Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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SALERNO

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE 

 

 

 

 

I SALERNITANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!

 

TUTTO SU SALERNO

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

Quello che i Salernitani non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Salernitani non avrebbero mai voluto leggere.

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

I MAGISTRATI DI NAPOLI SE NON SON BUONI, LI MANDANO A SALERNO.

LA FATROTEK DI FRANCESCO PELUSO E LA VIOLENZA DELLE BANCHE. L’USURA E L'ESTORSIONE BANCARIA.

I PROFESSIONISTI DEL DIRITTO.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA PUZZA SOTTO IL NASO DELLA POLITICA NAIF. ELEZIONI: GLI IMPRESENTABILI.

LA VERITA’, OLTRAGGIATA, MINACCIATA E SOTTO SCORTA.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

FRATELLI, COLTELLI.

SALERNO ED I SUOI PERSONAGGI RAPPRESENTATIVI: VINCENZO DE LUCA. 

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

POVERA SALERNO E LA SUA POLITICA: SINDACO INDAGATO E TESSERAMENTO PD GONFIATO.

UNIVERSITA’ E MISTERI.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LE COLLUSIONI CHE NON TI ASPETTI. AFFINITA' ELETTIVE.

ED E' TUTTO UN MAGNA MAGNA.

E TI TIRANO LE BUFALE.....

BATTIPAGLIA CONNECTION?

SE TU DENUNCI LE INGIUSTIZIE DIVENTI MITOMANE O PAZZO. IL SISTEMA E LA MASSOMAFIA TI IMPONE: SUBISCI E TACI. LA STORIA DI FREDIANO MANZI E PIETRO PALAU GIOVANETTI.

QUANDO IL P.M. FA L'AVVOCATO DEGLI IMPUTATI: LO SCANDALOSO CASO MASTROGIOVANNI.

MASSONI. QUEGLI UOMINI IN NERO NASCOSTI TRA POLITICA, MAGISTRATURA ED AFFARI.

MASSONERIA: GLI INSOLITI NOTI CHE SONO IN MEZZO A NOI.

MAGISTRATI ED AVVOCATI MASSONI?

POLITICA E CAMORRA

QUANDO LA QUESTIONE MORALE E’ BIPARTIZAN.

OMICIDI DI STATO.

MALAGIUSTIZIA.

INSABBIAMENTI: UN MURO DI GOMMA.

MAGISTROPOLI.

POLLICA. OMICIDI DI STATO.

SARNO, DOVE LA PIOGGIA TI TOGLIE IL SONNO.

TRAMONTI  E LA POLITICA.

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

Salerno strategica nel Mezzogiorno per i Longobardi. Nei testi di Azzara e Indelli il ruolo centrale della città e l’azione di Arechi II, Pandolfo I e Guaimario IV, scrive Paolo Romano il 2 gennaio 2016 su “La Città di Salerno”. Gli anni dell’ascesa e della caduta dei longobardi in Italia, che videro Salerno alla guida del Ducato, risultano ampiamente approfonditi con nuovi studi in due recenti volumi curati rispettivamente da Claudio Azzara, docente di Storia Medievale all’Università degli Studi di Salerno e Tommaso Indelli, ricercatore di Storia Medievale presso lo stesso ateneo. Il primo volume, quello di Azzara, è una monografia che costituisce il più recente saggio di sintesi sulla civiltà longobarda in Italia; va ad arricchire il catalogo della Universale Paparbacks è si intitola proprio “I Longobardi” (Edizioni Il Mulino 2015 – pagg. 126 – euro 11.00). Il volume di Indelli – allievo di Azzara che ne cura la prefazione – si intitola “Il tramonto della Langobardìa minor. Longobardi, Saraceni e Normanni nel Mezzogiorno” (Editrice Gaia 2015 – pagg. 210 – euro 20.00). I due libri rappresentano idealmente l’uno la continuazione dell’altro, sotto il profilo logico-cronologico. Azzara, infatti, esamina prevalentemente la presenza dei Longobardi in Italia centro-settentrionale fino al secolo VIII; Indelli invece, si sofferma maggiormente sulla storia di una civiltà troppo spesso e a torto definita “barbarica” nel Mezzogiorno, fino all’avvento della dominazione normanna. Nella sua magistrale monografia, che rappresenta un utile strumento di studi storici anche per gli studenti di ogni ordine e grado, mette in rilievo l’importanza strategica del popolo del Nord, che “ha lasciato tracce importanti in diversi ambiti, anche sul piano della percezione identitaria di singole regioni”. Il periodo longobardo (VI-XI secolo) rappresenta un momento assai significativo della storia d’Italia. Oltre ad aver segnato la prima frammentazione politica della penisola dopo i secoli di unità garantiti da Roma, la presenza longobarda nel centro-nord della penisola e successivamente nei principati meridionali ha rinnovato le strutture di una romanità ormai in decadenza. Azzara - che fa parte del direttivo del Centro Italiano di Studi Longobardi – riassume l’entità dell’azione di Arechi II a Salerno: “Fu l’artefice del primo sviluppo edilizio, demografico, economico e politico di Salerno, modesto porto alla foce del fiume Irno fino a quell’epoca e assurta al rango di quasi una seconda capitale. A Salerno, che fu fortificata e dotata di una cinta di mura, venne eletto un palazzo principesco ubicato nel cuore della città, a ridosso della linea costiera e dei quartieri mercantili; nei pressi del palazzo fu costruita la chiesa dei santi Pietro e Paolo o San Pietro a Corte”. La scelta di dare centralità a Salerno, fu dettata da precisi motivi logistici e bellici, come sottolinea Azzara: “L’investimento compiuto da Arechi su Salerno fu in parte determinato dal fatto che questo centro urbano era affacciato sul Mediterraneo e quindi aperto ai traffici transmarini, ma soprattutto dalla constatazione che esso era più facile da difendere in caso di una possibile aggressione dei franchi da nord, naturalmente protetto com’era per due lati dai monti e per un terzo dal mare”. Le pagine di storia salernitana ricevono un ulteriore chiave di lettura nel testo di Indelli che mette in luce le cause e le dinamiche del declino longobardo all’ombra del castello e non solo. La monografia del ricercatore salernitano si propone di indagare uno dei periodi più affascinanti e controversi della storia dei Longobardi nel Mezzogiorno: l’età di Pandolfo I Capodiferro di Capua e Guaimario IV di Salerno. Cronologicamente, il periodo è compreso tra la metà del X sec. e la fine dell’XI e rappresenta la fase di transizione dalla dominazione longobarda a quella normanna. Gli studi di Indelli mettono in luce anche gli aspetti salienti dell’ascesa di Salerno nel più generale contesto del continente: “L’Europa carolingia fu devastata da nuove “invasioni barbariche”, dopo quelle che determinarono il crollo dell’impero romano, e popoli sconosciuti minacciarono i suoi confini: Normanni, Magiari, Saraceni”. In questo processo di disfacimento politico, emerge quasi in controtendenza la realtà salernitana: “grazie alle personalità straordinarie di Pandolfo I Capodiferro di Capua e Guaimario IV di Salerno – prosegue Indelli, che si è specializzato a Pavia con un dottorato sulla cultura giuridica della Tarda Antichità e dell’Europa medievale - l’eredità politica, culturale ed “etnica” dei Longobardi riuscì a ritrovare la forza per contrastare l’espansione militare dell’Islam mediterraneo. Si aprì con le straordinarie figure dei due principi - e prima del definitivo tramonto - l’ultima stagione di splendore del Mezzogiorno longobardo, che anticipò la rinascita politica, economica e culturale dell’Occidente agli albori dell’XI secolo”. Una stagione di breve durata e densa di eventi, in cui la Langobardìa minor fu capace di ritrovare l’unità perduta e i fasti di Arechi II, prima di cadere, anch’essa, sotto l’urto dei temibili predoni normanni. Si apriva un’altra era, quella di Roberto Il Guiscardo.

I MAGISTRATI DI NAPOLI SE NON SON BUONI, LI MANDANO A SALERNO.

Napoli, “pm cercò di aiutare il suocero indagato”: trasferita dal Csm a Salerno. Ivana Fulco, magistrato della dda partenopea, farà il giudice del tribunale civile nella città campana dopo esser stata allontanata dal capoluogo a causa del troppo interesse circa un'inchiesta in cui è coinvolto il padre del marito. La notizia riportata da Il Messaggero e da Il Mattino, scrive Vincenzo Iurillo il 2 gennaio 2016 su “Il fatto Quotidiano”. Secondo il Csm provò a interferire in un’inchiesta che non le competeva, telefonando al Gip che avrebbe dovuto decidere sulla posizione del suocero. Per questo la pm Ivana Fulco della Dda di Napoli non può più far parte della magistratura inquirente e va trasferita a Salerno, con funzioni di giudice del Tribunale Civile. Così ha stabilito la sezione disciplinare dell’organo di autogoverno della magistratura con una sentenza depositata alla vigilia di Natale e rivelata stamane dai quotidiani Il Messaggero e Il Mattino. La Fulco, secondo il Csm, ha compiuto una “impropria commistione di interessi familiari e ruolo istituzionale” perché avrebbe provato ad aiutare Francesco Bottino, ex direttore generale della Asl di Caserta e padre del marito Marco Bottino, un altro pm di Napoli che lavora nella sezione criminalità economica. Francesco Bottino è indagato in un’inchiesta sui condizionamenti del clan dei Casalesi nella gestione dell’ospedale di Caserta che coinvolge una trentina di persone ritenute vicine al clan Zagaria. La Fulco chiamò il Gip Antonella Terzi alla vigilia dell’udienza preliminare raccomandandole di “guardare le carte con attenzione”, perché i pm titolari del fascicolo “non avevano capito niente”, nelle carte, da lei studiate, “non c’era niente” e l’accusa si poggiava su una base “fragile”. Fu la stessa Terzi a segnalare la telefonata al Csm. Secondo l’atto di incolpazione del pg della Cassazione, sul quale si fonda la sentenza del Csm, quella non sarebbe stata l’unica circostanza in cui la Fulco sarebbe intervenuta per provare a difendere il suocero. Nell’atto si circostanza una “attiva collaborazione” con l’avvocato di Francesco Bottino che “diede anche luogo a un diverbio col professionista circa la strategia difensiva da seguire”. L’articolo di Silvia Barocci sottolinea che la circostanza sarebbe emersa da una intercettazione del 29 dicembre 2013 di una conversazione tra la Fulco e la suocera, proprio nell’ambito delle indagini sul suocero. La trascrizione della telefonata venne trasmessa alla procura di Roma, che l’ha valutata priva di ipotesi di reato. Ma il Csm paventa comunque “il pericolo di una possibile nuova utilizzazione del ruolo istituzionale… per favorire interessi familiari” e questa storia ha in ogni caso “pregiudicato l’immagine del magistrato”. Di qui la decisione di trasferire d’ufficio il pm a Salerno e alla sezione giudicante. “Pur dandosi doverosamente atto – si legge nell’ordinanza disciplinare – delle ottime capacità tecniche, della dedizione al servizio e della rilevante laboriosità dell’incolpata”. La vicenda, con le dovute cautele e i doverosi distinguo, ricorda in qualche modo i casi di Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo sospesa dalla magistratura, e di Anna Scognamiglio, il giudice del Tribunale Civile di Napoli sotto inchiesta per la sentenza che ha mantenuto in carica il Governatore della Campania Vincenzo De Luca. Entrambi i magistrati sono accusati di aver favorito i familiari (nel loro caso i mariti). La Fulco ha lavorato nella sezione Dda diretta da Filippo Beatrice, che ha competenza sulla criminalità organizzata di Napoli e del napoletano, mentre è un’altra sezione Dda, diretta da Giuseppe Borrelli, quella titolare delle inchieste sul clan dei Casalesi, compresa quella dove è coinvolto il suocero della pm.

«Aiutò il suocero»: pm antimafia trasferito dal Csm, scrive Silvia Barocci il 2 gennaio 2016 su “Il Mattino” e su "Il Messaggero". Trasferita da Napoli a Salerno, dove non potrà più fare il pm ma solo svolgere le funzioni di giudice civile. E' una decisione cautelare durissima quella che la sezione disciplinare del Csm ha adottato nei confronti di Ivana Fulco, pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli, titolare di importanti inchieste anticamorra, come quella sul racket negli ospedali del Vomero, magistrato al quale l'allora ministro della Giustizia Alfano telefonò, nel 2010, per esprimerle solidarietà dopo le minacce ricevute in aula per aver chiesto pene durissime nei confronti di imputati di usura ed estorsione. Alla Fulco il Csm addebita una «impropria commistione di interessi familiari e ruolo istituzionale». Una formula che rievoca sia il caso di Silvana Saguto, l'ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo sospesa dalla magistratura, sia quello di Anna Scognamiglio, l'ex giudice del tribunale civile di Napoli indagata a Roma per induzione alla concussione nell'inchiesta che coinvolge anche il governatore della Campania De Luca. Anche la vicenda Fulco, fatte le debite differenze, muove in ambito familiare. Stavolta non per aiutare i rispettivi mariti - come è stato per Saguto e Scognamiglio - bensì il suocero. Francesco Alfonso Bottino, ex direttore generale della Asl Caserta 1, suocero di Ivana Fulco e padre di un altro pm di Napoli, Marco Bottino, lo scorso giugno fu chiamato a rispondere davanti al gip di un episodio di turbativa d'asta assieme ad altri trenta imputati vicini al clan Zagaria imputati di associazione a delinquere. In vista dell'udienza preliminare, il pm Fulco - è scritto nella sentenza disciplinare depositata alla vigilia di Natale - telefonò al gip Antonella Terzi. Bisogna «guardare le carte con attenzione» - si raccomandò - perché i pm titolari dell'inchiesta «non avevano capito niente» e lei che invece aveva studiato gli atti si era accorta che «non c'era niente», nel senso che l'impianto dell'accusa era «fragile». Frasi, queste, che per il Csm rappresentano un «improprio tentativo d' interferenza, diretto ad influire sull'autonomo percorso decisionale» del giudice. Non per nulla a segnalare l'accaduto fu lo stesso gip Terzi. Nell'atto di incolpazione del pg della Cassazione, su cui si basa la pronuncia di palazzo dei Marescialli, viene sottolineato che quella non fu l'unica occasione in cui la Fulco sarebbe intervenuta per tutelare la posizione del suocero. Il pm avrebbe avuto un'«attiva collaborazione» con l'avvocato di Francesco Bottino che «diede anche luogo a un diverbio col professionista circa la strategia difensiva da seguire». La circostanza emerge da un'intercettazione telefonica del 29 dicembre del 2013 tra il pm Fulco e la suocera, Maria Rosaria Proto. Il colloquio in questione - captato nell'ambito di un'inchiesta su appalti irregolari di Asl e ospedali casertani che portò Bottino ai domiciliari - venne poi trasmesso alla procura Roma, che però non ravvisò ipotesi di reato a carico della Fulco. Secondo il Csm, l'intera vicenda ha in ogni «pregiudicato l'immagine del magistrato», senza contare il «pericolo di una possibile nuova utilizzazione del ruolo istituzionale», da parte del pm Fulco, «per favorire interessi familiari». Per questo deve lasciare Napoli e il settore penale, sia come pm sia come giudice, «pur dandosi doverosamente atto - è scritto nell'ordinanza disciplinare - delle ottime capacità tecniche, della dedizione al servizio e della rilevante laboriosità dell'incolpata».

Magistrato senza colpe....

Napoli. Lite in aula tra pm e avvocato: lo scontro finisce ora al Csm, scrive Viviana Lanza il 16 luglio 2015 su “Il Mattino”. Un diverbionato in aula tra pm e avvocato, originato nel contesto del normale confronto tra accusa e difesa, rischia di diventare un caso di cui dovranno occuparsi il Consiglio superiore della magistratura e il Consiglio dell’ordine degli avvocati. Aula 716, Palazzo di giustizia di Napoli. È nella torre dove ci sono le aule generalmente destinate alle udienze preliminari e riti abbreviati. Accade durante un’udienza del processo che si svolge dinanzi al giudice Pietro Carola. È il momento dell’arringa di uno dei difensori, Annalisa Senese. Il penalista affronta i singoli elementi emersi dalle indagini per contestare la ricostruzione accusatoria e sostenere la tesi della difesa del proprio assistito, Michele Puzio, imputato per un omicidio di camorra avvenuto nel 2005 a Cardito sullo sfondo di interessi di mala nelle estorsioni e regolamenti di conti tra ras della zona. Nell’arringa l’avvocato Senese ricorda passaggi delle dichiarazioni di Rocco D’Angelo, collaboratore di giustizia che, per quanto si sa, è morto suicida e riprende le sue dichiarazioni per dare una chiave di lettura del delitto in questione diversa da quella fatta dalla Procura. Il pm Ivana Fulco, magistrato del pool Antimafia che nel processo rappresenta la pubblica accusa, interviene asserendo che il collaboratore sarebbe stato ucciso da gente riconducibile ai Moccia. L’avvocato chiede a quel punto di non essere interrotto con quello che definisce «uno scivolamento volgare». È un’espressione che fa risentire il magistrato che non ci sta e replica. L’avvocato risponde. Le voci si scaldano, i toni delle due parti a confronto si alzano. Chi è fuori nei corridoi si affaccia nell’aula. Il giudice invita alla calma, l’avvocato prova a spiegare di non aver utilizzato quella espressione con l’intenzione di offendere il pm. Ma il pm Fulco decide di allontanarsi dall’udienza, fa mettere a verbale le proprie motivazioni e chiede la trasmissione del verbale al suo ufficio. L’avvocato Senese a sua volta chiede al giudice che il verbale sia trasmesso anche al Csm e al Consiglio dell’Ordine degli avvocati spiegando le proprie ragioni, messe a verbale anche quelle e relative alla volontà non già di offendere ma di non essere interrotta con riferimenti - è stato detto in aula - a fatti di cui nessuno ha conoscenza, che potrebbero essere oggetto di indagini. A fine udienza anche il penalista Vincenzo De Rosa, si associa alla richiesta dell’avvocato Senese. Ora la vicenda passerà all’attenzione di Csm e Consiglio dell’ordine forense. Il processo, che ha a oggetto l’omicidio di Mario Pezzella assassinato a Cardito nel gennaio 2005, è rinviato alla prossima settimana.

La fortuna di esser emagistrato...Due pesi e due misure.

La detenzione dell'Avvocato Trupiano, un caso su cui riflettere, parla il figlio, scrive Lunedì 10 Agosto 2015 Antonella Ricciardi su "Il Corriere di Aversa e Giuliano”. Un nuovo caso giudiziario che vede imputato l'avvocato napoletano Vittorio Trupiano sta assumendo un rilievo nazionale in questa estate del 2015, a distanza di quasi 12 anni da un primo arresto, nel 2003, rivelatosi ingiusto, e definito persecutorio dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo... considerando, quindi, più da inquisitori che da inquirenti un certo modo di procedere…e che a più riprese ha condannato radicalmente l'uso di determinati poteri in Italia. In quel primo caso, infatti, V. Trupiano era stato indagato per una questione di opinione, avendo portato avanti la tesi di una parziale incostituzionalità dell'articolo 41 bis, riguardo cui aveva promosso la possibilità di un referendum; inoltre, la candidatura del legale a Marano di Napoli nel 2001, che vide la sua Lista Trupiano apparentata con la Fiamma Tricolore, era stata erroneamente interpretata in quanto patto elettorale con boss locali. In realtà, la Lista Trupiano, formazione per la difesa dei diritti umani, soprattutto dei detenuti, portò avanti anche successivamente una attività di collaborazione in nome di tali ideali con formazioni sociali e politiche differenti, compresi i radicali e formazioni di sinistra alternativa. Nel 2003, quindi, Trupiano era stato arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica, ed anche nel 2015 l'accusa è analoga, sia pur per circostanze ipotizzate diverse: ancora concorso esterno in associazione mafiosa (nella fattispecie camorristica). Il professionista, che si dichiara innocente, si è definito anche prigioniero politico, ed aveva iniziato anche uno sciopero della fame, nonostante le condizioni precarie di salute (già nel 2003 era affetto da formazioni tumorali glomiche). Oltre al capo di imputazione, è uguale anche il nome del magistrato alla direzione della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Napoli: Giuseppe Borrelli, che la guidava al tempo dell'arresto del 2003 di V. Trupiano. Più specificamente, attualmente Trupiano viene indagato, essenzialmente, per un gesto ritenuto ambiguo di un suo cliente, Antonio Caiazzo (non più tale dal 2013), durante un normale colloquio in carcere: un dito indice per qualche istante proteso in avanti, che nell'ipotesi di accusa segnalava un messaggio minaccioso, ad imitazione di una pistola. In tale dialogo si nominavo alcuni ospedali del Vomero, per cui l'accusa aveva ipotizzato un riferimento ad appalti illeciti al riguardo, ma tali parole non emergono apertamente nel colloquio. Inoltre, l'ipotesi di accusa prende in esame anche un possibile ruolo di intermediario di Trupiano tra il presunto clan Caiazzo del Vomero ed il clan Lo Russo di Miano (alcuni componenti furono suoi ex clienti, nel 2001), sulla traccia di intercettazione telefoniche nelle quali l'avvocato ricordava di averli conosciuti per motivi professionali, ma non sempre comprensibili ed univoche, a parere dello stesso gip Rovida. Per quanto, poi, il gesto del boss Caiazzo possa avere interpretazioni teoricamente non del tutto univoche (non è chiaro se fosse con certezza una minaccia, e verso chi, o se fosse un semplice indicare, ecc...), è interessante ricordare che lo stesso Caiazzo era stato indagato per parole ambigue verso i suoi stessi avvocati, forse per coprire i veri portatori di messaggi malavitosi, in un processo in cui lo stesso Vittorio Trupiano era parte lesa. Prima di approfondire la vicenda, molto preoccupante per il ruolo ed i diritti dell'avvocatura, attraverso un dialogo con il giovane Marco Roberto Trupiano, laureando in Giurisprudenza, e figlio di Vittorio Trupiano, è di primaria importanza ricordare alcune dichiarazioni dello stesso Marco Roberto a varie componenti della società civile, dalla quali traspare con limpidezza il dramma di un uomo e di una famiglia: "L'arresto di mio padre è conseguenza di un vero e proprio abbaglio da parte delle autorità inquirenti; si tratta un professionista, un maestro di diritto e principe del foro, i cui casi internazionali sono oggetto di studio presso le università di tutta Italia, trattato alla stregua del peggior delinquente del mondo. Possibile che Trupiano, già perseguito nel 2003, dopo essere stato assolto perchè il fatto contestatogli non sussiste, dopo aver ricevuto il riconoscimento della Corte dei diritti umani di Strasburgo per una vera persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, si trovi oggi a sostenere un altro ingiusto procedimento ed un'altra ingiusta detenzione? Perchè in sede preliminare fu dichiarata non necessaria la carcerazione preventiva? Perchè in sede di riesame non furono acquisite le intercettazioni, che lo incastrerebbero, per intero? Perchè le conversazioni riportate sono così frammentarie e costellate di omissis ed incomprensibile? Può un uomo essere giudicato un pericolo per la società sulla base di omissis e vuoti? La questione non ha lasciato indifferenti né i colleghi, che stanno raccogliendo firme per presentare una petizione in favore della scarcerazione del Trupiano e ci stanno fornendo supporto attivo ai fini della difesa processuale e che stanno preparando un invocazione di incostituzionalità del concorso esterno, né tanto meno giornalisti, operatori del diritto, studenti e tutte le persone che conoscono mio padre per quello che è: un semplicissimo avvocato, innamorato del proprio mestiere e della propria famiglia; si intende quella biologica, non si fraintenda."  Dopo avere riportato tali dichiarazioni, che ricordano l'impegno di Vittorio Trupiano per la famiglia nel senso di comunità degli affetti, e non in senso mafioso, ecco, di seguito, le nuove, molto importanti considerazioni, giuridiche, ed in generale, logiche, di Marco Roberto Trupiano.

A. Ricciardi:” Puoi spiegare in maniera organica per cosa sia, essenzialmente, indagato tuo padre, il noto professionista di Napoli Vittorio Trupiano, ed almeno alcune delle tesi a sua difesa?”

M. R. Trupiano: “A mio padre è contestato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ossia avrebbe, attraverso l'espletamento delle sue prerogative forensi, favorito le attività illecite dei clan Lo Russo e Caiazzo, in particolare facendo da mediatore tra le due parti nella spartizione degli appalti aventi ad oggetto le strutture ospedaliere della zona collinare napoletana. Secondo la procura, dunque, il personaggio Trupiano sarebbe di tale spicco nell'ambiente criminale cittadino, da poter fungere da organo super partes in una diatriba così delicata tra due sodalizi rivali. Va da sè che sia quantomeno strano il fatto che mio padre non fosse mai stato nominato da nessun collaboratore di giustizia, che sia stimato e rispettato dal foro di Napoli tutto e da molti colleghi avvocati appartenenti ad altri fori, che sia incensurato e che il suo lavoro sia oggetto di studio nelle facoltà di giurisprudenza italiane: un vero caso di sindrome bipolare, oserei dire.”

A. Ricciardi: “ V. Trupiano è tuttora incensurato, ma nei suoi confronti è stata addirittura applicata la custodia cautelare nella casa circondariale di Secondigliano...tutto ciò, nonostante la disponibilità dichiarata e verbalizzata dell'avvocato Trupiano ad un chiarimento con la pm, Ivana Fulco, la quale però non lo ha convocato allo scopo, e nonostante le intercettazioni che lo riguardino siano state acquisite non in maniera integrale, ma siano state trasmesse in forma frammentaria e decontestualizzata, costellata di omissis ed ammissioni di incomprensibilità...Puoi esporci di più di questa situazione, e che interpretazione ne offri?”

M. R. Trupiano: “Le incongruenze nella faccenda in questione si manifestano sin dalla nascita del caso giudiziario: mio padre ha saputo del procedimento a suo carico a mezzo stampa, non è mai stato sentito dalla procura, sempre a mezzo stampa è venuto a conoscenza di un rigetto di una ordinanza di custodia cautelare a suo carico e del successivo ricorso al riesame proposto dalla pm, in sede di riesame chi doveva difenderlo ha intenzionalmente presentato le prove a sua difesa in ritardo, nonostante le pressanti richieste di papà, in modo da non poter essere acquisite dai giudici, al ricorso in cassazione promosso da noi chi doveva difenderlo non era presente, tant'è che ne abbiamo ricevuto notifica. Il punto è che Trupiano oggi è in carcere perchè non ha mai avuto modo di difendersi e chi avrebbe dovuto farlo si è puntualmente tirato indietro tardivamente, senza che potessimo porvi rimedio. Benchè la buona fede dei protagonisti di queste fortunate coincidenza sia poco ravvisabile, vogliamo ancora concedere il beneficio del dubbio, pensando che siano tutti mossi da superficialità.”

A. Ricciardi: “Quando avevi soltanto 14 anni hai vissuto un dramma analogo, per un precedente arresto di tuo padre, nel 2003, con una analoga imputazione di concorso esterno in associazione camorristica, ad opera della DDA di Napoli, alla cui direzione vi era lo stesso magistrato di adesso: Giuseppe Borrelli (tornato alla DDA di Napoli nel 2014). In quel primo caso, V. Trupiano, già allora afflitto da formazioni tumorali che anche in seguito ne hanno parzialmente intaccato la salute, venne scarcerato dopo 18 giorni di prigionia, e successivamente venne assolto in tutti e tre i gradi di giudizio... Quali sono particolari analogie e differenze ti colpiscono di più tra queste due disavventure giudiziarie?”

M. R. Trupiano: “Volendo puntualizzare, il procedimento del 2003 culminò in una pronuncia a favore di mio padre da parte della corte europea dei diritti umani, la quale, citando, ravvisava nell'attività accusatoria contro papà un “chiaro intento persecutorio”. Si capirà come sia poco credibile un nuovo procedimento a suo carico promosso dallo stesso dott. Borrelli, il persecutore secondo la corte europea. La prima differenza che mi sovviene è il mancato linciaggio mediatico; nel 2003, nei diciotto giorni in cui papà fu ospite della casa circondariale di Poggioreale ci fu un gran numero di articoli di giornale e servizi televisivi sulla questione che, se all'inizio ne screditarono enormemente l'immagine, col passare del tempo misero grandemente in evidenza le nefandezze perpetrate contro un professionista innocente. Oggi non ne parla nessuno, giornali e tv si interessano del caso solo quando c'è da far rumore, senza esaminare la faccenda, senza riportare le parole dell'indagato, senza sentire qualcuno vicino alla vittima, perchè mio padre è questo, una vittima.”

A. Ricciardi: “Sei ottimista su una possibile liberazione e su una piena assoluzione di tuo padre? E ci sono aspetti particolari del caso che pensi, eventualmente, debbano essere maggiormente rimarcati sul piano giuridico e della comunicazione?”

M. R. Trupiano: “Per quanto riguarda il profilo giuridico, vorrei che si facesse luce sulla mancata disanima delle bobine utilizzate per incriminare papà e sul fatto, inopinabile, che tutt'ora non vi sono riscontri reali sulla condotta criminosa contestata allo stesso; si può privare un padre di famiglia della sua libertà solo sulla base di supposizioni prive di substrato fattuale? Non credo proprio. Ovviamente sono ottimista per un solo e semplice motivo: Trupiano è innocente e non ha nulla da nascondere; chi ha questa qualità ne uscirà sempre intonso e più forte di prima. Non importa quante altre “coincidenze” si verificheranno, non importa quanti altri disonesti doppiogiochisti incontreremo sul nostro cammino, la giustizia è imparziale e prima o poi colpirà come un maglio le coscienze di chi si ostina a voler vedere Trupiano in rovina.”

LA FATROTEK DI FRANCESCO PELUSO E LA VIOLENZA DELLE BANCHE. L’USURA E L'ESTORSIONE BANCARIA.

“La Gabbia” su La7, puntata del 14 ottobre 2015 condotta da Gianluigi Paragone.

23.29. L'usura della banca è certificata, ma l'azienda rischia ancora di essere venduta all'asta.

23.24. In un servizio la "violenza" esercitata dalle banche su Francesco Peluso: 12 anni di calvario per l'usura delle banche.

Cioffi (M5S): «Banche e tribunali in alcuni casi nemici delle imprese». Sono due anni che ci interessiamo del fenomeno dell’usura, un orribile cancro della nostra società. Spesso le vittime sono imprenditori che si vedono negato l’accesso al credito da parte delle banche. Ma cosa succede quando sono le stesse banche a trasformarsi in usurai? Sembra paradossale, ma purtroppo il fenomeno dell’usura bancaria, è molto più diffuso di quello che può sembrare. Non tutti hanno però il coraggio di denunciare, e chi lo fa spesso non riesce a godere delle tutele previste per legge. Le vittime di usura sono così costrette a subire le procedure di recupero dei crediti pur sussistendo, ai sensi dell’art. 20 della legge n. 44 del 1999, l’obbligo di sospendere i termini di tutti i pagamenti nei confronti della pubblica amministrazione e di tutte le procedure esecutive pendenti nei confronti della vittima del reato di usura, previo parere favorevole del pubblico ministero. Oltre il danno la beffa quindi, in quanto ci risulta che, presso il Tribunale di Salerno, il decreto prefettizio di sospensione non sia sempre ritenuto vincolante dal giudice dell’esecuzione il quale, in numerose procedure esecutive, si sarebbe rifiutato di applicarlo. Abbiamo quindi chiesto al Ministro dell’Interno e al Ministro della Giustizia se, essendo in corso un procedimento per usura può essere messo in vendita un bene della presunta vittima o se invece non sia necessario predisporre un concreto meccanismo che consenta una sospensione delle procedure esecutive per i casi di usura in cui i presunti usurai ricorrano esecutivamente alla riscossione dei crediti. E’ questo il caso dell’azienda salernitana Fatrotek, per anni leader nel settore dei servizi elettronici e comunicazioni, che esportava in 26 nazioni, con 20 linee di prodotto e numerosi brevetti, con portafoglio ordini di 9,5 milioni di euro e attività in sviluppo per 57 milioni di euro. Tutto questo fino a quando l’azienda ha denunciato tre banche per gli elevati tassi di interesse applicati sui rapporti, che generavano un costo per la società calcolato in 250.000 euro di oneri finanziari. Nel corso degli anni numerosi CTU e CTP avrebbero constatato un danno per l’azienda il cui totale complessivo ammonterebbe a circa 1,6 milioni di euro per l’applicazione da parte di alcune banche di tassi fino al 120% mensili. A causa della burocrazia e dei tempi inaccettabili della giustizia, l’azienda è colpita anche da un procedimento esecutivo ai suoi danni per morosità nei confronti degli istituti di credito che la ditta stessa individua come suoi usurai. A novembre sarà messo in vendita all’asta l’immobile sede dell’azienda e se il bene dovesse essere acquistato, l’ammontare della vendita verrebbe incassato dalle banche e l’azienda si ritroverebbe senza una sede fisica. Ci si chiede come sia possibile in un territorio così flagellato dalla crisi e con un tasso di disoccupazione al 17,5%, lasciare morire nell’indifferenza un’azienda innovativa che dava lavoro a molte decine di persone ed era un vanto per la nostra città? Da parte mia andrò a fondo in questa storia e metterò in campo tutti gli strumenti possibili per fare chiarezza. I Ministri interrogati non potranno tacere su una questione così rilevante. Andrea Cioffi. Senatore del Movimento 5 Stelle.

Legislatura 17ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 504 del 15/09/2015.

CIOFFIPUGLIADONNOCAPPELLETTICATALFOSANTANGELOENDRIZZICASTALDI - Ai Ministri dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che, a quanto risulta agli interroganti, nelle giornate del 5 e 6 luglio 2015, numerosi giornali locali di Salerno e provincia hanno riportato la notizia secondo cui 10 tra dirigenti e funzionari degli istituti di credito Monte dei Paschi di Siena, Banco di Napoli e Banco di Salerno dovranno comparire davanti al giudice udienza preliminare del tribunale di Salerno, per l'udienza preliminare richiesta dal pubblico ministero, Francesco Rotondo, in merito ad un supposto caso di usura bancaria ai danni della società "Fatrotek Srl", che potrebbe, da quanto emerge da notizie di stampa, essersi verificata tra il 1997 e il 2005;

considerato che:

sempre secondo le notizie di stampa la società salernitana era un'azienda di rilievo nel settore delle telecomunicazioni;

una realtà consolidata e in crescita, che ha impiegato fino a 50 dipendenti, con un rilevante indotto per il territorio;

è noto agli interroganti che l'azienda salernitana è stata leader nel settore dei servizi elettronici e comunicazioni, annoverando tra i clienti le più importanti multinazionali dell'elettronica e delle comunicazioni (Nokia, Siemens, Alenia, Marconi, TIM, Vodafone, Fininvest, Ericsson, eccetera), con esportazioni in 26 nazioni, portafoglio ordini di 9,5 milioni di euro, attività in sviluppo per 57 milioni di euro, valore patrimoniale di 11 milioni di euro, 20 linee di prodotto e numerosi brevetti;

nel corso del 2003, la Fatrotek Srl evidenziava ad alcune banche gli elevati tassi di interesse applicati sui rapporti che generavano un elevato costo per la società, calcolato in 250.000 euro di oneri finanziari, e chiedeva la riduzione dei tassi. Le banche coinvolte, di risposta, segnalavano l'azienda in sofferenza presso la centrale rischi di Banca d'Italia, causando l'azzeramento della società;

dal 2008, la Fatrotek Srl ha inoltrato numerose denunce per usura bancaria contro le banche interessate. Nel corso dei procedimenti, numerosi consulenti tecnici d'ufficio e di parte avrebbero constatato un danno per l'azienda, il cui totale complessivo ammonterebbe a circa 1,6 milioni di euro per l'applicazione, da parte delle banche, di tassi fino al 120 per cento mensili;

ad oggi, nessun procedimento giudiziario in corso presso il tribunale di Salerno, riguardante l'accertamento dei tassi usurari da parte delle banche nei confronti della Fatrotek Srl, è giunto a definizione;

l'azienda avrebbe smesso di pagare i debiti contratti nei confronti degli istituti di credito, in virtù della legge 23 febbraio 1999, n. 44, che prevede che l'elargizione dell'aiuto alle vittime di usura sia effettuata solo quando la vittima abbia cessato di aderire alle richieste estorsive;

in data 15 luglio 2015 il procuratore della Repubblica di Salerno avrebbe espresso parere favorevole all'ammissione della Fatrotek Srl al fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell'usura, avendo rilevato la sussistenza di interessi usurari su alcuni conti correnti in diverse banche salernitane;

a parere degli interroganti, il risultato di questo farraginoso quanto illogico meccanismo è che, ad oggi, visti gli inaccettabili tempi della giustizia italiana, non si è ancora arrivati ad un accertamento del supposto reato di usura bancaria ai danni dell'azienda, la quale, adesso, è colpita anche da un procedimento esecutivo ai suoi danni per morosità nei confronti degli istituti di credito che la ditta stessa individua come suoi usurai;

già in un precedente atto di sindacato ispettivo, 4-01078, si rilevava che, presso il tribunale di Salerno, il decreto prefettizio di sospensione non sia ritenuto vincolante dal giudice dell'esecuzione il quale, in diverse procedure esecutive, si sarebbe rifiutato di applicare la norma di legge;

è prevista per novembre 2015 la prima data per l'asta dell'immobile sede dell'azienda e, se il bene dovesse essere acquistato, l'ammontare della vendita verrebbe incassato dalle banche e l'azienda si ritroverebbe senza una sede fisica;

nel frattempo, i dipendenti dell'azienda hanno perso il proprio posto di lavoro in un territorio, come quello di Salerno, in cui il tasso di disoccupazione è stimato dall'Istat al 17,5 per cento per l'anno 2014,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall'ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento, nonché verificarne la legittimità, considerato che, a parere degli interroganti, poiché nel corso di un procedimento di usura è stato messo in vendita un bene della presunta vittima di usura, sarebbe opportuno predisporre un concreto meccanismo che consenta una sospensione delle procedure esecutive per i casi di usura, in cui i presunti usurai ricorrano esecutivamente alla riscossione dei crediti. (4-04500)

Tre banche a processo per finanziamenti concessi con tassi usurari. Chiesto il rinvio a giudizio per dieci dirigenti di filiali salernitane. L’accusa: «Teg effettivi fino all’87 per cento», scrive Clemy De Maio su “La Città di Salerno” il 05 luglio 2015. Tre banche accusate di praticare tassi usurari. In un trimestre del 2006 la morsa degli interessi è arrivata fino a un Teg dell’87,46 per cento. Un tasso effettivo globale che per anni avrebbe superato, ai danni dell’impresa salernitana Fatrotek, la soglia fissata dalla legge per la qualificazione giuridica del reato di usura. È in base a questi calcoli che il sostituto procuratore Francesco Rotondo ha chiesto il rinvio a giudizio di dieci dirigenti bancari che dal ’97 al 2006 si sono succeduti alla guida di filiali salernitane di Monte dei Paschi di Siena, Banco di Napoli e Banca di Salerno. Dovranno presentarsi davanti al giudice dell’udienza preliminare Emiliana Ascoli il 30 settembre, quando il legale rappresentante della Fatrotek si costituirà parte civile tramite gli avvocati Silverio Sica e Cecchino Cacciatore. Da dodici anni la sua azienda è segnalata in stato di sofferenza bancaria, il che significa che tutti i rubinetti del credito sono chiusi e le commesse non arrivano più. Ciò nonostante resiste, intentando un’imponente battaglia giudiziaria in sede sia penale che civile. La speranza è di risollevare l’azienda, specializzata nel settore elettronico e delle telecomunicazioni, fino a riportarla alle prospettive degli inizi, quando nello stabilimento di via Scavate Case Rosse arrivavano ordinativi da tutta Italia: per prodotti elettronici, impianti di telefonia, semafori, sistemi militari e apparati in opera sulle ambulanze. Poi sono iniziati i problemi con gli istituti di credito, il rincorrersi degli interessi passivi e le richieste di “rientrare” dalle linee creditizie. Per la Procura, che ha aperto nel 2010 il fascicolo di indagine, i tassi applicati sono tali da configurare il reato di usura bancaria su sei conti correnti: due alla Banca di Salerno, tre al Monte dei Paschi di Siena e un altro al Banco di Napoli. È su uno dei rapporti bancari di Mps che risulta applicato in un trimestre il tasso scandalo dell’87 per cento, ma per gli inquirenti la soglia dello “strozzo” era stata superata in molti altri periodi di calcolo. E così sarebbe avvenuto sugli altri due conti accesi nella filiale Mps di Salerno, con oscillazioni del Teg che in un caso andavano dal 16,74 per cento al 30,46 e per l’altro rapporto disegnavano una forbice compresa tra un minimo del 12,08 e un massimo di 37,62. Non andava meglio al Banco di Napoli, che nel terzo trimestre del 2002 avrebbe applicato un tasso globale del 47,78 per cento. E anche la Banca di Salerno avrebbe sforato, applicando nel 1997 percentuali fino al 28,83.

Banche, l’atto di accusa dell’ex dirigente: “Così aumentano guadagni e riducono rischi ricattando i clienti”. Nel libro "Io vi accuso" l'ex dirigente bancario Vincenzo Imperatore racconta come gli istituti siano sempre più simili a centri commerciali e agenzie immobiliari. Con la differenza che i commessi-bancari sono in una posizione di forza nei confronti nei confronti delle imprese che hanno bisogno di un prestito, scrive Paolo Fior il 15 ottobre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Un atto d’accusa durissimo nei confronti dell’intero sistema bancario. Che non solo ha abdicato al proprio ruolo di supporto all’economia reale ma addirittura, con la crisi e la metamorfosi degli ultimi anni, la massacra. Esercitando anche forme di concorrenza sleale in molti settori. Gli sportelli sembrano sempre meno sportelli bancari e sempre più centri commerciali, agenzie immobiliari, centri di servizio, con una differenza sostanziale però: per raggiungere gli obiettivi di vendita imposti dalla direzione, i commessi-bancari hanno a disposizione la leva formidabile rappresentata dal potere di ricatto nella concessione del credito. Ed ecco così che un cliente entrato in banca per chiedere un prestito esce con un televisore, un tablet e un abbonamento alla palestra. Vincenzo Imperatore, ex dirigente bancario pentito e autore di Io so e ho le prove, nel suo nuovo libro Io vi accuso in uscita il 15 ottobre per i tipi di Chiarelettere, svela i nuovi stratagemmi adottati dalle banche per ottenere profitti a discapito dei malcapitati clienti che dopo anni di crisi si trovano sempre più nel ruolo di polli da spennare. Emblematico da questo punto di vista il racconto di come le banche siano diventate “delle agenzie immobiliari capaci di far svendere le abitazioni dei clienti sul lastrico per far guadagnare anche i ricchi speculatori immobiliari già loro correntisti. Senza pietà, sballando il mercato e alterando le normali procedure della compravendita. Gli istituti stanno favorendo il dislivello sociale e consentono spesso abusi per i quali non pagano mai”, scrive Imperatore. I numeri del business sono impressionanti: “Su un fido la banca ha mediamente un margine di guadagno finanziario netto di circa l’8 per cento a fronte di un fattore di rischio altissimo: quei soldi potrebbero anche andare perduti nel caso in cui il cliente fosse insolvente. Il televisore, invece, è a ‘rischio zero’, non c’è nulla da perdere per l’istituto e, inoltre, ha un rendimento di almeno il 20 per cento sul prezzo a cui viene venduto al correntista”. Una fonte che Imperatore cita nel libro spiega che oggi alla base della gestione della clientela ci sono “i corsi di formazione per diventare piazzista e incontri sulle tecniche di vendita per prodotti di largo consumo”, mentre i prodotti “si possono pagare in un’unica soluzione o con finanziamento che fa crescere la rata mensile del mutuo o di qualsiasi altro tipo di prestito”. Un altro sistema per fare profitti a scapito dei clienti, in particolare delle piccole imprese, è quello delle assicurazioni sui crediti. “Oltre all’esosa polizza, – scrive Imperatore – ci sono gli interessi applicati sul fido per anticipo fatture, ovvero i ricavi ottenuti prestando all’impresa quegli stessi soldi assicurati. L’azienda, infatti, in attesa che il cliente paghi, ha comunque le spese correnti da sostenere quotidianamente e per farlo si deve far anticipare il denaro dalla banca. E ancora, altro paradosso, l’istituto trae profitto con interessi, commissioni e quant’altro su un rischio (e il fido lo è) che non è più tale perché annullato da una polizza assicurativa venduta dalla stessa banca che ci guadagna il 24 per cento. Gli istituti in questo caso sono riusciti a infrangere le leggi dell’economia e a trovare la formula per loro più conveniente: meno rischio e più guadagno. Tanto paga sempre la piccola impresa”. Io vi accuso non si limita però a svelare questi meccanismi e a puntare il dito sulle fiduciarie e sui clienti privilegiati delle banche, come il clero o gli imprenditori (i cinesi, sottolinea Imperatore) che lavorano solo per contanti e nei cui confronti nessuno fa mai le pur obbligatorie segnalazioni di operazioni sospette. Ci sono l’usura (documentata) ai danni dei clienti, l’estorsione, la violenza privata, l’intimidazione attraverso la minaccia di segnalazione alla Centrale rischi. “I delitti commessi dalle banche sono numerosi, gravi, spesso non sanzionati. – scrive Imperatore -. Finché non si metterà mano al codice per invertire questa tendenza, il loro strapotere non si attenuerà. Le banche, in particolare i loro dirigenti, hanno mai realmente pagato penalmente per qualcosa? No. Anche quando colti in castagna, al massimo gli istituti sono stati costretti a risarcire la vittima”. Come se ne esce? Imperatore invita a denunciare i soprusi delle banche e a farlo bene, indicando i nomi e i cognomi, portando testimoni e prove, tante prove. Ma soprattutto l’autore invita a non scoraggiarsi, perché si può vivere e lavorare anche senza avere a che fare con le banche. La seconda parte di Io vi accuso passa in rassegna i circuiti alternativi del credito che negli anni della crisi si sono rafforzati diventando per molte piccole imprese una risorsa imprescindibile e abbastanza facile da utilizzare grazie anche a Internet e alle nuove tecnologie. Dalle piattaforme di crowdfunding alla supply chain e al commercio delle fatture, passando per il peer to peer, i minibond e il corporate barter (baratto aziendale). Naturalmente ciò non basta e anche la piccola impresa – vera ossatura del sistema produttivo italiano – deve ripensare se stessa, professionalizzarsi per presentarsi sul mercato del credito (anche quello alternativo) con idee, progetti, business plan coerenti e conti chiari e trasparenti, perché un’impresa è un’impresa e non il salvadanaio della famiglia, come invece spesso è stato in passato. Io vi accuso rilancia anche con forza il grave ritardo dell’Italia nel dotarsi di una legge a tutela dei whistleblower. La modifica al Testo unico bancario ha introdotto delle importanti novità in questo senso, sottolinea Imperatore, ma la distanza resta abissale se si pensa che grazie alla tutela del whistleblowing gli Stati Uniti riescono a recuperare circa l’85% delle somme frutto delle frodi. Se lo stesso accadesse nel nostro Paese i vantaggi per l’economia sarebbero enormi: “L’obiettivo che si deve porre l’Italia deve essere quindi quello di recuperare decine di miliardi di euro all’anno, riducendo drasticamente il numero di reati quali la frode fiscale, il riciclaggio, l’usura e la corruzione”.

Usura bancaria, le storie di chi ha fatto causa vincendo. E consigli per chi ci pensa. Nel libro Contro gli abusi delle banche l'imprenditore Mario Bortoletto ha raccolto testimonianze di ex clienti a cui gli istituti avevano applicato commissioni troppo alte o fatto pagare interessi sugli interessi. Ma attenzione anche ai consulenti che si scelgono: "C'è chi pretende cifre esorbitanti per le perizie e chi chiede il 25-30% sulle somme eventualmente recuperate. Chiedete documentazione delle cause già vinte", scrive Luigi Franco l'8 maggio 2015 su "Il Fatto Quotidiano". “Usura, anatocismo, commissioni troppo elevate, variazioni unilaterali delle condizioni contrattuali”. Eccoli i principali peccati delle banche elencati da Mario Bortoletto, imprenditore edile di Vigonza (Padova) che dagli istituti di credito ha dovuto difendersi. “Con l’inizio della crisi nel 2008 mi hanno chiesto all’improvviso di rientrare da alcuni affidamenti sotto la minaccia di segnalarmi alla Centrale rischi”, racconta. “Ho passato notti insonni. Poi ho studiato, ho fatto fare delle perizie sui conti e ho scoperto che non avevo alcun debito, ma crediti cinque volte superiori a quello che mi chiedevano”. Bortoletto lo fa presente all’istituto, che gli offre una somma per mettere tutto a posto. Lui la giudica insufficiente e va dal giudice, che dopo 18 mesi gli dà ragione. Con le banche, insomma, la si può anche spuntare. E il suo nuovo libro Contro gli abusi delle banche, in uscita il 7 maggio per Chiarelettere, racconta alcune delle storie di chi si è ribellato alle vessazioni e ce l’ha fatta. L’autore stesso, che alla sua vicenda personale aveva già dedicato La rivolta del correntista, ha portato avanti otto cause contro diversi istituti, ottenendo sinora quattro vittorie, tra sentenze, accordi stragiudiziali e perizie del tribunale favorevoli. Tra i successi segnalati nel libro ci sono quelli di chi è riuscito a presentarsi in filiale con l’ufficiale giudiziario e a quel punto, sotto la minaccia di mettere i sigilli alla cassaforte, si è visto consegnare il maltolto dal direttore. “Non bisogna farsi spaventare dalle banche e dai loro avvocati. E bisogna muoversi per tempo, prima che per colpa loro si arrivi al fallimento”. Quando si sospetta che un conto corrente o un contratto di mutuo non siano a posto – spiega Bortoletto – la prima cosa da fare è farsi preparare una perizia econometrica da un consulente serio. Da scegliere con attenzione, perché altrimenti può capitare di rimanere delusi, come dimostrano gli esposti presentati in procura da alcuni ex clienti scontenti dell’operato di Sdl Centrostudi, una delle società che offrono perizie per verificare la presenza di usura e anatocismo. A Sdl Bortoletto fa riferimento, seppure in modo non esplicito, nel capitolo in cui parla della sanzione con cui questa è stata punita dall’Antitrust per pubblicità ingannevole. “Mai abbassare la guardia. Le banche fanno firmare documenti dicendo che sono per la privacy, invece consentono loro di evitare futuri contenziosi”. Ma i problemi non li hanno avuti solo alcuni ex clienti di quella società. Secondo l’autore, in giro ci sono “molti consulenti e società discutibili. Il rischio è che, per difendersi dai ladri, si finisca sotto gli avvoltoi”. E allora come si fa a scegliere? “Io starei alla larga da chi chiede cifre esorbitanti per le perizie e da chi propone di firmare contratti onerosi con percentuali del 25-30% sulle somme eventualmente recuperate. Diffidare anche da chi suona il campanello per vendere perizie come se fossero aspirapolvere”. Per capire poi se l’avvocato cui far seguire la pratica è davvero esperto in diritto bancario, il consiglio è semplice: “Fare una ricerca su Internet e chiedergli il curriculum. Se non mi dà prova delle cause vinte, perché devo affidargli il mandato?”. Tanto più che sul business delle perizie e delle cause per usura si sono buttati in molti, con un rischio evidente: “L’azione di consulenti e legali poco seri sporca la reputazione di tutti quelli che portano le banche in tribunale con tutte le carte in regola per avere ragione”. Di esperienza in materia Bortoletto ne ha accumulata parecchia, anche attraverso il Movimento contro gli abusi e l’usura bancaria da lui fondato. Molte le persone che incontra, le storie che ascolta. “Da due anni faccio più il consulente che il costruttore”, spiega sorridendo. Non teme di essere accusato di avere interessi nel mercato che si è creato? “Ho fatto una convenzione con uno studio di commercialisti che si fa pagare solo per le ore impiegate per i conteggi necessari per la perizia. E se qualcuno mi chiede di indicargli un avvocato, consiglio quelli che hanno difeso me. Poi spiego come ho fatto io a riavere indietro i soldi che mi erano dovuti”. La sua lotta contro le banche va avanti: “Siamo ancora in pochi a esserci svegliati”, dice. Un ultimo consiglio? “Mai abbassare la guardia. Una cosa vigliacca che ultimamente fanno gli istituti è di sottoporre ai clienti dei documenti, dicendo che sono per la privacy. Invece sono documenti per il riconoscimento del debito, che una volta firmati consentono alla banca di evitare futuri contenziosi”.

I PROFESSIONISTI DEL DIRITTO.

Superare una prova dell’esame da avvocato senza aver studiato nulla. E’ quanto hanno dimostrato le telecamere di Studio Aperto che ha messo in onda un filmato realizzato con telecamera nascosta da un giornalista che ha preso il posto di un candidato assente e si è fatto “passare” il compito scritto valido come secondo test della prova per l’iscrizione all’albo degli avvocati. Il reportage ha messo in evidenza tutti i “vizi” tipici degli esami di Stato in Italia. Il cronista del tg di Mediaset e’ entrato tranquillamente nella sala d’esame e nessuno ha mai controllato la sua identità. Sarebbe potuto essere un magistrato che sostituisce un parente impreparato o un avvocato deciso ad aiutare un collega principiante. Il reporter si è tranquillamente seduto sul banco vuoto destinato a tal Federico C. poi – una volta cominciata la prova – si è fatto passare tutto il compito riempiendo gli appositi moduli timbrati e firmati dalla Corte d’Appello di Roma. Il tutto sotto l’occhio di una telecamerina che ha anche filmato come nella vasta aula ci si passassero manuali, e suggerimenti atti a superare la prova. Infine nel filmato di Studio Aperto si documenta anche come nei bagni del mega-hotel che ha ospitato gli esami i candidati abbiano potuto consultarsi sui contenuti del compito e passarsi le relative soluzioni.

Copi alla maturità, a un esame o a un concorso o a un esame di Stato? Ecco cosa rischi legalmente. Hai il vizietto di copiare? Lo sai che in alcuni casi si rischia anche l'arresto? Ecco, caso per caso, cosa rischi a livello legale quando copi. Quante volte incappate in persone che copiano agli esami o a un concorso pubblico, o magari chissà..siete voi stessi a farlo. Quello che forse non sapete è che copiare non è uno scherzo, ma in molte circostanze costituisce un vero e proprio reato perseguibile a livello penale.

Se copi vi è il reato di plagio. Secondo l'art. 1 della legge n. 475/1925 infatti: Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito.

Se poi qualche commissario ti aiuta nell'ordinamento italiano, vi è l’abuso d'ufficio che è il reato previsto dall'art. 323 del codice penale ai sensi del quale: 1. Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. 2. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Se chi ti aiuta ti obbliga o ti induce a pagare c’è la concussione. La concussione (dal latino tardo concussio «scossa, eccitamento» dunque «pressione indebita, estorsione») è il reato del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringa (concussione violenta) o induca (concussione implicita o fraudolenta) qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. Reato tipico dell'ordinamento giuridico penale della Repubblica Italiana, la fattispecie concussiva non è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali (al suo posto troviamo l'estorsione aggravata). I beni tutelati dalla fattispecie sono pubblici (buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione) e allo stesso tempo anche privati (tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione). Tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato. Oggi, a seguito della riforma introdotta dalla l. 6 novembre 2012, n.190, è prevista la reclusione da sei a dodici anni (anche ante riforma era il reato contro la P.a. più sanzionato). La normativa italiana di contrasto al fenomeno concussivo è contenuta nel codice penale e precisamente nel Libro II, Titolo II "Dei delitti contro la pubblica amministrazione" (art. 314-360).

Se chi ti aiuta si fa pagare è corruzione ed indica, in senso generico, la condotta di un soggetto che, in cambio di danaro oppure di altri utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi. Il fenomeno ha molte implicazioni, soprattutto dal punto di vista sociale e giuridico; uno stato nel quale prevale un sistema politico incontrollabilmente corrotto viene definito "cleptocrazia", cioè "governo di ladri", oppure "repubblica delle banane". In Italia il concetto di corruzione è riconducibile a diverse fattispecie criminose, disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione. Le relative fattispecie criminose sono tutte accomunate da alcuni elementi:

reati propri del pubblico ufficiale

accordo con il privato

dazione di denaro od altre utilità

Quindi, la corruzione è categoria generale, descrittiva dei seguenti reati:

art. 318 c.p. - Corruzione per l'esercizio della funzione

art. 319 c.p. - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio

art. 319 ter c.p. - Corruzione in atti giudiziari

art. 320 c.p. - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio

art. 321 c.p. - Pene per il corruttore

In base all'art. 319 codice penale il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni. È definita questa corruzione propria ed è la forma più grave di corruzione poiché danneggia l'interesse della pubblica amministrazione a una gestione che rispetti i criteri di buon andamento e imparzialità (art.97 cost). Di questo reato (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, art. 319 c.p.) può essere ritenuto responsabile anche un Consigliere Regionale per comportamenti tenuti nella sua attività legislativa. In base alla definizione dell'art. 357 c.p. è pubblico ufficiale anche colui che esercita una funzione legislativa. È priva di fondamento la tesi secondo cui nell'esercizio di un'attività amministrativa discrezionale, ed in particolare della pubblica funzione legislativa, non può ipotizzarsi il mercanteggiamento della funzione, nemmeno qualora venga concretamente in rilievo che la scelta discrezionale non sia stata consigliata dal raggiungimento di finalità istituzionali e dalla corretta valutazione degli interessi della collettività, ma da quello prevalente di un privato corruttore. Non è applicabile la speciale guarentigia sanzionata dal quarto comma dell'art. 122 della Costituzione secondo cui i Consiglieri Regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Questa speciale immunità non trova applicazione qualora il Consigliere Regionale non sia perseguito dal giudice penale per avere concorso alla formazione ed alla approvazione di una legge regionale, ma per comportamenti che siano stati realizzati con soggetti non partecipi di tale procedimento al fine di predisporre le condizioni per il conseguimento di un vantaggio illecito.

In base all'art. 318 codice penale il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Questa forma di corruzione viene definita corruzione impropria antecedente poiché l'oggetto della prestazione che il pubblico ufficiale offre in cambio del denaro o dell'altra utilità che gli viene data o promessa, è un atto proprio dell'ufficio e la promessa o la dazione gli vengono fatti prima che egli compia l'atto. Il disvalore della condotta è sicuramente minore poiché pur nella violazione dei beni giuridici di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione non ci sono atti che ledano gli interessi della stessa, come avveniva invece nella corruzione propria con ritardi o omissione di atti dovuti ovvero con il compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio. Il pubblico ufficiale non sarà imparziale avendo accettato una retribuzione non dovuta e venendo meno all'espresso divieto che gli pone la legge e pertanto sarà punito.

La legge 13 gennaio 2003, n. 3 ha istituito nell'ordinamento italiano l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. L'articolo 68, comma 6, del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, ha successivamente soppresso l’Alto Commissario. Con DPCM del 5 agosto 2008 le relative funzioni sono state attribuite al Dipartimento per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione che ha istituito il Servizio Anticorruzione e Trasparenza. L'Italia ha aderito al Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), unità del Consiglio d'Europa a Strasburgo che monitora la corruzione, il 30 giugno 2007. GRECO è stato fondato nel 1999 da 17 paesi europei, oggi ne conta 49, e include anche paesi non europei. L'ultima valutazione di GRECO sullo stato della corruzione in Italia è stato pubblicato in marzo 2012, ed è disponibile in inglese e francese.

Se poi chi ti aiuta falsifica i verbali d’esame vi è Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici , previsto dall'art. 476 C.P. Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

Se poi chi ti aiuta, afferma in atti pubblici, che tu inabile al ruolo, sei invece capace e meritevole, vi è Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, punito dall'art. 479 c.p.: Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476.

Se poi chi ti aiuta fa parte di una commissione di esame (formata da avvocati od altre figure professionali specifiche al concorso o dall'esame; magistrati; professori universitari)  ed è d’accordo con i solidali vi è un’associazione a delinquere. L'associazione per delinquere è un delitto contro l'ordine pubblico, previsto dall'art. 416 del codice penale italiano. I tratti caratteristici di questa fattispecie di reato sono:

la stabilità dell’accordo, ossia l’esistenza di un vincolo associativo destinato a perdurare nel tempo anche dopo la commissione dei singoli reati specifici che attuano il programma dell’associazione. La stabilità del vincolo associativo dà al delitto in esame la tipica natura del reato permanente;

l'esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti. La commissione di un solo delitto non integra la fattispecie in esame.

Parte della dottrina e della giurisprudenza richiede inoltre l’esistenza di un terzo requisito, vale a dire il fatto che l’associazione sia dotata di una "organizzazione", anche minima, ma adeguata rispetto al fine da raggiungere. Sul punto però non v'è uniformità di vedute: secondo taluno in dottrina non è necessaria alcuna organizzazione; secondo altri, invece, è indispensabile una struttura ben delineata "gerarchicamente" organizzata. Infine, soprattutto in giurisprudenza, si è sostenuto talvolta che è sufficiente una struttura "rudimentale". L'associazione per delinquere va ricondotta nella categoria dei reati a concorso necessario e presenta delle affinità con il concorso di persone nel reato (definito eventuale, poiché integra la fattispecie monosoggettiva); ciononostante i due istituti vanno tenuti nettamente separati. Infatti, mentre nel concorso di persone due o più soggetti s'incontrano e occasionalmente si accordano per la commissione di uno o più reati ben determinati dopo la realizzazione dei quali l'accordo si scioglie, nell'associazione per delinquere, invece, tre o più soggetti si accordano allo scopo di dar vita a un'entità stabile e duratura diretta alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti per cui dopo la commissione di uno o più reati attuativi del programma di delinquenza i membri dell'associazione restano uniti per l'ulteriore attuazione del programma dell'associazione. Diretta conseguenza di ciò è che l'associazione per delinquere è punibile, teoricamente (non è questo il caso di trattare problemi di carattere probatorio), per il solo fatto dell'accordo, con un'eccezione rispetto alle ordinarie norme penali.

Se l'organizzazione stabilita ha carattere di sistema generale, taciuto, impunito e ritorsivo contro chi si ribella vi è l'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa un'associazione è quindi la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti;

acquisire il controllo o la gestione di attività economiche;

concessioni;

autorizzazioni;

appalti o altri servizi pubblici;

procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri;

limitare il libero esercizio del diritto di voto;

procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Ciò nonostante si può star tranquilli che in Italia nulla succede se chi delinque sono quelle istituzioni che dettano legge ed operano i controlli.

Bari. Test per avvocati 2014-2015, trovati i soldi l’accusa: ora è di corruzione. Blitz a Giurisprudenza. Sequestrati i computer della dirigente Laquale, sotto inchiesta.  Indagate madre e figlia: pagarono per ottenere le tracce dell’esame, scrive Francesca Russi su Repubblica. Blitz dei carabinieri ieri mattina all'Università di Bari. I militari del nucleo investigativo si sono presentati negli uffici amministrativi di Giurisprudenza con un decreto di perquisizione firmato dalla pm della procura di Bari Luciana Silvestris. Al centro dell'indagine, che riguarda il tentativo di truccare le prove per l'esame da avvocato, c'è, infatti, il nome della dirigente amministrativa Tina Laquale in servizio a Giurisprudenza. Alla dipendente universitaria, 62 anni, accusata di aver passato gli elaborati delle prove scritte per la professione di avvocato a diversi candidati, sono contestati oltre alla violazione della legge 475 del 1925 che punisce chi presenta come proprio un lavoro altrui, anche i reati di corruzione in concorso e abuso d'ufficio. Ed è proprio questa la novità nelle indagini. Spunta il reato di corruzione. L'ipotesi, dunque, è che i candidati, per ottenere copia degli elaborati d'esame, abbiano pagato. Alla base dunque ci sarebbe stato uno scambio di soldi. Un elemento che finora non era ancora emerso e su cui si concentrano adesso le attenzioni degli investigatori. I carabinieri che si sono presentati a sorpresa ieri mattina negli uffici amministrativi di Giurisprudenza hanno sequestrato il computer in uso alla 62enne e hanno ascoltato anche altri dipendenti universitari in servizio in quello stesso ufficio e che potevano avere accesso a quel pc. I dati presenti in memoria nel computer verranno passati ora al setaccio dai periti informatici a caccia di prove che possano documentare quel tentativo di truccare il concorso di dicembre scorso a Bari. Anche eventuali file cancellati da dicembre scorso, quando i carabinieri intervennero nel corso dell'esame sequestrando copie degli elaborati pronte a essere distribuite tra i banchi ad alcuni candidati, a oggi potrebbero essere recuperati. Le perquisizioni sono state estese anche in casa della Laquale e nell'abitazione di altre due persone, Carmela Di Cosola e Rossella Trabace, rispettivamente mamma e figlia, iscritte nel registro degli indagati perché avrebbero, secondo la procura, consegnato denaro per poter passare l'esame. L'accusa nei confronti della Laquale, si legge nel decreto di perquisizione a firma del sostituto procuratore Silvestris, è di "ricezione illecita, nella sua qualità di pubblico ufficiale, di denaro corrisposto da Di Cosola in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio consistiti nella predisposizione e messa a disposizione, per mezzo di altri soggetti, in favore di Trabace degli elaborati riferiti alle prove scritte dell'esame di abilitazione alla professione di avvocato ". E anche, prosegue l'accusa, "in favore di numerosi candidati procurando loro il relativo vantaggio patrimoniale ingiusto ". Nei confronti di madre e figlia, 60 e 27 anni, invece, pesano le accuse di "illecita dazione di denaro materialmente corrisposto da Di Cosola Carmela a Laquale Nunzia, pubblico ufficiale che accettava la dazione in vista del compimento di atti contrari ai doveri di ufficio" (l'articolo 321 del codice penale che prevede le pene per il corruttore) e di violazione della legge 475 in particolare la "presentazione come propri degli elaborati da altri procurati". Bisognerà attendere ora le consulenze informatiche per capire se tra il materiale sequestrato ci siano elementi utili per l'inchiesta. Secondo quanto emerso finora dalle indagini dei carabinieri, il sistema si basava sulla presenza, all'interno del padiglione della Fiera del Levante in cui era in corso l'esame di avvocato, di un cancelliere della Corte d'appello, Giacomo Santamaria, segretario di una commissione, che avrebbe avuto il compito di fare arrivare ad alcuni ragazzi i compiti redatti all'esterno da tre professionisti, che potevano contare sul dirigente amministrativo del dipartimento di Giurisprudenza di Bari, Tina Laquale. Sarebbe stata lei, secondo i carabinieri, a portare dentro gli elaborati, accompagnata in Fiera da un autista della stessa Università di Bari. Sarebbero stati sei i giovani aspiranti avvocati che avrebbero dovuto beneficiare di quell'aiuto. Per averlo, è la nuova ipotesi contenuta nell'avviso di garanzia recapitato ieri alla Laquale, avrebbero pagato una somma in denaro. L'inchiesta, però, è ancora agli inizi e potrebbe ulteriormente allargarsi.

Catanzaro. Esame di Avvocato 2013-2014. Copiano gli esami per avvocato, annullati 120 compiti. Nulle le prove scritte degli aspiranti avvocati del distretto di Corte d’Appello: contenevano passaggi identici. La commissione ammette agli orali soltanto il 40% degli oltre 1.600 candidati, scrive “La Gazzetta del Sud”. La “sorpresa” all’apertura delle buste contenenti i compiti degli aspiranti avvocati del distretto di Catanzaro appena corretti a Firenze: ci sono passaggi identici nella bellezza di 120 prove scritte, molto probabilmente copiate da Internet. E pensare che non hanno avuto neanche la “furbizia” di modificare le prime due o tre righe. Naturalmente i 120 autori dei compiti risultati copiati sono stati tutti esclusi dall’esame; ritenteranno, nella speranza che serva loro da lezione. Resta però il dato di una mezza ecatombe: circa l’8% degli aspiranti avvocati dell’ultima sessione, a Catanzaro, ha copiato è stato punito dalla commissione. Le prove orali, secondo quanto è stato stabilito dal presidente della commissione, inizieranno il prossimo 4 luglio. E il sorteggio ha decretato che si comincerà con la lettera “L”. Accede agli orali, complessivamente, il 40% circa degli oltre 1.600 candidati. La percentuale di stangati si attesta dunque sulla media delle ultime stagioni. 

Lecce. Esame di Avvocato 2012-2013. L’Interrogazione parlamentare del  dr Antonio Giangrande, scrittore e Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia.

Al Ministro della Giustizia. — Per sapere – premesso che: alla fine di giugno 2013 si apprendeva dalla stampa che a Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di esame di avvocato presso la Corte d’Appello di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati dell’esame di avvocato sessione 2012 tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce. Più di cento scritti sono finiti sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati.

Tenuto conto che le notizie sono diffamatorie e lesive della dignità e dell’onore non solo dei candidati accusati del plagio, ma anche di tutta la comunità giudiziaria di Taranto, Brindisi e Lecce coinvolta nello scandalo, si chiede di approfondire alcune questioni (in relazione alle quali l’interrogante ritiene opportuno siano comunicati con urgenza dati certi) per dimostrare se di estremo zelo si tratti per perseguire un malcostume illegale o ciò non nasconda un abbaglio o addirittura altre finalità.

Per ogni sede di esame di avvocato ogni anno qual è la media degli abilitati all’avvocatura ed a che cosa è dovuta la disparità di giudizio, tenuto conto che i compiti corretti annualmente presso ogni sede d’esame hanno diversa provenienza. Se per l’esame di avvocato è permesso usare codici commentati con la giurisprudenza; Se le tracce d’esame di avvocato indicate del 2012 erano riconducibili a massime giurisprudenziali prossimi alla data d’esame e quindi quasi impossibile reperirle dai codici recenti in uso i candidati e se, quindi, i commissari, per l’impossibilità acclamata riconducibile ad errori del Ministero, hanno dato l’indicazione della massima da menzionare nei compiti scritti;

Nella sessione di esame di avvocato 2012 a che ora è stabilita la dettatura delle tracce; presso la sede di esame di avvocato di Lecce a che ora sono state lette le tracce; se in tal caso la conoscenza delle stesse non sia stata conosciuta prima dell’apertura della sessione d’esame con il divieto imposto dell’uso di strumenti elettronici; Quali sono le mansioni delle commissioni d’esame di avvocato: correggere i compiti e/o indagare se i compiti sono copiati e quanto tempo è dedicata ad  una o all’altra funzione;

Quali sono i principi di correzione dei compiti, ed in base ai principi dettati, quali sono le competenze tecniche dei commissari e se corrispondono esattamente ai criteri di correzione: Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi; Capacità di soluzione di specifici problemi; Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari; Padronanza delle tecniche di persuasione. Tra i principi indicati qual è la figura professionale tra avvocati, magistrati e professori universitari che ha la perizia professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative.

Quanti e quali sono le sottocommissioni in Italia che da sempre hanno scoperto compiti accusati di plagio e in base a quali prove è stata sostenuta l’accusa;

Quante e quali sono le sottocommissioni di Catania che hanno verificato il plagio de quo e quanti sono gli elaborati accusati di plagio ed in base a quali prove è sostenuta l’accusa.

Se le Sottocommissioni di Catania coinvolte erano composte da tutte le componenti necessarie alla validità della sottocommissione: avvocato, magistrato, professore.

Se tutti i compiti di tutte le sottocommissioni di esame di avvocato di Catania (contestati, dichiarati sufficienti, e dichiarati insufficienti) presentano segni di correzione (glosse, cancellature, segni, correzioni, note a margine);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (anche quelle che non hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione (apertura della busta grande, lettura e correzione dell’elaborato, giudizio e motivazione, verbalizzazione e sottoscrizione);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (quelle che hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione e quanto tempo alla fase di indagine con ricerca delle fonti di comparazione e quali sono stati i periodi di pausa (caffè o bisogni fisiologici).

Al Ministro si chiede se si intenda valutare l’opportunità di procedere ad un indagine imparziale ed ad un’ispezione Ministeriale presso le sedi d’esame coinvolte per stabilire se Lecce e solo Lecce sia un nido di copioni, oppure se la correzione era mirata, anzichè al dare retti giudizi,  solo a fare opera inquisitoria e persecutoria con eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Copiano all’esame, nei guai 12 avvocati salernitani, scrive "Salerno Notizie". Inchiesta sulla prova scritta del 2011 – 2012 per l’abilitazione professionale. La soluzione del compito fu presa da un sito internet, secondo l’accusa che ha portato sotto inchiesta 12 avvocati salernitani destinatari di un avviso di conclusione delle indagini . A darne notizia il quotidiano La Città oggi in edicola. La questione è seguita dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali a quello proposto dal sito internet dal quale sarebbe stato copiato il compito. Il tema – scrive La Città - era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio.

Salerno. Copiano all’esame, indagati 12 avvocati. Inchiesta sulla prova scritta della sessione 2011/2012, scrive Clemy De Maio su La Città di Salerno. Che tra gli esaminandi di ogni categoria vi sia una quota che provi a “copiare” è storia vecchia, ma stavolta la tentazione di truccare la selezione è costata cara a dodici avvocati, finiti sotto inchiesta e destinatari di un avviso di conclusione delle indagini firmato pochi giorni fa dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva. Nel mirino c’è la sessione 2011/2012 per l’abilitazione alla professione forense e in particolare la prova scritta che nel dicembre di quattro anni fa si svolse nel campus universitario. Una prova finita da subito al centro delle polemiche perché alcuni candidati lamentarono un sistema di controllo d’impronta poliziesca, con l’utilizzo persino di metal detector. Eppure nemmeno quella sorveglianza così rigorosa bastò a evitare che qualcuno riuscisse a utilizzare in aula telefoni di ultima generazione e si collegasse al web per copiare un tema che nel frattempo era stato inserito sul sito Altalex, specializzato in argomenti giuridici. La commissione però se ne accorse. Al momento della correzione dei compiti dodici svolgimenti risultarono identici tra loro e uguali in tutto e per tutto all’elaborato circolato su internet. Il tema era quello del ruolo di pubblico ufficiale assegnato ai notai, e l’analisi dei dodici praticanti poi finiti sotto inchiesta era così uguale finanche nei dettagli da non lasciare ai membri della commissione nessun margine di dubbio. La correzione si svolse a Lecce, in ossequio al principio di incrocio tra le sedi che era stato introdotto per evitare il rischio di collusioni tra esaminandi ed esaminatori. Lì furono annullati i compiti copiati e da lì partì pure la segnalazione alla Procura, che dopo quasi tre anni e mezzo ha chiuso l’inchiesta. Nel frattempo quei giovani praticanti sono divenuti avvocati, superando l’esame negli anni successivi e specializzandosi chi nel diritto civile e chi in quello penale. Ora rischiano di dover affrontare un processo con l’accusa di violazione delle norme sul diritto d’autore, e hanno venti giorni di tempo per chiedere al magistrato di essere ascoltati e fornire la propria versione. «Valuteremo se richiedere l’interrogatorio» commenta l’avvocato Antonio Zecca, secondo il quale la vicenda impone ancora un approfondimento, innanzitutto sulla “paternità” del testo pubblicato sul web. «È mia opinione che il tema non sia stato redatto da chi lo ha firmato – spiega – ma che questi lo abbia preso a sua volta da altri testi e si sia limitato a divulgarlo». Qualcuno ha poi diffuso la notizia che lo svolgimento della traccia era on line e in dodici, secondo l’accusa, lo hanno copiato tal quale pensando così di assicurarsi il superamento dell’esame. Furono invece bocciati (come accadde in quell’anno al 51 per cento dei candidati) e ora si trovano sottoposti a un procedimento penale.

Salerno, l’inchiesta sull’esame divide gli avvocati. In dodici sono indagati per avere copiato da internet. Il presidente Montera: «Si controllino pure magistrati e notai», scrive Clemy De Maio su "La città di Salerno". «La Procura indaga sugli esami degli avvocati? E perché non si verificano pure quelli per magistrati o notaio, visto che negli anni scorsi un concorso al notariato è stato persino annullato perché qualche figlio “illustre” conosceva già le tracce prima di entrare». Più che una difesa, quello di Americo Montera è un contrattacco. E tanto per essere chiaro il presidente dell’Ordine degli avvocati getta subito la “palla” nel campo degli inquirenti: «Certo è stranissimo che si sia potuto copiare – osserva – visto che la prova si svolge sotto la stretta sorveglianza di una commissione di cui fanno parte anche magistrati». La sessione finita nel mirino è quella 2011/2012: agli scritti del dicembre 2011 parteciparono oltre 1250 candidati e in dodici sono ora sotto inchiesta con l’accusa di avere violato le norme sul diritto d’autore, copiando lo svolgimento di una traccia dal sito internet Altalex. Nei giorni scorsi hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini firmato dal sostituto procuratore Maria Chiara Minerva e rischiano di dover affrontare un processo, sebbene nel frattempo siano divenuti avvocato superando gli esami degli anni successivi. Tre anni fa la loro prova fu invece annullata, la commissione di Catania che corresse gli scritti si accorse di quei compiti ciclostilati e decretò le bocciature. Ne nacque prima un contenzioso amministrativo, perché qualcuno presentò ricorso al Tar, e poi una denuncia penale che ha dato origine all’inchiesta. E dire che proprio quell’anno gli esami erano già finiti al centro delle polemiche per presunti eccessi nelle misure di vigilanza, giunte per la prima volta all’utilizzo del metal detector. A volerlo fu il presidente di commissione Andrea Di Lieto, avvocato e docente universitario, che ora apprende con sorpresa dell’esistenza di un procedimento penale: «Non ne avevamo saputo nulla – spiega – e d’altronde, non correggendo noi gli elaborati non potevamo renderci conto che ve ne fossero di uguali». Neanche i numeri delle bocciature avevano destato sospetti, perché statistiche alla mano i compiti annullati per irregolarità erano stati al di sotto della media. Però il sospetto che l’uso degli smartphone potesse inquinare la selezione lo avevano avuto: «Per questo pensammo ai metal detector – ricorda Di Lieto – ma dei sei che avevamo richiesto ne arrivarono solo tre. Li utilizzammo a rotazione sui vari varchi e ottenemmo la consegna volontaria di cento telefoni. Però controllare tutti era impossibile».

Eppure secondo il docente il potenziamento della vigilanza è soprattutto una questione di volontà ministeriale: «Di più si può fare, ma aumentando i costi e allungando i tempi, impiegando più personale e strumenti sofisticati. Altrimenti, se non si attivano tutte le procedure in astratto prevedibili, si deve ritenere fisiologico che una parte dei candidati non sia corretta. Accade ovunque e vale per tutte le categorie». Qualche modo per stringere la vite dei controlli ci sarebbe, magari prendendo a prestito gli strumenti da concorsi come quello per l’ingresso in magistratura «dove i libri devono essere consegnati nei giorni prima, in modo che la commissione possa visionarli». Ma su un irrigidimento della sorveglianza non tutti sono d’accordo, a cominciare dal presidente Montera che da quindici anni è alla guida dell’avvocatura salernitana. «Il nostro – sottolinea – è solo un esame per l’abilitazione professionale, cosa diversa dai concorsi che danno accesso a un posto di lavoro. E poi anche questa inchiesta... Non ne conosco i dettagli ma sulle ipotesi di plagio bisogna andarci cauti. Francamente? Mi pare si stia un po’ esagerando».

Gli aspiranti avvocati copiano i temi: 110 indagati a Potenza. L'esame di abilitazione è stato corretto a Trento nel 2007, scrive “La Stampa”. La Procura della Repubblica di Potenza ha inviato 110 avvisi. Un centinaio di elaborati troppo simili per poter parlare di semplice coincidenza. La Commissione esaminatrice di Trento, che nel dicembre 2007 ha corretto le prove scritte degli aspiranti avvocati lucani per l’esame di abilitazione professionale, decide per questo motivo di annullarle in quanto «copiate in tutto o in parte da altri lavori», segnalando poi l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza: ne è scaturita un’inchiesta che ha portato a 110 avvisi di garanzia per gli esaminandi. La vicenda è emersa nel luglio 2008, con la pubblicazione dei risultati delle prove che si sono svolte a dicembre dell’anno precedente: l’esame prevede la redazione di due «pareri» (uno di diritto civile e uno di diritto penale) e di un atto a scelta, e si è svolto a Potenza con una Commissione composta da avvocati del Distretto. Gli elaborati, come da prassi, vengono poi inviati per la correzione a una Commissione esterna, stabilita attraverso un sorteggio. Nel 2007 è toccato a Trento, «così come per i tre anni precedenti - ha spiegato uno degli esaminandi - e abbiamo l’impressione che i commissari si siano accaniti contro di noi». Al termine delle correzioni un centinaio di elaborati sono stati annullati: non sarebbe stato però un unico testo quello copiato, ma tre diversi che hanno «ispirato» altrettanti gruppi di esaminandi lucani. La Commissione non si è però fermata alla bocciatura, ma ha segnalato l’accaduto alla Procura della Repubblica di Potenza, che ha aperto un’inchiesta per capire se, ed eventualmente come, le tracce sono state «passate» agli aspiranti avvocati. Il tutto è proseguito fino ai giorni scorsi, quando il pm di Potenza, Sergio Marotta, ha inviato 110 avvisi di garanzia e di conclusione delle indagini. Per il momento nessuno ha voluto commentare l’accaduto: l’Ordine degli avvocati di Potenza preferisce ricevere una comunicazione ufficiale dalla Procura prima di prendere una posizione e decidere eventuali provvedimenti disciplinari. La vicenda però ha avuto un effetto immediato, forse casuale, già nella sessione successiva, nel dicembre 2008, quando la sede per lo svolgimento della prova scritta è stata trasferita da un quartiere centrale di Potenza a una zona periferica e isolata della città. Dove, per altro, i cellulari hanno pochissimo campo.

Campobasso. Trentotto persone sono indagate nell'ambito di un'inchiesta sullo svolgimento dell'esame per diventare avvocato. L'esame, tenutosi nel dicembre del 2007 in Molise, sarebbe stato "truccato", scrive "Altro Molise". I compiti svolti da molti concorrenti sarebbero identici, cioè copiati. Il caso è finito nelle mani della Procura di Campobasso che ha iscritto sul registro degli indagati 38 persone, tutti concorrenti, quasi tutti molisani. Sono accusati del reato di attribuzione a sé di elaborati altrui in materia di concorsi pubblici. Sono stati già ascoltati dai giudici. Ma presto potrebbero essere contestati altri reati. Il presidente della commissione esaminatrice, l'avvocato Lucio Epifanio, difende l'operato dei commissari e ribadisce che tutto si è svolto nel rispetto delle leggi.

Ci sono molti giovani molisani fra gli indagati dello scandalo dei temi copiati all’esame di abilitazione alla professione di avvocato, scrive "Primo Numero". Dopo la comunicazione di chiusura delle indagini da parte del sostituto procuratore di Campobasso Rossana Venditti, emergono nuovi particolari sul caso dei temi copiati durante l’esame dell’anno 2007. Secondo l’accusa infatti, i 38 aspiranti avvocati ora indagati, avrebbero copiato in parte o nella totalità le tre prove previste, vale a dire un atto giuridico e due pareri legali. Secondo quanto emerso, la commissione giudicante, composta dalla Corte d’Appello di Trieste, avrebbe riscontrato temi uguali e divisi in sottogruppi. In alcuni casi il testo giuridico sembra sia stato copiato per filo e per segno. Il magistrato Venditti attende ora la scadenza dei 20 giorni durante i quali gli indagati potranno farsi interrogare o potranno presentare memorie giuridiche. Scaduto quel termine è molto probabile il rinvio a giudizio.

Copiano esame per diventare avvocati: 5 termolesi nei guai, continua "Primo Numero". Ci sono anche cinque ragazzi di Termoli e uno di Montenero di Bisaccia tra i 20 indagati dalla Procura di Campobasso per aver copiato l’esame per diventare avvocati. Passaggi importanti del tema di diritto civile e di diritto penale sono identici nei 20 elaborati che sono stati annullati dalla Commissione esaminatrice. Stanno per scadere i 20 giorni di tempo per essere ascoltati dal Pm. Stesse parole, punteggiatura identica, intere frasi copiate. La Procura di Campobasso non ha dubbi: 20 candidati molisani che hanno partecipato al concorso per avvocati nel dicembre del 2007 hanno copiato, e per questo ora sono indagati "per aver attribuito a se stessi elaborati altrui in materia di concorsi pubblici". Tra di loro ci sono anche cinque termolesi tra i 30 e i 33 anni, tre ragazzi e due ragazze e un giovane di Montenero di Bisaccia. Sono difesi dagli avvocati Antonio De Michele e Oreste Campopiano. In questi giorni, dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, alla chetichella si stanno recando dal pm di Campobasso Rossana Venditti, chi a farsi interrogare chi a presentare memorie difensive. Sono accusati di aver copiato passaggi importanti sia del tema di diritto civile che di quello di diritto penale. Ora si dovrà capire chi è il vero autore degli elaborati e chi invece ha copiato anche se non sarà facile. I temi infatti non sono stati scaricati da internet come invece si era detto in precedenza. Ma c’è stato qualcuno che ha redatto gli elaborati e tutti gli altri invece si sono semplicemente limitati a svolgere il ruolo comprimario di amanuensi. Le prove erano state annullate a tutti i candidati con temi uguali dalla commissione esaminatrice della Corte di Appello di Trieste, sorteggiata per la correzione degli elaborati molisani. I membri della stessa poi avevano provveduto a mandare tutti gli atti alla Procura della Repubblica di Campobasso.

Sotto inchiesta la prova scritta che si è tenuta a Catanzaro nel '97. Avvisi di garanzia a legali di tutta Italia. Avvocati, all'esame di Stato hanno copiato 2.295 candidati su 2.301, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. «Laudemus sanctum Ivonem, qui fuit advocatus sed non latro. O res mirabilis!». Per decenni, quelle righette carogna contenute nel breviario dei parroci in ricordo di Sant' Ivo alla Sapienza, «avvocato ma non ladro», hanno fatto ridere e irritare intere generazioni di penalisti e civilisti. Una foltissima schiera di giovani legali, però, se l'è tirata. L'ha scoperto la Guardia di Finanza di Catanzaro che sta smistando 2.295 avvisi di garanzia ad altrettanti laureati in legge che, scesi in massa da tutte le lande italiche fino a Catanzaro per passare l'esame di Stato e diventare avvocati a fine '97, hanno fatto (o res mirabilis!) esattamente lo stesso identico compito. Esame per avvocato, compiti tutti uguali Truffa scoperta a Catanzaro: su 2.301 partecipanti solo sei non avevano copiato Riga per riga, parola per parola, virgola per virgola: 2.295 temi in fotocopia su 2.301 partecipanti. Fate i conti: a non avere avuto già il tema in tasca erano in 6. Lo 0,13% di onesti contro un 99,87% di truffatori. Riassunto per i non addetti. Per diventare avvocato occorre prendere la laurea in giurisprudenza, iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, fare due anni di pratica nello studio di un avvocato, frequentare le aule di giustizia per accumulare esperienza e «imparare il mestiere», farsi timbrare via via dai cancellieri un libretto sul quale viene accertata l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare l'esame di Stato, che viene indetto anno dopo anno nelle sedi regionali delle corti d'appello. Esame non facile. Basti dire che sulla prova scritta (che prevede tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) o sulla successiva prova orale si schianta in media oltre la metà dei concorrenti. Con qualche ecatombe qua e là, soprattutto al Nord, segnata da picchi del 94% di respinti. A Catanzaro no. Sarà l'aria buona, sarà il profumo del bergamotto, sarà la percentuale di ferro nell' acqua, ma non c'è allievo che, messo davanti al foglio protocollo o assiso davanti a una commissione, non riesca a tirar fuori il meglio di sé. Basti leggere le tabelle dei promossi e dei bocciati agli esami di maturità pubblicata ieri dalla Gazzetta del Sud. Promossi: 98,84%. Bocciati: 1,16%. Ma molti istituti hanno fatto di meglio: tutti promossi i 133 ragazzi del liceo classico «Fiorentino», tutti i 207 dello scientifico «Siciliani», tutti i 209 dell'Itis «Scalfaro» e così via: 19 istituti su 34 senza un trombato. Fantastico il rendimento alle magistrali «Cassiodoro»: sono usciti col massimo dei voti (100 su 100) 34 giovani su 141 iscritti. Un genio ogni quattro. Va da sé che la voglia di respirare queste brezze salutari, benefiche anche per gli aspiranti avvocati (se è vero che nel 1995, per prendere un anno a caso, venne promosso oltre il 90 per cento dei candidati, è cresciuta di anno in anno, a mano a mano che la fama di Catanzaro risaliva la Penisola, dilagava tra le colline dell'Astigiano, si incuneava nelle valli della Carnia, allagava le piane mantovane. Ma come superare l'handicap della legge, che stabilisce che tu possa fare l' esame a Trento oppure a Palermo soltanto se risulti residente lì da almeno 6 mesi, durante i quali devi aver fatto parte di uno studio legale del posto e aver fatto timbrare il tuo libretto di pratica negli uffici giudiziari locali? Un bel problema. Irrisolvibile se gli avvocati catanzaresi, che per bontà d' animo e disponibilità verso la gioventù non hanno eguali al mondo, non avessero via via accolto nei loro studi mandrie annuali di laureati in legge provenienti da Roma (14%), Torino (6%), Milano (3%), Genova (3%) e così via. Giovani comunisti umbri, leghisti lombardi, forzisti veneti, diessini liguri, postfascisti laziali, popolari friulani. Magari accomunati nella feroce contestazione verso il «lassismo» meridionale, ma compatti nel cercare di prender parte alla spartizione della torta. E che torta! Pensate solo che nel ' 95 i partecipanti in corsa a Catanzaro furono esattamente quanti quelli di Milano e il doppio di quelli di Torino. E che nel '97, l'anno finito nel mirino dei sostituti procuratori Luigi De Magistris (poi trasferito a Napoli) e Federica Baccaglini (una padovana che fra un mese dovrebbe lei pure passare a un'altra sede), riuscirono a superare l'esame, in tutta intera l'Italia, circa 8.000 procuratori legali. Ai quali, se non fosse saltato tutto per la scoperta della truffa, si sarebbero aggiunte altre duemila «pagliette» promosse nel solo capoluogo calabrese. Una su cinque. Meglio di una fiera dell'agricoltura o del passaggio del Festivalbar era, per Catanzaro, l'appuntamento annuale con l'esame. I 260 posti nei 5 alberghi cittadini venivan prenotati con mesi d'anticipo, nascevano qua e là «pensioni» improvvisate per accogliere le torme di pellegrini giudiziari, riaprivano in pieno inverno i villaggi sulla costa che talora offrivano il pacchetto completo: camera, colazione, cena e minibus per portare gli ospiti direttamente alla sede dell' esame dove erano attesi dalla commissione: avvocati, magistrati di corte d'appello, giudici di cassazione, professori universitari. Il tutto senza che i vertici del Palazzo di Giustizia locale, tra cui c'era ad esempio l' attuale «governatore» regionale forzista Giuseppe Chiaravalloti, sentissero mai puzza di bruciato. Finché, un bel giorno ai primi del 1998, grazie probabilmente a una soffiata anonima di chi non ne poteva più dell'andazzo, non viene fuori che una ventina di compiti svolti in dicembre dai candidati riuniti al liceo classico «Galuppi» erano identici. Calligrafie diverse, ovvio. Ma i testi parevano fotocopiati: pagina dopo pagina, riga dopo riga. In marzo, il ministero chiede informazioni. La Commissione d'esame, tenetevi forte, risponde che «non è corretto fare riferimento a gravi irregolarità» ma «soltanto» (testuale: soltanto...) a «comportamenti improvvidi quanto sciocchi di candidati che, al postutto si ritorcono a loro danno, avendo provveduto questa Commissione all' annullamento degli elaborati identici». Cosa abbiano scoperto in realtà, setacciando uno per uno tutti i temi, i due magistrati autori dell' inchiesta e i finanzieri che con il capitano Fulvio Marabotto si sono dovuti sciroppare il noiosissimo confronto tra i 2.301 temi trovando infine quei sei sparuti «fessi» che non avevano copiato l' abbiamo raccontato. Come abbiano fatto tutti quegli aspiranti «uomini di legge» a infognarsi in una faccenda così zozza senza che alcuno sentisse poi il bisogno di andare dal giudice lo racconteranno loro stessi nei prossimi interrogatori. A noi resterà, comunque, un piccolo rovello: superato lo scritto, come se la sarebbero cavata con l'esame orale di deontologia? Potete scommetterci: sarebbe stato un trionfo.

Cassazione SU: l’avvocato che favorisce i candidati durante l’esame di abilitazione va sospeso, scrive Francesca Russo su Filo Diritto del 16 febbraio, le Sezioni Unite hanno rinviato al Consiglio nazionale forense la decisione sulla sospensione di un avvocato per aver aiutato un candidato durante l’esame di abilitazione. Nel caso in esame, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma aveva irrogato ad un avvocato la sanzione disciplinare della cancellazione dall’Albo, avendolo ritenuto colpevole della violazione dei doveri di probità, dignità e decoro (articolo 5 del vigente Codice deontologico forense), di lealtà e correttezza (articolo 6 Codice deontologico forense) nonché del dovere di agire in modo tale da non compromettere la fiducia che i terzi debbono avere nella dignità della professione (articolo 56 Codice deontologico forense). L’avvocato era accusato di essersi abusivamente introdotto munito di appunti e trasmettitori, esibendo tesserino simile a quello in dotazione ai commissari di esame e qualificandosi delegato del Consiglio dell’ordine, nelle aule di un Hotel, mentre si svolgeva la sessione di esami di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato per l’anno 2010, ed aver tentato di favorire partecipanti all’esame. Avverso la decisione del Consiglio nazionale forense, di integrale conferma di quella del Consiglio territoriale, l’avvocato aveva proposto ricorso per Cassazione in quattro motivi, lamentando:

1) la mancata sospensione del giudizio nonostante la pendenza, in relazione ai medesimi fatti, di procedimento penale per il reato di cui agli articoli 340 e 494 del codice penale;

2) il mancato rilievo della nullità del giudizio di primo grado per avervi preso parte un componente del Consiglio dell’Ordine, poi dichiarato decaduto con decisione del Consiglio nazionale;

3) la carenza di prova, con particolare riguardo alla mancata ammissione di testi a discarico;

4) la misura eccessiva e sproporzionata della sanzione in rapporto al comportamento ascrittogli.

Per quanto riguarda il primo motivo, la Cassazione ritiene che non può omettersi di rilevare che non risulta provato in atti il concreto esercizio di azione penale a carico del ricorrente per i medesimi fatti oggetto del giudizio.

Quanto al secondo (sulla composizione del collegio del Consiglio territoriale dell’Ordine), deve considerarsi che la decisione del Consiglio nazionale forense appare aver tratto, dalla natura amministrativa delle funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli dell’Ordine degli avvocati e del correlativo procedimento (Cassazione, SU 20360/07, 23240/05), coerente corollario in merito alla validità di deliberazione, che, in rapporto alla circostanza dedotta, non risulta specificamente censurata con riguardo all’osservanza del quorum prescritto.

Il terzo motivo (sulla prova dell’illecito), secondo la Cassazione, si rivela, poi, inammissibile, giacché il ricorrente riporta in termini essenzialmente generici il contenuto delle prove testimoniali che sostiene ingiustificatamente non ammesse dal giudice disciplinare; mentre le uniche circostanze concrete in proposito riferite (in merito alle giustificazioni fornite al personale di vigilanza sulla sua presenza nel luogo dell’esame) non risultano decisivamente contraddire il tenore dell’incolpazione attribuitagli.

Pertanto, la Corte, a Sezioni Unite, rigetta i primi tre motivi di ricorso e, decidendo sul quarto motivo incidente sulla misura della sanzione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, al Consiglio nazionale forense. (Corte di Cassazione - Sezioni Unite Civili, Sentenza 16 febbraio 2015, n. 3023).

UNA COSA E’ CERTA. NESSUNO DI COLORO CHE HA USUFRUITO O HA AGEVOLATO UN CONCORSO TRUCCATO E’ STATO MAI CONDANNATO O RADIATO. SE POI VAI A PARLAR CON COSTORO SI DIPINGONO ANIME BIANCHE E TI ACCUSANO DI MITOMANIA O PAZZIA. ADDIRITTURA ARRIVANO A DIRTI: TI RODI PER NON AVER SUPERATO L'ESAME O IL CONCORSO!!!

Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Chi non è raccomandato, scagli la prima pietra.

Essere raccomandati in un’azienda privata è una cosa lecita. Esser raccomandati per vincere un concorso pubblico o un esame di Stato è reato. Spesso, però, per indulgenza o per collusione, le cose si confondono.

Se non basta un muro di parole per vincer la resistenza degli scettici, allora è solo mala fede in loro.

La Costituzione all'art. 3 non cita che siamo tutti uguali o tutti discendenti di eccelsi natali, esplica solo che tutti siamo uguali, sì, ma di fronte alla legge!!!

Chi non è raccomandato scagli la prima pietra. Più di quattro milioni di italiani sono ricorsi a una raccomandazione per ottenere un'autorizzazione o accelerare una pratica. E 800mila hanno fatto un "regalino" a dirigenti pubblici per avere in cambio un favore. Sono alcuni dati emersi da una ricerca realizzata dal Censis.

Non solo. Il coro di voci, che hanno chiesto le dimissioni al Ministro Lupi del governo Renzi, è roboante. Tra i vari aspetti della vicenda Incalza che lo vedono coinvolto, al ministro delle Infrastrutture non viene perdonata la presunta raccomandazione per il figlio. Ma è davvero così peccaminoso prodigarsi per il proprio figlio come ogni genitore farebbe, oltretutto, in un Paese dove la raccomandazione è all'ordine del giorno?

E’ inutile negarlo, la pratica della raccomandazione è la sola che funziona perfettamente nel nostro Paese, anche perché coinvolge ognuno di noi in maniera democratica senza distinzione di genere, scrive “Panorama”. Ci sono gli italiani che raccomandano e gli italiani che si fanno raccomandare, una sorta di catena di Sant’Antonio che prosegue all’infinito. Almeno una volta nella vita bisogna provare l’ebbrezza della spintarella, anche quando si è coscienti che questa non servirà a nulla per raggiungere l’ambita destinazione, qualsiasi essa sia (il posto di lavoro, la visita medica, l’esame all’università) e non importa se alla meta arriverà un altro, perché la nostra osservazione sarà “chissà chi lo ha raccomandato…!” E poi ci sentiamo a posto con la coscienza per due motivi, il primo perché, comunque, il tentativo lo abbiamo fatto, il secondo perché la volta successiva non ci faremo trovare impreparati, anzi ci organizzeremo meglio cercando una spinta più potente. Forse un giorno potremo anche inserirla nel curriculum vitae.

Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Questi avvocati esercitano.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”.

Ma guarda un po’, sti settentrionali, a vomitar cattiverie e poi ad agevolarsi del…sole calabro.

Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano.

Quando si dà la caccia ai figli per colpire i padri, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. E poi dicono, i potenti, povero ministro Lupi. Un figlio laureato con 110 e lode al Politecnico di Milano, e tutto quello che gli trova è un lavoretto su un cantiere Eni a partita iva da 1300 euro mese. Un precario aggiunto ai milioni di giovani senza posto fisso. E sì che mica lo poteva infilare in una delle cooperative di Comunione e liberazione, quelle ormai stanno nell’occhio del ciclone, e poi che fai, vai a pulire il culo degli ammalati negli ospedali, dai i pasti alla mensa, ti sbatti coi tossici, ricicli i libri usati, oh, c’ha una laurea al Politecnico. E però, per i figli si farebbe tutto, certo. Anche mettendoti a rischio. I figli sono pezzi di cuore, sono quello per cui ti sbatti, sono quello che rimarrà di te, sono il punto debole. È una costante questa. Sarà che noi italiani c’abbiamo il familismo amorale, c’abbiamo. Prima di tutto la famiglia, i figli.

Chissà se hanno telefonato per i loro figli in carriera. Indignazione per Lupi jr, ma nessuno si chiede se i rampolli dei leader democratici abbiano avuto l'aiutino. Dagli eredi dei presidenti alle ragazze di Veltroni e D'Alema, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. «Mio figlio è laureato al Politecnico con 110 e lode, gli faccio sempre questa battuta: purtroppo ha fatto Ingegneria civile e si è ritrovato un padre ministro delle Infrastrutture» si difende Maurizio Lupi, accusato di familismo all'italiana. Quella è una sfortuna che capita spesso ai figli di potenti, quasi sempre dotati di grande talento tanto da meritare posti prestigiosi, carriere formidabili, magari in settori affini a quelli di papà o mammà. Così viene il sospetto, malizioso e certamente infondato, che qualche telefonatina per lanciare i rampolli, una sponsorizzazione paterna o materna, sia prassi diffusa. Anche a sinistra, magari a partire da chi si indigna per Lupi jr. Avere parenti potenti non serve, se si è bravi, però aiuta. Sempre che non li intercettino.

Caso Lupi, Giampiero Mughini su Dago critica Giuliano Ferrara: "Tutti siamo stati raccomandati, anche tu", scrive “Libero Quotidiano”. Chi è senza raccomandazione alzi il ditino da moralista. Giampiero Mughini interviene a piedi uniti nel dibattito sul ministro Maurizio Lupi e la sospetta raccomandazione che avrebbe fatto al figlio ingegnere per farlo lavorare. A far saltare la mosca al naso di Mughini è un pezzo di Giuliano Ferrara sul Foglio che in un passaggio scrive: "Non mi hanno ristrutturato case a buon prezzo, assunzioni di parenti no e poi no, non li conosco. Le cricche mi sono lontane". Apri cielo: Mughini in una lettera a Dagospia prima ricostruisce il suo ingresso nel mondo del lavoro, ricordando la lettera di raccomandazione scrittagli da Gian Carlo Pajetta per lavorare a Paese Sera. Poi passa proprio all'Elefantino, sulla cui vita ha anche scritto un libro in passato: "Era stato Alberto Ronchey, negli anni Cinquanta moscoviti collega di papà Maurizio Ferrara, a intercedere presso il Corriere della Sera perché Giuliano potesse iniziarvi una sua collaborazione". Con il ministro di Ncd, Mughini dice di non avere legami, quindi nessuna difesa di ufficio. Se poi venisse confermata la telefonata con la quale Lupi avrebbe chiesto un lavoro per il figlio: "Io - scrive Mughini - altissimamente me ne strafotto. E tutti quelli che si stanno alzando con il ditino puntato - continua - hanno a che vedere con la faziosità politica".

"La credibilità dello Stato oggi è ampiamente compromessa e il primo atto, lo dico non per ragioni giudiziarie, ma per ragioni politiche, dovrebbe essere una bonifica radicale del ministero delle Infrastrutture, e anche le dovute dimissioni del ministro competente". Lo ha detto il leader di Sel e presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, parlando il 17 marzo 2015 oggi a Bari con i giornalisti in merito alla maxi operazione dei Cc del Ros sulla gestione illecita degli appalti delle cosiddette Grandi opere. Certo che non vi è vergogna nei nostri politici. Si parla delle dimissioni di Lupi che non è indagato. Mentre chi le chiede, e gli esponenti del suo partito, nel processo a Taranto "Ambiente Svenduto", per loro la Procura ha chiesto al giudice per l'udienza preliminare Wilma Gilli il rinvio a giudizio. Chiesto dalla Procura il rinvio a giudizio per il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, per gli attuali assessori regionali all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, e alla Sanità, Donato Pentassuglia, quest'ultimo all'epoca dei fatti presidente della commissione regionale Ambiente, nonché per l'allora assessore regionale Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel.

Vittorio Feltri: “Se Santoro è giornalista la colpa è mia che l’ho promosso all’esame. Si dà infatti il caso che Santoro sia diventato giornalista professionista con il mio contributo, giacché facevo parte della commissione all'esame di Stato che lo promosse e gli consentì l'iscrizione all'Ordine nazionale dei giornalisti. Era il 1982. Me lo ricordo perché erano in corso i Mondiali di calcio in Spagna, quelli vinti dall'Italia con Sandro Pertini in tribuna d'onore. La vita del commissario esaminatore aveva qualche risvolto piacevole. Feci comunella con Giuseppe Pistilli, vicedirettore del Corriere dello Sport, il quale sedeva con me nel sinedrio. La sera andavamo a cena insieme. Il ponentino e il Frascati ci aiutavano a dimenticare le miserie cui avevamo assistito durante la giornata nel valutare i candidati. Ancora non avevo maturato la convinzione che l'Ordine dei giornalisti fosse un ente inutile, anzi peggio: dannoso. Pistilli contribuì a instillarmi qualche sospetto, illustrandomi come funzionava la commissione d'esame. Esempio: un aspirante scriba ti era stato raccomandato o ti stava a cuore? Bene, si trattava di farsi dare da lui le prime righe dell'articolo che aveva steso durante la prova scritta. Nessuno comincia un pezzo nella stessa maniera del compagno di banco, chiaro no? Perciò, non appena s'iniziava la lettura ad alta voce e in forma anonima degli elaborati, all'udire l'attacco familiare il commissario dava un calcetto sotto il tavolo a chi gli stava accanto. Costui a sua volta sferrava un calcetto al commissario più vicino, e avanti così. Con sei calcetti, il candidato era promosso. Dopodiché ricevevi a tua volta altri colpi negli stinchi e dovevi restituire il favore ricevuto. In questo modo passavano l'esame (e lo passano tuttora) asini sesquipedali.”

Il tribunale del popolo guidato da Di Pietro, scrive Tiziana Maiolo su "Il Garantista". Maurizio Lupi non è un indagato. È un condannato dal Tribunale del Popolo composto di giornalisti invidiosi, magistrati esibizionisti e una folla di tricoteuses opportunamente istigata dai Paladini della Virtù che passeggiano per i talkshow spargendo il proprio verbo, la propria “moralità”. Il 17 marzo 2015 mattina si è svegliato presto Antonio Di Pietro, si è collegato subito con Radio24, poi è corso in Rai per farsi intervistare ad Agorà sgusciando poi via velocemente per planare su La7. Una fatica per chi ha tante lezioni di moralità da elargire al ministro Maurizio Lupi. Che non è indagato, ma condannato perché “forse” si è lasciato regalare un vestito da un imprenditore suo amico di famiglia, il quale avrebbe anche donato un orologio costoso a suo figlio in occasione di una laurea particolarmente brillante al Politecnico di Milano. Tra le imputazioni di stampo moralistico c’è anche un posto di lavoro temporaneo al neo-ingegnere in un cantiere. Giusto quindi che intervenga subito il Pm più famoso d’Italia. Un plauso a tutti i conduttori che hanno pensato di invitare proprio Di Pietro a commentare i comportamenti di Lupi. È uno che se ne intende.

Da quale pulpito vien la predica?

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

Si riportano vari articoli di stampa, a scanso di persecuzione personale.

Corrado Carnevale: "Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato...", scrive “Libero Quotidiano”. Corrado Carnevale: "Al concorso in magistratura, Di Pietro ha avuto due aiutini". L'ex giudice Corrado Carnevale: "Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio", scrive Rachele Nenzi su “Il Giornale”.

Quell’aiutino a Di Pietro per diventare magistrato. L’ex giudice Carnevale sull’esame di Tonino a pm: «Era povero, mi commossi. E due 5 diventarono 6», scrive Valeria Di Corrado su “Il Tempo”.

Giancarlo De Cataldo su “L’Espresso”: L'Italia è una repubblica fondata sullo scandalo. Dai tempi di Cavour a Mani Pulite: ogni vent’anni un’indagine-choc. Corsi e ricorsi storici delle tangenti, specchio di un Paese che non cambia. Il commento dello scrittore-magistrato. La fiction “1992” è bella e coraggiosa. Racconta - ed è già questo un merito innegabile - la controversa stagione di Mani Pulite. Lo fa con la disinvolta ferocia narrativa che è il marchio di fabbrica delle grandi serie. “1992” è televisione avanzata. Ma ha anche un altro merito. “1992” declina con linguaggio di oggi una vicenda che affonda radici profonde nella storia d’Italia. Una storia antica: la storia della nostra corruzione. Una storia cominciata tanti anni fa. Conquistato il Sud grazie all’impresa dei Mille, il conte di Cavour si mette all’opera per disegnare il futuro della nuova nazione. Giorgio Asproni, deputato sardo, alta carica massonica, ex-prete, esponente dell’estrema sinistra mazziniana, nei suoi impietosi diari annota disgustato l’incessante processione di faccendieri, ufficiali, imprenditori che assediano l’ufficio di Cavour a Palazzo Carignano. Tutti a vantare inesistenti meriti patriottici, tutti a implorare un incarico, una commessa, un’onorificenza. Ciò che l’incendiario Asproni non può sapere è che in quegli stessi momenti Cavour, il liberale, l’odioso tessitore di trame che i democratici accusano di essersi impossessato per turpi fini della bandiera della Patria, proprio Cavour, prova, nei confronti dei questuanti, sentimenti non molto dissimili. Al punto da bollare i clientes con parole di fuoco. Asproni e Cavour, ciascuno eroico a suo modo, divisi da visioni radicalmente inconciliabili della Storia (e della natura umana) su un punto concordano: il disprezzo per quei molli figuri che non versarono una sola goccia di sangue per la “causa” e ora si avventano sulla greppia dell’Italia unita. Ma se Asproni li metterebbe volentieri al muro, corrotti e corruttori, Cavour, secondo il suo costume, pensa di poterne agevolmente “trarre partito”. Costruire dal nulla un’identità nazionale è compito arduo, ai limiti dell’impossibile. Nella fase d’avvio non si può andare tanto per il sottile. Anche gli affaristi servono, e servono i faccendieri. Cavour opera una scelta di campo destinata a ipotecare pesantemente il nostro futuro. Il destino fa il resto. Cavour, che forse sarebbe riuscito a contenere le smanie predatorie nell’alveo della fisiologia democratica, muore troppo presto. I suoi successori non si riveleranno all’altezza. Quindici anni dopo l’Unità, nel 1875, un popolano trasteverino accoltella a morte Raffaele Sonzogno, coraggioso giornalista calato a Roma dal Nord, animatore di inchieste sul dilagante malaffare post-unitario. Il sicario viene subito arrestato, ma è chiaro che, secondo uno schema destinato a ripetersi drammaticamente negli anni, se il pugnale viene dalla strada, l’ordine è partito dal Palazzo. Giancarlo De Cataldo Dietro l’uccisione di Sonzogno c’è una colossale speculazione edilizia sui terreni espropriati al Vaticano. Sono coinvolti banchieri, palazzinari, preti attenti al portafoglio, pezzi della Destra storica, che uscirà sconfitta dalle elezioni dell’anno dopo, e pezzi della Sinistra che già pregusta la vittoria, e persino un rampollo “agitato” dell’eroe dei Due Mondi. Una pregevole compagnia di giro che ritroveremo spesso nella cronaca del nostro Paese. Troppo, per una nazione appena nata. L’inchiesta, abilmente pilotata, porta alla condanna del deputato Luciani. Movente: una questione di corna. Luciani becca una condanna tombale, e invano, per anni, minaccerà sconvolgenti rivelazioni. Dalla speculazione verranno poste le basi per uno dei tanti, anch’essi ricorrenti, “sacchi” di Roma. Qualche anno dopo, nel 1892, un giornale satirico della capitale, “Il carro di Checco”, svela la vicenda finanziaria che passerà alla storia come “scandalo della Banca Romana”. Incalzato dal battagliero Napoleone Colajanni, il governo è costretto a nominare una commissione d’inchiesta. Emergono notevoli reati: si va dalla fabbricazione e spaccio di monete false al falso in bilancio, dalle false fatturazioni alla corruzione dei funzionari e deputati incaricati dei controlli, passando per la costituzione di “fondi neri” riversati nelle tasche di personaggi pubblici. Coinvolto il gotha politico del tempo, Giolitti in testa, lambita Casa Savoia. Giolitti, anche se non è più ministro, pretende e ottiene una giurisdizione “politica”. Il finale è deprimente, con la morte per suicidio di un onorevole accusato di un reato minore e il proscioglimento generale. Favorito, si disse, da un’attenta “gestione” dei materiali probatori concordata fra Governo e vertici della magistratura. Grande e diffusa fu la frustrazione. Un giurista scrisse che si era consacrata «l’immoralità di chi ha troppo mangiato e che dopo il pasto pare abbia, come la lupa di Dante, più fame di pria». La stampa, come sovente accade, deplorò. E tutto ricominciò come prima. Fra l’altro, proprio mentre si dibatteva della Banca Romana, in Sicilia veniva assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni. Un banchiere onesto che si era messo di traverso alle speculazioni ordite da quella che, allora, si chiamava “Alta Mafia”. Fu incriminato per questo omicidio l’onorevole Palizzolo, poi assolto all’esito di un interminabile processo. Il vecchio liberale Gaetano Mosca parlò di «disfatta morale». Gli amici festeggiarono la liberazione di Palizzolo noleggiando una nave con tanto di gran pavese. In tempi più recenti, sembra essersi affermata una paradossale “legge del venti”. Nel senso che ogni vent’anni circa il Paese “scopre” uno o più colossali scandali a base di corruzione. Si deplora, si invocano cambiamenti legislativi, emergono demagoghi più o meno versati nell’arte di arringare le masse promettendo “pulizia”, si adottano misure asseritamente restrittive, si fanno esami di coscienza, si va in Tribunale. Nel 1974 alcuni giovani giudici, definiti con un certo risentimento “pretori d’assalto” (l’anticamera del “giudici ragazzini” di qualche anno dopo), scoprono che i petrolieri pagano i ministri per ottenere leggi favorevoli alla propria lobby. Sandro Pertini, Presidente della Camera, li incoraggia a «non guardare in faccia a nessuno», inclusi i suoi compagni del Partito Socialista. Minaccia, in caso di insabbiamento, le dimissioni. Il governo cade. Gli imputati sono giudicati dalla Commissione Parlamentare per i procedimenti di accusa. Pertini non si dimette. Esito del giudizio: due ministri archiviati, due prescritti, due assolti dopo qualche tempo. Mani Pulite, si è detto, esplode nel 1992, quindi a circa vent’anni dallo scandalo dei petroli. Fra il 1992 e il 1993 si consumano gli ultimi delitti eccellenti e le ultime stragi di mafia. Curiosa coincidenza con quanto era accaduto esattamente un secolo prima. Ieri corruzione a Roma e morte di un banchiere onesto in Sicilia, oggi corruzione a Milano e non solo, piombo e tritolo per politici, giudici e inermi cittadini in Sicilia e non solo. Quasi a voler sottolineare che gli inconfessabili legami e lo spregiudicato uso della violenza e della corruttela, col tempo, invece di attenuarsi, si sono rafforzati. Le stragi mafiose e Mani Pulite suscitarono un’ondata di indignazione. Furono approvate leggi per favorire il fenomeno del pentitismo e confiscare i beni dei mafiosi. Una nuova classe politica spazzò via la precedente: e anche questo era accaduto, cent’anni prima. Poi, col tempo, tutto si è sopito e troncato. I pentiti sono diventati più o meno degli appestati. Mani Pulite è oggetto di revisione storiografica critica. Ritocchi normativi bipartisan hanno reso sempre più disagevole l’operato degli investigatori. A risvegliare i dormienti, guarda caso a vent’anni da Mani Pulite, gli scandali Expo, Mose, e, infine, l’inchiesta “Mafia Capitale”. Che, fra l’altro, come all’epoca del trapasso fra Destra storica e Sinistra, propone uno spaccato di cointeressenze fra gente che dovrebbe, teoricamente, militare su opposte sponde. Oggi la stampa deplora. Sono allo studio inasprimenti di pena. Si nominano authority anticorruzione e assessori alla legalità. Intanto, si vara una legge punitiva sulla responsabilità civile dei magistrati e si tuona contro il loro “protagonismo”: senza mai riempire di contenuto questa parola dal suono, si direbbe, gnostico. Si giura, soprattutto, che è venuto il momento di voltare pagina. Come diceva Nino Manfredi: «Fusse ca fusse...». Dobbiamo dunque ritenerci rassegnati e sfiduciati? Ci mancherebbe! A un ragazzo che si affaccia alla vita non puoi trasmettere il messaggio del “tutto è perduto”. Sarebbe delittuoso. Però un minimo di onestà intellettuale non disturba, anzi. Bisogna spiegare che fra corruzione e legalità si combatte una guerra aspra, senza esclusione di colpi. Che corrotti e corruttori offrono scorciatoie convincenti, indossano maschere seducenti, vantano - e purtroppo sovente a ragione - indiscutibili successi. Sono simpatici, mondani, ricchi di fascino, corrotti e corruttori. “Legalità” è invece una parola astratta che ossessivi, abili messaggi fanno apparire sempre più ostile, odioso patrimonio di arcigni, e dunque antipatici, guardiani. “Moralista” fa oggi sorridere, “incorruttibile” suscita panico. Bisogna spiegare che giudici e poliziotti sono patologi del sistema, intervengono quando il danno è stato fatto. Bisogna insistere sull’istruzione e sulla cultura, e persino sull’estetica: si può combattere, consapevoli della disparità fra le forze in campo, anche per il solo gusto di non darla vinta alla società dei magnaccioni. E dopo, a casa, magari, tutti a vedere “1992”, la serie. Con Asproni che digrigna i denti e Cavour che perde un po’ alla volta il suo ironico sorrisetto.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it, mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

SE NASCI IN ITALIA…

Quando si nasce nel posto sbagliato e si continua a far finta di niente.

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Italiopolitania. Italiopoli degli italioti”. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma una storiella raccontata da Antonio Menna che spiega perché, tu italiano, devi darti alla fuga dall’Italia, bisogna proprio leggerla. Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare. Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano. Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi? Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”. I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti. La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO

Facile dire: sono avvocato. In Italia dove impera la corruzione e la mafiosità, quale costo intrinseco può avere un appalto truccato, un incarico pubblico taroccato, od una falsificata abilitazione ad una professione?

Ecco perché dico: italiani, popolo di corrotti! Ipocriti che si scandalizzano della corruttela altrui.

Io sono Antonio Giangrande, noto autore di saggi pubblicati su Amazon, che raccontano questa Italia alla rovescia. A tal fine tra le tante opere da me scritte vi è “Concorsopoli ed esamopoli” che tratta degli esami e dei concorsi pubblici in generale. Tutti truccati o truccabili. Nessuno si salva. Inoltre, nel particolare, nel libro “Esame di avvocato, lobby forense, abilitazione truccata”, racconto, anche per esperienza diretta, quello che succede all’esame di avvocato. Di questo, sicuramente, non gliene fregherà niente a nessuno, neanche ai silurati a quest’esame farsa: la fiera delle vanità fasulle. Fatto sta che io non faccio la cronaca, ma di essa faccio storia, perché la quotidianità la faccio raccontare ai testimoni del loro tempo. Certo che anche di questo non gliene può fregar di meno a tutti. Ma la cronistoria di questi anni la si deve proprio leggere, affinchè, tu italiano che meriti, devi darti alla fuga dall’Italia, per poter avere una possibilità di successo.

Anche perché i furbetti sanno come cavarsela. Francesco Speroni principe del foro di Bruxelles. Il leghista Francesco Speroni, collega di partito dell’ing. Roberto Castelli che da Ministro della Giustizia ha inventato la pseudo riforma dei compiti itineranti, a sfregio delle commissioni meridionali, a suo dire troppo permissive all’accesso della professione forense. È l’ultima roboante voce del curriculum dell’eurodeputato leghista, nonché suocero del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, laureato nel 1999 a Milano e dopo 12 anni abilitato a Bruxelles. Speroni ha avuto un problema nel processo di Verona sulle camicie verdi, ma poi si è salvato grazie all’immunità parlamentare. Anche lui era con Borghezio a sventolare bandiere verdi e a insultare l’Italia durante il discorso di Ciampi qualche anno fa, quando gli italiani hanno bocciato, col referendum confermativo, la controriforma costituzionale della devolution. E così commentò: “Gli italiani fanno schifo, l’Italia fa schifo perché non vuole essere moderna!”. Ecco, l’onorevole padano a maggio 2011 ha ottenuto l’abilitazione alla professione forense in Belgio (non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria) dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. Speroni dunque potrà difendere “occasionalmente in tutta Europa” spiega lo stesso neoavvocato raggiunto telefonicamente da Elisabetta Reguitti de “Il Fatto quotidiano”.

Perché Bruxelles?

Perché in Italia è molto più difficile mentre in Belgio l’esame, non dico sia all’acqua di rose, ma insomma è certamente più facile. Non conosco le statistiche, ma qui le bocciature sono molte meno rispetto a quelle dell’esame di abilitazione in Italia”.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastelalla Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini.

La Calabria è bella perchè c’è sempre il sole, scrive Antonello Caporale su “La Repubblica”. Milano invece spesso è velata dalla nebbia. E’ bella la Calabria anche, per esempio, perchè il concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato sembra più a misura d’uomo. Non c’è il caos di Milano, diciamolo. E  in una delle dure prove che la vita ci pone resiste quel minimo di comprensione, quell’alito di  compassione… In Calabria c’è il sole, e l’abbiamo detto. Ma vuoi mettere il mare?  ”Avevo bisogno di un luogo tranquillo, dove poter concentrarmi senza le distrazioni della mia città. Studiare e affrontare con serenità l’esame”. Ecco, questo bisogno ha portato Antonino jr. Giovanni Geronimo La Russa, il figlio di Ignazio, anch’egli avvocato ma soprattutto ministro della Difesa, a trasferirsi dalla Lombardia in Calabria. Laureato a pieni voti all’università Carlo Cattaneo, Geronimo si è abilitato con soddisfazione a Catanzaro a soli ventisei anni. Due anni ha risieduto a Crotone. Dal 25 luglio 2005, in piazza De Gasperi, nella casa di Pasquale Senatore, l’ex sindaco missino.  E’ rimasto nella città di Pitagora fino al 18 gennaio 2007. E si è rigenerato. Un po’ come capitò a Mariastella Gelmini, anche lei col bisogno di esercitare al meglio la professione di avvocato prima di darsi alla politica, e anche lei scesa in Calabria per affrontare con ottimismo l’esame. La scelta meridionale si è rivelata azzeccata per lei e per lui. Il piccolo La Russa è tornato in Lombardia con la forza di un leone. E dopo la pratica nello studio Libonati-Jager, nemmeno trentenne è divenuto titolare dello studio di famiglia. Quattordici avvocati a corso di porta Vittoria. Bellissimo. “Ma è tutto merito mio. Mi scoccia di passare per figlio di papà”. Geronimo è amante delle auto d’epoca, ha partecipato a due storiche millemiglia. E infatti è anche vicepresidente dell’Aci di Milano. “Sono stato eletto, e allora?”. Nutre rispetto per il mattone. Siede nel consiglio di amministrazione della Premafin, holding di Ligresti, anche della Finadin, della International Strategy. altri gioiellini del del costruttore. Geronimo è socio dell’immobiliare di famiglia, la Metropol srl. Detiene la nuda proprietà dei cespiti che per parte di mamma ha nel centro di Riccione. Studioso  e s’è visto. Ricco si è anche capito. Generoso, pure. Promuove infatti insieme a Barbara Berlusconi, Paolo Ligresti, Giulia Zoppas e tanti altri nomi glamour  Milano Young, onlus benefica. Per tanti cervelli che fuggono all’estero, eccone uno che resta.

Geronimo, figlio di cotanto padre tutore di lobby e caste, che sa trovare le soluzioni ai suoi problemi.

Vittoria delle lobby di avvocati e commercialisti: riforma cancellata, scrive Lucia Palmerini. “…il governo formulerà alle categorie proposte di riforma.” con questa frase è stata annullata e cancellata la proposta di abolizione degli ordini professionali. Il Consiglio Nazionale Forense ha fatto appello ai deputati-avvocati per modificare la norma del disegno di legge del Ministero dell’Economia che prevedeva non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare avvocato o commercialista dopo un praticantato di 2 anni nel primo caso e 3 nel secondo, l’abolizione delle tariffe minime ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento della professione da parte degli ordini. La presa di posizione degli avvocati del PdL ha rischiato di portare alla bocciatura la manovra economica al cui interno era inserita la norma su avvocati e commercialisti.  Tra questi, Raffaello Masci, deputato-avvocato che ha preso in mano le redini della protesta, ha ottenuto l’appoggio del Ministro La Russa e del Presidente del Senato Schifani, tutti accomunati dalla professione di avvocato. La norma, apparsa per la prima volta ai primi di giugno, successivamente cancellata e nuovamente inserita nei giorni scorsi è stata definitivamente cancellata; il nuovo testo quanto mai inutile recita: “Il governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche si legge nel testo, e inoltre – trascorso il termine di 8 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ciò che non sarà espressamente regolamentato sarà libero.” La situazione non cambia e l’Ordine degli avvocati può dormire sogni tranquilli. Ancora una volta gli interessi ed i privilegi di una casta non sono stati minimamente scalfiti o messi in discussione.

GLI ANNI PASSANO, NULLA CAMBIA ED E’ TUTTO TEMPO PERSO.

Devo dire, per onestà, che il mio calvario è iniziato nel momento in cui ho incominciato la mia pratica forense. A tal proposito, assistendo alle udienze durante la mia pratica assidua e veritiera, mi accorgevo che il numero dei Praticanti Avvocato presenti in aula non corrispondeva alla loro reale entità numerica, riportata presso il registro tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi accorsi, anche, che i praticanti, per l’opera prestata a favore del dominus, non ricevevano remunerazione, o ciò avveniva in nero, né per loro si pagavano i contributi. Chiesi conto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Mi dissero “Fatti i fatti tuoi. Intanto facci vedere il libretto di pratica, che poi vediamo se diventi avvocato”. Controllarono il libretto, contestando la veridicità delle annotazioni e delle firme di controllo. Non basta. Nonostante il regolare pagamento dei bollettini di versamento di iscrizione, a mio carico venne attivata procedura di riscossione coattiva con cartella di pagamento, contro la quale ho presentato opposizione, poi vinta. Di fatto: con lor signori in Commissione di esame forense, non sono più diventato avvocato. A dar loro manforte, sempre nelle commissioni d’esame, vi erano e vi sono i magistrati che io ho denunciato per le loro malefatte.

Sessione d’esame d’avvocato 1998-1999. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce mi accorgo di alcune anomalie di legalità, tra cui il fatto che 6 Avetranesi su 6 vengono bocciati, me compreso, e che molti Commissari suggerivano ai candidati incapaci quanto scrivere nell’elaborato. Chi non suggeriva non impediva che gli altri lo facessero. Strano era, che compiti simili, copiati pedissequamente, erano valutati in modo difforme.

Sessione d’esame d’avvocato 1999-2000. Presidente di Commissione, Avv. Gaetano De Mauro, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Sul Quotidiano di Lecce  il Presidente della stessa Commissione d’esame dice che: “il numero degli avvocati è elevato e questa massa di avvocati è incompatibile con la realtà socio economica del Salento. Così nasce la concorrenza esasperata”. L’Avv. Pasquale Corleto nello stesso articolo aggiunge: “non basta studiare e qualificarsi, bisogna avere la fortuna di entrare in determinati circuiti, che per molti non sono accessibili”. L’abuso del potere della Lobby forense è confermato dall’Antitrust, che con provvedimento n. 5400, il 3 ottobre 1997 afferma: “ E' indubbio che, nel controllo dell'esercizio della professione, si sia pertanto venuto a determinare uno sbilanciamento tra lo Stato e gli Ordini e che ciò abbia potuto favorire la difesa di posizioni di rendita acquisite dai professionisti già presenti sul mercato.”

Sessione d’esame d’avvocato 2000-2001. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. La percentuale di idonei si diversifica: 1998, 60 %, 1999, 25 %, 2000, 49 %, 2001, 36 %. Mi accorgo che paga essere candidato proveniente dalla sede di esame, perché, raffrontando i dati per le province del distretto della Corte D’Appello, si denota altra anomalia: Lecce, sede d’esame, 187 idonei; Taranto 140 idonei; Brindisi 59 idonei. Non basta, le percentuali di idonei per ogni Corte D’Appello nazionale variano dal 10% del Centro-Nord al 99% di Catanzaro. L’esistenza degli abusi è nel difetto e nell’eccesso della percentuale. Il TAR Lombardia, con ordinanza n.617/00, applicabile per i compiti corretti da tutte le Commissioni d’esame, rileva che i compiti non si correggono per mancanza di tempo. Dai verbali risultano corretti in 3 minuti. Con esperimento giudiziale si accerta che occorrono 6 minuti solo per leggere l’elaborato. Il TAR di Lecce, eccezionalmente contro i suoi precedenti, ma conforme a pronunzie di altri TAR, con ordinanza 1394/00, su ricorso n. 200001275 di Stefania Maritati, decreta la sospensiva e accerta che i compiti non si correggono, perché sono mancanti di glosse o correzioni, e le valutazioni sono nulle, perché non motivate. In sede di esame si disattende la Direttiva CEE 48/89, recepita con D.Lgs.115/92, che obbliga ad  accertare le conoscenze deontologiche e di valutare le attitudini e le capacità di esercizio della professione del candidato, garantendo così l'interesse pubblico con equità e giustizia. Stante questo sistema di favoritismi, la Corte Costituzionale afferma, con sentenza n. 5 del 1999: "Il legislatore può stabilire che in taluni casi si prescinda dall'esame di Stato, quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità tecnica e sussistano apprezzabili ragioni che giustifichino l'eccezione". In quella situazione, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame presso la Procura di Bari e alla Procura di Lecce, che la invia a Potenza. Inaspettatamente, pur con prove mastodontiche, le Procure di Potenza e Bari archiviano, senza perseguirmi per calunnia. Addirittura la Procura di Potenza non si è degnata di sentirmi.

Sessione d’esame d’avvocato 2001-2002. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. L’on. Luca Volontè, alla Camera, il 5 luglio 2001, presenta un progetto di legge, il n. 1202, in cui si dichiara formalmente che in Italia gli esami per diventare avvocato sono truccati. Secondo la sua relazione diventano avvocati non i capaci e i meritevoli, ma i raccomandati e i fortunati. Tutto mira alla limitazione della concorrenza a favore della Lobby. Addirittura c’è chi va in Spagna per diventare avvocato, per poi esercitare in Italia senza fare l’esame. A questo punto, presso la Procura di Taranto, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame di Lecce con accluse varie fonti di prova. Così fanno altri candidati con decine di testimoni a dichiarare che i Commissari suggeriscono. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. Lo stesso Ministero della Giustizia, che indice gli esami di Avvocato,  mi conferma che in Italia gli esami sono truccati. Non basta, il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, propone il decreto legge di modifica degli esami, attuando pedissequamente la volontà del Consiglio Nazionale Forense che, di fatto, sfiducia le Commissioni d’esame di tutta Italia. Gli Avvocati dubitano del loro stesso grado di correttezza, probità e legalità. In data 03/05/03, ad Arezzo si riunisce il Consiglio Nazionale Forense con i rappresentanti dei Consigli dell’Ordine locali e i rappresentanti delle associazioni Forensi. Decidono di cambiare perché si accorgono che in Italia i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati abusano del loro potere per essere rieletti, chiedendo conto delle raccomandazioni elargite, e da qui la loro incompatibilità con la qualità di Commissario d’esame. In data 16/05/03, in Consiglio dei Ministri viene accolta la proposta di Castelli, che adotta la decisione del Consiglio Nazionale Forense. Ma in quella sede si decide, anche, di sbugiardare i Magistrati e i Professori Universitari, in qualità di Commissari d’esame, prevedendo l’incompatibilità della correzione del compito fatta dalla stessa Commissione d’esame. Con D.L. 112/03 si stabilisce che il compito verrà corretto da Commissione territorialmente diversa e i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere più Commissari. In Parlamento, in sede di conversione del D.L., si attua un dibattito acceso, riscontrabile negli atti parlamentari, dal quale scaturisce l’esistenza di un sistema concorsuale marcio ed illegale di accesso all’avvocatura. Il D.L. 112/03 è convertito nella Legge 180/03. I nuovi criteri prevedono l’esclusione punitiva dei Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati dalle Commissioni d’esame e la sfiducia nei Magistrati e i Professori Universitari per la correzione dei compiti. Però, acclamata  istituzionalmente l’illegalità, si omette di perseguire per abuso d’ufficio tutti i Commissari d’esame. Non solo. Ad oggi continuano ad essere Commissari d’esame gli stessi Magistrati e i Professori Universitari, ma è allucinante che, nelle nuove Commissioni d’esame, fanno parte ex Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati, già collusi in questo stato di cose quando erano in carica. Se tutto questo non basta a dichiarare truccato l’esame dell’Avvocatura, il proseguo fa scadere il tutto in una illegale “farsa”. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei. Durante la trasmissione “Diritto e Famiglia” di Studio 100, lo stesso Presidente dell’Ordine di Taranto, Egidio Albanese, ebbe a dire: “l’esame è blando, l’Avvocatura è un parcheggio per chi vuol far altro, diventa avvocato il fortunato, perché la fortuna aiuta gli audaci”. Si chiede copia del compito con la valutazione contestata. Si ottiene, dopo esborso di ingente denaro, per vederlo immacolato. Non contiene una correzione, né una motivazione alla valutazione data. Intanto, il Consiglio di Stato, VI sezione, con sentenza n.2331/03, non giustifica più l’abuso, indicando l’obbligatorietà della motivazione. Su queste basi di fatto e di diritto si presenta il ricorso al TAR. Il TAR, mi dice: “ dato che si disconosce il tutto, si rigetta l’istanza di sospensiva. Su queste basi vuole che si vada nel merito, per poi decidere sulle spese di giudizio?” 

Sessione d’esame d’avvocato 2003-2004. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Galluccio Mezio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. I candidati continuano a copiare dai testi, dai telefonini, dai palmari, dai compiti passati dai Commissari. I candidati continuano ad essere aiutati dai suggerimenti dei Commissari. I nomi degli idonei circolano mesi prima dei risultati. I candidati leccesi, divenuti idonei, come sempre, sono la stragrande maggioranza rispetto ai brindisini e ai tarantini. Alla richiesta di visionare i compiti, senza estrarre copia, in segreteria, per ostacolarmi, non gli basta l’istanza orale, ma mi impongono la tangente della richiesta formale con perdita di tempo e onerose spese accessorie. Arrivano a minacciare la chiamata dei Carabinieri se non si fa come impongono loro, o si va via. Le anomalie di regolarità del Concorso Forense, avendo carattere generale, sono state oggetto della denuncia formale presentata presso le Procure Antimafia e presso tutti i Procuratori Generali delle Corti d’Appello e tutti i Procuratori Capo della Repubblica presso i Tribunali di tutta Italia. Si presenta l’esposto al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia, al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e Giustizia del Senato. La Gazzetta del Mezzogiorno, in data 25/05/04, pubblica la notizia che altri esposti sono stati presentati contro la Commissione d’esame di Lecce (vedi Michele D’Eredità). Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2004-2005. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Marcello Marcuccio, Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Durante le prove d’esame ci sono gli stessi suggerimenti e le stesse copiature. I pareri motivati della prova scritta avvenuta presso una Commissione d’esame vengono corretti da altre Commissioni. Quelli di Lecce sono corretti dalla Commissione d’esame di Torino, che da anni attua un maggiore sbarramento d’idoneità. Ergo: i candidati sanno in anticipo che saranno bocciati in numero maggiore a causa dell’illegale limitazione della concorrenza professionale. Presento l’ennesima denuncia presso la Procura di Potenza, la Procura di Bari, la Procura di Torino e la Procura di Milano, e presso i Procuratori Generali e Procuratori Capo di Lecce, Bari, Potenza e Taranto, perché tra le altre cose, mi accorgo che tutti i candidati provenienti da paesi amministrati da una parte politica, o aventi Parlamentari dello stesso colore, sono idonei in percentuale molto maggiore. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2005-2006. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Raffaele Dell’Anna. Principe del Foro di Lecce. Sono stato bocciato. Addirittura i Commissari dettavano gli elaborati ai candidati. Gente che copiava dai testi. Gente che copiava dai palmari. Le valutazioni delle 7 Sottocommissioni veneziane non sono state omogenee, se non addirittura contrastanti nei giudizi. Il Tar di Salerno, Ordinanza n.1474/2006, conforme al Tar di Lecce, Milano e Firenze, dice che l’esame forense è truccato. I Tar stabiliscono che i compiti non sono corretti perché non vi è stato tempo sufficiente, perché non vi sono correzioni,  perché mancano le motivazioni ai giudizi, perché i giudizi sono contrastanti, anche in presenza di compiti copiati e non annullati. Si è presentata l’ulteriore denuncia a Trento e a Potenza. Tutto lettera morta.

Sessione d’esame d’avvocato 2006-2007. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Giangaetano Caiaffa. Principe del Foro di Lecce. Presente l’Ispettore Ministeriale Vito Nanna. I posti a sedere, negli anni precedenti assegnati in ordine alfabetico, in tale sessione non lo sono più, tant’è che si sono predisposti illecitamente gruppi di ricerca collettiva. Nei giorni 12,13,14 dicembre, a dispetto dell’orario di convocazione delle ore 07.30, si sono letti i compiti rispettivamente alle ore 11.45, 10.45, 11.10. Molte ore dopo rispetto alle ore 09.00 delle altre Commissioni d’esame. Troppo tardi, giusto per agevolare la dettatura dei compiti tramite cellulari, in virtù della conoscenza sul web delle risposte ai quesiti posti. Commissione di correzione degli scritti è Palermo. Per ritorsione conseguente alle mie lotte contro i concorsi forensi truccati e lo sfruttamento dei praticanti, con omissione di retribuzione ed evasione fiscale e contributiva, dopo 9 anni di bocciature ritorsive all’esame forense e ottimi pareri resi, quest’anno mi danno 15, 15, 18 per i rispettivi elaborati, senza correzioni e motivazioni: è il minimo. Da dare solo a compiti nulli. La maggior parte degli idonei è leccese, in concomitanza con le elezioni amministrative, rispetto ai tarantini ed ai brindisini. Tramite le televisioni e i media nazionali si promuove un ricorso collettivo da presentare ai Tar di tutta Italia contro la oggettiva invalidità del sistema giudiziale rispetto alla totalità degli elaborati nel loro complesso: per mancanza, nelle Sottocommissioni di esame, di tutte le componenti professionali necessarie e, addirittura, del Presidente nominato dal Ministero della Giustizia; per giudizio con motivazione mancante, o illogica rispetto al quesito, o infondata per mancanza di glosse o correzioni, o incomprensibile al fine del rimedio alla reiterazione degli errori; giudizio contrastante a quello reso per elaborati simili; giudizio non conforme ai principi di correzione; giudizio eccessivamente severo; tempo di correzione insufficiente. Si presenta esposto penale contro le commissioni di  Palermo, Lecce, Bari, Venezia, presso le Procure di Taranto, Lecce, Potenza, Palermo, Caltanissetta, Bari, Venezia, Trento. Il Pubblico Ministero di Palermo archivia immediatamente, iscrivendo il procedimento a carico di ignoti, pur essendoci chiaramente indicati i 5 nomi dei Commissari d’esame denunciati. I candidati di Lecce disertano in modo assoluto l’iniziativa del ricorso al Tar. Al contrario, in altre Corti di Appello vi è stata ampia adesione, che ha portato a verificare, comparando, modi e tempi del sistema di correzione. Il tutto a confermare le illegalità perpetrate, che rimangono impunite.

Sessione d’esame d’avvocato 2007-2008. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Massimo Fasano, Principe del Foro di Lecce. Addirittura uno scandalo nazionale ha sconvolto le prove scritte: le tracce degli elaborati erano sul web giorni prima rispetto alla loro lettura in sede di esame. Le risposte erano dettate da amici e parenti sul cellulare e sui palmari dei candidati. Circostanza da sempre esistita e denunciata dal sottoscritto nell’indifferenza generale. Questa volta non sono solo. Anche il Sottosegretario del Ministero dell’Interno, On. Alfredo Mantovano, ha presentato denuncia penale e una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia, chiedendo la nullità della prova, così come è successo per fatto analogo a Bari, per i test di accesso alla Facoltà di Medicina. Anche per lui stesso risultato: insabbiamento dell’inchiesta.

Sessione d’esame d’avvocato 2008-2009. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Pietro Nicolardi, Principe del Foro di Lecce. E’ la undicesima volta che mi presento a rendere dei pareri legali. Pareri legali dettati ai candidati dagli stessi commissari o dai genitori sui palmari. Pareri resi su tracce già conosciute perché pubblicate su internet o perché le buste sono aperte ore dopo rispetto ad altre sedi, dando il tempo ai candidati di farsi passare il parere sui cellulari. Pareri di 5 o 6 pagine non letti e corretti, ma dichiarati tali in soli 3 minuti, nonostante vi fosse l’onere dell’apertura di 2 buste, della lettura, della correzione, del giudizio, della motivazione e della verbalizzazione. Il tutto fatto da commissioni illegittime, perché mancanti dei componenti necessari e da giudizi nulli, perché mancanti di glosse, correzioni e motivazioni. Il tutto fatto da commissioni che limitano l’accesso e da commissari abilitati alla professione con lo stesso sistema truccato. Da quanto emerge dal sistema concorsuale forense, vi è una certa similitudine con il sistema concorsuale notarile e quello giudiziario e quello accademico, così come le cronache del 2008 ci hanno informato. Certo è che se nulla hanno smosso le denunce del Ministro dell’Istruzione, Gelmini, lei di Brescia costretta a fare gli esami a Reggio Calabria, e del Sottosegretario al Ministero degli Interni, Mantovano, le denunce insabbiate dal sottoscritto contro i concorsi truccati, mi porteranno, per ritorsione, ad affrontare l’anno prossimo per la dodicesima volta l’esame forense, questa volta con mio figlio Mirko. Dopo essere stato bocciato allo scritto dell’esame forense per ben 11 volte, che ha causato la mia indigenza ho provato a visionare i compiti, per sapere quanto fossi inetto. Con mia meraviglia ho scoperto che il marcio non era in me. La commissione esaminatrice di Reggio Calabria era nulla, in quanto mancante di una componente necessaria. Erano 4 avvocati e un magistrato. Mancava la figura del professore universitario. Inoltre i 3 temi, perfetti in ortografia, sintassi e grammatica, risultavano visionati e corretti in soli 5 minuti, compresi i periodi di apertura di 6 buste e il tempo della consultazione, valutazione ed estensione del giudizio. Tempo ritenuto insufficiente da molti Tar. Per questi motivi, senza entrare nelle tante eccezioni da contestare nel giudizio, compresa la comparazione di compiti identici, valutati in modo difforme, si appalesava la nullità assoluta della decisione della commissione, già acclarata da precedenti giurisprudenziali. Per farmi patrocinare, ho provato a rivolgermi ad un principe del foro amministrativo di Lecce. Dal noto esponente politico non ho meritato risposta. Si è di sinistra solo se si deve avere, mai se si deve dare. L’istanza di accesso al gratuito patrocinio presentata personalmente, dopo settimane, viene rigettata. Per la Commissione di Lecce c’è indigenza, ma non c’è motivo per il ricorso!!! Nel processo amministrativo si rigettano le istanze di ammissione al gratuito patrocinio per il ricorso al Tar per mancanza di “fumus”: la commissione formata ai sensi della finanziaria 2007 (Governo Prodi) da 2 magistrati del Tar e da un avvocato, entra nel merito, adottando una sentenza preventiva senza contraddittorio, riservandosi termini che rasentano la decadenza per il ricorso al Tar.

Sessione d’esame d’avvocato 2009-2010. Tutto come prima. Presidente di Commissione Avv. Angelo Pallara, Principe del Foro di Lecce. Nella sua sessione, nonostante i candidati fossero meno della metà degli altri anni, non ci fu notifica postale dell’ammissione agli esami. E’ la dodicesima volta che mi presento. Questa volta con mio figlio Mirko. Quantunque nelle sessioni precedenti i miei compiti non fossero stati corretti e comunque giudicate da commissioni illegittime, contro le quali mi è stato impedito il ricorso al Tar. Le mie denunce penali presentate a Lecce, Potenza, Catanzaro, Reggio Calabria, e i miei esposti ministeriali: tutto lettera morta. Alle mie sollecitazioni il Governo mi ha risposto: hai ragione, provvederemo. Il provvedimento non è mai arrivato.  Intanto il Ministro della Giustizia nomina ispettore ministeriale nazionale per questa sessione, come negli anni precedenti, l’avv. Antonio De Giorgi, già Presidente di commissione di esame di Lecce, per gli anni 1998-99, 2000-01, 2001-02, e ricoprente l’incarico di presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce. Insomma è tutta una presa in giro: costui con la riforma del 2003 è incompatibile a ricoprire l’incarico di presidente di sottocommissione, mentre, addirittura, viene nominato ispettore su un concorso che, quando lui era presidente, veniva considerato irregolare. Comunque è di Avetrana (TA) l’avvocato più giovane d’Italia. Il primato è stabilito sul regime dell’obbligo della doppia laurea. 25 anni. Mirko Giangrande, classe 1985. Carriera scolastica iniziata direttamente con la seconda elementare; con voto 10 a tutte le materie al quarto superiore salta il quinto ed affronta direttamente la maturità. Carriera universitaria nei tempi regolamentari: 3 anni per la laurea in scienze giuridiche; 2 anni per la laurea magistrale in giurisprudenza. Praticantato di due anni e superamento dell’esame scritto ed orale di abilitazione al primo colpo, senza l’ausilio degli inutili ed onerosi corsi pre esame organizzati dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Et Voilà, l’avvocato più giovane d’Italia. Cosa straordinaria: non tanto per la giovane età, ma per il fatto che sia avvenuta contro ogni previsione, tenuto conto che Mirko è figlio di Antonio Giangrande, noto antagonista della lobby forense e della casta giudiziaria ed accademica. Ma nulla si può contro gli abusi e le ritorsioni, nonostante che ogni anno in sede di esame tutti coloro che gli siedono vicino si abilitano con i suoi suggerimenti. Volontariato da educatore presso l’oratorio della parrocchia di Avetrana, e volontariato da assistente e consulente legale presso l’Associazione Contro Tutte le Mafie, con sede nazionale proprio ad Avetrana, fanno di Mirko Giangrande un esempio per tanti giovani, non solo avetranesi. Questo giustappunto per evidenziare una notizia positiva attinente Avetrana, in alternativa a quelle sottaciute ed alle tante negative collegate al caso di Sarah Scazzi. L’iscrizione all’Albo compiuta a novembre nonostante l’abilitazione sia avvenuta a settembre, alla cui domanda con allegati l’ufficio non rilascia mai ricevuta, è costata in tutto la bellezza di 650 euro tra versamenti e bolli. Ingenti spese ingiustificate a favore di caste-azienda, a cui non corrispondono degni ed utili servizi alle migliaia di iscritti. Oltretutto oneri non indifferenti per tutti i neo avvocati, che non hanno mai lavorato e hanno sopportato con sacrifici e privazioni ingenti spese per anni di studio. Consiglio dell’Ordine di Taranto che, come riportato dalla stampa sul caso Sarah Scazzi, apre un procedimento contro i suoi iscritti per sovraesposizione mediatica, accaparramento illecito di cliente e compravendita di atti ed interviste (Galoppa, Russo e Velletri) e nulla dice, invece, contro chi, avvocati e consulenti, si è macchiato delle stesse violazioni, ma che, venuto da lontano, pensa che Taranto e provincia sia terra di conquista professionale e tutto possa essere permesso. Figlio di famiglia indigente ed oppressa: il padre, Antonio Giangrande, perseguitato (abilitazione forense impedita da 12 anni; processi, senza condanna, di diffamazione a mezzo stampa per articoli mai scritti e di calunnia per denunce mai presentate in quanto proprio le denunce presentate sono regolarmente insabbiate; dibattimenti in cui il giudice è sempre ricusato per grave inimicizia perché denunciato). Perseguitato perché noto antagonista del sistema giudiziario e forense tarantino, in quanto combatte e rende note le ingiustizie e gli abusi in quel che viene definito “Il Foro dell’Ingiustizia”. (insabbiamenti; errori giudiziari noti: Morrone, Pedone, Sebai; magistrati inquisiti e arrestati). Perseguitato perché scrive e dice tutto quello che si tace.

Sessione d’esame d’avvocato 2010-2011. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Maurizio Villani, Principe del Foro di Lecce. Compresa la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo. Presente anche il Presidente della Commissione Centrale Avv. Antonio De Giorgi, contestualmente componente del Consiglio Nazionale Forense, in rappresentanza istituzionale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di Appello di Lecce. Tutto verificabile dai siti web di riferimento. Dubbi e critica sui modi inopportuni di nomina. Testo del Decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense, è convertito in legge con le modificazioni coordinate con la legge di conversione 18 Luglio 2003, n. 180: “Art. 1-bis: ….5. Il Ministro della giustizia nomina per la commissione e per ogni sottocommissione il presidente e il vicepresidente tra i componenti avvocati. I supplenti intervengono nella commissione e nelle sottocommissioni in sostituzione di qualsiasi membro effettivo. 6. Gli avvocati componenti della commissione e delle sottocommissioni sono designati dal Consiglio nazionale forense, su proposta congiunta dei consigli dell'ordine di ciascun distretto, assicurando la presenza in ogni sottocommissione, a rotazione annuale, di almeno un avvocato per ogni consiglio dell'ordine del distretto. Non possono essere designati avvocati che siano membri dei consigli dell'ordine…”. Antonio De Giorgi è un simbolo del vecchio sistema ante riforma, ampiamente criticato tanto da riformarlo a causa della “Mala Gestio” dei Consiglieri dell’Ordine in ambito della loro attività come Commissari d’esame. Infatti Antonio De Giorgi è stato a fasi alterne fino al 2003 Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce e contestualmente Presidente di sottocommissioni di esame di quel Distretto. Oggi ci ritroviamo ancora Antonio De Giorgi, non più come Presidente di sottocommissione, ma addirittura come presidente della Commissione centrale. La norma prevede, come membro di commissione e sottocommissione, la nomina di avvocati, ma non di consiglieri dell’Ordine. Come intendere la carica di consigliere nazionale forense indicato dal Consiglio dell’Ordine di Lecce, se non la sua estensione istituzionale e, quindi, la sua incompatibilità alla nomina di Commissario d’esame. E quantunque ciò non sia vietato dalla legge, per la ratio della norma e per il buon senso sembra inopportuno che, come presidente di Commissione centrale e/o sottocommissione periferica d’esame, sia nominato dal Ministro della Giustizia non un avvocato designato dal Consiglio Nazionale Forense su proposta dei Consigli dell'Ordine, ma addirittura un membro dello stesso Consiglio Nazionale Forense che li designa. Come è inopportuno che sia nominato chi sia l’espressione del Consiglio di appartenenza e comunque che sia l’eredità di un sistema osteggiato. Insomma, qui ci stanno prendendo in giro: si esce dalla porta e si entra dalla finestra. Cosa può pensare un candidato che si sente dire dai presidenti Villani e De Giorgi, siamo 240 mila e ci sono quest’anno 23 mila domande, quindi ci dobbiamo regolare? Cosa può pensare Antonio Giangrande, il quale ha denunciato negli anni le sottocommissioni comprese quelle presiedute da Antonio De Giorgi (sottocommissioni a cui ha partecipato come candidato per ben 13 anni e che lo hanno bocciato in modo strumentale), e poi si accorge che il De Giorgi, dopo la riforma è stato designato ispettore ministeriale, e poi, addirittura, è diventato presidente della Commissione centrale? Cosa può pensare Antonio Giangrande, quando verifica che Antonio De Giorgi, presidente anche delle sottocommissioni denunciate, successivamente ha avuto rapporti istituzionali con tutte le commissioni d’esame sorteggiate, competenti a correggere i compiti di Lecce e quindi anche del Giangrande? "A pensare male, spesso si azzecca..." disse Giulio Andreotti. Nel procedimento 1240/2011, in cui si sono presentati ben 8 motivi di nullità dei giudizi (come in allegato), il TAR rigetta il ricorso del presente istante, riferendosi alla sentenza della Corte Costituzionale, oltre ad addurre, pretestuosamente, motivazioni estranee ai punti contestati (come si riscontra nella comparazione tra le conclusioni e il dispositivo in allegato). Lo stesso TAR, invece, ha disposto la misura cautelare per un ricorso di altro candidato che contestava un solo motivo, (procedimento 746/2009). Addirittura con ordinanza 990/2010 accoglieva l’istanza cautelare entrando nel merito dell’elaborato. Ordinanza annullata dal Consiglio di Stato, sez. IV, 22 febbraio 2011, n. 595. TENUTO CONTO CHE IN ITALIA NON VI E' GIUSTIZIA SI E' PRESENTATO RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI. Qui si rileva che la Corte di Cassazione, nonostante la fondatezza della pretesa, non ha disposto per motivi di Giustizia e di opportunità la rimessione dei processi dell’istante ai sensi dell’art. 45 ss. c.p.p.. Altresì qui si rileva che la Corte di Cassazione, sistematicamente, rigetta ogni istanza di rimessione da chiunque sia presentata e qualunque ne sia la motivazione. Inoltre qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità ed efficienza.

Sessione d’esame d’avvocato 2011-2012. Tutto come prima. Spero che sia l'ultima volta. Presidente di Commissione, Avv. Nicola Stefanizzo, Principe del Foro di Lecce. Foro competente alla correzione: Salerno. Dal sito web della Corte d’Appello di Lecce si vengono a sapere le statistiche dell'anno 2011: Totale Candidati iscritti 1277 di cui Maschi 533 Femmine 744. Invece le statistiche dell'anno 2010: Totale Candidati inscritti 1161 di cui Maschi 471 Femmine 690. Ammessi all'orale 304; non Ammessi dalla Commissione di Palermo 857 (74%). Si è presentata denuncia penale a tutte le procure presso le Corti d'Appello contro le anomalie di nomina della Commissione centrale d'esame, oltre che contro la Commissione di Palermo, in quanto questa ha dichiarato falsamente come corretti i compiti del Dr Antonio Giangrande, dando un 25 senza motivazione agli elaborati non corretti. Contestualmente si è denunciato il Tar di Lecce che ha rigettato il ricorso indicanti molteplici punti di nullità al giudizio dato ai medesimi compiti. Oltretutto motivi sostenuti da corposa giurisprudenza. Invece lo stesso Tar ha ritenuto ammissibili le istanze di altri ricorsi analoghi, per giunta valutando il merito degli stessi elaborati. Antonio Giangrande, l’alfiere contro i concorsi truccati, che per gli ipocriti è un mitomane sfigato, presenta il conto. Anzi il rendiconto di un'Italia da schifo dove tutti si ergono a benpensanti e poi sono i primi a fottere la legge ed i loro conterranei. Un giudizio sull’operato di un certo giornalismo lo debbo proprio dare, tenuto conto che è noto il mio giudizio su un sistema di potere che tutela se stesso, indifferente ai cambiamenti sociali ed insofferente nei confronti di chi si ribella. Da anni sui miei siti web fornisco le prove su come si trucca un concorso pubblico, nella fattispecie quello di avvocato, e su come si paga dazio nel dimostrarlo. Nel tempo la tecnica truffaldina, di un concorso basato su regole di un millennio fa, si è affinata trovando sponda istituzionale. La Corte Costituzionale il 7 giugno 2011, con sentenza n. 175, dice: è ammesso il giudizio non motivato, basta il voto. Alla faccia della trasparenza e del buon andamento e della legalità. Insomma dove prima era possibile contestare ora non lo è più. D'altronde la Cassazione ammette: le commissioni sbagliano ed il Tar può sindacare i loro giudizi. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. L’essere omertosi sulla cooptazione abilitativa di una professione od incarico, mafiosamente conforme al sistema, significa essere complici e quindi poco credibili agli occhi dei lettori e telespettatori, che, come dalla politica, si allontana sempre più da un certo modo di fare informazione. Il fatto che io non trovi solidarietà e sostegno in chi dovrebbe raccontare i fatti, mi lascia indifferente, ma non silente sul malaffare che si perpetra intorno a me ed è taciuto da chi dovrebbe raccontarlo. Premiale è il fatto che i miei scritti sono letti in tutto il mondo, così come i miei video, in centinaia di migliaia di volte al dì, a differenza di chi e censorio. Per questo è ignorato dal cittadino che ormai, in video o in testi, non trova nei suoi servizi giornalistici la verità, se non quella prona al potere. Dopo 15 anni, dal 1998 ancora una volta bocciato all’esame di avvocato ed ancora una volta a voler trovare sponda per denunciare una persecuzione. Non perché voglia solo denunciare l’esame truccato per l’abilitazione in avvocatura, di cui sono vittima, ma perché lo stesso esame sia uguale a quello della magistratura (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni), del notariato (tracce già svolte), dell’insegnamento accademico (cattedra da padre in figlio) e di tanti grandi e piccoli concorsi nazionali o locali. Tutti concorsi taroccati, così raccontati dalla cronaca divenuta storia. Per ultimo si è parlato del concorso dell’Agenzia delle Entrate (inizio dell’esame con ore di ritardo e con il compito già svolto) e del concorso dell’Avvocatura dello Stato (con i codici commentati vietati, ma permessi ad alcuni). A quest’ultimi candidati è andata anche peggio rispetto a me: violenza delle Forze dell’Ordine sui candidati che denunciavano l’imbroglio. Non che sia utile trovare una sponda che denunci quanto io sostengo con prove, tanto i miei rumors fanno boato a sè, ma si appalesa il fatto che vi è una certa disaffezione per quelle categorie che giornalmente ci offrono con la cronaca il peggio di sé: censura ed omertà. Per qualcuno forse è meglio che a me non sia permesso di diventare avvocato a cause delle mie denunce presentate a chi, magistrato, oltre che omissivo ad intervenire, è attivo nel procrastinare i concorsi truccati in qualità di commissari. Sia chiaro a tutti: essere uno dei 10mila magistrati, uno dei 200mila avvocati, uno dei mille parlamentari, uno dei tanti professori o giornalisti, non mi interessa più, per quello che è il loro valore reale, ma continuerò a partecipare al concorso forense per dimostrare dall’interno quanto sia insano. Chi mi vuol male, per ritorsione alle mie lotte, non mi fa diventare avvocato, ma vorrebbe portarmi all’insana esasperazione di Giovanni Vantaggiato, autore della bomba a Brindisi. Invece, questi mi hanno fatto diventare l’Antonio Giangrande: fiero di essere diverso! Antonio Giangrande che con le sue deflagrazioni di verità, rompe l’omertà mafiosa. L’appoggio per una denuncia pubblica non lo chiedo per me, che non ne ho bisogno, ma una certa corrente di pensiero bisogna pur attivarla, affinché l’esasperazione della gente non travolga i giornalisti, come sedicenti operatori dell’informazione, così come già avvenuto in altri campi. E gli operatori dell’informazione se non se ne sono accorti, i ragazzi di Brindisi sono stati lì a ricordarglielo. Si è visto la mafia dove non c’è e non la si indica dove è chiaro che si annida. Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.). Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti). La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo. Quindi abolizione dei concorsi truccati e liberalizzazione delle professioni. Che sia il libero mercato a decidere chi merita di esercitare la professione in base alle capacità e non in virtù della paternità o delle amicizie. Un modo per poter vincere la nostra battaglia ed abolire ogni esame truccato di abilitazione, c'è! Essere in tanti a testimoniare il proprio dissenso. Ognuno di noi, facente parte dei perdenti, inviti altri ad aderire ad un movimento di protesta, affinchè possiamo essere migliaia e contare politicamente per affermare la nostra idea. Generalmente si è depressi e poco coraggiosi nell'affrontare l'esito negativo di un concorso pubblico. Se già sappiamo che è truccato, vuol dire che la bocciatura non è a noi addebitale. Cambiamo le cose, aggreghiamoci, contiamoci attraverso facebook. Se siamo in tanti saremo appetibili e qualcuno ci rappresenterà in Parlamento. Altrimenti ci rappresenteremo da soli. Facciamo diventare questo dissenso forte di migliaia di adesioni. Poi faremo dei convegni e poi delle manifestazioni. L'importante far sapere che il candidato perdente non sarà mai solo e potremo aspirare ad avere una nuova classe dirigente capace e competente.

Sessione d’esame d’avvocato 2012-2013. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Francesco Flascassovitti, Principe del Foro di Lecce, il quale ha evitato la transumanza di candidati da un'aula all'altra per fare gruppo con una semplice soluzione: il posto assegnato. Ma ciò non ha evitato l’espulsione di chi è stato scoperto a copiare da fonti non autorizzate o da compiti stilati forse da qualche commissario, oppure smascherato perché scriveva il tema sotto dettatura da cellulare munito di auricolare. Peccato per loro che si son fatti beccare. Tutti copiavano, così come hanno fatto al loro esame gli stessi commissari che li hanno cacciati. Ed è inutile ogni tentativo di apparir puliti. Quattromila aspiranti avvocati si sono presentati alla Nuova Fiera di Roma per le prove scritte dell'esame di abilitazione forense 2012. I candidati si sono presentati all'ingresso del secondo padiglione della Fiera sin dalle prime ore del mattino, perchè a Roma c'è l'obbligo di consegnare i testi il giorno prima, per consentire alla commissione di controllare che nessuno nasconda appunti all'interno. A Lecce sono 1.341 i giovani (e non più giovani come me) laureati in Giurisprudenza. Foro competente alla correzione: Catania. Un esame di Stato che è diventato un concorso pubblico, dove chi vince, vince un bel niente. Intanto il mio ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro la valutazione insufficiente data alle prove scritte della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione, non ha prodotto alcun giudizio, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito del ricorso, a ben altre due sessioni successive, il cui esito è identico ai 15 anni precedenti: compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar è stati costretti di presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Dall’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Ormai l’esame lo si affronta non tanto per superarlo, in quanto dopo 15 anni non vi è più soddisfazione, dopo una vita rovinata non dai singoli commissari, avvocati o magistrati o professori universitari, che magari sono anche ignari su come funziona il sistema, ma dopo una vita rovinata da un intero sistema mafioso, che si dipinge invece, falsamente, probo e corretto, ma lo si affronta per rendere una testimonianza ai posteri ed al mondo. Per raccontare, insomma, una realtà sottaciuta ed impunita. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992. Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.  A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi, tanto chi mi conosce sa cosa faccio anche per l’Italia e per la sua città. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. A questo punto mi devono spiegare cosa centra, per esempio, la siciliana Anna Finocchiaro con la Puglia e con Taranto in particolare. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da venti anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presento l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei miei compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il mio ricorso va rigettato, ma devono spiegare non a me, ma a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal sottoscritto e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti? QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME? Ogni anno a dicembre c’è un evento che stravolge la vita di molte persone. Il Natale? No! L’esame di avvocato che si svolge presso ogni Corte di Appello ed affrontato da decine di migliaia di candidati illusi. La domanda sorge spontanea: c’è da fidarsi delle commissioni dei concorsi pubblici o degli esami di Stato? «Dai dati emersi da uno studio effettuato: per nulla!». Così opina Antonio Giangrande, lo scrittore, saggista e sociologo storico, che sul tema ha scritto un libro “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. L’Italia dei concorsi e degli esami pubblici truccati” tratto dalla collana editoriale “L’ITALIA DEL TRUCCO, L’ITALIA CHE SIAMO”. E proprio dalle tracce delle prove di esame che si inizia. Appunto. Sbagliano anche le tracce della Maturità. “Le parole sono importanti”, urlava Nanni Moretti nel film Palombella Rossa alla giornalista che, senza successo, provava a intervistarlo. E’ proprio dalla commissione dell’esame di giornalismo partiamo e dalle tracce da queste predisposte. Giusto per saggiare la sua preparazione. La commissione è quella ad avere elaborato le tracce d’esame. In particolare due magistrati (scelti dalla corte d’appello di Roma) e cinque giornalisti professionisti. Ne dà conto il sito de l’Espresso, che pubblica sia i documenti originali consegnati ai candidati, sia la versione degli stessi per come appare sul sito dell’Ordine, cioè con le correzioni (a penna) degli errori. Ossia: “Il pubblico ministero deciderà se convalidare o meno il fermo”. Uno strafalcione: compito che spetta al giudice delle indagini preliminari. Seguono altre inesattezze come il cognome del pm (che passa da Galese a Galesi) e una citazione del regista Carlo Lizzani, in cui “stacco la chiave” diventa “stacco la spina”. Sarà per questo che Indro Montanelli decise di non affrontare l’esame e Milena Gabanelli di non riaffrontarlo? Sarà per questo che Paolo Mieli è stato bocciato? E che dire di Aldo Busi il cui compito respinto era considerato un capolavoro e ricercato a suon di moneta? È in buona compagnia la signora Gabanelli & Company. Infatti si racconta che anche Alberto Moravia fu bocciato all’esame da giornalista professionista. Poco male. Sono le eccezioni che confermano la regola. Non sono gli esami giudicate da siffatte commissioni che possono attribuire patenti di eccellenza. Se non è la meritocrazia ha fare leva in Italia, sono i mediocri allora a giudicare. Ed a un lettore poco importa sapere se chi scrive ha superato o meno l'esame di giornalismo. Peccato che per esercitare una professione bisogna abilitarsi ed anche se eccelsi non è facile che i mediocri intendano l'eccellenza. L’esperienza e il buon senso, come sempre, sono le qualità fondamentali che nessuno (pochi) può trasmettere o sa insegnare. Del resto, si dice che anche Giuseppe Verdi fu bocciato al Conservatorio e che Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio non si erano mai laureati. Che dire delle Commissioni di esame di avvocato. Parliamo della sessione 2012. Potremmo parlarne per le sessioni passate, ma anche per quelle future: tanto in questa Italia le cose nefaste sono destinate a durare in eterno. A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65% a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Oltretutto l’arbitrio non si motiva nemmeno rilasciando i compiti corretti immacolati. Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più? Eppure c’è chi queste commissioni li sputtana. TAR Lecce: esame forense, parti estratte da un sito? Legittimo se presenti in un codice commentato. È illegittimo l’annullamento dell’elaborato dell’esame di abilitazione forense per essere alcune parti estratte da un sito, se tali parti sono presenti all’interno di un codice commentato. (Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce – Sezione Prima, Ordinanza 19 settembre 2013, n. 465). E’ lo stesso Tar Catania che bacchetta la Commissione d’esame di Avvocato della stessa città Esame di avvocato...Copiare non sempre fa rima con annullare - TAR CATANIA ordinanza n. 1300/2010. Esame avvocato: Qualora in sede di correzione dell'elaborato si accerta che il lavoro sia in tutto o in parte copiato da altro elaborato  o da qualche manuale, per condurre all’annullamento della prova, deve essere esatto e rigoroso. Tale principio di diritto è desumibile dall’ordinanza in rassegna n. 1300/2010 del TAR Catania che ha accolto l’istanza cautelare connessa al ricorso principale avanzata avverso la mancata ammissione del ricorrente alla prova orale dell’esame di avvocato. In particolare, per il Tar etneo “il ricorso appare fondato, in quanto la Commissione si è limitata ad affermare apoditticamente che il compito di diritto penale della ricorrente conteneva “ampi passi del tutto identici all’elaborato di penale contenuto” in altra busta recante il n. 459 senza alcuna specificazione, anche sul compito, che consenta di appurare che questa presunta “identità” vada oltre la semplice preparazione sui medesimi testi, o la consultazione dei medesimi codici”. Per il TAR siciliano, inoltre, “l’elaborato di penale del candidato contraddistinto dal n. 459 era stato corretto da una diversa sottocommissione durante la seduta del 19 marzo 2010, e tale elaborato non risulta essere stato parimenti annullato”. E a sua volta è la stessa Commissione d’esame di Avvocato di Lecce ad essere sgamata. Esami di avvocato. Il Tar di Salerno accoglie i ricorsi dei bocciati. I ricorsi accolti sono già decine, più di trenta soltanto nella seduta di giovedì 24 ottobre 2013, presentati da aspiranti avvocati bocciati alle ultime prove scritte da un giudizio che il Tar ha ritenuto illegittimo in quanto non indica i criteri sui cui si è fondato. Il Tribunale amministrativo sta quindi accogliendo le domande cautelari, rinviando al maggio del 2014 il giudizio di merito ma indicando, per sanare il vizio, una nuova procedura da affidare a una commissione diversa da quella di Lecce che ha deciso le bocciature. Il numero dei bocciati, reso noto lo scorso giugno 2013, fu altissimo. Soltanto 366 candidati, su un totale di 1.125, passarono le forche caudine dello scritto e furono ammessi alle prove orali. Una percentuale del 32,53: quasi 17 punti in meno del 49,16 registrato alla sessione dell’anno precedente. Numeri, questi ultimi, in linea con una media che, poco più o poco meno, si è attestata negli ultimi anni sull’ammissione della metà dei partecipanti. Nel 2012, invece, la ghigliottina è caduta sul 64,09 per cento degli esaminandi. In numeri assoluti i bocciati furono 721, a cui vanno aggiunti i 38 compiti (3,38 per cento) annullati per irregolarità come il rinvenimento di svolgimenti uguali. Adesso una parte di quelle persone ha visto accogliere dal Tar i propri ricorsi. I criteri usati dai commissari per l’attribuzione del punteggio, hanno spiegato i giudici, «non si rinvengono né nei criteri generali fissati dalla Commissione centrale né nelle ulteriori determinazioni di recepimento e di specificazione della Sottocommissione locale». La valutazione, quindi, «deve ritenersi l'illegittima». Che ne sarà di tutti coloro che quel ricorso non lo hanno presentato. Riproveranno l’esame e, forse, saranno più fortunati. Anche perché vatti a fidare dei Tar. Ci si deve chiedere: se il sistema permette da sempre questo stato di cose con il libero arbitrio in tema di stroncature dei candidati, come mai solo il Tar di Salerno, su decine di istituzioni simili, vi ha posto rimedio? Esami di Stato: forche caudine, giochi di prestigio o giochi di azzardo? Certo non attestazione di merito. Sicuramente nell’affrontare l’esame di Stato di giornalismo sarei stato bocciato per aver, questo articolo, superato le 45 righe da 60 caratteri, ciascuna per un totale di 2.700 battute, compresi gli spazi. Così come previsto dalle norme. Certamente, però, si leggerà qualcosa che proprio i giornalisti professionisti preferiscono non dire: tutte le commissioni di esame sono inaffidabili, proprio perché sono i mediocri a giudicare, in quanto in Italia sono i mediocri a vincere ed a fare carriera!

Sessione d’esame d’avvocato 2013-2014. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Covella, Principe del Foro di Lecce. Presidente coscienzioso e preparato. Compiti come sempre uguali perché la soluzione la forniva il commissario, il compagno di banco od i testi non autorizzati.  Naturalmente anche in questa sessione un altro tassello si aggiunge ad inficiare la credibilità dell’esame forense. "La S.V. ha superato le prove scritte e dovrà sostenere le prove orali dinanzi alla Sottocommissione". "Rileviamo che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali". Due documenti, il secondo contraddice e annulla il primo (che è stato un errore), sono stati inviati dalla Corte di Appello di Lecce ad alcuni partecipanti alla prova d’esame per diventare avvocato della tornata 2013, sostenuta nel dicembre scorso. Agli esami di avvocato della Corte di Appello di Lecce hanno partecipato circa mille praticanti avvocati e gli elaborati sono stati inviati per la correzione alla Corte di Appello di Palermo. (commissari da me denunciati per concorsi truccati già in precedente sessione). L’errore ha provocato polemiche e critiche sul web da parte dei candidati. La vicenda sembra avere il sapore di una beffa travestita da caos burocratico, ma non solo. Che in mezzo agli idonei ci siano coloro che non debbano passare e al contrario tra gli scartati ci siano quelli da far passare? E lì vi è un dubbio che assale i malpensanti. Alle 17 del 19 giugno nella posta di alcuni candidati (nell’Intranet della Corte di Appello) è arrivata una comunicazione su carta intestata della stessa Corte di Appello, firmata dal presidente della commissione, avvocato Luigi Covella, con la quale si informava di aver superato "le prove scritte" fissando anche le date nelle quali sostenere le prove orali, con la prima e la seconda convocazione. Tre ore dopo, sul sito ufficiale corteappellolecce.it, la smentita con una breve nota. "Rileviamo – è scritto – che sono state erroneamente immesse nel sistema le comunicazioni relative all’esito delle prove scritte e le convocazioni per le prove orali. Le predette comunicazioni e convocazioni non hanno valore legale in quanto gli esiti delle prove scritte non sono stati ancora pubblicati in forma ufficiale. Gli esiti ufficiali saranno resi pubblici a conclusione delle operazioni di inserimento dei dati nel sistema, attualmente ancora in corso". Sui forum animati dai candidati sul web è scoppiata la protesta e in tanti si sono indignati. "Vergogna", scrive Rosella su mininterno.net. "Quello che sta accadendo non ha precedenti. Mi manca soltanto sapere di essere stato vittima di uno scherzo!", puntualizza Pier. Un candidato che si firma Sicomor: "un classico in Italia... divertirsi sulla sorte della povera gente! poveri noi!". Un altro utente attacca: "Si parano il c... da cosa? L’anno scorso i risultati uscirono il venerdì sera sul profilo personale e poi il sabato mattina col file pdf sul sito pubblico della Corte! La verità è che navighiamo in un mare di poca professionalità e con serietà pari a zero!". Frank aggiunge: "Ma come è possibile una cosa simile stiamo parlando di un concorso!". Il pomeriggio di lunedì 23 giugno 2014 sono stati pubblicati i nomi degli idonei all’orale. Quelli “giusti”, questa volta. E dire che trattasi della Commissione d’esame di Palermo da me denunciata e della commissione di Lecce, da me denunciata. Che consorteria tra toghe forensi e giudiziarie. Sono 465 i candidati ammessi alla prova orale presso la Corte di Appello di Lecce. E' quanto si apprende dalla comunicazione 21 giugno 2013 pubblicata sul sito della Corte di Appello di Lecce. Il totale dei partecipanti era di 1.258 unità: la percentuale degli ammessi risulta pertanto pari al 36,96%. Una percentuale da impedimento all’accesso. Percentuale propria delle commissioni d’esame di avvocato nordiste e non dell’insulare Palermo. Proprio Palermo. Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Sessione d’esame d’avvocato 2014-2015. Tutto come prima. Presidente di Commissione, Avv. Francesco De Jaco, Principe del Foro di Lecce. Presidente coscienzioso e preparato. Compiti come sempre uguali perché la soluzione la forniva il commissario, il compagno di banco od i testi non autorizzati. Sede di Corte d’appello sorteggiata per la correzione è Brescia. Mi tocca, non come il ministro Gelmini che da Brescia ha scelto Reggio Calabria, dopo ben 12 anni dalla laurea conseguita a Milano. In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere tra fare l’esame a Brescia o scendere giù in Calabria, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Io dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a lui di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza. Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. A Bari avrebbero tentato di agevolare la prova d'esame di cinque aspiranti avvocati ma sono stati bloccati e denunciati dai Carabinieri, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È accaduto nella Fiera del Levante di Bari dove è in corso da tre giorni l'esame di abilitazione professionale degli avvocati baresi. In circa 1500 hanno sostenuto le prove scritte in questi giorni ma oggi, ultimo giorno degli scritti, i Carabinieri sono intervenuti intercettando una busta contenente i compiti diretti a cinque candidati. Un dipendente della Corte di Appello, con il compito di sorvegliante nei tre giorni di prova, avrebbe consegnato ad una funzionaria dell'Università la busta con le tracce. Lei, dopo alcune ore, gli avrebbe restituito la busta con all'interno i compiti corretti e un biglietto con i cinque nomi a cui consegnare i temi. Proprio nel momento del passaggio sono intervenuti i Carabinieri, che pedinavano la donna fin dal primo giorno, dopo aver ricevuto una segnalazione. Sequestrata la busta i militari hanno condotto i due in caserma per interrogarli. Al momento sono indagati a piede libero per la violazione della legge n. 475 del 1925 sugli esami di abilitazione professionali, che prevede la condanna da tre mesi a un anno di reclusione per chi copia. Le indagini dei Carabinieri, coordinate dal pm Eugenia Pontassuglia, verificheranno nei prossimi giorni la posizione dei cinque aspiranti avvocati destinatari delle tracce e quella di altre persone eventualmente coinvolte nella vicenda. Inoltre tre aspiranti avvocatesse (una è figlia di due magistrati), sono entrate nell’aula tirandosi dietro il telefono cellulare che durante la prova hanno cercato di utilizzare dopo essersi rifugiate in bagno. Quando si sono rese conto che sarebbero state scoperte, sono tornate in aula. Pochi minuti dopo il presidente della commissione d’esame ha comunicato il ritrovamento in bagno dei due apparecchi ma solo una delle due candidate si è fatta avanti, subito espulsa. L’altra è rimasta in silenzio ma è stata identifica. Esame per avvocati, la banda della truffa: coinvolti tre legali e due dirigenti pubblici. Blitz dei carabinieri nella sede della Finanza. E la potente funzionaria di Giurisprudenza sviene, scrive Gabriella De Matteis e Giuliana Foschini su “La Repubblica”. Un ponte telefonico con l'esterno. Tre avvocati pronti a scrivere i compiti. Un gancio per portare il tutto all'interno. Sei candidati pronti a consegnare. Era tutto pronto. Anzi era tutto fatto. Ma qualcosa è andato storto: quando la banda dell'"esame da avvocato" credeva che tutto fosse andato per il verso giusto, sono arrivati i carabinieri del reparto investigativo a fare saltare il banco. E a regalare l'ennesimo scandalo concorsuale a Bari. E' successo tutto mercoledì 17 dicembre 2014 pomeriggio all'esterno dei padiglioni della Guardia di finanza dove stava andando in scena la prova scritta per l'esame da avvocato. Mille e cinquecento all'incirca i partecipanti, divisi in ordine alfabetico. Commissione e steward per evitare passaggi di compiti o copiature varie. Apparentemente nulla di strano. Apparentemente appunto. Perché non appena vengono aperte le buste e lette le tracce si comincia a muovere il Sistema scoperto dai carabinieri. Qualcuno dall'interno le comunica a Tina Laquale, potente dirigente amministrativo della facoltà di Giurisprudenza di Bari. E' lei a girarle, almeno questo hanno ricostruito i Carabinieri, a tre avvocati che avevano il compito di redigere il parere di civile e di penale e di scrivere l'atto. Con i compiti in mano la Laquale si è presentata all'esterno dei padiglioni. All'interno c'era un altro componente del gruppo, Giacomo Santamaria, cancelliere della Corte d'Appello che aveva il compito di fare arrivare i compiti ai sei candidati che all'interno li aspettavano. Compiti che sarebbero poi stati consegnati alla commissione e via. Ma qui qualcosa è andato storto. Sono arrivati infatti i carabinieri che hanno bloccato tutto. Laquale è svenuta, mentre a lei e a tutte quante le altre persone venivano sequestrati documenti e soprattutto supporti informatici, telefoni in primis, che verranno analizzati in queste ore. Gli investigatori devono infatti verificare se, come sembra, il sistema fosse da tempo organizzato e rodato, se ci fosse un corrispettivo di denaro e la vastità del fenomeno. Ieri si è tenuta la convalida del sequestro davanti al sostituto procuratore, Eugenia Pontassuglia. Ma com'è chiaro l'indagine è appena cominciata. Per il momento viene contestata la truffa e la violazione di una vecchia legge del 1925 secondo la cui "chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito". È molto probabile infatti che l'esame venga invalidato per tutti. Certo è facile prendersela con i poveri cristi. Le macagne nelle segrete stanze delle commissioni di esame, in cui ci sono i magistrati, nessuno va ad indagare: perché per i concorsi truccati nessuno va in galera. Concorsi, i figli di papà vincono facile: "E noi, figli di nessuno, restiamo fuori". L’inchiesta sul dottorato vinto dal figlio del rettore della Sapienza nonostante l'uso del bianchetto ha raccolto centinaia di commenti e condivisioni. E ora siamo noi a chiedervi di raccontarci la vostra storia di candidati meritevoli ma senza parenti eccellenti. Ecco le prime due lettere arrivate, scrive Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. A chi figli, e a chi figliastri: è questa la legge morale che impera in Italia, il Paese della discriminazione e delle corporazioni. Dove va avanti chi nasce privilegiato, mentre chi non vanta conoscenze e relazioni rischia, quasi sempre, di arrivare ultimo. Alla Sapienza di Roma l’assioma è spesso confermato: sono decine i parenti di professori eminenti assunti nei dipartimenti, con intere famiglie (su tutte quella dell’ex rettore Luigi Frati) salite in cattedra. A volte con merito, altre meno. La nostra inchiesta sullo strano concorso di dottorato vinto dal rampollo del nuovo magnifico Eugenio Gaudio, al tempo preside di Medicina, ha fatto scalpore: la storia del compito “sbianchettato” (qualsiasi segno di riconoscimento è vietato) e la notizia del singolare intervento dei legali dell’università (hanno chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato, che ha invitato la Sapienza a “perdonare” il candidato ) hanno fatto il giro del web. Il pezzo è stato condiviso decine di migliaia di volte, con centinaia di commenti (piuttosto severi) di ex studenti e docenti dell’ateneo romano. Tra le decine di lettere arrivate in redazione, due sono metafora perfetta di come la sorte possa essere diversa a seconda del cognome che si porta. Livia Pancotto, 28 anni, laureata in Economia con 110 e lode, spiega che la storia del pargolo di Gaudio le ha fatto «montare dentro una rabbia tale da farmi scrivere» poche, infuriate righe. «Nel 2012, dopo la laurea, decisi di partecipare al concorso per il dottorato in Management, Banking and Commodity Sciences, sempre alla Sapienza», scrive in una lettera a “l’Espresso”. «Dopo aver superato sia l’esame scritto che l’orale ricevetti la buona notizia: ero stata ammessa, sia pure senza borsa». Dopo un mese, però, la mazzata. «Vengo a sapere dal professore che il mio concorso è stato annullato, visto che durante lo scritto ho utilizzato il bianchetto. Come nel caso del figlio del rettore Gaudio, nessuno aveva specificato, prima dell’inizio del compito, che il bando prevedesse che si potesse usare solo una penna nera». Se per il rampollo dell’amico che prenderà il suo posto il rettore Frati mobiliterà i suoi uffici legali, la Pancotto viene silurata subito, senza pietà. Oggi la giovane economista vive in Galles, dove ha vinto un dottorato con borsa all’università di Bangor. Anche la vicenda di Federico Conte, ora tesoriere dell’Ordine degli psicologi del Lazio, è paradossale. Dopo aver completato in un solo anno gli esami della laurea specialistica nel 2009, la Sapienza tentò di impedire la discussione della sua tesi. «Mi arrivò un telegramma a firma di Frati, dove mi veniva comunicato l’avvio di una “procedura annullamento esami”: il magnifico non era d’accordo nel farmi laureare in anticipo, ed era intenzionato a farmi sostenere gli esami una seconda volta». Conte domandò all’ateneo di chiedere un parere all’Avvocatura, ma senza successo. Il giovane psicologo fu costretto a ricorrere al Tar, che gli diede ragione permettendogli di laurearsi. «Leggendo la vostra inchiesta ho la percezione di un’evidente diversità di trattamento rispetto al figlio del rettore. Provo un certo disgusto nel constatare come le nostre istituzioni siano così attente e garantiste con chi sbianchetta, mentre si accaniscano su chi fa il proprio dovere». Magari pure più velocemente degli altri. Ma tant’è. Nel paese dove i figli “so’ piezz’ e core”, la meritocrazia e l’uguaglianza restano una chimera. Anche nelle università, luogo dove - per antonomasia - l’eccellenza e il rigore dovrebbero essere di casa. Se poi l’Esame di Avvocato lo passi, ti obbligano a lasciare. Giovani avvocati contro la Cassa Forense. Con la campagna "'Io non pago e non mi cancello". I giuristi più giovani in rivolta sui social network per la regola dei minimi obbligatori, che impone contributi previdenziali intorno ai 4 mila euro annui alla cassa indipendentemente dal reddito. Così c'è chi paga più di quello che guadagna. E chi non paga si deve cancellare dall'Albo, venendo escluso dalla categoria, scrive Antonio Sciotto su “L’Espresso”. Chi pensa ancora che la professione di avvocato sia garantita e ben retribuita dia in questi giorni uno sguardo attento ai social network. Twitter e Facebook da qualche giorno sono inondati da 'selfie' che raccontano tutta un'altra storia. "Io non pago e io non mi cancello" è lo slogan scelto dai giovani legali per la loro rivolta contro i colleghi più anziani e in particolare contro la regola dei "minimi obbligatori", che impone di pagare i contributi previdenziali alla Cassa forense in modo del tutto slegato dal reddito. Molti spiegano che la cifra minima richiesta – intorno ai 4 mila euro annui - è pari o a volte anche superiore ai propri redditi. E visto che se non riesci a saldare, devi cancellarti non solo dalla Cassa, ma anche dall'albo professionale. Il risultato è che ad esercitare alla fine restano tendenzialmente i più ricchi, mentre chi fa fatica ad arrivare a fine mese viene di fatto espulso dalla categoria. E' vero che per i primi 8 anni è prevista una buona agevolazione per chi guadagna sotto i 10 mila euro l'anno, ma al pari le prestazioni vengono drasticamente ridotte. Per capirci: è come se l'Inps chiedesse a un operaio e a un dirigente una stessa soglia minima di contributi annui, non calcolata in percentuale ai loro redditi. Mettiamo 5 mila euro uguali per tutti: salvo poi imporre la cancellazione dall'ente a chi non riesce a saldare. "Dovrei salassarmi oggi per ricevere un'elemosina domani – protesta Antonio Maria - mentre i vecchi tromboni ottantenni si godono le loro pensioni d'oro, non pagate, conquistate avendo versato tutta la vita lavorativa (ed erano altri tempi) il 10 per cento ed imponendo a me di pagare il 14 per cento". "Il regime dei cosiddetti minimi è vergognoso – aggiunge Rosario - Pretendere che si paghi 'a prescindere' del proprio reddito è una bestemmia giuridica. Basta furti generazionali. Basta falsità". Uno dei selfie addirittura viene da un reparto di emodialisi, a testimoniare la scarsa copertura sanitaria assicurata ai giovani professionisti. La protesta si è diffusa a partire dal blog dell'Mga - Mobilitazione generale avvocati , ha un gruppo facebook pubblico dove è possibile postare i selfie, mentre su Twitter naviga sull'onda dell'hashtag #iononmicancello. La battaglia contro le casse previdenziali non è nuova, se consideriamo gli avvocati una parte del più vasto mondo delle partite Iva e degli autonomi: già da tempo Acta, associazione dei freelance, ha lanciato la campagna #dicano33, contro il progressivo aumento dei contributi Inps dal 27 per cento al 33 per cento, imposto dalla legge per portarli al livello dei lavoratori dipendenti. Il regime dei minimi obbligatori della Cassa forense non solo darebbe luogo a una vera e propria "discriminazione generazionale", ma secondo molti giovani avvocati sarebbe anche incostituzionale, come spiega efficacemente Davide Mura nel suo blog: "E' palesemente in contrasto con l'articolo 53 della Costituzione, che sancisce il principio della progressività contributiva. Ma si viola anche l'articolo 3, quello sull'uguaglianza davanti alla legge, perché le condizioni cambiano a seconda se stai sopra o sotto i 10 mila euro di reddito annui". La soluzione? Secondo l'Mga sarebbe quella di eliminare l'obbligo dei minimi e passare al sistema contributivo, come è per tutti gli altri lavoratori. Vietando possibilmente agli avvocati già in pensione di poter continuare a esercitare. Un modo insomma per far sì che i "tromboni" lascino spazio ai più giovani.

IL SUD TARTASSATO.  

Sud tartassato: il Meridione paga più di tutti, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Dice la Svimez che se muori e vuoi un funerale come i cristiani, è meglio che schiatti a Milano, che a Napoli ti trattano maluccio. E non ti dico a Bari o a Palermo, una schifezza. A Milano si spende 1.444,23 euro per defunto, a Napoli 988 euro, a Bari 892 euro e 19 centesimi, a Palermo 334 euro. A Palermo, cinque volte meno che a Milano. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, si rivolterà nella tomba, che a quanto pare non c’è nessuna livella, dopo morti. E checcazzo, e neppure lì terroni e polentoni siamo uguali. E basterebbe solo questo – il culto dei morti dovrebbe antropologicamente “appartenere” alle società meridionali, era il Sud la terra delle prefiche, era il Sud la terra delle donne in nero, era il Sud la terra dei medaglioni con la fotina dell’estinto che pendono sul petto delle vedove – per dire come questa Italia sia cambiata e rovesciata sottosopra. Si paga al Sud di più per tutto, per l’acqua, la monnezza, l’asilo, gli anziani, la luce nelle strade, i trasporti, insomma per i Lep, come dicono quelli che studiano queste cose: livelli essenziali delle prestazioni. Essenziali lo sono, al Sud, ma quanto a prestazioni, zero carbonella. Eppure, Pantalone paga. Paga soprattutto la classe media meridionale che si era convinta che la civilizzazione passasse per gli standard nazionali. Paghiamo il mito della modernizzazione. Paghiamo l’epica della statalizzazione. Paghiamo la retorica della “cosa pubblica”. Paghiamo l’idea che dobbiamo fare bella figura, ora che i parenti ricchi, quelli del Nord, vengono in visita e ci dobbiamo comportare come loro: non facciamoci sempre riconoscere. Paghiamo le tasse, che per questo loro sono avanti e noi restiamo indietro. Lo Stato siamo noi. Parla per te, dico io. Dove vivo io, un piccolo paese del Sud, pago più tasse d’acqua di quante ne pagassi prima in una grande città, e più tasse di spazzatura, e non vi dico com’è ridotto il cimitero che mi viene pena solo a pensarci. Sono stati i commissari prefettizi – che avevano sciolto il Comune – a “perequare” i prelievi fiscali. Poi sono andati via, ma le tasse sono rimaste. Altissime, cose mai viste. In compenso però, la spazzatura si accumula in piccole montagne. A volte le smantellano, poi si ricomincia. Non sai mai quando, magari qualcuno dei laureati che stanno a girarsi i pollici al baretto della piazza potrebbe studiarla, la sinusoide della raccolta rifiuti. Invece, i bollettini arrivano in linea retta. Con la scadenza scritta bella grossa. L’unica cosa che è diminuita in questi anni al Sud è il senso di appartenenza a una qualche comunità più grande del nostro orto privato. La pervasività dello Stato – e quale maggiore pervasività della sua capacità di prelievo fiscale – è cresciuta esponenzialmente quanto l’assoluta privatizzazione di ogni spirito meridionale. Tanto più Stato ha prodotto solo tanta più cosa privata. E non dico solo verso la comunità nazionale, la Patria o come diavolo vogliate chiamarla. No, proprio verso la comunità territoriale. Chi può manda i figli lontano, perché restino lontano. Chi può compra una casa lontano sperando di andarci il prima possibile a passare gli anni della vecchiaia. Chi può fa le vacanze lontano, a Pasqua e a Natale, il più esotiche possibile. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre. Il Sud è diventato terra di transito per i suoi stessi abitanti. Come migranti clandestini, non vediamo l’ora di andarcene. il Sud dismette se stesso, avendo perso ogni identità storica non si riconosce in quello che ha adesso intorno, che pure ha accettato, voluto, votato.

C’era una volta l’assistenzialismo. Rovesciati come un calzino ci siamo ritrovati contro un federalismo secessionista della Lega Nord che per più di vent’anni ci ha sbomballato le palle rubandoci l’unica cosa in cui eravamo maestri, il vittimismo. Siamo stati vittimisti per più di un secolo, dall’unità d’Italia in poi, e a un certo punto ci siamo fatti rubare la scena da quelli del Nord – e i trasferimenti di risorse, e le pensioni, e l’assistenzialismo e la pressione fiscale e le camorre degli appalti pubblici – e l’unica difesa che abbiamo frapposto è stata lo Stato. Siamo paradossalmente diventati i grandi difensori dell’unità nazionale contro il leghismo. Noi, i meridionali, quelli che il federalismo e il secessionismo l’avevano inventato e provato. Noi, che dello Stato ce ne siamo sempre bellamente strafottuti. Li abbiamo votati. Partiti nazionali, destra e sinistra, sindaci cacicchi e governatori, li abbiamo votati. Ci garantivano le “risorse pubbliche”. Dicevano. Ci promettevano il rinascimento, il risorgimento, la resistenza. Intanto però pagate. Come quelli del Nord. Facciamogli vedere. Anzi, di più. La crisi economica del 2007 ha solo aggravato una situazione già deteriorata. E ormai alla deriva. È stata la classe media meridionale “democratica” l’artefice di questo disastro, con la sua ideologia statalista. Spesso, loro che possono, ora che le tasse sono diventate insopportabili, ora che il Sud è sfregiato, senza più coscienza di sé, ora se ne vanno. O mandano i loro figli lontano. Chi non può, emigra. Di nuovo, come sempre.

Non solo i cittadini italiano sono tartassati, ma sono anche soggetti a dei disservizi estenuanti.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

In molti mi hanno scritto chiedendomi il testo del mio monologo effettuato durante il Festival di Sanremo 2013 il 16 Febbraio scorso. Beh, eccolo. Inoltre alcuni di voi, sull'onda del contenuto di quel monologo hanno creato una pagina facebook "Quelli che domenica voteranno con un salmone". Come vedete, l'ho fatto anch'io... 

Sono un italiano. Che emozione... E che paura essere su questo palcoscenico... Per me è la prima volta. Bello però. Si sta bene… Il problema ora è che cosa dire. Su questo palco è stato fatto e detto davvero di tutto. E il contrario di tutto. Gorbaciov ha parlato di perestroika, di libertà, di democrazia… Cutugno ha rimpianto l’Unione Sovietica. Gorbaciov ha parlato di pace… e Cutugno ha cantato con l’Armata Rossa… Belen ha fatto vedere la sua farfallina (io potrei farvi vedere il mio biscione, ma non mi sembra un’ottima idea… è un tatuaggio che ho sulla caviglia, dopo tanti anni a Mediaset è il minimo…) Ma soprattutto Benigni, vi ricordate quando è entrato con un cavallo bianco imbracciando il tricolore? Ecco, la rovina per me è stato proprio Benigni. Lo dico con una sana invidia. Benigni ha alzato troppo il livello. La Costituzione, l'Inno di Mameli, la Divina Commedia... Mettetevi nei panni di uno come me. Che è cresciuto leggendo Topolino... Però, se ci pensate bene, anche Topolino, a modo suo, è un classico. Con la sua complessità, il suo spessore psicologico, le sue contraddizioni… Prendete Nonna Papera, che animale è? ... chi ha detto una nonna? Non fate gli spiritosi anche voi, è una papera. Ma è una papera che dà da mangiare alle galline. Tiene le mucche nella stalla... Mentre invece Clarabella, che anche lei è una mucca, non sta nella stalla, sta in una casa con il divano e le tendine. E soprattutto sta con Orazio, che è un cavallo. Poi si lamentano che non hanno figli... Avete presente Orazio, che fa il bipede, l’antropomorfo, però ha il giogo, il morso, il paraocchi. Il paraocchi va bene perché Clarabella è un cesso, ma il morso?!? Ah, forse quando di notte arriva Clarabella con i tacchi a spillo, la guêpiere, la frusta: "Fai il Cavallo! Fai il cavallo!" nelle loro notti sadomaso… una delle cinquanta sfumature di biada. E Qui Quo Qua. Che parlano in coro. Si dividono una frase in tre, tipo: "ehi ragazzi attenti che arriva Paperino/ e/ ci porta tutti a Disneyland", oppure: "ehi ragazzi cosa ne direste di andare tutti/ a/ pescare del pesce che ce lo mangiamo fritto che ci piace tanto..." ecco, già da queste frasi, pur banali se volete, si può evincere come a Quo toccassero sempre le preposizioni semplici, le congiunzioni, a volte solo la virgola: "ehi ragazzi attenti che andando in mezzo al bosco/, / rischiamo di trovare le vipere col veleno che ci fanno del male" inoltre Quo ha sempre avuto un problema di ubicazione, di orientamento... non ha mai saputo dove fosse. Tu chiedi a Qui: "dove sei?" "sono qui!" ... Chiedi a Qua "dove sei?", e lui: "sono qua!" tu prova a chiederlo a Quo. Cosa ti dice? "sono Quo?" Cosa vuol dire? Insomma Quo è sempre stato il più sfigato dei tre, il più insulso: non riusciva né a iniziare né a finire una frase, non era né qui, né qua... Mario Monti. Mari o Monti? Città o campagna? Carne o Pesce? Lo so. So che siamo in piena par condicio e non si può parlare di politica. Ma sento alcuni di voi delusi dirsi: ma come, fra sette giorni ci sono le elezioni. E questo qui ci parla di mucche e galline... Altri che invece penseranno: basta politica! Io non voglio nascondermi dietro a un dito, anche perché non ne ho nessuno abbastanza grosso… decidete voi, volendo posso andare avanti per altri venti minuti a parlare di fumetti, oppure posso dirvi cosa penso io della situazione politica… Ve lo dico? Io penso che finché ci sono LORO, non riusciremo mai a cambiare questo paese. Dicono una cosa e ne fanno un'altra. Non mantengono le promesse. Sono incompetenti, bugiardi, inaffidabili. Credono di avere tutti diritti e nessun dovere. Danno sempre la colpa agli altri… A CASA! Tutti a casa!!! (A parte che quando dici tutti a casa devi stare attento, specificare: a casa di chi? No perché non vorrei che venissero tutti a casa mia) Vedo facce spaventate... soprattutto nelle prime file... Lo so, non devo parlare dei politici, ho firmato fior di contratti, ci sono le penali... Ma chi ha detto che parlo dei politici? Cosa ve l'ha fatto pensare? Ah, quando ho detto incompetenti, bugiardi, inaffidabili? Ma siete davvero maliziosi... No, non parlavo dei politici. Anche perché, scusate, i politici sono in tutto poche centinaia di persone... cosa volete che cambi, anche se davvero se ne tornassero tutti a casa (casa loro, ribadisco)? Poco. No, quando dicevo che devono andare tutti a casa, io non stavo parlando degli eletti. Io stavo parlando degli elettori... stavo parlando di NOI. Degli italiani. Perché, a fare bene i conti, la storia ci inchioda: siamo noi i mandanti. Siamo noi che li abbiamo votati. E se li guardate bene, i politici, ma proprio bene bene bene... è davvero impressionante come ci assomigliano: I politici italiani… sono Italiani! Precisi, sputati. Magari, ecco, con qualche accentuazione caricaturale. Come le maschere della commedia dell'arte, che sono un po' esagerate, rispetto al modello originale. Ma che ricalcano perfettamente il popolo che rappresentano. C'è l'imbroglione affarista, tradito dalla sua ingordigia “Aò, e nnamose a magnà!... A robbin, ‘ndo stai?”; C'è il servitore di due padroni: "orbo da n'orecia, sordo de n'ocio"… qualche volta anche di tre. Certi cambiano casacca con la velocità dei razzi… C'è il riccone arrogante...”Guadagno spendo pago pretendo” C'è la pulzella che cerca di maritarsi a tutti i costi con il riccone, convinta di avere avuto un'idea originale e che ci rimane male quando scopre che sono almeno un centinaio le ragazze che hanno avuto la sua stessa identica idea... C'è il professore dell'università che sa tutto lui e lo spiega agli altri col suo latino/inglese perfetto: "tananai mingheina buscaret!" Cos’ha detto? “Choosy firewall spending review” Ah, ecco, ora finalmente ho capito… C'è quello iracondo, manesco, pronto a menar le mani ad ogni dibattito... “culattoni raccomandati” Insomma, c'è tutto il campionario di quello che NOI siamo, a partire dai nostri difetti, tipo l'INCOERENZA. Come quelli che vanno al family day... ma ci vanno con le loro due famiglie... per forza poi che c'è un sacco di gente.... E se solo li guardi un po' esterrefatto, ti dicono: "Perché mi guardi così? Io sono cattolico, ma a modo mio”. A modo tuo? Guarda, forse non te l'hanno spiegato, ma non si può essere cattolico a modo proprio... Se sei cattolico non basta che Gesù ti sia simpatico, capisci? Non è un tuo amico, Gesù. Se sei cattolico devi credere che Gesù sia il figlio di Dio incarnato nella vergine Maria. Se sei cattolico devi andare in chiesa tutte le domeniche, confessare tutti i tuoi peccati, fare la penitenza. Devi fare anche le novene, digiunare al venerdì... ti abbuono giusto il cilicio e le ginocchia sui ceci. Divorziare: VIETATISSIMO! Hai sposato un farabutto, o una stronza? Capita. Pazienza. Peggio per te. Se divorzi sono casini… E il discorso sulla coerenza non vale solo per i cattolici... Sei fascista? Devi invadere l’Abissinia! Condire tutto con l'olio di ricino, girare con il fez in testa, non devi mai passare da via Matteotti, anche solo per pudore! Devi dire che Mussolini, a parte le leggi razziali, ha fatto anche delle cose buone! Sei comunista? Prima di tutto devi mangiare i bambini, altro che slow food. Poi devi andare a Berlino a tirare su di nuovo il Muro, mattone su mattone! Uguale a prima! Devi guardare solo film della Corea… del nord ovviamente. Devi vestirti con la casacca grigia, tutti uguali come Mao! …mica puoi essere comunista e poi andare a comprarti la felpa da Abercrumbie Sei moderato? Devi esserlo fino in fondo! Né grasso né magro, né alto né basso, né buono né cattivo... Né…Da quando ti alzi la mattina a quando vai a letto la sera devi essere una mediocrissima, inutilissima, noiosissima via di mezzo! Questo per quanto riguarda la coerenza. Ma vogliamo parlare dell'ONESTÀ? Ho visto negozianti che si lamentano del governo ladro e non rilasciano mai lo scontrino, Ho visto fabbriche di scontrini fiscali non fare gli scontrini dicendo che hanno finito la carta, Ho visto ciechi che accompagnano al lavoro la moglie in macchina, Ho visto sordi che protestano coi vicini per la musica troppo alta, Ho visto persone che si lamentano dell’immigrazione e affittano in nero ai gialli… e a volte anche in giallo ai neri!, Ho visto quelli che danno la colpa allo stato. Sempre: se cade un meteorite, se perdono al superenalotto, se la moglie li tradisce, se un piccione gli caga in testa, se scivolano in casa dopo aver messo la cera: cosa fa lo stato? Eh? Cosa fa?... Cosa c’entra lo stato. Metti meno cera, idiota! Lo sapete che nell'inchiesta sulla 'ndrangheta in Lombardia è venuto fuori che c'erano elettori, centinaia di elettori, che vendevano il proprio voto per cinquanta euro? Vendere il voto, in democrazia, è come vendere l'anima. E l'anima si vende a prezzo carissimo, avete presente Faust? Va beh che era tedesco, e i tedeschi la mettono giù sempre durissima, ma lui l'anima l'ha venduta in cambio dell'IMMORTALITA'! Capito? Non cinquanta euro. Se il diavolo gli offriva cinquanta euro, Faust gli cagava in testa. La verità è che ci sono troppi impresentabili, tra gli elettori. Mica poche decine, come tra i candidati… è vero, sembrano molti di più, ma perché sono sempre in televisione a sparar cazzate, la televisione per loro è come il bar per noi... "Ragazzi, offro un altro giro di spritz" "E io offro un milione di posti di lavoro" e giù a ridere. "E io rimborso l'imu!” “e io abolisco l'ici!" “Guarda che non c'è più da un pezzo l'ici" "Allora abolisco l'iva... E anche l'Emy, Evy e Ely!" "E chi sono? "Le nipotine di Paperina! "Ma va là, beviti un altro grappino e tasi mona!..." Vedi, saranno anche impresentabili ma per lo meno li conosci, nome e cognome, e puoi anche prenderli in giro. Invece gli elettori sono protetti dall’anonimato… alle urne vanno milioni di elettori impresentabili, e nessuno sa chi sono! Sapete quale potrebbe essere l’unica soluzione possibile? Sostituire l'elettorato italiano. Al completo. Pensate, per esempio, se incaricassimo di votare al nostro posto l'elettorato danese, o quello norvegese. Lo prendiamo a noleggio. Meglio, lo ospitiamo alla pari... Au pair. Carlo, ma chi è quel signore biondo che dorme a casa tua da due giorni? “Oh, è il mio elettore norvegese alla pari, domenica vota e poi riparte subito... C'è anche la moglie”... E per chi votano, scusa? "Mi ha detto che è indeciso tra Aspelünd Gründblomma e Pysslygar". Ma quelli sono i nomi dell'Ikea!, che tra l’altro è svedese… "Ma no, si assomigliano… però ora che mi ci fai pensare, effettivamente ho visto nel suo depliant elettorale che i simboli dei loro partiti sono un armadio, una lampada, un comodino. Mah. E tu poi, in cambio cosa fai, vai a votare per le loro elezioni? In Norvegia? "Ah, questo non lo so. Non so se mi vogliono. Mi hanno detto che prima devo fare un corso. Imparare a non parcheggiare in doppia fila. A non telefonare parlando ad alta voce in treno. A pagare le tasse fino all'ultimo centesimo. Poi, forse, mi fanno votare." Si, va beh, qualche difficoltà logistica la vedo: organizzare tutti quei pullman, trovare da dormire per tutti... Ma pensate che liberazione, la sera dei risultati, scoprire che il nostro nuovo premier è un signore o una signora dall'aria normalissima, che dice cose normalissime, e che va in televisione al massimo un paio di volte all'anno.

(Lancio di batteria e poi, sull’aria de “L’italiano”)

Lasciatemi votare

con un salmone in mano

vi salverò il paese

io sono un norvegese…

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

Economia Sommersa: Il Nord onesto e diligente evade più del Sud, scrive Emanuela Mastrocinque su “Vesuviolive”. Sono queste le notizie che non dovrebbero mai sfuggire all’attenzione di un buon cittadino del Sud. Per anni ci hanno raccontato una storia che, a furia di leggerla e studiarla, è finita con il diventare la nostra storia, l’unica che abbiamo conosciuto. Storia di miseria e povertà superata dai meridionali grazie all’illegalità o all’emigrazione, le due uniche alternative rimaste a “quel popolo di straccioni” (come ci definì quella “simpatica” giornalista in un articolo pubblicato su “Il Tempo” qualche anno fa) . Eppure negli ultimi anni il revisionismo del risorgimento ci sta aiutando a comprendere quanto lo stereotipo e il pregiudizio sia stato utile e funzionale ai vincitori di quella sanguinosa guerra da cui è nata l‘Italia. Serviva (e serve tutt‘ora) spaccare l’Italia. Da che mondo e mondo le società hanno avuto bisogno di creare l’antagonista da assurgere a cattivo esempio, così noi siamo diventati fratellastri, figli di un sentimento settentrionale razzista e intollerante. Basta però avere l’occhio un po’ più attento per scoprire che spesso la verità, non è come ce la raccontano. Se vi chiedessimo adesso, ad esempio, in quale zona d’Italia si concentra il tasso più alto di evasione fiscale, voi che rispondereste? Il Sud ovviamente. E invece non è così. Dopo aver letto un post pubblicato sulla pagina Briganti in cui veniva riassunta perfettamente l’entità del “sommerso economico in Italia derivante sia da attività legali che presentano profili di irregolarità, come ad esempio l’evasione fiscale, che dal riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività illecite e mafiose” abbiamo scoperto che in Italia la maggior parte degli evasori non è al Sud. Secondo i numeri pubblicati (visibili nell‘immagine sotto), al Nord il grado di evasione si attesta al 14, 5%, al centro al 17,4% mentre al Sud solo al 7,9%. I dati emersi dal Rapporto Finale del Gruppo sulla Riforma Fiscale, sono stati diffusi anche dalla Banca d’Italia. Nel lavoro di Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati “L’economia sommersa fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano” si legge “dalle stime a livello territoriale si nota una netta differenza tra il centro-nord e il sud, sia per quanto attiene al sommerso di natura fiscale che quello di natura criminale. Per quanto riguarda infine l’evidenza disaggregata per aree territoriali, è emerso che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore sia del sommerso da evasione sia di quello associato ad attività illegali rispetto alle province del Sud, un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra shadow economy. Viene meno, di conseguenza, la rappresentazione del Sud Italia come territorio dove si concentrerebbe il maggiore tasso di economia sommersa". E ora, come la mettiamo?

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

Ma quale Sud, è il Nord che ha la palma dell’evasione, scrive Vittorio Daniele su “Il Garantista”. Al Sud si evade di più che al Nord. Questo è quanto comunemente si pensa. Non è così, invece, secondo i dati della Guardia di Finanza, analizzati da Paolo di Caro e Giuseppe Nicotra, dell’Università di Catania, in uno studio di cui si è occupata anche la stampa (Corriere Economia, del 13 ottobre). I risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza mostrano come, nelle regioni meridionali, la quota di reddito evaso, rispetto a quello dichiarato, sia inferiore che al Nord. E ciò nonostante il numero di contribuenti meridionali controllati sia stato, in proporzione, maggiore. Alcuni esempi. In Lombardia, su oltre 7 milioni di contribuenti sono state effettuate 14.313 verifiche che hanno consentito di accertare un reddito evaso pari al 10% di quello dichiarato. In Calabria, 4.480 controlli, su circa 1.245.000 contribuenti, hanno consentito di scoprire un reddito evaso pari al 3,5% di quello dichiarato. Si badi bene, in percentuale, le verifiche in Calabria sono state quasi il doppio di quelle della Lombardia. E ancora, in Veneto il reddito evaso è stato del 5,3%, in Campania del 4,4% in Puglia, del 3,7% in Sicilia del 2,9%. Tassi di evasione più alti di quelle delle regioni meridionali si riscontrano anche in Emilia e Toscana. Alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che nelle regioni del Nord, dove più alta è la quota di evasione, e dove maggiore è il numero di contribuenti e imprese, si siano fatti, in proporzione, assai meno accertamenti che nel meridione. Poiché, in Italia, le tasse le paga chi è controllato, mentre chi non lo è, se può, tende a schivarle, sarebbe necessario intensificare i controlli là dove la probabilità di evadere è maggiore. E questa probabilità, secondo i dati della Guardia di Finanza, è maggiore nelle regioni più ricche. La seconda considerazione è che il luogo comune di un’Italia divisa in due, con un Nord virtuoso e un Sud di evasori, non corrisponde al vero. L’Italia è un paese unito dall’evasione fiscale. Il fatto che in alcune regioni del Nord si sia evaso di più che al Sud non ha nulla a che vedere né con l’etica, né con l’antropologia. Dipende, più realisticamente, da ragioni economiche. L’evasione difficilmente può riguardare i salari, più facilmente i profitti e i redditi d’impresa. E dove è più sviluppata l’attività d’impresa? Come scrivevano gli economisti Franca Moro e Federico Pica, in un saggio pubblicato qualche anno fa della Svimez: «Al Sud ci sono tanti evasori per piccoli importi. Al Nord c’è un’evasione più organizzata e per somme gigantesche». Quando si parla del Sud, pregiudizi e stereotipi abbondano. Si pensa, così, che la propensione a evadere, a violare le norme, se non a delinquere, sia, per così dire, un tratto antropologico caratteristico dei meridionali. Ma quando si guardano i dati, e si osserva la realtà senza la lente deformante del pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi quasi mai reggono. Di fronte agli stereotipi e alle accuse – e quella di essere evasori non è certo la più infamante – che da decenni, ogni giorno e da più parti, si rovesciano contro i meridionali, non sarebbe certo troppo se si cominciasse a pretendere una rappresentazione veritiera della realtà. Insieme a pretendere, naturalmente, e in maniera assai più forte di quanto non si sia fatto finora, che chi, al Sud, ha responsabilità e compiti di governo, faccia davvero, e fino in fondo, il proprio dovere.

Quante bugie ci hanno raccontato sul Mezzogiorno! Scrive Pino Aprile su “Il Garantista”. L’Italia è il paese più ingiusto e disuguale dell’Occidente, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna: ha una delle maggiori e più durature differenze del pianeta (per strade, treni, scuole, investimenti, reddito…) fra due aree dello stesso paese: il Nord e il Sud; tutela chi ha già un lavoro o una pensione, non i disoccupati e i giovani; offre un reddito a chi ha già un lavoro e lo perde, non anche a chi non riesce a trovarlo; è fra i primi al mondo, per la maggiore distanza fra lo stipendio più alto e il più basso (alla Fiat si arriva a più di 400 volte); ha i manager di stato più pagati della Terra, i vecchi più garantiti e i giovani più precari; e se giovani e donne, pagate ancora meno. È in corso un colossale rastrellamento di risorse da parte di chi ha più, ai danni di chi ha meno: «una redistribuzione dal basso verso l’alto». È uscito in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Pino Aprile («Terroni ’ndernescional», edizioni PIEMME, pagine 251, euro 16,50). Pubblichiamo un brano, per gentile concessione dell’autore. Quante volte avete letto che la prova dell’ estremo ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era l’alta percentuale di analfabeti? L’idea che questo possa dare ad altri un diritto di conquista e annessione può suonare irritante. Ma una qualche giustificazione, nella storia, si può trovare, perché i popoli con l’alfabeto hanno sottomesso quelli senza; e í popoli che oltre all’alfabeto avevano anche ”il libro” (la Bibbia, il Vangelo, il Corano, Il Capitale, il Ko Gi Ki…) hanno quasi sempre dominato quelli con alfabeto ma senza libro. Se questo va preso alla… lettera, la regione italiana che chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere era la Sardegna, dove l’analfabetismo era il più alto nell’Italia di allora: 89,7 per cento (91,2 secondo altre fonti); quasi inalterato dal giorno della Grande Fusione con gli stati sabaudi: 93,7. Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti, perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli (più o meno come adesso…). Ci furono Comuni che dovettero rinunciare a tutto, strade, assistenza, per investire solo nella nascita della scuola elementare: sino all’87 per cento del bilancio, come a Ossi (un secolo dopo l’Unità, il Diario di una maestrina, citato in Sardegna , dell’Einaudi, riferisce di «un evento inimmaginabile »: la prima doccia delle scolare, grazie al dono di dieci saponette da parte della Croce Rossa svizzera). Mentre dal Mezzogiorno non emigrava nessuno, prima dell’Unità; ed era tanto primitivo il Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, e vulcanologia, sismologia, archeologia… Produzione sorprendente per una popolazione quasi totalmente analfabeta, no? Che strano. Solo alcune osservazioni su quel discutibile censimento del 1861 che avrebbe certificato al Sud indici così alti di analfabetismo: «Nessuno ha mai analizzato la parzialità (i dati sono quelli relativi solo ad alcune regioni) e la reale attendibilità di quel censimento realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile appena scoppiata in tutto il Sud: poco credibile, nel complesso, l’idea che qualche impiegato potesse andare in  giro per tutto il Sud bussando alle porte per chiedere se gli abitanti sapevano leggere e scrivere» rileva il professor Gennaro De Crescenzo in Il Sud: dalla Borbonia Felix al carcere di Penestrelle. Come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Né si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel Regno delle Due Sicílie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo. Sull’argomento potrebbero gettare più veritiera luce nuove ricerche: «Documenti al centro di studi ancora in corso presso gli archivi locali del Sud dimostrano che nelle Due Sicilie c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private» si legge ancora nel libro di De Crescenzo, che ha studiato storia risorgimentale con Alfonso Scirocco ed è specializzato in archivistica. «Oltre 5.000, infatti, le ”scuole” su un totale di 1.845 Comuni e con picchi spesso elevati e significativi: 51 i Comuni in Terra di Bari, 351 le scuole nel complesso; 174 i Comuni di Terra di lavoro, 664 le scuole; 113 i Comuni di Principato Ultra, 325 le scuole; 102 i Comuni di Calabria Citra, 250 le scuole…». Si vuol discutere della qualità di queste scuole? Certo, di queste e di quella di tutte le altre; ma «come si conciliano questi dati con quei dati così alti dell’analfabetismo? ». E mentiva il conte e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, che scese a Sud pieno di pregiudizi, e non li nascondeva, e poi scrisse quel che vi aveva trovato davvero e lo scempio che ne fu fatto (guadagnandosi l’ostracismo sabaudo): per esempio, che «la pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia»? Di sicuro, appena giunti a Napoli, i Savoia chiusero decine di istituti superiori, riferisce Carlo Alianello in La conquista del Sud. E le leggi del nuovo stato unitario, dal 1876, per combattere l’analfabetismo e finanziare scuole, furono concepite in modo da favorire il Nord ed escludere o quasi il Sud. I soliti trucchetti: per esempio, si privilegiavano i Comuni con meno di mille abitanti. Un aiuto ai più poveri, no? No. A quest’imbroglio si è ricorsi anche ai nostri tempi, per le norme sul federalismo fiscale regionale. Basti un dato: i Comuni con meno di 500 abitanti sono 600 in Piemonte e 6 in Puglia. Capito mi hai? «Mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato,» racconta Raffaele Vescera, fertile scrittore di Foggia «il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta». Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo. Nel Regno delle Due Sicilie la ”liberazione” (così la racconta, da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli di Banca d’Italia, Consiglio nazionale delle ricerche e Banca mondiale), era ”la Germania” del tempo, dal punto di vista economico. La conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour. Ma la cosa è stata ed è presentata (con crescente imbarazzo, ormai) come una modernizzazione necessaria, fraterna, pur se a mano armata. Insomma, ho dovuto farti un po’ di male, ma per il tuo bene, non sei contento? Per questo serve un continuo confronto fra i dati ”belli” del Nord e quelli ”brutti” del Sud. Senza farsi scrupolo di ricorrere a dei mezzucci per abbellire gli uni e imbruttire gli altri. E la Sardegna, a questo punto, diventa un problema: rovina la media. Così, quando si fa il paragone fra le percentuali di analfabeti del Regno di Sardegna e quelle del Regno delle Due Sicilie, si prende solo il dato del Piemonte e lo si oppone a quello del Sud: 54,2 a 87,1. In tabella, poi, leggi, ma a parte: Sardegna, 89,7 per cento. E perché quell’89,7 non viene sommato al 54,2 del Piemonte, il che porterebbe la percentuale del Regno sardo al 59,3? (Dati dell’Istituto di Statistica, Istat, citati in 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). E si badi che mentre il dato sulla Sardegna è sicuramente vero (non avendo interesse il Piemonte a peggiorarlo), non altrettanto si può dire di quello dell’ex Regno delle Due Sicilie, non solo per le difficoltà che una guerra in corso poneva, ma perché tutto quel che ci è stato detto di quell’invasione è falsificato: i Mille? Sì, con l’aggiunta di decine di migliaia di soldati piemontesi ufficialmente ”disertori”, rientrati nei propri schieramenti a missione compiuta. I plebisciti per l’annessione? Una pagliacciata che già gli osservatori stranieri del tempo denunciarono come tale. La partecipazione armata dell’entusiasta popolo meridionale? E allora che ci faceva con garibaldini e piemontesi la legione straniera 11 domenica 4 gennaio 2015 ungherese? E chi la pagava? Devo a un valente archivista, Lorenzo Terzi, la cortesia di poter anticipare una sua recentissima scoperta sul censimento del 1861, circa gli analfabeti: i documenti originali sono spariti. Ne ha avuto conferma ufficiale. Che fine hanno fatto? E quindi, di cosa parliamo? Di citazioni parziali, replicate. Se è stato fatto con la stessa onestà dei plebisciti e della storia risorgimentale così come ce l’hanno spacciata, be’…Nei dibattiti sul tema, chi usa tali dati come prova dell’arretratezza del Sud, dinanzi alla contestazione sull’attendibilità di quelle percentuali, cita gli altri, meno discutibili, del censimento del 1871, quando non c’era più la guerra, eccetera. Già e manco gli originali del censimento del ’71 ci sono più. Spariti pure quelli! Incredibile come riesca a essere selettiva la distrazione! E a questo punto è legittimo chiedersi: perché il meglio e il peggio del Regno dí Sardegna vengono separati e non si offre una media unica, come per gli altri stati preunitari? Con i numeri, tutto sembra così obiettivo: sono numeri, non opinioni. Eppure, a guardarli meglio, svelano non solo opinioni, ma pregiudizi e persino razzismo. Di fatto, accadono due cose, nel modo di presentarli: 1) i dati ”belli” del Nord restano del Nord; quelli ”brutti”, se del Nord, diventano del Sud. Il Regno sardo era Piemonte, Liguria, Val d’Aosta e Sardegna. Ma la Sardegna nelle statistiche viene staccata, messa a parte. Giorgio Bocca, «razzista e antimeridionale », parole sue, a riprova dell’arretratezza del Sud, citava il 90 per cento di analfabeti dell’isola, paragonandolo al 54 del Piemonte. Ma nemmeno essere di Cuneo e antimerìdionale autorizza a spostare pezzi di storia e di geografia: la Sardegna era Regno sabaudo, i responsabili del suo disastro culturale stavano a Torino, non a Napoli;

2) l’esclusione mostra, ce ne fosse ancora bisogno, che i Savoia non considerarono mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra («Gli stati» riassume il professor Pasquale Amato, in Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi «erano proprietà delle famiglie regnanti e potevano essere venduti, scambiati, regalati secondo valutazioni autonome di proprietari». Come fecero i Savoia con la Sicilia, la stessa Savoia, Nizza… Il principio fu riconfermato con la Restaurazione dell’Ancièn Regime, nel 1815, in Europa, per volontà del cancelliere austriaco Klemens von Metternich). E appena fu possibile, con l’Unità, la Sardegna venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del Regno sabaudo. Lo dico in altro modo: quando un’azienda è da chiudere, ma si vuol cercare di salvare il salvabile (con Alitalia, per dire, l’han fatto due volte), la si divide in due società; in una, la ”Bad Company”, si mettono tutti i debiti, il personale in esubero, le macchine rotte… Nell’altra, tutto il buono, che può ancora fruttare o rendere appetibile l’impresa a nuovi investitori: la si chiama ”New Company”.

L’Italia è stata fatta così: al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ”meridionalizzata”. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ”isole”, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ”Mezzogiorno” (la Bad Company; mentre la New Company la trovate alla voce ”Centro-Nord”). Poi si chiama qualcuno a spiegare che la Bad Company è ”rimasta indietro”, per colpa sua (e di chi se no?). Ripeto: la psicologia spiega che la colpa non può essere distrutta, solo spostata. Quindi, il percorso segue leggi di potenza: dal più forte al più debole; dall’oppressore alla vittima. Chi ha generato il male lo allontana da sé e lo identifica con chi lo ha subito; rimproverandogli di esistere. È quel che si è fatto pure con la Germania Est e si vuol fare con il Mediterraneo.

LA PUZZA SOTTO IL NASO DELLA POLITICA NAIF. ELEZIONI: GLI IMPRESENTABILI.

Elezioni, gli impresentabili al Sud. Le elezioni amministrative in Italia, dalla Campania alla Puglia: quando la realtà supera la fantasia, scrive Sabino Labia su Panorama. Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha invitato gli elettori della Campania a non votare i cosiddetti impresentabili presenti, numerosi, nelle liste apparentate al candidato del Pd alle Regionali, Vincenzo De Luca. Un invito che in molti stentano a capire dal momento che il Pd campano, Vincenzo De Luca stesso e il Pd della Nazione, guidato sempre da Renzi, hanno comunque avallato quei nomi prima di depositare le firme. Un po' di storia, in questo, caso, serve. A soli dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e dopo appena tre tornate elettorali, il 25 gennaio 1955 l’allora ministro dell’Interno, Mario Scelba, presentò un progetto di legge il cui titolo riportava Norme per la disciplina della propaganda elettorale. La motivazione era che bisognava porre un freno al dilagare di ogni genere di esagerazione economica e, soprattutto, di decenza e cattivo gusto durante le campagne elettorali. Naturalmente quella proposta rimase tale e non divenne mai legge. Questo curioso precedente, sta a dimostrare che in Italia, da sempre, il lungo ed estenuante periodo che precede il voto rappresenta una sorta di fiera paesana, o ancora di più, un’orgia carnevalesca dove i candidati sono le maschere che vi partecipano. Il Principe della risata, il grande Totò, con il film Onorevoli fu il primo a portare, sul grande schermo, tutti i vizi, per usare un eufemismo, della politica italica di quegli anni. Il candidato dal nome improponibile, Antonio La Trippa, chiuso in un bagno urlava il proprio nome da un imbuto. Naturalmente con il passare degli anni, la politica si è evoluta e nel Terzo Millennio è arrivato lo straordinario Antonio Albanese che con il suo Cetto La Qualunque, qui il cognome è di per se un vero programma, ha cercato in tutti i modi di estremizzare quella che rappresenta l’evoluzione della specie del candidato. Il prossimo 31 maggio 2015 si svolgerà in Italia una tornata elettorale di rilievo per il numero di amministrazioni locali interessate e che prevedibilmente e, immarcescibilmente, rappresenterà l’ennesimo banco di prova per Matteo Renzi e l’azione del governo. Tuttavia, nei comuni grandi e piccoli della Penisola, il voto viene visto, come dicevamo, più come una fiera paesana dove mettere in mostra ogni genere di specie e sottospecie di candidato. Uno degli esempi più evidenti di questo Carnevale si svolge in Puglia e per la precisione a Cerignola. Per la cronaca stiamo parlando di un paesone di quasi 60mila abitanti che ha dato i natali, tra gli altri, a Nicola Zingarelli, l’autore del dizionario; Giuseppe Di Vittorio, il più grande sindacalista italiano e Giuseppe Tatarella, il ministro dell’armonia. Ebbene, la campagna elettorale del Terzo Millennio in Capitanata è già partita con largo anticipo rispetto alle date canoniche. I candidati alla carica di consigliere sono oltre 400, distribuiti in 18 liste; praticamente ogni famiglia, che si sa al sud sono numerose, ha un parente in lista e la battuta che circola in Paese è che per il compleanno, i genitori regalano un 6x3 al proprio erede, il riferimento è al manifesto elettorale. Poi ci sono, naturalmente, i pezzi grossi, i cosiddetti big che concorrono alla carica più importante, quella di sindaco. In tutto sono sette in rappresentanza di ogni genere di partito e movimento. Tra questi, c’è colui che, però, sta rubando la scena agli avversari sin dalle battute iniziali. I suoi video su youtube sono diventati realmente contagiosi, o come si dice adesso virali. La prima uscita pubblica ha visto l’arrivo del candidato in un ristorante con tanto di limousine bianca, codazzo al seguito e, come musica di sottofondo, la colonna sonora di Rocky. Per l’occasione è stato illustrato il programma, dove il punto di forza è quello di fare uscire dal carcere tutti. Ma, quello che è diventato un vero e proprio must della Rete, è la cena elettorale finita in rissa con il suo tesoriere preso a schiaffi, calci e sedia sulla schiena. Il suo motto è la libera traduzione di quello che Barack Obama utilizzò durante la sua prima elezione, e Yes we can è diventato C la puteim fall in idioma locale. Altro che Antonio La Trippa e Cetto La Qualunque, in Italia la realtà ha superato di gran lunga la fantasia.

Elezioni, i candidati «impresentabili» al vaglio dell’Antimafia. Iniziativa di Rosy Bindi: i «curricula» di inquisiti, fascisti, presunti amici di «Gomorra» valutati dalla commissione parlamentare. I risultati prima del 31 maggio, scrive Monica Guerzoni su  “Il Corriere della Sera”. Gli «impresentabili» al setaccio dell’Antimafia. Sul tavolo di Rosy Bindi c’è un fascicolo alto così, con i nomi dei candidati che negli ultimi giorni hanno riempito le pagine politiche dei giornali. I curricula di inquisiti, fascisti, presunti amici di «Gomorra», trasformisti e via sobbalzando verranno valutati dalla commissione parlamentare. Un organismo che tra i suoi compiti costitutivi annovera quello di «indagare sul rapporto tra mafia e politica, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive». Sulla base di questo principio la presidente Bindi ha avviato un’inchiesta interna, i cui risultati saranno resi noti prima delle regionali del 31 maggio. La scrematura delle liste sarà fatta attenendosi ai dettami del codice di autoregolamentazione, che l’Antimafia ha approvato all’unanimità il 23 settembre 2014. L’intento non è certo quello di condizionare il voto, ma di fornire agli elettori un vademecum che consenta di tracciare una linea netta tra i candidati puliti e gli altri, i cui nomi non andrebbero scritti sulla scheda. Dal punto di vista della legge Severino sono tutti in regola, anche quelli spuntati nelle liste di Vincenzo De Luca in Campania e che tanto scandalo hanno suscitato. Il punto, per Bindi, è l’opportunità politica di infilare, nelle liste civiche che appoggiano l’aspirante presidente, persone che non sono affatto al di sopra di ogni sospetto. E che magari, pur senza essere direttamente coinvolte in affari criminosi, hanno legami con famiglie della malavita. «L’etica della politica non è misurabile solo con gli atti giudiziari» va ripetendo Bindi, che ieri alla presentazione della Enciclopedia delle Mafie al Senato ha detto «il garantismo è un grande valore, ma la politica deve essere molto più rigorosa e darsi un codice di comportamento più stringente, che non faccia riferimento agli atti giudiziari». Per la ex presidente del Pd, insomma, la politica deve arrivare prima della magistratura: «Se si dice che nelle liste ci sono impresentabili si deve anche dire ai cittadini che gli impresentabili non vanno votati». Il presidente Pietro Grasso ha parlato della «dimensione clientelare della politica» e del rapporto di scambio con l’elettorato, «sovrapposizione» che non consente al nostro Paese «un progresso visibile sul piano della lotta alla criminalità organizzata». Il Pd è in allarme. Il presidente della Toscana Enrico Rossi ha dichiarato a Repubblica che il Pd avrebbe dovuto intervenire da Roma per «bloccare ed espellere, evitare presenze imbarazzanti e insignificanti». I senatori Capacchione, Cuomo e Saggese hanno chiesto al Nazareno di «fare pubblicamente i nomi degli impresentabili da non votare» e ora si dolgono di non essere stati ascoltati: «C’è un problema politico che la segreteria regionale del Pd non è riuscita a risolvere...». Ma Lorenzo Guerini assicura che le liste del Pd «sono pulite, di qualità e rispettano il codice etico interno». Certo, ammette il vicesegretario, alcuni casi «creano amarezza». Un «supplemento di vigilanza» sarebbe stato utile e bisognerà al più presto aprire una riflessione su quelle liste civiche che sono diventate «puri collettori di voti». Eppure De Luca si sente a posto con la coscienza e, senza imbarazzo, chiede a Renzi di «correggere» la legge Severino che potrebbe impedirgli di governare. Al Corriere Nichi Vendola ha detto di vedere «sinistre somiglianze» tra Renzi e Berlusconi, il quale aveva «confidenza con la mafia». Ma ieri il leader di Sel ha aggiustato il tiro: «Non penso affatto e non ho mai detto che Renzi abbia confidenza con la mafia. Trovo semplicemente imbarazzante il suo silenzio alle parole di Saviano sulla presenza di Gomorra nelle liste associate al candidato Pd della Campania».

Impresentabili e voltagabbana. Quanti sono gli impresentabili, ovvero gli inquisiti o, peggio ancora, i condannati? E i voltagabbana che nel giro di pochi mesi hanno cambiato schieramento saltando sul carro del probabile (almeno così pensano loro) vincitore? Ecco un primo «album» con tanto di foto, di nome e cognome, scrive Nino Femiani su “Il Corriere della Sera”.

1. Vincenzo De Luca. Vincenzo De Luca, candidato presidente del centrosinistra condannato un anno di reclusione (pena sospesa) per aver promosso «in totale assenza di motivazione» il suo braccio destro Alberto Di Lorenzo. Al momento della sentenza l’allora sindaco di Salerno commentò: «Condanna demenziale, per aver usato l’espressione project manager invece di coordinatore».

2. Vincenzo De Leo. È l’«uomo nero» di Casal di Principe e sostiene De Luca. Simpatizza per il Fronte nazionale ma dice: «Non sono di destra, sono entrato nel movimento perché appoggiava le mie battaglie contro i termovalorizzatori e quelle per la Terra dei fuochi». Ecco cosa ha raccontato in un’intervista a Gianluca Abate e pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno.

Vincenzo De Leo da Casal di Principe, l’«uomo nero» che sostiene il candidato del Pd Vincenzo De Luca...

«Questo è fango».

Perché, dire che uno è di destra è un’offesa?

«No, ma io non lo sono. E definire uomo nero uno che ha un figlio piccolo è folle».

Guardi che è lei che sta nel Fronte nazionale.

«Vero. Ma insisto: non sono di destra».

Adriano Tilgher, il presidente del suo movimento, l’uomo che fondò Avanguardia nazionale con Stefano Delle Chiaie, si definisce «il più rosso tra i neri». Dunque lei deve essere uno dei neri.

«No, io sono entrato nel movimento perché appoggiava le mie battaglie contro i termovalorizzatori e quelle per la Terra dei fuochi. E, soprattutto, mi hanno sempre detto che non è uno schieramento di destra».

Cosa pensa che sia, allora?

«I dirigenti con me si sono sempre espressi in termini movimentisti. E, anzi, hanno sempre sottolineato — così come ha fatto il presidente — che destra e sinistra non esistono più, sono categorie di un secolo passato».

Questa è una storia buona per i comizi.

«Allora mi spiego meglio. Ho sempre saputo di far parte di un movimento schierato dalla parte del popolo e contro le banche. Se poi qualcuno s’è nascosto dietro un velo dicendo di non essere di estrema destra e invece lo è, be’ in quel caso sono prontissimo a lasciare il Fronte nazionale».

Lo stesso Tilgher — in un’intervista rilasciata a Fabrizio Roncone e pubblicata ieri sul Corriere della Sera — dice di sapere bene che il tono del Fronte nazionale è «vagamente mussoliniano». E definisce «attualissimi» quei discorsi. È d’accordo?

«Ho letto. E Adriano mi ha anche chiamato per chiedermi scusa, dice che non è stato compreso».

Già, la vecchia storia delle frasi travisate. Ma sulle sue dichiarazioni non mi ha ancora risposto...

«Mi hanno turbato. Io vengo da un’esperienza universitaria di sinistra, sono stato cinque anni con il Movimento 5 Stelle che ho lasciato quando mi hanno abbandonato, ho le foto di Che Guevara su Facebook. Accostare il mio nome a quello di Mussolini è una cosa che mi fa tremare. E se per Tilgher è pubblicità gratuita, io ne pago le conseguenze. E le pene».

Lei che ne pensa di Benito Mussolini?

«Quello che ha fatto in Italia storicamente è stato un errore. Ciò detto, non sono preparato sulla sua figura».

Un altro candidato nello schieramento di De Luca, Carlo Aveta, spesso si reca a Predappio. Lei ci va?

«Predappio sarebbe quel posto dove c’è la tomba di Mussolini, vero?».

Sì.

«Neppure so in quale regione si trovi. Insisto, accostare la mia persona a quella di un estremista di destra è sbagliato. Io del Fronte nazionale non ho neppure la tessera».

Però è il segretario a Casal di Principe. Strano, no?

«Sì, in effetti c’è questa cosa strana. Ma serviva un ruolo formale per poter utilizzare il timbro e fare le denunce».

Quello che lei usa è il timbro di un movimento secondo il quale «Renzi ha dichiarato guerra agli italiani». Eppure lei sostiene il candidato del Pd. Strano anche questo, no?

«Renzi, se si propone come parla, mi piace. Ha la mentalità giusta. E Tilgher mi chiamò anche quando vide una mia foto con lui, disse che era scosso».

Il Fronte nazionale sostiene anche che Mattarella «piace agli Usa ma non a noi». Come farà se lo incontrerà da consigliere regionale?

«Non sono d’accordo con loro. Mattarella è una figura istituzionale, va rispettata».

Scusi, ma se è così mi spiega lei che ci sta a fare in quel movimento?

«Visto quel che sta accadendo mi inizio a porre qualche interrogativo, e ne parlerò con Tilgher. Se il Fronte nazionale metterà nero su bianco che non c’entra nulla con l’estrema destra e con i riferimenti a Mussolini bene, altrimenti sono pronto a uscire. Subito».

3. Carlo Aveta. Ex consigliere regionale de «La Destra» è stato folgorato da De Luca tanto da sostenerne anche la sua campagna per le primarie. È finito in una aspra polemica sui gay. «Si può ancora dire in un paese libero e democratico che questi mi fanno schifo?», scrisse sulla sua pagina Facebook riferendosi a tre omosessuali, che si tenevano per mano e si baciavano a un gay pride. Poi la rettifica ma gli imbarazzi restano nel campo che sostiene de Luca visto che Aveta è con la lista «Campania in rete» che sostiene l’ex sindaco.

4. Enrico Maria Natale. «Ho lasciato da tempo le file di Forza Italia, perché ritengo che ormai di tale coalizione sia rimasto solo il nome». Ma non è solo e non è tanto questo, ovvero i trascorsi politici, ciò che fa storcere il naso a mezzo Pd riguardo la candidatura di Enricomaria (si scrive tutto attaccato) Natale nella lista «Campania in rete» collegata al candidato governatore Vincenzo De Luca. Il fatto è che il 30enne di Casal di Principe, rampollo di una famiglia di imprenditori dagli interessi diversificati, con una «laurea» finalmente conquistata in un ateneo estero dopo alterne fortune a Lettere della Federico II, ha su di sé il peso di un cognome «scomodo» per le tante vicende giudiziarie che per 15 anni hanno interessato il padre Mario. Che ne sarà anche venuto fuori dopo due arresti ed altrettante scarcerazioni per le accuse di interposizione di beni fittizi (in pratica: di «prestanome») con l’aggravante del favoreggiamento camorristico, e si sarà anche visto riconoscere indennizzi dallo Stato per «ingiusta detenzione» e restituiti i beni sottratti, ma resta sempre — agli occhi dell’opinione pubblica (e non solo) — una persona chiacchierata.«Non posso pagare la colpa d’essere nato a Casal di Principe» si è difeso in questi giorni Enricomaria. Ma di essere figlio di Mario, evidentemente, sì. Ora tutti lo vorrebbero fuori da quella lista. A partire dal sindaco della sua città, Renato Natale, esponente storico prima dei Ds, oggi del Pd, icona anti-camorra locale e contro il quale si misurò per la corsa a sindaco quand’era ancora un esponente forzista.

5. Gennaro Castiello. Le 35 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari che hanno incastrato il consigliere comunale di Napoli Gennaro Castiello (ex Pdl, oggi in «Noi Sud», una lista pro-Caldoro) e i suoi tre collaboratori, sono dettagliate. L’accusa di voto di scambio è stata confermata dal gip di Napoli Tommaso Miranda. «Voti acquistati a pacchetti. Voti comprati a 20-30 euro a cranio. Voti cercati – scrisse il gip – nei quartieri più degradati della città, connotati da elevata povertà ove la ricerca del consenso dietro corresponsione di denaro è, evidentemente, più agevole».

6. Diego Manna. Figlio di Angelo Manna, deputato missino e almirantiano doc. È in campo con «Lista Sud» che sostiene Vincenzo De Luca.

7. Luciano Passariello. Risultava tra i 17 indagati nell’inchiesta dello scorso ottobre della Dda di Cagliari sul riciclaggio in Sardegna del denaro dei Casalesi. Passariello avrebbe pagato - secondo i pm - una prima tranche per l’ingresso, decidendo poi di non completare l’operazione. Al passaggio societario nelle mani dei Casalesi, il consigliere regionale sarebbe stato rimborsato dai clan, così come avvenuto per gli altri tre soci sardi, l’europarlamentare Salvatore Cicu (Fi), l’ex sindaco di Sestu Luciano Taccori (Fi) e il consigliere comunale Paolo Cau (Fi). Secondo le indagini della Guardia di Finanza, il giro di denaro per l’uscita dei quattro soci ammontava a 400 mila euro in contanti, di cui 130 mila a Passariello e 270 mila complessivi agli altri tre. In totale l’operazione di subentro dei Casalesi nella Tu.ri.cost è costata un milione e 30 mila euro, contro un investimento iniziale di 600 mila euro. Tutto questo, per la Dda, configurava il reato di riciclaggio contestato ai 17 indagati. Anche Passariello è candidato con Fratelli d’Italia a sostegno di Caldoro.

8. Gennaro Cinque. Ex sindaco di Vico Equense condannato in primo grado (a nove mesi) per tentato abuso d’ufficio (e siccome il reato era solo tentato, non è stata applicata la legge Severino), si è fatto «decadere» attraverso l’escamotage del ricorso a un irregolarità edilizia e ha lasciato il Comune al vice sindaco facente funzioni. Oggi in campo per Caldoro con Forza Italia.

9. Gennaro Salvatore. Era consigliere regionale e fondatore della lista «Caldoro presidente» con la quale si presenta anche oggi. Fu arrestato perché, scrisse il gip di Napoli Roberto D’Auria, furono rinvenuto «scontrini e altri titoli di spesa univocamente connessi alla vita privata dell’indagato». Tra le «pezze d’appoggio» palesemente incongruenti alle finalità istituzionali di un consigliere regionale, c’era anche lo scontrino da 23 euro e 30 centesimi per la bombola del gas della casa al mare di San Marco di Castellabate (Salerno), dove trascorreva le vacanze. Apparvero anche alcuni scontrini di tinture per capelli. Peccato che l’indagato sia calvo.

10. Franco Malvano. Ex senatore di Forza Italia ed ex questore di Napoli. Fu l’avversario di Rosa Russo Iervolino nella sfida a sindaco di Napoli. Oggi sostiene De Luca ed è candidato nella lista «De Luca presidente» per la circoscrizione di Napoli.

11. Marco Nonno. L’allora vicepresidente del consiglio comunale di Napoli fu condannato dal Tribunale di Napoli a otto anni e mezzo di reclusione al termine del processo per le proteste e gli incidenti nel quartiere di Pianura nel gennaio del 2008, quando si parlava di riaprire la discarica. Nonno fu riconosciuto colpevole del reato di devastazione. È in campo con Fratelli d’Italia e sostiene Caldoro.

12. Massimo Ianniciello. Per ottenere rimborsi non dovuti il politico campano avrebbe utilizzato fatture per operazioni inesistenti tramite una inesistente società di Bacoli con oggetto il commercio all’ingrosso di rottami, amministrata da due svedesi irreperibili e intestata a un pluripregiudicato per droga e ricettazione. Con quest’accusa militari del Nucleo Tributario della Guarda di Finanza di Napoli arrestarono nel 2012 il consigliere regionale campano Pdl Massimo Ianniciello e gli sequestrarono la casa, a copertura di un presunto danno erariale di circa 65mila euro. Truffa aggravata e peculato, le ipotesi di reato. È candidato in Forza Italia e sostiene Caldoro.

13. Pietro Foglia. Fino a pochi mesi fa era indagato solo per peculato, nell’ambito dell’inchiesta sui fondi che il consiglio regionale destina ai propri gruppi. A gennaio la posizione di Pietro Foglia, presidente Ncd del consiglio regionale si aggravò: il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino e il pm Giancarlo Novelli gli contestano anche il falso materiale. Si era scoperto infatti che le ricevute del distributore di carburante da lui depositate per giustificare la spesa di 32.183 euro erano contraffatte. È candidato di Ncd e sostiene Caldoro.

14. Rosa Criscuolo. Era legata da amicizia con l’ex ministro di Forza Italia, Claudio Scajola, con il quale cenò poco prima dell’arresto del politico. È candidata con Centro Democratico che sostiene De Luca. “Non mi voglio candidare con Caldoro e nella coalizione in cui ci sono i Cesaro. Insomma mi candido con De Luca per esclusione” disse Rosa al , che fa parte del comitato nazionale dei radicali. Si professa garantista e difese in passato anche Nicola Cosentino. Con la sua associazione, la «Grande Napoli», fa - come riporta Oggi. it - «visite ispettive nelle carceri».

15. Tommaso Barbato. Ex parlamentare mastelliano fu noto alle cronache perché sputò in Parlamento addosso al collega di partito Nuccio Cusumano che aveva negato la fiducia al governo Prodi bis. A gennaio di un anno fa venne indagato nell’ambito di un’inchiesta per voto di scambio a Napoli. Insieme a lui l’ex deputato del Psi Geppino Demitry, un passato da sottosegretario. Secondo la Procura Demitry, in cambio di appoggio elettorale al figlio Antonio, candidato alle politiche del 2013 per “3L – Lista Lavoro e Libertà” (quella di Giulio Tremonti), promise un posto di lavoro al figlio di Barbato, Francesco.

16. Antonio Amente. A Melito milita ancora in Forza Italia e si oppone al sindaco Venanzio Carpentieri, segretario provinciale del Pd. Alle regionali invece è con «Campania in rete» che sostiene il centrosinistra di De Luca.

17. Alberico Gambino. Rapporti tra politica e camorra a Pagani: è l’accusa contestata al consigliere regionale uscente Alberico Gambino. Fissata per il 13 maggio l’udienza davanti ai giudici della Corte di Cassazione che si pronunceranno sull’ordinanza in carcere disposta dal Riesame di Salerno per dieci degli indagati coinvolti nella maxi inchiesta dell’Antimafia, ribattezzata «Criniera». Tra i nomi, appunto quello dell’ex sindaco di Pagani e attuale candidato con Fratelli d’Italia.

18. Paolo Romano. L’allora presidente del Consiglio regionale della Campania, Paolo Romano, fu arrestato per tentata concussione dai finanzieri del Comando provinciale di Caserta. A Romano, che finì ai domiciliari alla vigilia della campagna per le Europee, vennero contestate pressioni per far nominare persone a lui vicine come direttore sanitario e amministrativo dell’Asl di Caserta. È candidato per Ncd nel collegio di Caserta.

LA VERITA’, OLTRAGGIATA, MINACCIATA E SOTTO SCORTA.

L'oltraggio alla verità.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che fossimo.

Il saluto romano di un bimbo scatena "Repubblica". Sulla vicenda avvenuta a Cantù difficile dire se è più grottesco l'episodio in sé o il resoconto che ne dà La Repubblica, scrive Paolo Granzotto su “Il Giornale”. In italiano, chiamasi grottesca la sensazione prodotta da ciò che è paradossale, sproporzionato. Squilibrato. Bene, su un episodio avvenuto in quel di Cantù - e del quale daremo subito conto - difficile dire se è più grottesco l'episodio in sé o il resoconto che ne dà La Repubblica . I fatti: la quiete e l'ordine di una scuola materna del canturino sarebbero stati turbati dalla presenza di un bimbo (quattro anni) che saluta i suoi amichetti e pare anche il bidello «col braccio proteso in avanti» e cioè, annota indignato il cronista Paolo Berizzi, «come Mussolini, come Hitler». Gesto che al bimbo (ripeto: quattro anni) avrebbe insegnato a fare il padre: un «nostalgico», come si dice. Anche scomodando Hitler e Mussolini, il saluto del «Baby Balilla» (così il Berizzi) altro non parrebbe che un inconsapevole e giocoso uzzolo infantile. Ma non a Cantù, dove diventa - e questo perché la vigilanza antifascista non dorme mai - un abominio democratico. La cui sinistra eco giunge alle orecchie dei repubblicones che ci si buttano sopra in maniera forsennata: un'intera pagina, con un richiamo in prima. Dividendo lo spazio fra la deprecazione del bambino (insisto: quattro anni) che fa il saluto romano e l'encomio per la ferma risposta della scuola materna alle provocatorie gesta del marmocchio. Stando al cronista, la prima reazione fu quella di inviare un'informativa al Provveditorato agli studi, cosa che si fa quando in normale svolgimento della attività didattica è seriamente minacciato. Ma alla fine, forse per non smentire lo spirito politicamente corretto che anima l'istituto, hanno ripiegato sullo strumento del dialogo&confronto: convocati i genitori, è stato loro fatto presente che «quel saluto è vietato dalla legge italiana». Pertanto «delle due l'una: o il bimbo (devo ripetermi: quattro anni) la smette di salutare come il Duce oppure non può più frequentare la scuola materna». In verità, reati non se ne vedono perché il saluto romano è sì vietato dalla legge del giugno 1993, ma «solo qualora compiuto con intento di rivolgere la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del carattere fascista». Intenzioni che sarebbe arduo attribuire ad un quattrenne e di conseguenza determinarne l'espulsione dall'asilo, naturalmente ove non cessi di salutare come a lui piace. Obiezione di nessun conto per Paolo Berizzi il quale sfodera ben altro e più solido argomento a favore dell'allontanamento: essendo l'asilo scuola pubblica, esso «si riconosce, come è ovvio, nei valori sanciti dalla Costituzione italiana il cui carattere è rigorosamente antifascista». Per cui, Carta più bella del mondo alla mano, niente asilo per il «camerata in erba» (così il Berizzi). A meno che non faccia autocritica e come un Dario Franceschini non giuri in piazza sulla Costituzione di non salutare più col «braccio destro proteso in avanti». Il sinistro andrebbe bene. E anche il destro, purché flesso. È nei dettagli che l'antifascismo vive e lotta con noi.

L’orribile “fascismo” degli antifascisti, scrive “Francesco Maria del Vigo”. “Correggere”. Un parola che già mette i brividi. Se poi la “correzione” – la rieducazione – riguarda un bambino di quattro anni le tinte diventano ancora più fosche. Partiamo dal principio. Repubblica di oggi racconta, con un certo compiacimento, una storia delirante. A Cantù un bambino di quattro anni si presenta all’asilo salutando tutti, maestre e compagni, con il braccio teso. I responsabili della scuola materna convocano i genitori del microbalilla, i quali – senza indugi – ammettono di avergli insegnato il saluto fascista: “Vogliamo dargli un’educazione rigorosa”. Non pago il padre arrotola la manica della camicia (non è dato sapere se fosse nera) e mostra una svastica tatuata sull’avambraccio. Il primo colloquio finisce in un nulla di fatto e le maestre passano al contrattacco: i genitori devono “correggere” il bambino. Correggere, come si fa con gli errori. O smette di salutare romanamente o lo sbattono fuori dall’asilo. Ora, è evidente che imporre il saluto romano a un bambino di quattro anni è demenziale. Ma anche creare un caso e “rieducare” è un comportamento da colonia penale, più che da scuola per l’infanzia. La famiglia ha sbagliato, lo Stato anche. Ed è ancora più grave. Ma questa non è solo la storia di un’educazione sui generis, è la cartella clinica di un Paese ancora diviso dal muro dell’odio. Un Paese in balìa di una tensione antifascista costante. Quando l’antifascismo dovrebbe essere morto e sepolto per evidente mancanza di fascismo. A eccezione di qualche caso marginale come la famiglia di sopra, che non costituisce certamente un pericolo politico per la gloriosa repubblica italiana. Invece, specialmente in questo settantesimo anniversario della Liberazione, l’antifascismo è tornato. Arrogante. Totalitario. E scleroticamente conservatore. Con la sua ridicola retorica, le sue bandiere rosse, le sue Belle Ciao, e le tirate moralizzatrici delle Boldrini. Fascismo è tornato a essere l’insulto più quotato. Basta prendere in mano un qualsiasi quotidiano e sembra di sfogliare un numero del Popolo d’Italia del 34. Improvvisamente sono tutti fascisti. Berlusconi lo è per definizione, Renzi anche, Salvini figuriamoci. I poveri di parole hanno sempre un “fascista” in tasca da lanciare sul muso del primo che osi superare lo stop del politicamente corretto. Il termine “fascista” è il cartellino rosso. La squalifica. Il confino intellettuale e politico, giusto per non spostarci dal Ventennio. Perché il paradosso è proprio questo: secondo i loro parametri – quelli degli antifascisti che vedono ovunque camicie nere – loro stessi sono dei fascisti. Degli squadristi culturali che mettono all’indice il dissenso e ora si prendono la briga di “correggere” i bambini di quattro anni. Come nelle dittature. Come in Unione Sovietica. Ché poi – alla fine – il problema è sempre quello.

"Saluto fascista del bimbo? Una bufala di Repubblica", scrive di Francesco Borgonovo su “Libero Quotidiano”. C’è del «nero» che si insinua nella tranquilla Cantù, turbando i sonni dei sinceri democratici? Mah. Per ora c’è un piccolo giallo che è interessante raccontare, riguardante un fascista in miniatura, un bambino con la passione per il Duce di cui molto si è discusso nei giorni scorsi. Martedì su Repubblica, con evidente richiamo in prima pagina, l'inviato Paolo Berizzi ha scritto che in una scuola materna pubblica di Cantù ci sarebbe un bambino di quattro anni con l’abitudine di fare il saluto romano. Lo maestre, indignate, avrebbero minacciato di cacciarlo dall’asilo se i genitori non fossero intervenuti. A cosa si deve tanta indignazione per il presunto Balilla? Al fatto che, suggeriva Repubblica, questo piccino è l’abominevole figlio di una «provincia “nera”». Ma perché Cantù sarebbe «provincia nera»? Lo ha scritto Berizzi: «Da due anni la cittadina in provincia di Como ospita il Festival Boreal, un raduno di ispirazione neonazista organizzato da Forza Nuova. (…) A scatenare polemiche sul raduno è stata l’autorizzazione - sorprendente - concessa dal sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero. Il quale - in nome del “tutti hanno diritto di parola, anche i fascisti, da amministratore devo garantire questo principio democratico” - non solo ha dato il benestare all’evento (…) ma lo scorso anno si è addirittura presentato, in veste ufficiale, all’apertura del raduno per un saluto ai camerati». Capito che succede se un sindaco dà diritto di parola o di aggregazione ai fascisti? Poi il morbo si diffonde. Da genitori con le «svastiche tatuate» nascono dei bambini a loro volta fascisti, che sfoggiano il manganello al posto del ciuccio. La smentita del sindaco - C’è però un particolare che confligge con questa lettura della realtà fornita dal giornale di Ezio Mauro. Il sindaco di Cantù sostiene che, nella sua città, del bambino fascista non ci sia traccia. «Dopo che Repubblica ha pubblicato questa bufala», spiega a Libero, «ho fatto sentire tutti gli istituti e le scuole materne. E le dico che quel bambino di sicuro non frequenta una scuola di Cantù. Me lo hanno confermato i direttori e le direttrici delle scuole, che ho contattato uno per uno e che sono tenuti a dirmi le cose come stanno». Bizzozero dunque sostiene che Repubblica abbia scritto il falso: se davvero c’è un bambino che ama i saluti romani, di certo non è a Cantù. Motivo per cui il sindaco querelerà il giornale. «Ho il dovere di farlo», dice. «La bufala che ha pubblicato è allucinante». Anche al Provveditorato di Como sono sopresi. Rosa Siporso, sentita dalla Provincia di Como come referente dell’ufficio scolastico, ha spiegato: «Non abbiamo mai ricevuto segnalazioni simili». E ha aggiunto: «È strano, un dirigente scolastico di un qualsiasi nostro istituto comprensivo, a fronte di una storia del genere, quanto meno si sarebbe preoccupato di avvertire».  Dal canto suo, Paolo Berizzi conferma tutto: «È una notizia straverificata», ha ripetuto ieri a Libero. Spiega che non ha intenzione di dire di più per tutelare la sua fonte, e si professa certissimo di quanto ha pubblicato. Però non rivela quale sia la scuola. Ma come nasce questa strana vicenda? L’ha ricostruita un giornalista della Provincia, Christian Galimberti. Venerdì scorso, Paolo Berizzi si trovava a Como a presentare un suo libro. A moderare l’incontro c’era Barbara Rizzi di Ecoinformazioni, che ha raccontato: «Una maestra si è avvicinata prima dell’incontro a me e a Berizzi e ha raccontato quanto le è accaduto. Non so di quale scuola sia e di quale paese. Detta così potrebbe sembrare anche inventata? Può darsi, io non lo so». Dunque la fonte sarebbe questa signora apparsa alla presentazione del libro di Berizzi. Ed è qui che il sindaco di Cantù va su tutte le furie: «Ma non era il caso di verificare? Di chiamare il Provveditorato, per esempio? Adesso voglio proprio sapere, se questo bambino davvero c’è, che scuola frequenta, da che Comune viene. Se si trattasse di un Comune guidato dal Pd, Repubblica dirà che dove governa il Pd ci sono i bambini che fanno il saluto romano?». È una questione interessante. Perché se davvero il bambino c’è, ma non è di Cantù, la teoria della «Provincia “nera”» fa un po’ sorridere. C’è anche una curiosa coincidenza. Il libro che Berizzi è andato a presentare venerdì si intitola Bande Nere. Come vivono, chi sono, chi protegge, i nuovi nazisfascisti, e risale a qualche anno fa. Quando uscì, l’editore Bompiani fu costretto a ritirarlo. Come mai? Conteneva una foto, presentata come un documento esplosivo, che ritraeva Ignazio La Russa in compagnia di quello che veniva indicato come un uomo della ’ndrangheta. Peccato che il signore in questione fosse in realtà un carabiniere: dunque il libro dovette essere ristampato. A Repubblica i «fascisti» non portano molta fortuna.

La minaccia può venire dai magistrati.

La pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca. La pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato, oltre a non essere idonea di per sé a configurare una violazione del segreto istruttorio o del divieto di pubblicazione di atti processuali, costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca ed estrinsecazione della libertà di pensiero previste dall'art 21 Costituzione e dall'art 10 Convenzione europea dei diritti dell'uomo, anche se in conflitto con diritti e interessi della persona, qualora si accompagni ai parametri dell'utilità sociale alla diffusione della notizia, della verità oggettiva o putativa, della continenza del fatto narrato o rappresentato. (Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 22 febbraio 2008, n. 4603)

L’avv. Santo De Prezzo, in data 06 novembre 2006, denuncia e querela il dr. Antonio Giangrande per violazione della Privacy per aver pubblicato sul sito web della Associazione Contro Tutte le Mafie il suo nome, nonostante il nome dell’avv. Santo De Prezzo fosse già di dominio pubblico in quanto inserito negli elenchi telefonici, anche web, e nell’elenco degli avvocati del consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Brindisi, anche web.

La dr.ssa Adele Ferraro, sostituto procuratore presso il Tribunale di Brindisi apre il proc. n. 9429/06 RGNR, non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., ed il 1° ottobre 2007 (un anno dopo la querela) decreta il sequestro preventivo dell’intero sito web della Associazione Contro Tutte le Mafie, arrecando immane danno di immagine. Il Decreto è nullo perché non convalidato dal GIP ed emesso il 19 ottobre 2007, successivamente al sequestro. Il decreto è rinnovato il 09/11/ 2007 e non convalidato dal giudice Katia Pinto. Poi ancora rinnovato il 28/12/2007 e convalidato da Katia Pinto il 26/02/2008, ma non notificato.

La dr.ssa Katia Pinto apre il proc. n. 1004/07 RGDT e il 19/09/2008, dopo quasi un anno dal sequestro del sito web con atti illegittimi dichiara la sua incompetenza territoriale e trasmette gli atti a Taranto, ma non dissequestra il sito web.

In questo procedimento non risulta esserci il fatto penale contestato eppure si oscura un sito web di una associazione antimafia e si persegue penalmente il suo presidente, Antonio Giangrande.

Insomma: il fatto non sussiste. Pur mancando la prova della violazione della privacy, quindi del reato commesso, comunque inizia il calvario per il dr. Antonio Giangrande.

Il Dr. Remo Epifani sostituto procuratore presso il Tribunale di Taranto apre il fascicolo n. 8483/08 RGNR, non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., e decreta il rinvio a giudizio per ben due volte: il 23/06/2009 e difetta la notifica e il 28/09/2010, rinnovando  il sequestro preventivo del sito web, mai revocato.

Il Dr. Martino Rosati, Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Taranto  apre il proc. n. 6383/08 GIP e senza indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., dispone con proprio autonomo decreto il 14/10/2008 il sequestro preventivo del sito web.

Il processo a carico di Antonio Giangrande contraddistinto con il n. 10329/09 RGDT, si apre il 03/11/2009, ma viene chiuso per irregolarità degli atti. Il nuovo processo contraddistinto con il n. 10018/11 RGDT si apre il 01/02/2011.

Solo in data 12 luglio 2012 lo stesso Pm dr. Gioacchino Argentino chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste ed in pari data il giudice dr.ssa Frida Mazzuti non ha potuto non acclarare l’assoluzione di Antonio Giangrande perché il fatto non sussiste. Il Dissequestro del sito web www.associazionecontrotuttelemafie.org non è mai avvenuto e l’oscuramento del sito web è ancora vigente.

Declaratoria di ASSOLUZIONE PERCHE’ IL FATTO NON SUSSISTE. Dopo 6 anni, due pubblici Ministeri, un Giudice per l’Udienza Preliminare, tre Giudici monocratici, di cui una, dr.ssa Rita Romano, estromessa con istanza di ricusazione perchè denunciata da Antonio Giangrande, sostituita dalla dr.ssa Frida Mazzuti. L’inimicizia dei magistrati di Taranto nei confronti di Antonio Giangrande è da ricondurre al fatto che lo stesso ha denunciato alcuni magistrati del foro tarantino, anche perché uno di loro, il sostituto procuratore Salvatore Cosentino, ha archiviato una denuncia contro il suo ufficio, anziché inviarlo alla Procura di Potenza, Foro competente. (Esposto inviato a più Autorità Competenti. Lettera Morta)

I casi analoghi sono migliaia...

Dal pm di Messina, Brunelli, per un articolo del professionista Michele Schinella. Blog di giornalista oscurato dopo una querela. Oscurato il blog di informazione del giornalista professionista Michele Schinella, collaboratore di “Centonove” e “Corriere.it”, dopo una querela da parte del sindaco di Saponara (Messina), Nicola Venuto, seguita a un articolo del 2 ottobre scorso. L’oscuramento dell’intero blog – e non dell’articolo in questione – l’ha disposto il pm di Messina, Margherita Brunelli. “Il provvedimento – spiegano i legali di Schinella, Diego Lanza e Ciccio Rizzo – è abnorme e incomprensibile. Il provvedimento non ha un rigo di motivazione e oscure rimangono le ragioni di fatto e di diritto per cui il pm abbia ritenuto di adottare questa misura. Se il pm ha ritenuto che l’articolo fosse diffamatorio, sarebbe stato sufficiente oscurare il pezzo e non l’intero blog”. (Ansa).

La minaccia può venire, addirittura dagli stessi giornalisti...

Edicole online gratis, operazione per tutela diritti d’autore: 19 siti oscurati, scrive il 28 aprile 2015 “Il Fatto Quotidiano”. L'inchiesta "Black Press Review" delle Unità speciali delle Fiamme gialle contro i siti che ogni mattina mettono a disposizione dei navigatori i contenuti dei quotidiani. È stata denominata “Black Press Review” e nel mirino dell’operazione della Guardia di Finanza sono finite le edicole online, che consentono agli internauti di avere a disposizione interi contenuti di quotidiani e periodici, già dalle prime ore della giornata, senza corrispondere compensi agli editori. I finanzieri delle Unità Speciali stanno procedendo, su tutto il territorio nazionale, al sequestro e oscuramento di 19 siti e alle perquisizioni nei confronti dei presunti responsabili. Sarebbero per ora cinque le persone denunciate. I finanzieri delle Unità speciali, su delega della Procura della Repubblica di Roma, stanno eseguendo una complessa operazione in materia di tutela del diritto d’autore sul web, colpendo “edicole pirata” posizionate su server nazionali ed esteri (Repubblica Ceca, Russia, Moldavia, Svizzera e Stati Uniti). Con la collaborazione della Federazione italiana editori giornali (Fieg), la Guardia di Finanza ha identificato alcuni hacker che acquisivano indebitamente la copia digitale dei giornali e la pubblicavano su edicole online illegali. Le Fiamme Gialle hanno dichiarato che anche “una società che realizza servizi di rassegna stampa risulta interessata”. La Guardia di Finanza ha commentato: “Il fenomeno ha indubbi effetti negativi sul settore dell’editoria, che perde così ingenti risorse, con ricadute occupazionali, frustrando il lavoro, spesso pericoloso e duro degli operatori dell’informazione, che si vedono sottrarre, con un semplice click, il frutto del proprio impegno quotidiano sul campo da soggetti che operano illegalmente e senza fatica, nel web”.

La minaccia può venire dalla politica...

Nuovo attacco di Grillo ai giornalisti. La libertà d’informazione è… il suo blog, scrive Sandro Forte su “Il Secolo D’Italia”. Un fatto è certo: Grillo ce l’ha con i giornalisti. In nome della libertà d’informazione, il cui cavallo di battaglia è il suo blog, l’ex comico convertitosi alla politica attacca la libertà d’informazione la quale, seppure a volte propensa alla calunnia e al pettegolezzo, proprio perché tale non è passibile di censure politiche. «Taci, il giornalista ti ascolta! Si nascondono ovunque. L’unica difesa è il silenzio, il linguaggio dei segni – così scrive Grillo sul suo blog – I giornalisti non possono infestare Camera e Senato e muoversi a loro piacimento: vanno disciplinati in spazi appositi, esterni al Palazzo. Per un’intervista chiedano un appuntamento, non bracchino i parlamentari per le scale o al cesso. All’ingresso di Montecitorio e di Palazzo Madama va posto un cartello “No gossip. Il Parlamento non è un bordello. Il Parlamento è il luogo più sacro, di una sacralità profana, della Repubblica italiana, ma è sconsacrato ogni secondo, ogni minuto, frequentato impunemente, spesso senza segni di riconoscimento, da folle di gossipari e pennivendoli dei quotidiani alla ricerca della parola sbagliata, del titolo scandalistico, del sussurro captato dietro a una porta chiusa. Qualche deputato li scambia talvolta per colleghi e parla, parla per ritrovare sul giornale quella che credeva una conversazione privata. Mercanti di parole rubate». Poi, dopo aver citato la cacciata dei mercanti dal tempio, Grillo “inventa” lo sfogo di un parlamentare che si lamenta perché «nel Parlamento romano, all’ingresso o in ascensore, anche all’urinatoio con il microfono nel taschino c’è sempre un giornalista senza tesserino». A parte taluni eccessi, certamente condannabili più sotto il profilo della deontologia professionale che per la violazione della privacy (i politici sono comunque personaggi pubblici), resta il fatto che il leader del Movimento Cinque Stelle non digerisce la stampa libera e comunque vorrebbe che l’attività dei giornalisti fosse confinata in regole ben precise, a rischio della completezza dell’informazione (per il suo blog, “libero” di scrivere qualsiasi cosa, invece nessuna restrizione). La notizia di questo ennesimo attacco alla stampa è esplosa nel bel mezzo della conferenza stampa del M5S a Montecitorio: i deputati Laura Castelli, Mattia Fantinato e Carla Ruocco stavano illustrando le loro proposte in campo fiscale ma le parole al vetriolo di Grillo non potevano certo essere ignorate. Ne è scaturito un lungo “botta e risposta” tra i cronisti e i parlamentari “pentastellati”. Alla richiesta dei giornalisti di un commento sull’idea di Grillo di cacciare i giornalisti da Montecitorio e da Palazzo Madama è sorto un vero e proprio parapiglia. Per i parlamentari del M5S si trattava di «domande fatte per oscurare il lavoro svolto in Parlamento»: «Dovreste chiederci qualcosa sul fisco», ha sbottato Carla Ruocco. I cronisti hanno rivendicato la possibilità di scegliere le domande e hanno insistito sulla «difesa della libertà di stampa», chiedendo se i deputati presenti fossero d’accordo con Grillo. Ha risposto Laura Castelli: «Grillo, come noi, chiede che i giornalisti stiano nei luoghi deputati a fare informazione e non a origliare dietro le porte dei bagni. Tutte le volte che ci siamo sentiti in imbarazzo di fronte ai vostri comportamenti ci siamo rivolti agli organi che organizzano il vostro lavoro». Un dialogo apparentemente impossibile. «Ma non temete che venga danneggiata la libertà di stampa? Il post di Grillo prima definisce “mercanti del tempio” i giornalisti e poi chiude con un doppio “vaffanculo”», ha sottolineato un cronista. La replica non si è fatta attendere: «Siamo nati con il “vaffanculo”, non vi sconcerterete adesso?». Lo scontro è poi continuato a telecamere spente. I deputati si sono sfogati dicendo che alcuni giornalisti li avevano offesi; i cronisti hanno sottolineato che «soltanto durante il fascismo veniva impedito alla stampa di assistere ai lavori parlamentari». Una deputata ha sottolineato che «negli anni Cinquanta i cronisti non potevano entrare in Transatlantico». Un cronista le ha risposto: «Certo, perché i politici dell’epoca non volevano che i giornalisti scrivessero quello che accadeva nel “Palazzo”. Allora, torniamo alla mezzadria». «Meglio la mezzadria, funzionava meglio», è stata la risposta della deputata che ha poi posto fine al “dibattito”.

La minaccia...ai giornalisti.

Giornalisti minacciati, Lazio da record. Aggressioni, intimidazioni, querele pretestuose e vari danneggiamenti. Ecco come cercano di fermare i cronisti «colpevoli» di raccontare scomode verità, scrive Luca Rocca su “Il Tempo”. Minacciati, aggrediti, intimiditi. Gli incendiano casa e gli fanno esplodere l’auto; tentano di metterli spalle al muro spedendogli proiettili o ricorrendo a telefonate minatorie. Ma li "attaccano" anche per vie legali, con querele che poggiano sul nulla. È la vita del giornalista descritta dai dati di "Ossigeno per l’informazione", l’Osservatorio sui cronisti minacciati in Italia, promosso dalla Federazione nazionale della stampa italiana e dall’Ordine dei giornalisti. Del cronista impavido che rischia fisicamente, e di quello che non arretra di fronte a una denuncia. "Penne" coraggiose che anno dopo anno rischiano la rovina e a volte la vita, come accaduto in passato.

LE INTIMIDAZIONI. I numeri rivelati da "Ossigeno" sono impressionanti. Nel 2014 i giornalisti minacciati, o in qualche modo frenati, nel nostro Paese sono stati 421, dato aggiornato al 31 ottobre scorso. Nel 2013, nello stesso arco di tempo, erano 316. Dal 2006, anno in cui è stato dato inizio al monitoraggio, ad oggi, le "penne" intimidite sono state 2085. Ma, come segnala lo stesso Osservatorio, «dietro ogni intimidazione documentata, almeno altre dieci restano ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche». Ma quali sono i metodi attraverso i quali i giornalisti vengono attaccati?

MINACCE E QUERELE. Si va dalla "querela per diffamazione ritenuta pretestuosa" (129 casi nel 2014 e 324 documentati dal 2011 ad oggi) all’insulto (35 quest’anno, 174 dal 2011); dall’aggressione lieve (38 quest’anno e 129 dal 2011) all’abuso del diritto (50 e 128); dalla lettera con proiettili attivi (3 e 69) alle minacce personali (17 e 83); dalle intimidazioni con striscioni e scritte (9 e 74) alla discriminazione ed esclusione arbitraria (16 e 52). Seguono intimidazioni con esplosivo (nessun caso nel 2014 ma 40 dal 2011), lettere minatorie (11 e 51), citazione in giudizio per danni considerata strumentale (20 e 47), minacce di morte (8 e 33), spari (zero e 22), danneggiamento (12 e 36), avvertimenti (11 e 30), incendio dell’auto o dell’abitazione (7 e 27). Ci sono anche le minacce via Facebook o attraverso altri social network (4 e 16) e le querele pretestuose da parte del magistrato (11 e 23). Seguono aggressioni gravi, perquisizioni invasive, furti, stalking, avvisi di garanzia per reti legati alla pubblicazione delle notizie, sequestri giudiziari di documenti e archivi, telefonate minatorie, bossoli esplosi, ecc.

AGGRESSIONI E AVVERTIMENTI. Il giornalista, in buona sostanza, si sente spesso "circondato". E le intimidazioni appaiono ancora più chiare se si analizzano per macrocategorie: le aggressioni fisiche sono passate dalle 50 del 2011 alle 43 del 2014, con un balzo fino a 63 nel 2013. Gli avvertimenti sono stati 156 nel 2011, 181 l’anno dopo, 148 nel 2013 e 121 quest’anno. I danneggiamenti nel 2014 sono stati 19 (erano 11 tre anni prima). Le denunce e le azioni legali contro giornalisti sono state 109 nel 2011, salite a 220 nell’anno in corso. Infine, gli ostacoli alla libertà d’informazione, che erano zero nel 2011, sono arrivati a 18 nel 2014. Nel "mirino" finiscono soprattutto i giornalisti della carta stampata, con 262 casi dal 2011 ad oggi, poi quelli della tv (91 casi in totale), e del web (76).

IL LAZIO PRIMEGGIA. Dal monitoraggio di "Ossigeno" emerge che nel 2014 la regione che ha registrato il numero maggiore di intimidazioni, in tutte le varie forme, è il Lazio, con 82 casi (257 dal 2011 ad oggi). A ruota seguono: Campania con 50 casi (262 dal 2011), Sicilia 43 (162 dal 2011), 42 Lombardia (230), Basilicata 34 (42), Puglia 33 (69), Veneto 33 (63), Calabria 30 (94). E ancora: 25 Emilia Romagna (60), 16 Toscana (47), 14 Piemonte (50), 11 Friuli Venezia Giulia (20), 10 Abruzzo (29), 9 Liguria (22), 5 Sardegna (14), 5 Marche (13), 2 Umbria (8), 1 Molise (13), 1 Trentino Alto Adige (4). L’unica "isola felice" è la Valle d’Aosta.

L’INCHINO E LA SCORTA. In qualche caso il nome del giornalista minacciato è noto, in altri no. Non tutti, infatti, si atteggiano a vittima e oracolo. Michele Albanese, ad esempio, del Quotidiano della Calabria , vive sotto scorta da quando ha scritto dell’"inchino" della statua della Madonna davanti casa di un boss a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Oppure Guido Scarpino, de Il Garantista, al quale hanno incendiato l’auto sotto casa. Ma l’elenco è lungo, troppo lungo per una Paese libero e democratico.

GIORNALISTI OSCURATI E NOTIZIE SOTTO SCORTA di Alberto Spampinato. Nella libera Italia sono numerosi i giornalisti che rischiano la vita, subiscono minacce, intimidazioni, ritorsioni, finiscono sotto scorta e sono costretti a una vita blindata per avere pubblicato notizie sgradite a mafiosi, camorristi, clan della ‘ndrangheta. Lo conferma la vicenda di Giovanni Tizian, che dal 22 dicembre vive protetto dalla polizia 24 ore su 24 ed è il quinto giornalista minacciato in Italia dall’inizio del 2012. Altre conferme vengono dalle storie degli altri giornalisti costretti a vivere sotto scorta. Vivono così, dal 2007, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e Roberto Saviano e un’altra diecina di giornalisti meno noti. Altre diecine (impossibile sapere esattamente quanti siano) sono sottoposti a protezioni di polizia più blande. Molti di loro hanno pubblicato in esclusiva notizie e inchieste sgradite ai boss della mafia. Pubblicare notizie approfondite sull’attività della mafia aiuta a combattere la mafia, ma è rischioso: per questo motivo in passato in Italia sono stati uccisi nove giornalisti, l’ultimo, Beppe Alfano, l’8 gennaio 1993 in Sicilia. Da allora la mafia non ha ucciso altri giornalisti, ma non ha rinunciato a fare piani per uccidere i giornalisti più irriducibili. Non ci sono stati altri omicidi perché i boss privilegiano altri mezzi, più subdoli, per condizionare l’informazione giornalistica e anche perché, per fortuna, nel frattempo, gli inquirenti hanno sviluppato strumenti di indagine più raffinati, e così hanno sventato numerosi attentati. Sono tantissimi in Italia i giornalisti minacciati dalla mafia. Ma molti di più sono i giornalisti che subiscono intimidazioni e censure violente di altra matrice: tantissime sono, ad esempio,  le querele pretestuose e le citazioni in giudizio per danni da parte di imprenditori, uomini politici, amministratori pubblici al puro fine di mettere in difficoltà il giornalista e rendere più difficile la pubblicazione di notizie sfavorevoli. Nel 2011, in Italia,  secondo i dati dettagliati di Ossigeno per l’Informazione, i giornalisti minacciati sono stati 324. L’osservatorio è stato creato ad hoc nel 2008 dalla FNSI insieme all’Ordine nazionale dei giornalisti, proprio per accertare la natura e la dimensione di questo triste fenomeno. I risultati saranno presentati nel Rapporto 2011-2012 di imminente pubblicazione e sono riassunti nelle tabelle allegate e sul sito dell’Osservatorio e in questa cifra totale: tra il 2006 e il 2011, l’osservatorio ha accertato 230 intimidazioni con 925 giornalisti coinvolti. Questa è la parte visibile di un fenomeno che rimane in gran parte sommerso e che, secondo le stime di Ossigeno è dieci volte più grande. Le dimensioni del fenomeno sono dunque grandi e non è più possibile trascurare il problema. Non è solo questione di garantire la sicurezza e la  libertà personale di centinaia di giornalisti, ma di garantire la libertà di stampa e il diritto dei cittadini di essere informati, perché per ogni giornalista intimidito c’è l’oscuramento di un grappolo di informazioni di grande interesse pubblico. Non a caso il gran numero di giornalisti minacciati allarma le istituzioni internazionali e continua di anno in anno a fare perdere posizioni all’Italia nella graduatoria internazionale sulla libertà di stampa: l’ultimo declassamento è arrivato nei giorni scorsi da Reporters Sans Frontieres, ed è stato uno scivolone in basso di altre 12 posizioni. E’ dunque necessario affrontare il problema con maggiore attenzione e in modo diverso, sia prendendo provvedimenti di maggior garanzia in materia di organizzazione del lavoro giornalistico, sia sul piano politico e legislativo, per adeguare una normativa arcaica e inadeguata che rende fin troppo facile trascinare pretestuosamente in giudizio un giornalista, intimidirlo, ostacolare palesemente il suo lavoro di informatore dei cittadini. Occorre certamente modificare la legge sulla diffamazione, occorre proteggere più attivamente il diritto alla segretezza delle fonti confidenziali, occorre impedire l’abuso sistematico di alcune norme del diritto. Bisogna sciogliere questi nodi per restituire al giornalismo italiano la sua autonomia ed indipendenza. Ma intanto bisogna aiutare concretamente quei giornalisti che prendono il fuoco con le mani. Quelli che accettano il rischio. Quelli che si espongono di più e perciò subiscono intimidazioni, minacce e ritorsioni. E’ evidente che i giornalisti minacciati che corrono i pericoli più gravi devono essere difesi dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Ma gli altri giornalisti e i cittadini non possono restare a guardare: devono difenderli mettendosi al loro fianco, devono proteggerli, circondandoli di solidarietà, facendo vedere che non sono soli, dimostrando che le intimidazioni non spengono la voce del giornalista preso di mira, ma anzi la amplificano, la moltiplicano per cento, per mille, e quindi le minacce sono vane e controproducenti. Ossigeno – Bologna, 29 gennaio 2012. Alberto Spampinato, consigliere della FNSI, direttore di Ossigeno per l’Informazione.

L’ossigeno che racconta i giornalisti minacciati, scritto da Marco Miggiano. Quanti sono i giornalisti minacciati? Quanti vivono sotto scorta? Quanti di loro hanno subito querele ed intimidazioni di ogni genere? Quanti hanno perso la vita o sono stati ammazzati perché erano divenuti scomodi o perché seguivano da vicino guerre o scontri di piazza? Un mondo ancora poco conosciuto, o meglio sottovalutato, in Italia quello dei giornalisti minacciati dalla mafie e non solo che deve assolutamente entrare nel dibattito, sia politico che culturale. Un primo serio tentativo di ridare dignità e visibilità a quanti rischiano ogni giorno la propria incolumità per cercare la notizia, arriva da Ossigeno per l’informazione, un osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso da FNSI e Ordine nazionale dei giornalisti. Un progetto a cui partecipano e danno il loro contributo decine di giornalisti e giornaliste con il solo intento di approfondire questo triste aspetto del mondo dell’informazione italiana e far conoscere tante storie di coraggio e capacità professionale. Alcuni dati sono davvero allarmanti. Dal 2006 sono circa 1451 i giornalisti che hanno subito minacce, attentati, auto bruciate, proiettili recapitati a casa, agguati, percosse e violenze fisiche. Solo in questa metà del 2013 sono esattamente 204 i giornalisti che hanno subito violenze. 26 invece coloro che sono stati uccisi. Una lista che parte dal 1960, con l’uccisione di Cosimo Cristina a Termini Imerese (Palermo) fino ad arrivare al 15 aprile 2011 quanto a Gaza, dopo un breve rapimento, venne ucciso il giornalista e cooperante Vittorio Arrigoni. Da qualche tempo è stata scelta la data del 3 maggio come giornata della memoria e tutti coloro che hanno perso la vita durante il loro lavoro, vengono ricordati in una cerimonia pubblica a Perugia. Ossigeno per l’informazione si pone, quindi, l’obiettivo di sostenere e dare voce a quei tanti uomini e donne che praticano un giornalismo vero, quel giornalismo serio, sano, fatto sul campo, nelle strade, nei vicoli delle città, professionisti che senza paura affrontano chiunque pur di trovare la verità e fare informazione. Inoltre, l’Osservatorio analizza e approfondisce anche le nuove modalità di aggressione al mondo dell’informazione. Oggi, infatti, i meccanismi per intimidire sono molteplici e vanno oltre alle classiche e vigliacche violenze fisiche. Oggi la mafia, ma non solo, è cambiata, ha studiato come muoversi nella finanza, negli appalti, nelle aule di tribunale ed anche per quanto riguarda le intimidazioni nei confronti dei giornalisti ha mutato il suo modus operandi. Paradossalmente, per alcuni aspetti, le nuove minacce per i giornalisti non arrivano più dalla canna di una pistola ma dalla penna di un avvocato. Quello che fa più paura ad un giornalista oggi giorno è ricevere una querela ed affrontare il processo che ne segue. Uno strumento giuridico legale utilizzato per cercare di tappare la bocca a chi fa solo il proprio mestiere. Querele pretestuose, inutili, spesso infondate ma che tolgono serenità al giornalista, così come è successo a Michele Inserra che ha ricevuto ben tredici querele consecutive dalla stessa persona, per di più da un magistrato. Si è formato un vero e proprio sistema che distrugge in maniera scientifica e ragionata soprattutto i free lance, chi viene pagato a pezzo per pochi euro, ma anche chi fortunatamente ha un contratto e lavora con grandi quotidiani nazionali. Il meccanismo è il medesimo, ma con qualche tutela in più grazie agli uffici legali preposti a risolvere tali questioni. Ricevere una querela fa scattare un meccanismo di auto difesa inconscia nella mente del giornalista che porta ad auto censurarsi, a ragionare più e più volte sull’opportunità di pubblicare o meno quella notizia. Ogni querela, ogni intimidazione corrisponde ad una notizia non data o consegnata alla cronaca in maniera approssimativa. Scatta l’ansia, la paura di perdere un processo in corso e dover risarcire per migliaia di euro la controparte e ciò significa, spesso, smettere di lavorare. E’ una partita che si gioca ad armi impari ed occorre trovare dei meccanismi legislativi che riescano a tutelare il mondo del giornalismo italiano. E’ questa, infatti, una delle tante richieste portate avanti da Ossigeno per l’Informazione che è riuscita, in particolare, a presentare le proprie proposte alla Commissione Parlamentare Anti Mafia, che per la prima volta ha dedicato un’indagine specifica rivolta ai giornalisti minacciati, focalizzando l’attenzione su ciò che avviene al sud, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania, quest’ultima la regione con il più alto numero di giornalisti minacciati. Un’indagine iniziata già nel 2012 durante la scorsa legislatura, interrotta per la fine anticipata della stessa, ma ripresa dopo l’ultima elezione dello scorso febbraio.  Così la Commissione Antimafia, dopo aver raccolto opinioni e proposte, ha formulato una serie di richieste al Governo e al Parlamento italiano, al fine di assicurare una maggiore protezione al mondo del giornalismo nella sua totalità. Ne è nato un dossier, dal titolo “Taci o sparo” scaricabile gratuitamente dal sito ossigenoinformazione.it, che riassume nel dettaglio tutte i problemi individuati e le proposte formulate dall’Osservatorio. Il testo presentato è a cura di  Alberto Spampinato, Dario Barà, Matteo Finco, Lorenzo Di Pietro, che si sono avvalsi anche della preziosa collaborazione di alcuni di quei giornalisti minacciati in prima persona, come Giovanni Tizian ed Arnaldo Capezzuto, oltre della professionalità e competenza di Lirio Abbate  ed Angelo Agostini. Occorre aggiornare le norme relative a questo settore e parlare, raccontare, scrivere e far conoscere le storie dei giornalisti minacciati in modo che queste non siano più singole storie, singoli uomini e donne lasciati soli ad affrontare paure e processi.

Quando il cronista finisce sotto scorta. Volti noti come Sandro Ruotolo, ma anche reporter di provincia come Michele Albanese. Sono tra i 30 e i 50 i giornalisti italiani costretti a vivere sotto scorta perché ritenuti in pericolo di vita, anche se i numeri ufficiali non vengono resi noti dal ministero dell'Interno. A questi vanno aggiunti gli oltre 2300 minacciati dal 2006 ad oggi con attentati incendiari, lettere con proiettili, telefonate intimidatorie in piena notte e le più subdole cause milionarie. "Abbiamo solo fatto il nostro lavoro per come va fatto, senza nascondere nulla, senza mezze frasi, senza allusioni, ma con le notizie". L'inchiesta di Giuseppe Baldessarro e Daniele Mastrogiacomo su “La Repubblica”.

"Costretti a sentirsi un pericolo ambulante", scrive Daniele Mastrogiacomo. "Lo sai la cosa che fa più male?", si chiede ad un certo punto, la voce stretta da un groppo alla gola, Michele Albanese, cronista giudiziario del Quotidiano del Sud, da dieci mesi sotto scorta. "Fa male sentirti come un estraneo, un pericolo ambulante, essere trattato come un vero appestato". Dall'altra parte del telefono senti solo l'affanno di un collega ferito. Nell'animo e nella mente. "Il contesto culturale che ti circonda", aggiunge, "alla fine ti isola, fa terra bruciata. I conoscenti, gli amici, le stesse fonti a cui ti rivolgevi per lavoro, ti evitano. Hanno paura, temono ritorsioni. Cambia tutta la tua vita. Cambia perfino il tuo modo di pensare. A volte penso: vivo sotto scorta per quello che ho scritto. Ma siamo in Italia, nel 2015. In un paese che si vanta di essere una democrazia compiuta". Tutto è iniziato con Roberto Saviano, scrittore e commentatore, con il suo "Gomorra". Un libro impressionante. Pochi, all'inizio, ci avevano fatto caso: per le cose che raccontava sembrava quasi un romanzo di fantascienza. Fu una denuncia vera. Dettagliata e attendibile. Svelava i traffici di clan dominanti nel Casertano e a Napoli e i loro intrecci con il mondo affaristico, industriale, politico. I Casalesi reagirono e decisero di minacciarlo di morte pubblicamente. Vive sotto protezione da 9 anni. Non si conosce il numero esatto dei giornalisti scortati. Il ministero degli Interni si rifiuta di indicarlo. Ma secondo stime attendibili sarebbero almeno tra i 30 e i 50. Il sito dell'osservatorio Ossigeno curato da Alberto Spampinato, fratello di un giornalista ucciso dalla mafia nel 1972, ha addirittura un contatore che aggiorna in tempo reale le minacce e le aggressioni subite dai cronisti. Nei primi sei mesi di quest'anno sono già 156, che diventano 2.300 dal 2006. Da Palermo a Torino. Incendi dolosi a macchine e portoni di casa, lettere con proiettili, telefonate intimidatorie in piena notte, linciaggi sulle pagine di Facebook, querele milionarie, intimidazioni, aggressioni fisiche, veri pestaggi. A guardare la mappa nera dell'informazione cade anche un diffusa convinzione: la Calabria conta solo 7 minacce mentre il Lazio con 26, la Sicilia con 23, la Campania con 20, la Puglia e la Lombardia con 18 restano in testa alla lista dei proscritti. E' accaduto spesso. Anche negli Anni 80 del secolo scorso. All'epoca il pericolo arrivava dal terrorismo. Agguati mortali, azzoppamenti, sparatorie. Chi si occupava della galassia armata di destra e di sinistra rischiava in prima persona. Il clima era pesante e cupo. Prima di uscire di casa, sorretti dall'istinto di sopravvivenza, molti attendevano di ascoltare alla radio la notizia dell'ennesimo attentato. Altri giravano con la pistola. Erano cronisti giudiziari, di nera. Ma anche firme di punta dei quotidiani: basta pensare a Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa, colpito da un commando delle Br nel novembre del 1977 e morto dopo 13 giorni di agonia; così accadde a Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera, assassinato nel maggio del 1980. Le scorte si contavano sulle dita di una mano. Oggi è diverso. Forse peggio. I mandanti delle minacce e delle aggressioni non si conoscono. Perché il pericolo si annida nel business della corruzione e nella zona grigia dove si muovono le cerniere di collegamento con la politica. "E' il denaro", conferma Lirio Abbate, anche lui storico cronista giudiziario, oggi inviato de L'Espresso, da 8 anni sotto scorta "a far scattare le minacce più pesanti. Quando scavi e scrivi sugli appalti, sveli i personaggi che si muovono nell'ombra, i famosi colletti bianchi, finisci per toccare interessi che devono restare segreti. Per motivi di lavoro ho cambiato spesso città. Ma mi sono reso conto che non era tanto il contesto, la singola organizzazione criminale, a provocare la violenta reazione degli intoccabili. Erano i temi. Così è successo per Cosa nostra, così per la 'Ndrangheta e la Camorra. Così per l'inchiesta Mafia Capitale, con Massimo Carminati che si accanisce sulla mia persona". Lirio Abbate non ha una vita normale. Anche lui, come Giovanni Tizian de L'Espresso e Federica Angeli de La Repubblica, cerca una spiegazione ad una realtà che non si sarebbe mai aspettato. Ha fatto solo il suo lavoro. Ha raccolto voci, informazioni, le ha verificate. Le ha scritte. Magdi Cristiano Allam, editorialista de Il Giornale, si muove da anni circondato da 4 auto blindate. Ha raccontato il tenore dei sermoni che gli imam tenevano nelle diverse moschee italiane. Di origini egiziane, conosce l'arabo. E ha spiegato, in epoca non sospetta, che nei discorsi della preghiera del venerdì si usavano spesso parole di fuoco e di incitazione alla jihad contro gli infedeli. Lo hanno minacciato di morte. Sandro Ruotolo, da sempre inviato della trasmissione di Michele Santoro, oggi a Servizio Pubblico, è l'ultimo ad essere entrato nella lista dei giornalisti sotto scorta. E' stato pesantemente minacciato dal boss dei Casalesi Michele Zagaria. Anche lui di morte. Lo ha detto ad una delle donne che era andata a parlargli in carcere. "Ero convinto", ragiona Ruotolo, "che con l'arresto di Zagaria e Iovine la Camorra fosse stata azzoppata. Ho scoperto che tra il 2008 e il 2013 erano stati catturati 5000 camorristi. Ma anche che 300 di questi sono tornati liberi, che non è stato individuato l'arsenale, che tutti quelli che non sono accusati di fatti di sangue presto lasceranno il carcere. Eppure il ministro Alfano la settimana scorsa ha fornito in Commissione alla Camera delle cifre ufficiali su Napoli. Ci sono 78 clan, 32 dei quali in città; 4000 affiliati, di cui 1600 in città. Ma questo non era mai stato raccontato ai giornalisti. I quali, evidentemente, non lo sanno. Vuol dire che abbiamo fatto un pessimo lavoro. Ma anche che il governo ci ha mentito o tenuta nascosta una realtà drammatica".

Un'intercettazione e la vita cambia per sempre, scrive Giuseppe Baldessarro. Vive sotto scorta dal 17 luglio dello scorso anno. Una data che non potrà mai dimenticare. Prima la telefonata dalla questura di Reggio Calabria: "Deve presentarsi urgentemente presso i nostri uffici per delle comunicazioni importanti". Poi l'incontro con il Prefetto, Claudio Sammartino, e con il Procuratore, Federico Cafiero de Raho: "Abbiamo buone ragioni per ritenere che la sua sicurezza personale sia a rischio. E' necessario assegnarle una scorta, ci creda non se ne può fare a meno". In pochi minuti la vita di Michele è cambiata. La sua esistenza di cronista del Quotidiano del Sud è stata travolta. Tutto diverso: la quotidianità, gli incontri con le fonti, le giornate passate in giro a caccia di notizie e storie da raccontare ai lettori. Tutto spazzato via. Qualche ora prima le cimici della Polizia avevano registrato quella frase: "A questo lo fanno zumpare (saltare) con tutta la macchina". Una frase, una sola. Detta però tra interlocutori che sapevano bene come la 'ndrangheta non avesse digerito alcuni suoi articoli. Gente che bazzica certi ambienti, che ascolta, che raccoglie umori, che sa di cosa parla. Da quella frase, da quel giorno, Michele Albanse vive blindato. C'è la scorta che va a prenderlo sotto casa ogni volta che la chiama è c'è la vigilanza che controlla ogni segnale "strano". Non può mai uscire da solo, né gli è consentito spostarsi autonomamente. Quanto basta per portarlo a vivere le giornate quasi sempre chiuso nel suo studio: le chiama "quelle quattro mura". Il suo lavoro è radicalmente cambiato. Non ci sono più notizie da scrivere, o meglio ce ne sono molte meno. Le fonti non lo incontrano più. Non davanti ai due poliziotti che lo seguono ovunque. Non si fidano, non tanto di Albanse che le ha sempre tutelate e protette, quanto, più semplicemente, di quegli uomini che lo accompagnano, "sempre poliziotti sono". Se è vero che ovunque le notizie più interessanti viaggiano sui binari della garanzia dell'anonimato, questo vale ancora di più a Cinquefrondi, paese in cui vive Albanese, e soprattutto città della Piana di Gioia Tauro. Così il cronista che da sempre si occupa dei clan dell'area tirrenica della provincia di Reggio Calabria ora è per certi versi azzoppato. I suoi articoli sono oggi il frutto di tanta esperienza accumulata, dell'archivio sterminato che possiede, di fonti aperte come i comunicati ufficiali e di pochissimo altro. Come dice lui stesso "manca la strada". Manca cioè la possibilità di andare in giro liberamente. Quella condizione che in altri termini consente di fare il lavoro come va fatto, completo. Albanese è poi una persona che ha grande rispetto delle istituzioni e "piuttosto che andarmene ovunque con l'auto blindata, per essere giudicato come quello che ne approfitta per fare il professionista dell'antimafia", se ne sta a casa, a fare "quel che si può, ma non è la stessa cosa". Certi messaggi da queste parti valgono doppi, e lui vuole essere percepito come il giornalista che è sempre stato: umiltà e olio di gomito. Non si sente un eroe, sottolinea come "ha fatto soltanto il suo lavoro per come va fatto, senza nascondere nulla, senza mezze frasi, senza allusioni, ma con le notizie". Per questo, ripete, "non c'è niente da rimproverarsi". Per questo rifarebbe tutto quello che ha fatto. Michele Albanese non è isolato. Gli amici hanno continuato a frequentarlo come sempre, i colleghi hanno fatto quadrato attorno a lui, ma "la libertà non te la può dare nessuno, la libertà non c'è più". Albanese lo dice quasi a denti stretti: "Se l'obiettivo era quello di farmi smettere di scrivere, temo che ci siano riusciti", e infine "spero che finisca presto, spero di poter tornare a fare il mio lavoro cercando di essere utile alla terra bellissima e maledetta in cui sono nato. Spero di tornare presto a essere libero".

A proposito di scorte...

«Sono Scajola, mostro perfetto. Non negai la scorta a Biagi», scrive Errico Novi su “Il Garantista”. Nel calcio si chiama fallo di confusione. Nella procedura penale non è previsto. Ma la Procura di Bologna è quasi riuscita a riscrivere il codice e introdurre la particolare fattispecie. Ha chiesto alla locale sezione del Tribunale dei ministri di interrogare Claudio Scajola e Gianni De Gennaro nell’ambito della nuova inchiesta sulla morte di Marco Biagi, con una postilla: domandate, hanno suggerito ai giudici il pm Gustapane e il capo dell’ufficio D’Alfonso, se intendono rinunciare alla prescrizione; se i due indagati decidono di avvalersene, hanno aggiunto i pubblici ministeri, eccovi già pronta la nostra richiesta di archiviare l’indagine. Mai visto nulla di simile. Né nel codice né nella prassi. E infatti i difensori di Scajola, Giorgio Perroni ed Elisabetta Busuito, devono farci un comunicato sopra: «Il processo che si è svolto a Bologna rappresenta qualcosa di assolutamente surreale, è noto a tutti che l’indagato non può rinunciare alla prescrizione». E infatti la corte speciale che si forma nei tribunali quando c’è di mezzo qualcuno che ha fatto o fa parte del governo – dicesi Tribunale dei ministri – ha dichiarato l’intervenuta prescrizione senza mai aver ascoltato Scajola, e neppure De Gennaro. Di una cosa si può star certi, però: il fallo di confusione fischiato dalla Procura di Bologna annulla tutto il resto e decreterà, seppur involontariamente, quanto segue: Scajola se l’è scansata perché è un vigliacco. Non è in atti ufficiali ma tutti diranno così. «Sono il mostro, il depositario di tutte le nefandezze», dice l’ex ministro dell’Interno. Con inevitabile sarcasmo.

E perché, onorevole Scajola? Perché le appioppano sempre la maschera del mostro?

«Credo per due motivi. Uno è che oggettivamente la vicenda della casa al Colosseo, così come è stata presentata, e anche con l’ingenuità con cui ho provato a spiegarla, ha creato in qualche modo il mostro».

Quella casa che, per citare la storica frase, fu pagata a sua insaputa. Se tornasse indietro lo direbbe ancora?

«Non la direi così. Ma se avesse la pazienza di leggere con attenzione la sentenza del Tribunale di Roma, verificherebbe che i giudici hanno stabilito come le cose fossero andate proprio in quel modo. Lo hanno detto dopo un’inchiesta e un processo».

E però quell’espressione le ha nuociuto, lei dice. L’altra ragione che crea il mostro Scajola?

«Ero molto impegnato politicamente, avevo un buon seguito parlamentare e locale, ero un boccone ghiotto per i nemici. E soprattutto per gli amici».

Chi doveva capire avrà capito. Il Tribunale ha appena archiviato l’accusa ipotizzata nella nuova inchiesta sull’assassinio di Marco Biagi: omicidio volontario. Eravate indagati in due: lei e De Gennaro.

«Come hanno detto i miei avvocati questa indagine non doveva neanche cominciare. Si è gettato fumo negli occhi delle persone, è stata indotta molta confusione. Ho saputo della nuova inchiesta mentre ero in cella a Reggio Calabria, dopo essere stato ingiustamente arrestato per una vicenda, quella di Matacena, a cui ero totalmente estraneo. Poi c’è stata una passerella continua di testimoni alla Procura di Bologna. Hanno sfilato tutti tranne il sottoscritto. Non ero indagato ma mi hanno messo nella condizione di chi si sente depositario di tutte le nefandezze».

Perché non l’hanno chiamata?

«Se l’avessero fatto avrebbero dovuto iscrivermi a registro degli indagati».

E lei non lo era. Altrimenti i pm bolognesi avrebbero dovuto passare le carte al Tribunale dei ministri. Non l’hanno indagata per non perdere l’inchiesta?

«Evidentemente contava far nascere il caso. Poi hanno iscritto il mio nome e quello di De Gennaro. Non avrebbero mai potuto chiedere il nostro rinvio a giudizio per omicidio volontario. Hanno contestato la cooperazione colposa in omicidio colposo. Che era prescritta da 5 anni».

Ma intanto il caso, e il mostro, erano serviti.

«Esatto. E poi cos’ha detto la Procura? Se vuole fare chiarezza sulla vicenda rinunci alla prescrizione, come se io fossi depositario di chissà quali segreti. Ma io non potevo disporre della prescrizione, è stata dichiarata d’ufficio».

Possibile che i pm ritenessero invece l’estinzione del reato a disposizione di voi indagati?

«Sono persone che si occupano di diritto per mestiere. E l’indagine che è archiviata, non la mia posizione. Che motivo c’era di fare un pandemonio simile, per un anno? Avrebbero dovuto evitarlo per il rispetto che si deve a Biagi e alla sua famiglia. Pensiamo di aver fatto del bene, alla famiglia Biagi?»

Lei non sapeva dei rischi che correva Biagi?

«Sono uno che crede in Dio. Alla fine di questa vicenda, nel prossimo week end, avremo i confessionali pieni di cattolici che hanno creato per via mediatica l’idea di una mia responsabilità. Hanno cercato di far passare che non ho voluto dare la scorta a Biagi. Eppure c’era già stata un’indagine quand’ero ministro dell’Interno. Avevo promosso un decreto legge approvato all’unanimità in Parlamento per riformare il sistema delle scorte. Solo dopo la morte di Biagi, purtroppo, ci si è resi conto che lo scambio di informazioni tra prefetture e servizi segreti non funzionava. Non fu neanche sfiorata l’ipotesi che il ministro avesse la competenza di mettere o togliere scorte. Lo dice la legge. E cosa succede? Che a 13 anni dalla morte di Biagi, e a 12 dalla chiusura della prima indagine, lo stesso pm riapre il caso per omicidio volontario, senza indagati».

Le voci secondo cui le sarebbero stati segnalati pericoli per Biagi?

«Non era competenza del ministro dare o revocare scorte, ma certo se Maroni o altri avessero avuto percezione che c’era pericolo per Biagi e mi avessero detto oh guarda potrebbero colpirlo, avrei fatto quanto meno una segnalazione agli organi preposti».

E non ha mai avuto segnalazioni di quel tipo.

«Dagli atti mi risulta, e ne ho ampie testimonianze, che nessuno abbia detto di avermi segnalato che Biagi era una persona a rischio, meritevole di particolare attenzione. Poi c’è la lettera di Luciano Zocchi».

Il suo segretario di allora.

«All’inizio di questa seconda indagine si è detto che questo appunto lo vidi e che c’era la mia sigla, il mio visto. Non è vero, non c’è alcuna mia sigla. L’appunto era stato preparato alla vigilia della mia partenza per Washington, ed era stato lasciato in segreteria, non l’avevo con me. Quand’ero negli Stati Uniti arrivò la notizia dell’assassinio di Marco Biagi».

E la segnalazione di Casini?

«Non me ne aveva mai parlato».

Come sono finite queste voci nelle carte della Procura?

«Se i pm mi avessero chiamato avrei deposto volentieri. Non lo hanno fatto. Hanno sentito Maroni, Prodi, Casini, la mia segretaria di allora. Non me».

E’ uno di quei casi in cui, come ha denunciato Armando Spataro, si cerca il titolo sui giornali più che il processo?

«Mi sono dimesso senza aver ricevuto un avviso di garanzia, sono stato indagato 12 volte, sono passato per il più grande trafficone della storia repubblicana. Cosa resta? Assolto con formula piena a Roma per la storia della casa, archiviazione per l’inchiesta di Woodcock su Finmeccanica e per altri 8 processi. Ora arriva il nulla di fatto su questo. Resta il caso di Reggio Calabria su Matacena: lì risulto essere il primo arrestato della storia per procurata inosservanza di pena, è stato chiesto il processo immediato, ci sono state 5 udienze da ottobre e non abbiamo ancora finito di sentire il primo testimone, e questo perché c’erano prove schiaccianti. A proposito della sua domanda, le dice niente il mio curriculum? Ogni volta ho avuto titoli sui giornali, poi i processi finiscono come le ho detto».

L’avvocato della famiglia Biagi ha detto: Scajola e De Gennaro non faranno i conti con il tribunale, ma con la loro coscienza sì. Cosa risponde?

«Le ho già detto nel merito che non sento di avere responsabilità per quell’assassinio. Forse qualcuno avrà detto alla famiglia Biagi che mi era stata segnalata l’esigenza della scorta e che io l’avevo negata. Se fosse così avrebbero ragione a fare quel richiamo. Io sono convinto che la famiglia Biagi sia in buonafede. Ma che qualche pelandrone ha riferito loro che mi aveva chiesto di dare la scorta. Siccome non lo ha fatto, avrà detto che ero stato io a negarla».

Ha in mente l’identikit del soggetto?

«Aspetto di leggere le carte. Finora sono arrivate solo manine, veline, sussurri».

Ha smesso con la politica, vero?

«Voglio acquisire la piena verginità giudiziaria. Ma già domenica sono venute un centinaio di persone a casa mia ad Imperia. In Liguria faremo un buon risultato, come centrodestra. Poi si vedrà. Non mi piace lo scenario politico che si prefigura, mi piacerebbe che moderati e riformisti potessero disegnarne uno migliore».

Al giornalista Sandro Ruotolo, stretto collaboratore di Michele Santoro nella trasmissione di La7 «Servizio Pubblico», è stata assegnata una scorta. La decisione è stata presa dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli, a seguito delle minacce di morte che il giornalista ha ricevuto da parte del capo del clan dei casalesi, Michele Zagaria, scrive “Il Mattino”. La decisione è stata presa in attesa della riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. A darne conferma è, in un tweet, la stessa redazione di «Servizio Pubblico». «Il nostro giornalista Sandro Ruotolo - si legge sul social network - è sotto scorta». Le minacce di morte al giornalista televisivo sono arrivate dal capo del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, che, intercettato in carcere, ha detto: «'O vogl' squartat' viv'». All'origine delle minacce, un reportage di Servizio pubblico sulla Terra dei Fuochi, recentemente andato in onda su La7, che conteneva un'intervista di Ruotolo a Carmine Schiavone. «Ci sono tracce recenti di rapporti tra Zagaria, quando era latitante, e i servizi segreti. Ma parliamo degli anni Duemila», dice il giornalista in uno dei passaggi. «Non ti posso dire più niente. Lo saprai al momento opportuno», è la risposta di Schiavone, pentito del clan, morto lo scorso febbraio 2016. Messaggi di solidarietà sono subito giunti al giornalista de La7. «La camorra è più che mai attiva e vuole colpire le persone che denunciano la sua attività, un copione vecchio e che conosco bene». Così Rosaria Capacchione, senatrice del Pd e componente della commissione Antimafia, commenta la notizia che il giornalista Sandro Ruotolo è stato messo sotto scorta ,sulla base di minacce alla sua persona estrapolate da alcune intercettazioni. «La forza dello Stato - aggiunge Capacchione - si misura anche sulla base della sua capacità di proteggere chi è impegnato in prima linea non solo nelle indagini, ma anche chi ha denunciato e denuncia pubblicamente i crimini e l'illegalità. La scorta è una misura difensiva; in Campania, soprattutto nella Terra dei Fuochi, è forse ora di fare qualcosa di più contro Zagaria e gli altri clan». Su Twitter il senatore del Pd Nicola Latorre scrive: «Vicini a Sandro Ruotolo, da sempre impegnato in prima linea nelle inchieste più difficili. Con lui sempre più determinati contro i poteri criminali». Soldiarietà è stata espressa anche da Emanuele Fiano, deputato pd e responsabile Sicurezza della segreteria nazionale del Pd «Ci affidiamo alla competenza delle forze dell'ordine affinché venga salvaguardata anche in questo caso nel nostro Paese la libertà di cronaca e di inchiesta contro chi opera per inquinare la nostra democrazia». Infine sempre su Twitter il capogruppo dei deputati di Sel Arturo Scotto «Solidale con Sandro Ruotolo, grande giornalista minacciato dalla camorra. Caro Sandro, questi bastardi non fermeranno mai il tuo coraggio».

Camorra, scorta al giornalista Sandro Ruotolo Minacciato di morte dal boss Zagaria. Il braccio destro di Michele Santoro a Servizio Pubblico nel mirino del capomafia per l'inchiesta sulla Terra dei Fuochi. Dopo le intercettazioni, provvedimento d'urgenza adottato da prefetto Gabrielli, scrive Lirio Abbate su “L’Espresso”. Ancora una volta quando l'Informazione è fatta bene, dimostra che può dare fastidio ai mafiosi. A tenerli sulla corda, a innervosirli, perché non sempre sono abituati a essere maltrattati dalla stampa. E si agitano, i boss, anche quando sono detenuti e sottoposti al 41 bis, il duro regime carcerario. Questa volta ad andare su tutte le furie è stato il boss camorrista Michele Zagaria, che ha puntato il dito contro Sandro Ruotolo, giornalista di grande esperienza, colonna portante di Servizio Pubblico al fianco di Michele Santoro. A Zagaria “capastorta” sembra non essere andato giù, e forse gli è rimasta sulla pancia, un'inchiesta giornalistica che Sandro ha mandato in onda nelle scorse settimane sulla terra dei fuochi, dove il boss ha messo le mani e fatto illegalmente tanti affari speculando sulla pelle dei campani. Dopo questa lunga inchiesta giornalistica i magistrati della Procura antimafia di Napoli hanno registrato le minacce di Zagaria contro Sandro Ruotolo. E pure contro i pm Catello Maresca e Cesare Sirignano. Il boss è andato in escandescenza, ha inveito contro il giornalista, fino a minacciarlo di morte: «O vogl' squartat' vivo». Per questo motivo investigatori e magistrati hanno subito ravvisato un grave pericolo per Ruotolo. Un pericolo che il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, competente per il territorio in cui lavora il giornalista, ha subito valutato, provvedendo ad assicurare a Sandro protezione, assegnandogli un servizio di scorta che sarò svolto dai carabinieri. Sulla vicenda il pool di magistrati anticamorra di Napoli sono già a lavoro per fare luce su queste minacce. Da quanto si apprende da ambienti giudiziari, Zagaria da diversi mesi appare in cella molto nervoso, forse perché è messo sotto pressione dalle numerose inchieste che lo riguardano. In particolare, come aveva già raccontato la giornalista Rosaria Capacchione sul Mattino, oggi senatrice Pd, Zagaria potrebbe essere coinvolto in una possibile trattativa sui rifiuti. Capacchione ha documentato incontri segreti, tra il 2007 e il 2009, tra il potente boss, allora latitante, Michele Zagaria o un suo emissario, uomini dei servizi segreti deviati, e delegati del commissariato. Vertici che sarebbero stati finalizzati a subappalti in cambio del silenzio per la realizzazione di siti di smaltimento. Domande e circostanze ancora senza risposta a cui anche Sandro Ruotolo ha tentato di dare una lettura di questi fatti con un servizio mandato in onda proprio da Servizio Pubblico. Ancora una volta ci ritroviamo davanti ad un giornalista minacciato solo perché ha fatto bene il suo lavoro, mettendo in crisi un mafioso. E come tutti i mafiosi l'unico modo che conoscono è quello di reagire, o almeno tentare di farlo, con la forza e la violenza. Per comprendere quanto questo boss è sensibile a quello che scrivono i giornalisti, durante la latitanza Zagaria ha telefonato ad un cronista per “rimproverarlo” di ciò che aveva scritto su di lui. E lo aveva fatto senza aver paura di essere intercettato, ma solo per il gusto, a senso suo, di minacciare il giornalista e far notare la sua potenza e presenza sul territorio. Zagaria poi è stato arrestato, come capita prima o poi a tutti i latitanti, e adesso dubito che possa uscire presto dal carcere in cui è rinchiuso. Sono certo però che Sandro Ruotolo non si tirerà indietro e continuerà a raccontare le mafie e il loro malaffare come ha fatto fino adesso, tenendo la schiena dritta e raccontando quello che agli altri, e per gli altri intendiamo i criminali, appare scomodo.

Sandro Ruotolo, la vicinanza di Grasso: “Giornalisti liberi illuminano professione”, scrive “Il Fatto Quotidiano”. Alla presentazione del premio "Giustizia e verità - Franco Giustolisi" il presidente del Senato spiega che "in Italia i giornalisti veri corrono dei rischi quotidianamente: ci sono regioni in cui chi cerca di descrivere la realtà senza veli rischia la vita". Giornalisti che finiscono sotto scorta, come Sandro Ruotolo bersaglio del boss Michele Zagaria, cronisti minacciati, reporter a cui vengono bruciate le auto o hanno già letto il loro necrologio. Sarà a questi che pensa il presidente del Senato, Pietro Grasso, quando dice: “Parafrasando Longanesi potremmo dire che non è la libertà di stampa che manca in Italia, pur con i problemi che sappiamo: mancano i giornalisti liberi. Ma quelli che ci sono, e non sono pochi, illuminano una professione fondamentale se vogliamo nutrire ancora la speranza di migliorare il nostro Paese”.  Alla presentazione del premio di giornalismo di inchiesta “Giustizia e verità – Franco Giustolisi”. – Grasso spiega che “in Italia i giornalisti veri corrono dei rischi quotidianamente: ci sono regioni in cui chi cerca di descrivere la realtà senza veli rischia la vita, in cui si combatte una battaglia quotidiana tra il dovere dell’informazione e la pretesa del silenzio, in cui si arriva a minacce, intimidazioni, querele temerarie“. E in particolare l’ex procuratore antimafia manifesta “vicinanza” proprio a Ruotolo. “Il lavoro del giornalista, quando non è asservito al potere o al potente di turno, è un lavoro prezioso per la democrazia, per l’opinione pubblica, per i cittadini”, puntualizza Grasso che indica in Franco Giustolisi un esempio, evidenziandone “il coraggio, la passione, la determinazione, lo scrupolo della verifica, il non piegarsi anche quando si sa di pagare un prezzo o correre un rischio, il non avere timore né dei padroni né dei padrini”. E ripercorrendo il percorso umano di Franco Giustolisi, autore delle inchieste sull'”Armadio della vergogna“, Grasso sottolinea: “Era un giornalista vero, scomodo, che ha dedicato la sua vita a scoprire il lato oscuro del potere e della società attraverso le sue inchieste, iniziando su Paese Sera, poi a L’Ora di Palermo, un giornale eretico che tra le sue firme ha visto ben tre giornalisti uccisi dalla mafia: Cosimo Cristina, Mauro de Mauro e Giovanni Spampinato. Andò poi a Il Giorno, da lì alla Rai, dove fu impegnato nei primi approfondimenti televisivi con inchieste dure di informazione e di denuncia, poi all’Espresso, dove ha lavorato per più di 30 anni”.

Il nostalgico Ruotolo non stringe la mano al candidato “fascista”…, scrive Valerio Goletti su “Il Secolo D’Italia”. Siamo nel 2013? A giudicare da certi atteggiamenti sembrerebbe proprio di no. Accade infatti che, alla tribuna elettorale del Tgr Lazio, il giornalista Sandro Ruotolo, candidato di Rivoluzione civile e già inviato Rai per Michele Santoro, abbia rifiutato di stringere la mano al candidato di Casapound Simone Di Stefano con la seguente motivazione: “Sono orgogliosamente antifascista”. Quindi ha fatto riferimento alle accuse omofobe comparse su Facebook contro Nichi Vendola, ha dato la colpa al movimento di Iannone (lo stesso che in passato organizzò dibattiti con la deputata Pd paladina dei diritti gay Paola Concia) e ne ha tratto le conseguenze per lui ovvie, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “E allora io dico, non ti stringo la mano”. Di Stefano ha replicato: “Ruotolo è antifascista? Problema suo. Però Zingaretti me l’ha stretta la mano”. Atteggiamenti di discriminazione che ricordano le tribune politiche in cui i giornalisti si alzavano e se ne andavano per protesta contro la partecipazione di Giorgio Almirante o, ancora, la mancata stretta di mano tra il primo ministro belga Di Rupo e Pinuccio Tatarella che da post-missino si introduceva con timidezza nel consesso istituzionale europeo.

I giornalisti liberi? Sono solo quelli di sinistra. Così dice Pietro Grasso…, scrive Annamaria Gravino su “Il Secolo D’Italia”. Contrordine compagni: in Italia non manca la libertà di stampa, mancano giornalisti liberi. A sostenerlo è stato il presidente del Senato Pietro Grasso, intervenendo alla presentazione del premio di giornalismo d’inchiesta “Giustizia e verità – Franco Giusolisi”. Le parole di Grasso. «Parafrasando Longanesi potremmo dire che non è la libertà di stampa che manca in Italia, pur con i problemi che sappiamo: mancano i giornalisti liberi», ha detto Grasso, aggiungendo che però «quelli che ci sono, e non sono pochi, illuminano una professione fondamentale se vogliamo nutrire ancora la speranza di migliorare il nostro Paese». Grasso quindi ha ricordato i rischi corsi dai «giornalisti veri» in Italia, dove ci sono «regioni in cui chi cerca di descrivere la realtà senza veli rischia la vita», e ha espresso la sua vicinanza a Sandro Ruotolo, di recente finito sotto scorta per le minacce ricevute dal boss Zagaria. «Il lavoro del giornalista, quando non è asservito al potere o al potente di turno, è un lavoro prezioso per la democrazia, per l’opinione pubblica, per i cittadini», ha aggiunto Grasso, portando l’esempio positivo di Franco Giustolisi.

L'intervista del poliziotto sul Magazine del Corriere: "Saviano non doveva avere la scorta". Il titolo che i lettori del Corriere troveranno a pagina 78 del Magazine, a introdurre «L’intervista » di Vittorio Zincone, è: «Saviano non doveva avere la scorta». Nell’occhiello c’è il nome e cognome di chi sostiene questa tesi: Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli. Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia, se a nemmeno quarant’anni (oggi ne ha 42) gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista a Magazine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare contro­corrente sul tema Saviano è impegnativo. Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: «A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta». E in tre anni non sembra aver cambiato idea: «Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni». Nemmeno di Gomorra pare entusiasta: «Ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori». È la prima volta che un uomo dello Stato mette in discussione il fenomeno Saviano, sia per quanto avrebbe inciso con il suo libro nella lotta alla camorra, sia per i rischi ai quali quel libro lo avrebbe esposto. Ma Pisani rischia di rimanere solo. Saviano, contattato dal Corriere per una replica, sceglie ufficialmente il silenzio, ma è chiaro che l’ha presa malissimo. E comunque ci tiene a far sapere di avere avuto in questi anni conferme di essere stato condannato a morte dai casalesi, anche da persone in passato vicine al clan capeggiato da Francesco «Sandokan» Schiavone e dai superlatitanti Mario Iovine e Michele Zagaria. Non risponde direttamente a Pisani, ma prende chiaramente le distanze, invece, il procuratore di Salerno Franco Roberti, fino a pochi mesi fa capo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. «Non commento l’opinione personale del dottor Pisani — dice — ma vorrei ricordare che il comitato presieduto dal prefetto che assegnò la scorta a Saviano lo fece sulla base di una serie di informazioni anche confidenziali e tutte convergenti. E quindi non ho dubbi che lo siamo di fronte a un soggetto da proteggere assolutamente». Del resto la decisione di assegnare o meno la scorta a qualcuno viene presa anche considerando un contesto ambientale che può non avere riscontri certi dal punto di vista giudiziario. Per esempio non sono mai stati individuati gli autori delle scritte contro Saviano sui muri di Casal di Principe, né dei volantini trovati nella buca delle lettere dei genitori dello scrittore. Ma quegli episodi rappresentano una minaccia. Come fu una minaccia il proclama in aula durante il processo Spartacus contro Saviano, il giudice Raffaele Cantone e la giornalista Rosaria Capacchione. Per quell’episodio, però, un risvolto giudiziario c’è e c’è un’inchiesta che vede imputati Iovine e l’altro boss dei casalesi Francesco Bidognetti. Archiviata, invece, l’indagine sulla preparazione di un attentato con autobomba per uccidere lo scrittore. Se ne parlò come della confidenza di un pentito, ma in realtà non era vero niente. Non solo l’organizzazione dell’attentato ma nemmeno la confidenza del pentito.

La parlamentare Pd: «A che serve la scorta a Saviano se non ci sono minacce dei boss?» Sulla pagina della deputata democrat Giovanna Palma appare un post urticante. Poi cancellato dopo le prime furiose polemiche. Lei: non l’ho scritto né lo condivido, scrive “Il Corriere della Sera”. Un post apparso sulla pagina Fb di una parlamentare Pd e riguardante il processo per le minacce a Roberto Saviano è divenuto un piccolo «caso» politico. Protagonista Giovanna Palma, avvocato e parlamentare Pd originaria di Giugliano in Campania. Sulla sua pagina Fb, per alcuni minuti, è apparso il seguente post: «Ieri un tribunale ha assolto il boss Bidognetti dall’accusa di aver minacciato Saviano condannando un avvocato…Un flop direi, dopo che per anni ci hanno fatto credere che lo scrittore era nel mirino dei clan più sanguinari». Poi l’affondo finale che non mancherà di provocare polemiche: «In assenza di minacce di un boss a che può servire la scorta?». Va detto che il post è scomparso (forse cancellato?) dopo pochi minuti, ma sta continuando a “rimbalzare” sul web. La stessa parlamentare interpellata da un lettore sul social network dice: «Non l’ho nè scritto né lo condivido». Lasciando così intendere - anche attraverso le parole del portavoce - che si è trattato di un «fake» o di un’intrusione non autorizzata sulla sua pagina Facebook. Si attende ora una denuncia alla polizia postale per l’hackeraggio della pagina della parlamentare. Ad agosto scorso quando era stata emessa un’ordinanza di arresto nei confronti di Luigi Cesaro aveva commentato: «Il garantismo è un metodo e va applicato agli amici di partito e agli avversari. La vicenda Cesaro andava affrontata con doveroso rispetto umano da parte della politica e la doverosa terzietà da parte dei magistrati. E così è stato. Non conosco i fatti dei quali Cesaro è accusato e quindi mi astengo da ogni commento ma si tratta di una notizia positiva perché riconferma la terzietà della magistratura dimostrando che non può esistere nessuna persecuzione giudiziaria in mancanza di indizi». Parole che non erano piaciute all’interno del Pd. Palma era stata criticata sia da Luisa Bossa che da Rosaria Capacchione: «Non ho espresso alcuna solidarietà a Cesaro - aveva – sottolineato lei – ma ho posto una questione di carattere generale. Qualcuno ha strumentalizzato le mie dichiarazioni”. Trentotto anni, originaria di Giugliano, avvocato, sposata e con figli. È stata eletta per la prima volta alla Camera nel 2012. È componente della Commissione Agricoltura e della Commissione d’Inchiesta sui rifiuti.

Minacce a Roberto Saviano: boss assolti, ma lui insiste con la scorta, scrive "Imola Oggi". I boss dei Casalesi Antonio Iovine e Francesco Bidognetti sono stati assolti nel processo per le minacce allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista, ora senatrice del Pd Rosaria Capacchione. I pm avevano chiesto alla terza sezione penale del tribunale di Napoli la condanna a un anno e sei mesi per Bidognetti e l’assoluzione per Iovine, che ora è collaboratore di giustizia. Condannato invece l’avvocato del boss Bidognetti, Michele Santonastaso a un anno di reclusione, con pena sospesa, per le minacce a Saviano lette durante un processo. “Spero che questa sentenza sia un primo passo verso la libertà, spero ci sia per me una nuova vita” dice a Napoli Saviano, “Sono un po’ frastornato – ribadisce Saviano – tutte le forze civili, la società civile, sono riuscite a creare un corto circuito e a sollevare l’attenzione. Dare la scorta a chi scrive, significa garantire un diritto costituzionale“. (agi)

E poi "Imola Oggi" acclude vari articoli che riguardano Saviano.

Plagio in Gomorra: Roberto Saviano condannato a pagare 60mila euro. La Corte d’Appello di Napoli, sezione specializzata in materia di proprietà industriale e intellettuale, ha condannato lo scrittore Roberto Saviano e la casa editrice Mondadori per plagio. Ovvero «illecita riproduzione» di tre articoli, pubblicati dai quotidiani locali “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta”, all’interno del libro “Gomorra”, il best seller sulla camorra che ha consacrato lo scrittore campano. Saviano e Mondadori sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro più parte delle spese legali. In più, nelle edizioni di “Gomorra” dovrà essere indicato il nome dell’autore degli articoli, dell’editore – la Libra Editrice scarl, difesa dall’avvocato Barbara Taglialatela – e della testata da cui sono stati tratti. Lo scrittore ha già annunciato pubblicamente che ricorrerà in Cassazione contro la sentenza d’Appello. Il primo grado era stato favorevole per lui e per Mondadori. (fanpage.it)

Gip di Roma: imputazione coatta per Roberto Saviano, Mauro e Viviano. Il gip di Roma Stefano Aprile ha disposto l’imputazione coatta nei confronti del giornalista di ‘Repubblica’ Francesco Viviano, del direttore del quotidiano, Ezio Mauro e dello scrittore Roberto Saviano per diffamazione nei confronti di Umberto Marconi, ex presidente della Corte d’Appello di Salerno e oggi consigliere della Corte d’Appello di Napoli. La vicenda risale al 2010 ed è relativa all’inchiesta sul dossier preparato, secondo l’accusa, dall’ex sottosegretario del Pdl Nicola Cosentino per screditare Stefano Caldoro e ottenere al suo posto la candidatura a presidente della Regione Campania. Il gip ha ravvisato gli estremi del reato di diffamazione in due articoli a firma di Viviano e Saviano pubblicati il 16 e il 17 luglio del 2010; il 16 luglio, in particolare, il sommario del titolo di apertura di prima pagina recitava: Nell’ufficio di un magistrato fabbricato il dossier anti-Caldoro. Il pm Erminio Amelio aveva invece chiesto l’archiviazione. (ansa)

Roberto Saviano accusato di plagio, richiamato da Rossi con una lettera-denuncia. Stavolta Saviano, non nuovo ad accuse di plagio, per la realizzazione del monologo sul caso Eternit mandato in onda nell’ultima puntata di “Quello che non ho“, avrebbe preso spunto dai lavori di Giampiero Rossi senza citare l’autore. Dalle pagine del loro quotidiano, Antonio Padellaro e Peter Gomez, fanno notare che, se si confrontano le parole scritte da Rossi nel suo libro “La lana della salamandra” pubblicato nel 2008 e il monologo sull’amianto di Saviano si scopre che alcune parti sono addirittura coincidenti. Nella sua lettera denuncia Giampiero Rossi scrive: “Ho trovato assai meno piacevole una certa mancanza di riconoscimento per chi quel lavoro lo ha realizzato. Tu lo sai bene, fare un’inchiesta, una ricostruzione storica, un racconto completo di vicende complicate ed enormi, come questa, comporta davvero tanta pazienza, volontà, tempo, passione. Perché, dunque, non riconoscere a chi ha investito tanto, almeno la paternità di quel suo lavoro? Eppure non sono pochi i particolari che hai scelto di utilizzare nel tuo racconto e che, guarda caso, sono tutti presenti in quei due libri (nel primo soprattutto) e non altrove, perché si tratta di racconti, confidenze, piccole sfumature emerse dalla mia lunga frequentazione della gente di Casale“. Roberto Saviano non ha ancora risposto e per ora non si è pronunciato sulle accuse. Saviano fu accusato di plagio anche dal giornalista Alket Aliu, direttore del settimanale Investigim, che  lanciò  pesanti accuse allo scrittore italiano, proprio all’interno del suo editoriale, asserendo: “Saviano riconosce il diritto d’autore solo quando si tratta di firmare contratti milionari con aziende di Berlusconi. Mentre il diritto d’autore non si applica ai giornalisti albanesi”. Aggiunge ancora: “Le imprecisioni sono molte e sono conseguenza della tipica arroganza di chi pensa di saper tutto e parla di tutto ed è stato raccomandato per prendere in giro spudoratamente gli albanesi. E’ un insulto al giornalismo e agli albanesi. Se c’è un modo per fare soldi è parlando della mafia, Saviano lo ha trovato. Conviene non solo a lui, ma anche a chi paga questo spettacolo, chi vuole spostare l’attenzione sulla criminalità di strada, sulla mafia di basso profilo, mentre la vera mafia passa attraverso le banche”. (Imola Oggi)

Gomorra, Saviano condannato per diffamazione nei confronti di Boccolato. Gomorra, confermata condanna per diffamazione a Roberto Saviano. Confermata una condanna per diffamazione a Roberto Saviano. Il risarcimento da versare è di 30mila euro. C’è infatti una persona che si sente diffamata da Gomorra, il best seller di Saviano. Si tratta di Vincenzo Boccolato, al quale nel libro veniva attribuita l’appartenenza al Clan camorristico dei La Torre e con questi coinvolto, “con un ruolo non marginale, in relazione al traffico internazionale di cocaina”. Gli avvocati Santoro e Salvigni difensori del signor Vicenzo Boccolato comunicano che con sentenza n 1977/14 del 28-05-2014 la II sezione civile della Corte d’Appello di Milano, presieduta dal dr. De Ruggiero Luigi, relatrice la dott.ssa Interlandi Caterina, ha confermato la sentenza di condanna per diffamazione di Roberto Saviano, in solido con la Mondadori S.p.A. in danno del signor Vincenzo Boccolato, nel celebre libro “Gomorra”. Come scrive nottecriminale: La sentenza della I sezione civile del Tribunale di Milano aveva accertato sussistere la portata lesiva per la reputazione e l’onore di Vincenzo Boccolato per quanto scritto dal Saviano nel capitolo “Aberdeen Mondragone”, nel quale veniva attribuita al signor Vincenzo Boccolato l’appartenenza al Clan camorristico dei La Torre e con questi coinvolto, “con un ruolo non marginale, in relazione al traffico internazionale di cocaina”.I legali poi aggiungono: In realtà il signor Vincenzo Boccolato che vive da diversi anni in Venezuela, risulta incensurato e soprattutto estraneo a qualsiasi attività camorristica. L’avv. Alessandro Santoro, difensore del signor Vincenzo Boccolato, preso atto che Saviano e la Mondadori, noncuranti delle due sentenze di condanna già intervenute, reiterano la diffamazione del signor Vincenzo Boccolato attraverso continue ristampe del celebre libro “Gomorra”, senza provvedere alla cancellazione delle frasi “accertate come diffamatorie” dal Tribunale di Milano il 28.10.13 e confermate dalla Corte di Appello e, senza neanche citare nelle ristampe la sentenza di condanna per diffamazione già intervenuta, se non altro per una più puntuale informazione “della verità” per i nuovi lettori, rende noto di aver ricevuto regolare mandato per chiedere un nuovo risarcimento dei danni subiti e subendi per la reiterata diffamazione in danno di Vincenzo Boccolato (today.it)

Un’altra condanna per Saviano, stavolta per diffamazione in Gomorra. Lo scrittore Roberto Saviano è stato condannato per diffamazione a risarcire con 30mila euro una persona citata nel suo best seller Gomorra. Lo ha deciso il Tribunale di Milano al termine di una causa civile intentata da Enzo Boccolato, assistito dall’avvocato Alessandro Santoro. Il giudice della prima sezione civile, Orietta Miccichè, ha infatti «accertato – come si legge nel dispositivo della sentenza – il contenuto diffamatorio in danno di Enzo Boccolato della frase contenuta a pagina 291 del libro intitolato Gomorra», nella parte in cui «l’autore prospetta che Enzo Boccolato insieme ad Antonio La Torre si preparavano anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina». Il giudice ha quindi condannato «Saviano e Arnoldo Mondadori Editore Spa (editore del libro, ndr) in via tra loro solidale al risarcimento del danno subito da Enzo Boccolato e a corrispondergli la somma di 30mila euro». Il giudice ha anche ordinato «la pubblicazione dell’intestazione e del dispositivo della presente sentenza a cura e spese dei convenuti una volta a caratteri doppi del normale sul quotidiano La Repubblica entro 30 giorni della notifica in forma esecutiva della presente sentenza». A carico dei «convenuti» anche le spese legali del procedimento. «Nel libro Gomorra Saviano – ha spiegato l’avvocato Santoro – aveva infatti descritto il Boccolato, che è incensurato e che da vari anni vive in Venezuela conducendo una florida attività nel campo ittico e del tutto estraneo ad ogni attività camorristica, come collegato ai La Torre in relazione al traffico internazionale di cocaina, sostenendo che questo, unitamente ai La Torre si preparava anche a tessere una grande rete di traffico di cocaina».

Ecc…ecc…ecc…

San Roberto dalla Campania. Note sulla fenomenologia di un eroe contemporaneo. La costruzione mediatica del personaggio ero’ Roberto Saviano di Davide Pinardi(Paginauno n. 16, febbraio - marzo 2010). Lo sguardo è penetrante, l’espressione sofferta. È chiaro, con la vita che fa, con quella scorta che ha tolto ogni rifugio alla sua esistenza, che gli impedisce il nido di una casa, il calore di una famiglia...L’estetica fotografica con la quale viene ritratto è barocca e sempre uguale: il volto ha tratti caravaggeschi ed è illuminato da una luce che giunge da lontano, che sottolinea la barba lunga, soffertamente impegnata, del nostro eroe e gli dà rilievo nel mezzo di un oceano di ombre. Sì, lui è il Cavaliere della Bellezza – illuminato da una Grazia superiore – che lotta contro il buio del Male. Il suo sito internet è ricco, ben curato, con versioni in tedesco, francese, inglese e spagnolo. La sua agenzia editoriale è la più alla moda del Paese. Ma tutto ciò è necessario: Roberto Saviano – di lui stiamo parlando – non è più un personaggio di cronaca locale ma un fenomeno globale, un vero protagonista del nostro tempo, e rappresenta la storia edificante ed esemplare di un giovanotto che, pur nato nell’infame, immonda, zozza provincia campana, sa levarsi animato da una superiore caratura etica, sa riscattarsi con le proprie forze dalle colpe della sua terra, sa ergersi a coscienza etica del mondo...Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale tedesco Die Zeit, nella sua laudatio per il premio Fratelli Scholl – assegnato nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta e assassinata – sostiene che “al momento non c’è nessuno in Italia con una storia che mi commuova e mi indigni quanto quella di Roberto Saviano. […] Si ritrova, lui che ha ancora trent’anni, a portare due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe a schiacciare un uomo”. Pur avendo nome e cognome italiano, il direttore conosce poco e soprattutto male il nostro Paese. In poche ore trascorse non nei salotti ma per le strade, il bravo giornalista potrebbe raccogliere mille e mille storie italiane molto più commoventi e degne di indignazione. Storie di persone con fardelli che schiaccerebbero non uno ma cento uomini. Storie di extracomunitari annegati, di rom perseguitati, di piccoli commercianti taglieggiati, di precari disperati, di prostitute massacrate, di detenuti dimenticati...Storie di poveretti infelici, microscopici e sfigati, che, purtroppo per loro, non sono sostenuti dalla più grande industria editoriale nazionale di proprietà del capo di governo, non sono idolatrati da grandi giornali di opposizione (opposizione?), non sono ospitati sulle reti pubbliche in prima serata da trasmissioni nazionali e portati in scena con complesse scenografie teatrali. Roberto Saviano dice di odiare il suo libro Gomorra perché (se anche lo ha reso ricco) gli ha rovinato la vita: “Lo detesto. Quando lo vedo nella vetrina di una libreria guardo subito dall’altra parte”. C’è da domandarsi quanti siano i testimoni in processi al crimine organizzato che odiano il giorno in cui hanno accettato di denunciare ed esporsi, in cui hanno dovuto cambiare nome, sparire dalla circolazione, abbandonare luoghi, radici, parenti e amicizie: e che non ricevono né plausi, né nobili inviti, né ammirazione (quasi) generale ma si ritrovano invece nella solitudine (e nella povertà). Saviano è amato da quasi tutti. Va bene come merce da esportazione: ‘ah, meno male che c’è anche un’Italia pulita...’; va bene all’opposizione ufficiale, che supplisce alla propria inesistenza (o connivenza) politica con il plauso ebete alle icone comiche, culturali e televisive (con le quali bisognerebbe solidarizzare perché perseguitate dal Presidente/Imperatore); va bene a coloro che, con un click telematico al giorno a favore di testi di cui forse non capiscono bene il senso, si sentono sinceramente convinti di contribuire a migliorare il Paese; va bene alla fondazione FareFuturo che lo trova “un grande pensatore di destra”; va bene perfino ai leghisti, perché si erge come l’esule schifato di una cultura meridionale corrotta e inetta (purché non dica che Milano è una città del Sud!). Va bene infine a chi è al governo, perché esprime un’alata testimonianza ‘di coscienza’ che vola alta, altissima, e non si abbassa mai a una concreta contrapposizione ai veri rapporti di potere – dopo l’appello lanciato su Repubblica contro la legge sul processo breve, il ministro Bondi affettuosamente lo invita a “non abbandonare il suo impegno civile e culturale tanto più limpido e ascoltato quanto più alieno da pregiudizi ideologici”; Saviano risponde ringraziando, apprezzando “il tono rispettoso e dialogante”, affermando che “certe questioni non possono né devono essere considerate appannaggio di una parte politica” e che “schierarsi non significa ideologicamente”.  Bisogna riconoscerlo, Saviano sa scegliere con cura le cause per le quali ergersi commosso: apertamente a favore di quelle potenzialmente molto ‘popolari’, sparisce in un silenzio di tomba rispetto a quelle impopolari (simile in questo all’altro pezzo di quarzo Nanni Moretti, che si indigna soltanto quando sta per uscire un suo film da ‘promozionare’). Saviano con caschetto da pompiere e molto ben accolto dalla Protezione civile denuncia le vergogne collegate al terremoto in Abruzzo: chi può non essere d’accordo? (Anche se poi si fa prendere la mano e aggiunge generiche considerazioni sulla presenza storica della mafia in quella regione che lasciano basiti molti abruzzesi: tutti conniventi con la criminalità organizzata?) Qualcuno l’ha sentito invece in occasione del quasi pogrom contro i rom di Ponticelli? Qualcuno lo ha sentito dire che lo sfruttamento neo-schiavista degli extracomunitari è dovuto a un sistema economico che in Italia è fisiologico e non patologico? Qualcuno lo ha sentito denunciare la tragedia del precariato? Preferisce una puntatina a Barcellona per una toccante intervista al calciatore Lionel Messi, Pallone d’Oro 2009...In televisione cita Varlam Salamov e Ken Saro-Wiwa (e si legittima implicitamente come eroico ‘scrittore civile’). Piccolo particolare: Varlam Salamov ha fatto diciotto anni di gulag sotto Stalin, Saro-Wiwa è stato impiccato in Nigeria dopo un processo farsa. Nessuno di loro ha avuto la scorta dal ministero degli Interni. Settimane fa il comune di Milano – tra Ambrogini d’oro che premiano Marina Berlusconi e i nuclei di vigili che danno la caccia ai clandestini (si badi, gente che viene presa a caso sui tram e messa in gabbia senza aver commesso alcun reato) – ha votato all’unanimità per offrirgli la cittadinanza onoraria: l’offerta non è stata respinta con sdegno. Pochi criticano Saviano. L’ha fatto Vittorio Pisani, capo della Squadra mobile di Napoli, che afferma di aver dato parere negativo alla concessione allo scrittore della scorta: “Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. […] Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la Camorra da anni”. L’ha osato fare anche Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, Sindacato autonomo di polizia: Saviano “non è un eroe, al contrario dei poliziotti che stanno tutti i giorni in prima linea sul campo. […] La lotta alla Camorra non si fa col varietà, con le luci abbaglianti degli studi televisivi e le paillettes di prima serata, né l’impegno antimafia ha bisogno di showman. La vera lotta si svolge in trincea ed è sostenuta giorno per giorno da migliaia di poliziotti e di appartenenti alle forze dell’ordine che sul campo contrastano il crimine organizzato”. Qualcuno ha avuto dei dubbi davanti a queste dichiarazioni? Neanche per sogno. In compenso i due poliziotti sono stati quasi additati come complici, più o meno coscienti, della Camorra. Saviano ha denunciato di sentire l’inizio di un abbandono, di un isolamento, di uno sgretolarsi di quella compattezza istituzionale e civile che fino ad allora l’aveva protetto, ricordando che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani “hanno pagato con la vita la loro solitudine”; subito si sono mossi opinione pubblica, giornali, capo della Polizia...Ma se Saviano è così spaventosamente pericoloso, per la Camorra, perché questa – impossibilitata dalla scorta a colpire lui – non minaccia il presentatore Fabio Fazio, l’indifesa agenzia letteraria, il regista Matteo Garrone (che, anzi, ha avuto via libera per tutte le riprese a Scampia), l’ufficio commerciale di Mondadori, le librerie che espongono il suo libro, eccetera? Perché non minaccia le redazioni di Repubblica e de L’Espresso che pubblicano i suoi preziosi articoli? Perché non intimidisce chi lo propone come candidato alla presidenza della Regione Campania? Quando lui cercava casa a Napoli (al Vomero, il quartiere bene della città), dopo aver visto sei appartamenti (alcuni dei quali non andavano bene a lui...) ne ha scelto uno che però gli sarebbe stato rifiutato dalla proprietaria perché i vicini le avevano detto che “nella via si sarebbe persa la pace”. Saviano, indignato per il rifiuto, avrebbe interrotto la ricerca dichiarando di voler espatriare, andarsene via per sempre. Non l’ha fatto. Ma intanto era subito scattata una grande solidarietà nei suoi confronti. Gennaro Capodanno, presidente del Comitato valori collinari di Napoli, si era dichiarato amareggiato e deluso offrendosi per una collaborazione alla ricerca di una casa se Saviano avesse cambiato idea. Il sindaco di Giffoni Valle Piana aveva offerto a titolo gratuito un antico casale ristrutturato, immerso tra gli ulivi secolari del borgo medioevale di Terravecchia e di proprietà del comune, “da cui si gode il paesaggio mozzafiato e il castello federiciano. Siamo certi che in quest’oasi di pace e tranquillità Saviano ritroverà nuovi stimoli per poterci consegnare altri capolavori. Lo invitiamo, pertanto, fin da ora a partecipare alla prossima edizione del Giffoni Film Festival...”. E la Camorra a loro non dice niente? Ma che cosa possono pensare i tanti senzacasa napoletani, o quelli che soltanto con abusi edilizi si sono messi un tetto sulla testa? Loro sono gli infami, gli zozzi, gli ignoranti. Loro non meritano una casa regolare. Tanto più un casale gratis, un’oasi di pace... no. Loro meritano l’Inferno in cui vivono. Il caso di Saviano – a mio avviso – è esemplare dell’ipocrisia di quest’epoca, dei suoi precipitosi innamoramenti mediatici, della sua incapacità di analizzare senza schemi precostituiti, della sistematica mancanza di approfondimento critico in tanti operatori dell’informazione, della rapidità nella costruzione di miti ‘facili’ per distrarre dai veri tragici disastri politici, sociali ed economici del presente.

Roberto Saviano e la produzione del sapere ai tempi del consumismo di Walter G. Pozzi(2 luglio 2010, poi pubblicato su Paginauno n. 19, ottobre - novembre 2010). Come ricorda un vecchio adagio, è sempre meglio lasciar stare i santi. Di quanto ciò sia vero ha avuto modo di accorgersene chiunque abbia tentato di sollevare dubbi sulla veracità della figura mediatica di Roberto Saviano, per veracità intendendo i molteplici aspetti, le mille ambiguità inevitabilmente nascoste dietro un successo planetario come quello dello scrittore napoletano. Il sociologo Alessandro Dal Lago ne ha affrontato in un saggio – piuttosto claudicante quando entra nel merito dell’analisi di Gomorra (come documentato dalla redazione di Carmilla) – la funzione sociale e politica. Su PaginaUno Davide Pinardi ha criticato la sapiente oculatezza con la quale sembra scegliersi le cause da sposare – solo quelle potenzialmente molto popolari – e ha sollevato alcuni dubbi sin dalla radice del meccanismo creativo del personaggio Saviano. Si è chiesto come mai la minaccia non si sia mai estesa oltre lo scrittore, allargandosi a coloro che gli garantiscono visibilità come la redazione di Repubblica o il presentatore Fabio Fazio; come mai nemmeno un mattone sia stato lanciato contro la vetrina di una libreria napoletana che ne espone i libri. Marco Clementi, dal sito della casa editrice Odradek (che ha aperto una piattaforma di discussione), si è spinto anche oltre, entrando nel merito dei suoi testi e delle sue parole, sollevando dubbi sull’attendibilità di alcune affermazioni. Come era prevedibile, tuttavia, il dibattito sulla funzione politica e culturale che la società ha finito per riconoscere a Saviano – investitura a cui egli non si è sottratto – ha immediatamente incontrato un forte contraddittorio, non sempre impostato sulla confutazione degli argomenti, nella ferrea pretesa che ogni critica mossa a Saviano altro non possa essere che uno sterile bizantinismo. Naturale che la polemica finisse per arenarsi trasformandosi in una sorta di aut aut – tra chi è pro e chi è contro Saviano – inevitabilmente mettendo fuori fuoco un problema, tipicamente moderno, che da una trentina d’anni costringe la letteratura, e la narrativa in particolare, a una drammatica impasse. Un problema che coinvolge profondamente la cultura e la sua impotenza di fronte a quel complesso di forze, strumento invisibile manovrato dal potere, che Horkheimer e Adorno definivano industria culturale. Parlare di Saviano in termini critici, quindi, può servire a patto di assumerlo come esempio di una realtà più ampia. Anche perché resta difficile stabilire la colpa di un individuo che perde il controllo della propria immagine nel momento in cui entra a far parte del polifonico e fagocitatorio sistema mediatico, diventando una star; sia che ciò avvenga per la difficoltà di sottrarsene, sia perché il successo è un giochino che premia i suoi prescelti ripagandoli abbondantemente, lasciando al beneficato l’illusione (che si trasforma in un facile alibi) che comunque le idee e i concetti siano in grado di mantenere una loro purezza, malgrado il medium; che il messaggio arrivi pulito così come magari era partito. A questa stregua, se c’è qualcosa che si possa imputare a Saviano, è il fatto di esserci cascato, permettendo al sistema di trasformarlo, a lungo andare, in un simbolo vuoto, condannato a reiterare un se stesso sempre più simile a un qualunque prodotto di consumo da grande distribuzione. Strumento di compensazione del malcontento sociale, fino a diventare addirittura utile al potere. Di quanto complicato sia il rapporto moderno che inevitabilmente lega la produzione del sapere e il sistema consumistico aveva parlato anche Pier Paolo Pasolini agli inizi degli anni Settanta: “La televisione è un medium di massa e come tale non può che mercificarci e alienarci”. Aveva compreso, Pasolini, che per capire una società occorre capire quali merci vengono prodotte e come vengono distribuite. Nel caso specifico, la merce non è il pensiero di Saviano, bensì Saviano stesso con tutto il portato emotivo che la sua storia è ormai in grado di evocare. Storia di martire, quindi di santo virtuale. Intorno a Saviano girano ormai molti soldi, e sebbene sia sbagliato contestargli i lauti compensi, il suo essere per il sistema una gallina dalle uova d’oro rende, per ragioni che di seguito vedremo, inevitabilmente ambiguo ogni suo intervento in scena. Troppo stretta la commistione tra la struttura etica e morale dei suoi discorsi e la moneta che circola intorno alle sue parole e alla sua presenza. Il dubbio, insomma, che, per qualcuno, più di affari si tratti che non di alti valori, inevitabilmente sorge. E dato che gli esempi valgono più di mille parole – a dimostrazione di come il potere fagociti la cultura per trasformarla in merce, disinnescandone i contenuti – può essere interessante rivisitare la querelle tra lo scrittore e il suo editore Berlusconi dello scorso 16 aprile, venerdì. Una polemica che ha occupato le pagine di Repubblica per quattro giorni. La bomba esplode nella sala stampa di palazzo Chigi, quando Berlusconi rilancia un evergreen del suo vasto repertorio, secondo cui la mafia avrebbe goduto di “un supporto promozionale che l’ha portata a essere un fattore di giudizio molto negativo per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di centosessanta Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”. Un sempreverde che contiene, però, una novità: per la prima volta include Gomorra tra le opere nefaste per l’italianità all’estero. Un’aggiunta che riguarda da vicino la questione affrontata in queste righe. Infatti, la prima cosa che colpisce, da parte del presidente del Consiglio, è l’innocenza: come se egli nulla avesse a che fare con il marchio Mondadori, quello che a Saviano garantisce asilo letterario e che a fine marzo, proprio poco tempo prima della zuffa verbale, ha pubblicato – edizioni Einaudi, sempre Berlusconi quindi – la nuova fatica dello scrittore napoletano: una bella confezione libro + dvd. Una stupidata? Una gaffe? Forse è qualcosa di molto peggio e di più grave, che potrebbe non riguardare solo lui. Alle parole del premier, com’era da attendersi, apriti cielo. Saviano si indigna e sabato 17 prontamente ribatte dalle pagine di Repubblica. Seguendo il filo dei suoi argomenti, ricorda le vittime di mafia, quanto sia importante denunciare (e qui cita la sua ultima opera appena uscita per Einaudi…) ed esterna il dubbio se per lui valga ancora la pena pubblicare con la casa editrice del presidente del Consiglio. Parole bellissime, importanti e cariche di pathos, capaci di smuovere la sensibilità di altri scrittori, da Starnone giù giù fino all’innocuo Ammaniti, qui e là su stampa varia. Dimostrando grande fiuto (cos’altro?) e disobbedendo ai dettami suggeriti il giorno prima dal loro datore di lavoro, gli addetti al marketing del gruppo Mondadori rincarano la dose e comprano sulla prima pagina di Repubblica – con cui lo scrittore collabora attivamente – lo spazio pubblicitario più costoso, per picchiarvi impunemente la pubblicità dell’ultimo nato di Saviano. Nel frattempo, recitato il proprio ruolo di battitore, Berlusconi esce di scena con stile e lascia spazio alla figlia, che della Mondadori è ufficiale responsabile. Il giorno seguente, domenica 18, gli uomini della Mondadori raddoppiano la puntata, e comprano spazi per pubblicizzare Gomorra sia sulla prima pagina di Repubblica che su quella del Corsera, dimostrando quanto il loro araldo sia sempre un buon affare. Ancora una volta l’ufficio marketing di Segrate dimostra doti di lungimiranza se non di preveggenza. Come poteva sapere che il proprio presidente Marina Berlusconi avrebbe scritto, in risposta a Saviano, una lettera in difesa del padre e della libertà di critica che sempre Mondadori ha riconosciuto ai propri scrittori? E anche considerando che gli uffici di una casa editrice non sono compartimenti stagni, come potevano sapere a Segrate che Saviano avrebbe risposto nella stessa pagina lo stesso giorno, approfittando della disponibilità di Repubblica (ideologicamente coinvolta dall’importanza degli alti valori in gioco), per ribadire il proprio ruolo di difensore della libertà? A rinforzare il sospetto di stare assistendo a una farsa, più che a un dibattito sulla libertà di opinione (in cui ognuno afferma di essere un campione di democrazia), intervengono i tempi tecnici per prenotare uno spazio pubblicitario in prima pagina. La Manzoni, agenzia pubblicitaria a cui si affida il gruppo L’Espresso, apre le prenotazioni degli spazi pubblicitari nel periodo di novembre/dicembre dell’anno precedente. In prima pagina il box a disposizione riservato alla pubblicità culturale (scusate l’ossimoro) è uno solo e occorre precipitarsi ad acquistarlo con largo anticipo. Ora: pur ammettendo che una grande azienda come il Gruppo Mondadori sia solita prenotare un buon numero di spazi per poi riempirli a seconda delle esigenze e delle occasioni, occorre riconoscere l’immensa fortuna degli uomini marketing di Segrate, nonché immaginare la loro gioia insperata, nel momento in cui hanno sentito alla televisione il loro padrone in pectore attaccare Saviano proprio in coincidenza della campagna pubblicitaria dell'ultimo libro dello scrittore. Ancora di più quando si sono accorti che Repubblica aveva deciso di seguire passo dopo passo l’intera polemica lanciata da Berlusconi contro il loro autore (sì, autore un po’ dell’uno e un po’ dell’altro); compreso il carteggio tra lui e Marina Berlusconi. La statura morale di Saviano impone di pensare che egli fosse all’oscuro di tutto, e di ammirare piuttosto il suo impegno nel momento in cui, con grande velocità si è messo sotto a rispondere a Marina, con il poco tempo rimastogli dal momento dell’arrivo della lettera del suo editore a Repubblica, della decisione dei redattori di Repubblica di girargliela, e l’ora di chiusura del giornale. A meno che Marina non sia stata così premurosa da inserire lo scrittore direttamente in copia nella sua mail indirizzata alla redazione del quotidiano diretto da Ezio Mauro. E se anche si fosse trattato di semplice marketing – il che naturalmente non è, visti gli alti contenuti – bisognerebbe rendere onore anche alla formidabile larghezza di vedute del nostro premier, nonché alla sua natura di uomo profondamente liberale, nel momento in cui, pur di permettere a uno dei maggiori scrittori della sua scuderia di lanciare un importante appello ai valori democratici, addirittura accetta di figurare come bersaglio ideale dell’attacco, mosso proprio dalle pagine dell’odiato quotidiano, suo più feroce oppositore politico. Questo detto, ça va sans dire, senza voler mettere in dubbio nemmeno la buona fede di Repubblica, il cui palcoscenico è talmente ampio e liberale da ospitare, il giorno dopo ancora, lunedì 19, il direttore generale Libri Trade Mondadori, Ricky Cavallero, pronto a chiedere a Saviano di non lasciare una casa editrice che sempre gli ha garantito supporto e riconosciuto grande libertà di espressione; e contemporaneamente conservare un angolino libero per lo scrittore Sebastiano Vassalli, uno dei pochi di vero valore del panorama italiano. Non sfugge tuttavia la coincidenza, non essendo, il suddetto, figura usa a venir chiamata su giornali e televisioni. Scontata e doverosa la difesa di Saviano da parte di uno scrittore tanto importante, un po’ meno la notizia, annunciata dal giornalista, dell’imminente uscita del nuovo romanzo di Vassalli, pubblicato proprio da Einaudi. Quest’esempio potrebbe bastare – il giorno dopo, martedì, leggere l’articolo di Sofri, il più dotto, indurrà quasi a tenerezza, considerato il contesto in cui si va a inserire – ma manca ancora un tocco di classe. E il colpo di tacco, puntuale, persino beffardo, arriva con un corposo articolo al centro della pagina che ricorda il gran numero di mail, arrivate dai fan di Saviano, i quali non hanno mancato di dimostragli tutto il loro affetto. Al punto che, ricorda l’estensore del testo, le vendite dei suoi libri negli ultimi tre giorni sono sensibilmente aumentate. E infatti (secondo i dati forniti dall’inserto Tuttolibri de La Stampa) il 26 aprile finalmente, sembra niente dirlo, anche l’ultimo parto dello scrittore entra in classifica. Torna alla mente il film di Elio Petri: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Anche quando l’assassino si toglie la maschera e si rivela, nessuno ha interesse a riconoscerlo.

Semel in anno savianico licet insanire. Narrazione savianica: tra fatti, informazioni, verità e verosimiglianza, tra costruzione del senso e descrizione pornografica della società di Massimiliano Monaco (Paginauno n. 22, aprile - maggio 2011). Accidenti, ieri un elicottero dell’esercito, parcheggiato dentro il parco, lo ha inquinato mezzo facendo ruotare le sue pale per diversi minuti, e le mie per molto di più, prima di tornare da dove era venuto. Per fortuna stavo correndo e sono scappato nella metà libera dai fumi. Una volta lì però mi sono dovuto rassegnare all’evidenza olfattiva che nel frattempo mi ha raggiunto e ho deciso di prendere la via verso casa, dove mi stavano aspettando il mio cane e i suoi bisogni. Cosa stessi facendo prima di prendere quella decisione è chiaro soltanto in parte, sì stavo correndo, scappando, ma soprattutto pensando a questo articolo, confermo scappando, già iniziato, la cui sostanza era smangiucchiata qua e là. Molte pretese, poca sostanza. Il pensiero era, ed è, su come affrontare il savianesimo provando a liberarmi dal pregiudizio che Saviano sia un santo, e del conseguente senso di colpa per averlo pensato. Ahimè non sono un suo ammiratore, men che meno di chi lo santifica, ma non sono nemmeno un ammiratore di chi lo impallina con motivazioni che definisco del sospetto, delle quali però condivido la sostanza degli argomenti che utilizzano. Insomma un pasticcio principalmente emotivo dal quale non è semplice venire fuori. Come dice qualcuno di cui non ricordo il nome, anche il cuore ha i suoi pregiudizi, e il mio ne è zeppo. A complicare la situazione ci sono stati gli straordinari interventi di Benigni e Abbado alla trasmissione Vieni via con me, dopo i quali è diventato ancora più difficile accettare di avere un pensiero, seppur piccolo, non pro Saviano. Lemme lemme dico le cose che mi sono rimaste impresse di Vieni via con me: il grande sforzo di Abbado, Benigni che da del tu a Sandokan mentre Saviano, valletto muto, non è in grado di rompere la timidezza per cantare la sua terra e si esprime solo grazie alla retorica non essendo all’altezza del ruolo di narratore (lo dico alla faccia del lemme lemme e di quel ragazzo che potrebbe imparare qualcosa da Minoli), inoltre il rifiuto di Benigni a rimanere sul palco, credo consapevolmente, mentre Fazio farà l’ennesima uscita sentimental popolare, e infine una performance di teatro danza magistrale quanto la regia televisiva che ne è stata fatta. A margine di questo c’è l’establishment politico, di entrambe le parti, che alimenta la mitologia attraverso la moderna figura dell’eroe, sostituendo la fede laica a quella religiosa, c’è chi, tra i comuni mortali, altresì detti popolo, che pensa a Saviano come una vittima del sistema della comunicazione, sfruttato e sovraesposto, e per finire un articolo di Aldo Grasso, il quale, paternalisticamente, cerca di non stroncare il fenomeno sociale Saviano, aggrappandosi al fatto che, tutto sommato, i contenuti del programma sono stati buoni rispetto alla media della televisione italiana. Penso che al peggio del berlusconismo non ci sia fine e non mi butto giù dalla finestra soltanto perché voglio finire questo articolo, poi vedremo. A conti fatti i fatti sono ciò che conta e quando si vuole raccontare un accadimento si usa raccogliere le informazioni che lo riguardano, la somma delle quali descrive ciò che è accaduto. Senza nemmeno accorgermi sono passato dai fatti alle informazioni che, normalmente, chiamiamo fatti, ma che fatti non sono perché le informazioni, relative a un fatto, non sono il fatto in sé, bensì la sua rappresentazione. Se questo è vero allora implicitamente è vero anche che esiste una distanza tra ciò che accade, il fatto, e gli elementi di narrazione di un accadimento, le informazioni, che a loro volta sono un insieme di dettagli. La distanza tra un accadimento e la sua narrazione non è solo evidente di per sé, se non altro per una questione temporale, ma è anche qualcosa che si amplifica insinuandosi tra i dettagli e tra gli elementi del racconto stesso. Infatti, nel riportare un fatto, cerchiamo di ridurre questa distanza utilizzando l’elenco, presunto strumento di imparzialità, di ciò che lo compone, per poter restituire a un potenziale lettore il quadro di quanto è realmente accaduto. Al posto di quello che sto per dire prima c’era un pezzo molto più lungo e noioso sulla relazione tra accadimento, soggetto e racconto, dettagli, elementi e il loro ordine o la costruzione sfruttando la distanza fra questi, che vi risparmio perché non ho la pretesa di svolgere un compitino logico ma dinamico, quindi salto alla battuta finale: questione di difetti dei fatti. Difatti, siccome ne sto parlando nella dimensione del racconto, usare la parola fatti è inappropriato quanto comune. A questo punto chiamo a testimoniare le parole descrivere ed elencare chiedendogli che senso abbiano in ambito letterario se utilizzate con uno stile cronistico o simil tale? Penso per esempio alla Divina Commedia di Dante che inizia dicendo (Canto I): “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura!”. Come a dire, sì questa selva esiste perché altrimenti non potrei dire che è selvaggia, aspra e dura, ma attenzione a voler passare per fessi dandone una spiegazione oggettiva, quanto a dir qual era è cosa dura. Eppoi: “Tant’è amara che poco è più morte; / ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte”. Per trattare il bene che ho trovato devo parlare di altro, delle cose che ho scorto, e aggiungo che Dante ancora una volta rifugge una posizione assolutistica sapendo che scorgere significa distinguere con l’occhio o con la mente e in questo caso sono i suoi. “Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, / tant’era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai”. La verace via abbandonai, verace da vero significa che ha in sé verità, che è fonte di verità o meglio che è in realtà ciò che si afferma quindi non falso, non immaginario, non ingannevole. Come è possibile che voglia essere preso sul serio e allo stesso tempo abbandona la verace via? Da non studioso di Dante azzardo che significa non farò il cronista, non collezionerò fatti, tanto che questa opera è una macro allegoria fatta da sciami di metafore come dice Sermonti, e quindi non vi so dire, o vi dico che non vi so dire, come ci sono entrato. Proseguendo (Canto II): “Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno / toglieva li animali che sono in terra / da le fatiche loro; e io sol uno / m’apparecchiava a sostener la guerra / sì del cammino e sì del la pietate / che ritrarrà la mente che non erra”. Apparecchiato, preparato a sostener la guerra che ritrarrà la mente che non erra, e dove va la sua? Dove vuole andare? Intanto, subito a chiamare aiuto: “O muse, o alto ingegno, or m’aiutate” perché riportare ciò che ha visto non basta per esprimere quello che vorrebbe; “o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, / qui si parrà la tua nobilitate”. E in fine: “Sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso” perché come per camminare ci vuole sia un piede sulla terra che uno per aria, così anche per creare un’opera, ed è fondamentale che il piede a terra regga quello in alto. Credo che la descrizione di un personaggio sia una cosa estremamente complessa perché per funzionare non deve avere solo una relazione intima con il personaggio ma più ancora con il mondo. Di Quinn, personaggio scritto da Paul Auster, sappiamo che “non serve dilungarsi su di lui. Chi fosse, da dove venisse e cosa facesse non ha molta importanza”. Come se nel suo tempo non esistesse una verità comune a tutti in grado di cristallizzarlo ma “sappiamo, per esempio che aveva trentacinque anni”, l’età di Dante della Divina Commedia, ma questo è solo un caso, credo; “sappiamo che un tempo era stato sposato, che era stato padre, e che ora la moglie e il figlio erano morti. Sappiamo anche che scriveva dei libri. Per essere esatti, scriveva romanzi gialli”. Sappiamo cose delle quali ne capiremo il senso molto dopo, come Quinn: “Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla è reale tranne il caso”, e la Trilogia di New York è una raccolta di tre racconti polizieschi, a carattere psicologico, che immediatamente si mette in contatto con le ‘turbe’ mentali di milioni di persone incluse le mie. Quanti fatti reali sono contenuti in questo pezzettino di verità del personaggio? Forse nessuno perché “come la maggior parte della gente, Quinn non sapeva nulla del mondo del crimine. Non aveva mai assassinato nessuno, mai rubato niente, e non conosceva nessuno che lo avesse fatto [...]. Questo per altro non gli sembrava una menomazione. Nelle storie che scriveva, a importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie”. E ancora Auster ci dice che scrittore e investigatore sono intercambiabili: “Il lettore vede il mondo con gli occhi dell’investigatore [...]. Si è ridestato alle cose che lo circondano quasi che gli potessero parlare, quasi che, in virtù dell’attenzione che ora riserva loro, assumessero un significato altro dal mero dato della loro esistenza”. Il mero dato che tanto fa per rendere più ricco il resoconto di un fatto di cronaca. Forse qualcuno di quelli nascosti nella figura dell’avaro a partire dal primigenio vecchiaccio di Plauto che Molière travasa in Harpagon contestualizzando un tipo umano nella sua società dove la staticità di una pentola avrebbe detto, della spilorceria, meno di quanto potesse fare la spinta all’accumulo grazie all’usura. Oppure quelli nel personaggio del duca di Guermantes che Proust ci presenta così : “Si, aussi avare que fastueux, il lui refusait le plus léger argent pour des charités, pour le domestiques, il exigeait qu’elle eût les toilettes les plus magnifiques et les plus beaux attelages”. Forse tanti quanti sono gli episodi ne La ca’ dei cani di Tenca, “perché gli episodi sono pur necessari, anzi costituiscono la parte principale di un racconto storico, vi abbiamo introdotto la esecuzione di cento cittadini impiccati sulla pubblica piazza, quella di due frati abbruciati vivi, l’apparizione d’una cometa, tutte descrizioni che valgono per quelle di cento tornei, e che hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale”. (Queste sono per altro le righe introduttive dell’ultimo libro di Eco Il cimitero di Praga). Tenca ritiene la storia “primitiva sorgente di vero” e di questo “conservatrice eterna”, non può essere per l’invenzione mero supporto, o camicia di forza, né è lecito “spogliarla, saccheggiarla, rafforzarla”, diventando un puro pretesto di romanzesco (da un testo di Marinella Colummi Camerino). Cos’è la socialità se non un guardarsi l’un l’altro, come la domenica sul sagrato di una chiesa, con un come che in nessun modo può mascherare o inverare l’atto del guardarsi. L’individuo guarda, ricambiato, l’indistinto del mondo prossimo, dentro o fuori di sé, che l’artista, sottoinsieme derivato della categoria individuo, anch’esso guarda e ne descrive le trasparenze. Il lettore, individuo pure lui, guarda e consuma le trasparenze descritte dall’artista trapassato, attraverso la sua finestra, dal mondo dentro o fuori di sé, dell’individuo, e quindi del lettore allo specchio. Le finestre di ciascuno rispecchiano l’individuo anche per un loro stile proprio. Quello più in voga oggi è quello della rappresentazione della realtà attraverso descrizioni di dettagli, una strana forma di anatomia della società. Cercando pornografìa sul portale della Treccani, che esprime tutta se stessa con “il sapere parte da qui”, si ottiene questo risultato: “s. f. [dal fr. pornographie, der. di pornographe ‘pornografo’] – 1. Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore: fare della p.; è un film che contiene solo p.; una campagna moralizzatrice contro la p.; un’opera in bilico tra raffinato erotismo e triviale pornografia – 2. ant. scritto che riguarda le prostitute o la prostituzione”. Faccio attenzione a “dal fr. pornographie, der. di pornographe ‘pornografo’”. Se la mia conoscenza delle abbreviazioni non mi inganna, ‘der. di’ dovrebbe significare derivato di, quindi quella frase diventa “dal fr. pornographie, derivato di pornographe ‘pornografo’”. A questo punto dantescamente chiedo aiuto alla linguistica secondo la quale derivato significa, sempre Treccani alla mano (per modo di dire), che trae origini da una forma preesistente, e chiedo aiuto alla logica per concludere che se pornographie è derivato di pornographe significa che, nel mondo impalpabile, la sequenzialità temporale tra queste due parole ricade in quello palpabile dove il pornografo è esistito prima della pornografia. Ma se il pornografo è esistito prima della pornografia significa che faceva un’attività diversa da quella di produrre soggetti o immagini con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore. Cosa faceva allora il pornografo prima di fare pornografia? Qui facciamo entrare in gioco ‘ant.’, il significato più lontano nel tempo, secondo il quale anticamente pornografia significava “scritto che riguarda le prostitute o la prostituzione”. Scritto che riguarda le prostitute è un po’ vago, tanto che non si capisce come lo facesse. Ho cercato del materiale a riguardo ma sono stato poco fortunato. Allora mi verrebbe da pensare che se l’intento non fosse quello di stimolare, potrebbe essere stato quello di lasciare documentazione scritta a testimonianza della loro esistenza. Se così fosse, e arrivo alla conclusione di questo breve ragionamento, abbiamo capito che un pornografo è uno scrittore, il cui stile narrativo è descrittivo, oggi si direbbe che parla di fatti e per questo forse è stato una variante specializzata del cronista. “[...] il tessile ha parecchie categorie merceologiche, e basta un tratto di penna sulla bolletta d’accompagnamento per abbattere radicalmente i costi e l’iva” (da Gomorra, Roberto Saviano). L’avessi scritto in un tema al liceo la professoressa mi avrebbe dato due per quanto era puntigliosa quella stronza. È vero che il mondo degli scambi internazionali è fatto di categorie merceologiche, più suggestivo chiamarle voci doganali, secondo le quali è stabilito il valore commerciale della merce e, di conseguenza, gli oneri a esso attribuiti per legge. Non so se sia vero che basta un colpo di penna, e nemmeno che lo si debba fare sulla bolla di accompagnamento, considerando che una pratica doganale vive di fatture, quindi semmai sono queste a dover essere contraffatte per abbattere gli oneri, e quindi eventualmente sfregiate con un colpo di penna, ma colgo il senso generale di quella frase e lo condivido perché è vero che dando alla merce una voce simile ma non uguale si ottengono risultati peggiori che a sbagliare la voce di un doppiatore. Però i dettagli fanno la differenza e a questo proposito va menzionato il fatto che quando parliamo di merci che viaggiano da un capo all’altro del mondo possiamo parlare di meccanismi che stanno sopra le singole voci, trasformando queste ultime in voci di corridoio. Le grandi compagnie di trasporto e sdoganamento, quelle che fanno il door to door per intenderci, beneficiano di due cose; la prima è di avere un ufficio di funzionari statali ospitato all’interno dei propri uffici, capisciammè, e la seconda è una cosa che si chiama procedura semplificata. Cos’è una procedura semplificata? In breve è una procedura grazie alla quale la merce che arriva sul territorio di destinazione può venire consegnata al destinatario finale prima che la documentazione relativa a essa, necessaria per lo sdoganamento, venga presentata ai funzionari. A voi lascio immaginare il resto e il perché una voce doganale diventa una voce di corridoio – per precisione aggiungo che alcuni cambiamenti sulle regole di interscambio dovrebbero aver avuto effetto a partire da gennaio 2011 e che quindi oggi la procedura semplificata potrebbe non esserci più. A questo punto mi chiedo perché sono diventato tanto puntiglioso quanto la mia prof. del liceo. In fondo quella frase di Gomorra probabilmente ci voleva semplicemente dare l’idea della truffa e del suo essere una cosa reale e quotidiana. Ma allora perché usare un registro narrativo di verità se basta poco per scoprire che è soltanto verosimile. Verosimile come tutta la merce avariata che il governo Berlusconi ci propina? ‘ndo sta la differenza tra lui e loro? ‘ndo sta la letteratura che usa i fatti per elevarli a metafora del presente in un romanzo, come Saviano definisce Gomorra, che incipia con pressapochismo su un dettaglio anatomico di scarso interesse per capire il mondo in cui viviamo? Comunque grazie! Saviano, la verità è che sono invidioso nonostante la mia galera sia più dolce della tua.

Impresentat’arm, scrive Filippo Facci su Libero. Gli impresentabili sono: 1) Quelli condannati in giudicato; 2) No, quelli condannati in Appello; 3) No, quelli condannati in primo grado; 4) Basta che siano rinviati a giudizio; 5) Basta che siano indagati; 6) Sono impresentabili anche gli assolti per prescrizione; 7) Anche gli assolti e basta, ma "coinvolti" (segue stralcio di una sentenza); 8) Sono quelli che sarebbero anche gigli di campo, ma sono amici-parenti-sodali di un impresentabile; 9) Sono quelli che, in mancanza d'altro, sono nominati in un'intercettazione anche se priva di rilevanza penale; 10) gli impresentabili sono quelli che i probiviri del partito e lo statuto del partito e il codice etico del partito e il comitato dei garanti (del partito) fanno risultare impresentabili, cioè che non piacciono al segretario; 11) Sono quelli a cui allude vagamente Saviano; 12) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - che i giornali definiscono "nostalgici del Duce, professionisti del voto di scambio in odore di camorra"; 13) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - di cui parlano anche il commissario Cantone e la senatrice Capacchione, e ne parlano pure i candidati che invece si giudicano presentabili, i quali dicono di non votare gli impresentabili; 13) Gli impresentabili sono quelli menzionati da qualche giornale, che però sono diversi da quelli nominati da altri giornali; 14) Sono i voltagabbana; 15) Gli impresentabili sono quelli che sono impresentabili: secondo me.

Un modo diverso di raccontare la mafia, scrive “Il Post”. Giuseppe Rizzo critica su Internazionale il modo in cui giornalisti e magistrati sfruttano la carica emotiva dei fatti di mafia per il proprio tornaconto, raccontando però solo un pezzo della storia. Lo scrittore Giuseppe Rizzo ha pubblicato sul sito di Internazionale un lungo articolo nel quale critica il modo con cui si è discusso di mafia negli ultimi anni, invitando a «raccontare le stragi ma ripetere fino allo sfinimento cosa è successo dopo», cioè quello che lui definisce il “secondo tempo”. Rizzo intende dire che i dati sulle attività della mafia pubblicati negli ultimi anni raccontano una situazione in lento miglioramento. Secondo Rizzo il problema rimane il modo di raccontare le vicende di mafia da parte di alcuni magistrati, politici e giornalisti, che spesso mirano solamente a sfruttarne la forte carica emotiva – innescata da popolari film e libri sulla mafia – per un proprio tornaconto. Scrive Rizzo: «La frase “c’è ancora molto da fare” ha senso solo se si accompagna all’idea che la mafia non ha vinto. […] Non mi piace pensare di aver desiderato il carcere per una persona; l’odio per la mafia non è paragonabile al risentimento per i professionisti dell’antimafia, ma non mi piace pensare di aver creduto ai teoremi sulle trattative tra stato e mafia».

La Sicilia è una guerra in due atti di Giuseppe Rizzo, giornalista di Internazionale. Mi è capitato di stare dalla parte sbagliata. In Sicilia significa che ho conosciuto e frequentato gente che poi è stata arrestata per associazione di stampo mafioso. Con alcune di queste persone ho avuto rapporti diretti, con altre ci siamo incrociate, con altre ancora ho legami di parentela. La forza dell’impatto di questi incontri va dall’indifferenza al disastro. Tutto questo mi serve per fare un discorso sulla codardia e la complessità che arriva tra poco, prima devo parlare di Ernest Hemingway e di Francis Scott Fitzgerald. Ernest Hemingway diceva che ogni generazione è segnata da un evento, e che questo evento forma l’immaginario e i racconti di quella generazione, e cioè il modo di vedere e leggere il mondo. Per la sua generazione, spiegava, quell’evento era stato la prima guerra mondiale. Per chi è nato in Sicilia negli anni settanta, o negli ottanta come me, quell’evento è l’esplosione delle bombe che hanno ucciso Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini che scortavano i due giudici. Significativamente, le stragi di Capaci e via d’Amelio entrano nella letteratura italiana in opere pubblicate in questi ultimi cinque anni. Significativamente, tutti gli autori sono nati a Palermo, e nel 1992 avevano dai quattordici ai venti anni. Pif è nato nel 1972 e ci ha girato un film. Alessandro D’Avenia nel 1977, Corrado Fortuna nel 1978 e Davide Enia nel 1974: tutti e tre ci hanno scritto sopra romanzi e racconti. Un racconto di Enia è ripubblicato in questi giorni in La guerra. Una storia siciliana, libro che raccoglie il lavoro del fotografo Tony Gentile tra il 1989 e il 1996 – tutte le immagini di questa pagina sono tratte da quel volume, e non sono che un assaggio di un lavoro onesto e a tratti disarmante. Per come la vedo io, i romanzi e i film di questi autori si legano inconsapevolmente tra loro per dire due cose: che la Sicilia è una guerra; e che, come per gli americani raccontati da Fitzgerald, nella vita dei siciliani sembra non esserci un secondo atto. Quest’ultimo punto finisce per avere conseguenze sull’Italia intera, ma ci arrivo tra un attimo, prima ho bisogno di tornare dalla parte sbagliata. Per me stare dalla parte sbagliata ha significato anche avere conosciuto e frequentato salvatori della patria che si sono poi rivelati abbagli ideologici e fregature straccione. Nello specifico ha voluto dire che mi sono innamorato di progetti civili fallimentari, di promesse di salvezza sceneggiate dalla politica e smontate dalla realtà, di rivoluzioni che al più erano contestazioni quando non teatrini. Ancora più nello specifico tutto questo si è tradotto in tessere di associazioni contro le mafie, entusiasmi per treni e cortei della legalità, litigate in difesa di Rosario Crocetta prima che diventasse governatore dell’isola, crociate affinché Totò Cuffaro fosse sbattuto in galera. Molti dei furori che hanno preceduto queste scelte sono stati degli errori, e un po’ anche certe scelte, anche se in misura differente. Il disprezzo per la politica clientelare di Cuffaro non è niente al confronto della delusione che è seguita all’insignificanza di certa sinistra, ma non mi piace pensare di aver desiderato il carcere per una persona; l’odio per la mafia non è paragonabile al risentimento per i professionisti dell’antimafia, ma non mi piace pensare di aver creduto ai teoremi sulle trattative tra stato e mafia. Julian Barnes in Metroland: “Quando muoiono le teorie? E perché? Dite pure quel che vi pare, ma finiscono eccome, e per la maggior parte di noi. È un unico avvenimento decisivo a ucciderle? Forse per qualcuno. Ma di solito muoiono d’usura, lentamente e sull’onda delle circostanze”. Giovanni Falcone al funerale del giudice Rosario Livatino, 1990. “La foto è davvero spietata: sono tutti soli dentro lo scatto, e questa solitudine senza consolazione spiega più di mille parole il perché della forza della mafia”. (Davide Enia) Tony Gentile, Postcart edizioni. L’onda delle circostanze sulle spiagge siciliane è tutta una risacca di storie che vengono dal passato, e queste storie sono fatte proprie non solo da narratori e registi quarantenni, ma anche da magistrati imprenditori ed eroi dell’antimafia che negli anni si sono trasformati in maestri dell’emergenza. Tutti raccontano il primo tempo siciliano: chi lo fa al cinema o nei romanzi lo fa perché quel primo tempo è ricco degli eventi che l’hanno segnato, appunto; gli altri perché senza non potrebbero giustificare carriere cattedre e palcoscenici. C’è un rischio: il racconto degli anni novanta fatto nei romanzi e nei film usciti di recente carica inconsapevolmente l’arma di cui hanno bisogno i maestri dell’emergenza per tenere sotto scacco l’isola, e con l’isola il paese. Quest’arma è l’emotività, i suoi proiettili sono le emozioni, e rientrano in quello che Giovanni De Luna definisce come “paradigma vittimario”, ovvero quel diffuso bisogno di risarcimento morale provocato dalle stragi. Pif, Enia e gli altri raccontano anni drammatici, in cui magistrati saltavano in aria e giornalisti venivano sparati e bambini erano sciolti nell’acido. Riempiono il campo di emozioni a cui nessuno può sottrarsi: la rabbia, l’amarezza, la paura, lo sconforto, la disperazione. Queste stesse emozioni sono usate e manipolate dai maestri dell’emergenza per farne un ricatto: chi può metterle in discussione senza apparire come un mostro di cinismo che sputa sul cadavere dei morti? È bene che lo dica subito: non c’è alcun legame diretto tra le azioni degli uni e quelle degli altri, non credo che narratori e registi abbiano delle responsabilità nella manipolazione operata dai maestri dell’emergenza. Penso a un cortocircuito casuale. Penso che La mafia uccide solo d’estate di Pif o Un giorno sarai un posto bellissimo di Corrado Fortuna raccontino onestamente non tanto gli anni delle stragi, quanto le teste di alcuni ragazzini negli anni delle stragi. Penso che Ciò che inferno non è di Alessandro D’Avenia e Mio padre non ha mai avuto un cane di Davide Enia facciano i conti con una Palermo che tra gli ottanta e i novanta aveva divorato l’intera Sicilia. Tutte e quattro le opere condividono il medesimo punto di vista: la ferocia della mafia vista dagli occhi di un ragazzino. In tutte e quattro questo ragazzino si confronta con il mondo adulto, che è terrorizzato da cosa nostra quando non colpevole di fiancheggiamento. Questo ragazzino spesso si innamora di una ragazza che lo aiuta a sciogliere il nodo di emozioni che gli spezza il fiato in gola. Queste emozioni spesso emergono dal racconto dettagliato delle morti per mafia: è qui che per me nasce il cortocircuito. Nessuno sano di mente potrebbe mettersi a concionare sull’assassinio di Piersanti Mattarella o sulla strage di Portella della Ginestra, su Falcone Borsellino Fava Impastato Puglisi Dalla Chiesa. Questo primo tempo della recente storia siciliana è una bolla emozionale potentissima. Solo che dentro questa bolla soffiano anche i maestri dell’emergenza, con il loro carico di aliti pesanti. Provo a spiegare meglio chi sono i maestri dell’emergenza. Sono gli eredi dei professionisti dell’antimafia raccontati da Leonardo Sciascia. Sono intellettuali, giornalisti, magistrati e politici che hanno diviso l’isola in due: di là il male e di qua il bene; di là la menzogna e di qua la verità; di là i criminali, i mascariati, i collusi e di qua i giusti, i coraggiosi, noi. Stare dalla parte sbagliata, la provincia e Sciascia mi hanno insegnato il valore del dubbio e riparato dal fascino e dalla paura delle loro condanne. In provincia l’assolutismo è impossibile, perché ci conosciamo tutti e può capitare, come è capitato nel mio piccolo paese in provincia di Agrigento, che una mattina ci si svegli con qualcuno che si conosce o con qualche parente dietro le sbarre. Ma conseguentemente succede anche che ci si possa fare domande del genere: cosa spinge un ragazzo che è cresciuto in una famiglia per bene a chiedere il pizzo? Se arrestano tuo padre, tuo fratello o la persona che ami significa che sei complice, lo sei stato o lo sarai se non lo condanni? Cucire dei bottoni sugli accappatoi perché quelli con la cintura di stoffa in carcere non sono ammessi fa di te un mostro? Se nel tuo paese non si è mai pronunciata la parola mafia vuol dire che sono tutti codardi? I tuoi genitori hanno avuto diritto di avere paura? Per anni mi sono chiesto: posso o non posso scrivere una lettera a X, finito in carcere con l’accusa di omicidio? Ognuno affronta queste domande come sa e può, e arriva a risposte differenti: io ho provato a scrivere quella lettera, e molte notti rotte e molti tentativi: e mi sento un cane per non esserci riuscito, specie dopo l’assoluzione di X. Ma appunto, ognuno ha mille risposte, tutte diverse tranne una, che è uguale per tutti: queste domande i cretini non se le fanno e sono pronti a condannarti per molto meno. Più che la lezione sui professionisti dell’antimafia, di Sciascia mi porto dietro un’altra intuizione, è dentro Nero su nero, fa così: Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania. Ci sono tre storie che aiutano a capire meglio quanto questa epifania abbia raggiunto il suo apice oggi, scavalcando le casacche politiche, e trovando nei maestri dell’emergenza dei rappresentanti cerimoniosi e insidiosi e pericolosi. Le prime due si incrociano e hanno per protagonisti Massimo Ciancimino e Antonio Ingroia. Massimo Ciancimino è il figlio di Vito, ex sindaco di Palermo condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Al padre si deve lo sventramento del capoluogo siciliano quando fu assessore ai lavori pubblici del comune: quattromila licenze edilizie rilasciate, 1.600 intestate a tre prestanome, tra cui un venditore di carbone e un fabbro. Al figlio i magistrati di Caltanissetta contestano di aver fornito un documento in cui risulterebbe che l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro sarebbe stato una persona avvicinabile dal padre Vito Ciancimino. Sui giornali per giorni si è anche letto che Vito Ciancimino avrebbe “indicato De Gennaro come personaggio dell’ambiente del signor Franco”. E cioè l’uomo dei servizi segreti che avrebbe avuto un ruolo chiave nella cosiddetta trattativa tra lo stato e la mafia. La quale trattativa è bene riassumere: all’indomani delle condanne inflitte nel maxiprocesso ai boss mafiosi, iniziano stragi e omicidi per convincere la politica che aveva voltato le spalle a Riina a stipulare un nuovo patto di non belligeranza, il cui tramite sarebbe stato Vito Ciancimino. Il figlio è uno dei testimoni chiave del processo e per mesi ogni sua dichiarazione conquista le prime pagine dei giornali. Dà lezioni di antimafia e ispira libri come Il quarto livello di Maurizio Torrealta, con la prefazione firmata da Antonio Ingroia. Il magistrato all’epoca guidava le indagini sulla presunta trattativa, e nel libro Il labirinto degli dèi scriveva: “Dal primo incontro ho capito che Ciancimino jr era fatto di tutt’altra pasta. Tanto il padre era ombroso, tanto il figlio Massimo è gioviale (…) uomo dei media e per i media, nel bene e nel male. E per una metamorfosi mediatica, oggi il figlio di Ciancimino è arrivato a diventare quasi un’icona dell’antimafia”. L’icona dell’antimafia nel 2011 è stata arrestata mentre se ne andava a Saint-Tropez per Pasqua. A rinviarlo a giudizio è stato l’uomo che l’ha definito “quasi un’icona dell’antimafia”. Non sarebbe stata la prima capriola di Ingroia, questa, e nemmeno l’ultima. Il magistrato, dopo aver costruito l’impianto accusatorio e aver affascinato moltissime tribune con le sue tesi, ha mollato tutto per andare in Sudamerica a combattere il narcotraffico per le Nazioni Unite, ha scritto i Diari dal Guatemala per Il Fatto Quotidiano, e da Santoro ha dichiarato: “Il mio libro si chiama ‘Io so’ e il sottotitolo potrebbe essere ‘perché ho le prove’, ho ricostruito con sufficiente solidità, sulla base dei fatti emersi, una trama criminale che ha pesantemente condizionato la prima e la seconda repubblica”. In Guatemala ci è rimasto meno di due mesi, poi è tornato in Italia e ha fondato Rivoluzione civile, il movimento con cui ha cercato di conquistare la pancia emotiva degli elettori e con cui però è riuscito a raggranellare solo l’1,8 per cento al senato e il 2,2 alla camera. Fuori del parlamento ha provato a rientrare in magistratura, ha rifiutato un posto ad Aosta ed è finito ad amministrare Sicilia e-Servizi per volere del governatore Rosario Crocetta. Oggi sono entrambi indagati per decine di assunzioni che secondo l’accusa sarebbero state fatte violando la legge. La terza storia è quella di Roberto Helg. Il presidente della camera di commercio di Palermo è stato un campione della lotta contro il pizzo, prima di essere arrestato per pizzo. Il cavaliere del lavoro e commendatore è stato un protagonista della scena dei convegni antimafia e un maestro dell’emotività e dell’emergenza prima di essere arrestato per aver intascato una mazzetta da centomila euro da un commerciante che chiedeva il rinnovo dell’affitto del locale all’aeroporto di Palermo dove vendeva i suoi prodotti. La dico facile, che si capisce subito: la guerra alla mafia la fanno gli sbirri e i magistrati. Chi scrive, pensa ed elabora idee può accompagnare questa lotta, e il modo più sensato è provare ad andare oltre l’emergenza, far capire a chi la mattina si alza per andare in banca in chiesa o in strada a raccogliere l’immondizia che c’è un secondo tempo nella vita dei siciliani e che questo secondo tempo è cominciato da un po’. Provando a spiegarlo a un amico di Roma, mi sono sentito rispondere che in lui la percezione della minaccia mafiosa negli ultimi anni era cresciuta. È anche un problema di racconto della realtà, da cui restano fuori alcuni dati fondamentali. Provo a riassumerli:

- La commissione parlamentare antimafia dice per esempio che dal 1993 al 2003 in Sicilia sono state denunciate per estorsione 6.613 persone. E negli ultimi dieci anni moltissime altre sono finite sotto indagine, i ragazzi di Addiopizzo hanno scosso Palermo e creato una rete di commercianti contro il pizzo (gli aderenti sono 960), e perfino nel feudo di Riina ci sono stati i primi arresti.

- Le ordinanze di custodia cautelare nei confronti di boss e picciotti delle famiglie criminali siciliane sono state 2.055. I capi si trovano tutti in carcere e la cupola non si riunisce dagli inizi degli anni novanta. Negli ultimi tempi l’organizzazione ha provato a ricostruire la sua trama, ma decine di nuovi arresti hanno ricacciato la testa del serpente nella fossa.

- Gli omicidi commessi da cosa nostra nel 1992 sono stati 152, nel 2007 sono nove.

- I beni sequestrati alla criminalità organizzata siciliana dal 1992 al 2014 ammontano a più di nove miliardi, mentre quelli confiscati a più di quattro. Per rendersi conto di quanto questo possa pesare nella mente di un mafioso basta leggere l’intercettazione al punto successivo.

- Per più di cent’anni Palermo e New York sono state collegate da una solida tratta del malaffare. Nel 2008 l’operazione Old bridge ha portato all’arresto di 90 persone tra l’Italia e gli Stati Uniti, soffocando anche il piano di rinascita della famiglia Inzerillo. In questa intercettazione è Francesco Inzerillo a parlare con i nipoti: “Qua c’è solo da andare via, andarsene dall’Europa, non dall’Italia. Se bastasse solo la Sicilia, te ne andresti al nord, appena però ti metti in contatto con una telefonata, pure con tua madre o con tua sorella, o con tuo fratello, tua nipote, già sei sempre sotto controllo, te ne devi andare proprio tu, perché ormai è tutta una catena e catinella, te ne devi andare in Sud America, Centro America, e basta. Anche se hai ottant’anni, se ti devono confiscare le cose lo fanno, cosa più brutta della confisca dei beni non c’è”. A questi dati vanno aggiunte due cose, al netto delle mille che fanno ogni giorno le persone per bene. Gli sforzi degli insegnanti che fanno l’unica cosa che serve in terre depresse come la Sicilia, e cioè insegnano, e insegnando ficcano nella testa dei ragazzi la curiosità e l’intelligenza e l’onestà; e l’aria nuova che respirano molti ragazzi che se ne vanno in giro per l’Europa e il mondo senza complessi di colpa per aver abbandonato la propria terra (è un’accusa che lanciano spesso i maestri dell’emergenza) e che tornano, quando tornano e se tornano, con sguardi nuovi che anche in maniera indiretta scrostano vecchi problemi. Il racconto di questi dati e di queste storie sembra faticare a superare lo stretto di Messina, e perciò continuiamo a “vivere nella dimensione nevrotica di un passato che non passa”, scrive lo storico Salvatore Lupo in La mafia non ha vinto, “come se le istituzioni nate in un clima di straordinarietà rifiutassero di adattarsi a una qualche ordinarietà”. In questa ordinarietà naturalmente ci sono ancora crimini e violenza, corruzione e omertà, la memoria ancora viva dei morti e le paure dei vivi, ma quando da giornalisti narratori e intellettuali parliamo della Sicilia abbiamo il dovere di raccontarne anche il secondo tempo, raccontare le stragi ma ripetere fino allo sfinimento cosa è successo dopo. La frase “c’è ancora molto da fare” ha senso solo se si accompagna all’idea che la mafia non ha vinto, come recita il saggio che Lupo ha scritto insieme al giurista Giovanni Fiandaca, un libro che fa a pezzi in maniera chirurgica e disarmante anche il fantoccio dell’antimafia circense. Altrimenti daremo l’impressione che più che la mafia, ad aver vinto saranno i cretini, i maestri dell’emergenza, che come gli asini di Sciascia hanno bisogno delle bastonate per giustificare la propria esistenza: “L’asino aveva una sensibilissima anima, trovava persino dei versi. Ma quando il padrone morì, confidava: ‘Gli volevo bene: ogni sua bastonata mi creava una rima’”.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

L’italiano è stato da sempre un inchinante ossequioso. Ti liscia il pelo per fottersi l’anima.

Fino a poco tempo fa nessuno aveva mai parlato di inchini. Poi i giornali, in riferimento alla Concordia, hanno parlato di "Inchini tollerati". Lo sono stati fino a qualche ora prima della tragedia sulla Costa Concordia che ha provocato morti e feriti incagliandosi sulla scogliera davanti al porto dell'Isola del Giglio. Repubblica.it lo ha documentato: nei registri delle capitanerie di porto che dovrebbero controllare il traffico marittimo, emerge che la "Costa Concordia" - così come tutte le altre navi in zona e in navigazione nel Mediterraneo e nei mari di tutto il mondo - era "seguita" da Ais, un sistema internazionale di controllo della navigazione marittima che è stato attivato da alcuni anni e reso obbligatorio da accordi internazionali dopo gli attentati dell'11 settembre (in funzione anti-terrorismo) e dopo tante tragedie del mare avvenute in tutto il mondo. Si è scoperto così che quel passaggio così vicino all'isola del Giglio era un omaggio all'ex comandante della Costa Concordia Mario Palombo ed al maitre della nave che è dell'isola del Giglio. Si è scoperto anche che per ben 52 volte all'anno quella nave aveva fatto gli "inchini". Inchini che fino al giorno prima, fino a prova contraria, erano stati tollerati: nessuno fino ad allora aveva mai chiesto conto e ragione ai comandanti di quelle navi. Nessuno aveva cercato di capire perché passassero così vicini alla costa dove per legge è anche vietato (se una piccola imbarcazione sosta a meno di 500 metri dalle coste, se beccata dalle forze dell'ordine, viene multata perché vietato). Figuriamoci se a un bestione come la Costa Concordia è consentito "passeggiare" in mezzo al mare a 150-200 metri dalla costa. Il comandante Schettino, come confermano le indagini e le conversazioni radio con la capitaneria di porto di Livorno, ha fatto errori su errori, ma nessuno prima gli ha vietato di avvicinarsi troppo all'isola del Giglio. Quando si è incagliata era troppo tardi.

Da un inchino ad un altro. Dopo il 2 luglio 2014 l’anima italica, ipocrita antimafiosa, emerge dalle testate di tutti i giornali. I moralisti delle virtù altrui, per coprire meglio le magagne governative attinenti riforme gattopardesche. Si sa che parlar dei mondiali non attecchisce più per la male uscita dei pedanti italici. Pedanti come ostentori di piedi pallonari e non di sapienza. Lo dice uno che sul tema ha scritto un libro: “Mafiopoli. L’Italia delle mafie”.

Una protesta plateale. Se la Madonna fa l’inchino ai boss, i carabinieri se ne vanno. Se i fedeli e le autorità, civili e religiose, si fermano in segno di “rispetto”, davanti alla casa del mafioso, le forze dell’ordine si allontanano, in segno di protesta. E ne diventano eroi. Tanto in Italia basta poco per esserlo. È successo il 2 luglio 2014, a Oppido Mamertina, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, sede di una sanguinosa faida tra mafiosi: durante trenta secondi di sosta per simboleggiare, secondo tutti i giornali, l’inchino al boss Giuseppe Mazzagatti, i militari che scortavano la processione religiosa si sono allontanati. Tutti ne parlano. Tutti si indignano. Tutti si scandalizzano. Eppure l’inchino nelle processioni è una tradizione centenaria in tantissime località del sud. Certo è che se partiamo con la convinzione nordista mediatica che il sud è terra mafiosa, allora non ci libereremo mai dei luoghi comuni degli ignoranti, che guardano la pagliuzza negli occhi altrui. Gli inchini delle processioni si fanno a chi merita rispetto: pubbliche istituzioni e privati cittadini. E’ un fatto peculiare locale. E non bisogna additare come mafiosi intere comunità (e dico intere comunità), se osannano i singoli individui e non lo Stato. Specie dove lo Stato non esiste. E se ha parvenza di stanziamento, esso dà un cattivo esempio. A volte i giudizi dei tribunali non combaciano con quelle delle comunità, specie se il reato è per definizione nocumento di un interesse pubblico. Che facciamo? Fuciliamo tutti coloro che partecipano alle processioni, che osannano chi a noi non è gradito? A noi pantofolai sdraiati a centinaia di km da quei posti? Siamo diventati, quindi, giudici e carnefici? Eliminiamo una tradizione centenaria per non palesare il fallimento dello Stato?

Dare credibilità agli amministratori locali? Sia mai da parte dei giornali. Il sindaco di Oppido Mamertina, Domenico Giannetta, ha rilasciato un lungo comunicato per spiegare l'accaduto «Noi siamo una giovane amministrazione che si è insediata da 40 giorni e non abbiamo nessuna riverenza verso un boss. Se i fatti e le motivazioni di quella fermata sono quelli ricostruiti finora noi siamo i primi a condannare e a prendere le distanze», spiega Domenico Giannetta, sindaco di Oppido Mamertina. «A quanto appreso finora - spiega ancora il sindaco - la ritualità di girare la madonna verso quella parte di paese risale a più di 30 anni, ma questa - chiarisce Giannetta - non deve essere una giustificazione. Se la motivazione è, invece, quella emersa condanniamo fermamente. Noi - sottolinea - siamo un’amministrazione che vuole perseguire la legalità. Ci sentiamo  come Amministrazione Comunale indignati e colpiti nel nostro profilo personale  e istituzionale. Era presente al corteo religioso tutta la Giunta Comunale, il Presidente del Consiglio Comunale, il Comandante della Polizia Municipale e il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Oppido. Giunti all'incrocio tra via Ugo Foscolo e Corso Aspromonte, nel seguire il Corteo religioso tutti i predetti camminando a piedi svoltavamo a sinistra, circa 30 metri dietro di noi vi erano i presbiteri e ancora dietro la vara di Maria SS. Delle Grazie. Mentre tutti procedevamo a passo d'uomo la vara si fermava all'intersezione predetta e veniva girata in direzione opposta al senso di marcia del Corteo, come da tradizione. Peraltro, nell'attimo in cui i portatori della vara hanno espletato tale rotazione, improvvisamente il Comandante della Stazione locale dei Carabinieri che si trovava alla destra del Sindaco si è distaccato dal Corteo, motivando che quella gestualità era riferibile ad un segno di riverenza verso la casa di Mazzagatti. Sentiamo dunque con sobrietà di condannare il gesto se l'obiettivo era rendere omaggio al boss, perché ogni cittadino deve essere riverente alla Madonna e non si debba verificare al contrario che per volontà di poche persone che trasportano in processione l'effigie, venga dissacrata l'onnipotenza divina, verso cui nessun uomo può osare gesto di sfida. Dal canto nostro nell'immediatezza del fatto, nel dubbio abbiamo agito secondo un principio di buon senso e non abbiamo abbandonato il Corteo per non creare disagi a tutta la popolazione oppidese ed ai migliaia di fedeli che giungono numerosi da diversi paesi ed evitare il disordine pubblico».

Se non vanno bene, possiamo cambiare le regole. Bene ha fatto a centinaia di km in quel di Salerno il clero locale. Meno applausi e più preghiere, affinchè la processione di San Matteo ritorni ad essere «un corteo orante» e non un teatro o un momento «di interessi privatistici», scrive “La città di Salerno”. L’arcivescovo Luigi Moretti annuncia così le nuove “regole” che, in linea con la Cei, caratterizzeranno la tradizionale celebrazione dedicata al Santo Patrono, invitando tutti - fedeli, portatori, istituzioni - a recuperare il senso spirituale della manifestazione. Non sono previste fermate dinanzi alla caserma della Guardia di Finanza,  nè dinanzi al Comune. Aboliti gli “inchini” delle statue che per nessuna ragione dovranno fermarsi sulla soglia di bar e ristoranti, visto che «sono i fedeli che si inchinano ai Santi e non il contrario». Nessuna “ruota” delle statue, fatta eccezione per tre momenti di sosta all’altezza di corso Vittorio Emanuele, corso Garibaldi e largo Campo. I militari che sfileranno dovranno essere rigorosamente non armati e le bande saranno ridotte ad un unica formazione. Le stesse statue saranno compattate «in un blocco unico per evitare dispersioni». Nei giorni che precedono la processione saranno organizzate iniziative nelle parrocchie della zona orientale, «che prima erano tagliate fuori dalla celebrazione». Il corteo sarà aperto da croci e candelabri, poi le associazioni, con l’apertura anche a quelle laiche, altra novità di quest’anno. A seguire la banda, le statue, il clero «su doppia fila», l’arcivescovo che precederà San Matteo e dietro i Finanzieri, il Gonfalone del Comune e le autorità con il popolo. Durante la sfilata «si pregherà e verranno letti dei brani del Vangelo». No ai buffet allestiti per ingraziarsi il politico di turno con brindisi e pizzette. «Quelle, se i fedeli vorranno, potranno recapitarle a casa dei portatori», ha ironizzato Moretti. «Ben venga chi vuole offrire un bicchiere d’acqua a chi è impegnato nel trasporto delle statue, ma il resto no, perchè c’è un momento per fare festa ed uno per pregare».

In conclusione sembra palese una cosa. Gli inchini nelle processioni non sono l’apologia della mafia, ma spesso sono atti senza analisi mediatica dietrologica. Molte volte ci sono per ingraziarsi, da parte dei potenti, fortune immeritate. Sovente sono un segno di protesta contro uno Stato opprimente che ha vergognosamente fallito.

L’italiano è stato da sempre un inchinante ossequioso. Ti liscia il pelo per fottersi l’anima. Si inchina a tutti, per poi, un momento dopo, tradirlo. D'altronde ognuno di noi non si inchina a Dio ed ai Santi esclusivamente per richieste di tornaconto personale? Salute o soldi o carriera?

Ricordatevi che lo sport italico è solo glorificare gli appalti truccati ed i concorsi pubblici falsati.

FRATELLI, COLTELLI.

«Salerno capoluogo della Campania». Febbraio '44 la prima riunione a Palazzo di città del governo di Salerno, scrive Clemente Ultimo su “Il Corriere del Mezzogiorno. È approdata in Corte di Cassazione la richiesta di referendum per fare della provincia di Salerno la ventunesima regione d’Italia. Le delibere con cui oltre cinquanta comuni, rappresentanti di oltre 400mila cittadini salernitani, chiedono di abbandonare la Campania per dare vita ad una nuova entità politico amministrativa, rappresentano il punto focale di un confronto, quello con Napoli, che ha radici molto profonde. Oggi il presidente della Provincia di Salerno Edmondo Cirielli sottolinea come solo il 40% delle risorse trasferite da Salerno a Napoli ritorni, poi, sotto forma di investimenti infrastrutturali e servizi: un dato che a suo giudizio basterebbe da solo a giustificare la voglia di autonomia del Salernitano. A ciò si sommano, poi, le lentezze di una macchina burocratica regionale che appare troppo distante disinteressata verso la sorte di comprensori lontani, e non solo fisicamente, dalla metropoli partenopea. Tuttavia già nel 1947, quando il regionalismo era ancora oggetto di studio e confronto in seno all’assemblea costituente, il deputato salernitano Carmine De Martino sollevò il problema di una diversa definizione dei confini della regione Campania, per lui da limitare alle province di Napoli Caserta. Ma l’origine dell’antagonismo tra Napoli e Salerno affonda le sue radici nella plurisecolare storia delle due città. Da un lato Napoli, la capitale del più grande regno preunitario, il centro culturale di rilievo europeo, dall’altro Salerno, città orgogliosa di un passato glorioso che mal sopporta il prevalere del vicino partenopeo. Storia di ieri e di oggi che, tuttavia, avrebbe potuto avere un corso diverso se avesse prevalso l’ipotesi formulata sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno nei giorni scorsi dal professore Ernesto Mazzetti. Salerno capoluogo di regione al posto di Napoli, questa la «provocazione» lanciata nell’editoriale firmato da Mazzetti. Discordanti le reazioni provocate, perché non a tutti il processo di riqualificazione urbanistica e trasformazione economica che negli ultimi quindici anni ha interessato Salerno sembra sufficiente a cancellare il ruolo di capitale, politica e culturale, che per secoli è stato svolto da Napoli. Metropoli oggi certamente afflitta da numerosi problemi, ma con un passato difficile da ridimensionare. A sostegno della tesi di Mazzetti si dichiara il professore Giuseppe Cacciatore. «Credo — dice Cacciatore — che Mazzetti abbia ragione. Se si sfoglia il volume della Storia d’Italia della Einaudi dedicato alla Campania si noterà che è tutto giocato sulla dialettica mancata. Napoli capitale ha significato per il resto dell’Italia meridionale una sorta di macrocefalismo, con le istituzioni politiche e culturali tutte concentrate nella città partenopea. Questo ha fatto soffrire tutte le zone periferiche, ed in particolare quelle più vicine alla capitale». Il problema di oggi è piuttosto quello di puntare ad un riequilibrio dei rapporti tra i territori. «Piuttosto che ragionare su ipotesi del passato — prosegue Cacciatore— o di ipotesi quali il Principato di Salerno, è doveroso porsi il problema di riequilibrare il rapporto tra il capoluogo e le altre parti della regione. Ma questo è compito della politica, che qui è caduta: anche in occasione delle ultime elezioni regionali tutto si è risolto in uno scontro tra opposti campanilismi». Su tutt’altro piano le considerazioni del professore Pino Foscari, docente di Storia Moderna presso l’Università di Salerno. «Non è la rivendicazione di una leadership territoriale — spiega Foscari— a determinare lo sviluppo di un territorio, quanto la capacità di creare reti integrate. La globalizzazione impone di non lasciare spazio ad ambizioni locali, piuttosto chiede di fare sistema, di valorizzare le potenzialità di ognuno all'interno di una rete comune. La legittimità di un processo storico-politico consiste proprio nella capacità di mettere in relazione territori vicini ma diversi. Quanto all’antica rivalità tra Napoli e Salerno, qui spesso ci si dimentica che la città partenopea è stata capitale di un regno: certamente Salerno non ha svolto lo stesso ruolo. Inoltre Napoli è stato un centro di primissimo piano nel panorama culturale del nostro continente».

Il sentiero dell'odio è lungo 50 km. Poco più di 50 chilometri, scrive “La Repubblica”. Da Salerno a Napoli. Un pezzo di territorio a cavallo di due province diventato culla dell'odio calcistico. Tifoserie in guerra, rivalità di cui si è persa l'origine ma che si alimentano a ogni occasione e che trovano terreno fertile su Internet dove la comunicazione fila veloce. Su blog e social network gli ultras si scambiano insulti e fissano luogo e orario degli scontri. Poi postano video, foto e resoconti degli incidenti. Una guerra mediatica che segue quella su spalti e in strada. I derby vengono cerchiati in rosso sui calendari.

Sono i giorni più caldi, tanto che non scandalizzano più di tanto le parole di Claudio Lotito: «Salernitana e Nocerina dovevano essere messe in gironi diversi. È come fare una partita tra palestinesi e israeliani». Quella tra napoletani e salernitani, invece,è una contrapposizione più moderna. Curve "calde" che non si sono incrociate spesso. Quando accade è guerriglia. Gli ultras si affrontano lanciandosi pietre e bottiglie. Spuntano anche i coltelli. Feriti, auto bruciate e terrore intorno allo stadio Arechi. Il bilancio degli scontri è sempre pesante, ma nulla a che vedere con la tragedia che il 24 maggio 1999 colpisce i granata. I tifosi della salernitana tornano in treno da Piacenza dove hanno lasciato le ultime speranze di non retrocedere in serie B. Il convoglio è quasi arrivato in stazione quando divampano le fiamme. Nel rogo perdono la vita in quattro, due delle vittime avevano 15 anni. Tifoseria "dura" anche quella della Nocerina. Sono gli ultras che domenica costringono i propri giocatori a inscenare una farsa grottesca per fermare, dopo pochi minuti dal fischio d'inizio, il derby con la Salernitana, giocato senza tifosi ospiti per motivi di sicurezza. Il sindaco Vincenzo De Luca chiude anche la metropolitana per impedire ai nocerini di giungere a Salerno. Non è il primo episodio che vede protagonisti i "molossi", due comunità Nocera superiore e Nocera inferiore, unite nella passione per la squadra rossonera. Nell'ottobre del 2011 otto supporter sono fermati dopo gli incidenti scoppiati al Bentegodi di Verona, l'anno successivo match tumultuosi con il Lecce, sempre con il Verona e tafferugli anche con il Benevento. Per le forze dell'ordine i supporter della Nocerina sono una grana, compatti anche se non numerosissimi sono ostili praticamente a tutte le tifoserie della Campania, con esclusione della Turris.

Stessa storia per i tifosi della Cavese. Un'altra delle tifoserie calde. Acid Boys, Viking, Ultra, Nucleo Mods e Ndc sono le fazioni che negli anni animano la curva sud "Catello Mari". Qualche gemellaggio con tifoserie di fuori regione, una vecchia amicizia con gli ultras dell'Avellino e poi solo "cattivi rapporti" con la maggior parte delle squadre campane, soprattutto con i rivali storici della Salernitana.

Odio profondo anche con la Juve Stabia come testimonia quanto avvenuto il 10 aprile 2005 con scontri primo all'interno dello stadio "Simonetta Lamberti" e poi in strada. In una trasferta a Licata, a novembre del 2011, si scatena l'inferno per un pallone non restituito al raccattapalle. Gli incidenti iniziano sugli spalti e proseguono in strada. In ballo non c'è una coppa né uno scudetto, ma imporsi sui rivali che nella maggior parte dei casi sono i comuni confinanti. Tra l'altro in Campania, al contrario di quanto avviene al Nord, alla base degli scontri non ci sono neanche motivazioni politiche, ma solo la volontà di gruppuscoli di teppisti di battere il nemico e dimostrare la propria superiorità. Nemici della Cavese e della Nocerina sono gli ultras della Juve Stabia, la squadra di Castellammare. Nella lista dei rivali delle "Vespe" figurano anche Salernitana, Paganese, Sorrento, Turris e ultimamente i vecchi amici del Savoia, perché i suoi tifosi si scontrano con quelli del Siracusa, gemellati con gli stabiesi. Strani incroci in un mosaico che può cambiare da un momento all'altro.

Tornando nel Salernitano, fanno parlare di loro anche gli ultras della Paganese. Nell'agosto del 2012 dopo un ventennio si gioca di nuovo il derby con gli arcirivali della Nocerina. Il match è a porte chiuse per motivi di ordine pubblico, ma i supporter delle due tifoserie si scontrano nella zona di Santa Chiara che si trova al confine tra Pagani e Nocera inferiore ed è ribattezzata da loro stessi "striscia di Gaza". Il match successivo cade a novembre, per scoraggiare altri incidente, il prefetto decide di farlo disputare a Chieti e a porte chiuse. Non basta: nella "striscia di Gaza" è di nuovo guerra.

In nome delle inimicizie vengono suggellati anche patti di alleanza come quello che unisce i tifosi della Turris con quelli della Nocerina in nome dell'odio comune contro gli ultras del Savoia di Torre Annunziata. La rivalità tra i tifosi del Savoia e quelli della Nocerina risalirebbe al 59 dopo Cristo quando gladiatori oplontini affrontarono nell'anfiteatro di Pompei i gladiatori di Nuceria Alfaterna.

Tornando al presente, nel corso di incidenti scoppiati nel 1995 vengono esplosi anche colpi di pistola. Sostenere la squadra, scontrarsi con i rivali, senza badare alla categorie in cui si gioca. Questa è la mentalità degli ultras di tutto il mondo e che ha radici nei gruppi campani. Spesso composti da poche decine di persone, le bande di supporter mirano allo scontro con gli altri gruppi senza badare troppo al risultato della partita che va nettamente in secondo piano. Ci sono anche i cani sciolti che aggrediscono senza alcuna ragione vittime inermi. Emblematico il caso del branco di seguaci della Turris che a ottobre semina il panico lungo la tratta della Circumvesuviana mentre va in trasferta a Vico Equense. In programma c'è il match tra Real Hyera e Turris per il girone H della serie D, non certo Real Madrid-Barcellona. Sia all'andata che al ritorno il gruppo di facinorosi ne approfitta per lasciarsi andare ad azioni di teppismo e per aggredire a Castellammare, in una stazione Circum, due ragazzi che nulla hanno a che fare con il calcio. Picchiati dal branco di vigliacchi solo perché si trovavano lì. Alla fine la polizia ne arresta quattro.

SALERNO ED I SUOI PERSONAGGI RAPPRESENTATIVI: VINCENZO DE LUCA.

Vincenzo De Luca: tutti i guai giudiziari. La presunta corruzione che gli avrebbe consentito di restare sulla poltrona di governatore della Campania, scrive Claudia Daconto su “Panorama” del 12 novembre 2015. Vincenzo De Luca ha davvero comprato la sentenza che gli ha permesso di restare governatore della Campania, nonostante la legge Severino, in cambio di un posto ai vertici della sanità pubblica per il marito del giudice che doveva prendere la decisione? Oppure è stato ricattato ma non ha denunciato nulla? È un vero terremoto politico-giudiziario quello che si è scatenato in Regione Campania con l'inchiesta che tira in ballo direttamente il governatore. Per lui si tratta solo dell'ultima di una lunga sequela di grane giudiziarie – anche se probabilmente la più clamorosa – che lo hanno visto coinvolto nel corso del tempo. Ecco, nelle slide che seguono, quali sono.

L'inchiesta “Sea Park”. Nei mesi scorsi De Luca ha rinunciato alla prescrizione contestatigli nell'ambito della maxi inchiesta, cominciata alla fine degli anni '90, denominata "Sea Park", come il mega parco marino che doveva essere costruito a Salerno al posto della vecchia fabbrica di sanitari Ideal Standard. Prescritti nel 2012 i reati di corruzione, truffa aggravata, falso e truffa, De Luca ha però chiesto di essere giudicato per quelli di associazione a delinquere e concussione rinunciando alla prescrizione per questi ultimi al fine di ottenere una piena assoluzione.

Il termovalorizzatore di Salerno. Nel gennaio del 2015 De Luca viene condannato in primo grado a un anno di reclusione per abuso d'ufficio e alla pena accessoria di un anno di interdizione dai pubblici uffici per aver illegittimamente nominato a una carica non prevista dall'ordinamento legislativo italiano, quella di project manager, l'ingegnere del comune di Salerno Alberto Di Lorenzo. La nomina era avvenuta quando, per far fronte all'emergenza rifiuti scoppiata nel capoluogo campano, nel 2008 De Luca era stato nominato commissario straordinario alla costruzione del termovalorizzatore. Fu proprio questa condanna a far scattare la sospensione prevista dalla legge Severino, sospensione poi revocata dal giudice coinvolto nell'inchiesta in corso sulla presunta corruzione, subito dopo l'elezione a governatore dello stesso De Luca.

Il caso "MCM". Nel dicembre 2013 De Luca viene assolto, perché il fatto non sussiste, dalle accuse di truffa ai danni dello Stato e falso in relazione alla delocalizzazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali per cui era stato indagato nel 2008. Anche in questo De Luca aveva rinunciato alla prescrizione sopraggiunta.

Travaglio diffamato. Il 15 maggio 2013 De Luca è stato condannato in primo grado, dal Tribunale di Napoli, per diffamazione aggravata nei confronti del giornalista Marco Travaglio, a seguito di alcune dichiarazioni fatte il 4 marzo 2010 nel corso di una pubblica manifestazione organizzata dal Partito Democratico per le imminenti elezioni regionali.

Il "Crescent". Nel 2013 l'allora sindaco di Salerno e viceministro alle Infrastrutture e Trasporti del Partito democratico viene indagato insieme a sette consiglieri comunali per la variante al Piano Urbanistico Attuativo, adottata il 16 marzo 2009, che consentiva l’acquisizione delle aree demaniali sulle quali è sorto il cantiere "Crescent" a ridosso del lungomare di Salerno posto sotto sequestro dalla Procura di Salerno dopo gli esposti dei comitati contrari alla realizzazione del complesso che denunciarono il rischio idrogeologico che potrebbe avere sulla spiaggia. Abuso d'ufficio, falso ideologico, lottizzazione abusiva le accuse contestate all'allora primo cittadino.

Le spese elettorali. Nel 2012 Vincenzo De Luca fu iscritto nel registro degli indagati, insieme al figlio Piero e a Mario Del Mese, un imprenditore molto vicino a quest'ultimo, per una vicenda – da cui uscì completamente scagionato - legata alle spese affrontare a margine del comizio elettorale più importante della campagna elettorale delle regionali del 2010. L'erede del pastificio Antonio Amato, Giuseppe Amato, aveva infatti raccontato ai pm di aver pagato alcune fatture per il montaggio del palco in Piazza del Plebiscito a Napoli in cambio di una variante urbanistica per un immobile del pastificio Amato a Salerno.

Gli "stipendi d'oro". Nel 2010 i giudici contabili della sezione giurisdizionale di Napoli condannano Vincenzo De Luca a pagare 23.000 euro per gli stipendi d'oro versati ad alcuni dirigenti comunali di Salerno. Insieme a De Luca vengono condannati anche l'ex sindaco Mario De Biase e alcuni amministratori e burocrati accusati di aver provocato un danno erariale di circa 185mila euro.

La centrale elettrica. Associazione a delinquere e truffa sono invece le accuse da cui nel 2010 De Luca viene prosciolto nell'ambito dell'inchiesta sulla costruzione di una centrale elettrica da 800 megawattsui suoli dell'ex Ideal Standard alla quale l'allora sindaco di Salerno si era opposto. Il filone dell'inchiesta riguardante il possibile danno erariale è stato invece trasmesso dalla Procura Generale alla Corte dei Conti e al Ministero delle Attività Produttive.

La discarica di Ostaglio. Nel 2001 De Luca si ritrova coinvolto nell'inchiesta sullo sversamento illecito di rifiuti nella discarica di Ostaglio scattata all'indomani di un incendio che sollevò forti preoccupazioni tra i residenti della zona. Nel 2010 l'attuale presidente della Campania ha accettato la prescrizione del reato dichiarata dalla Corte d'Appello di Salerno.

De Luca: “Bindi impresentabile in tutti sensi”. Legge Severino? “Privilegio della casta”. Peggio di Silvio Berlusconi e del suo insulto, “più bella che intelligente”, rivolto a Rosy Bindi (presidente della Commissione Antimafia – Pd), scrive sul "Il Fatto Quotidiano tv" 28 ottobre 2015 Mario Ventriglia. Vincenzo De Luca (Pd), dagli studi di Otto e mezzo, su La 7, insulta la presidente della commissione Antimafia, rea di avere preso posizione contro gli impresentabili durante la scorsa campagna elettorale: “E’ stato un atto di infame responsabilità. Non è che ti svegli la mattina e a 24 ore dalle elezioni t’inventi la categoria degli impresentabili, per me impresentabile è l’onorevole Rosaria Bindi, da tutti i punti di vista”. Il giornalista Alessandro De Angelis, anche lui ospite di Lilli Gruber, domanda al governatore campano se lui rimprovera alla Bindi di avere mal applicato il regolamento e la replica di De Luca è ancora – se possibile – più greve: “Io rimprovero alla Bindi la sua esistenza”.

BOSCHI A DE LUCA: CHIEDA SCUSA ALLA BINDI - LA MINORANZA: INTERVENTO TARDIVO, scrive Carmelo Lopapa per “la Repubblica”. A fine giornata il ministro Boschi e il vicesegretario Guerini provano a chiudere il caso che montava da 24 ore. Schierati senza tentennamenti dalla parte di Rosy Bindi. Ma a quel punto, l’insulto del governatore Vincenzo De Luca all’indirizzo del presidente dell’Antimafia si era già trasformato nell’ennesimo capitolo della guerra interna al Pd tra minoranza e renziani. Succede che per parecchie ore dai vertici di Largo del Nazareno non si registra una reazione, un intervento in difesa della deputata presa di mira dal presidente campano inserito nella lista degli “impresentabili” alla vigilia delle regionali di maggio. «Impresentabile lo è lei in tutti i sensi, a lei contesto la sua stessa esistenza», era stato martedì sera l’affondo di De Luca in tv a “Otto e mezzo” dalla Gruber. La ex presidente Pd ha trascorso la giornata al lavoro come sempre alla Camera, in uno sporadico passaggio in Transatlantico il volto appare segnato dall’episodio delle ultime ore che non vuole comunque commentare. In tanti in compenso prendono le sue difese dai banchi delle opposizione. I Cinquestelle presenti in commissione Antimafia, i parlamentari di Sel, ex Pd come Pippo Civati o Claudio Fava («De Luca usa lo stesso linguaggio della camorra, quelle parole sono una minaccia»), anche la forzista Elvira Savino. Ma ad alzare i toni col passare delle ore sono soprattutto gli esponenti della sinistra interna Dem. La gran parte si limita ad esprimere solidarietà. Ma il senatore bersaniano Miguel Gotor, oltre a prendere le difese, apre le ostilità: «Il presidente, il segretario e gli organi di garanzia del Pd dovrebbero stigmatizzare le parole di De Luca e non farle cadere in un assordante silenzio come stanno facendo in queste ore». E Gianni Cuperlo rincara: «Se il Pd non riuscirà a dare una risposta a queste parole dimostrerà di non essere una comunità». Boschi e Guerini intervengono dopo le 19, quasi in contemporanea. «Stimo De Luca e lo considero un governatore molto capace - sono le parole del ministro per le Riforme - Ma le frasi su Rosy Bindi sono inaccettabili. Mi auguro che arrivino le sue scuse». E dal quartier generale renziano si muove anche il vicesegretario del partito. «Si possono avere opinioni diverse sulle vicende di alcuni mesi fa - sostiene Guerini ma non si possono utilizzare parole ed espressioni come quelle che Vincenzo De Luca ha utilizzato nei confronti di Rosy Bindi. È sbagliato offendere le persone per sostenere le proprie convinzioni». A quel punto il segnale è partito. Intervengono altri parlamentari vicini al premier, da Ernesto Carbone («Offesa personale e gratuita, parole sbagliate») a Simona Bonafé («De Luca ha sbagliato, non si può scadere nell’attacco personale»). Matteo Renzi, impegnato all’Avana nell’ultima tappa della missione in Sudamerica, non fa cenno alla polemica molto italiana. Nichi Vendola in serata si sfoga via Twitter: «Incredibile Pd. Ci mette un giorno intero per decidere la difesa di Rosi Bindi. Del resto l’insulto al lei era un rito dell’Italia berlusconiana».

GLI INSULTI ALLA BINDI? SE VENGONO DA SINISTRA SONO MENO SESSISTI, scrive Nicola Porro per “il Giornale”. A noi il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, tutto sommato sta simpatico. Sì, certo, è uno che nasce e vegeta nel Partito comunista. Ma ha gestito bene Salerno, ha realizzato e difeso un termovalorizzatore in una Regione afflitta più dalla demagogia che dai rifiuti, parla chiaro, è sanguigno e come molti comunisti d' antan, quando prendono il potere, è diventato uno sceriffo. Si è inoltre beccato una condanna a un anno di galera e interdizione dai pubblici uffici per abuso d' ufficio e la conseguente sospensione cagionata dalla legge Severino. Contro cui è ricorso, con un certo grado di soddisfazione: per ora può fare il presidente della Campania. Due sere fa era da Lilli Gruber e si è messo ad attaccare Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, colpevole di averlo sputtanato a 24 ore dalle recenti elezioni campane iscrivendolo in una lista di «impresentabili» compilata proprio da quella augusta commissione. Il neogovernatore della Campania ha tutte le ragioni per essere furibondo con la sua compagna di partito. Ma andiamo ai fatti. De Luca ha detto due cose: «La Bindi è impresentabile da tutti i punti di vista». E poi sollecitato su cosa in particolare rimproverasse a Rosaria detta Rosy, risponde: rimprovero «la sua stessa esistenza». Facciamo una sintesi brutale a beneficio dei nostri pensosi e impegnati editorialisti, opinionisti, benpensanti, vegani, femministi e «se non ora quando» che evidentemente erano distratti. C' è un loro compagnuccio di partito, condannato, sanzionato dalla mitologica legge Severino, che in prima serata televisiva, in mancanza di ogni possibilità di replica diretta da parte del suo bersaglio, dice che il medesimo bersaglio non merita la vita, cioè l’esistenza, che il buon Dio le ha graziosamente concesso. Si dà il caso che non contento il medesimo condannato per abuso di ufficio si permetta di dire che la presidente della commissione Antimafia sia impresentabile, ma proprio «da tutti i punti di vista». Forse siamo maliziosi, ma quella sottolineatura di tutti i punti di vista, esclude forse il fatto di essere donna? O comunque l'aspetto fisico della medesima Rosaria, detta Rosy. Forse siamo fissati noi. O meglio sono fissati loro. Quando Berlusconi ad un Porta a Porta si permise di dire (in faccia e il che cambia molto) alla stessa Bindi che lo aveva appena duramente criticato che ella «è più bella che intelligente» successe un finimondo. Ecco, i fissati di ieri dove sono oggi? Il sessismo, anzi in questo caso si dovrebbe allargare al «vitalismo», cioè il diritto naturale di rivendicare la propria esistenza, per De Luca non esiste? Ragazzi, il compagnuccio fa il presidente di una Regione, anche piuttosto importante. Avete preso a botte quello sciocchino di Buonanno per lo show con la pistola, ci avete rotto le balle con girotondi, mobilitato anche sul sesso degli angeli, ci imponete un linguaggio politicamente corretto su come chiamare il presidente, donna, della Camera, gli zingari e i clandestini, e quando arriva De Luca in tv, tutti zitti e muti. Citando De Luca potremmo dire: cari sinistri politicamente corretti, siete impresentabili da tutti i punti di vista e vi rimproveriamo la vostra stessa esistenza. P.S. Per fortuna ieri sera, a scoppio ritardato, il ministro Boschi e il vicesegretario Pd Guerini hanno provato a rimediare alla dimenticanza.

De Luca nella bufera. De Luca è indagato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma che vede coinvolti il suo capo segreteria Nello Mastursi e un giudice del Tribunale civile di Napoli, Anna Scognamiglio. Concorso in concussione per induzione, scrive Luca Romano Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. Concorso in concussione per induzione: è questa la sola ipotesi di reato per la quale sono indagati a Roma, come atto dovuto, il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il magistrato Anna Scognamiglio, giudice relatore del tribunale civile di Napoli nella fase di merito del ricorso d’urgenza presentato dallo stesso De Luca (contro il provvedimento di sospensione dalla carica di Presidenza della Regione Campania in base alla legge Severino), il marito del giudice Guglielmo Manna, gli intermediari Giorgio Poziello e Gianfranco Brancaccio, e poi Giuseppe Vetrano e Carmelo Mastursi, rispettivamente ex coordinatore delle liste a sostegno di De Luca e il capo della segreteria del governatore. È quanto precisa la Procura di Roma smentendo che le accuse contestate siano di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. Tuttavia, la bufera resta. De Luca ha annunciato una conferenza stampa questa mattina a Palazzo Santa Lucia, sede della Regione Campania, nella quale intende "chiarire ogni aspetto in relazione all’annunciata indagine nei miei confronti", dichiarando "senza alcun margine di equivoco la mia totale estraneità a qualunque condotta meno che corretta. È mia intenzione - ha aggiunto De Luca in un post su Facebook - fare in modo che si accendano su questa vicenda i riflettori nazionali, trovandomi nella posizione di chi non sa di cosa si stia parlando. Ho già dato incarico al mio avvocato per chiedere di essere sentito dalla competente autorità giudiziaria. Per me, come per ogni persona perbene, ogni controllo di legalità è una garanzia, non è un problema. E su questo, come sempre lancio io la sfida della correttezza e della trasparenza". E in conferenza ha ribadito la sua posizione. "Sostengo pienamente l’azione della magistratura. Considero il controllo della legalità un bene per le persone oneste e una funzione essenziale in un Paese democratico. Non sono a conoscenza di nulla, di nulla. Leggo di questo Manna e devo dire sinceramente che non so chi sia, cosa faccia, non so dove viva". Intanto, il Csm si appresta ad intervenire sul giudice del Tribunale di Napoli Antonina Scognamiglio, coinvolta nell’inchiesta. Il laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin ha chiesto l’apertura di una pratica finalizzata al trasferimento d’ufficio del giudice. Dalle indagini invece emergono nuovi dettagli. Vincenzo De Luca, "per il tramite di Giuseppe Vetrano e Carmelo Mastursi", sarebbe stato minacciato "di una decisione a lui sfavorevole da parte del tribunale civile di Napoli, con conseguente perdita della carica ricoperta" e per questo indotto "a promettere a Guglielmo Manna, sempre per il tramite dei due, la nomina a una importante carica dirigenziale nella sanità campana". È quanto si legge nel decreto di perquisizione che il 19 ottobre scorso è stato disposto dalla Procura di Roma nei confronti di tutti gli indagati, ad eccezione proprio di De Luca. La minaccia, secondo l’ipotesi formulata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Giorgio Orano e Corrado Fasanelli, sarebbe partita da Anna Scognamiglio: il giudice relatore del tribunale civile di Napoli che si sarebbe occupato del ricorso De Luca contro la sospensione dalla carica prevista della Legge Severino, "abusando della sua qualità e dei poteri decisionali nella controversia giudiziaria", avrebbe agito in concorso con il marito Guglielmo Manna e con gli intermediari Giorgio Poziello e Gianfranco Brancaccio. La condotta contestata - è ancora l’ipotesi della Procura della Capitale - "è stata reiterata in occasione dell’udienza tenutasi presso il tribunale di Napoli l’11 settembre 2015 avente ad oggetto la legittimità del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che aveva sospeso De Luca dalla carica di Presidente della Regione Campania". Il reato di concussione per induzione fa riferimento, dunque, ad un arco temporale che va da luglio al settembre scorso. Gli indagati, cui è stato notificato il decreto di perquisizione e sequestro, non hanno ritenuto di fare ricorso al tribunale del riesame di Roma. Ma De Luca tira dritto e si dichiara innocente. "Sto facendo training autogeno, mi sto autocontrollando. Credo di aver dato ai giornalisti italiani più lavoro di Murdoch, mi aspetto di essere nominato cavaliere del lavoro ai nostri collaboratori rivolgo invece l’appello di sempre: keep calm".

Campania, indagati De Luca e lo staff: «Trattarono per comprare sentenza». È la decisione che congelò la sospensione di De Luca dalla presidenza della Regione. Indagato per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio anche un giudice, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera” del 11 novembre 2015. La sentenza che ha consentito a Vincenzo De Luca di rimanere governatore della Campania potrebbe essere stata «truccata». Per questo il presidente e alcuni uomini del suo staff - primo fra tutti il capo della segreteria Nello Mastursi, vicesegretario del Pd regionale, che per questo due giorni fa ha improvvisamente deciso di dimettersi - sono indagati dalla procura di Roma. Sotto inchiesta per i reati di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio anche la giudice del tribunale di Napoli Anna Scognamiglio, relatrice del verdetto; suo marito Guglielmo Manna, manager dell’ospedale Santobono; un altro avvocato che avrebbe fatto da mediatore. Il fascicolo avviato un paio di mesi fa potrebbe avere effetti devastanti sul governo regionale. Anche perché al centro del negoziato condotto dai collaboratori di De Luca c’è una «nomina pesante» nella sanità campana che Manna aveva chiesto per sé poco prima che il verdetto fosse depositato in cancelleria. Gli uomini della squadra mobile di Napoli hanno già perquisito alcuni uffici di palazzo Santa Lucia e l’appartamento di Mastursi al quale è stato sequestrato anche il cellulare, oltre a numerosi documenti. Del resto sono state proprio le intercettazioni telefoniche a svelare che cosa stesse accadendo la scorsa estate quando il destino di De Luca era in bilico per l’applicazione della legge Severino. Comincia tutto il 2 luglio scorso: il presidente della prima sezione civile, Gabriele Cioffi, congela il decreto di sospensione firmato dal presidente del Consiglio nei confronti di De Luca e rinvia all’udienza del 17 luglio quando a pronunciarsi sul ricorso contro l’applicazione della normativa per i pubblici ufficiali condannati dovrà essere il collegio. Nessuno può immaginare che nel corso di un’inchiesta avviata dalla procura di Napoli sia finito sotto intercettazione il telefono di Manna. Il manager chiede a un amico avvocato di essere messo in contatto con Mastursi, spiega di poter dare notizie sulla sentenza che entro qualche giorno sarà firmata da sua moglie. La trattativa viene avviata, l’uomo vuole un incarico in Regione, evidentemente gli viene fatto capire che c’è la possibilità di ottenerlo. Il 17 luglio il tribunale prende la decisione. Il governatore rimane al proprio posto perché, scrive Scognamiglio, «la sospensione comporterebbe la lesione irreversibile del suo diritto soggettivo all’elettorato passivo, posto il limite temporale del mandato elettivo». Gli atti vengono trasferiti alla Consulta e il 22 la sentenza diventa pubblica. Manna passa all’incasso, ma i tempi sono lunghi, la designazione per l’incarico non può essere immediata. Intanto i pubblici ministeri decidono di trasmettere il fascicolo per competenza ai colleghi della capitale visto il coinvolgimento di un giudice del distretto di Napoli. Circa tre settimane fa scattano le perquisizioni della polizia. Due giorni fa, con le dimissioni di Mastursi, l’indagine finora riservata diventa di dominio pubblico. Adesso bisognerà capire se Manna si sia «venduto» una sentenza già decisa o se invece sia riuscito a influenzare le scelte della moglie. Ma anche e soprattutto accertare il grado di coinvolgimento di De Luca, cioè quando sia stato informato di quello che era accaduto e che cosa abbia fatto. Soprattutto perché il suo capo della segreteria si sia deciso a lasciare l’incarico svariati giorni dopo aver subito i controlli della polizia e aver così saputo dell’inchiesta. Per questo è possibile che venga interrogato a breve. 

De Luca: «Io parte lesa, la magistratura vada avanti». Il presidente della Regione Campania: «Da Napoli lanciamo la sfida della trasparenza, della correttezza e del rigore amministrativo. Noi e il partito in cui milito siamo protagonisti di questa sfida e non arretreremo di un passo», scrive ancora “Il Corriere della Sera” l’11 novembre 2015. «Io sono parte lesa in questa vicenda, io e l’istituzione che rappresento. Sostengo pienamente l’azione della magistratura e la invito ad andare avanti»: lo ha detto il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, in conferenza stampa a Napoli. Il governatore è indagato per concussione insieme ad altri 6 per la vicenda relativa al giudizio del tribunale di Napoli sulla legittimità della sua elezione a presidente della Regione Campania. In Italia, secondo il governatore campano, esiste «una consolidata abitudine al massacro mediatico di persone e istituzioni», che rappresenta «un segno di barbarie nel nostro Paese, un oltraggio allo Stato di diritto e alla Costituzione». Secondo De Luca, su questo fronte, «per troppi anni si è finto di non vedere che cresce una realtà mostruosa». Secondo l’accusa, De Luca, «per il tramite di Giuseppe Vetrano e Carmelo Mastursi (l’ex capo di gabinetto di De Luca ndr)», sarebbe stato minacciato «di una decisione a lui sfavorevole da parte del tribunale civile di Napoli, con conseguente perdita della carica ricoperta» e per questo indotto «a promettere a Guglielmo Manna, sempre per il tramite dei due, la nomina a una importante carica dirigenziale nella sanità campana». È quanto si legge nel decreto di perquisizione che il 19 ottobre scorso è stato disposto dalla Procura di Roma nei confronti di tutti gli indagati, ad eccezione proprio di De Luca. La minaccia, secondo l’ipotesi formulata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Giorgio Orano e Corrado Fasanelli, sarebbe partita da Anna Scognamiglio: il giudice relatore del tribunale civile di Napoli che si sarebbe occupato del ricorso De Luca contro la sospensione dalla carica prevista della Legge Severino, «abusando della sua qualità e dei poteri decisionali nella controversia giudiziaria», avrebbe agito in concorso con il marito Guglielmo Manna e con gli intermediari Giorgio Poziello e Gianfranco Brancaccio. La condotta contestata - è ancora l’ipotesi della procura della Capitale - «è stata reiterata in occasione dell’udienza tenutasi presso il tribunale di Napoli l’11 settembre 2015 avente ad oggetto la legittimità del decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che aveva sospeso De Luca dalla carica di Presidente della Regione Campania». Il reato di concussione per induzione fa riferimento, dunque, ad un arco temporale che va da luglio al settembre scorso. Gli indagati, cui è stato notificato il decreto di perquisizione e sequestro, non hanno ritenuto di fare ricorso al tribunale del riesame di Roma. Successivamente però il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone ha detto che «La sentenza del tribunale di Napoli sul caso De Luca non è oggetto di esame da parte della Procura di Roma». «Io non sono a conoscenza di nulla»: ha detto a sua difesa De Luca, sempre durante la conferenza stampa a Napoli. De Luca ha aggiunto di non conoscere Guglielmo Manna, che è marito del giudice Anna Scognamiglio ed è, come detto, al centro dell’inchiesta della Procura di Roma nella quale De Luca è indagato. «Da Napoli lanciamo la sfida della trasparenza, della correttezza e del rigore amministrativo. Noi e il partito in cui milito siamo protagonisti di questa sfida e non arretreremo di un passo» ha aggiunto De Luca.  «Sto facendo training autogeno, mi sto autocontrollando - aveva esordito con i giornalisti De Luca -. Credo di aver dato ai giornalisti italiani più lavoro di Murdoch, mi aspetto di essere nominato cavaliere del lavoro, ai nostri collaboratori rivolgo invece l’appello di sempre: keep calm». Lunedì, ha annunciato De Luca, «Ci sarà una riunione del Consiglio regionale durante la quale faremo una legge per togliere da mezzo l’Arsan e approveremo una legge per la gestione del ciclo delle acque, provvedimento di grandissima importanza. Voi tutti sarete testimoni di un passaggio storico, potrete comunicare che da martedì viene cancellato un altro luogo comune che pesa sull’immagine di Napoli, cioè che l’acqua è poca e la papera non galleggia. Galleggeranno molte papere - ha concluso De Luca - e anche qualche asino». «Sono fatti gravi, da seguire con molta attenzione, ma senza dare giudizi affrettati che sono sempre scorretti e pericolosi». Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha risposto ai giornalisti che chiedevano un commento rispetto alla bufera giudiziaria che sta investendo il presidente della Regione Campania. Da de Magistris giunge l’auspicio che «ci sia chiarezza in tempi brevi perché - ha aggiunto - è una brutta vicenda con un’ombra molto brutta che si annida, tra l’altro, su fatti recentissimi».

Il governatore rigetta tutte le accuse: "E' solo un massacro mediatico. Da Napoli lanciamo la sfida della trasparenza". Il procuratore Pignatone: il presidente della Campania sarebbe stato minacciato dal giudice e indotto a promettere la nomina, scrivono Ottavio Lucarelli e Cristina Zagaria su “La Repubblica” 11 novembre 2015". Io sono parte lesa in questa vicenda, io e l'istituzione che rappresento". Inizia così la difesa con rabbia del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, nella conferenza stampa a Napoli in cui rigetta tutte le accuse a suo carico. "Io non sono a conoscenza di nulla", spiega subito e aggiunge di "non conoscere Guglielmo Manna", marito del giudice Anna Scognamiglio al centro dell'inchiesta della Procura di Roma nella quale De Luca è indagato assieme alla coppia, al suo braccio destro, Nello Mastursi, (che si è dimesso due giorni fa) e a Giuseppe Vetrano organizzatore della lista "Campania libera" in Irpinia. Secondo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone: "De Luca sarebbe stato minacciato in relazione al suo ricorso contro la decadenza per la legge Severino". Intanto anche il giudice Scognamiglio tramite il suo legale si difende: "Non conosco assolutamente né de Luca, né Mastursi, né Vetrano con i quali non ho mai avuto contatti di alcun genere, né, quindi, ho loro mai chiesto, né potuto chiedere, alcun favore né per me né per mio marito"

De Luca minacciato di sentenza sfavorevole: Vincenzo De Luca, "per il tramite di Giuseppe Vetrano e Carmelo Mastursi", sarebbe stato minacciato "di una decisione a lui sfavorevole da parte del tribunale civile di Napoli, con conseguente perdita della carica ricoperta" e per questo indotto "a promettere a Guglielmo Manna, sempre per il tramite dei due, la nomina a una importante carica dirigenziale nella sanità campana". E' quanto si legge nel decreto di perquisizione che il 19 ottobre scorso è stato disposto dalla Procura di Roma nei confronti di tutti gli indagati, ad eccezione proprio di De Luca. La minaccia, secondo l'ipotesi formulata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Giorgio Orano e Corrado Fasanelli, sarebbe partita da Anna Scognamiglio. Il giudice relatore del tribunale civile di Napoli che si è occupato del ricorso De Luca contro la sospensione dalla carica prevista della Legge Severino, "abusando della sua qualità e dei poteri decisionali nella controversia giudiziaria", avrebbe agito in concorso con il marito Guglielmo Manna e con gli intermediari Giorgio Poziello e Gianfranco Brancaccio.

La Procura di Roma: La sentenza del tribunale di Napoli che ha interrotto la sospensione De Luca riguardo gli effetti della legge Severino consentendogli di governare la Regione Campania "non è oggetto di esame da parte della procura di Roma". Lo afferma il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Gli accertamenti degli inquirenti di piazzale Clodio sono ora incentrati sulla mole di documenti sequestrati durante le perquisizioni. Allo stato non sono previsti interrogatori degli indagati e le indagini potrebbero concludersi nel giro di qualche settimana".

Manna? Conosco solo quella del cielo.  "Non so chi sia, che faccia o dove viva. Non sono a conoscenza di nulla, di nulla, di nulla". Vincenzo De Luca nega qualsiasi rapporto con l'avvocato Guglielmo Manna, personaggio al centro dell'inchiesta della Procura di Roma per la presunta promessa, poi non realizzata, di un incarico di rilievo nella sanità campana. "Questa parola mi ricorda solo la manna che cadeva dal cielo nella Bibbia, ma non credo si tratti di questa", chiosa il governatore con una battuta. E conclude: "Nessuno, in nessuna sede pubblica o privata, mi ha mai fatto cenno a questa persona". Nelle dichiarazioni di De Luca ai cronisti, nessun riferimento a Nello Mastursi, il capo della sua segreteria, dimessosi lunedì, indagato dalla Procura di Roma.

"La magistratura vada avanti". "Io considero i controlli di legalità nel nostro Paese un bene per le persone oneste-  spiega De Luca in conferenza stampa da Napoli - Una funzione essenziale in un paese democratico. E' un vantaggio non un fastidio. Sostengo pienamente l'azione della magistratura. Vada avanti con estremo rigore in tempi rapidi. I cittadini taliani hanno il diritto di sentirsi rappresentati da persone per bene".

Massacro mediatico. Ma a preoccupare De Luca sono gli effetti collaterali come il "massacro mediatico delle persone e delle istituzioni. Un segno di barbarie nel nostro paese e un oltraggio permanente allo Stato di diritto e alla Costituzione Italiana".

Sfida di trasparenza. "A Napoli le paludi della clientela politica e del malaffare sono prosciugate. Da Napoli lanciamo la sfida della trasparenza, della correttezza e del rigore amministrativo. Noi e il partito in cui milito siamo protagonisti di questa sfida e non arretreremo di un passo".  Dice De Luca, parlando di "infami speculazioni politiche" di queste ore. De Luca sottolinea che "specie nella sanità" le prime scelte della nuova amministrazione regionale vanno invece nel segno della trasparenza: "E' finita la Regione delle clientele politiche. Le nomine sono state istruite dall'ufficio di gabinetto, e io non conosco nessuno di coloro che sono stati chiamati a incarichi di direzione. É cambiato tutto, e cambierà ancora di più". De Luca fa un esempio: "Lunedì mattina si riunirà il Consiglio regionale. Approveremo la legge per abolire l'Arsan (Agenzia Regionale per la Sanità, ndr), un luogo di clientela politica di cui nessuno sentirà la mancanza".

"Keep calm". De Luca ha concluso la brevissima conferenza stampa con un ""Keep calm e al lavoro".

Chiesta l'apertura di un fascicolo a Csm per il giudice. Chiesta al Csm l'apertura di una pratica nei confronti del magistrato del Tribunale civile di Napoli Anna Scognamiglio, relatrice dell'ordinanza che confermò la revoca della sospensione per la Legge Severino a Vincenzo De Luca, coinvolta nell'inchiesta della procura di Roma sul presidente della Regione Campania. L'iniziativa è del consigliere laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin. La decisione sulla richiesta di apertura della pratica avanzata da Zanettin per il trasferimento d'ufficio del giudice sarà presa dal Comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura.

Le accuse: Il governatore Vincenzo De Luca è indagato con Carmelo Mastursi, suo ex capo della segreteria (si è infatti dimesso 48 ore fa mentre si diffondeva la notizia di una indagine che lo coinvolgeva) nell'ambito di una inchiesta aperta dalla Procura di Roma che coinvolge anche un magistrato della I sezione civile del Tribunale di Napoli, Anna Scognamiglio. Iscritto nel registro degli indagati anche il marito del magistrato partenopeo, Guglielmo Manna. Il giudice Scognamiglio è stata relatrice nell'ordinanza collegiale che il 22 luglio ha decretato la sospensione della sospensiva disposta per il governatore della Campania in base alla legge Severino. Si procede con l'ipotesi di reato di corruzione per induzione. Nei giorni scorsi la squadra mobile di Napoli aveva perquisito gli uffici di Mastursi in Regione e la sua abitazione a Salerno su disposizione della Procura di Roma sequestrando un telefono cellulare e un computer portatile. Sette, i nomi degli indagati iscritti dalla Procura di Roma per questa vicenda. Il fascicolo è stato aperto dopo l'ascolto di una intercettazione nella quale il marito del giudice Scognamiglio, parlando con Mastursi, ha chiesto "un favore" spiegando che in cambio avrebbe fatto "intervenire" la moglie su una vicenda che stava a cuore all'ex capo della segreteria del presidente della Giunta campana. Secondo l'accusa De Luca sarebbe stato così indotto a promettere la nomina di Manna per un incarico nella Sanità campana.

Caso De Luca, parla il giudice Scognamiglio: "Estranea ai fatti, forse il mio nome speso a mia insaputa". Il magistrato: "Confido che la giustizia faccia presto luce sulla verità", scrivono Giuseppe Del Belo e Dario Del Porto su “La Repubblica” del 11 novembre 2015.  «Sono completamente estranea ai fatti. Se qualcuno, a mia insaputa, ha speso il mio nome, non ne ho alcuna responsabilità. Sono serena, e confido che la giustizia farà presto piena luce sulla verità dei fatti», spiega a Repubblica il giudice Anna Scognamiglio. Napoletana, in magistratura da quasi venticinque anni, la dottoressa Scognamiglio è considerata dagli addetti ai lavori un giudice serio e scrupoloso, oltre che particolarmente esperto. Ora però si trova al centro della bufera scatenata dall’inchiesta aperta dalla Procura di Roma che coinvolge anche il marito del magistrato, l’avvocato Gugielmo Manna, e ha determinato le improvvise dimissioni dell’ex capo della segreteria del governatore Vincenzo De Luca, Nello Mastursi. Chi le ha parlato, assicura che gli eventi di questi giorni giorni hanno scosso la dottoressa Scognamiglio come un fulmine a ciel sereno. Pur amareggiata, il giudice si dice però certa di poter dimostrare di aver agito nel pieno rispetto delle regole. Dopo aver lavorato in tribunale a Torre Annunziata, è tornata a Napoli, dove per quasi dieci anni ha prestato servizio presso l’ottava sezione civile del tribunale occupandosi di contenzioso generico. Poi il trasferimento alla prima civile, uno degli snodi cruciali dell’amministrazione della giustizia. Qui, sulla sua scrivania, arriva il caso che arroventa il dibattito politico italiano durante l’estate appena trascorsa: il ricorso presentato dai legali di Vincenzo De Luca contro la sospensione decretata dal premier Matteo Renzi in base alla legge Severino. Il 2 luglio, il provvedimento viene congelato con una decisione d’urgenza assunta in sede monocratica dal presidente della sezione, che subito dopo andrà in pensione. Gli atti sono contestualmente trasmessi al collegio, con l’indicazione della dottoressa Scognamiglio come relatrice. Il 22 luglio, viene depositata in cancelleria l’ordinanza collegiale. Venticinque pagine, con le quali la prima sezione civile (di cui la dottoressa Scognamiglio è uno dei tre componenti) sospende il decreto della presidenza del Consiglio e invia gli atti alla Consulta, ravvisando «un elevato dubbio di legittimità costituzionale» su quattro punti della legge Severino. L’ordinanza, di fatto, spiana la strada alla giunta regionale guidata da De Luca che, dopo l’insediamento, può accantonare il rischio di uno stop imposto dalla legge Severino e iniziare la sua esperienza da governatore. Adesso però su questa decisione indaga il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. E al centro dell’inchiesta c’è anche (forse soprattutto) il marito della dottoressa Scognamiglio, l’avvocato Guglielmo Manna. Un manager con alle spalle una lunga carriera negli uffici legali della sanità pubblica che ora si ritrova gravato dai sospetti. Secondo la ricostruzione investigativa, De Luca sarebbe stato indotto a promettere a Manna un importante incarico dirigenziale nella sanità campana, con la prospettazione che, in caso contrario, il giudice Scognamiglio avrebbe condizionato in senso negativo la decisione del Tribunale sulla sospensione. Versione alla quale i diretti interessati potranno replicare nei successivi passaggi della vicenda. Gli accertamenti sono nella fase iniziale, dunque l’ipotetico coinvolgimento dei singoli non va in alcun modo interpretato come un’affermazione di responsabilità. Chi lo conosce, parla di Manna come di un manager preparato e ambizioso. Nella sua carriera, muove i primi passi nell’Asl Napoli, dove è uno dei nove funzionari che si occupano delle questioni giuridiche della più importante azienda sanitaria d’Europa. Successivamente, dopo aver superato un concorso, Manna approda con funzioni di dirigente amministrativo all’ufficio legale dell’Azienda pediatrica Santobono dove lavora tuttora. Il 24 dicembre 2014 è stato nominato in un organismo istituito dalla precedente amministrazione, «per il governo e il monitoraggio dello stato dei rischi del sistema sanitario regionale». Commenta Ciro Falanga, senatore di Alleanza liberalpopolare: «Conosco da molti anni la dottoressa Scognamiglio, già giudice a Torre Annunziata. La sua fama è di magistrato serio, equilibrato e preparato. Mi stupisce la contestazione. Se i fatti fossero accertati, si potrebbe ritenere la fine della democrazia nel nostro Paese, in quanto sarebbero compromessi i poteri giudiziari, la sovranità popolare e la politica».

La menzogna istituzionale, scrive Conchita Sannino su “La Repubblica” l'11 novembre 2015. C’è una notizia persino peggiore di un’inchiesta clamorosa che ora rischia di far saltare letteralmente la Regione, se non la figura di leader di Vincenzo De Luca. Ed è il modo - l’etica - con cui il governatore della Campania, terra segnata da condotte omertose e collusive, (non) maneggia e (non) commenta quell’inchiesta che lo vede formalmente indagato. È il modo con cui si fa beffa della trasparenza che deve non solo ai suoi elettori, al suo partito, ma innanzitutto ai cittadini che è chiamato a governare. Se diritto ed esperienza ci insegnano che le indagini vanno raccontate come la versione di una parte, la pubblica accusa, e che devono evolvere dalla fase preliminare all’unico vero banco di prova del giudizio, che a sua volta poi dovrà passare in giudicato; se le cronache ci ricordano spesso la parabola di mega-scandali rivelatisi flop, ciò che invece non scompare e che resta rivelatrice di una condotta inaccettabile nelle istituzioni, è la traccia di una pubblica, evidente menzogna. Comunque si guardi a questa inchiesta, quale che sia la sorte che toccherà agli eccellenti indagati, dal governatore al suo braccio destro, al giudice (tutti innocenti fino a prova contraria), ciò che colpisce gravemente è la bugia istituzionale che De Luca, acconciando la sua espressione e il suo timbro su un sarcasmo sempre più sinistro, trascina da venti giorni. Cioè da quando per la prima volta la polizia giudiziaria ha bussato alla porta del Palazzo che egli governa, indagando sull’uomo che egli aveva scelto come suo braccio destro in segreteria politica, Nello Mastursi. Dal mattino del lunedì, quando le dimissioni (doverose e forzate) del suo assistente sono diventate pubbliche, De Luca ha piegato la verità dei fatti - l’esistenza di un’inchiesta che coinvolgeva la sua stessa persona, e metteva a rischio la stessa sopravvivenza del governatore su quella poltrona all’imbarazzante bugia di un collaboratore che non ce la faceva a coprire due incarichi. E ha fatto inviare una nota – guarda caso che nessuno ha firmato – in cui si “ringraziava” addirittura il dottor Mastursi per il lavoro svolto. Sottinteso: la mediazione corruttiva di cui lo accusa la magistratura? Un presunto accordo avvenuto all’insaputa del governatore? Un malinteso senso di solidarietà deve aver colto De Luca per il suo braccio destro: è il significato, in radice culturale, della parola omertà. Ma ciò che colpisce di più e infine, sempre incamminandosi lungo una strada lontana e paralella da quella dell’inchiesta, è il silenzio ormai assordante del Pd. Un silenzio loquace, a suo modo; e già ingiustificabile quando le prime notizie danno come indagato il solo Mastursi, che continua a rivestire - mentre scriviamo - il ruolo di responsabile dell’organizzazione regionale del Pd. Solidarietà di cui sopra? È ciò di cui – qualunque sia la sorte di una clamorosa inchiesta - questa terra e questa politica non hanno bisogno.

Gli impresentabili e la deriva forcaiola.

Ognuno di noi, italiani, siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. In famiglia, a scuola, in chiesa, sui media, ci hanno deturpato l’anima e la mente, inquinando la nostra conoscenza. Noi non sappiamo, ma crediamo di sapere…

La legalità è il comportamento conforme al dettato delle centinaia di migliaia di leggi…sempre che esse siano conosciute e che ci sia qualcuno, in ogni momento, che ce li faccia rispettare!

L’onestà è il riuscire a rimanere fuori dalle beghe giudiziarie…quando si ha la fortuna di farla franca o si ha il potere dell'impunità o dell'immunità che impedisce il fatto di non rimaner invischiato in indagini farlocche, anche da innocente.

Parlare di legalità o definirsi onesto non è e non può essere peculiarità di chi è di sinistra o di chi ha vinto un concorso truccato, né di chi si ritiene di essere un cittadino da 5 stelle, pur essendo un cittadino da 5 stalle.

Questo perché: chi si loda, si sbroda!

Le liste di proscrizione sono i tentativi di eliminare gli avversari politici, tramite la gogna mediatica, appellandosi all'arma della legalità e della onestà. Arma brandita da mani improprie. Ed in Italia tutte le mani sono improprie, per il sol fatto di essere italiani.

Ci sono delle regole stabilite dalla legge che definiscono i criteri che vietano eleggibilità e candidabilità. Se un cittadino regolarmente iscritto alle liste elettorali non si trova in nessuna di queste condizioni si può candidare. Punto.

"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". (art. 49 della costituzione italiana). Alle amministrative del 31 maggio 2015 gli elettori saranno aiutati dalla commissione parlamentare antimafia che ha presentato una lista di impresentabili, spiega Piero Sansonetti. Cioè un elenco di candidati che pur in possesso di tutti i diritti civili e politici, e quindi legittimati a presentarsi alle elezioni, sono giudicate moralmente non adatte dai saggi guidati da Rosy Bindi. Le liste di proscrizione furono inventate a Roma, un’ottantina di anni prima di Cristo dal dittatore Silla, che in questo modo ottenne l’esilio di tutti i suoi avversari politici. L’esperimento venne ripetuto con successo 40 anni dopo da Antonio e Ottaviano, dopo la morte di Cesare, e quella volta tra i proscritti ci fu anche Cicerone. Che fu torturato e decapitato. Stavolta per fortuna la proscrizione sarà realizzata senza violenze, e questo, bisogna dirlo, è un grosso passo avanti. La commissione naturalmente non ha il potere – se Dio vuole – di cancellare i candidati, visto che i candidati sono legalmente inattaccabili. Si limita a una sorta di blando pubblico linciaggio. Un appello ai cittadini: «Non votate questi farabutti».

Ed i primi nomi spifferati ai giornali sono pugliesi.

Ma chi sono i 4 candidati impresentabili pugliesi, quelli che, in base al codice etico dei loro partiti o dei partiti al cui candidato sono collegati non avrebbero potuto presentare la loro candidatura?

Attenzione! Siamo di fronte al diritto di tutti i candidati ad essere considerati persone perbene fino all’ultimo grado di giudizio.

Uno di loro è semplicemente indagato, gli altri sono stati assolti dalle accuse in primo grado, anche se i pm poi hanno fatto ricorso. Nessuno di loro è incandidabile, secondo la legge Severino, e tutti e quattro fossero votati potrebbero fare i consiglieri regionali.

Il primo è l’imprenditore Fabio Ladisa della lista «Popolari con Emiliano» che appoggia il candidato del Pd ed ex sindaco di Bari, Michele Emiliano. La Commissione precisa che «è stato rinviato a giudizio per furto aggravato, tentata estorsione (e altro), commessi nel 2011, con udienza fissata per il 3.12.2015». Imputato, non condannato.

Con Schittulli c'è Enzo Palmisano, medico, accusato per voto di scambio (anche se poi il procedimento era andato prescritto). Prescrizione non vuol dire condanna, ma scelta legittima di economia processuale.

Con Schittulli c'è Massimiliano Oggiano, commercialista, della lista «Oltre» (per lui accuse attinenti al 416 bis e al voto di scambio con metodo mafioso, è stato assolto in primo grado e pende appello, la cui udienza è fissata per il 3 giugno 2015). Assolto, quindi innocente.

Giovanni Copertino, ufficiale del corpo Forestale in congedo, accusato di voto di scambio (anche se poi era stato tutto prescritto, contro tale sentenza pende la fase di appello ), consigliere regionale Udc è in lista invece con Poli-Bortone. Prescrizione non vuol dire condanna, ma scelta legittima di economia processuale.

C’è un solo caso davvero incomprensibile: quello del candidato Pd alla presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Per legge non potrà fare né il consigliere regionale, né il presidente della Regione Campania. Se venisse eletto il giorno dopo non potrebbe nemmeno mettere piede in consiglio regionale. Vittima, anch'egli di una legge sclerotica voluta dai manettari. Legge che ha colpito proprio loro, i forcaioli, appunto Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, e Luigi De Magistris, sindaco di Napoli e già dell’IDV di Antonio Di Pietro. Sospesi per legge, ma coperti temporaneamente dal Tar. Tar sfiduciato dalla Cassazione che riconosce il potere al Tribunale.

Con le liste di proscrizione si ha un regolamento politico di conti che nulla ha a che vedere con la legalità, spiega Mattia su “Butta”. La legalità la stabilisce la legge, non Rosy Bindi. Se la legge vigente non piace, liberissimi in Parlamento di modificarla affrontando l’opinione pubblica. Ma non è giusto mettere un timbro istituzionale su una cosa illegale come quella che sta facendo oggi la commissione antimafia. Illegale perchè va contro ed oltre la legge vigente, e non può farlo una istituzione. Non una istituzione, che per altro si è ben guardata dall’inserire nell’elencone degli impresentabili qualcuno macchiato del reato tipico dei consiglieri regionali: il peculato, la truffa sui contributi ai gruppi consiliari. L’avessero fatto, non ci sarebbero state elezioni...

Un privato cittadino può anche dire in giro che Tizio o Caio sono impresentabili perché X, ma rimane un suo giudizio personale. Già di suo è un giudizio scorretto: al massimo puoi dire che Tizio non deve essere eletto, non che è impresentabile. Puoi cioè invitare la gente a non votarlo (così come fai con tutti i candidati che non ti garbano) ma non è corretto dire che non dovrebbe essere nemmeno presentato. Può presentarsi eccome: in democrazia non c’è nessuno che è meno degno di presentarsi.

Forse non si percepisce la gravità di questo precedente. Il fatto che un pezzo di parlamento, ossia una istituzione che avrebbe ben altro da fare, come cercare la mafia nell’antimafia, si arroghi il diritto di indicare alla popolazione chi è degno di essere eletto e chi no in base ai propri gusti e non a una legge dello Stato è aberrante. Uscire l’ultimo giorno di campagna elettorale ad additare, con la forza di una istituzione, un tizio gridando “vergogna! è un X! non votatelo” senza dare al tizio la possibilità di difendersi allo stesso livello è preoccupante. Il metodo Boffo delle elezioni.

In questo modo avremo come impresentabili tutti quelli indicati da Filippo Facci.

1) Quelli condannati in giudicato;

2) No, quelli condannati in Appello;

3) No, quelli condannati in primo grado;

4) Basta che siano rinviati a giudizio;

5) Basta che siano indagati;

6) Sono impresentabili anche gli assolti per prescrizione;

7) Anche gli assolti e basta, ma "coinvolti" (segue stralcio di una sentenza);

8) Sono quelli che sarebbero anche gigli di campo, ma sono amici-parenti-sodali di un impresentabile;

9) Sono quelli che, in mancanza d'altro, sono nominati in un'intercettazione anche se priva di rilevanza penale;

10) gli impresentabili sono quelli che i probiviri del partito e lo statuto del partito e il codice etico del partito e il comitato dei garanti (del partito) fanno risultare impresentabili, cioè che non piacciono al segretario;

11) Sono quelli a cui allude vagamente Saviano;

12) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - che i giornali definiscono "nostalgici del Duce, professionisti del voto di scambio in odore di camorra";

13) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - di cui parlano anche il commissario Cantone e la senatrice Capacchione, e ne parlano pure i candidati che invece si giudicano presentabili, i quali dicono di non votare gli impresentabili;

14) Gli impresentabili sono quelli menzionati da qualche giornale, che però sono diversi da quelli nominati da altri giornali;

15) Sono i voltagabbana;

16) Gli impresentabili sono quelli che sono impresentabili: secondo me.

E così sia.

Elezioni regionali 2015, parla De Luca: «Quando il popolo avrà scelto il problema non si porrà più». Il candidato Pd in Campania: «Falso che io sia come Berlusconi. Io non me la sono mai presa con la magistratura. E come dice Renzi, chi vince governa», scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”. «Un minuto dopo la vittoria, puff!» Vincenzo De Luca fa il gesto di scacciare una zanzara fastidiosa: «Creda a me: una volta che i campani avranno scelto, il problema non si porrà più». Seduto al tavolino di un bar davanti al Crescent, il mastodontico edificio che gli ha tirato addosso un sacco di polemiche e un’inchiesta giudiziaria, l’ex sindaco di Salerno, candidato del Partito democratico alla guida della Campania tra i mal di pancia di tanti elettori per gli impresentabili nelle liste amiche, ostenta gagliarda sicurezza: «Come dice Renzi: chi vince governa». Ma certo, sa che molti scommettono che nel caso fosse eletto sarà subito abbattuto dalla legge Severino in quanto condannato per abuso d’ufficio. Col rischio che la Regione resti decapitata. Giura però che la sentenza della Cassazione sulla competenza non del Tar ma del tribunale ordinario non cambierà nulla: «Nulla di nulla. Il tribunale di Bari ha già preso posizione su un altro caso in modo favorevole alla mia tesi. Temo solo l’imbecillità del dibattito politico. Per il resto, tranquillo. Tranquillissimo».

Eppure quella condanna...

«Entriamo nel merito? Sono stato condannato per un reato lessicale. Affidai un lavoro a un project manager, figura che non c’è nel codice delle opere pubbliche. Un incarico da 8.048 euro. Senza danni alla cosa pubblica. Se avessi affidato lo stesso identico lavoro alla stessa identica persona come “coordinatore” non sarebbe successo niente. Di più: lo stesso “reato” mio non è stato imputato ad altri. Ad esempio Caldoro per l’ospedale della Piana del Sele. Allora? È un reato se uso una parola io e non lo è se la usa lui?».

Insomma, è una vittima.

«Vittima... Non faccio la vittima. Denuncio un’assurdità. Lo segnalo anche al presidente del consiglio: attento all’uso della parola Jobs act. Non si sa mai...».

Ha avuto grane anche per quel mostro alle sue spalle, il Crescent messo sotto sequestro...

«Il Crescent non è affatto un mostro. È un’opera meravigliosa di Ricardo Bofill. Guardi le arcate: tolte le impalcature si potrà apprezzarne la leggerezza».

Sarà, ma è spropositato...

«Mi hanno chiesto di abbassare il cornicione di 52 centimetri: 52! E la torre della Prefettura che è lì attaccata? Se si guarda dal mare non è affatto sproporzionato. E non mi si parli di cementificazione. Abbiamo buttato giù baracche e capannoni. Edilizia bruttissima. Non c’era un centimetro di verde. Di che parliamo? Qui verrà fuori una passeggiata elegante come a Barcellona».

Tornando alla legge Severino...

«La “Severino” è uno scandalo: in certi casi puoi candidarti ed essere pure eletto ma poi non puoi governare. Siamo pazzi? È il frutto avvelenato di un impazzimento. Fanno le leggi a livello più basso di certi paesi subsahariani. È una legge che non sta in piedi. E (qui sta lo scandalo) è una legge ad personam».

Ad personam?

«È fatta per sindaci, governatori, assessori... Guarda caso, non vale per i parlamentari. La casta. Indecente».

Quindi l’abolirebbe.

«Niente affatto. Io la difendo. Ma ha ragione Cantone: o la “Severino” viene cambiata per colpire i delinquenti e non gli amministratori oppure rischia di fare danni. Sono tutti terrorizzati dall’idea di mettere una firma sotto qualunque atto amministrativo. Col casino di norme che c’è non sai mai se stai violando qualcosa. Ma Santo Iddio, ci sarà una differenza tra l’errore amministrativo e il reato penale? Con l’accusa di abuso d’ufficio puoi buttare nel calderone tutto».

Ne ha avuti diversi, di grattacapi giudiziari...

«L’ho detto e lo ripeto: sono orgoglioso delle mie vicende processuali: sono dovute tutte al mio coraggio di prendere decisioni politiche e amministrative per la mia città. Al mio rifiuto di farmi paralizzare dalla paura terrore di mettere la mia firma».

Magari le è venuto il dubbio che anche Berlusconi fosse «perseguitato» dei giudici...

«Alt: lui ha torto marcio quando pensa che tutto sia stato sempre fatto a suo danno. Io non me la sono mai presa con tutta la magistratura. E poi io sono per la piena autonomia dei giudici. Tanto più in queste zone. C’è una bella differenza».

La faccenda degli «impresentabili»?

«L’ho già detto: non potevamo controllare uno per uno cinquecento candidati. Lo sanno tutti come vanno queste cose: un casino. Finito alle tre di notte. Mi dica: come potevo controllare tutti? È stato infilato qualche personaggio discutibile? Non votatelo!»

Fatto è che sono suoi alleati.

«Io so che esistono, per la legge, gli innocenti e i colpevoli. Punto. Qui è stata introdotta una nuova categoria. Non mi pare che dare il bollino di “presentabile” o “impresentabile” sia compito di una commissione parlamentare. Altro discorso, certo, è l’opportunità di candidare questo o quello, ma io...».

Lei ha candidato anche un fascista!

«Vincenzo Di Leo si è spiegato. Ha fatto per anni un’opposizione dura e pulita. Ora ha fatto una scelta di vita. Che gli devo dire? Siamo gli unici, noi, depositari della verità?»

Lo stesso Cantone lascia capire che forse non voterà...

«Non mi pare. Ha espresso perplessità, è vero. Ma la sua non è una “savianata”».

Non dirà che Saviano ha torto quando dice che a Casal di Principe avete scelto il Natale sbagliato, non quello buono che combatte la camorra e fa il sindaco ma il suo avversario omonimo...

«Anch’io se votassi a Casal di Principe voterei per il “Natale buono”. Ma se fai una alleanza... E poi, scusi, un minimo di garantismo. All’altro Natale, finora, la legge ha dato ragione. Fine».

C’è chi dice che lei prenderà i voti soprattutto nel salernitano e nel casertano, la terra di Cosentino...

«No. Il casertano è difficile. Il centrodestra ha un radicamento clientelare molto forte».

Caldoro dice che lei è una macchietta come l’imitazione che fa di lei Crozza, solo che Crozza è eleggibile.

«Caldoro... Gira con Luigi Crespi, l’ex sondaggista di Berlusconi condannato per bancarotta. Non mi pare un esempio di spiccata moralità. Il popolo campano è saggio. Sa chi votare. Sa le cose. Sulla sanità, ad esempio...»

Dice il suo avversario che, come riconosce la Lorenzin, quella l’ha sistemata...

«Ah, sì: l’ha sistemata proprio bene. I ticket più alti e le liste d’attesa più lunghe d’Italia. Dieci mesi per una mammografia. Non parliamo dei trasporti. La Circumvesuviana ha dimezzato i passeggeri: dimezzato! E i fondi europei? Tutto fermo. Quali sono i suoi record? Quattrocento consulenti e il commissariamento sette volte del porto. Sa cosa mi ricorda, Caldoro?».

Cosa?

«La lumachella di Trilussa? “La lumachella de la vanagloria / ch’era strisciata sopra un obbelisco, / guardò la bava e disse: Già capisco / che lascerò n’impronta ne la Storia”. E qui mi fermo. Oggi sono ecumenico. Tollerante. Caritatevole...» .

De Luca, da sindaco sceriffo a candidato governatore: sempre contro tutti. Primo cittadino di Salerno per quattro volte, eletto con veri plebisciti. Dopo essere stato sconfitto alle regionali di cinque anni fa, tenta ora la rivincita forte della vittoria alle primarie Pd. Ma contro ha non solo gli avversari, ma una parte del suo partito. Motivo? È stato condannato per abuso d’ufficio in primo grado e, in base alla legge Severino, non potrebbe mettere piede in Regione, scrive Nino Femiani su “Il Corriere della Sera”.

1. Un filosofo lucano che si innamorò di Salerno. È nato a Ruvo del Monte in provincia di Potenza e ha appena compiuto 66 anni fa. La sua famiglia si trasferì a Salerno quando lui era ancora ragazzo. Qui completò gli studi e si laureò in filosofia all’Università di Salerno. Poi un lungo apprendistato nel Pci, prima di mettere piede a Palazzo di Città.

2. Un poker giocato sulla poltrona di sindaco. Per quattro volte Vincenzo De Luca è stato sindaco di Salerno. La prima volta in modo abbastanza rocambolesco. Era vice del sindaco Vincenzo Giordano quando quest’ultimo dovette dimettersi perché coinvolto in una vicenda di tangentopoli (dalla quale uscì completamente prosciolto). Tenne l’interim per alcuni mesi, poi si andò alle elezioni che vinse, seppur al ballottaggio, contro Giuseppe Acocella. Anche allora - come poi ha fatto costantemente - De Luca si presentò con una lista civica «Progressisti per Salerno». Urne ben diverse nel 1997 quando sfondò al primo turno con il 71%. Dopo una fase di «interruzione», durante la quale fu eletto deputato al Parlamento, De Luca si ripresentò alla carica di sindaco. Durante le amministrative del giugno 2006 e venne rieletto nuovamente sindaco di Salerno dopo un ballottaggio, ottenendo il 56,9% dei voti. A questa competizione si era presentato con la solita lista di centrosinistra «Progressisti per Salerno», contrapponendosi ad Alfonso Andria, appoggiato dalla Margherita, da una frangia dei Democratici di Sinistra contrari alla nuova candidatura di De Luca, ritenuta molto critica nei confronti della Regione guidata dal ds Antonio Bassolino. Nel 2011 quarto mandato: vinse senza discussioni contro Anna Ferrazzano del Pdl. Il sindaco uscente fu riconfermato con un voto plebiscitario, ottenendo il 74,42%. Nel gennaio 2013, il quotidiano “Il Sole 24 Ore” (Governance Poll) lo piazzò al primo posto tra i sindaci nel gradimento dei cittadini.

3. Sottosegretario «incompatibile» con Letta. Il 2 maggio 2013, è nominato sottosegretario al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del governo Letta. Nel novembre 2013 l’Antitrust, dato che le cariche di sottosegretario e sindaco sono incompatibili per legge, ordina a De Luca di scegliere: o Salerno o il Governo. Non avendo operato tale scelta, nel gennaio 2014 il tribunale civile di Salerno lo ha dichiarato «decaduto» dalla carica di sindaco, per incompatibilità. Dopo un lungo tira e molla giudiziario, il 3 febbraio 2015 la Corte d’Appello di Salerno conferma la decisione del primo grado dichiarando De Luca «decaduto», con sentenza immediatamente esecutiva.

4. Enzo e Antonio, una rivalità tutta a sinistra. Tra De Luca e Antonio Bassolino, a lungo governatore della Campania, ci sono stati lunghi anni di gelo e anche di sgarbi istituzionali. Il primo rimproverava il presidente della Regione di essersi alleato con De Mita, il secondo di essere - come sindaco di Salerno - troppo critico nei confronti di un’istituzione «amica». Risultato: anni di incomunicabilità. Terminati solo negli ultimi tempi.

5. Caldoro-De Luca, la prima sfida nel 2010. De Luca provò a sfidare Caldoro già nel 2010. Il sindaco di Salerno si presentò con un centrosinistra diviso e con una dichiarazione che già suonava come una presa di distanza dai partiti che lo avevano candidato: « Non sarò un uomo di partito, ma un uomo delle istituzioni e di un programma di rinnovamento. Non mi bastano le etichette di partito», disse. Caldoro (Pdl) vinse con il 54,25% di preferenze. De Luca ottenne solo il 43,04%, pur racimolando il 72,5% dei voti a Salerno città e il 54% in provincia di Salerno. Dopo qualche mese in Regione, come capo dell’opposizione, De Luca si dimise da consigliere regionale.

6. Le primarie del Pd: la vittoria su Cozzolino. A fine 2014 De Luca si candida alle elezioni primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato alla presidenza della Regione Campania insieme con l’eurodeputato del Partito Democratico Andrea Cozzolino e il deputato del Partito Socialista Italiano Marco Di Lello. De Luca vince con il 52% delle preferenze.

7. La sfida in Regione e l’alleato scomodo di Destra. Carlo Aveta è un consigliere regionale uscente, eletto nelle fila de «La Destra» di Francesco Storace (ormai nota la foto di Aveta sulla tomba di Mussolini a Predappio). Ora Aveta ha deciso di appoggiare De Luca guidando una lista civica «Campania in rete». Ma questo ha creato non pochi imbarazzi nel Pd.

8. De Mita, da male assoluto ad alleato. Era il 2007 quando l’ex sindaco di Salerno attaccava in tv Ciriaco De Mita. Allora il giudizio sull’ex segretario della Democrazia Cristiana era tranchant: «Da quarant’anni è il problema politico della Campania». De Luca non solo attaccava De Mita, ma anche i «suoi tifosi, allievi e subalterni che non si stancano mai». Per poi pronunciare un chiaro «Non se ne può più». Ora, invece, ha cambiato idea e si è alleato con il leader di Nusco che dopo cinque anni ha abbandonato (tra le polemiche) Caldoro. «Il mio compito - dice De Mita - è recuperare la grande storia democristiana, il grande ruolo che ha avuto la Dc nel Paese».

9. De Luca e i guai giudiziari: dal Crescent al termovalorizzatore. Dal 2013 De Luca risulta iscritto nel registro degli indagati per il cantiere del “Crescent”, mega-complesso in costruzione a ridosso del lungomare di Salerno, al centro di molte polemiche. Ma il guaio giudiziario maggiore arriva dall vicenda del termovalorizzatore di Salerno. A gennaio il Tribunale di Salerno ha, infatti, condannato De Luca, a un anno di reclusione per abuso d’ufficio per la realizzazione dell’impianto con l’interdizione per un anno dai pubblici uffici.

10. Cosa rischia per la legge Severino. A pochi giorni dalle elezioni le Sezioni Unite della Cassazione stanno per pubblicare (con le motivazioni) una sentenza che può far aumentare il clima di incertezza per gli elettori della Campania. Di cosa si tratta? Assodata la candidabilità, perché la Severino la esclude solo in caso di condanna definitiva, in caso di vittoria domenica 31 maggio De Luca potrebbe essere sospeso fino a 18 mesi dall’ incarico di presidente della Regione da parte del consiglio dei ministri. Finora si era pensato che De Luca potesse essere rimesso in sella dal Tar, a cui già aveva annunciato di far ricorso. Ora, invece, dopo la pronuncia della Cassazione dovrà fare i conti con il giudice ordinario. E i tempi (e gli esiti) rischiano di essere molto diversi.

11. Dal web a Crozza quante ironie su «we-cienz». Tante ironie su Vincenzo De Luca. A scatenarsi il web con una serie di vignette pubblicate in Rete. Poi è stata la volta di Maurizio Crozza con una riuscita parodia.

12. Da sindaco-sceriffo ad amministratore modello. Alle Regionali di domenica 31 maggio De Luca si presenta forte dell’amministrazione quasi ventennale a Salerno, trasformata in una efficiente e ordinata città. Note le sue «incursioni» con la fascia tricolore contro abusivi e prostitute e il coinvolgimento delle archi-star nel ridisegno urbanistico, mentre hanno affascinato anche personalità del centrodestra (come Vittorio Sgarbi) alcune iniziative come le «Luci d’artista» che ogni anno richiamano a Salerno migliaia di turisti.

13. Da D’Alema a Bersani a Renzi: sempre con chi «conta». Prima con D’Alema, poi con Bersani. Ora con Renzi. De Luca ha cercato sempre l’alleanza con l’uomo forte del Pds-Pd. O, come dicono alcuni, è stato cercato da loro , timorosi di inimicarsi il potente «cacicco» salernitano.

14. L’amore per la Salernitana. Forte è l’amore di Vincenzo De Luca per la Salernitana, oggi promossa in B. Ma giorni fa, ha stretto la mano al presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis promettendo un forte impegno per lo stadio. Una rivalità sportiva tra Napoli e Salernitana che si stempera in vista dell’appuntamento elettorale.

15. Matteo, prima l’imbarazzo poi l’abbraccio. Il 12 maggio 2015 Renzi ammetteva: «Alcune liste che sostengono De Luca hanno candidati che non voterei nemmeno costretto». E ancora: «Stefano Caldoro è una persona seria e se dovesse vincere lui non avrei alcun problema, come presidente del Consiglio, a lavorare e confrontarmi con lui». Giorni fa, alla stretta elettorale finale, il premier cambia idea e abbraccia il candidato del centrosinistra che, forse, non avrebbe mai voluto a quel posto. Così al momento del comizio a Salerno gli tributa un omaggio: «Se la Campania sarà amministrata come Salerno, il pil dell’Italia crescerà dallo 0,5% all’1%”».

23 gennaio 2015. Salerno, De Luca sospeso dalla carica di sindaco dopo la condanna, scrive “Il Fatto Quotidiano”. Ma anche per l'esponente Pd potrebbe trattarsi di un congelamento breve, visto che de Magistris è ritornato sulla poltrona di primo cittadino dopo le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato che hanno inviato gli atti alla Consulta perché valutasse la costituzionalità della legge. Era già successo con il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Oggi anche per il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, condannato a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio, è stato sospeso dalla carica. Per lui è scattata infatti la legge Severino. De Luca è stato condannato nel processo per la realizzazione del termovalorizzatore della sua città. Ma anche per De Luca potrebbe trattarsi di un congelamento breve, visto che de Magistris è ritornato sulla poltrona di primo cittadino dopo le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato che hanno inviato gli atti alla Consulta perché valutasse la costituzionalità della legge. Il decreto di sospensione, firmato dal vice prefetto vicario Giovanni Cirillo, è stato notificato al Protocollo del Comune. E della notifica è stato incaricato il presidente del consiglio comunale. Ieri la Prefettura di Salerno aveva ricevuto il dispositivo della sentenza con cui il sindaco è stato condannato con il beneficio condizionale della pena ad un anno di reclusione per abuso d’ufficio. Il consiglio comunale, per mera formalità, dovrà essere convocato per una presa d’atto della situazione. Il sindaco, in quanto ufficialmente sospeso dalla carica di sindaco, non parteciperà ovviamente al consiglio comunale. “Mi sento persino inorgoglito della mia nuova veste di sindaco emerito” dice De Luca all’Ansa. Sull’ipotesi se si faranno le primarie De Luca è stato categorico: “Assolutamente sì”. “Affiancherò, come volontario, il sindaco-facente funzione per aiutarlo nella sua attività, e per portare a compimento opere importanti –  aggiunge – Stamattina sono andato al Comune, alla solita ora e l’ho fatto con grande serenità, e con un senso di gratitudine verso i tantissimi che mi hanno espresso piena solidarietà. Ringrazio i molti dirigenti che mi hanno espresso la loro vicinanza. Ringrazio anche il presidente dell’Anci Fassino, che mi ha confermato che è pienamente in corso una iniziativa di merito, relativa alla questione del abuso d’ufficio, figura di reato la cui dilatazione applicativa sta diventando insostenibile. Fassino mi ha confermato – ed è una notizia di straordinario rilievo – di aver promosso un gruppo di lavoro misto Anci, autorità anti corruzione, per l’elaborazione di una nuova proposta legislativa“. Si profila, comunque, una battaglia legale. De Luca, subito dopo il verdetto aveva detto di voler andare avanti con le primarie del Pd in Campania. La sospensione – se da un lato non gli proibirebbe di concorrere alla competizione interna al suo partito – dall’altro gli sbarra la strada verso le Regionali. Se infatti l’articolo 8 della legge non vieta la candidatura, allo stesso tempo prevede la sospensione dalla carica di governatore in presenza di una condanna per abuso d’ufficio. “Ho detto che mi sarei ritirato se condannato per peculato ma non per abuso d’ufficio, poiché rivendico gli atti politici messi in essere. Per chi ha dei dubbi in merito, confermo che sono candidato alle primarie e non ho intenzione di ritirarmi” aveva scritto in mattinata De Luca su Twitter per poi ribadire il concetto nel corso di una conferenza stampa convocata in serata a Salerno in cui non ha risparmiato neanche il suo partito. De Luca, invitato a riflettere sull’opportunità di un passo indietro dal segretario regionale del partito Tartaglione, era stato chiaro sull’argomento: “Io non intendo arretrare di un millimetro. Se qualcuno pensa che una vicenda come quella che sto vivendo possa concludersi in maniera burocratica e mi riferisco anche a qualcuno del Pd, con un saluto e una stretta di mano, se lo tolga dalla testa. La mia vicenda deve diventare un punto di svolta nel modo di essere nel Pd, deve diventare un simbolo dell’Italia e farò di tutto affinché si accendano i riflettori su ogni aspetto di questo caso”. De Luca era intervenuto proprio de Magistris: “Sono due vicende diverse – aveva sottolineato – in cui l’unico punto di contatto è la legge Severino che va modificata con urgenza“.

De Luca, c’è decreto di sospensione: «E ora chiamatemi sindaco emerito». L’atto sottoscritto dal viceprefetto Cirillo: ora c’è Enzo Napoli alla guida del Comune. Intanto sulle primarie Pd si tratta e il sottosegretario Lotti starebbe cercando un’intesa, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno”. Scatta la «Legge Severino» per il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, condannato per abuso d’ufficio a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici (pene sospese) nel processo per la realizzazione del termovalorizzatore della sua città. Il vice prefetto vicario, Giovanni Cirillo, ha firmato il decreto di sospensione dalla carica di sindaco previsto dalla normativa e ha predisposto gli atti per la notifica. Da oggi, quindi, Vincenzo De Luca non è più sindaco in carica di Salerno. La gestione dell’ente passa nelle mani del vicesindaco, Enzo Napoli, che era stato nominato da De Luca alcuni giorni fa. Il neocomponente della giunta, che ha preso il posto del dimissionario Enzo Maraio, aveva ricoperto il ruolo di capostaff di De Luca. «Mi sento persino inorgoglito della mia nuova veste di sindaco emerito - ha detto De Luca - affiancherò, come volontario, il sindaco-facente funzione per aiutarlo nella sua attività, e per portare a compimento opere importanti. Stamattina - rimarca - sono andato al Comune, alla solita ora e l’ho fatto con grande serenità, e con un senso di gratitudine verso i tantissimi che mi hanno espresso piena solidarietà. Ringrazio i molti dirigenti che mi hanno espresso la loro vicinanza. Ringrazio anche il presidente dell’Anci Fassino, che mi ha confermato che è pienamente in corso una iniziativa di merito, relativa alla questione del abuso d’ufficio, figura di reato la cui dilatazione applicativa sta diventando insostenibile. Fassino mi ha confermato - ed è una notizia di straordinario rilievo - di aver promosso un gruppo di lavoro misto Anci, autorità anti corruzione, per l’elaborazione di una nuova proposta legislativa». «Credo che non debba esserci un trattamento particolare solo per il sindaco di Napoli». Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania, risponde così a una domanda sulla sospensione di Vincenzo De Luca. «Ho sempre espresso le mie grandi perplessità sulla legge Severino, così come è - dice - Se c’è stato un atto nei confronti del sindaco di Napoli è giusto che avvenga anche per il sindaco di Salerno». E lo stesso, come aggiunge il governatore campano, deve valere «anche per Berlusconi oltre che per de Magistris e De Luca, perché non capisco per quale motivo debba esserci un trattamento diverso per Berlusconi».«La Severino va cambiata - ribadisce - lo ha detto anche Renzi anche se ha poi detto che questo non è il momento».«È la politica - sottolinea - che ha deciso, approvando una legge che limita la possibilità di qualcuno di potersi candidare, di poter avere o meno il consenso dei cittadini, di poter vincere o perdere di fronte al fatto che non c’è una condanna definitiva». E «non per un’azione della magistratura che non c’entra nulla, che ha il suo percorso e i tribunali decidono». Ma De Luca è anche uno dei tre candidati Pd alle primarie (gli altri due sono Cozzolino e Saggese, mentre Migliore nion ha ancora formalizzato la candidatura). Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio starebbe trattando in queste ore l’uscita, onorevole, del sindaco di Salerno dalla tenzone regionale dopo la sentenza di condanna. Quale sarà la exit strategy non è ancora chiarissimo. A Roma hanno atteso parole più pacate da parte di De Luca e lo hanno ottenuto. Per non far implodere il partito campano dovranno in qualche modo coinvolgerlo nella scelta di un candidato oppure di una soluzione condivisa, quantomeno destinare parte della lista democratica o di un futuro governo regionale a pezzi dell’establishment deluchiano. Potrebbe essere presentato già nei prossimi giorni dinanzi al Tar il ricorso di Vincenzo De Luca. Come conferma anche il vice sindaco Vincenzo Napoli che ha assunto la guida del Comune dopo il provvedimento nei confronti dell’ex primo cittadino: «Sarà immediatamente proposto ricorso al Tar finalizzato ad ottenere l’immediata sospensione del provvedimento prefettizio». «Ritengo insopportabile - dice Napoli - che una sentenza per me inspiegabile e un dispositivo di legge ingiusto e incostituzionale (la legge Severino, ndr) possano intervenire pesantemente sulla vita politica e amministrativa cittadina, annullando meriti indiscussi e tangibili e mettendo in mora un mandato elettorale affidato con la percentuale del 75%». «Credo - spiega Napoli - sia inutile aggiungere altro alle dichiarazioni di alto valore morale e istituzionale rese dal sindaco nell’incontro con i cittadini di ieri sera. Il sindaco aiuterà a portare a compimento il lavoro di trasformazione urbana e di rilancio economico della città a cui ha dedicato anni di dedizione e abnegazione. L’amministrazione proseguirà nel suo lavoro con maggiore lena e il mio sarà un compito che svolgerò con puro spirito di servizio».

Salerno, De Luca sospeso dopo la condanna: “Non lascio il posto, io emerito come Ratzinger”. Il sindaco e la bufera sul termovalorizzatore: «Mi aspettavo una medaglia al valore», scrive Francesco Maesano su “La Stampa”. Il viceprefetto di Salerno l’ha sospeso dalla carica (dopo la condanna a un anno di reclusione per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta sul termovalorizzatore), ma Vincenzo De Luca è ancora lì, nello stesso studio che occupa, con qualche interruzione, dal 1993. Stessa segretaria che «le passo il sindaco», stesso piglio beffardo, stesso decisionismo, stessa assenza di dubbi: «Sono a lavoro sul programma di trasformazione urbana che va avanti e lo seguo io direttamente. E poi ci sono le iniziative per le primarie del Pd».

Cioè non è cambiato niente.

«È cambiato il mio titolo, ora sono cresciuto: parlo da sindaco emerito, come Ratzinger e Napolitano».

Parla e decide.

«Le pare che abbandonerei la città in Italia più ricca di opere d’arte contemporanea da Calatrava a Zaha Hadid? Comunque presto la mia attività a titolo gratuito».

Opere d’arte e un termovalorizzatore mai realizzato.

«Per quello mi aspettavo una medaglia al valore. Quando lo decidemmo la differenziata era al 9%. Ora siamo il primo capoluogo italiano, non serve più».

E allora perché nominare un project manager?

«Ho semplicemente utilizzato un’espressione invece che un’altra».

Sarebbe abuso d’ufficio, dice il tribunale di primo grado.

«È un’accusa cervellotica, sconcertante e vergognosa. L’abuso d’ufficio è il grimaldello per far scivolare questioni amministrative sul piano penale. E poi c’è un problema di uguaglianza del diritto tra i cittadini: non è possibile che la sospensione valga per sindaco e non per ministri o parlamentari».

Una sentenza politica?

«Mi limito a registrare le cronologie e i tempi, senza nessun retropensiero».

Nessuno?

«Guardi i tempi».

Quindi per lei si deve andare avanti con le primarie?

«Le primarie sono irrinunciabili, chiedo una riflessione pubblica e nazionale sul tema. Ma lo stalinismo è finito».

Avanti come se niente fosse?

«Embè? E che problema c’è? Il Pd decida nel merito, magari ci sia ancora un po’ di riflessione, ma poi si proceda».

Il presidente Caldoro ha chiesto che le sia data la possibilità di correre per la Regione. Non pensa che gli faccia un favore a candidarsi adesso?

«Caldoro sa bene che l’unico con cui perde in Campania è De Luca. Lo invito a risparmiarsi la fatica di intervenire. La nostra regione è ultima nell’uso di fondi europei e occupazione giovanile, mentre è la prima con la Calabria per tasso di emigrazione. Lui continui a fare il turista svedese a Napoli».

Turista svedese?

«È sempre così ben pettinato».

Il suo conterraneo Andrea Cioffi l’accusa di aver gestito Salerno «come una proprietà privata».

«Neanche lo nomino per ragioni di prudenza, siamo in una terra scaramantica».

Lo accusa di essere un menagramo?

«Ho qui un corno di corallo rosso, se vuole glielo regalo, non si sa mai».

Andando più nel merito?

«Ma quale merito. Cioffi è un falloforo» (ndr. Nell’antica Grecia era l’addetto al trasporto di grandi riproduzioni lignee del fallo di Priapo e Dioniso durante le processioni).

Non vuole replicare?

«Sì: è un falloforo».

La coerenza……Pd, De Luca a «Otto e mezzo»: se condannato, rispetterò la legge. Mercoledì 21 gennaio 2015 l’udienza del processo in cui è imputato per peculato, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno”. «Se dovessi essere condannato rispetterei la legge, rigorosamente, come sempre abbiamo fatto». Lo assicura il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca (Pd) riferendosi all’udienza, in programma domani, mercoledì, del processo nel quale è imputato per peculato per le vicende del termovalorizzatore e per il quale il pm ha chiesto una condanna a tre anni di reclusione. «Non so quanti in Italia hanno fatto come me - ha detto De Luca intervenendo su La7 al programma «Otto e mezzo» - Sono uno che ha rinunciato alla prescrizione per ben due volte. Rispetto rigorosamente l’autonomia della magistratura, credo che dobbiamo avere senso delle istituzioni. Rifarei dal primo all’ultimo tutti gli atti amministrativi che ho fatto. Queste vicende giudiziarie - ha aggiunto - riguardano tutti problemi legati alla trasformazione urbana e alle opere pubbliche, non questioni personali. Io sono convinto che su questi temi si debbano accendere i riflettori e non debbano essere vissuti con imbarazzo. Se non risolviamo questo problema del groviglio burocratico-amministrativo e del groviglio legislativo-normativo, l’Italia rimarrà un paese paralizzato perché - ha concluso De Luca - l’unica legge che viene applicata in tutte le regioni e da tutte le forze politiche è la paura della firma. In Italia non firma più niente nessuno».

Impresentabili a sinistra. Quando il candidato governatore è imbarazzato. In Liguria la renziana Raffaella Paita ha conflitti d’interesse. A Napoli le primarie potrebbero saltare dopo la condanna del sindaco di Salerno Vincenzo de Luca. In Veneto Luca Zaia vanta un assessore arrestato per lo scandalo Mose e un altro con spese elettorali irregolari, scrive Michele Sasso “L’Espresso”. Una competizione elettorale tra centrosinistra e centrodestra che coinvolge soprattutto il partito democratico del premier Matteo Renzi, che tenterà di strappare i parlamentini di Venezia e Napoli alla Lega e Forza Italia, e allo stesso tempo confermare il centrosinistra a Genova e Bari. In molte sfide però i candidati partono già azzoppati. Sotto il peso di veleni, condanne, inquisiti ingombranti, inchieste dagli esiti incerti e conflitti d’interesse.

A Napoli si sfidano il protagonista delle primarie-truffa Andrea Cozzolino e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca che potrebbe presentarsi nonostante le inchieste della Procura che lo inseguono. L’ultima di mercoledì 21 gennaio potrebbe costargli caro: interdizione dai pubblici uffici e nessuna speranza di correre nella sfida a Stefano Caldoro. E anche le primarie potrebbero saltare.

In Puglia anche l’ex magistrato Michele Emiliano è caduto in fallo con una condanna della Corte dei conti, mentre in Veneto Luca Zaia ha assistito in diretta l’arresto del suo potente assessore Renato Chisso per le presunte tangenti milionarie del Mose di Venezia.

Le primarie sembravano una svolta per invogliare alla partecipazione e non lasciare la scelta ai capi-bastone e invece sono diventate una guerra. In Toscana e Umbria neppure convocate perché decisa e imposta la candidatura bis degli attuali governatori Enrico Rossi e Catiuscia Marini.

La crisi del modello americano delle primarie è esplosa in Liguria, dove a vincere è stata la renziana Raffaella Paita, ma a costo di brogli, elettori portati con i pulmini, ricompense e accordi con il centrodestra. Tanto da spingere lo sconfitto Sergio Cofferati, ex segretario della Cgil ed eurodeputato, a lasciare il partito e portare tutti i documenti in Procura: «Ci sono numerose segnalazioni di irregolarità, casi di violazioni esplicite delle regole e l’inquinamento delle primarie attraverso il voto sollecitato e ottenuto dal centrodestra. È un problema politico e morale. Inaccettabile è il silenzio del mio partito. Le primarie, così, praticamente non ci sono più». Pronti-via ecco una grana in più per il Pd, che nonostante 13 sezioni annullate ha dato il suo ok alla candidatura di Raffaella Paita. A gettare pesanti ombre su di lei sono però anche i suoi conflitti d’interesse. Che partono dal tinello di casa e arrivano fino al porto di Genova. Come scrive Manuele Bonaccorsi sul Corriere: «Lo scalo è un business di famiglia. Lui, Luigi Merlo, è il presidente dell’Autorità portuale, nominato nel 2008 dal governo Prodi e riconfermato da quello Monti nel 2011, con la sponsorizzazione di Claudio Burlando, per 10 anni governatore della Liguria. Lei è Raffaella Paita, 40 anni, con una fulminea carriera alle spalle che l’ha portata al soglio di assessore alle Infrastrutture della giunta regionale. La gestione del più importante scalo marittimo italiano si decide tra la cucina e il soggiorno. Che la coppia abbia molti interessi in comune lo dimostra la staffetta proprio nell’assessorato alle Infrastrutture. Merlo lo ha occupato fino al 2008. La moglie lo ha sostituito a partire dal 2010. Governatore, sempre Claudio Burlando». Un sistema di potere ligure che non crea nessun imbarazzo alla coppia. Merlo annuncia il passo indietro in caso di elezione della moglie, mentre lei dopo la vittoria diceva: «Vi assicuro che saranno anni rock». Poco, ma sicuro.

In Campania le primarie per sfidare il governatore uscente Stefano Caldoro saranno il 1 febbraio. Solo due nomi sembrano certi: l’eurodeputato Andrea Cozzolino e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. L’ultima volta di Cozzolino protagonista alle primarie è finita malissimo: era gennaio 2011 e si doveva decidere il candidato sindaco di Napoli ma fu il caos con irregolarità, denunce e dubbi di infiltrazioni della camorra. Lui era uno enfant prodige del partito in Campania: ex leader della Fgci, assessore regionale all’Agricoltura e alle Attività Produttive con la giunta Bassolino fino al grande salto al parlamento Europeo dove viene riconfermato a maggio 2014. A prendere posizione contro le primarie-truffa napoletane si schierò anche  lo scrittore Roberto Saviano: «Rifare le primarie: questa l'unica soluzione. Si sono denunciati brogli in molte zone della città con candidati che hanno denunciato pagamenti e con la presenza, con tanto di foto, di candidati del centrodestra che andavano a votare alle primarie del Pd per modificare il voto». Il segretario Pier Luigi Bersani non ci pensa due volte e annulla tutto, manda un commissario per calmare le acque nelle litigiose sezioni locali e di fatto apre la strada (vincente) a Luigi De Magistris. Quattro anni dopo Cozzolino di nuovo in pista, pronto a vedersela con l’ uomo forte del Pd: il sindaco di Salerno De Luca e viceministro alle Infrastrutture con il governo Letta. La candidatura di De Luca non sembra arrestarsi neanche davanti alle tegole giudiziarie. Indagato per concorso in abuso d'ufficio in relazione a due delibere approvate dalla sua giunta comunale in violazione di norme tecniche e urbanistiche per la costruzione del Crescent, un mega-complesso edilizio che si affaccia sul lungomare del capoluogo. Ma l’ultima, più pesante, potrebbe far saltare il banco: condannato mercoledì 21 gennaio a un anno, con interdizione dai pubblici uffici, per il reato di abuso d'ufficio. Ora per lui, in base alla legge Severino, scatterebbe la sospensione da sindaco e nessuna chance nella corsa da governatore.

Di tutt’altro spessore i problemi giudiziari dell’ex sindaco di Bari Michele Emiliano che, con un’affluenza record di 140mila aventi diritto, ha ottenuto oltre il 57 per cento delle preferenze nelle primarie di dicembre. Lui è pronto a correre per sostituire il leader di Sel Nichi Vendola e sfidare il centrodestra che qui non ha ancora trovato un nome per le regionali. A fine anno però è stato condannato dalla Corte dei Conti al risarcimento di 15 mila euro a causa di un licenziamento e la mancata riassunzione di un ingegnere all’Asi di Bari, il consorzio per lo sviluppo dell’area industriale del capoluogo pugliese all’epoca in cui Emiliano era sindaco e presidente del consorzio. Un biglietto da visita per l’ex magistrato di Bari e attuale segretario del Pd regionale non proprio edificante ma che non ferma il suo rush: «Non ho mai preso soldi per quell’incarico e adesso devo anche pagare i danni. Sono cose che succedono agli onesti».

Non è solo un pasticcio in casa Pd. In Veneto Luca Zaia cerca il secondo mandato da governatore con forza. Per lasciare il segno nella sua regione: dieci anni di dominio sarebbe un bel traguardo per l’ex presidente della Provincia di Treviso e per il suo partito, la Lega Nord. Ma ci sono due nomi che turbano i sonni di Zaia: Renato Chisso e Maria Luisa Coppola. Chisso è stato arrestato a giugno per lo scandalo Mose, la grande opera da 6 miliardi di euro per difendere Venezia dall’acqua alta, che avrebbe generato una marea di mazzette e finanziamenti illeciti. Da assessore alle infrastrutture in carica, era uno dei beneficiari delle tangenti milionarie. Soprannominato l'asfaltatore di Quarto d'Altino, da socialista a Forza Italia, dal 1995 sempre eletto e rieletto nel consiglio regionale, forte di 21 mila preferenze. Il cemento e l’asfalto la sua passione. Una carriera con centinaia di inaugurazioni di bretelle, rondò, circonvallazioni, raccordi anulari. Ora è accusato dai magistrati veneti di aver incassato dalle grandi aziende del Mose uno stipendio in nero di 200 mila euro all'anno (per un totale di quasi quattro milioni di euro), versatogli a partire dalla fine degli anni Novanta fino al primi mesi del 2013, e poi un giro di quote societarie, consulenze e assunzioni di comodo per amici e appalti di favore a imprese amiche. Anche per Maria Luisa Coppola, assessore all’Economia e Sviluppo i guai arrivano dalla Magistratura. La Corte d’Appello di Venezia l’ha dichiarata decaduta dalla carica di consigliere regionale. Secondo la sentenza l’azzurra Coppola per la campagna elettorale delle regionali nel 2010 ha speso 255 mila euro, ma ne ha dichiarati solo 40 mila. A sollevare dubbi è il segretario regionale del Pd Roger De Menech: «Zaia ha intenzione di mantenere nella propria giunta un consigliere decaduto per aver falsato le spese elettorali?».

Vincenzo De Luca è oramai incastrato dal suo personaggio, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno”. In tv sembra quasi costretto più a dover soddisfare le esigenze di “Striscia La Notizia” che a indicare una trama politica. Il refrain, da qualche mese, in occasione della tribuna settimanale in onda su Lira Tv, è sempre lo stesso: si parte con le critiche al governo e a Letta, si continua con l’elogio a Renzi e le accuse alla Regione, si chiude con un paio di epiteti nei confronti di avversari politici o giornalisti antipatici, rush finale con le grandi opere di Salerno e chiusura, anche questa standard, sulla Salernitana. Anche per questo venerdì nulla è cambiato. Stavolta nel mirino deluchiano sono finiti il leghista Borghezio – «uno sfessato» ha detto il sindaco viceministro – il neo coordinatore di Forza Italia Giovanni Toti e Milena Gabanelli. «Questa nuova scoperta di Berlusconi l’ho vista in tv a Ballarò – sono state le parole di De Luca – mi sembra che il cavaliere abbia pescato un salmone norvegese. Mah, avrà delle doti nascoste che prima o poi scopriremo. A me sembra la reclame del Proraso: ha un bel faccione». Non può mancare la stilettata alla nemica storica, la conduttrice di Report: «La Gabanelli, la signora Sventurelli. Lei ha poteri occulti dai quali cautelarsi». Per quante ne dica contro Letta e il governo, resta sempre da chiedersi come mai non si dimetta dal governo. De Luca lo spiega così: «Mantengo la postazione a Roma per difendere alcune questioni pubbliche - dice - altro che conflitto di interessi come dice qualche imbecille. Difendo la collettività». Per affondare il colpo contro il presidente del Consiglio, questa settimana ha evocato gli arabi e Squinzi. «Condivido il malessere del leader degli industriali italiani - sono state le parole del sindaco - a Squinzi hanno chiesto se Letta assomigli più ad Andreatta o Andreotti. Lui ha detto che è peggio di tutti e due. E ha ragione. Poi è tornato dal viaggio all'estero dicendo che ha ottenuto dagli arabi investimento per 500 milioni di euro. Ma lo sa che sono solo un paio di opere pubbliche? Meglio evitare di dire certe cose». Infine De Luca conferma il feeling con Vittorio Sgarbi dopo che il critico d'arte è rimasto folgorato dal Crescent e dalle luminarie natalizie di Salerno. Adesso il sindaco vuole coinvolgerlo in una opera lirica al teatro Verdi: «Credo che impegneremo Vittorio Sgarbi in una regia, probabilmente la Vedova Allegra: sarà una cosa molto intrigante».

Vincenzo De Luca lo ha reso noto durante un’intervista su Youtube a Klaus Davi, scrive “Ossigeno Informazione”. Nel mirino del viceministro i metodi giornalistici di Milena Gabanelli Il sindaco di Salerno nonché sottosegretario al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Vincenzo De Luca, ha annunciato querela nei confronti della Rai durante un’intervista in onda su Youtube. A diffamare il Comune, sostiene, sono stati servizi di Report, Ambiente Italia e Alle Falde del Kilimangiaro riguardanti il Crescent, un’imponente edificio di piazza della Libertà sequestrato dalla magistratura e al centro di un complicato contenzioso giudiziario. “Contro la Rai ci tuteleremo in tutti i modi”, ha detto De Luca intervistato da Klaus Davi nel suo talk show online Klauscondicio. “Se ci saranno gli estremi della diffamazione e del danno faremo tranquillamente causa perché considero vergognoso quello che è stato fatto. Descrivere un’opera di grande architettura progettata da Ricardo Bofill, come un ecomostro lo trovo un atto di aggressione, di volgarità culturale e di offesa ad una intera comunità oltre che alla cultura italiana”. “Avevo chiesto un minuto per parlare, ma in diretta non filtrato dai pinguini che si autodefiniscono giornalisti ma che rimangono pinguini, non mi è stato concesso e quindi avremo modo di tutelarci in tutti i modi”, ha aggiunto, riferendosi a Report, contro la cui responsabile Milena Gabanelli il viceministro – che già in passato aveva attaccato altri cronisti – si scaglia in particolar modo: “la giornalista Milena “Sventurelli” come la chiamo io, è portatrice di guai e io sto molto attento quando le parlo – ha sottolineato De Luca – deve avere innanzitutto la correttezza di darmi un minuto di tempo, non chiedo molto, per parlare in diretta nella sua trasmissione e non secondo le modalità squallide che utilizza nelle sue trasmissioni”. Sul modo di fare giornalismo della Gabanelli, il sindaco aggiunge: “Queste cose ridicole e squallide servono non a illustrare una realtà in termini oggettivi perché i cittadini e gli spettatori possano farsi un’opinione, ma servono a sostenere una tesi e servono comunque, sempre, a “fare ammuina”, a fare cabaret e sceneggiate con il solo obiettivo, sempre e solo, di fare audience sulla pelle di chi magari butta il sangue in un territorio per cambiare la realtà”.

De Luca: «Striscia la Notizia, le Iene e Report contro di me per volere di Pdl e Pd», scrive Felice Naddeo su “Il Corriere del Mezzogiorno”. Attacco a giornalisti e politici: «Hanno paura di me». Poi evoca addirittura Papa Francesco e San Matteo. Una congiura «politica e strumentale» ordita dal «esponenti del Pdl che sono alla frutta» ma anche «da pezzi del Pd». Per questo motivo, secondo il sindaco-viceministro Vincenzo De Luca, gli inviati di «Striscia la Notizia», le «Iene» e «Report» sono arrivati a Salerno per porgli due domande: perchè non rimuove l'incompatibilità tra le due cariche e coma ci sono tante opere incompiute in città. Ecco allora che dalla tribuna televisiva settimanale sull'emittente locale Lira Tv, nel monologo del venerdì pomeriggio, De Luca si è scagliato indifferentemente contro politici e giornalisti. Tutto questo fermento, secondo lui, nasce perchè «hanno paura di me - dice - perchè sono un uomo libero». Poi spiega che «non c'è nessuna opera del Comune è incompiuta, anzi stiamo andando avanti. E abbiamo inaugurato la metropolitana che è opera storica». Nelle ultime settimane Salerno è stata al centro dell'attenzione mediatica nazionale per le vicende collegate al sindaco-viceministro. L'inviato di Report, Bernardo Iovene, fu dapprima cacciato via durante una intervista; poi alla seconda chance concessagli, De Luca fece registrare da una telecamera del Comune l'incontro con il giornalista della redazione della Gabanelli. Durante la processione del Santo Patrono di Salerno, San Matteo, l'inviato de "Le Iene" Filippo Roma (quello preso a schiaffi da Barbareschi) ha cercato di inserirsi nella scia del corteo per chiedere al sindaco il motivo delle mancate dimissioni. E anche stamane, inutilmente, ha cercato un nuovo assalto. Prima ancora era stata la volta di Vittorio Brumotti, il ciclista di Strisca, che aveva fatto un giro tra i cantieri delle opere pubbliche del Comune per dimostrare che ci sono delle incompiute. Il comportamento dei giornalisti che l'hanno attaccato manifesta la «natura animale dei soggetti». I due casi più eclatanti sono, per De Luca, Report (che lunedì sera manderà in onda l'intervista al sindaco) e le Iene. «Sono venuti quelli di Report - rilancia De Luca - hanno registrato trenta minuti ma faranno vedere dieci secondi per farti fare la figura del pinguino. Ma anche noi abbiamo registrato tutto e metteremo in rete la versione integrale». Poi tocca a Le Iene: «Hanno disturbato la processione del Santo Patrono di Salerno e offeso tutta la città - ha detto il viceministro - nessuno può permettersi di fare questo». Non potevano mancare i quotidiani che hanno pubblicato i verbali del processo sul crac Amato e sugli intrecci con il Monte Paschi di Siena. «Per vendere qualche copia di giornale in più - ha rincarato la dose il sindaco - scrivono che De Luca è andato a pranzo con questo o con quello. Per fortuna che abbiamo un grande Papa. Francesco ha detto: "prima di diffamare le persone mordetevi la lingua". Che lezione di moralità, ma questi (riferendosi ai giornalisti; ndr) sono indifferenti a questi valori».

"I senatori del Pd che voglio le mie dimissioni sono fallofori. Io combatto da solo i Lupi delle Lobby". Vincenzo De Luca il sindaco di Salerno, il viceministro senza deleghe difende il doppio incarico sul Fatto Quotidiano, scrive Nicola di Turi su “L'Huffington Post”. E aggiunge: "Fino ad ora nessuno ha rilevato lo scandalo vero: il mancato rispetto della legge 81 sulle competenze del viceministro. Con una crisi così in atto non si completa l'organizzazione di un ministero chiave. Si è detto, finché non decadi da Sindaco è impossibile... In realtà siamo di fronte a un ricatto politico". Si definisce un uomo libero, il sindaco di Salerno, un renziano, un liberale gobettiano. Dice di percepire il brivido di essere "plurinquisito", crede nella forza di Berlusconi. E assicura che non si candiderà. Ma De Luca è anche quello che conta migliaia di visualizzazioni, centinaia di condivisioni, decine di apprezzamenti. La nuova star della rete? No, un sindaco. Un primo cittadino sui generis, però, se è vero che per molti non è altro che “lo sceriffo”. Vincenzo De Luca, primo cittadino decaduto di Salerno, è ormai un fenomeno del web. Radio e tv locali lo intervistano? Il sindaco coglie la palla al balzo e si scaglia contro "i cafoni che imbrattano i muri" e "gli animali che smontano panchine di notte". Dei suoi modi decisi e ben poco accondiscendenti ne sa qualcosa anche Marco Travaglio, dipinto come “quel grandissimo sfessato che aspetto di incontrare qualche volta a Roma per strada al buio”. Dopo quelle parole, a De Luca giunse una condanna per diffamazione. Eppure i suoi video hanno continuato a impazzare, e la verve dello “sceriffo” rimbalza da una bacheca all’altra ancora oggi. Una verve che il viceministro alle infrastrutture dimostra anche nelle cinque intemerate che HuffPost ha selezionato.

Da Salerno al Pd, la macchina di potere di Vincenzo De Luca. Emiliano Fittipaldi firma l’inchiesta, oggi in edicola sul settimanale “l’Espresso”, sul regno di Vincenzo De Luca, un record assoluto, il suo, che domina Salerno da 21 anni, controllando il Comune, il partito, le grandi opere «grazie all’enorme pacchetto di voti - denuncia Vaccaro - che può controllare, lui governa non solo la città, ma influisce sul Pd campano e, di riflesso, sulla direzione nazionale del partito». L’inchiesta de “l’Espresso” esamina la macchina di consenso delle 43 società che a vario titolo fanno capo al Comune. E lo stato delle opere urbanistiche che hanno rifatto il volto della città, alcune delle quali incompiute. Chiedendo spiegazione allo stesso De Luca. Inchiesta sul regno dell'uomo che da 21 anni domina Salerno. Controllando il Comune, il partito e le grandi opere che hanno cambiato il volto della città. Il deputato Pd Vaccaro lo attacca: «È un mammasantissima, peggio di De Lauro». Ma De Luca ribatte: «Non accetto le critiche dei somari», scrive Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. Il suo è un record assoluto: Vincenzo De Luca domina Salerno da 21 anni, controllando il Comune, il partito, le grandi opere. Un'inchiesta de “l'Espresso” nel numero in edicola domani analizza il sistema di potere costruito dal sindaco. Come spiega Vincenzo Vaccaro, deputato democrat molto vicino a Enrico Letta che per protesta ha occupato la sede cittadina del Pd: «Grazie all’enorme pacchetto di voti che Vincenzo può controllare, lui governa non solo la città, ma influisce sul Pd campano e, di riflesso, sulla direzione nazionale del partito. È un mammasantissima, peggio di Lauro». Qui nelle primarie dello scorso novembre 2013 Renzi ha preso un mostruoso 97,1 per cento tra gli iscritti, e qualche giorno fa la sua candidata alla segreteria regionale, Assunta Tartaglione, ha superato il 68 per cento delle preferenze. Vaccaro, battuto seccamente, è sgomento: «Ho fatto denuncia ai pm: il Pd di Salerno è malato di broglite acuta. Ci sono paesi dove ha votato, calcolatrice alla mano, un elettore ogni 27 secondi». L'inchiesta de “l'Espresso” esamina la macchina di consenso delle 43 società che a vario titolo fanno capo al Comune. E lo stato delle opere urbanistiche che hanno rifatto il volto della città, alcune delle quali incompiute. Come il Crescent, il palazzo lungo 300 metri sul lungomare, bloccato dai giudici amministrativi. De Luca replica: «La vicenda del Crescent, un’opera meravigliosa bloccata da un ambientalismo truffaldino, è la metafora perfetta della demenzialità del nostro Paese. Il prossimo 8 marzo faremo un convegno per lanciare un dibattito nazionale sul tema del rinnovo urbano, sostanzialmente impossibile a causa dei cultori della sottocultura della mummificazione. Ci sarà anche Vittorio Sgarbi».

Sindaco, per molti il Crescent è un ecomostro, tipo il Fuenti.

«Non diciamo idiozie. È progettato da un grande architetto, Ricardo Bofill. Abbiamo risanato una zona cementificata degradata, piena di prostitute e spacciatori. Va bene dissentire dalla qualità dell’opera, ma non accetto le critiche dei somari».

Lei è stato indagato però...

«Guardi non tengo più il conto degli avvisi di garanzia che ho avuto in vent’anni. Le dico però che se avessi avuto paura dei pm non avrei potuto rifare il centro storico, il Lungoirno, la stazione firmata Hadid, il metro. Salerno è una delle poche realtà italiane, forse europee, in cui si sta cercando di perseguire una grande trasformazione urbana. Basata sul turismo, sull’eccellenza dei servizi, sulla cultura».

L’accusano di aver lasciato incompiute molte opere.

«È una totale idiozia. Solo il PalaSalerno non è terminato perché la ditta è fallita. Io ho fatto la Cittadella Giudiziaria, ho portato la raccolta differenziata al 70 per cento. Siamo al top per gli asili nido, abbiamo fatto 20 parchi urbani. Il centro storico è rinato, abbiamo chiamato architetti come Calatrava, Chipperfield, Hadid. Insomma, Salerno è probabilmente la realtà più dinamica d’Italia. L’unica mia preoccupazione è il bilancio, lo ammetto. Ma non per colpa mia: è lo Stato che ci ha tagliato 30 milioni di trasferimenti l’anno. Ma noi andiamo avanti lo stesso».

Sales: vi spiego chi è Vincenzo De Luca, il leghista del PD che punta alla Regione. In quasi quarant'anni di vita regionale solo tre volte questo ruolo è stato ricoperto da un non napoletano, scrive  Iaia Sales su “Il Corriere del Mezzogiorno”. Che un esponente politico salernitano possa aspirare alla carica di presidente della Campania è del tutto normale. In quasi quarant'anni di vita regionale solo tre volte questo ruolo è stato ricoperto da un non napoletano. Che il Pd possa candidarlo è, oggi, del tutto probabile. Che possa, poi, aspirare a vincere brandendo la bandiera antinapoletana è un ulteriore segnale dell'impazzimento della politica regionale e nazionale del Pd. Stiamo parlando di Vincenzo De Luca. Dopo l'uscita di scena di Nicolais a seguito dello scontro con la Iervolino, a Veltroni non resta, tra i suoi fedelissimi, che il sindaco di Salerno. Si spiega così il paradosso di questi giorni: dopo critiche feroci a Bassolino è sembrato quasi che il segretario del Pd facesse il tifo perché il governatore restasse al suo posto, sia perché la sua leadership non potrebbe sopportare una seconda sconfitta dopo quella subita in Abruzzo (se si fosse votato ieri, o se si votasse oggi, questo sarebbe il risultato), sia perché De Luca è rinviato a giudizio per associazione a delinquere, concussione e truffa e il processo non si svolgerà in tempi brevissimi. In questo momento, dunque, i principali oppositori del governatore, cioè Veltroni e De Luca, non sono realmente interessati alle sue dimissioni. E allora parliamo di De Luca, rompendo questo cono d'ombra che avvolge le vicende politiche non napoletane. Che razza di regionalismo è il nostro se i giornali si interessano solo della politica napoletana e quasi niente della «quotidianità» politica e istituzionale delle altre province? Il napolicentrismo esiste sicuramente nel lavoro dei media, che avendo un pubblico potenziale di tre milioni di abitanti ruotanti su Napoli, non ritengono di dare spazio alle vicende degli altri territori, se non confinandole nelle apposite cronache provinciali, tranne i fatti di sangue più clamorosi. Vivendo in provincia di Salerno e avendo operato quasi sempre a Napoli spesso mi trovo a constatare che di ciò che fa notizia a Salerno non si sa niente a Napoli, e invece ciò che succede a Napoli lo sa tutta la Campania e l'Italia. De Luca ha prima sofferto di questo particolare aregionalismo dell'informazione e poi ne ha approfittato, e vedremo come. Le «madonne pellegrine» Il tutto è cominciato nel 1993. È la stagione dei sindaci, e Bassolino, Bianco e Orlando sono famosissimi. Lui comincia a definirli le «madonne pellegrine », esasperato dal successo che hanno in giro per l'Italia. Le grandi città dominano la scena, e le piccole e medie non hanno grande visibilità. Per De Luca le difficoltà di imporsi sono duplici. Non può giocare sulla «discontinuità» con il sistema di potere precedente, così come possono tranquillamente fare tutti i nuovi sindaci. Lui è stato vicesindaco durante il dominio di Carmelo Conte e Salerno non è una città allo sfascio, perché le amministrazioni precedenti non hanno amministrato così male come a Napoli. E soprattutto non può tuonare contro «quelli di prima», perché lui è stato uno dei più autorevoli e influenti «uomini di prima». Appartiene al passato regime, confuso con i vituperati socialisti, e dunque deve inventarsi qualcosa perché nel 1993 va al ballottaggio di misura e vince di misura. D'altra parte Salerno è una media città, schiacciata dalla presenza di Napoli e dall'opinione che ha nel mondo, di cui soffre come quasi tutti i salernitani che fanno della città partenopea paragone e vincolo della loro storia. Come risolvere, dunque, il problema di una visibile discontinuità all'interno della città, e di una forte identità nei confronti del resto del mondo? La costruzione del mito di sindaco Faber non è sufficiente. Il disegno urbanistico immaginato dai socialisti è notevole (criticabili sul piano clientelare e affaristico, i «contiani» hanno idee chiare sul futuro di una città di mare di medie dimensioni) e lui può tutt'al più diventarne l'esecutore, può completarlo non certo passare per l'ideatore. Ci vuole dell'altro. Il problema lo risolve mettendosi politicamente e culturalmente in sintonia con il centrodestra salernitano, prendendo le distanze dalle tradizioni e dai riferimenti culturali e sociali della sinistra. Tutti i temi cari alla destra salernitana vengono da lui sapientemente inalberati e seguiti, a partire dall'antipolitica e dall'antinapoletanismo viscerale, e più recentemente dalle crociate contro gli immigrati («li prenderemo a calci nei denti e li butteremo a mare ») e le prostitute, dotando le guardie comunali di manganelli («prima che ci scappi un nostro morto »). Su questo costruisce la sua nuova immagine (lui che per il suo estremismo rivoluzionario veniva definito Pol Pot nel vecchio Pci) utilizzando benissimo una tv locale dove tiene una trasmissione settimanale a cui, crollasse il mondo, non è mai mancato in 15 anni. Solo Cito, il fantasmagorico sindaco di Taranto, poteva competere con lui per l'uso del mezzo televisivo. Sul piano economico diventa un accorto difensore della rendita immobiliare e apre una stagione d'oro per i costruttori e per i grandi proprietari di suoli e di case. Trasforma spregiudicatamente la vocazione industriale della città in commerciale, tenendo in mano con due fedelissimi da un lato l'Asi e le aree dimesse e dall'altro lo sportello unico dove si autorizzano le nuove destinazioni dei suoli. E paradosso di una città resa più vivibile è la notevole perdita di abitanti (ben 14 mila) dovuta a un innalzamento dei prezzi delle case che non ha eguali in Campania. Lega a sé le famiglie storiche dei costruttori edili di Salerno, che prima dividevano i loro favori tra la Dc, il Psi e anche il Msi, e che ora si rivolgono esclusivamente a lui. Il potere politico, economico salernitano diventa potere monocratico, una piramide con un sindaco-faraone ai vertici. Avversari-amici La destra ufficiale salernitana ha fatto, nel corso di questi anni, buon viso a cattivo gioco (An lo ha definito un «fascista in camicia rossa») e non ha mai svolto una opposizione degna di questo nome, perché poi il suo elettorato torna all'ovile nelle elezioni politiche. Il senatore Paravia, eletto in quota An, è stato da presidente di Confindustria il suo principale sostenitore, e Cirielli, candidato alla Provincia per il Polo, si alzò in Parlamento a difenderlo, dopo che la Procura di Salerno ne aveva chiesto l'arresto e il gip per tre volte l'aveva negato, sostenendo la non utilizzazione delle intercettazioni telefoniche che lo riguardavano (ben 250). Immaginate cosa sarebbe successo se a Napoli sull'inchiesta Romeo gli esponenti del Polo avessero difeso la Iervolino? Politica, ideologia, antropologia Se la discontinuità la risolve mettendosi in sintonia con i temi cari al centrodestra, De Luca si dà una forte identità investendo tutte le sue risorse nel cavalcare gli umori antinapoletani, fino a costruirci non solo una strategia politica, un'ideologia e perfino un'antropologia. Attacca Bassolino quando è ancora il sindaco più amato dagli italiani non per preveggenza, ma solo perché avrebbe attaccato anche il Papa se lo avessero eletto primo cittadino di Napoli. E la prima vera occasione gli viene fornita dalle elezioni europee del 1999. I candidati scelti dai Ds sono Giorgio Napolitano come capolista e Biagio de Giovanni per la riconferma. Non c'è spazio per De Luca, che ci teneva molto. E allora il nostro va in escandescenze, definisce l'attuale Presidente della Repubblica «un abatino, che non si è mai stentato niente» e de Giovanni con epiteti irripetibili. Bassolino e il partito di Napoli, che avevano sostenuto quelle indicazioni, vengono sottoposti a un fuoco di improperi, che trovano successivamente svolgimento in un vero e proprio vocabolario sulla immoralità e inaffidabilità dei napoletani. L'anno dopo ci sono le elezioni regionali. De Luca pensa di candidarsi come presidente. Deve lasciare il Comune perché si avvicina la scadenza del secondo mandato e le titubanze di Bassolino sembrano offrirgli una possibilità. Gambale e una parte della Margherita lo propongono ufficialmente. Per qualche settimana lui ci crede e corteggia insistentemente De Mita. Poi Bassolino decide, e allora diventa una furia. Durante la campagna elettorale Bassolino e Rastrelli sono contemporaneamente a Salerno e lui preferisce con ostentazione incontrare Rastrelli e disertare la manifestazione del candidato del centrosinistra. Da quel momento in poi il rancore diventa linea politica, mischiando all'avversione per la persona l'avversione per la città di cui Bassolino è stato sindaco. E dall'ideologia antinapoletana (Salerno ostacolata nelle sue aspirazioni di crescita dal parassitismo di Napoli) si passa all'antropologia antinapoletana, il cui prototipo è un manager scelto per una Asl di Salerno, un «cafone arricchito » che si presenta con una catenina appariscente al collo e con i sandali. Qualcosa in più di un leghismo in salsa salernitana. Non solo Napoli si sostituisce a Roma come ladrona, ma trasforma la città partenopea in un caravanserraglio abitato da una etnia politica e sociale fatta di cafoni, imbroglioni, plebei, degna patria di camorristi e delinquenti. Scontro «etnico» anche contro De Mita De Luca spinge il contrasto politico in scontro «etnico» anche nei confronti di De Mita, che lusinga nel periodo di contrapposizione dell'uomo di Nusco a Bassolino per poi osteggiarlo nelle primarie così fortemente da identificare negli avellinesi degli zotici montanari colonizzatori. E mettendo in difficoltà un'encomiabile classe dirigente salenitana che ha lavorato sull'asse Avellino-Salerno per il comune sviluppo, a partire dalla collocazione fisica dell'Università, a metà strada tra i due capoluoghi. Alla fine quest'impostazione non solo alimenta semi permanenti di discordia, di razzismo intraregionale, ma produce danni economici consistenti, come nel caso della gestione dell'aeroporto di Pontecagnano che, per evitare la normale alleanza con l'odiata «napoletana» Gesac che gestisce l'aeroporto di Capodichino, è stata affidata a una società che ha portato alla chiusura dello scalo dopo pochi mesi dall'apertura. Ciò che l'economia impone e i tempi richiedono (un asse Salerno-Avellino per ricongiungersi con Bari, e un asse Salerno-Napoli per ricongiungersi con Roma) viene ostacolato da un pansalernismo aggressivo, contrario a ogni logica di sana politica e di sana economia, negazione del nostro già fragile regionalismo. Su questa linea De Luca ha avuto sempre una specie di salvacondotto prima da D'Alema, poi da Fassino e infine da Veltroni e Bettini, libero di dire e fare quello che voleva, anche cose lontanissime da una cultura di sinistra, a condizione di tenere viva la polemica contro il comune nemico Bassolino. Un feudatario locale che si allea con Roma per contrastare il grande feudo di Napoli. A nessun altro dirigente locale di provenienza Pci è stato concesso tanto, pur avendo egli cambiato posizioni numerosissime volte, sicuro che la storia deve coincidere con le sue aspirazioni e quando non lo fa deve essere corretta. La ricerca affannosa dell'efficienza Contrario al Pd (e alle primarie), De Luca ne è diventato uno dei massimi dirigenti; contrario ai partiti e alla «politica politicante» (lui che ha svolto sempre e solo il lavoro di funzionario di partito e di uomo delle istituzioni) se n'è fatto a Salerno uno a sua immagine e somiglianza, senza spazio per il più minimo dissenso; contrario alle discariche e ai termovalorizzatori (andava alle manifestazioni contrarie nel periodo più critico della crisi dei rifiuti con la fascia tricolore) ne è diventato in pochi giorni il più appassionato sostenitore quando ha pensato di utilizzare le difficoltà di Bassolino e degli altri nel realizzarli; contrario all'uso delle intercettazioni nel suo processo (piene di volgarità da fare impallidire anche i più scafati uomini di potere) si scaglia contro i politici intercettati nella vicenda Romeo dicendo che lui, al loro posto, avrebbe chiesto scusa ai napoletani (per essere credibile avrebbe fatto prima a chiedere scusa ai salernitani). Se a Napoli Bassolino o la Iervolino avessero come loro segretario particolare un presidente di una società mista o di una municipalizzata, cosa si sarebbe scritto sui giornali? A Salerno avviene tranquillamente. Se metà degli organismi dirigenti del partito napoletano fosse rappresentata da funzionari, dirigenti e ammini-stratori di società miste, municipalizzate o società partecipate dal Comune o dalla Regione, immaginiamo cosa avrebbero scritto i giornali? E se nelle società miste le assunzioni si facessero senza concorso ma solo per chiamata dalle agenzie di lavoro interinale, come si dovrebbe definire ciò? E se in aggiunta venissero spesso pescati tra gli assunti parenti di politici legati a De Luca o di amministratori di altre società comunali, come si qualificherebbe ciò? Ma i grandi giornali napoletani sono distratti, anzi la ricerca affannosa dell'efficienza da contrapporre a Napoli fa spesso sorvolare su alcuni dettagli morali. Che guaio per la democrazia quando si pone l'alternativa tra onestà immobile e dinamismo spregiudicato! In vetta tra i primi cittadini Oggi De Luca è al quarto posto in Italia nella classifica dei sindaci più amati dai loro concittadini (dopo Chiamparino, Tosi e Scopelliti), aspira alla guida della Regione e sta tenendo in giro per la provincia di Napoli diverse iniziative pubbliche in cui chiama a raccolta il contado contro la città. Nelle solide democrazie con la propria candidatura inizia la fase in cui non si possono più tenere scheletri nell'armadio. Mi piacerebbe, ad esempio, che alcuni intellettuali napoletani che hanno chiesto insistentemente la pubblicazione del nastro registrato del colloquio domenicale tra Iervolino, Nicolais e Iannuzzi, con la stessa foga chiedessero anche la pubblicazione delle intercettazioni dell'unico ex deputato campano a cui la «politica politicante» ha salvato (finora) la carriera. E torno alla domanda iniziale: vedremo candidato alla guida della Regione un politico che ha costruito tutta la sua ascesa sulla contrapposizione a Napoli? È questo il regionalismo del Pd? Dopo aver visto il ministro-ombra per le riforme istituzionali proporre un'alleanza con la Lega, perché meravigliarsi che in Campania sia uno stesso esponente del Pd a farsi leghista?

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

"Le istituzioni ci hanno abbandonato", sostiene l'ex boss del clan dei Casalesi e collaboratore di giustizia a “Sky tg 24”. E poi: le terre del Sud sono state avvelenate, "il vero affare del clan è il traffico dei rifiuti dal Nord e dall'Europa". "Se potessi tornare indietro non mi pentirei. Sono pentito di essermi pentito e non lo farei più perché le istituzioni ci hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente”. Queste le parole di Carmine Schiavone, ex boss di camorra del clan dei Casalesi, intervistato in esclusiva da SkyTG24. Collaboratore di giustizia per 20 anni, dal 1993, a luglio ha terminato il suo programma di protezione. Ha ordinato l'esecuzione di centinaia di omicidi e con le sue rivelazioni ha permesso le condanne definitive all'ergastolo per i boss e gregari del clan imputati nel processo Spartacus e ha fornito importanti informazioni anche sul vero business dei Casalesi: quello dello smaltimento dei rifiuti tossici. "Ero uno dei capi della cupola, ma mi sono pentito davvero perché altrimenti quelle carte lì non le avrei mai scritte. Il mio guaio - aggiunge Schiavone - è stato proprio quello di essermi pentito veramente perché in Italia non c’era una giustizia, una legge, un politico che sappia capire questo. Chi me lo ha fatto fare di vivere in questo mondo di cani rognosi perché è vero che noi abbiamo sparato, ma i ministri, i carabinieri, i magistrati, i poliziotti sono più responsabili di me perché hanno permesso questo. Io ho sbagliato nella mia vita e ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si è ribellata a certi soprusi commessi da altri. Tutti quanti hanno fatto facile carriera sulla mia pelle”. Schiavone, nel corso dell’intervista a SkyTG24, parla anche dei rifiuti tossici interratti dal lungo mare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. E aggiunge: "La mafia non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L’organizzazione mafiosa non morirà mai".

Camorra, parla il pentito Schiavone: "Abbiamo ordinato oltre 500 omicidi". Intervista a Sky Tg24 del feroce ex boss dei Casalesi, testimone di giustizia dal '93: "Ministri, carabinieri, magistrati, poliziotti sono più responsabili di me perché hanno permesso questo". "La mafia non sarà mai distrutta, ci sono troppo interessi", scrive Conchita Sannino su “La Repubblica”. "Chi me lo ha fatto fare di vivere in questo mondo di cani rognosi. Sì, lo dico: sono pentito di essermi pentito". Così parla Carmine Schiavone, l'ex capo killer e super-ragioniere del gotha dei Casalesi, in un'intervista concessa a Sky Tg 24. E' l'assassino (per almeno 53 volte) che con le sue fluviali dichiarazioni rese ai magistrati antimafia nei primi anni Novanta, aprì alla giustizia il primo varco nel bunker degli impenetrabili segreti della mafia casertana. Ed è anche il cugino  del famoso ed omonimo boss Francesco Schiavone, quel Sandokan tuttora rinchiuso al 41 bis sotto il peso di numerosi ergastoli, il padrino che non ha mai voluto seguire l'esempio di Carminiello. Ora Carmine recrimina sul suo rapporto con lo Stato. E premette: "Io ho sbagliato nella mia vita e ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si è ribellata a certi soprusi commessi da altri. Tutti quanti hanno fatto facile carriera sulla mia pelle". Schiavone è stato accusato di aver dato l'assenso o partecipato complessivamente a 53 omicidi. Lui fa spallucce rispetto a quel numero. "Io coinvolto in 53 omicidi? Molti di più, ci sono 500 e rotti omicidi fatti (il riferimento è alle varie faide consumate tra opposte fazioni). Ma non è che li ho proprio ordinati tutti io, è che ero uno dei capi della cupola". Poi , nel corso della stessa intervista, firma la facile profezia secondo cui finché le mafie sposteranno i voti "l'organizzazione non finirà mai". Spiega: "Noi spostavamo 70-80mila voti, significava la differenza tra la vittoria di un partito e un altro". E dà la pagella a quelle divise, o magistrati o politici comprati o corrotti proprio da quelli come lui. Schiavone affronta anche il tema dei rifiuti tossici interrati, dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli. "La mafia - conclude - non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L'organizzazione mafiosa non morirà mai". Vero è che Carmine Schiavone ha dato una spallata consistente al lavoro dei pubblici ministeri antimafia. Ha collaborato alla prima costruzione di quel super processo che avrebbe spazzato in carcere tutti i vertici dei casalesi: Spartacus I e Spartacus II. Ma, superata anche la boa dei settant'anni, ora riserva l'ennesima confessione choc. "Se potessi tornare indietro non mi pentirei - dice - Io mi sono pentito davvero, se no tutte quelle carte non le avrei date. Ma qui non siamo in America. Io mi sono pentito veramente, quello è stato il guaio. Perché non c'è un politico che sappia guardare davvero un pentito, non siamo negli Stati Uniti. E non lo farei più : perché qui le istituzioni ci hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente". Poi spara a zero su politici, divise e magistrati inquinati. "Noi mantenevamo una buona parte delle forze dell'ordine, carabinieri e polizia. A me alla sera mi veniva portata la striscetta dalla polizia, con le operazioni che avrebbero fatto il giorno successivo". E in cambio, cosa offriva l'organizzazione criminale? "Gli davamo ogni tanto qualcuno, qualche piccolo spacciatore, per fargli fare carriera". E aggiunge: "Noi sì, è vero che abbiamo sparato. Però un ministro, un magistrato, un carabiniere e un poliziotto, che si sono venduti, sono più responsabili di noi". Irascibile, amante delle iperboli, ma sempre stratega. Carmine Schiavone è colui che rivelò, fin dalle sue prime dichiarazioni, il concepimento di un vero e proprio Stato Mafia da parte dell'organizzazione criminale del casertano. "Noi avevamo la nostra idea. Dovevamo formare, per la fine del millennio, i nostri giovani come degli infiltrati dentro lo Stato: quindi dovevano diventare magistrati, poliziotti, carabinieri e perché no, anche ministri e presidenti del Consiglio. Per avere i nostri referenti nelle istituzioni".

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

Lo stesso Schiavone , non più di qualche mese fa, in un'aula di giustizia, proclamava a voce alta, nello scontro verbale con un avvocato di parte avversa: "Ma io non sono mai stato un camorrista. Io ero un uomo d'onore". Così come aveva destato scalpore un altro racconto reso in aula, secondo cui don Peppino Diana, noto parroco antimafia ucciso da una fazione dei casalesi avversa agli Schiavone a Casal di Principe nel 1994, avrebbe aiutato più volte durante le elezioni i "candidati politici vicini agli Schiavone, tra cui Nicola Cosentino", l'ex deputato del Pdl oggi agli arresti domiciliari e imputato in due processi a Santa Maria Capua Vetere. Violento, e vendicativo. Sembra che la sua vita di cittadino sotto copertura in località segreta gli sia sempre stata strettissima, procurandogli non pochi dispiaceri familiari. Finì a processo persino quando suo figlio fu arrestato per la detenzione di un vero e proprio arsenale nel periodo in cui lui era già pentito e doveva dimostrare di non saperne nulla: un ispettore di polizia raccontò, in aula, che quel ragazzo voleva sparare a suo padre. "Aveva un sacco di problemi, quel figlio veniva seguito anche dall'assistenza sociale. Non aveva mai perdonato al padre di essersi pentito e di aver perso potere, denaro, rispetto e riconoscibilità sui loro territori".

Tirato fuori dopo decenni, giovedì 31 ottobre 2013 il documento che denuncia la collusione dello Stato con le organizzazioni mafiose. In data 31 Ottobre il Parlamento ha fatto ciò che non ha mai voluto fare in passato, scrive “News You-ng”. Tutti i governi, di destra e di sinistra, dal 1997 in poi non hanno mai tolto il segreto di stato posto 16 anni fa sul verbale di 63 pagine concernente le dichiarazioni e le prove che il boss mafioso Carmine Schiavone, appartenente alla “Cosa Nostra Campana” (cioè il clan dei casalesi), ha consegnato ai giudici e ai parlamentari presenti nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Il boss noto come il “cugino di Sandokan“, non solo ha indicato tutti i siti in cui sono stati intombati i rifiuti, ma ha anche sottolineato più e più volte che quei rifiuti prima o poi “uccideranno tutta la povera gente“. In un’intervista di venerdì scorso a Le Iene (in onda su Italia Uno), Schiavone descrive con disprezzo la reazione del governo, dell’amministrazione locale e di tutti coloro che avrebbero dovuto predisporre le bonifiche dicendo: “Mi sono sentito dire che non hanno i soldi, in nome dei soldi lasciano che tutta questa gente muoia…“. “Da che pulpito viene la predica” verrebbe da dire, anche perché a sotterrare quei rifiuti è stata proprio la Cosa Nostra Campana che lucra maggiormente col traffico di droga e il traffico dei rifiuti tossici e nucleari e che oggi potrebbe voler lucrare sulle bonifiche. Ma Carmine Schiavone non ci sta a queste dietrologie, lui dice che si è pentito “per un fatto di coscienza”, una coscienza che dovrebbe pesargli tanto dopo aver ucciso con le sue stesse mani di “50 o 70 persone”… Non riesce nemmeno a contarle ma afferma che “però erano tutti colpevoli perché appartenevano ai clan avversari“. Una personalità davvero sui generis quella del boss pentito, che però consegna nomi, cognomi e numeri di targa anche dei camionisti e delle ditte di trasporti che si sono occupati nella propria vita del trasporto di rifiuti. Almeno quelli che conosce lui, uno dei massimi esponenti della mafia casertana. Perché di mafia si tratta, Schiavone ci tiene a precisare che il clan dei casalesi non è “Camorra” come Saviano ha tentato di insegnarci, ma “Mafia” affiliata a quella siciliana di cui parla anche con un certo disprezzo. Infatti quando il giornalista gli chiede: “Ma chi ha ucciso il giudice Giovanni Falcone?”, Schiavone risponde pesando molto bene le parole: “Materialmente chi può essere, solo quell’ignorante di Riina o quel pecoraio di Provenzano. I giudici si corrompono, non si ammazzano, non si fa un allarme sociale di questo genere, solo che loro non volevano essere corrotti e allora li hanno uccisi“. Fubini continua: “Ma allora chi li ha uccisi?” e Schiavone risponde: “Loro materialmente, ma gli ha detto di ammazzarli?“. Il giornalista incalza: “Chi?“. A quel punto Schiavone dice una cosa che fa rabbrividire: “Vuoi che ci prendiamo una denuncia per calunnia io e te o vuoi essere ammazzato da qualcuno qui fuori? Ma tu che pensi: i segreti di Stato… lo sai quanti ce ne stanno sepolti?“. Ha consegnato allo Stato particolari scottanti che valgono molto, ma ha consegnato anche 2500 miliardi di beni e ha fatto arrestare 1500 persone, ha fatto condannare persone per centinaia e centinaia di anni di galera ed è grazie a lui se son stati sentenziati un centinaio di ergastoli. In pratica Schiavone si vanta di aver distrutto la Mafia “sia a livello internazionale, sia nazionale”. Lui in compenso però si è fatto 10 anni e mezzo e basta, perché è un pentito. Carmine Schiavone è quello che non si stupisce della Trattativa Stato Mafia, infatti ha detto che “la Mafia fa parte dello Stato“, solo che è un braccio nascosto di questo sistema. Non c’è da stupirsi insomma, soprattutto quando si parla di continuità o di trattativa tra Stato e Mafia. Non c’è niente da stupirsi soprattutto se lo Stato sapeva che sarebbero morti tutti con i rifiuti nucleari sepolti, intombati sotto la falda acquifera. Sarebbe bastato che si abbassasse la falda acquifera per portare i danni di questi rifiuti a decine e decine di chilometri di distanza. Il bacino imbrifero si reticola per chilometri. Per dare l’idea di quanto sia pericoloso porre dei rifiuti vicino alla falda acquifera, facciamo l’esempio dell’Irpinia che oggi combatte contro le compagnie petrolifere che vorrebbero trivellare per l’estrazione di petrolio. Premesso che le trivellazioni provocano terremoti come hanno sostenuto in questi anni molti scienziati e premesso che gli acidi perforanti sono composti da sostanze altamente tossiche di cui non si conosce la composizione perché coperte dal segreto industriale, è stato stimato che l’inquinamento delle falde acquifere in Irpinia potrebbe portare danni fino a Reggio Calabria. Ma in Campania l’inquinamento delle falde acquifere interessa moltissimi siti: da Pianura ad Acerra, da Caserta a Somma Vesuviana, da Terzigno a tutta l’area Nord della città partenopea, dall’agro nolano ad Orta di Atella dove si è formato un vero e proprio lago grazie ai barili chimici discioltisi nelle acque sotterranee. Con quelle stesse acque gli agricoltori innaffiano pomodori e peperoni e tutte le colture dei vari vegetali che arrivano sulle tavole locali ma che vengono appaltate anche da prestigiose aziende dell’agroalimentare e quindi distribuite in tutta Italia e, in alcuni casi, anche in Europa. Una popolazione ingannata quindi non solo dalla Mafia e dalla Camorra, ma anche dallo Stato. Servivano davvero 16 anni per desecretare queste 63 pagine? Ed ora che sono state rese note cosa ne sarà del registro tumori il cui finanziamento fu bloccato nel settembre 2012 proprio dal governo monti che impugnava la legge regionale del 19 Luglio dello stesso anno in cui la giunta Caldoro (PDL) disponeva il finanziamento del registro per 1,5 milioni? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle dichiarazioni. Sapeva tutto sulla sua città natale, Napoli. Come poteva non sapere delle dichiarazioni rilasciate alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti? Oggi che le dichiarazioni sono state desecretate dopo ben 16 anni, si sono espressi tutti su questo piccolo ma significante particolare. Le dichiarazioni più addolorate sono quelle di Antonio Marfella, Presidente dell’Isde Medici per l’Ambiente, il quale si è sfogato su Facebook con queste parole: “Scoprire che Giorgio Napolitano era il Ministro dell’interno all’epoca delle dichiarazioni secretate di Schiavone è una notizia che mi da un dolore profondo, insopportabile, veramente una pugnalata in petto. Ve lo giuro. Non me lo aspettavo….”. Lo stesso Giorgio Napolitano chiamato a testimoniare per il processo sulla Trattativa Stato Mafia, lo stesso Giorgio Napolitano per cui venne ordinata la “distruzione dei nastri delle intercettazioni usate come prove per la Trattativa”. Perchè una simile disposizione? Cosa c’era in quei nastri?  ”Per le bonifiche non ci sono soldi” dicono le amministrazioni locali, ma quando questi soldi usciranno l’unica speranza è che non vadano a quei criminali che hanno ucciso decine e decine di migliaia di persone in questi 30 anni di avvelenamento.

Rifiuti, la Camera rende pubblica la deposizione di Carmine Schiavone: «Quei camion dal nord» (da Il Mattino – 31.10.2013), scrive Chiara Graziani. Il pentito dei Casalesi nel ’97 indicò i luoghi degli sversamenti: «Fra vent’anni lì moriranno tutti di tumore. Per ogni fusto tossico 500mila lire a noi, due milioni a chi doveva smaltire». Cade il segreto sulla deposizione del pentito dei Casalesi Carmine Schiavone, deposizione rilasciata nel remoto ’97 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. All’epoca parve tanto deflagrante da richiedere la segretazione. Oggi, una decisione dell’ufficio di presidenza della Camera, presa all’unanimità, ci restituisce la verità di Carmine Schiavone. Una verità detta, ormai, 16 anni fa. Dalla viva voce del pentito dei Casalesi torna la descrizione di anni impuniti e criminali: alcune cose già note, altre tutte da scandagliare. Schiavone, ad esempio, elenca i luoghi dove finivano i rifiuti tossici dalla Germania e dall’Italia del centro nord, portati con i camion nelle discariche. Dice di aver già detto tutto “all’autorità giudiziaria”, di avere accompagnato sui luoghi gli investigatori. Racconta che sopra i veleni, appena ricoperti di terra, poi qualcuno ci allevava le bufale. Il tutto in un clima descritto come di generale collaborazione per cui, secondo i ricordi di Schiavone, «la discarica autorizzata faceva scaricare là, attraverso i clan». I rifiuti partivano da fuori la Campania, racconta, inviati da altre amministrazioni e con destinazione discariche autorizzate. Finivano, invece, smaltiti nel terreni dei clan, racconta il pentito. Ricostruzioni già note, in gran parte. Ma la forza del documento sta nell’essere così remoto e così attuale. E di svelarci la mentalità “statale” della camorra, totalmente indifferente ai destini delle persone. Perfino burocratica e banale. Così è stata devastata la Campania. Da persone così. Col registro sottobraccio. Fra le altre cose dal documento emerge il completo controllo dei Casalesi sui subappalti per le opere stradali. Controllo che dava loro la gestione di tutti gli scavi. Per questo sarebbe stato proposto a Schiavone, si legge nella deposizione, lo smaltimento di fusti tossici fin nel 1988. Lui, a quel punto, si sarebbe accorto che “qualcuno”, però, aveva già iniziato a sfruttare l’affare ma che teneva per sè i proventi. Circa 700 milioni al mese. Segue l’affermazione scioccante: «Arrivavano camion di fanghi nucleari (sic) dalla Germania. E hanno scaricato nelle discariche». Ad un certo punto Carmine Schiavone ha un lapsus che fa innervosire il presidente Scalia che lo interroga. Spiega che, secondo lui, «mio cugino (Francesco Schiavone) , Mario Iovine e Bidognetti», già prima del ’90 avrebbero fatto attività di smaltimento illegale di rifiuti, senza versare però nelle casse del clan. «Fino al ’90 – sentenzia quasi sdegnato – hanno rubato . Poi hanno iniziato a versare soldi nella casse dello Stato..(…) Era un clan di Stato, mi sono confuso». Alla protesta di Scalia (“Il vostro Stato!”) Schiavone non si scompone e dice: «La mafia e la camorra non potevano esistere se non era (sic) lo Stato». Così parlava 16 anni fa l’uomo che teneva il registro sotto il braccio e si arrabbiava se qualcuno faceva la cresta mentre lui teneva la contabilità dei fusti tossici, prezzo di smaltimento 500mila lire l’uno. Veleni gettati nei campi, nelle falde acquifere (“Le bucavamo, ci passavamo attraverso, avevamo il controllo totale di tutti gli scavi”). E lui prendeva nota e faceva la somma. Cinquecentomila a noi, e voi ve ne mettete in tasca due milioni secchi a fusto. Da registrare lo stupore nel quale procede l’interrogatorio, nel remoto ’97. Domanda del presidente, che quasi non trova le parole:«Lei è in grado di fare una stima..Quante tonnellate..quanti camion..». Preciso, l’uomo del registro risponde: «Qui si parla di milioni, non di migliaia…Si tratta di milioni e milioni di tonnellate». Ma è la storia dei fanghi nucleari che non può restare sospesa, mostruosa, lugubre. Può dirci qualche cosa di più, chiede Scalia? «So solo che questi fanghi arrivavano in cassette di piombo da 50, un po’ lunghe. Ma mica andavo a vedere l’immondizia di notte..», No, non c’era bisogno che Schiavone seguisse l’affare di notte. Ci pensava il “sistema militare” messo su per gestire il territorio ed il flusso dei rifiuti. Incensurati, con il porto d’armi, con l’auto di dotazione. Pattuglie che, all’occorrenza, potevano usare palette e divise di carabinieri, polizia, finanza. Le forze dell’ordine dei Casalesi. Con un “coordinamento un po’ massonico, un po’ politico”. Laura Boldrini, presidente della Camera, si è detta molto soddisfatta: «Esprimo grande soddisfazione – ha detto Boldrini – per la decisione di togliere il segreto sui contenuti dell’audizione che il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone svolse nell’ottobre 1997 alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti». «Si tratta della prima volta che la presidenza della Camera – senza che questo sia richiesto dalla magistratura – decide di rendere pubblico un documento formato da commissioni di inchiesta che in passato lo avevano classificato come segreto».

La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato … Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, queste avrebbe forse potuto esistere?….All’epoca tenevo ancora il relativo registro, in cui figurava che per  l’immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600-700 milioni al mese….Sono inoltre al corrente del fatto che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari, che sono stati scarica nelle discariche, sulle quali sono stati poi effettuati rilevamenti aerei tramite elicotteri: da qualche verbale dovrebbe risultare che ho mostrato quei luoghi…..Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture.…I rifiuti venivano anche da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano….Vi sono molte sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti da concerie….. è diventato un affare autorizzato, che faceva entrare soldi nelle casse del clan. Tuttavia, quel traffico veniva già attuato in precedenza e gli abitanti del paese rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni; non credo, infatti, che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita!….Qui si parla di milioni, non di migliaia. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato, vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord, tra i quali vi era anche un mio camion. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno…..Fino al 1992 noi arrivavamo nella zona del Molise (Isernia e le zone vicine), a Latina … Non so cosa è accaduto dopo. Se vogliono, possono arrivare anche a Milano ….In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta. Noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C’è la prova … Io, ad esempio, avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a fare eleggere il sindaco. Prima il sindaco era socialista e noi eravamo democristiani. Dopo la guerra con i Bardellino… Ci avrebbe fatto piacere anche se fosse rimasto socialista, perché era la stessa cosa. Per esempio, a Frignano avevamo i comunisti. A noi importava non il colore ma solo i soldi, perché c’era un’uscita di 2 miliardi e mezzo al mese. Posso raccontare un aneddoto, anche perché è già stato verbalizzato ed i protagonisti sono agli arresti, tranquilli. A Villa Literno, che era di mia competenza, ho fatto io stesso l’amministrazione comunale. Abbiamo candidato determinate persone al di fuori di ogni sospetto, persone con parvenze pulite ed abbiamo fatto eleggere dieci consiglieri, mentre prima ne prendevano tre o quattro. Un seggio lo hanno preso i repubblicani, otto i socialisti ed uno i comunisti (un certo Fabozzo). La sera li abbiamo riuniti e ne mancava uno. Io li ho riuniti e ho detto loro: “tu fai il sindaco, tu fai l’assessore e via di questo passo. Mi hanno detto: “ma manca un consigliere per avere la maggioranza”. All’epoca c’era Zorro, il quale era capo zona e dipendeva da me; ho detto: andate a prendere Enrico Fabozzo e lo facciamo diventare democristiano. Infatti, lo facemmo assessore al personale. La sera era comunista e la mattina dopo diventò democristiano. E così che si facevano le amministrazioni. Il patto era che gli affari fino a 100 milioni li gestiva il comune, oltre i 100 milioni, con i consorzi, ci portavano l’elenco dei lavori e noi li assegnavamo. Ai comuni dicevamo che sui grandi lavori avrebbero trattato direttamente con noi al 2,50 per cento. C’era una tariffa: 5 per cento sulle opere di costruzione e 10 per cento sulle opere stradali. Perché le strade si debbono rifare ogni anno? Perché non venivano fatte bene, perché se il capitolato stabiliva che vi dovessero essere sei centimetri di asfalto, in realtà ne venivano messi tre, perché il cemento utilizzato non era quello previsto, e così via. Il sistema generale era così. Speriamo che cambi….Il mercato dei rifiuti in Italia è uno solo e veniva tutto gestito da poche persone. Poi i clan si sono intromessi e hanno detto (come hanno fatto per le strade): noi vi facciamo passare i camion, non ve li distruggiamo, ma ci dovete dare tanto. Poiché era più conveniente dare ai clan che lavorare di nascosto … Ma per poter fare ciò serviva gente che entrasse in queste associazioni culturali, quindi gente intelligente, che studiava…..” Carmine Schiavone - audizione dell’ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo di rifiuti.

Carmine Schiavone, l’esperto di finanza del clan dei Casalesi, l’uomo che muoveva i miliardi degli affari illeciti dell’associazione camorristica si apre alle telecamere di Sky Tg24 e alla maniera sua avverte che ancora tanta gente è destinata a morire a causa dei rifiuti tossici che giacciono nel sottosuolo del basso Lazio e Campania, finanche nella loro stessa terra, Casal di Principe. Esce dal processo Spartacus dove come pentito ha svelato i movimenti economici dell’intero clan ma avverte pure che le mafie sopravviveranno e che nessuno sarà in grado di sconfiggerle (e sembra non sia una minaccia quanto una promessa). L’intervista dura 9 minuti e è agghiacciante per due motivi: per il messaggio che manda alle istituzioni, ovvero che non sono migliori della camorra e perché avverte che una bomba a orologeria di veleni e scorie nucleari è destinata a esplodere a breve nel basso Lazio a Latina dove nelle cave sono interrati fusti con rifiuti nucleari. Il che già ha scatenato le reazioni di tutti quei movimenti che da tempo lottano nella Terra dei Fuochi per essere ascoltati proprio da quelle istituzioni che Schiavone non esita a definire corresponsabili con la camorra. E ne spiega il perché: Ci sono forti interessi a livello economico a livello elettorale e noi spostavamo 70 mila 80 mila voti da un partito all’altro e questo faceva la differenza nelle elezioni. Ma si stanno a rendere conto che ci stanno 5 milioni di persone a morire? Abbiamo scelto basso Lazio e Campania perché facevano parte dei Casale. Era terra nostra. Caso ha voluto che proprio il giorno prima su Avvenire don Maurizio Patriciello il prete di Caivano che si batte contro l’omertà e la strage nella Terra dei fuochi scrivesse: Vedere morire i figli è qualcosa di orrendo, insopportabile. Soprattutto se si poteva evitare. Il popolo semplice non riesce a capire il motivo di tanti ritardi e omissioni, di questo lasciar mano libera a chi viola la legge, a chi uccide. E comincia a serpeggiare il pensiero che, in realtà, non si voglia proprio intervenire. Che sia in atto una strategia per non arrivare a soluzioni. Che si voglia nascondere qualcosa o qualcuno. Che questa situazione «faccia comodo» a tanti. Non ha tutti i torti, la povera gente. Si sente presa in giro. I verbi coniugati da chi comanda sono sempre al futuro: faremo, diremo, provvederemo. Calato il sipario dell’occasione pubblica, resta solo un silenzio angosciante. E la gente muore, di cancro. E la Campania ancora non ha un registro tumori. E il nuovo ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ancora non viene a vedere con i suoi occhi che cosa sta accadendo in questa regione bella e disgraziata. E si fanno illazioni… Qui si agonizza e si lotta tra fuochi e fumi assassini, e chi ci governa e ci rappresenta ancora pronuncia parole come fumo leggero. Queste morti sono sempre più dolorose e insopportabili. Si muore per motivi vergognosi ed evitabili. Per silenzi omertosi. Per denaro e per potere. Ma chi se non lo Stato, nel quale continuiamo caparbiamente a credere e a sperare, deve prendere di petto la situazione?

Come risponderanno, se risponderanno, politica e istituzioni?

«Esprimo grande soddisfazione per la decisione di togliere il segreto sui contenuti dell’audizione che il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone svolse nell’ottobre 1997 alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti’»: così Laura Boldrini, sulla decisione dell’Ufficio di Presidenza. «Si tratta della prima volta che la Presidenza della Camera - senza che questo sia richiesto dalla magistratura - decide di rendere pubblico un documento formato da Commissioni di inchiesta che in passato lo avevano classificato come segreto».  «Lo dovevamo in primo luogo - ha proseguito la presidente della Camera - ai cittadini delle zone della Campania devastate da una catastrofe ambientale cosciente e premeditata, come ho avuto modo di dire anche recentemente a Pollica, per la commemorazione dell’assassinio del sindaco Angelo Vassallo: cittadini che oggi hanno tutto il diritto di conoscere quali crimini siano stati commessi ai loro danni per poter esigere la riparazione possibile. Troppo spesso, nella storia del nostro Paese, il segreto è stato infatti invocato non a tutela non dei diritti di tutti ma a copertura degli interessi di alcuni. La fiducia nelle istituzioni - ha sottolineato Laura Boldrini - si rinsalda anche facendo luce su zone d’ombra immotivate e perciò inaccettabili all’opinione pubblica».

Ecomafia, la profezia del boss Schiavone: "Gli abitanti del Casertano moriranno di cancro". Le parole del pentito del clan dei Casalesi nel 1997: "C'erano camion con sostanze tossiche". Poi l'accusa alla cosca: "Aveva affari milionari", scrive “Libero Quotidiano”. "Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni del Casertano rischiano di morire tutti di cancro". Furono queste le parole che il pentito del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, profetizzò nel corso dell'audizione dell'ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta su mafia e rifiuti tossici. Verbali che solo oggi, dopo la rimozione del segreto, sono diventati pubblici: "un segnale di trasparenza e attenzione da parte dell'ufficio di presidenza della Camera nei confronti delle popolazioni della Campania, colpite dal dramma dei rifiuti tossici", come ha sottolineato Valeria Valente, Segretario di Presidenza della Camera dei Deputati.  La profezia - "Quel traffico veniva già attuato in precedenza. Gli abitanti del paese rischiano tutti di morire di cancro entro vent'anni; non credo infatti che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita", ribadiva Schiavone sedici anni fa, per poi spiegare: "C'erano camion che arrivavano dalla Germania, camion che trasportavano fanghi nucleari, che sono stati scaricati nelle discariche, sulle quali sono stati poi effettuati rilevamenti tramite elicotteri. Lì ci sono i bufali e non cresce più l'erba. C'erano rifiuti anche da Genova, Massa Carrara, La Spezia e Milano. Erano sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di ogni tipo di lavorazione". Il pentito del clan dei Casalesi raccontava anche degli affari milionari della cosca: "Con i soldi del traffico di rifiuti - diceva - si pagavano i mensili agli affiliati, le spese per i latitanti, gli avvocati, circa due miliardi e mezzo di lire al mese, comprese le spese extra. Per l'immondizia entravano nelle casse del clan dei Casalesi circa 600-700 milioni di lire al mese". Le ecomafie - Carmine Schiavone, durante l'audizione del '97, ricostruiva la genesi dell'ecomafia del Casertano: "A cominciare furono mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti". Poi, ecco spuntare Cerci e Chianese: "Il potere del clan crebbe anche perché gestivano il ciclo di smaltimento dei rifiuti". "In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C'è la prova. Io ad esempio avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a far eleggere il sindaco. Prima era socialista e noi eravamo democristiani. A Frignano avevamo i comunisti. A noi non importava il colore ma solo i soldi, perché c'erano uscite di due miliardi e mezzo al mese".

Il traffico illegale delle scorie pericolose, i fusti tossici interrati nelle cave, le coperture politiche e massoniche, la maledizione del cancro, scrivono Antonio Castaldo e Antonio Crispino su “Il Corriere della Sera”. L’anno è il 1997, il collaboratore Carmine Schiavone aveva già raccontato tutto. È l’audizione davanti alla commissione parlamentare sulle Ecomafie del pentito che con le sue confessioni ha fatto crollare il clan dei Casalesi. L’operazione Spartacus risale a due anni prima. Di rifiuti interrati e di rischi per la salute non si parlava ancora. E non se ne parlò neanche negli anni successivi, perché le dichiarazioni del cugino di Francesco «Sandokan» Schiavone sono rimaste secretate per oltre 16 anni. La Camera ha deciso di renderle pubbliche giovedì 31 ottobre 2013. «Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni del Casertano rischiano di morire tutti di cancro», affermò Schiavone, con un tono profetico che purtroppo è stato confermato dai fatti. Le ricerche del Cnr e del Pascale, fatte proprie dal ministero della Salute, descrivono un’impennata della mortalità per tumori nelle province di Napoli e Caserta. Riferendosi al traffico illegale di rifiuti nocivi, Schiavone spiegò che divenne un business «autorizzato» per il clan dei Casalesi nel 1990. «Tuttavia - riferì il pentito - quel traffico veniva già attuato in precedenza. Gli abitanti rischiano tutti di morire di cancro entro 20 anni; non credo infatti che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita». Nel corso della sua audizione, Schiavone cita i nomi dei referenti del clan per gli affari nello smaltimento illegale dei rifiuti. Cita Cipriano Chianese, a capo della Resit, e il suo socio Gaetano Cerci. Ovvero gli stessi imprenditori che continueranno a fare affari con lo Stato negli anni successivi, quando l’emergenza rifiuti diventerà incontrollabile. E che ora sono sotto processo. «Chianese - aggiunse Schiavone - aveva introdotto Cerci in circoli culturali ad Arezzo, a Milano, dove aveva fatto le sue amicizie. Attraverso questi circoli culturali entrò automaticamente in un gruppo di persone che gestiva rifiuti tossici. Lavorava a Milano, Arezzo, Pistoia, Massa Carrara, Santa Croce sull’Arno, La Spezia. Cerci si trovava molto bene con un signore che si chiama Licio Gelli». A proposito dei profitti enormi ottenuti smaltendo i rifiuti tossici, oltre 600 milioni di lire al mese, Schiavone aggiunge particolari sulle coperture ai più alti livelli garantite all’organizzazione criminale: «Il nostro era un clan di Stato... La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato... Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?». Schiavone ricostruì anche la genesi delle ecomafie casertane: «A cominciare furono mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti». Il potere del clan crebbe anche perché gestivano il ciclo di smaltimento dei rifiuti: «In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. (...) socialisti, democristiani, ma anche comunisti se serviva». Rifiuti tossici sono stati interrati lungo tutto il litorale Domitio e sversati anche nel lago di Lucrino, specchio d’acqua nell’area flegrea. Schiavone raccontò che erano coinvolte diverse organizzazioni criminali - come mafia, `ndrangheta e Sacra Corona Unita - tanto da fare ipotizzare che in diverse zone di Sicilia, Calabria e Puglia, le cosche abbiano agito come il clan dei Casalesi. Il collaboratore di giustizia si soffermò sulle modalità di smaltimento. «Avevamo creato un sistema di tipo militare, con ragazzi incensurati muniti di regolare porto d’armi che giravano in macchina. Avevamo divise e palette dei carabinieri, della finanza e della polizia. Ognuno aveva un suo reparto prestabilito». Schiavone citò una serie di località nell’hinterland di Napoli: «Pure a Villaricca abbiamo fatto scaricare 520 fusti tossici in una cava che fu scavata nel terreno tramite Mimmuccio Ferrara. Durante lo scarico un autista rimase cieco». Ma anche luoghi molto frequentati, a due passi dai centri abitati: « A Casal di Principe, dietro il campo sportivo e nei pressi della superstrada (recentemente è stato fatto un sopralluogo e non è stato trovato nulla ndr)». I camion delle ecomafie imperversavano poi lungo il litorale domizio: «Nel 1992 c’erano 10mila ettari di terreni che costeggiavano tutta la Domitiana, tutti per l’Eurocav e tutto scavato a 30, 40 e 50 metri. Le draghe estraevano sabbia e le buche venivano sistematicamente riempite. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato in un anno». Sotto terra sono finite anche scorie nucleari: «Sono al corrente che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari che sono stati scaricati nelle discariche. Alcuni dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi vi sono i bufali e su cui non cresce più erba». Come avveniva l’interramento? «Di notte i camion scaricavano rifiuti e con le pale meccaniche vi si gettava sopra un po’ di terreno. Tutto questo per una profondità di circa 20-30 metri nella zona di Parete o di Casapesenna, in cui la falda acquifera è più bassa vi sono punti che si trovano a 30 metri».

Se il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere, Corrado Lembo, il magistrato più accreditato alla successione di Roberti alla Procura di Salerno, ha detto, in un convegno organizzato da Legambiente a Battipaglia, che «non c'era bisogno delle rivelazioni di Carmine Schiavone» perchè «ho visto montagne sventrate e cavaioli che hanno perpretato lo scempio», allora la situazione è più allarmante di quanto si pensasse, scrive Angela Cappetta su “Il Corriere della Sera”. Che cosa è stato fatto per evitare lo sversamento di rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi? In attesa che a Salerno cominci il processo Chernobyl (5 dicembre prossimo) su un traffico illecito di rifiuti tossici nel Vallo di Diano, a sud di Salerno c'è un altro bubbone che forse non è mai scoppiato abbastanza da creare un caso. E' la discarica di Colle Barone, a Montecorvino Pugliano, che insieme a quelle del Castelluccio (Battipaglia), Femmina Morta (Eboli), Macchia Soprana (Serre) e Basso dell'Olmo (Campagna), formano una mappa che, se non di fuoco, può essere definita almeno "rossa". La discarica di Colle Barone risale agli anni Ottanta e dal 1982 in poi fu gestita dall'imprenditore del calcestruzzo Filippo Troisi (morto nel 2009) e finì in una serie di vicende giudiziarie legate allo sversamento di rifiuti tossici. La discarica, con l'annessa cava, è stata sequestrata qualche anno fa, ma già nel 1999 l'Anpa (Agenzia nazionale per la protezione ambientale) era a conosceva che in quella discarica era stato sversato di tutto. Non solo quindi i rifiuti solidi urbani così come fu previsto nelle autorizzazioni comunali che avevano dato l'ok alla realizzazione del sito. Nella datata relazione, inviata anche al commissario per l'emergenza rifiuti della Campania, all'allora sindaco di Montecorvino Pugliano, Giuseppe Palo (arrestato nel 2004 e condannato in via definitiva per un intreccio politico-mafioso) e al Corisa2, i tecnici dell'Anpa avevano individuato tracce di ammoniaca, nitriti, nitrati, tricloroetilene e metalli pesanti (piombo e cromo) nei pozzi a valle della discarica. Risultato: "le acque non risultavano utilizzabili a fini potabili". In più era stato accertato che in discarica erano stati sversati pile esauste, rifiuti ospedalieri, scarti di lavorazioni artigianali, di office, di lavanderie, di carrozzerie e fanghi di depurazione e misti di residui di concerie. Il fondo della discarica non era stato ricoperto con uno strato di argilla che ne garantisse l'impermeabilità e dal sito "percolavano liquami scuri che si raccoglievano a formare uno stagno in una adiacente cava di sabbia". Inoltre "gli ampliamenti dell'attività estrattiva nella zona non erano stati autorizzati". Ma l'aspetto più inquietante riguardava la scoperta di alcuni bidoni "contenenti probabilmente rifiuti tossico-nocivi" sversati nell'area coltivata in parte ad uliveti e la presenza di un acquifero in zona utilizzato dagli agricoltori per irrigare i campi e dalle industrie di trasformazione dei prodotti agro-alimentari. L'iter per il progetto di bonifica, firmato Corisa2, è partito nel 1998, costo totale quasi 20 miliardi di vecchie lire, e prevedeva lo spostamento dei rifiuti da una zona all'altra. "Pericoloso per l'area circostante e per gli addetti ai lavori" è la replica dell'Anpa e il progetto viene bocciato. Il risultato, allora come ora, resta sempre lo stesso: "l'inquinamento della ricca falda acquifera presente nell'area è una certezza e non un rischio". Ma cosa è stato fatto per evitare i danni? Sequestrare non significa bonificare. E in tempi di bonifiche rese necessarie dallo scandalo mediatico, il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, avverte gli amministratori: «Attenti a chi viene a bussare ai Comuni con le valigette in mano e un progetto di bonifica». La camorra fiuta sempre gli affari, soprattutto se le istituzioni lasciano passare 15 anni per risolvere il problema discariche.

POVERA SALERNO E LA SUA POLITICA: SINDACO INDAGATO E TESSERAMENTO PD GONFIATO.

La Procura antimafia indaga sul tesseramento del Pd di Salerno e sui dati della convenzione cittadina e provinciale dei democratica che hanno fatto registrare un consenso bulgaro per Matteo Renzi, scrive “Il Corriere della Sera”. Dopo le denunce pubbliche di «brogli» del comitato Cuperlo, e i ricorsi ai garanti del partito per l'annullamento del risultato salernitano, anche la magistratura ha mosso i primi passi. E in questi giorni saranno ascoltati anche il coordinatore nazionale dell'area Cuperlo, Patrizio Meccacci, e il deputato Simone Valiante. Nel mirino sarebbero finiti dei pacchetti di tessere in bianco del partito - con la firma dell'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani - che sarebbero state acquisite proprio dai pm. Nei prossimi giorni i magistrati si recheranno a Roma per ascoltare Bersani. L'inchiesta della procura salernitana nasce però da un altro filone, che un mese fa ha portato ad alcune perquisizioni nell'agro sarnese-nocerino, nel corso delle quali sono state rinvenute diverse decine di tessere originali riferite al 2012 e firmate dall'ex segretario nazionale Pier Luigi Bersani. Il magistrato vuole capire da dove provengano quelle tessere in bianco e a quale scopo fossero destinate e soprattutto perchè si trovassero nella disponibilità di altre persone, sulla cui identità il pm della Dda mantiene il più stretto riserbo. Al suo arrivo nel palazzo di giustizia di Salerno, questa mattina, Patrizio Mecacci non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, raggiungendo velocemente gli uffici della procura. Nei giorni scorsi aveva parlato di «situazione preoccupante a Salerno» ed aveva denunciato «brogli» alla convenzione salernitana. Meccacci ha confermato i suoi sospetti sulle irregolarità nel congresso di Salerno, come peraltro aveva già sostenuto pubblicamente. A scatenare le polemiche è stato il sostegno bulgaro per Renzi a Salerno dopo la decisione del sindaco-viceministro Vincenzo De Luca - e del suo fedelissimo, il deputato Fulvio Bonavitacola - di sostenere il primo cittadino di Firenze. Nei centri controllati dai deluchiani ci sono state votazioni militarizzate: un ko tecnico per Cuperlo nei tre collegi del capoluogo: 941-23 (Salerno 1), 1401-26 (Salerno 2) e 224-1 (Salerno 3). In totale 2.566 voti - il 97,12% - rispetto ai 50 di Cuperlo, ai 10 di Civati e ai 16 di Pittella. Sul territorio provinciale la vittoria di Renzi è la più alta d'Italia con il 71,36% e 9.225 voti, Cuperlo si ferma a 2.611 per una percentuale del 20,20%, Pittella al 6,69% e Civati all’1,76%.. Clamorosi i dati di altri centri controllati dall'area deluchiana: a Pagani, ad esempio, il congresso si è concluso con 149 voti per Renzi e nessuno per Cuperlo. Per numero di votanti, la provincia di Salerno (12.929 ) è seconda in Italia soltanto a quella di Napoli (18.144 ). Ha più tesserati di Roma città (10.377) o della sua provincia (11.177). Il doppio della provincia di Torino (5.433), molto più di Milano (6.908) o Bologna (7.817). Conti alla mano, Napoli e Salerno insieme (31.073) hanno molti più votanti di tutta la Lombardia (20.750), di Lazio e Toscana (entrambe a 30.357 ), battendo finanche l’Emilia Romagna (27.343). Per testimoniare, e rimarcare, il suo strapotere all'interno del partito, il sindaco-viceministro Vincenzo De Luca, sul suo profilo Facebook, ieri ha rimarcato più volte il dato elettorale della convenzione di Salerno. «Congressi PD a Salerno. 2009: Bersani 71%. 2013: Renzi 71,3%. Allora?» ha esordito per poi aggiungere: «Qualche lamentela...L'unico vero motivo di contestazione percepito è il mancato gradimento del voto. Non sembra un argomento...». Infine la stoccata contro il partito: «L'onorevole Zoggia comunica i risultati sui candidati segretari provinciali Pd vestito come un raccoglitore di funghi. Servono altre spiegazioni?».

Il gruppo parlamentare del Movimento5Stelle al Senato ha formalizzato al presidente Grasso la richiesta di calendarizzare una mozione di sfiducia contro il viceministro alle Infrastrutture, Vincenzo de Luca, scrive “La Repubblica”. Lo ha fatto attraverso il senatore Andrea Cioffi, che in aula ha affermato: "Se è vero che a destra c'è puzza, c'è puzza anche a sinistra. C'è molta puzza qui dentro". Mentre, intorno a lui, si alzavano le urla e le proteste della maggioranza. Il motivo? De Luca risulta indagato dalla procura di Salerno per la vicenda 'Crescent'. Con quest'ultima mossa, i 'grillini' ribadiscono la propria linea di contestazione a oltranza nei confronti del governo Letta. Nella giornata di ieri, infatti, anche i Cinquestelle di Palazzo Madama, sulla scia di quanto avvenuto alla Camera, avevano chiesto la calendarizzazione della mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Cancellieri, presentato il 5 novembre scorso e mai messo all'ordine del giorno. "Abbiamo saputo - ha detto Cioffi durante il suo intervento - che il vice ministro delle infrastrutture risulta indagato per gravi fatti per i quali abbiamo anche presentato quattro interrogazioni parlamentari e sono state sporte 23 denunce alla procura della Repubblica, la quale solo adesso si è mossa". Abuso d'ufficio, falso in atto pubblico e violazioni in materia urbanistica. Sono questi i reati contestati dai Carabinieri di Salerno a Vincenzo De Luca e a una trentina di persone tra assessori comunali, funzionari del comune di Salerno, della soprintendenza, oltre che ai responsabili delle imprese interessate alla costruzione del 'Crescent', l'ecomostro in corso di realizzazione sul lungomare della città campana, recentemente sequestrato. De Luca, come risposta alle accuse, ha pubblicato sul suo sito personale e sul sito del Comune di Salerno l'avviso di garanzia "affinché tutti - si legge - possano rendersi conto di cosa si tratta" ma ha anche escluso categoricamente l'ipotesi dimissioni. "Dimettersi se indagati? In un paese nel quale le iniziative giudiziarie durano 15 anni e si concludono nel nulla? Sarebbe pazzia  - ha precisato il viceministro - barbarie giudiziaria. Ci si dimette per condanne definitive. Sono disgustato dalla strategia della diffamazione". Ma i grillini, sempre per bocca di Cioffi, alzano il tiro; perché De Luca è al centro anche di un'inchiesta politica: "Non voglio entrare nelle dinamiche di un partito - ha proseguito il senatore - ma mi pare di aver letto sui giornali che a Salerno sono state tesserate 12.000 persone al Partito democratico, mentre in provincia di Roma, che mi sembra più grande, 11.000. A Salerno il sindaco, in qualità di cittadino salernitano, è renziano, mentre in passato era bersaniano. Suggeritegli di mettersi d'accordo con il suo cervello per capire che cosa vuole fare, ma soprattutto cerchiamo di ritirare quelle deleghe". Il riferimento è al caos dei presunti tesseramenti gonfiati nel Pd, in vista delle primarie per eleggere il nuovo segretario del partito. In difesa del viceministro era già intervenuto direttamente Matteo Renzi: "Se si dice che il sindaco De Luca è indagato per il tesseramento - ha detto durante un'intervista - bisogna avere il coraggio di dire che il tesseramento riguarda il 2012, ai tempi della segreteria di Bersani e che non è indagato per quella vicenda lì".

De Luca a tutto campo: "Diffamato, non mi dimetto". Il sindaco di Salerno e viceministro per le Infrastrutture, al centro di bufera politica e giudiziaria per il Crescent, difende se stesso e Renzi: "Il 98 per cento a Matteo? C'è chi è letteralmente impazzito di fronte ad un risultato congressuale non gradito. Quella del Pd salernitano è una realtà fatta di correttezza, militanza, di tessere non gonfiate e non finte. Non mi dimetto. La Cancellieri? Deve lasciare", dice a Conchita Sannino su “La Repubblica”. "La verità è che di fronte ai nostri risultati, c'è chi è impazzito. Sono disgustato dalla strategia della diffamazione". Vincenzo De Luca, sindaco e viceministro, finito al centro di una doppia bufera politica e giudiziaria, difende con parole pesanti, com'è suo costume, se stesso e Matteo Renzi.  Quando c'era un "modello Salerno", amato anche da Bersani, lui lo incarnava. Ora che c'è un "caso Salerno", fatto di veleni incrociati e tessere gonfiate, di accertamenti dell'antimafia e di avversari pd che denunciano presunti brogli, lui non c'entra. Proprio oggi, alla sede nazionale del Pd, arrivano i carabinieri inviati dal pm antimafia di Salerno, Vincenzo Montemurro, per acquisire atti e documenti utili a ricostruire il percorso di pacchetti di tessere sospette del Pd, in bianco, trovate a casa di un imprenditore vicino al centrosinistra ma anche ad ambienti sospetti. Intanto De Luca risponde anche sull'ennesima inchiesta che lo ha colpito, attacca il ministro Lupi, boccia anche il premier per il caso Cancellieri. "Andava sostituita", dice.

Sindaco De Luca, lei ha sempre difeso a qualunque costo il progetto del Crescent, ha sempre sostenuto di non aver aggirato ostacoli o leggi dello Stato. Ma allora cosa risponde a Italia Nostra che dice: finalmente è stata fermata l'arroganza?

"Se avessimo fatto una strage o una rapina a mano armato avremmo avuto meno fastidi. Il mio tempo ha un valore, e non lo spreco per rispondere a Italia Nostra ( che è poi Italia Loro). In un'area degradata e cementificata, con decine di capannoni dismessi - fate vedere le foto...!!!  - ; decidiamo di realizzare ( su progetto di Ricardo Bofill) una riqualificazione urbana che richiama Barcellona. Realizziamo un plastico; per tre mesi lo esponiamo e illustriamo ai cittadini; lo inseriamo nel programma elettorale; lo vota il 75 per cento dei cittadini. Viene corredato di tutti i pareri previsti. Per realizzarlo, chi dobbiamo coinvolgere, l'Assemblea delle Nazioni Unite ?"

Davvero nessuno dei trenta indagati si è accorto di aver proceduto in maniera difforme da quanto prevedevano le norme?  Oppure lei pensava che, come politicamente rivendica spesso, che le città e i sindaci muoiono di "palude democratica" ?  

"E' l'Italia che muore di palude burocratica. Le norme amministrative sono un guazzabuglio. In una procedura complessa puoi trovare sempre una norma "interpretabile" . Ma nel nostro caso, sono straconvinto che l'iter è assolutamente corretto. Io voglio che questa vicenda apra un dibattito nazionale sul tema della trasformazione urbana, che ormai in Italia non è più un lavoro amministrativo, ma un percorso di guerra, un atto di eroismo. C'è uno scivolamento continuo dall'amministrativo al penale. C'è una" paura della firma" generalizzata. Nessuno decide più nulla. L'Italia affonda nella sottocultura della mummificazione e del "comitatismo". Si comprende che così il Paese è morto ? Che nessuno investirà più un euro da noi senza la certezza di concludere un'opera? Ed intanto oggi duecento operai sono senza lavoro, mentre la gente si suicida perché non ha il pane".

I magistrati scrivono nel provvedimento: che amministratori e funzionari pubblici avrebbero "consapevolmente e volontariamente" violate le procedure amministrative. Pensa sia una svista? Ad esempio: se una autorizzazione della Soprintendenza è scaduta, come si fa a fingere che sia ancora valida?

"I pm sbagliano. Il suo esempio conferma la confusione con cui si affrontano problemi complessi. Sono sciocchezze dei comitati e di Italia Nostra. Le autorizzazioni ambientali sono due: una sul progetto urbanistico, scaduta; un'altra, sulle opere. E questa scade nel 2017! Ma la mia domanda è oggi questa. Siccome sugli atti amministrativi è in corso un procedimento presso il Consiglio di Stato, come è possibile che su una stessa materia ( amministrativa!) si sovrapponga un'iniziativa della magistratura penale ? Non è sconcertante che non si attenda  -  correttamente  -  la pronuncia del Consiglio di Stato?"

Lei è il dominus indiscusso del centrosinistra nel salernitano da 20 anni. Pur  tralasciando l'indagine di un pm anticamorra, indagine che non ha ancora indagati né ipotesi di reato, ma non è imbarazzante che Renzi a Salerno città sia arrivato al 98 per cento? Piò bastare la giustificazione che anche Bersani arrivò alle analoghe cifre, quando fu sostenuto da lei?

"Sono solo il dominus di me stesso, e con qualche difficoltà. Osservo che c'è chi è letteralmente impazzito di fronte ad un risultato congressuale non gradito. Si è messa in piedi una strategia della confusione e della diffamazione. Sono disgustato. Ma la volgarità offende chi la usa, non chi la subisce. Sanno tutti che qui c'è una realtà di Pd  -  fra le poche al Sud- fatta di correttezza, militanza, di tessere non gonfiate e non finte, di grande partecipazione. E per quello che mi riguarda, sono espressione di un'esperienza amministrativa fatta di grandi risultati, rigore spartano, correttezza e trasparenza, e su cui sfido chiunque a discutere in qualunque sede. In realtà i risultati congressuali sono figli del distacco profondo dal gruppo dirigente e da modalità congressuali demenziali. A Salerno ho avuto al Comune il 75 per cento dei voti fra tutti i cittadini. E' immaginabile che fra i soli Pd si arrivi oltre il novanta per cento. Il problema vero non è questo: è che a votare per Cuperlo sono andati in cinquanta. Chi li ha trattenuti, chi li ha fermati, in un clima di assoluta serenità? E comunque, cosa è cambiato rispetto al voto identico ottenuto da Bersani ? Detto questo, ribadisco che rimarrò estraneo allo spirito di crociata, lavorerò per una svolta programmatica profonda e per unire le forze sane, al di là delle collocazioni congressuali".

Un renziano può non dimettersi se indagato?  

"Dimettersi se indagati ?! In un paese nel quale le iniziative giudiziarie durano quindici anni e si concludono nel nulla ? Sarebbe la pazzia, la barbarie giudiziaria. Ci si dimette per condanne definitive, salvo che per ipotesi di reato infamanti".

E può tenere il doppio incarico da 200 giorni?

"Quale doppio incarico?  L'incarico è uno; l'altro è virtuale".

Certo, lei non ha ancora le deleghe da viceministro. Che però non le assegnano perché è ancora sindaco. Tutto un pretesto. Un politico abituato a dire le cose con brutalità, come lei, non può nascondersi che i due ruoli siano incompatibili, punto.

"Su questa vicenda io ho formalmente rispettato la legge (avviando la procedura di decadenza); altri no, in violazione della legge 81 del 2001, che assegna al Presidente del Consiglio la responsabilità di proporre le deleghe al viceministro. E' falso che non si assegnino perché sono sindaco. Una proposta me l'ha fatta già Lupi quattro mesi orsono; prevedeva per me, in violazione della Legge 81, oltre ad un poco di frattaglie, la sola direzione degli "Affari Statistici ed Informatici". Una provocazione. Ribadisco. Non accetto nessun ricatto politico. La lobby burocratico-affaristica che aleggia sul Mit va combattuta e smantellata. Chi ha deciso, in quale sede, di svendere il Pd, e di consegnare nelle mani di una persona il più grande comparto di spesa ed investimenti del Paese? E il partito ( quello con la P maiuscola....) dov'è, cosa fa, quando interviene, quando decide?".

Solo qualche  settimana fa aveva sparato frontalmente sul governo Letta. Un amministratore del fare come lei è davvero soddisfatto dell'azione di questo governo?

"Credo che il principio di maggioranza, in un gruppo parlamentare, sia inviolabile. Ma considero grave e sbagliata la posizione assunta sulla Cancellieri, a prescindere dai 5 Stelle. Una figura tecnica dovrebbe avere caratteristiche di efficienza ed autorevolezza, che non mi sembra di riscontare. Cosa impedisce un ricambio? Chi impediva al Presidente Letta di indicare, in 24 ore, un ministro autorevole e non di parte, in piena autonomia ? Ho sentito dire che il governo è più forte perché più compatto. Ma come si fa a non vedere il campo minato parlamentare che si prospetta, e lo squilibrio clamoroso di rappresentanza a favore di un gruppo  -  la Nuova Destra  -  che ha un ministro ogni sei deputati ?"

Considerazioni ad alta voce di Antonio Bruno su “The Front Page”. Tessere, congressi, accuse di brogli. Il copione, ciclicamente e inesorabilmente, si ripete. Questa volta però è diverso, in particolare il quadro politico: per il PD è tempo di svolte. C’è competizione in casa democratica, ed è un’assoluta novità. Da quando è nato il Pd non c’è mai stato un vero congresso; le scelte piovevano dall’alto, fissate a tavolino. Gli elettori venivano chiamati ex post, come pedine utili a ratificare gli accordi tra correnti. La base, il potere degli iscritti, i circoli, i direttivi di circolo, le interminabili discussioni sulle regole: esercizi di para-democrazia somministrata da un’oligarchia che, di fatto, ha messo in crisi il concetto stesso di sovranità del popolo attraverso un uso distorto delle loro funzioni. Questa volta, tuttavia, è diverso. La contesa è reale: per la prima volta, dopo 20 anni, il gruppo storico del PD rischia di perdere il controllo del partito – dopo aver perso le ripetutamente le elezioni – e, inevitabilmente, i toni diventano accesi. Per anni abbiamo parlato di tesseramenti gonfiati, ma mai abbiamo avanzato una seria proposta di autoriforma del Partito. Mai, perché in fondo i signori delle tessere fanno comodo a tutti e, si sa, in politica le alleanze mutano velocemente; meglio non affrontare temi spinosi come quello dei pacchetti di tessere. Del resto, chi, del gruppo dirigente che fino ad oggi ha governato il PD, aveva ed ha l’autorevolezza per imprimere un cambio di rotta radicale sul tesseramento? Un sistema completamente autopoietico non potrà mai autocondannarsi, autoescludersi dalla vita politica all’interno del partito. Ecco perché serve uno scossone politico. Serve la Politica, non serve la Magistratura. Bisogna cambiare radicalmente l’impostazione del Partito: meno tessere più consensi, meno burocrazia di partito più politica, più idee, più partecipazione reale. Ed eccoci ai polveroni mediatici, alla doppiezza morale, all’avvelenamento dei pozzi. Nessuno scandalo, tutto ciò fa parte della lotta politica. Lecito e illecito, morale e immorale: in politica queste categorie non corrispondono a quelle che la società conosce. La lotta politica è guerra di potere, è sempre meno disputa ideologica, è violenza. Colpi bassi, scorrettezze, cambi di casacca: è tutto lecito nel ring politico. Quando però sul ring sale la Magistratura, o meglio, quando il pugile suonato – per restare in tema boxistico – scende dal ring e chiede aiuto a chi ha in dote un altro tipo di forza, allora possiamo tranquillamente parlare di doping. Si, perché le tessere che stanno destando scalpore a Salerno – un po’ ovunque a dire il vero – erano buone non soltanto l’anno scorso, quando si è trattato di votare Bersani, ma addirittura poche settimane fa, quando tutti, tranne una sparuta minoranza a cui, ironia della sorte, oggi si contestano irregolarità, elessero il Segretario Provinciale. Lo abbiamo eletto senza alcun problema, con una maggioranza molto ampia, senza nessuna contestazione. Questa è una questione politica non secondaria. Questa è la pietra angolare attraverso la quale è possibile leggere quanto sia strumentale la querelle sulla convenzione di Salerno. In questa vicenda l’intento di chi sta avvelenando i pozzi è chiaro: dare un segnale a Renzi – attento Matteo, possiamo usare qualsiasi mezzo per farti fuori -, dare un segnale definitivo a De Luca – fuori dal governo chi mette in discussione l’azione politica delle larghe intese. Come dare questi segnali? Usare il protagonismo della Magistratura, lecito ma con un timing sospetto, portando questioni giudiziarie sul piano politico, confondendo un’indagine in corso da tempo con una condanna definitiva. Giovanni Falcone diceva: “La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”. Tutto il resto è uno spettacolo indecente, e chi scrive non può fare altro che chiedere scusa a tutte le persone che ancora oggi, nonostante tutto, sacrificano il loro tempo per il PD. Nessuno ha parlato di riforma del sistema di tesseramento, di pagamento della tessera con carta di credito o altro sistema atto a garantire la tracciabilità. Ai moralisti a fasi alterne tutto ciò non interessa. Il polverone delle tessere è lotta politica, e allora, se lotta politica deve essere, lasciamo fuori la Magistratura e facciamo decidere gli elettori l’8 dicembre, favorendo il massimo della partecipazione. Scontriamoci sulle idee, diamo un’opportunità a questo congresso di essere l’occasione per parlare di Italia, di Europa, di Noi.

UNIVERSITA’ E MISTERI.

Università: lo scandalo degli esami, scrive Aldo Bianchini su “Il Quotidiano di Salerno”. LA CORTE DI APPELLO DI SALERNO HA CONFERMATO LA PRESCRIZIONE PER UN DOCENTE ACCUSATO DI AVERE ANNOTATO SUL LIBRETTO DI UN’ANZIANA STUDENTESSA IL SUPERAMENTO DI UNA PROVA DI LINGUA STRANIERA CONVALIDABILE DI UFFICIO. NELLA VICENDA, GESTITA ALL’EPOCA DEI FATTI DAL SOSTITUTO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI SALERNO ROBERTO PENNA, PIU’ CHE GIUSTA LA RICHIESTA DEL P.M. DI RINVIO A GIUDIZIO DI UNA STUDENTESSA BENEFICIARIA DI UN TRENTA FANTASMA IN STORIA MODERNA. INSPIEGABILE, INVECE, IL MANCATO COINVOLGIMENTO DELLA COMMISSIONE RESPONABILE DELLA FALSA REGISTRAZIONE SU VERBALE, STATINO E LIBRETTO. DUE PESI E DUE MISURE? UN GIALLO CHE TENDE A COMPLICARSI. La Corte di Appello di Salerno ha confermato mercoledì scorso la sentenza di prescrizione del GUP Sgroia emessa nel maggio 2010 nei confronti di un docente della nostra Università.  Il noto studioso era stato assolto in primo grado, nel rito abbreviato da lui richiesto, dai reati formulati dal P.M. Roberto Penna e, solo per un caso, era scattata la prescrizione. Quasi certamente dovuta al fatto di non avere potuto illustrare dettagliatamente la vicenda del presunto reato commesso, atteso che, nel rito abbreviato, i tempi di discussione sono estremamente limitati e i testimoni di un normale processo non possono essere tutti ascoltati. Prescrizione, quindi, puntualmente impugnata dall’interessato allo scopo di chiarire definitivamente gli aspetti di una vicenda giudiziaria oggettivamente contorta e strana, se non sospetta in molti suoi ondivaghi aspetti investigativi. Colpisce il fatto che, nell’udienza davanti al GUP del maggio 2010, il grosso assente sia stato proprio il titolare dell’inchiesta e sostenitore accanito delle proprie accuse, il PM dott. Penna. In sua vece, il collega Sostituto Procuratore delle Repubblica dott. Vincenzo Senatore. A sorpresa, il P.M. Senatore, magistrato rigoroso e preparato, chiese e ottenne il proscioglimento del professore, fatto salva la prescrizione per il reato di per sé meno importante perché oggettivamente innocuo negli effetti prodotti. Avere, cioè, sottoscritto il superamento della prova di lingua straniera sul libretto universitario di una anziana studentessa della Facoltà di Economia. E qui si rende necessario, per capire davvero, la breve cronistoria di una vicenda tuttora piena di inspiegabili ombre e chiaroscuri. Tutto nasce da un banale equivoco accademico che nessuno finora sembra aver capito. Alla fine del 2002 la Facoltà di Economia dell’Università di Salerno decide di riconoscere ai propri immatricolati ben sei crediti formativi di lingua inglese sulla base di una documentazione basata sulla certificazione scolastica di istituti statali e “pareggiati” o privati da cui risulti che quegli studenti abbiano frequentato almeno 450 ore della lingua interessata. Decisione gravissima sul piano culturale ed etico che offende la legittima richiesta di formazione superiore. Se no che senso ha mandare i figli all’università se ci si accontenta di quanto già studiato nelle scuole superiori e inferiori?  Ma all’ateneo salernitano pochi se ne accorgono, molti fanno finta di non accorgersene. Solo il docente della disciplina, l’unico professore di ruolo di lingua inglese di quella facoltà (ECONOMIA), avvia una personale battaglia istituzionale che lo porta a sottoscrivere circa un centinaio di esposti di varia natura tra il 2002 e il 2007 in particolare. Alla fine, qualcuno al Ministero dell’Università, nella persona del Direttore Generale Masia, a nome del Ministro Gelmini, si “sveglia” ed emana due severe circolari ai Rettori delle università italiane nelle quali invita gli interessati ad abolire qualsiasi procedura di convalida non legittima attesi i rischi crescenti del mancato riconoscimento del valore del titolo legale riconosciuto. Alla Facoltà di Economia di Salerno, intanto, il docente di lingua inglese subisce inspiegabili emarginazioni. Al suo posto, gli esami di lingua inglese vengono svolti da professori di area aziendale, matematica, statistica o altre, perfino da pensionati non aventi titolo di scuole superiori e, dulcis in fundo, da una maestra elementare. Si parla perfino di una seduta di esame non programmata sostenuta da una sola candidata, guarda caso figlia di un noto parlamentare.  Tutta gente – i nuovi esaminatori – al di fuori dell’accademia, tranne i colleghi di facoltà peraltro istituzionalmente incompetenti su una disciplina diversa dal proprio settore scientifico-disciplinare. Insomma il caos istituzionale legittimato sotto forma di ordine. Le denunce del docente allo stesso Rettore Pasquino, uno che ama la professionalità e la qualità del servizio da rendere agli studenti ed alla collettività che tanto autorevolmente rappresenta, sono aria fritta. Non resta che denunciare il tutto alla Magistratura locale. Detto fatto. Il fascicolo viene assegnato proprio al P.M. Roberto Penna, che intanto indaga separatamente proprio su quel docente, peraltro notissimo per la sua levatura morale e professionale. La vicenda comincia inevitabilmente a tingersi sempre più di giallo. A inizio primavera del 2003, una presunta studentessa telefona al locale posto di polizia del campus universitario, all’epoca guidato da un sub-commissario di polizia Renato Alfano, cultore della materia presso la Facoltà di Giurisprudenza della stessa Università di Fisciano. La sconosciuta accusa il docente e un suo collaboratore in pensione (coinvolto, però, legittimamente e ai sensi di legge, in progetti di ricerca universitari diretti dal docente in questione e autorizzati da tutti i vertici accademici) di compravendita di esami. Scatta un’inchiesta incredibile, con spiegamento di uomini, mezzi, intercettazioni video ambientali costati, secondo esperti, non meno di quaranta-cinquantamila euro di pubblico denaro, per mesi e mesi, il tutto coordinato dal P.M. Roberto Penna. Quanto alla precedente denuncia del docente all’A.G., a lui assegnata e riguardante gli esami universitari svolti dalla maestra elementare, da pensionati e da docenti di discipline diverse e senza titolo specifico, Penna archivia il tutto in breve tempo. Per lui, evidentemente, un accademico può essere tranquillamente sostituito da persone esterne all’università, addirittura da pensionati, nel delicato compito di esaminare gli studenti universitari salernitani. Inevitabile la conseguente impugnazione del provvedimento da parte del docente interessato, che il GIP incaricato dott. Orio accoglie in pieno, fissando la relativa udienza nella quale il Preside della Facoltà di Economia dell’epoca, autore di quelle nomine irregolari, viene coinvolto in veste di imputato. Udienza poi non tenuta per decesso dello stesso imputato. Ma torniamo all’episodio dell’annotazione del superamento della prova sul libretto della anziana studentessa. Benché in possesso dei pieni requisiti necessari per la convalida di ufficio, alla suddetta studentessa viene negato per le vie brevi quel diritto. Motivo? Non avere accumulato 450 ore di frequenza di lingua inglese negli istituti statali di secondo grado. Di diverso avviso il docente della disciplina consultato dalla studentessa, ritenendo più che valido quel diritto in virtù del fatto che, per “istituti statali”, la lingua italiana intende qualsiasi istituzione statale. Qualsiasi tipo di scuola: quindi, come ad esempio la scuola media inferiore oltre che quella superiore. Lapalissiano, dunque, ma non per gli addetti ai lavori della Facoltà di Economia i quali, stabilendo il principio di Istituti Statali intendevano riferirsi, senza però specificarlo, alle scuole statali superiori. Creando confusione su confusione a danno dei diretti interessati. Da qui la conseguente annotazione sul libretto da parte del docente al quale la anziana studentessa si era rivolto, in attesa, poi,  di trascrivere i suoi dati personali su un verbale ad uso interno da trasmettere al comitato di facoltà incaricato. Ciò al fine della successiva inclusione nell’apposito elenco da inviare ai competenti uffici della segreteria-studenti per la registrazione finale. Nessun obbligo di verbali, statini o altro. Quanto al libretto, solo una soddisfazione magari anticipata e a richiesta, a un docente ingiustamente espropriato dai propri obblighi istituzionali, per la qualcosa pende tuttora un giudizio di responsabilità contro l’ateneo salernitano davanti al TAR. Questo il reato! Episodio interamente registrato dalle telecamere della Polizia Scientifica nella stanza del docente, almeno per la prima parte. Della seconda parte, invece, avvenuta pochi minuti dopo, in cui il docente, per ragioni di opportunità e non certo per avere commesso una illegalità, invita la sorella dell’interessata e funzionaria dell’università a cancellare quella registrazione sul libretto della congiunta, non si sono (ancora) trovate tracce. Neppure nella copia del video filmato autorizzata dal GIP Sgroia prima dell’udienza del maggio 2010. E’ un mistero che incombe pesantemente su altri aspetti di questa delicatissima vicenda, che molti vorrebbero buttare nel dimenticatoio. Come è noto, la sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Salerno e la Digos dell’epoca guidata dal dottor A. Raffaele Battista, attuale capo di gabinetto della Questura di Salerno e assegnati al P.M. Roberto Penna ha prodotto ben 165 ore di video filmati, di cui solo poche ore sono state ritrovate nelle video cassette originali depositate dall’Ufficio del PM in quello del GIP e, quindi, copiate dai tecnici incaricati dalla Difesa del noto docente giusta autorizzazione dello stesso GIP dott. Gaetano Sgroia. L’episodio del mancato ritrovamento nel filmato della seconda importantissima parte del filmato, quella dell’invito rivolto dal docente alla sorella della interessata di cancellare la dicitura “superato” dal libretto, episodio avvenuto pochi muniti dopo quello del cosiddetto “accordo”, in realtà solo apparentemente tale (l’invito ad andare in aula per la registrazione sul verbale della mattinata era stato solo un modo superficiale del docente intendendo riferirsi ad un verbale ad uno interno), l’impossibilità che, pur volendo, ciò potesse avvenire atteso che la seduta di dicembre era riservata solo agli studenti fuori corso (diversamente dall’interessata, studentessa in corso, con verbali di colore diverso e con automatico annullamento in caso di impropria verbalizzazione da parte di non aventi diritto a quella seduta), fanno insorgere moltissimi dubbi sui responsabili delle prove raccolte a carico degli indagati, visto che, a tutt’oggi, nessun avvocato della Difesa ha potuto prendere visione di questo importantissimo elemento difensivo al completo. Nessuno esclude che tutte le videocassette siano da qualche parte. Ma, certamente, come molti possono testimoniare a partire dall’Ufficio del GIP, l’unico materiale video filmato dal tecnico incaricato dalla Difesa è stato quello messo a disposizione direttamente dal GIP. Il quale, ovviamente, lo ha ricevuto dal competente Ufficio della Procura e/o degli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati. E cioè solo una minima parte del materiale raccolto dall’Accusa. Particolare (quello dell’episodio video filmato dell’annullamento dal libretto universitario della dicitura “superato”) che, ove prodotto innanzi alla Corte di Appello di mercoledì scorso con i conseguenti chiarimenti verbali, avrebbe quasi certamente portato all’accoglimento della richiesta dell’annullamento della prescrizione da parte dei giudici ed al proscioglimento completo del docente. Il rischio reale e non da poco è che la mancata disponibilità di tutte le prove accusatorie da parte della Difesa lede ingiustificatamente i diritti di quest’ultima. Con il conseguente rischio di fare saltare l’intero processo. Ma non finisce qui. E’ sbalorditivo come, per una annotazione innocua e che nella fattispecie non produce effetti, un magistrato inquirente diligente e preparato come il PM dott. Roberto Penna si sia così fortemente accanito, mentre lo stesso magistrato, nel corso della medesima indagine, pare che abbia sorprendentemente sorvolato su un  presunto reato analogo, ma di dimensioni certamente superiori. Non mi riferisco tanto al rapporto di polizia giudiziaria circa l’episodio di una autrice a pagamento di tesi di laurea, tale AIDE (IDENTIFICATA NEL RAPPORTO DELLA DIGOS per D’A. A.) che “per ogni tesi” “prendeva dai tre ai cinque milioni di lire” non coinvolta in alcun provvedimento giudiziario! Non mi riferisco neppure a tale “prof. CESTARO” (Un prof. CESTARO forse stretto, anzi strettissimo congiunto di uno degli autori del clamoroso e fallimentare scoop giornalistico che alimentò le cronache de Il Mattino tra il 7 e il 12 dicembre 2004 comparso inaspettatamente nelle indagini? E, COMUNQUE, FORSE L’UNICO NON IDENTIFICATO IN QUEL MEDESIMO RAPPORTO DELLA DIGOS SU OLTRE UN CENTINAIO DI PERSONE A VARIO TITOLO COINVOLTE E TUTTE INDIVIDUATE E OVVIAMENTE IDENTIFICATE?: “Inoltre, riferiva che lui stesso l’aveva mandato dal prof. CESTARO per circa venti tesi, ad aggiungeva che AIDE presentava le tesi e lui provvedeva all’approvazione con conseguente aumento della media, ma dell’esito AIDE non faceva sapere quasi mai nulla (…)”. E non mi riferisco neppure alla richiesta del PM dott. Penna trasmesso il 5 luglio 2005 al GIP di autorizzare l’arresto del noto docente, per due episodi rispettivamente del 22 ottobre e del 16 dicembre 2003 per un peculato commesso da altri nella propria stanza e addebitato per ben due volte e in separate circostanze al malcapitato docente mentre questi era, invece, in tutt’altri luoghi rispetto all’università. E, ancora, non mi riferisco neppure ad un assai probabile infiltrato nell’indagine allo scopo di intrappolare il sempre più malcapitato docente. Attraverso una raccomandazione pilotata ad arte, infatti, tramite il proprio collaboratore, a favore dello studente G. M., quest’ultimo risulta pedinato dalla P.G. subito dopo la presunta e strumentale telefonata anonima alla polizia del Campus per giustificare evidentemente, da parte di ignoti mandanti istituzionali, la caccia alle streghe contro il professore scomodo. Trattasi di quello studente sfacciato che in aula di esami invoca Zeman dopo l’ennesima bocciatura e che il quotidiano LA CITTA’ DI SALERNO quasi osanna – ahimé  (“Dobbiamo fare come Zeman” Lo sfogo d’uno studente raccomandato e bocciato, venerdì 2 dicembre 2005), lasciando forse intendere che il ‘malcapitato’ non riusciva a superare la prova di lingua inglese in virtù di qualche mazzetta invano richiestagli. Poverino! Uno che prendeva ZERO alla prova scritta di lingua inglese, rappresentato come una vittima del terribile professore insensibile alle ripetute raccomandazioni. Uno che, pedinato dalla polizia, minaccia a voce alta il professore nella propria stanza per l’ennesima bocciatura subìta rivendicando il diritto non rispettato di essere stato invano  raccomandato niente po po’ di meno che dal collaboratore del professore. Episodio di cui non risulta traccia nei verbali di indagine, nonostante il pedinamento, ancorché cacciato elegantemente, nonostante tutto, da quella stessa stanza a voce certamente udibile nel corridoio esterno. Uno che, dopo quattro consecutive bocciature più che motivate allo scritto e all’orale tra gennaio e settembre 2003, va a sostenere l’esame con un’altra commissione non autorizzata (ottobre 2003) per cui il relativo verbale, correttamente respinto dagli uffici di segreteria della facoltà; in virtù di una conseguente lettera pietosa e giustificativa del Preside di Facoltà del tempo, si vede approvare (“per ragioni umanitarie”) una prova per la quale, nelle sedute precedenti, aveva dimostrato una totale impreparazione!  Legge e regolamenti, caro Rettore Pasquino, aggirati, quando si vuole, “per ragioni umanitarie” o per ragioni di stato? Di quale stato? Di questo? Da vecchio cronista sento ancora tanta, ma tanta puzza di bruciato in questa losca storia universitaria mirata alla carriera dei più, al danno dei molti, dei veri studenti privati della dovuta formazione attraverso crediti formativi RE-GA-LA-TI: Rettore Pasquino, mi consenta un urlo. Ma è questa l’alta qualificazione formativa e professionale sbandierata dalla nostra università? E’ stato questo il percorso culturale degli studenti, in quegli anni torbidi 2002-2007 di Economia? E’ stato questa la maniera di ripagare uno dei migliori docenti e studiosi che la storia dell’università di Salerno può a pieno titolo rivendicare?  Centinaia e centinaia di documentazioni fotocopiate non sempre autenticate in luogo delle prescritte certificazioni, pur di farsi ‘regalare’ legittimamente (è ovvio) i sei crediti formativi convenuti? E chi ci dice, chi Le dice che quelle fotocopie, quelle non autenticate almeno, siano tutte veritiere? E come facevano i Comitati di facoltà di Economia a valutare in un’ora, a volte, oltre settecento pratiche di convalida di prova di lingua straniera? Fermiamoci qua. Per il momento. E torniamo al PM dott. Roberto Penna. Quel che mi stupisce in un’inchiesta che a molti interessa far finire nel dimenticatoio è come mai un altro episodio gravissimo di quell’indagine sia passato sotto gamba. Lo richiamavamo in precedenza. Questi i fatti. A chiusura di indagini, esattamente il 14 ottobre 2003, il PM dott. Roberto Penna chiede il rinvio a giudizio della studentessa A. M., accusata del delitto di cui agli articoli 110-479 del codice penale.  Il rapporto della DIGOS del 14 ottobre 2003 non lascia dubbi.  E ciò perché ”un componente della commissione d’esami ancora da identificare, contattato dal De Vita nell’interesse della M., attestava falsamente sul verbale d’esame d’insegnamento di Storia Moderna della Facoltà di Scienze della Formazione, l’avvenuto superamento della prova da parte della M. col voto di Trenta, esame in realtà mai sostenuto.” Nel corso delle indagini, infatti, qualcuno degli indagati è stato pizzicato mentre afferma: “A. all’esame di “Storia Moderna”, ha preso 30 e che A. non l’ha proprio sostenuto l’esame, ma è stato solo registrato; in dettaglio” (scrive la DIGOS) “dice testualmente “l’ha registrato e non gli ha fatto fare manco l’esame” (…)”. Giustamente il PM chiede il rinvio a giudizio della studentessa, la quale, davanti al GIP dott. Sgroia se la cava con la prescrizione. Resta  il reato commesso. Avere goduto di carte truccate per superare con un bel “trenta” l’esame di Storia Moderna presso la locale Facoltà di Scienze della Formazione. Una cosa, però, ci stupisce. Ma chi ha firmato il verbale? Da chi era costituita la Commissione? Chi erano i tre componenti che per legge ne facevano parte? E come mai i principali responsabili di un reato gravissimo come il falso ideologico e materiale non sono stati neppure sfiorati nelle loro presunte gravissime responsabilità? Bene, dal verbale di esame in questione, risulta che la Commissione era presieduta dal prof. V. Clemente. Gli altri due componenti, invece, erano i professori C. Azzara e A. Quattromani. Ora, mi risulta che la Corte di Cassazione abbia assolto due professori su tre per avere firmato il verbale di un esame di uno studente approvato pur non avendo partecipato alla seduta. Falso innocuo, quindi, perché comunque lo studente in questione si era sottoposto alla prova e, benché esaminato da un solo commissario, aveva tranquillamente superato la prova stessa. Lo stesso caso di Salerno? Purtroppo no. Qui il caso è totalmente opposto. Nel caso della studentessa A. M., quest’ultima è la seconda studentessa, sulle sei esaminate, a firmare la camicia di esame, cioè il vero e proprio verbale. Il che vuol dire che il 14 ottobre 2003 i tre membri della commissione erano effettivamente presenti alla seduta. Sulla carta almeno. Perché i verbali della DIGOS affermano l’esatto contrario! Secondo il PM Roberto  Penna della Procura di Salerno, invece, le cose sono ancora più diverse. Diciamo che vengono ‘viste’ diversamente. Può darsi che il PM abbia ragione. Sono io che non capisco i cavilli giudiziari. Resta il fatto che, per me, due più due continua a fare quattro. La prima studentessa (R. O. sostiene per prima l’esame. Dopo di lei A. M.. E a seguire F.P., R. P., K. S. e P. O.). Chi finisce sotto torchio? Solo la studentessa! E i tre commissari? Uno, pare (il Presidente della Commissione), sia morto; e, quindi, pace all’anima sua. Archiviato, evidentemente, per decesso dell’imputato. E gli altri due? Solo il PM Roberto Penna ne conosce le vere ragioni, naturalmente giuridiche e, quindi, inattaccabili. Certamente legittime, dunque. Almeno per quanto sappiamo di lui che, salvo prova contraria, è e resta un  magistrato di altissimo valore professionale, di elevatissima onestà intellettuale, di comprovata e disinteressata dirittura morale. Un magistrato ‘allevato’ alla nobilissima scuola dell’ex-Procuratore Apicella, del quale la Procura della Repubblica di Salerno va giustamente fiera e del quale quell’Ufficio non potrà mai fare a meno. Ne converrà, ovviamente, il suo stesso diretto superiore e attuale capo e Procuratore della Repubblica di Salerno dott. Franco Roberti. Salvo, sempre, prova contraria!

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO??? QUASI TUTTI!!!!

Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LA FAMIGLIA ESPOSITO

Qualcuno potrebbe definirla una famiglia “particolare” scrive “Libero Quotidiano”. Al centro c'è Antonio Esposito, giudice della Corte di Cassazione che in una telefonata-intervista al Mattino anticipò le motivazioni della condanna inflitta a Silvio Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset. E che in più occasioni è stato “pizzicato” da testimoni a pronunciare frasi non proprio di ammirazione nei confronti del Cavaliere. Poi c'è la nipote Andreana, che sta alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, cui i legali di Berlusconi vorrebbero far ricorso contro la sentenza emessa dalla Cassazione. Paradosso: a passare al vaglio la sentenza pronunciata da Esposito potrebbe essere la nipote. Non bastassero loro, c'è il papà di Andreana, che come scrive, mercoledì 28 agosto,  su Libero Peppe Rinaldi, è stato fotografato mentre prende il sole e fa il bagno presso il Lido Oasi di Agropoli, nel Cilento. Il problema è che il lido è abusivo ed è stato soggetto a indagini, interpellanze, ordinanze di abbattimento. In zona tutti sanno. Curioso che Vitaliano Esposito, ex procuratore generale della Cassazione, non sappia di mettersi a mollo in uno stabilimento balneare fuorilegge (abusivo a sua insaputa). Infine, della famiglia fa parte anche Ferdinando Esposito, Pubblico Ministero a Milano, che tempo fa finì sotto indagine del Csm (che poi archiviò) per le cene a lume di candela del giudice (ma va, anche lui?) in Porsche con Nicole Minetti, allora già imputata per istigazione alla prostituzione insieme a Lele Mora ed Emilio Fede.

Una famiglia, gli Esposito, una delle tante dinastie giudiziarie, che non fosse altro dimostra come la magistratura sia una vera, autentica, casta.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia, i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730!!!

Ma non di solo della dinastia Esposito è piena la Magistratura.

LA FAMIGLIA DE MAGISTRIS.

La famiglia e le origini, secondo “Panorama”. I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso. Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità. Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: "Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto". Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica. Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode. L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da decenni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo "apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti") e quindi non "furono mai esaminati". I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: "Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione". Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: "Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti". Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. "Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione" conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.

LA FAMIGLIA BORRELLI.

Biografia di Francesco Saverio Borrelli. Napoli 12 aprile 1930. Ex magistrato (1955-2002). Dal 1992 al 1998 capo della Procura di Milano, divenne noto durante l’inchiesta del pool Mani pulite. Dal 1999 alla pensione procuratore generale della Corte d’appello milanese, in seguito è stato capo dell’ufficio indagini della Federcalcio (maggio 2006-giugno 2007) e presidente del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano (marzo 2007-aprile 2010). Due fratelli maggiori e una sorella minore, Borrelli nacque dal secondo matrimonio del magistrato Manlio (figlio e nipote di magistrati) con Amalia Jappelli detta Miette. «Fino a sette anni non sapevo che i miei fratelli avessero avuto un’altra madre, morta quando erano piccolissimi. Nessuno mi aveva mai detto nulla. Me lo rivelò un uomo stupido ridacchiando: “Ma che fratelli, i tuoi sono fratellastri”. Fu uno shock tremendo. Corsi a casa disperato. Volevo sapere, capire. I miei avevano voluto salvaguardare l’uguaglianza tra fratelli: non dovevo sentirmi un privilegiato perché io avevo entrambi i genitori. Mi chetai, ma mi restò a lungo una fantasia di abbandono, il timore, che più tardi ho saputo comune a molti bambini, di essere un trovatello. Tremavo nel mio lettino e pregavo che non fosse così». Dopo due anni a Lecce, nel 1936 la famiglia traslocò a Firenze: maturità al liceo classico Michelangelo, laurea in giurisprudenza con Piero Calamandrei (titolo della tesi Sentenza e sentimento) prese il diploma di pianoforte al conservatorio Cherubini. Dal 1953 a Milano, dove il padre era stato nominato presidente di Corte d’appello, nel 1955 vinse il concorso per entrare in magistratura. Dal 1957 sposato con Maria Laura Pini Prato, insegnante di inglese conosciuta all’università che gli diede i figli Andrea e Federica, passò vent’anni al Civile, prima in Pretura, poi in Tribunale occupandosi di fallimenti e diritto industriale, infine in Corte d’Appello. Passato al Penale, dal ’75 all’82 fu in corte d’Assise, nel 1983 arrivò alla Procura della Repubblica, nel 1992, l’anno dell’inizio dell’indagine Mani pulite, ne divenne il capo. Quando, nell’aprile del 2002, Borrelli andò in pensione, a Palazzo Chigi c’era nuovamente Silvio Berlusconi. Il 3 gennaio di quell’anno, aprendo il suo ultimo anno giudiziario, l’ex procuratore capo di Milano aveva lanciato lo slogan «Resistere, resistere, resistere». Nel maggio 2006, in piena Calciopoli, Guido Rossi lo chiamò a guidare l’ufficio indagini della Federcalcio: «Rifiutare mi sembrava una vigliaccata». Nel marzo 2007 divenne presidente del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano (la più prestigiosa università musicale d’Italia): «È una nuova sfida, l’ennesima che affronto con gioia e un certo tremore». In contemporanea annunciò l’addio alla Figc: «Per ora mantengo il posto in Federcalcio, non c’è incompatibilità. Se sono uscito dall’ombra lo devo solo a Guido Rossi. Dopo la nomina del calcio mi riconoscono tutti, i taxisti e anche i più giovani. Ma a luglio, con il nuovo statuto da me suggerito, l’ufficio indagini confluirà nella Procura federale. Non voglio fare il Procuratore federale: c’è Stefano Palazzi, è molto più giovane di me». Nell’aprile 2010 il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, cui spetta la nomina della carica di presidente degli istituti musicali, gli negò il secondo mandato triennale alla presidenza del Verdi: «Ragioni evidentemente politiche. Appartengo a una corporazione che è in odio alle alte sfere della politica. Evidentemente non devo essere gradito agli esponenti del governo. Ma la mia amarezza è soprattutto quella di aver saputo della mia mancata conferma in modo indiretto, senza comunicazione ufficiale. Sono sempre stato abbastanza umile da accettare le critiche, ma ciò che mi offende è il metodo. Ho lavorato con passione in questi anni». (Giorgio Dell’Arti Catalogo dei viventi 2015.

ALTRA DINASTIA: LA FAMIGLIA BOCCASSINI.

In tempi in cui la magistratura si può accanire contro un Premier e questo, anziché intervenire sulle anomalie del sistema, personalizzando li accusa di essere sovversivi e comunisti, ci si chiede cosa accadrà al povero cristo. Intanto su “Il Giornale” del 27 gennaio 2011 esce quest’articolo “ La doppia morale della Boccassini”, di Anna Maria Greco su "Il Giornale". Nel 1982 la Boccassini venne sorpresa in "atteggiamenti amorosi" con un giornalista di Lotta Continua. Davanti al Csm si difese come paladina della privacy. E fu assolta. Ora fruga nelle feste di Arcore, ma allora parlò di "tutela della sfera personale". “Ve la immaginate l’agguerrita pm dello scandaloso «caso-Ruby», che ha frugato nelle feste di Arcore e ascoltato le conversazioni pruriginose delle ragazze dell’Olgettina, nelle vesti della paladina della privacy? Eppure, per difendere se stessa al Csm da accuse boccaccesche, che definisce «un’inammissibile interferenza», Ilda Boccassini dichiara: «Sono questioni che attengono esclusivamente alla sfera della mia vita privata, coperta, come tale, da un diritto di assoluta riservatezza». Succede molti anni fa, nel 1982, quando l’allora giovane sostituto alla Procura di Milano viene sottoposta a procedimento disciplinare. L’accusa, si legge negli atti del Csm, è di «aver mancato ai propri doveri, per aver tenuto fuori dell’ufficio una condotta tale da renderla immeritevole della considerazione di cui il magistrato deve godere, così pure compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario». Diciamo subito che, l’anno dopo, la Boccassini viene assolta a palazzo de’ Marescialli. E proprio in nome della tutela alla riservatezza della vita personale. La sezione disciplinare del Csm, infatti, «nel ribadire il proprio orientamento in materia di diritto alla privacy del magistrato, ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna eco negativa né all’interno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della Procura, né all’esterno». Il fatto di cui si parla appare banale, perché riguarda abbracci e baci con un uomo per strada, a due passi dal Palazzo di Giustizia. «Atteggiamento amoroso», lo definiscono con scandalo nel rapporto di servizio due guardie di scorta ad un pm aggiunto della Procura. Il «lui» in questione non è uno sconosciuto, ma un giornalista di «Lotta continua», accreditato presso l’ufficio stampa del tribunale. Salteranno fuori altri episodi e si parlerà anche di rapporti con un cronista dell’Unità. Il tutto va collocato in un contesto preciso: quello degli Anni di piombo, di scontro, tensioni, sangue e forte militanza politica anche da parte di magistrati e giornalisti sulla linea che lo Stato doveva tenere verso i terroristi. Poco prima di questi fatti, nel 1979, uno dei pm di Milano e cioè Emilio Alessandrini, era stato ucciso da esponenti di Prima linea mentre andava a Palazzo di Giustizia. Lo ricorda il Procuratore capo Mauro Gresti, quando si decide a segnalare la questione e a chiedere il trasferimento d’ufficio della Boccassini, parlando di altri episodi «disdicevoli» dentro la Procura, legati a «presunti comportamenti illeciti», tra l’autunno 1979 e l’inverno 1980, che prima non aveva denunciato. A segnalare incontri molto ravvicinati, violente liti, riunioni serali in ufficio erano stati un ex-carabiniere addetto alle pulizie e un tenente colonnello dell’Arma. Gresti sottolinea che a farlo muovere non fu tanto «lo sconcerto procuratomi dall’esibizione di affettuosità più consone all’intimità di quattro mura che alla pubblicità di una via, ma piuttosto lo sconcerto per la constatazione che l’oggetto delle affettuosità della Boccassini era una persona solita a frequentare gli ambienti della Procura di Milano per ragioni della sua professione giornalistica». Una persona che più volte aveva «manifestato il proprio acido dissenso verso la linea della fermezza adottata dai magistrati della Procura nella lotta al terrorismo e alle sue aree di supporto», con un «atteggiamento di critica preconcetta all’operato delle istituzioni». Sembra che il Procuratore si preoccupi di legami personali che possano favorire fughe di notizie o, addirittura, l’ispirazione di articoli e campagne di stampa contro il suo ufficio. In particolare, critica la politicizzazione di magistrati come la Boccassini (già allora aderente alla corrente di sinistra Magistratura democratica), che avevano anche sottoscritto un documento di solidarietà per un imputato di terrorismo che, con lo sciopero della fame, chiedeva di essere trasferito in un carcere normale. E contro le carceri speciali, sottolinea il Procuratore allegando alcuni articoli, contemporaneamente scriveva anche il giornalista amico di Ilda. Per Gresti, quell’iniziativa dei pm era stata «un proditorio attacco all’atteggiamento di intransigente e ferma lotta all’eversione proprio dei magistrati dell’ufficio stesso che trattavano di terrorismo, nonché una chiara manifestazione di dissenso dalla loro linea, del tutto inopportuna e tale da poter sottoporre a pericoli la loro incolumità personale». In sostanza, dice con durezza il Procuratore, va bene la libertà d’opinione, ma così si poteva anche involontariamente «additare come obiettivi da colpire i magistrati impegnati nella difesa intransigente delle istituzioni». E qui Gresti ricorda proprio Alessandrini, «barbaramente trucidato dai terroristi in un vile attacco». Questa lettera al Procuratore generale della Cassazione e al Pg della Corte d’appello è del giugno 1982, mentre si celebra il processo disciplinare iniziato a dicembre, che si concluderà con l’assoluzione. È provocata dall’iniziativa di 27 pm (c’è anche Alfonso Marra, quello dimessosi per la P3), che a marzo insorgono in difesa della Boccassini, «ingiustamente offesa anche nella sua dignità di donna» anche da una «pubblicità di per sè umiliante». Parlano di «pettegolezzo» che incide nella «sfera della riservatezza personale» e di rischio per tutti di «inammissibile interferenza nella vita privata». Il primo a firmarla è Armando Spataro, collega della Boccassini alla Procura e suo difensore a Palazzo de’ Marescialli. È lui a redigere la memoria difensiva dell’aprile ’82, in cui spiega che la pm non è voluta entrare nel merito delle accuse rivoltele in nome della privacy, ritenendo «umiliante» dover spiegare e giustificare rapporti personali con un giornalista, di cui Spataro difende la correttezza. E aggiunge: «Il concreto esplicarsi della vita privata del magistrato, come quella di ogni cittadino, non può essere soggetto a limiti o divieti precostituiti per legge». Dunque, non può essere sanzionato alcun rapporto personale con persone che lavorano nello stesso ambito. Sempre che non si arrivi a comportamenti scorretti, come «la rivelazione ad un giornalista di notizie coperte da segreto istruttorio». La difesa non convince e c’è il rinvio a giudizio della Boccassini. Ma il Pg della Cassazione, Sofo Borghese, chiede la «perentoria censura» con il trasferimento, non per questioni di sesso, moralità o decoro. Per lui i comportamenti del pm sono gravi «non certo per il compiaciuto scambio di vistose affettuosità» vicino al Palazzo di Giustizia, ma perché l’altro è un giornalista accreditato al tribunale. «Intuibili perciò - afferma il Pg - le facili battute, il pettegolezzo spicciolo, le maliziose insinuazioni e, soprattutto, il sospetto - fondato o meno non importa - nell’ambiente giornalistico, forense o in altri a questi vicini, che la pubblicazione di talune notizie possa ricollegarsi a privilegiate confidenze». Per Borghese «urge» intervenire, per «evitare prevedibili intollerabili malintesi o capziose strumentalizzazioni tali da non consentire di amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario». Il sostituto pg Antonio Leo sostiene l’accusa, si svolge l’istruttoria, si ascoltano i testi, si ricostruiscono altre vicende. Tutto per appurare se il pm ha tenuto «in ufficio o fuori una condotta tale che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario». Per smontare il capo d’accusa, Spataro fa stralciare gli altri episodi e sostiene che si tratta solo di un fatto privato che non si è svolto «secondo modalità illecite o anche solo sconvenienti». È «non soltanto perfettamente lecito, ma anche assolutamente normale». La sentenza di assoluzione della sezione disciplinare del Csm, guidata dal vicepresidente Giancarlo de Carolis, arriva ad aprile ’83.”

Boccassini, una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia, scrive “Imola Oggi”. Il paragone fra certi p.m. di Magistratura Democratica e gli estremisti della Brigate Rosse è sicuramente improprio ma il fanatismo e la propensione agli affari degli uni e degli altri è sicuramente simile. Ilda Boccassini appartiene, secondo la stampa, a una delle famiglie di magistrati più corrotte della storia d’Italia. Suo zio Magistrato Nicola Boccassini fu arrestato e condannato per associazione a delinquere, concussione corruzione, favoreggiamento e abuso di ufficio perchè spillò con altri sodali e con ricatti vari 186 milioni di vecchie lire a un imprenditore. (vendeva processi per un poker repubblica). Anche suo padre Magistrato e suo cugino acquisito Attilio Roscia furono inquisiti. Suo marito Alberto Nobili fu denunciato alla procura di Brescia da Pierluigi Vigna, Magistrato integerrimo e universalmente stimato per presunte collusioni con gli affiliati di Cosa Nostra che gestivano l’Autoparco Milanese di via Salamone a Milano. (attacco ai giudici di Milano Repubblica) (Brescia torna inchiesta autoparco). Non se ne fece niente perchè la denuncia finì nelle mani del giudice Fabio Salomone, fratello di Filippo Salomone, imprenditore siciliano condannato a sei anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso. L’Autoparco milanese di via Salomone era un crocevia di armi e di droga ha funzionato per 9 anni di seguito (dal 1984 al 1993), fu smantellato dai magistrati fiorentini e non da quelli milanesi e muoveva 700 milioni di vecchie lire al giorno. A Milano tutti sapevano che cosa si faceva lì dentro. Visto ciò che è emerso a carico del marito per l’Autoparco e visto ciò che sta emergendo a carico del giudice Francesco Di Maggio (anche lui della Procura di Milano) relativamente alla strage di Capaci anche il suo trasferimento a Caltanisetta nel 1992 appare sospetto. In realtà a quel tempo sei magistrati massoni della Procura di Milano appoggiavano il progetto di Riina e Gardini, i quali erano soci, di acquisire Eni e poi di fondare Enimont e quindi da un lato favorivano l’acquisizione di denaro da parte di Cosa Nostra tutelando l’Autoparco (700.000.000 di vecchie lire al giorno di movimento di denaro) tutelando i traffici con il c.d. metodo Ros (502.000.000 di euro di ammanchi) e simulando con altre inchieste minori (Duomo Connenction, Epaminonda) un contrasto alla mafia che in realtà non c’era, dall’altro con Di Maggio intervennero pesantemente in Sicilia già nel 1989 per contrastare un attacco della FBI americana contro i corleonesi attraverso il pentito Totuccio Contorno e facendo ricadere la responsabilità delle lettere del corvo su Falcone, poi attentato simulatamente dalla stessa Polizia. Poi nel 1992 sempre con uomini di Di Maggio contribuirono alla strage di Capaci ove morì Giovanni Falcone il quale si opponeva acchè il progetto Enimont, a quel tempo gestito da Andreotti e da Craxi, tornasse nelle mani di Gardini e di Riina. Ora è noto ormai che anche le Brigate Rosse eseguirono il sequestro Moro per affarismo e rifiutarono dieci miliardi di vecchie lire da parte del Papa Paolo VI per liberare Aldo Moro perchè qualcun altro le remunerò di più. Napolitano ha ben fatto appello più volte a questi Magistrati di moderarsi. Palamara non c’entra niente con questo discorso perchè è un buon Magistrato ed è affiliato a Unicost, una corrente di magistrati seri e responsabili e non a M.D. Il tutto sembrerebbe discutibile se il parente che si è messo in condizione di essere criticato fosse solo uno. Ma qui i parenti chiacchierati sono tre. Fra l’altro osservo che Alberto Nobili, dopo che si è separato dalla Boccassini, è tornato a essere un magistrato stimato, per cui viene il dubbio che nei casini ce lo abbia messo lei.

LE COLLUSIONI CHE NON TI ASPETTI. AFFINITA' ELETTIVE.

VENDEVA PROCESSI PER UN POKER

Punta sul rosso, bluffa con una doppia coppia..., scrive Enzo D’Errico su “Il Corriere della Sera”.  C' è una serata che fila per il verso giusto e altre, tante altre, in cui va tutto storto: le carte non entrano, i numeri non escono... E alla fine, quando si tratta di tirare i conti, t'accorgi che in rosso ci sei finito tu. E' capitato così anche a Nicola Boccassini, procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, un paesino dell'entroterra salernitano. Aveva trovato il modo di turare le falle, il magistrato: quel che perdeva al gioco, lo riguadagnava vendendo processi, condoni edilizi e provvedimenti d'ogni tipo. Si faceva addirittura pagare soggiorno e scommesse a Saint Vincent, dove era cliente fisso del casinò. E, come se non bastasse, in cambio dei suoi servigi chiedeva favori: un posto di lavoro per una figlia, una perizia tecnica da assegnare al genero, un appalto per qualche parente. Però, gli agenti della Dia di Napoli l'hanno arrestato su mandato del Gip Luigi Esposito. Le accuse: corruzione, concussione, favoreggiamento e abuso d' ufficio. Con lui sono finite in galera altre 6 persone, coinvolte a vario titolo nel giro d'affari del procuratore. Sarebbero stati emessi anche 7 avvisi di garanzia, uno dei quali riguarderebbe Anacleto Dolce, procuratore aggiunto a Vallo della Lucania e fratello di un altro magistrato, Romano Dolce, arrestato a Como nelle scorse settimane. Il sospetto è che il numero due della procura abbia spalleggiato gli imbrogli di Boccassini. Nella rete degli investigatori, comunque, è caduto l' avvocato Mario Siniscalco, ex consigliere comunale socialista di Salerno: era lui, secondo gli inquirenti, a fare da mediatore fra il magistrato e i suoi "clienti". Avevano messo in piedi una piccola ma efficiente società del malaffare. Siniscalco, tra l'altro, è stato a lungo presidente della commissione edilizia di Salerno, organismo di cui ha fatto parte anche Boccassini. E lì dentro i due hanno concesso più di un condono sospetto. L'inchiesta prende il via dalle dichiarazioni di Mario Pepe, un pentito della camorra, e dell'imprenditore Elio Graziano, ex presidente dell' Avellino, coinvolto tempo fa nello scandalo delle "lenzuola d' oro". L' industriale ha raccontato che, sborsando una trentina di milioni, ottenne dal procuratore il condono edilizio per la sua villa. E che Boccassini, all' epoca sostituto a Salerno, aggiustò un processo d'appello in cui Graziano era imputato di omicidio colposo per la morte in fabbrica di un operaio: condannato in primo grado, assolto in seconda istanza. L'imprenditore pagò l' intercessione assumendo una figlia del magistrato e scucendo altri milioni. "C'erano giorni in cui Siniscalco mi chiamava e mi diceva: "Prenotaci una stanza a Saint Vincent" ed io ero costretto a pagare albergo e casinò", ha detto in sostanza Graziano. Manette anche per i faccendieri Franco Ferolla e Antonio Sabia. Si vantavano di poter condizionare i processi e furono messi sott'inchiesta da Boccassini per millantato credito. Sembra, però, che quell' indagine servì solo ad accordarsi coi due e coinvolgerli nel giro d'affari. Arrestate, infine, Laura e Liliana Clarizia, titolari dell' agenzia pubblicitaria "First Agency", di cui era socia un' altra figlia del procuratore. L'azienda, grazie a Boccassini, ricevette dalla comunità montana Lambro Mingardo la fornitura di 20 mila depliant pubblicitari. Non a caso, in cella è finito pure il sindaco di Ascea, Angelo Criscuolo, ex presidente della comunità montana.

Ottavio Ragone, "La Repubblica", 15 giugno 1994. Ai tavoli verdi di Saint Vincent, Nicola Boccassini era un volto conosciuto. Tra un poker e uno chemin de fer, il procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, grosso centro del Salernitano, trascorreva intere notti al casinò. Amava giocare d'azzardo Boccassini, ma era un perdente, sperperava milioni, accumulava debiti su debiti. Per pagarli - sostiene l'accusa - il giudice vendeva i processi, garantiva assoluzioni a archiviazioni al miglior offerente. Oppure chiedeva un posto di lavoro per le figlie. Ieri Boccassini è stato arrestato in casa, a Salerno, in un'operazione che ha portato in carcere altre sei persone. I detective della Dia gli hanno mostrato un ordine di custodia cautelare per corruzione, concussione, abuso d'ufficio, favoreggiamento. Si è scoperto che quel giudice sempre elegante, frequentatore dei salotti buoni di Salerno, era stato per dieci anni il temutissimo ras della procura di Vallo della Lucania. "Boccassini andava al casinò e io dovevo pagargli la stanza d' albergo", ha raccontato l'industriale Elio Graziano, ex presidente dell' Avellino calcio, che dopo l'arresto di tre mesi fa ha scelto di collaborare. "Una sera gli consegnai un milione, lo perse in mezz' ora con puntate sballate". Boccassini apriva inchieste a suo piacimento, le usava come armi di ricatto per rastrellare denaro. E assegnava perizie d'ufficio al suo futuro genero Attilio Roscia pagandogli di persona le consulenze, affinché mettesse qualcosa da parte in vista del matrimonio con la figlia. Mesi fa, dopo le prime accuse dei pentiti tra cui il camorrista Mario Pepe, il Csm aveva sospeso Boccassini dalle funzioni e dallo stipendio, ordinando il trasferimento d'ufficio. Cionostante il giudice frequentava ancora loschi personaggi, come provano le foto scattate dalla Dia. Ma i sospetti investono pure un'altra toga di Vallo della Lucania, il sostituto procuratore Anacleto Dolce, fratello di Romano Dolce, il magistrato di Como arrestato settimane fa nell'inchiesta su un traffico di armi e scorie nucleari. Dolce ha ricevuto un'informazione di garanzia per abuso d'ufficio: anche lui avrebbe affidato perizie a Roscia e liquidato le parcelle. Si parla di un terzo giudice inquisito, ma sul nome c'è riserbo. Oltre a Boccassini, che oggi sarà interrogato dal gip Luigi Esposito, la procura di Napoli ha arrestato l'avvocato Marco Siniscalco, ex consigliere comunale psi a Salerno, amico e "socio" di Boccassini con cui spendeva un patrimonio al casinò; Angelo Criscuolo, presidente della Comunità Montana Lambro e Mingardo e sindaco di Ascea, nel Cilento; i faccendieri Franco Ferolla e Antonio Sabia; le sorelle Laura e Liliana Clarizia, titolari della "First Agency" di cui era socia una figlia di Boccassini e dove si vedeva spesso anche la moglie del giudice. Si è scoperto che la "First Agency" ottenne un lucroso appalto dalla Comunità Montana, la fornitura di 20 mila depliant turistici, un "omaggio" del presidente Criscuolo ai familiari di Boccassini. Ferolla e Sabia chiesero venti milioni ad una coppia per "aggiustare" un processo nel tribunale di Vallo, si sospetta con la regìa del procuratore. L' avvocato Siniscalco faceva parte della commissione comunale per il condono edilizio, di cui era membro pure Boccassini. Si misero d' accordo e dietro compenso fecero in modo che non fosse demolita la villa abusiva di Elio Graziano, imprenditore, anni fa coinvolto nello scandalo delle "lenzuola d' oro" delle Ferrovie. Proprio Graziano ha raccontato i segreti di Boccassini. I due si conobbero quando il giudice era sostituto procuratore generale a Salerno. Graziano, condannato per omicidio colposo per la morte sul lavoro di un suo operaio, fu assolto in appello grazie all' intervento del magistrato. Dopo la sentenza Boccassini avvicinò l'imprenditore: "Mia figlia cerca lavoro", disse. E Graziano, pronto: "Eccellenza, sono a disposizione". La ragazza fu assunta ma secondo l' industriale intascava lo stipendio senza presentarsi in ufficio: "In pratica le pagavo gli studi", ha spiegato l'ex presidente dell'Avellino, aggiungendo che Siniscalco e Boccassini pretesero un mutuo di settanta milioni per l'acquisto di una casa. Il giudice volle un altro prestito di trenta milioni dalla Cassa rurale di Omignano Scalo, presieduta fa Fernando Cioffi: l' istituto era sotto inchiesta, ma il solerte Boccassini chiese l'archiviazione del fascicolo.

ED E’ TUTTO UN MAGNA MAGNA.

«Ciclone rimborsi»: maxi blitz della Guardia di Finanza in un Consiglio regionale sorpreso e, a tratti spaventato, da un tale massiccio intervento e spiegamento di forze. Inviti a comparire sono stati, infatti, emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di 53 consiglieri ed ex consiglieri regionali della Campania, scrive “Il Corriere della Sera”. L'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e svolta dal pm Giancarlo Novelli, riguarda uno dei filoni di indagine sul presunto uso improprio dei fondi corrisposti a gruppi consiliari o a singoli consiglieri. In particolare gli avvisi emessi oggi si riferiscono alle somme di denaro corrisposte nel biennio 2010-2012 nell'ambito dei fondi per il «funzionamento dei gruppi». Secondo l'ipotesi accusatoria gli indagati si sarebbero appropriati delle somme non utilizzandole per spese legate all'attività istituzionale. Gli inviti a presentarsi per rendere interrogatorio - come spiegano fonti giudiziarie - sono necessari all'accertamento delle eventuali responsabilità: ai consiglieri indagati, in assenza di una documentazione sulle spese (l'erogazione dei fondi infatti non prevede la presentazione di ricevute o di qualsiasi «pezza d'appoggio»), verrà chiesto infatti si chiarire come è stato utilizzato il denaro ricevuto.  Nell'inchiesta non risulta coinvolto il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. Dagli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza è emerso infatti che non ha ritirato alcuna somma dal fondo messo a disposizione dei gruppi consiliari. Non risultano indagati inoltre alcuni consiglieri che si dimisero dalla carica e non percepirono rimborsi. Per quanto riguarda i partiti, secondo l'ipotesi degli inquirenti, i consiglieri del Pdl avrebbero ritirato indebitamente l'89 per cento dei rimborsi, il Pd l'82%, l'Idv il 95%, il Nuovo Psi il 91%, l'Udc il 65%. La somma complessiva erogata nel biennio 2010-2012 è stata quantificata intorno ai due milioni e mezzo di euro. Nel registro degli indagati per l'ipotesi di reato di peculato figurano sia consiglieri ai quali sono stati liquidati decine di migliaia di euro sia consiglieri che hanno ricevuto somme assai inferiori. Alcuni indagati non fanno più parte dell'assemblea regionale essendo stati eletti di recente in Parlamento. «È un'indagine portata avanti con misura ed equilibrio; lo stesso presidente della Regione, Stefano Caldoro, ha dato tutta la disponibilità e collaborazione possibile», ha detto il Procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo. «È interesse anche dell'istituzione chiarire la situazione», ha aggiunto Colangelo. Per il procuratore gli inviti a presentarsi notificati ai consiglieri sono «atti necessari per mettere ciascuno in condizioni di spiegare». Colangelo ha chiarito che non si tratta di un'indagine a tappeto. «Procediamo in maniera mirata - ha concluso - e valutiamo situazione per situazione. La normativa è carente e un po' equivoca».

La Campania come il Lazio: la Guardia di Finanza arriva in Consiglio regionale per notificare inviti a comparire per 53 consiglieri ed ex consiglieri di Palazzo Santa Lucia, continua “Il Corriere della Sera”. Che avrebbero utilizzato in maniera impropria i rimborsi della regione. Tra di loro molti consiglieri salernitani. Secondo l'ipotesi degli inquirenti, i consiglieri del Pdl avrebbero ritirato indebitamente l'89 per cento dei rimborsi, il Pd l'82%, l'Idv il 95%, il Nuovo Psi il 91%, l'Udc il 65%. La somma complessiva erogata nel biennio 2010-2012 è stata quantificata intorno ai due milioni e mezzo di euro. Tra i pochi a non essere indagati nell'ambito dell'inchiesta sui fondi destinati al funzionamento dei gruppi regionali in Campania c'è il presidente Stefano Caldoro. Complessivamente sono sette i consiglieri regionali che non sono indagati nell'ambito dell'indagine condotta dalla Procura di Napoli-Sezione reati contro la Pubblica Amministrazione diretta dal procuratore aggiunto Francesco Greco. I fondi destinati al funzionamento dei gruppi sono stati utilizzati tra l'altro per spese di ristorante, per comprare sigarette e addirittura per l'acquisto di giocattoli. Tutti i gruppi presenti in Consiglio regionale sono rimasti coinvolti: Pd, Nuovo Psi, Pdl, Idv, Udc, Udeur, Noi Sud. Idv e Udeur sarebbero i gruppi di testa che avrebbero più di ogni altro utilizzato i fondi in maniera ingiustificata. Da giorni in Consiglio regionale si attendeva con terrore l'esito delle indagini della procura. Il 20 dicembre del 2012: la prima ordinanza di custodia cautelare fu emessa per Massimo Ianniciello, esponente del Pdl, accusato di aver indebitamente percepito 63mila euro. Poche settimane dopo furono iscritti nel registro degli indagati anche Nicola Caputo (Pd) e Angelo Polverino (Pdl). La Guardia di Finanza perquisì i loro uffici nella sede dell'Assemblea regionale, al Centro Direzionale, e le abitazioni rispettivamente a Teverola e a Caserta città. Il 22 aprile scorso l'ultima ordinanza: agli arresti domiciliari finì Sergio Nappi e all'obbligo di dimora Raffaele Sentiero - entrambi eletti nella lista Noi Sud, vicina al Pdl - accusati di truffa aggravata.

Gli scontrini parlano chiaro: ci sono kit per la tintura dei capelli, giocattoli, gioielli, farmaci, cialde per il caffè, necrologi e perfino la «spesa» da consegnare a casa e il chewingum, scrive Amali de simone su “Il Corriere della Sera”. Ma soprattutto ci sono assegni pari ad un importo complessivo di un milione e mezzo di euro che non si sa come siano stati spesi e che sarebbero stati attribuiti direttamente ai consiglieri regionali della Campania finiti quasi tutti sotto inchiesta. Da qui il quesito: dove sono finiti i soldi per il funzionamento dei gruppi consiliari della Regione Campania? Si tratta di quasi 2 milioni e 400 mila euro di soldi pubblici, erogati fino ad agosto dell'anno scorso e che solo in parte sono stati «giustificati», stando alle indagini degli investigatori della guardia di finanza di Napoli coordinati dal comandante Nicola Altiero e dal pm Giancarlo Novelli. Per questo motivo quasi tutti i consiglieri regionali della Campania sono indagati per peculato. Mancano all'appello solo il presidente Stefano Caldoro e pochi altri. Dopo la Lombardia, il Lazio, la Basilicata e altre regioni, ora tocca alla Campania: i finanzieri hanno notificato ben 53 avvisi a comparire ai politici che oggi si riunivano in consiglio nella sede del Centro Direzionale. Trattandosi di soldi pubblici, Novelli, magistrato del pool «mani pulite» di Napoli, vuole fare i conti in tasca ai politici che hanno beneficiato di contributi per il funzionamento dei gruppi consiliari. Stando alle analisi dei consulenti della procura per il funzionamento dei gruppi consiliari in regione Campania nella IX legislatura fino allo scorso 31 agosto, sono stati spesi 2.353.331,92 euro di cui 1.464.117,59 erogati a consiglieri con attribuzioni dirette e non documentate, quasi sempre attraverso assegni; 271.321,81 sono uscite documentate coerenti, 99.900,88 uscite documentate non coerenti; 15.711, 58 uscite documentate per fini personali; 84.721,20 è la cifra spesa per collaborazioni e rimborsi a terzi documentati, 180.606,94 per quelli invece non documentati, infine sono pari a 18.868,40 le uscite documentate non coerenti. Insomma, tanti soldi su cui i consiglieri regionali dovranno fare chiarezza. In particolare dovranno spiegare agli inquirenti perché i politici hanno ricevuto soldi attraverso delle attribuzioni dirette, come se fossero state una sorta di ulteriore «stipendio»; dovranno chiarire inoltre se quegli assegni sono stati spesi e soprattutto come sono stati spesi. Lo screening degli investigatori riguarda tutti i gruppi parlamentari: l'Udeur per esempio, ha speso circa 115 mila euro. Come? Circa 94 mila euro sono attribuzioni dirette al capogruppo Ugo De Flaviis, poco più di 7 mila sono andate a Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella), sempre come attribuzioni dirette. Le uscite documentate coerenti sono circa 800 euro, quelle non coerenti 4 mila mentre le collaborazioni non documentate sono poco meno di 9 mila euro. Le spese del Pdl ammontano a circa 713 mila euro: i consiglieri hanno ricevuto direttamente oltre 505 mila euro, le uscite documentate coerenti sono pari a circa 61 mila euro, quelle non coerenti pari a 33 mila euro e le uscite per le collaborazioni non documentate sarebbero pari a oltre 112 mila euro. Il Pd, stando ai conteggi degli investigatori, ha speso invece più di 515 mila euro erogando direttamente ai consiglieri oltre 186 mila euro; le uscite documentate coerenti sono più di 40 mila euro, quelle non coerenti circa 3 mila euro quelle per le collaborazioni e i rimborsi documentati 26 mila euro, quelli privi di documentazione 40 mila euro. Infine, vengono individuate altre uscite non documentate pari a 218 mila euro. Il gruppo Nuovo Psi-Caldoro presidente ha uscite per oltre 233 mila euro di cui 174 mila attribuite direttamente ai consiglieri, 6 mila sono le uscite documentate coerenti, 21 mila quelle non coerenti, 12 mila quelle per fini personali, 13 mila sono per le collaborazioni e i rimborsi a terzi documentate, mentre le uscite non coerenti e non documentate ammontano a 4 mila euro. L'Udc ha speso 235 mila euro con 149 mila euro dati direttamente ai consiglieri e non documentati, 34 mila euro di uscite documentate e coerenti, 5 mila non coerenti, 3 mila per fini personali, 36 mila per rimborsi e collaborazioni a terzi documentate e 6 mila per uscite non documentate e non coerenti. L'Italia dei Valori avrebbe speso circa 175 mila euro erogando 158 mila euro direttamente ai consiglieri. Le uscite coerenti sono calcolate per 525 euro mentre le collaborazioni di terzi privi di documentazione fiscale ammontano a 16 mila euro. La spesa del gruppo Libertà e Autonomia Noi sud è di 111 mila euro: buona parte 102 mila euro sono andati direttamente ai consiglieri mentre le uscite documentate sono pari a 375 euro e quelle non documentate e non coerenti sono pari a quasi 9 mila euro. I Pse, partito socialista europeo ha documentato tutte le spese per un totale di 114 mila euro: la maggior parte risultano coerenti (83 mila euro), altre no (31 mila euro). Il gruppo misto ha speso circa 139 mila euro, 85 mila euro sono attribuzioni dirette ai consiglieri, 42 mila euro sono uscite documentate coerenti, poco più di mille euro quelle non coerenti, per le collaborazioni documentate sono stati spesi 7 mila e 500 euro e per quelle non documentate 2 mila e 400. Il gruppo che ha collezionato il numero più alto di scontrini «singolari» è quello presieduto da Gennaro Salvatore e cioè nuovo PSI–Caldoro presidente: tra le spese del 2012 spiccano 1935,50 euro per regali acquistati in gioielleria, oltre 8 mila euro tra bar e ristoranti, 318 euro di prodotti alimentari (la normale spesa), 203 euro per la tintura per i capelli. L'inchiesta nei mesi scorsi si era concentrata su rimborsi e fondi per la comunicazione.

E TI TIRANO LE BUFALE….

A tiratura nazionale si gridano i titoli “arrestato il vescovo di Salerno, Nunzio Scarano”. In questo calderone color porpora, si è sentito chiamare in causa anche il “vero” arcivescovo di Salerno. La curia, infatti, ha sottolineato che la diocesi è affidata a Luigi Moretti e non a Nunzio Scarano come da molti erroneamente considerato. In una nota Moretti ha voluto comunque esprimere «piena fiducia nella magistratura». Sulla bufala ecclesiastica della stampa si precisa: L'Arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno è monsignor Luigi Moretti, "il quale non è assolutamente indagato da nessuna Procura". La precisazione è in una nota dell'Arcidiocesi di Salerno, che aggiunge: "Si esprime piena fiducia nella magistratura riguardo la dolorosa vicenda di Monsignor Nunzio Scarano, il quale viene considerato erroneamente Arcivescovo di Salerno; a lui va la vicinanza dell'Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno". «C'è un processo in corso e conviene aspettare il capolinea del percorso che va trattato con attenzione e rispetto». È il pensiero espresso dell'arcivescovo di Salerno, Luigi Moretti, a Giacomo Galeazzi, Vaticanista de “La Stampa”, dopo l'arresto di monsignor Nunzio Scarano, indagato dalla Procura di Roma per corruzione, truffa e calunnia, e da quella di Salerno per riciclaggio. Per l'arcivescovo, «parlare oggi della sospensione di don Scarano dall'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno dove è incardinato in quanto sacerdote, è ancora troppo presto. Quando sarà il momento vedremo, affrontare ora la questione è semplicemente tempo perso». A margine di una cerimonia tenutasi in giornata a Rufoli, frazione di Salerno, monsignor Moretti ribadisce che «il caso di monsignor Nunzio Scarano non riguarda la nostra diocesi perché vive e lavora fuori Salerno da anni. Dove c'è la povertà degli uomini c'è bisogno di purificazione, la dimensione essenziale del cristianesimo è la redenzione e quindi la conversione; questo vale per tutti anche per la Chiesa. Io credo che il male colpisca sempre e tutti lasciando macchie che purtroppo impoveriscono tutti».  

Monsignor Nunzio Scarano, finito in manette venerdì 28 giugno 2013 nell’ambito dell’inchiesta sullo IOR insieme al broker finanziario Giovanni Carenzio e all’ex agente dell’Aisi Giovanni Zito per aver, secondo l’accusa, tentato di portare in Italia dalla Svizzera 20 milioni di euro riconducibili agli armatori D’Amico.

Va però detto che le prime agenzie che hanno preso a circolare contenevano una grossa inesattezza, ovvero quella secondo cui tra gli arrestati ci sarebbe “il vescovo di Salerno Nunzio Scarano”. Tra gli arrestati c’è effettivamente monsignor Nunzio Scarano, che però non è vescovo, né di Salerno né di altre diocesi, bensì un semplice prelato (basta fare una semplice ricerca). Il vescovo di Salerno, monsignor Luigi Moretti, è assolutamente estraneo ai fatti. Monsignor Scarano, incardinato presso la diocesi di Salerno-Campagna-Acerno, era stato indagato dalla Procura di Salerno per riciclaggio, ed era stato sospeso in Vaticano dal suo precedente compito, quello di funzionario dell’Amministrazione per il patrimonio della sede apostolica. Scarano è stato sospeso in quanto non ha osservato le regole del Diritto Canonico che prevedono il divieto per i sacerdoti di acquistare e detenere quote di società. Scarano è infatti titolare del 90% del capitale della Nuen, società per la costruzione di immobili residenziali, ed è coinvolto in altre operazioni finanziarie.

BATTIPAGLIA CONNECTION?

Battipaglia connection? "Camorra negli appalti del Comune": arrestato sindaco di Battipaglia. C'è anche il sindaco Giovanni Santomauro, primo cittadino di Battipaglia, grosso comune del Salernitano, tra i destinatari dei provvedimenti cautelari eseguiti l’8 maggio 2013 dal personale della Dia di Salerno su mandato della Dda salernitana. Il politico è accusato di aver favorito appalti pubblici per oltre 5 milioni di euro a una ditta edile vicina al clan dei Casalesi nell'ambito dell'operazione 'Alma' che vede indagati anche imprenditori e dipendenti di amministrazioni pubbliche accusati di turbativa d'asta aggravata dalla finalità mafiosa, concussione, corruzione di pubblico ufficiale, abuso d'ufficio e interposizione fittizia di beni. Santomauro, 65 anni, è stato eletto nel giugno 2009 appoggiato da alcune liste civiche vicine al centrosinistra. Santomauro è nato ad Albanella (SA) nel 1948, laureato in Scienze economiche presso l'Università degli Studi di Napoli, dal 1974 ha ricoperto incarichi istituzionali all'interno del Comune di Battipaglia. Dal 1991 al 2007 è stato, inoltre, segretario generale e, poi, direttore generale dal 2000 al 2002 e dal 2005 al 2007. Ha ricoperto - si legge sul sito istituzionale del Municipio - tale funzione per Comuni, Consorzi, Comunità montane e per la Provincia di Salerno. Vanta esperienze di Revisore dei Conti e di Presidente del Nucleo di Valutazione per vari Comuni e Consorzi del salernitano. Dal 1993 al 1997, è stato Commissario Straordinario di Liquidazione per il Dissesto del Comune di Casal di Principe, e dal 1994 al 1998, Commissario Straordinario di Liquidazione per il Dissesto del Comune di Eboli. Cultore della materia "Diritto degli Enti locali" presso l'Università degli Studi di Salerno a partire dal 1978, ha affiancato alla concreta esperienza lavorativa una fervida attività di docenza presso l'Università degli Studi di Salerno, la SSPAL, il Formez ed altri Enti, in materia di Controllo, Gestione ed Amministrazione locale. Grosso il bagaglio di competenze acquisite attraverso le partecipazioni al Corso di Management e Direzione Aziendale presso la Scuola di Direzione Aziendale Bocconi di Milano e LUISS di Roma. La misura cautelare è stata notificata anche a numerosi funzionari comunali. I provvedimenti restrittivi, spiega una nota della Dia, sono emessi su richiesta della Dda di Salerno dal gip presso il tribunale di Salerno. Gare per oltre cinque milioni di euro, scrive “La Repubblica”. Il sindaco di Battipaglia, Giovanni Santomauro, è agli arresti domiciliari nell'ambito dell'operazione della Dia di Napoli e Salerno su appalti illecitamente ottenuti da ditte legate al clan dei Casalesi, nel comune salernitano da lui amministrato. Insieme a lui, primo cittadino ex Pd poi passato ai centristi dell'Udc, la misura cautelare notificata anche a diversi funzionari comunali con un’ordinanza per turbativa d’asta, concussione aggravata e abuso d’ufficio. I provvedimenti restrittivi, spiega una nota della Dia, sono emessi su richiesta della Dda di Salerno dal gip presso il tribunale di Salerno, al termine di indagini condotte dalla Dia salernitana su appalti illecitamente ottenuti da ditte legate al clan dei Casalesi, banditi dal comune di Battipaglia. Tra le persone finite in carcere vi è Nicola Madonna, imprenditore ritenuto dagli investigatori contiguo al clan dei Casalesi. Secondo i risultati delle indagini, attraverso una ditta intestata a un prestanome avrebbe ottenuto dal sindaco di Battipaglia appalti pubblici per oltre cinque milioni di euro. Madonna - sempre stando all'accusa - avrebbe fatto ricorso a un prestanome perchè il fratello Michelangelo è colpito da un'interdittiva antimafia della Prefettura di Caserta. All'operazione scattata all'alba, denominata Alma, oltre alla Dia di Salerno, Napoli, Firenze e Bologna, partecipano i Carabinieri dei comandi provinciali di Salerno, Caserta, Avellino e l'Aquila. Giovanni Santomauro, sindaco prima del Pd poi passato all'Udc, aveva vinto il ballottaggio nel giugno 2009 con 14.056 voti e una percentuale del 55,89% prevalendo su Gerardo Motta, appartenente alle fila del Pdl. Ha guidato il comune di Battipaglia con una giunta di sinistra sostenuta anche dall'apporto dei centristi; l’estate 2012 passa dal Pd all'Udc. Ma ad aprile 2013 Santomauro tenta un riavvicinamento al Pd scusandosi pubblicamente nel corso di un'assemblea con gli elettori di sinistra, scatenando la dura reazione dei centristi. In carcere anche l'imprenditore edile Nicola Madonna, accusato di aver ottenuto in maniera illecita appalti dal comune di Battipaglia per 5 milioni di euro.

SE TU DENUNCI LE INGIUSTIZIE DIVENTI MITOMANE O PAZZO. IL SISTEMA E LA MASSOMAFIA TI IMPONE: SUBISCI E TACI. LA STORIA DI FREDIANO MANZI E PIETRO PALAU GIOVANETTI.

FREDIANO MANZI UN GESTO ESTREMO CONTRO L'ABBANDONO DEGLI USURATI.

Si è dato fuoco, davanti alla sede milanese della Rai, Frediano Manzi, presidente dell’associazione SOS Racket e Usura. Un gesto disperato, estremo, compiuto per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulle tante, troppe, vittime del pizzo, dei soldi prestati a strozzo. Attività monopolio della criminalità organizzata per la quale non esiste crisi. Manzi ha lasciato comunque una lettera in cui spiega le ragioni del gesto e avanzerebbe alcune richieste: “Una commissione d’inchiesta sul caso Ferrigno”; “rimozione del presidente del Fondo nazionale antiusura”. L’uomo avrebbe riportato ustioni di terzo grado su tutto il corpo, specie alla braccia e al torace. L’episodio è avvenuto poco dopo le 20.30 del 5 febbraio 2013 in corso Sempione. Dopo essersi cosparso il corpo di benzina il coordinatore di SOS Racket e Usura, secondo i giornalisti presenti, ha detto: “Tra 5 minuti mi do fuoco per tutte le vittime di usura. Addio”. Poi ha tirato fuori un accendino e si è dato fuoco. Ad intervenire per primo, mentre Manzi era avvolto dalle fiamme, è stato un autista del tram numero 19 che vedendo la scena è sceso dal mezzo pubblico con l’estintore e l’ha scaricato addosso a Manzi, che altrimenti rischiava davvero la morte o comunque conseguenze ancora peggiori di quelle in cui si trova adesso. L’autista ha raccontato: “Stavo transitando in corso Sempione quando ho visto le fiamme e istintivamente mi sono fermato. Poi ho capito che era un uomo e sono sceso con l’estintore e ho spento il fuoco che lo avvolgeva”. Il 4 gennaio 2013 Manzi si era già tagliato le vene denunciando di trovarsi in una situazione economica disperata e di aver dovuto chiudere due attività. Sotto minaccia da parte dalla criminalità organizzata (“per la ‘ndrangheta sono un morto che cammina”) a fine 2011 aveva scioccato tutti dicendo di aver commissionato due attentati a una della sue attività, un negozio di fiori. Perché? Per attirare l’attenzione su Sos Racket e Usura. Per questo finì indagato a Milano e Busto Arsizio e la sua credibilità, inevitabilmente, subì un duro colpo. Manzi aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione dopo aver confessato di aver commissionato per 1.200 euro al pluripregiudicato Alberto Marcheselli un finto attentato a un suo chiosco di fiori a Parabiago, per poi denunciare che si trattava di un atto di intimidazione contro l'attività della sua associazione. Ciò non toglie che grazie all’attività dell’associazione da lui presieduta e alle sue denunce sono state aperte diverse inchieste, come nel 2010 quando a Milano erano state arrestate alcune persone per il racket sulle case popolari. Era stato sempre Manzi a sporgere denuncia contro l’ex prefetto di Napoli Carlo Ferrigno, che due anni fa per le accuse di millantato credito e prostituzione minorile ha patteggiato una pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione. Manzi aveva chiesto di parlare ai giornalisti che si occupavano del telegiornale e quando gli addetti alla portineria lo hanno invitato ad allontanarsi ha minacciato di darsi fuoco. Poco dopo, si è cosparso di liquido e ha dato corpo alla sua minaccia. L'uomo è stato soccorso da un tramviere dell'Atm. "Stavo transitando in corso Sempione quando ho visto le fiamme e istintivamente mi sono fermato", ha raccontato il soccorritore. "Poi ho capito che era un uomo e sono sceso con l'estintore e ho spento il fuoco che lo avvolgeva". Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che si sono fatti consegnare la lettera lasciata da Manzi agli uscieri e che cominciava così: "Ho deciso di darmi fuoco per portare l'attenzione delle istituzioni su tutte le vittime dell'usura". Prima di cospargersi di benzina e appiccare le fiamme a se stesso con un accendino, Manzi ha consegnato alla tv di Stato una lettera in cui ribadisce il motivo del suo gesto, accompagnandolo con delle richieste, disperate tanto quanto lui. «Per le vittime dell’usura che nessuno aiuta», si legge nel foglio, scritto a mano. Poi alcune richieste, quelle degli ultimi 10 anni di lotte. «Una commissione d’inchiesta sul caso Ferrigno», o «rimozione del presidente del Fondo nazionale antiusura». In realtà Frediano Manzi da tempo versava in uno stato di profonda prostrazione, e aveva recentemente già tentato il suicidio tagliandosi le vene. Dopo i clamori seguiti alle importanti inchieste che le denunce della sua associazione (che negli anni è diventata un punto di riferimento per le vittime del racket) avevano fatto partire, nell’ambito non solo dell’usura ma dell’intreccio tra la criminalità organizzata e gli enti locali, lui stesso era scivolato nel baratro finendo a sua volta denunciato per aver simulato un attentato a uno dei suoi negozi di fiori. Così era inevitabilmente cominciato il declino della sua credibilità. Una situazione che, insieme ai suoi problemi economici e alle continue minacce della criminalità organizzata, lo avevano minato profondamente spingendolo ormai a una vita border line. 

Povero Frediano Manzi. Non sa che per essere finanziato e sostenuto basta santificare i magistrati ed essere di sinistra?

IN CARCERE PER AVER DIFESO LA GIUSTIZIA.

Lui non si chiama SALLUSTI... è PIETRO PALAU GIOVANETTI presidente di AVVOCATI SENZA FRONTIERE... sta per finire in carcere in ITALIA  per avere difeso i diritti dei cittadini... 

«Se potete vi prego di fare qualcosa è assurdo che mi mettano in carcere per avere denunciato la corruzione giudiziaria. Pensate che ieri abbiamo scoperto che la Procura Generale di Brescia ha omesso di trasmettere alla Cassazione il Ricorso per incidente di esecuzione che mi nega sia la prescrizione sia la continuazione sia l'errore di calcolo della pena residua. Lo Stato di diritto è morto....» Pietro Palau Giovannetti.

Tra le altre cose questo signore ha scritto sul suo sito questo pezzo.

QUANDO IL P.M. FA L'AVVOCATO DEGLI IMPUTATI: LO SCANDALOSO CASO MASTROGIOVANNI

Udienza 2 ottobre 2012, Vallo della Lucania. Per l'omicidio preterintenzionale di Francesco Mastrogiovanni, come prevedibile il P.M. Martuscelli ha chiesto di derubricare i reati più gravi, smontando l'impianto accusatorio del precedente P.M., Francesco Rotondo, "promosso" per impedirgli di concludere il processo, scrive “La Voce di Robin Hood”.

La Segreteria di Avvocati senza Frontiere, mentre è ancora in corso la requisitoria, rende noto che, a seguito della mancata astensione del P.M. Renato Martuscelli che ha ignorato la richiesta del difensore della Onlus Movimento per la Giustizia Robin Hood, costituita parte civile con l'Avv. Michele Capano del Foro di Salerno, ha inviato un circostanziato Esposto al C.S.M. e al Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Salerno per procedere in sede disciplinare nei confronti del P.M. Martuscelli e per valutare la rilevanza penale delle gravi e molteplici violazioni procedimentali che si sono verificate nell'ambito del processo in corso da oltre tre anni. Dopo aver sottoposto ad attenta disamina lo svolgimento del processo, nonché le attività svolte dalle parti, i legali dell'Associazione si sono resi conto dell'intollerabile assenza del P.M. che in spregio alle sue funzioni istituzionali ha assunto in maniera sfacciata, senza mezzi termini, la difesa degli imputati, cercando di minimizzare le gravi responsabilità degli stessi, rivolgendo, viceversa, le proprie attività d'accusa nei confronti della vittima, nel precipuo scopo di alleggerire le condotte dei medici e del personale ospedaliero, nonché delle stesse forze dell'Ordine che hanno eseguito con modalità illegittime, il brutale fermo di una persona assolutamente sana di mente e pacifica che implorava di non venire portato presso il lager psichiatrico del San Luca di Vallo della Lucania, preavvertendo con grande lucidità che sarebbe stato ucciso. A riguardo, i legali di Avvocati senza Frontiere hanno ricordato la pregressa attività persecutoria del P.M. nei confronti del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni, quando il povero Mastrogiovanni era ancora in vita, sottoponendolo, ingiustamente, già anni orsono, alla misura della custodia cautelare per oltre 9 mesi, per fatti del tutto insussistenti di pretesa "resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale", dai quali l'odierna vittima è stata poi assolta con formula ampia dalla Corte d'Appello di Salerno, riconoscendo l'abuso da parte delle Forze dell'Ordine, e condanna dello Stato Italiano da parte della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo di Strasburgo, per l'ingiusta detenzione.
L'esposto prosegue denunciando l'anomalo comportamento endoprocessuale e l'assoluta inerzia investigativa del P.M. Martuscelli, anche nel connesso procedimento R.G.N.R. 1799/09, nell'ambito del quale ha richiesto nelle scorse settimane l'archiviazione nei confronti dei medici che avevano disposto il TSO di Mastrogiovanni, risultando perciò evidentemente incompatibile e impensabile che potesse oggi sostenere la Pubblica Accusa, sostituendo l'originario P.M. che aveva svolto in maniera ineccepibile le indagini e disposto i rinvii a giudizio, venendo infine rimosso, mediante promozione: "promoveatur ut amoveatur" (noto brocardo latino, la cui traduzione è "sia promosso affinché sia rimosso", usato per esprimere la necessità di liberare un ruolo chiave dell'organigramma dalla persona che lo occupa, promuovendola ad un qualunque altro ruolo di rango superiore, quale unico mezzo per poterlo "legalmente" allontanare dalla posizione occupata, ritenuta scomoda agli interessi dei poteri dominanti). Ciò non bastando, anche le stesse condotte endoprocessuali tenute dal Dr. Martuscelli nel corso del dibattimento hanno rivelato la sua manifesta parzialità, animosità e acrimonia verso la persona del defunto Mastrogiovanni, nei cui confronti giungeva addirittura ad infierire con diffamanti e false insinuazioni, dipingendolo come pericoloso sovversivo, spingendo i testimoni ad esprimere valutazioni negative e del tutto inconferenti alla illegittima prolungata contenzione che ne ha provocato la morte. D'altro canto, il Martuscelli rivelava prevenzione e grave inimicizia, omettendo qualsiasi attività, quale rappresentante della Pubblica Accusa, neppure ravvisando la necessità di sollevare eccezione di inammissibilità circa l'ammissione della testimonianza della Dr.ssa Di Matteo, in quanto indagata nel parallelo procedimento connesso R.G.N.R. 1799/09, relativo al TSO, giungendo, infine, ad omettere di richiedere l'acquisizione del video integrale delle oltre 83 ore di tortura con mani e piedi legati, senza acqua nè cibo, da cui si poteva, altresì, accertare la presenza del primario che invece la difesa sosteneva in ferie.

Ragioni per cui prima di conoscere l'esito della requisitoria del P.M. che si è poi appreso aver richiesto la derubricazione dei reati più gravi, premonitoriamente il comunicato stampa di Avvocati senza Frontiere avanzava l'ipotesi che vi erano fondati motivi per ritenere che il Martuscelli avrebbe richiesto l'assoluzione del primario del lager psichiatrico e pene miti nei confronti dei terzi imputati aventi causa. In effetti, l'anomala Pubblica Accusa è andata ben oltre, ritenendo insussistente il reato di sequestro di persona, contestato in origine dal P.M. rimosso, a tutti i 18 imputati tra medici ed infermieri, ha fatto cadere l'imputazione di cui all'art. 586 c.p. (morte come conseguenza di altro delitto), sostenendo la mancanza dell'elemento doloso del delitto, chiedendo, infine, la derubricazione ad omicidio colposo. Attraverso tale capzioso percorso argomentativo, insultando il buon senso e l'intelligenza del popolo italiano che ha visto il video integrale dell'atroce agonia inflitta ad un uomo sano, libero e in pieno possesso della sue facoltà mentali, il P.M. Martuscelli, ritenendo la contenzione che ha provocato l'atroce morte della vittima, come "blanda e irrilevante", ovvero (sic!) un "atto medico dovuto", anzichè barbara tortura medievale, ha chiesto lievi pene comprese tra i due anni e i due anni e 7 mesi per il personale medico e sanitario in servizio la notte tra il 3 e il 4 agosto 2009. La difesa di Avvocati senza Frontiere anticipa che nella propria arringa richiederà anche ai sensi dell'art. 523 c.p.p., la visione del filmato integrale, sottolineando che, senza l'acquisizione agli atti di tale basilare prova, nessun giusto verdetto potrà scaturire all'esito del processo. E' da ritenersi infatti che l'anomalo P.M. non si mai neppure peritato di esaminare integralmente il filmato, in quanto ove avesse trovato il coraggio di farlo, posto di fronte alla consapevolezza dei fatti e a quali atroci sofferenze e' stata ininterottamente sottoposta la vittima di tali disumani trattamenti, definiti del tutto incoscientemente "atti medici dovuti" non avrebbe di certo avuto l'ardire di definire la contenzione praticata "blanda e irrilevante", nè tantomeno di coprire le ben più gravi responsabilità penali e sarebbe giunto a ben diverse ipotesi, contestando invece l'omicidio preterintenzionale.

A tal riguardo è uscito un articolo su “L’Espresso”. A firma di Ermanno Forte. “Ora processano Mastrogiovanni”. Requisitoria da anni '50 nel dibattimento sull'omicidio del maestro: il pm difende gli imputati e se la prende con le 'bizzarrie' della vittima. Non c'è stato sequestro di persona perché la contenzione è un atto medico e quindi chi ha lasciato un uomo legato mani e piedi a un letto, per oltre 82 ore, ha semplicemente agito nell'esercizio di un diritto medico. Al massimo ha ecceduto nella sua condotta, ma questo non basta a considerare sussistente il reato di sequestro. E' questa la considerazione centrale della requisitoria formulata da Renato Martuscelli al processo che vede imputati medici e infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per la morte di Francesco Mastrogiovanni. Per il pubblico ministero decade dunque il capo d'imputazione principale contestato ai sanitari, e di conseguenza anche quello ad esso collegato, la morte come conseguenza di altro delitto. Martuscelli ha così derubricato quest'ultima imputazione, chiedendo invece la condanna per omicidio colposo dei soli medici e infermieri in servizio il 3 agosto del 2009, l'ultimo giorno di agonia del maestro cilentano (che muore alle 2 di notte del 4 agosto). Nel dettaglio: tre anni di reclusione per Michele Di Genio, il primario del reparto; due anni e sei mesi per Americo Mazza e Rocco Barone e due anni e sette mesi per Anna Ruberto (i tre medici in servizio quel giorno). Il pm ha contestato l'omicidio colposo anche ai sei infermieri in servizio il 3 agosto (Antonio De Vita, Antonio Tardio, Alfredo Gaudio, Antonio Luongo, Nicola Oricchio e Raffaele Russo), per i quali ha chiesto la condanna a due anni. In sostanza Martuscelli sostiene che chi era di turno l'ultimo giorno di vita di Mastrogiovanni avrebbe dovuto accorgersi del peggioramento delle sue condizioni. E che l'unica colpa penalmente rilevante dei sanitari di quel reparto sia questa. Viene invece confermata per tutti i medici l'accusa di falso in atto pubblico, per non aver registrato la contenzione sulla cartella clinica: Martuscelli ha chiesto condanne per un anno e due mesi di carcere (oltre che per i tre medici sopra citati, anche per Michele Della Pepa e Raffaele Basso), eccezion fatta per il primario Di Genio (la richiesta è di un anno e quattro mesi). Il pm ha dunque in gran parte sconfessato l'impianto accusatorio imbastito nella fase delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio da Francesco Rotondo, il magistrato che sin dall'inizio ha lavorato sul caso, disponendo l'immediato sequestro del video registrato dalle telecamere di sorveglianza del reparto psichiatrico, e che poi è stato trasferito. Nella prima parte della requisitoria - durata un paio d'ore, davanti al presidente del tribunale Elisabetta Garzo –Martuscelli si è soffermato a lungo sui verbali di carabinieri e vigili urbani relativi alle ore precedenti al ricovero (quelli dove si descrivono le reazioni di Mastrogiovanni alla 'cattura' avvenuta sulla spiaggia di San Mauro Cilento e le presunte infrazioni al codice della strada commesse dal maestro), oltre a ripercorrere la 'storia sanitaria' di Mastrogiovanni, già sottoposto in passato a due Tso, nel 2002 e nel 2005. "Una buona metà dell'intervento del pm è stata dedicata a spiegare al tribunale quanto fosse cattivo e strano Franco Mastrogiovanni" commenta Michele Capano, rappresentante legale del Movimento per la Giustizia Robin Hood, associazione che si è costituita parte civile al processo "sembrava quasi che l'obiettivo di questa requisitoria fosse lo stesso maestro cilentano, e non i medici di quel reparto". Il processo continuerà il 16 ottobre, con l'arringa di Caterina Mastrogiovanni, l'avvocato dei familiari della vittima, e dei legali delle altre parti civili. A seguire ci saranno le arringhe dei difensori degli imputati, fino alla pronuncia della sentenza, prevista per il 30 ottobre.

CHI E’ PIETRO PALAU GIOVANNETTI.

Sono Pietro Palau Giovannetti, presidente del Movimento per la Giustizia Robin Hood e della rete "Avvocati senza Frontiere", nonché direttore responsabile del giornale on line www.lavocedirobinhood.it, Enti no profit che dirigo da oltre 25 anni, battendomi in prima persona per l'affermazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e una giustizia pulita libera da mafie, partiti, logge massoniche e corruzione. Mi permetto di richiedere la solidarietà di tutti gli spiriti liberi e le persone oneste, perché tra qualche giorno sarò tratto ingiustamente in arresto, senza aver mai commesso alcun reato, se non quello che non può certo considerarsi tale, di aver denunciato, sin dai tempi di "mani pulite", la dilagante corruzione politico-giudiziaria e gli abusi nei confronti dei soggetti più deboli che non hanno mezzi o stuoli di avvocati prezzolati, in grado di condizionare le istituzioni, ostacolando il regolare corso della Giustizia. Se nei prossimi giorni il P.G. di Brescia riterrà di arrestarmi, sono pronto ad andare in carcere a testa alta, perché credo in una Legge molto più grande di quella umana, controllata da logiche perverse e dalle varie mafie che soffocano la legalità. Sono intimamente convinto che in uno «Stato-mafia», come quello in cui viviamo che imprigiona ingiustamente i deboli e lascia deliberatamente impuniti colletti bianchi, criminali politici e mafiosi, "anche una prigione sia un luogo adatto per un uomo giusto", come affermava Henry David Thoreau, grande pensatore del Rinascimento americano, il quale nel saggio "Disobbedienza civile", sosteneva tra l'altro che è ammissibile non rispettare le leggi quando esse vanno contro la coscienza e i diritti dell'uomo, ispirando cosi i primi movimenti di protesta e resistenza non violenta. A fronte del mio incessante impegno civile e lotta alla "massomafia", ho subito oltre 750 procedimenti penali, di cui ben 114 solo in Cassazione, con le accuse più disparate per pseudoreati di natura ideologica, scaturenti dalle mie stesse denunce, ritenute assurdamente "corpi di reato", o dagli articoli pubblicati sui siti web dell'Associazione. Procedimenti da cui sono sempre stato per lo più assolto, per manifesta infondatezza delle notizie di reato. Ma ciò nonostante, dal 1986, sono stato fatto continuamente oggetto di rinvii a giudizio e addirittura di ripetute richieste di perizie psichiatriche, come in uso nelle dittature dei Paesi dell'Est, costringendomi a difendermi, senza sosta, in ogni sede, per gran parte della mia vita. Solo attraverso una ferrea difesa e la mia fede nella vera Giustizia sono riuscito a contrastare questa impressionante mole di attività persecutorie che non trovano precedenti nella storia del diritto internazionale, anche tenuto conto dell'enorme dispendio di risorse pubbliche impiegate per l'istruzione di svariate migliaia di udienze e centinaia di procedimenti penali, privi di qualsiasi consistenza, rilevanza e interesse sociale. Per l'abnormità delle procedure adottate il mio caso richiama quello del pacifista nonviolento, Danilo Dolci, che dagli anni '50, in Sicilia, dedicò la sua vita alla causa degli ultimi, lottando per l'emancipazione dalla povertà e dall'ignoranza, venendo, come me, ingiustamente arrestato e condannato per reati di opinione dalla magistratura di regime dell'epoca, tutt'oggi, purtroppo, ancora, asservita agli interessi della politica e della "massomafia", cioè di quel regime occulto trasversale ai partiti che da oltre 150 anni governa il Paese. La sua condanna venne infatti scandalosamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, seppure in sua difesa avessero testimoniato Premi Nobel ed intellettuali di fama mondiale del calibro di Carlo Levi, Erich Fromm, Norberto Bobbio, Elio Vittorini, Lucio Lombardo Radice, Padre David Turoldo, Don Zeno, etc., e l'arringa fosse stata pronunciata da Piero Calamandrei, tra i padri fondatori della nostra amata Costituzione. Oggi anch'io rischio il carcere, stante la definitività di alcune inique condanne per oltre 5 anni di reclusione, confermate dalla Cassazione per reati di pretesa "diffamazione, calunnia, oltraggio, resistenza", nei confronti di magistrati, avvocati e altri infedeli rappresentanti delle istituzioni, seppure, come riconosciuto dallo stesso Tribunale di Sorveglianza - che qui cito testualmente - i cosiddetti "precedenti penali" a me ascritti: "concernono sostanzialmente situazioni e contesti legati ad iniziative sociali quali quelle patrocinate dal Movimento per la Giustizia Robin Hood". Ma ciò nonostante mi vogliono mandare in galera dopo avermi perseguitato per oltre un quarto di secolo, neanche rappresentassi un pericolo pubblico! Le condanne inflittemi non colpiscono infatti un pericoloso delinquente, bensì un Human Rights Defender che, da oltre 25 anni, si adopera a tutela della legalità, denunciando gli abusi del potere e l'impunità di cui godono gli affiliati ai vari comitati d'affari e logge massoniche, che hanno occupato lo Stato, soffocando la democrazia, attraverso il controllo capillare delle istituzioni, dell'economia, dei media e della cultura, garantendosi in tal modo il «controllo sociale» e una forma di governo parallelo, che Ernst Fraenkel denominò "Doppio Stato". Cioè, la compresenza nell'assetto statuario di "normatività" e "discrezionalità", dove a fianco di un sistema apparentemente democratico, convive un ordine perverso, che applica, come ai tempi della Germania nazista, la discrezionalità sistematica nell'applicazione e nel rispetto delle leggi, allo scopo di intimidire, reprimere e sopprimere ogni forma di dissenso, perpetuando proprio grazie a questa autoreferenziale contraddizione di sistema, l'organizzazione del consenso e il dominio sui governati, dove le istituzioni sono invase da politici, pubblici amministratori e magistrati corrotti, in simbiosi con banchieri, massoni e mafiosi, mentre una parte sana ma minoritaria e priva di mezzi dello Stato e della Società civile, cerca di contrastarli, a rischio della propria stessa vita o di venire delegittimati, come fu per Falcone, Borsellino, Cordova, De Magistris, Ingroia e tanti altri fedeli servitori dello Stato. A riguardo, sin dagli anni '80, ho infatti inascoltatamente segnalato, anche con grandi manifesti, che la mafia aveva messo le mani sulla città, denunciando l'imperversante speculazione edilizia e gli abusi ambientali nei quartieri metropolitani milanesi, da parte dei vari comitati d'affari che, già da allora, all'ombra di illecite protezioni, spadroneggiavano impunemente, controllando il territorio e i gangli vitali delle istituzioni, attraverso quella che i P.M. di "mani pulite" definirono come "corruzione ambientale", senza poi però riuscire ad andare sino in fondo. Denunce, occorre ricordare, che hanno permesso alla Procura di Milano di portare alla luce massicci episodi di corruzione nella Guardia di Finanza e nella stessa magistratura, portando all'arresto, tra gli altri, del Generale Giuseppe Cerciello, e dell'allora insospettato Presidente del Tribunale di Milano, Diego Curtò, entrambi da me denunciati, sin dal 1989, venendo io, però, dapprima, incriminato per diffamazione e calunnia, nonché preso per "visionario", fino al loro arresto e alla definitiva condanna degli stessi per fatti di corruzione (quest'ultimo, come molti ricorderanno, in relazione alla megatangente Enimont e al lodo Mondadori). Il Movimento per la Giustizia Robin Hood, spezzando in parte l'azione ostruzionistica nei suoi confronti, ottenne poi il riconoscimento quale Onlus nella sezione civile del Registro del Volontariato della Regione Lombardia, con effetto retroattivo dal 1998, in forza di due sentenze del T.A.R., di cui una per obblighi di fare. Nonostante l'alto valore sociale di tali attività, come riconosciuto dallo stesso Tribunale di Sorveglianza, lo scorso 15/1/13, i giudici bresciani che avevano precedentemente sospeso il processo, rinviandolo a nuovo ruolo, in attesa dell'esito dei giudizi pendenti in Cassazione per incidente di esecuzione e avanti la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - che se accolti comportano la revisione automatica del processo "non equo" -, hanno invece cambiato indirizzo, riservandosi sulla revoca del mio affidamento ai Servizi Sociali, cosa che implicherà nei prossimi giorni l'obbligo di arresto per scontare una pena residua di 2 anni, 8 mesi, 17 giorni, dopo aver già espiato anni 1, mesi 5 e giorni 7 di reclusione, oltre ad 1 anno di Libertà controllata, neanche fossi un mafioso o un criminale, per un totale di ben oltre 5 anni di carcerazione! Taluni media falsamente garantisti quando si tratta di coprire i potenti, sicuramente cercheranno di gettare altro fango, insinuando ogni sorta di dubbio e calunnia nei miei confronti, a partire da il Giornale di Sallusti, che ho già avuto modo di denunciare per il contenuto diffamatorio dell'articolo: "Il nuovo eroe antipremier? E' in realtà un bancarottiere condannato per calunnia", articolo apparso in data 14/5/11, in occasione del processo Mills e del mio fermo illegale avanti al Tribunale di Milano, ad opera della Digos, che molti forse ricorderanno, avendo destato anche presso la stampa estera, notevole indignazione e scalpore per le modalità brutali e la manifesta ingiustizia. Voglio quindi si sappia che, al di là delle calunnie della stampa di regime, non ho mai subito alcuna definitiva condanna per reati societari come il padrone di Sallusti e che l'unica vera ragione dell'accanimento di settori deviati della magistratura nei miei confronti, risiede nel fatto che ho denunciato, per primo, l'esistenza di poteri esterni allo Stato, ovvero di un «Regime occulto», in grado di condizionare l'intero arco parlamentare, media, forze dell'ordine e organi giurisdizionali, sino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, mettendo in luce il ruolo di subalternità delle mafie agli apparati dell'alta finanza e dello Stato e, quel che, sicuramente, più disturba, alla Massoneria internazionale, secondo la stessa prospettiva investigativa di Giovanni Falcone, che partendo dalle rivelazioni di Tommaso Buscetta aveva capito, sin dal 1984, come la Massoneria rappresenti il «collante» dei vari poteri criminali con la politica, le istituzioni e i servizi segreti. Non credo perciò di meritare di andare in carcere per le mie denunce, come non lo meritava neppure Sallusti, seppure coltivasse ragioni diametralmente opposte alle mie, perché in un Paese veramente libero nessuno può venire incarcerato per le proprie idee. Grazie di cuore per la Vs. attenzione e per il Vs. sostegno nelle forme che più riterrete opportune.

Pietro Palau Giovanetti secondo “Il Giornale”. E meno male che Sallusti sa cosa vuol dire essere perseguito per reato di opinione. Le urla, «vergogna, vergogna», gli spintoni, la polizia che arriva e trascina via il contestatore: il tutto sotto gli obiettivi delle telecamere, che documentano in diretta l'ennesimo caso di repressione del dissenso. La scena accade davanti al tribunale di Milano, blindato dale forze dell'ordine per la nuova udienza a carico di Silvio Berlusconi. Protagonista della protesta solitaria, racconteranno le cronache e le telecronache, un avvocato: un professionista indignato per le malefatte del capo del governo, e deciso a manifestare il suo sostegno a Ilda Boccassini e ai suoi colleghi. Ma alle 15.36 di ieri pomeriggio un comunicato dell'Ordine degli avvocati milanesi costringe a rivedere la faccenda: «A seguito dei recenti fatti di cronaca divulgati in data 9 maggio 2011 in relazione allo svolgimento del processo Mills, in occasione del quale si è riferito di un contestatore, Pietro Palau Giovannetti, indicato dalla stampa come avvocato, si comunica che tale Pietro Palau Giovannetti non risulta iscritto negli elenchi professionali tenuti dal consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano». E quindi? Se non è un avvocato, come hanno scritto i giornali, chi è il signore alto e robusto che i carabinieri hanno trascinato via mentre urlava «vergognatevi buffoni» ai militanti del Pdl in attesa di Berlusconi sotto il tribunale? L'aspirante icona della sinistra (emulo di Pietro Ricca, che nel 2003 urlò «buffone» a Berlusconi in tribunale e su questo costruì una carriera) è in realtà un personaggio di cui le cronache giudiziarie si sono dovute occupare in più di un'occasione. Titolare di una piccola azienda di auto d'epoca, la Classic Cars, Palau finisce gambe all'aria all'inizio degli anni Novanta e viene inquisito per bancarotta fraudolenta. A quel punto si trasforma in un implacabile accusatore della magistratura che - a suo dire - lo avrebbe ingiustamente inquisito. Attraverso l'associazione «Robin Hood» di cui è presidente, segretario e unico militante lancia la sua crociata contro le malefatte dei giudici. Se la prende in particolare con il procuratore Francesco Saverio Borrelli, che accusa di malefatte di ogni genere: querelato dal capo di Mani Pulite, Palau viene condannato per calunnia. Ma non si arrende, anzi. E qui la faccenda si fa interessante. Il nome di Palau Giovannetti viene infatti citato in una intervista al Corriere, nel maggio 1997, dal pm Piercamillo Davigo. Si parla del misterioso «dossier Achille», un documento attribuito al Sisde in cui si ipotizzavano tra l'altro infiltrazioni ebraiche e massoniche nel pool Mani Pulite. Ed ecco cosa dice Davigo: «Per carità, io posso fare solo un'ipotesi. L'unica cosa che mi viene in mente è la valanga di denunce presentate da Pietro Palau Giovannetti... La conosce la sua storia? Quel signore abitava in uno stabile di un immobiliarista milanese, Virginio Battanta. Ricevuto lo sfratto, Palau lo ha denunciato. Poi, quando è finito sotto inchiesta per due fallimenti, ha cominciato a presentare esposti a Brescia contro i pm di Milano che, a suo dire, non avrebbero indagato. Di lì è nato un groviglio di inchieste a catena, con decine o forse centinaia di denunce incrociate, penso che ora se ne occupi Trento ma non escludo che prima o poi, passando da una Procura all'altra, finisca tutto a Trieste. Ecco, ricordo che una delle tante denunce di Palau fu indirizzata al procuratore Cordova (all'epoca procuratore di Palmi), che all'epoca era titolare della maxi-inchiesta sulle logge coperte. Che io ricordi, quella è l'unica denuncia che abbia mai ipotizzato infiltrazioni giudaico-massoniche, espressione forse usata in senso generico, approssimativo, tra i magistrati di questa Procura». Sono passati quattordici anni. E lunedì scorso il bancarottiere che allora accusava la Procura milanese di essere un covo di massoni riemerge all'improvviso, trasformandosi in «avvocato» e incarnando per mezza giornata la nuova icona del popolo filo-giudici.

Marco Travaglio a riguardo ha qualcosa da dire.

HANNO AVUTO IL CORAGGIO DI CHIAMARLA "GUERRA TRA PROCURE", QUANDO L'UNICA VERA GUERRA E' QUELLA MOSSA DAI POTERI OCCULTI ALLA PARTE SANA DELLA MAGISTRATURA PER INSABBIARE LE INDAGINI SUGLI INTRECCI TRA MAFIA, STATO E MASSONERIA. IL TRISTE EPILOGO ALL'ITALIANA DELLE INCHIESTE SCIPPATE ALLA PROCURA DI SALERNO E I PROVVEDIMENTI CONTRO IL PROCURATORE APICELLA E GLI ALTRI MAGISTRATI CHE INDAGAVANO SUI FILONI DI DE MAGISTRIS NE SONO LA PIU' CHIARA DIMOSTRAZIONE. STATO E C.S.M. HANNO DATO L'ENNESIMA PROVA DI STARE DALLA PARTE DELL'ILLEGALITA', INSIEME AL PRESIDENTE NAPOLITANO CHE AL DI LA' DELLE SOLITE DICHIARAZIONI RETORICHE DI FINTA EQUIDISTANZA NON HANNO SAPUTO FAR ALTRO CHE DIFENDERE I PERVERSI INTERESSI DELLA POLITICA E DI CHI VUOLE METTERE LE MANI SULLA GIUSTIZIA.

Di seguito pubblichiamo sul tema un intervento di Marco Travaglio tratto dal Blog Voglio Scendere: "Scontro finale tra politica e magistratura".

"Buongiorno a tutti.

Non so se avete notato la miseria di questo dibattito sulla questione morale.

Il ritorno del dibattito sulla questione morale: i giornali pullulano di interviste dei vari Pomicini, De Michelis, Di Donato.

Vari parenti di Craxi... persino Capezzone che dice che Veltroni dovrebbe chiedere scusa a Bettino Craxi.

La questione morale, come al solito, viene usata per buttarsi addosso a vicenda le proprie vergogne anziché guardarle e possibilmente cancellarle.

Tant'è che il massimo di risposta che sono riusciti a partorire i vertici del PD, quando Berlusconi ha visto la questione morale - ovviamente soltanto la loro e non la sua che è talmente gigantesca che non riesce nemmeno più a vederla, data la statura fra l'altro - è stata: "ma tu hai portato in Parlamento inquisiti e condannati".

Naturalmente hanno dimenticato i propri.

Il massimo che possono dire è "noi ne abbiamo di meno", come se ci si potesse difendere o addirittura attaccare dicendo "noi abbiamo meno inquisiti e meno condannati di te".

Bisognerebbe poter dire "noi non ne abbiamo".

Quando Grillo e tanti altri hanno proposto questa legge di iniziativa popolare per cacciare i condannati dalle liste elettorali, anche se le firme raccolte questa volta erano quelle giuste e nessuno ha potuto metterle in discussione, nemmeno Carnevale, il Parlamento se l'è presa comoda, tant'è che non siano ancora nemmeno arrivati a una discussione sul tema.

Lasciamo perdere queste menate di partiti che ormai stanno chiaramente disfacendosi, sfarinandosi, dissolvendosi senza nemmeno che se ne rendano conto, e vediamo di parlare dell'altro grande titolo che campeggia sui giornali da quasi una settimana.

Cioè da mercoledì scorso, quando la procura di Salerno è scesa a Catanzaro per sequestrare gli atti dell'indagine Why Not e comunicare a un bel po' di magistrati calabresi e lucani che sono indagati per il mega complotto ipotizzato contro Luigi De Magistris.

Il titolo che è andato in edicola e in onda a reti unificate e a edicole unificate è "Guerra fra procure", "Guerra fra PM", "Scontro fra procure, interviene Napolitano".

Questo è l'unico dato costante.

La prima riga del titolo serviva a giustificare la seconda: se c'è effettivamente una guerra fra procure deve intervenire qualcuno a spegnare l'incendio, e quindi meno male che c'è il Capo dello Stato.

La domanda è: ma davvero c'è una guerra fra procure? Davvero c'è uno scontro fra PM? Davvero Salerno e Catanzaro stanno sullo stesso piano e si attaccano vicendevolmente, ma abusivamente tanto da giustificare l'intervento del pompiere del Quirinale e dei pompieri del Consiglio Superiore della Magistratura?

Vediamo. I fatti sono questi.

Qualche mese fa, De Magistris viene trasferito dalle funzioni che occupa e dalla sede che occupa, cioè da Pubblico Ministero e da Catanzaro, dal Consiglio Superiore che stabilisce come lui non possa più fare il Pubblico Ministero e non possa più fare il magistrato a Catanzaro.

Quindi viene trasferito alla giudicante a Napoli.

Nel frattempo arrivano in pellegrinaggio alla procura di Salerno decine di suoi inquisiti o di suoi superiori o colleghi che vogliono denunciarlo per enormi nefandezze da lui commesse durante i tre anni di procura a Catanzaro.

Soprattutto, si concentrano sulle tre indagini importanti che De Magistris aveva fatto e che, secondo questi denuncianti in processione, sono tutte quante viziate da ogni sorta di nequizia.

L'indagine Poseidone, sui depuratori che si dovevano fare in Calabria e che sono stati finanziati dall'Unione Europea con 800 milioni di euro e non se n'è mai visto uno, di depuratore.

L'indagine sulle toghe lucane, per i comitati d'affari che collegano magistrati della Basilicata, sui quali è competente a indagare Catanzaro e per questo se ne stava occupando De Magistris.

Eppoi l'indagine Why Not, quella che, oltre a vari faccendieri, ex piduisti, ufficiali dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, politici, giornalisti collusi, qualche mafiosetto di passaggio, aveva come principale imputato questo Antonio Saladino, capo della Compagnia delle Opere che è il braccio finanziario-affaristico di Comunione e Liberazione.

E, al suo fianco, una lobby trasversale di uomini politici che coinvolge personaggi che stanno intorno all'allora presidente del Consiglio Prodi, che viene lui stesso indagato ma non perché sia accusato di avere fatto qualcosa lui personalmente, ma perché c'era uno di questi del suo giro coinvolto nei rapporti poco chiari con Saladino, che utilizzava un cellulare in uso anche a Prodi.

Per vedere come veniva usato questo cellulare viene indagato Prodi, proprio per poter chiedere al Parlamento l'autorizzazione a utilizzare e indagare su quei tabulati.

Poi Mastella, l'ultimo degli indagati perché appena viene indagato, allora ministro della Giustizia - siamo all'ottobre del 2007 - De Magistris si vede togliere anche questa indagine.

Bene, queste tre indagini, secondo tutti questi processionari che vanno a Salerno, sarebbero viziati da gravi reati commessi da De Magistris: fughe di notizie, abusi.

Perché vanno a Salerno a denunciare De Magistris? Perché Salerno è competente a indagare sugli eventuali reati commessi da magistrati di Catanzaro.

Per fortuna i magistrati di Catanzaro non possono indagare su se stessi, indaga Salerno.

Se poi Salerno ha commesso irregolarità, indaga Napoli. Su Napoli indaga Roma, su Roma indaga Perugia e così a catena.

Una volta c'erano le competenze incrociate tra le procure: Perugia indagava su Roma e Roma su Perugia.

Brescia indagava su Milano e Milano su Brescia.

Genova su Torino e Torino su Genova.

Catanzaro indagava su Salerno e Salerno su Catanzaro.

Ma se io indago su Beppe Grillo e Beppe Grillo indaga su di me, alla fine può capitare che, se siamo due poco di buono, ci mettiamo d'accordo: io non indago su di te, tu non indaghi su di me, una mano lava l'altra e così continuiamo a fare le nostre porcherie, indisturbati.
Ecco perché, nel 1998, furono cancellate le competenze incrociate e quindi si stabilì che se io indago su Grillo, lui non può indagare su di me: su di me deve indagare una terza persona, in modo che così non ci possiamo mettere d'accordo perché non abbiamo il do ut des.
Quindi Salerno è competente per indagare sui reati dei magistrati di Catanzaro, e lì arrivano coloro che vogliono denunciare De Magistris per quello che ha fatto a Catanzaro.

Ma anche De Magistris a Salerno fa delle denunce: denuncia a sua volta i sui superiori e alcuni suoi imputati, avvocati di suoi imputati, giornalisti al seguito dei suoi imputati o dei suoi superiori, che secondo lui lo avrebbero screditato, calunniato, isolato, espropriato delle sue inchieste.

Insomma, avrebbero creato i presupposti per levare prima le inchieste e poi lui.

Quindi i magistrati di Salerno non possono fare altro, perché ricevono queste denunce, di De Magistris e contro De Magistris, essendo competenti devono approfondirle per vedere quali sono fondate e quali no.

La legge glielo impone, è obbligatoria l'azione penale.

Ricevi una denuncia, devi verificarla.

Quindi cominciano a lavorare, per mesi e mesi, nessuno ne sa niente, di quello che succede a Salerno.

Lavorano in silenzio, nessuno li ha mai visti in televisione, nessuno li ha mai sentiti parlare, nessuno sa nemmeno che faccia abbiano i pubblici ministeri Gabriella Nuzi e Dionigi Verasani e il loro capo che si chiama Luigi Apicella.

A un certo punto, questi tre magistrati di Salerno vengono sentiti dal Consiglio Superiore: la prima volta nell'ottobre dell'anno scorso, quattordici mesi fa, l'altra volta il 9 gennaio di quest'anno, undici mesi fa.

Vennero sentiti perché, fermo restando che loro si occupano delle questioni penali, se ci sono reati negli uffici giudiziari di Catanzaro, il CSM si occupa dei profili disciplinari e di incompatibilità.

Anche se non c'è un reato da parte di un magistrato, se si scopre che un magistrato ha violato le regole deontologiche della sua professione deve essere punito.

Se invece è in condizioni di incompatibilità, cioè non può stare in quel posto, non per colpa sua ma perché magari è parente di qualche avvocato, amico di qualche avvocato, fidanzato di qualche avvocato, fidanzato o parente o amico di qualche indagato... non è colpa sua ma non è bene che stia lì, ma da un'altra parte.

Trasferimento per incompatibilità ambientale oppure procedimento disciplinare nel caso in cui un magistrato, pur non commettendo reati, abbia fatto delle scorrettezze di tipo professionale.

Quindi, il CSM sente i magistrati di Salerno per capire che cosa sta emergendo.
Anche perché il CSM, in quel momento, deve decidere sul trasferimento proposto dal procuratore generale della Cassazione in seguito alle ispezioni ministeriali disposte prima da Castelli e poi, soprattutto, da Mastella contro De Magistris, per incompatibilità ambientale con Catanzaro e funzionale con il ruolo di PM.

Vogliono capire che cosa sta emergendo per poter farsi un'idea di qual è il caso De Magistris e, nello stesso tempo, farsi un'idea se ci sono altri, a Catanzaro, che è meglio mandare via oppure sanzionare.
I pubblici ministeri di Salerno raccontano, per ore e ore, quello che sta emergendo dalle loro indagini.

E quello che raccontano è clamoroso: dicono che le denunce contro De Magistris si sono rivelate totalmente infondate.

Cioè non risulta che De Magistris abbia fatto nessuna scorrettezza, anzi dicono: "le indagini di De Magistris sono corrette, non emergono reati a carico di De Magistris" e quindi tutte le denunce che sono state presentate contro di lui, erano decine e decine, saranno archiviate.

E infatti, pochi mesi dopo, arriva l'archiviazione per tutte le indagini su De Magistris che viene liberato da ogni sospetto.

Le sue indagini erano doverose, tutto quello che ha fatto l'ha fatto bene, in buona fede.

Anche l'iscrizione di Mastella sul registro degli indagati era doverosa, si imponeva in base agli elementi che erano venuti fuori, niente da eccepire.

Il CSM dovrebbe prendere atto del fatto che, comunque, di è stabilito che De Magistris si è comportato correttamente.

Il CSM se ne infischia e lo trasferisce con dei cavilli, che non sto qui a spiegare ma poi vi dico, se volete approfondire, quali libri potete trovare che lo spiegano.

Invece, i magistrati di Salerno, sempre nell'audizione al CSM del 9 gennaio di quest'anno, raccontano anche che cosa sta emergendo sull'altro tipo di denuncia, quella fatta da De Magistris contro quel comitato trasversale, quello che lui chiama la nuova P 2.

Non c'è più Licio Gelli, ci sono alcuni piduisti.

Ma non è un problema di ex iscritti alla P2, il problema è un network di persone che dovrebbero controllarsi le une con le altre e che invece stanno pappa e ciccia e si coprono a vicenda.

E quando arriva qualche magistrato che sta fuori dal network, libero e indipendente come De Magistris, si coalizzano per andargli addosso e fare in modo che se ne vada.

Quindi è necessario che ci siano magistrati, giornalisti, politici, avvocati, faccendieri, imprenditori, qualche bel mafiosetto... eccetera.

Tutti insieme contro di lui, questa è la denuncia di De Magistris.

Queste denunce, secondo i magistrati di Salerno, si sono rivelate fondate.
Tant'è che dicono e rimane scritto nel verbale che firmano nell'audizione al CSM, che De Magistris è stato costretto a lavorare "in un contesto giudiziario fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, talvolta illeciti, perché ci sono magistrati legati ad avvocati, imputati" che poi ricevono dei favori, moltissimi favori.

Per esempio hanno ricevuto magistrati da Saladino, che ha fatto assumere loro amici, parenti, nelle sue società e quindi ha un credito di riconoscenza, e questi magistrati hanno un credito, e infatti si sono dedicati tutti a interferire nel lavoro di De Magistris che su Saladino stava indagando.

Viene fuori, quindi, un quadro gravissimo.

Fermo restando che la procura di Salerno deve occuparsi dei reati di questi magistrati di Catanzaro, il CSM dovrebbe prendere immediatamente la palla al balzo per punire disciplinarmente o trasferire da Catanzaro tutti quelli che risultano incompatibili.

Chi ha ricevuto favori, a Catanzaro, da un imprenditore calabrese come Saladino, indagato in questa inchiesta, come minimo deve essere cacciato e mandato da un'altra parte.

Invece il CSM non fa nulla: cioè trasferisce De Magistris, la vittima del presunto complotto, ma gli autori del presunto complotto li lascia tutti al loro posto.

Tant'è che, l'altro giorno, i magistrati di Salerno sono andati a perquisirli e a notificargli che sono indagati e li hanno trovati tutti al loro posto, a Catanzaro.

Pensate, se il CSM avesse fatto il suo dovere di mandarne via qualcuno, di sospenderne qualcuno e di punirne qualcuno, l'altro giorno quando c'è stato il blitz, avrebbe potuto dire "ma noi avevamo già provveduto, avevamo già risolto il problema, adesso vedete se hanno commesso anche reati".

Paradossalmente, anche se il CSM ritiene che De Magistris meritasse di andare via, anche gli altri dovevano andare via.

Se è vero che quando c'è una contesa si mandano via tutti, se questa è la prassi che adotta il CSM, mandassero via anche quelli che hanno ostacolato De Magistris.

Invece no, sono rimasti tutti al loro posto e così l'effetto del blitz di Salerno a Catanzaro è stato dirompente, perché stavano tutti lì, nell'esercizio delle loro funzioni.

Come se nulla fosse stato detto a gennaio dai magistrati di Salerno, che avevano avvertito il CSM di come stavano andando le indagini e quale direzione avrebbero preso.

Questo è l'antefatto.

Noi abbiamo una procura che, per legge, deve indagare su quelle denunce e se le ritiene fondate deve perseguire i reati commessi da questi magistrati di Catanzaro.

Quindi cosa fanno? A un certo punto, dato che si stanno anche occupando dell'insabbiamento delle indagini di De Magistris perché l'ipotesi d'accusa è che sia stato privato delle sue indagini perché venissero date a colleghi più malleabili, i quali con i soliti giochi di prestigio, stralci, archiviazioni, parcellizzazione del materiale alla fine hanno insabbiato tutto.

Voi sapete che a De Magistris l'indagine Poseidone sui depuratori l'ha tolta il suo capo, non appena ha indagato l'On. Pittelli di Forza Italia.

Pittelli è anche l'avvocato del procuratore capo, amico del procuratore capo dell'epoca, Lombardi, il quale ha una seconda moglie che ha un figlio da un altro uomo.

Il figlio della seconda moglie di Lombardi è socio in affari dell'On. Pittelli.

Possibile che il procuratore capo tolga a De Magistris l'indagine appena indaga Pittelli che è socio del figlio della sua convivente?

Questo, per esempio, è il primo caso scandaloso.

Secondo caso: non appena viene indagato Mastella, il procuratore generale Dolcino Favi, facente funzioni perché lui era l'avvocato generale dello Stato, toglie a De Magistris anche l'indagine Why Not, dove sono indagati Prodi, Mastella, Saladino e gli altri.

Con quale argomento?

Dicendo che dato che Mastella gli ha mandato gli ispettori e poi ha chiesto al CSM di trasferirlo, allora De Magistris non può indagare su Mastella perché vuol dire che ce l'ha con lui, è in conflitto di interessi.

In realtà è troppo comodo: è un po' come sostenere che nella favola del lupo e dell'agnello ha ragione il lupo, che sta a monte e accusa l'agnello di intorbidargli l'acqua a valle.

Lì non era Mastella vittima di De Magistris, era De Magistris vittima di Mastella.

Non è che De Magistris ce l'aveva con Mastella, era Mastella che ce l'aveva con De Magistris perché stava lavorando su di lui e quindi ha chiesto di trasferirlo prima di essere indagato.

Poi De Magistris l'ha indagato e il procuratore generale gli ha detto che non poteva indagare perché ce l'hai con Mastella!

Il ribaltamento totale della logica.

Tolta anche l'indagine Why Not, gli restava toghe lucane sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Basilicata, dirompente anche questa perché è un'indagine che coinvolge addirittura un ex big del CSM, cioè l'On. Bucicco, sindaco di Matera, parlamentare di AN, un avvocato importante.

Anche lui indagato.

Quell'indagine, toghe lucane, insieme al fatto che coinvolge un sacco di magistrati della Basilicata, De Magistris riesce a portarla a termine ma non proprio fino alla fine.

Quando lo trasferiscono da Catanzaro a Napoli, ormai l'inchiesta è finita e allora fa gli avvisi di chiusura delle indagini, cioè avvisa gli indagati che le indagini sono finite e hanno venti giorni di tempo per chiedere un supplemento istruttorio.

Dopodiché, farà le richieste di rinvio a giudizio e chiuderà il suo lavoro in quell'indagine.

Bene, gli impediscono anche di fare quei venti giorni per poter scrivere le richieste di rinvio a giudizio.

Lo cacciano da Catanzaro, fisicamente, un attimo prima che lui sia riuscito a scrivere le richieste di rinvio a giudizio.

Nessuna, quindi, delle tre indagini clamorose si è conclusa con la firma di De Magistris.

Perché dico questo? Perché il CSM sapeva che i magistrati stavano scoprendo che queste indagini gli erano state tolte per brutti fini.

Sapeva che secondo la procura di Salerno competente, aveva ragione De Magistris e torto i suoi avversari.

Sapeva soprattutto, il CSM, perché la procura di Salerno lo informava, che da mesi la procura di Salerno stava chiedendo a quella di Catanzaro la copia degli atti delle indagini Why Not sulla quale si stava, appunto, indagando per verificarne l'eventuale insabbiamento.

Una volta l'hanno chiesta, due volte, tre, quattro... sette volte la procura di Catanzaro rifiuta a quella di Salerno l'invio delle copie di questa indagine.

Ecco perché l'altro giorno c'è stato il blitz: perché quelli di Salerno, che ormai aspettavano da quasi un anno quegli atti e se li vedevano negare illegalmente - non puoi rifiutarti di esibire un atto che un magistrato competente ti chiede - sono andati a prenderseli.

Con la polizia giudiziaria sono andati lì, hanno spazzolato tutto ciò che c'era nelle cassaforti, cassetti, uffici e anche nelle abitazioni.

Nei computer privati dei magistrati.

Dice: "ma uno è stato denudato".

A parte che quelli di Salerno dicono che non è vero, ma in ogni caso se uno è in pigiama e si cerca un pen drive e non lo si trova, per evitare che se lo sia messo nelle mutande è giusto perquisirlo anche corporalmente, è una cosa che succede a chiunque venga perquisito quando si cerca non un transatlantico ma un temperino!

I magistrati sono soggetti alla legge come tutti gli altri.

Quello era un magistrato indagato, quello che è stato forse perquisito anche nel pigiama.

Se gli davano le carte, non andavano a prenderle. Non gliele hanno date: sono andati a prendersele.

Illegalmente? No, con un provvedimento di sequestro perfettamente motivato.
Sono 1700 pagine. Se qualcuno ha voglia di farsi un'idea precisa su questo caso, gli suggerisco di perdere una giornata e di leggersi almeno le parti sottolineate di questo decreto di perquisizione, che è rintracciabile sul blog di Carlo Vulpio, giornalista valoroso del Corriere - che infatti non viene più fatto scrivere su questa storia, carlovulpio.it, e sul nostro www.voglioscendere.it.

Se la leggete scoprite un sacco di cose scandalose, delle quali i giornali, salvo rare eccezioni, non parlano.

Perché parlano di guerra fra procure, che non esiste.

Salerno legittimamente va a prendersi le carte e a fare le perquisizioni, è competente.

Catanzaro fa una cosa che non potrebbe fare: il procuratore generale di Catanzaro se ne va in TV a dire che l'atto di Salerno è eversivo e in realtà compie lui un atto che se non è eversivo sicuramente è poco regolare.

Perché incrimina lui i colleghi di Salerno che lo hanno incriminato, come se fosse competente lui!

A parte che lui è un procuratore generale e non può indagare, può farlo il procuratore capo.

Ma soprattutto lui è procuratore generale di Catanzaro e i reati di Salerno li valuta Napoli, quindi se voleva denunciare dei reati di Salerno doveva fare un esposto a Napoli.

Poi se sei parte in causa, addirittura indagato, come puoi pensare di indagare sui tuoi indagatori!

C'è un conflitto di interessi clamoroso, e infatti per legge chi è parte in causa, da magistrato, deve astenersi in un processo.

Non c'è una guerra fra due cattivi: c'è un atto legittimo e doveroso della procura di Salerno al quale si risponde con atti abusivi e abnormi da parte di quella di Catanzaro.

E' questa che viene definita la guerra fra procure, perché bisogna fare pari e patta.

Allora come si fa a controbilanciare l'abominio di quello che ha fatto Catanzaro? Bisogna addebitare qualcosa a Salerno.

E dato che Salerno non ha fanno nulla di male, ecco che ci si inventa il fatto che li hanno fatti denudare, anche se non è vero - c'è stata forse una perquisizione corporale di un indagato in pigiama, visto che erano le 7 del mattino -, si inventa che sarebbe abnorme il decreto di sequestro degli atti solo perché è di 170 pagine.

Perché, c'è una legge che stabilisce quante pagine deve avere un decreto?

Se ne facevano due, di pagine, avrebbero detto "son due paginette, non c'è niente, è tutto campato per aria".

Se lo motivi bene, con 1700 pagine, non va bene lo stesso.

E poi dicono: "sono andati a sequestrare l'originale di un fascicolo giudiziario in corso, bloccando l'attività di indagine".

A parte che languivano per conto loro da mesi, da quando le avevano tolte a De Magistris, ma è chiaro che il sequestro serviva a fare le fotocopie, cioè ad avere quella copia che Catanzaro non aveva mai mandato.

Non è che bloccavano per sempre le indagini.

Bene, per queste quisquilie il Capo dello Stato ha addirittura chiesto gli atti dell'indagine a Salerno, prima di fare lo stesso con Catanzaro.

Come se Salerno dovesse rendere conto al Capo dello Stato di quello che fa.

Questo sì è un atto inaudito, mai visto, mai sentito: il Capo dello Stato che chiede degli atti a una procura.

Come si deve sentire un magistrato di Salerno se il Capo dello Stato gli chiede gli atti quando lui sta facendo semplicemente il suo mestiere, il suo dovere previsto dalla legge?

Apoteosi finale: il CSM nel giro di 24 ore - non so come abbiano fatto a leggersi 1700 pagine in 24 ore, io ci sto provando da giorni e ancora non sono riuscito a finire - valuta il tutto con la rapidità della luce e propone al plenum di trasferire sia il procuratore generale di Catanzaro, quello che ha detto che i suoi colleghi erano eversori, sia quello di Salerno che ha fatto semplicemente il suo dovere!

Pari e patta, guerra fra procure.

Ecco perché i giornali e i politici hanno detto "guerra fra procure", perché dovevano coprire un atto incredibile come quello commesso dal Capo dello Stato, mai visto, e uno altrettanto incredibile fatto dal CSM.

Facciamo finta che De Magistris abbia torto, che abbia sbagliato tutto, che sia un incapace come ci viene raccontato.

Allora, per quale motivo non si lascia che concluda le sue indagini?

E non si lascia che Salerno, competente su quella faccenda, concluda le sue?

Se è un incapace e viene sempre smentito dai giudici, dai GIP, dai tribunali del riesame, lasciate che finisca le sue indagini, che finisca davanti a un GIP o a un riesame che gliele bocci.

Così fa brutta figura De Magistris!

Perché, invece, gliele tolgono sempre prima in modo da consentirgli di dire che gliele hanno impedite di concludere?

Allora vuol dire che hanno paura che non sia così incapace. Hanno paura che abbia scoperto delle cose molto gravi, altrimenti se uno deve andare a sbattere lascialo andare a sbattere, no?

Allo stesso modo, se ha torto, si lasci che concluda la procura di Salerno. Se poi la procura di Salerno ha a sua volta torto, ci sarà un GIP, un tribunale del riesame, un tribunale normale, una corte d'appello, una Cassazione che darà torno a Salerno.

Perché impedire a Salerno di andare avanti con questi atti violenti, trasferimento del capo, ispezioni ministeriali del solito Alfano, avvertimenti strani del Capo dello Stato, CSM scatenato, politici e giornali pure?

Viene persino il dubbio che loro l'abbiano capito chi aveva ragione e chi aveva torto.

Però devono continuare a raccontarci che sono tutti uguali, che c'è una guerra fra bande così hanno la scusa per mettere le mani sulla giustizia.

Una volta si pensava alla Berlusconi che le mani sulla giustizia le potesse mettere la politica contro il volere della magistratura, adesso si sta cercando di coinvolgere una parte, la peggiore, della magistratura, il peggior CSM che si sia mai visto, e un Capo dello Stato che sicuramente non sta brillando per le sue funzioni di garanzia, proprio perché collaborino tutti quanti alla normalizzazione di quei pochi magistrati e quelle poche procure che ancora fanno il loro dovere senza guardare in faccia a nessuno.

Per fortuna la verità è più forte di qualunque pressione, per cui chiusa una porta esce dalla finestra, chiusa la finestra la verità rompe il vetro.

Quindi, chi pensava di archiviare il caso De Magistris e quello collegato della Forleo, adesso è di nuovo preoccupato perché cacciati i due magistrati, la verità sta tornando fuori più prepotente che mai.

Per chi la vuole conoscere fino in fondo suggerisco, per Natale, dei libri: Roba Nostra di Carlo Vulpio, pubblicato da Il Saggiatore; Il caso De Magistris, di Antonio Massari pubblicato da Aliberti; Il caso Forleo, sempre di Antonio Massari pubblicato sempre da Aliberti.

Poi c'è il nostro vecchio Toghe Rotte di Bruno Tinti, che spiega i meccanismi, e c'è il nostro Mani Sporche dove c'è l'inizio del caso De Magistris. Poi tutti gli sviluppi li trovate in un libro che sta per uscire, Per chi suona la banana, pubblicato per Garzanti, che raccoglie gli articoli che ho dedicato anche a questi casi sull'Unità.

Vi saluto e come al solito, dopo la lettura, passate parola!"

MASSONI. QUEGLI UOMINI IN NERO NASCOSTI TRA POLITICA, MAGISTRATURA ED AFFARI.

La massoneria? «Conta davvero molto più di quanto si immagini». Parola di Cesare Geronzi, ultimo "banchiere di sistema", tranne il superstite Giovanni Bazoli. E se allora si provasse a ribaltare la vulgata che vuole la politica unica responsabile dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena e si guardasse un po' più nel capitalismo feudal-relazionale percorso da solidi intrecci di esoterismo massonico, che può tingersi di rosso e anche di bianco? Si chiede Alberto Statera su “La Repubblica”. Nessuno negherà che a Siena la rossa la politica sceglie da sempre attraverso la Fondazione i manager del Monte. Ma chi è il Leone e chi la Volpe, la politica o l'economia? Il Centauro che combina insieme forza e astuzia a Siena ha un timbro platealmente iniziatico persino nella toponomastica. Ma è in tutta l' Italia senza borghesia e con pochi princìpi che si annodano in nome del potere e del denaro legami e solidarietà trasversali. Tra l'alta burocrazia e la finanza, tra gli alti gradi delle forze armate e l'università, tra i servizi segreti e le grandi imprese, tra i gabinetti ministeriali, i tribunali amministrativi, naturalmente la politica e persino le sacre stanze vaticane. Racconta Geronzi, campione per un trentennio dei poteri trasversali nelle memorie consegnate a Massimo Mucchetti: «Una volta andai a trovare nel suo nuovo ufficio in Vaticano un importante prelato che era appena stato elevato alla porpora cardinalizia. Nell'avvicinarmi alla sua scrivania rimasi di sale. Sul montante lungo era applicato un tondo che recava in bassorilievo i simboli massonici». Curioso, peraltro, lo stupore dell'ex banchiere "di sistema" visto che il suo sodale Gianni Letta è il trait d'union tra chiesa, Opus Dei e massoneria, ruolo che per tre lustri ha svolto con passione da Palazzo Chigi e che ha continuato a svolgere imponendo alcuni catto-massoni nel governo di Mario Monti. Il quale ha dovuto smentire la sua affiliazione: «Non sono massone e non so neanche bene cosa sia la massoneria». Sarebbe un torto all'intelligenza credere che davvero il presidente del Consiglio, ex presidente della Bocconi, ex commissario europeo e grande consulente della finanza internazionale da decenni, frequentatore di tutti i consessi del potere mondiale, a cominciare da Bilderberg, non sappia che cos'è la massoneria. Ma il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Gustavo Raffi si era forse spinto un po' troppo oltre quando aveva dichiarato: «Mario Monti è un gran galantuomo, potenzialmente ha tutte le carte in regola per essere un ottimo fratello». Il Grande Oriente d' Italia, 22 mila fratelli e 762 logge, centinaia di "bussanti" che per entrare devono attendere i passaggi di fratelli anziani all' Oriente eterno è la maggiore "obbedienza" italiana, ma tante altre, regolari e irregolari, pullulano quasi sempre in lotta tra loro, dilaniate da lotte intestine, travolte dall'indebolimento del "fondamento iniziatico" e dalla "profanizzazione". Raffi, avvocato ravennate con antichi rapporti professionali col Monte dei Paschi di Siena, Gran Maestro da quattordici anni, è al centro di una combattiva opposizione interna, che ha portato alla costituzione di una sorta di corrente, come nei partiti politici, denominata Grande Oriente d'Italia Democratico. Per accrescere il suo prestigio, vorrebbe parlare inglese perché la Gran Loggia Unita d' Inghilterra, è la madre di tutte le massonerie mondiali. Ma non può perché il Grande Oriente d'Italia non è più riconosciuto da Londra. Fu espulso per volontà del duca di Kent dopo l'ultima scissione del 1993, dodici anni dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, quando il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo fondò la Gran Loggia Regolare d' Italia, invocando la revoca del riconoscimento al GOI e ottenendolo per sé. Non contento, ha fondato anche l'Accademia degli Illuminati, che si richiama agli Illuminati di Baviera e si riunisce una volta l'anno a Roma. Trai suoi adepti, Di Bernardo colloca più o meno esplicitamente, come ha confessato al giornalista Ferruccio Pinotti, anche il presidente di Intesa San Paolo Giovanni Bazoli, oltre a Vincenzo De Bustis, il banchiere considerato vicino a D'Alema che portò al Monte dei Paschi per un prezzo considerato allora esorbitante la Banca del Salento. E poi ancora Carlo Freccero, ex Fininvest e poi Rai, Rubens Esposito degli Affari legali Rai, Sergio Bindi, ex consigliere Rai e antico portaborse del democristiano Flaminio Piccoli, Severino Antinori, specialista della fecondazione assistita, il filosofo Vittorio Mathieu, il generale Bartolomeo Lombardo, ex Sismi. Banche, informazione, medicina, cultura, Servizi segreti, non manca niente. Ma la Rai sembra un luogo privilegiato di coltura della massoneria se è vero, come testimonia il professor Aldo Mola, che a un certo punto al Grande Oriente giunse in dote una Loggia coperta, retta dal Venerabile Giorgio Ciarocca, di cui facevano parte Cesare Merzagora, Eugenio Cefis, Giuseppe Arcaini dell'Italcasse, nonché Guido Carli, Enrico Cuccia, Raffaele Ursini, Michele Sindona e Ettore Bernabei, notoriamente soprannumerario dell'Opus Dei. Anche la Gran Loggia d' Italia, obbedienza di Piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi, al contrario di Di Bernardo, non gode di buona reputazione a Londra perché il 30 per cento dei fratelli sono sorelle, unica obbedienza tra le grandi famiglie massoniche italiane che ammette la presenza femminile, trascurando la tradizione britannica che concepisce invece la massoneria come un club esclusivamente maschile. «Certo - spiega Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, massone, ma anche diacono della comunità di Pierino Gelmini - la Loggia implica un' iniziazione solare, mentre le donne rappresentano la metà lunare del cielo, le stelle d' oriente e non di occidente». «L' idiota religione massonica è roba da diciottesimo secolo», disse Benedetto Croce. E in certi casi come dargli torto? Ma è possibile che grandi banchieri e uomini d' affari misurino le loro mosse sui binari dell' ortodossia massonica? È escluso, ma non è affatto escluso che utilizzino per i loro scopi più o meno commendevoli la miriade di confraternite del potere che impiombano questo paese. Di certo «non è vero che tutti i massoni sono delinquenti, ma non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse anche un massone», disse il massone Felice Cavallotti prima di essere ucciso in duello da un suo fratello massone.

MASSONERIA: GLI INSOLITI NOTI CHE SONO IN MEZZO A NOI.

E' ricomparso in questi giorni su Repubblica.it il personaggio di una gag televisiva de "Il caso Scafroglia", il fortunato programma tv di Corrado Guzzanti. Era il lontano 2002 e Guzzanti impersonava il "massone", un incappucciato nero con tanto di compassi e squadre, che si esprimeva in uno sgrammaticato napoletano, che ammetteva cose indicibili, quali quella di essere a un passo dal regime, ieri, in Italia, e negava cose scontate, quali la tendenza del nuovo sistema informativo a ... disinformare, appunto. Così  scrive Francesco Specchio su “Eco Costiera”. Oggi viene usato, il personaggio, per contribuire alla battaglia civile contro la cosiddetta legge bavaglio sulle intercettazioni, la legge figlia prediletta dei figli prediletti della massoneria (deviata?) italiana. Una cosa però ce la dobbiamo pur chiedere: come mai, visto che a parlarne possono essere solo i degnissimi eredi della tradizione dei cantastorie medioevali (gli unici minimamente autorizzati a criticare i potenti, seppure sotto la forma dello sberleffo), a tenere costantemente il bavaglio sono tutti gli altri, giornalisti compresi, intorno a fatti, progetti, persone, alleanze, soprattutto vittorie della massoneria italiana? Eppure questi fratelli massoni sono proprio in mezzo a noi, se ne stanno tranquilli, tutte persone per bene (loro), non danno mai nell'occhio, sono noti ma insolitamente poco vistosi, per un'Italia rumorosa ed appariscente. Se poi decidono di delegare qualcuno a rappresentarli pubblicamente, lo scelgono tra i più irrefrenabili, tra i meno affidabili in fatto di riservatezza, e, dopo averlo messo in sonno, si dice così tra di loro, lo tengono lì come un burattino, prigioniero del silenzio, e della trama dei loro interessi indescrivibili. Il prode Mussolini fece approvare una legge contro di loro, che però sarebbe servita contro gli anti-fascisti, e a sbugiardarlo in aula, a Montecitorio, in una delle ultime sedute vere, fu proprio Antonio Gramsci, indicando l'autentico obiettivo-bersaglio di quella legge, e sostenendo che l'autentico partito della borghesia, appunto la massoneria, avrebbe provveduto a cooptarli, lui ed i suoi accoliti fascisti, e ad usarli a dovere. Così come in effetti avvenne. Ma furono bravi, i fratelli massoni italiani, anche a nascondere i rinnovati legami instaurati dalle nuove autorità italiane con le potentissime logge nordamericane, già con la liberazione della Sicilia da parte delle prime truppe alleate, Non riuscì altrettanto bene per i contatti, comprovati storicamente già dopo una decina di anni, tra i servizi segreti alleati e la mafia siciliana: eppure in quel caso l'attitudine alla segretezza sarebbe dovuta essere totale. No, la mafia non è altrettanto brava dei fratelli cattivi, da sempre, tanto è vero che oggi a squarciare il velo della ignobile trattativa tra lo stato repubblicano e la mafia stessa, quella che fu anticipata, accompagnata e chiusa dalle stragi del '92, hanno provveduto adepti dell'organizzazione criminale siciliana, mentre quelli che l'avevano ordita, la trama, e l'avevano chiuso, l'accordo politico, sulla pelle di Borsellino, continuano a starsene zitti e, non tanto oggi, tranquilli, coperti non dai loro grembiulini, ma dai loro ermellini, dalle loro scrivanie ultra-accessoriate (soprattutto di apparecchiature elettroniche), dai loro intrecci inestricabili, e poi dai loro palazzi romani. In altri Paesi la massoneria esaurisce l'intero sistema politico, come succede in Argentina, dove spazia dalla destra fascista alla sinistra guerrigliera (quella che furono i montoneros), ma lo fa apertamente, persino quando organizza un colpo di stato militare, con i suoi generali felloni e sanguinari. Negli Stati Uniti è lo stesso sistema istituzionale ad essere pervaso dai suoi miti, dal suo spirito, dalle sue stesse leggi, eppure anche lì è quasi tutto pubblico, fino al punto di conoscere la loggia a cui è iscritto l'ultimo, il più atipico, il nero, il progressista Obama. E se no, come avrebbe potuto anche sognare la presidenza USA? Da noi no, deve rimanere tutto segreto, o poco credibile, o fantasioso. Chi ne parla, nelle riunioni politiche, quelle dei consessi democratici, ovviamente, si vede attribuire giudizi che oscillano tra il folle visionario e il fissato un pò romantico. Mai che si accetti di discutere dei fatti, e delle relative responsabilità, si incomincia sempre a parlare di altro, un altro meno scomodo. In Italia la massoneria sembra essere tutto un sogno, e così continua ad essere l'incubo della democrazia. Su quanto sta emergendo, del patto scellerato stato-massoneria, era già tutto scritto, in ultimo nel ponderoso libro Il caso Genchi, tutto: fatti, date, personaggi, eppure era Genchi, o chi prima di lui, ad essere il pazzo. Sul fatto che la P2 non si fosse mai sciolta lo aveva affermato e preventivato la lungimirante Tina Anselmi (partigiana, madre della Repubblica e sua leale servitrice), nel suo ruolo di coraggiosa Presidente della Commissione parlamentare sulla P2. Ma allora c'era un Presidente della Repubblica vero, un altro partigiano avvezzo alle battaglie a viso aperto, anche contro i poteri occulti, i più pericolosi. Da quanto oggi si viene a sapere della cricca, una delle tante camere stagne della rinnovata P2, si riscopre un personaggio singolare, un po' defilato, ma pur sempre un sottosegretario del Governo nazionale, che, si badi bene, venne ampiamente citato e sanzionato sia nella relazione di maggioranza (Anselmi), che in quella di minoranza (Matteoli, si, proprio lui, allora esponente di AN, antimassone, e oggi folgorato sulla via dei governi Berlusconi), indicato dalla Commissione come il "messaggero" della P2. E che dire dei rapporti ormai comprovati tra le compagnie religiose della Lombardia e le massonerie-"ndranghete della lontana Calabria: tutto già scritto, già analizzato da Cordova prima e da De Magistris poi. Per entrambi e per loro inchieste uguale responso: pazzi loro e fantasie irresponsabili agli atti. Volendo seguire le successive esperienze partenopee del Procuratore Cordova, verremmo pure a scoprire che anche lì diventò improvvisamente scomodo, anche per i salotti democratici e progressisti della città, che pure in un primo tempo lo avevano osannato, non appena incominciò a lavorare su alcune collusioni in grembiulino. Non era cambiato lui; erano cambiati, o si erano scoperti i frequentatori dei salotti.

Insomma in Italia, non appena qualcuno sparla, o anche solo parla di massoneria, cade in disgrazia.

Qualche volta succede che, come da tutte le chiese, si conceda la dispensa. Ed è successo, questo evento, per una giornalista televisiva, cui è spettato il compito, professionale, sia chiaro, di lasciar trasparire, anzi far apparire l'immagine della buona massoneria, o l'immagine buona della massoneria, questo onestamente non lo sapremmo dire. Fatto sta che da una parte ci sono nobili parole, e nobili dichiarazioni di principio, antenati illustri e fulgidi esempi di rettitudine ed eroismo, passati, elenchi specchiati e specchiabili, oggi, dall'altra parte c'è tutt'altro. Ora, è vero che la massoneria italiana se l'è dovuta vedere, storicamente, non solo con sovrani e principi, reazionari e retrivi, ma anche con papi e cardinali, scaltri e disincantati, nonchè sanguinari (essendo pur vero, sempre storicamente, l'intreccio e il reciproco inquinamento tra le due chiese), ma quanto ancora e per quanto tempo dovrà pagare, questo nostro Paese, per colpe sicuramente non attribuibili al suo popolo?

Forse è proprio venuto il tempo che questo popolo conquisti il diritto a sapere. A sapere sulle sue sorti passate, e quindi sul suo torbido presente.

Come tutti i diritti, il diritto a sapere va però conquistato, sul campo della battaglia politica democratica. Ho sempre considerato la massoneria un mondo a me estraneo, spiega Roberto Galullo. Non per altro: in democrazia mi sembrano paradossali e buffi i vincoli di segretezza e fratellanza che talvolta degenerano in patti esclusivi per affari e prodigiose scalate al potere. Potere tout court da girare e rigirare tra “fratelli” in ogni settore, talvolta a scapito dei migliori. O degenerano in ben altro: ricordate lo scandalo P2? Di massoni sono pieni le banche, i partiti (tutti), il Parlamento, le assemblee elettive, i vertici ministeriali, la Rai, i media televisivi, i giornali e poi ci sono giudici, prefetti, professori universitari, avvocati, commercialisti, gli ordini professionali, le associazioni, le imprese, la sanità, il mondo dello spettacolo e tutto quanto fa classe sociale: esclusiva e spesso intoccabile. E la Chiesa? Beh, lasciamo perdere…Ora direte, cari amici di blog, perché ce ne parli proprio ora. Chissenefrega dei massoni te lo ha mai detto nessuno? E come no! Soprattutto i massoni che conosco ma che non sanno che io so…E si, perché la segretezza (che poi viene violata se a saperlo sono già in due e nelle logge due non sono mai) è sacra: perché poi? Se non c’è da vergognarsi escano allo scoperto… Come ho fatto io, quando esattamente 16 anni fa fui avvicinato da un conoscente, alto dirigente (ancora oggi) di un’importantissima associazione che mi voleva far conoscere le meraviglie della fratellanza. Io, che un fratello già ce l’ho, ed è un capitano dell’Esercito (a proposito, le Forze dell’Ordine sono zeppe di massoni) ho risposto picche. “Ma ti aiuta nella carriera” mi disse. E chissenefrega risposi. Punto e a capo (per fortuna sono s