se vuoi chiama i magistrati». E lì, probabilmente, David si sentì solo, scaricato. La mattina del 6 marzo, mentre aspettava la coaching manager, Rossi ricevette diverse telefonate da parte di giornalisti e di personale interno della Banca. Ma lui, almeno stando ai tabulati, non rispose. Tra le 8.54 e le 9.14 parlò al cellulare con la moglie, con il medico di famiglia, Antonio Bardi. Alle 10.04 ricevette una telefonata dalla Fondazione Mps, poi un’altra ancora dal medico e quindi David chiamò la moglie Antonella. Quella confidenza al fratello: «Un amico mi ha tradito». Finito il colloquio con la coaching manager, Rossi telefonò al fratello Ranieri. Dovevano andare a pranzo insieme. Così Rossi riparlò con la moglie, poi con la mamma intorno alle 13,52. Tra le telefonate alla moglie e alla madre si infilarono diverse chiamate di giornalisti ma David non rispose. Alle 15.10 riparlò con Ranieri per andare a pranzo. Prima di uscire richiamò la moglie. Il fratello andò a prendere David con la macchina. Strano, David amava camminare a piedi per la sua Siena. Salì sulla Mitsubishi grigia di Ranieri e andarono allo Snack Bar, un ristorante all’Antiporto, appena fuori Porta Camollia. Durante tutto il percorso David proferì pochissime parole, guardò continuamente lo specchietto e al fratello fece capire che temeva di essere seguito. Al momento di parcheggiare gli chiese di fare una strana manovra proprio come se volesse depistare qualcuno. Al ristorante scelse un tavolo in fondo e si piazzò con le spalle al muro per aver bene aperta la visuale della porta e vedere chi entrava. Si lasciò andare a una confidenza con il fratello: «Ho fatto una cavolata, e un amico di cui mi sono fidato mi ha tradito». Chi? Ranieri non sa dirlo o forse nemmeno glielo chiese. Finito il pranzo, verso le 16, Rossi ripassò da casa, probabilmente per sentire come stesse Antonella. Proprio la moglie gli chiese se avesse avuto risposte da Viola sul possibile colloquio con i pubblici ministeri. David non disse nulla. Era convinto che la sua abitazione fosse piena di microspie al punto da comunicare con moglie e figliastra, più di una volta, tramite messaggi scritti, che vergava su un blocco, di cui poi strappava le pagine: quelle scritte, ma anche quelle sotto per evitare l’effetto della copia per pressione. Intorno alle 16,40 Rossi tornò in ufficio. Nel frattempo lo aveva chiamato un dipendente della banca e una compagnia della guardia di finanza: niente di drammatico, le fiamme gialle chiedevano una sponsorizzazione. Piovevano telefonate ma David continuava a non rispondere. Alle 17.37 ricevette una chiamata da una collega dell’ufficio stampa della banca. Poi alle 19.02 chiamò di nuovo la moglie. «Alle 19.30 vengo a casa», le disse, «così ti faccio l’iniezione. Ho già comprato tutto il necessario. Prima però passo a prendere le polpette che ho ordinato per cena. A dopo». Clic. La storia di Rossi si ferma a quel clic. Non si ferma invece quella del suo cellulare. Stando ai tabulati in mano alla procura alle 20.16, circa mezz’ora dopo il volo dalla finestra e con David ormai morto, alla stessa ora in cui un oggetto (che da moto e posizione finale assunta sembrerebbe essere l’orologio) cade al suolo, il cellulare come d’incanto si rianima e chiama il numero 4099009. Chi l’ha digitato? E soprattutto che numero è? Non è di un telefono, infatti non rispose nessuno. È il numero (o almeno anche il numero) di un conto dormiente del Monte dei Paschi, uno di quei conti che non vengono movimentati da più di 10 anni. E chi lo sa fare, e lo può fare, può usarli in tanti modi. Fino a voler uccidere?

Mps. L’ombra della massoneria dietro il misterioso suicidio di David Rossi, scrive “Articolo tre”. E' trascorso più di un anno. Era il 6 marzo del 2013 e il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, venne trovato morto, precipitato in terra dopo un volo di trenta metri. Subito si parlò di suicidio: erano giorni difficili, a Siena. Il Monte dei Paschi nel bel mezzo dello scandalo; nomi illustri iscritti nel registro degli indagati per il crack che aveva investito l'istituto. Rossi era agitato e aveva paura di finire in qualche modo coinvolto. A dimostrarlo, le e-mail che spedì prima di morire, in cui paventava il suo suicidio e chiedeva aiuto all'amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola. Non ricevendo riscontri soddisfacenti, dunque, avrebbe deciso di togliersi la vita, saltando dalla finestra del suo ufficio, sul retro di Rocca Salimbeni. Una ricostruzione che la magistratura ha accolto: il marzo scorso, il caso è stato chiuso. Un punto alla fine di una storia che, in realtà, sarebbe potuta continuare, e rivelare intrecci finora impensabili. La famiglia lo sa. Lo sospetta fin dall'inizio, che quella morte non è stata auto-provocata. Ci sono troppi elementi che non tornano, nella storia. Tralasciando il fatto che Rossi non figurava tra gli indagati dello scandalo Mps, e non rischiava di perdere il proprio posto di lavoro, restano inspiegabili numerosi dettagli. Come mai un suicida, per esempio, si lascia cadere dalla finestra radente al muro, anziché saltare nel vuoto? Perchè mai le tracce sulle scarpe della vittima non risultano compatibili con quelle trovate sul davanzale? Anche alcuni segni sul corpo di Rossi racconterebbero un'altra storia, probabilmente legata alla manomissione del suo pc, avvenuta appena dopo il suicidio. Chi frugò tra i documenti dell'uomo dopo la sua morte e perché? Sono domande, queste, che, con l'archiviazione, sono state messe a tacere. Rossi si suicidò semplicemente perché sottoposto ad un "sovraccarico emotivo", e basta. Di fatto, si è data ragione al pm titolare delle indagini, il sostituto procuratore Aldo Natalini, colui che ha richiesto ed ottenuto l'archiviazione.  Natalini, per inciso, era stato destinatario di un avviso di garanzia da parte del pm di Viterbo Massimiliano Siddi con l'ipotesi di violazione del segreto istruttorio. Era stato infatti intercettato casualmente dalla Procura di Viterbo, mentre essa indagava su un giro di appalti truccati nel Lazio. Il pm parlava al telefono con un indagato, Samuele De Santis, a cui fornì dettagli sull'inchiesta senese e, non fosse sufficiente, spiegava anche le strategie difensive con cui si sarebbero potuti salvare i personaggi illustri coinvolti. Dirigenti del Pd, ma anche i vertici del Mps, Fabrizio Viola e Giuseppe Mussari. L'avviso di garanzia cadde comunque nel nulla: si andò rapidamente verso l'archiviazione. Esattamente come quella per Rossi, avvenuta il 5 marzo scorso. E' importante la data: lo stesso giorno, infatti, nel mondo della massoneria qualcosa si rivoluzionava. Il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi, lasciava posto al suo successore, Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena e collega di David Rossi. I due, denunciavano alcuni confratelli "dissidenti" nel lontano giugno 2012, si era conosciuti durante "l'era Mussari", in seno al Mps. "Bisogna evidenziare che il peso della gestione Mussari supportato dai due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi ha condizionato i partiti, le giunte comunali e l’informazione cittadina", scrivevano i muratori nel proprio blog "Fratello Illuminato". "Dal 2006 al 2011 la banca Mps ha speso 355 milioni di euro in pubblicità attraverso l’area comunicazione gestita da David Rossi", proseguivano sempre i massoni, ai tempi in cui il nome del capo della comunicazione ancora non riempiva le pagine dei giornali. "Quanti organi d’informazione hanno beneficiato della pubblicità? Forse è solo una coincidenza, ma verso la fine della presidenza Mussari sono stati assunti all’area comunicazione di Mps la fidanzata del Bisi e un altro collaboratore del Corriere di Siena. "E stranamente", attaccavano ancora, "il responsabile dell’area comunicazione di Mps (David Rossi) non ha perso tempo nel rilasciare attraverso un video pubblicato da Siena News parole di elogio al medesimo giornale online (con direttore responsabile Stefano Bisi)". Era proprio verso Bisi che riversavano il loro disprezzo: "Vogliamo parlare dei legami stretti del Bisi con gli ex vertici dell’aereoporto di Ampugnano o del cda dell’università?", si interpellavano. "Vogliamo ricordare gli articoli di elogio scritti dal Bisi sull’acquisto di banca Antonveneta? Il groviglio armonioso ha messo in ginocchio la città. E oggi che strategia si sono inventati i due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi?" "Minimizzare e tentare di salvare le sorti del Ceccuzzi", rispondevano dunque, riferendosi all'ex sindaco di Siena, successivamente coinvolto nello scandalo Mps. Ma, sottolineavano, "non perchè amano il Ceccuzzi, ma solo con la speranza di custodire il loro ruolo". "Tutto questo protagonismo del Bisi crea soltanto imbarazzi dentro la massoneria", concludevano. Non senza ricordare le parole di un loro uomo-simbolo, Delfo Del Bino, definito "esponente storico del Goi": "Amiamo l'Europa dei popoli e dei saperi, non quella delle banche". Una citazione, questa, che tentava di prendere le distanze da Bisi, ma soprattutto da quella massoneria intrecciata a doppio filo col potere finanziario. In due anni le cose sono mutate. Alla fine, Bisi è divenuto Gran Maestro del Goi, con buona pace di chi si opponeva al suo "protagonismo". Le speranze che economia e massoneria restassero separate son venute così a crollare. D'altra parte, non poteva essere altrimenti, guardando i precedenti. Basti pensare a Enzo Viani, il presidente dell'Urbs, una società immobiliare verso cui il Goi nutriva non pochi interessi. Viani è anche, neppure a dirlo, ex dipendente del Monte dei Paschi. Soprattutto era colui che Cuccuzzi, prima di diventare sindaco di Siena, prescelse come presidente dell'aeroporto di Ampugnano. Chi lo favorì nell'ascesa a primo cittadino? Ovviamente il Corriere, diretto da Bisi. Semplici triangolazioni, certo. Ma che tracciano uno scenario diverso, rispetto a quello di un disperato capo-comunicazione che sceglie di togliersi la vita, pur amandola profondamente, come dichiarato dalla moglie. Piuttosto, lasciano incombere su tutta la vicenda un'ombra pressante. Quella della massoneria "economica", e su cui i magistrati non hanno ritenuto necessario interpellarsi prima di chiudere il misterioso caso.

Siena e i veleni, oggi come vent’anni fa: David Rossi come le liste massoniche, scrive il 12 ottobre Cecilia Marzotti su "Siena News". Un nome: David Rossi, responsabile dell’area comunicazione di Banca Monte dei Paschi; un dramma la sua morte avvenuta il 6 marzo 2013; una famiglia che non si dà pace; un’inchiesta portata avanti da sei differenti pubblici ministeri e due gup che a distanza di 4 anni arrivano alle stesse conclusioni: è tutto da archiviare. Non basta: arriva il reportage de Le Iene e il popolo senese che ricorda poco e parla tanto si divide come oltre venti anni fa quando furono pubblicate da una testata locale delle false liste massoniche dove si mischiavano massoni veri e falsi. Condizioni temporali diverse anche se il territorio è lo stesso; allora come oggi partirono querele e cause civili. Fin qui il passato e una parte del presente e proprio questa mattina alle 9 e 16 minuti il procuratore capo Salvatore Vitello che ha risposto in “maniera decisa e a volte arrabbiato”, come lui stesso afferma alle domande de Le Iene che lo hanno contattato,  decide di mettere a disposizione della stampa l’ordinanza di archiviazione, l’ultima nonostante varie trasmissioni televisive, e interpellanze  parlamentari,  firmata dal gup Roberta Malavasi e che in parte ricalca le conclusioni a cui era arrivata nel 2013 la sua collega Gaggelli. Chi scrive da allora fino ad oggi ha seguito le indagini e pubblicato senza dare giudizi, né si è anteposta ai titolari dell’inchiesta in maniera che ciascuno liberamente, come è giusto che sia, si potesse fare una propria opinione che si deve basare sui fatti e non sulle parole. E così lo faccio ora riportando le parti salienti dell’ordinanza di 57 pagine depositata lo scorso 4 luglio. Lo avevamo già scritto, ma vista la memoria corta lo riproponiamo. Entriamo nel merito tenendo presente che quest’ultima decisione arriva dopo ulteriori accertamenti caldeggiati dalla famiglia di Rossi che non ha mai creduto che il proprio caro si fosse ucciso. Il gup Malavasi parla di “un’accurata attività investigativa che normalmente non si riserva ai casi di suicidio” descrive le risultanze del medico legale e poi si sofferma sugli ultimi giorni di vita di David Rossi attraverso gli atti depositati dalle parti. Il gup testualmente scrive “niente francamente poteva essere investigato di più e di diverso di quantomeno stato effettivamente fatto e debitamente documentato, al fine di acclarare responsabilità di terze persone nelle vesti di istigatori al suicidio”. E scorrendo le pagine dell’ordinanza si capisce che da quando David Rossi nel febbraio del 2013 ebbe la perquisizione in casa e nel suo ufficio si preoccupa e la sua situazione psicologica si aggrava ulteriormente dopo il Cda del 28 febbraio di quello stesso anno dove era stato deciso di promuovere l’azione di risarcimento danni non solo nei confronti degli ex manager Mussari e Vigni , ma anche di Nomura e Deutsche Bank: Davide Rossi, responsabile della comunicazione non sa nulla eppure il giorno dopo la temuta fuga di notizia c’era stata davvero. Un importante quotidiano aveva riportato tutto e c’erano state implicazioni sul titolo in borsa di Mps tanto che Profumo e Viola presentarono un esposto in Procura. David è sempre più preoccupato, ma non era stato lui a dare la notizia bensì come si legge nell’ordinanza di Malavasi il consigliere del cda Briamonte. E’ il primo marzo del 2013 quando David Rossi esterna alla moglie Antonella Tognazzi “in modo assolutamente irrazionale la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato”. Antonella Tognazzi nei giorni successivi non sta bene e finisce persino in ospedale, quando torna a casa sua figlia le riferisce di “…strani taglietti ai polsi del Rossi. Alla richiesta di spiegazioni David prima aveva detto di essersi accidentalmente tagliato con la carta, ma dietro le insistenze della moglie aveva ammesso di esserseli procurati volontariamente dicendo che nei momenti di nervosismo quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente… Sai in quei momenti in cui si perde la testa e per ritornare alla realtà hai bisogno di sentire dolore…”. E così continua il gup: “… In quello stesso giorno il Rossi si era mostrato talmente angosciato di essere intercettato che aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto…”. L’ordinanza va avanti fino alla morte di David Rossi e il gup infine accoglie in pieno le conclusioni della procura: tutto archiviato. Chi la vuole leggere l’ordinanza per intero può farlo collegandosi al sito della Procura di Siena. Non va interpretata, va letta e non usata per scopi diversi da quelli che possono essere il dolore e gli affetti di una famiglia che ha perso quattro anni fa una persona cara.

MPS-Rossi, caso massonico, scrive Mario Adinolfi su "La Croce Quotidiano" il 12/10/2017. L’ inchiesta di Antonino Monteleone per le Iene sul suicidio di David Rossi che molto probabilmente non è suicidio è interessante. Superficiale, forse, ma interessante perché racconta partendo da uno spaccato secondario un enorme tema della storia recente del nostro paese. Noi qui di seguito su La Croce pubblichiamo un’intervista al professor Luca Fiorito, che di Monte Paschi Siena è stato il più giovane consigliere d’amministrazione dal 2003 al 2006 per essere poi cacciato da Mussari giusto pochi mesi prima dell’acquisizione di Antonveneta che darà il via al disastro che condurrà fino alla morte di David Rossi. Fiorito è senese, nato a Pontassieve (Renzi spunta sempre), ma in tutto e per tutto senese. E sa tante cose. Parla di David Rossi, dell’ex sindaco Piccini, della villetta delle orge, del fuori onda delle Iene che non è un fuori onda ma una pantomima, di Amato e di Tremonti, di Monti e D’Alema, di Letta e di Renzi. Ma soprattutto pronuncia la parola che manca alla inchiesta di Monteleone, quella che la rende superficiale: massoneria. Non si può parlare di banche, Mps, Siena e Antonveneta senza parlare di massoneria nazionale e internazionale. O, come dice Fiorito, di “grembiuli”. Luca Fiorito, 50 anni, oggi è professore di Storia del Pensiero Economico all’Università di Palermo ma una vita fa è stato uno degli uomini più influenti del Monte dei Paschi di Siena. Nato a Pontassieve, senese di adozione, contradaiolo dell’Istrice. L’Istrice è la nemica giurata della Lupa, la contrada di David Rossi, il capo della comunicazione del Monte dei Paschi: se fosse stato in vita l’anno scorso avrebbe partecipato al Gaudio perché la Lupa ha fatto il “cappotto”, ha vinto due edizioni consecutive del Palio. Ma David Rossi è morto, secondo la magistratura si è suicidato, secondo chi ha visto le ultime due puntate della trasmissione le Iene invece è stato ucciso. Luca Fiorito nel 2003 diventa il più giovane consigliere d’amministrazione della banca della sua città fino a quando un certo Giuseppe Mussari nel 2006 lo convoca per dirgli: “Non sussistono più le condizioni politiche per la tua permanenza nel consiglio d’amministrazione del Mps”. Quella che per Fiorito è un’enorme delusione lì per lì, oggi per il docente senese si rivela come una benedizione: “Mussari non lo sapeva, ma facendomi fuori mi ha salvato la vita”. Il consiglio d’amministrazione da cui il giovane professore viene escluso è quello che nel 2007 deciderà l’acquisizione di Banca Antonveneta, fonte di valanghe di guai e di tragedie culminate nel presunto suicidio di David Rossi, caso riaperto dalla inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti.

Professor Fiorito, lei conosceva bene David Rossi?

«Sì, lo conoscevo bene, ho lavorato a diretto contatto con lui».

Che idea si è fatto?

«Io ero tra coloro che erano convinti che si fosse suicidato».

Perché?

«Perché dopo l’avvio dell’inchiesta era stato completamente isolato, l’atmosfera in città si era fatta estremamente pesante per lui. Ed uno abituato a dominare la partita, a distribuire decine di milioni di euro di sponsorizzazioni che fanno diventare chiunque ossequioso e aprono tutte le porte, nel trovarle sbarrate e avendo attorno a sé estrema freddezza poteva perdere il lume della ragione».

Dopo l’inchiesta delle Iene ha cambiato idea?

«Le immagini sono impressionanti, alcuni dettagli riportati anche. Sospendo il giudizio. Conosco Antonella, la moglie di David, di certo posso dire che è una persona di altissimo valore. Si batta per la verità».

Qual è la verità? Secondo l’ex sindaco Piccini, Rossi è stato ucciso. Ha ragione lui e la convince quel che dice nel fuori onda delle Iene?

«Ma quale fuori onda, è tutta una pantomima, Piccini sapeva benissimo che lo stavano registrando, lo dice anche e ripete più volte di essere candidato a sindaco. Una buona mossa da campagna elettorale. Piccini ha una enorme intelligenza ed è l’unico personaggio del contesto ad avere un’altra gamba. Ma parla anche da “amante delusa” perché al posto di Mussari voleva esserci lui, fu fregato da Giuliano Amato e Giulio Tremonti».

Lo stesso Amato che chiede i soldi della sponsorizzazione Mps per il suo circolo del tennis a Orbetello?

«Certo. è cosa nota, la filiera Amato-Mussari-Rossi è agli atti ed è ormai conosciuta a tutti. Rossi gestiva le sponsorizzazioni, gliene derivava un grande potere. Ma non si deve fare un errore».

Quale?

«Quello di buttarla in politica. La politica a Siena non ha mai davvero toccato palla sulle questioni grosse. Anche su Antonveneta, erano altri gli interessi che contavano».

Quali?

«I grembiuli».

La massoneria?

«Certo e a livello internazionale. O, come dicono quelli che parlano bene, le relazioni finanziarie internazionali consolidate. Dicono di D’Alema. D’Alema non è neanche laureato, non sa distinguere un derivato da una melanzana».

Però poteva sapere far comprare a 9 miliardi qualcosa che ne vale 6 e ha 7 miliardi di debiti, come nel caso dell’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Perché lo esclude?

«Perché quelle decisioni venivano prese ad altri livelli, il potere che conta nelle banche non è quello politico. Poi, certamente Mussari era amico personale di più di un presidente del Consiglio. Ma per consolidare la propria posizione, non per trattare le acquisizioni».

Piccini parla di ville dei festini. Tutto inventato?

«No, a Siena di questa famosa villa si parla da sempre. Ma quando si fanno quel tipo di denunce si indica il posto con l’indirizzo preciso, si fanno dei nomi. Se si sta sul generico è una mossa da campagna elettorale, Piccini è in campagna elettorale. A Siena, peraltro, è l’uomo di maggiore levatura che abbiamo».

I politicanti italiani volevano solo i soldi per il circolo del tennis?

«Volevano tante cose, ma non avevano una politica industriale. Gli ultimi tre governi hanno completamente ignorato il caso Monte Paschi minimizzandolo, è incredibile come presidenti del Consiglio del calibro di Monti, Letta e soprattutto Renzi abbiano ritenuto così di poco conto quel che accadeva a Mps. Si sono dimostrati incompetenti. Poi si è dovuto correre ai ripari mettendo di fatto le mani in tasca, e tanto, ai contribuenti italiani. E a pagare il prezzo sono stati i sottoscrittori di tre successivi aumenti di capitale che sono andati letteralmente bruciati. Ma se non recuperiamo sovranità sul sistema bancario persino parlarne è inutile. Anche per questo Siena è vittima e non carnefice».

Per la verità Antonino Monteleone e i suoi autori mostrano una Siena omertosa e complice, non è così?

«Neanche più Matteo Salvini pensa che l’omertà sia una caratteristica esclusiva di Crotone o Partinico. Omertosa è la provincia italiana, chiusa in sé stessa. E di questo è morto David Rossi, qualsiasi sia la storia della sua fine».

Caso Rossi, Valentini: “Siena non è come la dipingono Le Iene. L’ex funzionario esiste davvero? Scrive il 18 Ottobre 2017 "Antennaradioesse". Ancora rivelazioni piccanti nel corso della trasmissione Le Iene andata in onda ieri sera su Italia 1. Un nuovo servizio dedicato al caso della morte di David Rossi (lungo ben 21 minuti) ha proposto la testimonianza di un ex funzionario del comune di Siena, di cui non viene rivelata l’identità, che ha confermato le feste a base di sesso e droga a cui avrebbero partecipato numerosi personaggi di quello che viene definito “il groviglio armonioso”. Questa descrizione della città fatta dalla donna viene nuovamente rigettata dal sindaco Valentini che, dopo aver risposto alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini qualche giorno fa, torna a dire che Siena non è una città depravata e si chiede anche se la misteriosa funzionaria esista oppure no. “Io rifiuto questa immagine di Siena come città pruriginosa, di provincia, dove circola la droga a fiumi, ci sono festini hard, dove ci sono perversioni in ogni angolo e in questo clima poi maturano reati e delitti. Poi, come in tutte le città, ci sarà chi consuma droga e ci saranno avventure extraconiugali, ma il modo in cui viene presentata non corrisponde al vero, è deformata. Poi siamo sicuri che questa donna ex funzionario del comune in pensione esiste davvero o non è una montatura come è successo qualche anno fa con un’altra trasmissione, sempre sull’argomento del Monte dei Paschi? Prima di dare un giudizio vorrei saperne di più. Quello che mi interessa invece di più è la disponibilità dimostrata dalla magistratura, attraverso le parole del Procuratore Vitello, di riaprire le indagini qualora ci fossero elementi tali che richiedono un approfondimento. Io questo chiedo ai magistrati: se ci sono ancora dei lati oscuri bisogna andare avanti finchè non ci sia l’assoluta certezza che le cose sono andate così come è scritto nelle sentenze. Lo si deve ai familiari di Rossi e a tutta la città”. 

David Rossi ucciso perché non parlasse. I festini? Un freno alle indagini". La morte del manager Mps, parla la figlioccia: «Sapeva tante cose», scrive Pino Di Blasio il 12 ottobre 2017 su "La Nazione". Ognuno recita una parte in questo tormentato dramma sulla morte di David Rossi, che rischia di assumere i contorni di una commedia tragica. E che riaccende a Siena quel falò delle vanità che ha bruciato le ricchezze di una banca di 5 secoli, 50 miliardi in pochi anni, e le ambizioni di una classe dirigente improvvisata e incompetente (per sua stessa ammissione). Assieme alla vita di un giovane manager diventato troppo potente. L’ultimo petardo, esploso attorno all’inchiesta su quel volo fatale da una finestra di Rocca Salimbeni, il 6 marzo 2013, è lanciato dall’ex sindaco Pierluigi Piccini, nell’intervista rubata, sostiene lui, dalle Iene. Dopo aver detto che «l’ipotesi del suicidio di David è una cazzata», che «un uomo che ha gestito 50 milioni in quattro anni non perde la testa per una perquisizione», Piccini ha rivelato che, dietro la morte di David e le indagini non certo complete, ci sarebbero festini in ville nell’Aretino e sul mare, che avrebbero visto personaggi nazionali e giudici divertirsi insieme, senza freni, con tanto di sesso e droga. Affermazione prima derubricata come «intervista rubata», poi depotenziata con «a Siena tutti sanno dei festini, ma nessuno parla». Infine ribadita dall’ex sindaco, finito nel mirino della procura di Genova: che ha aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato, dopo che il procuratore capo di Siena aveva trasmesso alla sede competente il testo dell’intervista. «Confermo la disponibilità a parlare di tutto ciò che so – ha dichiarato ieri Piccini – e che ho detto già da molti anni, consapevole di sostenere un’ipotesi scomoda: soprattutto per me». Dai giudici altre reazioni veementi: la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano e il procuratore generale, Marcello Viola hanno chiesto al Csm di «aprire una pratica a tutela dell’operato dei pm della procura di Siena» per le dichiarazioni dell’ex sindaco. In mezzo a questa nuova bufera, la persona che sembra mantenere la barra dritta è Carolina Orlandi, figlioccia di David Rossi, che oggi presenterà, assieme alla madre Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, il libro di David Vecchi sul «suicidio imperfetto del manager Mps». «Non spetta a me trovare le risposte a tutte le incongruenze dell’inchiesta – è l’esordio di Carolina –; le abbiamo chieste più volte e ce l’hanno sempre negate. Se questa nuova pressione mediatica serve a spingere qualcuno a guardarsi dentro e a dire la verità, ben venga. Io resto convinta che tanti sanno e che dietro la morte di David ci siano interessi forti. Altrimenti l’inchiesta sarebbe stata condotta diversamente». Carolina Orlandi non crede al suicidio: è stata la persona più vicina a David Rossi anche negli ultimi giorni di vita, il suo giudizio non è marginale. «Penso che David sia stato ucciso perché voleva parlare, aveva tante informazioni sugli affari della banca, sentiva una forte pressione addosso. Anche a me aveva detto che non sapeva i motivi della perquisizione disposta dai magistrati sull’inchiesta Antonveneta. Era scosso, ripeteva che avrebbe preferito parlare con i pm. Due giorni dopo è morto». Siena era nel pieno dello scandalo derivati, delle indagini su Alexandria, Santorini e sui tentativi di occultare le voragini sui bilanci del Monte dei Paschi, aperte dallo sciagurato acquisto di Antonveneta. «Il Monte era al centro della bufera – ricorda Carolina – e qualcuno non sapeva cosa avrebbe voluto dire David ai giudici. Forse ha preferito togliersi il problema. Ma io non so chi ha deciso che David dovesse morire». C’è anche una risposta efficace sulla polemica in merito ai festini hard rivelati da Piccini, primo datore di lavoro, da sindaco, di David Rossi dal 1997 al 2001. «I festini a luci rosse – è la tesi di Carolina – non c’entrano direttamente con il delitto, non sono il movente della morte di David. Io penso che Piccini abbia voluto indicare una ragione del perché le indagini sarebbero state condotte in quel modo. Più che un movente, un deterrente a indagare, un possibile messaggio a magistrati eventualmente troppo zelanti». Carolina Orlandi non spera in una terza inchiesta su quel suicidio imperfetto, nonostante le incongruenze, dall’uomo nel vicolo col telefono mai identificato, ai fazzolettini insanguinati, bruciati come reperti inutili. Il procuratore capo di Siena, Salvatore Vitello, ha già ribadito che «ben sette magistrati sono stati titolari di indagini sul decesso di Rossi; magistrati intervenuti in momenti diversi, con approfondimenti investigativi e accertamenti, i cui risultati sono stati da tutti ritenuti convergenti verso l’ipotesi suicidio». «Sono tanti gli elementi che non tornano – conclude Carolina – e non spettava alla famiglia impedire di buttare i vestiti di David due giorni dopo. Con il senno di poi, avremmo fatto cose che sarebbero state utili». La figlia del manager preferisce glissare sulle risposte strappate all’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari: «Ha detto che quel che pensa mia madre Antonella è Vangelo? Preferisco non commentare. Non conosco Mussari, non l’ho mai visto né prima né dopo. So che David era l’unico uomo rimasto della vecchia dirigenza della banca e doveva gestire la comunicazione in mezzo a uno scandalo finanziario enorme». A distanza di 4 anni a mezzo, di sicuro c’è solo che David Rossi è morto: sul come e sui perché ognuno ha la sua verità.

Suicidio Monte Paschi, «Rossi fu ucciso e i pm coprono i festini». Gli avvocati: ora basta, scrive Errico Novi il 14 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". La rabbia dell’avvocatura di Siena contro l’ex sindaco che “sul caso del suicidio del dirigente della banca infanga l’intera magistratura”. C’è una tragedia, alla base di tutto il resto. Ma poi sulla tragedia si scatena l’assurdo della fake news più insensata. La storia è quella di una morte che ha sconvolto il sistema finanziario del Paese e di certo l’intera città di Siena: il suicidio – ritenuto tale dai magistrati – del povero David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi, che precipitò dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Un ex sindaco, Pierluigi Piccini, parla a “Le Iene”, senza sapere di essere registrato, di festini a cui avrebbero partecipato esponenti della politica nazionale e della magistratura locale. Aggiunge che forse gli stessi giudici avrebbero «abbuiato» la vicenda, nascosto la verità, perché altrimenti sarebbe scoppiata «una bomba morale». Elementi di riscontro? Glielo chiede il Corriere della Sera, che mercoledì scorso pubblica la seguente risposta dell’ex primo cittadino: «Ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi». Altro solido argomento: «Nel 2013 durante un’assemblea di Mps un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti». Cosa c’entri questo con la dinamica dei fatti che quella maledetta sera portarono al volo mortale di Rossi, non si capisce. Eppure Piccini non ha dubbi: «David Rossi non si è ucciso, è stato assassinato. Ne sono assolutamente convinto». Sempre sulla base della diceria raccolta da «un avvocato» di cui non ci si ricorda neppure se fosse o meno «romano». Tutto esemplare. Paradigmatico. Un’intera categoria, la magistratura di Siena, scaraventata indiscriminatamente e disinvoltamente nel fango, sulla base di informazioni claudicanti. Un canovaccio a cui si ribella non solo la locale sottosezione dell’Anm, che chiede un immediato «intervento a tutela» da parte del Csm, subito sollecitato in modo formale dalla presidente della Corte d’appello di Firenze Margherita Cassano; a dire basta è anche l’avvocatura. In un comunicato, il presidente dell’Ordine di Siena Nicola Mini esprime «sconcerto per le modalità con cui sono stati fatti riferimenti indiscriminati a magistrati del Tribunale di Siena». E confida che la Procura di Genova «possa svolgere adeguati accertamenti per non addensare altre nubi su un caso che ha profondamente turbato l’intera cittadinanza». A conferma di un dato: contro la barbarie delle fake news e dell’informazione senza regole in campo giudiziario, avvocatura e magistratura sono dalla stessa parte. Alleate contro la macchina del fango. E spesso costrette a battersi contro un apparato mostruoso. Certo, le “rivelazioni” hanno un inevitabile riverbero giudiziario: è già partita l’inchiesta–ter, condotta dalla Procura di Genova, che ascolterà Piccini come persona informata sui fatti. Non si può escludere che l’ipotesi dell’omicidio mascherato sia ancora percorribile. Ma, come ha ricordato il primo cittadino attuale Bruno Valentini, «chi sa deve parlare ai pm», non alle Iene. E invece si è scelto lo stile dello sputtanamento indiscriminato. Le “ipotesi” dell’ex sindaco sono state carpite con l’inganno, dunque la patologia non è Piccini ma il processo mediatico che lo eleva a fonte attendibile. Sistema che forse non dirà qualcosa di nuovo sulla tragedia di David Rossi, ma che di sicuro ha coperto di infamia l’intera magistratura senese.

"Falle nel suicidio di Rossi" L'autogol dei giudici su Mps. La Procura mette on line la sentenza di archiviazione Ma lo stesso gip ammette incongruenze nella dinamica, scrive Luca Fazzo, Venerdì 13/10/2017, su "Il Giornale". La verità si può afferrare: come si possono afferrare i polsi di un uomo, tenendolo sospeso sul precipizio, e poi lasciandolo andare a schiantarsi venti metri più in basso. Quell'uomo si chiamava David Rossi, e da quattro anni il suo fantasma agita i sonni di una città. La Siena del potere secolare, che quella morte vuole archiviare per sempre insieme alla stagione dell'onta, delle porcherie venute a galla e che l'hanno travolta. Ma anche della città che vuole sapere, della folla incredibile che ieri sera invade Palazzo Patrizi per la presentazione di un libro sul «suicidio imperfetto» del portavoce di Mps. L'immagine di Rossi, sospeso nel vuoto, fuori dalla finestra del terzo piano di Palazzo Salimbeni, sede del Monte dei Paschi e cuore della città, esce vivida dal documento che ieri fa irruzione nella scena. Subissata dalle accuse, imputata di avere affossato le indagini per coprire un circuito di perversione e di festini, la Procura senese fa una mossa a sorpresa: mette in rete un atto giudiziario, l'ordinanza con cui nel luglio scorso il giudice Roberta Malavasi archiviò per la seconda volta le indagini sulla morte di Rossi. È una mossa intelligente, quella del procuratore Salvatore Vitello, perché a una lettura veloce le 58 pagine dell'ordinanza appaiono solide, e si prestano a fare piazza pulita di molti dubbi: persino l'inverosimile comportamento dei due colleghi di Rossi, che nel vicolo Monte Pio si accostano al corpo dell'amico e se ne vanno senza fare nulla, assume una spiegazione. Ma è anche una mossa disperata, quella di Vitello. Perché nella stessa sentenza, infrattate tra le righe, saltano fuori due conferme a quanto in città si dice da quattro anni. La prima è che le indagini sono state fatte con sciatteria ingiustificabile: tanto che ora il nuovo giudice deve fornire una ricostruzione dei fatti radicalmente diversa da quella che un suo collega firmò il 5 marzo 2014, quando per la prima volta l'inchiesta venne affossata: a partire dall'agonia di Rossi al suolo, che secondo il primo giudice - supportato dai medici legali - durava pochi attimi, e che ora si scopre protratta per venti interminabili minuti. Seconda conferma: la versione del suicidio ha una falla, un elemento inspiegabile. Lo dice lo stesso giudice Malavasi a pagina 55: le tracce di sfregamento lasciate dall'orologio sul polso di Rossi sono incompatibili col volo dalla finestra e invece del tutto spiegabili con la scena dell'uomo, tramortito da un colpo alla testa, che viene tenuto oltre il davanzale, e poi precipita quasi all'inpiedi: «suggerendo piuttosto l'intervento di una azione di trascinamento dell'orologio dall'avambraccio verso la mano, compatibile con un afferramento, seguito da un trascinamento o da una sospensione». Da chi, per conto di chi, per coprire cosa? Su questo Siena si interroga da quattro anni, sospesa tra la rozza chiacchiera popolare, «erano tutti finocchi», e la dietrologia del grande complotto finanziario, dei santuari inviolabili che temevano il pentimento annunciato di David Rossi, del numero di conto allo Ior del Vaticano che il presunto suicida digita prima di morire. Ora il j'accuse di Piccini chiude in qualche modo il cerchio, perché accomuna le due piste in una sola, racconta di una «storia parallela» dove politica e massoni, potere e sesso si incontrano in un solo sistema di potere: ed è un'accusa forte, perché viene da un uomo che del sistema di potere senese ha fatto parte per anni. E che racconta come anche nella sacralità di una assemblea della banca un consigliere comunale si fosse alzato per denunciare le manovre di «personaggi orgiastici e pervertiti». «La Procura in fondo non ha colpe, perché in quel mondo nessuno può andare a scavare», dice un senese che queste storie le conosce bene. Ma più che di sudditanza ora sulla magistratura locale viene calata un'ombra di collusione piena col sistema di potere, anche nei suoi lati più inconfessabili. In fondo anche questo riprende gossip che girano da tempo, con financo l'indirizzo della villa dove i «personaggi orgiastici» avrebbero compiuto le loro gesta. Non è con le chiacchiere da bar che si fanno le inchieste giudiziarie, certo. Ma ora la procura di Genova nell'inchiesta ter, dovrà per forza ricostruire il percorso delle voci, partendo dalla avvocatessa romana (sposata ad un ex dei servizi segreti) che l'ex sindaco Piccini indica come sua fonte. È un terreno delicato, perché va inevitabilmente a lambire la figura della vittima di questa storia. Cosa sapeva David Rossi del circuito oscuro di Siena? Anche di questo voleva parlare con i giudici? Ieri sera, davanti a un'intera città arrivata ad ascoltare la storia del «suicidio imperfetto» raccontata nel libro del giornalista Davide Vecchi la moglie Antonella va giù piatta: «Di queste cose David non mi ha mai parlato. Neanche come pettegolezzo».

PRIMA ARCHIVIAZIONE. (Tratto dal sito web de Le Iene).

Ordinanza di accoglimento di richiesta di archiviazione da parte del Gip di Siena Monica Gaggelli per la morte di David Rossi.

TRIBUNALE DI SIENA

Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari.

Ordinanza di accoglimento di richiesta di archiviazione,

all'esito di udienza disposta ai sensi degli articoli 409 e 410 c.p.p.

Il G.1.P. del Tribunale di Siena, d.ssa Monica Gaggelli a scioglimento della riserva assunta all'udienza in camera di consiglio fissata ai sensi degli articoli 409 e 410 c.p.p. in seguito all'opposizione, proposta dall'Avv. Goracci, in rappresentanza e difesa della p.o. Antonella TOGNAZZI, avverso la richiesta di archiviazione presentata dalla locale Procura della Repubblica in persona dei Pubblici Ministeri dott. Nicola Marini e dott. Aldo Nata lini, nel p.p. n. 962/2013 rgnr mod.44, il 07.03.2013 promosso contro ignoti, in ordine all'ipotesi di reato di cui all'art 580 c.p. in seguito alla morte di David Rossi (coniuge della p.o. opponente) avvenuta a Siena il 06.03.2013:

PREMESSO CHE

I Pubblici Ministeri nella propria richiesta di archiviazione osservano, in ordine al fatto, che "il giorno 6 marzo 2013 verso le ore 20:40 veniva rinvenuto, nella stradina privata di proprietà di BMPS, denominata vicolo del Monte Pio, il cadavere di David ROSSI, Responsabile dell'Area Comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra del suo ufficio sito al terzo piano di palazzo Sansedoni. La Volante della P.S. recatasi sul posto avvisava questa A.G. che immediatamente presenziava personalmente al primo sopralluogo in loco per la ricostruzione dell'accaduto, disponendo quindi la rimozione de l cadavere ed il sequestro degli ambienti lavorativi. All'interno dell'ufficio occupato dal dott. ROSSI venivano rinvenuti tre fogli manoscritti (ai fogli 67,68 e 69: in copia ai fogli 48-51 e nel fascicolo fotografico ai fogli 316-316 bis) indirizzati alla moglie dal sicuro contenuto suicidiario (Ciao Toni, mi dispiace ma l'ultima cazzata che ho fallo è troppo grossa. Nelle ultime settimane ho perso; Ciao Toni, Amore l'ultima cosa che ho fallo è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione. Sono fuori di testa da settimane; "Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fallo una cazzata immotivata. Davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così ". Nell' ufficio venivano inoltre rinvenuti fazzolettini sporchi di sangue e carta protettiva per cerotto da automedicazione, la cui compatibilità con le lesività cutanee constatate su entrambi i polsi sin dal primo sopralluogo (v. foto n 11 - 14 fogli 306bis-307: v. rei. Polizia Scientifica in foto. 298-299) veniva definitivamente riscontrata in sede di C.T. medico-legale, in termini di "lesioni dagli avambracci ed ai polsi, di modesta entità, [. . .] prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo" (ved. rei. Fol. 450).

Quanto a ipotesi di reato inizialmente prospettata ed alle indagini esperite al fine di verificarne la sostenibilità in giudizio, osservano i Pubblici Ministeri come "benché sin da subito fosse evidente la natura suicidiaria del decesso, peraltro [ ... ] preceduto da gestualità chiaramente autolesive, questa A.G. disponeva un'intensa attività investigativa onde acclararne la spontaneità ed escludere l'esistenza di eventuali soggetti istigatori (art 580 c.p.), anche in ragione del contesto storico in cui era maturato il fatto, rappresentato dalla pendenza de l proc. pen. 845/201 2 N.R. mod. 2 1, nell'ambito del quale il ROSSI, quale terzo, era stato oggetto di perquisizione in data 19.2.20 13, nonché di escussione come p.i.f. in ordine ai suo i rapporti con MUSSARI (v. verbale di s.i.t. in foll. 989-991 e minuta del decreto di perquisizione in fo ti. 523-525). Le diffuse attività di indagine e perite si sviluppavano oltre che nell'espletamento di rilievi tecnici e di C.T. medico-legale nell'acquisizione delle immagini della videosorveglianza esterne al luogo della defenestrazione (ritraenti la parte finale della caduta del ROSSI: v. verbale in fai. 13 e correlato CD video in foll. 125 bis-128), nell'immediata perquisizione dell'abitazione del defunto e dell'ufficio, nel sequestro con successiva clonazione in procedura di sicurezza (write block) d i tutti i supporti informatici in uso al ROSSI (PC fisso, portatili, cellulari, chiavette Usb), nonché nell'analisi dei tabulati telefonici delle utenze in uso al predetto (vb. Voi. lrl: foll. 524-988). Venivano quindi escusse tutte le persone che, in ambito lavorativo, più strettamente avevano collaborato nell'ultimo periodo col deceduto (v. s.i.t. MINGRONE Bernardo, FILIPPPONE Giancarlo, SONDI Lorenza. PROFUMO Alessandro, VIOLA Fabrizio, GALGANI Chiara, CIANI Carla Lucia, DALLA RIVA Ilaria), anche al fine di escludere che fosse da attribuire al ROSSI la fuga di notizie circa il promovimento dell'azione civile nei confronti di Banca NOMURA in relazione all'operazione ALEXANDRIA e DEUTSCHE BANK in relazione all 'operazione SANTORINI: fatto per il quale questo Ufficio, su denuncia di BMPS - aveva iscritto il proc. pen. n 874/2013 mod. 44 per insider Jrading commesso la sera del 28.2.1O13, dopo il Cda di BMPS. Onde conoscere gli aspetti comportamentali del ROSSI relativi agli ultimi giorni antecedenti al decesso, venivano inoltre escussi i suo i famigliari (v. s.i.t. TOGNAZZI Antonella, O RLANDI Carolina, ROSSI Ranieri), nonché da ultimo alcun i giornalisti che con lui ebbero contatti (MUGNAINI Domenico, VECCHI Davide e STRAMBI Tommaso)."

In ordine alle ragioni poste a fondamento della conclusiva richiesta di archiviazione, rileva no e ritengono infine i pubblici ministeri che " il risultato Investigativo ha portato ad escludere, senza dubbio alcuno, che per la morte di ROSSI David ricorrano responsabilità di terze persone, nella veste di istigatori. Le stesse conclusioni del C.T. medico legale convergono nel senso di "assenza di segni attribuibili ad azione violenta di terzi " (v. relazione C.T. Gabbrielli in foll 450-456). In vero il triste episodio autosoppressivo è sicuramente maturato nelle ultime settimane nella psiche del defunto nel contesto della tempesta, anche mediatica oltre che giudiziaria, che ha subito l'istituto senese a seguito delle investigazioni rivolte nei confronti del vecchio management di BMPS e che ha finito col travolgere lo stesso ROSSI, legato da profonda amicizia con l'allora presidente MUSSAR) Giuseppe, principale indagato nell'ambito del procedimento sull'acquisizione di BANCA ANTONVENETA [ ... ] e nel filone sul c.d. scandalo derivati [ ... ] Proprio tale legame - per i timori che fosse "male inquadrato dagli inquirenti ( v. ma il a sua firma inviata a VIOLA il 04.03.2013) - aveva ingenerato nel ROSSI un crescente stato di tensione culminato con l'estremo gesto, a fronte di un sovraccarico emotivo divenuto insopportabile a seguito della perquisizione da lui subita il 19/02/201 3 [ ... ] Da quel momento in poi si è palesata di giorno in giorno, una sorte di ossessione, tanto evidente da essere percepita sia dai suoi più stretti collaboratori che dai suoi famigliari.

Emblematici in tal senso i gesti di autolesionismo di cui si avvedono la stessa moglie e la di le i fi glia, siccome avvenuti nei giorni immediatamente precedenti al suicidio e reiterati il giorno stesso del decesso, come evidenziato nella relazione medico-legale.

In sostanza, nella mente del ROSSI nelle ultime settimane si erano create due forti ossessioni:

- la prima, quella di non essere in grado di gestire il ruolo che pure anche il nuovo management gli aveva confermato ed anzi potenziato; e ciò perché il momento che stava vivendo era molto critico essendo necessario ricostruire attraverso la giusta comunicazione l'immagine dell'istituto bancario, fortemente compromessa da mesi;

- la seconda, quella che la sua datata amicizia col principale indagato nell'indagine MPS lo avrebbe portato addirittura ad un coinvolgimento diretto nella vicenda, ad essere intercettato e financo ad essere arrestato.

Alla prima paura, era poi correlata quella di essere licenziato, avendo introiettato una sorta di convinzione di essere estromesso dalle informazioni sensibili della Banca sene e: timore nondimeno assolutamente immotivato sulla base d i quanto ricostruito da questa A.G. (v s.i.t. VIOLA, PROFUMO e DALLA RIVA) ed in effetti smentito da due circostanze obiettive: il suo collocamento in seno al Comitato Direttivo della Banca ed il suo inserimento nel c.d. piano di coatching, ruoli, entrambi in rea ltà destinati soltanto ai responsabili di direzione, categoria cui a ben vedere il ROSSI non apparteneva.

Alla seconda paura seguiva invece una forte e crescente demoralizzazione per il fatto che un (temuto, ma da lui percepito come diretto) coinvolgimento nelle indagini MPS avrebbe prodotto quale effetto perverso quel lo della perdita della immagine che lui in anni si era costruito come funzionario integerrimo e capace. Illuminanti in tal senso [ ... ] le dichiarazioni rese alla coatch CIANI che ebbe ad intervistare il ROSSI la mattina stessa del suicidio [ ... ] La disastrosa condizione emotiva che viveva ROSSI negli ultimi giorni antecedenti il suicidio, emerge plasticamente dal drammatico ondivago scambio di mail intrapreso la mattina del 4 marzo 20 13 con l'Amministratore delegato VIOLA: evidenti sono gli sbalzi d i umore rispetto alla prima richiesta di aiuto allo stesso rivolta alle ore 10.30 ("stasera mi suicido sul serio. Aiutatemi!: v. fol. 157). pure non pervenuta all'unico destinatario, ma alla quale sono poi seguite altre mail, sempre dirette all'A.O., con toni meno allarmanti e più distesi.

Le coeve indagini svolte nell'ambito del proc. pen. n. 1169/2013 n.r. mod. 21 - culminate con l'individuazione del responsabile della fuga di notizia sull' azione di responsabilità in persona del consigliere BRIAMONTE Michele, attinto da misura interdittiva, consentivano infine di escludere che fosse questo il movente del gesto suicidario, se non in termini putativi."

Concludono i due pubblici ministeri in virtù di queste considerazioni chiedendo l'archiviazione del procedimento perché il fatto non sussiste, "non trovando l'iniziale ipotesi accusatoria alcun riscontro investigativo, non essendovi istigatori cui attribuire il fatto suicidario, trattandosi di gesto assolutamente volontario e comprovato dagli atti per cui è procedimento".

....

L' avv.to Goracci, per converso nell'interesse della p.o. Antonella TOGNAZZI (coniuge del deceduto ROSSI) nell'opporsi, con rituale atto scritto, alla suddetta richiesta di archiviazione evidenzia in primo luogo "alcuni aspetti delle indagini, meglio emergenze investigative, che avrebbero dovuto stimo lare [ ... ] altre considerazioni, indagini più approfondite, anche ed eventualmente indirizzate verso altre ipotesi di reato". Venendo all'ipotizzato evento suicidiario assume l'opponente l'esistenza di non poche " perplessità", desumibili sia dalle lesività presenti sul corpo de l deceduto che dalla dinamica della caduta. Sotto il primo aspetto il difensore opponente riportandosi alle note del proprio CTP (prof. Norelli) si interroga in termini critici rispetto alle conclusioni del CTP medico-legale de l PM (prof Gabbrielli) su "qua le possa essere l'origine della lesività al volto del deceduto, la cui genesi - così si assume - non si attaglia alla lesività che possa essersi prodotta nella caduta [ ... ] . Analogamente può dirsi per quanto attiene alla lesività delle braccia ed all'addome, eventualmente giustificabile con una dinamica di posizionamento sul davanzale assai complessa per un evento suicidiario [ ... ]. Ed ancora nulla si dice della lesività agli arti inferiori, del pari non giustificabile con la caduta né dell'origine della lesività toracica di cui ci si limita ad enfatizzare la gravità [ .. . ]. Ancora la ferita lacero-contusa occipitale si presentava di dimensioni assai ridotte e triangolare, come ridotta era la lesività cranica, poco compatibile con una precipitazione da altezza di circa 15 metri e le "ferite" ai polsi si sono rivelate in realtà aree d i mera disepitelizzazione, di cui neppure si è ritenuto di indagare, se non l'origine, quantomeno la data d i formazione [ ... ]. Quanto poi alla assenza di segni attribuibili a violenza di terzi, sembra doveroso do mandarsi in base a quali elementi di certa dimostratività il C.T. abbia inteso pronunciarsi, posto che di tale aspetto nella relazione non sono forniti alcuna elaborazione e approfondimento". Per quanto attiene alla dinamica del la caduta, analogamente, il difensore della parte offesa opponente, rinvia alla relazione del proprio CTP (ing. Scarselli), il quale complessivamente ravvisa "criticità importanti riferibili alla dinamica del suicidio, costituito dall'azione della vittima che si lancia nel vuoto dalla finestra" e sostiene che " la posizione iniziale da cui si è originato il moto, la assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, i segni di sfregamento sulle scarpe, evidenziano elementi la cui origine e le cui cause sono al momento oscure e non si spiegano con il me ro presunto suicidio della vittima".

Perplessità, secondo l'opponente s u aspetti aventi rilevanza, prima ancora che con riferimento all' ipotesi di reato di istigazione al suicidio, in relazione all’ipotesi di omicidio volontario, mediante defenestrazione, emergerebbero anche da altri elementi. Ossia:

- dall'ora del decesso, asseritamente "del tutto incerta in considerazione che l'ora riportata nel filmato non è corretta essendoci una discrepanza di circa 16 minuti, con la conseguenza che nel momento in cui la BONDI usciva dal proprio ufficio alle ore 20.05 circa e vedeva la porta dell'ufficio del ROSSI aperta, già questi avrebbe dovuto essersi gettato fuori dalla finestra; stranamente la stessa porta quando il FILIPPONE alle 8.35 circa, su richiesta della moglie (del ROSSI), si reca presso l'ufficio del collega ROSSI veni va trovata chiusa;

- dal rinvenimento delle lettere, inviate alla moglie, tutte accartocciate e cestinate;

- dalle discordanti dichiarazioni de l Dott. MINGRONE, "dove viene dichiarato dallo stesso di non conoscere neppure ove si trovasse l'ufficio di ROSSI mentre lo stesso risulta ben a conoscenza di cosa vi sia nelle stanze attigue [ ... ) la sala riunioni e la sala piccola";

- dalla diversa posizione, rilevata da l confronto tra le immagini del filmato mediante video-telefonino eseguito al momento del primo accesso della Polizia nell'ufficio de l ROSSI (ore 2 1.30) e le fotografie scattate dagli inquirenti durante il successivo sopralluogo (ore 01.30 circa), in relazione ad alcuni oggetti presenti della stanza, in particolare alla posizione della giacca sulla sedia del ROSSI nonché a quella degli occhiali, visibili sulla scrivania dattilo solo nelle fotografie delle ore 01.30.

Anche "sulla chiamata al 11 8, su chi tale chiamata ad a quale ora la stessa sia stata effettuata, sugli interventi eseguiti dai soccorritori, sulle indagini medico legali effettuate e su quanto non effettuato" l'opponente sol lecita "a porre la necessaria attenzione".

Vengono inoltre dall'opponente contestate le modalità di acquisizione delle mail, per come risultanti dal verbale di esecuzione del decreto di perquisizione ispezione informatica e sequestro probatorio del 07.03.2013 ore 10:30 (a foll. 42 fase. PM) ed a tale riguardo è avanzato il dubbio che talune mail "il cui contenuto potrebbe avere rilevanza anche con riferimento all'ipotesi di cui all'art 580 c.p. potrebbero addirittura essere state eliminate, ovvero modificate prima dell'acquisizione [ ... ]."

Ove si dovesse ritenere appurato il suicidio - osserva ancora l'opponente - in relazione sia alla all'ipotesi di reato di cui all'art. 580 c.p. che a quella dell'omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (dell'art 2087 c.c. e dell'art 28 d. Ivo 81 /08), si deve considerare che "è pacifico che si sia verificato un decesso di un lavoratore che prima di gettarsi dalla finestra, [ ... ] aveva mandato al datore di lavoro, in persona dell'amministratore delegato e del vice direttore del personale o comunque di una stretta collaboratrice del responsabile delle risorse umane, una mail in cui preannunciava il suicidio. Tale mail non sembra sia stata neppure mostrata all'Amministratore delegato in sede di interrogatorio e tanto meno risulta essere stata sentita la destinataria, oltre all'amministratore, della lettera del Rossi, per conoscere, da questa direttamente, quali attività ha ritenuto di intraprendere a fronte di una comunicazione di tal genere alla quale non hanno fatto seguito le altre mail inviate al solo amministratore delegato."

Sotto questo versante l'opponente richiamandosi alle "osservazioni psichiatrico-forensi sulla morte di D. Rossi" del proprio CT P (prof. L. Loretti) lamenta inoltre la sottovalutazione dello "stress lavorativo correlato" al quale il ROSSI è stato sottoposto negli ultimi tempi, in ragione d i una situazione lavorativa emersa da più fonti come "estremamente pesante e non certo per la perdita di punti di riferimento o di appoggio, ma anche per trovarsi, esso ROSSI, in prima linea" e denuncia il mancato approfondimento della correlazione causale che anche questa situazione potrebbe aver avuto con il suicidio.

Allo stesso riguardo osserva infine l'opponente che i timori nutriti dal ROSSI, sia per quanto concerne la sua posizione giudiziaria che per quanto concerne la sua posizione lavorativa, erano oltre che del tutto legittimi, diversamente da quanto ritiene la pubblica accusa, ancorati a vari dati oggettivi qua li, secondo l'opponente, il fatto che al ROSSI fosse stata tolta la responsabilità della Comunicazione Interna, affidando la alla nuova dirigente delle Risorse Umane (DALLA RIVA), che il ROSSI fosse stato estromesso da "un'attività tipicamente dal medesimo sempre svolta, data la segretezza della notizia, poi ugualmente trapelata (il riferimento è all'episodio specifico inerente la fuga di notizie sulla decisione adottata dal CdA del M.P.S. il 28.2.20 13, di promuovere l'azione di risarcimento danni nei confronti dell'ex presidente e dell'ex direttore genera le della banca, MUSSARI e VIGNI, nonché delle due banche estere implicate nel cd scandalo dei derivati), che inoltre da tempo girasse negli uffici della Banca anche il nome di colui che avrebbe dovuto sostituire esso ROSSI, stanti i suoi rapporti con la vecchia dirigenza. " li problema - così l'opponente continuando a ribattere sullo stesso argomento- è che tali timori [ .. . ] fondati o meno che siano stati erano stati evidenziati e palesati ed evidente era la situazione psicologica del ROSSI, non altrettanto evidente l'azione della Banca a tutela del proprio dipendente."

Conclude quindi il difensore, nonché rappresentante, della p.o. TOGNAZZI l'atto di opposizione chiedendo previa fissazione dell'udienza camerale ex art 4 1 O c.p.p. la restituzione degli atti al Pubblico Ministero "affinché assuma informazioni e svolga ulteriori indagini anche eventualmente con incarico a consulenti tecnici, sulle seguenti circostanze:

- "modalità di acquisizione delle ma il in atti e di accesso al computer di D.Rossi, nonché effettiva ricezione da parte di Sandretti Bruna della mail inviata da l dott. Rossi la mattina del 4 marzo 20 13 nella quale preannunciava il suicidio con richiesta di aiuto e di tutte le ma il rinvenibili nel server della Banca;

- modalità acquisizione del documento di valutazione rischi ivi compresa la valutazione del rischio stress lavoro correlato;

- attività svolta dal datore di lavoro in prevenzione ed a anche a seguito della mail inviata dal Dott. Rossi;

- effettiva e reale ora dell'evento e su chi effettivamente presente in sede MPS all'ora dell'evento, considerato il descritto passaggio di un soggetto dinanzi alla porta d i David Rossi, individuato dal piantone;

- dinamica della caduta in base alla posizione del corpo risultante dal filmato acquisito della telecamera di videosorveglianza;

- su chi abbia allertato ed a quale ora i soccorsi e sull'attività svolta dai primi soccorritori, in particolare sulle modalità di esecuzione del massaggio cardiaco;

- sulle cause della morte di David Rossi con le precisazioni indicate".

In ipotesi il Procuratore Generale presso la Corte di Appello avochi a sé le indagini; All'esito venga ordinata l'iscrizione nel registro degli indagati degli autori dei reati ritenuti sussistenti e disporre l'esercizio dell'azione penale contro di essi per i reati che saranno ravvisati.

OSSERVA

I motivi opposti avverso la richiesta di archiviazione in esame debbono ritenersi infondati e parimenti sono da respingersi le avanzate richieste di investigazione suppletiva: tutto questo per le seguenti ragioni.

In primo luogo, contrariamente a quanto assume e contesta la p.o. opponente, in forza delle risultanze di molteplici fonti di prova, attendibili, congrue e tra loro del tutto convergenti, nessun punto oscuro può ritenersi sussistere e nessuno dubbio, né da l punto di vista medico-legale né sul versante delle valutazioni più prettamente giuridiche, è consentito ragionevolmente avanzare in ordine al fatto che il dott. ROSSI si sia suicidato, il 6 marzo del 20 13 alle ore 20, 15 circa, gettandosi volontariamente (e non venendo buttato e spinto di sotto con violenza da terze persone ) dalla finestra del proprio ufficio (posto al terzo del palazzo che ospita la sede lega le della Banca Monte de i Paschi di Siena), affacciante sul vicolo privato e senza sfondo denominato vicolo di Monte Pio, all'arrivo dei primi soccorritori (circa venti minuti dopo il drammatico fatto) rinvenuta completamente aperta . Di quel terribile e tragico volo, di circa 15 metri, il filmato della telecamera n. 6 dell'impianto d i video sorveglianza della banca, inquadra gli ultimi tre metri mostrando il dott. ROSSI "che precipita dall'alto. Impatta con le natiche sul selciato dove rimane in agonia in posizione supina per qualche minuto ".

Circa tempi e causa del decesso del ROSSI, in forza della CT medico- legale de l prof. GABBRIELLI (esperita nelle forme dell'art. 360 c.p.p., a lla effettiva presenza di un CT P nominato dalle pp oo, ancorché diverso dal prof. Norelli, autore delle successive note critiche, allegate all'atto di opposizione di che trattasi 2 V. verbale a f.lio 13 e cd video a foll. 125 bis-128 fase. PM. in questa sede) deve ritenersi assolutamente certo che "la morte fu determinata da shock traumatico per lesioni osteo-viscerali multiple toraciche (fratture costali multiple, stravasi emorragici polmonari endoalveolari infiltrazione emorragica della radice aortica) encefaliche (frattura occipitale con edema cerebrale) e del rachide (frattura da scoppio di l ./.) e sopravvenne dopo pochi minuti dalla produzione delle lesioni.{ . .] le lesioni mortali furono prodotte per violento urlo della testa e del tronco contro una superficie rigida anelastico per precipitazione da grande altezza".

Non contestate su questo punto le conclusioni de l CT medico legale prof. Gabbrielli, l'opponente (alla luce delle note del proprio CT prof Norelli) solleva invece perplessità l'oppone nte rispetto alle ulteriori conclusioni, attinenti all'assenza nel corpo del defunto di segni attribuibili a azione violenta di terzi ed alla presenza di lesioni da taglio agli avambracci e ai polsi, prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo, dalle quali pure il prof Gabbrielli fa discendere la sua valutazione tecnica complessiva di piena compatibilità della morte de qua con l'evento suicidiario.

Tali perplessità o critiche dell'opponente non sono nondimeno minimamente fondate.

Quanto all'assenza sul corpo del ROSSI di tracce obiettive riferibili ad atti di violenza altrui ragionevolmente il prof. Gabbrielli lo afferma, ritenendo che anche tutte le lesività non letali rilevate sul corpo del defunto, al volto, addome ed arti inferiori e superiori - ad eccezione d i quelle riferibili ad autolesionismo - trovino la loro causa e genesi nella fase finale del tragico volo, ovvero nell'impatto (non avvenuto nel medesimo istante) delle varie parti del corpo del ROSSI con il suolo. Considerato invero che, come mostra chiaramente il filmato della video camera che ha ripreso la drammatica fase d i atterraggio del de cuius (giunto vivo a terra) è di tutta evidenza che il primo violentissimo impatto al suolo è avvenuto con i glutei, per la precisione con una maggiore e anticipata aderenza a terra della natica destra, a causa di una leggera rotazione sagittale de l corpo sul fianco destro - in tal modo venendo attutito l'impatto, che immediatamente ne è seguito, delle gambe allungate in avanti parallelamente al suolo e con il tronco, oramai privo del sostegno della cassa toracica in quanto esplosa al precedente violento impattare sul selciato (cd effetto "sacco di noc;'') molto reclinato in avanti verso le gambe stesse, ecco che, contrariamente a quanto assume l'opponente, appare riscontrata la compatibilità con questa prima fase dell'atterraggio, sia delle lesività cutanee (quali aree disepitelizzate ed escoriazioni violacee) rilevate in corrispondenza di fianchi e gambe (più accentuatamente a destra stante l'inclinazione del corpo giusto appunto da quella parte) e sia pure dell' ulteriore tenue lesività apprezzata all'addome e più precisamente in zona paraombelicale: quest'ultima con ogni probabilità derivante dal contatto e dallo strusciamento dei tessuti molli dell'addome contro la fibbia in metallo della cintura de i pantaloni indossati da l defunto, durante il già descritto piegamento del busto verso le gambe allungate in avanti.

Considerato poi che, continuando a scorrere le immagini de l suddetto filmato, si rileva chiaramente che dopo il primo impatto di natiche (necessariamente il più violento), il corpo ha effettuato un rimbalzo all'indietro e che, così sollecitato, il tronco si è risollevato dalla posizione reclinata in avanti, assumendo dapprima una posizione perpendicolare al suo lo per poi, completando la rotazione all'indietro, far aderire a terra schiena, testa nonché le braccia interamente distese ed allungate sopra la testa stessa e che nel contempo le immagini de l ridetto filmato documentano che nel momento in cui la schiena ha impattato al suolo il volto del ROSSI era piegato a sinistra e che soltanto in seguito ad un'ultima sollecitazione rotatoria ha raggiunto una posizione di quiete perfettamente frontale, ecco che francamente del tutto fuori luogo appaiono le perplessità sollevate dall' opponente (e dal CT.p. Norelli) anche in merito alle lesività cutanee rilevate in corrispondenza del volto (più significativamente a sinistra), nonché della parte dorsale delle braccia, stante che pure la loro genesi si rive la assolutamente compatibile con la dinamica della caduta, anziché - come si adombra, ma non si dimostra - con l'azione violenta di terzi in una supposta, ma mancante del più minimo elemento di riscontro, aggressione antecedente alla defenestrazione, trovandosi - sempre a seguire la logica della contro ipotesi, puramente teorica, adombrata dall'opponente - la vittima e l'omicida ancora all'interno dell'ufficio del terzo piano.

Altrettanto senza fondamento la difesa della p.o. opponente sostiene che le evidenze probatorie non offrano riscontro al le lesioni da taglio agli avambracci e ai polsi di modesta entità, prodotte poco prima della precipitazione per un meccanismo autolesivo, di cui non soltanto al punto 5 delle conclusioni della CT medico legale del prof. Gabbrielli, ma anche al referto e alla relazione medica approntali dai medici del 118. Ed a fronte della contestazione da parte della difesa opponente, se non della origine di siffatti taglietti a polsi e avambracci, della relativa datazione, inferibile dall'indicazione temporale usata dal CT Gabbrielli (ove si esprime in termini di "poco prima della precipitazione"), è agevole per converso richiamare la difesa stessa a prestare attenzione al cerotto ancora presente, al momento del rinvenimento del cadavere, sul polso sinistro della salma, a coprire una di queste lesioni, ad un altro cerotto, evidentemente staccatosi durante la caduta o al momento dell'impatto, ritrovato accanto al cadavere, nonché ai fazzolettini sporchi d i sangue, trovati all'interno del cestino dell'ufficio del dott. ROSSI e, da ultimo, alle cartine di protezione per cerotti da auto medicazione, rinvenute sul pavimento ed all'interno de l cestino del bagno posto nello stesso corridoio ed a poca distanza dall'ingresso del!' ufficio del compianto dott. ROSSl, trattandosi di ulteriori riscontri, in presenza dei quali la valutazione del CT medico legale del prof. Gabbrielli in termini di compatibilità di tali lesioni con meccanismi di autolesionismo compiuti poco prima della precipitazione deve ritenersi addirittura prudenziale, posto che le risultanze complessive, anche a tale riguardo, convergono addirittura verso la certezza.

Tutto ciò esposto e considerato, non meno avulse dalle concrete risultanze istruttorie versate in atti ed anzi in contrasto con le stesse - di talché anche fuorvianti- appaiono le ricostruzioni meramente ipotetiche elaborate nell'interesse della difesa opponente dal CT ing. Scarselli, relativamente alla posizione assunta dal ROSSI sulla finestra nei frangenti immediatamente precedenti all'inizio della precipitazione.

Premesso che, l'ing. Scarselli conclude per l'assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, in stridente contraddizione con altri passaggi delle sue elaborazioni, ove dà, in modo più obiettivo, conto di segni inequivocabili in tal senso, rilevati dagli inquirenti in sede di primo sopralluogo, in corrispondenza del davanzale di detta finestra, costituiti da 4 cavetti in metallo ''anti-volatili" - di cui tre sottostanti ed il quarto sovrastante una sbarra metallica di protezione anti-caduta posta a 35 cm dalla soglia - significativamente incurvali verso il basso e con una delle due estremità (quella di sinistra) sganciate dal muro, unitamente a lievi scalfiture della parte inferiore della intelaiatura in legno della finestra, oltre che a frammenti di legno sul davanzale, sia all'interno che all'esterno del davanzale stesso, non c'è chi non veda come trattasi di segni de l tutto compatibili con una salita sul davanzale in questione d i una persona che, da qui, presumibilmente previo iniziale appoggio in posizione seduta o quasi sulla suddetta barra di protezione, con la schiena verso l'esterno ed i piedi appoggiati sulla soglia (il che spiega anche le tracce di materiale lapideo bianco - come bianca è la soglia, in marmo o materiale simile, della finestra di che trattasi, rilevata sotto la suole delle scarpe del defunto, come pure spiega la lieve lacerazione della pelle presente sulla punta delle scarpe - dandosi il suicida una lieve spinta, con i piedi puntati contro l'intelaiatura in legno della finestra, si è lanciata cadere, all’indietro, per non vedere l'altezza ed il vuoto.

Se tutto questo non si dovesse ritenere sufficiente (ma così non è) a offrire la piena dimostrazione della morte cagionata, non dalla violenta azione di terzi, bensì da atto di auto-soppressione, come non considerare l'assenza del benché minimo segno e traccia di aggressione ante (ipotetica) defenestrazione all'interno dell' ufficio del ROSSI, trovato invero in perfetto ordine - come mostrano sia le immagini del filmato svolto con il video telefonino intorno alle ore 20.40 dal primo ufficiale della polizia di stato (sovr. Marini Livio) che vi ha fatto ingresso, e sia pure i rilievi fotografici delle successive ore 1.30 circa - e come non tener conto da ultimo, quale ulteriore e dirimente riscontro, delle tre lettere incomplete costituenti all'evidenza, in una con l'ultimo commiato alla moglie l'esternazione della volontà suicidiaria da parte di colui che sta per metterla in atto ("Ciao Toni, mi dispiace ma l 'ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa- Nelle ultime settimane ho perso"; Ciao Toni, Amore l'ultima cosa che ho fallo è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane; ''Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così ").

Molto debole è invero l'argomento opposto della difesa TOGNAZZI, desumendolo dal fatto che le tre lettere di commiato erano state dal defunto cestinate, secondo cui il ROSSI, ancorché dopo averci pensato, avrebbe accantonato il proposito suicidario, salvo poi essere rafforzato in tale intendimento da terzi e quindi dietro l'imput di questo supposto istigatore metterlo in atto - se non addirittura, come si adombra dalla parte opponente, essere direttamente ucciso per mani di altri (!) - ove si consideri che molto più semplicemente e con piena aderenza alle concrete risultanze, i tre messaggi incompleti e cestinati trovano una spiegazione del tutto congrua nella incapacità di trovare le parole "giuste" (che invero non esistono) da scrivere per spiegare ed al tempo stesso per chiedere scusa alla persona amata per un atto estremo e del tutto irrazionale quale il suicidio, nel momento cui si è definitivamente deciso di attuarlo.

E contrariamente ai rumors della stampa, nei primi giorni delle indagini, circa l'esistenza di una lunga telefonata che il dott. ROSSI avrebbe intrattenuto con una persona in corso di identificazione dopo l'ultima chiamata fatta alla moglie, per concordare l'orario del rientro a casa, è il caso per converso di sottolineare come i tabulati del traffico telefonico dei telefoni cellulari e del telefono fisso di ufficio del dott. ROSSI, sono a dimostrare che quest'ultimo si chiude nel più asso luto isolamento poco dopo lo scoccare delle ore 18 del giorno in cui, due ore più tardi (quando tutti i colleghi di lavoro erano usciti), si sarebbe ucciso, dopo un breve colloquio con la collega Chiara GALGANI 10 dai contenuti ed atteggiamenti complessivamente congrui ed implicanti, all'apparenza, anche programmi di lavoro per il giorno successivo (stante che ROSSI confermava alla GALGANI che l'indomani avrebbe accompagnato l'amministratore delegato VIOLA ad un evento a Firenze) e dopo un'ultima telefonata, pure essa dai toni e contenuti, ancorché sbrigativi, all'apparenza tranquillizzanti, fatta alla moglie alle ore 18:02, per confermarle il ritorno a casa alle 19 e 30. Dopo di allora nessun'altra chiamata risulta il ROSSI aver più fatto ed a nessun altra telefonata aver egli più risposto ed inoltre né risulta aver inviato sms, né risposto ed anzi nemmeno letto gli sms che sono continuati ad arrivargli, principalmente dalla moglie, pure con ciò il suicida denotando la volontà oramai definitivamente e tragicamente maturata nel proprio intimo, senza sollecitazioni o rafforzamenti da parte di terzi, di prendere commiato dal mondo, in una con l'intendimento di creare le condizioni (quali le rassicurazioni alla moglie circa il suo arrivo a casa all'ora convenuta, il normale colloquio di lavoro con la collega per non allarmarla ed indurla a lasciare normalmente il posto di lavoro) affinché, nell'attuazione di questo suo ultimo disperato proposito, non gli fosse invero più di intralcio niente e nessuno.

Per concludere la ricostruzione delle ultime ore di vita del ROSSI ed al fine di confutare le asserzioni dell'opponente circa molteplici punti oscuri e inesplorati dalle indagini, attinenti a modalità e tempistica degli accertamenti operali dagli inquirenti nelle ore immediatamente successive al rinvenimento del cadavere del dott. ROSSI, sulla scorta delle minuziose risultanze istruttorie versate e documentate in atti, è opportuno precisare quanto segue.

L'ultima persona che la sera del decesso ha visto vivo il ROSSI è stata la predetta GALGANO alle ore 18.00 circa. Ella quando alle ore 19.30 lasciava il posto di lavoro, transitando davanti all'ufficio (attiguo al proprio) del ROSSI lo trovava chiuso. Alla portineria posta nell'androne principale dell'edificio la GALGANO interloquiva con il portiere RICCUCCI. Alla domanda rivoltale da quest'ultimo su chi ci fosse ancora a lavorare nell'ala del terzo piano del palazzo dal quale ella proveniva, la GALGANO rispondeva che c'era ancora sicuramente la collega BONDI - che lavora nella sua stessa stanza), mentre non era sicura che ci fosse ancora il ROSSI dato che la porta del suo ufficio (due porte dopo il proprio) era chiusa. A questo punto la presenza del ROSSI era stata confermata alla GALGANO dallo stesso portiere RICCUCCI dicendole che non lo aveva visto uscire.

Alle ore 20.05 circa anche la BONDI aveva lasciato il posto di lavoro e transitando pure essa, in ragione della vicinanza e dell'apertura sullo stesso corridoio dei due uffici, dinanzi a quello del ROSSI aveva notato la porta aperta e la luce accesa ed all' interno non sembrava esserci nessuno. La BONDI che non faceva caso a come si presentasse la finestra (se chiusa o aperta), aveva supposto che il ROSSI fosse in giro per altri uffici (fermo restando che poteva trovarsi anche all'interno del bagno, dove si ricordi che sono state individuate tracce del recente uso di cerotti corrispondenti a quelli che sono stati rinvenuti applicati sulle ferite ai polsi del ROSSI). E' il caso di precisare che erra l'opponente nel sostenere che a quell'ora il ROSSI doveva essere in realtà già morto. Questo perché l'orario, delle 19.59, riportato sulle immagini del filmato della videocamera di sorveglianza che riprende gli ultimi tre metri della precipitazione del ROSSI è sì sfalsato di circa I 0-15 muniti, sennonché non va corretto - come fa il difensore - arretrandolo della stessa frazione oraria e cioè collocando la morte del ROSSI tra le ore 19:44 e 19:49 precedenti, bensì stante che gli inquirenti hanno accertato che l'orologio dell'impianto di video sorveglianza era in ritardo, l'ora della morte del ROSSI va per converso spostata in avanti alle ore 20: 10 - 20:15. Quindi il ROSSI pur celandosi alla vista della BONDI, presumibilmente anche perché recando visibili segni delle autolesioni che con ogni probabilità si era appena inferto, non intendeva sottoporsi a imbarazzanti spiegazioni, è pressoché certo che fosse ancora vivo. Ed in virtù di tutto questo, di nessuna aderenza alla emergenze probatorie è la ulteriore considerazione della difesa opponente secondo cui giacché il FILIPPONE - che è la persona, amico nonché collega del ROSSI, che per primo alle ore 20.35 circa entrando nella stanza dello stesso ed affacciandosi alla finestra spalancata, fatta la tragica scoperta dà l'allarme, ancorché chiamando soltanto il 118 e non anche la polizia - riferisce alla vedova TOGNAZZI - ma non invero direttamente agli inquirenti quando viene assunto a s.i.t. - di aver trovato la stanza del defunto chiusa, un terzo soggetto - ovvero, nella prospettiva dell'opponente, il presunto istigatore del suicidio se non il diretto omicida - l'avrebbe chiusa, lasciato non visto la stanza del delitto. Per converso, in forza del materiale probatorio disponibile a chiudere la porta della stanza, prima di accingersi al micidiale salto nel vuoto, si deve ritenere che sia stato lo stesso suicida. Si è già detto che il primo ad accedere dopo la tragedia nella stanza del ROSSI è stato Giancarlo FILIPPONE, intorno alle 20.30, collega nonché buon amico del medesimo che avendo smesso di lavorare, quella sera intorno alle ore 18, dopo che la vedova TOGNAZZI, poco prima delle ore 20.00, gli aveva telefonato chiedendogli di andare a controllare cosa stesse facendo il marito in quanto non era ancora rientrato a casa e dopo che anche lui aveva cercato, senza ottenere risposta, d i comunicare con il ROSSI, con un sms, era ritornato in ufficio, intorno alle ore 20.30 e, entrando nella stanza di David ed affacciandosi alla finestra aperta aveva visto, nel vicolo sottostante, il corpo esanime del collega ed amico. A quel punto aveva dato l'allarme al portiere RICCUCCI, nonché comunicato la tragica notizia anche al la figlia (ventunenne) della TOGNAZZI, Carolina ORLANDI, pure essa mandata dalla madre (bloccata a casa dalla convalescenza per una brutta polmonite) alla ricerca di chi era oramai atteso a casa da circa un'ora.

Mentre il FILIPPONE, l'ORLANDI ed il RICCUCCI stavano percorrendo il corridoio che dall'ufficio del ROSSI riporta alle scale principali e quindi all'uscita, dall'altra ala dello stesso piano (il terzo) del palazzo, i tre avevano visto sopraggiungere Bernardo MINGRONE (capo ufficio della direzione Finanziaria della Banca). Riferisce nelle sue s.i.t. quest'ultimo 16 che, appresa anche lui la sconcertante notizia, accompagnato dal FILIPPONE, si era recato, nella stanza de l ROSSI constatando, affacciandosi alla finestra che lo stesso giaceva al suolo esanime nel vicolo sottostante. Quindi riunitosi i tre uomini nel vicolo sottostante attorno al collega che, riverso a terra supino con i piedi rivolti verso l'edificio (nella stessa posizione in cui sarà rinvenuto dai soccorsi medici e della polizia), non dava segni di vita, era stato proprio il MINGRONE (quindi vi è già risposta, negli atti, all'interrogativo che anche a tale riguardo pone la difesa TOGNAZZI nella sua opposizione) appreso da FILIPPON E e RICCUCCI che non lo avevano ancora fatto, a chiamare il 118. Ritornando al più volte menzionato filmato della telecamera della videosorveglianza n 6, mette conto precisare che le immagini mostrano per circa venti minuti il corpo immobile e senza più segni vitali (con piena convergenza con la morte sul corpo per cui conclude la CT medico legale del prof. Gabbrielli) del ROSSI prima che un passante se ne accorga, accedendo a quel vicolo senza sfondo e scarsamente frequentato ed allontanandosi nel giro di pochi istanti, probabilmente per chiamare la polizia tanto che la chiamata alla sa la operativa, seguita a distanza di pochissimi minuti dall'arrivo di un equipaggio della Volante sul posto è pressoché sovrapponibile alla rapida inquadratura di detto passante (20:40). Mette conto soffermarsi a questo punto sulla tempistica degli arrivi della polizia e de i magistrati requirenti in loco, nonché sulla cronistoria degli atti di indagini espletati nelle ore immediatamente successive al rinvenimento de l cadavere. Orbene tutto è minuziosamente documentato. Un equipaggio della Volante, comandato dal Sov. L. Marini, viene inviato sul posto, in seguito alla segnalazione del rinvenimento del cadavere, giunta telefonicamente alla sa la operativa alle ore 20.40 circa. Quando ne l giro di pochi minuti successivi la pattuglia della volante giunge in loco, preso atto che il 11 8 è già stato chiamato (i medici al loro arrivo si impegneranno in manovre di rianimazione che rimarranno prive di ogni risultato), guidato dal MINGRON, il capo equipaggio in persona del già nominato Sov. Marini si faceva condurre nella stanza del deceduto ed effettuato un primo filmato mediante il proprio video telefonino, usciva chiudendo la porta a chiave, che portava con sé. Nel frattempo sul posto erano giunti oltre ai soccorsi medici anche i Carabinieri, tra cui il comandante della Stazione di Siena Centro (m.llo Cardiello), il quale nell'atto di informare telefonicamente dell'accaduto il PM di turno, cioè il dott. N. Marini, riceva da questi l'ordine di piantonare l'ingresso dell'ufficio del ROSSI, fino al suo arrivo. L'ordine veniva eseguito. Intorno alle 21.30 gi ungevano i sostituti N. Marini, A. Natalini e A. Nastasi e ivi trattenendosi fino alle 23:30 effettuavano un primo sopralluogo all'interno dell'ufficio, alla ricerca di prime tracce utili alla ricostruzione ed alla spiegazione di quanto avvenuto. Dopo di che, giusto appunto alle ore 23.30, la stanza dell'ufficio del deceduto veniva sequestrata, la porta d'ingresso chiusa a chiave - la chiave depositata in Questura - e sigillata con carta. L'ufficio piantonato dai Carabinieri. Sempre alle 23.30 dopo l'intervento del medico legale e della polizia scientifica il cadavere del ROSSI veniva rimosso per essere trasferito presso il dipartimento di scienze medico legali (per una più accurata ispezione esterna del cadavere oltre che per l'autopsia, questa disposta su esplicita richiesta della famiglia, laddove i sostituti procuratori, essenzialmente per rispetto della salma e non ravvisandone l'assoluta necessità, inizialmente avevano pensato di non eseguirla (anche su ciò la difesa opponente calcando in modo eccessivamente critico l'accento, sembrando insinuare incapacità e miopia investigativa, se non di peggio, senza nessun fondato sospetto ex ante e riscontro investigativo ex posto ad autopsia eseguita).

Alle successive ore 00:30, di nuovo avuta la presenza in loco dei sostituti NATALINI e NASTASI rimossi i sigilli alla stanza del ROSSI, la polizia scientifica aveva effettuato un più accurato sopralluogo documentandolo anche fotograficamente che si concludeva alle ore 01.50 ed a questo punto l'ufficio veniva di nuovo richiuso e sigillato con nastri di carta bollati e controfirmati, nonché piantonato continuativamente da un componente dell'equipaggio della Volante 2 della Squadra Mobile.

Queste le precauzioni, assolutamente congrue, adottate per assicurare l'integrità del campo delle indagini da eseguire in loco, prive di fondamento sono per converso le perplessità e gli interrogativi con cui la difesa della p.o. opponente lascia trasparire dubbi di inquinamento probatorio, laddove evidenzia come il confronto tra il filmato mediante video-telefonino effettuato dal Sov. Marini al primo accesso nell'ufficio del deceduto poco dopo le ore 20.40 ed i rilievi fotografici della polizia scientifica durante il loro sopralluogo dalle ore 0:30 alle ore I :30 circa successive consente di apprezzare lo spostamento del la giacca del deceduto appoggiata allo schienale della sedia con ruote della scrivania, nonché degli occhiali del deceduto, con ciò la difesa subodorando l'ingresso di terzi soggetti in detta stanza, alla ipotetica ricerca e/o eliminazione di tracce della sua precedente presenza, fisica ovvero virtuale (cioè mediante collegamenti on line), che ne potessero rivelare il coinvolgimento attivo nel suicidio se non - nella prospettiva ancorché più remota mai abbandonata dalla difesa opponente- nell'assassinio del ROSSI. Ipotesi assolutamente sganciata dal contesto reale ove si consideri che, tranne che nelle ore in cui nel corso della lunga notte operativa tra il 6 ed 7 marzo, g li stessi inquirenti si sono trattenuti all'interno dell'ufficio del defunto (mette conto ribadire ininterrottamente dal le 2 1.30 alle 23.30 quindi dalle successive 0,30 fino alle 1.50) intenti nella doverosa ricerca di tracce di eventuali reati e di eventuali indizi di colpevolezza attingenti specifici soggetti - in tali operazioni, tutte debitamente documentate anche fotograficamente, inevitabilmente muovendo e spostando alcune cose - è stato piantonato dalla polizia, oltre che chiuso a chiave (la chiave depositata in questura) e sigillata la porta d'ingresso . Ciò detto, si deve infine aggiungere che, contrariamente ai punti oscuri denunciati anche a tale specifico riguardo dalla difesa che si oppone all'archiviazione chiedendo supplementi di indagini assumendo pure sotto questo aspetto che vi sia ancora da fare chiarezza, che nessun mistero aleggia intorno a i quattro ingressi, o presunti tali, al P.C. fisso dell'ufficio de l ROSSI dopo il suo decesso, segnatamente, per come rilevato dall'ispezione informatica dalle ore 21 :50 alle ore 21 :56 dello stesso 6 marzo e quindi dalle successive ore 1:24 alle 1:37". Infatti le verifiche tecniche condotte dalla Polizia Postale - alla presenza dei sostituti procuratori Natalini e Nastasi - avvalendosi in operazioni prettamente esecutive del dott. Bemardini (dirigente de l Responsabile Area Facility Management)- hanno consentito di acclarare che si è trattato di accidentali riattivazioni de l sistema operativo del PC in funzione standby in orari in cui, per come risulta da quanto sopra evidenziato, deve indubitabilmente ritenersi riscontrata la presenza operativa, all'interno dell'ufficio de l deceduto, degli inquirenti, per essi intendendosi i componenti di vari corpi di polizia giudiziaria e gli stessi pubblici ministeri. Così testualmente dal verbale di ispezione informatica ed di acquisizione di atti del 7.03.2013 ore 14:30" i quattro eventi sono dovuti a meccanismi di riavviazione del sistema operativo a fronte di sollecitazioni meccaniche esterne (movimenti di mouse o tastiera) effettuati in coincidenza dei predetti orari, debitamente verificati e riscontrati; pertanto si può affermare che non è stato effettuato alcun accesso al P. C. in uso al ROSSI nei predetti orari, né da postazione fissa né da remoto ".

...

Niente francamente ritiene questo giudice che poteva essere investigato, di più e di diverso di quanto è stato effettivamente fatto e debitamente documentato, al fine di acclarare responsabilità di terze persone nella veste di istigatori de l suo suicidio - ipotesi questa, prima facie, meritevole di attenzione giudiziaria, che ha consentito, nel contempo di dipanare anche il più remoto dubbio in ordine all'ipotesi omicidiaria.

Le sommarie informazioni testimoniali assunte da i parenti e famigliari più stretti, come pure da i collaboratori più stretti in ambito lavorativo, del ROSSI, non lasciano dubbio alcuno in ordine al fatto che gli ultimi mesi di vita dello stesso erano stati vissuti con un crescente malessere interiore che aveva nondimeno raggiunto il suo apice, dando a tal punto luogo a comportamenti anomali percepiti sia in ambito famigliare che sul posto di lavoro, negli ultimi cinque giorni antecedenti al decesso.

Per ben inquadrare il drammatico epilogo che c i occupa, occorre rifar i da abbastanza lontano ed è quello che è stato fatto opportunamente dagli inquirenti assumendo anche al riguardo informazioni dai famigliari e collaboratori più stretti del deceduto.

Risalendo alla fine del 2011 inizi del 2012, la nomina in seno alla Banca MPS - ove ROSSI era stato assunto come Responsabile Area delle Comunicazioni nel maggio del 2006 - del nuovo presidente e del nuovo amministratore delegato nelle persone di Alessandro Pro fumo e di Fabrizio VIOLA, subentrati rispettivamente a Giuseppe MUSSARI e Antonio YIGNI, il ROSSI è uno dei pochi uomini di punta della precedente dirigenza in senso lato (la qualifica del deceduto non era invero di dirigente propriamente detto bensì, come già detto, di responsabile area) ad essere confermato ed a guadagnarsi senza nessuna difficoltà la fiducia sia dei nuovi datori di lavoro che dei nuovi colleghi con cui era in più stretto rapporto lavorativo, essendo peraltro rimasti buoni, come in passato, i rapporti anche con i collaboratori del vecchio staff che, come lui, erano stati confermati nel nuovo (tali soggetti debbono complessivamente identificarsi in DALLA RIVA Ilaria - responsabile della direzione Risorse Umane- GALGANI Chiara - responsabile dell'ufficio Stampa - BONO! Lorenza - vice capo ufficio stampa - FILIPPONE Giancarlo - funzionario preposto all'ufficio personale dell'Area Comunicazioni).

Nel novembre del 2012, in coincidenza per il dott. ROSSI con un lutto famigliare (decesso de l padre), è fatto notorio che esplode il cd scandalo MPS così chiamata, nei mass media (stampa, social network, blog) che gli danno ampissima risonanza a livello locale e nazionale, l'inchiesta giudiziaria avente ad oggetto svariate operazioni finanziarie della banca senese negli anni della dirigenza MUSSARI-VIGNI. Aumentato a partire da allora, in modo molto considerevole ed in continua crescita nei mesi successivi. il lavoro e di sicuro anche lo stress lavorativo del Rossi, essendosi trovato in prima linea, come capo dell' Area Comunicazioni a rispondere alle pressanti richieste dell'opinione pubblica e nel contempo a gestire l'enorme flusso di comunicazioni che dietro gli imput della nuova dirigenza, al fin e di salvaguardare e di recuperare l'immagine della Banca, dovevano essere veicolate all'esterno, è il caso di precisare, onde dissipare anche su questo versante possibili equivoci e fra intendimento dei fatti e delle emergenze istruttorie, che è la stessa vedova TOGNAZZI nelle sue prime s.i.t. del 17.4.2013 ad affermare che era stato lo stesso ROSSI a "manifestare a chiare lei/ere di voler in qualche modo essere aiutato nella propria attività" nonché "di essere almeno in parte sgravato. " Se così è, osserva questo giudice che deve essere letto in sintonia per l'appunto con i desiderata, più che legittimi dello stesso ROSSI, stante l'aggravio lavorativo al quale stava andando sempre di più incontro, e non invece come un primo indice (secondo la posizione assunta dalla difesa TOGNAZZI nell'opporsi alla presente richiesta di archiviazione) di una diminuzione di fiducia progressiva ed immotivata (e per questo implicante mobbing, sempre stando alla più recente linea difensiva intrapresa dalla p.o TOGNAZZI) nei confronti del dipendente ROSSI da parte de l nuovo datore di lavoro, la decisione presa (da VIOLA) di affiancargli la DALLA RIVA attribuendo ad essa la direzione delle Comunicazioni Interne, lasciando al ROSSI le Comunicazioni Esterne e creando rapidamente (gennaio 2013) nuove metodologie di lavoro, su imput dello stesso ROSSI, al fine di assicurare uniformità nell'agire delle due aree delle comunicazioni. Su tutto ciò hanno riferito con piena convergenza oltre ai predetti VIOLA e DALLA RIVA - la consulente coach della Banca (nominata pure essa nel novembre 2012 all'esplodere dello scandalo MPS) Carla Lucia CIANI. Questa in particolare ha spiegato che, su indicazioni dello stesso ROSSI, il quale evidenziava da un lato la difficoltà a gestire a livello manageriale da so lo l'enorme flusso di comunicazioni negative riguardanti BMPS, dopo l'esplosione dello scandalo giudiziario/mediatico attribuibile alla vecchia dirigenza e, dall'altro, le necessità di adottare modalità di lavoro che garantissero coerenza tra comunicazione interna ed esterna, venne creata (in seguito ad un incontro con il ROSSI avvenuto il 30 gennaio 201 3) una sorta di task force, de finita situation room. In pratica si trattava di " n gruppo di persone - capeggiato dal ROSSI - che decideva in maniera evoluta gli interventi stampa da effettuare, nel senso che tutte le comunicazioni stampa venivano gestite collegialmente, definendosi in sede di gruppo di lavoro (comprensivo delle altre f unzioni) gli interventi ufficiali da effettuare. Per iniziativa dello stesso ROSSI io - così testualmente nelle s.i.t. la Ciani- venivo messa a conoscenza - a mezzo mail - dei report di questo gruppo di lavoro. Posso dire che rispetto a tale nuovo assetto organizzativo il ROSSI fu molto confortato, in termini di condivisione di responsabilità con i suoi colleghi anche perché questo doveva essere il modello per una gestione più coordinata dell'area comunicazione esterna ".

Nella medesima direzione, di conferma ed anzi di obiettivo accrescimento di fiducia della nuova dirigenza in favore del ROSSI, era andata la decisione presa dall'A. D. VIOLA nel successivo mese di febbraio 20 13 di designare ROSSI " Invitato Stabile" del Comitato Direttivo. Il Comitato Direttivo - come ha spiegato VIOLA- è un consesso all'interno del quale i dirigenti delle varie direzioni discutono collegialmente dei progetti aventi implicazioni in più settori, con funzioni anche consultive e preparatorie delle decisioni che dovranno essere assunte dal CdA. Che Rossi fosse stato soddisfatto ed avesse preso come un positivo riconoscimento anche questa iniziativa non lo affermano soltanto il dr VIOLA e la d.ssa CIAN  ma anche la sig. TOGNAZZI - nelle s.i.t. Del 17 apri le 20 13 già ricordate- affermando che il marito ne era orgoglioso, salvo aggiungere che tale inserimento essendo stato effettuato prima della perquisizione subita presso l'ufficio e l'abitazione il 19 febbraio (su cui infra) non fu dal medesimo ritenuto un elemento positivo di valutazione da parte della dirigenza successivamente a questa iniziativa giudiziaria nei suo i confronti che, per converso, temeva che avesse messo in dubbio, agli occhi de lla dirigenza, la sua affidabilità. A questo ultimo riguardo, sulla scorta delle risultanze istruttorie e segnatamente delle s.i.t. della CIANI, è però necessario parzialmente correggere il quadro emergente dai ricordi della sig. TOGNAZZI. Riferisce infatti la CIANI che il dr VIOLA le manifestò per la prima volta l'intendimento che il ROSSI venisse inserito nel progetto di coatching riservato alla prima linea manageriale, durante un incontro a Milano che ebbero lunedì 11 febbraio 20 13. Alla fine della medesima settimana la segreteria de l dr VIOLA le aveva comunicato che ROSSI era stato inserito nel suddetto comitato direttivo. Con una successiva mail giungente questa volta alla CIANI dalla segreteria della DALLA RIVA. Il 26 febbraio (quindi siamo oltre la data della perquisizione eseguita nei confronti de l ROSSI il 19 febbraio e dallo stesso vissuta come una ricaduta negativa sulla sua affidabilità azienda le) veniva confermata la volontà di inserire il ROSS I tra i destinatari del progetto di coatching, il che implicava anche la conferma del ROSSI quale componente stabile d i quel comitato direttivo, ed in conseguenza di ciò la CIANI fissò ed effettivamente tenne con il ROSSI proprio la mattina de l giorno del decesso (dalle ore 9:30 alle 12.00) il primo incontro individuale di coach con il medesimo, all'interno del suo ufficio; il 13 marzo avrebbe dovuto esserci il primo incontro di gruppo.

Abbiamo già accennato a quanto era accaduto in data 19 febbraio a l ROSSI. Lo stesso era stato destinatario di una perquisizione non solo in ufficio ma anche all'interno della propria abitazione, ancorché non come persona indagata, nell'ambito dei proc. pen. nn 845/20 12 e 3861/20 12 N .R. mod. 21, instaurati nei confronti dei precedenti vertici de lla direzione della banca (MUSSARI e VIGNI) per vari reati ravvisati nelle operazioni finanziarie finalizzate e conseguenti all'acquisizione di banca Antonveneta. Nella stessa data allorchè erano scattate anche le perquisizioni a carico dei predetti due indagati di eccellenza, il ROSSI era stato inoltre interrogato dagli inquirenti in qualità di persona informata dei fatti in ordine ai suoi rapporti, anche successivi all'uscita da MPS con MUSSARI, con il quale erano noti anche i consolidati rapporti di amicizia.

Era da allora che lo stato d'animo del ROSS I aveva cominciato a dare segni di notevole turbamento e forte preoccupazione. Ed era da allora che il ROSSI aveva cominciato a temere per un suo maggiore coinvolgimento in tal i inchieste giudiziarie in conseguenza di un erroneo accostamento, operato dagli inquirenti, della sua persona a l vecchio management ed in particolare, data anche la loro amicizia, al MUSSAR! e, contemporaneamente a manifestare crescente preoccupazione anche per il mantenimento del posto di lavoro in conseguenza della perdita di fiducia da parte del nuovo management pure essa messa dal ROSSI in diretta correlazione che le temute implicazioni personali nelle indagini in corso. Così la TOGNAZZI nelle s.i.t. de l 17 aprile 20 13: " Ha comincialo a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al Presidente MUSSARI, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il MUSSARI. La vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui, per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l'ultima volta che si erano sentiti era a Natale {. . .} Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. la perquisizione del suo ufficio e e dell'abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi- secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal ROSSI successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni [. . .].

E similmente il dott. VIOLA "(...) premesso che il I9 febbraio ... lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisizione lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti: gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese allo di questo. Dall'indomani tuttavia iniziò a ridirmi di sentirsi "messo in mezzo" da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento [ . .] Ribadisco che - come nuovo management - avevamo piena fiducia nel ROSSI circostanza che gli espressi ripetutamente; lui mi manifestò la preoccupazione di una sua sostituzione: io lo tranquillizzai dicendo che stava bene al suo posto e che non avevamo alcun segnale favorevole al suo licenziamento avendo peraltro gestito in maniera o/lima l'ultima fase della crisi (...).

Quindi il dott MINGRONE, riferendo in merito a confidenze ricevute dal collega non più in vita, la sera del 28 febbraio durante una cena alla quale era presente anche il presidente Profumo; "(. . .) la cena è stata un'iniziativa del dr Profumo, in quanto avevamo terminato il consiglio di amministrazione a tarda ora e quindi si era deciso di cenare insieme. Il Rossi si era unito a noi in quanto lo avevamo incontrato uscendo. Ho conosciuto il ROSSI da metà giugno 2012 ho sempre pensato che fosse una persona abbastanza apprensiva per il lavoro; infatti in tale serata l'oggetto principale della discussione f u proprio il suo staio di malessere in virtù della perquisizione che aveva subito giorni addietro, Lo stesso ebbe infatti a rappresentare la sua ansia nel non comprendere le ragioni che avevano condotto l'A.G. ad effettuare tale perquisizione; ricordo che egli si domandava appunto se fosse proprio il suo rapporto di conoscenza direi/a con I' avv. Giuseppe Mussari ad avere indotto ciò, ovvero i colloqui telefonici che aveva avuto nel periodo fino a Natale 2012 ... Sia io che il dr Profumo abbiamo cercato di tranquillizzarlo dicendogli che lo stesso rispose, questo mi colpì molto: <evidentemente ho fallo qualcosa di sbagliato>. La mia percezione del momento fu che si riferisse a probabili errori di valutazione, e/o di opportunità nell'ambito dei rapporti mantenuti con l'ex presidente Mussari. Nella serata fece anche un riferimento generico ad una notizia stampa afferente ad un gruppo, a me sconosciuto, della 'Birreria" che, a quel punto ho capito, lui aveva frequentato insieme all'ex presidente Mussari (sempre fino a dicembre 20I2) ma della cui frequentazione a quel punto si rammaricava, la serata si concluse serenamente".

Mette conto precisare che la riunione del CdA terminata nella tarda serata del 28.2.2013, a cui ha fatto riferimento il dr Mingrone nelle sue sommarie informazioni testimoniali, è quella in seno alla qua le era stato deciso di promuovere l'azione di risarcimento danni non soltanto nei confronti dei precedenti vertici manageriali della Banca (ossia de i ridetti MUSSARI e VIGNI), ma anche di due banche estere (Nomura e Deutsche Bank) implicate in due imponenti operazioni di finanza strutturata rivelatesi disastrose per i conti dell'istituto di credito senese. E' opportuno aggiungere che data la importanza e la delicatezza della decisione da adottare, la convocazione del CdA era stata effettuata in forme molto riservate, in particolare senza indicare nell'ordine del giorno l'intendimento di fare causa oltre che ai precedenti amministratori - notizia che già circolava e che costituiva un'iniziativa pressoché obbligata per il nuovo management- anche alle predette due banche straniere. La segretezza con cui era stata gestita questa delicatissima ed importantissima decisione derivava dal fatto che ove fosse diventata di dominio pubblico prima della iscrizione delle cause civili in questione - ed in particolare di quelle nei confronti delle banche estere - nei registri de l Tribunale delle Imprese di Firenze c'era il rischio per BMPS di essere battuta sul tempo da una più tempestiva iscrizione presso la competente Autorità Giudiziaria estera di una speculare azione legale nei propri confronti da parte delle predette banche. Per questo non solo ROSSI ma nessun altro del!' Ufficio Stampa e de lla intera Area COMUNICAZIONI, ne era stato anticipatamente messo al corrente e la direttiva assunta era nel senso che anche al successivo comunicato stampa ufficiale, soltanto successivamente all'iscrizione delle cause giudiziarie, avrebbe provveduto direttamente il dr Mingrone. Non potendo - pare alla scrivente - neppure questa decisione de i vertici del CdA essere obiettivamente interpretabile come uno smacco ed un segno di mancanza di fiducia nei confronti, in modo specifico, del ROSSI e, tanto più ciò deve ritenersi, alla luce di quanto continua a riferire il Dr Mingrone in merito a quella serata conclusasi con la sua cena al ristorante in compagnia de l dr Profumo e de l dr Rossi. Accadde infatti che mentre si stavano recando al ristorante, il Rossi aveva ricevuto una chiamata telefonica di qualcuno che, dalla risposta che il ROSSI gli dava, si capi va che gli domandava di confermare se se fosse vero o meno che il CdA di quella sera avesse deciso l'azione di responsabilità in questione. La risposta di ROSSI era stata "se fosse vero me lo avrebbero dello". Terminata la telefonata il dr PROFUMO, evidentemente non nutrendo riserve sull'affidabilità del ROSSI, lo aveva messo al corrente della decisione dal CdA effettivamente presa in tal senso i ed a quel punto gli era stato mostrato anche il comunicato stampa riguardante la notizia e gli era stato chiesto di dare i suoi consigli sulla stesura finale. Invero la temuta fuga di notizia la mattina dopo c'era stata davvero, in forza di un articolo di stampa apparso su un importante quotidiano a tiratura nazionale; per essa, anche in ragione delle implicazioni che c'erano state sulle quotazioni in borsa de l titolo MPS, VIOLA e PROFUMO aveva no presentato un esposto in Procura e gli esiti dell’inchiesta giudiziaria (d i al p.p. n. 874/201 3 mod. 44 poi passato al registro noti con il n. 11 69/20 13 rgnr mod 2 1) che ne era seguita ed aveva portato all'individuazione del responsabile in un consigliere del CdA (M. Briamonte), si erano conosciuti nel maggio successivo.

Premesso, che in ragione della stretta vicinanza temporale tra questa fuga di notizia e la morte del ROSSI, opportunamente gli inquirenti avevano sulle prime svolto indagini anche al fine di verificare possibili collegamenti tra i due eventi, nell'eventualità che fosse da individuarsi nella fuga di noti zie il movente del gesto suicidario ed anche quello dell'ipotetico istigatore (in questo contesto non essendoci all'evidenza alcuno spazio, neppure puramente astratto e logico, per la percorribilità della terza ipotesi, quella dell'omicidio), evidenziato che nessuna emergenza investigativa era andata in questo senso, occorre in questa sede aggiungere che parimenti negati ve si sono di fatto rivelate le risultanze circa l'ipotetica immeritata colpevolizzazione, che sul luogo di lavoro il ROSS I avesse potuto subire, negli ultimi cinque giorni di vita, siccome infondatamente sospettato di essere lui l'autore della indebita divulgazione di siffatta in formazione di natura price sensitive. Ciò alla luce di quanto è emerso dalle dichiarazioni informative non soltanto di PROFUMO e di VIOLA, ai quali più d i ogni altro in ambito lavorativo avrebbero potuto in astratto imputarsi, condotte commissive o omissive discriminatorie indotte dalla presunta indebita colpevolizzazione de l ROSSI, ma anche dalle dichiarazioni, rilasciate dai colleghi di lavoro del deceduto ed in particolare da quelle della GALGANI Chiara.

PRUFUMO, pur non negando di aver inizialmente nutrito dei sospetti su un possibile coinvolgimento de l ROSSI sulla ridetta fuga di notizie, in ogni caso non solo non risulta averli manifestati al diretto interessato - con il quale nei pochi giorni lavorati vi successivi prima del tragico gesto aveva continuato ad interloquire normalmente in relazione a questioni ed affari di sua competenza (in particolare l'ultimo norma le colloquio di lavoro tra i tra i due c'era stato il 5 marzo) - ha aggiunto che, esternati confidenzialmente questi suoi primi dubbi al VIOLA, lo stesso I marzo, ne aveva avuto da quest'ultimo un immediato ritorno negativo. Sentito sul lo stesso argomento direttamente anche l'A.D. VIOLA, nel confermare lo scambio di opinioni, in forme assolutamente riservate con il Pres PROFUMO, in un colloquio del I marzo, ha altresì ripetuto anche agli inquirenti di aver scartato immediatamente l'ipotesi che il ROSSI potesse essere in qualche modo coinvolto nella ridetta fuga di notizie. A tale riguardo con estrema verosimiglianza - quindi attendibilmente dichiarando: "non ho mai messo in relazione il comportamento del ROSSI alla fuga di notizie circa l'avvio dell'azione di responsabilità varala dal CdA il giovedì precedente...Peraltro, sapendo che ROSSI è persona riservatissima l'ultima cosa che - secondo me - avrebbe fatto nello stato di agitazione peraltro in cui era - era parlare ai giornali".

Alquanto significative si sono inoltre rivelate le dichiarazioni della Galgano la quale, se per un verso ha confermato la circostanza che nelle ultime settimane di vita del collega girassero con qualche insistenza voci in me rito alla sua imminente sostituzione, per altro verso ha precisato che l'origine di questi rumors - il termine è quanto ma i appropriato in questo caso alla luce delle risultanze istruttorie sul punto - non era intranea agli ambienti de l BMPS bensì era da individuarsi in ambito giornalistico ed ha aggiunto che ai giornalisti che, nel tentativo d i avere conferme della notizia che asserivano d i aver avuto da fonti confidenziali l'avevano contattata, la notizia in questione era stata da le i smentita.

Così la GALGAN I (responsabile del settore "Relazione Media"): " ROSSI David, se non ricordo male, non mi ha mai espresso timori circa la perdita del suo posto di lavoro. Tuttavia c'erano delle voci in tal senso: mi ricordo in particolare una telefonata - se non vado errata avvenuta il giorno del CdA del 28.2.2013 in cui il giornalista Mugnaini Domenico dell'ANSA mi riferì che giravano voci circa la sua possibile sostituzione con un professionista di Milano...Giovedì 7 marzo fui chiamata dal giornalista STRAMBI Tomaso della Nazione che mi invitò ad incontrarlo per riferirmi che un suo collega di cui non mi fece il nome gli aveva dello che quel giorno si sarebbe a lui presentata una persona qualificatasi come nuovo responsabile dell'Area Comunicazione MPS. Mi sono quindi informata con la responsabile delle Risorse Umane Ilaria DALLA RIVA e con lo stesso VIOLA i quali mi hanno risposto che non era assolutamente vero: ho anche condiviso la posizione da tenere con il giornalista, che richiamai per smentire la notizia. Nel pomeriggio del 7 marzo mi chiamò anche C'AMBI Carlo, redattore di libero, il quale fece riferimento ancora alla sostituzione del ROSSI: anche in tal caso smentire tali voci.

Per concludere sul punto si deve altresì rimarcare che sentiti sull'argomento, nel corso delle indagini, direttamente i giornalisti. Questi non solo no n hanno inteso rivela re la fonte confidenziale della notizia in questione, ma neppure ne hanno confermato. Non tutti ed in ogni caso nessuno in modo persuasivo e cogente, il contenuto. Taluni di loro danno inoltre atto di smentite della notizia ricevute dal lo stesso ROSSI.

SIT Tomaso STRAMBl (giornalista de La Nazione): " Non mi ha mai esternato paure particolari per il posto di lavoro: né difficoltà di sorta in relazione alla nuova gestione di BMPS".

SIT Davide VECCHI (giornalista del Fatto Quotidiano): " Vidi per l'ultima volta ROSSI David una se/limano dopo la perquisizione a suo carico, circa nel febbraio ... parando delle varie ipotesi sui motivi per cui anche lui era stato perquisito non riusciva ad inquadrare le ragioni ed era stupito del suo coinvolgimento ... Preciso che in quei giorni io e altri colleghi avevano scritto che la Banca lo aveva affiancalo all'interno della sua area; sul punto lui - a mia domanda - rispose che non stato affiancato e che comunque si stava riorganizzando tutto, ma che non era più operativo come prima.

SIT Domenico MUGNAINI (agenzia ANSA Firenze): Vidi per l'ultima volta ROSSI David il 1 marzo 2013: era tranquillo. Successivamente l'ho sentilo per telefono il 4 marzo 2013 per due volte ... nella seconda occasione abbiamo scherzato e lui mi chiese - facendo riferimento ad una telefonata del 28/2/2013 tra noi - che lo avrebbe sostituito. lo gli dissi di non sapere nulla."

In tutte queste risultanze si debbono al fine calare i comportamenti, pur nella loro complessiva anormalità indicativi di stati emotivi ondivaghi, tenuti dal ROSSI, dentro le mura domestica in modo forse ancora più eclatante che non sul lavoro.

Questo perché venerdì 1.3.20 13 alla TOGNAZZI il ROSSI aveva esternato in modo assolutamente irrazionale la paura che l'indomani sarebbe stato addirittura arrestato, dicendo testualmente che sarebbero andati a prelevarlo nella giornata di sabato stante la chiusura per il week end de i mercati finanziari. Ed alla risposta della moglie che, sdrammatizzando ed evidentemente non dando troppo peso alle parole del marito, gli diceva che se poi il temuto arresto il giorno dopo non fosse avvenuto si sarebbe dovuto tranquillizzare, ROSSI aveva chiuso il discorso affermando "sarebbe già una buona cosa" . Questo accadeva venerdì I marzo, il sabato e la domenica successiva la TOGNAZZI aveva dovuto concentrarsi sui suoi problemi di salute ed era stata anche ricoverata in ospedale dove pur rinviandola al domicilio le avevano diagnosticato una brutta polmonite. Lunedì 4 marzo, seppur formalmente in ferie per accudire la moglie, ROSSI aveva trascorso molte ore in ufficio, impegnato in particolare in un carteggio epistolare via mail con VIOLA, in ferie a Dubai, su argomenti lavorativi e non ed era stato nel contesto di questo scambio prolungato di comunicazioni in rete che ROSSI aveva inviato a VIOLA anche l'HELP contenente una esternazione esplicita del proposito suicidiario (su cui infra).

Risalgono a martedì 5 maggio, come riferiscono la moglie del ROSSI e la di lei figlia ventunenne Carolina ORLANDI (convivente con la coppia), le anomalie più allarmanti compiute dal congiunto (o per lo meno, in quella data, scoperte) dentro casa.

La giovane si era infatti accorta di strani taglietti a i polsi del ROSSI ed era andato a riferirlo alla madre. Alle richieste di spiegazioni ROSSI prima aveva detto di essersi accidentalmente tagliato con la carta, ma dietro le insistenze della moglie aveva ammesso di esserseli procurati volontariamente dicendo, così nei ricordi della vedova "hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente" e ne lla rievocazione dell'ORLANDI: " ... sai com'è quando uno ha quei momenti in cui perde la Lesta per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore". Sempre, quello stesso giorno, il ROSSI si era mostrato talmente angosciato dalla preoccupazione di essere intercettato che aveva preso a comunicare con le famigliari per iscritto. Sul punto molto evocativamente l'ORLANDI: "Dopo di ciò (n.b.: l'Orlandi ha appena finito di raccontare la scoperta de i tagli ai polsi) egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse < non parlare di questa cosa né fuori né in casa> lo allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa un cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. Io allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: <nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare: Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?> Egli lesse il mio scritto dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma lo sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò. Strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, Davide mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo. Il giorno successivo, parliamo del 6 marzo ... ".

E la Tognazzi rievocando le reazioni dal marito allorché sempre il giorno 5 marzo lei cercava di tranquillizzarlo e riportarlo alla ragione in relazione alla paura delle microspie in casa, ha dichiarato che il ROSSI andava ripetendo che "c'era la probabilità che qualcuno poteva interpretare malamente alcuni accadimenti o episodi o frequentazioni pregresse".

Considerato che relativamente al giorno 5 marzo vi è anche la rievocazione del Pres. Profumo, il quale con convergenza con i racconti attinenti a comportamenti de l ROSSI nella medesima data afferma nelle s.i.t. del successivo 7 marzo riferisce: '' ... Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell'occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato. Legava tali sue preoccupazioni alla circostanza di aver frequentalo anche recentemente, il cd gruppo della birreria, di cui si parla nelle cronache locali. Mi fece anche il nome della persona che aveva incontrato, ma non lo ricordo anche perché non conosco coloro che farebbero parte di quel gruppo così denominato. Lo tranquillizzai dicendogli che a mio avviso non aveva nulla da temere, in quanto non risultava indagato, aggiungendo tra l'altro che a noi non erano giunte indicazioni che andassero in senso contrario rispetto alla sua permanenza dentro la banca. Insomma gli rinnovai la nostra fiducia invitandolo a continuare serenamente al suo lavoro ... ", sono anche da sottolineare i flash fomiti dall'ORLANDI sul corso della funesta giornata del 6 marzo, al termine della quale il ROSSI sarebbe morto o, per meglio dire, non potendosi nutrire più alcun dubbio, alla stregua di tutto quanto fin qui rassegnato, lo stesso si sarebbe ucciso, gettandosi dalla finestra de l suo ufficio. Ha invero riferito al riguardo la giovane che al mattino poco prima che ROSSl uscisse di casa lo aveva sentito parlare con sua madre. La TOGNAZZI con tono preoccupato invitava il marito a reagire ed ad uscire dallo stato in cui versava. Non appena ROSSI era uscito di casa. la TOGNAZZI aveva chi amato al telefono il cognato Ranieri ROSSI, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, invitandolo pertanto a parlare con lui, cosa che era accaduta all'ora di pranzo in quanto i due fratelli avevano mangiato assieme. Davide dopo il pranzo con il fratello Ranieri, intorno alle 16 era ripassato da casa. Era stato allora che l'ORLANDI aveva sentito la madre fa re riferimento con il marito a e-mail da ROSSI inviate a l dr VIOLA (su cui infra) per chiedergli, in relazione alla sua situazione, se poteva parlare con i pubblici ministeri ed alla domanda della Tognazzi se avesse ottenuto il colloquio con i magistrati, Davide aveva risposto che non era quello il momento di parlarne, stante la presenza in casa della suocera. In relazione al pranzo del 6 marzo con il fratello, Ranieri ROSSI, a sua volta riferisce direttamente che oltre a parlargli di cose normali, gli aveva confidato di essere" preoccupato per una cavolata che aveva fallo e che un suo amico/conoscente di cui si era fidalo lo aveva tradito". E quando di ciò Ranieri ROSSI aveva parlato - sembra successivamente al decesso del fratello - con la TOGNAZZI - quest'ultima, come dichiara a s.i.t.- come prima cosa aveva pensato "ad un giornalista al quale David possa aver dato fiducia nel tempo e che poi possa averlo tradito alla prima occasione o che DAVID potesse aver dello cose di troppo ad un amico giornalista che poi le avrebbe pubblicate." E che, in particolare il giorno in cui si sarebbe tolto la vita, il ROSS I fosse tormentato, come una specie di mono-ossessione, da una o più "cavolate" che, nelle sue valutazioni soggettive necessariamente condizionate dalla disastrosa condizione emotiva culminata nell'atto autosoppressivo serale, è un fatto da ritenersi assolutamente acclarato ove, oltre alle SS Il Tf dei predetti due famigliari, ed al contenuto delle tre lette re incomplete, di addio e di scuse per il gesto estremo a cui si accingeva nell'isolamento creato all'interno de l proprio ufficio, si consideri infine che la demoralizzazione per tali supposte cavolate era stato l'argomento centrale del colloquio individuale, durato più di due ore, del ROSSI con la coach CIANI, in ufficio, la mattina del 6.

"Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico ... disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo ... la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie le perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire. Io ho cercato di affrontare il discorso riferendomi alle competenze manageriali che possono essere di supporto in questi casi. Lui mi ha detto che da quando aveva subito la perquisizione e dalle vicende del Cd.A precedente, si era messo insistentemente a pensare rispetto a tutto quello che in questi anni era accaduto nella sua vita lavorativa: in questo senso lui continuava a chiedersi senza trovare risposta se c'era qualcosa che avrebbe potuto comprometterlo. Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente: questo era fortissimo tant'è che usava espressioni quali "ho paura che mi possono arrestare", .. ho paura di perdere il lavoro,  come se  accusato di qualcosa automaticamente perdesse il lavoro. Io gli sottolineai l'inutilità di continuare a rimuginare sul passato: gli precisai che sapevo che non era indagato e che aveva la fiducia di VIOLA e PROFUMO. Nel momento in cui gli dicevo queste cose anche lui disse che era vero: gli precisai che io stessa ero la prova della fiducia del nuovo management. Lui mi ha dello che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni ... Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l'ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo. è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto ...

Lui mi disse: <io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fallo una cavolata dietro l'altra>. Avevo il desidero di tranquillizzarlo non banalizzando ma alleggerendo la cosa. Gli chiesi a cosa rispondessero questa cavolaie di cui parlava, lui non mi rispose ... si è aperto solo in parte nel senso che disse di aver fatto una cavolata mandando una comunicazione a VIOLA chiedendo protezione. In ciò quindi mostrando la sua fragilità all'azienda e dall'altra temendo di aver messo a disagio VIOLA se non addirittura irritato. Gli chiesi se VIOLA gli avesse risposto: egli mi disse di sì e che lo aveva tranquillizzato. Abbiamo parlato del perché avesse avuto bisogno di scrivere questa mail a VIOLA: lui mi parlò del senso di frustrazione e di bisogno che viveva. Lui peraltro sapeva che VIOLA era fuori banca e immagino che sapesse che era fuori banca per lavoro; e quindi questa mail era fuori contesto, avendo atteso un momento sbagliato per scrivergli. Io gli dissi che l'indomani VIOLA sarebbe tornato e che avrebbe potuto chiarire il tulio con lo stesso. Lui mi rispose dicendomi. Mi disse anche che gli aveva riscritto scusandosi con VIOLA per averlo disturbato. A me ha dato l'impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c'era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fallo delle cavolate, ma l 'unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mail scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all'espressione cazzale commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dr. VIOLA. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestalo, del fallo che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave .... Oggi (la CIANI veniva sentita a s.i.t. il 13.3.2013) ci sarebbe stato un incontro di team, cioè in gruppo con gli altri manager. Alla fine dell'incontro individuale. ROSSI salutandomi disse che gli aveva fatto bene parlare un po' ".

Ed ora veniamo alle mail dal ROSSI, come è documentai mente riscontrato, inviate il giorno 4 marzo ali' amministratore delegato, alle quali deve dirsi certo che il medesimo si riferisse nel colloquio di coach la mattina prima di suicidarsi, manifestando al riguardo uno sconforto incontrollabile, proprio per il fatto stesso di averle inviate, in ta l modo mostrandosi - questo credeva il ROSSI - fragile e non all'altezza del suo prestigioso livello professionale.

Il carteggio online in questione aveva avuto inizio la mattina, in forza di una prima mail delle 9:24 inviata al ROSSI da VIOLA chiedendogli di parlare di lavoro. in particolare della" Vicenda mutui prato", con ciò intendendo fare riferimento ad indagini recentemente avviate dalla Guardia di Finanza di Prato in merito a mutui " facili" (stando al taglio giornalistico della notizia) per circa 80 milioni erogati, tra il 2005 al 2009, da filiali del MPS di Prato, per l'acquisto della prima casa a immigrati di nazionalità cinese, rivelatisi insolvibili e privi di garanzie e la necessità di parlarne con il responsabile delle Comunicazioni nasceva dal fatto che su questa inchiesta, il 2 marzo, il TG 5 aveva incentrato un servizio televisivo.

Rossi alle 9:36 rispondeva al "parliamo della vicenda mutui Prato? " di VIOLA dicendogli: "ma non era Dubai?

Al che VIOLA, alle 9.48: "sì ma e 'è il telefono".

Malgrado le ferie di entrambi (stante che anche il ROSSI, come riferito dalla TOGNAZZI e dai colleghi di lavoro, non avrebbe dovuto recarsi a lavoro quel giorno) v'è prova documentale in atti che nel corso della manina si dedicavano alla stesura di una lettera sostanzialmente di protesta, inviata, alle ore 10.33, ancorché a firma di VIOLA, dal ROSSI dalla sua e.mail dell'ufficio ( "david.rossi2@banca.mps.it) al Vice direttore di TG5 (dr Pamparana), autore del servizio televisivo contestandogli di non aver messo in buona luce la Banca, lettera alla quale il giornalista aveva risposto, sempre sulla posta elettronica del ROSSI, alle successive 10:49. E' in questo interfacciarsi, durato un'ora e più per la faccenda dei "Mutui di Prato" ed il servizio curato al riguardo del predetto giornalista, che alle ore 10:13 ROSSI lancia a VIOLA anche un HELP del seguente testuale tenore "Stasera mi suicido sul serio. Aiutatemi".

VIOLA questa mail, che dai dati estrapolabili dal P.C. fisso di ufficio del ROSSI risulta tra la posta inviata, non ricorda di averla ricevuta. Sia o non sia sincero nel dire ciò VIOLA, ciò che più rileva è che quando all'incirca tre ore dopo, ovvero alle ore 13:09, ROSSI, supponendo che ancorché senza rispondergli VIOLA abbia comunque letto il messaggio in questione, ritorna sull'argomento, anche se in modo meno esplicito, chiedendo e rappresentando ancora l'urgenza:" Ti posso mandare una mail sul tema di stamani. E' urgente domani potrebbe già essere tardi", VIOLA questa volta risponde. A questo punto la risposta di VIOLA, delle 13.45, è: "Mandami la mail". E Rossi quindi gli scrive: "ho bisogno di un confatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati, Capisco che il mio rapporto con certe persone possa averglielo fallo pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l'impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei delle garanzie di non essere travolto da questa cosa. Per questo lo devo fare subito. Prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. Mi può aiutare?"

La risposta del VIOLA a questa e.mail, non è di totale chiusura verso il bisogno rappresentato né di negazione dell'aiuto richiesto, stante che, dando peraltro da pensare che non afferri l'intero significato del messaggio ricevuto, in particolare riguardo alla tempistica indicata, scrive: "La cosa è delicata, Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere ".

ROSSI a quel punto scrive ancora: "Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare a vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini. Mussari, comune, fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve. L'avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto."

Al che, conclusa VIOLA la breve pausa di riflessione, segnatamente durata, stante l'orario delle sue due risposte, dalle 14:24 alle successive 14:40, scrive ancora al ROSSI: Ho riflettuto. Essendo la cosa molto delicata, credo la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere male interpretata. Oltretutto mi sembrano delle persone molto equilibrate.

Ebbene, osserva al riguardo la scrivente che, se - come sembra - quello che ROSSI intendeva ricevere dal VIOLA era un sorta di autorizzazione per potersi mettere a completa disposizione dei sostituti della locale Procura, nelle loro indagini tese a ricostruire le faccende di rilevanza penale attinenti al passato del MPS, insieme ad una sorta di manleva, ossia di rassicurazione di assenza di eventuali ripercussioni negative, di questa sua iniziativa, sul mantenimento del suo posto di lavoro, ebbene VIOLA con il suo ultimo messaggio di fatto rispondeva affermativamente ad entrambe le richieste del suo dipendente, rassicurandolo anche sull'equilibrio dei magistrati che avrebbe potuto contattare con una semplice telefonata al loro ufficio quella sera stessa.

A quel punto, in ciò trovando riscontro l'andamento ondivago dello stato emotivo del ROSSI e delle relative manifestazione esteriori, sottolineato dai pubblici ministeri nella loro richiesta di archiviazione, il contenuto dei suoi successivi messaggi cambia ed infatti con ulteriori mail con le quali si chiude il lungo carteggio epistolare del 4 marzo con l'amministratore delegato, in ferie a Dubai, ROSSI scrive (mail delle ore 15.10)". Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l'altro giorno", nonché (mail delle successive 17: 12) " In effetti ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura".

Tutto ciò risultante in merito al contenuto di queste mail, quanto a modalità e tempistica della relativa acquisizione è opportuno aggiungere che erano state le stesse mail già tutte individuate - in forza delle attività di ispezione informatica e di successiva estrazione di copie forensi, demandate dagli inquirenti alla Polizia Postale - quando, in data 21 marzo veniva esaminato - per la seconda volta stante la prima audizione avvenuta il giorno immediatamente successivo al decesso - il dr VIOLA tanto che in sede di s.i.t. gli erano state mostrate e gli era stato richiesto di esplicitarle3. Pertanto non risponde al vero quanto per converso assume la difesa TOGNAZZI relativamente al fatto che erano state individuate, in particolar modo l'HELP contenente l'esplicito proposito suicidario, soltanto dopo il dissequestro e la restituzione dei computers e dei telefoni del ROSSI ai famigliari (giugno 2013) e grazie alle sole ricerche, asseritamente più specifiche e mirate, intraprese a ta l punto dagli stessi famigliari. E quanto all'apparente incongruenza tra le mail acquisite in forza dell'attività informatica demandata alla polizia Postale e le stesse mail, riversate negli atti de l fascicolo in seguito alla copia che ne aveva fatto, con propri programmi di conversione, la sig. Chiara BENEDETTI, moglie di uno dei due fratelli del compianto David ROSSI, incongruenza costituita dalla presenza, in particolare nella mail con oggetto "HELP", contenente l'esternazione del proposito suicidario, di seguito all'indicazione di VIOLA Fabrizio, quale destinatario primario, della indicazione - non presente nelle mail estratte dalla Polizia Postale - di SANDRETTI Bruna (segretaria della DALLA RIVA) come secondo destinatario in campo CC, ebbene una seconda verifica informatica apprestata dal personale tecnico della Polizia Postale ha accertato essere questo mero frutto di un malfunzionamento del software di conversione, rilevatosi crackato utilizzato, si ha ragione di ritenere in perfetta buona fede, da lla BENEDETTI nel recupero delle mail in questione .

Con il che priva di fondamento ed ancorata ad un erroneo presupposto di fatto rimane la ulteriore considerazione critica della difesa opponente secondo cui sulla ma il di "Help", ingiustificatamente non sarebbe stata sentita la predetta Sandretti per conoscere, da questa direttamente, quali attività aveva essa ritenuto di intraprendere a fronte di una comunicazione di tal genere,  alla quale non avevano fatto seguito le altre mail - dai contenuti come sembra implicitamente riconoscere la stessa difesa TOGNAZZI riconosce un contenuto molto più tranquillizzanti - inviate al solo amministratore delegato. Di fatto è - come va ribadito- che tutte le mail in questione hanno avuto come unico destinatario il dr VIOLA.

...

Sulla scorta di tutto quanto ampiamente rassegnato ritiene la scrivente che debba essere senz'altro condivisa e quindi accolta la motivata richiesta di archiviazione de i Pubblici Ministeri.

Superflua ogni altra considerazione in punto di manifesta insostenibilità dell'ipotesi dell'omicidio volontario e di assenza di ogni e qualsiasi lacuna o lato oscuro al riguardo colmabile con supplementi investigativi, anche relativamente all'ipotesi, prima facie prospettata del reato di istigazione al suicidio (ex art 580 c.p.), all'esito delle indagini scrupolosamente esperite, risulta altrettanto certo difettare i requisiti costituti vi minimi della fattispecie criminosa anche nella forma - non già della determinazione ovvero dell'agevolazione, bensì - del solo rafforzamento dell'altrui proposito di suicidio : ove si consideri che, sotto il profilo oggettivo, occorre la dimostrazione di una condotta, ancorché a forma libera ( e se del caso anche omissiva) in ogni caso causalmente idonea I a consolida re nel suicida nel suo proposito di auto-soppressione e, quanto all'elemento psicologico , pur essendo richiesto il solo dolo generico, è nondimeno necessario non soltanto la conoscenza della obiettiva serietà del suddetto proposito, ma anche la consapevolezza nonché la volontà di concorrere con la propria condotta a spingere l'altro in quella disperata direzione. (cfr Cass. Pen. Sez V nr 22782 del 28.04.2010 e sez V nr 3924 del 26.10.2006)

Correttamente mantenuta, fino alla fine delle indagini l'iscrizione del procedimento contro ignoti, non si vede infatti quale condotta con cotali caratteristiche oggettive e soggettive possa essere ravvisata nelle risultanze attinenti al caso di specie ed è pertanto ancor più remoto chiedersi a chi una siffatta condotta possa essere attribuita.

La sottolineatura da parte della difesa opponente della mail, di richiesta di aiuto e di rivelazione di proposito suicidario del 4 marzo, peraltro sganciata - e con lettura quindi fuorviante anche di questa sola parte delle risultanze fattuali - dal più ampio carteggio che in quel giorno risulta esserci stato tra il dr VIOLA ed il dr ROSSI ed inoltre erroneamente ritenendo che quella stessa mail e non le altre dal contenuto molto più tranquillizzante, sia stata inviata oltre che al dr Viola anche alla segreteria della Direzione delle Risorse Umane e lasciata cadere nel vuoto, pare suggerire- sulla base di presupposti di fatto insussistenti - che questa dovrebbe essere la condotta tipicamente riconducibile alla fattispecie di cui all'art 580 e che nella stessa direzione dovrebbero anche essere ricercati gli autori del reato. Nello stesso senso secondo la difesa opponente deporrebbero un contesto lavorativo e condotte tenute, in tale ambito, nei confronti e contro il Rossi, che non soltanto nella sua percezione interiore fortemente condizionata - questo è certo - dallo stato di grave turbamento psicologico in cui versava, ma anche obiettivamente tendevano ad isolarlo e mettevano a rischio anche il mantenimento del posto di lavoro. Sennonché le risultanze delle indagini riportano un contesto lavorativo nettamente diverso. Connotato da vicinanza, comprensione, rassicurazione, riconferma di fiducia, sostegno anche psicologico, a fronte delle varie manifestazioni di forte demoralizzazione e perdita di autostima che peraltro stando a quello che lo stesso dr Rossi lasciava capire - ai colleghi di lavoro, ai suoi superiori ai suoi famigliari - gli derivava da problematiche estranee all'attività lavorativa o per lo meno a quella attuale. In ragione di tutto questo, non ritiene questo giudice fondata l'opposizione all'archiviazione neppure nell'ottica pure delineata dall'opponente della derubricazione in omicidio colposo, non ravvisandosi profili di colpa né generica né specifica nel datore di lavoro del deceduto ai quali sia causalmente riconducibile il suicidio dello stesso e non potendo di certo essere sufficiente il mero fatto dell'aver il suicida scelto di uccidersi sul luogo di lavoro.

S' impone pertanto l'archiviazione del procedimento.

P.Q.M.

Visti gli articoli di legge in epigrafe Accoglie la richiesta e per l'effetto ordina l'archiviazione del procedimento e la restituzione degli atti al Pubblico Ministero. Autorizza il rilascio di copie alle parti che ne faranno richiesta ai sensi dell'art. 116 co 2° c.p.p. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di sua competenza.

Siena 04.3.20 14 – Dr M. Gaggelli.

OPPOSIZIONE ALL’ARCHIVIAZIONE. (Tratto dal sito web de Le Iene).

Opposizione alla richiesta di archiviazione dell'Avvocato Paolo Pirani difensore di Ranieri Rossi, il fratello di David.

TRIBUNALE DI SIENA

GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI

OPPOSIZIONE DELLA PERSONA OFFESA ALLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

ex art. 410, c. 1 C.P.P.

Proc. Pen°8636/15 R.G.N.R.- PM Dr. Salvatore Vitello e Fabio Maria Gliozzi

A carico IGNOTI

All'Ill.mo Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Siena

***

Il sottoscritto Avv. Paolo Pirani, difensore di fiducia e procuratore speciale di Ranieri ROSSI, Filippo ROSSI, Vittoria RICCI, Simonetta GIAMPAOLETTI volge la presente opposizione alla richiesta di archiviazione per illogicità della stessa rispetto alle risultanze probatorie.

Preliminarmente si evidenzia come lo scrivente procuratore – stante la quantità dei documenti da analizzare - ha ritenuto con il collega Avv. Luca Goracci (che a sua volta produrrà la propria opposizione) di dividere le attività le cui risultanze saranno tra loro integrative sia nel contenuto che nelle relative richieste, riservandosi ogni opportuna allegazione e successiva integrazione nei termini di legge.

A parere di codesto difensore il fascicolo in questione avrebbe dovuto avere ben altra conclusione se non altro con riferimento a molteplici circostanze che avrebbero meritato maggiori approfondimenti ed adeguata considerazione.

L’attività investigativa condotta tace completamente sulle anomale risultanze che si evincono dai tabulati telefonici, la cui lettura sconfessa le conclusioni probabilistiche alle quali si perviene nella richiesta di archiviazione. Se nel corso del fascicolo iscritto al RGNR 962/2013 mod.44 STUDIO LEGALE PIRANI Avv. Paolo Pirani Via Vitelleschi 5 – 01016 – Tarquinia (VT) Pec: avv.paolopirani@legalmail.it Telefax 0766.855756 – Cell. 347.6104747 2 potevano sussistere dubbi sulla genuinità dei citati tabulati (i quali potevano anche essere frutto di errori materiali nella copiatura in formato “excel” da parte della Polizia Giudiziaria all’uopo incaricata) non altrettanto può dirsi nell’odierno procedimento dove - in virtù dell’allegazione dei file in originale dei detti tabulati - risulta “oltre l’ogni ragionevole dubbio” (e quindi con certezza probatoria!) che alle ore 20:16:49 qualcuno (e non certo David ROSSI già esanime a terra!) risponde per ‘3’ secondi alla chiamata della figlia Carolina Orlandi. Questi ‘3’ secondi bastano a confutare tutte le valutazioni probabilistiche a fondamento delle conclusioni (fatte proprie dai PM) dei CCTT della Procura ZAVATTARO-CATTANEO. L’aver sottaciuto questo incontestabile dato nella ricostruzione della dinamica appare di estrema gravità tanto più che discrasie negli orari erano già state oggetto di attenzioni da parte dello stimatissimo Collega Goracci in fase di opposizione alla richiesta di Archiviazione nel procedimento iscritto al RGNR 962/2013.

NESSUNA INDAGINE È STATA CONDOTTA PER INDIVIDUARE CHI (CON CERTEZZA) ALLE ORE 20:16:49 ABBIA UTILIZZATO IL CELLULARE DEL COMPIANTO DAVID ROSSI.

Meritevole altresì di indagine è la chiamata effettuata alle ore 20:16:52 dall’utenza cellulare del ROSSI al numero 4099009, telefonata della cui esistenza non vi è dubbio alcuno così come descritto dal CTP Simone Bonifazi (doc.1).

Incrociando i due dati emerge “oltre ogni ragionevole dubbio” che qualcuno alle ore 20:16 utilizzasse il cellulare del ROSSI, rispondendo dapprima per ‘3’ secondi alla Carolina ORLANDI – ‘figlia’ del ROSSI - per poi chiamare con immediata successione la sconosciuta utenza predetta.

Al fine di una maggiore completezza investigativa onde scongiurare – come venne fatto in sede di disamina del fascicolo della prima indagine iscritta al RGNR 962/2013 mod.44 - errate valutazione circa gli orari si precisa:

1. L’ora riportata nel video DVR (così come accertato dal Tecnico ‘SECCIANI’ vgs. pagina 128 del fascicolo RGNR 962/13 Mod.44) non è esatta. In detto verbale verrà dichiarato “ORA DVR 01:37 ORA ESATTA 01:21”. Pertanto, tutti gli orari riportati nel video debbono essere arretrati di 16 minuti per ottenere l’esatto orario di riferimento;

2. Alle ore 19:59:23 ore DVR e quindi 19:43:23 ore reali nel video si intravede per la prima volta l’immagine del corpo di ROSSI in caduta;

3. Alle ore 21:03:08 ore DVR e quindi 20:47:08 ore reali nel video si intravede per la prima volta l’immagine del FILIPPONE; Da quanto sopra appare evidente che alle ore 20:16 ad utilizzare il cellulare del ROSSI non potesse essere quest’ultimo poiché il video lo ritrae a terra dalle ore 19:59:23 (ovvero 19:43:23 ore reali). Tutto ciò non è stato minimamente affrontato nella nuova indagine così come non tenuto in considerazione dal CT della Procura Ten. Col. ZAVATTARO le cui presunzioni valutative risultano essere viziate dal totale silenzio sul punto nonché inequivocabilmente sconfessate da dati certi ed incontrovertibili: NELLA STANZA DEL ROSSI 30 MINUTI DOPO LA CADUTA C’ERA QUALCUNO CHE È DIFFICILE IPOTIZZARE NON ABBIA COINVOLGIMENTO ALCUNO CON LA MORTE DELLO STESSO.

Tutto ciò avrebbe meritato, e merita, adeguato approfondimento investigativo!

Partendo da questi dati certi (forse gli unici della vicenda!) appare ictu oculi come si sarebbe dovuto procedere sin dalla prima indagine con una maggiore attenzione ai dettagli (che poi tanto dettagli non sono) e chiedersi: chi e perché qualcuno era all’interno dell’ufficio del ROSSI alle 20:16 intento ad utilizzare il cellulare di questi?

Altro dato non trascurabile si ricava a Pagina 136 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 (verbale elenco acquisizione chiamate) nel quale si dà atto che si è proceduto ad estrapolare l’elenco delle ultime chiamate dal telefono fisso aziendale. In tale documento si legge “Stante le caratteristiche 4 tecniche dell’apparecchio telefonico (QUALI????) suddetto, idoneo a fornire un output cartaceo o informatico dell’elenco chiamate, si è proceduto ad una trascrizione manuale da intendersi accurata, salvo involontari errori umani (???)”.

Dalle annotazioni emergenti in sede di acquisizioni del telefono fisso dell’ufficio (allegato al detto verbale e contraddistinto con la pagina 137 del proc. Pen. 962/2013 mod.44) emerge che il giorno 6.3.2013 il ROSSI riceveva le seguenti chiamate alle quali viene data risposta:

- ore 09:29:29 da Bianciardi Simona

- ore 14:59:06 da Bianciardi Simona

- ore 17:27:20 da Filippone Gianluca

- ore 18:08:58 da PIERACCINI Lorenza

Alle ore 18:20:09 risulterà anche che la PIERACCINI Lorenza chiama il ROSSI senza però ricevere risposta.

A pagina 524 e ss. del proc. pen 962/2013 mod. 44 gli inquirenti (verbale della G. di F.) scriveranno che gli unici contatti avuti da David nella giornata del 06.03.2016 sono i seguenti:

Tognazzi Antonella, la moglie;

Bardi Antonello, medico;

Chiucchiu Claudio, Adn Kronos;

Montalbano Alfredo, BMPS;

Gallerini Paolo, B&G Assicurazioni;

Fondazione MPS;

Rossi Ranieri, il fratello;

Sorge Vittorio, BMPS;

Ricci Vittoria, la mamma;

Picchi Duccio, BMPS;

Graziani Alessandro, Il Sole 24 Ore;

Compagnia di Augusta, Guardia di Finanza;

Masoni Franco, ex coniuge di Stasi Luisa;

Galgani Chiara, BMPS;

Ognibene Silvia, Reuters;

Graziola Gerardo, Il Sole 24 Ore;

Massaro Fabrizio, Il Corriere della Sera";

Scarselli Luca, ingegnere titolare di Studio;

Filippone Giancarlo, suo capo segreteria in BMPS;

Roberta Amoruso, Il Messaggero.

Quanto descritto dagli inquirenti nel citato verbale risponde ad una verità parziale! Il ROSSI intrattenne il giorno 6 marzo 2013 conversazioni anche con la PIERACCINI Lorenza che MAI è stata escussa a SIT.

Certo è che La PIERACCINI Lorenza alle ore 18:20 si trovava presso la sede di Rocca Salimbeni (vgs tabulato pagina 137 RGNR 962/2013 mod.44) ed essendo una delle ultime persone a conferire con il ROSSI prima del tragico evento sarebbe stato utile chiederle di cosa avessero parlato, quale fosse lo stato emotivo del medesimo e se questi avesse da svolgere attività fuori ufficio e se fosse in compagnia di terzi.

Stessa notazione vale anche per la BIANCIARDI, con la quale il ROSSI si è sentito nel primo pomeriggio: non è mai stata sentita né indicata tra gli interlocutori del 6.3.2013.

Sempre dalla lettura dei tabulati (quelli in formato originale) emerge altro dato sconcertante e che avrebbe meritato adeguato approfondimento di indagine.

Alle ore 15:41:00 David riceve dall’utenza 0931521894 intestata alla Guardia di Finanza di Augusta sull’utenza del proprio ufficio 0577294519 una chiamata della durata di 406 secondi. Come emerge dagli atti del procedimento (vgs SIT di Ranieri ROSSI) a quell’ora il David ROSSI si trovava con il fratello fuori dell’ufficio; pertanto, chi ha risposto a quella chiamata di quasi 7 minuti? Chi aveva accesso all’ufficio del ROSSI al punto tale di rispondere dal suo interno? Tutte queste domande avrebbero trovato adeguata risposta se si fosse indagato su chi avesse effettuato la chiamata (cosa molto semplice considerando che il chiamante era un appartenente alla G. di F. di Agusta che avrebbe potuto riferire l’identità ed il contenuto di quella lunga conversazione). Sempre dalla lettura dei tabulati emergono delle incongruenze in alcuni soggetti escussi a SIT, circostanza anch’essa che merita adeguato approfondimento.

Dai tabulati è comprovato che Il VIOLA ha diversi contatti telefonici con il ROSSI anche tra le ore 09:50 e le 13:09 come dimostra questo estratto. Ciò nonostante il VIOLA dichiarerà difformemente al vero di non aver “parlato telefonicamente prima dell’invio delle email”.

Senza dubbio, la difformità tra quanto dichiarato e quello che emerge dai tabulati (anche in considerazione del contenuto della email delle ore 10:13 dal contenuto “HELP/aiutatemi stasera mi suicido, sul serio”) avrebbe meritato maggiori approfondimenti se non altro circa la necessità di escutere nuovamente il VIOLA per adeguati chiarimenti.

Dai tabulati risulta che alle ore 19:41 il FILIPPONE chiama il ROSSI (che non risponde) e subito dopo invia un sms; al sostituto procuratore dott. MARINI riferirà che quanto sopra fu eseguito solo dopo aver ricevuto una chiamata dalla TOGNAZZI, moglie di David, che era preoccupata dal fatto che il marito non gli rispondeva. Questa versione dei fatti è però “sconfessata” proprio dal 11 tabulato riportato a pagina 985 del fascicolo RGNR 962/13 dove la TOGNAZZI chiamerà per la prima volta David (dopo averci parlato alle 19:02) alle ore 20:06; sino a questa ora, infatti, non vi era motivo di chiedersi dove stesse il ROSSI. Pertanto il FILIPPONE darà una versione non corrispondente al vero. In verità c’è da dire che il FILIPPONE sarà escusso altre due volte (Il 18.01.2016 ed il 17.06.2016) apportando delle modificazioni ai fatti come narrati nell’immediatezza dell’accaduto. Per opportuna completezza si riporta anche il contenuto integrale delle citate SIT.

Le succitate tre dichiarazioni risultano tra loro differenti ed incoerenti con quelle del RICCUCCI Massimo, il quale, a SIT del 18.01.2016, riferirà “Ricordo che erano trascorse le 20:00, non ricordo però l'orario preciso. Quando ricevevo una telefonata da parte del dr. FILIPPONE Giancarlo che mi 14 chiedeva se il dr. ROSSI avesse lasciato la sede. Gli facevo presente di non averlo visto uscire e la circostanza era abbastanza anomala visto che il dr. ROSSI generalmente lasciava l'ufficio prima di quell'ora. Non era tra le persone che si trattenevano fino alle 21.00. Il dr. FILIPPONE mi chiedeva di trattenere il dr. ROSSI qualora l'avessi visto uscire dicendogli che stava per arrivare. Dopo circa IO minuti vedevo giungere in portineria, dalla p.za Salimbeni, il dr. FILIPPONE in compagnia di una ragazza a me sconosciuta. Solo in seguito seppi essere stata, se non erro, la figlia della compagna del dr. ROSSI, ma non ne sono sicuro. Il dr. FILIPPONE mi diceva che stavano andando nell'ufficio del dr. ROSSI. Ricordo che prendevano l'ascensore per raggiungere il terzo piano del Palazzo SPANNOCCHI, dove era situato l'ufficio del dr. ROSSI. Dopo qualche istante squillava il telefono; era il dr. FILIPPONE che mi diceva di raggiungerlo immediatamente al terzo piano. Bloccavo le porte scorrevoli dell'ingresso in modo che nessuno potesse più entrare o uscire e salivo di corsa le scale. Giunto a destinazione, il dr. FILIPPONE, evidentemente scioccato, mi invitava ad affacciarmi alla finestra dell'ufficio del dr. ROSSI e così facendo notavo nel vicolo sottostante, vicolo Monte Pio, il corpo esanime di un uomo che riconoscevo subito per il dr. ROSSI. [la ragazza] Era scesa in portineria con l'ascensore ed infatti il dr. FILIPPONE mi diceva di andare ad aprire le porte per permettere alla ragazza di allontanarsi dall'edificio. Rifacevo di corsa le scale e giunto in portineria ricordo perfettamente di aver trovato il dr. MINGRONE che stava cercando di uscire mentre era occupato in una telefonata. Non ho il ricordo della presenza della ragazza che penso fosse risalita dal dr. FILIPPONE proprio perché aveva trovate le porte chiuse. Aggiornavo subito il dr. MINGRONE su cosa fosse accaduto ed assieme a lui rifacevo le scale per tornare nell'ufficio del dr. ROSSI. Anche il dr. MINGRONE si affacciava alla finestra dopodiché tutti e tre riscendevano le scale. Strada facendo il dr. MINGRONE allertava il 118 e subito dopo le Forze dell'Ordine, non so se il 112 o il 113. Giunti in portineria, non ricordo se trovavamo anche la ragazza. Rammento che facevo uscire sia il dr. MINGRONE che il dr. FILIPPONE e chiudevo subito le porte, come richiestomi dal dr. MINGRONE per evitare sempre che nessuno potesse uscire o entrare”.

Delle due l’una: o FILIPPONE (chiamava con il telefono) RICCUCCI mentre era nella stanza di David oppure scendeva (senza chiamare il RICCUCCI) con Carolina Orlandi al piano terra. I dubbi saranno chiariti dal Bernardino MINGRONE il quale verrà escusso due volte ed in entrambi i casi dichiarerà quanto contenuto nell’ultima SIT del 02.07.2016 di cui si riporta un estratto.

Da ciò si evince come la versione fornita dal RICCUCCI non sia conforme al vero in quanto questi non ricevette alcuna telefonata dal FILIPPONE quando questi si trovava nell’ufficio del ROSSI. Resta pertanto da domandarsi perché tante discrasie e contraddizioni (MINGRONE a parte) tra i protagonisti di quello che è il primo avvistamento del corpo di David? Perché dare versioni differenti ed in taluni casi anche incompatibili?

Ed ancora il RICCUCCI Massimo nelle SIT del 18.01.2013 (pagina 200 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44) dichiarerà “ […] Cosa fece successivamente? Avvisavo telefonicamente il mio capo servizio. Guido GUIGGIANI, di quanto stava accadendo e attraverso i monitor a cui erano collegate le telecamere di videosorveglianza perimetrale del palazzo, seguivo le scene di vicolo Monte Pio. Di lì a poco giungevano le Forze dell’Ordine ed altri funzionari della Banca.

[..] Oltre a quelle perimetrali, nella sede storica di p.za Salimbeni, erano installate altre telecamere? Sì, l'interno era videosorvegliato da telecamere che riprendevano le portinerie ed altri locali non accessibili quali l'archivio storico e la pinacoteca. Per il resto, nessun altro locale, piano o ufficio risultava e risulta tutt'ora videosorvegliato. Le immagini delle telecamere penso fossero registrate ma non ho alcuna notizia in merito”.

Le suddette affermazioni inducono ad una riflessione: se il RICCUCCI ha seguito dal monitor le scene del vicolo di Monte Pio dopo il rinvenimento del corpo di ROSSI, come è possibile che lo stesso non abbia notato nulla di particolare dalle ore 19:43 alle 21:03? Anche su questo aspetto nulla veniva richiesto approfonditamente al RICCUCCI.

Ed ancora. Nel verbale indicato quale annotazione del 07.03.2013 a firma del Sov. Livio Marini (vgs pagina 2 fascicolo iscritto al RNGR 962/2013 mod. 44) si legge che alle ore 21:25 davanti l’ufficio di David ROSSI “transitava certo FANTI Gianni […] il quale riferiva di non essersi accorto di nulla”. A parere di chi scrive sarebbe utile escutere a SIT tale soggetto al fine di richiedere informazioni utili a comprendere chi fosse a quell’ora presente oltre quelli già escussi e soprattutto se quel giorno avesse avuto modo di incontrare il ROSSI.

Fatta questa doverosa premessa giova segnalare come l’impugnata richiesta di Archiviazione si fondi sulle considerazioni espresse nella propria relazione dai CT della Procura Ten. Col. Fabrizio ZAVATTARO e Dott.ssa Cristina CATTANEO, relazione che merita le seguenti valutazioni ed osservazioni critiche:

Si legge a pagina 4. In realtà quando si parla di Sentenza i consulenti errano, in quanto la prima indagine si concludeva con un Decreto di Archiviazione. Se questo “errore” può ritenersi scusabile per la Dott.ssa Cattaneo (avulsa dalla conoscenza delle norme processuali) non altrettanto varrebbe per il Ten. Colonnello Zavattaro il quale, anche per il ruolo di PG che riveste, ben dovrebbe conoscere la differenza tra “Decreto” e “Sentenza”. A parere di chi scrive queste imperfezioni etimologiche e concettuali contraddistingueranno gran parte dell’elaborato.

Sin dalle prime pagine si evidenzierebbe l’importanza di “un’analisi meticolosa (da un punto di vista tecnico) del video ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare”. Tanto che “Questo esame rappresenta un punto chiave dell’attuale processo” (sic!). Eppure nonostante l’Ing. Luca SCARSELLI avesse sollecitato più volte ZAVATTARO all’esecuzione di una analisi tecnica del video, il consulente della Procura ha sempre dichiarato che detto esame esulava dal quesito, salvo poi considerare il video come dirimente per le spiegazioni che verranno fornite dal consulente della procura in modo del tutto “apodittico” e senza alcuna consulenza sullo stesso.

Si legge sempre a pagina 4 “gli approfondimenti richiesti, nei fatti, si incardinano in un ampio contesto di elementi investigativi già valutati e di elementi tecnici da rivisitare, pertanto i nuovi risultati tecnici avranno il compito di rafforzare o diminuire l’efficacia delle prove a sostegno della sentenza di archiviazione a suo tempo emessa”. Già da queste righe si comprende il senso e l’utilità della relazione che i consulenti andranno a redigere: NON un atto per valutare acriticamente le prove in atti e quelle ulteriori acquisite (e quindi come atto dirimente per la ricerca della verità oggettiva), ma uno STRUMENTO per rafforzare le prove a sostegno della tesi del suicidio. Pertanto, tutta la relazione – come in effetti si legge – sarà redatta e “calzata” sull’ipotesi suicidiaria della prima indagine, ponendo a fondamento della stessa ipotesi “suggestive” (termini ripetutamente utilizzati nella relazione) e prive di validi sostegni probatori.

A pagina 8 si legge. I consulenti dichiareranno che l’orologio interno del videoregistratore risultava sfasato di circa 40 minuti, dato non rispondente al vero così come dimostrato dagli atti contenuti nel fascicolo dai quali risulta.

Quella che viene indicata come sfasatura di “circa 40 minuti” è in realtà una sfasatura di 16 minuti in avanti rispetto all’ora esatta. Pertanto la dichiarazione dei consulenti sul punto appare NON CORRETTA!

Ed ancora pur volendo considerare quanto descritto a pagina 16. Non si riesce a comprendere dove abbiano potuto ricavare il succitato minutaggio di 40 minuti di sfasatura.

Ugualmente meritevoli di confutazione sono le affermazioni contenute da pagina 40 a pagina 65 della relazione di cui si riportano le fotografie allegate.

Queste le fotografie estratte dal primo intervento. Queste le fotografie scattate dalla scientifica. Evidente è la modificazione dello stato dei luoghi così come più volte evidenziato e ribadito dalle parti offese. Orbene il Ten Col. ZAVATTARO sul punto dichiarerà (vgs. pagina 44) “Anche se le foto prodotte non riproducono esattamente i luoghi filmati due ore prima, si osserva che le ‘modifiche’ sono di modestissima entità, si nota che la sedia del Rossi (che ha un basamento con rotelle) è ruotata di circa 90 gradi, le ante degli armadi sono aperte e la finestra risulta chiusa. Il resto non pare aver subito alcuna alterazione, in particolare l’oggettistica della scrivania è rimasta sostanzialmente inalterata, se non per qualche piccolo spostamento. La posizione delle restanti sedie, dei tappeti e dell’attaccapanni non risulta modificata. L’ufficio, nel complesso, appare pulito e in ordine, la P.G. non ha rilevato tracce di azioni violente (non sono segnalate effrazioni, scardinamenti, rotture e nemmeno tracce di sangue nella stanza o di altri liquidi…) e tutte le immagini confermano questa circostanza: il pavimento in marmo con venature appare lucido, i tappeti sono sempre ben distesi, i libri e gli oggetti, anche leggeri o fragili, sono disposti sui tavoli, in situazione di normalità del quotidiano e non rivelano indizi che possano supportare azioni di carattere violento nell’ambiente, nemmeno da parte del Rossi stesso”.

Quanto affermato dallo ZAVATTARO desta le seguenti valutazioni critiche: una scena del crimine modificata è una scena del crimine inquinata’e la cosa più grave è che lo è stata da chi avrebbe dovuto preservarne il cd. “congelamento”.

L’analisi della scena del crimine, che si realizza attraverso il sopralluogo giudiziario, costituisce il punto di partenza di ogni indagine. Individuare, cristallizzare, raccogliere ed analizzare le tracce presenti sul luogo dell’evento significa riuscire a ricostruire le modalità con cui lo stesso è avvenuto ed identificarne il responsabile. Che si tratti di suicidio, omicidio o accidente dunque, questo momento è prodromico ed imprescindibile.

Chiaro è che nel caso in trattazione l’iniziale attività è stata eseguita con estrema “leggerezza” e con altrettanta “leggerezza” si è considerato normale che un luogo sia stato modificato (a prescindere da chi abbia posto in essere detta condotta) prima dell’arrivo della scientifica.

Quelle che il Consulente dichiara essere “modifiche di modestissima entità” sono al contrario macroscopici ed evidenti spostamenti che in taluni casi hanno determinato anche il non rinvenimento di molti oggetti dalla scrivania, oggetti che non è dato sapere se avessero potuto avere rilevanza (vgs. agende/quaderni nell’angolo in fondo a destra della scrivania come si evince dalle fotografie allegati al doc. 2).

Per dovere di verità, occorre evidenziare che a pagina 2 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 (verbale di annotazione a firma di Sov. Livio MARINI) si legge: “alle ore 20:40, su disposizione della S.O., la volante veniva inviata in via dei Rossi dove era stato segnalato un avvenuto suicidio. […] nell’immediatezza – accedendo all’ufficio – lo scrivente effettuava una ripresa video con il proprio cellulare, che viene momentaneamente riversata nel server della Questura. […] lo scrivente chiudeva a chiave l’ufficio lasciandolo nelle condizioni in cui lo aveva trovato (quindi come dimostrato dal video in atti) e portando con se la chiave. Presso la portineria trovava il Maresciallo Cardiello Marcello il quale contattava direttamente il Sostituto Procuratore Nicola Marini ricevendo disposizione di presidiare l’ufficio del ROSSSI, in attesa del suo intervento. Poco dopo giungevano i sostituti procuratori MARINI, NATALINI, NASTASI. Dopo un primo sopralluogo finalizzato a rinvenire tracce utili per la spiegazione del gesto suicida l’ufficio del ROSSI, su delega verbale del Dott. MARINI veniva sottoposto a sequestro, chiuso a chiave e sigillato”.

Quando la scientifica interverrà nella stanza del ROSSI (alle ore 00:45 del 7.3.2013 vgs. pagina 298 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44) troverà un ben evidente spostamento (come rappresentato e fotograficamente documentato vgs doc.2) di taluni oggetti.

Peccato che proprio sulla posizione di taluni oggetti come ritrovati e rinvenuti successivamente dalla scientifica (ricordiamo dopo un primo sopralluogo NON documentato e fotografato) si è fondata e basata l’attuale e pregressa richiesta di Archiviazione.

Si legge a pagina 45 della relazione ZAVATTRO-CATTANEO “Queste sono le uniche immagini, per cui non è possibile stabilire con precisione la sequenza temporale degli oggetti che sono stati cestinati, tuttavia si nota che tra i più superficiali ci sono dei frammenti di carta e almeno un fazzoletto di carta. In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo. I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius. I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di 46 tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”.

1. Quando si legge “In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo” trattasi di una valutazione priva di rilievi e riscontri probatori in quanto all’epoca non fu escusso a SIT nessun addetto alle pulizie. Al contrario, considerato il livello del materiale riposto nel cestino è lecito ipotizzare che fosse risalente a più giorni; nonostante ciò la relazione ZAVATTARO-CATTANEO dà per scontato che questi siano stati utilizzati e gettati poco prima dell’evento. Giova all’uopo ricordare come nel caso di specie trattasi di un cestino per la sola carta e, pertanto, resta difficile ipotizzare che fosse (contrariamente a quanto sostenuto in relazione) svuotato quotidianamente.

2. La relazione descrive queste macchie sui fazzolettini come frutto di un “tamponamento” e gli aloni come conseguenza di liquidi individuabili in saliva, acqua e siero (sic!! testuali parole utilizzate in relazione). Ancora una volta si afferma che i fazzolettini siano collocati nella parte superiore del cestino; detto particolare non risponde a verità in quanto i fazzolettini non risultano visibili.

Da notare come non siano visibili i fazzolettini. Il contenuto del cestino appare svuotato e quindi NON può essere dichiarato come dato certo che i fazzolettini siano stati rinvenuti nella parte superiore del cestino della spazzatura.

3. “I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius”. Detta circostanza non trova riscontro alcuno né dalle fotografie né dai verbali di sopralluogo (redatti a seguito di contaminazione e modifica). I biglietti manoscritti saranno consegnati dai PM alla scientifica (vgs pagina 299 ultimo capoverso del fascicolo del PM dove si legge “durante il sopralluogo i PM intervenuti hanno mostrato per documentarle tre lettere probabilmente del sig. ROSSI e rinvenute nel cestino dell’ufficio da loro stessi quando hanno effettuato una prima ispezione”) e quindi NON potevano essere dalla PG fotografati.

4. “I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di 46 tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”. Trattasi di fazzoletti che sono stati distrutti, pertanto, non utili ai fini probatori e per ogni valutazione. Non è lecito sapere se il colore rossastro nei fazzolettini sia sangue e nel caso lo fosse potrebbe essere di chiunque anche del probabile aggressore di David. Qualche perplessità desta l’interpretazione della forma, perché non è detto che la lesione potesse essere necessariamente triangolare (quindi quella del labbro) oppure una di quelle precedenti, basti pensare a una escoriazione che è in parte “profonda” e in parte più “superficiale”, per cui i capillari possono risultare rotti solo per una parte della superficie della lesione (quella più profonda) e il sangue che fuoriesce e che viene tamponato chiaramente non va a riprodurre fedelmente lo “stampo” della ferita. Peraltro, va considerato che quando il fazzolettino viene usato come tampone può essere spostato leggermente per tamponare più volte oppure può essere anche fatto scorrere sulla ferita creando disegni irregolari e aloni, cosicché non è possibile risalire alla forma della ferita.

Si legge da pagina 49 a 51 della relazione ZAVATTARO-CATTANEO “L’insieme di questi dati è aderente ad un’ipotesi di calpestamento dello zoccolo in legno, con un verosimile inizio nella zona centrale per poi spostare l’attività sul lato sinistro, schiacciando i fili antipiccione (in particolare quello centrale), in prossimità del margine sinistro della finestra.

Nella porzione interna della mensola abbiamo infatti un assembramento di schegge nella zona centrale, all’esterno invece si nota una concentrazione di residui legnosi nella parte sinistra e, delle tre molle sul lato sinistro, in effetti, notiamo che quella più interna è stirata, ma non tanto quanto quella centrale che è visibilmente molto più deformata e allungata anche rispetto a quella superiore, che ha subito sicuramente una forte stress azione estensiva, tanto da provocare il distacco del filo proprio da quel lato”.

Anche nel caso di specie si denota come ogni assunto acquisito come certo sia in realtà sia sfornito di certezze probatorie; infatti, non vi è la benché minima prova (certa ed oltre ogni ragionevole dubbio) che i fili antipiccioni così come rinvenuti siano la diretta conseguenza di un “contatto” di ROSSI con la finestra. Infatti, nulla esclude che tale condizione (filo superiore e centrale staccati) fosse già presente in precedenza al decesso di David e quindi non legata all’evento del 6.3.2013. In ogni caso la prova così come condotta dal Vigile del Fuoco (che non può essere chiamata simulazione!) non è stata eseguita con la dinamica “suicidiaria” descritta dallo ZAVATTARO. Ma vi è di più!

Confrontando le due foto a seguire allegate nella relazione. Immagini della finestra in condizioni normali (acquisizione 16 dicembre 2015) 28 e B. 6.3.2013 Particolare del davanzale, si noti l’abbondanza di schegge di legno, sia all’interno che all’esterno.

Possiamo notare come, anche in condizioni normali (fotografia il 16.12.2015), la parte lignea della finestra presenta schegge all’interno ed all’esterno. A questo confronto aiuta fortunatamente la superficie chiara del marmo esterno che funge da contrasto cromatico con la barra scura di legno. Anche in questo caso le considerazioni in materia fornite in relazione dai CT ZAVATTARO-CATTANEO risultano essere oggettivamente sconfessate.

Ed ancora. Viene fornita la ricostruzione della caduta sulla simulazione (che si ribadisce non può essere definita tale) condotta da un Vigile del Fuoco munito di cinture per la sicurezza con peso ed altezza differenti rispetto a DAVID.

La prima considerazione che deve essere effettuata è che David a detta di tutti i soggetti escussi era un tipo atletico (frequentatore di palestre) di corporatura esile ed alto tra 1,65 e 1,70 mt. Orbene, anche a voler considerare valida la tesi ricostruita dallo ZAVATTARO quest’ultimo non considera che per un atleta la risalita afferrando la sbarra sarebbe stata molto agevole. Peraltro, lo ZAVATTARO non fornisce adeguata spiegazione alla rottura/strappo della camicia, la quale non trova compatibilità con la stesse fotografie allegate dal Consulente a supporto della sua relazione.

Come si nota la posizione assunta dal Vigile del Fuoco mostra un arco proprio all’altezza dell’addome (in corrispondenza del quale è possibile vedere la grondaia retrostante), circostanza incompatibile con i segni di rottura e strappo presenti nella parte inferiore della camicia di David.

In sostanza secondo la ricostruzione fornita dai Consulenti del PM David avrebbe avuto un contatto con il davanzale della finestra solo con le proprie scarpe, ma in questo caso, a parere di questa difesa, (pur volendo considerare plausibile la punta delle scarpe consumata) non troverebbe spiegazione alcuno lo stato in cui è stata trovata la camicia dello stesso.

Scrive infatti ZAVATTARO “si notano alcune lacerazioni/abrasioni e la mancanza di due bottoni, a livello dell’addome. La circostanza di uno strisciamento sullo spigolo esterno del davanzale, situazione peraltro osservata anche nell’esperimento del 25 giugno, coerente con l’azione di 30 schiacciamento/strisciamento della fibbia contro l’addome, sotto il peso del Rossi stesso, oltre ad aver provocato le citate striature sulla cute ha certamente comportato anche analogo stress alla porzione di camicia interna al pantalone, provocando con ogni probabilità non solo la fuoriuscita della stessa dai pantaloni (cosa che spiegherebbe anche il perché nel filmato il Rossi precipita con l’indumento in quelle condizioni) ma anche la perdita di un paio di bottoni e la lacerazione visibile nell’immagine sottostante”. Delle due l’una: o l’addome ha strisciato sul davanzale (o sullo spigolo di questo) o David ha assunto la posizione del Vigile del Fuoco. Le due descrizioni sono tra loro antitetiche e contraddittorie e pertanto incoerenti con una ipotesi suicidiaria.

Si legge a pag.170 della relazione di ZAVATTARO-CATTANEO. Orbene come si noterà in relazione alla camicia viene detto “l’addome presenta striature ed ecchimosi compatibili ad analoga situazione di schiacciamento e strisciamento; la cintura può aver lasciato i segni della fibbia e la camicia puo’ essere stata danneggiata per stiramento ed essere fuoriuscita dai pantaloni”; ma come ha potuto l’addome schiacciarsi o strisciare se lo stesso sopralluogo del 25.6.2016 (vgs. fotografie allegate alla relazione) ha mostrato un arco proprio in corrispondenza dell’addome? Risibile è inoltre la dedotta affermazione che la lacerazione della camicia si sarebbe provocata in conseguenza della fuoriuscita dai pantaloni.

Si legge ancora in relazione ZAVATTARO-CATTANEO “un’eventuale ipotesi omicidiaria, che preveda quindi l’intervento di terzi e magari un’azione preventiva di tramortimento (che giustificherebbe l’assenza di grida) non spiegherebbe, viceversa, l’intero quadro degli elementi raccolti e, anzi, appare in contrasto con alcuni tasselli del mosaico”.

Giova, all’uopo, ricordare come la ricostruzione crimino-dinamica va eseguita mediante l’unione di tutti i tasselli, affinchè si arrivi ad una plausibile risposta oltre “l’ogni ragionevole dubbio”. Al contrario, i dubbi all’epoca riscontrati trovano certezze ma nel senso diametralmente opposto a quello che si legge nella relazione. Infatti, qualora DAVID avesse maturato la volontà di suicidarsi per poi avere un ripensamento, qualora avesse preso coscienza della difficoltà a risalire, avrebbe senza dubbio gridato aiuto. Il fatto che nessuno lo abbia udito rende ancor più probabile che lo stesso sia stato dapprima tramortito, fatto uscire con forza dalla finestra e fatto cadere come descritto nel video. Giova altresì ricordare come il sig. Paolo LIBERTAI escusso a SIT il 9.02.2016 32 riferirà “non ricordo di aver udito nulla di strano. Faccio presente che le stanze della sede storica sono ben insonorizzate: una volta chiusa la porta è difficile udire voci o rumori esterni”. E’ quindi plausibile che nessuno abbia udito alcunché, ma ciò non vuole dire che il ROSSI non sia stato attinto ed aggredito da terzi.

Le contraddizioni tra i due consulenti firmatari della relazioni si evincono in modo inconfutabile nelle esposizione che segue: SCRIVE LA CATTANEO, SCRIVE ZAVATTARO.

La CATTANEO riferisce di un “sforzarsi/strisciare” contro strutture lineari della finestra e del davanzale mentre il Ten Col. ZAVATTARO nulla riferisce in merito ad un possibile sfregamento del ROSSI con il davanzale. Tutto ciò denota l’assoluta carenza critica della relazione in atti, la quale piuttosto che analizzare in senso oggettivo tutti i dati raccolti e rappresentare più ipotesi plausibili, ha ritenuto di sostenere la tesi “suicidiaria”.

A pagina 35 della richiesta di Archiviazione si legge.

Quanto al punto 1 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). Giova rilevare come l’ordine apparente dell’ufficio del ROSSI, così come documentato e ripreso dall’operatore della volante, non può essere ritenuta prova di una mancanza di azioni concitate e violente di terze persone. Infatti, dapprima non può dimenticarsi il lungo decorso temporale intercorrente fra la precipitazione del ROSSI ed il primo soccorso; così come non può sottacersi quanto già ampiamente evidenziato circa l’utilizzo del cellulare di David quando questi era già riverso a terra. Occorre peraltro evidenziare come tutte le lesioni frontali - NON compatibili con la caduta - siano pienamente compatibili con l’intervento di terzi. All’uopo giova evidenziare come riguardo la lesività esterna, anche per i consulenti del PM, non vi è una chiara spiegazione con la modalità di precipitazione per quanto riguarda le lesioni del volto (di cui è già detto), le lesioni alla faccia antero-mediale delle braccia (lesione R e lesione I), quelle dell’addome (G e H), ginocchio destro (Y); però, nelle considerazioni finali non sono menzionate, nello specifico, né la lesione X (alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia interna della coscia destra) né la lesione Z (alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra). I CCTT del PM, non scendono nei dettagli nel fornire spiegazioni, quand’anche ipotetiche, circa le modalità con cui queste singole lesioni possano essersi prodotte nello specifico, ma si limitano a dare spiegazioni generiche che, secondo il sottoscritto, non consentono di fornire all’organo Giudicante tutte le informazioni richiamate preliminarmente da Loro stessi a pagina 5 e 6 della consulenza. All’uopo ci si riserva di integrare la detta memoria con le osservazioni critiche sul punto da parte del CTP Dott. Angelo Stamile.

Quanto al punto 2 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). I Consulenti, senza accertamenti o riscontri, oggettivi in tal senso, danno per scontato che i biglietti ritrovati nel cestino dell’ufficio di David Rossi siano “biglietti di addio scritti dal de cuius”. (pag. 45). Ancora una volta gli stereotipi e il pregiudizio anticipano, sostituendosi a loro, i riscontri scientifici e l’oggettività: si dà per scontato che i biglietti siano: 1) stati scritti spontaneamente da David; 2) scritti contestualmente alla precipitazione e dunque, riferibili necessariamente a quel 6 marzo 2013; 3) sicuramente biglietti di addio che danno fondamento pertanto all’idea di un suicidio.

In merito all’interpretazione relativa al contenuto e alla significatività dei messaggi all’interno dei biglietti si discuterà più avanti. Così come compiutamente descritto nella propria relazione di consulenza dalla CTP Dr.ssa Francesca De Rinaldis (alla quale ci si riporta integralmente - doc.3- e della quale si riportano i passaggi ritenuti più salienti), vale la pena invece sottolineare come i Consulenti considerino la certezza che si tratti di biglietti di addio, come la base sulla quale costruire la dinamica, ormai data per certa, di un suicidio: siccome David ha lasciato dei biglietti che sono sicuramente di addio, allora deve essersi altrettanto sicuramente ucciso! Si tratta di un ragionamento sillogistico1 alquanto pericoloso poiché non basato su riscontri oggettivi incontrovertibili e, come vedremo più avanti, non diversamente interpretabili. Pericoloso inoltre perché, chi legge, al pari dei Consulenti scriventi, potrebbe persuadersi di tale convincimento e basare su tale convincimento (suggestivo) la costruzione di un pensiero che vada via via strutturandosi e rafforzandosi, attorno alla convinzione di un suicidio.

La convinzione preconcetta, e come vedremo per altro ampiamente controvertibile, che i biglietti siano “certamente” di addio muove l’analisi interpretativa dei consulenti della Procura ZAVATTARO-CATTANEO ed è inoltre posta a fondamento della richiesta di archiviazione del febbraio 2017, unitamente alle condizioni di ordine della stanza del Rossi e alla dinamica della caduta. Tutti e tre gli elementi posti a fondamento della richiesta di archiviazione non sono oggettivabili poiché controvertibili e criticabili, dunque lontani da quelle caratteristiche di obiettività e scientificità che debbono essere poste a fondamento della verità.

A pag. 59 della Consulenza ZAVATTARO-CATTANEO si legge che i biglietti vengono ritrovati nel cestino dell’ufficio di Rossi. Si dà per scontato che siano contestuali alla precipitazione, ma valgono a tal proposito le stesse riflessioni per il rinvenimento del fazzolettino con le presunte macchie di sangue e per il resto del materiale rinvenuto nello stesso cestino: non è possibile stabilire con certezza se quel materiale fosse stato gettato lo stesso giorno né tantomeno se sia stato lo stesso Rossi a gettarlo.

La polizia scientifica si limiterà, infatti, a fotografarli una volta ricostruiti; infatti, dalle immagini non si vede alcun biglietto recante scritte in superficie nemmeno una volta che il relativo contenuto viene vuotato. Priva di valore probatorio (non essendo stato escusso a SIT qualche addetto e/o dipendente della ditta delle pulizie presso la sede di MPS all’epoca dei fatti) l’affermazione che si legge nella relazione dei CCTT della Procura “in considerazione del ruolo rivestito dal Rossi è ragionevole ipotizzare che il cestino venisse svuotato giornalmente”; quanto sopra per diversi motivi:

a) Dal momento che i bigliettini e le scritte sono state ritenute come prova fondamentale nella vicenda era doveroso informarsi sulla frequenza di svuotamento del cestino negli uffici, presso il personale MPS o presso la ditta eventualmente appaltante

b) Il cestino in questione è evidentemente un cestino della carta da riciclare, che come è noto in nessun ufficio viene svuotata quotidianamente

c) Il cestino non è vuoto e contiene diverso materiale oltre ad un libro, difficile ipotizzare che tutto sia stato buttato in un solo giorno dove peraltro David è stato impegnato in varie altre attività all’esterno dell’ufficio stesso. In mancanza di queste argomentazioni/investigazioni ogni riferibilità “presunta” dei biglietti a quel 06.3.2013 appare destituita di fondamento. Pertanto, tutta la ricostruzione in merito dedotta (e non provata) descritta nella relazione ZAVATTARO-CATTANEO resta disancorata a dati certi così da divenire essa stessa la causa della assoluta infondatezza delle conclusioni alle quali i medesimi CC.TT. pervengono.

Tanto più se le interpretazioni psicologiche sui biglietti, sono offerte da chi non ha competenza specifica per questo tipo di interpretazione in quanto i due consulenti non sono né psicologi né tanto meno, grafologi. Dato per cui, i tecnicismi che si trovano descritti non trovano attendibilità. I consulenti parlano di una INDUBBIA paternità data dalla comparazione con altri scritti SICURAMENTE autografati dal Rossi.

Qualora in Consulenti avessero estrapolato tali affermazioni “certe” da risultanze tecniche effettuate da altri, avrebbero comunque dovuto fare specifico riferimento alle fonti. In assenza di tali fonti certe nella consulenza, è ipotizzabile che tali deduzioni siano proprie dei Consulenti e quindi scientificamente deboli ed infondate, in mancanza di competenze specifiche e riscontri obiettivi di comparazione.

Le osservazioni sul punto fornite dai Consulenti sono pertanto sommarie e approssimative: ogni interpretazione data trova altre spiegazioni contrarie comunque differenti. Dunque, ogni interpretazione non ancorandosi a parametri o a supporti obiettivi certi, non è attendibile come fondamento di verità.

I Consulenti danno, infatti, per certa una ricostruzione relativa all’ordine cronologico dei tre biglietti che è totalmente arbitraria: scrivono: “ (…) analizzando le immagini dei tre manoscritti, è stato possibile ricostruire la sequenza cronologica di produzione di questi messaggi, studiando le variazioni delle caratteristiche stilistiche, più legate alla forma e al contenuto e, in ultima analisi, allo stato psicologico del soggetto, che ha evidenziato una progressione coerente”.

Va innanzitutto premesso che un’analisi che si basa sulla mera osservazione delle immagini dei tre biglietti è oltremodo superficiale ed inattendibile.

La ricostruzione dei Consulenti ha come unico fondamento la convinzione preconcetta dei medesimi che David ROSSI si sia suicidato e dunque, sulla base di tale convinzione, elaborano la ricostruzione cronologica più conformante al loro pregiudizio. Dunque NON SI TRATTA DI UNA RICOSTRUZIONE OGGETTIVA E SCIENTIFICA, BENSÌ DI UNA RICOSTRUZIONE MERAMENTE SOGGETTIVA E PREGIUDIZIEVOLE CHE SODDISFA IL PERSONALE CONVINCIMENTO MA CHE NON DÀ RISCONTRO OBIETTIVO DEI FATTI.

È ancor più palese, nell’analisi di questi scritti, come i Consulenti, convinti dell’ipotesi suicidaria, facciano convergere necessariamente in tal senso l’analisi degli scritti: alludono alla presenza di un turbamento emotivo che si va placando fino alla razionale decisione di “uscire di scena”. Allora, se ciò fosse vero perché ROSSI non avrebbe dovuto lasciare un messaggio dove esplicitava chiaramente la sua intenzione e decisione suicida, lucidamente maturata a questo punto, in una posizione chiara, visibile, in modo che potesse essere facilmente ritrovata a condivisa? Gettare via uno scritto definitivo, certo, conclusivo, come lo definiscono i Consulenti, con il rischio che nessuno mai lo possa trovare o leggere, appare contraddittorio rispetto ad una chiara e lucida decisione di porre consapevolmente fine alla propria vita. I Consulenti parlano di consapevolezza emotiva di ROSSI, poiché dà un nome al suo malessere: angoscia. L’appellativo angoscia non definisce un oggetto certo, bensì uno stato psichico pervadente, confuso, dove spesso l’oggetto scatenante è inconscio. Dire di essere angosciati è lontano da una definizione certa del proprio oggetto di malessere. I consulenti parlano di una convinzione di ROSSI che va maturando rispetto la non sanabilità della sua situazione. Viene dunque spontaneo domandarsi: QUALE SITUAZIONE? Lavorativa? Sentimentale? Esistenziale? Non è dato sapere con certezza…. Si lascia supporre in maniera suggestiva che il ROSSI viva un malessere dal quale non trova via d’uscita, tuttavia tale malessere non è ancorato ad alcun riscontro oggettivo certo. Certamente tale visione romanzata è molto drammatica e avvincente, o come amano dire i Consulenti, “suggestiva” ma comunque non oggettivamente inquadrata. L’affermazione di tale tipo di convincimento deve basarsi su una buona conoscenza del David Rossi “persona” in riferimento al suo modo di essere, di determinarsi e di reagire rispetto alle criticità della vita: parametri ampi di conoscenza del Rossi ad oggi assenti, per cui le considerazioni sulla sua personalità sono affidate a elementi, dati per scontati, desunti dalle conoscenze investigative fin qui raccolte, e quindi superficiali e incompleti oltre che viziati da proiezioni soggettive.

Quanto affermato dai Consulenti a questo punto appare altamente CONTRADDITTORIO; fanno riferimento ad un aspetto emotivo che domina sul controllo razionale: il controllo emotivo aumenta (e dunque se l’emotività è più controllata, il quadro razionale prevale), oppure prevale sull’assetto razionale?

Probabilmente i Consulenti non si sono nemmeno accorti di aver dato interpretazioni contraddittorie, se il fine era quello di ancorare i messaggi ad una chiara lettura in senso ad un’intenzione suicidaria, val la pena affidarsi a qualunque interpretazione converga in tal senso!

Ma vi è di più! Nei biglietti si parla di un evento al passato “che ho fatto”: lo stato emotivo di chi scrive non è esplicativo o ancorato a cosa farà o potrebbe fare, bensì a qualcosa che è accaduto prima, rispetto al quale egli sente ancora il bisogno di motivare, giustificarsi, con la moglie.

È esclusivamente la moglie la destinataria dei biglietti, che probabilmente non avrebbe neanche mai letto.

ROSSI sembra alludere ad una spiegazione rispetto a fatti o circostanze della quali aveva già discusso o che aveva già condiviso con la moglie e che sente ulteriormente il bisogno di spiegarle, motivarle. È, specialmente questo specifico scritto, un tentativo di comunicare ulteriormente alla moglie il proprio vissuto.

“Credimi è meglio così”: cosa? Per i Consulenti “è meglio così che lui esca di scena, si uccida”; al contrario invece, Rossi sembra voler convincere la moglie rispetto ad una decisione presa che la medesima probabilmente non condivideva e che era stata probabile fonte di discussione. “Credimi è meglio così” è allusivo di un tentativo di convincimento rispetto a qualcosa che la moglie già conosce: David Rossi comunica solo emotivamente perché probabilmente la moglie (unica e sola destinataria degli scritti), già conosce l’oggetto di discussione e non ha bisogno di spiegare oltre quello che loro già sanno. Predomina in David Rossi il desiderio di arrivare alla moglie affinché lei possa accogliere e comprendere.

Nelle loro considerazioni e valutazioni sull’analisi dei biglietti, i Consulenti affermano che: “(…) la causa più verosimile sia stata la condizione di travaglio interiore, condizionata da un forte stress psicologico” (pag. 64).

Ora, è pur vero che ROSSI potesse essere afflitto da una condizione di stress psicologico, ma non è possibile dare un’interpretazione certa, né tantomeno univoca, sulla causa che ha determinato tale stato. Allo stesso modo, affermare che il Rossi vivesse uno stato di travaglio interiore e stress psicologico, non è la conditio sine qua non per decidere certamente di uccidersi.

E ancora, i Consulenti parlano di un “chiaro processo di progressione emotiva, psicologica, che collega i tre scritti” (pag. 64).

Innanzitutto l’ordine dato agli scritti è arbitrario e dettato da un libero convincimento, tale per cui è inattendibile parlare di una chiara progressione. Tale chiara progressione semmai è coerente con ciò da cui i Consulenti stessi sono persuasi. Loro stessi poi affermano contraddittoriamente “abbiamo potuto vedere come il Rossi vada acquisendo controllo emotivo”, per poi improvvisamente affermare che il lato emotivo predomina su quello razionale!

Ogni considerazione valutazione fatta si basa su una premessa data per certa ma mai oggettivamente riscontrata: ROSSI ha scritto quei biglietti, quando era solo nel suo ufficio, prima di uccidersi!

Ancora, i riferimento all’analisi dei biglietti, a pag. 65 della loro Consulenza, i Consulenti affermano: “d) ancora più difficile ipotizzare una dettatura di un testo ideato da terzi, così ricco di risvolti psicologici e in un continuum emotivo;”

Peccato che il continuum emotivo, di cui parlano i Consulenti, sia quel continuum che loro arbitrariamente hanno dato agli scritti.

Proseguono i Consulenti (pag.65): “f) (…) affinché il Rossi scrivesse i biglietti di addio alla moglie e, soprattutto, l’addio annunciato alla propria vita (…)”

I Consulenti alludono all’intenzione coercitiva sul Rossi nel fargli scrivere dei biglietti di addio alla vita: peccato che non c’è in nessuno dei tre biglietti un chiaro significato di addio alla vita né tantomeno l’esplicitazione di un’intenzione suicidaria. (I Consulenti sono totalmente persuasi, e vogliono persuadere, del fatto che si tratti di chiari biglietti di addio).

Sempre nello stesso passaggio della relazione i Consulenti fanno riferimento al fatto che il ROSSI, qualora fosse stato costretto a scrivere questi biglietti di addio, avrebbe comunque nel frattempo preso consapevolezza del fatto che stesse andando verso la fine della propria vita, e che quindi avrebbe tentato una reazione, una resistenza. A questo punto i Consulenti si lanciano in un’interpretazione, ci si permette di dire, romanzesca, da film d’azione: Rossi avrebbe potuto lasciare un messaggio ‘in codice’ (pag. 65) lasciando un segno anche piccolo avendo la penna in mano e delle ferite sanguinanti per cui “avrebbe potuto utilizzare sia l’inchiostro che il sangue, o entrambi …”. A parte l’ilarità che suscita, tale osservazione, la stessa si basa su riscontri dati ancora una volta per assodati, quando assodati non sono: Rossi stava perdendo sangue nel momento in cui scrive; la stanza è in ordine non c’è quindi l’intrusione di terzi. La stanza potrebbe essere stata riordinata, oppure, non è stata mai scomposta per il probabile ingresso di persone (o una persona) nota, rassicurante, non allarmante.

In base a quanto sopra affermato, criticando e capovolgendo l’interpretazione dei biglietti data dai Consulenti della Procura, è possibile dare un’interpretazione alternativa degli stessi che dunque sconfessa l’oggettività e l’attendibilità attribuita all’analisi dei Consulenti medesimi, recepita, lo si ribadisce, a fondamento della richiesta di archiviazione.

È possibile infatti, attribuire ai biglietti un ordine cronologico inverso rispetto a quello fornito dai Consulenti:

IL BIGLIETTO NUMERO 3 DEI CONSULENTI, POTREBBE ESSERE IL NUMERO 1: prima prova a spiegare con più parole, anche con maggior tono e coinvolgimento affettivo alla moglie, lo stato emotivo che lo caratterizza e che caratterizza una “sua scelta”, che potrebbe essere una scelta qualunque, probabilmente già discussa e non condivisa dalla medesima.

BIGLIETTO NUMERO 2: non soddisfatto dei toni e della qualità dello scritto, ne produce un secondo, dove si evidenzia un primo distanziamento emotivo dalla moglie: non più solo amore, ma “Toni, Amore”, indirizzando con maggiore direttività il suo messaggio in modo più fermo, deciso, controllato; 42 Utilizzare il nomignolo “Toni” che a detta della moglie non era solito utilizzare, potrebbe essere funzionale ad esercitare un distacco emotivo ed un controllo razionale rispetto a quello che vuole spiegare alla moglie medesima che altrimenti rischierebbe di venir meno (è come se Rossi volesse tentare di “mantenere il timone” della situazione)

BIGLIETTO NUMERO 1 DEI CONSULENTI CHE DIVENTA IL BIGLIETTO 3: appare come se man mano Rossi decida di distaccarsi dal coinvolgimento emotivo col quale scrive alla moglie. Appare come se, progredendo nello scrivere, prendendo sicurezza in sé, arrivi a non considerare più opportuno spiegare nulla alla moglie, come se avesse deciso di non doverle più giustificare niente! Ecco perché getta i biglietti: non deve spiegarle nulla!

SE FOSSERO BIGLIETTI DI ADDIO ALLORA SI, LI AVREBBE FATTI RITROVARE. NE AVREBBE SCRITTO UNO DEL QUALE SI SAREBBE SENTITO SODDISFATTO E CHE AVREBBE LASCIATO IN BELLA VISTA! Si blocca sulle motivazioni sulle spiegazioni, come dicono i Consulenti, forse perché la moglie, destinataria dei biglietti, conosce il contenuto dell’azione alla quale Rossi si riferisce.

Forse c’era stata una discussione pregressa, o un’opinione condivisa, in merito a quella “cazzata”.

A conferma del fatto che non si trattasse di biglietti di addio del Rossi, è possibile fare anche altre considerazioni:

1- Rossi aveva manifestato un’aperta preoccupazione in quei giorni, in particolare la giornata del 6.03.2013, come anche confermato nelle SIT, per le condizioni di salute della moglie, colpita da una brutta polmonite. Rossi, dedito alla cura della moglie pertanto, l’aveva rassicurata circa il suo rientro in casa per le 19.30 con la cena. Un’azione pertanto di estrema premura ed attenzione per la moglie, quindi: perché uccidersi gravandola di un sì grande dolore? E soprattutto perché darle un peso così grande in un momento di estrema fragilità, senza lasciare un chiaro segnale di addio e motivazioni?

2- Rossi era molto legato alla propria famiglia d’origine soprattutto alla madre. Ci teneva a che la madre conservasse una buona opinione a suo riguardo e che non si trovasse mai nella condizione di dover vivere sofferenze da egli stesso causate. A riprova di ciò c’è l’affermazione raccolta dalla stessa madre di Rossi per la quale, il figlio a seguito della perquisizione subita il 19.02.2013, le avrebbe confessato che il suo timore più grande era quello di dare una delusione o un dolore in conseguenza di ciò proprio a lei. Rossi infatti, come verso la moglie, possedeva un’attitudine protettiva verso tutte le figure affettivamente care: piuttosto che porsi in condizione di creare disagio, era piuttosto lui a correre per sorreggere ed incoraggiare. Quindi: perché indirizzare le sue ultime parole, qualora fossero parole di addio, solo alla moglie, e non lasciare un biglietto alla madre per motivare le ragioni di un gesto suicidario? E soprattutto, perché gravare la madre di un così grande dolore inaspettato dopo anche la scomparsa del padre? Tali interrogativi, sorti nell’ambito della conoscenza delle attitudini comportamentali afferenti all’area affettiva intima del Rossi, non trovano risposta all’interno della dinamica dei fatti come ricostruita fin qui nelle indagini.

Da ultimo, seppur non in ordine di importanza, in correlazione all’analisi dei biglietti, è doveroso fare una riflessione a parte in merito al fatto che gli stessi fossero stati strappati e gettati.

Da quanto desunto dalle SIT del 18.04.2013, di Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, la stessa riferisce che la sera del 5 marzo 2013, mentre erano in casa loro, Rossi aveva preso un blocchetto per scriverle quello che aveva da dirle.

Tale specifico episodio denuncia come ROSSI fosse in quel periodo solito scrivere i propri pensieri sui fogli, non a voce, per timore anche di essere intercettato. Tale percezione persecutoria non trova riscontro in un quadro clinico di tipo psichiatrico, che come si è potuto apprezzare non aveva caratterizzato e non caratterizzava nel presente la condotta di Rossi medesimo, pertanto deve fondarsi sulla constatazione di dati certi.

Tuttavia quello che rileva a tal riguardo è proprio l’abitualità, correlata all’attualità del periodo, di depositare i propri pensieri in forma scritta, di far pervenire la propria opinione all’altro, nel casi specifico la moglie, attraverso scritti, scritti dei quali automaticamente poi era solito disfarsi.

C’è una particolarità però nel caso specifico: la sera del 5 marzo si raccomanda con Carolina di gettare i fogli fuori casa facendo attenzione a che nessuno la vedesse, mentre nel caso della comunicazione che deve dare alla moglie, del pensiero che vuole condividere o che inizialmente pensa di condividere con la moglie, decide di disfarsene ma NON di buttarlo in un luogo anonimo, distante, bensì nel cestino del suo stesso ufficio. Tale atto è indicativo del fatto che, scegliendo di affidare un intimo pensiero, al cestino del suo ufficio, egli, David Rossi, in quel posto, nel suo ufficio, si sentisse sicuro.

Tale gesto porterebbe a far decadere quel senso di sfiducia e di abbandono di Rossi vissuto e percepito nei confronti dell’Istituto Bancario su cui è stata impiantata e costruita la motivazione che ha spinto al gesto suicida.

Per altro, non potendo contestualizzare tali scritti in maniera oggettiva ad una data precisa, poiché potrebbero essere stati scritti dal Rossi anche giorni prima della sua morte, l’unico riscontro certo che ad oggi possiamo fare sui biglietti in base a quanto evidenziato, è che la condotta di affidare pensieri e parole ad uno scritto anziché al parlato, fosse caratterizzante l’ultimo periodo di Rossi, per cui il significato dell’esistenza di tali biglietti va ascritto a tale condotta, non a un significato di commiato.

Quanto al punto 3 (pagina 35 Richiesta di archiviazione). Sulle risultanze medico-legali codesto procuratore si riserva di depositare le considerazioni del CTP Dott. Angelo STAMILE, il quale ha in ogni caso elaborato le valutazioni tecniche che di seguito si andranno a descrivere. Giova all’uopo rilevare alcune considerazioni che meritano adeguato approfondimento partendo proprio dalle lesioni frontali che – è dato acclarato - NON sono compatibili con la caduta.

Condivisibile è la questione dei possibili soccorsi non attivati in quanto il tempo di circa 20 minuti in cui il Rossi è sopravvissuto (in uno stato di semi-coscienza tenuto conto del grave politraumatismo subito ma visti i movimenti degli arti superiori e del capo chiaramente non afinalistici), è venuto meno ad un tentativo di salvataggio che avrebbe offerto delle chance di sopravvivenza all’uomo. Non sono certo io il primo a dirlo, e a farlo notare, ma come medico legale credo che se avessi avuto la possibilità di vedere ed esaminare il filmato della videosorveglianza, quale CT del PM, non avrei avuto dubbi nel tenere conto di quanto da questo si evince (ombre, fari di auto e sagome di persone) e questo, non solo per la questione dei soccorsi, ma anche ai fini di quella che sarebbe potuta essere una spiegazione plausibile circa la dinamica dei fatti.

Non ci sono dubbi circa la causa della morte, insita nella gravità delle lesioni traumatiche, non tanto quelle del capo, quanto quelle toraco-addominali, che per l’appunto non sono state “immediatamente” mortali ma che prima di condurre all’arresto cardio-respiratorio hanno dato luogo ad un quadro di shock emorragico e, probabilmente, anche di insufficienza respiratoria acuta, oltre che ad una paralisi del corpo dalla vita in giù (interessamento midollare da trauma del rachide lombare).

Riguardo la lesività esterna, anche per i consulenti del PM, non vi è una chiara spiegazione con la modalità di precipitazione per quanto riguarda le lesioni del volto (di cui è già detto), le lesioni alla faccia antero-mediale delle braccia (lesione R e lesione I), quelle dell’addome (G e H), ginocchio destro (Y); però, nelle considerazioni finali non sono menzionate, nello specifico, né la lesione X (alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia interna della coscia destra) né la lesione Z (alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra). I CCTT del PM, non scendono nei dettagli nel fornire spiegazioni, quand’anche ipotetiche, circa le modalità con cui queste singole lesioni possano essersi prodotte nello specifico, ma si limitano a dare spiegazioni generiche che, secondo il sottoscritto, non consentono di fornire all’organo Giudicante tutte le informazioni richiamate preliminarmente da Loro stessi a pagina 5 e 6 della consulenza.

Per quanto riguarda l’arto superiore destro questo tocca a terra prima con l’avambraccio e la mano e poi con la superficie dorsale quando ricade all’indietro, tanto potrebbe spiegare tutta la lesività presente sulla faccia volare dell’avambraccio e sul palmo della mano compresa la piccola lesione lineare2 , ma non quella sulla faccia mediale del braccio (lesione R), che peraltro presenta caratteri escoriativi, ossia di compressione e strisciamento (circostanza che non si è prodotta al momento dell’urto del corpo a terra), né quella sulla faccia mediale del braccio sinistro (lesione I), visto che l’arto superiore sinistro tocca a terra solo nella parte finale della caduta e con la superficie dorsale.

Ragionamento simile vale per le lesioni N e O del polso sinistro in quanto l’arto superiore di questo lato urta a terra solo nella fase finale della caduta e con la superficie dorsale. Credo che a questo punto sia importante sottolineare come il polsino della camicia fosse abbottonato e ben posizionato intorno al polso (si vede bene nei frame della caduta), quindi la cute dell’avambraccio e del polso era completamente coperta e protetta; nella consulenza non sono stati fatti riferimenti particolari all’orologio (se non a pagina 80), a tal riguardo l’avv. Luca Goracci e l’ing. Luca Scarselli hanno sempre sostenuto che l’orologio sia caduto successivamente; del resto è anomala la posizione del cinturino rispetto a quella del corpo così come quella del quadrante dell’orologio. È altamente plausibile che la lesione N e la lesione O non si siano prodotte al momento dell’urto finale dell’arto superiore con la superficie dorsale, e se questa è un ovvietà per la lesione N, visto che è sulla superficie volare, di non dissimile chiarezza è la spiegazione per lesione O; in effetti, se questa lesività si fosse prodotta con l’urto finale del braccio, intanto le lesioni avrebbero dovuto avere caratteristiche cromatiche e demarcazione molto più blanda rispetto a quella risultata, basti paragonare queste due lesioni (N e O) con le ferite dello stesso distretto controlaterale, ossia quelle della superficie volare dell’avambraccio destro (S e T) che risultano molto meno marcate nonostante questa parte del corpo abbia battuto al suolo al momento del impatto primario (ossia quello dotato di maggiore energia e quindi maggiore vis lesiva), e questo grazie alla presenza della manica della camicia che ha “protetto” la cute). Pensare poi che possa essere stato l’orologio al momento dell’urto a terra è del tutto inverosimile perché se fosse stato l’orologio, due sarebbero potute essere le possibilità (entrambe da scartare): a) se l’orologio fosse stato indossato sotto il polsino della camicia, ossia posto a contatto diretto con la pelle, sarebbe stato possibile darsi una spiegazione per la lesione O, ma non la N, restando comunque inspiegabile come mai l’orologio non sia rimasto trattenuto nella manica della camicia da dove credo non sarebbe potuto uscire (tanto più che la mano quando urta a terra non si muove più fino alla ripresa dei successivi movimenti, ma questi non possono certo giustificare il ritrovamento del quadrante e del cinturino in posti così distanti); se invece l’orologio fosse stato indossato esternamente all’indumento, intanto credo si potesse quanto meno intravedere dal filmato (orologio con quadrante e cinturino scuro su camicia bianca, un contrasto evidente) e poi lo stesso sarebbe rimasto comunque a contrasto tra selciato e braccio (per lo stesso motivo sopra addotto).

Con ogni probabilità (molto più attendibile di quella descritta dai CCTT dei PM) queste lesioni (N e O), così come la lesione Q sono originate in un frangente antecedente la caduta, quale conseguenza di una stretta presa al polso quando l’orologio era ancora indossato.

Per quanto riguarda l’escoriazione del ginocchio destro (Y), richiamo brevemente in nota quanto già detto a pagina 9.

Restano l’alone ecchimotico con area escoriata figurata della faccia mediale della coscia destra (X) e l’alone ecchimotico del terzo distale della faccia mediale della gamba destra (Z), entrambe mai menzionate nella ricostruzione della dinamica, neanche da ultimo a pagina 166 della relazione: “ La presenza quindi di strappi alla camicia anteriormente con sottostanti escoriazioni superficiali, così come di escoriazioni e ecchimosi lievi in regione ascellare e alla superficie anteriore delle braccia, di escoriazioni alle ginocchia e alla punta delle scarpe, e di escoriazioni al volto riconducibili forse all’urto contro spigoli (strutture lineari della finestra, del davanzale…), è suggestiva di un dibattersi o di uno sforzarsi/strisciarsi della parte anteriore del corpo contro le strutture della finestra e del muro esterno”.

A questo punto, nel riportarmi a quanto correttamente scritto dai consulenti del PM circa i limiti della scienza nei casi di precipitazione circa la aspecificità diagnostica delle lesioni conseguenti ad impatto a terra fra omicidio, suicidio ed evento accidentale, non si può che sottolineare, in effetti, quella che è l’importanza sia dei dati circostanziali che di una dettagliata indagine sul cadavere. Ma, all’esito di tutto l’operato, i consulenti del PM sposano l’ipotesi del suicidio facendo riferimento al precedente autolesionismo (ma quante persone compiono questo gesto che resta isolato?) e ai tre biglietti ritrovati la sera del decesso e ritenuti essere di commiato, ritenendo altresì non chiaramente indicative dell’intervento da parte di terzi le lesioni sul corpo del Rossi, avvalorando il tutto anche per il mancato ritrovamento di DNA di terze persone sotto le unghie del Rossi medesimo.

Riguardo gli elementi che possano indicare una palese colluttazione (dalle impronte digitate da afferramento sul corpo, a lesioni contusive o materiale subungueale che riporta la presenza di DNA di terze persone non spiegabile in altro modo), l’unico riscontro, in negativo, è l’assenza di reperimento di materiale genetico sotto le unghie, ma si badi bene non perché non potrebbe essercene stato, ma perché non è stato possibile repertarlo a distanza di tre anni. Per quanto riguarda poi le altre due tipologie di lesioni, credo che, se da una parte possa essere ipotizzato che le escoriazioni al volto possano essere riconducibili “forse” all’urto contro spigoli (strutture lineari della finestra, del davanzale…), per un suggestivo dibattersi o di uno sforzarsi/strisciarsi della parte anteriore del corpo contro le strutture della finestra e del muro esterno, non può, allo stesso tempo, essere escluso:

- che con un azione a sorpresa e forzosa il Rossi possa essere stato aggredito con calci (alla regione genitale cosicché si spiegherebbe la lesione X alla coscia destra) e pugni e/o ancora calci all’addome (spiegazione delle lesioni G e H), così da lasciarlo tramortito;

- che in conseguenza di tanto possa essere stato afferrato e fatto passare al di fuori dalla finestra in posizione pressoché prona e con i piedi rivolti verso la finestra, senza che potesse invocare aiuto per lo stato di ottundimento in cui versava nel frangente;

- che tale azione possa essere stata condotta da più persone (almeno due);

- che nella fase della defenestrazione il ROSSI ha potuto urtare il volto contro le medesime strutture della finestra procurandosi le lesioni poi riscontrate (A, C, D, e F); lesioni che alternativamente potrebbero essere state prodotte in un frangente precedente per azione diretta da parte di aggressori, sempre nell’ambito di azione di afferramento;

- che in una siffatta dinamica la presa ultima del corpo può essere stata il polso sinistro, circostanza quest’ultima che spiegherebbe bene: la genesi delle lesioni escoriate N, O e la lesione ecchimotica Q, quale conseguenza di una stretta/presa violenta del polso; il contestuale strappo dell’orologio dal polso medesimo (oggetto fatto poi cadere in un secondo momento); il leggero sbilanciamento del peso del corpo verso destra, che lo ha fatto arrivare a terra impattando maggiormente su questo lato; la posizione dell’arto superiore sinistro che resta elevato in caduta, mentre il destro era disteso lungo il corpo.

Azioni e movimenti del corpo nell’ambito di un “travaglio” quale quello proposto dai consulenti del PM che possano giustificare siffatte ubicazioni e lesività non possono però conseguire che all’assunzione di posizioni anomale del corpo (anche estreme). Resta ancor più difficile ipotizzare come in un siffatto scenario possano essersi prodotte anche le lesioni N, O e Q del polso sinistro.

Si legge a pagina 38 della relazione ZAVATTARO-CATTANEO “la prima (l’ipotesi di omicidio ndr) prevede che il Rossi sia stato spinto/forzato a cadere dalla finestra, e che questi atti, resi ancora più disparati dal tentativo di salvarsi e di vincolarsi, e magari anche l’aggrapparsi alle strutture della finestra e poi da lì cadere, abbiano portato agli urti contro le superfici delle strutture della finestra e del muro”. Detta ipotesi “non si può escludere in assoluto in base agli elementi medico legali (anche se gli accertamenti tecnici sulla finestra dell’ufficio del Rossi, contenuti nella prima parte della relazione, la rappresentano come impossibile, ndr), tuttavia non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino: non vi sono segni chiaramente attribuibili a terze persone (lesioni formate, DNA di terzi”.

Quanto sopra trova la sua smentita in dette considerazioni incontestabili:

1. Le lesioni frontali NON sono compatibili con la caduta e quindi antecedenti la stessa.

2. Gli accertamenti tecnici sulla finestra e la relativa simulazione con il Vigile di Fuoco (che simulazione NON è!) così come anche riferito dalla stessa CT dr.ssa CATTANEO non sarebbero dirimenti. A dover di verità un dato se non è dirimente non lo è sia in un senso che nell’altro, risultando mera presunzione ogni diversa qualificazione ad esso attribuita

3. Risibile come la mancanza del DNA (ricercato – e solo su richiesta delle parti – dopo oltre 3 anni!) venga considerato elemento dirimente a giustificare una chiara ed evidente mancanza di terzi alla condotta dei quali ricondurre la precipitazione del ROSSI. Sul punto senza tediare codesto GIP lo scrivente procuratore si riporta alle precise e puntuali osservazioni del proprio CT dott.ssa Marina BALDI (doc. 4) che dichiara “la sera in cui si è verificato l’evento pioveva. Non era una pioggia torrenziale, ma, come recita la CT medicolegale del Prof. Gabbrielli “Era in atto una leggera pioggia”. Ciò sta a significare che il corpo di Davi Rossi, è rimasto esposto alla pioggia per alcune ore, dalle 20 circa (l’orologio reperito accanto al corpo aveva la lancetta delle ore ferma tra le 8 e le 9 che corrisponderebbe al fatto che l’orologio interno della telecamera di sorveglianza fosse sfalsata di circa 35-40 minuti) ad ALMENO le 22,30, ora in cui è iniziato il sopralluogo, come risulta dai verbali, con l’ispezione del corpo, che “giaceva supino sul selciato”, con il volto rivolto verso l’alto. Viene osservato anche che “Il cadavere indossava indumenti bagnati”. Questa prima osservazione non è di banale importanza: le tracce biologiche estranee che si possono depositare nel corso di una colluttazione, o tramite percosse perpetrate a mani nude sulla cute di un individuo sono decisamente esigue. Infatti, a meno che un eventuale aggressore non abbia ferite sanguinanti, nel qual caso il deposito di cellule nucleate è cospicuo, il contatto tra superfici rilascia piccoli quantitativi di DNA, che variano, oltre per le modalità di deposizione, anche per caratteristiche peculiari del soggetto, essendoci una grande variabilità individuale tra chi rilascia cellule epiteliali con facilità e chi, invece, ne rilascia pochissime. E’ quindi evidente che in ogni caso, il quantitativo di cellule nucleate, ipotizzando una aggressione con percosse, non avrebbe potuto essere cospicuo. La permanenza del cadavere alla pioggia per quel lungo periodo temporale, con il viso rivolto verso l’altro, potrebbe aver dilavato le ferite del Rossi, rendendo di fatto impossibile reperire DNA estraneo che invece poteva essere presente”. Ed ancora “Lo stato di conservazione della salma, descritto in sede di operazioni peritali in data 22 aprile 2016, non ha consentito di valutare le lesioni che erano state evidenziate nell’autopsia eseguita dal Prof. Gabbrielli, all’epoca dei fatti. I prelievi sono quindi stati eseguiti seguendo uno schema corporeo fornito dal Professore nel corso della autopsia eseguita in data 7 marzo 2013, essendo questa l’unica possibilità che si rendeva attuabile in questa circostanza, a causa della decomposizione della salma. Anche questo dettaglio non può essere tralasciato. Il fatto di non avere riscontrato DNA estraneo non deve stupire. Risulta infatti evidente che in molte delle tamponature eseguite sulla salma, non hanno consentito nemmeno l’individuazione del DNA del Rossi, nonostante si trattasse di tamponature effettuate sulla cute dello stesso, quindi con una quantitativo di materiale biologico, a causa dello stato di decomposizione che risultava, come è ovvio, in stato molto avanzato. Ad esempio delle tamponature effettuate sul viso, identificate con le sigle da L ad O, solo una ha consentito di estrapolare il profilo della vittima”.

4. Alle ore 20:16 (come già ampiamente esposto e dimostrato) terzi hanno utilizzato il cellulare del ROSSI. Da qui anche le non rilavanti considerazioni dei consulenti ZAVATTARO-CATTANEO fatte proprie dalla Procura circa la non compatibilità di una colluttazione con lo stato di ordine dell’ufficio di David. Infatti, chiunque (e probabilmente proprio colui o coloro che alle 20:16 hanno utilizzato il cellulare del ROSSI) ha potuto – con la tranquillità ed il tempo necessario riordinare la stanza. All’uopo non si dimentichi che la sig.ra Lorenza BONDI sentita per ben due volte a SIT (il 07.03.2013 vgs. pagina 27 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44 e il 18.01.2016 vgs. pagina 216 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44 ) confermerà che uscendo tra le ore 20:00 (seconde SIT) e le 20:05 (prime SIT) passando avanti l’ufficio del ROSSI “l’uscio era aperto e la luce accesa ma all’interno nessuno” mentre la Chiara GALGANI escussa a SIT l’11.03.2013 (vgs. pagina 118 del fascicolo RGNR 962/2013 mod.44) riferirà di essere uscita tra le 19:20 e le 19:30 circa e “per uscire sono passata davanti alla porta del ROSSI e notai che la porta era chiusa”. Il Giancarlo FILIPPONE (escusso SIT per ben 3 volte) riferirà che alle 20:30/20:35 circa “l’ufficio di David era chiuso” (vgs pag. 219 del fascicolo RGNR 8636/2015 mod.44 SIT del 18.01.2016). Gli inquirenti non hanno affatto considerato che poco prima della precipitazione (come riferito dalla Galgani) l’ufficio di David fosse chiuso, che alle ore 20:00 circa (quando ROSSI era già precipitato) come riferito dalla BONDI la porta dell’ufficio di ROSSI era aperta e con luce accesa e che alle ore 20:30 circa (quando ROSSI era già precipitato) come riferito dal FILIPPONE la porta dell’ufficio di David era chiusa e con luce accesa. La puntuale dichiarazione sulla circostanza dei sommari informatori unitamente alle risultanze dei tabulati cosi come agli atti prova oltre l’ogni ragionevole dubbio che qualcuno quando il ROSSI era precipitato è entrato nella sua stanza avendo interesse a farlo tanto che è stato utilizzato il suo telefono!

Pertanto, alla luce di queste prove e dati certi appare molto più probabile l’ipotesi omicidiaria rispetto a quella suicidiaria la quale si reggerebbe solo ed esclusivamente sulle valutazioni dei biglietti relativamente al significato dei quali ritiene lo scrivente procuratore di aver già dato ampia ed esaustiva descrizione (all’uopo vgs. relazione della Dr.ssa Francesca DE RINALDIS- doc. 3). La richiesta di Archiviazione prende spunto dagli accertamenti tecnici condotti nella prima indagine e dunque, dai riscontri riportati nella prima richiesta di archiviazione dell’agosto 2013, che è integralmente riportata.

Al fine di un’evidenza psicologico-forense, si prendono in considerazione alcuni passaggi significativi che vengono riportati nella richiesta di archiviazione dai quali è possibile desumere spunti interpretativi che ancora una volta evidenziano la mancanza di oggettività e di interpretazione univoca di quello che invece è stato posto come fondamento di certezza investigativa.

In particolare:

- a pag. 4 della Richiesta di Archiviazione, riportando la vecchia Richiesta di Archiviazione del 2013, si legge: “In sostanza, nella mente del Rossi nelle ultime settimane si erano create due forti ossessioni: - la prima quella di non essere in grado di gestire il ruolo che pure, anche il nuovo managment, gli aveva confermato ed anzi potenziato; e ciò perché il momento che stava vivendo era molto critico essendo necessario ricostruire attraverso la giusta comunicazione l’immagine dell’Istituto bancario, fortemente compromessa da mesi; - la seconda quella che la sua datata amicizia con il principale indagato nell’indagine MPS lo avrebbe portato addirittura ad un coinvolgimento diretto nella vicenda, ad essere intercettato financo di essere arrestato;” Scriverà al riguardo la CTP Dott.ssa DE RINALDIS (vgs. doc. 3) di cui si riporta un estratto

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La condizione descritta è certamente sintomatica di un quadro di tensione psichica e preoccupazione, e seppur suggestiva, non è per questo giustificativa di una scelta drastica come il suicidio. L’insofferenza e le difficoltà collegate al contesto lavorativo e al peso emotivo che questo comportava, potevano certamente essere elaborate da Rossi attraverso soluzioni alternative che potevano ad esempio concretizzarsi attraverso la scelta di una dimissione. Pertanto l’abbandono del contesto lavorativo e della difficoltà esistenziale ad esso correlato, non necessariamente correlano a senso unico con una scelta suicidaria, laddove un’uscita di scena può coincidere ance con la decisione di dimettersi.

Non era la prima volta che Rossi si trovava a vivere un contesto di disagio con senso di fallimento in contesto lavorativo: già in precedenza, prima dell’ingresso in MPS del 2006, egli aveva intrapreso percorsi professionali che si erano rivelati fallimentari, deludenti. In quei percorsi Rossi aveva profuso energie, risorse, aspettative che pure si sono rivelate essere fallimentari. In tali frangenti Rossi ha sempre dimostrato di possedere le risorse per rimettere in discussione sé stesso e ripartire con nuove energie in altri percorsi. La sua vena creativa lo rendeva eclettico, modellabile, non rigido certamente, e dunque gli avrebbe permesso ora, come nel passato, di attingere a risorse e competenze per ripartire.

In qualità di Consulente Tecnico di Parte, in un colloquio avuto personalmente con i familiari di Rossi, e nello specifico con il fratello Ranieri e con la madre, gli stessi riferendomi dei suoi primi passi i MPS, raccontano di come la scelta di intraprendere tale strada professionale avesse inizialmente incontrato i timori del padre di Rossi che lo avrebbe invitato a riflettere circa le garanzie professionali di tale scelta. Raccontano i familiari di Rossi che egli si rivolse al padre, fermo nella sua scelta, rassicurandolo, dicendogli: “Non mi preoccupo se le cose dovessero non andare bene in MPS, sono sicuro che certamente mi metterò a fare qualcos’altro!”.

Da tale affermazione del Rossi è deducibile la sua capacità di attingere alla risorse per fronteggiare i problemi, sorretta da spirito di adattabilità e desiderio di mettersi in gioco, sempre! Val la pena infatti sottolineare come Rossi, pur in una condizione di stress non fosse mai, nemmeno nell’ultimo periodo, venuto meno all’onorare i suoi impegni e le sue responsabilità professionali. Il piano del rendimento lavorativo era rimasto invariato. Anzi, erano proiettate alla progettualità futura: prima fra tutte, la partecipazione alla conferenza stampa del 7 marzo 2013, giorno successivo alla sua morte, a Firenze!

A tal riguardo si riporta uno stralcio significativo delle SIT di Galgani Chiara, che dal 2006 conosceva il Rossi e con il quale collaborava in maniera diretta.

Afferma la Galgani che intorno alle 17.37 del 6.03.2013, telefona al Rossi per chiedere la disponibilità di un colloquio finalizzato alla discussione di aspetti lavorativi tra cui quelli relativi all’evento del 7 marzo a Firenze. “Rossi al telefono si disse disponibile ad incontrarci”, afferma la Galgani nelle SIT dell’11.03.2013, e ancora: “Io gli sottoposi delle domande di lavoro, lui mi rispose in maniera puntuale e precisa; notai che le sue risposte erano puntuali, anche se talora, terminato di rispondermi si rivolgeva verso il suo pc”.

Le affermazioni della Galgani denotano come il Rossi, a distanza di appena due ore dalla sua precipitazione, mantenga un costante atteggiamento di attenzione ed assolvimento del dovere lavorativo. Il suo stesso essere distratto dal guardare verso il pc si colloca come atteggiamento “normale” all’interno del contesto nel quale avviene: Rossi, sotto la forte pressione lavorativa del periodo, era preso a monitorare costantemente la fuoriuscita di nuove notizie relative alla Banca MPS.

- Le SIT di Ciani Carla Lucia:

Val la pena spendere ancora qualche parola in merito alla tensione psichica vissuta dal Rossi negli ultimi giorni della sua vita, e ancora una volta lo si fa attenendosi a spunti offerti dalla richiesta di archiviazione che rifacendosi alla precedente richiesta di archiviazione del 2013, che riporta per intero, pone ancora una volta in evidenza le SIT della Sig.ra Ciani Carla Lucia, consulente aziendale– coach che ha avuto modo di dialogare con David Rossi nelle date del 30.01.2013 e 06.03.2013.

Il Rossi aveva mostrato gradimento verso le decisioni dell’azienda ad essere inserito in un gruppo di coaching, di solito riservato alle élite dell’azienda stessa. La Ciani aveva appreso del gradimento di Rossi dal Dott. Viola a seguito di un loro incontro a Milano in data 11.02.2013. È Rossi a chiedere alla Ciani che il loro incontro concordato per la mattina del 6.03.2013, avvenga presso il suo ufficio (pag. 5 della Richiesta di archiviazione: “(…) fissammo l’incontro per il 06.03.2013 presso l’ufficio dello stesso Dott. Rossi: sede che fu scelta dallo stesso Rossi avendo io dato indicazione che l’incontro poteva essere svolto anche lì o anche in altri luoghi (…)”).

La decisione di Rossi di fissare l’appuntamento di coaching nel suo ufficio, è ulteriormente indicativo del fatto che egli, nel suo ufficio, si sentisse a proprio agio, sereno, pronto ad aprirsi, come di fatto poi avvenuto nel colloquio con la Ciani (9.30-12.00).

Certamente il quadro psichico derivante dalle SIT della Sig.ra Ciani, relativo al Rossi riguarda una persona in forte stato di tensione emotiva e pervasa da un senso di disgrazia imminente, che ben si presta quale interpretazione suggestiva per una prodromica preparazione al suicidio. Tanto è vero che la Procura riporta ad integrum tali SIT quale dimostrazione della predisposizione suicida del Rossi.

Vanno però fatte delle dovute precisazioni critiche rispetto alla lettura dell’emotività del Rossi in relazione al colloquio con la Ciani, che ancora una volta, offrono spunti di riflessione che ci fanno conoscere aspetti ed attitudini comportamentali diversi del Rossi, rispetto alla visione pregiudizievole costruita in corso di indagine sul medesimo.

Infatti, la Ciani parla di un David Rossi, “riservato”, non era infatti mistero per nessuno che egli fosse una persona riservata rispetto alle persone con le quali non condivideva rapporti amicali intesi in senso stretto.

Il suo essere riservato non lo qualifica comunque come persona “chiusa” o non predisposta ad aprirsi/esprimere sé stesso, ciò in constatazione di due evidenze:

1. Prima che giornalista Rossi è un’artista, una persona che ha fatto dell’arte e dell’espressione artistica identificata nella scrittura, nella pittura, nel disegno, il suo mezzo di espressione verso il mondo. Tutto ciò che non viene veicolato nel verbale vive attraverso la creazione pratica ed artistica per Rossi. Ciò è indicativo della sua normale ed innata predisposizione introspettiva e dunque di contatto con la propria emotività che viene attraverso tali canali espressa ed agita. Una persona che ha un facile accesso al proprio mondo interno e al proprio vissuto emotivo, non è certamente una buona candidata ad una condotta suicidaria;

2. Rossi si lascia andare ad aprirsi in maniera spontanea ed immediata con la stessa Ciani, che vede per la seconda volta nel corso di tutta la sua esistenza e con la quale non ha ancora instaurato rapporti confidenziali, lasciandosi a raccontare e condividere il proprio vissuto emotivo. Si trattiene a parlare di sé, dei suoi sentimenti, non ha fretta di concludere il colloquio. Una persona, come dimostra in tale frangente di essere come appunto il Rossi, in grado di entrare in contatto con i propri contenuti angosciosi e di esprimerli è certamente una persona che non agisce azioni difensive verso il proprio mondo interno, capace di guardare alla sua angoscia reagendo.

Ciò lo rende allo stesso modo, una personalità non candidabile al suicidio.

La Ciani appare inoltre colpita dal fatto che Rossi fosse distratto dal cellulare, ma ricordiamo che tale osservazione ha fondamento oggettivo di essere, dato dal fatto da un lato, che fosse in uno stato di preoccupazione per la salute della moglie e dall’altro lato, che fosse normale, in orario lavorativo, e nello specifico relativo alle mansioni di Rossi, tenere sotto controllo il telefono, la ricezione di mail ed sms di aggiornamento ad esempio rispetto alle notizie.

Un dato dunque, quello della distraibilità verso il telefono che non concerta e che anzi si inserisce in un quadro di “norma” rispetto quanto ci si possa attendere dal Rossi in quel dato frangente.

Ulteriore errore di definizione della personalità del Rossi è commessa dalla Ciani nell’affermare che in Rossi “non c’era più un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita”.

Al contrario, infatti, il Rossi teneva nettamente separati i due ambiti, al punto che la sua vita privata non aveva accesso al contesto lavorativo: il suo stesso ufficio non riportava tracce di sé, della sua famiglia che si potessero palesare in foto alle pareti o ad oggetti collegati ad affetti personali; continuava a coltivare le sue passioni, come quella per la Contrada della Lupa e a coltivare il suo giro di amicizie e di affetti familiari, al di fuori del contesto lavorativo.

Ancora la Ciani descrive il Rossi come qualcuno che fino a quel momento fosse stato “beneficiato da una sorta di iper-protezione” da parte dell’azienda dipingendo un quadro personologico che non appartiene di fatto al Rossi medesimo. Infatti tale affermazione della Ciani, lo vorrebbe come una persona che ha goduto di agevolazioni e facilitazioni sulle quali si è adagiato.

La storia di vita personale e professionale di Rossi, desunta dai colloqui con i familiari, lo vuole invece come una persona attenta, capace e diligente sul lavoro, scelto proprio per le capacità che nel tempo ha saputo dimostrare e che gli hanno fatto guadagnare fiducia e stima. Si è sempre contraddistinto per la sua intraprendenza, per la sua caparbietà e capacità di fare fronte allo stress e alle difficoltà operando sempre in direzione della “soluzione dei problemi”. Dunque, non certamente una persona che si adagia, bensì un punto di riferimento egli stesso per l’altro.

Quindi, quanto dedotto rispetto al profilo di personalità del Rossi, dalle SIT della Ciani, riportate integralmente nel ricorso, appare filtrato in primis da una percezione soggettiva della medesima e in seconda istanza superficiale: la Ciani non può delineare un quadro personologico del Rossi per ovvie ragioni date dal fatto che non è un professionista abilitato a deduzioni cliniche e ha una conoscenza superficiale del Rossi circoscritta a due singoli incontri.

È opportuno fare una riflessione a parte rispetto a quello che la Ciani definisce, rivolgendosi alla perquisizione subita dal Rossi in data 19.02.2013, un “dramma”.

Ad onore del vero non è un mistero, e lo stesso Rossi non lo ha mai trattato come tale, che la perquisizione subita abbia avuto un duro impatto sul suo assetto emotivo. Era a conoscenza di tutti, poiché gliene parlava apertamente, che tale evento lo avesse fortemente scosso.

Tale evento che è stato preso quale incipit del disagio esistenziale del Rossi, trova però una chiave di lettura che fin qui non è stata presa in considerazione:

la circostanza lo ha sconvolto, ma non travolto, nel senso che Rossi non si sottrae al suo dovere professionale e non viene mai meno ad una elaborazione emotiva cosciente del fatto stesso che si rivela proprio nella sua attitudine comportamentale a voler condividere con gli altri il disagio vissuto.

Inoltre egli non si sofferma a vivere passivamente, con senso di impotenza e perdizione l’accaduto, cerca anzi di reagire positivamente attivandosi alla ricerca di soluzioni. Quella che è un’azione subita, seppur portatrice di tensione e preoccupazione, diviene al tempo stesso stimolo per tentare una riparazione attiva.

Per spiegare e rendere chiaro quanto appena affermato si deve, però, necessariamente fare riferimento allo scambio di e-mail con il Dott. Viola.

Analisi del contenuto delle mail scambiate con il Dott. Viola il giorno 4.03.2013: si riporta lo scambio di e-mail tra il Dott. Viola e Rossi del 4.03.2013:

La prima mail è quella delle 9.25 che Viola invia a Rossi, dunque è Viola a contattare per primo il Rossi che per altro, con la sua risposta “ma non eri a Dubai?” sembra quasi stupito della richiesta di Viola che lo invita a parlare della vicenda Mutui Prato. Anzi, è lo stesso Viola che, rispondendo “Si ma c’è il telefono”, esorta Rossi a continuare la conversazione.

Emerge per altro dall’analisi dei tabulati telefonici, che Rossi e Viola abbiano avuto una conversazione telefonica quella mattina contestualmente a questo primo scambio di mail, circostanza che però lo stesso Viola, nelle SIT del 21.03.2013, afferma di non ricordare (“Non sono in grado di dire se ci sentimmo per telefono subito dopo questa mail delle ore 9.24 (…) Non ricordo di aver parlato telefonicamente con Rossi prima dell’invio di queste ultime mail che mi vengono mostrate (quelle delle 13.09) (…) Ribadisco che la telefonata se c’è stata, è successiva a queste mail che mi vengono mostrate”).

Non emerge un vissuto depressivo e di resa da parte di Rossi nei confronti di una situazione vissuta come schiacciante e dominante, non appare come una situazione nella quale egli si sentisse intrappolato, senza via di fuga, anzi emerge con chiarezza da parte sua l’intenzione di una partecipazione attiva, di un ruolo propositivo nel volersi mettere in gioco nella definizione del suo ruolo e della sua persona, che si palesa nella richiesta di andare a parlare con i Magistrati. Dunque non si evidenzia nelle mail da parte di Rossi un appello accorato di aiuto, né il senso delle mail medesime si limita ad una confidenza di uno stato emotivo di sofferenza, passività, bensì si evidenzia dinamicità, movimento di intenti e progettualità futura. E ancora, si manifesta l’urgenza del volersi mettere in gioco in assenza di vissuti di colpa, sconfitta, sopraffazione: Rossi vuole assumersi il ruolo di colui che esponendosi, potrebbe aiutare anzi tutti!

È semmai, lo stesso destinatario di tale motivazione di intenti, il Dott. Viola, a far desistere Rossi, dalla volontà di andare a “raccontare, spiegare, esprimere la sua persona ed il suo ruolo”.

Significativa è anche l’ultima mail che Rossi invia a Viola il 4.03.2013 alle ore 17:12:

“In effetti, ripensandoci, sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura… Ciao David”.

Rossi pare aver fatto una riflessione attorno ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti, che va nel verso della razionalizzazione. Egli mostra dunque, seppur in un periodo che genera stress e tensione continua, di saper riflettere su se stesso e fare ordine nei suoi pensieri in modo lucido, ordinato, consapevole. La chiarezza e la sicurezza maturate, lo portano dunque a voler concludere la conversazione con Viola, salutando e firmandosi, come a voler dire che la questione per lui è risolta, chiara, chiusa.

La conversazione tra Viola a Rossi, tuttavia, appare raccontare molto di più di quello che si legge, è opportuno prestare attenzione ad alcuni particolari:

nella mail delle 01:09 PM di Rossi a Viola, si legge: “Ti posso mandare una mail su quel tema di stamani? È urgente. Domani potrebbe già essere troppo tardi”.

Quale è “il tema di stamani”? la questione Mutui Prato per la quale Viola ha contattato Rossi, oppure qualcosa che attiene ad un contenuto relativo alla telefonata della mattina della quale non si conosce il contenuto?

E ancora, “domani”, è un modo di dire generico che rimanda all’urgenza generale della vicenda nella quale è coinvolta la Banca al momento, oppure rimanda ad una contingenza specifica di un fatto che realmente sarebbe accaduto l’indomani e del quale il Rossi era stato messo a conoscenza?

I dubbi e lo stesso ragionamento appena fatto, sul significato del termine “domani”, si rafforzano dalla lettura della mail che Viola invia a Rossi alle 14.24: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere”.

Certamente, tali circostanze meritano di essere approfondite. Nello specifico, rifacendoci alle SIT della Sig.ra Galgani Chiara dell’11.03.2013, la medesima riferisce.

La Galgani dunque fa riferimento ad una perquisizione del giorno 5.03.2013 a carico di due consiglieri del Cda, dunque il giorno dopo, (“domani”) lo scambio di mail tra Viola e Rossi. Allo stesso modo la Galgani afferma che il Rossi non ne fosse particolarmente turbato o sconvolto.

E ancora, occorre fare attenzione alla mail che alle 15:11:13, Rossi invia a Viola: “Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l’altro giorno”.

Cosa aveva spaventato Rossi l’atro giorno? Certamente “l’altro giorno” rimanda ad una dimensione temporale non facilmente ascrivibile ad una data precisa, ma tuttavia ravvicinata nel tempo, prossima allo scambio delle mail.

La cosa che ha spaventato Rossi potrebbe essere pertanto quella “cazzata” che egli afferma di aver fatto e per la quale si era mostrato agitato, preoccupato.

Tuttavia, a fronte degli ennesimi tanti, troppi interrogativi e dubbi, sarebbe stato opportuno, e lo è oltremodo ora, indagare verso la comprensione di tali circostanze che sono rimaste inesplorate e che chiarirebbero sia la comprensione dello stato d’animo e delle intenzioni del Rossi, che l’autenticità delle dinamiche relazionali tra egli ed i suoi interlocutori nell’ultimo periodo della sua vita.

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Di rilievo anche alcune osservazioni sulla metodologia delle campionature.

Così come puntualmente descritto nella relazione a firma del CTP dott.ssa Fabrizia Fabrizi de Biani (doc. 5) si rileva come la consulenza fornita dal Dr. Casamassima, richiesta dal Ten. Col. Davide Zavattaro in qualità di consulente del P. M. Fabio Maria Gliozzi, riguarda l’analisi di campioni provenienti dal muro esterno sottostante la finestra dalla quale è avvenuta la caduta di David Rossi.

L’analisi è stata condotta tramite microspettrometria FTIR. La relazione riporta le immagini e la descrizione solo di alcuni dei campioni prelevati (campioni 2, 3 e 9) le cui immagini al microscopio sono riportate nella relazione stessa insieme alla descrizione dei punti specifici che sono stati analizzati. Sono stati analizzati con lo stesso metodo anche due campioni indicati come “tomaia di scarpa” (in pelle), utilizzati come confronto. Lo scopo dell’analisi infatti è quello di identificare tracce delle scarpe di David Rossi, per verificare se le abrasioni visibili sulle stesse siano state prodotte dallo sfregamento contro il muro al di sotto della finestra. Secondo le conclusioni cui si giunge attraverso le analisi così descritte una parte del materiale analizzato è un miscuglio di silicati e di materiale di natura proteica, compatibile anche con il materiale delle tomaie di scarpa. Viene aggiunto inoltre che analisi più accurate ed esplicative sarebbero possibili solo con un termine di paragone certo.

Considerazioni preliminari.

La prima considerazione, di carattere principalmente logico, riguarda la decisione di usare campioni di riferimento ragionevoli, ma pur sempre arbitrari: la tomaia è la parte superiore di una scarpa, ma non è questa la parte abrasa nelle scarpe di David Rossi, identificabile invece nella giunzione tra prima e seconda suola (Fig. 1)

Questa parte è spesso in cuoio, ma non è raro che sia in gomma e non è stato chiarito di quale materiale fossero le scarpe in questione, attualmente non più disponibili, ma delle quali si poteva forse reperire lo stesso modello.

La seconda obbiezione, più rilevante, riguarda l‘assenza di un vero bianco nelle analisi prodotte: in presenza di presunti campioni positivi (i campioni di tomaia) mancano infatti campioni rappresentativi di un vero negativo, che nel caso specifico possono essere identificati solo da prelievi effettuati con modalità ed in condizioni le più possibili analoghe a quelli di interesse specifico, per esempio facendo prelievi sotto un’altra finestra, possibilmente alla stessa altezza e certamente dallo stesso lato dell’edificio di quella dell’ufficio di David Rossi.

Tale accortezza, come si vedrà, è tutt’altro che superflua, dato che il segnale FTIR che viene interpretato come compatibile con la traccia delle scarpe è sostanzialmente un segnale indicativo della presenza di materiale proteico, ubiquitario negli organismi viventi. E’ quindi necessario usare come confronto negativo (bianco) alcuni campioni prelevati da un muro nelle quali siano riprodotte il più fedelmente possibile (umidità, esposizione solare, altezza del muro al livello del prelievo, eventuale possibilità per un uccello di appoggiarsi sul davanzale) le condizioni che si hanno sotto la finestra dalla quale è avvenuta la caduta di David Rossi.

La tecnica analitica.

La spettroscopia FTIR è sicuramente una tecnica analitica molto potente e nel caso specifico della microspettromentria si ha la possibilità di analizzare separatamente la superficie (profondità dell’ordine di qualche decimo di micron) di regioni molto piccole di un campione (risoluzione dell’ordine di qualche micron). In generale, campioni anche molto complessi forniscono spesso spettri IR relativamente semplici e tuttavia ricchi di informazioni fornite dalle posizioni dei picchi, caratteristici dei gruppi funzionali (piccoli gruppi specifici di atomi legati tra loro) e relativamente sensibili all’intorno chimico, quindi alla presenza di gruppi funzionali vicini, oppure alla presenza di interazioni deboli e quindi capaci di dare talvolta informazioni anche strutturali. Tuttavia, all’aumentare della complessità di un campione e soprattutto in presenza di miscugli, buona parte di queste informazioni normalmente vengono perse a causa della sovrapposizione di molti segnali vicini.

Nel caso specifico, i campioni, per quanto analizzati puntualmente (su microregioni) sono senz’altro per loro stessa natura costituiti da un miscuglio di specie chimiche.

Inoltre la spettroscopia FTIR delle proteine, specie chimiche molto complesse, richiede, per dare risultati altamente informativi, una specifica manipolazione del campione, che deve essere puro. Il gruppo peptidico, il gruppo ripetitivo che costituisce le proteine, produce fino a 9 bande: amide A e B, che possono essere coperte dal segnale dell’onnipresente acqua (un largo segnale nella regione 3600-3000 cm-1) e amide I-VII. Di queste ultime, la prima (1600-1700 cm-1, fig. 2) è quella maggiormente diagnostica, la seconda, sebbene più complessa da studiare, deve essere comunque almeno visibile, mentre la altre possono essere talvolta coperte da altri segnali.

Le analisi presentate nella relazione.

Nel caso presente l’analista rileva in alcune parti dei campioni (identificate come particelle “scure” e “verdi”) i picchi corrispondenti ai segnali amide I e amide II, li confronta visivamente con quelli analoghi individuati nei campioni “tomaia” e saggiamente rinuncia all’identificazione specifica della proteina maggiormente presente nella tomaia (collagene), limitandosi ad affermare che tali picchi indicano la presenza di materiale proteico. Successivamente il software di matching, in dotazione allo strumento, individua, tra una collezione di spettri presente in un database, quei composti che hanno spettri simili a quello registrato e che dovrebbero dare indicazioni riguardo la natura del materiale analizzato. Si ottiene così una lista di sostanze (di natura effettivamente proteica) che suggerisce di identificare il materiale come: lievito di birra, semi di ricino, semi di peperoncino, semi di mostarda, muco nasale, insetti schiacciati o, solo secondariamente, come pelo di capra o di volpe. Vedremo che non è casuale che le prime sostanze proposte siano sostanzialmente sempre di origine vegetale. I picchi residui (principalmente un largo picco centrato a 1000 cm-1), che non rientrano nel matching, vengono identificati attraverso una analoga procedura di matching come dovuti alla presenza di alluminosilicati.

L’analista succintamente conclude che la particelle sono costituite da un miscuglio di alluminosilicati e materiale proteico compatibile con i residui che potrebbe avere lasciato una scarpa.

Le analisi supplementari.

Avendo individuato nella mancanza di un “bianco” il difetto principale della procedura analitica, si è provveduto a raccogliere campioni dal muro sottostante la finestra della stanza accanto all’ufficio di David Rossi. Le finestre si trovano sostanzialmente nelle stesse condizioni di esposizione a luce ed umidità ed i campioni sono stati prelevati prendendo come riferimento per l’altezza il nastro adesivo residuo che era rimasto ad indicare uno dei punti del precedente prelievo poi sottoposto alla analisi qui commentata.

Nel nostro caso, gli spettri FTIR sono stati ottenuti con un comune FTIR- ATR (descritto successivamente), che ci ha permesso di analizzare i campioni tal quali, senza ulteriore manipolazione, ma che non concede la risoluzione spaziale della microspettrometria e che prevede lo schiacciamento delle particelle che sono pressate da una punta di diamante. Di conseguenza, non è stato possibile limitarsi ad analizzare solo la loro superficie e si sono conseguentemente ottenuti spettri nei quali la presenza di alluminosilicati è maggiormente evidente (fig. 3e), ma nei quali è pure del tutto evidente, di nuovo, la presenza di materiale proteico, come indicato dalla presenza dei picchi amide I e amide II a frequenze perfettamente sovrapponibili (Fig 3a, b) a quelle degli spettri presentati nella relazione del DR. Casamassima (Fig 3c).

Paradossalmente, si sarebbero quindi trovate tracce di materiale proteico compatibile con la tomaia di scarpe in pelle anche nei campioni prelevati sotto la finestra della stanza accanto all’ufficio di David.

Non potendo più supportare ragionevolmente l’ipotesi che di scarpe si potesse trattare, è stato necessario trovare un’altra spiegazione per la presenza di questo materiale proteico ed è sembrato opportuno esplorare l’ipotesi che si trattasse di materiale organico proveniente da muffe, licheni o funghi. In effetti, anche secondo la relazione che qui critichiamo, particelle “nere”, “scure” o “verdi” esaminate nei precedenti campioni presentano tutte indistintamente il segnale proteico, il che supporta l’origine vegetale di tale segnale, piuttosto che il fatto che si tratti di tracce di pelle animale.

Una rapida ricerca su internet ci ha permesso di individuare uno spettro sorprendentemente simile a quelli registrati nel corso delle analisi del Dr. Casamassima (fig. 3d), presentato dal Museum of Fine Arts di Boston come lo spettro di una generica muffa (unidentified mold).

E’ da segnalare inoltre che la banda amide I degli spettri prelevati dal muro sotto entrambi gli uffici, così come quella dello spettro della muffa trovata come riferimento, è preceduta da un piccolo segnale a 1740 cm-1 dovuto alle catene laterali degli aminoacidi ed assente nello spettro della tomaia (collagene).

Alla luce di questi nuovi risultati, appare senz’altro più plausibile l’ipotesi che in entrambi i casi, ovvero nella precedente e nella nostra analisi, siano stati registrati gli spettri di una specie vegetale, consueta presenza sui muri di mattoni, piuttosto che le tracce di scarpe. Sembra sensato quindi concludere che la tecnica e la modalità di indagine utilizzata non possano fornire assolutamente alcuna indicazione riguardo la dinamica dell’evento che ha condotto alla morte di David Rossi, ogni diversa interpretazione dei risultati apparendo come una ingiustificata forzatura dei dati.

ULTERIORI CONSIDERAZIONI SULLA RELAZIONE DEI CC.TT. ZAVATTARO-CATTANEO

I. In diverse parti si nota che sia la dott.ssa Cattaneo utilizzi immagini dell’autopsia ma non quelle a maggior qualità e ad alta risoluzione della Polizia Scientifica acquisite a seguito di specifica richiesta del sottoscritto difensore e del Collega Goracci nell’aprile del 2016. Questo porta spesso ad interpretazioni ambigue e/o errate. In ogni caso è incomprensibile come mai in alcuni casi vengano usate le immagini della scientifica mentre in altri trascurate. Lesione U, in questo caso si sottolinea che l’immagine è di scarsa qualità concludendo che “i margini della lesione appaiono arrotondati… e ciò potrebbe suggerire una datazione maggiore rispetto agli eventi precedenti la morte”.  Al contrario se avessero utilizzate le immagini della scientifica prese nell’immediatezza (ore 11.30 del 6 Marzo 2013) si sarebbero accorti della presenza di sangue fresco all’interno del palmo della mano in corrispondenza della lesione. Questo suggerisce immediatamente che le lesività in oggetto è di natura recente. A parere di chi scrive è grave che pur avendo a disposizione foto di alta qualità (trasmesse una volta acquisite dal Collega Goracci via email a TUTTI i consulenti) vengano utilizzate per le comparazioni e/o descrizioni fotografie di scarsa qualità ottenute dalla stampa del fascicolo preesistente (RGNR 962/2013 mod.44).

II. La relazione inizia con una prolusione di carattere quasi filosofico che spiega quale sia l’approccio che il giudice deve tenere in casi dubbi, citando la relativa letteratura di riferimento (pag 5). Non è chiaro lo scopo di questa prolusione, viene citato un testo poco diffuso nelle aule di giustizia definendolo come di non facile lettura sia per la lingua (!) che per la densità di concetti che le rigorose formule matematiche: Fundamentals of Probability and Statistical Evidence in Criminal Proceedings Guidance for Judges, Lawyers, Forensic Scientists and Expert Witnesses. Colin Aitken, Paul Roberts, Graham Jackson; Royal Statistical Society. In questo lavoro viene illustrato il teorema di Bayes e la teoria secondo la quale si potrebbe applicare a livello legale per individuare le probabilità di colpevolezza. Tradotto in parole semplici (ed in italiano) ll teorema di Bayes (conosciuto anche come teorema della probabilità delle cause), proposto da Thomas Bayes deriva da due teoremi fondamentali: il teorema della probabilità composta e il teorema della probabilità assoluta. Viene impiegato per calcolare la probabilità di una causa che ha scatenato l'evento verificato. Per esempio si può calcolare la probabilità che una certa persona soffra della malattia per cui ha eseguito il test diagnostico (nel caso in cui questo sia risultato negativo) o viceversa non sia affetta da tale malattia (nel caso in cui il test sia risultato positivo), conoscendo la frequenza con cui si presenta la malattia e la percentuale di efficacia del test diagnostico. Formalmente il teorema di Bayes è valido in tutte le interpretazioni della probabilità. Modelli statistici di tipo bayesiano contengono caratteristiche aggiuntive, non presenti in altri tipi di tecniche statistiche, che richiedono una formulazione di un insieme di distribuzioni a priori per ogni parametro sconosciuto. Le distribuzioni a priori sono la parte predominante del modello statistico, come parte che esprime la distribuzione di probabilità delle osservazioni date nei parametri del modello. Le specifiche di un insieme di distribuzioni a priori per un problema potrebbe coinvolgere iperparametri e iperdistribuzioni a priori. Sono di fatto modelli matematici in cui si mettono dei numeri e da questo si ottiene probabilità maggiori o minori che un evento possa accadere, non è comprensibile come sia stato utilizzato nell’attuale contesto in cui le variabili indipendenti da considerare sono numerose e oltretutto nessuna di queste è traducibile in numeri.

La relazione ZAVATTARO-CATTANEO continua affermando che il testo non ha avuto la sperata diffusione nelle aule di giustizia, definendolo tuttavia una pietra miliare largamente utilizzata in molti paesi e utilizzata dal giudice per raggiungere una decisione. Quindi afferma di utilizzare l’approccio baynesiano definendolo come “unico strumento decisionale equilibrato e rigoroso” in quanto valuta sia gli elementi a favore dell’ipotesi difensiva sia quelli relativi a supporto all’ipotesi opposta. Aggiunge inoltre che in Italia al contrario di altri paesi vi è stata meno sensibilità (i soliti retrogradi gli italiani) e di conseguenza il percorso per un’adozione diffusa è più lento, pun non mancando sentenze di giudici ordinari e della Cassazione. Le sentenze sopra citate (Gip Gennari Tribunale Milano 18.05.2015) appare contrariamente al caso di specie si riferiscono ad una situazione ben precisa: probabilità di positività ad un test medico quindi ben traducibile in un numero. In questo caso avendo ben definito la variabile da inserire nel teorema ed essendo questa unica, è evidente che il teorema stesso possa trovare applicazione. Caso enormemente diverso quello in questione dove nessuna variabile può essere tradotta in un numero e dove le variabili da considerare sono praticamente infinite. Citare una sentenza e la relativa letteratura senza considerare i limiti applicativi del teorema di Bayes appare oltremodo “superficiale” e “suggestivo” di un voler giustificare in base a un modello matematico (non attuabile nel caso di specie!) le scelte e le considerazioni fatte.

III. Nella relazione ZAVATTARO-CATTANEO e così come anche nella richiesta di Archiviazione si afferma che David sia uscito spontaneamente calpestando lo zoccolo di legno della finestra (formando numerose schegge di legno) nonché i fili del davanzale esterno. Se così fosse dal momento che le scarpe erano imbrattate di materiale biancastro (come documentato da foto scientifica autopsia) questo dovrebbe ritrovarsi su davanzale interno/esterno ed in particolare sul montante della finestra in legno. Nella relazione si afferma che il legno è stato sbriciolato dall’azione delle scarpe; ebbene questa affermazione risulta incoerente con il fatto che essendo le stesse impregnate di materiale bianco sotto la suola non abbiano lasciato traccia alcuna. Perché tale materiale non si ritrova sul davanzale e sul legno e su nessuna altra struttura della finestra o sul fan coil davanti alla finestra?  Da queste fotografie si nota come nessun segno delle scarpe (sia di polvere bianca sia dei materiali neri pelle e cuoio) appare sulla finestra e sul fan coil sottostante. Si notano invece alcuni particolari importanti che contraddicono la versione secondo cui è salito in piedi sul davanzale. -Schegge di legno anche sul fan coil. - Due ammaccature evidenti nel montante - Presenza di una scheggia di legno nell’addome oltre che di altro materiale analogo a quello del davanzale -Presenza di schegge di legno anche sui pantaloni.

IV. CONSIDERAZIONI SU ANALISI MERCEOLOGICHE.

Tecnica analitica. La tecnica utilizzata a quanto si evince dalla relazione è la EDS (ENERGYGY DISPERSIVE X-RAY SPECTROSCOPY). L’analisi EDS, è una tecnica microanalitica mediante raggi X qualitativa e semiquantitativa che può fornire informazioni sulla composizione elementare di un campione. Le informazioni generate da analisi EDS può anche aiutare a identificare rivestimenti, e in alcuni casi, sostanze inorganiche estranee presenti in un campione. In parole semplici si rileva la % di atomi di un certo campione. Ovviamente in presenza di materia organica saranno preponderanti C, N, O. Utile per esempio per trovare tracce di metalli non tipici della materia organica. Si deve tenere presente che è un test qualitativo o al massimo semiquantitativo, infatti i tracciati riportano le sostanze in % relativa e non assoluta. Da notare anche che in presenza di quantità significative di analita si evidenziano picchi ben netti mentre quando l’analita stesso è poco si hanno tracciati di incerta interpretazioni. Quindi non tutti gli spettri EDX della relazione hanno stessa forza probatoria.

Criticità generiche della procedura. Per una corretta procedura analitica è particolarmente fondamentale la fase di raccolta e/o conservazione del campione. In questo caso sono emerse notevoli difficoltà in quanto dovendo analizzare tessuti in alterato stato di conservazione, oltretutto in un corpo che era stato lavato più volte, come emerge dalla relazione è ovvio che sia oltremodo difficoltoso fare prelievi esatti nei punti corrispondenti alle lesioni in quanto non visibili, si è proceduto quindi per approssimazione. Oltre a questo altri problemi di tipo preanalitico sono evidenti come citato nella relazione:

i) Inquinamento da metalli provenienti dalla cassa zincata

ii) Inquinamento da metalli presenti nel materiale utilizzato per la saldatura

iii) Inquinamento causato dai ferri chirurgici utilizzati nella prima autopsia

iv) Inquinamento dovuto al materiale utilizzato per prelevare i campioni e analizzarli. Ad esempio dei metalli costituenti la cassa dell’orologio (ferro cromo, nickel) indossato da David le cui impronte sono ben impresse sul polso non si trova traccia alcuna nelle riportate analisi.

v) Non esistono i cosiddetti “bianchi” ovvero analisi di parti del corpo esposte ad agenti esterni ma non lesionate. Avere analizzato solo una parte del piede coperto da scarpa e calzino non è ovviamente sufficiente in quanto non si riesce a dimostrare che in parti non lesionate non vi siano tracce di intonaco e/o materiale cementizio di vario tipo. Ipotesi non certo trascurabile in quanto David aveva una casa in ristrutturazione che visitava spesso.

vi) Si dà spesso per scontato che un oggetto colpendo un corpo lasci tracce del materiale di cui è fatto l’oggetto stesso. Se per i punti i),ii),iii) non sussistono attribuzioni di sorta per l’esecutore dell’indagine attuale, lo stesso non si può dire per il punto iv); infatti è un grave errore ‘inquinare’ il campione da analizzare con un possibile analita. Lo stesso dicasi per il punti v) e vi).

Nello specifico.

Lesione A. La lesione A come riportata nel referto è stata attribuita al contatto con oggetto di ottone che e’ una lega contenente zinco e rame a cui peraltro possono essere aggiunti altri metalli in piccole quantità (e.g. piombo). Sulla stessa lesione si osserva però risulta evidente un residuo di titanio (Ti) (prelievo 7a analisi 17) circostanza non considerata dalla Cattaneo. Non ne viene dato né cenno né spiegazione. Il titanio e’ molto utilizzato come rivestimento e come materiale di costruzione e di rivestimento in diversi oggetti ma non nell’ottone. Quindi può derivare da altro esempio cassa di orologio. Non da escludersi che possa trattarsi anche di pittura bianca, o altro oggetto contenente titanio in forma metallica o di ossido. L’analisi stessa infatti non distingue la composizione molecolare. Ad esempio il diossido di titanio è composto comune anche in diversi coloranti, creme solari cemento e vernici. Però l’alta percentuale di titanio in quel residuo e’ sospetta. Oltretutto in nessuno degli altri campioni analizzati esiste percentuale simile. Il gancio interno della finestra è di ottone e ha tracce minime di titanio, nessuno dei materiali analizzati presenta tracce rilevanti di titanio. La presenza di titanio appare rilevante e perché non viene considerata?

Lesione H. Per la lesione H (graffi su addome) si trovano cromo ferro e nickel si suppone compatibili con fibbia della cintura ma anche come dice la relazione con i ferri chirurgici utilizzati per la prima autopsia. Come detto precedentemente sarebbe stato ovviamente utile per dirimere la questione analizzare altri punti non in corrispondenza della lesione ma della sutura chirurgica toracica in modo da essere sicuri che i metalli trovati derivassero da ferri chirurgici. L’attività posta in essere appare non corretta dal punto di vista analitico.

Altre lesioni. Piombo e stagno delle altre lesioni sono ragionevolmente dovuti alla saldatura fatta sulla cassa infatti si trovano in zone esposte e non coperte dai vestiti. La lega Sn-Pb costituisce il materiale con cui si eseguono le saldature delle casse zincate.

Lesione D prelievo 8. In questo caso risulta molto evidente solo il piombo e in quantità pari al 100%. Essendo una lega quella della saldatura costituita in maggioranza (oltre al 60% di stagno) pare oltremodo strano. Risulta un picco molto evidente nel tracciato quindi ha alta significatività analitica anche in un contesto qualitativo come quello dell’analisi effettuata. Questa lesione evidente sia dal punto di vista anatomopatologico che dal punto di vista analitico-merceologico, non risulta presa in considerazione nella relazione. Una possibile spiegazione della prevalente presenza di piombo potrebbe forse trovarsi nella composizione chimica stessa della lega utilizzata per la saldatura. Essendo questa una lega eutettica (punto di fusione minore nella lega rispetto ai metalli singoli) raffreddandosi può avere nucleazione di cristalli di fase ricca di piombo con intorno zone a prevalenza stagno. Quindi esiste la possibilità (seppur remota) che una volta riscaldata repentinamente per effettuare le saldature possa rilasciare particelle con prevalenza piombo. Questo aspetto doveva essere comunque analizzato e considerato specialmente in presenza di una lesione altamente significativa e non spiegabile con la caduta come la lesione D. Resta comunque molto strano (ammesso che sia possibile) che questo fenomeno si verifichi solo in corrispondenza di questa lesione. Da tenere presente inoltre che quel tipo di analisi dice la % dei singoli atomi ma niente sulla molecola di origine. Il piombo quindi potrebbe essere qualche materiale fatto di piombo metallico o in alternativa un ossido o sale di piombo per esempio il minio, noto per essere utilizzato come antiruggine ma anche nelle pitture antiche essendo di tipico colore rosso.

Lesione N. In questo caso è stato trovato oro (Au). Su questo risulta un grave errore analitico in quanto si ammette che la presenza di oro sia dovuta alla procedura stessa. Non è ammissibile che un esperto tecnico possa contaminare (tanto più se in sede di accertamento ex art 360 c.p.p.) il campione da analizzare con l’analita stesso. Da notare che l’oro viene trovato in corrispondenza della superficie volare lato ulnare del polso sinistro ma non in nessuna altra parte analizzata. Oltretutto mancano i tracciati, vengono solo riportati quelli di analisi sulla stessa lesione dove non vi è oro. L’oro viene solo menzionato sotto la tabella scrivendo: “Solo oro circa 4 residui”.  Controllo materiali costituenti la cassa: In questo caso risulta evidente una “grave omissione”, in quanto si conclude che nella superficie interna si trova solo zinco e zolfo. Questo non è esatto, infatti come visibile nel tracciato riportato a pag 135 della relazione esiste una rilevante quantità di rame (Cu) evidenziata da due picchi ben visibili. Al contrario non risulta presente zolfo. Dal momento che si ritrova nella lesione A del rame pur volendo dire che si tratta di materiale compatibile con il gancio della finestra (identificandolo come ottone), è ovviamente incomprensibile come mai si ometta di segnalare che il rame è contenuto anche all’interno della cassa. Non bisogna certo trascurare che l’ufficio di David così come molti atri uffici sono dotati di innumerevoli oggetti in ottone come ad esempio tutte le maniglie delle finestra con apertura ad anta che si trovano sulla sinistra (entrando nella stanza) della scrivania. Le conclusioni fatte nella relazione pertanto non sono minimamente supportate da dati analitici riportati nella relazione stessa e denotano limiti tecnici ed interpretativi. Giova tra l’latro evidenziare che in sede di sopralluogo veniva solo “campionato” il gancio d’ottone collocato sul davanzale della finestra e non quello superiore, il quale si vuole presumere (senza prova certa) che abbia la stessa composizione di quello oggetto di analisi.

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DATI GEOMETRICI DERIVANTI DAL RILIEVO CON LASER SCANNER 3D ESEGUITE NEL SOPRALLUOGO DEL 02.02.2017

DISTANZA ORIZZONTALE DAVANZALE - PIEDE DELLA FACCIATA CM. 18,31 E NON CM. 8,1

MISURA RILEVATA IN EVIDENTE CONTRASTO CON QUANTO DICHIARATA DA ZAVATTARO NELLA SUA RELAZIONE, CHE INDICA LA MISURA DI 8,1 RILEVATA CON FILO A PIOMBO (!) (pagina 28, ultimo rigo).

La differenza orizzontale rilevata con il laser scanner 3d tra il piede della facciata e il filo esterno del davanzale della finestra dell’ufficio del Rossi è di 18,31 cm. – vedere sezione B). Il punto di impatto del bacino assunto da Zavattaro è a cm. 98 dal piede della facciata sottostante la finestra del Rossi.

CIÒ DETERMINA CHE LA DISTANZA ORIZZONTALE COMPLESSIVA TRA IL LATO ESTERNO DEL DAVANZALE ED IL PUNTO DI IMPATTO È CM. 116.

Se il Rossi si fosse veramente lasciato cadere da una posizione “rannicchiata” con il corpo completamente esposto all’esterno rispetto alla finestra (spalle al vuoto) e quindi l’asse del suo bacino sia da ritenere sporgente rispetto al davanzale IL CORPO, IN CADUTA, AVREBBE DOVUTO COMPIERE UNA DISCESA DIAGONALE IN ALLONTANAMENTO DALLA FACCIATA (PER UNO SPAZIO DI CIRCA CM. 70) CHE LA RIPRESA VIDEO NON RIVELA (CADUTA CON TRONCO VERTICALE COME DICHIARATO DALLO STESSO ZAVATTARO A PAGINA 8 DELLA RELAZIONE).

Tutte queste osservazioni, confortate dal rilievo 3d posto a confronto con quanto dichiarato in termini di verticalità della caduta, distanze rilevate e posizione degli elementi di confronto (asta metrica di 2 mt.) portano alle seguenti considerazioni:

Se davvero il Rossi si fosse lasciato cadere dalla posizione suddetta è difficile pensare al fatto che, cadendo verticalmente, non abbia riportato contatti con la facciata nel tratto sottostante il punto di distacco (lesioni del viso non compatibili con lo sfregamento in facciata);

Se dalla posizione di rilascio si fosse spinto indietro è difficile pensare che in una caduta di circa m. 14.00 non abbia acquisito alcuna rotazione (distacco delle mani con punte dei piedi sulla facciata – punto di rotazione??);

E’ altrettanto impensabile che il corpo del Rossi potesse compiere, in volo, una traiettoria parallela alla facciata;

Se si fosse spinto per allontanarsi dalla facciata tutte le considerazioni sulla caduta libera dovrebbero essere invalidate. Interverrebbero forze ulteriori non considerate.

Sempre a pagina 28 ultimo rigo, Zavattaro fornisce un elenco di dati geometrici tra i quali:

“L’altezza del davanzale della finestra dell’ufficio è di 14,40 m.”

LA MISURA RILEVATA CON IL RILIEVO 3D E’ ML. 14,36. TALE DIFFERENZA APPARE INSIGNIFICANTE MA SPIEGHERO’ IN SEGUITO PERCHE’ CONTIENE UN ERRORE IMPORTANTE 97

“L’edificio adiacente dista 3,48 metri al livello della finestra e 3,33 a livello del suolo.”

AFFERMAZIONE CHE NON CONSENTE DI CONFERMARE L’INCLINAZIONE DELLA FACCIATA DELLA FINESTRA DEL ROSSI SE NON VIENE RILEVATA L’INCLINAZIONE VERTICALE DELLA FACCIATA ANTISTANTE – DATO INUTILE.

Compatibilità con il posizionamento dell’asta di riferimento Un attento posizionamento della sagoma a terra permette di affermare che la caduta del Rossi sia avvenuta in una posizione più prossima all’asse verticale della facciata.

ASSUNZIONE DEI RIFERIMENTI ALTIMETRICI SUL CORPO IN CADUTA Paragrafo 2.1.1.1 – Calcolo dello spazio percorso tra i due fotogrammi Ricostruzione dello spazio percorso e della velocità. Per procedure con la ricostruzione della dinamica della caduta, con particolare riferimento al tempo di volo e quindi alla determinazione a ritroso della distanza coperta dal corpo del Rossi in caduta, finalizzata a stabilire il più probabile punto di inizio del volo, Zavattaro INDIVIDUA LA DISTANZA DEL COLLETTO DELLA CAMICIA DEL ROSSI TRA DUE FRAMES CONSECUTIVI (appena compare in visione rispetto al punto di vista delle telecamera di sicurezza e subito dopo l’impatto a terra). Tale distanza VERTICALE viene misurata sui frames in 360 pixel che:

- rapportati ad un’asta di misura nota (ml. 2.00) POSIZIONATA NEL PUNTO DI IMPATTO DELL’ASSE DEL BACINO DEL ROSSI STESSO;

- rilevata dallo stesso punto di vista del filmato (medesima telecamera);

- rapportata al valore determinato di ogni singolo pixel (0,65 altezza di ogni singolo pixel) consente a Zavattaro di ricavare l’altezza coperta dal Rossi in caduta ed il tempo impiegato NELLO SPAZIO IN VISIONE DI TELECAMERA.

ZAVATTARO STABILISCE CHE LO SPAZIO PERCORSO TRA I DUE FRAMES È COMPRESO TRA CM. 239 E CM. 244 IN UN TEMPO COMPRESO TRA 153 E 156 MILLISECONDI. SULLA BASE DI QUESTI DATI RICOSTRUISCE LA VELOCITÀ DI CADUTA, CONSIDERANDO I MARGINI DI ERRORE DELLA DISTANZA (CM. 239/244) E DI TEMPO (MS 135/156) E STABILISCE CHE LA VELOCITÀ DI CADUTA PUÒ ESSERE AVVENUTA NELL’INTERVALLO COMPRESO TRA 16,09 M/S (PARI A 57,91 KM/H) E TRA 16,7 M/S (PARI A 60,11 KM/H), E CHE IL TEMPO DI VOLO E’ COMPRESO TRA 1,64 E 1,75 SECONDI. Estratto della relazione di Zavattaro – Pagina 20 Di conseguenza, sulla base di alcune considerazioni relative agli studi effettuati sui corpi in caduta libera e sull’incidenza dell’attrito dell’aria e di tutti I possibili fattori di frenamento Zavattaro ricostruisce a ritroso la più probabile altezza di caduta utilizzando un calcolatore on-line accessibile al seguente indirizzo web. Nel citato calcolatore Zavattaro inserisce i seguenti dati:

- Peso corporeo del Rossi (già noto);

- Distanza percorsa nell’unità di tempo (ricavata con il sistema dell’asta metrica dal filmato);

- Tempo di volo (ricavato dal filmato in relazione alla temporizzazione dei frames.

- COEFFICIENTE DI ATTRITO DELL’ARIA, considerato un valore medio di 0,17 Kg/m tra il valore di 0,24 Kg/m (attrito dell’aria su un corpo in caduta libera in posizione orizzontale rispetto al suolo – parallelo) e 0,10 Kg/m (attrito dell’ria su un corpo in caduta libera in posizione verticale rispetto al suolo – perpendicolare).

Con questo procedimento, e per tentativi, Zavattaro RICOSTRUISCE L’INTERVALLO DELLE PIU’ PROBABILI ALTEZZE COPERTE DAL ROSSI IN BASE AI DATI NOTI/RICAVATI/ASSUNTI, determinando che:

- Assumendo l’intervallo di altezza (colletto-colletto) di cm. 239 nell’unità di tempo di 153 ms, e quindi una velocità di volo di 16,09 m/s equivalenti ad una velocità di 57,91 km/h, il ROSSI SAREBBE DOVUTO PARTIRE DA UNA ALTEZZA DI ML. 13,50;

- Assumendo l’intervallo di altezza (colletto-colletto) di cm. 244 nell’unità di tempo di 156 ms, e quindi una velocità di volo di 16,7 m/s equivalenti ad una velocità di 60,11 km/h, il ROSSI SAREBBE DOVUTO PARTIRE DA UNA ALTEZZA DI ML. 14,80.

Al termine di questi calcoli Zavattaro stabilisce che le due altezze probabili di partenza (ml. 13,50 e ml. 14,80) sono compatibili con l’altezza della finestra del Rossi da terra, ed in particolare con la posizione di un corpo in trattenuta all’esterno della finestra stessa.

CONSIDERAZIONI DETERMINAZIONE DELLA DISTANZA DEL COLLETTO TRA I DUE FRAMES: L’individuazione dell’intervallo verticale tra le due diverse posizioni del colletto della camicia del Rossi tra i due frames consecutivi appare piuttosto dubbia. Pur comprendendo l’opportunità di assumere il colletto come riferimento costante tra le due immagini appare piuttosto empirica l’assunzione delle due linee orizzontali di riferimento, in ragione della scarsa qualità delle immagini. Anche un errore di soli 5-10 cm. nel determinare lo spazio percorso nella medesima unità di tempo (assumibile in 153 ms ad esempio) PUO’ MODIFICARE IN MODO CONSISTENTE IL CALCOLO A RITROSO PER LA DETERMINAZIONE DELL’ALTEZZA DI CADUTA (al tempo=0 per intendersi). Tale affermazione può essere supportata da due esempi: - DISTANZA COLLETTO/COLLETTO DI ML. 2.30 ANZICHE’ ML. 2.39 NEL TEMPO DI 153 MS Utilizzando la stessa formula per la determinazione della velocità: 2,30 / 0.135 = 15,03 Calcolo della velocità (con incidenza della gravità): 15,03 + 9,806 x (0,153/2) = 15,78 m/s I tentativi di elaborazione compiuti con il calcolatore Casio fino a ritrovare la velocità di 15,78 m/s HANNO CONSENTITO DI VERIFICARE CHE LO SPAZIO DI CADUTA COMPLESSIVO È PARI A 13,10 ML. MINORE DI QUELLO STABILITO DALLA RELAZIONE DI ZAVATTARO CON UN TEMPO DI VOLO (1,64 secondi) COMUNQUE COMPATIBILE CON IL TEMPO RICAVATO DAI FRAMES 103 - DISTANZA COLLETTO/COLLETTO DI ML. 2.55 ANZICHE’ ML. 2.44 NEL TEMPO DI 153 MS Utilizzando la stessa formula per la determinazione della velocità: 2,55 / 0.135 = 16,66 Calcolo della velocità (con incidenza della gravità): 16,66 + 9,806 x (0,153/2) = 17,41 m/s I tentativi di elaborazione compiuti con il calcolatore Casio fino a ritrovare la velocità di 17,41 m/s HANNO CONSENTITO DI VERIFICARE CHE LO SPAZIO DI CADUTA COMPLESSIVO È PARI A 16,07 ML. MAGGIORE DI QUELLO STABILITO DALLA RELAZIONE DI ZAVATTARO CON UN TEMPO DI VOLO (1,82 secondi) COMUNQUE COMPATIBILE CON IL TEMPO RICAVATO DAI FRAMES NE CONSEGUE CHE ANCHE UN ERRORE di +/- CM. 10 NELLA DETERMINAZIONE DELLA POSIZIONE DEL COLLETTO NEI DUE FRAMES PUO’ INCIDERE NOTEVOLMENTE NELLA RICOSTRUZIONE DEL CALCOLO DELL’ALTEZZA DEL CORPO AL MOMENTO DELLA PARTENZA E CHE I DUE ESEMPI APPENA RIPORTATI SMENTISCONO SOSTANZIALMENTE QUANTO RIPORTATO A PAGINA 25 DELLA RELAZIONE DI ZAVATTARO (Vedere sotto – in rosso il confronto con il range calcolato con +/- 10 cm. di errore di rilevazione.

ALTRE CONSIDERAZIONI RIGUARDO ALLA MISURA DELLA DISTANZA TRA I DUE FRAME: Utilizzando la foto di dettaglio (DSCN9169.jpg) è stato ricollocato, con sufficiente precisione, la posizione dell'asta (linea magenta) durante i rilievi svolti da Zavattaro, all'interno del modello 3D ricavato con il laser scanner. Si è poi posizionato un'asta, come riferimento rispetto al contesto, di uguale misura in corrispondenza del centro della finestra (linea verde). La differenza tra i punti alla base delle due aste è 14 cm. 105 Sono state poi effettuate alcune prove spostando il punto di appoggio a terra dell'asta, per verificare che tipo di variazione determina nel calcolo dell'altezza tra le due posizioni del corpo in caduta (i due frame). Ogni 10 cm di spostamento dell'asta si ha una modifica di circa 2,30 cm. nel calcolo dell'altezza. Come detto in precedenza, cambiando anche di pochi centrimetri l'altezza tra i due punti della caduta, si hanno delle variazioni considerevoli nel calcolo del punto di partenza. Zavattaro, nella sua perizia, non ha parlato di questo ulteriore elemento di incertezza, così da rendere non precisa e quindi attendibile il risultato della relazione. Quanto sopra con riserva di allegazione di relazione a firma del Geom. Pierfrancesco Binella e dell’Arch. Andrea Magrini.

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Ulteriori necessità investigative. Emerge dai tabulati che il ROSSI avesse in uso due cellulari ‘Iphone’ e ‘Blackberry’ utilizzati entrambi ed aventi l’identico numero (3358033179). Quanto sopra si evince dal fatto che risultano essere attribuiti due codici IMEI. In virtù di quanto sopra appare necessario procedere all’analisi (copia forense) anche del Blackberry al fine di poter ricercare traccia di sms e/o altro contenuto eventualmente cancellato dal ROSSI prima della precipitazione.

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Per i suesposti motivi visto l'art.410 c.p.p

PROPONE

Opposizione alla richiesta di Archiviazione e chiede che la S.V. Ill.ma, sulla base di quanto suesposto, e con ulteriore riserva di motivi ed integrazioni documentali voglia disporre la prosecuzione delle indagini preliminari consistenti:

A) nella escussione a SIT di: 1) PIERACCINI Lorenza sul contenuto delle telefonate tra lei ed il ROSSI intercorse il 04.03.2013 nonché del 06.03.2013; quale fosse lo stato emotivo del ROSSI e soprattutto se il ROSSI avesse impegni e/o incontri con qualcuno tra le 18:00 e le 20:00 del 06.03.2013; 2) Simonetta BIANCIARDI (segretaria di David ROSSI) che potrà riferire sugli impegni del ROSSI nel giorno 06.03.2013 tra le ore 18:00 e le ore 20:00 così da poter ricostruire nel dettaglio proprio le ore immediatamente antecedenti e concomitanti alla precipitazione del ROSSI; 3) VIOLA Fabrizio sul contenuto delle telefonate intercorse la mattina del 04.03.2013 ed in relazione alle quali questi escusso a SIT il 21.03.2013 dichiarerò difformemente al vero di non aver “parlato telefonicamente prima dell’invio delle email” del pomeriggio; 4) FILIPPONE Giancarlo sul motivo per il quale escusso a SIT nell’immediatezza del fatto dichiarò – contrariamente al vero – di aver contattato il ROSSI (tramite chiamata e poi sms alle ore 19:41) a seguito della chiamata della TOGNAZZI quando in realtà quest’ultima lo chiamò dopo le 20:02; 5) RICCUCCI Massimo sul motivo per il quale escusso a SIT ha dichiarato difformemente dal MINGRONE e dal FILIPPONE di aver ricevuto da questi (mentre era nell’ufficio di ROSSI unitamente alla Carolina ORLANDI) una telefonata che lo avvisava di quanto accaduto; 6) FANTI Gianni sulla circostanza se conoscesse il ROSSI e se quel pomeriggio avesse avuto modo di incontrarlo e chi era presente in Banca quella sera oltre quelli già escussi.

B) acquisizione dei fogli di servizio presso la Guardia di Finanza- Compagnia di Agusta al fine di conoscere l’identità di colui il quale appartenente a detto “Corpo” ha intrattenuto la chiamata delle ore 15:41 del 06.03.2013 sull’utenza fissa dell’ufficio di DAVID ROSSI della durata di 406 secondi al fine anche di poter chiedere allo stesso l’identità di colui/colei il quale/la quale parlò telefonicamente;

C) acquisire informazioni circa l’utenza telefonica 4099009 (risultante inequivocabilmente dai tabulati telefonici originali acquisiti) digitata alle ore 20:16 dal cellulare di David ROSSI quando questo era già riverso a terra;

D) individuare la ditta incaricata di eseguire il servizio di pulizia presso la sede di MPS di rocca Salimbeni al fine di individuare l’addetta/o a tale incombenza al terzo piano di detta sede ed in particolare all’ufficio di ROSSI onde richiedere la frequenza con la quale veniva eseguito lo svuotamento dei cestini della spazzatura e della carta;

E) acquisizione della copertura radioelettrica di tutte le celle di interesse investigativo;

F) analisi dei telefonini cellulari in uso al ROSSI attività investigative e di indagine tutte necessarie al reale accertamento di quanto accaduto la sera del 06.03.2013 dalle ore 18:20 alle ore 21:02 nell’ufficio del ROSSI David, risultando certo che le ferite frontali non risultano compatibili con la caduta e che terzi fossero erano presenti all’interno dell’ufficio predetto prima dei soccorsi e quando il ROSSI era esanime a terra.

Il tutto con riserva di ulteriori richieste che saranno ritenute necessarie in corso di attività di indagine difensiva.

Si chiede infine che la S.V. Ill.ma Voglia, ai sensi dell'art. 410 c.p.p., fissare udienza di comparizione delle parti in Camera di consiglio per la discussione.

Si producono in copia (con riserva di produzione degli originali delle relazioni):

1) Relazione Simone BONIFAZI

2) Fotografie di comparazione tra primo video e sopralluogo della scientifica 

3) Relazione a firma della Dr.ssa Francesca De Rinaldis

4) Relazione a firma della Dr.ssa Marina Baldi

5) Relazione a firma del CTP dott.ssa Fabrizia Fabrizi de Biani

Tarquinia/Siena, lì 20.02.2017 Avv. Paolo Pirani

Opposizione alla richiesta di archiviazione nel procedimento contro ignoti da parte della moglie e della figlia di David Rossi difese dall'Avvocato Luca Goracci.

Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari

Presso il Tribunale Ordinario di Siena

Opposizione alla richiesta di archiviazione

ex art. 410 c.p.p.

per Antonella Tognazzi, nata a Siena il XXXXXXX, res.te in Siena, via XXXXXX (c.f.: xxxxxxxxxxxxxxxx), Carolina Orlandi, nata xxxxxxxxxx – C.F.: xxxxxxxxxxxxxxxx res. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx, nella qualità di persone offese nel proc. R.G. n. 8636/2015 difese, come da nomina in atti dall’Avv.to Luca Goracci (c.f. xxxxxxxxxxxxxxxxxxx) del Foro di Siena, con Studio in Siena, via Camollia n. 140.

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Ill.mo Sig. Giudice per le Indagini Preliminari, il sottoscritto difensore nell’interesse delle proprie assistite propone opposizione alla richiesta archiviazione nel procedimento contro ignoti RGNR n. 8636/2015 avanzata dai Procuratori della Repubblica Dott. Salvatore Vitello e Dott. Fabio Maria Gliozzi con richiesta del 08.02.2017 notificata a questo difensore in data 09.02.2017.

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Prima di entrare nel merito della presente opposizione e ce ne vorrà scusare l’Ill.mo Giudice da subito occorre svolgere una considerazione di carattere generale non senza aver premesso che per la ristrettezza dei tempi e la mole del materiale da esaminare, tra i legali vi è stata una concordata divisione dei compiti anche al fine di evitare sovrapposizioni di argomentazioni, in alcuni casi comunque inevitabili.

Le motivazioni addotte dai Procuratori della Repubblica a fondamento della richiesta di archiviazione, non lasciano e non possono lasciare sodisfatti per la sostanziale evanescenza dei temi che le caratterizzano e la non corrispondenza di talune affermazioni a quella che è, invece, la oggettività delle circostanze.

Valga per tutti, il riferimento (secondo capoverso della introduzione) all’esito di “plurimi accertamenti, anche di natura tecnica” svolti nel procedimento originario, che avrebbero potuto risultare sodisfattivi della istruttoria, condotta; quando, al contrario e come più volte si è avuto occasione di notare sia nella prima opposizione alla richiesta archiviazione, sia nella istanza di riapertura ed avocazione alla Procura Generale, sia nell’ultima istanza di riapertura presentata nel 2015, che, ove plurimi accertamenti e non solo quelli sollecitati da questo difensore, anche di natura tecnica, fossero stati non solo eseguiti ma anche correttamente svolti, certamente non ci si sarebbe trovati nella necessità di procedere, tardivamente, al loro espletamento.

Ed è proprio a motivo di tali, evidenti, lacune nella acquisizione di elementi di conoscenza, in quanto accertamenti di natura tecnica non furono eseguiti o lo furono in modo sommario ed insufficiente, non sono risultate chiare e non risultano ancora oggi, per l’organo inquirente, le circostanze in cui avvenne il decesso di David Rossi, le cause precise della morte e l’inquadramento penalistico delle azioni.

Anche se più volte si è dovuto sottolinearlo giova ancora una volta ricordare, per quanto attiene in particolare le attività medico-legali, e non è questo difensore che lo dice ma sono gli stessi consulenti nominati dalla Procura della Repubblica che lo affermano ( già a carte 224 e quindi nella relazione depositata) la assoluta mancanza di un’indagine di sopralluogo e di accertamenti radiografici, la lacunosità e la inesattezza nella descrizione dei reperti e nella definizione della loro origine causale; aspetti questi, tutti, in dettaglio evidenziati nella relazione del Prof. Norelli Gian Aristide a suo tempo depositata.

Lacune e inesattezze riguardo alle quali, finalmente, si è deciso di cercare chiarimenti, anche se a distanza di tanto tempo ognuno era consapevole che la acquisizione di dati utili avrebbe potuto essere una vana illusione, essendosi modificato lo stato dei luoghi e scomparsa ogni possibilità di acquisire validi reperti.

Ciò premesso e premesso anche il convincimento che la certezza non avrebbe potuto essere acquisita con le presenti, nuove perlopiù o rinnovate attività istruttorie, non può ritenersi convincente la richiesta di archiviazione, in quanto sorretta da una metodologia argomentativa palesemente insufficiente.

Tutta la prima parte della richiesta di archiviazione è rappresentata da una pedissequa ripetizione del contenuto della precedente attività istruttoria e della archiviazione concessa all’epoca; argomenti, tutti, la cui sostanziale insufficienza e scarsa dimostratività probatoria è dimostrata in re ipsa dalla necessità dell’odierna indagine, in parte necessariamente surrogata, dalle osservazioni della Parte Lesa ( all’epoca solo la Sig,ra Antonella Tognazzi) che, pur tardivamente ritenute fondate, hanno imposto l’esecuzione di attività e la reinterpretazione di reperti, condizionando il doveroso superamento di quanto svolto all’epoca dei fatti.

Non può non stupire pertanto che, per rinnovare la richiesta di archiviazione, il PM ricorra ad argomenti la cui scarsa consistenza è dimostrata dalla necessità della riapertura dell’istruttoria e dalla esecuzione di atti che non furono all’epoca espletati o lo furono solo parzialmente ed in modo sommario ovvero stante il convincimento immediatamente maturato che si fosse trattato di suicidio, diretta solo al raggiungimento della prova dell’evento suicidario.

Prova che non c’era e non c’è neppure a seguito delle nuove indagini che anzi confermano l’ipotesi omicidiaria.

Per questo si impone a questa difesa di ripercorrere, siccome sempre attuali, anche ai fini del supplemento di indagini che sarà richiesto quanto da subito evidenziato con la prima opposizione nella quale ci si permetteva di porre all’attenzione del Giudice per le Indagini Preliminari che, oltre alla ipotesi di reato per la quale erano state aperte le indagini, ipotesi mai modificata anche in conseguenza della apertura di un nuovo fascicolo, la istigazione al suicidio esistessero e dovessero essere prese in considerazioni anche altre ipotesi di reato.

Pur nell’assoluto convincimento che di omicidio e non di suicidio od altro si sia trattato era doveroso, affrontare anche l’aspetto giuslavoristico della responsabilità del datore di lavoro su cui incombe l’onere giuridico di tutelare il proprio dipendente dal rischio stress lavoro correlato (art. 28 L. 81/2008). Nel richiamare il contenuto della prima opposizione e ferma l’ipotesi omicidiaria, anche per la ironia manifestata nel confronti del sottoscritto legale che “navigava a vista” e non poteva fare altrimenti vista la nebbia che circondava e circonda il caso, si riporta un piccolo passo della stessa opposizione:

“Più volte la Cassazione si è espressa nel senso di non escludere e quindi condividere l'assunto che il suicidio non rappresenta un evento idoneo ad interrompere il nesso di causalità tutte le volte che l'illecito ha determinato nel soggetto leso dei gravi processi di infermità psichica, concretizzantisi in psicosi depressive o in altre gravi forme di alterazioni dell'umore e del sistema nervoso e di autocontrollo. Rispetto a tali infermità il suicidio non si configura, infatti, quale evento straordinario o atipico tale da risultare estraneo alla sequela causale ricollegabile all'iniziale condotta illecita. Condotta illecita da rinvenirsi, nella fattispecie, nella violazione delle norme a tutela del lavoratore mediante una condotta omissiva violatrice di quell’obbligo di garanzia che fa capo al soggetto chiamato ad attivarsi anche in via eccezionale al fine di evitare l’evento, obbligo che incombe necessariamente sul datore di lavoro, obbligo impeditivo riconducibile all’art. 40 cpv c.p., quale soggetto titolare della posizione di garanzia e come tale garante nella relazione protettiva tra datore di lavoro e lavoratore.

Proprio per gli obblighi conseguenti alla titolarità della posizione di garanzia, non può in assoluto escludersi che una condotta anche anomala, ma non più di tanto visto il numero di casi di suicidio in situazioni quali quella vissuta dal Rossi, tenuta dalla parte lesa, non escluda il nesso di causa con una condotta precedente stante la situazione di interdipendenza tra causa sopravvenuta e cause preesistenti”.

Non si poteva e non si può, con le norme di garanzia poste a tutela del lavoratore vigenti da anni affermare che David Rossi si era gettato dalla finestra siccome stressato per motivi di lavoro e trascurare il necessario svolgimento di indagini anche sul punto.

Non a caso veniva chiesto oltre allo svolgimento di altre indagini, anche che venissero svolte indagini sugli accessi effettuati nel computer di David Rossi computer che come risulta dalle fotografie acquisite nel procedimento de quo ( in precedenza erano solo in formato pdf) risultava bloccato, e non riattivabile con il semplice movimento del mouse, ( come tecnicamente evidenziato nella prima opposizione alla archiviazione) richiesta che viene reiterata essendo tale attività di indagine ritenuta necessaria non solo con riferimento alla ipotesi di omicidio colposo per violazione degli obblighi posti a tutela del lavoratore di cui alla normativa citata ma anche in considerazione del fatto che sui propositi suicidari e quindi email e bigliettini lasciati da David Rossi, sui quali sarà cura di questa difesa tornare nel prosieguo si fonda, in parte, il convincimento dei consulenti e quindi la nuova richiesta di archiviazione.

Come dedotto nella ultima istanza di riapertura, quella che ha dato poi origine al presente procedimento a cui integralmente si rimanda, a sostegno della richiesta di supplemento di indagine, i dati indicati circa le telefonate intercorse tra l’A.D. Viola e David Rossi forniti in formato excell (da un primo necessariamente sommario esame dei tabulati originali di cui le difese delle parti offese hanno potuto prendere visione solo a seguito della notifica della richiesta di archiviazione, per tale motivo si fa espressa riserva dopo una compiuta analisi di ulteriormente argomentare ) sono confermati, sul punto, dalla acquisizione dei tabulati originali, essendo la e-mail del 4 marzo 2013 avente ad oggetto Help del tutto avulsa dal contesto (presumibile) delle telefonate e (sicuramente) delle e-mail intercorse tra Viola e Rossi, considerato che in questa Rossi aveva espressamente manifestato l’intento di suicidarsi e le conclusioni alle quali sono giunti i consulenti incaricati, quali considerazioni certamente non complottiste di questo difensore potrebbero farsi se la e-mail non fosse stata inviata e, se lo fosse stata, quale attività sia stata intrapresa dal datore di lavoro per fronteggiare una chiara volontà del proprio dipendente di suicidarsi?

Si deduceva nella istanza di riapertura.

E proprio la corrispondenza, e-mail del giorno 4 marzo 2013, intercorsa tra Rossi e Viola necessita di un attento esame.

A seguito di un servizio del TG5 del giornalista Pamparana sui mutui concessi da banca MPS ai cinesi a Prato si sviluppano una serie di colloqui tra i massimi livelli della Banca, Presidente ed Amministratore Delegato a seguito dei quali l’AD Fabrizio Viola, alle ore 9.25 della mattina del 4 marzo 2013 si risolve a scrivere una mail a Rossi del seguente contenuto: “parliamo della vicenda mutui Prato”.

Rossi, alle ore 9.36 risponde, forse sorpreso dalla richiesta: “ma non eri a Dubai?”

Alle ore 9.48 Viola scrive a Rossi: “si ma c’è il telefono.”

Esaminando i tabulati delle telefonate si ricava che immediatamente, alle ore 9.49, Rossi chiama Viola che evidentemente, è indicata durata 0, non risponde ma lo stesso Viola richiama immediatamente dopo, alle ore 9.50 e tra i due intercorre una conversazione telefonica.

Conversazione telefonica che nuovamente intercorre tra Viola e Rossi ed è Viola a chiamare Rossi alle ore 10.27.

Tra queste due conversazioni, alle ore 10.13 si colloca la e-mail di Rossi: “stasera mi suicido sul serio aiutatemi”.

Pur non conoscendo quale sia il contenuto delle telefonate sarebbe logico supporre che la prima, quella delle 9.50 fosse relativa ai mutui di Prato mentre la seconda avrebbe dovuto interessare la e-mail dove viene minacciato il suicidio da parte di Rossi.

In realtà, leggendo la corrispondenza successiva appare lecito e logico desumere che tra i due non si sia parlato della e-mail relativa al suicidio visto che Rossi, alle ore 01.09 P.M. scrive a Viola: “Ti posso mandare una mail su quel tema di Stamani? E’ urgente, domani potrebbe essere troppo tardi”.

Ricevuta la comunicazione, alle ore 13.45 si annota la risposta da Viola:” Mandami la mail”, evidentemente Rossi temeva di disturbare sapendo che Viola era a Dubai.

Alle ore 2.12 P.M. Rossi scrive:” Ho bisogno di un contatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati. Capisco che il mio rapporto con certe persone possa farglielo pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l’impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. Mi puoi aiutare?

Prima di esaminare le successive conversazioni si impone una digressione: il contenuto di questa e-mail, esula completamente dagli argomenti che si presumono essere stati trattati nel corso delle due precedenti conversazioni telefoniche la prima riguardante quasi sicuramente i mutui di Prato e la seconda, ipoteticamente la e-mail del preannunciato suicidio, ipotesi questa che evidentemente se vi fosse stata, era sicuramente ormai passata, ammesso e non concesso che l’ipotesi suicidio sia stato argomento della conversazione delle 10.27, considerato che Rossi non scrive, con riferimento all’argomento di stamani mattina, né dei mutui di Prato né del suicidio ma chiede a Viola aiuto per parlare con i Pubblici Ministeri e garanzie “Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa”.

Un soggetto che minaccia il suicidio non fa programmi di andare a parlare con i Procuratori della Repubblica per raccontare ciò che può sapere.

Ritornando ad esaminare i contenuti della posta elettronica, alla ultima e-mail descritta di Rossi, Viola risponde alle ore 14.24: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere.”

Alle ore 02.28 P.M. Rossi insiste sulla necessità di essere messo in contatto con gli inquirenti tanto da scrivere:” Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare a vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con piccini, Mussari, comune, fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve. L’avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto.”

Alle 14.40 Viola risponde a Rossi:” Ho riflettuto. Essendo la cosa molto delicata credo che la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere un appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere mal interpretata. Oltretutto mi sembrano persone molto equilibrate”.

Passano solo tre minuti e Rossi, alle ore 14.43 scrive:” Ho deciso che meglio di no. Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Anche perché non ho notizie particolari da riferire ma solo di scenario. Si può fare con calma. Grazie comunque Ciao”.

Rossi, temendo evidentemente di aver disturbato Viola, alle ore 05.12 P.M. gli scrive nuovamente: “In effetti ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura… Ciao”.

La risposta di Viola:” Capisco che il momento non sia facile. E quindi ti capisco. Nei limiti del possibile stai sereno”, chiude lo scambio epistolare del giorno 4 marzo 2013 tra i due.

Di cosa fosse a conoscenza Rossi non è dato a sapersi, certo non lo andava a riferire ai familiari, ma incrociando certe risultanze processuali ed in particolare le dichiarazioni rese da Marco Morelli dinanzi al Dott. Nastasi il 26 luglio 2012 nell’ambito delle indagini relative al processo denominato Antonveneta, suggestivo è il fatto che Rossi, per come riferito dallo stesso Morelli sia stato chiamato, quale responsabile dell’area comunicazione a far parte di quella squadra che si doveva occupare dell’organizzazione della operazione di finanziamento inerente l’acquisto di Antonveneta, operazione di finanziamento che riguardavano anche il famigerato contratto con Nomura di cui Morelli riferisce di non sapere nulla, rispondendo alla domanda precedente a quella in cui riferisce di aver inserito David Rossi nella squadra, sulla cui notorietà all’interno della banca non è compito di questa difesa entrare.

Strano, e sicuramente chi scrive sarà tacciato di complottista, ma forse non più di tanto in base a ciò che si legge sui quotidiani, viste le indagini che sono in corso a Milano, seguite dal Sostituto Procuratore Generale Dott. Felice Isnardi, che nel dicembre 2012 Rossi accompagni il presidente di Banca MPS, all’epoca Profumo a Roma dal Direttore de Il Fatto Quotidiano, all’epoca Padellaro, ( quanto affermato risulta dalle cartelle outlook nel cd posta di David Rossi inserito nel fascicolo relativo al procedimento archiviato) e che il successivo 23 gennaio 2013 il quotidiano esca con un articolo a firma Marco Lillo proprio sul “mandate agreement” della cui esistenza ci si accorge solo nel mese di ottobre 2012 per essere stato rinvenuto in una cassaforte presente in una stanza, cassaforte mai aperta in precedenza.

Scusandoci per la digressione e tornando alle e-mail, già nella precedente opposizione alla archiviazione a cui per completezza comunque si rimanda, quanto alla del tutto inconsueta, per usare un eufemismo, estrazione delle e-mail dal computer di Rossi si osservava riportando testualmente quanto riferito in atti:

“Alle operazioni sopradescritte di esecuzione del sequestro e acquisizione dei dati, è presente il Dr. Leandri Fabrizio, Responsabile Area Revisione Interna, il quale nel corso dell'attività, su ordine dell'A.G. Chiede al Dr. Montalbano e al Dr. Bernardini, del Consorzio Operativo Banca MPS, il ripristino della password disabilitata nonché il backup della casella di posta elettronica di Rossi David ed il rilascio in formato digitale dei file di log dalle ore 20 del 06/03/2013 alle ore 12 del 07/03/2013.

Il Dr. Leandri si riserva di consegnare detta documentazione per posta elettronica, non appena fosse pervenuta.

Solitamente, per fare in modo di non correre rischi di manomissioni da parte degli Amministratori di Sistema, si procede al ritiro delle copie di backup (che per definizione sono non modificabili) direttamente sul luogo e si ricostruisce la struttura dei dati off-line.

La spedizione via posta risulta alquanto inconsueta e non solo per la vicinanza tra sede MPS ed uffici giudiziari.

L'invio tramite posta dei files richiesti non garantisce la corrispondenza con ciò che potrebbe essere rinvenuto all'interno di una copia di backup estratta direttamente dal server. Il file di posta elettronica del tipo “ .pst”, agli atti, ad esempio, non è una copia di backup della casella di posta di Rossi David (l'estensione stessa del file .pst ne è la dimostrazione). I file .pst potrebbero essere facilmente modificabili, non essendo stata fatta una acquisizione secondo le indicazioni forensi”.

Tale indagine è ritenuta da questa difesa indispensabile e sempre possibile almeno nella casella di posta dell’AD Viola.

Venendo alle indagini svolte successivamente alla riapertura, limitandosi alle critiche che discendono da osservazioni oggettive e rifuggendo da interpretazioni che, per la loro soggettività, potrebbero essere intese come deduzioni di parte e quindi equivalenti a quelle del PM, giova richiamarsi alla consulenza grafologica del Prof Sofia, a quella tecnica dell’Ing Scarselli a quella medico-legale del Prof Norelli, già depositate ed a quella che si deposita sempre a firma dell’Ing. Luca Scarselli alle quali non è stata data per i motivi che vedremo una esaustiva risposta.

Relativamente alla CT grafologica, la Procura della Repubblica si limita a rilevare che la stessa terminologia adottata nella relazione di parte rende arduo l’inquadramento delle affermazioni all’interno della certezza probatoria. Come a dire che, ammesso e non concesso che se ne possano condividere i contenuti di merito, non è tramite il rilievo grafologico che si perviene alla certezza penale. Il che è oltre ad essere condivisibile, anche se altrettanto ovvio e, si pensa, condivisibile è che nessuno può aver mai ritenuto di pervenire alla certezza penale, muovendo da un solo aspetto della dimostratività di azioni tecniche, ognuna dovendosi inquadrare all’interno di un ragionamento più complesso e dinamico, di cui ogni atto tecnico è come la tessera finalizzata al completamento del mosaico della conoscenza; per cui se si vuole interpretare la CT grafologica, in un contesto diverso rispetto a quello prospettato dalla parte che l’ha promossa, si dovrebbe procedere ad una consulenza equivalente, per vedere quale sia l’interpretazione conferita al dato tecnico da altro esperto di diversa nomina che potrebbe fornire, anche, una analoga interpretazione del dato.

Come vedremo, alcune delle lesività evidenziate dal prof. Norelli, già indicate come non compatibili con la caduta e compatibili invece anche con segni di afferramento, non hanno trovato alcuna dimostratività certa, quanto alla loro origine nella consulenza della Prof.ssa Cattaneo e del Colonnello D. Zavattaro che semplicemente hanno preferito glissare o ipotizzare dinamiche astrattamente idonee, ma non certo su tutte le lesività riscontrate e desumibili di reperti fotografici, il riferimento è a tutte le lesioni presenti sulla parte anteriore del corpo, dalla testa ai piedi ed in particolare ma senza trascurare le altre, se non altro, per la evidenza per quanto concerne le lesività di cui alla parte superiore della mano sinistra, a quelle sul volto, a quelle sulla parte inferiore dell’avanbraccio destro dovendosi riconoscere, ancora una volta, che si preferisce apoditticamente contrastare interpretazioni che provengono da diversa matrice, piuttosto che attivarsi per approfondire la conoscenza e verificare, in ogni modo possibile, la realtà degli eventi.

Per quanto attiene le osservazioni medico-legali che, almeno in parte, sono state recepite, deve osservarsi che della loro interpretazione è fatto un uso che merita ulteriori considerazioni.

Giusto le osservazioni dei Periti, infatti, il PM si pone il quesito, correttamente nell’essenza delle necessità istruttorie, se si sia trattato di omicidio o di suicidio ed è questo un quesito cui ciascuno sarebbe felice di poter fornire risposta; non era questo, però, il tema su cui si interrogava il medico legale e non era questo il dubbio cui pensava di poter fornire certe e dirimenti soluzioni al momento in cui si ottenne la riapertura della attività istruttoria.

Si muoveva, infatti, la archiviazione, su errati orientamenti medico-legali che, unitamente ad altri non ben condotti atti istruttori, avevano indotto l’altrettanto errato convincimento che si potesse nella specie escludere con certezza l’intervento di terze persone ed ogni reperto risultasse convergente, con pari certezza, verso l’ipotesi suicidaria.

I Periti attuali hanno condiviso, in gran parte le osservazioni medico-legali del Prof. Norelli, pervenendo a conclusioni che permangono, ovviamente dubitative, siccome viziate ab origine per quelle carenze alle quali i medesimi fanno riferimento, oltre che da grossolani errori, ma che sono ben lungi dall’escludere il ruolo di terze persone e propendono per l’ipotesi suicidaria, non certa, solo perché non sussistono elementi di certezza relativi all’ipotesi di omicidio.

Sembra di rivivere il caso dell’anarchico Pinelli.

Assumono aspetto di evidente forzatura concettuale, dunque, le osservazioni della Procura che cercano di mettere in contraddizione elementi medico-legali (inoppugnabili) forniti dalla Parte Lesa, condivisi dai periti con osservazioni tecniche ugualmente inoppugnabili che derivano dalla stessa Parte, anch’esse in larga parte condivise.

Parimenti, una forzatura evidente si palesa nel momento in cui le opinioni dei Periti dell’Ufficio si assumono convergere in via quasi esclusiva verso l’ipotesi suicidaria.

Prima e piuttosto che da elementi tecnici (già abbondantemente segnalati e discussi nelle osservazioni a suo tempo depositate, rilevati ed in larga misura ora condivisi dai consulenti) l’errore nel ragionamento dei Procuratori della Repubblica deriva dal modo in cui si è posto il quesito; e cioè se nella specie si fosse trattato di omicidio o di suicidio, sul presupposto errato che l’istruttoria odierna fosse la prima, condotta nella immediatezza degli eventi.

Purtroppo non è così: posto che l’odierna indagine deriva da una ricusazione dell’esito della prima, che si era conclusa con l’apodittica affermazione che trattavasi nella specie di atto suicidario, perpetrato con evidente assenza di terze persone e con lesività del tutto compatibili, in via esclusiva, con una dinamica suicidaria degli eventi e che non ha trovato e non trova fondamento.

Cosa è possibile dedurre oggi, invece, all’esito di una nuova istruttoria, consapevoli che la possibilità di acquisire ulteriori parametri utili all’accertamento della verità potesse essere preclusa dalla intempestività degli atti a suo tempo effettuati e dalla loro censurabile parzialità, nonché dal tempo ormai trascorso che ne aveva cancellato o alterato le tracce? Si può certamente dedurre che se esiste un ragionevole dubbio, questo è proprio in riferimento a quell’ipotesi suicidaria erroneamente dedotta come certa ed all’assenza dell’intervento di terze persone all’epoca, del pari, dichiarata con certezza dai consulenti su basi che essi stessi definiscono assolutamente incerte, come dire nessuna certezza ma solide conclusioni.

Le indicazioni medico-legali che avrebbero potuto darsi allora, con ogni probabilità avrebbero potuto andare oltre il ragionevole dubbio che può ammettersi oggi e la ricostruzione degli eventi avrebbe sicuramente potuto (immodificati gli ambienti e tempestivamente esaminati e campionati tutti i possibili siti di reperti biologicamente utili) risultare assai più convincente e realistica di quanto, in realtà, è stato oggi consentito.

Diversamente da quanto si era dedotto all’esito della prima istruttoria, si è confermato come i segni rilevati sul cadavere siano ben lontani da escludere la possibilità di intervento di persona o persone diverse dal Rossi e che le lesioni agli arti non avevano le caratteristiche del tentativo di azione autosoppressiva ( non possono essere definiti tali i piccoli tagli non rispondendo ai requisiti delle classiche ferite di assaggio ) diversamente da quanto era stato erroneamente dedotto all’epoca dal consulente dei PM.

Se ci si vuole esprimere in altri termini potremmo affermare che l’ipotesi suicidaria e non quella omicidiaria non può ammettersi come certa e neppure accettabile al di là di ogni ragionevole dubbio.

Limitandosi per il momento agli elementi oggettivi risultanti dagli atti e confermati al di là di ogni dubbio, non solo ragionevole, si chiede questa difesa su quali basi, se si esclude quella del non rilevamento di tracce genetiche appartenenti a terze persone, possano i consulenti affermare che non vi siano state terze persone nell’ufficio di David Rossi.

Si premette che tali considerazioni erano state già evidenziate e minimamente tenute in considerazione nella prima opposizione quindi nella prima istanza di riapertura e reiterate nell’ultima e risultano confermate anche dalle ulteriori indagini eseguite.

Si tralasciano i lievi spostamenti di sedia, giacca, oggetti sulla scrivania (come definiti dai consulenti Cattaneo e Zavattaro) non perché non rilevanti, diversi sarebbero i criteri da seguire in certi casi per una corretta acquisizione degli elementi probatori, per focalizzare l’attenzione su riscontri oggettivi e testimoniali che invece dimostrano la presenza di persone nell’ufficio.

L’attività di indagine svolta dopo la riapertura, sollecitata anche dalle difese delle parti offese ha portato gli inquirenti a sentire nuovamente alcuni soggetti già sentiti come persone informate sui fatti, a sentirne di nuovi, ad acquisizione di materiale probatorio rilevante.

Iniziando dalle dichiarazioni.

Dichiarazioni Bondi Lorenza. E’ confermato, e la stessa lo ha sempre, anche la sera stessa dell’evento, dichiarato di essere uscita dall’ufficio verso le 20, non occorre evidenziare il minuto. Sentita il 18 gennaio 2016, dopo la riapertura la Bondi non solo ribadisce di essere uscita verso le venti ma dichiara:” Ricordo perfettamente che al momento di andarmene, transitando necessariamente davanti al suo ufficio (di David Rossi n.d.r.) notavo la porta aperta e la luce accesa. In tale occasione non le viene richiesto di come fosse la finestra, sul punto nella precedente dichiarazione aveva riferito di non ricordare se questa fosse aperta o chiusa. La circostanza non rileva ai fini che interessano.

Dichiarazione Filippone Giancarlo. Il Filippone, amico di Rossi David conferma quanto da sempre sostenuto da questa difesa, siccome riferito dalla figlia della Sig.ra Tognazzi, Carolina Orlandi che al momento del suo arrivo nell’ufficio di David Rossi la porta era chiusa: “L’ufficio di David era chiuso per cui invitavo Carolina a sedersi nel mio ufficio e ad aspettarmi. Bussavo alla porta di David e vedendo che dagli spiragli fuoriusciva la luce entravo…..” Incrociando le dichiarazioni rese dal Filippone con quelle rese dal Riccucci, sentito sempre in data 18 gennaio 2016, e dalla Orlandi risulta incontestabile che il Filippone e la Orlandi siano giunti nell’ufficio di David Rossi non prima delle 20.30.

Filippone dichiara infatti di aver ricevuto la telefonata di Antonella Tognazzi verso le 20.20 e di aver chiamato il portiere per chiedere di david Rossi; Riccucci riferisce di aver ricevuto una chiamata dal Filippone trascorse le venti e di averlo visto arrivare insieme ad una ragazza, poi conosciuta come Carolina Orlandi circa dieci minuti dopo, quindi non prima delle 20.30.

Siccome dal rapporto di acquisizione video (carta 128 fascicolo R.G. 962/2013) chiaramente si legge: “SI EVIDENZIA CHE L’ORARIO DI REGISTRAZIONE NON E’ ESATTO. SI RISCONTRA ORA DVR 01.37 ORA ESATTA 01.21, essendo il corpo di David Rossi caduto, per come appare nel primo fotogramma del video alle ore 19.59.23, l’ora esatta a cui deve essere riportato il timing della caduta e quella delle ore 19.43.23.

Quindi al di là di ogni ragionevole dubbio, quando la Bondi è uscita dal lavoro, alle 20.05 ed è passata davanti all’ufficio di David Rossi notando con certezza la porta aperta e la luce accesa, il corpo di David Rossi già giaceva nel selciato del vicolo di Monte Pio da circa 20 minuti.

Quindi se alle 20.30 circa la porta venne trovata chiusa, qualcuno doveva pur avervi provveduto, certamente non poteva essere stato David a chiuderla.

Il Riccucci non sa dirci chi fosse rimasto negli uffici della Banca, si limita ad indicazioni generiche basate su ricordi e tutti i soggetti sentiti, indicati come coloro che solitamente potevano trattenersi sino a quell’ora di fatto non apportano elementi utili all’indagine.

Non si ritiene per il momento neppure indispensabile evidenziare le altre incongruenze che emergono dalle deposizioni del Riccucci, del Filippone e del Mingrone pur rilevanti sotto certi profili ma non utili in quanto riferite ad avvenimenti successivi di alcune decine di minuti alla caduta del corpo.

Resta il fatto inconfutabile che la porta sia stata chiusa e che a chiuderla non potesse essere stato David.

Se anche i consulenti avessero letto con attenzione gli atti non avrebbero potuto non notare tale circostanza ma essendosi limitati per come indicato nella relazione a leggere probabilmente solo il provvedimento di archiviazione ed il rapporto degli agenti di PS ove si dice che l’ora del DVR è indietro di circa dieci minuti non potevano non cadere nell’evidente errore, errore ancora più grossolano laddove si indicano in quaranta i minuti di sfasamento tra l’ora del DVR e quella reale.

Anche a voler pensare che la porta si potesse essere chiusa da sola, circostanza da escludersi in quanto trattasi di porte di una certa pesantezza inserite in ambiente insonorizzato, visto che a domanda degli inquirenti i testi che si trovavano non lontani dall’ufficio di Rossi riferiscono di non aver udito nulla proprio in considerazione della insonorizzazione dei locali, un altro elemento oggettivo e inconfutabile emerge da un pur necessariamente sommario esame dei tabulati acquisiti, di cui le difese ne hanno potuto prendere visione a seguito della richiesta archiviazione.

Già nei precedenti tabulati in formato excell, seppure non giuridicamente attendibili ma sui quali, almeno con riferimento ad alcuni dati non vi era motivo di dubitare, emergevano certe attività svolte sul telefono di David Rossi alle ore 20.16 del 6 marzo 2013, telefono che veniva rinvenuto sulla di lui scrivania.

Dal tabulato ufficiale di cui si allega estratto emerge, al rigo 209 che alle ore 20.16.49 qualcuno rispondeva al telefono di David Rossi, la chiamata era stata effettuata da Carolina Orlandi, in quanto è indicata la durata di 3 secondi.

Immediatamente dopo, rigo 210, alle ore 20.16.52 sempre un soggetto, necessariamente diverso dal Rossi probabilmente lo stesso che aveva preso il telefono in mano, digitava un numero di telefono e partiva una chiamata.

Trattasi del famoso n 4099009 da alcuni, in vari articoli anche di stampa indicato come numero di riferimento di un conto dormiente, i.e. conto sul quale non vengono eseguite operazioni da anni, da altri come numero di un conto aperto presso lo IOR, la Banca del Vaticano.

Nello stesso lasso di tempo, alle 20.32, ora del DVR e quindi alle 20.16, ora effettiva dall’esame del video della caduta registrato dalla telecamera di sorveglianza si nota la caduta di un grave avente un moto leggermente parabolico, non perfettamente perpendicolare, indice questo di una velocità iniziale con componente orizzontale che rimbalzando al suolo va ad assumere una posizione compatibile con quella di quiete in cui è stato trovato l’orologio ma soprattutto indice del fatto che qualunque cosa fosse non poteva trattarsi di un oggetto caduto spontaneamente.

Quindi o si afferma che un grave cade da solo, ma se così fosse il moto non avrebbe avuto una componente orizzontale oppure qualcuno lo ha aiutato a cadere, tertium non datur.

Questi gli elementi oggettivi da subito evidenti nel fascicolo delle indagini che da soli escludono che Rossi potesse essere stato solo nel proprio ufficio al momento della precipitazione.

Di contrario avviso ma su basi estremamente fragili sono le convinzioni dei consulenti che escludono la presenza di terze persone nell’ufficio in particolare per non essere state rinvenute in questo tracce genetiche riferibili a terze persone.

Sulle tracce genetiche si impone subito una digressione, pur lasciando al consulente di parte nominato Dott.ssa Baldi ogni migliore argomentazione.

L’ufficio che non è stato chiuso nel tempo, ad eccezione del periodo in cui venne posto sotto sequestro, all’epoca dell’accesso, nel corso delle indagini era occupato dall’Avv.to Quagliana, come può non presentare neppure tracce di DNA della persona che lo occupava; analogamente per quanto concerne l’orologio ed il telefono sui quali sono state eseguite le altre indagini genetiche.

L’orologio non è mai stato sequestrato, senza alcuna precauzione venne consegnato da un militare dell’arma alla Sig.ra Tognazzi e da questa consegnato al sottoscritto difensore che lo ha conservato si in una busta ma senza alcuna precauzione. In svariate occasioni dai consulenti e dal sottoscritto legale, anche il giorno del sopralluogo in cui l’oggetto venne nuovamente sequestrato fu preso in mano e fotografato tanto che venne rappresentata da subito la eventualità che vi fossero tracce genetiche di più persone: a sorpresa dalla relazione si legge che sull’orologio siano state rinvenute tracce genetiche appartenenti al solo David Rossi. Anche in questo caso tertium non datur, o sono stati completamente sbagliati i tamponi o le indagini genetiche non servono a nulla.

Analogamente per quanto concerne il telefono oggetto di analisi, a fronte del rinvenimento di tracce genetiche riferibili a David Rossi ed a due persone di sesso femminile legate da rapporto di filiazione, probabilmente madre e figlia e quindi Tognazzi Antonella e Carolina Orlandi, si ritiene di dover evidenziare che lo stesso telefono, così come tutti gli altri apparati informatici, all’indomani del dissequestro vennero consegnati alla moglie e da questa portati per le indagini a Chiara Benedetti, legata alla vedova per il fatto di aver sposato il di lei fratello, che evidentemente in più occasioni deve aver avuto tra le mani il telefono stranamente senza lasciare tracce del suo patrimonio genetico.

Venendo alla relazione dei consulenti a questi era posto un preciso quesito: “Presa visione degli atti di causa (in particolare consulenze di parte a firma dell'Ing. Luca Scarselli e del Prof. Gian Aristide Norelli) e compiuto ogni necessario accertamento, dicano i consulenti se la morte di Rossi David sia riconducibile ad intervento di terze persone oppure sia riconducibile a gesto suicida. Riferiscano altresì quanto altro utile ai fini di giustizia.”

Nella parte iniziale della presente opposizione si scriveva che la assoluta mancanza di un’indagine di sopralluogo e di accertamenti radiografici, la lacunosità e la inesattezza nella descrizione dei reperti e nella definizione della loro origine causale, aspetti questi, tutti, in dettaglio evidenziati nella relazione del Prof. Norelli Gian Aristide a suo tempo depositata erano stati fatti propri dai consulenti della Procura.

Gli stessi, da subito evidenziavano un aspetto: “E’ importante ricordare la circostanza che, alla luce degli atti processuali, l’esito delle indagini si concluse con un giudizio di ‘suicidio’. Sostanzialmente la sentenza si è basata sugli esiti delle testimonianze, dell’autopsia e delle investigazioni operate dalla P.G., prescindendo da un’analisi meticolosa (da un punto di vista tecnico) del video ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare. Questo esame rappresenta un punto chiave dell’attuale processo” e che “Compito degli scriventi, pertanto, consiste nel tentativo di una più oggettiva possibile ricostruzione dei fatti, incarico che sarà svolto tramite il riesame degli atti, in particolare di quelli tecnici non ripetibili a distanza di tre anni (sopralluogo con relative immagini, prima autopsia ecc…) e con l’effettuazione di tutte quelle attività tecnico-scientifiche di approfondimento che possano portare nuovi elementi ovvero dirimere i dubbi circa le contestazioni mosse dai consulenti della famiglia, con la limitazione di dover lavorare senza la disponibilità di tutti i reperti e con uno stato dei luoghi modificato nei dettagli.”

In particolare la Prof. Cattaneo, per la parte di propria competenza in più occasioni, nella relazione ha evidenziato: “Tutto ciò è stato effettuato nella piena consapevolezza che si andava a lavorare su materiale che già era stato esposto ad una prima autopsia, e quindi “contaminato”, ma anche lavato. Era tuttavia doverosa, seppur complessa e comportante lunghe attese, la suddetta sequenza di analisi di tipo medico legale al fine di tentare in tutti i modi di giungere a dati concreti e utili per rispondere ai quesiti posti” La consapevolezza di andare a lavorare su un materiale contaminato ed anche lavato, sicuramente non una sola volta, il corpo dopo l’autopsia viene nuovamente lavato prima della vestizione, e con materiali, in particolare spugne e strumenti per autopsia che non vengono sterilizzati ma semplicemente lavati, su un tavolo settorio che è sempre lo stesso non ha però impedito, in assenza di alcuna certezza di arrivare a quasi solide certezze.

Certezze che non possono essere date neppure dagli esiti degli accertamenti merceologici tanto che in relazione si legge: “Nei campioni si apprezza una presenza massiva di Zinco, Piombo e Stagno in diverse aree cutanee, da probabile contaminazione proveniente dalla cassa interna zincata, inoltre si rileva una diffusa presenza di Calcio, che tuttavia è da considerarsi un contaminante molto diffuso in diversi ambienti (ad esempio nell'acqua) o da relazionare ai processi putrefattivi (adipocera). Nella regione ombelicale si apprezza la massiva presenza di Cromo, Ferro e Nichel (almeno 20 residui); questi potrebbero essere dovuti al contatto con la fibbia in metallo della cintura indossata dalla salma per le esequie o da contaminazione di materiale utilizzato per la prima autopsia (ferri, tavolo anatomico). Al capo posteriormente sono presenti scarse particelle simili anche queste potenzialmente riconducibili ai ferri da autopsia.”

Certezze che non possono esistere ed anzi devono essere escluse, relativamente alle lesività tutte, presenti nella parte anteriore del corpo, che non possono dirsi raggiunte né attraverso le indagini merceologiche ne attraverso la ricostruzione, per certi aspetti, fantasiosa della dinamica della caduta che prevederebbe condotte del Rossi a dir poco incredibili, contrastanti con le prove di simulazione eseguite e sconfessata da considerazioni tecniche sulle quali nel prosieguo, pur facendo proprie le considerazione del consulente di parte Ing. Scarselli brevemente ci soffermeremo.

Non essendo infatti spiegabile con la dinamica della caduta tutta una serie di lesioni, in particolare, come detto quelle presenti nella parte anteriore del corpo e distribuite su tutto questo, dagli arti inferiori alla testa, circostanza questa confermata dai consulenti della Procura della Repubblica, pur mancando i fazzolettini con cui Rossi si sarebbe tamponato una piccola ferita, pur mancando i vestiti e le scarpe, non essendo, per stessa ammissione dei consulenti dell’ufficio utili di fatto i reperti merceologici e genetici, questi con elucubrazioni non solo al limite dell’incredibile ma addirittura sconfessate da quanto dai medesimi affermato traggono pseudo certezze dal nulla.

Due presupposti fondamentali devono essere posti alla base del ragionamento.

La datazione delle lesività. La Prof. Cattaneo afferma che in conseguenza dello stato del cadavere non è possibile datare scientificamente l’orario delle lesioni, combinazione ha voluto che la cassa zincata nella quale era deposto il corpo di David Rossi per la inumazione non fosse stata dotata della valvola di sfiato con la conseguenza che il corpo immerso nei liquidi si presentava in avanzato stato di saponificazione e non di mummificazione. Di fatto, e la domanda se la pone anche la Prof Cattaneo, essendo le lesioni al volto visibilissime, se fossero state presenti da prima qualcuno avrebbe dovuto averle viste: considerato che fino al primo pomeriggio Rossi si era intrattenuto con il fratello Ranieri che era passato da casa a far visita alla moglie, che risulta a chi scrive che verso le 17 - 17.30 era uscito per prendere un caffe con tale Fulvio Muzzi, che fino alle 18.20, dai tabulati acquisiti risulta essere presente negli uffici della banca la Sig.ra Pieraccini Lorenza, che come risultante dai tabulati intrattiene ben sei conversazioni telefoniche con Rossi e mai risulta essere stata escussa a SIT tra il giorno 4 ed il giorno 6, l’ ultima delle quali dopo le 18 del 6 marzo 2013 in occasione della quale chiama senza ricevere risposta, che allo stesso Filippone, sebbene più volte sentito non è stato mai chiesto se si fosse incontrato con i Rossi, anche se si ritiene evidente che le lesività siano di pochi minuti anteriori all’evento, forse potrebbe essere di aiuto sentire tali persone al fine di determinare sino a quale ora del pomeriggio David non presentasse alcun segno visibile sul volto, anche se gli stessi consulenti affermano (pag 46 relazione): “l’ultima testimonianza visiva del Rossi risale ad una collega, che lo avrebbe incrociato nei locali della banca intorno alle ore 18,00, senza segnalare la presenza di ferite.”

I fazzolettini gli abiti e le scarpe. Esaminando le fotografie in atti, i consulenti Cattaneo e Zavattaro scrivono (pag 45 relazione): “Queste sono le uniche immagini, per cui non è possibile stabilire con precisione la sequenza temporale degli oggetti che sono stati cestinati, tuttavia si nota che tra i più superficiali ci sono dei frammenti di carta e almeno un fazzoletto di carta. In considerazione del ruolo rivestito dal Rossi, è ragionevole ipotizzare che il cestino dovesse essere ripulito giornalmente, pertanto tutto il materiale deve essere riferito alla giornata del 6 marzo. I frammenti di carta costituiscono, in parte o in toto, i biglietti di addio manoscritti dal de cuius. I fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minimo di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente)”, ed arrivano ad affermare, quanto alle macchie presenti sui medesimi che: “Le macchie di sangue potrebbero dunque essere dovute ai tamponamenti su una di queste ferite e, in particolare, la forma triangolare e la dimensione delle tracce, potrebbe essere ricondotta a quella al labbro inferiore (peraltro zona molto irrorata dai vasi, quindi con abbondante flusso, circostanza che giustificherebbe anche i numerosi tamponamenti)”. Mentre i biglietti accartocciati e strappati, non uno di questi veniva rinvenuto in bella mostra sulla scrivania, tutti erano stati cestinati, venivano prelevati, i fazzolettini verranno prelevati solo alcuni giorni dopo, posti sotto sequestro, mai esaminati e distrutti nel mese di settembre a seguito di ordine di distruzione del reperto del 14 agosto 2013, senza alcuna comunicazione alla parte offesa, che avrebbe potuto opporsi alla distruzione. I fazzolettini si trovavano in base alla documentazione fotografica dentro una scatola di cartone, all'interno di un sacco di plastica bianco. Le prime due fotografie mostrano la scatola che contiene vari oggetti tra i quali un libro e, la fotografia ripresa da sopra il cestino, scattata si presume prima che il contenuto dello stesso venisse, quanto alla dislocazione, modificato, mostra almeno un fazzolettino. La terza fotografia, ove sono raffigurati vari fazzolettini con evidenti tracce rossastre è evidentemente stata scattata una volta svuotato il cestino, tanto che il libro che prima era in posizione obliqua, appoggiato al bordo della scatola si vede in posizione orizzontale con sopra svuotato il contenuto della scatola. Ammesso e non concesso, che si tratti di tracce ematiche, che queste siano servite a tamponare la ferita al labbro, anche per l’alone presente intorno ad alcune delle tracce rosse, che siano di epoca di poco anteriore all’evento, ma essendo stati distrutti non è possibile adesso compiere alcuna verifica, considerato che gli stessi consulenti, e la visione delle fotografie non lascia adito a dubbi su questo, affermano che la ferita al labbro ed alla parte sinistra del naso, compresa probabilmente quella presente sulla pinna nasale, sono da riferirsi ad un unico evento, occorre stabilire come David Rossi possa essersi, da solo, procurato tale ferita. Sicuramente, ci scusi il Giudice la lapalissianità del ragionamento, non possono essere avvenute nella fase della caduta in quanto David Rossi non avrebbe certo potuto poi gettarli nel cestino, quindi sono necessariamente precedenti al posizionamento del corpo sulla finestra ed alla successiva caduta e, con altrettanta certezza non si può affermare che siano appartenuti al Rossi. Visto che in base alle fotografie, lo stesso consulente medico legale afferma però che un conto è vedere il corpo nell’immediatezza, un conto esaminare le fotografie, si afferma che la lesione può essere stata prodotta a seguito di urto, sfregamento compressione contro una parete, spigolo, non tagliente, si deduce che o David Rossi ha preso a testate uno spigolo e poi visto che gli usciva del sangue ha deciso di tamponarsi la ferita oppure qualcuno ha sbattuto la faccia di David Rossi contro uno spigolo. Analogo ragionamento deve farsi per la piccola ferita rotondeggiante presente sulla fronte. Dopo aver riferito che tutto è contaminato, che le tracce di rame sono rilevate su gran parte delle lesioni presenti sul corpo di David, si parla comunque di tracce minime, come per magia appare la possibilità che questa sia stata causata dall’urto contro il nottolino interno su cui si chiude la finestra, sia quello posto in alto che quello posto in basso in base alla lega con cui è composto il materiale. Al di là della stranezza che essendo l’ottone una lega venga trovato quasi esclusivamente del rame scrivono i consulenti:” Osservando gli elementi maggiormente (o unicamente) rappresentati sulle lesioni sul corpo del Rossi (Al, Si, Ti, Cu) (come ricordato sopra) insieme a K-feldspato (silicato di alluminio), si può apprezzare come tali elementi siano maggiormente presenti nelle strutture del muro esterno (malta e mattone) (Si, Al), sulle persiane (Si, Al), sul gancio metallico della finestra (soprattutto rame Cu). Ciò è suggestivo (con tutti i limiti detti precedentemente relativamente al lavaggio e alla contaminazione della salma) di un contatto in particolare: della sede del capo della lesione A (regione frontale destra) con il gancio della finestra (sopra o sotto),della lesione C all’occhio di sinistra e del polso e della mano sinistra e del polso della mano destra con il muro esterno o l’anta”, dovrebbero spiegare i consulenti, in base alle misure, altezza di David Rossi e altezza della finestra come David Rossi avrebbe potuto urtare la testa contro il nottolino, gancio superiore e se tali altezze non risultassero, come non risultano compatibili, come Rossi avrebbe potuto sbattere contro il gancio inferiore, se non spinto da qualcuno.

Le lesività sulla parte anteriore del corpo di David Rossi. I consulenti affermano che le lesività presenti sulla parte anteriore del corpo possono essere state causate anche da una colluttazione con terze persone ma non avendo trovato tracce genetiche riferibili a terzi si sono sforzati di individuare in quale altro modo le stesse potessero essere state originate. Premesso che di alcune di queste non sono riusciti a dare alcuna spiegazione ne logica ne deduttiva nè tantomeno scientificamente apprezzabile, si pensi alle ecchimosi ed abrasioni all’interno della coscia destra, nella zona inguinale, la piccola lesione tonda sotto il ginocchio a quelle presenti sull’addome che non possono essere state causate dalla cintura la cui fibbia non contiene nichel come riferito verbalmente dal Colonnello Zavattaro che aveva svolto accertamenti in tal senso direttamente dal produttore Prada ( il nichel è sostanza altamente allergizzante ), al fine di cercare una plausibile spiegazione delle altre, si deve osservare che la fantasia ha prevalso sulla realtà oggettivamente dimostrata dal consulente di questa difesa Ing. Scarselli e condivisa dallo stesso consulente Zavattaro nella parte della relazione afferente la dinamica su due aspetti fondamentali.

I punti fermi condivisi dai consulenti sulla dinamica della precipitazione. Premesso:

a) che per quanto sopra riportato l’analisi meticolosa del video (da un punto di vista tecnico) ripreso dalla telecamera che mostra il soggetto precipitare rappresenta un punto chiave dell’attuale processo (parafrasi di quanto scritto dai consulenti sopra riportata per esteso);

b) che nessuna perizia sul video sia mai stata disposta nonostante espressamente sia stato richiesto;

c) che questo era il punto di partenza posto dai consulenti a base delle proprie valutazioni;

d) che anche sul video acquisito nel corso delle indagini devono sollevarsi delle perplessità siccome contenuto in una chiavetta USB avente capacità di 8GB mentre la sera della acquisizione il video venne riversato in due chiavette di 4GB ciascuna, (si veda rapporto acquisizione);

e) che il DVR sul quale venivano registrate le immagini del sopralluogo effettuato in sede di accertamenti irripetibili non era lo stesso in base alla descrizione del modello sempre contenuta nel medesimo rapporto di acquisizione;

f) che la posizione della telecamera anche se di pochi gradi risultava spostata rispetta a quella originale con cui vennero riprese le fasi della caduta del corpo di David Rossi,

g) che diversamente da quanto affermato in relazione il DVR come risulta dalla scheda del produttore non era adattativo, ovvero non aumentava la velocità dei frames in caso di movimento;

h) che inequivocabile e descritta dagli stessi consulenti è la presenze di persone che entrano nel vicolo, non transitando semplicemente lungo via dei Rossi;

i) che tali persone accedono al vicolo quando David Rossi era ancora vivo,

j) che il video, circostanza questa sempre sostenuta appare non genuino per le motivazioni tutte di cui alle precedenti relazioni a firma Ing. Luca Scarselli;

k) che dal video emerge chiara la presenza di fonti luminose attribuibili ai fari posteriori, stop, di autovetture che come da indagini difensive effettuate non possono essere attribuite ad autovetture in transito bensì ad autovettura, sempre la stessa per la distanza focale e l’altezza delle proiezioni delle luci ed a sorgenti luminose provenienti da dietro la telecamera;

l) che è necessario in queste indagini appurare chi fossero tali persone non tanto per la ipotesi di omissione di soccorso quanto per verificare se questi si trovassero in luogo al fine di accertarsi che Rossi decedesse, fatte queste premesse si osserva:

Scrivono i consulenti della Procura e su tale aspetto quanto in premessa non rileva:” Il Rossi era in una posizione iniziale che non dà luogo a rotazione, con il tronco e il viso rivolti verso il muro, paralleli ad esso... (omissis) Questo dato, unitamente alle valutazioni dei paragrafi precedenti, è di forte supporto all’ipotesi che il Rossi abbia iniziato la precipitazione da una posizione iniziale già completamente esterna alla finestra, con busto eretto, rivolto verso la parete. Poiché dai fotogrammi che mostrano gli ultimi metri di caduta non si notano variazioni significative alla posizione del tronco e degli arti superiori del Rossi e in considerazione, inoltre, che il tempo di volo è in ogni caso esiguo (tra 1,67 e 1,75 secondi), appare ragionevole considerare che tale posizione della parte superiore dovesse essere quella della separazione dal manufatto.

Da tali considerazioni, basate su leggi della fisica e non su mere supposizioni risulta evidente:

1) Che David Rossi “fosse appeso” all' esterno della finestra;

2) Che David Rossi non era seduto sulla sbarra di protezione. Dal primo punto anche con riferimento alle ipotesi avanzate dai consulenti circa la natura delle lesività e al necessario intervento da parte di terzi si evidenziano riportandosi alla consulenza dell’Ing. Scarselli a cui si rimanda i seguenti punti: 1) In relazione allo sviluppo della dinamica a partire da corpo appeso volontariamente: la precipitazione del Rossi non trova spiegazione, per distanza di caduta, per posizionamento delle braccia e delle gambe, se non con un intervento da parte di terzi; 2) In relazione alla dinamica ipotizzata: tentativo di scalare il muro per raggiungere la grondaia (fuga?): questa ipotesi, che Rossi volesse scappare da qualcuno confligge con il dato di non aver trovato tracce dei presenza di terzi nella stanza e avrebbe dovuto sollecitare ai consulenti l’ipotesi non certo peregrina che Rossi potesse essersi incontrato con qualcuno, magari nel tunnel sotterraneo che conduce ad altri palazzi del Monte dei Paschi di Siena, che si affacciano sia nella Piazza dell’Abbadia che nello stesso vicolo di Monte Pio dalla parte opposta a quella da cui David Rossi veniva gettato al suolo, meglio defenestrato ( espressione questa usata dai PPMM in occasione della prima richiesta di archiviazione) circostanza questa suggerita dalla presenza di sostanza bianca sotto la suola delle scarpe che potrebbe essere stata calpestata proprio all’interno del tunnel;

3) Sul prelievo n. 9 posto a 190 cm dal davanzale relativamente al segno lasciato dalla punta delle scarpe: si spiega solo con la condizione che qualcuno stesse trattenendo il Rossi per i polsi delle braccia (essendo l'altezza del Rossi non superiore a cm. 170) e quindi, banalmente, si giustifica solamente con l'intervento da parte di terzi nell' inizio del moto di precipitazione. Da subito si deve far notare che se le tracce attribuibili astrattamente alla tomaia della scarpa, non alla gomma che è quella effettivamente abrasa ma che non presenta tracce di colore rossastro, come sarebbe ipotizzabile se fosse stata strusciata contro i mattoni, sono state trovate a distanza di cm. 45, cm. 60 e cm. 190 (pag. 36 della relazione) ed hanno tutte la medesima matrice non possono essere attribuite alle scarpe del Rossi, scarpe che non attirarono l’attenzione del personale del 118, sentito a sit, anche se questi riferiscono che i pantaloni erano perfetti, puliti stirati addirittura con la piega. Tale circostanza lascia ipotizzare che le tracce di sporco riferibili secondo il Col. Zavattaro a sfregamento contro i mattoni, sulla base delle prove di posizionamento eseguite ma con persona attiva e ben fissata a cavi di protezione, che puntava i piedi, le ginocchia e le cosce contro i mattoni, come da fotografie inserite nella consulenza, potrebbero essere derivate dal fatto che il corpo venne, dopo l’intervento del personale del 118 girato su se stesso, come risultante dalle fotografie in atti;

4) Posizione in cui è stato trovato l'orologio, non compatibile con il vettore della quantità di moto del braccio sinistro del Rossi durante la precipitazione;

5) Segni di afferramento lasciati dall' orologio sul polso sinistro;

6) Presenze nell' ufficio alle ore 20:16 (chiamata telefonica, oggetto che cade);

7) Presenza di persone all' ingresso del vicolo, la cui presenza non era occasionale ma finalizzata a celare il corpo del Rossi a terra ed evitare che venisse soccorso;

8) I segni sulle scarpe la cui origine è da far risalire ad una aggressione, afferramento, tentativo di immobilizzazione. A maggior ragione per incompatibilità relativa alla geometria (quote) dei segni attribuiti e per la qualità merceologica delle sostanze sulle punte e suole.

Punti questi tutti analiticamente analizzati nella consulenza tecnica.

In modo esattamente contrario a come ha fatto, dunque, avrebbe dovuto argomentare la Procura della Repubblica, in questa fase dell’indagine, riconoscendo l’errore in capo alla prima istruttoria di aver optato per l’ipotesi suicidaria considerandone una inconsistente certezza donde la necessità di esplorare ancora la consistenza ed il valore probatorio dell’ipotesi alternativa a quella che si è dimostrato essere viziata dal ragionevole dubbio; una ipotesi che indubbiamente deve essere approfondita anche alla luce di elementi probatori che vanno oltre la mera indagine tecnica, che deve essere dimostrata, ma che è credibile nella sua realtà essenziale, che pone l’intervento di terze persone, alla luce delle caratteristiche delle lesioni, come elemento non solo di probabilità logica ma oseremmo dire scientifica da valersi nella ricostruzione penale dei fatti che esitarono nella morte di David Rossi.

Si chiede pertanto che il Giudice, anche con riferimento all’ipotesi accusatoria di cui all’art. 580 c.p., “in tesi: previa fissazione dell’udienza camerale ex art. 410 III Cod. Proc. Pen., voglia disporre la restituzione degli atti al Pubblico Ministero affinché assuma informazioni e svolga ulteriori indagini anche eventualmente con incarico a consulenti tecnici sulle seguenti circostanze:

- Modalità di acquisizione delle mail in atti e di accesso al computer di David Rossi, contenuto di tutte le mail presenti nel server MPS relative a David Rossi, e di Fabrizio Viola;

- Sulle azioni intraprese dal datore di lavoro in prevenzione, anche a seguito della mail inviata dal Dott. Rossi in cui si preannunciava il suicidio.

- Che siano sentiti i Sig.ri Viola Fabrizio circa la ricezione delle e-mail nelle forme ritenute opportune; la Sig.ra Pieraccini Lorenza ed il Sig. Fanti Gianni, che ebbe a transitare davanti alla porta dell’ufficio di David Rossi come individuato dal piantone presente, il Sig. Fulvio Muzzi titolare della impresa MCM circa l’incontro avvenuto con il Rossi il pomeriggio del 6 marzo 2016 nonché la Sig.ra Simona Bianciardi segretaria di David Rossi circa gli appuntamenti di Rossi nei giorni immediatamente precedenti l’evento e la sera dell’evento

- Sia disposta consulenza tecnica sul video in atti di cui si afferma essere presente la versione estratta dal DVR.

- E su tutte le altre che dall’esame degli atti riterrà necessarie.

- In ipotesi: il Procuratore Generale presso la Corte di Appello, a mente dell’art. 412 e 413 Cod. Proc. Pen., avochi a se l’indagine e svolga le indagini sopra indicate e tutte quelle che reputerà necessarie ai fini del corretto accertamento dei fatti. All’esito, voglia ordinare al Sostituto Procuratore assegnatario ex art. 415 I Cod. Proc. Pen. di provvedere all’iscrizione nel Registro degli Indagati gli autori dei reati ritenuti sussistenti e disporre l’esercizio dell’azione penale contro di essi per i reati che saranno ravvisati. Si deposita in forma cartacea : 1) Relazione Tecnica Ing. Luca Scarselli; 2) Sit Marco Morelli; In formato digitale CD contenente: 1)Relazione tecnica Ing. Luca Scarselli; 2) Sit Marco Morelli; 3)Cartella Frames estratti dal video della caduta e video relativi a: a)Persone presenti nel vicolo; b)Luci di fari posteriori di autovetture; c)Luci proiettate dalla parte posteriore della telecamera; d)Filmato di autovetture che transitano in Via dei Rossi altezza intersezione vicolo Monte Pio; 4)Estratto tabulato telefonate. Siena, 20 febbraio 2017.

MEMORIA INTEGRATIVA. (Tratto dal sito web de Le Iene).

Memoria integrativa dell'opposizione alla sentenza di archiviazione presentata dall'Avvocato Luca Goracci.

Tribunale di Siena

Ufficio del Giudice per le indagini preliminari

Nel Procedimento RG 8636/2015 mod. 44

Ecc.mo Sig. Giudice, le ulteriori indagini svolte, all’indomani del deposito della richiesta di archiviazione e della successiva opposizione e le ulteriori emergenze anche di natura processuale impongono a questa difesa la redazione della presente memoria corredata anche da nuovi accertamenti tecnici che si sottopongono alla attenzione della S.V. Ill.ma. Purtroppo, e da qui si ritiene di dover procedere, causa investimento mentre attraversava la strada il Prof Norelli Gian Aristide che aveva fatto pervenire una breve nota di osservazioni alla relazione Cattaneo Zavattaro, non solo è impossibilitato a partecipare alla udienza ma neppure è stato in grado di portare a termine il proprio lavoro. Tale bozza viene riportata nella presente memoria e fatta propria da questo difensore. Scrive il Prof Norelli: “Quanto alle osservazioni sulla indagine attuale, limitandosi alle critiche che discendono da osservazioni oggettive e rifuggendo da interpretazioni che, per la loro soggettività, potrebbero essere intese come deduzioni di parte e quindi equivalenti a quelle del PM, giova richiamarsi alla CT medicolegale. Per quanto attiene le osservazioni medico-legali non può che compiacersi che, almeno in parte, le posizioni del CT di Parte Lesa siano state recepite, anche se della loro interpretazione è fatto un uso che merita ulteriori considerazioni. Giusto le osservazioni dei Periti, infatti, il PM si pone il quesito, correttamente nell’essenza delle necessità istruttorie, se si sia trattato di omicidio o di suicidio ed è questo un quesito cui ciascuno sarebbe felice di poter fornire risposta; non era questo, però, il tema su cui si interrogava il medico legale e non era questo il dubbio cui pensava di poter fornire certe e dirimenti soluzioni al momento in cui si ottenne la riapertura della attività istruttoria. Si muoveva, infatti, da errati orientamenti medici-legali che, unitamente ad altri non ben condotti atti istruttori, avevano indotto l’altrettanto errato convincimento che si potesse nella specie escludere con certezza l’intervento di terze persone ed ogni reperto risultasse convergente, con pari certezza, verso l’ipotesi suicidiaria. I Periti attuali hanno condiviso, in gran parte le osservazioni medico-legali di Parte Lesa, pervenendo a conclusioni che permangono, ovviamente dubitative, ma che sono ben lungi dall’escludere il ruolo di terze persone e propendono per l’ipotesi suicidiaria, non certa, solo perché non sussistono elementi di certezza relativi all’ipotesi di omicidio. Assumono aspetto di evidente forzatura concettuale, dunque, le osservazioni del PM che cercano di mettere in contraddizione elementi medico-legali (inoppugnabili) forniti dalla Parte Lesa, con osservazioni tecniche (non medicolegali, dunque) che deriverebbero dalla stessa Parte. Come del pari forzatura evidente si palesa nel momento in cui le opinioni dei Periti si assumono convergere in via quasi esclusiva verso l’ipotesi suicidiaria. Prima e piuttosto che da elementi tecnici (già abbondantamente segnalati e discussi nelle osservazioni a suo tempo depositate, rilevati ed in larga misura condivisi dai Periti) l’errore nel ragionamento del PM deriva dal modo in cui si è posto il quesito; e cioè se nella specie si tratti di omicidio o di suicidio, come se l’istruttoria odierna fosse la prima che è stata condotta nella immediatezza degli eventi. Non è così, pervero: posto che l’odierna indagine deriva da una ricusazione dell’esito della prima, che si era conclusa con l’apodittica affermazione che trattavasi nella specie di atto suicidiario, perpetrato con evidente assenza di terze persone e con lesività del tutto compatibile, in via esclusiva, con una dinamica suicidiaria degli eventi. Cosa è possibile dedurre oggi, invece, all’esito di una nuova istruttoria, consapevoli che la possibilità di acquisire ulteriori parametri utili all’accertamento della verità era preclusa dalla intempestività degli atti a suo tempo effettuati e dalla loro censurabile parzialità, nonché dal tempo ormai trascorso che ne aveva cancellato o alterato le tracce? Si può certamente dedurre che esiste il ragionevole dubbio, ma proprio in riferimento a quell’ipotesi suicidiaria erroneamente dedotta come certa ed all’assenza dell’intervento di terze persone all’epoca, del pari, dichiarata con certezza. Le indicazioni medico-legali che avrebbero potuto darsi allora, con ogni probabilità avrebbero potuto andare oltre il ragionevole dubbio che può ammettersi oggi e la ricostruzione degli eventi avrebbe sicuramente potuto (immodificati gli ambienti e tempestivamente esaminati e campionati tutti i possibili siti di reperti biologicamente utili) risultare assai più convincente e realistica di quanto, in realtà, è stato oggi consentito. Diversamente da quanto si era dedotto all’esito della prima istruttoria, si è confermato come i segni rilevati sul cadavere siano ben lontani da escludere la possibilità di intervento di persona o persone diverse dal Rossi e che le lesioni agli arti non avevano le caratteristiche del tentativo di azione autosoppressiva come all’epoca si era erroneamente dedotto. Si è detto, in altri termini che l’ipotesi suicidiaria non poteva ammettersi come certa e neppure accettabile al di là di ogni ragionevole dubbio. In modo esattamente contrario a come ha fatto, dunque, avrebbe dovuto argomentare il PM, in questa fase dell’indagine, riconoscendo l’errore in capo alla prima istruttoria di aver optato per l’ipotesi suicidiaria considerandone una inconsistente certezza donde la necessità di esplorare nell’unica sede in cui sia possibile farlo (e cioè il processo), la consistenza ed il valore probatorio dell’ipotesi alternativa a quella che si è dimostrato essere viziata dal ragionevole dubbio (omicidio vs suicidio); una ipotesi che indubbiamente deve essere approfondita anche alla luce di elementi probatori che vanno oltre la mera indagine tecnica, che deve essere dimostrata, ma che è credibile nella sua realtà essenziale, che pone l’intervento di terze persone, alla luce delle caratteristiche delle lesioni, come elemento di probabilità logica da valersi nella ricostruzione penale dei fatti che esitarono nella morte di David Rossi.” Nelle poche ma significative righe si colgono alcuni aspetti fondamentali. La relazione del Prof Norelli, che insieme alle altre depositate ha reso necessaria la riapertura del caso, è da considerarsi come un giro di boa in una regata dal quale dover ripartire ma non con ipotesi, bensì con elementi certi e con indagini a tutto raggio. Le argomentazioni del Prof. Norelli hanno trovato conferma nelle indagini dei consulenti della Procura che al di là di mere ipotesi, anche contraddittorie tra loro, dopo aver necessariamente escluso che le lesività presenti nella parte anteriore del corpo di Rossi possano essere in alcun modo compatibili con la dinamica della caduta neppure con argomentazioni tecniche e non medico legali sono riusciti a dimostrare la etiopatogenesi di alcune lesioni, meglio sarebbe dire la riferibilità di certe lesioni ad un momento o movimento o tentativo o ipotesi. Certo dire dopo oltre tre anni che non vi sono tracce di DNA di terze persone ( strano che non siano state trovate tracce di DNA di Rossi o di chi adesso occupa quell’ufficio o delle persone che solitamente svolgono lavori di pulizia, ma la circostanza sorprende relativamente atteso che nessuna traccia di materiale genetico, ad eccezione di quello del Rossi sia stata rinvenuta nell’orologio e che nel telefono siano state rinvenute tracce di DNA appartenente a due donne, “legate tra loro” quando il cellulare è stato nella detenzione di altra persona, ingegnere informatico. Solo per esempio ma il ragionamento, per quanto sopra, è valido per tutte le lesioni alla parte anteriore del corpo di Rossi, se si scorre la consulenza Cattaneo Zavattaro, e sono i consulenti della Procura che parlano anche di ipotesi di colluttazione, nessun riscontro, neppure in via ipotetica offrono i consulenti per la chiara lesione all’inguine e per le ecchimosi, in particolare evidenti segni lasciati da una mano sull’avambraccio destro, lesioni pur presenti e riportate nella documentazione fotografica in atti. Queste le lesività più evidenti suggestive di un calcio nei genitali la prima e di un afferramento la seconda. Scriveva il Prof Norelli nella relazione depositata allegata all’istanza di riapertura: “Anche per la lesività alle braccia ed agli arti inferiori può manifestarsi stupore per la carenza di motivazioni sull’origine della stessa. Appare evidente, infatti, come le aree ecchimotiche o abraso-escoriate agli arti, mal si attengano alle conseguenze della caduta e come risulti ancor meno giustificabile la loro genesi con il meccanismo di precipitazione. Difficile, ancor più, giustificarne l’origine con una dinamica di posizionamento sul davanzale più che dubbia per un evento suicidiario, che, del resto, come meglio potrà dirsi tramite relazione tecnica, è logicamente ben difficile da ammettere, sol che si presti minima attenzione al filmato della caduta. Il soggetto è visto precipitare in posizione orientata ventralmente verso la parete, senza che minimamente se ne discosti lungo l’intero tempo della precipitazione. Un’ipotesi suicidiaria di tal genere potrebbe solo evocarsi nel caso in cui il Rossi si fosse arrampicato sul davanzale, rimanendo poi appeso per gli arti superiori mantenendo il corpo parallelo ventralmente al piano del muro; ma anche ove si fosse lasciato andare abbandonando la presa, un pur minimo spostamento soprattutto della parte superiore del corpo in divergenza dal muro avrebbe dovuto rendersi evidente, per l’involontario, anche se minimo, movimento di spinta che una manovra siffatta necessariamente comporta. Senza voler indulgere a interpretazioni suggestive, peraltro, appare indubbio che una dinamica di precipitazione del tipo di quella osservata nella specie può solo giustificarsi con un corpo inerte che sia lasciato andare, in posizione ventrale tangenziale alla parete; in modo, dunque, assolutamente incompatibile con un evento suicidiario.” E sempre il Prof Norelli a conclusione del proprio elaborato afferma:” Quanto, poi, alla assenza di segni attribuibili a azione violenta di terzi, sembra doveroso domandarsi in base a quali elementi di certa dimostratività il C.T. abbia inteso pronunciarsi, posto che, di tale aspetto, nella relazione non sono forniti alcuna elaborazione né alcun approfondimento, il che rende le conclusioni del CT del PM ulteriormente non condivisibili, sol che si consideri che taluni segni agli arti superiori, in particolare, risultano quantomeno suggestivi per possibili manovre di afferramento. E’ da rilevare, dunque e contrariamente a quanto sostenuto, come molteplici possano essere gli elementi che depongono per l’intervento di terzi nello svolgimento dei fatti che portò a morte il Rossi, sia per quanto attiene la dinamica considerata in sé (precipitazione del tutto anomala), sia per la lesività presentata la cui origine merita puntuale approfondimento e se è indubbiamente vero che molti fatti non possono ormai più avere possibilità di accertamento obiettivo, in quanto l’approfondimento avrebbe potuto/dovuto svolgersi all’epoca, per altri si ritiene che argomentazioni più attente ed una ricostruzione, pur tardiva, elaborata su base scientifica dei diversi aspetti della vicenda, esaminando anche il materiale fotografico presente nel fascicolo del PM, potrebbe indurre a riconsiderare ipotesi, fino ad ora accantonate, in assenza di puntuale ed approfondita motivazione”. Nessuna puntuale ed approfondita motivazione emerge dalla consulenza disposta dopo la riapertura del caso, anzi l’esatto contrario. E’ incontestabile che il Rossi non presentasse sul volto, parte sicuramente visibile del corpo alcun segno evidente di lesioni almeno sino alle 18 del pomeriggio del 6 marzo 2013, le lesini quindi devono essere state prodotte nel lasso di tempo che corre dalle 18 circa all’ora della precipitazione, 19.43.23, I consulenti della procura, in uno slancio di onestà intellettuale, affermano che le lesioni presenti nella parte anteriore del corpo siano compatibili anche con una ipotesi di colluttazione avvenuta ovviamente prima della precipitazione. Fermo restando il dato certo che neppure con la più ampia serie di ipotesi formulate e formulabili sia stato possibile per i consulenti attribuire a causa non estranea alla condotta ipotetica del Rossi la genesi di alcune lesioni, ( lesioni al polso sinistro, lesioni all’avambraccio destro, lesioni alla coscia destra tra le altre) altrettanto inconfutabile è il dato che se i fazzolettini sequestrati, rinvenuti nella scatola di cartone posta dietro la scrivania del Rossi, inopinatamente distrutti senza alcun avviso alla parte offesa e senza alcuna necessità, se sottoposti ad esame genetico, avrebbero potuto dirimere alcuni dubbi attese le considerazioni dei consulenti Cattaneo e Zavattaro. Se e qualora le tracce fossero state di natura ematica e se il sangue rinvenuto fosse appartenuto al Rossi e fosse stato lasciato sul fazzoletto a seguito di tamponamento della ferita sul labbro, automaticamente verrebbero scartate le ipotesi di una genesi delle ferite da strusciamento, ammesso che sia possibile, con la parte esterna della finestra in un tentativo di fuga ovvero a seguito di ripensamento, di risalita: non essendo per l’esito andate a buon fine le due ipotesi Rossi non poteva certamente aver provveduto a lasciare i fazzolettini all’interno del proprio ufficio. Analogo ragionamento deve essere svolto, sempre a confutazione di quanto affermato dai consulenti della Procura con riferimento alle macchie presenti sui pantaloni. Questa difesa non sa se i Consulenti di parte abbiamo potuto prendere visione delle dichiarazioni rese dal personale del 118 ma certamente quanto dichiarato da quel personale, concordemente, confligge drasticamente con l’ipotesi che le tracce di colore bruno rossastro presenti nei pantaloni possano essere conseguenza di uno strusciamento contro la parete in mattoni. Tutti i soggetti intervenuti affermano che i pantaloni di Rossi erano perfettamente puliti, con la piega tanto che tutti avevano notato l’abbigliamento, scarpe comprese. Pur non avendo fatto attenzione alla suola delle scarpe, la descrizione dei pantaloni è inequivocabile e, se si raffrontano le macchie presenti con il colore del selciato si ritiene di poter affermare che le macchie siano conseguenza del fatto che il corpo di Rossi sia stato girato su se stesso almeno due volte, dal medico legale intervenuto e dalla scientifica. Rimanendo sulle informazioni fornite dal personale del 118 si osserva come queste non si limitino alla descrizione dei pantaloni e delle maniche della camicia che riferiscono essere state abbottonate al polsino. A tutti è stato chiesto se abbiano o meno notato la presenza dell’orologio. Le risposte sono tutte univoche e sorprendenti in quanto non solo nessuno degli intervenuti ha notato la cassa dell’orologio posta a poca distanza dal corpo ma neppure hanno notato il cinturino che si trovava proprio accanto alla caviglia destra del Rossi e non lo ha notato uno dei volontari che ha abbassato i calzini che indossava Rossi per posizionare gli elettrodi alle caviglie. Se da un lato si può comprendere come nella concitazione del momento una persona possa non prestare attenzione all’ambiente circostante, nel momento in cui, accertato il decesso viene data precisa disposizione di raccogliere tutto il materiale e quindi viene svolta una ricognizione nelle zone limitrofe al corpo dove è stato comunque effettuato l’intervento, il fatto che nessuno abbia notato il cinturino dell’orologio lascia logicamente supporre che questo possa non esservi stato, allo stesso modo la cassa, poco lontana che essendo in acciaio e trovandosi nella zona illuminata dalla luce posta proprio sopra a questa avrebbe dovuto anche riflettere la stessa. Questa difesa è consapevole che in più occasioni, senza peraltro mai espressamente parlare di orologio ha rappresentato la possibilità che il grave che si vede cadere, con moto parabolico alle ore 20.16 ( 20.32 ora DVR) possa essere l’orologio, anche per la posizione che a seguito del rimbalzo può, detto grave, essere andato ad assumere in quiete, ma stanti le precise e circostanziate dichiarazioni dei volontari del 118 non si può escludere che l’orologio sia stato posizionato successivamente in loco. In tal senso, riesaminate le videoriprese effettuate con il telefonino, atteso che nelle stesse sono ripresi dall’ alto alcuni soggetti che prestano o hanno appena prestato i soccorsi ad integrazione delle richieste già formulate si chiede che sia disposta una nuova indagine sul suddetto video al fine di verificare se all’ora, nota, in cui gli agenti della scientifica effettuarono tali riprese, siano o meno visibili l’orologio ed il cinturino sul selciato. Non ingannino le macchie bianche che si vedono dall’alto in quanto se raffrontate con le fotografie in atti, queste rappresentano variazioni di colore della pavimentazione ma non risulta visibile alcun oggetto che rifletta la luce. Tornando alla consulenza Cattaneo Zavattaro se la stessa, sotto un profilo strettamente medico legale nulla ha apportato di dirimente alle indagini, evidenziando semmai la lacunosità di quanto svolto in precedenza, anche con riferimento alla dinamica della caduta, e per altri aspetti ancor più dirimenti, è da ritenersi del tutto insufficiente per non dire inutile. Eppure la ricostruzione ere da ritenersi indispensabile per verificare, secondo l’assunto della procura se ed in che modo Rossi potesse essersi procurato le ferite alla parte anteriore del corpo e se queste fossero state prodotte con “l’ausilio” di terze persone. Al fine di tentare una ricostruzione della dinamica, e con la necessaria attenzione al dato di fatto che sul filmato della caduta si sono basate molte delle ipotesi avanzate dai consulenti della Procura, filmato quanto alla genuinità sempre contestato da questa difesa, occorre svolgere alcune brevi considerazioni prima di riportarsi alla relazione del consulente di parte Ing. Scarselli che si deposita allegata alla presente memoria. Il ten. col. Zavattaro, per approfondire gli aspetti cinematici dell'evento, nel corso del sopralluogo del giugno dello scorso anno, provvedeva ad effettuare una ripresa di un’asta metrica, posta sulla verticale del punto di contatto a terra del corpo di Rossi, al fine di poter calcolare l’altezza a cui poteva trovarsi il corpo del medesimo durante la caduta. Il Col Zavattaro scriveva nella relazione a Sua firma: (omissis) ...Attraverso lo stesso sistema di videoregistrazione dell’epoca si è effettuata una ripresa delle operazioni, in modo da lasciare inalterate le eventuali distorsioni introdotte dall’apparato originale...(omissis) L’ unico modo, per poter effettuare un calcolo che potesse avesse una base scientifica, si fondava nella assoluta certezza che il sistema di registrazione nei due eventi, quello del 6 marzo e quello del 25 giugno fosse lo stesso. No solo tale certezza è lungi dall’esistere ma addirittura sussistono più che fondati dubbi per non dire certezze che i due sistemi siano stati realmente gli stessi e che quindi il consulente abbia comparato elementi di due video che non risultano essere stati generati dallo stesso sistema di videoregistrazione. Da ciò deriva ineluttabilmente che tutti i calcoli di natura cinematica, da riferirsi agli ultimi tre metri circa della precipitazione, siano affetti da errori, la cui entità non è determinabile. Scrive l’Ing Scarselli nella relazione che si deposita: “Preliminarmente, tuttavia, occorre richiamare quanto è stato già riportato nelle memorie tecniche precedenti e mai confutato: a) è un fatto che nella acquisizione dei due files ( i due files sono i due filmati quello più breve e quello più lungo relativi alla telecamera di videosorveglianza n. 6 in atti n.d.r.) effettuata dal tecnico Secciani (l’ unico la cui firma sia riconoscibile nel report di intervento) non siano state seguite le “best practices” della acquisizione forense di files video b) è un fatto che nel fascicolo della procura non siano mai stati inseriti i files *.arv estratti la notte del 7/03/2013, ma la loro estrapolazione in formato *.avi, creata il giorno 11/03/2013 (perché? ...la domanda si pone sia per la data di creazione che per il formato dei files del filmato). Solamente l’8 luglio 2016 sono stati acquisiti i due files con estensione *.arv, su supporto di memoria USB, trasmesso dalla Questura di Siena, dove era depositato. C’è un fatto che il supporto di memoria abbia una capacità pari a 8 GB e non di 4 GB, come descritto nella scheda tecnica compilata il 7/03/2013 e riportata in atti d) è un fatto che sugli stessi files non siano mai stati estrapolati i dati (il codice HASH) necessari per verificare che gli stessi non siano stati contraffatti nel tempo o modificati nella creazione delle copie. Ci si consenta di chiosare che la sola corrispondenza della data di un file non è garanzia alcuna di identità; qualsiasi studente al primo anno di un istituto tecnico è in grado di modificare tale parametro con facilità, senza bisogno di alcun software di hackeraggio. e) è un fatto che, al momento del sopralluogo, il videoregistratore da cui sono stati estratti i files di confronto (in relazione al quale il tecnico Valdambrini ha affermato trattarsi dello stesso videoregistratore in funzione la sera del 6/3/2013) fosse di modello differente da quello descritto in atti. Trattavasi di EVERFOCUS mod. EDSR e non di EVERFOCUS mod. EDR , come indicato dal Secciani nella scheda di intervento (secondo grave errore compiuto nella compilazione del report, se di tale evenienza trattasi, che fa seguito alla errata dimensione dei supporti di memoria) f) è un fatto che lo stesso videoregistratore risulti mancante di uno dei due Hard Disk di memoria, che risulta asportato dalla propria sede. g) è un fatto che nessun dato tecnico relativo alla videocamera (tipologia, apertura focale, ottica utilizzata) sia stato analizzato né alla data del 06/03/2013, né in occasione del sopralluogo del 25/06/2016. Sulla base di tali dati di fatto non contestabili, esaminati i files dei due filmati, quello della caduta e quello del sopralluogo l’Ing. Scarselli afferma:” Poiché i metadati di un file sono inseriti dal software (il programma) che li ha creati, possiamo affermare che i due files riferiti alla data del 06/03/2013 e quelli di confronto, estratti dal DVR il 25/06/2016, non sono stati generati dallo stesso software. Poiché un sistema di videoregistrazione è composto dal sistema di ripresa, dal videoregistratore e dal software che consente di estrarre i filmati dallo stesso, possiamo sicuramente affermare che, alla data del 25/06/2016 i files estratti non si riferiscono allo stesso sistema in funzione la sera del 06/03/2013.” Omissis – “non sono stati estratti da un supporto di memoria collegato alla presa USB del DVR utilizzato al momento del sopralluogo del 25/06/2016; nello specifico possiamo affermare che, non solo non vi è certezza che quel DVR abbia generato i files video del 06/03/2013, ma che è chiaro come gli stessi file *.arv non siano stati generati dal software ivi contenuto. - con elevata probabilità i due files del 06/03/2013, acquisiti alla data dell’08/07/2016, sono stati generati da un software installato su un pc, visto il maggiore dettaglio dei metadati. Possiamo insinuare, con elevata probabilità di cogliere nel segno seppure non avendone la certezza, che possano essere estratti dal software HDD READER PROGRAM, così come risulta da quanto riportato nel manuale fornito dal costruttore EVERFOCUS.” Poiché il Colonnello Zavattaro afferma”: Attraverso lo stesso sistema di videoregistrazione dell’epoca si è effettuata una ripresa delle operazioni, in modo da lasciare inalterate le eventuali distorsioni introdotte dall’apparato originale...” è evidente che non essendo lo stesso sistema e non avendo il Colonnello Zavattaro neppure appurato se lo fosse, necessariamente sono caducate tutte le ipotesi di partenza e messi in discussione tutti i risultati raggiunti in relazione alla analisi cinematica dell’ evento, per esempio la velocità di impatto, dalla quale desumere l’ altezza dalla quale il moto si possa essere originato. Ma gli approfondimenti eseguiti, anche con l’ausilio di altri programmi, indicati nella relazione, dall’Ing. Scarselli portano ad ulteriori riflessioni tutte fondate su dati tecnici anche del costruttore del DVR che inficiano ancor più il lavoro del consulente della Procura, ammesso e non concesso che quanto già evidenziato non sia da solo idoneo a disporre un accertamento specifico sul video, non per la eventuale identificazione delle persone che in più occasioni hanno fatto accesso nel video per una ipotesi criminosa che non interessa minimamente questa difesa se non nella parte in cui l’eventuale identificazione dei soggetti possa in qualche modo essere ricollegata a David Rossi ovvero alla Banca MPS ovvero ancora a terze persone non facenti parte direttamente di questa o non più facenti parte, ma per la necessaria certezza che quel video rappresenti realmente cosa accaduto la sera del 6 marzo e perché da questo si possano determinare senza vizi di partenza, velocità ed altezza di precipitazione. Nella parte della propria consulenza, relativa alle “Conseguenze del formato digitale dei files relativamente alla analisi cinematica del moto” il consulente della parte offesa dopo aver illustrato i motivi che lo portano ad affermare che i due filmati della caduta non siano stati estratti attraverso lo stesso supporto di memoria collegato alla presa USB del DVR utilizzato al momento del sopralluogo del 25/06/2016 e che nello specifico gli stessi file *.arv non siano stati generati dal software contenuto nel DVR attesa la più ampia descrizione dei dati di riferimento essendo i file della caduti corredati di più esplicativi metadati che indicano come la loro estrazione sia avvenuta per il tramite un software installato su di un PC e trattandosi di files mpg4 come gli stessi siano facilmente modificabili, quanto al calcolo delle distanze durante il moto del corpo, osserva: “Infatti il consulente della Procura ha proceduto, per via indiretta, al calcolo dei parametri cinematici del moto (distanza percorsa in un intervallo di frame, velocità stimata di arrivo a terra, altezza da cui si è originata la precipitazione) considerando le immagini estratte dai frames, alla stregua dei fotogrammi di una pellicola fotografica di un filmato; dalle informazioni di codifica dello stesso possiamo sicuramente affermare che non siamo in queste condizioni. Il formato video dei files (di tutti i files, sia quelli riferiti alla data del 06/03/2013 che quelli estratti durante le operazioni peritali del 25/06/2016) è l' MPEG4-Visual (standard matrix H.263), come risulta evidente dalla descrizione dei metadati, specificatamente per quelli del 06/03/2013. Brevemente, per meglio specificare a cosa ci si riferisca con il formato del file video, si deve puntualizzare quanto segue: per esigenze di riduzione dell'estensione dei files (in termini di dimensioni in byte), nella digitalizzazione di un filmato si mettono in atto delle elaborazioni matematiche che riducono il numero dei bit da memorizzare, o trasmettere. Ciò è possibile in ragione delle zone aventi stessa informazione nello stesso frame (una macchia di uno stesso colore, per esempio) oppure che risultino inalterate fra frames consecutivi (lo sfondo in secondo piano di un corpo in movimento); tale operazione matematica, ottenuta mediante un'elaborazione di vettori e matrici, si chiama codifica. Per la riproduzione del filmato, successivamente alla trasmissione della successione dei bit, occorre effettuare una operazione inversa detta decodifica, che consenta di associare alle informazioni codificate quelle proprie di ogni singolo pixel (scala dei grigi, RGB e altro). Ne deriva che, come è noto anche al grande pubblico, per poter visualizzare un filmato al PC, occorre disporre del CODEC (delle chiavi cioè di codifica e decodifica). Già quanto riportato finora fa comprendere come il metodo con il quale si sono calcolate le distanze del corpo durante il moto risulti effettivamente semplicistico, tuttavia c'è un'altra ragione sostanziale in base alla quale l'elaborazione dei consulenti della Procura non risulta essere corretta, che sarà chiaro nel seguito. Il formato MPEG4-visual fa parte di quei sistemi di compressione video che vengono definiti “lossy”, cioè comportano una perdita di informazione rispetto alla immagine in origine; infatti i “frames” elaborati in una codifica MPEG-4 non sono tutti e soli quelli che si otterrebbero dalla fotografia istantanea della scena ma, per ridurne la dimensione, vengono elaborati matematicamente. Se si tiene conto inoltre che, per la ridondanza spaziale, si opera sul singolo frame con matrici di 8x8 o 16x16 pixel per dare il valore ad ogni singolo pixel o inserire un macroblocco, risulta evidente che il colletto della camicia del Rossi, preso come riferimento per il calcolo della velocità della caduta, non solo non abbia una posizione certa da riferire all' asta metrica del 25/06/2016 (fissa e non in movimento), ma non sia univocamente individuabile. Nella consulenza, infatti ... “(omissis)...Per il Rossi si è scelto di utilizzare il bordo del colletto, più nitido rispetto ad altre parti del corpo e più stabile rispetto ad altre parti del corpo (quali la spalla destra o la mano sinistra, che pare abbia un movimento ‘fuori asse’ dovuto al probabile allargamento del braccio in prossimità del momento dell’impatto)...(omissis)” Sorge il dubbio fondato, per esempio, che la striscia bianca, associata dai consulenti, alla immagine dell' avambraccio sinistro, possa essere la traccia della caduta dei pixel bianchi della camicia, che producono una striscia in maniera analoga a quanto ricavabile per la testa e il volto del Rossi. Orbene, questa è una indeterminazione che dà conseguenze non da poco, se si considera che un errore di 30 cm sulla distanza percorsa dal corpo nella caduta, preso per buono l'intervallo di tempo stimato in perizia che contesteremo nel seguito, è in grado di spostare la quota dell'altezza di inizio precipitazione alla finestra del piano superiore, sulla quale non sono mai stati effettuati approfondimenti. Per quanto riguarda poi il calcolo dell'intervallo temporale fra i frames, seppure non contestando il metodo seguito in perizia, possiamo sicuramente affermare che quanto ricavabile durante la riproduzione del filmato non ha alcuna corrispondenza con quello in acquisizione. Contrariamente a quanto affermato dal tecnico Valdambrini, presente al momento del sopralluogo di giugno in occasione delle varie simulazioni, e su quanto dichiarato erroneamente dal medesimo si è adagiato acriticamente il consulente della Procura senza verificare con le schede del produttore quale fosse il frame rate su quale era impostata la ripresa della videocamera si deve affermare senza ombra di dubbio che questo era fisso e non variabile. Afferma il Col. Zavattaro: “Per le osservazioni di cui sopra non è comunque garantita una stabilità sulla frequenza di riproduzione delle immagini (frame rate), in quanto operativamente variabile a seconda dei movimenti percepiti durante la ripresa, pertanto risulta necessario procedere ad una misurazione diretta, con un sistema ad alta precisione, in grado di poter rilevare quantitativamente l’effettivo tempo che intercorre tra un fotogramma e il successivo all’atto della caduta del corpo...(omissis)” L’affermazione semplicemente non corrisponde a verità in quanto esaminata la scheda tecnica del produttore si rileva senza che ciò possa essere revocabile in dubbio che:” Dall' esame che lo scrivente ( Ing. Scarselli ndr) ha condotto sulla documentazione tecnica di corredo del DVR, redatta dal costruttore EVERFOCUS, si ricava come il sistema non sia in grado di avere un frame-rate (cioè una velocità di ripresa) adattivo, ma consenta di operare con due frame-rate differenti, impostati precedentemente, facenti capo al funzionamento “normale” e quello riferito ad eventi impostati, normalmente associato al movimento di un bersaglio nella zona di ripresa o in una matrice di pixel da definire. Omissis Poiché dalle 19:59:23 (orario DVR) del filmato del 06/03/2013, la scena presenta movimento continuo, ci sarebbe da aspettarsi un aumento del frame rate, rispetto a quelli di inizio ripresa. Invece, prendendo alcuni intervalli a campione, da quelli con immagine praticamente fissa a quelli relativi alla caduta, si ha praticamente lo stesso frame rate (fps frame per second). Le conseguenza sono facilmente intuibili e comunque ben precisate nella relazione tecnica: Essendo il DVR impostato su un frame-rate fisso le ipotesi sulle quali si basa il calcolo della velocità, per via indiretta dalla misura dello spazio e del tempo nota la accelerazione di gravità, sono da ritenersi errate con la inevitabile conseguenza che ogni risultato riferito a tale paragrafo della perizia sia da ritenere non valido. In particolare non è corretto il calcolo della distanza percorsa da un punto fisso della camicia durante la traiettoria in quanto affetto da un errore dovuto alla perdita dei dati del CODEC (lossy), come risultata evidente dall' approfondimento informatico sul file video; b) non è conosciuto l'intervallo di tempo che intercorre fra i fotogrammi. Rimanendo ancora sul video, altre peculiarità si sono palesate a seguito degli ulteriori accertamenti svolti sullo stesso che oltre alla presenza di persone, non semplici passanti che visto il corpo per ignavia o timore si allontanavano dimostrano come nel vicolo o meglio nelle finestre degli uffici della Banca MPS che su questo si affacciano vi sia stata una certa attività La visualizzazione del filmato della caduta con utilizzo di un nuovo software per la visualizzazione del filmato, ha portato alla scoperta di nuovi elementi che in orari ben precisi evidenziano una attività svoltasi alle finestre. Scrive l’Ing. Scarselli “Nei fotogrammi in successione che proponiamo è evidenziata la configurazione delle luci sulla parte superiore del fanale anteriore destro dell'autocarro. La variata disposizione delle luci proviene dalla riflessione di luci provenienti dall' alto, come risulta evidente dall' angolo che l'ipotizzato cammino del raggio ottico forma con la verticale a destra dell'immagine; è evidente come nessuna meraviglia debba destare la riflessione prima della precipitazione. Potrebbe essere stata prodotta dalla camicia bianca del Rossi durante il posizionamento sul davanzale. Quello che risulta inspiegabile è come una luce in posizione praticamente coincidente si generi dopo cinque secondi che Rossi è precipitato. Come se qualcuno avesse aperto o si fosse affacciato alla finestra ovvero acceso la luce. In varie occasioni questo difensore ha avuto modo di affermare che il video poteva essere stato manomesso. Esaminato nuovamente, con specifico software l’Ing. Scarselli, premesso che già nelle precedenti relazioni tecniche erano state avanzate serie perplessità sul video stesso, afferma: “Già nella relazione tecnica dell' ottobre 2015, senza essere a conoscenza del formato di compressione del file video originale e disponendo del solo file in *.avi, avevamo rilevato una zona dell' immagine (quella in fondo all' ingresso del vicolo, a sinistra) con una matrice di pixel che poteva essere originata da una matrice di filtraggio o ad un rumore localizzato. Nella trattazione attuale, proponiamo l'analisi con l'istogramma della scala dei grigi, ottenuto dalla elaborazione di due fotogrammi con MATLAB, in corrispondenza della comparsa dell'offuscamento localizzato che origina altresì l' insorgenza del “blocking”, cioè della nascita di un raggruppamento di pixel in una macroarea multipla di matrici di 16 pixel. Da questo esame e dagli altri che si confida vengano disposti, si rileva icto oculi la differente distribuzione del livello dei grigi fra 100 e 150, fra frames successivi ed in assenza di variazioni significative del contesto dell'immagine. Con onestà intellettuale e da ingegnere, il consulente della parte offesa scrive:” Resta aperta la questione se trattasi di artefatto da compressione (dovuto cioè al formato MPEG-4) oppure a qualche altra evenienza associata all' estrazione. Nelle evenienze associate all’estrazione, o successive a questa, trattasi di mera considerazione di questo difensore, non può escludersi che due riprese, in due giorni diversi possano essere state assemblate insieme, con utilizzo di programmi che lo consentono, al fine di eliminare – offuscare, quanto accadeva nella parte finale del vicolo, opposta a quella in cui era posizionata la telecamera n. 6. Attività evidentemente non perfettamente riuscita. Si riportano comunque le conclusioni alle quali è giunto il consulente di parte che si fanno proprie: “L' approfondimento informatico condotto sul file, mai effettuato durante le indagini tecniche dai consulenti, ha messo in evidenza criticità tali da mettere in discussione tutte i risultati di natura cinematica riportati in perizia. Infatti, dalla estrazione dei metadati dei files facenti riferimento alla notte del 06/03/2013, e da quelli estratti dal videoregistratore della videosorveglianza della banca durante il sopralluogo del 25/06/2016, si è evidenziato come gli stessi presentino un grado di dettaglio differente. In particolare, quelli estratti il 25/06/2016, non riportano alcun dettaglio sul formato video con il quale sono stati generati. La conclusione che se ne trae, essendo differente l'impronta sui files, è che siano stati generati da due software di dispositivi differenti, seppure con le caratteristiche di formato proprie o compatibili con quelle del costruttore EVERFOCUS. Durante le operazioni peritali il consulente tecnico ten.col. Zavattaro, sentito il tecnico P.I. Mirko Valdambrini, ha assunto per certo che il metodo di estrazione dei files fosse lo stesso, al fine di poter effettuare le comparazioni necessarie ai calcoli cinematici. Tale ipotesi non è verificata e quindi cadono le ipotesi sulle quali si basa lo studio effettuato in perizia. L' approfondimento condotto sul formato di compressione dei files video, MPEG-4 Visual, ha portato a conoscenza che, a causa di tale compressione, il filmato riprodotto non ha tutte le informazioni di quello in acquisizione (codifica lossy) e presenta artefatti tipici da compressione (il blocking per esempio, che consiste nel raggruppamento di pixel in macroaree). Ne deriva la impossibilità di misurare sui fotogrammi ottenuti da questo filmato i singoli pixel, che è il metodo riportato in perizia per il calcolo della velocità di precipitazione e quindi dell'altezza da cui si è originato il moto. In aggiunta, approfondendo le caratteristiche tecniche riportate dal costruttore per il DVR presente al momento del sopralluogo (di modello differente da quello descritto in atti), si è evidenziato come sia priva di fondamento l’affermazione che esso lavori con un frame rate (frequenza di acquisizione dei fotogrammi) adattivo al contesto, ma come tale parametro dovesse essere stato impostato fisso alla data delle riprese e mai ricavato in perizia dai consulenti. Con ciò viene a cadere anche la misura del tempo fra i fotogrammi, utilizzato per la misura indiretta dei parametri cinematici. Alla luce di ciò possiamo affermare che i risultati del paragrafo relativo agli approfondimenti cinematici vengono completamente ad essere privi di un qualsiasi supporto tecnico-scientifico. Ulteriori approfondimenti sull' artefatto (da compressione? da blocking?) evidenziabile in corrispondenza dell'ingresso del vicolo, a sinistra dell'immagine, hanno evidenziato una variata disposizione del contenuto informativo dei pixel in due frames consecutivi, in assenza di evidente variazione di contesto dell'immagine. Infine, l'analisi del video, condotta con software di maggiore definizione, ha portato ad evidenziare una serie di variazioni e riflessioni luminose, univocamente individuabili come presunta attività alle finestre della banca, sulla verticale dell'ufficio del Rossi, proseguita dopo la caduta dello stesso. Si puntualizza che l'attività tecnica messa in opera dallo scrivente in parte è tale da confutare le risultanze a cui giungono i consulenti, dall' altra parte introduce elementi innovativi (sulla analisi informatica dei files e sull' approfondimento relativo al sistema di videosorveglianza), mai emersi durante le indagini. Ci permettiamo pertanto, vista la importanza del reperto costituito dai files esaminati, di suggerire una futura attività di indagine tecnica che riguardi: - l' acquisizione delle informazioni del sistema di videosorveglianza, buona parte delle quali ignote (tipo di videocamera, caratteristiche sulla focale per esempio) - l' estrazione di filmati diurni e notturni dal sistema di videosorveglianza, utilizzando sia il software del DVR che l' HDD Reader, utilizzando come sorgente la traccia delle videocamere nell' Hard Disk - la verifica, nelle impostazioni del DVR, della data in cui risulta essere asportato l' Hard Disk, risultato mancante al momento del sopralluogo. - la richiesta, al costruttore EVERFOCUS, di fornire le impostazioni del CODEC, al fine di poter esaminare i files video direttamente con software di natura professionale, potendo quindi operare con tecniche di miglioramento. Questo anche al fine di poter meglio descrivere tutta quella attività di persone all' ingresso del vicolo, appena citata nelle indagini tecniche dei consulenti - la verifica della praticabilità, con algoritmi di decompressione a ritroso (“image restoration”), di ripristinare tutto quanto si è perso durante la compressione “lossy” del filmato. - l’utilizzo di sofware di analisi video e tecniche di correlazione, al fine di ricercare artefatti introdotti durante la codifica inter frames. Queste operazioni, a giudizio dello scrivente, rappresentano il minimo indispensabile, e quanto strettamente necessario, per poter effettuare uno studio scientifico della dinamica dell'evento; in assenza di ciò, l'unico utilizzo che si può fare del reperto in atti (i due filmati che si riferiscono al 06/03/2013) è quello specifico della videosorveglianza, cioè la segnalazione di accessi e le operazioni svolte dai soggetti che siano individuabili nella regione della ripresa. Quanto sopra dando per scontato la integrità dei filmati e l'assenza di artefatti che, al momento, soprattutto perché sui file di interesse nessun approfondimento informatico è stato condotto, non si possono a priori escludere. Le ulteriori evenienze processuali, in particolare l’acquisizione del tabulati originali e la ulteriore attività di indagine svolta con la assunzione di informazioni da parte del gestore della telefonia mobile, nonché quanto dichiarato dal Dott. Viola sentito come testimone nel processo che vede imputata la vedova Rossi impongono nuove considerazioni e richieste. Quanto affermato dal Gestore lascia perplessi, anche per le conseguenze che implica l’affermazione contenuta nella risposta data alla richiesta della Procura della repubblica. Affermare che un numero presente nei tabulati e riferito ad una chiamata che risulta essere stata effettuata in due occasioni dal telefono in uso al Rossi quando questi si trovava sul selciato è stato erroneamente rappresentato su questi, oltre a far correre un serio rischio di istanze di revisione in tutti i processi che hanno visto la loro definizione in base ai tabulati telefonici, l’errore potrebbe essersi verificato anche in altri casi, di per se non è sufficiente, in assenza di altre indagini specifiche ad escludere che tale numero sia stato effettivamente digitato sul telefono di Rossi. Interpellati da questo difensore per le vie brevi gli utenti dei cellulari che avrebbero avuto tale inopinata deviazione a seguito del ricorso al servizio SOS ricarica, gli stessi, e trattasi di Carolina Orlandi per quanto concerne la chiamata delle 20.16 e di Paolo Tripaldi per la chiamata delle 22.28. Chiamate alle quali risulta essere stata addebitata una durata e quindi che abbiano ricevuto risposta, gli stessi hanno escluso di aver fatto ricorso al servizio SOS ricarica. In particolare la Orlandi ricorda di aver chiamato, lungo il tragitto che dalla banca la conduce alla propria abitazione, ove si recava per avvertire a voce la madre, il proprio ragazzo e di aver mandato dei messaggi ad alcune amiche senza aver mai composto il numero 40916, per ricorrere al servizio di ricarica per esaurimento credito telefonico. Analogamente il giornalista Tripaldi che non ricorda di aver fatto ricorso a tale servizio, sembra assai strano a chi scrive che un giornalista che lavora necessariamente con il telefono possa rimanere senza credito. In ogni caso al fine di accertare se effettivamente tali persone abbiano fatto o meno ricorso al servizio citato occorre procedere alla acquisizione da parte di Telecom dei dati di fatturazione delle ricariche alle due utenze telefoniche in uso ai soggetti indicati. Sempre rimanendo in ambito telefonico ritiene indispensabile per i motivi che vedremo che sia acquisita la indicazione geografica delle stazioni radio base di tutti i gestori della telefonia mobile. Dai tabulati telefonici si evidenziano, nella giornata del 6 marzo 2013. Spostamenti del Rossi che vede agganciato il proprio telefonino a varie celle telefoniche, diverse da quella usuale che solitamente aggancia quando si trova nel proprio ufficio, celle che si trovano anche nella immediata periferia di Siena quasi ad indicare una uscita dello stesso dalla sede della banca MPS, ma non solo per recarsi con il fratello nella zona dell’ Antiporto di Camollia; l’esame dei tabulati indica anche come il telefono di Rossi non si sia trovato nell’ufficio dello stesso nell’orario che va dalla 19.06 alle 20.15 del 6 marzo ma probabilmente in altre zone della banca non da ultimo il sottopasso ove le suole delle scarpe di Rossi potrebbero aver calpestato quella sostanza bianca presente in queste ( come ipotizzato anche dal Col. Zavattaro). Ritiene questa difesa che ricostruire gli spostamenti del Rossi il pomeriggio del 6 marzo sia indispensabile considerato che altre persone per quanto dichiarato nelle sommarie informazioni in atti non hanno visto il Rossi nel proprio ufficio. Per ultimo e nella sempre denegata ipotesi in cui si propenda per l’ipotesi suicidaria si deposita verbale della fonoregistrazione della deposizione nel processo che vede imputata la Tognazzi Antonella, del Dott. Fabrizio Viola alla udienza del 22 febbraio 2017 dinanzi al Tribunale di Siena. La mail avente ad oggetto help e recante la frase: Stasera mi suicido sul serio Aiutatemi, se letta come preannuncio dell’ipotesi poi realizzatasi due giorni dopo, chi scrive la legge come una ironica affermazione di chi oberato dal lavoro non ce la fa a svolgere tutte le incombenze, visto che è stata inviata dopo il servizio del giornalista Pamparana sui mutui concessi ai cinesi a Prato, come a dire mancava anche questa storia, giornalista a cui Rossi dalla propria email risponde con lettera a firma di Viola, non può non avere alcun riflesso relativamente alla responsabilità del datore di lavoro. Viola, nelle deposizioni afferma di non aver letto la email, di aver letto quella più lunga dove chiedeva aiuto per andare a parlare con i Procuratori della repubblica di Siena, ma dice anche che le email al medesimo indirizzate, aggiunge questo difensore non solo quando lo stesso non si trovava nella sede della banca ma a maggior ragione quando si trovava fuori da questa venivano lette dalla sua segreteria composta da una o due persone, (la Pieraccini e la Bartolomei n.d.r.) Persone che si ritiene opportuno siano sentite per sapere se mai abbiano letto questa email e quale attività successiva alla lettura abbiano intrapreso. Si allegano: 1) Copia trascrizione verbale fonoregistrazione deposizione Dott. Viola; 2) CD contenente i files in copia operazioni 25.06.16 e chiavetta USB 08.07.2016; 3) Relazione Ing. Luca Scarselli.

Siena, 21 giugno 2017 Avv Luca Goracci

Procedimento N. 8636/2015 R.G.N.R.; N. 795/2016 R.G. G.I.P.

TRIBUNALE ORDINARIO DI SIENA UFFICIO DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI E DELL'UDIENZA PRELIMINARE

ORDINANZA CHE DISPONE L'ARCHIVIAZIONE (artt. 409 c.p.p.)

Il giudice, visti gli atti del procedimento indicato in oggetto iscritto a carico di ignoti per il reato di cui all'art. 580 c.p. c.p. in danno di David Rossi, deceduto il 6 marzo 2013; letta la richiesta di archiviazione depositata dal P.M. il 16 marzo 2017, unitamente alle opposizioni di Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi, difese dall'Avv. Luca Goracci e, disgiuntamente, da Vittoria Ricci, Ranieri e Filippo Rossi e Simonetta Giampaoletti, difesi dall'Avv, Paolo Pirani a scioglimento della riserva trattenuta all'udienza camerale del 26 giugno 2017, sentito il pubblico ministero e i difensori degli opponenti;

OSSERVA

Premessa Sì procede con riferimento alla morte di Davide Rossi, all'epoca responsabile dell'area comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, avvenuta per precipitazione dalla finestra del suo ufficio, sito al terzo piano dell'immobile di proprietà della banca che affaccia sul vicolo Monte Pio, ove fu rinvenuto cadavere intorno alle 20.30 del 6 marzo 2013.

La Procura della Repubblica - rappresentata dal Dott. Marini, di turno esterno, al quale furono affiancati i Dott.ri Nastasi, Natalini e Grosso, nell'eventualità interferenze con i procedimenti all'epoca pendenti a carico dei vecchi vertici della banca dei quali erano assegnatari - iscrisse il procedimento nel registro delle notizie di reato (proc. n. 962/2013) ipotizzando la consumazione del reato di cui all'ad. 580 c.p. - istigazione o aiuto al suicidio e diede avvio ad una accurata attività investigativa che normalmente non si riserva ai casi di suicidio, ma che questo frangente era giustificata, ed anzi necessitata, dal ruolo che la vittima aveva rivestito all'interno dell'istituto bancario travolto dallo scandalo Antonveneta e da quello sui derivati (ed infatti il mese precedente, pur non essendo indagato, Rossi aveva subito la perquisizione locale del domicilio e dell'ufficio).

I pubblici ministeri si recarono personalmente sul luogo del fatto e presero parte alle attività di sopralluogo, perquisizione ed ispezione che, fra la notte del 6 marzo d il pomeriggio del giorno seguente, interessarono il tratto del vicolo Monte Pio ove fu rinvenuto il cadavere di David Rossi ed il suo ufficio, e che condusse al sequestro di materiale di primario interesse investigativo, in particolare il filmato della telecamera di sicurezza della banca che aveva ripreso la parte finale della caduta, tre lettere di addio indirizzate ad Antonella Tognazzi (Toni), la moglie, trovate a pezzi nel cestino a fianco della scrivania e l'I-Phone della vittima, rivelatosi utile per la lettura dei messaggi di testo e per la rubrica.

Sul posto fu inoltre convocato il Prof. Mario Gabbrielli, ordinario di medicina legale dell'Università di Siena, che compì la prima ispezione esterna sul cadavere che il giorno dopo sottopose ad autopsia, nell'ambito dell'incarico di consulenza tecnica conferitogli dai pubblici ministeri per l'accertamento delle cause della morte.

Furono poi sequestrati e successivamente sottoposti ad accertamenti informatici, diversi supporti - computer portatili e fissi, pen drive ecc... - sequestrati nell'ambito delle attività di perquisizione che, da palazzo Salimbeni, furono estese all'abitazione di David Rossi, al suo veicolo e ad un ufficio di cui disponeva presso la sede di Milano.

Fra i documenti informatici debbono essere menzionati anche i messaggi di posta elettronica ricevuti ed inviati dalla vittima negli ultimi 30 giorni, che la polizia giudiziaria acquisì il 7 marzo dal responsabile dell'area facility managment di BMPS. Dott. Bernardini.

Si citano infine, per l'importanza rivestita nella ricostruzione delle ultime ore di vita della vittima e del suo stato emotivo, le dichiarazioni rese dalle persone informate dei fatti (familiari, colleghi di lavoro, ed altri) e i tabulati del traffico telefonico delle utenze (quella mobile e quella fissa) in uso a Rossi.

Terminata l'indagine, i pubblici ministeri chiesero l'archiviazione del procedimento per l'insussistenza del fatto.

All'archiviazione si oppose Antonella Tognazzi, lamentando l'oscurità delle modalità di acquisizione di certe fonti di prova e, complessivamente, la superficialità dell'attività investigativa.

L'opponente sosteneva che il marito fosse stato ucciso, adducendo come la precipitazione al suolo, caratterizzata da un moto perfettamente verticale, fosse poco compatibile con l'ipotesi che si fosse lanciato volontariamente nel vuoto. Il cadavere inoltre presentava lesività indipendenti dalla caduta, che quindi non potevano essere state cagionate che da un terzo.

Inoltre, quand'anche si fosse trattato di suicidio non era stata adeguatamente verificata l'eventualità di una responsabilità dei vertici aziendali per omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o l'intervento di terzi istigatori.

Con arto depositato il 5 marzo 2014, il giudice per le indagini preliminari rigettò l'opposizione ed archiviò il procedimento con una ordinanza che è necessario richiamare testualmente - contraddistinta da un diverso carattere si stampa - sia perché costituisce l'antecedente processuale dell'odierna delibazione, sia perché contiene la dettagliata esposizione di tutte le emergenze indiziarie, che quindi, nel seguito, si daranno per note.

La prima ordinanza

Circa tempi e causa del decesso del ROSSI, in forza della CT medico- legale del prof. GABBRIELLI (esperita nelle forme dell' art. 360 c.p.p., alla effettiva presenza di un CTP nominato dalle pp. 00.1 ancorché diverso dal prof. Norelli, autore delle successive note critiche, allegate all'atto di opposizione di che trattasi in questa sede) deve ritenersi assolutamente certo che "la morte fu determinata da shock traumatico per lesioni osteo-viscerali multiple toraciche (fratture costali multiple., stravasi emorragici polmonari endoalveolari infiltrazione emorragica della radice aortica) .encefaliche... (frattura occipitale con edema cerebrale) e del rachide (frattura da scoppio di L4) e sopravvenne dopo pochi minuti dalla produzione delle lesioni.[..] Le lesioni mortali i furono prodotte per violento urto dello testo e del tronco contro una superficie rigida anelastico per precipitazione do gronde altezza".

Non contestate su questo punto le conclusioni del CT medico legale prof. Gabbrielli, l'opponente (alla luce delle note del proprio CT prof Norelli) solleva invece perplessità rispetto alle ulteriori conclusioni, attinenti all'assenza nel corpo dei defunto di segni attribuibili a azione violento di terzi ed alla presenza di lesioni do taglio agli avambracci e ai polsi, prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo, dalle quali pure il prof Gabbrielli fa discendere la sua valutazione tecnica complessiva di piena compatibilità della morte de qua con l'evento suicidiario.

Tali perplessità o critiche dell'opponente non sono nondimeno minimamente fondate. Quanto all'assenza sul corpo del ROSSI di tracce obiettive riferibili ad atti di violenza altrui ragionevolmente il prof. Gabbrielli lo afferma, ritenendo che anche tutte le lesività non letali rilevate sul corpo del defunto, al volto, addome ed arti inferiori e superiori - ad eccezione di quelle riferibili ad autolesionismo - trovino la loro causa e genesi nella fase finale del tragico volo, ovvero nell'impatto (non avvenuto nel medesimo istante) delle varie parti dei corpo del ROSSI con il suolo. Considerato invero che, come mostra chiaramente il filmato della video camera che ha ripreso la drammatica fase di atterraggio del de cuius (giunto vivo a terra) è di tutta evidenza che il primo violentissimo impatto al suolo è avvenuto con i glutei, per la precisione con una maggiore e anticipata aderenza a terra della natica destra, a causa di una leggera rotazione sagittale del corpo sul fianco destro - in tal modo venendo attutito l'impatto, che immediatamente ne è seguito, delle gambe allungate in avanti parallelamente al suolo e con il tronco, oramai privo dei sostegno della cassa toracica in quanto esplosa al precedente violento impattare sul selciato (ed effetto "sacco di noci") molto reclinato in avanti verso le gambe stesse, ecco che, contrariamente a quanto assume l'opponente, appare riscontrata la compatibilità con questa prima fase dell'atterraggio, sia delle lesività cutanee (quali aree disepitelizzate ed escoriazioni violacee) rilevate in corrispondenza di fianchi e gambe (più accentuatamente a destra stante l'inclinazione del corpo giusto appunto da quella parte) e sia pure dell'ulteriore tenue lesività apprezzata all'addome e più precisamente in zona paraombelicale: quest'ultima con ogni probabilità derivante dal contatto e dallo strusciamento dei tessuti molli dell'addome contro la fibbia in metallo della cintura dei pantaloni indossati dal defunto, durante il già descritto piegamento del busto verso le gambe allungate in avanti.

Considerato poi che, continuando a scorrere le immagini dei suddetto filmato, si rileva chiaramente che dopo il primo impatto di natiche (necessariamente il più violento), il corpo ha effettuato un rimbalzo all'indietro e che, così sollecitato, il tronco sì è risollevato dalla posizione reclinata in avanti, assumendo dapprima una posizione perpendicolare al suolo per poi, completando la rotazione all'indietro, far aderire a terra schiena, testa nonché le braccia interamente distese ed allungate sopra la testa stessa e che nel contempo le immagini del ridetto filmato documentano che nel momento in cui la schiena ha impattato al suolo il volto del. ROSSI era piegato a sinistra e che soltanto in seguito ad un'ultima sollecitazione rotatoria ha raggiunto una posizione di quiete perfettamente frontale, ecco che francamente dei tutto fuori luogo appaiono le 4 perplessità sollevate dalli opponente (e dal CT.p. Norelli) anche in merito alle lesività cutanee rilevate in corrispondenza del volto (più significativamente a sinistra), nonché della parte dorsale delle braccia, stante che pure la loro genesi si rivela assolutamente compatibile con la dinamica della caduta; anziché,  come sadombra ma non si dimostra, con l'azione violenta di terzi in una supposta, ma mancante del più minimo elemento di riscontro, aggressione antecedente alla defenestrazione, trovandosi - sempre a seguire la logica della contro ipotesi, puramente teorica, adombrata dall'opponente - la vittima e l'omicida ancora all'interno dell'ufficio del terzo piano.

Altrettanto senza fondamento la difesa della p.o. opponente sostiene che le evidenze probatorie non offrano riscontro alle lesioni da taglio agli avambracci e ai polsi di modesta entità, prodotte poco prima de/la precipitazione per un meccanismo autolesivo, di cui non soltanto al punto 5 delle conclusioni della CT medico legale del prof. Gabbrielli, ma anche al referto e alla relazione medica approntati dai medici del 118.

Ed a fronte della contestazione da parte della difesa opponente, se non della origine di siffatti taglietti a polsi e avambracci, della relativa datazione, inferibile dall'indicazione temporale usata dal CT Gabbrielli (ove si esprime in termini di "poco prima della precipitazione"), è agevole per converso richiamare la difesa stessa a prestare attenzione al cerotto ancora presente, al momento del rinvenimento del cadavere, sul polso sinistro della salma, a coprire una di queste lesioni, ad un altro cerotto, evidentemente staccatosi durante la caduta o al momento dell'impatto, ritrovato accanto al cadavere, nonché ai fazzolettini sporchi di sangue, trovati all'interno del cestino dell' ufficio del dott. ROSSI e, da ultimo, alle cartine di protezione per cerotti da automedicazione, rinvenute sul pavimento ed all'interno del cestino del bagno posto nello stesso corridoio ed a poca distanza dall'ingresso dell'ufficio del compianto dott. ROSSI, trattandosi di ulteriori riscontri, in presenza dei quali la valutazione del CT medico legale del prof. Gabbrielli in termini di compatibilità di tali lesioni con meccanismi di autolesionismo compiuti poco prima della precipitazione deve ritenersi addirittura prudenziale, posto che le risultanze complessive, anche a tale riguardo, convergono addirittura verso la certezza.

Tutto ciò esposto e considerato, non meno avulse dalle concrete risultanze istruttorie versate in atti ed anzi in contrasto con le stesse - di talché anche fuorvianti- appaiono le ricostruzioni meramente ipotetiche elaborate nell'interesse della difesa opponente dal CT ing. Scarselli, relativamente alla posizione assunta dal ROSSI sulla finestra nei frangenti immediatamente precedenti all'inizio della precipitazione.

Premesso che, l'ing. Scarselli conclude per l'assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, in stridente contraddizione con altri passaggi delle sue elaborazioni, ove dà, in modo più obiettivo, conto di segni inequivocabili in tal senso, rilevati dagli inquirenti in sede di primo sopralluogo, in corrispondenza del davanzale di detta finestra, costituiti da 4 cavetti in metallo "anti-volatili" - di cui tre sottostanti ed il quarto sovrastante una sbarra metallica di protezione anti-caduta posta a 35 cm dalla soglia - significativamente incurvati verso il basso e con una delle due estremità (quella di sinistra) sganciate dal muro, unitamente a lievi scalfiture della parte inferiore della intelaiatura in legno della finestra, oltre che a frammenti di legno sul davanzale, sia all'interno che all'esterno del davanzale stesso, non c'è chi non veda come trattasi di segni del tutto compatibili con una salita sul davanzale in questione di una persona che, da qui, presumibilmente previo iniziale appoggio in posizione seduta o quasi sulla suddetta barra di protezione, con la schiena verso l'esterno ed i piedi appoggiati sulla soglia (il che spiega anche le tracce di materiale lapideo bianco - come bianca è la soglia, in marmo o materiale simile della finestra di che trattasi, rilevata sotto la suole delle scarpe del defunto, come pure spiega la lieve lacerazione della pelle presente sulla punta delle scarpe - dandosi il suicida una lieve spinta, con i piedi puntati contro l'intelaiatura in legno della finestra, si è lanciata cadere, all'indietro, per non vedere l'altezza ed il vuoto.

Se tutto questo non si dovesse ritenere sufficiente (ma così non è) a offrire la piena dimostrazione della morte cagionata, non dalla violenta azione di terzi, bensì da atto di auto-soppressione, come non considerare l'assenza del benché minimo segno e traccia - - di aggressione ante (ipotetica) defenestrazione all'interno dell' ufficio del ROSSI, trovato invero in perfetto ordine - come mostrano sia le immagini del filmato svolto con il video telefonino intorno alle ore 20.40 dal primo ufficiale della polizia di stato (sovr. Marini Livio) che vi ha fatto ingresso, e sia pure i rilievi fotografici delle successive ore 1.30 circa - e come non tener conto da ultimo, quale ulteriore e dirimente riscontro, delle tre lettere incomplete costituenti all'evidenza, in una con l'ultimo commiato alla moglie l'esternazione della volontà suicidiaria da parte di colui che sta per metterla in atto ("Ciao Toni, mi dispiace ma l'ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso"; "Ciao Toni, Amore l'ultimo cosa che ho fatto è troppa grossa per poterlo sopportare. Hai ragione, sono fuori di testo da settimane"; "Amore mio, ti chiedo scusò ma non posso più sopportare questa angoscia in questi giorni ho fatto una cazzato immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così").

Molto debole è invero l'argomento opposto della difesa TOGNAZZI, desumendolo dal fatto che le tre lettere di commiato erano state dal defunto cestinate, secondo cui il ROSSI, ancorché dopo averci pensato, avrebbe accantonato il proposito suicidario, salvo poi essere rafforzato in tale intendimento da terzi e quindi dietro l'imput di questo supposto istigatore metterlo in atto - se non addirittura, come si adombra dalla parte opponente, essere direttamente ucciso per mani di altri (i) - ove si consideri che molto più semplicemente e con piena aderenza alle concrete risultanze, i tre messaggi incompleti e cestinati trovano una spiegazione del tutto congrua nella incapacità di trovare le parole "giuste" (che invero non esistono) da scrivere per spiegare ed al tempo stesso per chiedere scusa alla persona amata per un atto estremo e del tutto irrazionale quale il suicidio, nel momento cui si è definitivamente deciso di attuarlo.

E contrariamente ai rumors della stampa, nei primi giorni delle indagini, circa l'esistenza di una lunga telefonata che il dott. ROSSI avrebbe intrattenuto con una persona in corso di identificazione dopo l'ultima chiamata fatta alla moglie, per concordare l'orario del rientro a casa, è il caso per converso di sottolineare come i tabulati del traffico telefonico dei telefoni cellulari e del telefono fisso di Ufficio del dott. Rossi sono dimostrare che quest'ultimo si chiude nel più assoluto isolamento poco dopo lo scoccare delle ore 18 del giorno in cui, due ore più tardi (quando tutti i colleghi di lavoro erano usciti), si sarebbe ucciso, dopo un breve colloquio con la collega Chiara GALGANI dai contenuti ed atteggiamenti complessivamente congrui ed implicanti, all'apparenza, anche programmi di lavoro per, il giorno successivo (stante che ROSSI confermava alla GALGANI che l'indomani avrebbe accompagnato l'amministratore delegato VIOLA ad un evento a Firenze) e dopo un'ultima telefonata, pure essa dai toni contenuti, ancorché sbrigativi, all'apparenza tranquillizzanti, fatta alla moglie alle ore 18:02, per confermarle il ritorno a casa alle 19 e 30. Dopo di allora nessun'altra chiamata risulta il Rossi aver più fatto ed a nessun altra telefonata aver egli più risposto ed inoltre ne risulta inviato sms, né risposto ed anzi nemmeno letto gli sms che sono continuati ad arrivargli, principalmente dalla moglie, pure con ciò il suicida denotando la volontà oramai definitivamente e tragicamente maturata nel proprio intimo, senza sollecitazioni o rafforzamenti da parte di terzi, di prendere commiato dal mondo, in una con l'intendimento di creare le condizioni (quali le rassicurazioni alla moglie circa il suo arrivo a casa all'ora convenuta, il normale colloquio di lavoro con la collega per non allarmarla ed indurla a lasciare normalmente il posto di lavoro) affinché, nell'attuazione di questo suo ultimo disperato proposito, non gli fosse invero più di intralcio niente e nessuno.

Per concludere la ricostruzione delle ultime ore di vita del ROSSI ed al fine di confutare le asserzioni dell'opponente circa molteplici punti oscuri e inesplorati dalle indagini, attinenti a modalità e tempistica degli accertamenti operati dagli inquirenti nelle ore immediatamente, successive al rinvenimento del cadavere del dott. ROSSI, sulla scorta delle minuziose risultanze istruttorie versate e documentate in atti, è opportuno precisare quanto segue.

L'ultima persona che la sera del decesso ha visto vivo il ROSSI è stata la predetta GALGANO alle ore 18.00 circa. Ella quando alle ore 19.30 lasciava il posto di lavoro, transitando davanti all'ufficio (attiguo al proprio) del ROSSI Io trovava chiuso. Alla portineria posta nell'androne principale dell'edificio la GALGANO interloquiva con il portiere RICCUCCI. Alla domanda rivoltale da quest'ultimo su chi ci fosse ancora a lavorare nell'ala del terzo piano del palazzo dal quale ella proveniva, la GALGANO rispondeva che c'era ancora sicuramente la collega BONDI - che lavora nella sua stessa stanza), mentre non era sicura che ci fosse ancora il ROSSI dato che la porta del suo ufficio (due porte dopo il proprio) era chiusa. A questo punto la presenza del ROSSI era stata confermata alla GALGANO dallo stesso portiere RICCUCCI dicendole che non lo aveva visto uscire.

Alle ore 20.05 circa anche la BONDI aveva lasciato il posto di lavoro e transitando pure essa, in ragione della vicinanza e dell'apertura sullo stesso corridoio dei due uffici, dinanzi a quello del ROSSI aveva notato la porta aperta e la luce accesa ed all'interno non sembrava esserci nessuno. La BONDI che non faceva caso a come si presentasse la finestra (se chiusa o aperta), aveva supposto che il ROSSI fosse in giro per altri uffici (fermo restando che poteva trovarsi anche all'interno del bagno, dove si ricordi che sono state individuate tracce del recente uso di cerotti corrispondenti a quelli che sono stati rinvenuti applicati sulle ferite ai polsi del ROSSI). E' il caso di precisare che erra l'opponente nel sostenere che a quell'ora il ROSSI doveva essere in realtà già morto. Questo perché l'orario, delle 19.59, riportato sulle immagini del filmato della videocamera di sorveglianza che riprende gli ultimi tre metri della precipitazione del ROSSI e si sfalsato di circa 10-15 muniti, sennonchè non va corretto - come fa il difensore - arretrandolo della stessa frazione oraria e cioè collocando la morte del ROSSI tra le ore 19.44 e 19.49 precedenti, bensì stante che gli inquirenti hanno accertato che l'orologio dell'impianto di video sorveglianza era in ritardo, l'ora della morte del ROSSI va per converso spostata in avanti alle ore 20:10 - 20:15. Quindi il ROSSI pur celandosi alla vista della BONDI, presumibilmente anche perché recando visibili segni delle autolesioni che con ogni probabilità si era appena inferto, non intendeva sottoporsi a imbarazzanti spiegazioni, è pressoché certo che fosse ancora vivo. Ed in virtù di tutto questo, di nessuna aderenza alla emergenze probatorie è la ulteriore considerazione della difesa opponente secondo cui giacché il FILIPPONE - che è la persona, amico nonché collega del ROSSI, che per primo alle ore 20.35 circa entrando nella stanza dello stesso ed affacciandosi alla finestra spalancata, fatta la tragica scoperta dà l'allarme, ancorché chiamando soltanto il 118 e non anche la polizia - riferisce alla vedova TOGNAZZI - ma non invero direttamente agli inquirenti quando viene assunto a s.i.t. - di aver trovato la stanza del defunto chiusa, un terzo soggetto - ovvero, nella prospettiva dell'opponente, il presunto istigatore dei suicidio se non il diretto omicida - l'avrebbe chiusa, lasciato non visto la stanza del delitto. Per converso, in forza del materiale probatorio disponibile a chiudere la porta della stanza, prima di accingersi al micidiale salto nel vuoto, si deve ritenere che sia stato lo stesso suicida. Si è già detto che il primo ad accedere dopo la tragedia nella stanza del ROSSI è stato Giancarlo FILIPPONE, intorno alle 20.30. collega nonché buon amico del medesimo che avendo smesso di lavorare, quella sera intorno alle ore 18, dopo che la vedova TOGNAZZI, poco prima delle ore 20.00, gli aveva telefonato chiedendogli di andare a controllare cosa stesse facendo il marito in quanto non era ancora rientrato a casa e dopo che anche lui aveva cercato, senza ottenere risposta, di comunicare con il ROSSI, con un sms, era ritornato in ufficio, intorno alle ore 20.30 e, entrando nella stanza di David ed affacciandosi alla finestra aperta aveva visto, nel vicolo sottostante, il corpo esanime del collega ed amico. A quel punto aveva dato l'allarme al portiere RICCUCCI, nonché comunicato la tragica notizia anche alla figlia (ventunenne) della TOGNAZZI, Carolina ORLANDI, pure essa mandata dalla madre (bloccata a casa dalla convalescenza per una brutta polmonite) alla ricerca di chi era oramai atteso a casa da circa un'ora.

Mentre il FILIPPONE, l'ORLANDI ed il RICCUCCI stavano percorrendo il corridoio che dall'ufficio del ROSSI riporta alle scale principali e quindi all'uscita, dall'altra ala dello - stesso piano (il terzo) del palazzo, i tre avevano visto sopraggiungere Bernardo MINGRONE (capo ufficio della direzione Finanziaria della Banca). Riferisce nelle sue s.i.t. - quest'ultimo che, appresa anche lui la sconcertante notizia, accompagnato dal FILIPPONE, si era recato, nella stanza del ROSSI constatando, affacciandosi alla finestra che lo stesso giaceva al suolo esanime nel vicolo sottostante. Quindi riunitosi i tre uomini nel vicolo sottostante attorno al collega che, riverso a terra supino con i piedi rivolti verso l'edificio (nella stessa posizione in cui sarà rinvenuto dai soccorsi medici e 8 della polizia), non dava segni di vita, era stato proprio il MINGRONE (quindi vi è già risposta, negli atti, all'interrogativo che anche a tale riguardo pone la difesa TOGNAZZI nella sua opposizione) appreso da FILIPPONE e RICCUCCI che non lo avevano ancora fatto, a chiamare il 118. Ritornando al più volte menzionato filmato della telecamera della videosorveglianza n. 6, mette conto precisare che le immagini mostrano per circa venti minuti il corpo immobile e senza più segni vitali (con piena convergenza con la morte sul corpo per cui conclude la CT medico legale del prof. Gabbrielli) del ROSSI prima che un passante se ne accorga, accedendo a quel vicolo senza sfondo e scarsamente frequentato ed allontanandosi nel giro di pochi istanti, probabilmente per chiamare la polizia tanto che la chiamata alla sala operativa, seguita a distanza di pochissimi minuti dall'arrivo di un equipaggio della Volante sul posto è pressoché sovrapponibile alla rapida inquadratura di detto passante (20:40). Mette conto soffermarsi a questo punto sulla tempistica degli arrivi della polizia e dei magistrati requirenti in loco, nonché sulla cronistoria degli atti di indagini espletati nelle ore immediatamente successive al rinvenimento del cadavere. Orbene tutto è minuziosamente documentato. Un equipaggio della Volante, comandato dal Sov. L. Marini, viene inviato sul posto, in seguito alla segnalazione del rinvenimento del cadavere, giunta telefonicamente alla sala operativa alle ore 20.40 circa. Quando nel giro di pochi minuti successivi la pattuglia della volante giunge in loco, preso atto che il 118 è già stato chiamato (i medici al loro arrivo si impegneranno in manovre di rianimazione che rimarranno prive di ogni risultato), guidato dal MINGRONE, il capo equipaggio in persona del già nominato Sov. Marini si faceva condurre nella stanza del deceduto ed effettuato un primo filmato mediante il proprio video telefonino, usciva chiudendo la porta a chiave, che portava con sé. Nel frattempo sul posto erano giunti oltre ai soccorsi medici anche i Carabinieri, tra cui il comandante della Stazione di Siena Centro (m.11 Cardiello), il quale nell'atto di informare telefonicamente dell'accaduto il PM di turno, cioè il dott. N. Marini, riceva da questi l'ordine di piantonare l'ingresso dell'ufficio del ROSSI, fino al suo arrivo. L'ordine veniva eseguito. Intorno alle 21.30 giungevano i sostituti N. Marini, A. Natalini e A. Nastasi e ivi trattenendosi fino alle 23:30 effettuavano un primo sopralluogo all'interno dell'ufficio, alla ricerca di prime tracce utili alla ricostruzione ed alla spiegazione di quanto avvenuto. Dopo di che, giusto appunto alle ore 23.30, la stanza dell'ufficio del deceduto veniva sequestrata, la porta d'ingresso chiusa a chiave - la chiave depositata in Questura - e sigillata con carta. L'ufficio piantonato dai Carabinieri. Sempre alle 23.30 dopo l'intervento del medico legale e della polizia scientifica il cadavere del ROSSI veniva rimosso per essere trasferito presso il dipartimento di scienze medico legali (per una più accurata ispezione esterna del cadavere oltre che per l'autopsia, questa disposta su esplicita richiesta della famiglia, laddove i sostituti procuratori, essenzialmente per rispetto della salma e non ravvisandone l'assoluta necessità, inizialmente avevano pensato di non eseguirla (anche su ciò la difesa opponente calcando in modo eccessivamente critico l'accento, sembrando insinuare incapacità e miopia investigativa, se non di peggio, senza nessun fondato sospetto ex ante e riscontro investigativo ex posto ad autopsia eseguita).

Alle successive ore 00:30, di nuovo avuta la presenza in loco dei sostituti NATALINI e NASTASI rimossi i sigilli alla stanza del ROSSI, la polizia scientifica aveva effettuato un più accurato sopralluogo documentandolo anche fotograficamente che si concludeva alle ore 01.50 ed a questo punto l'ufficio veniva di nuovo richiuso e sigillato con nastri di carta bollati e controfirmati, nonché piantonato continuativamente da un componente dell'equipaggio della Volante 2 della Squadra Mobile.

Queste le precauzioni, assolutamente congrue, adottate per assicurare l'integrità del campo delle indagini da eseguire in loco, prive di fondamento sono per converso le perplessità e gli interrogativi con cui la difesa della p.o. opponente lascia trasparire dubbi di inquinamento probatorio, laddove evidenzia come il confronto tra il filmato mediante video-telefonino effettuato dal Sov. Marini al primo accesso nell'ufficio del deceduto poco dopo le ore 20.40 ed i rilievi fotografici della polizia scientifica .durante il loro sopralluogo dalle ore 0:30 alle ore 1:30 circa successive consente di apprezzare lo spostamento della giacca del deceduto appoggiata allo schienale della sedia con ruote della scrivania, nonché degli occhiali del deceduto, con ciò la difesa subodorando l'ingresso di terzi soggetti in detta stanza, alla ipotetica ricerca e/o eliminazione di tracce della sua precedente presenza, fisica ovvero virtuale (cioè mediante collegamenti on line), che ne potessero rivelare il coinvolgimento attivo nei suicidio se non - nella prospettiva ancorché più remota mai abbandonata dalla difesa opponente nell'assassinio del ROSSI. Ipotesi assolutamente sganciata dal contesto reale ove si consideri che, tranne che nelle ore in cui nel corso della lunga notte operativa tra il 6 ed 7 marzo, gli stessi inquirenti si sono trattenuti all'interno dell'ufficio del defunto (mette conto ribadire ininterrottamente dalle 21.30 alle 23.30 quindi dalle successive 0,30 fino alle 1.50) intenti nella doverosa ricerca di tracce di eventuali reati e di eventuali indizi di colpevolezza attingenti specifici soggetti - in tali operazioni, tutte debitamente documentate anche fotograficamente, inevitabilmente muovendo e spostando alcune cose - è stato piantonato dalla polizia, oltre che chiuso a chiave (la chiave depositata in questura) e sigillata la porta d'ingresso. Ciò detto, si deve infine aggiungere che, contrariamente ai punti oscuri denunciati anche a tale specifico riguardo dalla difesa che si oppone all'archiviazione chiedendo supplementi di indagini assumendo pure sotto questo aspetto che vi sia ancora da fare chiarezza, che nessun mistero aleggia intorno ai quattro ingressi, o presunti tali, al P.C. fisso dell'ufficio del ROSSI dopo il suo decesso, segnatamente, per come rilevato dall'ispezione informatica dalle ore 21:50 alle ore 21:56 dello stesso 6 marzo e quindi dalle successive ore 1:24 alle 1:37". Infatti le verifiche tecniche condotte dalla Polizia Postale - alla presenza dei sostituti procuratori Natalini e Nastasi - avvalendosi in operazioni prettamente esecutive del dott. Bernardini (dirigente del Responsabile Area Facility Management)- hanno consentito di acclarare che si è trattato di accidentali riattivazioni del sistema operativo del PC in funzione standby in orari in cui, per come risulta da quanto sopra evidenziato, deve indubitabilmente ritenersi riscontrata la presenza operativa, all'interno dell'ufficio del deceduto, degli inquirenti, per essi intendendosi i componenti di vari corpi di polizia giudiziaria e gli stessi pubblici ministeri. Così testualmente dal verbale di ispezione informatica ed di acquisizione di atti del 7.03.2013 ore 14:30 "i quattro eventi sono Le dovuti a meccanismi di riattivazione del sistema operativo a fronte di sollecitazioni meccaniche esterne (movimenti di mouse o tastiera) effettuati in coincidenza dei predetti orari, tutti debitamente verificati e riscontrati; pertanto si può affermare che non è stato effettuato alcun accesso al P. C. in uso al ROSSI nei predetti orari, né do Postazione fissa né da remoto.

Niente francamente ritiene questo giudice che poteva essere investigato, di più è di diverso di quanto e stato effettivamente fatto e debitamente documentato, al fine di acclarare responsabilità di terze persone nella veste di istigatori del suo suicidio - ipotesi questa, prima facie, meritevole di attenzione giudiziaria, che ha consentito, nel contempo di dipanare anche il più remoto dubbio in ordine all'ipotesi omicidiaria.

Le sommarie informazioni testimoniali assunte dai parenti e famigliari più stretti, come pure dai collaboratori più stretti in ambito lavorativo, de! ROSSI, non lasciano dubbio alcuno in ordine al fatto che gli ultimi mesi di vita dello stesso erano stati vissuti con un crescente malessere interiore che aveva nondimeno raggiunto il suo apice, dando a tal punto luogo a comportamenti anomali percepiti sia in ambito famigliare che sul posto di lavoro, negli ultimi cinque giorni antecedenti al decesso.

Per ben inquadrare il drammatico epilogo che ci occupa, occorre rifarsi da abbastanza lontano ed è quello che è stato fatto opportunamente dagli inquirenti assumendo anche al riguardo informazioni dai famigliari e collaboratori più stretti del deceduto.

Risalendo alla fine del 2011 inizi del 2012, la nomina in seno alla Banca MPS - ove ROSSI era stato assunto come Responsabile Area delle Comunicazioni nel maggio del 2006 - del nuovo presidente e del nuovo amministratore delegato nelle persone di Alessandro Profumo e di Fabrizio VIOLA, subentrati rispettivamente a Giuseppe MUSSARI e Antonio VIGNI, il ROSSI è uno dei pochi uomini di punta della precedente dirigenza in senso lato (la qualifica del deceduto non era invero di dirigente propriamente detto bensì, come già detto, di responsabile area) ad essere confermato ed a guadagnarsi senza nessuna difficoltà la fiducia sia dei nuovi datori di lavoro che dei nuovi colleghi con cui era in più stretto rapporto lavorativo, essendo peraltro rimasti buoni, come in passato, i rapporti anche con i collaboratori del vecchio staff che, come lui, erano stati confermati nel nuovo (tali soggetti debbono complessivamente identificarsi in DALLA RIVA Ilaria responsabile della direzione Risorse Umane- GALGANI Chiara - responsabile dell'ufficio Stampa - BONDI Lorenza - vice capo ufficio stampa - FILIPPONE Giancarlo - funzionario preposto all'ufficio personale dell'Area Comunicazioni).

Nel novembre del 2012, in coincidenza per il dott. ROSSI con un lutto famigliare (decesso del padre), è fatto notano che esplode il cd scandalo MPS così chiamata, nei mass media (stampa, social network, blog) che gli danno ampissima risonanza a livello locale e nazionale, l'inchiesta giudiziaria avente ad oggetto svariate operazioni finanziarie della banca senese negli anni della dirigenza MUSSARI-VIGNI. Aumentato a partire da allora, in modo molto considerevole ed in continua crescita nei mesi successivi, il lavoro e di sicuro anche lo stress lavorativo del Rossi, essendosi trovato in prima linea, come capo dell'Area Comunicazioni a rispondere alle pressanti richieste dell'opinione pubblica e nel contempo a gestire l'enorme flusso di comunicazioni che dietro gli imput della nuova dirigenza, al fine di salvaguardare e di recuperare l'immagine della Banca, dovevano essere veicolate all'esterno, è il caso di precisare, onde dissipare anche su questo versante possibili equivoci e fraintendimento dei fatti e delle emergenze - istruttorie, che è la stessa vedova TOGNAZZI nelle sue prime. s.i.t. - del 17.4.2013 ad affermare che era stato lo stesso ROSSI a "manifestare a chiare lettere di voler in qualche modo essere aiutato nella propria attività" nonché "di essere almeno in parte sgravato". Se così è, osserva questo giudice che deve essere letto in sintonia per l'appunto con i desiderata, più che legittimi dello stesso ROSSI, stante l'aggravio lavorativo al quale stava andando sempre di più incontro, e non invece come un primo indice (secondo la posizione assunta dalla difesa TOGNAZZI nell' opporsi alla presente richiesta di archiviazione) di una diminuzione di fiducia progressiva ed immotivata (e per questo implicante mobbing, sempre stando alla più recente linea difensiva intrapresa dalla p.o TOGNAZZI) nei confronti del dipendente ROSSI da parte del nuovo datore di lavoro, la decisione presa (da VIOLA) di affiancargli la DALLA RIVA attribuendo ad essa la direzione delle Comunicazioni Interne, lasciando al ROSSI-le Comunicazioni Esterne e creando rapidamente (gennaio 2013) nuove metodologie di lavoro, su imput dello stesso ROSSI, al fine di assicurare uniformità nell'agire delle due aree delle comunicazioni. Su tutto ciò hanno riferito con piena convergenza oltre ai predetti VIOLA e DALLA RIVA- la consulente coach della Banca (nominata pure essa nel novembre 2012 all'esplodere dello scandalo MPS) Carla Lucia CIANI. Questa in particolare ha spiegato che, su indicazioni dello stesso ROSSI, il quale evidenziava da un lato la difficoltà a gestire a livello manageriale da solo l'enorme flusso di comunicazioni negative riguardanti BMPS, dopo l'esplosione dello scandalo giudiziario/mediatico attribuibile alla vecchia dirigenza e, dall'altro, le necessità di adottare modalità di lavoro che garantissero coerenza tra comunicazione interna ed esterna, venne creata (in seguito - ad un incontro con il ROSSI avvenuto il 30 gennaio 2013) una sorta di taskforce, definita situation room. In pratica si trattava di "un gruppo di persone, capeggiato dal ROSSI, che decideva in maniera evoluta gli interventi stampa da effettuare, nel senso che tutte le comunicazioni stampa venivano gestite collegialmente, definendosi in sede di gruppo di lavoro (comprensivo delle altre funzioni) gli interventi ufficiali da effettuare. Per iniziativa della stessa ROSSI io - così testualmente nelle s.i.t. la Ciani - venivo messa a conoscenza - a mezzo mail - dei report di questo gruppo di lavoro. Posso dire che rispetto a tale nuovo assetto organizzativo il ROSSI fu molto confortato, in termini di condivisione di responsabilità con i suoi colleghi anche perché questo doveva essere il modello per una gestione più coordinata dell'area comunicazione esterna".

Nella medesima direzione, di conferma ed anzi di obiettivo accrescimento di fiducia della nuova dirigenza in favore del ROSSI, era andata la decisione presa dall'A.D. VIOLA nel successivo mese di febbraio 2013 di designare ROSSI "Invitato Stabile" del Comitato Direttivo. Il Comitato Direttivo - come ha spiegato VIOLA - è un consesso all'interno del quale i dirigenti delle varie direzioni discutono collegialmente dei progetti aventi implicazioni in più settori, con funzioni anche consultive e preparatorie delle decisioni - che dovranno essere assunte dal CdA. Che Rossi fosse stato soddisfatto ed avesse preso come un positivo riconoscimento anche questa iniziativa non lo affermano soltanto il dr VIOLA e la d.ssa CIANI ma anche la sig. TOGNAZZI - nelle s.i.t. del 17 aprile 2013 già 12 ricordate - affermando che il marito ne era orgoglioso, salvo aggiungere che tale inserimento essendo stato effettuato prima della perquisizione subita presso ufficio e l'abitazione il 19 febbraio (su cui infra) non fu dal medesimo ritenuto un elemento positivo di valutazione da parte della dirigenza successivamente a questa iniziativa giudiziaria nei suoi confronti che, per converso, temeva che avesse messo in dubbio, agli occhi della dirigenza, la sua affidabilità. A questo ultimo riguardo, sulla scorta delle risultanze istruttorie e segnatamente delle s.i.t. della CIANI, è però necessario parzialmente correggere il quadro emergente dai ricordi della sig. TOGNAZZI. Riferisce infatti la CIANI che il dr VIOLA le manifestò per la prima volta l'intendimento che il ROSSI venisse inserito nel progetto di coatching riservato alla prima linea manageriale, durante un incontro a Milano che ebbero lunedì 11 febbraio 2013. Alla fine della medesima settimana la segreteria del dr VIOLA le aveva comunicato che ROSSI era stato inserito nel suddetto comitato direttivo. Con una successiva mail giungente questa volta alla CIANI dalla segreteria della DALLA RIVA. Il 26 febbraio (quindi siamo oltre la data della perquisizione eseguita nei confronti del ROSSI il 19 febbraio e dallo stesso vissuta come una ricaduta negativa sulla sua affidabilità aziendale) veniva confermata la volontà di inserire il ROSSI tra i destinatari del progetto di coatching, il che implicava anche la conferma del ROSSI quale componente stabile di quel comitato direttivo, e di conseguenza di ciò la CIANI fissò ed effettivamente tenne con il ROSSI proprio la mattina del giorno del decesso (dalle ore 9:30 alle 12.00) il primo incontro individuale di coach con il medesimo, all'interno del suo ufficio; il 13 marzo avrebbe dovuto esserci il primo incontro di gruppo.

Abbiamo già accennato a quanto era accaduto in data 19 febbraio al ROSSI. Lo stesso era stato destinatario di una perquisizione non solo in ufficio ma anche all'interno della propria abitazione, ancorché non come persona indagata, nell'ambito dei proc. pen. nn. 845/2012 e 3861/2012 N.R.mod. 21, instaurati nei confronti dei precedenti vertici della direzione della banca (MUSSARI e VIGNI) per vari reati ravvisati nelle operazioni finanziarie finalizzate e conseguenti all'acquisizione di banca Antonveneta. Nella stessa data allorché erano scattate anche le perquisizioni a carico dei predetti due indagati di eccellenza, il ROSSI era stato inoltre interrogato dagli inquirenti in qualità di persona informata dei fatti in ordine ai suoi rapporti, anche successivi all'uscita da MPS con MUSSARI, con il quale erano noti anche i consolidati rapporti di amicizia.

Era da allora che lo stato d'animo del ROSSI aveva cominciato a dare segni di notevole turbamento e forte preoccupazione. Ed era da allora che il ROSSI aveva cominciato a temere per un suo maggiore coinvolgimento in tali inchieste giudiziarie in conseguenza di un erroneo accostamento, operato dagli inquirenti, della sua persona al vecchio « management ed in particolare, data anche la loro amicizia, al MUSSARI e, contemporaneamente a manifestare crescente preoccupazione anche per il mantenimento del posto di lavoro in conseguenza della perdita di fiducia da parte del nuovo management pure essa messa dal ROSSI in diretta correlazione che le temute implicazioni personali nelle indagini in corso. Così la TOGNAZZI nelle s.i.t del 17 aprile 2013: "Ha cominciato a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al Presidente MUSSARI, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il MUSSARI, la vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui, per il necessaria rapporto, di vicinanza che aveva anche can il presidente (ex) anche se l'ultima volta che si erano sentiti era a Natale [..]. Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. La perquisizione del suo ufficio e dell'abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci - senza però farmi i nomi - secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal ROSSI successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni [.]".

E similmente il dott. VIOLA 24: "[...] premetto che il 19 febbraio ... lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisizione lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti; gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era Una raccomandazione di riservatezza. Lui prese atto di questo. Dall'indomani tuttavia iniziò a ridirmi di sentirsi "messo in mezzo" da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento [...] Ribadisco che - come nuovo management - avevamo piena fiducia nel ROSSI circostanza che gli espressi ripetutamente; lui mi manifestò la preoccupazione di una sua sostituzione; io lo tranquillizzai dicendo che stava bene al suo posto e che non avevamo alcun segnale favorevole al suo licenziamento avendo peraltro gestito in maniera ottima l'ultima fase della crisi [...]".

Quindi il dott MINGRONE, riferendo in merito a confidenze ricevute dal collega non più in vita, la sera del 28 febbraio durante una cena alla quale era presente anche il presidente Profumo; "[...] La cena è stata un'iniziativa del dr Profumo, in quanto avevamo terminato il consiglia di amministrazione a tarda ora e quindi si era deciso di cenare insieme. I! Rossi si era unito a noi in quanto lo avevamo incontrato uscendo. Ho conosciuto il ROSSI da metà giugno 2012 ho sempre pensata che fosse una persona abbastanza apprensiva per il lavo ro; infatti in tale serata l'oggetto principale della discussione fu proprio il suo stato di malessere in virtù della perquisizione che aveva subito giorni addietro, Lo stesso ebbe infatti a rappresentare la sua ansia nel non comprendere le ragioni che avevano condotto l'A.G. ad effettuare tale perquisizione; ricorda che egli si domandava appunto se fosse proprio il suo rapporto di conoscenza diretta con l'avv. Giuseppe Mussari ad avere indotto ciò ovvero i colloqui telefonici che aveva avuto nel periodo fino a Natale 2012 ... Sia io che il dr Profumo abbiamo cercato di tranquillizzarla dicendogli che «se non aveva fatto nulla di male non doveva assolutamente preoccuparsi» lo stesso rispose, questo mi colpì molto: «evidentemente ho fatto qualcosa di sbagliato». La mia percezione del momento fu che si riferisse a 14 probabili errori di valutazione, e/o di opportunità nell'ambito dei rapporti mantenuti con l'ex presidente Mussari. Nella serata fece anche un riferimento generica ad una notizia stampa afferente ad un gruppo, a me sconosciuto, della "Birreria" che, a quel punto ha capito, lui aveva frequentato insieme all'ex presidente Mussari (sempre fino a dicembre 2012) ma dello cui frequentazione a quel punto si rammaricava. La serata si concluse serenamente".

Mette conto precisare che la riunione del CdA terminata nella tarda serata del 28.2.2013, a cui ha fatto riferimento il dr Mingrone nelle sue sommarie informazioni testimoniali, è quella in seno alla quale era stato deciso di promuovere l'azione di risarcimento danni non soltanto nei confronti dei precedenti vertici manageriali della Banca (ossia dei ridetti MUSSARI e VIGNI), ma anche di due banche estere (Nomura e Deutsche Bank) implicate in due imponenti operazioni di finanza strutturata rivelatesi disastrose per i conti dell'istituto di credito senese. E' opportuno aggiungere che data la importanza e la delicatezza della decisione da adottare, la convocazione del CdA era stata effettuata in forme molto riservate, in particolare senza indicare nell'ordine del giorno l'intendimento di fare causa oltre che ai precedenti amministratori - notizia che già circolava e che costituiva un'iniziativa pressoché obbligata per il nuovo management - anche alle predette due banche straniere. La segretezza con cui era stata gestita questa delicatissima ed importantissima decisione derivava dal fatto che ove fosse diventata di dominio pubblico prima della iscrizione delle cause civili in questione - ed in particolare di quelle nei confronti delle banche estere - nei registri del Tribunale delle Imprese di Firenze c'era il rischio per BMPS di essere battuta sul tempo da una più tempestiva iscrizione presso la competente Autorità Giudiziaria estera di una speculare azione legale nei propri confronti da parte delle predette banche. Per questo non solo ROSSI ma nessun altro dell'Ufficio Stampa e della intera Area COMUNICAZIONI, ne era stato anticipatamente messo al corrente e la direttiva assunta era nel senso che anche al successivo comunicato stampa ufficiale, soltanto successivamente all'iscrizione delle cause giudiziarie, avrebbe provveduto direttamente il dr Mingrone. Non potendo - pare alla scrivente - neppure questa decisione dei vertici del CdA essere obiettivamente interpretabile come uno smacco ed un segno di mancanza di fiducia nei confronti, in modo specifico, del ROSSI e, tanto più ciò deve ritenersi, alla luce di quanto continua a riferire il Dr Mingrone in merito a quella serata conclusasi con la sua cena al ristorante in compagnia del dr Profumo e del dr Rossi. Accadde infatti che mentre si stavano recando al ristorante, il Rossi aveva ricevuto una chiamata telefonica di qualcuno che, dalla risposta che il ROSSI gli dava, si capiva che gli domandava di confermare se fosse vero o meno che il CdA di quella sera avesse deciso l'azione di responsabilità in questione. La risposta di ROSSI era stata "se fosse vero me lo avrebbero detto". Terminata la telefonata il dr PROFUMO, evidentemente non nutrendo riserve sull'affidabilità del ROSSI, lo aveva messo al corrente della decisione dal CdA effettivamente presa in tal senso ed a quel punto gli era stato mostrato anche il comunicato-stampa riguardante la notizia e gli era stato chiesto di dare i suoi onsi.gli sulla stesura finale. Invero la temuta fuga di notizia la mattina dopo c'era stata davvero, in forza di un articolo di stampa apparso su un importante quotidiano a tiratura 15 nazionale; per essa, anche in ragione delle implicazioni che c'erano state sulle quotazioni in borsa del titolo MPS, VIOLA e PROFUMO avevano presentato un esposto in Procura e gli esiti dell'inchiesta giudiziaria (di al p.p. n. 874/2013 mod. 44 poi passato al registro noti con il n. 1169/2013 rgnr mod 21) che ne era seguita ed aveva portato all'individuazione del responsabile in un consigliere del CdA (M. Briarnonte), si erano conosciuti nel maggio successivo.

Premesso: che in ragione della stretta vicinanza temporale tra questa fuga di notizia e la morte del ROSSI, opportunamente gli inquirenti avevano sulle prime svolto indagini anche al fine di verificare possibili collegamenti tra i due eventi, nell'eventualità che fosse da individuarsi nella fuga di notizie il movente del gesto suicidario ed anche quello dell'ipotetico istigatore (in questo contesto non essendoci all'evidenza alcuno spazio, neppure puramente astratto e logico, per la percorribilità della terza ipotesi, quella dell'omicidio), evidenziato che nessuna emergenza investigativa era andata in questo senso, occorre in questa sede aggiungere che parimenti negative si sono di fatto rivelate le risultanze circa l'ipotetica immeritata colpevolizzazione, che sul luogo di lavoro il ROSSI avesse potuto subire, negli ultimi cinque giorni di vita, siccome infondatamente sospettato di essere lui l'autore della indebita divulgazione di siffatta informazione di natura price sensitive. Ciò alla luce di quanto è emerso dalle dichiarazioni informative non soltanto di PROFUMO e di VIOLA, ai quali più di ogni altro in ambito lavorativo avrebbero potuto in astratto imputarsi, condotte commissive o omissive discriminatorie indotte dalla presunta indebita colpevolizzazione del ROSSI, ma anche dalle dichiarazioni, rilasciate dai colleghi di lavoro del deceduto ed in particolare da quelle della GALGANI Chiara.

PRUFUMO, pur non negando di aver inizialmente nutrito dei sospetti su un possibile coinvolgimento del ROSSI sulla ridetta fuga di notizie, in ogni caso non solo non risulta averli manifestati al diretto interessato - con il quale nei pochi giorni lavorativi successivi prima del tragico gesto aveva continuato ad interloquire normalmente in relazione a questioni ed affari di sua competenza (in particolare l'ultimo normale colloquio di lavoro tra i tra i due c'era stato il 5 marzo) - ha aggiunto che, esternati confidenzialmente questi suoi primi dubbi al VIOLA, lo stesso 1 marzo, ne aveva avuto da quest'ultimo un immediato ritorno negativo.

Sentito sullo stesso argomento direttamente anche l'A.D. VIOLA, nel confermare lo scambio di opinioni, in forme assolutamente riservate con il Pres PROFUMO, in un colloquio del i marzo, ha altresì ripetuto anche agli inquirenti di aver scartato immediatamente l'ipotesi che il ROSSI potesse essere in qualche modo coinvolto nella ridetta fuga di notizie, a tale riguardo con estrema verosimiglianza - quindi attendibilmente - dichiarando: "non ho mai messo in relazione il comportamento del ROSSI alla fuga di notizie circa l'avvio dell'azione di responsabilità varata dal CdA il giovedì precedente ... Peraltro, sapendo che ROSSI è persona riservatissima l'ultima cosa che - secondo me - avrebbe fatto nello stato di agitazione peraltro in cui era - era parlare ai giornali".

Alquanto significative si sono inoltre rivelate le dichiarazioni della Galgano la quale, se per un verso ha confermato la circostanza che nelle ultime settimane di vita del collega 112 girassero con qualche insistenza voci in merito alla sua imminente sostituzione, per altro verso ha precisato che l'origine di questi rumors - il termine è quanto mai appropriato in questo caso alla luce delle risultanze istruttorie sul punto - non era intranea agli ambienti del BMPS bensì era da individuarsi in ambito giornalistico ed ha aggiunto che ai giornalisti che, nel tentativo di avere conferme della notizia che asserivano di aver avuto da fonti confidenziali l'avevano contattata, la notizia in questione era stata da lei smentita.

Così la GALGANI (responsabile del settore "Relazione Media"):"ROSSI David, se non ricordo male, non mi ha mai espresso timori circa la perdita del suo posto di lavoro. Tuttavia c'erano delle voci in tal senso: mi ricordo in particolare una telefonata - se non vado errata avvenuta il giorno del CdA del 28.2.2013 - in cui il giornalista Mugnaini Domenico dell'ANSA mi riferì che giravano voci circa la sua possibile sostituzione con un professionista di Milano.... Giovedì 7 marzo fui chiamato dal giornalista STRAMBI Tomaso della Nazione che mi invitò ad incontrarla per riferirmi che un suo collega di cui non mi fece il nome gli aveva detto che quel giorno si sarebbe a lui presentata una persona qualificatasi come nuovo responsabile dell'Area Comunicazione MPS. Mi sono quindi informata con la responsabile delle Risorse Umane Ilaria DALLA RIVA e con lo stesso VIOLA i quali mi hanno risposto Che non era assolutamente vero: ho anche condivisa la posizione da tenere con il giornalista, che richiamai per smentire la notizia. Nel pomeriggio del 7 marzo mi chiamò anche CAMBI Carlo, redattore di Libero, il quale fece riferimento ancora alla sostituzione del ROSSI; anche in tal caso smentii tali voci".

Per concludere sul punto si deve altresì rimarcare che sentiti sull'argomento, nel corso delle indagini, direttamente i giornalisti, questi non solo non hanno inteso rivelare la fonte confidenziale della notizia in questione, ma neppure ne hanno confermato, non tutti ed in ogni caso nessuno in modo persuasivo e cogente, il contenuto. Taluni di loro danno inoltre atto di smentite della notizia ricevute dallo stesso ROSSI.

SIT Tomaso STRAMBI (giornalista de-La Nazione): "Non mi ha mai esternato paure particolari per il posto di lavoro; né difficoltà di sorta in relazione alla nuova gestione di BMPS".

SIT Davide VECCHI (giornalista del Fatto Quotidiano): "Vidi per l'ultima volta ROSSI David una settimana dopo la perquisizione a suo carico, circa fine febbraio...parlando delle varie ipotesi sui motivi per cui anche lui era stato perquisito non riusciva ad inquadrare le ragioni ed era stupito del suo coinvolgimento... Preciso che in quei giorni io e altri colleghi avevano scritto che la Banca lo aveva affiancato all'interno della sua area; sul punto lui- a mia domanda- rispose che non stato affiancato e che comunque si stava riorganizzando tutto, ma che non era più operativo come prima".

SIT Domenico MUGNAINI (agenzia ANSA Firenze): "Vidi per l'ultima volta ROSSI David il 1 marzo 2013: era tranquillo. Successivamente l'ho sentito per telefono il 4 marzo 2013 per due volte... nella seconda occasione abbiamo scherzato e lui mi chiese - facendo riferimento ad una telefonata del 28/02/2013 tra noi - che lo avrebbe sostituito. lo gli dissi di non sapere nulla."

In tutte queste risultanze si debbono al fine calare i comportamenti, pur nella loro complessiva anormalità indicativi di stati emotivi ondivaghi, tenuti dal ROSSI, dentro le mura domestica in modo forse ancora più eclatante che non sul lavoro.

Questo perché venerdì 1.3.2013 alla TOGNAZZI il ROSSI aveva esternato in modo assolutamente irrazionale la paura che l'indomani sarebbe stato addirittura arrestato, dicendo testualmente che sarebbero andati a prelevarlo nella giornata di sabato stante la chiusura per il week end dei mercati finanziari. Ed alla risposta della moglie che, sdrammatizzando ed evidentemente non dando troppo peso alle parole del marito, gli diceva che se polli temuto arresto il giorno dopo non fosse avvenuto si sarebbe dovuto tranquillizzare, ROSSI aveva chiuso il discorso affermando "sarebbe già una buona cosa". Questo accadeva venerdì 1 marzo, il sabato e la domenica successiva la TOGNAZZI aveva dovuto concentrarsi sui suoi problemi di salute ed era stata anche ricoverata in ospedale dove pur rinviandola al domicilio le avevano diagnosticato una brutta polmonite. Lunedì 4 marzo, seppur formalmente m'ferie per accudire la moglie, ROSSI aveva trascorso molte ore in' ufficio, impegnato in particolare in un carteggio epistolare via mai] con VIOLA, in ferie a Dubai, su argomenti lavorativi e non ed era stato nel contesto di questo scambio prolungato di comunicazioni in rete che ROSSI aveva inviato a VIOLA anche l'HELP contenente 'una esternazione esplicita del proposito suicidiario (su cui infra).

Risalgono a martedì 5 maggio, come riferiscono la moglie del ROSSI e la di lei figlia ventunenne Carolina ORLANDI (convivente con la coppia), le anomalie più allarmanti compiute dal congiunto (o per lo meno, in quella data, scoperte) dentro casa.

La giovane si era infatti accorta di strani taglietti ai polsi del ROSSI ed era andato a riferirlo alla madre. Alle richieste di spiegazioni ROSSI prima aveva detto di essersi accidentalmente tagliato con la carta, ma dietro le insistenze della moglie aveva ammesso di esserseli procurati volontariamente dicendo, così nei ricordi della vedova "hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente" e nella rievocazione dell'ORLANDI: "...sai com'è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore". Sempre, quello stesso giorno, il ROSSI si era mostrato talmente angosciato dalla preoccupazione di essere intercettato che aveva preso a comunicare con le famigliari per iscritto. Sul punto molto evocativamente l'ORLANDI: "Dopo di ciò (n.b.: l'Orlandi ha appena finito di raccontare la scoperta dei tagli ai polsi) egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse «non parlare di questa cosa nè fuori nè in casa» allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccio ma alla situazione in generale scrissi «mai fatto...ma ci sono le cimici?» lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa un cinque minuti. Davide allora strappò il foglio su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. Io allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: «nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare: ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?» Egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni ed al fatto che mia mamma lo sapesse. Lui prese i fogli e li strappò. Strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, Davide mi seguì fuori dalle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo, il giorno successivo. Parliamo del 6 marzo..."

E la Tognazzi rievocando le reazioni dal marito allorché sempre il giorno 5 marzo lei cercava di tranquillizzarlo e riportarlo alla ragione in relazione alla paura delle microspie in casa, ha dichiarato che il ROSSI andava ripetendo che "c'era la probabilità che qualcuno poteva interpretare malamente alcuni accadimenti o episodi o frequentazioni pregresse".

Considerato che relativamente al giorno 5 marzo vi è anche la rievocazione del Pres. Profumo, il quale con convergenza con i racconti attinenti a comportamenti del ROSSI nella medesima data afferma, nelle s.i.t. del successivo 7 marzo riferisce: "...Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell'occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato. Legava tali sue preoccupazioni alla circostanza di aver frequentato anche recentemente, il cd gruppo della birreria, di cui si parla nelle cronache locali. Mi fece anche il nome della persona che aveva incontrato, ma non lo ricordo anche perché non conosca coloro che farebbero parte di quel gruppo così denominato. Lo tranquillizzai dicendogli che a mia avviso non aveva nulla da temere, in quanto non risultava indagato, aggiungendo tra l'altro che a noi non erano giunte indicazioni che andassero in senso contrario rispetto alla sua permanenza dentro la banca. Insomma gli rinnovai la nostra fiducia invitandolo a continuare serenamente al suo lavoro...". Sono anche da sottolineare i flash forniti dall'ORLANDI sul corso della funesta giornata del 6 marzo, al termine della quale il ROSSI sarebbe morto o, per meglio dire, non potendosi nutrire più alcun dubbio, alla stregua dì tutto quanto fin qui rassegnato, lo stesso si sarebbe ucciso, gettandosi dalla finestra del suo ufficio. Ha invero riferito al riguardo la giovane che al mattino poco prima che ROSSI uscisse di casa lo aveva sentito parlare con sua madre. La TOGNAZ7I con tono preoccupato invitava il marito a reagire ed ad uscire dallo stato in cui versava. Non appena ROSSI era uscito di casa, la TOGNAZZI aveva chiamato al telefono il cognato Ranieri ROSSI, dicendogli piangendo che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, invitandolo pertanto a parlare con lui, cosa che era accaduta all'ora di pranzo in quanto i due fratelli avevano mangiato assieme. Davide dopo il pranzo con il fratello Ranieri, intorno alle 16 era ripassato da casa. Era stato allora che l'ORLANDI aveva sentito la madre fare riferimento con il marito a e-mail da ROSSI inviate al dr VIOLA (su cui infra) per chiedergli, in relazione alla sua situazione, se poteva parlare con i pubblici ministeri ed alla domanda della Tognazzi se avesse ottenuto il colloquio con i magistrati, Davide aveva risposto che non era quello il momento di parlarne, stante la presenza in casa della suocera. In relazione al pranzo del 6 marzo - con il fratello, Ranieri ROSSI, a sua volta riferisce direttamente che oltre a parlargli di cose normali, gli aveva confidato di essere "preoccupato per una cavolata che aveva fatta e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito". E quando di ciò Ranieri ROSSI aveva parlato - sembra successivamente al decesso del fratello - con la TOGNAZZI quest'ultima, come dichiara a s.i.t. - come prima cosa aveva pensato "od un giornalista al quale David possa aver dato fiducia nel tempo e che poi possa averlo tradito alla prima occasione o che DAVID potesse aver detto cose di troppo ad un amico giornalista che poi le avrebbe pubblicate".

E che, in particolare il giorno in cui si sarebbe tolto la vita, il ROSSI fosse tormentato, come una specie di mono-ossessione, da una o più "cavolate" che, nelle sue valutazioni soggettive necessariamente condizionate dalla disastrosa condizione emotiva culminata nell'atto autosoppressivo serale, è un fatto da ritenersi assolutamente acclarato ove, oltre alle SS Il TI dei predetti due famigliari, ed al contenuto delle tre lettere incomplete, di addio e di scuse per il gesto estremo a cui si accingeva nell'isolamento creato all'interno del proprio ufficio, si consideri infine che la demoralizzazione per tali supposte cavolate era stato l'argomento centrale del colloquio individuale, durato più di due ore, del ROSSI con la coach CIANI, in ufficio, la mattina del 6.

"Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo... la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire. Io ho cercato di affrontare il discorso riferendomi alle competenze manageriali che possono essere di supporto .in questi casi. Lui mi ha detto che da quando aveva subito la perquisizione e dalle vicende del CdA precedente, si era messo insistentemente a pensare rispetto a tutto quello che in questi anni era accaduto nella sua vita lavorativa: in questo senso lui continuava a chiedersi senza trovare risposta se c'era qualcosa che avrebbe potuto comprometterlo. Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente questo ero fortissimo tant'è che usava espressioni quali "ho paura che mi possono arrestare" "ho paura di perdere il lavoro" come se - accusato di qualcosa - automaticamente perdesse il lavoro. Io gli sottolineai l'inutilità di continuare a rimuginare sul passato; gli precisai che sapevo che -non era indagato e che aveva la fiducia di VIOLA e PROFUMO. Nel momento in cui gli dicevo queste cose anche lui disse che era vero: gli precisai che io stessa ero la prova della fiducia del nuovo management. Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni... Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l'ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto...

Lui mi disse: «io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l'altra». Avevo il desidero di tranquillizzarlo, non banalizzando ma alleggerendo la cosa. Gli chiesi a cosa rispondessero questa cavolate di cui parlava, lui non mi rispose... si è aperto solo in parte nel senso che disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all'azienda e dall'altra temendo di aver messo a disagio VIOLA se non addirittura irritato. Gli chiesi se VIOLA gli avesse risposto; egli mi disse di sì e che lo 20 aveva tranquillizzato. Abbiamo parlato del perché avesse avuto bisogno di scrivere questa mail a VIOLA; lui mi parlò del senso di frustrazione e di bisogno che viveva. Lui peraltro sapeva che VIOLA era fuori banca e immagino che sapesse che era fuori banca per lavoro; e quindi questo mail era fuori contesto, avendo atteso un momento sbagliato per scrivergli. Io gli dissi che l'indomani VIOLA sarebbe tornato e che avrebbe potuto chiarire il tutto con lo stesso. Lui mi rispose dicendomi «che cosa mi potrà dire?». Mi disse anche che gli avevo riscritto scusandosi con VIOLA per averlo disturbato. A me ha dato l'impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c'era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l'unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre case avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatta delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all'espressione cozzate commesse. Poi il riferimento ad una cozzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta a! dott. VIOLA. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, dei fatti che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavora se fosse successo qua/casa di grave.... Oggi (la CIANI veniva sentita a s.i.t. il 13.3.2013) ci sarebbe stata un incontro di team, cioè in gruppo con gli altri manager. Alla fine dell'incontro individua/e, ROSSI salutandomi disse che gli aveva fatta bene parlare un po’".

Ed ora veniamo alle mail dal ROSSI, come è documentalmente riscontrato, inviate il giorno 4 marzo all'amministratore delegato, alle quali deve dirsi certo che Il medesimo si riferisse nel colloquio di coach la mattina prima di suicidarsi, manifestando al riguardo uno sconforto incontrollabile, proprio per il fatto stesso di averle inviate, in tal modo mostrandosi - questo credeva il ROSSI - fragile e non all'altezza del sua prestigioso livello professionale.

Il carteggio on line in questione aveva avuto inizio la mattina, in forza di una prima mail delle 9:24 inviata al ROSSI da VIOLA chiedendogli di parlare di lavoro, in particolare della "Vicenda mutui Prato", con ciò intendendo fare riferimento ad indagini recentemente avviate dalla Guardia di Finanza di Prato in merito a mutui "facili" (stando al taglio giornalistico della notizia) per circa 80 milioni erogati, tra il 2005 al 2009, da filiali del MPS di Prato, per l'acquisto della prima casa a immigrati di nazionalità cinese, rivelatisi insolvibili e privi di garanzie e la necessità di parlarne con il responsabile delle Comunicazioni nasceva dal fatto che su questa inchiesta, il 2 marzo, il TG 5 aveva incentrato un servizio televisivo.

Rossi alle 9:36 rispondeva al "parliamo della vicenda mutui prato?" di VIOLA dicendogli: "ma non era Dubai?"

Al che VIOLA, alle 9.48: "sì ma c'è ml telefono".

Malgrado le ferie di entrambi (stante che anche il ROSSI, come riferito dalla TOGNALLI e dai colleghi di lavoro, non avrebbe dovuto recarsi a lavoro quel giorno) v'è prova documentale in atti che nel corso della mattina si dedicavano alla stesura di una lettera 21 sostanzialmente di protesta, inviata, alle ore 10.33, ancorché a firma di VIOLA, dal ROSSI dalla sua e.mail dell'ufficio ("david.rossi2@ banca. mps.it) al Vice direttore di TG5 (dr Pamparana), autore del servizio televisivo contestandogli di non aver messo in buona luce la Banca, lettera alla quale il giornalista aveva risposto, sempre sulla posta elettronica del ROSSI, alle successive 10:49.

E' in questo interfacciarsi durato un'ora e più per la faccenda dei "Mutui di Prato" ed il servizio curato al riguardo del predetto giornalista, che alle ore 10;13 ROSSI lancia a VIOLA anche un HELP del seguente testuale tenore "Stasera mi suicido sul serio, aiutatemi".

VIOLA questa mail, che dai dati estrapolabili dal P.C. fisso di ufficio del ROSSI risulta tra la posta inviata, non ricorda di averla ricevuta. Sia o non sia sincero nel dire ciò VIOLA, ciò che più rileva è che quando all'incirca tre ore dopo, ovvero alle ore 13:09, ROSSI, supponendo che ancorché senza rispondergli VIOLA abbia comunque letto il messaggio in questione, ritorna sull'argomento, anche se in modo meno esplicito, chiedendo e rappresentando ancora l'urgenza: "Ti posso mondare una mail sul tema di stamani. E' urgente domani potrebbe già essere tardi", VIOLA questa volta risponde. A questo punto la risposta di VIOLA, delle 13.45, è: "Mandami la mail". E Rossi quindi gli scrive: "Ho bisogno di un contatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati, Capisco che il mio rapporto con certe persone possa averglielo fatto pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l'impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sano perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei delle garanzie di non essere travolto da questo cosa, per questo io devo fare subito, prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. Mi può aiutare?"

La risposta del VIOLA a questa e-mail, non è di totale chiusura verso il bisogno rappresentato né di negazione dell'aiuto richiesto, stante che, dando peraltro da pensare che non afferri l'intero significato del messaggio ricevuto, in particolare riguardo alla tempistica indicata, scrive: "La cosa è delicata, Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere".

ROSSI a quel punto scrive ancora: "Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare o vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini, Mussari, comune, fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve. L'avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto".

Al che, conclusa VIOLA la breve pausa di riflessione, segnatamente durata, stante l'orario delle sue due risposte, dalle 14:24 alle successive 14:40, scrive ancora al ROSSI: "Ho riflettuto, Essendo la cosa molto delicata, credo Io cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere male interpreta. Oltretutto mi sembrano delle persone molto equilibrate".

Ebbene, osserva al riguardo la scrivente che, se - come sembra - quello che ROSSI intendeva ricevere dal VIOLA era un sorta di autorizzazione per potersi mettere a completa disposizione dei sostituti della locale Procura, nelle loro indagini tese a ricostruire le faccende di rilevanza penale attinenti al passato del MPS, insieme ad una sorta di manleva, ossia di rassicurazione di assenza di eventuali ripercussioni negative, di questa sua iniziativa;- sul mantenimento dei suo posto di lavoro, ebbene VIOLA con il suo ultimo messaggio di fatto rispondeva affermativamente ad entrambe le richieste del suo dipendente, rassicurandolo anche sull'equilibrio dei magistrati che avrebbe potuto contattare con una semplice telefonata al loro ufficio quella sera stessa.

A quel punto, in ciò trovando riscontro l'andamento ondivago dello stato emotivo del ROSSI e delle relative manifestazione esteriori, sottolineato dai pubblici ministeri nella loro richiesta di archiviazione, il contenuto dei suoi successivi messaggi cambia ed infatti con ulteriori mail con le quali si chiude il lungo carteggio epistolare del 4 marzo con l'amministratore delegato, in ferie a Dubai, ROSSI scrive (mail delle ore 15.10) "Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l'altro giorno", nonché (mail delle successive 17:12) "In effetti -ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura".

Tutto ciò risultante in merito l contenuto di queste mail, quanto a modalità e tempistica della relativa acquisizione è opportuno aggiungere che erano state le stesse mail già tutte individuate - in forza delle attività di ispezione informatica e di successiva estrazione di copie forensi, demandate dagli inquirenti alla Polizia Postale -quando, in data 21 marzo veniva esaminato - per la seconda volta stante la prima audizione avvenuta il giorno immediatamente successivo al decesso - il dr VIOLA - tanto che in sede di s.i.t. gli erano state mostrate e gli era stato richiesto di esplicitarle. Pertanto non risponde al vero quanto per converso assume la difesa TOGNAZZI relativamente al fatto che erano state individuate, in particolar modo I'HELP contenente l'esplicito proposito suicidario, soltanto dopo il dissequestro e la restituzione dei computers e dei telefoni del ROSSI ai famigliari (giugno 2013) e grazie alle sole ricerche, asseritamente più specifiche e mirate, intraprese a tal punto dagli stessi famigliari. E quanto all'apparente incongruenza tra le mail acquisite in forza dell'attività informatica demandata alla polizia Postale e le stesse mail, riversate negli atti del fascicolo in seguito alla copia che ne aveva fatto, con propri programmi di conversione, la sig. Chiara BENEDETTI, moglie di uno dei due fratelli del compianto David ROSSI, incongruenza costituita dalla presenza, in particolare nella mail con oggetto "HELP', contenente l'esternazione del proposito suicidario, di seguito all'indicazione di VIOLA Fabrizio, quale destinatario primario, della indicazione - non presente nelle mail estratte dalla Polizia Postale - di SANDRETTI Bruna (segretaria della DALLA RIVA) come secondo destinatario in campo CC, ebbene una seconda verifica informatica apprestata dal personale tecnico della Polizia Postale ha accertato essere questo mero frutto di un malfunzionamento del software di conversione, rilevatosi crackato utilizzato, si ha ragione di ritenere in perfetta buona fede, dalla BENEDETTI nel recupero delle mail in questione.

Con il che priva di fondamento ed ancorata ad un erronea presupposto di fatto rimane la ulteriore considerazione critica della difesa opponente secondo cui sulla mail di "Help", ingiustificatamente non sarebbe stata sentita la predetta Sandretti per conoscere, da questa direttamente, quali attività aveva essa ritenuto di intraprendere a fronte di una comunicazione di tal genere, alla quale non avevano fatto seguito le altre mail - dai contenuti come sembra implicitamente riconoscere la stessa difesa TOGNAZZI riconosce un contenuto molto più tranquillizzanti -   inviate al solo amministratore delegato. Il fatto è - come va ribadito - che tutte le mail in questione hanno avuto come unico destinatario il dr VIOLA.

Sulla scorta di tutto quarto ampiamente rassegnato 'ritiene la scrivente che debba essere senz'altro condivisa e quindi accolta la motivata richiesta di archiviazione dei Pubblici Ministeri.

Superflua ogni altra considerazione in punto di manifesta insostenibilità dell'ipotesi dell'omicidio volontario e di assenza di ogni e qualsiasi lacuna o lato oscuro al riguardo colmabile con supplementi investigativi, anche relativamente all'ipotesi, prima facie prospettata del reato di istigazione al suicidio (ex art 580 c.p.), all'esito delle indagini scrupolosamente esperite; risulta altrettanto certo difettare i requisiti costitutivi minimi della fattispecie criminosa anche nella forma - non già della determinazione ovvero dell'agevolazione, bensì - del solo rafforzamento dell'altrui proposito di suicidio: ove si consideri che, sotto il profilo oggettivo, occorre la dimostrazione di una condotta, ancorché a forma libera (e se del caso anche omissiva) in ogni caso causalmente idonea a consolidare nel suicida nel sud proposito di auto-soppressione e, quanto all'elemento psicologico, pur essendo richiesto il solo dolo generico, è nondimeno necessario non soltanto la conoscenza della obiettiva serietà del suddetto proposito, ma anche la consapevolezza nonché la volontà di concorrere con la propria condotta a spingere l'altro in quella disperata direzione. (cfr Cass. Pen. Sez V nr 227-22-del 28.04.2010 e sez V nr 3924 del 26.10.2006)

Correttamente mantenuta, fino alla fine delle indagini, l'iscrizione del procedimento contro ignoti, non si vede infatti quale condotta con cotali caratteristiche oggettive e soggettive possa essere ravvisata nelle risultanze attinenti al caso di specie ed è pertanto ancor più remoto chiedersi a chi una siffatta condotta possa essere attribuita.

La sottolineatura da parte della difesa opponente della mail, di richiesta di aiuto e di rivelazione di proposito suicidario del 4 marzo, peraltro sganciata - e con lettura quindi fuorviante anche di questa sola parte delle risultanze fattuali - dal più ampio carteggio che in quel giorno risulta esserci stato tra il dr VIOLA ed il dr ROSSI ed inoltre erroneamente ritenendo che quella stessa mail e non le altre dal contenuto molto più tranquillizzante, sia stata inviata oltre che al dr Viola anche alla segreteria della Direzione delle Risorse Umane e lasciata cadere nel vuoto, pare suggerire - sulla base di presupposti di fatto insussistenti - che questa dovrebbe essere la condotta tipicamente riconducibile alla fattispecie di cui all'art 580 e che nella stessa direzione dovrebbero anche essere ricercati gli autori del reato. Nello stesso senso secondo la difesa opponente deporrebbero un contesto lavorativo e condotte tenute, in tale ambito, nei confronti e contro il Rossi, che non soltanto nella sua percezione interiore fortemente condizionata - questo è certo - dallo stato di grave turbamento psicologico in cui — versava, ma anche obiettivamente tendevano ad isolarlo e mettevano a rischio anche il 24 mantenimento del posto di lavoro. Sennonché le risultanze delle indagini riportano un contesto lavorativo nettamente diverso, connotato da vicinanza, comprensione, rassicurazione, riconferma di fiducia, sostegno anche psicologico, a fronte delle varie manifestazioni di forte demoralizzazione e perdita di autostima che peraltro stando a quello che lo stesso dr Rossi lasciava capire - ai colleghi di lavoro, ai suoi superiori ai suoi famigliari - gli derivava da problematiche estranee all'attività lavorativa o per lo meno a quella attuale.

In ragione di tutto questo, non ritiene questo giudice fondata l'opposizione all'archiviazione neppure nell'ottica pure delineata dall'opponente della derubricazione in omicidio colposo, non ravvisandosi profili di colpa né generica né specifica nel datore di lavoro del deceduto ai quali sia causalmente riconducibile il suicidio dello stesso e non potendo di certo essere sufficiente il mero fatto dell'aver il suicida scelto di uccidersi sul luogo di lavoro.

La riapertura delle indagini.

Il 17 novembre 2015 la Procura della Repubblica ha riaperto le indagini accogliendo l'istanza avanzata in tal senso da Antonella Tognazzi, sulla base di vecchi argomenti e nuove allegazioni. Il nuovo fascicolo - iscritto, come il primo, a carico di ignoti per il 13 reato di cui all'art. 580 c.p. - ha preso numero 8636/2015.

Nell'istanza (si vedano le pag. 2 e ss.) esponeva di avere commissionato ad un collegio di esperti grafologi - il Prof. Giuseppe Sofia ed il Dott. Antonio Sergio Sofia - la verifica dell'autenticità delle tre lettere d'addio rinvenute nell'ufficio del marito il giorno della sua morte, insospettita dall'utilizzo di termini che mai nel corso del rapporto erano stati utilizzati.

I consulenti, pur ritenendo che le lettere fossero state scritte di pugno da Davìd Rossi, avevano ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie - in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati - che suggerivano una realizzazione presumibilmente forzata (psicologicamente e fisicamente) e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti (la consulenza è a pag. 94 e ss.).

Conseguentemente - così si legge nell'istanza di riapertura delle indagini - la vedova - aveva incaricato i propri consulenti storici, Ing. Scarselli e Prof. Norelli, di approfondire gli accertamenti già compiuti nel primo procedimento sui profili cinematici e su quelli 25 medico-legali, all'esito dei quali l'ipotesi del maleficio aveva trovato più solida conferma.

L'ing. Scarselli, con un primo elaborato, aveva posto in discussione l'attendibilità dei video versati in atti, che a suo giudizio presentavano non poche criticità, sia per le modalità di estrazione, che avevano portato alla creazione dei due files formato *.avi che non erano quelli estratti la notte fra il 6 ed il 7 marzo dalla videocamera di vicolo Monte Pio, sia per la qualità dei fumati (per il dettaglio dei rilievi si veda a pag. 35 e ss.). Con una seconda relazione di consulenza tecnica l'Ing. Scarselli aveva affrontato il tema della ricostruzione della dinamica della precipitazione, fondando le proprie considerazioni sulle immagini in formato *.avi contestate nella prima relazione, ma ritenute evidentemente di una certa concludenza (pag. 52 e ss.). Nel merito, l'ingegnere ribadiva come il corpo del Dott. Rossi fosse caduto con forte componente verticale e senza alcuna rotazione, -ossia con una traiettoria incompatibile cori l'ipotesi di suicidio della vittima. Infatti, così proseguiva il consulente, se lo stesso si fosse seduto sulla sbarra e si fosse abbandonato all' indietro, o anche se avesse compiuto la stessa operazione in posizione con le gambe flesse e il busto piegato in avanti, si sarebbe impressa una rotazione al corpo. In conclusione, per spiegare la traiettoria del corpo, così come è rappresentata nella documentazione, occorre una posizione di partenza del baricentro ('addome) più in basso del torso, in posizione quasi eretta, analogamente rispetto alle gambe che devono essere orizzontali o leggermente inclinate verso l'alto. La partenza in tale posizione è possibile solamente con l'intervento di terzi.

A conforto, l'Ing. Scarselli poneva l'attenzione sulle profonde abrasioni rilevate sulla punta delle scarpe del Dott. Rossi (si veda la foto a pag. 58) le quali (abrasioni), non potendo essere derivate da uno strisciamento sul davanzale o sul telaio della finestra, che non recavano segni corrispondenti, dovevano necessariamente essere imputate dell'azione di una forza di coercizione sulla vittima, presumibilmente riassumibile in una colluttazione, afferramento e immobilizzazione la cui intensità è tale da far pensare all'azione di due persone contemporaneamente.

Anche il Prof. Norelli si esprimeva per la insostenibilità dell'ipotesi auto soppressiva (v. pag. 66 e SS.): il soggetto è visto precipitare in posizione orientata ventralmente verso la parete, senza che minimamente se ne discosti lungo l'intero tempo della 26 precipitazione. Un'ipotesi suicidiaria di tal genere potrebbe solo evocarsi nel caso in cui il Rossi si fosse arrampicato sul davanzale, rimanendo poi appeso per gli arti superiori mantenendo il corpo parallelo ventralmente al piano del muro; ma anche ove si fosse lasciato andare abbandonando la presa, un pur minimo spostamento soprattutto della parte superiore del corpo in divergenza dal muro avrebbe dovuto rendersi evidente, per l'involontario, anche se minimo, movimento di spinta che una manovra siffatta necessariamente comporta. Senza voler indulgere a interpretazioni suggestive, peraltro, appare indubbio che una dinamica di precipitazione del tipo di quella osservata nella specie può solo giustificarsi con un corpo inerte che sia lasciato andare, in posizione ventrale tangenziale alla parete; in modo, dunque, assolutamente incompatibile con un evento suicidiario.

Quanto al resto, il Prof. Norelli, si limitava a ribadire in termini maggiormente assertivi le perplessità già avanzate in sede di opposizione nel proc. 962/13. Sottolineava come molte delle lesioni rilevate sul corpo della vittima non potessero essersi prodotte nella caduta, menzionando in particolare le escoriazioni sul viso, non imputabili all'impatto, né ad un urto tangenziale sul muro, perché ciò avrebbe determinato una componente di spinta orizzontale che invece era assente. Anche le lesività ai polsi e agli avambracci, che il Prof. Gabrielli aveva arbitrariamente e contraddittoriamente classificato come lesioni da taglio prodotte poco prima della precipitazione per meccanismo autolesivo avevano in realtà una genesi incompatibile con la caduta, così come le aree ecchimotiche ed abraso-escoriate alle braccia e agli arti inferiori e la lesività toracica. Il consulente ha in verità dubitato della riferibilità alla caduta dall'alto anche della ferita lacero contusa a tutto spessore riportata da David Rossi in regione occìpitale mediana, in corrispondenza con il punto in cui la testa impatto sul selciato. A tale ferita infatti non corrispondeva una omologa frattura occipitale, ma solo la frattura della fossa cranica posteriore e ciò induceva il sospetto di una lesione del cuoio capelluto determinata dall'azione di un corpo contundente indotta altrove rispetto al punto di arresto. Ulteriori perplessità riguardavano gli strappi presenti sulla camicia i quali, non trovando giustificazione nella dinamica della precipitazione, suggerivano anch'essi l'azione violenta di un terzo.

A sostegno della richiesta di riapertura delle indagini, la vedova del Dott. Rossi richiamava la necessità di rileggere tutte le emergenze istruttorie alla luce della corretta collocazione temporale del fatto (non già alle 20. 10, come ritenuto dal GIP nell'ordinanza di archiviazione, ma alle 19.43). Più precisamente - come meglio esplicitato nell'atto di opposizione il cui contenuto appare opportuno esporre in questa sede - si segnalava da parte del difensore come dai tabulati telefonici dell'utenza mobile di David Rossi, alle ore 20:16:49, risultasse una chiamata di tre secondi, in entrata dall'utenza di Carolina Orlandi, ed immediatamente dopo, alle 20:16:52, una chiamata in uscita verso il numero 4099009 indicato in vari articoli di stampa come numero di riferimento di un conto dormiente, da altri come numero di un conto aperto presso lo IOR, Banca del Vaticano. Posto che a quell'ora David Rossi era già morto, ad utilizzare il telefono non poteva che essere stato il suo assassino, la stessa persona che doveva avere gettato dalla finestra dell'ufficio il suo orologio da polso, ossia il grave che alle - ore 20.16 della ripresa video (ora reale) si vedeva cadere dall'alto nei pressi del corpo e rimbalzare sul selciato.

Chiedeva, inoltre, il difensore di svolgere accertamenti sulle figure umane e sui veicoli che si intravedevano transitare in via Dei Rossi nelle riprese della telecamera installata in vicolo Monte Pio o di cui si intuiva comunque la presenza.

Le indagini furono riaperte col proposito di dissipare ogni dubbio su di una vicenda drammatica che, oltre ad avere segnato, come ovvio, la vita dei congiunti, aveva scosso fortemente l'opinione pubblica.

A tale proposito la Procura della Repubblica si è attenuta, dando seguito a tutte le sollecitazioni investigative.

Il primo obiettivo dell'integrazione è stato quello di definire con la maggiore precisione possibile la scena del delitto e, contemporaneamente chiarire ogni dettaglio nel procedimento di acquisizione degli elementi di prova.

A questo fine sono stati sentiti Massimo Riccucci, il custode, e tutti i dipendenti che erano soliti trattenersi fino a tarda ora nell'ala dell’edificio ove aveva sede l'ufficio di David Rossi (Bigi Daniele, Liberati Paolo, Guariso Maria, D'Antonio Armando, Clarelli Nicola Massimo, Lisi Carlo Quagliana Renzo Filippo Riccardo) senza ottenere nuove informazioni utili (pag. 200 e ss.).

Sono stati risentiti anche Bondi Lorenza, che ha confermato quanto dichiarato nell'immediatezza dei fatti (pag. 216) e Filippone Giancarlo, che ha avuto occasione di tD precisare come la porta dell'ufficio di Davide Rossi, quando vi si recò insieme a Carolina Orlandi intorno alle 20.30 di quella notte, fosse chiusa senza giri di chiave (pag. 219).

La polizia giudiziaria ha poi proceduto ad assumere a sommarie informazioni tutti membri dell'equipaggio dell'ambulanza della Pubblica Assistenza che quella notte fu inviata in vicolo Monte Pio. Nella scheda d'intervento a pag. 5 del fascicolo 962113, si legge che il mezzo giunse sul posto alle 20.50. A bordo vi erano il medico del 118, Dott.ssa - Elisabetta Pagni, l'autista Giulia Perugini, gli operatori Paolo Maurizio Colombo e Gianluca Monaldi e la tirocinante Maria Coletta. - Tutti hanno ricordato l'abbigliamento impeccabile dell'uomo rinvenuto già cadavere, che indossava scarpe pulite e apparentemente nuove, pantaloni scuri con la piega e una camicia immacolata, che Monaldi, incalzato dalla Dott.ssa Pagni, aveva dovuto strappare sul davanti per tentare le manovre di rianimazione. Quelli dì loro che avevano operato sul corpo - la Pagni, Monaldi e la Coletta - si sono detti certi che non portasse orologi o bracciali ai polsi; nessuno ricordava di avere visto orologi nelle vicinanze (pag. 304 e ss.).

Dagli accertamenti sul furgoncino tg BT013JB che la notte del 6 marzo (ma anche la mattina del 7marzo, seppure in altra posizione) si trovava parcheggiato all'imbocco del vicolo Monte Pio è emerso che era intestato alla ditta L.D. s.n.c. di Lazzeri Andrea, Doganieri Fabio e Benvenuti Gianfranco, che in quei giorni stava compiendo piccoli lavori edili in un immobile della banca sito nella vicina P.zza dell'Abbadia (v. s.i.t. pag. 319 nelle quali Lazzeri Andrea ha confermato che era sua abitudine lasciare il mezzo in sosta nel vicolo cieco).

Si è poi ripercorso il procedimento di acquisizione dei filmati della videocamera di sorveglianza al fine di chiarire come si fosse giunti alla creazione dei due files in formato *.avi presenti in atti.

Risultava pacificamente dagli atti della prima indagine che al riversamento della registrazione avesse provveduto personale tecnico della ditta che curava la sorveglianza della banca. Nella relazione di intervento a pag. 128 del fascicolo 963/13 si legge che H salvataggio aveva riguardato la frazione temporale che andava dalle ore 19.59 alle ore 21.03 del 6 marzo 2013, che era stata trasferita su due chiavette USB, una perla banca e l'altra per le forze dell'ordine, con l'avvertimento che l'orario di registrazione non era esatto, poiché "si riscontra: ora DVR 01.37, ora esatta 1:21 ".

Nella annotazione di servizio delle 3 di notte, il Sovr. Marini e l'Ass. Gigli della Questura davano atto che le operazioni erano state eseguite dal tecnico Secciani Luigi della società Consitt s.r.l. e che la chiavetta, opportunamente sigillata, sarebbe stata custodita in Questura a disposizione dell'autorità giudiziaria (verbale di acquisizione a pag. 13 del fascicolo 963/13).

In data 12 marzo 2012 la Questura depositò in Procura un CD sul quale erano stati caricati il file delle riprese col telefonino effettuate dal Sovr. Marini e le immagini riprese e registrate da quella videocamera, ossia quella posizionata sul vicolo Monte Pio, con la precisazione si trattava di due files informato .avi, uno più breve e uno più lungo; che potevano essere aperti riprodotti con un comune media player (il CD è a pag. 126 del fascicolo 963/13.

La chiavetta col file originale in formato *.arv, inizialmente non trasmessa perché non riproducibile e non leggibile con programmi più diffusi, è stata materialmente acquisita ai fascicolo il 29 giugno 2016 su richiesta del pubblico ministero e messa a disposizione delle parti che ne hanno tratto copia (pag. 336-337).

E' opportuno chiarire fin da subito come nessun dubbio possa essere avanzato in ordine alla genuinità del file originario in formato *.arv, che è stato custodito dalla Questura senza soluzione di continuità dal momento della sua estrazione da parte di Secciani a quello del deposito agli atti del procedimento, né sul fatto che le copie in formato *.avi registrate sul CD contengano le stesse immagini - per qualità e numero - di quelle della registrazione originale in formato *.arv, con l'unica differenza della velocità di acquisizione, che nella copia in formato *.avi è accelerata rispetto a quella reale, così che il video risulta di 7 minuti più breve dell'altro.

Si conferma pertanto la piena affidabilità della prova documentale alla quale tutte le parti, i consulenti degli opponenti al pari degli inquirenti, si sono riferite per la ricostruzione degli eventi.

E' stata altresì acquisita la registrazione delle chiamate che la sera del 6 marzo 2013 pervennero ai numeri di emergenza del 118 e del 112. Si è così definitivamente 30 accertato che a compierle fu, in entrambi i casi, Mingrone Bernardo (i CD sono a pag. 1018 e 1021). Non risulta precisamente l'ora, che tuttavia può essere agevolmente desunta aliunde, posto che Filippo ne giunse a palazzo Salimbeni intorno alle 20:30 e che l'ambulanza della Assistenza Pubblica fu contattata dalla centrale operativa intorno alle 20.45.

Per completare il quadro informativo in vista della rinnovazione degli accertamenti tecnici, è stata sentita la responsabile del dipartimento manutenzioni immobiliari di MPS, Monica Di Renzo, la quale, oltre che confermare che nei piani operativi delta banca non erano installate telecamere di sorveglianza e che non vi era all'epoca dei fatti un sistema di registrazione delle persone che accedevano all'edificio, ha riferito, in merito allo stato dei luoghi, che da allora non erano stati compiuti lavori di manutenzione o sostituzione, né sulla parete esterna che affaccia su vicolo Monte Pio, né sulla finestra dell'ufficio che era stato in uso a David Rossi, salva la sostituzione dei dissuasori per i piccioni. Le riprese effettuate dalle altre telecamere della banca la sera del 6 marzo 2013 non erano più disponibili perché sovrascritte (si vedano le s.i.t. a pag. 187 e a pag. 312).

Tutti questi dati sono stati messi a disposizione dei consulenti tecnici che il pubblico ministero ha nominato per la verifica della causalità della morte, Dott.ssa Cristina Cattaneo, medico legale presso l'Università di Milano, e Ten. Col. Davide Zavattaro del RIS dei Carabinieri di Roma (si veda in particolare a pag. 423-424 il verbale di consegna della chiavetta contenente la registrazione originale della telecamera n. 6 al Ten. Coi. Davide Zavattaro che ha provveduto alla estrazione di copia per sé e per le parti e l'ha restituita mezz'ora dopo agli atti del fascicolo processuale).

I consulenti hanno altresì acquisito ì vetrini istologici, i frammenti di organo inclusi in paraffina, i campioni di sangue e di urine congelati ed il frammento dì muscolo che il Dott. Gabbrielli aveva prelevato durante l'autopsia il 7 marzo 2013 (i reperti, ancora custoditi presso l'istituto di Medicina Legale dell'Università di Siena, sono stati sequestrati dal pubblico ministero il 15.4.2016 - pag. 315). Per completezza sono stati loro consegnati anche l'I-Phone del Doti. Rossi ed il suo orologio da polso, che erano già restituiti ai famigliari nel proc. 963/13.

Per meglio eseguire l'incarico i consulenti hanno ritenuto necessario compiere nuovi accertamenti sulla salma di David Rossi che è stata riesumata, esaminata con TAC total body, sottoposta ad una seconda autopsia durante la quale sono stati esplorati tutti gli organi e le cavità, sono state rimosse le unghie ed effettuati prelievi anche in corrispondenza delle lesioni (non più leggibili) evidenziate nella prima autopsia e sono stati praticati tagli seriali su tutto il coip5 per esporre i tessuti sottocutanei, allo scopo di valutare la presenza di lesioni traumatiche non più rilevabili a livello della cute.

Autorizzati dal Pubblico ministero, hanno compiuto un sopralluogo in vicolo Monte Pio, durante il quale si è proceduto - oltre che a nuove misurazioni, ispezioni e documentazioni dei luoghi - alla repertazione di campioni, prelevati per lo più dal muro esterno all'edificio lungo la linea di verosimile precipitazione del corpo e all'interno dell'ufficio che era stato di David Rossi, in particolare dal davanzale e dal tratto di parete sottostante. Grazie alla collaborazione di un ispettore dei Vigili del Fuoco i consulenti hanno anche potuto condurre una sorta di esperimento giudiziale, con la simulazione di differenti situazioni di uscita dalla finestra dell'ufficio, sia in condizioni di volontarietà che con intervento di terzi (il verbale delle operazioni tecniche è a pag. 330).

Altri accertamenti strumentali di natura tossicologica sono stati eseguiti dalla Dott.ssa - Marina Calligara dell'Università di Milano (il verbale di conferimento incarico è a pag. 431, la relazione di consulenza tecnica è a pag. 446 e ss.), mentre il M.11o Marco Santacroce del laboratorio di Biologia del RIS di Roma è stato incaricato di rilevare i profili genetici presenti sui campioni repertati in sede di riesumazione della salma (unghie, frammenti prelevati dalle area interessate dalle lesioni ormai non più visibili), sugli inerti repertati nel corso del sopralluogo, sull'orologio da polso e sull'l-Phone di Daivid Rossi (il verbale di nomina è a pag.429, la relazione di consulenza tecnica a pag. 526 e ss.).

All'esito degli accertamenti esposti il Pubblico Ministero ha richiesto l'archiviazione del procedimento ai sensi dell'art. 408 c.p.p. per l'infondatezza della notizia di reato.

Avverso tale richiesta hanno proposto opposizione la signora Tognazzi e la figlia, difese - dall'Avv. Luca Goracci e, disgiuntamente, la madre del defunto Dott. Rossi, Vittoria 32 Ricci, i fratelli Ranieri e Filippo Rossi e la cognata Simonetta Giarnpaoletti, difesi dall'Avv. Paolo Pirani.

Le difese degli opponenti, si sono avvalse, oltre che dei consulenti storici, Prof. Norelli e Ing. Scarselli, anche di nuove professionalità in materia informatica, chimicomerceologica, genetica e psicologico forense, le cui considerazioni saranno esaminate nel corpo della presente motivazione, nei limiti della loro rispettiva rilevanza (ne è priva la relazione della Dott.ssa De Rinaldis incentrata sulla psicologia dei consulenti tecnici o Zavattaro e Cattaneo, di cui si vorrebbe dedurre l'inattendibilità dall'esame semanticolessicale dei termini utilizzati e dallo stile narrativo, che tradirebbero pregiudizio e convinzioni preconcette).

Ricostruzione (e parziale rivisitazione) della cronologia essenziale.

Preliminare ad ogni considerazione relativa alla causalità della morte è l'esame delle critiche mosse dalla difesa alla ricostruzione del a cronologia degli eventi accolta nell'ordinanza di archiviazione, che presenta effettivamente alcuni errori di fatto che comunque, per quanto si dirà, non intaccano la sostanza delle conclusioni.

Secondo le dichiarazioni dei famigliari, il 6 marzo 2013 David Rossi pranzò col fratello Ranieri e poi fece rientro a casa.

Alle ore 16:40 circa, uscì nuovamente per recarsi al lavoro.

Giunto in ufficio, intorno alle 17.00 il Dott. Rossi ebbe un breve colloquio con l'amico e collega Giancarlo Filippone, che lasciò Palazzo Salimbeni circa mezz'ora dopo (si vedano le s.i.t. a pag. 218).

L'ultima persona che lo vide vivo fu la collega Chiara Galgani, che si recò da lui intorno alle 18:00. Ha precisato la teste che prima di incontrarlo, onde verificare che si trovasse in ufficio dato che la sua porta era chiusa, Io aveva chiamato più volte, sia al cellulare che al fisso, ottenendo risposta solo all'ultima telefonata, delle 17:37 (pag. 118 fasc. 962/13).

Dalla elaborazione dei tabulati telefonici delle utenze mobile e fissa in uso a Rossi, che occupa pressoché tutto il terzo volume del proc. 962/13, le due chiamate senza risposta risultano, effettuate alle ore 17:34 e 17:35, mentre alle ore 17:37 vi è traccia della conversazione durata 16 secondi.

La coincidenza degli orari consente di superare una ambiguità dovuta alla duplicità delle fonti probatorie che attengono ai contatti telefonici. L'acquisizione dei tabulati da parte del gestore del traffico è stata infatti anticipata dalla stampa del registro eventi contenuta nell'I-Phone di David Rossi (si veda a pag. 85 del fascicolo 962/13), nella quale i dati del traffico telefonico risultano anticipati di un'ora rispetto a quelli dei tabulati (la chiamata voce della Galgani è collocata alle 4:37 P.M.).

Alla luce delle dichiarazioni della Galgani, che ricavò l'ora esatta della chiamata dal registro interno del suo telefono, si conferma pertanto come la fonte attendibile sia esclusivamente quella del tabulato telefonico fornito dal gestore, apparendo al contrario errato il registro eventi, forse a causa della non corretta impostazione dell'orario nel cellulare, o forse perché i dati, per quanto risalenti all'inizio di marzo, furono scaricati dagli inquirenti dopo l'aggiornamento delle impostazioni all'ora legale.

Ciò significa che la telefonata fra David Rossi e fa moglie, che nell'ordinanza del 5 marzo 2014 si dà per avveduta alla 6:02 PM, è in realtà da collocare alle ore 19:02, come difatti risulta dalla lettura dei tabulati telefonici (pag. 985), che a quell'ora riportano una chiamata in uscita versò la sua utenza della durata di 9 secondi, e come disse la Tognazzi nelle sommarie informazioni del 17.4.2013: "l'ultima volta che ci si siamo sentiti è  stato circa alle 19:00 del 6 marzo 2013, quando lo chiamai perché doveva venire a farmi l'iniezione di antibiotico. Egli mi rispose che entro mezz'ora sarebbe arrivato" (pag. 392 del fascicolo 962/13).

Nessuna conversazione è stata compiuta in orario successivo, per quanto dai tabulati emergano chiamate senza risposta da parte di giornalisti e dell'Ing. Luca Scarselli, che in seguito i congiunti nomineranno consulente tecnico.

Intorno alle 19.20-19.30 la Galgani, nel percorrere il corridoio del terzo piano in uscita da Palazzo Salimbeni, passò davanti all'ufficio di David Rossi, notando la porta chiusa. Alle 19.41 pervenne sull'I-Phone dell'uomo l's.m.s. col quale Filippone, sollecitato dalla Tognazzi, lo invitava ad andare a correre insieme il giorno dopo.

Alle 19.43 il Dott. Rossi precipitò dalla finestra. La telecamera di sorveglianza registrò il fatto alle ore 19.59 del suo orologio interno, che corrispondevano, appunto, alle ore 19.43 effettive, stante il ritardo di 16 minuti attestato dal tecnico Secciani ("ora DVR 01.37, ora esatta 1:21"). L'affermazione secondo la quale la caduta si sarebbe verificata 34 19.43 effettive, stante il ritardo di 16 minuti attestato dal tecnico Secciani ("ora DVR 01.37, ora esatta 1:21"). L'affermazione secondo la quale la caduta si sarebbe verificata alle 20:10 è frutto di un travisamento, indotto verosimilmente dal tenore del verbale di acquisizione della registrazione stessa, nel quale si legge che "l'orario riportato sulle immagini porta 10 minuti dì ritardo"(pag. 13 del fascicolo 962/13).

La caduta non determinò la morte immediata di David Rossi, la cui agonia durò venti interminabili minuti. Le registrazioni documentano movimenti volontari delle braccia e della testa, in misura minore anche delle gambe, ed attività respiratoria fino alle ore 20:20 circa (ore 20:04 reali). Durante questo lasso di tempo è possibile apprezzare, riflesse sul muro del vicolo Monte Pio, quello di destra, visto dal punto di ripresa, le ombre di più figure umane che passano per via Dei Rossi e il riflesso di fanali e luci rosse di veicoli.

Si espone fin d'ora come la circostanza non sia affatto sospetta, essendo la via Dei Rossi una strada pubblica, aperta anche al traffico (limitato) veicolare, la quale, superato di pochi passi l'innesto col vicolo Monte Pio, sbocca nella strada principale del centro di Siena. Non stupisce pertanto che alle 19/20 di sera vi fossero dei pedoni o delle auto in transito o in sosta. Gli ulteriori accertamenti tecnici richiesti dall'opponente sulle luci del video, volti comprendere in quale precisa posizione si trovassero i veicoli che le hanno prodotte, oltre che non rispondere ad effettive esigenze investigative, si CD preannunciano superflui, vertendo su di una circostanza, la posizione dei veicoli appunto, probatoriamente indifferente.

Alle 20:00/20:05 anche Bondi Lorenza lasciò la banca e, passando nel corridoio, notò che la porta dell'ufficio di David Rossi era aperta e che lui, nonostante la luce fosse accesa, non era presente (pag. 28 fascicolo 962/13).

Proseguendo nella descrizione della registrazione video, ad ore 20:27:17 (ore 20:11 reali) all'imbocco di vicolo Monte Pio comparve per pochi secondi la figura di un uomo di cui non si apprezzano le sembianze, ma che parrebbe rivolto in direzione della via dei Rossi e non verso il cieco del vicolo ove era disteso il cadavere, parzialmente coperto alla vista dal furgone della ditta L.D. s.n.c. di Lazzeri Andrea.

Infine, alle 21.02 (ore 20.44 reali) la telecamera riprese Filippone e Mingrone - il secondo al telefono, in posizione più arretrata del primo - entrare con passo sicuro nel vicolo, avvicinarsi al corpo inerte e dopo qualche secondo, spostarsi all'intersezione con via Dei Rossi e rimanere in attesa.

Filippone, che come Mingrone ai è riconosciuto nelle immagini, ha sempre detto di avere subito capito che l'amico, in quel momento, era già privo di vita.

Inconsistenza delle allegazioni difensive relative alla presenza di terzi nella stanza del Dott. Rossi dopo la morte.

Quanto sopra precisato in ordine alla cronologia degli eventi, ed in particolare l'arretramento del tempo della caduta di circa mezz'ora rispetto alla valutazione iniziale, non innova il quadro indiziario.

Secondo gli opponenti, la giusta collocazione dell'ora della precipitazione dimostrerebbe invece inoppugnabilmente, come già anticipato, che David Rossi fu assassinato; ciò perché alle ore 20:16:49, ossia dopo la sua morte, i tabulati telefonici evidenzierebbero una chiamata voce di tre secondi fra la sua utenza e quella in uso a Carolina Orlandi, seguita, alle 20:16:52 da una chiamata in uscita al numero 4099009. Esattamente alla stessa ora, il video della telecamera di sorveglianza mostrerebbe caduta di un grave avente un moto leggermente parabolico, non perfettamente perpendicolare, indice questo di una velocità iniziale con componente orizzontale che rimbalzando al suolo, va ad assumere una posizione compatibile con quella di quiete in cui è stato trovato l'orologio, ma soprattutto indice del fatto che qualunque cosa fosse non poteva trattarsi di un oggetto caduto da solo" (pag. 1089).

Dagli accertamenti compiuti sul punto presso la TIM è risultato che le due chiamate afferivano in realtà alla fruizione del servizio S.O.S. autoricarica fornito dal gestore. In altri termini, l'utenza della Orlandi aveva esaurito il credito durante la chiamata, rimasta senza risposta, al numero in uso a Rossi e ciò aveva generato una deviazione di chiamata al numero di servizio 4099009.

Il referente per i rapporti con l'autorità giudiziaria di TIM, Laura Benignetti, nella nota trasmessa il 12.4.2017 non poteva essere più chiara e definitiva: "...possiamo confermare che la chiamata dei 63.2012 rappresentata dai due record di pari NCR delle ore 20:16.49 e delle ore 20.16.53 non costituisce effettiva conversazione tra il chiamante 340 (che finisce il credito) ed il chiamato 335, ovvero non vi è stata risposta del chiamato. Quanto esposto rappresenta la soluzione tecnica/documentativa per rappresentare una originazione (che non va a buon fine) prodotta da un chiamante mobile TIM senza credito. L'utente 340 non ha parlato con l'utente 335 riportato nel campo Chiamato del record alle ore 20:16:49, bensì col menù fonico del servizio SOS ricarica".

Non residua dubbio alcuno che debba essere chiarito tramite l'acquisizione dei dati di fatturazione del servizio di ricarica o tramite l'assunzione a sommarie informazioni della Benignetti e del collega Diana che, il 30 marzo 2017, fornì agli inquirenti una prima risposta, che la stessa TIM ritenne parzialmente inesatta e quindi corresse di propria iniziativa, in considerazione degli ulteriori approfondimenti con specifici settori tecnici della Rete Telecom.

E, d'altronde, sarebbe davvero incredibile che un assassino talmente scaltro da simulare le tracce di un suicidio e dissimulare quelle della propria presenza sul luogo del delitto, sia stato al contempo tanto sciocco da rispondere al telefono della sua vittima dopo averla uccisa, senza contare che la Orlandi, ripetutamente sentita nel corso delle indagini, non ha mai fatto riferimento alcuno ad una chiamata voce col numero del patrigno.

Si noti, infine, come una triangolazione analoga a quella di cui si discute ricorra anche alle ore 22:28, quando all'utenza di David Rossi risulta una chiamata in entrata da parte di altro numero intestato al giornalista Paolo Tripaldi della durata apparente di 14 secondi, immediatamente seguita da una chiamata dal cellulare dì Rossi in uscita al numero 4099009. Poiché a quell'ora la polizia giudiziaria aveva già assunto la custodia dell'ufficio ove si trovava l'I-Phone, è evidente che all'indicazione del tabulato non ha effettivamente corrisposto alcuna conversazione.

Il sequestro dell'ufficio, con materiale occupazione degli ambienti da parte delle forze dell'ordine, costituisce una dirimente prova storica contraria, rispetto ad ogni ipotesi ricostruttiva che, traendo spunto da dati tecnici di significato non univoco, vorrebbe dimostrare la contemporanea presenza di terzi estranei sul luogo del delitto.

Così anche per i quattro amici che risultano dal primo report trasmesso da Marco Bernardini, responsabile area facility managment di BMPS, sul computer in uso a Davide Rossi alle ore 21.50, 21,56, 1.24 e 1.37 della notte del 6 marzo; Poiché i pubblici ministeri sapevano, per esperienza diretta essendo stati personalmente presenti, che nessuno, a quell'ora, poteva essersi collegato al computer dall'ufficio, interpellarono Bernardini che attribuì i quattro eventi a meccanismi automatici di riattivazione del mouse ovvero della tastiera tutti debitamente verificati e riscontrati; pertanto si può affermare che non è stato effettuato alcun accesso al P. C. in uso a Rossi nei predetti orari ne' da postazione fissa né da remoto (pag. 60 proc. 962113). Insistere nel richiedere ulteriori accertamenti informatici per verificare una circostanza già dotata, come detto, di prova storica certa, pare eccedere ogni pur comprensibile scrupolo difensivo.

Anche quanto asserito nell'opposizione circa il lancio dalla finestra dell'orologio di David Rossi, tutto è meno che un dato certo e incontrovertibile. Nei frame selezionati dall'ing. Scarselli (pag. 1136 delle osservazioni alla consulenza tecnica Zavattaro/Cattaneo) non si apprezza alcun orologio in caduta, ma unicamente alcuni luccichii in corrispondenza dal selciato del vicolo reso brillante dalla pioggia, simili ai molti altri che caratterizzano l'intero filmato. Che tali bagliori rappresentino un orologio, o anche solo un grave, che tocca terra e rimbalza, è nulla più che una congettura peraltro poco compatibile, sia con lo iato temporale (parrebbe di circa 5 secondi) che intercorre fra le due immagini, sia con la diversa posizione in cui fu pacificamente rinvenuta la cassa dell'orologio. Neppure l'opponente pare del resto del tutto persuaso della sua tesi, ipotizzando in altra parte dell'atto che l'orologio fosse al polso di David Rossi al momento della caduta, tanto da avere lasciato l'impronta dell'afferramento da parte degli assassini.

Nelle memorie depositate in limine, con una rivoluzione francamente sconcertante della prospettiva probatoria, la difesa della vedova Rossi assume che l'orologio sia stato posizionato in loco-dopo l'allontanamento del personale del 118 (la prova è che nessuno dei soccorritori lo notò intorno al cadavere) e domanda che siano condotte nuove indagini sulle videoriprese fatte dal Sovr. Marini nell'ufficio della vittima, al fine di verificare se, in quelle riprendono il corpo dalla finestra, contornato dai soccorritori, sia possibile individuare l'orologio ed il cinturino.

L'inutilità di una tale indagine emerge con evidenza, solo a ricordare che fra l'orario delle riprese (circa le 21.00) e le ore 22.50, quando la scientifica diede inizio al sopralluogo che documentò la presenza della cassa dell'orologio e del cinturino, sul luogo dei fatti operavano decine di persone - l'equipaggio del 118, i Carabinieri, la Polizia, i tre magistrati - a presidio, oltre che dell'ufficio, anche del vicolo e del corpo. Nell'ultima analisi tecnica depositata dall'opponente - quella a firma dell'lng. Scarselli del 21.6.2017 — il tentativo di dimostrare che nell'ufficio di David Rossi fosse presente un estraneo (di nuovo anche in concomitanza con l'assunta caduta del grave) muove dall'esame delle luci riflesse sul fanale anteriore destro dell'autocarro della ditta L.D. s.n.c. di Lazzeri Andrea che era parcheggiato in vicolo Monte Pio. Tali luminosità puntuali sarebbero state determinato da luci provai-denti dall'altro, come risulta evidente dall'angolo che l'ipotizzato cammino del raggio ottico forma con la verticale a destra dell'immagine. In conclusione "queste riflessioni, unitamente alla caduta dell'oggetto (la cui presenza è certa, essendo caratterizzato dalla scia e il relativo blocking dei pixel), evidenziano senza ombra di dubbio un 'attività alla finestra (o alle finestre) posta in corrispondenza degli uffici della banca, ubicati nella porzione di destra del vicolo per chi guarda nella visuale, della videocamera".

Il sillogismo è davvero sfuggente, non comprendendosi secondo quale criterio di inferenza, alla variazione del riflesso sul fanale del furgone o sulla lamiera sovrastante corrispondano, addirittura senza ombra di dubbio, dei movimenti alle finestre del palazzo, che secondo il consulente si sarebbero ripetuti diverse volte fra le 19:42 e le 20:16 ore reali (si vedano le immagini riprodotte alle pagine. 20/23 dell'elaborato dell'ing. Scarselli), ma non negli unici momenti in cui è certo che alla finestra di Rossi si sia svolta attività, ossia quando Filippone, Mingrone e Riccucci vi si sporsero e - videro il corpo sul selciato del vicolo. Sulla incongruità del ragionamento, nella parte in cui si vorrebbe desumere la prova dell'omicidio da quella di una non meglio precisata (né precisabile) attività ad una o più finestre del palazzo, non pare poi francamente il caso di diffondersi.

Per ragioni analoghe, la presenza di terzi nella stanza non può essere tratta dal fatto che Pilippone, quando si recò nell'ufficio dell'amico alle 20:30, trovò chiusa la porta che Lorenza Bondi, circa mezz'ora prima, uscendo dal palazzo, aveva visto aperta, essendo nozione di comune esperienza che a chiudere una porta, basta alle, volte una folata di vento, entrata da una finestra aperta.

La precipitazione: posizione iniziale e implicazioni.

L'articolata consulenza tecnica svolta a seguito della riapertura delle indagini ha confermato l'ipotesi ricostruttiva avanzata dall'Ing. Scarselli.

Si legge nella consulenza Zavattaro/Cattaneo che un corpo in caduta libera, soggetto solo alla forza di gravità, deve rispettare alcune fondamentali leggi della fisica, fra le quali quella della conservazione del momento angolare: in parole semplici se un corpo inizia la caduta in rotazione, questo continuerà a ruotare mantenendo costante il vettore L (momento angolare), il che si traduce in una velocità angolare costante se non si varia la forma del corpo durante il movimento. In ogni caso, anche variando questa forma (si pensi alle rotazione dei pattinatori sul ghiaccio, che accelera o decelera a seconda che riducano o aumentino l'estensione delle gambe) questa velocità angolare può dunque aumentare o diminuire, ma non cambiare orientazione o annullarsi (...) solo l'intervento di una forza esterna può cambiare questo stato.

Il fumato della telecamera mostra un corpo che precipita in linea sostanzialmente retta, con il capo sullo stesso asse verticale, e con il punto di impatto dei glutei che, con ottima approssimazione, è sulla stessa linea che quella parte del corpo occupa nei fotogrammi precedenti.

Dopo l'impatto dei glutei (appena preceduto da quello dei talloni che si notano rimbalzare) il corpo si piega su se stesso e si carica come una molla, per cui al momento del rilascio dell'energia residua (cioè quella parte di energia cinetica accumulata con la caduta che non è andata dispersa nelle lesioni delle ossa e degli organi interni) si apre, proiettando le braccia all'indietro. La nuca riprende quota fino ad un'altezza di circa un metro prima di colpire, senza alcuna protezione, la pavimentazione del vicolo.

Ne discende che Rossi era in una posizione iniziale che non dava luogo a rotazione, con il tronco e il viso rivolti verso il muro, paralleli ad esso.

Per accertare l'altezza iniziale della precipitazione i consulenti hanno proceduto a ricostruire la velocità di caduta, previa determinazione delle grandezze fondamentali del calcolo, ossia la distanza percorsa in aria dal corpo fra due punti predeterminati, —rappresentati da due fotogrammi estratti dal video originale in formato *.arv, ed il tempo intercorso tra il primo e il secondo fotogramma.

A tal fine, durante il sopralluogo del 25 giugno 2016, il consulente del P.M. ha posizionato un'asta metrica dell'altezza di 2 metri nel punto di atterramento del bacino del Rossi, videoregistrando l'operazione attraverso lo stesso sistema in uso dell'epoca dei fatti, in modo da lasciare inalterate le eventuali distorsioni presenti nell'apparato originale. A questo punto, mettendo in sovrapposizione i due fotogrammi in questione, riportando l'immagine dell'asta di confronto, hanno proceduto alla misurazione dello spazio percorso dal corpo fra i due fotogrammi, prendendo come riferimento il bordo del colletto della camicia, più nitido e più stabile rispetto ad altre parti del corpo.

Per la misurazione del tempo di caduta si è utilizzato il video originale in formato *arv che è stato a sua volta ripreso con una speciale telecamera mentre proiettava le immagini in questione, e ciò per neutralizzare la variazione nella frequenza delle immagini dovuta al sistema di ottimizzazione del movimento di cui era dotato il sistema di registrazione.

In ragione del risultato del calcolo, la quota di precipitazione dei corpo, prendendo a riferimento il bacino, è stata collocata fra i 13,56 metri e i 14,83 metri da terra, ove l'altezza superiore è pressoché sovrapponibile al tubo metallico posto a protezione del davanzale della finestra dell'ufficio di Rossi (l'immagine esplicativa è a pag. 800).

Ciò ha convinto anche i consulenti del P.M. che con ogni probabilità Rossi aveva iniziato la precipitazione da una posizione iniziale già completamente esterna alla - finestra, con busto eretto, rivolto verso la parete.

Oggi gli opponenti contestano il risultato dell'accertamento, che non sarebbe attendibile a causa della grossolanità del sistema di misurazione adottato (l'asta metrica, il filo a piombo ecc...), dell'instabilità dell'elemento preso a riferimento per il calcolo (il colletto della camicia) e della diversità fra il videoregistratore che riprese la caduta e quello da cui sono stati estratti i file di confronto (il primo era marca EVERFOCUS mod. EDR, il secondo EVERFOCUS mod. EDSR), sottolineando come ogni minima 41 variazione dell'interpretazione delle immagini, determini una enorme differenza nell'altezza iniziale calcolata, osservazione sulla quale non si può che convenire e che pare essere stata tenuta ben presente anche dai consulenti, che hanno-dato conto dei limiti tecnici della ricostruzione (il colletto della camicia non e certo predicato come il punto di riferimento ideale, ma come il migliore possibile nelle condizioni date) e delle inevitabili approssimazioni nei dati di base, con conseguente ampio, intervallo nella individuazione del punto si inizio caduta (circa 130 centimetri).

Proprio per questa ragione non appare utile insistere sul piano degli accertamenti scientifici, il cui risultato sarebbe in ogni modo opinabile.

La prova che David Rossi sia caduto da quella finestra, e non da quella del piano di sopra o del piano dì sotto, si trae comunque in modo persuasivo dal fatto che quella fosse la finestra del suo ufficio e che a quel davanzale sia stata rilevata una gran quantità di schegge di legno ed il danneggiamento di tutti e quattro i dissuasori per volatili. Sarà anche una coincidenza, ma ciò collima col risultato dell'accertamento tecnico di Zavattaro, che a sua volta asseconda i rilievi del Prof. Norelli sulla posizione in cui doveva essersi trovato il corpo prima della precipitazione. Al contrario, il sospetto che il fatto possa essere occorso altrove, non trae spunto da elementi concreti, rimanendo a livello puramente congetturale

Il sopralluogo del 25 giugno 2016 fu utile anche per tentare una simulazione delle modalità della caduta. I consulenti chiesero ad un Vigile del Fuoco, opportunamente assicurato, di uscire dalla finestra, senza dare indicazioni su come farlo. Questi, tenendosi alla barra di metallo orizzontale, scavalcò il davanzale rivolto verso la finestra mettendo i piedi nella parte esterna della soglia. Poi, per calarsi dalla finestra, appoggiò le ginocchia sul davanzale, quindi cominciò a distendere le gambe all'esterno, lungo il muro, assicurandosi con entrambe le braccia al davanzale e, al contempo, facendo perno sulla parete con la punta delle scarpe. La sequenza è documentata fotograficamente alle pagine 827 e 828. L'ultima delle foto è illuminante per la chiara convergenza con un altro significativo elemento indiziario che si ricava dall'autopsia alla quale il cadavere fu sottoposto il 7 marzo 2013.

Il Dott. Gabbrielli, infatti, notò nella parte interna di entrambe le braccia delle lesioni pressoché speculari che descrisse come segue:

Al braccio destro terzo medio sulla faccia mediale, area violacea di forma irregolare, delle dimensioni di cm 15x6, che si porta, interessando l'avambraccio, fino alla faccia mediale del gomito destro, nel cui contesto si rileva una area finemente disepitelizzata, nastriforme, longitudinale di cm 12x2...".

Al braccio sinistro "...terzo medio, sulla faccia mediale, complesso di aree violacee occupante una superficie complessiva di cm 7x5 nel cui contesto si apprezzavano aree finemente disepitelizzate, puntiformi, di colorito rossastro..."

I consulenti del P.M. fanno notare come le lesioni, di aspetto nastriforme con caratteri misti di escoriazione ed ecchimosi, siano state cagionate da una azione mista di compressione e strisciamento, con causalità certamente indipendente dall'impatto al - suolo. Entrambe - ma in maniera più evidente quella di destra - presentano inoltre un margine superiore netto, ad indicare una direzione di formazione dall'ascella all'estremo distale dell'arto superiore.

La posizione, le caratteristiche, la direzione delle escoriazioni e la nettezza del margine dal quale hanno avuto origine, rendono estremamente probabile che siano state conseguenza dello sfregamento delle braccia sul davanzale esterno della finestra, in posizione analoga a quella assunta dal Vigile del Fuoco, che è coerente, seppure con minore univocità, anche con l'escoriazione al ginocchio destro rilevata sul cadavere (pag.53), anch'essa non determinata dall'impatto al suolo, ma potenzialmente compatibile con uno sfregamento contro il muro, occorso in questa fase.

Non v'è chi non veda come un tale punto dì precipitazione presupponga dinamiche che, se insolite per un suicidio, sono pressoché inconciliabili con l'omicidio.

La fondatezza dei rilievi avanzati dall'opponente dimostra quindi ulteriormente l'insussistenza del delitto ipotizzato.

Al di là della compatibilità con la condizione post-delictum dei fili antìvolatile alla quale fanno cenno i consulenti del P.M. - dato di difficile apprezzamento, stante la variabilità delle azioni ipoteticamente attribuibili al terzo - si dovrebbe immaginare un assassino il quale, invece di spingere la vittima fuori dalla finestra o di gettarvela come sarebbe più agevole e rapido, l'abbia spostata di peso all'esterno del davanzale, l'abbia trattenuta per gli arti superiori e poi l'abbia lasciata cadere nel vuoto.

Una tale dinamica, anche a prescindere dalla notevolissima forza "fisica necessaria, avrebbe certamente determinato una reazione da parte della vittima, che si sarebbe opposta, ingaggiando una colluttazione, gridando o quantomeno dimenandosi, pregiudicando in questo modo la quasi perfetta verticalità della caduta.

Tanto ciò è vero che l'opponente assume quale presupposto della dinamica di precipitazione un corpo inerte che sia lasciato andare. Sul punto si richiamano le osservazioni del Prof. Norelli, secondo il quale anche solo lo sfregamento del viso contro la parete nella fase della caduta avrebbe impresso al moto una spinta orizzontale. E tuttavia un tale stato di incoscienza non poteva essere stato indotto da sostanze, che risultarono assenti fin dagli accertamenti compiuti all'epoca dal Prof. Gabbrielli.

Il tema è stato approfondito dopo la riapertura delle indagini tramite la consulenza tecnica conferita alla Dott.ssa Marina Calligara dell'Università di Milano, che ha esaminato campioni provenienti da entrambe le autopsie con identico esito.

Nei reperti l'esperta non ha rilevato la presenza di sostanze stupefacenti o psicotrope, né di altri farmaci o sostanze dotate di attività farmacologica, mentre è risultata presente caffeina, sostanza contenuta nel caffè, nel the e nella coca-cola, ecotinina, metabolita della nicotina, indice di esposizione fumo di tabacco. Nei reperti post-esumazione sono state rilevate tracce di acetone e altre sostanze volatili da ricondurre ai fenomeni putrefattivi (ed infatti l'elemento era assente nei campioni repertati post mortem). In conclusione, anche secondo la Dott. Calligara, era da escludere che in tempi antecedenti, anche prossimi, alla morte abbia assunto xenobiotici, ossia sostanze estranee al normale metabolismo di un organismo vivente, in grado di alterare le capacità psicofisiche o di pregiudicare lo stato di salute" (pag. 458).

La difesa si è quindi vista costretta a sostenere che il corpo fosse stato reso inerte da una azione violenta, individuando quest'ultima, come già anticipato, in un colpo infetto con un mezzo contundente nella zona posteriore mediana del capo, così da cagionare la ferita lacero contusa documentata dalla prima autopsia.

Sotto il profilo medico legale, la prospettazione è priva di pregio, poiché la ferita, come evidente anche agli occhi di un profano, ha attinto la testa proprio nella parte interessata dall'urto violento contro il lastrico del vicolo, ed è quindi ragionevole che abbia trovato in quell'urto la sua causa esclusiva. La TAC total-body alla quale la salma è stata sottoposta dopo la riesumazione, ha evidenziato una rima di frattura lineare nella fossa cranica posteriore che oltrepassava la linea mediana, proprio in corrispondenza della lesione al cuoio capelluto.

Osservano sul punto i consulenti che il complesso lesivo composto da una lacerazione del cuoio capelluto abbinata ad una rima di frattura sottostante è un connubio frequentemente rinvenuto nei precipitati, quando la testa è un polo d'urto secondario (nei casi in cui il capo risulta essere il primo punto di impatto le lesioni sono ovviamente maggiori).

E che questa sede del capo sia stata una sede di urto nella caduta è confermato dal video, ma non solo. La letteratura scientifica ci supporta nell'affermare che nella sede dove la lacerazione è stata riscontrata le lesioni sono da attribuire in maniera statisticamente significativa a una caduta piuttosto che a un colpo inferto da terzi (nella remota ipotesi che si possa pensare ad una lesione da aggressione con corpo contundente prima della precipitazione). Esiste infatti la regola della hat-brim line (linea del cappello)".

Ma al di là degli aspetti medico legali, è evidente che se la ferita a tutto spessore di cui si discute fosse stata provocata prima della caduta, certamente avrebbe lasciato tracce ematiche, in particolare macchie da gocciolamento oda contatto, che non sono invece state rinvenute, né sulla finestra, né all'interno dell'ufficio (nonostante i tre sopralluoghi), né nei luoghi prossimi, ove Davide Rossi potrebbe essere stato trascinato, come l'opponente vorrebbe dedurre dai graffi sulle calzature.

Ma in particolare tali tracce non sono presenti sulle superfici che gli ipotetici assassini certamente non hanno avuto modo di inquinare, ossia sugli abiti della vittima, sulle sue - scarpe e, più in generale, sulle parti del suo corpo non attinte della lesione, su cui il sangue sarebbe inevitabilmente colato o gocciolato.

Si ricorda come il personale del 118 sentito dopo la riapertura delle indagini, abbia riferito di una camicia bianca immacolata e di abiti perfettamente pulitg, In effetti, l'esame delle fotografie scattate al momento del sopralluogo (si veda in particolare quella n. 16 a pag. 307 del fascicolo 962/2013) mostrano il colletto posteriore della camicia leggermente intriso di sangue in corrispondenza del bordo superiore, quello a contatto col cuoio capelluto ad indicare che quell'unica macchia si genererò per assorbimento, quando il corpo era già in posizione orizzontale.

Tale considerazione appare decisiva poiché, prescindendo essa dallo stato dei luoghi, conserva appieno la propria efficacia dimostrativa, anche a supporre, come da ultimo gli opponenti, che Rossi possa essere precipitato, non dal suo ufficio, ma dalla finestra del quarto piano.

Prescindendo per il momento dalle obiezioni mosse dalla difesa circa la eziogenesi di altre lesività rilevate sul corpo della vittima e non dovute all'impatto al suolo, sulle quali si tornerà nel seguito, è dato incontestato che nessuna di esse possa avere determinato nel soggetto passivo una condizione di incoscienza.

Viene così meno il presupposto di fatto dal quale dipende la compatibilità fra le modalità di verificazione dell'evento e l'azione di terzi.

Il suicidio annunciato.

La morte costituisce l'inveramento di un proposito che David Rossi manifestava già da alcuni giorni e del quale lui stesso ha inteso lasciare testimonianza scritta.

I tre messaggi di addio - "Ciao Toni, mi dispiace ma l'ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa - Nelle ultime settimane ho perso"; "Ciao Toni, Amore l'ultima cosa che ho fatto è troppo grossa per poterla soddisfare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane"; "Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così" - sono autografi e redatti il giorno della morte, mentre nessun elemento avvalora credibilmente l'ipotesi che l'autore non li abbia scritti liberamente.

Premesso che la scorrevolezza e le altre caratteristiche del tratto (le stesse che hanno consentito di apprezzarne l'autenticità) sono ictu oculi incompatibili con l'esercizio di una coazione fisica sul braccio o sulla mano di David Rossi, che avrebbe ovviamente inciso sulla qualità delle scrittura, il ricorrere di una coazione morale non può certo essere dedotta dalle discontinuità del movimento, dalle variazioni del tratto pressorio e dalle altre disomogeneità del tracciato grafico, rilevate dai consulenti dell'opponente, indicative, al più, della condizione soggettiva anomala nella quale versava l'autore. Che tale situazione sia da addebitare alla costrizione di un terzo è pura congettura, specie se si profila, come in questo caso, una causa alternativa ugualmente capace di produrre una alterazione dello stato emotivo, quale l'imminente suicidio.

La spontaneità delle scritture e al contrario avvalorata, sia da elementi intrinseci al testo, che estrinseci.

 Sotto il primo profilo, si rammenta come le lettere siano tre, una non conclusa - nelle ultime settimane ho perso" - le altre due maggiormente articolate, ma espressive dei medesimi contenuti. Si dovrebbe quindi immaginare - e la prospettazione è semplicemente assurda - che la persona entrata nell'ufficio di David Rossi per ucciderlo, insoddisfatto della riuscita stilistica del messaggio di commiato che gli aveva imposto di scrivere, glielo abbia fatto ripetere altre due volte e poi, arreso all'indicibile, abbia strappato tutte e tre le versioni e le abbia gettate nel cestino. Il tutto, s'intende, mentre sullo stesso corridoio erano al lavoro altre persone che avrebbero potuto entrare in ufficio in ogni momento, per coincidenza o anche richiamati dalla vittima se, in un barlume di buon senso, avesse deciso di sottrarsi a morte certa, chiamando aiuto.

L'autore delle lettere, inoltre, fa ripetutamente riferimento ad una cavolata non meglio specificata, in conseguenza della quale era fuori di testa da settimane, ed anche questo .è un importante indice di spontaneità, poiché richiama esattamente, nella sostanza e nella scelta terminologica, il senso di catastrofe imminente che in quei giorni angosciava il Dott. Rossi. Di cavolate, mai davvero descritte nella loro oggettività (la richiesta di protezione inoltrata a Viola? qualche informazione inavvertitamente rivelata ad un amico giornalista?) aveva infatti parlato lo stesso giorno della morte, prima con la Dott.ssa Carla Lucia Ciani, poi col fratello Ranieri col quale si era trattenuto a pranzo.

Il pomeriggio del 4 marzo, per scusarsi con Viola di averlo ossessionato con le sue preoccupazioni, Rossi gli scrisse che doveva essergli sembrato pazzo, espressione che analoga a quella che il giorno dopo avrebbe utilizzato per giustificare con Carolina Orlandi i tagli che si era autoinflitto al polso destro (sai com'è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa ...).

D'altronde, era da giorni che David Rossi minacciava il suicidio, sia in maniera espressa— si ricorda la mail inviata a Viola delle ore 10:13 del 4marzo dal testo stasera mi suicido sul serio, aiutatemi - sia per fatti concludenti, con le ferite di assaggio ai polsi di cui si è già parlato, minacce che parvero serissime ai suoi interlocutori.

Il difensore di Antonella Tognazzi assume che la sera del 6 marzo 2013 lui avesse già superato ogni timore di venire scaricato dalla nuova dirigenza o di rimanere avviluppato nello scandalo MPS e che quindi non aveva più alcuna ragione per uccidersi. Anzi, in verità, quell'intenzione non l'aveva mai avuta veramente ed anche quando aveva minacciato via mail il suicidio, lo aveva fatto in tono scherzoso.

L'assistita, all'epoca dei fatti, aveva sul punto l'opinione diametralmente opposta, come dimostra con palmare evidenza il comportamento che tenne il giorno dei fatti.

Non appena il marito uscì di casa per recarsi al lavoro, Antonella Tognazzi chiamò il 1-1 cognato Ranieri Rossi pregandolo in lacrime di parlare con David, raccontandogli naturalmente dei tagli ai polsi che aveva scoperto la sera precedente.

La sera poi, dopo neppure 10 minuti di ritardo rispetto all'ora in cui lo attendeva a casa e pur sapendo che alle 19:02, quando lo aveva sentito l'ultima volta, David stava bene, la signora chiamò Filippone, chiedendogli di controllare cosa stesse facendo, allarmata che non fosse ancora rientrato. Ciò avvenne, lo si ribadisce, in orario antecedente alle 19:41, quando Filippone, aderendo alla sua richiesta, inviò all'amico l's.m.s. esplorativo (domani si va a correre?) al quale lui non rispose.

A partire dalle 20:06 iniziò chiamarlo insistentemente, ogni 2 o 3 minuti ed alle 20:31 gli inviò un s.m.s. dal contenuto eloquente - mi stai terrorizzando, dove sei? - che risulta dalla stampa degli sms archiviati sull' I-Phone della vittima, realizzata nel proc. 962/2013 (pag. 92), riportata anche nella consulenza tecnica informatica prodotta dall'opponente.

La tempistica dimostra come i presagi nefasti della Tognazzi prescindessero dal ritardo del marito, in realtà quasi inesistente, ed avessero causa nel comportamento che questi aveva assunto nei giorni precedenti, gravemente, seriamente e fattivamente indicativo della decisione di darsi la morte.

Al contrario, la donna non temeva che il marito potesse essere stato ucciso - mi stai terrorizzando - nè David Rossi aveva mai manifestato ad alcuno una tale preoccupazione.

La discordanza con l'ipotesi omicidiaria.

Le allegazioni dell'opponente contrastano poi apertamente con la documentazione fotografica dell'ufficio di Rossi che mostra un ambiente in perfetto ordine e perfettamente pulito, senza segno alcuno di violenza, colluttazione o anche solo del passaggio di terzi; che non fu notato neppure da Filippone, Mingrone e Rìccucci che entrarono per primi nella stanza e che nulla dicono in proposito.

Disquisire sulle minime differenze nel posizionamento degli oggetti che si notano nelle due diverse riprese - quella col telefonino del Sovr. Marini e quella che documenta il sopralluogo delle 0,30 - è esercizio di pura retorica, non comprendendosi sulla base di quale criterio di inferenza la rotazione della sedia o lo spostamento delle carte sulla scrivania, o ancora, l'apertura dell'anta di un armadio, costituiscano indizi di omicidio, a maggior ragione perché la immutazione dello stato dei luoghi è pacificamente da addebitare all'azione delle forze dell'ordine e dei magistrati che procedettero ai sopralluoghi (si richiamano sul punto gli argomenti già esposti dal primo GIP, nell'ordinanza del 5 marzo 2014).

Ciò non ha peraltro comportato alcun pregiudizio per le indagini, salvo che per l'accertamento della stratificazione dei rifiuti nel cestino, che avrebbe consentito di determinare con buona approssimazione il tempo (relativo) in cui vi furono gettati i frammenti delle tre lettere e il fazzolettino macchiato di sangue.

Fatta tale precisazione, l'unico dato probatoriamente rilevante che emerge dai sopralluoghi è la totale assenza di indizi di azioni violente, che si sarebbero trovati se Davide Rossi fosse avesse dovuto difendersi da una aggressione, se avesse ingaggiato una lotta, se fosse scappato per la stanza, se fosse stato colpito o trascinato a forza di braccia dai suoi assassini. Al contrario non si è trovato un solo oggetto rotto o rovesciato, né un segno sugli ampi tendaggi o sul tappeto che occupava buona parte del pavimento, né una impronta sul muro bianco, né, come già ampiamente esposto, una sola traccia di sangue, ad eccezione di quelle sul fazzolettino di carta rinvenuto nel cestino, prodotte da una piccolissima ferita, certamente estranea alla causalità del decesso. Se è lapalissiano, infatti, che le lesioni non possono essere avvenute nella fase della caduta in quanto David Rossi non avrebbe certo potuto poi gettarli nel cestino (pag. 1096 della opposizione Tognazzi), è altrettanto ovvio che se fossero state inferte dall'azione violenta degli assassini, David Rossi non avrebbe certo avuto il comodo di tamponarsi il sanguinamento col fazzoletto decine di volte (sulla carta è ripetuta la stessa impronta millimetrica), né l'avrebbero avuto i terzi, assumendo che possa essere stato lui a ferirli nell'ipotetica colluttazione.

Sui luoghi non vi erano nemmeno tracce riferibili all'assunto trascinamento al quale, secondo le difese, sarebbero da ricondurre le pronunciate abrasioni repertate sulla punta delle scarpe che calzava il cadavere quando fu rinvenuto al suolo.

Secondo i consulenti Zavattaro e Cattaneo, con ogni probabilità le abrasioni si produssero per effetto dallo strisciamento contro il muro esterno dell'edificio nella fase della caduta o nei momenti immediatamente precedenti. Gli accertamenti merceologici svolti sui campioni prelevati lungo la linea di precipitazione, "hanno mostrato la presenza di un materiale che potrebbe derivare dalle scarpe del Rossi. Il Vigile del Fuoco, nell'esperimento giudiziale, spontaneamente punta l'estremità anteriore delle scarpe contro il muro, in una posizione molto vicina a quella dei prelievi superiori. Il muro, ricordiamo, è anche leggermente inclinato verso l'esterno, per cui in caso di precipitazione verticale è molto probabile uno strisciamento contro la parete. Anche il colore delle tracce, meglio osservabile sulla fotografia della suola destra, all'obitorio, indica una tonalità che non incompatibile con la parete. Questa situazione, pertanto, in uno 6 più contatti/strisciamenti nell'azione di fuoriuscita dalla finestra e conseguente caduta".

Anche a non condividere tali conclusioni - che non hanno ovviamente il crisma della certezza scientifica - la perdurante incertezza che ne conseguirebbe in merito alle modalità di produzione del danno, non potrebbe certo trasformarsi nella prova positiva della sua derivazione dall'azione violenta di terzi.

L'alternativa causale prospettata dagli opponenti appare, anzi, particolarmente improbabile, considerato il verso dell'abrasione, che procede da sotto a sopra come si vede con chiarezza nella foto riportata a pagina 55 della consulenza: se Rossi fosse stato trascinato di peso (col viso rivolto verso il basso, perché se fosse stato trascinato di spalle avrebbe toccato il tallone) la raschiatura non si sarebbe prodotta sulla suola, ma sulla punta della scarpa con direzione dall'alto verso il basso, senza contare che da qualche parte, nel sopralluoghi compiuti nell'immediatezza, si sarebbero dovute rinvenire le parti distaccate (un pezzetto della suola destra, appunto) o i residui dello sfregamento della gomma o del cuoio contro le superfici.

Ciò che è del tutto inverosimile poi, è che di una tale azione di trascinamento, che gli opponenti assumono compiuta, per la forza che richiede, da almeno due persone e probabilmente a partire da un luogo diverso dall'ufficio, ove le scarpe si sarebbero imbrattate della sostanza polverosa bianca che si vede sulle calzature (ma non negli ambienti interni), non sia accorto nessuno.

Tutti gli eventi di cui sopra - l'accesso negli uffici di uno o più estranei, la costrizione della vittima a redigere le tre lettere, l'esercizio di una forza di coercizione, presumibilmente riassumibile in una colluttazione, afferramento e immobilizzazione la cui intensità è tale da far pensare all'azione di due persone contemporaneamente, il trascinamento del corpo come sopra descritto, la botta inferta alla zona posteriore mediana del capo con uno strumento contundente in modo da tramortire la vittima, ed infine la defenestrazione del corpo inerte sarebbero occorsi in orario compreso fra le 7:02, quando David Rossi parlò per l'ultima volta con la moglie, e le ore 19.43 quando precipitò dalla finestra.

Durante questo lasso temporale, al piano di Rossi erano al lavoro la Bondi e la Galgani, che non videro estranei, né percepirono grida, rumori insoliti o altre incongruità, nonostante il loro ufficio si trovasse a pochi metri da quello del collega, in condizioni ambientali che, secondo la prospettazione dello stesso opponente, avrebbero consentito loro di udire anche solo lo sbattere di una porta chiusa dal vento (si veda a pag. 1089 dell'opposizione Tognazzi).

Si aggiunga che lo stato dei luoghi fu osservato, senza rilievo di anomalie, anche in un momento intermedio da parte della Galgani che, transitando per il corridoio intorno alle ID 19.20-19.30, non notò nulla di strano e poi, nuovamente, dalla Bondi che passò davanti all'ufficio un quarto d'ora dopo la caduta ed ebbe modo dì guardarvi all'interno (ora la porta era aperta).

Gli accertamenti genetici compiuti dal M.llo Santacroce sulle unghie, sugli altri campioni biologici e sugli oggetti che appartennero a David Rossi lasciano invariato il quadro indiziario, non avendo condotto all'isolamento di profili genetici diversi dal suo e da quello dei familiari.

Le ferite anteriori.

Secondo gli opponenti, altra prova del maleficio consisterebbe nel rilievo sul corpo di numerose ferite non determinate dall'impatto al suolo, ossia quelle nella zona interna delle braccia, quelle al volto, all'addome, al ginocchio destro, alla parte interna della coscia destra, alla zona volare degli avambracci e al dorso del polso sinistro.

Durante la prima autopsia tali lesioni, ritenute non sospette, non furono oggetto di indagini specifiche. Dalla loro descrizione e dalle immagini con le quali il medico legale corredò la relazione (escludendo che fossero stata - causate dall'azione di terzi) la tesi degli opponenti non trova riscontro concreto.

L'impatto - al quale tali complessi lesivi appaiono effettivamente estranei - fu preceduto dalle manovre di scavalcamento e sospensione dalla finestra e, infine, dalla caduta verticale lungo la parete, accadimenti che, indipendentemente dalla loro natura volontaria o coatta, ben potrebbero avere cagionato le abrasioni e le escoriazioni non preesistenti.

La precisazione è necessaria perché alcune delle ferite non sono riferibili al tempo immediatamente antecedente alla morte. Le tre aree disepitelizzate, lineari, trasversali, paralle tra loro, superficiali sulla zona volare dell'avambraccio sinistro, poco sopra i polsi, corrispondono certamente alle ferite da taglio che David Rossi si autoinflisse la sera precedente: la Tognazzi e la Orlandi ne hanno riferito diffusamente e quella parte del corpo, all'arrivo del 118, era coperta con due cerotti. Preesistenti, considerati il colore e la morfologia, erano anche la piccola soluzione di continuo lineare delta lunghezza di cm i alla mano destra e le aree disepitelizzate di colorito roseo presentì nella zona volare dell'avambraccio destro, che i consulenti hanno attribuito a lesioni escoriative pregresse molto superficiali.

Quanto al resto, per le lesioni rilevate sulla faccia interna delle braccia, si richiamano le superiori considerazioni in ordine alla loro verosimile derivazione dallo strisciamento della parte anatomica sul davanzale della finestra. Secondo l'opponente, sotto il braccio destro sarebbe apprezzabile l'impronta lasciata da un afferramento, ma né i consulenti, né, con più modesti mezzi, chi scrive, ha notato le quattro ecchimosi di forma 52 circolare di cui si afferma l'esistenza (... non ci sono forme di unghiature, non ci sono segni riconducibili ad afferramento ...).

Anche la lesione riscontrata all'interno della coscia destra, in prossimità della zona genitale - descritta come area violacea di forma irregolare, delle dimensioni di cm 7x3, nel cui contesto si apprezzano finissime aree disepitelizzate di colorito rossastro, puntiformi richiama quelle delle braccia, considerata la disposizione delle puntiformi escoriazioni lungo le strie oblique dall'alto al basso e da mediale a laterale, che i consulenti del P.M. hanno ritenuto suggestiva dello strisciamento della coscia su una superficie lungo questo asse, per esempio lo stesso davanzale. Le caratteristiche delle escoriazioni non paiono invece tipiche di una ecchimosi prodotta da corpi contundenti - o, come ipotizzato dagli opponenti, da un calcio diretto alla zona genitale.

Analoghe considerazioni possono essere estese alle lesioni collocate sull'addome, una in prossimità del fianco destro, verosimilmente ecchimotica (area violacea, di forma irregolare, delle dimensioni di cm 10x7...) e l'altra in regione paraombelicale sinistra, di forma irregolare delle dimensioni di cm 10x7, alla quale si sovrappone una sottile stria escoriativa longitudinale, lineare, verticale, della lunghezza di cm 6,5, come un graffio praticato con la fibbia della cintura. Il prof. Gabbrielli, nella prima autopsia, ipotizzò che gli ematomi fossero conseguenza della compressione del busto contro le gambe, nel rimbalzo eseguito all'impatto al suolo. Parimenti plausibile è che si siano prodotti-con lo scavalcamento della finestra, immaginando che il defunto abbia fatto forza con l'addome sul tubo metallico o sul davanzale (che Rossi, diversamente dal pompiere nella simulazione, si sia appoggiato al tubo metallico, parrebbe coerente col completo distacco del filo antivolatile superiore). Lo stesso è a dirsi per le piccole e aspecifiche escoriazioni sul volto della vittima, che potrebbero essere state generate da qualsiasi sfregamento o urto.

Come ben si comprende, non essendo note le singole azioni in cui si concretizzò l'evento, non è possibile una verifica puntuale del nesso di derivazione, che non può essere apprezzato se non in termini di compatibilità/incompatibilità con l'unica ipotesi ricostruttiva dotata di riscontro fattuale.

I consulenti del pubblico ministero hanno compiuto accertamenti spettrometrici sui campioni prelevati dal cadavere e su quelli repertati in sede di sopralluogo, al fine di verificare se vi fosse una corrispondenza fra gli elementi chimici che consentisse di collegare le lesioni a specifici oggetti.

Queste le conclusioni: nei campioni si apprezza una presenza massiva di Zinco, Piombo e Stagno in diverse aree cutanee da probabile contaminazione proveniente dalla cassa interna zincata, inoltre si rileva una diffusa presenza di Calcio, che tuttavia è da considerarsi un contaminante molto diffuso in diversi ambienti (ad esempio nell'acqua) o da relazionare ai processi putrefattivi (adipocera). Nella regione ombelicale si apprezza la massiva presenza di Cromo, Ferro e Nichel (almeno 20 residui); questi potrebbero essere dovuti al contatto con la fibbia in metallo della cintura indossata dalla salma per le esequie o da contaminazione di materiale utilizzato per la prima autopsia (ferri, tavolo anatomico). Al capo posteriormente sono presenti scarse particelle simili anche queste potenzialmente riconducibili ai ferri da autopsia.

Si apprezza, inoltre, la presenza di oro in corrispondenza della lesione N, polso sinistro lato ulnare, da possibile contaminazione della strumentazione per la preparazione dei campioni di microscopia elettronica a scansìone.

(...) Osservando gli elementi maggiormente (o unicamente) rappresentati sulle lesioni sul corpo del Rossi (Alluminio, Silicio, Titanio e Rame) insieme a K-feldspato (silicato di alluminio), si può apprezzare come tali elementi siano maggiormente presenti nelle strutture del muro esterno (malta e-mattone) (Si, Al, sulle persiane (Si,Al), sui gancio metallico della finestra (soprattutto rame Cu). Ciò è suggestivo (con tutti i limiti detti precedentemente relativamente al lavaggio e alla contaminazione della salma) di un contatto in particolare: della sede del capo della lesione A (regione frontale destra) con il gancio della finestra (sopra o sotto), della lesione C all'occhio di sinistra e del polso e della mano sinistra e del polso della mano destra con il muro esterno o l'anta".

Dissertare sul valore probatorio dei risultati dell'indagine, contestando il nesso di derivazione offerto (timidamente) dai consulenti, non colma il vuoto indiziario che tutt'ora permane sull'opposta ipotesi ricostruttiva.

Da ultimo ci si concentra sull'unica lesione che, a parere di chi scrive, manifesta una possibile derivazione volontaria ed è quella che interessa il polso sinistro, fotografata - già in sede di sopralluogo di polizia giudiziaria e poi di autopsia, che si sovrappone in parte alle ferite da assaggio di cui si è già parlato. Nella regione volare 54 dell'avambraccio, perpendicolarmente ai tre tagli autoinferti, sì nota un un'area disepitelizzata di forma irregolare, ancora sanguinolenta, alla quale corrisponde, sulla superficie dorsale del polso un'area violacea di forma irregolare, delle dimensioni di cm 10x7, nel cui contesto si apprezzano n. 3 aree disepitelizzate di colorito rossobrunastre, lineari, trasversali, ciascuna della lunghezza di cm 1 che sembra riprodurre lo stampo di un oggetto di forma rotonda che, vista la sede, è suggestiva dell'impronta lasciata dalla compressione del quadrante dell'orologio indossato dal Rossi.

La lesione ha caratteristiche poco compatibili con un trauma, dovuto ad esempio all'impatto al suolo del polso (si è già detto come l'urto determinò la proiezione all'indietro delle braccia), suggerendo piuttosto l'intervento di una azione di trazione dell'orologio dall'avambraccio verso la mano, compatibile con un afferramento, seguito da un trascinamento o da una sospensione. Questa non è tuttavia l'unica eziologia plausibile, potendosi immaginare che l'orologio o il cinturino, si siano in qualche modo agganciati ad una sporgenza (forse della finestra o del davanzale), con analoga azione di trazione.

Neppure dalle caratteristiche di questa lesione è quindi possibile dedurre attendibilmente l'intervento di terzi.

Le conclusioni.

Tale ultima considerazione offre l'occasione per chiarire definitivamente quale sia il criterio di valutazione della prova che governa la decisione.

Negli atti degli opponenti vi è frequente riferimento alla insussistenza di prova certa oltre ogni ragionevole dubbio della ricostruzione offerta dai consulenti del pubblico ministero e, più in generale, dei dati fattuali che sostengono la richiesta di archiviazione. La Dott.ssa De Rinaidis - psicologa giuridica, criminologa e psicoterapeuta - superando l'ambito della propria competenza specialistica per avventurarsi in quella di chi scrive, ammonisce, poi, il Tribunale su come la ricerca della verità debba necessariamente basarsi sulla constatazione di dati certi ed oggettivi,-non su deduzioni probabilistiche e "maggiormente convincenti", concludendo che mancano ad oggi quei presupposti di 55 attendibilità e certezza "oltre ogni ragionevole dubbio " che permettano di accettare le motivazioni della richiesta di archiviazione.

L'applicazione del principio invocato conduce in verità al risultato diametralmente opposto rispetto à quello atteso.

La regola di giudizio dell'oltre il ragionevole dubbio è codificata all'art. 533 comma i c.p.p., intitolato alla condanna dell'imputato (il giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli oltre ogni ragionevole dubbio) e, in combinato disposto con l'art. 530 c.p.p., che impone l'assoluzione dell'imputato anche quando la prova della sua responsabilità manca, o è insufficiente o è contraddittoria, costituisce esplicazione della presunzione di non colpevolezza, principio di rango costituzionale per il quale l'imputato è da considerare innocente fino a che il soggetto onerato dell'accusa, ossia il pubblico ministero, non prova il contrario. Nel presente procedimento il principio non trova applicazione diretta - si versa in fase di indagini, peraltro a carico di ignoti - ma costituisce il necessario riferimento della valutazione relativa alla sostenibilità/insostenibilità in giudizio dell'accusa, posto che l'azione penale non può essere utilmente esercitata se non nella prospettiva della dimostrazione, I nella futura sede dibattimentale, che un reato è stato commesso e che l'imputato ne è l'autore, con la conseguenza che l'incerta ricostruzione del fatto storico non può che determinare l'archiviazione del procedimento.

Il fallimento della prova dell'innocenza rimane irrilevante, poiché all'innocenza - proprio per la regola dell'oltre ogni ragionevole dubbio - è equiparata la mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova della colpevolezza.

Pertanto, quand'anche non si ritenesse congruamente dimostrata la causalità suicidiaria della morte - che a parere di chi scrive emerge invece con ragionevole certezza dal complesso delle attività investigative - non potrebbe comunque che prendersi atto del vuoto probatorio che permane in ordine alla causalità alternativa prospettata dagli opponenti.

Quanto osservato si riflette anche sulla valutazione della richiesta di prosecuzione delle indagini avanzata in sede di opposizione all'archiviazione, poiché i nuovi elementi conoscitivi che ci si attende di acquisire tramite l'ulteriore attività, debbono preannunciarsi come tali da determinare l'utile esercizio dell'azione penale. Nel caso di 56 specie da condurre, in primo luogo, alla acquisizione della prova piena e autosufficiente dell'omicidio.

Poiché nessuna delle nuove indagini prospettate dagli opponenti appare lontanamente capace dì condurre ad un tale risultato probatorio - sul punto sì richiamano le considerazioni già espresse nel corso della motivazione - appaiono superflui anche gli altri approfondimenti volti alla ricerca dei potenziali autori del delitto indimostrato. Si aggiunga che le attività investigative richieste a tal fine dagli opponenti - sentire a sommarie informazioni Fabrizio Viola, le sue segretarie, la Pieraccini e altri colleghi di Rossi, acquisire le mali presenti nella sua casella di posta elettronica, ricostruire i suoi movimenti nel pomeriggio, che precedette la morte - sono già state tutte compiute senza che da ciò sia emerso nulla di più di quanto si è detto.

Ciò determina l'accoglimento della richiesta di archiviazione del procedimento senza necessità di estendere l'iscrizione al reato di omicidio di cui all'art. 575 c.p., né a quello di omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, reati della cui consumazione non sono emersi indizi. In ordine a quest'ultima fattispecie, in difetto di elementi nuovi, è sufficiente ribadire come l'angoscia di David Rossi, il suo stress di quei giorni, non fossero determinati dallo svolgimento di mansioni lavorative - precondizione necessaria per ravvisare la responsabilità del datore di lavoro per omissione delle regole di sicurezza ma dalle paure di cui si è già parlato. La situazione, inoltre, non fu sottostimata dai vertici aziendali, che lo sostennero fattivamente, tanto da inserirlo nel progetto di sostegno psicologico riservato alla prima linea manageriale. Vale per il resto quanto esposto nella prima ordinanza di archiviazione alla quale ci si riporta integralmente. Cessate le esigenze d'indagine, i telefonini e l'orologio del Dott. Rossi possono essere dissequestrati e restituiti agli aventi diritto.

P.Q.M. Visto l'art. 409 c.p.p., dispone l'archiviazione del procedimento e la restituzione degli atti al Pubblico Ministero. Dissequestro e restituzione ad Antonella Tognazzi dei telefonini e dell'orologio in sequestro.

Siena, 4 luglio 2017 Il Giudice Roberta Malavasi.

DAVID ROSSI, SECONDO VOI QUESTO È UN SUICIDIO? TUTTI I DUBBI SULL’AUTOPSIA. Scrive il 12.10.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". Il caso della morte di David Rossi si è mediaticamente riaperto. Dopo il servizio della trasmissione Le Iene e dopo le parole dell’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, ci sono anche le parole della vedova Antonella Tognazzi a puntare una nuova luce su quel 6 marzo del 2013. Non si è fatta attendere nemmeno la risposta della Procura di Siena che, oggi, ha pubblicato le motivazioni delle sentenze di archiviazione del caso come suicidio. La Tognazzi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato della versione dei «festini» proposta dall’ex primo cittadino Piccini. Secondo il primo cittadino, infatti, alcuni magistrati sarebbero stati coinvolti in incontri a base di cocaina tra l’Aretino e il litorale toscano e David Rossi avrebbe minacciato di raccontare tutto due giorni prima di morire. La moglie del dirigente del Monte dei Paschi ha chiesto che non si trascuri nessuna pista per riaprire nuovamente l’indagine sulla morte del marito. Un’indagine che, in questi giorni, Giornalettismo sta provando a ripercorrere e che necessita di una spiegazione anche circa le modalità con cui è stata eseguita l’autopsia. Sul corpo di David Rossi, infatti, sono stati ritrovati anche dei segni che, apparentemente, non possono essere collegati alla caduta dalla finestra. Questi stessi segni sono stati analizzati, nel corso dell’autopsia, dal medico legale Gabbrielli che, tuttavia, ha fornito una spiegazione diversa rispetto a quella avanzata dalla famiglia e dai legali di David Rossi. Un’autopsia che, come vedremo, ha una storia tormentata e che – vista la riapertura dell’indagine successiva alla prima archiviazione – è stata eseguita due volte. In effetti, in base anche a quello che viene riportato dalla Procura di Siena nelle motivazioni dell’archiviazione che sono state pubblicate sul suo sito web, in un primo momento gli investigatori volevano evitare di sottoporre il cadavere ad autopsia «per rispetto del defunto» e soltanto in seguito alla sollecitazione della famiglia sono state fatte le opportune indagini. Il corpo di David Rossi mostrava segni sui polsi e sul volto che sembravano incompatibili con la caduta dalla finestra. Il medico legale, nella sua relazione, ha parlato di «ferite dovute ad atti di autolesionismo» che lo stesso Rossi si sarebbe inflitto nelle ore o nei giorni precedenti alla morte. Ad avvalorare questa ipotesi, ci sarebbero anche alcune dichiarazioni della figlia di Antonella Tognazzi, Carolina Orlandi, che avrebbe notato alcune ferite il giorno prima della morte di David Rossi (questo è quello che viene riportato nelle motivazioni dell’archiviazione). Tuttavia, lo stesso perito incaricato dalla Procura – l’anatomopatologa Cristina Cattaneo (che ha lavorato anche al caso di Yara Gambirasio, ndr) – ha affermato che i segni sul corpo di David Rossi potevano essere compatibili con una colluttazione. Lo ha rivelato la stessa Antonella Tognazzi nell’intervista odierna al Corriere della Sera. I segni sulle braccia, sui polsi, sul volto – quindi – possono essere dovuti ad atti violenti messi in pratica da altri prima della caduta del manager del Monte dei Paschi di Siena dalla finestra? L’ipotesi, non seguita dalla Procura, è che quei tagli sul braccio potevano essere il frutto di graffi o della pressione sul polso dell’orologio (lo stesso che, nel video che riprende gli ultimi istanti di vita di David Rossi, sembra volare giù dalla finestra mezz’ora dopo la caduta del corpo). Inoltre, l’analisi sugli indumenti di David Rossi ha portato gli avvocati della famiglia, assistiti da periti di parte, a pensare che sulla camicia siano comparsi squarci non compatibili con il risultato della caduta, che il logorio della punta delle scarpe e della parte frontale dei pantaloni sia determinato da un trascinamento sul muro dell’edificio difficile da procurarsi per una persona che stia tentando il suicidio. Una nuova analisi autoptica è stata effettuata anche successivamente alla riapertura delle indagini richiesta dalla famiglia. L’esito, tuttavia, è stato piuttosto simile. Anche perché, in seguito alla decomposizione del corpo, i segni rilevati sul polso e sulle braccia sono scomparsi. Nonostante, dunque, la difesa della Procura e la mossa della pubblicazione degli atti relativi all’archiviazione delle indagini, i dubbi su queste ferite restano. Così come restano le perplessità circa l’alterazione degli oggetti nell’ufficio di David Rossi e quelle relative alla dinamica della caduta (perché è precipitato di spalle e perché non c’è stata rotazione del corpo?). La sensazione è ancora quella che il caso di David Rossi – alla luce delle nuove rivelazioni, di un rinnovato interesse dei media e nonostante la duplice archiviazione – sia ben distante dall’essere chiuso.

DAVID ROSSI, SECONDO VOI QUESTO È UN SUICIDIO? COSA C’È (E COSA MANCA) NELLE CARTE DELLA PROCURA, scrive il 17.10.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". Una mossa a sorpresa, che nessuno si aspettava. La Procura di Siena, con un gesto piuttosto insolito, ha voluto pubblicare le motivazioni delle due sentenze di archiviazione sul caso di David Rossi. Entrambe, hanno confermato che la tesi degli inquirenti è quella di un semplice suicidio. La scelta di inserire questi documenti sul sito web ufficiale della Procura, tuttavia, permette a chiunque un’analisi dettagliata dei provvedimenti presi dagli inquirenti nel corso delle indagini. E a farsi un’idea ancora più dettagliata sulla morte di David Rossi. Una sorta di operazione trasparenza, resasi necessaria – con ogni probabilità – dopo i recenti servizi del programma Le Iene e dopo le interviste dell’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini e della moglie di David Rossi Antonella Tognazzi al Corriere della Sera. Dopo queste inchieste, che hanno risvegliato l’attenzione intorno al caso della morte del capo ufficio stampa del Monte dei Paschi di Siena, è tornata ad aleggiare sulla Procura di Siena l’ombra dei rumors che, a quanto pare, tutti conoscevano nella città del Palio. Ovvero, che alcuni magistrati abbiano partecipato a «festini nelle ville tra l’Aretino e il mare» e che, per evitare l’emergere di questa cosa, abbiano condotto in maniera superficiale le indagini. La Procura, con la pubblicazione degli atti, ha voluto – evidentemente – smentire quest’ultima circostanza. Ma ha prestato il fianco anche a possibili critiche su alcune presunte omissioni che sarebbero state fatte nel corso dell’inchiesta. Innanzitutto, emergono dei dettagli quasi inediti. Gli investigatori, infatti, in un primo momento, non avrebbero voluto effettuare l’autopsia sul corpo di Rossi «per rispetto della salma» (così si legge nelle carte). Soltanto l’insistenza della famiglia ha influito sulla successiva decisione di affidare l’esame autoptico al dottor Marco Gabbrielli. Un esame che ha lasciato molti interrogativi alla famiglia circa le ferite presenti sul corpo e sul volto di David Rossi. I tagli sui polsi e sugli avambracci vengono considerati frutto di un «meccanismo autolesivo» precedente alla caduta. Le ferite sul volto, invece, vengono attribuite alla dinamica della caduta stessa. Quest’ultimo aspetto, in particolare, sembra essere contestabile. Sembra difficile attribuire i tagli perfettamente allineati sul volto a una caduta sulle spalle. Certo, nel video ripreso dalle telecamere di video-sorveglianza, David Rossi sembra muoversi per circa 20 minuti, spostando la testa a destra e a sinistra più volte. Ma è davvero difficile credere che queste ferite possano essere determinate da questi stessi movimenti. Queste conclusioni (a cui si è arrivati al termine della prima indagine) vengono confermate anche dalla seconda inchiesta e da una seconda autopsia avvenuta, tuttavia, quando – a causa della decomposizione del corpo – le evidenze dei tagli e delle ferite risultavano già scomparse. Passiamo, poi, all’analisi dell’ufficio di David Rossi. Secondo la Procura, la stanza si mostra «in perfetto ordine» dopo l’ispezione del sovrintendente Livio Marini (che gira il video con un cellulare alle 20.40 circa) e che ciò viene confermato anche dalle immagini scattate dalla scientifica qualche ora dopo, dalle 23.30 fino alle 01.50 circa. Tuttavia, come vi abbiamo mostrato in un precedente articolo, alcuni oggetti nell’ufficio non erano al loro posto, se si confrontano le immagini del video e le foto scattate dalla polizia. La tesi della Procura punta a minimizzare questi cambiamenti, sottolineando che – in questa fase – le indagini sono state fatte «inevitabilmente muovendo e spostando alcune cose». Ma perché spostare una sedia (che nel video è aderente alla scrivania, mentre nella foto risulta essere girata con la spalliera rivolta verso la finestra)? Perché spostare solo alcuni dei documenti sulla scrivania e non altri? Perché fotografare l’ufficio dopo l’apertura delle ante dell’armadio e non prima? Una leggerezza, forse. Ma, oltre alla spiegazione che tende a banalizzare l’accaduto, nelle carte della Procura non si approfondisce questo particolare aspetto del caso. Le motivazioni della Procura, poi, puntano fortissimo sulle testimonianze che sono state raccolte intorno all’ambiente familiare e a quello di lavoro di David Rossi. In particolare, calcano la mano sul fatto che David Rossi avesse intenzione di suicidarsi perché aveva manifestato il proposito al proprio superiore (l’amministratore delegato di MPS Fabrizio Viola) in una mail in cui gli chiedeva aiuto e gli scriveva – due giorni prima della sua morte – «oggi mi suicido sul serio» e, velatamente, nei colloqui con alcuni familiari (tra cui il fratello) e alcuni colleghi, in cui ribadiva più volte di aver fatto una «cazzata». Il termine ricorre anche nei bigliettini, scritti e poi strappati via, in cui Rossi si sarebbe scusato con la moglie per il gesto suicida. Quello che manca nell’approfondimento della Procura è la natura di questa «cazzata»: si tratta della semplice richiesta di aiuto a Viola (che lo avrebbe messo in cattiva luce con i vertici dell’azienda)? Oppure si tratta della sua partecipazione – che emerge quasi di nascosto in questi documenti della Procura – al cosiddetto «gruppo della birreria» (una sorta di consorteria ben conosciuta a Siena), insieme ad altri esponenti ed ex esponenti di spicco del Monte dei Paschi di Siena? Perché non si è indagato a fondo su questo presunto malessere di David Rossi che, sempre secondo la Procura, lo avrebbe spinto al suicidio? Infine, nelle motivazioni della sentenza, emergono piccole contraddizioni (o precisazioni) tra la prima inchiesta e la seconda. Innanzitutto, nella seconda indagine sono stati rivisti tutti gli orari della cronologia degli eventi (elemento che, secondo la Procura, non cambia nessuna delle conclusioni), poi si parla per la prima volta delle «ombre» che vengono proiettate sul muro e sul selciato e che vengono riprese dalle telecamere del vicolo: a questo proposito, non viene fatto nessun approfondimento sulla figura che, a caduta avvenuta, sembra palesemente affacciarsi nella strada della morte di David Rossi con un cellulare all’orecchio, mentre viene esclusa qualsiasi possibilità che possa essere un orologio quello che sembra rimbalzare accanto al corpo di Rossi mezz’ora dopo la sua caduta. Inoltre, nelle motivazioni della seconda sentenza, per rispondere ai rilievi dei periti di parte sulle dinamiche della caduta di David Rossi dalla finestra, viene ammesso, con un vero e proprio capolavoro di retorica, che queste sono «dinamiche insolite per un suicidio, ma inconciliabili con un omicidio». In più, dalle carte della Procura, non si evince alcun rilievo sui fazzoletti sporchi di sangue ritrovati nel cestino del bagno di cui David Rossi si serviva in ufficio. Insomma, lungi dal dissipare tutti i dubbi sulla morte del dirigente del Monte dei Paschi di Siena, le carte della Procura alimentano – se possibile – ancor di più le domande che, dal 6 marzo 2013 a oggi, tutta Italia continua a porsi su quella strana storia avvenuta nel retro di una banca nell’occhio del ciclone per tanti, troppi motivi.

La Cazzata di David Rossi ed il mistero del gruppo della Birreria, scrive il 18.10.2017 Gianmichele Laino. Continua a restare alta l’attenzione sul caso di David Rossi e sulle recenti dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena Gianluigi Piccini che ha puntato il dito contro i magistrati senesi, colpevoli – a suo dire – di aver condotto con superficialità le indagini per non far emergere particolari relativi a «festini che si svolgevano nelle ville tra l’Aretino e il mare». Un’accusa pesantissima, su cui ieri è tornato a far luce il programma Le Iene che ha voluto approfondire queste dicerie che circolano a Siena su party a base di cocaina e di incontri con escort. A questo proposito, sono state raccolte testimonianze da «persone informate» che hanno dato per certa la notizia di questi festini e che li hanno persino descritti. L’unico a non dare peso a queste dicerie è stato Antonio Degortes, il figlio del famoso fantino Aceto (recordman assoluto di vittorie al Palio di Siena), gestore di diversi locali della città toscana e amico di David Rossi. Il nome di Degortes, in realtà, richiama alla memoria un altro fatto raccontato dalle cronache nazionali e locali, proprio qualche giorno prima del suicidio di David Rossi. Un articolo del quotidiano Repubblica, datato 1° marzo 2013 (cinque giorni prima della caduta del dirigente del Monte dei Paschi di Siena dalla finestra del suo ufficio), parla di una presunta lobby politico imprenditoriale – chiamata «gruppo della birreria» – che gestiva alcuni affari economici in città. Tra questi, secondo i rumors dell’epoca, ci sarebbero state anche alcune vendite di immobili del Monte dei Paschi ai figli del fantino Aceto. È opportuno sottolineare che, per quella vicenda, Antonio e Alberto Degortes sono stati completamente scagionati, i loro fascicoli sono stati archiviati e sono anche in corso dei procedimenti per diffamazione per le querele sporte da Degortes alla stampa che si è occupata del caso. Tuttavia, la storia del «gruppo della birreria» riemerge prepotentemente dalle carte della Procura (ovviamente in un contesto diverso), perché nelle motivazioni delle sentenze di archiviazione vengono riportate alcune testimonianze di persone che avrebbero sentito David Rossi parlare di questa presunta lobby. Un collega del dirigente del Monte dei Paschi Bernardo Mingrone ha riferito agli inquirenti di una cena, nel periodo in cui David Rossi si mostrava sempre più preoccupato, in cui l’uomo aveva fatto trapelare la sua partecipazione agli incontri del gruppo della birreria. La circostanza è stata confermata anche dall’allora presidente del Monte dei Paschi di Siena Alessandro Profumo che, agli investigatori, dice: «[David Rossi] temeva di poter subire delle conseguenze penali dalle indagini in corso (sul Monte dei Paschi e Antonveneta, ndr) e mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato. Legava queste sue preoccupazioni alla circostanza di aver frequentato, anche recentemente, il cosiddetto gruppo della birreria di cui si parla nelle cronache locali. Mi fece anche il nome della persona che aveva incontrato, ma non lo ricordo anche perché non conosco chi farebbe parte di questo gruppo così denominato». Possibile, dunque, che la «cazzata» di David Rossi, quella di cui parla in maniera criptica nei biglietti (la cui autenticità, tra l’altro, è messa in dubbio dai periti della famiglia) che avrebbe destinato alla moglie Antonella Tognazzi prima di togliersi la vita, sia legata a questo tipo di frequentazioni? E se – come si evince dalle carte degli inquirenti – questo insieme di preoccupazioni, più o meno giustificate, sono state all’origine del malessere che avrebbe portato Rossi a togliersi la vita, perché non è stata fatta luce più compiutamente su queste sue presunte frequentazioni? Inoltre, l’intento di David Rossi era quello di comunicare con i magistrati per «dire le cose di cui era a conoscenza». Può essere che la frequentazione del gruppo della birreria (e, quindi, le sue dinamiche interne) rientrava nella lista di cose di cui parlare ai magistrati?

Le Iene: Festini sesso e coca a Siena, scrive "Il Corriere di Siena" il 18 ottobre 2017. Con un servizio di oltre venti minuti la trasmissione Le Iene su Italia 1, il 17 ottobre è tornata per la terza volta sul caso della morte di David Rossi e sulla questione dei presunti festini hard sollevata dall'ex sindaco Pierluigi Piccini. Nella prima parte del servizio di Antonino Monteleone viene riassunto il caso della morte di David Rossi e vengono ribaditi ancora una volta tutti i dubbi legati all'inchiesta e all'archiviazione: dagli ematomi ritrovati addosso al corpo dell'ex manager del Monte dei Paschi di Siena agli abiti distrutti, passando per le persone non identificate nel video fino ai mancati riscontri sui cellulari e così via. La parte più interessante è senza dubbio il colloquio telefonico tra Monteleone e il procuratore della Repubblica, Salvatore Vitello. La Iena ribadisce con insistenza che ci sono degli errori materiali nell'ordinanza di archiviazione. E il procuratore, dopo un vivace scambio di vedute, replica testualmente: "...se ci sono stati errori, le persone offese facciano una istanza di riapertura perché ci sono stati degli errori e noi provvederemo". E alla fine del servizio è la moglie di David, Antonella Tognazzi a dichiarare che la famiglia sicuramente presenterà istanza nella speranza che il caso venga di nuovo riaperto. Il lungo servizio delle Iene - visibile cliccando nel link in fondo a questo articolo - dedica ampio spazio alla questione dei presunti festini vip con droga ed escort che si sarebbero tenuti in alcune ville della Toscana - una nella zona del mare e l'altra tra Siena e Arezzo - e a cui avrebbero partecipato alti dirigenti della banca, politici nazionali e personaggi altolocati e forse addirittura magistrati. In particolare viene intervistato l'ex politico e azionista Mps Pierpaolo Fiorenzani che parla di "potere godereccio" e ancora: "I festini si sono sempre usati. Servono per legare relazioni e ricattarsi". Ma nel servizio viene anche intervistata - in questo caso a volto coperto - una ex funzionaria del Comune che non solo conferma l'esistenza dei festini, ma va ben oltre parlando di prostitute di alto bordo, di ex dirigenti della banca coinvolti, di famiglie senesi e tanto altro ancora. Spunta persino un nome, coperto dal bip.

David Rossi. I festini esistevano. Il Braccio destro di Mussari è morto per questo? Scrive Silvana Palazzo per "Il Sussidiario" il 18 ottobre 2017. Il mistero della morte di David Rossi, il capo della comunicazione di Mps caduto il 6 marzo 2013 da una finestra del palazzo sede della banca a Siena, si accompagna a quello dei festini di sesso e coca. Questa vicenda parallela è stata sollevata dall'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, che nella puntata scorsa de Le Iene Show aveva rivelato un retroscena senza sapere di essere registrato. «Un avvocato romano mi ha detto: devi indagare su alcune ville fra l'aretino e il mare e i festini che facevano lì. Perché la magistratura potrebbe anche avere abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale», il racconto che ha fatto scalpore. L'ex sindaco cita una villa tra Siena e Arezzo e una al mare dove facevano i festini: «Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi ad esempio? Mah. Ci andava qualche personaggio nazionale? Mah». Le sue affermazioni sono state ritenute "pesanti" dalla procura di Siena, che da una parte comprende i dubbi dei familiari sulla morte di David Rossi, considerato il braccio destro dell'ex Presidente MPS e ABI Giuseppe Mussari, dall'altra accusa Le Iene di voler suffragare la propria tesi personale con pesanti accuse ai danni dei magistrati, «additandoli come partecipi di un oscuro disegno criminoso». Magistrati e politici nazionali avrebbero partecipato ai festini organizzati nelle due ville toscane, ma tutto questo cosa c'entra con il caso relativo alla morte di David Rossi? Il sospetto dell'ex sindaco di Siena è che le indagini sono state «abbuiate» per evitare che emergesse lo scandalo. «C'è un potere godereccio. I festini ci sono sempre stati per legarsi e stringere relazioni», ha dichiarato Pier Paolo Fiorenzani a Le Iene Show, l'uomo che aveva evocato già la questione dei festini in una assemblea Mps. La Iena Antonino Monteleone non molla la presa su una vicenda che presenta più ombre che luci e continua la sua indagine parallela per scoprire altri particolari di questa intricata vicenda. E raccoglie una testimonianza importante, quella di un ex funzionario, che resta anonimo: «Le persone che organizzavano questi festini erano legati a Monte dei Paschi. Uno reclutava le prostitute per far divertire questi soggetti. Partecipavano anche persone di alto livello, anche politico. I festini sono avvenuti per anni, tra Siena e Arezzo. Si viene invitati in modo riservato, è un giro di persone altolocate. Anche tra i magistrati ci sono mele marce».

Mps, la morte di David Rossi: la fretta di dire suicidio e le foto sospette. Troppe cose non tornano nella morte del capo della comunicazione della Banca. Le incongruenze nei rilievi, documentate da immagini, file audio e un video, scrive il 19 ottobre 2017 Panorama. Panorama, in edicola dal 19 ottobre 2017, pubblica un servizio di Giovanni Terzi sulla morte di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, avvenuta il 6 marzo 2013. Rossi è caduto dalla finestra del terzo piano del suo ufficio a Siena. La sua morte è stata rubricata come "suicidio". Ma, come viene spiegato nel servizio, sono troppe le cose che non tornano. Erano i giorni dello scandalo Mps e Rossi voleva parlare con i magistrati che indagavano. Molte le incongruenze nei rilievi effettuati: agende spostate, un computer prima spento e poi acceso, una finestra aperta e quindi chiusa. Nel servizio, Panorama pubblica alcune immagini e particolari inediti che sollevano nuovi dubbi. In particolare, sono stati confrontati alcuni elementi acquisiti dopo il ritrovamento del dirigente Mps, in due momenti diversi: mentre ancora gli veniva prestato soccorso e durante i rilievi scientifici ufficiali. E dalla comparazioni emergono significative incongruenze.

Qui sotto, pubblichiamo alcune immagini che evidenziano le incongruenze; un file audio inedito con la comunicazione tra la Questura di Siena e il 118, e il video girato poco dopo il ritrovamento di David Rossi.

LA GIACCA. Alle 21.10, nel primo video girato dall’agente Livio Marini, della pattuglia della polizia arrivata sul posto, si vede la giacca di David Rossi appoggiata in modo casuale e frettoloso, sullo schienale della poltrona. Sotto, nella foto scattata alle 00,55, durante i rilievi scientifici, la giacca è invece messa ordinatamente.

IL COMPUTER. In un’immagine dal video, il monitor del computer appare spento. Sotto, nelle foto scattate durante i rilievi scientifici, il monitor è acceso o, comunque, uscito dalla modalità di stand-by. 

LE AGENDE. Nelle prime due immagini, sulla scrivania di David Rossi il video registra la presenza di alcune agende con la copertina nera. Sotto, durante i rilievi scientifici effettuati, le agende risultano spostate rispetto alla posizione originale.

LA FINESTRA. Mentre ancora si sta soccorrendo David Rossi nel vicolo sotto il suo ufficio, il video inquadra la finestra aperta dietro la scrivania. Sotto, alcune ore più tardi, durante i rilievi ufficiali, la finestra è chiaramente chiusa. 

Errori materiali: Il giudice falsa tutti gli orari. Tutta una serie di eventi erano posticipati, addirittura, di 26 minuti. Se la prima ordinanza non fosse stata infetta da quest’errore, quelle indagini fatte dopo 4 anni sarebbero state fatte subito. Stiamo parlando dell’ora della caduta di Davide che viene posticipata di 26 minuti rispetto a quando è realmente avvenuto. Inoltre il giudice ritiene che Davide sia rimasto in vita per qualche minuto, dopo essersi schiantato al suolo. Mentre invece ce ne sono passati oltre 22. Inoltre si dà per sentita la teste Lorenza Pieraccini, cosa non vera.

SUSANNA GUARINO: "ANDAI A DIRE QUALCOSA SU DAVID ROSSI MA NON FU VERBALIZZATO". Scrive il 14-10-2017 "Ok Siena". Si partì subito da una certezza: il giornalista si era suicidato. Si procedette cercando di avallare questa tesi invece che prenderne in considerazione una alternativa. La morte di David Rossi non mi ha mai convinto, e non ne ho fatto mistero fin dal primo momento. Non ho comunque basi solide per sposare l’una o l’altra versione, ma di certo ho molte perplessità su come furono condotte le indagini. Presumibilmente perché si partì subito da una certezza: David si era suicidato. Si procedette cercando di avallare questa tesi invece che prenderne in considerazione una alternativa. E di questo io ne ho le prove. Il pomeriggio del 6 marzo 2013, intorno alle 15,30-16, ero in Vallerozzi. Pioveva e stavo chiacchierando con un’amica quando incrociai David. Aveva il cappuccio in testa e le mani in tasca e scendeva Vallerozzi con passo spedito. Ci salutammo con un ciao. Restai a parlare per diversi minuti e in quel tempo notai uno strano atteggiamento di David, che andò più volte su e giù tra Vallerozzi e Pian d’Ovile, a passo veloce, come cercando qualcosa o qualcuno, e che ad un certo punto mi ripassò vicino quasi correndo, sbattendomi addosso mentre, con il cappuccio sempre in testa, sembrava parlasse da solo. Lui che era sempre così compassato…Poche ore dopo ero in via dei Rossi, fuori da quel vicolo, come tantissime altre persone. E David era pochi metri più in là, a terra, senza vita. Gli strani movimenti mi tornarono subito in mente, e pensando che sicuramente, in una indagine accurata, qualsiasi elemento potesse essere utile, da brava cittadina “non omertosa” un paio di giorni dopo mi presentai in questura per raccontare quel piccolo particolare. Poteva non essere nulla, ma chissà…Fui fatta accomodare nella stanza di un funzionario al quale raccontai quello strano incontro con David e la sensazione che in quel momento avevo avuto, sforzandomi di ricordare ogni piccolo particolare. D’altronde gli investigatori è quello che di solito chiedono, mi pare…Dieci minuti di mia chiacchierata fu conclusa con poche parole del funzionario: sicuramente David era fuori di testa, sicuramente David stava parlando da solo, perchè – mi fu detto – lui non usava mai auricolare visto che nelle perquisizioni non ne era stato trovato neppure uno. Neppure una parola venne verbalizzata, e con una stretta di mano si concluse la mia collaborazione. Mesi dopo, parlando con Antonella, abbiamo ricostruito lo strano comportamento di David in quel pomeriggio, ed abbiamo supposto con chi stesse parlando al telefono. Con l’auricolare, perchè David usava sempre l’auricolare. Non penso quindi di essermi trovata testimone risolutiva del caso ed il mio apporto all’indagine sarebbe stato praticamente nullo. Ma in quel momento, a poca distanza dall’apertura dell’indagine, sarebbe stato DOVERE verbalizzare quello che io, comune cittadino, ero andata spontaneamente a riportare. E’ la procedura e non fu fatto. E così mi è logico pensare che, se non fu fatto con me che mi ero presentata spontaneamente, forse non fu fatto con molti altri che potevano essere cercati e che forse avrebbero avuto da dire anche cose davvero importanti.

Mps, il corpo a terra e le ombre nel vicolo: in un libro il caso del «suicidio imperfetto» di David Rossi. Continua a far discutere la morte dell’ex capo dell’area comunicazione della Banca. Il perito della famiglia: «quello che non torna è anzitutto la dinamica della precipitazione», scrive Nicola Di Turi il 15 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". La dinamica della caduta, le lesioni sul corpo, la presenza di ombre nel vicolo. E poi la solitudine avvertita dalla famiglia nel corso degli anni. Il caso David Rossi continua a far discutere. La morte dell’ex capo dell’area comunicazione di Banca MPS ha ormai una verità giudiziaria, sancita dalla seconda archiviazione arrivata lo scorso luglio. Proprio ieri la Procura della Repubblica di Siena ha deciso di pubblicare integralmente sul proprio sito l’ordinanza di archiviazione del gip Roberta Malvasi. Un segnale dell’autorità giudiziaria, dopo le polemiche per le ultime dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena (e neo-candidato) Pierluigi Piccini. Eppure la famiglia di David Rossi continua a sostenere la tesi dell’omicidio e a rigettare i provvedimenti di archiviazione, che hanno derubricato la morte dell’ex dirigente MPS a un caso di suicidio. «Quello che non torna è anzitutto la dinamica della precipitazione, come arriva a terra il corpo e le modalità di stabilizzazione del tronco. Questi elementi ci hanno fatto subito pensare che non potesse essere un suicidio di qualcuno lasciatosi andare dalla finestra. Lo dicono le leggi della fisica», spiega al Corriere della Sera l’ingegnere Luca Scarselli, perito della famiglia di David Rossi. L’occasione per tornare sul caso arriva nel corso della presentazione del libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (Chiarelettere), scritto da Davide Vecchi e presentato in anteprima a Siena. Le lancette tornano subito indietro al 6 marzo 2013, a quella tragica serata in cui David Rossi perde la vita. L’ingegner Scarselli è il perito che aveva effettuato la perizia per la famiglia di Rossi allegata alla richiesta di opposizione all’archiviazione del caso, oltre ad aver analizzato per primo il video della caduta dell’ex capo dell’area comunicazione di Banca MPS. «Alle 20.04 si vedono tre fotogrammi che evidenziano un tentativo d’ingresso e d’uscita dal vicolo in cui giace Rossi, presumibilmente per sincerarsi delle sue condizioni. Anche la Polizia Scientifica sottolinea che quell’ombra e quel fermo immagine sono particolarmente deteriorati», ragiona il perito della famiglia Rossi. Le ombre sulla caduta e sul rinvenimento del corpo dell’ex capo dell’area comunicazione di Banca MPS sono diverse, almeno ad ascoltare i consulenti e la famiglia. «L’orologio che viene ritrovato dietro la spalla destra di Rossi è in una posizione incompatibile con la caduta. Anche il gip dice che quell’orologio non può essersi staccato quando Rossi era a terra. Poi ci sono le lesioni sul suo corpo e le scarpe estremamente consumate, con abrasioni anche sulla punta», sottolinea Scarselli. La Sala Patrizi va riempiendosi e arriva anche Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi. Nel corso della presentazione del libro prende la parola in una sola occasione, tradendo l’emozione per il ricordo dell’ex marito. Ma sceglie comunque di ribadire la sua posizione, chiarendo come si sia trattato «di un omicidio. David è stato assassinato». In una seconda occasione confessa invece di non aver avvertito affatto la vicinanza della comunità senese. «In questi anni di fatto non c’è stato nessuno che in qualche modo ci abbia portato il proprio contributo. Quando noi andavamo a fare domande, c’era un’indifferenza manifesta nei nostri confronti. Omertà è una brutta parola, ma a Siena c’è stata reticenza», confessa Antonella Tognazzi al Corriere della Sera. David Rossi era considerato il braccio destro dell’ex Presidente MPS e ABI Giuseppe Mussari, che in un dialogo con Le Iene ha dichiarato di trovarsi d’accordo con la vedova dell’ex capo dell’area comunicazione di Banca MPS. «Non so se Mussari non approvi la tesi del suicidio come noi. So però che mi appoggia in quello che sto cercando di fare», dice Antonella Tognazzi. Un segnale chiaro della vicinanza dell’ex Presidente MPS alla famiglia dell’amico e braccio destro David Rossi. In una vicenda che non ha risparmiato zone d’ombra.

Caso David Rossi, c’è posta per Mattarella. La vicenda senese ancora tutta da chiarire, scrive il 25/10/2017 "Il Giornale d’Italia". La lettera della mamma del dirigente di Mps "suicida" recapitata al Quirinale, dopo che la polizia aveva impedito che fosse consegnata a mano al Capo dello Stato. La lettera della mamma recapitata al Quirinale dopo che la polizia aveva impedito che fosse consegnata a mano al Capo dello Stato. Alla fine la lettera della famiglia di David Rossi arriverà al Quirinale. Ma ciò è avvenuto solo quando il caso era ampiamente scoppiato, seppure i “giornaloni” abbiano scelto di non dare alle critiche piovute sulle massime autorità italiane alcun diritto di cittadinanza sulle proprie prestigiose colonne. Dopo la mancata consegna venerdì scorso al Capo dello Stato Mattarella che era ospite a Siena, qualcosa si è mosso. L’annuncio è arrivato su Facebook dalla vedova di Rossi, Antonella Tognazzi: secondo la quale “la lettera, che mia suocera Vittoria, avrebbe voluto consegnare al Capo dello Stato Sergio Mattarella”, da oggi sarà “sulla strada per Roma. Ringrazio personalmente Armando Gradone, Prefetto di Siena che, a seguito di una telefonata da parte del Quirinale, mi ha contattata e si è reso disponibile a fare da tramite con il Presidente della Repubblica. Rimetteremo quindi nelle sue mani la speranza in una giusta attenzione e valutazione a questa terribile vicenda nonché il desiderio di tornare a credere nelle istituzioni”. La consegna sarebbe dovuta avvenire venerdì sera a Siena dove Sergio Mattarella si era recato per il congresso dell’Associazione nazionale magistrati. La madre Vittoria e la vedova Antonella Tognazzi, assieme ad altri familiari, avevano atteso il Presidente in Piazza del Campo ma, nonostante lo staff fosse stato avvertito della loro presenza, erano state accerchiate da 14 poliziotti in borghese. L’episodio aveva gettato nello sconforto le donne, tanto da convincere la più giovane a pubblicare su Facebook uno sfogo che aveva fatto scalpore: "Ci sono giorni in cui tanta è la delusione che a fatica trovo le parole per un qualsiasi commento. Quattordici poliziotti in borghese incaricati di accerchiare una famiglia (in quel momento composta, da un fratello e da quattro donne di cui una mamma di 84 anni e una nipote di 13) che chiede solo che lo Stato dimostri la vicinanza ai cittadini ascoltando le loro richieste, mi è sembrato un segnale tutt’altro che democratico. Mia suocera, Vittoria, aveva scritto una lettera e l’avrebbe voluta consegnare nelle mani del capo dello Stato affinché ci aiutasse a trovare quelle risposte che ancora oggi ci vengono negate. Pazientemente, per oltre 3 ore in piedi, ha aspettato, sperando in un segnale di attenzione alla vicenda che ha stravolto la nostra famiglia, ma che di fatto riguarda tutto il sistema perché libertà e giustizia negate ad un cittadino è un diritto sottratto a tutta la comunità. Lo staff di presidenza era stato avvisato della nostra presenza quindi le scuse del “non li abbiamo visti, non sapevamo, non ce ne siamo accorti” possono solo sottolineare che di fronte al potere non esistono diritti. Continuiamo". Poi, ieri, la schiarita. B. F. 

DAVID ROSSI, LA NUOVA MOSSA DELLA PROCURA CHE ALIMENTA ALTRI DUBBI, scrive il 26.10.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". Ultimamente, pare che la procura di Siena stia provando gusto a pubblicare atti ufficiali relativi al suicidio di David Rossi sul proprio sito internet. Nella giornata di ieri, in home page, sono comparse sette pagine di «risposte dei Capi degli uffici giudiziari di Siena alle critiche di merito sull’indagine riguardante la morte di David Rossi». Sempre in nome della trasparenza e della voglia di fare luce su una delle vicende più oscure della cronaca italiana degli ultimi anni. Ma è incredibile come queste operazioni, più che dissipare i dubbi, ne alimentino altri. E così, dopo la pubblicazione delle motivazioni delle due sentenze di archiviazione – avvenuta dopo il servizio de Le Iene e l’intervista al Corriere della Sera dell’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini -, ecco il «chiarimento» della procura sulle metodologie di svolgimento delle indagini, giunte all’indomani dell’uscita del libro del giornalista Davide Vecchi Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi Siena. Le sette pagine in questione sembrano scritte su una superficie di vetro scivolosa. Si dice, ad esempio, che i vestiti di David Rossi non furono posti sotto sequestro dalla Procura. «Ex post – si legge nella lettera di spiegazioni – la critica che viene mossa è comprensibile. Bisogna però calarsi nel contesto iniziale, quando a tutti appariva chiaro l’intento suicidiario». Siccome, quindi, i magistrati erano «convinti» che David Rossi si fosse suicidato, non hanno messo in atto azioni indispensabili (e quasi scontate) per indagini di questo tipo. Un atteggiamento del genere era stato mostrato anche quando gli investigatori, inizialmente, non avevano disposto l’autopsia, che è stata effettuata soltanto in un secondo momento, su richiesta della famiglia di Rossi. Anche i fazzoletti sporchi di sangue, ritrovati nel cestino del bagno utilizzato da David Rossi, furono distrutti perché non si è ritenuto necessario esaminarli, si legge nella lettera di spiegazione della Procura. Superficialità o malafede? Inoltre, vengono etichettate come semplici ipotesi pretestuose quella del lancio dell’orologio – più di mezz’ora dopo la caduta dalla finestra di David Rossi – e quella del coinvolgimento nei fatti dell’uomo al cellulare che, a un certo punto, compare nel video che mostra la stessa caduta del manager MPS. Le motivazioni addotte riguardano sempre «il contesto iniziale» e l’ipotesi «apparsa chiara» del suicidio. Possibile che nessuno degli inquirenti si sia fatto altre domande?

Dalla procura un fascicolo con le dieci risposte sul caso David Rossi.

Tribunale di Siena, Procura della Repubblica di Siena.

Le risposte dei Capi degli Uffici Giudiziari di Siena alle critiche di merito sull'indagine riguardante la morte di David Rossi.

Nell'intento di fornire all'opinione pubblica un quadro di informazioni corretto e completo, senza alcuna pretesa di verità, si rappresentano, in relazione ai punti critici da più parti evidenziati, gli elementi di valutazione sulle indagini, sulla base di un'analisi complessiva (e non parcellizzata) del materiale probatorio acquisito.

La distruzione degli indumenti. Ciò che indossava David Rossi è analiticamente descritto nei rilievi tecnici eseguiti dal Gabinetto di Provinciale di Polizia Scientifica in data 6.3.2013. Di ciò vi è ampia documentazione fotografica e descrittiva. Anche il medico legale che nella prima indagine ha eseguito l'autopsia ha effettuato un'ampia ricognizione fotografica dei vestiti. I vestiti non sono stati sequestrati e, conseguentemente, non essendo nella disponibilità della Procura della Repubblica non potevano essere da questa distrutti. Normalmente, in questi casi, sulla destinazione dei vestiti provvede la struttura medico-legale dove è effettuata l'autopsia, sulla base del consenso dei parenti della vittima. La critica che si muove alla Procura della Repubblica è di non aver provveduto al sequestro. Ragionando ex post la critica è comprensibile. Bisogna però calarsi nella contesto iniziale quando appariva a tutti chiaro l'evento suicidarlo, la cui prova determinante era costituita: dalle lettere d'addio, dagli esiti dell'ispezione medico-legale e dalla relazione autoptica, dall'assenza di tracce di colluttazione o di terzi nell'ufficio da dove il Rossi è precipitato, dalle mail del 6/3/2017, dalla descrizioni delle condizioni psico­fisiche del ROSSI offerte dai sommari informatori (a partire dai familiari, che riferirono di gesti di autolesionismo riferibili ai giorni precedenti) e, in particolare, dalla dott.ssa CIANI (psicologa che intervistò il ROSSI la mattina stessa dell'evento). In quel momento non appariva necessario all'accertamento del fatto il sequestro degli indumenti. La seconda perizia analizza le foto dei vestiti e, con riferimento ai pantaloni, sostiene che le abrasioni siano compatibili con i contatti del corpo con la parte, ed in particolare specifica: "Le tracce visibili sull'addome, in particolare nelle fotografie scottate al carpa nel vico/a, richiamano la forma della fibbia della cintura e, pertanto, potrebbero essere causate dalla sfregamento dell'addome contra una superficie ottusa". In ordine alla camicia si rilevano "lacerazioni/abrasioni e la mancanza di due bottoni, a livello dell'addome". I periti poi proseguono: "La circostanza di uno strisciamento sullo spigolo esterno del davanzale .... coerente con azione di schiacciamento/strisciamento della fibbia contro l'addome, sotto il peso del Rossi stesso, oltre ad aver provocato le citate striature sulla cute ha certamente comportato anche analogo stress alla porzione di camicia interna al pantalone, provocando con ogni probabilità non solo la fuoriuscita della stessa dai pantaloni (cosa che spiegherebbe anche il perché nel filmato il Rossi precipita con l'indumento in quelle condizioni) ma anche la perdita di un paio di bottoni e la lacerazione visibile dell'immagine sottostante. In conclusione, anche per la camicia, l'analisi dei danni subiti dagli indumenti trova giustificazione nelle attività correlata alla precipitazione (in questo caso nella sua fase preparatoria). In definitiva il mancato sequestro degli indumenti non ha impedito, grazie al corredo fotografico, di fornire una spiegazione sulla dinamica del fatto. Avere avuto la disponibilità degli stessi avrebbe potuto consentire un maggiore approfondimento ma, comunque, dall'analisi tecnica basata sulle foto, i vestiti non appaiono avere avuto un ruolo determinante nella ricostruzione dell'evento.

Il contesto di riferimento ed i biglietti di addio. Nell'ufficio del Rossi vengono trovati tre biglietti manoscritti di addio alla moglie. La stessa consulenza della difesa delle persone offese riconosce come propria del Rossi la grafia in tutti i messaggi. La paternità dei manoscritti non è in dubbio (sono stati riconosciuti dalla stessa vedova TOGNAZZI in sede di sommarie informazioni). Nel primo scritto Rossi scrive: "Ciao Toni, mi dispiace, ma l'ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa. Nelle ultime settimane ho perso ... ". Nel secondo scritto scrive: "Ciao Toni, Amore, l'ultima che ho fatto è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane". Nel terzo scritto ancora: "Amore, mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata davvero troppo grossa. E non ce la faccio più Credimi, è meglio così. L'ipotesi della "costrizione" nella scrittura dei biglietti è contrastata da varie argomentazioni sostenute con logica spiegazione dai consulenti dell'ufficio, ma soprattutto viene in evidenza un dato di esperienza che porta ad escludere la presenza di un "aguzzino talmente confuso da bocciare se stesso più volte". Da questa considerazione empirica e da altre più sottili sul piano tecnico-scientifico rappresentate nella relazione si fa derivare la conclusione che il Rossi fosse solo nel proprio ufficio nel momento della stesura dei tre biglietti. Peraltro, che nella prima indagine vi fosse un convincimento corale circa il suicidio - anche da parte dei familiari - è evincibile dalla stessa (prima) opposizione delle parti offese e dalla richiesta di avocazione alla P.G., incentrate sulle condizioni di stress lavorativo del ROSSI e su presunte colpe datoriali, con tanto di allegazione di una consulenza psichiatrico-forense ove, previa ricostruzione della situazione lavorativa del ROSSI, la C.T. conclude: "E' possibile ricostruire un nesso causale tra lo stress lavorativo cui è stato sottoposto il Rossi e l'evento suicidario".

Le lesioni al volto ed alla parte anteriore del corpo. Una delle ragioni se non la principale di riapertura delle indagini è stata quella di verificare la genesi delle lesioni sulla parte anteriore del corpo. I Consulenti tecnici nella seconda perizia riferiscono della presenza di cinque lesioni al volto di natura molto probabilmente escoriativa. Tre (dorso del naso, pinna nasale sinistra, emilabbro inferiore sinistro) sono in linea. Certamente su queste lesioni si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato (soprattutto si denota l'assenza di dettagli per consentirne la datazione). Nella seconda relazione si prende atto che in ordine a tali lesioni non sussistono dati certi su genesi e natura e si formula l'ipotesi di uno strisciamento con un oggetto affilato ma non tagliente. Si indica a tal proposito lo spigolo ma in termini ipotetici. I dubbi sorti su alcuni aspetti della prima perizia medico-legale sono stati descritti ed analizzati ma nulla hanno aggiunto di diverso al quadro complessivo già accertato. Infatti, nella relazione della seconda consulenza medico legale, dopo avere dato atto di aver proceduto alla comparazione tra prelievi dalle lesioni e dai vari oggetti e strutture che componevano l'ufficio del Rossi ed il muro della parete lungo il quale il Rossi è precipitato, si legge: Tali indagini, seppur can i limiti citati, hanno dato supporto a/l'ipotesi che alcune lesioni, in particolare quelle sul volto e alla mano sinistra, hanno avuto origine da uno sfregamento contro un nottolino della finestra, il muro e/o le persiane esterne all'ufficio. La presenza quindi di strappi alla camicia anteriormente con sottostanti escoriazioni superficiali, così come di escoriazioni e ecchimosi lievi in regione ascellare e alla superficie anteriore delle braccia, di escoriazioni alle ginocchia e alla punta delle scarpe, e di escoriazione al volto riconducibili forse all'urto contro spigoli (strutture lineari della finestra, del davanzale ... ), è suggestiva di un dibattersi o di uno sforzo/strisciarsi della parte anteriore del corpo contro le strutture della finestra e del muro esterno. Rispetto a tale situazione, i periti valutano le due ipotesi omicidiaria e suicida ria, e così concludono: La prima prevede che il Rossi sia stato spinto/forzato a cadere dalla finestra, e che questi stessi atti, resi ancora più disperati dal tentativo di salvarsi e divincolarsi, e magari anche aggrapparsi alle strutture della finestra e poi da lì cadere, abbiano portato agli urti contro le superfici delle strutture della finestra e del muro. La seconda, invece, prevede che lo stesso Rossi si sia posizionato per buttarsi dalla finestra e che, forse per un ripensamento/esitazione, sia scivolato o inciampato in qualche struttura rimanendo con i gomiti e le braccia appoggiate al davanzale e le gambe a penzoloni .... e poi precipitando. Anche questa ipotesi comporta azioni che hanno provocato strisciamenti e urti contro le strutture, che potrebbero giustificare la presenza di lesioni anteriori. La prima ipotesi non si può escludere in assoluto in base agli elementi medico-legali, tuttavia non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino: non vi sono segni chiaramente attribuibili a terze persone (lesioni formate, DNA di terzi). La seconda ipotesi invece è supportata da elementi, seppur non scientificamente dirimenti, comunque maggiormente suggestivi da un punto di vista medico legale, a cominciare dalle 3 lettere di addio, sempre più dettagliate, scritte dalla mano del Rossi w dai segni di autolesionismo riportati sul polso sinistro, così come le proposizioni dichiarate di uccidersi.

I fazzoletti di carta con le macchie di sangue. Dei fazzolettini di carta con le macchie di sangue contenuti nel cestino sono stati sequestrati in data 12.4.2013. Il dissequestro è stato disposto in data 14.8.2013, a seguire alla richiesta di archiviazione datata 2.8.2013. Si rammenta che - prima del (primo) decreto di archiviazione - via via sono stati dissequestrati dai PM e restituiti agli aventi diritto anche altri oggetti sottoposti a sequestro: dagli effetti personali (pc,pen drive, polizze, registratore, ecc.), alla stanza della banca. Ciò nell'ottica, naturalmente, della progressiva ritenuta superfluità a fini di prova dei reperti. Anche in questo caso, è stata determinante, in allora, la progressiva acquisizione di inequivoci elementi che davano fondamento all'ipotesi suicidiaria (spontanea, senza istigazione alcuna) e, nello specifico, la riconducibilità dei fazzolettini sporchi di sangue e della carta protettiva per cerotto da automedicazione alle lesività cutanee constatate su entrambi i polsi sin dal primo sopralluogo (v. foto e relazione di polizia scientifica); lesioni autoprovocate per meccanismo autolesivo. La decisione che ha portato alla distruzione dei fazzolettini è stata, come per gli indumenti (e per gli altri oggetti in sequestro), il venir meno dell'utilità del reperto a fini probatori, alla luce delle complessive risultanze investigative via via raccolte (fotografiche e esiti medico-legali), con conseguente esclusione della necessità della loro analisi. Si evidenzia che il consulente medico legale dell'epoca prof. Gabrielli ebbe chiaramente ad escludere azioni violente di terzi e perché i familiari riferirono di gesti autolesivi già verificatisi nei giorni precedenti. I consulenti tecnici del PM nominati nella seconda indagine su questo punto specificano quanto segue: "/ fazzoletti, non completamente dispiegati, nel numero minima di 3, riportano numerose macchie di sostanza rossastra, con ogni ragionevolezza trattasi di tamponature su ferita sanguinante (il che giustifica il fatto che il fazzoletto fosse chiuso, perché aumenta il potere assorbente). Appare rilevante il numero complessivo e l'analogia della forma delle macchie, che induce a ritenere il frutto dell'azione di un tamponamento continuativo su una medesima ferita. La presenza di aloni, invece, potrebbe essere indicativo della presenza di liquidi, tipo saliva, siero o acqua. Poiché anche questi fazzoletti risultano nella parte superiore dei residui gettati nel cestino, contestualmente ai frammenti dei biglietti, non si esclude che appartengano all'ultimo periodo di vita trascorso dal Rossi in ufficio. La circostanza appare rilevante in quanto l'ultima testimonianza visiva del Rossi risale ad una collega (Chiara Galganin.d.r.) senza segnalare la presenza di ferite. Il Rossi aveva però dei segni di tagli nei polsi, procuratisi nei giorni precedenti, coperti dalla manica della camicia e da cerotti, quindi non percebili, tuttavia le immagini del cadavere mostrano anche una sequenza di ferite al volto che sarebbero state, al contrario, molto visibili. Il mancato segnalamento conduce alla considerazione che queste debbano essere intervenute quantomeno successivamente alla ore 18,00. Le macchie di sangue potrebbero dunque essere dovute ai tamponamenti su una di queste ferite e, in particolare, la forma triangolare e la dimensione delle tracce, potrebbe essere ricondotta a quella del labbro inferiore ( .... ). In questa ipotesi la ferita tamponata sarebbe dunque occorsa nell'intervallo di tempo tra le 18,00 e le 19,20, ovvero prima della precipitazione. Un'altra spiegazione di queste macchie potrebbe essere quella di un tamponamento ripetuto su un parziale risanguinamento di una più vecchia ferita ai polsi (lesioni precedenti di cui riferisce la figlia nelle informazioni rese in data 18.4.2013, n.d.r.) Appare ovvio dire che con il senno di poi poteva essere utile il mantenimento in sequestro dei fazzolettini di carta, ma c'è da chiedersi, prima di farne diventare un caso determinante per le sorti di un'indagine, quale peso avrebbe potuto avere l'eventuale loro analisi. A tutto concedere, laddove si volesse ritenere che quelle lesioni fossero state causate da una colluttazione all'interno dell'ufficio del Rossi (nel quale - di contro - è pacifica la totale inesistenza di tracce), stante il quadro sopra delineato, non è con i fazzolettini che si sarebbe potuta avere la prova di tale evento. Inoltre, i consulenti d'ufficio della seconda indagine rimarcano il dato dell'assenza di violenza spiegando che: "le condizioni di ordine e pulizia dell'interno dell'ufficio, contestualmente ai verbali dei rilievi della p.g. operante, nonché alla negatività degli esami tossicologici, non mostrano o/cuna traccia riferibile ad attività concitate o violente, tantomeno di terze persone".

Persone presenti nella sede. Le persone presenti nella sede, come individuate dalla p.g., sono state ascoltate. La Bandi Lorenza che esce per ultima riferisce: "Non penso ci fosse qualcun altro. Sicuramente dell'ufficio stampa non vi era più nessuno così come non vi era Paola Graziani, responsabile del Servizio media, e nessuno dell'Ufficio Segreteria."

L'omessa audizione di Pieraccini Lorenza. Il GIP dott.ssa Malavasi nell'ordinanza di archiviazione testualmente scrive: "Si aggiunga che le attività investigative richieste a tal fine dagli opponenti -sentire a sommarie informazioni Fabrizio Viola, le sue segretarie, la Pieraccini ed altri colleghi di Rossi, acquisire le mail presenti nella sua casella di posta elettronica, ricostruire i suoi movimenti nel pomeriggio che precedette la morte- sono già state tutte compiute senza che da ciò sia emerso nulla di più di quanto si è detto". Sebbene l'espressione non sia puntuale il significato della frase è inequivoco: l'audizione della Pieraccini non avrebbe aggiunto alcunchè al quadro probatorio già cristallizzato. Difatti, il nome della Pieraccini emerge dall'elenco estrapolato dalla memoria del telefono fisso d'ufficio in uso al Rossi e relativo alle chiamate effettuate e ricevute dal telefono fisso del Rossi. Tra le varie chiamate risulta il numero interno (294209) di Pieraccini Lorenza di 22 secondi alle ore 18,08, il giorno 6.3.2013. In precedenza vi erano state altre conversazioni telefoniche tra i due, sempre di pochi secondi, il 4 marzo 2013 ed il 27.2.2013. Ebbene, sulla base di questo dato la difesa delle persone offese - che nulla avevo chiesto nel corso delle indagini ai P.M. - in sede di opposizione chiede al GIP di svolgere attività istruttoria integrativa, chiedendo, fra l'altro, di sentire la Pieraccini sui seguenti punti: sul contenuto delle telefonate; quo/e fosse lo stato emotivo del Rossi e soprattutto se il Rossi avesse impegni e/o incontri con qualcuno tra le 18 e le 20 del 6.3.2013. Ebbene sullo stato emotivo del Rossi si ricorda che lo stesso ebbe un lungo colloquio con la coach Ciani Carla Lucia, proprio il 6 marzo 2013, di cui riferisce ampiamente nelle dichiarazioni rese al P.M. in data 13.3.2013, soffermandosi soprattutto sullo stato emotivo del Rossi; sempre sullo stato emotivo del Rossi riferiscono pure tanti altri, tra cui Galgani Chiara, Filippone Gian Carlo e gli stessi parenti del Rossi. Non si comprende poi a che titolo la Pieraccini dovesse sapere degli impegni serali del Rossi, considerando che si tratta di collaboratrice nella segreteria di direzione. Ma, ammesso, che sia così importante, senza necessità di farne un caso di delegittimazione, ben potevano le difese delle persone offese awalersi dell'istituto delle indagini difensive procedendo ad assumere direttamente le informazioni della Pieraccini e chiedere, qualora fossero emerse circostanze rilevanti, la riapertura delle indagini.

La presunta caduta dell'orologio. Il GIP dott.ssa Malavasi nell'ordinanza di archiviazione (pag. 38) sul punto è chiarissima: "quanto asserito nell'opposizione circa il lancio dalla finestra dell'orologio di David Rossi, tutto è meno che un dato certo e incontrovertibile. Nei frame selezionati dall'ing. Scarselli non si apprezza alcun orologio in caduta, ma unicamente alcuni luccichii in corrispondenza del selciata del vicolo, reso brillante dalla pioggia, simili ai molti altri che caratterizzano l'intero filmato". Peraltro sul polso sinistro i consulenti d'ufficio, cosi come risulta dalle foto della polizia scientifica e dai rilievi medico-legali, rilevano una lesione che riproduce lo stampo di un oggetto in forma rotonda che, vista la sede (polso sinistro), è evidentemente l'impronta profonda lasciata per effetto della caduta dalla compressione del quadrante dell'orologio indossato dal Rossi.

L'ufficio di David Rossi. Su questo punto la consulenza d'ufficio rappresenta: "nel CD agli atti vi è un filmato della durata di 35 secondi, che riporta la data di creazione del 6.3.2014, ore 22,04, effettuato dal primo operatore di p.g. che è entrato nello studio del Rossi ..... Le fotografie del sopralluogo dentro l'ufficio, più nitide, sono state scattate invece dopo la mezzanotte, al termine delle riprese nel vicolo .... Anche se le foto prodotte non riproducono esattamente i luoghi filmati due ore prima, si osserva che le "modifiche" (oggetto anche queste di accuse alla Procura della Repubblica, n.d.r) sono di modestissima entità . .... L'ufficio, nel complesso, appare pulito ein ordine, la P.G. non ha rilevato tracce di azioni violente (non sono segnalate effrazioni, scardinamenti, rotture e nemmeno tracce di sangue nella stanza o di altri liquidi..) e tutte le immagini confermano questa circostanza. La stessa ordinanza di archiviazione della dott.ssa MALAVASI sul punto è chiarissima (pag. 49): "Disquisire sulle minime differenze nel posizionamento degli oggetti che si notano nelle due diverse riprese - quella col telefonino del Sovr. Marini e quella che documenta il sopralluogo delle 0,30 - è esercizio di pura retorica, non comprendendosi sulla base di quale criterio di inferenza la rotazione della sedia o lo spostamento delle carte sulla scrivania o, ancora, l'apertura dell'anta di un armadio, costituiscano indizi di omicidio, a maggior ragione perché la immutazione dello stato dei luoghi è pacificamente da addebitare all'azione delle forze dell'ordine e dei magistrati che procedettero ai sopralluoghi".

Cellulare: il presunto mistero del numero 4099009 apparso sul telefonino. Si è sostenuto che il numero 4099009 sarebbe stato digitato due volte dopo la morte del Rossi: addirittura si è adombrato che tale numero corrispondesse ad un conto corrente segreto alludendo, in particolare, allo IOR. Al di là della illogicità di tali illazioni, come risulta dai dati della TIM (nota della dott.ssa Benignatti della TIM), l'utenza della Orlandi aveva esaurito il credito durante la precedente chiamata e ciò aveva generato una deviazione di chiamata al numero di servizio 4099009.

L'ombra all'ingresso di via Dei Rossi. Le due persone che si sono avvicinate dal cadavere del Rossi sono state identificate e sentite nell'immediatezza dei fatti (Filippone e Mingrone). Non si è potuta identificare la persona che ai affaccia sul vicolo apparentemente con un cellulare. Sono stati compiuti accertamenti accuratissimi e di alta tecnologia presso il Gabinetto Nazionale di Polizia Scientifica, ma a causa della pessima qualità del filmato di videosorveglianza non si è potuta ottenere alcuna utile risoluzione. Quanto alla critica circa la mancata acquisizione dei tabulati per individuare le persone presenti nell'area in occasione dell'evento, come già evidenziato per gli indumenti e i fazzoletti sporchi di sangue, nel contesto iniziale tutto deponeva per l'ipotesi del suicidio e quindi l'eventuale acquisizione del traffico di celle non è stata presa in considerazione, né peraltro sollecitata da alcuno. Infine, si intende ribadire che i magistrati di questi Uffici hanno il solo ed esclusivo interesse di accertare la verità e in funzione di ciò (nel rispetto dei ruoli di ciascuno) esprimono ampia disponibilità a valutare e ad approfondire qualsiasi aspetto che - ove opportunamente segnalato - possa essere stato non adeguatamente approfondito. Si spera che, fermo restando il diritto a critica di quanto già compiuto, analogo rispetto per il ruolo e la dignità degli Uffici e l'onorabilità dei magistrati sia tenuto da chi ha a cuore le istituzioni.

Siena 25 ottobre 2017

Il Presidente del Tribunale Roberto Carrelli Palombi

Il Procuratore della Repubblica Salvatore Vitello

Caso David Rossi, tutti i buchi e i punti oscuri del documento di Tribunale e Procura di Siena. Il presidente del tribunale, Roberto Carrelli Palombi, e il procuratore capo Salvatore Vitello hanno firmato e diffuso un documento di sette pagine nelle quali è indicato come hanno agito e perché, per due volte, la morte di Rossi è stata archiviata come suicidio. Un’iniziativa senza precedenti che rappresenta quasi un autogol perché il testo conferma implicitamente che nelle indagini non è stata seguita la procedura standard della polizia scientifica, scrive Davide Vecchi il 26 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Una nota per difendersi dalle critiche. Una in particolare: aver svolto in maniera frettolosa e superficiale le indagini sulla morte di David Rossi, il manager di Mps trovato senza vita la sera del 6 marzo 2013 nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Ieri il presidente del tribunale, Roberto Carrelli Palombi e il procuratore capo, Salvatore Vitello, hanno firmato e diffuso un documento di sette pagine nelle quali è indicato come hanno agito e perché, per due volte, la morte di Rossi è stata archiviata come suicidio. Un’iniziativa senza precedenti. Che rappresenta quasi un autogol perché nel testo c’è la conferma di non aver seguito la procedura standard della polizia scientifica: sequestrare ogni elemento, repertarlo, analizzarlo e conservarlo. Si ammette, inoltre, di aver agito sulla base di una convinzione non suffragata dalle indagini ma semplicemente da una deduzione, sensazione avuta nell’immediato, prima ancora di svolgere le indagini. La convinzione che si trattasse di suicidio. Per questo, scrivono, non hanno sequestrato tutti i reperti, non hanno ritenuto necessario analizzare vestiti, fazzoletti di carta sporchi di sangue; non hanno infilato in un sacchetto di plastica il cellulare ma lo hanno usato anche per rispondere a una chiamata (risulta dalle carte: quando gli inquirenti erano nell’ufficio di Rossi subito dopo la sua morte, qualcuno di loro risponde per 23 secondi a Daniela Santanché). Ancora: non hanno cercato Dna o tracce ematiche nell’ufficio; non hanno acquisito e sequestrato i video delle 12 telecamere di sorveglianza ma solamente di una; non hanno compiuto gli esami istologici sulle ferite rilevate sul corpo del manager; non hanno individuato i presenti nella sede di Mps né si sono accertati che esistessero dei registri; non hanno convocato e sentito le persone che nella giornata avevano incontrato Rossi (uno su tutti: il fratello Ranieri, che con lui aveva pranzato). E molto altro. La sintesi è nell’intervista rilasciata al Fatto pochi giorni fa dall’ex procuratore Capo di Firenze, Ubaldo Nannucci: “La procedura standard a quanto pare non è stata seguita”. Tutto questo, ammettono nella nota congiunta Palombi e Vitello, non è stato compiuto perché sin da subito si è ipotizzato il suicidio. Ma la magistratura inquirente non dovrebbe compiere le indagini e arrivare a una conclusione in base a riscontri accertati e concreti? Non solo, nel documento si leggono con frequenza frasi come “col senno di poi”, “ex post”. In particolare per quanto riguarda i vestiti e i fazzoletti sporchi di sangue. I primi andati distrutti il giorno dopo la morte di Rossi, gli altri distrutti dal pm, Aldo Natalini, prima ancora che il gip avesse emesso decreto di archiviazione o disponesse un possibile supplemento di indagini. Ebbene, per quanto riguarda i primi, si legge nella nota, “la critica che si muove alla Procura della Repubblica è di non aver provveduto al sequestro. Ragionando ex post la critica è comprensibile”. Ma, prosegue, “bisogna però calarsi nel contesto iniziale quando appariva a tutti chiaro l’evento suicidiario”. La “prova determinante”, secondo Vitello, “era costituita: dalle lettere di addio, dagli esiti dell’ispezione medico legale e dalla relazione autoptica, dall’assenza di tracce di colluttazione o di terzi nell’ufficio da dove il Rossi è precipitato, dalle mail del 6/3/2017, dalla descrizioni delle condizioni psicofisiche del Rossi offerte dai sommari informatori e in particolare dalla dottoressa Ciani (psicologa che intervistò il Rossi la mattina stessa dell’evento”. Questo si legge nella nota. Ma gli atti dicono altro. Molto altro. I vestiti sono stati distrutti il giorno successivo alla morte di Rossi. Quindi il 7 marzo 2013. La perizia del medico legale è stata depositata il 4 maggio successivo. Quindi due mesi dopo. Le tracce di colluttazione o di terzi non sono state cercate eppure gli stessi periti della procura nel 2015 concludono sostenendo che Rossi è stato percosso prima di cadere dalla finestra. Le mail del 6 marzo sono state portate all’attenzione degli inquirenti e allegate agli atti solamente l’8 marzo, il giorno successivo alla distruzione dei vestiti. Le persone sentite e in particolare la dottoressa Ciani (citata nella nota), è stata escussa il 13 marzo 2013. Dunque rimane la domanda: perché il 7 marzo a Siena invece di seguire la procedura standard e sequestrare, analizzare e conservare per almeno due anni o comunque fino alla conclusione delle indagini e al decreto di archiviazione del gip tutti i reperti, i vestiti sono stati invece andati distrutti? Certo, specifica la nota: “I vestiti non sono stati sequestrati e, conseguentemente, non essendo nella disponibilità della Procura della Repubblica non potevano essere da questa distrutti”. Già: non sono stati sequestrati. Sequestrati dalla procura, invece, è distrutti dalla procura altri reperti fondamentali: sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi. Cosa spiega la nota in merito? “È stata determinante la progressiva acquisizione di inequivoci elementi che davano fondamento all’ipotesi suicidiaria (spontanea, senza istigazione alcuna) e, nello specifico, la riconducibilità dei fazzolettini (…) alle lesività cutanee constatate su entrambi i polsi sin dal primo sopralluogo”. Certo. Eppure gli stessi periti della Procura nel 2015, quando il magistrato Andrea Boni riapre il fascicolo, sono costretti a limitarsi alle foto dei fazzoletti e concludono che sarebbe stato utile averli perché la forma della macchia di sangue è compatibile con la ferita al labbro di Rossi, non a quella dei polsi. Ma anche qui, “col senno di poi”. Nella nota viene riportata anche una parte della perizia svolta per la procura dal Colonnello dei Ris dei Carabinieri Davide Zavattaro. “Le macchie di sangue potrebbero dunque essere dovute ai tamponamenti su una di queste ferite e, in particolare, la forma triangolare e la dimensione delle tracce, potrebbe essere ricondotta a quella del labbro inferiore (…). In questa ipotesi la ferita tamponata sarebbe dunque occorsa nell’intervallo di tempo tra le 18 e le 19,20, ovvero prima della precipitazione”. Quindi nel 2015 si ipotizza non solo una colluttazione ma anche delle ferite. Mentre, come da atti, i tagli superficiali ai polsi Rossi li aveva almeno dal 5 marzo, come messo a verbale dai familiari del manager, Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi. Si arriva così al punto cinque della nota, dedicato alle “persone presenti nella sede”. Come è stato accertato chi c’era? In base alla testimonianza di Lorenza Bondi che ai magistrati dice: “Non penso ci fosse qualcun altro. Sicuramente dell’ufficio stampa non vi era più nessuno (..) e nessuno dell’ufficio segreteria”. Punto. Nel 2015, quando il solito Boni riapre le indagini cosa fa? Chiede a Mps i video di sorveglianza interni, i registrati degli ingressi e delle uscite di quella sera, l’elenco delle telefonate dagli uffici. Nel 2015 però. Troppo tardi: è stato cancellato tutto. Se queste indagini fossero state compiute nel 2013 forse oggi non ci sarebbero tutti questi dubbi. Il punto sei della nota è il motivo per cui le sette pagine sono firmate anche dal presidente del Tribunale: l’omessa audizione di Pieraccini Lorenza. Il giudice per le indagini preliminari Malavasi nel suo decreto di archiviazione scrive che Pieraccini è stata sentita a verbale. In realtà, come hanno rilevato le Iene, non è mai stata sentita. Il gip risponde al presidente del Tribunale e non alla Procura, per questo motivo quindi c’è anche la firma di Palombi. Il gip scrive nell’archiviazione: “Le attività investigative richieste a tal fine dagli opponenti – sentire a sommarie informazioni Fabrizio Viola, le sue segretarie, la Pieraccini ed altri colleghi di Rossi, acquisire le mail presenti nella sua casella di posta, ricostruire i suoi movimenti – sono già state tutte compiute”. Ebbene la nota puntualizza in merito: “Sebbene l’espressione non sia puntuale il significato della frase è inequivoco: l’audizione della Pieraccini non avrebbe aggiunto alcunché al quadro probatorio già cristallizzato”. Talmente cristallizzato da spingere un procuratore capo e un tribunale a dover firmare e divulgare un comunicato stampa di sette pagine. Procure e Tribunali solitamente parlano con gli atti. Non a Siena. A quanto pare. La nota prosegue poi in merito ad altri dubbi o carenze rilevate nelle indagini: la caduta dell’orologio, l’ufficio, il cellulare, l’ombra all’ingresso nel vicolo dove è stato trovato il cadavere. “Si intende ribadire che i magistrati di questi uffici hanno il solo ed esclusivo interesse di accertare la verità e in funzione di ciò esprimono ampia disponibilità a valutare e approfondire qualsiasi aspetto che possa essere stato non adeguatamente approfondito”. A distanza di quattro anni? Con i reperti non analizzati e distrutti? Elementi fondamentali come video e tabulati non acquisiti e andati persi? La nota conclude con queste parole: “Si spera che, fermo restando il diritto a critica di quanto già compiuto, analogo rispetto per il ruolo e la dignità di questi uffici e l’onorabilità dei magistrati sia tenuto da chi ha a cuore le istituzioni”. Proprio per il profondo rispetto nelle istituzioni e nell’assoluta convinzione che la magistratura sia l’unica forma di giustizia possibile in un Paese democratico è doveroso criticare indagini che sembrano lacunose. I riscontri non si trovano “con il senno di poi”.

Mps, cosa non torna davvero nel caso della morte di David Rossi, scrive Fabrizio Colarieti su "Formiche.net" il 27 ottobre 2017. La probabile nuova inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, il 6 marzo di quattro anni fa, avrebbe bisogno di nuove indagini, ma, forse, anche di lasciare la città del Palio. E’ quello che si chiedono alcuni osservatori in questi giorni dopo una trasmissione tv e l’uscita di un libro.

PERCHÉ SE NE PARLA ANCORA. La morte di Rossi, non proprio esente da dubbi, come, invece, la descrivono le indagini fin qui compiute, era finita in un angolo buio, come vicolo di Monte Pio. Un vicolo tornato a illuminarsi solo grazie a un’inchiesta del programma “Le Iene”. E per rendersi conto di quanto, finora, non è stato fatto per arrivare alla verità – possibilmente rispondendo alla domanda: Rossi è stato ucciso o si è ucciso? – basta leggere, proprio sul sito de “Le Iene”, le carte della doppia inchiesta. Sul caso David Rossi c’è anche un libro molto recente, scritto dal giornalista Davide Vecchi (nella foto) e pubblicato da Chiarelettere () che si concentra proprio su quanto doveva essere fatto e non è stato fatto.

LA DOPPIA ARCHIVIAZIONE. Gli accertamenti avviati nell’ambito dei due fascicoli aperti dalla Procura di Siena e poi archiviati, nel 2013 e nel 2017 dallo stesso tribunale del capoluogo toscano, non solo non sono serviti a fare luce sul caso Rossi ma hanno restituito un elenco di pesanti interrogativi che riguardano sia la morte dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena sia, soprattutto, i gravissimi errori commessi nella fase iniziale delle indagini. E parlare di errori, anche clamorosi, se l’obiettivo è dare una risposta alla famiglia del dirigente, non può essere più un tabù, nemmeno a Palazzo di Giustizia.

IL PREGIUDIZIO. L’inchiesta sulla morte del giornalista ha imboccato una strada in salita fin dal principio per via di quel pregiudizio – l’uomo si è suicidato – che probabilmente è la causa scatenante di numerosi errori e omissioni cominciate dal momento in cui, in vicolo Monte Pio, è stato ritrovato il corpo di Rossi. E così, semplicemente leggendo attentamente le carte, si evidenziano gravi lacune investigative, come sottolineano l’inchiesta e il libro.

LE TELECAMERE. In questa vicenda giocano un ruolo molto importante le immagini, quelle registrate dalle telecamere disseminate lungo tutto il perimetro di Palazzo Salimbeni e nel vicolo dove si è consumata la tragedia. La logica avrebbe voluto che fossero acquisiti – immediatamente, perché dopo 7 giorni il sistema li sovrascrive – tutti i filmati registrati da tutte le telecamere, interne ed esterne alla sede della Banca, e questo non è stato fatto. Ad eccezione del filmato choc che ritrae la parte finale della caduta di Rossi. Nel ricostruire l’accaduto, tra l’altro, c’è stato anche un erroneo calcolo dei tempi legato a un errore (16 minuti in più) nell’orario impresso sulle immagini registrate dallo stesso sistema di videosorveglianza. Come se non bastasse, secondo i periti della famiglia, contrariamente alla buona prassi investigativa, il filmato si interrompe diversi minuti prima dell’arrivo dei soccorsi. L’arrivo del personale del 118 viene usato come “marker” di riferimento temporale certo e per questo si tende a “cristallizzarlo” nei filmati di sorveglianza in eventi del genere.

I CELLULARI. Un’altra anomalia riguarda i tabulati telefonici – chi ha chiamato chi – di tutto il personale che quella sera si trovava nella sede della banca, mai acquisiti dall’autorità giudiziaria. E riguarda, soprattutto, la mancata acquisizione, sempre presso i gestori telefonici, dei tabulati di presenza, cioè l’elenco degli IMSI (cioè dei cellulari) che nei minuti successivi e precedenti al fatto impegnavano le celle telefoniche intorno alla banca. Un elemento, certamente complesso da analizzare, ma che avrebbe potuto aggiungere elementi di prova, anche significativi.

L’AUTOPSIA. La prima autopsia, quella che deve dare le prime risposte e nel corso della quale vengono eseguiti anche accertamenti non ripetibili, è stata lacunosa e superficiale. Le numerose ferite frontali sul corpo di David non vengono sottoposte ad un accurato esame dei tessuti. Tanto da rendere necessaria una successiva riesumazione del corpo di Rossi, che, comunque, non ha consentito, a causa del trascorrere del tempo, di avere informazioni che all’epoca sarebbero state preziose.

LA SCENA DEL CRIMINE. Errori macroscopici vengono compiuti nell’immediatezza del fatto anche all’interno dell’ufficio di Rossi, che in quel momento è a tutti gli effetti la scena di un crimine sconosciuto. Il luogo verrà isolato dagli esperti della polizia scientifica solo diverse ore dopo i fatti e dopo che molte persone avevano avuto accesso ai luoghi, vanificando ogni tentativo di impedire contaminazioni.

LE PROVE DISTRUTTE. I vestiti che indossava David Rossi sono stati distrutti senza mai essere analizzati. Stessa sorte è toccata ad alcuni fazzoletti di carta sporchi di sangue che erano stati rinvenuti nel cestino del suo ufficio: distrutti da un autista in servizio presso il Tribunale su ordine del Pm Aldo Natalini il giorno prima di ferragosto.

ROSSI POTEVA ESSERE SALVATO? David Rossi, se prontamente soccorso, forse poteva salvarsi. Dal video della caduta è evidente che il giornalista non muore sul colpo. Rimarrà in agonia per circa ventidue minuti prima di esalare l’ultimo respiro. Solo alle 20:11 (ore 20:27 secondo il timecode difettoso del video) appare la sagoma di uomo che – telefono in mano – guarda David a terra e se ne va, senza avvisare i soccorsi che verranno allertati circa 40 minuti dopo, quando ormai per David Rossi non c’è più nulla da fare.

LA VERSIONE DELLA PROCURA. In una nota, diramata il 25 ottobre 2017 dal presidente del Tribunale Roberto Carrelli Palombi e dal Procuratore capo Salvatore Vitello, la Procura di Siena riassume le risultanze dell’inchiesta. In merito agli indumenti di Rossi, la Procura afferma che questi “non sono stati sequestrati” e dunque “non potevano essere da questa distrutti” e che “dall’analisi tecnica basata sulle foto” i vestiti “non appaiono avere avuto un ruolo determinante nella ricostruzione dell’evento”. Sulle lesioni al volto e alla parte anteriore del corpo di Rossi, la Procura precisa che “si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato” e che “nella seconda relazione non sussistono dati certi su genesi e natura e si formula l’ipotesi di uno strisciamento con un oggetto affilato ma non tagliente”. L’ipotesi omicidiaria “non ha elementi circostanziali o biologici che la supportino”, mentre quella suicidaria “è supportata da elementi, seppur non scientificamente dirimenti, comunque maggiormente suggestivi da un punto di vista medico legale”. Per quanto riguarda l’ombra dell’uomo che si avvicina al corpo di Rossi, gli inquirenti affermano di aver compiuto “accertamenti accuratissimi e di alta tecnologia” ma, a causa della pessima qualità del filmato di videosorveglianza, “non si è potuta ottenere alcuna utile risoluzione”.

Morte David Rossi, l'avvocato Goracci replica alla procura. Ecco il documento integrale, scrive il 28.10.2017 "Il Corriere di Siena". Sulla vicenda della morte di David Rossi, ex manager della Banca Monte dei Paschi di Siena, interviene con una lunga nota anche Luca Goracci, legale della famiglia di David che di fatto replica al documento che era stato diffuso dal procuratore Salvatore Vitello e dal presidente del tribunale, Roberto Carelli Palombi. Riportiamo il documento di seguito in maniera integrale.

"La lettura del comunicato congiunto a firma del Presidente del Tribunale di Siena e del Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Siena impone a questo difensore, che per alcuni mesi si è volutamente astenuto dall’intervenire sui media, siccome direttamente chiamato in causa, alcune riflessioni e considerazioni. Se da un lato si apprezza infatti una ammissione di responsabilità circa lo svolgimento delle indagini, dall’altro si vorrebbero quantomeno condividere certe responsabilità con i familiari, e con il difensore incaricato dalla Sig.ra Tognazzi Antonella. Seguendo i punti toccati dal comunicato.

A) La distruzione degli indumenti. Non è a conoscenza di chi scrive se le deposizioni del personale 118 sentito a sommarie informazioni in date dal 14.04.2016 al 21.04.2016, siano state esaminate dai consulenti nominati dalla Procura della Repubblica di Siena, Ten Col Zavattaro e professoressa Cattaneo, all’indomani della riapertura del caso. Viste le incongruenze si ritiene che non lo siano state. Gli abiti indossati da David Rossi vengono descritti dal personale del 118 come impeccabili, puliti, pantaloni con la piega, solo leggermente bagnati per la pioggia, mentre la camicia, per quanto sempre riferito dal personale del 118, che era abbottonata, è stata allargata, strappati i bottoni sulla parte anteriore e aperti quelli delle maniche per posizionare gli elettrodi. I consulenti della Procura ipotizzano che le macchie presenti sui pantaloni siano state procurate dagli ipotetici strusciamenti contro la parete esterna in un ipotetico tentativo di risalita o durante altre incredibili “manovre” che il Rossi avrebbe potuto porre in essere. Occasioni queste in cui anche i bottoni e la camicia avrebbero potuto strapparsi. Il contrasto evidente ed insuperabile imponeva, a sommesso parere di questo difensore, una diversa valutazione delle ipotesi della caduta formulate nella consulenza di parte del Pubblico Ministero ovvero tali ipotesi risultano smentite.

A1) Il mancato sequestro degli indumenti. La critica ex post sarebbe comprensibile se solo si dessero per ammesse alcune circostanze. Si vuole affermare che avrebbe dovuto, il fratello del Rossi, avere l’accortezza nel momento in cui il personale ospedaliero gli restituiva gli indumenti di prenderli e tenerli a casa ovvero chiedere che venissero sequestrati, forse è pretendere troppo e non solo per il comprensibile stato d’animo in cui versava che aveva da poco perso il padre ed il fratello maggiore, a prescindere dalle cause del decesso. Dedurre che anche i familiari, da tale condotta, ipotizzassero da subito il suicidio contrasta con un dato eclatante in quanto furono gli stessi familiari ad insistere perché venisse disposta l’autopsia non credendo all’ipotesi del suicidio.

B) I biglietti di addio. Che la grafia sui biglietti appartenga al Rossi non è mai stato oggetto di contestazione. Non consta però che i consulenti della Procura siano periti grafologi e che a fronte della relazione di un professionista che collabora con tutte le Procure della Repubblica italiane siano sufficienti alcune affermazioni di chi specialista non è, atteso che la specializzazione è elemento fondante per una corretta contestazione. In ogni caso non vi è assoluta certezza in ordine alla datazione ovvero al momento in cui tali biglietti possano essere stati materialmente scritti.   Nessuno di questi si trovava in bella mostra sulla scrivania ma anzi risultavano cestinati, strappati e accartocciati e sebbene richiesto non sembra sia stato appurato ogni quanto tempo il cestino venisse svuotato dagli addetti alle pulizie ovvero quando queste siano state eseguite nell’ufficio del Rossi.

B1) La consulenza psichiatrica forense. L’incarico alla Prof.ssa Lorettu venne affidato nel mese di Maggio 2013, come dalla stessa indicato nella relazione, circa due mesi prima della completa visione delle carte processuali. Al momento dell’affidamento dell’incarico, non avendo potuto prendere visione di elementi diversi dalla e.mail in cui veniva “preannunciato” il suicidio, dei biglietti lasciati, ( entrambi i documenti vennero mostrati alla vedova Tognazzi in occasione dell’interrogatorio nel mese di Aprile 2013) e delle comunicazioni ricevute per via orale: assenza di intervento da parte di terzi e evento causato da stress lavorativo e da stress conseguente ai timori insorti nel Rossi a seguito della perquisizione subita, la Prof.ssa Lorettu, nella relazione, non afferma certo che si tratti di suicidio ma che qualora si fosse trattato di evento suicidario, possibile, la causa di questo dovesse essere attribuita, escluse altre componenti, proprio allo stress lavorativo affermando quindi la sussistenza di responsabilità a carico del datore di lavoro per la necessaria tutela del lavoratore da rischio stress lavoro correlato. Il convincimento, ma più coretto sarebbe stato parlare di iniziale acquiescenza alla ipotesi suicidaria, in epoca anteriore alla visione degli atti, che David potesse essersi suicidato, crollava dopo il primo incontro avvenuto nel mese di Agosto con i consulenti incaricati, avvenuto necessariamente dopo aver estratto copia del fascicolo, all’indomani della richiesta di archiviazione ed  in particolare dopo aver potuto esaminare il video della caduta, le foto dell’autopsia e relazione del Prof. Gabbrielli, ma di fatto era venuto già meno quando, dopo il dissequestro di alcuni oggetti, in particolare telefoni e hard disk, ove erano state rinvenute e-mail di altro tenore successive alla e-mail in cui venne “preannunciato” il suicidio. La professoressa Lorettu a conclusione della propria relazione afferma: “E’ possibile ricostruire un nesso causale tra stress lavorativo cui è stato sottoposto il Rossi e l’evento suicidario”. Non afferma, e non avrebbe certo potuto farlo, che di suicidio si sia trattato.

C) Lesioni parte anteriore del corpo. Si afferma che sulle lesioni non vi sia stato un iniziale accertamento medico legale adeguato e che avendo la consulenza escluso l’intervento di terzi, uscisse confermata la convinzione iniziale formatasi dagli inquirenti sulla ipotesi suicidaria. A prescindere dal fatto che già nella prima opposizione alla archiviazione siano state messe in serio dubbio le conclusioni alle quali era giunto il consulente della Procura, i recenti accertamenti, che per stessa ammissione dei consulenti Cattaneo e Zavattaro, non possono essere ritenuti dirimenti in conseguenza del troppo tempo trascorso che ha inevitabilmente e drasticamente inciso sulla possibilità di recuperare reperti idonei, al di là delle ipotesi, hanno escluso che le lesioni alla parte anteriore del corpo siano compatibili con la caduta, per come questa è evidenziata dalle riprese della telecamera. Era sufficiente esaminare il filmato, per quanto ormai da anni ripetuto, per escludere tale possibilità. Ma se si leggono le dichiarazioni del personale del 118 circa le condizioni dei pantaloni e della camicia anche l’ipotizzato strusciamento non trova un minimo riscontro e con questo crollano le teorie circa la etiopatogenesi delle lesioni, presenti sulla parte anteriore del corpo. I periti della Pubblica Accusa non escludono l’ipotesi omicidiaria, solo evidenziano, dopo tre anni dal fatto, che nell’ufficio già di Rossi, non sono stati trovati segni anche biologici (DNA) che indichino la presenza di terze persone. 

D) Sui fazzoletti. La distruzione del reperto assume rilevanza non tanto per la datazione delle ferite che sicuramente sono state procurate dalle 18 (ora in cui Rossi è stato visto per l’ultima volta e non presentava ferite al volto) e le 19,43, ora della caduta. Evidente che se le tracce fossero state riferibili alle ferite presenti sul viso (e un esame dei fazzoletti avrebbe potuto accertarlo), ad esempio, se fossero stati utilizzati per tamponare le ferite sul labbro del Rossi, essendo i fazzolettini stati rinvenuti nel cestino, il Rossi non avrebbe potuto procurarsi tali ferite durante lo strusciamento nella finestra e nella parete, in un ipotetico tentativo di risalita non essendo rientrato nella propria stanza una volta “appeso” alla finestra.

E) Persone presenti nella sede. Sarebbe stato sufficiente la estrazione delle telecamere interne per controllare chi presente nella sede della banca.

F) Omessa audizione di Pieraccini Lorenza. Siccome non interrogata, sulle circostanza indicate, non possiamo sapere cosa la stessa avrebbe potuto riferire, se ritenuto opportuno provvederanno i difensori a sentirla nell’ambito dei poteri conferiti.

G)  Presunta caduta orologio. Se da un lato non è chiaro che l’oggetto che cade alle 20,16 sia l’orologio è altrettanto chiaro dalle immagini, in particolare la scia luminosa che è possibile vedere nel video e nel frame successivo il punto luminoso, che vi è la caduta di un grave. Il punto è che tale scia non è perpendicolare al suolo ma ha un moto parabolico. Un corpo che cade per gravità non può lasciare una scia parabolica ma necessariamente perpendicolare al suolo non avendo una spinta ovvero una velocità iniziale orizzontale. Il moto parabolico implica invece una velocità iniziale orizzontale che evidentemente il grave possedeva con la conseguenza che non può essere caduto “spontaneamente”. Del resto l’orologio, per come rappresentato nelle fotografie scattate dagli investigatori in occasione del sopralluogo nel vicolo che fissano le condizioni in cui questo si trovava mostra: lancette dei minuti e dei secondi staccate dal perno centrale, lancetta delle ore posizionata tra le 20,15 e le 20,20. Quanto alle ferite presenti nel polso si riportano le considerazioni svolte dai consulenti Zavattaro e Cattaneo:” La lesione ha caratteristiche poco compatibili con un trauma, dovuto ad esempio all’impatto al suolo del polso (si è già detto come l’urto determinò la proiezione all’indietro delle braccia), suggerendo piuttosto l’intervento di una azione di trazione dell’orologio dall’avambraccio verso la mano, compatibile con un afferramento, seguito da un trascinamento o da una sospensione. Questa non è tuttavia l’unica eziologia plausibile, potendosi immaginare che l’orologio o il cinturino, si siano in qualche modo agganciati ad una sporgenza (forse della finestra o del davanzale) con analoga azione di trazione.” Se questo difensore ha argomentato nelle ultime memorie depositate circa la necessità di esaminare il video effettuato dal Sovrintendente Marini con particolare riferimento alla circostanza che vi sia o meno la presenza sul selciato dell’orologio e del cinturino, ciò è dovuto non ad un ripensamento circa il grave che cade alle 20.16 ma al fatto che dalle dichiarazioni rese dal personale del 118, alle quali è stato fatto riferimento sopra circa le condizioni degli indumenti indossati dal Rossi, e di cui le difese hanno potuto prendere visione all’indomani della seconda richiesta di archiviazione, non risulta la presenza, nelle vicinanze del corpo di Rossi del cinturino e dell’orologio. Considerato che sono stati abbassati i calzini, dei quali è ricordato addirittura il colore, per il posizionamento degli elettrodi, chi materialmente eseguì  l’operazione, non può non aver visto il cinturino posizionato, come da  fotografie della scientifica, accanto alla caviglia destra, parimenti, considerato che vennero raccolti su disposizione del medico gli oggetti utilizzati nel corso dell’intervento dei volontari, sparsi intorno al corpo, appare impensabile che questi non abbiano visto la cassa dell’orologio. Se l’oggetto che cade alle 20,16 non è l’orologio ed i volontari del 118 non vedono né la cassa né il cinturino, ognuno tragga le proprie considerazioni.

H) L’ombra all’ingresso di via dei Rossi. All’indomani della prima archiviazione venne dall’Ing. Luca Scarselli depositata una relazione ai C.C. di Siena ove veniva evidenziata la presenza di “ombre”, meglio sarebbe definirle persone, nel vicolo. La difesa Tognazzi depositava istanza di riapertura ed avocazione delle indagini presso la Procura Generale della Corte di Appello di Firenze. La procura Generale trasmetteva il fascicolo a Siena rimettendo alla Procura senese la valutazione sulla eventuale riapertura delle indagini sugli elementi nuovi indicati dalla istante. La locale Procura escludendo che nelle istanze vi fossero elementi nuovi, che la presenza di luci e persone non avessero nessuna relazione causale con l’evento mortale verificatosi, che poteva trattarsi di passanti transitanti sulla pubblica via attratti probabilmente dall’evento, ritenute le doglianze tutte già oggetto di valutazione trasmetteva gli atti all’Ufficio del Giudice per le Indagini preliminari per i provvedimenti di competenza. Volutamente non sono stati toccati alcuni punti siccome oggetto di eventuali ulteriori indagini difensive e ripetuto cosa scritto negli atti depositati e pur avendo apprezzato il precedente comunicato ove si rappresenta la correttezza dei difensori che nelle forme consentite hanno espresso, esercitando le facoltà concesse, il diritto di critica appare adesso ulteriormente criticabile addossare una responsabilità a questo difensore laddove formalmente non avrebbe richiesto o sollecitato l’acquisizione del traffico di celle telefoniche al fine di individuare gli utenti che nel lasso di tempo interessato ebbero ad agganciare il segnale nella zona di via dei Rossi". 

Mps, il giallo delle tre mail prima della morte di Rossi. La segretaria dell'ex amministratore delegato della banca getta un'ombra inquietante sul suicidio: "Aveva paura", scrive Andrea Riva, Domenica 29/10/2017, su "Il Giornale". La morte di David Rossi continua ad essere un grande mistero. Si è davvero suicidato? Oppure qualcuno lo ha ucciso? Difficile rispondere. Questa sera, però, Le Iene hanno mostrato un altro servizio in cui vengono intervistati alcuni personaggi chiave della vicenda, come Lorenza Pieraccini, segretaria dell'ex amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena Fabrizio Viola, e Lorenza Biondi, una collega di David che passò - senza però salutarlo - davanti al suo ufficio (aperto e con la luce accesa, dettagli fondamentali come vedremo dopo) prima della morte del responsabile dell'area comunicazione di Mps. La Pieraccini è un personaggio chiave in tutta questa storia perché poteva leggere tutte le mail di Viola. La donna racconta un fatto molto interessante. Inizialmente David manda una mail alle 8.13 in cui dice: "Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!". Viola dice di non averla mai letta, ma la Pieraccini lo smentisce e dice: "Io quella mail la stampai e andai da Fanti". Fanti era il responsabile della segreteria di Viola. Quella mail fu quindi letta. Perché nessuno fece nulla? La segretaria racconta di come Rossi stava vivendo quei giorni: "Era sempre in quel modo era...non era lui". Ma non solo. La Pieraccini, che abbiamo detto essere un testimone chiave di quei giorni, non è mai stata sentita da nessuno: "Io personalmente non sono nemmeno stata chiamata dalla Procura, quindi se permette... O hanno paura che magari cioè è bene che mi tengano fuori oppure...". L'avvocato Paolo Pirani, che difende la famiglia Rossi, sostiene l'importanza di sentire questo teste: "Per noi era importante capire se David Rossi avesse detto alla Pieraccini cosa voleva fare o chi voleva incontrare". La Pieraccini racconta poi: "Per me David era una persona che è sempre stata splendida, ma non lo dico ora eh. E David lo sapeva e lo sa. Io David personalmente fisicamente l'ho visto il giorno verso le 2, 2 e mezzo". Ma c'è poi un altro testimone chiave: la dottoressa Lorenza Bondi, collega di David: "Non sto custodendo alcun segreto, ma David era in una condizione psicologica devastante". La Bondi passa davanti all'ufficio di Rossi, la cui porta è aperta e dove si vede la luce accesa. E, come sottolineano le Iene, la versione della Bondi è interessante se confrontata con quella di Giancarlo Filippone, che arriva in banca con la figlia di David e sarà il primo a vedere il cadavere. Quando i due arrivano in Mps, però, trovano la porta chiusa. Chi è stato? Ma torniamo alle mail. Viola si sarebbe perso il messaggio disperato di David delle 8.13: "Stasera mi suicido". La realtà, secondo la Pieraccini, sarebbe però un'altra: "Viola l'ha vista quella mail. Io lo dico a lei e qui lo nego. Io la sua posta la vedevo". Quando la segretaria legge la mail va "dal responsabile della segreteria e gliela fa vedere. L'ho stampata e gliel'ho fatta vedere". David manda poi altre tre mail -alle 15.11, alle 16.43 e alle 17.12 - e si rimangia tutto. Non vuol più parlare. Non vuol più raccontare lo sfacelo economico di Mps. Commenta così la Pieraccini: "Come se avesse paura che qualcuno o ha saputo o da qualche messaggio ha capito. È come se dicesse non voglio più dir nulla perché ha avuto qualche sensazione". Le Iene hanno poi cercato di incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Rosy Bindi per poter farli incontrare con i familiari di David, ma nulla. Silenzio totale.

David Rossi, la testimone mai ascoltata: «La mail in cui annunciava il suicidio è stata letta.» Scrive il 30.10.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". Una delle poche tracce che David Rossi ha lasciato prima di morire consiste nello scambio di mail avvenuto con l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena Fabrizio Viola, due giorni prima del suo tragico volo dalla finestra della banca. Il 4 marzo, mentre il capo dell’ufficio stampa scriveva, l’amministratore delegato si trovava a Dubai, “in vacanza” come avrebbe testimoniato successivamente. In questo carteggio, alle 10.15 di mattina circa, David Rossi gli lancia quello che potremmo definire l’alert: in una mail con oggetto ‘HELP’, il capo dell’ufficio stampa del Monte dei Paschi di Siena scrive «Stasera mi suicido sul serio, aiutatemi». Viola raccontò ai magistrati di non aver mai letto quella mail, che pure risulta essere stata inviata dal computer di Rossi. Invece, rispose alle successive mail dell’addetto stampa MPS, in cui Rossi chiedeva una sorta di autorizzazione per parlare con i magistrati a proposito delle «cose che sapeva» sulla vicenda della banca. Il programma televisivo Le Iene, nella puntata in onda ieri sera, ha però provato a smentire la ricostruzione di Viola, interpellando una testimone chiave. Si tratta della segretaria Pieraccini che, nelle carte della procura di Siena, risulta tra le persone ascoltate dai magistrati. Anche nei documenti di archiviazione, infatti, si legge: «Le attività investigative richieste dagli opponenti (la famiglia di David Rossi, ndr) – sentire a sommarie informazioni Fabrizio Viola, le sue segretarie, la Pieraccini e altri colleghi di Rossi, acquisire le mail presenti nella sua casella di posta, ricostruire i suoi movimenti nel pomeriggio che precedette la morte – sono già state tutte compiute senza che da ciò sia emerso più di quanto già detto». In realtà, però – come confermato a Le Iene dalla stessa Pieraccini -, la donna non è mai stata ascoltata dai magistrati. Perché, dunque, compare questo clamoroso buco nelle indagini? Si tratta di una semplice svista (comunque grave) o di un voluto tentativo di allontanare l’attenzione da una testimone chiave? Infatti, la Pieraccini porta con sé una verità che potrebbe davvero essere molto scomoda: «Impossibile che Viola non abbia letto la mail in cui David Rossi chiedeva aiuto e annunciava il suo suicidio – dice la donna a Le Iene -. Io, da segretaria, riesco a vedere le mail che sono state lette e quelle che non sono state aperte: quella mail era stata vista da Viola. Non solo: io stessa ho stampato il testo della mail e l’ho portato al responsabile della segreteria. Disse che non potevamo farci niente. Da quel giorno non ne abbiamo più parlato: è come se la mail non fosse più esistita. Inoltre, quattro giorni dopo il suicidio di David Rossi, le mail erano sparite dal computer di Viola». Una testimonianza esplosiva. Che, a quanto pare, la procura non ha acquisito. La mancanza di attenzione a quell’alert, infatti, può essere spiegata con il successivo sviluppo della conversazione via mail tra Rossi e Viola? Cinque ore dopo la richiesta di aiuto, infatti, Rossi sembra tranquillizzarsi e, con ben tre mail, sostiene di aver mutato proposito sulla sua decisione di parlare con i magistrati, dice di essere entrato in paranoia e di non avere nulla da temere. Si scusava, infine, con Viola per il disturbo. Nella nota che la Procura di Siena ha pubblicato nella scorsa settimana, si legge che «sebbene l’espressione utilizzata (a proposito della testimonianza della Pieraccioni, ndr) non sia puntuale, il significato della frase è inequivoco: l’audizione della Pieraccini non avrebbe aggiunto alcunché al quadro probatorio già cristallizzato». Poco importa, evidentemente, che la donna – come risulta dai tabulati telefonici di David Rossi – sia stata l’ultima persona a sentire, per pochi secondi (alle 18.08), l’addetto stampa Mps prima della sua caduta dalla finestra. Il procuratore capo Vitiello non ha risposto sul tema. Ma quello delle mail è un punto chiave sul quale i magistrati senesi sono tornati eccome. Da un punto di vista sbagliato: il 1° dicembre si celebrerà il processo che vede imputati il giornalista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi e la moglie di Rossi Antonella Tognazzi. Il motivo? Proprio quello scambio di mail che, secondo la procura, la Tognazzi avrebbe passato sottobanco a Vecchi. Circostanza nettamente smentita dai due che, ai tempi dei fatti contestati, non si conoscevano neanche. Insomma, siamo giunti al paradosso che, per la vicenda della morte di David Rossi, gli unici a essere giudicati saranno sua moglie e un giornalista. Sul resto, tra buchi e omissioni, continua a esserci una fitta coltre di mistero.

David Rossi, nuove indagini e il giallo dei fazzoletti spariti. Ancora dubbi sulla fine di David Rossi. La procura di Genova apre due inchieste. Il giallo dei fazzolettini sporchi di sangue distrutti, scrive Andrea Riva, Lunedì 06/11/2017, su "Il Giornale". Emergono nuovi dettagli sulla vicenda di David Rossi. Da un mese Le Iene hanno riportato alla luce questo caso, forse etichettato con troppa fretta come suicidio. Le cose che non tornano nella morte del responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena sono molte: dalla caduta al segno dell'orologio, passando per l'ombra dei festini hard. Ora la procura di Genova ha avviato due indagini e ha disposto il sequestro di tutti i filmati originali e dei fuori onda registrati dal programma di Italia 1. Antonino Monteleone, la "iena" che ha portato avanti l'inchiesta, ha dato la sua disponibilità, ma con dei limiti. Le Iene hanno infatti deciso di non dare quei video, come quello di un funzionario dell'ex funzionario del comune di Siena che racconta dei festini a base di sesso - che potrebbero svelare l'identità delle fonti utilizzate. La procura di Genova, spiega Monteleone, ha infatti aperto due indagini: una per diffamazione e una per abuso d'ufficio. La procura di Siena ha diffuso un comunicato stampa che dovrebbe sciogliere ogni dubbio sulla morte di Rossi. I vestiti di David non sono mai stati analizzati per capire se erano rintracciabili o meno tracce di Dna. Scrive la procura: "Ragionando ex post la critica è condivisibile. Bisogna però calarsi nel contesto iniziale quando appariva a tutti chiaro l'evento suicidario, la cui prova determinante era costituita: dalle lettere d'addio, dagli esiti dell'ispezione medico-legale e dalla relazione autoptica, dall'assenza di tracce di colluttazione o di terzi nell'ufficio da dove il Rossi è precipitato...". Ma qualcosa, come spiega la figlia di David, Carolina Orlandi, non torna: "Un magistrato non può dire a priori: 'Quello si è buttato dalla finestra'". Ma poi c'è un altro punto che è difficilmente spiegabile con un suicidio di questo tipo: le lesioni sul naso e alla bocca, dato che il corpo impatta col sedere. Nessuno ha mai fatto un esame istologico e non si può quindi capire quando David si è procurato quelle ferite. La procura di Siena, a tal proposito, fa una ammissione molto importante: "Certamente su queste lesioni si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato". E infine un'ultima questione, forse la più rilevante: i fazzoletti di carta sporchi di sangue, distrutti anch'essi prima di essere esaminati. Scrive a tal proposito la procura: "Appare ovvio dire che con il senno di poi poteva essere utile il mantenimento in sequestro dei fazzolettini di carta, ma c'è da chiedersi, prima di farne diventare un caso determinante per le sorti di un'indagine, quale peso avrebbe potuto avere l'eventuale loro analisi". Ma quei fazzolettini sarebbero potuti essere la prova di una eventuale colluttazione all'interno dell'ufficio di Rossi. Colluttazione che, nella ricostruzione delle Iene, dimostrerebbe il perché di alcuni ematomi, come quello all'inguine o al braccio. E poi c'è la grande incognita della testa mai sentita: Lorenza Pieraccini. Dubbi su dubbi. Per un caso che non sembra trovare mai fine.

L’APPELLO DELLA FAMIGLIA DI DAVID ROSSI A MATTARELLA: «MAGISTRATI GRAVEMENTE INADEMPIENTI, EPPURE CONTINUANO A OPERARE», scrive il 31.10.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". Nel corso dell’ultimo servizio de Le Iene sul caso David Rossi, le telecamere hanno ripreso la famiglia del manager Monte dei Paschi di Siena mentre cercava di avvicinare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per consegnargli una lettera. Consegna che, però, non è avvenuta a causa del cordone di uomini del servizio di sicurezza schierati per l’occasione in piazza del Campo. Il sito del programma, in ogni caso, ha voluto pubblicare il testo della lettera che la mamma di David Rossi, Vittoria Ricci Rossi, ha rivolto al presidente della Repubblica che è anche a capo del Consiglio Superiore della Magistratura. Si tratta di un documento scritto con il cuore, perché dà semplicemente voce a una donna che chiede di conoscere la verità su quello che è successo al proprio figlio solo per punire i responsabili di quanto accaduto «perché la vera giustizia – si legge nel documento – sarebbe che mio figlio fosse ancora qui, con la sua famiglia». La madre di David Rossi ricostruisce a grandi linee la vicenda giudiziaria relativa alla morte del figlio, caduto da una finestra del Monte dei Paschi di Siena la sera del 6 ottobre 2013. Il dito viene, poi, puntato contro la procura di Siena: «In questi cinque anni – si legge – la procura di Siena è stata largamente omissiva arrivando a trascurare prove evidenti, non considerando fatti e testimonianze di primaria importanti». Si fa riferimento, in modo particolare, a reperti andati distrutti e a condotte superficiali degli investigatori che, secondo la famiglia, avrebbero viziato pesantemente le indagini: «È ancora più grave – scrive la madre di David Rossi – che i magistrati, artefici di tutto ciò, siano ancora liberi di operare come se nulla fosse accaduto, mentre dovrebbero rispondere delle gravi inadempienze commesse». Infine, la signora Vittoria Ricci Rossi elenca le varie istanze fatte dalla famiglia a tribunali, ministri e parlamentari. Il capitolo della morte del manager del Monte dei Paschi di Siena resta una ferita ancora aperta.

IL CORAGGIO DI CAROLINA, LA FIGLIA DI DAVID ROSSI: «RISPONDANO CON I FATTI NON CON COMUNICATI STAMPA», scrive il 6 novembre Giornalettismo. «Penso che la procura debba rispondere con i fatti, non con i comunicati stampa». Carolina Orlandi, figlia della moglie di David Rossi, non si è mai arresa alle archiviazioni che danno suo padre, capo comunicazione dei Monti dei Paschi di Siena, come suicida.  La ragazza, intervistata da Le Iene, non ce l’ha con la procura ma con quello che non è stato fatto finora. «Quello che è stato fatto oggi è stato viziato. Dall’inizio si è partiti dal suicidio. Sono state fatte delle perizie dopo tre anni e mezzo dalla morte. Quindi – ha spiegato la giovane – o si parla di suicidio per mancanza di prove oppure scrivano nero su bianco “non si può sapere perché non sono state fatte bene le indagini”». I vestiti di David Rossi non sono mai stati sequestrati per un esame del Dna, per esempio. Nel comunicato in cui la procura difende il suo lavoro (due archiviazioni per suicidio sulla morte del manager) si ammettono critiche ex post. Critiche che, per esempio, partono anche dagli esami istologici, mai fatti, sulle ferite presenti sul corpo del suicida.

Scrive la procura: «Ragionando ex post la critica è condivisibile. Bisogna però calarsi nel contesto iniziale quando appariva a tutti chiaro l’evento suicidario, la cui prova determinante era costituita: dalle lettere d’addio, dagli esiti dell’ispezione medico-legale e dalla relazione autoptica, dall’assenza di tracce di colluttazione o di terzi nell’ufficio da dove il Rossi è precipitato…». Carolina Orlandi però replica: «Un magistrato non può dire a priori: ‘Quello si è buttato dalla finestra’». Sul corpo di Rossi ci sono lesioni sul naso e alla bocca, ma il corpo, al suolo, è impattato col bacino. Non c’è mai stato un esame istologico su quelle ferite e non si può quindi capire quando David se le sia procura. Prima o dopo esser caduto dalla finestra? La procura di Siena, in merito, ha ammesso: «Certamente su queste lesioni si può dire che non vi è stato un accertamento medico-legale adeguato».

C’è infine un altro elemento, non da poco. I fazzoletti di carta sporchi di sangue presenti sul luogo del suicidio e distrutti anch’essi prima di essere esaminati. «Appare ovvio – spiega la Procura – dire che con il senno di poi poteva essere utile il mantenimento in sequestro dei fazzolettini di carta, ma c’è da chiedersi, prima di farne diventare un caso determinante per le sorti di un’indagine, quale peso avrebbe potuto avere l’eventuale loro analisi». Quei fazzolettini sarebbero potuti essere la prova di una eventuale colluttazione dentro l’ufficio di David Rossi. Si sarebbe potuto risalire o verificarne il Dna presente. Ma se non si cerca, si sa, non si trova.

La Procura di Genova, dopo il lavoro de Le Iene, ha aperto due nuove indagini sulla morte di David Rossi. Una per diffamazione su denuncia dei magistrati senesi che hanno sporto querela dopo l’intervista di Piccini e una d’ufficio per il reato di abuso d’ufficio, che potrebbe riguardare i magistrati senesi. Per entrambe le inchieste dalla procura sono stati emessi due provvedimenti di sequestro di tutto il materiale filmato originale girato sul caso Rossi. Niente beep, niente oscuramenti, la redazione Mediaset e il giornalista Antonino Monteleone hanno dato la loro massima disponibilità. A un patto però. Monteleone si è rifiutato di consegnare parte del girato che farebbe compromettere due fonti anonime e il fuori onda della testimone mai sentita, la segretaria di Viola Lorenza Pieraccini. Questo perché, specialmente quest’ultima, racconta cose che hanno a che fare con la sfera privata dei protagonisti di questa storia e il giornalista ha opposto il segreto professionale alla Procura di Genova. La procura infatti aveva mandato la Guardia di Finanza a sequestrare i filmati a Cologno Monzese. Alla Procura starà bene il rifiuto opposto da Monteleone? Chissà. Intanto non è ancora chiaro cosa potrebbe uscire o meno nella cosiddetta villa dei festini fra Siena e Arezzo. Qualcuno (una avvocatessa con il marito nei servizi) suggerì a Piccinini di puntare su quel luogo, dove si faceva uso anche di stupefacenti, per far scoppiare un bomba morale. Una bomba che avrebbe pesato aldilà dell’esito del lavoro della magistratura. Le dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena hanno provocato quel duro comunicato della procura. Comunicato in cui però si fa un mea culpa. Su indagini che ora vanno riviste dalla procura di Genova.

Caso David Rossi, Zanettin (Csm) scrive al Comitato di presidenza: “Valutare incompatibilità vertici procura di Siena”. Il membro laico del Consiglio superiore della magistratura invita il Comitato di presidenza ad aprire una pratica in Prima commissione nei confronti dei vertici del tribunale e della procura senese dopo l'ultimo servizio delle Iene. In questi giorni, tra l'altro, proprio la Prima commissione del Csm sta valutando la posizione dell'aggiunto Aldo Natalini, che indagò sulla morte di Rossi, in relazione alla distruzione dei reperti, scrivono A. Tundo e D. Vecchi il 31 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". È necessario “valutare eventuali profili di incompatibilità ambientale o funzionale” a carico dei vertici del tribunale e della procura di Siena. Lo sostiene Pierantonio Zanettin, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, che ha chiesto al Comitato di presidenza l’apertura di una pratica in Prima commissione, cioè quella disciplinare, nei confronti dei magistrati che indagarono sulla morte di David Rossi, responsabile comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. E non sarebbe la prima volta, visto che la stessa commissione ha già vagliato nel 2016 la posizione del pm Nicola Marini e in questi giorni sta valutando quella dell’aggiunto Aldo Natalini, entrambi impegnati in passato nelle indagini su Rossi. L’iniziativa del consigliere in quota Forza Italia nasce a seguito della puntata delle Iene della scorsa domenica dedicata alla morte di Rossi e in particolare all’intervista di Lorenza Pieraccini, ex segretaria dell’ad di Mps Fabrizio Viola, che ha affermato di non essere stata mai ascoltata dalla procura di Siena “nonostante pare evidente avesse molto da dire”, scrive Zanettin. Nell’archiviazione dell’inchiesta per istigazione al suicidio disposta dal gip del tribunale di Siena lo scorso luglio, tra l’altro, Pieraccini viene citata tra le persone ascoltate, pur non essendolo mai stata. Un “errore materiale”, secondo la difesa di Antonella Tognazzi, moglie di Rossi, che potrebbe spingere a una nuova riapertura del caso. Dopo le prime puntate dedicate alla morte del braccio destro di Giuseppe Mussari, precipitato dalla finestra del suo studio a Rocca Salimbeni la sera del 6 marzo 2013 in piena bufera per l’acquisizione di Antonveneta, per “difendersi dalle critiche della stampa”, il presidente del tribunale Carrelli Palombi e il procuratore Salvatore Vitello in un comunicato stampa del 25 ottobre scorso “avevano viceversa puntualizzato” che la testimonianza della segretaria di Viola “non avrebbe aggiunto alcunché al quadro probatorio ‘già cristallizzato’. Tuttavia il servizio delle Iene – sostiene ancora Zanettin – dimostra esattamente il contrario”. La diffusione di una nota pubblica – iniziativa senza precedenti – si era trasformata quasi un autogol. Nel testo, infatti, ci sono diversi passaggi che fanno comprendere come non sia stata seguita la procedura standard della polizia scientifica: sequestrare ogni elemento, repertarlo, analizzarlo e conservarlo. Si ammette, inoltre, di aver agito sulla base di una convinzione non suffragata dall’inchiesta ma semplicemente da una deduzione, sensazione avuta nell’immediato, prima ancora di svolgere le indagini. La convinzione che si trattasse di suicidio. Per questo, scrivono, non hanno sequestrato tutti i reperti, non hanno ritenuto necessario analizzare vestiti, sette fazzoletti di carta sporchi di sangue, non hanno infilato in un sacchetto di plastica il cellulare ma lo hanno usato anche per rispondere a una chiamata (risulta dalle carte: quando gli inquirenti erano nell’ufficio di Rossi subito dopo la sua morte, qualcuno di loro risponde per 23 secondi a Daniela Santanché) e altre diverse mosse ‘maldestre’, come sottolineato da Ilfattoquotidiano.it.  Adesso Zanettin chiede di vederci chiaro, a un anno di distanza da quando fu proprio il Csm a trasmettere gli atti alla procura generale della Cassazione dopo una denuncia dell’Adusbef, dichiarandosi non competente poiché non vi erano provvedimenti di competenza da adottare. Vitello, tra l’altro, era già stato sentito dalla Prima commissione del Csm nel marzo 2016 per un procedimento avviato nei confronti del sostituto procuratore Nicola Marini, titolare della prima indagine sulla morte di Rossi con l’aggiunto Aldo Natalini. E la stessa commissione sta valutando in questi giorni la posizione di Natalini in merito alla mancata analisi dei fazzoletti sporchi di sangue e degli altri reperti, nonché della loro distruzione avvenuta prima della disposizione da parte del gip dell’archiviazione o di un eventuale supplemento d’indagine.

DANIELA SANTANCHÉ: "CHIAMAI DAVID ROSSI LA SERA DEL SUICIDIO". "Gli volevo molto bene, era una persona fantastica". (Blitzquotidiano 30 ottobre 2017). Dai tabulati telefonici esaminati dalla Procura di Siena relativi alla sera del suicidio di David Rossi, emerge che, intorno alle 22, quando il manager di Mps era già morto da circa due ore, il cellulare dell’addetto stampa ricevette una telefonata da Daniela Santanché. Sempre stando ai tabulati, qualcuno (o qualcosa) risponde al telefono per circa 20 secondi.

La versione della Santanché. Daniela Santanché ha provato a dare la sua versione, per la prima volta, durante il programma Agorà, in onda su Rai 3. In studio, c’era anche Davide Vecchi, il giornalista del Fatto Quotidiano autore del libro “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi Siena”. È proprio lui a tirare in ballo l’argomento, ma la risposta della Santanché è chiara: “Ricordo molto bene quella sera e ricordo molto bene di aver telefonato a David Rossi. Ma è da escludere che io abbia ricevuto una risposta. Volevo molto bene a David Rossi ed era una persona fantastica. Appresi della sua morte dopo poco tempo”.

Il telefono del manager Mps. Nella motivazione delle sentenze di archiviazione, si parla spesso del telefono di David Rossi. Anche perché, sempre dopo la sua morte, sono arrivate diverse telefonate e, dai tabulati, risulta anche una chiamata in uscita. Tra le telefonate in entrata, oltre a quella di Daniela Santanché, c’era anche quella della figlia della moglie di David Rossi, Carolina Orlandi, che avrebbe ricevuto una breve risposta di otto secondi. La procura mette in relazione la chiamata in entrata della ragazza e quella in uscita: “L’utenza della Orlandi – si legge – aveva esaurito il credito durante la procedura di chiamata e ciò aveva generato una deviazione di chiamata al numero di servizio 4099009”. Un numero usato, a quanto pare, per attivare l’addebito.

Mps, un misterioso testimone e il giallo sulla morte di Rossi. "Ho sentito anche uno sparo". Un imprenditore ha raccontato all'avvocato della famiglia del manager scomparso il retroscena di un mancato appuntamento, scrive Sergio Rizzo il 5 Novembre 2017 su “La Repubblica”. Perchè l'avvocato Luca Goracci non abbia mai rivelato l'incontro misterioso, lo spiega egli stesso: "Era la terza o la quarta persona che si presentava millantando di sapere qualcosa sulla morte di David Rossi, poi sparita nel nulla. E non avrei mai potuto provare niente". Certo è che nell'episodio della fine violenta del capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena ogni particolare rischia di non essere insignificante. La morte, avvenuta mentre infuriava la bufera giudiziaria sull'acquisizione della banca Antonveneta, la sera del 6 marzo 2013 in circostanze mai chiarite, è stata archiviata due volte come suicidio. E ora è giunto il momento di raccontare anche questo episodio, per assurdo che possa apparire. Ecco allora che cosa è successo nei giorni tra la fine di febbraio e i primi di marzo del 2016 al legale che sta minuziosamente seguendo per la famiglia di Rossi questa vicenda, ostinandosi a non credere alla versione ufficiale. "Il caso di David", rievoca Goracci, "era stato riaperto a novembre 2015. A febbraio mi telefona un tizio dicendomi che mi deve parlare del caso Rossi. Non vuole dare il numero di telefono, ma richiama sempre lui. Dopo un appuntamento mancato ci incontriamo nel mio studio: doveva essere l'inizio di marzo 2016. Sui quaranta, un metro e ottanta, distinto. Dice di essere un imprenditore che lavora nel mantovano. Dice di conoscere Rossi e di farsi vivo solo ora dopo tre anni passati all'estero, perché il caso era stato riaperto". Ma quale segreto ha da rivelare? "Mi dice ", continua Goracci, "di aver fissato un incontro con David alle ore 18 del 6 marzo 2013, giorno della sua morte. Però di essere arrivato in ritardo di quasi due ore. Dice perfino di ricordare che il suo orologio, quando si trova ai Ferri di San Francesco segna dieci minuti alle otto". In quel momento David è già a terra nel vicolo. "Il mio interlocutore dice di essere arrivato proprio lì e di aver visto il corpo di Rossi. Fa per avvicinarsi, ma succede l'imprevedibile: viene assalito alle spalle da tre o quattro persone. Dopo una breve lotta si divincola e scappa, mentre sente esplodere un colpo d'arma da fuoco", ricorda l'avvocato. A questo punto Goracci gli chiede il perché di quell'appuntamento. "Ed è lì", spiega il legale della famiglia, "che lui comincia a parlare di conti correnti aperti dalla banca con l'intervento di alcuni dirigenti per i finanziamenti necessari alla sua attività imprenditoriale a Brescia e Mantova". A Mantova anche Rossi si recava spesso, visto che era vicepresidente del Centro Palazzo Te, una Fondazione culturale comunale. Nel racconto affiorano altri particolari: "Lì a Mantova, secondo il mio interlocutore, si frequentavano con cadenze quasi settimanali. E un giorno, forse verso la fine del 2012, lui si sarebbe recato con Rossi a Roma per incontrarsi con una persona che avrebbe consegnato loro una valigetta, e poi David si sarebbe fatto accompagnare all'Ospedale di Siena con quella valigetta". La storia sembra sempre più sconclusionata. Ma Goracci, dopo l'incontro, ricorda un curioso particolare riferitogli in un'occasione dal fratello di David, Ranieri. E verifica quella circostanza: un giorno del 2012 David si era effettivamente presentato in ospedale, dove il padre era ricoverato, proprio con una valigetta.

Era il 7 novembre. "La narrazione prende poi una piega strana, il tizio comincia a parlare di denaro in nero che veniva dalle fatture di operazioni immobiliari a Mantova. Pare tutto assurdo. Ci salutiamo a finisce lì. Non l'ho più visto né sentito. Ma ricordo bene che si era presentato come Antonio Muto". Quando si pronuncia quel nome, a Mantova è automatico associarlo a quello dell'Antonio Muto processato e assolto, tanto in primo quanto in secondo grado, dall'imputazione di contiguità con le cosche mafiose che in quella zona controllano affari, politica e appalti. Oggi ha 55 anni: quando è arrivato da Cutro, nella provincia calabrese di Crotone, era appena un ragazzo che faceva il muratore. Adesso, come lo descrive la giornalista della Gazzetta di Mantova Rossella Canadè nel suo libro inchiesta "Fuoco criminale - La 'ndrangheta nelle terre del Po", è "il costruttore più noto e più chiacchierato della città". A giugno scorso è finito ancora in manette con l'accusa di aver distratto fondi dalla sua società impegnata in una grande iniziativa immobiliare nel centralissimo piazzale Mondadori, poi fallita, in favore di una seconda società creata per una gigantesca speculazione nell'area vincolata di Lagocastello. Operazione che a sua volta ha originato un'inchiesta su presunte pressioni che a dire dei magistrati sarebbero state esercitate su Consiglio di Stato e ministero dei Beni culturali per far cadere quel vincolo. E l'11 dicembre il gip di Roma dovrà decidere se mandare a processo Muto insieme ad alcuni personaggi di primo piano come l'ex senatore democristiano ed ex consigliere della Finmeccanica Franco Bonferroni, l'ex presidente della Commissione Lavori pubblici del Senato Luigi Grillo e l'ex presidente del Tar Lazio Pasquale De Lise. Ma anche l'ex sindaco forzista di Mantova Nicola Sodano, architetto di origini crotonesi che gli inquirenti ritengono cointeressato con Muto nella vicenda Lagocastello. Domanda d'obbligo: che c'entra la banca senese in una vicenda così torbida? Nelle carte dell'inchiesta sulla 'ndrangheta c'è un pentito il quale riferisce ai magistrati di aver appreso da Muto che "a Siena c'era un altissimo funzionario che sboccava i movimenti, anche se poi voleva la sua parte". Non è un pentito qualsiasi, ma il commercialista della cosca. Vero o falso che sia, è un fatto che i soldi per piazzale Mondadori, 27 milioni e mezzo, siano arrivati proprio dal gruppo Monte dei Paschi. A Siena Muto, accompagnato da Bonferroni, ha incontrato a più riprese alcuni dirigenti: una volta pure l'ex amministratore delegato Fabrizio Viola. Quanto a Rossi, anche lui è effettivamente di casa a Mantova, dove il Monte ha rilevato molti anni prima la Banca agricola mantovana. Come detto, David è stato designato nel 2011 alla vicepresidenza del Centro Palazzo Te in rappresentanza della banca senese: lo stesso giorno in cui il sindaco Sodano ne è stato nominato presidente.

Le sorprese, però, non sono finite. Quindici giorni dopo quella misteriosa visita del sedicente imprenditore mantovano all'avvocato Goracci, il giornalista Paolo Mondani che sta conducendo un'inchiesta sui grandi debitori delle banche italiane intervista per Report su Rai3 proprio Antonio Muto. E ci manca poco che l'avvocato Goracci, davanti al teleschermo, caschi dalla sedia: "Non era la stessa persona che avevo incontrato. Decisamente un altro". Qual è allora l'identità del misterioso visitatore? Forse quella di un omonimo? "Antonio Muto costruttori edili fra Mantova e Provincia saremmo una quindicina ", dice l'intervistato a Mondani. Abbiamo controllato. Di Antonio Muto iscritti al registro delle imprese ce ne sono 44, e di questi 4 operano in provincia di Mantova: due sono di Cutro, il terzo di Crotone. Quanti di loro affidati dal Monte dei Paschi?

Siena, busta con due proiettili spedita al prefetto Armando Gradone. All'interno due cartucce da pistola e una lettera di minacce, scrive il 25 novembre 2017 "La Nazione". Due proiettili da pistola e una lettera di minacce. Non si ferma a Siena la stagione delle intimidazioni. Stavolta è toccato al prefetto senese Armando Gradone. All’ufficio di smistamento postale di Siena é giunta una missiva a lui indirizzata che aveva un aspetto sospetto. E stata bloccata e aperta con cautela. All'interno c'erano due proiettili da pistola e un foglio con un testo riportante velate minacce. Dieci giorni fa un'analoga intimidazione era toccata anche al pm che indagò sul caso di David Rossi, Aldo Natalini. Anche in questo caso delle indagini si è interessata subito la Digos sotto la direzione della Procura della Repubblica di Siena, immediatamente informata. La missiva e il contenuto sono stati sequestrati e saranno trasmessi ai laboratori del Servizio Centrale della Polizia Scientifica a Roma per le analisi tecniche e tutte le comparazioni tendenti all’individuazione dell’autore.

Mps: ''Help'', l'email di David Rossi cancellata due giorni dopo la sua morte, scrive il 17 Novembre 2017 "Il Fatto Quotidiano". La rivelazione dell’allora segretaria dell’Ad: “Era destinata proprio a Viola, io la lessi al mio capo. Poi sparì dal server”. Non solo più di una persona in Mps aveva letto l’email con la quale due giorni prima di morire David Rossi chiedeva aiuto a Fabrizio Viola, ma tra quei pochi che avevano accesso alla casella di posta elettronica dell’amministratore delegato qualcuno si è premurato di cancellarla subito dopo la scomparsa del capo della comunicazione della banca. È l’ultimo sconcertante elemento che emerge in merito alla vicenda Rossi. A svelare il particolare è stata Lorenza Pieraccini, all’epoca dei fatti segretaria di Viola, interrogata soltanto l’8 novembre scorso dal pubblico ministero, Serena Minicucci. Pieraccini al pm conferma di aver letto il 4 marzo 2013 la prima – quella con oggetto “help” – delle circa 30 email scambiate tra Rossi e Viola dal testo drammatico: “Stasera mi suicido sul serio. Aiutatemi!!!”. Poi aggiunge: “Dopo tre o quattro giorni” e comunque “dopo il decesso di Rossi – avvenuto il 6 marzo – per curiosità ho fatto l’accesso alla posta di Viola e, cercando l’email con l’oggetto help, non l’ho trovata”. Quindi qualcuno l’ha cancellata. Chi? Chiede il pm. “Non lo so, sicuramente non io”. Chi avrebbe potuto cestinare le email di Viola? “Non mi ricordo se per cancellarle fosse necessario andare nella sua postazione o se si potesse farlo anche dalle postazioni di chi come me aveva l’accesso”. E chi aveva accesso all’email? “Lo staff era composto da 7-8 persone” e “oltre a me poteva leggerla sicuramente Fanti e qualcun altro ma non so dirle chi”. Il dottor Fanti è Valentino Fanti, capo dello staff della segreteria del Cda quindi anche di quella di Viola e superiore di Pieraccini. Il 4 marzo, prosegue la donna, “poiché l’email era stata già aperta anche io la aprii e la lessi. Non posso dire chi prima di me avesse aperto l’email, se Viola o Fanti. Sicuramente l’email era aperta. Quando la lessi, la stampai e la portai subito da Fanti e gliela feci vedere dicendogli ‘Guardi cosa è arrivato’. Poi io sono andata via portando con me la stampa dell’email che distrussi nel tritadocumenti rientrando nella mia stanza”. Qualcuno l’ha poi cancellata definitivamente dal server della banca. Infatti quell’email non comparirà nei primi atti dell’indagine sulla morte di Rossi aperta nel marzo 2013 e assegnata ai pm Nicola Marini e Aldo Natalini, ma sarà allegata solamente mesi dopo e individuata esclusivamente nel cellulare di Rossi nella posta inviata: da qui nessuno aveva potuto cancellarla. Dai server di Mps invece sì. Ma si scopre solamente ora. E si scopre grazie alla testimonianza di una persona che all’interno della banca aveva un ruolo chiave ma che è stata raccolta a distanza di quattro anni dai fatti: addirittura nel secondo decreto di archiviazione per suicidio il gip scrive che Pieraccini era stata sentita su input dei familiari di David, ma non corrisponde al vero. La donna inoltre già a giugno aveva rivelato a Pierangelo Maurizio di Quarto Grado di essersi accorta che l’email era stata letta da qualcuno. Poi poche settimane fa ha ripetuto quanto accaduto a Le Iene aggiungendo di averla “stampata e consegnata a Fanti”, ha detto al giornalista Antonino Monteleone. Infine l’8 novembre, sentita dal pm, ha ricordato un altro elemento: “Dopo la sua morte l’email era sparita”. Lo stesso giorno, l’8 novembre, il pm ha sentito anche Fanti. L’ex capo della segreteria, oggi in pensione, conferma il racconto fatto dalla donna. “Venne nel mio ufficio e mi mostrò la stampa dell’email” con oggetto “help”. Prima di quel momento, dice Fanti, non l’aveva letto. Poi però decide, “non con superficialità, di dare un’occhiata alla posta elettronica del dottor Viola potendo accedervi, avendo la posta condivisa”. E aggiunge un dettaglio importante: “Per quanto a mia conoscenza, soltanto io e la Pieraccini potevamo leggere la posta del dottor Viola”. E chi avrebbe potuto cancellarla? Questo non gli viene chiesto. E non potrà essere accertato facilmente perché, come molti altri aspetti, anche questo è stato ritenuto inutile dagli inquirenti e oggi è impossibile acquisire gli accessi ai pc dell’ufficio di Viola e ricostruire chi l’ha cancellata. Cosa che invece, se fatta nell’immediato, avrebbe portato almeno a individuare il responsabile. Sono passati quasi cinque anni da quelle email, pubblicate per la prima volta sul Fatto il 5 luglio 2013. Email con le quali Rossi annunciava la volontà di andare dai pm e quella con la quale chiedeva aiuto. Tutte inviate il 4 marzo. Solo ora sappiamo che qualcuno le aveva lette, viste, stampate. Che qualcuno avrebbe potuto intervenire. Pieraccini avvisa Fanti, gli dice “bisogna seguirlo. Faccia qualcosa. Lo chiami. Parli con Rossi. Vediamo in che condizioni è”. Fanti come reagisce? Lo racconta al pm. “Quando la Pieraccini uscì dalla mia stanza feci alcune riflessioni: la prima riguardava la natura dell’email. L’email come è noto è un fatto privato, strettamente personale, ancor di più quella che mi veniva mostrata”. La seconda “era che qualche giorno prima della lettura dell’email, avevo incontrato Rossi e mi fece presente il suo stato d’animo. Mi disse che era cambiato in negativo dopo la nota perquisizione” subita il 19 febbraio 2013. “Io gli chiesi se avesse avuto qualcosa da temere e lui rispose tranquillamente di no”. La terza e “ultima riflessione che feci era quella che comunque io mi riconobbi in lui perché anche io stavo vivendo un momento difficile. Io intravedevo in David lo stesso malessere che affliggeva me”. Così, dopo aver letto l’email e fatto queste riflessioni “decisi di dare un’occhiata alla posta elettronica di Viola (…) e vedendo lo scambio delle ultime email mi tranquillizzai”. Perché “Rossi a un certo punto scrive a Viola ‘forse sto esagerando’ e mi ricordo anche la frase con cui chiude lo scambio delle email: ‘Scusa la rottura’. Questo mi tranquillizzò”, dice Fanti. “Quindi mi convincevo di non assumere alcuna iniziativa né di parlare con Rossi”. Era il 4 marzo 2013 quando David chiese aiuto. Lamentandosi anche con il presidente Alessandro Profumo di essere stato tradito da un amico. Di voler parlare con i pm. Di voler raccontare “tutto, ho lavorato con Piccini, con Mussari”. Due giorni dopo viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. E l’email viene cancellata da qualcuno nella banca. 

David Rossi, il fratello: ''E' stato appeso fuori dalla finestra e poi fatto precipitare. Qualcuno dovrebbe chiederci scusa'', scrive il 28 Novembre 2017 Gisella Ruccia su "Il Fatto Quotidiano". “Troppo spesso sui giornali si riporta la frase: ‘La famiglia di David Rossi sta cercando la sua verità’. È un’affermazione che non sopporto. Cosa è ‘la verità della famiglia’? La verità è unica ed è di tutti”. Esordisce così a “Di Sabato”, su Siena Tv, Ranieri Rossi, fratello di David, il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato da una finestra del suo studio di Rocca Salimbeni in circostanze ancora oggi poco chiare. Dopo quasi cinque anni e due inchieste archiviate, la famiglia di David Rossi non si arrende e, per voce di Ranieri, nella trasmissione illustra tutte le prove repertate in una indagine parallela, grazie all’aiuto e alla consulenza di periti, docenti universitari e legali. Ranieri Rossi e il conduttore della trasmissione, Daniele Magrini, espongono con dovizia di dettagli tutti i documenti raccolti: in primis, una ricostruzione in 3D, mai accettata dalla procura di Siena. Nel filmato è digitalizzato tutto il vicolo nel quale è stato trovato il corpo di Rossi. Nel video si evince che la finestra da cui potrebbe essere caduto David non è quella del suo ufficio, ma quella del piano di sopra, perché la precipitazione ha delle dinamiche che non collimano con l’altezza di 14,35 metri della finestra del terzo piano. Viene spiegata anche la misteriosa ombra che si affaccia sul vicolo, mentre Rossi era agonizzante sul suolo: si dimostra che lo sconosciuto avrebbe percorso almeno quattro metri della stradina. Nel corso del programma, sono mostrate le foto della polizia scientifica e della seconda autopsia, avvenuta tre anni dopo la tragica morte di Rossi. “David aveva la camicia fuori dai pantaloni” - spiega il fratello - “Lui abitualmente non la indossava in quel modo. Oppure in qualche modo la camicia è uscita, in qualche fase precedente alla caduta. Questo non è mai stato preso in considerazione dai pm. La camicia ha buchi nella manica destra, lacerazioni, di cui una di 10 cm, e un buco nel margine inferiore sinistro”. Viene poi spiegato il mistero dell’orologio di David e viene ricostruita una ipotesi sulle lesioni riportate sul polso, un ematoma evidente e tre zone "disepitelizzate", come la ha definite l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, perito incaricato dalla Procura: quelle lesioni sono spiegabili con una torsione e una successiva forte pressione sul braccio. In più, sotto le scarpe di David Rossi sarebbe stata ritrovata vernice bianca e l’unico ufficio dove si stavano eseguendo lavori di tinteggiatura, come spiega Ranieri Rossi, era appunto quello del piano superiore. Nel primo decreto di archiviazione, invece, si parlava di “polvere di marmo” e a riguardo Ranieri Rossi menziona Davide Vecchi, giornalista de Il Fatto Quotidiano, nonché autore di inchieste sulla morte di David Rossi e del libro “Il caso David Rossi. Il suicidio imperfetto del manager Monte dei Paschi di Siena” (Chiarelettere). Si analizzano poi le macchie riportate sui pantaloni del dirigente di Mps. “Mi hanno consegnato dopo l’autopsia una busta della Coop contenente la camicia e i pantaloni insieme” - rivela Ranieri Rossi - “Era ovviamente una prova compromessa, perché gli indumenti, mai messi sotto sequestro e collocati insieme nella busta, si sono contaminati. C’è però una foto della scientifica che mostra cosa sono chiaramente queste macchie. Stanno a indicare che David è stato appeso fuori dalla finestra e poi fatto precipitare. Non dice ovviamente se si è appeso volontariamente o meno, però dalla foto della scientifica, che mostra il corpo di David sul suolo, risulta che la zona delle ginocchia e quella superiore fino alla cintura sono sporche. Queste macchie evidenziano un contatto con la parete sottostante alla finestra tra il terzo e il quarto piano". Nel secondo decreto di archiviazione, invece, si legge che queste macchie e le lesioni sulla parte anteriore del corpo sono imputabili al tentativo di David Rossi, dopo aver deciso di gettarsi dalla finestra, di compiere una torsione del suo corpo per poter aggrapparsi al davanzale e tentare di risalire. Viene anche esposta la foto della parte anteriore del corpo, immagini in cui sono evidenti schegge di legno e materiale del davanzale sull’addome, ma anche ferite e lividi sull’addome, strisciate, un ematoma all’altezza del fegato. “I periti avrebbero dovuto contestualizzare” - osserva Ranieri Rossi. “Cos’è che ha prodotto quella lesione? Se non ci dicono questo, il lavoro diventa inutile”. C’è anche una foto della ferita riportata sulla mano di David Rossi. “Nella perizia Cattaneo-Zavattaro si parla di lesione dentro la mano, senza capire cosa possa averla generata” - spiega Ranieri Rossi - “E dicono che è riconducibile a giorni prima. Se però si vedono le foto della scientifica, cosa che non hanno fatto i due periti, si nota chiaramente un taglietto con del sangue fresco. Lì c’erano dei fili anti-piccione: David avrebbe afferrato uno di quei fili, quindi è motivata quella lesione. Queste non sono conclusioni che dovevo fare io, ma i periti. Faccio una domanda, anche se sono domande che vanno sempre a vuoto, visto che non abbiamo un interlocutore che ci risponde, se non i comunicati, come ha fatto il procuratore capo di Siena: perché uno che si vuole suicidare, quando si butta, ci ripensa al punto tale da afferrare un filo anti-piccione?”. Ranieri Rossi, poi, commenta alcuni passaggi della seconda archiviazione, come quelli relativi alla porta dell’ufficio di David Rossi, aperta prima della sua precipitazione e misteriosamente chiusa dopo la sua morte. “Nel documento si parla di probabile “folata di vento” come causa” - commenta Ranieri Rossi - “Qui si sta parlando di una persona che è morta, poteva andare qualsiasi cosa, anche un inserviente di passaggio che l’ha chiusa. Chiedo un minimo di rispetto verso la famiglia, verso chi sta male, verso chi ci sta lavorando. In tutta questa storia è stata persa la maggior parte delle prove perché si era creduto a un suicidio. Magari qualcuno dovrebbe chiedere scusa per tutto quello che è successo. Il procuratore capo di Siena, Salvatore Vitello, anche nei suoi comunicati, non ha mai chiesto scusa, perché in fondo hanno sbagliato loro nel non seguire le procedure che sono di norma: repertare tutto e stabilire cosa è successo, non decidere prima e fregarsene del resto. E quella della folata di vento è una spiegazione ridicola che fa arrabbiare".

David Rossi, caso Mps a Le Iene Show: video manomissioni e omissioni, qualcuno ha inquinato la scena del crimine? Antonino Montelone e il perito Luca Scarselli evidenziano le anomalie, scrive il 26 novembre 2017 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Sono tante le domande che Le Iene Show vorrebbero fare a Nicola Marini, magistrato di turno la tragica sera in cui ha perso la vita David Rossi, ex capo della comunicazione di Mps. La vicenda era stata archiviata come suicidio, quindi sembrava chiusa per sempre, ma la famiglia del dirigente non si è mai arresa. E infatti a quasi cinque anni dalla morte di David Rossi sono state aperte nuove indagini. Secondo la famiglia del dirigente, quelle precedenti non sono state svolte correttamente. “Perché non avete mai acquisito le telecamere della banca?”, chiede la Iena Antonino Monteleone al pubblico ministero quando lo raggiunge, ma senza ottenere una risposta. C'è poi un sospetto: la scena del crimine è stata inquinata? Tante le anomalie nell'ufficio di David Rossi: giacche, documenti e agende spostati prima della foto della scientifica. Perché? Da chi? “Qualcuno ha inquinato la scena del crimine? Qualcuno stava cercando qualcosa?”, prosegue la Iena con gli interrogativi. Le anomalie individuate da Le Iene Show non sono finite qui. Il sospetto è che qualcuno abbia inquinato non solo la scena del crimine, ma anche le prove. Una chiamata sarebbe stata ricevuta dall'ufficio di David Rossi il giorno dopo la morte del dirigente Mps, nonostante fosse sotto sequestro. E così è accaduto con il cellulare dell'ex capo della comunicazione di Mps. C'è poi un altro enigma: il disco dell'hard disk delle immagini delle telecamere della banca è sparito. Ancor più fitto è il mistero relativo al video della telecamera di videosorveglianza del video in cui è caduto David Rossi. L'ingegnere Luca Scarselli, perito della famiglia di David Rossi, ha spiegato a Le Iene Show le sue perplessità: ha individuato la presenza di fanali posteriori durante il filmato, la presenza continua di ombre nel vivo e la perdita di un frame relativa al deterioramento di alcuni pixel. “Andate dal procuratore”, l'unico commento di Nicola Marini.

Morte David Rossi, il video è manomesso? Scrive il 29 Novembre 2017 "Le Iene". Antonino Monteleone evidenzia le nuove anomalie che emergono dalle immagini dell'ufficio di David la sera in cui è morto e dal video della caduta. Continua l’inchiesta di Antonino Monteleone sulla morte di David Rossi. Molti dei misteri che avvolgono la morte dell’allora responsabile dell’area Comunicazione della Banca Monte dei Paschi dipendono dalle scelte investigative del pm Nicola Marini, di turno la sera in cui David vola da una finestra della sede della Banca a Siena. La nostra Iena evidenzia molte anomalie che emergono da video e foto di quella sera. In particolare, confrontando il video registrato dal primo poliziotto entrato nell’ufficio di David Rossi, con le foto scattate dalla polizia scientifica arrivata qualche ora dopo, emergono significative differenze che farebbero pensare a un inquinamento della scena del crimine:

1 – Nel video del primo poliziotto la giacca di David è appoggiata disordinatamente sulla sedia e quest’ultima è rivolta verso la scrivania. Al contrario, nelle foto della polizia, la giacca è sistemata in modo ordinato sulla sedia, che non è più rivolta verso il tavolo, ma parallelamente, tra scrivania e finestra.

2 – I documenti con l’intestazione del Ministero dell’Economia appoggiati sulla scrivania, nel video del primo poliziotto si trovano al centro, su un porta documenti in pelle. Nelle foto della scientifica, invece, si trovano su una pila di documenti spostati più sulla sinistra.

3 – Le due agende nere che nel video sono poggiate all’angolo della scrivania, nelle foto della scientifica non ci sono più, sono state spostate al centro del tavolo.

4 – Le ante della libreria che si trovano entrando sulla destra, nel primo video del poliziotto sono chiuse, mentre nelle foto della scientifica sono aperte.

5 – il monitor del computer nel video è in standby, mentre nelle foto scattate ore dopo appare riattivato.

Ma le anomalie sul sequestro dell’ufficio di David Rossi disposto dal pm Marini non finiscono qui. Infatti, il 7 marzo, la mattina dopo la morte di Rossi, alle 9:39:38, dai tabulati telefonici risulta una chiamata partita da un numero dell’Associazione Bancaria Italiana, a cui qualcuno ha risposto dall’utenza dell’ufficio di David. L’ufficio però a quell’ora doveva essere sotto sequestro e con la porta chiusa a chiave e sigillata. Lo stesso vale per il cellulare di David, che alle 7:33:42 doveva essere spento e sotto sequestro, e invece riceve un messaggio. La nostra Iena si concentra inoltre sul video che riprende la caduta di David dalla videocamera di sorveglianza sul vicolo. Qui sembrano apparire misteriose ombre dal fondo del vicolo in cui giace a terra David. In particolare, alcuni pixel sembrerebbero alterati in modo da non far vedere una figura che sembra affacciarsi. Tutto ciò che si vede è una macchia che compare e scompare.

Caso David Rossi, pm ride in tv. L'inviato de Le Iene: "Cazzo ti ridi?" Le Iene continuano a indagare sul caso di David Rossi. L'inviato va da Nicola Marini, pm di turno la sera della morte del capo comunicazione di Mps, scrive Rachele Nenzi, Martedì 28/11/2017, su "Il Giornale". "Ma perché ride, è una cosa sera!". Sta facendo discutere il servizio realizzato dall'inviato de Le Iene, Antonino Monteleone, sul caso di David Rossi. L'inchiesta della trasmissione di Mediaset continua e dopo le tante rivelazioni dei giorni scorsi, ora si indaga sulle persone che passarono nel vicolo dove fu ritrovato esanime l'allora capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. L'inviato de Le Iene è andato ad intervistare il pm che era di turno la sera della morte di Rossi, il magistrato Nicola Marini. Due le domande poste dal giornalista: primo, perché il pm scrisse all'ingegner Scarselli, che gli aveva fatto notare le ombre nel vicolo, che si trattava solo di passanti; secondo, come mai non acquisì le immagini di tutte le videocamere presenti in zona. Inoltre, l'inviato si concentra sul fatto che "alcuni pixel sembrerebbero alterati in modo da non far vedere una figura che sembra affacciarsi". Il magistrato, però, non vuole rispondere alle domande di Monteleone. E dopo aver chiuso la testa della iena nella portiera dell'auto, avvia l'auto cercando di "seminare" il cronista. Monteleone però non si è dato per vinto ed ha corso dietro il pm, continuando a domandare se potesse spiegare perché disse all'ingegner Scarselli, che gli aveva fatto notare le ombre nel vicolo, che si trattava solo di passanti. "Vedo che ha una buona preparazione", dice allora il pm sorridendo al giornalista che lo insegue sorridendo. "Vediamo chi arriva primo laggiù". Monteleone lo "rimprovera": "Ma è una cosa seria, cazzo ride dottore?". A quel punto il magistrato rallenta la corsa della macchina e prova a spiegarsi: "La cosa è seria, ma non va trattata in questo modo".

David Rossi, il pm incastra la testa dell'inviato de le Iene nello sportello. L'inviato de Le Iene, Antonino Monteleone, al pm di Siena, Nicola Marini: "Perché non avete mai acquisito le telecamere della banca?" Scrive Rachele Nenzi, Martedì 28/11/2017, su "Il Giornale". Non si ferma l'inchiesta de Le Iene sul caso della morte di David Rossi. Antonino Monteleone nell'ultima puntata è andato a trovare il pm di Siena, Nicola Marini, il magistrato che era di turno la tragica notte della morte di Rossi. "Siamo da lui - spiega l'inviato delle Iene - perché è il pm che all'ingegner Scarselli che gli faceva notare le ombre nel vicolo scrive che si trattava di passanti". Il pubblico ministero, però, non vuole rispondere alle domande del cronista. E così entra in auto. Monteleone non si dà per vinto e continua a fare domane: "Perché non avete mai acquisito le telecamere della banca?". "Andate dal procuratore", risponde il magistrato. Che nel cercare di lasciare fuori dall'auto l'inviato de Le Iene gli chiude la testa in mezzo alla portiera. "Così mi fa male", dice Monteleone. "Non mi interessa - dibatte il pm - si deve togliere. Io sono cortese, gentile, affabile: lei no. È in un punto dove non ci deve essere". Solo dopo essere riuscito a chiudere la portiera Marini risponde di fronte alle telecamere: "Noi facciamo il nostro lavoro. Accettiamo le critiche. Il procuratore è l'unica persona che può rappresentare l'ufficio all'esterno. Andate dal procuratore a fare le domande...".

Morte David Rossi, pm Siena incastra testa inviato Iene nello sportello dell’auto, scrive la redazione di Blitz Quotidiano il 28 novembre 2017. “Perché non avete mai acquisito le telecamere della banca?” A chiederlo è l’inviato de Le Iene Antonino Monteleone al pm di Siena, Nicola Marini, magistrato di turno che era in servizio la tragica sera in cui ha perso la vita David Rossi, l’ex capo comunicazione di banca Mps, morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena. “Andate dal procuratore”, è la risposta del magistrato senese. Monteleone lo blocca mentre il pm sta salendo in auto: Marini chiude la porta e schiaccia la testa dell’inviato de Le Iene per qualche secondo. La procura di Siena ha intanto fatto sapere di aver aperto due fascicoli modello 45, ovvero quello relativo a fatti non costituenti notizia di reato, a seguito di nuovi elementi e testimonianze riportati da stampa e tv in relazione alla morte di Rossi. I due fascicoli sono finalizzati ad accertare se esistono elementi concreti che possano portare alla riapertura dell’inchiesta sulla morte di Rossi, archiviata per due volte come suicidio. Gli ex vertici di Monte dei Paschi di Siena ma anche le segretarie e alcuni imprenditori. La lista non è ancora completa, ma i primi nomi messi nero su bianco dalla procura di Genova imprimono una accelerata all’inchiesta aperta all’indomani delle dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini. Dichiarazioni rilasciate durante la puntata delle Iene dedicata alla morte di David Rossi, avvenuta quando era capo comunicazione Mps. Piccini, nell’intervista, aveva detto di aver saputo di ‘festini’ ai quali avrebbero partecipato importanti personaggi della magistratura e della politica.

CASO DAVID ROSSI: INTERROGATO PIER PAOLO FIORENZANI, scrive il 25-11-2017 Ok Siena. L'azionista Mps è stato sentito nell'ambito dell'inchiesta della procura di Genova. Pier Paolo Fiorenzani, azionista Mps che è stato interrogato nell'ambito dell'inchiesta della procura di Genova aperta in seguito delle dichiarazioni dell'ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, ha dichiarato che i festini cui si faceva riferimento, erano delle voci che circolavano in città su cui non c'è niente di preciso. L'ex sindaco di Siena aveva rilasciato delle dichiarazioni a Le Iene sulla morte di David Rossi, non sapendo di essere ripreso. Aveva detto alle telecamere di essere a conoscenza di festini a cui avevano preso parte politici e magistrati. Dopo tali dichiarazioni, Piccini è indagato per abuso d'ufficio presso la procura di Genova. La morte di David Rossi, che morì cadendo da una finestra della banca senese il 6 marzo 2013, fu definita un suicidio. La famiglia di Rossi non si è mai data per vinta rifiutando l'ipotesi del suicidio. Durante l'interrogatorio Fiorenzani ha dichiarato che di festini si parlò dopo la morte di David Rossi, durante un'assemblea dei soci nel luglio 2013, riferito a un "manipolo di depravati che si era preso la banca".

De Gortes: “Mai organizzato festini e i magistrati senesi non sono miei amici”, scrive il 30 Novembre 2017 Antenna Radioesse. Ogni trasmissione de “Le Iene” sembra scatenare il finimondo a Siena e il caso David Rossi è sempre in primo piano. Da qualche tempo, dopo l’intervista dell’ex sindaco Pierluigi Piccini, la Procura di Genova è al lavoro per approfondire la vicenda dei “festini”. Ieri, nel capoluogo ligure, è stato sentito Antonio De Gortes che stamani ha raccontato ad Antenna Radio Esse le sue verità: “Mai organizzato festini, mai fatto uso di droga nella mia vita. Chi mi conosce – spiega l’imprenditore senese – lo sa. E soprattutto, notoriamente, i magistrati non sono miei amici. Mi ritengo danneggiato da tutta questa storia e sono sorpreso da leggere sulla stampa, già ieri sera, le mie dichiarazioni rilasciate in procura. Adesso vediamo cosa succede, sono pronto a far partite le querele per diffamazione”.

David Rossi, lettera anonima: “Sì, sono stati sparati due colpi di arma da fuoco”, scrive la Redazione di Blitz Quotidiano" il 29 novembre 2017.  “Ci sono nella vita situazioni che vogliono che siano andate in un modo mentre invece sono andate in modo diverso, sì, sono stati sparati due colpi di arma da fuoco in quei giorni, ed io posso scriverlo e a me confermato anche da persone vicine”. E’ il contenuto di una lettera firmata “un vigliacco”, datata 21 novembre, recapitata a Antonella Tognazzi, vedova dell’ex capo comunicazione di banca Mps David Rossi morto il 6 marzo 2013 precipitando dalla finestra del suo ufficio. La lettera è stata mostrata dalla vedova alla trasmissione Le Iene andata in onda martedì sera. Nella lettera si spiega che i colpi sarebbero stati sparati “dall’interno verso l’esterno” e “dove siano finite le pallottole nessuno lo sa, ma a vista, basta vedere nella parte di fronte alla finestra e chissà che non appaiano”. “Sono in questo letto ormai in procinto di passare ad altra vita – si legge ancora -, ma è da giorni anzi da anni che vivo con il rimorso di non aver mai detto cose e/o fatti sulla morte” di Rossi, definito “povero ragazzo”. “Lascio questa mia memoria in busta chiusa sigillata a persona di mia fiducia che non sa cosa possa contenere, e come da accordi la deve imbustare solamente dopo la mia morte. Il perché del Vigliacco? Perché sono una persona umana, e volevo vivere una vita tranquilla fino alla mia morte, nella vita si ha paura dei poteri forti”. La notizia degli spari era già emersa nelle scorse settimana quando, ricorda una nota della trasmissione di Mediaset, l’avvocato della moglie di Rossi, Luca Goracci aveva dichiarato sempre ai microfoni de Le Iene come, un anno e mezzo fa, si sarebbe fatto vivo con lui un misterioso testimone che gli aveva raccontato di “un colpo d’arma da fuoco che qualcuno avrebbe sparato” dopo il suo arrivo nel vicolo e il riconoscimento del corpo di Rossi. L’uomo, ha spiegato Goracci, “sarebbe stato aggredito da alcune persone alle spalle: si è divincolato ed è riuscito a scappare con pugni e calci”.

Mps, lettera anonima sulla morte di Rossi: "Hanno sparato colpi d'arma da fuoco". Lettera anonima recapitata alla vedova di David Rossi: "Dove siano finite le pallottole nessuno lo sa...". E spiega: "Nella vita si ha paura dei poteri forti", scrive Sergio Rame, Mercoledì 29/11/2017, su "Il Giornale". "Ci sono nella vita situazioni che vogliono che siano andate in un modo mentre invece sono andate in modo diverso...". Nell'intricata vicenda della morte di David Rossi, capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, spunta una lettera anonima che getta nuove ombre su quanto successo la sera del 6 marzo 2013. Lo scritto, datato 21 novembre, è stata recapita nei giorni scorsi a Antonella Tognazzi, vedova di Rossi, che ieri sera è stata intervistata da Antonino Monteleone alle Iene (video). "Sono stati sparati due colpi di arma da fuoco in quei giorni - si legge - e probabilmente sono stati sparati dall'interno verso l'esterno. Dove siano finite le pallottole nessuno lo sa - continua - ma, a vista, basta vedere nella parte di fronte alla finestra e chissà che non appaiano".

La morte di David Rossi. La sera del 6 marzo 2013 Rossi precipita da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni. In quelle settimane il Monte dei Paschi di Siena era al centro di un'inchiesta sull'acquisizione di Antonveneta che stava smuovendo anche la politica. Si è subito parlato di suicidio. Ma i familiari di Rossi non ne sono mai stati convinti: per ben due volte si sono scontrati con la procura senese che ha archiviato il fascicolo d'indagine aperto con l'ipotesi di reato d'istigazione al suicidio. Antonella Tognazzi, però, non intende darsi per vinta e sta andando avanti a scavare a fondo per cerca di far emergere la verità. Nelle ultime settimane le Iene hanno provato a seguire questa pista e sono arrivarti a Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi e sindaco di Siena dal 1990 al 2001. Anche lui non crede che Rossi si sia suicidato.

La lettera anonima. Dopo la messa in onda dei servizi delle Iene, vengono aperte quattro nuove indagini, due dalla procura di Genova, che dovrà far luce sui comportamenti dei magistrati senesi, e due dalla procura di Siena. A gettare nuovi misteri sulla vicenda c'è la lettera anonima inviata il 21 novembre alla vedova Rossi. Il mittente si firma "Un Vigliacco". "Sono in questo letto ormai in procinto di passare ad altra vita - scrive - ma è da giorni anzi da anni che vivo con il rimorso di non aver mai detto cose e/o fatti sulla morte di quel povero ragazzo dipendente del Monte dei Paschi di Siena il Sig. David Rossi". E continua: "Ci sono nella vita situazioni che vogliono che siano andate in un modo mentre invece sono andate in modo diverso, sì, sono stati sparati due colpi di arma da fuoco in quei giorni, ed io posso scriverlo e a me confermato anche da persone vicine, e probabilmente sparate dall’interno verso l’esterno, dove siano finite le pallottole nessuno lo sa, ma a vista, basta vedere nella parte di fronte alla finestra e chissà che non appaiano". L'anonimo spiega di aver lasciato queste memorie "in busta chiusa sigillata a persona di mia fiducia che non sa cosa possa contenere" e che, "come da accordi, la deve imbustare solamente dopo la mia morte". "Il perché del Vigliacco? - scrive alla fine della missiva - perché sono una persona umana, e volevo vivere una vita tranquilla fino alla mia morte, nella vita si ha paura dei poteri forti. Chiedo perdono".

Le Iene, il caso MpS: intervista alla vedova di David Rossi, scrive il 29 novembre 2017 Tvzap. Con una lettera anonima è stata recapitata ad Antonella Tognazzi si infittiscono i misteri legati alla morte del capo della comunicazione dell’istituto bancario. I troppi lati oscuri legati alla morte di David Rossi sono ancora una volta al centro delle inchieste delle Iene Show. Antonino Monteleone è tornato ad occuparsi del caso MpS intervistando nella puntata in onda martedì 28 novembre su Italia 1 la vedova, Antonella Tognazzi a cui è stata recapitata nei giorni scorsi una lettera anonima. David Rossi, capo della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, la sera del 6 marzo 2013, è precipitato da una finestra della sede della banca a Rocca Salimbeni, nel capoluogo toscano. In quelle stesse settimane, MPS era al centro di una grande inchiesta basata sull’acquisizione di Antonveneta. Nel luglio 2017, il gip ha disposto l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che si sia trattato di omicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. La moglie di David Rossi Antonella Tognazzi e la figlia della donna Carolina Orlandi, che non credono all’ipotesi del suicidio, sono da anni impegnate per far sì che si continui a indagare sulla morte dell’uomo. Anche Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi e sindaco di Siena dal 1990 al 2001, aveva affermato, tra le altre cose, “Non credo che David Rossi si sia suicidato”. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi sul caso, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi) e due presso la Procura di Siena. Antonino Monteleone incontra Antonella Tognazzi, che legge il contenuto di una lettera anonima – datata 21 novembre – che le è stata recapita nei giorni scorsi. Il mittente si firma “Un Vigliacco”; la lettera riporta quanto segue: Oggetto: Le mie ultime memorie. Sono in questo letto ormai in procinto di passare ad altra vita, ma è da giorni anzi da anni che vivo con il rimorso di non aver mai detto cose e/o fatti sulla morte di quel povero ragazzo dipendente del Monte dei Paschi di Siena il Sig. David Rossi. Ci sono nella vita situazioni che vogliono che siano andate in un modo mentre invece sono andate in modo diverso, sì, sono stati sparati due colpi di arma da fuoco in quei giorni, ed io posso scriverlo e a me confermato anche da persone vicine, e probabilmente sparate dall’interno verso l’esterno, dove siano finite le pallottole nessuno lo sa, ma a vista, basta vedere nella parte di fronte alla finestra e chissà che non appaiano. Lascio questa mia memoria in busta chiusa sigillata a persona di mia fiducia che non sa cosa possa contenere, e come da accordi la deve imbustare solamente dopo la mia morte. Il perché del Vigliacco? Perché sono una persona umana, e volevo vivere una vita tranquilla fino alla mia morte, nella vita si ha paura dei poteri forti. Di presunti spari nel vicolo la notte dell’accaduto, aveva parlato anche l’avvocato della famiglia Rossi Luca Goracci che, ai microfoni della Iena, aveva raccontato come, un anno e mezzo fa, si sarebbe fatto vivo con lui un misterioso “testimone”. Goracci aveva detto: “Sono stato contattato telefonicamente da questa persona, poi è venuta allo studio e a parole mi dice che la sera del 6 aveva un appuntamento con David, che ha fatto tardi, e che risalendo su da via de Rossi, arrivato all’altezza del Vicolo di Monte Pio, si è girato e ha visto un corpo in terra. È entrato nel vicolo e si è avvicinato al corpo, e lì ha visto che si trattava di David Rossi che, mi dice, conosceva da qualche mese. E mentre era lì, sarebbe stato aggredito da alcune persone alle spalle: si è divincolato ed è riuscito a scappare con pugni e calci. C’era stato un colpo d’arma da fuoco che qualcuno di questi avrebbe sparato, […] mi dice che avevano il silenziatore nella pistola”.

Che cosa ho scoperto sulla morte di David Rossi. Parla Monteleone (Le Iene), scrive Fabrizio Colarieti su "Formiche.net" il 19/11/2017. Conversazione con Antonino Monteleone, inviato de "Le Iene", sul servizio che indaga le contraddizioni nella morte di David Rossi. Dopo la doppia inchiesta aperta dalla Procura di Genova, che sta muovendo i primi passi, anche la Procura di Siena, per la terza volta, torna a indagare (con due fascicoli al momento a carico di ignoti) sulla misteriosa morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi, volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, il 6 marzo di quattro anni fa. Troppo lungo per arrendersi, secondo i suoi familiari, l’elenco degli interrogativi che riguardano sia la morte del giornalista sia i gravi errori commessi nella fase iniziale delle indagini di cui, tra l’altro, si sta occupando anche il Csm. Ad aggiungere importanti tasselli, che hanno sollecitato le due procure a tornare a indagare su quanto accaduto quella sera – nel caso di Genova sono stati già invitati a comparire gli allora vertici della Banca e altri testimoni mai ascoltati prima – è stata un’inchiesta de “Le Iene”, curata da Antonino Monteleone che a Formiche.net annuncia che continuerà a lavorare su questo caso perché ci sono “fatti ancora inediti”. Sei puntate, ascolti record, una storia torbida che rischiava di essere dimenticata e che, invece, è tornata a galla grazie al tuo impegno e a quello di Davide Vecchi, che alla stessa vicenda ha dedicato un libro.

A che punto siamo con la verità?

«Più si scava in questa storia e più capisco che alla verità siamo ancora lontanissimi. E mi riferisco al chiarire definitivamente tutti i dubbi. Ci troviamo in mezzo a una situazione paradossale: mancano sufficienti elementi per credere che David Rossi abbia tragicamente deciso di togliersi la vita, ma allo stesso tempo i grandi vuoti investigativi e le anomalie che si riscontrano ad esempio sul corpo di David e nel video dell’unica telecamera di sorveglianza acquisito; generano l’idea che sia stato ammazzato senza che questa possa essere esclusa categoricamente».

Perché hai scelto questa storia per il tuo esordio a “Le Iene”?

«È stata una scelta condivisa tra me e l’autore (Marco Occhipinti, ndr). C’erano diverse idee sul tavolo e confesso che, inizialmente, ero un po’ restio perché oltre ad essere già stata lungamente trattata, ero influenzato dalla doppia archiviazione. La mia esperienza giornalistica è condizionata da una fiducia piuttosto profonda per l’operato della magistratura. Quindi mi sono approcciato con molto scetticismo. Ma più leggevamo gli atti dell’inchiesta, guardavamo le foto del corpo del povero Rossi, più ascoltavamo la famiglia, più guardavamo l’inquietante video della caduta più i dubbi aumentavano e abbiamo deciso che al pubblico de “Le Iene” andava raccontato, visto che è un pubblico di giovanissimi molto curiosi, ma lontani dal flusso classico delle notizie sui giornali e in tv. Un esordio con una storia molto complessa e molto dura, con tutto quello spazio a disposizione (il primo servizio durava oltre 36 minuti) dimostra che una scommessa – su di me e su questa vicenda – l’ha fatta l’intero programma. Ha ripagato. Perché l’impatto è stato notevole».

A che punto è la tua inchiesta e in che direzione sta andando?

«Intanto dopo sei servizi in onda e oltre 140 minuti di racconto televisivo, si sono aperte due nuove indagini a Genova e altre due a Siena. Se quest’ultime sfoceranno in una concreta riapertura dell’inchiesta sulla morte di Rossi, sarebbe certamente un merito della nostra trasmissione. Nelle prossime settimane continueremo a ricostruire gli scenari e raccontare fatti ancora inediti di cui siamo venuti a conoscenza».

Avete ricevuto pressioni dopo le prime puntate?

«Non tutte le persone che abbiamo cercato per un’intervista o che hanno detto molte più cose quando la telecamera non era accesa, hanno gradito. Il tema è delicato. Le implicazioni sono molteplici: posso dire che ho potuto apprezzare le spalle larghe di Mediaset e il grande spazio di libertà riconosciuto al programma».

E da parte del Monte dei Paschi?

«Nessuna. Ci tengo anche a dire che in questa storia, se si pensa alla Banca Monte dei Paschi come un secolare istituto che appartiene alla città di Siena e ai senesi dal 1472, l’Istituto è danneggiato da ciò che ha dovuto affrontare per via di manager incapaci. E la Banca è vittima anche delle vicende legate alla morte di David Rossi. È stato un suicidio? Abbiamo già evidenziato che, forse, poteva evitarsi. È stato un omicidio? Beh come si fa a non ritenere l’Istituto una vittima?»

Quando hai deciso di lasciare “Piazza Pulita”, dove eri inviato per Corrado Formigli, qualcuno sui social ha commentato che stavi smettendo di fare il giornalista, si sono ricreduti?

«Non riesco più a star dietro a tutti quelli che qualunque cosa tu faccia nella vita, alzano il ditino per indicare cosa avrei dovuto o non avrei dovuto fare. Se accetti un lavoro in Rai ti dicono che forse lo hai avuto perché sei vicino al governo. Se vai a Mediaset: “eh ma allora Berlusconi…”. Ora sono usciti pure gli sciroccati che accusano La7 di essere filo-M5S. Siamo circondati da persone che vivono nella paranoia. A me, la paranoia non piace. Ho sempre fatto le cose che faccio mettendoci il massimo dell’impegno. Se le ho fatte male è stata colpa mia. Ogni volta che mi è stata data un’opportunità ho cercato di non deludere chi me la dava. Sarà sempre così».

 “Morte dei Paschi”, avvincente libro-inchiesta di Lannutti e Fracassi sul dissesto finanziario di Mps, scrive Roberto Tomei il 30 Novembre 2017 su Il Foglietto. Morte dei Paschi. Dal suicidio di David Rossi ai risparmiatori truffati. Ecco chi ha ucciso la banca di Siena di Elio Lannutti e Franco Fracassi, editore Paper FIRST, Roma, 2017, pp. 280, euro 12. Il libro che qui si presenta è un’inchiesta sul terremoto finanziario che ha sconquassato una delle più antiche e potenti banche del mondo, compromessa dal nefasto combinato disposto di ambigui interessi politici e personali. E come ogni terremoto degno di questo nome anche quello che ha cagionato la “morte dei Paschi” ha avuto le sue vittime. Innanzitutto, David Rossi, l’ex capo della comunicazione della banca, il primo di una lunga catena di suicidi, visto che almeno altre otto persone nel mondo si sono tolte la vita per operazioni collegate a Mps. Una scia di sangue che si mescola alla lunga serie di scandali finanziari che hanno colpito tanti risparmiatori, con riflessi non indifferenti sul bilancio dello Stato, chiamato a operare il salvataggio dell’Istituto. Si spiega così come, a fronte del gran risalto dato alla morte di Rossi, non minore importanza riceva l’ascesa di Mussari, essendo stato ben messo in evidenza l’intreccio perverso tra banche, politica e imprenditoria, che è stato all’origine della fine della banca senese. Di sicuro, il libro contribuisce a tener viva l’attenzione sull’intera storia: da un lato, sulla vicenda particolare della strana fine di Rossi, che alcuni osservatori, nonostante due archiviazioni, ritengono debba essere oggetto di nuove indagini, da svolgere magari fuori della città del Palio; dall’altro, sulla più vasta parabola del nostro sistema, che ha consentito la sciagurata fusione tra banche commerciali e banche d’investimento, così stravolgendo la funzione del credito. Ma, al di là di tutto questo, che certamente non è poco, il libro di Lannutti, Senatore della Repubblica nella scorsa legislatura, noto Fondatore e Presidente di Adusbef ma anche editorialista del Foglietto, e di Fracassi, giornalista di vaglia, si segnala altresì all’attenzione dei lettori perché sa rendere la storia avvincente, dando alla stessa quasi i tratti di un romanzo giallo.

Vaticano, percorso a ostacoli, scrive Pier Francesco De Robertis il 30 novembre 2017 su "La Nazione". La pace non abita in Vaticano, almeno quando si parla di soldi. E al netto di un giudizio esauriente sulla vicenda accaduta ieri – al momento interlocutorio, dal classico dipendente infedele che tradisce la fiducia appropriandosi di fondi o passando all’esterno informazioni riservate, all’esito di uno scontro di potere nei Sacri palazzi – salta all’occhio come i travagli degli organismi che all’interno della Chiesa gestiscono i beni e i denari non conoscano fine. Una maledizione? Un destino tragico e baro? O semplicemente l’ennesima puntata di una guerra intestina che non conosce requie, e anzi, più va avanti l’opera di riforma di papa Francesco più trova opposizioni e finisce per procedere per strappi. Certo è che intorno allo Ior negli ultimi trent’anni è accaduto di tutto, e buona parte dei misteri del mondo (quelli d’Italia quasi tutti) sono transitati per gli austeri stanzoni del torrione Nicolò V. Calvi, la mafia, Marcinkus, la banda della Magliana, la maxitangente Enimont per finire a David Rossi il coinvolgimento dello Ior è diventato un imprenscindibile topos letterario per chi si voleva e si vuole occupare di misteri. Una sorta di fiction, in cui come tutte le fiction la realtà si mescola alla fantasia. Benedetto XVI e soprattutto Bergoglio hanno provato a portare lo Ior nel consesso finanziario internazionale, che dal suo canto invocava da tempo la massima trasparenza (spesso gli stessi che tollerano nella Ue stati come Malta o il Lussemburgo e fin quando non ha deciso di andarsene la Gran Bretagna). Bergoglio ha di fatto compiuto l’opera, perché sono stati cancellati conti sospetti, i bilanci sono diventati pubblici, dall’aprile 2017 lo stato della Città del Vaticano è nella white list italiana e il Vaticano si è dotato di una autorità antiriciclaggio. Qualche colpo di coda però c’è, come mostrano le vicende di monsignor Vallejo Balda e le frequenti dimissioni, spontanee o indotte, di presidenti o direttori generali. Fino al nuovo epilogo di questi giorni.

David Rossi: “Omicidio di Stato per salvare le banche”, scrive Daniele Garlando il 5 novembre 2017 su "Themisemetis.com". Il 9 novembre uscirà un libro sconvolgente, destinato a fare discutere: “Morte dei Paschi. Chi ha ucciso la Banca di Siena” in cui troveremo approfondimenti sulla morte di David Rossi. Abbiamo avuto il piacere e la grande opportunità di parlarne in esclusiva, a pochi giorni dall’uscita, con Elio Lannutti, colui che ne ha curato la pubblicazione, insieme al giornalista Franco Fracassi. Elio Lannutti non è solo un famoso giornalista, scrittore ed economista. Elio Lannutti è un uomo da sempre impegnato nella tutela e difesa dei consumatori e dei cittadini, contro i soprusi del sistema bancario, finanziario e non solo. Basta ascoltare alcuni dei tanti interventi che si trovano online. “Quello di David Rossi è stato un omicidio di Stato, per salvare le Banche”. Di seguito, vi riportiamo solo alcuni stralci delle tante forti dichiarazioni che ha riservato ai nostri microfoni in questa intervista. Insieme abbiamo affrontato la vicenda “Monte dei Paschi” di Siena, e i suoi inquietanti misteri. Senza mezze misure. E specialmente di un caso, quello che riguarda David Rossi, responsabile della comunicazione di MPS, precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena. Caso salito prepotentemente alla ribalta della cronaca nelle ultime settimane, grazie al lavoro di Antonino Monteleone e della sua trasmissione “Le Iene”. Tenetevi forte, perché sono dichiarazioni forti.

“Quello di David Rossi è stato un omicidio di Stato per salvare le Banche, per le quali lo stesso Stato trova venti miliardi in cinque minuti, mentre i terremotati stanno sotto le macerie e sotto la neve”, aveva detto solo pochi mesi fa. “Abbiamo scovato ben otto altri casi” di suicidi sospetti, legati a MPS". Ai nostri microfoni, Elio Lannutti rincara la dose. “David Rossi secondo noi è stata la vittima di quel grande imbroglio e truffa che si chiama Monte dei Paschi di Siena. La più antica Banca, che aveva resistito a calamità e guerre, ma non ha resistito a un avvocato calabrese, al Partito Democratico di cui era la banca di riferimento, e alla finanza criminale”.

E ancora, terribilmente inquietante. “Abbiamo fatto un’indagine” (da cui è nato il libro in uscita il 9 novembre) “… e abbiamo scovato ben altri otto casi” di suicidi sospetti nel mondo, legati alla vicenda MPS. “Un nono non lo abbiamo raccontato: la strana morte al Ministero dell’Economia di un dirigente che è stato trovato impiccato con la sua cravatta al termosifone”. Nel libro ne vengono raccontati però altri nel mondo “tutti legati a quei prodotti tossici”, che non garantiscono la gente, ma “solo i profitti dei banchieri”. Fino ad arrivare alla grande Banca giapponese “Nomura”, e allo strano caso di un altro dirigente suicidato. Dove per prima non arriva la polizia, ma due figuri inquietanti che “portano via tutti i documenti prima che arrivi la polizia”.

Questi sono “misteri criminali”, così senza mezzi termini ci dice Elio Lannutti. “Questo è il Paese alla rovescia, dove gli onesti sono perseguitati, e le cricche premiate”. E “questo è il Paese alla rovescia, dove gli onesti vengono perseguitati e le cricche premiate, come nel caso del governatore Visco”. Riguardo alla recente rinomina di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia, Elio Lannutti dice semplicemente: “questo è un segnale devastante per i giovani, perché… è la metafora di un Paese che premia i suoi manutengoli. La vigilanza della Banca d’Italia non ha guardato i crack e dissesti di sette banche”.

All’interno dell’intervista, troverete poi parole ulteriormente forti sul “Rosatellum”, “una legge sicuramente incostituzionale. Un “Porcatellum”, che avrà il pregio” (in senso ironico…) “della ingovernabilità, a meno che la gente non si svegli”. A meno che “tutti gli onesti, tutti i vessati e i giovani che sono costretti a scappare all’Estero” non si ribellino, facendo “la rivoluzione delle matite”, attraverso il loro voto. “Come già fatto il 4 dicembre, quando hanno votato in massa un grande NO, nonostante tutti i poteri, le cancellerie europee, gli Stati Uniti d’America, la Confindustria, le banche, fossero tutti a favore dell’uomo di JP Morgan”, Matteo Renzi.

“Il PD invece di difendere i lavoratori, difende banchieri e finanza criminale”. Matteo Renzi, “sconfitto il 4 dicembre soprattutto dai giovani. Aveva promesso di andarsene a casa, sta ancora facendo danni. Ma è l’uomo più odiato dagli italiani”.

Si chiude con l’attacco alla pratica “fraudolenta” della modifica del calendario. Quella per cui ora le bollette si pagano ogni quattro settimane, con conseguente allungamento “dell’anno a tredici mesi, mentre gli stipendi e le pensioni non seguono questa prassi”. Tutto questo “con il consenso del governo e del PD, che invece di difendere i lavoratori e la povera gente, è diventato un OGM, che difende gli interessi dei predatori del mercato, dei banchieri e della finanza criminale”. “Bisogna ribellarsi a questo potere dei manutengoli!”

È forte l’anelito e la passione che il dottor Lannutti ci trasmette, quando parla degli italiani costretti, come lui da giovane, ad andare all’estero. Che è poi il forte messaggio finale che ci lascia.

“Perché questa classe politica marcia, che ha fatto il debito pubblico, che ogni giorno gliene arrestano qualcuno, ha sottratto la speranza. Noi questa speranza la vogliamo coltivare, per quei giovani che se ne devono scappare”. “Bisogna ribellarsi a questo potere dei manutengoli. I giovani devono ritornare in una grande nazione che si chiama Italia, il più bel Paese, rapinato e distrutto dai manutengoli del potere”.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it, mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

IL SUD TARTASSATO.  

Sud tartassato: il Meridione paga più di tutti, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Dice la Svimez che se muori e vuoi un funerale come i cristiani, è meglio che schiatti a Milano, che a Napoli ti trattano maluccio. E non ti dico a Bari o a Palermo, una schifezza. A Milano si spende 1.444,23 euro per defunto, a Napoli 988 euro, a Bari 892 euro e 19 centesimi, a Palermo 334 euro. A Palermo, cinque volte meno che a Milano. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, si rivolterà nella tomba, che a quanto pare non c’è nessuna livella, dopo morti. E checcazzo, e neppure lì terroni e polentoni siamo uguali. E basterebbe solo questo – il culto dei morti dovrebbe antropologicamente “appartenere” alle società meridionali, era il Sud la terra delle prefiche, era il Sud la terra delle donne in nero, era il Sud la terra dei medaglioni con la fotina dell’estinto che pendono sul petto delle vedove – per dire come questa Italia sia cambiata e rovesciata sottosopra. Si paga al Sud di più per tutto, per l’acqua, la monnezza, l’asilo, gli anziani, la luce nelle strade, i trasporti, insomma per i Lep, come dicono quelli che studiano queste cose: livelli essenziali delle prestazioni. Essenziali lo sono, al Sud, ma quanto a prestazioni, zero carbonella. Eppure, Pantalone paga. Paga soprattutto la classe media meridionale che si era convinta che la civilizzazione passasse per gli standard nazionali. Paghiamo il mito della modernizzazione. Paghiamo l’epica della statalizzazione. Paghiamo la retorica della “cosa pubblica”. Paghiamo l’idea che dobbiamo fare bella figura, ora che i parenti ricchi, quelli del Nord, vengono in visita e ci dobbiamo comportare come loro: non facciamoci sempre riconoscere. Paghiamo le tasse, che per questo loro sono avanti e noi restiamo indietro. Lo Stato siamo noi. Parla per te, dico io. Dove vivo io, un piccolo paese del Sud, pago più tasse d’acqua di quante ne pagassi prima in una grande città, e più tasse di spazzatura, e non vi dico com’è ridotto il cimitero che mi viene pena solo a pensarci. Sono stati i commissari prefettizi – che avevano sciolto il Comune – a “perequare” i prelievi fiscali. Poi sono andati via, ma le tasse sono rimaste. Altissime, cose mai viste. In compenso però, la spazzatura si accumula in piccole montagne. A volte le smantellano, poi si ricomincia. Non sai mai quando, magari qualcuno dei laureati che stanno a girarsi i pollici al baretto della piazza potrebbe studiarla, la sinusoide della raccolta rifiuti. Invece, i bollettini arrivano in linea retta. Con la scadenza scritta bella grossa. L’unica cosa che è diminuita in questi anni al Sud è il senso di appartenenza a una qualche comunità più grande del nostro orto privato. La pervasività dello Stato – e quale maggiore pervasività della sua capacità di prelievo fiscale – è cresciuta esponenzialmente quanto l’assoluta privatizzazione di ogni spirito meridionale. Tanto più Stato ha prodotto solo tanta più cosa privata. E non dico solo verso la comunità nazionale, la Patria o come diavolo vogliate chiamarla. No, proprio verso la comunità territoriale. Chi può manda i figli lontano, perché restino lontano. Chi può compra una casa lontano sperando di andarci il prima possibile a passare gli anni della vecchiaia. Chi può fa le vacanze lontano, a Pasqua e a Natale, il più esotiche possibile. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre. Il Sud è diventato terra di transito per i suoi stessi abitanti. Come migranti clandestini, non vediamo l’ora di andarcene. il Sud dismette se stesso, avendo perso ogni identità storica non si riconosce in quello che ha adesso intorno, che pure ha accettato, voluto, votato.

C’era una volta l’assistenzialismo. Rovesciati come un calzino ci siamo ritrovati contro un federalismo secessionista della Lega Nord che per più di vent’anni ci ha sbomballato le palle rubandoci l’unica cosa in cui eravamo maestri, il vittimismo. Siamo stati vittimisti per più di un secolo, dall’unità d’Italia in poi, e a un certo punto ci siamo fatti rubare la scena da quelli del Nord – e i trasferimenti di risorse, e le pensioni, e l’assistenzialismo e la pressione fiscale e le camorre degli appalti pubblici – e l’unica difesa che abbiamo frapposto è stata lo Stato. Siamo paradossalmente diventati i grandi difensori dell’unità nazionale contro il leghismo. Noi, i meridionali, quelli che il federalismo e il secessionismo l’avevano inventato e provato. Noi, che dello Stato ce ne siamo sempre bellamente strafottuti. Li abbiamo votati. Partiti nazionali, destra e sinistra, sindaci cacicchi e governatori, li abbiamo votati. Ci garantivano le “risorse pubbliche”. Dicevano. Ci promettevano il rinascimento, il risorgimento, la resistenza. Intanto però pagate. Come quelli del Nord. Facciamogli vedere. Anzi, di più. La crisi economica del 2007 ha solo aggravato una situazione già deteriorata. E ormai alla deriva. È stata la classe media meridionale “democratica” l’artefice di questo disastro, con la sua ideologia statalista. Spesso, loro che possono, ora che le tasse sono diventate insopportabili, ora che il Sud è sfregiato, senza più coscienza di sé, ora se ne vanno. O mandano i loro figli lontano. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre.

Non solo i cittadini italiano sono tartassati, ma sono anche soggetti a dei disservizi estenuanti.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

In molti mi hanno scritto chiedendomi il testo del mio monologo effettuato durante il Festival di Sanremo 2013 il 16 Febbraio scorso. Beh, eccolo. Inoltre alcuni di voi, sull'onda del contenuto di quel monologo hanno creato una pagina facebook "Quelli che domenica voteranno con un salmone". Come vedete, l'ho fatto anch'io... 

Sono un italiano. Che emozione... E che paura essere su questo palcoscenico... Per me è la prima volta. Bello però. Si sta bene… Il problema ora è che cosa dire. Su questo palco è stato fatto e detto davvero di tutto. E il contrario di tutto. Gorbaciov ha parlato di perestroika, di libertà, di democrazia… Cutugno ha rimpianto l’Unione Sovietica. Gorbaciov ha parlato di pace… e Cutugno ha cantato con l’Armata Rossa… Belen ha fatto vedere la sua farfallina (io potrei farvi vedere il mio biscione, ma non mi sembra un’ottima idea… è un tatuaggio che ho sulla caviglia, dopo tanti anni a Mediaset è il minimo…) Ma soprattutto Benigni, vi ricordate quando è entrato con un cavallo bianco imbracciando il tricolore? Ecco, la rovina per me è stato proprio Benigni. Lo dico con una sana invidia. Benigni ha alzato troppo il livello. La Costituzione, l'Inno di Mameli, la Divina Commedia... Mettetevi nei panni di uno come me. Che è cresciuto leggendo Topolino... Però, se ci pensate bene, anche Topolino, a modo suo, è un classico. Con la sua complessità, il suo spessore psicologico, le sue contraddizioni… Prendete Nonna Papera, che animale è? ... chi ha detto una nonna? Non fate gli spiritosi anche voi, è una papera. Ma è una papera che dà da mangiare alle galline. Tiene le mucche nella stalla... Mentre invece Clarabella, che anche lei è una mucca, non sta nella stalla, sta in una casa con il divano e le tendine. E soprattutto sta con Orazio, che è un cavallo. Poi si lamentano che non hanno figli... Avete presente Orazio, che fa il bipede, l’antropomorfo, però ha il giogo, il morso, il paraocchi. Il paraocchi va bene perché Clarabella è un cesso, ma il morso?!? Ah, forse quando di notte arriva Clarabella con i tacchi a spillo, la guêpiere, la frusta: "Fai il Cavallo! Fai il cavallo!" nelle loro notti sadomaso… una delle cinquanta sfumature di biada. E Qui Quo Qua. Che parlano in coro. Si dividono una frase in tre, tipo: "ehi ragazzi attenti che arriva Paperino/ e/ ci porta tutti a Disneyland", oppure: "ehi ragazzi cosa ne direste di andare tutti/ a/ pescare del pesce che ce lo mangiamo fritto che ci piace tanto..." ecco, già da queste frasi, pur banali se volete, si può evincere come a Quo toccassero sempre le preposizioni semplici, le congiunzioni, a volte solo la virgola: "ehi ragazzi attenti che andando in mezzo al bosco/, / rischiamo di trovare le vipere col veleno che ci fanno del male" inoltre Quo ha sempre avuto un problema di ubicazione, di orientamento... non ha mai saputo dove fosse. Tu chiedi a Qui: "dove sei?" "sono qui!" ... Chiedi a Qua "dove sei?", e lui: "sono qua!" tu prova a chiederlo a Quo. Cosa ti dice? "sono Quo?" Cosa vuol dire? Insomma Quo è sempre stato il più sfigato dei tre, il più insulso: non riusciva né a iniziare né a finire una frase, non era né qui, né qua... Mario Monti. Mari o Monti? Città o campagna? Carne o Pesce? Lo so. So che siamo in piena par condicio e non si può parlare di politica. Ma sento alcuni di voi delusi dirsi: ma come, fra sette giorni ci sono le elezioni. E questo qui ci parla di mucche e galline... Altri che invece penseranno: basta politica! Io non voglio nascondermi dietro a un dito, anche perché non ne ho nessuno abbastanza grosso… decidete voi, volendo posso andare avanti per altri venti minuti a parlare di fumetti, oppure posso dirvi cosa penso io della situazione politica… Ve lo dico? Io penso che finché ci sono LORO, non riusciremo mai a cambiare questo paese. Dicono una cosa e ne fanno un'altra. Non mantengono le promesse. Sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili. Credono di avere tutti diritti e nessun dovere. Danno sempre la colpa agli altri… A CASA! Tutti a casa!!! (A parte che quando dici tutti a casa devi stare attento, specificare: a casa di chi? No perché non vorrei che venissero tutti a casa mia) Vedo facce spaventate... soprattutto nelle prime file... Lo so, non devo parlare dei politici, ho firmato fior di contratti, ci sono le penali... Ma chi ha detto che parlo dei politici? Cosa ve l'ha fatto pensare? Ah, quando ho detto incompetenti, bugiardi, inaffidabili? Ma siete davvero maliziosi... No, non parlavo dei politici. Anche perché, scusate, i politici sono in tutto poche centinaia di persone... cosa volete che cambi, anche se davvero se ne tornassero tutti a casa (casa loro, ribadisco)? Poco. No, quando dicevo che devono andare tutti a casa, io non stavo parlando degli eletti. Io stavo parlando degli elettori... stavo parlando di NOI. Degli italiani. Perché, a fare bene i conti, la storia ci inchioda: siamo noi i mandanti. Siamo noi che li abbiamo votati. E se li guardate bene, i politici, ma proprio bene bene bene... è davvero impressionante come ci assomigliano: I politici italiani… sono Italiani! Precisi, sputati. Magari, ecco, con qualche accentuazione caricaturale. Come le maschere della commedia dell'arte, che sono un po' esagerate, rispetto al modello originale. Ma che ricalcano perfettamente il popolo che rappresentano. C'è l'imbroglione affarista, tradito dalla sua ingordigia “Aò, e nnamose a magnà!... A robbin, ‘ndo stai?”; C'è il servitore di due padroni: "orbo da n'orecia, sordo de n'ocio"… qualche volta anche di tre. Certi cambiano casacca con la velocità dei razzi… C'è il riccone arrogante...”Guadagno spendo pago pretendo” C'è la pulzella che cerca di maritarsi a tutti i costi con il riccone, convinta di avere avuto un'idea originale e che ci rimane male quando scopre che sono almeno un centinaio le ragazze che hanno avuto la sua stessa identica idea... C'è il professore dell'università che sa tutto lui e lo spiega agli altri col suo latino/inglese perfetto: "tananai mingheina buscaret!" Cos’ha detto? “Choosy firewall spending review” Ah, ecco, ora finalmente ho capito… C'è quello iracondo, manesco, pronto a menar le mani ad ogni dibattito... “culattoni raccomandati” Insomma, c'è tutto il campionario di quello che NOI siamo, a partire dai nostri difetti, tipo l'INCOERENZA. Come quelli che vanno al family day... ma ci vanno con le loro due famiglie... per forza poi che c'è un sacco di gente.... E se solo li guardi un po' esterrefatto, ti dicono: "Perché mi guardi così? Io sono cattolico, ma a modo mio”. A modo tuo? Guarda, forse non te l'hanno spiegato, ma non si può essere cattolico a modo proprio... Se sei cattolico non basta che Gesù ti sia simpatico, capisci? Non è un tuo amico, Gesù. Se sei cattolico devi credere che Gesù sia il figlio di Dio incarnato nella vergine Maria. Se sei cattolico devi andare in chiesa tutte le domeniche, confessare tutti i tuoi peccati, fare la penitenza. Devi fare anche le novene, digiunare al venerdì... ti abbuono giusto il cilicio e le ginocchia sui ceci. Divorziare: VIETATISSIMO! Hai sposato un farabutto, o una stronza? Capita. Pazienza. Peggio per te. Se divorzi sono casini… E il discorso sulla coerenza non vale solo per i cattolici... Sei fascista? Devi invadere l’Abissinia! Condire tutto con l'olio di ricino, girare con il fez in testa, non devi mai passare da via Matteotti, anche solo per pudore! Devi dire che Mussolini, a parte le leggi razziali, ha fatto anche delle cose buone! Sei comunista? Prima di tutto devi mangiare i bambini, altro che slow food. Poi devi andare a Berlino a tirare su di nuovo il Muro, mattone su mattone! Uguale a prima! Devi guardare solo film della Corea… del nord ovviamente. Devi vestirti con la casacca grigia, tutti uguali come Mao! …mica puoi essere comunista e poi andare a comprarti la felpa da Abercrumbie Sei moderato? Devi esserlo fino in fondo! Né grasso né magro, né alto né basso, né buono né cattivo... Né…Da quando ti alzi la mattina a quando vai a letto la sera devi essere una mediocrissima, inutilissima, noiosissima via di mezzo! Questo per quanto riguarda la coerenza. Ma vogliamo parlare dell'ONESTÀ? Ho visto negozianti che si lamentano del governo ladro e non rilasciano mai lo scontrino, Ho visto fabbriche di scontrini fiscali non fare gli scontrini dicendo che hanno finito la carta, Ho visto ciechi che accompagnano al lavoro la moglie in macchina, Ho visto sordi che protestano coi vicini per la musica troppo alta, Ho visto persone che si lamentano dell’immigrazione e affittano in nero ai gialli… e a volte anche in giallo ai neri!, Ho visto quelli che danno la colpa allo stato. Sempre: se cade un meteorite, se perdono al superenalotto, se la moglie li tradisce, se un piccione gli caga in testa, se scivolano in casa dopo aver messo la cera: cosa fa lo stato? Eh? Cosa fa?... Cosa c’entra lo stato. Metti meno cera, idiota! Lo sapete che nell'inchiesta sulla 'ndrangheta in Lombardia è venuto fuori che c'erano elettori, centinaia di elettori, che vendevano il proprio voto per cinquanta euro? Vendere il voto, in democrazia, è come vendere l'anima. E l'anima si vende a prezzo carissimo, avete presente Faust? Va beh che era tedesco, e i tedeschi la mettono giù sempre durissima, ma lui l'anima l'ha venduta in cambio dell'IMMORTALITA'! Capito? Non cinquanta euro. Se il diavolo gli offriva cinquanta euro, Faust gli cagava in testa. La verità è che ci sono troppi impresentabili, tra gli elettori. Mica poche decine, come tra i candidati… è vero, sembrano molti di più, ma perché sono sempre in televisione a sparar cazzate, la televisione per loro è come il bar per noi... "Ragazzi, offro un altro giro di spritz" "E io offro un milione di posti di lavoro" e giù a ridere. "E io rimborso l'imu!” “e io abolisco l'ici!" “Guarda che non c'è più da un pezzo l'ici" "Allora abolisco l'iva... E anche l'Emy, Evy e Ely!" "E chi sono? "Le nipotine di Paperina! "Ma va là, beviti un altro grappino e tasi mona!..." Vedi, saranno anche impresentabili ma per lo meno li conosci, nome e cognome, e puoi anche prenderli in giro. Invece gli elettori sono protetti dall’anonimato… alle urne vanno milioni di elettori impresentabili, e nessuno sa chi sono! Sapete quale potrebbe essere l’unica soluzione possibile? Sostituire l'elettorato italiano. Al completo. Pensate, per esempio, se incaricassimo di votare al nostro posto l'elettorato danese, o quello norvegese. Lo prendiamo a noleggio. Meglio, lo ospitiamo alla pari... Au pair. Carlo, ma chi è quel signore biondo che dorme a casa tua da due giorni? “Oh, è il mio elettore norvegese alla pari, domenica vota e poi riparte subito... C'è anche la moglie”... E per chi votano, scusa? "Mi ha detto che è indeciso tra Aspelünd Gründblomma e Pysslygar". Ma quelli sono i nomi dell'Ikea!, che tra l’altro è svedese… "Ma no, si assomigliano… però ora che mi ci fai pensare, effettivamente ho visto nel suo depliant elettorale che i simboli dei loro partiti sono un armadio, una lampada, un comodino. Mah. E tu poi, in cambio cosa fai, vai a votare per le loro elezioni? In Norvegia? "Ah, questo non lo so. Non so se mi vogliono. Mi hanno detto che prima devo fare un corso. Imparare a non parcheggiare in doppia fila. A non telefonare parlando ad alta voce in treno. A pagare le tasse fino all'ultimo centesimo. Poi, forse, mi fanno votare." Si, va beh, qualche difficoltà logistica la vedo: organizzare tutti quei pullman, trovare da dormire per tutti... Ma pensate che liberazione, la sera dei risultati, scoprire che il nostro nuovo premier è un signore o una signora dall'aria normalissima, che dice cose normalissime, e che va in televisione al massimo un paio di volte all'anno.

(Lancio di batteria e poi, sull’aria de “L’italiano”)

Lasciatemi votare

con un salmone in mano

vi salverò il paese

io sono un norvegese…

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

Economia Sommersa: Il Nord onesto e diligente evade più del Sud, scrive Emanuela Mastrocinque su “Vesuviolive”. Sono queste le notizie che non dovrebbero mai sfuggire all’attenzione di un buon cittadino del Sud. Per anni ci hanno raccontato una storia che, a furia di leggerla e studiarla, è finita con il diventare la nostra storia, l’unica che abbiamo conosciuto. Storia di miseria e povertà superata dai meridionali grazie all’illegalità o all’emigrazione, le due uniche alternative rimaste a “quel popolo di straccioni” (come ci definì quella “simpatica” giornalista in un articolo pubblicato su “Il Tempo” qualche anno fa) . Eppure negli ultimi anni il revisionismo del risorgimento ci sta aiutando a comprendere quanto lo stereotipo e il pregiudizio sia stato utile e funzionale ai vincitori di quella sanguinosa guerra da cui è nata l‘Italia. Serviva (e serve tutt‘ora) spaccare l’Italia. Da che mondo e mondo le società hanno avuto bisogno di creare l’antagonista da assurgere a cattivo esempio, così noi siamo diventati fratellastri, figli di un sentimento settentrionale razzista e intollerante. Basta però avere l’occhio un po’ più attento per scoprire che spesso la verità, non è come ce la raccontano. Se vi chiedessimo adesso, ad esempio, in quale zona d’Italia si concentra il tasso più alto di evasione fiscale, voi che rispondereste? Il Sud ovviamente. E invece non è così. Dopo aver letto un post pubblicato sulla pagina Briganti in cui veniva riassunta perfettamente l’entità del “sommerso economico in Italia derivante sia da attività legali che presentano profili di irregolarità, come ad esempio l’evasione fiscale, che dal riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività illecite e mafiose” abbiamo scoperto che in Italia la maggior parte degli evasori non è al Sud. Secondo i numeri pubblicati (visibili nell‘immagine sotto), al Nord il grado di evasione si attesta al 14, 5%, al centro al 17,4% mentre al Sud solo al 7,9%. I dati emersi dal Rapporto Finale del Gruppo sulla Riforma Fiscale, sono stati diffusi anche dalla Banca d’Italia. Nel lavoro di Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati “L’economia sommersa fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano” si legge “dalle stime a livello territoriale si nota una netta differenza tra il centro-nord e il sud, sia per quanto attiene al sommerso di natura fiscale che quello di natura criminale. Per quanto riguarda infine l’evidenza disaggregata per aree territoriali, è emerso che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore sia del sommerso da evasione sia di quello associato ad attività illegali rispetto alle province del Sud, un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra shadow economy. Viene meno, di conseguenza, la rappresentazione del Sud Italia come territorio dove si concentrerebbe il maggiore tasso di economia sommersa". E ora, come la mettiamo?

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

Ma quale Sud, è il Nord che ha la palma dell’evasione, scrive Vittorio Daniele su “Il Garantista”. Al Sud si evade di più che al Nord. Questo è quanto comunemente si pensa. Non è così, invece, secondo i dati della Guardia di Finanza, analizzati da Paolo di Caro e Giuseppe Nicotra, dell’Università di Catania, in uno studio di cui si è occupata anche la stampa (Corriere Economia, del 13 ottobre). I risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza mostrano come, nelle regioni meridionali, la quota di reddito evaso, rispetto a quello dichiarato, sia inferiore che al Nord. E ciò nonostante il numero di contribuenti meridionali controllati sia stato, in proporzione, maggiore. Alcuni esempi. In Lombardia, su oltre 7 milioni di contribuenti sono state effettuate 14.313 verifiche che hanno consentito di accertare un reddito evaso pari al 10% di quello dichiarato. In Calabria, 4.480 controlli, su circa 1.245.000 contribuenti, hanno consentito di scoprire un reddito evaso pari al 3,5% di quello dichiarato. Si badi bene, in percentuale, le verifiche in Calabria sono state quasi il doppio di quelle della Lombardia. E ancora, in Veneto il reddito evaso è stato del 5,3%, in Campania del 4,4% in Puglia, del 3,7% in Sicilia del 2,9%. Tassi di evasione più alti di quelle delle regioni meridionali si riscontrano anche in Emilia e Toscana. Alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che nelle regioni del Nord, dove più alta è la quota di evasione, e dove maggiore è il numero di contribuenti e imprese, si siano fatti, in proporzione, assai meno accertamenti che nel meridione. Poiché, in Italia, le tasse le paga chi è controllato, mentre chi non lo è, se può, tende a schivarle, sarebbe necessario intensificare i controlli là dove la probabilità di evadere è maggiore. E questa probabilità, secondo i dati della Guardia di Finanza, è maggiore nelle regioni più ricche. La seconda considerazione è che il luogo comune di un’Italia divisa in due, con un Nord virtuoso e un Sud di evasori, non corrisponde al vero. L’Italia è un paese unito dall’evasione fiscale. Il fatto che in alcune regioni del Nord si sia evaso di più che al Sud non ha nulla a che vedere né con l’etica, né con l’antropologia. Dipende, più realisticamente, da ragioni economiche. L’evasione difficilmente può riguardare i salari, più facilmente i profitti e i redditi d’impresa. E dove è più sviluppata l’attività d’impresa? Come scrivevano gli economisti Franca Moro e Federico Pica, in un saggio pubblicato qualche anno fa della Svimez: «Al Sud ci sono tanti evasori per piccoli importi. Al Nord c’è un’evasione più organizzata e per somme gigantesche». Quando si parla del Sud, pregiudizi e stereotipi abbondano. Si pensa, così, che la propensione a evadere, a violare le norme, se non a delinquere, sia, per così dire, un tratto antropologico caratteristico dei meridionali. Ma quando si guardano i dati, e si osserva la realtà senza la lente deformante del pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi quasi mai reggono. Di fronte agli stereotipi e alle accuse – e quella di essere evasori non è certo la più infamante – che da decenni, ogni giorno e da più parti, si rovesciano contro i meridionali, non sarebbe certo troppo se si cominciasse a pretendere una rappresentazione veritiera della realtà. Insieme a pretendere, naturalmente, e in maniera assai più forte di quanto non si sia fatto finora, che chi, al Sud, ha responsabilità e compiti di governo, faccia davvero, e fino in fondo, il proprio dovere.

Quante bugie ci hanno raccontato sul Mezzogiorno! Scrive Pino Aprile su “Il Garantista”. L’Italia è il paese più ingiusto e disuguale dell’Occidente, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna: ha una delle maggiori e più durature differenze del pianeta (per strade, treni, scuole, investimenti, reddito…) fra due aree dello stesso paese: il Nord e il Sud; tutela chi ha già un lavoro o una pensione, non i disoccupati e i giovani; offre un reddito a chi ha già un lavoro e lo perde, non anche a chi non riesce a trovarlo; è fra i primi al mondo, per la maggiore distanza fra lo stipendio più alto e il più basso (alla Fiat si arriva a più di 400 volte); ha i manager di stato più pagati della Terra, i vecchi più garantiti e i giovani più precari; e se giovani e donne, pagate ancora meno. È in corso un colossale rastrellamento di risorse da parte di chi ha più, ai danni di chi ha meno: «una redistribuzione dal basso verso l’alto». È uscito in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Pino Aprile («Terroni ’ndernescional», edizioni PIEMME, pagine 251, euro 16,50). Pubblichiamo un brano, per gentile concessione dell’autore. Quante volte avete letto che la prova dell’ estremo ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era l’alta percentuale di analfabeti? L’idea che questo possa dare ad altri un diritto di conquista e annessione può suonare irritante. Ma una qualche giustificazione, nella storia, si può trovare, perché i popoli con l’alfabeto hanno sottomesso quelli senza; e í popoli che oltre all’alfabeto avevano anche ”il libro” (la Bibbia, il Vangelo, il Corano, Il Capitale, il Ko Gi Ki…) hanno quasi sempre dominato quelli con alfabeto ma senza libro. Se questo va preso alla… lettera, la regione italiana che chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere era la Sardegna, dove l’analfabetismo era il più alto nell’Italia di allora: 89,7 per cento (91,2 secondo altre fonti); quasi inalterato dal giorno della Grande Fusione con gli stati sabaudi: 93,7. Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti, perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli (più o meno come adesso…). Ci furono Comuni che dovettero rinunciare a tutto, strade, assistenza, per investire solo nella nascita della scuola elementare: sino all’87 per cento del bilancio, come a Ossi (un secolo dopo l’Unità, il Diario di una maestrina, citato in Sardegna , dell’Einaudi, riferisce di «un evento inimmaginabile »: la prima doccia delle scolare, grazie al dono di dieci saponette da parte della Croce Rossa svizzera). Mentre dal Mezzogiorno non emigrava nessuno, prima dell’Unità; ed era tanto primitivo il Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, e vulcanologia, sismologia, archeologia… Produzione sorprendente per una popolazione quasi totalmente analfabeta, no? Che strano. Solo alcune osservazioni su quel discutibile censimento del 1861 che avrebbe certificato al Sud indici così alti di analfabetismo: «Nessuno ha mai analizzato la parzialità (i dati sono quelli relativi solo ad alcune regioni) e la reale attendibilità di quel censimento realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile appena scoppiata in tutto il Sud: poco credibile, nel complesso, l’idea che qualche impiegato potesse andare in  giro per tutto il Sud bussando alle porte per chiedere se gli abitanti sapevano leggere e scrivere» rileva il professor Gennaro De Crescenzo in Il Sud: dalla Borbonia Felix al carcere di Penestrelle. Come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Né si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel Regno delle Due Sicílie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo. Sull’argomento potrebbero gettare più veritiera luce nuove ricerche: «Documenti al centro di studi ancora in corso presso gli archivi locali del Sud dimostrano che nelle Due Sicilie c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private» si legge ancora nel libro di De Crescenzo, che ha studiato storia risorgimentale con Alfonso Scirocco ed è specializzato in archivistica. «Oltre 5.000, infatti, le ”scuole” su un totale di 1.845 Comuni e con picchi spesso elevati e significativi: 51 i Comuni in Terra di Bari, 351 le scuole nel complesso; 174 i Comuni di Terra di lavoro, 664 le scuole; 113 i Comuni di Principato Ultra, 325 le scuole; 102 i Comuni di Calabria Citra, 250 le scuole…». Si vuol discutere della qualità di queste scuole? Certo, di queste e di quella di tutte le altre; ma «come si conciliano questi dati con quei dati così alti dell’analfabetismo? ». E mentiva il conte e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, che scese a Sud pieno di pregiudizi, e non li nascondeva, e poi scrisse quel che vi aveva trovato davvero e lo scempio che ne fu fatto (guadagnandosi l’ostracismo sabaudo): per esempio, che «la pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia»? Di sicuro, appena giunti a Napoli, i Savoia chiusero decine di istituti superiori, riferisce Carlo Alianello in La conquista del Sud. E le leggi del nuovo stato unitario, dal 1876, per combattere l’analfabetismo e finanziare scuole, furono concepite in modo da favorire il Nord ed escludere o quasi il Sud. I soliti trucchetti: per esempio, si privilegiavano i Comuni con meno di mille abitanti. Un aiuto ai più poveri, no? No. A quest’imbroglio si è ricorsi anche ai nostri tempi, per le norme sul federalismo fiscale regionale. Basti un dato: i Comuni con meno di 500 abitanti sono 600 in Piemonte e 6 in Puglia. Capito mi hai? «Mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato,» racconta Raffaele Vescera, fertile scrittore di Foggia «il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta». Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo. Nel Regno delle Due Sicilie la ”liberazione” (così la racconta, da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli di Banca d’Italia, Consiglio nazionale delle ricerche e Banca mondiale), era ”la Germania” del tempo, dal punto di vista economico. La conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour. Ma la cosa è stata ed è presentata (con crescente imbarazzo, ormai) come una modernizzazione necessaria, fraterna, pur se a mano armata. Insomma, ho dovuto farti un po’ di male, ma per il tuo bene, non sei contento? Per questo serve un continuo confronto fra i dati ”belli” del Nord e quelli ”brutti” del Sud. Senza farsi scrupolo di ricorrere a dei mezzucci per abbellire gli uni e imbruttire gli altri. E la Sardegna, a questo punto, diventa un problema: rovina la media. Così, quando si fa il paragone fra le percentuali di analfabeti del Regno di Sardegna e quelle del Regno delle Due Sicilie, si prende solo il dato del Piemonte e lo si oppone a quello del Sud: 54,2 a 87,1. In tabella, poi, leggi, ma a parte: Sardegna, 89,7 per cento. E perché quell’89,7 non viene sommato al 54,2 del Piemonte, il che porterebbe la percentuale del Regno sardo al 59,3? (Dati dell’Istituto di Statistica, Istat, citati in 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). E si badi che mentre il dato sulla Sardegna è sicuramente vero (non avendo interesse il Piemonte a peggiorarlo), non altrettanto si può dire di quello dell’ex Regno delle Due Sicilie, non solo per le difficoltà che una guerra in corso poneva, ma perché tutto quel che ci è stato detto di quell’invasione è falsificato: i Mille? Sì, con l’aggiunta di decine di migliaia di soldati piemontesi ufficialmente ”disertori”, rientrati nei propri schieramenti a missione compiuta. I plebisciti per l’annessione? Una pagliacciata che già gli osservatori stranieri del tempo denunciarono come tale. La partecipazione armata dell’entusiasta popolo meridionale? E allora che ci faceva con garibaldini e piemontesi la legione straniera 11 domenica 4 gennaio 2015 ungherese? E chi la pagava? Devo a un valente archivista, Lorenzo Terzi, la cortesia di poter anticipare una sua recentissima scoperta sul censimento del 1861, circa gli analfabeti: i documenti originali sono spariti. Ne ha avuto conferma ufficiale. Che fine hanno fatto? E quindi, di cosa parliamo? Di citazioni parziali, replicate. Se è stato fatto con la stessa onestà dei plebisciti e della storia risorgimentale così come ce l’hanno spacciata, be’…Nei dibattiti sul tema, chi usa tali dati come prova dell’arretratezza del Sud, dinanzi alla contestazione sull’attendibilità di quelle percentuali, cita gli altri, meno discutibili, del censimento del 1871, quando non c’era più la guerra, eccetera. Già e manco gli originali del censimento del ’71 ci sono più. Spariti pure quelli! Incredibile come riesca a essere selettiva la distrazione! E a questo punto è legittimo chiedersi: perché il meglio e il peggio del Regno dí Sardegna vengono separati e non si offre una media unica, come per gli altri stati preunitari? Con i numeri, tutto sembra così obiettivo: sono numeri, non opinioni. Eppure, a guardarli meglio, svelano non solo opinioni, ma pregiudizi e persino razzismo. Di fatto, accadono due cose, nel modo di presentarli: 1) i dati ”belli” del Nord restano del Nord; quelli ”brutti”, se del Nord, diventano del Sud. Il Regno sardo era Piemonte, Liguria, Val d’Aosta e Sardegna. Ma la Sardegna nelle statistiche viene staccata, messa a parte. Giorgio Bocca, «razzista e antimeridionale », parole sue, a riprova dell’arretratezza del Sud, citava il 90 per cento di analfabeti dell’isola, paragonandolo al 54 del Piemonte. Ma nemmeno essere di Cuneo e antimerìdionale autorizza a spostare pezzi di storia e di geografia: la Sardegna era Regno sabaudo, i responsabili del suo disastro culturale stavano a Torino, non a Napoli;

2) l’esclusione mostra, ce ne fosse ancora bisogno, che i Savoia non considerarono mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra («Gli stati» riassume il professor Pasquale Amato, in Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi «erano proprietà delle famiglie regnanti e potevano essere venduti, scambiati, regalati secondo valutazioni autonome di proprietari». Come fecero i Savoia con la Sicilia, la stessa Savoia, Nizza… Il principio fu riconfermato con la Restaurazione dell’Ancièn Regime, nel 1815, in Europa, per volontà del cancelliere austriaco Klemens von Metternich). E appena fu possibile, con l’Unità, la Sardegna venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del Regno sabaudo. Lo dico in altro modo: quando un’azienda è da chiudere, ma si vuol cercare di salvare il salvabile (con Alitalia, per dire, l’han fatto due volte), la si divide in due società; in una, la ”Bad Company”, si mettono tutti i debiti, il personale in esubero, le macchine rotte… Nell’altra, tutto il buono, che può ancora fruttare o rendere appetibile l’impresa a nuovi investitori: la si chiama ”New Company”.

L’Italia è stata fatta così: al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ”meridionalizzata”. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce “isole”, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ”Mezzogiorno” (la Bad Company; mentre la New Company la trovate alla voce ”Centro-Nord”). Poi si chiama qualcuno a spiegare che la Bad Company è ”rimasta indietro”, per colpa sua (e di chi se no?). Ripeto: la psicologia spiega che la colpa non può essere distrutta, solo spostata. Quindi, il percorso segue leggi di potenza: dal più forte al più debole; dall’oppressore alla vittima. Chi ha generato il male lo allontana da sé e lo identifica con chi lo ha subito; rimproverandogli di esistere. È quel che si è fatto pure con la Germania Est e si vuol fare con il Mediterraneo.

IL MONTE DEI MISTERI.

LE ORIGINI POLITICHE DEL “SACCO” DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA, scrive Alessandro Mazzerelli, Presidente del Movimento Autonomista Toscano Canditato al Senato PdL. La storia politica di Siena l’ho conosciuta bene dalla sua Provincia, da cui la città fu invasa nell’immediato dopoguerra. Per l’esattezza da Bettolle, frazione di Sinalunga, troppo vicino al paese di Rosy Bindi per essere un comune autonomo… E’ lì che conobbi il vero fascismo e il vero comunismo degli Ultimi. Ai miei occhi di bambino mi parvero talmente simili che si manifestavano in una stessa persona, quella del fratello del mio babbo, Francesco Mazzerelli. Sergente delle Camice Nere, combattente dalla guerra dall’Africa in poi, nel Montenegro fu leggendario. Mi raccontò che la sua pattuglia, mandata in avanguardia, sentì cantare, sul fare della sera, tra boschi e forre montane, “Bandiera Rossa”.

Erano in un punto che indietro non potevano tornare, forse erano stati visti e circondati e le cinque Camice Nere che erano con lui atterrirono. Allora, dopo essersi raccomandato che non si sparpagliassero, partì da solo con un mitra e qualche bomba a mano. “Giocando” a nascondersi fra i tronchi degli alberi come una lepre, fece secchi almeno cinque comunisti “titini”, mettendo in fuga il resto. Nessuno dei fuggiaschi ricantò “Bandiera Rossa”, la ricantò lui, quando, nita la guerra, tornò a Bettole. Il fascismo non c’era più, al suo posto c’era il PCI, che aveva trasformato la Casa del Fascio in Casa del Popolo. Le parole d’ordine gli sembravano le stesse, lotta all’imperialismo americano e al colonialismo inglese, francese, portoghese. Onestà e coerenza verso il Partito, con la P maiuscola come prima, in più, cosa a lui molto gradevole, lotta aperta ai padroni che, come quelli delle vicine Fornaci erano dei “cani”, capaci di far morire sua moglie di mal di cuore a soli trent’anni, a forza di caricare e scaricare mattoni al caldo e al freddo. Per lui le banche non esistevano, non l’aveva mai usate e l’onestà e la coerenza politica erano il mito da perseguire per raggiungere il Sol dell’Avvenire. Sono storie come questa, ne sono certo, che costituiscono la radice operaia e contadina della rossissima Siena e della sua provincia.

Ma i comunisti di oggi, che sostengono di non esserlo più, sono “democratici” all’amerikana, ma soprattutto sono l’opposto di quelli di ieri, non sognano più il “Sole dell’Avvenire”, ma il posto fisso in Banca, in Comune, in Provincia, alle ASL, nei CAFF della CGIL e quando possono, senza perdere mai nessuna occasione, rubano, corrompono e si costruiscono privilegi per loro, la famiglia e, se rimane qualcosa, per il Partito… In quest’ottica, il Monte dei Paschi di Siena, è, o meglio era, il sogno di tutti i comunisti senesi in carriera.

Sostenere che il MPS non sta al PCI, oggi Partito “democratico”, come il quotidiano “L’Unità” sta al Partito vecchio e nuovo, non è semplicemente una brutale menzogna, ma una demenziale provocazione all’intelligenza di tutti i toscani, comunisti compresi, perché non c’è un bischero, che sia mentalmente anche un po’ handicappato, che non sappia che il Monte dei Paschi di Siena è la banca della CGIL, delle Coop rosse, del Partito, delle Feste dell’Unità e di tutte la Case del Popolo, oggi ARCI. L’elenco della casta comunista e cattocomunista di riferimento e di copertura al MPS è sempre stata inconfutabile : Rosy Bindi, pasionaria del cattocomunismo, i compagni : Romano Prodi, cattocomunista, i compagni comunisti vecchi e nuovi Massimo D’Alema, Luigi Berlinguer, Franco Bassanini, Giovanni Consorte, Giuliano Amato, Aldo Berlinguer, Franco Ceccuzzi, Stefano Fassino, Vincenzo Visco, Walter Veltroni, Alberto Monaci, Alfredo Monaci, Ugo Sposetti, Antonio Misiani, Piero Fassino, Gabriello Mancini eccetera… il tutto, sotto la geniale regia di Giuseppe Mussari. E allora, una volta tanto, ci troviamo d’accordo con il “compagno innaturale” Antonio Di Pietro, quando aerma: “Monte dei Paschi di Siena è la prova e la riprova della commistione tra aari e politica. Soprattutto è grave il comportamento di quella politica che è ingrassata facendo nta di non vedere nora quel che avveniva. (Si pensi all’incredibile “acquisto” di Antonveneta, pagata 10 miliardi alla Santander, la quale l’aveva acquistata due mesi prima per 6 miliardi! n.d.a.) Al Monte dei Paschi di Siena non è stato scoperto un singolo banchiere irresponsabile e nemmeno un’isolata banda di malfattori. Quello che sta emergendo è un intero vasto, ramicato e marcio sistema di potere e di corruzione.” Francamente basta così.

Lo strano rapporto M5S-banche dalle finte guerre alle nomine. Dopo l'incontro confermato con Widiba (100% Mps), i grillini fanno le prove generali con San Paolo a Torino, scrive Giampiero Timossi, Mercoledì 04/01/2017, su "Il Giornale". Tutte le banche dei Cinque Stelle. Sognate, ereditate, annusate e usate, comunque. Ieri Beppe Grillo ha confermato l'incontro di fine anno tra Davide Casaleggio e Andrea Cardamone, amministratore delegato di Widiba, la banca online di Mps, il Monte dei Paschi di Siena. Il leader pentastellato ha scritto sul suo blog: «Una falsità totale, che stravolge un fatto vero». Infatti l'incontro c'è stato ed è confermato da quanto scritto su beppegrillo.it, dove viene spiegato (testualmente) anche «il fatto vero, ossia che Davide Casaleggio ha accettato di incontrare l'ad di una banca online che ha ricevuto vari premi per l'innovazione tecnologica, utilizzando il web per scambiare esperienze e idee sulla Rete e sulle sue possibilità, così come incontra decine di aziende innovative». Perfetto, così trapela anche la verità grillina sul possibile argomento dell'incontro. Certo, poi il comico fa il proprio mestiere, difende la creatura e «propone una giuria popolare per le balle dei media», attaccando notizie che lui stesso definisce «un fatto vero». Il post difende l'operato del figlio di Gianroberto Casaleggio, ma tralascia di scrivere che l'appuntamento milanese di fine dicembre era stato fissato con l'ad di una banca online controllata al 100% da Monte dei Paschi. La stessa banca che, sempre sul suo blog, Grillo definiva «banca di riferimento del mondo della sinistra». Era il 16 settembre 2015. Un altro fatto vero. Come è vero che il salvataggio di Mps costerà 8,8 miliardi di euro, dei quali 6,6 a carico dello Stato e quindi di tutti i contribuenti italiani. Non solo banche annusate, incontrare e accettate da anni come inserzionisti pubblicitari sul sito del leader. Ci sono, certo, le banche ereditate. Siena la «rossa» era la città del Monte? Torino la «grillina» è la città di Intesa San Paolo, la prima banca italiana, e della sua fondazione, la Compagnia di San Paolo. Ed è la stessa città della Fondazione Crt, azionista di Unicredit: il comune nomina due consiglieri in Compagnia di San Paolo e tre nella Fondazione Crt: è in questa città che nasce in maniera diretta il rapporto tra banche e Movimento Cinque Stelle. A giugno, appena insediata, la sindaca Chiara Appendino aveva chiesto le dimissioni del presidente Francesco Profumo, nominato nel consiglio generale insieme a Barbara Graffino. Erano i due nomi indicati dall'ex sindaco Piero Fassino. «Dimettermi, non ci penso neppure», aveva risposto Profumo. La ragionevolezza e il senso civico della sindaca pare abbiano fatto scoppiare la pace. E intanto, in estate, è arrivata la prima nomina grillina nella Compagnia. La regola dice che il presidente eletto decade dalla carica sottostante? Bene, Profumo liberava dunque un posto in consiglio generale. Dove Appendino ha indicato la ricercatrice universitaria Valeria Cappellato. Selezionata in base «al curriculum», dissero in Comune. Curriculum che al momento non è presente sul sito della Compagnia di San Paolo, ma non è certo colpa del sindaco. Appendino che, probabilmente, dovrà aspettare altri quattro anni per vedere il nome del suo candidato alla presidenza della Fondazione. Perché una regola «non scritta», una sabauda consuetudine, vuole che il vertice della piramide si scelga tra i candidati indicati da sindaca o sindaco. A Torino ci aveva già pensato Fassino, anche per questo esplose il caso-Profumo, poi sistemato. Ed eccoci alle banche sognate. E qui basta prendere un grillino qualsiasi e chiedergli quale modello di banca sogna per un mondo migliore. La risposta? Una sola, comprensibile: «La Grameen Bank, invenzione dell'economista bengalese Muhammad Yumus, Nobel per la Pace nel 2006, il padre del microcredito alle imprese». Ecco, questa è la linea ideale, la suprema simpatia ideologica, il migliore dei modelli da seguire. La banca sognata, diversa dalla Widiba annusata e pure da quelle ereditate.

Da De Benedetti alla Marcegaglia: Mps prestava i soldi ai ricchi, loro non li ridavano, scrive di Nino Sunseri il 28 dicembre 2016 su “Libero Quotidiano”. Fra i debitori che non hanno onorato i debiti verso il Montepaschi c’è anche Giuseppe Garibaldi. Incidenti che capitano alla banca più antica del mondo. Evidentemente anche in tempi non sospetti, a Siena sentivano il fascino della camicia rossa. Ma soprattutto rivelavano una certa reverenza nei confronti dei poteri forti. Preferibilmente in odore di massoneria. Nell'archivio della banca c'è questa lettera dell'Eroe dei Due Mondi: «Signor Esattore mi trovo nell'impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile». Correva l'anno 1863 e non sapremo mai il destino di quel debito. C'è anche da dire che a Siena avevano una certa dimestichezza con i protagonisti del Risorgimento. Fra il 1928 e il 1932, infatti, la banca era entrata in possesso della tenuta di Fontanafredda che Vittorio Emanuele II aveva regalato alla Bella Rosina. Gli eredi se l'erano fatta espropriare per un debito non pagato. Un npl (non performing loans) in versione reale. Giuseppe Garibaldi e i nipoti della moglie del Re che non poteva diventare Regina. A Siena sono sempre stati molto trasversali nella scelta dei loro clienti. E anche le sofferenze rifiutano il monocolore. Così fra i clienti che non hanno rimborsato figurano la Sorgenia della famiglia De Benedetti e Don Verzè che, grazie anche all'amicizia con Silvio Berlusconi aveva fondato l'ospedale San Raffaele portandolo anche al dissesto con un buco di duecento milioni. Dagli archivi risultava anche, almeno fino all'anno scorso, una fidejussione di 8,3 milioni che il Cavaliere aveva rilasciato a favore di Antonella Costanza, la prima moglie del fratello Paolo. La signora aveva acquistato, per nove milioni, una villa da sogno in Costa Azzurra e poi aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n'erano certo pentiti. Non altrettanto bene però, sono andate le cose con il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti, l'eterno rivale del Cavaliere. Sorgenia, il gruppo elettrico guidato da Rodolfo, primogenito dell'Ingegnere, ha lasciato un buco da 600 milioni. Le banche hanno trasformato i debiti in azioni. Ora sperano di trovare un compratore. Il cuore di Sorgenia è rappresentato da Tirrenia Power le cui centrali sono localizzate in gran parte fra la Liguria e l'Italia centrale. Naturale che Mps fosse in prima linea nel sostenere l'investimento e oggi a dover contabilizzare le perdite. Ma i problemi di Mps non si fermano alla Toscana e zone circostanti. La forte presenza in Lombardia attraverso la Banca Agricola Mantovana ovviamente l'ha portata in stretti rapporti d'affari con il gruppo Marcegaglia che ha sede da quelle parti. Fra l'altro Steno, fondatore dell'azienda siderurgica, era stato uno dei soci della Bam che aveva favorito l'ingresso di Siena. Tutto bene fino a quando al timone è rimasto il vecchio. Poi è toccato ai figli Antonio ed Emma. Complice la crisi economica, hanno accumulato un'esposizione di 1,6 miliardi che le banche hanno dovuto ristrutturare aggiungendo altri 500 milioni. Ma a parte questi nomi eccellenti chi sono gli altri debitori che hanno mandato in crisi la banca più antica del mondo? La ricerca non è facile. Il gruppo dei piccoli azionisti del Monte guidato da Maria Alberta Cambi (Associazione del Buongoverno) ha cercato l'identità delle insolvenze. I dirigenti della banca si sono rifiutati di rispondere schermandosi con le regole della privacy. Qualcosa, però, hanno detto. Non i nomi ma almeno la composizione. Viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro. In totale si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all'aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l'acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014. Certo sono gli anni della grande crisi. Ma non solo. La scansione dei tempi dice anche un'altra cosa: Mussari e Vigni hanno concesso i crediti. Profumo e Viola hanno dovuto prendere atto che erano diventati fuffa. Nino Sunseri

Ecco chi sono i debitori del Monte dei Paschi. Dai costruttori romani Mezzaroma al Comune di Colle Val d’Elsa, tutti i crediti a rischio dell’istituto in cui entrerà lo Stato, scrive Mario Gerevini il 10 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". I costruttori romani Mezzaroma hanno un problema: alla loro holding sono state protestate 111 cambiali per milioni di euro da maggio fino a ieri. Ma chi rischia un bagno di sangue per averli copiosamente affidati? Banca Monte dei Paschi. Al Comune di Colle Val d’Elsa (Siena), stabile roccaforte del centrosinistra, si è aperto un buco (nei bilanci) per il fallimento di una costosa iniziativa immobiliare. A pagarne il prezzo maggiore, però, è chi l’ha finanziato: Mps. Antonio Muto voleva costruire alberghi e parcheggi a Mantova, con i soldi di Siena. Sono arrivati 27 milioni, 13 utilizzati. Degli altri 14 non si sa più nulla. Ma esiste anche una società dove Mps, peggior cliente di sé stesso, riesce ad autoinchiodarsi. Si chiama Valorizzazioni Immobiliari. Storie di soldi che evaporano e di vicende paradigmatiche che hanno contribuito ad affondare la banca. Certo, occorre distinguere tra sofferenze vere, incagli, crediti ristrutturati eccetera. E poi tra debitore e debitore. Ma, in sostanza, cambia solo la quantità di soldi persi. Mps in pool con altre banche ha finanziato, come noto, aziende poi entrate in crisi: la Risanamento di Luigi Zunino o Sorgenia del gruppo De Benedetti (600 milioni di esposizione complessiva Mps a fine 2014 trasformati, dopo la ristrutturazione di parte del debito, in 88 milioni di strumenti finanziari partecipativi e 44 milioni di obbligazioni convertende). Anche Giuseppe Statuto, proprietario di lussuosi hotel come il Four Season e il Mandarin a Milano o il San Domenico di Taormina sta dando grattacapi al Monte (in pool con Popolare Emilia e Aareal Bank) che dopo diverse rate del mutuo da 160 milioni non pagate gli ha pignorato l’Hotel Danieli di Venezia. Ora per Siena rischia seriamente di aprirsi il fronte Mezzaroma. La Impreme, holding di famiglia, è insolvente e starebbe cercando la protezione di un concordato. Mps (soprattutto) e Unicredit sono esposte per centinaia di milioni. Già nel 2013 era stato firmato un accordo di ristrutturazione ma i successivi piani industriali sono stati clamorosamente «bucati» (100 milioni di perdite tra il 2014 e il 2015). In più l’azienda ha ricevuto decreti ingiuntivi, istanze di fallimento e ipoteche giudiziali su una parte significativa del patrimonio immobiliare. Tanti soldi del Monte (tra un po’, quando entrerà lo Stato, anche «nostri») sono a rischio. Già qualche anno fa se n’erano andati una cinquantina di milioni per la scalata a debito di Massimo Mezzaroma al Siena calcio, fallito un anno fa. A Mantova il costruttore calabrese Antonio Muto, accusato di legami con la ‘ndrangheta ma assolto nel filone principale dell’indagine perché il fatto non sussiste, aveva ottenuto 27 milioni da Mps nel 2011 per costruire su un’area di 21mila metri quadrati in piena città. Secondo le informative dei carabinieri aveva relazioni ad altissimo livello a Siena dove andò più volte. Nel 2015 l’allora presidente del consiglio comunale di Mantova, Giuliano Longfils, presentò un esposto in procura: la società di Muto — denunciava — è fallita nel maggio 2015, sono stati sostenuti costi di circa 13 milioni per i lavori (cifra confermata da una perizia del tribunale); dunque che fine hanno fatto gli altri 14 milioni? Nessuna notizia, per ora. E intanto Mps dovrà salutare quei 27 milioni. Così come i 20 milioni destinati a un progetto immobiliare promosso anni fa dal Comune di Colle Val D’Elsa attraverso la controllata Newcolle, poi fallita. Solo che la Newcolle è partecipata al 49% dal Monte. Un imbarazzante intreccio: Mps per far valere i suoi diritti di creditore dovrebbe danneggiare se stesso. Con la Valorizzazioni Immobiliari (Vim) è andata anche peggio: 166 milioni di perdita negli ultimi tre bilanci. Era del Monte fino al 2008, gestiva un pacchetto di immobili non strumentali. Quell’anno fu venduta alla coppia Lehman Brothers-Sansedoni (Fondazione Mps) che pagarono con i soldi prestati dal Monte. Poi il mercato immobiliare è crollato e Lehman pure. Vim ora è in liquidazione e invece di essere un problema della Fondazione è attaccata all’ossigeno della banca che l’aveva venduta. Ma lasciandoci dentro 150 milioni di crediti.

Mps, dalle Coop all'Atac: ecco gli altri debitori eccellenti, scrive Martedì, 10 gennaio 2017, "Affari Italiani”. Mps, trapelano altri nomi dalla lista segreta dei 600 debitori inesigibili. La polemica prosegue e l'elenco dei nomi dei debitori eccellenti di Mps ormai trapelati continua ad allungarsi. In attesa che, dopo la aperture del governo, la lista dei 600 clienti inesigibili della banca senese salvata con i soldi dello Stato venga pubblicata, ecco un'altra serie di società debitrici. Non solo De Benedetti con la sua Sorgenia o Zunino e Zaleski come rivelato ieri da Affaritaliani.it, insomma, ma anche altre famiglie di peso, senza contare poi le coop rosse e le municipalizzate, stando a quanto pubblica Libero. Tutti a chiedere soldi senza mai restituire, tutti casi simili a quello di e Benedetti e la sua Sorgenia, con la banca costretta a trasformare il credito vantato in capitale azionario. E' il caso del gruppo Marcegaglia, ad esempio, debitrice per decine di milioni con la Banca agricola mantovana, controllata da Siena. Quello del colosso dell'acciaio, si fa notare dalla stessa azienda però, è un caso diverso da quello degli altri debitori eccellenti finiti nella lunga lista delle sofferenze di Mps. I prestiti elargiti al gruppo Marcegaglia sono stati infatti sempre restituiti. L'azienda guidata dai due figli del patron Steno non risulta dunque insolvente nei confronti di Palazzo Sansedoni. Tante cooperative rosse del mondo delle costruzioni e dei servizi, che nel corso degli anni sono andate a chiedere soldi e che alla fine si sono ritrovate la Fondazione Mps nel capitale, sono finite nella black list. Tra i casi più importanti c'è quello della Sansedoni Siena spa, gruppo nato in Unieco e poi diventato parte di Mps proprio per non aver saldato i debiti. Qui parliamo di 25,9 milioni, diventati il 21,75% del capitale. Stesso giochino per altre tre controllate, direttamente o indirettamente, della Sansedoni Siena spa: Marinella spa (26,9 milioni), Sviluppo e Interventi Immobiliari spa e la Beatrice srl (48,4 milioni, ora congelati perché la società è in liquidazione). Insomma, l'esposizione totale della Sansedoni Siena nei confronti del Montepaschi, a fine 2016, ammontava a ben 104,7 milioni di euro. Altro debito non saldato riguarda la società emiliana La Robinie spa, controllata all'80% da Unieco e il cui 20% è ora in mano a Mps, sempre per lo stesso motivo. Non sono rientrati nelle casse senesi neppure i 20 milioni concessi alla concittadina NewColle srl, ormai dichiarata fallita dopo che la banca era entrata nel capitale, né gli 11,3 milioni prestati al gruppo Fenice della famiglia Fusi e alle relative controllate come Una spa, quella degli hotel, Euro srl e Il Forte spa. Tralasciando il caso Menarini, per il quale è stata aperta anche un'inchiesta, c'è anche il settore pubblico a mungere la vacca Mps. Soprattutto le municipalizzate e società regionali toscane, ma non solo. Partiamo dalla Fidi Toscana spa, che al 31 agosto scorso ha ricevuto l'ok ad un altro prestito da 98 milioni di euro, con Mps già al 27,46% del capitale. Poi ci sono le Terme di Chianciano, esposte per 10 milioni, e i 4,8 dell'Interporto Toscano A. Vespucci spa. Ma a Siena arrivano anche da altre parti d'Italia. Ecco allora che spuntano i nomi delle romane Atac e Metro C. Nei confronti della società di trasporto locale il Montepaschi, che nel 2013 aveva partecipato ad un pool di banche che concessero un finanziamento per oltre 200 milioni, poi rischedulato a 163 milioni, rischia circa 30 milioni.

Mps, i grandi debitori: spuntano altri nomi, scrive di Franco Bechis su “Libero Quotidiano" il 10 gennaio 2017. Per ora chi dovrebbe fare luce sui crediti facili concessi da Mps non ha alcuna intenzione di svelare chi non ha restituito il dovuto all’istituto senese, e continua a difendere la privacy dei bidonisti, come ha fatto anche il nuovo amministratore delegato della banca, Marco Morelli: «Non possiamo fare quei nomi, altrimenti rovineremmo la loro reputazione». Di più: i vertici della banca hanno avvertito con una mail-circolare anche i propri dirigenti e dipendenti: se uscirà qualcuno di quei nomi, scatteranno inchieste interne e provvedimenti disciplinari. Ma il pressing mediatico e politico-istituzionale per fare pubblicare la lista di chi ha preso i soldi e non li ha restituiti è così alto e continuo che difficilmente lo scudo di Morelli potrà resistere a lungo. Anche perché se Mps si trova in queste condizioni e ancora una volta bussa alla porta dello Stato chiedendo un salvataggio pagato dai contribuenti, non poco è dovuto a quei 47 miliardi di sofferenze lorde che si sono accumulate in modo esponenziale negli ultimi anni proprio per il credito facile concesso a medie e piccole aziende. Mentre il Monte si blinda, però qualche nome di quell’elenco Libero è in grado di farlo, grazie alla consultazione dei bilanci di alcuni clienti della banca senese e alle doverose comunicazioni alle autorità di vigilanza fatte in questi anni quando si è trattato di ristrutturare la posizione debitoria di alcuni di loro. Si tratta sempre di imprese che non hanno restituito quello che avevano ricevuto dalla banca, che in molti casi ha dovuto condonare parte del debito e concedere nuove linee di credito nella speranza di non perdere proprio tutto. In altri casi ha escusso i pegni che aveva, non rientrando quasi mai però dell’esposizione. In altri ancora Mps è stata costretta a trasformare il credito vantato in capitale azionario, concedendo poi nuova finanza a quella che era divenuta una parte correlata e partecipando alla copertura annuale delle perdite quando la situazione non si raddrizzava. Casi simili, dunque, a due di quelli già emersi in questi giorni: quello di Sorgenia, in cui Mps fu costretto ad entrare dopo avere dato senza possibilità di riaverli indietro 650 milioni di euro al gruppo che all’epoca era di Carlo De Benedetti, e quello del gruppo Marcegaglia esposto per decine di milioni di euro con la Banca agricola mantovana, controllata da Mps. Nelle stesse condizioni si trovano altri rilevanti gruppi pubblici e privati. Così in quell’elenco dei cattivi pagatori sono entrati una dopo l’altra negli anni le più importanti cooperative rosse del mondo delle costruzioni e in qualche caso anche nel settore del consumo. Siccome non riuscivano a restituire più i soldi ricevuti essendo andato in crisi il loro mercato di riferimento, sia Mps che la omonima Fondazione sono entrate nel capitale di società di quei gruppi, iniziando una disavventura che di anno in anno è diventata più drammatica. Uno dei casi più significativi è stato quello del gruppo Sansedoni Siena spa, nato all’interno di Unieco e oggi proprio per i soldi non restituiti divenuto parte correlata della banca senese. Mps ha trasformato il credito vantato (25,9 milioni) nei confronti della capogruppo nel 21,75% del capitale, e poi ha concesso altri prestiti. Anche perché la stessa cosa è accaduta con società controllate a valle: Marinella spa, che non era in grado di restituire 26,9 milioni. Stessa situazione nei confronti di altre due controllate dirette o indirette dalla Sansedoni Siena: la Sviluppo ed Interventi immobiliari spa e la Beatrice srl in liquidazione, per cui è stato congelato un debito di 48,4 milioni di euro. L’esposizione complessiva del gruppo Sansedoni Siena nei confronti di Mps ammontava a giugno 2016 a 104,7 milioni di euro. Per restare ai difficili rapporti finanziari con il cliente Unieco, un altro debito di 20 milioni è in ristrutturazione fra Mps e la società di Reggio Emilia Le Robinie spa, che all’80% è controllata dalla coop di costruzioni e dove il restante 20% è diventato di proprietà di Mps proprio per la trasformazione dei crediti in azioni. Altri 20 milioni di euro sono finiti nel calderone delle sofferenze non più recuperabili e riguardavano una società senese, la New Colle Srl, che è stata dichiarata fallita un anno fa dopo anni di tentativi di ristrutturazione da parte del gruppo Mps, che avevano anche portato a un ingresso nel capitale di Mps Capital services spa. Cifre inferiori, pari a 11,3 milioni di euro riguardano invece il gruppo Fenice della famiglia Fusi (quella della Baldini Tognozzi Pontello- Btp) e soprattutto le relative controllate immobiliari Una spa (hotel), Euro srl, Il Forte spa. Anche in questo caso prima di cercare di ristrutturare il debito Mps ha convertito parte dei prestiti non restituiti in quote di capitale, arrivando al 20,54% della Fenice holding spa sia attraverso la banca capogruppo (4,16%) che attraverso Mps Capital services (16,38%). Altri problemi con i privati sono arrivati dall’antico rapporto con il gruppo farmaceutico Menarini, ma in questo caso si è messa di mezzo anche una indagine della magistratura con il sequestro di beni e liquidità dell’azienda. C'è poi il settore pubblico, che è una vera idrovora per Mps. Le società regionali o le municipalizzate toscane si sono rivelate un pozzo senza fondo, continuando a pompare risorse dalla banca, poi costretta ad entrare nel loro capitale quando i soldi non venivano restituiti. Così è accaduto con Fidi Toscana spa (27,46% del capitale in mano a Mps), per cui ancora il 31 agosto scorso è stato garantito un ulteriore affidamento di 98 milioni di euro. C’è una esposizione di poco inferiore ai 10 milioni di euro, già più volte ristrutturata e allungata con la concessione di nuova finanza, con le Terme di Chianciano, e analoghi problemi ci sono stati con l’Interporto Toscano A. Vespucci spa, dove è stato convertito in azioni un credito vantato e non pagato di 4,8 milioni di euro. Per restare al settore pubblico una delle maggiori spine di Mps viene dalla capitale: le municipalizzate del comune di Roma oggi guidato da Virginia Raggi (che c’entra poco però con quei debiti). Ci sono state rimodulazioni del debito con Acea e Metro C, ma i veri problemi vengono dall’Atac, la società di trasporto locale della capitale. Mps aveva partecipato con altre 3 banche a un finanziamento in pool nel 2013 per più di 200 milioni di euro, che è poi è stato rischedulato a 163 milioni di euro nell’autunno scorso, davanti alla evidente impossibilità di Atac di ripagare il dovuto. Il rischio per la banca senese in questo caso è intorno ai 30 milioni di euro. Ma i casi qui citati sono solo una piccola punta di quell’iceberg che sta per venire fuori.

Franco Bechis su “Libero Quotidiano" l’8 gennaio 2017: noi diamo i soldi a Mps e loro proteggono chi li ha messi ko. L'unico atto di rilievo finora firmato dal governo di Paolo Gentiloni è la variazione di bilancio e il successivo decreto salva banche che autorizza lo Stato ad indebitarsi di 20 miliardi in più per quello scopo. Più di un terzo di quella somma- 8 miliardi- servirà al salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, l'istituto di credito messo peggio di tutti. Con i soldi dei contribuenti italiani verrà messa una toppa a una pessima gestione del credito che oggi conta 47 miliardi lordi di sofferenze. In gran parte soldi prestati a grande imprese per amicizia o per storici legami, senza chiedere le adeguate garanzie. Quelle non hanno restituito il dovuto, e la banca oggi affoga nei suoi guai. Da cronache giornalistiche sappiamo che in quell'elenco c'è il gruppo Sorgenia che all'epoca apparteneva a Carlo De Benedetti, e - attraverso la controllata Bam- il gruppo Marcegaglia guidato da Emma Marcegaglia. Nè l'uno nè l'altra hanno chiesto scusa per i guai causati al sistema pubblico, anzi. Entrambi continuano pure a fornire prediche sui mali e guasti dell'Italia di cui proprio loro sono responsabili. La Marcegaglia è stata pure premiata come manager e chiamata alla presidenza dell'Eni dal governo di Matteo Renzi. Ma chi sono gli altri che hanno preso i soldi da Mps e non li hanno mai restituiti? La domanda è stata fatta più volte invano in assemblea dai piccoli azionisti Mps, che hanno sempre trovato di fronte un muro di gomma. E' accaduto anche il 24 novembre scorso, quando a rispondere era il nuovo amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, il manager che avrebbe dovuto salvare con capitali privati la banca e che oggi invece bussa alla porta dello Stato per avere il salvagente. Morelli ha risposto così: "Faccio presente che ai sensi della disciplina vigente e precisamente per la legge sulla privacy, non è possibile fornire i nominativi dei soggetti cui si riferiscono i crediti in sofferenza, che riceverebbero un significativo danno reputazionale dalla diffusione di tali informazioni". Capite? Il danno causato da quei signori lo pagano i contribuenti italiani, che nessuno protegge. Ma chi ha preso i soldi ed è scappato via è tutelato più di ogni altro, perché mai si sapesse in giro che è solito comportarsi così, si rovinerebbe la sua reputazione. Una tesi grottesca. Ancora di più se si pensa che in questi anni le banche hanno dato soldi solo a gente così. Chiudendo la porta in faccia ai piccoli o ai giovani che cercavano finanziamenti per una buona idea con cui gli istituti di credito avrebbero sicuramente rischiato assai meno...

Mps, altro che i cento debitori: fuori i nomi di chi ha permesso i finanziamenti, scrive Massimo Famularo il 10 gennaio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Adesso che l’entità della problema Monte Dei Paschi comincia a diventare più chiaro, si fanno sentire le grida indignate di chi vorrebbe individuare e punire i responsabili. In particolare, un utile capro espiatorio potrebbe essere costituito dai primi 100 debitori in sofferenza che “sicuramente” costituiscono dei perfidi approfittatori a cui chiedere conto del dissesto dell’istituto e avrebbero la conveniente caratteristica di essere relativamente pochi, facilmente individuabili e, verosimilmente, diversi da noi e dai politici per i quali simpatizziamo. Fermiamoci un istante e proviamo ad accendere il cervello: è più importante sapere chi i soldi li ha ricevuti oppure identificare chi ha preso le decisioni di erogare i finanziamenti? Cosa viene fuori se tiriamo fuori i più grandi debitori insolventi di una banca? In primo luogo è probabile che si tratti di imprese perché raramente i finanziamenti di grande importo sono concessi a persone fisiche. Inoltre è probabile che grandi imprese insolventi siano da tempo soggette a procedure concorsuali o di crisi aziendale e dunque che le informazioni sul loro dissesto siano di fatto pubblicamente disponibili. Last but not least, è probabile che i finanziamenti più rilevanti siano stati concessi in pool con altri istituti, dunque quando alcuni dei top debitori insolventi sono condivisi tra più istituti complicando l’analisi delle responsabilità in sede di erogazione. A che serve allora pubblicare l’elenco maggiori debitori insolventi? A ribadire informazioni che probabilmente sono già pubbliche e che poco o nulla ci dicono sulle reali responsabilità del dissesto della banca che ha finanziato. Dove andrebbe allora indirizzata la legittima indignazione di chi troppe volte è costretto a saldare il conto della cattiva gestione pregressa? Anche questo non è molto difficile, proviamo a indicare tre obiettivi. Obiettivo 1: i pesci grossi. Dall’acquisizione di banca 121 a quella di Antonveneta, passando per intricate e discutibili manovre di bilancio e operazioni disinvolte in derivati, tutte le decisioni maggiormente dannose per l’istituto sono agevolmente attribuibili. Un bel documento sintetico, indicante le dieci o venti scelte manageriali più esecrabili, ordinate per importo di valore distrutto con l’indicazione di tutti i soggetti interni ed esterni coinvolti, inclusi consulenti e autorità che avrebbero dovuto vigilare, sarebbe moto utile per comprendere le reali responsabilità del dissesto. Sarebbe anche un buon punto di partenza per avviare eventuali azioni di responsabilità e richieste di risarcimento oltre che per evidenziare pubblicamente anche quanto hanno funzionato i meccanismi di nomina indirizzati dalla politica. Obiettivo 2: i pesci medi. Il processo di erogazione di un fido è sicuramente articolato e non è agevole risalire a delle responsabilità individuale. Si può tuttavia verificare se, alcuni organi deliberanti hanno performato in modo peggiore rispetto alla media, concedendo crediti a soggetti che poi si sono rivelati inadempienti con una frequenza maggiore rispetto allo standard dell’intero portafoglio. Questa non deve essere una lista di condanna, ma ancora una volta un punto di partenza per avviare delle indagini sui soggetti che hanno “prodotto più sofferenze” rispetto ai loro colleghi. Obiettivo 3: i pesci piccoli. A questo livello non è possibile fare elenchi di colpevoli perché le responsabilità sono troppo diffuse. Val la pena tuttavia considerare che casi come quello di Mps hanno distrutto tanto valore per la collettività anche con la collaborazione silenziosa di tanti piccoli risparmiatori ed elettori delle amministrazioni locali che hanno espresso la governance dell’istituto. Se queste moltitudini di elettori fedeli di un partito o investitori fiduciosi nei consigli della filiale di riferimento avessero avuto qualche dubbio, è plausibile che una parte del danno si sarebbe potuta evitare. A questo proposito vale anche la pena ribadire l’importanza dell’educazione economica e finanziaria sulla quale i percorsi di studi del nostro paese sono ancora troppo carenti. In sintesi, serve a poco puntare il dito contro i debitori insolventi, grandi o piccoli che siano, giacché le responsabilità del dissesto di Mps e degli altri istituti per i quali si è reso e si renderà necessario l’intervento dello Stato, fanno capo a chi ha preso le decisioni di gestione degli istituti e autorizzato le pratiche di affidamento. Occorre altresì evitare troppo facili semplificazioni: non è sufficiente osservare la dinamica di deterioramento di un credito, occorre anche ricostruire le condizioni sia di controparte che di mercato esistenti al momento in cui il credito è stato erogato, per stabile se e in che misura vi sono stati degli abusi.

Vittorio Feltri il 12 gennaio 2017 su “Libero Quotidiano”: Mps, i partiti difendono i paraculi. Quale era la cosa più inutile (e stupida) che si potesse fare davanti allo scandalo del Monte dei Paschi, la banca più puttana del mondo che rubava ai poveri per regalare ai ricchi? Istituire una Commissione parlamentare di inchiesta. Un tipo di iniziativa diventata famosa perché totalmente inefficace ai fini di ricostruire e denunciare le magagne italiane. Tanto è vero che già mezzo secolo fa negli ambienti della Camera e del Senato si diceva scherzosamente (ma non tanto) che il modo migliore per affossare una vergogna nazionale fosse appunto quello di dare vita a una Commissione parlamentare di inchiesta. In effetti di Commissioni del genere ne abbiamo viste a decine e non ce n’è mai stata una che sia riuscita a fare chiarezza, informando i cittadini delle peggiori porcherie commesse nel nostro vituperato Paese. Sarà così anche stavolta? Ovvio. Tanto più che stavolta tale Commissione, bene che vada, camperà poco tempo e non sarà in grado di combinare alcunché. Per il semplice motivo che verrà sciolta contestualmente alla scadenza naturale della legislatura, cioè entro un anno. Mettere in piedi un ambaradan simile pur sapendo che non porterà ad alcun risultato pratico è una idiozia. Anzi. Una presa per i fondelli. Non è gratuito il sospetto che i partiti siano ricorsi a questa “non soluzione” per proteggere i paraculi che hanno svaligiato il Monte senese, da cui si sono fatti prestare svariati milioni senza avere alcuna intenzione di restituire un euro. La politica in pratica invece di mirare a fare chiarezza e a svillaneggiare coloro che hanno depredato la banca dei misteri, fa di tutto e di più per nascondere sotto il tappeto i loro misfatti, che poi sono ladrocini della peggiore specie. Ci eravamo illusi che gli apparati statali, prima di salvare l’istituto toscano in agonia, si premurassero di rendere noti i nomi dei saccheggiatori e provvedessero a perseguirli civilmente e penalmente; viceversa si stanno rivelando loro complici, il che ci induce a pensare che tra furfanti si sia stabilita una alleanza truffaldina. Non è una ipotesi, ma una certezza, a questo punto. Ma la cosa che più ci sorprende è la constatazione che anche i partiti di destra (Forza Italia compresa), avversari della sinistra che ha amministrato per anni il Monte, stanno al gioco sporco della Commissione di inchiesta, ossia il mezzo più idoneo per stendere un velo di oblio su quelli che non è esagerato definire furti o almeno inadempienze. Cosicché la situazione si aggrava suscitando allarme nella opinione pubblica, i cui interessi noi cerchiamo di tutelare, reclamando ancora la pubblicazione immediata dei nomi e dei cognomi degli insolventi, i quali si godono il bottino sottratto alla banca che hanno assaltato senza pagare il fio. Ecco perché non demordiamo. Il governo esponga al pubblico ludibrio i personaggi che hanno approfittato della bischeraggine dei banchieri, e solamente dopo averli puniti adeguatamente provveda a tappare i buchi di bilancio con i nostri quattrini. E sottolineo nostri. Siamo dispiaciuti dell’infarto che ha colpito il premier Gentiloni e gli auguriamo una pronta guarigione, ma anche dal suo letto di dolore egli agisca in favore della gente sacrificando l’onorabilità dei ricchi che hanno troppo sgraffignato a danno della collettività. 

Quel Monte che il Duce non riuscì a piegare messo in ginocchio da giochi e liti del Pci. La commistione con la finanza rossa e le voglie di espansionismo pagate care, scrive Camilla Conti, Sabato 10/12/2016, su "Il Giornale". «Sia appiccato per la gola, tanto che muoia sulle forche...». Armenio Melari, cassiere del Monte dei Paschi, subì questa condanna nel 1629. Era stato riconosciuto colpevole di appropriazione indebita ai danni dell'istituto. La sentenza, senza appello e con l'aggiunta della confisca dei beni di famiglia, però non fu emessa da un tribunale, ma dallo stesso consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni che aveva potere di vita e di morte sui dipendenti e sulla clientela. Così girava il mondo a Siena nel diciassettesimo secolo. Alla fine dell'800 era invece l'amministrazione comunale che approvava i bilanci della banca e ne decideva le assunzioni. E perfino Benito Mussolini all'apice del potere, nella prima parte del secolo scorso, dovette rinunciare all'idea di «addomesticare» il Monte, dopo che i senesi arrivarono a schiaffeggiare il Podestà in Piazza del Campo. Nel 1936, comunque, l'Mps diventò istituto di diritto pubblico (tre membri della deputazione su otto erano di nomina governativa), e tale è rimasto fino al 1995, quando attraverso lo scorporo delle attività di credito è nata la società per azioni, e l'istituto di diritto pubblico si è trasformato in Fondazione Monte dei Paschi. Poi il gruppo senese ha vissuto una trasformazione profonda, la banca è tornata a essere a maggioranza privata, come ai tempi dei Salimbeni ma il legame istituzionale con il territorio è sempre stato assicurato e gestito dalla Fondazione. E dalla politica, non solo locale. Le cronache degli anni passati sono ricche di dichiarazioni e atti che legano esponenti di spicco del Pds-Ds-Pd alle vicende della banca senese, da Walter Veltroni al tandem Pierluigi Bersani-Massimo D'Alema passando per Giuliano Amato e Rosy Bindi. Lo schema era semplice: la politica, attraverso Comune e Provincia controlla la Fondazione. Che a sua volta controlla la banca. Che a sua volta restituisce alla Fondazione, sotto forma di dividendi, le risorse che a questa servono per finanziare il territorio degli elettori. Mentre per la banca dispensa assunzioni importanti. E il cerchio si chiude. Nel 2007 sono cominciati i guai. L'8 novembre di nove anni fa l'istituto, presieduto da Giuseppe Mussari, annuncia a sorpresa l'acquisto di Banca Antonventa per 9 miliardi di euro (in realtà vennero girati bonifici per 17 miliardi), dal Banco Santander che soltanto due mesi prima l'aveva rilevata da Abn Amro pagando 6,6 miliardi. Per finanziare l'acquisto, Mps si indebita, usa quasi tutta la sua liquidità e vara un aumento di capitale, che fu sottoscritto in buona parte dalla Fondazione che a sua volta si indebita con altre banche. L'estate successiva scoppia la bolla dei mutui subprime, un anno dopo fallisce Lehman Brothers. Il segnale finale della resa arriva con l'inchiesta aperta sull'acquisizione dell'Antonveneta del 2008, coordinata dalla Procura di Siena. Intanto, dopo aver aumentato il capitale e fatto ricorso nel 2009 ai prestiti statali (i cosiddetti Tremonti Bond), la banca è ancora in difficoltà e nel 2011 la situazione precipita: l'Eba, l'autorità bancaria europea, impone all'istituto senese un rafforzamento patrimoniale di 3,2 miliardi. A primavera 2012 viene rinnovato il cda e lascia il presidente Mussari, sotto inchiesta, che nel frattempo si era pure insediato all'Abi. Arriveranno Alessandro Profumo e Fabrizio Viola ma la rinascita tanto attesa non ci sarà. Ed eccoci a oggi. Fra le contrade, qualche signorotto locale vorrebbe riportare indietro le lancette dell'orologio a quando la rete trasversale partiva dalla Rocca e abbracciava tutto arrivando fino all'università, la chiesa, il calcio e il basket. Chi si metteva di traverso pagava dazio. Ma nell'anno di grazia 2016 a comandare è la Bce e il mercato. E a pagare non saranno solo i senesi.

In Palio c'è Mps: tutti i volti della crisi. Gli occhi puntati sulla piazza della giostra equestre ma è il palazzo alle spalle, quello di Mps, il luogo della resa dei conti. Ecco i protagonisti di un crac che mescola politica e finanza. E che fa del crac di Siena la metafora dell'Italia, scrive Luca Piana il 16 agosto 2016 su "L'Espresso". Comprereste un’auto usata da un politico? O meglio, gli affidereste i risparmi? La storia recente di Siena dice che sì, i cittadini sono pronti a concedere fiducia a chi li governa. Perché la trasformazione del Monte Paschi in un business gestito dai politici è avvenuta sotto gli occhi di tutti, senza troppe proteste. Eppure la banca era il maggior datore di lavoro, il luogo dove tutti mettevano i risparmi: chiunque doveva chiedersi il motivo delle stranezze dell’istituto. L’unico senza amministratore delegato, perché così i manager eran tenuti al guinzaglio. Oppure l’unico pronto a pagare 10 miliardi cash l’inguaiata Antonveneta. «Non prendiamoci in giro, le responsabilità di una parte politica della sinistra, romana e senese, sono enormi», ha detto Matteo Renzi. Più che un giudizio, un fatto. Ecco una serie di scene dal delitto, dove il delitto è la crisi della banca più antica del mondo.

Giuseppe Mussari. L’emblema del sistema Siena è lui, Giuseppe Mussari, numero uno della banca dal 2006 al 2012. Scala il primo gradino nel 2001, quando diventa presidente della Fondazione che controlla Mps e i cui vertici sono nominati dalla politica. Per legge, dovrebbe vendere le quote della banca ma non può farlo: la Fondazione vive con i soldi del Monte ed è potente solo se può comandare. Allora Mussari trasforma parte delle azioni ordinarie del Monte in privilegiate, aggirando la legge. Poi, divenuto presidente della banca, distribuisce dividendi record, ricoprendo d’oro la Fondazione che lo ha messo sulla poltrona. Peccato: quando nel 2008 compra Antonveneta, quei soldi sarebbero serviti. Ma in cassa non ormai non c’erano più.

Massimo D’Alema. È uno dei protagonisti di un libro che racconta vent’anni di retroscena sul Monte. Lo ha scritto l’ex sindaco Pierluigi Piccini, si intitola “Siena. Mps, la politica, i poteri forti, i personaggi”. Sono ricostruiti nei dettagli gli incontri nei quali D’Alema, nel 1999, tenta di convincere Piccini a favorire una fusione con Bnl, un’operazione che avrebbe messo la nuova banca «nelle mani del segretario del maggior partito della sinistra». Per questo, racconta Piccini, i non diessini dell’Ulivo erano contrari, come lo era lui, che preferiva aggregare le altre banche del Centro Italia. Nel 2001, finito l’incarico, Piccini era in pole per diventare presidente della Fondazione. Viene silurato da un decreto ad hoc. Che apre la strada a Mussari.

Antonio Fazio. Non era un amico del Monte, tutt’altro. Dal 2001 al 2003 spedisce a Siena i suoi ispettori, che scoperchiano il caso dei prodotti a rischio venduti alla clientela. Ne fa le spese il direttore generale Vincenzo De Bustis, uno dei rari casi di manager passati dal vertice di una banca acquisita (la Banca 121) a quello dell’acquirente (il Monte). Poi però, nel 2005, Fazio si ritrova alleato di quei diessini tornati a sperare nella fusione con Bnl. Si parla di un’unione a tre, con le assicurazioni Unipol, ma a Siena si scatena lo scontro tra favorevoli e contrari. Tra questi ci sono le coop toscane, che temono una stretta troppo forte sul nuovo gruppo da parte delle consorelle emiliane, più forti in Unipol. Che va avanti da sola.

Francesco Gaetano Caltagirone. Molti fanno finta di dimenticarlo ma c’è stato un momento in cui il Monte si allontana dalla sinistra che governa la città. Nel 2002 il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone entra nell’azionariato, nel 2004 preme per maritare Mps e Bnl, poi la figlia Azzurra sposa Pierferdinando Casini a Siena. Caltagirone è solo uno degli imprenditori con cui il Monte è in rapporti stretti. Un altro è il raider Emilio Gnutti: il Monte è tra i finanziatori delle holding con cui Gnutti e Roberto Colaninno scalano Telecom, meritandosi la definizione di «capitani coraggiosi» da parte di D’Alema. Gnutti nel 2003 diventa vice-presidente della banca, Caltagirone nel 2006, al fianco del neo presidente Mussari, ormai proteso oltre la sinistra.

Giulio Tremonti. È ancora Pierluigi Piccini a raccontare nel suo libro di un incontro del 2005 con Giulio Tremonti. Piccini ricorda che Tremonti gli parlò «con toni durissimi» dei senesi e di Mussari e di essere rimasto sorpreso quando, tempo dopo, il nome del presidente del Monte iniziò a circolare come possibile ministro, in quota Tremonti. Sta di fatto che nel 2009, dopo il fallimento di Lehman Brothers e gli aiuti a pioggia distribuiti alle banche in diversi Paesi europei, è proprio il governo Berlsuconi a concedere i primi finanziamenti alle banche italiane. Vengono chiamati Tremonti Bond, e il Monte è uno dei pochi a richiederli, per 1,9 miliardi. La scusa è che devono aiutare le banche a finanziare le imprese; con il senno di poi, servivano ad altro.

Mario Monti. Nel 2012, quando Mps deve restituire i Tremonti Bond, a garantire le risorse arriva un prestito da 3,4 milardi, deliberato dal governo Monti. Come nel primo caso, non sono soldi a fondo perduto ma un finanziamento ben remunerato, che in caso di mancato rimborso farà entrare il Tesoro nel capitale (in parte è avvenuto). Renzi ha scaricato sui governi precedenti la responsabilità di non aver ricapitalizzato le banche quando lo hanno fatto gli altri Paesi, prima del bail-in; Monti ha risposto che nel 2013, tranne Mps, le banche non presentavano «particolari problemi» e non domandavano aiuti, mentre i conti dello Stato erano in bilico: usando fondi pubblici per le banche avrebbe rischiato di fallire, creando un problema «gigantesco».

Ignazio Visco. Il governatore difende l’operato della Banca d’Italia: per lui i crediti in sofferenza sono diventati un problema serio solo nel 2013-2014 ed è stata la vigilanza a segnalare alle procure i casi di “mala gestio”. Vari critici, però, contestano numerose scelte di Bankitalia e Consob. Alcuni punti caldi: sono stati autorizzati aumenti di capitale a prezzi fuori mercato, che hanno travolto i risparmiatori; i bond subordinati sono stati venduti anche ai piccoli risparmiatori; i commissari mandati da Roma non hanno trovato soluzioni alle crisi. E su Mps c'è la questione dei derivati contabilizzati come titoli di Stato anche dalla nuova gestione, fino a quando non è intervenuta la Procura di Milano.

Italia in Palio, nell'estate calda del caso Mps. La storica giostra equestre di Siena. Narrata per “l’Espresso” da uno scrittore che svela lo stallo di un Paese intero. E la sua crisi infinita. Tra le nebbie che avvolgono le inchieste sulle banche, madonne in fuga e manager milionari, scrive Filippo Bologna il 12 agosto 2016 su "L'Espresso". È un afoso pomeriggio d’agosto e sono solo a Siena, o mi sembra eroico immaginare di esserlo. Avrei dovuto accettare quel maledetto “25” in Storia e a quest’ora starei già nuotando ai piedi delle Apuane che si tuffano in mare. E invece sono ancora qua, cercando di arrivare alla fine di quel secolo che sarà anche breve ma mi mancano ancora un centinaio di pagine e l’esame è domani in Santa Maria dei Servi. Il capo mi ciondola su un libro che da quanto sonno ho pare scritto in una lingua runica. Gli occhi si incrociano e le righe si intrecciano e se guardo verso la finestra con le persiane socchiuse, sarà il caldo o l’abbiocco, ma come in visione mi appare una madonna pratese che ho conosciuto un pomeriggio che facevo finta di studiare agli Intronati. Conoscerla è stata una dannazione e perderla una salvezza, ma questo ancora non posso saperlo. E proprio quando Hobsbawm mi sta spiegando che la Guerra Fredda gli americani non l’hanno vinta con le loro classi di sottomarini nucleari Seawolf ma con “Magnum P.I.” e i “Robinson” captati dalle parabole satellitari spuntate sui tetti oltre il muro, dalla mia finestra affacciata su via di Pantaneto sale un rombo come di temporale lontano. È un rullo di tamburi che si avvicina da Porta Pispini, rimbalza fino a via Roma: «Siamo di Finimondo Fieravecchia e Santa Chiara s’insegna e non s’impara s’insegna e non s’impaaara....». Il Palio! M’ero completamente dimenticato che in questa sconsiderata, ultima, sessione estiva per studenti disperati e professori stakanovisti, o forse è il contrario, siamo ormai a ridosso dell’Assunta (ecco dunque spiegata anche l’apparizione della madonna). Scendo in strada, seguendo il coro abbandono i quartieri sicuri del Leocorno e mi avventuro nel territorio straniero del Nicchio fino a trovare la sorgente di quel vociare, un manipolo di contradaioli che scaldano le gole in vista della “carriera” che si correrà tra pochi giorni. Mi guardano come fossi un alieno sbarcato da un pianeta lontano anni luce, ma sono solo uno studente che ha scoperto di non essere l’ultimo uomo in città. E in quell’incontro che ha qualcosa di selvaggio e ridicolo, un giovane capitano Cook davanti a una tribù di Maori, in quel misto di diffidenza e curiosità reciproca, c’è tutto il mio rapporto con Siena. Come qualcosa che mi riguarda ma non del tutto, una sensazione di estraneità familiare, quella che mi lega alla città. Io, provinciale nato in fondo alla provincia, in quella terra di nessuno che per secoli la Repubblica di Siena si è stancata di rivendicare, o forse solo dimenticata di avere, non abbastanza senese per sentire il richiamo del Palio ma nemmeno abbastanza straniero per viverlo con indifferenza. All’esame non ricordo se presi “30” o “30 e lode” - e non lo saprò mai perché ho perso il libretto - così come non saprei dire chi vinse quel Palio, perché appena dato l’esame fuggii via da Siena come se invece di un “30” avessi rubato il drappo e fossi inseguito da tutti i contradaioli inferociti. Quanto alla madonna pratese, ho saputo che se l’è presa un collezionista e se l’è portata al Nord. Da quel pomeriggio d’agosto sono passati vent’anni. Manca una spicciolata di giorni al Palio dell’Assunta, sono al mercato e mentre con un filo di apprensione - che si fuga solo al rassicurante fruscio delle banconote sputate dalla bocchetta - ritiro i soldi allo sportello del Monte dei Paschi, ritorno con la mente alla mia Siena, quella città raccolta e protetta in cui ho passato gli anni più spensierati della mia vita. Quando Siena era una città ricca e sicura e noi studenti trascinavamo i nostri piedi svagati sulla pietra serena dei suoi vicoli e al tramonto ci sdraiavamo sulle mezzane tiepide del Campo con una birra in mano una sigaretta in bocca e il cuore traboccante d’amore da non sapere a chi darne. Quando l’università era un gioiello che dispensava servizi impensabili persino negli atenei privati: agli albori della rete una postazione Internet con una casella di posta elettronica per ciascun studente, una radio universitaria trasmessa anche in streaming, la mensa di via Sallustio Bandini dove si mangiava meglio che al ristorante o quella di Sant’Agata dove si pranzava sotto le volte a vela in parte ancora affrescate e il fasto delle mostre al Santa Maria della Scala sotto il rettorato di Omar Calabrese (“Il sogno della Regione genera Mostre...”, si scherzava tra i corridoi di Lettere) e convegni e simposi nella splendida Certosa di Pontignano adibita a foresteria dell’università. E poi ancora i concerti e gli spettacoli nelle piazze e nei teatri, da Bergonzoni a Capossela, da Aldo Giovanni e Giacomo a Marcel Marceau... E la cablatura dell’ateneo e della città intera con la fibra ottica (tira più un metro di fibra...) che con una tessera magnetica e una macchinetta self permetteva di ottenere certificati e piani di studio saltando estenuanti file in segreteria...Com’era diversa questa città vivace e digitale da quella triste e angusta, quel lazzaretto a cielo aperto pieno di tisici «dai visi gialli e incavati», come scriveva il mio amato Tozzi, che leggevo nella stessa biblioteca in cui il figlio di un oste rozzo e violento andava a puntellare la sua franosa cultura da provinciale autodidatta. Tozzi, quell’immenso scrittore con l’animo ingabbiato tra i vicoli e il cuore ricolmo di rabbia e dolcezza che camminava di notte scansando anche la luce dei lampioni! Cercavo di battere le sue stesse strade, di doppiare i suoi itinerari, mi sembrava di capirlo, mi affratellava a lui quel bruciante bisogno di amore e comprensione mai del tutto ricambiato da Siena e dai senesi. Passavo sotto l’Arco dei Rossi dov’era la sua trattoria, scendevo per via del Refe Nero, sostavo in piazza di Provenzano e guardavo la stessa campagna che guardava lui e che ancora arriva fin sotto le mura come una debole marea di orti e ulivi e in segreto promettevo a quei poggi di scrivere anch’io un giorno, per farmi rispettare da quella città superba e rancorosa con i figli che gli voltano le spalle. Ed era diversa la mia Siena anche da quella grigia e dimessa dove si era laureato il mio babbo, senza divertimenti e senza svaghi, se non un cineforum ogni tanto in via di Calzoleria o in via dell’Abbadia, o un piatto di ravioli in una specie di distributore-trattoria in Pescaia che teneva aperto la notte, o una gita fuori porta, magari a fare il bagno nel Merse per combattere il caldo opprimente di chi era rimasto in città per l’ordalia dell’ultimo esame. Parecchio diversa da quella dove giovane medico era andato a vivere con un’altra madonna, che aveva trafugato al Nord per adorarla a Siena, prima di portarla più giù, dove finiscono le crete. Con le sporte in mano mi faccio largo tra le bancarelle ed esco dal mercato. Ripenso a tutte queste cose e se provo a metterle in fila solo ora mi rendo conto di aver vissuto per anni in un grande campus a cielo aperto, un esclusivo college medievale in cui migliaia di studenti saliti o scesi da tutta Italia convivevano più o meno pacificamente con un silenzioso ceto impiegatizio e una rispettabile borghesia cittadina, che sotto Palio si trasformavano in turbe di contradaioli rivali pronti a scannarsi per poi ritrovarsi amichevolmente colleghi dello stesso ufficio a Palio finito. Tutto questo aveva funzionato a meraviglia, un esperimento sociale irreplicabile e non del tutto consapevole che mai nella sua storia, nemmeno sotto il leggendario Governo dei Nove, quando Siena visse il suo più fulgido splendore, aveva distribuito tanta ricchezza e benessere ai suoi cittadini. Da dove venisse tanta ricchezza era chiaro a tutti: dalla Fondazione del Monte dei Paschi che drogava la qualità della vita pompando enormi quantità di denaro nell’ateneo e nei servizi; il che essendo Siena una città già ricca di per sé la faceva diventare ricchissima, mantendendola per anni al di sopra delle sue possibilità. Insomma, lo strepitoso affresco del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti (se non lo avete ancora fatto, andatelo a vedere a Palazzo Pubblico) si era inverato a distanza di sette secoli e tutti, me compreso, ne eravamo non solo testimoni, ma beneficiari, anche questo va detto. Perché dal tetto imbarcato di una canonica all’ambulanza nuova per la Misericordia, da un progetto per le mamme con depressione post-partum al restauro di un Duccio da Buonisegna, pagava sempre Pantalone, ovverosia la Fondazione. Credo sia quasi impossibile, in questo copioso e ininterrotto fiume di denaro che per anni ha irrigato Siena e la sua provincia, riconoscere le acque chiare da quelle scure; ma chi abita o ha abitato a Siena o nei dintorni non può non aver goduto - direttamente o indirettamente - di tanta prosperità. Purtroppo il ciclo allegorico del Lorenzetti, dopo quelli virtuosi del “buono” illustrava anche gli effetti del “cattivo governo” sulla città. Dove Siena appare in rovina, frode e falsità sono davanti a ogni uscio e i senesi paiono tutti indaffarati a disfare più che a fare. Insomma, era inevitabile che quel “groviglio armonioso”, spaventoso intreccio di poteri laici e religiosi, dissoluto incesto tra Pd, Mps, Universitas Senarum, massoneria e contrade descritto con una punta di irritante compiacimento dai senesi stessi, s’imparruccasse a tal punto da portare Siena da orgoglio provinciale a onta nazionale nel tempo di una laurea (la mia, cinque anni più uno fuoricorso). Ormai tutti sanno com’è andata, libri, giornali e inchieste televisive e giudiziarie ci hanno spiegato quel che tutti in fondo avevano sempre saputo. E avrebbe continuato a girare così per chissà quanto se il pozzo in cui pescavano i secchi da cui tutti si abbeveravano non fosse diventato così fondo da ingoiare anche la corda, e chi la reggeva. Mentre nel parcheggio assolato cerco di ricordarmi dove ho messo la macchina e il manico delle buste di plastica mi sega le dita, penso che tra poco sarà di nuovo Palio e una volta ancora si rinnoverà questo rito antico e immutabile come la grazia e la crudeltà che sono dell’uomo. Ecco laggiù la macchina, un ultimo sforzo. Apro il baule e sorrido pensando che nel sontuoso corteo che precede la corsa, al posto delle contrade soppresse (Gallo, Leone, Orso, Quercia, Vipera e Spadaforte) mi garberebbe veder sfilare con l’elmo calato - per la vergogna e non per rispetto - i dirigenti con la terza media messi in sella dal partito che in questa giostra di bond e derivati hanno portato a questo scempio. Ma non tutto è perduto perché il Palio, sempre uguale per chi lo vive da fuori e sempre diverso per chi lo vive da dentro (e io ancora una volta né di qua né di là, preso in mezzo a una delle tante porte di Siena), rimedierà ogni danno e curerà ogni male. Quando gli zoccoli scalpiteranno nervosi sul tufo in attesa della mossa, e i cuori si lanceranno al galoppo oltre i canapi, Siena si dimenticherà di tutto. Della sua grandezza e della sua piccineria, della sua superbia e della sua grettezza, della sua miseria e della sua ricchezza. Io invece non dimenticherò, lo prometto, di quando e quanto mi ha reso felice.

Filippo Bologna è uno scrittore. Ha studiato a Siena e pubblicato il primo romanzo “Come ho perso la guerra” nel 2009 (Fandango). Nel 2016 ha vinto il David di Donatello per la sceneggiatura di “Perfetti sconosciuti”, di Paolo Genovese.

Quanta nebbia sul Monte dei Paschi. L’istituto di Siena, oggi tra i più colpiti in Borsa, nel 2010 emise obbligazioni per 1,5 miliardi. Con comunicazioni opache e omissive agli investitori, scrive Luca Piana il 16 febbraio 2016 su "L'Espresso". Il presidente della Consob, Giuseppe VegasSalvare le banche o salvare i risparmiatori? Le perdite subite dai clienti che avevano investito i loro quattrini nei titoli di Banca Marche, Popolare dell’Etruria e degli altri istituti salvati sull’orlo del fallimento a fine 2015, hanno aperto in queste settimane una discussione sulle regole che dovrebbero proteggere i risparmiatori. E fatto finire in prima pagina un conflitto d’interessi di cui, finora, molti clienti non erano del tutto consapevoli. Perché, quando si va allo sportello per decidere come investire, non è scontato che l’impiegato pensi davvero a cosa convenga al cliente. Soprattutto se la banca ha la necessità di rafforzare il patrimonio, vendendo azioni proprie o titoli obbligazionari non garantiti. Un punto su cui molti osservatori insistono è la differenza di obiettivi tra le istituzioni che vigilano sul sistema. Da una parte c’è la Banca d’Italia, tenuta a controllare che nessun istituto vada gambe all’aria, anche a costo di bruciare i risparmi dei clienti. Dall’altra c’è la Consob, che deve tutelare il risparmio, vigilando sulla coerenza tra i rischi dei prodotti e le esigenze dei clienti. La cronaca recente mostra però che, in questi anni, qualcosa non ha funzionato. Lo evidenziano i prestiti subordinati piazzati dalle banche quasi fallite ma anche, ad esempio, un’operazione effettuata qualche anno fa dal Monte dei Paschi di Siena, uno degli istituti più colpiti dalla tempesta che si è abbattuta sulla Borsa. Per spiegare i fatti, bisogna tornare al 2010, quando l’allora presidente Giuseppe Mussari escogita una partita di giro per far cassa, vendendo 683 tra uffici e filiali del Monte, tentando di non perderne il controllo. Viene creata una srl, battezzata Casaforte, che emette 1,5 miliardi di euro di obbligazioni complesse, chiamate “asset-backed securities”, da vendere allo sportello per rafforzare il patrimonio del gruppo. Le cronache e i comunicati di quei giorni parlano di una lunga trattativa con le autorità, al cui termine il Monte viene autorizzato a piazzare i titoli Casaforte. Nella scheda prodotto destinata ai clienti vengono pubblicate informazioni rassicuranti: gli «scenari probabilistici», ovvero la tabella che riassume le prospettive dei titoli, dicono che il rendimento sarà «positivo e in linea con quello di attività prive di rischio» nell’89,5 per cento dei casi. Poche pagine sopra, c’è una clausola che spiega perché: per «assicurare le esigenze di disinvestimento dei clienti», il Monte sarà assistito da un altro istituto, Banca Imi, del gruppo Intesa. Se un cliente chiederà indietro i propri quattrini, dunque, a garantirne il rimborso sarà non solo il Monte ma anche Banca Imi. Spiega Rita D’Ecclesia, che insegna Finanza quantitativa all’Università La Sapienza: «Questo impegno ha svolto la funzione di contenere i rischi di un titolo così complesso, rendendoli di fatto indipendenti dall’andamento del rischio di credito del Monte». Tutto bene? In un primo momento sì. I quattrini che entrano in cassa permettono alla banca senese di rafforzare il patrimonio, andando incontro alle richieste di Bankitalia, informa un comunicato del settembre 2011. E questo grazie a un lavoro di grande sinergia fra Banca d’Italia e Consob. Poi però qualcosa cambia. Il 24 dicembre 2013 il Monte annuncia la ristrutturazione dei titoli Casaforte, e rivela che il sostegno di Banca Imi è stato cancellato. Una scelta che, forse, permette all’istituto toscano di risparmiare il costo della garanzia. Ma che cambia il profilo di rischio: «Ora a garantire il riacquisto dei titoli Casaforte non c’è più un soggetto indipendente, ma solo il Monte. Questo significa che, se la banca si ritrovasse in difficoltà, ne risentirà anche l’immediata liquidabilità dei titoli Casaforte», spiega ancora D’Ecclesia. Ma qualcuno ha avvertito i risparmiatori? Ovviamente no: il comunicato del 24 dicembre è sul sito web del Monte, accanto alle quotazioni dei titoli Casaforte. Ma i nuovi scenari di rendimento, ricalcolati con le condizioni modificate, non ci sono. E nessuno ha pensato di inviarli a chi a suo tempo aveva comprato i titoli: il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, in carica da fine 2010, non li ha più richiesti, per nessun prodotto bancario.

Ma per le banche ci vuole una superprocura? La provocazione che l'Espresso lancia questa settimana: perché non costituire un tribunale specializzato che si occupi solo dei reati legati agli istituti di credito? Si eviterebbe l’incompatibilità, e una giustizia più certa sarebbe a portata di tutti, scrive Lirio Abate il 12 agosto 2016 su "L'Espresso". Non ci meravigliamo se ancora una volta la giustizia viaggia a due velocità, in particolare quando si tratta di inchieste sulle banche, in cui parte offesa sono i risparmiatori. C’è la procura di Roma che chiede e ottiene nei tempi regolari-giudiziari l’arresto dell’ex ad di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, mentre altri uffici, per gli stessi reati, hanno il passo lento, moscio, da far passare nel dimenticatoio le indagini. Così giustizia non è fatta. È l’ennesima doppia velocità italiana, ogni volta che si indaga sulle banche. Per questo non ci meravigliamo. Ma è opportuno vigilare. Perché se Roma non è più il porto delle nebbie, questa bruma sembra avvolgere altri uffici giudiziari. Non è un caso che nell’ultimo anno più della metà delle pratiche della prima commissione del Csm, quella che si occupa delle incompatibilità dei magistrati, abbia riguardato proprio il rapporto fra togati e banche. L’istruttoria del Csm punta ad accertare se il canale giudiziario si è inceppato perché qualche magistrato, in postazioni strategiche, non ha fatto il proprio dovere. Dovere di controllo penale sull’attività degli istituti di credito. Le associazioni di consumatori e risparmiatori denunciano i possibili conflitti di interesse di alcuni pm e gip, a partire dai parenti che lavoravano per le banche su cui indagavano. Incompatibilità che deve essere accertata dal Csm. Da qui viene che su questi temi ci sono due velocità nella giustizia? È un punto importante e delicato. È pur vero che una procura come quella di Roma, dotata di intelligence e mezzi, davanti a questo tipo di inchieste mette in campo una squadra di magistrati e investigatori più attrezzata rispetto a piccole procure di provincia. Per i reati bancari sono competenti gli uffici in cui ricadono le sedi degli istituti. Occorre fare una riflessione: nei piccoli ambienti di provincia è più semplice trovare sponde istituzionali. Più facile realizzare collegamenti. Nel circuito di relazioni che si crea entra di tutto, anche pezzi della magistratura. Sul territorio ci sono situazioni di familismo che possono creare l’incompatibilità delle toghe. È proprio il caso di azzardare una soluzione, che vuole essere provocatoria: perché non costituire una super procura che indaga sulle banche, con un tribunale specializzato che si occupa solo di questi reati? Si eviterebbe l’incompatibilità, e una giustizia più certa sarebbe a portata di tutti. E chi comanda nelle banche avrebbe almeno un timore: commettesse un reato, sarebbe perseguito o giudicato da magistrati senza rapporti personali con i propri istituti di credito.

"Io magistrato, le banche e i mutui concessi ai criminali". Nelle indagini sui patrimoni mafiosi, sempre ambiguo il ruolo degli Istituti di Credito, grandi e piccoli, scrive Marco Patarnello il 5 agosto 2016 su “La Repubblica”. In magistratura dal 1989, è stato vicesegretario del Csm. Ora si occupa al Tribunale di Roma di misure di prevenzione antimafia, sequestro e confisca di patrimoni illeciti. "Caro direttore, l'opinione pubblica sembra stanca di interventi in favore delle banche e ci chiediamo perché. La deflagrazione che il fallimento di una banca, magari dell'importanza di Mps, creerebbe nel tessuto economico costringe lo Stato ad un intervento. Ma quale? Faccio il magistrato al Tribunale di Roma e ho dedicato gli ultimi tre anni della mia vita professionale alle misure di prevenzione patrimoniali: sequestro e confisca di patrimoni mafiosi o costruiti illecitamente, un'attività svolta mettendo sotto la lente di ingrandimento gli ultimi venti o trent'anni di vita imprenditoriale, economica, lecita e illecita di malavitosi, corrotti e criminali. Patrimoni di decine o centinaia di milioni di euro accumulati illecitamente. In ognuno di questi processi abbiamo sempre trovato un grosso mutuo, un finanziamento o un prestito concesso da istituti bancari. Prestiti spesso concessi in evidente malafede, senza le garanzie minime, in situazioni in cui nessun cittadino "normale" avrebbe avuto accesso al credito. Con la conseguenza che spesso il Tribunale esclude tali crediti delle banche dal novero di quelli che devono essere soddisfatti con il denaro confiscato ai malavitosi. Una mole di attività bancaria svolta chiaramente facendo affari spregiudicati, prestando denaro a chi non dava nessuna garanzia, se non quella di entrate illecite. Negando, invece, i prestiti a chi non aveva garanzie fantasmagoriche, come ha potuto constatare chiunque, da persona comune, abbia chiesto un finanziamento o un mutuo in questi anni. E, si badi, questo non da parte delle sole banche di serie B o di provincia. Non sono in condizione di fare un'analisi statistica o completa, ma poche banche mi sono parse estranee a questo modo spregiudicato e rischioso di fare impresa. Ora che la situazione economica è più difficile si scopre che i crediti di molte banche sono in sofferenza, non sono garantiti e si prende in considerazione di risolvere il grave pericolo insito nel fallimento di queste imprese mettendo denaro pubblico. Quando si guadagna ci si ricorda di essere un'impresa, quando si perde si socializzano le perdite. Non può funzionare così. Il fallimento di una banca è senza dubbio un rischio grosso per l'economia di un territorio o anche dell'intero paese, se la banca è grande. È ragionevole impedire che ciò accada. Ma non a qualsiasi costo e non regalando, sostanzialmente, il denaro ad un'impresa, anche se si trattasse di denaro dell'Europa o parzialmente dello stesso sistema bancario. Perché il patto sociale regga, investire denaro pubblico non può essere un regalo. Se una banca non ce la fa con le sue forze si nazionalizza, si risana e si rivende. Questo ha un senso per la collettività. E non è una bestemmia anticapitalista e antimoderna più di quanto non lo sia regalare denaro pubblico ad un imprenditore, che per di più ha dimostrato di farne cattivo uso".

Processo alle banche. Banche a processo. Salvataggi in extremis. Crolli in Borsa. Conti opachi. Prestiti rischiosi. E l'incubo di una commissione d'inchiesta del Parlamento. Gli istituti di credito vivono una stagione nera. Ecco chi ha sbagliato. Inchiesta di Vittorio Malagutti e Luca Piana su "L'Espresso" del 22 gennaio 2016. Banche quasi fallite, salvate in extremis dal governo appena due mesi fa. Banche in vendita, almeno otto o nove, senza nessun compratore che si profili all’orizzonte. Banche con i conti in bilico, zavorrate da decine di miliardi di crediti inesigibili. Eccoli, gli ingredienti del tracollo di Borsa che nei giorni scorsi ha affossato il nostro sistema creditizio. Una tempesta perfetta. Perché di colpo, con l’entrata in vigore delle nuove regole sui salvataggi bancari, il cosiddetto “bail in”, è andata in pezzi ogni procedura che in passato è servita per affrontare le situazioni di crisi. «Nessuna banca deve fallire», era la regola non scritta che le autorità di vigilanza, Banca d’Italia in primis, sono sempre riuscite a far valere ordinando fusioni e acquisizioni, riordinando le pedine di un sistema chiuso in se stesso. Oggi nessuno metterebbe la firma sotto una promessa del genere. Il tappo è saltato. Gli sceriffi del credito adesso stanno a Francoforte, alla Bce. E a pagare il conto di eventuali crac d’ora in poi saranno i soci delle banche, insieme agli obbligazionisti, e anche i depositanti, quelli con un conto superiore a 100 mila euro. Questo prescrivono le norme europee, accettate dall’Italia. Si apre una nuova era. Gli investitori di tutto il mondo da tempo si chiedono se le nostre banche sono pronte per affrontarla. La risposta dei mercati è arrivata forte e chiara in Borsa nei giorni scorsi. A Piazza Affari un’ondata di vendite ha travolto i titoli del credito. «Confermiamo la nostra stabilità economica e finanziaria», si è subito affrettato a dire Fabrizio Viola, amministratore delegato del Monte Paschi di Siena, una delle banche più vicine all’occhio del ciclone. «Siamo sani, è solo speculazione», gli ha fatto eco Piero Montani, numero uno di Carige, l’istituto genovese che negli ultimi anni è stato costretto a cambiare tutto, dal management ai soci di riferimento, e che ora, al pari di Mps, cerca un partner dalle spalle forti cui affidarsi. La speculazione avrà certamente soffiato sul fuoco ma i problemi sono ben più profondi. E, soprattutto, si stanno manifestando tutti insieme. Ci sono le aggregazioni da fare, che i banchieri con i conti a posto vedono con diffidenza, perché temono di accollarsi ulteriori perdite e preferiscono lasciare nel limbo gli istituti in difficoltà. C’è la questione, nota da anni ma mai affrontata con la determinazione necessaria, dei prestiti accordati a clienti che spesso non meritavano di riceverli e che ora non sono più in grado di restituire il denaro. Le statistiche parlano di almeno 200 miliardi di euro di crediti in sofferenza. Un numero a dir poco allarmante che è finito al centro di un nuovo scontro fra il premier Matteo Renzi e Bruxelles. Perché il governo, dopo aver tergiversato a lungo, potrebbe essere costretto a fornire alle banche un aiuto di Stato, al fine di permettere loro di rimettersi in carreggiata. Un’operazione non semplice, sia per i vincoli posti dall’Unione Europea, sia per la bagarre politica scoppiata dopo il decreto per il salvataggio di Popolare Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti. Un ulteriore segnale che mostra come la fiducia nel sistema sia ormai intaccata viene dalle richieste di avviare una commissione d’inchiesta sul sistema bancario, arrivate da uno schieramento politico molto ampio, Cinque Stelle, Forza Italia e anche numerosi parlamentari del Pd di area renziana. La questione è però controversa. Da una parte ci sono i pericoli: un’iniziativa di questo genere finirebbe per mettere nel mirino anche la vigilanza, ovvero la Consob - che dovrebbe tutelare il risparmio - e soprattutto la Banca d’Italia, che invece è chiamata a garantire la stabilità del sistema creditizio. E rischierebbe di alimentare la sfiducia proprio nel momento in cui è urgente un’azione chiara e convincente per ripristinare la tenuta del sistema creditizio, nella quale l’istituto di vigilanza guidato da Ignazio Visco non può non avere un ruolo determinante. D’altra parte, tuttavia, non mancano le opportunità perché una commissione d’inchiesta, condotta in modo serio, possa aiutare a capire i motivi del disastro attuale. Perché tra banche salvate all’ultimo minuto e altre appese alla speranza di un intervento pubblico per liberarle dai crediti incagliati, certamente qualcosa in questi anni non ha funzionato. In attesa di capire come Renzi deciderà di muoversi su questo fronte, “l’Espresso” ha provato a raccontare come e perché il sistema dei controlli e della vigilanza si è inceppato, creando nuove crisi anziché risolverle.

1) SE COMANDA IL COMMISSARIO. “L’amministrazione straordinaria dura un anno (...) In casi eccezionali la procedura può essere prorogata per un periodo non superiore a sei mesi”. Così recita il Testo unico bancario (Tub), cioè il complesso di norme che regola l’attività degli istituti di credito. Nella realtà, però, le cose vanno diversamente. Lo dimostrano i casi recenti della ferrarese Carife e di Banca Marche. A fine novembre, quando sono state sciolte per decreto del governo, entrambe erano gestite da oltre due anni dai commissari nominati da Banca d’Italia. Anche l’amministrazione straordinaria dell’abruzzese Banca Tercas, salvata in extremis nell’autunno 2014, è andato ben oltre i limiti fissati dalla legge: 27 mesi. E così, una procedura studiata per affrontare situazioni di emergenza con l’andar del tempo ha finito per trasformarsi in una gestione di lunga durata, di cui non è facile valutare i risultati. Per farlo sarebbe necessaria una trasparenza completa sulle decisioni prese nel periodo di amministrazione straordinaria. E invece la legge prevede che i commissari debbano rendere conto soltanto a chi li ha nominati, cioè la Banca d’Italia. Tocca a quest’ultima autorizzare eventuali azioni civili di terzi nei confronti degli organi della procedura. In pratica la Vigilanza vigila su stessa. All’occorrenza lo scudo di Bankitalia vale anche nei confronti della magistratura. L’anno scorso, quando Piernicola Carollo e Riccardo Sora, ex commissari alla Cassa di Rimini, furono coinvolti nell’inchiesta sulla gestione dell’istituto romagnolo, l’archiviazione arrivò anche grazie all’intervento di Banca d’Italia, che rispondendo a una richiesta del pm avallò l’operato dei due indagati. In altre parole, tutto si decide nelle segrete stanze di un’Authority chiamata a prendere le decisioni e allo stesso tempo a giudicare l’opportunità delle proprie scelte. Il sistema funziona se il commissariamento si prolunga giusto il tempo (pochi mesi) ad affrontare e risolvere gravi problemi di bilancio o di gestione. I rischi aumentano se invece, come è accaduto di recente, gli inviati di Bankitalia accentrano per anni tutti i poteri sull’istituto.

2) INUTILI ISPEZIONI. Lo hanno chiesto più volte a gran voce i risparmiatori che a novembre si sono visti azzerare i risparmi con il decreto del governo sulle quattro banche commissariate. E da mesi protestano anche i soci degli istituti del Nordest (Popolare Vicenza e Veneto Banca) che si sono visti svalutare le azioni dopo anni e anni di calma apparente. Possibile che gli ispettori, inviati più volte da Banca d’Italia a verificare i conti, non si siano mai accorti dei gravi problemi degli istituti di credito fino a quando la situazione non era ormai compromessa? La linea di difesa di Bankitalia è sempre la stessa: «Abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere», come ha ricordato anche il governatore Ignazio Visco nelle sue recenti uscite pubbliche. Resta però difficile comprendere come mai, per esempio, i prestiti per centinaia di milioni erogati dalla Popolare Vicenza per l’acquisto di azioni proprie siano emersi soltanto all’inizio del 2015, quando la vigilanza sull’istituto veneto è diventata di competenza della Bce di Francoforte. Anche il rapporto con la Consob, chiamata a tutelare il pubblico risparmio, spesso è costellato di incomprensioni se non di quelle che appaiono come vere e proprie omissioni. Eclatante la vicenda di Banca Marche, che a febbraio 2012 lanciò un aumento di capitale per 180 milioni, (sottoscritto da migliaia di azionisti che ora hanno perso tutto) dopo che meno di due mesi prima Banca d’Italia aveva messo per iscritto in un rapporto le gravissime difficoltà dell’istituto. L’allarme, però, non è mai stato trasmesso alla Consob perché venisse inserito nel prospetto informativo per l’aumento di capitale. E così i risparmiatori sono stati tenuti all’oscuro di informazioni importanti per poter valutare il proprio investimento. In questo caso Bankitalia ha tutelato la stabilità del sistema, consentendo a Banca Marche di puntellare i propri conti grazie all’aumento di capitale, ma sono state sacrificate le ragioni della trasparenza, a danno degli investitori. Nessun problema fino a quando la Vigilanza ha potuto gestire in proprio le crisi bancarie, decidendo tempi e modi di fusioni e acquisizioni in modo che gli istituti più deboli uscissero di scena senza gravi danni per clienti, creditori e azionisti. L’avvitarsi della crisi economica con l’esplosione dei crediti incagliati ha moltiplicato le situazioni di crisi con l’effetto di rendere più complicati questi interventi in corsa. Infine, l’entrata in scena della Bce come authority di Vigilanza, sommata all’introduzione delle nuove regole sul bail in, ha sottratto poteri e margini di manovra alla Banca d’Italia che non è più libera di gestire i salvataggi in totale autonomia.

3) VIGILANZA & SCARICABARILE. Uno dei punti cruciali è chi deve vigilare sulle banche. Un esempio di quanto la situazione sia scivolosa arriva ancora dalle difficoltà di Popolare Vicenza e Veneto Banca. Il 28 maggio 2013 la Popolare Vicenza annuncia un aumento di capitale da 500 milioni di euro. Le nuove azioni vengono vendute ai soci al prezzo di 62,5 euro l’una. Nessuno può dire se si tratta di un prezzo adeguato: i titoli dell’istituto veneto non sono quotati in Borsa, dunque non esiste un mercato di riferimento per le valutazioni. Tocca fidarsi delle promesse della Popolare, che riacquista i titoli che un socio volesse eventualmente vendere in una specie di mercatino interno. Ma il prezzo dell’aumento era giusto? La risposta è probabilmente no. La Vicenza sarà costretta a farne un altro un anno dopo, sempre a 62,5 euro per azione. E quando in seguito emergeranno consistenti perdite di bilancio, molti soci si ritroveranno con i risparmi bruciati. Un copione simile è andato in scena a Montebelluna, sede di Veneto Banca, i cui titoli erano stati piazzati nel giugno 2014 a 36 euro per azione. Ora che le due banche andranno in Borsa, costrette soltanto dalla riforma delle popolari voluta dal governo, quei titoli verranno negoziati a prezzi largamente inferiori. Ci sono colpe delle autorità? Ci sono soprattutto interessi in conflitto fra loro. Bankitalia, dice la legge, deve vigilare sulla «stabilità patrimoniale e la sana e prudente gestione» delle banche. E quindi, in una situazione di difficoltà, può essere tentata di badare al sodo, e cioè al fatto che nuovi capitali arrivino a una banca, se questo serve a non farla fallire. Senza preoccuparsi più di tanto se, ad esempio, i titoli di Popolare Vicenza e Veneto Banca erano venduti a prezzi fuori mercato. Sta invece alla Consob intervenire per difendere i risparmiatori. Perché, dice ancora la legge, la commissione presieduta da Giuseppe Vegas «è competente per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza dei comportamenti» degli intermediari finanziari, e perciò anche delle banche. Ecco dunque il rimpallo di responsabilità. Quando una banca fa un aumento di capitale, questo viene prima approvato dalla Banca d’Italia, poi la Consob ne esamina il prospetto informativo. E mettere in discussione valutazioni già avvalorate da Bankitalia può essere difficile, oltre che opinabile: nei mercati finanziari si trova sempre un esperto in apparenza indipendente che si presta a giurare che un prezzo è non solo corretto, di più. Ma la Consob, restando al caso delle due banche venete, aveva un’arma: essendo i titoli non quotati in Borsa, poteva obbligare i due istituti a consegnare ai clienti interessati una “scheda prodotto” in cui avvertiva che si trattava di azioni “illiquide”, cioè non facilmente vendibili, con un elevato rischio di perdite. Non l’ha fatto.

4) CONSOB IN RETROMARCIA. La Consob, in passato, non ha esitato a muoversi contro gli interessi espliciti delle banche e, forse, di quelli impliciti della Banca d’Italia. Il caso più noto risale al 2009, quando la Popolare Milano all’epoca guidata da Massimo Ponzellini propone ai risparmiatori un bond dal profilo di rischio altissimo, noto come “convertendo”. La Consob impone una regola molto stretta: a chi lo compra, gli impiegati della banca devono consegnare una scheda con le caratteristiche del prodotto, dov’è riprodotta una tabella con il calcolo delle probabilità di rendimento del titolo (in gergo si chiamano “scenari probabilistici”). Vi si legge che il convertendo Bpm ha un grado di rischio pari a 5, su una scala da 1 a 5, e che il suo rendimento sarà negativo nel 68,5 per cento dei casi, con una perdita media in questo caso del 40 per cento. La Consob, però, non si limita a questo. Quando il prodotto è ancora in vendita, fa dei controlli e verifica subito che qualcosa non torna: il bond viene venduto a diversi clienti senza che siano informati a dovere. E, già in corso d’opera, impone di modificare le procedure, arrivando a sanzionare i vertici della banca. Queste verifiche saranno cruciali in seguito, quando i clienti raggirati decideranno di rivalersi sulla Bpm, che finirà per pagare i danni. Per un’autorità di difesa dei risparmiatori dovrebbe essere un trionfo. E invece la Consob fa marcia indietro.

5) E VEGAS CHIUDE LA PORTA. Alla fine del 2010 alla guida della Consob arriva Giuseppe Vegas, fino ad allora vice del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Dopo il caso Bpm, i malumori delle banche contro le “schede prodotto” e gli “scenari probabilistici” hanno già fatto breccia. Vegas dà il colpo di grazia. Convoca tavoli di consultazione a cui partecipano anche le associazioni di difesa dei consumatori. Una di queste, la Federconsumatori, redige un documento in cui afferma che quel tipo di rappresentazione dei rischi va confermato. Costituisce infatti lo «strumento fondamentale per veicolare le informazioni chiave che consentono di effettuare decisioni d’investimento consapevoli», dice il documento, che cita come esempio strumenti quali le obbligazioni convertibili e quelle subordinate, proprio quelle azzerate due mesi fa dal decreto Salvabanche. Francesco Avallone, vice-presidente di Federconsumatori, racconta che «i risultati dei tavoli di lavoro istituiti dalla Consob non vennero mai resi noti» ma che, al contrario di quanto richiesto dalle associazioni, «gli scenari probabilistici sparirono». Un peccato, perché avere una scheda che comunicava con immediatezza i possibili guadagni e perdite di un investimento, con le relative probabilità, era certamente di grande aiuto. Non solo. All’investitore, e anche all’impiegato allo sportello, bastava leggere per capire se quel bond subordinato era conveniente, perché sarebbe stato impossibile classificare come a basso rischio un prodotto che aveva il 40-50 per cento di probabilità di causare perdite pari a due terzi del capitale. Non sono numeri a caso, sono gli scenari probabilistici di un bond subordinato della Popolare Etruria, pubblicati da “l’Espresso” a dicembre. Forse i clienti avrebbero voluto conoscerli prima.

Banche, cinque anni vissuti pericolosamente. Scandali, decreti governativi, commissariamenti. Ecco cosa è successo dal 2009 a oggi.

2009

Febbraio. Vengono lanciati i Tremonti-Bond, prestiti che lo Stato concede alle banche in difficoltà nel reperire capitale. Ne faranno uso Mps, Banco Popolare, Bpm e Credito Valtellinese.

2012

4 Maggio. Commissariata Tercas e la controllata CariPescara.

2013

Gennaio. Emerge lo scandalo dei derivati di Mps. L’ex presidente Giuseppe Mussari lascia anche la guida dell’Abi.

27 Maggio. Commissariata CariFerrara.

Giugno. Popolare Vicenza fa un aumento di capitale da 500 milioni.

30 Agosto. Sospesi per due mesi i vertici di Banca Marche.

15 Ottobre. Commissariata Banca Marche.

2014

Maggio. Popolare Vicenza fa un aumento di capitale da 900 milioni.

Giugno. Mps fa un aumento di capitale da 5 miliardi. La Fondazione Mps cessa di essere il principale azionista.

Giugno. Veneto Banca fa un aumento di capitale da 490 milioni.

Luglio. Carige fa un aumento di capitale da 800 milioni.

5 Settembre. Commissariata CariChieti.

1 Ottobre. Popolare di Bari rileva la Tercas, che esce dal commissariamento.

25 Ottobre. La Bce pubblica i risultati della verifica patrimoniale sulle principali banche europee. Mps e Carige sono costrette a effettuare una ricapitalizzazione.

4 Novembre. La vigilanza sulle maggiori banche europee (di cui 15 italiane) passa alla Bce.

2015

24 Gennaio. Il governo pubblica un decreto che impone la trasformazione in società per azioni delle principali banche popolari.

10 Febbraio. Commissariata Popolare Etruria.

Giugno. Mps fa un aumento di capitale da 3 miliardi.

Luglio. Carige fa un aumento di capitale da 850 milioni. La famiglia Malacalza diventa il principale azionista.

22 Novembre. Decreto del governo per salvare dal fallimento Popolare Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti.

2016

1 Gennaio. Entra in vigore la procedura europea del “bail in”.

14 Gennaio. La Procura di Milano chiude le indagini su Mps. Tra le ipotesi di reato c’è il falso in bilancio.

2016: la grande fuga da conti ed obbligazioni. Molti istituti di credito hanno il fiato corto. Nei prossimi mesi alcune banche potrebbero avere problemi seri a raccogliere denaro sul mercato. Nel senso che dovranno promettere a investitori e correntisti rendimenti ben più alti del passato. Attenzione, caduta banche. In tv e in Rete imperversano sedicenti esperti che evocano la corsa agli sportelli, con milioni di clienti in coda per riavere i loro soldi. Senza scomodare l’Armageddon bancario, che al momento non sembra imminente, si può dire, però, che molti istituti di credito hanno il fiato corto. Nei prossimi mesi alcune banche potrebbero avere problemi seri a raccogliere denaro sul mercato. Nel senso che dovranno promettere a investitori e correntisti rendimenti ben più alti del passato. A fine novembre, l’intervento del governo sui quattro istituti sull’orlo del crac (Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti) ha reso evidenti a tutti come funzioneranno i salvataggi bancari. Le regole europee, quelle sul cosiddetto “bail in”, prescrivono che a pagare il conto siano in prima battuta azionisti e obbligazionisti e poi, se necessario, anche i correntisti con depositi superiori a 100 mila euro. Risultato: si è d’improvviso ristretta la platea dei possibili investitori in obbligazioni bancarie, a cominciare da quelle subordinate, le più esposte alle ricadute negative del bail in. E neppure i conti correnti possono più essere considerati un parcheggio sicuro. Il fatto è, però, che da qui alla fine del 2016 scadono prestiti bancari, quelli del tipo più rischioso, per quasi 6 miliardi di euro piazzati negli anni scorsi da Unicredit (1,4 miliardi), Intesa (280 milioni), Ubi (65 milioni) e altri ancora. Il Monte dei Paschi, reduce da anni di bilanci in perdita e nei giorni scorsi al centro di manovre al ribasso in Borsa, dovrà rimpiazzare due emissioni per un totale di quasi 800 milioni. La genovese Carige, altro marchio in difficoltà, ha 350 milioni di bond a fine corsa. Una volta rimborsate le obbligazioni, gli istituti dovranno anche trovare il modo di rimpiazzarle. Difficile immaginare che i clienti faranno la fila per sottoscrivere nuovi titoli subordinati. Per tappare il buco le banche possono far leva sui depositi vincolati, cioè quelli con tassi di remunerazione ben più elevati rispetto ai normali conti correnti. Non è un caso, allora, che nei conti di Mps a settembre 2015 la raccolta sotto forma di obbligazioni vale ancora il 25 per cento del totale, ma risulta in calo del 12 per cento rispetto a un anno prima. Nello stesso arco di tempo i depositi vincolati sono invece aumentati del 30 per cento e ora pesano per oltre il 10 per cento sulla raccolta totale della banca senese. Pur di attirare, o trattenere, clienti, il Monte dei Paschi arriva a pagare interessi dell’1,4 per cento, al lordo delle tasse, sul denaro che resta sul conto almeno per un anno. Un premio a dir poco invitante, se si considera che i Bot a 12 mesi collocati nelle ultime aste di titoli di stato hanno rendimenti sotto lo zero. Ad approfittare della situazione sono soprattutto le grandi società di gestione del risparmio, che continuano a macinare affari da record. I clienti delle banche, a caccia di rendimenti, corrono a sottoscrivere fondi comuni e gestioni patrimoniali. A costo di pagare commissioni e balzelli vari talvolta ingiustificati. Per non parlare dei rischi legati a strumenti finanziari che in alcuni casi restano esposti agli umori mutevoli delle Borse.

Il Salva banche, i ‘malandrini’ e il processo a Pinocchio, scrive Otello Lupacchini, Giusfilosofo e magistrato, il 3 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Nel romanzo di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883), la metafora del reo in carrozza e l’innocente a piedi, si materializza nella città di Acchiappacitrulli, dove Pinocchio, da ricco putativo diventato povero autentico, tenta la sua prima sortita squisitamente sociale: derubato delle monete ricevute da Mangiafoco, disperato si reca dal giudice, gran scimmione “della razza dei Gorilla”; anziano; rispettabile; occhiali d’oro, senza vetri; gran barba bianca, il quale, saggio e buono, lo ascolta con attenta benignità, s’intenerisce e commuove; quindi condanna il burattino, “questo povero diavolo”, alla prigione. Ne uscirà in modo casuale e degradato, per amnistia, ma solo dopo essersi dichiarato “malandrino”. L’episodio è, all’apparenza, paradossale e il paradosso si identifica con la parodia del sistema giudiziario. Di fronte, però, ad interpretazioni che vorrebbero leggere, nella divertente pagina del gran libro per ragazzi, l’avvertimento criptato per i giovani lettori che sulla verità si fonda la rettitudine della convivenza civile, ma le istituzioni possono simulare e far valere la menzogna, così che, accertato il delitto, non si puniscono i colpevoli, ma la vittima, il giusfilosofo diffida: perché si possa parlare di “giustizia capovolta” occorrono un delitto, un colpevole assolto o nemmeno accusato e un innocente condannato e punito; ma nel caso di Pinocchio questa simmetria manca: il burattino non viene condannato per un reato commesso da altri, il furto cioè di quattro zecchini d’oro, bensì per un fatto suo proprio del tutto diverso, ossia per essere stato derubato; il Gatto e la Volpe, per contro, rimangono a piede libero, non perché erroneamente o arbitrariamente ritenuti estranei al delitto, che anzi nessuno dubita abbiano effettivamente commesso, ma perché estranei al processo, dove nessuno li ha chiamati. Sicché, se di arbitrio si potesse parlare esso non avrebbe natura processuale, ma eventualmente sostanziale, sempre che, ad Acchiappacitrulli non esista una norma che proibisca di farsi derubare, almeno in circostanze come quelle in cui si è fatto derubare Pinocchio. La lettura, allora, deve necessariamente essere un’altra. Innanzitutto, Pinocchio, per ben due volte, si è lasciato abbindolare dagli artifici e raggiri del Gatto e della Volpe, disinvolti promotori finanziari: ha disatteso gli avvertimenti del Merlo bianco e del Grillo; ha ignorato le lezioni morali della Fata Turchina e del suo staff medico e paramedico; ha trascurato indizi gravi, precisi e concordanti della disonestà dei suoi “amici”, dallo scrocco della cena al Gambero Rosso allo zampetto troncato al Gatto. Questo, si potrebbe comunque obiettare, non giustifica la condanna: Pinocchio, in fin dei conti, è un burattino ancora privo di una solida formazione morale e di un’adeguata esperienza di vita, nulla a che vedere, insomma, con quelle persone adulte e presumibilmente responsabili, tra le quali hanno avuto largo successo prodotti finanziari solo di poco più credibili di quelli del Gatto e della Volpe: è ancora viva, tanto per intenderci, l’eco delle tensioni per il salvataggio delle banche messe in sicurezza grazie a uno sforzo ripartito tra l’intero sistema bancario, azionisti e titolari delle obbligazioni subordinate, che ha prodotto la rovina di 130 mila risparmiatori. Ma a suo carico c’è ben altro. Uscendo dal Teatro di Mangiafoco con cinque monete in tasca, s’era ripromesso di migliorare con esse il tenore di vita di Geppetto. Quando, però, seminate ormai le monete d’oro, si prepara a raccogliere i frutti del suo investimento, immagina che gli zecchini cresciuti sull’albero possano essere anche molti di più dei duemila corrispondenti al tasso vertiginoso promesso dai “malandrini”, cinquemila forse o magari centomila. Sicché cambiano qualitativamente i suoi programmi relativi all’impiego del capitale: Pinocchio non vuole più arricchire grazie al regalo di Mangiafoco e ai generosi consigli dei suoi “amici”, accontentatisi di una scorpacciata al Gambero Rosso; vuole invece essere ricco e basta, senza lavorare, né studiare, né ringraziare nessuno. Ecco, allora, che la sua colpa non è soltanto quella di essersi fidato dei “malandrini”, ma di aver desiderato una ricchezza generata da se stessa, senza alcun rapporto con la fatica e con il merito. E valga il vero. Al campo dei Miracoli, il Pappagallo, aveva impartito a Pinocchio un’austera lezione di stampo aristotelico e tomistico sulla “sterilità del denaro”: l’aveva avvertito che, “per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa”. Pinocchio, però, non avendo compreso la lezione, “preso dalla disperazione, (era tornato) di corsa in città e (andato) difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato” e “alla presenza del giudice (aveva raccontato) per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; (dato) il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e (finito) col chiedere giustizia”. Il vecchio e rispettabile Gorilla colse gli esatti termini della situazione: inutile citare il Gatto e la Volpe, già irreversibilmente inchiodati alle loro responsabilità; era su Pinocchio che occorreva pronunciarsi: il burattino si era presentato al Giudice esclusivamente nella veste di parte lesa, anziché anche nel ruolo d’imputato; fu, dunque, perché capisse la sottile lezione impartitagli dal Pappagallo, che il Gorilla ordinò ai suoi mastini: “Pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”.

Processo (immaginario) alle banche: ergastolo. Reati contestati: evasione fiscale, usura, corruzione. Sentenza: carcere a vita. Imperatore giudica gli istituti di credito. Ma anche le Pmi vengono condannate, scrive Vincenzo Imperatore il 17 Gennaio 2016 su “Lettera 43”. La rubrica Lo sportello da oltre un anno racconta il mondo delle banche e della finanza con la voce e la penna (o la tastiera) di chi lo vissuto in prima persona. Stiamo raccontando tutto e - purtroppo non ce ne vantiamo - abbiamo anticipato (di circa un anno) anche ciò che sta iniziando a emergere nel sistema bancario: i reati commessi. E allora questa volta, tra il serio e il faceto, vogliamo riassumere un anno di collaborazione con Lettera43.it con un immaginario processo alle banche.

Imputato banca, ecco i reati che le vengono contestati. Partiamo facendo una precisazione: si definiscono reati quelle azioni, commesse od omesse, vietate dall’ordinamento giuridico a cui si ricollegano delle sanzioni e delle pene.

INDUZIONE AL FALSO IN BILANCIO. Ebbene, l’induzione al falso in bilancio commesso dalle banche (oltre al falso nel bilancio delle stesse) è un reato. Vendere ad aziende polizze assicurative, diamanti, gestioni fiduciarie sapendo che sono solo escamotage per permettere all’imprenditore di accantonare denaro frutto di evasione non è induzione al falso in bilancio?

EVASIONE FISCALE E USURA. Inoltre, l’evasione fiscale diventa reato quando supera determinate soglie e prevede, in certi casi, una reclusione fino a sei anni. E poi c'è l’usura, anch’essa un reato, punita dall’articolo 644 del codice penale che prevede una reclusione fino a 10 anni. Ma le banche, in particolare i loro dipendenti, hanno mai realmente pagato penalmente qualcosa? No, neanche quando colti in castagna. Al massimo gli istituti sono stati costretti a risarcire la vittima.

ESTORSIONE. E ancora: l’estorsione è sancita con l’articolo 629 del codice penale ed è commessa da chi, con violenza o minaccia, costringa uno o più soggetti «a fare o a non fare qualche atto al fine di trarne un ingiusto profitto con altrui danno». Anche in questo caso la pena prevista è la reclusione fino a 10 anni. È esagerato chiamare estorsione quella esercitata della banca quando utilizza la minaccia della segnalazione in sofferenza alla Centrale rischi per ottenere il pagamento di somme non dovute? Somme in cui figurano: anatocismo (interessi sugli interessi), tassi usurari, spese non contemplate, commissioni di massimo scoperto oggi camuffate come Dif e Civ. Quante volte il cliente, proprio per scongiurare questa segnalazione, ha pagato cifre rilevanti e non giustificate come accertato spesso in fase processuale? Tante, tante volte. Ma nessuno della banca ha mai pagato penalmente.

VIOLENZA PRIVATA. E poi: il reato di violenza privata si configura, invece, secondo l’articolo 610 del codice penale, quando «chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa». La pena prevista è la reclusione fino a quattro anni. Quante volte un cliente, pressato psicologicamente per il rinnovo degli affidamenti, si è visto costretto a firmare e sottoscrivere atti e contratti che altrimenti non avrebbe accettato? Anche il “semplice” acquisto di un televisore o di una polizza potrebbe rientrare in questo meccanismo perverso? Attenzione, perché la violenza privata non va confusa con l’estorsione: per commettere la prima non è necessario che il soggetto «abbia procurato a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno».

CORRUZIONE. Nelle storie affrontate e denunciate nei miei libri è emersa anche corruzione: costantemente al centro del dibattito politico e parlamentare e grande male del Paese. Quei privilegi ottenuti dal bancario attraverso i clienti; quei «favori» ricevuti sfruttando l’attività professionale dell’imprenditore, spesso costretto a dire di sì per la sua posizione di svantaggio rispetto alla banca, non profilano un reato simile? Come scrissi nel libro Io so e ho le prove, e nessuno ha mai smentito, «il viaggio si prenota nell’agenzia di viaggi di un cliente, l’auto si ripara nell’autofficina del cliente, la casa si ristruttura servendosi dell’azienda edile del cliente, la moglie del manager rinnova il suo guardaroba nella boutique del cliente, il pieno di benzina si fa dal distributore cliente e via all’infinito». E così è tutt’oggi.

Sentenza: ergastolo. Ma anche le Pmi condannate ai servizi sociali.

E allora perché ciò che è sancito come illecito da parte della giustizia civile (basta andare sul web e digitare «sentenze usura» per capire quante sconfitte hanno subito le banche che hanno dovuto “semplicemente” restituire il maltolto) non trova mai, per la lobby bancaria, un responsabile che paghi una pena? Arrivati a questo punto del processo immaginario, così come già ripetuto su queste pagine web, non dobbiamo accettare per principio ideologico l’idea di una magistratura asservita e poco coraggiosa; i giudici vanno aiutati anche con il nostro coraggio: quello di chi denuncia. Ma anche con la determinazione al cambiamento che soprattutto le piccole imprese devono necessariamente realizzare nei loro criteri di gestione. E allora, al termine di questo processo sui generis, dopo aver dato la parola all’accusa e alla difesa, tutti in piedi. Il giudice con tono enfatico inizia a leggere: «In nome del popolo italiano le banche dovrebbero ricevere una sanzione proporzionale al danno cagionato all'ordine economico e all’intensità della colpa e quindi soltanto il linciaggio potrebbe essere una pena equa in quanto sanzione che nella fase esecutiva postula il pieno coinvolgimento del popolo. Ma non essendo tale pena prevista nel nostro ordinamento, gli istituti di credito, per la sommatoria degli anni di reclusione previsti dai vari reati ascritti - usura, induzione al falso in bilancio, induzione alla evasione fiscale, violazione della privacy, estorsione, violenza privata - sono condannate all'ergastolo e soprattutto alla confisca allargata e per equivalente dei beni dei vertici degli istituti in misura non inferiore ai profitti illecitamente ricavati». Urla di gioia da parte dei parenti delle vittime, abbracci con gli avvocati della difesa, ma il giudice zittisce tutti subito replicando: «Signori, non ho ancora terminato...» e continua, nel silenzio assoluto. «Le imprese certamente non concorrono con previsione e volontà alla realizzazione dei misfatti che gli istituti di credito perpetrano in loro danno. Certamente può dirsi però che gli imprenditori colposamente cooperano al processo di determinismo causale che conduce al conseguimento degli scopi di massimizzazione dei profitti delle banche. Facendo ricorso al credito “istituzionale” e a metodi gestionali ormai superati e anacronistici, le imprese furbastre immaginano di tenere al riparo i patrimoni personali dei capitani d’impresa. E invece, così facendo, con le loro mani, si scavano la fossa dove le seppellirà la ferocia degli istituti. Anche l'azienda è quindi colpevole perché spesso quei reati si consumano con la cooperazione colposa della vittima. Condanno pertanto le piccole imprese a due anni intensi di servizi sociali attraverso un percorso di formazione in cultura aziendale finanziato, questo sì, dalle banche». L’udienza è tolta.

Monte dei Paschi di Siena, c’era una volta una banca. C’era, scrive Lucio Di Gaetano, economista, su “Il Fatto Quotidiano”. C’era una volta una banca. Si chiamava Monte dei Paschi di Siena e dopo una storia pluri-secolare era finita sfortunatamente in mano ad una combriccola di politicanti locali il cui nome era Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Un bel dì, l’8 novembre del 2007, la Fondazione in comunione d’intenti con il presidente della banca Giuseppe Mussari, il direttore generale Antonio Vigni e l’assenso della Banca d’Italia, prese la ferale decisione: comprare a 9 miliardi di euro Banca AntonVeneta e regalare al fortunato Banco Santander ben 2,4 miliardi di profitto in meno di un mese (avendo gli spagnoli, a propria volta e da pochissimo, acquistato l’istituto veneto a 6,6 miliardi). Quello che ne è venuto fuori in seguito è notissima cronaca: Mps venne salvata per un soffio dal crack con un mega prestito statale da 4 miliardi, il board della Fondazione venne azzerato, quello della banca finì sotto processo, il Pd e la Banca d’Italia se la cavarono con un’alzata di spalle. Piccolo particolare: il salvataggio avvenne con un prestito e non con un aumento di capitale. Perché? Probabilmente perché un intervento dello Stato nel capitale di Mps con un’operazione di take-over avrebbe determinato la scomparsa dall’azionariato della Fondazione, che – già svenatasi per comprare AntonVeneta – non aveva, in quel momento, le risorse per fare la propria parte. Con un prestito, invece, la Fondazione avrebbe avuto tutto il tempo necessario a sistemare le pendenze con i propri finanziatori, vendere la gran parte delle azioni sul mercato e reperire i fondi per sostenere almeno in parte l’aumento di capitale successivamente lanciato. Nella fretta di mantenere gli impegni col Tesoro e salvare contemporaneamente la malandata Fondazione, tuttavia, il nuovo management nominato al vertice di Banca Mps ha combinato un pasticcio dietro l’altro. Vediamoli tutti nel dettaglio. A fine 2013 il presidente Alessandro Profumo comincia a batter cassa agli azionisti chiedendo 3 miliardi per far fronte alla restituzione dei titoli sottoscritti dallo Stato, i Monti Bond e rilanciare l’azienda. Gli azionisti rispondono “Ni”, dando l’ok all’operazione, ma contemporaneamente rinviandola all’estate del 2014, sempre per consentire alla Fondazione di sistemare i propri problemi con maggior comodità. La manovra ha successo, e nei mesi successivi la Fondazione riesce a collocare la gran parte del pacchetto ancora detenuto a prezzi più che buoni. Ad aprile arriva un’amara sorpresa: cominciano a girare voci sulla necessità di portare l’aumento di capitale da 3 a 5 miliardi. Insomma, finché la maggior parte delle azioni erano in mano alla Fondazione e finché si dovevano vendere, l’aumento di capitale ballava intorno ai 3 miliardi, a vendita felicemente conclusa, ne saltano fuori altri 2, quasi raddoppiando i fondi necessari a tirare avanti. La cosa fa irritare il mercato, fa perdere alle azioni circa il 10% del valore in poche sedute tanto da convincere Blackstone, uno degli investitori istituzionali col miglior pedigree, a mollare di corsa metà dei titoli acquistati proprio dalla Fondazione. Qui cominciano le domande: in quale momento, esattamente, il cda di Mps ha saputo qualcosa della necessità di portare a 5 miliardi l’aumento di capitale? E’ possibile che la Fondazione ne fosse al corrente prima del mercato? E’ possibile che tale ipotetica consapevolezza potesse influenzare la decisione della Fondazione sulla quantità di azioni Mps da mettere in vendita? Certamente no. Se così fosse, ci troveremmo davanti a comportamenti penalmente rilevanti. Ma veniamo all’aumento di capitale vero e proprio: l’operazione è affidata ad un consorzio di banche internazionali capeggiato da Ubs e in particolare da Sergio Ermotti (ex-braccio destro di Alessandro Profumo in Unicredit) e Andrea Orcel (autore della maggior parte delle acquisizioni fatte da Unicredit quando c’era Profumo). Il consorzio si obbliga a garantire il collocamento integrale dell’aumento, ma lo fa a un prezzo carissimo: ogni azionista, anche il più piccolo, dovrà sottoscrivere la bellezza di 214 azioni ogni 5 detenute, pena una diluizione della propria fettina di capitale pari ad uno sconcertante 97,7%, mentre i nuovi titoli verranno collocati all’irrisoria cifra di 1,5 euro (incluso il diritto d’opzione). L’operazione è talmente penalizzante che, non appena resa nota, innesca un’altra valanga di vendite sul titolo: è evidente che chi è riuscito a liberarsi delle azioni prima dell’annuncio sulle regole dell’aumento, ha fatto un ottimo affare, come (sembra) faranno un ottimo affare i nuovi azionisti. Una chicca: a prezzi di saldo come questi ci si aspetterebbe che le banche aderenti al consorzio di garanzia si facciano pagare in cinta senese, come pure è ragionevole immaginare che una banca tenuta in vita dallo Stato rifiuti parcelle esagerate. Invece no. Il consorzio stacca una fattura da 260 milioni di euro, incassando l’astronomica cifra senza correre alcun rischio, visto che il giorno del collocamento viene venduto ben il 99,85% delle nuove azioni (e a quei prezzi, non poteva essere che così…). Quasi contestualmente all’incasso, Mps ripaga la gran parte dei Monti Bond, tornando ad essere una banca sana, almeno stando alle compiaciute dichiarazioni di Fabrizio Viola e Alessandro Profumo. Peccato che Mps continui ad essere quello che è sempre stata negli ultimi due anni: una barca in avaria dalla quale i furbi scendono alla prima zattera utile, mentre il grosso dell’equipaggio affonda. E così, un minuto dopo il bonifico da 3,5 miliardi intascato dal Tesoro, l’azione comincia a perdere, lasciando sul terreno tra luglio e agosto ben il 33% del valore. Insomma chi vuol guadagnare con il Monte dei Paschi ha un solo sistema: vendere, vendere, vendere. E, a ben vedere, lo stesso cda di Mps qualche dubbio sull’adeguatezza dell’operazione doveva averlo, giacché aveva inserito nel prospetto informativo il classico trafiletto killer: “Qualora si dovessero rendere necessarie ulteriori rettifiche dei crediti, anche significative, potrebbero rendersi necessari nuovi interventi di patrimonializzazione dell’emittente”. Come dire: per noi bastano 5 miliardi (e prima ancora ne bastavano solo 3) ma semmai dovessimo sbagliarci state pronti a sborsarne ancora. Quindi accade l’impensabile: ben un mese prima della pubblicazione dei risultati degli stress test della Bce, il Presidente della Fondazione Marcello Clarich rilascia una dichiarazione sconcertante: “Speriamo non ci sia all’orizzonte un nuovo aumento di capitale, la banca ne ha appena fatto uno”, dice, lanciando una sassata al mercato senza che il cda della Banca sentisse la necessità di rilasciare un’informativa ufficiale. Da allora, inesorabilmente, Mps inizia a perdere valore sino ad arrivare, con la pubblicazione preconizzati risultati ufficiali dei test Bce, a 60 centesimi: ovvero il 40% meno di settembre e il 60% meno del valore di collocamento. Morale della favola: nonostante le rassicurazioni del cda, nonostante le corpose parcelle pagate alle banche, nonostante l’esame attento della Banca d’Italia (i cui funzionari praticamente da due anni vivono a Rocca Salimbeni), il fabbisogno di capitale di Mps è passato, in meno di sei mesi da 3 a 5 a 7,1 miliardi di euro. Se pensate che prima dell’operazione la banca valeva in borsa 2 miliardi, la variazione ammonta, occhio e croce, al 350 per cento. La domande di cui sopra ritornano e con maggior insistenza con un’aggiunta: perché la Banca d’Italia – che quando autorizza le operazioni sul capitale lo fa proprio in base a una valutazione sul fabbisogno patrimoniale – ha acconsentito al rimborso dei Monti Bond e non ha imposto, sin dall’inizio, un aumento di capitale di maggiori dimensioni? A che titolo il consorzio di garanzia guidato da Ubs ha incassato 260 milioni, avendo sbagliato clamorosamente i calcoli sul fabbisogno? Qualche testa rotolerà a seguito di questo ridicolo pasticcio? Anche stavolta si tratta certamente solo di un caso. Anche stavolta nessuno sapeva e nessuno ha approfittato. Ma, anche stavolta, chi ha venduto in tempo ha fatto ottimi affari. Ne ha fatti, in particolare, Davide Serra, amico e finanziatore del premier Matteo Renzi, il quale, proprio nei giorni in cui il cda magnificava il successo dell’aumento di capitale, vendeva allo scoperto azioni Mps per una somma di dimensioni notevoli: lo 0,94% del capitale, equivalente a poco meno della metà dell’intera quota della Fondazione ad aumento avvenuto. Proprio quel Davide Serra che abolirebbe il diritto di sciopero, che ritiene il Jobs Act “poco aggressivo”, che vorrebbe che le banche fossero in grado di recuperare le case ipotecate dai debitori insolventi in “tre anziché 7 anni” e che, soprattutto, sarebbe in gara per rilevare proprio da Rocca Salimbeni 1,2 miliardi di euro di prestiti in sofferenza. C’era una volta una banca. Ora non c’è più niente.

Mps. L’ombra della massoneria dietro il misterioso suicidio di David Rossi, scrive “Articolo tre”. E' trascorso più di un anno. Era il 6 marzo del 2013 e il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, venne trovato morto, precipitato  in terra dopo un volo di trenta metri. Subito si parlò di suicidio: erano giorni difficili, a Siena. Il Monte dei Paschi nel bel mezzo dello scandalo; nomi illustri iscritti nel registro degli indagati per il crack che aveva investito l'istituto. Rossi era agitato e aveva paura di finire in qualche modo coinvolto. A dimostrarlo, le e-mail che spedì prima di morire, in cui paventava il suo suicidio e chiedeva aiuto all'amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola. Non ricevendo riscontri soddisfacenti, dunque, avrebbe deciso di togliersi la vita, saltando dalla finestra del suo ufficio, sul retro di Rocca Salimbeni. Una ricostruzione che la magistratura ha accolto: il marzo scorso, il caso è stato chiuso. Un punto alla fine di una storia che, in realtà, sarebbe potuta continuare, e rivelare intrecci fin'ora impensabili. La famiglia lo sa. Lo sospetta fin dall'inizio, che quella morte non è stata auto-provocata. Ci sono troppi elementi che non tornano, nella storia. Tralasciando il fatto che Rossi non figurava tra gli indagati dello scandalo Mps, e non rischiava di perdere il proprio posto di lavoro, restano inspiegabili numerosi dettagli. Come mai un suicida, per esempio, si lascia cadere dalla finestra radente al muro, anziché saltare nel vuoto? Perchè mai le tracce sulle scarpe della vittima non risultano compatibili con qulle trovate sul davanzale? Anche alcuni segni sul corpo di Rossi racconterebbero un'altra storia, probabilmente legata alla manomissione del suo pc, avvenuta appena dopo il suicidio. Chi frugò tra i documenti dell'uomo dopo la sua morte e perché? Sono domande, queste, che, con l'archiviazione, sono state messe a tacere. Rossi si suicidò semplicemente perché sottoposto ad un "sovraccarico emotivo", e basta. Di fatto, si è data ragione al pm titolare delle indagini, il sostituto procuratore Aldo Natalini, colui che ha richiesto ed ottenuto l'archiviazione. Natalini, per inciso, era stato destinataro di un avviso di garanzia da parte del pm di Viterbo Massimiliano Siddi con l'ipotesi di violazione del segreto istruttorio. Era stato infatti intercettato casualmente dalla Procura di Viterbo, mentre essa indagava su un giro di appalti truccati nel Lazio. Il pm parlava al telefono con un indagato, Samuele De Santis, a cui fornì dettagli sull'inchiesta senese e, non fosse sufficiente, spiegava anche le strategie difensive con cui si sarebbero potuti salvare i personaggi illustri coinvolti. Dirigenti del Pd, ma anche i vertici del Mps, Fabrizio Viola e Giuseppe Mussari. L'avviso di garanzia cadde comunque nel nulla: si andò rapidamente verso l'archiviazione. Esattamente come quella per Rossi, avvenuta il 5 marzo scorso. E' importante la data: lo stesso giorno, infatti, nel mondo della massoneria qualcosa si rivoluzionava. Il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Gustavo Raffi, lasciava posto al suo successore, Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena e collega di David Rossi. I due, denunciavano alcuni confratelli "dissidenti" nel lontano giugno 2012, si era conosciuti durante "l'era Mussari", in seno al Mps. "Bisogna evidenziare che il peso della gestione Mussari supportato dai due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi ha condizionato i partiti, le giunte comunali e l’informazione cittadina", scrivevano i muratori nel proprio blog "Fratello Illuminato". "Dal 2006 al 2011 la banca Mps ha speso 355 milioni di euro in pubblicità attraverso l’area comunicazione gestita da David Rossi", proseguivano sempre i massoni, ai tempi in cui il nome del capo della comunicazione ancora non riempiva le pagine dei giornali. "Quanti organi d’informazione hanno beneficiato della pubblicità? Forse è solo una coincidenza, ma verso la fine della presidenza Mussari sono stati assunti all’area comunicazione di Mps la fidanzata del Bisi e un altro collaboratore del Corriere di Siena. "E stranamente", attaccavano ancora, "il responsabile dell’area comunicazione di Mps (David Rossi) non ha perso tempo nel rilasciare attraverso un video pubblicato da Siena News parole di elogio al medesimo giornale online (con direttore responsabile Stefano Bisi)". Era proprio verso Bisi che riversavano il loro disprezzo: "Vogliamo parlare dei legami stretti del Bisi con gli ex vertici dell’aereoporto di Ampugnano o del cda dell’università?", si interpellavano. "Vogliamo ricordare gli articoli di elogio scritti dal Bisi sull’acquisto di banca Antonveneta? Il groviglio armonioso ha messo in ginocchio la città. E oggi che strategia si sono inventati i due comunicatori David Rossi e Stefano Bisi?" "Minimizzare e tentare di salvare le sorti del Ceccuzzi", rispondevano dunque, riferendosi all'ex sindaco di Siena, successivamente coinvolto nello scandalo Mps. Ma, sottolineavano, "non perchè amano il Ceccuzzi, ma solo con la speranza di custodire il loro ruolo". "Tutto questo protagonismo del Bisi crea soltanto imbarazzi dentro la massoneria", concludevano. Non senza ricordare le parole di un loro uomo-simbolo, Delfo Del Bino, definito "esponente storico del Goi": "Amiamo l'Europa dei popoli e dei saperi, non quella delle banche". Una citazione, questa, che tentava di prendere le distanze da Bisi, ma soprattutto da quella massoneria intrecciata a doppio filo col potere finanziario. In due anni le cose sono mutate. Alla fine, Bisi è divenuto Gran Maestro del Goi, con buona pace di chi si opponeva al suo "protagonismo". Le speranze che economia e massoneria restassero separate son venute così a crollare. D'altra parte, non poteva essere altrimenti, guardando i precedenti. Basti pensare a Enzo Viani, il presidente dell'Urbs, una società immobiliare verso cui il Goi nutriva non pochi interessi. Viani è anche, neppure a dirlo, ex dipendente del Monte dei Paschi. Soprattutto era colui che Cuccuzzi, prima di diventare sindaco di Siena, prescelse come presidente dell'aeroporto di Ampugnano. Chi lo favorì nell'ascesa a primo cittadino? Ovviamente il Corriere, diretto da Bisi. Semplici triangolazioni, certo. Ma che tracciano uno scenario diverso, rispetto a quello di un disperato capo-comunicazione che sceglie di togliersi la vita, pur amandola profondamente, come dichiarato dalla moglie. Piuttosto, lasciano incombere su tutta la vicenda un'ombra pressante. Quella della massoneria "economica", e su cui i magistrati non hanno ritenuto necessario interpellarsi prima di chiudere il misterioso caso.

La tragedia di David Rossi e i bischeri, scrive Daniele Magrini su agenziaimpress. La mancanza di oggettività: è una delle tare più pesanti lasciate in dote ai senesi, da chi ha depredato la città in base alla collusione tra il potere finanziario deviato e il potere politico, Pd in testa, con le sue derivazioni nazionali. L’incapacità di stare all’oggettività delle cose nasce soprattutto dal contrasto tra coloro che sono stati protagonisti delle scelte che hanno determinato lo sfascio e gli oppositori del cosiddetto “sistema Siena”. I primi, per salvarsi e autoassolversi dalle proprie responsabilità, fingono di aver fatto autocritica e in nome di un presunto rinnovamento vogliono rimanere al centro del potere della città. I secondi, gli oppositori di ieri e di oggi, tendono a mettere nel mirino non solo – come pienamente legittimo – i reali detentori del potere, artefici delle scelte pregresse e del mancato rinnovamento attuale, ma additano schiere intere di senesi, più o meno accusati di essere collusi o sudditi o complici, perché hanno votato e rivotato il Pd. In virtù di questa contrapposizione estrema, ogni cosa che accade a Siena è analizzata con lenti bifocali: ma proprio ogni cosa, non solo gli atti amministrativi e politici. Così, tutto è polemica, urla, facce di gomma e muri di gomma, finzioni, giochini, tatticismi, improperi, rinfacci. Sterili e inutili.  Siena, a mio parere, ha smarrito ogni capacità di stare alla realtà oggettiva delle cose. Il caos regna sovrano e latita il confronto aperto nella città, profondo e a 360° gradi, capace di affermare una nuova progettualità protagonista della città, per definire le direttrici di un nuovo sviluppo che sostituisca nuovo lavoro a quello che spesso veniva assegnato per via clientelare. Di questo deficit di oggettività ha subito gli effetti, stando a tanti commenti letti su Fb, anche la trasmissione Report dedicata ieri sera al mistero della morte di David Rossi e alle vicende di Mps. Da una parte si afferma: siccome non hanno detto mai che è colpa del Pd, allora la trasmissione faceva schifo. Dall’altra: Report getta ancora fango e scandalismo su Siena. Forse, invece, vale la pena andare oltre e non eludere gli elementi oggettivi che Report ha messo in fila. E, per quanto riguarda i misteri della morte di Rossi, mi permetto di dire, anticipati dalla controinchiesta da me condotta insieme alla collega Antonella Mollica sul Corriere Fiorentino. Allora, provo a fare uno sforzo, elencando gli elementi oggettivi che sono emersi, a mio parere, dalla trasmissione. Per quelli che riguardano la morte di Rossi, rimando ai link degli articoli precedenti apparsi sul “Corriere”, visto che la trasmissione ha evidenziato i medesimi dubbi oggettivi. Rispetto a questo la Magistratura senese ha già fatto sapere di non voler riaprire il caso. E la circostanza è preoccupante. Oggettivamente. Stando agli elementi concreti evidenziati, non ad illazioni nè scandalismi. Anche il sindaco Bruno Valentini, stamani ha detto che sussistono gli elementi per riaprire le indagini. E forse di questo la città avrebbe oggi bisogno. Per il resto, i colleghi di Report hanno messo insieme una ricostruzione oggettivamente inquietante. Elenco alcuni elementi. «David aveva un ufficio al ministero degli Interni, almeno dal 2008», a dirlo un amico, che è voluto restare anonimo. Ancora: secondo quanto riferito da Milena Gabanelli durante la trasmissione, Antonella Tognazzi, la moglie che non ha mai creduto nel suicidio, avrebbe affidato una perizia calligrafica sui biglietti, con messaggi a lei indirizzati, trovati nell’ufficio di Rossi a Rocca Salimbeni quella sera di marzo 2013. Durante la trasmissione anche un altro anonimo, definito “un monsignore” a conoscenza delle vicende legate allo Ior, ha riferito che Mussari e Rossi si sarebbero recati spesso in Vaticano e che allo Ior sarebbero stati aperti quattro conti “coperti”, nei quali sempre secondo l’anonimo sarebbero transitati parte dei soldi utilizzati da Mps per acquistare Banca Antonveneta dal Santander nel 2007. Ancora: tra le ipotesi emerse da altre testimonianze, tra le quali un’analista, anche lei anonima, il fatto che le Autorità di Vigilanza (Bankitalia e Consob) fossero a conoscenza da anni della situazione difficile di Mps e che il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola sapessero delle difficoltà create dai derivati Alexandria e Santornini, ben prima di trovare il contratto firmato da Mussari con Nomura, per la ristrutturazione di Alexandria, nell’ottobre 2012. Infine, l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, uno dei piccoli azionisti della banca, ha mostrato durante la trasmissione una relazione di Banca Italia datata 9 marzo 2007, nella quale via Nazionale scrive della difficile situazione di Antonveneta, la banca che pochi mesi dopo Mussari acquisterà dal Santander. Di fronte a tutto questo non basta, a mio parere, a giustificare inerzie e latitanze, il concetto che “noi senesi siamo stati bischeri”, estrapolato dalla lunga intervista a Valentini. C’era molto di più, che andava ben oltre le mura senesi. Ma per non essere bischeri adesso, per esempio, bisogna quantomeno rimanere sconcertati dalle dichiarazioni di Luca Bonechi sulla Sansedoni. Che eludono e spiegano ben poco di tracolli ed affari del ramo immobiliare di Fondazione e Banca. Oggettivamente.

Siena, la marcia di liberazione e il caso David Rossi, scrive Daniele Magrini su agenziaimpress. Due temi, per questo post. Ma è inevitabile. Cominciamo. Hanno marciato in cinquecento, tanti senesi, dietro lo striscione “Liberiamo Siena”. In merito alla marcia di liberazione, il sindaco Bruno Valentini e il vicesindaco Fulvio Mancuso, hanno scritto subito a caldo il giorno dopo: “Grottesco strumentalizzare la protesta”. Si è trattato di una marcia, senza simboli politici, con oltre cinquecento senesi che hanno ritenuto di schierarsi – loro mettendocela la faccia – per una protesta contro un sistema, incentrato sul Pd, che ha fatto disastri e che in tanti – anche oltre a quelli che hanno partecipato al corteo – non ritengono del tutto superato. È bene esser chiari: Valentini e Mancuso non hanno definito grottesca la protesta, di cui scrivono “per molti versi comprensibile”. Quanto il tentativo – dal loro punto di vista – di portare anche la loro Amministrazione sul banco degli imputati. E dicono: “basta confondere noi, che lavoriamo per far uscire Siena dal pantano, con le storie e con le persone incapaci e senza scrupoli, che in questo fango l’hanno condotta o fatta scivolare negli anni passati”. Legittima presa di posizione di sindaco e vicesindaco; legittimo da parte dei “marcianti” affermare: ci ha rovinato il Pd – ed i trasversalismi dei poltronisti di altre forze politiche – e le cose non sono cambiate, a cominciare dal Pd. È la dialettica delle parti, in democrazia. Ed è d’altronde molto difficile che i cittadini percepiscano che un’Amministrazione comunale basata su una maggioranza Pd, non sia limitata nell’intento di rinnovamento, da un Pd che a Siena non viene percepito come rinnovato. Non è tanto una questione che riguarda il sindaco Bruno Valentini e il vicesindaco Fulvio Mancuso in quanto tali, cioè gli artefici di due vittorie elettorali nel nome del rinnovamento. Diventando rappresentanti istituzionali, oltretutto, non possono continuare a combattere più di tanto – se lo ritenessero opportuno – dentro il loro partito. Ma non si intravedono “truppe” così motivate per schierarsi nel campo di chi vuole davvero chiudere con il passato, dentro il Pd. Perché a Siena il problema è il loro partito, il Pd: una volta scampato il pericolo della sconfitta elettorale, tutto o quasi è tornato come prima. Perfino il renzismo non passa in modo univoco e chiaro, ma spezzettato in tanti rivoli in contrasto tra loro. A Siena, certamente grottesco è anche che perfino la rottamazione renziana non sfondi, perché trova un muro di gomma nel Pd locale. Stefano Scaramelli, la persona che ha guidato i renziani senesi in tutte le copiose vittorie nelle varie primarie, ha detto: “Quale è il Pd sotto la graticola delle accuse al centro del corteo di venerdì? Il Pd di Matteo Renzi non ha responsabilità. Il Pd del passato ne ha tante di responsabilità. Il Pd negli anni in cui si sono prese decisioni che incidono nella vita di tutti, aveva vizi capitali: la presunzione prima di tutto” E poi, sul presente, ha aggiunto: “Oggi una voce critica come la mia fa fatica perfino a potersi esprimere dentro il proprio partito. Perché la generazione di quelli che nel mio partito, il consenso lo hanno comprato con i soldi, con il clientelismo, fa fatica a confrontarsi con me. Quei capibastone abituati al consenso dei soldi, non sanno confrontarsi per un consenso delle idee”. Basta andare sul poad cast di Siena Tv, e riascoltare verso il finale la terza parte di “Siena diretta sera” di giovedì, per sentire queste parole di Scaramelli. Che, tutto sommato, sono simili a quelle di Valentini-Mancuso, quando parlano di “persone incapaci e senza scrupolo che hanno condotto la città nel fango”. Sarebbe interessante sapere se si riferiscono alle stesse persone. In ogni caso, Scaramelli è stato voluto da Renzi dentro la Direzione nazionale del Pd ed invece lo stesso Scaramelli ritiene che non ci siano le condizioni per stare dentro la Direzione provinciale del Pd senese. I motivi li ha esposti a chiare note. Grottesco, no? Quanto agli organizzatori della marcia di protesta, i consiglieri comunali di opposizione, hanno dimostrato che pur rimanendo ognuno nel proprio progetto politico originario, spezzettati in tanti gruppi in cui si fa fatica talvolta anche a districarsi, sono capaci di coagulare la protesta. Perché 500 in corteo a Siena, sono equiparabili a 5000 in una città “normale”, svincolata dal sistema di clientelismo del recente passato. La domanda che prima o poi dovranno cominciare a porsi è: dopo la protesta, la proposta politica e di contenuti, che sia capace di trasformare l’opposizione in una possibile alternativa di governo percepibile come tale dalla maggioranza dei senesi, può essere ancora rappresentata da uno “spezzatino” di liste civiche, tutte provenienti da una sconfitta elettorale? Come fare a porsi come soggetto aggregante di nuovi bisogni politici caratterizzati anche dalla delusione di tanti che invece erano nell’altro campo? E d’altronde, se questo soggetto aggregante non è nuovo e unito, difficilmente potrà aggregare, unire ed essere percepito come nuovo. Forse, però, sia dalla marcia di venerdì che dalle prese di posizione di Valentini-Mancuso e di Scaramelli, potrebbe uscire una fase nuova per la politica della città. Certamente suddivisa in due proposte politiche alternative, ma meno frammentate, più nette, più chiare, più credibili. In grado di includere cittadini ad un nuovo dialogo con la politica, sull’un fronte o sull’altro. Una politica meno ingessata, meno prigioniera del passato. Siena è una città che è stata rovinata dalla sua classe politica e dirigente in virtù soltanto della bramosia di potere e del clientelismo che ha consentito di accumulare consenso in cambio di posti di lavoro, di promozioni, di poltrone grandi e piccole. E quelle condizioni di “sistema” clientelare, ancora permangono e sono gli elementi oggettivi più difficili da superare, per cambiare davvero. Veniamo al secondo, doloroso punto di questo post. Sabato sul Corriere Fiorentino è apparso il mio articolo sulla morte di David Rossi, titolato “Ecco la controinchiesta per riaprire il caso di David”. Una intera pagina in cui ho cercato di raccontare alcuni aspetti in merito alla tragica fine dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi. Mi sono messo a lavorarci sopra, dopo aver sentito Milena Gabanelli, annunciare la puntata di Report del 16 novembre prossimo, pronunciando senza alcuna remora la parola “omicidio”. Una parola che mi ha scosso profondamente come giornalista e come senese. E poi, dopo aver sentito, nel trailer della trasmissione, la moglie di David, Antonella Tognazzi, dire che quell’appellativo, “Toni”, usato dal suo marito nell’ultimo disperato messaggio, tra loro non si usava. Mi sono messo al lavoro, e alla fine di una settimana intensa, confortato anche dal “gioco di squadra” che si è creato al Corriere Fiorentino, ho scritto il pezzo. Sabato mattina, è uscito un lancio Ansa che ha ripreso la notizia contenuta nell’articolo e riportato anche un primo commento, seppure indiretto, dei magistrati. Questa la parte iniziale del lancio: “La procura Generale di Firenze ha trasmesso a quella di Siena l’istanza di riapertura delle indagine sulla morte di David Rossi, Capo della Comunicazione del Monte dei Paschi, precipitato dall’ufficio di Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013. Lo scrive oggi l’edizione toscana del Corriere della Sera. La notizia è stata confermata da fonti giudiziarie ma, secondo quanto si apprende, i pm Aldo Natalini e Nicola Marini, titolari dell’inchiesta, preso atto delle carte tornate da Firenze avrebbero confermato che queste andranno a far parte del fascicolo archiviato dal gip Monica Gaggelli il 5 marzo scorso. Non ci sarà quindi nessuna nuova indagine”. Ne abbiamo dato conto anche a Toscana Tv e Siena Tv. Un giornalista sul suo blog personale, come questo, può anche esprimere non solo opinioni, ma anche sensazioni. E allora la domanda da cittadino, non da giornalista e tanto meno giornalista di cronaca giudiziaria che non sono, che mi pongo è: di fronte a certi elementi, nuovi o rinnovati alla luce di una chiave di approccio diversa, non è certo una sconfitta di nessuno l’eventuale riapertura di un’indagine. Per togliersi ogni dubbio residuo o ulteriore. L’archiviazione del procedimento relativo all’istigazione al suicidio, attesta che nessuno ha messo in moto manovre tali da indurre un uomo a suicidarsi. Nessuno, né fra i suoi superiori e colleghi di lavoro, né nella sua vita fuori del lavoro, né sul web, lo ha istigato a togliersi la vita. E anche questo è un fatto significativo e importante, che la magistratura senese ha potuto acclarare con scrupolo e con un’ordinanza motivata in 23 pagine. La magistratura senese, tra l’altro, ha dato prova di grande efficienza, competenza, ma anche di un profondo senso civico, andando a ricostruire pezzo per pezzo l’intricato puzzle dello scandalo-Monte dei Paschi. Senza alcuna titubanza. Ed ha quindi la migliore reputazione possibile per togliere di mezzo quei dubbi inquietanti. In un senso o nell’altro. Anche ad una donna che avrebbe diritto quanto meno a esprimere i dubbi sulla fine del suo uomo, non solo davanti ad una telecamera. Per chi ne ritenesse utile la lettura, ecco il testo del mio articolo apparso ieri sul Corriere Fiorentino. “Non crede al suicidio di David Rossi, la vedova Antonella Tognazzi, intervistata pochi giorni fa da Report. La trasmissione di Rai 3 ha mandato in onda l’anteprima di una puntata, quella del 16 novembre, che Milena Gabbanelli annuncia così: “Ci occuperemo dell’omicidio di David Rossi”. Una tragedia, quella dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, che il Tribunale di Siena il 5 marzo scorso archivia come suicidio. Per conto della moglie di Rossi, l’avvocato Luca Goracci, nel maggio scorso, ha presentato alla Procura Generale di Firenze, un’istanza di riapertura delle indagini. Un pool di periti – Luca Scarselli, Gian Aristide Norelli, ed altri – ognuno per le proprie competenze, ha messo in fila una serie di elementi che puntano diritti verso una sola direzione: David Rossi il 6 marzo 2013 non si è suicidato. E quindi, secondo la loro tesi, è stato ucciso, o volontariamente o colposamente. Partendo da una discrasia che divide la realtà dei fatti dall’ora di registrazione delle telecamere: 16 minuti avanti, secondo il verbale tecnico del gestore. E poi, fotogramma per fotogramma, appare la dinamica della caduta. David Rossi piomba sul selciato del vicolo toccando terra con le natiche dopo un volo “a candela”, da un’altezza di 14,36 metri. La finestra dell’ufficio, al secondo piano di Rocca Salimbeni, ha una sbarra di protezione, un davanzale largo quanto una penna, sotto cui è appeso un fancoiler su cui è posta una risma di carta. Tutto appare intatto dalle foto successive alla tragedia. E per ovviare alla sbarra di protezione, l’ex capo della comunicazione di Banca Mps, o si sarebbe dovuto mettere in piedi su di essa per gettarsi sotto, oppure seduto. Ma in questo caso il suo corpo avrebbe subito una inevitabile rotazione, che invece non c’è stata. Negli atti dell’archiviazione, che adesso, con l’istanza alla Procura Generale di Firenze, l’avvocato Luca Goracci chiede di riesaminare, c’è la documentazione fotografica sulle condizioni del cadavere. I reperti fotografici rilevati in sede di autopsia, documentano ecchimosi e ferite in varie parti del corpo: c’è una ferita al capo (o da corpo contundente o da sbattimento su una parete o su un tavolo) di circa 3 centimetri sulla regione occipitale non riferibile alla caduta a terra. Ancora, c’è una ferita al labbro inferiore, una alla narice. Sulle braccia si rilevano ecchimosi, come da afferramento; all’altezza dell’addome c’è una vasta zona nera, un livido largo all’incirca come un pugno chiuso. Per i periti del Tribunale, provocato dalla pressione della cintola dei pantaloni nel momento dell’impatto a terra. Sul polso ci sono tre ferite, ma sul dorso, non sotto. Potrebbero essere quelle autoprocuratesi da David Rossi nei giorni precedenti, come raccontano i familiari. Nell’atto di archiviazione i cerotti rivenuti nel bagno dell’ufficio di Rossi, vengono riferiti a questo. Oppure, secondo la tesi ipotizzata dal pool dell’avvocato Goracci, l’effetto di una forte pressione operata sul polso, tanto da imprimere sulla pelle i segni dell’orologio. Tutte cose che non hanno convinto la magistratura senese a discostarsi dalla tesi del suicidio: neppure i segni rinvenuti sulle punte delle scarpe di marca che David aveva ai piedi. Come di uno strusciamento sul terreno. Nel vicolo di Monte Pio, chiuso e incastrato tra Rocca Salimbeni e i palazzi del centro storico, David Rossi resta solo, steso sul selciato, ad agonizzare per venti minuti. Lo rivelano i filmati della telecamera 6 di Banca Mps. Il vicolo sbocca su via dei Rossi. Animata a quell’ora, verso le 20 della sera. E il cadavere di David non è certo impossibile da vedersi. Eppure per venti interminabili minuti, David comincia a morire da solo. Muove la testa, le braccia, è vivo insomma. Ma nessuno segue in quei momenti, dalla banca, il video che riporta le immagini della tragedia. All’inizio del vicolo, sul muro, c’è una luce quasi costante per tutto il filmato ripreso dalla telecamere: sono le luci rosse di posizione di un’auto che se ne sta ferma in retromarcia all’ingresso del vicolo. Decisiva per impedire la vista di David che moriva. Ad un tratto, nel raggio di luce dei fari si staglia netta la figura di un uomo, che guarda da lontano dentro il vicolo. Senza entrarvi. Più tardi, quando è finita l’agonia di David che non si muove più, entra un altro uomo dentro il vicolo, che si avvicina al cadavere e poi fa una telefonata con un cellulare. Ma non è quella per chiamare il 118, che arriverà più tardi, fatta da Bernardo Mingrone, dirigente della banca. Nei giorni precedenti, Rossi pensava di essere sul punto di essere travolto da eventi da cui si sentiva estraneo. Impaurito dalle indagini sullo scandalo Mps, soprattutto dopo la perquisizione subita il 16 febbraio, seppure non fosse indagato. Profondamente preoccupato anche in virtù della sua amicizia personale con l’ex presidente Giuseppe Mussari. E rincorso da voci insidiose sul suo possibile accantonamento professionale, peraltro smentito dai vertici della banca. C’era stato, due giorni prima, uno scambio di mail con l’Ad di Mps, Fabrizio Viola. Alle 10,13 del 4 marzo, David Rossi lancia un “help” a Viola: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”. Eppure la conversazione, mentre Viola era a Dubai, era iniziata con una mail in cui l’amministratore delegato, scrive: “parliamo della vicenda mutui di Prato”, in riferimento ad una indagine alla Guardia di Finanza su mutui per 80 milioni concessi dalla filiale di Prato. Più tardi Rossi aggiunge: “Ti posso mandare una mail su quel tema di stamani? È urgente. Domani potrebbe già essere troppo tardi”. Rossi scrive, in riferimento ai magistrati che indagano sullo scandalo Mps: “Ho bisogno di un contatto con questi signori, perché temo che mi abbiano inquadrato male, come elemento di un sistema e di un giro sbagliati. Capisco che il mio rapporto con certe persone possa averglielo fatto pensare, ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l’impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei delle garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito prima di domani. Non ho contatti con loro. Mi può aiutare?”. Viola risponde: “Essendo la cosa molto delicata, credo che la cosa migliore sia che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere appuntamento urgente. Qualsiasi altra cosa potrebbe essere male interpretata. Oltretutto mi sembrano delle persone molto equilibrate”. Rossi sembra convenire: “Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l’altro giorno”. E poi, ancora: “In effetti, ripensandoci, sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura”. Due giorni dopo, l’epilogo, drammatico. E quei tre fogliettini lasciati alla moglie, in cui si legge: “Ciao Toni amore, ho fatto una cavolata troppo grossa per poterla sopportare”. Frasi su cui pesa il dubbio di Antonella Tognazzi: “Perché – ha detto a Report – mi ha scritto parole che tra di noi non ci siamo mai dette?” La procura Generale di Firenze ha già trasmesso tutto a Siena. Sarà adesso quella Procura a valutare se riaprire le indagini o meno”.

In tre esposti denunce presentate alle Procure della Repubblica di Siena, dove si è appena insediato il nuovo procuratore capo Salvatore Vitello; Genova competente sui giudici di Siena; Roma, procura capitolina che ha la potestà di indagare sullo IOR (Istituto per le Opere di Religione), Adusbef ha chiesto di riaprire le indagini sullo strano ‘suicidio’ di David Rossi e sulle evidenti omissioni nelle indagini sul MPS, scrive Elio Lannutti (Presidente Adusbef) su “Go News. Sia un articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.11.2014, che l’inchiesta di Report andata in onda su Raitre il 23 novembre 2014, sostengono con indizi e prove difficilmente confutabili, che la misteriosa fine di David Rossi ,l’ex responsabile dell’area comunicazione di Mps, gettatosi dalla finestra del suo ufficio la sera del 6 marzo 2013,non si conciliano con “un evento suicidario”. La trasmissione tv Report di Milena Gabanelli ha proposto un ampio servizio sulla vicenda di David Rossi, l’addetto stampa del Monte dei Paschi che il 6 marzo 2013 volò da una finestra in un cortile dietro la sede centrale della banca più antica del mondo. Nel servizio sono riemersi, attraverso varie testimonianze, molti punti oscuri di quello strano “suicidio”. E ad un certo punto si vede il giornalista di report che si incammina, di notte, per una viuzza di un non meglio precisato paese della Provincia di Siena, per incontrare un “amico intimo di David Rossi che ha chiesto di rimanere anonimo”. La viuzza in questione sarebbe via San Francesco, a Chiusi. Il servizio torna a smascherare anche le menzogne di Fabrizio Viola, AD del MPS che fa finta di ritrovare il mandate del derivato Alexandria in una cassaforte, quando era già stato informato sia dal dott. Baldassarri (ex capo area finanza Mps), che interrogato in carcere, dichiara al Magistrato: ” Il collegamento economico tra l’operazione Btp 2034 e la ristrutturazione di Alexandria è stato da me illustrato al dottor Viola nel gennaio/febbraio 2012, prima della mia uscita da Monte dei Paschi avvenuta a fine febbraio. Ho avuto tre riunioni con Viola e in una di queste lui mi chieste le ragioni per cui erano stati acquistati i 3 miliardi di Bpt 2034″, che da Buonocore ed altri funzionari MPS e perfino dalla Banca d’Italia, che nel marzo e giugno 2012, richiamava Viola sulla criticità contabile determinata dal derivato “Alexandria”. Per le suesposte ragioni, Adusbef chiede all’on.le Procura della Repubblica di riaprire l’indagine alla luce degli elementi nuovi incontrovertibili, come l’orologio gettato da qualcuno dalla finestra decine di minuti dopo la caduta del corpo di David Rossi, con l’acquisizione del servizio di report e gli interrogatori di tutti i protagonisti citati nell’inchiesta, compresi i possibili testimoni non ancora ascoltati presenti a Rocca Salimbeni la sera del 6 marzo 2014,per accertare la verità dei fatti anche con la finalità di verificare tutte le fandonie raccontate dall’amministratore delegato Fabrizio Viola in ordine al ritrovamento del mandate Alexandria; l’accensione di conti correnti allo Ior da parte di dirigenti del Monte dei Paschi di Siena per poter perfezionare l’acquisizione di Banca Antonveneta da Emilio Botin e le eventuali ‘commissioni’ extra-legali, corrisposte per l’operazione.

David Rossi, l’ex capo area comunicazione di Mps, suicidatosi la sera del 6 marzo 2013, “aveva un ufficio al ministero degli Interni, almeno dal 2008″, scrive "l'Ansa". A dirlo un amico, che è voluto restare anonimo, la cui testimonianza è andata in onda nella puntata di questa sera di Report, su Rai 3, dedicata alle vicende di Banca Monte dei Paschi e sulle dinamiche della morte del giornalista sulla quale la vedova, Antonella Tognazzi, ha forti dubbi. Secondo quanto riferito da Milena Gabbanelli durante la trasmissione, la donna avrebbe affidato una perizia calligrafica sui biglietti, con messaggi a lei indirizzati, trovati nell’ufficio di Rossi a Rocca Salimbeni quella sera di marzo 2013. Durante la trasmissione anche un altro anonimo, definito “un monsignore” a conoscenza delle vicende legate allo Ior, ha riferito che Mussari e Rossi si sarebbero recati spesso in Vaticano e che allo Ior sarebbero stati aperti quattro conti “coperti”, nei quali sempre secondo l’anonimo sarebbero transitati parte dei soldi utilizzati da Mps per acquistare Banca Antonveneta dal Santander nel 2007. Tra le ipotesi emerse da altre testimonianze, tra le quali un’analista, anche lei anonima, il fatto che le Autorità di Vigilanza (Bankitalia e Consob) fossero a conoscenza da anni della situazione difficile di Mps e che il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola sapessero delle difficoltà create dai derivati Alexandria e Santornini, ben prima di trovare il contratto firmato da Mussari con Nomura, per la ristrutturazione di Alexandria, nell’ottobre 2012. Infine, l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, uno dei piccoli azionisti della banca, ha mostrato durante la trasmissione una relazione di Banca Italia datata 9 marzo 2007, nella quale via Nazionale scrive della difficile situazione di Antonveneta, la banca che pochi mesi dopo Mussari acquisterà dal Santander.

Paolo Cipriani, ex direttore generale dello Ior, ha dato mandato ai propri legali di “tutelare la sua onorabilità per la grave diffamazione compiuta dagli autori della trasmissione di Rai 3 Report, andata in onda domenica 23 novembre 2014″, scrive "L'Ansa". Nel corso della puntata del programma, dice una nota, “è stato infatti intervistato, in forma anonima, un monsignore addetto alla finanza Vaticana che riferiva di coinvolgimenti dello Ior nella vicenda Monte dei Paschi di Siena relativa alla compravendita di Antonveneta con Banco Santander”. “L’anonimo prelato – è scritto nella nota – riferiva nel corso della trasmissione di alcuni incontri all’interno dello Ior alla presenza di Mussari e del povero David Rossi con Paolo Cipriani, incontri volti a pianificare l’apertura di conti dove far transitare una parte del denaro dell’operazione. Tali notizie – prosegue il comunicato – sono del tutto infondate. Paolo Cipriani non ha mai incontrato né conosciuto David Rossi, né tantomeno vi sono stati incontri tra dirigenti Ior e rappresentanti del Monte dei Paschi destinati a parlare dell’acquisto della Banca Antonveneta e tanto meno dell’apertura di conti presso la Banca Vaticana da parte del Monte dei Paschi”. “Tali falsità – conclude la nota dei legali – hanno leso e ledono l’immagine di Paolo Cipriani che ha pertanto deciso di tutelare la propria immagine dando mandato ai propri legali di esperire le necessarie azioni legali”. Pronta la replica di Milena Gabanelli. “Confermiamo che le fonti sono assolutamente autorevoli e che pertanto era doveroso riportare, come è stato precisato, la loro versione dei fatti”.  “Il dottor Cipriani – sottolinea Gabanelli – viene citato dalla fonte in merito al fatto che ‘parlava con David Rossi’. Se il dottor Cipriani dice che non è vero, ne prendiamo atto, ma si fa fatica a capire cosa ci sia di diffamatorio in un incontro, i cui contenuti non sono stati precisati in trasmissione, con l’ex capo comunicazione di MontePaschi”.

Azione legale dell’ex presidente di banca Mps Giuseppe Mussari nei confronti dei “responsabili del controllo della trasmissione Report”, scrive "L'Ansa". La annunciano gli avvocati dell’ex numero uno di Rocca Salimbeni, riferendosi alla puntata di ieri: ‘Il mistero del Monte’. I legali spiegano che il loro assistito “mai è entrato nei locali dello Ior; mai ha partecipato a riunioni con esponenti del medesimo Istituto, tantomeno per parlare dell’acquisto di Antonveneta o per favorire l’apertura di conti correnti presso la Banca Vaticana”. Secondo i legali dell’ex presidente della banca senese, Gli avvocati Tullio Padovani e Fabio Pisillo, “l’intera ricostruzione della vicenda Mps” andata in onda ieri nella trasmissione Report, in particolare per quanto concerne il ruolo di Mussari, “è contraddistinta da palesi errori e da manifeste incongruenze”. Su quanto affermato da un “anonimo monsignore” nella parte finale della trasmissione, riguardo ai presunti rapporti tra l’ex presidente di banca Mps e lo Ior, i legali denunciano “con forza la falsità delle affermazioni rese”. Gli avvocati evidenziano infine che agiranno in giudizio “contro i responsabili di tali false e diffamatorie affermazioni, dando loro la più ampia facoltà di provare quanto hanno falsamente affermato” e ricordano, citando il pm Antonino Nastasi, che nell’inchiesta sull’acquisizione di banca Antonveneta da parte di Mps non c’è stata nessuna “tangente”.

Quei sedici minuti in meno nella fine di David Rossi. La moglie, Antonella Tognazzi, insiste e non si dà per vinta: troppe cose non tornano nella morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi che il 6 marzo 2013 fu ritrovato senza vita in un vicolo sul retro di Rocca Salimbeni, scrive Antonella Mollica su “Il Corriere fiorentino”. Lei, la moglie, Antonella Tognazzi, insiste e non si dà per vinta: troppe cose non tornano nella morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi che il 6 marzo 2013 fu ritrovato senza vita in un vicolo sul retro di Rocca Salimbeni. C’è forse un’altra verità dietro il caso archiviato come suicidio? Domenica sera è andata in onda su Rai 3 l’inchiesta di Report. Il 9 novembre Milena Gabanelli aveva annunciato un servizio sul «misterioso omicidio di David Rossi». Domenica scorsa, nell’anticipazione della puntata, la parola omicidio è scomparsa, sostituita da «morte misteriosa».

Le 23 pagine del Gip. Per la Procura di Siena, che nell’agosto 2013 ha chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto per istigazione al suicidio, quello fu un suicidio e basta. Anche per il gip di Siena che a marzo ha accolto la richiesta, non ci sono dubbi: Rossi, inseguito dalla paura di perdere il lavoro e dal terrore di essere intercettato e arrestato, si è lanciato dalla finestra del suo ufficio al secondo piano di Rocca Salimbeni: nessun omicidio, né colposo tantomeno volontario, scrive il gip. Che in 23 pagine mette in fila orari e testimonianze, verbali e fotogrammi della registrazione della telecamera di sorveglianza, per arrivare alla conclusione che non c’è mistero e che «le indagini sono state scrupolosamente eseguite». Eppure, a leggere gli atti del fascicolo sulla morte di Rossi qualche dubbio resta. A partire dagli orari.

Il giallo dell’ora. C’è un punto fermo in quella notte. Ed è l’ora in cui viene notato il corpo in vicolo Monte Pio: dopo le 20.35. L’amico e collaboratore Gian Carlo Filippone, chiamato dalla moglie di Rossi, preoccupata perché il telefono del marito squilla a vuoto, va a cercarlo in ufficio. «Quando sono entrato nella stanza ho visto la finestra aperta, ho guardato di sotto e ho visto il corpo». Filippone scende e va dal portiere, al pian terreno i due incontrano Bernardo Mingrone, responsabile della direzione finanziaria di Mps. Insieme a lui salgono al secondo piano e si affacciano alla finestra: «A quel punto ho chiamato il 118 visto che nessuno l’aveva fatto», racconta Mingrone. Partono così i soccorsi, che saranno però inutili: alle 21.30 il medico dichiara il decesso.

Ma a che ora è caduto Rossi? Scrive il gip Monica Gaggelli: «L’orario riportato sulle immagini della videocamera che riprende gli ultimi tre metri della precipitazione del Rossi è sì sfalsato di circa 10-15 minuti, senonché non va corretto come fa il difensore arretrandolo, cioè collocando la morte tra le 19.44 e le 19.49, visto che gli inquirenti hanno accertato che l’orologio dell’impianto di videosorveglianza era in ritardo, l’ora della morte va spostata in avanti alle 20.10-20.15». Abbiamo guardato quel filmato della telecamera numero 6 acquisito dalla polizia. Nel verbale si precisa che «l’orario riportato nelle immagini porta 10 minuti di ritardo». Il tecnico che ha salvato il filmato spiega che «l’orario di registrazione non è esatto: ora registrazione 1.37, ora esatta 1.21». L’orario della morte va quindi riportato indietro, rispetto al filmato, di 16 minuti.

La porta chiusa. Se David Rossi nel filmato precipita alle 19.59, in realtà sono le 19.43. E allora non sbaglia — come sostiene il gip — l’avvocato Luca Goracci (che assiste la vedova Rossi) quando mette in luce la testimonianza di una dipendente del Monte che alle 20.05 esce dall’ufficio e vede la porta aperta della stanza di Rossi e nessuno dentro. A quell’ora, dice l’avvocato, Rossi è già morto. E siccome quella porta verrà trovata chiusa da Filippone alle 20.35, non può essere stato Rossi a chiuderla prima di uccidersi, come ipotizza il gip. Se qualcuno però sia entrato nella stanza, prima o dopo, non emerge dagli atti dell’inchiesta, perché le immagini delle telecamere interne non risultano essere state mai acquisite.

Tre strani passanti. C’è un altro dato incontrovertibile: per più di un’ora Rossi resta sul selciato senza che nessuno dia l’allarme. Possibile che nessuno abbia visto? All’imbocco del vicolo si notano le luci delle auto che passano da via de’ Rossi, 28 minuti dopo la caduta si vede un passante che si affaccia nel vicolo e poi va via (ha visto il corpo?). Sono le 20.27 nel video (20.11 reali) e per il gip si tratta di un passante che avrebbe dato l’allarme ma dagli atti risulta che venne dato almeno mezz’ora dopo. E alla fine del filmato, 21.04 (20.48 reali) si vedono due persone (mai identificate) che si avvicinano al corpo immobile. Pochi minuti dopo arriveranno i soccorsi.

Il volo dell’orologio. Accanto a Rossi viene ritrovato l’orologio diviso a metà, il cinturino da una parte, la cassa dall’altra. Nelle perizie di parte i tecnici hanno individuato nel filmato, mezz’ora dopo la caduta di Rossi, una scia: ipotizzano che sia l’orologio lanciato in un secondo tempo.

La telefonata. Infine le telefonate: il gip scrive che non c’è alcuna telefonata misteriosa: «Solo rumors di stampa». Ma salvo errori materiali, dai tabulati agli atti del procedimento risulta alle 20.16 un tentativo di chiamata dal cellulare di Rossi a un numero che comincia con 4099. A quell’ora Rossi, secondo il filmato, è morto da mezz’ora. E quel numero, sostiene l’avvocato Goracci, non è mai stato identificato.

La scheda del servizio Il monte dei misteri di Paolo Mondani.

Il 6 marzo 2013 muore, cadendo dalla finestra del suo ufficio, David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. La Procura di Siena apre immediatamente un’inchiesta per istigazione al suicidio, archiviata un anno dopo. La moglie di David Rossi non crede alla volontarietà del gesto e sono molti i dubbi che Report passa in rassegna, dalla dinamica della caduta alle forti pressioni che stava vivendo il marito, sino ai particolari della perizia legale e alle “stranezze” accadute nei minuti seguenti la morte di Rossi.La banca più antica del mondo è stata travolta da uno scandalo finanziario senza precedenti. Dall’acquisto di Antonveneta, nel novembre del 2007, una serie di operazioni spericolate portano l’istituto senese sull’orlo del tracollo. Il cosiddetto Sistema Siena, una rete a maglie fitte costituita da politica, finanza, istituzioni e massoneria, che per anni ha governato la città, si è sgretolato. La magistratura di Milano e Siena indaga. A finire sotto inchiesta sono gli ex vertici del Monte dei Paschi.Ma Banca d’Italia e Consob che dovevano controllare la regolarità delle operazioni sui derivati, poi rivelatisi disastrosi, sapevano che fine stava facendo la banca. Come sapevano delle condizioni disastrose dei conti di Antonveneta, comprata da Giuseppe Mussari a un costo esorbitante. Mentre lo scorso ottobre la Banca Centrale Europea boccia agli stress test il Monte dei Paschi, dichiarandolo la peggior banca europea.

“IL MONTE DEI MISTERI”. Di Paolo Mondani. Collaborazione Elisabetta Gherardi.

MANIFESTAZIONE “SIENA LIBERA”. SIENA – SENTENZA DEL 31/10/2014. In nome del popolo italiano il Tribunale di Siena dichiara Baldassari Gianluca, Mussari Giuseppe, Vigni Antonio colpevoli del reato ascritto.

MANIFESTANTE. Un pezzetto di giustizia, 500 anni di storia del Monte dei Paschi che va a farsi friggere per 4 persone.

MANIFESTANTE. Diglielo al Mussari che rimetta i soldi e venda le ville!

SIENA – SENTENZA DEL 31/10/2014. Li condanna ciascuno alla pena di anni 3, mesi 6 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.

MANIFESTANTE. Il massimo gli doveva dare! Il massimo! Per lo scandalo più importante dell’Europa!

MANIFESTANTI. Ladri siete e ladri resterete! Ladri siete e ladri resterete!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. A Siena lo chiamano il Groviglio Armonioso. Politica, banca, chiesa, istituzioni. Tutti insieme si spartiscono il potere. I risultati sono disastrosi: la banca è stata massacrata e per ora le sentenze giudiziarie hanno solo sfiorato i responsabil. Le squadre di pallacanestro e di calcio sono fallite, la Fondazione non ha più il 51 per cento della banca, ma solo il 2,5.

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Questi sono i primi effetti pesantissimi e credo che la guerra non sia finita…

PAOLO MONDANI. Perché non è finita?

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Perché la guerra finisce quando si passa la mano tra il prima e il dopo. Qui c’è solo un prima. Il dopo ancora deve venire perché non si è passata la mano in politica e non si è passata la mano nella gestione finanziaria.

FRANCO MASONI – EDITORE CANALE TRE TOSCANA. Oggi secondo me è un groviglio di coglioni perché praticamente ci siamo noi giocati in circa 10 – 15 anni dai 20 ai 30 miliardi fra la banca e la fondazione, per cui significa una cifra che è paurosa.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Franco Masoni dirige Canale Tre Toscana e molti anni fa ospitò il giovane universitario  Giuseppe Mussari, appena arrivato da Catanzaro. Mussari gradì talmente l’ospitalità che si mise con la ricca moglie di Masoni. Eppure i due sono rimasti molto amici.

FRANCO MASONI – EDITORE CANALE TRE TOSCANA. La cosa che a me dispiace, da senese, è che nessuno ha chiesto scusa.

PAOLO MONDANI. A Mussari tu gliel’hai detto che tu dovrebbe chiedere scusa?

FRANCO MASONI – EDITORE CANALE TRE TOSCANA. No, questo no. Anche perché poi tanto…

PAOLO MONDANI. Che ti risponderebbe?

FRANCO MASONI – EDITORE CANALE TRE TOSCANA. Ma, dal momento che si è defilato totalmente significa che non vuole rapporti con nessuno e non vuole minimamente confrontarsi, ecco.

PAOLO MONDANI. Ma se tu glielo chiedessi? Cosa direbbe? Un’ipotesi. Per come lo conosci.

FRANCO MASONI – EDITORE CANALE TRE TOSCANA. Ma io credo che forse direbbe di no.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Buonasera. Allora di Montepaschi di Siena ce ne eravamo occupati a maggio di 2 anni. Una settimana dopo era partite le indagini giudiziarie e la banca più antica del mondo, distrutta da una cattiva gestione, aveva i bilanci fuori controllo. Che cosa è combinato in questi due anni? Intanto i vertici, ma i conti sono sempre in rosso. E si scopre anche il meccanismo con il quale mascheravano le perdite. Se con la copertura dall’autorità di vigilanza, è il tema. Intanto a Siena sono arrivate le prime condanne e indaga anche la procura di Milano. Mentre fra le vittime, fra le tante vittime, cioè lavoratori e i dipendenti, si inserisce anche un caso tragico, quello del manager della banca, che della banca e del suo groviglio per niente armonioso fra finanza, politica, speculazione, poteri locali e nazionali sapeva tutto. Paolo Mondani.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Che cosa c’entra Rocca Salimbeni, la sede senese del Monte dei Paschi, con Piazza San Pietro in Vaticano, lo scopriremo solo alla fine del nostro racconto. Partiamo da vicolo di Monte Pio, una viuzza cieca che costeggia il muro del Monte dei Paschi. É la sera del 6 marzo 2013. La telecamera riprende un uomo che precipita a terra e muore.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. David aveva paura, non so per quale motivo, ma lui avvertiva il pericolo di essere incastrato.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. David Rossi, 51 anni, era capo della comunicazione del Monte dei Paschi e per un decennio braccio destro di Giuseppe Mussari, il dominus della banca travolto da varie inchieste giudiziarie. La procura di Siena apre immediatamente un’indagine per istigazione al suicidio, ipotizzando che qualcuno lo abbia indotto a darsi la morte. Un anno dopo, l’inchiesta viene archiviata come semplice suicidio. La moglie di David non crede a questa versione dei fatti.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Sicuramente c’è qualcosa che non torna e ci sono gli elementi che provano che non è andata così lineare, della serie: c’è una persona ha deciso e ha fatto. Perché tante cose sono state omesse, non tenute in considerazione, non argomentate e che invece, hanno bisogno di risposte.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Sono circa le 20, la videocamera registra gli ultimi tre metri della caduta di David Rossi. Il corpo finisce al centro del vicolo. Per il giudice che ha archiviato l’indagine come suicidio, David Rossi, seduto sulla barra di sicurezza della finestra e con la schiena verso l’esterno si è dato una lieve spinta e si è lanciato nel vuoto.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. Uno che si siede sulla sbarra e si lascia andare indietro, le leggi della fisica, ma anche l’osservazione di come si buttano i subacquei dalla barca, fa vedere che in quel caso sono subito le spalle e la testa che subiscono una rotazione e quindi non sarebbe potuto cadere in quel modo perché il corpo del dott. Rossi cadeva con forte componente verticale senza nessuna rotazione, senza neppure uno slancio evidente.

PAOLO MONDANI. Quale altra caduta è compatibile con quello che lei ha potuto verificare?

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. La compatibilità si ha se si tiene qualcuno dalle braccia, o sotto gli avambracci e gli si tiene le gambe sollevate e si lascia andare. Questa è l’unica cosa che mi viene in mente in questo momento.

PAOLO MONDANI. Cioè se viene buttato di sotto, lei dice.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. Se viene buttato di sotto.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. L’autopsia rileva abrasioni sul viso e sugli arti, ematomi sulle braccia, sulle gambe e sul corpo. Nella parte posteriore del cranio c’è una ferita di forma triangolare. Un triangolo perfetto. Il corpo di David parla, ma l’autopsia non spiega tutto. E i periti sono in disaccordo fra loro.

GIAN ARISTIDE NORELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE – PERITO DI PARTE. Non ci sono segni che si possa dire: sono sicuramente compatibili con la caduta.

PAOLO MONDANI. I segni che lei ha trovato possono far pensare ad un’ipotesi di omicidio?

GIAN ARISTIDE NORELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE – PERITO DI PARTE. La lesività che noi abbiamo trovato potrebbe anche… gran parte almeno della lesività potrebbe essere compatibile con un intervento di terzi.

PAOLO MONDANI. Lei su queste lesività che per il professor Norelli sono invece…

MARCO GABRIELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE- PERITO PROCURA SIENA. Mi dispiace per lui…

PAOLO MONDANI. Sono invece… come dire, assolutamente non dovute alla caduta.

MARCO GABRIELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE- PERITO PROCURA SIENA. Benissimo.

PAOLO MONDANI. Per lei invece sono dovute alla caduta. Me lo può spiegare sul piano tecnico in modo che io da profano capisca?

MARCO GABRIELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE- PERITO PROCURA SIENA. In un’aula di Tribunale io dirò che queste lesioni sono pienamente compatibili con la caduta. Tutte pienamente compatibili. Non ho trovato lesioni non…

PAOLO MONDANI. Anche quel segno triangolare che sembra una ferita prodotta da un oggetto che ha sulla testa il David Rossi?

MARCO GABRIELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE- PERITO PROCURA SIENA. Se io ho detto così in perizia…

PAOLO MONDANI. No, ma allora me la spieghi…

MARCO GABRIELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE- PERITO PROCURA SIENA. Come le ho detto, io non spiego niente. Io quello che ho scritto nella perizia è quello che ho visto.

GIAN ARISTIDE NORELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE – PERITO DI PARTE. Era una ferita lacero-contusa, occipitale, di dimensioni assai ridotte e triangolare. Una precipitazione da un’altezza di 15 metri, dovrebbe determinare una lesività cranica, se c’è una impatto diretto con il suolo, notevolmente superiore.

PAOLO MONDANI. Sembra prodotto da un oggetto diverso.

GIAN ARISTIDE NORELLI – PRIMARIO MEDICINA LEGALE – PERITO DI PARTE. Potrebbe anche essere stata prodotta da un oggetto contundente. Se io vedo una ferita triangolare e dico “vediamo un momentino se qui intorno in questa stanza ci può essere un oggetto che può averla prodotta”.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. L’autopsia non dice che potrebbe essere una pietra del vicolo e l’oggetto a punta triangolare non è mai stato neppure cercato. Questo è l’ufficio di David Rossi, nel primo sopralluogo della Polizia dopo la morte. Alle 20 e 27, ora del video, nel vicolo entra un uomo. Secondo la Procura, la telecamera segna sedici minuti in meno rispetto all’ora reale e indica in questa persona quella che alle 20 e 40 circa chiama la Volante della Polizia. Ma il tecnico che estrae le immagini e le consegna alla Procura ha messo a verbale l’esatto contrario.

LUIGI SECCIANI – SOCIETÀ COSITT – SIENA. Quindi ci sono 16 minuti..

PAOLO MONDANI. Sì.

LUIGI SECCIANI – SOCIETÀ COSITT – SIENA. …che se io vado a prendere un qualunque orario, il Dvr segna 16 minuti in più dell’ora vera.

PAOLO MONDANI. Bene. Quindi bisogna, per l’ora vera…

LUIGI SECCIANI – SOCIETÀ COSITT – SIENA. Bisogna togliere, sì…

PAOLO MONDANI. 16 minuti, per avere l’ora vera?

LUIGI SECCIANI – SOCIETÀ COSITT – SIENA. Sì, sì.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Quindi l’uomo sconosciuto entra in scena alle 20 e 11, non alle 20 e 40, vede il corpo di David Rossi e se ne va. Da lì al primo intervento dei soccorsi passerà più di mezzora. Qualche minuto dopo dall’alto cade un oggetto.. e rimbalza alle spalle di David Rossi.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. Le 20.32, orario della videocamera, c’è la traiettoria di un grave che…

PAOLO MONDANI. Cioè di un oggetto.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. …passa con moto parabolico e che finisce in una posizione compatibile con quella del quadrante dell’orologio.

PAOLO MONDANI. Ma si rende conto che significa? Vuol dire che se fosse l’orologio – e noi vediamo un grave che cade, un oggetto che cade – se fosse un orologio, vuol dire che qualcuno lo ha buttato di sotto.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. E certo. Questo…

PAOLO MONDANI. Vuol dire che qualcuno ha proprio partecipato.

LUCA SCARSELLI – INGEGNERE PERITO DI PARTE. Questo spiegherebbe appunto la posizione dell’orologio e il fatto che durante i fotogrammi, i frame della caduta, non si veda mai l’orologio.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Ecco il quadrante dell’orologio finito alle spalle del cadavere. Confrontando gli orari, si scopre che contemporaneamente alla caduta dell’oggetto dall’alto, sul cellulare di David Rossi – ritrovato sulla sua scrivania in ufficio – viene digitato il 4099009. Forse è il telefono di qualcuno, più probabilmente il numero di un conto in banca. Una persona l’ha digitato, ma la sua identità rimane un mistero.

PAOLO MONDANI. Lei, avvocato, fa svolgere una verifica sul computer di David Rossi dopo la sua morte. E che cosa accerta?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Viene accertato che sono state effettuati alcuni accessi.

PAOLO MONDANI. Quanto dopo?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Diverse ore.

PAOLO MONDANI. Cioè durante la notte, diciamo?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Durante la notte.

PAOLO MONDANI. E come sono entrati? Con la password?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Risulta che sia stata utilizzata la password a suo tempo impostata da David Rossi.

PAOLO MONDANI. Che cosa vi hanno fatto pensare questi ingressi, questi accessi nel computer di David Rossi?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Di tutto: da che potesse essere tolta qualcosa o inserito qualcosa.

PAOLO MONDANI. O semplicemente…

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. O semplicemente controllato quello che c’era.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Un oggetto che cade vicino al suo corpo, un numero digitato al telefono, gli accessi tramite password al suo computer. Quante persone erano presenti in banca in quelle ore?

MASSIMO RICCUCCI – USCIERE MONTE PASCHI DI SIENA. Boh, altre 10, 15.

PAOLO MONDANI. Altre 10, 15 persone?

MASSIMO RICCUCCI – USCIERE MONTE PASCHI DI SIENA. Eh, sicuramente sì.

PAOLO MONDANI. E sono stati identificati dalla polizia? Dalla..

MASSIMO RICCUCCI – USCIERE MONTE PASCHI DI SIENA. Non lo so.

PAOLO MONDANI. Dalla Procura?

MASSIMO RICCUCCI – USCIERE MONTE PASCHI DI SIENA. Questo non lo so.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Secondo l’usciere presente quella sera, in banca c’erano 10-15 persone. Gli inquirenti ne hanno identificate e interrogate solo tre.

DAVIV TADDEI – AMICO DI DAVID ROSSI. E alla fine ci siamo rivisti una settimana prima che morisse. A un certo punto gli ho detto “ma perdonami, ma hai qualcosa da temere?” Aveva la convinzione di essere spiato. Non voleva parlare dentro il suo ufficio. “C’è qualcosa che pensi?” dice: “ no, Però sai, nei lavori che facciamo, lo sai anche te… non lo so mica se posso aver sbagliato qualcosa”.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Questo è David qualche giorno prima della morte. Nel frattempo, in Procura sono partite le indagini sul cosiddetto “Gruppo della Birreria”, l’insieme degli amici di Giuseppe Mussari che avrebbero ricevuto da lui favori e cariche. David teme provvedimenti giudiziari.

DAVIV TADDEI – AMICO DI DAVID ROSSI. Non sono riuscito a mettere in relazione il livello della sua preoccupazione con delle cose oggettive, perché non le ho viste. Gliele ho chieste “ma te ti senti a posto con la coscienza?” “Sì” m’ha detto “ma bastasse questo…”

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Il 19 febbraio 2013 la Guardia di Finanza perquisisce la sua casa e l’ufficio al Monte dei Paschi. Sospetta che faccia da postino tra Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni, indagati per l’acquisto di Antonveneta e sui derivati finanziari che hanno distrutto i bilanci della banca.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Lui era convinto che l’avrebbero arrestato; lo avrebbero arrestato, avrebbero fatto qualcosa per incastrarlo, perché dice “così almeno incastrano anche gli altri due”. Cioè, penso si riferisse a Giuseppe e a Vigni. Cioè lui dice…

PAOLO MONDANI. Cioè Giuseppe Mussari e Vigni?

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Esatto. Prendono me per incastrare gli altri due.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Il primo marzo 2013, il Sole 24 Ore dà notizia dell’azione di responsabilità del Monte dei Paschi contro Mussari, Vigni e le banche Nomura e Deutsche. La decisione doveva rimanere riservata. Scatta un’indagine per insider trading. David Rossi è subito sospettato di aver passato l’informazione ai giornalisti.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. E niente, diceva “sì, son preoccupato per il lavoro, per tutta la situazione e poi comunque un amico mi ha tradito”. “Un amico mi ha tradito” e lo ha ridetto svariate volte.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. David sa che un esponente della banca lo accusa. Purtroppo la verità emergerà solo dopo la sua morte: per la soffiata fatta al Sole 24 Ore viene indagato Michele Briamonte. Legale dello Ior e membro del cda di Montepaschi, Briamonte verrà immediatamente sospeso dall’incarico. In quelle ore David si sente incastrato e via mail comunica all’amministratore delegato Fabrizio Viola di voler andare a parlare con i magistrati.

PAOLO MONDANI. Gliene ha parlato di questa cosa?

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Del fatto che voleva andare a parlare con la Procura, sì. Tante volte.

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Io credo che Davide Rossi, nel colloquio con la Procura, vedesse una specie di liberazione da questa situazione.

PAOLO MONDANI. Nello scambio di email con Viola…

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Lui dice espressamente “Ho bisogno di parlare, domani potrebbe essere troppo tardi”. Nella email parla di… dice “So che stanno indagando sugli scenari politici”…

PAOLO MONDANI. E dice da Piccini, cioè dal vecchio sindaco degli anni ’90, sino a Mussari. Quindi…

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Lui parla di Piccini, Mussari, Comune, Fondazione e Banca.

PAOLO MONDANI. Insomma: poteva non sapere David Rossi che andando a parlare coi magistrati avrebbe dovuto raccontare del suo rapporto di lavoro con Mussari?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Non poteva non saperlo e tra l’altro avrebbe assunto la veste di testimone con quanto di conseguenza.

PAOLO MONDANI. Qualcuno poteva essere preoccupato delle parole che avrebbe… delle cose che avrebbe dichiarato ai magistrati David?

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. A questo punto è probabile. Chi probabilmente, magari con la coscienza poco pulita e non sapendo che cosa David davvero sapesse o potesse o volesse dire, possa aver temuto questo.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Del suo desiderio, quasi ossessione, a voler parlare con i magistrati, lo sapevano anche in banca. Quello che adesso vedremo è il carteggio fra Rossi e l’amministratore delegato Viola 2 giorni prima della morte. A metà mattina del 4 marzo 2013, Rossi scrive a Viola: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”. A questa email l’amministratore delegato non risponde. Riprende a scrivergli 3 ore dopo Rossi: “Ho bisogno di un contatto con questi signori” – questi signori sono i magistrati – “perché temo che mi abbiano male inquadrato… Però vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani… Mi puoi aiutare?”. A questa email risponde l’amministratore delegato:“La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere”. Riscrive Rossi: “Ho lavorato con Piccini” che è l’ex sindaco, “Mussari, Comune, Fondazione, Banca. Magari gli chiarisco” ai magistrati “parecchie cose… L’avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto”. Risposta immediata dell’amministratore delegato: “Ho riflettuto… credo che la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pubblici ministeri per chiedere un appuntamento urgente”. Risposta di Rossi dopo tre minuti: “Ho deciso che è meglio di no. Non avendo niente da temere, posso aspettare che mi chiamino”. Due giorni dopo, il problema non si pone più. Non c’è dubbio che molte persone avevano o potevano avere qualcosa da temere da quello che Rossi avrebbe potuto raccontare ai magistrati. Comunque per il tribunale di Siena la storia è stata archiviata come suicidio. Torniamo dopo la pubblicità.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Allora: Montepaschi non vuol dire solo banca, ma una squadra di calcio che gioca in serie A, una squadra di basket che vince 7 scudetti a fila, un patrimonio immobiliare di pregio e sponsorizzazioni a pioggia. Poi i conti in rosso si stanno adesso trascinando dietro un mondo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Dopo nove anni in serie A e 5 in serie B quest’anno la società Siena Calcio è fallita e riparte dalla serie D. Il Monte dei Paschi non dà più un euro e nelle casse sono rimasti solo debiti. L’ex presidente, il costruttore romano Massimo Mezzaroma, passati i bei tempi di Mussari e di Antonio Conte allenatore, si è detto addolorato e ha chiesto scusa ai tifosi.

LORENZO MULINACCI – PRESIDENTE FEDELISSIMI SIENA. Mezzaroma è arrivato a Siena, come l’ennesima proprietà portata dalla banca, che all’inizio ha vinto un campionato di serie B, e siamo tornati in serie A, poi siamo stati travolti dal calcio-scommesse; quindi un po’ di luci ed ombre.

PAOLO MONDANI. Ma voi non le vedevate queste cose? Non le aveva viste, anche lei da cittadino senese? Perché i tifosi le vedevano tutte queste cose.

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Bah, devo dire che su questo c’era un grande silenzio omertoso; perché visto che le cose funzionavano e qualcuno, non certo io, pensava che questa cosa potesse andare avanti all’infinito, non si è mai chiesto il conto di quello che succedeva.

TIFOSO. Le storie dell’ultimo presidente che lui stesso ha dichiarato…

PAOLO MONDANI. Mezzaroma?

TIFOSO. Sì. “Che io ho dovuto prendere il Siena. Cioè, non è che io l’ho preso perché mi piace il calcio: io ho dovuto prendere il Siena perché ho chiesto un finanziamento al Monte dei Paschi per la mia azienda e nel pacchetto c’era anche l’associazione calcio. Me l’hanno appiccicata per forza, se no niente finanziamento”. Questo son parole sue.

PAOLO MONDANI. Lei quando parla adesso sembra di un’altra parrocchia, in realtà la parrocchia è la stessa. Sì io lo so che lei pensa cose diverse: fa il rottamatore visto che è renziano, però voglio dire …

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Io più che dire che mi sono vergognato del fatto che …

PAOLO MONDANI. Cioè uno che vuole rottamare o lo fa al tempo giusto oppure dopo risulta .. no?

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Ma allora non avevo il potere per farlo.

PAOLO MONDANI. Lei non ha autocritiche da farsi?

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Allora: noi siamo stati ingannati, ma come tutti gli italiani, dall’idea che ci si potesse indebitare senza fine.

LORENZO MULINACCI – PRESIDENTE FEDELISSIMI SIENA. Consideriamo che il Siena è fallito con giocatori come D’Agostino che guadagnavano 900 mila euro netti all’anno e questo era arrivato quando, come dire, a Siena non c’erano nessun tipo di problemi economici perché quando si arrivava in fondo c’era 10 milioni di euro la banca non le metteva, ma autorizzava alla società uno scoperto per poter ripianare le perdite e iscriversi al campionato. Quando poi questo non è stato più possibile, la società si è trovata 60-70 milioni di euro di debiti.

TIFOSI CHE CANTANO. Che bello è quando esco di casa per andare allo stadio a tifare la Robur, che bello è …

TIFOSO. Questa si è inventata noi a Siena, poi ce l’hanno anche ricopiata, ma si è inventata a Siena questa, eh?

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Inventori di inni e inventori di bilanci: dopo sette scudetti di fila la società Mens Sana Basket quest’anno è fallita ed è finita in serie B. L’ex Presidente Ferdinando Minucci ha trascorso qualche settimana agli arresti domiciliari. Nell’inchiesta è rimasto impigliato anche il Gran Maestro della massoneria Stefano Bisi, indagato per ricettazione. Insieme ad altri, Minucci avrebbe creato in 7 anni un sistema di fatturazioni false per circa 35 milioni di euro pagando in nero all’estero i giocatori.

GIUSEPPE NIGRO – GIORNALISTA GAZZETTA DELLO SPORT. Questo è un contratto ritrovato nel corso della perquisizione, da 1 milione di dollari, in cui si vede che circa un terzo del contratto è quello depositato in Lega, i restanti due terzi sono pagati o come contratti di immagini e quindi all’estero, sulle società estere dei giocatori o dei loro procuratori, e un’altra parte è pagata come scouting alle agenzie dei giocatori, scouting o inesistente o sovradimensionato nel prezzo, per contribuire ai restanti due terzi. Secondo quello che evidenzia la Guardia di Finanza, i vantaggi per chi formula un contratto del genere sono: evasione Irpef, a causa dell’interposizione, appunto, di queste altre società, evasione dell’Irap, evasione dei contributi previdenziali e assistenziali.

PAOLO MONDANI. Complessivamente Monte Paschi quanto ha dato alla Mens Sana?

GIUSEPPE NIGRO – GIORNALISTA GAZZETTA DELLO SPORT. Dagli inizi degli anni 2000 non meno di 15-20 milioni di euro all’anno sono stati i ricavi complessivi della Mens Sana Basket.

PAOLO MONDANI. Nessuno vedeva? Eravate ottenebrati dagli scudetti?

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Ma lui aveva ingannato anche i consigli di amministrazione.

PAOLO MONDANI. Cavolo, però Mussari ha ingannato tutti per anni e anni, ma chi è quest’uomo? No, perché dico … Mefistofele oppure voi eravate anche un po’ bischeri?

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Un italiano perfetto… Un po’ bischeri sì.

PAOLO MONDANI. Beh, insomma, eravate bischeri … belli bischeri forte però, eh.

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Ci siamo fatti ingannare, voglio dire, ma mica solo noi: Mussari l’hanno preso a fare il presidente dell’Abi e Minucci a presidente della Lega Basket, quindi vuol dire che era un sistema che funzionava così.

PAOLO MONDANI. Beh voi eravate bischeri, quelli che l’hanno eletto all’Abi erano un poco conniventi oppure sono troppo malizioso?

BRUNO VALENTINI – SINDACO DI SIENA. Può darsi, ma pensate anche che Mussari ha avuto il coraggio di scrivere un libro sui derivati e Minucci di dire che oltre allo scudetto la Mens Sana doveva vincere anche l’oscar del miglior bilancio.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Era David Rossi ad erogare gli ingenti fondi della banca per sponsorizzare il calcio, la pallacanestro e molto altro. Circa 50 milioni di euro l’anno. Ai magistrati avrebbe potuto chiarire i fatti così come avrebbe potuto raccontare della gestione degli immobili del Montepaschi che sta togliendo il sonno a molti senesi. Tanto che un piccolo giornale online ne ha parlato e la grande banca ha subito sporto querela. La storia comincia nel 2011.

RAFFAELLA RIUSCITTO – DIRETTORE ILCITTADINOONLINE.IT. Era successo che il Monte dei Paschi aveva annunciato la vendita di questo palazzo, 36 mila metri quadri complessivi, nei pressi del Colosseo. La vendita era stata chiusa a 130 milioni di euro, una cifra che ci è sembrata immediatamente troppo bassa rispetto al valore reale dell’immobile, infatti facendo due conti, abbiamo visto che al metro quadro questo immobile era stato venduto a 3.600 euro, una cifra irrisoria rispetto al valore di mercato.

PAOLO MONDANI. Al Colosseo andiamo anche sui 10 mila euro al metro quadro.

RAFFAELLA RIUSCITTO – DIRETTORE ILCITTADINOONLINE.IT. Intorno ai 10 mila euro al metro quadro. Quindi scriviamo un articolo intitolandolo emblematicamente Il pasticciaccio di via dei Normanni, proprio perché andando ad approfondire questa vendita scopriamo che il Monte dei Paschi aveva venduto alla Mittel, un fondo immobiliare che faceva capo in quel momento a Zaleski, che era appunto vice-presidente ed era in quel momento, Zaleski, fuori con le banche, con un gruppo di banche, tra cui anche il Monte dei Paschi di Siena per 2 miliardi di euro.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Montepaschi svende alla Mittel Real Estate il complesso immobiliare di Via dei Normanni, a due passi dal Colosseo. Mittel vuol dire Giovanni Bazoli, il dominus di banca Intesa, e Romain Zalenski, ricco finanziere polacco molto indebitato con le banche. Quando la magistratura senese è andata a vedere il contratto di vendita è nato il sospetto che l’immobiliare del gruppo Mps avesse persino evaso il fisco. I migliori immobili della banca sono però nella società Sansedoni Spa controllata al 67 per cento dalla Fondazione Montepaschi. Sergio Betti è entrato da poco nella Fondazione e leggendo i conti…

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Sansedoni sta facendo ormai bilanci in passivo, gli ultimi 3 sono tutti in passivo, quello che si preannuncia ha un passivo di oltre 70 milioni, ha un indebitamento per mutui con le banche per circa 250 milioni.

PAOLO MONDANI. Invece la Sansedoni in questi anni si è messa a fare la grande immobiliare, in  particolare impegnandosi in nuovi progetti di sviluppo in molti punti d’Italia.

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Non c’è un progetto della Sansedoni che abbia funzionato.

PAOLO MONDANI. Non uno?

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Non uno. Non ne ha funzionato neppure uno.

PAOLO MONDANI. Glielo posso fare l’elenco? Investe nel Fondo Beta, nello sviluppo dell’ex area Fiat di Firenze, in un centro turistico in Sardegna a Capo Malfatano, in uno Sviluppo Immobiliare a Fiumicino vicino Roma, mette soldi in una società in Olanda, acquista la società Valorizzazione Immobiliare nel 2008 addirittura con Lehman Brothers pochi mesi prima del suo default.

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. Non ha funzionato mai nulla.

PAOLO MONDANI. E vabbè, questa è proprio …

SERGIO BETTI – FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI. …sfortuna.

PAOLO MONDANI. Sfiga.

PAOLO MONDANI. Come avete gestito voi gli immobili in questi anni francamente, peggio che andare di notte.

LUCA BONECHI – PRESIDENTE SANSEDONI SPA. La gestione s’è gestita bene, quindi … sono completamente in disaccordo con la sua deduzione. A lei, a voi fa comodo per fare i programmi.

PAOLO MONDANI. Ma non è il programma: ci sono i dati dottore, avete un bilancio che è disastroso.

LUCA BONECHI – PRESIDENTE SANSEDONI SPA. Vada a sentire anche gli altri.

PAOLO MONDANI. Ho capito ma lei.. l’unico modo, l’unica maniera per salvarsi è quella che dice che anche le altre non stanno molto bene.

LUCA BONECHI – PRESIDENTE SANSEDONI SPA. No! Non è questa l’unica maniera per .. io dico: siamo in una situazione che è simile a quelle di tutte le società immobiliari in questo paese.

PAOLO MONDANI. A me sembra che abbiate infilato … quando non una delle operazioni immobiliari che avete fatto va in rete… porca miseria, vuol dire che avete… cioè se 100 su 100 vanno male vuol dire che siete…

LUCA BONECHI – PRESIDENTE SANSEDONI SPA. Dite quello che volete, tanto a voi interessa dire solo cose negative.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Il piano di sviluppo di Casal Boccone a Roma è il fallimento più evidente della Sansedoni. Nel 2010, la Imco di Salvatore Ligresti è indebitata per 80 milioni con Montepaschi e Banca Intesa, ma ha in mano un progetto immobiliare faraonico che sorgerà proprio qui. La Imco sta fallendo eppure Montepaschi e la Fondazione vengono in soccorso di Ligresti e rilevano il progetto per 110 milioni, passandolo alla Sansedoni. I lavori non sono mai partiti, ma oggi Montepaschi ci riprova.

RICCARDO CORBUCCI – PRESIDENTE MUNICIPIO ROMA III. 250 mila metri cubi di nuovo cemento, 7 grattacieli dai 45 ai 60 metri, dagli 11 ai 16 piani e altre 8 palazzine dai 5 agli 8 piani.

PAOLO MONDANI. Ma perché lei parla di speculazione riguardo il piano di sviluppo di Casal Boccone?

RICCARDO CORBUCCI – PRESIDENTE MUNICIPIO ROMA III. Perché i titoli edificatori che riguardano questo terreno vogliono che si possa costruire dei servizi e invece la nuova proprietà, che ha acquistato da Ligresti, dal gruppo di Ligresti, quest’area, la nuova proprietà che è il Monte dei Paschi di Siena, ha chiesto già ad aprile del 2012 il cambio di destinazione d’uso a residenziale a canoni di mercato; quindi nemmeno, diciamo, un’edificazione popolare per così dire, ma semplicemente speculativa. È evidente che far passare un terreno da servizi a residenziale a canone di mercato vuol dire regalare tanti soldi ai costruttori.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Anche quando sono a un passo dal fallimento Montepaschi li salva. A pochi passi da Siena, Galileo Parri gestiva l’Hotel Posta del Chianti e l’Osteria Molino del Grillo. A lui il Monte non ha fatto favori.

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. Il babbo qui comprò nel ‘50 dal Conte Chigi Saracini quindi si parte da allora con il Molino e poi…

PAOLO MONDANI. Con la sua osteria.

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. E poi mi emoziono. Se penso a questo non ce la fo. La mia azienda vale 3 milioni e mezzo.

PAOLO MONDANI. Debiti per quanto?

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. 2 milioni e 2.

PAOLO MONDANI. Ad un certo punto lei ha il dubbio che le due banche presso le quali ha debiti, ha un mutuo – BNL e Monte Paschi – le facciano tassi da usura e si rivolge a degli esperti.

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. Sì, mi rivolgo al “Delitto di usura”, mi viene indicato Gasparroni e lo studio Ferretti fanno le loro indagini e provano che veramente ora c’è usura.

PAOLO MONDANI. Ma lei conoscendo delle persone che contano nel Monte dei Paschi, non si aspettava di essere aiutato? Non ha provato ad essere aiutato?

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. Ma io ho chiesto aiuto, aiuto però nel lecito eh, s’intende, nel lecito, ma per esempio si sente “Tizio va a male, Tizio va a male, Caio va a male, sta per fallire…”, magari lo chiamano gli viene dato un incarico, un incarico… anche 3 incarichi in qualche consiglio di amministrazione, magari si becca sui 100, 150 mila euro all’anno, lo salvano e lo cosano. Questo fa parte del groviglio armonioso, del famoso groviglio armonioso di cui io non faccio parte perché c’è questa cappa, io la chiamo mafia, non lo so come la posso chiamare, forse sbaglio, eh?

PAOLO MONDANI. La cappa ancora c’è?

GALILEO PARRI – IMPRENDITORE. C’è, c’è, esiste.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Per la banca, David Rossi manteneva rapporti con alcuni imprenditori e politici di peso. Ci racconta i particolari un suo intimo amico che non vuole essere riconosciuto.

AMICO DI DAVID ROSSI. David mi racconta di una cena ad Arcore, cioè di essere stato invitato e quindi di essersi recato ad Arcore da Berlusconi a una cena alla quale era presente anche Confalonieri, la Santanchè e Alessandro Sallusti più altre persone delle quali mi ha sicuramente parlato, ma che non ricordo.

PAOLO MONDANI. Oggetto della cena?

AMICO DI DAVID ROSSI. Oggetto della cena: rapporti di lavoro che David aveva con la Daniela Santanchè, questo almeno è quello che ho percepito io anche se non mi ha detto i dettagli ovviamente.

PAOLO MONDANI. Cioè il Monte dei Paschi era noto che dava, affidava alla Santanchè che ha una società di raccolta pubblicitaria, la pubblicità per alcuni giornali del gruppo Angelucci.

AMICO DI DAVID ROSSI. Esatto, David curava la parte della pubblicità e per la quale la Daniela Santanchè si occupava della raccolta per il giornale tramite la propria agenzia pubblicitaria.

PAOLO MONDANI. Le ha mai detto David che Angelucci, appunto l’imprenditore delle cliniche che era proprietario insomma o comproprietario di questi giornali, era anche indebitato col Monte dei Paschi? Era forse anche per questo che si incontravano?

AMICO DI DAVID ROSSI. Di questo non me ne ha mai parlato.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Giuseppe Mussari viene intercettato al telefono per tutto il 2010. Il 25 marzo, Daniela Santanchè gli chiede un appuntamento per il suo socio Giampaolo Angelucci del gruppo Tosinvest; alla fine Angelucci comprerà il Corriere Senese il cui vicedirettore, Stefano Bisi, è il gran maestro del Grande Oriente d’Italia e grande amico di Mussari e David Rossi.

AMICO DI DAVID ROSSI. Il secondo fatto di cui mi ha parlato ricorrentemente erano questi viaggi frequenti che faceva a Roma e che riguardavano il suo lavoro al Ministero degli Interni.

PAOLO MONDANI. Cioè che faceva al Ministero degli Interni?

AMICO DI DAVID ROSSI. David mi raccontava che si recava al Ministero degli Interni e che svolgeva lì l’attività lavorativa della giornata e che quindi aveva una sorta di ufficio, di struttura nella quale lavorava.

PAOLO MONDANI. Al Ministero degli Interni?

AMICO DI DAVID ROSSI. Questo è quello, appunto, che mi aveva raccontato.

PAOLO MONDANI. Quante volte ci sarà andato in questo posto?

AMICO DI DAVID ROSSI. Mah, andava con cadenza io credo almeno ogni 15 giorni, comunque con cadenza abbastanza frequente.

PAOLO MONDANI. Da che periodo a che periodo?

AMICO DI DAVID ROSSI. Mah, la frequentazione è cominciata con il secondo governo Prodi quindi con il ministro Amato.

PAOLO MONDANI. Amato ministro degli Interni?

AMICO DI DAVID ROSSI. Amato ministro degli Interni.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Proprio nel 2008, il ministero degli Interni prende in affitto una immensa struttura sulla via Tuscolana a Roma, di proprietà del Montepaschi. Canone annuo: 11 milioni di euro. Al Viminale sarebbe più convenuto comprare, ma qui il Monte aveva un amico. Il 14 febbraio 2010 l’ex ministro Giuliano Amato chiama al telefono Giuseppe Mussari per assicurargli il sostegno alla candidatura come Presidente dell’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana. Due mesi dopo, Amato richiama Mussari per garantirsi la sponsorizzazione al torneo presso il Circolo del tennis di Orbetello di cui è presidente onorario.

PAOLO MONDANI. Ma la Magistratura ha sequestrato taccuini o scritti di David Rossi?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Nel fascicolo relativo al procedimento su David Rossi no, non risulta.

PAOLO MONDANI. E lei ha potuto vedere scritti o taccuini?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Ho due piccoli taccuini con pochissime pagine scritte.

PAOLO MONDANI. Perché risulta che David prendesse sempre appunti delle riunioni.

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. Era quasi… forse maniacale è una parola eccessiva, ma nel prendere appunti di tutto quello che sentiva o di tutte le comunicazioni.

PAOLO MONDANI. E non c’è nulla?

LUCA GORACCI – LEGALE MOGLIE DAVID ROSSI. No, io non ho niente.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Non c’è dubbio che l’ex capo della comunicazione di Montepaschi, non era solo un capoufficio stampa: era stato incaricato di dare soldi alle squadre, intratteneva rapporti con i vertici della politica, sembrava avesse anche un appoggio dentro al ministero degli Interni. E la banca, mentre tappava i buchi degli imprenditori e immobiliaristi amici, apriva i suoi di buchi. Come? Lo vediamo fra breve.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. E rieccoci su Montepaschi, che da problema tutto italiano sta diventando un’emergenza europea. Tutto comincia quando i vecchi vertici, indicati e protetti dalla politica, hanno espresso tutte le loro abilità. Nel fare che cosa? Finanza e contabilità creativa, che si chiama così perché non ci si capisce niente, ma alla fine qualcuno va a picco, qualcun altro ingrassa. E ci si chiede: ma nemmeno l’autorità di vigilanza capiva?

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Nella provincia di Grosseto prospera la vacca maremmana. Forte e resistente alle malattie ha corna che possono arrivare anche a un metro di lunghezza. I pascoli della Maremma sono i Paschi che il Monte ha nella sua rendita da secoli. Profumo sostituisce Mussari nel 2012, ma oggi i conti continuano a traballare e i crediti in sofferenza crescono a dismisura. Continuità o rottura nella gestione della banca?

PIERLUIGI PICCINI – EX SINDACO DI SIENA – EX DIRIGENTE MPS. Ah, continuità.

PAOLO MONDANI. Gradito anche a Mussari, Profumo?

PIERLUIGI PICCINI – EX SINDACO DI SIENA – EX DIRIGENTE MPS. Sicuramente sì. Io mi ricordo un episodio: quando parlai con D’Alema negli incontri che abbiamo fatto a Roma, lui mi disse di Mussari, quindi siamo già successivamente, che Mussari era… era molto ben voluto e molto apprezzato da Profumo; quindi come se Profumo certificasse la capacità gestionale di Mussari.

PAOLO MONDANI. Alessandro Profumo e Fabrizio Viola hanno provato a salvare la banca e per la maggioranza dei commentatori ci sono riusciti e ha funzionato la loro strategia?

PIERLUIGI PICCINI – EX SINDACO DI SIENA – EX DIRIGENTE MPS. Ma guardi la Banca è stata salvata dallo Stato italiano, perché se non ci fosse stato un intervento dei vari bond, la banca non si sarebbe salvata. Anzi meglio, l’hanno salvata i cittadini italiani.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Con l’arrivo di Profumo arriva il prestito dello Stato da 4 miliardi, i famosi Monti bond; 3 sono stati restituiti a giugno scorso, e c’è stato l’aumento di capitale da 5 miliardi, ma la banca è sempre in rosso e Giuseppe Bivona, ex manager di Morgan Stanley e Goldman Sachs, ha segnalato che i bilanci di Montepaschi non sono corretti.

GIUSEPPE BIVONA – BLUEBELL PARTNERS LONDRA. Montepaschi riporta all’interno del bilancio miliardi di operazioni che vengono rappresentate e contabilizzate come titoli di stato, mentre io devo dire ho sempre sostenuto che potessero essere derivati e quindi, come tali, avrebbero dovuto essere contabilizzati.

PAOLO MONDANI. E cosa sarebbe cambiato se Montepaschi avesse iscritto queste operazioni come derivati anziché come titoli di stato?

GIUSEPPE BIVONA – BLUEBELL PARTNERS LONDRA. Beh, prima di tutto sarebbero cambiati i bilanci cioè i risultati del 2011, del 2012 e del 2013 sarebbero cambiati all’incirca rispettivamente di 1 miliardo, 250 milioni e 850 milioni.

PAOLO MONDANI. Beh, accidenti!

GIUSEPPE BIVONA – BLUEBELL PARTNERS LONDRA. Certo, sono numeri ovviamente molto importanti. Dopodiché va anche detto che cambia il profilo di rischio della banca, cioè la banca si troverebbe ad avere più rischi di mercato e meno capitale regolamentare.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Il 26 ottobre scorso, la Banca Centrale Europea ha stabilito che a Montepaschi mancano 2 miliardi di capitale per mettersi in regola. Il problema nasce nel 2008, quando Montepaschi ristruttura due derivati in perdita, Alexandria e Santorini, e per farlo usa due banche estere, Nomura e Deutsche. Ogni anno, per nascondere il deficit di capitale, il Monte ha iscritto a bilancio queste operazioni come titoli di Stato, anziché derivati. Un falso. Ecco le prove.

GIUSEPPE BIVONA – BLUEBELL PARTNERS LONDRA. Tutte e due le controparti di Montepaschi sulle operazioni, Deutsche Bank e Nomura, hanno pacificamente riconosciuto che queste operazioni fossero derivati. Nomura lo ha scritto in una memoria depositata presso il Tribunale di Firenze il primo luglio 2013, Deutsche Bank lo ha comunicato alla propria autorità di controllo il 6 novembre 2013, dopodiché ci sono anche successivi riscontri. Per esempio c’è una sentenza del Tribunale del Riesame del 13 luglio 2013, in cui i giudici riconoscono pacificamente, in relazione all’operazione con Nomura, che si trattava di un derivato, di un cds sintetico e, per quello che riguarda l’operazione con Deutsche Bank, addirittura c’è una lettera della Bafin, che è l’autorità di controllo tedesca, datata 6 febbraio 2014, dove informano la Consob appunto, che l’operazione era un derivato.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Sui derivati che hanno devastato i conti della banca si indaga a Milano, mentre a Siena Giuseppe Mussari è stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione. Che ruolo ha avuto la Consob in questa vicenda? Sono stati tutelati i risparmiatori e i piccoli azionisti?

ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE. Allora la storia è questa: Profumo e Viola dicono a Consob di aver capito di Santorini e Alexandria solo quando hanno ritrovato il famoso “mandate agreement” nella cassaforte della banca nell’ottobre del 2012.

PAOLO MONDANI. Ma quello era il contratto di Alexandria, non di Santorini; diciamo che su Santoriniforse avrebbero potuto vedere anche prima.

ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE. Sì appunto. Comunque scusi, anche su Alexandria, lei è l’amministratore del Monte dei Paschi e vede che la banca Nomura le sta drenando liquidità per 3 miliardi di euro e cosa fa? Aspetta di trovare il “mandate agreement” in cassaforte per accorgersene? Pensi anche che per sostenere questa fuoriuscita di liquidità, Monte dei Paschi ha avuto bisogno di un prestito straordinario da Banca d’Italia e hanno aspettato di trovare il “mandate agreement” in cassaforte per sapere di quell’emorragia di soldi? Non diciamo sciocchezze.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Nel 2013 Banca d’Italia dichiara che, sui derivati, quelli di Siena gliel’hanno fatta sotto il naso. In realtà, nel 2010 si era già accorta che c’erano perdite. E poi c’è l’ispezione del 2012 inviata alla Consob, ben prima del ritrovamento nella cassaforte del Monte dei Paschi. Eppure tutti fanno finta di niente, anche in Consob.

ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE. La Banca d’Italia comunica tutti i particolari dei derivati Alexandria al presidente Vegas già nel giugno del 2012, ma lui dichiara al Messaggero di averlo saputo solo a ottobre; eppure, la prima informativa ai mercati Vegas la fa solo a gennaio del 2013 ed è molto incompleta e comunque ben sette mesi dopo e solo dopo che ne hanno parlato i giornali, quando ormai non si poteva più tacere.

FRANCESCO AVALLONE – VICEPRESIDENTE FEDERCONSUMATORI. Noi riteniamo che questa mancanza sia dovuta a un cattivo funzionamento da parte della Commissione della Consob. Perché? Perché probabilmente, dalla gestione Vegas in poi, si è cercato di smontare alcuni uffici che erano stati un prestigio per quanto riguarda la Consob che era quello delle analisi quantitative. L’ufficio analisi quantitative era quello che poi dà la possibilità al risparmiatore di conoscere a fondo la natura e la consistenza delle operazioni finanziarie.

PAOLO MONDANI. E Vegas, l’attuale presidente? Il fatto che fosse il braccio destro di Tremonti c’entra secondo lei in questa…?

FRANCESCO AVALLONE – VICEPRESIDENTE FEDERCONSUMATORI. Come si dice… Ça va sans dire…

PAOLO MONDANI. E che cosa ha fatto la Consob sull’ultimo bilancio di Montepaschi e sul prospetto informativo dell’aumento di capitale del giugno scorso, quello da 5 miliardi di euro?

ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE. La Consob fa qualcosa di molto grave. In un documento interno dell’aprile del 2013 dice che la mancata contabilizzazione come derivati di Santorini e Alexandria gonfia il capitale di vigilanza, facendo apparire la Banca più solida di quella che è. Ma questo documento non viene mai reso noto al mercato. Poi, nel 2014 non ha voluto vedere che l’aumento di capitale per 5 miliardi, quello deciso da Profumo, era insufficiente e lo dimostra la Bce, che dice che mancano all’appello 2 miliardi di capitale, con l’unico risultato che l’azione è precipitata e tutto a danno degli azionisti.

ROMOLO SEMPLICI – PICCOLO AZIONISTA MPS. Io per la prima volta, dopo anni, forse scottato dalle precedenti esperienze ho partecipato parzialmente: ho venduto qualche diritto e ho acquistato per la parte rimanente con una perdita ipotizzabile intorno al 50% ad oggi, diciamo.

SERGIO BURRINI – PICCOLO AZIONISTA MPS. I piccoli azionisti hanno perso oltre il 90% del loro valore, chi non ha sottoscritto.

PAOLO MONDANI. E gli altri di voi che invece hanno sottoscritto? Ci avete rimesso o guadagnato?

MARIA ALBERTA CAMBI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE BUON GOVERNO MPS. Rimesso, si può parlare di una media del 50%.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Allora, come è andata questa storia? Montepaschi ha in pancia Alexandria e Santorini, che sono 2 derivati molto tossici. Per evitare di scrivere le perdite in bilancio, nel 2009, vanno da due banche: Nomura e Deutsche Bank e rifanno il contratto. Cosa c’è scritto in questo nuovo contratto? In estrema sintesi, ovviamente: che per tappare un buco di 500 milioni, mi espongo per 5 miliardi, però nel bilancio posso scrivere che il buco non c’è. Però poi va a finire che questi miliardi li devi tirar fuori e la banca, che è già gestita male, prende il colpo di grazia. I vecchi vertici vengono mandati a casa e a processo, i contratti però proseguono, e drenano un mare di liquidità. Siamo ad inizio 2012; arrivano i nuovi vertici, vale a dire Fabrizio Viola come amministratore delegato e Alessandro Profumo, presidente. Possono non accorgersi subito che c’è questo drenaggio di liquidità? Loro dicono che lo scoprono solo ad ottobre del 2012, quando aprendo la cassaforte del loro ufficio, ci trovano dentro il contratto. Forse non è proprio andata così: in realtà lo sanno già da qualche mese, come da qualche mese lo sa anche la Consob. Perché? Perché la Banca d’Italia, dal 2010, conosce tutti i i magheggi che stanno dentro a Santorini e da marzo 2012 anche tutti i dettagli del derivato Alexandria. E questa ispezione viene spedita a Viola, Profumo e alla Consob il 6 giugno del 2012. Quindi insomma, dire che hanno scoperto a ottobre, ecco, magari lascia un po’ di perplessità. Che cosa c’è scritto dentro a questa relazione della Banca d’Italia? Cosa scrive la Banca d’Italia? E questo è il punto. Che sono derivati mascherati da btp, cioè da titoli di stato. E pertanto bisogna immediatamente scrivere le perdite a bilancio. Questo è il succo. E cosa avrebbe dovuto fare a questo punto, il giorno dopo, Vegas che rappresenta la Consob, l’autorità indipendente che tutela i risparmiatori e i piccoli azionisti? Obbligare Montepaschi a mettere a posto i bilanci e informare il mercato. Lo farà quando ormai è tardi e senza dire mai nulla di realmente chiaro. Mentre le autorità di vigilanza, tutte insieme, decidono che per Montepaschi si può fare una contabilità dove non si capisce bene quanti soldi servono alla banca per stare in piedi. Come è andata a finire? Che un mese fa arriva la BCE e dice “vi mancano 2 miliardi e avete 9 mesi di tempo per trovarli”. Questa è la storia della finanza e della contabilità creativa. E poi invece, c’è l’origine di tutti i mali: quella del buco che si apre quando fai il passo più lungo della gamba. Ma qui bisogna tornare un po’ indietro.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Estate 2007, David Rossi e Giuseppe Mussari assistono alle fasi finali del palio. Il presidente di Montepaschi sta decidendo l’acquisto di Antonveneta che manderà a picco la banca senese. Banco Santander l’aveva acquistata 2 mesi prima a 6,6 miliardi; con i debiti che aveva sul groppone, Montepaschi la pagherà 16,8 miliardi. Per acquistare Antonveneta anche la Fondazione si è rovinata; Antonella Mansi l’ha salvata per un pelo.

ANTONELLA MANSI – EX PRESIDENTE FONDAZIONE MPS. Il periodo in cui la Fondazione aveva un patrimonio netto contabile più alto è stato quello relativo al bilancio del 2009: in quel momento il patrimonio era di 5,9 miliardi. Noi abbiamo riportato il patrimonio della Fondazione ad essere di 750 milioni, quindi sono stati bruciati quasi 5 miliardi.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Antonella Mansi ha approvato un’azione di responsabilità nei confronti di ex amministratori, consulenti e banche che hanno assistito la Fondazione nell’operazione Antonveneta. La richiesta danni è per 3 miliardi di euro. Invece i piccoli azionisti puntano il dito sugli organi di vigilanza.

PAOLO EMILIO FALASCHI – PICCOLO AZIONISTA MPS. Perché la Banca d’Italia, che aveva l’obbligo di verificare che l’operazione fosse sostenibile per legge e di controllare che l’operazione corrispondesse a una sana e prudente amministrazione insieme al Ministero e insieme alla Consob, questi erano gli obblighi, la Banca d’Italia aveva questa relazione del 9 di marzo del 2007 dalla quale risulta con ogni evidenza che la banca – era una relazione sulla situazione economico finanziaria gestionale dell’Antoveneta – che la banca Antonveneta non valeva nulla.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO. Tutti sapevano che Antonveneta era un bidone, eppure Giuseppe Mussari la compra dal Banco Santander di Emilio Botin e ci fa carriera sopra. Pochi anni dopo, anche grazie a Tremonti, viene candidato alla presidenza dello Ior, la banca del Papa. Un monsignore che lavora nelle finanze vaticane racconta la sua versione dei fatti.

MONSIGNORE. Mussari sapeva che era un rischio, ma voleva accrescere il suo potere. E per farlo, doveva fare un favore alla curia e a Emilio Botin, il banchiere dell’Opus Dei, che doveva a tutti i costi liberarsi da Antonveneta perché troppo costosa. Lo Ior venne coinvolto direttamente nell’affare.

PAOLO MONDANI. E come viene coinvolto?

MONSIGNORE. I Dirigenti dello Ior organizzarono incontri qui in Vaticano, i convenuti decisero di aprire 4 conti presso lo Ior, intestati ad altrettanti enti  religiosi.

PAOLO MONDANI. E questi 4 conti coperti corrispondevano ad altrettante persone fisiche?

MONSIGNORE. Sì, esatto, e tra loro c’erano esponenti di Montepaschi.

PAOLO MONDANI. E a che sono serviti questi conti?

MONSIGNORE. Sono serviti a far transitare una parte del denaro dell’operazione, rendendola non tracciabile.

PAOLO MONDANI. Sono diventati la tangente per qualcuno?

MONSIGNORE. Beh, anch’io lo immagino.

PAOLO MONDANI. E quei soldi oggi, ora, dove sono?

MONSIGNORE. Una parte sta dentro il Vaticano, non dimentichi mai che lo Ior ci ha guadagnato.

PAOLO MONDANI. E Giuseppe Mussari era accompagnato da qualcuno in quegli incontri, lei se lo ricorda?

MONSIGNORE. Veniva con David Rossi, il povero ragazzo, scomparso tragicamente.

PAOLO MONDANI. E David Rossi conosceva qualcuno allo Ior?

MONSIGNORE. Conosceva il direttore Cipriani, tra loro parlavano spesso.

PAOLO MONDANI. Nel cestino della stanza di David quella sera si ritrovano se non ricordo male 3 pezzi di carta ciancicati.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Si, strappati.

PAOLO MONDANI.Lui prova 3 volte a scrivere a lei.

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Sì.

PAOLO MONDANI. Cosa ricorda di quel che ha scritto?

ANTONELLA TOGNAZZI – MOGLIE DI DAVID ROSSI. Ha scritto, io li ricordo tutti, però c’è “cara Toni, amore, scusa ma non ti posso far sopportare anche questa”. Ma eran 3 cose che lui non usava mai. Cioè lui non mi chiamava mai Toni. Non so come spiegarlo, era come dirmi: “qualcosa ti deve non tornare”.

MILENA GABANELLI IN STUDIO. Su questi biglietti d’addio è stato incaricato un professionista di fama dalla moglie per la perizia calligrafica. Si vedrà. Il destino della banca invece si decide nei prossimi mesi. Quale sarà, che direzione prenderà, non lo sappiamo. L’amministratore delegato Viola e Profumo hanno preferito non incontrarci. Ci si può però porre questa domanda: poteva andare diversamente? Forse sì, se lo Stato invece di fare prestiti la rilevava per traghettarla fuori dai guai. Lo può ancora fare, visto che deve ancora avere dei bei soldi. In fondo sta in uno dei territori più ricchi del paese e ha sportelli in tutto il mondo. Invece, probabilmente finirà in uno spezzatino o magari in mani straniere. Tra l’altro il testo unico bancario dice che: in presenza di gravi irregolarità o perdite la banca deve essere commissariata, come è stato fatto per tante banchette del centro Italia. Ma questa, forse, è più grossa. L’unico risanamento fatto finora è quello sulla pelle dei dipendenti per errori che loro non hanno commesso: 5000 sono stati mandati a casa e altri 2000 ci andranno a breve, mentre un mese e mezzo fa i top manager e l’amministratore delegato, per i brillanti risultati ottenuti, si sono quasi raddoppiati lo stipendio. Profumo almeno ci ha rinunciato.

GIUSTIZIA FARSA. IL PROCESSO MPS TRASLOCA A MILANO. PER UNA "EMAIL".

Quella di scandagliare i server delle società alla ricerca del minuto e del secondo esatto delle mail sembra ormai una prassi delle difese nei processi finanziari, scrive F.Mas. per il "Corriere della Sera". È successo il 18 marzo 2014 nell'inchiesta Ligresti a Torino e si è ripetuto ieri a Siena per Mps-Antonveneta. L'obiettivo è lo stesso: spostare il processo dalla sede della procura che ha avviato l'inchiesta verso il «giudice naturale», che è Milano. Lì ha sede il sistema Nis della Borsa attraverso cui le società quotate diffondono al mercato le informazioni rilevanti. La decisione su Mps è stata presa dal gup Monica Gaggelli: gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni con i coimputati Daniele Pirondini, Giovanni Rizzi, Michele Crisostomo, Tommaso Di Tanno, Leonardo Pizzichi e Pietro Fabretti vanno processati a Milano perché il reato si è consumato alle 7:13 del 28 agosto 2008 e alle 7:47 del 27 marzo 2009, ora in cui il dirigente Mps, Fabio Bizzarri, trasmette al settore comunicazione l'inserimento e la «diffusione» sul Nis dei bilanci ritenuti falsi dai pm Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso, perché attesterebbero un livello di patrimonio inesistente. Le mail sono state fatte valere dalle difese di Vigni (de Martino e Borgogno), Mussari (Pisillo e Padovani) e Pirondini (Bellacosa) esattamente come a Torino i legali di Paolo Ligresti, che avevano trovato nei server di Fonsai la mail al Nis che sposta indietro le lancette del reato facendo così incardinare a Milano il processo.

Si svolgerà a Milano e non a Siena il processo per l’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Lo ha deciso il Gup del tribunale senese, Monica Gaggelli, il 5 maggio 2014, accogliendo così l’istanza presentata da alcuni dei difensori degli otto imputati, oltre alla banca JP Morgan, che avevano contestato la competenza territoriale di Siena, scrive “Il Fatto quotidiano”. Gli imputati sono Giuseppe Mussari, Antonio Vigni, Daniele Prondini, Raffaele Giovanni Rizzi, Tommaso Di Tanno, Pietro Fabretti, Leonardo Pizzichi e Michele Crisostomo. Le accuse sono, a vario titolo, manipolazione del mercato, ostacolo all’autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali. I difensori avevano presentato un’eccezione preliminare sulla competenza territoriale perché, sostengono, per quanto concerne il reato ritenuto più grave, cioè la manipolazione del mercato, le notizie relative al bilancio semestrale 2008 di Mps furono pubblicate sul circuito Nis della Borsa a Milano il 29 agosto del 2008. La prima udienza si era celebrata il 6 marzo scorso. Nell’udienza del 24 aprile aveva preso la parola la pubblica accusa. Per i pm gli ex vertici di Mps, e in particolare l’ex presidente Mussari e l’ex dg Vigni, avevano “un modus operandi autoreferenziale, verticistico ed asservito al soddisfacimento di interessi in generale distonici da quelli dell’ente”. A questi “interessi e sollecitazioni esterne alla banca, e ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale”, loro avrebbero risposto anche quando venne decisa l’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Valutazioni queste espresse el decreto per la richiesta di archiviazione per la banca, inizialmente indagata in base della legge 231 sulla responsabilità dell’azienda. Non solo: secondo i magistrati (Giuseppe Grosso, Aldo Natalini e Antonino Nastasi), “attraverso condotte fraudolente, ovvero mentendo all’autorità circa il fatto che la banca fosse in grado di sostenere le misure patrimoniali necessarie all’acquisto di Bav (banca Antonveneta) gli allora vertici della banca senese avevano dato ad intendere che Mps potesse sostenerne l’acquisto. “La banca, in realtà, non stava bene e non era in grado di affrontare l’operazione” si legge nel decreto depositato l’11 aprile dove, ancora una volta, i pm ribadiscono che il Fresh da 1 miliardo di euro era in realtà un prestito che “avrebbe solo aggravato la situazione debitoria” di Mps. I magistrati scrivono che le conclusioni, “incontrovertibili”, non sono definitive in quanto ci sono indagini ancora in corso. L’inchiesta sull’acquisizione di Antonveneta era stata chiusa il 31 luglio 2013 con la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone (oltre alla banca d’affari Jp Morgan): Mussari, Vigni, Daniele Prondini, Raffaele Giovanni Rizzi, Tommaso Di Tanno, Piero Fabretti, Leonardo Pizzichi e Michele Crisostomo. 

Mps, quando lo scandalo è rosso il processo cade in prescrizione. La decisione di spostare (dopo 2 anni di udienze) il dibattimento da Siena a Milano, mette la pietra tombale sul procedimento, scrive Marcello Calvo su “Il Giornale d’Italia”. Grazie alle lungaggini burocratiche e a "verdetti" quantomeno discutibili, le responsabilità politiche della sinistra non emergeranno mai. Il processo Mps-Antonveneta è paradossale. Ma non c’è da sorprendersi. Due anni di udienze buttate al vento. Ventiquattro mesi di accuse e  perdite di tempo. La decisione del Tribunale di Siena, di trasferire il processo a Milano per competenza territoriale, è arrivata dopo 730 giorni dall’inizio del procedimento. Un “verdetto” che mette la parola fine ad un processo che cadrà presto in prescrizione. Un esito inspiegabile per uno scandalo finanziario senza precedenti. Un brutto colpo per la procura senese e una notizia che fa esultare gli ex vertici della banca rossa e su tutti, l’uomo forte del Partito Democratico, Giuseppe Mussari. E adesso tutto ricomincerà daccapo. Nel Palazzo di Giustizia meneghino, con inquirenti che non hanno mai trattato il caso e sanno a malapena di cosa si parla. E’ la pietra tombale su un procedimento, rosso, destinato a finire nel dimenticatoio. Dove le responsabilità politiche non emergeranno mai. La faranno franca tutti, grazie alle lungaggini burocratiche della legge. E la chiamano giustizia. 

Processo Mps: si contenga, avvocato Padovani, si contenga!, scrive “Eretico di Siena”. Ieri (13/06/2014) sarebbe dovuto essere il giorno del redde rationem, al Processo Mps su ostacolo alla vigilanza (Alexandria), dopo la clamorosa richiesta di pene durissime per gli imputati da parte dei Pm (7 anni a Mussàri): vista però la torrentizia eloquenza degli avvocati degli eccellenti imputati, il tutto è stato aggiornato. Attenzione: la data prescelta dal Giudice Grassi per l’ultima (?) udienza NON era il 10 ottobre (quella poi effettivamente scelta), bensì il ben più ravvicinato 27 giugno. In quel giorno, però, l’avvocato De Martino ha ben tre Processi (non uno, tre!), quindi di Alexandria si riparlerà dopo l’estate, con le arringhe dei legali del “coltivatore diretto” Vigni Antonio e con quella (pro Mussàri) dell’avvocato Pisillo. Così vanno le cose, nella Giustizia italiota: non c’è la certezza della pena, ma quella del rinvio…Dopo le arringhe mattiniere degli avvocati di Baldassarri (Dinacci prima, e Cipriani poi), contraddistinte in larga parte da tecnicalità peraltro inevitabili, vista la complessità della questione, nel primo pomeriggio è entrato in scena (rectius: sul proscenio) l’avvocato – ed esimio professore di Diritto penale a Pisa - Tullio Padovani, fiore all’occhiello della difesa dell’oggi cavallaio Mussàri Giuseppe (assente, mentre Vigni e Baldassarri c’erano). Classe 1944, bretelle d’antan, una figura a metà fra il grande attore Laurence Olivier e Maurizio Crozza (per la pelata ed anche per la parlata), Padovani ha sdottorato per circa due ore e mezza; lo scrivente è stato presente agli ultimi tre quarti d’ora, e si è trovato di fronte ad un prevedibile attacco alzo zero ai tre Pm (Grosso non era presente), da Padovani considerati dei giovanotti un po’ sfrontati, visto che hanno osato toccare il Mussàri “dalla schiena dritta”, cavaliere senza macchia; attacco alzo zero condito da un attacco frontale all’impianto accusatorio della Procura, a dire di Padovani inesistente, basato solo sulle parole di Bigi e Fanti (non a caso, duramente ed in modo reiterato scherniti dal luminare dell’avvocatura, con Fanti financo paragonato al “giudice” Minosse). Nel finale, da buon principe del foro non poteva rinunciare alla citazione ad effetto (di rimando a quelle dei Pm di una settimana prima), scomodando addirittura Quintiliano, in particolare i due modi per concludere un’arringa: l’enumeratio e l’affectio (il passaggio l’ha colto forse un terzo dei presenti, ma il luminare è il luminare, no?). Padovani ha dunque scelto l’affectio, visto che verso il suo cliente pare avere instaurato un rapporto di profondità amicale (fossi in Padovani, inizierei dunque a preoccuparmi, visto il senso dell’amicizia in passato dimostrato dal suo assistito…), rileggendo l’ormai celebre passo in cui Mussàri si autodefiniva “Maramaldo mai!”, lodando al contempo la correttezza e la lealtà di Baldassarri e Vigni (toh, chi l’avrebbe potuto immaginare!). “Mussari ha la schiena dritta, sa di non dovere stendere la mano…ci ha dato una lezione di civiltà giuridica e di umanità”. Salvo d’Acquisto, in pratica, era un birbantello, rispetto alla probità mussariana. Ora, il fatto è questo: Padovani – come si dice – fa il suo, e bene (a parte qualche istrionismo francamente eccessivo); il problema è Mussàri (e Vigni): non solo non si ammette niente di niente, ma si rivendica una nobiltà d’animo francamente opinabile. Più che legittimo che Mussàri Giuseppe si faccia difendere, ma anche nella difesa si possono trovare delle forme di autocritica e delle minime ammissioni (soprattutto per ciò che esula dal penalmente rilevabile). Tramite l’avvocato Padovani, invece, Mussàri Giuseppe ha piuttosto optato per continuare a considerare i suoi concittadini come dei beoti, incapaci – al pari dei Pm, peraltro - di riconoscere la grandezza e la statura (morale ed intellettuale) della sua figura. In un’altra città, forse ci avrebbe pensato meglio, l’imputato Mussàri, prima di fare pronunciare un’arringa oggettivamente provocatoria verso la comunità come quella di ieri; ma a Siena – e LUI bene lo sa, avendolo sperimentato per anni - si può fare questo ed altro. Impunemente, con ogni probabilità.

SIENA FERITA A MORTE. SI INIZIA DALLO SPORT.

16 luglio 2014. Siena, anche il calcio muore dopo il basket: la Robur non iscritta alla Serie B. Due addii in sette giorni: prima la Mens Sana, ieri la Robur. E la città toscana si ritrova senza sport ad alti livelli dopo anni di gloria, successi (e sponsorizzazioni di Mps), scrive Andrea Tundo su “Il Fatto Quotidiano”. Centodieci anni di storia sono stati cancellati alle 19 di martedì 15 luglio. La Robur Siena non esiste più. E la città del Palio subisce il secondo colpo nel giro di una settimana, aperta dal fallimento del Mens Sana Basket e chiusa dall’addio ai ‘pro’ della società di calcio. Crollano pezzi di storia sotto il peso dei debiti nel cuore economico della Toscana, che scompare dalla cartina geografica dei due sport principali dopo anni di grandeur anche grazie al sostegno di mamma Monte Paschi, che ha portato lo sport senese ai massimi livelli italiani ed europei. Il calcio – esposto per 51 milioni di euro con Mps e 12 con i fornitori – si eclissa in realtà per molto meno. Il numero chiave è sette, quanti i milioni di arretrati, tra stipendi e contributi relativi al 2014, da versare in questi giorni, dopo il primo pronunciamento negativo della Covisoc lo scorso 11 luglio. Ma i documenti riguardanti il saldo delle inadempienze amministrative e le fideiussioni non sono giunti nella sede dell’organo di controllo. E anche la Robur è andata ko. Il Siena avrebbe dovuto partecipare al prossimo campionato di Serie B, invece il Consiglio Federale del 18 luglio prenderà atto del mancato ricorso e ratificherà la scomparsa del club, costretto ora a ripartire dalla D o dall’Eccellenza. Ma anche questa è una corsa contro il tempo perché resta mezzo milione di euro da trovare in quindici giorni per mettere in piedi una società che possa giocare in un campionato dilettantistico. L’annuncio dell’addio al calcio professionistico è stato dato sul sito del Siena Calcio, di proprietà della famiglia Mezzaroma, secondo cui “nonostante i molteplici tentativi svolti al fine di procurare l’iscrizione della squadra alla nuova stagione non è stato possibile conseguire detto obiettivo”. Una mano avrebbe dovuto darla un fondo internazionale con sede in Svizzera, tramite la società Limpida Sagl. “Tempi tecnici”, afferma il mediatore Daniele Casella, avrebbero impedito il salvataggio in extremis della Robur, che dall’alba del 2000 si era stabilmente inserita nell’élite del calcio italiano rialzandosi all’istante dal primo scivolone in Serie B. Lo storico sbarco in Serie A avviene nella stagione 2002/03 sotto la proprietà dell’imprenditore Paolo De Luca, la guida tecnica di Giuseppe Papadopulo e le sgroppate di Rodrigo Taddei, allora sconosciuta ala brasiliana. Siena conquista sette salvezze conseguite, prendendosi anche la soddisfazione di sgambettare una big come l’Inter, rimandandone la vittoria scudetto nel 2008/09. Ma a metà del successivo campionato, il pacchetto azionario passa nelle mani della famiglia d’imprenditori edili Mezzaroma e sei mesi dopo i bianconeri retrocedono. La caduta è un attimo, così come il ritorno in A grazie all’ingaggio di Antonio Conte, che dopo l’esperienza senese spiccherà il volo verso la panchina della Juventus, abbandonata nelle stesse ore in cui è scomparso il Siena. Due salvezze, le semifinali di Coppa Italia nel 2012 e un nuovo crollo. Nulla di traumatico, se paragonato a oggi. Ora esplode sul web la rabbia dei tifosi, vibrante e forte come la preoccupazione in una città che negli ultimi quindici anni era diventata un’isola felice nel panorama sportivo italiano. Insieme alla Robur, infatti, anche la pallacanestro aveva raggiunto vette sconosciute per poi ritrovarsi nei guai. La Mens Sana, inondata di milioni dalla banca senese, ha vinto il primo scudetto nel 2004 e sette di fila tra il 2007 e il 2013, ha coltivato il coach della nazionale Simone Pianigiani e si è imposta anche in Europa. E poche settimane fa ha sfiorato il nono trionfo, nonostante una situazione già compromessa. A febbraio, infatti, la società era stata messa in liquidazione dopo la mancata approvazione del bilancio, in perdita per quasi 5 milioni e mezzo di euro. E sui perché del crac pende anche l’indagine Time out della procura senese, che a maggio ha portato agli arresti domiciliari l’ex dirigente Ferdinando Minucci. Tra il 2006 e il 2012, secondo i magistrati, la società avrebbe alterato conti e bilanci con una serie di acrobazie finanziarie, che ilfattoquotidiano.it aveva in parte anticipato nel gennaio 2013. L’addio della Mens Sana era stato uno schiaffo al groviglio armonioso, ricetta apparentemente vincente del microcosmo senese, oggi definitivamente steso dalla scomparsa del calcio. Il tramonto in piazza del Campo non era mai stato così nero.

Siena: il declino dello sport. Nonostante Mps. Stima approssimativa: 500 mln di sponsorizzazioni a Robur e Mens Sana, scrive “Il Cittadino on line”. Mens Sana Basket e Robur Calcio chiudono i battenti con 100 milioni di euro di debiti in due, nonostante che dal 2000 ad oggi siano stati foraggiati con una quantità incredibile di quattrini della banca Monte dei Paschi. Banca che è andata sull’orlo del suo fallimento non per questo tipo d’operazione, come tutti sanno e dovrebbero ricordare, perché nel giro d’affari di una grande banca questi sono ancora bruscolini. Lo dimostra l’indifferente sicumera della direzione Generale e del Tandem davanti alla prospettiva di dover capitalizzare gli 800 milioni (tanto si scrive sui giornali di economia) dell’esposizione verso quella Sorgenia della famiglia De Benedetti, il cui leader è pur sempre la tessera numero uno del PD, che scommetteva sulla liberalizzazione del mercato dell’energia e sulle fonti rinnovabili e sulla crescita all’infinito dei consumi elettrici. Tutta roba finanziata con le tasse aggiunte sulla bolletta elettrica, con voci incomprensibili, che molto contribuisce a non rendere competitive le produzioni italiane all’estero per favorire gli arraffatori nazionali. Scommetteva, si scopre ora, con i soldi di Rocca Salimbeni e delle altre banche italiane. Il capitalista dovrebbe rischiare il proprio, di capitale e non quello delle banche e dei suoi presidenti che non sanno fare il mestiere di banchieri, come tristemente disse un certo Giuseppe Mussari, che però a relazionare e scialacquare con i vari Minucci, Zaleski, De Luca, Lombardi Stronati, Mezzaroma, Amato, Draghi, Saccomanni (ed ancora la pentola non è del tutto scoperchiata, le indagini sono aperte) fino a diventare presidente dell’Abi – il culmine dell’ironia – si era dimostrato capacissimo. Un fritto misto di sport e affarismo, politica e salotto. Il famoso salotto buono che il povero Mancini credeva di essersi comprato entrando nel capitale di Mediobanca, poi rivenduto a prezzi di saldo per far fronte all’ultimo aumento di capitale, tra lo sghignazzare di tutto il mondo dell’alta finanza. L’arma finale della disperazione del duo Mussari-Vigni che ha affondato Siena per un numero di anni che nessuno riesce ancora a prevedere. Senza tessuto industriale, con il continuo invecchiamento della popolazione e l’emigrazione che toccherà i nostri figli come una qualsiasi città del Sud più remoto, una volta che saranno finite le rendite delle pensioni degli ex-montepaschini più fortunati, il futuro della città è incerto, ma le prime pagine sono tutte per calcio e basket, che occupano spesso totalmente l'agenda di una Amministrazione che dovrebbe occuparsi d'altro. In questo Siena è specchio dell’Italia: la riforma del Senato non sposterà di uno zero virgola il Pil nazionale, ma sembra diventata la necessità primaria degli italiani, pompata a più non posso su tutti i media. Peccato che dopo la sua approvazione tutto sarà come prima, compresi la gran parte di individui che attualmente occupa "manu electorali" Palazzo Madama. Ma tornando alle vicende pallonare locali, ci sembra assurdo che nessuno avesse voluto capire fin da questa primavera che, senza la conquista della serie A, per la Robur non ci sarebbe stata alcuna possibilità di salvezza (leggi diritti televisivi). Giornate inutili spese a invocare miracolosi interventi dell’Amministrazione comunale, a incensare supposti motivi che avrebbero dovuto spingere qualche riccone a “investire” nel Siena calcio. Per tacere della banca e delle sue presupposte responsabilità, come se 500 milioni di sponsorizzazioni dal 2000 a oggi (solo tra Robur e Mens Sana) non fossero stati sufficienti. O giornate inutili a produrre insensati documenti senza presupposti di redditività economica per sventrare come un bue l’area del Rastrello, rimettendo alla sorte l’eventuale crollo delle mura della Fortezza e spedendo i bambini dell’asilo in un carcere di cemento, come sarebbe stata la struttura ipotizzata. Per di più, avendo a Siena (e impegnato nel calcio) un costruttore edile ritenuto facoltoso e di grandi capacità manageriali, si sarebbe dovuto realizzare con capitali e imprese tedesche. Nessuno ha ritenuto la cosa poco logica: se non da solo, un pool di imprenditori locali avrebbe potuto permettersi il rischio d’impresa. Ma forse impresa non era e qualcuno comincia a chiederselo. Ben altra pasta i senesi di una volta, capaci di costruirsi la ferrovia senza l’aiuto dello Stato, senza piangersi addosso, senza invocare o maledire l’aiuto dello straniero. E facendo anche bene i conti.

QUEL CHE RESTA DI SIENA.

Siena: il tramonto della città di Mps, Mens Sana e calcio. I guai della banca. Il crac del basket e del calcio. Viaggio di Lettera43.it nella città. Che ora punta sul Palio, scrive David Busato su “Lettera 43”. Quel che resta di Siena. Parafrasando il grande regista inglese James Ivory, autore di Quel che resta del giorno, l'alba della rinascita completa, per la città del Palio, sembra non arrivare mai, minacciata da una notte ancora lunga e tempestosa. Anni fa, Siena era dipinta da molti come uno straordinario affresco di buona amministrazione in tutti i settori: sanità, università, politica, banca e sport. Oggi, però, i tempi del cosiddetto 'groviglio armonioso' e della boriosa autosufficienza, espressioni senesi per spiegare il lato perverso della città, sembrano lontani. Siena tenta di raccogliere i suoi cocci soprattutto dopo la vicenda che ha coinvolto Monte dei Paschi. E che a cascata s'è rovesciata su tutte le altre realtà. Da groviglio armonioso a groviglio fallimentare. Per anni c'è stato un coro quasi unanime: tutto perfetto in questo microcosmo. Pochissime le voci contrarie. Anche se c'era chi aveva già capito tutto. I blog, per esempio: un ruolo importante nel corso degli anni, in questa città, l’hanno avuta indubbiamente loro (come Ereticodisiena, Bastardo Senza Gloria, Il Santo) che continuano, ora meno isolati di prima, nello spietato confronto tra passato da dimenticare e un futuro ancora da ricostruire. D'altra parte anche i numeri parlano di una città in difficoltà. Nel 2012 Siena risultava la seconda provincia toscana più ricca, dopo Firenze, ma il reddito dei cittadini era già calato a 20.539 euro. E nel 2013 s'è attestato a una media di poco superiore ai 20 mila. Se nella recente classifica de Il Sole 24Ore la città del Palio è ai primi posti specie per la qualità della vita e tempo libero, a preoccupare sono i dati sul lavoro. La disoccupazione, secondo i dati Istat, è in crescita: nel 2013 ha toccato quota 9,5% dopo essere cresciuta costantemente dal 2010 (+4,6% in tre anni). La crisi di Mps ha travolto tutta l'economia della città. L'origine di tutti i mali è ovviamente Mps. L’acquisto di Antonveneta a un valore smisurato (10,3 miliardi di euro più 7,9 di debiti) e la gestione dell'istituto di credito hanno portato la banca sull’orlo del collasso. La mossa sin da subito risultò quanto meno discutibile, visto che Antonveneta era stata presa dal Banco Santander appena due mesi prima per 6,6 miliardi di euro. Poi c'è l'intricata vicenda legata alle operazioni dei derivati - Santorini, Nota Italia e Alexandria - sulla carta affidabilissimi (rating Aaa) ma, all’interno dei quali erano stati inseriti prodotti di qualità più scadenti. Recentemente, poi, è arrivata l’ennesima mazzata: le sanzioni della Consob per 4 milioni di euro inflitte agli ex vertici di Mps. I cinque processi in corso devono appurare, questa è la speranza dei senesi, come sono andate veramente le cose. Il recente aumento di capitale, con conseguente plauso dei massimi dirigenti della banca, non ha, però, messo a tacere le critiche e i dubbi verso il futuro. «Buona parte dei piccoli risparmiatori ha subito un danno», spiega a Lettera43.it un azionista della banca. «Questo aumento di capitale potrebbe creare veri problemi di vigilanza in ordine alla qualità dei nuovi soci», conclude con fare vaticinante. «Se il titolo», interviene un altro piccolo risparmiatore, «è sotto il prezzo di conversione vuol dire che si sta bruciando patrimonio nuovo. Irrimediabilmente. Era meglio pagare interessi allo Stato. Si parla insistentemente di nuovi esodi che aggravano le carenze operative e sottraggono esperienza», racconta con amarezza. La crisi di Mps ha poi messo nei guai la Mens Sana basket, altro capitolo doloroso per i senesi, inebrìati da anni di vittorie cestistiche e di maxi sponsorizzazioni proprio dalla banca della città. Mps, sotto la guida di Giuseppe Mussari, presidente dal 2006 al 2012, ha versato nelle casse del club di pallacanestro qualcosa come 100 milioni di euro in sette anni. Che, però, non sono bastati a salvare la Mens Sana, dichiarata fallita lunedì 9 luglio e ora costretta a ripartire da zero. La squadra era già in una situazione difficile: l’inizio della fine per la società è datato febbraio quando la Mens Sana è stata messa in liquidazione dopo che i soci non hanno approvato un bilancio in perdita per 5,4 milioni di euro. Ma come è arrivato il club che in 10 anni ha vinto tutto tra Scudetti (otto), Supercoppa italiana (sette) e Coppa Italia (cinque) al crac? È la domanda che tutti i tifosi, e non solo, si pongono. Le indagini e la storia devono appurare la verità: «Credo sia il classico caso del bambino buttato insieme con l'acqua sporca, purtroppo con il fallimento sono state cancellate le colpe di chi c'era, ha visto e sapeva. Paradossalmente, ma non troppo, ha salvato diverse persone», spiega una tifosa della Mens Sana che chiede di restare anonima. Perché nella vicenda ci sono anche altri risvolti. Come l'arresto dell'ex presidente Ferdinando Minucci insieme con altre persone nell'ambito dell'operazione Time out con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'evasione e alla frode fiscale per una trentina di milioni. In pratica, secondo i magistrati, sarebbero emerse una serie di alterazioni contabili e di bilancio, fatture false e manipolazioni delle dichiarazioni dei redditi della Mens Sana dal 2006 al 2012. «Minucci? Sulla sua innocenza si esprimerà la giustizia; spero parli, ma ne dubito», è il parere della tifosa. Poi c'è il calcio. Il presidente del Siena, Paolo De Luca, anni fa chiama una «lucida follia» l’avventura dei bianconeri in Seire A. Pay tivù, visibilità, buonissimi giocatori (su tutti Rodrigo Taddei e Daniele Portanova), partite disputate contro Inter, Juve, Milan. Poi, dopo De Luca, una serie di presidenti, in ultimo il contestatissimo Massimo Mezzaroma, dimessosi di recente dalla carica. E anche per il Siena calcio è arrivato il fallimento. D'altra parte anche il pallone era legatissimo a Mps. Il club era fortemente indebitato con la banca (51 milioni di euro), i fornitori (12) e l'Agenzia delle entrate (8,9) che ha chiesto nell'immediato 7-8 milioni. Voci provenienti dalla Svizzera parlavano di un salvataggio in extremis, ma i più scettici in città avevano già dato per certo il crac della società. Intanto martedì 15 luglio 2014 è arrivato l'addio al professionismo con la mancata iscrizione al campionato di Serie B. L'unico gioiello resta il Palio col suo business da 2 milioni. Se questi sono i cocci della città, Siena prova ora a ripartire dal suo vero gioiello, il Palio che resiste nei secoli. È l'unica certezza, a fronte di mille dubbi, che va oltre il business stimato circa 2 milioni di euro. E che nessuno può permettersi di toccare. Chi ha provato a mettere le mani sul Palio, ha sempre dovuto fare retromarcia. Anni fa ci tentò, senza fortuna, il ministro dell'Economia di Silvio Berlusconi Giulio Tremonti. Altri, invece, puntavano a salvaguardare i cavalli, come l'animalista Michela Vittoria Brambilla, anche lei ex rappresentante del governo dell'ex Cavaliere. Anche con la politica, poi, Siena cerca di cambiare. Bruno Valentini, sindaco renziano eletto da un anno, s'è fatto garante' della ripartenza morale, ma pure economica, della città. La lista con cui nel 2013 ha vinto le elezioni si chiamava Siena cambia. Uno slogan politico, ma pure un desiderio di cambiare un sistema che non ha funzionato. «Siena non cambia» ripetono con scetticismo, tra le strade, gli anziani che hanno conosciuto rinascimento e crollo della città. La delusione, ma pure la rabbia, insomma è ancora lungi dall’essere smaltita. Quel che resta di Siena, dicevamo. C’è una frase nel film di Ivory che calza a pennello e che interpreta il sentimento dei senesi: «Non ci sarà mai notte così lunga da impedire al nuovo sole di sorgere». Quel sole, la nuova alba, potrebbe essere l'elezione a Capitale europea della Cultura nel 2019. Un primo tassello per guardare avanti.

Siena, la morte di una città sportiva: storia di due fallimenti in comune. Siena muore: falliscono gloriose piazze di calcio e basket. Al centro una banca e tanti misteri, scrive “Blog di Sport”. Attimi maledetti, persone sbagliate nel posto sbagliato e gestioni scriteriate: la crisi che incombe ha messo alla porta tutti, senza alternativa. Distruggendo, anche sportivamente, città poste come fiore all’occhiello dell’intero Paese per anni. Siena è l’esempio lampante di quanto detto. Siena era il tranquillo modello universitario, era la Montepaschi. Era una pallacanestro divina, mostruosamente superiore a tutte in Italia. Era un’importante piazza calcistica per la città. Tra alcune dignitose Serie A e tanti campionati da protagonista in Serie B. Era il calcio del presidente De Luca, che all’arrivo nel torneo delle grandi aveva chiamato il sogno senese “lucida follia”. Una sbronza onnipotente che non sarebbe mai finita. O almeno così sembrava. E fino ad alcuni anni fa nessuno poteva avere il minimo sospetto di ritrovare tra le macerie una città sportivamente morta il 15 di luglio del 2014. Un disastro. Pagine di sport cancellate da un triste e paradossale destino. E gli scudetti vinti a palate dal basket saranno solo un tenero e gigante ricordo che si incastrerà nei cuori di una città. Così come l’emozione dell’esordio in Serie A nel 2003, contro il Perugia di Cosmi. Eppure qualcuno non la racconta giusta e le indagini faranno il proprio corso. Anni di vittorie, di mega-sponsorizzazioni e una passione viscerale per la palla a spicchi. A febbraio, invece, non viene approvato un bilancio negativo di 5.4 milioni. Mica noccioline. E poi la risoluzione del contratto con Ferdinando Mincucci, indagato per false dichiarazioni e false fatturazioni e sottoposto – inoltre – alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Ma la città sportivamente controllata da Montepaschi – che ne ha determinato inevitabilmente la crisi – ha seguito il suo desolante percorso anche nel calcio. Dove le speranze erano un filino di più. A De Luca sono seguiti alcuni presidenti, tra cui Massimo Mezzaroma. Uno non tanto amato dalla piazza. La massa debitoria è cresciuta col tempo, il club si è pesantemente indebitato con la banca. Un’ipotesi svizzera si era profilata nelle ultime ore, come operazione-salvagente. Ma è saltato tutto all’ultimo e i quattrini sul bancone non si sono presentati. Uguale: Serie D. Forse. Chi iscriverà il club? La Mens Sana Basket e la Robur, due fallimenti in pochi giorni. E due stagioni analoghe. Sono squadre che hanno lottato con l’orgoglio, nonostante i rigorosi tagli predisposti nelle ultime stagioni. I primi hanno vinto la Supercoppa e si sono arresi nella palpitante gara-7 contro Milano. All’atto finale. Avrebbero potuto scrivere una favola meravigliosa. E per ciò che hanno fatto meritano applausi, ad un passo dall’ultima più grande impresa. Il Siena di Beretta ha duramente lavorato contro le corpose penalizzazioni. E solo un rigore di Rosina stampatosi contro il palo nell’ultima gara di campionato ha estromesso i toscani dai play-off per la Serie A. E adesso la città cura il suo ultimo fiore all’occhiello, il Palio. Che tante soddisfazioni ha concesso ad una città sportivamente depressa e crollata sotto i colpi di conti in rosso e impotente di fronte a tutto. Sconfinando nella propria realtà, mai autonoma e legate all’unico destino di una banca. Che dinanzi alla crisi ha alzato bandiera bianca e salutato, per esempio, la pallacanestro. Perché anche i castelli più solidi possono crollare. La sbronza onnipotente di Siena è finita. Il sogno è finito. Adesso è tempo di ripartire dalla verità. Da quel mal di testa fortissimo causato dal risveglio. Brusco e puzzolente. Oggi l’Italia scrive un’altra dolorosa pagina: la Siena sportiva è morta.

CENNI DI STORIA SENESE.

CENNI DI STORIA SENESE a cura del dott. Fabrizio Gabrielli. Nell'antichità romana, Siena era città dell'Etruria, indicata con i nomi di Saena e Senae o anche di Sena Etruriae, per distinguerla da Sena Gallica. Il ritrovamento di una necropoli e di altre tombe sparse (tra cui quelle notevolissime recentemente scoperte nel Museo della Nobile Contrada dell'Oca) ha fatto congetturare che Siena sia d'origine etrusca; ma sono avanzi scarsi per poter essere considerati come testimonianza di un centro abitato di qualche importanza. In realtà non si hanno notizie sicure della sua esistenza prima della fondazione della colonia romana (Sena Julia) ad opera, probabilmente, di Cesare o del triumvirato. Come tale è ricordata da Plinio, da Tacito, da Strabone, da Tolomeo e, più tardi, dalla Tavola Peutingeriana, che la pone sulla linea stradale da Firenze a Chiusi. Solo Tacito accenna a Siena al tempo di Vespasiano come ad un centro che aveva già magistrati propri. Tra la fine del III secolo e il principio del IV fu introdotto a Siena il Cristianesimo e ne fu vescovo un certo Floriano che nell'anno 313 partecipò al Concilio di Roma. Non pare però che Siena in quel tempo abbia occupato un posto importante. Si ha notizia della restaurazione del vescovado fatta da Rotari nell'anno 652. È molto probabile che le invasioni barbariche abbiano determinato un forte afflusso di persone in questo luogo, intorno al Castelvecchio, considerato il primitivo nucleo della città. E al tempo dei Longobardi doveva già essere un centro considerevole se era retta da due gastaldi, l'uno dei quali per la politica e la giustizia e l'altro per l'amministrazione dei beni e delle entrate dovute alla Corona. Con la successiva dominazione franca del neonato Sacro Romano Impero, ai gastaldi succedettero i conti, dei quali fu primo un Adelrico nell'833. Al principio del secolo XII l'autorità dei conti (subordinati interamente all'investitura e all'autorità Imperiale) è quasi del tutto cessata ed è subentrata l'autorità del vescovo-conte, che continua ad usufruire sempre dell'investitura Imperiale. Ma per l'Impero la regalìa data ai vescovi con l'investitura temporale (saranno loro i veri nuovi feudatari di quel secolo) è solo una mossa di avvicinamento allo scontro finale. Non basterà il trattato di Worms (1122) a sancire la pace nella lotta per le Investiture tra il Papa e l'Imperatore. Sarà l'inizio delle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini. Esse dureranno per oltre centocinquant'anni, seminando morte e distruzione in tutta Europa. Solo un'altra piaga farà più morti di questa: la famigerata peste bubbonica, che però scoppierà in tutta Europa come una bomba atomica solo due secoli dopo, sebbene le prime avvisaglie si avessero già in questo periodo. Le lotte tra Guelfi e i Ghibellini dominano la scena politica dell'intero continente, ma giungono in Toscana ad un compimento che si rispecchia ancora oggi nelle rivalità campanilistiche come in nessun'altra parte del mondo. Il potere del vescovo non dura a lungo, perché il Comune, ormai organizzatosi con i suoi consoli, comincia ad assumere autorità preponderante. I consoli sono scelti dal popolo fra i nobili della città, durano in carica un anno e hanno il compito di amministrare civilmente ed economicamente la città. Contro questa preponderanza dell'elemento signorile insorge il popolo, che con l'esercizio del commercio ha ormai acquistato un posto rilevante nella vita cittadina e reclama maggiori diritti; approfittando delle discordie che già serpeggiano tra le principali famiglie, specialmente fra i Tolomei (guelfi) e i Salimbeni (ghibellini), il popolo riesce nel 1147 a ottenere che un terzo dei posti di console venga riservato agli uomini della sua parte. Cura del nuovo comune mercantile è l'allargamento del dominio senese fuori delle mura, che già si era iniziato con il governo vescovile. Ma i tentativi espansionistici di Siena fanno scaturire la gelosia di Firenze: l'acquisto di Staggia e la penetrazione verso Poggibonsi e la val d'Elsa danno origine al primo conflitto armato, verificatosi nel 1141. La guerra si riaccende nel 1145 e i Senesi vengono stavolta sconfitti presso Montemaggio, ma ciò non impedisce loro di continuare nelle conquiste legittimate dal riconoscimento imperiale. Nella lotta combattuta contro Federico Barbarossa specialmente dai comuni lombardi, Siena segue dapprima il partito imperiale, ma nel 1177 si unisce agli altri comuni ed è assediata invano da Enrico, figlio del Barbarossa (1186). Nella pace che segue nello stesso anno Siena ottiene un nuovo riconoscimento imperiale di tutto quanto essa possedeva dentro e fuori della città: è questa la strategia seguita dall'Impero per cercare di accattivarsi i favori degli alleati. Siamo nel periodo nel quale la potenza economica di Siena si impone su tutta la Toscana: i suoi mercanti fanno affari in ogni parte d'Europa e si formano le potenti compagnie di banchieri che finanziano imperatori, prìncipi, papi. La ricchezza di Siena è dovuta anche al transito della Via Francigena, che porta i pellegrini e i viandanti verso la Città Santa. Nascono in questo periodo le compagnie laicali, che si preoccupano di assistere i viandanti di passaggio a Siena. È un fatto di fondamentale importanza: infatti da queste compagnie germoglieranno in seguito le Contrade cittadine. Nel 1197, partecipando alla Lega delle città guelfe stretta a San Ginesio, Siena entra in rapporti amichevoli con Firenze; ma poi, per questioni di confini, si verifica tra le due città una nuova guerra. Intanto un notevole mutamento è avvenuto negli ordinamenti comunali: ai consoli viene sostituito il podestà (1199), che dal 1211 è definitivamente forestiero e viene a consolidarsi il Consiglio della Campagna avente funzioni parlamentari. Il primo podestà di Siena è Orlandino Malapresa di Lucca. Dopo la parentesi della lega di San Ginesio, le lotte con Firenze riprendono con alterne vicende. Le due città hanno infatti interessi troppo contigui e, per giunta, sono anche molto vicine tra loro ed è inevitabile che si vengano a creare motivi di frizione dovuti a questioni territoriali. Nel 1207 Siena è sconfitta a Montaldo della Berardenga, ma negli anni successivi la sorte torna ad arriderle, sicché può allargare il suo dominio nella Maremma. Nel 1235 e nel 1254 deve sottoscrivere due trattati di pace gravosi con la perdita di Montalcino e di Montalbano. Frattanto, per restringere i poteri del podestà e per arginare l'azione delle maggiori famiglie, nel 1236 si istituisce un consiglio di 24 cittadini, il cui numero viene poi elevato a 36; il capitano del popolo è nominato capo di questo collegio che rimane al potere fino alla metà del secolo XV (con alterne vicende e modifiche di poco conto nell'impianto generale). Al podestà, i cui poteri vengono ristretti, si mantiene la funzione giudiziaria e il comando dell'esercito in guerra. La rivincita contro Firenze si ha in maniera clamorosa nel 1260 a Montaperti, dove le milizie senesi, rinvigorite dai fuorusciti ghibellini ormai sparsi in tutta la Toscana, con a capo Farinata degli Uberti, dai cavalieri teutonici Imperiali e dagli aiuti di Pisa, Lucca e Cortona, sconfiggono i Fiorentini, superiori di numero, facendone tanto grande strage che, come ebbe a dire Dante "fece l'Arbia colorata in rosso" (Inferno, canto X, v. 86 e segg.). Ma i vantaggi ottenuti da Siena con la vittoria sono di breve durata: la prima disgrazia che porta alla rovina economica della città è la scomunica ad opera di papa Alessandro IV, che proibisce a tutte le altre città di operare scambi commerciali coi cittadini senesi. Poi arriva come un fulmine a ciel sereno anche la morte di Manfredi di Svevia (battaglia di Benevento, 1266), erede diretto dei fasti del Regno di Federico II. La sua morte segna il declino della fortuna dei ghibellini in Italia e Siena, sebbene ancora nel 1268 riesca vittoriosa, con i Tedeschi di Corradino, in una battaglia presso Arezzo, e l'anno successivo Siena venga sconfitta dai Fiorentini a Colle Val d'Elsa, dove muore il capo del ghibellinismo senese, il condottiero Provenzano Salvani. Ormai il pendolo delle fortune politiche pende dalla parte dei francesi, i quali con Guido di Montfort, vicario di Carlo d'Angiò e grande alleato di Firenze, si impadroniscono di Siena e vi instaurano un governo guelfo mandando a morte i ghibellini. Cominciano cosi le violente repressioni ai danni del partito perdente, repressioni che vengono biasimate con veemenza perfino da Dante Alighieri nel celeberrimo canto X dell'Inferno, dedicato alla figura di Farinata degli Uberti. Le lotte fra partiti saranno una delle cause della rovina di Siena, ma questo tema sarà argomento di un altro capitolo che tenterà di andare al fondo della questione. Nel 1270 il consiglio dei Ventiquattro è sostituito con quello dei Trentasei, a cui partecipano dapprima tutte le fazioni guelfe. Ma nel 1277 i nobili sono cacciati dalle cariche supreme riservate ai "buoni e leali mercatanti di parte guelfa" i quali, nel 1280, sostituiscono ai Trentasei un consiglio dei Quindici, ridotto ancora a Nove membri, sempre con esclusione dei Grandi. Quest'ultimo governo, detto il Governo dei Nove e rappresentante la classe borghese, rimane al potere per 70 anni circa e porta in città la pace e un benessere considerevole espresso specialmente dalla quantità di opere pubbliche portate a compimento. Ma le fazioni assopite per poco, riprendono le lotte, mentre, nel 1326, la carestia e, nel 1348, la peste, cui si uniscono gravi dissesti finanziari dovuti a grandiosi sperperi di danaro, colpiscono la città e creano il malcontento del popolo. Così quando nel 1355 giunge a Siena l'Imperatore Carlo IV di Lussemburgo, i nobili e il popolo si sollevano e cacciano i Nove, instaurando il governo dei Dodici, popolani assistiti da un collegio di 12 nobili e da un consiglio generale composto da 250 popolani e 150 nobili. Ma anche questo nuovo governo non dura a lungo: nel 1368 una nuova rivolta lo abbatte e viene costituito il collegio dei Quindici riformatori formato da popolani e che si mantiene fino al 1385, indirizzando la propria opera al riordinamento dei dissesti finanziari delle casse dello Stato e ad allontanare dal territorio il flagello delle compagnie di ventura. È questo il periodo in cui vive ed opera, prima a Siena e poi in tutta Italia, Santa Caterina, nata Caterina Benincasa. Ancora oggi Santa Caterina è senza ombra di dubbio il personaggio senese più famoso nel mondo, nonché il più importante. In città si susseguono intanto i governi dei Dieci (1386-87), degli Undici (13881398), dei Dodici priori (1398-99), che danno la città in signoria a Gian Galeazzo Visconti, onde preservare i domini senesi dalle mire espansionistiche di Firenze. Morto Gian Galeazzo (1402), Siena non tarda a sottrarsi all'influenza dei Visconti, istituisce nel 1404 un nuovo governo di Dieci priori, prevalentemente popolare, e in alleanza con Firenze combatte contro re Ladislao di Napoli. Negli anni seguenti Siena riesce a riconquistare alcuni territori della Maremma. Ma ormai il prestigio della città è scosso dalla supremazia fiorentina. Le lotte intestine continuano a dilaniare la città: un po' di pace le viene con l'assunzione al papato del senese Enea Silvio Piccolomini (Pio II) (che tra l'altro sarà ricordato quest'anno nella pittura del drappellone del prossimo Palio che si correrà a luglio). Pio II elèva la sua città ad arcivescovado. Per l'occasione i Piccolomini e altre famiglie appartenenti alla nobiltà senese vengono riammessi a partecipare al governo della città; ma, morto Pio II, i nobili vengono di nuovo cacciati e continua la ridda dei governi. Nel 1487 la nobiltà e la borghesia, con a capo Pandolfo Petrucci, espulse dalla città, riescono a rientrare con l'appoggio di Firenze e di Alfonso duca di Calabria, ed eleggono un consiglio generale con la partecipazione di tutti gli ordini e una Balia la quale nomina un comitato di tre membri, i Segreti; ma sopra tutti impone la propria autorità il Petrucci, che di fatto governa la Repubblica fino alla propria morte (1512), favorendo il progresso delle arti e delle scienze e difendendo la città dalle mire di conquista di Cesare Borgia, detto il Valentino e glorificato dal Machiavelli nel suo Principe. A Pandolfo succede il figlio Borghese, che viene cacciato dalla città dal cugino Raffaello Petrucci, aiutato da papa Leone X. A Raffaello succede Francesco e poi Fabio con il quale, cacciato nel 1523 dal popolo, ha termine il sopravvento dei Petrucci a Siena. Ricominciano allora le lotte intestine e la fazione popolare dei Libertini caccia i Noveschi sostenuti da Clemente VII, il quale invia contro Siena un esercito che viene vinto a Camollia nel 1526. Preoccupato da questi continui disordini, Carlo V, con il pretesto di pacificare le fazioni, si è intanto introdotto nelle faccende interne della città, inviando un governatore con una guarnigione, e ora si aggrava la preponderanza spagnola e la "tutela" dell'Imperatore, che ordina la costruzione di una fortezza (la Lizza). Tutto ciò insospettisce i senesi che, sollevatisi con l'aiuto dei Francesi e dei fuorusciti fiorentini e sotto la guida di Enea Piccolomini, cacciano la guarnigione nel 1552, stringendo alleanza con la Francia. Ma il pericolo di una Siena sotto l'influenza francese muove l'Imperatore ad inviare, al comando di Gian Giacomo Medici di Marignano, un forte esercito contro la città, che viene stretta d'assedio nel marzo del 1554. La guerra è finanziata da Cosimo de' Medici, Granduca di Toscana, che aspira al possesso della città con tutte le sue forze. Siena rappresenta infatti una spina nel fianco per le ambizioni di potere di Cosimo e la vittoria contro la città segnerebbe il definitivo trionfo della politica espansionistica medicea. I Senesi si difendono eroicamente sotto la guida di Piero Strozzi e di Biagio di Montluc, ma infine, stremati, devono arrendersi il 17 aprile 1555. È la fine definitiva della storia libertaria di questa città, vero ultimo baluardo contro ogni dominazione esterna al popolo. La città non conta allora più di 8000 abitanti. Circa 700 famiglie si rifugiano con il Montluc e con lo Strozzi a Montalcino, ove costituiscono un nuovo governo repubblicano con le insegne senesi resistendo fino al 1559. Siena passa quindi sotto il dominio di Filippo II che, debitore di enormi somme verso i Medici, la cede con tutto il suo territorio a Cosimo I (1557), eccettuati i porti di Orbetello, Talamone, Porto Ercole, Monte Argentario, Porto Santo Stefano che formano lo "Stato dei Presidi". Da allora la storia di Siena si identifica con quella di Firenze e del Granducato di Toscana, pur avendo apparentemente la città un governo piuttosto autonomo. Siena si risveglia solo lentamente dall'incubo: concorrono alla rinascita l'Arte senese in tutte le sue forme, il nuovo Monte dei Paschi (rifondato nel 1624) e le savie riforme economiche e agricole dovute alla casa di Lorena, succeduta nel 1737 ai Medici nel governo del Granducato. Al tempo di Napoleone Siena fu capoluogo del dipartimento dell'Ombrone. Partecipò alle guerre del Risorgimento con un cospicuo numero di volontari che si batterono valorosamente a Curtatone. Fu la prima città della Toscana a deliberare nel 1859 l'annessione al Regno d'Italia.

COSA E' IL PALIO.

Il Palio non è una manifestazione riesumata ed organizzata a scopo turistico: è la vita del popolo senese nel tempo e nei diversi suoi aspetti e sentimenti. Esso ha origini remote con alcuni regolamenti ancor oggi validi dal 1644, anno in cui venne corso il primo palio con i cavalli, così come ancora avviene, in continuità mai interrotta. Il territorio della Città è diviso in diciassette Contrade con dei confini stabiliti nel 1729 dal Bando di Violante di Baviera, Governatrice della Città. Ogni Contrada è come un piccolo stato, retto da un Seggio con a capo il Priore e guidato nella "giostra" da un Capitano, coadiuvato da due o tre contradaioli detti "mangini". Possiede, entro il suo territorio, una Chiesa con annessa la sede ove viene custodito tutto il suo patrimonio: cimeli, drappelloni delle vittorie, costumi della Comparsa - quelli in uso e molti di antica data - bandiere, archivio e tutto quanto altro concerne la vita della Contrada stessa. Si giunge pertanto alla mattina del 29 giugno (per il Palio di luglio) o quella del 13 di agosto, quando iniziano gli intensi quattro giorni di preparativi al Palio. Il complesso meccanismo della festa raggiunge il suo compimento con lo uno scoppio di mortaretto che annuncia l'uscita dei cavalli dall'Entrone. Ad ogni fantino viene consegnato un nerbo di bue con il quale potrà incitare il cavallo o ostacolare gli avversari durante la corsa. Quindi si procede all'avvicinamento verso la "mossa", ossia il punto dove sono stati tesi due canapi tra i quali saranno chiamati ad allinearsi cavalli e fantini. L'ordine di entrata è stabilito dalla sorte, infatti le Contrade vengono chiamate secondo l'ordine di estrazione. La decima e ultima, entrerà invece di "rincorsa" quando lo riterrà più opportuno, decidendo così il momento della partenza. Se la partenza non sarà valida, uno scoppio del mortaretto fermerà i cavalli. Quest'ultimi dovranno compiere tre giri di pista per circa 1000 metri e solo al primo arrivato sarà riservata la gloria della vittoria. Chi vince è comunque il cavallo, infatti può arrivare anche "scosso" ossia senza fantino. I festeggiamenti iniziano subito: i contradaioli ricevono il Palio e con quello si recano in Provenzano (per il Palio di luglio) o al Duomo (ad agosto) per cantare il Te Deum di ringraziamento. Da questo momento in poi ogni occasione sarà buona per ricordare alla città la vittoria conquistata sul Campo, fino all'autunno, quando, tra il mese di settembre e i primi giorni di ottobre, nel rione vittorioso addobbato a festa, si svolgerà la "cena della vittoria" a cui parteciperanno migliaia di contradaioli e, al posto d'onore, il cavallo vittorioso, vero e proprio ammirato eroe. Il Palio è una secolare celebrazione alla quale partecipa spontaneamente tutto il popolo senese senza pertanto che vi sia la necessità di una organizzazione ufficiale per il coordinamento dei vari servizi. Per questo motivo anche la vendita dei posti nelle tribune, nei balconi ed alle finestre, è effettuata singolarmente dai rispettivi proprietari che spesso hanno i negozi che si affacciano nella Piazza del Campo o le abitazioni nelle vie adiacenti. L’accesso alle tribune è ammesso fintanto che i Vigili Urbani non hanno effettuato lo sgombero del pubblico dalla pista, dopodichè è eccezionalmente concesso dalle autorità di polizia, che svolgono il servizio di sicurezza, di far transitare attraverso appositi passaggi, particolarmente stretti, gli spettatori ritardatari in possesso di regolare biglietto di prenotazione. E' tuttavia raccomandabile raggiungere la Piazza almeno mezz’ora prima del corteo storico. All’interno della Piazza del Campo è data facoltà al pubblico di assistere al Palio gratuitamente. E' forse la maniera più emozionante per vedere la corsa, mischiati insieme ai senesi. Gli spettatori possono accedere alla Piazza anche dopo l’inizio del corteo storico attraverso la via Giovanni Duprè che viene chiusa soltanto pochi minuti prima della corsa. All'interno della Piazza si possono acquistare delle bibite, ma attenzione: talvolta fa caldo (portatevi un cappellino) e non ci sono gabinetti!

La ribellione del cavallo che non ha corso il Palio. Tornasol non ha voluto saperne di entrare nei canapi. Sotto stress, si è impuntato. E ha vinto lui, scrive Oscar Grazioli, Martedì 4/07/2017, su "Il Giornale". Ha vinto Scompiglio, ma il vero scompiglio l'ha creato Tornasol, baio della Tartuca che, quasi rivendicando una sorta di autonomia equina nei confronti delle decisioni umane, ha tenuto in scacco la carriera per un'ora e mezza, fino a quando è stato intelligentemente messo a riposo perché troppo stressato e potenzialmente foriero di drammi più gravi rispetto alla dèfaillance di una contrada. Da tantissimi anni seguo il Palio, per dovere non certo per piacere, ma giuro che questa volta mi sono divertito. L'unico rammarico è che, avendo invitato alcuni amici a cena, si sono scofanati tutti i gamberoni in salsa rosa, senza alcuna pietà. Credevo fossero amici e invece non hanno avuto il riguardo che ha avuto la direttrice del TG2, Ida Colucci, invocata in modo quasi drammatico dai due commentatori. «E adesso che succederà? E se Tornasol continua nella sua ribellione come andrà a finire? Ormai nelle case si accendono le luci. Ci toglieranno la linea?». No, tranquilli, arriva ratta come un fulmine, la decisione di concedere al Palio tutto il tempo che occorre. Si sposterà il TG2 di quanto necessita. Ovvìa, per il Palio, codesto ed altro! Poi, però nessuno mi critichi se scrivo che il Palio è un enorme business, fatto di scommesse, posti al proscenio pagati in lingotti d'oro, soldi a palate concessi ai fantini per corrompersi l'un l'altro e naturalmente diritti televisivi la cui potenza è tale da spostare quello che, di solito è inamovibile se non per notizie che lo rendono «straordinario»: il Telegiornale. Però, mi sono divertito in questo Palio, dedicato alla Madonna di Provenzano probabilmente distratta, visto che già la vigilia sono cominciati i problemi con il maltempo che ha reso il tufo sulla piazza umido e ha fatto saltare metà delle prove. E poi, quel cavallo ribelle, quell'esordiente che scuoteva la testa, tentava di rampare, non rispondeva a niente e nessuno, quasi avesse uno strano presentimento. E sì che al suo comando non aveva un pisquano di fantino, ma tanto di Trecciolino, al secolo Luigi Bruschelli, senese di nascita e vincitore di ben tredici edizioni, secondo solo, per fama, al mitico Aceto. Ma Tornasol se ne frega di avere uno dei più blasonati (e criticati) fantini della storia del Palio. Per 90 minuti tiene in scacco il barbaresco (o barberesco come vorrebbero i puristi), ovvero l'addetto al benessere del cavallo contradaiolo a 360 gradi. La sua maschera è una fantasia di costernazione, rabbia e disperazione nel non riuscire a portare il suo «protetto» dentro ai canapi. Anche Trecciolino sembra sconcertato per un avvenimento che gli capita forse per la prima volta. Palii duri, dove le urla si confondono con le bestemmie (povera Madonna di Provenzano), sgarbi, pugni, calci, amicizie e rivalità che cambiano in due minuti a seconda dei soldi che passano di mano, il fantino senese ne ha viste di tutti i colori, ma che quel baio se ne frega del barbaresco e del fantino e allora ci prova il veterinario che, attaccato al cellulare, dialoga con il capitano della contrada cercando una via d'uscita, mentre il sole tramonta e la minaccia di spostare di un giorno la carriera si fa sempre più probabile. «Potrebbe anche provare a nerbare il cavallo», si lascia sfuggire la commentatrice che poi si riprende «ma forse è meglio di no». E Trecciolino saggiamente, invece di nerbare un cavallo già pesantemente stressato prova a scendere per vedere se si calma. Nulla da fare. Tornasol si erge come una forza superiore a barbareschi, capitani, veterinari e fantini. Fra quei canapi non ci entra per nessuna ragione al mondo e viene ritirato, vincendo moralmente il Palio, tra i moccoli dei suoi contradaioli, la benedizione della Madonna e gli applausi di chi sta dalla parte della ragione e non della forza.

Il Palio di Siena, l’ultima cosa sacra. Guai a chiamarlo spettacolo. Al Palio tutto è vero: la tensione, l’odio, l’amore, la competizione. Il racconto da “Siena Brucia” di David Allegranti il 15 Agosto 2015 su “L’Inkiesta”. Pubblichiamo un estratto dell’ultimo libro di David Allegranti Siena Brucia (Laterza), dedicato al Palio di Siena. «A Siena - recita la quarta di copertina -, tutto si tiene. Lo strapotere e lo strapaese. La democrazia e l’oligarchia. Lo squilibrio e l’equilibrio. Questa non è solo una storia toscana. Siena è il più grande romanzo politico italiano». Di questa storia il Palio, con la sua passione, le rivalità, gli accordi segreti e le vendette, è un tassello fondamentale. Potranno passare i presidenti di Banca e di Fondazione, i segretari di partito, gli stessi partiti potranno cambiare nome, evolversi, i soldi potranno pure scarseggiare, cambieranno anche i sindaci, ma c’è una cosa a Siena che non si può toccare, una cosa su cui non si può scherzare, ironizzare. Una cosa che molti scambiano per gioco, ma non lo è, e infatti a Siena non lo considerano tale, non è una banale corsa di cavalli: è il Palio. Ma che cos’è questo Palio di cui, fuori Siena, si parla un paio di volte l’anno, magari perché è morto un cavallo che s’è rotto un osso alla curva di San Martino? C’è una cosa a Siena che non si può toccare, una cosa su cui non si può scherzare, ironizzare. Una cosa che molti scambiano per gioco, ma non lo è, e infatti a Siena non lo considerano tale, non è una banale corsa di cavalli: è il Palio. A volerlo spiegare in poche parole, si potrebbe dire che sono due minuti scarsi di corsa – più o meno un minuto e 15 secondi nelle edizioni più recenti –, preceduti da un corteo storico, che i senesi vivono con l’ansia dell’attesa, attimi fugaci a cui si arriva dopo mesi di allenamento, preparazione, contrattazioni, strategie, benedizioni. Ma il Palio, in realtà, è qualcosa di più. Non è una rievocazione storica, per il semplice motivo che non si è fermato mai, anzi si è evoluto insieme alla società. Il Palio di Siena si corre nel Campo, la piazza che viene coperta di tufo due volte l’anno, il 2 luglio e il 16 agosto – a volte tre se ce n’è uno “straordinario” –, nella quale l’uomo sfida la Fortuna. E non si può vincere un Palio contro la Fortuna. Il Palio dunque non si tocca. Lo sa bene chi s’insedia a Palazzo Pubblico per governare la città, magari arrivando da fuori, lo sa chi arriva temporaneamente, come i commissari prefettizi: cascasse il mondo, il Palio si fa. Come dicono Alan Dundes e Alessandro Falassi in La terra in piazza. Un’interpretazione del Palio di Siena, “solo di rado i due palii regolari non vengono corsi: infatti soltanto una grave emergenza può convincere i Senesi a sospendere un palio”. Il Palio di luglio del 1798 non si tenne a causa del terremoto del maggio di quell’anno, mentre quello di luglio del 1799 fu impedito dai tumulti antifrancesi. Nel 1801 sia il Palio di luglio che quello di agosto furono proibiti dalle forze di occupazione francesi. Il Palio di agosto del 1855, invece, fu sospeso per colpa di un’epidemia di colera, e nell’agosto del 1900 non si corse il Palio per lutto e fu rinviato di tre settimane (si corse il 9 settembre): re Umberto I era stato assassinato a Monza. Durante le due guerre mondiali non si corsero Palii. “Ma la voglia di palio – aggiungono i due studiosi – è così forte che non si lascia che i problemi politici e nazionali interferiscano con il calendario della festa. Nel 1919, per esempio, ci furono in tutta Italia scioperi e sollevazioni di piazza che facevano seguito agli scontri tra la sinistra e le squadre fasciste. A Siena si decise di rimandare queste attività a dopo il palio: non è che ai Senesi non interessi la politica, piuttosto, si interessano di più al palio”. Franco Zeffirelli a inizio anni Novanta ebbe la sventurata idea di definire il Palio “una sanguinosa mattanza”. Una vicenda che è andata avanti per dieci anni finché nel 2002 Zeffirelli non scrisse una lettera pubblica che ha chiuso una decade di insulti. Ne sa qualcosa il regista Franco Zeffirelli, che a inizio anni Novanta ebbe la sventurata idea di definire il Palio “una sanguinosa mattanza” e chiamò a raccolta artisti e intellettuali, tra cui Brigitte Bardot e Dacia Maraini, perché si unissero alla sua crociata antipaliesca. Una vicenda che è andata avanti per dieci anni finché nel 2002 Zeffirelli non scrisse una lettera pubblica che ha chiuso una decade di insulti, querele e incidenti magnificando una così autentica tradizione. Ma in quel periodo – era il 1991 – il regista disse che il Palio per lui era soltanto un “appuntamento di morte”, in cui i cavalli vengono “torturati, drogati e uccisi”, i fantini sono “dei mascalzoni, delle belve”. E i senesi? “Comunisti, cacciatori e bestemmiatori”, aggiunse in un’intervista a “la Repubblica”. Il Comune di Siena, guidato da Pierluigi Piccini, rispose annunciando querele. Un gruppo di cittadini fece altrettanto e chiamò Zeffirelli “guelfo”, “al soldo della Chiesa”. L’avvocato Giuseppe Mori argomentò sul perché i tre aggettivi fossero dispregiativi e infamanti: la definizione “comunista” “può, se usata in maniera distorta, richiamare nei tempi attuali concetti quali repressione, dittatura, genocidio, tortura, prevaricazione, antinomia delle libertà del pensiero umano, ingiustizia, ignominia di stato”. L’aggettivo “cacciatori”, invece, “può assumere una colorazione sicuramente denigratoria [...] nel clima di evoluzione storica nel quale sempre più forte diviene il sentimento umano nei confronti degli animali”. L’avvocato, infine, ricordò che la bestemmia è un reato perseguito dall’articolo 724 del codice penale e che “tacciare taluno di bestemmiatore può significare anche l’attribuzione di un reato”. Mesi dopo, la vicenda non si era ancora risolta, anzi. Il sindaco precisò di attendere scuse pubbliche e a nulla servirono le dichiarazioni con cui il regista intendeva riaprire il dialogo con i senesi rivedendo le sue posizioni paliesche. E non le mandò a dire al bizzoso Zeffirelli: “Lei ha gettato o tentato di gettare di- scredito su Siena, i senesi e il palio e ora non si può semplicemente fare marcia indietro attribuendo le responsabilità della questione ad una giornata nera del sindaco”. 

Nel luglio 1993, ci fu un nuovo scontro dopo un Palio particolarmente cruento. Zeffirelli usò tre paroline anche in quel caso: “Pena, dolore, forte indignazione”. E ancora: “Vogliamo continuare a tollerare questi orrori in un Paese che si definisce civile?”. Due cavalli, Pinturetta e Way to sky, erano stati abbattuti dopo una caduta; una puledra, Jasmina, era morta durante le selezioni. La Lav si unì alla protesta in maniera vibrante, Siena si chiuse nel suo fortino. Contro gli animalisti intervenne anche Aceto, il celebre fantino Andrea Degortes: “Giù le mani dal Palio. Possibile che nessuno dica nulla quando muore un cavallo negli ippodromi, e ne muoiono più di 150 all’anno, e ogni volta che muore un cavallo dopo il Palio si scatena un putiferio?”. Il primo cittadino ancora una volta calzò l’elmetto e utilizzò un argomento che a Siena si usa spesso di fronte a chi critica il Palio: “Quando muore un cavallo, Siena soffre un dolore autentico, intimo e non sbandierato. Gli attacchi al Palio sono strumentali e in malafede. La Lav sta lì, come un avvoltoio, ad aspettare che succeda qualcosa, a tuonare quando un cavallo si infortuna. E poi, per un anno, sparisce. Chi ci attacca finge di non sapere quanto abbiamo fatto per la tutela dei cavalli”6. Farebbero di tutto pur di vincere un Palio (e in effetti lo fanno). Cavalli gestiti con sottili accortezze veterinarie, fantini normalmente corrotti, spregiudicati accordi sottobanco. Tutto tacitamente ammesso.

C’era un bel po’ di retorica nella replica, perché se è vero che il cavallo è sacro, lo è per la Contrada che lo riceve in sorte. Se s’infortuna il cavallo della Contrada avversaria, i contradaioli possono solo esserne contenti. Non facciamoli troppo angelici, questi senesi. Farebbero di tutto pur di vincere un Palio (e in effetti lo fanno). Cavalli gestiti con sottili accortezze veterinarie, fantini normalmente corrotti, spregiudicati accordi sottobanco. Tutto tacitamente ammesso, ancorché formalmente vietato dal Regolamento ufficiale, laddove all’articolo 89 si dice che “è proibito qualunque partito, o accordo diretto a far vincere il Palio ad una, piuttosto che ad un’altra Contrada”. Le norme però sembrano fatte per esser violate: le trattative vanno avanti tutto l’anno, come il Palio del resto, che viene preparato appunto per tutto l’anno, e anche pochissimi momenti prima che la gara cominci. 

È una grande metafora italiana, questa della “corruzione legalizzata”, o meglio autorizzata, concessa, permessa, vietata ma accettata, tollerata, se non incoraggiata. Perché per vincere c’è bisogno di ogni mezzo, per domare la Fortuna e il Fato o il Destino tutto è lecito, perché in quei ne- anche due minuti di corsa tutto può accadere. Un cavallo può inciampare, un fantino può perdere l’equilibrio, un altro fantino può colpire a nerbate il cavallo vicino per farlo cadere. E più la tecnica e l’arte di trattare sono raffinate, minore può essere l’imprevisto. E questo avviene proprio perché il Palio non è uno spettacolo, come può capitare di sentir dire a qualche forestiero; lo spettacolo sa d’artificio, di finzione, mentre invece nel Palio tutto è vero. Vera è la tensione, vero l’odio, vero l’amore, vera la competizione. Il Palio si guarda e si corre e si vive in apnea per quel minuto e qualcosa, perché non c’è peggior disdoro che perdere il Palio (e peggio che perderlo c’è arrivare secondi), ma durante l’anno è preparazione e appartenenza comunitaria. Una comunità potente, perché – si legge nel libro di Dundes e Falassi – “come unità sociale, la contrada è veramente unica. Ha dei veri e propri confini territoriali. Ha un governo e una costituzione. Ha la sua chiesa. Ha il suo museo, dove si conservano tutti i palii vinti nel passato, insieme ad altri cimeli e documenti. Ciascuna ha il suo inno, il suo motto, il suo stemma, il suo santo patrono, eccetera”. E uno prima di appartenere a Siena, appartiene alla sua Contrada. Ognuna ha una sua identità e i suoi colori: guai a usarli fuori dal Palio. Non a caso Pier Luigi Sacco, direttore dei progetti per la candidatura di Siena a Capitale europea della cultura nel 2019, aveva evitato accuratamente di mettere nel simbolo affinità con qualcuna delle diciassette Contrade. “Si voleva un colore ‘neutro’ rispetto all’identità cromatica di tutte le Contrade – mi dice Sacco – che potesse unire la città in una simbologia, al di là delle identità già esistenti”. 

Il Palio, dunque, non è un artefatto, come scrisse Tommaso Landolfi nel 1939: “È uno spettacolo tanto senza residui rispetto alle sue circostanze, da essere in qualche modo universale; non una coreografia spettacolare, ma già un’opera d’arte, miracolosamente rinnovata, per virtù di passioni, ogni volta”. Del Palio a Siena si conserva la tradizione, ma il Palio in sé è cambiato perché è la società a essere mutata. 

Il Palio non è uno spettacolo. Nel Palio tutto è vero. Vera è la tensione, vero l’odio, vero l’amore, vera la competizione. “Il Palio – mi dice Roberto Barzanti – da rappresentazione antimoderna di una spasmodica fedeltà si è fatto senza accorgersene postmoderno con tutti i fraintendimenti connessi. Non si può pretendere, d’altro canto, che replicasse all’infinito i moduli di una liturgia consolidatasi tra la fine dell’Ottocento e l’alba del secolo nuovo. Ma bisognerà sceverare con cura le variazioni ammissibili dalle trasformazioni che rischiano di mutarne sostanza e autenticità. Anche la tradizione sancita dal Palio è ‘inventata’, ma le invenzioni devono osservare un limite se non vogliono grado a grado corrompere l’oggetto al quale si applicano. Non è scandaloso chiedersi in che relazione stia il Palio postmoderno che ci è cresciuto sotto gli occhi col Palio del religioso entusiasmo che ha traversato le epoche. Fatto è che la dimensione ippica ha acquistato uno spazio sempre più marcato. Si sono approntate anche piste in facsimile per allenare i ‘soggetti’ da presentare alla tratta. Intorno al Campo è un pullulare di corse e corsette imitative o preparatorie che si giustificano di riflesso e non esitano a dirsi palio”. Con la conseguenza che del Palio, mi dice ancora Barzanti, “viene erosa l’eccezionalità ed è magari inserito in agenda come sfarzoso culmine di una serie di appuntamenti minori ad esso finalizzati. Un esercito di veterinari e di addetti ai lavori si occupa delle bestie, in proprietà a fantini o cavallai che hanno costituito un industrioso parco: un curioso zoo trasmigrante che fornisce l’estro per resoconti e inchieste, anticipazioni e disquisizioni. Un programma televisivo di quelli che vanno in onda nelle infuocate ore del Palio è stato intitolato ‘il cavallo è tutto’. Quando mai? Il cavallo è parte – la parte assegnata dalla sorte – di una narrazione che ha ben altri fulcri d’attrazione. Le ricorrenti polemiche degli animalisti hanno contribuito non poco a enfatizzare cure e riguardi, analisi e prescrizioni”.

Il cavallo è parte – la parte assegnata dalla sorte – di una narrazione che ha ben altri fulcri d’attrazione. Giustamente, osserva infine Barzanti, “ci si è adeguati alle più acute sensibilità, anche se nel Palio – sarà opportuno precisare – non è stato mai riscontrabile un uso cinico dei cavalli né tanto meno sospettabile di intenti sacrificali. Il cavallo è una creatura quasi umanizzata, chiamata per nome, carezzata e vezzeggiata come una persona cara. I media audiovisivi e le nuove tecnologie di manipolazione e diffusione aggrediscono il Palio da ogni lato, puntano a rivelarne ogni risvolto, dissolvendo o attenuando l’aura di leggenda che lo illumina. I fantini da eroi sconosciuti sono diventati professionisti accorti, contrattualizzati perlopiù da una Contrada che ne amministra le prestazioni al pari d’un club calcistico. Insomma tutto è diventato molto professionale e da ultimo si assiste ad un ruolo sempre più assoluto, determinante e insindacabile, dei fantini e del pletorico apparato ippico rispetto alle volontà di Contrada e popoli. La tecnica rivendica una supremazia che riduce aleatorietà e azzardo”. Di nuovo ecco l’uomo che gioca a governare la Fortuna. Ma c’è pure un elemento politico, di potere, da tenere in considerazione.

Il Palio è anche un grande teatro, è esibizione di sé per chi vi assiste. E anche questo – come la professionalizzazione dei fantini – è mutato negli anni. “Negli anni Dieci del Novecento – mi dice Paolo Mazzini, assessore al Patrimonio, il cui bisnonno è stato per sessant’anni Mangino, cioè assistente del Capitano, della Tartuca – la gente va in piazza con il vestito buono, anche se è di velluto. Negli anni Ottanta-Novanta si va in palestra, la gente si abbronza, le donne si vestono bene la sera della prova generale. Dal teatro si passa però poi ai teatrini e, in questo, gli anni Duemila sono stati educativi, esemplificativi, dimostrativi. Giuseppe Mussari che si metteva con i suoi amici-seguaci a seguire le prove e il Palio in un posto vicino alla mossa, un privilegio per il quale i senesi fanno la fila da generazioni, e portava il suo cavallo al Palio, come manifestazione del raggiunto potere in città”. C’è una foto che rappresenta bene questo momento, scattata da Carlo Nicotra nel 2009. Ritrae Giuseppe Mussari, Giuliano Amato e Franco Ceccuzzi affacciati a una delle finestre di Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps. Stanno guardando il Palio. Sono uno accanto all’altro, maniche di camicia e cravatta. Senza giacca. Hanno facce perplesse, sono nel pieno del loro potere politico ed economico. Sembrano re o principi pronti a spargere benedizioni. Per due di loro non finirà bene, per l’altro, il dottor Sottile, poteva andare ancora meglio, visto che ha rischiato di diventare presidente della Repubblica. 

Chi è il fantino. “Corrono l’uno contro l’altro, ma ciascuno contro la Fortuna”. Così Adriano Sofri, un amante e un amico del Palio, descrive i fantini in Machiavelli, Tupac e la Principessa. Torna ancora una volta, dunque, l’elemento dell’uomo in lotta con il Fato. Ma chi sono questi fantini? “Sono mercenari, con l’autorizzazione a vendersi e tradire (ma a rischio delle ossa), forestieri per lo più, giovani e duri, perché giovane dev’essere chi sappia metter sotto la Fortuna, che è donna, ‘et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla... E però sempre, come donna, è amica dei giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano’ (poco dopo Machiavelli, fu Francis Bacon a chiamare la natura una volgare puttana e incitare l’uomo a sottometterla e plasmarla)”. Negli ultimi anni è cresciuta una insofferenza dei senesi più tradizionalisti contro il peso divistico guadagnato dai fantini: qualcosa di simile era successo coi loro colleghi medioevali e rinascimentali, i condottieri di ventura. I fantini cavalcano, dice Sofri, a pelo col nerbo in mano, fatto del pene di bue, sferrato contro cavalcature e avversari. “Negli ultimi anni è cresciuta una insofferenza dei senesi più tradizionalisti contro il peso divistico guadagnato dai fantini: qualcosa di simile era successo coi loro colleghi medioevali e rinascimentali, i condottieri di ventura. ‘Oh quanto è bella la piazza di Siena, circondata da dieci fantini, vanno alla mossa son dieci assassini...’”. E un momento dopo, finita la gara, fantino e cavallo vincitore sono festeggiati come strumenti della provvidenza. “Nessun Palio si vince contro la Fortuna: ma la Fortuna bisogna meritarla. Il Palio è segnato dai sorteggi, delle contrade concorrenti, dei cavalli, dei posti di partenza al canape. ‘Non di manco, perché el nostro arbitrio non sia spento, iudico poter esser vero che la Fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi’. Con quell’altra metà, o presso (in realtà Machiavelli non ammetterebbe mai che la Fortuna rinunci alla sua quota di maggioranza), i fantini devono giocare d’azzardo, d’audacia e di furbizia. Si capisce che siano maschi e giovani (ma ci fu, e c’è a raccontarlo, Rosanna Bonelli, Rompicollo, che corse un Palio di trent’anni fa)”.  I fantini, insomma, hanno un ruolo controverso. Mercenari, appunto: un anno gareggiano per una Contrada, l’anno successivo magari sono da un’altra parte. Qualcuno di loro prova anche a creare un’organizzazione. È il caso recente di Luigi Bruschelli detto Trecciolino, ma era accaduto anche in altre epoche. “Già nell’Ottocento – mi dice Mazzini – iniziano a lamentarsi cose che sono diventate d’attualità ai giorni nostri, cioè si lamentava una mafia dei fantini. I fantini erano quelli che montavano a cavallo, quindi avevano l’ultima parola, magari s’accordavano tra di sé per non farsi troppo male. Insomma già nell’Ottocento c’erano queste lamentazioni, che poi negli anni Duemila sono esplose con Bruschelli”. Il quale ha costruito con astuzia manageriale un perfetto sistema, che gli consentiva di governare molti fantini e di indirizzare o controllare la strategia di diverse Contrade. Alla fine, quindi, il Palio era, per così dire, più “apparecchiato” di altre volte. “L’impero del Bruschelli inizia a perdere peso dopo gli anni Dieci del Duemila e nel 2013 c’è stato un trapasso molto forte”. Nel luglio 2012 il Palio va, grazie a lui, all’Onda, Contrada che non vinceva da diciassette anni. L’anno dopo, però, entrambi i Palii non lo vedono protagonista, fa delle corse di poco significato. Li vince tutti e due l’antagonista che è emerso con più forza: Giovanni Atzeni, detto Tittìa. Nel luglio del 2013, Trecciolino corre un Palio mediocre, commette anche alcune infrazioni e a norma di regolamento viene squalificato. Un fatto che prima, negli anni d’oro, non sarebbe successo. Nel 2014 non gareggia; c’è invece il figliolo, che però non può avere fin da subito le caratteristiche del padre. Tittìa al contrario cresce sempre di più e Trecciolino, non prendendo parte ai Palii di quell’anno, mostra chiari segni di declino. Poi c’è l’età, e la situazione economica non consente più di fare quei Palii costosi che si era abituato a fare. “Essendo di nascita senese – dice Mazzini – e quindi conoscendo meglio ‘il mondo del Palio’, aveva costruito un sistema in cui, pasturando lui stesso molti fantini, non c’era da pagare solo lui, ma anche tutta una corte di persone che servivano a vincere il Palio”. Magari 3-4 fantini che poi sarebbero finiti in altre Contrade, ma che trovavano conveniente che lui vincesse. 

Insomma, per il Palio si spende. Il bisnonno di Mazzini, Mangino della Tartuca, annotava in un quaderno tutte le spese. In una serie di taccuini che vanno dal 1910 al 1924 sono elencati i soldi pattuiti con il Nicchio, la Selva, la Pantera, il Montone, l’Oca. Servivano appunto per fare accordi con le altre Contrade: da spendere in caso di vittoria, o da ricevere in caso di vittoria altrui. Cinquecento lire di qua, mille lire di là. E poi, spese generali: mantenimento cavallo, 55 lire; mantenimento fantino e camera, 60 lire. Poi stalla, affitto della paglia, arricciatura delle parrucche, impianti della luce per la prova generale. 

“Le Contrade – dice Mazzini – spendevano belle cifre quando tanti contradaioli non avevano molti soldi da spendere nella vita di tutti i giorni. Gran parte di questi soldi li mettevano poche persone. Il Capitano e alcuni altri contradaioli che se lo potevano permettere. Gran parte dei soldi spesi per vincere il Palio finivano alle altre Contrade. Quello che dagli anni Settanta comincia a cambiare veramente è che molti dei quattrini che spendono le Contrade per vincere o per correre il Palio vanno ai fantini”. Un Palio ti può costare alcune centinaia di migliaia di euro, ma il costo dei “partiti” (cioè degli accordi) fra le Contrade può arrivare a decine di migliaia di euro. Un Palio ti può costare alcune centinaia di migliaia di euro, ma il costo dei “partiti” (cioè degli accordi) fra le Contrade può arrivare a decine di migliaia di euro. Un andazzo che ha sperequato le spese del Palio a favore dei fantini, che in alcuni, se non addirittura in molti casi, sono più ricchi dei capitani delle Contrade. Prima il Capitano era molto ricco e metteva quasi tutto lui. “Adesso invece impegna i soldi della Contrada. Prima, avendo pieni poteri, come condottiero assoluto, ne rispondeva anche pecuniariamente. Ora il Capitano ne risponde anzitutto dal punto di vista etico. Le cifre che girano non vengono in larghissima parte dalle sue tasche”. Il fantino dunque è ricco, praticamente un divo anche negli atteggiamenti. Ma guai a farsi beccare a tradire, per esempio, la Contrada per la quale si è stati ingaggiati. Se c’è una cosa che a Siena è ben sistematizzata, e per eccellenza nel Palio, è la vendetta. 

Se c’è una cosa che a Siena è ben sistematizzata, e per eccellenza nel Palio, è la vendetta. “La vendetta per uno sgarbo paliesco – mi fa notare Mazzini – può essere fatta in molti modi. Negli anni Cinquanta, gli ocaioli che appartengono a una Contrada di fiera tradizione, l’Oca appunto, e che si è sempre fatta rispettare, ritenendo che un fantino li avesse danneggiati, l’andarono a picchiare il giorno del suo matrimonio. Ci sono varie modalità di vendetta: ce ne sono alcune che si fanno l’anno dopo, due anni dopo, dipende dalla durata delle dirigenze. Il mio bisnonno ha fatto il Mangino per più di sessant’anni, quindi aveva tempo di maturare rapporti di un certo tipo con altre Contrade, ma anche di servire il piatto freddo della vendetta. Ora magari il Capitano dura tre o quattro anni, è tutto più difficile; è un gioco in cui l’alleato di oggi può essere il nemico di domattina. Comunque, di inimicizie stabili non se ne creano di nuove, perché il senese è conservatore e preferisce avere una inimicizia certa rispetto a qualcuna solo un po’ vagheggiata”. A Siena le inimicizie fra Contrade sono una cosa molto seria. Eccole: 

Oca – Torre

Istrice – Lupa

Chiocciola – Tartuca

Nicchio – Valdimontone

Bruco – Giraffa (la rivalità è svanita nel 1995) 

Aquila – Pantera

Civetta – Leocorno 

La grande intensità delle rivalità tradizionali, osservano Dundes e Falassi, non è facile da comunicare. Capiterà di essersi già imbattuti in sport competitivi con molte antiche rivalità, come quella fra Oxford e Cambridge o Harvard e Yale. “Comunque il sentimento di appartenenza a una certa università non può venire in alcun modo paragonato a quello che fin dalla nascita può legare a una contrada”. Perché c’è qualcosa di superiore, di atavico e di misterioso nell’appartenenza a una Contrada. Le inimicizie geografiche e geopolitiche e il senso di adesione a una comunità contro un’altra, di cui noialtri toscani siamo pieni, come quelle fra Firenze e Pisa e fra Pisa e Livorno, sono nulla in confronto alle rivalità contradaiole. “La gente sa bene – scrivono Falassi e Dundes – che il proprio rapporto con la contrada non sarà reciso dalla morte: uno dell’Onda per esempio insisté che sulla sua lapide fosse scritto soltanto Marrocchesi Elio... Ondaiolo, e questo nel 1972. 

L’amore per la propria contrada può essere eguagliato in intensità soltanto dall’odio per la rivale. L’amore per la propria contrada può essere eguagliato in intensità soltanto dall’odio per la rivale. Il complicato sistema di alleanze e inimicizie che esiste tra le diciassette Contrade è assolutamente cruciale per riuscire a capire il Palio. Non basta dire che il Palio è una rappresentazione drammatica della vita di contrada: piuttosto il palio è lo sfogo emotivo per tutti i rapporti di amore-odio intrecciati tra le contrade”. Il vincolo con la Contrada assomiglia a quello massonico: ci puoi entrare, persino se sei forestiero, cioè non nato a Siena, puoi farti battezzare e diventare contradaiolo. Ma uscirne non puoi, e se ne esci è come se tu andassi, appunto, “in sonno”. Non a caso di ogni Contrada esiste un ingresso, ancorché non delimitato architettonicamente, ma l’uscita non è prevista. Perché a Siena tutto s’appartiene e nulla si cancella. 

IL PALIO E LA CENSURA.

La complessa macchina mediatica che gravita intorno al Palio di Siena, fa sì che si scatenino, spesso e volentieri riflessioni di ogni sorta. A "bocce ferme", comunque sia. Meglio infatti parlarne a freddo, quando gli animi si sono stemperati e l'emozione cede man mano il passo alla ragionevolezza, scrivono Andrea Verdiani e Simone Benvenuti su “Ok Siena”. Non sono queste le solite "chiacchiere da bar", di quelle che si fanno volentieri con gli amici, magari dietro un bel bicchiere di vino, così, tanto per spezzare la noiosa e monotona routine estiva. Quanto piuttosto riflessioni di una certa importanza, e che riguardano in maniera peculiare il Palio nella sua interezza, o meglio, l'immagine che di questa Festa vogliamo (e riusciamo) a dare al resto del mondo. Senza scadere nella retorica nostalgica, è comunque sotto gli occhi di tutti come il mondo, anche e soprattutto sotto l'aspetto comunicativo, non sia più quello di una volta. Quella che stiamo vivendo è infatti un'epoca che vede l’intero sistema della comunicazione cambiare a ritmo vertiginoso, un sistema meno “centralizzato” di una volta e sempre più slegato dal mainstream ufficiale. Viviamo infatti nel pieno dell’era digitale; del web 2.0, dei social network, dei tweet e dei selfie, come amiamo dire con un nuovo ed improvvisato tecno-slang; nell’era dei video ripresi e caricati quasi in tempo reale su Youtube, e di tutte le altre "usanze" tecnologiche entrate oramai a pieno titolo nella quotidianità di tutti, come lo sono l'andare a fare la spesa o il sorseggiare un caffè nel bar sotto casa. E' questa l'era del “citizen journalism”, o giornalismo partecipativo, dove chiunque, purché “armato” di un piccolo dispositivo come può esserlo un comune smartphone, può trasformarsi in un affermato reporter e mostrare al mondo intero, in pochi attimi, fatti di cronaca, scene di guerra, e manifestazioni popolari. I milioni di visitatori che mensilmente raggiungono siti come Youreporter e lo stesso Youtube, dimostrano come la comunicazione, rispetto a pochi anni fa, si sia completamente trasformata. Un cambiamento di gusti, e consumi, che ha messo in seria crisi persino l'intera industria dell'informazione, soprattutto quella tradizionale, trovatasi costretta a doversi aggiornare e riadattare, assecondando queste nuove tendenze per non rischiare di soccombere e scomparire. Un nuovo modo di intendere e fare informazione quindi, dove il lettore non è più soltanto il consumatore finale di una notizia, un utente passivo per intenderci, ma sempre più riveste un ruolo attivo, diventando egli stesso ingranaggio fondamentale dell'intera “filiera massmediatica”. E in tutto questo cosa c'entra il Palio? C'entra eccome! Perché con i tempi che cambiano così rapidamente, con il mondo dell'informazione in continua evoluzione, anche una Festa così tradizionale e secolare come quella di Siena, deve in qualche modo fare i conti con questi mutamenti. E come è successo per il settore dei mass media, così anche in questo caso è forse giunto il momento di rivedere le proprie posizioni, e tentare in qualche modo di scendere a patti con tali cambiamenti, almeno fino a quanto è possibile. Lo dimostra proprio quanto accaduto nell'ultima Carriera, quella del 2 luglio scorso. O meglio, durante la terza prova. In quell’occasione infatti ben tre contrade sono rimaste  coinvolte in una rovinosa caduta, per fortuna senza serie conseguenze per cavalli e fantini. Chi si trovava in Piazza del Campo, all'interno dell'anello del tufo o comunque lontano dalla mossa, sicuramente non è riuscito a vedere bene quello che stava accadendo, ripromettendosi magari una successiva e più comoda visione davanti al televisore di casa. Il problema, in quella come in altre occasioni simili, è stato che alla tv quelle immagini, quei video, “stranamente” non sono stati passati. Quello che veniva trasmesso era soltanto un documento video mutilato, mozzato. Insomma, diciamolo con sincerità: troncato dall’implacabile mannaia della "censura". Comprendiamo ed apprezziamo lo sforzo e l'attenzione posta da tutti i responsabili e attori principali della Festa, nel cercare di curare l’immagine stessa del Palio di Siena; del suo buon nome e della sua buona reputazione. Ma chiediamoci: nell’era dei vari Facebook, Twitter, Youtube e compagnia bella, dei telefonini così perennemente “incollati” alle mani di quasi ogni persona, in questa epoca di “giornalismo open source” quindi,  ha davvero senso applicare una tale, "ferrea censura"? Tutela veramente la Festa, o al contrario, non sortisce un effetto boomerang incrinandone maggiormente la sua immagine? Ragioniamo un momento e facciamo due conti, spostando l'attenzione al giorno del Palio: in una simile circostanza non è esagerato stimare la presenza, nella sola Piazza del Campo, di almeno 60.000 fotocamere "racchiuse" in altrettanti smartphone, 10.000 macchine reflex, (ed altrettante compatte), e almeno 5.000 handycam; ecco così trasformata la Piazza in un’immensa scenografia che non avrebbe niente da invidiare anche al set del più grande kolossal hollywoodiano mai realizzato. Ed in barba, poi, a tutte le varie normative che, minuziosamente, regolano la diffusione attraverso i media ufficiali delle immagini e dei filmati riguardanti il Palio. Se infatti accade qualcosa in Piazza, (un cavallo che cade o qualche piccola scaramuccia tra contradaioli, per fare un paio di esempi), siamo sicuri che operando una censura del genere, risolviamo davvero il problema? Crediamo di no, perché nel preciso istante che le certosine forbici censorie staranno effettuando i loro tagli, migliaia di altri occhi indiscreti saranno pronti a catturare e diffondere  in un attimo quanto ripreso, dandolo così in pasto all’opinione pubblica mondiale, e soprattutto a quanti non aspettano altro che ghiotte occasioni come queste per sputare i loro veleni sulla Festa senese. E l’immagine stessa del Palio, l’avremo davvero curata e tutelata? Tutto il contrario. L'idea infatti che passerà, sarà quella di aver voluto nascondere, con una “censura” del genere, qualcosa di brutto, "losco", qualcosa che non si vuol far vedere, qualcosa addirittura di cui vergognarsi, rafforzando così in quanti non perdono occasione per attaccare il Palio, le proprie convinzioni tutt'altro che positive sulla Festa. A fronte di quanto esposto perciò, è normale che qualcuno si chieda se sia davvero giusto adottare con ipocrisia la "censura" più bieca, che sembra più appartenere ad un retaggio culturale molto lontano, da vecchi regimi totalitari, che non ad una città diretta erede di una delle più antiche Repubbliche del mondo e che si candida a Capitale Europea della Cultura. Soffriamo molto quando un quadrupede si infortuna, ma questo succede anche negli ippodromi, e può accadere anche ad "un mustang" mentre scorrazza nell'immensità di un canyon americano o calpesta l'erba delle mitiche praterie del vecchio Far West. Crediamo che il Palio, per sopravvivere, non abbia bisogno della censura delle emittenti (locali e non) così come richiesta dal Consorzio della Tutela, perché se così fosse allora significherebbe che il Palio è davvero più morto che vivo, e finirebbe inesorabilmente per non sopravvivere a se stesso! In Spagna nessuno si vergogna della Corrida, eppure tutti  sanno che dopo si mangiano le bistecche di toro. Siamo allora i primi ad intimorirci della nostra Festa? O forse siamo troppo deboli per rispondere ai “diktat animalisti”? Se è così, allora vuol dire che ci hanno già sconfitto, che abbiamo perso la battaglia prima ancora di scendere a combatterla. Una battaglia che, tra l’altro, oggi più che mai, si combatte anche, e soprattutto, sul fronte dell’informazione. Della corretta informazione, che non nasconde la verità a colpi di censura, ma che anzi la mostra così come è, nuda e cruda. Meno “simpatica”, magari, almeno per i palati più politicamente corretti, ma sicuramente più vera. Qualche tempo fa ci fu chi disse: “La Verità vi farà liberi”. Forse anche qui sarà il caso di tenere a mente, e possibilmente applicare, queste sagge parole.

Alleanze, congiure e tradimenti, i misteri mai svelati del Palio. Nessun contradaiolo racconterà mai quello che succede dietro le quinte: dai soldi spesi per "corrompere" i fantini rivali agli accordi ai canapi prima della partenza. Perchè da sempre sulla pista di tufo si corre per vincere ma anche per non far vincere. E fanno tuttora parte di questa storia segreta le coliche ai cavalli nell'agosto del 2000 e le "anime" rievocate nel 2005 per lo storico riscatto della Torre, scrive Maurizio Bolognini su  “La Repubblica”. Il Palio del 2 luglio 2011 è appena finito. Ha vinto l’Oca, che per secolare e acerrima nemica ha la Torre. Nei momenti concitati dopo la corsa, l’impiegata torraiola del Comune continua con scrupolosa ed efficiente gentilezza a rispondere alle continue e pressanti richieste degli ospiti. Lo fa con professionalità. Ma ogni tanto dalle viscere le sbocca un pianto irrefrenabile, sordo e intenso, brevissimo, scioccante. «Hanno vinto senza spendere un euro» singhiozza, per riprendersi un attimo dopo e tornare a rispondere con cortesia a tutte le richieste. Queste fitte di dolore, questi moti di sofferenza profonda e compressa, sono l’emblema dei misteri del Palio. Il primo mistero è quella passione ancestrale e imperscrutabile che trasfigura la gente di Siena. Un altro è il mistero legato ai patti segreti, agli intrighi e alle congiure che contribuiscono a determinare l’esito della corsa. Si vince il Palio spendendo centinaia di miglia di euro. Ma si può vincere senza spendere un centesimo, come, secondo l’impiegata comunale della Torre, è toccato in luglio all’Oca. A volte capita di vincere e addirittura incassare denaro. Pagare e riscuotere, tutto lecito, tutto secondo tradizione. Ma chi è che paga? Chi è che riscuote? Non conosco «pentiti» nel Palio. Non conosco contradaioli che abbiano svelato fino in fondo contenuti ed effetti dei così detti «partiti», ovvero dei patti segreti che si intrecciano tra contrade e tra fantini, alimentati dallo scorrere di denaro. Sì, qualcuno ha «cantato», spifferato squarci di verità. Pezzi di folclore per alimentare la leggenda. Ma i segreti veri, quelli più profondi, il contradaiolo se li porti nella tomba, ligio ad un dogma che non ammette pentitismi. Si possono svelare i meccanismi, le dinamiche. Mai i contenuti. Si sa, allora, che il capitano della contrada, il condottiero della battaglia che entra in campo nei giorni clou della Festa affiancato dai mangini (la guida morale del rione è invece il priore, una sorta di presidente della piccola repubblica), ha un budget di denaro in dotazione nei giorni del Palio. E’ il frutto delle elargizioni dei notabili del rione, a cominciare dal priore stesso, che solo in parte rappresentano atto di «generosità»: il prestigio sociale di un senese si costruisce infatti anche attraverso le vittorie al Palio. Anche i semplici contradaioli contribuiscono ad alimentare il budget di spesa. Lo fanno impegnandosi con due diverse sottoscrizioni: una somma X, bassa, per sostenere la partecipazione della contrada al Palio, e una somma Y, molto più alta, da versare in caso di vittoria. Con questo doppio budget, a perdere e a vincere, il capitano affronta dunque la vigilia del Palio. Elabora una strategia che tiene conto di tante cose, come le reali potenzialità di vittoria che ha la sua contrada dopo l’assegnazione a sorte di un cavallo più o meno quotato (avviene solo tre giorni prima della corsa), o la necessità prioritaria di arginare la rivale. I denari li mette in parte a disposizione del fantino, che se li gioca in promesse e giuramenti tra i canapi alla partenza della corsa. L’ordine di ingresso, chiuso in una busta e che viene svelato solo al momento della mossa (la partenza), è un’altra variabile fondamentale. La vicinanza o meno allo steccato che chiude la piazza, l’avere accanto una contrada invece dell’altra, essere di rincorsa, sono gli elementi decisivi a delineare prospettive di vittoria o rischi di sconfitta (ovvero vittoria della rivale) e a condizionare le strategie. E i fantini impegnano i soldi in dotazione, una volta conosciuto l’ordine ai canapi, per cercare alleanze, vendersi, correre «contro» qualcuno. Per questo, in quell’inestricabile mistero che sono i patti del Palio, può capitare di vincere un Palio senza spendere un centesimo o addirittura guadagnarci, come secondo l’impiegata comunale della Torre sarebbe capitato all’Oca nel luglio scorso. Ogni Palio si porta dietro i suoi segreti. Il 16 agosto 2000, grazie a due «giovanissimi», il cavallo e il fantino, Venus VIII e Luca Minisini detto «De» perché livornese, il Leocorno vince un Palio carico di colpi di scena e misteri. La storia di quelle giornate è un compendio di enigmi palieschi: fantini mercenari che cambiano casacca all’ultimo momento, cavalli che si ammalano misteriosamente, veterinari defenestrati nottetempo, forse incompetenti, forse peggio. Tanti vip, quel giorno in piazza del Campo, a guardare lo scatto di Tartuca e Onda, il sorpasso del Leocorno, la sua vittoria. Nottetempo l’Onda aveva cacciato il veterinario a cui era stata affidata la cura del cavallo. Cos’era successo nella stalla del rione di Malborghetto? Dicono che il fantino Mario Canu non fosse contento delle prestazioni del cavallo Urban II e che la colpa sia stata scaricata sul medico. Si racconta di un blitz nella stalla, di discussioni su siringoni e beveroni per «sostenere» la forma fisica dell’animale, di una lite furiosa per tutelare la salute del barbero (così chiamano a Siena il cavallo del Palio). Nove e non dieci contrade si presentarono il giorno dopo ai canapi. Zullina, il cavallo dell’Oca, era stato fiaccato da una colica, febbre alta, un attacco virale che avrebbe colpito altri quattro quadrupedi e soprattutto messo fuori causa il favorito sul quale avrebbe dovuto correre Luigi Bruschelli detto Trecciolino, il fantino ex enfant prodige, vincitore anche a luglio con l’Istrice, che fino a poche ore prima della corsa aveva deciso di correre per la Giraffa. Poi, la sera prima della corsa, aveva fatto marameo alla Giraffa ed era saltato a sorpresa in groppa all’Oca. Salvo poi doversi arrendere di fronte al misterioso malessere di Zullina, mentre un altro fantino, Cianchino, aveva tradito ore prima la Selva per andare a correre nella Pantera. Cosa c’era dietro quei tradimenti, quei malesseri, quanti soldi mossero quelle situazioni? Mistero.  Il 16 agosto 2005 è una data storica. La corsa fu preceduta da una vigilia tesissima. Per evitare il rischio di tradimento dei fantini «assassini», che fa parte del gioco, i contradaioli li segregarono ciascuno nel proprio rione e tolsero loro i telefonini per evitare che si contattassero. Senza più i cellulari, si racconta che i fantini avessero deciso di rispolverare vecchi codici di comunicazione: la sigaretta tenuta sulla mano destra invece che sulla sinistra, i colori della camicia, del cappello, dei pantaloni, oppure, alla benedizione del cavallo, il bacio scambiato in bocca, in fronte, sulla guancia destra o sinistra, varianti per comunicare il raggiungimento o meno di inconfessabili accordi. Ma era una vigilia tesissima soprattutto perché sulla corsa gravava l’ansia di riscatto della contrada della Torre, in digiuno di vittorie da 44 anni, “vittima” per quasi mezzo secolo delle rivalità di due potenti contrade, l’Oca e l’Onda. Nei giorni che precedettero il Palio avvennero però fatti epocali e oscuri che sembravano poter preludere ad una svolta. In sorte alla Torre era toccato il cavallo migliore Berio, ma era già capitato altre volte che la contrada avesse assegnato un campione e nonostante questo non fosse riuscita a vincere. Stavolta però c’erano trame oscure che potevano far ipotizzare un clamoroso esito finale. Si racconta che nei giorni della vigilia anime inquiete abbiano vagato tra Malborghetto e Salicotto, sedi delle contrade nemiche Onda e Torre. Voci inquietanti le avevano risvegliate di soprassalto da un sonno di quattro secoli: insinuavano, quelle voci, che la Torre avesse dichiarata chiusa la secolare rivalità con l’Onda. E le anime inquiete appartenevano ai primi «cazzottatori» della storia del Palio, i contradaioli di Torre e Onda che nel Seicento inaugurarono l’infinita e affascinante saga delle rivalità paliesche, essenza della Festa di Siena, espressione alta di faziosità. Sacrilegio e inammissibile profanazione — secondo certi puristi — cancellare la madre di tutte le inimicizie. Allora, prima che il Palio si corresse, il priore della Torre, Massimo Brogi, smorzò i termini ma in buona sostanza confermò: «Studi di questo secolo, come quelli di Alessandro Falasssi, dicono che non esistono i presupposti per una rivalità fra Torre e Onda» sostenne. «Abbiamo mandato segnali di distensione e non ci siamo presentati all’incontro che il sindaco tiene prima del Palio fra i capitani delle contrade rivali». Cosa era successo tra le contrade? Quale misteri dietro quelle trame? Alla vigilia del Palio dell’Assunta, l’argomento teneva banco e gli storici recuperarono le straripanti ricerche dedicate nei secoli al Palio per dire che quella pace non s’aveva da fare. Rammentavano, quelle ricerche, le vittime provocate dai cruenti scontri seicenteschi fra le confinanti Onda e Torre, le tensioni fra importanti famiglie dei due rioni, i lunghi periodi di tregua e persino di alleanza, fino alla nuova deflagrazione scatenata dal Palio del luglio 1930. Allora, 80 anni fa, la Torre confidava nell’Onda per fronteggiare l’altra rivale storica, l’Oca, e per rompere così un ventennale digiuno di vittorie. Ma la contrada di Malborghetto girò le spalle a Salicotto, prese dall’Oca il fantino Picino e dette in cambio lo Sgonfio, vinse il Palio dopo che, durante le prove, una scintilla aveva scatenato scontri durissimi tra i contradaioli di Onda e Torre. Da allora la gente dei due rioni aveva ripreso a guardarsi in cagnesco. Ma in quei giorni di agosto 2005 era successo qualcosa che avrebbe potuto cambiare la storia. E un’altra prova si ebbe quando alla corsa la Torre si presentò oltre che col miglior cavallo, regalato dalla sorte, anche col miglior fantino, Gigi Bruschelli delle Trecciolino, ingaggiato con fior di quattrini. Ed era un segno di potenza: perché quando le rivali non vogliono far vincere la contrada a cui è toccato un buon cavallo, possono pagare i fantini migliori perché rinuncino a montare sul favorito. La fine del sortilegio era nell’aria. Era infatti scritto anche nella cabala dall’agosto 1961. Allora don Luigi Bani, parroco della nemica contrada dell’Oca, lanciò il suo anatema contro la Torre, che aveva fatto spennare 43 oche per banchettare alla vittoria del Palio e sbeffeggiare i rivali. «Maledetti, non vincerete per 43 anni consecutivi», invocò il prete. E così è stato. Quarantaquattro anni dopo, la Torre torna alla vittoria. E la corsa celebra una coppia che assieme vince per la quarta volta, il cavallo Berio e Trecciolino. Erano i favoriti, ma la secolare sfortuna della Torre lasciava margini di incertezza. In partenza Trecciolino rimane intruppato, stretto dagli avversari, risponde alle nerbate del fantino dell’Onda che mostra così di non far parte degli accordi di pace tra le due contrade se davvero accordi ci sono stati. Ma Trecciolino si fa largo, il cavallo dribbla e scarta, fino a conquistare la testa senza più lasciarla. E allora urla e pianti dei contradaioli, in Duomo il Te Deum di ringraziamento e le preghiere per i defunti che non possono partecipare all’orgasmo collettivo. «Non ho fatto ancora i conti, non so quanto ci costerà» glissa la marchesa Maria Aurora Misciattelli Zondadari Paparozzi, il capitano della Torre, l’unica donna al vertice di una delle diciassette contrade capace di riportare la contrada di Salicotto alla vittoria 44 anni dopo che la stessa impresa era riuscita a sua madre, Maria Pace Chigi Misciattelli, capitano dell’epoca. E, dunque, non si sa quanto sia costato quel Palio alla Torre. Altre domande rimangono ancor oggi appese. Ci fu davvero un patto tra Onda e Torre? Erano nerbate vere quelle del fantino dell’Onda? Chi ha pagato chi? Inutile voler sapere. Sono i misteri di Palio.

SIENA LA ROSSA. COMPAGNI MASSONI.

Compagni massoni: Siena la Rossa si ritrova in aula. In tribunale il sindaco, l'ex senatore e l'editore a confronto sul giallo dei comunisti nelle logge. Il compagno Aurelio dava la caccia ai massoni cattivi, scrive Fabio Cavalera su “Il Corriere della Sera”. Il partito lo aveva spedito nella commissione parlamentare della Tina Anselmi per rivoltare le mani nella melma piduista. Una bella gatta da pelare per il compagno Aurelio, dirigente piccì, toscanaccio tosto e tutto d'un pezzo, che la sua terra aveva plebiscitariamente promosso a senatore. A Siena c'era e c'è il Monte dei Paschi. Che stava al Pci come la Cariplo alla Dc. La via bancaria al comunismo democratico italiano. Sulla scrivania della Tina Anselmi era arrivata la fotocopia, chissà quanto vera chissà quanto falsa, di un finanziamento del Monte dei Paschi a Silvio Berlusconi, che all'epoca, il 1982 - 1983, si occupava più di spot che di voti e bicamerali. Lì doveva vigilare il compagno Aurelio. Senatore Ciacci. E vigilò. Finchè un bel giorno, sempre sulla scrivania di Tina Anselmi, furono rovesciati gli elenchi dei "fratelli" che dalle Alpi a Favignana avevano consegnato anima e destino alle segrete logge. Lei li prese e ne riempì una stanza di palazzo San Macuto a Roma. I commissari onorevoli furono ammessi alla consultazione ma non alla divulgazione. "Io, quegli elenchi, non chiesi mai di vederli". Il compagno Aurelio aveva e ha una fede incrollabile. Impossibile che un militante qualsiasi sommasse tessera a tessera. Dunque, inutile sprecare tempo. Un comunista non può essere massone. "Mai sfogliati", rivendica il compagno Aurelio davanti al tribunale di Bologna. Che si occupa, giugno 1998, di una bega, settembre - ottobre 1993, che, se osservi da vicino, è il coperchio di un bidone di spazzatura in cui si confondono le armi di un regolamento di conti lungo cinque anni. Fra ex comunisti, ex pidiessini, nuovi democratici di sinistra. Una parte del partito che spingeva le sue armate sulle poltrone di una banca. Un'altra parte del partito che si accomodava in trincea. E mirava. Via così. Il compagno Aurelio oggi è l'ex senatore Ciacci tornato a Siena con le sue indistruttibili convinzioni. Primo: salvare l'onore del "principe". Secondo: salvaguardare l'unità della federazione. In tribunale - a Bologna perchè nella vicenda compaiono in qualità di querelanti alcuni magistrati toscani - l'ex senatore Ciacci si è dovuto presentare a testimoniare. Per una storia che il sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, altro attore protagonista, liquida con una citazione del granduca Leopoldo II d'Asburgo. Il quale richiesto di un parere sulla costruzione dei manicomi in Toscana rispose per quanto riguardava Siena: "Qui basta chiudere le porte della città". Pierluigi Piccini è  sindaco al secondo mandato. Lo hanno scelto 6 senesi su 10. Lavora bene, se è vero come è vero che Siena è al vertice della classifica sulla qualità della vita nelle città italiane. Frequenta poco la direzione del partito. E lo rimproverano. Sottosotto qualche compagno lo pensionerebbe volentieri. Era il 1993 e sull'intera penisola circolava il malloppo messo assieme dal procuratore napoletano, Agostino Cordova: la Treccani della massoneria. L'Unità, edizione toscana pubblicò la lista dei "muratori" affiliati alle logge di Firenze e di Prato. Duemila nomi. Ma pur avendo, come ammette Marco Spinelli, ex coordinatore della segreteria pidiessina a Siena, la mappa completa della regione decise di fermarsi. I sospettosi pensarono: vuoi vedere che qui, a Siena, ci sono illustri compagni con tanto di grembiulino. "State tranquilli, siamo puliti". Parola di Marco Spinelli alle sezioni. Ma a novembre, il sedici, un piccolo quotidiano "Il Cittadino", editore il medico Fabio Rugani, grande sostenitore del candidato sindaco Pierluigi Piccini, direttore il figlio Duccio, cominciò a martellare. E scivolò su una buccia di banana. Magistrati, professori e mezza federazione pidiessina. Massone l'onorevole Roberto Barzanti, vicepresidente del Parlamento europeo. E non era vero. Massone Luigi Berlinguer allora rettore dell'università, ministro in carica. E non era vero. Chi aveva consegnato i tabulati al "Cittadino"? La lista che l'Unità aveva passato ai dirigenti senesi non conteneva quei nomi. E quel che scriveva l'Unità era Vangelo. Non si discute "l'organo del partito" spiega Marco Spinelli, diventato sindaco di Colle Val d'Elsa e deputato di nomina pidiessina nella fondazione del Monte dei Paschi, ai giudici persino divertiti. Chi, allora, l'aveva integrata? Querele a raffica contro i Rugani. Occorre tutelare il proprio buon nome ma occorre smascherare le "talpe". Fabio, il medico, dice, oggi, che fu tutto verificato. Sia tramite "fonti" massoniche sia tramite fonti di partito. E chiama in causa, "da lui autorizzato", il compagno Aurelio. Che va in tribunale a Bologna e smentisce. "Il dottor Rugani mi chiese se risultava l'iscrizione a qualche loggia di Luigi Berlinguer. Io gli risposi: accerta e informa il segretario del partito". Fabio Rugani coinvolge anche il suo amico sindaco Pierluigi Piccini ma solo per un elenco di 63 "affiliati" che non conteneva riferimenti a militanti e dirigenti della Quercia. E il sindaco da galantuomo conferma. "Sì, l'ho consegnato io. Perchè credevo e credo nella trasparenza di una amministrazione". Pierluigi Piccini regalò all'amico Rugani anche copia di un documento anonimo ricevuto per posta. Documento che citava Alberto Bruschini, compagno di partito, in corsa per la direzione generale del Mediocredito nel 1992. Appoggiato da parte della federazione provinciale. Silurato dal comitato cittadino. In corsa oggi per la direzione della CariPrato. Stessa solfa. Finirà così. I Rugani, padre e figlio, pagheranno quanto meno per eccessiva leggerezza o spregiudicatezza. O hai le pezze d'appoggio o finisci a terra. Regola d'oro. E nel partito? Melina del sindaco che frequenta poco la direzione. "Per fortuna mi devo occupare della città".

Siena la rossa tradita dal potere, scrive “La Repubblica”. «Non so se sono ancora amico di Giuseppe Mussari», dice Franco Ceccuzzi, quarantenne ex sindaco di Siena, candidato per il centrosinistra alle prossime elezioni comunali. Nel 2001 Ceccuzzi è stato testimone di nozze del banchiere calabro-senese che ha nascosto in cassaforte il patto perverso con i giapponesi di Nomura per la gestione del derivato Alexandria. Quel patto che fa tremare Siena la "rossa". Che fa crollare il Muro del Monte. Che ha rotto la tranquillità di una provincia chiusa, ricca e orgogliosa, diventata negli anni un «groviglio armonioso», ossimoro, inventato da Stefano Bisi, massone di primo piano e direttore del Corriere di Siena, che è stato davvero la fotografia di questa città. Quel patto - ancora - che si insinua proprio come un "derivato" dentro la politica locale e non solo. Ceccuzzi è il primo che ha chiesto «discontinuità» rispetto alla pluriennale gestione di Mussari (cinque anni alla Fondazione, e quasi seia Rocca Salimbeni). Anche per questo è saltata l'estate scorsa la giunta comunale. Sette consiglieri della maggioranza hanno bocciato il bilancio, come rappresaglia per essere stati estromessi dalla definizione della lista del Comune per il cda della banca. Ora a piazza del Campo c'è il commissario. Perché questa è una storia anche di tradimenti. Questa è una città tradita. Tradita dal "Babbo Monte" che irrorava, narcotizzandolo, il territorio con centinaia di milioni l'anno attraverso il bancomat della Fondazione e ora denuncia più di quattromila lavoratori in eccedenza con una perdita in bilancio arrivata a 6,2 miliardi, più della metà del suo patrimonio netto. L'assemblea di oggi varerà l'aumento di capitale per fronteggiare l'emergenza. Siena, 55 mila abitanti, tradita da una classe dirigente autoreferenziale, chiusa in se stessa, consociativa. Che ha mortificato pure la sua gloriosa e antica Università appesantita da un buco di 200 milioni di euro, cominciato a formarsi durante il rettorato di Luigi Berlinguer. Tradita, appunto, dalle lotte intestine del Pd, già Ds e poi ancora prima Pds e Pci. Dalla sinistra. «Forse è una tragedia. Di certo stiamo in una condizione di depressione psicologica», riflette Fabio Pacciani, dentista, rettore del magistrato delle contrade, l'organismo che rappresentante delle diciassette contrade del Palio. Continua: «Non ci sono più riferimenti, non si intravede un progetto. Non c'è nemmeno la giunta comunale. E' una situazione devastante. Questa è una città stordita, sorpresa, sgomenta. E preoccupata: in pochi anni si è depauperata una banca solida». Il Monte ha chiuso i rubinetti anche per le contrade. Il nuovo ad, Fabrizio Viola insieme al presidente Alessandro Profumo, ha scritto che non doneranno più i 15 mila euro annuali a contrada. La banca, nata più o meno con le contrade nel '400, smette di fare il "protettorato". Un brutto segno. Un segno di questo tempo. La prossima settimana ci sarà un incontro per tentare di ritornare all'antico. «Avrebbe un valore simbolico», spiega Pacciani. Per quanto tutti sappiano ormai che il "modello Siena" è finito. Lo dice netto Cesare Cecchi, mega industriale del chianti, presidente della Confindustria locale: «C'è la consapevolezza che si vada rescindendo lo storico legame del territorio con la propria banca e che quindi sia venuto meno un modello di sviluppo di cui Mps rappresentava certo una solida cinghia di trasmissione». Espressione che fa venire in mente altro. Per esempio che qui dal 1983 al 2011 il sindaco era dipendente del Monte e anche dirigente della potentissima Fisac, il sindacato dei bancari della Cgil, che fino all'ultimo ha difeso l'ex direttore generale del Monte Antonio Vigni. «Se tra le migliaia di iscritti alla Fisac ci sono alcuni che vengono eletti nel consiglio comunale non vedo cosa ci sia di strano. Non lo do per scontato, ma mi pare che sia naturale», sostiene Claudio Gucciardini, segretario della Camera del lavoro. Che parla di «grande rabbia dei senesi per essere stati sputtanati a livello planetario». Ha interrotto l'epopea sindacal-bancaria proprio Ceccuzzi. E ora contro di lui si stanno costituendo una serie di liste civiche trasversali. Il candidato sindaco, sostenuto dal Pdl che però non ci ha messo il simbolo, è il cardiochirurgo Eugenio Neri. Con lui si è sostanzialmente schierata "Nero su bianco" l'associazione fondata a settembre da Alfredo Monaci, ex dc, ex pdl e anche un po' ex pd, ora candidato nella lista Monti per la Camera. Alfredo Monaci è stato sempre nel board della banca ai tempi di Mussari, ed è fratello di Alberto, ex dc, presidente del Consiglio regionale toscano. Tra i sette dissidenti piddini che hanno provocato la caduta della giunta comunale, quattro - si dice a Siena - stanno con Alfredo Monaci e due con il fratello, una dei quali è la moglie Anna Gioia, mamma di Alessandro Pinciani, vicepresidente della Provincia. Con Neri ci sarebbe "Ora Siena" di Maurizio Cenni, ex sindaco, uscito dal Pd, con due suoi ex assessori, una dei quali è Daniela Bindi (già Fisac), consorte di Fabio Borghi (già Cgil) ed ex membro del cda del Monte. Si potrebbe andare avanti da un intreccio che tira l'altro. Questo è il "groviglio", non più armonioso. Oggi c'è l'assemblea del Monte. E' c'è pure Beppe Grillo. «E' venuto a chiedere i dividendi. E' giusto che sia così. Li chiedo anche io come azionista. E' normale», sdrammatizza Ceccuzzi. E' la normalità che però Siena non c'è.

MPS, UNA VALANGA DI GUAI.

Mps, dal Comune all'università, dall'ospedale al Palio: Siena sepolta sotto la frana dei blocchi di potere. La città sconvolta dal divorzio tra Fondazione e banca. Una storia di incroci tra politica e istituto di credito, chiesa e massoneria, ex comunisti e berlusconiani, scrive Alberto Statera su “La Repubblica”. La città "acchiocciolata" come i suoi palazzi, secondo la definizione di Siena data da Guido Piovene, si risveglia d'autunno coventrizzata a piangere i suoi cari: prima il babbo Monte, ora la mamma Fondazione. Lacrimano inconsolabili all'Accademia dei Fisiocratici come all'Associazione Basketball Generation, al Circolo degli Uniti come alla Fondazione Siena jazz o all'Associazione Amici miei, che sembra ispirata al Tognazzi della supercazzola. E alti lai si elevano anche oltre i confini cittadini, dove la rugiada di contributi si posava benefica da interi lustri. Non solo in Toscana, ma in ogni parte d'Italia. E qualche volta all'estero, come nel caso dell'Arciconfraternita di Maria SS. Del Soccorso di Montecarlo. Non potrà più acquistare calzature, bandiere e armature medievali, per dire, l'Associazione dei Cavalieri di Santa Fina di San Gimignano e perderanno finanziamenti anche la Fondazione Notte della Taranta di Melpignano (Puglia) e la Fondazione Ravello (Campania) dell'onorevole Renato Brunetta, che colà possiede una delle sue ville. Ma, a parte le migliaia di piccoli contributi clientelari spesso folcloristici distribuiti a pioggia, soffrirà davvero tutta la città sotto la frana di quel blocco di potere che ha visto uniti per decenni politica e banca, chiesa e massoneria, ex comunisti e berlusconiani. Soffriranno il Comune e l'università, l'azienda ospedaliera e le contrade del palio. Per farla breve, dieci anni fa la Fondazione di controllo del Monte dei Paschi di Siena valeva 12 miliardi di euro. Oggi dopo una gestione dissennata che ha permesso lo scandalo della terza banca italiana, vale poco più di 600 milioni e ha un indebitamento di quasi 400 milioni. Per un decennio la città è vissuta acchiocciolata dentro "una bolla", come la chiama l'ex sindaco e dirigente del Monte, Pierluigi Piccini, adagiata in un benessere costato alla Fondazione almeno un miliardo e su una presunta diversità culturale, che hanno nascosto i peccati del sistema fondato sulla "concertazione" politica e traversato dalla corruzione. Ora il sistema di governance si è rotto e sta producendo un doloroso divorzio tra la Fondazione e il Monte. Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, presidente e amministratore delegato della banca succeduti alla banda senese del 5%, hanno accelerato le procedure per l'aumento di capitale di 2,5 miliardi. Ma la Fondazione, primo socio al 33,4%, rischia il default se non vende e ripaga i debiti prima dell'aumento. Profumo e Viola vogliono andare in porto con l'operazione entro il 20 febbraio per poterla presentare con i conti del terzo trimestre 2013. "Seguiremo il Codice civile facendo l'interesse del cento per cento dei soci", dicono i due banchieri di lungo corso, uno affezionato elettore delle primarie del Pd, l'altro più vicino al mondo cattolico. Ma il trentatrè per cento replica: "Così ci ammazzate, lasciateci respirare prima di varare l'aumento di capitale". Almeno fino alla fine del 2014, come chiede l'Unione europea. A rappresentare la quota di controllo a palazzo Sansedoni, c'erano fino a ieri ligi funzionari politici, che alla banca non davano ordini, ma ne ricevevano. Papale papale, ha confessato il vecchio presidente Gabriello Mancini: "Noi obbedivamo alle direttive degli enti che ci hanno nominato". Cioè la politica, locale e nazionale. Non soltanto i Ds e poi il Pd, ma anche il Pdl, che nel consiglio della banca ordinò a Mancini di collocare Andrea Pisaneschi e Carlo Querci, su indicazione di Gianni Letta, Denis Verdini e Silvio Berlusconi. Adesso nella sede della Fondazione è arrivata una marziana. Antonella Mansi, classe 1974, grossetana, vicepresidente della Confindustria. Grosseto è a un tiro di schioppo da Siena, ma si sa come sono i senesi acchiocciolati nelle loro mura. Hanno guardato con curiosità mista a sufficienza la ragazza tosta venuta dalla Maremma. Ma ora che lei ha gettato il guanto ai carissimi nemici del babbo Monte che vogliono far fuori mamma Fondazione, il clima di sospetto si è attenuato. Lei giura di non aver partito se non l'aquila confindustriale e, per la verità, rifiutò la proposta di Denis Verdini che la voleva candidata del Pdl alla presidenza della Toscana. Ma da quando ha dichiarato di volersi ribellare al Monte è successo di tutto. Si è dimesso il suo vicepresidente Giorgio Olivato, che avrebbe dovuto prendere il posto del direttore generale Claudio Pieri, partecipe del passato governo della Fondazione. E hanno cominciato a circolare dietrologie sulla costruzione di un nuovo blocco di potere catto-confindustriale alternativo a quello diciamo post comunista e catto-massonico, che a Siena, tra sinistra e destra, ha governato per decenni. Realtà o fantasia senese, in una città che rischia di affondare trascinata dalla sua banca che un tempo aveva diritto di vita e di morte sui suoi dipendenti e anche sui suoi correntisti? La Mansi, in realtà, da noi interrogata sulla lite in famiglia con Profumo, ci è apparsa perfettamente consapevole del fatto che la Fondazione che presiede ha allevato per anni galline dalle uova di pietra, badando soltanto ai dividendi, senza mai interrogarsi sulla loro sostenibilità e rinunciando alla diversificazione degli investimenti. Chiede soltanto più tempo per attuare l'exit strategy. E' un problema di tutte le Fondazioni bancarie, che a Siena è più grave che altrove. La marziana di palazzo Sansedoni sa che qui bisogna sporcarsi le mani e non intende tirarsi indietro. Si trova così di fronte a un bivio. Sa benissimo che l'unica scelta che ha di fronte è la vendita di azioni della banca per salvare il salvabile. Ma cercando in tutti i modi di evitare la morte per soffocamento nel giro di poche settimane. "E' questa ormai - ha scritto l'economista Marco Onado - l'unica strada per assicurare che le erogazioni di carattere sociale possano mantenere una dimensione accettabile. E tanto più le prospettive della banca sono precarie, tanto più una exit strategy si impone".

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

MPS, UNA VALANGA DI GUAI.

Mps, arriva la valanga. I pm di Siena hanno chiuso le indagini e stanno per chiedere i rinvii a giudizio. Con un esplosivo dossier di 20 mila pagine. Che può abbattersi anche sulla politica, scrive Camilla Conti su “L’Espresso”. Quaranta faldoni per oltre 20 mila pagine di dossier che riassumono le indagini chiuse dai magistrati di Siena sull'acquisizione della Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi. E' questo il carico da novanta che i pm sono pronti a giocarsi in questi giorni. Stando alle indiscrezioni, infatti, l'avviso formale di chiusura delle indagini sarebbe ormai pronto e i pm Antonio Nastasi, Giuseppe Grosso e Aldo Natalini sono convinti di avere gli elementi per richiedere il rinvio a giudizio di diversi esponenti della passata gestione della banca, a cominciare dall'ex presidente Giuseppe Mussari e dall'ex direttore generale Antonio Vigni. I reati ipotizzati sono ostacolo alla vigilanza, manipolazione del mercato e falso in bilancio e in prospetto. Per qualcuno degli indagati le responsabilità sarebbero solo parziali, per altri riguarderebbero invece tutte e tre le contestazioni.

Ecco una serie di domande e risposte che riassumono i punti principali dello scandalo Monte Paschi.

Quante e quali sono le inchieste aperte dalla procura di Siena che hanno come protagonista il Monte dei Paschi e i suoi ex vertici?

L'inchiesta principale della Procura di Siena, ormai prossima alla conclusione, riguarda l'acquisto di Banca Antonveneta del 2007 venduta dal Banco Santander e costata a Mps 10 miliardi di euro. L'operazione fu organizzata con grande rapidità, al punto che Mps non si premurò di studiare le condizioni di salute della banca padovana né di introdurre clausole per un'eventuale ridiscussione del prezzo. L'inchiesta vede indagati gli ex vertici della banca insieme ad altre otto persone, tra dirigenti ed ex revisori dei conti.

L'altro filone riguarda i contratti derivati sottoscritti con le banche straniere Nomura e Deutsche Bank che secondo gli inquirenti sono serviti per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall'acquisizione di Antonveneta. Nel giugno scorso il gip di Siena, Ugo Bellini, ha deciso il giudizio immediato per l'ex presidente Giuseppe Mussari, l'ex dg Antonio Vigni e l'ex capo dell'area finanza Gianluca Baldassarri: risponderanno del reato di ostacolo alla vigilanza sul derivato sottoscritto tra la banca senese e Nomura nel 2009. Il processo inizierà il 26 settembre.

L'inchiesta sui derivati si intreccia con un'altra aperta dalla Procura di Milano sulla cosiddetta «banda del 5 per cento», capitanata da Baldassarri, ovvero un gruppo di esperti di finanza che per oltre dieci anni avrebbero fatto "la cresta" sulle operazioni sfruttando triangolazioni con finanziarie italiane e straniere. E' infine stata aperta un'ultima inchiesta per reati fiscali riferiti agli esercizi dal 2005 al 2008 che coinvolge 11 persone fra ex vertici e manager del Monte dei Paschi.

Che cosa sono i contratti derivati Alexandria e Santorini e perché sono finiti sotto i riflettori della magistratura?

I derivati sottoscritti da Mps, Alexandria e Santorini, sono scommesse perse non solo per sfortuna ma anche per eccesso di azzardo. Perché tutti i derivati hanno un valore che "deriva" da qualcos'altro: l'andamento di un indice di Borsa, l'azione di una società, un titolo di debito pubblico o privato, l'oro o un'altra materia prima. E ci scommette sopra: può andare bene ma può anche andare molto male. I derivati servono a spostare il rischio assunto in proprio su altri soggetti. Nel caso di Mps sono serviti per coprire alcune perdite accusate in bilancio, spostandole sugli esercizi futuri. Non solo. I contratti non sono stati rivelati né ai controllori interni né alla Banca d'Italia, che vigila su tutti gli istituti di credito. Anche il consiglio d'amministrazione non è stato informato. Solo quando lo scorso anno sono arrivati al Monte i nuovi vertici - il presidente Alessandro Profumo e l'amministratore delegato Fabrizio Viola - queste operazione e altre simili sono state svelate.

Quali sono le accuse a carico dell'ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari?

Per Mussari la Procura di Siena ipotizza il reato di falso in prospetto (art. 173 bis del Testo unico della finanza) in relazione agli aumenti di capitale del 2008 e del 2011. Mussari è anche indagato per manipolazione del mercato in concorso (art. 185 del Tuf) nell'ambito del programma di finanziamento ideato per il reperimento delle risorse per l'acquisizione di Antonveneta. Per il giudizio immediato deciso dal gip a giugno con uno stralcio dell'inchiesta, l'accusa è infine quella di ostacolo alla vigilanza della Banca d'Italia. Secondo il giudice Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, avrebbe occultato con mezzi fraudolenti il contratto di "mandate agreement" stipulato il 31 luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Quel contratto fu ritrovato solo a fine 2012, nella cassaforte di Vigni, dai nuovi vertici di Mps.

Quali sono i lati ancora oscuri dell'acquisto di Banca Antonveneta da parte di Mps nel 2007?

I punti oscuri sono diversi. La banca senese, ad esempio, non dovette sborsare soltanto i 9,23 miliardi previsti per comprare le azioni dell'istituto padovano ma anche fornire a Antonveneta una massiccia iniezione di liquidità, necessaria per rimborsare i finanziamenti che le erano garantiti in precedenza dal gruppo Santander al fine di portare avanti la normale operatività. Da Siena partirono così otto bonifici miliardari, per un totale di 17 miliardi di euro. In questo fiume di denaro, gli inquirenti sarebbero alla ricerca di pagamenti «anomali», realizzati dalla banca o da intermediari, nell'ipotesi che possano nascondere eventuali mazzette. Il fronte più immediato resta però quello degli effetti dell'operazione sul patrimonio del Monte, con l'idea che l'impatto sia stato inizialmente sottostimato per ottenere il via libera a un'operazione che metteva a rischio la tenuta dei bilanci della banca senese.

Quale è stato il rapporto del Monte con la politica, in particolare con il Pd?

Dal 1995, quando sono nate le Fondazioni bancarie, il rapporto fra la banca e la politica si è fatto sempre più stretto. La forza dei partiti ex Pci a Siena garantiva alle giunte rosse del Comune e della Provincia di stringere la presa sui vertici della banca, nominati attraverso la Fondazione Mps, nella quale i due enti locali nominavano la maggior parte dei consiglieri. Sono sempre stati fortissimi, dunque, gli intrecci con le clientele cittadine e con la politica non solo locale. Le cronache degli anni passati sono ricche di dichiarazioni e atti che legano esponenti di spicco del Pds-Ds-Pd alle vicende della banca senese, da Franco Bassanini a Massimo D'Alema passando per Giuliano Amato e Rosy Bindi. Va detto, però, che molti esponenti di altri partiti hanno avuto accesso alle stanze del Monte e che i vertici toscani di Forza Italia hanno spesso combattuto fra di loro per garantirsi i favori della banca. Mentre Mussari, da parte sua, si era fatto forte dei rapporti che vantava con Giulio Tremonti e con Francesco Gaetano Caltagirone, la cui figlia Azzurra ha sposato proprio a Siena il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini.

Perché Mps è stata costretta a chiedere un aiuto allo Stato attraverso i Monti bond?

La situazione dei conti di Mps, zavorrati dall'acquisto di Antonveneta, precipita nel 2011. Nella crisi generale della finanza, Mps è costretta a ricorrere ai Tremonti-bond per rafforzare il suo capitale, ottenendo una cifra base di 1,9 miliardi. Per rimborsarli, lancia un aumento di capitale da 2,4 miliardi. Le risorse però non bastano, perché nel frattempo è scoppiata la crisi dello spread e il portafoglio della banca è pieno di titoli di Stato italiani. Nel febbraio 2013 ai quattrini garantiti da Tremonti si aggiungono così altri aiuti da parte del governo Monti, i cosiddetti Monti-bond. Si tratta di obbligazioni che Mps emetterà e che verranno sottoscritte dallo Stato per aiutare la banca a rafforzare il suo capitale, per un totale complessivo di 4 miliardi. Questo sostegno non è però gratuito: il Monte deve pagare il 9 per cento di interessi ogni anno, un onere che nel tempo può salire fino a un massimo del 15 per cento. Non solo. I prestiti statali devono ricevere il via libera dalla Commissione Europea che deve verificare se sono compatibili con il quadro regolamentare dell'Unione. E il via libera non è affatto scontato. In una lettera partita il 16 luglio e inviata al ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, il commissario alla Concorrenza, Joaquin Almunia, ha infatti giudicato troppo debole il piano di ristrutturazione varato dai nuovi vertici del Monte. Un piano, si legge, che non incide abbastanza e che se non sarà modificato alla svelta su punti come «compensi dei manager, taglio dei costi e trattamento dei creditori», porterà direttamente a una procedura di infrazione della durata di sei mesi che potrebbe a sua volta portare a sanzioni o al rimborso forzato dei Monti-Bond che la banca senese ha ottenuto da Roma per rafforzarsi.

Cosa succede se Mps non riesce a ripagare il prestito e dunque a saldare i debiti con lo Stato?

Se Mps non ripagherà i Monti-Bond lo Stato potrebbe diventare azionista. E il Monte dei Paschi verrebbe di fatto nazionalizzato.

Perché la banca nell'ultima assemblea degli azionisti ha abolito il tetto del 4 per cento ai diritti di voto per i soci privati?

L'eliminazione del tetto al diritto di voto per gli azionisti diversi dalla Fondazione è una vera e propria svolta per Siena. Rende di fatto possibile l'arrivo di nuovi soci, che potrebbero investire nella banca aderendo all'aumento di capitale da minimo un miliardo previsto nei prossimi mesi. Finora solo la Fondazione era infatti esclusa dal vincolo, che è stato indicato dalla Commissione europea come uno degli elementi da correggere nell'ambito dell'esame - tuttora in corso a Bruxelles - sulla compatibilità dei 4 miliardi di Monti-Bond con le regole sugli aiuti di Stato.

Il Monte dei Paschi rischia di fallire?

No. Di certo la banca sta affrontando il momento più difficile della sua storia recente: il piano industriale è già ben avviato e il Monte può ancora fare cassa vendendo alcune attività o esternalizzandone altre. Ma l'istituto senese resta stretto in una morsa fatta di qualità del credito peggiore della media, di fortissima esposizione ai tassi d'interesse e al differenziale tra Btp e Bund e, quindi, di difficoltà a finanziarsi a condizioni accettabili. Per di più, è costretta a pagare un milione di euro di interessi al giorno solo per i Monti-Bond. Se non riuscirà a saldare il conto, l'alternativa è la nazionalizzazione.

MPS: INCHIESTA INUTILE?

Siena indaga, ma Mps ha già transato col fisco, scrive “Il Giornale”. Per il Monte dei Paschi le grane non finiscono mai. la Procura di Siena, infatti, ha notificato 11 avvisi di conclusione delle indagini agli ex vertici della banca tra i quali l'ex presidente Giuseppe Mussari, l'ex dg Antonio Vigni, Gianluca Baldassarri, direttore finanziario attualmente in carcere nonché Pier Luigi Fabrizi ed Emilio Tonini, presidente e direttore generale fino al 2006. L'inchiesta, avviata nel 2009, riguarda presunti reati fiscali riferiti agli esercizi dal 2005 al 2008 e le contestazioni riguarderebbero l'infedele dichiarazione, per operazioni con controparti residenti in Paesi terzi che avrebbero portato a imposte evase per circa 178 milioni. Si tratterebbe di operazioni che rientrerebbero nel cosiddetto «abuso del diritto», ovvero sarebbero state realizzate in modo formalmente legale, ma con la finalità di abbattere il carico fiscale. Giusto a titolo di esempio, la Procura senese intende contestare reati simili a quelli che la magistratura ha ascritto a Unicredit per il caso «Brontos». In particolare, Mps e le sue controllate (le oggi incorporate Banca Toscana, Bam e Antonveneta, e la ceduta Biverbanca) avrebbero sottoscritto contratti di pronti contro termine con banche residenti in Paesi terzi (Regno Unito e Lussemburgo) per sfruttare «la disarmonia fiscale in materia d'imposta». Attraverso lo scambio di titoli con una controparte estera (le 16 operazioni sono state effettuate, tra le altre, con Deutsche, Lehman, SocGen, Dresdner, Rbs e Bank of Australia), si sarebbe abbassato il carico fiscale. Occorre, comunque, ricordare che, a seguito di alcuni cambiamenti della giurisprudenza, l'abuso di diritto è stato dichiarato sanzionabile e, di conseguenza, i principali istituti di credito italiani hanno raggiunto accordi transattivi con l'Agenzia delle entrate per chiudere il contenzioso fiscale. In particolare, Monte dei Paschi, alla fine del 2011, ha pagato all'Erario 298 milioni di euro. La questione puramente tributaria, pertanto dovrebbe essere chiusa. La Procura avrebbe inoltre contestato la «dichiarazione fraudolenta» ad alcuni indagati, tra cui Fabrizi, Tonini, Vigni e Baldassarri per un'operazione con Deutsche Bank risalente al 2005. Secondo gli inquirenti, una cessione di azioni Bnl di proprietà di Mps sarebbe stata fatta figurare come un'operazione di prestito titoli, con un conseguente risparmio di imposta stimato in circa 39,8 milioni. Per questa tranche di indagine dovrebbe, però, scattare la prescrizione a dicembre.

E' IL MERCATO, BELLEZZA!!

I giudici affondano lo scandalo farlocco del Monte dei Paschi. Cade l’impianto accusatorio contro Nomura mentre avanza la “modernizzazione” della banca, scrive Alberto Brambilla su “Il Foglio”. Nel mese di maggio 2013 il Foglio aveva scritto che in “questo scandalo nulla si tiene”. Ora è ufficiale, sabato scorso il tribunale del riesame ha smontato un pezzo portante dell’impianto accusatorio del cosiddetto scandalo del Monte dei Paschi di Siena: quello che riguarda l’operazione finanziaria di scambio di titoli tra Mps e Nomura. Le pressioni politiche nella tumultuosa arena senese, la bulimia del circo mediatico-giudiziario, la pretesa di ottenere un immediato risarcimento economico dopo quello che è stato dipinto dalla stampa come lo “scandalo” finanziario italiano più devastante di sempre, avevano spinto le ipotesi della magistratura al di là dei limiti possibili (e plausibili) del diritto internazionale. E così la “punta di lancia” dell’inchiesta condotta dai pubblici ministeri di Siena – il contratto di scambio titoli tra Monte dei Paschi e Nomura – è stata spezzata per due volte negli ultimi cinque mesi: non c’è illecito, non c’è un danno, non c’è nulla di occulto. La prima volta in aprile. Il giudice per le indagini preliminari, Ugo Bellini, aveva respinto la richiesta di sequestro di 1,8 miliardi di euro ai danni della banca giapponese Nomura, “rea”, secondo l’accusa, di avere truffato e di avere tratto un guadagno usurario da quella che in realtà era una regolare operazione di ristrutturazione di titoli derivati (un pacchetto chiamato Alexandria), fatta con il Monte dei Paschi nel 2009, come ce ne sono molte altre nel mondo, per coprire perdite di bilancio derivanti in particolare dall’azzardata acquisizione di Antonveneta. La decisione di Bellini ha provocato un conflitto istituzionale ai massimi livelli burocratici dello stato, fino al Consiglio superiore della magistratura, evidenziando un dissidio interno alla procura senese. I pm Aldo Natalini, Giuseppe Grosso e Antonino Nastasi avevano infatti esposto immediato ricorso presso il tribunale del riesame contro la decisione del gip. Ricorso che è stato ora respinto dai giudici competenti, decisione da cui si evince che l’ipotesi accusatoria risulta inconsistente.

Così il riesame smonta le accuse dei pm.

Lo spiegano i giudici del riesame (Stefano Benini, Francesco Bagnai, Pierandrea Valchera) nell’ordinanza che respinge la richiesta d’appello dei pm in tre punti chiave.

1) Al di là della voglia di rivalsa della politica cittadina nei confronti dell’usurpatore internazionale (“ridare a Siena quel che è di Siena”, dicevano gli esponenti del movimento di Beppe Grillo alla vigilia delle elezioni comunali di maggio), per i giudici “l’importo non può essere oggetto di sequestro perché non rappresenta una perdita ai fini della determinazione del danno ove si voglia ipotizzare la truffa, e nemmeno una componente della sproporzione tra le prestazioni, nelle ipotesi di usura, bensì una minus valenza latente, valutata in un determinato momento”.

2) E non è nemmeno possibile soddisfare le velleità vendicative dei senesi perché il reato di usura non sussiste: si sta parlando infatti di un’operazione consueta in finanza. Dicono i giudici: “Nella prassi bancaria internazionale degli swap e dei Repo, non risulta la previsione di limiti quantitativi, e sono usuali clausole contrattuali di marginazione dei rischi connessi all’operazione su sottostanti, per non parlare della normalità degli scambi sui tassi d’interesse, tipica degli asset swap”.

3) Infine, l’operazione era nota alla Banca d’Italia ben prima dell’esplosione dello scandalo mediatico nato con la pubblicazione del “contratto segreto” – che segreto non è – da parte del Fatto quotidiano a gennaio, a ridosso delle elezioni politiche nazionali, rimaste perciò “ostaggio” dei fatti legati al Monte durante quelle settimane, e anche oltre. Dicono i giudici: è emerso da due ispezioni della Banca d’Italia del settembre 2011 e del marzo 2012 il collegamento tra la ristrutturazione del derivato Alexandria, preso in carico da Nomura, e lo scambio di titoli a lungo termine, presi dal Monte dei Paschi. Era cioè noto anche prima del “reperimento del mandate agreement” che sarebbe stato conservato nella cassaforte dell’attuale amministratore delegato Antonio Vigni fino allo scoop del Fatto. Secondo i giudici, l’accusa ha gonfiato questo aspetto dell’indagine per avvalorare la tesi per cui tale operazione finanziaria sarebbe servita a coprire le perdite derivanti dalla acquisizione di banca Antonveneta; un clamoroso errore da parte degli ex vertici Mps che ha determinato il dissesto finanziario in cui ora versa la terza banca italiana per dimensioni. Dicono i giudici: “Il collegamento tra la ristrutturazione di Alexandria e l’acquisto dei Btp al 2034, enfatizzato dai pm, a seguito del reperimento del mandate agreement nella cassaforte […] per colorare l’illiceità dell’operazione complessiva, sembra, in realtà, al di là del significato che potrà assumere la circostanza alla stregua di altre ipotesi criminose che appaiono estranee alla attuale fase cautelare, la giusta chiave per interpretare il significato economico della rovinosa dissipazione operata, secondo l’inquirente, sul patrimonio di Mps”, si legge ancora nell’ordinanza. L’inchiesta sui derivati che ha tenuto in scacco la politica nazionale per mesi, riempiendo le pagine dei quotidiani, si trasforma dunque, per il riesame, soltanto in una “giusta chiave” per descrivere il dissesto del Monte. E’ un depotenziamento notevole dell’inchiesta giudiziaria rispetto alle premesse di sconquasso iniziali. Premesse che erano vacillate già nel mese di giugno quando gli ex dirigenti Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e il capo dell’Area finanza, Gianluca Baldassarri, sono stati chiamati al “giudizio immediato” per “ostacolo all’autorità di vigilanza” e non per altri reati più gravi ipotizzati in passato: la procura ha raggiunto un obiettivo minimo. Quest’ultima azione della magistratura rafforza peraltro l’ipotesi, sostenuta anche dal Foglio, secondo la quale il contratto con Nomura è stato in realtà vidimato a tutti i livelli di controllo interni al Monte dei Paschi, perché altrimenti anche la banca stessa avrebbe esposto denuncia per “truffa” nei confronti dei suoi ex vertici, ma non l’ha mai fatto. Va aggiunto che i pubblici ministeri probabilmente presenteranno ricorso  in Cassazione contro la decisione del riesame. Allo stesso tempo è la Fondazione Monte Paschi a volere insistere nell’accusare le banche d’affari con cui il Monte ha operato in passato, nonostante le ormai flebili prove a conforto. La Fondazione ha chiesto il risarcimento danni a Nomura e Deutsche Bank. L’istituto tedesco aveva stipulato con Mps un contratto simile a quello di Nomura, che aveva come oggetto il derivato Santorini. La banca tedesca, la cui sede – a differenza di quella di Nomura – non è stata perquisita, ha rimandato all’ente senese qualsiasi addebito (“l’operazione è stata soggetta ai rigorosi processi interni di approvazione di DB e ha ricevuto la necessaria autorizzazione di Banca Mps, a sua volta supportata da consulenti indipendenti”, ha risposto in una nota). La mossa della Fondazione cadeva a ridosso di due appuntamenti chiave: il primo è la  riforma dello statuto bancario per consentire ai soci, diversi dalla Fondazione, di entrare in modo significativo nel capitale di Mps per rendere così la banca contendibile sul mercato; il secondo è l’Assemblea dei soci in programma questo giovedì. E’ una prassi che pare consolidata a Siena, quella di lanciare strali, o comunque dare particolare risalto mediatico a vicende legate al Monte, alla vigilia di appuntamenti importanti. Stavolta però la Fondazione, da sempre il trait d’union tra banca e politica, difficilmente avrà la meglio sulle banche d’affari. Allo stesso modo i politici senesi, contrari al rinnovamento, non riescono a influenzare la strategia di Mps come un tempo. La riforma statutaria infatti passerà: avere più del 4 per cento del capitale azionario non sarà più una prerogativa della Fondazione. Era un obiettivo del nuovo management e un requisito richiesto dalla Commissione europea per avallare il prestito di 4 miliardi da parte dello stato.

MONTEPASCHI ED ILVA. LA LOTTA CONTRO GLI IDOLI DELLA PIAZZA.

Montepaschi e Ilva, la nostra lotta con gli idoli della piazza. Con Nomura tutto a posto, lo dicono i giudici (adesso). Il fumo provoca il cancro, ma non se lo dice Bondi, scrive Giuliano Ferrara su “Il Foglio”. Comporre un giornale quotidiano, offrire informazioni e  analisi, è un mestiere sempre più complicato e ingrato. La correttezza politica e ideologica è un mostro dai molti tentacoli, che ha afferrato e imprigionato, fino a soffocarla, l’intelligenza media del pubblico, basta fare la prova Twitter. Mandagli 140 caratteri dotati di una qualche autenticità psicologica, logica, morale, e vedrai quanto fiele sarà vomitato. Certe verità, una volta affermate come idoli della piazza, non sopportano l’emergere delle controverità. La reazione è di silenzio e nascondimento oppure di rigetto e odio: non puoi dire, come questo giornale ha fatto, che è falso lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena. Non puoi dire che le imputazioni importanti si sgonfiano, che erano formulate in modo specioso e a tratti grottesco, che destra e sinistra tribunizia hanno usato l’ipotesi di una maxitangente derivata dall’acquisto a un costo elevatissimo della Banca Antonveneta da parte dell’istituto senese per specifici e generici scopi di bassa propaganda politica (per non parlare dei somari dell’antipolitica grillina).  Non puoi rilevare la stranezza di uno “scandalo del millennio” in cui le grandi cifre del maltolto, la sostanza dello scandalo,  sono sparate dai giornali e dalle tv condiscendenti alla mentalità correttista, mentre le cifre di malversazioni accertate sono pochi spiccioli finiti nelle tasche di qualche funzionario infedele. Non puoi dire che è strana una inchiesta così rilevante senza arresti eccellenti, perché evidentemente non esistevano i termini, spesso così spicciativamente fissati in altri casi, per procedere. Non puoi onestamente fissare una distinzione tra i fallimenti e le disinvolture strategiche di una banca che ha fatto il passo più lungo della gamba, che ha cucinato i bilanci anche con operazioni di rischio su titoli derivati, come fanno quasi tutte le banche del mondo, che ha dovuto chiedere prestiti allo stato, ciò che è successo ovunque, e se non riuscisse a restituirli, a tassi di interesse peraltro molto consistenti, perderebbe la sua autonomia come sempre avviene nei patti convertendo. Non puoi parlare di cose vere con un tono controargomentativo, e spiegare quel che traspare, cioè un retroterra massonico e d’influenza carico di segreti e drammi anche personali, vecchie storie di politica e fondazioni creditizie, scontri al vertice, nei vertici e nelle successioni al vertice. Scontri risolti ieri con l’apertura della banca, lodevole, a capitali esterni che possono diventare determinanti: un atto di riforma e normalizzazione incompatibile con la dimensione scandalistica che tutta la faccenda del crollo e della grande rapina avevano imposto. Nei giorni scorsi per la seconda volta il tribunale del riesame ha bocciato l’ipotesi accusatoria maggiore, quella che riguarda il contratto sui derivati con la banca d’affari giapponese Nomura, che peraltro si era mostrata parecchio infastidita dalle intromissioni dei magistrati, che giudicava speciose, in una vicenda di commercio finanziario internazionale. Si va, secondo tutti gli osservatori, verso l’archiviazione del dossier Antonveneta, e sarà archiviata l’inchiesta sul suicidio di David Rossi, misterioso come tutti i suicidi. Ora uno dice. Qualcuno di questi furboni & cialtroni che hanno lucrato sullo scandalo del millennio, in politica, nel giornalismo, nella finanza, nell’ordine giudiziario, sarà chiamato a qualche responsabilità. Ma non succederà. Resterà un piccolo club di fortunati, la fetta di pubblico che ha per le mani un giornale come questo, in possesso delle controverità fattesi dato oggettivo, e per il resto un grido aspro e stupido contro l’insabbiamento emesso dal cretino che passa su Twitter, il silenzio indifferente, l’incapacità di capire che così un paese va letteralmente a finire in giochi idolatrici di quart’ordine. Veniamo all’Ilva di Taranto, già per molti anni Italsider, acciaio, salute e lavoro, stato e privati, insomma vita. E’ un dossier ancora più penoso, per chiare ragioni. I dobloni vabbè, ma con la vita delle persone, la malattia e il dolore, non si deve scherzare. Ma chi è che scherza? Chi pone le questioni con leggerezza, non importa se collocandosi dalla parte dell’umanitarismo e dell’ambientalismo o da quella dell’industrialismo e del capitalismo? A noi, con l’iniziativa del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, confermata in numerosi passaggi dalla procura di Taranto, è stato inculcato questo, devo dire con sistemi oggettivi, un uso non sconsiderato e non ciarliero dei grandi poteri della magistratura: la produzione dell’acciaio uccide, è una strage, i morti si contano come nell’esplosione di una bomba, le storie di malattia sono crudeli, l’epidemiologia non può farla passare liscia a capitalisti che puntano al profitto, corrompono la gente per coprire le situazioni malsane, e ben gli sta se passano parte della loro vita in galera domiciliare anche sopra gli ottant’anni, questi industriali luciferini. Tra i coinvolti per il giro della politica c’è un Nichi Vendola presidente della Puglia, che si è messo nella scia dei magistrati, ma con molte contraddizioni e incertezze. C’è la sinistra, che è stata regolarmente finanziata dalla potenza economica dei Riva, e ha dato, in un certo senso ha offerto in olocausto, uno dei suoi pupilli, il prefetto Bruno Ferrante, ex capo di gabinetto di Giorgio Napolitano all’Interno ed ex candidato sindaco a Milano, al tentativo di risolvere il conflitto fra salute e lavoro, come si dice. Poi c’è la linea del governo Monti, con la sua maggioranza di larga coalizione, confermata dal governo Letta: decreti e leggi per contrastare la tendenza del circo mediatico-ambientalista-giudiziario a chiudere semplicemente l’Ilva, progetto quasi impossibile e comunque molto dannoso alla vita dell’industria e di chi ne dipende, e farlo rilanciando le pratiche ambientali costosissime ma doverose intese a risolvere il conflitto eliminando il più possibile. Con le bonifiche e gli standard acconci di produzione. I fattori di rischio. Su cosa si basa tutto questo, dall’accusa di strage al dramma sociale e politico di un bastione industriale da abbattere? Si basa su dati epidemiologici, e su come essi vengono recepiti dall’opinione pubblica e dalla gente di Taranto, lavoratori e abitanti, gente che risponde con dolore, con spavento, con offesa e con costernazione a quei dati, ed esprime l’esperienza stessa che sta dietro la parola asettica di epidemiologia. Taranto però è divisa in materia, come sanno tutti coloro che non cedono alla demagogia spicciola, e una parte consistente della comunità, che nel referendum è rimasta maggioritariamente assente dalla battaglia, pensa che si sia esagerato e che le cose non siano così chiare come le descrivono i comitati militanti. E allora? Allora il problema è che questo giornalino si permise di esprimere delle riserve sul modo in cui sono costruite le ricerche epidemiologiche del progetto Sentieri e dell’Arpa, l’agenzia che deve valutare in loco, a livello regionale, i danni sanitari. In queste ricerche epidemiologiche, per stabilire se i tumori e le affezioni polmonari e cardiache siano sopra la media, se dipendano interamente o parzialmente, e in quale proporzione, da vari aspetti della produzione dell’acciaio nelle zone a caldo oppure siano ascrivibili anche e in qualche caso soprattutto ad altri fattori, come l’amianto dei cantieri navali eccetera, hanno lavorato persone di qualità  e di presumibile, per non dire sicura, indipendenza. Ma ecco che arriva l’ultimo, e il più prestigioso, della filiera dei Grand Commis de l’Etat chiamati a sbrogliare la matassa incandescente, il commissario Enrico Bondi, l’uomo delle situazioni difficili, della scuola di Enrico Cuccia, che ha risolto il problema industriale e finanziario della Parmalat e ha impedito il crollo di una grande fonte di lavoro e di ricchezza sociale. Bondi ha per le mani un documento in cui Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretto – tutti epidemiologi e studiosi delle criticità sanitarie di livello e impegno rilevante, anche in campo internazionale – sostengono che il progetto Sentieri e il rapporto dell’Arpa sono criticabili per moltissimi aspetti. Il documento è lungo e richiede anche competenza specialistica per essere letto,  ma il suo senso è chiaro. C’è anche un passaggio, non necessariamente centrale nelle analisi varie ivi condotte, in cui si afferma che alcuni dati storici dell’area tarantina (la grande disponibilità di tabacco da contrabbando per generazioni, l’alcolismo e lo stato di vita miseranda a cui fette importanti di popolazione furono condannate) alludono a cause epidemiche del danno sanitario in una forma che è sbagliato sottovalutare. Bondi trasmette a chi di dovere questo rapporto strettamente scientifico, nato come iniziativa prima della sua nomina a commissario dell’Ilva, e il risultato è questo, per gli stessi giornali e siti che ingrassano sullo scandalismo in tutti i campi: Bondi dice che il cancro a Taranto dipende dal fumo e dall’alcol, non dalla produzione dell’acciaio. Da quel momento Bondi non vive più. E’ costretto a precisare, attività sempre sospetta, a essere audito dal ministro, si minacciano nuovi comitati esperti per giudicare gli esperti eccetera. Il clima è di colpevolizzazione. La affermazione analitica del rapporto scientifico diventa una barzelletta: è il tabacco, bellezza, e tu non puoi farci niente. La teppa mediatica si scatena. Invece, come per l’Mps, lo scandalo venuto dal nulla e finito nel nulla, anche in questo caso c’è la coincidenza con i nostri dubbi di minoranza, le nostre tremebonde intuizioni su chi la fa sempre troppo facile. D’altra parte comporre un giornale e offrire informazioni e analisi è cosa complicata, come dicevamo, e nella legge del politicamente corretto sta scritto che ieri puoi far stampigliare sui pacchetti di sigarette che IL FUMO PROVOCA IL CANCRO, a grandi lettere, e oggi puoi sbeffeggiare il rapporto degli esperti che dice la stessa cosa in un contesto diverso.

MA CHE SUCCEDE TRA I GIUDICI SENESI?

Mps, Che succede tra i giudici senesi? Si chiede di Gianluca Ferraris su “Panorama”. Le difficoltà di un’indagine complessa, la carenza di organico, un gip oberato dal lavoro che blocca un sequestro. Tutto in una lettera che il presidente del tribunale ha inviato al Csm. Per avere rinforzi. Per comprendere l’aria che tira al Tribunale di Siena bisognava trovarsi, nei primi giorni di maggio, a un tavolino dell’Angolo delle dolcezze. Il bar, a pochi passi dal palazzo di giustizia, fra cappuccini e cornetti, avrebbe offerto agli avventori anche una discussione i cui toni poco urbani non fanno onore alla sua insegna. Protagonisti due dei pubblici ministeri al lavoro sul Monte dei Paschi e il giudice per le indagini preliminari Ugo Bellini. Tema del confronto: la scarsa comunicazione, per usare un eufemismo, tra i due uffici. Pochi giorni prima, il 26 aprile, Bellini aveva scelto di non convalidare il sequestro di 1,8 miliardi di euro disposto dai pm Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso nei confronti della banca giapponese Nomura. La decisione non è andata giù ai «tre moschettieri», come sono soprannominati in città, e secondo alcuni sarebbe all’origine dell’ennesimo sfogo di Bellini con il presidente del tribunale Stefano Benini. Verità o congettura? Di certo quello stesso giorno Benini prende carta e penna per scrivere al Consiglio superiore della magistratura. E, tra una lamentela e l’altra sull’organico, infila un paio di considerazioni non certo neutre su un collega che pure conosce da 15 anni: Bellini, unico gip di riferimento per i fascicoli che riguardano la banca, sarebbe ansioso di venire sollevato dall’incarico. «La sua demotivazione e il timore di non essere all’altezza del compito sono evidenti» scrive il presidente. Quando quelle poche righe finiscono sui quotidiani, proprio alla vigilia del ricorso presentato al tribunale del riesame da Nastasi, Natalini e Grosso contro la decisione di Bellini, tocca a quest’ultimo sbottare: «Non ho mai chiesto di essere sollevato da Mps» spiega ai giornalisti prima che due telefonate dei suoi superiori, evidentemente sul chi vive, stoppino ulteriori dichiarazioni. Nulla di strano che l’arrivo di un’indagine complessa e dalle tante implicazioni mediatiche e politiche metta a rischio tenuta lavorativa ed equilibri interni di un tribunale di provincia: è accaduto a Parma dopo il crac Parmalat e a Cremona durante l’inchiesta sul calcioscommesse. Ma nel caso di Siena è la prima volta che in piazza, oltre alle legittime richieste di rinforzi, finiscono anche gli screzi fra magistrati. Fatto ancora più clamoroso se si considera che fino a ieri le toghe locali godevano di elogi bipartisan per la loro compattezza e impermeabilità, e oggi rischiano di finire nel tritacarne del dibattito politico. Che la lettera di Benini al Csm celi una reale richiesta d’aiuto oppure una sorta di giustificazione preventiva per un’istruttoria che procede a rilento, poco importa: entrambe le versioni, con le elezioni comunali alle porte, sono buone per dare fiato ai dietrologi di ogni colore. Da destra c’è chi ricorda la scarsa attenzione riservata dai giudici alle intercettazioni telefoniche fra l’ex numero uno del Mps Giuseppe Mussari e l’allora sindaco pd di Siena Franco Ceccuzzi, confinate nei brogliacci allegati a un fascicolo parallelo e mai neppure trascritte. Da sinistra c’è chi accusa velatamente gli stessi magistrati di non avere approfondito troppo i legami tra Rocca Salimbeni e le vicende dello Ior, la banca vaticana, e del Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini. Anche il blog di Beppe Grillo ci ha messo del suo, con alcune illazioni pesanti a proposito delle indagini sul suicidio di David Rossi, ex portavoce della banca. Loro, i «tre moschettieri», mantengono la consegna del silenzio e da qualche giorno il caffè preferiscono farselo recapitare in ufficio. Attenti, sin dall’inizio, a non far trapelare particolari significativi né sulle indagini né sulle rispettive biografie. Tanto scarne da risultare poco più che aforismi: Natalini, giovane ma preparato, un Davigo in miniatura; Nastasi, il fan di Leonardo Sciascia e Sergio Leone, che si è fatto le ossa nella sua Messina; Grosso, in gioventù compagno di studi di Nastasi, trasferito dalla vicina Montepulciano. In comune, la passione per i tomi giuridici e la poca confidenza riservata a giornalisti e avvocati. La pressione sulla procura però resta, e la lettera recapitata al Csm evidenzia quanto sia complesso, in queste condizioni, lavorare e giudicare in serenità: a Siena contro un organico ottimale di 12 magistrati se ne contano appena nove, ma due di loro (uno per non meglio specificate incompatibilità e un altro perché legato a uno degli indagati) devono rimanere alla larga dal Mps. Creare collegi privi di pregresso in materia diventa impossibile, visto anche il moltiplicarsi di cause lavorative e risarcitorie legate alle vicende della banca. Mentre gli uffici di gip e gup, che hanno in carico anche il contenzioso civile, affrontano un calendario non privo di risvolti surreali. Martedì 7 maggio, per esempio, Bellini si è dovuto distogliere dal faldone derivati per dedicarsi a dispute su terreni agricoli confinanti e multe non pagate. E sulla sua scrivania arriverà presto anche la vicenda di Babe, il maialino vandalo che ha devastato raccolti e fagocitato galline nelle campagne di Colle Val d’Elsa. La ricostruzione di uno dei più grandi scandali finanziari della storia repubblicana, forse, dovrà attendere.

Mps, scontro tra magistrati, scrive "Il Fatto Quotidiano". Il presidente del Tribunale, Stefano Benini, aveva scritto al Csm per chiedere rinforzi sottolineando che il giudice per le indagini preliminari chiedeva di essere sollevato da quella funzione. Gasparri (Pdl): "Non vorremmo che i giudici avessero messo le mani avanti per giustificare la lentezza con la quale si sta procedendo". Se non è uno scontro tra toghe e almeno un anomalo botta e risposta. E resterebbe nelle pieghe della cronaca locale se non fosse che i magistrati in questione non fossero il presidente del Tribunale di Siena e il giudice per le indagini preliminari cui è stato assegnato il complesso fascicolo Monte Paschi di Siena. Il gip, il giorno dopo la diffusa della notizia di una lettera del presidente al Csm in cui si chiedevano rinforzi, ci tiene a dire la sua: ”Non ho chiesto di essere sollevato dall’inchiesta Mps, casomai ho richiesto un aiuto affinché potessi essere sollevato almeno temporaneamente da tutti gli altri incombenti che mi sono stati assegnati tabellarmente specie nel settore civile e nel campo fallimentare”. In un piccolo Tribunale come quello della cittadina senese può capitare che un giudice debba occuparsi di molti e diversi fascicoli e che possa andare in affanno. Nel caso Parmalat il Tribunale emiliano ottenne almeno un’applicazione. Polemica tra il presidente del Tribunale e il gip. Il gip Ugo Bellini – che non aveva convalidato il sequestro di 18 miliardi a Numura e agli ex vertici di Mps disposto dalla Procura - di fatto smentisce Stefano Benini che, nella missiva al Consiglio Superiore della Magistratura, sosteneva che la toga gli chiedesse in continuazione di essere sollevato dal fascicolo. “Non ho mai avuto paura -  ha proseguito il  Benini, ha scritto una lettera al Csm chiedendo due magistrati e la copertura dell’organico che vede attualmente una scopertura del 25% rispetto ai 12 posti previsti. Tra l’altro il gip Ugo Bellini ha chiesto di essere sollevato dall’incarico di esaminare i provvedimenti relativi ai fascicoli sul Mps. Benini, nel chiedere il rinforzo di due magistrati, sottolineava “la situazione di emergenza assoluta in cui viene improvvisamente a trovarsi questo Tribunale, a seguito delle note vicende che interessano uno dei maggiori istituti di credito del Paese, e che determinano consistenti ripercussioni sul funzionamento dell’ufficio, in termini di aggravio quantitativo del lavoro e anche di impegno qualitativo”, con “anche difficoltà connesse alla formazione dei collegi giudicanti nelle fasi dibattimentali. L’aggravio di lavoro per il Bellini – scriveva – è ai limiti della sostenibilità e non c’è giorno in cui il collega non chieda di essere sollevato da quella funzione. La demotivazione e il timore di non essere all’altezza del compito, quantitativamente e qualitativamente, sono evidenti” aveva sostenuto, ma oggi il giudice in questione dà una versione completamente diversa dei fatti. Gasparri: “Quello che accade è inquietante”. Sulla polemica si innesta anche il vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri: ”Quanto sta accadendo al tribunale di Siena è inquietante. A causa della mole di lavoro, data la complessità dell’inchiesta sul Monte Paschi, il presidente del tribunale ha chiesto rinforzi. Addirittura il gip che si occupa del caso avrebbe pregato di essere sollevato dalla funzione per la gravosità dell’incarico. I dubbi sui reali motivi di queste lagnanze sono legittimi. La condizione dei nostri tribunali sotto il profilo degli organici è tale per cui immaginare un incremento di forze è molto difficile”. “E questo a Siena – osserva Gasparri – lo sanno bene. Non vorremmo quindi che i giudici avessero messo le mani avanti per giustificare la lentezza con la quale si sta procedendo nel far luce sugli scandali finanziari della sinistra Un tentativo – si chiede Gasparri – di insabbiare la vicenda? Ci auguriamo di no. Sarebbe gravissimo se le cose stessero in questi termini. E se soprattutto, per non avere a che fare con una inchiesta tanto scottante, si preferisse essere sollevati dall’incarico”.

MAFIA, POLITICA E BANCHE: LA FINANZA…ROBA NOSTRA.

I maxi-buchi bancari europei, scrive Sergio Luciano su “Affari italiani”. «Ieri sera durante “Servizio Pubblico” Michele Santoro ha ritenuto di dover confutare la tesi secondo cui le banche italiane sarebbero messe meglio, o meno peggio, delle altre banche europee perché meno bisognose di aiuti pubblici. “E’ vero”, ha detto, “che hanno incassato meno soldi ma ne hanno restituiti ancor meno”. Stavolta l’indiscutibile “macchina da guerra” santoriana ha ciccato. Facciamolo dire direttamente da chi ha titolo: “Tra il 2008 e il 2011 la Commissione europea ha approvato aiuti di Stato a favore delle banche per 4.500 miliardi di euro”, parola di Michel Barnier, Commissario Ue al Mercato interno, in un’audizione del giugno scorso. Una montagna di soldi, della quale l’Italia ha preso una briciola, una decina di miliardi, compresi i 3,9 appena deliberati a favore del Montepaschi. E a chi inizia a sostenere, con fantasiosa minchiata, che la Germania, a causa dello scandalo Montepaschi, “si sta ricordando che Draghi è italiano” val la pena far presente che Commerzbank (un bestione grande il quadruplo di Mps) è stata salvata con i soldi dello Stato, Postbank pure, Deutsche Bank è stata appena perquisita per giorni da 500 poliziotti, è al centro di un gigantesco processo per frode fiscale, è rimpinzata di derivati (e ne ha riempito l’Europa) e, secondo il prestigioso settimanale “Spiegel” non era “mai stata sottoposta a una simile pubblica umiliazione”. Il totale di soldi pubblici spesi dallo stato tedesco per salvare le sue banche è stato di 230 miliardi di euro. Venti volte più dell’Italia. Chiaro? Santoro ha poi detto che le banche spagnole stanno iniziando a restituire gli aiuti. Auguri, ma ci vorrà tempo. Soltanto Bankia ha bisogno di 40 miliardi di euro… E del resto, tra 2007 e 2010 le banche europee hanno avuto perdite per 1000 miliardi (8% del Pil): le banche italiane non sono arrivate, in totale, oltre i 50 miliardi. Questo non significa “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Significa – o dovrebbe significare – tutti colpevoli, tutti a casa. Ma tutti dove? E’ qui che s’incastra ogni speranza di rinnovamento: tutti colpevoli nel mondo, e specialmente a New York e a Londra, cioè fuori Eurozona. La crisi globale finanziaria – non va dimenticato – ha trovato terreno fertile in Europa (Italia esclusa) ma è scoppiata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con i crac dei colossi crollati come Bear Sterns e Lehman Brothers (Usa) e Northern Rock, HBOS e Bradford and Bingley (GB). Indispensabili, anche se comunque non risolutivi, gli interventi europei a suon di cash a RBS, Bradford e Lloyds (Gran Bretagna), KBC Group (Belgio), Bayern LB e Commerzbank (Germania), Allied Irish Banks e Bank of Ireland (Irlanda) e Cajasur (Spagna). Se ne uscirà solo col tempo, ma nel senso dei decenni. O meglio: se ne uscirebbe, se nel frattempo il sistema si emendasse, e non continuasse a riprodurre il tumore della finanza derivata che lo mina dall’interno. Ma le regole necessarie per questa guarigione sono state bloccate dalla casta dei banchieri angloamericani, capeggiata da Goldman Sachs. La stessa banca di cui è stato pagatissimo consulente Mario Monti. Sono queste le ragioni per cui è ingenuo sperare che le cose miglioreranno…»

MPS, IL PECCATO ORIGINALE.

Tutto iniziò con l’acquisizione della salentina Banca 121, scrive Nicola Borzi per Il Sole 24 Ore. Fondazione Mps sconta un "peccato originale" del 2003: sono i derivati che, per la prima volta in quell'anno, stipulò in piena presidenza Mussari. Si tratta di due operazioni di Total rate of return (Tror) swap, per un nozionale di 343 milioni: uno con Credit Suisse, l'altro con Lehman Brothers International Europe (Lbie), braccio europeo di finanza strutturata della banca Usa. I Tror, emessi sul sottostante di 210 milioni di Fresh di Mps (titoli ibridi irredimibili convertibili in azioni Mps emessi per 289,8 milioni), prevedevano lo scambio periodico di interessi tra Fondazione Mps e controparti: la prima pagava a Lb e Cs l'Euribor a tre mesi; queste retrocedevano alla Fondazione la cedola del Fresh, pari all'Euribor a tre mesi più 88 punti base. Il pagamento da parte di Lb e Cs era condizionato al pagamento della cedola sul Fresh da parte di Banca Mps. Nel 2011 la Fondazione avrebbe potuto chiudere il contratto con la consegna fisica dei titoli, al nominale, o per cassa, incassando o pagando la differenza fra nominale e fair value del titolo. Perché la Fondazione sottoscrisse i Tror? Secondo alcune fonti, per fronteggiare lo sbandamento del valore di carico della partecipazione nella banca. In piena bolla dotcom, l'azione Mps il 6 settembre 2000 era al massimo storico di 5,3 euro (valore rivisto solo il 21 maggio 2007), ma il 9 ottobre 2002 era a 1,77 euro, come poi ancora a marzo 2003. Ma non fu solo il crollo di Borsa a impensierire la Fondazione. Nel 2001 Banca Mps aveva segnato un utile ante imposte di 960 milioni, nel 2002 di 613; l'utile netto 2001 era di 730 milioni, 599 nel 2002. I dividendi erano scesi da 278 milioni a 218. Cos'era successo? Il 23 dicembre 2002 Banca 121 era stata incorporata in Mps. L'operazione fece emergere una riduzione del patrimonio di vigilanza di Banca Mps per 400 milioni. L'ex Banca del Salento a febbraio 2000 era stata pagata 1,26 miliardi di euro (800 milioni cash, il resto in azioni). A fine 2006 ne emersero partite dubbie e contenziosi legali costati a Mps oneri aggiuntivi per 500 milioni: Banca 121 piazzava My Way e 4 You, presentati come piani di accumulo mentre erano mutui che fecero perdere circa 2 miliardi di euro a 170mila risparmiatori. Eppure Mps mutuò dall'acquisita Salento il top management: l'ad Vincenzo de Bustis, che chiamò a Siena Gianluca Baldassarri dalla Bna. Per garantirsi sul rischio di oscillazione del prezzo del 3% detenuto in Intesa Sanpaolo, fu quel management a far stipulare a Mps un equity collar con Deutsche Bank alla cui guida sarebbe poi andato proprio de Bustis. Il derivato, se esplicitato, avrebbe mostrato una perdita di 367 milioni e la sua ristrutturazione (sempre con Db), nel 2008, innescò l'operazione Santorini. Al default di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008, la Fondazione Mps perse i flussi cedolari del Tror 2003 e 53,9 milioni di titoli di Stato (CcT), pari al collaterale del derivato. Nel 2011 recuperò 23,2 milioni cedendo a terzi il credito vantato sulla liquidazione di Lehman. Intanto Lbie, a poche settimane dal default della casa madre, fu acquisita da Nomura, strutturatrice di altre operazioni per Banca Mps, all'epoca passata sotto la presidenza Mussari. A dicembre 2011 la Fondazione chiuse la vicenda Fresh 2003 convertendolo in azioni, con una perdita di circa l'83%, e accantonando a fondo rischi 380,5 milioni di minusvalenze su strumenti derivati.

MPS, ESISTEVANO DUE BANCHE.

Mps, esistevano due banche: una era per il partito, scrive Franco Bechis su “Libero Quotidiano”. I senesi dicono che nella loro città esistono da sempre tre soli partiti: il partito dei dipendenti del Monte, il partito dei pensionati del Monte, e il partito di quelli che vorrebbero essere assunti al Monte. Il primo partito, quello che conta di più, ha un rappresentante in ogni famiglia di Siena. Per questo il Monte dei Paschi non è una banca come le altre. Per quanto grande fosse diventata, dipende in tutto da Siena. E mano mano che si è ingrandita ha semmai costituito due banche in una: quella tradizionale, che ormai bisognava adeguare al mercato. E quella di Siena. E’ questa ultima a comandare, naturalmente. Con le sue regole uniche al mondo. Se il dirigente di una filiale di Napoli all’improvviso diventa capitano di una contrada, in automatico viene trasferito a dirigere la filiale di Poggibonsi e se è possibile a Siena. Il contratto dei bancari senesi è il migliore di Italia. Per loro è quasi impossibile quella ristrutturazione che ogni altro gruppo bancario ha dovuto affrontare ormai da decenni. Da un anno ci prova Alessandro Profumo, ma non ci riesce. Perché davanti trova il muro di Siena, e quello del sindacato che rappresenta quasi tutto il Monte: la Fisac-Cgil. Già, perché Siena è il Monte, e il Monte è Siena. La città è divisa in quei tre partiti di uomini del Monte, ex uomini del Monte, e aspiranti uomini del Monte. Tutti o quasi insieme, sotto e sopra il Monte, però hanno un partito solo: il Pd. E anche qui l’identificazione è ormai perfetta: il Pd è il Monte e il Monte è il Pd. Un tempo questo tipo di partiti erano due: il vecchio Pci, nelle sue varie trasformazioni. E un po’ di Dc. Nell’uno e nell’altro il partito trasversale per eccellenza, quello della massoneria. Poi si sono uniti tutti e sono diventati Pd. Il Pd del Monte. La cosa ha funzionato così: gli uomini del Monte facevano carriera nel Pd e nei suoi antenati. Diventavano sindaci o presidenti della Provincia e così si impadronivano del Monte. Una storia ventennale, avvenuta all’ombra di pochi leader di quel partito. Tre i più importanti: Massimo D’Alema, Franco Bassanini e Luigi Berlinguer. Sì, c’è stata anche Rosy Bindi. Un po’ di influenza l’ha tentata, ma rispetto agli altri contava come il due di picche. Giuseppe Mussari era il leader degli studenti universitari comunisti. E in quella veste fu il ragazzo degli accordi di ferro con il rettore dell’epoca, Luigi Berlinguer. E’ cresciuto fianco a fianco con Marco Morelli, per lunghi anni compagno di palestra. E sono approdati al Monte. Uno dopo l’esperienza con Berlinguer, l’altro grazie all’appoggio di Bassanini. Hanno fatto carriera insieme, poi Morelli se ne è andato nel momento più turbolento prendendo altre strade (Banca Intesa, Merryl Lynch). Ma al Monte ci sono arrivati sullo stesso scivolo necessario: quello che oggi ha il nome del Partito democratico. Quando per forza di cose e di leggi che man mano separavano fondazioni da aziende bancarie, arrivarono al Monte i forestieri (rappresentanti di azionisti privati e di piccoli azionisti), quasi non riuscirono a credere ai loro occhi. Non avevano mai visto una banca fatta in due. Si era aperta al mercato, ma ogni posizione era stata sostanzialmente raddoppiata, fin dalle direzioni generali: c’era una banca vera che stava nascendo, ma non mollava mai la banca politica che era stata formata. C’era un dirigente bancario e al suo fianco con lo stesso grado e assai più forza un dirigente arrivato lì con lo scivolo, un commissario politico. Lì la divisione è restata solo con il Cencelli del Pd: questo appartiene alla tradizione ex dc di sinistra, quest’altro a quella pci-pds-ds. Qui contano i figli di D’Alema e Bassanini, lì quelli di Alberto Brandani o dei fratelli Alfredo e Alberto Monaci, potenza ex democristiana nella città (uno ora si è accasato con Mario Monti che lo ha candidato per le politiche). Due banche in una, ma la più forte quella che discende dal Comune e della Provincia, e cioè del Pd. Il partito è stato fondamentale nello scegliere i guai in cui si è ficcata la banca: prima l’acquisizione di Banca 121 del dalemiano Vincenzo De Bustis, poi quello di Antoneveneta, un istituto che sembra il filo dell’alta tensione: chi lo tocca, muore (chiedete ai furbetti del quartierino e ad Abn Amro). Una banca di partito legatissima al territorio, con tutte le disfunzioni che nel caso capitano. C’è da aprire una nuova filiale? Servono le finestre? Quanto costano? Quaranta euro l’una? Bene, le farà quell’azienda artigiana senese di amici degli amici per 75 euro a finestra. Un affare.

LA FINANZA E LA MASSONERIA.

La crisi di Siena divide anche la massoneria, scrive Nello Scavo su “Avvenire”. ​Sessantamila abitanti, undici milioni di turisti, diciassette contrade, due università, la terza banca italiana. E sette logge massoniche: quattro in città, tre in provincia. «La massoneria non è una camera di compensazione e non ha le mani sul Monte. Non controlla niente, né è interessata a farlo», si affretta a precisare una nota di Gustavo Raffi, gran maestro del Grande oriente d’Italia, sotto la cui insegna si riconoscono 22 mila "fratelli" col grembiulino. «Il nostro lavoro – garantisce il venerabile deprecando le illazioni giornalistiche – è culturale». Ai massoni non «interessano i conti, gli affari, gli acquisti e la manipolazione dei titoli azionari di una banca». Neanche se questa è la Mps e neanche se lo stesso Raffi, con il suo studio legale, ne è un "consulente" storico? «Basta con il gioco della Torre, la magistratura accerterà che gli "uomini in nero" infiltrati negli affari – assicura – non sono liberi muratori del Grande Oriente d’Italia». Nelle settimane in cui si parla di una certa invadenza dei "rossi", Raffi allude a «uomini in nero». Impossibile saperne di più. I "fratelli" toscani, peraltro, stanno vivendo una stagione di forti divisioni. E mai come a Siena si sono udite da un massone parole come quelle pronunciate proprio da Raffi nel corso di un incontro del 24 ottobre, quando le notizie sui guai di Montepaschi facevano fibrillare non solo i mercati. A quell’appuntamento parteciparono circa duecento muratori per celebrare i 150 anni della loggia "Arbia", la più influente della città. Il gran maestro rivolse un rimprovero camuffato da esortazione: «La massoneria deve volare alto, ben al di sopra delle piccole beghe di bottega, delle calunnie anonime e del livore di piccoli personaggi». Parole rivelatrici di un clima guerresco. A chi si riferiva? Il venerabile Stefano Bisi, giornalista che non ha mai nascosto di indossare il grembiule, in città è un personaggio centrale. Non solo perché dirige il Corriere di Siena. È lui ad aver coniato la definizione di «groviglio armonioso», l’immagine che meglio di si adatta al «sistema Siena». Nel corso di quel summit autunnale, Bisi fece appello a «dare una continuità alla tradizione degli uomini che hanno testimoniato con la loro opera quotidiana che non esiste differenza tra il tempio interiore e quello esteriore». Ai detrattori del "groviglio" è ancora Bisi, che da moderno massone le sue opinioni le diffonde anche sul web, a ricordare che il groviglio armonioso «ha fatto crescere e consolidare istituzioni e associazioni». Babbo Monte, come i senesi chiamano la banca tra il benevolo e l’irriverente, ha un legame stretto con i poteri locali: il Comune, la Provincia, la Regione Toscana, tutte storicamente a guida Pd, che esprimono 14 dei 16 componenti della deputazione generale della Fondazione, un circolo ristretto dentro a cui si tessono le trame per la nomina da cui vengono indicati metà dei componenti del consiglio di amministrazione. Quel "groviglio", appunto, che ora il presidente di Mps, Alessandro Profumo, vorrebbe al massimo relegare all’organizzazione del Palio. Una cura che punta a recidere un legame perverso tra il Monte, la città, i comitati d’affare e le contrade politiche. All’assemblea del 25 gennaio 2013 Profumo si è fatto molti nemici. «Il nostro obiettivo – ha annunciato – è generare valore per la comunità senese, facendo la banca e non facendo altro». Piaccia o no ai "fratelli" col grembiulino e a quelli con una tessera di partito, «non saremo il datore di lavoro di ultima istanza, l’acquirente di ultima istanza di aziende senesi, non saremo – ha avvertito – il terminale di nessuno. Saremo il terminale dei nostri azionisti facendo bene il nostro mestiere. Se qualcuno ha idee diverse, temo lo deluderemo». Non sarà un lavoro privo di resistenze. «Il groviglio armonioso – ammonisce un importante massone – non esiste da ieri, ma da secoli».

Mps, Magaldi: "Amato, Bassanini e altri Pd massoni, ecco il loro ruolo nella banca". Secondo l'esponente della loggia massonica Goi, Amato, L. Berlinguer e Bassanini sono vicini ad ambienti massonici, scrive “Libero Quotidiano”. Che nella vicenda del Monte dei Paschi fosse coinvolta la massoneria, qualcuno lo aveva intuito. Report, addirittura, già nel Maggio del 2012 mandò in onda un servizio di Paolo Mondani che evidenziava, appunto, i legami tra massoneria e alta finanza con specifico riferimento al derivato Alexandria, su cui in queste ore si stanno arrovellando i magistrati di Siena. La vicenda, però, cadde presto nel dimenticatoio. Ora, invece, arriva la conferma. E arriva dall'interno, per così dire, della massoneria stessa. Mps e massoneria - In un'intervista al Fatto Quotidiano, Gioele Magaldi, massone dichiarato ed esponente della loggia Grande Oriente Democratico, fa nomi e cognomi. E pesano. Dichiara, infatti, al quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio: "Giuseppe Mussari è un massone. Non perché abbia partecipato ad uno o più convegni del Goi, vi partecipano anche profani di rilievo, ma perché è stato iniziato libero muratore diverso tempo fa, agli inizi della sua scalata al potere". L'avvocato catanzarese, per sua stessa ammissione messo lì dal Pd senza nessuna particolare competenza in campo economico-finanziario, non è però il solo. Il massone, infatti, fa altri nomi. Cita il "terzo livello", per dirla alla Giovanni Falcone. Ovvero la politica. E, nello specifico, il Pd. Secondo Magaldi, Giuliano Amato, Luigi Berlinguer e Franco Bassanini, sono vicini, in modi diversi, ad ambienti massonici. Ecco cosa dice il capo del Grande Oriente Democratico: "Nella famiglia Berlinguer, e il discorso vale anche per Luigi, aderente al para-massonico Gruppo Spinelli, con mille sfumeture da un individuo all'altro, c'è sempre stata una vicinanza culturale e ideoligica al milieu massonico progressista. Franco Bassanini, come ricordava lucidamente l'altro giorno Cirino Pomicino, è invece vicino a certi ambienti massonici francesi. Giuliano Amato gode di ottimi relazioni e amicizie tanto nel mondo massonico anglosassone che in determinati ambienti massonici sovranazionali collegati alla finanza e al mondo bancario tedesco". In altre parole, Amato, vicinissimo al Pd e tra i papabili alla Presidenza della Repubblica, Luigi Berlinguer, presidente della Commissione di Garanzia del Pd (ossia, colui che sorveglia scrupolosamente il rispetto del codice etico del partito guidato da Pierluigi Bersani) e Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti (custode di un discreto tesoretto da investire sul territorio), intrattengono strette e proficue relazioni con la massoneria. Stando, si capisce, a quanto afferma Magaldi. Se ciò fosse vero, si capirebbero tante cose, non ultima la ratio della legge sulle fondazioni fortemente voluta, al tempo, proprio da Amato e che, dopo lo scandalo Mps, è stata messa in dubbio da diversi esponenti politici, specie di centrodestra, convinti che sia quella l'origine del crollo del sistema-Siena.

Mps, il ruolo di Amato, "eminenza grigia" del banco (e di Siena). L'ex premier e aspirante presidente della Repubblica è da anni uomo di peso nel banco senese. La storia, dal (non) affare Bnl e fino a Antonveneta, scrive “Libero Quotidiano”. Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena affonda le sue radici in là negli anni. Il vero nocciolo del crac resta l'acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santender: la banca fu pagata 9 miliardi di euro, poi saliti a dieci, ossia più di quanto fosse costata al venditore e tra i 5 e i 6 miliardi sopra il valore patrimoniale (le cifre sono quelle portate dal commercialista Tommaso Di Tanno in consiglio dell'assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno; sul caso indaga la magistratura). Fu proprio nell'aprile dello scorso anno che Alessandro Profumo prese il posto di Giuseppe Mussari al vertice del banco senese. Profumo entra in Mps, vuole risanare, ed esplode anche lo scandalo derivati, Alexandria. Si vocifera di licenziamenti e tagli. E le cifre giustificano il clima del terrore: dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 Mps ha accumulato perdite per 6,2 miliardi di euro. L'istituto ha in pancia titoli di Stato per 26 miliardi (che equivalgono a due volte e mezza il capitale) e derivati per 11 miliardi. Inoltre ci sono 17 miliardi di crediti a rischio. Profumo si rivolge al Tesoro, di fatto, per un salvataggio. Il ministero emette titoli speciali, i Monti-bond, per due miliardi, che si vanno a sommare agli 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009. Soldi nostri, soldi pubblici, su cui vorremmo delle spiegazioni. La firma in calce al crac, alle operazioni più avventate e spericolate, resta quella di Mussari, ex presidente Abi, fresco di dimissioni, che salì sulla poltrona più alta dell'Assobancaria nel 2010, "spinto" da Giovanni Bazoli, il presidente di Intesa, che convinse anche Profumo - allora al vertice di Unicredit - ad assumersi l'onere della grana Mps. Secondo i rumors, due giorni fa, sarebbe stato proprio Bazoli a convincere Mussari a mollare l'Abi. Mussari, insomma, conta relazioni eccellenti, importanti "consiglieri". E tra questi c'è anche Giuliano Amato, l'ex premier tecnico della patrimoniale, ora in corsa per il Quirinale. Ma, soprattutto, da sempre il "grande vecchio" dell'ultra-massonica città di Siena. Per ricostruire la vicenda si deve tornare al 2002, quando Mps voleva acquisire Bnl ma venne fermata da Bankitalia. Quindi si passa al 2005, l'anno delle scalate: il banco senese però rinuncia, si fa da parte, e non sostiene la Unipol di Consorte. In quell'occasione era Mussari a guidare la Fondazione di Mps. La sua linea spaccò i Ds che controllano Siena e la banca. Piero Fassino e Massimo D'Alema si infuriano, ma i senesi possono contare su amici di peso, in primis Amato, eletto deputato putacaso proprio a Siena. Poi c'è Franco Bassanini, che di Mps fu anche vicepresidente. Gli intrecci tra politica rossa e Monte dei Paschi sono fitti. La politica è in banca. Per esempio, il sindaco di Siena era un dipendente del Monte, che poi voleva divenirne capo, poi c'era Pierluigi Piccini, che aspirava a guidare la Fondazione. E così, per mettere ordine, scende in campo Amato, nato a Catanzaro ma, de facto, senese da tempo. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il quartier generale, e difende tutta la sua senesità. Ed è in questo contesto che si arriva all'estate della scalata mancata a Bnl. L'artefice? Amato, of course. I Ds erano spaccati, i dalemiani promettevano guerra, Amato non nasconde la sua contrarietà all'operazione. E la spunta. Ma un'acquisizione, poi, si farà. E' quella - funesta - di Antonveneta, avvenuta nel novembre del 2007. Colse tutti di sorpresa e, da subito, destò diversi dubbi. Ma il mondo bancario era in fermento (su tutto, la fusione tra Intesa e Sanpaolo) e l'operazione passò relativamente sotto traccia. Oggi, però, Mps risulta devastata dall'acquisizione di Antonveneta e dalle decisioni maturate in un ambito molto più politico che bancario. Del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca al mondo, si è sempre detto, non può cadere. Ora, invece, le carte in tavola paiono essere cambiate. E di pari passo potrebbero crollare le protezioni eccellenti e il sistema senese in cui si fondono curia, massoneria, sindacati, ex socialisti, ex comunisti e, appunto, aspiranti presidenti della Repubblica.

Eppure dai rossi senti quello che non ti aspetti. «La verità è che lì (al Monte dei Paschi di Siena) c’era un sistema di potere che è stato lungamente, totalmente, autoreferenziale. E che ha avuto anche numerosi rapporti con il centrodestra. Io sarei curioso di sapere quali affidamenti hanno avuto le aziende di Berlusconi dal Monte dei Paschi (...). Se uno va a vedere, scopre che si tratta di affidamenti nell’ordine di centinaia di milioni di euro». La frase-shock, quella che fa notizia e che galvanizza il popolo del Pd, Massimo D’Alema la pronuncia a tempo quasi scaduto, alle 20.15 del 6 febbraio 2013, quando la platea del teatro Petruzzelli è pronta ad andare via. Il presidente del Copasir è a Bari per presentare il suo ultimo libro, «Controcorrente - Intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica».

Dieci domande a Bersani su Mps. Bersani alza un muro: "Il Partito fa il partito, la banca fa la banca". Ma il muro non c'era quando Mussari arrivava nel 2001 alla testa della Fondazione, quando la Fondazione, che controlla in modo ferreo l'istituto di credito, era una galleria di facce targate Pd o quando Mussari se n'è andato consegnando cumuli di macerie, scrive Stefano Zurlo  su “Il Giornale”. Il Partito fa il partito, la banca fa la banca. Alza un bel muro, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Lui sta da una parte, i banchieri di Siena, quelli di ieri che hanno svuotato il più antico istituto di credito al mondo e quelli di oggi che tentano di salvarlo, dall'altra. Ma questo muro dev'essere un argine invisibile. Non c'era quando Mussari arrivava nel 2001 alla testa della Fondazione, benedetto dalla dirigenza del partito. Fra una standing ovation e l'altra. Non c'era quando la Fondazione, che controlla in modo ferreo, oggi per fortuna un po' meno, l'istituto di credito era una galleria di facce targate Pd e ancora Pd: 13 su 16 nel board che conta. E non c'era nemmeno quando Mussari, dopo aver fato il bello e il cattivo tempo per un decennio e anche più, se n'è andato. Consegnando cumuli di macerie alla collettività.

1. Onorevole Bersani, lei afferma di non avere alcun imbarazzo per la vicenda Mps perché il Pd si occupa di politica, non di banche. Perfetto. Però Massimo D'Alema, che se non sbaglio è del suo stesso partito, ha dichiarato alla Stampa: «Noi, e per noi intendo il Pd di Siena nella persona dell'ex sindaco Franco Ceccuzzi, Mussari lo abbiamo cambiato un anno fa, assieme a tutto il consiglio d'amministrazione del Monte dei Paschi». Il Pd di Bersani non si occupa di banche, il Pd di D'Alema invece sì, al punto di cambiare tutto il vertice del Mps?

2. Il partito non si occupa di banche, però i 16 membri del comitato d'indirizzo della Fondazione Mps che a sua volta controlla la banca vengono così nominati: 8 dal Comune di Siena, targato Pd, 5 dalla Provincia di Siena, targata Pd, 1 dalla Regione Toscana, targata Pd e uno a testa, infine, dall'università e dalla Curia. Il Pd non ha le mani nella banca ma ha, a stare bassi, tredici dei suoi uomini nello strategico comitato d'indirizzo della Fondazione. Tredici su sedici: non è un è po' troppo per dire che il partito è estraneo alla banca?

3. Il Pd non poteva sapere, perché il Pd, e i DS prima del Pd, e il Pds, prima dei Ds, e il Pci, prima di tutti gli altri, pensa alla politica. Però tutti questi partiti, che poi sono lo stesso nelle sue diverse evoluzioni, seguivano con attenzione quel che avveniva in una città simbolo come Siena. Le risulta che uno dei cavalli di battaglia del candidato sindaco Franco Ceccuzzi fosse: «La Fondazione non scenderà mai sotto il 50 per cento della banca»? Come mai Ceccuzzi diventò sindaco contravvenendo alla regola aurea che lei adesso richiama: «Il Pd non si occupa di banche»?

4. Ceccuzzi fu di parola. A luglio 2011, la Fondazione si svenò sottoscrivendo un aumento di capitale della banca e così s'indebitò, facendo saltare tutti i parametri, per mantenere il controllo assoluto della banca. Non vede una certa coerenza fra i comizi di Ceccuzzi e il comportamento della Fondazione? E, dettaglio ulteriore, le risulta pure che questa coerenza fosse il frutto di un documento scritto, con la Fondazione come cassa di risonanza dei desiderata del primo cittadino? Coda curiosa: il collegio sindacale della Fondazione si oppose all'aumento di capitale, ma l'operazione andò avanti...

5. Le risulta anche che il tentativo di svecchiare e rinnovare la Fondazione, che ripeto è la cabina di regia della banca, sia partito proprio dall'unico posto da cui poteva partire cioè il gruppo del Pd in consiglio comunale, grossomodo alla fine del 2011? E forse le risulta anche che il tentativo di cambiamento provocò una feroce spaccatura dentro il partito nella città del Palio e che il sindaco, sempre per seguire la massima che la politica è estranea alla banca e alle sue vicende, di fatto governò il rinnovamento della Fondazione centellinando le facce nuove?

6. L'ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, avvocato calabrese e storico militante del Pci-Pds-Ds, nel periodo che va dal 27 febbraio 2002 al 6 febbraio 2012 ha versato a titolo personale nelle casse del partito, il suo partito, 683.500 euro. Forse avete cacciato un vostro disinteressato benefattore? Certo, i soldi sono stati destinati alla federazione provinciale di Siena, ma questo basta per dire che Roma non c'entra niente con questa storia? Comunque ancora ad agosto 2012, con la banca in acque agitate, Mps sponsorizzava con 10 mila euro la Festa del Pd. Marketing? Mah. Piuttosto, sempre e solo simpatia?

7. Le risulta che l'arrivo dell'avvocato Mussari nel 2001 alla testa del Monte dei Paschi fosse stato sponsorizzato, sempre per il principio che il partito non fa incursioni nel mondo della finanza, dai seguenti personaggi: il magnifico rettore dell'università Luigi Berlinguer, oggi curiosamente capo dei probiviri del Pd; il parlamentare eletto in città Franco Bassanini; Massimo D'Alema e Giuliano Amato da Roma? D'Alema del resto rivendica, come abbiamo ricordato un momento fa, l'uscita di scena di Mussari, dunque tutto torna. O no?

8. L'alleanza fra i quattro, il quadrilatero, si ruppe rovinosamente negli anni successivi ai tempi dell'operazione Unipol. A dirlo, sempre in base al fatto che il partito fa gli affari suoi e pure quelli delle banche, fu proprio Bassanini in un'intervista a Panorama: «Consorte e D'Alema fecero pressioni su Siena perché si alleasse con Unipol», ovviamente nella scalata a Bnl. «Chi difese l'autonomia di Mps - prosegue Bassanini - come me e Amato venne emarginato». Non le pare, visto tutto quello che è successo, un'accusa grave?

9. Massimo Mucchetti, autorevole giornalista economico per lungo tempo vicedirettore ad personam del Corriere della sera, oggi che è candidato del suo partito, capolista al Senato in Lombardia, dice ala Stampa: «Non vedo una responsabilità oggettiva del partito, ma della città». Solo che la città è da sempre nelle mani del partito comunista e dei suoi eredi. Insomma, passando per Siena non è che si ritorna Roma, alla sede del suo partito? Non è che buttare tutte le colpe, passate, presenti e future, sulle teste calde del Granducato di Toscana sia un modo un po' troppo comodo per sfuggire a responsabilità che sono molto più grandi e gravi?

10. C'è chi dice che l'attuale numero uno di Mps Alessandro Profumo sia stato scelto a Roma, dopo frenetiche consultazioni ai piano alti del suo partito. Solo malignità e voci incontrollabili che non meritano nemmeno una precisazione? Certo, Profumo, che pure sta meritoriamente aprendo i cassetti in cui sono custoditi i segreti e le sofferenze della banca, si è impegnato in campagna elettorale sostenendo in Lombardia il candidato del centrosinistra al Pirellone Umberto Ambrosoli. Insomma, siamo ancora al tanto vituperato collateralismo fra il partito e l'istituto di credito più antico ma oggi anche più invecchiato al mondo?

Scandalo Mps, il kamasutra finanziario quasi surreale.

Da Vigni a Mussari fino a Baldassarri e Morelli. Ora si aspetta la ricostruzione del giro dei soldi sospetti scrive Sergio Luciano su “Panorama”. Una cosa sono le stecche che un gruppetto di manager del Monte dei Paschi di Siena potrebbe essersi auto-pagato costruendo l'acquisizione della Banca Antonveneta; un'altra cosa sono le eventuali maxi-tangenti politiche che potrebbero essere state “spremute” dai 10 miliardi e passa pagati agli spagnoli; una cosa ancora sono le perdite – per ora 750 milioni accertati, ma forse molti di più – che la banca ha accusato non in nome di quell'acquisizione (che in generale è stata un bagno di sangue per vari miliardi di euro, almeno i 4 in più che furono sborsati rispetto a quelli pagati dal Banco Santander) ma a causa delle manovre finanziarie, spericolate e in parte nascoste, cui si è fatto ricorso per digerire un boccone troppo grosso. Si tratta di tre diversissimi ordini di indagine sui quali la Procura di Siena dovrà muoversi contemporaneamente, anche perchè nessuno dei tre esclude gli altri e probabilmente tutti coesistono in variabili percentuali di verità. Prima di inoltrarsi nel ragionamento ricordiamoci – per metodologica diffidenza - che qualche anno fa l'inchiesta “Why Not” fece cadere il governo Prodi e parve aver svelato una “cupola” masso-mafio-plutocratica attorno ad Antonio Saladino che invece non c'era, e si è conclusa praticamente in nulla; che più di recente l'inchiesta sulla P4 ha condotto a un paio d'anni di patteggiamento da parte di Luigi Bisignani e s'è a sua volta, se non sbriciolata, molto ridimensionata dopo aver fatto pensare all'ennesimo complotto antidemocratico dei nipotini di Gelli; che in materia bancaria, e di derivati finanziari, nessuno ha gridato alla truffa quando una banca come Unicredit, peraltro guidata dallo stesso, bravo manager che oggi presiede il nuovo corso del Monte dei Paschi cioè Alessandro Profumo, ha dovuto fare circa 10 miliardi di aumenti di capitale per turare le falle aperte nei suoi conti da due acquisizioni onerosissime e piene di “fuffa”, come Capitalia e Hvb. Questo per dire che – per quanto possano pensarne gli estranei – l'alta finanza è una materia talmente complessa che spesso dietro gli errori ci sono solo errori, e al contrario, spesso, i successi coprono meglio eventuali infedeltà aziendali. È sicuramente anche a questi precedenti imbarazzanti che pensava il Capo dello Stato Giorgio Napolitano quando ha raccomandato a media e magistrati di evitare, sul caso Montepaschi, quell'incrocio giudiziario-informativo che può destabilizzare i mercati senza alcun fondamento...Ma andiamo con ordine. Oggi a Siena c'è stato il cruciale interrogatorio di Antonio Vigni, già direttore generale Mps, al centro delle indagini per ostacolo alla vigilanza e false comunicazioni (avrebbe nascosto i documenti dei contratti in derivati da cui sono scaturite le perdite impreviste). Otto ore sotto torchio con Vigni avrebbe dato la sua disponibilità a collaborare. Entrato nel Monte a diciotto anni, carriera costante fino a direttore generale, si vede contestare di aver nascosto a Bankitalia e alla Consob le vere circostanze dell'aumento di capitale da 1 miliardo riservato a Jp Morgan. Subito dopo di lui, sotto i riflettori Gianluca Baldassarri, già direttore finanziario, un altro protagonista, sospetto anche di aver lucrato all'estero interessi personali illeciti per una ventina di milioni di euro (e uno fa un buco da 5 miliardi se va bene per fregarsi 20 milioni?). Più defilato perchè, buon per lui, uscito dal Monte tre anni fa, Marco Morelli, già capo dell'Area legale di Mps, oggi responsabile di Merrill Lynch in Italia dopo un opaco biennio in Intesa Sanpaolo. Simpaticamente, vox populi allude ai primi due e talvolta include il terzo, allargando naturalmente l'epiteto a tutta la loro cerchia, come alla “banda del 5%”, espressione usata su di loro da Antonio Rizzo, ex funzionario di Dresdner Bank, che aveva interfacciato il Monte su varie operazioni e che dal 2008 accumula accuse contro i dirigenti senesi per un'indagine della Procura di Milano su una società d'intermediazione svizzera, la Lutifin, che avrebbe ottenuto da Montepaschi troppo lavoro senza meriti...Tra le tante ipotesi che si possono fare sull'esito dell'indagine, una sola – oggi – è certa: che sarà un'indagine lunga, complicatissima e piena di stop-and-go, destinata verosimilmente a concludersi in un pateracchio per la sistematica difficoltà dei Pm – in casi del genere – a distinguere tra reati e imperizia, intrallazzi e sbadataggini, zelo imbecille e complotto. In nome di una scelta rivelatasi temeraria ai confini con la follia a causa della crisi dei mercati, abbastanza imprevedibile prima che scoppiasse nel 2008 – la scelta cioè di comprare Antonveneta per 9,6 miliardi lievitati poi a 10,3, scelta voluta da Giuseppe Mussari – il Monte ha fatto un kamasutra finanziario quasi surreale, sul quale la Banca d'Italia ha emesso qualche flebile monito senza mai volere (o potere) entrare in campo a gamba tesa. Per finanziare la maxi-operazione, il Monte lanciò un aumento di capitale da 5 miliardi di euro rivolto ai propri azionisti, un simultaneo aumento da 950 milioni di euro riservato a Jp Morgan (tuttora socia di Mps col 2,527%), un prestito obbligazionario 2008-2018 da 2,16 miliardi di euro al tasso Euribor più 250 punti base e un ulteriore finanziamento ponte a un anno (tutto nel 2008!) con Merrill Lynch, Credit Suisse, Jp Morgan, Citi, Mediobanca e Goldman Sachs, per un altro paio di miliardi (1,95), più convenienti dell'altro (Euribor più 10 punti base), avviando una serie di dismissioni di asset non strategici per rimborsare almeno in parte tutti questi prestiti: dalla Finsoe (quota acquisita per aiutare Consorte nella fallita scalata alla Bnl) alla Banca del Monte di Parma, agli immobili. Sarà molto interessante ricostruire – ammesso che la Procura ci riesca – il giro di denaro passato dalla banca ai singoli interessati, i papabili membri della banda del 5%. Ma di certo questa montagna di carta finanziaria è stata costruita in fretta e furia, e male, per far fronte ad un'operazione che sarebbe stata quasi insostenibile perfino in tempi di vacche grasse. E ci si era trovati invece a gestirla in tempi di carestia: oltretutto, tutt'altro che terminati.

Ecco l'esposto arrivato a luglio 2011 sul tavolo della Consob. L'esposto è una lezione universitaria di finanza illegale: descrive didatticamente i metodi usati per stornare profitti personali da operazioni in derivati ai danni della banca e si chiude con un incredibile elenco delle persone coinvolte nel «club del 5%» con a fianco i reati ad essi ascrivibili. Scrive  Milena Gabanelli su “Il Corriere della Sera”. In un’intervista al Messaggero, il presidente della Consob Vegas dichiara «a seguito di un esposto anonimo ricevuto ad agosto 2011 che segnalava strane transazioni, ipotesi di riciclaggio, vendita anomala di titoli strutturati sono partiti gli accertamenti presso Mps». Cosa hanno prodotto quegli accertamenti in concreto? Nulla, visto che la pentola viene scoperchiata il 25 ottobre 2012 «quando Profumo e Viola ci comunicano di aver rinvenuto il "mandate agreement" dal quale emerge il collegamento tra l’operazione Alexandria e l’acquisto di Btp». Ma cosa c’era scritto in quella lettera anonima arrivata all’ufficio esposti della Consob il 28 luglio del 2011? Sorpresa: sono le stesse 4 pagine che erano arrivate alla mia attenzione a fine dicembre 2011, accompagnate da questa premessa: «Gentile Milena Gabanelli sono un operatore dei mercati finanziari che da moltissimi anni lavora all’interno di Mps. Da mesi ho cercato di informare le autorità di vigilanza e di controllo di quanto sta accadendo dentro la banca, ma fino ad ora senza alcun risultato. L’acuirsi della crisi sui mercati finanziarti mette ogni giorno sempre più a repentaglio la continuità aziendale della banca stessa e la sicurezza di tutti i risparmiatori che in essa hanno investito. Segue la descrizione dettagliata delle operazioni, con cifre, nomi degli intermediari, dei broker, dei dipendenti a cui vengono retrocesse le commissioni. Elenco delle persone coinvolte nell’area finanza e altri uffici Mps.» Con il collega Paolo Mondani, e i mezzi a disposizione di un giornalista (cioè fare domande) decidiamo di approfondire. A maggio 2012 portiamo in onda la puntata “Monte dei Fiaschi” nella quale viene ricostruita l’operazione Alexandria con annessi e connessi. Nell'esposto si legge che «persone di fiducia di Goldman Sachs, JP Morgan, Nomura, CFSB, tutti residenti a Londra proponevano operazioni che richiedevano mediamente centinaia di milioni di euro di capitali da investire ed il Dottor Baldassarri, dopo riunioni formali con i collaboratori, decideva in piena autonomia in base non alle economicità delle stesse, ma soltanto in base ai favori ricevuti». Nomi, cognomi e provenienza. Si dice che il massiccio acquisto di Btp per 3,5 miliardi con Nomura e le operazioni pronto contro termine hanno determinato «perdite non visibili a bilancio soltanto sul titolo acquistato da Nomura per più di 500 milioni di Euro». Ancora, si legge nell’esposto che «quindi si fecero due operazioni a prezzi fuori mercato». L'esposto è una lezione universitaria di finanza illegale: descrive didatticamente i metodi usati per stornare profitti personali da operazioni in derivati ai danni della banca e si chiude con un incredibile elenco delle persone coinvolte nel "club del 5%" con a fianco i reati ad essi ascrivibili. L’anonimo (che con ogni probabilità è il soggetto che in questi giorni sta collaborando con la Procura) si è preoccupato di fare un pezzo del lavoro per far capire alla Consob che la reale situazione finanziaria di Mps non era coerente con i bilanci e che quindi il mercato era in una piena bagarre informativa. Quindi la Consob aveva più di un elemento per capire che queste operazioni strutturate non andavano in bilancio e comunque non venivano correttamente rappresentate e che quindi l’informativa finanziaria al mercato fornita dalla Banca fosse artefatta. Avrebbe dovuto e potuto guardare dentro a queste operazioni, ricostruirne i flussi, e i rischi, e se i conti non tornavano utilizzare i poteri di cui dispone (chiedere alla magistratura di sequestrare le email, di acquisire i tabulati telefonici, di fare perquisizioni ecc), proprio perché il suo ruolo è quello di avvisare subito gli investitori quando è al corrente di anomalie nella situazione finanziaria di una società quotata. Oggi Vegas afferma di «aver fatto tutto il possibile, salvo non coinvolgere le competenze tecniche sui derivati dell’ufficio analisi quantitative». Chi conosce la materia potrà valutare, leggendo l’esposto che alleghiamo, se ad agosto 2011 ha veramente fatto tutto il possibile, o girato la testa dall’altra parte. Inoltre, dopo il 25 ottobre 2012, quando la “pentola si è scoperchiata”, cosa ha fatto la Consob? Dice di aver chiesto ad Mps di inserire in un comunicato stampa di fine novembre 2012 «possibili fatti patrimoniali per 500 milioni di euro». La stessa cifra relativa a perdite non visibili in bilancio riportata nell’esposto di luglio 2011, comunicata con quasi un anno e mezzo di ritardo! Nel frattempo il titolo Mps volava in Borsa con un rialzo del 50% nei due mesi successivi, per poi crollare "inaspettatamente" nelle ultime due settimane. È compito della Consob capire come stanno le cose per diffondere non “solo” la punta dell’iceberg, ma “tutta” l'informativa sulle società quotate in grado di influenzare il mercato. Vegas ha ritenuto di non farlo, nemmeno a pentola scoperchiata.

Il vicedirettore del Monte dei Paschi avvisò i suoi superiori sugli altissimi rischi dell'operazione Antonveneta, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Ma non fu ascoltato. Sono i documenti allegati all'inchiesta dei magistrati di Siena a svelare che cosa accadde dopo la scelta di acquistare l'istituto di credito dagli spagnoli del Santander per 9 miliardi e 300 milioni di euro, oltre a un miliardo di oneri. Mail e verbali di interrogatorio contenuti nell'informativa della Guardia di Finanza depositata a disposizione delle parti dopo le perquisizioni ordinate nel maggio scorso. La relazione ricostruisce nei dettagli le comunicazioni interne e svela un nuovo particolare: esisteva una clausola specifica - imposta dal presidente di Santander Emilio Botin - che escludeva la possibilità di effettuare due diligence , cioè le verifiche approfondite sulla situazione della banca. E fu accettata senza alcun problema, nonostante ci fossero diversi segnali di allarme. Tutto questo sarà contestato all'ex presidente Giuseppe Mussari e all'ex direttore generale Antonio Vigni. Il primo ha annunciato che parlerà, ma ieri ha chiesto di rinviare l'interrogatorio. Il secondo è atteso dai pubblici ministeri Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso domani mattina. Intanto il Csm ha aperto una pratica sulla sovrapposizione delle inchieste. «Ci sono gravi criticità». È il 15 novembre 2007, la trattativa tra Mps e Santander è entrata nella fase cruciale dopo l'annuncio avvenuto la settimana precedente sull'acquisto. Il vicedirettore generale Giuseppe Menzi invia una mail a Vigni «con la quale illustra la criticità dell'operazione». In svariati punti mette in guardia dai rischi. «Antonveneta - scrive il manager - è divisionalizzata male, la governance è concentrata su Amsterdam, bisogna riconsiderare gli accantonamenti del 2007, i crediti danno una crescita zero». Non è finita: Menzi entra ulteriormente nel dettaglio della situazione della banca ed evidenzia come «le criticità devono essere curate con terapia d'urto anche per non incidere troppo sul 2008» sottolineando la necessità di «inserire figure di Mps che possano poi fornire garanzie». Evidentemente non basta. Nelle settimane successive i vertici di Mps mettono in atto tutte le operazioni finanziarie necessarie a coprire la somma richiesta dagli spagnoli. Compreso l'ormai famoso Fresh con Jp Morgan per un miliardo di euro che fu presentato come un aumento di capitale e invece si è rivelato un vero e proprio prestito che lasciava a Mps il rischio di impresa, nonostante questa circostanza sia stata negata - almeno ufficialmente - alle autorità di vigilanza. Niente «due diligence». L'assenza di una verifica sulla tenuta di Antonveneta è uno dei misteri che l'inchiesta dovrà svelare. Il primo a parlarne è Alessandro Daffina, il banchiere della Rothschild incaricato da Santander di cercare un compratore e poi di seguire le fasi del negoziato. Viene interrogato dagli investigatori del Valutario il 9 marzo scorso e rivela: «Fu Botin a pretendere l'assenza di due diligence finalizzata all'aggiustamento e compenso pattuito. Mussari chiese a Botin in tutte le fasi preliminari all'accordo di poterla effettuare senza, tuttavia, mai riuscire a ottenerla. Se avesse considerato tale aspetto come necessario per la conclusione dell'accordo, Botin avrebbe ceduto Antonveneta ai francesi di Bnp Paribas i quali avevano accettato di acquistare senza due diligence ». Perché il banchiere spagnolo non voleva ulteriori accertamenti? I magistrati stanno cercando di verificarlo, ma le indagini affidate agli specialisti della Finanza guidati dal generale Giuseppe Bottillo mirano soprattutto a scoprire come mai i vertici di Mps accettarono quella condizione senza pretendere garanzie ulteriori. Il sospetto rimane quello sull'esistenza di un accordo segreto tra venditore e compratore per dividersi la «plusvalenza» che aveva convinto le parti sulla necessità di evitare problemi e in particolare una valutazione esterna che avrebbe potuto far saltare la trattativa.

Mps, sequestrati 40 milioni scudati. La banca: «Perdite sui derivati 730 milioni». Sequestro di titoli e liquidità in altre banche e nelle fiduciarie. I nuovi vertici: «Danneggiati, andremo a riprenderci i soldi». Sono stimate 730 milioni circa le perdite sui contratti derivati che Mps ha acceso per finanziare l'acquisizione di Antonveneta. La valutazione è del consiglio di amministrazione della banca riunito per oltre sei ore. L'impatto sui conti di Mps al 31 dicembre scorso dell'operazione chiamata Santorini è pari a 305 milioni, quello di Alexandria è di 273 milioni, mentre le perdite potenziali di Nota Italia ammontano a 151,76 milioni. Sono scattati  i sequestri della Guardia di finanza di titoli e liquidità presso banche e fiduciarie per circa 40 milioni di euro, oggetto di scudo fiscale. Per l'ex presidente Giuseppe Mussari e il suo braccio destro Antonio Vigni all'accusa di associazione a delinquere per truffa ai danni della banca si aggiungono quelle di manipolazione del mercato e falso in prospetto. «Siamo stati danneggiati, andremo a riprenderci i soldi», ha commentato il nuovo amministratore delegato, Fabrizio Viola. Tra gli ex manager del Montepaschi, è indagato anche Marco Morelli, attuale numero uno di Merrill Lynch in Italia e già capo del legale a Mps, prima di un passaggio a Intesa Sanpaolo come direttore generale. Si precisano poi i contorni del «giallo» che riguarda Gianluca Baldassarri ex responsabile area finanza di Mps a Londra, che sarebbe indagato nell'inchiesta di Siena. Baldassarri «non è irreperibile, ma fuori sede» ha detto l'avvocato Filippo Dinacci, suo legale, che ha spiegato: «Il mio assistito si trova fuori sede per un impegno programmato da tempo e rientrerà lunedì prossimo». «Bombe ad orologeria», secondo gli inquirenti tranesi, i derivati per svariate decine di milioni venduti da cinque banche italiane a numerose aziende del nord barese che tra il 2008 e il 2010, schiacciate dai primi segnali di crisi, si erano rivolte agli istituti di credito sotto inchiesta (Mps, Bnl, Unicredit, Intesa San Paolo e Credem) per avere un mutuo. È quanto emerge dalle indagini dei pm inquirenti, Antonio Savasta e Michele Ruggiero, che contestano a vario titolo a una sessantina di indagati, quasi tutti dipendenti di filiali del nord barese, i reati di truffa pluriaggravata ed usura. Tra i sottoscrittori - a quanto si apprende da fonti della procura - vi sono anche enti locali, come il Comune di Molfetta, che era tra i più esposti, e che con una transazione è riuscito a liberarsi dei titoli-spazzatura.

I contratti per il finanziamento necessario all'acquisto di Antonveneta sono stati modificati dopo le comunicazioni al mercato e agli organi di vigilanza, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. La clamorosa rivelazione emerge dalle carte processuali dei magistrati di Siena che indagano sugli ex vertici del Monte dei Paschi. Nell'elenco degli indagati, oltre all'ex presidente Giuseppe Mussari, all'ex direttore generale Antonio Vigni e all'ex capo dell'Area Finanza Gianluca Baldassari, ci sono il capo dell'Area legale dell'epoca Raffaele Rizzi e il responsabile dell'operazione, Marco Morelli, oggi responsabile per l'Italia di Merrill Lynch. Tutti d'accordo, secondo l'accusa, nel prospettare una situazione ben diversa da quella reale nonostante fossero a conoscenza dei rischi economici che sarebbero derivati da quell'affare. Sono le mail scambiate tra i manager e i verbali di interrogatorio acquisiti dalla Guardia di Finanza e contenuti nell'informativa, a ricostruire che cosa avvenne a partire dall'autunno del 2007, quando fu annunciata l'operazione. Il resto lo fanno le imputazioni elencate negli avvisi a comparire notificati la scorsa settimana per ordine dei pubblici ministeri Natalino Nastasi, Giuseppe Grosso e Aldo Natalini. E nuovi dettagli potrebbero arrivare da Forlì: in un'inchiesta del 2009 su soldi trasferiti a San Marino era emerso un conto intestato proprio a Mussari. Il 18 dicembre 2007 Raffaele Rizzi «trasmette via mail la bozza del comunicato alle istituzioni finanziarie che sono disponibili a finanziare l'operazione». Gli investigatori del Valutario evidenziano come «la bozza interna del 19 dicembre 2007 è diversa da quella diffusa al mercato nella parte in cui è previsto un finanziamento di un miliardo mediante nuove azioni. Infatti si prevede l'emissione di strumenti innovativi di capitale, esattamente come era già stato anticipato in una precedente comunicazione trasmessa via mail il 26 novembre». Non è l'unica "bugia" utilizzata in quelle settimane per celare la vera natura dell'operazione. Tra le carte analizzate c'è una mail che Massimo Molinari, all'epoca responsabile della Tesoreria di Mps «invia a Rizzi sul Tier1 per la verifica del "modo usufrutto" associando le azioni di nuova emissione a favore di Jp Morgan al contratto usufrutto in favore di Mps». Anche in questo caso la Finanza evidenzia la falsità della comunicazione visto che «la struttura è diversa da quella illustrata a Banca d'Italia undici giorni prima, esattamente il 14 gennaio, che prevedeva l'utilizzo di un equity swap». La conferma sarebbe in un'altra mail «trasmessa il 3 aprile 2008 da Stefano Maternini di Jp Morgan a Morelli e Rizzi per segnalare la disponibilità a finanziare il Fresh con un contratto di total return swap». I magistrati sono convinti che sia stata proprio l'operazione con Jp Morgan ad aver causato le maggiori perdite patrimoniali, soprattutto dopo «l'emissione di strumenti finanziari convertibili emessi dalla Bank of New York». Nell'informativa del Valutario viene evidenziato come «Mps ha assunto una posizione di copertura della Bank of New York in occasione dell'assemblea degli obbligazionisti del 10 marzo 2009, nonostante il parere contrario di Rizzi». Il capo del Legale aveva espresso le sue perplessità a Molinari e questi, come dimostra un'altra mail allegata all'informativa, «ammette che l'operazione "è foriera di guai giuridici proprio come accaduto in occasione dell'altro Fresh"», quello del 2003. Una considerazione che però - questa è l'accusa - non li convinse sulla necessità di svelare quanto stava accadendo e correre ai ripari. Del resto gli atti processuali svelano come sin dall'inizio si fosse deciso di occultare la situazione reale. Nel capo di imputazione notificato a Vigni e Morelli vengono elencati i "falsi" contenuti nella comunicazione trasmessa a Palazzo Koch il 3 ottobre 2008 «in ordine all'assorbimento delle perdite, alla flessibilità dei pagamenti e alla assicurazione che non vi erano altri contratti oltre a quelli già inviati, così nascondendo a Banca d'Italia la sussistenza di una indemnity a firma di Marco Morelli rilasciata il 5 aprile 2008 in favore di Jp Morgan». Il 16 maggio 2008 Vigni aveva scritto a Bankitalia e assicurato che «Mps fino ad oggi non ha corrisposto alcun interesse a Jp Morgan relativamente al contratto di usufrutto e la prima remunerazione scatterà dal mese di maggio 2009, vale a dire dopo l'approvazione del bilancio 2008». I magistrati sono pronti a sostenere il contrario e lo faranno durante l'interrogatorio previsto per questa mattina, quando gli contesteranno di aver «nascosto a Palazzo Koch che Mps aveva già pagato la prima rata il 16 luglio 2008, la seconda rata il 16 ottobre 2008 e avrebbe pagato nel gennaio e nell'aprile 2009 le altre due rate del canone». Lo stesso Vigni, con la complicità di Morelli, «è accusato di aver omesso di comunicare a Bankitalia di aver rilasciato una indemnity side letter a Bank of New York in occasione dell'assemblea dei sottoscrittori del Fresh». Esattamente quello che il capo del Legale aveva ritenuto pericoloso. E che, questa è l'accusa, ha esposto ulteriormente l'Istituto di credito senese alimentando quella voragine nei conti che si è cercato in ogni modo di occultare. Mentivano i vertici di Mps, ma nel frattempo guadagnavano. È questa la convinzione dei pubblici ministeri sulla base del quadro fornito dagli investigatori guidati dal generale Giuseppe Bottillo. Per questo Mussari, Vigni e Daniele Pirondini, all'epoca responsabile finanziario della banca, sono accusati «nell'ambito del programma di finanziamento ideato per il reperimento delle risorse finanziarie necessarie per l'acquisizione di Antonveneta, di aver partecipato e contribuito alla predisposizione della complessa operazione finanziaria denominata "Fresh 2008", diffondendo al mercato notizie false idonee a determinare una sensibile alterazione del prezzo dell'azione ordinaria Monte dei Paschi». La contestazione al momento si riferisce al periodo che termina nel marzo 2009, ma nuove verifiche sono già state disposte dai pubblici ministeri che sospettano ulteriori manovre speculative avvenute anche in un lasso di tempo molto più recente. Su questo ha avviato un'istruttoria pure la Consob che però, secondo l'accusa, è già stata ingannata in almeno due occasioni. Esaminando i prospetti approvati il 23 aprile 2008 e il 15 giugno 2011 e «relativi all'offerta in opzione e all'ammissione a quotazione sul Mercato telematico azionario (Mta) di azioni ordinarie Mps» i magistrati hanno infatti scoperto che Mussari e gli altri manager «hanno esposto false informazioni e occultato notizie in modo da ingannare e indurre in errore i destinatari degli stessi prospetti».

Caso Mps, gli ispettori ministeriali controllano il bilancio del Comune. Siena, un lavoro che sta andando avanti da molti giorni. Si controllano i consuntivi tra il 2004 e 2012. In particolare, sembra che nel mirino dell’ispettore siano finite le azioni di assestamento sui bilanci 2009 e 2010 e soprattutto se le stesse abbiano ottenuto risultati adeguati, scrive Paola Tomassoni su “La Nazione”. Nel via vai e nel turbinio di voci alzatesi intorno alle inchieste che vedono protagonista Rocca Salimbeni, nessuno aveva notato quella stanza di Palazzo pubblico con luce accesa fino a tarda sera. Già da un paio di settimane. E si tratta di quell’ufficio, al piano terra, dove fino al maggio 2012 stava l’assessore al bilancio. Nell’ultima giunta, quindi, era l’ufficio di Mauro Marzucchi. Ebbene ieri anche questa situazione è arrivata alla luce del sole: un ispettore del Ministero dell’Economia e delle Finanze sta controllando i bilanci comunali dal 2004 al 2012. In particolare, sembra che nel mirino dell’ispettore siano finite le azioni di assestamento sui bilanci 2009 e 2010 e soprattutto se le stesse abbiano ottenuto risultati adeguati. Quel rendiconto infatti, fu bocciato dal Consiglio comunale con i voti della minoranza e di una parte della maggioranza di centrosinistra. In particolare avevano votato contro 8 consiglieri, 7 del Pd e uno fuoriuscito dal gruppo dei Riformisti Socialisti. Una bocciatura che aveva provocato le dimissioni del sindaco Franco Ceccuzzi e il successivo commissariamento del Comune di Siena. Quello stesso bilancio era stato poi approvato con delibere del settembre scorso dal commissario straordinario Enrico Laudanna. Ma le disavventure non erano finite lì: in seguito, infatti, a novembre, era arrivato anche l’«alt» della Corte dei Conti. Ieri, in serata, ecco la precisazione del Ministero stesso a confermare che gli inviati dell’Ispettorato generale delle finanze (Igf) della Ragioneria — più di uno, dunque — sono a Siena ormai da giorni. Con il Ministero che però dice che «si tratta di ispezioni ordinarie, ce ne sono a decine sul territorio. Non sono legate agli ultimi avvenimenti». In Comune invece nessuno conferma, anzi nessuno risponde: qualcuno però nomina un certo Cimbolini, ormai assiduo frequentatore di quell’ufficio al piano terra. Non un nome a caso: Luciano Cimbolini è effettivamente ‘ispettore della Ragioneria dello Stato’, lo stesso che fu mandato a visionare le carte della Provincia di Firenze dal 10 gennaio all’11 febbraio 2011, quelle carte riguardanti l’amministrtazione di Matteo Renzi dal 2004 al 2009.

Ed ancora. Mps, che fine farà il Siena calcio senza la sua banca? Si chiede Gianluca Ferraris su “Panorama”. Il Siena calcio. La squadra di basket più titolata del nostro campionato. Centinaia di società sportive dilettantistiche. Ma anche il Palio. La tempesta giudiziaria e finanziaria che da un paio di settimane si è abbattuta sul Monte dei Paschi potrebbe indirettamente nuocere anche allo sport senese. Per anni, in alcuni casi per decenni, Rocca Salimbeni ha generosamente foraggiato con contributi diretti, sponsorizzazioni e partnership l’intero ventaglio delle attività locali. Ma oggi, di fronte alla necessità di far quadrare i conti a costo di perdere un po’ di appeal e di radicamento territoriale, queste operazioni come molte altre non sono più considerate una priorità dai nuovi vertici dell’istituto, che ha deciso un cambio di rotta. Gli effetti sulle risorse a disposizione dello sport senese, a un primo giro di stime, non saranno certo irrilevanti. Soprattutto per il team bianconero guidato da Massimo Mezzaroma. Quattro giorni fa l’amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola ha confermato ai tifosi che l’accordo di sponsorizzazione tra la banca e la squadra allenata da Beppe Iachini, in scadenza il prossimo 30 giugno, non sarà rinnovato. È la fine di un rapporto decennale, che ha visto il brand dell’istituto o dei suoi prodotti (come Mps Vita) accompagnare le maglie bianconere dai polverosi campi della serie C fino all’Olimpo della A. L’idillio termina nel momento più delicato, con la società impegnata nella lotta per non retrocedere dopo essere stata coinvolta nell’affaire calcioscommesse. Ma quanto impatta la sponsorizzazione sui conto della società? Le stime più esatte le ha fatte il commercialista e blogger Luca Marotta, esperto di bilanci societari, che ha analizzato l’ultimo esercizio disponibile del Siena calcio, relativo alla stagione 2011/2012. Nello scorso campionato, come in quello precedente, i corrispettivi erogati da Mps ammontavano a 8 milioni di euro, di cui 7,1 milioni a titolo di sponsorizzazione e 0,9 al termine di ciascuna stagione a titolo di premio per il risultato sportivo raggiunto (nel 2011 fu la promozione in A, nel 2012 la salvezza). Una cifra considerevole, visto che (nonostante la massima serie abbia fatto impennare i ricavi da diritti tv riducendo il peso delle altre voci) ammonta al 15,3 per cento del fatturato complessivo. Per una piccola squadra non sarà facile trovare un’azienda altrettanto munifica, soprattutto in caso di retrocessione. Ma la fine della partnership tra le due realtà rischia di avere altre spiacevoli conseguenze sul piano patrimoniale, perchè il rapporto tra banca e squadra non si esaurisce con il brand piazzato sulle casacche. Anzi. Come si legge ancora scorrendo il bilancio, “il guppo Mps riveste anche il ruolo di finanziatore della squadra, poiché permette l’utilizzo di scoperti temporanei sui conti correnti e ne anticipa le fatture, con operazioni di factoring”. E ancora: i debiti del team verso le banche, che nello scorso esercizio erano pari a 3 milioni, si riferiscono in massima parte “a scoperti di conto corrente presso Banca Mps”. Anche i debiti verso altri finanziatori, che in questo caso valgono quasi 7 milioni, “si riferiscono ad anticipi di fatture da parte di Mps Leasing & Factoring spa”. Infine, nell’operazione straordinaria relativa alla cessione del ramo d’azienda contenente il marchio della squadra e i diritti sul suo sfruttamento (un artificio contabile adottato ormai da molte squadre e che per il Siena ha generato 25,1 milioni di plusvalenza riportando il bilancio in utile), Rocca Salimbeni ha svolto il ruolo di “soggetto finanziatore” della società veicolo che acquisiva il brand per poi affittarlo alla squadra. Insomma, quello tra la banca più antica d’Italia e il sodalizio calcistico è un intreccio molto più complesso e molto favorevole al secondo. O almeno lo è stato fino a oggi. Perchè, come i vertici di Mps hanno comunicato alla tifoseria e come Viola aveva anticipato nell’assemblea del 25 gennaio scorso, con la fine della sponsorizzazione “sarà diverso anche l’approccio che la banca terrà nei confronti dell’Ac Siena spa, che verrà considerata come una delle tante aziende in difficoltà (…) aiutandola davanti a un piano industriale credibile e realizzabile (…) Anche un eventuale passaggio di consegne riguarderebbe soltanto l’attuale proprietà e non la banca che non svolgerà il ruolo di advisor come nel recente passato”. Concetti netti, inappellabili e in linea con il difficile momento vissuto dall’istituto. Ma che suonano anche come un campanello d’allarme per il futuro della vecchia Robur.

SIENA MAFIOSA.

La mafia è già a Siena? Si chiede Mauro Aurigi su “Mondo Raro”.

La preoccupante metamorfosi morale e di costume che ha interessato la Città negli ultimi anni. Marc Bloch, massimo storico del secolo scorso e padre della storiografia moderna, nel suo “La società feudale” ci spiega che tra il IX e il XII secolo, in un periodo dunque di grave attenuazione della forza della legge, i più forti e violenti (oggi li chiameremmo mafiosi) si imposero con ogni genere di ruberie, soprusi e crimini sui più deboli, facendosi “signori” delle terre pubbliche, di quelle delle comunità sia civili che religiose e anche di quelle allodiali (dei privati). Quindi brigarono affinché quel titolo di “signore” fosse loro riconosciuto a vita anche dall’autorità costituita, ossia da re, papi o imperatori che in quei tempi turbolenti non potevano non vedere di buon occhio che gente così decisa si ponesse sotto la loro potestas. Poi, col tempo, pretesero che il diritto di dominio su quelle terre non si estinguesse alla morte del titolare ma fosse trasferibile per via ereditaria, e infine ottennero anche il riconoscimento della proprietà giuridica su quello che fino ad allora era solo un possesso feudale, ossia detenuto in forza di una concessione del monarca. Ecco come nacque tutta l’aristocrazia europea che dominerà l’Occidente fino all’Illuminismo ed anche dopo (seconda guerra mondiale). La nobiltà dunque non ha origini nobili, ma ignobili.

La criminalità organizzata alligna là dove il potere è fortemente gerarchizzato. Nonostante il lungo lasso di tempo trascorso da allora, ancora oggi le moderne mafie nascono e si affermano, con lo stesso identico processo appena descritto, ovunque nel pianeta la situazione lo consenta, ossia dove la legge sia debole o assente. E anche in Italia, se e quando la legalità dovesse perdere il confronto con questo fenomeno(*), i mafiosi e i politici mafiosi vittoriosi – ossia ciò che oggi a buona ragione già chiamiamo “casta” – saranno la nobiltà di un domani tornato al feudalesimo. In effetti mafia e feudalesimo sono categorie del tutto affini: la prima alligna sempre ovunque (non solo in Italia) ci siano culture e mentalità feudali e corrotte. In letteratura nessuno meglio del Tomasi Lampedusa ne “Il Gattopardo” ha spiegato il fenomeno proprio nel momento del passaggio del testimone dalla nobiltà feudale siciliana alla mafia agraria e borghese. Quindi la mafia non nasce nei paesi a più avanzata democrazia, ossia a struttura sociale più orizzontale, (al massimo vi emigra), ma è invece ovunque inscindibile da ogni società organizzata verticalmente, che è, proprio per questo, corrotta e corruttrice. Meglio: una comunità è tanto più corrotta, e quindi più a rischio di mafiosità, quanto più essa è strutturata in maniera gerarchica, ossia quanto più il potere è concentrato al vertice e quanto più i suoi membri sono distribuiti lungo una scala gerarchica dove ognuno ha l’obbligo della sottomissione e fedeltà a chi sta sopra e il diritto all’arbitrio (ma anche l’obbligo alla protezione) su chi sta sotto. In tutta quella comunità il sistema premiante si basa esclusivamente sulla fedeltà al capo e non sul merito. Anzi chi merita, ed è quindi potenzialmente capace di salire da solo o anche semplicemente di sopravvivere senza bisogno di protezione, invece del premio riceve l’ostracismo, l’emarginazione e perfino l’eliminazione fisica, perché modello negativo in grado di minare alla base il sistema e soprattutto l’autorità del capo. E va detto per inciso che la mortificazione e l’esclusione del merito dal sistema premiante (eccola la vera causa della fuga dei cervelli dall’Italia) spiega perché quanto più una società è organizzata verticalmente tanto più non solo è corrotta e violenta (e sporca moralmente e materialmente), ma anche più arretrata sul piano sociale, culturale ed economico. Ciò detto, si vede bene come la struttura gerarchica feudale e quella mafiosa siano assolutamente analoghe. Dunque la mafia non è responsabile della gerarchizzazione criminale di una società, come troppo spesso in Italia si sente dire, ma è vero esattamente l’opposto: la mafia come effetto e la società fortemente gerarchizzata come causa. Ne abbiamo avuta una recente dimostrazione con l’implosione del regime sovietico, che era gerarchizzato come pochi: oggi la Russia è un paese in mano alle mafie quanto e più del nostro. Ecco perché la criminalità organizzata è così radicata nel Meridione dove la struttura verticale (feudale) della società è più accentuata, mentre il Settentrione può ancora oggi beneficiare di un’organizzazione sociale più orizzontale, lascito longevo di quella civiltà comunale – grande e vittoriosa antagonista del feudalesimo – che fu negata al Sud. Voglio citare questo fenomeno di cui sono stato personalmente testimone. La Puglia negli anni ‘60 non era mafiosa in senso stretto, tuttavia, come in tutto il Meridione, la società tutta (anche il Pci, per essere chiari) vi era fortemente organizzata in maniera verticale. La mafia siciliana, al seguito di un processo che allora si tenne a Lecce contro il capo dei capi Liggio, difeso da Giovanni Leone che diventerà Presidente della Repubblica (!), capì subito che quello era un terreno fertile: ci mise dieci anni per fare fuori la piccola criminalità locale. Ci furono morti a decine. Ora in Puglia domina la sacra corona unita.

Il Pci-Pds-Ds ha “meridionalizzato” Siena. Anche a Siena, a partire da una trentina d’anni fa, la mentalità ha cominciato a cambiare: la società si è verticalizzata, insomma si è “meridionalizzata”, ossia ha fortemente accentuato la struttura verticale del sistema di potere (colpa del senesissimo Pci-Pds-Ds, non degli immigrati meridionali). Come ai primordi del sistema feudale, il potere e le sue istituzioni sono state progressivamente e permanentemente occupate da un’oligarchia piramidale di politici cinici, avidi e ambiziosi che ha ricevuto l’expedit dal “principe romano”. L’intera res publica senese è stata infiltrata da clientele fameliche come mai si era visto prima (il fenomeno ha ormai investito anche Contrade e Palio, ossia le cose che i Senesi avevano sinora conservato più gelosamente…, ma qui il discorso si farebbe davvero troppo lungo). Insomma Siena, che per mille anni ha resistito in bilico sul bordo di un Meridione che cominciava anche allora a sud dei suoi confini, alla fine vi è franata dentro: quella che era la più meridionale delle città settentrionali oggi è la più settentrionale delle città meridionali. Così si sta velocemente imparando a strisciare davanti al potente e, per salire lungo la scala gerarchica del potere e del danaro, non si hanno riguardi per quelli che si schiacciano. Le amicizie non si scelgono più sul piano dei sentimenti, ma su quello delle opportunità e perfino si sta attenti a con chi ci si accompagna in pubblico. Imprenditori piccoli e grandi, professionisti e intellettuali di ogni specie e rango, volentieri si schierano platealmente e senza vergogna alcuna col potere per non essere prima emarginati e poi messi fuori dal gioco. Capita così che lo stesso Pdl decida di scomparire come opposizione alla maggioranza. E capita così che la Confindustria senese corra subito a diffondere un comunicato di smentita a Cicchitto di Forza Italia che in televisione aveva accusato il potere senese di selezionare con partigiana cura gli affidamenti concessi dal Monte dei Paschi, e lo faccia, per maggiore sicurezza, tramite il fax dell’ufficio stampa del sindaco diessino Cenni. Va da sé che se quanto denunciato da Cicchitto fosse vero, saremmo già di fronte a un preoccupante sintomo di matura mafiosità. Neanche tanto tempo fa se i figli di rettori o baroni accademici avessero vinto, come oggi, i concorsi all’Università dei padri, o i figli di amministratori di nomina pubblica del Monte avessero subito vinto il concorso per l’assunzione nella banca, sarebbe esploso uno scandalo cittadino. Oggi invece della ripulsa e della contestazione c’è, come nelle aree mafiose del Paese, l’aumento del “rispetto” verso quei potenti. Anche il semplice cittadino, che pure dovrebbe sentirsi relativamente al sicuro, oggi teme che i propri affari o l’assunzione o la carriera del figlio o il rilascio di una concessione o licenza, o la serenità dei suoi stessi rapporti con la comunità, possano essere messi in discussione dal semplice manifestare sentimenti di indipendenza verso la Casta. E anche lui si piega. Ecco come nasce e cresce una cultura mafiosa in ambienti anche insospettabili. Insomma a Siena per salire i gradini della scala sociale di cui sopra, o evitare di essere retrocessi a quelli inferiori, oggi ci si piega, come mai era successo prima, davanti al potente e si calpestano senza pietà i più deboli anche se sono amici. Così sta lentamente imponendosi una nuova aristocrazia feudale e perfino dinastica (la casta!) basata, come quella medievale, sul potere e la ricchezza pubblici. Vuol dire che stiamo lentamente scivolando verso i tempi bui di quel feudalesimo medievale contro cui Siena combatté per secoli vittoriosamente (solo per questo abbiamo avuto il privilegio di vivere fino a pochi decenni fa in una civilissima città, altro che grazie alle amministrazioni “democratiche e popolari”). Quella che gli studiosi hanno chiamato “civiltà senese”, dopo mille anni si sta estinguendo senza che nessuno la rimpianga (e questo è il sintomo più terribile). Ora Siena è nella condizione ideale per essere conquistata dalla mafia, e sul piano economico il processo già potrebbe avere, tra la generale indifferenza, raggiunto livelli di emergenza. E chi sostiene che la mafia a Siena sarà sempre un corpo estraneo (facile da espellere) non ha capito che i Senesi non sono più quelli di una volta. Basta pensare a come facilmente (e felicemente) essi si siano piegati all’autorità assoluta concentrata nelle mani di appena tre o quattro, forse cinque personaggi, nessuno dei quali nato a Siena (il sindaco senese Cenni ha fatto solo la parte del vaso di coccio in mezzo a quei vasi di ferro). Neanche il fascismo, nonostante la violenza (pur essa di stampo mafioso!) di cui fu capace, riuscì a imporre simili livelli di sudditanza e subordinazione alla nostra comunità. Ecco perché ci sono tutti gli elementi favorevoli all’ingresso della mafia. Ecco perché dobbiamo aspettarci il peggio.

Prove di mafia a Siena. Nel 2006 l’allora ministro degli interni Pisanu davanti al Parlamento ha denunciato che la nostra provincia è quella in Italia più interessata dal fenomeno dell’espansione mafiosa. Nessuno ha reagito, nessuno si è mobilitato, nessuna sensazionale retata di mafiosi è stata fatta. E’ stato poi il turno della Direzione Nazionale Antimafia che nel 2007, per bocca del suo consigliere, il magistrato Giovanni Melillo, indica Siena, Pisa e Firenze (nell’ordine) quali province privilegiate dall’infiltrazione mafiosa sia nel campo degli appalti pubblici e delle costruzioni (con “metodi criminali assolutamente analoghi a quelli siciliani”), sia nel mercato immobiliare e turistico-alberghiero che in quello degli esercizi commerciali, senza tralasciare la lucrosissima attività dell’usura e delle estorsioni. Melillo dice che si tratta di introduzione nel nostro mercato di capitali di origine criminale. Noi ci domandiamo perché così tante gru edili in questi anni siano state alzate in Città e in tutta la nostra provincia, per tacere del resto della Regione: così tante e così improvvisamente come mai avevamo visto negli ultimi 60 anni. Come non riandare, anche per la devastazione ambientale che ne consegue, con la mente agli anni del sacco di Napoli e di Palermo? Ad occhio si tratta di investimenti che vanno ben oltre le intuibili disponibilità finanziarie endogene. Se ciò fosse vero bisognerebbe domandarsi da dove vengono quei capitali. Possibile che dalle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche e dai bilanci delle persone giuridiche interessate in questi affari non si possano trarre elementi per verificare il legittimo possesso di così larghe disponibilità finanziarie? Ma nulla sembra muoversi. I politici locali, del tutto indifferenti a quelle pur autorevoli denunce, continuano candidamente a ripetere che il nostro è il migliore dei mondi possibili e chi avanza critiche è solo uno che vuole male a Siena. Gran brutto segno: anche a Palermo a tutti i livelli, istituzionali e no (anche nella Chiesa), si è ipocritamente negata per decenni l’esistenza della mafia, accusando chi sosteneva il contrario di volere male alla Sicilia. Poche, forse inesistenti sono le speranze che il processo possa essere fermato e invertito. Esperienze passate e presenti ci dicono che certe situazioni sono difficilmente reversibili. C’è la realtà attuale di ben quattro regioni meridionali che dovrebbe illuminarci: quelle che erano miserabili organizzazioni malavitose rurali o di borgata non hanno fatto che crescere anno dopo anno fino a diventare, dopo 60 anni di “lotta alla criminalità organizzata”, ricchissime potenze criminali internazionali. Secondo me non ci sono vie d’uscita, a parte l’assai remota possibilità che i Cittadini prendano coscienza della necessità di rovesciare il processo in corso di concentrazione del potere in poche e durature mani e di distribuirlo in veloce turnazione nella società civile, così come il più fondamentale e banale dei presupposti della democrazia vorrebbe. Bisognerebbe si capisse che ci stiamo avviando verso una situazione minacciosamente simile a quella di ogni fascismo o feudalesimo: una società degradata sul piano morale, sociale, culturale ed economico (si pensi solo al declino qualitativo in atto dell’Università, dell’Ospedale e della Banca) con sopra la casta immutabile dei governanti, sempre più ricchi, sotto la classe dei sudditi a vita sempre più poveri. Ma qui si entra in un campo che meriterebbe una trattazione separata. Certo è che se nulla cambia, se si continua a tenere la guardia bassa, quando tra qualche anno i Senesi si accorgeranno che fare un intervento come questo potrebbe esporre a rischi anche estremi, sarà ormai troppo tardi per qualsiasi speranza di salvezza.

SIENA MASSONE. 'CENTO NOMI DI MASSONI' E SIENA TREMA.

Cento nomi di presunti massoni, pubblicati ieri dal quotidiano senese Il Cittadino, hanno fatto sobbalzare la città, scrive “La Repubblica”. Ed è solo l' inizio: nei prossimi giorni, annuncia il giornale, ne usciranno altri cinquecento. Fra gli altri sono comparsi i nomi di tre magistrati, il sostituto procuratore Dario Perrucci e i giudici Carlo Cappelletti e Giuseppe Cavoto, e di sei esponenti del Pds senese: Roberto Barzanti, vicepresidente del Parlamento europeo, Luigi Berlinguer, rettore dell' Ateneo, Giulio Quercini, responsabile nazionale degli enti locali del Pds, Moreno Periccioli, assessore regionale, Alessandro Starnini, presidente della Provincia, e Massimo Bernazzi, vicepresidente della Banca Toscana. Immediate le smentite degli interessati, che hanno tutti querelato il direttore del Cittadino, Duccio Rugani, e chiesto un risarcimento danni. Rugani, che dice di aver voluto dare "un contributo alla trasparenza", sostiene di aver "confrontato fra loro tre fonti diverse, fra cui la testimonianza di alcuni massoni". Il Pds senese parla però di "un' azione di manipolazione e depistaggio", mentre c' è chi ipotizza una manovra preelettorale: tutti i presunti massoni pidiessini, infatti, sarebbero in lizza alle prossime elezioni. Siena: tutti massoni? Scriveva “Il Corriere della Sera”. Esplosiva rivelazione de " Il cittadino " quotidiano di Siena nella massoneria dall' arcivescovo al Gotha del PDS. 600 massoni all' ombra della Torre del Mangia. disposto il sequestro nella redazione de " Il cittadino " della rivista " Fratelli d' Italia " da parte del procuratore della Repubblica Pappalardo. nella rivista e in due fax i nomi dei massoni della città  del Palio. tra questi: l' arcivescovo Mario Ismaele Castellano, il rettore dell' Università  Luigi Berlinguer, il vicepresidente del Parlamento europeo Roberto Barzanti e il presidente della Provincia Sandro Starnini, l' onorevole dc Balocchi e Alberto Brandani del Monte dei Paschi e i socialisti Tacconi, Bellandi, Salvatici, Sartini. non mancano gli imprenditori: Danilo Nannini e Febo Picciolini. Siena: tutti massoni? IL CASO SIENA . L' arcivescovo insieme al Gotha della Quercia. Sacro e profano uniti nel segno del Grande Oriente. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano senese "Il cittadino" sia l' ex arcivescovo Mario Ismaele Castellano sia nomi illustri del Pds sarebbero iscritti alle logge massoniche. L' esplosiva "rivelazione" non e' la prima. Da mesi, infatti, il giornale sta pubblicando, tra smentite e querele, i nomi dei 600 presunti "fratelli" protetti dall' ombra della Torre del Mangia. Ma forse il numero dei sospetti si fermerà ai 200 raggiunti ieri. Il procuratore della Repubblica Pappalardo ha infatti disposto il sequestro, nella redazione de "Il cittadino", di una copia della rivista "Fratelli d' Italia" dedicata a Siena e di due fax contenenti liste di 63 nomi. Poi ha emesso avvisi di garanzia per Fabio e Ducio Rugani, proprietario e direttore della testata, e per i soci della tipografia: vi si ipotizza il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa. Il magistrato sembra dunque dare ragione ai tanti personaggi che hanno respinto l' accusa di essere massoni. Tra questi, pidiessini illustri come il rettore dell' Università Luigi Berlinguer, il vicepresidente del Parlamento europeo Roberto Barzanti e il presidente della Provincia Sandro Starnini. Ma anche dc: l'onorevole Balocchi e Alberto Brandani del Monte dei Paschi. E socialisti: Tacconi, Bellandi, Salvatici, Sartini. Non mancano imprenditori come Danilo Nannini e l' ex presidente degli industriali Febo Picciolini.

È come 30 anni fa, forse anche peggio, scrive “Il Fatto Quotidiano” del 2 settembre 2010. Allora, primavera 1981, la bufera arrivò improvvisa e si abbatté sulle logge con la pubblicazione sui giornali degli elenchi P2. Oggi il nuovo uragano è nell’aria, annunciato da una sequela di prodromi, mille segnali di un diluvio che si preannuncia altrettanto sconvolgente per la massoneria: il bubbone della P3, le cricche, il coordinatore Pdl Denis Verdini e i fidi facili della banca, l’immarcescibile faccendiere di mille affari sporchi Flavio Carboni, le tangenti, lo stillicidio di intercettazioni, gli appalti pilotati. Trent’anni fa i fratelli massoni, quelli che con la P2 c’entravano poco o niente, di fronte all’imprevedibilità dell’evento non poterono far altro che aprire l’ombrello per ripararsi alla meglio, sperando che la buriana passasse, consapevoli che niente sarebbe stato più come prima. Oggi, invece, per non restare travolti provano a prevenire il disastro, tentando di salvare dalle prevedibili macerie quella che si ostinano a considerare l’idea pulita di massoneria. Non è un’impresa facile né indolore, anzi. A causa della P3 è scoppiata la più aspra guerra massonica d’Italia. Un conflitto di cui all’esterno non trapela nulla di ufficiale, ovviamente, ma che è in pieno svolgimento. Un corpo a corpo in cui i 22 mila massoni del Grande Oriente d’Italia si scannano come fratelli coltelli, e il cui esito, come si dice in questi casi, appare tutt’altro che scontato. La guerra si combatte soprattutto in Toscana, la patria della massoneria italiana, in particolare a Siena, culla delle logge, e nelle campagne circostanti. In città si guerreggia intorno a piazza Salimbeni e alla sede del Monte dei Paschi, in vista delle elezioni per il sindaco in calendario nella primavera dell’anno prossimo. Nelle campagne, invece, il teatro dello scontro è Ampugnano, frazione del comune di Sovicille, dove un pezzo della Siena che conta, dal Monte al comune, vorrebbe trasformare un aeroporto in miniatura in una grande struttura internazionale, come Pisa e Firenze. Un progetto molto contestato a livello locale. Lo scontro coinvolge in pieno il Gran Maestro, Gustavo Raffi, e i partiti, il Pd e il Pdl. Raffi è legato a Siena da mille fili, a cominciare dalle consulenze e dagli incarichi professionali ottenuti con il suo studio legale di Ravenna dal Monte dei Paschi fin dai tempi in cui direttore generale era Vincenzo De Bustis, ex banchiere di riferimento di Massimo D’Alema, indicato come uno degli esponenti più alti in grado della massoneria, gruppo degli Illuminati. Ad appena un anno di distanza dalla sua incerta rielezione, Raffi è oggetto di attacchi feroci e, cosa quasi inaudita in quell’ambiente, perfino pubblici. Gli antagonisti chiedono senza perifrasi le sue dimissioni dando voce allo scontento perfino sulla più democratica delle piazze, Internet, per esempio sul sito grandeoriente-democratico.com, coordinato da Gioele Magaldi, giornalista del confindustriale Sole 24 Ore. Gli contestano di tutto a Raffi: un rapporto personalistico con le istituzioni e il potere, a cominciare da quello bancario del Monte, poi le strizzate d’occhio a una parte del Pd nonostante meno di un quarto dei fratelli sia orientato a sinistra, ma soprattutto non gli perdonano la vischiosa contiguità con la cricca P3 e la deficitaria gestione finanziaria del Grande Oriente causata in particolare da una serie di operazioni immobiliari per l’acquisto di sedi lussuose e di prestigio attraverso la società Urbs. È uno snodo importante della massoneria italiana questa Urbs. Responsabile è il fiorentino Enzo Viani, una sorta di tesoriere del Grande Oriente, ex dipendente del Monte dei Paschi in pensione, un conservatore di ferro, ma disinvolto, tanto da essere fan dell’ex comunista Graziano Cioni contro il cattolico Matteo Renzi alle primarie Pd per il sindaco di Firenze. Viani a suo tempo fu nominato presidente dell’aeroporto di Ampugnano dallo stesso Pd senese e dal Monte dei Paschi guidato da Giuseppe Mussari, un avvocato che da qualche mese è anche presidente dei banchieri italiani (Abi). Entrambi, Viani e Mussari, sono stati raggiunti da un avviso di garanzia con altre 14 persone proprio per la faccenda dei progetti di ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano. Il Pd e il Pdl, avversari senza quartiere sulla carta, in Toscana grazie proprio al collante massonico in diversi casi appaiono più vicini che lontani, dando quasi l’impressione di recitare un gioco delle parti. Il Pd, in particolare, si avvicina al tema delle logge con approcci assai diversi. Qualche settimana fa, in un’intervista a Sette del Corriere della Sera, il presidente Pd della Regione, Enrico Rossi, rispondendo a una domanda sulla doppia affiliazione Pd-massoneria è stato lapidario: “Appartengo alla nobile razza di chi considera l’iscrizione alla massoneria prima di tutto volgare”. Ma Luigi Berlinguer, ex rettore dell’Università di Siena, ex ministro della Scuola con il centrosinistra, presidente della commissione dei garanti Pd, da sempre considerato all’interno del suo partito molto attento verso la massoneria, anche se lui querela chi osa parlare di affiliazione, non si è dichiarato contrario alla doppia iscrizione in due interviste, ad Affari Italiani e all’Unità, arrivando in un caso ad equiparare la massoneria all’Opus Dei. Il figlio di Berlinguer, Aldo, era consigliere d’amministrazione dell’aeroporto senese quando presidente era Viani. Molti dei personaggi della guerra massonica, di Siena e Ampugnano compaiono da protagonisti in tutte e tre le vicende. Per esempio il candidato sindaco del Pd, il deputato Franco Ceccuzzi, quando era segretario provinciale del partito volle proprio il massone Viani come presidente dello scalo senese. E ora la massoneria si appresta a restituirgli il favore nella corsa per il comune nella quale dovrà vedersela con Pierluigi Piccini, ex sindaco, ex Ds ed ora coordinatore toscano dell’Api di Francesco Rutelli. Ceccuzzi può contare sull’appoggio del giornale locale, Il Corriere di Siena, guidato da Stefano Bisi, che è anche il presidente del Collegio regionale toscano dei massoni del Grande Oriente. Il direttore editoriale del Corriere è Rocco Girlanda, deputato Pdl umbro, grande amico di Denis Verdini, come risulta da molte intercettazioni. Entrambi, manco a dirlo, sono estimatori convinti del Gran Maestro Raffi. Di più: come si sussurra in Toscana, sono stati i suoi grandi elettori.

SIENA, GIOIELLO ROSSO IN ZONA RETROCESSIONE.

Metafora dell'Italia, tra antiche ambizioni e nuove paure, scrive Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera”. Non ridono più neppure i matti. I leggendari matti di Siena, trastullo dei ragazzi ma in fondo amati, integrati: il più allegro lo chiamavano Trombetta, perché a chi lo apostrofava – «Trombettaaa!» – rispondeva ridendo «peee!». E poi Sello, che seguiva tutti i matrimoni e tutti i funerali. Benito il Diabolico, l’unico senese ad aver vinto ogni Palio: in piazza del Campo andava con i fazzoletti di ogni contrada comprese le acerrime rivali, l’Oca e la Torre, l’Istrice e la Lupa, il Montone e il Nicchio; poi si univa al corteo dei vincitori. E il Bersagliere, cui una volta annunciarono per scherzo che era stato condannato a morte, e a sorpresa non si spaventò, anzi offrì il petto: «Sono pronto! Viva l’Italia!». Siena gioiello rosso, Siena in testa alle classifiche di ricchezza e qualità della vita, Siena paesone eppure capitale di una banca tra le più grandi d’Europa. E invece ora Siena angosciata, impoverita, di cattivo umore, da quando teme di perdere il Monte dei Paschi, che qui chiamano Babbo Monte o «la mucchina», perché tutti in qualche forma l’hanno munto: sino al 2010, oltre cento milioni di euro l’anno per il Comune e la Provincia, l’Arci comunista e la democristiana Libertas, le contrade e le parrocchie. Soprattutto, il Monte come garanzia di potenza e di serenità, il Monte che compra le partite del Siena per salvarlo dalla retrocessione – «ma se due anni fa siamo andati in serie B, dove hanno truffato noi!», sbotta il presidente della banca, Giuseppe Mussari -, il Monte onnipotente che ti assume con la qualifica di commesso, ti fa eleggere sindaco e poi ti promuove direttore generale, il Monte che governa il sistema e si costruisce pure l’opposizione interna, magari con una telefonata ovviamente intercettata tra Verdini e Mussari («ma se noi assumiamo per concorso!» assicura il presidente). Il vero simbolo di Siena e della sua megalomania sono gli archi giganteschi e l’immensa facciata – che qui chiamano appunto il Facciatone – di una Cattedrale incompiuta. Pur di superare i fiorentini, i senesi sognarono di erigere la più grande chiesa della cristianità, di cui il vecchio Duomo sarebbe diventato il transetto. Arrivò prima la peste (maggio 1348), che dimezzò gli abitanti, riducendoli a meno di 20 mila. Della nuova Cattedrale non si parlò più. Anche in età moderna, Siena non ha perso la sua megalomania. Una città di 55 mila abitanti si concede una squadra di calcio in serie A e in semifinale di Coppa Italia, una squadra di basket che vince cinque scudetti di fila e in Coppa Campioni batte il Real Madrid a casa sua, 500 avvocati, due quotidiani, Salvatore Accardo che insegna e suona all’Accademia Chigiana, un centro di ricerche biotecnologiche con cento scienziati che tra loro parlano inglese, e una Fondazione che per anni ha controllato il 50% del Monte, e ora non più. La banca si salverà. Il vero timore è che non sarà più la banca di Siena. Tra il Monte e la Fondazione ci sono cinque minuti, il tempo di scendere dalla Rocca Salimbeni a piazza del Campo. Nella Rocca regna l’uomo più potente della città e tra i più potenti del Paese, il presidente dell’Associazione banche italiane Giuseppe Mussari, 49 anni, che qui chiamano Belli Capelli per la capigliatura fluente. Ci riceve molto cortese e molto guardingo. Vorrebbe tranquillizzare ma si vede che è un po’ in ansia, si muove tra l’I-Pad e il computer entrambi connessi sugli scambi azionari della banca di cui tra poco non sarà più presidente. Nel suo accento calabrese – madre senese, ostetrica, padre di Catanzaro, cardiologo -, Mussari spiega che è inevitabile per la Fondazione rinunciare al 50% di una banca che non è più la sesta ma la terza d’Italia. Difende l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi un minuto prima che crollasse la finanza internazionale. Avverte che la situazione è grave e seria, ma non solo per la città, per il Paese intero. Racconta come è stato scelto il nuovo direttore generale, Fabrizio Viola: sul mercato, senza consultare i sindacati, con una scelta di rottura rispetto alla prassi concertativa. Ora Viola sta cercando di evitare un nuovo aumento di capitale. In ogni caso, la Fondazione dovrà scendere, forse al di sotto del 33%, cedendo quote ai soci privati – ma Caltagirone si è appena dimesso dalla vicepresidenza e sta disinvestendo dal Monte per puntare su Unicredit -, oppure trovando un compratore esterno, di cui la Fondazione diventerebbe azionista. Qualunque sarà la strada, sostiene Mussari, Siena non ha nulla da temere, se anche per assurdo arrivasse un cinese mica potrebbe portare via la ricchezza accumulata in sei secoli dalla comunità: «Non commento le questioni della Fondazione, in ogni caso il Duomo non ha le ruote. Accardo non viene qui per i soldi, ma perché qui ha studiato, ha molti amici, si trova bene. La Novartis investe perché c’è un’antica cultura dei vaccini e i ricercatori vengono più volentieri che in altre parti del mondo. Il modello Siena resiste: qualità ambientale, arte, territorio; andiamo tutti d’accordo senza rubarci il ruolo l’uno con l’altro». E i settanta indagati per l’aeroporto, lei compreso, e per il crac dell’università? «Si può sbagliare ad applicare una norma. Ma, da quando sono qui, processi per corruzione e concussioni non ce ne sono mai stati. Di soldi ne sono girati tanti, però tra persone normali, che non vanno al mare ai Caraibi ma a Follonica, che non hanno la Ferrari ma la Panda. Io vado in ufficio in motorino». E la massoneria? «Sono a Siena dai tempi dell’università, e la massoneria non l’ho mai incrociata». E invece è proprio il modello Siena a vacillare. Un miliardo i debiti della Fondazione, oltre 200 milioni quelli dell’università, l’ateneo di Fortini e Luperini eroso dal clientelismo, per cui ci sono più impiegati che docenti e lettori. E nella classifica delle città italiane Siena è retrocessa all’ottavo posto; il che non sarebbe poi un dramma, se settima non fosse Firenze. A sentire gli oppositori, il leghista Francesco Giusti – «io del Monte sono un operaio, mi hanno preso al call-center» – e il candidato sindaco delle liste civiche Gabriele Corradi, padre di Bernardo il calciatore, sta venendo giù tutto. Compreso il sistema per cui «anche i nobili, anche i discendenti dei Papi come i Piccolomini votano a sinistra»; il temuto blogger Raffaele Ascheri detto «l’eretico» si becca decine di querele se osa denunciare massoni e cacciatori di frodo («Cinghialopoli», lo scandalo delle battute notturne a cinghiali, daini, caprioli); i massoni sono molti di più di quelli dichiarati come Stefano Bisi direttore del Corriere di Siena ed Enzo Viani ex presidente dell’Aeroporto; il sindaco veniva pescato tra i sindacalisti del Monte e poi, a servizio reso, promosso e magari trasferito all’estero, come Pierluigi Piccini, ora vicedirettore generale di Mps France, o Maurizio Cenni, vicedirettore vicario di Mps gestione crediti. Ma «senza lilleri non si lallera», con i soldi è finita anche la festa, e basta una passeggiata in centro per rendersene conto. Via Pantaneto, la strada dei palazzi affrescati, delle stamperie, delle antiche farmacie, è diventata una piccola kasba di negozi dell’usato, lavanderie a gettone, ristoranti cinesi. L’emporio musicale di via Montanini, dove generazioni di senesi hanno comprato i loro strumenti, ha traslocato in periferia, il suo concorrente Olmi ha chiuso. Chiusa la libreria Ticci di piazza Indipendenza, chiuso il Palazzo delle Papesse centro di arte contemporanea, chiusa la galleria di via Cecco Angiolieri, chiusa la storica cartoleria Biccherna a un passo dalla sede del Monte, dove i commercianti paventano l’apertura di un sex shop. Via di Città, la strada degli antiquari, è diventata il suk del cuoio. Racconta Emilio Giannelli - nipote e pronipote di due presidenti del Monte, Emilio ed Enrico Falaschi, a sua volta capo dell’ufficio legale prima di iniziare la nuova vita di vignettista del Corriere - che sotto casa sua, in via della Sapienza, contrada del Drago, hanno chiuso il fruttivendolo, il lattaio, il macellaio. Perché Siena «era città di soggiorno ed è diventata città di passaggio», i turisti comprano il panforte da Nannini e ripartono, e anche qui cominciano a vedersi le insegne simbolo della crisi italiana: «Compro oro», «tutto a un euro», «pizza al taglio», «sala bingo». In centro vivono oggi 12 mila senesi, meno che dopo la pestilenza. Eppure, come rivendica il sindaco Pd Franco Ceccuzzi – finalmente uno che non ha mai lavorato al Monte -, guardingo e preoccupato non meno di Mussari, questo resta il più bel borgo medievale d’Italia, e quindi del mondo. Lunedì scorso c’è stato uno stupro, subito fuori le mura, ed è stato vissuto come una ferita dall’intera città, paginate in cronaca per una settimana. L’università sarà in rosso ma ha superato i 20 mila iscritti e secondo il Censis ha la migliore facoltà di lettere d’Italia. La linea di pullman Sita ogni giorno porta da Firenze un buon numero di pendolari, tra cui clochard che vengono a mendicare in una città più ricca, come i senesi amano raccontare con lo stesso orgoglio con cui rievocano la vittoria di Montaperti («e lo stendardo dei fiorentini fu trascinato per le strade legato alla coda di un asino…»). Il Medioevo si respira ancora, nella surreale discussione della contrada dell’Oca sul voto alle donne ma anche nello spirito di comunità, che resiste da quando le classi sociali vivevano e morivano spalla a spalla, all’ospedale di Santa Maria della Scala si affrescavano sulle volte le anime che salgono in cielo e si gettavano nel Carnaio i morti di peste, e le ossa ancora spuntano dalla terra. Il sacro e l’esoterico convivono da sempre, nel Duomo è intarsiato Ermete Trismegisto accanto alla Vergine, e nella cella di Santa Caterina l’allarme è ora disattivato perché di notte suonava sempre, forse per un fantasma. Al ristorante storico, da Guido, convivono i vip globali e le glorie locali, Mel Gibson e Adù Muzzi capo storico della Tartuca, Tyron Power e Luigi Bruschelli detto Trecciolino che vince a braccia levate il suo dodicesimo Palio. La campagna incantevole che si vede dal Facciatone è la stessa affrescata da Lorenzetti come esempio di buon governo, le colline levigate, le vigne e gli ulivi, un paesaggio della mente. Nudi come nel Medioevo si presentano i tetti, si è già oltre la civiltà dell’antenna, l’intera città è cablata. E si comprende bene, quassù, come Siena sia figura dell’Italia intera, Paese corporativo e viziato, spaventato dai privilegi che sfumano e dalla ricchezza che evapora, ma straordinario non solo per cultura e bellezza ma per la tenuta sociale, per la solidarietà di fronte agli eventi estremi, alla morte, alla malattia, alla fragilità umana. I senesi amano raccontare anche di puerpere trascinate di peso nottetempo da una parte all’altra del Campo perché il nascituro non fosse dell’Oca o della Torre; ma quando muore il priore o il capitano dell’Oca, in chiesa al posto d’onore c’è la bandiera della Torre, e lo stesso accade tra Istrice e Lupa, tra Montone e Nicchio. Fino a qualche tempo fa, ai funerali c’era anche il Sello. Ora non lo si vede da tempo, e neppure Trombetta e il Diabolico. Ora, nel tragitto tra il Monte e il Campo, c’è un mendicante con la barba che a tutti spiega di non essere forestiero – «guarda che io so’ di Siena» –, e ogni euro che scuce corre a giocarselo al gratta e vinci.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA, STORIA DI DEBITI E MASSONI.

Monte dei Paschi di Siena, storia di debiti e massoni, scrive Alessandro D’amato su “Giornalettismo”. Il Monte dei Paschi sotto la lente di Report. La puntata del programma di Milena Gabanelli ha analizzato l’attuale situazione della banca più vecchia d’Italia, mettendo in luce una serie di problematiche di bilancio e, insieme, una serie di “notizie” più o meno “coperte” nella gestione di Rocca Salimbeni. L’inchiesta di Paolo Mondani, in particolare, punta il dito su un Cdo e sulla massoneria. L’inviato di Report parla in un’intervista coperta con un testimone definito “dirigente di Montepaschi”, che parte raccontando di Gianluca Baldassarri, ex capo dell’area finanza di Mps, e della sua presunta abitudine di chiudere affari usando il telefono privato, bypassando così i controlli del telefono aziendale. Un’abitudine che Baldassarri, nella replica, nega decisamente. Baldassarri viene allontanato dalla banca un mese fa, e, secondo l’informatore di Report le vere ragioni dell’allontanamento stanno in una serie di operazioni fatte da una struttura creata da Montepaschi a Londra nel 2003 che opera ancora sui mercati finanziari:

DIRIGENTE MONTEPASCHI

«Il desk di area finanza di Londra era comandato direttamente da Baldassarri e gestiva un portafoglio di 2,5 miliardi di euro.»

PAOLO MONDANI

«E che faceva questo desk?»

DIRIGENTE MONTEPASCHI

«Gestiva i fondi di capitale della Banca e in molte di queste operazioni che sono state gestite da questo desk sono stati utilizzati broker stranieri per intermediare titoli. Ora utilizzare dei broker stranieri privati per l’intermediazione di titoli è una cosa che ha senso solo se si intende liberare dei fondi extra-contabili.»

PAOLO MONDANI

«Fondi extra-contabili che finiscono a chi?»

DIRIGENTE MONTEPASCHI

«Beh, faccia un piccolo sforzo e magari ci arriva da solo. Non me lo faccia dire.»

A questo punto si entra nel dettaglio dei titoli intermediati dal desk di Londra. E l’anonimo dirigente di Montepaschi parla di Alexandria Capital. Cos’è? Alexandria è un CDO-squared, è un prodotto finanziario talmente complicato che mi creda non è neanche il caso che provi a spiegarglielo. Monte Paschi investe su Alexandria 400 milioni di euro, una operazione rischiosissima. I CDO sono quel prodotto finanziario che hanno minato le fondamenta, alla base, delle Banche Centrali e sono i principali responsabili della crisi globale attuale. Allora, siamo nel novembre 2005, mi pare. Il dottor Baldassarri si mette d’accordo con la sede della Dresdner Bank inglese. I capi delle vendite della Dresdner Bank inglese erano due italiani. L’ammontare dell’operazione si è detto era di 400 milioni, totalmente sottoscritti da Monte dei Paschi e con scadenza dicembre 2012. È un rischio elevatissimo. Pensi che 140 di questi 400 milioni, per darle un’idea, vengono fatti intermediare da un broker coreano con una sfilza di significativi problemi giudiziari alle spalle.

Ma cos’è un Cdo? “I collateralized debt obligation” – ci spiega un esperto contattato da Giornalettismo – “sono obbligazioni che hanno come sottostante una pluralità di crediti di differenti emittenti, sotto forma sia di obbligazioni che di credit default swap”. E come funzionano? “Vengono assemblate ripartendole in tranches, in funzione del grado di rischiosità, cioè dell’ordine di priorità nell’assorbimento delle perdite che dovessero verificarsi sui crediti che hanno in pancia. La tranche più rischiosa è la cosiddetta equity che può avere anche un rating “spazzatura” e per questo promette rendimenti anche molto elevati ma viene colpita per prima da eventuali insolvenze”.

SIENA E’ ROSSA, MA DI VERGOGNA. DI ROSSO RESTANO I CONTI.

Siena, di rosso restano i conti. “Un’epoca è finita per sempre”. L’ex sindaco Barzanti: la trasformazione in Spa fu fatta perché non cambiasse nulla, scrive Gianluca Paolucci su “La Stampa”. Siena è rossa, ma di vergogna», commenta un acuto osservatore delle faccende senesi, davanti a un caffè, le ultime rivelazioni sui buchi della banca. Anche perché le immagini migliori dello stato d’animo della città i senesi le hanno praticamente davanti agli occhi da 700 anni. Il ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, «Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo», mostra la città in rovina e le campagne abbandonate, se lasciate in mano al «cattivo governo». Roberto Barzanti, grande vecchio della sinistra locale, sindaco del Pci quando «il Monte» festeggiava i cinquecento anni di vita, fa risalire i mali odierni a una «superstiziosa senesità» che ha fatto sì che l’abbraccio tra politica e banca non venisse mai sciolto. «La trasformazione in Spa del vecchio istituto di diritto pubblico, nel 1995, è stata qui più travagliata che altrove - racconta l’uomo politico, a lungo parlamentare europeo -. I senesi facevano fatica ad accettare l’idea della separazione tra l’attività filantropica e quella bancaria che avrebbe dovuto essere realizzata con la nascita di una Fondazione e di una banca quotata in Borsa. Cosicché alla fine quel passaggio è stato realizzato, si è sì cambiato, ma cercando di fare in modo che niente cambiasse davvero». Nasce da lì il «groviglio armonioso» che ha tenuto insieme la vecchia Dc e il vecchio Pci, la chiesa e la massoneria, i sindacalisti e i banchieri. Le nomine della banca decise nelle segreterie dei partiti, quelle del Comune decise in banca - da Mps vengono tutti i sindaci della città dalla fine degli ultimi 25 anni, con l’eccezione dell’ultimo, Franco Ceccuzzi, rimasto in carica poco più di un anno e poi travolto anche lui dalla crisi del Monte. Il babbo Monte, come lo chiamavano tutti. O «la mucchina», nel senso che chi passa munge, come invece lo definisce qualche smaliziato. Perché da mungere ce n’è stato tanto - il passato è d’obbligo - per tutti. La sola Fondazione ha distribuito dal 1995 al 2010 circa 2 miliardi «sul territorio», per strade e restauri, polisportive e associazioni di volontariato, secondo una rigida spartizione che ha fatto sì che nessuno, indipendentemente dal colore politico, avesse troppo a lamentarsi.  Il gioco si è rotto un anno fa, quando la Fondazione si scoperta sull’orlo del baratro. Da lì, tutto è precipitato. Il Pd locale si è sgretolato, con la componente ex Margherita che ha sfiduciato l’ex sindaco Franco Ceccuzzi sul bilancio, contestando le poste relative ai contributi della Fondazione. Secondo Ceccuzzi, che viene invece dagli ex Ds, la ragione sarebbe piuttosto il ricambio imposto al cda del Monte, rinnovato la primavera scorsa con l’arrivo di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, che avrebbe tenuto fuori proprio gli ex Margherita. «Da sindaco, non appena ho compreso la gravità della situazione sono stato il primo a chiedere un cambiamento al vertice», ricordava ieri Ceccuzzi, che si prepara a correre alle prossime comunali, tramite sua pagina Facebook. «Chi dice che la politica è fuori dal Monte si sbaglia, perché Profumo è espressione della politica, non più locale ma nazionale», replicava Alfredo Monaci, ex consigliere di Mps dal 2009 al 2012 («Ma quello che emerge in questi giorni è riferito a fatti precedenti alla mia presenza in cda»), ex Margherita e candidato alle prossime politiche con la Lista Monti. Mentre la politica si lacera con i cocci del «sistema Siena», finito in pezzi, la società civile s’interroga sul futuro. L’austerità imposta dai conti in rosso ha portato nei giorni scorsi ai tagli decisi a finanziamenti e sponsorizzazioni. A farne le spesa sono stati il Siena Calcio, passato secondo le indiscrezioni da quattro a due milioni di contributo, e il Mens Sana di basket, vera passione sportiva dei senesi, che avrebbe visto il suo contributo tagliato da 12 a quattro milioni. Ma ad essere tagliato è stato anche il contributo di 250 mila euro al Palio, 15 mila per contrada. Poca cosa, ma dal grande valore simbolico. «Paradossalmente, la fine dell’elargizione potrebbe avere almeno un aspetto positivo - scrive il blog «l’eretico di Siena», prezioso e seguitissimo commentatore delle vicende cittadine - a questo punto tutti potranno comprendere come un’epoca sia finita, per sempre».

LA LOBBY DI SIENA.

Affari e scalate, la lobby di Siena che tiene i fili di Monte dei Paschi. Da Bindi a Berlinguer, da D'Alema a Bassanini, dietro l'ascesa e il declino di Mussari la regia dei leader democratici. Così la banca in crisi diventa un boomerang sul voto, scrive Laura Cesaretti  su “Il Giornale”.  «Altro che le Cayman, Bersani e D'Alema pensino al Montepaschi: in sei mesi si è distrutto quel che i senesi avevano costruito in 600 anni», diceva Matteo Renzi tre mesi fa, al culmine della campagna per le primarie Pd. Di lì a poco, il segnale di rivolta della città del Palio, del Monte e del torbido lungo incesto tra partito e banca arrivò forte e chiaro al Nazareno: 22mila e 900 preferenze, oltre il 54%, al giovane sindaco di Firenze (in barba ad ogni storica rivalità secolare, da Montaperti in poi); solo 15mila 184, il 36%, al segretario Pd. Stessi numeri nella vicina Sinalunga, patria di quella Rosy Bindi che sosteneva pancia a terra Bersani contro Renzi, e che col Mps ha avuto anche lei le sue brave frequentazioni (tanto da aver assistito all'ultimo Palio, raccontano i senesi, dalle finestre della Fondazione, e da essere accreditata come sponsor del presidente Profumo, la cui consorte Sabina Ratti è supporter bindiana). Il monito renziano risuona oggi come un presagio funesto nelle orecchie di quel Pd nazionale che, ad un mese dal voto, assiste spaventato all'esplosione nucleare dello scandalo derivati che travolge il Monte e il suo ex presidente Mussari. «Non c'è nessuna responsabilità del Pd, per l'amor di Dio», si schermisce - invocando la Provvidenza - Bersani, ma il candidato premier del centrosinistra sa bene che ora i suoi avversari utilizzeranno comunque il tracollo Mps come un'arma elettorale contro di lui. E deviare il fuoco non sarà facile. Perché le connessioni tra Pd (nella sua versione ex Pci, certo, ma anche in quella ex Dc) e la banca di Siena sono tante e ramificate, e a ripercorrerne la storia recente saltano fuori nomi illustri del gotha di centrosinistra. Con ruoli diversi e a volte contrapposti, nelle operazioni politico-finanziarie che hanno costellato l'ultimo decennio. Perché ad esempio, nel 2001, la nomina dell'avvocato calabrese Mussari, forte di una lunga militanza nel Pci-Pds-Ds, alla presidenza della Fondazione Mps fu sponsorizzata da un quadrilatero di ferro formato a Siena dal potente Magnifico Rettore Luigi Berlinguer (oggi capo dei probiviri Pd, ironia della sorte) e dal parlamentare eletto in città Franco Bassanini, e a Roma da Massimo D'Alema e Giuliano Amato. Artefice della scalata, il segretario dei Ds senesi (nonché testimone di nozze di Mussari) Franco Ceccuzzi, successivamente diventato parlamentare Pd e poi sindaco della città. Si dimise la scorsa primavera, in seguito alla guerra fratricida scoppiata tra ex Pci ed ex Dc del Pd attorno al controllo del potere dentro Mps, oggi è di nuovo candidato. Il quadrilatero mussariano del 2001 si ruppe fragorosamente negli anni successivi, durante l'operazione Unipol, come raccontò lo stesso Bassanini in una intervista a Panorama: «Consorte e D'Alema fecero un pressing su Siena perché si alleasse con Unipol (nella scalata a Bnl, ndr). Chi difese l'autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato». Tanto che, nella versione di Bassanini, sull'altare dello scontro bancario Amato ci rimise nientemeno che il Colle, nel 2006. Nel 2007, all'epoca della acquisizione di Antonveneta (e della voragine che aprì nei conti Mps), l'ex dalemiano Mussari veniva dato in avvicinamento a Walter Veltroni, allora leader del Pd e futuro candidato premier. Dell'operazione si disse che costituiva la rivincita dell'asse Veltroni-Prodi contro quello D'Alema-Fassino. Quanto al «proboviro» Luigi Berlinguer, ha più recentemente avuto al soddisfazione di vedere il figliolo Aldo (già brillante laureato dell'Università paterna, poi brillantissimo membro del Cda dell'aeroporto di Siena) è stato brillantemente promosso al Cda di Antonveneta.

Così Mussari guidava la Severino nell'inchiesta sullo scalo di Siena. Un'informativa tira in ballo il Guardasigilli, allora difensore di un altro indagato: "Spinta allo scontro con la Procura", scrive Gian Marco Chiocci  su “Il Giornale”. Un guaio tira l'altro, come le ciliegie. Non a caso è giudiziariamente alla frutta l'ex presidente del Monte dei Paschi di Siena e poi dell'Abi, Giuseppe Mussari, protagonista dell'incredibile operazione a perdere di Antonveneta e in second'ordine sui «derivati», proprio oggi a rischio di rinvio a giudizio per un'altra brutta storia: quella dell'ampliamento dell'aeroporto senese di Ampugnano che lo vende indagato per concorso morale per i reati di falso e turbativa d'asta. In mattinata è prevista udienza davanti al gup e a meno di un nuovo rinvio presto sapremo se Mussari andrà alla sbarra insieme ad altre 14 persone per la vicenda Galaxy, dal nome del fondo di investimenti francese (nell'orbita della Cassa depositi e prestiti) che stando all'accusa avrebbe usufruito di una corsia preferenziale per vincere la gara d'appalto del settembre 2010, annus horribilis del crac per l'acquisizione da parte di Mps della banca del nord est. Per i pm di Siena, Mussari avrebbe ricoperto un ruolo di primo piano nell'operazione anche se la questione «non avrebbe dovuto riguardarlo - scrivono i carabinieri - a meno che l'ipotesi investigativa, cioè che la privatizzazione dell'aeroporto di Siena sia avvenuta a seguito di accordi maturati in seno agli istituti bancari senesi e la Cassa deposito e prestiti, non sia corretta». Che Mussari possa essere stato una sorta di regista occulto, è la Gdf a sottolinearlo: «Alcune intercettazioni attestano la preoccupazione degli indagati e soprattutto il ruolo verticistico di Giuseppe Mussari che segue con attenzione la vicenda e cerca di rassicurare gli altri protagonisti dell'operazione». Si preoccupa per gli altri, e per se stesso anche se non poteva/doveva sapere delle indagini sul suo conto, e nemmeno immaginare che era intercettato con persone a lui riconducibili. Ma nell'ottica di rassicurare tutti, spulciando fra migliaia di atti dell'inchiesta del pm Nastasi, spunta questo passaggio sul suo sospetto iperattivismo che nelle carte finisce per incrociare il nome dell'attuale ministro della Giustizia, Paola Severino: «Particolarmente significativa è poi l'intercettazione tra Mussari e l'avvocato De Martino, difensore di fiducia dell'avvocato Rizzi Raffaele Giovanni; non si comprende davvero lo spirito del Mussari, che non sapendo di essere indagato dispone direttamente dei difensori degli altri indagati impartendo dei veri e propri ordini; si deve far presente per comprendere il senso della conversazione sottostante che il presidente della banca ha personalmente e direttamente incaricato l'avvocato Paola Severino di seguire la vicenda e di coordinarsi con gli altri difensori Fabio Pisillo e Enrico De Martino in una sorta di vero e proprio muro contro muro con la Procura della Repubblica, cercando di ingaggiare una vera e propria partita». Voleva la guerra ai magistrati, Mussari. Al telefono sbotta: «Sono il braccio armato del comitato (l'associazione contro l'aeroporto, ndr) e questo merita una reazione (...). Possono fare quello che vogliono, intercettare, guardare nei conti correnti, quello che vogliono ma devono rispettare le regole e noi per difendere noi stessi dobbiamo chiedere il rispetto delle regole. Serve una reazione (...). Nel pomeriggio arriverà la collega da Roma (Paola Severino)» per fare il punto e coordinarsi. Per la sua strategia, a detta della Gdf, Mussari punta sull'avvocato Severino, formalmente incaricata di difendere (oggi non più) un coindagato di Mussari, Raffaele Rizzi, responsabile dell'ufficio legale di Mps nonché componente della Commissione di Valutazione della procedura di evidenza per la privatizzazione dell'aeroporto. L'attuale ministro viene intercettato mentre parla con un altro avvocato, Luisa Torchia (indagata anch'essa) persona di assoluta fiducia di Mussari, «consulente legale di Mps, della Fondazione Mps, di Aeroporto Spa nel procedimento di privatizzazione, consigliere Cassa deposito e prestiti», e soprattutto predestinata a occupare la poltrona di ministro della Funzione pubblica col governo Monti. L'incarico è andato poi a farsi benedire per l'insorgere e il deflagrare di questi strascichi giudiziari. La Torchia entra in fibrillazione subito dopo l'invito a presentarsi in caserma. È agitatissima. Telefona a tutti, freneticamente. A cominciare da Mussari («Volevo che tu lo sapessi...») e successivamente alla Severino («mi hanno chiamato i carabinieri...») che prova a calmarla: «Ricordati che come avvocato e consulente della società sei tenuta al segreto professionale». Le due colleghe entrano nel «tecnico» della vicenda di Ampugnano, discutono di pareri e memorie, di banche e società, dello svolgimento della gara. «Luisa Torchia - si legge in un'informativa - richiama l'avvocato Paola Severino che l'aveva cercata in precedenza perché è stata incaricata dal Mps di fare una istanza di riesame quindi le chiede se può farle una memoria e darle copia dei documenti relativi alla gara». Poi la Severino rassicura la spaventata collega per le domande fatte dai carabinieri sulla sua consulenza. «La Severino dice di essere sconvolta che il maresciallo non sappia che la Torchia è così conosciuta per la sua competenza di amministrativista (...). Commenta ironicamente di portare un proprio curriculum a questi signori che forse non sanno con chi hanno a che fare...».

La storia del crac di Mps: la banca rossa è nei guai per l'aiuto a Prodi e D'Alema, scrive Carlo Cambi su “Libero Quotidiano”. Conosco bene Giuseppe Mussari, avvocato calabrese che la sinistra ha a un certo punto cooptato al ruolo di banchiere rosso in quella Siena che lui ha cercato di conquistare, ma che lo ha sempre sopportato come un forestiero, per quanto potente. Perché il povero Piero Fassino, quando disse a Consorte: «Abbiamo una banca», era male informato. Il Pci una banca l’ha sempre avuta: è il Monte dei Paschi. L’ascesa di Mussari al vertice è passata attraverso il vaglio del Pds, poi Pd. Perché prima di arrivare a presiedere la Banca, Mussari è stato presidente della Fondazione, che è la maggiore azionista e in cui la maggioranza è detenuta dal Comune, di strettissima osservanza comunista, poi democrat. Se Mussari ha agito con disinvoltura nel mare magnum dei derivati non lo ha fatto senza il concerto dei vertici del Pd. Il «calabrese» probabilmente sarà un nuovo Primo Greganti: si è dimesso dall’Abi, è indagato dalla procura di Siena, si piglierà la croce, ma non parlerà. Non coinvolgerà quelli che «non potevano non sapere», ivi compresi D’Alema, Fassina e Bersani. E lo stesso ex dg Antonio Vigni, che pure ha condotto le operazioni prima con Deutusche Bank, poi con JP Morgan e infine con Nomura per ristrutturare attraverso i derivati – crusca del diavolo – l’enorme debito di Mps, non parlerà di quello che si potrebbe definire – mutuando da Ingroia – il livello più alto. Dunque Giuseppe Mussari sarà l’agnello sacrificale per tacitare gli imbarazzi del Pd. Ma attenzione: la faccenda Mps chiama in causa anche Monti e pure Bankitalia, che andrebbero interrogati su quello che davvero è successo. Il Monte dei Paschi è la banca più antica del mondo, nata al servizio dell’agricoltura e della manifattura senese. Finché tale, è rimasta la banca più solida del mondo. Ma con la modernità del Mps è andato in crisi tutto il modello Siena. Basta un accenno per dire che in questo momento Siena ha l’università più indebitata d’Italia, il Comune commissariato, la Banca di fatto in amministrazione controllata. E sarebbe interessante indagare il rapporto di causa effetto tra crisi di Siena e crisi della Banca. Sarebbe miope pensare che la prima è effetto della seconda. Probabilmente è vero il contrario. Finché a Siena e nella Banca ha comandato il Pci con le sue ferree regole della doppia morale mai il Monte si sarebbe imbarcato in avventure finanziarie. Quando il Pds, poi Ds, poi Pd, ha sentito odore di governo, il Monte dei Paschi è diventato strumento della politica di sostegno alle ambizioni nazionali della sinistra. E infatti la nomina di Mussari a presidente della Fondazione coincide con l’enorme apertura di credito che Mps ha fatto al Governo italiano all’epoca della premiership di Prodi e D’Alema. Le disgrazie del Monte dei Paschi sono l’enorme massa di Btp che ha in pancia (22 miliardi) e lo sconsiderato acquisto di Antonveneta, che Mussari e Vigni hanno fatto in nome e per conto della sinistra europea con il placet di Bankitalia regalando al Santander spagnolo una plusvalenza di 3 miliardi. Che poi Mussari abbia agito con colpevole leggerezza, che poi Mps abbia finanziato senza troppa cautela tutto il milieu ex comunista è altrettanto vero. Gli spacciatori di derivati a Mussari, che ha peccato di presunzione, sono Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura, assi portanti della Trilaterale, l’associazione dei più potenti banchieri del mondo, di cui Monti è (o è stato?) il presidente europeo. Mps ha una montagna di titoli pubblici, Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura gli hanno venduto derivati per ammortizzare le perdite derivanti dai titoli massacrati dallo spread. Poi ha chiesto alla banca di spremere i correntisti per recuperare valore. La salita di Mario Monti al governo ha completato l’opera. Il premier ha usato la leva fiscale come un aggregatore di patrimonio che ha convertito in nuovi titoli di Stato e aiuti che sono andati a coprire i derivati emessi dalle banche della Trilaterale. La vicenda Mps è emblematica anche per questo. Rende palese come si fa a travasare ricchezza, detenendo il potere politico, da una comunità ai forzieri degli oligarchi. Non è strano che a questo si sia applicato Monti, fa specie che questo sia avvenuto per le albagie degli ex nipotini di Marx. Le dimissioni di Giuseppe Mussari dal vertice dell’Abi sono una foglia di fico troppo misera per nascondere le vere vergogne dell’affaire. Sarà bene che i solerti Procuratori senesi guardino oltre quella foglia di fico per stabilire le responsabilità dirette e indirette nel caso Monte dei Paschi. Sapendo che il loro sarà comunque un giudizio umano. Perché quello della Storia condanna già i teorici – ivi compreso Mario Monti – della bancarizzazione e finanziarizzazione del mondo. Come sapevano bene nel 1472 a Siena quando fondarono il Monte dei Paschi. Monte dei Paschi, Mussari e una storia spericolata, anche politica.

Tutte le implicazioni della vicenda Mps e della caduta del presidente dell'Abi: una tegola sul sistema Pd; uno scacco per i politici banchieri; e una messa in discussione delle strategia di crescita del sistema bancario, scrive Stefano Cingolani su “Panorama”. Divorato dai demoni della finanza, come sono ormai definiti (nel bene e nel male) i derivati. O divorato dal demone della finanza che ha trasformato il Monte dei Paschi, la più antica banca italiana esistente, da placido sportello che alimentava il sistema economico e politico di Siena in un raider spericolato? La caduta di Giuseppe Mussari, che ieri si è dimesso dalla presidenza dell’Assobancaria, viene spiegata così. Ma la crisi che investe Mps e l’uomo che l’ha guidata per dieci anni, in posizioni diverse (prima alla guida dell’azionista di maggioranza, la Fondazione, poi della banca stessa) ha implicazioni molto vaste, anche politiche.

1) Si tratta di una tegola sulla testa del Pd (e dei suoi predecessori) che ha sempre governato la città e la sua cassaforte. Lo stesso Mussari, del resto, nasce politicamente nel Pci e non abbandona mai la sinistra.

2) Segna un altro scacco per i politici-banchieri (e banchieri-politici) che hanno dominato finora con esiti più o meno positivi.

3) Rimette in discussione parte della strategia di crescita e acquisizioni che ha cambiato il sistema bancario italiano nell’ultimo decennio.

Le micce che hanno fatto esplodere la santabarbara senese hanno nomi mitici: Alexandria e Santorini. La prima è la società veicolo che fa capo a Dresdner Bank dalla quale nel 2005 Mps acquista Cdo (collateralized debt obligations) per 400 milioni di euro. Debbono servire a spostare nel tempo i rischi, come scrivono i manuali di finanza aziendale; tutto regolare, i Cdo vanno per la maggiore e i titoli Alexandria hanno la tripla A. Poi arriva la grande crisi e nel 2009 la banca senese perde oltre la metà dell’investimento: 220 milioni. Come rimediare? Con Nomura alla quale vende i cdo in cambio di Btp trentennali, tre miliardi di euro comprati facendosi prestare i quattrini da Nomura. Il vantaggio è acquisire titoli stabili e a lunga scadenza. Poi scoppia la crisi del debito sovrano, i Btp crollano mentre si torna a guadagnare con i Cdo. Nel misterioso mondo dei derivati, Mps non era entrata con Mussari, ma molto prima, con Vincenzo De Bustis, il banchiere dalemiano finito poi in Deutsche bank. Nominato direttore generale, ha portato a Siena la Banca del Salento (rinominata Banca 121) piena di derivati e prodotti tossici dai nomi hollywoodiani (MyWay, 4You) che provocano una maximulta della Consob e due condanne dai tribunali di Firenze e Brindisi. Tra il 2002 e il 2003, Mps prova a comprare Bnl, ma viene stoppato dal governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Sempre in quel periodo nasce l’operazione Santorini con Deustche Bank (naturalmente): questa volta si tratta di un Trs (total return swap), titolo che scommette sui tassi di cambio europei e americani. Anche questo finisce per perdere quasi 150 milioni. Di Alexandria e Santorini sembra che nessuno sapesse nulla. Le indagini faranno luce. Intanto Alessandro Profumo, il nuovo uomo del Monte, ha tolto la polvere nascosta sotto il tappeto. E l’insieme delle perdite dovrebbe costare 500 milioni di euro in più ai contribuenti italiani che salveranno la banca senese con un prestito di 3,9 miliardi in titoli speciali: i Monti bond dopo che incorporano anche il miliardo e 900 milioni di Tremonti bond emessi nel 2009. Una somma ingente e non dipende dai demonietti derivati, ma da una politica di prestiti a go go e da una crescita eccessiva. I crediti a rischio ammontano a 17 miliardi, i titoli di stato 26 miliardi, i derivati altri 11, mentre per Antonveneta sono stati spesi 10 miliardi di euro, tre in più di quanto l’avevano pagata gli spagnoli del Santander. Al Montepaschi avevano sbagliato i calcoli o si erano montati la testa? Un po’ l’uno un po’ l’altro, ma allora conviene tornare al personaggio e al sistema Siena, rispetto al quale sia Profumo sia De Bustis rappresentano due eccezioni. Mussari, in realtà, nella città toscana si era fatto le ossa. Non il profilo curiale del banchiere, ma non è nemmeno un McKinsey boy, non viene dalla fertile nidiata della Banca d'Italia, né dalla finanza privata. Semmai è una figura relazionale, anzi politica. Una dote che saprà usare anche all’Abi dove viene eletto con il sostegno di tutte le grandi banche. Nato a Catanzaro il 20 luglio 1962, si laurea in giurisprudenza a Siena nel 1988 con 110 senza lode. Dal 1993 è scritto all’albo degli avvocati nel foro cittadino e comincia nelle cooperative, come si confà nelle regioni rosse. Per tre anni presiede la Camera penale, trampolino che lo introduce alla presidenza della Fondazione a partire dal 2001. E’ il cuore finanziario e il cervello strategico. Lì si fanno i sindaci, i presidenti della provincia, i segretari di partito. Ha un valore stimato di 3 miliardi e 330 milioni, un miliardo in più della Compagnia Sanpaolo, con la differenza che a Siena vivono 50 mila persone, a Torino un milione e mezzo. Il consiglio di amministrazione è la stanza di compensazione di tutti i poteri forti locali, compresa la Curia e l’Università che hanno un proprio rappresentante. L’ambizione, non solo di Mussari, ma dall’intero gruppo dirigente che lo sostiene, è di uscire dal piccolo mondo antico per entrare nel grande gioco nazionale, quanto meno e poi internazionale. L’occasione si presenta nel 2005, l’anno delle scalate. Mps è in cordata con la Unipol guidata da Giovanni Consorte, per conquistare Bnl. Mussari, dalla tolda della Fondazione, gioca un ruolo importante, sostenuto da Giuliano Amato e Franco Bassanini, contro l'asse dalemiano. Lui, il sindaco di Siena e il presidente della provincia, tutti uomini Pd doc, vengono attaccati da Nicola Latorre, braccio destro di Massimo D'Alema. Ma vanno avanti, cementando un asse con Francesco Gaetano Caltagirone. Uscito sconfitto dall’operazione Bnl, il costruttore romano cambia strategia e investe su Siena. Mps si lancia su Antonveneta abbandonata da Fiorani comprata prima da Abn e poi dal Santander. L’acquisizione appesantisce il bilancio e deprime il titolo che scende da 5 a 3 euro prima che la tempesta perfetta del 2008 s’abbatta su tutte le banche. Da quel momento in poi, tutto crolla. La crisi colpisce duro anche la Unicredit di Profumo che nell’autunno del 2008 rischia grosso, ma non c’è dubbio che il Montepaschi è l’anello debole della catena, tanto che alla fine risulta essere l’unica banca a ricorrere all’aiuto pubblico. Mussari lascia la plancia di comando e si sposta all’Abi, usando al massimo le sue doti. Cerca di invertire il senso comune negativo contro i banchieri, fa molta immagine e si batte duramente per far rinviare le regole di Basilea, sfidando anche l’autorità bancaria europea. E il destino vuole che il macigno Mps s’abbatta su di lui proprio mentre sta mettendo in carniere un successo per il mondo che rappresenta.
Ora si cercherà di trarre facili lezioni dal collasso delle ambizioni di Mussari e del Montepaschi. Contro la finanza, il gigantismo, le velleità di un mondo bancario che resta piccolo e provinciale. Meglio astenersi da facili sentenze. Certo, i contribuenti che pagheranno il salvataggio, hanno il diritto di sapere, di ragionarci su e di individuare tutte le responsabilità, non solo i capri espiatori.

LE CASTE DI SIENA: I LIBRI CHE PARLANO DEI SEGRETI TACIUTI  DI CHIESA, FINANZA E PD.

Come nella favola di Andersen, in cui tutti vedono il re nudo ma nessuno lo dice tranne un bambino, a Siena c’è voluto un «bambino» di 38 anni per mettere nero su bianco quello che tanti sanno ma nessuno dice. Raffaele Ascheri, insegnante di italiano-storia-geografia nella scuola media Cecco Angiolieri, ha messo a nudo il re uno e trino (Partito democratico, Montepaschi, Chiesa) che governa questa città-Stato opulenta e permalosa. Lo ha fatto con un libro intitolato «La casta di Siena» e diventato in cinque mesi un caso editoriale: stampato in proprio per mancanza di editore disponibile, è arrivato alla quarta edizione e ha venduto 5000 copie in una città di 54 mila abitanti. I mass media locali lo ignorano. I potenti ostentano indifferenza: «Tutte cose già note». Eppure i senesi lo comprano e lo regalano agli amici. Come un «libro proibito».

I tre volti del palazzo. Proibito perché ricostruisce le vicende del potere cittadino come manifestazioni di un’oligarchia fondata sul mutuo soccorso. C’è un ampio capitolo ambientale, con la cementificazione della campagna senese (da Monticchiello a Casole d’Elsa) a opera delle giunte comunali e provinciale. C’è il contestato ampliamento dell’aeroporto voluto dai politici e benedetto dal Montepaschi. Ci sono le disavventure giudiziarie di monsignor Giuseppe Acampa, economo della Curia e pupillo dell’arcivescovo Antonio Buoncristiani, sotto processo per la gestione del patrimonio ecclesiastico (truffa), per aver incendiato documenti custoditi in Curia (incendio doloso), accusando poi l’archivista (calunnia). E ci sono i privilegi e gli sprechi, gli appalti «fatti in casa», la carta di credito da 15 mila euro al mese per le «spese di rappresentanza» del presidente della Provincia Fabio Ceccherini. La camera di compensazione della casta è la Fondazione che controlla il Montepaschi, terzo gruppo bancario italiano. Dal 2001, nella Fondazione ci sono Comune e Provincia (in mano ai Ds ora Pd), ma anche la Curia, che nomina un rappresentante. Ogni anno, la Fondazione distribuisce sul territorio circa 200 milioni di contributi: inevitabile che lì dentro vadano tutti d’accordo. Il Pd esprime il presidente del Montepaschi, Giuseppe Mussari. La Curia «flirta» con gli ex comunisti. E Mussari scende in campo come penalista in difesa della Curia finita sotto processo.

Dal basket alle biblioteche. A Siena, Raffaele non è proprio uno sconosciuto. Anche per la casta. Figlio di Mario Ascheri, storico del diritto ed ex indipendente del Pci oggi consigliere comunale per una lista civica, da piccolo giocava a pallone con Aldo Berlinguer, figlio di Luigi, ex rettore e ministro Ds. Una decina di trofei sportivi tra corsa campestre e calcio, trascorsi giornalistici come telecronista di basket, una tessera del Pds presa e stracciata nel 1992, una tesi in storia contemporanea sul fascismo a Siena. Dopo la laurea, vince un concorso ma deve girare otto anni per la provincia da precario prima della cattedra di ruolo. Nel frattempo, ha iniziato a scrivere libri, sulla visita di Hitler a Siena nel 1938 e sulle apparizioni di Medjugorie, che gli valgono ampie recensioni sulla stampa locale e qualche comparsata televisiva. Poi, un anno fa, mentre fa jogging lungo il fiume con un amico, gli viene l’idea di scriverne uno sul potere senese. Ha appena letto «La casta» e ne parla al padre Mario, ma lo avverte: «Te lo farò leggere solo alla fine» («Perché il mi’ babbo è un rompi…»). Raffaele lavora al libro tutta l’estate. La mattina consulta i quotidiani locali al bar: ore a prendere appunti davanti a un cappuccino con gli anziani che lo prendono in giro: «Te tu non fai prima a fare una fotocopia?». Pomeriggi nella biblioteca comunale. Cerca sull’elenco telefonico i numeri degli attivisti dei comitati ambientali: «Buongiorno, sto scrivendo un libro sulla Val d’Elsa, possiamo vederci?». «Certo, si tratta di una guida turistica?». Interpella «gole profonde» all’interno della casta. Qualcuna la trova, ma solo dietro garanzia di anonimato «perché temono ritorsioni». Seguono trattative per concordare appuntamenti riservati. «Vediamoci in chiesa». «Scherza? Le chiese sono pericolose». Alla fine s’incontrano all’ombra dei cedri libanesi nell’orto botanico. Mentre accumula ritagli e documenti, Raffaele scrive. All’alba, nella veranda con vista sulla collina («Bugiardo! - lo redarguisce la fidanzata Sandra - anche la sera: interrompevi solo per le partite di calcio!»).

In macchina per le consegne. A metà novembre, il libro è pronto. Lo leggono un paio di avvocati per evitare querele (non ne ha ricevuta nemmeno una). Manca solo l’editore. Raffaele fa un paio di tentativi, contatta quelli dei suoi volumi precedenti ma non trova ascolto. «Allora decido di rischiare. Mi rivolgo a una tipografia, porto il libro e me lo faccio stampare». Prima tiratura: 1500 copie per 3500 euro. Prezzo di copertina: 18 euro, come «La casta». Il 1° dicembre Raffaele torna in tipografia, carica l’auto e inizia la distribuzione. «All’inizio solo in due librerie, perché non posso entrare con la macchina nel centro storico, devo parcheggiare fuori e fare un paio di chilometri a piedi con i pacchi di libri». Quando si presenta alla Libreria senese, a due passi da piazza del Campo, e apre la cassa di libri, la titolare Laura chiede: «Non è che qui si va tutti in galera?». Chiarito che è esente da responsabilità, inizia la vendita. Tre ore dopo la prima consegna, squilla il cellulare. È la Feltrinelli: «Raffaele, abbiamo esaurito i libri, devi portarmene altri». Lui si rimette in macchina, risale fino alle mura, carica il borsone e via. Le altre librerie telefonano al babbo: «Per favore dici a tuo figlio di consegnarci il libro?».

«E ora la seconda puntata» Nonostante il silenzio di tv e giornali (telefonata a una libreria per il classico articolo sui volumi più venduti: «In testa c’è la Casta di Siena? Ah sì? Allora passiamo al secondo»), in città si sparge la voce e il tam tam arriva nei palazzi del potere. Il libro lo leggono tutti, a cominciare dai big della «casta» che rifiutano di commentarlo. Leggono i capi del Pd. Leggono al Montepaschi: alla Feltrinelli arrivano i commessi della banca per comprarlo. Legge l’arcivescovo. Un giorno si presenta in libreria un prelato: «Mi mandano dal Vaticano, trovatemene una copia». Intanto Raffaele torna in tipografia, paga altri 3500 euro e prende un nuovo carico di libri. Esauriti in un mese. Ora siamo alla quarta ristampa «e il libro ancora si vende», dicono nelle librerie. Raffaele c’ha preso gusto e prepara un seguito, anche perché nel frattempo si sono fatte vive altre «gole profonde». Ma avrà un problema in più: trovare un nuovo stampatore. La tipografia, infatti, gli ha già fatto sapere che non è il caso di fare il bis. «Per quieto vivere».

Raffaele Ascheri, dopo il suo libro "La Casta di Siena" ci riprova a smuovere le acque della vita pubblica senese con "La Mani sulla città". “Un’inchiesta sulla questione morale a Siena e nel senese”è sottotitolo. Un lavoro che, ha spiegato nel corso della presentazione di questa mattina l’autore, “nasce dal fatto che a Siena c’è mancanza di una stampa libera per cui ho cercato di dare uno sguardo diverso da quello che mostrano di avere la stampa, la radio e la televisione. Se esistesse una stampa libera – ha argomentato ancora Ascheri- credo non avrei scritto questo libro e l’altro”. La sua tesi dunque è che l’informazione nella nostra città non fa il cane da guardia del potere, ma si limita a registrare ciò che accade senza alcuna critica. “Comunque in questo libro documento la presenza di una questione morale che non necessariamente coincide con aspetti di carattere penale. Sarà la magistratura a stabilire se questi aspetti ci sono ed eventualmente intervenire”.

"Le mani sulla città" (un titolo ripreso dal grandissimo film di Francesco Rosi degli anni sessanta sul sacco edilizio di Napoli), è stato stampato in proprio a Forlì, perché ha detto Ascheri “a Siena non era possibile” ed  è più ampio della Casta di Siena, con le sue 256 pagine, dato che riporta oltre che della città anche storie di altri comuni: Montalcino, Casole, Poggibonsi, Amiata, Castelnuovo, Chianciano, Monteroni, San Gimignano. Nei 26 capitoli del libro ce n’è per tutti. Per la stampa locale e chi la dirige, per la chiesa senese, a partire dall’arcivescovo Antonio Buoncristiani e don Giuseppe Acampa, per gli uomini più rappresentativi della città: Giuseppe Mussari, presidente della Banca Mps, Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, il sindaco Maurizio Cenni, il presidente della Mens Sana Ferdinando Minucci. Ma scrive anche delle vicende del Brunello, di concorsi universitari, del partito democratico, della geotermia amiatina, della “ipercementificazione” di Siena. Indubbiamente un lavoro che farà discutere molto o che perlomeno incuriosirà come è accaduto per la Casta di Siena, viste le vendite e la risonanza avuta nei media nazionali “più che in quelli locali”, sottolinea ancora Ascheri. Una reazione c’è già stata. E arriva dalla chiesa senese che già con Ascheri ha da tempo un conto aperto. “L’Arcidiocesi di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino, l’Arcivescovo Antonio Buoncristiani, Don Giuseppe Acampa, Don Andrea Bechi, il professor Roberto Romaldo, l’ingegner Gianpaolo Gallù, la ragioniera Monica Macchi, il ragionier Carlo De Strobel – si legge in una nota – hanno dato mandato ai loro avvocati per disporre le opportune azioni legali nei confronti di Raffaele Ascheri, per le infamanti illazioni riportate sul loro conto nel libro “Le mani sulla città”".

"I poteri forti senesi controllano tutto, a Siena più che in altre realtà". A pochi mesi dalla pubblicazione de "La Casta di Siena" il Prof. Raffaele Ascheri ci racconta com'é andata. di Michele Capaccioli Michele Capaccioli: Dopo pochi mesi dalla pubblicazione del libro “La Casta di Siena”, quanto successo hanno avuto queste sue “sudate carte”?. E soprattutto si immaginava di riscuotere un così buon esito, non solo nella città del Palio? Raffaele Ascheri: Innanzitutto, complimenti per la citazione leopardiana: è il mio autore preferito. Detto questo, mi aspettavo un bel successo, trattando di tematiche scottanti sistematicamente edulcorate dalla stampa locale asservita al potere. Certo, non immaginavo di arrivare a quota 4000, quando un libro locale senese – è cosa assodata – viene definito un successo quando taglia il nastro delle 500 copie… MC: Il suo libro a Siena è stato recensito dai media locali?. Quante possibilità ha avuto di parlarne? RA: Censura semicompleta. La Nazione (gruppo Monti Riffeser, proprietari anche del Giorno), principale quotidiano della provincia, non ha scritto mezza riga, nonostante avesse mandato un suo cronista alla conferenza stampa del 1 dicembre 2007; il Corriere di Siena, invece, silenzio per circa 40 giorni, poi, visto il successo di vendite, una paginata intera di stroncature, senza però rispondere nel merito dei fatti (molti dei quali, certo, trattati ovviamente anche dal quotidiano, ma senza adeguata contestualizzazione e senza mai lambire certi politici…). La televisione e le radio senesi, buio completo: strano, non sembra? Eppure, cose da discutere ce ne sono…MC: Qual’è stata l’impressione dei suoi studenti? RA: Ho cercato – credo riuscendoci – di parlare il meno possibile del libro; l’Italia è piena di gente che usa la Tv e trasmissioni compiacenti per promuovere il proprio libro, io non l’ho fatto neanche in classe, non mi sembra deontologicamente corretto. MC: Le è mai capitato di camminare per le strade di Siena ed avere la percezione che il suo libro è “sentito” particolarmente da qualcuno?. Al livello sociale, dopo la pubblicazione de “La Casta di Siena”, qualcosa è cambiato?. C’è ancora la paura di dire e l’interesse a far finta di nulla? RA: Difficile a dirsi, molto difficile. Dal punto di vista dell’oligarchia dominante, ci si è ben guardati dal dire alcunché: meglio un sano silenzio, una falsa indifferenza (“chinati giunco, che passa la piena”, dicono in Sicilia); a livello di opinione pubblica, tutto è sistematicamente controllato dagli stessi oligarchi, quindi in superficie tutto come prima. Quello che stia accadendo carsicamente, sfugge a chiunque… MC: Ci sono delle possibilità affinché esca un suo secondo libro sulla Casta di Siena?. Prevede altri problemi con le case editrici? RA: Sto lavorando ad un secondo libro. Problemi ce ne saranno di certo: a Siena, se vuoi lavorare tranquillo, non devi metterti contro i poteri forti, Monte dei Paschi in primis. Io l’ho fatto perché, lavorando a scuola, non mi possono toccare, almeno fino a che nella scuola ci saranno Presidi vecchia maniera come il mio, gente con la schiena dritta, per capirsi. Qualcuno che stamperà – a mie spese, si capisce – lo troverò, sono fiducioso. MC: Non trova che, seppur sia sbagliato a mio avviso ragionare in questo modo, sia interesse (e non diritto) dei senesi che ogni giorno vengono mobbizzati ad aiutarla affinché questa politica narcisista dei dirigenti del Monte dei Paschi e della Novartis (aeroporto di Siena docet) possa tramutarsi in qualcosa di più trasparente? RA: Sarebbe certo interesse di tutti avere una politica più trasparente, a Siena come altrove. Il fatto è che i poteri forti senesi controllano tutto, a Siena più che in altre realtà: i mass media senza eccezioni, la politica (con un’opposizione del centrodestra debolissima, a tratti risibile), il potere finanziario, il tutto condito da legami fortissimi con la Curia e con la massoneria. MC: In un ultimo libro di Stefano Bisi che ho letto, molto criticabile, “Mitra e Compasso, storia dei rapporti tra Massoneria e Chiesa da Clemente XII a Benedetto XVI”, nella prefazione al volume di Gustavo Raffi, si afferma che “La Massoneria si propone esplicitamente come una sorta di palestra per spiriti liberi, che da punti di vista diversi hanno trovato nel dialogo uno strumento di mutua educazione permanente”. Inoltre: ““Da questo punto di vista, la Libera Muratoria aspira a dare un contributo forte, ma non dogmatico, alla costruzione dell’autonomia critica dei singoli […] esaltando i valori dell’eguaglianza, della fratellanza, della libertà, che insieme fondano i presupposti intangibili della moderna democrazia”Il libro afferma anche che “Il progetto massonico non ha, pertanto, velleità cospirative o ambigue, né agisce nell’ombra per scopi incomprensibili. Esso mira esplicitamente a formare ed educare un cittadino maturo, capace di affrontare le sfide poste dalla complessità sociale in quest’epoca di angosce e conflitti, che sempre più emergono nella postmodernità, mettendo spesso in crisi la sicurezza e l’equilibrio del mondo”.Domanda: ritiene che sia inevitabile il nascere di massonerie, lobby o caste che cercano di far prevalere i propri interessi?. Non ritiene che tali massonerie, lobby o caste, a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale eccetera, rappresentino più gli interessi degli aderenti a questo “club privato”, piuttosto che i diritti del cittadino? RA: La Massoneria ha una – a mio parere – grande storia alle spalle: pensiamo a Garibaldi ed alla temperie risorgimentale, riflettiamo sul fatto che il fascismo (che è il campo di studi dal quale provengo) l’ha combattuta, e via dicendo. Oggi, francamente non ne capisco molto gli ideali, ma forse sono problemi miei…; di certo, a Siena – al di là delle alte parole di Raffi – rappresenta un blocco di potere trasversale (stampa, politica, finanza e – strano a dirsi – ambienti clericali!). MC: Non trova che a Siena questa massoneria non “giochi” proprio sul fatto di far aderire a questa soprattutto i giovani, che vengono a studiare nella città del Palio da altri luoghi e che poco conoscono il sistema senese, attraverso le “palestre” offerte loro come scuole ed università e facendo loro capire che è conveniente far ciò (per trovare lavoro in futuro, per vincere i concorsi non solo a Siena, ma anche altrove ecc), quindi negando loro la possibilità di uniformità-trasparenza di giudizio?. C’è qualche esempio nella storia di Siena? RA: Moltissimi. Il più clamoroso è senz’altro quello di Giuseppe Mussari, attuale Presidente del Monte dei Paschi; arrivato a Siena dalla Calabria (dove studiava medicina), inizia a studiare giurisprudenza e poi a fare l’avvocato, si lega alle persone giuste (per poi rinnegarle al momento giusto…), e sulla quarantina si trova a gestire la Fondazione della Banca, quella che tutto foraggia a Siena e nel senese. Diessino con passato nella Fgci, da avvocato – giovane e promettente - è diventato banchiere, dal mattino alla sera. Ah, dimenticavo: la grande stampa nazionale (Alberto Statera di Repubblica, fra gli altri), lo considera massone, e lui presenzia spessissimo ad eventi organizzati dal Grande Oriente d’Italia. Una semplice coincidenza? MC: Quando è conveniente, secondo Lei, che un giovane, una volta resosi conto di come funzionano le cose, decida di uscire da questa massoneria?. Quali sono i rischi che si corrono?. Tra questi c’è l’essere ostracizzati con tentativi di celare le verità sconvenienti?. RA: Rischi ci sono sempre, quando si esce da consorterie di ogni genere. Ad ogni buon conto, la maggioranza dei giovani che fa politica a Siena sa bene come funzionano i giochi di potere, ma non fa assolutamente niente per contrastarli: è amaro da dire, ma i fatti sono questi. I pochi giovani che salgono nelle quotazioni, vengono premiati per il loro comformismo e servilismo; chi viceversa inizia a far politica per qualche ideale, viene automaticamente bollato come pericoloso, e sistematicamente emarginato. MC: Ultima domanda. Cosa consiglierebbe ad un giovane attaccato ancora ai valori di un tempo e che viene a studiare a Siena?. Fare i fatti propri sarebbe molto più conveniente?. RA: C’è una ricetta, amara ma pressochè infallibile, per un giovane di belle speranze che voglia fare carriera a Siena: bisogna essere all’insegna del politically correct di sinistra (pacifisti, antirazzisti, un po’ ambientalisti ma non troppo, antiberlusconiani…), si deve studiare un pochino (con la tessera giusta, non è detto ci si debba proprio ammazzare sui libri, giacchè chi studia troppo può essere pericoloso), farsi vedere e fare qualche turno di servizio all’Arci ed alla Festa dell’Unità, soprattutto essere privi di autonomia di pensiero, o quantomeno di voglia di esternarla. Mettete tutte insieme queste qualità, il futuro dirigente democratico è servito: male che vada, entrerà in qualche municipalizzata e si darà da fare al momento giusto per garantire il consenso al Partito. Dopo la pubblicazione del mio libro, non c’è stato un giovane del Partito Democratico che – anche per contestarmi, per polemizzare, per insultarmi – mi abbia contattato: gli oligarchi hanno dettato la linea del silenzio e dell’indifferenza per limitare i danni, e tutti si sono allineati come soldatini proni al potere. E queste sarebbero le nuove leve? Mi consola il fatto che tanti altri mi abbiano data la loro solidarietà, mi abbiano fatto i complimenti per il coraggio; tanto per non farmi sentire troppo una vox clamans in deserto…

A pochi mesi dalla pubblicazione de "La Casta di Siena" il Prof. Raffaele Ascheri racconta a Michele Capaccioli com'é andata.

Michele Capaccioli: «Dopo pochi mesi dalla pubblicazione del libro “La Casta di Siena”, quanto successo hanno avuto queste sue “sudate carte”?. E soprattutto si immaginava di riscuotere un così buon esito, non solo nella città del Palio?»

Raffaele Ascheri: «Innanzitutto, complimenti per la citazione leopardiana: è il mio autore preferito. Detto questo, mi aspettavo un bel successo, trattando di tematiche scottanti sistematicamente edulcorate dalla stampa locale asservita al potere. Certo, non immaginavo di arrivare a quota 4000, quando un libro locale senese – è cosa assodata – viene definito un successo quando taglia il nastro delle 500 copie…»

MC: «Il suo libro a Siena è stato recensito dai media locali?. Quante possibilità ha avuto di parlarne?»

RA: Censura semicompleta. La Nazione (gruppo Monti Riffeser, proprietari anche del Giorno), principale quotidiano della provincia, non ha scritto mezza riga, nonostante avesse mandato un suo cronista alla conferenza stampa del 1 dicembre 2007; il Corriere di Siena, invece, silenzio per circa 40 giorni, poi, visto il successo di vendite, una paginata intera di stroncature, senza però rispondere nel merito dei fatti (molti dei quali, certo, trattati ovviamente anche dal quotidiano, ma senza adeguata contestualizzazione e senza mai lambire certi politici…). La televisione e le radio senesi, buio completo: strano, non sembra? Eppure, cose da discutere ce ne sono…»

MC: «Qual’è stata l’impressione dei suoi studenti?»

RA: «Ho cercato – credo riuscendoci – di parlare il meno possibile del libro; l’Italia è piena di gente che usa la Tv e trasmissioni compiacenti per promuovere il proprio libro, io non l’ho fatto neanche in classe, non mi sembra deontologicamente corretto.»

MC: «Le è mai capitato di camminare per le strade di Siena ed avere la percezione che il suo libro è “sentito” particolarmente da qualcuno?. Al livello sociale, dopo la pubblicazione de “La Casta di Siena”, qualcosa è cambiato?. C’è ancora la paura di dire e l’interesse a far finta di nulla?»

RA: «Difficile a dirsi, molto difficile. Dal punto di vista dell’oligarchia dominante, ci si è ben guardati dal dire alcunché: meglio un sano silenzio, una falsa indifferenza (“chinati giunco, che passa la piena”, dicono in Sicilia); a livello di opinione pubblica, tutto è sistematicamente controllato dagli stessi oligarchi, quindi in superficie tutto come prima. Quello che stia accadendo carsicamente, sfugge a chiunque…»

MC: «Ci sono delle possibilità affinché esca un suo secondo libro sulla Casta di Siena?. Prevede altri problemi con le case editrici?»

RA: «Sto lavorando ad un secondo libro. Problemi ce ne saranno di certo: a Siena, se vuoi lavorare tranquillo, non devi metterti contro i poteri forti, Monte dei Paschi in primis. Io l’ho fatto perché, lavorando a scuola, non mi possono toccare, almeno fino a che nella scuola ci saranno Presidi vecchia maniera come il mio, gente con la schiena dritta, per capirsi. Qualcuno che stamperà – a mie spese, si capisce – lo troverò, sono fiducioso.»

MC: «Non trova che, seppur sia sbagliato a mio avviso ragionare in questo modo, sia interesse (e non diritto) dei senesi che ogni giorno vengono mobbizzati ad aiutarla affinché questa politica narcisista dei dirigenti del Monte dei Paschi e della Novartis (aeroporto di Siena docet) possa tramutarsi in qualcosa di più trasparente?»

RA: «Sarebbe certo interesse di tutti avere una politica più trasparente, a Siena come altrove. Il fatto è che i poteri forti senesi controllano tutto, a Siena più che in altre realtà: i mass media senza eccezioni, la politica (con un’opposizione del centrodestra debolissima, a tratti risibile), il potere finanziario, il tutto condito da legami fortissimi con la Curia e con la massoneria.»

MC: «In un ultimo libro di Stefano Bisi che ho letto, molto criticabile, “Mitra e Compasso, storia dei rapporti tra Massoneria e Chiesa da Clemente XII a Benedetto XVI”, nella prefazione al volume di Gustavo Raffi, si afferma che “La Massoneria si propone esplicitamente come una sorta di palestra per spiriti liberi, che da punti di vista diversi hanno trovato nel dialogo uno strumento di mutua educazione permanente”. Inoltre: ““Da questo punto di vista, la Libera Muratoria aspira a dare un contributo forte, ma non dogmatico, alla costruzione dell’autonomia critica dei singoli […] esaltando i valori dell’eguaglianza, della fratellanza, della libertà, che insieme fondano i presupposti intangibili della moderna democrazia”. Il libro afferma anche che “Il progetto massonico non ha, pertanto, velleità cospirative o ambigue, né agisce nell’ombra per scopi incomprensibili. Esso mira esplicitamente a formare ed educare un cittadino maturo, capace di affrontare le sfide poste dalla complessità sociale in quest’epoca di angosce e conflitti, che sempre più emergono nella postmodernità, mettendo spesso in crisi la sicurezza e l’equilibrio del mondo”. Domanda: ritiene che sia inevitabile il nascere di massonerie, lobby o caste che cercano di far prevalere i propri interessi?. Non ritiene che tali massonerie, lobby o caste, a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale eccetera, rappresentino più gli interessi degli aderenti a questo “club privato”, piuttosto che i diritti del cittadino?»

RA: «La Massoneria ha una – a mio parere – grande storia alle spalle: pensiamo a Garibaldi ed alla temperie risorgimentale, riflettiamo sul fatto che il fascismo (che è il campo di studi dal quale provengo) l’ha combattuta, e via dicendo. Oggi, francamente non ne capisco molto gli ideali, ma forse sono problemi miei…; di certo, a Siena – al di là delle alte parole di Raffi – rappresenta un blocco di potere trasversale (stampa, politica, finanza e – strano a dirsi – ambienti clericali!).»

MC: «Non trova che a Siena questa massoneria non “giochi” proprio sul fatto di far aderire a questa soprattutto i giovani, che vengono a studiare nella città del Palio da altri luoghi e che poco conoscono il sistema senese, attraverso le “palestre” offerte loro come scuole ed università e facendo loro capire che è conveniente far ciò (per trovare lavoro in futuro, per vincere i concorsi non solo a Siena, ma anche altrove ecc), quindi negando loro la possibilità di uniformità-trasparenza di giudizio?. C’è qualche esempio nella storia di Siena?»

RA: «Moltissimi. Il più clamoroso è senz’altro quello di Giuseppe Mussari, attuale Presidente del Monte dei Paschi; arrivato a Siena dalla Calabria (dove studiava medicina), inizia a studiare giurisprudenza e poi a fare l’avvocato, si lega alle persone giuste (per poi rinnegarle al momento giusto…), e sulla quarantina si trova a gestire la Fondazione della Banca, quella che tutto foraggia a Siena e nel senese. Diessino con passato nella Fgci, da avvocato – giovane e promettente - è diventato banchiere, dal mattino alla sera. Ah, dimenticavo: la grande stampa nazionale (Alberto Statera di Repubblica, fra gli altri), lo considera massone, e lui presenzia spessissimo ad eventi organizzati dal Grande Oriente d’Italia. Una semplice coincidenza?»

MC: «Quando è conveniente, secondo Lei, che un giovane, una volta resosi conto di come funzionano le cose, decida di uscire da questa massoneria?. Quali sono i rischi che si corrono?. Tra questi c’è l’essere ostracizzati con tentativi di celare le verità sconvenienti?»

RA: «Rischi ci sono sempre, quando si esce da consorterie di ogni genere. Ad ogni buon conto, la maggioranza dei giovani che fa politica a Siena sa bene come funzionano i giochi di potere, ma non fa assolutamente niente per contrastarli: è amaro da dire, ma i fatti sono questi. I pochi giovani che salgono nelle quotazioni, vengono premiati per il loro conformismo e servilismo; chi viceversa inizia a far politica per qualche ideale, viene automaticamente bollato come pericoloso, e sistematicamente emarginato.»

MC: «Ultima domanda. Cosa consiglierebbe ad un giovane attaccato ancora ai valori di un tempo e che viene a studiare a Siena?. Fare i fatti propri sarebbe molto più conveniente?»

RA: «C’è una ricetta, amara ma pressochè infallibile, per un giovane di belle speranze che voglia fare carriera a Siena: bisogna essere all’insegna del politically correct di sinistra (pacifisti, antirazzisti, un po’ ambientalisti ma non troppo, antiberlusconiani…), si deve studiare un pochino (con la tessera giusta, non è detto ci si debba proprio ammazzare sui libri, giacchè chi studia troppo può essere pericoloso), farsi vedere e fare qualche turno di servizio all’Arci ed alla Festa dell’Unità, soprattutto essere privi di autonomia di pensiero, o quantomeno di voglia di esternarla. Mettete tutte insieme queste qualità, il futuro dirigente democratico è servito: male che vada, entrerà in qualche municipalizzata e si darà da fare al momento giusto per garantire il consenso al Partito.
Dopo la pubblicazione del mio libro, non c’è stato un giovane del Partito Democratico che – anche per contestarmi, per polemizzare, per insultarmi – mi abbia contattato: gli oligarchi hanno dettato la linea del silenzio e dell’indifferenza per limitare i danni, e tutti si sono allineati come soldatini proni al potere. E queste sarebbero le nuove leve? Mi consola il fatto che tanti altri mi abbiano data la loro solidarietà, mi abbiano fatto i complimenti per il coraggio; tanto per non farmi sentire troppo una vox clamans in deserto…»

MOBBING SCOLASTICO.

Fine delle vacanze estive per circa 9 milioni di studenti. Per gli insegnanti, invece, le classiche riunioni pre-inizio avevano anticipato di qualche giorno l'evento, scrive “Il Corriere della Sera”. Che molte persone non tornino a scuola col sorriso sulle labbra è normale, ma nel senese un maestro di scuola elementare, Adriano Fontani, nel suo primo giorno di lezione ha dato vita a un'iniziativa su cui non si può scherzare: si è incatenato per tre ore davanti alla «Giovanni Pascoli» di Buonconvento. Si tratta dell'istituto dove ha insegnato per 30 anni e dove vorrebbe continuare a operare, ma le autorità scolastiche gli hanno imposto il trasferimento forzato presso una scuola elementare di Siena, in cui si è recato per lavorare terminata la protesta. Adriano Fontani, 19 anni fa, abbandonò la sua congregazione religiosa, quella dei Testimoni di Geova, «guadagnandosi» una condanna per apostasia. Da allora, oltre a fare il maestro, opera per conto di organizzazioni che aiutano chi, come lui, ha deciso di abbandonare quella che non esita a definire «una setta»: per molte persone l'abbandono della congregazione può significare l'addio a amicizie e perfino rapporti parentali, con ovvie pesanti ripercussioni psicologiche. Nella scuola di Buonconvento, Fontani aveva anche due alunni testimoni di Geova. I loro genitori non tolleravano che il maestro dei loro figli fosse un «fuoriuscito» ed erano riusciti ad ottenere il trasferimento dei bambini in un'altra classe. La cosa ha scatenato una dura reazione presso le famiglie degli altri alunni di Fontani, con tanto di raccolta di firme a sostegno di quest'ultimo (all'iniziativa hanno aderito anche genitori di alunni musulmani). Il caso Fontani ha destato talmente tanto scalpore da finire al centro di un'interrogazione parlamentare, presentata il 10 marzo scorso dall'onorevole Giovanna Bianchi Clerici al ministro dell'Istruzione Letizia Moratti. Fontani è stato oggetto di ripetute ispezioni scolastiche e persino di visite mediche per accertare la sua idoneità all'insegnamento. Finché si è giunti al trasferimento. «Mi sono incatenato per tre ore - ha dichiarato il maestro - perché ritengo di essere stato discriminato dalla scuola e perché sono dispiaciuto di non vedere più i miei ex alunni. Volevo salutarli, e loro, con i loro genitori, mi hanno dimostrato tutta la loro solidarietà e il loro affetto. Entro due giorni presenterò ricorso al Giudice del Lavoro». Uno degli ispettori, che si era recato nella scuola di Buonconvento per verificare che Fontani non facesse nulla di nocivo nei confronti dei propri alunni, aveva stilato un documento che elencava in 6 punti quei principi che attribuiscono ruoli ben precisi a insegnanti, allievi e genitori, oltre i quali non si può sconfinare. Il documento sottolineava soprattutto che «la possibilità di scelta delle famiglie si fermava al tipo di scuola (normale o tempo pieno) e a materie opzionali, ma che nessuna scelta era ammessa sui docenti e che in nessun caso questi ultimi potevano essere valutati in ragione del loro credo religioso, della loro razza o della fede politica». Il paesino di Buonconvento si è letteralmente mobilitato per manifestare a difesa di un maestro considerato da alunni e genitori un ineccepibile educatore. Tra i promotori di petizioni pro-Fontani, anche le famiglie musulmane di ex scolari che hanno affermato: «Fontani ha sempre rispettato la nostra religione nel confronto tra culture diverse e i nostri figli non sono mai stati messi in imbarazzo. La scuola pubblica è laica, cosa c'entra con la religione? Allora anche noi musulmani potremmo rifiutare di mettere i nostri figli in classi dove ad insegnare sono insegnanti cattolici praticanti».

SCANDALI ACCADEMICI.

Bufera sull'Università di Siena. 27 indagati per 200 milioni di buco. Indagati il rettore uscente e il precedente. Quattro avvisi per l'elezione del nuovo Magnifico, scrive “Il Corriere della Sera”. Falsità ideologica in atti pubblici: è questa l'ipotesi di reato contestata a Silvano Focardi rettore dell'Università di Siena, e al suo predecessore Piero Tosi, indagati insieme ad altre 25 persone nell'ambito dell'inchiesta sul dissesto finanziario dell'Ateneo. Tutti gli indagati sono già stati sentiti dai magistrati in relazione agli addebiti, contestati a ciascuno di loro, che vanno dal peculato alla truffa, alla falsità ideologica. Le indagini sul dissesto finanziario riguardano uno dei filoni delle diverse inchieste che interessano l'Università di Siena dove all'inizio del 2009 emerse un buco amministrativo superiore a 200 milioni di euro. Per coprirlo è già stato avviato un piano di rientro anche se nei giorni scorsi sono emersi altri 1,5 mln di euro da pagare per mancati versamenti dell'Irpef. Ma non basta. È di mercoledì la notizia di quattro avvisi di garanzia che sarebbero stati emessi dalla procura di Siena nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte irregolarità avvenute nel voto per l'elezione del rettore. Gli indagati sarebbero accusati di falso in atto pubblico. L' inchiesta era partita da un esposto anonimo dopo che nella terza e decisiva votazione del 21 luglio, Angelo Riccaboni aveva superato il rettore uscente Silvano Focardi con 373 voti contro 357. Il 6 agosto le schede elettorali e i registri delle votazioni vennero sequestrati dai carabinieri. Nell' esposto venivano indicate varie presunte irregolarità: l'assenza dei verbali delle votazioni nel campus aretino, la mancata identificazione degli elettori, l' individuazione dei criteri di nullità del voto avvenuta solo dopo l'apertura delle schede, l' inserimento dei ricercatori a tempo determinato fra l' elettorato. Nelle settimane scorse alcuni studenti sono stati ascoltati come persone informate sui fatti. Non è detto che per qualcuno la posizione possa cambiare: pare, ma la versione è tutta da verificare, che un gruppo ristretto di loro possa aver votato due volte. Nel frattempo il gip del tribunale di Siena, Francesco Bagnai, ha poi deciso per l'applicazione della misura interdittiva della sospensione del professor Walter Gioffrè dall'esercizio del proprio ufficio, sia di docente sia di consigliere di amministrazione dell'Ateneo. Gioffrè è indagato per quanto riguarda alcuni rimborsi gonfiati per l'organizzazione di corsi di aggiornamento e master indetti dall'unità di Senologia. Proprio per questo la gdf ha anche sequestrato al professore 50.000 euro sui suoi conti correnti bancari.

Siena, concorsopoli nella Oxford italiana

L’Italia non ha più la sua Oxford scrive Il Messaggero del 26 aprile 2007, ripreso da “I Radicali”. A Siena, una delle più antiche università dopo Bologna, irrompono le inchieste della Procura. Ferite che non sarà facile guarire. I concorsi alterati, i patti segreti, gli accordi sottobanco per mandare in cattedra i protetti di questo o quel barone, hanno svilito la dignità dell’antica accademia che ha 766 anni di vita. Avere chiuso gli occhi sui conflitti di interesse, sulla politica dello “scambio” e sull’occupazione di posizioni di forza per accaparrare carriere, consulenze, e attività extra-universitarie, ha avuto effetti deleteri. I “finti” concorsi, che in tutti gli atenei sono stati funzionali alla continuità del potere, costituiscono l’aspetto più vistoso del declino al quale ora la nuova gestione di Siena cerca di mettere riparo. Mentre i vertici accademici tentano di ripristinare regole certe, la Procura va avanti spedita. E’ di pochi giorni fa la decisione di chiedere il rinvio a giudizio di sei docenti, per due concorsi da associato e ricercatore su cui gravano pesanti sospetti. Due le denunce. La prima è di Antonella Fioravanti, reumatologa costretta a disertare il concorso. «Avevo scoperto racconta che tutto era stato deciso ancor prima delle prove. Per stare al gioco avrei dovuto piegare la testa, magari accettare una promessa di “sistemazione”. L’omertà, nel nostro mondo, nasce così. Mi avevano detto: altri due concorsi ora non li possiamo fare... Devi aspettare. Ma chi li vuole più i concorsi? Chiedo solo che la mia storia serva ad altri. Non dovevo risultare idonea, questa è la verità. Ormai ho la certezza di non avere più chances perché se denunci sei finito, ma non volevo accettare un futuro di compromessi». Il bando, fatto dall'università di Siena, era del 3 maggio 2005. Riguardava un posto da associato per la cattedra di Reumatologia. Su quei fatti ora indaga la Procura. Nell’atto di imputazione emesso dal pm Alessandra Chiavegatti si ipotizza un “disegno criminoso” per procurare “vantaggio” ad un certo candidato in modo da farlo vincere. La Fioravanti era stata “esclusa” dal sistema. L’11 febbraio 2006 la reumatologa bussò alle porte della Procura. Parlò degli indizi raccolti. Il magistrato mandò i carabinieri dove si svolgeva il concorso e ordinò una perquisizione. Nel blitz fu sequestrato il pc del candidato che poi avrebbe vinto. Gli uomini dell’Arma trovarono prove giudicate molto compromettenti. Secondo l’accusa non è stata garantita “l’imparzialità” delle prove poiché uno dei candidati (che nonostante tutto è stato dichiarato vincitore) 48 ore prima del concorso sarebbe stato messo a conoscenza di una “cinquina” di temi che facevano parte delle prove. Non è finita. Nel corso dell’ispezione si scoprì che all’interno del pc c’erano i “giudizi già formulati” sugli altri concorrenti. Non si sa, scrive il giudice, se redatti dall’interessato o da qualcuno della commissione. Il caso Fioravanti non è l’unico. La procura di Siena ha chiesto rinvii a giudizio anche per un altro concorso, quello indetto il 27 aprile 2005. Nel mirino ci sono i commissari e il vincitore. Si parla ancora una volta di abuso di ufficio e di prove “modellate” sul profilo del predestinato. Silvio Ciappi è il criminologo che ha sporto denuncia. Racconta così la sua storia: «Per la cattedra di criminologia, anziché dare temi sulla materia, come era giusto che fosse, hanno dato statistica medica e igiene generale, infischiandosene della classe di concorso. Tutto, ovviamente, per favorire un certo candidato». Tesi sostenuta anche dagli inquirenti che hanno raccolto prove schiaccianti sul ribaltamento ad hoc delle discipline e sulla manovra per agevolare un laureato in Scienze Statistiche, uno che si era candidato alla cattedra di Criminologia pur non avendo i titoli. Tra gli indagati ci sono professori di Bari e di Roma. In ottobre le prime udienze davanti al Gup. Chi va nel polo scientifico di San Miniato trova un po’ il cuore dell’ateneo moderno. Giovanni Grasso, direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, accoglie i visitatori con le frasi di Erwin Chargaff, attaccate davanti alla porta a vetri che porta nel suo studio. Una di queste è intitolata “sapere tutto di nulla”. Chargaff per il professore è un modello. «Oggi nelle università ci sono comitati di affari sostiene Grasso . La situazione è sfuggita di mano. Mancano le regole. Essere fuori dalla legge è la norma. Per molti rettori l’autonomia si è trasformata in una sorta di extra-territorialità, e molti, prolungando il mandato, rafforzano il loro potere, diventando “monarchi” assoluti. Se siamo arrivati a questo punto le ragioni ci sono. Chi ricorda il “quadrifoglio” di Ruberti, la legge sull’autonomia, sa che si gettavano le basi per la libertà di statuto, di gestione finanziaria e didattica. Però il disegno è rimasto incompleto: manca la quarta parte, quella che doveva contenere le regole. Eppure il testo, con i vincoli di trasparenza e con i paletti, era pronto. Ma ci fu una crisi di governo. Non a caso Ruberti venne fatto fuori e il suo testo sulle regole mandato al macero. Il potere accademico, tanto forte in Parlamento, se ne era disfatto. Da allora nessuno ne parla più». «Sono convinto sottolinea ancora il professor Grasso che da ciò derivino tutti i mali di oggi, compresi i “buchi” di bilancio, le spese misteriose, il conflitto di interessi e i concorsi truccati. Ecco perché occorre un piano di risanamento e una forte spinta per la rinascita dell’Università». Concorsopoli ha dimensioni ben più ampie di quello che si potesse immaginare. Nel chiostro della facoltà di Economia, in uno splendido palazzo medievale, intervistiamo un professore che, chiamato a fare il commissario, non si è fatto trascinare dalla corrente. E’ Lorenzo Fattorini, ordinario di Statistica. In lontananza c’è un drappello di studenti che si prepara agli esami. «Beh osserva il professore mi sono trovato di fronte a una palese ingiustizia e ho votato contro la nomina del vincitore. Le sue qualità scientifiche erano molto discutibili, si trattava di una donna, aveva pubblicato un solo articolo, su una rivista italiana, nel lontanissimo 1989. Una cosa ridicola, da ridere. Gli altri tre concorrenti, invece, avevano pubblicazioni internazionali e impact factor elevati. Ma non c’è stato niente da fare, sono rimasto isolato, in minoranza». E’ accaduto il 19 gennaio di quest’anno, il professore senese faceva parte di una commissione in un concorso bandito dalla Sapienza di Roma. Uno dei bocciati, un docente associato di Statistica, ha sporto denuncia. Si chiama Tommaso Gastaldi, se l’è presa con il sistema ingiusto e la mancanza di una “scala certa di valori”. Gastaldi ora combatte per ripristinare i diritti violati. E sono sotto inchiesta professori delle università di Roma, Napoli, Padova e Chieti. Una cosa è certa. L’Università italiana ha bisogno di svincolarsi dal potere feudale dei “baroni”. Ha bisogno di abbattere vecchie e nuove corporazioni. Ha bisogno di dare spazio al merito e restituire prestigio alle sue istituzioni. Anche perché lo sviluppo del Paese, la competitività, l’innovazione e la ricerca dipendono proprio dagli atenei. Lo dicono gli analisti della società, lo dice la Confindustria, lo dice l’attuale ministro in carica, Fabio Mussi, che per riportare certezza del diritto sta cambiando le regole del reclutamento. Ma a Siena sta per aprirsi un processo che farà discutere. Il 25 maggio ci sarà la prima udienza in cui è chiamato a comparire Piero Tosi, ex capo della conferenza dei rettori, ed ex rettore (per tre mandati consecutivi) dell’ateneo di Siena. Tosi, dopo dodici anni di ”regno”, è stato indagato per abuso d’ufficio dal gip. L’ex rettore, secondo il giudice, avrebbe concesso un incarico contra legem ad un ordinario di oculistica, presso la cui clinica il figlio di Tosi si stava specializzando. Sembra che l’ordinario non avesse i requisiti per ottenere quel posto. Ora sarà il Gup a decidere se ci sono gli elementi per andare avanti con il processo. Un anno fa, comunque, quando la Procura aprì l’inchiesta Tosi si difese sostenendo che erano stata date ampie chiarificazioni e che non era stata commessa alcuna irregolarità.