foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

Dr Antonio Giangrande  

                         

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SARAH SCAZZI: IL DELITTO DI AVETRANA

IL RESOCONTO DI UN AVETRANESE

 

Di Antonio Giangrande

 

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gifAVETRANA. SARAH SCAZZI ED IL CALCIO. PER GLI STUPIDI IGNORANTI SIAMO TUTTI ASSASSINI

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gifRESOCONTO DI UNA VERGOGNA

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gifLA VERITA' SUL DELITTO LE INTERCETTAZIONI

LA VERITA' SUL DELITTO SINTESI DEL PROCESSO

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gifI LUOGHI ED I PERSONAGGI

Il Pozzo del ritrovamento

Parla Avetrana

Parla Concetta Serrano e Franco Sebastio

Michele Misseri e la Stampa

Taranto: Foro dell'Ingiustizia

I Magistrati: Vendicativi

Magistrati: violazione del segreto istruttorio

I Magistrati: Orrori ed Errori

 Ingiusto Processo e Luci della Ribalta per i Magistrati

Sabrina ed i giornalisti: chi ha usato chi

 Le Speculazioni

Lo Sciacallaggio mediatico

Il Massacro mediatico

Scempio, Voyeurismo e Ribellione

Valentino Castriota: il testimone inascoltato

Il giallo delle firme in banca

Il Sogno del Fioraio

I Testimoni coerenti ed attendibili....

Michele Misseri: Le tante verità

 

 INTRODUZIONE E PREMESSA

SCOMPARSA, RITROVAMENTO ED INDAGINI

PROCESSO

10 gennaio 2012: via al processo mediatico sull’omicidio di Sarah, almeno 250 i testimoni.

17 gennaio 2012. Seconda udienza del processo. Parla Stefania De Luca e Angela Cimino.

31 gennaio. La terza udienza. Parla Ivano Russo, Giacomo Scazzi, Pamela Nigro, Anna Lucia Dell’Atti e Salvatore Erroi.

7 febbraio. Quarta udienza. Parla Claudio Scazzi, Concetta Serrano Spagnolo e Maria Ecaterina Pantir.

14 febbraio. Quinta udienza. Parla Giuseppina Nardelli, Fedele Giangrande, Antonio Petarra, Pamela Trono, Vincenzo Maresca, Giuseppina Di Bari, Salvatora Minò.

21 febbraio. Sesta udienza. Parla Mariangela Spagnoletti, Alessandra Spagnoletti, Alessio Pisello, Giuseppe Olivieri, Vito Antonio Spagnoletti, Cosimo Giangrande, Vito Donato Lastella.

28 febbraio. Settima udienza. Parla Donato e Francesca Massari, Giuseppe Serrano, Isabella Pernorio, Daniele Lanzo, Anna Parisi, Salvatore Sacco ed Anna Dimitri.

6 marzo. Ottava udienza. Parla Battista Serrano, Giuseppa Serrano, Ada Maria Serrano, Livia Olivieri, Oronzo Dimitri, Bruno Scarciglia, Cosimo De Vanna, Marianna Cucci e Carmelo Sacco.

13 marzo. Nona udienza. Parla Giacomo Conforti, Pasquale Di Mauro, Giovanna Donvito, Vito Lippolis, Gianvito Rossano, Biagio Caraglia, Giuseppe Di Noi, Carmelo Salvatore Parisi ed Emma Serrano.

27 marzo. Decima udienza. Parla Antonio Rizzato, Antonio Calò, Giovanni Bardaro, Paolo Vincenzoni, Giuseppe Pirò.

3 aprile. Undicesima udienza. Parla Claudio Russo.

17 aprile. Dodicesima udienza. Parla Salvatora (Dora) Serrano.

24 aprile. Tredicesima udienza. Parla. Antonella Spinelli, Elena Baldari, Maria Ferrara, Salvatore Misseri, Michele Genovino, Clorinda Ferrara, Antonietta Genovino e Claudio Benni.

8 maggio. Quattordicesima udienza. Parla Anna Pisanò, Antonella Tondo, Fabrizio Viva, Biagio Blaiotta e Giovanni Risi.

15 maggio. Quindicesima udienza. Parla Maria Rosaria Carrozzo, Maria De Santis, Giancarlo Greco e Vito Ferrara.

22 maggio. Sedicesima udienza. Parla Giuseppina Scredo, Rocco Zecca, Marco Buccolieri, Gaetano Colucci, Donata Prudenzano.

ATTENTATO DI BRINDISI. LA MORTE DI MELISSA BASSI E DEL TERRITORIO. SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA.

5 giugno. Diciassettesima udienza. Parla Giovanni Lamarca, Giuseppe Finizia, Andrea Berti, Cosimo Maggi, Giovanni Prignani, Clemente Di Crescenzo, Roberta Bruzzone, Rosa Martino, Anna Lucia Morleo.

19 giugno. Diciottesima udienza. Parla Adolfo Semeraro e Cosimo Monopoli.

3 luglio. Diciannovesima udienza. Parla Valentina Misseri, Luigi Strada, Vanessa Cerra, Giovanni Cucci, Sergio Civino.

10 luglio. Ventesima udienza.

17 luglio. Ventunesima udienza. Chiamati Sabrina Misseri, Cosima Serrano, Angelo Milizia, Giovanni Buccolieri, Michele Galasso, Giuseppe Nigro, Antonio Colazzo, Anna Scredo e Cosima Prudenzano, Anna Lucia Pichierri.

SOSPENSIONE UDIENZE. PAUSA ESTIVA: 31 LUGLIO - 15 SETTEMBRE.

PUGLIA. QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

PUGLIA. Regione-avvelenata: la Puglia è la capitale dell'inquinamento.

TARANTO, QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

MANETTE? NON PER TUTTI. IL PRESIDENTE DEL TAR DI LECCE, ANTONIO CAVALLARI.

STUDIO CENTO TV NEI GUAI.

26 AGOSTO 2012: L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SARAH.

25 settembre 2012. Ventiduesima udienza.  Parla Antonio Colazzo, Anna Scredo, Valeria Scazzari, Michele Galasso.

2 ottobre 2012. Ventitreesima udienza.  Parla Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Vito Russo.

GIOCA CON I FANTI, MA LASCIA STARE I SANTI. DELLA SERIE: SUBISCI E TACI, SE NO TI TACCIO. MA IN CHE MANI SIAMO? I VELENI ALLA PROCURA DI BARI E LA PERSECUZIONE DEI GIORNALISTI.

29 ottobre 2012. Ventiquattresima udienza.  Parla Michele Misseri. Da imputato.

PARLIAMO DELLA MAFIA DEGLI AUSILIARI GIUDIZIARI.

PARLIAMO DI INTIMIDAZIONE DEI GIORNALISTI.

PARLIAMO DI TOGHE INFAMI E FALSE.

PARLIAMO DI SCIENZIATI CON LA TOGA.

30 ottobre 2012. Venticinquesima udienza.  Avrebbero dovuto parlare Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Da imputate.

6 novembre 2012. Ventiseiesima udienza. Parla Stefania Zizza,  Antonio Panzuto.

20/26/27 novembre 2012. Ventisettesima, ventottesima, ventinovesima udienza. Parla Sabrina Misseri.

4 dicembre 2012. Trentesima udienza. Parla Andrea Merico, Nicola Abbasciano.

5 dicembre 2012. Trentunesima udienza. Parla Michele Misseri.

10 dicembre 2012. Trentaduesima udienza. Parla Dora Chiloiro e Luigina Quarta.

12 dicembre 2012. Trentatreesima udienza. Riparla Michele Misseri.

18 dicembre 2012. Trentaquattresima udienza. Richiesta di sopralluogo garage e pozzo.

TARANTO FORO DELL’INGIUSTIZIA. MICHELE MISSERI E BEN EZZEDINE SEBAI, CONFESSI OMICIDI NON CREDUTI E SULLO SFONDO L’ILVA.

8 gennaio 2013. Trentacinquesima udienza. Parla Paolo Arbarello.

14 gennaio 2013. Trentaseiesima udienza. Michele Misseri. La prima e l’ultima confessione a confronto.

29 gennaio 2013. Trentasettesima udienza. Parla Liala Nigro. RICUSAZIONE DEL GIUDICE POPOLARE.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. LA STRAGE DI ERBA.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. FABRIZIO CORONA.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA. OMICIDIO DI MELANIA REA.

25-26 febbraio, 4-5 marzo 2013. 38ª, 39ª, 40ª, 41ª udienza. Requisitoria dell’accusa: Mariano Buccoliero e Pietro Argentino.

IL MOVENTE: LA GELOSIA E L’IMBARAZZO.

I TEMPI ED I DEPISTAGGI.

LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO.

IL PRESUNTO SEQUESTRO.

LE CONCLUSIONI.

LE COMPLICITA’.

LE RICHIESTE.

11 marzo 2013. 42ª udienza. Arringhe delle Parti civili: Pasquale Corleto per il Comune di Avetrana, Nicodemo Gentile, Valter Biscotti e Francesco Cozza per Concetta Serrano, Giacomo Scazzi e Claudio Scazzi; Luigi Palmieri per Maria Ecaterin Pantir.

12 marzo 2013. 43ª udienza. Arringhe delle Difese di Michele Misseri e delle parti meno importanti: Paquale De Laurentiis per Giuseppe Nigro, Giovanni Scarciglia e Lello Lisco per Cosima Prudenzano e per Antonio Colazzo, Gianluca Pierotti per Vito Russo, Luca Latanza per Michele Misseri.

18 marzo 2013. 44ª udienza. Arringhe delle Difese di Carmine Misseri e Cosimo Cosma, Lorenzo Bullo per Carmine Misseri e Raffaele e Serena Missere per Cosimo Cosma.

19 marzo 2013. 45ª udienza. Arringa della Difesa di Cosima Serrano. Franco De Jaco e Luigi Rella.

25, 26, 27 marzo, 9 aprile 2013. 46ª, 47ª, 48ª, 49ª udienza. Video fuori onda, astensione dei magistrati ed arringa della Difesa di Sabrina Misseri. Franco Coppi e Nicola Marseglia.

10 aprile 2013, 50ª udienza. Replica finale dell’accusa: Pietro Argentino e Mariano Buccoliero.

15 aprile 2013, 51ª ed ultima udienza. Replica finale delle difese.

LA CORTE SI E’ RIUNITA IN CAMERA DI CONSIGLIO PER LA SENTENZA.

Cronologia dei fatti principali.

20 aprile 2013, ore 14,13 LA SENTENZA

 

CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI

 

PROCESSO

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif10 gennaio 2012: inizia il processo mediatico

10 gennaio 2012: via al processo mediatico sull’omicidio di Sarah, almeno 250 i testimoni. R.G.N.R. 9077/10 R.G. GIP 7045/10.

A Taranto è iniziata la prima udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne uccisa il 26 agosto 2010 ad Avetrana. In aula, in una gabbia alla sinistra della Corte di Assise, le due imputate, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, mamma e figlia. Sono accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Presente anche Michele Misseri, accusato di concorso in soppressione di cadavere. In tutto gli imputati sono nove, tra i quali c'è anche l’ex legale di Sabrina, l’avvocato Vito Russo, accusato di aver minacciato un testimone al fine di fargli riferire dichiarazioni false durante le indagini. In aula è presente anche la famiglia Scazzi: la madre Concetta Serrano, il padre Giacomo Scazzi e il fratello Claudio. Le persone ammesse ad assistere all’udienza del processo, fornite di apposito pass, sono in tutto settanta. E' presente anche il sindaco di Avetrana, Mario De Marco, che intende costituirsi parte civile per conto del Comune nei confronti della famiglia Misseri. I difensori di Sabrina e Cosima si sono duramente opposti alla riprese televisive del processo e, in particolare, delle loro assistite che sono in aula dietro le sbarre. La Procura si è dimostrata favorevole alle riprese, così come la famiglia di Sarah che, tramite l’avvocato Valter Biscotti, ha fatto sapere di essere favorevole a patto che non vengano mostrate fotografie o reperti riguardanti la vittima che potrebbero urtare la loro sensibilità. Cesarina Trunfio, presidente della Corte, dopo aver sospeso l’udienza per decidere in proposito, ha stabilito il divieto di ripresa per tutte le telecamere, tranne per quelle della trasmissione "Un giorno in Pretura", in onda su Rai3. "L’abbiamo detto fin dall’inizio: in questa vicenda di cronaca nera purtroppo ci sono due vittime, una indiscutibile, la povera Sarah Scazzi, la seconda vittima è la città di Avetrana che ha subito un danno di immagine non indifferente". Queste le parole del vicesindaco di Avetrana, Alessandro Scarciglia, che continua: "Non so se la responsabilità è di qualche mass media o di qualche attore protagonista di questa vicenda: questo lo stabilirà la Corte, confidiamo nella giustizia". Scarciglia ha poi confermato che il Comune chiederà un risarcimento, già proposto dal legale alla Corte. Anche la famiglia Scazzi ha già chiesto un risarcimento ai 5 principali imputati, che ammonta a circa 9 milioni di euro. Intanto dietro le sbarre Sabrina piange, cercando di nascondersi dietro la madre per non farsi riprendere dalle telecamere. Il processo sul delitto di Avetrana, che ha strappato alla vita la giovane 15enne Sarah Scazzi il 26 agosto del 2010, inizia esattamente il 10 gennaio. L'attenzione mediatica sulla vicenda si riaccende, tanto che già una 50ina di giornalisti di 21 testate hanno chiesto alla presidenza del Tribunale di Taranto di essere accreditati per seguire il dibattimento in aula, anche se solo una parte vi potrà accedere. Per gli altri sarà allestito un maxischermo in sala stampa, mentre le riprese video verranno dalle telecamere di "Un giorno in pretura", che registrerà l'intero processo. Una indiscrezione trapela però prima ancora dell'avvio del dibattimento. Nel pozzo situato a Contrada Mosca, a circa 7 chilometri dalla villetta dei Misseri e dove fu soppresso il cadavere di Sarah Scazzi, sono state rinvenute anche due collanine. Finora i media non erano mai venuti a conoscenza dell'esistenza dei due reperti, particolare che ha animato molte curiosità. Le collane infatti non dovrebbero essere tra quegli oggetti appartenuti a Sarah Scazzi, che al momento della scomparsa sembra indossasse solo un braccialetto di cotone nero. La prima collanina è "presumibilmente d’argento" mentre la seconda è composta da un laccio di cuoio con un ciondolo di acciaio che raffigura uno scoiattolo. Anche se il pozzo fu costruito ben 60 anni fa, da circa 4-5 anni era chiuso perché non più utilizzato. Il fatto che tali collanine siano, apparentemente, "moderne", farebbe quindi pensare che qualcuno le abbia perse o gettate nel pozzo in un periodo relativamente recente. Tra le ipotesi più "intriganti" quella che vorrebbe che le due collanine siano state perdute da chi ha contribuito a gettare nel pozzo la povera Sarah Scazzi, anche se tale teoria non sembra finora essere suffragata da alcun tipo di prova. Michele Misseri non figura nella lista dei testi dell’accusa e delle parti civili ma soltanto in quelle dei difensori di Cosima e Sabrina. Dopo i pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino che hanno depositato una lista con 124 nomi nella cancelleria della Corte d’Assise, hanno presentato un lungo elenco anche i difensori di parte civile (96 i testimoni citati), avvocati Luigi Palmieri, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, che rappresentano in giudizio la famiglia Scazzi e la badante Maria Ecaterin Pantir. Mentre i legali di  Sabrina, il professor Franco Coppi e l’avvocato Nicola Marseglia hanno depositato una lista di 158 testi. Folta la schiera di coloro che sono stati citati anche dai difensori di Cosima, gli avvocati Luigi Rella e Franco De Jaco. Alcuni testimoni sono stati citati dai legali delle diverse parti ma complessivamente sarà un processo con almeno 250 testi fra i quali figurano i componenti della famiglia Scazzi (Concetta, Giacomo e Claudio), diversi familiari dei Misseri, amici di Sabrina, come Ivano Russo, Mariangela Spagnoletti, Anna Pisanò, Angela Cimino e Francesca Massari, vicini di casa, il fioraio Giovanni Buccolieri, l’ex commessa Vanessa Cerra e ovviamente investigatori e consulenti della pubblica accusa e della difesa dei nove imputati. Il processo dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto, presieduta dal giudice Rina Trunfio (a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari) inizia 10 gennaio 2012. Non è escluso che il collegio decida di ridurre le lunghe liste dei testimoni. Sono 124 testimoni e 11 indagati le persone convocate dalla pubblica accusa per deporre nel processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. E tra gli inquisiti spicca a sorpresa il nome di Angelo Milizia, l’impiegato di banca che dichiarò il falso dicendo che a versare i due assegni di circa quattromila euro, il giorno della scomparsa della ragazza uccisa, era stata Cosima Serrano e non, come provano le perizie calligrafiche, dal marito Michele Misseri. I pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, Pietro Argentino e Mariano Buccoliero, gli contestano il reato di falso in scrittura privata in concorso con Misseri la cui posizione e ruolo nel delitto sono ben più gravi del suo presunto complice la cui figura, è bene dirlo, è assolutamente marginale dal punto di vista penale. Quindi, 135 testimonianze in tutto per l’accusa che si sommeranno a quelli della difesa il cui numero, si pensa, potrebbe addirittura equipararsi se non superare il primo. Un processo molto complicato e sicuramente lungo su cui l’opinione pubblica ha già dato prova di essere molto interessata. Un’attenzione amplificata soprattutto dai mezzi mediatici che stanno già scaldando i motori in attesa di quello che si preannuncia essere l’evento processuale dell’anno che verrà. Per questo il presidente del Tribunale di Taranto, Antonio Morelli, ha convocato tutti i referenti delle varie testate televisive (diverse decine) che hanno già inoltrato richiesta di accredito per i propri inviati. L’intenzione del presidente del palazzo di giustizia è quella di regolare gli accessi stabilendo prima quali e quante telecamere dovranno eventualmente riprendere le udienze fatta salva sempre la volontà dei protagonisti (testi o imputati che siano) di farsi riprendere. Un piccolo esercito quindi sarà chiamato a testimoniare contro le due imputate principali, Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano, entrambe in carcere con l’accusa di avere sequestrato e ucciso la quindicenne loro parente e di averne soppresso il cadavere con il concorso di Michele Misseri, padre e marito delle detenute, e di Carmine Misseri e Cosimo Cosma, questi ultimi fratello e nipote del capofamiglia. Tra i nomi della lista ci sono praticamente tutti gli amici e parenti delle due cugine, da Mariangela Spagnoletti a Francesca Massari a Alessio Pisello con cui si frequentavano nel periodo precedente alla scomparsa. Ma soprattutto Ivano Russo, il giovane ventisettenne che piaceva sia a Sarah sia a Sabrina e pertanto ritenuto motivo di attrito e quindi movente del delitto. Tra le testimonianze più attese del processo sicuramente i primi posti li occupano Anna Pisanò, ex amica e frequentatrice della famiglia Misseri e il fioraio Giovanni Buccoliero. La prima avrebbe raccolto confidenze di Sabrina divenute elementi principali di prova a suo carico; il secondo, indagato da valutare in una seconda fase del procedimento, conserverebbe, secondo i pm, la chiave stessa del giallo. Sarà chiamato in aula per raccontare al pubblico e alla corte il presunto sogno del violento sequestro di Sarah nella macchina della zia Cosima. Tra i testimoni c’è Antonio Petarra, che con le sue dichiarazioni ha consentito di confermare l’orario del delitto. Poi Mariangela Spagnoletti che per prima si accorse della strana agitazione di Sabrina. Ma anche Stefania De Luca, la giovane che rivelò agli inquirenti di aver visto piangere Sarah il giorno prima di essere assassinata, dopo una lite con la cugina. Intanto davanti a microfoni e telecamere il contadino di Avetrana continua a scagionare la figlia e ad accusarsi dell’omicidio. Zio Miché spera ancora di confondere, cerca di insinuare dubbi. Minacciando il suicidio se la moglie e la figlia saranno condannate. Intanto ad Avetrana vi è l’ennesimo atto vandalico a casa di Michele Misseri. I carabinieri indagano per identificare le persone che hanno forzato la serratura della porta del garage dello zio di Sarah Scazzi, la ragazzina di 15 anni uccisa il 26 agosto ad Avetrana. La notizia è riportata su alcuni giornali locali. E' stato l'uomo a contattare i militari per segnalare l'episodio. Ai carabinieri Michele Misseri ha detto di aver sentito un forte rumore mentre era all'interno della sua abitazione e di aver scoperto l'accaduto intorno alle 6.30. Quando è entrato nel garage, ha visto un copertone gettato all'interno (forse con l'intento di appiccare un fuoco) e ha notato che la porta era stata aperta dopo che la serratura era stata forzata. Michele Misseri ha presentato denuncia contro ignoti. Sarà il processo dei grandi numeri e degli ascolti televisivi record quello sul delitto di Sarah Scazzi che si aprirà nel tribunale di Taranto. Nell’aula Alessandrini della Corte d’assise, al primo piano del palazzo di giustizia, si alterneranno non meno di 500 persone tra imputati, indagati, testimoni, consulenti e periti, pubblico, giornalisti, tele e foto operatori e naturalmente avvocati, magistrati, giudici e personale amministrativo e dell’ordine pubblico. L’evento giudiziario dell’anno che per interesse mediatico e di opinione pubblica si candida per la palma d’oro nei fatti di cronaca degli ultimi anni, sarà ripreso integralmente dalle telecamere della trasmissione televisiva di Rai 3, «Un giorno in pretura» che trasferirà il segnale all’esterno dove una regia unica le distribuirà ad una rete di emittenti e programmi tv che ne hanno chiesto l’utilizzo. Il numero degli operatori dell’informazione che si sono fatti accreditare per seguire il processo, supera di poco le cinquanta unità tra giornalisti e operatori appartenenti a 21 testate, 12 delle quali tra carta stampata e agenzie e nove televisive, nazionali e locali. Nessuna tv estera ha ancora chiesto una postazione. Per la prima volta a Taranto sarà allestita per l’occasione una sala stampa. L’ubicazione è stata individuata al primo piano nel corridoio centrale di fronte all’aula Alessandrini. Lì sarà montato uno schermo che trasmetterà le immagini riprese dalle telecamere di «Un giorno in pretura» mentre una regia cederà il segnale alle altre televisioni collegate. Sarà la presidente della Corte, durante le udienze, a decidere la quantità e le caratteristiche delle immagini sulla base anche del volere degli imputati. Sabrina Misseri, ad esempio, avrebbe fatto sapere di non essere d’accordo con le riprese integrali anche del volto. Il presidente del tribunale di Taranto, Antonio Morelli, ha convocato i rappresentanti dell’informazione per una riunione in cui sono state decise le regole per l’evento. Ogni testata non potrà nominare più di un giornalista (due per quelle televisive che prevedono l’operatore di ripresa) che occuperanno i trenta posti a loro riservati nell’aula delle udienze. Altrettante sedie ci saranno per i parenti degli imputati e il pubblico. Il presidente Morelli ha deciso in che modo regolare l’accesso degli spettatori. Sul tavolo della presidente della Corte d’assise, Cesarina Trunfio, continuano a giungere gli elenchi dei testimoni indicati dalla pubblica accusa e dai difensori degli imputati. I due pubblici ministeri che hanno condotto l’inchiesta, il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Mariano Buccoliero, hanno chiesto di sentire 135 testi di cui undici imputati e un indagato (l’impiegato di banca che dichiarò di aver visto il giorno del delitto Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, mentre versava due assegni al suo sportello). Almeno duecento, invece, i testimoni chiamati dai 18 avvocati difensori. Sarà prerogativa della presidente della Corte, poi, valutare quali e quanti testimoni accogliere per le deposizioni sia a favore dell’accusa sia della difesa. A rispondere, in concorso tra loro, di omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere, saranno Cosima Serrano e Sabrina Misseri, madre e figlia, zia e cugina di Sarah, entrambe detenute. Michele Misseri, marito di Cosima e papà di Sabrina, è invece accusato di concorso in soppressione di cadavere insieme con Cosima e Sabrina e con altri due familiari, il fratello Carmine e il nipote Cosimo Cosma. Gli altri imputati, tra i quali l’avvocato Vito Russo, sono accusati a vario titolo di intralcio alla giustizia e favoreggiamento personale. La Corte di assise presieduta da Cesarina Trunfio avrà come giudice a latere Fulvia Misserini più sei giudici popolari. Tra i tanti documenti e immagini dell’inchiesta sull’uccisione di Sarah Scazzi, nell’aula Alessandrini della Corte d’assise di Taranto sfilerà anche l’orrore del ritrovamento del corpo straziato da 42 giorni di sommersione nell’acqua fangosa del pozzo cisterna dove fu gettata il giorno della sua uccisione. Non mancherà l’occasione (l’implacabile esigenza della giustizia lo imporrà), di vedere la sequenza fotografica di quella terribile notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2010 quando Michele Misseri confessò il delitto (da lui stesso in seguito ritrattato e addossato alla figlia Sabrina), portando magistrati e inquirenti sul pozzo in contrada Mosca. Sarà un film composto da settantuno scatti, non sarà facile guardare. La lunga sequela di immagini parte dalle 22,45 di quel mercoledì 6 ottobre per concludersi alle 10 del giorno dopo. La prima foto riprende l’arrivo sulla zona del pozzo del pubblico ministero Mariano Buccoliero che per primo ha raccolto la confessione del contadino. Si vede il magistrato che indica ad uno dei suoi uomini il punto dove scavare così come gli è stato suggerito da Misseri. Da quel momento in poi inizia una interminabile serie di fotogrammi in bianco e nero (tutti depositati agli atti del processo) che mostrano minuto per minuto, centimetro per centimetro, la difficile e pietosa ricerca della tomba di Sarah. Si vedono le mani dei carabinieri che strappano l’erba per raggiungere l’accesso del pozzo, poi i badili che scavano e che dopo quasi un’ora mettono allo scoperto l’antro buio così stretto da rendere difficile credere che un corpo possa esserci passato attraverso. Ancora scatti. I fasci di luce delle torce tentano di penetrare il profondo di quel budello fatto di terra e pietre, senza riuscirvi. Quello che le immagini non possono catturare lo avvertono le persone: l’odore di morte che proviene dal fondo del pozzo che da conferma al racconto dell’orco. Si cala una fune per misurarne la profondità della cisterna che è di circa due metri e mezzo a filo dell’acqua. Poi il lavoro passa all’escavatore meccanico che crea una voragine smantellando la cisterna. Da questo punto in poi le immagini sono inguardabili perché l’antro allargato dalla pala d’acciaio mostra qualcosa che galleggia che è ricoperto di terra. Sarà quella la parte peggiore per chi vorrà resistere. Le fasi del recupero della salma di un essere umano che chiamare ragazzina non è più possibile. Qualche ora dopo la stessa madre, Concetta Serrano Spagnolo, costretta al pietoso riconoscimento attraverso due foto mostratele all’obitorio dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto dal medico legale Luigi Strada che le ha scattate, dirà che quella «cosa» non è sua figlia, non può dire che è lei. Per questo, scriverà il perito nel referto, saranno i prelievi istologici e la comparazione del Dna dei parenti a certificare. La lunga e interminabile vicenda legata all'uccisione di Sarah Scazzi aggiunge un altro tassello: al processo per il "delitto di Avetrana" arriva il momento delle 71 fotografie scattate nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2010 durante il sopralluogo delle forze dell'ordine al pozzo in contrada Mosca, ad Avetrana, gentilmente concesse dal Corriere del Mezzogiorno. Quella notte Michele Misseri confessò di avere ucciso Sarah Scazzi, per poi ritrattare in un secondo momento. Questa è la storia di una schizofrenia giornalistica. L’ennesimo oltraggio a una ragazzina, Sarah Scazzi, uccisa e gettata in un pozzo 15 mesi fa. Un caso che racconta l’ipocrisia del mestiere del giornalista e l’immaturità che ancora si ha nel lavorare con gli strumenti digitali. Una vicenda che mette disagio perché in questo caso si parla di un giornale, il Corriere della Sera che per vizi e virtù è un’istituzione dell’informazione del nostro paese. Veniamo alla nostra storia. E cominciamo con le parole di Goffredo Buccini, che sul Corriere della Sera, raccontando del processo per l’omicidio di Avetrana che inizia a Taranto, firma un pezzo dal titolo “Il metro dell’orrore sul pozzo di Sara - Gli scatti del ritrovamento della ragazzina”. Buccini si riferisce alle 71 immagini riprese la notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2010 durante il sopralluogo degli inquirenti nella campagna in cui Michele Misseri, 42 giorni prima, aveva gettato il corpo della nipote di 15 anni. “In 71 scatti terribili”, commenta Buccini, “le immagini che fecero gridare alla madre ‘Questa non è mia figlia!’ e che è giusto restino il più possibile congelate negli atti giudiziari e dell’aula, lontano dagli sguardi morbosi e dai talk show del ribrezzo”. E prosegue (la citazione è lunga, ma necessaria): “Quella mostruosa bocca spalancata nella terra ha inghiottito per quasi un anno e mezzo pudore, prudenza, misericordia. E ha alimentato tra noi follie, avidità, protagonismi cancellando deontologie professionali e senso del limite. (…) Che anche il circo trovi modo di moderare suoni e luci”. Condivisibile dalla prima all’ultima riga. Se non fosse che proprio in quelle ore le foto di Sarah, del suo corpo bocconi nel pozzo semicoperto dal fango, campeggiano con un richiamo proprio nella home del sito del Corriere.it. Come è potuto accadere? Le foto giravano già da giorni. Diversi quotidiani le hanno viste e rifiutate. Il Corriere del Mezzogiorno, l’edizione locale del Corriere che viene pubblicata in Puglia e in Campania e il cui sito internet è un sottodominio del Corriere.it, le prende e le pubblica fin dal giorno prima, 4 gennaio 2012. Sono tre gallerie. Per la maggior parte gli scatti si riferiscono alle misurazioni degli inquirenti. Ma in una, preceduta dall’ipocrita cartello che le immagini potrebbero ferire la sensibilità dei lettori, ci sono due foto del corpo di Sarah. La galleria macina clic. Il circo dell’orrore, cito ancora il profetico Buccini, si dimostra una volta di più “un affresco della nostra Italia osceno quanto la trama di questo giallaccio”. Esempi di pessimo giornalismo. Mi chiedo come possa il Corriere della Sera online pubblicare un articolo come quello di tale Nazareno Dinoi dal titolo delirante "Il corpo di Sarah estratto dal pozzo. In 71 scatti la sequenza dell'orrore". E' il classico caso da citare nelle scuole di giornalismo come trappole in cui non cadere. Titoloni urlati approfittando delle tragedie altrui per attirare i lettori e sotto il vestito niente. A corredo dell'articolo una squallida fotogallery che ovviamente non è composta dai 71 scatti della sequenza dell'orrore perchè quelli li vedranno in aula, ma da foto in bianco e nero del pozzo da cui è stata estratto il corpo di Sarah Scazzi. La prima slide tuona addirittura "ATTENZIONE IMMAGINI PARTICOLARMENTE CRUDE E SCONSIGLIATE AD UN PUBBLICO SENSIBILE", le slides a seguire sono tutte immagini del buco per terra, misurazioni ecc, non c'è nessuna foto che possa urtare la sensibilità di alcuno ma l'intelligenza si. Premesso che io la cronaca nera la eliminerei tout court perchè non ne vedo proprio l'utilità se non quella di appagare un lato oscuro e morboso degli esseri umani, turisti nelle disgrazie altrui, quando invece ci sarebbero tanti altri argomenti interessanti da approfondire, ma capisco che se fatta professionalmente e con rispetto possa essere un termometro della società (o almeno di alcune sue parti). Aggiungo che in questo mirabile articolo di questo credo giornalista non capisco quale sia il diritto - dovere di cronaca. La notizia è che durante il processo saranno proiettate le immagini del ritrovamento del cadavere, quindi il titolo è falso e fuorviante, così come la photogallery. Vi sono poi ammiccamenti nel testo da fare venire i brividi : "Non mancherà l’occasione (l’implacabile esigenza della giustizia lo imporrà), di vedere la sequenza fotografica di quella terribile notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2010". e ancora: "Sarà un film composto da settantuno scatti, non sarà facile guardare." e poi: "Da questo punto in poi le immagini sono inguardabili perché l’antro allargato dalla pala d’acciaio mostra qualcosa che galleggia che è ricoperto di terra. Sarà quella la parte peggiore per chi vorrà resistere." Questo è un articolo del Corriere del Mezzogiorno ripreso dal Corriere della Sera, il mio consiglio per le prossime photogallery del genere è come prima slide di mettere la seguente scritta: ATTENZIONE IMMAGINI SCONSIGLIATE A UN PUBBLICO INTELLIGENTE. ''L'unico sentimento che si può provare per la diffusione delle foto di quel che restava della povera Sarah Scazzi è di vergogna. Quello non è giornalismo, non il giornalismo che, nello spirito della Costituzione, serve ai cittadini''. Così il presidente dell'Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino commenta la pubblicazione delle foto del recupero del corpo di Sarah Scazzi ad Avetrana sul Corriere della Sera e sul Corriere sul Mezzogiorno. Le immagini riportate sui siti on line dei quotidiani sono state poi rimosse.

Non si dovrebbe fare di tutta l’erba un fascio, ma è innegabile il fatto che la maggior parte dei giornalisti, saccenti e spregiudicati, hanno molto da vergognarsi e, cosa più grave, è che di ciò non se ne rendono conto.

Riflettori per tutti, anzi niente riflettori, Sabrina Misseri ha deciso a sorpresa. Riporta il Corriere della Sera: «Non farò la tigre in gabbia, quelli se lo possono scordare», annuncia Sabrina. E per «quelli» intende i tantissimi cineoperatori e fotografi a Taranto per cogliere una sua espressione, uno sguardo che valga più di tante parole.  «Non mi presto a nessuna curiosità morbosa, non voglio fotografie e non voglio essere ripresa» si raccomanda lei con Nicola Marseglia, l'avvocato che la difende assieme al professor Franco Coppi. E sempre che entro domani non cambi idea, a Marseglia Sabrina ha chiesto (testuale) di battersi «come un leone» per evitare che anche una sola immagine esca dall'Aula Alessandrini di Taranto. Scrive lettere, Michele. In questi ultimi giorni prima del processo ne ha spedite due a sua moglie e una a sua figlia. («Scrivo a Sabrina ma non ho risposte e mi fa rabbia», dice). «Finalmente in queste lettere parla del perché mi ha tirato in ballo», commenta sua figlia con l'avvocato, «ma so già che questo non cambierà le cose...». Non che sia rassegnata, sia chiaro: «Combatterò fino alla fine perché non sono un'assassina, non mi arrenderò mai. Sarah era una sorella per me». Ma finora dal Palazzo di giustizia di Taranto Sabrina ha incassato soltanto rifiuti: no, sempre no a una miriade di ricorsi, istanze e controricorsi, anche quando la Cassazione le aveva fatto sperare in un risultato diverso. Per questo adesso è lei stessa a mettere in conto anche l'ipotesi peggiore: «Lo so che diranno cose orribili di me, e magari mi condanneranno all'ergastolo...» si è lasciata sfuggire nell'ultimo colloquio in carcere con il legale. «Ma io sono innocente e non ho intenzione di mollare». Fra accusa e difesa, se saranno ammessi tutti, sfileranno davanti alla Corte più o meno trecento testimoni. «Voglio guadarli negli occhi ad uno ad uno quando racconteranno bugie» promette Sabrina. «Voglio prendere nota di ogni dettaglio, voglio fare l'elenco di tutte le assurdità di questa storia». In cella accanto a sua madre Cosima - «determinata almeno quanto lei a dimostrare la propria innocenza», come dice il suo legale Franco De Jaco - Sabrina passa il tempo a studiarsi le carte del processo, da un mese non esce dalla cella nemmeno per l'ora d'aria. «Mi porterebbe un codice penale al prossimo colloquio?» ha chiesto all'avvocato Marseglia. «Se Sabrina e Cosima non escono di prigione io la faccio finita, mi butto in un pozzo, poi vediamo se riescono a trovarmi»: lo ha detto Michele Misseri in un collegamento telefonico a Tgcom24, riaffermando di essere l’unico responsabile dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi. «Nessuno mi vuole credere. Però l’ho detto cosa farò: io quando parlo di Sarah e dico che mi faccio giustizia da solo, dico che la faccio finita. Poi voglio vedere se riescono a trovarmi». «Nella mia vita sono stato sempre bravo - ha poi aggiunto - quello era un periodo particolare». «Quella mattina - ha affermato ricordando il giorno del delitto - ero nervoso: mia moglie non mi cucinava più, Sabrina mi cucinava ma sembrava seccata, dormivo sulla sdraio, il trattore non partiva. Poi è arrivata Sarah e io ero nervoso, quindi ho fatto una cosa brutta». «Martedì - ha concluso riferendosi all’imminente inizio del processo - guarderò Cosima e Sabrina ma so che loro non mi guarderanno. Saranno piene di odio. Perché loro mi odiano per quello che ho fatto». «Se sono cambiato e parlo meglio, ringrazio le persone del carcere. Nel carcere ero isolato da tutti e avevo diverse persone che mi facevano da professori». Queste le parole di Michele Misseri a Tgcom24 a due giorni dal processo: «Quando vado ad Avetrana e parlo in italiano - ha aggiunto - mi dicono 'adesso sei diventato italiano?'. Poi forse è pure perchè io scrivo molto, scrivo sempre e tutti i giorni. Prima parlavo solo in dialetto. Scrivo quello che faccio, della tristezza, perchè sono solo. Scrivo di tutto. E' come un calendario. Andrò a Taranto, ho fatto già la richiesta perchè io non posso uscire da Avetrana. Martedì sarò in aula e spero di rivedere Sabrina e Cosima, anche se non le posso salutare e non posso fare niente. poi non so ancora se mi farò riprendere. Io non ho paura - ha sottolineato Michele Misseri - perchè sto dicendo la verità e affronterò tutto. La paura ce l'avevo prima, adesso non più. Ribadirò la mia colpevolezza. La verità è questa. Sono state dette delle bugie, io le ho dette ma per colpa degli altri, ho messo in mezzo mia figlia che non c'entra niente. Io a Sabrina chiedo perdono e non smetterò mai di farlo. Le scrivo le lettere ma non ho risposte e mi fa rabbia. Sono vittima e colpevole. Il mio senso di colpa è che ci sono due innocenti in carcere - ha aggiunto Michele Misseri in collegamento con il Tgcom24 - una ragazza che è stata giustiziata, le volevamo tutti bene, poi all'improvviso mi è successo questo. Io ho sempre detto di essere colpevole. Non ho fiducia nella legge terrena, chissà quanti innocenti ci sono in carcere. Quella mattina ero nervoso: mia moglie non mi cucinava più, Sabrina mi cucinava ma sembrava seccata, dormivo sulla sdraio, il trattore non partiva. Poi è arrivata Sarah e io ero nervoso, quindi ho fatto una cosa brutta. Ma in vita mia sono stato sempre bravo. Quello era un periodo particolare. Martedì guarderò Cosima e Sabrina ma so che loro non mi guarderanno. Saranno piene di odio. Perchè loro - ha concluso - mi odiano per quello che ho fatto». Non trattiene le lacrime. Sabrina Misseri non ce la fa, piange dietro le sbarre della gabbia. In disparte, dietro a sua madre Cosima Serrano. Al via la prima udienza del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi al Tribunale di Taranto. Entrambe le donne sono accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Mentre Michele è imputato di concorso in soppressione di cadavere. In tutto gli imputati sono nove. Capelli lunghi, cappotto nero, i suoi occhiali da vista neri, la 24enne Sabrina si passa spesso un fazzolettino sugli occhi. La madre, ferma e imperturbabile è davanti, mani conserte, gli occhi fissi all'aula. Gli avvocati difensori delle donne hanno dichiarato il loro dissenso nei confronti delle riprese televisive del dibattimento. La Corte di Assise ha stabilito, dopo un'ora e mezza di camera di consiglio, che le immagini del processo potranno essere mandate in onda solo dopo la conclusione del processo stesso. E ha quindi autorizzato la ripresa integrale da parte della trasmissione di Rai Tre «Un giorno in pretura». Non potranno essere ripresi dalle telecamere gli imputati Cosima Serrano, Sabrina Misseri, Carmine Misseri, Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano, nonché testimoni e consulenti che ne facciano esplicita richiesta, come avevano fatto gli imputati. Vietata anche la presenza in aula dei fotografi. Le immagini potranno essere mandate in onda solo dopo la conclusione del processo. Nel pubblico, oltre alla famiglia Sarah, presente anche il sindaco di Avetrana, Mario De Marco: il Comune chiederà di costituirsi parte civile nei confronti della famiglia Misseri.

Il Resoconto di una giornata mediatico giudiziaria.

8.30 - Il processo per l'omicidio della 15enne di Avetrana. Il presidente del tribunale di Taranto, Antonio Morelli, ha ripristinato per decreto, considerata l'eccezionale risonanza mediatica del caso e ritenendo doveroso assicurare la regolarità e la serenità del giudizio oltre che il continuo svolgimento della vita normale del palazzo di giustizia, l'ingresso d'onore del tribunale e ha riservato agli operatori dell'informazione una apposita sala stampa in un corridoio di fronte all'aula di corte di assise. La corte di assise è composta da donne: il presidente Cesarina Trunfio, il giudice a latere Fulvia Misserini, e sei giudici popolari. I togati dovranno decidere del destino dei 9 imputati. E' scoppiata più volte in lacrime davanti alla Corte d'Assise di Taranto Sabrina Misseri, imputata con la madre per l'omicidio di Sarah Scazzi, la studentessa 15enne di Avetrana (Taranto), uccisa il 26 agosto 2010 e sepolta in un pozzo. Sabrina s'è lasciata andare al pianto all'avvio dell'udienza in cui è accusata di concorso in omicidio volontario aggravato e sequestro di persona con sua madre Cosima Serrano, 56 anni, entrambe agli arresti. Le due donne, con il padre e marito Michele Misseri, che più volte si è autoaccusato di essere l'unico responsabile dell'omicidio, risponderanno anche di concorso nella soppressione del cadavere. Sabrina Misseri è scoppiata a piangere seduta in disparte nella gabbia degli imputati. Aveva chiesto di essere protetta, non voleva essere ripresa dalle telecamere e dai flash dei fotografi, e resta indietro, alle spalle della mamma Cosima. Capelli lunghi, cappotto nero, occhiali da vista neri, Sabrina è molto dimagrita. Si passa spesso un fazzolettino sugli occhi. La madre, ferma e imperturbabile, è davanti a lei, mani conserte, gli occhi fissi all'aula. La prima ad arrivare in Corte d'assise è stata Concetta Serrano, la madre della 15 enne uccisa. La donna è entrata nell'aula accompagnata dal marito Giacomo, dal figlio Claudio e dagli avvocati di parte civile Valter Biscotti, Nicodemo Gentile e Antonio Cozza. Il volto contratto ed emaciato, si è seduta nella seconda fila, dietro ai difensori dei principali imputati. Assediata dalle telecamere e dai flash dei fotografi, è rimasta in silenzio, immobile. Michele Misseri, accompagnato dal suo legale, Armando Amendolito, è indagato a piede libero. E' passato dinanzi ai famigliari di Sarah e si è seduto a distanza, su una sedia vicino ad una delle due gabbie della moglie Cosima e della figlia Sabrina. L'amministrazione comunale di Avetrana si è costituita parte civile al processo, cominciato davanti alla Corte d'Assise di Taranto, per l'omicidio di Sarah Scazzi. In aula è presente il sindaco di Avetrana, Mario De Marco. La presidente della Corte, Cesarina Trunfio, ha sospeso l'udienza e si è ritirata per decidere se consentire o meno le riprese tv in aula del dibattimento. I difensori degli imputati si sono rimessi alla decisione della Corte, tutti tranne i legali di Sabrina Misseri che, interpretando la volontà della loro assistita, si sono opposti. «La presenza costante delle telecamere in aula - ha detto Nicola Marseglia, difensore della Misseri -, nuoce al dibattimento». I rappresentanti legali della famiglia di Sarah hanno chiesto che le riprese vengano sospese quando in aula saranno mostrate le foto della vittima. C'è stata una gara ad aggiudicarsi i posti a sedere riservati al pubblico. Tra gli spettatori c'è chi si è alzato presto e ha viaggiato, oltre a chi vive a Taranto, ha sempre seguito le vicende del caso Scazzi e oggi vuole esserci: 70 persone sono state ammesse ad assistere all'udienza del processo nella corte di assise di Taranto, previo apposito pass. Occupano la sinistra dell'aula, dall'altro lato dei giornalisti. «Sono situazioni che fanno male al cuore, mi vengono le lacrime agli occhi», dice un'anziana signora, che spera nella «punizione dei colpevoli». «Abbiamo seguito tutto fin dall'inizio - spiegano altre due signore -: il colpevole è nella famiglia: Sarah è entrata in quella casa e non è mai più uscita». Una donna si passa una mano sugli occhi: «Io ho una figlia, sono passata prima al cimitero, da Sarah». Più caustici gli uomini: «Vediamo se Michele si ammazza davvero», commenta un signore ricordando le ultime dichiarazioni del contadino di Avetrana, che ha promesso si sarebbe buttato in fondo a un pozzo se non avessero creduto all'innocenza di Sabrina e Cosima. Un altro fa notare: «Michele è una vittima: si vede come stava prima a casa con la moglie e come si è fatto bello ora che è solo». C'è anche una studentessa di legge di Taranto che spiega: «Sono qui solo per motivi di studio, non per curiosità». Complessivamente sono nove le persone a giudizio, tra cui l' ex legale di Sabrina, l'avvocato Vito Russo, accusato di aver tentato di indurre con minacce un testimone a riferire false dichiarazioni durante le indagini. L'udienza appena cominciata, alla quale sono accreditati oltre 50 giornalisti e per i quali è stata allestita una apposita aula con due monitor TV, sarà prettamente tecnica, per le procedure preliminari come l'ammissione dei mezzi di prova, delle testimoniane, delle costituzioni di parti civili e per la calendarizzazione del dibattimento.

8.50 - Sono arrivati i genitori di Sarah, con il fratello Claudio. L'aula è già piena di giornalisti. Decine i curiosi che chiedono di assistere al processo, anche comprando un biglietto.

9.20 - E' arrivato anche Michele Misseri insieme con i suoi avvocati. Ha un giubotto di jeans, nemmeno uno sguardo con la famiglia scazzi. Ha chiesto una sedia che ha messo al lato dell'aula, vicino la cella.

9.25 - Michele Misseri ha chiesto di non essere ripreso o fotografato. Davanti a lui c'è un carabiniere che gli fa da schermo dagli obiettivi dei fotografi e degli operatori.

9.30 - Grande ressa di giornalisti e cameramen al palazzo di Giustizia di Taranto per la prima udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. L’udienza non è ancora iniziata, ma la famiglia della 15/enne di Avetrana strangolata il 26 agosto 2010 è già in aula. Giacomo Scazzi, Concetta Serrano e il loro figlio Claudio sono giunti poco prima delle 9 accompagnati dai loro legali. Al momento poche le persone presenti nel pubblico.

9.37 - Nell’aula della Corte di Assise di Taranto, dove sta per iniziare la prima udienza del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi, è arrivato anche Michele Misseri, accompagnato dal suo legale, Armando Amendolito. L'agricoltore di Avetrana è passato dinanzi ai familiari di Sarah e ora è seduto a distanza su una sedia vicino ad una delle due 'gabbie', nella quale presumibilmente prenderanno posto tra poco anche la moglie, Cosima Serrano, e la figlia Sabrina, entrambe detenute e accusate dell’omicidio.

9.45 - L'udienza non è ancora cominciata sebbene in aula siano presenti quasi tutti gli imputati. All'appello mancano le uniche due detenute per l'omicidio di Sarah, Sabrina e Cosima, accusate di omicidio, sequestro, soppressione di cadavere. Madre e figlia dovranno prendere posto nella gabbia degli imputati. Lì accanto siede Michele Misseri, imputato solo per soppressione di cadavere e furto di telefonino.

9.50 - Sono settanta le persone ammesse a vedere il processo. Gente che arriva anche da fuori provincia e che ha voluto essere in prima fila per seguire "il giallo dell'anno" dicono. Signore anziane e ragazze che attendono l'arrivo di Sabrina Misseri e sua madre Cosima ("sono state loro", il pubblico appare colpevolista) ma sperano anche in una ripresa, anche piccola, della televisione.

9.55 - Suona la campanella. Sono entrate in aula i giudici e le imputate. Mamma e figlia sono nella stessa cella. Sabrina piange a dirotto ed è trasformata: i capelli più lunghi, assai dimagrita.

10.05 - Sabrina chiede di non essere fotografata. E dice no alle riprese televisive durante il processo. "L'attenzione mediatica può inficiare il processo e non c'è alcuna rilevanza sociale", dice uno dei suoi avvocati, Nicola Marseglia.

10.10 - E' iniziata nel Palazzo di giustizia di Taranto la prima udienza del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. In una gabbia alla sinistra della Corte di Assise ci sono le uniche detenute, Cosima Serrano e sua figlia Sabrina, accusate del delitto. In tutto gli imputati sono nove. Sabrina, ad inizio di udienza, è scoppiata più' volte in lacrime. Nel pubblico presente anche il sindaco di Avetrana, Mario De Marco: il Comune chiederà di costituirsi parte civile nei confronti della famiglia Misseri.

10.16 - Anche Cosima non vuole le riprese. Michele invece si è rimesso al guidizio della corte "per una questione di coerenza", ha spiegato l'avvocato dell'uomo che in questi mesi non si è certo sottratto alle telecamere. La moglie, alle parole del suo avvocato, lo ha gelato con lo sguardo. Ora la corte si è riunita per decidere se autorizzare o meno le riprese tv.

10.25 - La Corte d’Assise di Taranto (presidente Cesarina Trunfio, a latere Fulvia Misserini, più sei giudici popolari, cinque dei quali sono donne) si è ritirata in Camera di Consiglio per decidere le modalità delle riprese televisive in aula e della diffusione delle immagini del processo, dopo aver sentito le parti. In particolare le due imputate attualmente detenute e accusate del delitto, Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri, hanno chiesto, attraverso i loro legali, di non essere riprese durante il processo.

10.28 - Ressa di giornalisti e operatori tv nella sala stampa allestita davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Taranto, dove si sta celebrando il processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Solo due televisori stanno irradiando le riprese televisive garantite dalla trasmissione «Un giorno in pretura». Sono decine invece i cronisti, i fotografi e i cameramen presenti, tutti muniti di apposito pass per l’ingresso al Palazzo di giustizia. La necessità di riprendere in tempo reale immagini da trasmettere per le dirette televisive e i tg sta creando inevitabilmente problemi logistici.

10.30 - Capelli lunghi, cappotto nero, i suoi occhiali da vista neri, Sabrina si passa spesso un fazzolettino sugli occhi. Si è sistemata in un angolo della cella. La madre, ferma e imperturbabile è davanti, mani conserte, gli occhi fissi all'aula. Intanto la presidente della corte, Cesarina Trunfio, ha momentaneamente sospeso l'udienza e si è ritirata per decidere se consentire o meno le riprese tv in aula del dibattimento. I difensori degli imputati si sono rimessi alla decisione della corte, tutti tranne i legali di Sabrina, interpretando la volontà della loro assistita, si sono opposti. I rappresentanti legali della famiglia di Sarah hanno chiesto che le riprese vengano sospese quando in aula saranno mostrate le foto della vittima.

10.50 - Sabrina e Cosima hanno chiesto di uscire dall'aula. Michele invece è seduto sempre nell'angolo. Sono entrati i cinque giudici popolari: due donne e tre uomini, tutti di mezz'età.

11.00 - Continua a esserci gente fuori dal tribunale che chiede di entrare per assistere al processo. Non c'è però la folla che ci si aspettava. "Noi veniamo da Nardò, provincia di Lecce - racconta una signora tra il pubblico - siamo qui per vedere in faccia Sabrina e Cosima". «Siamo stati bombardati dai media e non eravamo ovviamente abituati a tutto questo. Avetrana ha subito un danno di immagine enorme». Lo ha detto ai giornalisti il vicesindaco di Avetrana Alessandro Scarciglia a margine dell’udienza per l’uccisione di Sarah Scazzi. «Il problema – ha aggiunto – non è il risarcimento dei danni, che comunque chiederemo. Avetrana non meritava tutto questo. Qualche attore principale di questa vicenda pensa di essere in uno show e anche alcuni mass media hanno esagerato».

11.15 - "Siamo stati bombardati dai media e non eravamo ovviamente abituati a tutto questo. Avetrana ha subito un danno di immagine enorme". Lo ha detto ai giornalisti il vicesindaco di Avetrana Alessandro Scarciglia a margine dell'udienza per l'uccisione di Sarah Scazzi. "Il problema - ha aggiunto - non è il risarcimento dei danni, che comunque chiederemo. Avetrana non meritava tutto questo. Qualche attore principale di questa vicenda pensa di essere in uno show e anche alcuni mass media hanno esagerato".

11.34 - Il Comune di Avetrana chiede alle Misseri il risarcimento per danni di immagine ma anche materiali che la comunità ha avuto dall'omicidio di Sarah Scazzi. Agli atti c'è la fattura di duecento euro che il Comune ha speso per la corona di fiori inviata al funerale: l'hanno acquistata da Giovanni Buccolieri, il fioraio sotto processo con l'accusa di aver visto tutto il giorno dell'assassinio di Sarah e di aver taciuto.

12.10 - Il processo Scazzi sarà ripreso dalle televisioni: nonostante il no di Sabrina e di Cosima, la corte ha deciso che vista l'"eccessivo interesse della società alla rilevanza del processo" è giusto che i cittadini possano seguire tutto il dibattimento.

12.11 - Ammesse solo le telecamere di 'Un giorno in pretura' che poi passeranno le immagini a tutte le televisioni che ne faranno richiesta.

12.14 - Sono circa sessanta le persone che non hanno trovato posto nell’area riservata al pubblico e sono assiepate dietro le transenne all’esterno della Corte d’Assise del Tribunale di Taranto, dove si sta svolgendo il processo Scazzi. Molti sono anziani, ma c'è anche una laureanda in giurisprudenza che ha scelto come tesi sperimentale proprio il processo mediatico e le garanzie per gli imputati. Il pubblico si divide in maniera equa tra coloro che credono alla colpevolezza di Michele Misseri e chi pensa che le assassine siano Cosima Serrano e sua figlia Sabrina. «Vogliamo la verità. Vogliamo che sia fatta giustizia e che i colpevoli siano condannati» hanno dichiarato alcune delle persone intervistate dalle emittenti televisive. «Sono venuto quì – ha detto un anziano – per vedere da vicino gli imputati. C'è una bambina che è stata ammazzata in maniera brutale. Bisogna vedere questa gente come è fatta. Secondo me sono stati tutti e tre».

12.15 - Non sarà possibile fare le foto. Non potranno esserci più di tre telecamere, e non potremmo mandare le immagini di Cosima e Sabrina, così come di tutti gli altri imputati che ne faranno richiesta.

12.20 - La Corte di Assise di Taranto ha stabilito con ordinanza, dopo un'ora e mezza di camera di consiglio, che le immagini del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi potranno essere mandate in onda solo dopo la conclusione del processo stesso. Con la stessa ordinanza, accertato l'interesse "particolarmente rilevante" della vicenda da parte dell'opinione pubblica, la Corte ha autorizzato la ripresa integrale del dibattimento da parte della trasmissione di RaiTre 'un giorno in pretura'. Non potranno essere ripresi dalle telecamere gli imputati Cosima Serrano, Sabrina Misseri, Carmine Misseri, Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano, nonché testimoni e consulenti che ne facciano esplicita richiesta, come avevano fatto gli imputati. Vietata anche la presenza in aula dei fotografi.

12.25 - La difesa di Sabrina, Cosima e Michele Misseri per il no alla costituzione di parte civile del Comune di Avetrana: "Spese sostenute autonomamente".

12.35 - a Corte di Assise di Taranto ha stabilito con ordinanza, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, che le immagini del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi potranno essere mandate in onda solo dopo la conclusione del processo stesso. Con la stessa ordinanza, accertato l’interesse «particolarmente rilevante» della vicenda da parte dell’opinione pubblica, la Corte ha autorizzato la ripresa integrale del dibattimento da parte della trasmissione di RaiTre 'un giorno in pretura'. Non potranno essere ripresi dalle telecamere gli imputati Cosima Serrano, Sabrina Misseri, Carmine Misseri, Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano, nonchè testimoni e consulenti che ne facciano esplicita richiesta, come avevano fatto gli imputati. Vietata anche la presenza in aula dei fotografi.

12.45 - La Corte si è ritirata per decidere sulle eccezioni presentate dalle parti. Cosima e suo marito rimangono seduti mentre Michele è uscito dall'aula.

12.53 - Concetta, la mamma di Sarah, parla di cosa si aspetta dal processo: "Spero che Sabrina confessi e racconti tutta la verità - dice - ma davvero la verità. Se pungolata bene penso lo possa fare, è più fragile psicologicamente. Cosima invece no".

13.08 - La Corte di Assise di Taranto è tornata in camera di consiglio per decidere su alcune richieste ed eccezioni delle parti. In particolare è stata avanzata richiesta di costituzione di parte civile dal Comune di Avetrana nei confronti degli imputati Misseri: la procura della Repubblica ha espresso in merito parere favorevole, il collegio difensivo si è detto contrario. L'avv. Giovanni Scarciglia ha chiesto il giudizio abbreviato, subordinato all’ascolto di tre testimoni, per due imputati, Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano, entrambi accusati di favoreggiamento personale. La richiesta era stata avanzata e respinta già in sede di udienza preliminare dal gup Pompeo Carriere. Inoltre, la Corte dovrà decidere su alcune eccezioni sollevate dal collegio difensivo relative all’inserimento di documenti nel fascicolo dibattimentale.

13.50 - Un gruppo di persone protesta con cori da stadio all'esterno del tribunale di Taranto in segno di contestazione nei confronti dei numerosi giornalisti, fotografi e cameramen presenti per il processo Scazzi. I manifestanti esibiscono uno striscione con la frase 'Sulla morte di Sarah avete speculato ma del nostro inquinamento non avete mai parlato'. Una protesta che sta facendo da sfondo alle dirette di telegiornali e trasmissioni televisive nazionali e locali. Un gruppo di persone sta protestando con cori da stadio all’esterno del tribunale di Taranto in segno di contestazione nei confronti dei numerosi giornalisti, fotografi e cameramen presenti per il processo Scazzi. I manifestanti esibiscono uno striscione con la frase 'Sulla morte di Sarah avete speculato ma del nostro inquinamento non avete mai parlato'. Una protesta che sta facendo da sfondo alle dirette di telegiornali e trasmissioni televisive nazionali e locali.

15.00 - "In aula Sabrina risponderà alle domande. Quando il presidente autorizzerà le parti a formulare le richieste di prova, chiederemo, tra le altre cose, anche l'esame di Sabrina Misseri". Lo ha detto l'avvocato Nicola Marseglia, difensore della giovane di Avretrana, parlando con i giornalisti nella pausa della prima udienza. Alla domanda sul perché Sabrina non abbia risposto anche durante l'udienza preliminare per cercare di convincere il gup a proscioglierla, l'avvocato Marseglia ha detto che "quella è stata una scelta processuale della difesa perché ritenevamo che non fosse opportuno in quella fase processuale rendere l'esame". L'avvocato Marseglia difende Sabrina Misseri insieme all'avvocato Franco Coppi oggi assente.

15.22 - «Perchè?». è l’interrogativo che continua a porsi Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, a 16 mesi di distanza dall’uccisione della figlia 15/enne. Lo fa anche in aula, in una pausa del processo, parlando con i giornalisti e chiedendosi ancora il motivo per il quale la ragazzina è stata uccisa in modo così brutale. «Eravamo due famiglie che si frequentavano – ricorda Concetta – non capisco perchè sia accaduto questo. La gelosia? Mah, non so se sia stata solo quella». In aula Concetta non ha cercato lo sguardo della sorella Cosima e della nipote Sabrina, comparse dietro le sbarre e accusate dell’omicidio. «Per me sono due persone che hanno sbagliato e devono pagare». La mamma di Sarah è in ansia anche perchè non riesce a comprendere tutte le lungaggini preliminari del processo. «Non starò a tutte le udienze, ma alle più importanti ci sarò» preannuncia. Poi pensa alla composizione della Corte d’Assise e lo sguardo si fa più sereno. «Il presidente è donna, sette giudici su otto sono donne. Le donne sono più agguerrite, questo mi dà fiducia per una sentenza che faccia giustizia».

15.30 - "Perché?". E' l'interrogativo che continua a ripetere Concetta Serrano, madre di Sarah, a 16 mesi di distanza dall'uccisione della figlia. Lo fa anche in aula, durante la pausa del processo, parlando con i giornalisti e chiedendosi ancora il motivo per il quale la ragazzina è stata uccisa in modo così brutale. "Eravamo due famiglie che si frequentavano - ricorda Concetta - non capisco perché sia accaduto questo. La gelosia? Mah, non so se sia stata solo quella". In aula Concetta non ha cercato lo sguardo della sorella Cosima e della nipote Sabrina, comparse dietro le sbarre. "Per me sono due persone che hanno sbagliato e devono pagare". La mamma di Sarah è in ansia anche perché non riesce a comprendere tutte le lungaggini preliminari del processo. "Non starò a tutte le udienze, ma alle più importanti ci sarò", preannuncia. Poi pensa alla composizione della Corte d'Assise e lo sguardo si fa più sereno. "Il presidente è donna, sette giudici su otto sono donne. Le donne sono più agguerrite, questo mi dà fiducia per una sentenza che faccia giustizia".

15.46 - "La sovraesposizione mediatica, che aveva connotato i giorni e le settimane immediatamente successive alla scomparsa di Sarah, è stata controproducente e alla fine ha solo nuociuto a Sabrina. Credo che un registro diverso possa giovarle". Lo ha detto l'avvocato Nicola Marseglia, legale di Sabrina Misseri, che ha spiegato di non credere a una sovraesposizione mediatica voluta da Sabrina, prima del ritrovamento del corpo della vittima. "Mi ha riferito di aver esercitato una sorta di supplenza - ha detto - che le avrebbero chiesto la zia Concetta e i familiari di Sarah che nell'immediatezza della scomparsa non volevano avere rapporti intensi con i media. Alla fine questa disponibilità le si è ritorta contro in senso negativo. Non è stata un'appropriazione indebita di spazi di questo genere, per vanità personale".

16.05 - Sabrina non voleva entrare in aula all'apertura dell'udienza. Agli agenti della polizia penitenziaria che la accompagnavano, di fronte alla porticina delle gabbie degli imputati, ha detto: "Mi sento male, non ce la faccio, non voglio entrare, voglio andare via". Gli agenti le hanno spiegato che doveva entrare in aula, per essere presente all'appello, poi sarebbe potuta uscire. Le hanno dato da bere un po' d'acqua. Poi, alla prima pausa, ha detto agli agenti che sarebbe rimasta. E così ha assistito all'udienza, rimanendo nel suo angolo.

17.22 - Sabrina e Cosima rientrano in aula per la ripresa del processo. Si attendono i giudici.

17.29 - Le due donne hanno gli occhi fissi sul pubblico. Cercano lo sguardo della famiglia Scazzi, ma l'unico che si volta verso la cella è Giacomo, il papà di Sarah. Sabrina è contenta della decisione dei giudici di vietare le telecamere in aula: "Non volevo finire in tv. Sono qui dentro per colpa loro".

17.32 - Sabrina e Cosima hanno chiesto agli agenti di polizia penitenziaria dove fosse Michele Misseri. Non riescono a vederlo perché protetto da una serie di poliziotti.

17.33 - Rientra la Corte.

17.35 - Il Comune di Avetrana ammesso come parte civile.

E’ iniziato il processo in Corte di Assise a Taranto per l'omicidio di Sarah Scazzi, aperto con grande battage mediatico. Ma le telecamere sembrano dare poco peso a cosa c’è fuori dal Tribunale: va in scena la protesta degli ambientalisti tarantini, che approfittano della presenza dei media nazionali per denunciare il vero problema di Taranto, e su cui c’è poco interesse. “Sulla morte di Sarah - si legge uno striscione – avete speculato, ma del nostro inquinamento non avete mai parlato”. Daniela Spera, da anni impegnata caparbiamente nel settore ambientale della propria città, raccoglie le loro proteste: «I giovani si riferivano soprattutto all'inquinamento provocato dalle industrie pesanti. A Taranto la presenza di insediamenti industriali quali il siderurgico, la raffineria, un cementificio, inceneritori, discariche miete vittime silenziose delle quali nessuno parla. Le vittime dell'inquinamento a Taranto sono ormai entrate a far parte della cultura tarantina, abituata a piangere senza reagire. Proprio ieri, ad esempio, e nella mia attività professionale mi trovo spesso di fronte a casi simili, una ragazzina mi ha chiesto un rimedio per la pelle martoriata della propria madre di 45 anni a causa delle conseguenze del ciclo di chemioterapia al quale è sottoposta. Oggi i ragazzi parlano di 'chemioterapia', 'leucemie', 'linfomi' come se fossero le cose più naturali di questo mondo. Forse a Taranto lo è. Ma fino a quando sarà tutto consumato nelle case abbandonate da coloro ai quali i cittadini hanno dato fiducia, e mi riferisco agli Amministratori di Taranto e al governatore della Regione Puglia, Niki Vendola, ormai impegnato ad utilizzare la questione tarantina come trampolino di lancio per la propria carriera politica, omettendo i reali problemi connessi all'inquinamento di Taranto, l'unica cosa che resta da fare è sollevare l'intera città, con ogni mezzo. Al tribunale di Taranto questi giovani hanno lanciato l'ennesimo grido..» È noto a tutti che si è aperto il processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Ma quanti hanno mostrato attenzione ai manifestanti che erano fuori il tribunale? Bastava fare un po' più attenzione per notare uno striscione che recitava: “Sulla morte di Sarah avete speculato, ma del nostro inquinamento non avete mai parlato”. Un gruppo di ragazzi infatti, ha organizzato nel giorno del tanto atteso evento mediatico, una protesta per rendere noto a tutti il grave problema dell'inquinamento che colpisce Taranto. Il gruppo di AMMAZZA CHE PIAZZA rivolge queste parole alla comunità cittadina: «Vorremmo rivolgerci alla città di Taranto, la nostra città, che amiamo e desideriamo difendere, per spiegare ai tarantini perchè i giovani del gruppo "Ammazza che piazza" martedì 10 gennaio 2012 hanno deciso di manifestare pacificamente davanti al Tribunale. Martedì si è aperto il processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Tutte le tv nazionali sono sbarcate in città per seguire questo processo. Noi abbiamo deciso di esporre uno striscione “Sulla morte di Sarah avete speculato, ma del nostro inquinamento non avete mai parlato” per sensibilizzare le tv nazionali ad occuparsi della nostra città non solo in merito al tremendo caso di cronaca nera di Sarah Scazzi. Purtroppo da anni lottiamo contro l'inquinamento selvaggio che uccide Taranto e i tarantini e quasi mai (tranne rari casi vedi Le Iene, Malpelo, Corriere della Sera) siamo riusciti ad avere l'attenzione dei media nazionali. Perchè ai casi di cronaca nera si dedicano le aperture di Tg e quotidiani e ai morti per inquinamento non si lascia nemmeno lo spazio di un trafiletto in ultima pagina? Siamo giovani e giovanissimi, studenti, lavoratori e disoccupati, da mesi puliamo le piazze di Taranto per sensibilizzare la cittadinanza ad amare la propria città, amarla come i nostri politici non l'hanno mai amata. Ecco chi siamo noi di AMMAZZA CHE PIAZZA, le nuove generazioni di tarantini che non vedono futuro per loro e per le loro famiglie. Che hanno deciso di difendere la propria città e il nostro futuro. Il diritto ad un futuro. Siamo pacifici. E pacificamente abbiamo intenzione di manifestare e portare avanti la nostra iniziativa politica. Senza colori nè partiti alle spalle. Ci autofinanziamo e sosteniamo da soli in tutte le nostre iniziative. Martedì dopo la nostra iniziativa - ripetiamo pacifica - davanti al Tribunale uno del gruppo AMMAZZA CHE PIAZZA è stato denunciato per manifestazione non autorizzata. Non capiamo bene quale sia la nostra colpa. Sappiamo però che abbiamo intenzione di continuare a pulire Taranto, a curarla, difenderla. A partire da quei quartieri di periferia lontani dalle luci del centro che nessuno cura e difende”.» «Ora denunciateci tutti». Scatena la reazione di diverse decine di cittadini nonchè di un folto gruppo di movimenti ed associazioni il fatto che sia stato denunciato uno dei giovani che insieme a tanti altri, davanti al Tribunale dove era in corso la prima udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, ha issato uno striscione che metteva in evidenza come sul processo per il delitto di Avetrana si fosse accesa in modo potente l’attenzione dei media, mentre sull’inquinamento che da anni colpisce la città non si registra analoga attenzione. «Quando un gruppo di giovani decidono di valorizzare la propria città e, senza far uso di bandiere o colori politici, si adoperano per migliorarla, ripulendo ed abbellendo le pubbliche piazze, vengono lodati dall'opinione pubblica ed apprezzati dalle autorità. Ma se un giorno - si legge nel documento di protesta - decidono di manifestare pacificamente usando uno striscione per portare alla luce una questione macroscopicamente ingiusta e dolorosa ecco che vengono denunciati. La motivazione? I coraggiosi ragazzi hanno inscenato una pacifica dimostrazione, durata pochi minuti, dinanzi al Tribunale dove da tempo si celebra il processo per la morte della povera Sarah Scazzi, divenuto fenomeno mediatico che suscita tanto scalpore per la curiosità morbosa del pubblico e la folta audience. Intervenuti a frotte, i media si sono trovati di fronte un gruppo di giovani e uno striscione con queste parole: “Su Sarah avete speculato ma del nostro inquinamento non avete mai parlato”». «Poche riprese rapide - si legge nel documento - ed il silenzio è calato nuovamente ma la protesta non è passata inosservata. No, perché uno di questi giovani è stato denunciato, quasi fosse un attentatore alla quiete pubblica». Ma, si chiedono i firmatati dell’esposto, «è giusto che portatori di verità vengano denunciati come comuni malfattori? O sono solo detentori di una realtà che viene tenuta forzosamente nascosta sotto il tappeto? I risultati dell'inquinamento a Taranto devono rimanere un segreto di cui sono a conoscenza ben pochi: i cittadini di Taranto, i miticoltori, gli allevatori, i malati ed i tanti morti di tumore». «Esprimiamo piena solidarietà ai giovani - prosegue il documento - che, con vero spirito di sacrificio, si fanno portatori di una verità dolorosa, del senso di disagio e di lutto che la cittadinanza sopporta da decenni, nel silenzio delle autorità, della Regione e della Nazione, avvezze ad usare ben altro trattamento di acquiescenza verso i responsabili dell' inquinamento». Tra i gruppi che aderiscono ci sono: 1000 per Taranto, Altamarea Taranto, Ascolto Aiuto, circolo Arci Pepper, Creativa Mente, Federazione provinciale Verdi, gruppo Mcs Puglia, Joe Black Production, Taranto lider, Taranto Pulita, Vivi Taranto e Wwf Taranto. Da una grana all’altra. Da “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” si viene a sapere che proprio nei giorni in cui è iniziato il processo per la morte di Sarah Scazzi, Michele Misseri, Cosima Serrano e le due figlie Sabrina e Valentina, sono coinvolti in una indagine della Guardia di Finanza di Francavilla Fontana che ha denunciato un imprenditore agricolo ultrasettantenne. Anche i quattro componenti della famiglia di Avetrana sono, infatti, tra i 67 lavoratori irregolari assunti dall’uomo. Braccianti agricoli che in realtà non avrebbero mai messo piede nei campi dichiarati dal 70enne e per questo sono stati segnalati all’Inps, affinché si accerti la loro responsabilità nella truffa orchestrata dall’imprenditore accusato di aver sottratto 400mila euro al fisco e ben tre milioni e mezzo all’Inps. L’indagine avviata delle Fiamme gialle di Francavilla, dirette dal comandante Antonio Triggiani, non si ferma: bisognerà capire se i braccianti non hanno mai lavorato per l’imprenditore o se l’abbiano fatto, ma in terreni diversi da quelli presi in affitto e regolarmente dichiarati. Nel primo caso, la famiglia Misseri e gli altri braccianti, potrebbero persino essere accusati di aver partecipato in modo attivo alla truffa. Ma cosa accadeva nei campi di Erchie? Nulla di quanto era ufficialmente messo nero su bianco. L’imprenditore, da un lato gestiva una attività agricola su alcuni campi, senza però dichiarare nulla al fisco; dall’altro c’erano terreni dichiarati su cui nessun bracciante aveva mai messo piede. Questo sarebbe accaduto nel caso di Michele Misseri, Cosima Serrano e delle due figlie Sabrina e Valentina. Sulla carta l’imprenditore aveva preso in fitto degli ettari da coltivare, ma quando i finanzieri hanno chiesto spiegazioni ai proprietari, loro sono rimasti di stucco, affermando che su quegli appezzamenti, nelle campagne di Erchie, non c’era nessuna attività agricola tantomeno svolta sotto la gestione di terzi. L’assunzione di 67 braccianti è risultata dunque fittizia. Dato che, secondo la legge, se un bracciante lavora almeno 150 giorni all’anno, alla fine di questo periodo può richiedere l’indennità di disoccupazione, l’assunzione permetteva ai 67 operai di poter intascare il denaro. Per avere questo vantaggio i braccianti pagavano di tasca propria i contributi previdenziali, versando il denaro al titolare dell’azienda che avrebbe dovuto poi passarli all’Inps. Così non è stato e l’imprenditore ha accumulato con l’ente previdenziale un debito di circa tre milioni e mezzo di euro. Per questo risponde di occultamento di scritture contabili, falsità materiale e truffa i danni dello Stato. L’operazione è partita nel febbraio del 2010, ma i fatti contestati risalgono a un periodo di tempo che va dal 2007 al 2009, prima che la famiglia Misseri fosse travolta dalla vicenda che ha sconvolto l’Italia intera, l’omicidio della piccola Sarah. Quando gli ispettori hanno iniziato a indagare e sono comparsi quei nomi oggi così familiari, tra i 67 braccianti assunti irregolarmente dall’imprenditore, si trattava solo di quattro persone di Avetrana, un paesino in provincia di Taranto, distante appena dodici chilometri da Erchie. Nulla più. Ma già quando i finanzieri hanno fatto la prima visita all’imprenditore, esattamente nel 2011, a quei nomi erano associati volti, voci e molto di più. In quell’occasione le Fiamme gialle hanno chiesto la documentazione contabile e si sono resi subito conto della mancata dichiarazione di buona parte dell’attività. La sorpresa più grande, però, è stata quella legata all’enorme debito contratto nei confronti dell’Istituto di previdenza. Da quanto è emerso nel corso degli accertamenti dei militari durati circa un anno, l’uomo non ha dichiarato redditi superiori ai 300mila euro, evadendo anche l’Iva per un importo di circa 70mila euro. Anomalia dopo anomalia, i finanzieri sono riusciti a ricostruire l’intera truffa. La posizione dei Misseri, anche loro “ingaggiati” in modo fittizio, è tutta da chiarire. Intanto ci mancava anche questa. Della serie prima si adotta la tesi di accusa e poi si trovano le prove, finanche dopo la cessazione delle indagini preliminari. Una foto di Sarah Scazzi in pigiama che era stata cancellata dal telefonino di Ivano Russo: è il contenuto di una prima integrazione probatoria che la Procura della Repubblica di Taranto ha depositato in segreteria. La foto è stata scattata nel maggio 2010, cioè tre mesi prima del delitto. Sembrerebbe che a farla sia stata la stessa Sarah, ritraendo sè stessa nello specchio: poi avrebbe inviato la foto sempre via cellulare all'amico Ivano. Invece pare che è nella stanza-laboratorio di casa Misseri ad Avetrana che la sera del 7 maggio 2010 Sarah Scazzi si fece fotografare in pigiama da Ivano Russo. A svelarlo è l’orsacchiotto di peluche appeso ad un pomello dell’armadio bianco che appare alle spalle della quindicenne uccisa proprio in quella casa il 26 agosto dello stesso anno. Il particolare è emerso confrontando una delle foto inserite nel fascicolo processuale che ritrae la piccola stanza da letto dove Sabrina esercitava la sua attività di estetista. Il reperto fotografico fa parte della documentazione relativa ad uno dei sopralluoghi dei Ris in via Grazia Deledda. E’ lì che si nota il pupazzo appeso allo stesso punto dell’armadio ritratto sullo sfondo della foto ritrovata sul telefonino di Ivano. E’ da presumere quindi che la sera di inizio maggio in cui fu fatta la foto Sarah restò a dormire a casa della cugina e che Ivano passò qualche tempo con loro. Il perito che l’ha estratta dalla memoria ha accertato che lo scatto è stato fatto dalla stessa fotocamera del cellulare del ventisettenne e non è stato scaricato da altri terminali. L'immagine secondo la procura potrebbe costituire un ulteriore elemento capace di dimostrare il livello di confidenza e complicità che si era instaurato tra la quindicenne di Avetrana e l'amico Ivano Russo, rapporto del quale Sabrina sarebbe stata particolarmente gelosa al punto da spingerla ad uccidere la cuginetta. Questa foto proviene da una ulteriore perizia affidata dalla Procura per rintracciare materiale cancellato dalle memorie di telefonini. Già nel corso dell’inchiesta i carabinieri del Racis avevano rintracciato, con una perizia similare, 4.500 sms che Sabrina e Ivano si erano scambiati nei primi sei mesi del 2010. La foto (e forse altro materiale) sarebbe stato recuperato questa volta utilizzando un nuovo sofisticato software di produzione israeliana. E proprio Ivano Russo è chiamato a testimoniare il 17 gennaio 2012, alla seconda udienza del processo.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif17 gennaio 2ª udienza

17 gennaio 2012. Seconda udienza del processo. Parla Stefania De Luca e Angela Cimino. Le due imputate principali, Sabrina con sua madre Cosima Serrano, hanno potuto questa volta abbandonare la cella di isolamento occupando le sedie in seconda fila dietro ai rispettivi avvocati. Alle loro spalle, ad un sospiro di distanza, c’era papà Misseri che per tutto il tempo è rimasto seduto penetrando con lo sguardo le due donne che lo ignoravano. Assente tutti i componenti della famiglia Scazzi. Presente anche un folto pubblico, oltre a decine di giornalisti e cameramen. Le due imputate, Sabrina e Cosima Serrano, hanno seguito il dibattimento accanto ai loro difensori e non rinchiuse in gabbia come era avvenuto nel corso della prima udienza una settimana prima. Lo ha disposto il presidente della Corte, Rosa Trunfio, accogliendo la richiesta avanzata dagli avvocati delle due donne. Ivano è accompagnato dalla sua fidanzata, Virginia Coppola, ed è stato subito 'bombardato' da fotografi e cameramen. La Corte di assise ha accolto la richiesta dei difensori delle due donne di acquisire al fascicolo dibattimentale alcune lettere scritte da Michele Misseri a moglie e figlia e nelle quali l'agricoltore si assumerebbe tutta la responsabilità per l'omicidio. Respinta invece la richiesta della Procura di sospendere i termini di custodia cautelare nei confronti delle imputate (che scadranno il 21 maggio 2013), come quella della difesa di Cosimo Cosma, nipote di Misseri, di riesumare il cadavere, perché, scrive il giudice, "il tempo trascorso dalla data dell'autopsia potrebbe aver accentuato i normali processi degenerativi dei tessuti organici". Tra i testimoni citati: Ivano Russo, Stefania De Luca e Angela Cimino, la prima a parlare è stata De Luca. La donna ha confermato punto per punto l’episodio del litigio tra le due cugine di cui fu testimone la sera del 25 agosto 2010. «Ero seduta ai tavoli fuori la birreria 102 – ha detto – quando arrivò Sabrina che appena mi vide disse che con Ivano era tutto finito perché lui ormai parlava solo con Sarah. Nel dire questo – ha raccontato la testimone -, Sabrina che conoscevo bene perché era la mia estetista, si rivolse con un gesto di scherno in direzione di Sarah che l’apostrofò con parole dure: quella si vende per due coccole, lo sa anche sua madre. Dopo queste parole a Sarah gli scappò una lacrima». Alcuni giorni dopo De Luca incontrò nuovamente Sabrina con la quale commentò la scomparsa della quindicenne e l’episodio della lite in birreria. «In quell’occasione mi confermò che avevano litigato allora io le consigliai di dirlo ai carabinieri cosa che lei si rifiutò ritenendo il particolare non importante. Piuttosto – ha detto ancora la testimone – mi parlò dei suoi sospetti che aveva nei confronti degli amici di San Pancrazio del padre di Sarah e della badante rumena di casa Scazzi». Interrogata a lungo, la teste ha descritto il rapporto che legava Ivano con Sabrina. «Il suo interesse per quel ragazzo cresceva di giorno in giorno perché ne parlava sempre anche durante le sedute estetiche a cui mi sottoponevo. In un’occasione – ha ricordato Stefania De Luca – Sabrina che era molto presa da quel ragazzo, mi confidò il timore di non piacere più a lui per via del suo sovrappeso». Alla domanda diretta di uno degli avvocati di Sabrina poi, la donna ha poi detto di non aver mai sentito parlare l’estetista di gelosia nei confronti di Sarah né di nessun’altra donna. Si chiama Stefania De Luca la prima testimone. Ed è la donna del movente: ha raccontato di quel litigio la sera prima dell’assassinio tra Sarah e sua cugina Sabrina. E dell’ossessione che la ragazza avrebbe avuto per Ivano Russo. "Sabrina mi disse che era profondamente interessata a questo ragazzo. Si vedevano con una certa frequenza e sperava che si potesse creare qualcosa. Me ne parlava spesso. I due si sentivano molto spesso, via telefono o via messaggio, lo so perché frequentavo almeno due volte a settimana il centro di Sabrina. Io pensavo che ci potesse essere anche da parte del ragazzo qualcosa. Uscivano quasi tutte le sere insieme: quando non si vedevano, andava a controllare dove fosse. Faceva appostamenti". Eccola, l’ossessione. Ed eccolo il movente secondo la Procura: "Il giorno prima dell’omicidio, tra le 11 e mezzanotte arrivarono in birreria Sabrina, Sarah e Mariangela Spagnoletti. Sabrina mi disse: "Sai, questa volta è proprio finita". Io provai a tranquillizzarla. C’era Sarah. Aveva una faccia particolare, gli occhi lucidi. Le chiesi cosa avesse, lei si strinse nelle spalle. Entrarono. Sabrina mi disse: "Sai io e Ivano non ci stiamo parlando più. Adesso ci parla solo Sarah. Lo sai com’è la Sarah, per due coccole si vende". Io le dissi di stare attenta a dire quelle frasi, poteva essere fraintesa. "No, no si vende, si vende, la dice anche sua madre". Sarah ha chinato la testa ed è diventata tutta rossa. Le scese una lacrima sul viso, però non pianse. Rimase però tutto il tempo in silenzio, a testa china”. Mentre la De Luca parla, Sabrina scuote la testa. Si agita, parla con il suo legale che spesso si oppone alle domande del pm. "Qualche giorno dopo la scomparsa di Sarah – riprende la De Luca – ho incontrato Sabrina. Le ho detto, ma non è che è andata da Claudio? Quel giorno, prima della scomparsa, mi ha detto che era giù perché il fratello era andato via. Sabrina mi ha risposto, che dici? Non era giù per quello ma perché avevamo litigato in auto". E' stato dato l'incarico al perito per la trascrizione integrale di tutte le intercettazioni telefoniche e ambientali. Sabrina ha sempre detto agli inquirenti che con Ivano non si sarebbe andati mai oltre l'amicizia. Ma il contenuto quanto meno delle migliaia di sms che i due giovani si sono scambiati nei primi sei mesi del 2010, agli atti del processo, sembrano indicare, soprattutto da parte di Sabrina, molto più che un'amicizia. Sabrina e Sarah litigarono il giorno prima del delitto. Sarah la sera del 25 agosto andò con sua cugina Sabrina e altri amici in una birreria. «Ero seduta ad un tavolo vicino la porta di ingresso del locale. Dopo poco ricordo - ha detto la De Luca - che a bordo dell’auto di Mariangela Spagnoletti sono arrivate la stessa Mariangela, Sabrina Misseri e Sarah Scazzi. Sono entrate nel locale, ci siamo salutate e subito Sabrina ha detto: “Questa volta è davvero finita”, riferendosi al rapporto che aveva con Ivano Russo. In particolare già da tempo Sabrina mi aveva parlato più volte del suo interesse nei confronti di Ivano, della sua infatuazione per lo stesso. La stessa mi diceva in diverse occasioni che i comportamenti di Ivano la lasciavano ben sperare. Evidentemente durante la giornata del 25 agosto era accaduto qualcosa per cui aveva deciso di troncare questa situazione con Ivano. Dopo questo primo approccio, Sabrina e Mariangela sono entrate - ha proseguito la testimone, con una deposizione nitida, precisa, ben argomentata, lunga quasi due ore - nel locale per prendere una bevanda mentre Sarah è rimasta vicina a me. Ho notato quindi che Sarah era molto turbata ed aveva gli occhi lucidi, tanto che le ho chiesto che cosa era accaduto. Sarah non rispose, stringendo le spalle e chinando la testa, all’osservazione se il suo umore fosse legato alla partenza del fratello Claudio, rispose affermativamente, aggiungendo che il fratello non sarebbe tornato presto ad Avetrana». De Luca ha confermato che Sabrina le disse di aver litigato con Ivano, aggiungendo ironicamente che ora lui parlava solo con Sarah. “Quella si vende, si vende per due coccole, lo dice pure sua madre”, avrebbe ripetuto per due volte Sabrina riferendosi a Sarah. “In quel momento Sarah è letteralmente sbiancata ed ha chinato la testa quasi piangendo, anzi ho notato che ha iniziato a piangere - ha raccontato la testimone - dopo l’incontro del 25 agosto, ho rivisto, sempre nella stessa birreria, Sabrina. Ho iniziato il discorso della scomparsa di Sarah ed ho chiesto se c’erano novità. Ricordo di aver detto a Sabrina: “Vuoi vedere che ha preso il treno e se n’è andata da Claudio perché la sera del 25 era molto giù per la partenza del fratello?”. Sabrina mi rispose, dicendo: “No, che stai dicendo, mica stava così per quello, era perché in macchina aveva litigato”». La De Luca chiese quindi a Sabrina se l’episodio della sera precedente alla scomparsa era stato riferito agli inquirenti e quando si sentì dire da Sabrina che non era stato detto ai carabinieri perché ritenuto poco importante, decise di farlo lei. Fu d’altronde proprio la sua testimonianza che dopo giorni e giorni di ricerche infruttuose di piste create ad arte (la banda di rumeni, quelli di San Pancrazio, eccetera eccetera) dai diretti protagonisti, a mettere gli inquirenti sulla strada giusta, a stringere la tenaglia sulla famiglia Misseri. Difatti zio Michele la notte tra il 7 e l’8 ottobre crollò in un drammatico interrogatorio, indicando il posto dove Sarah era stata sepolta. In aula, anche, la testimonianza - piena di molti insomma e alcuni non ricordo tanto da portare le parti ad acquisire i verbali dei suoi precedenti interrogatori - di Angela Cimino, una studentessa universitaria di Avetrana che frequentava il gruppo di Sarah, Sabrina e Ivano, che invece ha detto di non aver mai visto litigare Sabrina con Sarah, e che anzi Sabrina era molto protettiva nei confronti della cugina, atteggiamento che peraltro aveva anche Ivano. Poco per anticipare giudizi sugli imputati, abbastanza per far entrare il processo nel vivo. La ragazza, interrogata dai due pubblici ministeri, Pietro Argentino e Mariano Buccoliero, ha spiegato il suo ruolo nella vicenda. «Sono amica sia di Sabrina che di Ivano con il quale mi incontravo anche separatamente e da soli». L’accusa ha puntato molto su questo rapporto a due sperando di cogliere reazioni di gelosia da parte di Sabrina. Cimino è stata molto distaccata ed elusiva e solo in un’occasione ha prospettato tale stato d’animo dell’amica. «Una notte d’estate – ha ricordato –, siamo stati quasi tutta la notte in spiaggia io, Ivano ed altri amici tranne Sabrina e quando tornai a casa intorno alle 4,30 vidi che lei mi aveva mandato una decina di messaggi sul telefonino in cui mi chiedeva conto di ogni spostamento. Io reputai il comportamento non normale e glielo dissi ad Ivano il quale mi promise che ne avrebbe parlato con Sabrina».

ORE 11:00 - IVANO ARRIVATO IN TRIBUNALE CON LA FIDANZATA

E' arrivato in Tribunale insieme alla sua fidanzata, Virginia Coppola, ed è stato subito bombardato da fotografi e cameramen: Ivano Russo, l’amico comune di Sarah Scazzi e Sabrina Misseri del quale le due donne si sarebbero invaghite, è entrato nell’aula della Corte di assise come un piccolo divo. Ora il giovane è in una sala adiacente all’aula Alessandrini, in attesa di essere ascoltato come testimone. La fidanzata è seduta tra il pubblico.

ORE 12:21 - PM: SOSPENDETE TERMINI DI CUSTODIA PER COSIMA E SABRINA

Nel processo per il delitto Scazzi, ripreso poco fa dinanzi alla Corte di assise di Taranto, il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, ha chiesto la sospensione dei termini di custodia cautelare nei confronti delle uniche detenute, Cosima Serrano e la figlia Sabrina Misseri, accusate dell’omicidio. Parere contrario da parte del collegio difensivo. La corte è tornata a riunirsi in camera di consiglio per decidere sulla richiesta della Procura.

ORE 12:30 - LA CORTE: NON SI RIESUMA IL CORPO DI SARAH

Con un’ordinanza, letta al rientro in aula prima di tornare in camera di consiglio, la Corte di assise ha deciso di acquisire al fascicolo dibattimentale, come richiesto dalla Procura, una documentazione di attività integrativa depositata dalla procura stessa, tra cui una foto di Sarah in pigiama scattata dal telefonino di Ivano Russo il 7 maggio 2010. Rigettate dalla Corte alcune richieste del collegio difensivo sull'acquisizione di video e di dichiarazioni di Michele Misseri. No anche alla richiesta di trascrizione integrale di tutte le intercettazioni avanzate dalla difesa di Sabrina; sì invece alla trascrizione di intercettazioni indicate dalle parti. Per questo compito la Corte ha indicato come perito Giovanni Leo. Rigettata la richiesta di riesumazione del cadavere di Sarah e di nuova autopsia avanzata nella scorsa udienza dall’avv.Raffaele Missere, difensore di Cosimo Cosma, accusato di concorso in soppressione di cadavere. Per la Corte il tempo intercorso dal momento della prima autopsia (ottobre 2010) ha certamente fatto decomporre ancor di più i resti della quindicenne. La Corte di assise ha accolto la richiesta dei difensori di Cosima Serrano e Sabrina Misseri di acquisire al fascicolo dibattimentale alcune lettere scritte da Michele Misseri a moglie e figlia e nelle quali l’agricoltore si assumerebbe tutta la responsabilità per l’omicidio. La decisione è contenuta nell’ordinanza che la Corte ha emesso questa mattina inerente alle richieste di ammissione delle prove.

ORE 15:30 - NIENTE SOSPENSIONE PER TERMINI CUSTODIA CAUTELARE

La Corte di assise di Taranto la respinto la richiesta della Procura di sospendere i termini di custodia cautelare nei confronti di Cosima Serrano e Sabrina Misseri, accusate dell’omicidio di Sarah Scazzi. I termini scadono il 21 maggio 2013.

ORE 17:40 - L'AMICA: MAI VISTA SABRINA LITIGARE CON LA CUGINA

Mai visto litigare Sabrina con Sarah, lei era anche molto protettiva perchè Sarah era più' piccola. Probabilmente anche Ivano aveva un atteggiamento simile». Lo ha detto un’amica di Sabrina Misseri, Angela Cimino, testimoniando al processo per l’uccisione di Sarah Scazzi. Cimino, studentessa universitaria a Chieti, ha fatto riferimento ai pochi giorni – una quindicina – trascorsi ad Avetrana nell’estate del 2010. La testimone ha confermato l’episodio, riferito agli inquirenti il 30 novembre 2010, di una sera di fine agosto in cui Ivano la stava accompagnando a casa insieme con Sarah. A Cimino arrivò un sms di Sabrina nel quale era scritto: «Fammi sapere chi accompagna prima a casa». Per la procura la circostanza confermerebbe la gelosia provata da Sabrina per tutto ciò che riguardava Ivano.

ORE 18:00 - SLITTA L'AUDIZIONE DI IVANO RUSSO

A causa del protrarsi dell’audizione di altri due testimoni, è slittata a martedì 31 gennaio – data della prossima udienza – l'audizione di Ivano Russo nel processo in Corte d’Assise per l’omicidio di Sarah Scazzi. L’udienza si è conclusa poco fa. Per il 31 gennaio sono stati citati a deporre come testimoni anche i genitori di Sarah, Concetta Serrano e Giacomo Scazzi, e Pamela Nigro, Anna Lucia Dell’Atti e Salvatore Erroi.

31 gennaio 3ª udienza

31 gennaio. La terza udienza. Parla Ivano Russo, Giacomo Scazzi, Pamela Nigro, Anna Lucia Dell’Atti e Salvatore Erroi. Qualche giorno prima su "Il Corriere del Mezzogiorno" il ben informato Nazareno Dinoi, quello che ha pubblicato le criticate foto riferite al ritrovamento del cadavere di Sarah, pubblica "I ricordi di Sabrina nel suo diario". Su un foglio la descrizione delle ultime ore trascorse con la cugina 15enne prima della sua scomparsa. Così il 21 settembre 2010 Sabrina Misseri descriveva sinteticamente su un foglio le ultime ore trascorse con la cugina Sarah Scazzi prima della sua scomparsa. Il racconto glielo commissionarono i consulenti legali della famiglia Scazzi, gli avvocati Nicodemo Gentile e Valter Biscotti. I due penalisti avevano appena ricevuto l’incarico dalla mamma della ragazza scomparsa, Concetta Serrano Spagnolo, e volevano capire qualcosa su quanto era accaduto. Così Sabrina prende la penna e scrive su una paginetta di computisteria a quadretti. Lo stile è quello del diario: poche frasi con orari precisi degli spostamenti suoi e della cugina. E’ tutto scritto in corsivo tranne una frase in stampatello, tra parentesi e in bella evidenza: «LA BADANTE DICE CHE SARAH ESCE VERSO LE 14,25 – 14,30». Nessuno all’epoca metteva in dubbio l’orario in cui la quindicenne sarebbe uscita da casa. Eppure Sabrina volle specificare proprio quel particolare che in seguito (ma questo si coprirà abbondantemente dopo), sarà il punto cardine dell’accusa nei suoi confronti.

Ecco la trascrizione del diario di Sabrina delle sue ultime ore con Sarah.

“Mercoledì 25 agosto «Circa alle 20,30 – 21,00, Sarah viene a casa mia. Dopo un po' viene anche la mia amica Mariangela e decidiamo di fare un giro in macchina sulla litoranea di Torre Colimena e Specchiarica senza fermarci. Ritornati ad Avetrana verso le 22,20 andiamo al Pub di via Roma e ci restiamo per circa 20-30 min. Dopo Mariangela ci lascia a casa ma subito dopo io e Sarah andiamo alla piazzetta Unicef. Non essendoci nessuno (visto che il bar era anche chiuso), dopo circa 10 min ho riaccompagnato Sarah a casa sua».

Giovedì 26 agosto «Circa verso le 9,00, Sarah viene a casa mia senza avermi avvisata visto che non aveva credito sul cellulare. Alle 9,30 circa Sarah si offre di andare a Euro Casa per comprarmi una crema. Prima delle 10,00 Sarah torna a casa mia e ci resta sino alle 12 – 12,30 accordandoci che le avrei inviato un Sms per avvisare a che ora saremmo andati al mare visto che l’orario era incerto. Verso le 14,10 Mariangela mi invia un Sms per dirmi che sarebbe venuta verso le 14,30 per andare al mare. Immediatamente avviso Sarah. Non avendo risposta, dopo qualche minuto le ho inviato un altro Sms per sapere se aveva letto l’Sms precedenteDopo qualche minuto ho ricevuto uno squillo per conferma».

«LA BADANTE DICE CHE SARAH ESCE VERSO LE 14,25 – 14,30» «Verso le 14,35 arriva a casa mia Mariangela ma Sarah non era ancora arrivata. Questo mi ha fatto preoccupare perché di solito Sarah arriva in anticipo. Ho chiesto a Mariangela se durante il tragitto ha notato Sarah, visto che alcune volte l’ha incontrata, facendo lo stesso percorso. Avendo una risposta negativa ho cominciato a chiamarla (nel frattempo salivo in macchina) ma dopo qualche squillo è scattata la segreteria telefonica. Ho riprovato a chiamare subito dopo ma il cell. risultava spento. Siamo andate da mia zia per sapere se Sarah era pronta ma mio zio Giacomo ci ha detto che Sarah era già uscita per venire a casa mia. Così siamo ritornate di nuovo a casa mia per vedere se Sarah era arrivata, ma abbiamo visto che non era così. Siamo andate nuovamente da mia zia per dare l’allarme».

A Lecce il 28 gennaio il procuratore generale presso la Corte d'appello di Lecce, Giuseppe Vignola intervenendo in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario ha fatto riferimento al caso Sarah Scazzi parlando di "bulimia di gossip televisivo" che va ben oltre il diritto all'informazione. « E' anche ammissibile soddisfare la curiosità dei giornalisti e dei giallisti da diporto - ha detto Vignola - ma esistono regole da rispettare di genere etico, proprie dell'apparato giudiziario. E soprattutto esistono delle vittime da rispettare, oltre ai colpevoli che fino a conclusione dei dibattimenti rimangono comunque presunti tali. La Giustizia è una cosa troppo seria per essere affidata a corti improvvisate formate negli studi televisivi. Così si finisce solo per fare violenza mediatica che fa solo risaltare la brutalità del mondo il cui viviamo. La violenza dei media consiste, non tanto nel rispecchiare la brutalità del mondo, quanto nell'abituarci a convivere con essa».

Alle 9 e 43 in aula per la terza udienza del processo per la morte della 15enne di Avetrana è arrivato Ivano inseguito dalle telecamere. Nella saletta dei testimoni ci sono anche i genitori di Sarah che ricostruiranno le ultime ore di vita della figlia e i tre testimoni minori. Il programma televisivo Porta a Porta ha chiesto l'autorizzazione per poter riprendere le varie fasi del processo: la difesa di Sabrina si è opposta. La Corte ha autorizzato solo i disegni, ma solo dei personaggi che daranno l'autorizzazione e comunque non di Sabrina e la madre. Si tolga quella mano davanti alla bocca quando parla!». Ivano Russo non è abituato ad essere trattato così. Da una donna, poi. Ma questa volta il cosiddetto Alain Delon di Avetrana non ha scelta. Quella signora in toga nera, che la legge italiana pone nelle sue mani la vita o la morte di inermi cittadini e che lo sovrasta e lo sgrida come un bimbo delle elementari è Cesarina Trunfio, presiede la Corte d’Assise di Taranto. Ivano obbedisce. Abbassa la mano e alza la voce. Per sei ore risponde alle domande di pubblici ministeri e avvocati. È nel mirino di tutti. Qualsiasi cosa dica può avere un effetto devastante. Accusa e difesa se lo contendono e prima che parli rimangono tutti col fiato sospeso. Lui sembra saperlo. A turno accontenta una o delude l’altra.  Il processo, dalla prima udienza, ruota intorno a lui. Se Sabrina Misseri ha ucciso la cuginetta Sarah, dicono i magistrati, lo ha fatto per gelosia. E l’oggetto dei desideri era lui, il «Dio Ivano». «Niente di che», commentano alcune ragazze accorse in aula per osservarlo da vicino. Il giudizio è peggiore quando si guardano le foto di Ivano a torso nudo e la pancetta. Eppure, di questo “nientediche”, l’inchiesta giudiziaria e la barbarie mediatica han fatto il centro di una vasta galassia femminile: un harem per Ivano. Un sistema di giovani donne avetranesi che nell’estate 2010 ruotavano tutte attorno a lui. I ragazzi e le ragazze  entrate nell’inchiesta?“Nientediche”. Nessuno dice che ad Avetrana c’è ben altro. Sia come ragazzi, sia come ragazze. A livello di immagine ed a livello di levatura sociale e culturale superiore. Ma questo meglio no farlo sapere in giro. Sia mai che si possa far apparire Avetrana come un paese normale conosciuto anche per altri personaggi:  Antonio Giangrande, noto scrittore; Mirko Giangrande, l’avvocato più giovane d’Italia con due lauree; Leonardo Laserra Ingrosso, Tenente colonnello direttore della banda musicale della Guardia di Finanza; lo stesso Vito Mancini, concorrente del contemporaneo poco edificante, ma sempre seguitissimo “Grande Fratello 12” su Canale 5. Nella galassia femminile artefatta, sull’orbita più stretta c’era Sabrina. Poi tutte le altre. Mariangela Spagnoletta l’amica. Angela Cimmino, fidanzata dell’amico. Distante, ma sempre più presente, la piccola Sarah, quindicenne ancora acerba, ma sensibile all’affetto e alle attenzioni che quel ragazzo molto più grande le dimostrava. Ma Ivano, come i veri playboy, è riservato. Non ama la pubblicità. Non espone i propri sentimenti e nemmeno quelli altrui. A sentire lui, sembra che tutto sia avvenuto a sua insaputa. In aula, sotto lo sguardo severo della presidente Trunfio, ridimensiona ogni cosa. Cuori infranti? «Non me ne ero accorto». I téte-a-téte notturni con la Cimmino? «Tutelavo la fidanzata di un amico». Le attenzioni di Sarah? «Per me era una sorellina minore». Le scenate di gelosia? «Mai successo». Franco Coppi, difensore di Sabrina, gongola. Il controesame di Ivano è stato martellante e in certi passaggi ha aperto le prime crepe nel movente della gelosia. Ma quanto valgono certe dichiarazioni? All’apice della riservatezza, al confine con la reticenza, Ivano è il testimone che non si è nemmeno accorto di aver avuto una congiunzione carnale con Sabrina. È Mariano Buccoliero, il Pm, che deve guidarlo a recuperare la memoria. Gli fornisce alcuni elementi: l’auto, un luogo appartato, lui e lei nudi. E via ricostruendo. Finché Ivano non ritrova il filo del discorso. E spiega che quel rapporto era stato interrotto e per lui non poteva considerarsi avvenuto. Mormorio in aula. «Ma questo ci fa o ci è?», commenta un poliziotto. Per chi valuta con benevolenza è pudore. «La sua vita è finita sotto i riflettori», dicono gli amici, «la sua privacy è stata fatta a pezzi». Secondo altri, non è così. Il suo comportamento in aula è in linea con quello tenuto durante le indagini: «Si ricorda dei fatti quando glieli metti sotto il naso», commentano fonti vicine alla Procura, come può darsi che effettivamente abbia la memoria corta. «E più lo interroghi e più il mistero si infittisce». Per ora il grande conquistatore di Avetrana esce di scena. Presto però potrebbe rientrare. I periti informatici continuano a scavare nel suo telefonino. Seguono le tracce elettroniche di fotografie e messaggi che sono stati cancellati e forse potrebbero essere ricostruiti, per essere mostrati a Ivano e aiutarlo a ricordare. Come i due sms che Sabrina gli aveva inviato il 26 agosto 2010, giorno della scomparsa di Sarah. «Li ho cancellati per liberare la memoria del cellulare», ha detto in aula. Proprio quei due. Parola di Ivano. Era molto attesa la deposizione di Ivano Russo, teste sia della pubblica accusa che della difesa, ma in realtà non ha aggiunto molto a quanto già si sapeva tramite i verbali degli interrogatori a cui il giovane conteso dalle due cugine era stato sottoposto durante le indagini preliminari. Anzi, a ripercorrere le oltre sei ore di esame e controesame, si ha netta l’impressione che Ivano non abbia offerto elementi tali da supportare il movente dell’omicidio, giacché ha sì ammesso degli interessi che Sabrina nutriva nei suoi confronti, tanto da arrivare ad allontanarla, ma ha anche aggiunto che Sarah era per lui una sorella minore e che nessuno, né tantomeno la 15enne, le hanno mai detto che nutriva qualche sentimento per lui, per la legittima soddisfazione del prof. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri, che sul punto gli ha chiesto lumi. Secondo la Procura, Sabrina Misseri, in concorso con sua madre Cosima, ha ucciso Sarah - anche - per gelosia verso Ivano, gelosia che però Ivano non ha confermato, sostenendo di non aver mai visto le due cugine litigare per colpa sua e che i richiami fatti da Sabrina a Sarah quando quest’ultima si lasciava andare verso di lui a slanci di affetto in pubblico, erano fatti solo per evitare che la gente di Avetrana sparlasse. Nell’esame fatto dal sostituto procuratore Mariano Buccoliero e dall’aggiunto Pietro Argentino, Ivano ha ricostruito il suo rapporto con le cugine, non mostrando mai incertezze o esitazioni. Il 29enne non ha barcollato nemmeno quando il pm Buccoliero gli ha mostrato 13 foto scaricate dal cellulare di Sabrina, foto scattate nella stanza di casa Misseri che Sabrina usava come centro estetico. Ivano è ritratto mezzo nudo, in pose oggettivamente ambigue mentre si fa sottoporre a trattamenti estetici. Ma lui candidamente ha ammesso che quasi tutte quelle foto le aveva scattate addirittura la stessa Sarah. Ambiguità che emerge anche da un sms recuperato dal consulente della Procura («che è bona però le piace il sesso femminile te la volevo far... Russo Ivano») che però Ivano non ha saputo ricordare a chi lo aveva inviato, né cosa significasse. Non ha dubbi, invece, Ivano nel ribadire le accuse all’avvocato Vito Russo, ex legale di Sabrina Misseri. Alla corte dice aver subito per ben tre volte pressioni dall’avvocato tarantino - sotto processo per intralcio alla giustizia e favoreggiamento personale - per rendere dichiarazioni favorevoli a Sabrina e in un caso addirittura per creare gruppi Facebook favorevoli alla giovane di casa Misseri. Dinanzi alla corte hanno deposto anche i tre commercianti (Pamela Nigro, Anna Lucia Dell’Atti e Salvatore Erroi) che la mattina del 26 agosto, giorno dell’omicidio, confermando quanto già dichiarato alla polizia giudiziaria anche se sia Erroi che la Nigro, sollecitate dall’avv. Nicola Marseglia, l’altro legale di Sabrina Misseri, hanno spiegato di aver visto Sarah normale, per niente agitata. Una deposizione, quella di Ivano Russo sentito come testimone, che ha scandagliato i rapporti tra i giovani del paese e che si è soffermata sui particolari della relazione, anche intima, tra Ivano e Sabrina, accusata dell'omicidio della 15enne insieme alla madre Cosima Serrano. Sabrina Misseri non gli ha mai detto di essere gelosa di Sarah Scazzi. Lo ha detto Ivano Russo rispondendo alle domande dell'avvocato Franco Coppi, difensore di Sabrina Misseri, nell'udienza a Taranto in Corte d'Assise per l'omicidio di Sarah Scazzi. «Dopo il ritrovamento del cellulare di Sarah da parte di Michele Misseri, Sabrina piangeva spesso - ha detto Ivano in aula - temeva che il padre durante l'interrogatorio potesse accusarsi di qualcosa che non aveva fatto pur di far finire l'interrogatorio a cui era sottoposto. Sentiva di essere sotto pressione. Sì, tra me e Sabrina c'è stato anche un rapporto sessuale, poi io ho deciso di allontanarmi perché mi sono reso conto che lei voleva qualcosa di più di una semplice amicizia - ha detto Ivano Russo nella deposizione resa a Taranto in Corte d'Assise. Sarah - ha detto Russo - mi considerava quasi come una figura paterna, il padre e il fratello erano lontani, il fratello Claudio le mancava molto. Non si confidava, ma veniva e voleva essere abbracciata. Una delle ultime volte mi abbracciò e mi disse: ti voglio bene. Io ricambiai e le dissi che le volevo bene. Successe in presenza di tutti. Sarah nel pub spesso si sedeva accanto a me e mi poggiava la testa sul braccio. Ho conosciuto Sabrina e Sarah nel dicembre 2009. Con Sabrina inizialmente ho instaurato un rapporto di amicizia, Sarah era più piccola e con lei ci voleva particolare attenzione perché la nostra comitiva era di adulti… Con Sabrina si instaurò mano a mano un rapporto confidenziale. Ad un certo punto però vidi da parte sua atteggiamenti ambigui, complimenti che andavano oltre. Le ho chiesto se per lei era ancora amicizia o qualcos’altro, e lei mi disse che era amicizia. Ma pochi giorni prima che Sarah morisse – ha affermato Ivano - ho deciso di troncare il rapporto perché non mi convinceva e mi sono allontanato anche per non farla soffrire -pur ammettendo che due mesi prima c’era stato un quasi rapporto sessuale- Una sera ci siamo appartati, lei si è spogliata, c’è stato contatto fisico ma non rapporto sessuale». Una settimana prima della scomparsa di Sarah ho troncato i rapporti con Sabrina perché mi sono reso conto che voleva qualcosa di più». In una data che l'accusa colloca intorno al 22 giugno 2010, «siamo passati dallo sfotterci all'atto pratico. Ci siamo appartati» ha detto Russo, riferendosi appunto al rapporto sessuale avuto con Sabrina. Il chiarimento tra Sabrina e Ivano ci fu tra il 20 e il 21 agosto. C'era anche Sarah a quell'incontro. «Non c'erano più le basi - ha ricostruito Ivano - per continuare il rapporto di amicizia con Sabrina. Preferii allontanarmi per non farla soffrire».

Ma il teste nega che Sabrina abbia mai manifestato la sua gelosia per colpa della cuginetta Sarah, nè ha mai pensato che la quindicenne si fosse invaghita di lui: «Nessuno mi ha mai riferito che Sarah si era invaghita di me. Sabrina con me non si è mai lamentata della presenza di Sarah e non ha mai litigato con me per causa di Sarah». Poi quella sera, il 21 giugno 2010, e quel rapporto intimo in auto. «Siamo passati dallo sfotterci a parole all'atto pratico. Una sera ci siamo appartati, lei si è spogliata, c'è stato contatto fisico ma non rapporto sessuale; non un rapporto completo. Io mi bloccai perché volevo che restasse solo amicizia, e lei si rivestì». Quanto al diario di Sarah che Sabrina non consegnò ai carabinieri dopo la scomparsa della ragazzina: «Il giorno del delitto o il giorno dopo - ha detto Ivano - Sabrina mi mandò un sms dicendo che aveva trovato un diario di Sarah in cui diceva che aveva un debole per me. Mi disse che non lo consegnava di comune accordo con la madre di Sarah perché temeva che mi indagassero. Io non risposi e poi ho cancellato questo messaggio perché mi spaventai. Forse sarebbe stato meglio consegnarlo, forse ho sbagliato e avrei dovuto dirlo. Dopo la scomparsa di Sarah, Sabrina utilizzava il cellulare della madre Cosima per chiamarmi perché aveva timore di essere intercettata. Quando il 26 agosto Sabrina mi ha mandato un messaggio dicendomi che Sarah era scomparsa - ha raccontato ancora - ho pensato che era una scusa per riavvicinarsi a me e ho lasciato stare. Poi nel pomeriggio dopo le 17 ho incontrato ad una stazione di servizio Mariangela Spagnoletti e Alessio Pisello e mi confermarono che Sarah era scomparsa. Quella sera mi vidi alla birreria '102' di Avetrana con Sabrina. Lei mi disse che nel pomeriggio doveva andare al mare con Sarah e Mariangela, che Sarah la mattina era contenta e che era sicura che l'avessero presa». Secondo la procura, proprio la gelosia per le attenzioni che il giovane cuoco regalava alla piccola Sarah avrebbe scatenato l’ira omicida di Sabrina Misseri, spingendola ad assassinare la cuginetta. La ragazza è accusata di omicidio e sequestro di persona in concorso con la madre. Le due donne hanno seguito il dibattimento al fianco dei loro legali. I pm non hanno dubbi: fu la cugina più grande ad assassinare Sarah, nella villetta di via Deledda con la complicità di mamma Mimina. La strangolò per gelosia. Ma anche perché la ragazzina aveva fatto trapelare in paese l'umiliante rifiuto opposto da Ivano alle sue esplicite avances. Il ragazzo interrogato ha parlato a lungo anche delle centinaia di sms che i due si sono scambiati e la Corte ha acquisito alcuni tabulati cancellati e recuperati da un consulente della Procura dal suo cellulare insieme a un sms 'spinto' inviato a Sabrina in cui il giovane faceva riferimento a pratiche sessuali femminili. «Non lo ricordo, e neanche a chi mi riferivo». Sono state anche acquisite anche le 14 foto mostrate dal pm Mariano Buccoliero di Sarah, Sabrina e Ivano ritrovati dai tecnici: quello di Sarah in pigiama (presumibilmente nella stanza che Sabrina usava come laboratorio di estetica), altri 13 di Ivano che nella stessa stanza si sottoponeva ad alcuni trattamenti. Dieci delle 13 foto, secondo quanto dichiarato da Ivano, sono state scattate da Sarah. L'ex legale di Sabrina Misseri, Vito Russo, ha fatto pressioni su Ivano perché dichiarasse che Mariangela Spagnoletti, un'amica di Sabrina, era invaghita di lui. Lo ha detto lo stesso Ivano Russo nella sua deposizione, confermando così l'accusa di soppressione di atti veri perché non favorevoli alla cliente Sabrina Misseri. Lo stesso avvocato Russo e la moglie, Emilia Velletri, anche lei difensore di Sabrina Misseri all'epoca, incontrarono più volte Ivano Russo nell'ambito di indagini difensive. Gli incontri avvennero anche in una casa di San Pietro in Bevagna, località costiera poco distante da Avetrana. Dopo di lui è stato ascoltato il padre di Sarah, Giacomo Scazzi, che ha ricostruito per filo e segno quanto accaduto subito dopo la scomparsa di sua figlia. «La prima volta Sabrina era insieme ad un’amica e chiese a me dove fosse Sarah, perchè non era arrivata a casa sua per andare al mare. Sabrina era agitata – ha ricordato Giacomo Scazzi – e aveva la voce che tremava e noi ci preoccupammo subito».

LA CRONACA DELLA TERZA UDIENZA

ORE 10. 15: INIZIA LA DEPOSIZIONE DI IVANO RUSSO - «Con Sarah avevo un buon rapporto. La mia impressione è che sentisse la lontananza di padre e fratello, che erano lontano per lavoro, e mi vedesse forse come figura paterna. Spesso voleva essere abbracciata, e la abbracciavo. Una delle ultime volte che mi abbracciò mi disse "Ti voglio bene e" io le dissi "Anch'io ti voglio bene". Ho conosciuto Sabrina e Sarah - ha proseguito Ivano - nel dicembre 2009. Con Sabrina inizialmente ho instaurato un rapporto di amicizia, Sarah era più piccola e con lei ci voleva particolare attenzione perché la nostra comitiva era di adulti.

ORE 11.10: IL RAPPORTO TRA SABRINA E IVANO - «Con Sabrina si instaurò mano a mano un rapporto confidenziale. Ad un certo punto però vidi da parte sua atteggiamenti ambigui, complimenti che andavano oltre. Le ho chiesto se per lei era ancora amicizia o qualcos'altro, e lei mi disse che era amicizia. Ma pochi giorni prima che Sarah morisse ho deciso di troncare il rapporto perché non mi convinceva, e mi sono allontanato anche per non farla soffrire». Tra Ivano Russo e Sabrina Misseri ci fu il 21 giugno 2010 un rapporto sessuale ma non completo. L'episodio è emerso durante la deposizione, di Ivano. A citare l'episodio è stato il pm Mariano Buccoliero, esaminando il teste e leggendo il contenuto di un sms di Sabrina a Ivano del 22 giugno 2010. «Siamo passati dallo sfotterci a parole - ha detto Ivano - all'atto pratico. Una sera ci siamo appartati, lei si è spogliata, c'è stato contatto fisico ma non rapporto sessuale». Il pm gli ha chiesto allora se ci fosse stata penetrazione e Ivano ha risposto: «Sì ma non rapporto completo. Io mi bloccai perché volevo che restasse solo amicizia, e lei si rivestì». Di questo episodio venne a conoscenza anche Claudio Scazzi, e questa circostanza «mi ha dato fastidio - ha detto Ivano - perché questa cosa doveva rimanere tra me e Sabrina».

ORE 11.30: IL DIARIO DI SARAH - Sabrina Misseri non consegnò agli investigatori un diario di Sarah perché temeva che Ivano Russo potesse essere indagato. Lo ha dichiarato lo stesso Ivano durante la lunga deposizione. «Il giorno del delitto o il giorno dopo - ha detto Ivano - Sabrina mi mandò un sms dicendo che aveva trovato un diario di Sarah in cui diceva che aveva un debole per me. Mi disse che non lo consegnava di comune accordo con la madre di Sarah perché temeva che mi indagassero. Io non risposi e poi ho cancellato questo messaggio perché mi spaventai. Forse sarebbe stato meglio consegnarlo, forse ho sbagliato e avrei dovuto dirlo».

ORE 13: IL GIORNO DELLA SCOMPARSA -«Quando il 26 agosto Sabrina mi ha mandato un messaggio dicendomi che Sarah era scomparsa, ho pensato fosse una scusa per riavvicinarsi a me e ho lasciato stare. Poi nel pomeriggio - ha raccontato Ivano - dopo le 17 ho incontrato ad una stazione di servizio Mariangela Spagnoletti e Alessio Pisello e mi confermarono che Sarah era scomparsa. Quella sera mi vidi alla birreria 102 di Avetrana con Sabrina. Lei mi disse che nel pomeriggio doveva andare al mare con Sarah e Mariangela, che Sarah la mattina era contenta e che era sicura che l'avessero presa».

ORE 15.02: SABRINA TEMEVA DI ESSERE INTERCETTATA - «Dopo la scomparsa di Sarah, Sabrina «utilizzava il cellulare della madre Cosima per chiamarmi perché aveva timore di essere intercettata». Lo ha detto Ivano Russo durante la deposizione oggi in Corte d'assise al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Ivano ha inoltre dichiarato che la sera in cui arrivò la notizia del ritrovamento del corpo di Sarah (6 ottobre 2010), si mise in giro in auto con Sabrina per rintracciale il luogo e che poi si diressero verso contrada Mosca su indicazione di Sabrina, dopo che quest'ultima aveva chiamato al telefono la madre. Nel tragitto, ha raccontato Ivano, Sabrina - riferendosi alla prima confessione del padre Michele Misseri - «disse che non ci credeva e che il padre l'aveva sparata grossa per farsi credere». Ivano ha riconosciuto la foto di Sarah in pigiama in casa di Sabrina e dichiara che quella foto la ragazza l'aveva scattata con il suo cellulare di fronte allo specchio e che lui quella sera (maggio 2010) si trovava in casa con le due cugine.

ORE 15. 15:LE IMMAGINI DI IVANO A TORSO NUDO - Il pm mostra in aula delle foto inedite (13) scaricate di recente dal cellulare di Sabrina che mostrano Ivano a torso nudo nello studio di estetista della ragazza mentre è sottoposto a trattamenti di elettrostimolazione. Ivano conferma e ammette che qualcuna di quelle foto le aveva scattate Sarah. Una foto risale al maggio 2010 e ritrae Sarah in pigiama, presumibilmente nella stanza che Sabrina usava come studio per i trattamenti estetici. Le altre 13 ritraggono Ivano che nella stessa stanza si sottopone a trattamenti estetici da parte di Sabrina. Dieci delle 13 foto, secondo quanto dichiarato da Ivano, sono state scattate da Sarah. Ivano Russo non sapeva dell’esistenza di una foto di Sarah in pigiama scattata con il cellulare del giovane, che risultava cancellata ed è stata recuperata da un consulente della Procura. Lo ha detto lo stesso Ivano durante la testimonianza dinanzi alla Corte di assise al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. «Sarah ha in mano il mio cellulare – ha aggiunto Ivano al quale è stata mostrata la foto – mi sembra nello studio di Sabrina. Qualche volta davo il mio cellulare a Sarah. Mi pare sia un autoscatto». Il pm Buccoliero ha contestato a Ivano che, secondo il consulente, la foto è stata scattata con il cellulare del giovane, e quindi Sarah avrebbe in mano un altro telefonino. «Non ricordo se c'ero anch’io – ha aggiunto – probabilmente era uno dei giorni in cui Sarah andava a dormire a casa di Sabrina, visto l’abbigliamento». Rispondendo ad una domanda del pm Buccoliero, Ivano ha riferito che Sabrina gli diceva di essere stressata dal lavoro, non dalla presenza di Sarah, come invece risulta dal contenuto di un messaggio inviato da Sabrina allo stesso Ivano il 26 aprile 2010.

ORE 15. 20: IL MISTERO DI UN SMS HOT - Il pm mostra un sms recuperato dal cell di Ivano Russo che lo aveva cancellato con il testo: «che è bona però le piace il sesso femminile te la volevo far... Russo Ivano». Ivano dichiara di non ricordare a chi ha inviato quel messaggio.

ORE 15.30: LE PRESSIONI DELL'AVVOCATO - In tre occasioni Ivano Russo avrebbe subito pressioni dall'ex legale di Sabrina Misseri Vito Russo (omonimo del teste) per rendere dichiarazioni favorevoli alla ragazza, imputata dell'omicidio di Sarah Scazzi. Lo ha detto lo stesso Ivano durante la deposizioni dinanzi ai giudici della Corte d'assise. Il legale è imputato di intralcio alla giustizia e favoreggiamento personale. In un primo incontro con Vito Russo, ha raccontato Ivano, «lui mi disse che era pronto per me l'arresto e spingeva perché dicessi che Mariangela Spagnoletti si era innamorata di me. Gli dissi che non potevo riferire queste cose perché Mariangela non mi aveva mai fatto intendere questo». In un secondo incontro «quando ho cominciato a rispondere - ha detto Ivano - lui ha cancellato l'audio, ha strappato il cartaceo e mi hanno detto (all'incontro era presente, ha detto il teste, anche l'avv. Emilia Velletri e un intermediario, Alessandro Palmieri) che non andava bene per la loro assistita». Il terzo incontro avvenne dopo l'arresto di Sabrina. «L'avv. Russo mi disse - ha dichiarato Ivano - che probabilmente Michele Misseri stava facendo anche il mio nome e mi dette il numero di un avvocato suo amico, nel caso ne avessi avuto bisogno. Gli chiesi per quale motivo Misseri avrebbe dovuto fare il mio nome, tutto questo non mi convinse e decisi di andare via». I social network, come i mass media, fanno ormai parte integrante del processo Scazzi dove anche nell’udienza il nome di Facebook è stato scandito più volte nell’aula Alessandrini del tribunale di Taranto. A tirarlo fuori è stato Ivano, Russo rivelando un particolare che ha fatto torcere il naso all’avvocato Gianluca Pierotti, difensore di Vito Russo, l’ex legale di Sabrina Misseri finito tra gli imputati del processo con l’accusa d’intralcio alla giustizia e favoreggiamento personale. «L’avvocato Russo – ha detto Ivano proprio in chiusura del suo lunghissimo interrogatorio – disse a me e ad Alessio Pisello che era necessario spostare l’asse mediatico perché era troppo giustizialista nei confronti della sua assistita. Ci disse allora di creare su Facebook gruppi che andassero a suo favore». Un particolare che non fa che aggravare la già delicata posizione del penalista, già sospettato di aver esercitato pressioni sui testimoni per indurli a nascondere fatti sconvenienti o per rendere dichiarazioni favorevoli all’allora sua assistita imputata dell’omicidio della cugina quindicenne. «L’avvocato Vito Russo – ha raccontato Ivano – mi disse che era pronto per me l’arresto e spingeva perché dicessi che Mariangela Spagnoletti (amica di Sabrina), si era innamorata di me. Gli dissi che non potevo riferire queste cose perché Mariangela non mi aveva mai fatto intendere questo», ha aggiunto il ventisettenne interrogato. In un secondo incontro «quando ho cominciato a rispondere – ha detto ancora il testimone – lui ha cancellato l’audio, ha strappato il cartaceo e mi hanno detto (all’incontro era presente, ha detto il teste, anche l’avvocatessa Emilia Velletri, moglie di Russo e un intermediario, Alessandro Palmieri) che non andava bene per la loro assistita». Il terzo incontro, infine, avvenne dopo l’arresto di Sabrina. «L’avvocato Vito Russo – ha dichiarato ancora Ivano – mi disse che probabilmente Michele Misseri stava facendo anche il mio nome, coinvolgendomi, per cui mi diede il numero di un avvocato suo amico che avrei dovuto chiamarlo nel caso ne avessi avuto bisogno. Gli chiesi per quale motivo Misseri avrebbe dovuto fare il mio nome ma non ebbi risposta, tutto questo non mi convinse e decisi di andare via». Tornando all’influenza dei gruppi che operano in internet, anche l’avvocato romano Franco Coppi, difensore di Sabrina Misseri insieme al suo collega tarantino Nicola Marseglia, ha puntato il dito contro i social network. Rivolto a Ivano, il penalista ha chiesto se fosse a conoscenza che la sua attuale fidanzata, Virginia Coppola, fosse tra le più attive partecipanti del gruppo di Facebook su Sarah Scazzi particolarmente colpevolista nei confronti dell’imputata. Visibilmente infastidito e imbarazzato per la domanda, Ivano ha preso le distanze dalla sua compagna dicendo di non conoscere le sue abitudini in questo campo. In effetti in udienza la compagna di Ivano era in compagnia di Giuseppe Centonze, uno dei fondatori e maggiori sostenitori del gruppo Facebook «Verità e giustizia per Sarah Scazzi».

ORE 16: TERMINA L'INTERROGATORIO DEL PM A IVANO - Finisce l'interrogatorio del pubblico ministero ad Ivano Russo che verso al fine è apparso in difficoltà tanto che la presidente della Corte e il pm avevano proposto una interruzione che Ivano ha rifiutato.

ORE 16.05: IL CONTRO INTERROGATORIO DEGLI AVVOCATI DELLA DIFESA E DELLE PARTI CIVILI - All'avvocato della famiglia Scazzi, Nicodemo Gentile, Ivano Russo ha parlato del comportamento assunto da Sabrina nei confronti del padre. «La sera in cui Michele Misseri doveva essere interrogato - ha detto Ivano - Sabrina gli confidò di essere preoccupata «perché mio padre è uno debole e pur di finirla subito potrebbe addossarsi tutte le colpe». Questo fatti, ha detto Ivano, con senno del poi mi apparì molto strano.

ORE 16.20: L'INTERROGATORIO PASSA A FRANCO COPPI DIFENSORE DI SABRINA: Ivano: «Non mi ero mai accorto che Sarah fosse innamorata di me né nessuno me lo aveva riferito. Tranne l'episodio della lite del 21 agosto quando mi lamentai con Sabrina del fatto che aveva raccontato in giro del nostro rapporto sessuale interrotto, non ho mai litigato con Sabrina per motivi sentimentali. A proposito della fragilità del padre: Sabrina non mi ha mai detto di essere preoccupata per lei, per eventuali colpe sue, ma solo per il padre. Non ho mai notato gelosia di Sabrina nei confronti di Sarah».

ORE 18: FINITA LA DEPOSIZIONE DI IVANO: Si è conclusa dopo oltre sei ore l'escussione del testimone Ivano Russo al processo per il delitto Scazzi, in corso dinanzi alla Corte di assise di Taranto.

ORE 18,05: SONO SENTITI I 3 TESTIMONI MINORI. Dinanzi alla corte hanno deposto anche i tre commercianti (Pamela Nigro, Anna Lucia Dell’Atti e Salvatore Erroi) che la mattina del 26 agosto, giorno dell’omicidio, confermando quanto già dichiarato alla polizia giudiziaria anche se sia Erroi che la Nigro, sollecitate dall’avv. Nicola Marseglia, l’altro legale di Sabrina Misseri, hanno spiegato di aver visto Sarah normale, per niente agitata.

ORE 19:34: DEPOSIZIONE DEL PAPA’ DI SARAH. Il 26 agosto 2010, dopo la scomparsa e l’uccisione di Sarah Scazzi, Sabrina Misseri si recò due volte a casa della quindicenne di Avetrana: lo ha riferito il papà della ragazzina, Giacomo Scazzi, durante la deposizione dinanzi alla Corte di assise di Taranto, dove si sta celebrando il processo. «La prima volta – ha ricordato Giacomo Scazzi – Sabrina era insieme ad un’amica e chiese a me dove fosse Sarah, perchè non era arrivata a casa sua per andare al mare. Sabrina era agitata e aveva la voce che tremava, e noi ci preoccupammo subito». Giacomo Scazzi ha ripercorso, rispondendo a numerose domande, le ultime ore di vita della figlia, sino all’ultima volta che la vide uscire con il telo da mare per recarsi a casa di Sabrina.

Si è conclusa la terza udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, dinanzi alla Corte di assise di Taranto. Il padre di Sarah risponde a decine di domande fino alle ore 19 inoltrate. Non c’è tempo per ascoltare Concetta Serrano, la mamma di Sarah, che verrà ascoltata il prossimo 7 febbraio insieme a suo figlio Claudio Scazzi, il fratello di Sarah che abita lontano, oltre che l’ex badante di casa Scazzi, la romena Maria Ecaterina Pantir e di altri tre testimoni minori, citati sempre dalla pubblica accusa.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif7 febbraio 4ª udienza

7 febbraio. Quarta udienza. Parla Claudio Scazzi, Concetta Serrano Spagnolo e Maria Ecaterina Pantir. Intanto c’è la notizia che anche il professore Franco Coppi, penalista del foro di Roma, noto per essere l'avvocato di Giulio Andreotti ed ora difensore di Sabrina Misseri, ha «sdoganato» l’arringa televisiva. Lo ha fatto il giorno dopo l’audizione di Ivano Russo intervenendo in diretta telefonica alla trasmissione di Rai Uno condotta da Mara Venier, «Italia in diretta». «Ci fa piacere che ci ha chiamati perché questo dimostra che anche lei ci segue» ha detto con soddisfazione la conduttrice alla fine dell’intervento del principe del foro durato due minuti. «Ivano Russo, affermando di non essersi mai accorto che Sabrina fosse gelosa di lui e della cugina - ha detto Coppi - ha di fatto smontato la tesi della procura secondo cui la mia assistita avrebbe ucciso Sarah perché era gelosa del giovane». All’eccezione di Mara Venier che chiedeva giustificazione alla lite tra le cugine la sera precedente l’assassinio, l’avvocato Coppi ha detto che «la presunta lite non è mai stata negata da Sabrina, cosa che avrebbe fatto se avesse qualcosa da nascondere». Sempre secondo Coppi, infine, quella discussione sarà stata irrilevante «tanto è vero - ha aggiunto - che la mattina dopo Sarah si è recata a casa della cugina per aiutarla e per comprarle delle creme: se ci fosse stato astio tra loro, la ragazzina non si sarebbe certo presentata spontaneamente e serenamente». Altra novità è che Daniele Galoppa ha presentato il conto al suo ex assistito Michele Misseri. L’avvocato ha chiesto il sequestro dei beni del suo ex assistito fino ad un valore di 200.000 euro. Ha presentato la richiesta al tribunale civile di Taranto tramite i suoi legali, gli avvocati Francesco Morgese e Angelo Roma, entrambi del foro di Brindisi. A quanto pare, Galoppa ha deciso di avviare l’azione giudiziaria nei confronti del contadino di Avetrana per un duplice scopo. Il legale di Grottaglie avrebbe presentato la parcella ma non avrebbe ricevuto il corrispettivo (sembra che la somma superi i 60.000 euro). Inoltre, poichè lui, con l’ex consulente, la criminologa Roberta Bruzzone, ha denunciato Michele per diffamazione e calunnia, hanno chiesto che i suoi beni vengano “congelati” in vista di un eventuale risarcimento. Per questo la richiesta di sequestro riguarderebbe beni fino ad un valore di 200.000 euro. Ma le sorprese nel delitto di Sarah Scazzi non finiscono mai, infatti l’ultima novità è che mentre gli inquirenti stavano ricercando spasmodicamente la ragazza scomparsa, la famiglia Misseri al completo, e cioè il padre Michele, la moglie Cosima e le loro figlie Sabrina e Valentina, hanno fatto visita alla famiglia di Ivano Russo. La famiglia Misseri era interessata a cosa Ivano Russo raccontava ai carabinieri quando non si conosceva ancora la sorte di Sarah Scazzi. A provarlo è un episodio rimasto oscuro nel giallo di Avetrana: una visita della famiglia Misseri al completo a casa di Ivano avvenuta verso la metà di settembre 2010. La circostanza è riportata nel verbale di sommarie informazioni di Claudio Russo, fratello maggiore di Ivano, interrogato il 14 gennaio 2011. Ivano Russo, il cui ruolo non è ancora ben definito, era il fidanzato non ufficiale di Sabrina Misseri. A rivelare la visita al completo della famiglia è Claudio Russo, fratello di Ivano, che lo ha raccontato ai carabinieri e messo a verbale. Il ragazzo ha dichiarato di non conoscere i motivi della visita e che durante il colloquio fra i Misseri ed il fratello lui si era allontanato, era stata la madre poi a spiegargli che i visitatori avevano portato una cesta di funghi ed avevano chiesto notizie sull’interrogatorio reso precedentemente da Ivano. Alla domanda se nessuno dei Misseri fosse mai andato a casa sua, il fratello di Ivano raccontò l’episodio. «Ricordo che prima del ritrovamento del cellulare di Sarah, si presentarono a casa mia Michele Misseri, sua moglie Cosima e le loro figlie, Sabrina e Valentina. Durante la loro permanenza - continua il racconto - parlarono con mia madre della vicenda di Sarah». Alla conversazione non era presente Claudio che solo dopo seppe il tenore della stessa. «Quando se ne andarono - si legge nell'interrogatorio -, chiesi a mia madre a cosa fosse dovuta la visita e lei disse che avevano portato una cesta di funghi e che nel parlare della scomparsa di Sarah avevano chiesto cosa avesse dichiarato Ivano ai carabinieri». Al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi per il maltempo è iniziata in ritardo l’udienza in Corte d’Assise a Taranto. Sono infatti rimasti bloccati dalla neve alcuni giudici popolari: i carabinieri li hanno raggiunti nei luoghi di residenza per accompagnarli al tribunale ionico. A deporre per primo è stato il fratello di Sarah, Claudio Scazzi. In aula sono presenti Sabrina Misseri, la madre Cosima Serrano e Michele Misseri. «Ma che cazzo hai fatto?» e nell’aula è sceso il gelo. Claudio Scazzi, fratello di Sarah, ha colto l’attimo. Lo ha fatto al volo. Mentre veniva ascoltato dalla pubblica accusa come testimone nel processo sull’omicidio della sorellina Sarah, ha approfittato di un istante di pausa dei pm e, tra una domanda e l’altra, si è tolto un macigno dal cuore. Si è voltato verso la cugina Sabrina Misseri, che era seduta a pochi passi da lui tra i suoi avvocati, e l’ha guardata fissa negli occhi. Senza rancore, senza un filo di rabbia, ma con la voglia folle di capire. Cosa è davvero accaduto in via Grazia Deledda in quel maledetto pomeriggio di agosto? Claudio Scazzi, il fratellone protettivo e amorevole dello scricciolo Sarah, quello che prima di partire le regala il cellulare nuovo e le scarpe alla moda che la ragazzina bramava da mesi, si è fatto mille volte questa domanda. Ma dal giorno dell’arresto di sua cugina Sabrina, ovvero dal 15 ottobre del 2010, non ha mai avuto modo di rivolgere l’interrogativo all’unico valido interlocutore. Claudio e Sabrina si sono rivisti per la prima volta dopo più di un anno e mezzo.  Non si erano più incontrati dopo che Sabrina è finita in carcere per il delitto di Sarah. Mille volte Claudio avrebbe voluto parlarle a quattrocchi, come facevano spesso nelle calde e stellate sere dell’agosto avetranese. «Che cazzo hai fatto?», ha detto il ragazzo quasi sottovoce alla cugina. Lei, seduta di fronte al banco dei testimoni, si è immediatamente irrigidita. Ha scosso forte la testa facendo segno di no. E subito è arrivata la replica del cugino: «Ma va va...». Una doccia gelata per la 23enne accusata con la madre, Cosima Serrano, dell’omicidio della cugina appena quindicenne oltre che di sequestro di persona, soppressione di cadavere e furto del cellulare della vittima. È stata questione di istanti. Un singolare fuori programma che la Corte non ha fatto nemmeno in tempo a cogliere. In caso contrario, la presidente Rina Trunfio avrebbe sicuramente richiamato il testimone e l’imputata. Lo scambio di battute (e la muta reazione di Sabrina) è stato immortalato dalle telecamere della trasmissione «Un giorno in pretura», l’unica autorizzata a registrare le udienze del processo. Claudio Scazzi, al contrario di altri testimoni, poco prima di cominciare a deporre, aveva dato il suo consenso alle riprese televisive. Il ragazzo ha parlato di un rapporto bello, confidenziale con la sorellina. E’ il giorno della deposizione del fratello della vittima, Claudio. Che esordisce con parole che pesano come macigni: “Tra Sabrina e Ivano c’era un rapporto anomalo”. Così Claudio Scazzi (che tempo fa “Oggi” aveva intercettato nell’agenzia di Lele Mora) ha definito la relazione tra la cugina e il giovane del quale si era perdutamente innamorata. Un rapporto talmente tormentato che potrebbe essere la chiave del giallo di Avetrana, secondo l’accusa. Il fratello di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa nell’agosto del 2010 ha deposto al processo di Taranto: «Sarah non era più una bambina e quando io mi trovavo ad Avetrana lei usciva con me. La mamma non le permetteva di uscire con le altre ragazze della sua età perché lo riteneva pericoloso. Noi uscivamo spesso con nostra cugina Sabrina e una compagnia di altri ragazzi tra cui Ivano Russo, Alessio Pisello, Mariangela Spagnoletti, Angela Cimino, un giovane che si chiama Mimmo, e andavamo spesso in pub insieme. Mia sorella mi disse - ha detto ancora Claudio Scazzi rispondendo alle domande - di aver saputo che Sabrina e Ivano si erano appartati in auto, che Ivano aveva fatto spogliare Sabrina e poi le aveva chiesto di rivestirsi. Per me fu la conferma di quello che avevo sempre pensato. Ivano - ha aggiunto Claudio - sapeva che Sabrina gli andava dietro e lui faceva il finto tonto. Temevo che avesse lo stesso comportamento con Sarah. Un giorno di agosto, tra il 10 e il 20, mentre ci trovavamo a Torre Colimena con Sarah, Angela Cimino, Giovanni Copertino e altri amici, fermai Ivano e gli dissi che i suoi atteggiamenti con Sabrina non mi piacevano. Sarah lo abbracciò e lui disse: ferma, che Claudio è geloso. Ivano - ha risposto ancora Claudio a una domanda - mi raccontò di alcuni screzi con Sabrina. In effetti, una sera, notai che non la salutò, mentre di solito si avvicinava a lei per prima con bacetti e abbracci». Il pm Buccoliero ha chiesto a Claudio Scazzi di riferire dei rapporti tra Sarah e Ivano. Il testimone ha detto di aver capito che la sorella provava qualcosa per Ivano. Ci fu anche un fitto scambio di messaggi tra i due. Claudio ha parlato a lungo del rapporto tra Sabrina e Ivano: «Pensavo a un rapporto clandestino tra loro, ma mi dicevano che erano solo amici. A me invece sembravano fidanzati. Ivano la provocava e coccolava». Claudio Scazzi aggiunge che aveva chiesto a Sabrina di chiarire il suo rapporto con Ivano e lei aveva risposto: «Meglio le coccole che niente».  «Vedevo che mia sorella aveva atteggiamenti molto affettuosi con Ivano e lui non faceva nulla per allontanarla continua Ivano - Questa cosa non mi andava bene perché pensavo che Ivano potesse fare con mia sorella la stessa cosa che faceva con Sabrina. Una sera chiesi a Sarah se Ivano le piacesse, ma lei rispose di no. Anche se subito dopo fece una risata e cambiò discorso». Quanto al rapporto con zio Michele, Claudio afferma di non aver notato nulla di particolare. «Il mio rapporto con Sarah era confidenziale e mai mi parlò di aver avuto problemi con zio Michele o di aver subito molestie. Lo zio aveva sempre imbarazzo a parlare delle donne». Anche se si era dovuto trasferire a Milano per motivi di lavoro, Claudio ha spiegato che con la sorella si sentiva per telefono quasi ogni giorno.

Dopo Claudio, è il turno di Concetta Serrano, mamma di Sarah: «Sarah mi parlava dell’amicizia di Sabrina con Ivano, che Sabrina voleva più di un’amicizia, ma Ivano non la voleva come compagna. E Sarah criticava l’atteggiamento di Sabrina, diceva che Sabrina non nascondeva il suo interesse per Ivano». «Sarah», ha aggiunto mamma Concetta, «mi parlava di Ivano come di un semplice amico. Ascoltai invece una telefonata durante la quale Sarah diceva a Sabrina di lasciar perdere Ivano visto che la respingeva. Disse: “Non ti vuole? Io gli avrei tirato un calcio”. La mamma di Sarah ha anche detto che Sarah e Sabrina d’estate uscivano quasi tutti i giorni insieme: «A casa, Sarah era come figlia unica, soffriva un po’ di solitudine. Frequentava l’abitazione dei Misseri e i rapporti sembravano buonissimi. Negli ultimi tempi però si lamentava di Sabrina e io le dissi di lasciarla perdere». Oltre sei ore. Tanto è durata la deposizione in Corte d'Assise di Concetta Serrano Spagnolo, la mamma di Sarah Scazzi, uccisa ad Avetrana il 26 agosto del 2010. La donna ha risposto alle domande, ricordando, tra le altre cose la volta in cui Sarah le disse di aver ricevuto cinque euro da zio Michele, aggiungendo che quest'ultimo le aveva detto di non riferire niente a Cosima Serrano. Concetta ha risposto agli avvocati difensori, delle parti civili e del presidente del collegio giudicante, Rina Trunfio, dopo essere stata interrogata dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino. La madre di Sarah ha poi ha detto che dopo la scomparsa della figlia aveva sospettato anche della badante romena. «Facemmo la lavatrice - ha osservato Concetta Serrano - e in un indumento della badante trovai una banconota di 50 euro e un biglietto con un numero telefonico che portai a carabinieri. Iniziai a pensare male anche di lei, parlava sempre al cellulare e io sospettavo di tutti». La donna ha rivelato particolari della figlia e dei suoi rapporti con la cugina Sabrina e con l'amico Ivano Russo. «Presi un paio di diari di Sarah e li detti a Sabrina, che me li aveva chiesti, per cercare di capire se c'era qualcosa di utile per comprendere i motivi della sparizione - Lo ha riferito Concetta Serrano nel corso della sua testimonianza in Corte d'Assise, a proposito degli accadimenti del 26 agosto 2010, giorno della scomparsa e della morte di Sarah. - C'era un diario con un lucchetto - ha aggiunto Concetta - e Sabrina mi convinse ad aprirlo. C'era una frase particolare: sono innamorata di un ragazzo di 27 anni, sono confusa”- ha detto in aula mamma Concetta - quando Sarah scomparve, con Sabrina concordammo di non dare quel diario ai carabinieri. Ma quando qualche giorno dopo lo diedi comunque ai carabinieri, Sabrina si preoccupò perché avrebbe potuto mettere nei guai Ivano». Concetta Serrano ha poi affermato che tra Sabrina e Sarah "il nome di Ivano era un continuo". «Sabrina disse a Sarah che Ivano le diceva che da lei voleva solo amicizia. Una volta sentii la telefonata tra Sarah e Sabrina - ricorda Concetta davanti alla Corte -. Sarah disse: "ma perche ti fai trattare in questo modo? Una che si toglie la maglietta e quello dice: rimettitela. Ma che persona sei? Come te lo deve far capire che non ti vuole come compagna". Dopo la scomparsa di Sarah vidi Cosima e Sabrina in caserma, quando mi chiesero una foto di mia figlia, e poi ci incontrammo la sera a casa mia. Io presi un paio di diari di Sarah e li detti a Sabrina, che me li aveva chiesti, per cercare di capire se c'era qualcosa di utile per comprendere i motivi della sparizione. C'era un diario con un lucchetto - ha aggiunto Concetta - e Sabrina mi convinse ad aprirlo. C'era una frase particolare: 'Sono innamorata di un ragazzo di 27 anni, sono confusa'. Io rimasi basita e dissi a Sabrina: 'Lei criticava te e vedi cosa scrive lei'. Sabrina poi mi disse di non consegnarlo subito ai carabinieri perché avrebbe creato dei grattacapi ad Ivano. Dopo alcuni giorni vennero i carabinieri a chiedere tutti i diari. Diedi anche quello con il lucchetto. Quando lo seppe Sabrina - ha sottolineato la mamma di Sarah - mi disse: 'Mannaggia, ora Ivano avrà dei problemi'''. Mia sorella Emma mi parlò di una corda che aveva visto in bocca a un cane e le era sembrato strano, era come se il cane le volesse indicare qualcosa e mi disse di parlarne con i giornalisti. Dopo l’arresto di Sabrina, Emma non si è più fatta vedere». Lo ha raccontato nel corso dell’udienza in Corte d’Assise Concetta Serrano, la mamma di Sarah Scazzi. La donna ha detto anche che alcuni giorni dopo l’arresto di Michele Misseri, Cosima Serrano andò da lei e si mostrò preoccupata. «Io», ha poi precisato Concetta, «le dissi: “Se è stato Michele, che c’entrate voi?”». Il pm Buccoliero ha chiesto alla testimone se Sarah le avesse mai parlato di rimproveri da parte di zia Cosima, ma Concetta Serrano non ha ricordato questa circostanza. Rivive Sarah nelle parole di mamma Concetta. Come in un racconto breve, sintetico e fulminante, dal disfacimento della morte riemerge a ogni angolo la vita. Per Concetta, Sarah si è solo allontanata un po’. «Mi ha detto: mamma, ho fretta, esco, Sabrina mi aspetta e andremo al mare». Lo dice come se queste parole Sarah le avesse pronunciate da qualche minuto. Le «anime morte», nell’aula di giustizia affollata come mai dall’inizio del processo, sono la sorella Cosima, Michele e la nipote Sabrina. Qualche lacrima viene giù dagli occhi del contadino di Avetrana. Sabrina a volte scuote la testa; un leggero sorriso, beffardo e sarcastico, è stampato sul suo viso affilato. Cosima, invece, sembra il simbolo della catastrofe. Malinconica, terrea, attenta ma anche assente, solo qualche smorfia passeggera. Un’energia sotterranea fa muovere il processo oltre i confini tecnici. Era dall’inizio che si aspettava Concetta. Il pubblico è venuto per lei. Si sono rivisti molti giornalisti. Sono due le forze, esplicite e profonde, che si confrontano e segnano il corso dell’evento. La prima è quella racchiusa nel dolore di Concetta. Il dolore non è mai banale quando la morte arpiona un figlio. Arriva improvviso e squarcia l’esistenza mortificandola. Ma il dolore, malgrado la sua forza corruttiva, sprona alla risposta eroica, a rigenerare la vita e ad esaltarla. Sarah rivive perché solo la mamma, e nessun altro, può farla rivivere. Solo nelle mamme dolore e vita coincidono. «Da qualche anno era cambiata, era diventata sicura, parlava di più, era più autoritaria». Così Concetta vede la figlia e affiora un velo di nostalgia. E’ il percorso delle adolescenti. Magistrati e avvocati le chiedono i dettagli, i particolari, i ricordi, le date, le frasi stampate sui verbali. Cose importanti, forse decisive per l’economia del processo. Concetta risponde diligente, gentile, con la serietà di chi è entrata in un’aula di giustizia come in un luogo sacrale. In quattro ore solo una reazione al pm: «Ma come faccio a ricordare i particolari della forchetta o della padella dopo 17 mesi che Sarah è morta?» Sono altri i sentimenti e le idee che occupano la mente di Concetta. Sarah che attraversava le turbolenze dell’adolescenza era pronta per riprendere un rapporto più maturo con la mamma. Concetta parla della figlia in modo realistico, indica anche i difetti di Sarah. Lei, testimone di Geova e molto religiosa, è convinta che un ordine spirituale muova il mondo. Non c’è familismo che possa contrastarlo. Non c’è chiusura regressiva in grado di bloccare il dinamismo della vita. Per questo aspetta che Sabrina confessi e dica la verità, spera in questo perché desidera che l’ordine della vita venga ricostituito. «Dopo andrò a trovarla» ha rivelato. A Sabrina era affidata Sarah. Deve essere lei a dire cosa è successo nella villetta dei Misseri. «Cosima ha invidia di tutti coloro che lei pensa stiano meglio di lei, quindi è invidiosa anche di me». Poche parole, pronunciate quasi con pudore fraterno. I rapporti fra Concetta e Cosima non erano idilliaci. Dalle parole della mamma di Sarah, durante la deposizione dinanzi alla Corte d’assise di Taranto, è emerso un astio latente legato a questioni di eredità. Concetta non è stata certo tenera con la sorella: «E’ una persona invidiosa di carattere. Non lo era solo nei miei confronti». Così ha definito Cosima rispondendo ad una domanda dei pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino sui rapporti fra le due famiglie. L’asserita invidia era legata a questioni patrimoniali. Da quanto riferito dalla madre della vittima, Cosima riteneva che lei Concetta, avendo ricevuto una cospicua eredità dal padre adottivo (deceduto poco dopo la scomparsa di Sarah) avrebbe dovuto rinunciare a quella del padre naturale e per questo ha mai condiviso che lei partecipasse alla divisione pur essendo un suo diritto riconosciuto dalla legge. Un passaggio della testimonianza cruciale per l’accusa in quanto rafforza il movente del mix di rancore, invidia e gelosia delle due imputate nei confronti di Sarah. Durante il controesame della difesa, Concetta è entrata in contraddizione sugli orari. Ma come lei stessa ha ammesso, non è una persona precisa e per l’ora in cui Sarah è uscita di casa ha sempre fatto riferimento all’ex badante Maria Ecaterina Pantir. La donna ha ribadito in aula che Sarah quel tragico 26 agosto è uscita di casa intorno alle 13.45 massimo 13.50. Stesse dichiarazioni ha reso sin dall’inizio delle indagini sulla scomparsa della ragazzina.

Storie, secondo Maria Corbi de "La Stampa", di ordinaria vita familiare , del rapporto tra due cugine-amiche, complici e a volte rivali, a volte appiccicose, a volte insofferenti dei comportamenti una dell’altra. Concetta Serrano, la mamma della piccola Sarah racconta non solo il giorno della scomparsa, ma anche le dinamiche tra Sarah e Sabrina e i rapporti con sua sorella Cosima. Ricostruisce tutta la giornata con gli orari, ma nessuna certezza su questi. Per incastrare gli orari della Procura bisogna comunque pensare che Sarah quando è uscita di casa abbia detto una bugia alla madre. Concetta ha confermato che la figlia prima di uscire per andare al mare le ha detto che era arrivato l’sms della cugina e che quindi doveva andare. Orario dell’sms che è stato letto nei tabulati telefonici e che pertanto sigilla l’uscita di casa della ragazza alle 14,30, orario che non va bene con la ricostruzione dei pm e che rivelerebbe l’estraneità di Sabrina all’azione omicidiaria. Concetta ha parlato dei contrasti tra Sarah e Sabrina. La prima contestava alla seconda la sua passione non corrisposta per Ivano. Sabrina rimproverava la cuginetta per i suoi atteggiamenti che potevano essere travisati dal paese. Concetta una volta disse alla sorella che Sarah si era comportata male e meritava uno schiaffone. Bastano queste dinamiche di ordinaria vita familiare a motivare un omicidio così crudele? Secondo la Cassazione no, visto che diverse volte ha ripetuto quel che pensa del movente e dei gravi indizi di colpevolezza posti a carico di Sabrina: non ci sono. Ci sono certamente atteggiamenti scomposti di Sabrina che devono essere indagati, come l’aver nascosto il diario di Sarah per non mettere nei guai Ivano. Il nervosismo appena scomparsa Sarah. Ma non bastano. E intanto monta la rabbia di alcuni avvocati per come i media stanno trattando la vicenda. Franco De Iaco legge un’agenzia stampa e sbotta. Nel testo è riportata una dichiarazione in aula di Concetta: «Mia sorella Cosima è una persona invidiosa di natura e quindi lo era anche di me. Ci furono dei malumori anche per il fatto che io partecipavo sia all'eredità dei genitori adottivi sia di quelli naturali». Franco de Iaco spiega che quanto contenuto non risponde assolutamente alle obiettive dichiarazioni rese durante il dibattimento. Anzi Concetta Spagnolo ha chiarito che tra lei e Cosima non c’erano stati contrasti e che anche in occasione della malattia del padre adottivo Cosima si era offerta ed adoperata a darle una mano per affrontare gli impegni di assistenza. Ha inoltre chiarito che ella da quando aveva 17 anni a quando si è sposata ha vissuti presso la casa del padre vero convivendo in assoluta armonia con i propri fratelli e sorelle. Ha inoltre specificato che in relazione alle vicende attinenti la successione non vi sono stati fra loro fratelli contrasti. «Purtroppo devo rilevare come al solito c’è chi non solo interpreta, ma travisa il reale contenuto rese dai testi e questo non è un bene, né per la giustizia, né per il giornalismo in generale». Una vicenda che ha scatenato l’inciviltà dei processi di piazza, con il partito dei colpevolisti e degli innocentisti che si battono sui social forum. Una attenzione morbosa e distorta che aveva portato la difesa di Sabrina a chiedere l’allontanamento del processo da Taranto. Proposta appoggiata dal procuratore generale della Cassazione, ma che non ha poi avuto l’avallo necessario della suprema Corte. Anche Claudio, il fratello di Sarah è stato ascoltato, e ha di nuovo spiegato quel che è ormai chiaro a tutti: a Sabrina piaceva Ivano e per questo si faceva anche calpestare da lui. Ma basta questo per definire il movente? La Cassazione ha ricordato con grande chiarezza e forza che comunque un movente on può essere non solo una prova ma nemmeno un indizio. E nonostante questo sembra che in questa passione di Sabrina per Ivano si concentri il nucleo di questo processo. Quando poi la deposizione di Ivano ha fatto capire che se di qualcuna doveva essere gelosa Sabrina non era certo la piccola Sarah, ma Angela Cimino la ragazza di Avetrana con cui Ivano usciva dopo il lavoro, andava in spiaggia e passava gran parte della notte. Perché quindi prendersela con Sarah? Ma la macchina colpevolista non vuole fermarsi neanche a pensare. E fa una certa impressione vedere libero Michele Misseri in aula, commosso quando parlava la cognata Concetta, «archiviato» da questo processo. E ancora una volta ripeteva: «Sono stato solo io. Perché non mi credete?».

«Sarah uscì di casa prima della 14 e Sabrina venne a casa di Concetta alle 14.30 dicendo che Sarah non si trovava. Disse: io sto chiamando Sarah al cellulare ma non risponde e non so dove sia andata». Lo ha raccontato Maria Ecaterina Pantir, badante di casa Scazzi nel 2010 (assisteva il padre adottivo di Concetta Serrano, madre di Sarah) nel processo in corso a Taranto per il delitto di Avetrana. Alla badante sono stati infatti chiesti particolari sugli orari del pomeriggio del 26 agosto 2010, quando cioè la quindicenne di Avetrana lasciò la sua abitazione per dirigersi a quella dei Misseri, poco distante, dove l'attendeva Sabrina per andare al mare. La donna ha ricostruito il giorno della scomparsa della ragazzina e ricordato, in particolare, il momento in cui Sarah si cambiò per andare al mare con la cugina Sabrina. «Indossava prima un completino nero – ha ricordato – che le regalai io. Poi si mise maglietta e pantaloncino rosa». A diverse domande dei pubblici ministeri l’ex badante ha risposto con un ”non ricordo”. Maria Ecaterina Pantir si è costituita parte civile nei confronti di Sabrina Misseri, che risponde anche di calunnia in quanto l’avrebbe accusata della scomparsa di Sarah, pur sapendola innocente. La romena si occupava dello zio di Concetta Serrano, mamma di Sarah, ed era ogni giorno a contatto con Sarah. L’8 settembre 2010, Sabrina Misseri fu convocata dai carabinieri, ai quali riferì di nutrire forti sospetti sulla badante a causa di un ”radicale cambiamento comportamentale”. ”A rafforzare – disse Sabrina Misseri agli investigatori – questa mia ricostruzione mentale, è proprio una esternazione rivolta all’indirizzo della mamma di Sarah, ed in mia presenza, con la quale la badante romena si preoccupava della possibilità, in virtù delle indagini, di essere anche lei sotto intercettazione telefonica. Non solo – proseguì Sabrina – ma lei era una delle poche persone, escluse io, Sarah e Mariangela, compresi i genitori di Sarah, a sapere che avevamo intenzione di recarci al mare il giorno della scomparsa, e soprattutto era certa del momento dell’uscita di Sarah dalla propria abitazione”.

Diario della giornata:

10.00. Per difficoltà causate dal maltempo, non è ancora cominciata l'udienza in Corte d'Assise. In aula sono presenti i tre principali imputati, dei nove complessivamente rinviati a giudizio, Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano, entrambe detenute, accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere, e Michele Misseri, accusato di concorso in soppressione di cadavere e di altri reati minori.

10.55. Claudio Scazzi, fratello della vittima: «Sarah non mi ha mai detto nulla riguardo a zio Michele, mai parlato di molestie. Anzi, lui era una persona molto timida e riservata.»

11.09. Continua Claudio Scazzi: «c'era un rapporto ambiguo tra Ivano e Sabrina, sembravano una coppia clandestina. Lui stuzzicava lei, la provocava. Io chiesi a Sabrina se le andasse bene questa situazione, lei mi rispose: «Meglio di niente» (ma Sabrina scuote la testa e dice di no al suo avvocato). «Poi Sarah - aggiunge Claudio - mi raccontò di quello che era successo in macchina tra Ivano e Sabrina, credo che lei lo sapesse perché gliel'aveva detto la stessa Sabrina».

11.20. «Dopo la morte di Sarah - spiega Claudio - Ivano mi parlò di screzi tra Sarah e Sabrina, dovuti a lui stesso. Io non approfondì perché in quel periodo si parlava delle molestie di zio Michele e io ero interessato solo a quell'aspetto».

11.46. «Seppi di una conversazione tra Mariangela Spagnoletti e Sabrina - continua Claudio -, in cui le due dicevano che se sarah fosse uscita con loro avrebbe attirato le attenzioni di ivano, a discapito di loro due».

12.03. Iniziato il controesame di Claudio Scazzi da parte dell'avvocato di Sabrina, Nicola Marseglia. Claudio dice: «Ho chiesto esplicitamente a Sarah se le piacesse Ivano, lei rispose con una risatina e disse di no, ma capii che voleva dire sì». Ma l'avvocato gli contesta il fatto di aver detto, durante le indagini, che sapeva che Ivano non piacesse a Sarah.

12.30. Finita dopo due ore la testimonianza di Claudio Scazzi. Dopo la pausa di 5 minuti, toccherà alla mamma di Sarah, Concetta Serrano.

13.00. Tocca alla testimonianza di Concetta Serrano, che afferma: «Assistetti a una telefonata tra Sarah e Sabrina. Sarah disse a Sabrina: "Perché ti fai trattare cosi da quello? Io al posto tuo gli avrei già dato un calcio nel sedere". Rimasi scioccata perché sentivo dire queste cose a Sarah. Visto che era più piccola mi sarei aspettata il contrario. Sentivo sempre Sarah che criticava Sabrina».

13.56. Prosegue Concetta Serrano: «Quando Sabrina venne a dirmi per la seconda volta che Sarah non era arrivata a casa, io le dissi: allora dì a tua madre di rimanere in casa, e se Sarah arriva di trattenerla. Lei mi rispose che la madre non era a casa. Allora le chiesi di dirlo al padre, e lei rimase interdetta, senza dirmi se Michele fosse in casa o meno».

14.10. «Esaminammo con Sabrina i diari di Sarah. Sabrina - spiega Concetta Serrano - mi chiese di non consegnare i diari ai carabinieri perché altrimenti avrebbero creato problemi a Ivano. Io inizialmente acconsentii, ma poi dopo consegnai i diari. Quando Sabrina lo seppe, disse: "Mannaggia, adesso Ivano passa i guai"».

14.15. «La sera della diretta con "Chi l'ha visto?" Sabrina aveva un'aria festosa. Scherzava e rideva con Alessio Pisello. Ivano invece era più nervoso. C'era un'aria surreale, gli operatori di Rai3 possono confermarlo: mancavano solo i palloncini».

15.37. Udienza ripresa. Concetta: «Non ricordo a che ora Sarah uscì da casa. Presi per buono quello che mi disse dopo Sabrina, cioè che Sarah le aveva fatto uno squillo alle 14.30».

16.25. Finito l'esame di Concetta Serrano da parte dei pm; tocca alle domande della difesa.

17.20. Finisce l'esame testimoniale di Concetta Serrano. La donna ha risposto alle domande degli avvocati difensori, delle parti civili e del presidente del collegio giudicante, Rina Trunfio, dopo essere stata interrogata dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino. La madre di Sarah ha ricordato la volta in cui Sarah le disse di aver ricevuto 5 euro da zio Michele, aggiungendo che quest'ultimo le aveva detto di non riferire niente a Cosima Serrano. Poi ha detto che dopo la scomparsa della figlia aveva sospettato anche della badante romena. «Facemmo la lavatrice - ha osservato Concetta Serrano - e in un indumento della badante trovai una banconota di 50 euro e un biglietto con un numero telefonico che portai a carabinieri. Iniziai a pensare male anche di lei, parlava sempre al cellulare e io sospettavo di tutti». Ora è prevista la deposizione proprio dell'ex badante romena di casa Scazzi, Maria Ecaterina Pantir.

19.00. Si è conclusa con l'audizione dell'ex badante romena di casa Scazzi, Maria Ecaterina Pantir, l'udienza per l'omicidio della 15enne Sarah Scazzi. Il processo è stato aggiornato al 14 febbraio. La donna ha ricostruito il giorno della scomparsa della ragazzina e ricordato, in particolare, il momento in cui Sarah si cambiò per andare al mare con la cugina Sabrina. «Indossava prima un completino nero - ha ricordato - che le regalai io. Poi si mise maglietta e pantaloncino rosa». A diverse domande dei pubblici ministeri l'ex badante ha risposto con un «non ricordo». Maria Ecaterina Pantir si è costituita parte civile nei confronti di Sabrina Misseri, che risponde anche di calunnia in quanto l'avrebbe accusata della scomparsa di Sarah, pur sapendola innocente.

Slitta a martedì prossimo l'audizione di altri tre testimoni che quel pomeriggio del 26 agosto 2010 avrebbero visto Sarah Scazzi camminare in direzione di casa Misseri: Salvatore Minò, Fedele Giangrande e Giuseppina Nardelli.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif14 febbraio 5ª udienza

14 febbraio. Quinta udienza. Parla Giuseppina Nardelli, Fedele Giangrande, Antonio Petarra, Pamela Trono, Vincenzo Maresca, Giuseppina Di Bari, Salvatora Minò.

Udienza che serve a dimostrare l’ora dell'arrivo di Sarah alla villetta dei Misseri e quindi del delitto: le 14,00 per la Procura, le 14.30 per la difesa di Sabrina. La cronaca della giornata con i resoconti filtrati dai reportage dei maggiori quotidiani. Nel raccontare asetticamente una storia bisogna non dare la propria versione dei fatti, se pur presente. Tanto più bisogna prendere con le pinze tutto quanto riportato dagli altri. Da “Il Corriere della Sera” a “La Repubblica” fino alla locale “La Gazzetta Del Mezzogiorno”. I cronisti spacciano per verità assolute le loro personali opinioni, spesso pregiudizievoli ed approssimative. Da evidenziare il fatto che il processo mediatico irrompe in quello giudiziario. E in aula finiscono le interviste televisive. L’udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana, è stata sospesa dalla presidente della corte d’assise, Rina Trunfio, alle 13.30. Pochi minuti di break, una pausa per consentire ai tecnici di montare in aula l’attrezzatura necessaria per visionare una intervista rilasciata da Giuseppina Nardelli, testimone di accusa e difesa, nei giorni successivi all’omicidio. La teste, poco prima, aveva riferito alla corte che il 26 agosto 2010, giorno dell’uccisione di Sarah, mentre si recava al mare con il fidanzato (Fedele Giangrande che sarà ascoltato subito dopo) vide Sarah per strada. Era a piedi in viale Kennedy, nelle vicinanze di casa Misseri. La testimone aveva indicato un orario compreso tra le 14 e le 14.30. La difesa di Sabrina Misseri, la ragazza imputata con la madre Cosima Serrano per omicidio, sequestro di persona e soppressione di cadavere, aveva però sollevato obiezioni, parlando di incongruenze rispetto a quanto la stessa Nardelli aveva dichiarato in una intervista televisiva registrata qualche settimana dopo la scomparsa di Sarah. Così, detto fatto, la corte ha ammesso in aula le registrazioni di quella intervista. Del resto il delitto Scazzi è stato fin dall’inizio un caso mediatico prima che giudiziario. La triste fine della bambina di Avetrana si è dipanata sotto i riflettori diventando un «crime reality», il primo nella storia della cronaca nera italiana. «Ho visto l’orologio ma non ricordavo di preciso l’ora. Ho indicato le 14.30 perchè i giornalisti ci chiedevano un orario preciso. E lo sapete come sono i giornalisti, no?», ha commentato in aula la Nardelli, dopo essersi rivista in un servizio mandato in onda da «Chi l’ha visto?». Proprio sulle video-interviste, si è accesa la battaglia in aula tra accusa e difesa. La Corte, dopo il pezzo di «Chi l’ha visto?», ha acquisito agli atti un filmato recuperato dai difensori di Sabrina Misseri su «You Tube», nel quale la Nardelli ribadiva di aver visto Sarah a quell’ora, ovvero verso le 14.30, perchè ricordava anche di aver controllato il proprio orologio. Alla visione del filmato, Michele Misseri si è più volte asciugato le lacrime agli occhi con un fazzoletto. La Procura ha risposto con le stesse armi ai colpi di Franco Coppi e Nicola Marseglia. Il pm Mariano Buccoliero, subito dopo, ha infatti chiesto e ottenuto di visionare in aula un’altra intervista della Nardelli e del fidanzato, Fedele Giangrande, realizzata dalla trasmissione «Pomeriggio sul 2» e andata in onda il 10 settembre 2010. In video i due dicono di ricordare che fossero le 14.25 circa non per aver guardato l’orologio dell’auto, ma per averlo «ricostruito» attraverso le notizie sentite nei tg. E’ agli atti del processo anche l’intervista rilasciata a «La vita in diretta» a ottobre 2010, da Giangrande, in cui questi dice di non essere sicuro dell’orario dell’avvistamento, ma che sarebbe avvenuto tra le 14,15 e le 14,30, di certo non prima delle 14.15. Il piccolo schermo, insomma, torna protagonista della cronaca. È stata soprattutto la tv, dando voce e volto ai protagonisti del caso Avetrana, ad alimentare dibattiti tra colpevolisti e innocentisti nei salotti dell’«infotainment» dove l’informazione si fa spettacolo e viceversa. E questa volta anche a fornire materiale utile per i fascicoli del dibattimento. L'indicazione dei presunti colpevoli dell’omicidio di Sarah Scazzi (26 agosto 2010) passa dalla certezza degli orari in cui la ragazzina si mosse da casa per raggiungere quella della cugina Sabrina Misseri. E su quegli orari, com'era prevedibile, è stata battaglia tra accusa e difesa nella quinta udienza del processo dinanzi alla Corte di Assise di Taranto. Sette i testimoni che sono sfilati in aula: c'è chi non ha balbettato e chi è stato più evasivo. Antonio Petarra, che il giorno 'maledetto’ stava sottoponendo a manutenzione esterna su un ponteggio un’abitazione in via Verdi ad Avetrana, è stato quasi categorico. Ha detto di aver visto tre volte in tutto transitare in strada Sarah, e l’ultima «tra le 13.45 e le 13.50» quando indossava «maglietta rosa o fuxia, pantaloncini neri e scarpe infradito» avviandosi a piedi verso viale Kennedy, e dunque verso casa Misseri. Per l’accusa, orari fondamentali per fissare a poco dopo le 14 il momento del delitto. Di fronte alle contestazioni della difesa di Sabrina, Petarra ad un certo punto ha ribattuto: «L'orario era quello, non ci piove. L’ho vista passare». Circostanze confermate poi in aula dalla moglie, Pamela Trono, che quel giorno si recò al lavoro alle 14 e prima di uscire avvisò il marito, dall’amico Vincenzo Maresca, che con Petarra lavorò alla pitturazione esterna della casa, e dalla consorte di quest’ultimo, Giuseppina Di Bari, con la quale Pamela Trono si recò al lavoro in una ditta di ceramiche di Avetrana per le pulizie. La difesa di Sabrina ha chiesto e ottenuto dalla Corte di acquisire due foto che, a suo dire, potrebbero minare la credibilità di Petarra. Tratte da un video, lo ritraggono mentre assiste – per i legali di Sabrina «festante» – all’arresto di Cosima Serrano, il 26 maggio 2011. Più contestate le deposizioni dei due fidanzatini, Fedele Giangrande e Giuseppina Nardelli. Dichiararono agli inquirenti di aver visto quel giorno Sarah in viale Kennedy, mentre si recavano al mare, intorno alle 14.30. In aula sono stati meno precisi, indicando quale orario l’arco di tempo tra le 14 e le 14.30. Non ha giovato a chiarire i dubbi neppure la proiezione di alcune videointerviste rilasciate dai due giovani a 'Chi l’ha visto?' e 'La vita in diretta’. Tanto che ad un certo punto la Nardelli ha spiegato: «Quando ho visto Sarah ho guardato l’orologio ma non ricordo di preciso che ora fosse. Ho indicato le 14.30 perchè i giornalisti mi chiedevano un orario preciso». Anche tra i due giovani e la zia di Giangrande, Salvatora Minò, il confronto chiesto dalla Procura e svoltosi in due brevi tornate ha lasciato interrogativi. La Minò ha riferito che il nipote le disse di aver visto Sarah intorno alle 14; Giangrande ha detto di non ricordare la circostanza. Tra i 7 testimoni citati dal pm Mariano Buccoliero, di assoluto rilievo appare il contributo atteso da Antonio Petarra, il 38enne di Avetrana che il 9 dicembre del 2010, nel corso di un interrogatorio, rivelò di aver visto Sarah alle 13.45 del giorno della sua scomparsa, mentre andava verso casa degli zii. Petarra abita in via Verdi, vicino a casa Scazzi, ed era impegnato in lavori di pitturazione. «Sono certo dell’orario delle 13.45 - ha detto a verbale Petarra - perché ho controllato l’orologio perché lo ricollego alla circostanza che mia moglie doveva andare al lavoro, prendendo la moglie del mio compare Enzo Maresca, per poi giungere sul posto di lavoro alle ore 14. Questa operazione di guardare l’orologio l’ho fatta anche perché mia moglie mi aveva chiamato dal balcone per dirmi che era tardi e che doveva andare al lavoro. A questo punto ho smesso di lavorare e sono rientrato in casa per accudire mio figlio». Dichiarazioni, quelle di Petarra, poi riscontrate dalla moglie, anch’ella citata come testimone assieme a due fidanzatini che incrociarono Sarah qualche minuto dopo. Furono in tre a vedere Sarah Scazzi il 26 agosto del 2010 mentre andava incontro alla morte: Antonio Petarra, un vicino di casa impegnato nella tinteggiatura dei muri esterni della sua abitazione, e due ragazzi, Fedele Giangrande e Giuseppina Nardelli, che invece la incrociarono in viale Kennedy, a metà strada tra casa Scazzi e quella della famiglia degli zii. Ma sull’orario in cui la 15enne fu vista nemmeno la quinta udienza del processo ha permesso di fare chiarezza, a causa dei molti non ricordo e dei verbali contraddittori di cui sono disseminate le indagini preliminari. Il punto è tutt’altro che trascurabile perché sull’orario dell’arrivo di Sarah Scazzi in via Deledda, a casa Misseri, si fonda da un lato la tesi dell’accusa - che ritiene la 15enne arrivata alle 14 e uccisa quindi da Sabrina Misseri e dalla madre Cosima Serrano entro le 14.20 - e quella della difesa - che invece sostiene che Sarah è giunta alle 14.25, infilandosi direttamente nel garage dove Michele Misseri (reo confesso ritenuto non credibile dagli inquirenti) l’avrebbe strangolata. «Conoscevo Sarah - ha detto Antonio Petarra - perché abitavamo vicino e la vedevo sempre passare. A volte da piccola suonava al nostro citofono per scherzare. Il 26 agosto del 2010 stavo imbiancando casa con il mio compare Vincenzo Maresca. Ho visto Sarah la prima volta alle 9 mentre andava in direzione delle scuole medie (verso casa Misseri dunque). La seconda dopo una ventina di minuti mentre tornava verso casa sua. L'ultima volta alle 13.45, ed era diretta a passo svelto di nuovo verso le scuole (e quindi verso casa Misseri, luogo del delitto). Indossava le infradito, pantaloncini neri, canotta fucsia e aveva uno zainetto. Sono preciso su questo orario perché mia moglie alle 14 doveva trovarsi nella rivendita di ceramiche dove fa le pulizie, come ogni giorno e lei uscii poco dopo». Nel corso di un primo interrogatorio, svoltosi il 21 settembre del 2010, Petarra disse in realtà di aver visto Sarah alle 12.45. «Ma in quel caso sono stato impreciso, c’è l’orario di uscita di mia moglie ad aiutarmi nel dire che ho visto Sarah sicuramente alle 13.45» ha puntualizzato in aula. Le dichiarazioni di Petarra sono state confermate e riscontrate in aula da sua moglie Pamela Trono, da Vincenzo Maresca e dalla moglie di quest’ultimo Giuseppina Di Bari e a quel punto i difensori di Sabrina Misseri hanno cercato di demolire l’attendibilità del testimone chiave, depositando due fotografie nelle quali si vede Petarra, esultante, dinanzi alla caserma dei carabinieri di Avetrana il 26 maggio del 2011, durante le fasi dell’arresto di Cosima Serrano. «Una scena invereconda » secondo il prof. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri, anche se per il pm Mariano Buccoliero «si tratta di un episodio che non dimostra niente perché Petarra è stato interrogato mesi e mesi prima dell’arresto di Cosima», mentre per lo stesso testimone si è trattato di un fatto assolutamente casuale perché si trovava a casa di un conoscente e fu attratto dalla folla che nel frattempo si era radunata. La moglie del testimone Antonio Petarra, Pamela Trono, anche lei teste, ha confermato che il 26 agosto 2010, giorno dell'uccisione della ragazzina, andò via da casa tra le 13 e 50 e le 13 e 55 per recarsi al lavoro, avvisando il marito di controllare in casa che il loro figlio stesse dormendo. Quest'ultimo, poco prima, mentre pitturava la facciata esterna dell'abitazione, aveva visto passare in strada Sarah che si dirigeva verso casa Misseri. In precedenza Petarra aveva dichiarato di ricordare l'orario del passaggio in strada di Sarah proprio perché la moglie doveva essere già sul posto al lavoro alle 14. Poi è stata la volta di Fedele e Giuseppina, i due ragazzi all’epoca dei fatti fidanzati. I due testi non sono riusciti - malgrado perfino la visione in aula di interviste televisive realizzate subito dopo la scomparsa di Sarah - non solo a fissare con precisione l’ora in cui hanno visto la 15enne in viale Kennedy - entrambi hanno detto tra le 14 e le 14.30 - ma perfino a confermare di averne parlato con Salvatora Minò, zia di Fedele Giangrande, che invece in aula ha ribadito quanto aveva già detto a verbale l’8 giugno del 2011 e cioè di aver saputo dal nipote che Sarah era stata vista in strada intorno alle 14. E' stata una testimonianza non molto precisa quella di Fedele Giangrande e Giuseppina Nardelli, i due fidanzatini di Avetrana, che per primi dichiararono di aver visto Sarah Scazzi in viale Kennedy il pomeriggio del 26 agosto del 2010, giorno dell'omicidio della 15enne, mentre a piedi e con lo zaino in spalla si recava a casa della cugina Sabrina Misseri per andare al mare. Sono stati ascoltati per circa 1 ora e mezzo dalle varie parti in causa al processo per il delitto della giovane che si tiene davanti alla Corte di Assise del tribunale jonico. L'orario preciso non lo ricordano: entrambi lo hanno fissato tra le 14 e le 14,30 poiché più o meno a quell'ora uscivano anche loro ogni giorno in auto per recarsi sulle spiagge dello Jonio. Nel corso di alcune interviste televisive i due giovani parlarono delle 14,30, in qualche altro caso delle 14,25, senza basarsi su dati di fatto, come aver dato un'occhiata all'orologio. Gli inquirenti, da cui erano stati sentiti nelle primissime fasi delle indagini, quelle relative alla sola scomparsa di Sarah, indicavano come orario proprio quello delle 14,30 perché all'inizio così risultava sulla base di varie testimonianze, sms, squilli. In quella fase stabilire l'orario esatto non era fondamentale proprio perché si indagava al massimo per un eventuale rapimento e non per omicidio. E poi i giornalisti, così hanno detto i due testi, li avrebbero pressati durante le interviste in modo da collocare l'orario proprio attorno alle 14,30. Probabilmente Petarra è uno degli ultimi ad aver visto Sarah viva. E il suo raccontò è determinante per anticipare di mezz'ora l'arrivo della ragazzina nella villetta di via Deledda, dove sarebbe stata aggredita e assassinata da mamma e figlia alla sbarra. Determinante soprattutto perché sbugiarda clamorosamente il racconto di quel giorno fatto da Sabrina, soprattutto riguardo a telefonate e sms partiti dopo le 14.20 dai cellulari delle due cugine. I ricordi di Petarra, infatti, consentono di collocare l'omicidio prima di quell'ora e quindi sono una sponda fondamentale per il teorema dei pm. Alle 14.20 - sostengono i magistrati - Sarah era già morta. E quella serie di sms e squilli non furono altro che una macabra messinscena di Sabrina per costruirsi un alibi. Oltre a Petarra in aula anche sua moglie, una collega della donna, ed un amico di famiglia. Tre testimoni che già nella fase delle indagini hanno riscontrato i ricordi di Petarra. Fornendo puntelli irrinunciabili alla ricostruzione dell'omicidio fatta dalla procura. Hanno confermato sostanzialmente quanto dichiarato durante le indagini, i tre testimoni ascoltati nel processo davanti alla Corte di Assise del Tribunale di Taranto per l'omicidio di Sarah Scazzi, avvenuto il 26 agosto del 2010. Si tratta di Pamela Di Trono, la moglie di Antonio Petarra, ascoltato per primo, poi di un amico di famiglia, Vincenzo Maresca e della moglie di quest'ultimo, Giuseppina Di Bari, amica e collega di lavoro della Di Trono. Hanno parlato dei loro impegni e dei loro spostamenti di quel giorno e quanto raccontato da Petarra, considerato un teste-chiave relativamente all'orario in cui Sarah sarebbe arrivata in via Deledda nella casa degli zii dove poi venne assassinata. Di Trono ha detto che il 26 agosto del 2010 uscì di casa prima delle 14 poiché doveva trovarsi entro quell'ora nel negozio dove lavora come impiegata, insieme alla Di Bari. Ha riferito di aver lasciato il marito vicino all'abitazione dove stava finendo di pulire e di sistemare la parte esterna dell'edificio appena imbiancata insieme a Maresca. Il professor Franco Coppi, 74 anni, ordinario di procedura penale da quest’anno in pensione, l’avvocato che difende Sabrina Misseri dopo aver difeso Andreotti, Cossiga e Antonio Fazio, per sette volte è intervenuto per contestare e provocare contraddizioni nei testimoni. E non sono mancate le scintille con i pm Buccoliero e Argentino. Dice al cronista della “Gazzetta” in una pausa del processo: «È che mi sono via via convinto che Sabrina è solo malcapitata in questo processo; questa ragazza è innocente e non è vero che è fredda e cinica, come l’avete dipinta voi giornalisti. Anzi, è molto fragile». Sembra, in qualche momento, che questo sia il «processo della vita» per il professore dell’università La Sapienza. Coppi, come un umile artigiano, sta componendo il suo mosaico. E però prima di mettere a posto i suoi tasselli deve cercare di smontare il piano dell’accusa, demolendola punto per punto, indizio per indizio. Ogni testimone è sottoposto a vaglio critico. L’ incertezza è utilizzata per aprire varchi ai dubbi e alle contraddizioni. La confusione di orari diventa motivo per tentare di dimostrare l’inattendibilità delle persone che i pm hanno chiamato a testimoniare. Nell’aula di corte d’Assise non c’è neanche un attimo per annoiarsi. E’ la quinta udienza e ci sono nel pubblico persone presenti già il primo giorno. Due signore non perdono una battuta. Sono convinte della colpevolezza di Sabrina. «Però a volte mi dispiace» dice la più giovane. Ogni teste ha la sua importanza. L’accusa li ha indicati con un ordine. La gran parte sono giovani, coetanei di Sabrina che il 10 febbraio ha compiuto 24 anni. «Non ne conosco neanche uno» rivelerà a Coppi. I pubblici ministeri, prima Buccoliero, poi Argentino, si alternano e costruiscono con pazienza il loro disegno: dimostrare che ogni parola e ogni testimonianza hanno il loro giusto posto nella ricostruzione del percorso di 500 metri che Sarah ha compiuto a passo svelto dalla sua casa in vico secondo Verdi alla villetta dei Misseri in via Deledda. Coppi tenta di demolire la costruzione. Nello scontro finiscono anche alcune videointerviste, in particolare quelle dei due fidanzatini Giuseppina Nardelli e Fedele Giangrande, imprecisi nell’indicare l’orario del passaggio di Sarah per via Kennedy. Questa sovrapposizione, tra la realtà del processo in aula e le ricostruzioni in tv, crea un effetto stranissimo, un’asimmetria di tempi e di parola che però può contare su una forza suggestiva e potente. Il rischio, nella sovrapposizione, è che ciò che deve avvenire, cioè la formazione del giudizio nel processo, sia percepito come una replica di quanto è già accaduto tramite i media. Coppi ne parla come un evento già verificatosi. Eppure, la sensazione è che «nessuna società» più o meno influenzata da giornali e televisioni sia pronta e smaniosa di punire Sabrina. Anzi, ad ascoltare una ragazza che segue il processo, sembra emergere il dubbio: «Ma veramente è stata lei ad ammazzare Sarah? E’ lei il mostro?» Nessuna crudeltà umana è in attesa di scatenarsi. Sabrina sta seguendo con attenzione ogni passaggio delle udienze. Si sente difesa nel migliore dei modi possibili. Marseglia, uno dei penalisti più conosciuti del Tarantino, e Coppi che non ha bisogno di citazioni, ce la stanno mettendo tutta, e questo è una garanzia di equilibrio del processo. Avverte Coppi: «L’orgoglio dell’avvocato è giustificabile, quello del pm no». Il ruolo più prezioso nel processo è quello della difesa che per natura deve battersi per un diritto umano. Martedì prossimo la consueta sfilata di testimoni ne comprenderà uno fondamentale per le tesi dell’accusa. Si tratta di Mariangela Spagnoletti, l’ex amica di Sabrina Misseri con la quale quest’ultima, il giorno del delitto, sarebbe dovuta andare al mare insieme a Sarah. Le dichiarazioni di Mariangela e Sabrina, su quanto avvenne all’esterno di casa Misseri quel pomeriggio, sono in netto contrasto. Oltre a Mariangela, saranno sentiti la sorella minorenne, Alessandra Spagnoletti, le due sorelle con le quali Sarah e Sabrina dovevano andare a mare quel maledetto 26 agosto, un altro amico di comitiva, Alessio Pisello, Giuseppe Olivieri, titolare della ditta in cui lavoravano Trono e Di Bari, e i papà di Mariangela, Vito Antonio Spagnoletti, e di Fedele Giangrande, Cosimo. 

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif21 febbraio 6ª udienza

21 febbraio. Sesta udienza. Parla Mariangela Spagnoletti, Alessandra Spagnoletti, Alessio Pisello, Giuseppe Olivieri, Vito Antonio Spagnoletti, Cosimo Giangrande, Vito Donato Lastella.

Il dr Antonio Giangrande, avetranese doc, scrittore, autore del libro sul delitto di Sarah Scazzi, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, senza intenti diffamatori si chiede e chiede agli avvocati in causa ed a tutta la stampa: come è possibile che a presiedere la Corte d'Assise di Taranto per il processo di Sarah Scazzi, in violazione al principio della terzietà ed imparzialità del giudice, sia il giudice Cesarina Trunfio, ex sostituto procuratore di Taranto, già sottoposta del Procuratore Capo di Taranto Franco Sebastio e collega dell’aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero. Ex colleghi facenti parte del collegio che sostiene l'accusa nel medesimo processo sul delitto di Sarah Scazzi dalla Trunfio presieduto? Qualsiasi decisione finale sarà presa, sarà sempre adombrata dal dubbio che essa sia stata influenzata dalla colleganza funzionale e territoriale. Ma questo non basta. Sotto i riflettori delle tv presso la Corte d’Assise di Taranto arriva Mariangela Spagnoletti accompagnata dall’immancabile legale, (difensore di che? Se il teste non ha bisogno di difesa e/o rappresentanza legale!! Mah!!), spesso citato a sproposito ed inopportunamente dai giornalisti come avvocato di Mariangela ed altri testimoni del processo sul delitto di Sarah Scazzi. Enzo Tarantino, assistente legale di Mariangela Spagnoletti è componente della Giunta dell’Amministrazione comunale di Avetrana: Assessore al Bilancio, Finanze, Tributi, Marketing territoriale, personale. Non è diffamatorio puntualizzare che ci possa essere un lieve difetto di incompatibilità (stranamente non rilevato da chicchessia) tra chi assiste una testimone dell’accusa (la cui attività forense non è necessaria) e chi rappresenta gli interessi di chi si è costituito parte civile nel medesimo processo come il Comune di Avetrana. Quel Comune di Avetrana che tanto ha lasciato a desiderare proprio in riferimento al Marketing territoriale, tanto che il paese è conosciuto come covo di omertosi retrogradi. A tal proposito c’è da sottolineare che siamo già ad un numero elevato di testimoni e decine ancora verranno a testimoniare. Tutto questo alla faccia di chi, in malafede, ignoranza e pregiudizio, ha voluto far credere che Avetrana fosse un paese covo di omertosi. Da “Il Corriere della Sera” e da “La Gazzetta del Mezzogiorno” ed da altri quotidiani la sintesi della giornata. Due piccole donne, una volta amiche e complici di serate in birreria, si guardano nei loro grandi occhi e attraversano, una di fronte all’altra, il conflitto più drammatico: Sabrina si agita, scuote la testa, dice “no”, che le cose non stanno come le racconta l’ex amica tanto da provocare un richiamo ufficiale da parte del presidente della corte, Rina Trunfio, che l’ha pubblicamente redarguita, richiamando a maggiore compostezza in aula anche la madre Cosima. Lei, Mariangela Spagnoletti, la teste più importante della procura, non si scompone, vede le contorsioni e la mimica facciale di Sabrina, ma va diritta per la sua strada. Ventidue anni, operaia, un bel viso con un trucco leggero, difende in modo fermo le sue posizioni, anche di fronte all’avvocato della difesa, Roberto Borgogno, l’inviato di Coppi che l’incalza con la speranza di indurla al passo falso delle contraddizioni. Mariangela corregge qualche dettaglio, ma è sicura e ferma: risponde e racconta per quattro ore, mette in ordine fatti, date, parole, sms, e soprattutto sostiene cose diverse da quelle di Sabrina. «Stavo sulla veranda e aspettavo Mariangela per andare al mare» ha detto Sabrina ai procuratori. «Non è vero - rivela lei -, stava per strada ed era preoccupata e agitata». Uno scontro, due ricostruzioni inconciliabili su quanto è accaduto prima e dopo il 26 agosto 2010. Non c’è astio nelle parole di Mariangela. Anzi, a volte sembra rifugiarsi in ricordi e immagini edificanti («Sabrina e Sarah erano come due sorelle»), ricostruisce con delicatezza, forse anche con qualche omissione, episodi che riguardano Sarah (le coccole di Ivano e gli abbracci, e il silenzio di fronte alle critiche della cugina: «Sarah si vende per le coccole»). Poi fissa le scene, con i ruoli di protagonisti e oggetti al loro posto: Michele accovacciato, la Marbella con il bagagliaio rivolto all’ingresso del garage, il parcheggio dell’Opel Astra, e la posizione di Sabrina che in altre occasioni l’aveva attesa all’interno dell’abitazione («era sempre in ritardo») e che invece, in questa circostanza, era per strada con il cellulare nella mano destra e borsa e asciugamano nella sinistra. Solo i colori Mariangela non ricorda, per il resto è come la memoria di un computer. Con Sabrina aveva rotto qualche giorno dopo la scomparsa di Sarah. Due mondi si erano polarizzati con contorni e contenuti contrastanti. Sabrina che tentava di svalutare e di inabissare l’accaduto, che cercava di gestirlo e di controllarlo relegandolo in un angolo, introducendo elementi distorsivi presi dalla cattiva pubblicistica - gli zingari che sequestrano le ragazzine e lo zio Giacomo con il suo passato equivoco e con la pista di San Pancrazio -, e soprattutto tentando l’azzardo più ambizioso: la manipolazione dei media. «Parla con i giornalisti» chiese a Mariangela. «No, quello che devo dire lo dirò ai carabinieri». C’è un civismo in questa affermazione. Il pm Mariano Buccoliero ricorda che Mariangela all’inizio è stata reticente e che poi, di fronte anche ad altre testimonianze, ha cominciato a collaborare con gli investigatori. Così i fatti hanno potuto ottenere, almeno in parte, una rivalutazione. La giovane operaia trova l’ambiente giusto che l’aiuta: una famiglia dignitosa e collaborativa, uno zio carabiniere, un giovane amico campano, Massimiliano Fantastico, anche lui carabiniere. E poi un avvocato cugino, Enzo Tarantino, che la consiglia e l’assiste. Peccato che lei sia teste è non ha bisogno di avvocati, né confidenti. Oltretutto Tarantino ha interesse in causa in quanto, lui assessore dell’amministrazione comunale avetranese, si è costituto parte civile contro la famiglia Misseri. E’ stata Sabrina a strangolare Sarah? Dalle cose dette da Mariangela non emerge questo. Ma s’intuisce che la ragazza pensa a un ruolo avuto da Sabrina. Non tutto è venuto fuori, ha confidato a un amico. Sabrina dice “no” a tutto e si è chiusa in una sorta di nichilismo. Solo lei potrebbe chiarire l’accaduto, lei in un confronto con il padre Michele. Un confronto tragico e risolutore. «Sabrina Misseri mi disse come era vestita Sarah il giorno della scomparsa». Arriva a sette ore dall'inizio della sesta udienza per l'omicidio della 15enne di Avetrana la dichiarazione che mette in difficoltà la difesa di Sabrina Misseri e rende traballante l'alibi della 23enne accusata in concorso con la madre di aver ucciso Sarah, strangolandola, il 26 agosto del 2010. A smentire Sabrina, che ha sempre dichiarato di non aver mai incontrato Sarah il pomeriggio della sua scomparsa, e dunque di non poter sapere cosa indossava, è stato Alessio Pisello, il ragazzo di Avetrana che faceva parte della comitiva di Sabrina e Sarah. Pisello, interrogato dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino e contro esaminato dai difensori dei nove imputati, è stato uno dei sette testimoni comparsi ieri dinanzi alla corte d'assise nelle dieci lunghe ore di udienza. Pisello dunque sostiene che Sabrina già pochi minuti dopo l’allarme per la scomparsa di Sarah, quel pomeriggio del 26 agosto, le indicò l’abbigliamento da mare che indossava la cuginetta. Al telefono disse di averlo saputo da Concetta, la mamma di Sarah, ma la donna in aula e durante l’intera istruttoria ha invece smentito. Ad aprire il dibattimento era stata Alessandra Spagnoletti, 13 anni a marzo, sorella di Mariangela, la migliore amica di Sabrina Misseri. Alessandra il pomeriggio del 26 agosto 2010 doveva andare al mare con la sorella, Sabrina e Sarah. «Siamo arrivati davanti a casa Misseri - ha ricordato la ragazzina - e Sabrina era già fuori, sulla strada. Sarah ancora non era arrivata. Sabrina ci chiese se l'avevamo vista. Poi l'ha chiamata al cellulare ma disse che dopo un paio di squilli, cadeva la linea. Sabrina era molto preoccupata, aveva gli occhi lucidi e diceva l'hanno presa, l'hanno presa. Noi le dicevamo stai tranquilla che ora la cerchiamo. Sabrina era sempre preoccupata. Siamo andati da Concetta, poi siamo tornati a casa di Sabrina dove abbiamo trovato Michele Misseri in strada, vicino alla sua auto». Dichiarazioni confermate da Mariangela Spagnoletti che si è confermata anche ieri in aula una delle principali testimoni a favore dell’accusa, e che ha poi raccontato alla corte come ha conosciuto Sabrina e quali erano i rapporti con Ivano e Sarah. «Frequentavo Sabrina dal dicembre 2009, quando diventai sua cliente. Da lei ho conosciuto anche Sarah. A giugno 2010 poi ho iniziato a frequentare gli altri componenti della comitiva come Ivano Russo e Ivano Pisello. Ci vedevamo ogni giorno. Io sapevo che a Sabrina piaceva Ivano. Le mi parlava sempre di Ivano e mi disse che gli interessava come ragazzo. Me lo ha detto appena sono diventata sua cliente. Voleva avere una storia con lui. Sabrina gliel'ha anche detto a Ivano e glielo faceva capire in mille maniere. Sabrina mi diceva di continue liti con Ivano perchè era ambiguo, la trattava male. Una volta gli fece una scenata di gelosia perché stava parlando con una ragazza. Anche con me si è arrabbiata una volta sulla spiaggia perché Ivano si sedette accanto a me, aggiungendo che se lei non ci fosse stata chissà cosa io avrei fatto con Ivano». Mariangela poi ha spiegato cosa accade la sera del 25 agosto, con la famosa frase «si vende, si vende per due coccole» detta da Sabrina nei confronti di Sarah, aggiungendo che secondo lei «Ivano coccolava Sarah ma come segno di protezione, non penso che aveva interessi verso quella che in fondo era una bambina. Sabrina, però, con qualche frase mi fece capire di essere gelosa di Sarah». Daltro canto, un colpo alla ricostruzione dell'accusa è venuta, però, dalla deposizione dell'imprenditore di Avetrana Giuseppe Olivieri, presso il quale due donne, la moglie del super testimone Antonio Petarra (che vide Sarah alle 13.50 andare verso casa Misseri) e un'altra signora, facevano le pulizie. Le due donne la precedente udienza hanno detto ai giudici che andavano a fare le pulizie ogni giorno dalle 14 alle 17: Olivieri ha invece ridimensionato il loro impegno lavorativo ad appena un'ora alla settimana, senza peraltro un orario prestabilito di inizio. Prima Mariangela Spagnoletti poi l’amico Alessio Pisello, entrambi hanno appesantito la posizione di Sabrina Misseri, la loro ex amica accusata di avere ucciso la cugina Sarah Scazzi con l’aiuto di sua madre Cosima Serrano. La teste, interrogata per quasi quattro ore, ha raccontato i primi attimi della presunta scomparsa della quindicenne facendo emergere le contraddizioni che hanno poi portato gli inquirenti a dubitare dell’estetista ventitreenne. «Era già in strada ed era agitata quando arrivai con la mia macchina perchè avevamo appuntamento per andare al mare con Sarah», ha confermato Mariangela smentendo il racconto di Sabrina, che ha sempre detto di trovarsi invece sulla veranda. Ancora più imbarazzante, invece, se tale ricostruzione troverà conferme, la deposizione fatta dall’amico Pisello, il quale ha raccontato un episodio che ha lasciato tutti a bocca aperta: «Quando Sabrina mi ha telefonato la prima volta per dirmi che era scomparsa Sarah, mi ha anche detto com’era vestita». Alla domanda del pm se fosse a conoscenza di come avesse fatto Sabrina a sapere quali indumenti indossasse la cugina, visto che non l’aveva mai vista arrivare a casa, Pisello ha detto di aver saputo, sempre perché da lei riferito, che questa informazione l’aveva ricevuta dalla zia Concetta Serrano, mamma di Sarah. Secondo quanto ha anche recentemente dichiarato la madre della ragazza uccisa, però, quel pomeriggio non aveva visto uscire la figlia e aveva saputo soltanto in seguito com’era vestita. L’altra persona che poteva conoscere questi particolari è l’ex badante rumena Ecaterina Pantir, che, già interrogata dalla stessa Corte d’assise, non ha detto di aver raccontato tali particolari in quel contesto. Toccherà ora a Sabrina, quando verrà il suo turno, spiegare da chi ha ricevuto quelle informazioni riferite ad Alessio Pisello in una delle sue primissime telefonate fatte all’amico tra le 15 e le 15.20. Commentando l’atteggiamento dell’amica, Pisello ha poi detto: «Se mi ha ingannato Sabrina è stata davvero brava». Tornando alla deposizione di Mariangela Spagnoletti, la ragazza ha sostanzialmente confermato punto per punto quanto ha già riferito agli inquirenti nei suoi due precedenti interrogatori. «Sabrina era molto interessata a Ivano del quale era anche gelosa». Un attaccamento quasi morboso quello descritto dalla ragazza, che con Sabrina si appostava nelle vicinanze della casa del bell’Ivano «per controllarlo quando usciva e quando rientrava». Sono stati ascoltati anche la sorella minore di Mariangela, che era con lei il pomeriggio in cui andò in via Deledda per prendere Sabrina e Sarah, e il padre che partecipò alle ricerche. La sera del 25 agosto 2010, vigilia dell’uccisione di Sarah Scazzi, Sabrina Misseri e Ivano Russo litigarono perché, secondo Sabrina, lui mostrava troppe attenzioni verso la quindicenne. Lo ha riferito la teste Mariangela Spagnoletti durante la deposizione in aula al processo per l’uccisione di Sarah Scazzi. «Andammo al pub 102 – ha detto Mariangela – e Sabrina disse riferendosi a Sarah “si vende, si vende”. C'era anche Sarah, non rispose, non so se si mise a piangere o meno, non la vidi in volto. Poi in auto Sabrina mi disse che Ivano considerava più Sarah di lei». Mariangela ha aggiunto che, per quanto da lei percepito, Ivano «coccolava Sarah come un fratello maggiore e questo dava fastidio a Sabrina».

Il resoconto della giornata.

ORE 10:55 – tocca ad Alessandra Spagnoletti. Il giorno dell’uccisione di Sarah Scazzi, quando l’amica Mariangela Spagnoletti e la sorella tredicenne, Alessandra, si recarono a casa di Sabrina Misseri per andare al mare con lei e con Sarah, trovarono Sabrina già in strada «molto preoccupata». Lo ha dichiarato la minorenne, Alessandra Spagnoletti, durante la testimonianza in corso nella sesta udienza del processo per l’uccisione di Sarah. «Siamo arrivati a casa di Sabrina – ha detto, indicando anche com'era vestita Sabrina e che cosa aveva con sè – e lei era già in strada. Ha chiesto a Mariangela se avesse visto Sarah. Poi ha fatto due telefonate, salendo anche in auto, al cellulare di Sarah. «La prima volta ha detto che non rispondeva, la seconda che era spento, e Sabrina ha detto “L'hanno presa, l’hanno presa”. Sabrina era molto preoccupata e aveva gli occhi lucidi». Le dichiarazioni contrastano con quelle rese durante le indagini da Sabrina, che ha sempre dichiarato di aver atteso in veranda l’arrivo di Mariangela e sua sorella e che sarebbe stata Mariangela, preoccupata perchè non si trovava Sarah, a dire che forse l’avevano presa.

ORE 11:46 – tocca a Vito Donato Lastella. Il 26 agosto 2010, giorno dell’uccisione di Sarah Scazzi, un geometra di Avetrana, Vito Donato Lastella, mentre rincasava in auto dirigendosi verso il litorale vide in strada sulla destra una sagoma esile e veloce e contemporaneamente uscire da una stradina a destra un’auto chiara, con due persone a bordo, che fece una strana manovra, tanto che egli dovette allargare la traiettoria di marcia per evitare problemi. Lo ha detto lo stesso Lastella, deponendo in aula al processo per l’omicidio. Il geometra ha detto che, quanto all’orario, sicuramente era dopo le 14.05, momento in cui aveva spento il pc in studio uscendo dopo qualche minuto. Per l’accusa, quella sagoma potrebbe essere Sarah che cercava di allontanarsi da casa Misseri e l’auto potrebbe essere quella di Cosima Serrano con a bordo Sabrina Misseri che stavano cercando di raggiungerla.

ORE 11:48 – depone Giuseppe Olivieri. Nell’azienda di arredo bagno e ceramiche di Giuseppe Olivieri, ad Avetrana, nell’estate del 2010 venivano fatte pulizie nel pomeriggio da Pamela Trono e Giuseppina Di Bari solo per un’ora alla settimana. Lo ha raccontato Olivieri testimoniando al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Trono è la moglie di Antonio Petarra, l’uomo che il 26 agosto 2010, giorno del delitto, disse di aver visto intorno alle 13.45-13.50 passare sotto casa Sarah diretta dai Misseri. Trono e Di Bari, nella precedente udienza, dichiararono di compiere giornalmente pulizie nella ditta Olivieri dalle 14 alle 17, e Petarra spiegò di ricordare quell'orario perchè la moglie alle 14 doveva essere al lavoro con l’amica. Olivieri ha riferito in aula di non sapere quando le due donne eseguissero le pulizie negli uffici della ditta, circostanza che gli è stata contestata dai pm rispetto al verbale di sommarie informazioni testimoniali in cui aveva detto che le pulizie venivano compiute ad uffici chiusi, dalle 14 alle 17.

ORE 12.30 – depone Vito Antonio Spagnoletti. Prima di Mariangela è stato sentito il padre della giovane, Vito Antonio Spagnoletti. «Quel pomeriggio, dopo aver saputo che Sarah non si trovava, andammo a casa Misseri – ha dichiarato l'uomo – e trovammo fuori Michele. Mi disse che sperava si trattasse di una scappatella e che non appena si fosse sbrigato sarebbe andato nelle campagne, nella zona della Riforma dove hanno terreni alcuni parenti, per vedere se si trovava da quelle parti».

ORE 13:02 – parla Mariangela Spagnoletti. «A Sabrina piaceva Ivano. Me lo diceva lei che parlava sempre di Ivano, gli interessava come ragazzo, voleva avere con lui una storia. Sabrina glielo ha detto e glielo ha fatto anche capire. Per lei era una cosa forte». Lo ha detto in aula Mariangela Spagnoletti, l’amica di Sabrina Misseri con la quale Sabrina sarebbe dovuta andare al mare il 26 agosto 2010, giorno del delitto, insieme con la sorella minorenne di Mariangela e con Sarah.  Mariangela ha riferito di qualche litigio di Sabrina sia con Sarah sia con Ivano e una volta anche con lei stessa per le attenzioni che Ivano mostrava talvolta verso Sarah.

ORE 16:08 – finita la deposizione di Mariangela. Si è conclusa dopo circa tre ore la prima parte della deposizione di Mariangela Spagnoletti al processo in Corte di Assise per l’omicidio di Sarah Scazzi. La testimone ha risposto alle domande rivoltele dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino, ripercorrendo le fasi del pomeriggio del 26 agosto 2010, giorno in cui Sarah venne uccisa, e confermando quanto già dichiarato durante l'istruttoria. In particolare Mariangela ha confermato di aver lasciato Sabrina Misseri nel pomeriggio di quel giorno per continuare le ricerche di Sarah con altri amici, e di averla reincontrata la sera, intorno alle 19.45. La teste ha inoltre riferito che qualche giorno dopo la scomparsa di Sarah i rapporti con Sabrina Misseri si sono interrotti. «Mi disse di parlare con i giornalisti – ha dichiarato parlando dei motivi della rottura - e io mi rifiutai. Da quel momento non ci siamo sentite più». Mariangela ha poi risposto alle domande dei legali di parte civile, quindi è iniziato il controesame del collegio difensivo. Mariangela ha riferito che in strada vicino a casa Misseri c'erano sia la Seat Marbella di Michele Misseri sia la Opel Astra della mamma di Sabrina, Cosima Serrano. La Marbella, ha spiegato, era in direzione mare con la ruota anteriore destra sul marciapiede; il portoncino del garage era aperto.

ORE 20:21 – Parla Alessio Pisello. Con la deposizione di Alessio Pisello, un amico di Ivano Russo e componente della comitiva di Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, si è conclusa la sesta udienza del processo per l’omicidio della quindicenne di Avetrana (Taranto). Il giovane ha riferito di essere stato lui a presentare a Sabrina l’amico Ivano, che conosceva sin dall’adolescenza. Fu proprio Sabrina con una telefonata, nel pomeriggio del 26 agosto 2010, ad informarlo che Sarah era scomparsa e a chiedergli di aiutarla nelle ricerche, cosa che fece quello stesso giorno. Alessio Pisello ha aggiunto che Sabrina gli disse nella telefonata che Sarah «era in tenuta mare», senza aggiungere altro. In un verbale di istruttoria, Pisello aveva detto che Sabrina gli aveva parlato di Sarah che indossava «un tenuta da mare, una maglietta e un pantaloncino», circostanze che Sabrina comunque avrebbe appreso dalla mamma di Sarah, Concetta Serrano. «Mai visto atti di gelosia dell’una verso l’altra, erano come sorelle», ha detto il teste. Pisello ha inoltre parlato di un incontro avuto con gli ex legali di Sabrina Misseri, gli avvocati Vito Russo ed Emilia Velletri, attraverso un suo amico e in un’abitazione di quest’ultimo, per riferire di circostanze che potevano essere utili ad indagini difensive. Infine il teste ha ricordato i momenti in cui apprese, la sera del 6 ottobre 2010, del ritrovamento del corpo di Sarah. «Quando lo dissero in tv, non ci credevamo. Poi uscii in auto con Ivano e Sabrina per trovare il posto, girammo inutilmente alcune zone. Ad un certo punto - ha raccontato – Sabrina chiamò la madre e chiese dove era possibile cercare ancora, e la madre disse di provare in contrada Mosca», dove poi effettivamente furono ritrovati i resti di Sarah. Pisello ha aggiunto su questa circostanza un particolare. Due giorni prima che Michele Misseri facesse la prima confessione, andò da lui e gli disse di aver cercato Sarah anche in contrada Mosca, che sapeva essere conosciuta dall’uomo. «Mi rispose – ha detto Pisello – che l’aveva già cercata lui in quella zona e che lì di certo non c'era».

L'udienza è stata aggiornata a martedì 28 febbraio. Tra i testi chiamati a deporre ci sono Donato e Francesca Massari, padre e figlia. Il primo vide Cosima in macchina nel pomeriggio del 26 agosto dalle parti di via Deledda, mentre la figlia Francesca era amica e compagna di scuola di Sarah.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif28 febbraio 7ª udienza

28 febbraio. Settima udienza. Parla Donato e Francesca Massari, Giuseppe Serrano, Isabella Pernorio, Daniele Lanzo, Anna Parisi, Salvatore Sacco ed Anna Dimitri.

Otto testimoni per la settima udienza del processo a carico di Michele Misseri ed altre 8 persone, a giudizio, a vario titolo, per la scomparsa e l’omicidio di Sarah Scazzi. I pubblici ministeri Pietro Argentino e Mariano Buccoliero hanno citato Donato Massari, un vicino dei Misseri che vide il pomeriggio del 26 agosto del 2010 Cosima Serrano sfrecciare in auto non lontano dalla sua abitazione, la figlia Francesco Massari, amica del cuore di Sarah Scazzi, Giuseppe Serrano, fratello di Cosima e anche di Concetta, mamma della vittima. Sul banco dei testimoni si accomoderanno anche Isabella Pernorio, Daniele Lanzo, Anna Parisi, Salvatore Sacco ed Anna Dimitri. L’obiettivo della pubblica accusa è quello di continuare a demolire l’alibi delle principali imputate, Sabrina Misseri e Cosima Serrano, che hanno sempre sostenuto di non aver mai visto Sarah il pomeriggio del 26 agosto. Importante, sotto quest’ottica, si annuncia la testimonianza di Donato Massari che invece ha sostenuto di aver visto Cosima alla guida della sua Opel Astra station wagon. Intanto le notizie di contorno all’evento giudiziario dicono che la corte ha bacchettato Sabrina e Cosima durante il processo per la morte di Sarah Scazzi. La presidente del Tribunale ha infatti chiesto che le due imputate non sottolineino con gesti di approvazione o disapprovazione le testimonianze delle persone chiamate a deporre in aula. Risatine e gesti che hanno fatto perdere la pazienza al giudice che ha chiesto con forza che gli avvocati della difesa “impongano” il silenzio e la moderazione alle due donne accusate di omicidio.

Inoltre si parla anche del cane di Sarah. «Abbiamo già altri quattro cani e le nostre finanze non ci permettono di far fronte ad un quinto", spiega la signora Anna Pisanò, che è anche una dei testimoni chiave del processo in corso - Prima tutti facevano a gara per adottarla, comprese le associazioni animaliste, ora "Saetta" non interessa più a nessuno». Si chiama "Saetta", ed era la cagna di Sarah Scazzi, affidato negli ultimi due anni ad una famiglia di Avetrana, i Pisanò, che ora non hanno più intenzione di occuparsene ed hanno annunciato l'intenzione di darla a qualcun altro. Per due anni è stata la famiglia Pisanò a prendersi cura di lei. Ora Saetta cerca una nuova casa. «Abbiamo già fatto abbastanza per assisterla. Che siano altri adesso a mantenerla». E' stata Anna Pisanò a fare l'annuncio, una ex amica della famiglia Misseri, che si lamenta dell'indifferenza della gente nei confronti dell'animale. A parlare è Anna Pisanò, l’ex amica della famiglia Misseri che si lamenta dell’indifferenza che la gente ora mostra nei confronti della cagna di Sarah Scazzi. Saetta è la randagia adottata dalla quindicenne uccisa il 26 agosto del 2010. L’aveva raccolta dalla strada quando era ancora una cucciola e da quel giorno non si era mai separata dall’animale che curava e sfamava. Anche il pomeriggio della tragedia la meticcia si trovava davanti il garage di via Deledda da dove per più di un mese dopo non si è più mossa. Sarah aveva trovato l'animale per strada ed aveva deciso di adottarla, ma poi è successo quello che tutti sappiamo: è stata uccisa il 26 agosto 2010. L'aveva raccolta dalla strada ancora cucciola, e da quel giorno se ne era presa cura senza separarsene mai. Anche lo stesso pomeriggio in cui è avvenuto l'omicidio, "Saetta" è stata vista davanti al garage di via Deledda, dove si trova casa Misseri, e da dove per oltre un mese non ha voluto saperne di spostarsi. Telecamere, giornalisti, curiosi, avevano poi spinto la cagna a cercare rifugio in casa della famiglia Pisanò, che ora non se la sentono più di prendersene cura. La presenza dei curiosi e delle telecamere che piantonavano quei luoghi avevano poi costretto Saetta a rifugiarsi a casa dei Pisanò che ora non se la sentono più di badare a lei. «Abbiamo già altri quattro randagi e le nostre finanze non ci permettono ulteriori sforzi», spiega la signora Anna che dopo il recente matrimonio della figlia ha perso un altro sostegno in casa. «Prima tutti facevano a gara per adottarla, anche le associazioni animaliste, adesso di Saetta nessuno più vuol sentirne parlare», commenta Anna infastidita anche da certi comportamenti di alcuni vicini. «Hanno detto che Saetta è aggressiva quando non è vero e che vogliono fare la denuncia ai carabinieri: che la facessero così vengono e la portano via», si sfoga l’ex amica intima di Sabrina Misseri divenuta ora testimone chiave della sua accusa. «Noi vogliamo bene a Saetta e non vogliamo sbarazzarcene ma per i nostri cani spendiamo già 150 euro al mese di alimenti e medicine e purtroppo dobbiamo rinunciare a qualcosa». Ed ancora “No al sequestro conservativo di tutti i beni di proprietà di Cosima Serrano, rinviata a giudizio per concorso in omicidio, del marito Michele Misseri e del cognato Carmine Misseri, alla sbarra invece per concorso in occultamento di cadavere”. La corte d’assise di Taranto (presidente Rina Trunfio, giudice relatore Fulvia Misserini) ha respinto la richiesta degli avvocati Nicodemo Gentile, Valter Biscotti e Antonio Cozza, costituitisi parte civile nel procedimento per conto dei genitori di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo e Giacomo Scazzi, e del fratello Claudio Scazzi. Già in sede di udienza preliminare, dinanzi al giudice Pompeo Carriere, la famiglia Scazzi presentò il conto, chiedendo tramite i legali complessivamente un risarcimento danni di 33 milioni di euro con una provvisionale immediatamente esecutiva di 300mila euro. La maggior parte delle richieste (27 milioni) era a carico dei tre imputati principali: Sabrina Misseri e Cosima Serrano, rispettivamente cugina e zia della vittima (oltre che ovviamente parenti delle parti civili), imputate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere, e Michele Misseri, accusato di concorso in soppressione di cadavere e danneggiamento (l’incendio degli indumenti e dello zainetto di Sarah). Sei milioni di euro, invece, sono stati chiesti come risarcimento danni agli altri due imputati di concorso in soppressione di cadavere e cioè il fratello di Michele, Carmine Misseri e il nipote Cosimo Cosma, detto Mimino. Questo fatto demarca in modo significativo il limito tra la sete di giustizia con l'interesse economico e/o vendicativo. Alla corte d’assise, era stato chiesto il sequestro conservativo dei beni perché «nel caso di specie - si legge nell’atto - vi sono fondate ragioni che lascino desumere la mancanza o la dispersione delle garanzie del credito, che deriva sia dall’entità del credito stesso, e sia dalla situazione di depauperamento del patrimonio dei debitori che potrebbero concretamente - visto anche il contenuto tenuto sino ad ora nel procedimento, disporre pregiudizievolmente dello stesso, al fine di sottrarsi alle plurime obbligazioni economiche che il coinvolgimento nella vicenda giudiziaria inevitabilmente ha fatto e farà sorgere rispetto a tutte le parti interessate». Secondo i giudici, invece, mancano i presupposti per l’adozione di un provvedimento di sequestro conservativo in quanto «il patrimonio immobiliare degli imputati, la cui consistenza è evincibile dai documenti allegati alla istanza della parte civile, non presenti quel canone di inadeguatezza o insufficienza rispetto alle pretese risarcitorie». I giudici sottolineano inoltre che non sono stati indicati elementi certi ed univoci di un potenziale depauperamento del patrimonio degli imputati che, lo si ribadisce, è comunque costituito da beni immobili, se si eccettua un generico riferimento ad un pericolo di dispersione». La richiesta di sequestro è stata peraltro rigettata allo stato degli atti e dunque non è escluso che possa essere ripresentata in futuro, qualora i difensori di parte civile dovessero ravvissarvi le condizioni per farlo. Per tornare al processo si evidenzia che sono presenti otto testimoni per cementare le accuse contro Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Ci si avvale delle impressioni pubblicate sugli organi di stampa, debitamente filtrate da opinabili opinioni. Riprende in Corte di Assise il processo per l’omicidio della piccola Sarah Scazzi. Tra i testi chiamati dai pubblici ministeri a deporre in aula, spicca Donato Massari, l’uomo che il giorno della scomparsa di Sarah notò l’auto di Cosima Serrano sfrecciare ad alta velocità nelle strade di Avetrana e dice in aula: "Mia figlia mi disse che un giorno Sarah, all'uscita da scuola, le chiese di accompagnarla perché aveva paura di tornare a casa da sola con Sabrina".  Per la pubblica accusa la sua testimonianza è importante poiché fornisce un riscontro ai movimenti di zia Mimina nel pomeriggio in cui la quindicenne scomparve nel nulla. Ma le sue parole serviranno anche per dimostrare come Cosima e sua figlia Sabrina vararono da subito una strategia per depistare le indagini e condizionare i testimoni. Pochi giorni dopo quel fatidico 26 agosto, infatti, le due imputate andarono proprio a casa di Massari per convincerlo a modificare quanto l’uomo aveva già riferito agli inquirenti. E fu proprio in quell’occasione che l’uomo vide la macchina della Serrano e la riconobbe come quella che aveva notato procedere ad alta velocità ad Avetrana proprio nei momenti precedenti alla scomparsa di Sarah. Oltre alla sua deposizione i magistrati acquisiranno quella di sua moglie Claudia Pernorio e di sua figlia Francesca. Il quadro delle testimonianze sarà completato da quelle del poliziotto Daniele Lanzo, di Giuseppe Serrano, fratello di Cosima Serrano, e di Anna Parisi, Anna Dimitri e Salvatore Sacco, vicini di casa Misseri. Nel primo pomeriggio del 26 agosto 2010, tornando dal lavoro, tra le 14 e le 14.20, mentre era alla guida dell'auto e stava arrivando vicino al campo sportivo di Avetrana, Massari vide uscire a gran velocità da una strada sulla sua sinistra la Opel Astra di Cosima Serrano, diretta verso il paese, seguita da un furgone blu. Il conducente dell'auto, secondo il teste, fece una manovra strana, tanto che lo stesso teste imprecò, mentre la Opel Astra si allontanava. Massari ha riferito anche che il 4 settembre 2010 Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri andarono a casa sua e lui riconobbe nella loro Opel Astra la stessa auto vista il 26 agosto precedente, tanto che la moglie decise di fotografare la vettura. Le due donne chiesero di parlare con la figlia di Massari per sapere se fosse a conoscenza di qualcosa su Sarah, che era scomparsa. Dopo due-tre giorni dalla prima visita, Cosima - ha aggiunto il teste - tornò a casa di Massari dicendo che era stata dai carabinieri per denunciare che un suo nipote aveva visto una persona con furgone bianco prendere Sarah, e chiedendo allo stesso Massari di dire agli investigatori che il furgone visto il 26 agosto era bianco e non blu. Dopo alcuni giorni Massari ricevette un'altra visita da Sabrina Misseri, sempre in relazione alla scomparsa di Sarah. «Sarah veniva spesso a casa mia a trovare mia figlia Francesca. Quest'ultima mi ha detto che una volta avevano perso il pullman per andare a scuola e Sarah le disse che non si fidava tanto della cugina Sabrina. Inoltre mi ha detto che Sarah non voleva andare da sola in auto con la cugina. Mia figlia mi disse che un giorno Sarah, all'uscita da scuola, le chiese di accompagnarla perchè aveva paura di tornare a casa da sola con Sabrina». Lo ha riferito il papà della compagna di scuola di Sarah Scazzi, Donato Massari, testimoniando in aula al processo per l'omicidio della quindicenne di Avetrana. «Ho detto solo nel giugno 2011 che quella vista il 26 agosto 2010 era l'auto di Cosima perché avevo paura per tutto quello che era successo». Lo ha detto il testimone Donato Massari, deponendo in aula al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Nel settembre del 2010, quando era stato sentito per la prima volta, Massari aveva indicato l'auto - una Opel Astra - ma non specificando che si trattava di quella di Cosima Serrano, che è imputata del delitto insieme alla figlia Sabrina Misseri. «Cosima Serrano venne a casa mia e mi disse che, se mi avessero chiamato i carabinieri - ha riferito Donato Massari che il pomeriggio del 26 agosto del 2010 passava in auto nei pressi del Palazzetto dello Sport e del campo sportivo di Avetrana -, avrei dovuto dire che il furgone che avevo visto, affiancato a una Opel Astra Station Wagon grigio metallizzata, non era di colore blu ma bianco,  anche perché ''la stessa Cosima riferì che un suo nipote aveva visto Sarah entrare in un furgone bianco». Le due principali imputate sono la stessa Cosima Serrano e la figlia Sabrina Misseri. La prima volta le due donne si presentarono a casa di Massari il 4 settembre, circa una settimana dopo la scomparsa di Sarah, e chiesero di parlare con Francesca, la figlia di Massari molto amica della ragazzina scomparsa ma non ottennero di incontrarla. La moglie di Massari fotografò dall'alto l'automobile di Cosima Serrano che è appunto una Opel Astra station wagon grigio metallizzata proprio perché, come ha spiegato il testimone, aveva parlato alla consorte in precedenza della scena che avrebbe visto il 26 agosto. L'uomo non ha saputo indicare con certezza l'orario dell'avvistamento: sia nei verbali che in Aula ha riferito di aver assistito alla scena dei due mezzi affiancati, l'Opel Astra e il furgone blu, prima alle 14.35 e in un secondo momento tra le 14 e le 14.20. L'uomo ha detto che dopo aver visto le due vetture una vicina all'altra, ''l'Opel ha fatto una manovra azzardata e ha quasi rischiato di tamponare un'altra macchina''. Massari non ha visto chi era a bordo della Opel, né la targa di quest'ultimo veicolo, mentre è stato più preciso sul colore del furgone, sicuramente blu, e sul conducente dello stesso furgone, un giovane di circa 25 anni con baffi folti e una capigliatura che sembrava una parrucca. Il testimone ha riferito che dopo la prima visita del 4 settembre in occasione della quale le due imputate chiesero di parlare con la figlia Francesca per sapere se sapeva qualcosa di Sarah, passati alcuni giorni, si presentò da sola Cosima chiedendogli appunto di riferire ai carabinieri di aver visto un furgone bianco e non blu. Infine, dopo qualche giorno si presentò solo Sabrina che ''mi chiese dettagli sulle fattezze del conducente del furgone''. Massari non è stato molto preciso neanche sui giorni in cui le donne si presentarono a casa sua. Francesca Massari è uno scricciolo di ragazza di poco più di 16 anni: «con Sarah ci conoscevamo da quando avevo otto anni», risponde al presidente di Corte d’Assise, Rina Trunfio. Sarah avrebbe avuto la stessa età di Francesca. Carine tutte e due, insieme frequentavano l’istituto alberghiero: parlavano di ragazzi e di amicizie, di profili su Facebook e di innamoramenti. «Mia figlia non è più la stessa - rivela la mamma Claudia Pernorio, anche lei teste al processo -. La tragedia di Sarah l’ha segnata profondamente, ha sconvolto la sua vita e cambiato anche la nostra. Non riusciva più a fare niente. Non studiava, aveva difficoltà a concentrarsi, è stata bocciata e voleva ritirarsi. Lentamente, siamo riusciti a spronarla e l’abbiamo convinta a continuare a studiare. Adesso frequenta anche una scuola di ballo». La testimonianza della ragazzina, forse l’unica amica di Sarah, scuote l’udienza. Viso delicato, aggraziata, occhiali ben intonati alla faccia pulita, attira l’attenzione su di sé. Sia i pm sia gli avvocati la trattano con delicatezza, le danno del «tu». Lei risponde e qualche volta dice «non ricordo». Il processo per due ore riacquista il suo significato e la sua intensità. La mamma di Sarah, Concetta, è attentissima. Le parole, pronunciate da un’adolescente che parla della sua amica del cuore, ridiventano autentiche e svelano travagli e speranze che i genitori sono gli ultimi a conoscere. Sabrina, sua madre Cosima e il padre Michele Misseri, l’uno a pochi metri dall’altro, sembrano uscire dalla fissità dei loro ruoli; guardano la ragazzina, sorpresi dalla forza dei suoi ricordi. Sarah così fa irruzione, e fa passare in secondo piano ogni altra valutazione, anche quelle giuridiche. È diventato molto strano questo processo. I protagonisti, via via, hanno costruito piccoli mondi chiusi, fortilizi con muri esclusivi e sempre più stretti, ciascuno con i suoi avvocati. È come se avessero preso le distanze da se stessi e dalla storia comune, da quello che sono - forse erano - nella vita reale: una famiglia con tensioni ma unita, poi dilaniata da una tragedia che l’ha chiamata in causa come nucleo di persone corresponsabili, e che ora li allontana e li fa diventare sconosciuti l’un all’altro. Hanno dimenticato la verità i Misseri: dalla verità dei fatti avvenuti nel primo pomeriggio del 26 agosto 2010 nella loro villetta verde si sono allontanati prima con paura, poi in modo sempre più deciso. Altre urgenze li hanno trascinati in un mondo irreale e sconvolto. «In questo allontanamento - sostiene un giovane avvocato attento ai profili psicologici - hanno costruito con l’immaginazione un altro mondo, e l’immaginazione è diventata realtà». Misseri, il contadino preciso come le forbici della potatura, la prima udienza ha pianto. Anche Sabrina ha fatto vedere le lacrime, nella gabbia sotto i riflettori tv; Cosima è stata sempre ferma, in mezzo all’aula di Corte d’Assise, bloccata nei suoi pensieri e nella sua inespressività. Sembrano statue di sale. Ma l’amica di Sarah li fa sobbalzare. Assistere alla testimonianza di una ragazzina fa rivivere Sarah il cui nome, pronunciato in modo innocente, rivela una presenza vera e richiama alla responsabilità. Fino a quel momento, con gli altri testimoni che si alternavano nell’aula, aveva vinto il torpore delle cose ripetute e trascritte nei verbali. Anche Donato Massari, un teste importante nell’economia dell’ufficio dei pm, il padre di Francesca, aveva ripetuto le sue rivelazioni. Anzi, l’operaio a volte si tradiva nei ricordi, tanto che Misseri, rivolto agli avvocati, ha sussurrato nervoso: «Questo è scemo. Dice che non mi conosce. E poi non ricorda neanche quando ha preso la patente. Ma come, si è dimenticato che l’abbiamo presa insieme, quasi dieci anni fa e che sta per scadere?». Il contadino, quando Massari parla del furgoncino blu, dell’Opel Astra grigia e del guidatore con parrucca e baffi, sbotta: «Ma se lo sanno tutti che vede come una talpa». Ma è Francesca la protagonista. Quando magistrati ed avvocati finiscono di farle domande, lei accompagnata da una zia corre veloce all’uscita. «Possiamo andare - dicono i genitori -. Speriamo che sia finita».

Resoconto della giornata.

ORE 11:23 – Parla Donato Massari. «Mia figlia mi disse che un giorno Sarah, all’uscita da scuola, le chiese di accompagnarla perchè aveva paura di tornare a casa da sola con Sabrina. Ho detto solo nel giugno 2011 che quella vista il 26 agosto 2010 era l’auto di Cosima perchè avevo paura per tutto quello che era successo».

ORE 14:41 – Parla Claudia Pernorio. «Quando Cosima e Sabrina vennero a casa chiedendo di far scendere mia figlia, fotografai l’auto con cui erano arrivate per sicurezza, anche se non le conoscevo. Poi la sera mio marito mi disse che quell'auto era la stessa che lui aveva visto nel pomeriggio del 26 agosto 2010». Secondo la tesi dell’accusa, in quei frangenti Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri stavano andando a bloccare in strada Sarah che era andata via dalla loro abitazione. Prima della deposizione di Pernorio, si era conclusa quella di Donato Massari, che nel corso del controesame da parte del collegio difensivo degli imputati ha mostrato alcune lacune in relazione all’orario del presunto avvistamento dell’auto di Cosima Serrano. «Cosima Serrano venne a trovare due volte mio marito, Donato Massari, il 4 e 5 settembre del 2010 per dirgli che avrebbe dovuto dire di aver visto un furgone di colore bianco anziché blu nel pomeriggio del 26 agosto. Cosima Serrano, ha sottolineato la moglie di Massari, venne da mio marito perché fornisse questa versione ai carabinieri qualora l'avessero interrogato, anche perché un nipote della Serrano aveva già riferito di aver visto un furgone di analogo colore bianco e quindi, in quel caso, le versioni sarebbero state concordanti». La moglie di Massari ha poi confermato le date del 4 e 5 settembre 2010 fornendo anche due scatti fatti col cellulare, con la data sovrimpressa, che ritraggono l'Opel Astra grigia di Cosima Serrano. Proprio quest'auto fu vista dallo stesso Donato Massari nel pomeriggio del 26 agosto 2010, quando cioè fu uccisa Sarah, compiere "una manovra spericolata" nelle strade di Avetrana. Nel corso dell'udienza è poi accaduto che la moglie di Massari abbia risposto anzitempo a una domanda formulata da Franco De Iaco, avvocato di Cosima Serrano, cioè prima che quest'ultimo completasse il suo quesito. "Prendo atto di quello che è successo", ha commentato De Iaco, mostrando una reazione di disappunto e di dubbio per quanto accaduto.

ORE 16:01 – Parla Francesca Massari. Sale al banco dei testimoni anche Francesca Massari, amica e compagna di Sarah, la quale descrive il rapporto tra le due cugine:«Sabrina e Sarah erano come sorelle ma qualche volta litigavano via sms: Sarah non mi ha mai detto perché……. Sarah e Sabrina stavano sempre insieme perché la madre di Sarah la faceva uscire solo con lei che era più grande……. Sarah non si fidava tanto della cugina Sabrina…… Non voleva andare da sola in auto con lei». Dichiarazioni, quest’ultime, utili all’accusa che ritiene la gelosia di entrambe le cugine, nei confronto del ragazzo conteso, Ivano Russo, il movente che ha poi scatenato l’omicidio. «Quando vennero a casa Cosima e Sabrina, quest’ultima mi chiese di salire a bordo della loro auto, ma dissi di no. Sabrina mi chiese se Sarah, che era scomparsa, mi avesse detto qualcosa di particolare». Il giorno del delitto la ragazzina inviò prima un messaggio e poi fece uno squillo sul cellulare di Sarah, ma senza ottenere risposta. Sui rapporti tra Sarah e la cugina Sabrina Misseri, la ragazzina ha riferito che “Sarah mi diceva che erano come due sorelle, ma qualche volta litigavano”. La testimone ha confermato l’episodio, detto in precedenza in aula dal padre, anche lui testimone, relativo ad un giorno in cui Sarah manifestò timore nei confronti di Sabrina. «Non mi ricordo quando accadde – ha detto la ragazzina – forse era ad inizio di anno scolastico. Sarah, all’uscita da scuola, mi disse che aveva paura ad andare da sola con Sabrina». La ragazzina ha inoltre parlato del profilo Facebook di Sarah che lei gestiva insieme all’amica quindicenne. «Chattando su Internet attraverso il profilo Facebook, Sarah Scazzi aveva allacciato alcune amicizie, incontrandosi anche con una persona sposata, di nome Antonio, con il quale poi le comunicazioni si interruppero per la differenza di età». La ragazzina ha inoltre precisato che quando Cosima Serrano e Sabrina Misseri si presentarono a casa sua, qualche giorno dopo che Sarah era scomparsa, Sabrina chiese anche se Sarah le avesse parlato di qualche ragazzo al quale era interessata. Il nome del Gruppo verità e giustizia per Sarah Scazzi, nato su Facebook all’indomani della scomparsa della quindicenne di Avetrana per contribuire alle ricerche della ragazzina prima e successivamente alla verità sulla sua morte, è finito nuovamente nei faldoni del processo per il delitto. L’avvocato Nicola Marseglia lo ha citato chiedendo ad Francesca Massari, la compagna di scuola e amica del cuore di Sarah, se fosse iscritta. La ragazzina ha risposto spiegando di non aver chiesto di aderire, ma di essere stata iscritta automaticamente. Uno degli amministratori del Gruppo, Giuseppe Centonze, impiegato di origini baresi residente a Bologna, tra lo stupito e l’indignato, si chiede il perché di questo accanimento. La triste storia di Sarah, lo ha coinvolto in una lunga avventura virtuale che è diventata poi una battaglia di giustizia. «Della vicenda di Sarah - dice Centonze -, i social network si sono interessati sin dal giorno della scomparsa. Non siamo gli unici. Siamo nati con lo scopo di manifestare solidarietà alla famiglia Scazzi e come luogo virtuale d’incontro e di confronto sul caso». Il Gruppo, che oggi conta 173 membri da ogni parte d’Italia, ha seguito attentamente l’inchiesta nella fase delle indagini preliminari e lo fa tuttora con il processo in corte d’assise a Taranto. «Partendo dagli atti dell’inchiesta che sono stati resi pubblici, dagli articoli giornalistici e dai servizi delle tv - spiega Centonze -, ci siamo confrontati per cercare di capire chi, come, quando e perché ha ucciso Sarah e l’ha gettata in un pozzo. Senza una posizione precostituita nei confronti di qualsiasi persona coinvolta nella vicenda, nella speranza che si arrivi alla ricostruzione della verità storica non solo di quella processuale». Sarah, sulle pagine del Gruppo, è stata sempre al centro della vicenda. La vittima, prima di tutto. «Ad agosto 2011 - racconta Centonze -, una nostra delegazione è stata ricevuta dalla famiglia Scazzi ad Avetrana. Abbiamo conosciuto una famiglia che con grande dignità affronta il proprio dolore, una mamma che aspetta di capire perché le hanno strappato la figlia 15enne». Ma poi la situazione è cambiata. «Da quel momento - spiega Centonze -, il nostro Gruppo è finito sotto i riflettori della difesa di Sabrina Misseri. Siamo stati citati nell’istanza di rimessione del processo, poi bocciata dalla Corte di Cassazione, nel corso dell’interrogatorio di Ivano Russo e in quello di Mariangela Spagnoletti. E oggi anche in quello dell’amica di Sarah. Eppure esistono anche pagine o gruppi nati a sostegno di alcuni indagati, poi imputati. Non capiamo che tipo di utilità possa rivestire nel dibattimento, un gruppo Facebook - conclude Centonze -, ma se si ritiene che ciò possa aiutare a ricostruire la vicenda e a determinare le responsabilità, allora che la difesa di Sabrina Misseri ponga pure all’attenzione della Corte d’Assise di Taranto le pagine e i Gruppi come il nostro».

ORE 17:01 – Parla Anna Parisi. Ma nel processo si è insinuata un'altra zona d'ombra. Secondo quanto riferito in aula da una vicina di casa dei Misseri, Anna Parisi, il 5 ottobre 2010, vigilia della prima confessione di Michele che determinò il suo arresto, la figlia della stessa Parisi si recò a casa Misseri per disdire un appuntamento della madre con Sabrina per trattamenti estetici. La ragazza, giunta sotto casa, sentì le grida di un uomo provenire dall'abitazione, citofonò tre volte ma senza ottenere risposta. Per l'accusa, quelle grida potrebbero essere frutto di una lite in casa Misseri legata alla scomparsa di Sarah. «Ho incontrato Michele Misseri il giorno dopo che era stata fatta la denuncia per la sparizione di Sarah. Gli ho chiesto se aveva notizie e mi disse di non sapere nulla, poco dopo disse che probabilmente era stata rapita da qualche zingaro rumeno, forse per cause legate al traffico di droga o per prostituzione minorile» - Queste le parole di Anna Parisi, vicina di casa Misseri e legata da vincoli di parentela alla famiglia Serrano. Anna Parisi abita in via Deledda, a circa una cinquantina di metri da casa Misseri dove i pm asseriscono che sia stato commesso l'omicidio, a differenza di quanto afferma Michele Misseri, che continua ad autoaccusarsi di avere ucciso Sarah nel garage-magazzino. La testimonianza continua: Anna Parisi ha riferito che il 27 agosto, il giorno dopo il delitto, Michele Misseri le avrebbe detto che, insieme alla moglie Cosima, sarebbe andato a ritirare dei volantini da affiggere in paese per la ricerca della nipote. Avrebbe incontrato anche Valentina, la sorella di Sabrina, che sarebbe sbottata in un'esclamazione di nervoso dicendo che ora tutti si interessavano di Sarah, mentre prima nessuno la considerava : «Ora tutti vi state interessando di Sarah, quando nessuno prima se ne interessava. Tra 3 o 4 giorni, quando sarà tornata, saprete chi siamo e chi non siamo». Altro elemento della dichiarazione: Giusy Serrano, la figlia di Anna Parisi che sarà ascoltata come teste nel corso della prossima udienza, il 5 ottobre 2010, ovvero il giorno precedente al ritrovamento del corpo di Sarah e dell'arresto di Michele Misseri, andò a casa di Sabrina verso le 9 del mattino per un trattamento estetico. Nessuno la fece entrare e anzi, udì chiaramente le urla di una voce maschile e, spaventata, tornò velocemente a casa. Sabrina successivamente disse che si trovava in bagno e non aveva sentito suonare alla porta, ma non fece menzione delle urla. Anna Parisi, oltre a essere parente della famiglia Serrano, frequentava il gruppo dei Testimoni di Geova, insieme a Concetta Serrano Scazzi, la madre di Sarah. Quindi molto vicina alla sorella di fede. Ha detto che ogni tanto vedeva quest'ultima quando la ragazza andava a casa degli zii o la sentiva quando accudiva i cani o i gatti della zona o nel giardino della casa della famiglia Misseri. Con Cosima e Sabrina si vedevano qualche volta per i trattamenti estetici e si salutavano per strada.

ORE 18:05 – Parlano Salvatore Sacco ed Anna Dimitri. Vicini di casa dei Misseri. Ininfluente la loro testimonianza. Uno dei testimoni, Anna Dimitri, vicina di casa dei Misseri, residente in via Deledda, ha accusato un lieve malore ma si è subito ripresa ed è stata sottoposta ad interrogatorio.

ORE 19:06 – Parla Giuseppe Serrano. Una testimonianza scandita da tanti non ricordo quella di Giuseppe Serrano, fratello di Concetta e Cosima, ma vicino a quest’ultima stando al tenore delle sue dichiarazioni. «Il 26 agosto 2010 Michele Misseri arrivò nel terreno dietro la sua casa per raccogliere fagiolini non prima delle 15.30 e mi disse che Sarah non si trovava». «Quando raccoglievo i fagiolini vedevo spesso Cosima affacciarsi dal balcone della sua abitazione ma quel giorno non la vidi. - E’ quanto ha dichiarato il 6 ottobre 2010 il testimone che in aula ha fornito un’altra versione. - Non ricordo se la vidi il pomeriggio del 26 agosto». Anche sul ritrovamento del cellulare di Sarah, Giuseppe Serrano ha spiegato di non ricordare da chi lo avesse saputo: “Forse dalle tv”. Poi gli è tornata la memoria e ha confermato le dichiarazioni rese durante le indagini. «Me lo ha detto Michele ma non mi ricordo il giorno. Mi è sembrato strano che lo avesse trovato Michele». E’ stata la sua considerazione ma non ha saputo spiegare il perchè lo trovasse strano. I rapporti con Concetta? «Sono ottimi ma in questo periodo ci siamo allontanati. Noi vogliamo la verità, gli Scazzi vogliono vendetta. In loro vedo rabbia. Il teste ha inoltre detto di aver appreso dai "media", all’epoca, del ritrovamento del telefonino di Sarah (29 settembre 2010), e non da Michele Misseri, come riferito in precedenza agli inquirenti. Serrano, che risiede in Germania, ha aggiunto di essere tornato ad Avetrana (Taranto) nell’ottobre del 2011, in attesa del processo, ed ha fornito alcune risposte rileggendo appunti riportati su un foglietto ricavati - ha detto – da altri appunti segnati su calendari del 2010.

ORE 20:25 – Parla Daniele Lanzo. Nell’udienza è stato ascoltato anche un ispettore della Polizia, Daniele Lanzo il quale ha ripercorso un episodio indecifrabile avvenuto nella fase iniziale delle indagini. «Sabrina mi disse che suo padre aveva rinvenuto una sim card. Non si sapeva di chi fosse ma, considerando il caso del periodo, la invitai a segnalare l’accaduto ai carabinieri». Qualche giorno dopo la scomparsa di Sarah, Sabrina Misseri riferì ad un ispettore di polizia i sospetti sul padre della cugina, Giacomo Scazzi, per alcune sue presunte amicizie poco 'raccomandabilì a San Pancrazio Salentino (Brindisi). Lo ha detto, confermando quanto già indicato durante l’inchiesta in una relazione di servizio, lo stesso poliziotto, Daniele Lanzo, all’epoca in servizio al commissariato di Manduria (Taranto), che svolse alcune indagini.  Proprio all’ispettore Lanzo, Michele Misseri riferì, successivamente, di aver trovato dinanzi ad una scuola guida una scheda telefonica, facendo intendere che poteva trattarsi di quella di Sarah. «Dieci giorni dopo la morte di Sarah, ricevetti - ha detto Lanzo -, una telefonata da Sabrina Misseri che mi chiese di raggiungerla a casa perché disse che aveva notizie utili per il rintraccio della cugina. Io mi recai in via Deledda e venni accolto dalla mamma della ragazza, Cosima Serrano e dal padre Michele Misseri. Sabrina mi disse che sospettava dello zio Giacomo perché questi, tempo prima, aveva avuto a che fare con la legge e conosceva gente di dubbia reputazione. Quando finimmo il colloquio - ha aggiunto Lanzo -, mi fermò Michele Misseri e mi disse di aver trovato una scheda telefonica a ridosso del marciapiedi vicino ad una scuola guida. Ma mi disse di averla persa perché era custodita nel fazzoletto che aveva in tasca. Gli dissi di fare mente locale e di cercare. Lui mi assicurò che lo avrebbe fatto e che avrebbe visto nel garage. Lo disse a Sabrina e lei lo assecondò. Poi gli raccomandai di riferire l'episodio ai carabinieri». Con la deposizione di Lanzo si è conclusa la settima udienza del processo. La prossima è fissata per martedì 6 marzo; prevista l’audizione di nove testimoni. Per quella occasione sono stati convocati dall'accusa nove testimoni: Battista Serrano, Giuseppa Serrano, Ada Maria Serrano, Livia Olivieri, Oronzo Dimitri, Bruno Scarciglia, Cosimo De Vanna, Marianna Cucci e Carmelo Sacco.

Il contro canto: analisi delle deposizioni fin qua rese.

Arrivati nel ventre del processo e riportate le cronache delle udienze così riferite da “Il Corriere della Sera” o da “La Gazzetta del Mezzogiorno” ed altri organi di stampa, il tutto filtrato dalla mia cognizione diretta, prodotta anche in video, al fine di non oltraggiare la verità, dobbiamo soffermarci su alcuni aspetti importanti, ma tralasciati da tutte le redazioni tv e cartacee, e lo facciamo con il commento di Maria Corbi de “La Stampa” estrapolato dai suoi articoli in riferimento all’udienza del 21 febbraio e l’udienza del 28 Febbraio. La Corbi la si considera come una mosca bianca nell’universo giornalistico: non perché sia amica o meno di Sabrina, ma perché affronta asetticamente e civilmente i fatti su cui la sua cognizione poggia. Tra i testi chiamati a deporre ci sono Donato e Francesca Massari, padre e figlia. Il primo vide, più o meno all'ora del delitto «un furgone blu guidato da una persona con la parrucca e una Opel Astra station wagon come quella della mamma di Sabrina». Francesca era una delle migliori amiche di Sarah. La scorsa udienza, dove sono state ascoltate le sorelle Spagnoletti, Alessio Pisello, e altri due testi. E’ importante leggere integralmente le deposizioni e quello che avviene in aula perché solo così ci si può formare un’idea autonoma. Io continuo a credere che la prudenza nell’accusare le persone non è mai troppa e che la base del nostro diritto impone sempre il principio del dubbio pro reo: ogni fatto o circostanza che può avere due spiegazioni deve sempre letta attraverso la lente più favorevole all’indagato o imputato. Purtroppo in questa vicenda come in altre, e ricordo lo scempio del caso di Gravina, c’è chi si affanna a dettare sentenze di colpevolezza con leggerezza. E non parlo certo dei magistrati che fanno il loro lavoro (anche se penso che un pubblico ministero debba portare avanti quando esistono anche le circostanze a favore dell’indagato visto che suo compito non è accusare ma cercare la verità), ma di una banda di incivili che bazzicano il web e non solo purtroppo. Ognuno fa i conti con la propria coscienza e con la propria professionalità. Io ritengo che un giornalista degno di questo nome debba farsi portavoce della prudenza e del dubbio. E la prudenza e il dubbio richiedono il rispetto per gli indagati fino a sentenza definitiva. E una grande attenzione per le ragioni della difesa. La prima ad essere ascoltata è stata la sorellina di Mariangela Spagnoletti. Alessandra. La ragazzina dice ai pm che Sabrina era preoccupata quando aspettava Sarah e che era in strada non in veranda come sostiene Sabrina. Ma dice anche che quando non ha visto Sarah anche lei si è preoccupata. Alessandra sostiene di non aver mai parlato in casa e con la sorella della vicenda di Sarah, ma qualche ora dopo è proprio la sorella a smentirla dicendo come è logico che sia che a casa se ne parlava eccome. Questo passaggio è importante per capire quanto spontanea o quanto filtrata (e sedimentata da discorsi, passaggi tv, voci di paese) sia la testimonianza di questa ragazzina. Alessandra poi si ricorda benissimo come erano vestite Sabrina e Cosima. E anche Michele (specifica che aveva le maniche della camicia al gomito, arrotolate). Ma non ricorda invece come fosse vestita sua sorella. Tutti elementi che la giuria togata e popolare dovrà valutare. E durante questa audizione c’è stato il primo attrito tra accusa e difesa. Il pm può chiedere alla teste se secondo lei Sabrina era preoccupata, ma l’avvocato della difesa, Roberto Borgogno (studio Coppi) non può chiedere alla teste se anche lei ha pensato subito che l’avevano rapita. Perché la preoccupazione secondo la presidente è una manifestazione fisica (?) mentre la domanda della difesa riguarda uno stato psicologico. Mah…. Giuseppe Olivieri, il datore di lavoro della moglie del supertestimone Petarra , Pamela Trono e della sua amica ha spiegato che le due donne lavoravano una sola ora a settimana e d’estate lavoravano nei giorni che decidevano loro visto che il pomeriggio gli uffici erano chiusi. Questo significa che la certezza con cui Petarra ha definito il suo avvistamento di Sarah non esiste più. Petarra ha sostenuto che erano circa le 13,45 e si è detto sicuro dell’orario poiché la moglie prendeva servizio in ufficio alle 14, ed era appena uscita per andare al lavoro dopo avergli raccomandato di badare in casa al loro figlio piccolo. Per la Procura questa è una testimonianza importante perché dimostrando che Sarah è arrivata a casa Misseri poco prima delle 14,00 si può pensare a una colpevolezza di Sabrina. (e bisognerebbe comunque dimostrarla, come ha ricordato anche la Cassazione). Ma anche se fosse così rimane quell’sms delle 14,25,08, archiviato nella memoria del telefonino di Sarah, in cui Sabrina le dice di prepararsi per andare al mare. Sms che Sarah comunica alla madre avvertendo che sta per uscire. Circostanza confermata anche dalla badante rumena. La Procura sostiene che Sarah abbia mentito alla mamma per uscire senza lavare i piatti. Secondo l’accusa ovviamente questo scambio di sms non sarebbe che una costruzione di alibi. E si deve pensare a una Sabrina feroce che mentre ammazza la cugina nello stesso tempo si crea l’alibi maneggiando i due telefonini. E anche in questo caso come avrebbe fatto Sabrina a sapere che Sarah aveva detto una bugia alla mamma sull’sms? Ma sugli orari è venuto in aiuto alla difesa anche Vito Donato La Stella, un geometra con studio ad Avetrana. che ha detto di avere visto mentre tornava a casa dal lavoro una sagoma, probabilmente dunque Sarah, e la avrebbe vista sicuramente in un lasso di tempo che non è compatibile con l’ipotesi accusatoria. Perché La Stella dice (pagina 57 del verbale) che alle 14,05 ha spento il computer e se lo ricorda perché come sempre ha guardato l’ora e poi è andato in giro per l’ufficio a chiudere tutte le porte, attività che ha contabilizzato in circa otto minuti. Per andare a casa sua a Torre Colimena deve passare da viale Kennedy e si ferma a vedere i necrologi appesi al muro. E quando è ripartito ha visto una sagoma. Probabilmente Sarah che era uscita da casa. E facendo la somma dei minuti forniti da la Stella ecco che si torna all’sms ricevuta da Sarah da parte della cugina e all’uscita di Sarah da casa dopo le 14,25. D’altronde non si può dimenticare che la mamma della ragazzina, Concetta, nella denuncia di scomparsa dice che la ragazzina è uscita di casa alle 14,30. E veniamo a Mariangela Spagnoletti. Mariangela dice chiaramente che a Sabrina piaceva Ivano. E su questo mi sembra che possano non esserci più dubbi. Ma basta ad uccidere una persona che tra l’altro è per te come una sorella? Mariangela dice che Ivano coccolava più Sarah di lei e lo faceva come un fratello maggiore. Ma dice anche che Sabrina era stata gelosa di una ragazza che parlava con Ivano e anche di lei una volta che erano andati tutti insieme al mare. Mentre non ha mai saputo che Sabrina fosse gelosa di Ivano e soprattutto che non avevano mai saputo che a Sarah piacesse Ivano. Nella testimonianza di Mariangela, poi, il famoso litigio che sarebbe avvenuto al pub la sera prima della scomparsa di Sarah in realtà non sarebbe tale. Perché per litigare occorrono due voci e in quel caso fu solo Sabrina a rimproverare, o forse a sfottere Sarah dicendole che si vende per sue coccole e che anche sua madre lo diceva. Un po’ poco per essere alla base di un efferato omicidio. E soprattutto dopo un litigio come acceso come la Procura lo descrive la logica vorrebbe che le due ragazze fossero rimaste lontane per qualche tempo. Invece la sera stessa organizzano la gita al mare e il giorno dopo di buon ora Sarah è già a casa di Sabrina con cui conta di passare tutta la giornata. E il feroce litigio allora? Mariangela Spagnoletti ammette che Sarah e Sabrina erano come due sorelle e che Sabrina si comportava da sorella maggiore. Avete mai visto due sorelle non litigare? O non rimproverarsi? Forse Sabrina ha peccato di insensibilità apostrofando la piccola Sarah con quelle parole, ma basta questo a renderla un’assassina? Mariangela ha detto chiaramente che in macchina questo era già superato e si parlava di andare al mare il giorno dopo. Molte le contestazioni fatte dalla difesa a Mariangela. Per esempio sullo stato d’animo di Sabrina appena Mariangela arrivò a casa sua. In un primo verbale Mariangela dice che non era agitata e che poi si sono agitate insieme, dopo la telefonata. Sentita successivamente questa percezione della preoccupazione di Sabrina cambia. Mariangela dice anche che Sarah era sempre puntuale. Circostanza che sarà poi avallata nella testimonianza di Alessio Pisello che definisce Sarah. E alla luce di questa puntualità della ragazzina è chiaro che la preoccupazione per un ritardo si affacci prima in chi la aspetta. Mariangela ammette di far parte di un gruppo colpevolista su Facebook anche se dice di non aver mai commentato. Dall’audizione di Alessio Pisello, uno dei migliori amici di Sabrina, emerge che Sabrina gli avesse detto solo vagamente come era vestita Sarah nella prima telefonata dopo la scomparsa, e solo successivamente precisò gli abiti dicendo che lo aveva saputo da Concetta. E se si torna al verbale della madre di Sarah, Concetta, dove si legge che è la badante romena ad aver notato anche i minimi particolari dell’abbigliamento della ragazzina e ad averli riferiti come è normale che sia quando si cerca una persona. E infatti nella denuncia di scomparsa è scritto come è vestita Sarah. E quando Pisello riferisce che fu Cosima a indirizzarli a contrada Mosca la notte del ritrovamento del corpo è chiaro che lo fece perché aveva la casa piena di giornalisti che le avevano dato l’informazione. E infatti a indicare la strada per la Mosca a Ivano che guidava non fu Sabrina ma Alessio.

La difesa accusa: troppa disinformazione.

Certo è strano come le cose possano essere raccontate in una maniera diversa da quella reale. Nell’udienza per il processo Misseri sono stati ascoltati tra gli altri l’amica di Sarah Francesca Massari e suo padre Donato. Le agenzie di stampa nazionali subito titolano “Sarah aveva paura di Sabrina”, le agenzie più caute dicono che “Sarah aveva paura di restare sola con Sabrina”. Peccato che si scordino di raccontare, come anche molti giornali locali, la circostanza completa entro cui collocare questa frase. Francesca Massari ha chiarito bene in aula che questa cosa successe all’inizio dell’anno scolastico, quindi siamo a settembre 2009, un anno prima della morte di Sarah. Sarah aveva perso l’autobus per andare a scuola e chiese aiuto a Francesca perché altrimenti se avesse chiamato Sabrina si sarebbe arrabbiata. Come sappiamo da altre testimonianze, compresa quella di Francesca Massari, Sabrina si comportava con Sarah come una sorella maggiore quasi una mamma e rimproverava spesso la ragazzina per i ritardi a scuola, perché non era in ordine, perché non aveva fatto i compiti. Detto questo, comunque, Sabrina quel giorno portò Sarah a scuola facendosi prestare una macchina. Capite bene che messa in questi termini e in questo spazio temporale, molti mesi prima della morte della piccole, la frase , assume tutto un altro significato. Ma molti giornalisti hanno pensato bene di non chiarirlo o forse di non informarsi bene. In udienza su questa circostanza c’è stata anche una lunga pausa perché i pm volevano contestare il fatto che questa frase fosse stata pronunciata un anno prima e non in prossimità del delitto. Hanno detto che il padre della ragazzina aveva detto un'altra cosa e non che era stato un anno prima. Invece la presidente ha disposto di riascoltare il nastro con la registrazione a verbale e si è sentito chiaramente che il padre non aveva mai collocato temporalmente la frase. Altro passaggio importante dell’udienza: gli orari. Massari ha detto che lui vide la macchina che poteva essere di Cosima alle 14,35/14,40 ( seguita da un furgone blu alla cui guida c’era un uomo con parrucca e baffi). Orario che fissa partendo dall’ora in cui uscì dal lavoro (circa le 14,15). Anche la moglie di Massari conferma di aver saputo dal marito che l’avvistamento era avvenuto a quell’ora. E la figlia sostiene che quando ha mandato un sms a Sarah alle 14,20 il padre non era ancora tornato a casa. In ogni caso Massari ha detto di non aver riconosciuto Cosima alla guida. Comunque a quell’ora secondo la ricostruzione dei pm Sarah era già morta. E che ci faceva Cosima, che oltretutto secondo Massari faceva manovre spericolate, con la macchina, diretta verso il paese? E soprattutto Mariangela arrivò a casa Misseri alle 14,35. Ancora una volta la deposizione di un teste scompone il puzzle degli orari della procura. Ma anche qui le agenzie di stampa raccontano un’altra storia. Tanto che in Tribunale l’avvocato Marseglia (difesa di Sabrina Misseri) e De Jaco (difesa di Cosima Serrano) hanno avuto una discussione con i giornalisti presenti rinfacciandogli cronache poco obiettive. Disinformazione: commenta amaro Nicola Marseglia. Massari ha riferito anche che il 4 settembre 2010 Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri andarono a casa sua e lui riconobbe nella loro Opel Astra la stessa auto vista il 26 agosto precedente, tanto che la moglie decise di fotografare la vettura. Le due donne chiesero di parlare con la figlia di Massari per sapere se fosse a conoscenza di qualcosa su Sarah, che era scomparsa. Dopo due-tre giorni dalla prima visita, Cosima tornò a casa di Massari dicendo che un suo nipote aveva visto una persona con furgone bianco quel 26 agosto, e chiedendo allo stesso Massari di dire agli investigatori che il furgone visto il 26 agosto era bianco e non blu (anche qui secondo quanto riferiscono le agenzie, quando avremo la trascrizione dell’udienza capiremo esattamente cosa è stato detto). Dopo alcuni giorni Massari ricevette un'altra visita da Sabrina Misseri, sempre in relazione alla scomparsa di Sarah. Quando si ascolteranno le imputate (di solito questo avviene a cavallo tra i testi di accusa e difesa) risponderanno a queste contestazioni. Ma Cosima ha già spiegato, quando era in grado di farlo, che lei e la figlia andavano a fare domande per aiutare nelle ricerche. E che quando Massari gli disse che il furgone che aveva visto era blu e non bianco lei ne prese atto senza indurlo a dire il contrario. E poi mi si deve spiegare che importanza ha questo fantomatico furgone visto che non si è mai trovato, e soprattutto nessuno ha mai spiegato (nemmeno l’accusa) a cosa sarebbe servito. Francesca Massari ha ammesso che Sarah aveva agganciato con il computer due ragazzi, uno dei quali si chiamerebbe Antonio e c’era rimasta male quando questa gli aveva detto: sei troppo piccola. Poi aveva preso interesse a maggio per un altro ragazzo. Come è normale per una adolescente. Sarah non gli ha mai parlato invece di Ivano. Quindi ad oggi nessuno dei testi ascoltati ha riferito di essere a conoscenza né della simpatia di Sarah per Ivano, né della gelosia di Sabrina per Sarah a causa di Ivano.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif6 marzo 8ª udienza

6 marzo. Ottava udienza. Parla Battista Serrano, Giuseppa Serrano, Ada Maria Serrano, Livia Olivieri, Oronzo Dimitri, Bruno Scarciglia, Cosimo De Vanna, Marianna Cucci e Carmelo Sacco.

Le deposizioni dei nove testimoni sono utili per ricostruire i rapporti fra Sarah e Sabrina, fra le due cugine e la loro comitiva e soprattutto fra le rispettive famiglie, gli Scazzi e i Misseri. Nell’udienza odierna (l’ottava) sono stati interrogati da accusa e difesa i parenti delle sorelle Serrano, Cosima e Concetta. Sono Battista Serrano, Giuseppa Serrano, Ada Maria Serrano, alcuni abitanti di via Deledda, Livia Olivieri, Oronzo Dimitri, Bruno Scarciglia, Marianna Cucci, Carmelo Sacco e il gestore del pub “Hendrix“, di Erchie, un locale frequentato dalle due cugine, Cosimo De Vanna. Si è conclusa in poco più di due ore, davanti alla Corte di Assise del Tribunale di Taranto, presieduta da Rina Triunfo, l'ottava udienza del processo per l'omicidio della 15enne Sarah Scazzi, avvenuto il 26 agosto del 2010 ad Avetrana. Sono sfilati 9 testimoni minori, ma non sono emersi fatti particolarmente rilevanti. I legali di Sabrina Misseri e di Cosima Serrano hanno rinunciato al ricorso in Cassazione presentato contro l'ordinanza del Tribunale della Libertà di Taranto che, il 22 novembre 2011, aveva confermato l'ordinanza di custodia cautelare convalidata dal gip a maggio 2011. «In Cassazione avevamo più da perdere che da guadagnare e per questo abbiamo rinunciato a discutere i nostri ricorsi dal momento che il dibattimento si sta svolgendo a Taranto e la maggior parte dei testimoni dell’accusa riascoltati hanno dato un esito favorevole alle due imputate» - ha spiegato l'avvocato Luigi Riella, difensore di Cosima - In Cassazione avremmo, invece, dovuto contestare una ordinanza di custodia basata sui risultati delle indagini che adesso sono superati perchè il processo sta portando alla luce una diversa ricostruzione dei fatti. Non era opportuno correre il rischio di una decisione negativa fondata su elementi superati - ha concluso Rella.

Resoconto della giornata.

Ore 10,30. Parla Battista Serrano. Ha deposto Battista Serrano, parente e vicino di casa, che ha riferito di aver visto confabulare di notte Sabrina Misseri e Ivano Russo qualche giorno prima dell'arresto della giovane, il 15 ottobre 2010, nel frattempo chiamata in correità dal padre. L’episodio sarebbe avvenuto intorno alle 3,30 del mattino, uscendo per andare al lavoro presso il suo bar in centro, ad Avetrana. Un orario abbastanza insolito per intrattenere una conversazione all’aperto e in pieno autunno. Inoltre, né Sabrina né Ivano hanno mai riferito di quell’incontro. In quella circostanza il testimone avrebbe visto per qualche attimo anche Cosima Serrano, la mamma di Sabrina, vestita con abiti per uscire. Quando lo stesso teste transitò con la propria auto dinanzi a casa Misseri, Cosima – ha riferito il testimone – non c'era più. Battista Serrano ha aggiunto che quella è stata l'unica volta che ha visto Sabrina e Ivano insieme a quell'ora sotto casa Misseri. La circostanza non è mai stata riferita né da Sabrina né da Ivano nei verbali d'inchiesta.

Ore 10.45. Parla Giuseppa Serrano. Giusy Serrano, cliente, cugina e vicina di casa di Cosima Serrano, ha confermato il racconto fatto nell'udienza precedente dalla madre, Anna Parisi, riguardo un episodio accaduto il giorno prima della confessione di Michele Misseri del 6 ottobre del 2010 quando l'uomo, marito di Cosima e padre di Sabrina, al termine del lungo interrogatorio, si autoaccusò del delitto della nipote Sarah. La testimone ha riferito – così come aveva già detto in aula in un'altra udienza la madre, Anna Parisi – che il 5 ottobre 2010 udì le grida di un uomo provenire da casa Misseri, senza però capire le parole. L'episodio, in riferimento a chi stesse gridando e ai motivi della lite, non è stato mai chiarito nell'inchiesta. La teste la mattina del 5 ottobre si recò a casa d Sabrina per un trattamento estetico (al posto della madre che aveva preso in un primo tempo l'appuntamento) e bussò al citofono del portone di casa Misseri diverse volte ma non rispose nessuno. Dall'interno sentì le urla di una voce maschile. Alla fine rinunciò e tornò nell'abitazione della madre nella stessa via Deledda. Poco più tardi a casa sua si presentò Sabrina dicendo che poco prima non aveva potuto risponderle e aprirle perché era in bagno.

Ore 11.45. Parla Ada Maria Serrano. Poco prima delle 14 del 26 agosto 2010, giorno in cui Sarah Scazzi venne uccisa, una cugina di terzo grado di Sabrina Misseri, Ada Maria Serrano, telefonò a Sabrina per fissare un appuntamento per trattamenti estetici che quest'ultima doveva fare, ma nessuno rispose. Lo ha riferito la stessa Ada Maria Serrano testimoniando al processo per l'omicidio di Sarah. La circostanza, per l'accusa, sarebbe importante perché Sarah sarebbe stata uccisa in un arco di tempo tra pochi minuti prima e pochi minuti dopo le 14. Sabrina e la cugina, secondo quanto riferito dalla teste, si videro il giorno dopo e Sabrina le avrebbe manifestato la convinzione che Sarah fosse stata rapita.

Ore 11.55. Parla Bruno Scarciglia. «Michele Misseri mi riferiva di Sarah che era molto timida e non scendeva mai in garage e che quando era pronto da mangiare lei lo chiamava dall’abitazione». E' quanto ha riferito Bruno Scarciglia al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Il teste ha confermato quanto già riferito agli investigatori in istruttoria. La circostanza contrasta con la tesi del collegio difensivo di Cosima e Sabrina, e con la prima e l’ultima confessione di Michele Misseri, secondo la quale quest’ultimo avrebbe strangolato Sarah in garage. Scarciglia ha aggiunto che Michele Misseri gli diceva che, a suo parere, Sarah non sarebbe stata capace di allontanarsi da casa da sola. Il teste ha anche detto di non aver mai sentito vociferare di molestie sessuali compiute da Michele Misseri nei confronti di qualche ragazza o donna.

Ore 12.30. Parlano Livia Olivieri, Oronzo Dimitri, Cosimo De Vanna, Marianna Cucci e Carmelo Sacco. Dichiarazioni irrilevanti: due, acquisendo direttamente i verbali in atti.

La presidente della Corte d'assise, Rina Trunfio, ha aggiornato i lavori del processo al prossimo 13 marzo. Per quella data sono stati convocati altri nove testimoni. Si tratta di Antonio Rizzato, Giacomo Conforti, Pasquale Di Mauro, Giovanna Donvito, Vito Lippolis, Gianvito Rossano, Biagio Caraglia, l'appuntato scelto dei Carabinieri Giuseppe Di Noi ed Emma Serrano, sorella di Cosima e Concetta Serrano. Quest'ultima è la madre della vittima.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif13 marzo 9ª udienza

13 marzo. Nona udienza. Parla Giacomo Conforti, Pasquale Di Mauro, Giovanna Donvito, Vito Lippolis, Gianvito Rossano, Biagio Caraglia, Giuseppe Di Noi, Carmelo Salvatore Parisi ed Emma Serrano.

L’obiettivo dell’accusa è quello di chiarire se Cosima Serrano la mattina è andata a lavorare nei campi oppure è rimasta a casa, ma tace la circostanza, come sostiene l’accusa, per nascondere la tensione fra la figlia Sabrina e la nipote Sarah. Per fare luce su questo punto sarà interrogato il datore di lavoro dell’imputata, Pasquale Di Mauro. Cosima ha sempre sostenuto di essere andata al lavoro quella mattina. Una circostanza confermata dal datore di lavoro, ma questo non ha dissolto i sospetti degli inquirenti secondo i quali potrebbe trattarsi di un tentativo di costituirsi un alibi per la mattina. Fra i testimoni della nona udienza del processo sul delitto di Avetrana, c’è la sorella dell’imputata, Emma Serrano. E’ stato citato anche Antonio Rizzato, proprietario del terreno in cui si trova il pozzo, in contrada Mosca. Riferirà sui lavori commissionati in passato a Michele Misseri per ricoprire il pozzo. Mentre Carmelo Salvatore Parisi sarà ascoltato sui lavori agricoli eseguiti con Michele nel corso del mese di settembre e in particolare il giorno del ritrovamento del cellulare di Sarah, il 29 settembre. Citati dai pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino anche Bruno Caraglia, proprietario del Consorzio agrario, una cliente di Sabrina, Giovanna Donvito, i tre operai impegnati in un cantiere nei pressi di via Deledda, Giacomo Conforti, Vito Lippolis, Gianvito Rossano e l’appuntato scelto dei carabinieri Giuseppe Di Noi in servizio alla stazione di Avetrana. Intanto è scattato l’arresto bis nei confronti di Cosima e Sabrina Misseri. I carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale hanno notificato in carcere alle due donne l’ordinanza emessa il 22 novembre 2011 dal tribunale del riesame di Taranto. L’esecuzione del provvedimento era prevista dopo la rinuncia della difesa al ricorso in Cassazione, una scelta, quella dei legali, dettata da una strategia tesa ad evitare che un eventuale pronunciamento sfavorevole alle due imputate pregiudicasse irrimediabilmente la loro posizione. Il riesame ha accolto per la seconda volta il ricorso dei pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino i quali a maggio 2011 avevano chiesto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di madre e figlia per i reati di concorso in sequestro di persona, omicidio e soppressione del corpo di Sarah Scazzi. Il gip Martino Rosati dai capi d’imputazione aveva escluso il sequestro di persona. All’epoca, però, erano ancora in corso le indagini sulla scena inquietante riferita dal fioraio Giovanni Buccolieri il quale ha raccontato agli investigatori di aver visto, nel pomeriggio del 26 agosto 2010, Cosima che costringeva Sarah a salire a bordo della sua auto. La testimonianza, ritrattata e liquidata come un sogno dal fioraio, è stata ritenuta attendibile dal riesame e, in precedenza anche dalla Cassazione, perchè supportata dal contenuto di alcune intercettazioni. «Sarah non sarebbe mai scesa nel garage, neanche accompagnata»: era uno dei commenti che Emma Serrano fece con la sorella Cosima dopo che la quindicenne di Avetrana, uccisa il 26 agosto 2010, era scomparsa. Lo ha riferito la stessa Emma Serrano. Emma ha aggiunto che si reca quasi ogni settimana in carcere a trovare la sorella, mentre i rapporti con l'altra sorella nonché madre di Sarah, Concetta Serrano, si sono interrotti per volontà di quest'ultima dopo il coinvolgimento della famiglia Misseri nel delitto. La teste ha riferito anche di una circostanza particolare. Un giorno, dopo la scomparsa della quindicenne, vide un cane randagio, che solitamente Sarah accudiva, che aveva in bocca un pezzo di corda e stazionava nei pressi del garage di casa Misseri. Quel pezzo di corda venne conservato da Emma, dopo che aveva parlato della circostanza anche con Concetta, ma dopo qualche giorno venne gettato per poi essere recuperato dai carabinieri. Il giorno della scomparsa e uccisione di Sarah, Emma Serrano vide due volte la nipote: la prima volta la ragazzina si recò a casa sua per portarle del denaro, la seconda volta fu vista di sfuggita per strada mentre rincasava. Ad informare Emma della scomparsa di Sarah furono, nel pomeriggio del 26 agosto, Sabrina, l'amica Mariangela e la sorella di quest'ultima, minorenne, che la stavano cercando. Molti anni fa Michele Misseri avrebbe molestato una parente: ha continuato Emma Serrano in aula. Quello del presunto movente sessuale è una delle tesi avanzate dalla difesa delle due imputate, mentre Michele Misseri anche di recente si è accusato del delitto. Emma Serrano ha riferito di avere appreso delle presunte molestie dalla stessa vittima, senza indicare chi sia, aggiungendo che l'episodio si sarebbe verificato molti anni fa quando ancora non erano nate le figlie di Michele Misseri, quindi oltre 25 anni fa. «L'ho saputo a gennaio 2011 - ha detto Emma - siccome l'ho vista molto a disagio, non le ho chiesto quando fosse successo. Mi ha detto che lei e Michele erano nello stesso luogo e lui l'aveva molestata. Da quel momento ho visto Michele in maniera diversa». Emma ha riferito questa circostanza durante l'esame del legale della famiglia Scazzi, Nicodemo Gentile. Alla richiesta del legale di ulteriori dettagli sulle presunte molestie Emma ha risposto: «Preferisco che lo dica la diretta persona». Poi a metà mattinata in aula è arrivata la verità. Michele Misseri avrebbe molestato la sorella della moglie Cosima Serrano, Dora, quando questa aveva circa 15 anni: lo ha riferito in aula dopo essere stata ammonita dal presidente della Corte di Assise, Rina Trunfio, durante l'esame da parte del pm Mariano Buccoliero, che insisteva per avere chiarimenti sull'episodio citato in precedenza dalla stessa testimone. Emma Serrano, incalzata dal presidente della Corte, ha aggiunto di aver appreso la circostanza dalla stessa sorella Dora che lo aveva detto in precedenza al marito, e di sapere che la sorella sarebbe poi andata dai carabinieri a denunciare il fatto. La teste non ha indicato comunque la circostanza precisa in cui avrebbe saputo delle presunte molestie subite dalla sorella, dicendo solo di averlo appreso «qualche anno fa». Durante l'udienza sono stati ascoltati anche altri testimoni: in particolare, Pasquale Di Mauro, ha confermato che la mattina del 26 agosto 2010, giorno dell'uccisione di Sarah, accompagnò con il suo furgone al lavoro in campagna alcuni braccianti, tra i quali Cosima Serrano, riaccompagnandola a casa intorno alle 13.15-13.20. Il teste ha detto di ricordare la circostanza per aver segnato le presenze su un foglietto che comunque non ha mai consegnato ai carabinieri, neppure quando venne sentito dai militari in caserma. Un altro testimone, Giacomo Conforti, operaio che era al lavoro quel giorno in una scuola media a poche decine di metri da casa Misseri, ha riferito che nel pomeriggio due donne e un uomo si avvicinarono e gli chiesero se avesse visto passare una ragazzina bionda, rispondendo di no. Il teste non ha saputo riconoscere in aula se una delle due donne fosse Sabrina Misseri. Un conoscente di Michele Misseri, Biagio Caraglia, ha invece dichiarato di non aver mai sentito che Michele Misseri avrebbe molestato donne o ragazzine.

Rendiconto della giornata.

ORE 11:00 – Parla Emma Serrano. Emma Serrano, sentita come testimone, ha riferito di avere appreso delle presunte molestie dalla stessa vittima, senza indicare chi sia, aggiungendo che l'episodio si sarebbe verificato molti anni fa quando ancora non erano nate le figlie di Michele Misseri, quindi oltre 25 anni fa. «L'ho saputo a gennaio 2011 – ha detto Emma – siccome l’ho vista molto a disagio, non le ho chiesto quando fosse successo. Mi ha detto che lei e Michele erano nello stesso luogo e lui l'aveva molestata. Da quel momento ho visto Michele in maniera diversa». Emma ha riferito questa circostanza durante l’esame del legale della famiglia Scazzi, Nicodemo Gentile. Alla richiesta del legale di ulteriori dettagli sulle presunte molestie Emma ha risposto: «Preferisco che lo dica la diretta persona». Michele Misseri avrebbe molestato la sorella della moglie Cosima Serrano, Dora, quando questa aveva circa 15 anni. La teste ha riferito il nome dopo essere stata ammonita dal presidente della Corte di Assise, Rina Trunfio, durante l’esame da parte del pm Mariano Buccoliero, che insisteva per avere chiarimenti sull'episodio citato in precedenza dalla stessa testimone. Emma Serrano, incalzata dal presidente della Corte, ha aggiunto di aver appreso la circostanza dalla stessa sorella Dora che lo aveva detto in precedenza al marito, e di sapere che la sorella sarebbe poi andata dai carabinieri a denunciare il fatto. Poi ha parlato del rapporto tra la sorella Concetta Serrano Spagnolo, madre della vittima, e l'altra sorella Cosima. A quest'ultima Emma è rimasta più vicina sin dopo il primo arresto di Sabrina, ma anche dopo i nuovi arresti di madre e figlia. La teste ha affermato che le relazioni in famiglia prima di questi fatti erano buone e che la questione dell'eredità dei loro genitori non aveva creato tensioni, tanto che, quando i carabinieri chiedevano di sentire da sola Concetta in caserma, tutte e tre avrebbero chiesto di essere presenti perchè per loro era la stessa cosa. La donna ha negato che nel periodo della scomparsa ci fossero sospetti sulla badante rumena di casa Scazzi, Ecaterina Pantir, parte lesa nel processo per le calunnie che Sabrina le avrebbe rivolto, anche se il procuratore aggiunto Pietro Argentino le ha ricordato un verbale di testimonianza a sommarie informazioni durante il periodo della scomparsa di Sarah, risalente al 26 agosto del 2010, in cui la stessa Emma avanzava dei dubbi sulla collaboratrice domestica. Infine ha detto di essere stata convinta che Sarah non sarebbe mai scesa in garage. E di averlo detto a Cosima durante il periodo delle ricerche. Molti i 'non ricordo' sulla visita che, insieme a Cosima, fece a gennaio 2011, cioè durante le indagini, al cognato di quest'ultima, Carmine Misseri, imputato per concorso in soppressione di cadavere, durante il quale la stessa Cosima tirò fuori un telefonino di Sabrina cercando di farlo accendere all'uomo ma quest'ultimo, insospettito per una possibile trappola, si sarebbe rifiutato proprio per non compromettersi come non avrebbe accettato la proposta di estrarre un altro telefonino incastrato nell'auto di famiglia.

ORE 12.35 – Parlano Pasquale di Mauro, Giacomo Conforti, Biagio Caraglia, Giovanna Donvito, Vito Lippolis, Gianvito Rossano, Carmelo Salvatore Parisi. Con l’audizione di altri testimoni, si è conclusa la nona udienza del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. In particolare un testimone, Pasquale Di Mauro, ha confermato che la mattina del 26 agosto 2010, giorno dell’uccisione di Sarah, accompagnò con il suo furgone al lavoro in campagna alcuni braccianti, tra i quali Cosima Serrano, riaccompagnandola a casa intorno alle 13.15-13.20. Il teste ha detto di ricordare la circostanza per aver segnato le presenze su un foglietto che comunque non ha mai consegnato ai carabinieri, neppure quando venne sentito dai militari in caserma. Un altro testimone, Giacomo Conforti, operaio che era al lavoro quel giorno in una scuola media a poche decine di metri da casa Misseri, ha riferito che nel pomeriggio due donne e un uomo si avvicinarono e gli chiesero se avesse visto passare una ragazzina bionda, rispondendo di no. Il teste non ha saputo riconoscere in aula se una delle due donne fosse Sabrina Misseri. Un conoscente di Michele Misseri, Biagio Caraglia, ha invece dichiarato di non aver mai sentito che Michele Misseri avrebbe molestato donne o ragazzine. E va in archivio a Taranto la nona udienza del processo per il delitto di Sarah. La prossima udienza si terrà il 27 marzo. Quella programmata per il 20 marzo salterà per l'astensione nazionale degli avvocati, nulla valendo che ci siano persone in carcere e che i termini prescrizionali sono sospesi, come nulla vale la fatuità della protesta nei confronti di riforme legislative di nessuna valenza fattuale. In quella udienza saranno sentiti, tra gli altri, due ufficiali dei carabinieri del Ros e due esponenti della squadra di polizia giudiziaria.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif27 marzo 10ª udienza

27 marzo. Decima udienza. Parla Antonio Rizzato, Antonio Calò, Giovanni Bardaro, Paolo Vincenzoni, Giuseppe Pirò.

L’udienza programmata per il 20 marzo è saltata per l'astensione nazionale degli avvocati, nulla valendo che ci siano persone in carcere e che i termini prescrizionali sono sospesi, come nulla vale la fatuità della protesta nei confronti di riforme legislative di nessuna valenza fattuale. In questa udienza saranno sentiti, tra gli altri, due ufficiali dei carabinieri del Ros e due esponenti della squadra di polizia giudiziaria. Intanto per la serie “Chi si mette contro la Procura di Taranto è perduto” si viene a sapere che il giudice per le indagini preliminari Martino Rosati, accogliendo la richiesta del procuratore aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero, ha disposto il giudizio immediato nei confronti della psicologa Dora Chiloiro, 56 anni, dirigente dell’Asl di Taranto per la struttura complessa di psicologia clinica e psicoterapia dell’età adulta e evolutiva. La donna è difesa dagli avvocati Carlo e Claudio Petrone. Nella casa circondariale di Taranto Dora Chiloiro svolge ormai da oltre un decennio la funzione di esperto psicologo in forza di una convenzione stipulata tra la Asl e la Direzione dell’amministrazione penitenziaria. La professionista dovrà comparire in tribunale il 2 luglio 2012 in quanto non avrebbe detto la verità durante l’udienza svoltasi il 7 novembre 2011 dinanzi al giudice per l’udienza preliminare Pompeo Carriere, chiamato a vagliare la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura nei confronti dei presunti autori dell’omicidio della 15enne di Avetrana. Era stato il procuratore aggiunto Pietro Argentino, in sede di replica, a chiedere al gup Pompeo Carriere la trasmissione degli atti riguardanti la deposizione della psicologa del carcere Dora Chiloiro per verificare la possibilità di contestarle la falsa testimonianza. La dottoressa Chiloiro, in particolare, nel corso della sua deposizione, sollecitata dalla difesa di Sabrina Misseri, aveva detto, come risulta dal verbale, di aver avuto diversi colloqui con Michele Misseri («all’inizio della detenzione con più frequenza, poi successivamente sono divenuti più radi»), aggiungendo di averlo rivisto dopo l’incidente probatorio del 19 novembre 2010, di aver saputo che verso Natale stava scrivendo lettere alle figlie e stava preparando il memoriale che poi ha consegnato al dottor Carriere nel corso dell’udienza preliminare. Testualmente la dottoressa Chiloiro ha detto: «Nelle lettere scriveva alle figlie e chiedeva perdono. Poi le lettere non venivano lette da noi. Il memoriale era invece la sua versione dei fatti, la sua confessione». La Procura, però, sostiene che, registri dei colloqui del carcere alla mano, in realtà risultano tre soli incontri tra Michele Misseri e la psicologa Chiloiro (il 10, il 13 ed il 17 ottobre 2010) e che gli stessi sono avvenuti quando il contadino di Avetrana non solo non era stato ancora sottoposto a incidente probatorio, ma non aveva nemmeno iniziato a scrivere le lettere alle figlie e il memoriale. Prova evidente, insomma, della falsa testimonianza, tanto da chiedere e ottenere l’emissione di un decreto di giudizio immediato nei confronti della professionista. I carabinieri che si sono occupati del caso Scazzi a partire dal 29 settembre, giorno della simulazione del ritrovamento del telefonino di Sarah, sono i primi testimoni interrogati nella decima udienza del processo sull’omicidio di Sarah in corso dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto. Il luogotenente Giovanni Bardaro era fra i militari dell’Arma presenti sul pozzo in contrada Mosca nella notte fra il 6 e il 7 ottobre 2010. Quella sera, dopo la confessione, ha ricordato l’investigatore, Misseri “ci indicò la strada per raggiungere il pozzo all’interno del quale aveva nascosto il cadavere”. Il contadino di Avetrana, poi, ha simulato le fasi della soppressione del corpo la mattina del 6 novembre. “Michele Misseri ci mostrò come aveva gettato nel pozzo di contrada Mosca il corpo della nipote dopo averlo imbracato con una corda”. In relazione alle condizioni psico-fisiche di Michele, la mattina del 6 novembre, l’investigatore è fra coloro che non ha notato nulla di strano (il contadino a distanza di tempo ha sostenuto che era stordito dai tranquillanti presi in carcere la sera prima, circostanza che non risulta dai diari della casa circondariale). “Misseri ci ha portato sui luoghi della soppressione del corpo senza difficoltà. Era lucido e ci indicò l’albero di ulivo in cui aveva nascosto le chiavi della vittima”, è stata la constatazione del carabiniere. In questa udienza, in particolare, sotto la lente finiscono i tabulati delle telefonate e degli sms degli imputati e della vittima. Ma ci sono anche testimonianze di rilievo, come quella del luogotenente Antonio Calò che descrive Michele Misseri come "lucido e collaborativo" quando portò gli inquirenti nel luogo dove aveva bruciato i vestiti e gettato la batteria. Nel frattempo, il legali di Sabrina Misseri, imputata nel delitto insieme a Cosima Serrano, hanno chiesto di acquisire tutta la documentazione clinica riguardante Michele Misseri per il periodo in cui questo è stato detenuto nel carcere di Taranto, dal 7 ottobre 2010 al 30 maggio 2011. Dalla cartella clinica risulta che in più di un’occasione Michele Misseri si rifiutò di sottoporsi a trattamento farmacologico in carcere, contrariamente a quanto riferito dallo stesso Misseri in alcune interviste televisive nelle quali avrebbe sostenuto di aver accusato del delitto altre persone perché sotto effetto di farmaci. In aula sono presenti sia Sabrina che Cosima.  “Uccidere per professione è un mestiere senza tempo”. È una citazione di uno scrittore di romanzi rimasta nelle bozze del cellulare di Sarah e mai inviata. Il messaggio è stato ritrovato nel corso degli accertamenti dai carabinieri del Ros, il raggruppamento operativo speciale dell’Arma che si occupa di indagini tecniche. La circostanza, che era già venuta fuori nel corso delle indagini, è stata ribadita in aula dal luogotenente Antonio Calò nel corso della sua deposizione. Il luogotenente Calò, che ha partecipato alle indagini dal 4 ottobre 2010, ha anche ricostruito una mappa dello scambio di telefonate e di sms tra Sabrina Misseri e la vittima Sarah Scazzi. Il testimone ha anche specificato quali celle telefoniche agganciarono i due cellulari. Dalla ricostruzione dei fatti è emerso che, in pochi minuti, a partire dalle 14 e 42, Sabrina provò a chiamare la cugina almeno cinque volte. Dal telefono della vittima, pur essendo libero, non ci fu risposta e si attaccò sempre la segreteria. Il cellulare di Sarah Scazzi alle 14.42 del 26 agosto 2010, giorno del suo omicidio, si trovava nel garage della famiglia Misseri, luogo nel quale 43 minuti dopo (alle 15.25) ricevette una telefonata l’apparecchio di sua zia Cosima Serrano. A ribadirlo alla corte d’assise, confermando quanto scritto in una perizia agli atti dell’inchiesta ormai da un anno, ieri sono stati il tenente colonnello Paolo Vincenzoni e il maresciallo Giuseppe Pirò, entrambi carabinieri del Ros ai quali la Procura commissionò il lavoro di mappatura dei cellulari dei protagonisti del giallo di Avetrana. Le testimonianze degli agenti di polizia giudiziaria hanno monopolizzato la decima udienza del processo per il delitto della 15enne di Avetrana. Se i luogotenenti Giovanni Bardaro e Antonio Calò, in forza al nucleo della Procura, hanno ripercorso i mesi delle indagini, ricostruendo i percorsi fatti dai protagonisti della vicenda, i loro tabulati telefonici, le loro testimonianze, sono stati gli specialisti del Ros ad offrire al procuratore aggiunto Pietro Argentino e al sostituto Mariano Buccoliero elementi utili da utilizzare nei confronti di Sabrina Misseri e di sua madre Cosima Serrano, imputate per sequestro di persona e omicidio. Una premessa tecnica è d’obbligo. Tutte le persone coinvolte nella vicenda usano cellulari Vodafone e malgrado l’aiuto fornito agli inquirenti dai tecnici del gestore, i cellulari non sono dotati di dispositivo satellitare gps e dunque è difficile accertare con estrema precisione la posizione dei cellulari. Nel caso di Avetrana c’è però una particolarità tecnica che ha aiutato gli investigatori. L’abitazione della famiglia Misseri è coperta infatti da un ripetitore Umts, quello di terza generazione (sul display dei cellulari compare infatti il simbolo 3G). Non così il garage, dove il segnale Umts non arriva e quindi i cellulari non solo scalano sulla frequenza Gsm, come avviene in questi casi, ma agganciano una cella che gli specialisti del Ros non hanno poi mai rilevato nella veranda, nel cortile e nell’abitazione degli zii di Sarah. Probabilmente una diabolica coincidenza di segnali e di campi che però ha permesso ai carabinieri del Ros di specificare in quale porzione della villetta di via Deledda si trovavano i cellulari dei protagonisti quel pomeriggio. Proprio usando questi parametri, secondo i militari del Ros, il telefono di Cosima Misseri alle 15.25 si trovava in garage, un luogo dove lei ha sempre negato di essere stata quel giorno e soprattutto in quelle ore. Invece, per 40 secondi, il suo cellulare ha agganciato un’altra cella, quella del garage, che, come detto, non è stata mai captata nella veranda, nel cortile e nell’abitazione. La mappatura telefonica compiuta dai carabinieri del Ros permette, allo stato degli atti, alla pubblica accusa di spostare ed individuare il luogo del delitto nella casa dei Misseri, dove si sarebbero trovati Sabrina, Cosima e Michele, con il corpo di Sarah successivamente trasportato nel garage. Sempre secondo la testimonianza dei militari del Ros, il 27 agosto 2010, dalle 10.26 alle 10.40, i telefonini di Cosima Serrano e di sua figlia Sabrina Misseri si trovavano in un’area rurale compresa tra Avetrana e San Pancrazio Salentino, una zona compatibile sia con la contrada Mosca, dove poi fu trovato il cadavere di Sarah, sia con la zona dove c'è l’albero di fico sotto il quale vennero rinvenuti i resti dei vestiti bruciati della vittima. Sulla perizia del Ros hanno dato battaglia gli avvocati difensori, contestando non solo la perentorietà delle conclusioni a cui i carabinieri sono giunti, ma anche il fatto che non sia più possibile ripetere l’accertamento, questa volta alla presenza dei consulenti di parte, in quanto dal settembre del 2011 la rete telefonica di Avetrana è cambiata. I Ros, peraltro, per completare il loro lavoro hanno anche consegnato alla vigilia dell’udienza una ulteriore relazione alla Procura per dimostrare che nei minuti delle chiamate finite sotto i riflettori della magistratura, ad Avetrana non c’era traffico telefonico tale da giustificare un cambio di rete. Concluso, intanto, il lavoro del perito incaricato dal pm Buccoliero di verificare il contenuto dei cellulari dei protagonisti della vicenda, lavoro conclusosi, però, senza novità rilevanti. ''Mai avuto lamentele sul comportamento di Michele Misseri in campagna, neppure con le altre donne che lavoravano nei terreni'': lo ha detto un testimone, Antonio Rizzato, al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi in corso dinanzi alla Corte di Assise di Taranto. Rizzato è il proprietario del terreno in contrada Mosca, ad Avetrana, nel quale si trova il pozzo-cisterna in cui venne nascosto il corpo della quindicenne uccisa. L'agricoltore ha riferito di conoscere Michele Misseri da quando questi era bambino e che lo stesso Misseri, così come la moglie Cosima Serrano, hanno lavorato per diversi anni nel fondo in contrada Mosca, che comprende un tendone di uva. ''Conosco Michele Misseri da 40 anni e ha lavorato per me in campagna negli ultimi otto-nove anni, dal 2001 al 2010. E' stato il migliore operaio che ho avuto. Una persona perfetta. Per me lavoravano anche delle braccianti. Nessuna di loro si è mai lamentata del comportamento di Michele. Gli volevano tutti bene''. Così Antonio Rizzato, di Erchie, nel brindisino, proprietario del terreno in contrada 'Mosca' sulla strada tra Avetrana e San Pancrazio Salentino, dove venne trovato all'interno di un pozzo il corpo della 15enne Sarah Scazzi, uccisa il 26 agosto del 2010. L'uomo è stato sentito come testimone al processo in corso davanti alla Corte di Assise di Taranto. Rizzato ha raccontato che qualche tempo prima della scomparsa della 15enne, Michele si occupò di coprire con un grosso masso il foro del pozzo del terreno. Anche Cosima Serrano, la moglie di Misseri, e le figlie, Valentina e Sabrina avevano lavorato per l'uomo in campagna.

Diario della giornata.

ORE 12:30 – Parla Giovanni Bardaro. Un ex componente della squadra di pg, Giovanni Bardaro, ha riferito nella sua deposizione anche sulla sequenza temporale con la quale la sera del 6 ottobre 2010 Michele Misseri, confessando il delitto, condusse gli investigatori al pozzo in cui era stato gettato il cadavere di Sarah.

ORE 13:47 – Parla il luogotenente della squadra di polizia giudiziaria Antonio Calò. Il teste ha riferito circostanze tecniche sulle utenze telefoniche di Sarah e di alcuni imputati, queste ultime messe sotto controllo nel corso dell’inchiesta. In particolare, i riferimenti sono alle telefonate e agli sms del 26 agosto 2010, giorno dell’uccisione di Sarah.

ORE 14:00 – La difesa di Sabrina chiede l’acquisizione delle cartelle cliniche di Michele Misseri. Al processo in corso dinanzi alla Corte di Assise di Taranto per l’omicidio di Sarah Scazzi, i difensori di Sabrina Misseri, imputata del delitto insieme alla madre Cosima Serrano, hanno chiesto l’acquisizione di tutta la documentazione clinica riguardante Michele Misseri quando questi è stato detenuto nel carcere di Taranto, dal 7 ottobre 2010 al 30 maggio 2011. La Corte si è riservata di decidere. Nel fascicolo dibattimentale c'è già la cartella clinica di Michele Misseri, almeno fino all’incidente probatorio svoltosi in carcere il 19 novembre 2010. La richiesta della difesa di Sabrina è stata avanzata durante la testimonianza di un componente della squadra di polizia giudiziaria della Procura di Taranto, Antonio Calò. Questi ha riferito, tra l’altro, che Michele Misseri, nel periodo ottobre-novembre 2010, è sempre stato «lucido e collaborativo» e che dalla cartella clinica risulta che in più di un’occasione Michele Misseri si rifiutò di sottoporsi a trattamento farmacologico in carcere, contrariamente a quanto riferito dallo stesso Misseri in alcune interviste televisive nelle quali avrebbe sostenuto di aver accusato del delitto altre persone perchè sotto effetto di farmaci.

ORE 16:11 – Parla Antonio Rizzato. «Mai avuto lamentele sul comportamento di Michele Misseri in campagna, neppure con le altre donne che lavoravano nei terreni». Rizzato è il proprietario del terreno in contrada Mosca, ad Avetrana, nel quale si trova il pozzo-cisterna in cui venne nascosto il corpo della quindicenne uccisa. L’agricoltore ha riferito di conoscere Michele Misseri da quando questi era bambino e che lo stesso Misseri, così come la moglie Cosima Serrano, hanno lavorato per diversi anni nel fondo in contrada Mosca, che comprende un tendone di uva.

ORE 16:51 – parla Paolo Vincenzoni e Giuseppe Pirò. Alle 14.42 del 26 agosto 2010 (giorno dell’uccisione di Sarah Scazzi), quando risulta dai tabulati telefonici che Sabrina Misseri tentò senza risultato di comunicare con il cellulare della cugina, il telefonino della quindicenne si trovava nel garage di casa Misseri, agganciando una cella Gsm. Lo ha riferito il comandante dei carabinieri del Ros di Lecce, tenente colonnello Paolo Vincenzoni, testimoniando al processo per l’omicidio di Sarah. I carabinieri del Ros hanno eseguito una serie di accertamenti sulle celle telefoniche agganciate dai telefonini della vittima e di alcuni imputati del processo. Vincenzoni ha aggiunto che solo in un punto del garage il cellulare di Sarah aggancia una cella telefonica Gsm, mentre nel resto del complesso abitativo della famiglia Misseri aggancia celle telefoniche Umts. I Ros hanno inoltre accertato che il 26 agosto 2010 non ci furono anomalie di rete, secondo quanto riferito dalla Vodafone, gestore della scheda telefonica del cellulare di Sarah. Anche il cellulare di Cosima Serrano, madre di Sabrina, aggancia quel giorno alle 15.25 una cella telefonica compatibile solo con il garage dell’abitazione. Secondo l’accusa, Sabrina Misseri avrebbe tentato di depistare gli investigatori facendo la telefonata alle 14.42, sapendo invece che Sarah era già morta e sostenendo invece, al cospetto dell’amica Mariangela Spagnoletti con la quale si trovava in quei frangenti, che la cugina era scomparsa.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif3 aprile 11ª udienza

3 aprile. Undicesima udienza. Parla Claudio Russo.

Degli otto testimoni citati dall’accusa, si è presentato solo Claudio Russo, fratello di Ivano. Nell'udienza è saltata la deposizione di altri sei testimoni per un difetto di notifica, mentre non si è presentata Anna Di Noi, per la quale è stato disposto l'accompagnamento per la prossima udienza. Le parti si sono accordate per l'acquisizione del verbale di sommarie informazioni di Antonio Calò e Ottavio Misseri (fratello di Michele). «Dopo la scomparsa di Sarah, i Misseri vennero a casa nostra a portare un cesto di funghi e chiesero a mia madre cosa avesse detto Ivano ai carabinieri». Lo ha riferito Claudio Russo, fratello di Ivano, nel corso del processo in Corte d'Assise per l'uccisione di Sarah Scazzi. Il teste ha aggiunto di aver sentito la voce di Misseri e altre voci femminili, ma non ha confermato la presenza di Cosima Serrano e delle figlie Sabrina e Valentina. Il pubblico ministero Mariano Buccoliero ha chiesto a Claudio Russo di ricordare cosa avesse fatto il 26 agosto del 2010, giorno della scomparsa e dell’omicidio di Sarah. Il teste ha detto di essere andato al mare con la fidanzata e di essere tornato a casa intorno a mezzogiorno. Suo fratello Ivano, ha aggiunto, aveva finito di mangiare e riposava sul divano. Claudio Russo ha fatto presente che parlando col fratello, dopo la notizia della scomparsa di Sarah, non si era mai parlato dell’ipotesi del rapimento. «Ivano ebbe una telefonata e sembrava sconvolto. Mi disse che l’avv. Vito Russo, difensore di Sabrina Misseri, l’aveva contattato tramite un conoscente che vende le motociclette, amico di Alessio Pisello, e gli aveva fatto intendere che il suo arresto era imminente. Ivano aveva paura delle microspie. L'avv. Russo – ha aggiunto il teste – chiese a mio fratello se l’amica Mariangela Spagnoletti avesse una relazione con lui, almeno un approccio, e se era gelosa. Cercava evidentemente di screditare Mariangela e di far emergere che avesse dei rancori nei confronti di Sabrina. Io dissi ad Ivano – ha aggiunto - di non rispondere più all’avv. Russo e poi contattammo l’avv. Tarantini per riferirgli quanto accaduto». In tutto sono dieci i testi citati per la prossima udienza fissata per il 17 aprile: oltre ad Anna di Noi, Maurizio Misseri (figlio di Carmine), Anna Rita Panzuto, Vito Palmisano, Rita Di Noi, Salvatora Serrano (sorella di Cosima e Concetta), Pancrazio Spinelli, Antonella Spinelli, Alessandro Palmieri e Biagio Pisanò.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif17 aprile 12ª udienza

17 aprile. Dodicesima udienza. Parla Salvatora (Dora) Serrano.

In tutto sono dieci i testi citati per questa udienza: oltre ad Anna di Noi, Maurizio Misseri (figlio di Carmine), Anna Rita Panzuto, Vito Palmisano, Rita Di Noi, Salvatora Serrano (sorella di Cosima e Concetta), Pancrazio Spinelli, Antonella Spinelli, Alessandro Palmieri e Biagio Pisanò. Nella precedente udienza degli otto testimoni citati dall’accusa, si è presentato solo Claudio Russo, fratello di Ivano. Ma a Taranto succede anche altro. Torna in aula venerdì 27 aprile 2012, a oltre cinque mesi di distanza dall’ultima udienza nel corso della quale si presentò solo uno dei sei testimoni citato dal pubblico ministero, il processo per la morte di Carmela Cirella, la minorenne residente al quartiere Paolo VI suicidatasi il 15 aprile del 2007 dopo aver subito una violenza sessuale e non essere stata creduta da un magistrato di Taranto. In quel caso si trattò del sostituto procuratore Vincenzo Petrocelli, lo stesso del caso Domenico Morrone e Ezzedine Sebai. Nomi conosciuti di chi si occupa di errori giudiziari. Nel processo pubblico e con i nomi dati dalla stampa (La Gazzetta del Mezzogiorno in particolare) alla sbarra ci sono Filippo Landro, di 27 anni, Salvatore Costanzo, di 26 anni, entrambi di Acireale (difesi dall’avv. Calliope Murianni), e Massimo Carnevale, di 46 anni, di Taranto (assistito dall’avv. Maurizio Besio). Rispondono di due episodi distinti, risalenti al periodo compreso fra il 9 e l’11 novembre del 2006. I due siciliani avrebbero attirato la ragazzina con una scusa all’interno del loro camper e poi l’avrebbero costretta a subire atti sessuali. Il terzo imputato, che ha sempre negato le accuse, avrebbe violentato Carmela approfittando della sua fragilità psicologica. La ragazzina era stata affidata temporaneamente a un istituto per minori disagiati. Pare che la minore, dopo essere sparita per qualche giorno, fosse tornata a casa con i segni evidenti di violenza. Altri due imputati accusati di aver stuprato Carmela hanno ottenuto dal gup del Tribunale per i minorenni la cosiddetta «messa alla prova». E’ come se il reato non fosse mai stato commesso. A cinque anni dal suicidio di Carmela Cirella, il processo stenta insomma a decollare, tanto suscitare la protesta del padre di Carmela, Alfonso Frassanito, che in una lettera aperta chiede giustizia. «Ricorre il quinto vergognoso anniversario senza giustizia per Carmela, figlia, suo malgrado, di questo paese ipocrita e incivile, che con il suo silenzio - scrive Frassanito - e la sua indifferenza si rende complice di queste atrocità. Ogni martedì, in quello stesso tribunale di Taranto - ricorda Frassanito - che per il processo contro gli stupratori di Carmela di udienze riesce a farne solo una ogni sei mesi si svolgono le udienze per il delitto, altrettanto vergognoso della piccola Sarah Scazzi. Sembra di essere a Hollywood, telecamere dappertutto, imputati divenuti vip e calca di curiosi - dice Frassanito - disposti a perdere giornate di lavoro pur di apparire davanti alle telecamere. Ma dove sono quando la giustizia la si chiede per Carmela e per altre vittime come lei? E' evidente che 5 anni, in queste condizioni, sono un lasso di tempo talmente lungo da consentirmi di sentirmi in diritto di lasciar perdere la diplomazia inutile e dichiarare la mia assoluta mancanza di fiducia nella giustizia italiana, e allo stesso tempo di manifestarla con tutti i mezzi che posso avere a disposizione». Al di là di questa circostanza c’è un colpo di scena nel processo sulla morte di Sarah Scazzi. La perizia svolta dai Ros sulle celle agganciate dai cellulari della vittima e dei Misseri potrebbero uscire dal processo. L’avvocato Francesco De Jaco, difensore (insieme all’avvocato Luigi Rella) di Cosima Serrano, accusata insieme alla figlia Sabrina, di sequestro e omicidio della nipote, avvenuto il 26 agosto 2010, racconta a “Il Paese Nuovo” alcune novità sulla vicenda giudiziaria più seguita dagli italiani. Secondo il legale, dal dibattimento, in corso dinanzi alla Corte d'Assise di Taranto, stanno venendo alla luce tutte le falle dell'impianto accusatorio.

Avvocato, la perizia sulle celle telefoniche a sostegno dell’accusa potrebbe uscire dal processo. Perchè? «Sta a noi deciderlo, visto che era stata inserita nell'elenco degli accertamenti ripetibili, quindi verificabili. Questo, tuttavia, non è possibile farlo perchè la compagnia telefonica Vodafone lo scorso luglio ha modificato la mappatura delle celle, e la Procura non ha neppure avvisato la difesa. E quindi potremmo chiedere che l’accertamento non venga introdotto come prova a carico.»

Lo farete? «Lo stiamo valutando. In realtà a noi quell'esame potrebbe anche andar bene, poichè non stati trovati ulteriori elementi che lo supportino. La perizia disposta dalla Procura, e illustrata alla Corte dal tenente colonnello Paolo Vincenzoni, comandante dei carabinieri del Ros, ha dimostrato che il telefono di Cosima Serrano si è agganciato al garage solo un'ora dopo l'omicidio. Dove è quindi l'ipotesi di reato? Non è possibile che si sia andata a cercare il marito?»

L'accusa e gran parte dell'opinione pubblica non hanno dubbi: le assassine sono zia e cugina, mentre zio Michele si è occupato di occultare il cadavere in un pozzo. Come pensa di riuscire a difendere chi sembra già essere stato condannato? «Innanzitutto, c'è una pessima abitudine in Italia di fare i processi mediatici, dove la gente non ha cognizione reale del rapporto processuale e quindi sposa la tesi dell’accusa. E la responsabilità è in gran parte di un certo modo, sbagliato, di fare giornalismo. Questo caso farà scuola perchè il processo sta dimostrando l'opposto della tesi accusatoria. Tutte le testimonianze stanno sgretolando l'ipotesi della gelosia e della tempistica della ricostruzione fatta dagli inquirenti per arrivare ad accusare le due donne.»

Quanto al movente della gelosia di Sabrina per Ivano Russo? «L’accusa doveva in qualche modo trovare una logica per giustificare la responsabilità di Sabrina. Logica che è stata screditata: il ragazzo, ascoltato come teste, ha riferito (e lo stesso hanno fatto altri testimoni) che Sabrina Misseri non aveva mai palesato atteggiamenti di gelosia nei suoi riguardi, specie nei confronti di Sarah verso la quale aveva invece un atteggiamento protettivo e materno. Lo stesso vale per Cosima, la zia dalla quale desiderava essere adottata. Oltretutto quella che doveva essere la grande accusatrice, Mariangela Spagnoletti, in due minuti su sei ore di interrogatorio, ha detto di aver avuto solo la sensazione che Sabrina fosse gelosa. Ma non può essere una sensazione a far aprire le porte del carcere a una ragazza di vent'anni e condannarla all’ergastolo.»

Non ci sono quindi indizi di colpevolezza? «No, ma pubblica accusa e media non tornano sui loro passi perchè sarebbero screditati. Lo stesso procuratore generale della Cassazione, per la prima volta in Italia, ha sostenuto la tesi di dover spostare il processo. Quando una procura generale smentisce la propria procura vuol dire che evidentemente qualcosa non ha funzionato. Preciso anche che per ben quattro volte la Corte di Cassazione si è pronunciata sostenendo non ci fossero gravi indizi di colpevolezza tali da giustificare la misura restrittiva sia per Sabrina che per Cosima.»

Michele Misseri permette agli inquirenti di ritrovare il cadavere della piccola. Prima si autoaccusa, poi tira in ballo la figlia, e infine tenta di scagionarla. Perchè l’avrebbe accusata ingiustamente? «Mente dopo il suo arresto e durante l’incidente probatorio. Su suggerimento involontario di qualcuno, ritenendo fosse più utile, parla di un incidente che aveva riguardato la figlia. Lo fa senza essere al corrente che quella bugia avrebbe potuto costarle il carcere a vita. Ma una volta in cella, torna definitivamente sulle sue posizioni. Alla psicologa e allo psichiatra, dichiara di essere lui il colpevole. Quindi, ci troviamo di fronte a due innocenti dentro e a un responsabile fuori. È lui che fa ritrovare il cadavere, è lui che consegna il cellulare e le chiavi. E questa è la prova.»

Da aguzzino finisce con l'indossare i panni della "vittima". Vittima di una famiglia che lo maltratta e gli dà da mangiare gli avanzi? «Misseri è stato descritto come persona mite, ma in realtà è molto forte anche fisicamente (è in grado di sollevare fino a cento chili). C'è un'altra circostanza che non può essere tralasciata. Nel maggio del 2010 aveva urtato la testa in campagna. In seguito all'incidente era diventato molto irascibile: minaccia la moglie prima con un'accetta, poi con una pietra. Per questo la coniuge si rifiutava di dormire con lui. Quanto agli avanzi non vanno intesi come scarti: Cosima preparava cibo in quantità maggiori così da non dover cucinare per un paio di giorni, dovendosi recare in campagna. I cosiddetti avanzi erano destinati a tutto il nucleo familiare, non solo al marito.»

Che cosa ha fatto Cosima il giorno del delitto? «Si reca in campagna alle 4 del mattino e ritorna a casa alle 13.40, esausta dalla fatica e dal caldo (c'erano 37 gradi quel giorno). Stando alla ricostruzione dell'accusa, lei avrebbe trovato la forza di inseguire Sarah (che era giunta alle 13.55), mettendosi al volante dell'auto; Sabrina invece si sarebbe seduta dietro. E già questo è anomalo. Poi l'avrebbero raggiunta, ma a scendere dal mezzo per rincorrerla sarebbe stata l'anziana, anziché la figlia. Poi la 15enne anziché scappare avrebbe ubbidito alla zia salendo in auto. È evidentemente una menzogna, raccontata da uno dei testimoni all'amante solo per "vantarsi", ma smontata dallo stesso agli inquirenti ai quali ha spiegato che si trattava di un sogno.» In sede di udienza la Corte d'Assise ha acquisito il verbale con le dichiarazioni di Anna Di Noi ed ha provveduto ad ascoltare gli altri 9 testimoni citati dal pubblico ministero Mariano Buccoliero.

Rendiconto della giornata.

Ore 10:00 – Audizione di Rita Di Noi, del marito Vito Palmisano e dell'avv. Anna Rita Panzuto in riferimento a un incontro avvenuto in casa del legale il giorno della scomparsa di Sarah. Palmisano ha riferito di aver visto una station wagon vecchio tipo color vinaccia che procedeva ad alta velocità in direzione mare e passò due volte nel giro di cinque minuti. «Il conducente - ha detto il testimone, che ha poi riconosciuto in foto una Fiat Marengo - mi ha guardato: aveva un viso abbastanza rotondo con un ciuffo di capelli e indossava un girocollo blu». L'auto indicata è simile a quella di Cosimo Cosma (nipote di Michele Misseri), accusato anche lui di soppressione di cadavere.

Ore 11:49 – Parla Maurizio Misseri. «Il giorno dopo l’arresto di Sabrina Misseri vennero a casa mia la sorella Valentina e gli avvocati Russo e Mongelli. Valentina disse che era necessario cambiare avvocato al padre Michele perchè era stato nominato d’ufficio e non andava bene. Indicò l’avv. Mongelli, che scrisse il testo del telegramma da mandare in carcere». Lo ha detto, testimoniando in Corte d’Assise, a Taranto, Maurizio Misseri, figlio di Carmine, imputato di soppressione di cadavere nel processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Il teste ha aggiunto di aver mandato personalmente il telegramma da casa dello zio Ottavio. Maurizio Misseri ha poi detto di aver appreso della scomparsa di Sarah il 26 agosto 2010 dopo essere rientrato a casa dal lavoro e di aver telefonato intorno alle 21.40 a suo zio Michele, col cellulare del padre Carmine, per sapere cosa fosse successo.

Ore 13:07 Parla Pancrazio Spinelli. «Mia moglie mi disse che quando aveva 12-13 anni Michele Misseri le fece delle avances dicendole “Che dobbiamo fare, facciamo qualcosa”. Lei si impaurì e se ne andò. Non successe nient'altro». Lo ha detto Pancrazio Spinelli, marito di Dora, una sorella di Concetta e Cosima Serrano, nel corso del processo per l’uccisione della piccola Sarah Scazzi. La circostanza è stata chiesta a Spinelli in relazione a dichiarazioni fatte in aula il 12 marzo scorso da un’altra sorella di Concetta e Cosima, Emma Serrano, secondo la quale Dora subì, circa 25 anni fa, quando era una ragazzina, molestie sessuali da parte di Michele Misseri. Emma Serrano aggiunse nella stessa udienza che Dora ne aveva parlato col marito, Pancrazio Spinelli, che per questo è stato sentito oggi. L’uomo ha confermato la circostanza spiegando di aver anche saputo che l’episodio delle avances sarebbe avvenuto nella casa materna della donna. «Mia moglie – ha detto ancora Spinelli – non mi disse che Michele Misseri la toccò e non mi ha raccontato di altri episodi. Ironizzai su altri risvolti, ma lei minimizzò. Non ne feci un problema». Il teste ha aggiunto di aver parlato nuovamente di questo episodio dopo l’arresto di Michele. «Quando sapemmo che Michele aveva avuto attenzioni sessuali nei confronti della vittima, andammo a casa di Cosima e Dora disse le stesse cose che aveva già rivelato a me». La versione della morte della piccola Sarah Scazzi per un incidente occorso mentre nel garage lo zio le faceva molestie sessuali compare in più versioni delle tante sull'omicidio fornite da Michele Misseri nel corso delle indagini.

Ore 13:36  – Parla Dora Serrano. Dora è sorella di Cosima e vive a San Pancrazio Salentino, comune del Brindisino poco distante da Avetrana, e nella cui casa Sarah in quell'agosto 2010 trascorse alcuni giorni prima di far ritorno ad Avetrana. Piange in aula, Cosima Serrano, mamma di Sabrina. La 'donna sfinge' per la prima volta mostra un'emozione. La zia di Sarah, detenuta insieme alla figlia con l'accusa di aver ucciso il 26 agosto del 2010 ad Avetrana la nipote quindicenne, si scioglie in lacrime quando al banco dei testimoni arriva la sorella Dora. Il volto è segnato dal pianto durante la deposizione della più piccola delle sorelle Serrano. Dora conferma, nel processo, le 'avances', oltre trent'anni prima da parte del cognato Michele Misseri quando lei era un'adolescente. Dora racconta di quando, quindicenne (viveva ancora nella casa paterna) venne avvicinata da Michele, che da poco aveva sposato la sorella Cosima. In quell'occasione - ha raccontato oggi a Taranto nella dodicesima udienza del processo in corte d'Assise - Michele le sfioro appena il braccio con la mano e sommessamente, mentre erano soli, le chiese in dialetto " amma' fa' na' cosa?". A quel punto, ripercorre Dora davanti alle sorelle Concetta (madre di Sarah) e Cosima, scappai via dalla stanza. Dora Serrano, la zia di Sarah Scazzi, sentita nell'aula 'Emilio Alessandrini' del Tribunale di Taranto nel processo in Corte di Assise per l'omicidio della 15enne di Avetrana, ha praticamente confermato le presunte avances di molti anni fa da parte del cognato Michele Misseri che erano state rivelate dalla sorella Emma in una precedente udienza. L'episodio si sarebbe verificato quando la donna aveva 15 anni. Si tratta della testimonianza più attesa della dodicesima udienza del processo che vede alla sbarra Sabrina Misseri e Cosima Serrano, rispettivamente cugina e zia della vittima, le due principali imputate, accusate di concorso in omicidio, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Entrambe sono detenute. Le presunte molestie da parte del cognato Michele sarebbero avvenute su un terrazzo quando Michele era agli inizi del suo matrimonio con Cosima. Dora Serrano solo durante le indagini per il delitto di Sarah ha rivelato questa circostanza ai carabinieri. La sua deposizione ha presentato qualche contraddizione. Prima di lei anche il marito Pancrazio Spinelli ha confermato il racconto della moglie. La coppia vive nella vicina cittadina di San Pancrazio salentino. La testimonianza può essere importante poiché Michele, che si autoaccusa del delitto, aveva detto che qualche settimana prima avrebbe molestato la vittima. «Una sera, quando io ero ragazzina, le mie sorelle mi chiesero di andare sul terrazzo e di mettere al riparo i vasi con le piantine. Arrivò Michele Misseri per aiutarmi e mettemmo a posto i vasi. Finita questa cosa si avvicinò e mi disse alcune parole, tipo: 'Dobbiamo fare una cosa?'. Poi mi sfiorò il braccio destro e io scappai via. Tornai giù dalle scale e andai in camera mia senza riferire nulla a nessuno». Lo ha detto ai giudici oggi Dora Serrano, 44 anni, sorella di Cosima e Concetta, nel corso del processo per l'uccisione di Sarah Scazzi. «Raccontai l’episodio a mio marito e dopo l’arresto di Michele anche a sua moglie Cosima. In seguito – ha aggiunto – mi contattarono gli avvocati Russo e Velletri (primi avvocati di Sabrina Misseri) perchè avevano bisogno di una testimonianza in favore di Cosima, ma questo fatto che mi è capitato è vero. Avevo 15 anni quando avvenne l’episodio ed ero a casa dei miei genitori, in via Martiri d’Ungheria. C'erano papà, mamma, Emma e mi pare Concetta, ma non ricordo bene». Dora Serrano riferì l’episodio a Cosima Serrano nell’ottobre 2010, quando venne arrestato Michele Misseri. Il 18 gennaio 2011 si recò dai carabinieri di Avetrana per raccontare lo stesso episodio. «Michele – ha osservato la teste – abitava al piano superiore a quello dove abitavano i miei genitori. Per andare sul terrazzo c'erano le scale esterne e non c'era bisogno di passare dalla nostra abitazione. Mio marito, che diceva che era tutto normale, forse ha dimenticato che gli dissi di essere stata anche sfiorata da Michele». Il pm, Mariano Buccoliero, ha contestato il fatto che se l'episodio si verificò nel 1982 Concetta abitava altrove perchè era stata data in adozione. Nel corso della deposizione di Dora Serrano, sua sorella Cosima, presente in aula insieme alla figlia Sabrina Misseri, ha pianto. Pancrazio Spinelli, marito di Dora Serrano, durante il confronto con la moglie, ha detto di non ricordare se la donna gli avesse raccontato di essere stata sfiorata sul braccio da Michele Misseri in occasione dell’episodio delle presunte avances. Ha confermato invece che era in casa quando entrambi ricevettero la visita degli avvocati Russo e Velletri. Nel corso della testimonianza in Corte d’Assise, in seguito a contestazioni del pubblico ministero, Dora Serrano ha detto che l’episodio delle presunte 'avances' da parte di Michele Misseri sarebbero avvenute dopo che lei aveva ultimato le scuole medie e in quella occasione forse aveva anche meno di 15 anni. «Dopo quell'episodio – ha poi osservato – i comportamenti con Michele Misseri erano normali, come se nulla fosse accaduto. Raccontai anche ad Emma quanto mi era capitato. Andai a casa sua, ma mio marito non ne era a conoscenza». La teste ha aggiunto di essere andata a trovare Cosima in carcere con la sorella Emma. «Non abbiamo parlato – ha riferito – delle responsabilità, di chi potesse aver ucciso Sarah». Uno dei legali della famiglia Scazzi, che è parte civile, Luigi Palmieri, ha formulato una contestazione ricordando come Emma Serrano avesse dichiarato invece di averne parlato con Dora e che concordarono sulla circostanza che Sabrina «non avrebbe potuto fare male a nessuno». La donna ha quindi dichiarato di essere d’accordo con la sorella Emma. La Corte d’Assise, su richiesta del pm Buccoliero, ha disposto un confronto tra Dora Serrano e il marito Pancrazio Spinelli in relazione alle confidenze sulle presunte 'avancè di Michele Misseri.

Ore 18:45  – Parla Alessandro Palmieri. «L'avv. Vito Russo intimorì Ivano Russo perchè quest’ultimo si era rifiutato di sottoscrivere un verbale. L’approccio fu tranquillo, ma poi i toni si fecero accesi». Lo ha riferito Alessandro Palmieri, colui che agì da intermediario e offrì il suo telefono Blackberry per registrare le dichiarazioni di Ivano Russo, raccolte dall’avv. Vito Russo, ex legale di Sabrina Misseri, nell’ambito di indagini difensive. Palmieri, interrogato dal pm Mariano Buccoliero e controesaminato dall’avv. Gianluca Pierotti, difensore di Vito Russo, ha peraltro aggiunto di non aver visto strappare alcun verbale e che le registrazioni le curava in prima persona. In una delle precedenti udienze, invece, Ivano Russo disse che in un incontro, al quale erano presenti anche l’avvocato Emilia Velletri (moglie di Vito Russo e anche lei ex legale di Sabrina Misseri) e lo stesso Alessandro Palmieri, l’avvocato Vito Russo cancellò l’audio e strappò il cartaceo sostenendo che non andava bene per la loro assistita.

E' stato ascoltato anche un teste minore, Biagio Fusarò, in relazione a un incontro avuto con Sarah Scazzi la mattina del 26 agosto 2010, giorno della scomparsa e dell’uccisione della quindicenne.

Nell’udienza di martedì prossimo, 24 aprile, saranno ascoltati altri testimoni, tra i quali Antonella Spinelli, figlia di Dora Serrano, sorella di Cosima, la donna accusata dell’omicidio insieme alla figlia Sabrina Misseri.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif24 aprile 13ª udienza

24 aprile. Tredicesima udienza. Parla. Antonella Spinelli, Elena Baldari, Maria Ferrara, Salvatore Misseri, Michele Genovino, Clorinda Ferrara, Antonietta Genovino e Claudio Benni.

Sono otto i testimoni che saranno interrogati nella tredicesima udienza del processo sull’omicidio di Sarah Scazzi che inizierà fra poco dinanzi alla Corte d’assise di Taranto. Ma i riflettori saranno puntati soprattutto su tre di essi. La cugina di San Pancrazio Salentino, Antonella Spinelli, coetanea di Sarah, riferirà sugli ultimi giorni di quest’ultima. La vittima si è fermata a casa sua dal 23 al 25 agosto, quindi fino alla vigilia dell’assassinio. La ragazzina conosceva le amicizie di Sarah e i profili aperti su Facebook. E’ stata lei a fondare sul social network, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa, quindi a fine agosto 2010, il gruppo per cercare Sarah. In quel periodo, la speranza di ritrovarla viva alimentava ancora le ricerche di forze dell’ordine e volontari. Nessuno poteva immaginare quale orrenda fine avesse fatto la povera Sarah, uccisa e gettata in fondo ad un pozzo. E’ atteso anche l’esame della mamma di Ivano Russo, il ragazzo conteso da Sarah e Sabrina. Elena Baldari è stata ascoltata più volte nel corso delle indagini sul pomeriggio del figlio Ivano, il ragazzo conteso da Sarah e Sabrina. Nelle precedenti udienze sono stati ascoltati lo stesso Ivano e il fratello Claudio. Oggi toccherà alla mamma. I pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino hanno citato anche Maria Ferrara, Salvatore Misseri, Michele Genovino, Clorinda Ferrara, Antonietta Genovino e Claudio Benni. Quest’ultimo è il marito dell’avvocato Anna Rita Panzuto, originaria di Avetrana e residente a Bologna, dove svolge la professione di avvocato civilista, ascoltata nella precedente udienza. Intanto, l’intervista di Sabrina fatta tramite uno dei suoi avvocati, Nicola Marseglia, al settimanale “Di Più” rischia di aprire un altro caso. A quanto pare, la Procura sarebbe intenzionata a produrre in aula le dichiarazioni della ragazza chiedendo alla Corte l’acquisizione. E’ già accaduto per altre interviste ai protagonisti del delitto di Avetrana. Non era ancora accaduto, invece, per un articolo pubblicato da un giornale di gossip. Una vergogna nazionale. A Taranto: subisci e taci. E dire che Sabrina in carcere è stata in buona compagnia. Durante la permanenza in carcere di Sabrina Misseri e di sua madre Cosima Serrano, con loro e per altri fatti sono stati reclusi il Sostituto della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, Matteo Di Giorgio; il giudice civile presso il Tribunale di Taranto, Pietro Vella; l’ex sindaco di Taranto e Parlamentare nazionale, Giancarlo Cito. Ecc. Ecc. Comunque, può Sabrina Misseri, in custodia cautelare in carcere dal 15 ottobre del 2010 per l’omicidio della cugina Sarah Scazzi, rilasciare interviste? A rispondere a questa domanda sarà probabilmente la Procura, destinataria della segnalazione che la direttrice del carcere di Taranto Stefania Baldassarri ha inviato anche all’Ordine dei giornalisti e all’Ordine degli avvocati dopo la pubblicazione di una lunga intervista al settimanale «Di Più» e di altre due interviste al quotidiano «La Stampa» e al sito «Tgcom24». Le interviste sono state realizzate grazie alla fattiva collaborazione dell’avvocato Nicola Marseglia, uno dei legali di Sabrina, che si è preso la briga di sottoporre alla giovane di Avetrana le domande e di raccogliere le sue risposte. Secondo la Gazzetta del Mezzogiorno al centro dell’esposto firmato dal direttore Baldassarri non c’è il contenuto delle interviste, che in fondo nulla di clamoroso aggiungono alla vicenda ormai nota praticamente a tutti gli italiani, ma le interviste in quanto tali perché Sabrina Misseri si trova in custodia cautelare in carcere anche per impedirle di comunicare con l’esterno. Insomma quelle interviste possono rappresentare una palese e clamorosa violazione di tale precetto. Un po’ come avvenne nel novembre del 2010 con Michele Misseri, padre di Sabrina, che fu intervistato dalla giornalista di «Libero» Cristiana Lodi, presentatasi in carcere con la parlamentare Melania Rizzoli della quale disse di essere la collaboratrice, vicenda per la quale la Procura ha presentato richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti per falso. Intanto Sabrina Misseri ha rilasciato una lunga intervista al settimanale «Di Più». Ha accettato di parlare per la prima volta con un giornalista attraverso i suoi avvocati che hanno raccolto e sintetizzato le risposte durante i colloqui in carcere e le udienze in Corte d’assise. Nell’intervista a firma di Oliviero Marchesi la giovane imputata affronta, tra le altre cose, il rapporto conflittuale con Ivano dicendosi attratta da lui ma «senza nessuna ossessione». Sabrina parla poi delle abitudini con la cugina Sarah: «Eravamo come sorelle – dice – e spesso ci facevamo anche la doccia insieme». Sulla zia Concetta, mamma di Sarah, Sabrina esprime il desiderio di incontrarla dicendosi pronta a «rispondere a tutte le sue domande». Secondo l’estetista, in carcere dall’ottobre del 2010, la zia Concetta non sarebbe convinta della colpevolezza sua e di sua sorella Cosima. Parole forti anche nei confronti del padre che durante le numerose udienze, confessa di non essere mai riuscita a guardarlo negli occhi tranne la prima volta quando fu colta da malore. Parlando del futuro Sabrina non dimostra risentimento nei confronti di quella parte degli avetranesi che l’hanno già condannata prima ancora del processo. «Se sarò assolta tornerò al mio paese, non sono io che devo nascondermi». L’imputata infine non spreca critiche alla macchina dell’informazione che avrebbe violato la sua privacy nonostante il divieto di riprenderla durante le udienze. L’intervista si chiude con pensieri di Sarah. «Penso spesso a lei», dice della cugina della quale ricorda piccoli episodi della sua breve vita. "Quando qualcuno si allontana nell'ombra, ci si chiede sempre se è un caso giallo o un allontanamento volontario?" Apre così la puntata di Quarto Grado del 20 aprile 2012, il conduttore Salvo Sottile. Quarto grado affronta il caso di Sarah Scazzi: Sabrina Misseri ha inviato una lettera al TgCom24: "Spero di reggere fino in fondo, la mia vita è cambiata peggio di una malattia, Ivano mi piaceva, ero attratta da lui, avrei voluto una storia... In giro sentivo e sento solo falsità, sulla mia invidia nei loro confronti e sui presunti litigi. Sarah era una sorella per me, eravamo molto attaccate, stavamo sempre insieme, uscivamo insieme, facevamo persino la doccia insieme. Le volevo solo bene... Con mio padre notavo uno sguardo fugace, io ero sola, con mia madre, da dietro le grate e volevo farmi forte. Zia Concetta non è convinta fino in fondo sulle certezze su di me e mia madre. Ho ancora i ricordi intatti di Sarah, mi vengono in mente tanti piccoli episodi delle nostre vite." La replica di Concetta Serrano: “Nulla mi lascia immaginare che Sabrina e Cosima siano innocenti. Se loro continuano a dire di non aver ucciso Sara, dicessero il nome di chi l’ha uccisa, escludendo però Michele, perché lui non c’entra nulla con l’omicidio di Sarah”. Queste le parole indignate di Concetta Serrano, mamma di Sarah riferite a Filomena Rorro, inviata di Quarto Grado, dopo aver letto sul Corriere del Mezzogiorno l’anticipazione della lettera di Sabrina Misseri indirizzata a Tgcom24. “Spero di reggere fino in fondo, ho letto tutti gli atti processuali, ho letto qualche libro. La mia vita è cambiata completamente. Ti colpisce qualcosa della quale non ti sai dare una ragione, è peggio di una malattia che ti viene improvvisamente ma che almeno puoi riuscire a spiegarti perch‚”. Lo afferma Sabrina Misseri rispondendo, tramite uno dei suoi difensori, Nicola Marseglia, a domande poste da Ilaria Cavo su Tgcom 24. Su Ivano Russo – per l’accusa il movente dell’omicidio sarebbe la gelosia – Sabrina dice di non avere “nessuna ossessione. Ivano mi piaceva, ero attratta da lui, avrei voluto avere una storia con lui, niente di più e niente di meno. Eravamo e siamo rimasti amici”. “Ho sentito e continuo a sentire al dibattimento – aggiunge – tante assurdità su questo rapporto, sulla mia gelosia morbosa per Ivano, per Sarah, su presunti violenti litigi, ogni piccola cosa è stata gonfiata oltre ogni ragionevole contatto con la realtà". Sul rapporto con Sarah, Sabrina rileva: "Era per me una sorellina minore. Stava sempre con me, quando lavoravo, la sera quando uscivamo con gli amici, era attaccata a me, faceva anche la doccia insieme a me. Io le ho solo voluto bene. Su questo non dovrebbero esserci dubbi, era noto a tutti, e lo ha confermato anche zia Concetta". Se verrà assolta, Sabrina annuncia che “tornerò ad Avetrana non dovrei essere io a nascondermi”. Dal carcere, dov'è rinchiusa con l'accusa di aver ucciso la cuginetta Sarah Scazzi, Sabrina Misseri parla con Tgcom24 attraverso uno dei suoi legali, Nicola Marseglia, e racconta di sé, della vita in cella, di Sarah, del padre Michele e delle accuse che le vengono mosse. Un’intervista con portavoce, insomma.

La vita in carcere

«Spero di reggere fino in fondo - dice Sabrina -. Mi sforzo di partecipare alle attività programmate dall'istituto. Ho letto gli atti processuali che mi sono stati notificati. Ho letto qualche libro (la biblioteca dell'istituto è comunque ubicata nella sezione maschile)».

Il cambiamento

«La mia vita - prosegue - è cambiata completamente. Ti colpisce qualcosa della quale non ti sai dare una ragione, è peggio di una malattia che ti viene improvvisamente, ma che almeno puoi riuscire a spiegarti perché».

Ivano, il presunto movente

Sabrina sottolinea di non avere «Nessuna ossessione. Ivano mi piaceva, ero attratta da lui, avrei voluto avere una storia con lui, niente di più e niente di meno. Eravamo e siamo rimasti amici anche quando mi sono resa conto che non c'era la possibilità di trasformare l'amicizia in un sentimento più impegnativo. Fino a quando sono stata ad Avetrana abbiamo continuato a frequentarci, senza equivoci, come amici. Non ho mai nascosto nulla a nessuno; i nostri amici, soprattutto quelli con i quali mi conosco da anni (Alessio, Angela, Liala) sapevano benissimo quale era la reale natura dei nostri rapporti, seppure senza che io lo avessi desiderato erano venuti a conoscenza anche dei dettagli più intimi e riservati, non c'erano segreti. Ho sentito e continuo a sentire al dibattimento tante assurdità su questo rapporto, sulla mia gelosia morbosa per Ivano, per Sarah, su presunti violenti litigi, ogni piccola cosa è stata gonfiata oltre ogni ragionevole contatto con la realtà».

La serata a luci rosse con Ivano

Per l'accusa la conferma del fatto che la figura di Ivano sia il movente è nel fatto che in paese iniziava a girare la voce della serata hot in auto dei due giovani. Ma Sabrina smentisce seccamente. «L'episodio al quale si fa riferimento - spiega - non è avvenuto a giugno ma ad agosto 2010. Sarah non c'entra niente in ordine alla sua diffusione e glielo dissi chiaramente ad Ivano con il quale mi ero lamentata della mancanza di riservatezza. La responsabilità maggiore è di mio cugino Claudio, per quella sua incorreggibile abitudine di intromettersi nei fatti degli altri, di assumere un ruolo che non gli compete e che anche in questo caso non gli era stato richiesto».

Una sorella minore

«Sarah era per me una sorellina minore - prosegue la ragazza -. Stava sempre con me, quando lavoravo, la sera quando uscivamo con gli amici, era attaccata a me, faceva anche la doccia insieme a me. Io le ho solo voluto bene. Su questo non dovrebbero esserci dubbi, era noto a tutti, e lo ha confermato anche zia Concetta. Mi capita spesso di pensare a Sarah - rivela -. Tutti i ricordi che ho di lei sono intatti. Mi vengono in mente tanti piccoli episodi della nostra vita».

Il padre, Michele, e la confessione che la accusa

Quando ha saputo della confessione del padre, «rifiutavo di credere che potesse essere stato lui, mi sembrava incredibile, ho persino esternato questa mia disperata convinzione, ma anche questo è stato rigirato contro di me in maniera assurda, come del resto è avvenuto per altre circostanze. All'inizio aveva convinto tutti, inquirenti compresi, poi è cambiato qualcosa. Sarebbe importante approfondire, anzi chiarire definitivamente questo aspetto e mi auguro che ciò avvenga nel corso del processo. Con mio padre durante la prima udienza vi è stato solo uno sguardo fugace. Non ho pensato a nulla, ero disorientata, chiusa nella gabbia con mia madre, volevo sparire, mi sono fatta forza e sono andata avanti fino alla fine».

Zia Concetta, la mamma di Sarah

«Io penso che zia Concetta non è convinta fino in fondo, che non ha certezze circa la mia responsabilità e quella di mia madre. Ho già detto che sono pronta ad incontrarla quando lo vorrà, anche subito. Io la aspetto. Le risponderei a qualunque domanda».

Le accuse della gente

«Io non giudico nessuno - sottolinea Sabrina - anche se nei miei confronti è avvenuto esattamente il contrario. Comunque ho letto e ascoltato tante falsità, all'inizio mi sembrava di impazzire ora mi sono quasi abituata. Mi fa paura il pregiudizio. Mi fa paura che possa influenzare la decisione. Ci sono tanti casi di persone ingiustamente condannate e riabilitate dopo anni di ingiusta sofferenza. Spero che non accada a me. Ma in futuro, se sarò assolta tornerò ad Avetrana. Non dovrei essere io a nascondermi».

Il processo mediatico

«Quello che hanno fatto le televisioni ed i giornali in questa vicenda - conclude la giovane - va oltre ogni immaginazione. Anche oggi, i resoconti delle udienze sono sfacciatamente fuorvianti, riportano pressoché il contrario di ciò che è avvenuto o è stato detto in aula, da restare allibiti. Nonostante il divieto di riprendermi le mie immagini nell'aula della Corte di Assise sono state trasmesse via internet ed in televisione per soddisfare morbose curiosità».

Pensieri

«Mi capita spesso di pensare a Sarah. Tutti i ricordi che ho di lei sono intatti. Mi vengono in mente tanti piccoli episodi della nostra vita».

Tornando al processo sono otto i testimoni citati per l'udienza odierna dalla pubblica accusa.

Rendiconto della giornata.

ORE 11:00 - Parla Antonella Spinelli. Chiamata a testimoniare la cugina 15enne di Sarah, secondo la quale la ragazzina uccisa non disse mai di avere un interesse sentimentale per Ivano Russo, l'amico del quale, secondo l'accusa, Sarah e la cugina Sabrina Misseri si sarebbero invaghite. Sarah Scazzi soggiornò per un breve periodo, sino a due giorni prima di essere uccisa (26 agosto 2010), dalla cugina a San Pancrazio Salentino (Brindisi). «Mi raccontò di essere stata fidanzata per un giorno con un ragazzo di 16 anni, un certo Davide, che la baciò per gioco - ha riferito la ragazzina - ma la sera stessa si lasciarono. - La teste ha poi aggiunto - che Sabrina ogni tanto sgridava Sarah perchè lei diceva qualche parolaccia, ma era normale. Non credo che Sabrina e zia Cosima abbiano ucciso Sarah, ma zio Michele». Antonella Spinelli, testimoniando in aula al processo per l'omicidio della cugina 15enne Sarah Scazzi, ha detto anche di aver attivato un nuovo profilo su Facebook e di aver conosciuto le amiche di Sarah. In particolare ha parlato di Francesca Massari che gestiva un altro profilo Facebook di Sarah. «Io penso che se è uscita un'immagine distorta di Sarah non è colpa sua, ma delle amiche. Sabrina mi parlava di Ivano. Verso luglio ho cominciato a sentire parlare di lui, ma Sarah non mi ha mai detto niente di particolare sul rapporto tra Ivano e Sabrina. Non mi ha mai detto della storia del rapporto in macchina tra i due. Io questa storia l'ho sentita solo in televisione». La Spinelli ha anche risposto alle domande su una foto particolare postata su Facebook il 26 agosto del 2010 alle 21, che ritraeva un burattino legato con alcune corde. «Non c'entra nulla con la vicenda. Si riferiva a problemi che avevo con le mie amiche. Quel pomeriggio Sabrina chiamò per avvisarci che Sarah non si trovava. Io ho sempre detto che credo che Sabrina e zia Cosima non siano colpevoli. Io penso che sia stato mio zio Michele. Sabrina ci teneva tanto a Sarah. Io sono convinta di questa cosa, ma cerco di evitare l'argomento perchè non mi fa stare bene». La quindicenne ha poi parlato dei profili Facebook che aveva la cugina. «Lei non conosceva le password e i profili venivano gestiti dalle sue amiche. Spesso mi diceva al telefono di entrare nel suo profilo, ma mi dava password errate. La mattina del 25 agosto decidemmo di creare un altro profilo e la password la dovevo avere io perché di me si fidava». Quanto al rapporto tra Sarah e Ivano, la quindicenne ha sottolineato che la cugina le diceva «che per lei era un amico, che era simpatico, ma nulla di particolare. Non mi ha mai detto che gli piaceva. Decidemmo di fare un quaderno dove ognuno di noi scriveva qualcosa. Lei scrisse la mattina del 26 agosto. Scoprii che faceva riferimento ad Ivano e per me fu una sorpresa».

ORE 12:45 – Parla Elena Baldari. «Quando tornò a casa dopo essere rientrato dal lavoro, parlai con Ivano della scomparsa di Sarah e lui era sconvolto. Dopo aver mangiato uscì anche lui per andare a cercarla». Lo ha detto Elena Baldari, mamma di Ivano Russo, testimoniando al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. «Non mi parlò mai di Sarah – ha aggiunto la donna – prima della sua scomparsa, nè di Sabrina, conoscevo solo Alessio Pisello. Il 26 agosto 2010 mio figlio Claudio andò al mare e Ivano rimase a casa. Nel primo pomeriggio si mise a letto e alle 17.10 lo accompagnai dal suo datore di lavoro a San Pietro in Bevagna». Elena Baldari ha riferito che lungo la strada incontrarono Alessio e una ragazza. Ivano scese e parlò con loro qualche minuto. «Risalito in macchina – ha proseguito – mi disse che era scomparsa Sarah, la cugina di Sabrina». La teste non ha ricordato se Ivano avesse il cellulare in camera mentre riposava. Ai carabinieri, quando venne ascoltata nel corso delle indagini, riferì di aver udito un messaggio vocale sul telefonino del figlio nel primo pomeriggio del 26 agosto, ma poi precisò che si era sbagliata e aveva fatto confusione con le date. «Quando entrai in macchina per accompagnarlo al lavoro, Ivano lesse un messaggio di Sabrina e disse “mo si è persa pure la cugina” urtando il telefono sul cruscotto». Il pubblico ministero Mariano Buccoliero ha contestato alla donna sia l’orario in cui sarebbe stato letto il messaggio sia il contenuto. La donna, ascoltata dai carabinieri il 31 agosto 2010, attribuì a Ivano la frase “Ma cosa ne so io della cugina, io non sono uscito da casa”. La Baldari ha poi raccontato del giorno in cui ricevette la visita di Michele Misseri e di Sabrina che portarono una cesta di funghi e chiesero informazioni sul contenuto delle dichiarazioni rese dalla stessa donna e dal figlio Ivano. Ci fu anche un’altra visita dopo il ritrovamento del cellulare di Sarah. «Vennero Sabrina e Valentina Misseri – ha ricordato la madre di Ivano – io chiesi di questo ritrovamento e mi dissero che era stato scoperto dal padre Michele, che era andato in un fondo con un amico. Valentina aggiunse che era tornato per caso in quel fondo perchè si era dimenticato di un cacciavite speciale».

ORE 13:45 – Il refuso. Successivamente è stato ascoltato un altro testimone, Claudio Benni, mentre è saltata la deposizione di Salvatore Misseri (fratello di Michele), che ha inviato una certificazione medica. Maria Ferrara, moglie di Cosimo Cosma, imputato di concorso in soppressione di cadavere, si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Infine sono stati acquisiti i verbali di sommarie informazioni rese da Michele Genovino, Clorinda Ferrara e Antonietta Genovino, tutti in qualità di persone informate sui fatti. Questi che dovevano venire da Napoli non si sono presentati, adducendo con un fax l’impossibilità per motivi di salute, senza però produrre certificato medico. Sono stati multati di 500 euro a testa. La Corte d'Assise ha aggiornato il processo all'8 maggio prossimo, quando saranno ascoltati altri testimoni, tra i quali Anna Pisanò, una dei testi-chiave per l'accusa, il maresciallo Fabrizio Viva, comandante della stazione carabinieri di Avetrana, e il maresciallo Baiotta. Il pm ha chiesto inoltre alla Corte di acquisire agli atti l'intervista rilasciata nei giorni scorsi al settimanale “Di più” da Sabrina Misseri tramite uno dei suoi legali, l'avv. Nicola Marseglia. Lo stesso difensore ha chiesto alla Corte invece di produrre una mail del 17 aprile 2012, inviata al giornalista Oliviero Marchesi del settimanale “'Di più”, nella quale il legale avrebbe precisato che l’intervista era frutto della sintesi del difensore dopo una conversazione con la sua assistita. La Corte si è riservata la decisione.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif8 maggio 14ª udienza

8 maggio. Quattordicesima udienza. Parla Anna Pisanò, Antonella Tondo, Fabrizio Viva, Biagio Blaiotta e Giovanni Risi.

La testimonianza di Antonella Tondo suocera di Giuseppe Nigro titolare della Masseria “La Grottella”, albergo-sala ricevimenti in cui quel giorno si tenne un matrimonio, non è stata rilevante.

Anna Pisanò, una dei testi-chiave per l'accusa, il maresciallo Fabrizio Viva, comandante della stazione carabinieri di Avetrana, il brigadiere Blaiotta ed il responsabile della protezione civile di Avetrana, Giovanni Risi. Al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana (Taranto) uccisa il 26 agosto 2010, la Corte di Assise di Taranto si è riservata di decidere su due richieste avanzate rispettivamente dalla Procura e dalla difesa di Sabrina Misseri, quest’ultima – cugina di Sarah - accusata del delitto insieme alla madre, Cosima Serrano. La Procura ha chiesto l’acquisizione di un video contenente un’intervista rilasciata da Concetta Serrano il 27 maggio 2011 alla trasmissione “Quarto grado”, e un altro video realizzato con un cellulare che ritrae Sarah a San Pancrazio Salentino qualche giorno prima del suo ritorno ad Avetrana, nell’agosto 2010. La difesa di Sabrina Misseri ha invece chiesto alla Corte di acquisire la comunicazione che i carabinieri della Stazione di Avetrana inviarono il 26 agosto 2010 alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Taranto e alla Procura della Repubblica di Taranto, relativa alla scomparsa di Sarah. Al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi è stato il giorno della testimonianza di Anna Pisanò, uno dei testimone chiave dell’accusa. La donna ha messo in fila una serie di rivelazioni che potrebbero essere decisive per la condanna di Sabrina Misseri e di sua madre Cosima Serrano. La Pisanò era a casa Misseri la mattina della scomparsa di Sarah. Anna Pisanò parla per quasi cinque ore, ricordando tutto il ricordabile malgrado i 20 mesi trascorsi dai fatti. Non sbaglia una data e anzi aggiunge, precisa, mette a fuoco, offrendo alla corte d’assise, ed ai giudici popolari in particolare, elementi conoscitivi ulteriori, forse non penalmente rilevanti, ma sicuramente in grado di tratteggiare con efficacia il contesto in cui maturò l’omicidio di Sarah Scazzi. Si dichiara amica di Sabrina Misseri, «Io voglio bene a Sabrina, ho ancora il suo numero nella rubrica del cellulare», ma Anna Pisanò, la super testimone nel processo per l’omicidio della 15enne di Avetrana, non le fa certo un favore, affondando i colpi sotto i quali l’alibi della giovane estetista vacilla, forse irrimediabilmente. Anna Pisanò non è un testimone qualsiasi perché è presente, suo malgrado, in molte fasi dell’inchiesta. Era a casa di Sabrina il giorno dell’omicidio, quando vide Sarah particolarmente triste e affranta come mai le era capitato di incontrarla; raccolse la confidenza di Sabrina la sera in cui il padre Michele confessò il delitto e fece ritrovare il cadavere («Lo hanno incastrato, lo hanno incastrato; anche io dopo sette ore sotto torchio avrei detto di averla uccisa e dove l'ho messa, dopo sette ore ti viene quella cosa di dire la verità e farla finita, ma io non l'ho fatto, non sono stupida»); è la madre di Vanessa Cerra, l’ex commessa del fioraio Giovanni Buccolieri che il pomeriggio del 26 agosto 2010 vide Sarah correre in via Deledda, in lacrime, inseguita e poi raggiunta dalla zia Cosima Serrano, madre di Sabrina, che la prese per i capelli e la costrinse a forza a salire sulla sua vettura. Ad onor del vero Anna Pisanò fa riferimento alla scuola Media, come luogo in cui vi fu la violenza, e non ad una traversa di via Verdi, come, invece indicato nel sogno del Buccolieri. Il racconto della Pisanò scorre fluido e si capisce perché l’altro difensore di Sabrina Misseri, il professor Franco Coppi, (fresco di vittoria per l'assoluzione di Raniero Busco accusato del delitto di Simonetta Cesaroni) bloccato a Roma a causa di un processo finito tardi il giorno precedente, aveva chiesto, senza successo, alla corte d’assise il rinvio dell’esame della testimone. La donna era una cliente fissa di Sabrina Misseri e quando non era lei a sottoporsi a trattamenti estetici, accompagnava una delle sue tre figlie. Dunque aveva dimestichezza con la famiglia Misseri e con Sabrina in particolare, tanto da sapere praticamente tutto di lei, a partire dall’invaghimento per Ivano Russo, il giovane conteso da Sabrina e Sarah. Addirittura in alcune occasioni Anna Pisanò avrebbe controllato Ivano, sia direttamente andando nel negozio dove lavorava che tramite il suo profilo Facebook, per conto di Sabrina. «Non ho mai visto Sabrina soffrire per la scomparsa di Sarah - ha ricordato la testimone - e anzi il giorno del funerale della bambina, dopo averla invitata inutilmente a venire con me al rito, andai a casa e la trovai a mangiare nutella e a pensare a Ivano, col quale si era riavvicinata. Mai un pensiero per Sarah, che sin dal primo giorno considerava morta». Il collegio difensivo ha cercato di minare la credibilità della Pisanò soprattutto sui tempi del suo racconto, sul fatto che si decise solo ad aprile del 2011 a raccontare l’episodio del sequestro di Sarah di cui era venuta a conoscenza un mese dopo la scomparsa di Sarah. «Ma mia figlia solo prima di partire per la Germania, il 17 marzo del 2011, mi disse che era stato il fioraio Buccolieri a raccontarle la storia del sequestro. Vanessa mi disse pure di non raccontare nulla, perché mi avrebbero preso per pazza o lui avrebbe detto che era un sogno. Ma a me non importava, l'unica cosa che contava era scoprire la verità».

Ore 11:00 – parla il maresciallo comandante della stazione dei carabinieri di Avetrana, Fabrizio Viva, il brigadiere Biagio Blaiotta ed il responsabile della protezione civile di Avetrana, Giovanni Risi. Il 26 agosto 2010 Concetta Serrano si presentò alle 15-15.15 alla caserma dei carabinieri di Avetrana (Taranto) per denunciare la scomparsa della figlia Sarah Scazzi. La donna poi rientrò a casa per prendere alcune foto della ragazzina e la denuncia venne formalizzata intorno alle 17-17.20. Lo ha riferito il comandante della Stazione dei carabinieri di Avetrana, maresciallo Fabrizio Viva, durante la deposizione al processo per l’omicidio della quindicenne. Più tardi, sempre in caserma, intorno alle 18.30, il maresciallo chiese a Sabrina Misseri se la cugina Sarah avesse un diario. “Sabrina – ha detto Viva – mi disse che non lo sapeva e che avrebbe visto. Il 31 agosto vennero acquisiti cinque agende e un quaderno di Sarah”. Alla deposizione di Viva è seguita quella di un altro carabiniere in servizio alla Stazione carabinieri di Avetrana. «Quando trovò un telefonino in campagna, che poi scoprimmo era quello di Sarah, Michele Misseri si mostrò preoccupato per le impronte lasciate sul cellulare e diceva "non è che ora mi accusano di qualcosa?"»: lo ha riferito il brigadiere dei carabinieri Biagio Blaiotta, in servizio alla Stazione di Avetrana (Taranto), che ha testimoniato al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, in corso a Taranto. Michele Misseri, ha aggiunto il carabiniere, disse più volte anche di "sentire" che quel telefonino era di Sarah. La circostanza è stata confermata successivamente anche dal responsabile della Protezione civile di Avetrana, Giovanni Risi, presente quando Michele Misseri consegnò il telefonino agli investigatori.

Ore 14:30 – parla Anna Pisanò. Anna Pisanò era diventata amica di Sabrina perché una delle figlie, Vanessa Cerra, dopo che si era sposata, era andata a vivere in via Deledda vicino a casa della famiglia Misseri. Inoltre, oltre che cliente insieme alle sue quattro figlie di Sabrina dello studio privato di estetista, conosceva anche Sarah da quando era piccola, poiché una delle sue figlie era coetanea della 15enne assassinata. E si era molto affezionata alla vittima. Il 26 agosto 2010, giorno in cui venne uccisa, Sarah Scazzi arrivò a casa della cugina Sabrina Misseri, che l’aveva chiamata al telefono, poco dopo le 9 e «aveva la faccia triste, il viso all’ingiù e non salutò, contrariamente a quello che faceva di solito, sedendosi su un divanetto a maneggiare il cellulare». Lo ha dichiarato una testimone, Anna Pisanò, al processo per l’omicidio della quindicenne di Avetrana. La Pisanò è uno dei principali testi dell’accusa. La teste quella mattina era a casa di Sabrina per un trattamento estetico. «Chiesi a Sarah se stesse male, ma lei non mi rispose – ha aggiunto – e Sabrina mi disse "Lasciala stare". Sabrina guardava praticamente sempre Sarah quella mattina, a me sembrava che volesse farle capire di non parlare. Andai via dopo 15-20 minuti». Poi ha confermato una deposizione fatta durante le indagini in cui sottolineava che Sabrina non le sembrò affatto preoccupata. «Anzi ci prendeva in giro con atteggiamento spavaldo. Anzi l'unica cosa che disse con tono serio, ribadendolo anche al vice sindaco, fu che gli autori del rapimento di Sarah erano sicuramente quelli di San Pancrazio. Sabrina disse che lo zio (Giacomo Scazzi padre di Sarah ) era immischiato nell'usura, forse doveva dare soldi a qualcuno. E quindi qualcuno poteva essersi vendicato.» La Pisanò continua: «La sera del 6 ottobre 2010 capii dalla tv che Michele Misseri aveva confessato il delitto. Ero in casa di mia figlia, che abitava di fronte ai Misseri. Vidi Sabrina uscire, mi avvicinai e lei mi disse “L'hanno incastrato, l'hanno incastrato”. Poi aggiunse “anche io dopo sette ore sotto torchio avrei detto di averla uccisa e dove l’ho messa, dopo sette ore ti viene quella cosa di dire la verità e farla finita, ma non l’ho fatto” e si mise a piangere». Durante la deposizione della Pisanò Sabrina Misseri è più volte scoppiata in lacrime. «Dopo la scomparsa di Sarah - ha continuato la teste - chiamavo ogni giorno Sabrina per sapere se c'erano notizie e lei mi diceva che si sentiva che la cugina era morta. Anche Michele diceva che Sabrina gli riferiva che Sarah era stata rapita da zingari, rumeni o per gli organi». Anna Pisanò ha aggiunto che Sabrina «voleva cambiare sempre discorso. Io le chiedevo: ma se non ne parli tu che sei la cugina? Allora molte volte si prendeva a parlare di Ivano (Russo il ragazzo del quale l'imputata era innamorata). Io invece le dicevo che mi sentivo e mi immaginavo che Sarah tornava. Lei mi rideva in faccia. Mentre io ero ansiosa per Sarah - ha sottolineato ancora - non ho mai visto un vero dolore in lei. Le ho chiesto dopo la scomparsa se pensava di continuare a lavorare e lei mi ha risposto che era normale riprendere a lavorare. E infatti riprese a prendere appuntamenti per il suo lavoro di estetista». Continuando la sua testimonianza Anna Pisanò ha dichiarato che la sera del 28 agosto 2010, due giorni dopo la scomparsa di Sarah, Vanessa Cerra, sua figlia, ex amica di Sabrina Misseri, appartandosi con il fidanzato vicino al palazzetto dello sport di Avetrana sentì qualcosa simile a lamenti umani provenire dalla campagna e telefonò a Sabrina. Quest’ultima rispose che si trovava in birreria «per dimenticare». Sabrina quella sera, ha aggiunto la Pisanò, arrivò più tardi accompagnata da un’amica, Mariangela Spagnoletti, e dopo che la Cerra aveva chiamato i carabinieri. Sul posto era giunto poco prima anche un altro amico della comitiva dei giovani, Alessio Pisello, che addirittura si armò di bastone in caso di evenienza. Poco dopo arrivò anche Ivano Russo, - ha proseguito Pisanò - Sabrina ci chiese anche: secondo voi Sarah potrebbe essere viva? Noi abbiamo risposto che ci speravamo con tutto il cuore ma se si era trattato di qualcos'altro, eravamo pronti a tutto. Sabrina disse che sentiva che era morta» «Sabrina commentò il fatto dicendo "avete visto troppi film", e poi disse che Sarah secondo lei era stata rapita da parenti del padre di Sarah che stanno a San Pancrazio Salentino». «Non ho mai visto Sabrina veramente addolorata per la scomparsa di Sarah, mai vista vera sofferenza. Anche qualche giorno dopo la scomparsa mi disse che, secondo lei, Sarah era morta. Il giorno del funerale fu lei a dirmi che si era riavvicinata sentimentalmente ad Ivano Russo. Rimasi così, le feci gli auguri». «Partecipavo ad una raccolta di firme ad Avetrana per far intensificare le ricerche di Sarah. Ma spesso, bussando a casa delle persone, queste mi rispondevano "chiedilo a Sabrina Misseri, che lei lo sa". Lo dissi a Sabrina e lei mi rispose: “secondo te io la uccidevo, la affogavo, la violentavo?” e la madre Cosima allora disse: “se Sabrina l’ha uccisa, 30 anni si deve fare, ma il corpo di Sarah viva o morta deve uscire”». «Io dissi a Sabrina – ha aggiunto Pisanò – di non credere alle parole della gente». «Alla fine di settembre 2010 mia figlia Vanessa mi riferì che una persona le aveva detto di aver visto il 26 agosto Sarah correre in strada, verso la scuola Briganti, seguita dall’auto di Cosima, che scese, l'afferrò per i capelli e la buttò in macchina». «Vanessa – ha aggiunto – non mi volle dire chi fosse quella persona, perchè le aveva detto che l’avrebbero scambiato per uno che si inventa le cose o aveva sognato. Io poi capii che quella persona era il fioraio da cui mia figlia lavorava, Giovanni Buccolieri, e quando lo dissi a Vanessa lei me lo confermò». «Vanessa allora – ha continuato Anna Pisanò – mi riferì anche che il fioraio le aveva motivato così il suo comportamento: “Se fosse stata mia figlia avrei fatto diversamente, ma siccome non è mia figlia non voglio entrare in questa storia”». La circostanza venne poi riferita da Vanessa ai carabinieri, mentre il fioraio, dopo averla confermata agli inquirenti, due giorni dopo ritrattò dicendo che aveva sognato tutto. Per questo motivo la posizione di Buccolieri è stata stralciata e l’uomo è indagato in procedimento connesso per false informazioni al pm. Durante la deposizione di Anna Pisanò anche Cosima Serrano in qualche circostanza, così come la figlia Sabrina, non ha trattenuto le lacrime.«Io andai il giorno del funerale a casa di Sabrina, la invitai a venire allo stadio (dove si tennero le esequie ) ma lei mi disse di no. Ci andai anche dopo la cerimonia. La signora Cosima piangeva. Le diedi le condoglianze, Sabrina era sulla poltrona. Io le ho detto che il funerale era stato terribile ma lei mi ha risposto dandomi la notizia che si era riavvicinata con Ivano. Adesso stiamo parlando del funerale della bambina, ho risposto io - ha riferito la teste - Ivano lasciamolo stare. Io le ho augurato che con Ivano potesse andare bene. Non la vidi piangere. Io le ho chiesto perché nelle interviste non aveva parlato della tristezza di Sarah quella mattina del 26 agosto a casa sua. Lei invece aveva detto che era allegra e avevano sentito musica. Perché hai detto questo?, le ho chiesto. E perché non hai detto che era così triste, che quasi piangeva? Lei mi ha risposto: “quello che ho detto ho detto: basta”. Io ho avanzato l'ipotesi che potessi parlare io ai carabinieri di quel particolare. Tu non devi parlare con i carabinieri, mi ha intimato. Se ti chiedono qualcosa, tu non sai niente. Infatti io non andai dai carabinieri proprio perché avevo dato la parola a Sabrina, se non il 27 ottobre quando mi convocarono. Per Sabrina avrei dovuto dire che era allegra e non triste. Non si voleva contraddire con le interviste che aveva dato. Quella mattina Sarah era arrabbiata», ha aggiunto rispondendo a una domanda dell'avvocato Nicola Marseglia, il difensore di Sabrina Misseri. Anna Pisanò ha raccontato anche della tendenza di Valentina e Sabrina ad allontanare il padre dalle altre persone quando si parlava della faccenda.

Con l’audizione della testimone Anna Pisanò, durata oltre quattro ore, si è conclusa l'udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. In chiusura di udienza la difesa di Sabrina Misseri ha chiesto alla Corte di Assise l’acquisizione di un telefonino di Anna Pisanò nella quale sono contenuti messaggi da lei scambiati con Valentina Misseri, primogenita della famiglia, dopo l’arresto di Sabrina (15 ottobre 2010), e di quello della stessa Valentina. Accusa e difesa hanno chiesto anche la trascrizione del contenuto dei messaggi. Per il collegio difensivo Anna Pisanò non sarebbe teste attendibile. Ad esempio, perché registrare - pur se lo strumento glielo fornirono i carabinieri - i colloqui con un'amica che è citata come teste nel processo? La stessa amica oggi si è avvalsa della facoltà di non rispondere. “L'ho fatto per tutelarmi - ha replicato la Pisanò - perché non volevo che in paese si dicesse in giro che sono bugiarda”. Gli ultimi contatti della Pisanò con la famiglia Misseri sono dell'autunno 2010: sms con Valentina, di cui oggi è stata chiesta acquisizione alla Corte. Sempre la difesa di Sabrina ha chiesto anche l’acquisizione di tutti i tabulati telefonici del cellulare della Pisanò dal 20 ottobre 2010 al 31 maggio 2011. La Corte di Assise si è riservata di decidere sulle richieste. La teste Pisanò ha consegnato alla Corte il cellulare in questione, che – aveva già detto durante la deposizione – aveva portato con sè in borsetta.

Intanto, in quei giorni, ed esattamente il 2 maggio, emerge la posizione di un addetto ai lavori. Su l’amministrazione della Giustizia e la responsabilità civile dei magistrati. La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l'arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infami ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso. Bene Matteo Di Giorgio ha dichiarato: «Il procedimento che mi riguarda prende le mosse proprio da una denuncia di Italo Pontassuglia, 22 settembre 2007. In questa denuncia, signori, si dice di tutto sul mio conto. Non si parla delle sciocchezze che sono emerse nell’ordinanza, perché poi vedremo sono comunque delle sciocchezze, anche se fossero vere e non lo sono. Ora, io non ho molto tempo per spiegarvi l’enormità, però devo far notare che quello che dice Pontassuglia è smentito da tutti gli atti del processo. Amministratore di fatto significa prendere le decisioni in luogo dell’amministratore formale, di colui il quale il Sindaco, o la Giunta, o il Consiglio Comunale, si sostituisse di fatto agli stessi. Ebbene. Signori sapete quante intercettazioni telefoniche ed ambientali hanno visto oggetto la persona del sottoscritto? Quasi cinquantamila. E io dico, meno male che ci sono le intercettazioni. Dico meno male che ci sono le intercettazioni, perché dalle intercettazioni non è emerso nulla. Perché la procura di Potenza, consentitemi da questa vicenda è strabica. Perché da un lato ha messo sotto processo Rocco Loreto per la minaccia rivolta a mio figlio, dall’altra ha arrestato me perché ho detto “ha minacciato mio figlio”. Io sono stato arrestato perché mi si dice “non è vero, tu hai diffamato Loreto, dicendo che ha minacciato tuo figlio”. Questo è l’oggetto dell’arresto mio, signori. Questo è. Ed è la prova che ho detto che c’è una certa contiguità tra gli investigatori ed i miei denuncianti. Volete un’altra prova? La disponibilità dell’ordinanza in originale. Questa è una copia dell’originale. E’ una copia che qualcuno ha avuto al più tardi il 18 novembre 2010, cioè una settimana dal mio arresto, quando l’ordinanza era coperta dal segreto istruttorio. E sapete da dove proviene questa ordinanza? Signori, sta scritto qua. E’ il signor Pontassuglia Italo: il mio denunciante. Questo è un avviso di accertamento tecnico irripetibile notificato il 15 novembre 2010 a Pontassuglia. Questo significa che Pontassuglia ha creato questo file, ha avuto l’ordinanza al più tardi il 18 di novembre 2010. Questo significa che una settimana dopo il mio arresto il mio accusatore aveva l’ordinanza. Chi gliel’ha data? Io certo no. Signori, questo è agli atti del processo, poi tutto il resto è inutilmente, perché a Potenza le porte sono chiuse. Questa è la prova che Pontassuglia ha una corsia preferenziale con Potenza, perché non può che averla ricevuta da Potenza. Non sono sospetti, questa è una prova. Io ho denunciato Potenza. Ci sarà un motivo se io ho denunciato gli Uffici giudiziari di Potenza. Perché a Potenza non sono tutelato. Io ho detto alla dottoressa Triassi, ho detto, quando mi ha fatto una valutazione giuridica, ho detto lei mi fa paura, ho detto. Come cittadino io ho paura di lei. Sapete perché? Perché quando la Cassazione ha annullato il capo d’imputazione della vicenda Coccioli, ha detto la Cassazione “me la date sta prova che Di Giorgio sta d’accordo con l’amministrazione comunale?”. E s’è rifatta l’udienza. Viene la dottoressa Triassi e dice “ecco la prova dell’accordo”. La prova dell’accordo è questo. In una telefonata tra il dottor Di Giorgio e l’assessore allo Sport, si tratta di Alfredo Cellammare, che nei 6 mesi successivi al fatto, in cui io ed Alfredo Cellammare parliamo di tutt’altra cosa. Non parliamo del contributo, parliamo di tutt’altro. E dice la dottoressa Triassi “ecco, questa è la prova che Di Giorgio e Cellammarre si conoscono. Io gli ho detto “guardi che avrebbe potuto chiedermelo, glielo avrei detto io, perché ci conosciamo da quando avevamo i calzoncini corti. Ma se la prova del concorso in un reato, scusatemi devo fare un discorso tecnico, risiede nel mero rapporto di conoscenza, allora io sono complice di tutti i reati commessi dai castellanetani, perché li conosco un po’ tutti. Quindi io verrò chiamato a rispondere in qualsiasi reato possa commettere un castellanetano. Questa è un abnormità; un’aberrazione giuridica. E io alla dottoressa Triassi dissi “lei mi fa paura. Io ho paura di una che ragiona così. Come uomo”. Se parliamo dell’amministrazione della Giustizia dobbiamo uscirne, se ciascuno di noi recupera il proprio ruolo. Che cosa voglio dire: la nostra magistratura vive di correnti, di amicizie. Io non sono iscritto a nessuna corrente ed ho sbagliato, perché se fossi stato iscritto, non mi sarebbe successo niente. Ve lo dico!! No, forse bisognerebbe anche avere il coraggio in Italia, io lo dico contro tutta la categoria, di introdurre il principio della responsabilità civile del magistrato, perché io devo avere paura di sbagliare. Ci devo pensare cento volte prima di far qualcosa. Perché signori il magistrato ha il compito più alto: decide della libertà delle persone; ha in mano la vita delle persone. Tutti possono sbagliare, ma purchè ci sia la buona fede e purchè ci sia il rispetto di alcune regole. Spesso ciò non avviene. L’altro giorno a chi a detto, e rispondo a quest’avvocato, che il rinvio a giudizio, parlo dell’avvocato Giuseppe Clemente, faccio nome e cognome, Clemente, il quale impazza su Facebook contro di me dicendo delle cose invereconde, delle quali io mi vergognerei. Quest’avvocato ha detto che un rinvio a giudizio è praticamente una affermazione di responsabilità penale. Ecco vorrei ricordare all’avvocato Clemente che in Italia ancora esiste l’articolo ventisette della Costituzione e quindi la presunzione di innocenza, tecnicamente di non colpevolezza, e che questa presunzione vale fino al terzo grado di giustizia. Io ancora non sono stato giudicato e gli ricordo Raniero Busco. Ce l’ho qua. L’altro giorno. E’ stato condannato in primo grado a ventotto anni di reclusione. E’ stato assolto dalla Corte d’Appello. Buon per lui che non sia stato sottoposto alla misura cautelare. Però io vi voglio leggere soltanto un passo di un’intervista di Raniero Busco, che la dice tutta. “Cosa ha imparato da questo processo? Che in queste aule non si trova niente di umano. Ognuno è proiettato a salvaguardare la propria idea, la propria posizione. Nessuno è disposto a fare un passo indietro in nome della verità. Questa sentenza però mi restituisce un po’ di fiducia nella Giustizia”. Ed è quello che dico io: perché a fronte di tutto ciò che è emerso dal processo potentino, dei tentativi di inquinamento, dei tentativi di agganciare i testimoni, non è successo niente. Perché ciascuno si innamora della propria posizione e la difende fino alla fine anche contro l’evidenza dei fatti. E questo un magistrato non lo deve fare mai. Il magistrato deve avere l’onestà di dire “ho sbagliato, faccio un passo indietro” e non deviare da alcune regole che sono indefettibili e che a Potenza sono state violate. Io lo dico qua perché l’ho già detto, l’ho già scritto e non posso tediarvi, perché è tardissimo, se no lo farei volentieri. E vi dimostrerei tutte le violazioni che sono avvenute nel mio caso. Tutte.»

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif15 maggio 15ª udienza

15 maggio. Quindicesima udienza. Parla Maria Rosaria Carrozzo, Maria De Santis, Giancarlo Greco e Vito Ferrara.

Gli interrogatori riguarderanno il “sogno” del fioraio Giovanni Buccolieri, testimone nel processo e indagato per false dichiarazioni agli investigatori (la sua posizione e quella di un altro indagato, che risponde dello stesso reato, sono state stralciate in attesa dell’esito del processo di primo grado). Il commerciante, come è noto, ha raccontato agli investigatori di aver assistito ad una scena inquietante, il pomeriggio del 26 agosto 2010. Sarah sarebbe stata presa per i capelli e costretta dalla zia Cosima a salire in auto, a bordo della quale c’era anche Sabrina. Una testimonianza che il fioraio ha tentato di ritrattare e di liquidare come un sogno ma inutilmente. Infatti, sia l’accusa sia la Cassazione hanno ritenuto attendibile il racconto di fondamentale importanza per l’arresto di Cosima a maggio 2011.

Resoconto della giornata.

Ore 11:30 - Parla Maria Rosaria Carrozzo. Dinanzi alla Corte d'assise di Taranto ha deposto Maria Rosaria Carrozzo, titolare di una parafarmacia-erboristeria, che ha dichiarato di aver discusso della scomparsa della ragazzina con Maria De Santis, moglie di Salvatore Misseri (fratello di Michele, imputato di soppressione di cadavere) e di essere rimasta impressionata da una frase. «Mi disse - ha rivelato la teste - di aver sentito che quella povera ragazza l'avevano fatta pure vomitare, ma non chiesi a che cosa si riferisse e non detti alcun peso a quelle parole». Carrozzo ha aggiunto che si parlò anche del fioraio Giovanni Buccolieri come possibile testimone, ma era solo una sua supposizione non supportata da alcun riscontro.

Ore 12:00 - Parla Giancarlo Greco. «Giovanni Buccolieri disse anche a me di aver sognato Cosima Serrano che strattonava con forza Sarah Scazzi per farla entrare nella sua auto. Si parlò tanto di questa storia che a un certo momento appariva confuso e anche lui sembrava non riuscisse a distinguere se si trattava di sogno o realtà». Lo ha detto Giancarlo Greco, un orafo di Avetrana, riferendosi alle confidenze che gli fece l'amico fioraio Giovanni Buccolieri. I due andarono in viaggio in Argentina nell'aprile del 2011 e al loro ritorno Buccolieri fu convocato in caserma per essere interrogato dai carabinieri. Inizialmente Greco aveva detto che di non aver discusso con l'amico della scomparsa di Sarah ma poi, sollecitato dai pubblici ministeri, ha sostenuto che Buccolieri gli disse un giorno di essere preoccupato perché gli inquirenti non credevano alla versione del sogno.

Ore 12:30 - Parla Maria De Santis, cognata di Michele Misseri, la quale ha dichiarato che ricevette la visita di Cosima Serrano, accusata insieme alla figlia Sabrina Misseri dell'omicidio di Sarah Scazzi, e la donna le disse che in paese circolava la voce di un suo imminente arresto. Maria De Santis, messa a confronto con la farmacista Maria Rosaria Carrozzo, ha poi aggiunto di aver sentito, mentre faceva la spesa, due donne che parlavano tra di loro e dicevano che «Sarah l'avevano fatta pure vomitare».

Ore 13:30 – Parla Vito Ferrara. Con la deposizione di Vito Ferrara, dipendente di una macelleria di Avetrana, quella di Salvatore Erroi già sentito in una precedente udienza, dove si recarono Sarah Scazzi e il padre Giacomo intorno alle 12.40 del 26 agosto 2010, è terminata la quindicesima udienza del processo per l'omicidio della quindicenne. Il teste ha riferito che Giacomo Scazzi fece la spesa e la ragazzina rimase sull'uscio. Nulla più. Solo il fatto che aveva i capelli legati.

L'udienza è stata aggiornata al 22 maggio prossimo. Saranno ascoltati sette testimoni: Vanessa Cerra (figlia della supertestimone Anna Pisanò), Giovanni Pucci, Gaetano Colucci, Rocco Zecca, Giuseppina Scredo, Donata Prudenzano e Marco Buccolieri.

Oriana Fallaci in un famoso articolo dal titolo “Due colpevoli di troppo”, pubblicato nel lontano 1965 sul settimanale “L’Europeo” definì il caso Bebawi “uno strano processo” in cui “mentono tutti”. Mentivano a tal punto, scriveva, che se avesse chiesto a qualcuno l’ora e quello l’avesse indicata, lei anche in quel caso sarebbe stata portata a pensare che mentiva. In quella vicenda i due coniugi egiziani, Youssef e Claire Bebawi, si accusarono reciprocamente dell’assassinio di Faruk Chourbagi (amante di lei), recitando per tutto il processo e riuscendo così a confondere le acque. Alla fine, infatti, furono assolti in primo grado, in appello furono condannati a 22 anni ma ormai erano all’estero. Chissà Oriana Fallaci come avrebbe definito il caso Scazzi. Anche in questo processo sembra che i principali imputati recitino una parte. Cosima e Sabrina quella delle innocenti. Michele quella del colpevole, ma in due interrogatori in fase di indagine ha sostenuto di essere innocente. Imputati a parte, ci sono anche testimoni che recitano un ruolo.

Dopo i tanti “non ricordo” e “non so” di diversi testimoni, nell’udienza fiume tenuta l’otto maggio, a pochi metri dalle due imputate, la supertestimone Anna Pisanò racconta parecchie circostanze, dal broncio di Sarah con Sabrina la mattina del 26 agosto 2010, allo sfogo-confessione di Sabrina, al racconto del fioraio “sognatore” Giovanni Buccolieri, alle dichiarazioni della suocera di Giuseppe Nigro titolare della Masseria “La Grottella”, albergo-sala ricevimenti in cui quel giorno si tenne un matrimonio, Antonella Tondo, chiamata con Anna Pisanò a testimoniare in aula ed anche della confidenza di questa nella saletta dei testimoni. A proposito dell’arresto di Cosima, uno dei legali dell’imputata, l’avvocato Franco De Jaco, fa notare ad Anna Pisanò che lei la sera del 26 maggio 2011 era vicino alla caserma dei carabinieri. «Ero di passaggio con la macchina, ho visto la folla e mi sono fermata pensando a un incidente. Ho appreso che si trattava dell’arresto di Cosima. Ma non ero compiaciuta». Ribatte la donna a muso duro come quando De Jaco sottolinea la sua appartenenza ai Testimoni di Geova, che l’accomuna a Concetta Serrano Spagnolo Scazzi.

Forse la morbosità delle circostanze porta ad esaltare la figura di Anna Pisanò. Forse anche al di là dei meriti supposti. Per questo non si spengono le luci della ribalta gossippara e giustizialista per Anna Pisanò, una dei testi-chiave per l'accusa. Basta premere sul tasto dell’omertà ed il pubblico aizzato da ospiti improvvisati in beceri talk show va su tutte le giuggiole. Il luogo comune del paese retrogrado ed omertoso è lontano dal tramontare. Spalleggiati oltretutto, non da testate giornalistiche nazionali, ma, addirittura, da estemporanei giornalisti di alcuni quotidiani e tv locali, che oltretutto nessuno legge e che non meritano di essere nominati. Personaggi che spalleggiano le accuse della Procura di Taranto ed hanno assunto la posizione colpevolista nei confronti di Sabrina e Cosima. Ma il giornalista non dovrebbe conoscere e riportare i fatti e lasciare il commento a chi legge? «Molti sanno ma non parlano e anche per questo la povera Sarah non troverà mai pace». A ventiquattrore dalla faticosa deposizione davanti ai giudici, Anna Pisanò, la super testimone nel processo che vede alla sbarra Sabrina Misseri e Cosima Serrano, sua madre, rispettivamente cugina e zia della quindicenne uccisa il 26 agosto del 2010, si lascia intervistare da Nazareno Dinoi per “Il Corriere della Sera” per raccontare il drammatico faccia a faccia con la sua ex amica Sabrina.

Cos’ha provato ieri vedendola in aula?

«Non ci crederete, ma non ho provato odio, piuttosto pena per lei e per sua madre Cosima così invecchiata e spenta. Mentre rispondevo alle domande, sentivo i commenti di Sabrina che mi offendevano; rivolgendosi ai suoi avvocati mi dava della bugiarda oppure suggeriva la domanda che avrebbe voluto che mi facessero. Da questo punto di vista non è cambiata, sempre sulle sue, pronta ad attaccare. In quelle cinque ore è stato inevitabile che i nostri sguardi s’incrociassero ma sono stata sempre io la prima ad abbassare gli occhi mentre lei mi fissava con spavalderia e con aria di sfida. Un paio di volte mi ha persino sorriso, un sorriso beffardo, provocatorio. Non aveva l’aria di una che è sotto processo per un delitto così terribile; io al suo posto mi dispererei mentre lei sembrava a volte divertirsi».

La sua testimonianza è ritenuta fondamentale per l’accusa di Sabrina. Non le fa impressione visto che eravate amiche?

«Io non dico che è stata lei ad uccidere Sarah, racconto solo episodi che lo fanno pensare. Sta poi ai giudici valutare e decidere. Io dico solo la verità e non mi sento l’accusatrice di Sabrina ma un testimone che ha il dovere di raccontare. Io l’ho fatto, lo sto facendo con grandi sacrifici anche morali, ma c’è tanta gente ad Avetrana che potrebbe parlare e non lo fa, persone che hanno visto e restano in silenzio. Quel pomeriggio le strade di Sarah sono state frequentatissime. All’ora del suo passaggio verso via Deledda, ci sono state 250 persone che si sono recate al pranzo matrimoniale al ristorante La Grottella che dista poche centinaia di metri. Non ci credo che nessuno ha visto, non ci ho mai creduto».

Ora che ha visto la Corte e l’ambiente che deve giudicare Sabrina e gli altri imputati, che idea s’è fatta del processo e della giustizia?

«Ho paura che non si arriverà mai alla verità che solo con una confessione di Sabrina, se davvero è stata lei, potrebbe rendere certa».

Dello stesso tenore è stato l’intervento a “Quarto Grado” del venerdì successivo, 11 maggio.

Questo è quanto detto dalla Pisanò. Naturalmente, chiunque con un po’ di buon senso, prima di esprimere un’opinione dovrebbe adeguarsi al dogma: conoscere e non giudicare, per non essere poi giudicati. Però nessun giornale, né cartaceo, né telematico, come correttamente avrebbe dovuto fare, ha riportato le dichiarazioni dell’avv. Franco De Jaco invitato anch’esso il giorno dopo la deposizione della Pisanò da Bruno Vespa a “Porta a Porta” della RAI. Con il parterre abitudinario composto dal giudice Simonetta Matone, la criminologa Roberta Bruzzone, l’onorevole Melania Rizzoli, colei la quale fece entrare la giornalista nel carcere di Taranto, poi denunciata, e che ha scritto un libro sulle sue visite ai detenuti, e la scrittrice Marida Lombardo Pijola. A queste si è aggiunto l’avvocato e docente di criminologia alla “Sapienza di Roma” Natale Fusaro e il direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Carlo Bollino. De Jaco solo contro tutti i salottieri di rito, eccetto Fusaro attento alle problematiche della difesa, compresa la Roberta Bruzzone, già consulente di Michele Misseri ed la onnipresente giudice minorile Simonetta Matone . Il programma ha rendicontato sulle dichiarazioni rese dalla super testimone ed i commenti degli ospiti quasi tutti schierati contro Sabrina. Intervenendo in esterna da Taranto, intervistato con particolare accanimento dalla giornalista in loco Rosanna Santoro, l’avv. Franco De Jaco, difensore di Cosima Serrano. Quella Cosima Serrano che per la quale al momento non è emerso alcun elemento a suo carico, ma intanto è in prigione. De Jaco ha rimarcato il fatto che in studio vi sono persone che non hanno seguito “passo passo”, “carta carta” e “testimonianza testimonianza” tutta la vicenda e che quindi parlano senza cognizione di causa. Poi ha detto: «Intanto voglio precisare il comportamento di questa signora. La signora Pisanò, la quale in sostanza di fatti diretti non ne conosce. Se non quello che lei racconta e che è contrapposto alla versione di Sabrina Misseri, quindi c’è la parola sua contro quella di Sabrina Misseri, in relazione a ciò che abbiamo ascoltato. Ma è smentita decine di volte da tante altre testimonianze. Vi faccio semplicemente pochi esempi. Un primo esempio. La tristezza di Sarah, la presunta tristezza di Sarah. Bene, la mamma Concetta, nel momento in cui ha fatto ed ha reso la sua testimonianza, ha sottolineato come la ragazzina fosse uscita tranquillamente verso le otto e mezzo molto serenamente, senza nessun tipo di particolare tensione per recarsi a casa di Sabrina. La cliente che ha, come dire, seguito dopo Anna Pisanò, il trattamento presso Sabrina, afferma di aver visto Sarah molto serena e tranquilla, così come i due fornitori dove ella si è recata per acquistare prima la crema e poi col padre. E così come la zia Emma che nella stessa giornata l’aveva incontrata la mattina, quando era andata a prendere 5 euro, adesso non ricordo bene. Era tranquilla perché  a casa di Sabrina, lei, nella visita successiva della cliente successiva, lei si dimostra assolutamente serena, così come è stato dimostrato dalla testimonianza, adesso non ricordo il nome di chi ha partecipato, ha fatto il trattamento. Questo è un dato, poi viene dato per scontato, ed ho sentito qui alcune volte ripreso quest’argomento, che lei avesse litigato il giorno prima. Bene. Di questo litigio, come dire, ne traduce l’aria, la signora De Luca. Ma Mariangela, che era in macchina con Sabrina, nella sua testimonianza dice che davanti a lei non c’è stato nessun litigio all’interno dell’autovettura». Bruno Vespa chiede se ciò sia contenuto nel diario. «Le sto dicendo, guardi, quello che appare. Siccome tutto si svolge nel processo e qualsiasi elemento emerga, deve emergere nel processo, io le dico ciò che emerge nel processo. E nel processo è emersa una testimonianza chiara di Mariangela Spagnoletti, la quale dice che nella propria autovettura non c’è stato alcun litigio. E questo è un elemento. Poi gli altri elementi in relazione a ciò che ha detto la signora». Gli chiedono se nel Pub c’è stato il litigio. «Nel Pub non c’è stato nessun litigio. Stefania De Luca dice di aver visto Sarah abbacchiata, le chiede il motivo e Sarah non le risponde. Lei ritiene che sia abbacchiata perché era partito il fratello. Le fa la domanda. Dice: “perché. Pensi che ..per tuo fratello sei abbacchiata?”. Lei dice:”Sì”. “Ma non ti preoccupare”, le dice la De Luca, “guarda che poi tornerà”. Questo è il dialogo con la De Luca, tra la De Luca e Sarah». Le viene fatto rilevare la frase “per due coccole si vende, lo dice anche sua madre detta da Sabrina a Sarah che china il capo, quasi in lacrime”. «Certo. Certo, ma questo non significa assolutamente che ci sia stato un contrasto. Tra due ragazzine probabilmente. Siccome Sabrina aveva un atteggiamento materno e protettivo nei confronti di Sarah, probabilmente..e l’abbiamo legato anche questo dire “si vende per due coccole” agli atteggiamenti che aveva Sarah nei confronti degli amici, sia di Ivano che degli amici, degli altri amici.. estremamente affettuosa, tanto da abbracciarsi o altro. Tant’è da essere stata ripresa da Sabrina proprio in questa circostanza.» Sull’obbiezione del perché Sabrina non avesse voluto far consegnare il diario De Jaco afferma: «Allora, mi scusi. Io rimango sempre come difensore di Cosima Serrano, però, siccome alcuni elementi coincidono, allora è evidente che devo spendermi anche in questa direzione. Rispondo alla Dottoressa Marida che in pratica non sono io a smentire ed a negare la circostanza che Sarah fosse, come dire, amareggiata. L’hanno testimoniato cinque persone. Solo la Pisanò dichiara questo e vi dico anche il motivo. Vi dico anche il motivo. Dagli atti è emerso che in pratica Sarah non avesse tanta, come dire, partecipazione nei confronti della signora Pisanò, perché l’aveva accusata di aver sparlato dei suoi genitori. Quindi, sostanzialmente, c’è anche una motivazione per cui Sarah in qualche modo non rivolgesse la parola alla Pisanò, checché dica la Pisanò. Quindi tutti questi elementi, se evidentemente non vengono presi in considerazione nel momento in cui si analizza la vicenda, beh, chiaramente possiamo prendere solamente quelli che danno in qualche modo ragione all’accusa e nessuno alla difesa. Però, badate bene…ha detto bene il professor Fusaro (in studio). Sa, il processo non si fa su questi aspetti. Si fa su riscontri obbiettivi, su dati di fatto. Su quello che dice la Pisanò non ci sono elementi per cui si possa arrivare mai ad una condanna per omicidio». Per quanto riguarda la mancata consegna del diario  «Sabrina specifica per quale motivo all’inizio non aveva dato, non aveva inteso aiutare sotto questo aspetto a consegnare i diari. Perché siccome lei teneva molto ad Ivano Russo e siccome lì vi erano delle affermazioni che in qualche modo coinvolgevano Ivano Russo, ovviamente a difesa di Ivano Russo, siccome lo riteneva assolutamente estraneo, non voleva che fosse dato il diario. Chiaramente la lettura dell’accusa è diversa, perché lì si vuole in qualche modo concretizzare la ragione per cui Sabrina avesse a che dire con Sarah.» Alla richiesta di un commento sulle parole di Cosima Serrano “se è stata Sabrina deve fare 30 anni”. «Questa signora (Anna Pisanò) che si è data tantissimo da fare per spingere i testimoni a parlare, ha registrato con registratori alcuni incontri che lei ha avuto, che si è esposta in prima persona quando nessuno, sostanzialmente, poi dall’aprile dell’anno 2011 e non prima. Tenete presente che la signora Pisanò nella sua testimonianza afferma di aver saputo dalla figlia, a settembre 2010, che in pratica il Buccolieri aveva sognato. Lei ne parla il 5 aprile e a domanda specifica “signora ma quando l’ha saputo?”. “Ma io non l’ho detto prima perché non sapevo il nome”. “E quando l’ha saputo, signora?, “Mah, qualche giorno prima, cinque o sei giorni prima”. Ora il 5 aprile è la seconda volta che lei viene attenzionata in aprile ed il giorno prima, il 4, lei non fa parola di questa circostanza. Ancora, afferma di aver voluto creare la possibilità di trovare la verità su questa circostanza, fa quel dialogo con Sabrina Misseri, a conoscenza dell’altra vicenda legata al Buccolieri, non va dai carabinieri a raccontare il fatto o comunque anche il sospetto. Mentre invece, successivamente, fa tutto quel percorso che noi conosciamo. In relazione alla domanda che lei mi ha fatto, e mi scusi se ho trasgredito da quella, le dico semplicemente che, ovviamente, Cosima ha sempre sostenuto, sia nei confronti del marito, sia nei confronti della figlia, che pur ritiene assolutamente innocente, che se avessero in qualche modo qualche responsabilità nella vicenda, non dimenticate che la prima ordinanza di custodia cautelare era in concorso con il padre, quindi assolutamente, come dire, logico poi legare questa affermazione anche alla possibilità che si fosse realizzato un fatto del genere, lei ha sempre sostenuto, primo, che non avrebbe mai riavuto a casa il marito e, secondo, che sarebbe stata lei stessa a portare la figlia dai carabinieri se avesse mai sospettato di questo triste comportamento. Cosima sin dall’inizio aveva sostenuto che, essendo lei donna di altri tempi, essendo ancora la moglie, aveva il dovere di assistere il marito nella condizione in cui egli si trovava in carcere. Però lo faceva esclusivamente come dovere. Ha sempre sostenuto che non sarebbe mai più ritornata sotto lo stesso tetto e che quindi, in pratica, per quanto aveva fatto alla figlia, non l’avrebbe mai perdonato. Lei assolutamente lo ritiene responsabile dell’omicidio e ovviamente la cosa, che sottolinea sempre e costantemente, è che per quanto riguarda lei alla fine potrebbe succedere qualsiasi cosa, ma il fatto che la figlia, che sia così giovane, avesse la vita distrutta da questa situazione, la distrugge ancor di più. Direttamente da quello che dice la Cerra, nel suo interrogatorio, glielo riporto perché mi aspettavo che si precisasse tale circostanza. Risponde al Pubblico Ministero: “Il mio datore di lavoro mi ha raccontato di un sogno, non riesco a ricordare il giorno preciso. Buccolieri mi disse di aver sognato che Sarah camminava a passo svelto e che aveva il volto rattristato. Cosima, soprannominata Mimina, la madre di Sabrina, era passata davanti, in auto, ed aveva intimato Sarah a salire in auto. L’uomo disse che era un sogno, ma quando ci si sveglia talvolta uno pensa pure che sia la verità”. Questa è la dichiarazione di Cerra che contrasta con quanto afferma la stessa Pisanò, che racconta che la Cosima Serrano l’aveva presa per i capelli, è l’unica che afferma tale circostanza. Ancora, aggiungo, cosa dice Cerra della madre. Ad un certo punto. Vanessa Cerra ad un certo punto viene. La telefonata viene intercettata ed è agli atti. Sostanzialmente chiama Giovanni Buccolieri, il fioraio, e, anzi viene chiamata da Giovanni Buccolieri, il quale le dice: “Guarda che tua madre su Facebook mi ha detto ‘guarda, devi andare da Carabinieri, devi raccontare di questa cosa’”. E lui “ma come si permette di dire queste cose, per me è un sogno. E poi la figlia risponde, la Cerra risponde “domani mi faccio viva, allontano anche mia mamma, perché non voglio sentire neanche più mia mamma, perché mi sono scocciata e perfino ai carabinieri ho detto non mi chiamate più e lasciatemi in pace perché io non so niente. Se volete qualcosa lo dite a Giovanni perché Giovanni ha detto a me che è un sogno”. E poi aggiunge “a mia mamma tanto ultimamente non la capisco”. Questo è il ragionamento che fa Cerra nella telefonata intercettata che è agli atti. Quindi la signora Pisanò, su questa base, e voi la notate anche la contraddizione da come racconta il fatto, vedete bene che inizia e prima ancora che la figlia le dicesse che cosa era avvenuto “chi ti ha raccontato di questo?”. Se mandate di nuovo in onda il pezzetto, vi accorgete del contrasto che esiste nella sua dichiarazione. La Cassazione, innanzitutto, e lo ribadisco perché viene ribadito da alcuni interventi, non ha affermato assolutamente l’assoluta fondatezza del contenuto delle dichiarazioni di Anna Pisanò. E non le ha affermate in relazione a quanto detto dal Buccolieri. Ha affermato nella sua completezza che la dichiarazione della Pisanò in relazione, per esempio, ad alcuni fatti che sono stati dalla stessa raccontati, poteva essere credibile. Poi ha aggiunto. Mi scusi rispetto a questa circostanza vi sottolineo che per quattro volte la Cassazione ha dichiarato, sentenziando, che non vi erano gravi indizi che potessero portare all’affermazione di colpevolezza di Sabrina Misseri e di Cosima Serrano. Quindi è questo il dato obbiettivo, al di là della valutazione delle singole posizioni. Ciò che viene raccontato dal Buccolieri, abbiamo già sottolineato ed è stato sottolineato anche da una serie di altri elementi che sono emersi durante il processo, è frutto di una piccola esaltazione che in qualche modo il Buccolieri ha messo in atto verso la Cerra, dove voleva in qualche modo accreditarsi su una posizione. Poi ha affermato che era un sogno e la Cerra, così come altre testimonianze, hanno sempre sostenuto che il Buccolieri aveva richiamato quell’episodio come, esattamente, sogno. Se quel sogno fosse stato reale e concreto, lo stesso Buccolieri sarebbe andato dai carabinieri, oppure la Cerra od anche la Mamma della Cerra si sarebbero dovute produrre in tale direzione. Cosa che non è avvenuta e pertanto anche la stessa Pisanò probabilmente sin dall’inizio non ha creduto a questa circostanza. E poi faccio una piccola chiosa a tutto quello che ho detto. Pensate, questo processo è iniziato con questa dichiarazione del Pubblico Ministero: “Signori della Corte, voi dovete alla fine di questo processo dire chi è colpevole dell’omicidio di Sarah Scazzi, se è Michele Misseri o Sabrina o Cosima Misseri”Nel momento in cui si pone un quesito di questo genere alla Corte, in relazione a due accusate di sequestro di persona e di omicidio, vuol dire che nemmeno loro credono a quanto hanno fino ad oggi sostenuto. Quello lo dice la Pisanò. Io mi devo attenere a quello che dice la Cerra durante l’interrogatorio che è durato cinque ore innanzi al Pubblico Ministero, che l’ha interrogata e di cui abbiamo le trascrizioni e in queste dichiarazioni, che poi probabilmente confermerà all’ascolto durante l’udienza, lei afferma esattamente che il Buccolieri le ha sempre raccontato di un sogno. Mi viene, mi sovviene un detto. Dice: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”. E’ quello che io verifico in queste circostanze ed in questo processo, dove presunti amici ricordano tutto di tutti e poi sostanzialmente però riscontri obbiettivi non ne danno. La stessa Pisanò continua a raccontare cose che possono essere contraddette dall’interessata, senza avere nessuna possibilità di essere creduta in assoluto, perché un riscontro a tutto ciò che viene detto dalla stessa non c’è. Siccome qua stiamo parlando di ergastolo, stiamo parlando di accusa di omicidio e sequestro di persona, io credo che l’onorevole Rizzoli abbia posto bene in essere un concetto. Queste sono persone innocenti che sono a giudizio, ma per le quali, fino alla sentenza finale di Cassazione, quindi la sentenza definitiva, non possono essere ritenute colpevoli, malgrado tutti i media, tutti coloro che in qualche modo si sono avvicendati a discutere di questo argomento, abbiano assunto una posizione da subito colpevolista, perché probabilmente o sono antipatiche le persone o perché, ovviamente, ci si è costruiti un’idea su ciò che si è visto e non su ciò che si è sentito in aula. Io mi auguro che questo non sia, come dire, io senso comune della giustizia, ma sia un momento, un episodio che possa passare alla storia come poi i tanti che si sono già rappresentati quando abbiamo sbattuto il mostro in prima pagina e poi invece la storia giudiziaria ci ha raccontato cose diverse». In seguito si è mandato in onda le dichiarazioni del comandante della stazione dei carabinieri di Avetrana maresciallo Fabrizio Viva rese in processo per contestare il fatto che la Mamma di Sarah non sapesse cosa la figlia indossasse, mentre Sabrina ha descritto quelli indumenti ad Alessio Pisello che lo ha riferito agli investigatori ed in dibattimento. «Il 26 agosto, io appresi dal militare di servizio alla caserma, appuntato Spagnolo, che intorno alle 15:00 – 15:15, si era presentata la signora Serrano Concetta Spagnolo ed aveva presentato denunzia di scomparsa. Il militare aveva rimandato la signora a casa per riprendere le foto, anche perché non era in condizioni di riferire come era vestita Sarah. Quindi ne fece ritorno, la signora, intorno alle 17:00. - Intorno alle ore 17:00 poi presentò una denuncia formale? - Sì alle 17:20, ero anche io presente, perché il militare mi chiamò e la signora fece…formalizzò la denuncia per iscritto, e quindi indicò anche gli indumenti che indossava Sarah. La stessa mi riferì che ciò gli era stato riferito dalla badante della signora, Pantil Maria.» Insomma: si indica il colpevole e tutto quello che questo dirà sarà poi usato contro di esso.  A questo punto è scontato dire che è facile affermare “mai dire omertà”, specie se poi i giornalisti (e Carlo Bollino, direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno” era in studio)  soni i primi e soli che si esimono dal riportare tutte le posizioni in causa.

E poi fidarsi di chi? Se i giornalisti sono superficiali e poco professionali, che dire degli avvocati? Qui bisogna aggiungere un altro aspetto inquietante: chi difende i difensori?

Il giudice per l'udienza preliminare del tribunale di Lecce Carlo Cazzella il 12 maggio 2012 ha condannato, per tentata violazione del segreto d'ufficio, a 6 mesi di reclusione l'avvocato penalista Nicola Marseglia e il luogotenente dei carabinieri in servizio alla Dia di Lecce Antonio Giaimis, e a 4 mesi di reclusione il noto pregiudicato Giuseppe Florio. I tre imputati erano coinvolti in uno stralcio dell'inchiesta antimafia denominata Scarface che il 12 ottobre del 2010 portò all'arresto di 47 persone. A tal proposito i giornali e le tv locali hanno sempre taciuto od omesso il nome dell’avvocato coinvolto nei riferimenti alla cronaca giudiziaria attinente l’inchiesta. La notizia, ormai inevitabilmente divulgata, non è riportata da tutta la stampa, tanto meno dai giornali e tv locali, nonostante il nome dell’avvocato legato alla difesa di Sabrina Misseri e quindi al delitto di Sarah Scazzi. Da Mimmo Mazza de “La Gazzetta del Mezzogiorno” si viene a sapere che il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Lecce Carlo Cazzella ha condannato, per tentata violazione del segreto d’ufficio, a 6 mesi di reclusione l’avvocato penalista di Manduria Nicola Marseglia, difensore tra gli altri di Sabrina Misseri in qualità di sostituto dell’avvocato Franco Coppi di Roma, e il luogotenente dei carabinieri in servizio alla Dia di Lecce Antonio Giaimis, e a 4 mesi di reclusione il noto pregiudicato Giuseppe Florio. I tre imputati erano coinvolti in uno stralcio dell’inchiesta antimafia denominata Scarface che il 12 ottobre del 2010 portò all’arresto di 47 persone. Il 21 ottobre del 2010 il giudice delle indagini preliminari Ercole Aprile, accogliendo la richiesta formulata dal sostituto procuratore Lino Giorgio Bruno, fece notificare dagli agenti della Squadra Mobile di Taranto una ordinanza di sospensione di due mesi dal servizio a Giaimis e un provvedimento di divieto temporaneo a svolgere la professione a Marseglia, indagati in concorso con Florio e un ristoratore tarantino - che ha scelto invece il rito ordinario - per tentato favoreggiamento e tentata divulgazione di atti coperti da segreto istruttorio. Il provvedimento interdittivo fu, peraltro, revocato dal tribunale del riesame. Proprio il ruolo avuto da Florio nell’organizzazione ha fatto scattare nei confronti dei due imputati eccellenti anche l’aggravante di aver favorito una associazione mafiosa. In sede di discussione, il pubblico ministero Elsa Valeria Mignone aveva chiesto di condannare Marseglia e Giaimis e 6 mesi di reclusione per l’accusa di tentato favoreggiamento e l’assoluzione di Marseglia, Giaimis e Florio per l’altro capo di imputazione, ovvero la tentata rivelazione di segreto d’ufficio. Secondo il sostituto procuratore Lino Giorgio Bruno, Florio, tramite alcune conoscenze, avrebbe cercato di carpire notizie sulle indagini sul suo conto. Per l’accusa, «Giaimis, su istigazione e determinazione di Marseglia e Florio, con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, profittando dei rapporti che, per ragione di servizio, intratteneva con il dirigente della Squadra Mobile di Taranto Fabio Abis, avrebbe compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco ad ottenere informazioni riservate sull’attività di indagine in corso di svolgimento nei confronti di Giuseppe Florio che dovevano rimanere segrete, così da rivelarle per il tramite di Marseglia, a Florio. Senza riuscire nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà». Il gup Cazzella, pur condannando Marseglia, Giaimis e Florio (difeso dagli avvocati Emidio Attavilla e Luigi Esposito) per la tentata rivelazione di segreto d’ufficio, ha ritenuto insussistente l’aggravante di aver agito per agevolare l’associazione mafiosa. Ossia: l’ufficio del PM chiede una cosa il Gup ne concede un’altra. Questo per quanto riguarda gli avvocati. E con i magistrati come siamo messi? Sempre a Lecce l’11 maggio 2012 sui giornali e le tv si parla del fatto che il CSM deciderà sul possibile trasferimento ad altro ufficio del presidente del tribunale di Lecce Alfredo Lamorgese. L'incompatibilità è stata confermata dal consiglio giudiziario e dall'ordine degli avvocati presieduto da Luigi Rella, avvocato con Franco De Jaco di Cosima Serrano. Incompatibilità per parentela con il figlio avvocato che opera in quel distretto e che ha centinaia di cause. A Taranto, in tema di incompatibilità, si è parlato di Aldo Petrucci, già Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Taranto. Anomalia scoperta durante l’inchiesta “Toghe Sporche” in cui lo stesso era indagato con il capo dei GIP del medesimo Tribunale, Giuseppe Tommasino. I pm Cristina Correale e Ferdinando Esposito nel febbraio 2009 hanno messo sotto inchiesta l’ex procuratore capo di Taranto Aldo Petrucci e l’ex coordinatore dell'ufficio gip-gup Giuseppe Tommasino. Tutto ha preso il via da una segnalazione alla procura di Potenza, competente ad indagare sui magistrati ionici. L’attività delegata ai carabinieri ha rivelato più di una sorpresa, saltate fuori da diverse testimonianze e acquisizioni documentali. Così si sono fatti largo i sospetti su quel binomio in grado di gestire il destino dei fascicoli, spedendo in archivio quelli "sgraditi". Tra i presunti beneficiari l’ex primo cittadino di Martina, Leonardo Conserva. Il procuratore Petrucci, a parere dei pm potentini, si sarebbe assegnato un procedimento sul conto del sindaco. Le indagini sarebbero state condotte in maniera poco approfondita spianando la strada all’archiviazione, firmata puntualmente dal gip Tommasino. Ma tra sindaco e procuratore sarebbe nata una vera amicizia, tradotta dai pm nell´accusa di corruzione, in virtù delle consulenze comunali, per un valore di 283.000 euro, dirottate da Conserva verso lo studio legale in cui lavora la figlia del magistrato. Ad onor del vero c’è da dire che tale procedimento penale ha sortito l’assoluzione per entrambi i magistrati: Aldo Petrucci e Giuseppe Tommasino. A Brindisi il plenum del Csm ha deliberato il trasferimento d'ufficio del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brindisi Giuseppe Giannuzzi, in seguito alla situazione di incompatibilità parentale con il figlio, l'avvocato Riccardo Giannuzzi, iscritto all'albo degli avvocati Lecce. Lo fa presente una nota di Palazzo dei Marescialli del 25 giugno 2008. Tutto nasce da un procedimento penale nel quale il figlio del magistrato assunse la difesa di alcuni indagati, sulla base di una richiesta al gip controfirmata dallo stesso procuratore capo. Bufera al palazzo di giustizia di Brindisi ma nessun commento ufficiale. Tutto quanto ciò succede nel distretto della Corte di Appello di Lecce a cui fanno capo i Tribunali di Taranto, Brindisi e Lecce fa riflettere sul modo in cui si amministra la giustizia. Della serie: non è mai troppo tardi per sollevare le anomalie, nonostante i protagonisti stentino a chiedere il trasferimento. Detto ciò ci mancherebbe anche che la stampa nazionale, oltre che omertosa, definisse Avetrana e tutto il Salento un covo di mafiosi.

Ma in questa storia non c’è limite a niente.

La notizia sconcertante la riporta “Il Quotidiano di Puglia” del 12 maggio. Giochi erotici che sarebbero finiti in tragedia, atti particolarmente cruenti tanto da portare alla morte Sarah. E' l'ultima, sconcertante ipotesi sulla morte della 15enne di Avetrana, contenuta in un rapporto di un'agenzia investigativa cui Claudio Scazzi, il fratello della vittima, si era rivolto per fare luce sulla vicenda. Secondo la "Aldo Tarricone Investigazioni", è l'ambiente avetranese ad essere "saturo" di pratiche sessuali «fuori norma», come può essere, ad esempio, lo scambio di coppia. Nello specifico, però, spiegano gli 007 privati assoldati da Claudio, Sarah potrebbe essere rimasta vittima di un "gioco" chiamato "breath play", ovvero il soffocamento allo scopo di procurare piacere erotico, sostanzialmente lo stesso che ha portato alla morte della ragazza di Guagnano, l'anno scorso. Ecco, allora, che lo scenario muta: Sarah e Sabrina potrebbero essersi trovate nel garage e dato il via al "gioco" - non è chiaro se Sarah fosse consenziente o meno. Poi tutto sarebbe sfuggito di mano, tanto da portare alla morte della ragazzina. Se la ricostruzione sia vera o meno, è difficile da capire, anche perché il documento prodotto dalla "Aldo Tarricone Investigazioni" non è agli atti del processo.

Intanto, Michele Misseri, lo zio di Sarah Scazzi e uno dei protagonisti del tristemente noto delitto di Avetrana, continua a catalizzare l'attenzione mediatica. Da quando fu scarcerato all'inizio di giugno del 2011, Michele Misseri è tornato nella sua abitazione. Spesso, però, i fotografi cercano di carpire particolari sulla sua vita. E sorpreso dallo scattare delle macchine fotografiche, lo zio ha perso la testa e come testimoniano le immagini pubblicate dai giornali, armato di chiave inglese, è schizzato fuori dal suo box per cercare di aggredire i fotografi.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif22 maggio 16ª udienza

22 maggio. Sedicesima udienza. Parla Giuseppina Scredo, Rocco Zecca, Marco Buccolieri, Gaetano Colucci, Donata Prudenzano.

Udienza che ruota, ancora, intorno al sogno del fioraio. È slittata la deposizione di Vanessa Cerra, l'ex commessa del fioraio Giovanni Buccolieri che raccontò, per poi definirlo solo un sogno, di aver assistito al presunto sequestro della ragazzina. E con lei è saltata anche la deposizione del marito.

Resoconto della giornata.

Ore 09:30 -  parla Rocco Zecca. L'udienza si è aperta con la deposizione di Rocco Zecca, ex grossista di fiori di Leverano (Lecce) dal quale Giovanni Buccolieri si serviva. L'uomo non ha riferito nulla di significativo salvo che Buccolieri gli chiese se fosse stato interrogato dai carabinieri in merito alla scomparsa di Sarah.

Ore 10:15 – parla Giuseppina Scredo. «Dopo l'arresto di Michele Misseri mio marito mi disse che era sconvolto per un sogno che aveva fatto. Raccontò che aveva sognato Sarah che camminava per strada e Cosima la rincorreva con la macchina dicendole: sali in macchina, sali in macchina». Lo ha riferito deponendo in Corte d'assise Giuseppina Scredo, moglie di Giovanni Buccolieri, il fioraio che in un primo momento dichiarò agli investigatori di aver visto il 26 agosto 2010 Cosima Serrano costringere la ragazzina a salire a bordo della sua auto, salvo poi sostenere che si fosse trattato di un sogno. «Mio marito - ha aggiunto la donna - mi chiese: ti ricordi se quel giorno avevo fatto una consegna? Era turbato perchè diversi clienti avevano detto di aver sognato Sarah e lui si era fatto suggestionare». La teste ha precisato che la prima volta che Buccolieri le parlò del sogno c'era solo lei, mentre in una seconda circostanza c'era anche la commessa Vanessa Cerra. Quest'ultima consigliò al fioraio di andare dai carabinieri, ma lui rispose: «Perché devo andare dai carabinieri se non sono sicuro di una cosa?». Poi disse a Vanessa: «Non andare a dirlo in giro perché era solo un sogno». «Quando parlava di questo fatto - ha sottolineato ancora la donna - gli veniva la pelle d'oca». «Mio marito era turbato proprio per la presenza nel sogno di Cosima, che conosceva, e sapeva che stavano emergendo elementi a carico della donna». Il pm ha fatto presente alla teste che gli elementi investigativi a carico di Cosima Serrano emersero in un secondo momento, nel febbraio 2011. La donna ha precisato che all'epoca dei fatti, in televisione, non si parlava d'altro: «Se non si fosse trattato di un sogno Giovanni me lo avrebbe detto lo stesso giorno. Gli dissi: fai chiarezza nella tua mente, ma lui mi ripeteva che era solo un sogno. Lui comunque non sognava quasi mai». La teste ha poi avuto un'incertezza dicendo di non aver «mai capito il luogo in cui si sarebbe svolta la scena del sogno. Forse - ha osservato - via Umberto, ma non ricordo il luogo dove lui ha visto».

Ore 11:45 – parla Marco Buccolieri. Marco Buccolieri, fratellastro del fioraio Giovanni Buccolieri, ha riferito di aver appreso dalla televisione dell' episodio del sogno in relazione al caso della scomparsa di Sarah Scazzi e ha aggiunto di essersi recato il giorno dopo nel negozio di Giovanni insieme con la sua fidanzata Gabriella Fusarò. Quest'ultima, secondo quanto riferito dal teste, chiese a Giovanni del sogno. «Disse che la signora Cosima e sua figlia stavano trascinando in macchina Sarah e che il fatto era accaduto in via Deledda». Il pm ha contestato al testimone che in fase di interrogatorio non aveva fatto alcun riferimento a Sabrina Misseri.

Ore 12:30 - Si è avvalsa della facoltà di non rispondere Donata Prudenzano, sorella di Cosima Prudenzano, suocera di Giovanni Buccolieri.

Ore 12:45 – parla Gaetano Colucci. Gaetano Colucci, il marito della titolare di una pasticceria che, il 26 agosto 2010, consegnò una torta matrimoniale in un ristorante di Avetrana, ossia "La Grottella" di Giuseppe Nigro indagato con lo stesso Giovanni Buccolieri, e raggiunse il ristorante a bordo di un furgone bianco percorrendo via Ariosto, via Buonarroti, la strada del mare, via Martiri d'Ungheria e via Leoncavallo, strade lungo le quali potrebbe aver visto Sarah.

Nell'udienza, fissata per il 5 giugno prossimo, saranno ascoltati Cosimo Maggi, Giovanni Prignani, Rosa Martino (consulente del pm), Dora Chiloiro, Roberta Bruzzone, Clemente Di Crescenzo, Anna Lucia Morleo, Giovanni Lamarca (della Polizia penitenziaria) e tre carabinieri del Ris: il maresciallo capo Davide Numelli, il maresciallo capo Giuseppe Finizia e il maggiore Andrea Berti. La criminologa, consulente del primo difensore di Michele Misseri, l’avvocato Daniele Galoppa (da ottobre 2010 a gennaio 2011), è uno dei testi della pubblica accusa. Una buona parte della prossima udienza sarà dedicata a circostanze che riguardano il contadino di Avetrana considerando la presenza della Bruzzone ma anche di altri testimoni, Cosimo Maggi, Giovani Primiani e il commissario Giovanni Lamarca, rispettivamente infermiere, psichiatra del carcere di Taranto e comandante degli agenti della Polizia Penitenziaria. E’ stato convocato anche il compagno di cella di Michele, Clemente Di Crescenzo. I pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino hanno citato, fra gli altri, anche l’esperta di grafologia Rosa Martino (perito per la firma apposta su un assegno bancario di Cosima), i carabinieri del Ris di Roma, i marescialli Davide Numelli e Giuseppe Finizia e il maggiore Andrea Berti. I militari del Reparto investigazioni scientifiche hanno effettuato le consulenze sui cellulari di Sarah, Sabrina e Michele e i sopralluoghi nell’abitazione e nel garage. Altre udienze sono programmate per il 19 giugno, il 3, il 10 e il 17 luglio.

Intanto il plastico di villa Misseri di via Grazia Deledda ad Avetrana compare nel calendario della Polizia. La casa del delitto di Sarah è stata scelta per illustrare il mese di maggio 2013. La casa dove il 26 agosto fu uccisa la quindicenne Sarah Scazzi, il famoso garage e il cancello marrone divenuto ormai simbolo dell’orrore, rappresenta il mese di maggio. La polizia pensa di rilanciare la sua immagine puntando sui plastici di Bruno Vespa. In particolare quello di Avetrana, dove il 26 agosto 2010 venne uccisa la quindicenne Sarah Scazzi. Nel calendario ufficiale dove i dodici mesi sono illustrati con gli "amici" della Polizia, maggio è rappresentato da Bruno Vespa. La foto in particolare è quella che ritrae il plastico della villa con una rappresentante della polizia durante una puntata della trasmissione televisiva di Rai Uno, «Porta a Porta». Nei dodici mesi del calendario ufficiale della polizia compaiono gli amici del corpo con le stellette. E la foto scelta è quella del conduttore con addosso la tuta della scientifica che supportato da veri poliziotti "indaga" all'interno della villetta di Avetrana riprodotta in scala: uno degli innumerevoli plastici con cui a Porta a Porta vengono commentate le notizie di cronaca nera. In effetti è l’unico modo per vedere l’immobile nel suo prospetto originale dal momento che nella realtà l’intero edificio è stato occultato da una e impenetrabile rete di colore verde che permette al padrone di casa, Michele Misseri, la riservatezza persa da quando è stato scarcerato e trasferito nella sua residenza dove è costretto a vivere sotto i riflettori dei media. Sulla proprietà della casa, c’è da dire, hanno già puntato gli occhi alcuni suoi ex avvocati e consulenti che vantano crediti per parcelle e risarcimenti vari per diverse centinaia di migliaia di euro. C'è da chiedersi cosa ci sia di così esaltante nei plastici di Vespa. Chissà forse la Polizia avrebbe potuto affidare a qualcun'altro o a qualcos'altro la sua promozione...La casa del delitto di Vespa rappresenta il mese di maggio. Maria Grazia Cucinotta fermata ad un posto di blocco illustra novembre, a Lino Banfi nella parte del commissario incazzéto luglio, passando per la “banda” Bonolis-Laurenti in fuga col malloppo dicembre e i tiratori scelti Yuri Chechi e Luca Zingaretti ottobre.

Il 21 maggio 2012 arriva il cordoglio della Città di Avetrana per la morte di Melissa Bassi, morta per il tragico attentato a Brindisi, presso la scuola di moda che frequentava. Tra i tanti messaggi di cordoglio giunti per la morte di Melissa Bassi, crediamo meriti sottolineatura quello che giunge dal Comune di Avetrana (Taranto), paese anch'esso assurto agli onori delle cronache nazionali per l'omicidio di un'altra ragazza nel fiore degli anni, Sarah Scazzi. Ne riportiamo integralmente il testo:

Il Presidente del Consiglio, il Sindaco, i Consiglieri Comunali di AVETRANA (Ta) ESPRIMOMO il proprio Cordoglio per la vittima della violenza – la Studente MELISSA -; siamo vicini ai loro famigliari e ai giovani rimasti feriti. La matrice delle esplosioni non è ancora confermata, tuttavia in questo momento particolare per le comunità colpite e non solo, le vogliamo ricordare con un messaggio di speranza che Giovanni Falcone, ucciso venti anni fa, ebbe a dire: “ Certo che voglio l’esercito in Sicilia ( Puglia… ) ma un esercito di insegnanti, perché la mafia teme la cultura … “. La fiducia e la speranza di tutti noi rimane quella di una scuola che continui ad essere fucina di cultura e di legalità, rispetto per gli altri e per quelle regole che “sono il potere dei senza potere“ come ci sussurra Gian Carlo Caselli. Alla ragazza rimasta uccisa e ai parenti, unitamente a tutti i feriti, vanno il nostro ricordo e la nostra presenza di impegno. Altrettanto, per il mondo della scuola, delle forze dell’ordine, delle istituzioni ai vari livelli, la nostra solidale attenzione, certi, che tutti INSIEME, ognuno per la propria parte, diveniamo testimoni e promotori della Cultura della Solidarietà, della Democrazia, della Legalità, della Giustizia e della Pace.

Ma anche in questa occasione la stampa ha dato risalto ai suoi limiti. Il quotidiano Il Mattino ha realizzato una breve intervista video a C.S., l'uomo sospettato di essere l'autore dell'attentato di Brindisi. Il suo nome era finito sulle pagine di tutti i media nazionali, scatenando le furiose reazioni di centinaia di cittadini che, al suo arrivo in questura, hanno letteralmente tentato il linciaggio. Intanto la sua pagina Facebook era già stata presa d'assedio. «Ora - ha spiegato l'uomo - vorrei essere lasciato in pace dopo questa terribile avventura. Ho pagato con il sospetto l'avere la mano destra paralizzata che fa il paio con l'immagine del video dell'attentatore che ha la mano destra nella tasca destra. Ho pagato con il sospetto la mia capacità di lavorare con computer, radiotelevisioni e tutto quanto c'è di informatica. Ieri mattina sono venuti a casa mia poliziotti e carabinieri, mi hanno spinto su un divano. Con me c'era la mia bambina di 3 anni che poi è venuta con me e per tutta la notte è stata con me in questura». Piccola curiosità: al secondo 54 del video si sente una voce maschile, che sembrerebbe quella di Sandro Ruotolo, domandare a C.S. se sia stato trattato bene durante l'interrogatorio. Proprio il giornalista di “Servizio Pubblico”, il programma di Michele Santoro, noto per la sua piega giustizialista e pro magistrati, era stato uno dei primi a diffondere, via Twitter, nome e cognome del sospettato, oltre a una fotografia della sua casa. La diffusione del nome del sospettato aveva dato il via al linciaggio mediatico e solo le forze dell'ordine sono riuscite a evitare che si trasformasse anche in violenza fisica.

Come si apprende dalla pagina Facebook di Sandro Ruotolo, per lui "l'ideale di un giornalista è raccontare i fatti come li vede, senza riguardo per le conseguenze o le polemiche che ne possono derivare". La domanda è "i fatti visti con i propri occhi, spesso velati di ideologia e pregiudizi, e comunque anche se la conseguenza è il linciaggio di un innocente?

La sociologia storica, è lo studiare lo stesso comportamento umano attuato nel tempo in riferimento a precise circostanze. In questo campo è un emerito rappresentante e studioso il presente rendicontatore della vicenda del delitto di Sarah Scazzi, ossia lo scrittore Antonio Giangrande. Ecco perché il racconto ha un taglio sociologico. Il delitto di Sarah Scazzi ed il suo processo non può essere alieno dalla realtà che lo circonda, per poter capire meglio le sue sfumature.

"La sociologia non si scrive con le maiuscole", Alain Touraine; "Sociologo è colui che va alla partita di calcio per guardare gli spettatori", Gesualdo Bufalino. Ecco perché riportiamo il parere del sociologo Emanuele Toscano riportato da “L’Espresso”.

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

La follia e il dolore che hanno caratterizzato i fatti di Brindisi, l’assurdità del gesto e la vulnerabilità delle vittime scelte hanno dato corpo a una mostruosità che ieri si è consumata sui media e sui social media italiani. Parlo della gogna mediatica cui è stato sottoposto il perito elettrotecnico brindisino interrogato in quanto sospettato (che è molto, molto diverso da “accusato“, che a sua volta è molto, molto diverso da “colpevole“) di essere l’uomo che si vede nei video registrati dalle telecamere di sicurezza poste dal lato opposto della strada di fronte la scuola, mentre sembra premere il grilletto che aziona l’esplosione. Mentre tutta l’Italia era – giustamente – stretta a sé per affrontare il dolore tremendo e incomprensibile generato dalla morte di Melissa, o impegnata nel seguire gli sviluppi del terremoto in Emilia, o a commentare i risultati dei ballottaggi alle amministrative, su Twitter e su Facebook è stato diffuso il nome del sospettato. Responsabili della fuga di notizie (e della scelta di pubblicarle) non sono stati solamente utenti qualsiasi dei social media, ma professionisti affermati del giornalismo nostrano: Sandro Ruotolo pubblica nome, cognome e addirittura una foto - ma poi la cancella – della via dove abita il sospettato. Subito, con forconi e torce virtuali, ci si è messi alla caccia del sospetto, che velocemente, con il passaparola e un paio di retweet, si è trasformato nel “mostro”. Per capire di cosa sto parlando, vi riporto alcuni dei post che sono stati scritti sulla pagina FB in cui il perito elettrotecnico pubblicizza la sua attività di riparazione di computer e apparecchi televisivi: “Spero ti fanno a pezzi e il telecomando te lo mettono nel culo..”; Brutto figlio di puttana bastardo carogna infame pezzo di merda…quella grandissima puttana di tua madre che ti ha concepito poteva andare a fare la puttana da qualche altra parte…te la sei presa con un anima innocente…devi morire” ecc. Post come sassi, lanciati per lapidare chi è stato giudicato colpevole ancora prima di essere non dico processato, ma anche solo accusato del reato. Un processo sommario consumato tra una pratica e l’altra dall’ufficio, seduti alla propria scrivania o in fila al supermercato, tornando a casa dal lavoro, durante i compiti del pomeriggio. Oltre alle giuste e condivisibili considerazioni proposte da pochi avveduti che considerano il giornalismo ancora una professione con una sua dignità e una sua etica, e non l’esercizio di un sensazionalismo gossipparo e morboso, è necessario riflettere su alcuni aspetti che la questione solleva. In Italia si è innocenti fino a prova contraria.

Non colpevoli. Innocenti. E’ una conquista della democrazia, e deve essere difesa così come si difende il diritto alla libertà di informazione (qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul rapporto tra libertà e responsabilità, ma lo rimando ad un altro momento). Anche se, poniamo il caso, i sospetti si rivelassero fondati, e il sospettato quindi si trasformasse in accusato, sarebbe comunque tutelato dalla presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza definitiva. Troppo spesso, però, si è affermata l’equazione per cui se si crede nella giustizia, regolamentata e esercitata da quei meccanismi di giudizio e valutazione che la storia dell’uomo ha elaborato e istituito nel corso dei secoli, si è in qualche modo indulgenti nei confronti dei sospettati o, peggio ancora, dei colpevoli. Volere un processo giusto, per qualunque crimine commesso, anche il più efferato, non significa voler perdonare.

Assolutamente no. Il giustizialismo forcaiolo trova terreno fertile in un paese in cui la giustizia – come istituzione – è stata sistematicamente attaccata da una precisa parte politica ad uso e consumo del suo leader. Ma non solo. Secondo l’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa, la giustizia italiana è in crisi anche e soprattutto perché vanta il non invidiabile record, in Europa, del maggior numero di sentenze inapplicate (2.522 su un totale di 10.689) a causa della sua lentezza nelle procedure. Crisi che è perfettamente percepita dagli italiani, che dichiarano di avere fiducia nel sistema giudiziario, secondo il Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica 2011 redatto da Demos, solo nel 41,6% dei casi (perdendo 8 punti percentuali rispetto all’anno precedente). In pratica 4 italiani su 10 non credono nella magistratura. E aggiungo io: visto che siamo al 4° posto in Europa per tasso di litigiosità con 4.768 contenziosi ogni 100.000 abitanti e che quindi i tribunali li frequentiamo parecchio, questo dato è probabilmente influenzato dalle esperienze dirette o indirette di inefficienza del sistema giudiziario e dal diffuso senso di impunità che la politica e il malaffare hanno contribuito ad alimentare. Ricostruire il paese è compito di tutti. Nessuno si senta escluso. Giornalisti, legislatori, politici, magistrati, singoli cittadini e cittadine. Ridare fiducia alle istituzioni, e riformarle per renderle degne di questa fiducia, è un’operazione irrinunciabile che è possibile solo con uno grande sforzo collettivo. Gianni Pacinotti ha raccolto in un video commenti del gruppo di Facebook “Lasciate lo zio di Sarah alla folla”, associando il commento all’immagine del profilo FB di chi lo aveva lasciato. Lo sforzo collettivo che bisogna fare, a mio avviso, deve essere tale da colmare la distanza che si percepisce tra le immagini del video e i commenti efferati lasciati dagli utenti. Per evitare lapidazioni sommarie e mostri in prima pagina.

A questo punto parliamo di Avetrana e Taranto, Mesagne e Brindisi ed i luoghi comuni.

La tragedia di Melissa Bassi dimostra ancora una volta la bassezza della nostra Italietta. Non quella Italia fatta di lavoratori che pagano le tasse e che si tolgono la vita quando non possono più sbarcare il lunario o dare un avvenire ai loro figli, ma quell’Italietta fatta da gente parassita che vive alle spalle della povera gente, finanziata dalle loro tasse. Gentaglia che rappresenta l'Italia in modo vergognoso. A tal proposito disgustato è il resoconto di Umberto Martelli su “Articolo Tre”. Ennesima caduta di stile, per una certa informazione italiana, che ha voluto cavalcare l'onda dell'attentato alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, pubblicando le immagini della cameretta e della prima comunione di Melissa Bassi, l'unica giovane vittima che ha perso la vita in quell'infame mattinata del 19 maggio 2012. Ormai l'Italia è abituata ad un'informazione di "qualità" "sensibile" alle disgrazie e al dolore delle famiglie. L'ironia è da sottolineare. L'Italia è anche abituata a vedere vere e proprie orde di affamati e bavosi giornalisti pronti a scorgere una lacrima sul viso di un genitore, infilandosi nelle vite private delle famiglie cercando di scattare fotografie struggenti, appostandosi notte e giorno di fronte alle abitazioni di parenti e amici con la speranza di cogliere la disperazione per poi rivenderla al suo affamato quanto cinico pubblico, come se fosse una merce priva di significato, rendendo vano il lavoro di quelle centinaia di giornalisti che del loro mestiere ne hanno fatto una missione e non un infame gioco, alla ricerca della verità e molto spesso della giustizia. Turismo dell'orrore così è stato soprannominato dagli stessi mezzi d'informazione che molto spesso sono gli stessi fautori, gli stessi promotori di questo turismo basso e becero. Di esempi ne possiamo trovare a decine ma senza dover andare a rivangare troppo nel passato possiamo citare ad esempio l'assassinio di Sarah Scazzi dove proprio alcuni tg nazionali e alcuni giornali hanno marciato sull'uccisione di una ragazzina portando davanti al portone della casa di Avetrana centinaia di "stupidi", e scusate il termine, italiani. Oppure il caso Cogne, piccolo paese valdostano che ha visto negli anni successivi al processo Franzoni l'aumentare di vere e proprie processioni da tutta Italia per vedere la villetta dove si consumò il delitto del piccolo Samuele ed infine le fotografie dei "turisti" all'Isola del Giglio di fronte al relitto della Costa Concordia dove perirono 30 persone per la smania di un comandante un po' troppo su di giri. Nessuno vuole imputare ai mezzi d'informazione tutte le colpe per il cinismo e l'ignoranza di molte persone, ma c'è da dire che in qualche caso la colpa è evidente. Per fortuna l'Italia reale è un'altra rispetto a quella virtuale plasmata dall'informazione mainstream, l'Italia reale è quell'Italia che oggi su Twitter e su Facebook ha voluto gridare la propria indignazione a tale informazione postando decine di commenti sui profili web di molte tv e giornali ei media al grido di "vergogna", poi prontamente eliminati dai raffazzonati social media editor della redazione che forse non hanno capito che al web il bavaglio è difficile se non impossibile metterlo.

Ed i magistrati in Puglia? Ne parla Marco Ventura su Panorama. Ed allora Parliamone. Scoppiano tre bombole di gas collegate tra loro dentro un cassonetto dell’immondizia all’ingresso di una scuola di Brindisi e muore Melissa Bassi, 16 anni. Veronica, accanto a lei, lotta tra la vita e la morte, e ci sono altri quattro feriti. Figli nostri, nel mirino. Un orrore inaudito. L’Italia sotto shock. Ci si aspetta da chi indaga serietà, concordia e efficienza. Nulla di più, nulla di meno. Che i magistrati facciano il loro lavoro, che si mettano in silenzio a cercare il colpevole, o i colpevoli. Che s’impegnino con discrezione senza tregua. Assistiamo invece ad uno spettacolo indecente. I titolari dell’inchiesta sembrano impegnati più a litigare tra loro, a lanciare messaggi confusi, a tenere conferenze stampa e a dare interviste televisive (ma dove lo trovano il tempo?). L’impressione è quella del solito protagonismo, delle solite vanterie sulla rapidità degli accertamenti investigativi. Del solito caos, delle solite polemiche, perfino delle solite accuse ai giornalisti (che si limitano a divulgare le notizie fatte trapelare dai palazzi di giustizia). Davvero non sentivamo il bisogno di questa babele di voci in libertà, di alti funzionari dello Stato che aprono bocca e danno fiato uno contro l’altro tra gelosie malcelate, e che neppure di fronte a morti e feriti rinunciano a manifestare il loro incontenibile super Ego. Che si avventurano in ipotesi da loro stessi definite “premature” (ma che combaciano con l’interesse di ciascuno ad appropriarsi dell’inchiesta). L’ennesimo scontro di potere. Parliamone. Parliamo del procuratore capo di Brindisi, Marco Dinapoli, che all’indomani della strage convoca i giornalisti e rivela l’esistenza di immagini buone per l’inchiesta, registrate da una telecamera, “che ci siamo andati a prendere”. E lo dice, scrive l’agenzia di stampa nazionale ANSA, “sottolineando che gli investigatori hanno lavorato a testa bassa per raccogliere tutti gli elementi che vanno raccolti subito, altrimenti sarebbero andati perduti”. Che sarebbe il minimo, per degli investigatori. E aggiunge che in quel video c’è l’identikit dell’attentatore, anche se ancora non ha un nome: un uomo di 50-55 anni, bianco, probabilmente italiano. Esclusa di fatto la pista della mafia o della Sacra Corona Unita, così come quella del terrorismo eversivo, il procuratore capo di Brindisi già delinea il profilo psicologico dell’uomo: “Una persona arrabbiata e in guerra con il mondo, che si sente vittima o nemico di tutti e che utilizza una simile occasione per far esplodere tutta la sua rabbia”. I cronisti capiscono che la cattura è questione di ore. Che in realtà il nome esiste già, il giallo è risolto. Invece, colpo di scena, arriva un magistrato importante almeno quanto il suo collega, il procuratore capo della procura distrettuale antimafia di Lecce Cataldo Motta, che visibilmente contrariato dichiara alle Tv l’esatto opposto: “Non siamo in condizioni di dire che è il gesto di un folle. Non c’è da capire soltanto il movente, ma ancora tutto”. E quasi nega che esista un video. Intanto, però, le immagini del presunto attentatore vengono divulgate. Finiscono su Internet, la stampa le pubblica. Averle diffuse fa parte della strategia investigativa? Non per Motta, anzi: “Pubblicare quel video può aver danneggiato le indagini”. Attenzione: se anche litigano tra loro, i magistrati son sempre pronti a puntare l’indice sui giornalisti. “Pubblicare il video”, dice Motta. Non “divulgare”. La colpa è di quelli che divulgano le notizie (facendo il loro mestiere), non di quelli che le spifferano (contravvenendo al proprio dovere). Tanto, alla fine sono sempre i cronisti a “enfatizzare le diversità di vedute”. Motta incorre pure lui nell’errore del collega, avanzando teorie, “è difficile che abbia agito da solo”. Ma, precisa, “è prematuro dirlo”. Allora perché dirlo? Perché straparlare? Parliamone, invece, noi che non solo possiamo, ma dobbiamo. I genitori di Melissa e degli altri ragazzi meritano indagini più serie, più discrete, un messaggio più coerente e istituzionale da parte di chi dovrebbe cercare la verità e non il palcoscenico. Chi dovrebbe lavorare sulla scena del crimine, non su quella dei media.

Guai a mettersi contro i magistrati, ma non scherzano nemmeno i giornalisti, famosi per la loro permalosità. Ma è ancor di più pericoloso mettersi contro la chiesa, specie quella militante di sinistra sorretta e promossa dalla CGIL.

Già. Ma cosa centra Melissa Bassi con Don Ciotti e “Libera” con la sua schiera di sostenitori interessati, fruitori esclusivi dei beni confiscati alla mafia? Quel Don Ciotti e la sua creatura “Libera” osannata dalla stampa e dalla Tv ed a cui sono state dedicate sui servizi tv e sugli articoli di stampa più riferimenti e citazioni che alle Autorità presenti ed alla stessa Melissa.

Da una parte Marino Petrelli su “Panorama” spiega cosa è la Sacra Corona Unita e le sue possibili attinenze all’attentato. Melissa Bassi era nata a Mesagne 16 anni prima. Come Veronica Capodieci, e la sorella Vanessa, ricoverate a Lecce e Brindisi in condizioni gravi la prima, più stabili la seconda. Come le altre studentesse ferite nell’attentato all’istituto professionale “Morvillo Falcone”. Mesagne, città natale anche della Sacra Corona Unita. Da qui, l’allarme degli investigatori che inizialmente avevano pensato ad un collegamento tra l’attentato e la cosca malavitosa e avevano aperto un filone di indagini su quel pullman che portava le ragazze a scuola. Poi, la virata verso altre ipotesi e l’identikit che emergerebbe da un video tenuto ancora segretissimo dalla procura di Brindisi. Oggi il paesone di 27mila abitanti a dieci chilometri da Brindisi cerca di scacciare l’impronta mafiosa che subito i media hanno appiccicato sulle spalle scosse della cittadina, anche a seguito dell’episodio accaduto il 4 maggio con l’attentato alla macchina di Fabio Marini, presidente dell’antiracket locale. Cerca di “rompere questo silenzio senza indugi”, come ha dichiarato Don Ciotti nell’omelia della messa domenicale. È proprio lì che, nel 1981, è nata la Sacra Corona Unita (Scu), che nelle intenzioni di Giuseppe “Pino” Rogoli sarebbe dovuta diventare la quarta “stella” accanto alla mafia siciliana, la camorra napoletana e l’ndragheta calabrese. Sacra, perchè al momento dell’affiliazione il nuovo membro viene “battezzato” o “consacrato”. Corona, poichè nelle processioni si usa il rosario (appunto, una coroncina). Unita, per ricordare la forza di una catena fatta di tanti anelli. Come nel caso della liturgia mafiosa anche i pugliesi hanno la formula del giuramento che varia a seconda del clan. La Scu, al momento della sua massima espansione, era divisa in 47 clan, autonomi nella propria zona ma tenuti a rispettare interessi comuni a tutti i circa 1.600 affiliati. Il primo grado è la “picciotteria”, il successivo il “camorrista”. Seguono sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena della società maggiore. Otto medaglioni con catena compongono la “Societa’ segretissima” che comanda un corpo speciale chiamato la “squadra della morte”. Recenti dati forniti dall’Eurispes dicono che la Scu guadagni 878 milioni di euro l’anno dal traffico di stupefacenti, 775 milioni dalla prostituzione, 516 milioni dal traffico di armi e 351 milioni dall’estorsione e dall’usura. Un giro d’affari di circa 2 miliardi e mezzo di euro. Secondo la Direzione investigativa antimafia, oggi la criminalità organizzata pugliese “si presenta disomogenea, anche in ragione della persistente pluralità di consorterie attive, molto diversificate nell’intrinseca caratura criminale e non correlate da architetture organizzative unificanti”. Con l’operazione “Last Minute” del 28 dicembre 2010, con la quale furono arrestati 18 tra capi e promotori della Scu, si riteneva di aver inflitto un colpo mortale alla criminalità organizzata locale. Lo scorso 9 maggio 2012, gli investigatori hanno portato a segno un altro colpo importante, arrestando, a Mesagne, 16 persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, porto illegale di armi da fuoco, danneggiamento aggravato e incendio aggravato. E il 12 maggio 2012 è finita alla stazione Termini di Roma la latitanza di Roberto Nisi, ritenuto uno dei leader di un sodalizio criminale dedito al traffico di droga e alle estorsioni. Colpi duri inferti alla Scu, il cui terrorismo mafioso è stato scacciato in Puglia nell’ultimo decennio. In realtà, a San Pietro Vernotico, nel brindisino, c’era un gruppo chiamato dai media locali “i nipotini di Riina” perché usavano una violenza sempre esagerata, ispirata appunto al boss di Corleone. Gli esponenti di questo gruppo, arrestati in buona parte due anni fa, hanno assunto le pose della strategia corleonese diventando nel tempo sempre più pericolosi. Il pm Cataldo Motta ha dichiarato che “la loro pericolosità è legata principalmente alla capacità d’immagine ma anche a quella aggregazione di tutti quei piccoli malavitosi rimasti in circolazione. Oggi la Sacra Corona Unita non è in difficoltà, ha subito un cambiamento di pelle”. Intanto, un vile attentato ha portato via una ragazza del paese. Chi ha visto parlerà, dicono a Mesagne. Perché sarà meglio per gli assassini fare i conti con la giustizia dello Stato piuttosto che con quella della Sacra Corona Unita. I bambini non si toccano, neppure nel codice d’onore del peggior delinquente. Ma, codici a parte, Melissa non c’è più. E aveva soltanto sedici anni.

Quindi alla domanda: ma cosa centra Melissa Bassi con Don Ciotti e “Libera”, la risposta la danno i cittadini di Mesagne attraverso il racconto di Mimmo Mazza sul “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La capitale dell'antimafia sociale (come la definisce il presidente della Carovana antimafia Alessandro Cobianchi) non ci sta. Listata a lutto in attesa dei funerali di Melissa Bassi, in programma oggi pomeriggio alle 16.30 nella chiesa madre alla presenza tra gli altri del presidente del Consiglio Mario Monti e del ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri, Mesagne si ribella a chi utilizza l'attentato che è costato la vita alla 15enne studentessa dell'istituto professionale Falcone - Morvillo di Brindisi e ha provocato il ferimento di altre cinque giovani mesagnesi, per rispolverare antichi cliché, utilizzati venti anni fa per descrivere quella che era la capitale della Sacra Corona Unita. «Era» dice e sottolinea il sindaco Franco Scoditti. «Era anni e anni fa. Ora la storia è diversa, ora c'è una Mesagne che reagisce, che lotta e che lavora. Io e i miei cittadini proviamo dolore, sgomento e rabbia. Ma abbiamo anche voglia di cambiare, di dare una risposta ferma e immediata a quello che considero un atto barbarico. Ecco perché se da un lato ho proclamato il lutto cittadino in concomitanza con i funerali di Melissa, invitando i commercianti a rispettare questo momento di dolore collettivo, ho anche disposto che le scuole restino aperte. È giusto che il lutto sia vissuto dagli studenti nell'istituzione che è stata attaccata, che si parli di quello che è accaduto nelle scuole. Ci andremo noi amministratori, ci saranno i rappresentanti delle associazioni e tutti colori i quali sono portatori del messaggio di legalità perché la scuola è il primo presidio di legalità e democrazia». È stata una giornata di passione per Mesagne, e non solo per la calata di giornalisti provenienti da ogni dove (c'era perfino l'inviata del New York Times). Una giornata trascorsa in piazza. La mattina nella villa comunale per la tappa della Carovana della legalità con i discorsi, tra gli altri, del governatore Nichi Vendola e del presidente della Provincia Massimo Ferrarese. La sera in piazza IV Novembre, davanti alla chiesa matrice, nel cuore dell'incantevole centro storico, per la veglia di preghiera per Melissa voluta dal vicario don Pietro De Punzio. «Noi non ci fermeremo» dice Alessandro Cobianchi, coordinatore della Carovana, brindisino di nascita, e lo dice guardando negli occhi i ragazzi che gli sono davanti e che stringono tra le mani uno striscione con il nome di Melissa. «Ma per tutti la vera priorità è abbattere il muro della indifferenza e usiamo la solidarietà come antidoto alla violenza - dice dal palco Nichi Vendola - perché domani deve essere il giorno in cui bisogna pesare con attenzione le parole. Bisogna trovare le parole adeguate perché una generazione elabori questo lutto e riesca a pensare al futuro». Sono in tanti alle 21 del 20 maggio 2012, quasi in cinquecento, sfidando l'umidità e ignorando la finale di Coppa Italia, ad affollare piazza IV novembre. Accanto all'ingresso della chiesa viene esposta una gigantografia di Melissa. Ci sono famiglie intere, ci sono i giovani, gli amici di Melissa ma anche i ragazzi che pur non conoscendo la vittima dell'attentato, hanno voluto con la loro presenza testimoniare solidarietà e voglia di riscatto. «Avete fatto dono a Melissa - dice don Pietro, rompendo il silenzio - della vostra presenza. Facciamo fatica a credere e a sperare. Stiamo vivendo momenti terribili, perché la violenza sembra aver tarpato le ali alla speranza. la nostra città è stata colpita nel cuore nella parte più bella, nella voglia di vivere». Si parte con le parole di Giovanni Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno». Perché perfino la più banale delle rassicurazioni impartite dai genitori - «mi raccomando, dritti a scuola» - ormai non assicura più la salvezza. E si chiude, una serata che Mesagne non dimenticherà perché proprio non si può farlo, con un canto quasi liberatorio, «Resta qui con noi», pensando a Melissa e rivolto al Signore e a chi si chiede dove fosse, sabato mattina, il Signore, mentre una mano criminale azionava l'innesco della bomba che ha ucciso Melissa e ferito le sue amiche. Era lì, tra di loro, ustionato da tanta ferocia.

Ed ancora alla domanda: ma cosa centra Melissa Bassi con Don Ciotti e “Libera”, la risposta la danno i cittadini di Mesagne attraverso il racconto di Tonio Tondo sempre sulla Gazzetta del Mezzogiorno che dà voce ai Mesagnesi. «È guerra tra Stato e mafia e le vittime siamo noi». La gente del centro storico non si schiera, anzi non ha timore di scrivere su due improvvisati striscioni quello che pensa. «Qui siamo tutti d’accordo - sostiene Immacolata Doria, 42 anni, madre di una bambina di 11 anni -, la frase l’ho scritta io con il consenso degli altri». «Dia retta a me - aggiunge poi sicura -, la Sacra Corona Unita non c’entra proprio con questa storia di Brindisi, mai gli uomini della Scu hanno colpito le donne o peggio i bambini. I bambini sono sacri». Siamo in via degli Azzolino, la «strada longa» la chiamano i residenti, arredata con gerani e piante sempreverdi. I due striscioni sono collocati in piazzetta dei Giovanomo e all’ingresso della «strada longa». Piazza Orsini Del Balzo è a due passi, con il castello, palazzo Cavaliere e la chiesa di Sant’Anna, simboli del Barocco. In via degli Azzolino abita anche Franco Saponaro, detto Franco il coltivatore diretto, che ha condiviso l’iniziativa. Melissa era conosciuta. La ragazzina frequentava il laboratorio culturale del Comune, dove si ascolta musica e si può cantare, di fronte alla casa di Immacolata. C’è anche una radio libera. La famiglia Bassi vive in via Torre Santa Susanna, non lontano. Di Melissa si ricorda il sorriso. Gli striscioni si sono materializzati subito e con il consenso di tutti. Le parole farebbero pensare a una equidistanza tra Stato e mafia. Sembrano riecheggiare uno slogan politico degli anni Settanta e Ottanta («Nè con lo Stato né con le Brigate Rosse»), degli ambienti massimalisti della sinistra contigui con il terrorismo brigatista. La realtà di Mesagne ha una sua crudezza che va conosciuta e approfondita senza pregiudizi. Una realtà da scandagliare evitando gli schemi ideologici prefabbricati. Immacolata non si schiera con la criminalità e contro lo Stato, non esclude che l’attentato alla scuola Morvillo abbia una matrice malavitosa, ma se fosse così - aggiunge - «significherebbe che la follia assassina e la vigliaccheria hanno ormai vinto su tutto». Da quando la procura di Brindisi ha lanciato l’ipotesi di un «solitario» autore dell’attentato, a Mesagne il partito favorevole a questa tesi è uscito allo scoperto ed è cresciuto in poche ore, proprio tra la gente del centro storico. Ma la città si specchia e cerca di conoscersi attraverso la scuola Morvillo Falcone: la parte socialmente più debole ha sempre guardato a questa scuola come l’immagine della propria inadeguatezza sociale, ma anche come riferimento di un riscatto. Fisicamente la scuola è a Brindisi, ma la sua testa e il suo cuore pulsante sono qui, nel retroterra della provincia. Metà delle 630 alunne è di Mesagne, l’altra di Latiano, Oria e San Vito. Giancarlo Canuto, vice sindaco e professore di religione, ha insegnato all’istituto professionale fino a due anni fa. Conosce la sua storia e si commuove quando il discorso si sposta sulle ragazze. «Tra quei banchi si può conoscere e studiare la società di Mesagne, anzi le due società, quella dei figli delle famiglie più modeste, e però radicate sui principi di onestà e sacrificio, e l’altra, quella grigia, di famiglie anch’esse modeste ma disgregate e a rischio». Massimo Basso, papà di Melissa, lavora con una impresa edile di Taranto. Lavora sodo in questi tempi di paura. «E’ una famiglia che ha fatto enormi sacrifici per Melissa» - dice un operaio che ha lavorato con Massimo. Il papà di Veronica Capodieci, la ragazzina che lotta contro la morte, è un piccolo imprenditore nel campo del movimento terra. «E’ lontanissimo dagli ambienti malavitosi», osserva un giovane di Libera. Tra le ragazze ferite, qualcuna proviene da famiglie con precedenti penali. Le due dimensioni hanno quindi riferimenti anagrafici e culturali precisi: una parte non s’indigna, anzi parteggia, con le famiglie della zona grigia, a volte a rischio criminalità; l’altra, attenta ai temi della legalità. Canuto ricorda gli anni del maxiprocesso a Brindisi con le ragazze divise in due gruppi. Quando arrivavano i cellulari con i detenuti nell’aula del vicino tribunale c’era chi parteggiava per i detenuti, e chi difendeva poliziotti e magistrati. «Mai ci sono state contrapposizioni violente. La violenza stava fuori dalla scuola».

Quindi parlare di mafia significa dare spazio a quella componente politica-sociale che si definisce “antimafia” e serve a fargli propaganda e a far sentire la solita tiritera: «Tutti dobbiamo rompere l'omertà, i silenzi, le complicità. Dobbiamo avere il coraggio delle nostre azioni. Il cuore ci deve dare la forza». Lo ha detto don Luigi Ciotti nell'omelia che ha tenuto durante la celebrazione della messa che si è svolta nella cattedrale di Mesagne il 20 maggio 2012 per ricordare la 16enne Melissa Bassi morta il 19 maggio nell'attentato di Brindisi e tutte le ragazze rimaste ferite. Dopo la celebrazione della messa c'è stata una manifestazione organizzata dalla Carovana nazionale contro le mafie. In apertura un lungo applauso è stato dedicato al papà e alla mamma di Melissa. All'iniziativa hanno partecipano il presidente nazionale della Carovana, Alessandro Cobianchi, don Luigi Ciotti, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, i sindaci di Mesagne e di Brindisi, Franco Scoditti e Mimmo Consales, e il presidente della Provincia di Brindisi, Massimo Ferrarese.

Già, la Carovana nazionale contro le mafie, i "buoni" (politici e sostenitori di sinistra, sindacalisti e uomini di chiesa, magistrati, giornalisti) contro i cattivi (tutta la gente comune, specie se di orientamento liberale e moderato). Carovana organizzata da quando nel 1992, a distanza di 57 giorni l’uno dall’altro, morivano uccisi dalla mafia i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E nel 2012 i 2.600 ragazzi che si imbarcheranno da Civitavecchia sulle due navi della legalità ribattezzate, per questo anniversario, “Giovanni” e “Paolo”, non erano nemmeno nati. Ma il 23 maggio, insieme ai loro coetanei palermitani, alle istituzioni, le forze di polizia, i magistrati, la società civile, saranno a Palermo per ricordare quel giorno e ribadire, con forza, il loro “No alla mafia”.

Già, basta essere però di una parte politica. Perchè la lotta alla mafia è una lotta di parte e di facciata. Ad accompagnare i ragazzi in partenza da Civitavecchia, tra i quali anche due compagne di classe e altre otto delle stessa scuola di Melissa Bassi, la 16enne uccisa sabato mattina 19 maggio 2012 nell’attentato di Brindisi davanti all’istituto intitolato proprio a Francesca Morvillo, sarà colui che fu il braccio destro di Giovanni Falcone, il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso. Quel Piero Grasso tanto vituperato dai suoi colleghi magistrati. Così come lo fu Giovanni Falcone in vita. Già povero Grasso, ma a difenderlo ci pensa Stefano Zurlo su su “Il Giornale”. Così va il mondo, ci eravamo persi qualcosa e ora è Marco Travaglio a spiegarci la vera storia dell’antimafia militante, dopo averci già proposto negli ultimi quindici anni la vera storia di Cosa nostra. Semplificando, tutti e due i fiumi portano a Silvio Berlusconi. Dunque sul Fatto quotidiano il Travaglio furioso ha messo a posto lo spudorato Grasso che a Radio 24, nel corso del programma La Zanzara, aveva riconosciuto a Berlusconi quel che è di Berlusconi e del suo governo: i meriti, alcuni meriti, nello lotta a cosa nostra. Eresia. Scandalo. Pianto greco. E allora il Travaglio sempre più furioso, invece di interrogarsi sul perché di quelle parole, le ha ricoperte di fango. Fango retrospettivo, fango capace di rovinare una carriera intera, fango che si attacca addosso. Sia chiaro: ci sono magistrati che non godono di una claque perenne, semplicemente perché fanno il loro lavoro, con discrezione. Alla Grasso, per intenderci: non c’è bisogno di strappare loro l’aureola perché nessuno l’ha mai appoggiata sulle loro teste. Altri giudici invece, al solo pronunciare il nome, vengono venerati come i santi. Due pesi e due misure. Pazienza. E allora Travaglio ha fatto di più: ha dipinto Grasso come un verme che striscia alla corte di Silvio e quando più gli serve, nel 2005, nei mesi in cui si deve nominare il nuovo procuratore nazionale, al posto di Piero Luigi Vigna, prossimo alla pensione, e due sono i contendenti: Grasso e Caselli. Due facce complementari della magistratura: Grasso è l’icona della normalità, Caselli è l’icona della magistratura militante. Ci eravamo persi però che Grasso fosse un verme. La sua colpa? Aver sfruttato le trame di Palazzo che, secondo il solito Travaglio, hanno accompagnato la sua elezione. Ecco, per il Fatto ci furono manovre e contromanovre per tenere alla larga da quella stanza Caselli e la compagine berlusconiana fra decreti e contorcimenti, le studiò tutte per affossare Caselli e mandare avanti il rivale. Non che non ci furono pressioni e schieramenti e divisioni, nella politica e nella magistratura, per quella poltrona come per tante altre. Stupisce però che si possa colpire così una persona perbene, fino a prova contraria, e si legga quella sofferta incoronazione come la didascalia di quella frase alla radio. Se non sbagliamo, e non sbagliamo, l’obliquo Grasso è lo stesso magistrato catapultato come giudice a latere al leggendario maxiprocesso, quello imbastito a Palermo contro la bellezza di 475 mafiosi e chiuso, dopo una camera di consiglio lunga come un conclave, con decine di ergastoli. Grasso, sì sempre lui, è lo stesso magistrato cui Giovanni Falcone, sì proprio Falcone, dice: «Vieni, ti presento il maxiprocesso», come il procuratore racconta nel suo freschissimo e a tratti commovente Liberi tutti (Sperling & Kupfer). Grasso, sì ancora lui, è lo stesso magistrato che rischia di saltare in aria quando i picciotti di Cosa nostra lo avvistano insieme a Giovanni Falcone, ancora lui, e a tre giornalisti - Attilio Bolzoni, Felice Cavallaro e Francesco La Licata - in un ristorante di Catania. Peccato che Travaglio ignori questi fastidiosi dettagli e tanti altri. Anzi, no. Uno va divulgato, come ha fatto lo stesso procuratore con Tiziana Panella per Coffee break su La7. L’11 aprile 2006 quando viene catturato un certo Bernardo Provenzano, Grasso, pm fino al midollo, non si perde in proclami e conferenze stampa ma prova, da siciliano a siciliano, a prospettargli una collaborazione con lo Stato. Tanto che l’altro, disorientato, vacilla un istante prima di rispondere: «Sì, ma ciascun nel suo ruolo». Oggi Grasso guarda a quel passato che a Palermo è scritto nelle lapidi e replica: «Se penso alle delegittimazioni che in vita hanno subito Falcone e Borsellino mi sento fortunato». Chapeau.

Già perché la mafia è “cosa nostra” ed i suoi beni sono “roba nostra” dice Don Ciotti.

«Fino al 1993 fuori dalla Sicilia non c'era la percezione che la mafia fosse un'emergenza sociale», ricorda Marcello Cozzi, memoria storica del movimento Libera fondato da don Luigi Ciotti. «Ricordo la stanzetta messa a disposizione dalle Acli per le prime riunioni, gli incontri con Giancarlo Caselli. Poi i banchetti nel marzo del 1995 per raccogliere le firme in favore della confisca dei beni ai mafiosi. Mai avremmo pensato di arrivare a un milione di sottoscrizioni e una legge già nel marzo del 1996». Da tutta Italia centinaia di ragazzi arrivano per lavorare sui terreni confiscati ai boss; nonostante intimidazioni e difficoltà nasce il consorzio “Libera Terra”, che coordina le attività delle coop di Libera. Ma già dodici anni dopo le stragi la rabbia sembra sbollire, fino a quando, la mattina del 29 giugno 2004, le strade del centro di Palermo sono tappezzate da adesivi listati a lutto con una frase lapidaria: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Nessuna rivendicazione, fino a quando diversi giorni dopo, un gruppo di "uomini e donne abbastanza normali, cioé ribelli, differenti, scomodi, sognatori" rompe l'anonimato. Sono gli 'attacchini' del comitato Addiopizzo, 'i nipoti di Libero', li battezza Pina Maisano Grassi, arrivano qualche anno dopo il primo comitato antiracket fondato da Tano Grasso, nel Messinese, a Capo D'Orlando.

Ma una domanda sorge spontanea: ma chi paga tutto l'ambaradan della Carovana cosiddetta antimafia?

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif5 giugno 17ª udienza

5 giugno. Diciassettesima udienza. Parla Giovanni Lamarca, Giuseppe Finizia, Andrea Berti, Cosimo Maggi, Giovanni Prignani, Clemente Di Crescenzo, Roberta Bruzzone, Rosa Martino, Anna Lucia Morleo.

La criminologa, consulente del primo difensore di Michele Misseri, l’avvocato Daniele Galoppa (da ottobre 2010 a gennaio 2011), è uno dei testi della pubblica accusa. Una buona parte dell’udienza sarà dedicata a circostanze che riguardano il contadino di Avetrana considerando la presenza della Bruzzone ma anche di altri testimoni, Cosimo Maggi, Giovani Primiani e il commissario Giovanni Lamarca, rispettivamente infermiere, psichiatra del carcere di Taranto e comandante degli agenti della Polizia Penitenziaria. E’ stato convocato anche il compagno di cella di Michele, Clemente Di Crescenzo. I pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino hanno citato, fra gli altri, anche l’esperta di grafologia Rosa Martino (consulente del pm, perito per la firma apposta su un assegno bancario di Cosima), i carabinieri del Ris di Roma, il maresciallo Davide Numelli ed il maresciallo capo Giuseppe Finizia ed il maggiore Andrea Berti. I militari del Reparto investigazioni scientifiche hanno effettuato le consulenze sui cellulari di Sarah, Sabrina e Michele e i sopralluoghi nell’abitazione e nel garage. Altre udienze sono programmate per il 19 giugno, il 3, il 10 e il 17 luglio.

Si sente Roberta Bruzzone indicata dall’accusa come teste a carico degli imputati. Già quella criminologa ospite fissa e privilegiata dei salotti televisivi. Colei che ha scritto “Chi è l'assassino. Diario di una criminologa”. Come lavora, e ragiona, una criminologa? Quali tracce osserva sulla scena del delitto? Come conduce un interrogatorio? Da quali elementi risale al movente di un omicidio? Come ricostruisce il profilo dell'assassino? Come riconosce i tentativi di depistaggio? Roberta Bruzzone, criminologa, psicologa forense ed esperta di analisi e ricostruzione della scena del crimine, è stata consulente tecnico in alcuni degli episodi di cronaca nera più rilevanti degli ultimi anni, dalla strage di Erba all'omicidio di Sarah Scazzi. In questo libro ripercorre in prima persona tutte le tappe dei suoi casi più significativi: gli interrogatori, lo studio degli incartamenti, le analisi delle tracce sul luogo del delitto, i ragionamenti per entrare nella testa dell'assassino e risalire, passo dopo passo, al colpevole. I racconti della Bruzzone portano il lettore nel cuore delle dinamiche investigative più sofisticate, e negli anfratti più oscuri dell'animo umano. Roberta Bruzzone è psicologa forense e criminologa, perfezionata in psicologia e psicopatologia forense e in scienze forensi. Esperta in psicologia investigativa, criminalistica, Bloodstain Pattern Analysis e Criminal Profiling. Svolge attività di consulente tecnico nell’ambito di procedimenti penali, civili e minorili, con ricostruzioni 3D della scena del crimine e criminodinamica, analisi di casi di omicidio “a pista fredda”, tecniche di accertamento di sospetto abuso sui minori, valutazione dell’attendibilità testimoniale e tecniche di interrogatorio. È presidente dell’Accademia Internazionale delle Scienze Forensi e docente accreditato presso gli istituti di formazione della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri. Insomma: è tutto lei. Iniziamo a sfogliare il suo libro e subito ci imbattiamo nel caso cronologicamente più recente, quello dell’omicidio di Sarah Scazzi. Ricordiamo che Lei è stata consulente di Michele Misseri da novembre 2010 a febbraio 2011 e ha rimesso il Suo mandato quando Misseri ha revocato l’incarico all’avvocato Daniele Galoppa. Da allora Misseri si dichiara unico colpevole per la morte della nipote e accusa Lei e l’avvocato Galoppa di averlo indotto a coinvolgere sua figlia Sabrina nel delitto. Da qualche mese è iniziato il processo, che vede Sabrina e sua madre Cosima accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Per Michele Misseri, invece, l’accusa è “solo” di concorso in soppressione di cadavere. In occasione della rassegna culturale "miggianosilibra" del Comune di Miggiano, il 25 febbraio 2012 Roberta Bruzzone ha presentato il suo libro e ha parlato sugli ultimi sviluppi del delitto di Avetrana. Così come ha fatto in giro per l’Italia. All'evento hanno partecipato anche l'avv. Luigi Rella, presidente Ordine degli Avvocati di Lecce e difensore di Cosima Serrano (quella Cosima, madre di Sabrina, che a dire di Michele, è stata coinvolta dalle dichiarazioni proprio di Michele, indotte dalla Bruzzone e da Galoppa); l'avv. Daniele Galoppa, già difensore di Michele Misseri. Ha moderato Carlo Bollino, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. Erano presenti noti esponenti delle Istituzioni locali e l’evento è stato accreditato dall’Ordine degli Avvocati di Lecce quale “Evento formativo”. Formativo di che? Se erano presenti tutti coloro che sono protagonisti della vicenda ed allo stesso tempo sono ospiti pagati dei talk show.

Non si può fare altro che rilevare un fatto: quella vicenda, da reale qual è, è stata trasformata in un feuilleton in cui tutti hanno parola – presunti assassini ed altrettanto presunti esperti in primis – tranne lei, la vittima. Sarah Scazzi è diventata un feticcio, pretesto dimenticato per dare il via a un «giallo» che prosegue a suon di confessioni, ritrattazioni, profferte, forse anche di intimidazioni. Invece qui il cadavere non è partorito della mente di uno scrittore o presunto tale. Quel cadavere apparteneva a una ragazzina che, in un giorno d’estate, esce di casa per andare al mare e invece va a morire assassinata poche centinaia di metri più in là.

Intanto Michele Misseri perde un fratello. Infatti il 2 giugno 2012 è morto Salvatore Misseri, marito di Maria De Santis, cognata di Michele Misseri, la quale ha dichiarato il 15 maggio che ricevette la visita di Cosima Serrano, accusata insieme alla figlia Sabrina Misseri dell'omicidio di Sarah Scazzi, e la donna le disse che in paese circolava la voce di un suo imminente arresto. Maria De Santis, messa a confronto con la farmacista Maria Rosaria Carrozzo, ha poi aggiunto di aver sentito, mentre faceva la spesa, due donne che parlavano tra di loro e dicevano che «Sarah l'avevano fatta pure vomitare».

Ed ancora si ha conoscenza che c’è un’intercettazione ambientale tra Michele Misseri e sua moglie Cosima Serrano che secondo la pubblica accusa del processo Scazzi quantunque tardivamente ritiene merita di essere risentita e interpretata. Questo è emerso nella sedicesima udienza in Corte d’assise che vede alla sbarra Sabrina Misseri e la madre Cosima, accusate di avere ucciso la quindicenne Sarah Scazzi, loro parente. Si tratta del colloquio catturato da una cimice montata sulla Opel Astra con cui il 6 ottobre del 2010 i coniugi Misseri si recarono a Taranto per essere interrogati. Fu l’ultimo interrogatorio per il contadino che confessò l’omicidio, poi ritrattato con la chiamata in reità della figlia. Durante quel viaggio, secondo quanto si è appreso in sede dibattimentale, Cosima Serrano avrebbe suggerito al marito le cose da dire agli inquirenti. Un aspetto che in un primo momento sarebbe sfuggito ai pubblici ministeri Pietro Argentino e Mariano Buccoliero, che hanno chiesto la trascrizione integrale della conversazione e la relativa acquisizione agli atti della Corte. E poi il reality show continua…"Cara Sabrina [...] non sono stato un buon padre per quello che ti ho fatto" - scrive il contadino di Avetrana in data 23 Aprile 2012 - "ed è giusto che tu mi punisca. Solo un bastardo di padre può farti quello che ti ho fatto io". E il senso di colpa si unisce alla disperazione: "Io maledico il giorno che mia madre mi ha messo al mondo [...] Quando vengo a Taranto e vedo te e la mamma sento come un piombo allo stomaco". Alla moglie, invece, parla di Sarah: "Io l'angelo biondo non l'ho sfiorato con un dito ed è sbagliato dire che ho abusato di lei [...] solo Dio sa cosa è veramente successo quel 26 agosto". E, nella lettera che riporta la data del 29 Aprile scorso, il contadino usa parole più dure: "Una sera vorrei addormentarmi senza risvegliarmi più, perchè sono stanco di vivere [...] qualche volta mi viene voglia di fare una strage". E sulle missive intime dei protagonisti la solita stampa pubblica ciò che non sarebbe mai potuto essere pubblicato. Senza lavoro e stressato dai turisti e dai curiosi che visitano la sua casa ad Avetrana, Michele Misseri sbotta: "Qualche volta mi viene di fare una strage". E' un passaggio della lettera che lo zio di Sarah Scazzi scrive alla figlia Sabrina e alla moglie Cosima Serrano in carcere con l'accusa di aver ucciso la ragazzina di 15 anni il 26 agosto 2010. Nella missiva, presentata da Tgcom24 e datata domenica 29 aprile 2012, Misseri ripete di "portare tre pesi troppo pesanti per lui". Poi lo sfogo: "Ci mancavano i turisti a rompermi i coglioni,  qualche volta mi viene di fare una strage". Altre parole questa volta scritte dalla stessa Sabrina e risalenti al 27 settembre del 2010, trenta giorni dopo la scomparsa delle cugina Sarah e prima del ritrovamento del suo cadavere nel pozzo di Contrada Mosca, con il padre Michele autoaccusatosi e poi scagionato dagli inquirenti. La ragazza scrive alcuni sms all'amico Leonardo De Falco, tra le 13.32 e le 14.05. Frasi brevi, spezzate, buttate giù di getto. Quasi un flusso di coscienza i cui contorni non sono chiarissimi. Sabrina confessa di stare male, di essere depressa per quanto accaduto alla cugina. "Io non voglio più andare avanti vorrei tanto andare a letto a dormire e non svegliarmi più, odio la sofferenza sono realista per me non ha più senso, ogni cosa che faccio mi ricorda Sarah". E ancora: "Ho la rabbia, incominciando i gattini, poi il cane dopo 8 anni Sarah e per finire ora è morta la gatta preferita mia e di Sarah". Il contesto è quello di un periodo nero, sfortunato, culminato con la probabile disgrazia accaduta alla giovanissima cugina. Quindi l'ultimo sms, il più criptico: "Io non credo di riuscire a vivere bene con questo senso di colpa. Quel maledetto giorno, nessuno mi farà cambiare idea su sta cosa…". Il 27 settembre del 2010, quando Sarah Scazzi era scomparsa da un mese, sua cugina Sabrina Misseri scambiò 17 sms con il suo amico Leonardo De Falco. Lo scrive Nazareno Dinoi sul “Corriere della Sera”, spiegando che lo scambio di messaggi durò 33 minuti, dalle 13.32 alle 14.05. Dinoi ne riporta una parte. Il più significativo è probabilmente il seguente: «Io non voglio più andare avanti vorrei tanto andare a letto a dormire e non svegliarmi più, odio la sofferenza sono realista per me non ha più senso, ogni cosa che faccio mi ricorda Sarah». All’epoca il corpo senza vita di Sarah non era stato ancora ritrovato. Ecco altri sms riportati da Dinoi. Sabrina: «Ho la rabbia, incominciando i gattini, poi il cane dopo 8 anni Sarah e per finire ora è morta la gatta preferita mia e di Sarah». Ancora Sabrina: «Non credo proprio – scrive – è dal 98 che è iniziato con la morte di mio zio e pian piano ogni anno sempre di più, quest’anno proprio… 1 mese prima dalla scomparsa di Sarah ha fatto l’incidente la madre quasi miracolata. Più si va avanti più divento debole vorrei essere forte ma non ce la faccio». Dinoi spiega che l’amico cercava di consolare Sabrina, ma lei continuava: «Ho rabbia, odio, tu non puoi immaginare quello che mi sta frulla per la testa». Quindi Leonardo: «Così ti fai male da sola, non penso che Sarah ti voleva vedere così». Sabrina poi si sarebbe lasciata andare: «io non credo di riuscire a vivere bene con questo senso di colpa. Quel maledetto giorno, nessuno mi farà cambiare idea su sta cosa…». A questo punto, scrive Dinoi, Leonardo avrebbe chiesto: «Ma che colpa hai? Perché dici ste cose?». E a queste domande, conclude il giornalista, Sabrina non avrebbe mai risposto. L'amico le chiede di cosa stia parlando, ma Sabrina non risponde. il solito Nazareno Dinoi pubblica su “La voce di Manduria” il sunto della corrispondenza tra Michele e sua moglie Cosima. Corrispondenza che avrebbe dovuto rimanere segreta. «Ci mancavano anche i turisti a rompermi i coglioni, qualche volta mi viene di fare una strage … certo spero che tutto questo non avvenga …però che Dio ci aiuti». Michele Misseri continua a scrivere e lancia preoccupanti segnali di nervosismo nei confronti di chi lo circonda. Denuncia il suo stato d’animo in una lettera inviata alla moglie Cosima Serrano, in carcere con la figlia Sabrina accusate entrambe di avere ucciso la loro parente Sarah Scazzi. Nella missiva che porta la data del 29 aprile 2012, il contadino di Avetrana si lamenta della solitudine e si dice stanco della vita. «Mi manchi tanto sia tu che Sabrina — fa sapere Misseri nel suo italiano molto incerto — e vorrei che una sera io mi addormentassi e che non mi svegliavo più perché sono stanco di vivere». Nel resto della lettera lo zio di Sarah Scazzi si trasforma nel coniuge premuroso di sempre che informa la consorte dei lavori in campagna («il prossimo anno ci sarà molta uva, poi ti farò sapere … i fagiolini che avevo piantato sono nati tutti spero che non secchino senz’acqua»); delle difficoltà economiche dovute alla mancanza di lavoro («non ci sono soldi e nemmeno un po’ di lavoro per colpa degli avetranesi che sono andati da quella persona per non farmi lavorare»); e dei piccoli episodi domestici («le robe me le lavo a mano perché la lavatrice si è rotta ed ho riempito le fioriere di terra ma quest’anno anche i fiori sono tristi»). In un’altra lettera scritta sempre ad aprile scorso, Michele Misseri smentisce le sue presunte avance sessuali sulla cognata Salvatora Serrano quando questa aveva quattordici anni. «Io non ricordo di aver fatto questo e poi — scrive — tua sorella nel 1992 è venuta in Germania … e io non l’ho sfiorata nemmeno con un dito, con certe persone è meglio stare alla larga». Il 23 aprile Misseri scrive alla figlia Sabrina. «Lo so che non sono più un buon padre per quello che ti ho fatto … solo un bastardo di un padre può fare questo però non è stata colpa solo mia perché già dall’inizio non mi hanno voluto credere». Il contadino se la prende ancora una volta con il suo ex avvocato («mi ha raccontato tante balle e io come un fesso ci ho creduto») e chiude la lettera descrivendo il dolore che prova nel vedere lei e la moglie dietro le sbarre. «Quando vengo a Taranto e ti guardo sia a te che a tua madre (durante le udienze del processo), mi viene un blocco allo stomaco. Certo non è colpa vostra è solo colpa mia e per questa colpa non avrò pace per tutta la mia vita e non ci posso fare niente».

Non solo giornalisti fruitori di veline giudiziarie o forensi. Da Brindisi ad Avetrana, anche giornalisti predatori di Facebook. Cronisti voyeristi che saccheggiano impunemente foto e commenti delle vittime sui social network. Occorrono sanzioni precise per chi viola la privacy. Hai voglia a sgolarsi dice Pino Bruno su Globalist.it. Cogne, Avetrana, Brembate di Sopra e altre location di delitti atroci - e Brindisi purtroppo non sarà l'ultima - sono ormai entrate in circolo. Viaggiano nel sangue e nelle viscere dei voyer travestiti da cronisti. Ci mancavano i predatori dei profili Facebook, che saccheggiano impunemente foto, commenti, filmati depositati lì dalle vittime per tutt'altri scopi. Hai voglia a sgolarti, caro Enzo Iacopino, che puntualmente e giustamente da presidente richiami all'Ordine (dei giornalisti) i profanatori. Ha voglia a sgolarsi, gentile Garante della Privacy, che raccomanda "particolare responsabilità e sensibilità nell'utilizzare foto messe in rete dagli stessi ragazzi per condividere momenti della loro vita". "Troppe foto di minori - scrive Iacopino - sono state pubblicate. Troppe trasmissioni messe in onda per chiedere ai parenti delle vittime che cosa provassero mentre i loro figli erano in rianimazione o in terapia intensiva. Sono certo - aggiunge il presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti - che non ci sarà bisogno di aspettare che la competente autorità ci richiami al senso del dovere (come in circa 400 casi ha dovuto fare per la vicenda di Avetrana) e che, in spirito di collaborazione, ci saranno interventi rigorosi e pubblici da parte di tutti gli Ordini regionali". E già, perché non basta indignarsi, non è sufficiente invocare il rispetto delle carte deontologiche che pure i giornalisti hanno e dovrebbero conoscere e rispettare. Servono procedimenti disciplinari e sanzioni adeguate, ove fossero accertate le violazioni. Da Cogne ad Avetrana a Brindisi assistiamo a una pericolosa escalation. Dai cronisti citofonatori, dai giornalisti del "cosa prova?" e del "come ci si sente?" siamo passati agli assaltatori col microfono, ai molestatori di minorenni, agli sciacalli da barella ospedaliera, ai saccheggiatori di profili Facebook. Un punto fermo dobbiamo metterlo, dai grandi giornali e televisioni ai piccoli siti internet. Sarà la stampa, bellezza, ma non si vedono in giro Humphrey Bogart, mentre i Dracula abbondano.

Quindi: chi sono gli sciacalli?

Melissa è stata uccisa il 19 maggio davanti la scuola Morvillo Falcone di Brindisi. L'eco della bomba che il 19 maggio ha ucciso Melissa Bassi nell'attentato di Brindisi risuona ancora. Sui media sono state pubblicate fotografie, video, pezzi di vita di una ragazza scomparsa troppo presto, ancora minorenne. Fino al filmato della sua prima comunione, mandato in onda qualche settimana fa su TgCom24. Liturgia identica a quella dedicata a Sarah Scazzi. Per l'osservatorio sul giornalismo di ValigiaBlu questo esula dal diritto di cronaca. Resta un atto senza rispetto di un dolore privato, familiare, e supera i confini del giornalismo. L'associazione si è quindi appellata al Garante per la privacy e all'Ordine dei Giornalisti lombardo. Che invece ha risposto e deliberato: trasmettere il video è un atto lecito "per ricordarla". Nel servizio del TgCom24, intitolato "Le immagini più belle", si vede la vittima quando era ancora piccola, presumibilmente alla prima comunione, insieme a lei ci sono anche altri minori. Il video è anticipato da una pubblicità. "E' diritto di cronaca?", si chiedono in una lettera pubblicata sul sito di ValigiaBlu, Bruno Saetta e Arianna Ciccone. "Sentiamo il bisogno di attivarci perché le istituzioni prendano in un modo o nell'altro una posizione su come debbano essere trattate in rete le fattezze dei minori coinvolti quale vittima in eventi tragici". E il Consiglio dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, riunito nella seduta del 24 maggio 2012, "dopo attenta valutazione di ogni elemento raccolto", ha riscritto. E deliberato l'archiviazione del procedimento in oggetto. "Questo Consiglio, visionato il video, ha verificato preliminarmente che chi lo ha messo in onda ha avuto cura, quanto meno, di schermare il viso degli altri bambini ripresi. Quanto alla violazione delle norme a tutela dei minori, questo Consiglio rileva, innanzitutto, che molte immagini di Melissa Bassi adolescente sono state pubblicate su tutti i mezzi di informazione dopo la sua tragica morte", si legge nella lettera di risposta. Così "il Consiglio ritiene che le immagini di Melissa Bassi bambina, pur non essendo strettamente attinenti al drammatico fatto di cronaca nel quale ella è rimasta coinvolta, siano uno strumento per ricordarla e per celebrarne la memoria. Ritiene, pertanto, di non dover irrogare sanzioni a chi tali immagini ha reso pubbliche pur stigmatizzando come inopportuno e di cattivo gusto il fatto che il video di Melissa Bassi bambina sia preceduto da un video pubblicitario. Questo Consiglio reputa che non si debbano formulare rilievi disciplinari a carico del giornalista Mario Giordano", conclude la lettera. A differenza di quello della Lombardia, il Consiglio regionale dell'Ordine dei giornalisti di Puglia, nel frattempo, alla luce degli stessi fatti relativi alla tragedia della scuola Morvillo Falcone di Brindisi, ha avviato l'esame di eventuali violazioni deontologiche da parte dei suoi iscritti e ha già aperto tre procedimenti disciplinari che saranno affrontati secondo le modalità e i tempi previsti dalle norme. "Eventuali violazioni compiute da giornalisti non iscritti in Puglia saranno, come stabilito dalla legge, segnalate agli Ordini regionali competenti. L'analisi dei servizi giornalistici trasmessi (web, radio, televisione e carta stampata) proseguirà nelle prossime settimane", si legge sul sito dell'Ordine che invita a inviare eventuali segnalazioni alla sua mail ufficiale. "Sostenere che le immagini siano un modo per ricordare Melissa e celebrare la memoria è un'ipocrisia imbarazzante", conclude Arianna Ciccone sul sito dell'associazione ValigiaBlu discostandosi dalla risposta dell'Ordine lombardo, "il giornalismo non ha di certo questo ruolo e per ricordare e celebrare la memoria basta una foto". “Voi delle tv speculate, ora state zitti e ascoltate”. E’ uno degli appelli scritti su un cartellone esposto sul palco di piazza della Vittoria a Brindisi il 26 maggio 2012 dove si è tenuta la manifestazione promossa dagli studenti ad una settimana dall’attentato alla scuola Morvillo-Falcone in cui è morta una studentessa. Altre cinque sono rimaste ferite. Negli interventi che si sono susseguiti sul palco, alcuni giovani hanno anche criticato i mass-media e in particolare le televisioni che “in questi giorni hanno speculato sul dolore”. “La notizia oggi non è il dolore, non è la morte di una persona - ha detto una ragazza dal palco - ma è che noi ci siamo svegliati, non ci importa se è stata la mafia, il terrorismo o un pazzo, a noi non interessa, noi non vogliamo più stare in silenzio e non vogliamo avere paura. La soluzione non è restare a casa ma ritornare a scuola, riprendere i nostri libri e cambiare questa cultura della violenza che ha ucciso Melissa”. Gli studenti hanno poi invitato le televisioni a smetterla di intervistare i mafiosi perchè “noi non vogliamo – hanno detto – l’aiuto della Sacra corona unita perchè respingiamo la loro cultura di violenza e di illegalità”.

Tanto tuonò che alla fine piovve, così il detto popolare spiega bene l’influenza negativa che i media infliggono ai cittadini. Il turismo dell’orrore che non si ferma dinnanzi a niente, nemmeno al terremoto che dal 20 maggio 2012 ha afflitto l’Emilia. I turisti del disastro in Emilia: scattano foto ai terremotati. Fotografi e videomaker improvvisati sul luogo del disastro. Insorgono le vittime del sisma: rispettate il nostro dolore. Sfilano uno dopo l’altro, muniti di telecamera e macchina fotografica. A Mirandola, a Cavezzo, a Novi di Modena; da una parte ci sono loro, i curiosi, e dall’altra chi ha perso tutto. Mentre i terremotati, casco in testa e busta in mano, aspettano di poter entrare nelle loro case per cercare di recuperare qualcosa, i curiosi cercano l’inquadratura migliore. Arrivano in auto o in moto nei luoghi violentati dal sisma; parcheggiano, fotografano, commentano e poi tornano a casa, come se fosse una gita fuori porta, in una domenica qualsiasi. Mi chiedo che emozione si possa provare a speculare sul dolore degli altri, in cambio di una foto da esibire a parenti e amici che dimostri la propria (inutile) presenza sul luogo del disastro. Gli sciacalli della sofferenza altrui ci sono sempre stati. I turisti del disastro sono in agguato anche in Emilia Romagna: videomaker in cerca di emozioni, fotografi improvvisati, semplici personaggi di passaggio con iPhone, pronti a sparare decine di clic sui terremotati disperati, sulle loro case distrutte. E tutto ciò senza essere mossi dal minimo desiderio di cronaca. “Turista fotografico, le foto valle a fare a casa tua”: è il cartello comparso a Finale Emilia accanto a un giardino pubblico dove diversi sfollati hanno collocato la loro tenda da campeggio. A questo si aggiunge il problema degli sciacalli da sisma, sempre attivi, pronti a truffare soprattutto gli anziani: con la scusa dei controlli post-terremoto entrano in casa e arraffano quel che possono. Forze dell'ordine già in allerta per individuare e arrestare gli odiosi protagonisti di queste truffe. Accadde a Perugia, dopo l'omicidio di Meredith. Ad Avetrana con zio Misseri e la casa dei tragici misteri. E poi all'isola del Giglio, il disastro della Costa Concordia. C’erano a Cogne, per fotografare la villetta in cui fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi, ad Avetrana, teatro dell’omicidio della quattordicenne Sarah Scazzi e si sono visti anche sull’isola del Giglio, pronti a farsi immortalare con la nave inabissata sullo sfondo. Non importa se sotto quella nave c’erano ancora dei corpi da recuperare, l’importante era esserci e soprattutto farlo sapere agli altri. È pur vero che duemila anni fa Lucrezio nel De rerum natura scriveva di quanto fosse piacevole osservare dalla riva una nave che colasse a picco “e non perché rechi piacere che qualcuno si trovi a soffrire,/ma perché è dolce scorgere i mali di cui siamo liberi”. Ma allora il termine spettatore aveva ben altre connotazioni e quello del poeta latino era solo un esorcismo velato dalla poesia. Oggi la moltiplicazione degli schermi ha decretato il trionfo dell’apparire, dove la realtà prende corpo nella misura in cui è proiettata su uno schermo, anche quello limitato di una fotocamera digitale o di un telefonino. Perciò anche la tragedia diventa spettacolo fino a travolgere le percezioni, a rubare le emozioni, a snaturare il senso intrinseco degli eventi, spingendo alcuni a prendervi parte con solidale indifferenza. Di fronte a queste ripetute dimostrazioni d’imbecillità io, da essere umano, mi vergogno. E parafrasando Battiato, posso solo aggiungere che in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti del turismo dell’orrore.

Resoconto della giornata.

Sono 11 i testimoni citati dalla pubblica accusa.

Ore 10.30 – parla Giovanni Lamarca. «Il 7 ottobre Michele Misseri fu alloggiato in un cella d’isolamento e guardato a vista. Poi il 18 dicembre lo spostammo al primo piano, nella cella numero 10, dove fu recluso fino al 26 gennaio 2011. - Lo ha riferito Giovanni Lamarca, comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Taranto nel corso del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. - Un giorno prima, il 25 gennaio, un agente della sezione mentre faceva una normale ispezione – ha ricordato Lamarca - verificò che un detenuto, nella cella dove c'era anche Clemente Di Crescenzo, che faceva le pulizie nel corridoio, stava tagliando pagine di giornali e componendo delle lettere. Scoprimmo che stava scrivendo una missiva anonima con lettere ritagliate da giornali. Quel componimento fu sequestrato. Il giorno dopo – ha aggiunto il comandante delle guardie penitenziarie – decidemmo di fare una perquisizione accurata della cella e in tale occasione fu ritrovato aperto un quaderno di computisteria scritto non da quel detenuto, ma da Di Crescenzo, dove risultava più volte scritto il nome di Michele Misseri. Ci rendemmo contro che De Crescenzo aveva un diario delle conversazioni che aveva avuto in un mese e mezzo con Michele Misseri. Una specie di memoriale».

Ore 11.00 – parla Andrea Berti. Diciotto cinture, ritenute più interessanti tra quelle sequestrate dalla polizia giudiziaria nell’abitazione della famiglia Misseri, sono state analizzate dai carabinieri del Ris alla ricerca del Dna da comparare con quello degli indagati per l’omicidio di Sarah Scazzi. In alcuni casi sono state trovate tracce compatibili con il profilo genetico di Michele Misseri. Lo ha detto il maggiore Andrea Berti, ufficiale del Ris, nel corso della diciassettesima udienza del processo per l’omicidio della 15enne di Avetrana, uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto del 2010. Il maggiore Berti ha fatto presente che le cinture sono state divise in porzioni e analizzate separatamente con tampone. Sono stati compiuti accertamenti anche sul telefonino di Sarah Scazzi, che aveva la sim card inserita, una scheda di memoria Sd con batteria e un ciondolo composto da un lucchetto e una piccola lattina. Il maggiore ha aggiunto che il Reparto investigazioni scientifiche ha effettuati i rilievi sui pavimenti e sui muri della veranda, dell’ingresso, del corridoio e della cucina della villetta dei Misseri, in via Deledda, ma non in camera da letto. Sabrina Misseri, accusata insieme alla madre Cosima Serrano di aver ucciso Sarah Scazzi, ha pianto durante la deposizione dell’ufficiale del Ris.

Ore 11.30 – parla Giuseppe Finizia. Il cellulare di Sarah Scazzi presentava bruciature e aveva il display rotto, ma la scheda sim, estratta dal telefono e analizzata separatamente, era in uno stato di conservazione discreto e si potevano estrarre i dati. Lo ha riferito il maresciallo capo Giuseppe Finizia, del Ris di Roma, testimoniando al processo in Corte d’Assise per l’omicidio della quindicenne di Avetrana. «Il telefonino fu rimesso in funzione con una batteria nuova – ha sottolineato il maresciallo – e alla prima accensione sullo schermo apparve una foto di Sarah seduta in auto. Fu possibile estrarre liste di chiamate, messaggi in entrata e in uscita, una bozza di un messaggio non inviato. Anche dalla scheda di memoria furono estratti dati. Iniziammo – ha aggiunto il maresciallo del Ris – una collaborazione tecnica con l’azienda produttrice Vodafone. I messaggi erano contenuti nella memoria del telefonino e furono tutti recuperati».

Ore 12.00 – parla Cosimo Maggi. «La sera del 14 ottobre 2010 Michele Misseri rifiutò i farmaci perché diceva che il direttore doveva fare un sopralluogo e lui voleva rimanere vigile - Lo ha dichiarato l’infermiere del carcere di Taranto, Cosimo Maggi, testimoniando al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi in corso a Taranto. - Dovevo fargli firmare – ha aggiunto – una liberatoria, ma aspettai perché poteva cambiare idea. La mattina dopo non c’era più, era stato portato via. Anche la terapia della mattina non gli fu somministrata. Dopo questi episodi a Michele Misseri non fu più somministrata una delle due compresse prescritte. Se non ricordo male – ha fatto presente l’infermiere – fu sequestrato il diario clinico del detenuto. La terapia della mattina prevedeva un antidepressivo, quella della sera un ansiolitico.»

Ore 12.30 – parla Giovanni Primiani. Dopo Maggi ha testimoniato lo psichiatra del carcere Giovanni Primiani, il quale prescrisse una compressa di antidepressivo e un tranquillante. «Nel secondo colloquio, dopo pochi giorni, mi disse - ha detto Primiani - che aveva interrotto la terapia. Dal 5 novembre la interrompemmo perché non era nemmeno più consigliata e Michele Misseri aveva ripreso molte delle sue capacità». Lo psichiatra del carcere di Taranto, Giovanni Primiani, rispondendo ad una domanda di uno dei legali di Sabrina Misseri che gli chiedeva se Michele Misseri avesse mai detto di essere stato molestato, ha risposto che “qualcosa c’é stato. Mi fece delle confidenze, ma su questo episodio non posso rispondere. E’ una cosa molto personale”. Lo psichiatra non ha voluto aggiungere altro e si é avvalso del segreto professionale, rifiutandosi di rispondere ad alcune domande del pubblico ministero e dei legali degli imputati. Primiani ha fatto presente che Michele Misseri nei vari colloqui disse sempre di essere stato lui il responsabile, gli manifestò il proposito di volersi suicidare e non spiegò il motivo per il quale aveva accusato la figlia Sabrina. «Nel primo colloquio del 7 ottobre – ha detto il teste – Misseri mi raccontò qualcosa che era successo nel garage. Non rivelò perché la ragazza fosse presente. Mi disse che lui era lì perché non funzionava il trattore. Ad un certo punto comparve la nipote Sarah. Tra i due non si capisce bene cosa fosse successo. Successivamente - ha proseguito Primiani - reagendo a qualcosa che aveva detto lui, Sarah gli avrebbe dato un calcio e si sarebbe girata per andare via. In quel momento l’avrebbe aggredita. Poi le avrebbe legato al collo una corda appoggiata su un trattore o una motozappa. In seguito Misseri raccontò di aver portato il cadavere di Sarah in auto sotto un albero di fico che per lui rappresentava una ‘via crucis’. In passato – ha detto Primiani – il padre lo avrebbe bastonato proprio in quel luogo. Non ricordo se riferì di averla seppellita nelle vicinanze». Duro scontro verbale in aula, nel corso del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, tra il pubblico ministero Mariano Buccoliero e l’avvocato Roberto Borgogno, sostituto processuale dell’avv. Franco Coppi, uno dei due legali di Sabrina Misseri. Durante la deposizione dello psichiatra del carcere di Taranto Giovanni Primiani, Borgogno ha contestato alcune domande formulate dal magistrato, il quale a sua volta aveva messo in dubbio alcune dichiarazioni rilasciate in precedenza dall’infermiere del carcere Cosimo Maggi. «Lei – ha detto Borgogno, riferendosi al pm – sta intimidendo il teste. La smetta». Il rappresentante della pubblica accusa ha risposto in maniera stizzita. «Io parlo solo con il presidente della Corte d’Assise. Lei stia zitto». Il legale ha risposto a muso duro e ha minacciato di abbandonare l'aula. “Se continua così, me ne vado”. E il pm ha replicato: “Farebbe bene ad andarsene”. La situazione è stata ricomposta dal presidente della Corte d’Assise, Rina Trunfio. Nella sua deposizione, Primiani ha riferito, tra l’altro, che il dosaggio dei farmaci che furono somministrati a Michele Misseri poteva rallentare la sua funzione intellettiva, ma non la sua capacità di giudizio e di relazione. Nei colloqui in carcere Michele Misseri mi disse sempre di essere stato lui il responsabile non spiegando il motivo per cui avesse accusato la figlia. Su questo rimandò tutto al memoriale. Così lo psichiatra Giovanni Primiani, del Dipartimento di salute mentale della Asl di Taranto, consulente per il carcere della città jonica, durante la lunga deposizione al processo in Corte di Assise. Specie nella prima parte della sua permanenza in carcere Misseri "pensava spesso al suicidio", ha riferito Primiani. Verso aprile-maggio del 2011 Primiani consigliò “la sospensione della terapia perché la situazione era migliorata. Si muoveva bene, aveva ripreso le sue capacità”. Incalzato dalle domande prima dei pm ma soprattutto dei legali della parte civile sul motivo per il quale, durante i numerosi colloqui, non avesse ritenuto di approfondire nell'ambito della comprensione della situazione psichiatrica le ragioni per cui avesse accusato la figlia, ha detto che gli psichiatri solitamente non fanno domande "di tipo giuridico, per questo non ho ritenuto di doverle chiedere, né lui ne ha parlato". Inoltre ha riferito alla Corte che Michele Misseri "aveva paura che la moglie non lo perdonasse". E che negli ultimi tempi "non aveva un buon rapporto con la moglie tanto che dormiva su una sdraio". Infine ha spiegato anche che Michele gli ha riferito che "tra Sarah e Sabrina non c'era nessun problema" e che, "attraverso il ritrovamento del cellulare voleva essere scoperto".

Ore 14.30 – Parla Clemente De Crescenzo. Misseri ha poi ritrattato tutto, come è noto. Lo ha fatto anche in carcere. "Mi disse che lo avevano imbrogliato, lo avevano confuso e convinto ad accusare ingiustamente la figlia nel periodo in cui assumeva gli psicofarmaci". Così il detenuto Clemente Di Crescenzo riferendosi alle confidenze che gli avrebbe fatto in carcere lo zio di Sarah e che lui annotava su un diario. "Nei giorni delle festività natalizie del 2010 - ha precisato Di Crescenzo - mi chiamò mentre facevo le pulizie, era molto triste e mi disse che stava scrivendo alla figlia Sabrina perché l'aveva incolpata. Diceva che Galoppa e Bruzzone lo avevano convinto ad accusarla perché in questo modo sarebbe andato ai domiciliari in un convento a curare un orto e sarebbe uscito dopo due anni. Mi chiedeva anche in che modo poteva revocare l'avvocato Galoppa perché diceva che era stato il legale a creare il processo". Di Crescenzo ha appuntato le conversazioni che aveva con Misseri su un quaderno che fu sequestrato dagli agenti, una sorta di diario di cui ha raccontato in aula Giovanni Lamarca, comandante della Polizia penitenziaria del carcere di Taranto: "Abbiamo ritrovato aperto un quaderno di computisteria scritto da Di Crescenzo, dove risultava più volte scritto il nome di Michele Misseri. Ci rendemmo contro che De Crescenzo aveva un diario delle conversazioni che aveva avuto in un mese e mezzo con Michele Misseri. Una specie di memoriale". "Nei giorni delle festività natalizie mi chiamò Michele Misseri: era triste, stava scrivendo una lettera a Sabrina per dirle che gli dispiaceva, che era innocente e che l'aveva accusata perché era sotto l'influenza di farmaci prescrittigli dagli psichiatri. Mi disse che la dottoressa Bruzzone e, mi sembra, l'avvocato Galoppa lo avevano convinto, consigliandogli di 'accollare' tutto a Sabrina, perché lei era giovane". Lo ha detto Clemente Di Crescenzo, della provincia di Caserta, attualmente detenuto nel carcere di Taranto, a proposito del periodo in cui nel penitenziario si trovava anche Michele Misseri, il contadino di Avetrana. L'uomo ha deposto al processo in Corte di Assise per l'omicidio della 15enne Sarah Scazzi di Avetrana. "A te ti mandiamo nel convento con l'orticello' - avrebbero detto la consulente della difesa e il suo ex avvocato a Misseri - tua figlia esce tra due anni. Poi aggiunse che i farmaci lo avevano un poco rimbambito. Mi disse anche che voleva revocare l'avvocato, non aveva buona stima del suo avvocato, gliel'ha fatto lui il processo, l'avvocato gli consigliava come fare. Poi disse che Galoppa aveva riportato in tv cose che non aveva detto perchè Galoppa non credeva alla tesi di Michele". ''Mi disse che lo avevano imbrogliato, lo avevano confuso e convinto ad accusare ingiustamente la figlia nel periodo in cui assumeva gli psicofarmaci''. Lo ha dichiarato il detenuto Clemente Di Crescenzo riferendosi alle confidenze che gli avrebbe fatto in carcere Michele Misseri e che lui annotava su un diario. Il riferimento è al primo difensore di Michele Misseri, avv. Daniele Galoppa, e alla criminologa ingaggiata da Galoppa come consulente, Roberta Bruzzone.

Ore 15.15 – Parla Roberta Bruzzone. "Io non ho ucciso Sarah, ero sulla sdraio: è stata Sabrina. A quel punto chiamammo i magistrati". Così la consulente criminologa Roberta Bruzzone deponendo come testimone al processo davanti alla Corte di Assise del Tribunale di Taranto a proposito dell'incontro con Michele Misseri in carcere del 5 novembre 2010 quando lo ascoltò in qualità di consulente dell'ex avvocato Daniele Galoppa insieme a quest'ultimo. «Questa frase nacque quasi all'improvviso - ha proseguito - si stava parlando di Sarah genericamente. Gli chiedemmo se potevamo chiamare i magistrati. E lui disse di sì». Poi la dottoressa Bruzzone ha ricordato che "quella settimana successiva al 5 novembre Misseri in carcere non volle incontrare nessuno dei familiari". Fu la prima e unica volta. Sull'incidente probatorio "era perfettamente certo del suo significato e cioè ad esempio che sarebbero state presenti le controparti e la difesa della figlia. Ricordo che aveva paura fisicamente della figlia perché si raccomandò di avere una posizione protetta nella stanza". La criminologa ha negato di aver mai avanzato a Misseri scenari come quello di una sua scarcerazione in caso di 'scarico' della colpa sulla figlia e di una pena lieve per la figlia. "Gli ho solo chiesto di dire la verità non un percorso a rate con informazioni discordanti", ha detto. "Nessun sotterfugio. Non ho mai suggerito di fare riferimento a un gioco tra Sarah e Sabrina", poi finito male", ha concluso. Michele Misseri disse "effettivamente che subiva pressioni continue e questo lo aveva infastidito e preoccupato non poco. Così aveva ritenuto di vivere la settimana dell'incidente probatorio senza pressioni della famiglia, in particolare da parte della figlia Valentina e della moglie con le quali c'erano stati due incontri". Per questo Misseri presentò una "domandina alla direzione del carcere" per non incontrare i familiari. "Me lo disse in tutte le circostanze in cui ebbi modo di parlare con lui", ha aggiunto Bruzzone. Gli avvocati di Sabrina, quest'ultima presente in aula insieme alla madre Cosima Serrano (entrambe sono detenute con le accuse di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere), hanno fatto emergere la presunta contraddizione tra il ruolo di criminologa e quella di testimone e per il fatto di aver presentato una denuncia per calunnia e diffamazione nei confronti di Michele. "Ma io ho lasciato l'incarico il 4 febbraio del 2011", ha risposto, precisando di aver presentato la denuncia dopo la deposizione di Michele all'udienza preliminare nello scorso autunno 2011. In aula all'udienza erano presenti lo stesso Michele Misseri, imputato per concorso in soppressione di cadavere, e la madre di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo.

Ore 16.30 – parla Rosa Martino e Anna Licia Morleo. Con la deposizione della grafologa Rosa Martino, consulente del pubblico ministero, e di Anna Lucia Morleo, madre di un’amica di Sabrina Misseri, si è chiusa la diciassettesima udienza del processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. A deporre per ultima, dopo una seduta estenuante, è stata Anna Lucia Morleo, testimone citata dalla difesa di Sabrina Misseri, la cugina della vittima, quest'ultima detenuta insieme alla madre Cosima Serrano con le accuse di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Anna Lucia Morleo ha riferito di aver visto Sarah alle 11.30 del 26 agosto e che la 15enne indossava jeans e maglietta rosa. Altri testimoni avevano detto invece che Sarah quando uscì da casa la mattina aveva un completino (maglietta e pantaloncini) di colore nero. A parte una notevole discordanza rispetto a tutti gli altri testi sentiti finora sull'abbigliamento che Sarah indossava la mattina dell'omicidio, si è trattato di una deposizione favorevole alle imputate poiché la signora Morleo, vicina di casa della famiglia Misseri, ha sottolineato gli ottimi rapporti tra le due cugine. Le sue figlie sono amiche di Sabrina ma frequentavano anche Sarah, specie la più piccola. "Non ho saputo di nessun litigio di Sabrina e Sarah", ha detto tranne dopo "in tv". "Non ho saputo di alcuno screzio per via di Ivano Russo", ha aggiunto. Su questa deposizione, soprattutto sull'insistenza di alcune domande alla teste del pubblico ministero sulla possibilità che possa essersi confusa tra l'abbigliamento indossato dalla 15enne la mattina e quello del pomeriggio, si è accesa la protesta dell'avvocato della difesa, Roberto Borgogno. Peraltro quel pomeriggio la donna ha detto di essere passata con suo marito in auto per andare al mare, alle 13,50, intorno all'orario in cui Sarah, sarebbe arrivata a casa Misseri, trovando la morte.

Le prossime udienze sono state fissate dalla Corte al 19 giugno e al 3 luglio, in particolare quest'ultima sarà particolarmente importante poiché sono previste le testimonianze della sorella di Sabrina, Valentina Misseri, di Vanessa Cerra, la commessa del fioraio del famoso 'sogno', il marito di questa Giovanni Pucci e del medico legale che effettuò l'autopsia sul cadavere della vittima il professor Luigi Strada.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif19 giugno 18ª udienza

19 giugno. Diciottesima udienza. Parla Adolfo Semeraro e Cosimo Monopoli.

Le foto shock del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi sono state mostrate su schermo nell'aula di Corte d'Assise di Taranto nel corso della diciottesima udienza del processo per l'omicidio della quindicenne di Avetrana.

Ore 10:00 – Parla Il luogotenente Adolfo Semeraro, del Nucleo investigativo del comando provinciale di Taranto, che ha commentato le fasi del recupero del corpo, in un pozzo di contrada 'Mosca', e gli accertamenti compiuti la notte del 7 ottobre 2010. Dopo la prima proiezione delle foto, Concetta Serrano, la mamma di Sarah, è uscita dall'aula. Il luogotenente Semeraro ha sottolineato di essere arrivato in contrada Mosca intorno a mezzanotte e venti del 7 ottobre 2010 e di aver proceduto all'attività tecnica con foto e video. «Michele Misseri - ha riferito il teste - indicò il punto preciso dove si trovava il pozzo. Il punto di riferimento era un pezzo di legno fra un terreno e una piantagione. Alcuni militari procedettero alla rimozione del terriccio e degli arbusti e scavarono a mani nude. Diverse pietre coprivano il pozzo. A un certo punto si iniziò a scorgere il cadavere della ragazzina e calammo una telecamera per fare delle misurazioni. Le operazioni durarono tutta la notte». Nel pozzo si trovavano anche un laccio e una collana di cuoio con un ciondolo di scoiattolo. Il teste ha descritto inoltre le fasi del recupero dei vestiti bruciati di Sarah e della batteria del cellulare della 15enne e l'attività tecnica compiuta sui compressori del garage di casa Misseri.

ORE 13:17 – Chiesta l’acquisizione delle ultime lettere di Michele Misseri. Il pubblico ministero Mariano Buccoliero ha chiesto alla Corte d’Assise di Taranto l'acquisizione di cinque lettere di Michele Misseri pubblicate nell’aprile 2012 sul sito del Tgcom, una intervista rilasciata da Sabrina Misseri l’8 ottobre del 2010 alla trasmissione “Chi l'ha visto?” e un’altra intervista rilasciata da Michele Misseri l'8 maggio 2012 a “Porta a Porta”.

ORE 13:30 – Parla il brigadiere Cosimo Monopoli, all’epoca dei fatti in servizio al comando provinciale di Taranto, che ha parlato degli accertamenti compiuti il 21 ottobre 2010 sulla porta che dall’appartamento di casa Misseri conduce al garage.

Il pm Buccoliero ha rinunciato all’audizione del brigadiere Cosimo Micera e dei marescialli Antonio Lovreglio, Paolo Tempesta e Francesco Damiano.

Nell’udienza del 3 luglio sono previste le deposizioni di Vanessa Cerra, Giovanni Tucci, del medico legale Luigi Strada, dell’ing. Cirino, di Lucia Pichierri e Valentina Misseri.

Per concludere bisogna soffermarsi su un aspetto di un’altra vicenda che dolente o volente è legata al caso di Sarah Scazzi.

Il 7 giugno 2012 alle ore 10.30 si è tenuta la Conferenza Provinciale Permanente presso la Prefettura di Taranto. E’ stato invitato il Presidente della Provincia di Taranto ed i sindaci delle maggiori città della provincia, tra cui Taranto. Sono state invitate le massime autorità cittadine, (polizia, carabinieri e Guardia di Finanza). Sono stati invitati i rappresentanti delle associazioni di categoria economica e sociale e di difesa del consumatore. E’ stato invitato il dr Antonio Giangrande, quale presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, iscritta presso la Prefettura di Taranto all’elenco antiracket ed antiusura. Il Prefetto ha aperto ed inoltrato i lavori con una sua relazione sui problemi della Comunità: crisi economica, instabilità e disagio sociale, rischio di usura.

L’Associazione Contro Tutte le Mafie è l’unica associazione nazionale antiracket ed antiusura, al contrario di “Libera” che è un coordinamento di Associazioni locali che spesso fanno capo alla CGIL. L’associazione Contro Tutte le Mafie è obbligata all’iscrizione territoriale in virtù dell’art. 1, comma 3, Decreto Ministro dell’Interno 24.10.2007, n. 220, ma di fatto, telematicamente, opera in tutto il territorio nazionale, assistendo tutti coloro che non vogliono o non possono rivolgersi ad un Front Office territoriale.

Il dr. Antonio Giangrande riguardo agli aspetti trattati dal Prefetto di Taranto ha comunicato ai presenti che, come presidente nazionale, quindi data la sua esperienza extraterritoriale, ha adottato alcune misure divulgabili ed adottabili da ogni ente governativo provinciale, per poterne usufruire ed apprezzare gli aspetti più utili.

L’Associazione Contro Tutte le Mafie:

con Tele Web Italia, la sua web tv nazionale, ospita tutte le web tv locali e dà visibilità gratuita al territorio ed alle aziende che ivi producono per superare la crisi di mercato o il pericolo di usura;

considerando che le vittime del racket e dell’usura non hanno bisogno di visibilità e non vogliono apparire per paura delle ritorsioni, ha predisposto sui suoi siti web associativi uno sportello telematico (VADEMECUM) affinchè le vittime, senza ausilio di intermediari, possano accedere agli strumenti di denuncia e di autotutela più adeguati, previa informazione senza filtri sui benefici di legge, questo perché gli sportelli antiracket aperti a Lecce, Taranto e Brindisi, od in altri posti, pur in apparenza utili, possono sembrare solo strumenti di propaganda politica e di speculazione economica per attingere ai progetti PON o POR;

ha invitato ad una collaborazione reale la Camera di Commercio e le associazioni di categoria attraverso l’accesso ai Cofidi o gli Interfidi per superare l’ostacolo della mancata fruizione di finanziamenti dalle banche, per evitare il fallimento delle aziende o l’accesso al mondo usuraio dei cittadini.

In virtù di tali atti e proposte inviate al Ministro dell’Interno, ai Sottosegretari ed a tutte le Prefetture d’Italia, quindi, si sperava in una collaborazione senza oneri per lo Stato e che non sia solo di stampo burocratico, con la creazione di un Pool informale tra il delegato dell’ufficio competente presso la Prefettura territoriale, con il responsabile della locale Camera di Commercio, Industria, Agricoltura ed Artigianato, in rappresentanza delle categorie sociali ed economiche, con il magistrato delegato ai reati specifici, con la presente associazione che telematicamente aiuta i bisognosi sul territorio a trovare una sponda istituzionale per risolvere i loro problemi. Insomma, noi abbiamo bisogno di avere un solo nome presso cui convogliare le innumerevoli richieste di aiuto, per ovviare altresì ai disservizi esistenti nel sistema. Quel nome istituzionale, territorialmente, deve garantire: procedibilità della denuncia fondata presentata; immediato accesso ai finanziamenti dei Cofidi e Statali od ai risarcimenti di legge; tempestiva interruzione dei procedimenti giudiziari esecutivi a carico dell’usurato denunciante.

Si proponeva quindi: visibilità mediatica agli strumenti di tutela e collaborazione tra gli attori sociali ed istituzionali. In questo modo si batte Racket ed Usura.

Silenzio assordante. Intanto il Prefetto di Taranto ha replicato che l’intervento non era in tema. Meno male che Giangrande, esperto anche di economia, non ha fatto cenno all’usura bancaria ed all’usura di Stato con i tassi ed emolumenti riconosciuti ad Equitalia; non ha fatto cenno alle cartelle pazze, non ha fatto cenno alle esecuzioni giudiziarie con mancato diritto di reciprocità: cioè le esecuzioni di Equitalia sono reali, quelle contro Equitalia sono bloccate. Certo non per colpa di Equitalia, ma dei parlamentari che approvano norme che dovrebbero rappresentare i cittadini e non i poteri forti.

Dalle prime battute, però, è stato chiaro che la conferenza a Taranto era solo incentrata, secondo l’intento di stabilire la pace sociale e garantire allo Stato ed agli statali i sovvenzionamenti, sul gettare acqua sul fuoco riguardo i rapporti burrascosi tra il sistema sociale ed economico con Equitalia, che, purtroppo sfocia in vessazioni e disservizi da una parte e suicidi dall’altra. L’esordio del Prefetto è stato: niente polemiche, se no tolgo la parola; per cui il susseguirsi degli interventi è stato sulla falsariga intimata. Gioco facile per i rappresentanti di Equitalia replicare alle inconsistenti contestazioni dicendo che si impegneranno ad aprire centri di ascolto ed ad ampliare e dilazionare le riscossioni. Troppo poco per le aspettative di alcune associazioni presenti, che magari avrebbero voluto parlare delle sofferenze dei loro iscritti. Bene per i soliti personaggi genuflessi che fanno del lisciare il pelo al potere la loro missione quotidiana, anziché tutelare i loro associati. Molto bene per Equitalia che si è sentita a casa sua, ospite tutelato, al di là dei suoi meriti. La conferenza è stata chiusa dal Prefetto, istituzione a difesa di altra istituzione Equitalia con capitale Inps ed Agenzia delle Entrate, con un invito a vittime e carnefici di morandiana memoria: stiamo uniti e niente polemica. Subisci e taci, direbbe qualcuno.

L’esasperazione contro lo “Stato canaglia”, che spreme i suoi cittadini per mantenersi e dare in cambio solo ingiustizia e disservizi, di chi emulando gli imprenditori che assaltano le sedi di Equitalia con il sostegno morale dei vessati contribuenti e con il risalto dei media, o il convincimento remoto di molti che pensano sia un bene mettere una bomba al Tribunale per farla pagare a giudici ed avvocati corrotti non può giustificare la morte di una ragazza innocente nel fiore dei suoi anni. Senza dimenticare cazzate dette intorno ad una vicenda dove avvoltoi di tutte le risme hanno strumentalizzato e speculato.

Il 9 giugno 2012 è scoppiato a piangere per Melissa, ma ha confermato tutto. E’ andato così, secondo il racconto del suo avvocato, l’interrogatorio durante l’udienza di convalida del fermo di Giovanni Vantaggiato, l’imprenditore 68enne di Copertino (in provincia di Lecce), accusato di aver compiuto l’attentato alla scuola di Brindisi nel quale è morta la studentessa di 16 anni Melissa Bassi e sono rimaste ferite in modo grave altre cinque ragazze. «Ha reso ulteriori particolari – ha spiegato l’avvocato Franco Orlando – ma sostanzialmente non è mutato assolutamente nulla. Rimane la sua confessione». Vantaggiato dinanzi al gip ha pianto ha però riferito Orlando: «L’interrogatorio è stato in alcuni momenti drammatico, il pensiero per la ragazza morta, per le ragazze rimaste ferite e in particolare un pensiero per la sua famiglia alla quale ovviamente rimane molto vicino». La prima frase sarebbe stata: “Chiedo perdono”. Il gip del tribunale di Lecce, Ines Casciaro, ha convalidato il fermo di Vantaggiato, ed ha emesso una ordinanza di custodia in carcere nei suoi confronti. Confermata l’ipotesi di reato di strage in concorso con finalità di terrorismo. Soprattutto Vantaggiato ha chiarito il movente: «Ho fatto un gesto dimostrativo perchè ho subito due truffe e perchè il fatturato negli ultimi anni è diminuito”. L’uomo ha specificato di non riuscire a sopportare l’idea di non dover essere risarcito da un suo cliente, Cosimo Parato, e da un fornitore di Avetrana, dai quali non ha ricevuto circa 400mila euro. I suoi affari, inoltre, avrebbero subito un forte ridimensionamento (da quattro a un milione di litri) da quando era cessato l’appalto con la Provincia per alcune scuole superiori di Brindisi, tra le quali proprio il professionale Morvillo. L’appalto era comunque cessato – a quanto si sa – nel 2003. A causa dei problemi economici, ha aggiunto Vantaggiato, ha dovuto ridurre da sei a una unità il personale della propria azienda e ha perso all’incirca il 70 per cento del fatturato. Inoltre sono emersi nuovi dettagli sulle modalità di realizzazione dell’innesco. Vantaggiato ha rivelato anche di aver fatto delle prove in campagna prima di trasportare, da solo, le bombole davanti all’ingresso della scuola nella notte tra il 18 e il 19 maggio 2012. L’uomo ha quindi negato di aver agito con la complicità di altre persone e ha dimostrato una notevole competenza in materia elettronica. Vantaggiato avrebbe trovato su un’enciclopedia – alla voce esplosivi – le istruzioni per miscelare la polvere pirica che ha poi versato nelle bombole che ha fatto esplodere davanti alla scuola.

La truffa da 342mila euro. Due sarebbero stati gli eventi diventati un incubo per Vantaggiato: prima di tutto la scoperta di assegni a vuoto per 342mila euro dopo aver rifornito di gasolio un imprenditore agricolo di Torre Santa Susanna, piccolo comune in provincia di Brindisi. Nel 2007 aveva venduto 700mila litri e passa di gasolio più un migliaio di benzina a Cosimo Parato mai immaginando di essere costretto a sporgere denuncia . “Tre anni di processo per niente”, avrebbero detto al gip perché se da un lato l’imputato (solo lui a fronte di quattro persone rinviate al giudizio del Tribunale) era stato riconosciuto colpevole, dall’altro non c’era stata alcuna provvisionale rispetto alla richiesta di risarcimento dei danni quantificata in 400mila euro, facendo soprattutto riferimento ad “ansie e preoccupazioni”. E’ quello che si legge nella richiesta di costituzione di parte civile, ammessa dal gip Valerio Fracassi. La sentenza è arrivata il 19 aprile 2012, quindi un mese prima dell’attentato. Vantaggiato avrebbe detto di aver pensato al processo civile ma quando ha avviato le pratiche avrebbe scoperto che in realtà c’era poco quanto niente da aggredire. “Dove e come potevo recuperare tutti quei soldi?”. Dopo il buco ci sarebbe stato un altro colpo: il mancato pagamento di un cliente di Avetrana, in provincia di Taranto. Nel frattempo anche gli appalti con le Pubbliche Amministrazioni sarebbero venuti meno, complice l’avvento del metano. E’ successo così con la Provincia di Brindisi che aveva assegnato alla sua ditta l’appalto per la fornitura di gasolio nelle scuole superiori, tra le quali figura anche il Morvillo-Falcone: in tre anni, dal 2001 al 2003, aveva incassato – a fronte di fatture emesse – la somma di tre miliardi e mezzo di lire.

L’attentato a Parato. Ce l’aveva con qualcuno in particolare? “No, con chi fa le leggi visto quello che mi è successo”, avrebbe risposto. Gli è stato chiesto se fosse stato lui a organizzare e ad eseguire l’attentato ai danni di Cosimo Parato, praticamente vivo per miracolo dopo l’esplosione che avvenne la domenica mattina del 24 febbraio 2008 davanti all’ingresso della palazzina in cui risiede, a Torre. “No, non sono stato io, non c’entro niente”. Vantaggiato ha insisto: “E’ la legge il problema”. Poi ha voluto precisare: “Io non appartengo a organizzazioni criminali o terroristiche e la politica non c’entra niente”. Ma allora per quale motivo da Copertino è arrivato a Brindisi e si fermato proprio davanti all’ingresso di una scuola? La risposta è stata impressionante: “A Lecce non ci potevo andare, sono di quelle parti, Bari è troppo lontana, Brindisi è vicina: ci sono arrivato facilmente e poi me ne sono andato”. Perché il Morvillo? Perché sarebbe stato il primo luogo che ha visto e ha ritenuto idoneo per posizionare il cassonetto con le tre bombole di gas, una volta arrivato nel capoluogo, appena superato l’incrocio del ponte del rione Sant’Angelo dove è stato “visto” dalle telecamere dei semafori. E’ stato immortalato la mattina del 19 maggio, in un orario “compatibile” con l’attentato: arrivo alle 7, strage alle 7,42, strada del ritorno imboccata due minuti dopo. E quella del 5 maggio, un sabato, alla stessa ora: in questo caso a incastrarlo c’è stata anche una telefonata che ha permesso di stabilire la presenza nella zona della scuola essendo stata agganciata la cella telefonica che serve il Morvillo.

L’orrore non ha bisogno di grandi strategie. «Bari era troppo lontana, a Lecce rischiavo di essere riconosciuto. Ho scelto Brindisi perché sta a metà strada. E poi è un centro abbastanza grande. E io volevo fare un gesto dimostrativo, qualcosa di eclatante». È andata così, banalmente. Seguendo un filo logico di bassa praticità, con gli occhi sempre chiusi sulle conseguenze. «Non ho nulla contro l’Istituto Morvillo Falcone. Ho scelto quella zona dopo un sopralluogo. Ci arrivi in due minuti e in due minuti te ne vai, con rapido accesso alla superstrada. La via è abbastanza buia, quindi si prestava a mettere le bombole e collegare l’innesco». Povera Melissa Bassi, al momento sbagliato nel punto sbagliato, al centro del delirio vendicativo di un uomo meticoloso. Così meticoloso che dal carcere ha dato disposizione alla moglie di far sparire alcuni documenti. I poliziotti, che ovviamente hanno intercettato la lettera, sono andati a sequestrarli. Un tipo indecifrabile, Giovanni Vantaggiato. Alle 9 di mattina del 9 giugno 2012 si è presentato davanti al gip Ines Casciaro per l’udienza di convalida, ed è scoppiato a piangere: «Mi metto in ginocchio - ha detto all’inizio - chiedo perdono ai genitori della bambina. Gli scriverò. Chiedo perdono anche alla mia famiglia. Della mia vita non mi importa più nulla». Gli hanno detto di calmarsi, lo hanno fatto sedere. Poi, nell’aula all’interno del carcere di Lecce, hanno iniziato a tempestarlo delle stesse domande che tutta Italia si sta facendo da tre settimane. Perché? «Perché mi hanno rubato due volte i mezzi. Perché ho dovuto sottostare a un’estorsione. Perché me li hanno incendiati, con un danno da 50 mila euro. Per quel bidone da 345 mila euro che mi ha rifilato Cosimo Parato di Torre Santa Susanna e un’altra truffa da 120 mila euro da un fornitore di Avetrana. Ero esasperato». «Lei ce l’ha con i giudici?», gli ha domandato il gip. «No, sono le leggi che sono sbagliate. Se ci fossero leggi migliori, non mi sarei ridotto così. Ho fatto tre anni di processo e ho ottenuto nulla. Le leggi non tutelano i commercianti». Tre ore di verbale. Con un altro momento di pianto a singhiozzi, che costringe a un’interruzione. «Ci stavo pensando da Natale. Ho comprato i telecomandi, un manuale di chimica, 30 chili di polvere pirica. Ho fatto tutto io, tutto da solo». Non è stato un giorno di ordinaria follia. Ma un pensiero cullato a lungo, preparato con perseveranza. «Fra febbraio e marzo, per tre volte ho sperimentato la funzionalità dell’ordigno che stavo costruendo. Sono andato in una strada di campagna, dalle parti di Copertino. Tutto il circuito deve girare a 12 volt, volevo essere sicuro che la batteria non si bruciasse». Ma perché ha scelto proprio il 19 maggio per piazzare la bomba? «Perché prima la pioggia avrebbe potuto rovinare tutto». Ed ecco gli attimi terribili che precedono la strage: «L’innesco non partiva. Continuavo a schiacciare. È passato più di un minuto. Poi ho visto la fiammata, ho girato le spalle e me ne sono andato. Io non volevo uccidere, lo giuro. Non doveva andare così». Hanno chiesto a Vantaggiato del libro sequestrato a casa sua, «Manuale del Guerriero della Luce»: «Paolo Coelho? Chi è? Un mio cliente? Non lo conosco. No, non è mio quel libro. Io leggo riviste nautiche e cruciverba». Gli hanno chiesto della bomba gemella, esplosa nel 2008 a Torre Santa Susanna, che ha ferito il «nemico» Cosimo Parato: «Non sono stato io». Gli hanno domandato cosa abbia pensato rivedendosi nel video ripreso dalle telecamere di un chiosco, la mattina della strage: «Ho sperato che non succedesse nulla, perché l’immagine non era buona». Quanto al peso della morte, al dolore provocato, ha detto: «Ho cercato di non pensarci». Il gip: «Come ha passato la giornata, dopo aver messo la bomba davanti alla scuola?». Giovanni Vantaggiato: «Sono andato a lucidare la mia barca».

Non ce l’ha con i giudici, «ma con chi scrive le leggi. Se fossero migliori, non sarei così esasperato». Era «frustrato» per aver subito due truffe ed estorsioni senza risarcimento. E perché colpire la scuola, in quel punto? «Volevo un gesto eclatante e lì “ci entravo comodo” (ci arrivavo bene) da Lecce. Conoscevo l’istituto poiché ci portavamo il gasolio, ma mo’ non più». E ha cominciato a preparare l’ordigno «da Natale», facendo «tre prove». Anche se quella mattina l’innesco si è inceppato, «ho dovuto schiacciare tre volte». Complici? «No, lo giuro sui miei nipoti».  In tre ore d’interrogatorio per la convalida del fermo l’Unabomber del Salento, Giovanni Vantaggiato, circoscrive il movente alla rabbia per il crollo degli affari e a vari contenziosi andati male; e fa capire che la “Morvillo Falcone” è stata scelta perché comoda sul piano logistico e vicino al tribunale che frequentava con insofferenza. Prova anche a piangere: «Mi butto in ginocchio, chiedo perdono ai parenti della bambina (Melissa), voglio scrivere loro una lettera». Ma allora, ce lo vuole dire perché la bomba? Sono le 8.40 quando il gip, e con lei i pm Guglielmo Cataldi e Milto De Nozza, chiede al killer di spiegare. È il secondo interrogatorio ufficiale. E fa caldo, dentro il carcere di Borgo San Nicola. Vantaggiato si asciuga la fronte con una manica, quindi parte a razzo: «Sono esasperato dai problemi nella mia attività. Mi hanno rubato due volte i mezzi con il cavallo di ritorno (si paga per riaverli, di fatto un’estorsione)… una volta me li hanno incendiati, ho avuto un danno in casa da 50 mila euro, una truffa ad Avetrana da 70 mila, gasolio non pagato. Poi sono stato raggirato da Cosimo Parato». È, quest’ultimo, l’agricoltore di Torre Santa Susanna che gli ha fatto un “bidone” da 342 mila euro, saldando, nel 2007, 700 mila litri di combustibile con assegni scoperti. «Pensare che gli fece da garante un maresciallo dei carabinieri, Fiorita, nemmeno di loro ci si può fidare». Parla del processo contro Parato dopo la sua denuncia: «Quello è stato condannato, ma adesso che dovevamo avere la causa civile per i danni si è venduto tutto. Ho avuto tre anni di processo e nulla, non è tutelato chi fa il commercio… gli affari sono scesi del 70% con la metanizzazione delle scuole, per le quali avevo l’appalto di fornitura del gasolio da riscaldamento. Prima vendevo 4 milioni di litri l’anno, ora solo uno; avevo sei dipendenti, ne è rimasto uno. E quando devi utilizzare i risparmi per pagare i debiti, vuol dire che le cose vanno male». Il pm De Nozza lo interrompe: «Gliel’hai messa tu nel 2008 la bomba a Parato (che ferì gravemente l’agricoltore)?». «Assolutamente no». Poi torna sul possibile bersaglio. «Ma allora ce l’hai con i giudici, con il tribunale?». «No, con chi scrive le leggi. Fossero migliori, non sarei ridotto così». «Ho iniziato a mettere le cose da parte a Natale, non ho usato solo polvere pirica (come aveva detto la notte in cui fu fermato), ma un composto con solventi chimici, la miscela l’ho creata io». Però. «Dovevo provare la funzionalità. Il circuito è fatto apposta e deve girare a dodici volt, volevo essere sicuro che la batteria non si bruciasse. Ho fatto tre prove, in campagna. Mettevo un pochino di polvere, provavo e se c’era la fiammata voleva dire che funzionava. Ci ho lasciato tre batterie così. Ho sottovalutato la potenza, non volevo uccidere». «Sei bravo a fare ‘ste cose», le parole dei pm: «Non è che sono bravo, ho trovato su un enciclopedia, su un manuale, le istruzioni per miscelare la polvere». E quel libro di Paulo Coelho, il Manuale del guerriero della luce sul suo comodino con appuntata la frase “agire subito”? «Chi è Coelho, un cliente? Io leggo solo riviste di nautica e mi piacciono i cruciverba». Il gip chiede: possibile fosse solo?. «Lo giuro sulla cosa più cara che ho, i miei nipotini». Come già era accaduto, usa una volta la prima persona plurale: «Abb…, no, volevo dire ho caricato…so di aver fatto del male, anche alla mia famiglia. Ma loro non c’entrano nulla». L’epilogo è ricostruito meccanicamente: «Volevo fare un gesto eclatante; Bari mi sembrava troppo lontana, a Lecce avevo paura di essere riconosciuto; a Brindisi, e soprattutto lì, ci arrivi comodo. Dall’autostrada sono due minuti e te ne vai in fretta». I pm: «Ma allora ce l’hai con la scuola? «No, anche se la rifornivo fino a qualche anno fa: ci andava un autista. L’ho scelta perché era un posto abbastanza buio per mettere la bomba». Perché quel giorno? «Prima c’era stato brutto tempo, temevo che la pioggia potesse spegnere l’innesco». Lo stesso innesco che non funzionava a dovere e l’ha obbligato a premere il pulsante «tre volte». «Non mi sono accorto delle telecamere, quando hanno trasmesso il video in tv speravo non succedesse nulla perché l’immagine non era buona». I magistrati lo guardano storto. «Vantaggiato, l’ha vista l’esplosione?». «Ho visto la fiammata e sono andato via. Poi, per non pensarci, mi sono messo a lucidare la barca a secco».

Sugli sviluppi merita interesse quanto scritto da Fabio Mollica su “Brindisi Report”. Prima le illazioni sulle bombole di gas, poi le ipotesi più disparate sulle piste da seguire, infine i filmati del presunto attentatore (poi rivelatosi un poliziotto) sul luogo dell’attentato, ripreso mentre raccoglie detriti. La voglia di scoop, la necessità di trovare gli autori della strage e la possibilità di rendere pubbliche le proprie opinioni attraverso il web e i social network hanno cambiato il modo di raccontare un evento tragico, e forse perfino il modo di indagare. Ed è proprio sul web che si possono trovare le analisi più “originali” (per qualcuno le più strampalate) e le tesi più azzardate. Eccone alcune.

Enzo Di Frenna, sul suo blog ospitato da “Il Fatto Quotidiano”, non ha dubbi: dietro la bomba del 19 maggio ci sarebbe la solita oscura trama ordita da massoneria, politica corrotta, servizi segreti deviati e finanza speculativa. Il perché sarebbe semplice: «Oggi il cambiamento in Italia si sta manifestando attraverso i giovani a la Rete. La politica dal basso – che scuote i palazzi del potere – usa Internet. Se tale cambiamento si dovesse propagare sul piano nazionale, l’intreccio politica-mafia sarebbe in pericolo. Quindi i mandanti sono da cercare in pezzi deviati dei poteri dello Stato, che da anni hanno stretto un patto con le grandi organizzazioni criminali. Chi ha piazzato le bombe davanti a una scuola lo ha fatto tenendo all’oscuro la Sacra Corona Unita. È gente spietata che si è infiltrata nel territorio pugliese». Tutto chiaro, enigma risolto (eccezion fatta per i nomi degli stragisti): «Ho l’impressione che i mandanti siano i membri di quella Cupola Nera- composta da massoneria, politica corrotta, pezzi deviati dei servizi segreti e finanza speculativa – che da decenni tiene in scacco l’Italia. Il cambiamento sta scuotendo le fondamenta del loro potere. Si sentono minacciati. E quindi loro minacciano. Nel modo più feroce possibile».

Più o meno sulla stessa linea è (sul suo blog) Marco Cedolin, che non propone una tesi sugli autori dell’attentato, ma è certo su chi se ne avvantaggia, e cioé «lo stato e il governo, che erano in disgrazia», con il ministro Cancellieri che ora «avrà carta bianca per reprimere tutto ciò che possa infastidire l’esecuzione degli ordini della Bce, ad iniziare dalla No Tav, da lei stessa definita la maggiore preoccupazione del governo, unitamente alle contestazioni contro Equitalia ed a tutti i focolai di conflitto sociale che potranno crearsi quando la macelleria fra qualche mese entrerà in funzione a pieno regime».

Altro blog, altra tesi, quella di Gianni Fraschetti, su informare.over-blog.it, che sulla base delle immagini viste in tv esclude categoricamente che possano essere state utilizzate bombole di gas: «Allora, vorrebbero dirci che lì vi è stato il Bleve (l’esplosione) di tre bombole e che lo stato dei luoghi successivo a tale evento è quello che abbiamo visto? Ma non raccontassero cazzate per piacere. “Lì non è esplosa nessuna bombola, però sarebbe interessante sapere perché la menzogna comincia proprio da lì”.

Quanto al movente, Frascetti ne propone uno, che porta molto lontano: all’America che non vuole il gasdotto russo South Stream: «Ecco dunque spiegati il perché di Brindisi, dove dovrebbe sbucare il South Stream, e questa strana bomba sulla quale sono state avanzate le più disparate congetture e che altro non era che un avvertimento in codice, pieno di simbolismi abbastanza difficili da decifrare per tutti, meno che da coloro che dovevano comprenderli. Insieme all’esplosivo infatti era stata collocata vicino alla scuola (le future vittime innocenti?) una bombola di gas vuota (il gasdotto?), con un po’ di morchie dentro che sono fisiologiche ed hanno provocato le ustioni ed un po’ di nerofumo sul muretto, il cui significato era chiaro. Provateci a fare il South Stream… ci dovete solo provare».

Di Frenna, Cedolin, Frascetti. Nomi poco noti, direte voi. E invece tra quanti si sono lasciati prendere la mano (e la penna) ci sono anche esperti del settore. Come il barese Aldo Giannuli, ricercatore di Storia contemporanea all’Università degli studi di Milano, già consulente delle procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Nonché, dal 1994 al 2001, collaboratore della Commissione Stragi. Ecco la sua idea sui fatti di Brindisi: «Potrebbe esserci una pista diversa, di natura affaristica. Destabilizzare l’Italia potrebbe convenire per manovre speculative sui titoli italiani o sull’Euro, ma potrebbe esserci anche una ragione più specifica. Ad esempio, ragionando sull’attentato ad Adinolfi (il dirigente dell’Ansaldo) ipotizzavo che questo potrebbe anche essere messo in relazione con una pressione dei confronti del governo italiano per vendere subito ed a buon mercato il gruppo Finmeccanica, di cui, insieme all’Eni ed alle Ffss, si era ipotizzata la cessione per far fronte al debito pubblico. Della cosa poi non si è più parlato ed il progetto langue. Ora questi attentati indeboliscono la posizione dell’Italia che sembra avviata su un declino di tipo greco o sudamericano». Manca però qualsiasi elemento o riscontro. E infatti Giannuli avverte: «Non abbiamo alcun elemento concreto per sostenere che la pista affaristica collega i vari attentati, ma non c’è dubbio che, oggettivamente, essi vadano in questo senso, favorendo una svendita degli asset nazionali. Perché non proviamo a ragionarci su? È solo un’ipotesi, d’accordo, ma almeno un po’ più razionale di quella dell’improbabile pista mafiosa».

Antonio De Martini, sul blog “Ilcorrieredellacollera”, si spinge ancora più avanti, ipotizzando il complotto internazionale: «…Resta il movente dell’impedire a Monti di tornare vittorioso dagli USA coi capitali e qui ci restano due strade: il mandante è chi vuole sostituirlo oppure chi vuole che continuiamo a indebitarci pagando lauti interessi.
Se il mandante fosse chi vuole sostituire Monti, farebbe parte della sua maggioranza, ma escluderei Berlusconi perché per far cadere il Premier, gli basterebbe farlo impallinare in Parlamento dopo aver portato a casa gli aiuti. Sarebbe più nel suo stile.
Resta solo la seconda ipotesi, cioè che il mandante sia seduto al tavolo del G8 assieme a Monti e che in questo momento gli sta dicendo che è difficile inviare capitali in Italia perché sono stati “deployed” 20.000 uomini ed è corso del sangue sia a Genova che al Sud e i media hanno propagato le news». De Martini ha un dubbio, ma anche la risposta: «L’obiezione principale a questa personalissima ipotesi, sarebbe considerare irrealistica una alleanza armonica tra alta finanza e malavita. Il malloppo degli interessi pagati dall’Italia è di oltre 130 miliardi annui».

Insomma, secondo questi signori l’assassino di Melissa Bassi potrebbe essere seduto al tavolo del G8, o comunque avere accesso alle stanze dei bottoni, o magari a Wall Street.

Perfino il senatore leccese Giovanni Pellegrino non esclude piste degne di un film. Al Quotidiano Nazionale ha infatti dichiarato: «Mi viene da pensare a intelligence nemiche, che mascherano una sottile strategia offensiva con il carattere artigianale e dilettantesco dell’ordigno, per aumentare il terrore». L’ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi ricollega quello del Morvillo-Falcone a due attentati analoghi andati a vuoto: «Uno a Castelvolturno, e l’altro nel Torinese. Se fossero collegati, ci indicano una strategia precisa. Una bomba piazzata per uccidere dei ragazzi, degli studenti, come a Tolosa, come in Norvegia, è un segnale fortissimo e terrorizzante, di qualcuno che vuole comunicarci questo: siete finiti, non avete futuro».

Riguardo alle cazzate dette sul delitto di Melissa Bassi cito il pensiero di Filippo Facci di “Libero Quotidiano”. Vent’anni dopo si passa da Capaci a Brindisi, da Totò Riina a un probabile e terribile caso umano, dalla mafia militare – che è stata sconfitta – all’antimafia che ogni volta cerca di riesumarla. Non è il senno di poi, questo: comunque sia andata, bastavano trenta secondi per concludere che a Brindisi nessuna mafia o terrorismo avrebbe usato una bomba così sfigata, fatta con bombole del gas di uso comune e con un detonatore da vendita per corrispondenza, azionato da un professionista così abile da farsi riprendere da una telecamera; concludere che non c’era una sola ragione logica o territoriale perché la criminalità organizzata o chiunque altro dovesse passare dal tritolo serie T4 del 1993 (piazzato in punti culturalmente simbolici a Milano e Roma e Firenze) a un ordigno rudimentale piazzato proprio a Brindisi e proprio davanti a un istituto turistico; concludere, tra l’altro, che nessun precedente riporta a killeraggi del genere contro la popolazione e addirittura contro ragazzine di 16 anni. Tutto questo qualche addetto ai lavori l’ha anche detto subito, con tutte le accortezze del caso: ma non è bastato a fermare le solite germinazioni dietrologiche su un terreno che qualcuno, in Italia, si preoccupa sempre di irrigare a dovere. Scriviamo questo senza neppure sapere con precisione, a Brindisi, chi sia stato il colpevole: su chi non è stato, tuttavia, sono abbastanza certo, e lo dico, mi espongo. Ecco perché mi paiono così penose le parate di chi, anche tra gli inquirenti, «non esclude» questo e quest’altro. Il procuratore capo di Brindisi è arrivato a considerare seriamente, senza elementi, che l’attentato sia ricaduto su quella scuola perché intitolata neppure a Falcone, ma a sua moglie Francesca Morvillo. Di elementi in realtà ce n’era uno solo – il video del presunto attentatore – e sono riusciti a farlo uscire sui giornali praticamente in tempo reale, probabilmente danneggiando le indagini, sicuramente indisponendo la Dda di Lecce e non solo quella: ma non scriveremo di «guerra tra procure», sennò i procuratori si dispiacciono. A Brindisi ipotizzano l’attentato mafioso, a Lecce lo escludono: ci faranno sapere.

Di Beppe Grillo non c’è da dire una parola: lui la bomba la «sentiva nell’aria» (poteva avvertire) ma ti spiegano che sparare cazzate fa parte della sua dimensione neopolitica. Peraltro sabato 9 giugno, alla manifestazione al Pantheon, si sentivano nell’aria anche i colpevoli, i soliti servizi-mafia-Stato che vorrebbero fermare il «nuovo»: a Palermo sarebbe Leoluca Orlando, uno che era già sindaco del 1985 e che mascariò Falcone come già raccontato. Nicola Zingaretti, il presidente della Provincia, ovviamente ha chiesto di colpire «i mandanti». Persino Gianni Alemanno ha parlato di attacco mafioso «che ha scelto il ventennale della morte di Falcone per lanciare un segnale». E poi la Cgil, Libera, l’Arci: chi fosse il colpevole pareva quasi secondario, il cui prodest eleggiava su tutto. Di Pietro si è scagliato contro «qualcuno che vuole il caos e che in questa situazione politica ed economica vede la possibilità di scatenarlo di nuovo». Maurizio Landini (Fiom) ha detto che «poteri occulti hanno tentato una strage per mettere paura proprio mentre sono in atto cambiamenti nel Paese». Poi il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia – poteva mancare? – ha parlato di analogie con le stragi di mafia del ’92-’93, chissà, magari c’è sotto una trattativa. Del resto Giancarlo Caselli, nume tutelare di Ingroia, aveva già parlato di «rischio di poteri occulti o deviati».

Sono ancora lì che straparlano di mafia, questi. In Italia si ammette che è stato storicamente sconfitto il terrorismo, ma quello che non vi diranno mai – mai – è che anche la battaglia contro la mafia è stata sostanzialmente vinta. La struttura gerarchico-militare è stata decapitata, i capi-latitanti sono in galera, i sottoposti pure, non si contano killer ed estorsori e picciotti e prestanome e palazzinari pure incarcerati, i sequestri di armi e droga e ingenti patrimoni ormai non si contano, le bombe e le stragi e gli omicidi seriali non ci sono più, la presa sul territorio è scomparsa o allentatissima, i traffici internazionali sono interrotti o in mano alla ‘ndrangheta. Ovviamente persistono i piccoli clan nonché una criminalità organizzata più generica, dedita al riciclaggio, alla finanza, agli appalti «legali» soprattutto nella sanità: ma non è più un’emergenza territoriale e un terrore quotidiano. Va combattuta – come si fa in tutto il mondo – ma avrete notato come mafiologi e ciarpame antimafia, oggi, si concentrino soltanto sul passato, sulla paleontologia giudiziaria, sulla rielaborazione infinita e cervellotica di fatti ventennali, sull’eterno ritorno. Giovanni Falcone disse che la mafia è una cosa umana e che perciò avrebbe avuto una fine come tutte le cose umane. Ma parlava della mafia, non dell’antimafia: non delle cialtronate dietrologiche, delle fiaccolate e dei cortei luttuosi, dei video e degli appelli, dei clan dei familiari e degli avvoltoi, della retorica e dei picciotti della memoria.

È il terzo giorno di fila che cito Luca Telese: domani vado a farmi vedere. Però, ecco: Telese nei giorni scorsi ha lasciato Il Fatto Quotidiano perché oltretutto c’erano personaggi come Beppe Grillo e Antonio Ingroia e Giancarlo Caselli che erano diventati degli intoccabili, ha detto. L’avrà fatto anche per altre ragioni, ma ha detto così. Ciò premesso, sappiamo che subito dopo la bomba di Brindisi furono dette le peggio cazzate, e infatti su Libero ci siamo divertiti a metterle alla berlina come avevamo già fatto subito dopo l’attentato. Non siamo stati i soli: per esempio, anche Il Fatto Quotidiano si è divertito a mettere alla berlina le cazzate eccetera. E - domanda - indovinate chi si sono dimenticati di citare? Proprio Grillo e Ingroia e Caselli, cioè quelli che avevano paventato gli scenari più foschi e inquietanti. E indovinate chi invece hanno citato? Proprio quelli che stanno sulle palle a Grillo e Ingroia e Caselli, oltreché a loro. Cioè: Grillo aveva detto, con evocazioni genere strage di Stato, che lui la bomba la «sentiva nell’aria» e l’aveva citata altre volte durante la campagna per le amministrative, roba tipo «bomba o non bomba arriveremo a Roma»; Ingroia aveva parlato di analogie con le stragi del ’92-’93 e aveva spiegato che «la mafia non riesce a fare a meno di rapporti con la politica e per mettersi sul mercato dimostra di essere ancora forte». Caselli, nume tutelare di Ingroia, aveva parlato di «rischio di poteri occulti o deviati» e via così, non la facciamo lunga. Ecco: sul Fatto, non una parola su di loro. E non una parola, a guardar bene, neppure su Antonio Di Pietro («qualcuno vuole il caos e in questa situazione politica vede la possibilità di scatenarlo di nuovo») e su Maurizio Landini della Fiom («poteri occulti hanno tentato una strage mentre sono in atto cambiamenti nel Paese») e altri ancora. E noi li comprendiamo, quelli del Fatto Quotidiano: siamo uomini di mondo e di strapaese. Al giornale di Padellaro lavora il figlio di Giancarlo Caselli (Stefano) e l’addetto stampa e compagno di vacanze di Ingroia (Travaglio) e l’ex addetto stampa di Di Pietro (sempre Travaglio) e il biografo personale di Beppe Grillo (Andrea Scazzi) e già che ci siamo: ci lavora pure il figlio del magistrato ed ex sindaco di Genova Adriano Sansa (Ferruccio) e ci scrive l’ex magistrato Bruni Tinti: i quali, tutti insieme, magari costituiscono la divisione contro i conflitti d’interesse. Però, ecco: piuttosto che coprirsi di ridicolo allora rinuncino all’articolo, non citino - come hanno fatto - solo il capo della Polizia, Antonio Manganelli, e poi naturalmente il procuratore antimafia Piero Grasso (che a Ingroia e Caselli fa venire l’orticaria) e poi Massimo D’Alema e Alfredo Mantovano e ancora un paio di ministri: tutta gente che peraltro non aveva detto granché, a ben vedere. Ripetiamo, siamo uomini di mondo e non c’è certo da prendersela con l’autrice dell’articolo omissivo, Silvia D’Onghia: nessuno, qui, sosterrà che sia andata incontro a censura. Infatti si chiama autocensura. Ci dev’essere un bel clima, da quelle parti.

A questo punto come non dare ragione, solo per una volta, però, a Carlo Bollino, il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, con il suo editoriale dell’11 giugno 2012. Una volta perché il direttore spesso smentisce se stesso e le sue condivisibili opinioni. Anche con Sarah aprì con un bel editoriale di critica, per poi finire egli stesso nel calderone della demagogia e della disinformazione. Sarà la medesima risonanza mediatica che le due tragedie suscitano, o saranno forse alcune singolari coincidenze (davvero tali e almeno su questo non ci sono dubbi) che le accomunano, ma l’inchiesta sul mostro di Brindisi evoca ogni giorno che passa nuove, sinistre, assonanze con quella sull’uccisione di Sarah Scazzi. E non soltanto perché Sarah e Melissa avevano la stessa età, ed entrambe sono morte a loro insaputa mentre celebravano un innocuo rito della propria adolescenza (l’una stava per andare al mare, l‘altra a scuola). E neppure perché i protagonisti si assomigliano, anche fisicamente; persone qualunque della provincia contadina (Copertino dista da Avetrana meno di 30 chilometri), con una vita e un volto apparentemente inconciliabili con l’orrore che vien loro attribuito. No, la vera similitudine dai toni sinistri è che le due indagini continuano a disvelare punti interrogativi identici, e gli identici buchi neri. Con il rischio per entrambe che al di là delle energie spese dagli investigatori l’esito processuale, si trasformi poi nella disfatta della giustizia.

IL MOVENTE. Il primo buco-nero che ritorna nelle due inchieste è la difficoltà ad identificarne il movente. Se ancora oggi, a distanza di quasi due anni, non si ha nessuna certezza sul perché Sarah Scazzi sia stata strangolata, con l’attentato di Brindisi la prospettiva investigativa rischia di essere identica. Vendetta personale? E contro chi? Gesto di follia? Ma è davvero folle Giovanni Vantaggiato? La mancanza di un movente certo rischia di rendere fragile l’intera impalcatura accusatoria, come l’andamento del processo su Avetrana sta puntualmente dimostrando.

I COMPLICI. Il secondo buco-nero riguarda l’esistenza o meno di complici. Proprio come fece Michele Misseri quando (forse tradendosi) disse «abbiamo parcheggiato l’auto» riferendosi alla Marbella con dentro il cadavere della piccola Sarah, così Giovanni Vantaggiato (subito correggendosi) ha detto agli inquirenti «abbiamo messo la bomba». Perché «abbiamo» se hanno agito da soli? Nello sforzo di ricostruire la “squadra” che ha assassinato Sarah e ne ha poi nascosto il cadavere, in due anni sono corsi fiumi di inchiostro e cascate di parole, con la procura di Taranto impegnata nel lancio di una rete via via sempre più ampia che ha finito col coinvolgere un gran numero di indiziati nessuno dei quali, però, è stato mai inchiodato alla certezza di una prova. E così ancora oggi nessuno sa dire non soltanto se Sarah sia stata uccisa davvero dalla sola Sabrina, ma neppure chi partecipò con zio Michele all’orrido espediente di buttarne il cadavere in fondo al pozzo. Anche nell’inchiesta di Brindisi si parla di «complici», un’ipotesi riportata persino nel decreto di fermo per Giovanni Vantaggiato emesso tre giorni fa dalla procura di Lecce, esattamente come accadde al momento dell’arresto di zio Michele due anni fa. Annotazioni, questa come quella, destinate a rimanere indelebili. Con un dettaglio che aggiunge al caso di Brindisi ulteriore mistero: il riferimento, esplicito ed inquietante, ad un possibile mandante.

LE MOGLI. Poi le mogli. Per oltre un anno quella di Michele Misseri è rimasta ufficialmente fuori dall’inchiesta, anche se sin dal primo giorno fu indicata come la «complice sottointesa». Un ruolo che rischia di assomigliare a quello di un altro convitato di pietra dell’inchiesta di Brindisi: la moglie di Giovanni Vantaggiato. Pare che l’uomo sia crollato addossandosi ogni colpa al solo sentire evocare dal magistrato che lo interrogava la prospettiva di coinvolgere nelle indagini la sua donna, la cui autovettura Fiat Punto di colore bianco era stata effettivamente filmata sul luogo del delitto. Un tabù identico a quello tradito sin dall’inizio da Michele Misseri, che nell’atavica logica contadina del preservare “i beni” ha sempre escluso qualunque responsabilità della moglie, alla quale aveva demandato la gestione e la titolarità del patrimonio di famiglia. Destino che accomuna (almeno in questo) Cosima alla moglie di Vantaggiato, pure lei titolare legale dell’impresa del marito. Nessuna allusione a responsabilità penali, ma sono in tanti a chiedersi come sia stato possibile che almeno la moglie non abbia riconosciuto il marito in quel video dell’attentatore trasmesso in televisione cento volte. E perché abbia taciuto. E come abbia potuto il marito chiamarla al telefono, nelle concitate fasi del fermo, chiedendo proprio a lei di far sparire l’auto usata per l’attentato, evidentemente inconsapevole di essere intercettato.

LE PROVE. Infine le prove. L’entusiasmo tradito dagli investigatori nelle ore successive alla confessione di Giovanni Vantaggiato, evoca lo stesso ottimismo dimostrato a Taranto all’indomani della confessione di Michele Misseri. Poi sappiamo come andò a finire: Misseri ritrattò tutto, e gli investigatori hanno iniziato un’estenuante rincorsa sui dettagli (fatica in parte non ancora conclusa) nel complicato tentativo di trasformare la pur cospicua quantità di indizi a disposizione, nella dimensione inconfutabile di una prova. Ecco, per restare all’analogia tra le due inchieste: cosa accadrebbe se domani anche Giovanni Vantaggiato dovesse ritrattare? Sono già emerse nelle indagini sulla strage di Brindisi prove scientifiche che inchiodano l’assassino al di là delle sue stesse ammissioni, e che invece sono sempre mancate nell’inchiesta sull’omicidio di Avetrana? Per quanto se ne sa, non ancora. Non è prova ad esempio la presenza della macchina di Vantaggiato sul luogo della strage, perché non c’è prova che ne fosse lui alla guida. Per la stessa ragione non è prova la presenza del suo telefonino nella memoria delle celle compatibili con il luogo della strage, perché non c’è prova che si trovasse davvero lì per azionare il detonatore (e poi quanto era davvero vicino alla scuola visto che le celle telefoniche coprono un raggio di oltre due chilometri?). Né può essere considerata prova quel video (almeno non una prova schiacciante) che ha immortalato l’attentatore nel gesto di azionare l’ordigno, ma che lo raffigura in modo così poco nitido al punto da non renderlo riconoscibile con certezza neppure mettendoci affianco la foto dell’arrestato. Né aiuta il fatto che manchi ancora l’arma del delitto: il telecomando con cui è stato attivato l’ordigno sembra dissoltosi nel nulla proprio come la cintura che strangolò Sarah. Questo non per dire che Giovanni Vantaggiato sia innocente. Ma solo per ricordare agli inquirenti, e a tutti noi, che la «pistola fumante» mai trovata ad Avetrana probabilmente manca pure nell’inchiesta di Brindisi, e che è assolutamente necessario che le indagini vadano avanti con la stessa determinazione dimostrata finora, e che non si trascuri nessun elemento, né si risparmi su alcuno degli strumenti investigativi a disposizione pur di ottenere la prova regina. Sollecitazione tanto più opportuna nella prospettiva (purtroppo già all’orizzonte) di una battaglia procedurale tra procure per decidere quale ha la competenza ad indagare. Ormai ossessionati dalla «sindrome di zio Michele» non vorremmo fra qualche anno ritrovare in libertà Giovanni Vantaggiato intento a urlare, anche lui inascoltato, la sua colpevolezza di fronte ad un altro “mostro” che in cella si dispera invece nel proclamare la propria innocenza. Con tutti noi, esattamente come oggi, intenti ancora a macerare ipotesi per scoprire le autentiche, ignote e a quel punto definitivamente incomprensibili, ragioni della strage.

Passare da via Vespucci per una sbirciatina alla casa di Giovanni Vantaggiato sta diventando quasi un’ossessione per decine di automobilisti che fino a ieri non sapevano nemmeno che quella strada e quella casa esistessero. Non un pellegrinaggio dell’orrore, beninteso, e nessun paragone con il circo indemoniato di Avetrana. «Ma solo curiosità - dicono due ragazze a bordo di una utilitaria di ritorno dal mare - giusto per conoscere qualcosa in più di quello che ha gettato tanto fango sulla nostra Copertino». Intanto continuano ad essere presidiati l’abitazione e il deposito di carburanti lungo la provinciale per Leverano, rispettivamente da carabinieri e polizia. Tra l’altro, in quest’ultima struttura sottoposta a sequestro penale, le cisterne sono piene di gasolio essendo state rifornite appena due giorni prima del fermo di Vantaggiato. Nessun rapporto con l’esterno, invece, hanno deciso di avere gli inquilini dell’abitazione piantonata dai carabinieri al solo scopo di tutelarli. La moglie e le figlie dell’uomo, infatti, sono asserragliate in casa sin dalla mattina del 6 giugno scorso. Solo nella tarda mattinata di sabato, al termine di alcune perquisizioni condotte dalla polizia scientifica nell’abitazione in seguito all’intercettazione di un «pizzino» di Vantaggiato diretto alla moglie e nel quale si dava indicazione di far sparire certi documenti compromettenti, la moglie ha fatto capolino all’esterno, ma solo per chiudere il cancello della villa alle spalle degli investigatori e avendo cura di nascondere il volto ai cronisti. Poi nulla più. Nel perimetro esterno della casa incombe solo il silenzio: tra la vegetazione poco curata e pochi oggetti dall’apparente abbandono. Tra un gommone coperto da un telo e qualche giocattolo, spicca una bandierina tricolore, segno evidente dei valori patriottici appena celebrati dai nipotini di Vantaggiato in occasione del 2 giugno. Nessun parente, a quanto pare, avrebbe fatto visita alla famiglia. Nessuno in questi giorni è stato visto entrare con dei viveri. Chissà, forse di notte, è molto probabile. A girare la domanda ai vicini di casa ci si sente rispondere in maniera evasiva. Tutti si trincerano dietro il fatto che i Vantaggiato sono gente schiva e riservata. Insomma, nessuno sembra essere disposto a parlarne. Alla notizia del ritrovamento dell’arsenale nella campagne in località «Ensite», c’è chi rimane incredulo. «Non è possibile – dicono in tanti – che questo individuo che andava in giro con rotoloni da cento euro e che prima della metanizzazione consegnava gasolio da riscaldamento in quasi tutte le case del paese, fosse a contatto con l’inferno. Il fango che ci ha gettato addosso è talmente tanto che ci vorranno anni per rimuoverlo». Ad altri, invece, quell’ordigno nella campagne di Copertino ha riportato alla mente una vecchia storia secondo la quale, durante le feste di Natale l’uomo, invitato più volte da un commerciante ad acquistare i tradizionali petardi di capodanno, una volta rispose: «Tu li vendi, ma io li faccio». Sintomatica risposta della confidenza che Vantaggiato aveva con la polvere pirica. È possibile, infatti, che per mettere a segno le sue volontà stragiste possa essersela procurata mediante l’acquisto di centinaia (se non migliaia) di botti e mortaretti che molto facilmente si vendono tra Natale e Capodanno sulle bancarelle di ogni paese. Un’esistenza inquietante, insomma, quella di Vantaggiato che nessuno copertinese si sarebbe mai immaginato.

"La città di Copertino, sgomenta di fronte alle notizie del fermo del presunto autore della efferata strage del 19 maggio scorso, rinnova l'abbraccio e la solidarietà alla famiglia di Melissa Bassi e alle altre studentesse di Mesagne colpite ignobilmente dal vile attentato". Con questa nota il sindaco del paese pugliese, Giuseppe Rosafio, esprime ancora una volta il dolore che ha sconvolto la vita della sua comunità. "Non solo la comunità brindisina - aggiunge - ma tutti i cittadini italiani che hanno a cuore il futuro delle giovani generazioni e la speranza di veder crescere i nostri giovani in un clima di fiducia e di rispetto reciproco condannano con forza ogni gesto di violenza. Non posso che esprimere, a nome dell'intera cittadinanza, la più ferma e risoluta condanna e dissociazione da un gesto sconsiderato che ha portato dolore e lutto in tante case dei nostri conterranei". "I cittadini di Copertino - ribadisce Rosafio - sono ben lontani dalla logica assurda che ha portato il presunto autore dell'attentato a compiere un gesto esecrabile, che non può avere alcuna giustificazione. E' questa la condanna, che continueremo ad esprimere a maggior ragione, che Copertino assurge suo malgrado agli onori della cronaca". "Una condanna - sottolinea - che già avevamo programmato di esprimere anche il prossimo 17 giugno in occasione della visita del cardinale Giovambattista Re, vescovo di Lauria, presso il Santuario di San Giuseppe da Copertino, con una celebrazione di una messa nel ricordo di Melissa e del grande dolore della sua famiglia".

Il dolore, a Mesagne, si è trasformato in rabbia. Una rabbia infinita contro 'quel bastardo'. Una rabbia che ha dilagato anche in rete: già dal primo pomeriggio sono stati aperti gruppi su facebook, che invocano per Vantaggiato la pena di morte o almeno, l'ergastolo. Immediata anche la 'reazione' di twitter, con un hashtag per il reo confesso, anche se la rabbia è ancora cauta per il timore degli internauti di possibili smentite. Oltretutto, sono molti i posti in cui Vantaggiato viene paragonato a Michele Misseri, tragica figura della terribile vicenda dell'omicidio di Sarah Scazzi, ad Avetrana (Taranto). A volte, però, il semplice gusto di farsi notare non conosce limiti e rischia di cadere davvero in basso, forse troppo. A pochi giorni dalla terribile confessione di Giovanni Vantaggiato, 68enne di Copertino, il quale avrebbe dichiarato di essere l’artefice dell’attentato a Brindisi, ecco qui che su Facebook spunta un gruppo in suo onore.  “Giovanni Vantaggiato eroe contemporaneo”. Un’offesa, una vergogna, uno schiaffo a Melissa Bassi. Questo gruppo e specialmente i post all’interno non fanno altro che elogiare un uomo che ha solo seminato panico e terrore. Peggio, c’è persino qualcuno che lo reputa eroe nel gruppo Facebook e posta immagini che oltraggiano la memoria di Melissa Bassi. Ci sono atroci foto, ovviamente false, in cui si tende a far riferimento ai corpi carbonizzati di Melissa e Veronica Capodieci. O peggio vi è persino un link in cui si accenna a un atto sessuale tra Vantaggiato e il povero angelo volato via. Per non parlare dello squallido post: “Giovanni Vantaggiato era solo innamorato di Melissa, ma dopo la prima volta lei era a far la p….,altrove e Giovanni è rimasto a bocca asciutta, lui giustamente ha fatto benissimo a farla saltare in aria, in questo modo ora stanno di nuovo insieme.. Ecco uno scatto dei primi paparazzi dopo l’esplosione alla scuola, lui vivo lei morta, in teneri gesti d’amore…”. Ma si può essere crudeli fino a questo punto? A quale fine? E’ davvero una vergogna. A tal proposito TrNews.it con un suo servizio al TG invita tutti a segnalare il gruppo, tramite le forme previste da Facebook: “aprite la pagina (all’indirizzo http://www.facebook.com/groups/414731801904580/), cliccate sulla rotellina in alto a destra del vostro schermo, poi cliccate ‘segnala’ e motivate con l’uso di espressioni che incitano alla violenza e all’odio.” Intanto, gli anziani che si riparano dal caldo sole di giugno sulle panchine della villa comunale non provano pietà per quell'uomo di 68 anni, reo confesso. 'Che c'entra Melissa?' ripete uno, 'che c'entra una ragazzina di 16 anni?'. E in un attimo si passa alla voglia di vendetta. 'E' meglio per lui che l'abbia fermato la polizia perché gli sarebbe andata peggio se l'avessimo avuto noi fra le nostre mani': questa frase è più volte usata dalle persone di una città che non vuole dimenticare. Proprio per questo l'edicolante di via Generale Falcone - che oggi ha raddoppiato le vendite - sulla porta d'ingresso ha ancora esposto il volantino con la scritta 'Mesagne piange Melissa'. E davanti al Comune c'è sempre il manifesto di lutto cittadino. Dentro la sede municipale il telefono del sindaco, Franco Scoditti, squilla continuamente: 'La nostra città è vittima, non carnefice come qualcuno aveva voluto far passare subito dopo l'attentato riconducendolo a collegamenti con la criminalità organizzata di Mesagne. E' vero - ammette - che qui ci sono dei problemi, ma al tempo stesso ci sono gli anticorpi. L'arresto di Vantaggiato dà sollievo alla nostra comunità - ribadisce Scoditti - ma è solo un conforto parziale perché nulla potrà cancellare il dolore della famiglia di Melissa e delle altre ragazze ferite nell'attentato'. Il sindaco chiude la porta del suo ufficio, torna a rispondere al telefono, ma nella piazza di Mesagne la gente continua ancora a chiedersi se il 'mostro' è veramente Vantaggiato, solo lui, o se dietro di lui ci sia qualche mostro ancora più terribile. Verrebbe da dire: la Stampa.

E proprio per questo su www.telewebitalia.eu , il portale delle tv web locali, sulla web tv di Avetrana, oltre a riportare le risorse culturali e storiche e tutto quanto riguarda il caso di Sarah Scazzi, rendicontato da Antonio Giangrande, un avetranese, si sono inseriti i personaggi che hanno dato lustro alla cittadina. Partendo dall’assunto: Avetrana, non solo Scazzi e Misseri; si sono inseriti i nomi  noti in Italia e nel mondo. Si fa cenno al dr Antonio Giangrande, scrittore, i cui saggi ed inchieste sono lette in tutto il mondo, oltre che essere presidente dell’ “Associazione Contro Tutte le Mafie” e di “Tele Web Italia”. C’è l’avv. Mirko Giangrande, l’avvocato più giovane d’Italia, a venticinque anni e due lauree. C’è il dr Biagio Saracino, Cavaliere della Repubblica. C’è il prof. Antonio Iazzi dell’Università del Salento. C’è Leonardo Laserra Ingrosso, Tenente Colonnello, Maestro della banda musicale della Giardi di Finanza. C’è Leonardo Giangrande vice presidente della Camera di Commercio di Taranto e presidente della Confcommercio di Taranto. Infine c’è Vito Mancini, concorrente del Grande Fratello 12. Per qualcuno non è un vanto, ma tant’è. Comunque molti di loro, nonostante l’immeritata notorietà concessa sul portale visto in tutto il mondo, nessuna riconoscenza è stata dimostrata. Come, d'altronde la Stampa, nessun interesse ha concesso a tale evidenze. Per i media Avetrana è e sarà sempre impersonata da Michele Misseri, come Copertino sarà identificata da Giovanni Vantaggiato.

Ma a Brindisi ad essere vittima non è solo Melissa Bassi. «Ora voglio stare lontano da tutto». Angelo Rampino, il preside dell’istituto Morvillo-Falcone, è scosso. Al telefono con l’ANSA sottolinea la propria estraneità a ogni forma di coinvolgimento nell’attentato di Brindisi. Non si ritiene il bersaglio del killer e specifica di sentirsi «distrutto» e «annientato» dopo che i riflettori sono stati puntati su di lui quale possibile bersaglio dell’esplosione. Dopo l’arrivo in Questura di Giovanni Vantaggiato, infatti, e la diffusione della sua identità, si erano diffuse voci su presunte vecchie ruggini tra l’imprenditore reo confesso dell’attentato e il dirigente scolastico che nella sua carriera ha anche prestato servizio, come docente, a Galatina, paese vicino a Copertino dove vive il proprietario del deposito di carburante agricolo fermato. Allontana ogni sospetto, Rampino, e spiega di non essere in buone condizioni di salute. È intenzionato a restare in disparte, ancora per un pò. Nella speranza di ristabilirsi per poi ritornare al proprio lavoro. Il rientro a Brindisi, dietro la scrivania della presidenza della scuola di via Galanti, è previsto per lunedì 11 giugno. Ma non è ancora deciso nulla. Rampino è in ferie e precisa di averle richieste e di non aver subito alcun tipo di provvedimento da parte della Direzione scolastica provinciale. Si erano diffuse voci su “vacanze forzate” che però il preside smentisce. Al timone della scuola ci sono due vicepresidi che non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione. L'attività didattica prosegue senza battute d’arresto, è ripresa nei giorni immediatamente successivi al drammatico 19 maggio, il giorno in cui è morta Melissa Bassi e sono rimaste ferite altre cinque studentesse, tutte ragazze mesagnesi che stavano varcando il cancello della scuola. Rampino è a casa sua e parla con un fil di voce. Chiede di essere lasciato in pace, annuncia di volersi allontanare dal caos mediatico che è destinato forse a durare ancora e che lo ha riguardato in prima persona quando è stata valutata l'ipotesi che fosse lui l’obiettivo degli ordigni rudimentali di qualcuno che avrebbe agito per mettere in atto una vendetta privata. Questa ipotesi, comunque, non è stata ancora del tutto esclusa anche se è tenuta in minore considerazione dagli investigatori che proseguono con l’attività tecnica per l'accertamento del movente. Il preside, che era stato accusato da qualcuno di essere stato oltremodo disponibile con la stampa, dopo la tragedia, ribadisce con forza di essere estraneo alla vicenda: non ne è la vittima prescelta, non ha nulla a che vedere con il titolare dell’impianto di distribuzione di carburante di Copertino, dice. Resta a casa, al momento, tempestato di telefonate cui risponde con garbo. «Adesso, però – conclude – voglio stare da solo».

Anche la giornata del preside Angelo Rampino è stata segnata da un ritorno. Era dal 29 maggio che non rimetteva piede nella sua scuola. «Ma rimango in ferie, sono solo passato velocemente per avere notizie». Sono le vacanze più amare, le sue, quelle di una persona non grata. Gli inquirenti, forse anche il ministero dell'Istruzione, avevano caldeggiato da parte sua una classica pausa di riflessione. Parlava troppo, e intanto emergevano vecchie storie non proprio commendevoli sul suo conto. «Mi avete massacrato, tutti, e non avete intenzione di smettere». Infatti la stampa ha dato la notizia, comunque non attinente ai fatti di Melissa, che Rampino nel 2003 ha patteggiato una condanna per abusi sessuali ai danni di una trentenne sua vicina di casa. Molto fiele nella sua voce. Da qualche accenno emerge anche la consapevolezza che quello alla scuola non è un arrivederci, ma un addio. «Eppure io sono certo di non avere nulla a che fare con questo benzinaio. Continuo a pensare alla mia vita, e non ci trovo niente. Non ho nemici, non ho mai ricevuto minacce». Eppure nei suoi confronti l'aria è cambiata fin da subito. Da coraggioso docente di una scuola colpita in modo terribile e persona certo non sospettata, ma che in qualche modo doveva c'entrare con quel che era accaduto. «Non so come sia potuto succedere. Ma anche se ci fosse qualcuno che mi vuole male, perché colpirmi a scuola? Sono un uomo noioso e abitudinario, con una certa tendenza alla puntualità. Sono certo di non essere il bersaglio di una ritorsione. Ma allora, perché? Perché un benzinaio dovrebbe fare un gesto del genere?». È la cosa più importante, l'unica che ancora manca, a quanto pare.

Intanto l’11 giugno 2012: Il preside? “Non si è visto: doveva rientrare oggi dalle ferie”. Angelo Rampino, dirigente del professionale “Morvillo-Falcone”, non era nella sua stanza, quella con porta blindata, perché è stato sospeso in via cautelare. Il provvedimento. La decisione è stata assunta dall’Ufficio scolastico regionale sulla base di motivazioni che rimandano all’opportunità di non abbinare per un certo periodo di tempo il nome di Rampino all’istituto davanti al quale è stata consumata la strage che ha strappato alla vita una studentessa, Melissa Bassi, e ha ferito gravemente altre ragazze iscritte all’istituto. Non fosse altro che il preside aveva parlato un po’ troppo con i giornalisti che da ogni parte d’Italia si erano catapultati in via Galanti per cercare di avere qualche notizie. Il dirigente qualcosa, in effetti, aveva detto nelle ore successive all’attentato, come per esempio, che esistevano altre immagini oltre a quelle registrate dalle telecamere del chiosco di fronte alla scuola. E questo avrebbe violato il segreto necessario a garantire il buon esito delle indagini che, inizialmente, sembravano ruotare attorno allo stesso Rampino poiché si ipotizzava che fosse il bersaglio di qualcuno che potesse avercela con lui per qualche questione rimasta in sospeso. Scolastica o personale, si disse. Nel vortice delle indagini si scoprì che il suo ufficio non era quello di una volta: c’era stata la richiesta di montare una porta blindata nel mese di marzo. E ci si chiese per quale motivo e soprattutto se questa circostanza potesse avere o meno concreta attinenza con il movente dell’attentato.

Sospeso per aver parlato troppo. Inaudito. E cosa dire delle veline giudiziarie che sventolano fuori dalle aule dei PM. Per i responsabili in toga od in divisa, però, non vale la sospensione o addirittura l’incriminazione per violazione del segreto istruttorio. No. Per loro no, senno che paese di merda saremmo, se non fosse che in Italia non vale la forza della legge, bensì la legge del più forte.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif3 luglio 19ª udienza

3 luglio. Diciannovesima udienza. Parla Valentina Misseri, Luigi Strada, Vanessa Cerra, Giovanni Cucci, Sergio Civino.

Un'altra udienza per il delitto di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana, il cui corpo è stato trovato in un pozzo in contrada Mosca. In aula vengono proiettate le fotografie dell'autopsia. In un’aula avvolta dal caldo asfissiante di “Caronte”, l’anticiclone africano che ha fatto boccheggiare tutta l’Italia, la madre della vittima, Concetta Serrano, resta a guardarle, mentre viene confermata la modalità del decesso. Ci sono stati anche momenti di tensione al Palazzo di Giustizia di Taranto durante l'udienza del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Gli avvocati difensori non si sono dati nemmeno la mano tra di loro prima dell'inizio dei lavori. Presente l'avvocato di Sabrina, Franco Coppi, che prima dell'udienza ha rifiutato di dare la mano al pubblico ministero Pietro Argentino che lo voleva salutare. Atteggiamento, questo, che solo i grandi avvocati possono permetterselo. Avvocati che a Taranto mancano, permettendo ai magistrati locali di far divenire il foro di Tanto: il Foro dell’ingiustizia. Dato di fatto che va al di là del processo Sarah Scazzi.

Ore 09.30: salta la testimonianza di Venessa Cerra e Giovanni Cucci.

Sorpresa alla ripresa, dopo una breve pausa, del processo davanti alla Corte di Assise di Taranto del processo per l'omicidio della 15enne Sarah Scazzi, uccisa ad Avetrana il 26 agosto del 2010. Dopo la deposizione durata 15 minuti di un ingegnere consulente della Procura, Sergio Civino, che si è occupato di recuperare messaggi e foto contenuti in alcuni cellulari tra i quali quelli di Sabrina Misseri e Ivano Russo, è saltata infatti la deposizione di due testimoni. In particolare, la commessa del fioraio, Vanessa Cerra, e il marito, Giovanni Cucci, pur presenti, non sono stati ascoltati e, per un accordo tra tutte le parti, sono state date per acquisite alcune sommarie informazioni testimoniali rese in precedenza (il 23 ottobre e il 27 ottobre del 2010) e per rogatoria (il 27 giugno del 2011 per quanto riguarda la prima e il 27 ottobre del 2010 per il secondo). I due testimoni, la prima particolarmente importante perché avrebbe saputo dal fioraio Giovanni Buccolieri della scena a cui quest'ultimo avrebbe assistito il pomeriggio che poi il suo titolare ha ritrattato parlando di un sogno, risiedono attualmente in Germania. Intanto ecco in esclusiva uno stralcio di un'intercettazione telefonica che riguarda Vanessa Cerra e  Giovanni Buccolieri, il fioraio che prima ha raccontato di aver assistito al sequestro della ragazzina e poi ha invece ritrattato, sostenendo di aver sognato tutto. La trascrizione integrale su TGcom24

V. pronto?

G. Vanessa?

V. Ciao

G. Giovanni sono

V. Ciao

G. Ascolta, senti…mi è arrivato ora un messaggio sopra facebook di tua madre che mi ha sconcertato

V. Com’è?

G. Che mi dice, che mi dice “se non vuoi combinare altri guai dì la verità. Perché lo sappiamo, perché non è un sogno. Fallo per Sarah. Affinchè possa riposare e sapere la verità….fallo Giovanni”

V. Eh meh? Io che c’entro mò??

G. Eh! Io ti voglio dire come si come si permette a dire queste cose…queste cose qua.

V. Questo te lo devi vedere con mia madre, con mia mamma. Perché io con mia mamma non ci parlo.

G. Va bene….ma non sono cose che si dicono, Vanessa.

V. Non sono neanche cose che si dicono quelle che hai detto tu, che hai messo mia mamma in mezzo e che fanno il mio nome…che mi vogliono venire a prendere qua.

G. Che..che ho detto io

V. Che hanno detto che sono la tua amante… tutte queste cose che devo sapere io da lontano quando io il tuo nome, non l’ho mai fatto il tuo nome!!

G. Va bene ma tu…

V. Non ti ho mai messo nella merda io e sono stata sempre un’amica per te

G. Senti… io ancora ti ritengo un’amica Vanessa

V. Eh!

G. E se hanno scritto quelle cose non sono stato io

V. E lo so… a me dicono sempre che sei tu… così… allora io ho detto…

G. Lo sai…

V. Domani mi faccio viva… allontano anche mia mamma perché non voglio sentire neanche più mia mamma perché mi sono scocciata e perfino ai Carabinieri ho detto “non mi chiamate più e lasciatemi in pace perché io non so niente… se volete qualcosa lo dite a Giovanni perché Giovanni ha detto a me che è un sogno”, poi il resto non lo so quello che ha Giovanni nella testa

G. E basta… allora… se stanno dicendo tutto questo i giornali lo sai perché sono tutte menzogne loro… lo sai… io non mi permetterei…

V. Lo spero io che tu non senti niente di me perché io… sono stata leale e non ho fatto…

G. Vanessa anche io sono stato leale con te e ancora ti stimo per questo per quello che sei stata per me… voglio dire… però io… noi due…. E… quando abbiamo parlato, abbiamo parlato di sogno e basta… non abbiamo parlato di niente altro… lo sai

V. Eh!

G. Tu solamente la sai la storia

V. Eh! Ed è quello che ho detto… io non capisco perché vogliono venire qua

G. E vogliono venire per interrogarti… per far vedere, per sentirti anche a te quello che io ho raccontato a te quel giorno… e basta

V. Ma io l’ho raccontato a loro… è inutile che vengono qua e mi rompono di nuovo… mi stanno stressando la vita… avanti e indietro… mi fanno il biglietto… devo venire… devo stare qua… poi vengono qua…mi devo prendere il tempo libero dal lavoro… io sono venuta qua per stare tranquilla e in pace e mi stanno rovinando, lo stesso mi stanno rovinando

G. Eh! Tu non sai quanto mi stanno rovinando pure a me Vanessa

V. Eh!

G. Eh! Mò pure questo messaggio… io stavo bello tranquillo… pure questo messaggio mò

V. E io non lo so…(…)… posso andare una volta ogni mille anni, io che ho una mamma, ieri ho chiamato a mia sorella e con lei non ci ho parlato, perché lei sta sempre indaffarata

G. Va bene, ma io

V. Io con lei non parlo e quando parlo con lei dice sempre le solite cose… quindi…

G. Ma non sono cose che si dicono… io mò questo lo faccio vedere all’avvocato mio e poi lui mi consiglierà Vanessa… perché come si permette a dire

V. Fai quello… fai quello che ritieni giusto non… non devi sentire che è mia mamma… fai quello che ti senti

G. No, infatti io prima ho chiesto a te il…il…

V. No!! Io non, non so niente, io mò sto arrivando dal lavoro

G. Sempre per rispetto tuo Vanessa

V. Se è se è mio rispetto, se tu pensi che è giusto così…tu sai quello che hai raccontato quello che hai detto… pensi che mia mamma non ti è piaciuto quello che ti ha scritto… fai quello che pensi sia giusto

G. Okay

V. Ehhh non… non ti posso dire io… non… non… a mia mamma tanto ultimamente non la capisco quindi… non… non ti devi preoccupare se mia mamma, non è mia mamma

G. Allora Vanessa… le cose stanno così allora a me… mi hanno… il primo giorno mi hanno fatto

V. Io sono… io sono un’altra persona e non ho niente a che vedere io

G. Lo so

V. Eh!

G. A me il primo giorno mi hanno fatto l’interrogatorio… mi hanno fatto e mi hanno messo in dubbio… no?... mi hanno tartassato tanto per dire quello che loro volevano… cioè praticamente loro mi hanno fatto raccontare il sogno come se fosse una realtà…no?..mi hanno suggestionato di tutte queste cose qua… io nella notte ho pensato… ma che ho detto??... ma che mi hanno fatto dire questi??

V. E perché… perché tu ti sei fato fare così???

G. E’ stato il mio sbaglio… è stato il mio sbaglio… io…io lo dico sempre, lo dico… è stato il primo giorno che mi sono fatto suggestionare per far raccontare questo sogno come…se fosse una realtà… difatti io lo dico sempre… questo qua…

V. Eh!

G. E poi il secondo giorno l’ho ritrattato, come si sente…però è tutt’altro, quello che senti… l’amante non amante… sono tutte cose che fanno… hanno fatto i giornali

V. …(…)… se esce veramente questa cosa…(…)… non so nemmeno cosa mi avrebbe fatto a me… che ha pensato a questa cosa… lo sai tu???

G. Pensa che…che…

V. Io ti ho dato la fiducia… ti ho mandato là a lavorare e tu… ha detto e voi mi fate così ha detto???

G. Uh! Penso che c’era pure tuo marito in casa quel giorno no???

V. Eh! No che hanno detto che tu mi avevi accompagnato a casa

G. Eh!

V. Perché tu mi hai accompagnato a casa no, io stavo con te che avrei visto tutto… io stavo con Giovanni a casa

G. Va bene, sono tutte cose che poi svaniscono Vanessa perché ci vogliono le prove le… le cose che… infatti non stanno cogliendo niente… non sanno proprio…(…)…

V. Io lo spero… io so solo che se devo venire in Italia, io non ci posso venire io

G. Perché??

V. Perché io arrivo, mi prendono e mi interrogano

G. E ma tu devi dire le cose giuste Vanessa

V. Ma io le ho detto le cose giuste… loro non mi possono tartassare per farmi dire le cose che non devo dire

G. E ma quelli non ci stanno credendo… non ci stanno credendo…non…

V. eeehh!!

G. Non li tenere conto…

V. Quello è un problema loro

G. Stanno andando… stanno andando e si è un problema loro e stanno…(…)… anche a noi di…(…)… purtroppo

V. Eehhh

G. Va bene dai

V. Per il resto come state??

G. E stiamo bene Vanessa stiamo bene… purtroppo oggi è morta pure una mia zia

V. Condoglianze

G. Grazie Vanessa… e speriamo che finisca subito questa storia Vanessa

V. Eh! Speriamo

G. Va bene dai

V. Allora salutami i bimbi e la Giusy va bene??

G. Okay Vanessa

V. Ciao ciao

G. Grazie ciao Vanessa

V. Ciao

Verbale chiuso alle ora 16:30 del 15.06.2011

Ecco la trascrizione fedele dell’interrogatorio del fioraio sentito dai pubblici ministeri, Pietro Argentino e Mariano Buccoliero il 9 aprile del 2011. "Con riferimento al giorno 26 agosto 2010, che era giovedì, ricordo che intorno alle 13,00 ho proceduto alla chiusura del negozio. Sono quindi salito sopra la mia abitazione attraverso la scala interna che collega il negozio all'abitazione stessa. Come consuetudine sono andato prima in bagno, dove mi sono lavato le mani e dove verosimilmente ho effettuato miei bisogni fisiologici … ho dato da mangiare ai pesciolini che si trovano nell'acquario, prendendo il mangime per i pesci che custodisco in un cassetto del salone-cucina (ambiente unico). Mi sono quindi messo a tavola, che era già apparecchiata, ed ho atteso qualche minuto fino a che mia moglie ha servito la prima pietanza. Non ricordo con precisione cosa abbia mangiato come primo piatto, verosimilmente, come sempre avviene, pasta asciutta. Ricordo che a tavola vi era anche del vino che ho bevuto nella misura di un bicchiere. Ho poi mangiato anche un secondo piatto, certamente a base di carne. Non ricordo se ho concluso il pasto con della frutta. A domanda risponde: con chi ha pranzato? Ricordo che il pranzo si è svolto insieme alla mia famiglia, quindi con mia moglie e con i miei due figli minori. A domanda risponde: cosa ha fatto mentre pranzava? Durante il pasto ho visto il telegiornale. Ricordo che quando sono salito sopra ed uscito dal bagno ho acceso la TV, sintonizzandola su Canale 5 il telegiornale era già iniziato. Questo prima di iniziare a pranzare. A domanda risponde: cosa ha fatto dopo aver finito di pranzare? Dopo aver finito il pranzo ho salutato mia moglie ed i bambini e sono andato via. Sono quindi sceso dalla scala che direttamente mi porta all'esterno dell'abitazione; potevano essere circa le 13,20. Ricordo che verosimilmente quel pomeriggio dovevo effettuare una consegna ad un cliente, quindi mentre scendevo da casa, ho preso dei fiori o delle piante che dovevo consegnare e che avevo momentaneamente posato sulle scale. Ovviamente la consegna la dovevo fare prima di recarmi a Leverano. Sono entrato quindi nel mio furgone ed ho percorso diverse vie di Avetrana sino a raggiungere il luogo dove effettuare la consegna commissionatami. Ricordo di avere percorso via Verdi secondo il suo senso di marcia naturale, certamente perché la consegna che dovevo effettuare riguardava un cliente residente in quella zona. Ricordo di avere quindi svoltato in via Umberto I. Nella circostanza, al momento della svolta, ovviamente ho dovuto rallentare all'incrocio con via Umberto I, quasi a passo d'uomo. In quel momento in via Umberto I a circa 3-4 metri dall'incrocio ho visto l'autovettura Opel Astra Sw, di colore azzurro-grigio, vicino alla quale si trovava Cosima Serrano, che si rivolgeva alla nipote Sarah Scazzi, dicendole con tono minaccioso: "moh ha 'nchianà intra la macchina (ora sali in macchina), facendo al suo indirizzo un gesto altrettanto perentorio con il braccio e con l'indice della mano rivolto all'indirizzo di Sarah. Ricordo che Sarah, che conoscevo di vista, era molto turbata e con la testa chinata. Ricordo anche, non solo che Cosima era all'esterno dell'auto che intimava a Sarah quello che ho già detto, ma anche che lo sportello posteriore destro dell'auto di Cosima Serrano era aperto. A domanda risponde: I finestrini del suo furgone come li aveva? Erano aperti o chiusi? Il finestrino lato guida era sicuramente aperto. Non ricordo se l'altro fosse anche aperto. Voglio precisare che il mio mezzo non è fornito di aria condizionata. A domanda risponde: Di che colore è il suo furgone? Il mio furgone è di colore bianco. A domanda risponde: Quale era la posizione di Sarah sulla strada? Sarah si trovava sul marciapiede destro di via Umberto I, dal lato dell'abitazione della sig.ra Emma Serrano (sorella di Cosima) con direzione via Martiri d'Ungheria, con le spalle quasi appoggiate al muro delle abitazioni. A domanda risponde: Quale era la posizione della signora Cosima Serrano? Cosima Serrano, come ho già detto, si trovava vicino alla sua macchina, non sul marciapiede ma sulla strada. A domanda risponde: Lei già conosceva l'autovettura di Cosima Serrano? La macchina era quella di Cosima Serrano perché la conoscevo. Voglio precisare che ho notato che nella parte posteriore dell'auto vi era verosimilmente il coprivano bagagli leggermente sollevato. Preciso, altresì, di avere notato all'interno dell'auto di Cosima, nella parte posteriore una sagoma che si abbassava. Mentre superavo la macchina di Cosima ho notato che Cosima era ancora all'esterno dell'autovettura e Sarah che invece stava entrando dentro attraverso lo sportello posteriore destro. Ho quindi proseguito per la mia strada recandomi a Leverano. A domanda risponde Può chiarire meglio le caratteristiche della sagoma di cui ha parlato sopra? Posso dire che la sagoma che ho notato apparteneva ad una persona di sesso femminile e di robusta costituzione. A domanda risponde: Perché lei dice di sesso femminile? Dico di sesso femminile perché ho notato i capelli che erano più lunghi di quelli che porta un uomo e soprattutto erano legati e raccolti all'indietro e di colore scuro. A domanda risponde: Ricorda l'abbigliamento di Cosima Serrano? Ricordo che Cosima era vestita di scuro. Ricordo che quando le sono passato accanto con il furgoncino ho incrociato il suo sguardo ed ho notato che la stessa ha avuto un sussulto di sorpresa, spalancando repentinamente gli occhi. A domanda risponde: Ricorda l'abbigliamento di Sarah Scazzi? Ricordo solo che Sarah aveva gambe e braccia scoperte, con i capelli sciolti. A domanda risponde: Dopo aver assistito a tale episodio che cosa ha fatto? Ho proseguito……… ..Qui il racconto continua con la descrizione del viaggio al mercato dei fiori di Leverano dove si era recato per acquisti all’ingrosso. Il giorno dopo il fioraio si presentò spontaneamente in procura accompagnato dal suo avvocato dicendo che tutto ciò che aveva detto e sottoscritto relativamente al rapimento era stato in realtà un sogno. In tribunale sarà la sua ex commessa a dirimere o adombrare ancora più dubbi su quei ricordi.

Ore 11.00: Parla Luigi Strada, il medico legale nominato dalla Procura di Taranto. Strada ha spiegato che il pasto ingerito da Sarah, il cordon bleu, è un cibo precotto e omogeneizzato che si dissolve dopo circa un'ora nel processo di digestione. Secondo Strada Sarah potrebbe aver digerito in fretta il cordon bleu che mangiò prima di recarsi a casa Misseri, il giorno in cui fu uccisa, e per questo motivo nel suo stomaco non c'era traccia di cibo. Secondo i consulenti di Sabrina, invece, per digerire il cordon bleu occorrerebbero dalle due alle quattro ore e la ragazzina, quindi, potrebbe essere stata uccisa almeno due ore dopo rispetto a quanto stabilito dai magistrati, cioè intorno alle 14 del 26 agosto 2010. «L'acido cloridico - ha detto in aula il medico legale - può aver disgregato il cibo assunto da Sarah il giorno dell'omicidio. Il cordon bleu ha un peso di circa 120 grammi, ma può essere stato tranquillamente assorbito». Nello stomaco della ragazzina, in fase di autopsia, furono trovati solo 20 centilitri di liquido grigiastro torbido. Non c'era traccia, invece, del cordon bleu mangiato frettolosamente dalla vittima poco prima di uscire, come riferito dalla madre. Il medico legale ha quindi riferito dei test fatti su Michele Misseri. Strada ha sottolineato rispondendo ad una domanda di Coppi di aver commesso un errore nel giudizio maturato dopo la prima visita medica a Michele Misseri, quando disse che le due ferite in via di cicatrizzazione rilevate sul braccio destro del contadino «per morfologia richiamavano le impronte di unghie». «Non poteva essere così - ha risposto in aula - perché le ferite erano profonde oltre un centimetro e ci sarebbe voluta un'unghia lunga e affilata, praticamente un artiglio». Misseri precisò in occasione della seconda visita medica che quelle ferite «se le era procurate mentre lavorava in un vigneto andando ad urtare contro delle punte di sarmenti tagliate a becco di flauto. Le lesioni riscontrate - ha confermato il medico legale - sono compatibili con questa versione». «La ragazzina fu strangolata con una cintura larga circa due centimetri e mezzo con impunture laterali che ha lasciato un solco sul collo. La morte sopraggiunse in due, tre minuti per asfissia»: Lo ha detto il medico legale Luigi Strada al processo a Taranto. Si tratta di una simulazione audiovisiva dell'omicidio che, nei risultati, scagionerebbe lo zio di Sarah. Michele, in tre episodi, davanti agli inquirenti, ha mimato la possibile scena del delitto e in particolare l'azione dello strangolamento. Secondo quanto ipotizzato dopo i test, è inverosimile che sia stato lui l'autore del delitto: l'azione simulata – è stato spiegato – è incompatibile con l'omicidio anche se la difesa di Sabrina Misseri ha contestato che Strada abbia fatto usare a Michele un foulard, e non una cintura, per poter mimare la scena dello strangolamento. Il professor Strada ha iniziato spiegando perché è giunto alla conclusione che l'arma del delitto sia stata una cintura e non una corda. In aula è stato proiettato un video che il professionista ha illustrato, nel momento in cui in carcere Michele Misseri, padre di Sabrina e marito di Cosima, subito dopo il suo arresto il 7 ottobre del 2010 simulò, con il medico legale nel ruolo di vittima, il modo in cui aveva avvolto la corda intorno al collo della vittima per strangolarla nella simulazione venne usato un foulard. Per due volte Michele Misseri, posto alle spalle del professore, avvolge il foulard iniziando dalla parte posteriore del collo e solo la terza volta inizia dalla parte anteriore. "Nel reperto non risulta un doppio giro", ha affermato il professore. Inoltre compiendo l'operazione in quel modo e cioè iniziando da dietro, "ci sarebbe stato bisogno di più tempo", ha concluso. In sostanza, Michele Misseri avrebbe sbagliato le prime due simulazioni facendo sorgere qualche dubbio che sia stato lui effettivamente a strangolare la ragazza. Inoltre stando ai segni presenti sul collo della 15enne, il medico legale ha anche escluso che l'arma del delitto possa essere stata una corda, ritenendo invece più compatibile le dimensioni di una cintura. Impossibile, secondo il medico rilevare lo stupro di cui si era accusato in un primo momento lo zio Michele Misseri, per la permanenza in acqua per oltre 40 giorni del corpo. In corte d'assise a Taranto Strada ha detto che è impossibile stabilire con veridicità se c'è stata violenza, in quanto la lunga permanenza, oltre 50 giorni, del corpo di Sarah nelle acque della cisterna hanno profondamente alterato sia gli organi che le loro caratteristiche.

Ore 13.30: Parla Valentina Misseri. Nessuna lite tra Sabrina e Sarah la sera prima dell'omicidio. "Stanno parlando di litigio, è stata una 'ripresa', così mi ha detto Sabrina". Così Valentina Misseri, la sorella di Sabrina Misseri, rispondendo alle domande del pubblico ministero Mariano Buccoliero durante il processo in Corte di Assise a Taranto per l'omicidio della 15enne di Avetrana, rispetto a quanto avvenuto in auto e in un pub tra le due cugine il 25 agosto. «Mia sorella Sabrina rimproverava la piccina perché bestemmiava sempre, si vestiva e si truccava come una donna di strada e poi perché si strusciava con tutti i ragazzi, non solo con Ivano». Non è stata per niente tenera Valentina Misseri con i ricordi della cugina Sarah Scazzi deponendo davanti alla Corte d’assise del tribunale di Taranto dove si svolge il processo sull’uccisione della quindicenne di Avetrana avvenuta il 26 agosto del 2010. La primogenita della famiglia Misseri, che il giorno dell’omicidio si trovava a Roma dove vive con il marito, non ha risparmiato parole dure neanche nei confronti del padre, Michele Misseri, che a tre metri da lei piangeva a dirotto: «Mio padre è stato sempre un gran bugiardo – ha detto – ma gli credo quando dice che è stato lui ad uccidere Sarah. Non glielo perdonerò mai, anche se rimarrà pur sempre mio padre». Mostrando la sicurezza di chi ha studiato per bene la parte del difensore delle imputate, sua sorella Sabrina con la madre Cosima Serrano, la terza donna di via Deledda ha parlato per tutto il pomeriggio non perdendo occasione di mettere in cattiva luce il «padre assassino» e non risparmiando qualche giudizio sgradevole nei confronti della cugina morta. Un comportamento che ha suscitato reazioni di rabbia nella madre della vittima, Concetta Serrano Spagnolo che all’uscita dell’aula non si è saputa trattenere: «sono schifata – ha detto – dalle parole di una donna così spudoratamente bugiarda». Secondo Valentina «Sabrina non era innamorata di Ivano ma solo attratta come lo erano in tante ad Avetrana, anche a me piaceva», ha ammesso la giovane che ha cercato così di far cadere il movente della gelosia su cui punta invece l’accusa che imputa alla sorella il delitto di omicidio volontario e sequestro di persona con il concorso della madre Cosima e soppressione di cadavere con l’aiuto del padre e di altri due parenti di quest’ultimo, Carmine Misseri e Cosimo Cosma. A proposito della presunta furiosa lite la sera prima della scomparsa tra le due cugine, Valentina ha spiegato così la sua teoria: «Mia sorella quella sera voleva riprendere Sarah per i suoi comportamenti sbagliati che agli occhi della gente la facevano sembrare una poco di buono». Sulla paternità dell’omicidio, nessun dubbio: «E’ stato mio padre – ha detto – anche se c’è stato un momento in cui ha accusato mia sorella ma solo perchè ingannato dall’avvocato Galoppa, che gli aveva fatto credere che Sabrina avrebbe scontato un paio d’anni e lui sarebbe andato in un convento a lavorare la terra». «"Si vende per due coccole", disse Sabrina riferendosi a Sarah che accusò il colpo e pianse come riferito da altri testi. Peraltro anche zia Concetta (madre di Sarah) - ha aggiunto - diceva queste cose alla figlia. Sabrina ha rimproverato qualche volta Sarah perché cominciava a bestemmiare oppure ad essere troppo affettuosa con altre persone in pubblico. In paese la gente parla. Però Sarah non era una persona scapestrata. Non la rimproverava per gelosia». Poi Valentina ha precisato di aver fatto molte domande alla sorella e alla madre nel periodo delle ricerche della cugina scomparsa. «Con loro mi sono atteggiata a pubblico ministero - ha sottolineato. Per quanto riguarda Ivano Russo, il giovane di cui sarebbe stata infatuata Sabrina, ha spiegato che quest'ultima - sperava che lui cambiasse e che diventasse una storia seria». Chi invece insiste sulle colpe del contadino è Valentina, l’unica della famiglia Misseri attualmente non imputata nel caso. E meno male che era a Roma e non ad Avetrana, altrimenti, forse, starebbe in carcere con sua madre e con sua sorella. Contrariamente all’accusa, che continua a dichiarare come movente per l’omicidio l’ossessiva gelosia che Sabrina nutriva per la cugina, Valentina Misseri afferma: «Non c’era alcun motivo di gelosia tra Sabrina e Sarah. Sabrina riprendeva Sarah per i suoi atteggiamenti troppo affettuosi con tutti i ragazzi, non solo con Ivano. Ma non ci si poteva arrabbiare con Sarah, era dolcissima, un gioiellino». Poi, riferendosi al padre, dice: «È stato un padre esemplare per 28 anni. Non mi accontentavo delle notizie sentite in tv, volevo sapere la verità…. Prima di far ritrovare il cellulare, papà mi chiese: “ma secondo te li trovano questi che hanno preso Sarah?” Io gli ho risposto di stare tranquillo, che prima o poi li avrebbero trovati. Poi papà disse che quel pomeriggio andava “su e giù” in garage. Dopo abbiamo capito che forse si riferiva al fatto che entrava e usciva dalla cantina per vedere se c’era qualcuno, visto che doveva nascondere il cadavere». La sera dell'interrogatorio e del fermo, il 15 ottobre nella caserma di Manduria, quando il padre Michele la chiamò la prima volta in correità, Sabrina Misseri mandò un messaggio sms alla sorella Valentina, sottolineato da uno smile triste, in cui diceva sostanzialmente: ''papà dice che ho aiutato a uccidere Sarah''. E io ho risposto che ''papà è impazzito, o è drogato o è una strategia. Questo è il succo di quello che le ho scritto''. ''Quando vengo a casa voglio vedere Ivano'', scrisse ancora Sabrina. ''Non c'era più l'interesse per lui ma l'affiatamento''. In un altro passaggio del lungo interrogatorio che a un certo punto è stato interrotto per circa mezz'ora dalla presidente Rina Triunfo poiché un condizionatore in aula ha cominciato a gocciolare vicino a dei fili elettrici, ha sottolineato che «con papà non parlavamo molto nel periodo delle ricerche. Solo una volta è scoppiato a piangere, eravamo a pranzo con Claudio, zia Concetta. Papà è scoppiato a piangere. Mi chiese: li trovano questi? Io dissi: li troveranno, li troveranno. - Quindi ha ribadito che - zia Concetta aveva dei dubbi sul marito, ne parlavamo con lei. Sì, in famiglia parlavamo delle piste sulla scomparsa di Sarah. In particolare ne prendevamo due in considerazione: quella straniera e quella di San Pancrazio Salentino. Mia zia Concetta (madre di Sarah) aveva sospetti su suo marito Giacomo. Lui in carcere c'era stato. Qualcuno per ripicca o vendetta poteva aver rapito la figlia a San Pancrazio»'. Così Valentina Misseri, sorella di Sabrina, durante la deposizione davanti alla Corte di Assise di Taranto, presieduta da Rina Triunfo, al processo per l'omicidio della 15enne di Avetrana Sarah Scazzi. Quest'ultima, poco prima della scomparsa, aveva trascorso tre giorni da alcuni zii proprio a San Pancrazio, cittadina del brindisino del quale il padre di Sarah era originario e dove Giacomo era conosciuto ''in certi ambienti'', ha tenuto a sottolineare la testimone. «Abbiamo trovato un clima ostile a San Pancrazio - ha aggiunto - Quando siano andati per la petizione molti non hanno voluto firmare. Anzi c'è stato chi ha rimproverato a mio zio Giacomo gli sforzi che le forze dell'ordine stavano producendo per cercare la figlia». «Sabrina - ha raccontato Valentina - si arrabbiava se Sarah aveva atteggiamenti troppo affettuosi nei confronti di Ivano Russo in pubblico, ma solo perché voleva proteggerla e non perché era gelosa. La gente è maligna e certi atteggiamenti potevano essere equivocati». Valentina ha detto inoltre che anche lei, quando seppe della scomparsa di Sarah, pensò che potesse essere stata rapita: «Dissi subito: l'hanno presa. Era una bravissima ragazza, non aveva mai avuto colpi di testa e non poteva essersi allontanata da sola». La teste ha parlato poi del ritrovamento del cellulare di Sarah e ha aggiunto che era stato proprio il padre a parlarne a Sabrina. All’epoca si facevano tante ipotesi sulla scomparsa di Sarah: «se io – ha sottolineato Valentina Misseri – avessi avuto subito dei sospetti su papà, con tante domande l’avrei fatto crollare» La teste ha ricordato, inoltre, di aver riconosciuto in Stefania De Luca, la donna che raccontò in una intervista televisiva di un litigio avvenuto tra Sarah e Sabrina. Valentina ha anche riferito di un incontro che il 22 novembre 2010, lei e la madre Cosima Serrano ebbero in carcere con Michele Misseri che all’epoca era arrestato dopo essersi autoaccusato dell’omicidio. «Ci disse che Sabrina avrebbe preso due anni perchè‚ lui – ha riferito la teste – aveva detto che era stato un incidente e aggiunse che l’avv. Galoppa gli aveva fatto vedere delle carte e che rischiavano anche Mimino Cosma e zio Carmelo» La primogenita di casa Misseri ha pianto ricordando la sera dell’arresto del padre e del ritrovamento del corpo di Sarah. «Noi – ha detto rispondendo alle domande del pm Mariano Buccoliero – piangevamo ogni giorno pensando a Sarah. Ecco perchè‚ me la prendo quando accusano la mamma e Sabrina». L'avvocato Franco Coppi, uno dei legali di Sabrina Misseri, ha chiesto alla teste se l’avv. Daniele Galoppa, ex difensore di Michele, avesse mai spinto il padre ad accusare Sabrina. «Certo - ha risposto Valentina – Disse che tanto Sabrina se la sarebbe cavata con due anni di carcere, poi ha ritrattato perchè‚ ha capito che non sarebbe stato così. Io invece sono convinta che sia stato mio padre a uccidere Sarah. Sono assolutamente convinta che ad uccidere Sarah sia stato mio padre, ma non posso dire se lo abbia fatto effettivamente per colpa del trattore che non partiva o per altro motivo». Poi ha parlato anche delle fasi dell’occultamento del cadavere e ha aggiunto che il padre le aveva sempre detto di aver utilizzato una corda e non una cintura per strangolare la nipote. «Me ne vado schifata per le tante falsità dette da una donna bugiarda e bugiarda», Concetta Serrano Spagnolo, mamma di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana trovata uccisa il 6 ottobre del 2010 dopo 42 giorni di scomparsa, ha lasciato il tribunale di Taranto con il fuoco nel cuore. Per due motivi. Aveva visto per la prima volta in aula come era ridotto il corpo della figlia Sarah Scazzi gettata nel pozzo in contrada Mosca; e poi perché aveva ascoltato le parole non certo cordiali della nipote Valentina Misseri che ha testimoniato di fronte alla Corte d’assise nella diciannovesima udienza del processo che vede alla sbarra Cosima Serrano e Sabrina Misseri, mamma e figlia rispettivamente zia e cugina della giovane vittima. Quella di Valentina, primogenita di casa Misseri che vive a Roma con il marito, è stata una difesa a tutto campo della sorella e della madre alla sbarra. «Ad uccidere Sarah è stato mio padre perché me lo ha detto lui quando sono andata a trovarlo in carcere», ha detto ai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino che la interrogavano. «Papà è stato sempre un gran bugiardo, ma lo credo quando dice che è stato lui a commettere l’omicidio anche perché mia sorella Sabrina non dice mai le bugie», ha continuato Valentina mentre il padre, seduto a qualche metro di distanza, piangeva a dirotto. Michele Misseri, come si sa, continua a sostenere la sua colpevolezza, non creduto dai magistrati, nel tentativo di ritornare in carcere e liberare la moglie e la figlia che sono invece dietro le sbarre. La sorella dell’imputata ha poi descritto Sarah Scazzi con parole che non hanno fatto piacere alla memoria della cugina morta: «mia sorella Sabrina – ha detto - rimproverava la piccina perché bestemmiava sempre, si vestiva e si truccava come una donna di strada e poi perché si strusciava con tutti i ragazzi, non solo con Ivano». Sono state queste parole che hanno fatto arrabbiare mamma Concetta che per la prima volta oggi è riuscita a vedere le immagini del corpo martoriato della figlia. A mostrarle in aula è stato il medico legale perito della procura, Luigi Strada che ha confermato l’arma con cui è stata uccisa Sarah. «Dopo un primo periodo di indecisioni per quello che ci raccontava Michele Misseri – ha detto l’esperto – ci siamo definitivamente convinti che l’arma del delitto sia stata una cinta e non una corda come sostiene invece il signor Misseri». Nella prossima udienza del 10 luglio saranno ascoltati i carabinieri che si occuparono delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Il 17 luglio, invece, è prevista l’ultima udienza prima della pausa estiva con le deposizioni dei coimputati Angelo Milizia, Giovanni Buccolieri, Michele Galasso, Giuseppe Nigro, Antonio Colazzo, Anna Scredo e Cosima Prudenzano.

"Sarah non era un angelo ma una ragazzina". Intanto Claudio Scazzi racconta il suo dolore in un libro. Alcuni stralci sono pubblicati su “Affari Italiani” e “Quotidianamente”. Claudio Scazzi è nato nel 1985, dal 2010 promuove iniziative per ricordare l’impegno della sorella Sarah. Ha fondato l’associazione di volontariato “Sarah per sempre” per la difesa dei diritti degli animali, con la quale contribuisce a raccogliere fondi per la costruzione di un canile ad Avetrana (Ta). Claudio Scazzi, fratello di Sarah, racconta la sua storia, la storia della sua stessa reazione a una tragedia che ha investito la sorella ma anche l’intera sua famiglia, lui stesso, lui che non è più e mai potrà essere quello di prima. In un libro che è il resoconto appassionato e lucido di un ragazzo come gli altri, preso nel laccio di un avvenimento più grande di lui. Un libro che mostra cosa significhi essere consapevoli del proprio dolore e tuttavia continuare ad andare avanti, con il coraggio della giovinezza. Non diventa quindi indispensabile per Claudio trovare un colpevole, a due anni di distanza dal delitto di Avetrana, perchè, semplicemente, "non cambierà nulla". L'unica critica di Claudio Scazzi va verso le tv, colpevoli di aver trasformato Avetrana in un circo mediatico dell'orrore, con turisti e curiosi da ogni dove. E proprio contro questi curiosi Claudio si sfoga: "Si vede lontano un miglio che non gliene frega niente di quello che è successo. Sono lì solo per le telecamere." Nel libro non ci sarà alcuna accusa diretta ai Misseri, ma solo sfoghi personali: «Sono stanco di questo tutti contro tutti. Fa perdere di vista il punto. E il punto è che Sarah non c'è più. Nulla può restituire Sarah alla vita. Oggi il futuro non mi fa più paura. Semplicemente non esiste più. Perché io? Già: perché? Me lo sono chiesto spesso, leggendo e rileggendo queste lettere. E me lo chiedo ancora. La verità è che una risposta non ce l’ho. A volte mi sembra giusto parlarne, a volte no. Tutto qui. Non ho ancora capito se sia una cosa buona, un errore o una follia. Non lo sopporto. Mi disturba. Mi fa incazzare. E mi offende. Mi offende l’idea che la nostra vita diventi la trama di una fiction Tv (scommetto che in tanti ci hanno già pensato e che, prima o poi, qualcuno la produrrà) o il tema di un gioco in scatola, magari con tanto di tabellone con la piantina di Avetrana... la nostra casa, quella di Sabrina e quella di Ivano... i dadi e le pedine; Michele: l’orco vestito da contadino; Cosima: la strega; mia mamma: una mistica in preda al suo delirio religioso; io: nascosto nel cappello e perso nei miei pensieri e Sarah raffigurata come un fiore o un angelo. Sono tante le persone che la chiamano ‘il piccolo angelo’. Ma Sarah era una ragazzina, non un angelo e, per come la vedo io, una ragazzina è molto di più di un angelo! Un papà di Ferrara ha scritto: “Il posto di Sarah non era tra le stelle o in un altro mondo, ma qui sulla terra.” Sono d’accordo con lui, il posto di Sarah era qui sulla terra. E a me non manca un angelo, manca mia sorella. C’è un sacco di gente che non si rende conto che quello che è successo a Sarah (e a noi) è una tragedia, non una puntata di Don Matteo e non è nemmeno “Cluedo” o un qualunque altro gioco in scatola. Capisco il dolore (cazzo se lo capisco!), la commozione, l’indignazione. So che sono sentimenti nobili e leggere certe lettere aiuta, ma purtroppo dolore, commozione e indignazione non fanno di noi dei bravi poliziotti. Non danno il diritto di svolgere indagini, nemmeno con il pensiero. E, soprattutto, non aiutano a scoprire la verità. Al contrario: sono dannosi. È la ragione, non l’emozione che deve guidare certe ricerche. E sono i fatti che costituiscono indizi o prove, e non le impressioni, soprattutto quando le ricaviamo dal gossip di Tv e giornali. Quello che voglio dire è che tutti, noi per primi, desideriamo che venga fatta giustizia. Solo che questo desiderio non basta a trasformarci in giudici. Soprattutto quando è un desiderio così forte che diventa fame di giustizia. Perché la fame annebbia la vista e porta a fare cose sbagliate. Non so i miei, ma io mi sento vicino a chi mi dimostra affetto, solidarietà, comprensione e non a chi vuole a tutti i costi spiegarmi come sono andate le cose e di chi è la stramaledetta mano che ha strappato il fiore. Non cerco soluzioni, perché non ce ne sono. Punto. E anche quando la vicenda giudiziaria si sarà conclusa, il problema non sarà risolto, perché Sarah, purtroppo, non tornerà. Ecco perché non amo le lettere di chi si sente poliziotto o giudice. Poliziotti e giudici non mancano, quello che manca è qualcuno che capisce chi sei e come stai e si siede accanto a te in silenzio, per starti vicino e cercare di farti sentire un po’ meno il peso di tutto questo vuoto. Alcune lettere sono così, si siedono vicino a te, ti tengono la mano e se ne stanno lì in silenzio. Altre, invece, quando le apri ti sembra di accendere la televisione o entrare in un bar il lunedì mattina. E ti trovi in mezzo a gente che litiga sul derby e recrimina su rigori, arbitri, goal mancati e tutte le solite menate. Per loro, come per quelli della Tv, il punto non è Sarah e quello che è successo, il punto è far vedere che loro la sanno lunga, che loro non li freghi, che, se dipendesse da loro, il caso sarebbe risolto da un pezzo. Sì, perché Sarah non è la figlia di Concetta e Giacomo o la sorella di Claudio o una qualunque ragazzina di quindici anni che aveva diritto alla sua vita di ragazzina di quindici anni, ma un’occasione per mettersi al centro e diventare protagonisti, farsi belli davanti agli altri e agli amici e dimostrare che sono più furbi e più intelligenti degli altri e che loro non si sbagliano... fino al prossimo derby, al prossimo delitto, alla prossima Sarah. Di chi non c’è più (e magari è stato buttato fuori dalla vita a calci) e di chi resta solo, non frega niente a nessuno. La vittima (che parola orrenda!) è solo un pretesto, un’occasione, un’opportunità. E così Sarah diventa vittima due volte. Uccisa la prima volta dall’odio, la seconda dal cinismo. Tanto cosa rischiano? Cos’hanno da perdere, loro? Noi, invece, tutto quello che avevamo da perdere l’abbiamo già perso. L’abbiamo perso davvero.»

«In questo libro non dico nulla su Sabrina, Cosima, Michele, Ivano e gli altri. Non solo perché c’è ancora un processo in corso, ma perché le parole sporcano. Sporcano tutto, come quei fiumi di fango che vengono giù all’improvviso e travolgono tutto. Bella o brutta, questa è la mia vita e la vita della mia famiglia e non voglio vederla sommersa dal fango». Niente scoop dunque. Nessuna rivelazione, né accuse da parte di Claudio Scazzi, fratello di Sarah, la ragazza di soli 15 anni uccisa nel 2010. Perché «questo non è un libro confessione. Anche perché non ho niente da confessare. E non è nemmeno uno sfogo. Anche se di cose per le quali sfogarsi, invece, me ne vengono in mente tante». All’improvviso si ferma il fratello di Sarah, 26 anni, elettricista. Interrompe il flusso di parole, come se volesse sottolineare che questo è per lui un concetto chiave. Poi, lentamente riprende il filo del discorso e racconta la genesi di questo libro dal titolo Per Sarah, appena pubblicato da Bompiani e il cui ricavato andrà in solidarietà all’associazione «Sarah per sempre », per la costruzione di un canile ad Avetrana. Nelle 120 pagine del volume, Claudio ripercorre il dolore per l’omicidio della sorella, per provare a ricomporre il puzzle del suo cuore squarciato dalla tragedia, un dramma scandito «dai giorni strazianti della sparizione a quelli tremendi del ritrovamento del corpo, fino a quelli sconcertanti degli arresti». Mentre a Taranto continua il processo per l’omicidio di Sarah, con la zia Cosima e la cugina Sabrina sul banco degli imputati, Claudio si rigira fra le mani una copia di questo libro sottolineando di non voler «puntare il dito, non spetta a me», ma dove ammette invece che è stanco «di questo tutti contro tutti » che «fa perdere di vista il punto. E il punto è che Sarah non c’è più». Sono infatti passati quasi due anni dal delitto di Avetrana, ma la ferita del fratello maggiore, come dei genitori, non accenna a rimarginarsi. Quello scritto da Claudio è un libro che si legge in un fiato, è il frutto di «pensieri da cui nascono pensieri», ma è anche «un ringraziamento ai tanti che hanno scritto lettere a me, alla mia famiglia e soprattutto a mia mamma». E nel libro Claudio ritrae proprio la madre Concetta quando «sedeva in cucina, apriva le buste, tirava fuori le lettere, le leggeva, le rimetteva dentro le buste, richiudeva e le metteva via, secondo un ordine che conosceva solo lei. Poteva andare avanti così ore. Ogni lettera le regalava un respiro». Ma questo libro, continua il fratello di Sarah, «è stato anche un tentativo di dire la mia opinione su tante cose. Per esempio sul fatto che Tv e giornali hanno detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Hanno trasformato il mio paese in un set cinematografico, hanno scavato nelle nostre vite quasi fossimo in una fiction e non nella vita vera, a tratti non hanno rispettato la nostra disperazione e il nostro dolore». Claudio spiega quando e dove ha scritto il libro. «L’ho buttato giù giorno dopo giorno, in un anno e mezzo. Diciotto mesi di calvario interiore, un periodo in cui ho rivisto fotogramma per fotogramma quello che è accaduto a Sarah, a me, ai miei genitori. L’ho concepito e scritto fra Avetrana, dove c’è il mio cuore, e San Vittore Olona, vicino a Milano, dove vivo e lavoro». «Sta alla giustizia, non a me, stabilire chi è stato e perché. E mi auguro che lo faccia. Ma anche quando sapremo la verità, quel fiore non tornerà a fiorire e nessuno di noi sentirà mai più il suo profumo, perché quando si strappa un fiore è per sempre». E continua: «Comunque vada a finire il processo, non ci sarà nessun vincitore: perderemo tutti, perché tutti abbiamo perso Sarah». Claudio è convinto che «in questa storia non c’è niente da capire, è tutto chiaro. E chi deve chiedere perdono, chieda perdono, sperando che, nel frattempo, chi deve perdonare abbia imparato a perdonare». Ma Claudio ha perdonato? «Perdono è una parola grande. Per dirla ci vuole un grande cuore e non so se oggi, il mio cuore è abbastanza grande». Ma più che sapere chi è, o chi sono colpevoli, il fratello di Sarah vorrebbe conoscere il motivo dietro il delitto: «Perché è stato fatto del male a Sarah?». Nel libro, come nella vita di Claudio, il filo della memoria si allunga in continuazione. «Sarah è sempre qui. Lo so. Lo sento. Me la ritrovo accanto all’improvviso, quando sembra un momento normale. Uno di quei momenti nei quali la vita somiglia a com’era prima». L’oggi invece è diverso: «Da quando Sarah non c’è più abbiamo cominciato a vivere un’altra vita: la vita di qualcun altro e nessuno, purtroppo, riuscirà mai a restituirci la nostra, persa per sempre insieme con Sarah ». I ricordi cedono il passo ai desideri: «Non so quanto darei per avere ancora un quarto d’ora da passare con Sarah. Chissà, magari ce ne andremmo al mare per stare in silenzio, a non fare niente e a fissare le onde, scegliendo quella sulla quale saltare su e andare via insieme». Su come immagina il suo do mani, confida: «Ora il futuro non mi fa più paura. Semplicemente non mi interessa più. Sarà come sarà. Ma chi ha portato via il futuro a Sarah, lo ha portato via anche a me e alla mia famiglia».

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif10 luglio 20ª udienza

10 luglio. Ventesima udienza.

E' durata appena 10 minuti l'udienza davanti alla Corte di Assise del Tribunale di Taranto per l'omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne uccisa il 26 agosto del 2010 ad Avetrana. Erano previste le audizioni di 11 testimoni, per lo più carabinieri impegnati nell’indagine, ma alcuni di loro non si sono presentati, mentre all'ascolto di altri ha rinunciato il pubblico ministero chiedendo l'acquisizione dei verbali delle sommarie informazioni testimoniali rese durante le indagini. La Corte d'Assise di Taranto ha acquisito, con il consenso delle parti, i prospetti delle intercettazioni telefoniche e ambientali ed i verbali con le dichiarazioni rese in fase di indagine dagli 11 testimoni che avrebbero dovuto deporre. Il 17 luglio, invece, è prevista l’ultima udienza prima della pausa estiva con le deposizioni dei coimputati Angelo Milizia, Giovanni Buccolieri, Michele Galasso, Giuseppe Nigro, Antonio Colazzo, Anna Scredo e Cosima Prudenzano. Verosimilmente sarà anche l’ultima udienza riservata ai testimoni dell’accusa. Probabilmente saranno chiamate a testimoniare anche le imputate.

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif17 luglio 21ª udienza

17 luglio. Ventunesima udienza. Chiamati Sabrina Misseri, Cosima Serrano, Angelo Milizia, Giovanni Buccolieri, Michele Galasso, Giuseppe Nigro, Antonio Colazzo, Anna Scredo e Cosima Prudenzano, Anna Lucia Pichierri.

Madre e figlia citate come testimoni dall’accusa, in un insolito ruolo che sicuramente decideranno di rifiutare. Ma quale imputato sceglierebbe di fare da bersaglio sotto il fuoco incrociato di pubblici ministeri e avvocati? Una scelta che rifiuterebbe anche un autolesionista. L’unico pronto a parlare, per sostenere la sua colpevolezza, è Michele Misseri, teste della difesa ma non dei pm. Certo, nel processo sul delitto di Avetrana non si sa mai quello che può accadere, ma fino a questo momento l’aula non ha riservato nessuna novità, nessun colpo di scena. Da una parte c’è l’accusa, spinta dal furore mediatico, che sostiene la colpevolezza di Cosima e Sabrina. Dall’altra parte la difesa che si batte per dimostrare un’unica tesi: Michele Misseri ha ucciso Sarah. L’ha strangolata da solo e da solo ha nascosto il corpo in un pozzo interrato per lasciare che l’acqua lo distruggesse. D'altronde si parte da un punto fermo: è lui che ha fatto ritrovare la piccola Sarah. Difficilmente, quindi, le due principali imputate apriranno bocca e daranno uno scossone all’udienza. Clamorose sorprese non dovrebbero riservarne gli altri testimoni che sono o imputati in procedimento connesso come il fioraio “sognatore” Giovanni Buccolieri, i suoi amici Giuseppe Nigro, Michele Galasso e i parenti, la suocera Cosima Prudenzano, i cognati Antonio Colazzo e Anna Scredo (l’unica parente prosciolta dal gup). Se tutti faranno scena muta quella odierna (la 21ª) sarà un’udienza lampo come la precedente. Le sorprese sono rinviate alla ripresa del processo prevista il 18 settembre con l’esame degli imputati. Ed infatti…..Cosima Serrano e la figlia Sabrina Misseri, accusate dell’omicidio di Sarah Scazzi, si sono avvalse della facoltà di non rispondere quando sono state chiamate dall’accusa, in qualità di testimoni, a deporre al processo per l'omicidio della loro quindicenne parente. In calendario, da settembre, è previsto il loro “esame” come imputate. Anche Carmine Misseri e Mimino Cosma (fratello e nipote di Michele Misseri, che rispondono di concorso in occultamento del cadavere), si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L'avv. Nicola Marseglia, uno dei difensori di Sabrina Misseri, aveva presentato una eccezione sostenendo che in base a una sentenza della Corte di cassazione gli imputati di reato connesso non possono essere citati anche come testimoni nell’ambito dello stesso procedimento. Il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, ha chiesto alla Corte d’assise di trasmettere copia del verbale dell’interrogatorio al suo ufficio per valutare la possibilità di contestare ad Anna Lucia Pichierri (moglie di Carmelo Misseri) il reato di falsa testimonianza in quanto la donna in aula dell’odierna udienza non ha confermato la circostanza riferita in fase di indagine secondo la quale gli avvocati Russo e Mongelli le dissero che era necessario cambiare legale a Michele Misseri «per aiutare Sabrina ristretta in carcere». Sono saltate le deposizioni di Antonio Colazzo e Anna Scredo, cognati del fioraio Buccolieri, e di Michele Galasso. Ha testimoniato invece Giuseppe Nigro, imputato di reato connesso, direttore della masseria “La Grottella” di Avetrana, in relazione alla consegna della torta nuziale durante un ricevimento il 26 agosto 2010, mentre si è avvalso della facoltà di non rispondere il bancario di Avetrana, Angelo Milizia, altro imputato in un procedimento connesso. Il processo riprenderà il 18 settembre dopo la pausa estiva con la deposizione di Michele Galasso (amico del fioraio Bucolieri), Antonio Colazzo e Anna Scredo (cognati di Buccolieri), Valeria Scazzari (consulente di parte dell’avv. Missere, difensore di Cosma Cosimo) e l’esame degli imputati Antonio Colazzo, Giuseppe Nigro e Cosima Prudenzano. In mattinata, pure Giovanni Buccolieri, il fioraio di Avetrana che in un primo momento aveva dichiarato agli inquirenti di aver visto il 26 agosto 2010 una donna, probabilmente Cosima Serrano, costringere con la forza Sarah Scazzi a salire a bordo della sua auto per poi ritrattare quel racconto, sostenendo che si era trattato di un sogno, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L'uomo, però, ne aveva fatto parola anche con un amico, con sua moglie Giuseppina Scredo e la sua ex commessa Vanessa Cerra. Oggi ha deposto Cosima Prudenzano, suocera di Buccolieri, che ha riferito di aver appreso del sogno dallo stesso Buccolieri quando il genero ne stava parlando con la commessa. Nelle precedenti udienze, invece, Scredo e Cerra avevano detto che Cosima Prudenzano non era presente. Numerose le contestazioni formulate dal pm alla teste, che ha pianto durante la deposizione. La testimone, per altro imputata nello stesso procedimento per falsa testimonianza, ha collocato temporalmente il racconto del genero al "27 o 28 ottobre 2010. Mi ricordo del giorno -ha aggiunto- perché ero tornata ad Avetrana da Parma per la ricorrenza dei defunti". La donna ha riferito che, al racconto, era presente, oltre a lei e al genero, anche la commessa, Vanessa Cerra, mentre sia quest'ultima che la figlia della signora Prudenzano, Giuseppina Scredo, moglie del fioraio, hanno affermato invece che la testimone non c'era. Questa e altre contraddizioni, oltre al contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche, sono state oggetto di contestazione alla signora Prudenzano da parte del pubblico ministero Mariano Buccoliero.

“Taranto: non solo Scazzi, Serrano e Misseri. Quel Tribunale è il Foro dell’ingiustizia.”. Libertà di stampa violata ed adozione di atti intimidatori e persecutori per chi ha il coraggio di raccontare la verità. Antonio Giangrande, il noto scrittore di Avetrana, accusato di violazione della Privacy, il 12 luglio 2012 è stato assolto con la formula più ampia: per non aver commesso il fatto. Una sentenza che crea un precedente nel campo della libera informazione. E’ stato assolto dal giudice onorario della sezione distaccata di Manduria, avv. Frida Mazzuti, su richiesta del Pubblico Ministero Onorario avv. Gioacchino Argentino. E’ stato disposto, altresì, il dissequestro del sito web d’informazione inopinabilmente oscurato per anni dalla magistratura brindisina e tarantina. Nulla di che, se non si trattasse dell’epilogo di un atto persecutorio da parte della magistratura tarantina. E la notizia dell’assoluzione si deve dare senza remore, così come si fa se, invece, fosse stata una condanna. «Questa è una esperienza che insegna e che va raccontata – dice il dr Antonio Giangrande, autore di 40 libri pubblicati su “Amazon.it” e su “Lulu.com” - Il fatto risale al 2006 quando improvvisamente la Procura di Brindisi chiude completamente il portale web d’informazione dell’ “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Sodalizio nazionale antimafia non allineato a sinistra. L’oscuramento del sito web effettuato con reiterati atti nulli di sequestro penale preventivo emessi dal Pubblico Ministero togato Adele Ferraro e convalidati dal GIP Katia Pinto. Lo stesso GIP che poi diventa giudice togato del dibattimento e che alla fine del processo proclamerà la sua incompetenza territoriale. Dopo anni il caso passa al competente Tribunale di Taranto. Qui il Gip Martino Rosati adotta direttamente l’atto di reiterazione del sequestro del sito web, senza che vi sia stata la richiesta del PM. Il reato ipotizzato è: violazione della Privacy. Non diffamazione a mezzo stampa, poco punitiva, ma addirittura violazione della privacy, reato con pena più grave. E dire che gli atti pubblicati non erano altro che notizie di stampa riportate dai maggiori quotidiani nazionali. Era solo un pretesto. Di fatto hanno chiuso un portale web di informazione e d’inchiesta di centinaia di pagine che riguardava fatti di malagiustizia, tra cui il caso di Clementina Forleo a Brindisi e una serie di casi giudiziari a Taranto, oggetto di interrogazioni parlamentari. Tra questi il caso di un Pubblico Ministero che archivia le accuse contro la stessa procura presso cui lavora; che archivia le accuse contro sé stesso come commissario d’esame del concorso di avvocato ed archivia le accuse contro la sua compagna avvocato, dalla cui relazione è nato un figlio. Fatti di malagiustizia conosciuti e scaturiti da esperienze vissute personalmente o raccontate dalle vittime, fino a quando mi hanno permesso di svolgere la professione di avvocato e successivamente in qualità di presidente di un’associazione antimafia. Dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, nonostante i più noti avvocati di quel foro abbiano rifiutato di difendermi e sebbene tutti i miei avvocati difensori mi abbiano abbandonato, eccetto l’avv. Pietro DeNuzzo del Foro di Brindisi. Qualcuno si è fatto addirittura pagare da me, nonostante abbia percepito i compensi per il mio patrocinio a spese dello Stato. Ed ancora dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, anche in virtù del fatto che il giudice naturale, Rita Romano, sia stata ricusata in questo processo, perché non si era astenuta malgrado sia stata da me denunciata. A dispetto di tutte le circostanze avverse vi è stata l’assoluzione, ma i magistrati togati hanno ottenuto comunque l’oscuramento di una voce dell’informazione. Voce che in loco è deleteria al sistema giudiziario e forense tarantino e contrastante con la verità mediatica locale. A tutti coloro, che in apparenza gridano alla libertà di stampa, direi di essere meno ipocriti, codardi, collusi  e partigiani, perché i giornalisti e gli operatori dell’informazione locale, anziché esprimere solidarietà ad un collega, hanno pensato bene di trattarmi come appestato e recidere quelle collaborazioni che avevo con loro. A tutti quelli che spesso rappresentano un potere criminogeno e ciò nonostante proclamano “fuori i condannati dal Parlamento” direi: se i condannati sono coloro i quali sono perseguitati per le opinioni espresse, allora direi fuori le caste e le lobbies e le mafie e le massonerie dal Parlamento, che a quanto a pericolosità sociale non sono seconde a nessuno».

Riguardo al legame che c’è tra l’informazione e la giustizia, esemplare è il caso di Amedeo Cervetti. Questi è in carcere per omicidio. La Procura che lo fa condannare chiede la revisione: i giudici la negano. Si può restare in carcere quando perfino l’accusa ritiene che la condanna sia ingiusta? In Italia si può. Da anni Amedeo Cervetti è recluso a Lecce, condannato fin anche dalla Cassazione a quattordici anni e dieci mesi per omicidio volontario premeditato, porto abusivo e ricettazione di armi. Lui ha sempre negato di aver ucciso il pastore Lucio Mancarella. C’è una prova: il fucile calibro dodici trovato sul luogo del delitto era stato ceduto al Cervetti da un suo conoscente qualche giorno prima dell’omicidio avvenuto il 29 dicembre del 1996. Il Cervetti si è sempre proclamato innocente. Il colpo di scena. La svolta arriva nel 2005 quando si scopre che, durante un interrogatorio di quattro anni prima, il pentito Vito Di Emidio ha fatto i nomi di due persone che secondo le sue informazioni hanno ucciso Lucio Mancarella. Dalle dichiarazioni risulta evidente che Amedeo non c’entra niente. Precisa, fornendo molti dettagli, che non sarebbero stati tre gli assassini - come stabilito dalla sentenza di condanna - ma solo due e, tra questi, Amedeo Cervetti non c’è. Il primo paradosso è che queste rivelazioni erano state fatte nel 2001, quando il processo contro Cervetti era ancora in Corte d’Appello a Lecce, ma nessuno ha pensato di portarle davanti ai giudici. Perché queste dichiarazioni non sono state usate? La Procura era in possesso di una confessione che avrebbe potuto, una volta verificata, scagionare il Cervetti. E l'avvocato difensore ha adempito pienamente al suo mandato? Dopo cinque anni, il 25 gennaio 2006, è lo stesso Procuratore Generale di Lecce che chiede la revisione del processo per il Cervetti. La Corte d’Appello di Potenza la nega. Del fatto nessun accenno giornalistico: né organo di stampa, nè redazione televisiva, nazionale, ma ancor più locale: quelli che si fregiano di indipendenza, libertà, competenza. Troppo impegnati ad intrattenersi alle conferenze stampa degli amici Magistrati e Forze dell’Ordine. Se badate bene i fatti di cronaca giudiziaria riportano sempre la postilla: “conosciuti alle Forze dell’Ordine”, “con precedenti penali”, "incensurato", ecc.. Come se fossero più importante i precedenti penali del soggetto e non il fatto in sè. Locuzioni apposte solo da chi conosce le risultanze del casellario giudiziario non accessibili a tutti. Questo evidenzia il fatto che vi è integrale lettura delle veline da parte di giornalisti, senza alcuna esigenza deontologica di verificare la fondatezza o di dare voce alla difesa. Il secondo paradosso è che mi è stata chiesta nel 2012, non la rettifica, ma addirittura la cancellazione degli articoli di denuncia del fatto, pubblicati nel 2008 e contenuti sui miei ed altrui siti web, tra cui “Report On Line”,“Il Pittaccino”, “Salento Pocket”. Notizia cancellata su tutte le pagine web di mia pertinenza e su tutti i miei libri, per adeguarmi alla richiesta, ma inserita qui in questo contesto, in relazione al processo sull’omicidio di Sarah Scazzi, estrapolandola con citazione delle fonti su nominate. Questo al fine di denunciare le storture di un sistema giudiziario e forense, dove addirittura le vittime sono sottoposte a regime di intimidazione e di coartazione per far tacere le ignominie innominabili commesse da giudici ed avvocati a danno delle stesse vittime. D'altronde non vi è diffamazione a danno della vittima, né violazione della privacy, come conferma la sentenza che mi riguarda precedentemente riportata. E dire che non è la prima volta che la stessa vittima arriva a censurarmi, se non addirittura a denunciarmi per diffamazione a mezzo stampa. Denunciato per aver dato voce e difeso una vittima della malagiustizia. Questo fatto di essere denunciato per diffamazione a mezzo stampa è avvenuto con Giuseppe Dimitri di Avetrana.

Per quanto riguarda l’amministrazione della Giustizia da queste parti, bisogna puntualizzare alcune cose, come per esempio anche l’incredibile e strana vicenda di due Magistrati pugliesi: Matteo Di Giorgio e Giuseppe De Benedictis. La vicenda è sta oggetto di un articolo di Michele Imperio. Mesi fa vi fu la notizia dell’arresto quasi contemporaneo di due magistrati pugliesi Giuseppe De Benedictis e Matteo Di Giorgio, entrambi classificabili come Magistrati dell’area di centro destra, tendenza beninteso manifestata al di fuori dell'esercizio delle funzioni nell'ambito delle quali i due magistrati erano assolutamente irreprensibili. Giuseppe De Benedictis aveva addirittura concesso l’arresto dell’on.le Raffaele Fitto (PDL). E dato il clamore di certa stampa si era lanciato l’allarme che poteva trattarsi di un odioso piano dei giudici di Magistratura Democratica, i quali stavano cominciando ad avviare una sorta di pulizia etnica, oltre che di uomini politici anche di Magistrati di altra estrazione politica, utilizzando anche contro costoro (i colleghi Magistrati) lo strumento della incriminazione penale e della carcerazione preventiva. In questa perversa ottica si collocavano – secondo noi - le due quasi contemporanee carcerazioni dei magistrati pugliesi Matteo Di Giorgio e Giuseppe De Benedictis arrestati a distanza di soli quattordici giorni l’uno dall’altro, un evento che non si era mai verificato in tutta la storia della Puglia. Anzi in passato il Magistrato veniva rispettato in quanto tale. I panni sporchi, se c'erano, si lavavano - come si dice - in famiglia, onde non generare disdoro per le Istituzioni. Ora invece anche i Magistrati, classificabili come vicini ad ambienti politici di centro-destra, possono essere destinatari di questa iniziativa plateale e clamorosa che è l'incriminazione penale e la custodia cautelare che - lo ricordo - non è "pane e fichi" ma è una misura particolarmente umiliante e estremamente invasiva che bisogna adottare - stando alla legge - solo in presenza di situazioni di particolare gravità. Il dott. Matteo Di Giorgio già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, insignito per meriti acquisiti sul campo dell’incarico di delegato della Procura distrettuale antimafia di Lecce presso il Tribunale di Taranto, è stato all'improvviso arrestato l’11 novembre 2010 con una serie di accuse per fatti vetusti, risalenti alcuni addirittura al 2001, alcuni dei quali già prima facie di scarsissima o nulla rilevanza penale (per esempio far mantenere aperto un bar dalla Amministrazione Comunale di Castellaneta anche se non era in regola con le licenze). Lo stesso mandato di cattura parlava di concussione, ma escludeva in modo assoluto che il Dott. Matteo Di Giorgio avesse mai preteso denaro per se o per altri soggetti per queste operazioni ipotizzandosi a suo carico soltanto la volontà di perseguire "mire e utilità politiche". Infatti con riferimento alle elezioni amministrative del 2008 (e questa è la sua vera colpa) egli aveva tentato, senza riuscirci, di candidarsi presidente della Provincia di Taranto senza coordinarsi con la Massoneria e con le alte sfere della magistratura associata che, evidentemente, nei Tribunali di Potenza e Taranto godono di spazi particolari. Vedi per esempio caso Cannizzaro-Genovesi-Restivo-Claps:  Ora anche i profani sanno che affinché si configuri invece il reato di concussione occorre che l’attività estorsiva del pubblico ufficiale sia finalizzata a conseguire denaro o altra utilità (ovviamente simile al denaro). Ed è molto discutibile allo stato attuale della giurisprudenza che tra queste "altre utilità" rientrino le “utilità politiche” perché allora bisognerebbe incriminare del reato di concussione almeno il 90% della classe politica di destra di centro e di sinistra. L’ordinanza di custodia cautelare a carico del dott. Matteo Di Giorgio già per questi motivi appariva quindi anche al profano un’ordinanza di custodia cautelare alquanto esagerato, dato che il Magistrato può disporre - per legge - la cattura di un individuo solo se è certo che il fatto determinerà una condanna a una pena detentiva che superi il limite della sospensione condizionale della pena (anni due di reclusione). Peraltro il Procuratore Capo della Repubblica di Potenza Giovanni Colangelo, insediatosi però a Potenza quando già l'indagine era stata avviata, quel mandato di cattura non lo ha voluto firmare. Evidentemente non era d'accordo. Peraltro "voci" riferiscono che a Potenza non ci vuole stare più. Vorrebbe trasferirsi a Napoli. Torno ora a parlare di questa vicenda perché proprio la Corte di Cassazione ha annullato ben due dei quattro capi di accusa mossi al dott. Matteo Di Giorgio e precisamente:

1. aver indotto la prima vittima tal Giuseppe Di Fonzo a non denunciare il suo presunto strozzino, parente del Magistrato, promettendogli il suo interessamento per l'iter di accesso al fondo antiusura;

2. aver indotto la seconda vittima tal Giovanni Coccioli a ritrattare le accuse a lui stesso mosse dal Coccioli nell'ambito di un'annosa diatriba con un senatore del posto Rocco Loreto, facendogli ottenere in cambio la gestione di un bar abusivo allo stadio di Castellaneta. Il primo capo di accusa è stato annullato senza rinvio (cioè cancellato completamente) l'altro è stato annullato con rinvio al Tribunale del riesame di Potenza per nuovo esame. Ora è raro che la Cassazione annulli i capi di accusa di un’ordinanza di custodia cautelare senza rinvio. Se lo fa è perchè evidentemente si tratta proprio di una castroneria, nella specie confermata (ahimè) dal Tribunale del riesame di Potenza.

Annullati questi due capi di accusa rimangono a carico del Magistrato Matteo Di Giorgio altre due imputazione:

1. aver esercitato presunte pressioni sul proprietario di un villaggio turistico "Città del Catalano" per far revocare il servizio di vigilanza a tal Vito Pentassuglia (esponente, secondo l'accusa, dello schieramento politico avversario al suo quello di Sinistra) e poi aver fatto altre pressioni sempre sul titolare di quel villaggio turistico per farsi concedere due mesi di vacanza "quasi" gratuiti in due appartamenti del residence medesimo;

2. aver costretto alle dimissioni un consigliere comunale di Sinistra tal Domenico Trovisi dietro la minaccia di far arrestare due suoi familiari.

Ora la Cassazione - come tutti sanno - non entra nel merito delle vicende processuali perchè si limita a valutare solo i profili di legittimità (ossia il rispetto della legge sostanziale e processuale da parte del Magistrato che ha emesso il provvedimento). Però appare strano che un Magistrato si esponga fino a quel punto solo per farsi "quasi" pagare (e perchè non per intero?) una vacanza in un villaggio turistico della sua stessa città. Questo può capitare a un impiegato di quart'ordine che non ha il denaro sufficiente per pagarsi la vacanza ma non a un Magistrato il quale è lautamente retribuito. Inoltre "voci" apparse anche sulla stampa (settimanale locale "Wemag") riferiscono che gli episodi relativi alle dimissioni del consigliere comunale di Sinistra Domenico Trovisi non si sono svolte affatto come è stato raccontato nel mandato di cattura, ma si sono verificati con queste modalità: in quel periodo il Magistrato concittadino Matteo Di Giorgio si trovava ad esaminare per ragioni del suo ufficio alcune intercettazioni telefoniche dalle quali emergeva che due giovani familiari di Domenico Trovisi, persona molto in vista in città in quanto titolare di oleifici, discoteche ed altre importanti attività economiche, fossero responsabili di un grave reato. Per pietà e per senso di concittadinanza il giovane familiare non è stato arrestato dal Magistrato Matteo Di Giorgio e il Trovisi ha pensato bene - per decenza - di dimettersi spontaneamente da consigliere comunale. Però...... "voci"..... Mi chiedo: ma si può trattare un Magistrato come una pezza da piede per fatti di questo genere? Peraltro - come ho detto - tutti i capi di imputazione annullati o non annullati dalla Cassazione si riferiscono a vicende vecchie, datate nel tempo (intorno al 2001 circa) che ormai affondavano nelle polveri degli archivi della Procura della Repubblica di Potenza tanto era stato il tempo trascorso dalla loro archiviazione disposte queste archiviazioni da un valoroso Magistrato che allora era in forza alla Procura della Repubblica di Potenza, che si chiamava John Woodcock. Solo il trasferimento di questo Magistrato dalla Procura di Potenza a quella di Napoli ha consentito che quelle denunce fossero riprese e valorizzate. Per verificare queste denunce poi è stata messa in moto la macchina giudiziaria come per le grandi occasioni, riguardanti fatti gravissimi di criminalità organizzata, sono stati addirittura impiegati anche ex Carabinieri allontanati dall’Arma per ragioni disciplinari o penali e per ben due anni (pensate!) tutte le stanze del Tribunale di Taranto sono state disseminate di cimici per le intercettazioni ambientali!!!!!!!!!!! Al punto che personalmente una volta mi è capitato di essere invitato da un Magistrato a interloquire con lui nel bar del Tribunale anziché nel suo ufficio, proprio per la presenza – risaputa - di queste invasive cimici. Inoltre è successo pure che molti Magistrati del Tribunale di Taranto e - praticamente quelli più valorosi - infastiditi da tante pressioni, hanno chiesto e ottenuto il trasferimento presso altre sedi. E’ il caso per esempio della dott.sa P.N., del dott. G.D., del dott. G.C. e di altri. Anzi addirittura il dott. G.C., benchè giovanissimo, ricopriva nel Tribunale di Taranto, sua provincia di residenza, il prestigioso ruolo di presidente del collegio penale. Ebbene egli ha preferito chiedere il trasferimento presso un altro Tribunale e autoretrocedersi a giudice monocratico di piccoli paesi pur di sfuggire al clima giacobino e velenoso che, per via di queste intrusioni, si è creato nell'ambiente giudiziario tarantino. Mi chiedo: ma data l’inezia delle accuse e la mole delle forze messe in campo non sarà per caso che l'inchiesta contro il Magistrato Matteo Di Giorgio sia stata solo un pretesto e che invece da Potenza e forse da più in là qualcuno voleva inquisire tutti i Magistrati del Tribunale di Taranto per tentare una sorte di pulizia etnica a sfondo politico? Capisco che questa è un'ipotesi suggestiva ma l'arresto altrettanto plateale e contemporaneo del dott. Giuseppe De Benedictis di Bari a soli quattordici giorni di distanza e anche questo carico di simbologia, è opera - formalmente - di un'altra Procura esterna, la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. In quel periodo si vociferava di intrusioni del dott. Matteo Di Giorgio nella vicenda dei parchi eolici, un'inchiesta che partiva da Roma e precisamente dal P.M. dott. Giancarlo Capaldo, fratello di quel Pellegrino Capaldo, grande amico di Nicola Mancino, per la sinistra il noto e diabolico stratega del 1992. Questa inchiesta sui parchi eolici doveva fare strage di uomini politici e di Magistrati dell'area meridionale e poi invece si è rivelata un flop, un'autentica bolla di sapone. Ma ci ha fatto capire che la testa del drago di questa e di altre inchieste non sta a Taranto. E - forse - nemmeno a Potenza. Sta a Roma. Qual è il senso di questa pillola di attualità parallela al processo di Sarah Scazzi ed inserita in un contesto apparentemente alieno? Il senso da cogliere è che mai nulla è come appare. Il rovescio della medaglia è sempre bene esaminarlo. Mai soffermarsi alle apparenze, specie se mostrate da giornalisti e magistrati interessati.

SOSPENSIONE UDIENZE. PAUSA ESTIVA: 31 LUGLIO - 15 SETTEMBRE

Nelle more della pausa estiva del processo si coglie l’occasione per parlare della cornice in cui il giudizio stesso si svolge. Territorio, personaggi, eventi sono esemplificativi per rendere l’idea di un fatto che coinvolge emotivamente tutta una nazione. La giustizia a Taranto non può esser estrapolata da una realtà emblematica, che comunque il profano deve conoscere. Non si possono sputare opinioni, se non si conosce il contesto in cui i fatti si formano e, spesso, si raccontano, simulandoli e dissimulandoli. Si tenga sempre presente: mai nulla è, come appare!!!

Spending review, accorpamento delle province di Taranto e Brindisi. Avetrana vuole Lecce. La gente di Avetrana si mobilita per cambiare provincia, stante e sotteso l’inerzia delle istituzioni avetranesi che sono restie a cogliere l'occasione che offre l’art. 17, 3°comma, della legge 135/2012 detta Spending review in tema di riordino delle province. E dire che proprio il Comune di Avetrana ha aderito al progetto della “Regione Salento”. Da sempre Avetrana si sente salentina, perché lo è per la storia, le tradizioni, gli usi, i costumi, il dialetto. Inoltre per ragioni di opportunità l’occasione va colta, affinchè ci si smarchi dalla supremazia delle strutture politiche, economiche e sociali di Taranto ed ancor più dall’egemonia politica di Manduria per dirimere una volta per tutte la questione sulla competenza territoriale delle zone marine viciniori ad Avetrana e la spinosa vicenda del depuratore consortile che proprio Manduria ha voluto sulla spiaggia prospiciente Avetrana.

Per questo motivo, su iniziativa dell’avv. Mirko Giangrande, presidente dell’associazione “Pro Specchiarica” e vice presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte le Mafie”  e di “Tele Web Italia”,  gran parte della società civile di Avetrana, con le sue associazioni più rappresentative, il 16 settembre 2012 si riunisce per approntare una lettera indirizzata al presidente del Consiglio comunale di Avetrana, affinchè lo stesso convochi un Consiglio Comunale monotematico necessario ed urgente, ai sensi dello Statuto comunale, ed ivi avviare una discussione sull’opportunità del passaggio dalla provincia di Taranto a quella di Lecce ed approntare una presa d’atto sul da farsi e se del caso, con le risultanze argomentali positive, inviare l’ipotesi d’intenti alla regione Puglia entro il 2 ottobre, ossia nei ristretti termini stabiliti dalla legge ed obbligati dall’inerzia istituzionale e politica comunale. Il Consiglio Comunale si deve assumere la responsabilità di una decisione storica, qualunque essa sia. Le ipotesi e le proposte di riordino delle province di Taranto e Brindisi devono tener conto  dell’iniziativa comunale avetranese volta a modificare le circoscrizioni provinciali esistenti e comunque l’iter procedurale della stessa proposta del comune di Avetrana non potrà concludersi se non sentiti tutti i cittadini avetranesi invitati ad esprimersi tramite un referendum da indire successivamente. Molti Avetranesi pensano che è meglio contare uno tra i cento comuni leccesi e sentirsi in casa propria, che contare niente sui pochi comuni tarantini e sentirsi abbandonati da una città, Taranto, che da sempre con la sua politica, la sua burocrazia ed i suoi media si è dimostrata egocentrica e disinteressata alla sua provincia.

Sprechi, tagli sui servizi, disservizi e solita partigianeria. Regione Puglia, Lazio, Sicilia e tutte le altre. Per favore non chiamatele Mafia. «Un certo tipo di giornalismo, che va per la maggiore, produce un certo tipo di politica imperante. Questi promuovono un certo tipo di antimafia monopolista: di parte e di facciata. - spiega il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” www.controtuttelemafie.it , scrittore dissidente che proprio sul tema della mafia e della mala politica e della mala amministrazione ha scritto dei libri, tra i tanti libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. - I soliti giornalisti promuovono ed i soliti politici finanziano iniziative della solita antimafia monopolista. Iniziative volte a dare un’immagine della mafia come la manovalanza del crimine organizzato. Per loro la mafia deve essere il cafone analfabeta con la lupara in mano che chiede soldi a strozzo o denaro in cambio di sicurezza. Come dire: affidati allo Stato che con i soldi estorti con le tasse esso sì ti presta i soldi e ti assicura benessere, istruzione, cultura, salute, giustizia e sicurezza (sic).  Invece per me la mafia siamo tutti noi: omertosi, emulatori, collusi e codardi. Questo tipo di giornalismo e questo tipo di antimafia, che addita gli avversari politici o la manovalanza criminale come mafiosi, è foraggiato da questo tipo di politica, spesso regionale. Ed è foraggiato con i nostri soldi estorti con le tasse. Invece di denunciare lo sperpero di denaro pubblico per amicarsi un certo sistema d’informazione ed un discutibile sistema antimafia, ai consiglieri ed agli assessori regionali si dà la colpa di dilapidare i nostri soldi. Ed i cittadini lì ad imprecare. Però si fa finta di non sapere che quei soldi, di cui a volte facciamo finta di chieder conto, non sono altro che quelli usati (per voto di scambio) per attirare favori e benevolenza da parte di quell’elettorato, che oggi è indignato. Quei soldi servono per comprare il consenso per la rielezione di quei politici che oggi si manda all’inferno. Fa niente se per mantenere lor signori si chiudono ospedali e tribunali. Ma tanto per il sistema tutto ciò non è racket, anche perché è omertosamente taciuto. Sulle emittenti tv vi sono sempre servizi di parte, se non servizi che raccontano altre realtà (su Studio Aperto alle 12.47 circa di tutti i giorni vi è un servizio sulla famiglia reale inglese). Certo che a fare vera informazione si rischia l’oscuramento del portale web o la galera (ma solo per il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, vi è stato il polverone). Anche di questo una certa politica si deve fare carico. Sul nostro canale Youtube MALAGIUSTIZIA abbiamo dovuto montare e produrre un video sugli scandali alle Regioni. Un video tratto da servizi caricati sul web dal TG3, dal 884c25tv e dal TRnews di Tele Rama. Un video che è bene far vedere a tutti perché si dimostra che tutte le regioni sono uguali. Spezzoni video di tv anche locali. Vi è anche una parte riferita alla Regione Puglia di Nicola Vendola (dispensatore di sogni e di speranze), affinchè ci si renda conto con che tipo di informazione e di antimafia e di politica il cittadino si deve confrontare e che con questo sistema informativo è dura debellare.»

PUGLIA. QUELLO CHE NON SI OSA DIRE. Regione-cuccagna: la Puglia è la capitale degli sprechi di Stato. Caso Frisullo, scandalo Mele e spese di Introna: breve viaggio in Puglia, l'impero degli sprechi raccontato da Franco Bechis su “Libero Quotidiano”. Per tutti gli italiani andare in pensione è diventato un calvario. Qui no: puoi ancora ritirarti a 55 anni avendo versato contributi solo per cinque anni. E l’assegno mensile anche così supera i tremila euro al mese, perché invece di essere tagliato come è avvenuto nel resto di Italia, viene periodicamente rivalutato. Dopo nemmeno un anno di lavoro puoi chiedere l’anticipo del Tfr, e fino a quando non hai raggiunto l’80% del dovuto puoi chiederlo anche l’anno dopo, e l’anno dopo ancora. Qui il numero uno può andare in giro su un’auto di lusso straniera tremila di cilindrata, e al suo vice è concessa una duemila di cilindrata con tutti i comfort, anche se c’è una legge che dice che sopra i 1.600 cc non si può salire. Benvenuti in Puglia, nel regno di Nichi Vendola, nel cuore di quel consiglio regionale che oggi è il paese della cuccagna della Casta. Qui tutto è ancora possibile, e se non ci fossero delibere, timbri amministrativi, stanziamenti effettivi, ci sarebbe da non credere ai propri occhi. Accadono cose nel cuore della politica pugliese che nemmeno la più fervida fantasia avrebbe immaginato esistere in Sicilia, la tradizionale patria di tutti i mali della spesa pubblica, del privilegio dei satrapi. In Puglia qualsiasi cosa è concessa. Tutto - anche quello che non pensavi possibile - diventa realtà. Grazie allo status di consigliere regionale possono rifarsi una vita politici che ne hanno combinata più di una e sono stati triturati dalle cronache.

Prendiamo Sandro Frisullo, il luogotenente di Massimo D’Alema in zona, finito in carcere per l’inchiesta su soldi e donne elargiti da Giampaolo Tarantini. Per lui la carriera politica si è dovuta chiudere, ma la Regione gli ha consentito di ripartire grazie a bei mattoncini per rifarsi una seconda vita. Prima gli ha consegnato un assegno di fine mandato da 388.992,96 euro. Il 13 luglio 2010 ha chiesto e ottenuto di andare in pensione anticipata a 55 anni e gli è stato concesso. Da allora percepisce ogni mese dalla Regione un assegno da 10.071,80 euro lordi. Non sarebbe mai accaduto in un altro posto. Ma almeno Frisullo era stato consigliere regionale ininterrottamente dal 1995 al 2010: 15 anni. L’8 marzo di quest’anno la domanda di pensione anticipata appena compiuto il cinquantacinquesimo anno di età è giunta da un altro ex consigliere regionale: Cosimo Mele. Era deputato dell’Udc quando finì nei guai per una notte in albergo in via Veneto con due donne - una delle quali finì all’ospedale per overdose di cocaina. Mele fu mandato a processo, e il leader del suo partito gli impose le dimissioni da deputato. Fu però consigliere regionale per tutti i 5 anni della precedente legislatura (2000-2005). Solo quelli aveva alle spalle, così il suo assegno previdenziale è per forza ridotto: 3.403,82 euro lordi al mese che gli vengono corrisposti dal consiglio regionale dal primo aprile scorso. Non lo farà diventare ricco, certo. Bisogna però provare a raccontare agli italiani comuni che con il governo di Mario Monti e la stretta pensionistica di Elsa Fornero in vigore, c’è un Mele in Puglia che può andare in pensione a 55 anni, avendone lavorati solo cinque, con 3.403,82 euro lordi di pensione. I due nomi citati sono i più noti alle cronache nere nazionali, ma in Puglia sono a decine gli ex consiglieri che negli ultimi due anni sono andati in pensione prima dei 60 anni con emolumenti mensili di tutto rispetto (il più basso è quello di Mele). Non è una eccezione: è la regola.

Per altro mentre le leggi nazionali in piena crisi economica dicevano tutt’altro e perfino i deputati e senatori tiravano la cinghia si tagliavano gli stipendi e i rimborsi spese, nel regno di Vendola è accaduto l’esatto opposto. I vitalizi sono stati ritenuti esenti dai tagli, e il loro importo è stato periodicamente rivalutato. Che le leggi in Puglia vadano in controtendenza, è evidente perfino dal ruolino delle cause davanti alla Corte Costituzionale. Due vedono contrapposti Vendola e il presidente del Consiglio, Mario Monti. La prima nasce dal fatto che quando la legge nazionale ha deciso di ridurre i consiglieri regionali, in Puglia si è fatto un taglietto, scendendo a 60, dieci in più del tetto imposto agli altri. E il governo ha fatto loro causa. La seconda diatriba nasce da una legge di Giulio Tremonti che riduceva la spesa per consulenze e collaboratori. Anche la Puglia si è adeguata, ma non per tutti.

Vendola ha escluso dalla scure proprio i suoi collaboratori, e così è stato citato prima da Berlusconi e poi da Monti di fronte alla Corte costituzionale. Per capire come l’andazzo da queste parti sia di tutto altro tenore, tanto da trasformarsi nel paradiso della Casta, basta dare un’occhiata agli stanziamenti amministrativi che riguardano il presidente del consiglio regionale, Onofrio Introna, compagno di partito di Vendola in Sel. Quando si è insediato gli hanno messo a disposizione una Bmw. Lui ha voluto cambiare, preferendo una Audi A6 tremila di cilindrata. Siccome la Consip non ce l’aveva, ha costretto gli uffici della Regione a una trattativa privata con un noleggiatore del posto. Intanto che c’era, ha fatto prendere altre due Audi A6, però duemila di cilindrata, destinate al vicepresidente del consiglio regionale (Nicola Marmo, Pdl) e a un consigliere segretario. Non bastava l’auto di lusso. Quando Introna è nel suo bell’ufficio in Regione, che fa? Sicuramente scrive ad amici ed elettori. Perché ha chiesto e ottenuto una delibera amministrativa per la fornitura di carta intestata, buste e suppellettili a suo uso, indicandone anche i produttori prescelti: «500 buste shoppers della ditta Paperstore di Gravina di Puglia; n. 3mila fogli di carta intestata /Il Presidente/ e n. 3mila cartoncini formato americano intestati /Il Presidente/ della ditta Ragusa Tipografia di Bari; n. 70 cornici con riproduzione stemma Consiglio - lastra in argento - in vari formati, dalla ditta Braganti Antonio di Milano; n. 60 prodotti in terracotta artigianali /La nostra Terra/ dalla ditta Gallo Maria di Rutigliano (Ba)». Non si può dire che Introna non avesse idee sicure. Ma quando ha finito di scrivere? Nessun problema. Ha chiesto e ottenuto un abbonamento Sky che avesse dentro tutto, ma proprio tutto: partite di calcio, cinema, Hd, possibilità di registrare, perfino il pacchetto per le famiglie. Il primo anno valeva 65 euro al mese. Il secondo è lievitato a 1.800 euro anno, chissà perché. Visto che l’andazzo era quello, anche il vicepresidente Marmo non ha voluto esser da meno. Quando ha preso possesso del suo ufficio, ha deciso che i mobili erano «deteriorati e fatiscenti». E come il dirigente amministrativo ha voluto scrivere nella delibera di spesa, per coprirsi le spalle «considerato che lo stesso Vicepresidente ha fortemente insistito per la sostituzione degli arredi con quelli realizzati dalla ditta Fantoni», sono stati stanziati per la bisogna 9.513,60 euro. Con un clima così, ognuno ha abbandonato qualsiasi ritegno. In pieno scandalo Luigi Lusi il 10 maggio scorso la Regione Puglia ha pagato alla società di riscossione crediti Credit Tech una fattura Telecom da 403,3 euro protestata al vecchio gruppo consiliare della Margherita. L’aveva girata alla amministrazione l’ex presidente del gruppo, Francesco Ognissanti, dopo avere controllato sul vecchio conto corrente locale del partito: «Ha ragione Telecom», ha spiegato Ognissanti agli uffici amministrativi della Regione, «ho controllato sul nostro conto del Banco di Napoli e noi quella bolletta non l’abbiamo mai pagata.

Potete tranquillamente pagarla voi». E la Regione Puglia di Vendola, che quando si tratta della Casta ha un cuore grande come un melone, ha pagato il debito della Margherita senza battere ciglio.

PUGLIA. Regione-avvelenata: la Puglia è la capitale dell'inquinamento.

Una regione avvelenata, secondo l’inchiesta di Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. Non c'è solo l'Ilva: i siti considerati pericolosi sono quasi 500. E tre sono nella lista nera d'Europa. Un disastro che uccide l'economia, ma soprattutto le persone. Se Taranto è il centro dell'inferno e l'Ilva la bocca di Satana, anche il resto della Puglia non se la passa bene. Inquinamento alle stelle, emissioni di CO2 da record, tracce di diossina nel latte materno, incidenza di tumori troppo alta vicino ai poli industriali: la regione dei trulli è il tacco nero d'Italia, il luogo dove sorgono le fabbriche più inquinanti del Belpaese. L'Agenzia europea dell'Ambiente lo scorso anno ha stilato una classifica delle industrie più "sporche" del Vecchio Continente. Nelle prime cento posizioni ci sono cinque fabbriche italiane. Tre sono in Puglia e due in Sardegna. Se l'Ilva di Taranto è cinquantaduesima, la centrale termoelettrica dell'Enel di Brindisi è piazzata addirittura al diciottesimo posto, mentre l'altra centrale di Taranto (sempre dell'Enel) è all'ottantesimo posto. Non è tutto: secondo gli studi dell'Arpa tra Foggia e Santa Maria di Leuca si contano centinaia di altri siti potenzialmente pericolosi. In tutto sono 498, di cui 70 di origine industriale, 145 discariche, 11 luoghi a rischio contaminazioni da amianto. «Non stupisce», chiosa Annibale Biggeri, epidemiologo, professore ordinario a Firenze e perito del gip di Taranto che ha ordinato il sequestro dell'Ilva, «che in alcune zone della Puglia i dati epidemiologici siano così allarmanti». Taranto è il caso più devastante. Lo studio "Sentieri" ha definito la zona vicino l'Ilva«area insalubre», e la procura ha deciso - dopo anni di inedia da parte di istituzioni locali e nazionali - di intervenire bloccando la produzione. Il Gruppo Riva, oggi nel mirino dei magistrati, ha comprato il sito alla fine degli anni '90 e ha inquinato allegramente per quindici anni l'aria e il mare della città, ma sono almeno tre decadi che gli esperti degli istituti di ricerca andavano spiegando dei pericoli mortali dell'acciaieria più grande d'Italia. «A Taranto in 13 anni di osservazioni, che vanno dal 1998 al 2010», ricorda Biggieri, «sono attribuibili alle emissioni industriali (misurate come polveri sottili) ben 386 decessi. Circa 30 l'anno. Un eccidio». A settanta chilometri dall'Ilva, a Brindisi, c'è un altro dei siti d'interesse nazionale (Sin) che fa tremare gli esperti. Comprende la zona industriale della città, il porto e una fascia costiera che si estende per oltre 30 chilometri quadri. Qui sorge la Syndial, la Polimeri europa, l'Enipower, la Powerco, senza dimenticare le due enormi centrali dell'Enel, campioni nazionali nell'emissione di CO2.

Gli studi in mano agli scienziati sono scioccanti. La mortalità per l'area di Brindisi è stata analizzata nel periodo 1990-1994, quando vennero segnalati eccessi di mortalità per tutte le cause e per tutti i tipi di tumore. Un report più recente, pubblicato nel 2004, riguardò l'area residenziale vicino al petrolchimico: i risultati evidenziarono un incremento «moderato» nel rischio di mortalità per tumore del polmone, della vescica e del sistema linfoematopoietico per chi risiedeva in un raggio di due chilometri dalle industrie inquinanti.

L'Arpa recentemente ha effettuato nuovi rilievi del suolo e delle falde acquifere, trovando di tutto: l'arsenico supera i limiti del 63 per cento, lo stagno del 42, il mercurio del 14, ci sono troppi idrocarburi, composti cancerogeni di vario tipo, clorobenzeni. Nello studio "Sentieri" gli esperti ricordano pure la presenza massiccia di amianto, che potrebbe aver causato«l'eccesso di mortalità per tumore alla pleura», e le troppe malformazioni congenite presenti a Brindisi. Il ministero dell'Ambiente, nella conferenza di servizi del marzo 2011, ha chiesto al Comune di presentare un progetto di bonifica della zona, e di fare rapidamente gli interventi di messa in sicurezza d'emergenza delle acque di falda. Chissà a che punto stanno i lavori. Di sicuro la commissione bicamerale d'inchiesta, che ha pubblicato lo scorso giugno una relazione sulla situazione pugliese in tema di illeciti e criminalità ambientale, sul tema delle bonifiche ha bacchettato l'amministrazione guidata da Nichi Vendola, rea di essere troppo lenta negli interventi di pulizia. «Il piano di stralcio delle bonifiche (pubblicato nel bollettino ufficiale del 9 agosto 2011, ndr) non riporta né una definizione degli interventi prioritari né un quadro chiaro dei meccanismi di finanziamento degli stessi». L'unica eccezione positiva, nota il Parlamento, è il sito inquinato di Manfredonia. Qui, grazie alla «spinta propulsiva» di una procedura d'infrazione della Comunità europea (che avrebbe portato a pagare multe da centinaia di migliaia di euro al giorno) la Regione ha investito una quarantina di milioni ed ha bonificato tre discariche pubbliche che aspettavano di essere pulite da 13 anni.

La situazione in città è migliorata, ma c'è ancora molto da fare.

Innanzitutto nell'area della Syndial (Ex Enichem), che nel 1976 finì sulle prime pagine dei giornali per un'esplosione che provocò una nube tossica di arsenico. Dieci tonnellate di veleni caddero sotto forma di polveri, come ricorda la commissione bicamerale, «nei pressi dello stabilimento e fino all'estrema periferia» di Manfredonia, ricoprendo i tetti delle case, le strade, i campi e i giardini. Uno studio ha segnalato per la città - per quanto riguarda la mortalità- trend temporali in crescita per tutti i tumori. «Su quell'evento bisognerebbe indagare meglio: è un incidente tipo Seveso, non si sa cosa sia davvero successo alla salute delle persone, i possibili danni di chi fu esposto dovrebbero essere studiati con maggiore cura», ragiona Biggeri. Il quarto sito di interesse nazionale è quello di Bari, area Fibronit. Qui l'assassino è l'amianto, che ha ucciso negli anni (per asbestosi, tumori e malattie dell'apparato respiratorio) centinaia di persone, gli operai che andavano al lavoro, le mogli che venivano in contatto con le polveri nascoste nelle tute da lavoro, i figli che le respiravano. Nella zona, sostengono gli scienziati, c'è ancora un eccesso di malattie. La fabbrica ha chiuso da lustri, ma incredibilmente ci sono ancora migliaia di metri quadri da bonificare, con residui di eternit che rischiano di far ammalare, oggi, gli abitanti dei quartieri vicini: solo a Japigia vivono oltre 50 mila persone. Lo studio "Sentieri" dà alcuni suggerimenti: «Considerata la particolare complessità della città di Bari (ambiente urbano, area portuale, altri insediamenti produttivi) si ritiene opportuna una caratterizzazione ambientale più ampia, e un approfondimento del quadro di salute della popolazione». I biomonitoraggi, però, costano caro, e i loro risultati non sempre piacciono ai politici. Le bonifiche sono operazioni complesse e richiedono enormi sforzi economici: è impossibile fare una stima precisa, ma di sicuro mettere in sicurezza i quattro Sin pugliesi non costerebbe meno di una decina di miliardi di euro. Soldi che nessuno (né il pubblico né tantomeno i privati) ha mai voluto investire. La commissione bicamerale alza il dito anche contro la gestione commissariale in tema di rifiuti e bonifiche. «In Puglia come in altre regioni ha prodotto scarsi risultati, dal momento che il primo censimento dei siti contaminati è stato pubblicato nel 1994 dall'Enea, e quindi da allora si aveva contezza dello stato di degrado ambientale del territorio». Un disastro che ammazza anche l'economia: se i mancati investimenti dovuti all'inquinamento pesano sul Pil regionale per centinaia di milioni di euro l'anno (nel 2006 uno studio della Ue quantificò un costo annuale per le mancate bonifiche in un range che andava, per quanto riguarda l'Italia, tra i 2,4 e i 17,3 miliardi di euro), i veleni hanno penalizzato anche l'agricoltura, «martoriata», scrive la Commissione, «dalle emissioni industriali degli insediamenti di Brindisi e Taranto e dallo sversamento illegale di rifiuti». La commissione non risparmia nessuno, e se la prende anche con il ministero dell'Ambiente, che non avrebbe mai emanato il regolamento relativo agli interventi di bonifica. In assenza di norme precise, ogni situazione viene gestita «caso per caso, rendendo di fatto inefficaci le richieste di intervento». Senza un quadro normativo di riferimento, in pratica, tutto è demandato ai Tar. Che, in caso di ricorso, possono bloccare il lavoro di bonifica. Come è capitato alla Fibronit di Bari: il Comune voleva trasformare l'area in un parco cittadino dedicato alle vittime dell'amianto, il Tar ha bocciato il progetto, i lavori sono stati bloccati e i veleni sono rimasti a terra.

TARANTO, QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

L’acciaieria di Taranto e il groviglio tra diritto alla salute e diritto al lavoro si sta dimostrando l’ennesimo capitolo della sfida lanciata dalla magistratura alla politica nell’ultimo ventennio, apertosi con la stagione di Mani pulite e segnato dalla «berlusconeide» giudiziaria.

In ossequio a un rispetto formalistico della legge, le toghe di Taranto stanno chiudendo uno stabilimento che dà lavoro – diretto e nell’indotto – a 20mila persone: significa togliere l’ossigeno ad una città ed alla sua provincia e danneggiare l’intero Paese. La tutela della salute e dell’ambiente è un bene, (certo non lo spirito di protagonismo di certi ambientalisti), ma occorre perseguirlo nel modo più adeguato, cioè tenendo conto di tutti i fattori in gioco: spegnere un altoforno è un danno irreparabile, mentre – se esiste la volontà di farlo – si possono trovare soluzioni ragionevoli e graduali per mettere in sicurezza gli impianti senza comprometterne il futuro.

Come per esempio costringere la proprietà a risarcire i danni causati, anche per patema d’animo, tanto da costringerli a sanificare le fonti d’inquinamento. La magistratura non vuole sentire ragione. Così è scesa in campo la politica: i leader della maggioranza sono compatti, specie del PD (non dimentichiamo che il presidente Ilva, l’ex prefetto Bruno Ferrante, fu candidato del centrosinistra a sindaco di Milano), il governo ha annunciato ricorsi alla Consulta, i ministeri valuteranno la legittimità dei provvedimenti. C’è anche l’appoggio dei sindacati. Per vent’anni una gran parte della politica si è trincerata dietro la magistratura per nascondere la propria incapacità e, soprattutto, per eliminare il grande nemico Silvio Berlusconi. Il quale è stato lasciato solo nel denunciare lo strapotere delle toghe, e questa sua battaglia è stata raccontata come difesa del proprio interesse. Forse a ragione, ma lo strapotere e il delirio di onnipotenza delle toghe rimane. Onnipotenza mal riposta tenuto conto del concorso truccato di abilitazione. Ora lo scenario politico è mutato, ma la magistratura non ha allentato la morsa: indagini su nuovi ministri e sottosegretari, intercettazioni sul capo dello stato, infine la sfida dell’Ilva. Improvvisamente Bersani, la Camusso, Vendola, Napolitano, Casini, i tecnici al governo, i poteri forti che li spalleggiano, scoprono che è stato un errore consegnare ai giudici le chiavi del Paese. E reagiscono: giustamente, ma un po’ ipocritamente. Spero che questo risveglio non sia tardivo. La politica assomiglia molto all’altoforno di Taranto: una volta spento, è impresa titanica (e costosissima) riaccenderlo. Difficilissimo sarà riprendere lo spazio colpevolmente ceduto alle procure in nome di interessi di bottega antiberlusconiani: sì, interessi, e qui nessuno ne evoca i «conflitti».

"L’Ilva sta chiudendo, il Taranto è fallito e neanche la birra Raffo si sente molto bene”. Parafrasa Woody Allen lo scrittore Giuliano Pavone, tarantino trapiantato a Milano che ha raccontato con ironia le varie anime della sua città d’origine nel romanzo “L’eroe dei due mari” (Marsilio). I ministri che si sono trovati a Taranto hanno trovato infatti una città in crisi d’identità. Il famigerato caso Ilva viene percepito come culmine di un progressivo smottamento delle certezze dei tarantini: la produzione di cozze è fortemente limitata dall’inquinamento marittimo; la squadra di calcio è fallita; la birra locale resiste sugli scaffali da quasi cent’anni ma, nonostante il recente inserimento nel logo dell’eroe eponimo Taras, l’acquisizione del marchio da parte della Peroni e la chiusura dello stabilimento cittadino sembrano ancora una ferita aperta. Dai giornali traspare l’immagine di una città tramortita e spaccata, in cui c’è chi protesta contro il sequestro dell’Ilva e chi protesta a favore. “Questa però è in buona parte una forzatura mediatica”, precisa Pavone. “Al contrario, credo che un aspetto positivo di questa vicenda sia proprio il necessario abbandono di certi opposti estremismi e il riavvicinamento dei due schieramenti: gli ambientalisti sono solidali con gli operai e questi ultimi non dimenticano mai di spendere una parola per l’ambiente. Questa ragionevolezza è per certi versi sorprendente, considerando l’estrema delicatezza della situazione, e credo che vada sottolineata in positivo”, dichiara ad Antonio Gurrado sul "Foglio". “D’altra parte è inevitabile: credo che in ogni famiglia ci sia un lavoratore dell’Ilva e contemporaneamente ogni famiglia sconta in qualche modo i danni che la grande industria porta con sé”. Meno ottimista, o più ottimista a seconda della prospettiva, è l’autore Maurizio Cotrona, ministeriale tarantino a Roma e collaboratore del webmagazine Bombacarta fondato da padre Antonio Spadaro. Nel suo romanzo “Malafede” (Lantana) Taranto è un lontano ricordo del protagonista, una specie di male necessario da frequentare il meno possibile. “L’Ilva è stata un alibi extralarge per i tarantini”, dice Cotrona al Foglio. “Negli ultimi trent’anni questo gigante siderurgico ha ridotto all’osso la possibilità di usare un margine di crescita con concretezza, fantasia ed entusiasmo”. Quindi, se l’Ilva sparisse con un colpo di bacchetta magico-giudiziaria, sarebbe meglio? “Personalmente respiro meglio solo all’idea. Superata la monocoltura dell’acciaio, Taranto potrà finalmente resistere alla tentazione dello scetticismo e cercare di darsi una dimensione sostenibile con un mix economico fatto di turismo, mitilicoltura, terziario avanzato e di molte altre cose che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare”. Non è del tutto d'accordo Cosimo Argentina. Tarantino anche lui, professore in Brianza da vent’anni, nei suoi romanzi ha descritto una Taranto infernale e celiniana, un buco nero che divora anche chi è riuscito a trasferirsi altrove. In tempi non sospetti, Argentina ha dedicato all’Ilva il suo ultimo romanzo “Vicolo dell’acciaio” (Fandango). “Io stesso sono un prodotto del siderurgico perché mio padre lavorava all’Italsider”, rivela al Foglio. “Se l’Ilva non ci fosse più verrebbe fuori una nuova generazione non solo impoverita ma anche costretta a reinventarsi, con vantaggi e svantaggi: basta pensare alla parte di tessuto sociale estraneo alla fabbrica ma che da decenni si appoggia sulle commesse industriali. Il fatto è che, quando ci lavorava mio padre, decine di migliaia di famiglie campavano con l’Italsider mentre oggi sono molte meno; e soprattutto, indipendentemente dalla magistratura, prima o poi si arriverà a una chiusura dettata dalla concorrenza globale. L’acciaio dell’Ilva presto sarà improduttivo a fronte dei competitori extraeuropei, e il benessere creato dall’industrializzazione verrebbe meno comunque”. La questione centrale sembra essere proprio l'identità cittadina. Oggi Taranto ha più di 200.000 abitanti, spiega Cotrona, “ma dopo un decennio di smottamenti riscoprirà la voglia di essere una bella piccola città, da 70-80.000 abitanti, com’era prima dell’arrivo del Leviatano”. Argentina concorda: “Senza Ilva i tarantini dovrebbero riambientarsi in una città diversa, più piccola, riscoprendone la vocazione iniziale ossia la pesca, la Marina Militare”. Il discorso però, secondo Argentina, deve necessariamente trascendere l’Ilva: “Oltre al siderurgico e alla marina, a Taranto ci sono l’Eni e la Cementir, ma c’è anche un alto tasso di disoccupazione. Evidentemente qualcosa non quadra nel sistema: la grande industria non ha consentito lo sviluppo del microtessuto sociale, come invece è stato possibile nel Salento che qualche decennio fa era molto più arretrato di noi. Oggi invece il Salento brulica di turisti italiani e stranieri mentre gli stabilimenti della costa tarantina sono semivuoti. L’eventuale turista si domanda: perché dovrei andare in vacanza nella Manchester d’Italia?”. Rincara Pavone: “Anche se l’Ilva non chiudesse, Taranto dovrebbe comunque pensare a un’alternativa: è da decenni che il siderurgico non riesce a sopperire alla crisi occupazionale, e dai cittadini l’Ilva viene percepita più come ‘posto’ che come effettivo elemento di identificazione”. Fatte le debite proporzioni, non è peregrino azzardare un parallelo fra il caso Ilva e la vicenda pirandelliana della squadra del Taranto, attorno alla quale – negli anni gloriosi e tragici di Erasmo Iacovone, il cannoniere morto in un incidente stradale nel 1978 – si era orgogliosamente cementata l’identità cittadina. Nell'estate 2012 il Taranto è passato dalla mancata vittoria del campionato di Prima Divisione (l’ex C1) ai festeggiamenti per un ripescaggio in serie B rivelatosi poi uno scherzo di dubbio gusto, e infine al fallimento della società che a settembre ripartirà dai Dilettanti: un’altalena fra illusione e delusione che ricorda l’atteggiamento ambivalente dei tarantini nei confronti del siderurgico, foriero di lavoro e degrado, benessere e malattia al tempo stesso. “Però mi piacerebbe pensare che il parallelismo vada fatto con le modalità che hanno portato alla rinascita del club piuttosto che al fallimento”, argomenta Pavone. “I tifosi hanno dato vita a un’associazione di promozione sociale, la Fondazione Taras 706 a.C., che ha creato la nuova società sportiva lavorando con istituzioni e imprenditoria perché si arrivasse entro il tempo limite all’iscrizione in serie D, evitando la scomparsa del club. Il nuovo Taranto è la prima squadra di calcio in Italia fondata dai suoi tifosi.

Nella realtà tarantina, storicamente caratterizzata da inerzia e individualismo, quest’esperienza di democrazia partecipata fa ben sperare”. Sarà possibile esportare sull'Ilva il modello calcistico, con una sinergia fra popolazione, istituzioni e impresa? Argentina è scettico: “Non so, ho fatto un recente giro delle associazioni culturali e civiche, giornali locali eccetera, e ognuna sembrava convinta di essere l’unica ad agire bene in città. E poi la nuova squadra del Taranto è improvvisata, ha prospettive abbastanza nere: non si vincono le partite solo col blasone e col nome di una squadra che è stata dodici anni di fila in B. Questo è indubbiamente un tratto comune fra calcio e industria”, dice al Foglio. “E poi l’Ilva, la squadra e la città hanno un nesso originario, una specie di maledizione: è come se il tarantino dovesse sempre pagare un conto più salato degli altri per quello che ottiene. Il presidente del Taranto che ha investito di più è lo stesso che l’ha portato al fallimento. Per cinquant’anni l’industrializzazione ha arrecato una specie di benessere però inscindibile dall’inquinamento. Entusiasmo e declino simultanei sembrano scritti nel destino della città e sono legati a un immobilismo, questo sì molto tarantino, che trascina con sé l’assenza di coesione”. La storia recente ha dunque fatto di Taranto una città contraddittoria, dai facili entusiasmi e dagli altrettanto facili scoramenti. Nel suo romanzo Pavone narra la parabola di Luis Cristaldi, il campione più forte della Serie A che fa voto di giocare una stagione in riva allo Ionio. La città intera gli si affida ciecamente, tanto che qualcuno scrive su un muro: “Cristaldi fa’ tu”; ma quando le cose volgono al peggio, una mano anonima trasforma la scritta in “Cristaldi fangù”. Chissà se può valere anche come metafora per l’Ilva. Pavone, se non altro, intravede una nota di speranza, ritenendo che l’affaire giudiziario possa paradossalmente ricompattare la città: “La spaccatura maggiore in realtà è fra chi tifa per la chiusura e chi invece crede che lavoro e ambiente possano essere conciliabili. Ormai però quasi tutti i tarantini sono consapevoli che stavolta o si vince o si perde tutti insieme”. Vedremo.

Appunto. E di cosa dovrebbero tener conto i tarantini se per decenni nessuno ha osato fermare lo scempio ambientale chiudendo occhi, turandosi il naso e tappandosi le orecchie? Oggi non esiste neppure una giunta comunale in carica degna di tale nome (stendiamo un velo pietoso) e il Consiglio è un’arma spuntata. Il 12 luglio del 1982 un giovane pretore, il dott.Franco Sebastio, condannò il vertice dell’Italsider per getto di polveri; anche l’allora sindaco Cannata ritirò la costituzione di parte civile del Comune (toh!); successivamente ci furono altre cinque sentenze penali tutte con condanne definitive: questi sono i fatti.

Sono passati 30 anni: cos’è cambiato? Niente. Si veda la questione risarcimento Ilva in virtù della condanna in Cassazione dei vertici del siderurgico, di condanna per reati ambientali del 2005. Lo è soprattutto per ciò che concerne la volontà del Comune di Taranto.

Solo a fine agosto 2012 il dirigente dell’ufficio avvocatura e affari legali del Comune di Taranto, Alessandro De Roma, ha firmato una determina che da una scossa alla vicenda dopo mesi di tentennamenti e di ambigui silenzi da parte dell’organo politico che amministra Palazzo di Città (in primis del sindaco Stefàno). Un passaggio tecnico, nulla più, ma dalla valenza non trascurabile.

Con la determina 377 il Comune ha affidato all’avvocato Angela Maria Buccoliero l’incarico di vagliare come l’ente civico possa inserirsi nell’azione popolare promossa da Nicola Russo. Il responsabile di Taranto Futura, lo scorso 17 febbraio, avviò l’azione legale, dinanzi al tribunale di Taranto, chiedendo al giudice di condannare Emilio Riva e Luigi Capogrosso, rispettivamente amministratore delegato e legale rappresentante dello stabilimento Ilva spa negli anni presi in considerazione dalla condanna del 2005, al risarcimento dei danni subìti dai comuni di Taranto, di Statte e dalla Provincia di Taranto nella misura equitativa di 4 miliardi di euro (ad ente). Nessuna super perizia di parte sul banco del giudice quindi: Russo lasciò al magistrato il compito di indicare la cifra esatta del risarcimento affidandosi eventualmente a esperti indicati dalla stessa Procura. Il compito dell’avvocato Buccoliero adesso è quello di valutare se tale procedimento possa essere inglobato con quello già avviato dall’ente con i provvedimenti dirigenziali 358 e 418 del 2010 attraverso i quali il Comune pose le basi per una ‘autonoma’ richiesta di risarcimento in sede civile. Il percorso che intraprese il Comune fu dettato da un ordine del giorno che, su proposta e pressione del consigliere Mario Laruccia, fu approvato all’unanimità dallo scorso Consiglio Comunale. L’amministrazione, poi, dette mandato ad un esperto per la quantificazione del danno e della relativa richiesta economica. Da allora le dichiarazioni pubbliche del Sindaco sono diventate evasive. E’ giunto ad affermare addirittura che la richiesta risarcitoria è stata superata dalla nuova inchiesta della magistratura per disastro ambientale.

“Chiederemo un risarcimento alla fine di quel procedimento”, ha affermato Stefàno in occasione della conferenza stampa sulla sanità promossa dal Pd. Lo stesso giorno in cui De Roma ha firmato la determina. Più passa il tempo, dunque, e più Ippazio Stefàno appare confuso quando affronta questa tematica. Ciò che è evidente però è il tempo perso. Dopo aver dichiarato di voler procedere in via civile a fine ottobre del 2010, ed aver affidato l’incarico per la perizia, è passato un anno e mezzo di assoluto silenzio amministrativo. Fino allo scorso 17 maggio ed alla firma del dirigente. Viene da pensare che l’Ente si sia mosso ora con urgenza perché la prima udienza dell’azione popolare è prevista per il mese di settembre 2012. Attendere quel giorno senza che il Comune avesse quantomeno espresso una posizione avrebbe rappresentato un silenzio difficile da spiegare a chi guarda a Palazzo di Città per ottenere giustizia. Probabilmente il Comune, inserendosi nel procedimento in sostituzione di Nicola Russo, così come prevede la legge, ingloberà la perizia tecnica che da tempo a Palazzo di Città dicono essere pronta ma che non è stata ancora depositata (o perlomeno non ne è stata data notizia). I quattro miliardi richiesti in forma equitativa, dunque, potrebbero lasciare spazio ad una richiesta più circostanziata. Nel concreto non dovrebbe cambiare molto in quanto l’ultima parola comunque spetterà al giudice e, dunque, ad esperti nominati dalla Procura.

Non si hanno notizie invece riguardo a cosa voglia fare Angelo Miccoli, il sindaco di Statte. Per quanto riguarda Gianni Florido, invece, bisogna ricordare che a fine 2010, quando fu bloccata la prescrizione, affermò che non avrebbe proceduto con la quantificazione del danno e la causa civile. “Non voglio privare chi verrà dopo di me di uno strumento utile nel rapporto con l’Ilva. Nello stesso tempo procedere ora credo che sarebbe un errore”, affermò il Presidente della Provincia. Non solo. Dalla marcia contro l’inquinamento alla marcia in ordine sparso. Il fronte ambientalista si spacca nel periodo più caldo della vertenza-Ilva. C’è chi chiede prescrizioni più rigide per l’Aia e chi ritiene che l’Autorizzazione integrata ambientale non possa essere concessa a un’azienda sotto sequestro. C’è chi mantiene la linea intransigente e chi utilizza le criticità ambientali di Taranto per fare politica. Chi vuole difendere i bambini dai veleni della fabbrica e chi rivendica la primogenitura delle battaglie in difesa della salute dei cittadini. Chi fonda gruppi su Facebook per sostenere il gip che ha sequestrato gli impianti e chi sogna l’ecocompatibilità. I malumori covavano sotto la cenere da tempo. Poi è uscito allo scoperto Fabio Matacchiera, leader del Fondo Antidiossina onlus e già presidente dell’associazione ambientalista “Caretta Caretta”, che ha sostenuto durante la campagna elettorale per le amministrative il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, ma ora torna «lupo solitario». Il presidente del Fondo Antidiossina Taranto Onlus, Fabio Matacchiera: «Lascio Bonelli con stima ed amicizia, ma prendo le dovute distanze da Altamarea. Mi duole riscontrare che anche lo stesso movimento di Altamarea, non aderisce più alla linea di chiusura dell’area a caldo e al fermo della produzione, deciso anche dalla Procura che, invece, io ho sempre fortemente sostenuto con chiarezza e determinazione, senza cambiamenti di posizione, riguardo questo fondamentale aspetto. Ragionamento analogo vale per Legambiente che non ha mai sostenuto chiaramente la chiusura della cokeria di Taranto (e tanto meno dell’area a caldo), mentre a Genova Legambiente si è schierata per la chiusura. Infine – ha concluso Matacchiera – sottolineo la mia stretta vicinanza all’amico e collega Alessandro Marescotti di Peacelink con il quale ho sempre condiviso e continuerò a condividere intenti e battaglie».

Ambientalisti come quelli di Manduria.

Ma gli ambientalisti Manduriani non sono mafiosi? Ecco il testo completo dell’intervista rilasciata da Niki Vendola al giornalista Francesco Greco del Giornale di Puglia.

D. A Manduria e Sava la accusano di permettere di scaricare a mare le acque non potabilizzate, la fogna nera…

R. “Ci dovrebbero ringraziare perchè potremmo vietare la balneazione su quel litorale. A Manduria c’è la peggiore classe politica che si conosca, non solo, ma c’è anche una sintesi fra ambientalisti e criminalità organizzata. Le altre Regioni hanno i fiumi dove scaricano quelle acque, noi non ne abbiamo: dove dovremmo farle convergere?”.

Poi la rettifica che il direttore responsabile del giornale telematico si è affrettato a render pubblica ha, solo in parte, ristabilito la calma: «La presunta dichiarazione del presidente Vendola non corrisponde alle reali dichiarazioni rese». Certo è che le circostanze impongono una certa rettifica da parte del direttore, ove l'autore rimanga silente. Fa nulla che ci siano o meno le prove del Vendola-pensiero.

Le querele promesse, la ritrattazione delle dichiarazioni e cosa più importante: chi si metterebbe contro il potere ed il carisma del presidente Vendola?

Sempre a proposito di Manduria. Un proverbio cinese recita "siediti sulla sponda del fiume ed aspetta che passi il cadavere del tuo nemico".

Che dire delle denunce contro gli amministratori di Manduria.

Denunce archiviate dalla Procura di Taranto. Denunce presentate contro l’abbandono della zona costiera e la distrazione dei proventi ici e oneri concessori e contro il concorso truccato di comandante dei vigili urbani con coinvolgimento prefettizio e contro il mancato rilascio della ricevuta da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria per gli atti consegnati a mano?

Che dire dell’assegnazione e gestione dei beni confiscati alla mafia con coinvolgimento prefettizio, chiaramente favorente “Libera” non iscritta a Taranto e discriminante nei confronti dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio nazionale con sede ad Avetrana?

Bene. Quel cadavere sta passando sotto gli occhi di tutti ed ha molti colori: politici si intende!

Intanto ciò che appare è chi è causa del suo mal pianga sè stesso.

Questo assioma, però è riferito a Taranto. Conclusa la tornata elettorale del 6 e 7 maggio 2012, analizzando i risultati usciti dalle urne a Taranto si possono trarre le seguenti considerazioni:

il 70,58% degli elettori di Taranto non riconosce Ippazio Stefano sindaco della città;

nei quartieri Tamburi, Città vecchia e Borgo vi è stato un maggiore astensionismo, probabilmente anche a causa di una più alta presenza di anziani. Ciò dovrebbe far riflettere che forse organizzare un servizio di accompagnamento ai seggi elettorali convincerebbe e aiuterebbe questi cittadini ad esprimere il proprio voto per chi deve amministrare la città;

il peso sempre maggiore che i quartieri periferici Paolo VI e Lama/Talsano/San Vito vanno assumendo rende necessario per chi intende proporsi a guida della città un’attenzione maggiore per la soluzione dei loro problemi. Sarebbe comunque utile fermare questa espansione verso le periferie che comportano dei costi sempre più crescenti per l’amministrazione comunale e per le aziende municipalizzate ad essa collegata;

la perdita di consensi dei partiti politici (il più suffragato rappresenta appena l’8,8% degli elettori). Si pensi che i vecchi partiti: “Democrazia Cristiana e Partito Comunista” insieme sommavano quasi l’80% dei consensi;

l’eccessivo numero di liste e conseguentemente di candidati denota come la società tarantina sia frammentata e molto individualista.

Questo è l’aspetto più negativo emerso dal voto e sul quale bisogna fare un serio esame. Taranto deve crescere come comunità, favorendo una cultura associativa capace di fare sistema;

i cittadini di Taranto non hanno premiato i movimenti ambientalisti. La certezza del pane ha prevalso su ogni altra considerazione. Ma sul tema dell’ambiente la guardia di tutti i cittadini deve essere altissima. Ricordiamoci di quello che è successo in passato in altre zone dell’Italia (Casal Monferrato – fabbrica Eternit) dove le polveri di amianto, la cui nocività, in un primo tempo sottovalutata, ha prodotto la morte di tanti lavoratori e abitanti del paese. E’ indispensabile che la cittadinanza prenda coscienza che Taranto deve cominciare da subito a diversificare la propria economia con lo scopo in un futuro non molto lontano di potersi affrancare dalla grande industria inquinante.

Il panorama ambientalista di Taranto è variegato ed appare come una galassia di individualità che si arrogano una sorta di primogenitura composto da diversi ambientalisti di diverse realtà. A Taranto il voto, che ha portato all’exploit della galassia ambientalista ascesa al 7.60 per cento dall’1.95 di cinque anni prima della federazione dei Verdi, è quindi in parte inquinato. In virtù dei 7241 voti guadagnati come raggruppamento di liste, gli ecologisti saranno presenti nel prossimo consiglio comunale con tre consiglieri, Bonelli compreso. Il candidato sindaco, Bonelli, ha sovrastato le sue liste raccogliendo sul piano personale 12.277 consensi, a dimostrazione che migliaia di tarantini hanno preferito altri gruppi, ma hanno coagulato sul suo nome il voto d’opinione.

Nell'estate 2012, durante la sospensione delle udienze riguardanti il processo sul delitto di Sarah Scazzi, i fari mediatici sono stati puntati sul caso ILVA. Di ripiego, come per colmare un buco. E’ come la pubblicità che interrompe un film, anche se di tutt’altra importanza per le sorti del territorio. Ma anche questo serve a far capire il sistema giustizia a Taranto.

Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” ci ricorda che accadde tutto, anzi di tutto, il 26 agosto 2010. L’omicidio di Sarah Scazzi. L’incendio doloso a Castellaneta in cui persero la vita un uomo e la sua figlioletta di 5 anni. La visita al sostituto procuratore Mariano Buccoliero, di turno quel giorno, di due dei tre periti incaricati di verificare, su incarico del magistrato, da dove provenga la diossina che ha avvelenato migliaia di capi di bestiame. Il professor Lorenzo Liberti, indagato a piede libero assieme a tre dirigenti Ilva per corruzione in atti giudiziari, e il dottor Roberto Primerano, consulente della Procura al pari di Liberti, il 26 agosto del 2010, seguiti dalla Guardia di Finanza, si incontrano in un bar nei pressi di Palazzo di giustizia prima di far visita al dottor Buccoliero. I finanzieri, nell’ambito dell’indagine denominata «Ambiente venduto», ascoltano il colloquio dei due. Primerano dice a Liberti di non essere convinto riguardo ai parametri utilizzati per i valori del Pcb e della diossina. Liberti, però, vuole agire in fretta. La richiesta di incidente probatorio presentata dalla Procura alla fine di giugno 2010 lo preoccupa, perché teme che gli inquirenti abbiamo deciso di agire con la formula dell’incidente probatorio in quanto non si fidano più dei tre consulenti incaricati di fare la perizia.

L’esplosione del caso Scazzi tranquillizza i tre periti. In una telefonata del 19 ottobre 2010, a quattro giorni dall’arresto di Sabrina Misseri, il professor Liberti, riferendosi alla Procura, dice «loro per adesso sono impegnati con la vicenda di Avetrana» e dunque non c’è alcun motivo di preoccupazione. Se sembra ormai destinata a non riservare ulteriori scossoni l’inchiesta sull’episodio di corruzione in atti giudiziari, per i quali sono indagati il professor Lorenzo Liberti, il vicepresidente del gruppo Riva Fabio Riva, l’ex direttore dello stabilimento Ilva Luigi Capogrosso e l’ex consulente Girolamo Archinà, l’uomo che avrebbe materialmente consegnato una busta bianca contenente 10mila euro a Liberti (il docente ha sempre respinto ogni addebito e la stessa Ilva sostiene che i soldi di cui si parla in alcune telefonate erano in realtà destinati alla diocesi di Taranto per la Pasqua 2010), c’è attesa per il troncone principale di «Ambiente venduto», indagine di cui è titolare il Pm Remo Epifani e che vedrebbe iscritti nel registro degli indagati una ventina tra politici e funzionari di enti pubblici, con reati ipotizzati molto gravi che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, passando per la concussione. Sono state fissate le date dell’incidente di esecuzione (28 agosto) e delle udienze dei due ricorsi al Tribunale dell’appello (18 settembre) chiesti dall’Ilva riguardo ai provvedimenti del gip Patrizia Todisco relativi alla ridefinizione dei compiti dei custodi giudiziari e della revoca del presidente Bruno Ferrante proprio dal ruolo di custode. Con l’incidente di esecuzione, i legali dell’Ilva chiedono al Tribunale del Riesame (presidente Pietro Genoviva, giudici Paola Morelli e Filippo Di Todaro) quale titolo prevalga, se appunto quello del Riesame che nominava Ferrante, o quello del gip Todisco che lo ha revocato.

E giù la città di Taranto a sostenere la Todisco che vuol chiudere l’ILVA. Città di Taranto che non vede di buon occhio quella fabbrica che inquina e che dà lavoro perlopiù ai ragazzi provenienti dai paesi della provincia. Forse fatti entrare nel siderurgico proprio su spinta di politici e parlamentari non certo della città di Taranto. Taranto, la cui caratura e rappresentanza politica è pari a zero, però viene zittita. Quella Taranto che veniva foraggiata da regalie di ogni tipo.

C’è la banda di Crispiano e la parrocchia Santi Angeli Custodi di Taranto. Il Lions club di Taranto e il Politecnico di Bari. Tutti inseriti, insieme a società sportive, comitati festeggiamenti ma anche due note enoteche dalle quali partivano casse di champagne per giornalisti e rappresentanti delle istituzioni ogni fine anno, nelle due pagine della voce «omaggi e regalie» del bilancio dell’Ilva finite nell’inchiesta della Guardia di Finanza per corruzione in atti giudiziari che vede indagati a piede libero il vicepresidente del gruppo, Fabio Riva; l’ex direttore dello stabilimento siderurgico, Luigi Capogrosso; l’ex consulente dell’Ilva per l’ecologia e i rapporti istituzionali, Girolamo Archinà e l’ex consulente della Procura di Taranto, Lorenzo Liberti, già preside del Politecnico. Due pagine, ottanta righe, spiega Giusi Fasano su “Il Corriere della Sera”. Ogni riga una data, un nome e una cifra. C'è la parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi (2.500 euro il 19 ottobre 2010), c'è l'Unione italiana per il trasporto degli ammalati a Lourdes (5.000 euro il 23 luglio 2010), compare la Banda municipale del Comune di Crispiano (2.750 euro, il 31 dicembre del 2010), il Lions Club locale (2.500 euro il 15 giugno del 2011), piccole società sportive come la Okinawa karate (4.000 euro il 31 maggio 2011) o la Triton Taranto che si occupa di football (2.000 euro il 30 giugno 2011) o un'associazione tarantina di pattinatori (2.000 euro il 31 luglio del 2011). E poi società per azioni, aziende informatiche, il Politecnico di Bari, centri culturali, un comitato per un non meglio precisato festeggiamento, anche un omaggio floreale da 50 euro, il 5 aprile del 2011. Eccola qui la lista Ilva degli «omaggi e regalie» 2010-2011. Soldi regalati a questo o quello oppure spesi per comprare pacchi dono. Gesti che non comportano alcun reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano quanto elevato fosse il budget a disposizione di Girolamo Archinà, il capo delle relazioni pubbliche dell'azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni per favorire in ogni modo l'acciaieria. E la lista indica anche quanto estesa fosse la rete di contatti «sociali» dell'Ilva nel territorio.

Contatti non solo locali, però. “Emilio Riva è il proprietario dell’Ilva, la fabbrica che da anni avvelena Taranto senza che la politica nazionale muova un dito per proteggere i cittadini e far rispettare la legge. Sarà una coincidenza, ma Emilio Riva è anche un grande finanziatore della politica. Uno di quelli che non fanno preferenze e foraggiano un po’ tutti, meno noi dell’Italia dei Valori che non accettiamo finanziamenti dai privati: un miliardo a destra, uno a sinistra e nessuno s’ingrugna”.

E’ quanto scrive sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Mentre appestava il mare, l’aria e la terra di Taranto, Riva donava 245mila euro a Forza Italia e 98mila non al Pd, che allora ancora non esisteva, né ai Ds, ma al futuro ministro dello Sviluppo Economico e futuro segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Si trattava di finanziamenti leciti e del tutto regolari. Ma, che il signor Riva, un tipo accorto e ben attento al proprio portafogli, abbia cacciato tutti quei soldi gratis et amore Dei non lo crederebbe nemmeno un bambino: lo scopo era riceverne regalie. Riva si è fatto bene i suoi conti. Ha capito che avrebbe risparmiato milioni di euro intervenendo sul sistema e rendendoselo amico con il denaro, piuttosto che mettendo in sicurezza i suoi impianti e bonificando l’ambiente che aveva inquinato”.

Quella Taranto che per 40 anni ha taciuto ed ora protesta.

Un’enorme zona rossa. Inavvicinabile. Come al G8 di Genova.

Sì, Taranto il 17 agosto 2012 sarà una città blindata. Chiusa. Una città in cui sarà di fatto impossibile manifestare e tanto meno sfilare in corteo. A stabilirlo è stato il questore di Taranto, Enzo Mangini, che ha fatto notificare dagli agenti della Digos un provvedimento con il quale viene di fatto annullata la manifestazione promossa e organizzata dal «Comitato cittadini lavoratori liberi e pensanti», lo stesso che lunedì 13 agosto aveva radunato in piazza della Vittoria un migliaio di persone per sostenere l’azione dei magistrati tarantini e in particolare della dottoressa Patrizia Todisco, il gip del Tribunale che a fine luglio ha ordinato il sequestro preventivo dell’area a caldo dell’Ilva; lo stesso comitato che aveva chiesto di poter sfilare in corteo (da piazza Municipio sino alla Prefettura) nella giornata del 17 agosto, quando a Taranto è previsto l’arrivo dei ministri Corrado Passera (Sviluppo economico) e Corrado Clini (Ambiente). Clini ha osservato che «a Taranto c’è un conflitto interno alla magistratura, visto che il Tar aveva valutato troppo severe le indicazioni dell’autorizzazione integrata ambientale, mentre il gip le ha considerate inadeguate».  Ancora più dura è la posizione dell’ILVA.

Il gip di Taranto Patrizia Todisco - secondo l’Ilva - ha usurpato poteri propri del tribunale del Riesame e della procura della Repubblica. Lo ha fatto per ben due volte firmando le ordinanze del 10 e 11 agosto. Con la prima ha ordinato all’Ilva di fermare la produzione nei sei reparti a caldo sequestrati il 26 luglio; con l’altra ha revocato al presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, l’incarico di custode e amministratore delle aree sotto sequestro affidatogli dai giudici del Riesame quattro giorni prima.  A mettere nero su bianco le dure accuse al giudice Todisco è proprio il presidente del Siderurgico tarantino nei due appelli che egli stesso ha firmato e che ha voluto depositare personalmente nella cancelleria del tribunale del Riesame, assistito all’avv. Egidio Albanese. Il tribunale del riesame con le motivazioni ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell'Ilva, ma non la cessazione dell’attività. Il Riesame non ha concesso la facoltà d'uso, che peraltro - viene sottolineato - non era stata richiesta neppure dai legali del Siderurgico. Inoltre, dispone che «non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare» e che si elimini «la fonte delle emissioni inquinanti» per «mantenere l'attività produttiva dello stabilimento», solo dopo averla resa «compatibile» con ambiente e salute. Secondo i giudici il «disastro» prodotto dall'Ilva è stato «determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti». Questi «hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico dai provvedimenti autorizzativi». In un'altra parte del loro provvedimento i giudici del Riesame, sullo stesso tema, annotano: «Dalle varie parti dello stabilimento vengono generate emissioni diffuse e fuggitive non adeguatamente quantificate, in modo sostanzialmente incontrollato e in violazione dei precisi obblighi assunti dall'Ilva, nella stessa Aia e nei predetti atti d'intesa, volti a limitare e ridurre la fuoriuscita di polveri e inquinanti». Il disastro ambientale doloso prodotto dall'Ilva - prosegue il teso - è «ancora in atto» e «potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d'intervento, la cui adozione, non più procrastinabile, porterà all'eliminazione del danno in atto e delle ulteriori conseguenze dannose del reato in tempi molto lunghi». «Lo spegnimento degli impianti - proseguono i giudici - rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili. Non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo (con i consequenziali costi di investimento) o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti, trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori, vagliate dall'autorità giudiziaria: per questo lo spegnimento degli impianti rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili».

Mentre gli ambientalisti che si battono per la chiusura dello stabilimento, la pensano in modo diverso, anche travisando le parole. «Le motivazioni del Riesame - è scritto in una nota firmata da Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink Taranto, e Fabio Matacchiera, del Fondo Antidiossina Taranto Onlus - sono chiarissime: la produzione dell'Ilva va fermata perché è un pericolo per la salute. È esattamente quanto sostenevamo noi. Non era difficile interpretare il testo in italiano del dispositivo del tribunale del Riesame. E, tuttavia, da parte di Vendola e di Clini, vi era un susseguirsi di dichiarazioni forse fatte appositamente per confondere le acque. Sembrava che non volessero capire». L'Autorizzazione integrata ambientale, affermano ancora gli ambientalisti, «andrà rilasciata a impianti fermi e adottando solo le migliori tecnologie, sempre per chi nutra ancora la speranza, per noi a questo punto vana, considerando che un impianto di siffatte dimensioni e vicinanza alla città, possa essere mai ecocompatibile». Ambientalisti uniti nell'intento di far chiudere l'ILVA.

Antonio Giangrande, scrittore che proprio su Taranto ha scritto un libro su questioni che nessuno osa affrontare e presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” sodalizio nazionale antiracket ed antiusura che proprio a Taranto ha la sua sede legale, si chiede perché i magistrati, i partiti di sinistra, gli ambientalisti ed i cittadini di Taranto tutti a difendere il Gip Patrizia Todisco, che ha adottato atti a rischio di abnormità, e nessuno difende le prerogative violate del Tribunale del Riesame composto dal presidente Antonio Morelli, che è anche presidente del tribunale di Taranto, e dai giudici a latere Rita Romano e Benedetto Ruberto? Tribunale del Riesame che sembra apparire un optional nel caso ILVA e non un organo sovraordinato per legge a giudicare merito e legittimità delle decisione del Gip?

«Il collegio del riesame non ha bisogno di essere difeso, tantomeno da me – dice il dr Antonio Giangrande – che dovrei essere l’ultimo a farlo per grave inimicizia con i suoi componenti. Ma sembra che sia proprio costretto a farlo.  Il Gip di Taranto Patrizia Todisco, il 10 e l'11 agosto 2012, ha, rispettivamente, ribadito il sequestro degli impianti e revocato la nomina di Bruno Ferrante a curatore dello stabilimento disposta dal Tribunale del riesame. Nel mirino c'è soprattutto il secondo provvedimento che sembra avere profili di «abnormità» sia perché è stato preso d'ufficio – mentre il Gip può intervenire soltanto su richiesta – sia perché sancisce l'incompatibilità tra la posizione di custode e quella di amministratore che il Tribunale aveva conferito a Ferrante il 7 agosto e che la Todisco ha revocato senza aspettare le motivazioni del Riesame. Da questo punto di vista, anche il primo provvedimento potrebbe essere considerato intempestivo perché interpreta la decisione del Riesame solo sulla base del dispositivo, senza conoscerne ancora le motivazioni. Gli errori interpretativi possono essere impugnati e, in caso di provvedimenti abnormi, si può ricorrere direttamente in Cassazione. Perché questa alzata di scudi a favore della Todisco? In ogni caso, la Todisco ha incassato solidarietà e stima da molti suoi colleghi e dall'Anm, che l'ha difesa ad oltranza. Non solo. Anche alcuni membri del CSM hanno promosso un’azione di tutela a favore della Todisco. Una richiesta di pratica a tutela del giudice per le indagini preliminari di Taranto, Patrizia Todisco è stata presentata dai componenti del Consiglio superiore della magistratura: Guido Calvi, Paolo Carfì e Francesco Vigorito. Il primo, membro laico del Pd e gli altri due, togati di Area (il cartello di Magistratura democratica e Movimenti per la Giustizia).

Così racconta Antonella Mascali per “Il Fatto”. Palazzo dei Marescialli è chiuso per ferie, ma i tre consiglieri si sono sentiti al telefono, hanno commentato le reazioni scomposte che si sono susseguite dopo che la giudice ha confermato la chiusura degli impianti dell'Ilva, e ha destituito il presidente, Bruno Ferrante da custode dell'area sotto sequestro, e hanno deciso di inviare una richiesta di pratica a tutela al Comitato di presidenza del Csm. Nella breve lettera fanno riferimento a una "campagna stampa" dai toni "lesivi del prestigio della magistratura e dell'indipendenza...tali da determinare turbamento alla credibilità della funzione giudiziaria".

Nella richiesta non c'è un riferimento specifico a quali giornali si riferiscano, ma il primo pensiero va al titolo apparso sul sito del quotidiano Libero, il 13 agosto: "Patrizia Todisco, gip: la zitella rossa (per i capelli) che licenzia 11 mila operai Ilva". Anche Il Giornale se l'è presa con la magistratura: "Le toghe si accaniscono. Produzione ferma all'Ilva ma l'azienda fa ricorso". Nelle mailing list dei magistrati ogni giorno si possono leggere decine di messaggi in solidarietà con la giudice. Proprio in merito al titolo di Libero, un magistrato (uomo) ha scritto: " In questo momento di crisi economica , di disoccupazione, di famiglie disperate e di suicidi, è un insulto ignobile, volgare e pericoloso". E un altro magistrato (donna): "se il gip di Taranto fosse stato uomo non avrebbero certamente fatto riferimento alla stato civile del giudice. Ed invece, oltre ad esserci il riferimento, lo stato é tradotto in un'accezione, secondo alcuni, offensiva: zitella. Perché una donna, sopratutto se non giovanissima, é zitella, non ‘single'. Purtroppo é il quid pluris che accompagna noi donne se svolgiamo un ruolo ‘non tradizionale'". Nella richiesta al Comitato di presidenza del Csm, che da prassi è sempre generica (a settembre 2012 entrerà nel merito la competente Prima commissione) non ci sono riferimenti alle prese di posizione del governo di questi giorni. Palazzo Chigi ha paventato un ricorso alla Corte costituzionale e un decreto legge, pur di neutralizzare l'ordinanza del gip Todisco. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, il 13 agosto 2012, ha dato voce all'intenzione del governo di sollevare un conflitto davanti alla Corte costituzionale: "alcune volte queste sentenze non sembrano proporzionate rispetto al fine legittimo che vogliono perseguire e quindi noi chiederemo alla Corte costituzionale di verificare se non sia stato menomato un nostro potere: il potere di fare politica industriale". In contemporanea, il ministro della Giustizia, Paola Severino ha chiesto le carte del gip, ravvisando una possibile "abnormità". Ma sia il ricorso alla Consulta sia il decreto legge, di cui si è vociferato immediatamente dopo le decisioni di Todisco sono tramontati. Anche se il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, da Taranto ha addossato ai magistrati una responsabilità che è della politica: "si convinca la magistratura ad aiutare il processo di ammodernamento dell'Ilva, in modo tale che l'azienda sia totalmente in linea con le regole, ma che questo non porti alla chiusura dello stabilimento. In una fase così iniziale della procedura giudiziaria sarebbe per noi sbagliato che venissero prese delle decisioni, quelle sì irreversibili, che potrebbero causare un danno non più recuperabile...". L'associazione nazionale magistrati ha difeso Patrizia Todisco dalle accuse dell'esecutivo di aver travalicato i confini: "la magistratura non intende invadere l'ambito di competenza di altre autorità, ma, in presenza di violazioni della legge penale, non può fare a meno di intervenire, con gli strumenti giudiziari ordinari, ove gli organi amministrativi di controllo non siano riusciti ad assicurare negli anni la tutela ambientale, con gravissimo rischio per la salute dei cittadini". Colleghi, membri del CSM ed ANM che non ha avuto lo stesso atteggiamento con i magistrati del Tribunale riesame. Nessuna parola in loro favore. Nonostante per i giudici Genoviva, Di Todaro e Di Roma, del tribunale di Taranto, è ovvio che le decisioni del tribunale del Riesame prevalgano sui provvedimenti del gip Patrizia Todisco. Per questo motivo, i decreti del 10 ed 11 agosto 2012, con cui veniva revocata la nomina a custode giudiziario di Bruno Ferrante, sono stati annullati perché "inefficaci". I tre magistrati tarantini nel giro di poche ore hanno accolto il ricorso presentato dai legali di Ilva e reintegrato il presidente Bruno Ferrante fra i custodi giudiziari precisando che è la procura ionica, non il gip, che deve dare esecuzione e stabilire le modalità del sequestro in conformità con quanto stabilito il 7 agosto dai giudici del Riesame. Il provvedimento dei tre giudici è arrivato il 28 agosto poche ore dopo la discussione anche in ragione di "evidente urgenza di dirimere la questione per le intuibili, gravi e presumibilmente irreparabili conseguenze che una viziata esecuzione del sequestro giudiziario potrebbe comportare in ordine alla salvaguardia degli impianti e della strategica capacità produttiva dell'azienda, nonché ai livelli occupazionali ed alle stesse finalità di tutela dell`ambiente e della salute pubblica poste a base della disposta misura cautelare". Nel dispositivo di due pagine, i giudici sottolineano il cambio di rotta del Riesame che, pur confermando il sequestro senza facoltà d'uso, nominando Ferrante custode giudiziario, hanno anche rimosso la disposizione di immediato avvio delle "procedure tecniche e di sicurezza per il blocco delle specifiche lavorazioni e lo spegnimento degli impianti" indicando ai custodi invece di garantire la sicurezza degli impianti e di utilizzarli "in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti". Tutto comincia il 25 luglio, con il sequestro firmato appunto dal Gip Todisco a cui segue, il 7 agosto, la decisione del Tribunale del riesame: i giudici Antonio Morelli, Rita Romano e Benedetto Ruberto, «in parziale modifica del decreto di sequestro preventivo», nominano «custode e amministratore delle aree e degli impianti sequestrati» anche il presidente dell'Ilva Ferrante, revocando Mario Tagarelli nominato in precedenza dalla Todisco. Poi dispongono che «i custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e dell'attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti». Fine. A molti viene il dubbio se, con queste parole, il Tribunale abbia confermato il blocco degli impianti oppure no, consentendolo solo per la messa in sicurezza dell'Ilva. Bisogna attendere il deposito delle motivazioni. Ma il 10 agosto, a seguito di una richiesta di direttive e indicazioni dei custodi, il Gip dà la sua interpretazione: non è prevista «alcuna facoltà d'uso degli impianti a fini produttivi». Quanto a Ferrante, ne ridimensiona i poteri di custode-amministratore conferitigli dal Tribunale e lo indica come «datore di lavoro» ai sensi della legge sulla sicurezza sul lavoro. A quel punto, un'agenzia Ansa dell'11 agosto, alle 16,43 riferisce che Ferrante «impugnerà immediatamente» il provvedimento. Il Gip la legge, va in ufficio, accende il computer e scrive che «le circostanze rendono manifesta l'incompatibilità del presidente del Cda con l'ufficio pubblico di custode e amministratore delle aree e degli impianti» dell'Ilva sottoposti a sequestro preventivo «stante il palese conflitto tra gli interessi» di cui Ferrante è portatore, in quanto amministratore e legale rappresentante dell'azienda, «e gli obblighi gravanti sui custodi e amministratori dei beni in sequestro». Gli revoca la nomina e rimette Tagarelli, cioè rovescia la decisione del Riesame, senza aspettare di leggerne le motivazioni. Senza prender posizione sul merito, ma a fil di diritto perché nessuno difende il tribunale del Riesame che sembra apparire un optional nel caso ILVA e non un organo sovraordinato per legge a giudicare merito e legittimità delle decisione del Gip? Decisioni del Tribunale del Riesame che possono essere impugnati e riesaminate solo dalla Corte di Cassazione.»

ILVA. LA GRANDE TRUFFA. TARANTO, IN CHE MANI SIAMO MESSI. A QUALI MAGISTRATI CREDERE?

Tutto l’ambaradan per avere i soldi dallo Stato ed i magistrati lì a fare la figura delle comparse. 336 milioni di euro stanziati dal Governo per risanare l’ambiente al posto dell’ILVA. I Riva,  proprietari dell’ILVA,  si dimettono dalla guida dell’azienda (Nicola, forse informato degli sviluppi dell’inchiesta penale, si dimette  a pochi giorni dal sequestro e dal suo arresto)e nominano un ex alto funzionario statale, l’ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante, come garanzia di tutela istituzionale.

SI E’ DALLA PARTE DELLA MAGISTRATURA, SI’, MA QUALE?

SI E’ CON LA PROCURA CHE CHIEDE LA CHIUSURA DELL’ILVA?

SI E’ CON IL GIUDICE DELLE INDAGINI PRELIMINARI CHE NE DISPONE LA CHIUSURA?

SI E’ CON IL COLLEGIO DEL RIESAME CHE SOLO PER LEGGE HA L’ULTIMA PAROLA NEL MERITO E LASCIA TUTTO COME E’ STATO PER 40 ANNI?

LA DIFFERENZA CON IL PROVVEDIMENTO DEL GIP - Secondo quanto disponeva il gip Patrizia Todisco su richiesta della procura, i tecnici erano incaricati di «avviare le procedure per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento». «I custodi - dispone invece il tribunale del riesame - garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti». E, per rafforzare questa disposizione, il tribunale nomina custode giudiziario proprio il massimo rappresentante Ilva, Bruno Ferrante.

Al di la dei commenti di circostanza di politici e giornalisti (quelli con la lingua tagliata…) che volutamente evitano la polemica, vorrei analizzare da tecnico gli atti che sono stati prodotti sul caso ILVA  - dice il dr Antonio Giangrande, scrittore e presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”. - La ragion di Stato vuole che l’ILVA continui a produrre acciaio, tributi erariali e contributi INPS. Per questo il Ministro dell’economia Corrado Passera: "E' necessario evitare la chiusura dell'Ilva perché se si spengono quegli impianti, non si accendono più". Bruno Ferrante aveva espresso in Commissione rifiuti in Parlamento tutti i suoi dubbi sulla decisione relativa all'Ilva, sottolineando come da Taranto dipendano anche le sorti dei due stabilimenti di Novi e Genova. Anche il Ministro Corrado Clini si è sbilanciato in tal senso. “La parte offesa è l’ambiente, e chi lo rappresenta e dovrebbe tutelarlo é il ministro. Ministero, Regione, Provincia e Comune sono parti lese, che noi ci auguriamo di ritrovare dalla nostra parte nel processo”. Così si esprimeva esattamente il procuratore generale presso la Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, in occasione della conferenza stampa presso il comando provinciale dei carabinieri a Taranto, il giorno dopo l’emissione dei provvedimenti del GIP Patrizia Todisco.

Le motivazioni di tali affermazioni, trovavano spunto in una delle tante uscite folkloristiche del ministro all’Ambiente Corrado Clini, che poche ora prima aveva affermato quanto segue: “chiederò che il provvedimento di riesame avvenga con la massima urgenza”. Ignorando, tra l’altro, il fatto che non ha alcun potere per fare una cosa del genere. Ma il ministro dell’Ambiente Clini continua ancora oggi, pervicacemente, ad insistere sulla strada della difesa delle attività del siderurgico, esponendosi quasi fosse il ministro dell’Economia o addirittura un avvocato di parte. Dimenticando invece di essere la massima autorità statale in tema di tutela ambientale. Ed enunciando teoremi alquanto risibili. Come ad esempio quando ha affermato che i rischi ambientali riconducibili all’attività dell’Ilva di Taranto, “sono dei decenni passati, mentre è più difficile identificare una correlazione causa-effetto sull’eccesso di mortalità per tumori nell’area con la situazione attuale che, per effetto di leggi regionali e nazionali e misure ad hoc hanno avuto una evoluzione delle tecnologie con significative riduzioni delle emissioni, particolarmente della diossina e delle polveri”. Questo l’incipit del discorso del ministro che alla Camera, ha riferito sulla situazione del siderurgico, finito sotto inchiesta e sotto sequestro dopo i provvedimenti della magistratura tarantina.

Anche i cittadini (poveri illusi) hanno voluto manifestare la loro opinione in contrapposizione agli operai che hanno manifestato per la difesa del posto di lavoro.  In piazza della Vittoria a Taranto un sit-in di sostegno alla magistratura,  mentre in tribunale si discutevano le “sorti” dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Liberi cittadini, associazioni ed operai, ma anche mitilicoltori ed allevatori, hanno partecipato alla manifestazione organizzata volutamente in concomitanza con l’avvio dell’udienza del Riesame, per mostrare vicinanza e piena solidarietà verso l’azione della magistratura. «Siamo qui con tutti i cittadini e le associazioni di Taranto che in questo momento chiedono vita e salute – spiega Rossella Balestra, coordinatrice del Comitato Donne per Taranto – siamo dalla parte della giustizia. Vogliamo che nessun tipo di interferenza, in questo momento, venga messa in atto nei confronti della magistratura, né di politici, né di sindacati o operai che chiedono solo il diritto al lavoro a prescindere dal diritto alla salute. Siamo cittadini consapevoli ed arrabbiati, disposti a bloccare l’intera città se non verremo ascoltati. Io dico con assoluta forza e certezza che c’è solo un diritto che deve essere salvaguardato, ed è proprio quello della salute. Onore quindi alla magistratura». Il Comitato cittadino Taranto Lider, in vista dell’udienza, ha realizzato un manifesto che campeggia in via Medaglie d’oro angolo via Marche, vicino al tribunale appunto. Difficile non notarlo. Una scritta nera a caratteri cubitali su uno sfondo giallo. Quasi accecante. la frase “Noi siamo con gli operai e fieri della magistratura”.

«Vogliamo dimostrare di esser solidali con la magistratura – spiega Grazia Maremonti in rappresentanza di Taranto Lider – perché è l’unica a voler tutelare la salute dei tarantini. Ritengo che si possano trovare gli strumenti giusti per dare finalmente una svolta a questa città, una svolta doverosa e necessaria. Taranto, sembra una città a vocazione industriale. In realtà la storia della nostra città, dice tutt’altro. Il nostro territorio ha mille altre opportunità culturali ed economiche, dal turismo alla pesca. Le alternative ci sono e bisogna dare nuova linfa vitale a Taranto”. Una manifestazione pacifica, come avevano promesso che fosse. O quasi. Già, perché qualcuno non ha gradito la presenza di Francesco Voccoli. Ex consigliere comunale e “colpevole” di essere un “politico”. Per la cronaca in piazza, di “politici” ce n’erano (legittimamente) anche altri. “Fuori dalla piazza!”, ha urlato la Balestra al megafono ad un certo punto, rivolgendosi indirettamente a Voccoli. Spogliato da mille occhi prima, ed invitato poi, con cori da stadio, ad andarsene ed abbandonare la piazza, l’ex consigliere di rifondazione comunista è stato accerchiato dai cittadini sempre più insistenti e innervositi. Voccoli non ha risposto, ha mantenuto la calma e solo dopo ha lasciato piazza. La manifestazione poi è ripresa regolarmente. Il sunto del messaggio è questo: il comitato Donne per Taranto: “Noi siamo con la magistratura”.

Al conflitto tra politica e magistratura, nella città dell'acciaio si consumano nuove fratture. Da un lato i lavoratori si sono divisi in due blocchi: Cisl e Uil hanno da una parte e, la Fiom dall’altra al grido di "Non attacchiamo i magistrati". Magistrati che in piazza sono stati difesi anche da mille persone del comitato "Cittadini liberi e pensanti" che hanno dedicato un lungo applauso al gip Todisco. Il conflitto tra ambiente e lavoro sta lacerando Taranto in due opposte fazioni.

SI E’ DALLA PARTE DELLA MAGISTRATURA, SI’, MA QUALE?

SI E’ CON LA PROCURA? "E' un'indagine a tutto campo per stabilire una volta per tutte che i morti determinati dagli inquinanti a Taranto, a Brindisi o a Lecce meritano rispetto, lo stesso rispetto, ad esempio, della Thyssen, di Marghera, di Genova. I nostri non sono morti di serie B. Sono persone, operai e cittadini che hanno lo stesso diritto costituzionalmente garantito di vedersi tutelati una volta per tutte". Così il procuratore generale della Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, circa l'inchiesta della magistratura del capoluogo jonico che ha portato al sequestro degli impianti più importanti dello stabilimento siderurgico Ilva: le cokerie, l'agglomerato, la gestione delle aree ferrose, i parchi minerali, gli altiforni e le acciaierie. Le accuse, a vario titolo, sono di disastro ambientale doloso e colposo, getto e sversamento pericoloso di cose, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici. "Quindi - ha aggiunto - la necessità di intervenire con il sequestro nell'ambito dell'incidente probatorio con quella perizia medico-epidemiologica. Ci siamo limitati all'Ilva ma evidentemente questo si estenderà anche ad altre industrie inquinanti: Cementir, Agip o Eni e poi a Brindisi". Inoltre ha sottolineato che "mentre di giorno si rispettavano le prescrizioni imposte, la notte ci si muoveva in maniera diversa", ricordando che "dalla eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato" è emerso che di notte "venivano fuori dai camini le nubi contenenti polveri sottili. Questo è un fatto inoppugnabile ripreso fotograficamente. La perizia medico-epidemiologica è stata difficile ma ha dato risultati sui quali non penso si possa avanzare alcun serio dubbio". Infine Vignola si è augurato che presto venga istituito il registro tumori "che chiediamo da tempo" e che e' previsto dalla legge regionale approvata recentemente.

SI E’ CON IL GIUDICE DELLE INDAGINI PRELIMINARI? «La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all'ambiente e alla salute delle persone». È quanto scrive il gip di Taranto nell'ordinanza di sequestro dell'Ilva di Taranto. «Ancora oggi» gli impianti dell'Ilva producono «emissioni nocive» che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell'Arpa, sono «oltre i limiti» e hanno «impatti devastanti» sull'ambiente e sulla popolazione. La situazione dell'Ilva «impone l'immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo. L'imponente dispersione di sostanze nocive nell'ambiente urbanizzato e non - scrive ancora il gip nelle carte - ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica)», ma «addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte. In tal senso - aggiunge il gip - le conclusioni della perizia medica sono sin troppo chiare. Non solo, anche le concentrazioni di diossina rinvenute nei terreni e negli animali abbattuti costituiscono un grave pericolo per la salute pubblica ove si consideri che tutti gli animali abbattuti erano destinati all'alimentazione umana su scala commerciale e non, ovvero alla produzione di formaggi e latte. Trattasi di un disastro ambientale inteso chiaramente come evento di danno e di pericolo per la pubblica incolumità idoneo ad investire un numero indeterminato di persone». «Non vi sono dubbi sul fatto - conclude - che tale ipotesi criminosa sia caratterizzata dal dolo e non dalla semplice colpa. Invero, la circostanza che il siderurgico fosse terribile fonte di dispersione incontrollata di sostanze nocive per la salute umana e che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben nota a tutti. Le sostanze inquinanti erano sia chiaramente cancerogene, ma anche comportanti gravissimi danni cardiovascolari e respiratori. Gli effetti degli Ipa e delle diossine sull'uomo non potevano dirsi sconosciuti». «Chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Lo scrive il gip nel provvedimento di arresto nei confronti dei vertici del siderurgico tarantino.

SI E’ CON IL COLLEGIO DEL RIESAME CHE SOLO PER LEGGE HA L’ULTIMA PAROLA NEL MERITO E LASCIA TUTTO COME E’ STATO PER 40 ANNI? Il collegio del Riesame era formato dal presidente Antonio Morelli, che è anche presidente del tribunale di Taranto, e dai giudici a latere Rita Romano e Benedetto Ruberto.

Sequestro finalizzato alla messa a norma, non alla chiusura. Colpo di scena, giuridicamente (c’è un precedente che riguarda una fabbrica nel Trentino) e soprattutto socio-economicamente prevedibile, nell’inchiesta che il 26 luglio 2012 ha portato all’arresto di 8 tra proprietari e dirigenti dello stabilimento siderurgico Ilva e alla notifica di un decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Patrizia Todisco su richiesta del procuratore capo Franco Sebastio, dell’aggiunto Pietro Argentino e dei sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannalire. Il tribunale del riesame (presidente Antonio Morelli, giudici Rita Romano e Benedetto Ruberto) ha confermato gli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell'Ilva, e per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso ed ha accolto parzialmente il ricorso presentato dal gruppo Riva, annullando gli arresti dei capi-reparto Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò, e - soprattutto - ha modificato il decreto di sequestro, revocando la nomina del commercialista Mario Tagarelli e affiancando il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante agli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento (già nominati dal gip Patrizia Todisco), nel compito di custodi e amministratori giudiziari delle aree e degli impianti sottoposti a sequestro. I quattro custodi dovranno garantire la sicurezza degli impianti e utilizzarli in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti. Non c’è più, a differenza di come aveva disposto il gip Patrizia Todisco, il compito di «avviare immediatamente le procedure tecniche e di sicurezza per il blocco delle specifiche lavorazioni e lo spegnimento degli impianti, sovrintendendo alle operazioni ed assicurandone lo svolgimento nella rigorosa osservanza delle prescrizioni a tutela della sicurezza ed incolumità pubblica e a tutela della integrità degli impianti». Il tribunale del riesame con le motivazioni ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell'Ilva. Il Riesame non ha concesso la facoltà d'uso, che peraltro - viene sottolineato - non era stata richiesta neppure dai legali del Siderurgico. Inoltre, dispone che «non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare» e che si elimini «la fonte delle emissioni inquinanti» per «mantenere l'attività produttiva dello stabilimento», solo dopo averla resa «compatibile» con ambiente e salute. Secondo i giudici il «disastro» prodotto dall'Ilva è stato «determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti». Questi «hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico dai provvedimenti autorizzativi». In un'altra parte del loro provvedimento i giudici del Riesame, sullo stesso tema, annotano: «Dalle varie parti dello stabilimento vengono generate emissioni diffuse e fuggitive non adeguatamente quantificate, in modo sostanzialmente incontrollato e in violazione dei precisi obblighi assunti dall'Ilva, nella stessa Aia e nei predetti atti d'intesa, volti a limitare e ridurre la fuoriuscita di polveri e inquinanti». Il disastro ambientale doloso prodotto dall'Ilva - prosegue il teso - è «ancora in atto» e «potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d'intervento, la cui adozione, non più procrastinabile, porterà all'eliminazione del danno in atto e delle ulteriori conseguenze dannose del reato in tempi molto lunghi». «Lo spegnimento degli impianti - proseguono i giudici - rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili. Non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo (con i consequenziali costi di investimento) o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti, trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori, vagliate dall'autorità giudiziaria: per questo lo spegnimento degli impianti rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili».

LA DIFFERENZA CON IL PROVVEDIMENTO DEL GIP - Secondo quanto disponeva il gip Patrizia Todisco su richiesta della procura, i tecnici erano incaricati di «avviare le procedure per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento». «I custodi - dispone invece il tribunale del riesame - garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti». E, per rafforzare questa disposizione, il tribunale nomina custode giudiziario proprio il massimo rappresentante Ilva, Bruno Ferrante.

Il Codacons, in merito alla vicenda dell'Ilva ha presentato  alla Procura di Taranto la propria nomina di parte offesa in qualità di associazione ambientalista e un esposto in cui si chiede di estendere le indagini anche nei confronti dei Ministeri dell'ambiente e della salute, nelle persone dei ministri che si sono succeduti negli anni, e degli enti locali territorialmente competenti. "La gravissima omissione delle istituzioni italiane, centrali e locali - scrive il Codacons nella denuncia - consistita nel non aver dato alcun allarme ufficiale ma soprattutto il mancato seguito da parte delle Autorità competenti, di un'adeguata campagna di informazione rivolta ai cittadini coinvolti e le azioni e gli interventi previsti nonché la violazione del principio di precauzione ripetutamente connessa al principio di informazione a favore della popolazione, appare indice di negligenza grave considerato che solo la conoscenza può consentire di adottare sistemi di prevenzione. Di rilevante importanza, quanto disposto dal d.lgs. 152/2006 (c.d. testo unico ambientale) e dell'ultimo suo "correttivo" (d.lgs. 4/2008) che prevede all'art. 257 una fattispecie di omessa bonifica che non solo sostituisce, con formula diversa, e per certi versi più limitativa, la fattispecie dell'art. 51-bis d.lgs. 22/97, ma che ricomprende di sicuro, al suo interno, parte della previgente fattispecie di cui all'art. 58 d.lgs. 152/99 (Danno ambientale, bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati)".

Per fare un esempio come tutti sono genuflessi al sistema massonico-economico tarantino si rappresenta un breve excursus di tentativi di getto di fumo negli occhi per tacitare le voci libere non conformate.

“La prima sentenza di condanna dell’Ilva per lo spargimento di polveri minerali sulla città è del 1982. La emise un pretore di Taranto, Franco Sebastio, ora a capo della Procura ionica. Ma i 32 anni trascorsi da quella prima sentenza sino al sequestro degli impianti dell’area a caldo del Siderurgico, il 26 luglio scorso, sono costellati da pronunciamenti e disposizioni della magistratura che lanciano allarmi o puniscono i presunti responsabili dell’inquinamento di Taranto”. Così esordisce il dettagliato focus dell’agenzia Ansa pubblicato ieri. La stessa inchiesta che ha portato al sequestro, senza facoltà d’uso, degli impianti e all’arresto di una parte dei vertici Ilva, indagine nata alla fine del 2009, riunisce tre procedimenti penali che si sono incrociati negli ultimi anni: quello sull’abbattimento di animali risultati contaminati dalla diossina, un altro contenente relazioni dell’Arpa e alcuni esposti, e infine un terzo basato sulle denunce di oltre un centinaio di famiglie del rione Tamburi, a ridosso del Siderurgico, che lamentavano problemi di salute e il danneggiamento delle loro case per colpa delle polveri minerali che si depositavano su muri e balconi. Ma già in una sentenza del 19 gennaio 1998 la Corte di Cassazione scriveva che è stata raggiunta "la prova certa del nesso di causalità materiale tra le modalità di svolgimento dell’attività produttiva e il fenomeno dello spolverio", nonchè "del consapevole mancato apprestamento di misure effettivamente idonee ad evitare la situazione di pericolo per l’incolumità pubblica". In quel pronunciamento l’Ilva era stata citata in giudizio dal titolare di una serra di fiori situata a 500 metri dal Siderurgico e danneggiata irrimediabilmente dalla quantità eccessiva di polveri minerali fuoriuscite dallo stabilimento siderurgico. Il 7 dicembre 2000, in una lettera inviata a governo, prefetto, Regione Puglia, presidente della Provincia e sindaco di Taranto, la Procura ionica lanciò un allarme indicando che dalle inchieste in corso emergeva "una grave situazione di inquinamento atmosferico" in città e nei territori limitrofi. La Procura sottolineò in quella lettera un drammatico paradosso: le polveri minerali rilevate nel quartiere Tamburi di Taranto "risultano maggiori di quelle rilevate all’interno di una zona industriale quale quella del parco materiali del cementificio Cementir"; dunque, un quartiere cittadino risultava più inquinato di un grande sito industriale. Nella lettera si aggiungeva che "l’esigenza di tutelare posti di lavoro in una terra che vive ancora drammaticamente fenomeni di sottoccupazione e disoccupazione è ben nota a chi scrive che se ne fa anche carico", ma si ricordava anche ai destinatari che "la tutela dei posti di lavoro non può prescindere dal rispetto della salute degli operai e degli abitanti della città di Taranto e dei comuni limitrofi e dell’ambiente".

E nel 2007 l’allora giudice monocratico del tribunale, Martino Rosati, condannò, tra gli altri, Emilio Riva a tre anni di reclusione e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso a due anni e otto mesi, per aver omesso di adottare le misure idonee ad evitare che le batterie delle cokerie, ormai obsolete, disperdessero nei luoghi di lavoro e nelle aree circostanti fumi, gas, vapori e polveri di lavorazione in modo da "prevenire la possibilità di disastri, infortuni e malattie conseguenziali". Le batterie 3-4-5-6 delle cokerie erano state sequestrate nel 2001 su disposizione della magistratura, alcune di queste vennero completamente ricostruite.

Ma il primo allarme era stato lanciato nel 1996, un anno dopo l’avvento del gruppo Riva al Siderurgico: il dipartimento di prevenzione della Asl Ta/1 scriveva, dopo un’ispezione nelle cokerie, che c’era "rilevante presenza di idrocarburi policiclici aromatici, sostanze cancerogene derivanti dai processi di distillazione del carbon fossile". All’epoca, precisava la Asl, erano 629 i lavoratori, tra dipendenti Ilva e delle ditte d’appalto, ad essere "particolarmente esposti" e quindi a rischiare di contrarre malattie gravi.

Bene, la giustizia a Taranto così è, se vi pare……

Ma su tutto c’è da ridire. Il rapporto investigativo delle Fiamme gialle che era stato per più di un anno fermo sul tavolo del pm Remo Epifani, titolare di un’inchiesta parallela sulla presunta corruzione del consulente della Procura, Lorenzo Liberti, è lo spaccato di come il management dell’acciaieria riuscisse a controllare e manipolare tutto: enti, istituzioni e soprattutto l’informazione. Sempre Archinà in un’altra telefonata con il suo subalterno, Cattaneo, si sfogava così: «Ancora una volta ho avuto ragione, ho sempre detto che bisogna pagare i giornalisti per tagliargli la lingua». La condizione di assoggettamento di alcuni organi di stampa locali emerge con allarmante evidenza in altre conversazioni registrate dagli investigatori dove Girolamo Archinà si complimenta con i responsabili di testate per come avevano sviluppato una notizia (ovviamente favorevole all’Ilva) o che gli passava la «velina» da far pubblicare il giorno dopo sotto nome di fantasia. Per tutti i giornali a Taranto in agosto 2012 si fa ancora più incandescente il "braccio di ferro" tra Ilva ed alcuni magistrati, dopo la nuova ordinanza del gip Patrizia Todisco con la quale il presidente Bruno Ferrante viene rimosso da custode e amministratore dei sei impianti delle aree "a caldo" sequestrati. La decisione ha immediati riflessi sul mondo politico con il leader del Bersani e quello del Pdl Alfano che chiamano in campo Monti invitando il premier a "fare chiarezza". Il governo non può restare a guardare e Monti telefona ai ministri Passera, Severino e Clini, poi sente l'ufficio legale di palazzo Chigi per un consulto sulle possibili contromosse con cui ricacciare il fantasma della fine della siderurgia di Taranto. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, che tuona: "La chiusura sarebbe un danno irreparabile. Bisogna unire risanamento, lavoro e produzione sostenibile". A questo punto Monti decide di inviare a Taranto la troyka dei ministri più direttamente interessati: la missione di Passera, Severino e Clini è di riferire al premier. La Severino si è già attivata: il ministro della Giustizia chiederà l'acquisizione dei due provvedimenti con i quali il gip ha confermato il sequestro degli impianti dell'Ilva di Taranto e ha revocato la nomina di Bruno Ferrante dall'incarico di curatore dello stabilimento. A Via Arenula si spiega che la decisione è motivata "dalla necessità di una valutazione degli atti per quanto è di competenza del ministro della Giustizia". Ma anche il ministro dell'Ambiente Clini ha fatto sentire la sua voce e ha pesantemente criticato la decisione del gip, sostenendo che "é in aperto contrasto" con i provvedimenti presi da lui. La revoca di Ferrante decisa dal gip è arrivata dopo l'annunciato ricorso dell' Ilva al secondo decreto di sequestro degli impianti senza l'uso ai fini della produzione. Secondo il gip, il ricorso dimostra che Ferrante sarebbe in "palese conflitto di interessi". Al suo posto il Gip ha nominato il presidente dell'Ordine dei commercialisti di Taranto, Mario Tagarelli. Per il giudice c'é una "manifesta incompatibilità" di Ferrante con "l'ufficio pubblico di custode ed amministratore delle aree e degli impianti dello stesso stabilimento sottoposti a sequestro preventivo". Era stato il Tribunale del Riesame, con l'ordinanza del 7 agosto che confermava il sequestro degli impianti dell'Ilva, a nominare Ferrante custode e amministratore delle aree e degli impianti sequestrati, revocando la nomina di Tagarelli disposta dal gip per le questioni amministrative. Ora Tagarelli ritorna e affiancherà i tre ingegneri nominati dal gip custodi e amministratori dei beni sequestrati, Barbara Valenzano (gestore e responsabile), Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento. La maggioranza di governo con i massimi esponenti Alfano,Bersani e Casini chiedono al Presidente del consiglio di intervenire subito. La richiesta che viene da ABC è chiara: l'Italia rischia un clamoroso autogol mettendo in forse la produzione di uno dei suoi gioielli e dando all'estero un' immagine negativa sul fronte dell'appeal economico internazionale verso il Belpaese. "Se vogliamo spaventare gli investitori ci stiamo riuscendo" , dice il segretario del Pdl Alfano. Stesso concetto da parte di Pierluigi Bersani:"Bisogna essere consapevoli che la confusione attorno al più grande stabilimento siderurgico d'Europa farà presto il giro del mondo". Pier Ferdinando Casini si attesta sulla stessa linea e critica la scelta della magistratura che "rischia di segnare il punto di non ritorno di una vicenda drammatica" dopo anni di "incuria e noncuranza in primo luogo da parte delle autorità locali preposte alla funzione di vigilanza e di controllo della salute".

Una definizione che non esclude il ruolo primario della magistratura. Quella del Gip, secondo Casini, è una "entrata a gamba tesa" che fa "solo danno a tutti" perché viziata dal "protagonismo di certi magistrati di dubbia competenza". Anche il Pdl calca la mano sui magistrati di Taranto: "C'é un settore della magistratura che, pur di affermare le sue posizioni ideologiche, non esita a far correre il rischio a tutto il Paese della chiusura di una industria fondamentale come l'Ilva" accusa il capogruppo Fabrizio Cicchitto. Le opposizioni, Lega e Idv, confermano il loro ruolo e le loro vocazioni politiche; il Carroccio è allarmato per i possibili rapidi ricaschi che possono colpire Genova e la sua sede Ilva; Di Pietro per gli attacchi ai magistrati che fanno - dice - solo il loro dovere applicando la legge. L'ex Pm in particolare dice che ormai "è un gioco nazionale" scaricare le contraddizioni dei politici sulle spalle delle toghe.  A lui bisogna chiedere a quali magistrati si riferisca: procura, Gip o riesame? A sinistra interviene Paolo Ferrero che attacca proprio le posizioni espresse da Alfano, Bersani e Casini dato che -dice- servono solo a far da megafono "agli interessi della famiglia Riva" (proprietaria dello stabilimento e inquisita dalla magistratura) che vuole "mantenere il controllo dell'Azienda e non investire i soldi necessari per abbattere drasticamente l'inquinamento".

Ferrante non vuol pronunciare la parola 'licenziamenti', ma "se ci bloccano la produzione - dice - la prospettiva si complica" perché "dire no all'attività produttiva vuol dire togliere linfa vitale all'azienda. Viene meno la ragione stessa dell'esistenza dell'Ilva. E poi banalmente, se non produco come faccio a pagare 12mila persone?". L'Ilva diventa un caso politico, scrive “Libero Quotidiano”, con Mario Monti contro il gip Patrizia Todisco: il governo si è detto pronto a fare ricorso alla Corte Costituzionale contro la decisione del gip di sequestrare gli impianti di Taranto, bloccandone la produzione, e revocare la nomina dell'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, attuale presidente dell'Ilva, dall'incarico di custode dello stabilimento. Di domenica invece è l'annuncio del premier di inviare a Taranto i ministri dell’Ambiente Corrado Clini e dello Sviluppo Corrado Passera per un sopralluogo sul sito industriale siderurgico sotto inchiesta per disastro ambientale. I ministri andranno a Taranto già venerdì 17 per un primo esame.

Monti poi, che resterà in stretto contatto con loro, ha intenzione di far esaminare il quadro giuridico della vicenda e di verificare di conseguenza gli spazi di azione che ci sono per il governo. Il ricorso alla Consulta - "Partiamo dal presupposto che la tutela della salute e dell’ambiente è un valore fondamentale che anche il governo vuole perseguire e anche dal presupposto che noi rispettiamo le sentenze dei giudici. Però, alcune volte queste sentenze non sembrano proporzionate rispetto al fine legittimo che vogliono perseguire e quindi noi chiederemo alla Corte Costituzionale di verificare se non sia stato menomato un nostro potere: il potere di fare politica industriale": con queste parole il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, intervistato dal Gr1 Rai, ha annunciato la nuova iniziativa del governo. Il ricorrere alla Consulta per Catricalà non vuol dire scontro con la magistratura: "Noi contestiamo un singolo atto ritenendolo sproporzionato - tiene a precisare - noi abbiamo stabilito con un decreto legge in linea con un orientamento preciso del Tribunale della Libertà di continuare le lavorazioni che non sono dannose, che non sono nocive e nel frattempo cominciare seriamente la politica di risanamento. E abbiamo stanziato centinaia di milioni proprio per questo. Questo decreto legge resterebbe privo di qualsiasi valore se l’industria dovesse smettere di lavorare, se il forno si dovesse spegnere". E conclude: "Sarebbe un fatto gravissimo per l’economia nazionale, sarebbe un fatto grave non solo per la Puglia ma per l’intera produzione dell’acciaio in Italia". Al Corriere della Sera il ministro Clini si è detto "preoccupato che il piano di risanamento dell’Ilva adesso venga interrotto e si ricominci da capo con i contenziosi interminabili del passato". "Bloccare la produzione - ha aggiunto critico nei confronti della decisione del gip Todisco - vuol dire chiudere lo stabilimento, c'è poco da dire. E io francamente non la trovo la scelta migliore". Se "questa è un’emergenza ambientale, allora dobbiamo fare presto - ha aggiunto -. Questi sono problemi che non si affrontano con la carta da bollo o mettendo un custode giudiziario davanti ai cancelli di un impianto chiuso. L’Ilva - ricorda Clini - aveva dato un segnale concreto di collaborazione con le istituzioni e il tribunale del riesame bene aveva fatto a nominare il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante custode degli impianti dell’area a caldo". Ciò, infatti, osserva il ministro, "voleva dire che l’impresa si assumeva la responsabilità diretta del risanamento, mettendo in campo le sue competenze e le risorse finanziarie necessarie. Ma adesso che il gip l’ha rimosso, cosa succederà? - si chiede Clini - Il risanamento degli impianti industriali va fatto da chi li conosce". E poi: "Se chiudiamo la produzione dell’Ilva, a parte la sorte dei 20mila lavoratori, chi fornirà l’acciaio per l’economia italiana? Chi ci guadagna? L’Italia ci perde, mentre alla finestra mi pare già di vedere i tanti competitori europei per non parlare dei cinesi, che ne trarrebbero di sicuro un grande vantaggio".

Magistrato di ferro, dalla pedofilia alle cosche, dice di Patrizia Todisco il “Quotidiano Nazionale” e “La Repubblica”. Si è occupata di violenza sessuale su minori, criminalità organizzata, usura, assenteismo e di reati ambientali prima di arrivare a diventare l’ incubo dell’Ilva. Anna Patrizia Todisco, il giudice per le indagini preliminari di Taranto che ha firmato l’ordinanza di sequestro dell’area a caldo, ma anche i provvedimenti di ... Si è occupata di violenza sessuale su minori, criminalità organizzata, usura, assenteismo e di reati ambientali prima di arrivare a diventare l’incubo dell’Ilva. Anna Patrizia Todisco, il giudice per le indagini preliminari di Taranto che ha firmato l’ordinanza di sequestro dell’area a caldo, ma anche i provvedimenti di specifica e la revoca della custodia a Ferrante, è una donna di 49 anni, magra, capelli corti con sfumature rosse, segno zodiacale Toro, piglio più che deciso. Ha alle spalle una carriera all’insegna della difesa dei più deboli, i colleghi la definiscono «molto riservata e preparata». È nata a Taranto e ha da sempre negli occhi il profilo delle ciminiere dell’Ilva. Entra in magistratura nel 1993, arrivando tra i primi del suo concorso. L’ottima posizione in graduatoria le consente di scegliere la sede di lavoro e lei decide di rimanere a Taranto. Dal ’95 lavora presso il tribunale dei minori, poi passa al penale. Qui affronta casi di violenza in famiglia, ma anche di pedofilia: nel 2007, fece arrestate 21 uomini per aver abusato di due sorelle con grave disagio mentale, senza famiglia e senza alcun sostegno sociale.

Persegue anche i clan ionico-salentini e i loro legami con la Sacra corona unita con un’operazione che nel 2009 porta in carcere 43 affiliati, per arrivare ad un caso di ‘lupara bianca’ nel 2011. Il suo nome è finito anche nel ‘caso dei casi’, quello di Avetrana. Dopo l’omicidio di Sarah Scazzi, Patrizia Todisco si reca nel carcere di Taranto per la convalida di arresto di un detenuto. Nello stesso istituto è rinchiusa Sabrina Misseri, la cugina di Sarah accusata dell’omicidio. In un’informativa riservata, poi pubblicata, il magistrato racconta: «Mentre attendevo nella sala magistrati transitava un agente di polizia penitenziaria il quale, rivolgendosi a me, profferiva con aria sconfortata una frase del tipo ‘dottoressa, non ce la facciamo più’. Per far capire a cosa si riferisse, racconta la Todisco, il poliziotto «passandomi davanti mi mostrava velocemente un foglio, ponendolo di fronte a me ed indicandomi il nome che vi compariva nella parte superiore e che riuscivo appena a leggere: ‘Misseri Sabrina’». Da lì si apre un’indagine interna per capire se il foglio mostrato al giudice fosse una lettera che Sabrina avrebbe tentato di far uscire dal carcere o una semplice richiesta di colloquio che non avrebbe avuto seguito.

Di tutt’altro tono è l’immagine data da “Libero Quotidiano”. “Patrizia Todisco, gip: la zitella rossa che licenzia 11mila operai Ilva”. Patrizia Todisco, il giudice per le indagini preliminari che sabato 11 agosto 2012 ha corretto il tiro rispetto alla decisione del Tribunale di Riesame decidendo di fermare la produzione dell'area a caldo dell'Ilva si Taranto lasciando quindi a casa 11mila operai, è molto conosciuta a Palazzo di giustizia per la sua durezza. Una rigorosa, i suoi nemici dicono "rigida", una a cui gli avvocati che la conoscono bene non osano avvicinarsi neanche per annunciare la presentazione di un'istanza. Il gip è nata a Taranto, ha 49 anni, i capelli rossi, gli occhiali da intellettuale, non è sposata, non ha figli e ha una fama di "durissima". Come scrive il Corriere della Sera, è una donna che non si fermerà davanti alle reazioni alla sua decisione che non si aspetta né la difesa della procura tarantina né di quella generale che sulle ultime ordinanze non ha aperto bocca.

Patrizia Todisco è entrata in magistratura 19 anni fa, e non si è mai spostata dal Palazzo di giustizia di Taranto, non si è mai occupata dell'Ilva dove sua sorella ha lavorato come segretaria della direzione fino al 2009. Non si è mai occupata del disastro ambientale dell'Ilva ma, vivendo da sempre a Taranto, ha osservato da lontano il profilo delle ciminiere che hanno dato lavoro e morte ai cittadini. La sua carriera è cominciata al Tribunale per i minorenni, poi si è occupata di violenze sessuali, criminalità organizzata e corruzione. Rigorosissima nell'applicazione del diritto, intollerante verso gli avvocati che arrivano in ritardo, mai tenera con nessuno.

Sempre il Corriere ricorda quella volta che, davanti a un ragazzino che aveva rubato un pezzo di formaggio dal frigorifero di una comunità. Fu assolto, come dice un avvocato "ma lo fece così nero da farlo sentire il peggiore dei criminali".

Operai contro cittadini. Chi è in piazza, (con i sindacati, ma per la prima volta anche contro gli stessi sindacati che hanno svenduto la dignità di una classe operaia), per difendere il "diritto al lavoro" e chi, invece, non aspettava altro che l'intervento della magistratura per veder difeso il "diritto alla salute". Per anni chi ha provato a recarsi a Taranto per raccontare questa dicotomia, lavoro contro salute, ha incontrato una realtà difficile da capire prima ancora che da scrivere o riprendere. Perché a Taranto non ci sono famiglie che vivono di Ilva e famiglie che muoiono di Ilva. A Taranto "ci sono famiglie che vivono e muoiono di Ilva" spiegano i comitati che da anni si battono per chiedere la bonifica della città. «Cosa vogliamo?

Lavorare e non inquinare. Si può, si deve». Parole in più non erano necessarie, né richieste. A migliaia di gradi, giù negli altiforni o volteggiando sulle gru, le parole si seccano. E infatti parlano poco gli operai dell’Ilva. In quelle giornate di lotta bastava il loro sguardo a far intuire che la maschera di fierezza non esiste. Esiste, semmai, l’umana paura del soldato in trincea: per sé, per le proprie famiglie e per il momento difficile da tutti contro tutti. Sindacati contro operai e viceversa, operai contro operai, lavoratori contro ambientalisti, cittadini contro operai. Tutti contro i politici, perché la politica è arrivata a un bivio di trasparenza oltre il quale c’è solo il precipizio se non si faranno scelte coraggiose.

Da parte sua anche l’Associazione dei magistrati è strabica nel difendere l’operato dei magistrati tarantini. Questi magistrati che di fatto hanno insabbiato ed oggi si sputtanano a vicenda emettendo ordinanze contrastanti. Neo-segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, titolare dell’inchiesta che nel settembre del 2001 portò al sequestro di 4 batterie dell’area cokerie dello stabilimento siderurgico, tarantino da ormai quasi 20 anni, Maurizio Carbone offre il suo punto di vista sulle polemiche sorte a seguito del sequestro dell’area a caldo dell’Ilva e all’arresto di 8 tra dirigenti e proprietari. «Di fronte alla contestazione di reati così gravi c'è una sconfitta, una sconfitta di tutti, significa che non hanno funzionato a dovere la politica e gli organi amministrativi di controllo. È un provvedimento che è stato molto sofferto, si parla di supplenza della magistratura, ma questo - dice Carbone a Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” - è dovuto al fatto che non hanno funzionato evidentemente in questi anni gli altri organi di controllo.

Non c'è dubbio che quando la magistratura interviene, interviene per salvaguardare il diritto alla salute e il diritto alla vita». Il segretario generale dell’Anm ricorda che «La magistratura tarantina è impegnata, purtroppo, devo dire, da decenni sulla questione ambientale, dell'inquinamento e dei gravi danni alla salute che questo comporta. Nella stessa ordinanza di sequestro sono citate le tante indagini che sono sfociate ricordiamolo in processi e con sentenze definitive di condanna. Si tratta di vicende giudiziarie che sono durate anni e che hanno portato a decisioni definitive, anche una decina di anni fa ci fu un altro sequestro che riguardò una parte dello stabilimento, in particolare alcune batterie delle cokerie, con questo voglio dire - spiega Carbone - che la questione è nota da tempo, sono state già accertate responsabilità con riferimento ai diversi settori dell'azienda e devo dire che oggi tra l'altro non aiuta fare riferimenti al passato». Carbone sottolinea che «oggi la preoccupazione di tutti noi che viviamo tra l'altro a Taranto è questa situazione di attuale pericolo per la salute e per la stessa vita, così come è stato delineato nel provvedimento del giudice Patrizia Todisco ed è molto triste vedere una cittadinanza dilaniata in due tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Spero che al più presto, ma questo è un auspicio che faccio anche come cittadino di Taranto, che la politica si occupi in maniera seria della questione. Voglio sperare che non sia crei un clima di sfiducia nei confronti dei magistrati che sono intervenuti sino ad ora o peggio ancora una influenza o un condizionamento nei confronti degli altri magistrati che tratteranno della questione. Ci sono in ballo dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, è giusto che la magistratura operi in piena autonomia». Sulla vicenda interviene anche Cosimo Ferri, segretario di Magistratura indipendente, che chiede «fiducia e serenità, anche da parte dell'opinione pubblica, nei confronti dei magistrati requirenti e giudicanti che si stanno occupando del sequestro» degli impianti Ilva di Taranto. Secondo Ferri, i magistrati «stanno lavorando con grande impegno, professionalità e senso di responsabilità, garantendo il rispetto della legge, ben consapevoli dell'effetto dei loro provvedimenti. Desideriamo esprimere - conclude Ferri - profonda stima verso questi colleghi che con sobrietà, riservatezza svolgono il loro compito. Rispetto quindi per la delicatezza e la difficoltà del loro lavoro». 

Vorrei dare un mio contributo alla discussione sul blocco degli impianti dell’ILVA di Taranto. Opinione letta il 3 agosto 2012 in diretta dal direttore di Bianco e Nero, trasmissione di TeleRamaNews, la tv del Grande Salento. Giuseppe Vernaleone ha letto e condiviso quanto io avevo scritto sui miei siti web e su altri organi d’informazione. Non che la mia opinione conti tanto, ma almeno per il fatto che per questa, come per altre problematiche, ho dato il mio apporto inascoltato per la soluzione dei problemi. Questo in virtù della mia esperienza e preparazione. Più domande sorgono spontanee. Perché l’ordinanza di sequestro degli impianti dell’ILVA solo ora dopo 40 anni di inquinamento e solo (si fa per dire) dopo 6 mesi dal deposito della perizia e perché si agisce contro i lavoratori? Perché un’ordinanza cautelare reale non è immediatamente esecutiva? Perché l’ordinanza di custodia cautelare per Emilio e Nicola Riva e per gli altri dirigenti è stata solo ai domiciliari e non in carcere come i comuni mortali? Perché la stessa ordinanza non è stata emessa anche per i dirigenti attuali, quale l’ex prefetto di Milano? Perché i dirigenti precedenti si sono dimessi una settimana prima dell’ordinanza? Qualcuno ne ha anticipato il contenuto per poter evitare l’arresto? Gli ambientalisti vogliono desertificare l’economia; i politici ci hanno portato alla fame; i magistrati prima insabbiano e poi mannaiano. Il Procuratore capo della Procura presso il Tribunale di Taranto, Franco Sebastio, è 20 anni che indaga i dirigenti dell'ILVA. Si va dal disastro doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, getto e sversamento pericoloso di cose, più una serie di altri reati sugli infortuni del lavoro. Mai, però, si era arrivati a questo punto. «Il provvedimento del gip è inevitabile, serio, sofferto. E’ un’indagine a tutto campo per stabilire una volta per tutte che i morti determinati dagli inquinanti a Taranto, a Brindisi o a Lecce meritano rispetto, lo stesso rispetto, ad esempio, della Thyssen, di Marghera, di Genova. I nostri non sono morti di serie B. Sono persone, operai e cittadini che hanno lo stesso diritto costituzionalmente garantito di vedersi tutelati una volta per tutte». Così ha parlato alla conferenza stampa del 27 luglio 2012 il procuratore generale della Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, circa l’inchiesta della magistratura del capoluogo jonico che ha portato al sequestro degli impianti più importanti dello stabilimento siderurgico Ilva: le cokerie, l’agglomerato, la gestione delle aree ferrose, i parchi minerali, gli altiforni e le acciaierie. Le accuse, a vario titolo, sono di disastro ambientale doloso e colposo, getto e sversamento pericoloso di cose, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici. «Quindi – ha aggiunto – la necessità di intervenire con il sequestro nell’ambito dell’incidente probatorio con quella perizia medico-epidemiologica.

Ci siamo limitati all’Ilva ma evidentemente questo si estenderà anche ad altre industrie inquinanti: Cementir, Agip o Eni e poi a Brindisi». Inoltre ha sottolineato che «mentre di giorno si rispettavano le prescrizioni imposte, la notte ci si muoveva in maniera diversa - ricordando che - dalla eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato è  emerso che di notte venivano fuori dai camini le nubi contenenti polveri sottili. Questo è un fatto inoppugnabile ripreso fotograficamente. La perizia medico-epidemiologica è stata difficile ma ha dato risultati sui quali non penso si possa avanzare alcun serio dubbio». Infine Vignola si è augurato che presto venga istituito il registro tumori "che chiediamo da tempo" e che è previsto dalla legge regionale approvata recentemente. Il pg ha difeso le prerogative della magistratura.

Citando Montesquieu sulla separazione dei poteri: “Nessuna invasione di campo”. Poi una nota polemica al ministro dell’ambiente Clini che ha sollecitato il reintervento del Riesame:”Dovrebbe essere parte offesa”. Già, ci chiediamo: per quarant'anni da quale parte è stata la magistratura ed ancora oggi da quale parte sta la politica. Com'è labile il confine tra legalità ed interesse. Ma c’è la legge: chi inquina, paga. La legge non dice: chi inquina, chiudilo. Perché devono pagare solo e sempre i lavoratori e non i poteri forti? Diritto al lavoro e diritto alla salute perché non possono coesistere? L’ILVA, come altre grandi imprese, privatizza il profitto e collettivizza le perdite. Sarà così anche stavolta. Possibile cassa integrazione per gli operai e bonifica dell’ambiente inquinato tutto a spese dello Stato. 336 milioni di euro stanziati. Se chiude l’ILVA il danno non è per la famiglia Riva. Loro hanno grandi principi del Foro che li difendono, compreso l’ex presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Egidio Albanese. Con il ricatto occupazionale ci si può permettere di tutto in un’Italia politicizzata.

In altri tempi proposi una class action per danno, anche esistenziale, contro l’ILVA, affinchè si intaccasse l’interesse privato dell’azienda. In questo modo essa per forza di cose era costretta a limitare l’emissioni nocive contro le persone e l’ambiente, per non moltiplicare le azioni di tutela della salute. Azioni che limiterebbero il profitto dell’azienda. Invece no. Si lascia attendere fino a che lo Stato è costretto ad intervenire a vantaggio di un’impresa privata. Nessuno ha seguito il mio consiglio. Non vorrei che l’astio contro l’ILVA mosso da vari personaggi tarantini e il disinteresse dei cittadini tarantini nei confronti delle sorti dei suoi operai fosse insito nel fatto che proprio quegli operai sono cittadini della provincia e sappiamo quanto i cittadini tarantini abbiano la puzza sotto il naso nei confronti dei provinciali. Naturalmente allo stato dei fatti, senso di superiorità mal riposta.

E che dire dei magistrati del Tar di Lecce, competenti anche sulla provincia di Taranto. "Ilva, il presidente del Tar di Lecce cognato dell'avvocato dell'azienda", scrive Giuliano Foschini su “La Repubblica”. I ricorsi del colosso sempre accolti. Esposto di Legambiente al Csm, bufera su Antonio Cavallari. "E' incompatibile". "Accuse infondate, il legale si occupa di cause di lavoro". Il primo a lanciare la pietra era stato il presidente dell'Arpa pugliese, Giorgio Assennato. "L'Ilva - aveva detto - non si è mai voluta sedere a un tavolo con noi. Sono rimasti sull'Aventino e hanno continuato a fare ricorsi su ricorsi al Tar di Lecce, sempre vinti... Sono sicuro che anche la Procura di Taranto perderebbe se fosse il Tar di Lecce a decidere sui suoi atti". Subito dopo erano intervenute le associazioni ambientaliste, segnalando come in questi anni molte decisioni di natura sanitaria prese da Comune e Asl fossero state sempre cassate dal Tar. Ora il caso arriverà davanti al Consiglio superiore della Magistratura. Perché? Il presidente del Tar di Lecce, Antonio Cavallari, è il cognato (hanno sposato due sorelle) di uno degli avvocati esterni dell'Ilva, Enrico Claudio Schiavone. "Una situazione - spiegano dal direttivo nazionale di Legambiente - che secondo noi è doveroso segnalare al Csm perché il Consiglio valuti eventuali situazioni di incompatibilità o anche soltanto di opportunità. La situazione è così delicata, che richiede il massimo della trasparenza a tutti i livelli.

Anche quello della magistratura amministrativa". I due protagonisti però rimandano al mittente tutte le accuse. "Da un punto di vista tecnico, non siamo nemmeno affini. E soprattutto l'avvocato Schiavone non difende l'Ilva davanti al Tar". Schiavone è infatti un lavorista, è lui a difendere il siderurgico (in qualità di consulente esterno) nella maggior parte delle cause contro i lavoratori: "Questo della parentela - dice - è un dettaglio insignificante". Il Tar era finito nell'occhio del ciclone per aver accolto una serie di ricorsi dell'Ilva: dal referendum chiesto dai cittadini per decidere sulla chiusura dello stabilimento a una serie di ricorsi di natura sanitaria. A febbraio il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, aveva ordinato la fermata degli impianti per effettuare una serie di lavori per ridurre inquinamento e impatto ambientale. Ma il Tar aveva sospeso il provvedimento sostenendo che non esisteva un'emergenza sanitaria tale da giustificare "l'esercizio del potere di ordinanza attribuito al sindaco".

Qualche mese dopo sarebbe arrivata la decisione del gip, Patrizia Todisco, di sequestrare l'impianto proprio per l'emergenza sanitaria. "Ma se c'è qualche responsabile in questa vicenda - dice Cavallari - è chi doveva controllare e non lo ha fatto. Noi in 23 anni abbiamo avuto appena 36 ricorsi dell'Ilva e molti sono stati respinti, come per esempio quelli su alcune prescrizioni dell'Aia". Assennato però faceva riferimento a un provvedimento dell'Arpa che, già nel 2010, imponeva all'Ilva di abbassare le emissioni di benzoapirene, l'inquinante segnalato come pericolosissimo oggi dai periti della procura. I tarantini potevano risparmiare due anni di veleno. Ma anche in questo caso, il provvedimento fu cassato. "Ma era incoerente - spiega il giudice amministrativo - si chiedeva all'Ilva di applicare determinate prescrizioni in materia di emissioni sulla base di parametri stabiliti in tempi successivi. Se si stabiliscono dei limiti alle emissioni, e poi quei limiti vengono abbassati, noi dobbiamo basarci sui parametri in vigore nel momento in cui si contesta il superamento di quei limiti". Cavallari, tra l'altro, in questi giorni è al centro di un'altra inchiesta giudiziaria. È indagato per abuso di ufficio con l'accusa di aver riassegnato un appalto a un'azienda che era stata esclusa per mafia. Firmò lui il provvedimento nonostante toccasse a un'altra sezione. "Ma era un provvedimento d'urgenza e la collega non c'era: agimmo in accordo. Sono serenissimo" conclude il giudice amministrativo. Già, però èindagato il presidente del TAR Lecce solo per abuso d’ufficio e solo lui. Antonio Cavallari, presidente del Tar di Lecce indagato per abuso d’ufficio per aver favorito un’azienda in odor di mafia difesa dal noto amministrativista leccese, avv. Pietro Quinto. Tutta la stampa ne parla. Un’azienda in odore di mafia. E un discusso decreto del Tar. Sono questi per “Il Quotidiano di Puglia” i due elementi alla base di un’indagine su cui la Procura, comprensibilmente, vuole mantenere il più stretto riserbo. Antonio Cavallari, presidente del Tribunale amministrativo regionale di Lecce, sarebbe indagato per abuso di ufficio, proprio in relazione a un suo provvedimento adottato nel marzo 2012. Sono queste le uniche notizie che trapelano dal Palazzo di giustizia. L’inchiesta sarebbe seguita personalmente dal procuratore capo di Lecce Cataldo Motta. La vicenda riguarderebbe un appalto per il servizio di raccolta dei rifiuti urbani di Casarano, vinto dalla Cogea.

L’aggiudicazione provvisoria, però, era stata revocata subito dopo dall’amministrazione casaranese sulla scorta di una informativa antimafia, ossia un documento in cui si mette in guardia dalle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico e nell’organico di un’azienda. Nel documento, nello specifico, si ipotizzava un presunto legame della Cogea con Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano già condannato per traffico illecito di rifiuti, e legato a doppio filo con il boss ergastolano Giuseppe Scarlino, avendone sposato la figlia. A quanto pare, nell’informativa si faceva riferimento a una particolare vicinanza tra la Cogea e la Geotec Ambiente: entrambe le società avrebbero lo stesso direttore tecnico. E visto che la Geotec era già stata colpita da un’interdittiva antimafia perché aveva tra i suoi dipendenti proprio Gianluigi Rosafio, lo stesso provvedimento è stato preso nei confronti dell’altra società, neo aggiudicataria dell’appalto. I tempi sono stretti: il 2 marzo 2012 il Comune di Casarano revoca l’aggiudicazione; la Cogea fa ricorso al Tar e il giorno dopo il presidente Cavallari emette un provvedimento cautelare con cui accoglie l’istanza presentata dall’azienda e quindi sospende la revoca del Comune. Sarebbe questo il passaggio finito sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori. I carabinieri, peraltro, su ordine della Procura di Lecce, hanno effettuato un veloce blitz negli uffici del Tar, in via Rubichi, a quanto pare sequestrando alcuni documenti e anche un computer. A cosa porterà l’indagine e che tipo di illecito punta eventualmente a scoprire, rimane ancora un mistero. Che verrà svelato solo quando la Procura riterrà di poter uscire allo scoperto.

Per il resto ognuno si faccia una propria idea secondo i fatti raccontati ed avvenuti.

Secondo Giangranco Lattante de “La Gazzetta del Mezzogiorno”: Un blitz riservatissimo. Un fascicolo blindato, chiuso a chiave, nella stanza del procuratore Cataldo Motta che gestisce il caso in prima persona. La faccenda è delicata. Riguarda un indagato eccellente: il presidente dal Tar di Lecce Antonio Cavallari. Abuso d’ufficio è l’ipotesi di reato. Tutto il resto è top secret. La Procura ha acceso un faro su una decisione-lampo assunta dal presidente Cavallari con un decreto cautelare. Una decisione che si innesta nell’ambito di una misura interdittiva. Cosa si voglia accertare e perché sia stata avviata l’inchiesta è materia ammantata dal massimo riserbo.

Ma quando i carabinieri, su disposizione del procuratore, si sono presentati negli uffici del Tar hanno acquisito carte, fascicoli e documentazione relativa proprio al decreto cautelare che sospendeva l’efficacia della revoca di un appalto che era stato bloccato da un’interdittiva antimafia. Misure di questo tipo hanno l’obiettivo di evitare infiltrazioni della malavita nel tessuto produttivo.

La visita dei militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo del Comando provinciale risale ai primi giorni del marzo 2012.

All’attenzione della Procura sarebbe finito il decreto cautelare emesso il 3 marzo (era un sabato) con il quale il presidente Antonio Cavallari ha accolto l’istanza presentata dalla società Cogea, la srl che si era visto revocare l’aggiudicazione provvisoria del servizio di raccolta dei rifiuti urbani di Casarano sulla scorta di un’informativa antimafia per via di presunti collegamenti con Gianluigi Rosafio, l’imprenditore di Taurisano condannato per traffico illecito di rifiuti e marito della figlia del boss ergastolano Giuseppe Scarlino, detto Pippi Calamita. La determinazione del responsabile del settore servizi tecnici del comune di Casarano, che aveva revocato l’aggiudicazione dell’appalto alla Cogea, era stata adottata il 2 marzo. Il giorno dopo il decreto cautelare del presidente del Tar Cavallari veniva depositato in segreteria. Più precisamente, l’interdittiva antimafia traeva origine nel fatto che il direttore tecnico di Cogea fosse lo stesso di «Geotec Ambiente», società a sua volta colpita da interdittiva per la presenza, fra i dipendenti, di Gianluigi Rosafio. L’unica volta che l’indagine è uscita allo scoperto è stato quando i carabinieri sono andati negli uffici del Tar, in via Rubichi a due passi da piazza Sant’Oronzo, per «prendere» le carte.

L’episodio, peraltro, era stato vagamente richiamato dallo stesso presidente Antonio Cavallari in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale amministrativo regionale. Erano trascorsi appena sette giorni dalla decisione e dal blitz. Un’uscita, quella del presidente del Tar, che era stata sepolta da una montagna di smentite. E il Procuratore era al lavoro, a testa bassa.

“Cavallari indagato? E’ una cosa che non sta nè in cielo né in terra”. L’Avvocato Pietro Quinto a “Trnews” non nasconde la propria perplessità dopo la tegola giudiziaria che si è abbattuta solo sul Presidente del Tar di Lecce, Antonio Cavallari, indagato per abuso d’ufficio. Tutto per una vicenda che si collega ad un appalto per la raccolta dei rifiuti urbani a Casarano. I fatti risalgono allo scorso marzo 2012: la Cogea vince l’appalto, ma l’aggiudicazione provvisoria viene revocata dalla locale amministrazione comunale retta dal Commissario prefettizio Ermina Ocello, sulla scorta di una segnalazione. Nel documento si ipotizzerebbe un presunto collegamento fra l’azienda in questione e Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano, già condannato per traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa, genero di Giuseppe Scarlino, detto ‘Pippi Calamita’, boss del sud Salento condannato all’ergastolo. L’azienda non ci sta e assistita dall’Avvocato Pietro Quinto fa ricorso al Tar, chiedendo un decreto d’urgenza. “I tempi sono stretti – ricorda Quinto – l’informativa arriva alla vigilia dell’avvio del servizio e l’azienda che teme un danno economico, chiede un decreto d’urgenza”. Ed ecco che in assenza del giudice della terza sezione, la situazione la prende in mano il Presidente in persona, Cavallari appunto, che emette un provvedimento con cui accogliendo l’istanza presentata dall’azienda di fatto sospende la revoca del Comune di Casarano e dà il via libera al servizio che partirà di lì a poche ore. “E’ stato fatto tutto alla luce del sole – sottolinea ancora l’Avv. Quinto – impossibile anche lontanamente parlare di abuso d’ufficio”. Ma intanto i carabinieri, al cui vaglio ci sono documenti e pc sequestrati dall’ufficio di Cavallari, vogliono andare a fondo. In effetti tutta la vicenda si è consumata in sole 48 ore. C’è però un altro risvolto. Dopo la pronuncia di Cavallari, la Prefettura emise una vera e propria interdittiva nei confronti della Cogea, interdittiva recepita dal Commissario Ocello che stilò un nuovo atto di revoca del bando. Intanto la Cassazione aveva annullato con rinvio l’aggravante mafiosa nei confronti di Rosafio, chiedendo la celebrazione di un nuovo processo. Ora si attende la decisione del Consiglio di Stato che si pronuncerà solo dopo decisione del giudice penale.

Ahhh...Quante volte io e tutti gli avvocati non principi del foro che bazzicano le aule del Tar di Lecce avremmo desiderato un atto di sospensiva di sabato ed in 24 ore!!!!!!!!

Questi sono i magistrati con cui si ha a che fare ogni giorno e che dire della stampa?

La stampa a Taranto non è nuova a scandali. Come riportato da “La Repubblica” avrebbero gonfiato i fatturati per ottenere un punteggio maggiore nella graduatoria di concessione dei contributi pubblici stilata ogni anno dal Corecom per le emittenti televisive pugliesi.

Così due tv sono finite nei guai. A scoprire il raggiro è stata la guardia di finanza. A Taranto dal 2007 al 2009 l' emittente Studio 100 avrebbe emesso fatture per operazioni commerciali mai poste in essere. Il sistema sarebbe stato realizzato con l' aiuto di altre "società sorelle". Conti correnti, quote societarie, beni mobili e immobili di proprietà dell' emittente televisiva, del suo amministratore e dei due soci rappresentati delle "società sorelle" sono stati sottoposti a sequestro preventivo. Il profitto derivato dall' illecito conseguimento dei contributi sarebbe di 2,5 milioni di euro. In tre sono stati denunciati per truffa aggravata. A Castellana Grotte invece Puglia Channel, con la complicità di tre società, avrebbe dichiarato un fatturato fittizio per ottenere i contributi: i finanzieri hanno verificato l' utilizzo di fatture false per spot pubblicitari e prestazioni di servizio mai avvenute, per un totale di oltre 4,3 milioni. Lo scorso luglio 2011, nel corso di una complessa attività di indagine nei confronti di alcune emittenti televisive locali beneficiarie di contributi pubblici per il sostegno dell’informazione, previsti dalla legge nr. 448/98, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Taranto effettuarono un sequestro preventivo nei confronti della società proprietaria di una nota emittente locale tarantina e del suo legale rappresentante di beni mobili ed immobili fino alla concorrenza della complessiva somma di circa 900.000 euro, in relazione ad indebite percezioni di contribuzioni, relative alle annualità 2005 e 2006. Il prosieguo di detta attività d’indagine ha riguardato l’erogazione dei contributi relativi alle annualità dal 2007 al 2009 percepiti dalla stessa emittente televisiva. In particolare, nel corso di questi anni, il parametro di valutazione denominato “media dei fatturati dell’attività televisiva” risultante dal conto economico del bilancio di esercizio, utile per conseguire un maggiore punteggio nella graduatoria di concessione dei contributi, è risultato artatamente “gonfiato” con ricavi relativi a fatture emesse per operazioni commerciali che si ritiene non siano mai state effettivamente poste in essere. Questo sistema è stato realizzato con l’aiuto di altre società “sorelle” riconducibili ai soci di maggioranza e reali amministratori della stessa emittente locale. Le risultanze investigative sono state partecipate e condivise dalla Procura della Repubblica di Taranto che ha richiesto ed ottenuto dal giudice per le indagini preliminari l’emissione di un decreto di sequestro preventivo di conti correnti, quote societarie, beni mobili ed immobili di proprietà della stessa emittente locale, del suo amministratore pro tempore e di altri due soci, rappresentanti delle citate società “sorelle” protagoniste dell’illecito sopra descritto, fino alla concorrenza della complessiva somma di circa 2.500.000 euro, che costituisce l’ingiusto profitto derivato dalle indebite percezioni di contributi erogati nelle annualità dal 2007 al 2009 in favore dell’emittente stessa. L’amministratore pro-tempore dell’emittente televisiva e due soci di maggioranza sono stati denunziati all’Autorità Giudiziaria competente per le ipotesi di reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, nonchè per emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. E dire che proprio il 12 settembre 2008, un'ora e mezzo di trasmissione in diretta sulla tv tarantina Studio 100, per l'occasione collegata con le emittenti Canale 7, Telebari e Teleonda Gallipoli. Argomento: la ripartizione - da parte del Corecom - dei contributi pubblici all'emittenza privata, previsti dalla legge 448 del 98. Nel corso della diretta - condotta dal direttore Walter Baldacconi con tre ospiti, due avvocati e l'editore di Canale 7, Gianni Tanzariello - una circostanziata denuncia. 13 emittenti pugliesi, su 42 ammesse ai contributi, avrebbero prodotto - in autocertificazione - documentazione non rispondente al vero in merito alla regolarità dei contributi versati all'Enpals per i lavoratori dipendenti. Ancora da accertare le posizioni con Inps e Inpgi. L'anno di riferimento è il 2006. Il puntuale versamento dei contributi previdenziali, costituisce condizione vincolante all'erogazione delle provvidenze pubbliche in questione. La denuncia è oggetto di interrogazione parlamentare del senatore di AN, Adriana Poli Bortone, che - collegata in diretta nel corso della trasmissione - ha ribadito la sua ferma intenzione di voler andare fino in fondo, nell'interesse di tutti. Nel corso del dibattito televisivo è emerso un altro dato: se quelle tv non sono in regola, non potranno sanare a posteriori la loro inadempienza. E’ al momento della richiesta del contributo che bisogna avere i titoli, come prevede la legge. Se è vero che il Corecom è tenuto ad accettare per buona l'autocertificazione sostitutiva, è altrettanto vero che quando questa dovesse risultare non veritiera - come pare nel caso di specie – sarà il ministero, erogante il contributo, a sospendere la procedura, e pare che questo stia già accadendo, con una prima richiesta di chiarimenti agli interessati.

Comunque per far capire l’ambiente e le circostanze su cui dileggiano le varie firme di stampa e tv e per chiudere la bocca a chi si destreggia tra ingiurie e diffamazioni gratuite basta la risposta delle istituzioni. «La Puglia e il Salento non sono diverse dalle altre zone di Italia, il Lazio, Roma Capitale, la Lombardia. Il Salento non è terra di sedimentate infiltrazioni mafiose». È questa la prima risposta data alla platea e all’intervistatore al capo della Polizia, Antonio Manganelli, ospite d’onore nella serata di venerdì 11 agosto 2012 a Miggiano (LE) della rassegna «Miggianosilibra», organizzata dall’assessorato comunale alla Cultura e patrocinata da Regione Puglia e Provincia di Lecce. Un evento d’eccezione con in prima fila il prefetto, Giuliana Perrotta, e il questore di Lecce, Vincenzo Carella e quello di Brindisi, Alfonso Terribile, autorità militari, consiglieri regionali, la vicepresidente della Provincia, Simona Manca e numerosi sindaci. Camicia bianca e jeans, accompagnato dalla moglie con la quale sta trascorrendo nel Salento alcuni gironi di relax, il prefetto Manganelli, come raccontato da Giuseppe Martella della Gazzetta del Mezzogiorno è arrivato nel piccolo centro del Capo di Leuca poco dopo le 20. Ad attenderlo, il procuratore capo della Dda, Cataldo Motta. Tra loro un colloquio fitto che dura una manciata di minuti, prima che Motta saluti e vada via. Prima dell’inizio dell’intervista, curata dal giornalista Rosario Tornesello, il capo della Polizia si intrattiene con funzionari e autorità. «Molti dei colleghi che sono presenti qui stasera – dirà nel corso della serata Manganelli – sono stati con me nel corso della mia carriera quasi quarantennale e vissuta in larga misura per strada. Con loro ho consumato le notti durante sfiancanti appostamenti, con loro ho condiviso la paura». Investigatori eccellenti li definisce il prefetto Manganelli, anche se alla domanda del giornalista che gli chiede se qualcuno di loro potrebbe lavorare con lui a Roma, risponde: «Stanno bene qui, lavorano in maniera ottima e conquistano ogni giorno risultati importanti, al centro dei miei frequenti contatti telefonici col procuratore Motta». È innamorato del Salento «territorio di frontiera e accoglienza che ha saputo mettere in vetrina le sue peculiarità», di quel Salento che pochi mesi fa è stato ferito a morte dal vile attento dinanzi alla scuola «Morvillo Falcone» di Brindisi. Nelle ore successive all’esplosione, il capo della Polizia fu uno dei pochi a parlare del possibile gesto di un folle. Da navigato investigatore ricostruisce: «Il nostro lavoro spesso procede per esclusione. Esclusa la pista mafiosa. Cosa nostra colpisce per raggiungere obiettivi e non lascia la Sicilia per un atto dimostrativo dinanzi a una scuola di Puglia.

Escluso il terrorismo rosso e l’anarco-insurrezionalismo. Gli anarchici colpiscono per poi rivendicare e spiegare e nell’omicidio di una povera studentessa non c’è nulla da spiegare. O si era di fronte a una cellula eversiva, oppure a un folle, come alla fine le indagini hanno dimostrato». Contrario a qualsiasi patto tra Stato e mafia «anche se bisogna distinguere tra i vari livelli di accordi, come quello che può insistere tra un investigatore e un criminale che decida di vuotare il sacco», Manganelli non si sottrae quando gli chiedono cosa ha provato a chiedere scusa per i casi Aldovrandi e G8 di Genova. «Quando si ha fiducia nella magistratura e nei pronunciamenti che essa presenta, condividendoli o meno, e nel momento in cui ci si trova dinanzi a sentenze definitive, è d’obbligo chiedere scusa e non nascondersi dietro un dito».

Così è la giustizia a Taranto, se vi pare……

26 AGOSTO 2012: L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SARAH

Racconta Mimmo Mazza sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” che a due anni dalla morte di Sarah ad Avetrana le uniche parabole sono quelle sistemate sui tetti delle case. Le uniche code sono quelle verso il mare di Torre Colimena o Porto Cesareo. Gli unici titoli di giornale letti con attenzione sono quelli sull'esordio della Juve.

Sono due anni che Sarah Scazzi è scomparsa ma non se lo ricorda praticamente nessuno. Passiamo un'ora nel cimitero che ha immediatamente dopo l'ingresso la tomba monumentale dove riposa lo scricciolo biondo drammaticamente strappato alla vita.

L'anno scorso c'era una fila enorme, i vigili urbani e la protezione civile furono costretti a regolare il traffico fin dall'uscita del paese.

Furono sistemate due transenne alle spalle della tomba per consentire a tutti di lasciare un ricordo, un fiore, un peluche, un cartello, una lettera per Sarah. Ieri, sotto un sole africano in tutto simile a quello del 26 agosto 2010, vediamo solo due carabinieri posare un fiore sulla tomba. Sono il maresciallo Fabrizio Viva, comandante della stazione, e il brigadiere Biagio Blaiotta. Sulla lapide ci sono altri fiori, qualche peluche, alcuni oggetti. Frutto del pellegrinaggio di alcuni turisti, ci dice il custode. Non del pensiero degli avetranesi che sembrano (finalmente?) aver rimosso Sarah e i suoi presunti assassini, Sarah e il circo mediatico che un anno fa trasmetteva in diretta, nei tg delle 20, la messa organizzata in suo ricordo su richiesta del padre Giacomo e del fratello Claudio, dopo aver messo le tende qualche giorno dopo la scomparsa della 15enne, aver militarizzato un intero paese e fatto diventare star nazionali tipi come zio Michele, un uomo tutto casa e campagna, che anche ieri, in silenzio, è andato alle 5 in caserma per assolvere all'obbligo di firma impostogli dopo la scarcerazione. Quest'anno, nemmeno una messa. Concetta, mamma di Sarah, è testimone di Geova e dunque non ha chiesto alcun tipo di commemorazione religiosa. Claudio è partito mercoledì scorso dopo aver cercato inutilmente di organizzare la presentazione del suo libro sulla sorella. Giacomo ha passato la giornata nel suo solito bar, a chiacchierare con gli amici, tra una birra e una partita a carte. Non una messa, non un manifesto, non una diretta. Concetta non concede interviste, dopo essere apparsa sui media di mezzo mondo ed aver subito anche l'intrusione in casa da parte di Fabrizio Corona. Ma a chi la va a trovare dice di avere fiducia nella giustizia. E che la verità alla fine del processo verrà a galla. Lo ha ripetuto anche ai componenti del gruppo Facebook «Verità e Giustizia per Sarah Scazzi» che le hanno fatto visita, regalandone una foto, elaborata al computer, di Sarah vestita da sposa. Concetta sente spesso i suoi avvocati, a partire dai tarantini Luigi Palmieri e Manuela Stallo. Chiede, suggerisce, consiglia.  Non smette di indagare sul movente. Perché se 21 udienze del dibattimento e un centinaio di testimoni sfilati, direttamente o tramite verbale, dinanzi alla corte d'assise, hanno dimostrato che gli autori del delitto vanno cercati tra le ultime persone ad aver visto Sarah il pomeriggio del 26 agosto, ovvero Michele Misseri, sua figlia Sabrina e sua moglie Cosima, sul movente, quel mix di gelosia e rancore tratteggiata dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino, non c'è ancora sufficiente chiarezza.  C'è una domanda, tra molte, che attende ancora una esauriente risposta: quanti sapevano già il 26 agosto del 2010 che a Sarah Scazzi era successo qualcosa di terribile? Il riferimento non è solo e soltanto al fioraio Giovanni Buccolieri che quel pomeriggio ha visto Sarah inseguita e poi costretta a salire in auto da Cosima Misseri, una ricostruzione che l’uomo ha prima confidato a conoscenti e amici e poi, però, non ha confermato in sede di interrogatorio, spiegando che era tutto frutto di un sogno. Buccolieri non sembra l’unico testimone – reticente o meno si vedrà solo al termine del processo – di quel giorno. Poche ore dopo la scomparsa di Sarah, quando la notizia comincia a circolare in paese, sul profilo Facebook chiamato «Regen» (pioggia in tedesco), gestito da alcune persone tra le quali ci sarebbero Antonella Spinelli, la cuginetta di Sarah di San Pancrazio Salentino, ma anche Sabrina Misseri (la cugina in carcere perché accusata di omicidio), Alessio Pisello, amico sia di Sarah che di Sabrina, e dalla stessa Sarah compaiono delle foto inquietanti (poi rimosse ma entrate in possesso della Gazzetta): un manichino legato da corde, una ragazza bionda che galleggia nell’acqua e un pozzo.

Coincidenze? Il cadavere di Sarah – stando a quanto raccontato da Michele Misseri – è stato imbragato con una corda (praticamente come il manichino postato su Fb) per poi essere calato nella cisterna di contrada Mosca, cisterna piena di acqua. Un manichino con la corda, la ragazza in acqua, la botola di un pozzo. Possibile che a suo tempo ci fu qualcuno che cercò d’indirizzare gli inquirenti verso la verità ma non fu ascoltato? Il mistero resta. E forse si intreccia con quello riguardante la collana con un teschio che Sarah comprò assieme alla cugina Antonella a San Pancrazio prima di far ritorno a casa, il 25 agosto e due anni fa. Concetta ricorda di aver visto quella collana ma quel teschio non è mai stato ritrovato. Il 18 settembre si ritorna in aula, parte l'esame degli imputati, chissà se Sabrina e Cosima, da oltre un anno nella stessa cella del carcere di Taranto, si decideranno a raccontare la loro verità.

E “Perché i pm Pietro Argentino e Mariano Buccoliero tra i molti testimoni non hanno chiamato anche Valentino Castriota a testimoniare  tutto quanto era da lui conosciuto sul caso Sarah Scazzi, essendo il Castriota il primo ad essere intervenuto da estraneo nell’ambiente familiare in qualità di portavoce della famiglia Scazzi nei rapporti con i media?”

Ripeto. Le 21 udienze del dibattimento e un centinaio di testimoni sfilati, direttamente o tramite verbale, dinanzi alla corte d'assise, hanno dimostrato che gli autori del delitto vanno cercati tra le ultime persone ad aver visto Sarah il pomeriggio del 26 agosto 2010, ovvero Michele Misseri, sua figlia Sabrina e sua moglie Cosima. Sul movente, quel mix di gelosia e rancore tratteggiata dai pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino, non c'è ancora sufficiente chiarezza e condivisione.  Hanno sposato un tesi e non la vogliono abbandonare. Ma è quella giusta? Porta ad una verità giudiziaria, ma è anche quella storica?  C'è una prima domanda di Mimmo Mazza del “La Gazzetta del Mezzogiorno”, tra molte, che attende ancora una esauriente risposta: quanti sapevano già il 26 agosto del 2010 che a Sarah Scazzi era successo qualcosa di terribile? Poche ore dopo la scomparsa di Sarah, quando la notizia comincia a circolare in paese, sul profilo Facebook chiamato «Regen» (pioggia in tedesco), gestito da alcune persone tra le quali ci sarebbero Antonella Spinelli, la cuginetta di Sarah di San Pancrazio Salentino, ma anche Sabrina Misseri (la cugina in carcere perché accusata di omicidio), Alessio Pisello, amico sia di Sarah che di Sabrina, e dalla stessa Sarah compaiono delle foto inquietanti (poi rimosse ma entrate in possesso della Gazzetta del Mezzogiorno): un manichino legato da corde, una ragazza bionda che galleggia nell’acqua e un pozzo. Coincidenze? Il cadavere di Sarah – stando a quanto raccontato da Michele Misseri – è stato imbragato con una corda (praticamente come il manichino postato su Fb) per poi essere calato nella cisterna di contrada Mosca, cisterna piena di acqua. Un manichino con la corda, la ragazza in acqua, la botola di un pozzo. Possibile che a suo tempo ci fu qualcuno che cercò d’indirizzare gli inquirenti verso la verità ma non fu ascoltato? Il mistero resta. E forse si intreccia con quello riguardante la collana con un teschio che Sarah comprò assieme alla cugina Antonella a San Pancrazio prima di far ritorno a casa, il 25 agosto e due anni fa. Concetta ricorda di aver visto quella collana ma quel teschio non è mai stato ritrovato. Attenti a parlare di omertà di un intero paese e della sua comunità. Si potrebbe parlare di reticenza di qualcuno o, quantomeno, di indagini svolte in modo approssimativo da gente forse non preparata a questo tipo di situazioni delittuose. Ma parlare di inadeguatezza degli inquirenti è un tabù per i giornalisti che si sono occupati del caso. Troppo amici dei magistrati, fonte delle loro notizie, per poter sputare nel piatto in cui mangiano. Da qui la domanda più importante.

«Vorrei farvi una domanda alla fine dell’audizione dei testi dell’accusa nel processo sul delitto di Sarah Scazzi: Perche non è mai stato ascoltato l’ex portavoce Valentino Castriota? -  chiede il dr Antonio Giangrande, scrittore di Avetrana che proprio su Taranto e su Sarah Scazzi ha scritto libri pertinenti questioni che nessuno osa affrontare e presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) sodalizio nazionale antiracket ed antiusura che proprio a Taranto ha la sua sede legale - Perché i pm Pietro Argentino e Mariano Buccoliero tra i molti testimoni  non hanno chiamato anche Valentino Castriota a testimoniare  tutto quanto era da lui conosciuto sul caso Sarah Scazzi, essendo il Castriota il primo ad essere intervenuto da estraneo nell’ambiente familiare in qualità di portavoce della famiglia Scazzi nei rapporti con i media? “Il Corriere della Sera” e le altre testate, così come la rete, danno la notizia. Valentino Castriota nativo di Trepuzzi (Lecce) e residente a Roma è stato arrestato il 5 gennaio 2011 con l'accusa di truffa e millantato credito nell'ambito di un'inchiesta della Procura della capitale su finte assunzioni presso la Marina militare, di cui danno notizia alcuni quotidiani pugliesi. A Castriota è stata notificata dai carabinieri un'ordinanza di custodia cautelare del gip del Tribunale di Roma Giovanni Ariolli su richiesta del pm Ilaria Calò. L'uomo, a quanto riportato dai giornali, è accusato di aver millantato conoscenze nelle forze armate per garantire, in cambio di soldi, la ferma prolungata a otto militari in congedo illimitato. Per millantato credito e truffa: per questo è stato arrestato l' ex portavoce della famiglia Scazzi, Valentino Castriota. Avrebbe intascato soldi da ex ufficiali della Marina dietro la promessa di farli tornare in servizio. Valentino Castriota, 37 anni, di Trepuzzi, è stato arrestato dai carabinieri della stazione su delega dei colleghi del Nucleo in servizio presso il Ministero della Difesa: l’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari di Roma, Giovanni Ariolli, gli ha contestato di aver intascato diverse migliaia di euro da sette ufficiali della Marina in ferma prolungata, dietro la promessa di farli tornare in servizio. Uno di questi ha scoperto il raggiro contestato dal pubblico ministero Ilaria Calò, presentandosi negli uffici di Genova della Marina con lettera che avrebbe ricevuto per intercessione di Castriota: e fu allora che scoprì di essere stato raggirato. Castriota, tra l’altro, si rileva dalla stampa, non è nuovo a queste vicende nonostante si sia esposto come portavoce della famiglia Scazzi, ma anche come uno dei promotori dell’associazione “Famiglie fratelli ristretti di Brindisi” e recentemente ha fondato un sodalizio a difesa delle donne. Il pubblico ministero della Procura di Lecce, Giovanni De Palma, ha chiesto la proroga delle indagini su nove ragazzi che gli avrebbero consegnato del denaro per garantirsi un posto di lavoro. Chi per fare l’autista di Gianfranco Fini, chi per lavorare alla Stp e chi alle Poste. Quest’ultimo ha subito la stessa onta dell’ufficiale della Marina presentatosi a Genova: con una lettera si è rivolto alla direzione delle Poste centrali di Lecce credendo di essere stato assunto. Ma anche questa lettera non sarebbe stato altro che un tassello dell’ennesima truffa. Tra l’altro negli anni scorsi Castriota finì sotto processo al Tribunale di Mesagne per aver spillato 70 milioni di lire ad una biologa di Torchiarolo dopo averle promesso un posto in un ospedale del Nord Italia grazie all’intercessione di un fantomatico deputato di An chiamato Fittipaldi. Il processo si chiuse perché l’altro imputato risarcì la vittima convincendola così a rimettere la querela. Insomma, se le accuse che gli sono costate il carcere si riveleranno fondate, sembra azzeccata la descrizione della personalità di Castriota  fatta dal Gip del Tribunale di Roma Giovanni Ariolli: “Una spiccata capacità mimetica, doti dialettiche ed organizzative non comuni”. Ma l’indagato si professa innocente e vittima di raggiri anche lui: «Attendiamo l’esito delle indagini e spero quanto prima che il mio assistito dimostri la sua estraneità», sostiene l’avvocato difensore Giovanni Battista Cervo. «Se quelle promesse non hanno trovato seguito, lo si deve a terze persone.

Quelle che poi hanno preso i soldi». Valentino Castriota per qualche settimana si disse “portavoce” di casa Scazzi e alla famiglia propose la gestione dei media. Perché non è stato mai ascoltato? Si dirà: nel processo Sarah Scazzi è inattendibile od è ininfluente. Certo che un dubbio viene: non è forse perché si vuol tacitare l’errore commesso dagli organi investigativi che in quel frangente di tempo dicevano di cercare Sarah e comunicavano che le indagini approfondite erano in corso a 360° e che invece sfuggisse loro il fatto che proprio all’interno della famiglia nell’imminenza del fatto si era permesso di inserirsi un corpo estraneo, già noto anche come il presenzialista di “Striscia la Notizia”? Anomalia sconosciuta dai carabinieri e dalla procura di Taranto e resa nota proprio su mia segnalazione fatta settimane dopo la scomparsa di Sarah, per non essere accusato di protagonismo. Segnalazione che solo allora ha portato all’allontanamento del Castriota. O forse perché si vuol tacitare la pessima figura fatta proprio dai media, nazionali e in particolar modo locali, che si arrogavano una presunta emancipazione che non esiste (i cittadini tarantini vengono definiti dai provinciali: cozzari). Giornalisti così affamati di verità ed a tal fine impegnati a riportare chiacchiere, pettegolezzi e maldicenze sul paese e sulla ragazza scomparsa, tanto da non scoprire quanto era palese sotto i loro occhi? Gli stessi organi di informazione che prima cercavano Sabrina e che oggi sposano in pieno la tesi accusatoria della sua colpevolezza? Il Settimanale “Oggi”  con Giuseppe Fumagalli su Focus nel mese di novembre 2011 pubblicò una bella intervista del CASTRIOTA il quale parlava dei depistaggi e non solo di quelli. Perché non è stato mai ascoltato?»

E poi, così come racconta Nazareno Dinoi su “Il Corriere della Sera”, chi, tra i docenti del liceo classico «Archita» di Taranto, poteva avere interessi per la famiglia Misseri di Avetrana durante le prime fasi delle indagini sull’uccisione di Sarah Scazzi? Quale professore di quell’istituto, il 26 novembre del 2010, a tre mesi dall’omicidio, ebbe premura di avvertire Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri e mamma di Sabrina, circa un suo imminente coinvolgimento nell’inchiesta? E perché? E quali inspiegabili collegamenti legavano gli uffici della Procura, le stanze di un liceo statale della città capoluogo e la sperduta villetta di un remoto comune al confine della provincia? A distanza di due anni da quella tragedia, ecco l’ennesima ombra nel giallo che ha inorridito l’intero Paese. I particolari sono nascosti nelle migliaia di pagine che compongono gli atti del processo. È la trascrizione di un’intercettazione telefonica tra Valentina Misseri, sorella maggiore di Sabrina, e un certo Antonio Laserra che la chiama. «Valentì, - esordisce l’uomo - mi hanno chiamato per dirti una cosa, mi hanno mandato un messaggio e mi hanno detto che tua mamma è in pericolo e di cominciare a consultare un avvocato». In effetti in quei giorni la moglie di «zio Michele» è la sospettata numero tre di via Deledda. Proprio allora il suo nome viene iscritto nel registro degli indagati. Qualcuno, evidentemente ben collegato con gli ambienti investigativi, è preoccupato per il futuro della donna non ancora accusata dell’omicidio della nipote. La stessa Valentina nella telefonata non si spiega chi potesse avere tale interesse perciò ne chiede conto al suo interlocutore. «Me lo hanno detto i professori del liceo classico Archita - dice Laserra -, purtroppo non l’hanno potuto dire a te perché… non possono lo sai». È evidente che tutti sapevano di essere intercettati. Michele Misseri era in carcere dal 7 ottobre, sua figlia Sabrina lo sarà una settimana dopo e nessuno ancora, tranne gli investigatori e gli inquirenti della procura, ipotizzano, a quella data, un coinvolgimento così diretto di Cosima Serrano. Ad ogni modo l’allarme lanciato dal liceo classico di Taranto è colto senza stupore da Valentina che dopo aver salutato l’amico chiama subito sua madre. «Contatta il tuo avvocato, ma’… avvisalo, mi hanno detto così», dice la ragazza alla sua mamma che vuole sapere di più. «Mi sa che è anche per te adesso…», risponde la figlia riferendosi chiaramente alla possibilità di un arresto. «Ma non è che vengono oggi, no?», chiede Cosima preoccupata. In effetti i carabinieri busseranno alla sua porta molto tempo dopo, il 26 maggio del 2011, con un mandato di cattura che l’accusa di concorso in sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere.

“Sabrina Misseri parla. Dal 26 agosto 2010 non ha fatto altro.

Fondamentalmente ha espresso due concetti. Oggi che è in carcere, accusata dell’omicidio di Sarah, proclama la propria innocenza. Prima di essere arrestata proclamava la colpevolezza degli altri. La ragazza, dicono i suoi avvocati, è sempre stata sincera. Lo è oggi e lo era anche allora, quando non poteva immaginare un padre mostro e forniva elementi, spunti e suggerimenti che potevano rivelarsi utili alle indagini. «Storie», ribattono i magistrati. Per loro Sabrina è una gran bugiarda. Sapeva benissimo che fine aveva fatto la cugina e tutto quello che raccontava aveva come unico scopo il depistaggio, per tenere carabinieri e magistrati il più possibile lontani da casa sua e dalla scena del delitto. Colpevolisti o innocentisti, ognuno può vederla come vuole. O se ancora non si è fatto un’idea, può rivederla come un film in dvd. Avetrana ha riempito Internet, giornali, trasmissioni televisive e oggi quel materiale permette di tornare indietro, premere play e ripartire da zero. Può essere un esercizio interessante. Utile per raccoglierle i frammenti dispersi dalla cronaca e allinearli in un’unica storia. Per scoprire così che nei primi dieci giorni di ricerche Sabrina ha indicato almeno dieci piste.

Una al giorno. In questo viaggio a ritroso la guida è Valentino Castriota, trentasettenne leccese, accorso ad Avetrana due giorni dopo la scomparsa di Sarah. «Un amico mio, parente della famiglia, mi presentò a Concetta, mamma della ragazza. Donna fredda? No, io ho visto una donna frastornata. Era assediata dai media, c’erano giornalisti che si infilavano in camera di Sarah e li abbiamo persino trovati a frugare nei cassetti, alla ricerca di chissà quale scoop. È allora che ho deciso di fare la mia parte e ho fatto da portavoce alla famiglia Scazzi. Gratis, naturalmente». In quei giorni Sabrina va e viene dalla casa di Sarah e Valentino entra subito in contatto con lei. «Quella ragazza era un fiume in piena», ricorda lui. «Appena arrivava voleva sapere tutto, le televisioni o i giornali che volevano intervistarla, gli orari delle trasmissioni e poi il suo look, se era meglio col codino o coi capelli sciolti, con gli occhiali o senza, col trucco o nature». Con gli inquirenti che non sanno da che parte girarsi, Valentino viene travolto dal tornado Sabrina. Lei produce ipotesi investigative a raffica, lui le organizza interviste, conferenze stampa, appelli. «Erano tutti lì a pendere dalle sue labbra», spiega, «e questo invece che intimidirla le dava una carica pazzesca.

Qualsiasi cosa andava bene. Bastava una voce, la notizia apparsa su un giornale o anche una supposizione campata per aria e lei partiva in quarta. Che fosse in casa coi famigliari o in pubblico davanti alle telecamere non si fermava più». L’ex portavoce di casa Scazzi però prende nota e quando riordina gli appunti si spaventa.

«All’inizio mi sono lasciato travolgere. Poi, col passare dei giorni, c’era qualcosa che non mi tornava e lei lo ha capito». I primi contrasti cominciano con la fiaccolata per Sarah. «Lei non la voleva», prosegue Castriota, «diceva che non serviva a niente, che sarebbero venute cento persone. Credo che Sabrina volesse avere tutto sotto il suo controllo e un evento pubblico come la fiaccolata la preoccupava. Temeva che la situazione le sarebbe scappata di mano. Il 9 settembre, dopo la fiaccolata, piangeva sulle mie spalle e ho pensato che avesse cambiato idea. La sera dopo quando mi sono avvicinato a casa sua lei non si è fatta vedere. È uscita solo Cosima, che mi ha preso a male parole, come uno che si stesse immischiando nelle loro faccende». In quel momento si consuma la rottura. Sabrina scarica Valentino e insiste perché Concetta faccia lo stesso. «Ormai c’era qualcosa che non mi convinceva», insiste lui, «non potevo far finta di niente e così mi sono tolto dai piedi. Le dieci storie che ho sentito raccontare a Sabrina però non le ho dimenticate. E nei giorni successivi le ho viste uscire tutte. E tutte si sono rivelate campate in aria». Valentino le elenca, dividendole in due capitoli. Il primo, più scarno riguarda due ipotesi di sequestro.

Uno, ordito dalla rumena Maria Pantir, badante del nonno di Sarah, il secondo portato a termine dagli zingari. Segue il capitolo più corposo delle fughe. Tre per amore. La cugina poteva essere scappata con un ragazzo conosciuto qualche giorno prima a San Pancrazio, poi con un trentenne col quale chattava e infine per farsi notare da un compagno di scuola che le piaceva e da cui si sentiva ignorata. «Me lo ricordo ancora quel ragazzino», commenta Valentino, «mentre lancia un appello la sera della fiaccolata: “Torna Sarah, diventeremo amici, te lo prometto”». Ma l’amore non è tutto. E Sabrina si sbizzarrisce. Sarah? Forse è in Germania, a casa di un cugino che la chiamava. Anzi, se n’è andata perché insofferente alla fede religiosa della madre, testimone di Geova. E non andava trascurato un episodio di inizio estate, quando Sarah si era scattata delle foto buttando lì una frase strana: «Le useranno quelli di Chi l’ha visto?» (la trasmissione che si occupa di persone scomparse e che il 6 ottobre avrebbe annunciato il ritrovamento del cadavere).

Siamo a otto. «Nove e dieci mi danno i brividi», continua Valentino.

«Me la ricordo come fosse oggi, mentre si rivolge a Concetta e le confida il lato segreto della figlia, ragazza spinta e disinibita, desiderosa di vivere la sua libertà lontana dalla famiglia. E se davvero sapeva della fine di Sarah, mi chiedo con che coraggio il 1° settembre abbia mostrato a sua zia quel messaggio arrivato sul suo telefonino da un numero sconosciuto: “Mamma sto bene non ti preoccupare”». Siamo a dieci. Ma sono ancora di più se si considera la testimonianza di Mariangela, che delle ricerche iniziate il 26 agosto fotografa un particolare: «Sabrina ripeteva “l’hanno presa, l’hanno presa”». Dodici se si considera l’interrogatorio dell’8 settembre, quando mette a verbale i suoi «sospetti sul padre di Sarah, descritto come uno che allungava le mani alle donne». Il 21 ottobre 2011, quando il gip Martino Rosati decide di tenere Sabrina in galera ed elenca tutti gli indizi raccolti contro di lei, in testa ci sono i depistaggi. Che alla fine non depistano. E per i giudici, riportano sempre a casa Misseri.”

Un giorno d’estate di due anni prima Sarah Scazzi usciva di casa per le vie di Avetrana. Provincia normale di un Paese, l’Italia, con pochi colpevoli e tanti imputati. Un Paese dove i delitti di Perugia e Garlasco sono ancora avvolti nel mistero dopo anni di processi. Al contrario, il giallo di Avetrana soffre di un eccesso verità. Le troppe verità di Michele Misseri che continua ad autodenunciarsi dell’omicidio della nipote di 15 anni sostenendo che moglie e figlia sono in carcere da innocenti: ”L’ho uccisa io, ma non mi credono più”. Il tempo scorre lento ad Avetrana. Come sempre le stagioni si inseguono. Questa è quella del mare, delle spiagge dorate e del mare cristallino che bagna le coste a pochi chilometri dal paese dell’olio e del vino buono. E da due anni, il 26 agosto per la precisione, anche la stagione di Sarah. Già, Sarah Scazzi, la ragazzina di appena quindici anni strangolata e buttata in un pozzo a pochi passi dalle ultime case di Avetrana. Vittima due volte Sarah, la prima del suo carnefice, la seconda di un lucifero depistaggio, di chi è stato capace di cancellare le prove e mescolare mille volte le carte in tavola a scapito della verità. Ad Avetrana tutto sembrava cambiato dopo lo tsunami mediatico del noir che sembra non conoscere oblio. Eppure non è così. Qui nessuno ne parla più e non solo perché stremato dalla saturazione che del caso ne ha fatto la tv riempiendo i palinsesti mattutini, pomeridiani e serali per mesi.

«Già due anni sono passati? E quando?» dice servendo il caffè al tavolo il barista che per settimane era stato una stella fissa dei cronisti a caccia di notizie. Gli fa eco un avventore solleticato dalla discussione. «Sai che c’è. Questo è un paese piccolo. Ci siamo fatti travolgere da questa invasione, ma poi, a riflettori spenti ci siamo ripresi grazie a Dio la nostra vita, il nostro quotidiano. L’omicidio di Sarah è un fatto vecchio ormai. Roba per turisti». La frase accende l’attenzione della cronista Maristella Massari . «Si, ogni tanto qualcuno che viene in vacanza da queste parti ci chiede di Sarah. Ma per noi ormai la bambina riposa in pace. Siete voi che continuate ad alimentare questa storia. Avete fatto diventare star certi personaggi che in paese quasi nessuno conosceva».

Un’affermazione dura, ma realistica. Impossibile non associare le parole ai nomi degli imputati. Partendo dalle due donne ancora in carcere per l’omicidio della giovane di Avetrana: Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano. Che, dopo le smorfie e le lacrime, sarebbero pronte ora a parlare in Corte d’Assise per raccontare la loro verità su quel maledetto 26 agosto. Sabrina, per gli inquirenti, prima di essere arrestata, il 15 ottobre del 2010, avrebbe utilizzato i media per farsi pubblicità, abbagliata - come molte ragazze di paese - dalla visibilità diabolica che può regalarti il piccolo schermo.

Alla fine avrebbe tentato di gestire i media per coprire le proprie responsabilità, questa, almeno, la tesi dell’accusa. Ancora più tragica la figura di sua madre, Cosima Serrano, matrona sfingea, probabilmente trascinata nell’orrore. Molta gente, ad Avetrana, ha subito creduto alla tesi della Procura, l’ha subito bollata «assassina» e non ha celato piacere quando per lei si sono spalancate le porte del carcere. Trame di paese, copione già visto.

Alla sbarra c’è anche Michele Misseri, marito e padre delle due donne, ma solo per soppressione di cadavere. Lui continua invece ad autoaccusarsi. Vive dividendosi tra la villetta di via Deledda e le sue amate campagne. Dopo il carcere, l’arresto della moglie e l’avvio del processo, è tornato ad occuparsi di vigne e ulivi.

Personaggio controverso, difeso dai paesani («Quello non farebbe male a una mosca»), talvolta deriso, adesso - per quel che si sa - spesso ignorato. Dopo due anni, insomma, ciò che resta sembra solo indifferenza.

Un quadro accusatorio ben delineato, secondo i magistrati, che collima con straordinaria preveggenza e nei minimi particolari con quanto aveva sospettato il fratello della vittima, Claudio Scazzi, già pochi giorni dopo quell’indimenticabile 26 agosto 2010.

Era il 6 settembre ed erano trascorsi solo nove giorni dalla scomparsa di Sarah. Le cronache non erano ancora molto interessate alla scomparsa e l’ipotesi più battuta era quella dell’allontanamento volontario. In casa Scazzi, però, c’era già chi anticipava i futuri punti cardine dell’accusa della procura: un omicidio parentale, commesso da una o più donne, per gelosia e invidia. «Noi stiamo sospettando i maschi, però può essere pure femmina, magari per invidia … un parente stretto stretto di cui non abbiamo manco idea ». Questa frase fu intercettata al fratello di Sarah, Claudio Scazzi, che da Milano telefonava ai genitori ad Avetrana. La conversazione inizia con Claudio che formula ipotesi indirizzando subito i sospetti su qualcuno che conosceva bene la sorella. «Le persone che possono fare una cosa del genere li puoi contare sulle dita di una mano … amici di Sabrina … non sono tanti, magari esce una cosa così che uno ha detto io sto a casa e poi esce che il telefono suo stava in quella via in quel momento». Il primogenito della famiglia Scazzi parlando poi con suo padre, insiste su questa tesi avvicinandosi ancora di più a quello che sarà il convincimento investigativo futuro. «Io dissi alla mamma, vedi che io magari mi sto sentendo qualche cosa di assurdo che magari questa è una donna, invece noi ci stiamo soffermando sugli uomini; vedi magari cioè un parente stretto stretto di cui non abbiamo manco idea». L’allora venticinquenne restrinse i sospetti sull’amica Mariangela Spagnoletti, la ragazza, amica di Sabrina Misseri con la quale Sarah quel giorno doveva andare al mare, non escludendo la cugina futura imputata e facendo per la prima volta emergere il movente della gelosia. «Una volta – raccontò Claudio al padre – Mariangela con Sabrina fecero un discorso strano del tipo che loro escono con Ivano no? … e Mariangela disse ma non portare Sarah perché sennò Ivano non ci caca a tutte e due. Perché Ivano teneva questo vizio che si abbracciava la Sarah, se la coccolava e così no? Metteva parecchia attenzione la Sarah no … e loro, magari lei può essere che era gelosa però ci disse questa frase qua, io mi ricordo che Sabrina mi disse questa frase qua».

La famiglia uccide più dei criminali. Se da una parte calano di un terzo gli omicidi, rispetto a 20 anni fa, dall'altra, però, aumentano pericolosamente i delitti che si consumano tra le mura domestiche.

L'Istat, secondo quanto si ricava da un'analisi dell'agenzia Ansa, fotografa la situazione dell'Italia relativa al 2010, confermando un trend che già si manteneva costante dalla fine degli anni '90. Vittime quasi sempre le donne, ne viene uccisa quasi una ogni due, tre giorni. Nel 2010 le donne uccise sono state 156, nel 209 erano 172, nel 2003 il picco del decennio scorso con 192 vittime. Avventure amorose finite nel sangue, follie dei mariti, aumenta così l'omicidio di matrice familiare o sentimentale. Circa il 70% di questi omicidi sono compiuti da partner o parenti, e solo nel 15% dei casi la vittima è un uomo. Se negli anni '90 la paura era rivolta alla criminalità organizzata, letta come mafia, soprattutto al sud Italia, ora la violenza si avvicina e diventa il compagno o la compagna do letto. Lo Stato pensava di avere vinto e superato la paura di questo tipo di violenze, ma si è trovato a fronteggiare un nuovo mostro. In base ai dati a disposizione dell'Associazione avvocati matrimonialisti italiani, in media dal 2006 gli omicidi tra familiari sono stati circa 200 l'anno, quelli della malavita organizzata 170.

Altra analisi: secondo una «sottostima» dell'Eurispes, nel biennio 2009-2010 ci sono stati 235 omicidi «domestici», di questi 103 tra amanti. Se la coppia si sgretola iniziano i problemi: «Nelle coppie - spiega Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione avvocati matrimonialisti italiani al Corriere della Sera - l'80% degli omicidi avviene nelle fasi in cui la relazione sta finendo o quando è appena finita. Nell'85% dei casi, l'omicida è l'uomo, sia perchè di solito sono le donne a lasciare sia perchè per l'uomo è più difficile accettare di essere lasciato. A volte poi ci sono questioni di "onore", specie nei piccoli paesi, oppure economiche, come la perdita della casa, ma anche di affetto, come le difficoltà per vedere i figli». C'è la denuncia di stalking (il 70% riguarda denunce a uomini), che nel 40% dei casi avviene prima dell'omicidio, ma non sempre si riesce a intervenire per fermare la violenza. L'Eurispes, nel rapporto Italia 2011, scende nel dettaglio: dei 103 omicidi che hanno riguardato "innamorati", «gli autori sono stati principalmente mariti o conviventi (63,1%), ma anche fidanzati/ex amanti (15,5%), fidanzati, amanti, rivali o spasimanti (13,6%) ed ex coniugi o conviventi (7,8%). Per quasi 6 autori su 10 il movente è stata la gelosia, la non rassegnazione alla separazione o a un abbandono».

Ed Ancora. A due anni dalla morte di Sarah Scazzi Don Dario De Stefano sul suo profilo facebook il 25 agosto 2012 ha annunciato il suo trasferimento alla parrocchia di San Giovanni Bosco a Manduria. Avetrana in segno di disapprovazione ha reagito. Una raccolta di migliaia di firme tenta di far smuovere il vescovo di Oria dalla sua decisione di trasferire Don Dario De Stefano, il parroco della parrocchia Sacro Cuore di Avetrana. Sua destinazione la parrocchia di San Giovanni Bosco a Manduria. Don Dario va via, viva Don Dario e fortunati quei manduriani che lo avranno come parroco. Non è una nota stampa, né un commento ad un fatto di cronaca, ma un ringraziamento pubblico a Don Dario De Stefano, parroco della parrocchia del Sacro Cuore di Avetrana e futuro parroco della parrocchia di San Giovanni Bosco a Manduria. Lo faccio io che