Denuncio al mondo ed ai posteri con
i miei libri tutte le illegalità
tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con
professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di
mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali
tematiche e
territoriali. Per chi non ha
voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul
1° canale, sul
2° canale, sul
3° canale Youtube. Non sono
propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.
Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.
Dr Antonio Giangrande

TUTTO ROMA
I ROMANI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?
Quello che i romani non avrebbero mai potuto scrivere.
Quello che i romani non avrebbero mai voluto leggere.
di Antonio Giangrande
MALAROMA.
Le foto che Panorama.it ha scattato probabilmente non rendono l’idea. Saremmo infatti dovuti salire più in alto per riprendere la reale dimensione del più grande parcheggio abusivo della Capitale, quello del Tribunale di Roma. 15.600 metri quadrati stipati di auto. E’ qui, infatti, che ogni giorno parcheggiano giudici, avvocati, imputati, parenti degli imputati, testimoni, semplici dipendenti. Ma non solo. A pochi metri di distanza da Piazzale Clodio, c’è anche la sede del La7 e della Rai di via Teulada. Nonché una caserma dei carabinieri. Un enorme giro d’affari per i parcheggiatori che incassano ogni giorno l’obolo di 1 euro. Molto meno di quanto si sarebbe costretti a sborsare lasciando la macchina per ore nelle strisce blu: una media di 8 euro a giornata. “Guai a chiudere questo parcheggio”, sbotta uno degli “utenti” appena lo avviciniamo. “Anche se è illegale, è l’unica possibilità che abbiamo per non svenarci e girare per ore alla ricerca di un buco”. Una donna accetta di farsi riprendere ma senza apparire in volto. Lavora in Tribunale e confessa “parcheggio qui da almeno dieci anni”. Nel frattempo un nordafricano sbuca da una siepe. Gli chiediamo se lavora là. Risponde che ha l’obbligo di firma e che sta andando in caserma. Capisce che siamo venuti a documentare quello che succede in un’area che, secondo il piano regolatore del 2008, doveva diventare uno spazio di verde da tutelare, l’ingresso del Parco di Monte Mario. Capisce e si mette ai inveire, “Vai a cercare quelli che spacciano eroina, non noi”. Un collega del Bangladesh è più collaborativo. Riusciamo a registrare di nascosto ciò che dice. Giura di non chiedere un soldo, accetta quello che la gente gli offre spontaneamente. Lo conoscono tutti. Saluta tutti. Compresi due poliziotti che ricambiano. Un’anziana ha appena lasciato la sua macchina, si avvicina e gli porge una moneta. “Meglio a loro che a quelli che chiedono la carità per strada”. Le facciamo notare il paradosso di un abuso perpetrato per anni a due passi da un tribunale e da una caserma dei carabinieri e sotto gli occhi di giudici e tutori della legge che ne sono i principali autori. Lei annuisce, alza le spalle e se ne va. L’uomo del Bangladesh invece continua a ripetere, “Io non chiedo nulla. Solo quello che mi danno”.
Non solo concorso di abilitazione notoriamente truccato ed impunito. L’Ordine degli avvocati ostacola la professione degli avvocati dei Paesi Ue: indagine Antitrust contro l’Ordine degli avvocati. La nota stampa dell'Antitrust pubblicata su molti giornali dell’11 gennaio 2012 rende pubblico un fatto risaputo che colpisce anche altri Fori.
Avvocati nel mirino dell’Antitrust. L'Autorità, presieduta da Giovanni Pitruzzella, sta indagando su dodici Ordini – Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari – perchè starebbero ostacolando «l'esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea, ponendo in essere intese restrittive della concorrenza. Le prassi degli Ordini «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario». L'istruttoria – spiega una nota dell’Autorità per la concorrenza e il mercato – «è stata avviata alla luce di due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l'abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario». Secondo le due denunce, «gli Ordini segnalati hanno posto ostacoli all’iscrizione nella sezione speciale dell’albo dedicata agli 'avvocati stabiliti, in violazione di una direttiva comunitaria recepita in Italia dal decreto legislativo n. 96 del 2001. Il decreto consente l’esercizio permanente in Italia della professione di avvocato ai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente a quello di avvocato, conseguito nel paese di origine. Il professionista che voglia esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale, potendo così esercitare sia pur con alcune limitazioni. Unica condizione è che il professionista sia iscritto presso la competente organizzazione professionale dello Stato d’origine. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione di avvocato senza alcuna limitazione». I comportamenti degli Ordini, «che potrebbero costituire intese restrittive della concorrenza finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione - conclude la nota – sono peraltro oggetto di valutazione anche della Commissione Europea, che l’Autorità intende affiancare con l’utilizzo dei propri poteri antitrust verso gli Ordini stessi».
Roma a mano armata, parole di Riccardo Bocca. Omicidi, aggressioni, furti. La capitale del governo e della politica è sempre più violenta. Perchè? indagine su un fenomeno in crescita.
La violenza esplode per strada prima di mezzanotte. Non in un angolo degradato della capitale ma a Porta Pia: un passo da via Veneto, da Villa Borghese. Accanto al museo d'arte contemporanea Macro e alla palazzina dove, fino a pochi giorni prima, ha abitato la compagna del ministro della Giustizia Nitto Palma, spesso presente con relativa scorta. All'improvviso decine di peruviani iniziano a picchiarsi a sangue: ubriachi, a torso nudo, tra urla e pianti delle donne che tentano di arginarli e che a loro volta si azzuffano. Pugni, calci, inseguimenti sgangherati. Botte selvagge che generano il panico, con la gente di passaggio a piedi o in automobile che si trova dentro un Far West assurdo: "Non è la prima volta che capita e non sarà l'ultima", scuote la testa uno dei residenti.
Perché in questa città fragile, in cui è possibile massacrarsi mezz'ora in centro, prima che le volanti siano chiamate e intervengano, può accadere di tutto. Anche che i balordi in questione provengano da un imprevedibile locale con l'insegna: Circolo ricreativo affiliato Enal, Ente nazionale assistenza lavoratori, ingresso riservato ai soci. Attività già chiusa in passato, e che a ventiquattrore dalla rissa è di nuovo a serrande sollevate. "Roma feroce", la chiamano i poliziotti. E ingestibile, di fronte a un'onda di reati che sta investendo tutte le fasce territoriali e sociali. L'esatto opposto dell'urbe solare e rassicurante promessa da Gianni Alemanno nel 2008, durante la sua corsa a sindaco. I numeri non lasciano scampo: nei primi otto mesi e mezzo del 2011, città e provincia sono state scosse da 30 omicidi, l'ultimo il 10 settembre in un gioco erotico di soffocamenti e bondage dentro ai garage dell'Agenzia delle entrate. Un numero che spaventa, calcolando che nell'intero 2010 non si è oltrepassata quota 25. Stesso discorso per i furti, ossessione che tra gennaio e agosto ha colpito i romani 72 mila volte, con stime della Questura che fissano a 123 mila il record di fine anno. Per non parlare delle rapine, 1.900 da gennaio, o dell'indagine dell'Osservatorio sicurezza e legalità della Regione Lazio, che confrontando il 2010 con il 2009 mostra una capitale impiccata al +5,6 per cento delle lesioni dolose, al +1,5 delle percosse e +2,2 delle minacce. Fino al +8,8 dei danneggiamenti, quanto mai attuale dopo il danno alla fontana del Moro in piazza Navona. "La città è in ginocchio", denuncia il responsabile romano Pd per la sicurezza Alberto Mancinelli.
"Nell'angoscia della crisi, propulsore ideale di illegalità, il crimine organizzato s'impone silenzioso, la microdelinquenza degenera, e il risultato si chiama insicurezza generale; un senso di frustrazione indegno di una metropoli europea". Frasi che possono suonare come un attacco di parte, strumentale nello scontro con l'amministrazione comunale destrorsa. Ma le stesse considerazioni, tra amarezza e rabbia, rimbalzano ovunque nella capitale: dai quartieri bene come Prati, dove il 5 luglio 2011 due killer in odore di 'ndrangheta hanno ucciso il trentenne Flavio Simmi, fino all'Ottavo municipio, periferia in cui regna la malavita multitasking (dalla ricettazione alla droga, dal riciclaggio agli scippi) di quartieri come Tor Bella Monaca, Borghesiana e Torre Angela. Una superficie di 113 chilometri quadrati, pari quasi al comune di Napoli, controllata da un unico e fatiscente commissariato. Che alla soglia del collasso, invoca rinforzi: "Al massimo", dice un agente, "giriamo su due volanti a turno, con le quali dovremmo tutelare oltre 200 mila abitanti, dei quali circa 400 agli arresti domiciliari o con obbligo della firma". Di prassi, i poliziotti circolano su Fiat Marea con 300 mila chilometri alle spalle, inadeguate ai Suv blindati della delinquenza romena o albanese, ma anche nostrana: "Ecco lo schifo con cui deve convivere tanta gente perbene", si fa scappare un poliziotto in borghese guidando lungo via dell'Archeologia, santuario storico dello spaccio a Tor Bella Monaca. E mentre ai lati della strada pascolano spacciatori minorenni, indifferenti agli sguardi delle forze dell'ordine, mentre sulle facciate grigie delle torri popolari brillano le inferriate apposte per evitare perquisizioni lampo, arriva la telefonata di un altro agente: appena tamponato, sempre in zona, da un'auto "guidata da un peruviano, intestata a un romeno e senza assicurazione". "Il rispetto della legge, da queste parti, è una barzelletta", riconosce il leader del sindacato Siap (Sindacato italiano appartenenti polizia) Maurizio Germanò, "il 2 settembre 2011, per dire, l'Ottavo municipio ha subìto quattro rapine a supermercati e uffici postali tra le 18 e le 18,30". Considerando anche il sabato, si è arrivati a sette. "E il dettaglio sul quale riflettere", annota Germanò, "è che per nessuna di queste azioni sono stati individuati i colpevoli: questione non di incapacità, sia chiaro, ma di forze e mezzi mancanti". Certo, va riconosciuto, nel tentativo di disinnescare la polveriera romana, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano aveva previsto lo sbarco nella capitale di 300 carabinieri e 60 poliziotti. Ed è innegabile che Alemanno abbia affrontato con il numero uno del Viminale, Roberto Maroni, snodi cruciali come il controllo delle gang giovanili e la gestione dei patrimoni mafiosi. "Ma ciò che conta, insiste l'opposizione, "è il rapporto tra quello che è stato promesso nero su bianco per la sicurezza, e gli impegni inevasi: che sono tanti, troppi". Il riferimento è al Patto per Roma sicura, sottoscritto il 29 luglio 2008 dal sindaco Alemanno con il prefetto della capitale, il presidente della Provincia e il collega della Regione. Undici pagine di buoni propositi per "ridurre il degrado", sottolineano dal centrodestra, rafforzando "l'azione di contrasto al crimine organizzato" e stroncando "aree di degrado e illegalità che vanno dallo sfruttamento della prostituzione al caporalato, dallo spaccio di droga all'abusivismo commerciale". Un'encomiabile agenda che, nel tempo, è diventata fonte di qualche imbarazzo.
Basta per esempio chiedere a Giorgio Ciardi, delegato alla sicurezza del sindaco, che fine ha fatto il numero verde "Sos degrado e sicurezza", previsto appunto dal Patto, e la risposta è che "non è partito". Perché i costi del servizio erano "inaccessibili", e in ogni caso "serviva personale adeguato". Altro passaggio determinante, nel Patto, era "l'addestramento alle armi del personale della polizia municipale". Ma anche qui è finita piuttosto male, con il segretario dell'Arvu (Associazione romana vigili urbani) che a luglio si è sfogato così: "Ci hanno dato la pistola ma non ci insegnano a usarla... In queste condizioni, i vigili armati sono un pericolo per se stessi e gli altri".
Dopodiché non può stupire che, anche la voce "sportelli di sicurezza", pensati per un dialogo più efficace con i cittadini, sia un'alternanza di luci e ombre: "In certi Municipi ci sono e funzionano", spiega Ciardi, "in altri ci sono e procedono così e così, in altri ancora non ci sono per niente". Ed è un peccato, concordano gli addetti ai lavori, che il Patto del 2008 non sia sbocciato al 100 per cento in realtà. "Nelle carte", spiega il leader romano del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) Saturno Carbone, "si legge che il Comune doveva investire in sicurezza 10 milioni di euro".
Per cui la domanda, adesso, è la seguente: "Come hanno investito quel denaro?". Tanto più, dice Carbone, "che nell'ultimo decennio i mezzi a disposizione del reparto volanti sono calati da 130 a 49, e il personale in un ventennio è sceso da 680 a 350". Va bene che tra luglio e agosto, spinto dai titoli di cronaca nera, il questore Francesco Tagliente ha messo in campo ogni forza a disposizione (rispetto allo stesso periodo del 2010, +369 pattuglie in strada e +212 volanti dei commissariati), "ma rimangono nozze con i fichi secchi", commenta Carbone. E il miglior modo per capirlo, "è leggere il diario di bordo di una volante, ossia l'incubo in tempo reale di colleghi che guadagnano 1.200 euro al mese". Per farsi un'idea, prendendo un giorno a caso, tra la mezzanotte del 2 settembre e quella del 3, nella capitale sono state arrestate 12 persone, altre 26 hanno ricevuto denunce in stato di libertà, sono stati svolti 86 posti di blocco, 184 multe sono state compilate e 2.401 cittadini sono stati identificati, sequestrando tra l'altro cinque veicoli e recuperandone altri cinque rubati. "Un disastro di fatica", lamenta un poliziotto a fine turno. E dargli torto è ostico, dopo che alle tre di notte le volanti sono dovute accorrere nella semiperiferia del quartiere San Paolo per un cittadino "aggredito da tre soggetti, tra i quali una donna, che lo hanno trascinato a terra asportandogli 600 euro dal marsupio". Poi gli agenti si sono precipitati, alle quattro, verso una tabaccheria al Tuscolano per il furto di 5 mila euro in sigari e sigarette. Poi ancora, in un crescendo di chiamate più o meno urgenti al 113, si è intervenuti dietro alla Nomentana per una lite furibonda tra coniugi, con mobilia sfasciata e "marito privo di conoscenza". Fino alla rissa mattutina in un ufficio postale di Porta Maggiore, i calci e pugni assestati sulla via Boccea da uno sconosciuto a una donna romena, il fermo su una fuoriserie di "un uomo sottoposto a sorveglianza speciale", e ancora furti, segnalazioni di violenze, rinvenimenti di armi e cadaveri dei quali ricostruire la storia. "E' la cronaca di una città dolente, sfibrata dalle tensioni sociali, dove non si esita a pestare al rione Monti un musicista per futili motivi", dice il leader della Confesercenti a Roma Valter Giammaria. Il dato di fatto, statistiche alla mano, è che nella capitale non ha lavoro un giovane su tre tra i 25 e i 34 anni; che il 4 per cento circa della popolazione, al momento, è in condizioni di povertà assoluta; che l'usura, nel Lazio, coinvolge 70 mila vittime. "E in questo inferno umano", spiega Giammaria, "la violenza sale di livello diventando incontenibile". In altre parole, se "anni fa rapinavano a raffica banche e gioiellerie, oggi si spara e uccide per pochi euro, nei supermercati come dai benzinai (vedi il 9 agosto 2011 la rapina con morto sulla via Aurelia)". Una "giungla cittadina", per citare le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che "da una parte vede protagonista la piccola criminalità, strillata nei titoli dei giornali, e dall'altra patisce l'avanzata finanziaria dei clan mafiosi, di cui si parla poco e che dovrebbe allarmare di più". Da qui, ritengono gli investigatori, deriva la pioggia di gambizzazioni, omicidi e avvertimenti degli ultimi tempi. "Ci fosse un'unica cupola, non si sparerebbe tanto", riflette il delegato alla sicurezza Ciardi. Per cui l'ipotesi, in questa fase, è quella di grandi cosche e capitali che circolano sottotraccia, arrivando a conquistare nel centro di Roma il Café de Paris o l'Antico caffè Chigi (sequestrato alla 'ndrangheta in luglio 2011) dov'erano di casa ministri e sottosegretari; il tutto, mentre a margine di questi affari "lottano pistole in pugno le nuove bande", dice Ciardi, "giovani delinquenti disposti al peggio pur di affermarsi". Il sospetto, insomma, è che nella Roma di Alemanno stia tornando la malavita in stile banda della Magliana, con giovani di quartiere pronti allo scontro e al sangue. E il sommo esperto in materia, Giancarlo De Cataldo, ex magistrato e autore di "Romanzo criminale", per certi versi concorda: "Il legame tra le famiglie di allora e quelle di oggi è palese". Lo scopo è quello di "seminare criminalità anche dove non c'è, approfittando dell'incombente depressione urbana". "Un fenomeno", afferma Mancinelli del Pd romano, "che potremmo arginare con il recupero sociale della città, magari studiando meglio la malavita". Il che non viene affatto escluso, dallo staff di Alemanno. Anche se in apparenza, il pezzo forte della lotta alla criminalità restano i pattuglioni contro la prostituzione in strada: "Un problema che riguarda 400 o 500 tra ragazze e trans", secondo Ciardi, mentre Oria Gargano della cooperativa sociale Be Free ragiona su "4, 5 mila persone tra la strada e le abitazioni". "Gli agenti piombano qui di continuo e ci portano via", dice in via Salaria una prostituta romena. "La questione, però, è che sono cittadina europea, come la maggior parte delle mie colleghe in zona, e quindi dopo terminato il fermo torno sulla solita Salaria". Vero è, interviene una compagna di strada, "che i clienti hanno paura delle multe comunali, ma la fame di trasgressione resta mille volte più forte". Un senso dello spreco, di tempo e forze pubbliche, che pare chiaro anche ai tre poliziotti con i quali, pochi minuti dopo, deve fare i conti la prostituta romena. "Eseguiamo quello che ci ordinano", dice uno di loro. E se domandi esplicitamente quanto abbia senso, a suo avviso, inseguire notte dopo notte lucciole in questa Roma calpestata dalla violenza, dagli omicidi, dall'aggressività sociale, la risposta è ironica: "Giudicate voi...". Attorno, lo circonda l'eterno spettacolo di ragazze in vendita e clienti a caccia.
Cinquemila ristoranti proprietà dei boss. A Roma e Milano un locale su 5 è della mafia. Se ci fosse una contabilità unica, si scoprirebbe che i clan possiedono una holding dal 16 mila addetti. Pagamento in contanti, pochi tavoli occupati: è la formula che permette di evitare i controlli. La 'ndrina dei Gallico di Palmi è arrivata fino al centro della città politica: 18 aziende del lusso in varie zone centrali, tra questo dieci i locali celebri. Insieme al Café de Paris, che ha un valore commerciale vicino a 55 milioni di euro, sono stati sequestrati altri nove locali nella capitale, tra i quali il "George's Restaurant" in via Marche. Poi società, tabaccherie, magazzini, autorimesse, abitazioni e auto di lusso per un valore complessivo di oltre 200 milioni di euro: il Time Out Cafè, il Gran Caffè Cellini, il bar caffè Clementi, il ristorante Astrofood, il ristorante Federico I°, il bar caffè Cami, il bar California, il Bar Chigi a piazza Colonna. Da “La Repubblica” uno spicchio di verità.
Nuova Magliana contro vecchi boss. La capitale rivive il suo romanzo criminale. La sfida a camorra e calabresi alle origini della guerra di mala. Il procuratore Capaldo: "In città si ridisegnano equilibri e poteri criminali". Sono 21 gli omicidi da inizio anno. Il giudice Lupacchini: "Si ammazza con enorme facilità". C'è omicidio e omicidio. E quello di Flavio Simmi, per dirla con le parole di un investigatore della Mobile che di cadaveri a terra ne ha raccolti in questi anni, "è roba seria. Brutta e seria". Cinque mesi fa, un calibro 22 gli aveva portato via un testicolo in piazza del Monte di Pietà. Punito davanti al "negozio dei sordi", come qualcuno a Roma ancora chiama il Banco dei Pegni, mentre chiudeva la bottega "compro oro" del padre Roberto, "Robbertone", un passato di usura, un transito nelle gabbie della Banda della Magliana (nel maxi-processo che segue l'operazione "Colosseo" viene assolto), un presente da oste e gioielliere. Poi, una rosa di calibro 9 lo ha spedito all'altro mondo. Esplosi, verosimilmente, dalla stessa mano. Per un identico movente. In pieno giorno, nel quartiere Delle Vittorie, a neppure un chilometro di distanza dal Tribunale. Perché tutti vedano, capiscano e mandino a mente la lezione. Roma non è Reggio Calabria e neppure Napoli. Ma l'omicidio numero 21 (di cui 17 collegati alla criminalità organizzata o alla malavita in genere) dall'inizio dell'anno, a dispetto delle statistiche (si muore di morte violenta allo stesso ritmo dei dodici mesi precedenti) dice che a Roma sta succedendo qualcosa. Perché in città per trovare un'esecuzione così bisogna tornare al febbraio del 2008, al colpo alla nuca con cui viene "giustiziato" Umberto Morzilli (omicidio tuttora irrisolto). Giancarlo Capaldo, procuratore distrettuale antimafia, la mette così: "Questo regolamento di conti ci dice che in città si stanno ridisegnando gli equilibri e i poteri delle organizzazioni criminali". Che dunque una quiete durata un decennio forse si è rotta. Che nel piatto di in un'economia criminale storicamente grassa, governata dalle 'ndrine e dalla Camorra, ha deciso di mangiare una nuova generazione di banditi. Rapaci, violenti, che per comodità, o talvolta per continuità generazionale, qualcuno chiama "la Nuova Magliana". Ma che di quella storia hanno ereditato talvolta parentele lontane e sbiadite, più spesso solo il lessico passatista. Come raccontano centinaia di ore di intercettazioni telefoniche del Ros dei carabinieri ("Operazione Orfeo") sugli uomini del giro di Giuseppe Molisso, un tipo cresciuto all'ombra dei Senese (Camorra) e che ha deciso di prendersi Cinecittà e il mercato della cocaina, che nel quartiere scorre a fiumi. "M'accavallo pè annà a dà due botte a quello", dicono, spiegando che si stanno armando per andare a sparare a un disgraziato in odore di "infamità". "Bravo, tienite li sordi che così li usi pè la carozzella", avvertono con un sms la vittima di uno strozzinaggio. E nel giro si fanno chiamare con quell'argot nero e greve da "Romanzo Criminale": "er Pischello", "er Biscotto", "Piccione", "Romolo lo zingaro", "er Patata", "er Cinese", "Gargamella", "Mollica", "er Caccola". Otello Lupacchini, ex giudice istruttore del processo agli assassini della Magliana, poi alla Procura Generale, dove ha sostenuto con successo l'accusa nei confronti di Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda e prova vivente di un passato che non passa, dice: "'Ndrangheta e Camorra si muovono da tempo nello spazio silenzioso e rarefatto dei grandi affari, del riciclaggio, del narcotraffico e non hanno più uomini in grado di garantire un controllo capillare del territorio. O, probabilmente, non ritengono di doverne impiegare, come un tempo accadeva. Dunque, a un livello più basso del mercato criminale si sono aperti grandi spazi, dove la lotta si è fatta sanguinosa. Dove si ammazza o si progetta di ammazzare con impressionante facilità e con altrettanto impressionante sproporzione rispetto al risultato che si vuole ottenere". È un fatto che Casamonica (storici esattori di Enrico Nicoletti) è cognome che è tornato a incutere paura e rispetto da Tor Bella Monaca, all'Anagnina, all'Appio Tuscolano. Tra i cavallini che spacciano hashish, tra gli strozzini di quartiere, nel giro dei videopoker e dei concessionari d'auto. Che il clan Fasciani dei fratelli Giuseppe e Carmine, controlli da anni il traffico di stupefacenti sul litorale di Ostia e in quella fetta di periferia della città che sta tra il mare e la Magliana (appena un anno e mezzo fa, gli arresti furono 26). È un fatto che quel nome così evocativo, "Magliana", torni a fiorire come uno spettro sulle labbra di chi deve dare un nome a pistole che tornano a sparare in pieno giorno. Un equilibrio si è rotto, dunque, e qualcosa sta succedendo. Ma forse perché qualcosa è già accaduto. "Perché - come spiega una fonte investigativa qualificata dell'Arma - un equilibrio si rompe se ai pesci comincia a mancare l'acqua". È storia l'operazione della Dia sui beni dei Gallico, 'ndrina di Palmi (20 milioni di euro, custoditi nella pancia di 18 società, investiti in immobili, yacht, ville, persino nell'antico "caffè Chigi", affacciato su piazza Montecitorio). E sono storia i sequestri per 500 milioni di euro che hanno improvvisamente fatto "scoprire" che pezzi interi di Roma se li sono mangiati le 'ndrine. Solo il Ros dei carabinieri, porta via duecento milioni di euro a Vincenzo Alvaro e Damiano Villari (luglio 2009). Salvo ritrovarli, neppure due anni dopo, di nuovo in sella. Con nuovi investimenti, sempre in quadranti di pregio della città. Vedremo dove porterà la caccia agli assassini di Flavio Simmi. Se la verità di quest'omicidio è davvero "piccola", "folle", come ancora ieri ripeteva il padre Roberto in Questura, sostenendo che chi gli ha portato via un figlio è solo la vendetta di un "tossico" per una vecchia storia di corna. O, al contrario, se la verità sta altrove. Se, come disse la madre di Simmi dopo quel primo agguato in piazza del Monte di Pietà, "i figli non si toccano", lasciando intuire una vendetta trasversale con radici in storie più antiche. Anche perché una cosa è certa. Chi ha sparato deve aver messo in conto che, di qui in avanti, saranno settimane e mesi difficili a Roma. E anche questo fa venire cattivi pensieri. Perché dimostra che non ha paura. Che della quiete non sa che far. Dai bulli alla Banda della Magliana. La Malaroma fra Strada e Palazzo Quando negli anni Cinquanta Pasolini racconta "i ragazzi di vita", si sta estinguendo la razza dei malavitosi "da coltello". Poi i Marsigliesi, la fiammata del Freddo e del Dandy, su su fino ai clan delle diverse mafie.
La Capitale - come un secolo fa scrivevano i lombrosiani Niceforo e Sighele - è città di "suprema indifferenza e di infinita tolleranza" Per una singolare coincidenza, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, i primi capolavori di Pierpaolo Pasolini, vengono alla luce proprio in quegli anni Cinquanta nei quali si spengono, vecchi e carichi di ferite, gli ultimi “bulli” di Roma. Eredi di una tradizione fatta di spavalderia e arroganza, ineguagliabili nell'arte di maneggiare il coltello, prepotenti, rissosi, fastidiosi ma tutto sommato innocui, Negri Augusto detto “er Manciola”, e compagnia, passano la mano a una nuova generazione di padroni della Strada. Ci vorrà ancora qualche anno perché l'assestamento sia completo, ma le avvisaglie ci sono già tutte: d'altronde, a ogni società i suoi criminali. Pasolini, per primo, racconta una gioventù frutto dell'impetuosa avanzata sociale dell'Italia del dopoguerra, disvela il mondo, allora sconosciuto, delle borgate e, forse inconsapevolmente, segnala l'imminente mutazione genetica che sta per abbattersi sulla “mala” romana. Si incaricheranno di spiegarcela, questa mutazione, i fratelli minori dei “Riccetto” e dei Tommasino Puzzilli: quelli che fonderanno la Banda della Magliana e inonderanno Roma di droga e di piombo. Sino alla Magliana, possiamo considerare la malavita come una scelta esistenziale obbligata per chi appartiene alle classi “pericolose” (poveri, sovversivi), e come una caduta imputabile a insopprimibili impulsi per i ricchi e i borghesi. Ma anche per loro, è pur sempre una scelta. L'unico tratto comune fra la miseria e la nobiltà, fra il Palazzo e la Strada, è il delitto nudo e crudo. A Roma (ce lo ricorda Cerami) lo chiamano “fattaccio”: tanto più cruento e morbosamente avvincente quanto più prossimo alle alte sfere. “Malavita” è, dunque, una duplice linea d'ombra. Da un lato separa senza possibilità di redenzione chi ha impugnato il coltello e la pistola da tutti noi che, magari, abbiamo sognato di farlo, ma senza trovare il coraggio. Dall'altro demarca con estrema e lucida nettezza i confini fra il Palazzo e la Strada: si può aderire alla malavita nell'uno e nell'altro campo, ma non sarà mai la stessa cosa. Ricchi e poveri commettono crimini per le stesse ragioni: la passione, l'avidità. Ma il triangolo erotico del marchese Casati e la “puncicata” dello stracciarolo ingelosito appartengono, per giudizio comune, a due mondi inconciliabili. Roma aggiunge a questo schema tutto sommato condivisibile una caratteristica che affonda radici nella sua millenaria tradizione: è, prima fra tante, città di grandi delitti politici. E' nel delitto politico che si sviluppa inizialmente una singolare contiguità fra i signori e i lazzaroni: magari occasionale e non programmatica, ma comunque tipicamente “romana”. A Roma spesso delitto e potere vanno a braccetto. Il Potere è cosa ben nota, ai romani. Ci convivono dai tempi di Romolo e Remo, sono nati e cresciuti all'ombra di San Pietro. E Potere è sinonimo di Palazzo. Il più grande delitto dell'Italia postunitaria, lo scandalo della Banca Romana, è un delitto di Palazzo, ed è un delitto romano. Il più grande scandalo criminale del Fascismo, il caso Matteotti, è un delitto di Palazzo, ed è un delitto romano. Non c'è città al mondo dove, quando ci si approssima ai santuari, Strada e Palazzo siano più contigui e mescolati. Ci sarà sempre bisogno di un falsario, per realizzare un'abile truffa; e il signore che decide di passare all'azione avrà necessità di procurarsi un'arma non rintracciabile. Anche se questo non significa pienamente che malavita e mala politica siano alleate, tuttavia ogni delitto di un certo peso, a Roma, volenti o nolenti i suoi volontari o inconsapevoli protagonisti, è, nello stesso tempo, “fattaccio”, ma anche delitto che odora, profuma, puzza (ciascuno scelga la variante olfattiva che predilige) di Palazzo. Dunque, di politica. Da qui la passione romana per il “complotto”. C'è un momento-cardine nel quale questa consapevolezza del nesso indissolubile che, in questa città, avvince la sfera individuale del crimine a quella, per così dire, “sociale”, diventa patrimonio di tutta l'Italia. Accade, non a caso, negli anni Cinquanta. Accade quando, la mattina dell'11 aprile 1953, sul litorale di Torvajanica, fra Ostia e Anzio, viene rinvenuto il corpo senza vita di una giovane donna. Si chiamava Wilma Montesi ed era, come precisano scrupolosamente le cronache dell'epoca ad onta di accertamenti medico-legali a dir poco frettolosi, "illibata". L'episodio in sé, sulle prime, non presenta nessun interesse. Scarse o nulle le tracce di violenza sul corpo, niente che faccia pensare a uno stupro, nessun esame tossicologico che riveli l'uso di stupefacenti. Archiviato ripetutamente come "disgrazia", il caso Montesi diviene "l'affare Montesi" quando si affacciano alla ribalta due supertestimoni. Sono due ragazze, Adriana Bisaccia e Anna Maria Moneta Caglio: per la "nera" del tempo, l'esistenzialista e la figlia perduta di una solida famiglia milanese. Che cosa le accomuna? La frequentazione con un "giro" altolocato uso a organizzare droga-parties e orge in zona Capocotta: da qui il poco lusinghiero soprannome di "capocottari". L'ipotesi delittuosa, costruita soprattutto sulle rivelazioni della Moneta Caglio, raccolte e divulgate da un giovane giornalista, Silvano Muto, è di omicidio colposo: il marchese Montagna, amministratore della tenuta di Capocotta, e il musicista Piero Piccioni avrebbero "scaricato" la povera Montesi, colta da malore durante un festino, sulla spiaggia, abbandonandola per evitare guai. E lei sarebbe morta per "lento annegamento". Viene rinviato a giudizio, per favoreggiamento, anche il questore di Roma. Tre complotti s'intrecciano sullo sfondo della vicenda: secondo la stampa d'opposizione, quello posto in essere dai soliti potentati per difendere dallo scandalo la "jeunesse dorée" capitolina; secondo gli innocentisti, quello ordito dai comunisti, magari con complicità interne alla Dc, per sbarazzarsi del papà del principale imputato, il ministro Attilio Piccioni, capo "in pectore" del maggior partito italiano. Quanto al terzo complotto, ne sarebbe stato vittima un prestigioso principe del Foro, togliattiano doc e difensore del denunciante Muto, accusato di condotte (all'epoca) moralmente censurabili. La vicenda, dal sapore americano per la pruderie puritana che vi aleggia, si risolve nel modo più italiano possibile. Il giovane Piccioni sfodera un alibi di ferro grazie alla diva Alida Valli, e il processo si conclude con un'assoluzione generale. Quanto alla povera Wilma, unica vittima insieme al ministro, costretto alle dimissioni, sarebbe ufficialmente deceduta in seguito a un imprudente pediluvio post-mestruale. Ad onta della sua conclusione, o forse proprio perché tutti la giudicarono insoddisfacente, l'"affare" Montesi resta l'archetipo di tutti i complotti che, da allora in avanti, avrebbero intasato la cronaca e le aule di giustizia. E che, non a caso, avrebbero trovato proprio in delitti romani l'epicentro. Accadrà con l'omicidio di Maria Martirano, il celebre caso Ghiani-Fenaroli (delitto d'interesse o antipasto della strategia della tensione, con tanto di sfumature della Gladio?), e accadrà con l'uccisione della fotomodella tedesca Christa Wanninger (escort d'antan, agente segreto della “Odessa” o infiltrata nella rete nazista clandestina per sgominarla?). E tuttavia, se fattaccio, politica, strada e palazzo sono già presenti, tutti insieme, nella Roma degli anni Settanta, si tratta pur sempre di elementi che scorrono, affiancati, nelle vene della città, come un fiume sotterraneo che cerca il punto di rottura per erompere. Manca ancora qualcuno che li colleghi. E qui entra in campo la Banda della Magliana. Già per tutti gli anni Sessanta Roma conosce, come il resto d'Italia, un'escalation di rapine. E l'eroina, droga di strada dagli effetti devastanti, prende lentamente il posto della cocaina, droga di ricchi viziosi, di artisti debosciati, e, prima ancora, di gerarchi e ninfette di regime. A Roma spadroneggiano i Marsigliesi: amano la bella vita e il soldo facile, organizzano sequestri e cercano di prendere il controllo dello spaccio. Sono gangster da film, bellocci, violenti, dissoluti, scialacquatori. Le inchieste li spazzano via, aprendo un vuoto di potere che i giovani, ambiziosi, spregiudicati e spietati ragazzi della Magliana si affrettano a colmare. Da un lato, si prendono la strada con feroce determinazione. Dall'altra, mettono tutti e due i piedi nel Palazzo. Stringono legami con insospettabili settori dei Servizi di sicurezza, con il terrorismo neofascista (spesso alimentato da figli della borghesia), con logge massoniche deviate. I “ragazzi di vita” sono cresciuti: se i “bulli” conoscevano perfettamente i confini del proprio mondo, e sapevano come rispettare l'invisibile linea d'ombra fra Strada e Palazzo, per quelli della Magliana non esistono né limiti né confini. E' una stagione breve e intensa, che si conclude in modo molto italiano: con la repressione dell'ala militare e l'inabissamento del comparto finanziario. Sopravvive, come eredità, un modello di accumulazione selvaggia del capitale destinato, purtroppo, a fare scuola. C'è, a proposito di Roma, un giudizio tanto lapidario quanto illuminante, quasi profetico, pronunciato oltre cent'anni or sono dai lombrosiani Niceforo e Sighele. I quali, dopo aver condotto un'inchiesta sul crimine a Roma, così concludevano: Roma è “città di suprema indifferenza ed infinita tolleranza”. Da sempre vi convivono “le più grandi antitesi morali ed intellettuali”, e si avvicendano delitti moderni, “quasi scintille del fuoco latente della mala vita delle alte e basse classi sociali” e crimini “medioevali e selvaggi”. Che l'abbiano inventata loro, la Banda, con la sua perfetta sintesi di ferocia e modernità? E anche sull'ambiguità di fondo del rapporto di Roma con i “suoi” criminali gli antichi studiosi centrano il bersaglio: ancora oggi a Roma continuano a convivere “le più grandi antitesi morali e intellettuali”: per esempio, quelli che coi banditi ci fanno affari e quelli che si dannano l'anima per sconfiggerli.
POLITICOPOLI
Roma. Boom di pratiche di condono da smaltire nella capitale. Boom di milioni di euro di oneri concessori non riscossi da anni. Boom di responsabilità impunite da dividersi tra le varie amministrazioni comunali di vari colori. Nell’illegalità son tutti uguali, solo che i giornali di sinistra affondano le lame solo quando ad amministrare c’è il centro destra.
A Roma nel 2012 ci sono ancora da definire le domande di condono del 1985 relative a 180-200 mila interventi abusivi sui 500mila totali (la sanatoria del 1985 permetteva di utilizzare un'unica istanza per regolarizzare più abusi). Magari gli uffici hanno cominciato l’esame, ma sono passati gli anni, sono cambiati i proprietari e col tempo, dopo tre o quattro trasferimenti, è diventato difficile rintracciarli e, a volte, il loro interesse a definire la situazione è venuto meno. Nella capitale le pratiche inevase sono circa 240mila: l’arretrato però si concentra nel 1985 e nel 2003, mentre l’esame delle 88mila istanze del´94 è praticamente concluso. Nel 2003 invece le domande sono state circa 50mila e per quasi tutte l'esame deve ancora cominciare.
Nel resto d'Italia la situazione è variegata: si va infatti da capoluoghi dove l'arretrato non esiste ad altri dove, come a Roma, si fanno ancora i conti con le domande del 1985.
Secondo “Oggi” dodicimila trecento quindici abusi: tanti ne documenta un libro nero degli abusi edilizi compiuti a Roma e documentati in due cd, rimasti in fondo a un cassetto da marzo del 2010 e saltati fuori grazie a un’inchiesta del quotidiano «La Repubblica». I due cd contengono la documentazione necessaria a valutare una parte delle 85 mila domande di condono presentate al Comune di Roma nel quadro del terzo condono edilizio concesso dallo Stato Italiano, quello del 2003, varato dal Governo Berlusconi.
IN QUEI FASCICOLI NON C’È SOLO LA ROMA BENE - Deputati, imprenditori, calciatori, soubrette: da Barbara d’Urso all’industriale Luigi Cremonini, dal calciatore Dejan Stankovic (ex della Lazio, poi all’Inter) al deputato del Pdl Antonio Angelucci, a Federica Bonifaci, figlia di Domenico Bonifaci, editore del quotidiano Il Tempo. Ci sono le istituzioni religiose e benefiche: le Suore Ospedaliere della Misericordia, la Procura Generalizia delle Suore del Sacro Cuore, le missionarie di Madre Teresa di Calcutta e la Famiglia dei Discepoli della diocesi romana.
GLI ABUSI DELLE AZIENDE MUNICIPALIZZATE - Non mancano sporting club (Parco dè Medici), country club (Gianicolo), il Tennis Club Castel di Decimo, la discoteca Chalet Europa nel parco di Monte Mario, e poi società immobiliari, distributori di carburante… e persino alcuni enti che non dovrebbero mai comparire in un elenco di «furbi», come le aziende Comunali di servizio: Ama, Acea e addirittura Risorse Roma, la municipalizzata incaricata di occuparsi proprio delle pratiche di condono!
ANCHE IL COMUNE CHIEDE IL CONDONO - L’assurdo assoluto? C’è anche quello: con la pratica n. 577264 trovata nel faldone «Sanatorie nei Parchi», chiede il condono anche il Comune di Roma, che ha violato le sue stesse regole, poi ha chiesto il condono a se stesso, sapendo di non poterlo, per legge, concedere: «Gli abusi realizzati nei parchi», dice la legge regionale n. 12 del 2004, «e nelle aree naturali protette, non sono sanabili».
GEMMA SPA, LA SOCIETA’ CHE HA VALUTATO GLI ABUSI - L’incarico di raccogliere la documentazione degli abusi era stato affidato dal Comune di Roma alla società Gemma Spa, di Renzo Rubeo. La società ha cominciato a svolgere il suo lavoro con l’ausilio di un sistema di fotografia aerea e ha fotografato il territorio della capitale metro per metro. Gemma consegna al sindaco Alemanno a marzo 2010 la lista documentata delle prime «reiezioni», più di 12 mila manufatti non condonabili. Poco dopo il Comune revoca a Gemma Spa il mandato, ufficialmente perché la società sarebbe incapace di smaltire i fascicoli nei tempi concordati.
Secondo “La Repubblica” Roma è la capitale, anche, degli abusi edilizi: mattone alla mano, un residente su 4 ha consumato un illecito. Gli abusi insanabili accertati sono 12.315, quanti le pratiche respinte perché i rilievi aerei hanno svelato le incongruenze tra domande e stato dei luoghi. Ma gli illeciti non condonabili sono molti di più tra le 260mila domande di condono da esaminare (370mila quelle accolte). Le ruspe però sono ferme da 2 anni. "Al Comune", sostiene l'ex direttore dell'Ufficio condono, "le sanatorie non convengono".
Roma, città illegale: è la capitale degli abusi edilizi con 630mila richieste di condono. Mattone e calcestruzzo alla mano, un romano su quattro ha consumato un illecito. Illegalità edilizie. Ma anche amministrative e penali: sono 12.315 le pratiche di condono respinte perché i rilievi aerei hanno svelato falsità per le contraddizioni tra la domanda e lo stato dei luoghi. Migliaia di manufatti sarebbero da abbattere perché realizzati dopo il condono, denunciati ma inesistenti, o tirati su in aree non edificabili. I quadranti più assediati sono nei Municipi XX, VII, XII, XI, XIX, IV, XIII, IX e XV. È accertata, insomma, l'esistenza di un paesino spuntato tra illeciti e speculazione. Ma l'area degli abusi insanabili è assai più vasta annidandosi tra le 260mila domande di condono da esaminare (370mila quelle accolte).
Ma nei tre anni e mezzo di giunta Alemanno, gli abbattimenti si contano sulle dita, un po' di baracche, tettoie, qualche stalla.
"Lo certificano i numeri", attacca il consigliere Massimiliano Valeriani (Pd). "Sotto la giunta di centrodestra", spiega, "sono stati spesi 798mila euro nel capitolo "Sgomberi e demolizioni"". Dove la parte del leone l'hanno fatta gli sgomberi dei campi nomadi con la demolizione delle relative baracche. "Solo nel 2007", spiega Valeriani, "il centrosinistra spese un milione 199mila 520 euro e nel 2008 stanziò un milione 199mila 700 euro che, ereditati dal centrodestra, non sono mai stati spesi". "Nel 2011", ancora Valeriani, "non è stato toccato un centesimo dei 500mila euro impegnati e poi ridotti a 120mila dall'assessore al Bilancio". Con Veltroni sindaco e Massimo Miglio all'Ufficio antiabusi, volumi per un milione e mezzo di metri cubi sono stati rasi al suolo. Dopo, le ruspe hanno lavorato a passo ridotto e solo per il primo anno della giunta Alemanno.
Da due anni in qua, niente, mentre sono cresciute come funghi le "case fantasma" che hanno spinto l'abusivismo al suo massimo storico. A censirle è stata l'Agenzia del territorio diretta da Gabriella Alemanno, sorella del sindaco: 68.764 immobili illegali. Così dal 2008 a oggi, nella classifica degli abusi, Roma è salita nella vetta della lista, seconda solo a Salerno che di case fantasma ne conta 105.228. Dopo la capitale ecco Palermo (62.868), Cosenza (61.672) e Napoli (59.859). Con il primo condono (legge 47 del 1985) e con il secondo (l. 724/1995) sono state 550mila le domande presentate. Alla boa del terzo (l. 326/2003) ne sono arrivate 80mila, per un totale di 630mila, appunto. Certo è che delle 12.315 rigettate, 3.713 sono state presentate fuori termine; 8.602 riguardano abusi insanabili, realizzati nei parchi (2.099) e in altre aree vincolate (6.503). I falsi più consistenti? Quelli del terzo condono. L'esperienza dei primi due ha fatto scuola affilando le unghie agli speculatori.
Nel 1985 sono stati sanati per lo più abusi di necessità, baracche, case tirate su con materiali poveri, in aree periferiche, tra nuclei di insediamento spontaneo. È stato con il secondo condono e, ancor più con il terzo, che hanno fatto irruzione dichiarazioni mendaci in quantità industriale. E per legittimare anche interi palazzi. Le foto aeree, finché sono state utilizzate, hanno dato conto degli scempi. Poi, con la giunta di centrodestra, è arrivato lo stallo. Un colpo di spugna con quattro mosse: la soppressione dell'Ufficio avamposto contro gli illeciti, la rimozione forzata del suo protagonista, Massimo Miglio, l'azzeramento dei fondi per gli abbattimenti e la cancellazione del sistema delle foto aeree (condiviso con il pool urbanistico della procura) per il controllo del territorio.
Per “Il Corriere della Sera” Una lista infinita, con dentro di tutto: calciatori, professionisti, politici, istituti religiosi, cliniche private, attrici. L'abusivismo edilizio, a Roma, è veramente trasversale: basta dire che, nel fittissimo elenco di coloro che hanno fatto domanda del condono (e che sono tra le 12 mila richieste «fuori termine» oppure in «zone vincolate»), c'è pure «Risorse per Roma», l'azienda municipalizzata che adesso - dopo la rescissione del contratto di Gemma - si dovrà occupare proprio delle domande di sanatoria. Una vicenda di qualche anno fa: «RxR» chiese il condono per la sede di via Flaminia, davanti al centro commerciale «Euclide». Un palazzo che ha una storia: nel 2007 la società lo vende all'immobiliarista Domenico Bonifaci che poi, a giugno 2009 l'ha affittato (a 650 mila euro l'anno) al XX Municipio, che ha trasferito lì la sua sede. Dalle foto aree, nel 2000 il palazzo aveva solo una torretta centrale. Nel 2004, invece, spunta un manufatto quadrato di colore scuro.
Naturalmente, il caso di «Risorse per Roma» non è l'unico. Anzi, la municipalizzata è in buona compagnia. A cominciare dall'Ama, che doveva condonare degli interventi sulla sede di rimessaggio di via Pontina (due capannoni che non c'erano). Alcuni casi, come l'appartamento di Lory Del Santo vicino al Colosseo, sono noti alle cronache. In pieno centro, a via di San Vincenzo, ecco la Cremonini spa: la veranda che nel 2004 - ben oltre la scadenza del condono del 2003 - non esisteva, compare diversi anni più tardi.
Altri sono meno conosciuti, come quello di Janusz Gawronski, nipote di Jas, che ha chiesto il condono per una proprietà sulla Cassia bis. E poi Ugo Sodano, ex consigliere regionale dell'Udc, dalle parti della Braccianese. In zona Roma nord, precisamente all'Olgiata, spunta Dejan Stankovic, quando giocava nella Lazio: nella villa con piscina, riparato dagli alberi, compare un fabbricato che nella foto scattata a giugno/luglio 2003 non esisteva. E ci sono altri imprenditori famosi. Come Carlo Degli Esposti, presidente di «Palomar-Endemol», produttore del «Commissario Montalbano»: «È una stupidaggine, una tettoia in legno per le auto: sto aspettando risposte, ma se è così la butto giù in un giorno». Ai Parioli, spunta Federica Bonifaci, della famiglia dell'editore de «Il Tempo», alla Magliana c'è l'Hotel Parco de' Medici, sull'Aurelia il «Roma camping srl», sulla via del Mare la «Cialone tour».
Ma condonano tutti, laici e religiosi. Tanto che, a scorrere l'elenco, si trovano le «Suore dell'assunzione», la «Famiglia dei discepoli», l'Istituto «Figlie del sacro cuore di Gesù». Cattolici, ma anche di altre confessioni. A Roma sud, ad esempio, c'è il caso di monsignor Barnaba El Soryany, il vescovo copto ortodosso. Nella chiesa di via Laurentina, dopo la strage di Capodanno in Egitto, sono andate tutte le autorità cittadine, da Gianni Alemanno alla governatrice Renata Polverini: ma proprio quella sede è da condonare. Attorno alla struttura centrale, infatti, solo nel 2005 spuntano due capannoni.
A via Appia Nuova c'è il condono chiesto dalla Giunone srl, società proprietaria della clinica privata Villa Fulvia, ma moltissimi abusi sono nei parchi: Veio, Appia Antica, Bracciano/Martignano, Decima Malafede. Col record dell'abusivismo che spetta al territorio del XX Municipio, uno dei più ambiti per gli speculatori edilizi: è Roma, e spesso non distante dal centro, ma diventa immediatamente aperta campagna. E lì, al riparo degli alberi o della vegetazione, costruire una «dependance» oppure un capannone, può diventare anche più semplice.
In Parlamento, in Consiglio comunale, in Procura e ora la Condonopoli romana arriva anche alla Corte dei conti: "Presenteremo un esposto per accertare se ci sia stato un danno erariale per la "dimenticanza" degli oltre 12mila abusi edilizi da abbattere e sui quali già indaga la Procura", annuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. "È già un fatto grave in sé", commenta, "ma se si inserisse nel quadro disegnato dal Piano casa della Regione produrrebbe effetti devastanti perché molti degli abusi insanabili potrebbero essere condonati". "Come mai", chiede Bonelli, "di fronte a una sentenza della Corte di cassazione secondo la quale la bocciatura della domanda di condono riattiva il procedimento penale, il Comune, con migliaia di domande bocciate, non avvia le demolizioni o l'acquisizione al patrimonio pubblico degli immobili?". Dal Campidoglio gli fa eco il consigliere Athos De Luca (Pd): "L'inerzia dell'Amministrazione comporta un danno rilevantissimo all'erario e all'ambiente". E anche lui annuncia la presentazione di un esposto ai magistrati contabili.
"Di fronte a inchieste giornalistiche, esposti e interrogazioni parlamentari", aggiunge il senatore Stefano Pedica (Idv), che con Bonelli ha presentato un esposto in Procura, "la giunta comunale resta indifferente e gli abusi edilizi nella capitale non conoscono contrasti". E annuncia: "Presenterò un'interrogazione al governo Monti, perché si faccia chiarezza sull'operato dei vertici del Campidoglio". "Dopo tre anni e mezzo di giunta Alemanno", denuncia il consigliere regionale Enzo Foschi (Pd), "l'abusivismo a Roma è al suo massimo storico dopo che il centrodestra come suo primo atto amministrativo ha demolito l'Ufficio antiabusi diretto da Massimo Miglio, un avamposto contro gli illeciti edilizi, che era un modello per il resto del Paese".
"È clamoroso quanto sta emergendo grazie alle inchieste di Repubblica sull'abusivismo edilizio a Roma", per Massimiliano Valeriani, presidente della commissione comunale di Controllo e Garanzia, "e sono assordanti il silenzio del sindaco Alemanno e l'inerzia della sua giunta: da mesi, con interrogazioni e riunioni, ho segnalato questa mancanza gravissima senza risposta alcuna". E la sua collega Gemma Azuni (Sel) rilancia: "Le notizie di stampa su connivenze, inerzia e dolo che gli uffici potrebbero aver messo in atto non possono passare sotto silenzio avvantaggiando ancora una volta i furbi e gli speculatori". "Nel nostro Municipio", spiega Andrea Catarci, minisindaco dell'XI, "decine e decine di interventi di demolizione non possono essere eseguiti per la mancata comunicazione dal Campidoglio delle pratiche bocciate e per l'azzeramento dei fondi voluto da Alemanno".
A Roma non solo abusi edilizia. La rivolta degli indignati romani contro la mafia dei poster abusivi. Secondo l’inchiesta di “La Repubblica”. Ce ne sono 50mila contro i 32mila registrati nella banca dati del Campidoglio. In quella forbice si nasconde la giungla dei cartelloni fuorilegge, disseminati nelle zone più pregiate o lungo le arterie di grande traffico della capitale. Ma adesso gruppi di cittadini si sono organizzati: segano i tralicci fuori norma, riempiono di cemento le buche scavate per erigerli, denunciano lo scempio con foto sui blog, raccolgono firme. Spuntano come i Gremlins. Oscurano il profilo postmoderno del Maxxi di Zaha Hadid e perfino San Pietro. Devastano Prati, l'Appia, occupano le isole pedonali, oltraggiano il verde di Villa Ada, coprono monumenti. Non solo. Uccidono anche. Lungo la Tuscolana uno era stato alzato su uno spartitraffico, dove si è schiantata una moto e sono morti due giovani. È la carica dei cartelloni abusivi, un campo dove Roma vanta il primato. A oggi, secondo i comitati che li combattono, 404 aziende hanno installato almeno 40-50mila impianti, contro i 32mila registrati nella banca dati ufficiale. Una devastazione. Gli operai si muovono di notte o alle prime luci dell'alba, sulle strade di grande scorrimento, nelle piazze più blasonate. E, al massimo in un'ora, bucano il terreno con le macchine, alzano le strutture in ferro, fanno apparire metri quadrati di pubblicità fuorilegge pronta per farsi guardare dai pendolari che la mattina attraversano la città per andare al lavoro.
Ma la rivolta è in atto. Mentre gli addetti del Campidoglio cercano di smontarne il più possibile con dubbi risultati, i comitati hanno già raccolto diecimila firme in calce a una proposta di legge, bocciata dalla giunta, ma che dovrà essere discussa in consiglio comunale, che può fermare la giungla pubblicitaria. E sono anche pronti a ricorrere al Tar. Non solo. I cittadini scendono in piazza a segare le basi degli impianti, in Prati attaccano dei fiocchi neri sui manifesti senza permessi e sui loro siti si moltiplicano le fotografie che denunciano gli abusi. Filippo Guardascione, del comitato "Basta cartelloni", accusa: "Il danno è stato fatto dal nuovo regolamento del Comune del 2009, che permetteva l'installazione libera dopo aver pagato una somma ed essere stati inseriti nella banca dati, rinviando a dopo i controlli. Così ha dato il via all'assedio degli impianti. Un altro problema è il numero delle ditte, più di quattrocento. A Parigi sono solo cinque a dividersi e tutelare il territorio dopo aver vinto bandi pubblici, e regalano anche il servizio di bike sharing. A Milano sono sette. Pensate al business: nella Capitale il costo medio di una pubblicità è di 150 euro al metro quadrato al mese. E infine le distanze: quelli superiori a un metro quadrato dovrebbero stare distanti l'uno dall'altro almeno 25 metri e quelli inferiori a un metro quadrato 15 metri. A Roma non sono mai rispettate".
La giunta Alemanno vara un piano regolatore e multe più poderose, ma aspetta a far discutere la nuova legge. I comitati lanciano su Repubblica "Dieci domande all'assessore Bordoni", che risponde: "Abbiamo rimosso 3.700 impianti illegali, siamo pronti a eliminarne altri 1.700 e vareremo il nuovo piano regolatore delle affissioni". Il problema è anche un altro. A Roma oggi nessun inserzionista è sicuro al cento per cento che i suoi manifesti saranno affissi su un impianto in regola e non su uno che violi normative esistenti e quindi possa andare incontro a sanzioni. Spesso succede anche a quelli del Comune, della Regione e di altre istituzioni o enti pubblici. Un esempio clamoroso? Molti dei manifesti della campagna di Roma Capitale contro l'abbandono dei cani sono stati affissi su impianti irregolari. Il colmo è che, in tempi di crisi, il fenomeno sta così tracimando che ci sarebbe bisogno di almeno una decina di milioni di euro per buttare giù tutti i poster irregolari della città. E interviene perfino il potente Franco Bernabé, presidente di Telecom Italia: "Roma in questo campo è la peggiore città al mondo. Non vengono tutelati il decoro e l'importanza storica e archeologica della metropoli. La nostra azienda non farà più pubblicità sugli impianti stradali".
Il Campidoglio che fa? Le ditte che deturpano la città con impianti pubblicitari oltre misura riceveranno stangate fino a 13mila euro. Il provvedimento, inserito nella finanziaria su richiesta del Pd, è in vigore da poco. Le multe sono passate dalla vecchia tariffa, compresa fra i 148 e i 594 euro, alla nuova che va dai 1.376 euro fino a un massimo di 13.765. "Ora - afferma Athos De Luca, vicepresidente della commissione comunale Ambiente - il sindaco Alemanno deve emanare una direttiva precisa ai comandanti dei vigili urbani, perché si impegnino in modo serio e capillare per la repressione dei cartelloni abusivi".
Altre volte il decoro di Roma è offeso da episodi bizzarri. Sembrano fioriere ma, al posto dei ciclamini o delle rose, nella terra dei vasi sono piantati pali che sorreggono cartelloni pubblicitari. Dopo i maxi impianti, ecco le affissioni mobili. Hanno campeggiato nelle piazze storiche: da piazza di Spagna a campo dè Fiori, da largo Chigi a ponte Risorgimento, fino alla zona di Belle Arti. Sul vaso in granito era attaccata una targhetta con su scritto, a mano e a pennarello, la zona di collocazione e un codice, "0149", che però non era inserito nell'elenco delle ditte pubblicitarie sul sito web del Comune. Sono stati proprio i "vasi pubblicitari" a scatenare la rivolta. "Ci avevano assicurato la rimozione - spiega Roberto Tomassi del comitato Cartellopoli - ma alcuni sono stati spostati dal centro storico alla zona dei Parioli, mentre altri sono ancora nelle vie più prestigiose di Roma".
Ma vediamo il nuovo piano regolatore dei cartelloni messo nero su bianco dal Campidoglio. La prima novità è quella di far diventare il centro storico, tutta l'area dentro le Mura Aureliane, off-limit per i poster. "Ce lo hanno chiesto le sovrintendenze - spiega l'assessore al Commercio Davide Bordoni - dunque procederemo immediatamente con le rimozioni di ciò che non è consentito dal piano". Nell'area centrale di Roma, intorno al complesso di San Paolo Fuori le Mura e nelle zone extraterritoriali del Vaticano, tutte patrimonio dell'Unesco, saranno permessi solo impianti definiti di pubblica utilità, vale a dire orologi, che però verranno ridotti di numero, e affissioni Spqr. I cosiddetti parapedonali, cioè le pubblicità "1x1" attaccate sulle transenne metalliche lungo i marciapiedi, verranno rimossi. "Per eliminare completamente la piaga di cartellone selvaggio serve un'attività di intelligence - afferma il sindaco Gianni Alemanno -. Per questo abbiamo chiesto aiuto alla Guardia di Finanza". Secondo il sindaco si prefigurano due diversi reati: l'evasione fiscale per la mancanza di fatturazione e quello, più grave, di truffa: "Se un'azienda raccoglie pubblicità e ne mette una parte su cartelloni abusivi, allora questa è una vera e propria truffa".
Altre regole del nuovo piano. Viene confermato il "4x3" come formato massimo consentito, ma adesso l'installazione sarà possibile solo fuori dell'anello ferroviario. Proibito l'uso di strutture scadenti, ad esempio di vetroresina, obbligo di utilizzo di materiali ecocompatibili. Inoltre le tipologie di cartellone consentite vengono ridotte da 27 a 7, mentre l'estensione massima della pubblicità a Roma passa da 320mila metri quadrati a 162mila, con una riduzione del 49 per cento, anche se adesso la banca dati del Comune ne ha censiti 220mila. La Capitale viene divisa in due parti: la zona A, con 82mila ettari di territorio non urbanizzato e 11.700 di urbanizzato, dove vige il divieto di installazione; la zona B, pari a 45.300 ettari di territorio urbanizzato, dove l'installazione è permessa ma regolamentata. Divieto assoluto, oltre che nelle aree regionali protette, nella riserva statale del litorale, nella tenuta di Castelporziano, nell'Agro romano, lungo i muraglioni e le rive del Tevere, sugli arenili, nei parchi e nelle ville storiche, lungo le mura e gli acquedotti storici. I municipi di centrosinistra sono contro. La definiscono "un'operazione di facciata", il cui risultato "sarà l'approvazione finale di un nuovo complesso di regole, codicilli, tipologie, zonizzazioni e ambiti senza alcun effetto pratico", come spiega Antonella De Giusti, presidente del municipio XVII, uno dei più colpiti dal fenomeno dei cartelloni abusivi. E aggiunge: "Una volta ci siamo ritrovati perfino nove enormi cartelloni installati sui marciapiedi appena rifatti davanti alle Mura Vaticane, uno scempio".
Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, denuncia: "Ormai invadono le aree più belle e quindi più redditizie, l'Appia Antica, le consolari, il parco della Marcigliana, la zona Flaminia-Grottarossa. L'allarme lo lanciò anche l'ex soprintendente archeologico Adriano La Regina. La legge per cui abbiamo raccolto le firme con i comitati di Cartellopoli li vieta nelle aree vincolate e in quelle pericolose per il traffico. Il piano regolatore del Comune li vieta in centro, ma in periferia, con l'indice di massima occupabilità, i metri quadrati di pubblicità addirittura aumentano". Non manca il racconto drammatico di Daniela Valentini, oggi consigliere regionale del Pd ed ex assessore al Commercio e alle Affissioni della giunta Veltroni: "Ho fatto rimuovere 25mila cartelloni abusivi, facendo una guerra aperta a questo fenomeno e ho ricevuto denunce e minacce. Anche Veltroni è stato minacciato di morte".
Ora il piano, dopo le osservazioni dei municipi, è tornato in commissione, dove verrà modificato prima di arrivare all'approvazione del consiglio comunale. Dopo la stesura finale i risultati, oltre quelli già detti, secondo il Campidoglio, dovrebbero essere questi: oggi sono censiti in banca dati 220mila metri quadrati di impianti pubblicitari. Il piano approvato ne prevede solo 162mila: il 27 per cento in meno di quelli esistenti e il 49 per cento in meno rispetto a quanto consentito adesso. Ancora. Secondo i dati del Comune, fino al 30 settembre 2011 sono state eseguite 3.700 rimozioni di impianti abusivi. E per quanto riguarda le multe, 3.300 sono state fatte per i cartelloni fuorilegge e 2.500 per i manifesti. Nel frattempo prosegue l'assalto. Vergognoso lo scenario sulla circonvallazione Gianicolense: sei mega manifesti sono attaccati al muro modello "poster" sopra l'ingresso della stazione Trastevere, accompagnati da altri quattro cartelloni installati sul marciapiede. Da qui fino all'incrocio con via Ottavio Gasparri, 57 strutture occupano i marciapiedi vicino alle fermate del tram. Sei maxi affissioni deturpano piazzale Enrico Dunant e altre sette riempiono il primo tratto di via Quirino Majorana. Ma l'apice si tocca a piazza San Giovanni di Dio: una muraglia di nove impianti nasconde i banchi del mercato rionale. Nelle immagini di Google Street del 2008 se ne contavano solo tre. Però non si fermano nemmeno i blitz di chi combatte gli impianti fuorilegge: c'è chi attacca stencil con la scritta "abusivo" e chi con macchina fotografica alla mano denuncia sui blog lo scempio. E ci sono gli "holebuster", i "tappabuchi", ovvero cittadini che riempiono di cemento i buchi fatti di nascosto dalle ditte per installare impianti irregolari.
Ma Cartellopoli finisce anche in Parlamento. Dopo l'invio delle cartoline "Saluti da Roma", con le immagini dei monumenti deturpati dai maxi-impianti, al presidente della Repubblica, ai ministri e a tutti i deputati, ora sono pronte due interrogazioni parlamentari. Una è rivolta dalla deputata del Pd Giovanna Melandri al ministro dei Beni culturali per chiedere se "vista la grave situazione romana", abbia sollecitato le Soprintendenze a intervenire. L'altra è diretta al ministro dei Trasporti perché "il settore delle affissioni determina rischi per la sicurezza stradale e l'incolumità pubblica".
E alla fine arriva l'altolà di Alemanno: «Dietro le affissioni illegali a Roma esiste un mercato clandestino, una struttura mafiosa e parallela alle istituzioni che va estirpata con una vera e propria inchiesta». Va giù duro il sindaco di Roma Gianni Alemanno durante la presentazione della prima Giornata del decoro urbano che ha toccato anche il tema dei cartelloni abusivi. «Non basta rimuovere le affissioni, visto che se ne togliamo una il giorno dopo ne spuntano due; bisogna sradicare il fenomeno alla radice. La prossima settimana – continua il sindaco – presenteremo una nuova struttura della Polizia Municipale che vedrà l’arrivo di un terzo vicecomandante, Antonio Di Maggio. A lui sarà affidato il compito di contrastare questo fenomeno: bisogna rompere le mani a chi fa questi giochetti». Un fenomeno che Roma Capitale ha provato ad arginare anche in passato con l’aiuto di altre forze, a quanto pare senza risultati apprezzabili, forse dovuti alla sottovalutazione del problema. «Abbiamo tentato una collaborazione con la Guardia di Finanza, ma senza trovare sponde utili ad approfondire e a reprimere. In mancanza di aiuti validi, si è deciso di fare da soli, e di condurre questa campagna con le nostre forze. Dobbiamo sradicare il fenomeno dei cartelloni abusivi a Roma e per questo ho dato mandato al vicecomandante della Polizia Municipale, Antonio Di Maggio, di svolgere una grande inchiesta contro la cartellonistica abusiva, dietro la quale c'è una vera e propria mafia. Il fenomeno che dobbiamo sradicare non riguarda solo qualche piccolo imprenditore abusivo ma qualcosa di più vasto, un mercato parallelo che rappresenta una vera e propria organizzazione mafiosa. Un problema per il quale pensavo che, affidandolo alle forze dell'ordine dello Stato, si riuscisse a trovare una soluzione. Invece dobbiamo fare da soli: la polizia municipale avrà questo compito preciso perché il meccanismo ripetitivo e costante con cui appaiono i cartelloni abusivi è davvero inquietante. Romperemo le mani a chi fa questi giochetti».
"SINDACO COMPLICE": Ad accusare il Primo cittadino di essere complice di chi sta dietro al fenomeno delle affissioni abusive sono i Radicali. «Alemanno e l'assessore Bordoni, dopo tre anni di governo, hanno fatto un atto da sceriffi staccando i manifesti. Ma questo mi fa sorridere, perché nel 2009 io stesso inviai un atto di diffida e di messa in mora proprio in riferimento al problema delle affissioni - dice il segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini, nel corso della conferenza stampa sui danni da affissione abusiva a Roma. - Da parte del sindaco e dell'assessore - ha aggiunto - c'é una complicità e una collaborazione oggettiva e consapevole, è un'associazione a delinquere che vede coinvolti gruppi consiliari ed associazioni di attacchinaggio, le stesse che deturpano la città in periodo elettorale». Staderini e il segretario romano del partito, Riccardo Magi, hanno annunciato due denunce alla magistratura: una alla Procura per omissione di atti d'ufficio e per eventuali abusi d'ufficio da parte del sindaco Gianni Alemanno, poiché, come sottolineato da Staderini, tra le affissioni irregolari ve ne sono alcune di personalità istituzionali, tra cui il sindaco stesso. La seconda denuncia è alla Corte dei Conti e vi si ipotizza un danno erariale da mancati introiti. "Sono spazi - ha detto ancora Staderini - che riguardano le attività commerciali, ma è anche un furto di democrazia, perché si toglie a noi radicali, che non facciamo affisioni abusive, la possibilità di rendere note le nostre idee. Tutti i partiti sono coinvolti in questo furto di democrazia e da oggi i radicali sono in mobilitazione permanente per ripristinare la legalità". Staderini, mostrando un dossier fotografico, ha voluto sottolineare alcuni casi: quello del consigliere comunale Francesco De Micheli (Pdl), che ha "tappezzato Roma con i suoi poster a favore di Berlusconi e al quale chiediamo di andare in Comune a pagare almeno 10 mila euro e la sanzione". Ma non sono da meno alcuni espondenti dell'area opposta. C'è un manifesto di Marroni, Miccoli e Gasbarra del Pd: "Ci facciano sapere quanto hanno pagato".
"SOTTRATTI MILIONI DI EURO AL COMUNE": Il segretario romano dei Radicali, Riccardo Magi, ha anche spiegato come a Roma «ci sono 2.674 spazi pubblicitari gestiti dal Comune tramite il dipartimento Attività economiche e produttive-Uo affissioni e pubblicità. L'affissione è a cura del Comune di Roma, cui vanno depositati i manifesti e pagati i diritti, tra i 3,5 e i cinque euro a spazio per 10 giorni. Il Comune timbra i manifesti regolari. Ma, a quanto risulta dai registri cronologici dell'ufficio Affissioni per gli anni 2010-2011, negli ultimi due anni non risulterebbero acquisti di spazi da parte dei partiti politici, salvo rarissime eccezioni. "La perdita di incasso, abbiamo calcolato - ha detto ancora Magi - è tra i 30 e i 40 mila euro al mese, tra i 330 e i 470 mila euro».
Basta prenderci in giro.
Tra le nuove regole per il decoro in città, come si sa, c'è anche l'inasprimento dei controlli e delle multe per chi affigge manifesti abusivi. Un modo per evitare l'invasione di manifesti selvaggi durante la campagna elettorale, peccato però che arrivi il condono preventivo. Lega Nord e Pdl hanno infatti presentato un emendamento al cosiddetto decreto milleproroghe. Si tratta della ormai tradizionale sanatoria che arriva proprio in piena campagna elettorale e che consentirà a chi affigge manifesti abusivi di chiudere la partita pagando 1000 euro per ogni provincia in cui è stata commessa l'infrazione. Un provvedimento simile era stato già varato negli anni scorsi e non è certo una novità. L'affissione abusiva, prima reato penale poi, nel 1994, declassata a semplice sanzione amministrativa, è da anni soggetta a diversi condoni, tutti ovviamente bipartisan. Il primo arrivò nel '96 sotto il governo di centrosinistra ma con l'appoggio dell'opposizione, poi fu la volta - era il 2001 - del centro destra di governo e un altro ancora arrivò nel 2005. Nel 2007 è arrivata l'idea di far pagare almeno le spese di defissone a chi attaccava dove non doveva. Ma, anche per questo provvedimento, immancabile, è arrivata la sanatoria. Stavolta il condono è preventivo e, a parte quella dei radicali, nessuna voce si è levata contro il nuovo sconto per chi imbratta. Oltre a danneggiare l'immagine e il decoro della nostra città chi attacca manifesti abusivi, cavandosela con un migliaio di euro di sanzione, reca un danno anche alle casse dei comuni che non solo devono spendere soldi per staccare la carta dai muri ma non possono nemmeno contare sulle entrate ricavate dalle sanzioni.
«Dossieraggio», «macchina del fango berlusconiana», «bufala colossale». Di fronte allo scandalo della nuova Affittopoli romana, il Partito democratico cerca di parare il colpo accusando gli altri, il centrodestra. Sono loro i fabbricatori del fango: Tg1, Tg5, stampa nemica, è l’accusa. Peccato che la notizia delle case low cost della Capitale fosse di dominio pubblico. Fa niente: è sempre colpa di Berlusconi. Conferenza stampa convocata in gran fretta nel quartier generale del Pd. Walter Veltroni, sindaco di Roma fino al 2008, cioè negli anni in cui è avvenuta la grande svendita, non c’è. Impegni inderogabili fuori città. Ma i suoi fedelissimi, il deputato ed ex capo segreteria Walter Verini, gli ex assessori al Bilancio, Marco Causi, all’Urbanistica, Roberto Morassut, alla Casa, Claudio Minelli, sono lì a spiegare che «abbiamo fatto tutto secondo le norme e sfidiamo chiunque a trovare irregolarità». Verini attacca: «È la solita campagna mediatica». Sedi di associazioni a sezioni del Pd e di Sel? «Sì, è vero», ammette il segretario romano Marco Miccoli, «però su 150 circoli, solo 7 sono ospitati negli spazi riservati alle associazioni». Affittati con lo scontone dell’80% assicurato alle strutture con finalità sociali. Ad esempio, Pd e Anpi convivono a via dei Giubbonari, pieno centro, e il canone è low. Sull’Affittopoli e la Svendopoli capitolina dal 2007 ad oggi, comunque, parlerà l’indagine della procura, oltre a una commissione d’inchiesta ordinata dal sindaco, con al vertice Claudio De Rose, ex procuratore generale presso la Corte dei Conti. «Dovrà verificare», spiega l’assessore al Patrimonio, Alfredo Antoniozzi, «tutte le procedure messe in atto nella cessione del patrimonio. Soprattutto se le locazioni dei 1346 beni disponibili siano corrispondenti al valore degli immobili, tenuto conto, però, delle fasce deboli». In tribunale, intanto, è già aperto un fascicolo per abuso d’ufficio, per ora a carico di ignoti. Si indaga per truffa alla pubblica amministrazione. Alle forze dell’ordine gli elenchi completi di Comune e Regione. In 94 casi si è ricorsi ad asta pubblica. E qui il nome che ha destato più clamore è quello di Gabriele Visco, figlio dell’ex ministro delle Finanze. Visco jr è riuscito a prendere una signora casa (154 metri quadrati più cantina) in via Monte della Farina, posto super chic di Roma, a soli 910mila euro, un quarto del prezzo di mercato. «Ho presentato l’offerta migliore per una casa che era perfino occupata», ha tagliato corto. E continua a difendersi, attaccando Libero, autore di quest’articolo, anche la senatrice Anna Finocchiaro, che pur non essendo notaio si è aggiudicata un appartamento riservato solo ai notai, per di più pagando il 30 per cento in meno del valore di mercato.
Non Basta. Una parentopoli non si nega a nessuno. Ciò risulta da tutti i giornali. E così, all'indomani della bufera che ha investito la giunta di Gianni Alemanno per le duemila assunzioni di parenti e amici fatte in Ama e in Atac, emergono i primi nomi anche in Acea. Il fenomeno è più contenuto rispetto alle altre municipalizzate, perché la società è quotata e ci sono i soci privati Gdf-Suez e Francesco Gaetano Caltagirone a vigilare. Ma è presente anche lì. Nel frattempo in Atac si lavora per allontanare il rischio del default e si guarda a una nuova bomba che potrebbe scoppiare: quella degli affidamenti senza gara, come l'esternalizzazione della manutenzione e dei pezzi di ricambio degli autobus (del valore di decine di milioni di euro) decisi nell'ultimo biennio, ma che hanno fatto solo lievitare i costi. Ma andiamo per gradi.
Anche in Acea le assunzioni funzionano a chiamata diretta. I primi nominativi che emergono fotografano un fenomeno già visto in Ama e Atac – sulle quali, oltre alla procura di Roma, ha avviato un'inchiesta anche la Corte dei Conti – che vede i rappresentati sindacali sistemare il parentado: il segretario Uilcem Giancarlo Balla, dipendente della società, ha visto assumere in azienda la figlia, Venere Balla, ma anche la moglie del figlio, la rumena Georgeta Mihalcea, entrata in Ato2. Un esponente della segreteria Uilcem ha visto arruolare il figlio, Piero Lupi; stessa cosa ha ottenuto un ex segretario Uilcem, Luigi Brattanelli (ora in pensione e militante di An), con il figlio Pierluigi Brattanelli. E ancora: assunto è anche il figlio dell'ex presidente del dopolavoro Acea (di area Cisl), Marco Carlini. C'è il caso più celebre di Camillo Toro, figlio dell'ex pm della procura di Roma Achille Toro, entrambi finiti nell'inchiesta sulla "cricca". Poi c'è un filone più familiare: Annunziata Bauco, che lavora presso la direzione del personale, ha perorato la causa dell'assunzione della sorella Antonella Bauco. Nel call center Acea 800 lavora anche Alessia Petrangeli, nipote di Adolfo Spaziani, responsabile di Acea Energia nonché direttore generale di Federutility. Rita Bizzoni, moglie del segretario nazionale del Sunia, Luigi Pallotta, è dirigente di Acea 800: qui sono stati assunti la segretaria di Pallotta e suo marito. Lucia Pitzurra, già impiegata nell'area legale di Acea, era stata chiamata dalla giunta Storace a fare il garante regionale del servizio idrico: ora è ritornata in Acea, ma con l'incarico di quadro ed è nello staff del presidente Giancarlo Cremonesi.
Torniamo all'Atac. Il nuovo ad, Maurizio Basile, si è concentrato sinora sulle misure per evitare il default, perché le perdite a fine ottobre, pari a 120 milioni, hanno superato un terzo del capitale: il cda ha delegato il presidente a convocare un'assemblea per ricostituire il capitale. L'ipotesi più accreditata è che il Comune conferisca nella società gli immobili di Atac Patrimonio. Il cda ha deliberato la cessione pro-solvendo di circa 350 milioni di crediti verso Regione e Comune: l'acquirente è Unicredit, che ha rilevato a sconto quel credito, anticipando cassa per 200-300 milioni all'Atac. I problemi sulla strada del rilancio, comunque, non sono legati alle assunzioni facili. Nel mirino ci sono gli affidamenti diretti, due in particolare, sulla manutenzione e sui pezzi di ricambio degli autobus. «Ogni giorno 380 mezzi escono dal deposito e si fermano quasi subito per guasti» denuncia il consigliere comunale del Pd, Athos De Luca. La manutenzione è stata esternalizzata per risparmiare ma, fatto inspiegabile, gli addetti sono rimasti in carico all'Atac. Il fornitore (in affidamento) dei pezzi di ricambio non fornisce ricambi originali, ufficialmente per ridurre i costi: in realtà quei pezzi mal si adattano agli automezzi che si guastano in continuazione garantendo lavoro all'affidatario delle manutenzione.
"Mi ero dimenticato di essere stato al matrimonio della figlia del mio ex caposcorta. Mi capita anche questo". Gianni Alemanno punta tutto sul "vuoto di memoria". Una difesa che arriva mentre sulla sua testa infuria la polemica, con il vice capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, che chiede le sue "dimissioni" o almeno "l'impeachment". In occasione delle dimissioni di Giancarlo Marinelli, per otto anni caposcorta di Alemanno, il sindaco aveva specificato: "Non mi occupo di assunzioni e poi non ricordavo neanche che quell'agente di polizia avesse una figlia". Ilaria, nello specifico, assunta in Ama per chiamata diretta. Al cui matrimonio, invece, Alemanno ha partecipato con la moglie Isabella Rauti, come testimoniano alcune foto sul profilo Facebook di Giorgio Marinelli, figlio dell'ex caposcorta del sindaco. "Negli Usa, se il responsabile di fatti di questa natura non si dimette scatta l'impeachment", attacca Zanda. Gli fa eco Vannino Chiti, coordinatore dei democratici in regione: "Alemanno ha il dovere di rendere conto di atti gravi che riguardano la sua amministrazione, non solo ai romani, ma a tutti gli italiani". Alle accuse il sindaco replica così: "Tutto questo affare mi sembra una montatura eccessiva. Si sta cercando di montare un caso che diventa un vero e proprio attacco politico". Poi annuncia "altre inchieste all'interno delle altre municipalizzate" perché "non abbiamo nulla da nascondere e vogliamo la massima chiarezza". Ma sulle altre aziende da Acea a Ater, il senatore dell'Idv Stefano Pedica accusa: "È una vera tangentopoli: ci sono dentro favori, voti di scambio, di tutto. E non solo ad Ama e Atac, ma anche Acea e Ater. Tutte le società di Comune, Provincia e Regione sono in qualche modo legate a questo sistema".
Ma non è il solo scandalo politico che a scosso Roma.
Piero Marrazzo, governatore dimissionario del Lazio del PD, è un cocainomane. Lo ammette, nel suo secondo interrogatorio, correggendo quel che ha detto nel primo. La cocaina sul tavolo, ripresa in segreto dal cellulare di carabinieri furfanti, era sua.
L'aveva comprata e non è vero che quella polvere bianca era stata sistemata dai militari che si erano introdotti nell'appartamento con la forza. Un altro frammento di verità. Un'altra ammissione. Viene da chiedersi: ci sono altre confessioni? Marrazzo ha davvero e finalmente detto tutto? Perché a tornare indietro con la memoria, del governatore si ricordano soltanto omissioni, mezze verità, frottole. E' già nota la notizia dei carabinieri ricattatori, dell'esistenza di un video compromettente: Marrazzo si presenta davanti alle telecamere per dire che è tutta "una bufala", che "il video non esiste" e, se esiste, "è manipolato".
Una "verità" che regge per poche ore. Il video c'è, lo ritrae con un viado, dinanzi al tavolo con cocaina e denaro. Nuova versione. È vero, ero in quell'appartamento con Natalì (il viado), ma non c'era droga. La droga ce l'hanno messa quelle canaglie dei carabinieri per rovinarlo, per estorcergli del denaro. È il 22 novembre. In quelle ore appare chiaro, come osserva Repubblica, che sono necessarie e improrogabili le dimissioni del governatore e non per le sue debolezze private, ma per quel suo comportamento di chi non dice e sembra non voler dire quel che è accaduto.
Riprendiamo qualche argomento di allora. "Il governatore del Lazio non ha detto di essere stato ricattato né tantomeno ha denunciato l'estorsione, come avrebbe dovuto fare. Non ha detto di aver firmato assegni - ai carabinieri che lo minacciavano - per evitare che scoppiasse uno scandalo. Ora che lo scandalo è esploso, non dice che cosa è accaduto e non sembra disposto ad ammettere le sue responsabilità. Marrazzo sembra non comprendere che gli scandali sono lotte per il potere proprio perché mettono in gioco la reputazione personale di chi governa e la fiducia di chi è governato.
Marrazzo si protegge da ogni interrogativo agitando le ragioni della privacy. Come se questa formula magica - la mia privacy - potesse evitargli quella che, altrove, chiamano "valutazione di vulnerabilità": quanto le sue decisioni possono essere libere dalle pressioni o dai ricatti ai quali lo espone la sua scapestrata vita privata? Nel pasticcio in cui si è cacciato, il governatore ha solo una strada davanti a sé. Obbligata ed esclusiva: assumersi la responsabilità della verità. Non c'è e non può essercene un'altra, meno che mai il farfuglio di mezze verità e menzogne intere che Marrazzo ha sfoggiato".
Siamo, più o meno, ancora a questo punto. Purtroppo. Il governatore sostiene di non aver nemmeno compreso di essere vittima di un ricatto. Giovedì scorso, ha raccontato - in via privata - qualcosa in più: quei due carabinieri mi hanno sbattuto contro un muro; mi hanno costretto a calare i pantaloni; poi mi hanno portato via il denaro, ho pensato a una rapina; sì, ho firmato gli assegni, ma poi li ho fatti bloccare dalla banca, quelli non si sono fatti più vivi, così non ho più pensato alla "cosa".
Se quel che si sa a quest'ora è corretto, è una ricostruzione che ha molte, troppe smagliature. Nel video, anche se confusamente, si ascolta Marrazzo implorare i carabinieri di "non rovinarlo", promette loro denaro e favori. Ora che accade, secondo il governatore? Quelli arraffano 5.000 euro in contati dal tavolo (denaro per la cocaina e per il sesso) e tre assegni per 20 mila euro (che non incasseranno mai) e vanno via senza farsi più vedere e sentire. Seguiamo ora i carabinieri. Sono convinti di fare un po' di grana vendendo il video girato segretamente. Quanto? 40/50 mila euro da spillare nell'industria editoriale degli scandali. E perché non chiederli a Marrazzo, senza complicarsi tanto la vita o affidare il proprio destino professionale a gente che non conoscono?
Questo per i carabinieri: più che canaglie appaiono degli idioti degni di un film di Joel ed Ethan Coen.
Marrazzo non è da meno. Subisce un'aggressione, lo sorprendono con il naso incipriato in casa di un viado e pensa di essersela cavata con 5.000 euro e la furbata degli assegni firmati e poi bloccati. E tuttavia, ammettiamo per un attimo che le cose stiano così, che cosa pensa, dice e fa Marrazzo quando il 19 ottobre gli telefona Berlusconi? Che cosa gli dice il capo del governo? È vero, che gli consiglia di rivolgersi ad Alfonso Signorini e - come riferisce lo staff del governatore a Esterino Montino (oggi governatore vicario) - aggiunge: "Rivolgiti a Giampaolo Angelucci, ti libererà dai guai". In quel momento, chiunque, al posto di Marrazzo, avrebbe capito che la sua carriera politica era al capolinea. Come può pensare un governatore di continuare il suo lavoro correttamente dopo che deve la salvezza al maggior imprenditore della sanità? Come è evidente, ci sono ancora angoli di questo affaire da chiarire.
Il suo nome è Gianguarino Cafasso, Rino per gli amici. Nato a Salerno nel ´73, di professione pusher dei vip di Roma Nord, frequentatore abituale di transessuali. È lui la figura-chiave dell´inchiesta a base di ricatti e video hard che ha travolto Piero Marrazzo. Lui il principio di tutto.
Lo spacciatore che il 3 luglio 2009 portò la droga a casa di Natalì prima del rendez-vous con il governatore e la famosa irruzione dei carabinieri infedeli. Il primo che, neppure quindici giorni più tardi, tentò di vendere il «filmato che è una bomba» a Libero per 500mila euro. Custode dei segreti ancora inconfessati di un'indagine con troppe ombre e altrettante contraddizioni. Che però Cafasso non potrà più raccontare. Il 12 settembre - due mesi e mezzo dopo il blitz in via Gradoli - è stato trovato morto in un motel sulla Salaria.
«Arresto cardiaco» è stata la diagnosi, decesso subito archiviato come uno dei tanti tossicomani stroncati da overdose. Eppure Cafasso sapeva di essere al centro di tutto, motore di una macchina del fango che aveva preso a girare più veloce di lui, e aveva paura. Lo aveva confessato alle due croniste contattate per l'acquisto del video su Marrazzo, il trans e la polvere bianca: «Io incasso i soldi e poi vado via, ho già pronti i documenti per scappare, perché se sto qui mi fanno fuori (...) Ho in mano mezza Roma, so delle cose che... io li posso rovinare, c'ho dei clienti fra i politici che se ve lo dico...». Una dichiarazione sibillina e tuttavia chiarissima.
In questa oscura vicenda muore anche il trans “Brenda”.
«È un fatto inquietante, un fatto veramente inquietante. Non posso pensare che la settimana scorsa questa persona è stata aggredita e rapinata e da poche ore è morta bruciata». Così ha detto l’avvocato Luca Petrucci, legale di Piero Marrazzo, rispetto al decesso avvenuto il 20 novemre 2009 del trans Brenda. «Vanno approfondite le cause, capire cosa c’è dietro. Anche se non ho nessun elemento per aggiungere qualcosa in più, se non quello che apprendo dai media, dico che forse le indagini stanno scoperchiando un sistema simile a quello della Uno bianca, dove si mettevano tra l’altro a tacere i testimoni. In questo senso ritengo giusto mettere sotto protezione Natalì», l’altro transessuale testimone del blitz di cui è stato vittima Marrazzo.
«L’hanno ammazzata, non so chi. Stava male psicologicamente, voleva tornare in Brasile: ora devono trovare chi ha fatto tutto questo». E' visibilmente scossa, Barbara, un transessuale brasiliano amico di Brenda. «Ieri con Brenda ci siamo incontrati in un parcheggio, - prosegue- abbiamo bevuto un bicchiere di Ballantynès, poi lo abbiamo lasciato in casa a vedere la televisione», dice Barbara. Il trans brasiliano ha affermato inoltre che «nè Polizia nè Carabinieri hanno fatto nulla» spiegando che «tutti i trans che abitano in questa zona sono a rischio di morte, abbiamo molta paura dei romeni».
L’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, nel corso della sua testimonianza il 2 novembre 2009, spiegò agli inquirenti della Procura di Roma di aver avuto pochi incontri con Brenda, forse due. In un passaggio dell’audizione Marrazzo ha spiegato di non essere a conoscenza «di video o foto scattate da Brenda in occasione di questi incontri, ma il mio stato confusionale negli stessi, dovuto all’assunzione occasionale della cocaina, non mi mette nelle condizioni di saperlo». E comunque l’ex governatore chiarì: «Nè Brenda nè Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano».
Secondo Imma Battaglia, presidente di Gay Project, «nella morte di Brenda c'è molto di più della transfobia. Qui c'è la commistione di vicende criminali, di marginalità sociale, di sfruttamento, di corruzione, di ipocrisia della politica. Questa è una brutta e oscura storia che ha oggi il volto di una vittima sulla cui morte occorre fare rapidamente chiarezza ed evitare manipolazioni o strumentalizzazioni».
Anche Vladimir Luxuria non crede all'ipotesi del suicidio: «Brenda non si è suicidata, poteva essere vista come una persona troppo scomoda. Confido nelle indagini, tuttavia so in cuor mio che di suicidio non si è trattato, perché sono successe troppe cose che mi lasciano perplessa sulla casualità. Pochi giorni fa era stata picchiata e le hanno sottratto il cellulare con tutti i numeri e i messaggi. Mi viene il sospetto che probabilmente qualcuno sapeva che Brenda sapeva. Forse c'era qualche altro nome di politico importante che frequentava. Chi ha vissuto e visto come è stato trattato Marrazzo poteva temere molto per sé e la sua carriera».
Sulla vicenda è intervenuto anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: «Evidentemente qualcuno le ha voluto tappare la bocca per evitare che dicesse tutto quello che sapeva. Evidentemente non solo Marrazzo aveva frequentato via Gradoli. Questa seconda repubblica è marcia e con essa parte della sua classe dirigente: i mandanti vanno cercati in alto».
PUBBLICA INSICUREZZA
ROMA: IL CASO DEL DELITTO DI SIMONETTA CESARONI
UNA STORIA DI ORDINARIA INGIUSTIZIA:
Le vittime dell'omicidio Simonetta Cesaroni.
Raniero Busco è innocente. Oggi, venerdì 27 aprile 2012, la prima Corte d’assise d’appello di Roma lo ha assolto dall’accusa di aver ucciso Simonetta Cesaroni, la sua ex fidanzata. Lacrime in aula. Applausi fuori dal tribunale. È stata così ribaltata la sentenza di corte d’assise che soltanto il 26 gennaio 2011 aveva condannato l’imputato a 24 anni di reclusione per omicidio volontario. Questa è la giustizia italiana: aspetta 22 anni (il delitto di via Poma risale al 7 agosto 1990) per accusare e condannare un presunto colpevole, ma poi è capace di assolverlo appena 13 mesi dopo. E meno male!! Merito dei media e degli avvocati di chiara fama e elevata stima giudiziaria. Oneri ed onori che però non valgono per tutti. In mezzo, il sospettato ha trascorso oltre 8 mila giorni d’inferno, spesso alla gogna. E ora si vedrà se ci sarà un terzo grado di giudizio, e a che cosa mai potrà portare.
Questa incoerenza è una caratteristica purtroppo sempre più frequente della cronaca nera italiana. Perché, insieme a quella di Simonetta Cesaroni, troppe altre vicende giudiziarie restano senza un colpevole certificato. Per media e magistratura basta trovare un colpevole, non il colpevole. Fa niente se sono persone, quelle da triturare, e non semplici fascicoli giudiziaria. Troppi omicidi restano senza nemmeno un indagato. Il caso di Yara Gambirasio è aperto dal 26 novembre 2010, quando la ragazza è scomparsa per poi essere ritrovata cadavere in un campo, e da allora lo stillicidio di notizie spesso contraddittorie è insopportabile: ora si sarebbe scoperto (?) del liquido seminale sugli slip della povera ragazza. Chissà. Ma restano senza alcuna giustizia anche Chiara Poggi e, in parte, Meredith Kercher. Colpa di inquirenti inadeguati? E di chi, sennò?
La mia lunga odissea nel pianeta ingiustizia. L’intervista a Raniero Busco rilasciata il 29 aprile 2012 a Maurizio Gallo e pubblicata su “Il Tempo” di Roma: l'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni racconta la tortura di un innocente.
C'è voglia di normalità in casa Busco. Dopo due anni da sospettato, quasi due da indagato, uno da imputato, quattordici mesi da condannato e ventiquattr'ore da innocente, il desiderio più grande è tornare alle piccole incombenze quotidiane. Un bacio ai gemellini Riccardo e Valerio, trascurati a lungo per la tensione e l'angoscia, una carezza a Mia, la gatta nera di famiglia e, soprattutto, la ritrovata spensieratezza coniugale con Roberta Milletarì, la moglie-tigre che l'ha protetto, difeso e consolato per tutto questo tempo e che dopodomani festeggerà il suo quarantatreesimo compleanno senza l'incubo di doversi separare dal marito per vederlo finire in una cella. La prima notte dopo il verdetto d'appello che l'ha fatto esplodere in un pianto liberatorio non è stata tranquilla. «Avevo un'insopportabile acidità di stomaco ed ero teso come una corda, tanto che ho dovuto prendere due Maalox e un analgesico, il Brufen. E ancora sono così frastornato che non riesco neanche ad essere felice», spiega Raniero nella sua villetta di vicolo Anagnino 35, una casetta color senape semplice e dignitosa che sorge accanto ad altre simili in una stradina stretta al centro di Morena. Il quartiere dov'è cresciuto e vissuto e dove gli abitanti lo hanno sempre protetto con un affettuoso e solidale cordone «sanitario». E il pellegrinaggio di amici e parenti è continuato anche ieri, quando lo abbiamo incontrato.
Qual è stata la cosa che l'ha fatta soffrire di più in questi anni? «A farmi più male sono state le affermazioni del pubblico ministero nel processo di primo grado, quando ha detto che non c'era un colpevole alternativo a Busco. Mi ha ferito il senso di impotenza che provavo. Tu stai lì e, per anni, ti dicono che sei un pazzo criminale. Mi hanno descritto come un assassino freddo e brutale, una persona assetata di sangue e di sesso. Ma non sapevano e non sanno nulla di me. Io non sono così...».
Il momento peggiore? «La cosa che mi è rimasta più impressa è stata il campanello che annunciava il ritorno dei giudici dalla camera di consiglio, sempre nel primo processo. Non perché pensavo di essere condannato, ma per l'angoscia tremenda che provavo in quel momento».
Uno degli elementi che ha contribuito a far addensare su di lei i sospetti, al di là delle prove scientifiche poi smentite dalla perizia superpartes nel processo d'appello, è stata la sua apparente amnesia sul giorno del delitto. Non ricordava l'alibi fornito alla polizia. Eppure avevano massacrato la sua fidanzata. Come ha potuto dimenticare? «A Fiumicino, dove lavoro come meccanico, facevo i turni. Quello di notte comincia alle 23 e finisce alle sette. Alle otto tornavo a casa e mi mettevo a dormire. Mi svegliavo verso le due di pomeriggio e facevo piccoli lavoretti, riparavo motorini e macchine agricole nel mio garage. Il venerdì smontavo la mattina e riprendevo il lunedì. Quindi vedevo Simonetta nel fine settimana. Gli altri giorni ci incontravamo con gli amici verso le 18 al bar portici per giocare a biliardino e chiacchierare. Era una routine. Quando ho detto che il 7 agosto ero stato con Simone Palombi a fare riparazioni in garage mi sono affidato alle mie abitudini, perché erano passati quindici anni e ho pensato che anche quella volta avessi fatto le stesse cose. Sarei un cretino se avessi cercato di crearmi un alibi falso con Simone sapendo che era stato ascoltato anche lui dagli investigatori».
Ma l'alibi era fondamentale per il riconoscimento della sua innocenza. Lei non ricordava neppure se glielo avevano chiesto o meno... «Mi hanno fatto pesare che quel giorno non avevano trascritto l'alibi nel verbale d'interrogatorio. Ma che è colpa mia? Sicuramente me l'hanno chiesto. Una volta che gliel'ho detto, mi sono messo l'anima in pace. Pensavo: mi hai sospettato subito, mi hai perquisito casa, mi hai torchiato e quindi hai avuto i riscontri. Poi non ho una grande memoria, tante cose non le ricordo. Forse anche perché sono innocente. E solo i colpevoli ricordano bene tutti i dettagli».
Come avete dato la notizia ai vostri figli? (Nel frattempo sono arrivati Roberta, la madre Giuseppina e il fratello Paolo. Ed è la moglie di Busco a rispondere mentre i gemellini di dieci anni giocano tra salotto e camera da letto). «Saputo dell'assoluzione, la maestra ha abbracciato Riccardo in silenzio. E lui le ha detto: ho capito. Quando sono tornata a casa e mi ha raccontato l'episodio gli ho chiesto: cosa hai capito? E lui: che è finita. Quindi non abbiamo avuto bisogno di aggiungere altro».
Questi anni sono stati un incubo, come li avete vissuti in famiglia? (A queste parole Giuseppina Busco piange. E si scusa: "Sono lacrime di gioia, stavolta", spiega). «Noi siamo lontanissimi da queste cose, non siamo come voi, non sappiamo niente di giustizia, di processi - continua Roberta - Non leggiamo gialli e neanche la cronaca nera. Lei capisce, il danno non è solo economico, è anche esistenziale. Questi anni di vita adesso chi ce li potrà restituire?».
Cosa farete adesso, come vedete il futuro? «Vogliamo tornare a fare quello che facevamo prima - risponde Busco - Una vita fatta di piccole cose, di viaggi programmati e magari mai fatti, di sogni. Sentirsi addosso gli occhi di tutti che ti riconoscono per strada è stato pesante. Ora è come fare riabilitazione. Sono stato cinque anni fermo, immobilizzato. Non posso mettermi a correre subito. Devo ricominciare lentamente. E fare un passo dopo l'altro...».
OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.
Delitto di via Poma. La mano armata della Giustizia senza un limite. Ovunque, nel mondo civile, questo sarebbe archiviato come un insuccesso delle autorità inquirenti, da noi, invece, lo si riesuma, periodicamente, per esaltare la tenacia di chi conduce le indagini. Ogni volta che il delitto di via Poma torna agli onori della cronaca, automaticamente, torna, in video e in pagina, la foto di Pietrino Vanacore.
La sua pietra al collo ce la sentiamo un po' tutti, e dovrebbe sentirsela la giustizia italiana che sa essere feroce nel punire, pur non essendo capace di giudicare. Vanacore, il portiere dello stabile, che trovò il cadavere di Simonetta, fu arrestato tre giorni dopo, il 10 agosto 1990. Le cronache si riempirono di quest'omicidio, scandagliando e scardinando la vita di quel disgraziato. Gli andò anche bene, perché fu scarcerato il 30 agosto e, meno di un anno dopo, il 26 aprile del 1991, fu accolta la richiesta d'archiviazione, presentata dalla procura stessa. Ci volle più tempo, fino al gennaio del 1995, perché la Cassazione ponesse la parola "fine" alla faccenda, rendendo definitiva l'archiviazione. Era finita, e lui si ritirò a vivere nella Puglia, a Torricella, da cui era venuto. E dove s'è ammazzato il 9 marzo 2010. Perché? Perché nonostante la Cassazione, in Italia la giustizia non sa usare la parola "fine", sicché una nuova indagine è stata archiviata. Nel maggio del 2009, e l'anno precedente, il 20 ottobre 2008, Vanacore aveva subito l'ennesima perquisizione domiciliare. Era atteso in tribunale, il 12 marzo 2010, per testimoniare. Non era neanche tenuto a rispondere, perché la giustizia lo considera ancora "indagato in procedimento connesso". Ma, statene certi Vanacore avrebbe visto ancora il suo volto, esposto alla nazione, associato all'omicidio. Ha deciso di risparmiarselo, o, più probabilmente, non ha saputo reggerlo. La domanda è: che senso ha? Quale legge ha stabilito la possibilità di condannare all'ergastolo mediatico dei cittadini riconosciuti innocenti, ma di cui l'ultimo pennivendolo può disporre, usando le immonde formule di "già indagato", "fu imputato", "a lungo sospettato", "protagonista di una storia oscura", e così via macellando? Un cittadino può accettare d'essere ingiustamente sospettato e accusato, salvo riuscire a dimostrare, in tempi brevi, la propria innocenza. Subisce un danno, comunque, talora gravissimo, ma ciascuno di noi sa che può accadere. Quel che non dovrebbe accadere è che per il resto della vita si sia un oggetto nelle mani di chi non sa che pesci prendere, non sa che storie raccontare, e, quindi, ricorre al tuo nome e alla tua faccia quando gli fa comodo. E, si badi, questo vale per la giustizia, che è incivilmente e inconcludentemente interminabile, ma vale anche per ciascuno di noi. Anzi, a un certo punto dovremo ammettere che abbiamo la peggiore giustizia del mondo civile anche perché abbiamo la peggiore politica e la peggiore cultura giuridica e il peggiore sistema informativo. Mancano, o sono flebili, le voci capaci di dire basta. Guardatevi attorno: la politica si rinfaccia questioni giudiziarie, anche se chiuse, anche se campate per aria. Le tifoserie politiche non fanno che parlare d'accuse penali, pensando che possano surrogare il giudizio morale e politico. La giustizia stessa campa d'accuse e ci lascia a digiuno di sentenze. Il tutto imbarbarisce il nostro vivere civile e seppellisce la presunzione d'innocenza. Vanacore s'è spinto oltre: ha preteso d'avere l'ultima parola. Non gli sarà riconosciuta neanche quella.
Il figlio accusa: «Mio padre condannato senza processo». È anche lui portiere, come il papà che dal vecchio mestiere non ha avuto che dispiaceri. Lavora a Torino, custode di uno stabile dell’elegante quartiere della Crocetta. «Mio padre è stato condannato senza un processo - accusa Mario Vanacore - lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent’anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci». Anche lui, del resto, era stato sfiorato dall’inchiesta, per colpa di una visita di cortesia fatta al papà il 2 agosto del ’90, prima di partire per le vacanze con la moglie Donatella e la figlia di pochi mesi. Tanto bastò per ricevere un avviso di garanzia, assieme alla mamma Giuseppa De Luca, affinché i magistrati potessero comparare il suo sangue con quello di una traccia ematica trovata sulla porta dell’ufficio di Simonetta. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno - continua Mario Vanacore - aveva tanti progetti, voleva comprare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente perché lui era innocente». Padre e figlio avrebbero dovuto testimoniare in aula al processo per la morte della Cesaroni. Accanto a Pietrino ci sarebbe stato il legale di sempre, Antonio De Vita. «Si sentiva braccato - racconta il penalista - vittima di una continua caccia all’uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero. Non era la nuova chiamata dei giudici ad intimorirlo, piuttosto il fatto di doversi nuovamente sentire braccato, accerchiato dai media. Vanacore era psicologicamente stressato e si riteneva perseguitato, un uomo senza scampo, anche se su di lui non c’erano più sospetti». «Ci hanno tolto il piacere di vivere, ma noi abbiamo solo una colpa: quella di essere poveri». Pietro Vanacore scriveva così a Maurizio Costanzo in una lettera piena di dolore e di rabbia per la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Simonetta Cesaroni, che lo aveva segnato nel profondo. La brutta copia della missiva inviata al noto conduttore televisivo è saltata fuori dalle carte che i carabinieri hanno sequestrato a casa di Vanacore. Dopo aver trovato in mare il corpo senza vita dell’ex portiere di via Poma, infatti, i militari della compagnia di Manduria avevano perquisito la sua abitazione a Monacizzo ed avevano ritrovato un contenitore pieno di documenti. Tra le carte c’era anche la minuta della lettera inviata a Costanzo. Vanacore conosceva di persona il giornalista perché questi aveva acquistato l’appartamento in cui ad agosto del 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. Per qualche anno, dopo il delitto, Pietrino Vanacore aveva continuato a fare il portiere dello stabile in cui si era trasferito Costanzo. Poi, dopo l’assoluzione dall’accusa di omicidio, nel 1995, Vanacore era tornato in provincia di Taranto, al suo paese Monacizzo, frazione di Torricella, insieme con la moglie Pina De Luca. Proprio qui, il 9 marzo 2010, è stato ritrovato senza vita, annegato, nel piccolo specchio d’acqua della baia in cui si affaccia la torre saracena di Torre Ovo.
Il corpo di Vanacore era «ancorato» alla terraferma da una lunga corda che lo cingeva alla caviglia. L’altro capo della cima era legato ad un pino marittimo posto sul ciglio della litoranea. L’ex portiere di via Poma, come aveva stabilito qualche giorno dopo l’autopsia, è affogato in un metro d’acqua. Il suo suicidio, però, resta avvolto da una pesante coltre di mistero. Vanacore, prima di morire, aveva lasciato anche alcuni biglietti che oggi sembrano ricalcare il tono della lettera indirizzata a Costanzo. «È ignobile e disumano - scriveva ancora nel 2008 l’ex portiere di via Poma -, addossarci una colpa così grande. Se io, o la mia famiglia avessimo saputo qualcosa lo avremmo detto subito e senza riguardo per nessuno ». Vanacore scrisse quella lettera dopo l'ottobre del 2008, quando i giudici della procura di Roma decisero di riaprire il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, chiamando alla sbarra l’ex fidanzato della giovane Raniero Busco. A casa Vanacore, a Monacizzo, arrivarono i carabinieri per una perquisizione. L’uomo dovette credere di essere ripiombato nell’incubo. La stessa sensazione che deve aver provato a fine febbraio quando a casa ricevette l’atto di citazione. Doveva presentarsi il 12 marzo 2010 al processo, a Roma, come testimone. Forse non ha retto. Forse davvero quei venti anni di sospetti, come ha scritto prima di morire, lo avevano già ucciso.
All’udienza del 12 marzo, il pm Ilaria Calò nel suo intervento ha fatto riferimento proprio alla posizione di Vanacore: «L'importanza delle chiavi (dell'appartamento di via Poma) è enfatizzata dalla tragedia che ha colpito la famiglia Vanacore in questi giorni. La circostanza che le chiavi siano state sequestrate nella portineria e che non siano state trovate tracce di dna di Vanacore sugli abiti di Simonetta Cesaroni e sulla porta di ingresso dimostra che il portiere ha scoperto il corpo prima della sorella di Simonetta e che invece di chiamare la polizia, pensando che vi fosse stato un incontro clandestino tra Simonetta e il presidente degli ostelli della gioventù Francesco Caracciolo o il direttore Corrado Carboni o il capo della ragazza il commercialista Salvatore Volponi, ha telefonato ai tre dimenticando l'agendina rossa Lavazza sul tavolino dell'ufficio, restituita dall'ispettore Brezzi a Claudio Cesaroni un mese dopo circa». Secondo la ricostruzione del pm, Vanacore sarebbe entrato nell'appartamento dove «trovò la porta socchiusa», entrò, vide il corpo e fece le tre telefonate in questione e poi richiuse la porta «usando le chiavi di riserva appese a un gancio dietro la porta». Questa situazione, secondo il magistrato, «ha innescato dei comportamenti anomali nella portiera, che hanno depistato le indagini per oltre venti anni. Questo spiega la riluttanza della donna a dare la chiavi alla polizia, l'agitazione di Volponi che era stato informato prima, le menzogne di Caracciolo e di altre persone che saranno sentite in aula. Le chiavi sono uno snodo fondamentale». «In base a quale elemento il pm può dire che la porta era socchiusa? Da dove esce fuori? Penso che la questione delle chiavi sia stata chiarita all'epoca del proscioglimento di Vanacore. Non conosco questa nuova impostazione accusatoria. Loro avevano un mazzo di chiavi per fare le pulizie, non avevano bisogno di servirsi di un mazzo di scorta». Così il difensore della famiglia Vanacore, Antonio De Vita. «A me, come difensore della famiglia Vanacore, non è stato comunicato nulla - prosegue - Sento per la prima volta questa ricostruzione. Come si fa a dire che la porta era aperta? Se devono essere fatte nuove contestazioni, il dibattimento non è la sede opportuna. I Vanacore dopo quanto accaduto nei giorno scorsi non stanno bene e ho fatto presente alla corte il motivo della loro assenza».
Ai funerali di Pietrino Vanacore, intorno alla sua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che gli voleva bene. Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla sua comunità: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!» La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza. Intanto, intorno alle sue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti. La sua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma lo ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che lo indicava come l’orco, pur senza condanna.
Non poteva dirsi vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni. Per venti anni è stato perseguitato da innocente acclamato. Voleva l’ultima parola per dire basta. Non l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto hanno continuano ad infangare il suo onore. Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare. La sua morte è un omicidio di Stato e di Stampa. Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina.
Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.
IL FALLIMENTO DELLO STATO DI DIRITTO
Cose allucinanti. Una condanna, che per i più va al di qua del ragionevole dubbio. Raniero Busco è stato condannato a 24 anni di carcere: nell'aula bunker di Rebibbia la sentenza di I grado sul delitto di via Poma. Dopo due decenni, la morte di Simonetta Cesaroni trova “un colpevole”, che per molti non è “il colpevole”. Nel processo per la morte della ragazza uccisa il 7 agosto 1990 con 29 coltellate, Busco, ex fidanzato della Cesaroni, era l'unico imputato.
Il pm Ilaria Calò aveva chiesto l'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà. Questo dopo la morte di Pietrino Vanacore, additato dalla stampa ed accusato dai magistrati di essere coinvolto nell’omicidio. Colpevole. Dopo più di 20 anni. Ma la condanna va al sistema giudiziario. E’ il fallimento di uno stato di diritto. Quale rito si è rispettato se dopo venti anni sono venuti meno tutte le prove e tutti gli strumenti difensivi.
LA PENA. E’ la sanzione prevista che lo Stato, a mezzo dell’Autorità Giudiziaria affligge all’autore di un fatto illecito. La pena svolge diverse funzioni: da un lato quella di punire il colpevole per il reato commesso mentre dall’altro lato ha funzione rieducativa che mira alla riabilitazione del reo e al suo reinserimento in società. Il cd. doppio binario della pena previsto dal Codice, risponde al principio previsto dalla Costituzione che, all’art. 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti disumani e che debbono tendere alla rieducazione del condannato in modo da consentirgli il reinserimento nella società una volta scontata la pena. Dopo più di venti anni quale prevenzione a vantaggio della società ci può essere e quale rieducazione si può prevedere per il reo. Colpevole. Una parola che piomba nel silenzio carico di tensione dell’aula-bunker come una slavina. È Raniero Busco il mostro che ha ucciso vent’anni prima la fidanzata Simonetta Cesaroni. È lui l’assassino feroce che ha massacrato la figlia del ferrotranviere della Metro con 29 colpi di tagliacarte, affondando la lama anche all’interno della zona genitale. È il meccanico di Morena l’impassibile killer che per un ventennio ha nascosto l’orrore del suo gesto dietro la facciata del tranquillo padre di famiglia. Questa è la «verità» dei giudici, che, a fronte della richiesta di carcere a vita del pm, hanno condannato l’imputato a 24 anni di reclusione. Una «verità» che non convince. Una condanna che non si aspettava nessuno. Non Busco e il suo legale Paolo Loria, che ha annunciato il prevedibile ricorso in appello. Non i giornalisti che hanno seguito il processo a Rebibbia durante gli undici mesi abbondanti del dibattimento. E neppure l'opinione pubblica, che dalle tv e dai giornali si è fatta un'idea sulla fragilità degli scarsi indizi raccolti contro l'imputato. Ecco, tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove. Anche l'annuncio che la camera di consiglio sarebbe durata appena tre ore (previsione sbagliata per difetto di trenta minuti) aveva fatto credere che si sarebbe deciso per l'assoluzione. Ma così non è stato. Entrati nella «stanza del giudizio» il 26 gennaio 2011 alle 12.30 e usciti alle 16.08, i due giudici togati e gli otto popolari hanno deciso altrimenti. È il presidente della III Corte d'assise Evelina Canale a leggere il dispositivo: «Visti gli articoli 533 e 535, dichiara Busco Raniero colpevole del delitto ascrittogli e, con le attenuanti generiche equivalenti alla contesta aggravante, lo condanna alla pena di 24 anni di reclusione». Parole che gelano l'aula. Busco e la moglie sono ammutoliti. Lo stesso il loro difensore. Solo dal fondo dello stanzone che ha accolto terroristi e mafiosi qualcuno del pubblico piange e urla «No,no!». E il fratello di Raniero, che ascolta la sentenza abbracciato a lui e alla moglie Roberta, ripete infuriato due volte: «Che state a di'!». Poi, quando fotografi e cameramen li accerchiano, trascina l'imputato fuori dall'aula. «Perché devo essere io la vittima, tutto questo è ingiusto, profondamente ingiusto - avrebbe poi detto Raniero al suo avvocato - Dire che sono deluso è poco». «Una decisione pesante che non accontenta il concetto di giustizia - dice con amarezza Paolo Loria - Contro il mio assistito c'erano solo indizi e nessuna prova». Busco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e, se la sentenza passerà in giudicato, non potrà più esercitare la patria potestà. Infine dovrà risarcire i danni alle parti civili «da liquidarsi in separata sede» e pagare provvisionali «immediatamente esecutive» di 100 mila euro alla sorella della vittima Paola e di 50 mila alla madre Anna di Gianbattista. Insomma, il verdetto riconosce l'aggravante della crudeltà chiesta dal pm (anche se non segue l'accusa sulla strada dell'ergastolo), e però ne annulla le conseguenze sulla pena grazie alle attenuanti. Soddisfatti il pm e i legali di parte civile. Ma anche dalle loro dichiarazioni traspaiono dubbi non fugati dal processo.
Lucio Molinaro, che ha seguito la vicenda per tutti questi venti anni, spiega che «noi ora dobbiamo credere che Busco sia colpevole, perché tre ore sono sufficienti per verificare le prove e prendere una decisione». Massimo Lauro, che con Federica Mondani assiste la sorella della vittima, osserva che «Almeno in teoria, adesso la parte che rappresento sa chi ha ucciso Simonetta». E il legale che rappresenta il Comune, Andrea Magnanelli, commenta: «Domani Roma si sveglia con un mistero in meno». Ma l'impressione di tutti è esattamente quella opposta. Il processo era iniziato il 3 febbraio 2010. L'accusa, il pm Ilaria Calò, aveva chiesto la condanna all'ergastolo. I giudici della terza corte d'assise, dopo una riunione in camera di consiglio, ha concesso all'imputato le attenuanti generiche. Per venti anni si è cercato la verità su quell’efferato delitto compiuto nell'ufficio dell'Associazione alberghi della gioventù dove Simonetta lavorava. Il 7 agosto 1990 Simonetta a 21 anni venne massacrata con un tagliacarte. Il suo carnefice la colpì 29 volte in tutto il corpo, ferite profonde circa 11 centimetri. Ad ucciderla però, fu un trauma alla testa. L'ipotesi degli investigatori fu che le coltellate erano state inferte sul cadavere solo per depistare le indagini. Il corpo seminudo e senza vita della ventunenne venne scoperto alle 11 di sera. L'autopsia accertò che non aveva subito violenza carnale e che la sua morte era avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il Busco, all'epoca aveva 26 anni ed era il fidanzato della vittima. Il primo ad essere stato sospettato del delitto fu il portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore che scoprì il delitto. Poi gli inquirenti puntarono i loro sospetti su Federico Valle che era il nipote di un architetto che abitava in quel palazzo, Cesare Valle. Per il primo alcuni giorni dopo il delitto arrivò il fermo, mentre per il secondo nel 1992 un avviso di garanzia. Successivamente prima nel 1993, il Gup prosciolse dall’accusa di favoreggiamento Vanacore e Valle da quella di omicidio, e poi nel 1995 la Cassazione definitivamente emise la decisione di non rinviarli a giudizio. Le indagini ripartivano da zero. Gli inquirenti sospettarono che l’assassino fosse nella cerchia dei contatti della ragazza. Tra gli altri indagati finì anche Salvatore Volponi, il suo datore di lavoro, anche per lui il fascicolo venne archiviato. La svolta nelle indagini nel 2006. I risultati delle analisi di tracce di saliva rinvenuta sul reggiseno di Simonetta, ritrovato, dopo anni, dimenticato, e rimasto incustodito, in un armadietto del laboratorio di medicina legale, portarono al Dna dell’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco.
Busco venne iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario nel settembre del 2007. Gli investigatori, inoltre, prelevano anche l'impronta dell'arcata dentaria di Busco, al fine di confrontarla, attraverso le foto autoptiche del 1990, con il morso riscontrato sul seno di Simonetta. Il 9 novembre 2009 venne poi rinviato a giudizio e il 3 febbraio 2010 iniziò il processo. Nel corso del quale, il 9 marzo, a pochi giorni dalla sua prevista deposizione come teste, Vanacore si tolse la vita. Scompariva di scena un personaggio importante, e forse detentore di qualche segreto, di questa intricata vicenda. il 26 gennaio 2011 poi, la sentenza di primo grado. Il mistero che ha avvolto per tanti anni la morte di Simonetta Cesaroni è davvero svelato? Il difensore di Busco, Paolo Loria, ha affermato: “Non è stata fatta giustizia, andremo in appello”. “Non c'è prova alcuna che Raniero Busco abbia ucciso Simonetta Cesaroni. Non si sa nemmeno con certezza che sia mai entrato in quell'ufficio”. Sono le parole del criminologo Francesco Bruno che si è detto profondamente stupefatto della condanna a 24 anni dell'ex fidanzato della Cesaroni. “Ancora una volta si dimostra come i giudici di primo grado risentano delle ipotesi accusatorie”, ha spiegato Bruno aggiungendo che: “Busco sarà certamente assolto in appello, ma sarà ben difficile cancellare quel marchio che gli hanno appiccicato addosso. Speravo che infine si tenesse in maggiore considerazione la fragilità accusatoria e che nel dubbio si arrivasse ad una soluzione più' ragionevole. Così non è stato, tuttavia nella condanna a 24 anni c’è tutto il senso di una non certezza della sua colpevolezza”. “La sentenza di condanna a 24 anni per Raniero Busco non risolve il caso di Via Poma, lascia troppi interrogativi sospesi e irrisolti, dubbi e contraddizioni”. Ad affermarlo il criminologo Carmelo Lavorino, autore tra l’altro di un libro sul delitto di via Poma. Comunque sia per ora Busco non andrà in carcere. Nonostante la condanna a 24 anni di reclusione infatti, la corte non ha disposto alcuna misura in merito. Un fatto questo dovuto allo stato della sentenza. Quella emessa è infatti una sentenza non definitiva emessa in primo grado di giudizio. In Italia una sentenza diviene 'definitiva' solo al terzo grado, con il pronunciamento della Corte di Cassazione. Il caso in cui un condannato finisce in carcere dopo il primo grado si verifica solo se ci sono i presupposti per la custodia cautelare, che sono tre: pericolo di fuga, possibile inquinamento delle prove e possibile reiterazione del reato commesso. In questo caso il provvedimento restrittivo potrebbe essere applicato solo se ci fosse un reale pericolo di fuga. Cosa questa che sembra poco probabile che possa verificarsi. Busco ricorrerà in appello nella certezza dell’assoluzione in secondo grado di giudizio come ha anticipato il suo legale. Un ricorso in appello che invece, se non ci fosse porterebbe Busco in carcere. L’ordinamento infatti, prevedere che decorsi i 45 giorni dal deposito delle motivazioni di primo grado, la sentenza diverrebbe definitiva e il pm come 'giudice dell'esecuzione' potrebbe disporre la carcerazione del condannato.
Inaspettata dopo il 1° grado, ma attesa secondo la super perizia arriva il 27 aprile 2012 intorno alle 13 la sentenza d’appello: Raniero Busco è innocente, «assolto per non aver commesso il fatto».
Raniero Busco è stato assolto dalla prima corte d’assise d’appello di Roma per non aver commesso il fatto. L’uomo era accusato di aver ucciso Simonetta Cesaroni, assassinata il 7 agosto del 1990 in via Poma, che all’epoca era la sua fidanzata. Decisiva per l’assoluzione la perizia disposta dai giudici in appello: il segno su un seno di Simonetta non sarebbe riconducibile ad un morso di Busco e sul reggiseno della ragazza oltre al Dna dell’ex fidanzato comparirebbero altri due Dna. La sentenza di primo grado l’aveva condannato a 24 anni di reclusione per omicidio. Busco dopo la sentenza è stato colpito da un lieve malore: è stato sorretto dal fratello e dalla moglie, poi ha pianto abbracciato ai familiari. Arriva dopo 22 anni la sentenza che rivela la verità giudiziaria sull'omicidio di Simonetta Cesaroni, massacrata con 29 coltellate il 7 agosto 1990. La Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Roma, che venerdì 27 aprile si era ritirata in camera di Consiglio intorno alle 11, ha impiegato circa due ore e mezza per decidere la conclusione del nuovo processo per il caso di via Poma. Intorno alle 13.30 la pronuncia: Busco è stato dichiarato non colpevole. E' stata così annullata la sentenza di primo grado che aveva condannato l'ex fidanzato di Simonetta a 24 anni di reclusione. La sentenza è stata accolta da un urlo di sollievo. «Da oggi ricomincio a vivere - ha detto Busco -. Quando è uscita la Corte, in un attimo, ho rivisto tutta la mia vita». La verità, l'identità del «mostro» che assassinò la giovane romana, resta un giallo. La Corte d'Assise e d'Appello ha ritenuto dunque fondati i rilievi sollevati dai consulenti nominati dalla corte stessa, gli autori della superperizia secondo la quale il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa - considerato in primo grado la «firma» dell’assassino, ovvero il segno perfetto della dentatura anomala di Busco - non era un morso. La conferma della condanna era stata sollecitata dal procuratore generale Alberto Cozzella, insieme con gli avvocati di parte civile. Mentre la tesi dei difensori Franco Coppi e Paolo Loria era che Busco dovesse avere la piena assoluzione «per non aver commesso il fatto», così come prevede l'art. 530 del codice di procedura penale al primo comma. E così è stato. Assenti i familiari di Simonetta, l'imputato Raniero Busco era presente in aula assieme alla moglie Roberta Milletari. «Non so come sarebbe finita la nostra storia ma non ho mai pensato di farle del male - aveva detto Busco durante l'udienza del 23 aprile -.
Quando ho saputo della sua morte ho provato lo stesso dolore che ho provato quando ho perso mio padre». E aveva concluso rivolto alla corte: «Da voi mi aspetto il riconoscimento della mia innocenza». Busco è stato colto da malore dopo la pronuncia di assoluzione. Sorretto dal fratello e attorniato da una gran ressa di telecamere e fotoreporter l'ex fidanzato di Simonetta è stato portato in una stanza dai carabinieri che svolgono l'ordine pubblico in Corte d'appello. Alla lettura della sentenza, Busco avrebbe prima esultato abbracciando la moglie, poi secondo alcune testimonianze sarebbe stato colto da un lieve malore. Ma uno degli avvocati ha smentito: «No, è stato composto. Ha solo pianto di gioia». Abbracci e commozione tra gli amici dell'imputato per la vittoria della linea difensiva. Il primo a parlare di morso era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. L’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso». «Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa. Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui Dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente». ”E’ una sentenza emessa dall’unico organo deputato ad emettere una pronuncia in appello. Va accettata e rispettata” commenta alla stampa il procuratore generale, Alberto Cozzella. “All’esito del deposito delle motivazioni (la corte d’assise si è presa almeno 90 giorni) - ha aggiunto Cozzella – decideremo il da farsi. Non è escluso, anzi assolutamente probabile, che ricorreremo in Cassazione”. I giudici presieduti da Mario Lucio D’Andria sono entrati in Camera di Consiglio poco dopo le 11. La riunione in camera di Consiglio è stata preceduta dalle repliche delle parti che, a sostegno delle rispettive tesi accusatorie e assolutorie hanno ripercorso le tappe fondamentali della vicenda esaminando punto per punto anche gli esiti peritali che da una parte portano a scagionare l’imputato e dall’altra come sostiene la Procura generale a confermare le responsabilità di Busco. E si accende la polemica sul dna, diventato prova regina in questo processo. “L’assoluzione di Raniero Busco era attesa, perchè nel condannarlo non sono state tenute in considerazione tutte le prove ma si è data un’importanza esagerata al solo Dna” afferma alla stampa il medico legale Angelo Fiori, uno dei periti all’epoca del delitto. “Questa sentenza sottolinea come non si possa usare solo il Dna nei processi, ma vadano prese in considerazione tutte le prove” afferma Fiori. ”Già all’epoca – prosegue – era emerso che il sangue trovato sulla porta era incompatibile con il gruppo di Busco, e questo secondo me già bastava a non includerlo nei sospettati. Ci si è basati invece solo sul Dna trovata sul presunto morso sul seno, ma senza tenere conto del fatto che c’erano quelli di tre persone, e non solo di Busco”. D’accordo con l’analisi anche Vincenzo Pascali, uno dei consulenti della Procura di Roma: “C’è stata una mancanza di lucidità nella valutazione delle prove – dice – la sentenza è dovuta al fatto che si sono considerate conclusive delle evidenze che invece non lo erano”. Da considerare una cosa: se non ci fosse stata la super perizia, perché non ammessa, o perché non necessaria, cosa sarebbe successo?
Innocente in cella per 11 mesi. Tre colpi al supermarket in un mese, ma il colpevole non era Manolo Zioni. Il vero rapinatore ha già confessato da mesi, eppure il giovane è stato assolto, con formula piena, dopo mesi. Da “La Repubblica”.
Quasi un anno dietro le sbarre, urlando la propria innocenza. Undici mesi di galera, ma non era lui il rapinatore. Quello dei tre colpi al supermarket in un solo mese, protagonista di un video ribattezzato dal web "Tre rapine con affetto". Non era Manolo Zioni, il ragazzo con il casco, immortalato dalle telecamere a circuito chiuso della Sma intorno a via Mattia Battistini, mentre saluta con una pacca affettuosa il cassiere che gli ha appena consegnato i soldi. Il vero colpevole ha già confessato da mesi, eppure il giovane, un 23enne di Primavalle, è stato assolto, con formula piena, soltanto il 26 settembre 2011. Finito a processo per colpa di una perizia sbagliata e finalmente scagionato grazie a una seconda relazione dei carabinieri del Ris. Questi gli ingredienti di una follia giudiziaria che ha tenuto in cella per 350 giorni un innocente. Ad inchiodare il ragazzo, finito in manette il 21 settembre del 2010 e tornato libero il 6 settembre 2011, le immagini video girate nel supermercato dove una semplice ombra sarebbe stata scambiata con il tatuaggio che il giovane ha sul collo. A nulla sono valse le testimonianze rese dalle vittime che lo hanno indicato come innocente. Contro di lui anche le analisi dei tabulati telefonici nei tre giorni delle rapine: il suo telefonino si agganciava proprio alla cella che serve la zona del supermercato. "Il nostro assistito abita in quel quartiere", hanno chiarito gli avvocati Alberto De Luca e Fabio Menichetti. "Siamo contenti per l'esito del processo - hanno dichiarato - ma siamo rimasti meravigliati da una certa superficialità della Scientifica".
Omicidi di Stato e di Stampa.
La morte di Luigi Marinelli. Da notare l’atteggiamento della stampa che parla subito di ordinaria violenza familiare e di tossicodipendenza e sottace le colpe degli operatori di pubblica sicurezza e di pronto soccorso sanitario. L’avv. Vittorio Marinelli, noto presidente dell’associazione “Europeanconsumers”, mai presentato come tale, denuncia le anomalie del caso su “La Repubblica”.
IL CASO. Eur, picchia la madre e poi muore "Da autopsia varie costole rotte". A riferire un primo riassunto del verbale è uno dei due avvocati del 49enne morto dopo aver aggredito la donna mentre la polizia lo bloccava: "Fratture forse provocate da pressione. Analogie con caso Aldrovandi". Pesanti le accuse del fratello.
"Varie costole rotte'': queste le prime informazioni che arrivano dall'autopsia di Luigi Marinelli, il 49enne morto lunedì 5 settembre in seguito a un malore dopo una lite con la madre mentre la polizia tentava di bloccarlo. A riferire un primo riassunto del verbale di autopsia è uno dei due avvocati della famiglia, Giuseppe Iannotta.
''Le piccole fratture - puntualizza il legale - potrebbero essere dovute a una pressione o a un massaggio cardiaco effettuato male. Dal verbale emerge anche una piccola emorragia al fegato, che però non è correlata all'episodio di lunedì. Per un quadro clinico completo - conclude Iannotta, che segue il caso insieme con l'avvocato Antonio Paparo - Per comprendere le cause della morte di Luigi, comunque, dovremo attendere il deposito della consulenza medica". E' infatti di quaranta giorni il termine assegnato dal pm Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta, agli esperti dell'istituito di medicina legale dell'università La Sapienza chiamati a far luce sulla morte di Marinelli. L'uomo è morto mentre lo stavano trasportando in ospedale. Il malore era sopraggiunto a seguito di una lite per motivi economici con la madre che aveva poi chiamato le forze dell'ordine. Arrivati sul posto gli agenti lo avevano immobilizzato in attesa del Tso perché l'uomo dava in escandescenza.
''Ci sono molte analogie con il caso di Federico Aldrovandi''. A sostenerlo è Antonio Paparo, l'altro legale che sta seguendo il caso di Luigi Marinelli che fa riferimento allo studente ferrarese che morì nel 2005 dopo una colluttazione con gli agenti di polizia, condannati in primo grado a tre anni e sei mesi. ''Il quadro clinico che emerge dai primi risultati dell'autopsia non è compatibile con la ricostruzione di quanto avvenuto lunedì scorso'', osserva Paparo. ''Le costole fratturate sono 12 - precisa il legale - ed inoltre dagli esami emerge una lesione alla milza con una piccola emorragia interna''. L'avvocato non nasconde che qualcosa sia andato storto nell'appartamento dell'Eur. ''C'è il rischio che gli agenti abbiano sbagliato molte cose - sottolinea - sicuramente sono andati sopra le righe nelle procedure di arresto''.
Pesanti le accuse di Vittorio Marinelli, fratello di Luigi: ''L'hanno ammazzato i poliziotti, lo dimostra anche l'autopsia: Luigi aveva alcune costole rotte''. La famiglia ha annunciato che procederà legalmente contro gli agenti. ''Vogliamo giustizia, le cose non sono andate come abbiamo letto sui giornali'', afferma Marinelli precisando più volte che il fratello Luigi ''era uscito dal giro della droga ormai da 20 anni - da quando era in cura al Sert - e che faceva uso di hashish o cocaina solo sporadicamente. Era schizofrenico ma non tossicodipendente'', afferma. ''Lunedì scorso, dopo la chiamata di mia madre, si sono presentati tre agenti di polizia - dice Marinelli, di professione avvocato - che erano riusciti a calmare Luigi conquistandosi la sua fiducia. Ma quando mio fratello voleva uscire di casa per raggiungere la fidanzata lo hanno bloccato, e direi giustamente dato che era ancora su di giri''. Proprio quel gesto ha scatenato l'ira di Luigi che ha provato a divincolarsi. ''I tre agenti non riuscivano a tenerlo così hanno chiamato rinforzi - ricorda il fratello - Poco dopo è arrivato un quarto agente, un vero energumeno, che è saltato addosso a mio fratello ammanettandolo e bloccandolo violentemente contro la porta spingendo con il ginocchio contro la sua schiena''. ''Mi sono subito accorto che qualcosa non andava e ho gridato immediatamente di togliergli le manette, ma non avevano le chiavi'', continua. ''Solo con l'arrivo di altri agenti con le chiavi, i poliziotti sono riusciti a liberare mio fratello che però era ormai esanime a terra. Inutile l'arrivo del 118. Ormai era morto - sottolinea Vittorio Marinelli - gli operatori dell'ambulanza, arrivati in ritardo di un'ora, non dovevano portare via il corpo. E pensare che gli agenti non sono stati capaci neanche di fare la respirazione bocca a bocca, l'ho dovuta fare io - conclude - Poi loro hanno provato inutilmente a fare un massaggio cardiaco''. Per il momento non c'è alcuna notizia di reato, né alcuna denuncia nei confronti degli agenti. Per avere un quadro più completo di quanto accaduto lunedì e per capire anche le cause del decesso bisognerà attendere la conclusione dell'autopsia, in particolare dell'esame del cuore, affidato ad un'equipe di esperti.
Sul Corriere della Sera, il 10 settembre 2011, è uscito questo articolo: "Picchia la madre e muore. La famiglia accusa la polizia. La denuncia. Il fratello: gli sono state rotte 12 costole, lo ha dimostrato l'autopsia. Aveva lesioni al fegato.
"Una lite tra madre e figlio esce dalle mura domestiche per concludersi con un morto. Era lunedì scorso ma solo ora, con i risultati dell' autopsia in mano, i familiari denunciano. Sostengono che Luigi Marinelli, 49 anni, malato di schizofrenia, invalido civile (con pensione d' infermità), un passato da tossicodipendente, è stato pestato «dalla polizia come Cucchi e Aldrovandi». Dice il fratello Vittorio: «Quel giorno Luigi era su di giri. Per la prima volta ha alzato le mani su nostra madre, è vero. Ma dico che contro di lui gli agenti hanno usato metodi violenti». Chiamati a spegnere la lite fra una madre di ottant' anni e un figlio di quasi cinquanta (litigio per soldi: lui aveva speso diecimila euro in tre settimane e ne chiedeva altrettanti, lei rifiutava), quattro poliziotti del commissariato di zona rischiano ora una denuncia per omicidio colposo. Vittorio Marinelli, avvocato civilista, uno dei fratelli della vittima, quel lunedì c' era. Arrivato a discussione già iniziata. Quando sua madre aveva telefonato al 113 per evitare il peggio e gli agenti erano in salotto. «Due volanti. In casa c' erano tre poliziotti parlavano con mio fratello tranquillamente. Cercavano di farlo ragionare. Ho apprezzato. Gli dicevano: "Ma come, noi guadagniamo 1.300 euro al mese e tu ne butti via diecimila in pochi giorni?" Ma poi, quando Luigi ha detto di voler uscire di casa, con in mano l' assegno che a quel punto mia madre gli aveva firmato, loro lo hanno bloccato. Sono arrivati i rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Lo hanno ammanettato con la forza spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico: "Toglietegli le manette", gli abbiamo detto, ma non si trovavano le chiavi e il tempo passava. Mio fratello stava soffocando». La procura ha aperto un fascicolo, ma sarà la consulenza medica a stabilire le eventuali responsabilità. Intanto l' esito dell' autopsia, secondo il legale di famiglia, Antonio Paparo, parla di dodici costole toraciche rotte. Grossolano tentativo di rianimazione? Possibile, filtra dalla procura. «Chiedevano: "Come si fa?, come facciamo?"», racconta Marinelli. In attesa dei risultati della perizia madre e fratello dell' uomo sono stati già ascoltati dal pm Luca Tescaroli. Ma il legale Paparo dice che il verbale dell' autopsia è già di per se sufficiente: «È stato picchiato e qui c' è il referto. Lesioni al fegato e un' emorragia interna. Marinelli è stato pestato»."
Vittorio Marinelli rettifica l’articolo sul gruppo facebook “Verità per Luigi Marinelli”: «Ci sono delle imprecisioni, in questo articolo, ma, rispetto ai primi articoli, che parlavano di un tossico che aveva aggredito la madre per poche decine di euro e di una morte in ospedale, è già un passo avanti.
LUIGI FEDERICO, INFATTI, E’ DECEDUTO DURANTE LE OPERAZIONI DI IMMOBILIZZAZIONE E L’APPOSIZIONE DELLE MANETTE EFFETTUATO DAGLI AGENTI DELLA PUBBLICA SICUREZZA INTERVENUTI SUL POSTO e non MENTRE UN’AMBULANZA LO STAVA TRASPORTANDO AL SANT’EUGENIO.
Gli agenti si sono comportati in modo umano e amicale con il povero Luigi per l’intero periodo durante il quale si sono trovati all’interno della sua abitazione IN ATTESA CHE ARRIVASSE LA GUARDIA MEDICA PER UN EVENTUALE TSO.
Luigi Federico Marinelli, invero, era schizofrenico, e non tossicodipendente, pur essendolo stato in passato, in quanto assumeva stupefacenti, in particolare hascisc, e cocaina non in modo tale da essere dipendente. Non era neanche pericoloso.
NON E', INFATTI, VERO, CHE ABBIA PICCHIATO LA MADRE. E', invece, vero, che l'ha spintonata.
Allo stesso tempo, occorre precisare che Luigi aveva ottenuto un risarcimento danni da un'assicurazione per 20.000 euro e che, in 20 giorni, offrendo a destra e manca, in quanto affetto da prodigalità, aveva sperperato 10.000 euro.
Per questo, aveva chiesto alla madre, salvo poi cambiare idea, di custodirgli i 10.000 euro rimasti salvo poi cambiare idea.
Una volta ottenuto l'assegno, è andato alla porta di casa e ha preteso di uscire per recarsi a un appuntamento con la fidanza senonché, giustamente, stante lo stato comunque di ipercitazione, gli agenti gli hanno impedito di uscire, dapprima con le buone e solo dopo che Luigi si è inalberato, immobilizzandolo in tre, trattenendolo al suolo, in modo energico e con delle tecniche di immobilizzazione che sono sembrate subito essere eccessive.
A questo punto, un quarto poliziotto ha apposto le manette alla schiena di Luigi il quale si è subito arrestato, forse proprio perché è morto in quel momento divenendo subito nero in volto.
A nulla è servita l'implorazione agli agenti di chi ha assistito all'evento: “levategli le manette, non lo vedete che sta male?” ricevendo, questi, per tutta risposta, l’affermazione che sapevano come si fa o cose del genere.
Dopo pochi minuti, che in quel caso sono un'eternità, mentre, gli agenti si sono resi conto della gravità della situazione e hanno tentato di levargli le manette, inutilmente perché non trovavano le chiavi dimodoché sono stati costretti a chiedere di intervenire ai colleghi di sotto, che aspettavano davanti al citofono.
Saliti al terzo piano, non riuscivano a entrare in quanto la porta era bloccata da chiavistelli.
Solo una volta entrati, un agente aveva la chiave delle manette appesa con un laccio al collo ed è riuscito ad aprire le manette.
A quel punto, la respirazione bocca a bocca è stata praticata dal fratello mentre un agente tentava il massaggio cardiaco ma inutilmente in quanto, come detto, il povero Luigi è morto, forse proprio al momento dell’immobilizzazione, speriamo per un infarto.
SOLO ALLORA, DOPO OLTRE UN’ORA , E’ ARRIVATA LA GUARDIA MEDICA.
Forse, quella tecnica di immobilizzazione non andava fatta e, soprattutto, non andavano apposte le manette. Luigi era schiacciato addosso alla porta e non disteso a terra. Non aveva i denti, dato che portava la dentiera, e la lingua potrebbe averlo soffocato, con il che si spiegherebbe il colore nero al volto subito percepito. Le contrazioni non si sono percepite perché era immobilizzato.
Luigi era una persona simpatica, attorniata perennemente da una corte di miracoli, formata da ragazzi con analoghi problemi mentali, che, però, non avevano mai fatto male a nessuno, tranne a noi parenti che dovevamo sopportarli.
Erano conosciuti da tutto il quartiere, dove passavano il tempo a bere birre peroni e a fumare MS.
Chiediamo di conoscere la verità su quali sono le cause della morte.»
Intanto sul caso Stefano Cucchi, via al processo. In 12 sul banco degli imputati per la morte del giovane nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini.
«C'è in noi enorme tensione per quello che ci aspetta» ha detto la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi «Da oggi in avanti sarà ancora una sofferenza, perchè tutto ci riporterà alla mente quanto accaduto». È iniziato giovedì 24 marzo 2011 il processo davanti alla terza Corte d'assise del Tribunale di Roma per la morte di Stefano Cucchi, il geometra di 32 anni arrestato il 16 ottobre del 2009 e poi deceduto il 22 ottobre nel reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini. Sul palco degli imputati tre agenti carcerari, 6 medici dell'ospedale Sandro Pertini in servizio presso il reparto detenuti e tre infermieri dello stesso reparto. In tutto dodici persone. «Ci sono diversi coni d'ombra in questa vicenda - ha detto l'avvocato di parte civile Fabio Anselmo - Ricostruiremo l'ultimo mese di vita di Stefano». Tra le richieste preliminari all'inizio del dibattimento c'è stata quella che ha sollecitato una delle difese, relativa all'effettuazione di un sopralluogo nella cella del tribunale di Roma dove fu tenuto il giovane in attesa dell'interrogatorio successivo al suo arresto.
LE ACCUSE - I tre agenti di Polizia penitenziaria - Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici - devono rispondere del reato di lesioni personali aggravate per aver abusato dei loro poteri. In pratica avrebbero picchiato Cucchi nelle celle del Tribunale di Roma, a piazzale Clodio, quando questo era in attesa dell'udienza di convalida dell'arresto per spaccio di sostanze stupefacenti. Ma l'accusa più grave è quella contestata ai quattro medici ed ai tre infermieri che prestavano all'epoca dei fatti servizio al Sandro Pertini. Il reato è quello di abbandono di persona incapace, aggravato dalla morte, la condanna prevista dal Codice va dai tre agli otto anni. Ne devono rispondere i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi, Luigi Preite e Silvia Di Carlo; e gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Un altro dottore, Rosita Caponetti, è accusata di falso e abuso d'ufficio in relazione alle condizioni di Cucchi ed al suo ricovero. È già stato condannato a due anni il dirigente del Prap - Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria -, Claudio Marchiandi, a cui è stata data una pena di due anni.
Il padre: rivendicava i suoi diritti "Stefano prima di morire rivendicava solo i suoi diritti. E' vero, ha fatto il digiuno ma solo perché voleva che venissero rispettati i suoi diritti come quello di nominare un suo avvocato. E' morto in maniera civile, e' stato ammazzato in maniera incivile". Così Giovanni, padre di Cucchi, ripercorre gli ultimi momenti di vita del figlio.
La storia Cucchi fu arrestato il 15 ottobre di due anni fa alle 23.30. Una pattuglia di carabinieri lo trovò in possesso di stupefacenti. Fu portato in carcere e, il giorno dopo, fu portato davanti al giudice monocratico per la convalida dell’arresto. Alle 13.30, dopo la convalida, Cucchi fu affidato alla polizia penitenziaria e qualche tempo dopo il medico del tribunale si accorse che aveva alcune ecchimosi sulle palpebre e altre contusioni. Alle 15.45 arrivò a Regina Coeli ma, tre ore più tardi, fu trasportato al Fatebenefratelli dove furono riscontrate ulteriori lesioni. Alle 23 venne riportato in carcere ma il giorno successivo, il 17 ottobre, fu portato all'ospedale al Pertini. La mattina del 22 ottobre Stefano morì e da lì è iniziò il procedimento penale che ha portato al rinvio a giudizio di chi, tra guardie carcerarie, medici e infermieri, era stato coinvolto.
Ferite che assomigliano a bruciature di sigarette. Croste sulle mani. Un doppio livido trasversale all’altezza dell’osso sacro, forse dovuto a un calcio. Volto tumefatto. Sono «terribili», dicono gli avvocati Fabio Anselmo e Dario Piccioni, le foto dell’autopsia di Stefano Cucchi conservate nel fascicolo della procura. Le prime due mostrano il giovane vestito «come nel giorno dell’arresto, non gli hanno mai dato un cambio».
Nelle altre il geometra è spogliato e allora saltano agli occhi «le tremende condizioni di deperimento» del suo corpo esile. E non possono non notarsi «le escoriazioni profonde, ovali o circolari», come se qualcuno gli avesse spento dei mozziconi addosso: «Su un pollice, sui gomiti, sul dorso delle mani e all’attaccatura dei capelli». Le foto avvalorano l’ipotesi del pestaggio formulata dai pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy. Una «pista» basata sulla deposizione del supertestimone che, sabato, sarà sottoposto a incidente probatorio davanti al gip Luigi Fiasconaro. Il suo racconto è contenuto in un verbale di 30 pagine piuttosto confuso, in cui i magistrati sono costretti a chiedere più volte di che colore fossero le divise dei «picchiatori ».
«L’hanno colpito a calci», ha riferito il giovane ai pm descrivendo la scena che sarebbe avvenuta nel corridoio delle celle di sicurezza del tribunale. Finita l’udienza di convalida Cucchi sarebbe stato rinchiuso con lui: «Dopo che l’hanno messo in cella — ha detto il supertestimone — ho visto che lo spingevano». E Cucchi si sarebbe confidato: «M’hanno menato quegli stronzi». Il Dap, senza aver ancora concluso l’inchiesta interna, ha spostato i tre agenti della penitenziaria indagati a Fiumicino, a Rebibbia e al carcere minorile di Casal del Marmo.
MALAGIUSTIZIA
Sei giorni, sei palazzi di giustizia. Per una settimana "L'espresso" si è infiltrato dentro il tribunale penale, la Cassazione, il Tar, il Consiglio di Stato, il tribunale civile e il giudice di pace. Dove un perfetto estraneo può "bucare" non solo gli archivi, ma le cancellerie con le carte di processi in corso, i cassetti dei pm e gli uffici dei dirigenti. Dove chiunque può spadroneggiare tra corridoi e stanze private, tra sottoscala e armadi con lucchetti rigorosamente aperti. Scoprendo che la giustizia è peggio di un formaggio groviera, un sistema insicuro dove stanze che dovrebbero essere supervigilate sono peggio di un self service all'ora di punta. Già. Nella capitale si può rubare e saccheggiare, distruggere verbali di udienza, fare sparire notifiche e bloccare così qualsiasi provvedimento. Piccole diatribe o cause miliardarie, è uguale: prendendo le carte giuste si possono mandare all'aria anni di lavoro di magistrati, e vanificare le indagini della polizia giudiziaria.
Non ci credete? Eppure si può entrare nelle camere di consiglio dei magistrati a meno di un'ora dalla seduta, trovando sulla tavola i faldoni in disordine e pezzi di pizza ancora caldi. Per infilarsi in una borsa verbali di udienza ci vogliono 30 secondi, nessuno si accorge di nulla. Un normale cittadino può penetrare nella cancelleria e nell'archivio della corte d'appello e rovistare tra i fascicoli dei giudici, mentre segretarie gentili passano salutando. "Buongiorno". "Buongiorno a lei". Nessuno ferma gli sconosciuti, nessuno chiede niente. "Se in sede civile scompare un verbale d'udienza", spiega un magistrato, "il procedimento deve ripartire da zero, se porti via una notifica e il processo è vicino la prescrizione, c'è il rischio che i tempi per ricostruire il fascicolo siano troppo stretti. Il lavoro di anni può andare bruciato. C'è persino la possibilità che sicuri colpevoli la facciano franca". Nulla è cambiato dai tempi della causa Imi-Sir, quando la scomparsa di una semplice procura stava per far saltare un ricorso da mille miliardi di lire: i processi sono ancora di "carta", l'informatizzazione resta un miraggio. Per non parlare del rispetto della privacy: nei tribunali si può fotografare e filmare atti coperti da segreto istruttorio, leggere carte che raccontano le gesta di assassini e stupratori, annotare ogni dettaglio di cause da decine di milioni di euro o i fatti intimi di cittadini qualunque.
È un lunedì di ottobre, primo giorno. Tocca al Tribunale amministrativo del Lazio, il più grande l'Italia. I suoi giudici decidono il primo grado di ogni ricorso contro tutte le decisioni della pubblica amministrazione. Le sue sentenze sono fondamentali: solo negli ultimi giorni il Tar ha deliberato su business a sei zeri come il concorso del Gratta e Vinci, sulle graduatorie della scuola, su temi sensibili come il biotestamento e le cellule embrionali. Oltre ai processi che riguardano ogni cittadino, tipo quelle sui concorsi pubblici o il mobbing del capo. All'ingresso c'è un piantone, ma è come non ci fosse. È giorno d'udienza, la sala degli avvocati al secondo piano è piena di gente. A dieci metri ci sono gli archivi: la stanza 326, la stanza 307 della Seconda sezione. Le porte sono aperte: dentro vengono conservate sentenze di primo grado. Nei corridoi del terzo piano il cronista può leggere memorie difensive che riguardano vecchie contese tra Banca d'Italia, Holmo e Banco di Bilbao, può aprire armadietti con le chiavi attaccate alla serratura che traboccano di "ricorsi in attesa di rinuncia". Poi sfoglia una domanda di fissazione di un'udienza per una professoressa bocciata a un concorso, atti della sezione terza quater buttati in corridoio, un ricorso di una grossa azienda contro l'authority sulla vigilanza dei concorsi pubblici. Nella stanza 203, sembra quella di un giudice, oltre ai fascicoli c'è persino un'agenda personale. Anche la sala di consiglio è deserta: sul tavolo ci sono le carte di cinque consiglieri. Un dipendente sorride. Il cronista continua a scartabellare. Ha accesso a migliaia di fascicoli. Ne prende uno dove c'è scritto a penna che l'avvocato verrà a leggerlo, lo prende, si infila nel bagno, mette i fogli in uno zainetto, scende tre piani e va via. Si tratta di copie originali: se non avesse rimesso a posto il faldone prima di uscire, avrebbe bloccato il ricorso.
Martedi è il turno della Corte d'appello penale. Entrare da via Romeo Romei è facile, i controlli fanno ridere. Passando davanti ai carabinieri basta mostrare un tesserino qualunque. Di metal detector neanche l'ombra. Il palazzo è nuovissimo, i corridoi lindi, non c'è una carta in giro. Al piano terra c'è udienza, l'aula è piena come un uovo. Inutile provare a curiosare nelle stanze riservate ai testimoni, sono chiuse a chiave. Al primo piano, però, la cancelleria della sezione lavoro e previdenza e l'ufficio pubblicazioni sentenze sembrano una libreria Feltrinelli. Il via vai è impressionate. Ci sono carte (di primo grado) per cause che verranno discusse l'anno successivo, i fascicoli aperti del "presidente", quelli "in attesa di pubblicazione" del 4° e 5° collegio. Liti, diatribe tra società e dipendenti, abusi, c'è l'imbarazzo della scelta. Anche l'archivio è peggio del deserto dei tartari: l'infiltrato può far finta di rubarsi la sentenza penale contro un ragazzo di 17 anni, oltre a fogli originali del Tribunale dei minori.
Mercoledì l'agenda prevede un salto al Palazzaccio, la Cassazione. Il luogo dove nel 1992 si volatilizzò la procura dell'Imi. Un tipo scaltro può accedere dall'entrata secondaria sul Lungotevere: la guardia è distratta. Se va male, l'alternativa è passare per l'ingresso al pubblico, consegnare la carta d'identità dicendo che si vuole far visita alla biblioteca. Una volta entrati, è fatta. Il palazzo è enorme, si macinano chilometri tra scaloni e corridoi, ma ne vale la pena: in cinque ore si riesce facilmente a guardare le carte dalla cancelleria civile al primo piano, far scomparire ricorsi ancora caldi, bersi un buon caffè nel bar interno, entrare negli archivi più svariati, persino spulciare fascicoli lasciati nell'anticamera dell'ufficio procedimenti disciplinari. Un dirigente ha lasciato le chiavi della segreteria penale attaccate alla porta ed è andato a mangiare, aprire gli armadi pieni di documenti è un giochetto. Le sorprese non mancano nemmeno visitando i seminterrati: sotto la Cassazione tra motorini di magistrati e dipendenti c'è un enorme deposito di rifiuti speciali, migliaia di stampanti, computer, monitor e schede madri fatte a pezzi e gettate alla rinfusa nel corridoio.
Anche al tribunale ordinario di Roma, sezione lavoro, i cancellieri si contano sul lumicino. È giovedì. L'edificio è stato visitato due anni fa da "Repubblica". Nulla è cambiato rispetto all'inchiesta di Attilio Bolzoni. Anzi. Fregarsi il verbale di udienza, il cuore di un processo civile, è più semplice del previsto. Dentro le stanze delle cancellerie nessuno fa domande, si arraffa a piacimento, si può rubare indisturbati. Senza quel verbale (che si può facilmente far volatilizzare) la causa tra due parenti per un affare immobiliare andrebbe rifatta daccapo. Anche la stanza 114 è aperta al pubblico: dentro il guardiano non c'è, sulla scrivania giace una diatriba tra due fratelli e le vicende segrete di un ingegnere che non paga gli alimenti ai figli. Mentre il cronista aspetta che arrivi qualcuno a redarguirlo, ammazza il tempo aprendo fascicoli a caso.
Venerdì, si prova il doppio colpo. Prima si va a via Teulada, dai giudici di pace. L'inferno sceso in terra. Un flusso compatto di persone urlanti e sudate che quasi ti spinge nelle camere di giudici oberati e dentro cancellerie abbandonate, dove tutti possono fare il comodo loro. "Entrare uno alla volta", c'è scritto sulla porta. Come no. Liti condominiali, ricorsi alle multe, piccole cause civili, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Dopo un'oretta di pirateria della privacy, si tenta un'ultima tappa, il Consiglio di Stato. Dalle stalle, alle stelle. In teoria Palazzo Spada, uno dei più belli di Roma, dovrebbe essere protetto come Fort Knox. Qui 120 magistrati strapagati decidono le controversie che riguardano la pubblica amministrazione. Affari miliardari, o ricorsi contro le sentenze del Tar depositate da semplici cittadini. "L'espresso" ha fatto un sopralluogo qualche settimana prima: anche oggi i custodi e i carabinieri sembrano messi lì per bellezza. L'ascensore, piano meno uno, porta dritti all'archivio: non c'è anima viva, chiunque può leggere con calma i dettagli di cause di Vodafone, Consob, ministeri vari, Assitalia, Ferrovie e decine di altre piccole aziende. Su una porta gialla c'è scritto: "Si fa presente che per accedere ai locali dell'archivio generale occorre chiedere le chiavi di accesso al personale o ai carabinieri". Sarà un caso, ma la porta è aperta, le chiavi sono inserite nella toppa. Al primo piano, tra affreschi e mobili antichi, c'è la camera di consiglio dei magistrati della quarta sezione: sul tavolo decine di fascicoli appena dibattuti o da dibattere a breve, toghe spiegazzate, armadietti personali pieni di documenti. Sono spalancati. In giro non si sente volare una mosca. È mezzogiorno, il weekend si avvicina. All'uscita, ineffabile, il custode parla con il carabiniere. "Arrivederci ". "Buona giornata a lei".
MAGISTROPOLI
Quattro anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Da “La Repubblica”. È la condanna emessa dal tribunale di Perugia nei confronti di Pierluigi Baccarini, giudice della sezione Fallimentare del tribunale della capitale accusato di aver "pilotato" diversi procedimenti fallimentari trai quali quello della società che amministrava il tesoro immobiliare della Democrazia Cristiana. La sentenza è stata firmata dal giudice Beatrice Cristiani che ha condannato anche a 2 anni il commercialista Luciano Quadrini in relazione al crac appunto dell' Immobiliare Europa. Sotto processo oltre a Pierluigi Baccarini e Luciano Quadrini era finito anche Ercole Pugliese ( condannato a 3 anni), arrestati alla fine del 2004 e poi tornati in libertà. Tra gli imputati anche la moglie del magistrato, Luisa Fasoli (condannata a 2 anni e 4 mesi) e l'avvocato Oreste Fasano che è stato assolto. L' inchiesta, per corruzione anche in atti giudiziari è stata coordinata dai pm Sergio Sottani, Roberto Rossi e Andrea Claudiani. Secondo l' accusa il giudice Baccarini per cinque anni, dal ' 99 al 2004, il giudice avrebbe «ricevuto ingenti somme di denaro» per agevolare le procedure assegnate con «artifici» al suo ufficio. Nella distribuzione delle consulenze avrebbe «favorito costantemente» Pugliese e Quadrini e a quest' ultimo avrebbe assicurato una gestione del crack dell' Immobiliare Europa, ex immobili Dc, «atta a garantire gli interessi» curati dal commercialista. L' inchiesta era scattata a Roma dalle indagini dei pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci che nel 2005 avevano scoperto una sorta di "comitato d' affari" che gestiva l'attività fallimentari degli uffici di viale Giulio Cesare.
"Adesso basta, siamo stanchi di passare per insabbiatori, qualche mela marcia nel nostro Corpo c'è, ma la stragrande maggioranza di noi rispetta il giuramento fatto allo Stato. Il libro mastro di Anemone, quella lista con i 412 nomi, era stato consegnato nel 2008 in Procura a Roma". Come dire: è lì che la lista si è fermata, riposta in qualche cassetto e dimenticata. E così, dal fitto riserbo della Guardia di finanza trapela un'accusa pesante, che sarà verificata dai pm di Perugia e Firenze, pronti a interrogare generali ed ufficiali delle Fiamme Gialle: ad insabbiare quell'elenco che ha provocato un vero e proprio terremoto politico-giudiziario, sarebbe stata la procura di Roma.
Quell'elenco sarebbe stato consegnato nel 2008 al procuratore aggiunto della capitale, Achille Toro. Il magistrato si è dimesso dall'ordine giudiziario nel febbraio 2010 dopo essere stato indagato con l'accusa di essere la talpa del gruppo di cui facevano parte i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e l'imprenditore Diego Anemone.
È a lui, secondo quanto trapela dall'interno della Guardia di finanza, che l'elenco fu consegnato. Le Fiamme Gialle lo avevano appena ritrovato tra il materiale sequestrato negli uffici di Anemone. Dentro, 412 nomi di vip che avrebbero ricevuto omaggi e favori, per ristrutturare case (anche se molti hanno dimostrato di avere pagato regolarmente) o addirittura per comprarle (vedi i 900mila euro girati da Anemone a Scajola per l'acquisto della casa con vista sul Colosseo). Solo che quell'elenco poi è sparito: i pm romani coordinati da Achille Toro, così hanno sostenuto in un recente interrogatorio a Perugia, non lo hanno mai visto.
"Controllo operato il giorno 14 ottobre 2008 nei confronti delle imprese di Anemone Diego e del fratello Daniele" è scritto nel lungo rapporto dei Ros di Firenze che hanno indagato sui Grandi eventi, dal G8 ai Mondiali di nuoto alla Scuola dei marescialli di Firenze. Quel giorno, alle ore 10,33, annotano i carabinieri del Ros, Daniele Anemone informa il fratello Diego che si trovava alla Maddalena per seguire da vicino i lavori per il G8, che la Guardia di finanza era negli uffici romani del gruppo Anemone ed anche in quelli del commercialista Stefano Gazzani.
"C'abbiamo la Guardia di Finanza in ufficio, stanno a fare un controllo sul 2006" dice preoccupato Daniele Anemone al fratello. Diego Anemone entra in agitazione, cerca e trova un aereo e fa subito ritorno a Roma. Per tentare di aggiustare la situazione chiama alcuni amici per intervenire in tempo sulla Guardia di finanza ed evitare il peggio: "Ci puoi fare un passaggio - dice a un collaboratore riferendosi a persone amiche all'interno della Guardia di finanza - che mo' io prendo il primo volo e rientro immediatamente".
Un'ora dopo Stefano Gazzani, il commercialista del gruppo, informa Diego Anemone che il maggiore della Guardia di finanza che dirige il controllo è presso il suo ufficio. Gazzani fa intendere che la Finanza sia già in possesso di documenti scottanti sull'imprenditore. Anche la segretaria di Diego Anemone conferma al suo datore di lavoro che i finanzieri hanno aperto il computer e la cassaforte dove c'erano nomi e dati particolarmente importanti. "Hanno aperto il computer di Daniele. Il computer è il computer... Daniele ha detto: c'è questo mondo e quell'altro".
Diego Anemone va su tutte le furie, sa che quell'elenco è una vera e propria Santa Barbara che potrebbe esplodere coinvolgendo politici, funzionari pubblici e amici degli amici. E subito dopo telefona ad Angelo Balducci per avvertirlo del controllo delle Fiamme Gialle: "Apposta son ritornato, però è una cazzata proprio, già diciamo in corso di chiusura, prò sono rotture...". Anche Balducci è preoccupato e chiede ad Anemone se quel controllo è connesso a qualcos'altro che però non specifica.
Il fatto che la Guardia di finanza abbia clonato il suo computer scoprendo il libro mastro dell'azienda, gela Daniele Anemone che col fratello si lascia scappare: "M'hanno aperto il computer mio... c'ho i conti... c'ho tutti i cazzi...". Si trattava proprio dell'elenco con i 412 nomi di Diego Anemone, poi finito a quanto pare nei cassetti di Achille Toro. Fino a quando, qualcuno ha fatto tornare alla luce il documento.
La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Il magistrato è anche sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia.
Usava una "falsa" identità ,grazie a una tessera di riconoscimento che le era stata legittimamente rilasciata dalla Corte d'appello di Roma, ma sulla quale era riportata un'erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire "al riparo da possibili responsabilità patrimoniali". Con questa accusa la sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura, con un provvedimento cautelare, cioè con una misura adottata in via d'urgenza, Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma.
Per la stessa vicenda, come emerge dal provvedimento adottato dal "tribunale delle toghe", il magistrato è sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia - titolare con il collega Sergio Sottani è Giuliano Mignini, uno dei pm del processo per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher - in cui i reati ipotizzati sono quelli di falsità materiale (e ideologica) commessi dal pubblico ufficiale in atti pubblici e dal privato.
A chiedere la sospensione e ad avviare l'azione disciplinare Per Schettini era stato il 5 novembre 2009 il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, con un pesantissimo atto di accusa: il giudice romano - si legge- non solo ha "falsificato" la tessera in questione; ma con una "condotta preordinata e organizzata" e rientrante in un "medesimo disegno criminoso", ha usato "in atti pubblici soggetti e registrazione o a trascrizione e a iscrizione, false generalità e un falso numero di codice fiscale" (tra l'altro in occasione di un contratto di mutuo di 800mila euro per l'acquisto di un appartamento); tutto questo per "costruirsi una sorta di doppia identità e sottrarsi in questo modo , almeno potenzialmente , alle proprie obbligazioni e ai controlli di legge". Sì, perchè come scrive il Csm, il magistrato era "al centro di cospicue contrattazioni"; una "congerie di attività commerciali", anche "intrecciate a quelle della madre", "quotista di riferimento", come lei, di una "società di capitali operante nel settore immobiliare". E l'uso della falsa identità non solo le permetteva di "apparire titolare di patrimonio incapiente a fronte di possibili richieste o esecuzioni", cioè in sostanza nullatenente, ma "nell'immediato rendeva oggettivamente difficili ordinarie operazioni di notifica".
Proprio la circostanza nota che si trattava di un giudice, consentiva a Schettini di adoperare il documento "senza che venissero attivati ulteriori controlli", nota il Csm, che alla luce di tutto questo ha ritenuto vi fosse un' "assoluta incompatibilità " tra la permanenza del magistrato in servizio "e il decoro della funzione giudiziaria a lei affidata". La diretta interessata non ci sta: e ha già chiesto la revisione del provvedimento, in considerazione del suo stato interessante e in nome della tutela che spetta alle lavoratrici madri.
Fallimentopoli. Usava falsa identità. Sospeso magistrato. Su “La Repubblica”. La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Il magistrato è anche sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia. Usava una "falsa" identità, grazie a una tessera di riconoscimento che le era stata legittimamente rilasciata dalla Corte d'appello di Roma, ma sulla quale era riportata un'erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire "al riparo da possibili responsabilità patrimoniali". Con questa accusa la sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura, con un provvedimento cautelare, cioè con una misura adottata in via d'urgenza, Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Per la stessa vicenda, come emerge dal provvedimento adottato dal "tribunale delle toghe", il magistrato è sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia - titolare con il collega Sergio Sottani è Giuliano Mignini, uno dei pm del processo per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher - in cui i reati ipotizzati sono quelli di falsità materiale (e ideologica) commessi dal pubblico ufficiale in atti pubblici e dal privato. A chiedere la sospensione e ad avviare l'azione disciplinare per Schettini era stato il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, con un pesantissimo atto di accusa: il giudice romano - si legge - non solo ha "falsificato" la tessera in questione; ma con una "condotta preordinata e organizzata" e rientrante in un "medesimo disegno criminoso", ha usato "in atti pubblici soggetti e registrazione o a trascrizione e a iscrizione, false generalità e un falso numero di codice fiscale" (tra l'altro in occasione di un contratto di mutuo di 800mila euro per l'acquisto di un appartamento); tutto questo per "costruirsi una sorta di doppia identità e sottrarsi in questo modo, almeno potenzialmente , alle proprie obbligazioni e ai controlli di legge". Sì, perchè come scrive il Csm, il magistrato era "al centro di cospicue contrattazioni"; una "congerie di attività commerciali" , anche "intrecciate a quelle della madre", "quotista di riferimento", come lei, di una "società di capitali operante nel settore immobiliare". E l'uso della falsa identità non solo le permetteva di "apparire titolare di patrimonio incapiente a fronte di possibili richieste o esecuzioni", cioè in sostanza nullatenente, ma "nell'immediato rendeva oggettivamente difficili ordinarie operazioni di notifica". Proprio la circostanza nota che si trattava di un giudice, consentiva a Schettini di adoperare il documento "senza che venissero attivati ulteriori controlli", nota il Csm, che alla luce di tutto questo ha ritenuto vi fosse un' "assoluta incompatibilità " tra la permanenza del magistrato in servizio "e il decoro della funzione giudiziaria a lei affidata". La diretta interessata non ci sta: e ha già chiesto la revisione del provvedimento, in considerazione del suo stato interessante e in nome della tutela che spetta alle lavoratrici madri.
E ancora. Fallimenti, azione disciplinare per sei giudici a firma di Sarzanini Fiorenza sul “Corriere della Sera”. Il ministro interviene sul caso del Tribunale di Roma. Il Guardasigilli ha deciso di dar seguito al dossier che gli è stato consegnato al termine dell' indagine amministrativa. Per questo chiederà di esercitare l'azione disciplinare nei confronti dei giudici sospettati di commesso irregolarità nell'assegnazione e nella gestione dei fascicoli. E chiederà anche di trasmettere copia del rapporto al Csm, competente a valutare le eventuali incompatibilità ambientali e funzionali dei responsabili dell'ufficio giudiziario della capitale. Davanti alla prima commissione dell'organo di autogoverno è già stata aperta una pratica nei confronti del presidente Giovanni Briasco, sospettato di aver favorito lo studio legale dove suo figlio fa pratica per diventare avvocato, quando si trattava di scegliere curatori e consulenti e di non aver rispettato i criteri di nomina dei giudici. LE IMPUTAZIONI - Sono sei i magistrati finiti sotto inchiesta. Oltre a Briasco e al suo vice Anacleto Grimaldi, le imputazioni riguardano Pierluigi Baccarini, Vincenzo Vitalone, Pierluigi Bonato e Raffaello Capozzi. Gli ispettori li accusano di essere riusciti a farsi assegnare le pratiche più importanti aggirando le disposizioni sulla rotazione degli incarichi. E soprattutto di aver affidato la gestione dei fallimenti a commercialisti e avvocati di propria fiducia. Quale fosse la contropartita dovranno accertarlo le inchieste penali, ma il sospetto è evidente. I consulenti nominati ottengono infatti un compenso percentuale rispetto all' entità del fallimento e gestiscono i beni delle società in dissesto. Due di loro sono stati indagati per peculato dai magistrati romani che hanno poi trasmesso gli atti ai colleghi di Perugia competenti a indagare sulle toghe capitoline. IL MECCANISMO - Uno dei cardini del sistema era rappresentato dai cancellieri che in alcuni casi avrebbero ritardato l' iscrizione delle pratiche in modo da farle assegnare ai giudici ritenuti maggiormente affidabili. Il presidente del Tribunale di Roma Luigi Scotti ne ha trasferiti quattro ad altro incarico, mentre la procura ha disposto accertamenti sul loro operato. Un provvedimento che ha provocato malumore tra il personale amministrativo, anche perché nessuno dei giudici finiti sotto ispezione ha subito lo stesso trattamento. In realtà durante l'ultima assemblea convocata da Scotti, i magistrati sono stati invitati a cambiare sede «per motivi di opportunità», ma nessuno di loro ha ritenuto di dover accogliere la sollecitazione. IL PRESIDENTE - «Questa - si difende il presidente Giovanni Briasco - è un'inchiesta mirata. Non conosco il contenuto dell'ispezione, ma per quanto ne so non è vero niente. Abbiamo subito un'indagine a partire dall'inizio di settembre con mezzi che non qualifico, mirata a colpire una sezione che funziona in pieno. In 45 anni di servizio ho ricevuto attacchi e non ho mai querelato, ma questa è molto grossa. Non conosco le accuse nei confronti dei miei collaboratori, ma sono disposto a mettere la mano sul fuoco sulla base della conoscenza personale».
Non nega il magistrato che il Csm stia facendo accertamenti sul suo conto, ma giura che la pratica è stata aperta su sua sollecitazione. «Nella prima comunicazione - dice - spiegavo che mio figlio studiava per diventare avvocato, nella seconda ho indicato lo studio dove collaborava». La prima commissione del Csm ha acquisito l'elenco delle curatele assegnate e ha scoperto che il giovane si è iscritto al foro di Tivoli, forse proprio per evitare l'incompatibilità con la funzione esercitata da suo padre. LE INCHIESTE - L' obiettivo degli accertamenti penali è quello di stabilire se le irregolarità commesse nella gestione dei fallimenti abbiano portato ad arricchimenti illeciti. E quali siano i destinatari di questi favori. L' indagine amministrativa ha accertato che alcune aziende hanno spostato a Roma la propria sede legale prima di dichiarare l'insolvenza e che in numerosi casi sono state autorizzate trasferte dei consulenti senza che ce ne fosse la necessità. Viaggi che hanno gravato in maniera considerevole sul capitolato di spesa.
MALASANITA'
MALASANITA', IL CASO. Da “La Repubblica”. In coma, legata alla barella", blitz al Policlinico di Roma. I senatori Marino e Gramazio hanno fatto una verifica-lampo nelle corsie del pronto soccorso. "Aveva solo la flebo con l'acqua fisiologica, i sanitari erano in attesa di poterla trasferire in un reparto, ma è rimasta per giorni sul letto senza sponde legata con delle lenzuola per evitare cadute". Il direttore del Dea: "Capita spesso, a causa della mancanza di posti letto". In coma dopo un trauma cranico, legata alla barella con delle lenzuola e senza nutrizione da quattro giorni, in attesa di essere ricoverata "da un minuto all'altro". E' la condizione in cui i senatori Marino e Gramazio hanno trovato una signora di 59 anni, in un 'blitz' effettuato al pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma. "E' una cosa che capita spesso, il problema della mancanza di posti per il ricovero non è una novità" è il commento a caldo, agghiacciante, di Claudio Modini, direttore del Dea, dipartimento di emergenza del Policlinico. La signora, hanno riferito Domenico Gramazio del Pdl e Ignazio Marino del Pd dopo aver effettuato questa mattina una visita all'ospedale come senatori eletti nel Lazio, "aveva solo la flebo con l'acqua fisiologica" e "i sanitari ci hanno spiegato che erano in attesa, da un minuto all'altro, di poterla trasferire in un altro reparto per darle assistenza". Nel frattempo, per 4 giorni, la signora è rimasta in barella nella cosiddetta 'piazzetta', l'area del pronto soccorso dove vengono lasciati i pazienti in mancanza di posti letto per i ricoveri.
La signora, sedata dopo una brutta caduta in casa che le aveva provocato un trauma cranico, ha raccontato Marino, "era stata legata con delle lenzuola mani e piedi alla barella" per evitare cadute, visto che il letto è senza sponde. ''L'abbiamo trovata lì - riferisce Gramazio - senza supporti per l'alimentazione, incosciente, legata a un letto senza sponde per evitare che cadesse. Ci hanno detto che doveva essere trasferita in un'altra struttura, ma non si sa quando. Un fatto sconcertante''. Il dg del Policlinico, racconta Gramazio, ''ci ha assicurato che si stanno identificando tutte le persone ancora al Pronto Soccorso, per trasferirle in strutture adeguate. E per fortuna il presidente Polverini ha chiesto di sospendere i ricoveri ordinari per permettere di sistemare chi è 'parcheggiato' da giorni al pronto soccorso nei reparti''. Claudio Modini, direttore del Dea del Policlinico Umberto I di Roma, ammette: "E' una cosa che capita spesso, del resto il problema della mancanza di posti per il ricovero non è una novità. Bisogna risolvere queste situazioni''.
CAOS AL SAN CAMILLO, MALATI CURATI A TERRA. Proprio al Policlinico è stata accertata la situazione peggiore, mentre al San Camillo le condizioni risultavano positive, forse anche per le attenzioni di questi giorni dopo le foto shock che mostravano alcuni pazienti curati a terra. La Procura di Roma ha aperto un'inchiesta su tutti i pronto soccorsi della capitale. I due parlamentari hanno visitato il Policlinico Umberto I, San Giovanni e San Camillo. E intanto prime durissime reazioni: negli ospedali si arriverà a "una strisciante eutanasia di Stato", afferma Livia Turco, "casi come quello accaduto oggi a Roma dimostrano che gli scellerati tagli alla spesa pubblica stanno infliggendo ferite mortali al sistema sanitario nazionale. Ed è ormai sempre più chiara la strumentalizzazione che è stata fatta di alcuni casi eclatanti e dolorosi di persone in fin di vita sulle quali, proprio chi ha tagliato i fondi al Ssn, ha avuto il cinismo di montare campagne etiche a difesa della vita. Questi presunti paladini della vita dovrebbero avere oggi il coraggio di ammettere che, per colpa di quei tagli, negli ospedali, con medici e infermieri impotenti e privi di mezzi, si arriverà a praticare una strisciante eutanasia di Stato".
Il resoconto. E mentre il senatore Marino annuncia che presenterà una denuncia alla procura della Repubblica, un comunicato dell'ospedale informa che la paziente, in attesa di un posto letto, era assicurata alle sbarre della barella per evitare il pericolo di una caduta.
Ore 14.23 del 20 febbraio 2012. Il blitz. In coma dopo un trauma cranico, legata alla barella con delle lenzuola e senza nutrizione da quattro giorni, in attesa di essere ricoverata "da un minuto all'altro". E' la condizione in cui i senatori Ignazio Marino (Pd) e Domenico Gramazio (Pdl) hanno trovato una signora di 59 anni, in un 'blitz' effettuato al pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma.
Ore 14.43. Venti barelle. Al pronto soccorso del Policlinico Umberto I "la situazione è intollerabile, totalmente indecente" affermano ancora Gramazio e Marino dopo avere effettuato questa mattina un 'blitz' in tre Pronto Soccorso di Roma (anche al San Camillo e al San Giovanni). Nella cosiddetta "piazzetta, dove ci sarebbe posto per 8 malati - hanno riferito - c'erano almeno 20 persone, con le barelle una accanto all'altra senza corridoi e persone in attesa di trasferimento anche da venerdì".
Ore 15.17. "Intollerabile". Situazione in parte "ancora congestionata e di evidente sofferenza" ma "un chiaro tentativo di reagire" con nuovi posti letto che aspettano solo l'arrivo del personale per essere messi in funzione. E' la fotografia scattata nei pronto soccorso degli ospedali San Camillo e San Giovanni da Gramazio e Marino, che questa mattina hanno effettuato dei 'blitz', "nell'orario di cambio turno" nelle due strutture della Capitale oltre che al pronto Soccorso del Policlinico Umberto I dove la situazione è invece "non tollerabile". "L'area del San Camillo che la settimana scorsa ospitava 40 barelle era completamente sgombra - raccontano i due senatori - e abbiamo registrato una volontà di reagire da parte del personale a partire dal direttore generale". Un aiuto è arrivato "dal blocco dei ricoveri ordinari" che permette "di diminuire la pressione eccessiva sui Pronto Soccorso". Al San Camillo poi è stata "subito svuotata un'area che prima ospitava uffici amministrativi e sono stati attrezzati 19 nuovi posti letto". Idem al Pronto Soccorso del San Giovanni, dove dal primo marzo dovrebbe diventare operativo un reparto nuovo, che al momento è però inutilizzato per mancanza di personale. Aggiungono i senatori: "Al San Camillo abbiamo trovato un'area sovraffollata, e un corridoio pieno di barelle, con pazienti, soprattutto anziani, in situazioni di difficoltà e in mancanza totale di privacy" mentre il nuovo reparto "con i letti preparati con tanto di coperte e lenzuola è vuoto perché non ci sono abbastanza sanitari per gestirlo".
Ore 15.35. "Capita spesso". "E' una cosa che capita spesso, del resto il problema della mancanza di posti per il ricovero non è una novità. Bisogna risolvere queste situazioni". Così Claudio Modini, direttore del Dea del Policlinico Umberto I di Roma, dove due senatori hanno trovato una donna in coma legata alla barella in Pronto soccorso.
Ore 15.50. "Assistita 24 h su 24". "La donna, di circa 50 anni, è in coma da tre giorni e viene assistita al meglio, con terapia idrica". Ad affermarlo il direttore del Dea del Policlinico Umberto I di Roma Claudio Modini. "Non è nei miei poteri - ha proseguito - trovare il posto dove dovrebbe essere ricoverata, cosa che auspico, ma si cerca comunque di curarla al meglio. E' un fatto che capita spesso, ma in questi casi l'ammalato è comunque assistito. E' assistita al meglio dalle migliori professionalità medico-infermieristiche, 24 ore su 24. Certo, non dal punto di vista 'alberghiero': come comfort starebbe meglio se fosse ricoverata. Ma questo non dipende da noi del pronto soccorso". "I due senatori - conclude - hanno verificato un fenomeno noto da anni, quello dei grandi ospedali in cui i pazienti aspettano per ore, o per giorni, un ricovero".
Ore 15.57. "Noi non possiamo respingere i malati". "Noi li curiamo tutti, ma se poi non si possono ricoverare è perché non ci sono posti letto. Ma questa è una condizione nota a tutti, alla direzione generale, alla direzione sanitaria". Così Claudio Modini, direttore del Dea del Policlinico Umberto I. A chi gli chiede se il suo reparto abbia bisogno di più personale, Modini risponde: "Certo, perché il mio personale, il cui lavoro difenderò sempre, oltre a occuparsi delle emergenze si deve prendere cura anche di chi è in attesa. Questo crea una grave carenza di personale, che è nota a tutti, e da tempo". Il dirigente ha detto di "prendere atto che le necessità economiche debbano portare alla rivoluzione dei posti letto" ma si deve mettere il malato "in condizioni dignitose in attesa di un ricovero. Il mio timore, e l'ho spiegato anche ai due senatori, è che se si mettono a disposizione altri ambienti e altri posti, la richiesta farà sì che il disagio si vada ad accumulare negli ospedali più grandi. Non è una questione facile, nè facilmente risolvibile. Servono idee - ha proseguito - Roma è grande, ha 2,7 milioni di abitanti. E' difficile pensare che non riducendo gli accessi, e diminuendo i posti letto, non ci si trovi in questa situazione. La gente aspetta perchè non si trova la possibilità di ricoverare questi malati. Noi li curiamo al meglio, ma bisogna mettersi tutti intorno a un tavolo e cercare una soluzione" ha concluso Modini.
Ore 16.10. "Non coma, ma Alzheimer". La donna trovata al pronto soccorso legata al letto "non era in coma". E' una "malata di Alzheimer, seguita dal dipartimento di neurologia dell'Umberto I". Lo afferma Giuliano Bertazzoni, dirigente del Dipartimento di emergenza del Policlinico Umberto I di Roma. "Quanto scritto in queste ore - aggiunge Bertazzoni - è assolutamente falso. La signora in realtà è stata portata in ambulatorio al pronto soccorso per il peggioramento delle sue condizioni. La paziente, che non sta bene, è stata assicurata alla barella per fare una terapia infusionale".
Ore 16.35. "Sospendere i ricoveri". "Sospendere i ricoveri in elezione (quelli per gli interventi chirurgici programmati) per favorire il ricovero delle persone che affluiscono ai pronto soccorso". A dare la disposizione ai direttori degli ospedali, riferisce il senatore Pdl Domenico Gramazio, membro della commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, è stato il presidente della Regione Renata Polverini. L'obiettivo, rimandando gli interventi in elezione meno urgenti, è liberare posti negli ospedali e "svuotare" i pronto soccorso.
Ore 16.40. Il comunicato dell'ospedale. La donna in coma su una barella era "seguita ambulatorialmente presso la Neurologia" e poi, "per un ulteriore decadimento delle sue condizioni è stata mandata al pronto soccorso, dove era in attesa di un posto letto". Lo precisa una nota della direzione generale del Policlinico romano. "La paziente, con un ematoma subdurale di 9 mm, che non è stato giudicato di competenza neurochirurgica, è sottoposta a terapia infusionale e per evitare azioni autolesive e pericolo di cadute è assicurata alle sbarre della barella. I familiari della paziente erano sin dall'inizio informati della grave situazione e del trattamento assistenziale a cui veniva sottoposta la paziente". Il direttore generale, "preso atto della situazione e presente nella circostanza, ha disposto immediatamente di procedere con tutte le cure necessarie nel caso di specie. Si riserva, all'esito delle relazioni, ogni successivo provvedimento".
Ore 16.45. Marino: "Andrò in Procura". Ignazio Marino del Pd annuncia che denuncerà la situazione verificata al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I di Roma alla Procura della Repubblica. "Ognuno di noi potrebbe essere quella donna - spiega - non si può andare avanti così. E il nome del reparto dove abbiamo trovato la donna è agghiacciante: 'la piazzetta'. Potrebbe accogliere massimo 8 persone e noi ce ne abbiamo trovate 21". Anche Domenico Gramazio (Pdl), dopo il blitz di stamattina, spiega di dover ancora parlare con Marino dell'ipotesi di presentare una denuncia ma intanto si dice contrario all'idea che la commissione parlamentare sul servizio sanitario apra una seconda inchiesta sul 'caso' perché potrebbe sovrapporsi a quella della magistratura. Su una cosa sono d'accordo i due senatori: "La sanità - dice Gramazio - non può essere gestita da ragionieri". "Bisogna investire sulla sanità - aggiunge Marino - non si può considerare solo un costo". "E basta con questa storia della 'piazzetta'. Dura da 20 anni...".
Secondo “Il Corriere della Sera”: In coma dopo un trauma cranico, legata alla barella con delle lenzuola - mani e piedi «per evitare cadute» - e senza nutrizione da quattro giorni, in attesa di essere ricoverata «da un minuto all'altro». È la condizione in cui i senatori Ignazio Marino e Domenico Gramazio hanno trovato una signora di 59 anni. La scoperta dei due parlamentari è avvenuta durante una loro visita senza preavviso al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I di Roma, lunedì 20 febbraio. «La donna, di circa 50 anni, è in coma da tre giorni e viene assistita al meglio, con terapia idrica». Ad affermarlo il direttore del Dea del Policlinico Umberto I che aggiunge: «Non è nei miei poteri trovare il posto dove dovrebbe essere ricoverata, cosa che auspico, ma si cerca comunque di curarla al meglio. È un fatto che capita spesso, ma in questi casi l'ammalato è comunque assistito. È assistita al meglio dalle migliori professionalità medico-infermieristiche, 24 ore su 24. Certo, non dal punto di vista "alberghiero": come comfort starebbe meglio se fosse ricoverata. Ma questo non dipende da noi del pronto soccorso». «I due senatori - conclude - hanno verificato un fenomeno noto da anni, quello dei grandi ospedali in cui i pazienti aspettano per ore, o per giorni, un ricovero». Al Pronto soccorso del Policlinico Umberto I «la situazione è intollerabile, totalmente indecente», hanno commentato i senatori Gramazio (Pdl) e Marino (Pd) dopo il blitz effettuato in tre Pronto Soccorso di Roma: oltre al Policlinico, i due si erano recati al San Camillo e al San Giovanni. Nella cosiddetta «piazzetta», dove ci sarebbe posto per 8 malati - hanno riferito - «c'erano almeno 20 persone, con le barelle una accanto all'altra senza corridoi e persone in attesa di trasferimento anche da venerdì». Il Policlinico Umberto I è soltanto uno dei numerosi ospedali oggetto di indagini della magistratura nella Capitale, dopo la scoperta circa una settimana fa, di pazienti curati a terra nel pronto soccorso dell'ospedale San Camillo. La Procura della Repubblica ha aperto giovedì 16 febbraio un fascicolo sulle presunte carenze negli ospedali della città. Disposte ispezioni a tappeto dei Nas per verificare le situazioni e il rischio che corrono i pazienti in relazione ai disservizi nelle strutture ospedaliere. I Pm, che venerdì hanno sentito la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, hanno convocato i direttori generali delle aziende sanitarie. Sul caso dei pronto soccorso affollati si è tenuto domenica sera alla Regione Lazio un vertice con tutti i direttori generali e i dirigenti dell'assessorato alla Sanità. Si è discusso anche del Policlinico Umberto I, già sotto i riflettori dopo che giornalisti di La7 avevano filmato con una telecamera nascosta decine di pazienti ammassati nella stanza d'attesa del pronto soccorso. Intanto i medici denunciano situazioni drammatiche in tutti i nosocomi di Roma: dall'Umberto I a Tor Vergata, dal San Filippo Neri al San Camillo: ore di attesa nei pronto soccorso della Capitale; si calcola che ogni giorno ci siano almeno 300 pazienti in barella in attesa di essere ricoverati. Al di là dell'emergenza degli ultimi giorni, il Tribunale dei diritti del malato con un'indagine su 27 pronto soccorso del Lazio ha rivelato che l'attesa per un ricovero varia da 24 ore a 4 giorni e in 6 strutture su 10 curarsi per uno straniero è molto difficile perché mancano i mediatori culturali. «In alcuni casi - aggiunge Giuseppe Scaramuzza, segretario regionale di Cittadinanzattiva - abbiamo trovato i pazienti in attesa di essere visitati, in piedi». Le emergenze dei pronto soccorso. Niente di nuovo al San Camillo, si potrebbe tristemente dire. Un anno fa eravamo noi del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva gli “ispettori” del pronto soccorso. Lì come in altri 111 ospedali in tutta Italia, per promuovere una grande campagna nazionale sul tema dell’emergenza. Ed è così che abbiamo trovato ambulanze che sostano all’ingresso e non ripartono finché non restituiscono la lettiga, letti e barelle aggiunte nei corridoi, persone in attesa per giorni di un posto letto, come in un reparto ospedaliero, e ancora attese lunghe per un codice giallo, senza un servizio di mediazione per gli immigrati. Ci ha colpito molto la professionalità di medici e infermieri, che lamentavano di essere pochi e stanchi per soddisfare tutti. E di non poter ricoverare subito chi ne avrebbe avuto bisogno, per mancanza di posti letto. Dopo quasi un anno da questa esperienza, la situazione non poteva che peggiorare, non avendo integrato il personale e avendo continuato a tagliare posti letto. Qualcuno ricorderà che il Ministro Fazio aveva fatto una proposta, separare i codici bianchi e verdi dagli altri e assegnarli a servizi territoriali di emergenza. Una trovata originale in quel momento, ma difficile da realizzare. Nel frattempo altri ospedali sono stati chiusi, e migliaia di persone si sono riversate nei DEA dei grandi ospedali. E’ successo questo ad esempio al Cardarelli di Napoli, che viveva già una situazione drammatica. Per anni hanno provato a convincerci che siamo tutti irresponsabili se al primo malore corriamo al pronto soccorso, ma abbiamo continuato a farlo non avendo, in situazioni che percepiamo di pericolo, fiducia in nient’altro. Dove trovi, nonostante tutto, un triage che funziona come al pronto soccorso? Perché perdere tempo a contattare una guardia medica che non ci rassicura affatto quando il medico di famiglia non è disponibile? Temo che le cose resteranno così per molto tempo ancora, almeno fino a quando non avremo la certezza di servizi territoriali adeguati alle reali esigenze di salute delle persone, disponibili 24 ore su 24, come un pronto soccorso.
Da “Il Messaggero” si scopre che ad agosto 2011 una signora di 82 anni morì al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo dopo dodici ore di attesa su una barella. Un mese prima un uomo di 52 anni morì dopo essere stato respinto da quattro pronto soccorso. L’altro giorno il direttore dell’Ares 118 ha scritto l’ennesima lettera al prefetto per avvertire: le nostre ambulanze restano a lungo bloccate nei pronto soccorso, perdiamo anche un terzo dei mezzi. Cittadinanzattiva-Tribunale del malato a dicembre fece un’indagine nei pronto soccorso e rilevò risultati molto negativi: «Sedie a rotelle per i malati spesso insufficienti o rotte», «barelle libere insufficienti», «ambulanze ferme in attesa della restituzione della barella nel 22,9 per cento dei casi», «un codice giallo viene preso in carico anche dopo 5 ore, un codice verde pure dopo 12». Altri dati: il pronto soccorso del Cto ora si è specializzato solo in ortopedia, il Sant’Eugenio, causa lavori in corso, riceve solo codici rossi e gialli dal 118. Eccola, la fotografia dell’emergenza dei pronto soccorso romani, raccontata anche da telecamere e fotocamere nascoste che hanno documentato il degrado di decine di barelle ammassate con pazienti in attesa; o dalle immagini diffuse al San Camillo con un paziente a cui viene fatto un massaggio cardiaco per terra. Come si è arrivati a tutto questo? Massimo Magnanti, presidente dello Spes (sindacato dell’emergenza sanitaria) e medico dell’Ospedale San Giovanni, tre anni fa inventò il «barella day» per denunciare lo scandalo dei pronto soccorso «depositi» di pazienti sulle lettighe: «Le cause sono molteplici, dal 2000 ad oggi nel Lazio si sono persi 10 mila posti letto». Uno scollamento del ruolo dei medici di famiglia e le carenze in organico a causa del blocco del turnover hanno contribuito a peggiorare la situazione. Quali sono gli ospedali più in difficoltà? Soprattutto quelli dell’area est, come il Policlinico Tor Vergata, che ha raggiunto anche il numero record di 70 pazienti sulle barelle. Secondo i sindacati mancano almeno 4 medici in pianta organica al pronto soccorso. Gli accessi in totale a Tor Vergata nel 2010 sono stati 56.461. Ieri il direttore generale Enrico Bollero ha spiegato: «Sono tranquillo dell’operato del personale dell’ospedale, ma è giusto che la Procura faccia le sue indagini. La situazione di criticità però non è solo per Tor Vergata o il San Camillo, perché l’80 per cento degli accessi ai pronto soccorso è composto da persone che arrivano con la propria macchina e non con l’ambulanza. Qualcosa nel sistema non funziona bene.
C’è una forte inadeguatezza nell’utilizzo dei dipartimenti d’emergenza che causa molti problemi». In sintesi: nei pronto soccorso le emergenze sono una parte minoritaria: i dati dell’Asp (agenzia regionale per la sanità) confermano che nel 2010 su 2.080.472 accessi nei pronto soccorso di Roma e del Lazio solo l’1,47 per cento erano in codice rosso, e solo in 18,96 in codice giallo: circa il 20 per cento. Tutti gli altri erano codici verdi o bianchi, problemi per i quali un tempo si sarebbe andati dal medico di famiglia. Un altro dei grandi ospedali in difficoltà, in cui - come a Tor Vergata - sono andati i Nas è il San Camillo. Qui nel 2011, spiegava ieri Ignazio Marino (Pd, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta) «al pronto soccorso ci sono stati 63 mila accessi per 900 posti letto». «Ci hanno raddoppiato il bacino di utenza - hanno denunciato i sindacati - senza le forze necessarie». La chiusura del San Giacomo non ha aiutato l’Umberto I, dove nel 2010 si è superata quota 70 mila accessi e dove i pazienti sono spesso distribuiti nei corridoi o nella stessa stanza, barella vicino a barella, uomini insieme a donne. Altri casi difficili: il Pertini, sempre quadrante est, che come ricorda Marino ha 78 mila accessi con 382 posti letto, e il San Giovanni (uno degli ospedali più importanti per i quartieri centrali) che deve farsi carico di 68 mila accessi con 659 posti letto.
OSPEDALE UMBERTO I DI ROMA: Incustoditi i laboratori contagiosi e radioattivi, sporcizia e sigarette ovunque.
Il viaggio choc nell'ospedale più grande d'Italia dell'inviato de 'L'espresso'. Per un mese, travestito da uomo delle pulizie.
Quaggiù in pediatria una pausa sigaretta vale più di un bambino. Bisogna camminare fino in fondo al reparto per trovarne la prova. Si arriva davanti a una porta scorrevole con un citofono. Il cartello 'Terapia intensiva' rivela le sofferenze che il vetro smerigliato nasconde. Si sente il pianto dei piccoli pazienti. A volte piangono anche i genitori seduti su una panca di fronte. Ma il corridoio prosegue. Nove passi. Soltanto nove passi dalla porta scorrevole. E si finisce su un pavimento di mozziconi, cicche lasciate a metà, filtri consumati fino all'ultimo tiro di tabacco. Un corridoio è un corridoio. Non ha sbocchi all'aperto. Non ha finestre. Il fumo ristagna. Volteggia. Si affida alla corrente d'aria e lentamente torna indietro attirato dalla temperatura più calda nel reparto. L'odore di nicotina lo senti tra le stanze con i lettini a sbarre e i poster di Topolino, Biancaneve e la Carica dei 101. Lo annusi all'ingresso della grande camera sterile. Forse scivola fin là dentro ogni volta che la porta scorrevole si apre. Fumare in un ospedale con bimbi in pericolo di vita non solo è vietato: è da criminali. Ma in un mese, nessun trasgressore è mai stato rimproverato. Il perché lo si scopre fermandosi qualche ora ad osservare. Chi fuma sono quelli che dovrebbero far rispettare il divieto. Uomini o donne con il camice bianco. Oppure personale sanitario con il completo e la cuffia azzurri, o strumentisti con la mascherina e l'uniforme verde delle sale operatorie. Sanno che non si può e non si deve. Ma chissenefrega. Qualcuno l'ha dichiarato con un pennarello nero sul muro bianco: 'Stiamo in pausa... e si fuma'. E ha pure aggiunto quattro punti esclamativi.
È sorprendente lavorare un mese in ospedale. Questo poi non è un ospedale qualunque. È il Policlinico Umberto I di Roma, il più grande d'Italia, uno dei più grandi al mondo. L'ospedale modello dell'Università La Sapienza che con i suoi professori, assistenti, ricercatori, medici, infermieri, allievi è, o dovrebbe essere, l'eccellenza dello Stato. Invece è l'esempio di come la sanità pubblica si stia suicidando. Non solo per la sporcizia e la carenza di manutenzione grazie ad appalti che nessuno controlla. Ma anche per l'abitudine al degrado che sta inesorabilmente contagiando le persone. A cominciare dagli studenti, il futuro della medicina, costretti a formarsi in una realtà nella quale o ci si rassegna o si scappa.
Con la carenza cronica di personale, non occorre essere assunti per lavorare al Policlinico. Basta indossare una tuta blu e presentarsi vestito come un addetto alle manutenzioni. Oppure come un uomo delle pulizie. In tasca: un metro da falegname, una macchina fotografica digitale e una piccola telecamera nascosta per documentare l'inchiesta. Tutti i giorni, per un mese intero. Con turni dalle 8 alle 15 o dalle 14 alle 21. Nessuno si accorge di nulla, nessuno domanda nulla. Nel 2006 la giunta del governatore Piero Marrazzo chiede informazioni sull'organico a tutti gli ospedali del Lazio per il buco da 10 miliardi lasciato da Francesco Storace. E tra contratti a termine, precari usati oltre ogni limite, cooperative e imprese esterne, l'amministrazione dell'Umberto I deve confessare alla Regione di non conoscere il numero esatto dei dipendenti.
L'elenco delle negligenze fotografate e filmate è impressionante. Dal 4 al 29 dicembre il laboratorio di Fisica sanitaria resta più volte incustodito con i frigo e gli armadi aperti nonostante la presenza di sostanze radioattive. Il deposito di colture batteriche e virali del Dipartimento di malattie infettive e tropicali non ha serratura: senza sorveglianza, il congelatore con le provette a rischio contagio è sempre accessibile a chiunque. Per tre giorni nessuno pulisce gli escrementi che la notte di Santo Stefano un cane randagio ha lasciato nel corridoio sfruttato per trasferire i pazienti da un reparto all'altro. Infermieri e portantini spesso fumano anche quando spingono gli infermi su lettighe e carrozzelle. Ogni volta che salgono o scendono dalla rianimazione o dal pronto soccorso o dalle sale operatorie, i ricoverati, anche quelli più gravi, nudi sotto le lenzuola, intubati o con l'ossigeno, seguono lo stesso percorso dell'immondizia. Finiscono così in mezzo ai sacchi neri e agli scatoloni gialli ammassati nel sotterraneo, o in coda ai carrelli della rimozione. E quando gli addetti lavano con getti d'acqua i depositi dei rifiuti, le ruote dei lettini si inzuppano di liquami e trascinano tutto lo sporco in reparto. Verrebbe da sorridere se si pensa che, per legge, perfino le mozzarelle di una pizzeria vanno tenute sempre lontane dalla spazzatura. Basterebbe forse cambiare orario. Almeno rimuovere i rifiuti la sera e non la mattina, quando l'ospedale è in piena attività. Ma questi corridoi sono terra di nessuno. E nessuno decide.
La competenza di professori e direttori si ferma al proprio reparto. La maggior parte di loro non ha nemmeno il tempo di guardar fuori. Impegnati come sono a dividere le giornate tra Policlinico e cliniche private. Perché mai dovrebbero battersi per il datore di lavoro che dà loro sì prestigio, ma con il quale guadagnano meno? Dopo tutto, proprio queste condizioni favoriscono l'esodo dei pazienti verso la sanità privata, o no? Così nessun nome che conta si accorge del disastro. Anche perché i nomi che contano a Roma di solito non si fanno curare al Policlinico. Silvio Berlusconi in persona l'ha dimostrato poche settimane fa volando negli Stati Uniti per un'aritmia cardiaca. Al Policlinico ci va la gente comune. Ed è quella che rischia di più. Ogni anno in Italia la mancanza di igiene in corsia provoca un'ecatombe: tra i 4.500 e i 7 mila morti per infezioni prese durante il ricovero. Per altri 21 mila decessi le infezioni ospedaliere sono una concausa. I pazienti italiani che si ammalano in ospedale oscillano tra i 450 mila e i 700 mila all'anno. E nel 30 per cento dei casi si tratta di contagi sicuramente evitabili. Sono stime molto variabili di anno in anno, raccolte dall'Istituto superiore di sanità.
Le infezioni ospedaliere in Italia nel 2005 riguardavano il 6,7 per cento dei ricoveri. Percentuale in linea con la Francia, superiore alla Germania e inferiore a Svizzera e Regno Unito. In Lombardia nel 2000 erano state il 4,9 per cento. Ma, secondo una ricerca dell'Università La Sapienza e dell'azienda ospedaliera San Camillo di Roma, nel 1999 il Policlinico Umberto I aveva raggiunto il record: 15,2 per cento di infezioni sul totale dei ricoveri. Due volte e mezzo in più della media tra tutti gli ospedali romani. E nessuno ha osato calcolare quante morti abbia provocato tutto questo.
Il primo giorno di lavoro non si passa dall'ingresso principale. Da lì entrano pazienti e familiari. Un appalto da qualche milione di euro prevede la sorveglianza di guardie private, una sbarra per fermare le auto, un segnale rotondo rosso, bianco e nero con l'avvertimento 'alt-controllo'. Sembra un posto di frontiera talmente gli agenti sono meticolosi nel loro compito. Meglio fare il giro dell'isolato. Camminare fino all'incrocio tra viale Policlinico e viale Regina Elena. C'è una vecchia porta al numero 330 sotto la scritta in rilievo 'Ambulatorio'. Sembra chiusa. Invece da mattina a sera è soltanto accostata. Si apre scricchiolando su una scalinata. In cima, un corridoio buio. Poi un corridoio illuminato. A pochi passa dalla strada, senza nessun controllo, ci si ritrova tra i laboratori del Servizio di fisica sanitaria. Sulle porte blindate il simbolo internazionale giallo e nero del pericolo radioattivo con l'indicazione: 'Dipartimento malattie infettive - laboratorio ricerca - zona sorvegliata'. Per buona parte del pomeriggio però le porte sono aperte e nessuno sorveglia.
Più volte è possibile entrare, girare nei laboratori, guardare nei frigoriferi, richiudere e uscire in strada. Senza mai essere visti. Come il 21 dicembre nel laboratorio di Batteriologia. E il 27 dicembre nel laboratorio di Radioimmunologia e in quello accanto. La porta blindata e il cancello di protezione sono spalancati. Le riprese con la telecamera richiedono una buona mezz'ora. Non passa nessuno.
A saper rovistare, un ladro potrebbe andarsene con flaconi di sostanze usate per le ricerche. Come gli isotopi di iodio, la cui radioattività dura tra gli otto e i 60 giorni. Il lungo corridoio dei laboratori di Fisica sanitaria arriva a una porta tagliafuoco. Al di là il passaggio prosegue verso il centro del Policlinico. Sopra ci sono le camere del Dipartimento malattie infettive. È intitolato a Paolo Tesio, medico assistente morto a 29 anni il 20 gennaio 1911 per 'difterite contratta in reparto', spiega la lapide. Un po' quello che le norme di igiene oggi dovrebbero evitare. Ma qui sotto, anche se è il corridoio centrale dell'ospedale, due dipendenti hanno pensato di usare lo spazio come garage. I loro grossi scooter restano parcheggiati tutto il tempo del turno di lavoro. E quando ripartono, i due accendono il motore e affumicano il locale fino alla rampa che porta in cortile. Sarà per questo che un avviso della direzione del Policlinico vieta a medici e infermieri di passare di qui con i pazienti. Ma questa è anche la via più breve. Così, la mattina e buona parte del pomeriggio, il viavai di carrozzelle e lettighe è continuo. Da questo incrocio di corridoi si scopre presto la propensione di molti a fottersene delle norme di igiene. Anche se riguardano la salute delle persone che accudiscono.
L'elenco delle infrazioni è lungo. Un caso tra i tanti ripreso dalla telecamera, la mattina del 29 dicembre: due infermieri portano un'anziana a uno degli ambulatori di Chirurgia e le fumano addosso per alcune centinaia di metri passando davanti ad almeno una decina di cartelli di divieto.
Lo chiamano tunnel anche se non tutto questo corridoio è sotterraneo. I muri sono scrostati dall'umidità. In mezzo scritte e graffiti, qualcuno poco incline al giuramento di Ippocrate invita a 'gasare gli handicappati'. È qui che la mattina del 27 dicembre il pavimento è ricoperto da due grossi escrementi, sembra di cane. Il pomeriggio del 29, ultimo giorno dell'inchiesta, sono ancora lì nonostante il passaggio quotidiano di decine di persone tra medici, infermieri e pazienti. Nessuno segnala o tanto meno protesta con l'impresa di pulizie.
I frigoriferi con le colture di virus e batteri sono più o meno a metà del corridoio successivo, oltre l'indicazione 'malattie tropicali'. Sulla porta del deposito l'insegna internazionale avverte chi entra del 'rischio biologico - pericolo di infezione'. Ma la serratura della porta è scassinata. Dentro, tra i congelatori, quello a 80 gradi sotto zero non è mai chiuso a chiave. Gli altri a volte sì, a volte no. Una sigla identifica ogni provetta. Ce ne sono migliaia. Potrebbero contenere colture di Stafilococco aureo o di Pseudomonas aeruginosa, i ceppi batterici resistenti agli antibiotici e responsabili di metà delle infezioni ospedaliere. Oppure campioni di germi di malattie infettive e tropicali studiate dal Dipartimento. Anche qui, soprattutto di pomeriggio, qualunque malintenzionato potrebbe venire a rubare provette senza essere fermato. La visita a questi congelatori è un appuntamento quotidiano per tutto il mese di lavoro al Policlinico. Un giorno una foto. Un altro giorno una ripresa con la telecamera. Mai un controllo. Tra i pochi infermieri di passaggio, mai nessuno ha avuto l'idea di chiedere chi fossi.
Fuori dal locale frigoriferi, a destra, davanti agli ambulatori del Dipartimento di malattie tropicali, un esempio di come non andrebbero fatte le pulizie in un ospedale. L'addetto, terminato il turno, ha abbandonato il carrello con il sacco mezzo pieno di sporcizia. La scopa non tocca l'acqua da almeno qualche settimana. È ricoperta da uno strato di lanugine, peli, capelli e incrostazioni di polvere. Gli stracci sono stati lasciati a bagno in un liquame nero. E sul pavimento, in un angolo poco visibile, è rimasta una sventagliata di mozziconi di sigaretta. Non è l'episodio di una volta. È così tutti i giorni. Eppure, secondo banalissime ricerche nel Regno Unito, proprio la mancata pulizia dei pavimenti e degli attrezzi per le pulizie è la concausa principale della diffusione di infezioni ospedaliere.
Sotto i reparti centrali del grande ospedale universitario l'igiene peggiora. Dal soffitto gocciola un vecchio tubo caldo e corroso. I tecnici della manutenzione l'hanno ovviamente riparato. Ma non hanno sostituito la sezione rotta. Il sistema scelto è molto più creativo. Una canalina lunga una ventina di metri raccoglie l'acqua tiepida e attraverso un'apertura nel muro la porta in cortile sopra un tombino. A valutare dalla quantità di muschio e di cicche di sigarette, il ruscello termale è lì da mesi. Certo, la direzione tecnica del Policlinico non poteva pretendere di più. In fondo questa è l'università di medicina, non di ingegneria idraulica. Per verificare la sensibilità del personale sanitario al rischio di infezioni ospedaliere, basta seguire un infermiere o un portantino mentre spinge una lettiga con qualche malato grave. Tra i più recenti, un caso del 20 dicembre, alle sette di sera. Un dipendente in divisa bianca deve riportare una donna in uno dei padiglioni di Chirurgia.
Lei è coperta da un lenzuolo e da una spalla appare un catetere infilato nella vena succlavia. L'uomo, invece di accompagnarla direttamente in reparto, le fa fare un lungo giro fino a uno dei depositi dell'immondizia con sbalzi di temperatura che, secondo un approssimativo termometro tascabile, passano dai 23 ai 15 gradi in poche decine di metri. Lui va lì perché deve buttare un sacco pieno di flaconi da flebo vuoti. Non si preoccupa che, in questo modo, non solo la paziente respira aria infetta, ma sia le ruote della lettiga sia i suoi zoccoli si impregnano del liquame che ricopre il pavimento. I pericoli di contagio per la sporcizia sotto le suole non sono per niente considerati. Il pomeriggio del 27 dicembre quattro tra infermieri e strumentisti della rianimazione portano in Radiologia un paziente con barella, cateteri e bombola d'ossigeno.
Nel lungo percorso sotterraneo passano davanti a due depositi di rifiuti e a un filare di sacchi neri addossati a un muro. Il pavimento è lurido. Mezz'ora dopo riaccompagnano il malato nel reparto di Terapia intensiva. E due di loro si appartano per fumare una sigaretta. Attenti ai divieti, non lo fanno in corridoio. Si nascondo in un locale abbandonato trasformato in discarica abusiva, dietro un deposito di rifiuti ospedalieri. La discarica è tra il laboratorio di Medicina iperbarica e il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', di fronte al corridoio che dovrebbe rimanere sempre pulito perché porta all'ascensore della rianimazione. Lì dentro ci sono scatoloni di rifiuti ospedalieri rotti, macerie, rottami, immondizia che qualcuno avrebbe dovuto portare altrove. La possibilità di incendio per le cicche di sigaretta è soltanto il più remoto dei mali. Per entrare e uscire dal nascondiglio, i due strumentisti mettono gli zoccoli da reparto dentro il liquido viscido che ricopre il pavimento e sta macerando la pila di scatoloni gialli con la scritta 'Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo'. Spenta la sigaretta, tornano in rianimazione passando accanto ai bancali di legno abbandonati di fronte all'ascensore. E all'ingresso del reparto asettico, non c'è nemmeno il tappeto di carta adesiva per trattenere lo sporco più grossolano.
Proprio qui la mattina i percorsi di immondizia e pazienti gravi si intrecciano pericolosamente. A momenti, il corridoio è una lunga coda di lettighe, carrozzine, muletti elettrici, lampeggianti gialli, sacchi neri e dottori che prendono la rincorsa per non sporcarsi i mocassini dentro i rivoli di acqua sporca. A pranzo e a cena al traffico si aggiungono i carrelli con i vassoi di plastica e i pasti preriscaldati che troppo spesso arrivano nelle stanze freddi. Scene così fanno dimenticare i successi nella ricerca conquistati dall'università e le fatiche quotidiane di tutto il personale, sanitario e non.
A pochi metri dalla targa che indica il 'nuovo complesso operatorio della seconda clinica chirurgica', un altro cartello sulla parete è perentorio e lapalissiano davanti all'ingresso di un blocco operatorio. 'È assolutamente vietato', dice, 'lasciare abbandonati rifiuti urbani o assimilabili (vedi sacchi neri e cartoni) in questo spazio'. Provate a indovinare com'è andata durante tutto il mese: nei giorni migliori i sacchi abbandonati proprio sotto il cartello sono uno o due. In altri, anche quattro. Per non contare assi e pezzi di legno. Stesse scene davanti agli ambulatori di Geriatria, dove una porta tagliafuoco nasconde un'altra discarica abusiva con macerie, immondizia e una carrozzella arrugginita.
Alle 17,49 del 21 dicembre due infermiere fumano nella rampa di scale sotto l'astanteria del Pronto soccorso. Tentiamo di far osservare il divieto in ospedale, filmandole con la telecamera nascosta: "Non si potrebbe fumare qua sotto". Loro rispondono candide: "Eh lo sappiamo, ma son le sei". E continuano ad ammorbare l'aria fino all'ultimo millimetro di tabacco.
La sera tardi capita di parlare con qualche clochard al riparo dal freddo nelle sale d'attesa deserte. Tre quelli incontrati in un mese. Uno dorme nella palazzina dell'amministrazione. Il secondo cambia spesso luogo per non essere sorpreso. Il terzo si ripara in uno sgabuzzino sotto uno dei padiglioni di Medicina. Le luci restano sempre accese e i locali accessibili anche nei settori non più utilizzati. Come davanti all'ambulatorio di Plasmaferesi terapeutica. Il trasloco, appaltato alla solita ditta esterna, l'hanno fatto talmente in fretta che si sono dimenticati in corridoio qualche migliaio di cartelle cliniche. Arrivano fino al 2002. Ci sono radiografie, ecografie, esami del sangue. Basta andare lì e spulciare. Nomi, cognomi, indirizzi, diagnosi, anamnesi. Si può sapere tutto sulla salute e le abitudini di vita di migliaia di cittadini. L'archivio delle cartelle è incustodito anche negli ambulatori di Clinica oculistica. Non ci sono armadi chiusi a chiave. Le buste con gli esami arrivano fino al 2006 e sono infilate in scatoloni riciclati dalle forniture per l'ospedale. Per consultarle o rubarle, basta aspettare che i medici e gli infermieri finiscano il turno di visite.
Secondo i contratti a disposizione delle organizzazioni sindacali, l'appalto con la società esterna Pultra sas prevede che i quattro piani di Oculistica siano puliti da due persone. Dal 6 novembre, però, uno dei due addetti è in malattia. E nelle stesse ore la collega deve garantire il doppio del lavoro. Tutto a mano. Niente aspirapolvere. Niente macchine. Perché per guadagnare di più le imprese assumono al livello più basso di stipendio e per usare una lucidatrice industriale uno dev'essere promosso almeno operaio specializzato. Il risultato, in questo e in altri reparti, sono scope e stracci che fanno chilometri ogni giorno. Senza mai essere cambiati o lavati tra una stanza e l'altra o tra un ambulatorio e l'altro. In un mese di lavoro non c'è mai stato tempo per spolverare scrivanie, strumenti, scaffali, porte, termosifoni, piastrelle, davanzali. E spesso nemmeno per lavare il pavimento. La sera del 21 dicembre l'addetta alle pulizie ignara di avere di fronte un finto collega trasmette le indicazioni di un caposquadra. La domanda è: "Ce la facciamo a lavare tutto il pavimento prima di finire?". Lei risponde: "No, soltanto per spazzare. Io faccio in bagno". E qui non laviamo? "No, no". Una passata con una scopa piuttosto sporca che ha già fatto il giro di tutti i piani. Soltanto questo per tre sale d'attesa, tre ambulatori e la segreteria aperti tutto il giorno a centinaia di pazienti. Un tocco al battiscopa fa cadere un pezzo di intonaco fradicio di umidità. L'addetta alle pulizie ripete le indicazioni del caposquadra: "Se non è tanto sporco, non si lava sempre". Poi si accorge dell'intonaco caduto: "Mo' lì c'è da lavare perché hai levato la polvere". "Facciamo tutti i pavimenti?". "No, no, va be', tutti no. Ma lì quelle macchiette è meglio che le levi.
Poi dev'essere tutto in ordine", dice segnalando le sedie nell'ambulatorio, "per far vedere..., hai capito?". Da sola da due mesi non può fare di più. Anche se il Policlinico ha pagato il servizio di pulizie per avere qui due addetti. Un appalto che nel 2005 è costato 8 milioni 687 mila 681 euro.
Eppure il reparto di Oculistica meriterebbe più attenzione. Perché gli occhi sono tra gli organi più esposti alle infezioni ospedaliere. Nel 1998 alcuni pazienti del Policlinico perdono la vista dopo una semplice operazione di cataratta. L'estate del '99 un contagio forse da pseudomonas in una sala parto, in una sala travaglio e nell'unità neonatale provoca 15 casi di enterite necrotizzante tra i neonati. La perizia, ordinata dalla Procura, denuncerà le condizioni che "non garantivano una adeguata igiene": come l'esistenza di "polvere massiva e non rimossa da tempo, pareti imbrattate, pedane sporche, presenza di ruggine e polvere nelle bocchette di areazione".
È il 29 dicembre, ultimo giorno di lavoro al Policlinico. Qualcuno finalmente ha scopato le decine di mozziconi fumati e gettati a ridosso della terapia intensiva di Pediatria. Ma non li ha portati via: li ha semplicemente spinti verso l'angolo del muro insieme con un pacchetto vuoto di Marlboro, cartacce, polvere, un pezzo di legno. Stasera la sala d'attesa del Pronto soccorso è piena di gente, come sempre. Sono costretti ad aspettare i ritmi della sanità pubblica. E ad avere fiducia. Non si chiamano Silvio Berlusconi e nessuno di loro può permettersi un ricovero negli Stati Uniti.
CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI
L'ateneo di Roma in bassa classifica internazionale. Il declino della Sapienza all'ombra di Parentopoli: è al 430° posto nel mondo. Nell'università dopo moglie e figlia, anche il figlio del Rettore. Così scrive Gian Antonio Stella su "Il Corriere della Sera".
«Parentopoli? Ma perché non parlate di "Ignorantopoli"? Questo è il vero problema dell'università italiana. Voi giornalisti fate solo folklore!», sibilò il rettore della Sapienza Luigi Frati al nostro Nino Luca. Ma la Procura non è d'accordo: papà, mamma, figlia e figlio docenti nella stessa facoltà sono troppi, come coincidenze.
E sull'arrivo dell'ultimo Frati a Medicina ha aperto un fascicolo. Tanto
più che «Parentopoli» e «Ignorantopoli», dicono le classifiche internazionali,
possono coincidere. Il rettore di quello che sul Web si vanta di essere il più
grande ateneo italiano (nel senso di più affollato: 143 mila studenti, pari
all'intera popolazione di Salerno o quelle di due capoluoghi come L'Aquila e
Potenza insieme) era da tempo nel mirino di chi denuncia certi vizi del nostro
sistema universitario.
Senese, un passato da sindacalista, uomo dalla capacità funambolica di fluttuare
tra destra e sinistra, preside per un'eternità di Medicina dal lontano 1990 in
cui Gava era ministro degli Interni e Chiesa si occupava amorevolmente dei
vecchi ospiti del Pio Albergo Trivulzio e «altro», quello che i suoi studenti
più perfidi hanno soprannominato «BaronFrati», è da sempre un uomo tutto casa e
facoltà.
Al punto che non solo nella «sua» Medicina si sono via via accasate la moglie
Luciana Rita Angeletti in Frati (laureata in Lettere: storia della Medicina) e
la figlia Paola (laureata in Giurisprudenza: Medicina Legale) ma perfino il
brindisi per le nozze della ragazza fu fatto lì. Indimenticabile il biglietto:
«Il prof. Luigi Frati e il prof. Mario Piccoli, in occasione del matrimonio dei
loro figli Paola Frati con Andrea Marziale e Federico Piccoli con Barbara
Mafera, saranno lieti di festeggiarli con voi il giorno 25 maggio alle ore 13.00
presso l'aula Grande di Patologia Generale».
Arrivò una perfida e deliziosa «sposina» delle Iene , quella volta, a guastare un po' la giornata. Ma fu comunque un trionfo. Quasi pari, diciamo, alla passerella offerta dal nostro, anni dopo, a Muammar Gheddafi, salutato come uno statista e invitato nell'aula magna, sul palcoscenico più prestigioso, perché tenesse agli studenti una «lectio magistralis» su un tema davvero adatto al tiranno: la democrazia. Tema svolto tra risate sbigottite («demos è una parola araba che vuol dire popolo come "crazi" che vuol dire sedia: democrazia è il popolo che si siede sulle sedie!») mentre lui, il rettore, si lasciava andare in lodi per le prosperose amazzoni di scorta: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c'è qui mia moglie...».
Adorato da chi ama il suo senso del potere e il linguaggio ruspante (resta immortale un video dove spiega agli studenti: «Nun date retta ai professori perché i professori si fanno i cazzi loro. I professori fanno i cazzi loro, lasciateli perdere!»), il giorno in cui si insediò come rettore liquidò le polemiche sul nepotismo così: «È stato fuori luogo tirare in ballo mia moglie, la professoressa Angeletti, perché lei è quella che è, io sono quello che sono. Non è lei che è "la moglie di", sono io che sono "il marito di"».
Il guaio è che, oltre a essere «il marito di», Luciana Rita e «il padre di» Paola, è anche «il padre di» Giacomo. Che per fatalità è lui pure entrato nella facoltà di Medicina di papà: ricercatore a 28 anni, professore associato a 31. Come vinse il concorso lo rivelò una strepitosa puntata di Report: discusse «una prova orale sui trapianti cardiaci» davanti a una commissione composta da due professori di igiene e tre odontoiatri. E nessun cardiochirurgo.
«Ma lei si farebbe operare da uno che è stato giudicato da una commissione di Odontostomatologi?», chiese Sabrina Giannini, l'inviata della trasmissione di Milena Gabanelli a uno dei commissari, Vito Antonio Malagnino. Farfugliò: «Io... Non parliamo di cuore o di fegato, però...». «Secondo lei tre dentisti e due specialisti d'igiene potevano adeguatamente...». «Forse no però questo non è un problema mio...».
Vinta la selezione, il giovane professore viene più avanti chiamato come associato a Latina, dependance del Policlinico universitario di cui è rettore papà. Giusto un attimo prima, coincidenza, dell'entrata in vigore della riforma Gelmini contro il nepotismo. Quella che vieta di assumere come docenti nella stessa università i parenti dei rettori, dei direttori generali e dei membri del consiglio di amministrazione.
Ma queste, compreso un ricorso al Tar, erano solo le prime puntate della «Dinasty» fratiana. Il meglio, come hanno ricostruito Federica Angeli e Fabio Tonacci sulla cronaca romana di Repubblica , sarebbe arrivato nelle puntate successive. Occhio alle date: il 28 gennaio 2011 il rettore Luigi Frati sceglie come commissario straordinario del Policlinico Antonio Capparelli.
Qualche settimana dopo, il 22 marzo, lo nomina direttore generale. Passa meno di un mese e il 19 aprile Capparelli, togliendo un po' di posti letto a un altro reparto a costo di scatenare le ire di quanti si sentono «impoveriti», firma una delibera creando «l'Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» nell'ambito del dipartimento Cuore e grossi vasi e chiama da Latina, per ricoprire un ruolo paragonabile a quello di primario, Giacomo Frati. Cioè il rampollo dell'uomo che lo aveva appena promosso.
Ora, a pensar male si fa peccato e, in attesa del responso dell'inchiesta giudiziaria, noi vogliamo immaginare che la famiglia Frati sia composta di quattro geni: un genio lui, un genio la moglie, un genio la figlia, un genio il figlio. Ma la moglie di Cesare, si sa (vale anche per la figlia di Elsa Fornero, si capisce) deve essere al di sopra anche di ogni sospetto. Che giudizi possono farsi, gli stranieri, davanti a coincidenze come queste?
Sarà un caso se la reputazione dei nostri atenei nelle classifiche mondiali è così bassa? Dice l'ultimo Academic Ranking of World Universities elaborato dall'Institute of Higher Education della Jiao Tong University di Shanghai che, sulla base di sei parametri, la Sapienza si colloca nel gruppone tra il 100° il 150° posto. La Scuola Normale di Pisa, però, rielaborando i sei parametri utilizzati (numero di studenti vincitori di Premi Nobel e Medaglie Fields; numero di Premi Nobel in Fisica, Chimica, Medicina ed Economia e di medaglie Fields presenti nello staff; numero delle ricerche altamente citate di docenti, ricercatori, studenti; numero di articoli pubblicati su Nature e Science nel quinquennio precedente la classifica; numero di articoli indicizzati nel Science Citation Index e nel Social Science Citation Index; rapporto tra allievi/docenti/ricercatori e il punteggio complessivo relativo ai precedenti parametri) è arrivata a conclusioni diverse.
Se il calcolo viene fatto tenendo conto della dimensione di ogni università, sul pro capite, tutto cambia. E se la piccola ed elitaria Scuola Normale si inerpica al 10° posto dopo rivali inarrivabili come Harvard, Stanford, Mit di Boston o Berkeley, ecco che le altre italiane seguono a distanza: 113ª Milano Bicocca, 247ª la Statale milanese, 248ª Padova, 266ª Pisa e giù giù fino a ritrovare la Sapienza. Che stracarica di studenti ma anche al centro di perplessità come quelle segnalate, è addirittura al 430° posto. E torniamo alla domanda di Frati: qual è il problema, «Parentopoli», «Ignorantopoli» o forse forse tutte e due?
Riforma Gelmini, inefficace contro i concorsi accademici truccati, ma almeno utile contro parentopoli? Macchè!! Da “Il Messaggero” e dal “Il Corriere della Sera” un ampio resoconto.
Per qualcuno potrebbe essere l’ultimo colpo di coda di parentopoli. Per altri la continuazione di una saga inarrestabile che si tramanda di padre in figlio passando per i nipoti (rare volte spingendosi fino ai trisavoli). E’ successo, dunque a poche ore dalla verosimile approvazione da parte del Senato della legge Gelmini che prevede la proibizione di chiamate universitarie per parenti di dirigenti accademici fino al IV grado.
Università Roma 2, Ateneo di Tor Vergata, quello della spianata, che ospitò la Giornata mondiale della gioventù nel Giubileo 2000. La grande croce è sempre lì. Il rettore no, è cambiato. Da quasi due anni c’è Renato Lauro, 71 anni, preside della Facoltà di Medicina eletto con 727 preferenze. La stessa università che ha chiamato come professore associato alla cattedra di Malattie dell’apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani. Chi è? E’ la nuora del rettore. Il posto che arriva in zona Cesarini delimita un’epoca. A ridosso del Natale, sotto l’albero, riunisce suocera, figlia e nuora, in pratica mezza famiglia. Nella stessa facoltà e nello stesso dipartimento infatti c’è anche il marito della signora, nonché figlio del rettore, Davide Lauro, 41 anni, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre. E ci sarebbe anche il “nipote”, il dottor Alfonso Bellia, ricercatore di medicina interna. Ma il Magnifico nega quest’ultimo ramo di parentela. «Con il professor Bellia - chiarisce una volta per tutte - non c’è nessun legame neanche leggero di parentela, mi viene attribuito solo perché è siciliano come me». Già. In fatto di parentopoli non esiste una geografia. I legami travalicano qualsiasi confine, le nostre regioni, così diverse tra loro, nel malcostume etico si somigliano più o meno tutte. Renato Lauro, preside della facoltà di Medicina dal 1996 al 2008, oltre a essere rettore e anche direttore del dipartimento clinico di Medicina, quello nel quale lavorano i suoi congiunti, del Policlinico Tor Vergata. La nuora chiamata in cattedra in extremis. Come lo spiega? «Lei scherza? Sono concorsi regolarmente banditi nel 2008, quando io non ero ancora rettore. Inoltre, faccio notare che la legge Gelmini, non ancora approvata, non abolisce i professori, stabilisce solo che i ricercatori sono una qualifica ad esaurimento». «Per gli stessi bandi - continua il rettore - sono stati chiamati già una ventina di vincitori di concorso. Ma vincere non vuol dire prendere servizio visto che ci sono, come è noto, problemi di budget».
In altri punti la legge Gelmini potrebbe prestarsi ad interpretazioni. Su questo punto è chiara: prevede che nelle assunzioni per ordinario e associato siano esclusi i consanguinei dei professori appartenenti al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata. Di docenti ma anche di rettori, direttori generali e consiglieri di amministrazione. E fissa anche un limite per i rettori: potranno rimanere in carica un solo mandato, per un massimo di 6 anni. Nel caso di Tor Vergata, se approvata la legge, Renato Lauro potrebbe avere una proroga di 2 anni dell’incarico rettoriale e restare in carica dunque fino alla quasi venerabile età di 74 anni. Di lui si parlò come «lo zio» cui faceva riferimento nelle intercettazioni l’ex direttore dei Lavori pubblici Angelo Balducci finito in carcere per gli appalti del G8 alla Maddalena. Finito in pasto ai taccuini in quei giorni “caldi”, Lauro rispose: «E allora? Sì, sono io “lo zio” di cui si parla nelle intercettazioni, ma io sono un medico, non sono Provenzano». Durante un incontro con il corpo accademico dell’Ateneo romano, il rettore era stato duramente contestato. E già in passato era finito nell’elenco dei parentopolati per la chiamata del figlio Davide, vincitore, circa 4 anni fa, di un concorso di professore ordinario, non di Medicina interna, ma di tecnologie biomediche, poi passato in endocrinologia. Lauro commenta: «Mio figlio se n’era andato negli Usa a studiare e lì stava benissimo. Basta guardare il suo curriculum per mettere tutti a tacere. Stesso dicasi per gli altri professori associati che hanno vinto i concorsi del 2008: controllate, sono tutti figli di nessuno».
Vigilia dell'approvazione della riforma Gelmini, ultimi colpi di coda dei Baroni. Infatti ecco che spuntano nuove assunzioni e promozioni di parenti negli atenei La Sapienza e Tor Vergata. I protagonisti: i familiari dei rettori: Luigi Frati e Renato Lauro. A poche ore dall'approvazione del ddl università, che impone lo stop alle parentopoli (purtroppo solo attraverso un emendamento dell'ultim'ora) che vieta a padri, figli e parenti di stare negli stessi dipartimenti, sembrerebbe che nei due atenei capitolini si pensi di più a sistemare le famiglie che ai problemi dell'università.
SAPIENZA - Alla Sapienza, Giacomo, 36 anni appena, figlio del rettore Luigi Frati, sta passando da professore associato a quello di ordinario. Le procedure formali sono andate in porto il 19 novembre 2010. Appena in tempo per schivare l'approvazione del ddl. Giacomo Frati, dunque, sarà ordinario a Medicina, la stessa facoltà dove fino a poco tempo fa insegnava la madre e dove insegna anche la sorella Paola, ordinario, laureata in Giurisprudenza. Stessa facoltà di cui il padre è stato preside per anni. Stessa facoltà dove fino a poco tempo fa, prima di andare in pensione, insegnava Storia della medicina la madre di Giacomo e Paola. Cioè Luciana Rita Angeletti, professoressa ordinaria moglie del Magnifico Frati. Proprio lei che prima di approdare nell'università del marito per occuparsi di Storia della medicina, insegnava Lettere al liceo. Quindi ci fu un momento in cui Luigi, Rita, Giacomo e Paola lavoravano allo stesso indirizzo. Anzi festeggiavano il matrimonio di quest'ultima nell'aula Grande di Patologia Generale. Oggi tutta la famiglia Frati può fregiarsi dello straordinario titolo di ordinario.
TOR VERGATA - A Tor Vergata sarebbe stata assunta come professore associato alla cattedra di malattie dell'apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani, nuora del rettore Renato Lauro, 71 anni, ex preside di Medicina e Chirurgia (stesso percorso di Frati), che respinge le accuse spiegando che i concorsi sono stati banditi «nel 2008», molto prima delle norme anti-parentopoli della Gelmini. Il rettore ha anche il figlio Davide, 41 anni, ordinario di Endocrinologia. Come il padre prima di lui.
I PRECEDENTI - Prima di Lauro era stato Magnifico per 12 lunghi anni Alessandro Finazzi Agrò che si ritrovava nella solita facoltà di Medicina e Chirurgia del suo ateneo non solo il figlio Enrico (professore associato) ma anche i nipoti di primo grado Calogero Foti e Gaetano Gigante (entrambi professori di Medicina riabilitativa con tanto di cattedra e primariato al Policlinico Tor Vergata). Mentre l’altro figlio, Ettore, è ordinario alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, tanto per dare il quadretto familiare al completo. Il binomio padri-figli non è però un'innovazione introdotta dagli ultimi rettori. Alla Sapienza Frati ha illustri predecessori: Renato Guarini prima (con le figlie Maria Rosaria e Paola Paola, e il genero Luigi Stedile nei ruoli tecnici) e prima ancora Giuseppe D’Ascenzo (con il figlio Fabrizio) tenevano famiglia in università. Insomma una tradizione che si tramanda da generazioni rettoriali.
La mattina del 12 aprile 2006, il professor Tommaso Gastaldi, docente di seconda fascia in Scienze statistiche all’università romana La Sapienza, era uscito di casa con passo particolarmente deciso. Dopo un caffè al bar, aveva imbucato due lettere assolutamente identiche nel contenuto, ma non negli indirizzi: una l’aveva inviata al proprio avvocato, l’altra a se stesso. Nella missiva, Gastaldi prevedeva fasi ed esiti di un futuro concorso (compreso, «con assoluta certezza», il nome del vincitore) a una cattedra di professore ordinario di statistica presso la facoltà di sociologia. Concorso di cui era stato appena pubblicato il bando, ma di cui mancavano ancora sia la nomina della Commissione giudicatrice (avvenuta poi il 29 luglio 2006) sia, per forza di cose, i nomi dei candidati.
Pur senza visceri di uccelli da «leggere» come gli antichi aruspici, né sfere di cristallo da mago Otelma in cui scrutare, nelle sue lettere il professor Gastaldi (anche lui intenzionato a partecipare a quel concorso, iniziato poi il 20 ottobre 2006) le aveva azzeccate tutte: dai requisiti curriculari che sarebbero stati chiesti al nome del vincitore. Anzi, della vincitrice: la professoressa Mary Fraire, «docente per affidamento interno» della stessa facoltà il cui preside, Luciano Benadusi, aveva bandito il concorso nominandone presidente l’amico e collega professor Alfredo Rizzi. Il quale Rizzi è coautore a firma congiunta, proprio con la Fraire , di quattro libri di testo in materia.
Per la cronaca, Gastaldi aveva fatto poi seguire la prima lettera da una seconda, il 21 giugno 2006, ai già citati indirizzi: il suo e quello del suo avvocato, nonché fratello, Davide Gastaldi del Foro di Roma. Rispetto alla prima missiva, nella seconda c’era in più soltanto un rafforzamento nei toni provocato da sgradevoli episodi avvenuti in ateneo (con circostanze ben documentate e riferibili da testimoni) e legati proprio allo svolgimento del concorso di là da venire: dalle scontate e abituali piogge di telefonate ed e-mail per indirizzare i voti su alcuni candidati alla Commissione, fino ai palesi suggerimenti verbali, alla luce del sole, nei corridoi dell’ateneo. Entrambe le missive sono in luogo sicuro, sigillate e recanti leggibili affrancature postali.
Su di esse, con richiesta di acquisizione delle stesse, si basa l’atto di denuncia con richiesta di sequestro di tutti gli originali dei documenti riguardanti il concorso, depositato dall’avvocato Davide Gastaldi alla Procura della Repubblica di Roma il 23 febbraio 2007 e affidato al pm Francesco Dall’Oglio. Denuncia che adombra sia sospetti di «gravi irregolarità legate a un’imminente Procedura di valutazione comparativa» (il concorso), sia di «manipolazione del procedimento di formazione della Commissione, volto al conseguimento di un risultato deciso a priori». Con il corollario, scrive sempre il legale, della «assegnazione della cattedra a una professoressa “assai debole” scientificamente», facendo così ritenere «che il risultato del concorso fosse di “pubblico dominio” nell’ambiente universitario già al momento stesso dell’emissione del bando».
L’avvocato, che in base all’obbligatorietà dell’azione penale chiede l’avvio di un’indagine per abuso d’ufficio, interesse privato in atti di ufficio e falso ideologico, chiama in causa cinque persone. Tre sono altrettanti membri (su cinque) della Commissione d’esame: Alfredo Rizzi, docente di statistica alla Sapienza; Tonino Sclocco, direttore del Dipartimento metodi quantitativi dell’università D’Annunzio di Chieti-Pescara; e Roberta Siciliano, docente presso la Federico II di Napoli. Gli altri due sono il preside di sociologia alla Sapienza, Luciano Benadusi, e la vincitrice Mary Fraire.
A proposito di quest’ultima, gli altri due componenti di Commissione, i professori Giancarlo Diana e Lorenzo Fattorini, hanno preteso che fosse messa a verbale sia la loro valutazione comparativa assolutamente negativa, sia il fatto che, a loro avviso, la Fraire non poteva nemmeno «essere presa in considerazione ai fini della presente valutazione comparativa». Detto altrimenti: non avrebbe avuto titoli e requisiti minimi per partecipare al concorso. Doverosa precisazione, la loro, dato che dimenticarsi dei parametri fissati dalla legge non è ammesso; e dimenticarsene consapevolmente, magari per interesse personale e/o economico, si potrebbe configurare come dolo. La professoressa Fraire era stata tuttavia ammessa, dato che il «sartoriale» bando di concorso richiedeva ai candidati di allegare un numero massimo (si badi bene, massimo, addirittura a pena di esclusione) di 10 pubblicazioni. Numero bassissimo per un concorso a professore ordinario, laddove una soglia congrua si aggira di norma su almeno 30 lavori cosiddetti «Indexati», cioè elencati negli indici di pubblicazioni internazionali come il Current Index of Statistics-Cis o il Mathscinet. E nel sito di Sociologia/Roma 1 risulta come il curriculum della professoressa Fraire - vicina al pensionamento - elenchi esattamente 10 pubblicazioni. Non una di più, non una di meno. Coincidenza curiosa. Pubblicazioni, peraltro, di cui una soltanto indexata, risalente agli anni Ottanta e apparsa su una pubblicazione non di livello internazionale.
Il professor Gastaldi, per fare un confronto, ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni, tutte recenti e indexate su riviste internazionali. L’ultima, per di più, dà la soluzione a un problema che era aperto, e irrisolto, da circa mezzo secolo. Ma Gastaldi, come gli altri candidati in lizza, non è stato considerato idoneo. Curioso anche questo. Così come lo è il fatto che il «Profilo didattico» inserito caparbiamente nel bando, nonostante per legge sia considerato un elemento ininfluente ai fini di una valutazione comparativa, parrebbe essere il ritratto perfetto della vincitrice. Disegnato a sua immagine e somiglianza. E soprattutto prima del concorso.