Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

IL LAZIO

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

TUTTO ROMA ED IL LAZIO

I ROMANI ED I LAZIALI

SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

 

Quello che i Romani ed i Laziali non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Romani ed i Laziali non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

 

  

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

PARLIAMO DI ROMA.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

STADIO CAPITALE.

I MORALISTI MANETTARI SOMMERSI DALL’INCHIESTE.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

ROMA OLTRAGGIATA ANCHE DAGLI UCCELLI.

I GATTI DI ROMA.

MILANO: DA CAPITALE MORALE A CAPITALE DEL CAZO.

IL DUALISMO MILANO ROMA. LA RIVALITA' TRA DUE METROPOLI IN SOSTANZA UGUALI NEL DELINQUERE.

L'ANTIMAFIA DEI PROFESSIONISTI ED IL CONTESTO SPUTTANATO.

ROMA ED IL MOSTRO MARINO.

LA GRANDE CERTEZZA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

SOLITI MEDIA. TROPPA PUBBLICITA’ AL FUNERALE DI VITTORIO CASAMONICA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA...

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

ROMA E I MACCHINISTI DELLA METROPOLITANA: CASTA TRA LE CASTE ITALIANE.

ROMA FA SCHIFO...E GLI INTELLETTUALI COSA DICONO?

LA TORTURA DI STATO, L'INTERVENTO DEL PAPA E L'INFERNO DEI RISARCIMENTI.

IN MORTE DELLO STATO. STEFANO CUCCHI & COMPANY, UCCISI DA SOLI.

LA POLITICA SUCCUBE DELLA MAGISTRATURA. ASSUNZIONI? ROBA LORO!

LA CONQUISTA DI ROMA.

“SPECULOPOLI. FISCO E MONOPOLI”.

IL MERCATO DELLE TOGHE.

MAGISTRATI PEGGIO DEI POLITICI. IL CSM DEI RACCOMANDATI ED I MAGISTRATI DIVENUTI TALI COL TRUCCO.

GIUSTIZIA A ROMA. UNA GIORNATA COME TANTE.

MAFIA, ANTIMAFIA E LE PRESE PER IL CULO…

LEI NON SA CHI SONO IO?

CORRUZIONE: ARRESTATO IL SINDACO DI MARINO.

BUROCRATI PIU' CORROTTI DEI POLITICI.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

ROMA. CAPITALE DELLA MAFIA NERA.

E POI CHIAMALO SE VUOI...METRO'.

E POI CHIAMALI SE VUOI...BROGLI.

ROMA...LA GRANDE TRISTEZZA!

ZINGARI ED IMMIGRATI: GLI SPRECHI SOLIDALI.

ITALIANI. RAZZISMO ED ESASPERAZIONE.

LA FAVELA IN RIVA AL TEVERE.

GLI ZINGARI SONO I VERI PADRONI DI ROMA.

LA ROMA BENE VA A BABY SQUILLO.

MORTI A....MAZZETTE.

SPRECHI A SBAFO DEI ROMANI. CENTRI SOCIALI ED OCCUPAZIONI.

GIUSTIZIA A NUMERO CHIUSO.

TUTTI I MALI DI ROMA. ROMA, LA GRANDE BELLEZZA? NO. LA GRANDE BRUTTEZZA!!!

VIGILOPOLI.

ROMA. LA GRANDE BELLEZZA? NO, LA GRANDE MONNEZZA.

ROMA: SPORCA, CAOTICA, INSICURA.

POVERA ROMA! VORAGINI, CONCORSONI TRUCCATI, DIPENDENTI PUBBLICI STRAFOTTENTI, PIOVE CACCA, LO SCANDALO ATAC ED INFINE PAOLINI.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

CARMINE SCHIAVONE: ROMA MAFIOSA DA 100 ANNI.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

POLITICA BIPARTISAN. RUBANO SU TUTTO. IL TESORO DEI BIGLIETTI CLONATI.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

MAGISTRATI: IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

IN ITALIA, VINCENZO MACCARONE E' INNOCENTE.

TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

ANTONIO ESPOSITO COME MARIANO MAFFEI.

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

GLI INNI DEI PARTITI ED I PENTITI DEL PENTAGRAMMA.

ED I 5 STELLE...STORIE DI IGNORANZA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

CORRUZIONE: MANETTE A GIUDICI ED AVVOCATI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SE SCRIVI DI LORO TE LA FANNO PAGARE.

GLI ABUSI DEI GENERALI. SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA.

SI SALTA DA MAFIA IN MAFIA. QUALE MAFIA? MAFIE, LA GRANDE ALLEANZA.

MAFIA A ROMA: SOLO L'INIZIO.

A ROMA LA MALA SI FA IN QUATTRO.

I FANTASMI DELLA MAGLIANA.

ROMA CRIMINALE. SANITA', MAFIA ED URBANISTICA.

CHE FINE HA FATTO IL GIUDICE PAOLO ADINOLFI?

TUTTI DENTRO: IL GIUDICE CHIARA SCHETTINI ED IL PREFETTO FRANCESCO LA MOTTA.

LEGALITA’, MAI DIRE POLIZIA, ANCHE MUNICIPALE.

FIDUCIA NELLO STATO: ADDIO.

GIUSTIZIA ADDIO.

TOGHE ZOZZE.

GIUSTIZIA: IN CHE MANI SIAMO?

POLITICA: MA IN CHE MANI STIAMO?

REGIONOPOLI.

MALAROMA.

POLITICOPOLI E MALA AMMINISTRAZIONE.

LA VICENDA "MARRAZZO".

PUBBLICA INSICUREZZA.

ROMA: IL CASO DEL DELITTO DI SIMONETTA CESARONI.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA: PIETRINO VANACORE.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA: LUIGI MARINELLI.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA: STEFANO CUCCHI.

MAGISTROPOLI: IN CHE MANI SIAMO?

MALASANITA': IN GIRO PER GLI OSPEDALI. IN CHE MANI STIAMO?

CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI.

PARLIAMO DI FROSINONE

SERVIZI E DISSERVIZI.

ARCE E SERENA MOLLICONE.

CASSINO ED IL DIPLOMIFICIO.

PARLIAMO DI LATINA

MAFIOPOLI

MAGISTROPOLI E FALLIMENTI TRUCCATI.

LATINA OGGI, UCCISO DALLA MALAGIUSTIZIA.

DELITTO DI STATO. FEDERICO PERNA.

MAGISTROPOLI.

"LA MAGISTRATURA SFIDUCIA SE STESSA".

GIUDICI ONORARI: COMPENSI GONFIATI.

AMMINISTRATOPOLI.

CENSUROPOLI.

MAFIOPOLI A SANTI COSMA E DAMIANO.

PARLIAMO DI RIETI

MALASANITA'.

PARLIAMO DI VITERBO

PARLIAMO DI PREFETTI.

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

IL CASO DI ATTILIO MANCA.

IL CASO DI PATRIZIA BELLI.

STORIA DI ORDINARIA MAFIOSITA’. IL CASO CICI.

A PROPOSITO DI GIUSTIZIA. QUELLO CHE LA STAMPA NON DICE. IL CASO NAVONE.

MAGISTROPOLI.

SUCCEDE A GROTTE DI CASTRO.

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

PARLIAMO DI ROMA.

Roma e la sua mafia che c'è e non c'è, scrive il 16 giugno 2018 su "La Repubblica" Raffaella Fanelli - Giornalista e scrittrice. Ascoltare il male, toccarlo, annusarlo. Lo faccio danni, da sempre.  Con un registratore e un mestiere che mi ha permesso e mi ha imposto di stare in mezzo ai fatti. Di raccontarli. Anche attraverso la voce di stragisti, di mafiosi, di pentiti e figli di boss, incensurati o condannati come i loro padri.  Perché sono loro a conoscere la verità. Loro a sapere i nomi dei mandanti. Per questo li ho cercati. E per questo ho cercato Maurizio Abbatino, l'ex boss della banda della Magliana. Perché il Freddo non è semplicemente un ex capo o un ex pentito, è l'ultimo boss vivente di un'associazione mafiosa che ha governato, ucciso e deciso. E non solo a Roma. Perché la Banda della Magliana non è stata soltanto una gang criminale ma la struttura importante di un'organizzazione ben più vasta che godeva di inquietanti protezioni in Italia e all'estero grazie ai rapporti con i servizi segreti, la mafia e la massoneria. Ne "La verità del Freddo", il libro intervista pubblicato da Chiarelettere, l'ex boss si racconta. Rivela fatti accertati e altri che meriterebbero nuove indagini. Come quelli svelati sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, sul sequestro di Aldo Moro, sulla morte di Franco Giuseppucci, sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.  Il Freddo della Banda della Magliana racconta la mafia a Roma nonostante sentenze passate e recenti abbiano fatto a gara per negarla: "Tutte le organizzazioni mafiose presenti sul territorio nazionale hanno da sempre interessi nella capitale. La mafia a Roma c'è, e c'è sempre stata".  Questo mi dichiara Maurizio Abbatino. Le sue confessioni si intrecciano con verbali e ricerche, con la storia di un uomo che sa e che risponde a domande non concordate né patteggiate. Mi sono seduta di fronte a lui e ho ripercorso la sua vita all'inizio con la sola ansia di sapere. Di farmi dire il più possibile. Perché da subito, per la giornalista, è stata l'ennesima sfida, l'ennesima ricerca di nomi e di verità che vuoi assolutamente scoprire. E il Freddo non è il vigliacco ex brigatista o il coniglio mafioso, l'ex boss pentito non ritratta, piuttosto omette, "perché di ogni cosa che scriverai ti verrà chiesto conto". Non credo che si riferisse a proiettili imbustati o peggio a lupare fumanti, ma a querele. Perché oggi un giornalista che scrive di fatti veri e verificabili, ma scomodi, non viene minacciato ma querelato.  Mi sono imposta di analizzarlo in freddezza, col bisturi, come ho sempre fatto, e davanti alle immagini di un passato di sangue ho visto l'indifferenza e la ferocia di un giovane boss mentre nella voce di chi raccontava ho toccato la delusione e la rabbia di un collaboratore di giustizia "scaricato" da uno Stato che avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. Questi erano i patti. Con le rivelazioni di Abbatino, il giudice Otello Lupacchini (che firma la postfazione de "La verità del Freddo") nel 1993 smantellò la banda della Magliana attraverso l'inchiesta "Operazione Colosseo". Il magistrato scrisse un fascicolo grosso come un elenco telefonico: cinquecento pagine zeppe di date, di nomi e di prove che consentirono di ridisegnare la mappa dell'organizzazione malavitosa romana e di stabilire con precisione ruoli e responsabilità dei vari componenti.  Dopo 22 anni il giudice Otello Lupacchini torna a scrivere di Abbatino. E' l'unico ad esporsi quando nel settembre del 2015 il collaboratore viene estromesso dal programma di protezione. Non perché abbia commesso dei reati, semplicemente perché per lo Stato Abbatino può reinserirsi nel tessuto economico e sociale, trovarsi un lavoro onesto, affittarsi una casa, tutto ovviamente col nome di Maurizio Abbatino, 63 anni, ex boss ai domiciliari per malattia. Una decisione che arriva quando a Roma è in corso il processo per Mafia Capitale con imputato Massimo Carminati, un uomo che Abbatino conosce benissimo. Fu il Freddo ad accusarlo dell'omicidio Pecorelli, sempre lui ad accusarlo di aver depistato le indagini sulla strage di Bologna... Da queste accuse Carminati è stato assolto, ancor prima del suo illustre coimputato, Giulio Andreotti. E quando Carminati il 3 aprile del 2017 ricorda il suo ex amico nell'aula bunker di Rebibbia nessuno muove un dito. Nessuno chiede e si chiede il perché il Nero abbia ancora così tanto astio nei confronti dell'ex boss, così tanta rabbia da ipotizzare un assurdo complotto ai suoi danni, ordito proprio da Abbatino. Non solo a chi scrive di mafia anche ai magistrati è ben chiaro l'importante ruolo dei collaboratori. Vanno tutelati. Non vanno lasciati alla mercé di chi hanno contribuito a mandare in carcere. I   pentiti sono stati fondamentali per la lotta alla mafia, e i magistrati questo lo sanno bene.  Giovanni Falcone lo ammise pubblicamente dopo aver messo nero su bianco le dichiarazioni di Tommaso Buscetta: " Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro". Ad Abbatino è stata rifiutata anche la richiesta di mantenere la sua identità di copertura, gli hanno tolto anche il nome che è stato suo per quasi trent'anni, che gli ha permesso di allontanarsi dal Freddo e da quello che faceva prima. E lo hanno fatto quando Carminati lo ha ricordato nell'aula bunker di Rebibbia, durante il processo Mafia Capitale. Una inquietante contemporaneità che emerge dalle pagine de "La verità del Freddo" insieme a fatti e prove di una mafia che ha messo le sue radici anche a Roma. Il libro: “La verità del Freddo. La storia. I delitti. I retroscena. L'ultima testimonianza del capo della banda della Magliana”, Chiarelettere.

Tutte le mafie portano a Roma, scrive Andrea Palladino su "La Repubblica" il 17 ottobre 2017. Ha la forma di una raggiera, con divisioni in assi di potere. Non solo zone, ma corridoi che, alla fine, convergono tutti verso Roma. Partono dal litorale, dove gli stabilimenti balneari sono turbine che fanno girare milioni di euro. Dal sud pontino, con i locali à la mode, dove tra cene con vista sul Circeo si stringono alleanze imprenditoriali e criminali. Tavolini a tre o quattro gambe, accordi di spartizione. Dai Castelli romani, chiamati qualche anno fa la “porta del Venezuela”, il varco spalancato alle droghe. E, come dice il proverbio, alla fine tutte le strade portano a Roma. Sarebbe un errore pensare alle mafie del Lazio come ad uno scenario a macchie, con isole infelici e zone stagne. Lo cosche sono, da sempre, fluide, mobili, opportunistiche. Quando nel 2009 scoppiò il caso Fondi – la città in provincia di Latina che il prefetto Bruno Frattasi voleva sciogliere per mafia – l'allora pm antimafia della Dda di Roma Diana De Martino stava sviluppando l'indagine Damasco. Pochi anni dopo seguirono i sequestri dei beni, da leggere come una sorta di mappa economica. Se segui i soldi, trovi che gli investimenti arrivavano fino nel cuore borghese della capitale, con villette ai Parioli. Fondi era – e in parte ancora è – la tappa obbligata dei tour elettorali per le elezioni regionali. Qui i candidati del centrodestra passavano per i bagni di folla, controllati a vista da improbabili agenzie di security. E, tra Latina e Frosinone, nel sud del Lazio, dove comandano le cosche di 'ndrangheta e camorra si contano i voti decisivi per decidere chi governerà la regione. Se il cuore della 'ndrangheta che parla romano è sul litorale tra Anzio e Nettuno, il mercato della coca gestito dalle cosche calabresi segue la via delle grandi borgate della zona est della capitale. San Basilio, Alessandrino sono lo scenario dove si sono saldate alleanze storiche tra i Gallace – a capo della Locale nel sud della provincia di Roma – e la famiglia Romagnoli, romani doc. Scambi di favore, alleanze, cartelli per la gestione delle piazze di spaccio. Questa è “Cosca capitale”. Un omicidio apparentemente di periferia, che occupa poche righe sulle pagine di cronaca, può essere la spia di movimenti importanti. Era accaduto nel 2009, a Velletri, sessantamila abitanti, sede del secondo Tribunale per importanza del Lazio. Alle otto di sera un motorino avvicina Luca De Angelis, detto Tyson, noto spacciatore della zona. Uno tosto, scafato, che cambiava cellulare in continuazione, raccontano gli investigatori. Pochi colpi sul volto e cade a terra. Si scoprirà solo anni dopo che quell'omicidio era nato in un contesto mafioso ben chiaro. Era l'inizio di una lunghissima scia di sangue, con altri agguati, in una escalation che finirà solo molti mesi dopo. Ancora Velletri, 2013. Sempre una moto, sempre un’agguato, questa volta contro un giovane commerciante di verdure. Uno dei killer era un romano, Carlo Gentili, catturato questa estate in Kenia dopo una lunga fuga, con sulle spalle una prima condanna della corte di Assise per quell'omicidio. Il mandante era un trafficante albanese, pronto a far uccidere chi poteva contrastare la sua ascesa da pusher di alto livello. Episodi che mostrano come i confini territoriali sono labili, appena linee sulla carta. Se questo è il mondo di sotto, lo strato alto è la vera mafia romana e laziale. Le cosche sono sbarcate con il cemento, seguendo l'espansione edilizia partita negli anni '70. Parte della manovalanza era insediata da tempo, arrivata con le migrazioni del dopoguerra, in viaggio verso la capitale, occupando le aree periferiche con baracche di fortuna. A Roma arrivano i boss di peso, da Pippo Calò fino ai capi della 'ndrina dei Gallace-Novella. Sbarcano a Fondi i Tripodo, figli dal capobastone Mico, uscito perdente dalla prima guerra di mafia a Reggio Calabria. E, negli anni '80, i Bardellino aprono la via verso la futura Svizzera dei Casalesi, la zona tra Formia e Gaeta dove anche Cipriano Chianese inizierà ad investire. A Cassino la camorra punta alla creazione di una banca, bloccata dalle indagini della Criminalpol. Nella capitale la banda della Magliana – e soprattutto quella dei Testaccini, guidata da De Pedis – partono all'assalto della diligenza. Sono loro ad inaugurare la lunga stagione delle alleanze tra le famiglie mafiose sbarcate nella capitale con le batterie criminali autoctone. Il vero patto, però, è con il sistema Roma. Commercialisti, circoli esclusivi, logge massoniche molto coperte e difficili da stanare, pezzi importanti delle forze di polizia, funzionari di banche e ministeri. Un melting pot del potere. Una macchina burocratica e amministrativa volutamente lenta, impermeabile, dove tutti conoscono tutti, dove accedi solo se invitato. E poi la politica. Tutta indistintamente. Perché Roma assorbe, ingloba, smussa differenze, stimola le alleanze più improbabili. Cresce quell'area grigia, la borghesia mafiosa che oggi è in grado di muovere centinaia di milioni di euro, pezzi di Pil. Dalla capitale a Fondi, dalle vie di San Basilio ai bar di Anzio e Nettuno. Un'unica “Cosca capitale”.

Miracolati: la copertina dell'Espresso in edicola da domenica 15 ottobre 2017. Con il ritratto di Virginia Raggi di Livio Scarpella l'Espresso illustra l'inchiesta di copertina di questo numero su come la sindaca gestisce il potere a Cinque Stelle assegnando a oltre cento consulenti gli incarichi più strani. Mentre (a loro dire) Roma affonda nei debiti.

Virginia Raggi è stata assolta. Ma non dall'incompetenza. La sindaca è stata assolta nel processo per falso. Per i giudici le dichiarazioni all'Anticorruzione in merito alla promozione del fratello del suo ex fedelissimo, Raffaele Marra, non costituiscono reato. Ma Virginia ha detto menzogne ben più gravi, e combinato guai assai peggiori: doveva lasciare da un pezzo per manifesta incapacità, scrive Emiliano Fittipaldi il 10 novembre 2018 su "L'Espresso". Alessandro Di Battista è uno che ha sempre le idee chiare. «Il sindaco di Roma è solo una foglia di fico in un sistema complesso gestito da criminali» ha sentenziato il grillino. «Senza che magari se ne sia reso conto. Questo non significa che il sindaco sia coinvolto. Ma per incapacità non è degno di fare il sindaco a Roma. Gli incapaci sono colpevoli quanto i delinquenti. Credono di poter comandare, e invece sono comandati». Chissà se in questi ultimi mesi a Virginia Raggi, riascoltando le parole che il compagno di partito urlava nel 2014 chiedendo le dimissioni di Ignazio Marino travolto dalle accuse dei magistrati a Buzzi e Carminati, saranno fischiate le orecchie. Di certo Di Battista, mago della doppia morale, se le è dimenticate: se dopo gli arresti e i processi per corruzione di Raffaele Marra e Luca Lanzalone, braccio destro e sinistro della sindaca pentastellata, ha sempre difeso la sua amica senza se e senza ma, oggi - pochi minuti dopo l’assoluzione della grillina - ha vomitato insulti mai sentiti da un politico contro i giornalisti. «Pennivendoli e puttane». "Vado avanti a testa alta per Roma, la mia amata città, e per tutti i cittadini". Così la sindaca di Roma Virginia Raggi commenta la sentenza di assoluzione dall'accusa di falso ideologico nell'ambito del processo che la vedeva imputata per la nomina di Renato Marra. Il giudice Roberto Ranazzi durante la lettura della sentenza arrivata dopo meno di un'ora di camera di consiglio ha detto che "Il fatto c'è, ma non costituisce reato" in base all'articolo 530 comma 1 del codice di procedura penale. Il pm aveva chiesto la condanna di 10 mesi di Francesco Giovannetti. È un fatto, invece, che l'avventura della Raggi rischiava di concludersi anzitempo solo a causa di un cortocircuito politico, e di incapacità strategiche, più che giudiziarie. Il M5S temeva il peggio, ma il giudice monocratico ha sentenziato che le dichiarazioni di Virginia davanti al dirigente dell’Anticorruzione (a cui giurò che fu lei, e non Raffaele - al tempo direttore del Personale - a scegliere in piena autonomia lo scatto di carriera e di stipendio del di lui fratello, Renato) non costituiscono reato. Chi scrive (nonostante sia stato L'Espresso a pubblicare nel settembre del 2016 l'inchiesta giornalistica sui rapporti tra Marra e l'imprenditore Sergio Scarpellini, articolo che ha dato il via al filone penale sulla corruzione dell'ex finanziere; dopo il sequestro del suo cellulare e il ritrovamento di alcune chat tra Marra e la sindaca, i pm di Roma hanno poi aperto un nuovo rivolo, accusando la Raggi di falso) crede che la sindaca non avrebbe mai dovuto lasciare a causa di una condanna per un reato “bagatellare”. Paradossalmente sono stati proprio i Cinque Stelle a infilarsi da soli il nodo scorsoio che poteva strozzare il Campidoglio e gettare nel caos il movimento nazionale: la legge Severino non prevede, per pene minori, alcuna ripercussione o sospensione del pubblico ufficiale condannato. È infatti il rigido codice etico del partito a obbligare gli amministratori grillini condannati a dimettersi dall'incarico. Anche se la sentenza è solo di primo grado, e anche di fronte a reati minori che censurano comportamenti scorretti, ma non certo gravissimi da un punto di vista etico e politico. Perché rispetto ai disastri e alle altre menzogne della Raggi, che non hanno avuto rilievi penali, il presunto falso raccontato al pubblico ufficiale dell'authority di Cantone appare francamente come una quisquilia. La Raggi ha mentito ai romani più volte. Affermando che «Marra (appena arrestato, ndr) era solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Ha mentito pure sull'ex assessore Paola Muraro: nonostante fosse venuta a conoscenza dell'indagine sulla sua collaboratrice, Virginia per 50 giorni negò di essere a conoscenza di eventuali procedimenti giudiziari contro di lei. Senza dimenticare le omissioni sul curriculum, come quelle sul passato da praticante nello studio di Cesare Previti, o sulla presidenza di una società dell'ex segretario di Franco Panzironi, appena condannato per Mafia Capitale. Se, come dice Di Battista, «gli incapaci sono colpevoli quanto i delinquenti, perché credono di poter comandare, e invece sono comandati», è un fatto che la Raggi si sia fatta consigliare e guidare da due Rasputin, entrambi finiti in manette per corruzione. Marra, in primis, a cui Virginia ha consegnato le chiavi del Campidoglio nonostante le inchieste giornalistiche e i dubbi di parte del movimento (Roberta Lombardi su tutti). Poi Luca Lanzalone, scelto dal gennaio 2017 come nuovo consigliere, dopo i suggerimenti di pezzi da novanta come Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro. La Raggi da gennaio 2017 ha messo la città di Roma nelle mani di un avvocato di Genova che, secondo la procura capitolina, era al soldo di un'associazione a delinquere guidata dal costruttore Parnasi, da cui Lanzalone avrebbe ricevuto circa 100 mila euro tra utilità e consulenze in cambio di un'iter rapido per il via libera al progetto dello stadio di Tor di Valle. «Chi ha sbagliato pagherà», ripete sempre la Raggi a ogni inciampo e scandalo, come se non fosse stata lei a promuovere Marra, e a piazzare Lanzalone a presidente dell'Acea. O a nominare un fedelissimo del suo Mr Wolf a commissario straordinario dell'Istituto di previdenza dei dipendenti comunali (Ipa), il livornese Fabio Serini, con un contratto a oltre 115 mila euro l'anno. Peccato che Serini (anche lui indagato per corruzione) non fosse un commercialista qualunque, ma un uomo che Lanzalone conosceva assai bene: quando Serini era commissario giudiziale dell'azienda dei rifiuti di Livorno (Ammps), Lanzalone e il suo socio Luciano Costantini ne erano infatti i consulenti legali, incaricati alla difesa dell'azienda. Qualche giorno fa i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno scoperto «che non solo Luca Lanzalone ha aiutato Serini (in pieno conflitto di interessi, ndr) ad ottenere dal sindaco Raggi la nomina a commissario dell'Ipa» ma che lo stesso Serini, una volta nominato dalla grillina, ha poi affidato allo studio di Lanzalone «incarichi remunerati». Se Parnasi dava o prometteva a Lanzalone consulenze pagate con denaro privato, in pratica, stavolta si tratta di soldi pubblici dei contribuenti. Un do ut des che vede la sindaca nel ruolo di vittima, o – come ci dicono gli inquirenti - di "trafficata". Possibile che la Raggi si sia fatta raggirare ancora una volta da soggetti a cui aveva dato totale fiducia? Leggendo e analizzando le carte, sembra proprio di sì. Al netto delle capacità nella gestione della Città eterna, sprofondata dal suo arrivo ancor più nel degrado e nella sporcizia, con municipalizzate sull'orlo del fallimento, strade e quartieri violenti e insicuri, verde pubblico e parchi incolti, autobus dell’Atac in fiamme e scale mobili della metro che crollano, in un Paese normale sarebbe bastato solo uno degli scandali che hanno asfissiato Roma e il Campidoglio negli ultimi due anni a costringere la Raggi a fare un passo indietro. Invece a gettare la Capitale (e il M5S) nel caos politico rischiava di essere un reato bagatellare. Le reazioni dei pentastellati, dei media e delle opposizioni alla sentenza di assoluzione sono altri segni evidente della subordinazione costante della politica italiana alla magistratura. Di Maio, in grande difficoltà politica a livello nazionale, mangiato nei sondaggi dall’avanzata del socio di maggioranza Salvini, ha subito sfruttato l’occasione per dare addosso ai giornalisti, definiti «infimi sciacalli, cani da riporto di mafia capitale, vera piaga di questo Paese, corrotti intellettualmente e moralmente». Insieme al violento attacco ai media (rei di aver fatto ancora una volta solo il proprio lavoro, dando conto ai lettori delle cronache giudiziarie e delle notizie sulle inchieste), il vicepremier ha annunciato anche «una legge sugli editori puri», una minaccia neppure tanto velata di epurazione in massa della stampa a lui sgradita. Quando il potere vuole mettere il bavaglio alla stampa libera, vuol dire che ha paura, ed è fragile. Detto questo, mala tempora currunt.

Virginia Raggi e la casta del Campidoglio: è boom di collaboratori, 102 in soli sedici mesi. Prometteva di combattere gli sprechi e tagliare le poltrone. Invece la sindaca fa il pieno di assunzioni, spesso nel giro di amici. Dal tutore dei gatti randagi al motivatore fitness, scrive Luca Piana il 17 ottobre 2017 su "L'Espresso". Alcuni mesi fa la città di Roma aveva deciso di migliorare le condizioni di vita dei gatti randagi. Il 21 aprile, infatti, la giunta di Virginia Raggi aveva assunto un collaboratore, Edgar Helmut Meyer, scrittore, animalista, portavoce dell’associazione “Qua la zampa”. Tra i suoi compiti c’era quello di «promuovere iniziative a favore dei diritti degli animali» e istituire dei corsi di formazione «per tutor di colonie feline», rivolti ai dipendenti del Comune. Tutte le metropoli civili devono affrontare il problema della salute di cani e gatti abbandonati e, dunque, lo stipendio di 41.425 euro che l’assessore Giuseppina Montanari aveva dato a Meyer era certamente ben motivato. Anche se, va detto, è curioso notare come un mese dopo l’ingresso in Campidoglio, Meyer si sia presentato sul palco tra i fondatori del Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla, mettendosi subito in rotta di collisione con i Cinque Stelle, che non hanno gradito. A Roma, in effetti, scorrere il lungo elenco dei collaboratori assunti dalla giunta Raggi dall’insediamento a oggi fa venire il sospetto che tra gli oltre 23 mila dipendenti comunali ci siano poche persone davvero in grado di lavorare. Il 4 agosto scorso, ad esempio, un medico fisioterapista dell’Ospedale Israelitico, Andrea Pece, è stato assunto (stipendio: 55.158 euro) per favorire la pratica dello sport inteso come «ricerca del benessere fisico», coinvolgendo le società dilettantistiche presenti sul territorio e promuovendo lo sviluppo «di un’impiantistica leggera negli spazi aperti». Qualche mese prima era toccato a Andrea Lijoi, allenatore di rugby e docente di scienze motorie, ingaggiato con una retribuzione di 44.720 euro per aiutare, pure lui, il vice-sindaco Daniele Frongia a convincere i romani a darsi all’attività fisica, «tenuto conto della valenza», dice la delibera, che ha «quale strumento di formazione della persona». I nomi di Meyer, Pece e Lijoi fanno parte di uno squadrone ben nutrito. Tra i collaboratori esterni, i manager presi e poi licenziati, i (rari) funzionari trasferiti da un altro ente pubblico, in un anno e quattro mesi Virginia Raggi ha già assunto 102 persone, una dozzina in più di quante ne avesse prese in due anni e mezzo di governo il predecessore Ignazio Marino. Non tutti sono ancora a libro paga dell’amministrazione, perché nel via vai di assessori sfiduciati o dimissionari qualcuno è presumibilmente tornato a casa. Tuttavia, se ci si limita ai collaboratori che lavorano per l’intera giunta o assunti dagli assessori oggi in carica, il numero resta elevatissimo: 85 persone. Il costo complessivo è di 4,1 milioni di euro se si considerano gli stipendi e sale a circa 5 milioni, tenendo conto degli altri oneri a carico del Comune. Nel bilancio di una metropoli come Roma può sembrare una cifra trascurabile. Eppure, leggere la sequenza dei nomi di chi ha trovato un posto grazie a Virginia Raggi aiuta a mettere a fuoco due immagini molto chiare. La prima è la fotografia quasi scontata di un movimento di protesta che, arrivato nella stanza dei bottoni, assapora l’ebbrezza di dispensare poltrone e stipendi. E, con il paravento del rapporto fiduciario, sceglie con criteri di selezione mai dichiarati anche amici e attivisti, di cui fornisce curriculum ridotti all’osso. Quando, invece, Roma avrebbe bisogno di puntare con determinazione su persone capaci di far ripartire una città che fatica persino a spendere i soldi che ha a disposizione per gli investimenti, se solo sapesse organizzare meglio i propri uffici. La seconda immagine, meno prevedibile, è la radiografia delle varie fasi che la giunta Raggi ha attraversato nel suo travagliato percorso. I sedici mesi della sindaca alla guida del Campidoglio, in effetti, sembrano suddivisibili in almeno tre momenti diversi fra loro, dall’euforia dei primi, confusissimi, giorni, alla realpolitik dei tempi correnti, quando i manager arrivati dal Nord con il viatico di Davide Casaleggio e dell’assessore (anche lui uscente) alle partecipate, Massimo Colomban, si sono trovati a dominare le scelte più controverse, come l’approvazione del progetto per lo stadio della Roma o il commissariamento dell’azienda dei trasporti, l’Atac. È forse questa la chiave di lettura più interessante del boom di incarichi assegnati dalla sindaca Raggi, i quali, visti in successione, forniscono una rappresentazione delle vicissitudini attraversate dalle elezioni in poi. Dopo il primissimo start, con addetti stampa, colleghi di lavoro degli uffici di provenienza dei diversi assessori, personale politico legato al Movimento 5 Stelle, si entra nel pandemonio suscitato dai “Quattro amici al bar”, come si era battezzato in una chat telefonica il gruppetto di collaboratori più fidati della sindaca, il vice Frongia, Salvatore Romeo, il tuttofare della scalata al Campidoglio, e Raffaele Marra, il dirigente inviso a una parte del partito ma che la prima cittadina aveva deciso di difendere a ogni costo. La promozione con annesso maxi-aumento di stipendio di Romeo, l’insofferenza dei quattro nei confronti della giudice Carla Raineri, il capo di gabinetto la cui nomina era stata avallata da Casaleggio e Beppe Grillo, l’arresto di Marra con l’accusa di corruzione per una vicenda immobiliare che risale a quando lavorava con Gianni Alemanno, sono fatti ormai noti. Eppure, proprio i materiali depositati nel corso dell’indagine a carico di Marra permettono di percepire il clima di quei giorni, quando il gruppo dei “quattro amici” si gioca ogni carta utile per sbarazzarsi degli avversari interni o dei funzionari che considera meno pronti a seguire il nuovo corso. Marra aveva stretto un rapporto di confidenza con Antonio De Santis, un assistente parlamentare che la sindaca aveva prelevato nel gruppo dei Cinque Stelle alla Camera, affidandogli la delega al personale (stipendio: 55.158 euro). E questo permetteva a De Santis di esprimergli qualche perplessità persino sull’attivismo di Romeo, l’uomo che aveva indicato Virginia come beneficiaria di una polizza vita: «Salvatore sembra che ha conquistato la Gallia e deve costituire l’impero... Ci vuole calma invece... Quando entro in confidenza mi permetterò di dirglielo», scriveva De Santis a Marra via WhatsApp il 23 luglio 2016, prima ancora di ottenere ufficialmente l’incarico dalla giunta. In quei primi mesi, tuttavia, non era il solo Romeo a respirare a pieni polmoni l’atmosfera euforica di conquista. Il 4 ottobre lo stesso De Santis segnala a Marra un «amico di grande fiducia» che lavora in Corte dei Conti, e che potrebbe occupare una posizione nell’ufficio di Romeo; il 17 ottobre gli annuncia di aver «appena mandato su Saturno» qualcuno vicino a un altro funzionario dello staff; il medesimo funzionario che, qualche giorno dopo, De Santis si rallegrerà di aver rimproverato aspramente «in pompa magna davanti a tutti». Marra, inizialmente vice-capo di gabinetto, poi retrocesso a direttore del dipartimento organizzazione e risorse umane, smista continuamente richieste e sollecitazioni che riguardano ruoli e poltrone. Sui toni delle telefonate si potrebbe scrivere un trattato di sociologia ma poche suonano vivide come quelle con Giovanni Boccuzzi, presidente grillino del Quinto Municipio di Roma. Il 3 novembre Marra gli telefona per fargli il nome di una persona che gli manderà per una posizione vacante. Boccuzzi è sul chi va là, ha sentito parlare del carattere difficile della candidata e vuole rassicurazioni sul fatto che sia adatta a lavorare: «Quanti anni c’ha?», chiede, «perché se è una giovane, uno ce se po’ parla’, se una è già anziana, è incancrenita, non ce se po’ parla’...». Quella prima fase di euforia e di scontro interno va esaurendosi già dall’autunno 2016. Con la sindaca nel mirino di una parte del Movimento, la radiografia delle nomine mostra l’emergere di due diverse figure. Il primo è Colomban, l’assessore mandato da Casaleggio e da Grillo per gestire la grana delle società partecipate dal Comune; il secondo è Andrea Mazzillo, il responsabile della raccolta fondi durante la compagna elettorale, assunto inizialmente nello staff di Virginia (86.000 euro), poi promosso assessore al Bilancio per sostituire Marcello Minenna, dimissionario con la giudice Raineri. Colomban inizia a tessere la sua tela e assume sei persone, Mazzillo altrettante. Quando anche quest’ultimo perderà la poltrona, alla fine dello scorso agosto nella battaglia su come gestire la crisi dell’Atac, alcuni suoi collaboratori passeranno a Rosalba Castiglione, una degli assessori che la sindaca nomina per sostituirlo. Colomban e Mazzillo non sono gli unici a circondarsi di nuovi collaboratori. Il vice-sindaco Luca Bergamo arriva a quota 7, l’assessore all’ambiente Montanari a 6 (più Meyer). Anche la sindaca, nonostante le difficoltà, non smette di rinforzare la sua squadra, che raggiunge le dodici teste. Lo spettro degli incarichi dei suoi si allarga sempre più: Ghislana Caon segue il Far East (45.177 euro), Massimo Castiglione le pagine Facebook e Twitter (41.078 euro), Rosalba Matassa arriva dal ministero della Salute per guidare la Direzione tutela degli animali (59.600 euro). Diversi stipendi vengono aumentati: Fabrizio Belfiori, assunto tra i primi con poco più di una mancia (1.216 euro l’anno) nel giro di poche settimane riesce a farselo portare a livelli più onorevoli (22.840 euro). Un filo conduttore di questa seconda fase, in effetti, sembra essere il tentativo di premiare chi si è dato da fare in campagna elettorale, magari per dare un segnale alla base dopo le polemiche sui casi Marra e Romeo. Il fisioterapista Andrea Pece, ad esempio, che aveva vissuto un momento di popolarità locale come titolare della striscia “Impecettati”, su GoldTv, dove dava consigli agli amanti dello sport, nel 2012 aveva partecipato ai tavoli di lavoro istituiti dal Movimento per raccogliere le proposte dei cittadini e si era candidato alle elezioni del 2013, senza essere eletto. Tra gli attivisti, qualcuno si merita una carriera fulminea: Margherita Gatta, assunta il 28 giugno 2017 dall’assessore all’urbanistica Luca Montuori con uno stipendio di 55.158 euro per aiutarlo nella «pianificazione strategica delle politiche urbanistiche», poche settimane dopo viene promossa assessore alle Infrastrutture. Anche lei, quando si ritrova in mano i cordoni della borsa, non esita a chiamare persone dall’esterno e per la sua prima assunzione punta su un profilo più qualificato di quanto fosse il suo quando era stata presa da Montuori, assumendo come responsabile dello staff Maria Grazia Lalloni. Piccolo dettaglio: il ruolo della neo arrivata Lalloni suona simile a quello vecchio della Gatta quando era una semplice collaboratrice. Pure lei contribuisce alla «definizione della pianificazione strategica delle politiche infrastrutturali». Ma essendo più qualificata, guadagnerà di più (88.728 euro) di quanto facesse la sua nuova capa. Uno dei problemi più drammatici di Roma è, ormai da tempo, l’incapacità di programmare investimenti seri, utili per migliorare la qualità della vita, di realizzarli nei tempi previsti e senza scaricare costi impropri sulla città. Uno dei paradossi della Capitale è che, dopo il commissariamento dei debiti cittadini, in parte rifilati allo Stato, il bilancio della città potrebbe tranquillamente sopportare un aumento della spesa per interessi. Gli addetti ai lavori calcolano che, in base ai vincoli dettati dalle normative nazionali per il patto di stabilità interno, Roma potrebbe spendere dieci volte quanto fa oggi in oneri sui finanziamenti. Il problema non è la mancanza di quattrini ma gli sprechi e gli uffici che non funzionano. Un piccolo esempio, spesso sottolineato in consiglio dall’opposizione. Quest’anno dovevano entrare in cassa 10 milioni di euro dai condoni, ne arriverà uno solo per una vecchia bega di rapporti contrattuali tra il dipartimento cittadino che dovrebbe occuparsene e una società controllata, la Risorse per Roma. Lo stesso vale per le cosiddette “affrancazioni”, i quattrini che i cittadini dovrebbero pagare per poter rivendere gli alloggi popolari acquistati a prezzi agevolati: manca un software per rendere fluide le procedure, e tutto va a rilento. Solo il tempo dirà se, nell’ondata di assunzioni fatte, ci sono profili capaci di aiutare la città a uscire dall’impasse. Resta il fatto che le sbandate della giunta hanno generato un’evoluzione che si è manifestata pienamente soltanto all’inizio dell’estate scorsa, con la terza fase dell’era Raggi. Per capire cos’è successo, si può partire nuovamente da un tweet, questa volta dell’assessore Montuori: mostra il via libera arrivato la scorsa primavera al nuovo stadio della Roma, a Tor di Valle. Sono affiancate due immagini: il vecchio progetto, elaborato ai tempi di Marino e del suo assessore all’urbanistica, il professor Giovanni Caudo, e quello nuovo. Nel primo spiccano tre grattacieli, nel secondo non ci sono più. Lo slogan scelto dai Cinque Stelle per far digerire lo stadio agli elettori è stato: abbiamo ridotto le cubature. C’è un però: è vero che nel vecchio progetto si concedeva ai costruttori di edificare di più ma i profitti generati dalle cubature extra andavano per intero a finanziare opere pubbliche, come un ponte nuovo di zecca sul Tevere, l’estensione della metropolitana dall’attuale fermata Magliana alla nuova Tor di Valle, parcheggi di interscambio, un parco fluviale, un ponte pedonale per connettere l’impianto alla stazione ferroviaria sulla Roma-Fiumicino. Con il nuovo progetto, una bella fetta di queste opere è giudicata non necessaria, e non verrà costruita. Occhio alle cifre: a fronte di una riduzione delle cubature del 40 per cento, le opere pubbliche diminuiscono molto di più, del 70 per cento. I costruttori avranno certamente gradito. A negoziare l’accordo fra la giunta Raggi, stretta nella gabbia della propaganda che aveva costruito attorno al progetto, e i costruttori, forti del plebiscito dei tifosi giallorossi è stato chiamato un avvocato di Genova, Luca Lanzalone, fino a poco tempo fa ignoto al grande pubblico. La partita era delicatissima e il legale è stato paracadutato a Roma grazie alla fiducia, si racconta, di Casaleggio. Lanzalone ha lavorato gratuitamente ma lo scorso maggio ha ottenuto la poltrona più prestigiosa della sua carriera: la presidenza di Acea. Nell’azienda che fornisce acqua, gas e luce alla città è entrato al fianco del nuovo amministratore, Stefano Donnarumma, uno stimato tecnico del settore. Nomine sulle quali, dal punto di vista del curriculum, pochi hanno da dire. Resta però la peculiare marcia di avvicinamento a Roma di Lanzalone, con il ruolo di mediatore non retribuito in un affare miliardario, che fa il pari con l’altra nomina partorita da Massimo Colomban in questi mesi, il nuovo numero uno dell’Atac, Paolo Simioni, veneto come l’assessore che lo ha scelto. Anche qui: Simioni ha un profilo tecnico certamente qualificato ma il suo debutto sulla scena romana è stato quanto mai particolare. È arrivato a fine 2016 come coordinatore di un tavolo tecnico sulle partecipate del Comune, pagato (240.000 euro) non dal municipio ma dall’Acea, che lo ha assunto come dirigente proprio per partecipare al suddetto tavolo tecnico. Poi, il 2 agosto, gli è stato affidato l’incarico di presidente e amministratore delegato di Atac, seguito da quello di direttore generale. L’undici agosto la prima firma, pesantissima: una parcella da 270 mila euro per dare mandato a un avvocato di Roma, Carlo Felice Giampaolino, di assistere l’Atac nel fallimento pilotato richiesto in tribunale. Tutto rapidissimo, com’è proprio di una rivoluzione in cui i cittadini, però, appaiono ormai lontanissimi.

Virginia Raggi sulla sua pagina facebook del 16 ottobre 2017 riporta la copertina dell’Espresso con su scritto: “Ecco la copertina che non vedrete mai. Incarichi e spesa annua in euro: Gianni Alemanno 148, 12 milioni; Ignazio Marino 153, 7 milioni; Virginia Raggi 54, 3,8. E commenta. Vergogna. L’ultimo numero de L’Espresso in cui si parla di “casta del Campidoglio” è indegno. O meglio degno del peggior giornalismo. Quello che non racconta la verità dei fatti ma getta solo fango per screditare a fini politici l’Amministrazione di Roma. Numeri e cifre sballati, disonestà intellettuale, falsità e addirittura curricula di professionisti ridicolizzati. Si vede che la campagna elettorale è iniziata, quindi largo agli attacchi. Ma ora la misura è davvero colma e serve fare chiarezza. Tralasciando la copertina al limite della blasfemia, (Miracolati con l'icona della Madonna con il viso di Virginia ndr) si parla di “corte di Virginia” e che “Raggi fa il pieno di collaboratori: 102 in 16 mesi”. Assolutamente falso: i collaboratori della Giunta sono la metà, 54 in tutto. Costo totale: 3,8 milioni di euro e non 5 milioni come riportato. Dov’era L’Espresso quando con l’ex sindaco Alemanno si arrivava a spendere 12 milioni di euro l’anno? Dov’era quando abbiamo ridotto gli sprechi e tagliato poltrone rispetto al passato? Dov’era quando abbiamo licenziato dall’Atac gli assunti di Parentopoli? Non ho visto nessuna copertina dedicata a queste nostre grandi vittorie per i cittadini. Ma facciamo un confronto con il passato. L’ex sindaco Ignazio Marino assunse 153 collaboratori mentre nell’ultimo anno e mezzo di mandato Gianni Alemanno ne aveva 158. Noi 54. Ripeto: C.I.N.Q.U.A.N.T.A.Q.U.A.T.T.R.O. Quanto alle spese si passa dai circa 12 milioni di euro del 2012 ai 7 milioni del 2013. Noi 3,8 milioni, un terzo di quanto spendeva Alemanno e la metà rispetto a Marino. Anche per quanto riguarda le società partecipate abbiamo avviato una riduzione dei costi. In Atac, ad esempio, abbiamo accorpato le cariche di presidente, amministratore delegato e direttore generale in un’unica figura che riceve un compenso di 240mila euro l’anno. È netta la differenza rispetto a quanto avveniva nel 2011 quando i compensi per questi tre ruoli costavano 722mila euro alle tasche dei cittadini. Per non parlare dei 1,4 milioni di euro del 2012 e dei 1,6 milioni di euro del 2013. Anche in Acea, la multiutility che si occupa di acqua ed energia, c’è stato un cambio di rotta. L’attuale amministratore delegato della società percepisce 232mila euro in meno rispetto al suo predecessore. Mi chiedo perché l’Espresso racconti una realtà distorta proprio su un’Amministrazione che, per la prima volta dopo decenni, sta portando avanti una seria lotta agli sprechi. Noi abbiamo tagliato poltrone e messo fine agli sperperi ricorrendo solo a quelle professionalità che riteniamo indispensabili per rilanciare Roma e offrire migliori servizi ai cittadini. Ps Ho già chiesto al mio avvocato di presentare querela.

Virginia Raggi infuriata con l'Espresso minaccia querela: ecco la nostra risposta. La prima cittadina ha scritto su Facebook un lungo messaggio annunciando azioni legali per l'inchiesta di copertina sulle spese del Campidoglio, parlando di "vergogna" e "fango". Questa è la nostra replica punto per punto, scrive il 17 ottobre 2017 "L'Espresso". L'analisi della gestione del Campidoglio si basa su fatti e documenti pubblici e tutto ciò porta L'Espresso a non far sconti a nessuno, in particolare a chi ricopre un ruolo pubblico o nella pubblica amministrazione. Come per Virginia Raggia, anche in passato ci siamo comportati allo stesso modo con i predecessori, da Gianni Alemanno a Ignazio Marino, fino al commissario Francesco Paolo Tronca. Il nostro articolo si basa su dati che chiunque può consultare. Si trovano sul sito istituzionale di Roma Capitale. Basta andare nella sezione “Deliberazioni e atti” e scaricare le delibere della Giunta capitolina da quando Virginia Raggi è sindaco. Chi volesse, può controllare di persona qui. Il difficile è raccapezzarsi fra le molte delibere che riguardano l'assunzione dei collaboratori degli assessori, poiché la Giunta ha dovuto spesso riscriverle o riformularle, in alcuni casi su richiesta dell'Autorità anti-corruzione Anac (vedi il caso Salvatore Romeo). Il criterio con cui abbiamo effettuato i calcoli è molto semplice: abbiamo considerato i collaboratori assunti dagli assessori in carica, quelli chiamati dalla giunta per uffici di Roma Capitale (un esempio è il direttore generale Franco Giampaoletti, che aveva lo stesso incarico al Comune di Genova), i manager scelti per le due principali aziende possedute interamente, Ama e Atac. Nel foglio di calcolo che abbiamo compilato, che è possibile vedere qui, non abbiamo considerato i collaboratori che erano stati assunti da assessori le cui dimissioni erano già effettive al momento della pubblicazione. Un altro esempio: nella lista degli 85 attualmente in carica, non ci sono Alfredo Tranfaglia, Mauro Frai, Monica Rossi e Giuseppe Recchia, che al momento delle dimissioni dell'ex assessore al Bilancio, Andrea Mazzillo, risultavano lavorare per lui e in seguito non risultano essere passati ad altri colleghi. Ci sono invece Andrea Tardito e Marianna Luciani, che sono transitati alle dipendenze di Rosalba Castiglione. Ecco perché il numero 85, che non torna con quelli forniti nel suo post da Virginia Raggi. Arrivare ai 102 collaboratori e manager assunti dalla Giunta nei sedici mesi di attività non è dunque difficile, considerando le delibere fatte per collaboratori poi divenuti assessori (come Mazzillo, Luca Montuori, Margherita Gatta), per quelli apparentemente decaduti, per gli ex capo di gabinetto Daniele Frongia (poi vice-sindaco) e Carla Raineri, per i manager presi per le varie partecipate e poi mandati via o dimissionari, da Alessandro Solidoro a Bruno Rota. Dalla tabella degli 85 si desume facilmente anche il calcolo degli stipendi. È importante notare che nell'esborso complessivo di 4,1 milioni di euro degli stipendi lordi dei collaboratori non abbiamo incluso quelli dei vertici di Ama e Atac, che sono pagati dalle rispettive società. Alla stima di 5 milioni di euro del costo complessivo siamo arrivati considerando gli oneri a carico del Comune: come possono facilmente controllare i lettori, tutte le delibere riportano la specifica che nelle cifre non sono inclusi «oneri riflessi e Irap». Ci sono delibere che citano ma non quantificano altre voci, che non ci è stato possibile calcolare: per assumere una collaboratrice da una partecipata, ad esempio, Roma Capitale ha deciso di farsi carico del Tfr maturato e dei contributi al Fasi, il fondo assistenziale dei dirigenti aziendali. Ci piacerebbe sapere se, nel suo conto, la sindaca ha tenuto in considerazione anche questo genere di costi. Immaginiamo anche che i collaboratori assunti dagli assessori poi allontanati abbiano comportato un costo, così come i manager delle partecipate che hanno potuto svolgere il loro compito solo per alcuni mesi, se non settimane. Qui i nostri criteri. Nell'analisi di centinaia di delibere potremmo aver fatto degli errori, di cui nel caso ci scusiamo con i lettori. Forse non siamo gli unici: al numero di 153 collaboratori assunti dalla giunta Marino citato da Virginia Raggi a noi pare si giunga contando i dirigenti nominati nelle varie direzioni dei dipartimenti e dei municipi, a cui l'attuale amministrazione ha messo mano finora in maniera molto limitata, forse per le note vicissitudini legate all'arresto Raffaele Marra, responsabile del dipartimento organizzazione e risorse umane. Questo non vuol dire che la giunta passata fosse morigerata: tutt'altro. Non abbiamo mai scritto che i dirigenti delle società partecipate scelti da Virginia Raggi guadagnavano più dei predecessori, anzi abbiamo sottolineato come i loro profili professionali siano ben qualificati. Allo stesso modo non abbiamo scritto che i collaboratori delle giunte precedenti costavano meno. Basta leggere l'articolo per capire che le questioni sollevate sono altre. I lettori possono trovare qui il nostro dossier su Alemanno (il titolo rende l'idea: «Cinque anni di pessima amministrazione, clientele, scandali, figuracce e promesse mai realizzate»). Non si contano nemmeno gli articoli sui tempi di Marino. È superfluo, poi, ricordare il ruolo di denuncia giornalistica svolto da L'Espresso nelle vicende di Roma Capitale. Mentre Roma affondava, insomma, noi c'eravamo. Quando ancora Virginia Raggi praticava la professione di avvocato e poi quando svolgeva il ruolo di consigliere comunale.

Le donazioni M5S per la campagna di Virginia Raggi: Taverna 1.000 euro, Di Maio zero. Per la prima volta si conoscono i nomi di chi ha fatto i bonifici sul conto ufficiale BancoPosta per il voto del 2016. Tra i personaggi noti c'è l'avvocato Pieremilio Sammarco ma anche qualche giornalista, attore e personalità del mondo della cultura. Ma i fondi più cospicui restano anonimi, grazie alle donazioni in contanti, scrive Luca Piana il 13 ottobre 2017 su "L'Espresso". I più generosi? Due esponenti del Movimento 5 Stelle che, poi, si sono ritrovati in maniera più o meno esplicita in rotta con Virginia Raggi. Il primo è l'europarlamentare Fabio Massimo Castaldo, che per la campagna elettorale della sindaca di Roma aveva versato 1.200 euro; la seconda è la senatrice Paola Taverna, considerata la pasionaria del Movimento 5 Stelle, che sul conto corrente aperto per le donazioni in vista del voto del 2016 aveva effettuato un bonifico da 1.000 euro. E gli altri big del partito? Poco presenti. Ci sono Alessandro Di Battista, con una versamento da 200 euro fatto a inizio giugno, a pochi giorni dal primo turno, e il deputato Stefano Vignaroli, compagno della Taverna, che aveva donato 500 euro. Mancano invece alcuni dei volti più conosciuti, come Roberta Lombardi, candidata alle regionali del Lazio, che è sempre stata tra i critici più accesi di Virginia Raggi, e Luigi Di Maio, oggi candidato premier del Movimento fondato da Beppe Grillo. Sono queste le prime curiosità che balzano agli occhi leggendo l'estratto del conto corrente Banco Posta numero 001032456288, aperto appositamente per raccogliere le risorse necessarie per pagare le spese della vittoriosa campagna elettorale del 2016. Il rapporto, che L'Espresso ha potuto consultare per la prima volta, parte con saldo zero il 25 aprile e viene chiuso il 31 agosto, quando ormai vi erano rimasti soltanto 6,90 euro. I primi, decisivi contributi arrivano dal quartier generale del Movimento, con un bonifico da 10.000 euro dal Comitato promotore per la candidatura della futura sindaca, datato 27 aprile, seguito un mese più tardi da ulteriori 5.000 euro. Nel mezzo, numerose piccole donazioni da attivisti e semplici simpatizzanti, oltre alla voce più cospicua: i versamenti in contanti, legati probabilmente alle raccolte fondi organizzate durante la campagna.

Partiamo dagli elettori. Al di là di qualche caso sporadico, le donazioni a Virginia Raggi sono spesso piccoli contributi. Nello spazio della mascherina del bonifico destinato alla causale, però, scrivono frasi che danno idea di quanto fossero motivati. «Daje Virginia», scrive Giampaolo C. il 3 maggio 2016, quando il primo turno è ancora lontano e lui aveva deciso di deciso di donare 10 euro. «Nel mio piccolo vorrei contribuire W M5S», spiega Angelino P., versando 2 euro, mentre Riccardo R., con il suo bonifico da 50 euro sognava in grande: «Virginia Raggi sindaco di Roma, prima tappa della rivoluzione». Numerosi privati cittadini utilizzano Paypal, il sistema di pagamento web che, successivamente, farà affluire oltre 81 mila euro sul conto BancoPosta. In mezzo ai tanti contributi che arrivano attraverso le Poste e via Internet c'è qualche personaggio di spicco. Ad esempio dà il suo sostegno versando 300 euro Pieremilio Sammarco, l'avvocato da cui Virginia Raggi ha lavorato in passato e il cui fratello Alessandro ha difeso l'ex ministro berlusconiano Cesare Previti in diversi processi. Un contributo ancor più significativo, 500 euro, perviene a nome del celebre musicologo Paolo Isotta, mentre il più generoso è probabilmente l'attore Claudio Gioè, che il 25 maggio effettua un versamento da 1.000 euro. Tra i tanti vip dello spettacolo che avevano pubblicamente dato il loro sostegno alla candidata Cinque Stelle, per la verità, l'interprete di numerose serie televisive e di film come “La mafia uccide solo d'estate” è uno dei pochi che alle parole faranno seguire un bonifico. Non manca pure qualche giornalista, con cifre però modeste. La più elevata è probabilmente quella donata dal vicedirettore del quotidiano “Libero”, Franco Bechis, che in passato era emerso tra i contributori di Matteo Renzi. «Mi piace verificare di persona come funzionano i meccanismi di finanziamento della politica, per poi scriverne dal punto di vista giornalistico», spiega lui. Quindi aveva finanziato anche Roberto Giachetti, lo sconfitto al ballottaggio? «No, perché non aveva predisposto un sistema di raccolta fondi diverso dal solito», racconta Bechis. Pochissime le aziende: l'unico bonifico di un qualche rilievo, 1.000 euro, arriva dalla Società Immobiliare Ostiense. Al di là delle operazioni tracciate attraverso i pagamenti, un altro aspetto che emerge sono gli ingenti quantitativi di contanti versati presso gli uffici postali. I primi risalgono al 5 maggio, gli ultimi affluiscono il 24 agosto, più di due mesi dopo il secondo turno. Il primo afflusso consistente avviene il 6 maggio, con tre differenti versamenti da 2.800, 1.330 e 620 euro, effettuati tutti nello stesso giorno e nello stesso ufficio, Roma Granai. Una scelta logistica forse non casuale, visto che si trova non lontano dall'abitazione di Salvatore Romeo, uno dei più attivi collaboratori di Virginia Raggi già nel corso della campagna elettorale. La stessa modalità si ripete il 20 maggio, anche qui con tre depositi frazionati, da 880, 392 e 140 euro, sempre a Roma Granai. Difficile dire il motivo che spinge chi effettua i depositi a non fare un versamento unico. Sopra la soglia dei 3.000 euro, in effetti, scattano le segnalazioni che le banche fanno per la normativa anti-riciclaggio. Ma in altre occasioni, questo limite è stato superato tranquillamente. Il 4 giugno, a poche ore dalla kermesse della sera prima con tutti i big in Piazza del Popolo, nell'ufficio di Casal Palocco vengono depositati 27.395 euro, frutto evidentemente della raccolta effettuata tra i sostenitori. Una bella prova di efficienza da parte del responsabile della raccolta e mandatario del conto Andrea Mazzillo, in seguito assunto come collaboratore della sindaca e poi promosso assessore al Bilancio, fino al licenziamento arrivato nell'agosto scorso per contrasti legati alla crisi dell'Atac. Gli ultimi versamenti arrivano il 28 giugno, a ballottaggio già superato da nove giorni, con 9.260 euro depositati – questa volta in unica soluzione – sempre a Roma Granai. Nello stesso ufficio, l'8 luglio vengono prelevati 4.810 euro attraverso il Postamat, seguiti da altri 3.000 euro il 13 luglio. Nelle settimane successive, Mazzillo finisce di pagare i fornitori. Le spese sono quelle solite delle campagne elettorali: pubblicità, stand, catering, affitto degli uffici, polizze assicurative, nettezza urbana. Ci sono anche due fatture di avvocati. La prima è del primo luglio, 1.027 euro per il saldo di una fattura dell'avvocato Alessandro Mancori, che difenderà Virginia Raggi anche nei mesi successivi, quando scoppierà il putiferio dei “Quattro amici al bar”. L'altra è di 3.244 euro, saldati il 16 luglio all'avvocato Edoardo Mobrici. Che cosa c'entrano le spese di difesa legale con i fondi elettorali? Mobrici, che aveva rappresentato esponenti dei Cinque Stelle di Roma anche prima della candidatura di Virginia Raggi, spiega di essere stato chiamato per le denunce ricevute dalla futura sindaca dopo alcune sue affermazioni, che in Borsa avevano fatto crollare i titoli dell'Acea. Anche Mancori dice di aver difeso Virginia Raggi per attività legate alla campagna, che preferisce mantenere riservate.

I NODI DELLA CAPITALE. Atac: da Antitrust multa di 3,6 milioni per disservizi su tratte ferroviarie. Soppressione di corse e la mancata informazione ai viaggiatori delle ferrovie suburbane, le accuse dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato alla municipalizzata dei trasporti della Capitale, scrive Andrea Arzilli l'11 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". Fornitori sul piede di guerra, nodo Roma Tpl e multa dell’Antitrust. Ancora grane per Atac, municipalizzata dei trasporti del Comune di Roma che, stando alle parole dell’ex dg Bruno Rota, andato via sbattendo la porta a fine luglio, «è sull’orlo del crac». Giovedì sera si è riunito il cda con la nuova governance per affrontare i problemi dell’azienda e, soprattutto, per studiare la strategia anti-fallimento: il concordato “in bianco”, ovvero la procedura di ristrutturazione del maxi debito (1,35 miliardi di euro) sotto l’egida del tribunale. Ma le cattive notizie continuano ad arrivare: l’ultima è la multa di 3,6 milioni comminata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per la cancellazioni delle corse e la mancata informazione ai passeggeri nelle ferrovie suburbane. L’Antitrust, si legge in una nota, “ha concluso l’istruttoria avviata d’ufficio nei confronti di Atac lo scorso mese di novembre, accertando una pratica commerciale scorretta nell’offerta del servizio pubblico di trasporto ferroviario nell’area metropolitana di Roma (le linee Lido di Ostia, Roma - Civita Castellana - Viterbo e Roma Giardinetti - Pantano: circa 200 mila utenti quotidiani, ndr) consistente nella falsa prospettazione, attraverso l’orario ufficiale diffuso presso le stazioni e nel sito internet atac.roma.it, di un’offerta di servizi di trasporto frequente e cospicua, a fronte della sistematica e persistente soppressione di molte corse programmate, nonché nella omessa informazione preventiva ai consumatori in merito alle soppressioni previste. Il tutto mentre i fornitori hanno fatto sapere all’azienda di non essere più intenzionati a fare credito. Il motivo sta nella procedura scelta dai vertici appena insediati per scacciare lo spettro del fallimento. Con il concordato “in bianco”, infatti, i creditori di Atac dovrebbero continuare a fornire all’azienda i pezzi di ricambio e la manutenzione senza speranza di riscuotere per i prossimi 4-5 mesi. Per questo le società dell’indotto hanno chiesto di essere pagate “cash” altrimenti sospenderanno il loro servizio. E siccome Atac non ha in cassa la liquidità per saldare i debiti accumulati in anni di malagestione, bus, tram e metro rischiano di restare nei depositi. In più lunedì è stata notificata ad Atac un’ordinanza del tribunale di Roma secondo la quale si dovrà procedere al pagamento della seconda parte del lodo Roma Tpl, un contenzioso datato due lustri finito fin sui tavoli della Corte di Cassazione. Secondo l’ordinanza Atac dovrà versare circa 45 milioni di euro a Roma Tpl entro due settimane, quindi entro il 22 agosto. E se ciò non avverrà il tribunale procederà con i pignoramenti dai conti dell’azienda. E’ possibile che Atac e Roma Tpl si incontrino per tentare una mediazione, magari per provare a spalmare i 45 milioni che rappresentano la seconda parte del debito di 138 milioni contratto più di dieci anni fa. Ma certamente il servizio è a rischio: considerato che le casse di Atac sono vuote, se non esce un accordo la municipalizzata dei trasporti potrebbe non essere più in grado di garantire il servizio ai romani.

Le grane di Roma a 5 Stelle, dal caos trasporti all’emergenza siccità. La sindaca Raggi è passata dall’emergenza rifiuti al caso nomine fino alle dimissioni del direttore generale di Atac, passando anche dalle nuove bocciature al progetto del nuovo stadio. Contemporaneamente, in numerosi pezzi la giunta grillina in Campidoglio, scrive Andrea Arzilli l'11 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera".

Bruno Rota dg Atac, si dimette il 28 luglio, segnalando che l’azienda è vicina al crac. Scoppia il caso Atac: Rota, che aveva risanato Atm Milano, aveva ricevuto carta bianca dal Campidoglio per rianimare la municipalizzata dei trasporti, zavorrata da un maxi debito di 1,35 miliardi. Ma il dg si dimette dicendo che «vuole restare incensurato» e segnalando presunte pressioni ricevute dai grillini per accordarsi con alcune aziende. Pochi giorni dopo i fornitori di Atac cominciano a protestare perché non pagati, mentre ai dipendenti l’azienda non è in grado di versare l’anticipo di tfr richiesto. Poi ad agosto, la multa dell’Antitrust: 3,6 milioni di euro per disservizi, corse saltate e mancata informazione agli utenti. Ma non finisce qui. Secondo una sentenza del Tribunale, Atac deve dare a Roma Tpl «45 milioni di euro entro fine agosto».

Agosto 2017, lo stadio della Roma. A febbraio, Raggi dà il sì politico allo stadio della Roma, ma i tagli al progetto fanno chiudere con esito negativo la conferenza dei servizi (5 aprile) che era stata impostata sul progetto licenziato con l’interesse pubblico dalla giunta Marino. Nelle nuove planimetrie il cemento è ridotto del 50%, ma anche la parte degli investimenti in opere pubbliche viene ridotta di molto. La base del M5S non è d’accordo con il sì al progetto e protesta: una consigliera grillina in Campidoglio, Cristina Grancio, viene sospesa per aver espresso un’opinione negativa sulla nuova versione nonostante più green e compatibile con i principi del Movimento. Poi, ad agosto, arrivano le nuove bocciature, quella del ministero dei Trasporti e delle infrastrutture e quella di Città metropolitana. Nel mirino ancora le cubature e i trasporti. Una nuova Conferenza dei servizi sembra necessaria.

20 giugno 2017, l’emergenza siccità. Esposti in Procura per il caso del lago di Bracciano, riserva idrica della Capitale: inizia l’emergenza siccità. Il livello del lago cala tanto da paventare l’ipotesi di disastro ambientale. Raggi decide per la chiusura progressiva dei nasoni, le fontanelle storiche romane. Ma sull’acqua, e sul ruolo di Acea, gestore idrico controllato dal Campidoglio, scoppia il conflitto con la Regione Lazio: Zingaretti emana un’ordinanza che vieta il prelievo dal lago dopo la mezzanotte del 28 luglio, Acea annuncia il razionamento delle scorte: un milione e mezzo di romani a secco per otto ore al giorno. Il gestore ricorre presso il Tribunale delle Acqua e perde. Ma dopo l’intervento della ministra della Salute Lorenzin, preoccupata per l’ipotesi turnazione negli ospedali, esce il compromesso con sia Raggi sia Zingaretti che si prendono il merito. La sindaca, poi, fa ricorso contro la soluzione compromesso.

Agosto 2017: il verde in agonia. Solo un ricordo il verde prato di una delle piazze più famose di Roma. Ma l’erba è secca anche nelle aiuole sparse per la città, come nei parchi più amati, da Villa Ada a Villa Paganini. È allarme siccità per il verde capitolino che è abbandonato.

3 agosto 2016, scoppia la prima emergenza rifiuti. I cassonetti disseminati in giro per la città sono tutti stracolmi perché gli impianti di trattamento non riescono a smaltire l’enorme carico di rifiuti prodotti dai romani nel mese di luglio. Raggi arriva pure a lanciare l’allarme sanitario, poi sfumato grazie al combinato disposto del super lavoro dell’Ama e del graduale svuotamento della città a causa delle vacanze estive.

1 settembre 2016, prime dimissioni in Giunta. Si dimettono Marcello Minenna (assessore al Bilancio), Carla Raineri (capo gabinetto) e Alessandro Solidoro (au di Ama). È il primo scossone nella giunta Raggi: la sindaca nella notte del primo settembre comunica a Raineri che, secondo l’Anac di Raffaele Cantone, il suo inquadramento in Campidoglio (e anche il compenso) presentano profili di illegittimità, e la capo gabinetto lascia il Comune in polemica. Marcello Minenna e Alessandro Solidoro si dimettono in solidarietà con Raineri.

4 settembre 2016, nuove nomine (e rifiuti). Raffaele De Dominicis è assessore al Bilancio per poche ore, poi la nomina viene revocata. Il primo rimpasto in giunta presenta molte difficoltà: il primo contatto per il ruolo di assessore al bilancio è Salvatore Tutino, consigliere della Corte dei conti, che prima accetta e poi rifiuta l’incarico. Al bilancio viene nominato il giudice Raffaele De Dominicis, ex magistrato contabile, la cui nomina viene revocata quando esce di un’indagine a suo carico per abuso d’ufficio. Il bilancio sarà coperto solo il 30 settembre, quando viene inserito in giunta Andrea Mazzillo (presentato insieme a Massimo Colomban, assessore alla Partecipate).

21 settembre 2016, il nodo Olimpiadi. Raggi non riceve il presidente del Coni Malagò, poi dice No alla candidatura olimpica Roma 2024. Il diniego da parte del Campidoglio alla candidatura olimpica di Roma era annunciato, ma le condizioni del Comune, con pochi soldi in cassa, lasciavano aperto uno spiraglio. La decisione finale era prevista in una conferenza stampa seguente al summit Raggi-Malagò. Incontro che la sindaca diserta: mentre il presidente del Coni attende in Comune, Raggi viene pizzicata in un ristorante in via dei Mille in compagnia dell’assessora Linda Maleo.

13 dicembre 2016, Paola Muraro si dimette. Si dimette l’assessora all’ambiente Paola Muraro dopo la notizia di un indagine a suo carico da parte della Procura di Roma. In ossequio al codice M5S l’assessora decide di lasciare l’incarico e Raggi ne dà comunicazione con un video girato in notturna nella sala delle Bandiere del Campidoglio: la sindaca è in primo piano e, intorno a lei, tutti i consiglieri di maggioranza. Al posto di Muraro, a dicembre, arriverà l’amica personale di Beppe Grillo Giuseppina «Pinuccia» Montanari.

16 dicembre 2016: arrestato Raffaele Marra. E’ il reset del Raggio magico: Salvatore Romeo, capo della segreteria di Raggi, è rimosso dall’incarico e Daniele Frongia passa da vice sindaco a assessore allo sport. Le polemiche divampano, la sindaca traballa. E i vertici del Movimento, Grillo e Casaleggio, decidono di puntellarla inviando in Campidoglio due tutor: Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, entrambi deputati grillini e responsabili dei Comuni M5S. E’ l’inizio del «commissariamento» di Milano sul Comune di Roma.

31 dicembre 2016, bocciato il bilancio. I revisori dei conti del Comune (Oref) boccia il bilancio di Roma Capitale. Nonostante una corsa contro il tempo per far quadrare i conti, l’assessore al Bilancio Mazzillo si vede bocciare il bilancio di previsione 2017-2019 da parte dei revisori del Comune. Numerosi i rilievi che raccontano di un equilibrio economico fragile e di alcune voci sovrastimate (come la previsione delle multe). Il bilancio sarà quindi corretto e approvato il 31 gennaio dopo un mese di esercizio provvisorio.

24 gennaio 2017, caso nomine. Raggi indagata dalla Procura per il caso nomine: le accuse sono abuso d’ufficio per Salvatore Romeo e falso per Renato Marra, fratello di Raffaele, promosso dai vigili urbani al dipartimento turismo. Scoppia il caos dopo l’uscita della notizia dell’indagine a carico di Raggi che in molti danno sull’orlo del crollo nervoso. Il 2 febbraio Raggi viene interrogata per otto ore nel Polo investigativo della polizia sulla Tuscolana e, pressata dalle domande degli investigatori, ha un mancamento. Durante l’interrogatorio esce anche la notizia di due polizze vita stipulate da Salvatore Romeo con beneficiaria la sindaca di Roma che giura non saperne niente.

14 febbraio 2017, le dimissioni di Berdini. Il titolare dell’Urbanistica Paolo Berdini di dimette dopo che La Stampa pubblica un’intercettazione nella quale l’assessore spara a zero contro la sindaca. Berdini era contrario al progetto Stadio della Roma che Raggi stava discutendo con il club e il costruttore Luca Parnasi. Le dimissioni liberano così il Campidoglio verso il sì politico allo stadio a Tor di Valle.

5 maggio 2017, nuova emergenza rifiuti. Scoppia la seconda emergenza rifiuti: cassonetti stracolmi in tutti i quadranti della città, ennesimo segnale di un sistema che non riesce a smaltire negli impianti di trattamento il volume di rifiuti prodotti in città. E infatti camion pieni di rifiuti partono verso l’estero per cercare di alleggerire la pressione su Roma e superare l’emergenza.

13 giugno 2017, la Raggi e la lettera sui migranti. La sindaca di Roma Virginia Raggi, vista la «forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri» ha richiesto al ministero dell’Interno «una moratoria sui nuovi arrivi» nella Capitale. E invia una lettera al Prefetto di Roma Paola Basilone. Missiva che farà molto discutere: «Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza, peraltro di rilevante impatto e consistenza numerica sul territorio comunale», si legge nella lettera. E su Facebook annuncia: «Chiederò un incontro al responsabile del Viminale per intervenire sul tema degli arrivi incontrollati». Intanto il blog di Beppe Grillo ha commentato il piano Raggi per fronteggiare l’emergenza dei campi rom: «A Roma si cambia musica».

NON SOLO 5 STELLE. Ipab: le strane colpe di Maria Capozza, l’avvocatessa «di ferro». Il c aso della segretaria generale di una delle Istituzioni di assistenza e beneficenza regionali, che gestiscono i lasciti di benefattori, ville, edifici storici, opere d’arte, scrive Marco Nese il 5 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". Maria Capozza, avvocato, era segretario generale di un’Ipab. Le Ipab (Isituzioni di assistenza e beneficenza) sono miniere d’oro, controllano i lasciti di benefattori, ville, edifici storici, opere d’arte. Lei si opponeva a un uso disinvolto di quei patrimoni. L’hanno licenziata. Vinse un concorso e il 1° febbraio 2010 prese servizio. Creò subito problemi: la Regione Lazio era pronta a dare 5 milioni per il recupero di un’antica villa. Lei chiede il progetto. Riceve risposte vaghe. Non si fa convincere e l’affare salta. Contesta gli affitti di case Ipab a prezzi stracciati. Fa obiezioni sui fondi a cooperative che dovrebbero assistere malati. Scopre che non ci sono malati, ma i soldi arrivano. C’è un primo tentativo di convincerla ad andarsene: un dirigente della Regione le manda una mail con le procedure per le «dimissioni volontarie». Lei invece crea nuovi ostacoli. L’Ipab possiede un giardino di 2300 metri quadri, davanti al Colosseo, dove passa la Metro C. Si concorda un milione di euro una tantum per l’esproprio e 700 mila euro all’anno per 7 anni. Capozza scopre che risulta l’esproprio dell’intero giardino, ma lo scavo riguarda 300 metri totali. I conteggi vengono rivisti, e le quote calano: 252 mila una tantum e 200 mila annui. Massimo Pompili, Pd, ex deputato, presidente dell’Ipab, la avverte: «Il CdA cambierà il regolamento». Lo cambiano per autorizzare l’assunzione di un segretario generale esterno. Lei protesta: «Un’altra cosa illegale che fate». Durante il colloquio (registrato, e ora agli atti giudiziari), Pompili si giustifica: «Io rispondo alla politica… cerchi di capire. Se lei vuole un altro incarico la posso aiutare». No, non vuole. Ma arriva il nuovo segretario generale. E’ Sergio Basile, siciliano di 69 anni, ex dirigente del ministero dell’Ambiente. Chi lo sceglie? «Il Cda - dice lui -. Sono conosciuto. Normale che pensino a me». Normale non sembra ad alcuni parlamentari che denunciano irregolarità. Il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti chiede spiegazioni al presidente della Regione Zingaretti. Basile se ne infischia e rimuove dall’incarico l’avvocato Capozza. Era in corso una trattativa col Senato che chiedeva di utilizzare gratis un palazzo in piazza Capranica. L’avvocato Capozza era contraria all’uso gratuito. Basile invece lo concede gratis. Isolata, Maria Capozza trova appoggio in un giudice. Ma il magistrato viene trasferito. E lei riceve una mail che l’accusa di distribuire appalti agli amici. E’ falso, ma la mail arriva ai vertici della Regione. Riccardo Micheli, dirigente, le chiede spiegazioni. Lei si rivolge alla polizia postale, che risale all’autore della mail. E’ Giovanni Caprio, dirigente della Regione. Caprio confessa. Viene punito? No, promosso. Capozza finisce chiusa nella sua stanza. Dovrebbe fornire «osservazioni» al bilancio 2013. Le è impedito di prenderne visione. Ma poi le viene contestato di «non aver redatto le osservazioni al bilancio». Basile chiede alla Guardia di finanza di indagare se lei svolge un secondo lavoro. Non emerge nulla. Ma Basile continua a cercare appigli: scrive all’Università del Sacro Cuore chiedendo se lei è una docente. Scrive perfino al Tribunale ecclesiastico di Reggio Calabria per sapere se l’hanno mai pagata. Sotto stress, lei si ammala. Basile le manda continue visite fiscali, chiede di verificare se è un po’ matta. La esaminano 3 psichiatri e concludono che è sana di mente. Lui insiste inviandole una lettera con 350 allegati, che descrivono inadempienze commesse. Poi la sommerge di denunce, ben 38. Le contesta perfino di aver sperperato i fondi coi regali di Natale ai dipendenti. Tutti dati contenuti in una denuncia per mobbing in cui lei lamenta di aver subito «un danno biologico» e «d’immagine». Ora Maria Capozza non può più mettere piede nella sede Ipab. Per mandarla via dichiarano nullo il bando di concorso da lei vinto. Ma qual è la sua colpa? «Saranno i giudici a valutare», dice Basile. Il presidente Pompili non parla perché «è in corso un procedimento penale contro la signora». Un procedimento in cui è coinvolto anche lui e il Cda.

L’Atac di Roma a un passo dal crac. Il direttore Rota: «Sepolti dai debiti». Il direttore generale dell’azienda dei trasporti di Roma: «Troppo assenteismo, non riusciamo più a coprire i turni. Servono decisioni subito». «Il Comune ora decida», scrive Federico Fubini, il 27 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Bruno Rota, 62 anni, è il direttore generale dell’Atac da aprile 2017.  Non chiamate Bruno Rota se il vostro sport preferito è il galleggiamento in palude. A 62 anni, con un passato remoto di manager dell’Iri sotto la presidenza di Romano Prodi — di cui resta molto amico — e un passato recente di risanatore dell’Azienda trasporti milanese, Rota non è adatto come foglia di fico. Da marzo è direttore generale dell’Atac, l’azienda municipalizzata di trasporto pubblico di Roma, che ha dieci anni consecutivi di perdite. Da poche settimane il manager originario di Domodossola, formato all’Università Cattolica di Milano, ha tutte le deleghe e si è fatto un quadro chiaro dei debiti. Ora spiega che è urgente agire di fronte a una grande società pubblica in situazione di insolvenza. E anche se Rota non pronuncia il nome, per rispetto verso il Comune di Roma al quale spetta la scelta come azionista, è chiaro che pensa a una procedura fallimentare.

Bus, metro e tram: le emergenze di Atac. I bus e gli incendi in corsa. Dottor Rota, che idea si è fatto di Atac?

«In questi mesi ho preso progressivamente atto di una situazione dell’azienda assai pesantemente compromessa e minata, in ogni possibilità di rilancio organizzativo e industriale, da un debito enorme accumulato negli anni scorsi».

Non la rassicura che il debito si sia stabilizzato?

«Purtroppo conta poco che negli ultimi dodici mesi non sia aumentato ulteriormente. Quando hai 1.350 milioni di debito sedimentato nel tempo, non hai risolto il problema quando non sale. Se non riesci ad abbassarlo, non ne vieni a capo. È una situazione di impossibilità a far fronte agli impegni, pericolosa».

Atac ha avuto perdite maggiori in passato e un debito più alto, eppure ha continuato a operare. Perché ora no?

«Perché ormai l’effetto combinato dell’anzianità del parco mezzi e l’impossibilità di fare interventi di manutenzione, dato che non si trovano fornitori disposti a darci credito, fa sì che non si riesca a far fronte alle esigenze di normale funzionamento».

Gli stipendi riuscite a pagarli?

«Anche questo mese ce la facciamo ricorrendo a misure eccezionali e chiedendo un impegno straordinario al Comune di Roma, che però non è ripetibile all’infinito. Sono misure tampone. Ripeto: bisogna avere il coraggio di affrontare la drammatica dimensione del debito che si trascina da tempo. Occorrono misure serie e immediate. Bisogna ripristinare un sistema di controllo sulle regole che pur ci sono ma che da tempo nessuno rispetta, per cui ognuno fa ciò che gli pare».

Davvero Atac non ha modi per uscirne con i suoi mezzi?

«Non servono invenzioni più o meno creative per rimandare ancora una volta il momento in cui si affrontano questioni da tempo ineludibili. Continuare così è da irresponsabili, aggrava i problemi e non mi pare nemmeno legittimo. In realtà è ciò che è stato fatto per anni: basta leggere le rassegne stampa e gli stessi documenti ufficiali della società».

Al sindaco Virginia Raggi lo ha detto?

«Le ho presentato mie idee operative precise, che ho elaborato in quattro settimane di analisi e di studio dell’azienda. Devo ringraziare il sindaco per l’attenzione e il sostegno che mi ha offerto».

Non si possono riequilibrare i conti riducendo le spese per il personale, come suggeriscono alcuni?

«Nelle ultime settimane sono state dette molte falsità su Atac. Più del solito, e anche sciocchezze: chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni».

Non c’era stato nel 2015 un accordo sull’obbligo di timbrare cartellino?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo».

Lei come reagisce quando vede degli abusi?

«Sto tentando di tutto per far rispettare le regole, ma per cambiare pessime abitudini consolidate a lungo ci vuole tempo, costanza, collaborazione e un forte e univoco sostegno pubblico da parte dell’azionista».

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?

«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante».

E a Roma?

«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla».

Non saranno tutti così…

«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia».

A Roma una "parentopoli" a 5 Stelle. Il direttore dell'Atac: «Il consigliere Stefàno mi chiedeva di promuovere i soliti noti», scrive Patricia Tagliaferri, Venerdì 28/07/2017, su "Il Giornale".  L'ennesima resa dei conti grillina corre su Facebook, ma si consuma a Roma, sui trasporti della capitale, con uno scambio di accuse velenoso tra il direttore generale dell'Atac, Bruno Rota, che proprio ieri aveva denunciato in un'intervista al Corriere della Sera la situazione drammatica della municipalizzata romana schiacciata dai debiti, e il grillino Enrico Stefàno, presidente della commissione Mobilità e vicepresidente dell'Assemblea capitolina, inchiodato dal manager a sospetti gravissimi per lui e per i Cinque Stelle, nemici giurati di spintarelle e favoritismi. A sparigliare le carte è stata l'intervista choc di Rota, che dopo aver lavorato all'Iri e risanato i trasporti milanesi, era stato imposto alla guida dell'Atac proprio dai vertici nazionali del M5S per tentare l'impresa impossibile di risollevare un'azienda con un buco da 1.350 milioni e un tasso di assenteismo record. A un passo dal crac e dove si fa fatica anche a pagare gli stipendi. Parole del dg: «Pesantemente compromessa e minata da un debito enorme accumulato negli anni scorsi» e per di più «con gente che non arriva a tre ore di guida». Fin qui il resoconto in prima persona della disastrosa gestione della capitale. Non solo rifiuti e acqua, ma anche trasporti. Ma il grido di allarme di Rota, che nell'intervista chiedeva interventi urgenti per far fronte alla situazione di insolvenza paventando anche una procedura fallimentare, si è trasformato in un attacco durissimo, via Facebook, ai Cinque Stelle che governano la capitale quando Stefàno lo ha criticato, ricordandogli che in Atac ha sempre avuto carta bianca e che «avrebbe potuto rimuovere i dirigenti responsabili del disastro e quelli inutili». Il direttore generale gli ha immediatamente risposto per le rime, con un post che allunga ombre pesanti, non solo sul presidente della commissione Trasporti, e che di fatto sembra voler anticipare il suo addio alla municipalizzata: «So del vivo interesse del consigliere Stefàno alle soluzioni della società Conduent Italia che si occupa di bigliettazione e che mi ha invitato ad incontrare più volte. Più che di dirigenti da cacciare, lui e non solo lui, mi hanno parlato di giovani da promuovere. Velocemente. Nomi noti. Sempre i soliti. Suggerisco a Stefàno, nel suo interesse, di lasciarmi in pace e di rispettare chi ha lavorato. Onestamente. Sempre i soliti». La lite tra Rota e Stefàno, se le accuse del manager saranno confermate, rischia di diventare un caso nazionale per il Movimento, che ha fatto dell'onestà e la trasparenza la sua bandiera. Mentre la politica si interroga e il Pd chiede le dimissioni di Stefàno («è inaccettabile che mentre l'Atac si dibatte tra difficoltà conclamate il vicepresidente dell'assemblea capitolina si è prodigato nel chiedere promozioni e per favorire una società»), il caso potrebbe anche finire all'attenzione della Procura di Roma, perché il senatore Andrea Augello e l'onorevole Vincenzo Piso presenteranno un esposto.

Roma: acqua a rischio razionamento. Cosa si nasconde dietro questa sciagura? Scrive Emilia Urso Anfuso domenica 23 luglio 2017 su Agora Vox – Gli Scomunicati. No, non è affatto una fake news, e nemmeno allarmismo: la Capitale rischia di restare coi rubinetti dell'acqua corrente a secco. E se così fosse, sarebbe davvero una situazione aberrante, visto che peraltro, la notizia viene data solo ora, come se chi è a capo della regione Lazio - il Governatore Zingaretti - o la Raggi, non ne sapessero nulla. E quando arriva la ferale notizia? Durante il periodo delle vacanze, ovvio. Quando già in molti sono partiti, o hanno la testa alle vacanze. In questo paese, o si va avanti per procurati allarmi - vedi il tema delle "epidemie" di morbillo o meningite - oppure non dicono nulla su temi delicatissimi, come quello della fornitura dell'acqua che verrà razionata. Ma cosa sta accadendo realmente? Ecco cosa ha dichiarato Zingaretti, Governatore del Lazio, ai microfoni di TGCom24: "purtroppo è una tragedia. Il livello del lago di Bracciano si è abbassato con il rischio di catastrofe ambientale fino a questo evento. Abbiamo tempo sette giorni per trovare tutte le possibilità al fine di limitare al massimo il disagio per i cittadini, ma è sbagliato chiudere gli occhi. Il problema c'è ed è grave. Sta finendo l'acqua a Roma". E ha proseguito: "Acea preleva dal lago di Bracciano solo l'8% di tutto il fabbisogno e quindi immagino una quantità non importante dell'acqua - aggiunge- Per ridurre al massimo i disagi, Acea ha stabilito degli orari di eventuale blocco. Sui dati che ha fornito però dovete chiedere a loro. Basta andare con una fotocamera a Bracciano per capire che sta accadendo l'inimmaginabile - aggiunge - far uscire l'acqua dai rubinetti è un diritto ma dobbiamo fare i conti con un problema enorme che è la siccità. Mi piacerebbe invitare qui Donald Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima". Qualcuno dica a Zingaretti, che questa situazione è talmente grave e urgente, che perder tempo a discutere con Trump non è la soluzione al problema...Di rimando, ecco cosa ha risposto il presidente di Acea Ato 2, Paolo Saccani, intervistato daSkyTg24: "Da qui "a sette giorni non ci sarà nessuna soluzione, se non quella di razionare l'acqua dei romani. Questo succederà dal 28 in poi per un milione mezzo di cittadini. Riteniamo quest'atto della Regione abnorme e illegittimo ma soprattutto inutile per il lago di Bracciano, dal quale vengono prelevati 86 mila metri cubi al giorno, che sono pari un abbassamento di 1,5 millimetri, ma il profondo 164 metri. Azzerare la derivazione creerà pesantissimi disagi per gli abitanti", facendo poi notare che "azzerare la derivazione fa risparmiare 1,5 cm ma da qui a sette giorni non troveremo nessuna soluzione se non razionalizzare l'acqua a Roma e ai romani, al Vaticano, ai palazzi istituzionali, alle attività produttive. Non faremo certo un bene all'immagine di Roma e dell'Italia e tutto per un centimetro e mezzo. Noi l'acqua non la fatturiamo, le soluzioni le abbiamo esposte al presidente della Regione in una mia lettera del 4 luglio scorso". Per quanto riguarda poi la Raggi, ci ha tenuto a sottolineare: "chiaramente la mia preoccupazione da sindaca di Roma è che sia fatto tutto il possibile per assicurare l'acqua ai cittadini, agli ospedali, ai vigili del fuoco, alle attività commerciali. Mi auguro che Regione e Acea trovino quanto prima una soluzione condivisa. Va fatto quanto necessario per aiutare e tutelare oltre un milione di romani". La sua preoccupazione è che "Sia fatto tutto il possibile"... Ha nulla da dichiarare la Raggi, in merito alla decisione di qualche tempo fa, di chiudere l'erogazione di molte fontanelle di Roma, i tradizionali "Nasoni"? Ci rendiamo conto vero, dell'enormità della situazione? A me viene solo un'immagine in mente: quella della Città di Messina, che dopo ciò che accadde lo scorso anno, con la cittadinanza rimasta coi rubinetti a secco per mesi, ancora oggi versa in condizioni che forse nemmeno nel Terzo Mondo: acqua razionata. Non solo: per ciò che riguarda la minaccia di razionare l'acqua nella Capitale, non può non venirmi in mente un tema di cui nessuno parla: l'acqua che fuoriesce dai rubinetti di Roma, è inquinata anche dalla presenza di Arsenico e altre schifezze. Da anni. E da anni, l'Italia chiede deroghe alla Commissione Europea, affinchè non si debba arrivare al blocco dell'erogazione dell'acqua "potabile". Leggete a questo link un articolo pubblicato lo scorso anno: Arsenico nell'acqua. La situazione nel Lazio. Non è che in realtà, l'Europa non concede più deroghe alla somministrazione di acqua addizionata con Arsenico, e questa pantomima condotta in queste ore da Zingaretti, Raggi & Co. nasconde appunto altre questioni? Oltretutto, si parla di razionamento a tappeto, che comprenderebbe anche gli ospedali, qualcosa di molto grave a tutti gli effetti. Oppure, dietro questa sventura dell'acqua razionata, si nasconde il progetto paventato dal Ministero dell'Ambiente, di far pagare l'acqua corrente a tutti, garantendo - al massimo - poca acqua ai bisognosi? Il Ministro Galletti ne parlò lo scorso Aprile. E se invece dietro a questi discorsi si nascondesse davvero una situazione climatica giunta ormai oltre la criticità accettabile, e ci stessero fornendo spiegazioni ma solo un poco alla volta? Ribadisco: tra i procurati e inutili allarmismi su certi temi, e il nascondere informazioni sensibilissime per tutta la popolazione, io vedo solo la mala gestione e l'informazione pilotata. Solo che stavolta non si parla dell'ennesimo scandalo legato a qualche politico, ma della salute e del benessere di tutti. Dubitare stavolta non porta a nulla, fino a che non ci diranno davvero cosa sta per accadere e perchè...

Emergenza acqua a Roma, perché non possiamo chiudere i nasoni, scrive Carlo Stasolla il 26 giugno 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Carlo Stasolla, Presidente Associazione 21 luglio. Sono le storiche fontanelle pubbliche presenti nella Capitale. Li hanno sempre chiamati “nasoni” per via del tipico rubinetto ricurvo di ferro, la cui forma richiama l’idea di un grande naso. A Roma sono circa 2.500, di cui 280 si trovano all’interno delle mura. Ad esse vanno aggiunte un centinaio di fontanelle pubbliche. In totale erogano l’1% dell’intera acqua immessa nella rete idrica della città. Con la carenza idrica degli ultimi giorni hanno riscosso generale consenso le parole pronunciate la scorsa settimana dal ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti: “Anche a Roma dobbiamo agire contro la siccità. Per questo abbiamo convocato per il prossimo lunedì l’osservatorio con la Regione Lazio. Ho apprezzato l’ordinanza della sindaca di Roma, ma sarebbe anche un bel segnale, ad esempio, interrompere l’erogazione dei ‘nasoni’, almeno per qualche giorno”. Già il Comune di Roma tentò di contenere lo spreco di un’acqua pubblica che scorre liberamente e continuamente dai nasoni negli anni 80, quando installò ad ogni fontanella un meccanismo a rotella che però fu presto vandalizzato. Il Comune non volle insistere nella scelta e si continuò con l’acqua aperta h24. Adesso tocca all’Acea valutare l’opzione di arginare la crisi idrica con la chiusura indicata da Galletti. Il suo parere verrà poi dato al Campidoglio che deciderà il da farsi nei prossimi giorni, quando probabilmente il periodo di secca raggiungerà il suo picco. Chiudere i nasoni? Perché no? Ma Roma non è Berlino. E’ piuttosto una città che sta andando verso una rapida indianizzazione che le sta riconsegnando un volto sempre più simile a Bombay o Nuova Delhi. Non è la percezione, sono numeri. E’ di tre anni fa è la seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, realizzata a seguito di una convenzione tra Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora e Caritas Italiana. Si stimano in 50.724 le persone senza dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 Comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine. A Roma se ne sono contati 7.700. Ad essi, sicuramente aumentati negli ultimi 36 mesi, vanno aggiunti quanti non accedono a servizi di accoglienza e mensa, le famiglie rom che vivono insediamenti informali, i giovani “transitanti” che, malgrado i ripetuti sgomberi, si accampano attorno alla Stazione Tiburtina. Oggi nella Capitale almeno diecimila persone vivono per strada. Uomini soli ma anche famiglie, anziani, bambini. Tutte persone che dormono senza un tetto sulla testa, che vivono alla giornata e che, soprattutto, hanno come unica fonte idrica l’acqua erogata dalle fontanelle pubbliche. I numeri si fa presto a farli: a Roma, ogni giorno, una fontanella pubblica eroga a 4 persone l’unica acqua a loro disposizione nell’arco dell’intera giornata. Acqua per bere, per refrigerare il corpo, per lavare vestiti, per cucinare. Chiudere quindi i nasoni come suggerito da Galletti? Qualcuno obietta. “Non sarebbe per niente una buona idea” ha commentato su Twitter la consigliera comunale del M5S Annalisa Bernabei. “E per più di un motivo: i nostri 2.500 nasoni erogano solo l’1% dell’acqua immessa nella rete; i nasoni hanno una funzione fondamentale: lo scorrimento dell’acqua nelle tubazioni permette di mantenere in pressione la rete ammalorata. Venendo meno la pressione, avremmo problemi di stabilità dell'infrastruttura; i nasoni garantiscono la distribuzione di acqua potabile in tutta la città e, in molti casi, sono l’unica fonte di acqua per i mercati rionali”. Degli ultimi ci si dimentica sempre. Altrimenti non sarebbero tali. Vengono dopo la siccità, la pressione idrica ed i mercati rionali. Ma se chiudere i nasoni dovesse significare negare improvvisamente l’accesso all’acqua pubblica a una popolazione di diecimila persone indigenti, ciò equivarrebbe ad un crimine di Stato. E noi davanti a questo crimine non potremmo restare in silenzio. Magari prendendocela con chi, nel Paese che è al top della disponibilità idrica, non è riuscito in questi decenni ad articolare un Piano idrico nazionale. Lasciamo stare i nasoni. Se in Italia il consumo pro capite al giorno di acqua è di 6.115 litri, (il 25% in più rispetto alla media europea) e la perdita dell’acqua tra le fasi di prelievo e di effettiva erogazioni è di circa il 27%, il problema non sono loro. E in una città abbracciata dal caldo africano evitiamo di aggiungere pene alle pene.

Roma senz’acqua, un disastro politico che Raggi e Zingaretti pagheranno carissimo. Va bene il caldo, va bene l’estate, ma la dispersione della rete idrica supera il 40% e i romani sono al limite della sopportazione: basterà un giorno di acqua razionata per dichiarare la morte politica della sindaca e del presidente della Regione, scrive Flavia Perina il 24 Luglio 2017 su "L'Inkiesta".  Il razionamento dell'acqua a Roma dovrebbe cominciare il 28 luglio, venerdì prossimo, ma ancora non ci crede nessuno e la città come al solito è propensa a scommettere sul lieto fine. Si troverà un accordo tra Acea e Regione. Il Governatore Nicola Zingaretti cambierà idea e riaprirà le chiuse del lago di Bracciano. Magari pioverà. Il meteo annuncia temporali al Nord. Figuriamoci. Figuriamoci se qualcuno mette a secco Roma, che gli acquedotti li ha inventati, che le terme gratis ce le aveva già ai tempi di Nerone, Roma dove i signori e i cardinali in epoca pre-Rolex e pre-Suv c'avevano come status symbol la fontana d'autore (“Quello chiama Rainaldi? Io chiamo il Bernini”). I soliti giornali, dicono i romani. I soliti politici. Ma stavolta il nodo venuto al pettine è di quelli che non si sciolgono con facilità, e non è lanugine, non è fuffa, non è l'emergenza di panna montata degli scontrini del sindaco Ignazio Marino o delle nomine fantasia di Virginia Raggi. Non è nemmeno la mitologica nevicata di Gianni Alemanno, che si sapeva sarebbe finita in qualche giorno. Qui, sullo stato degli acquedotti e dell'acqua, arriva al capolinea una questione vera e dura come il granito: la dispersione del sistema idrico romano si aggira tra i 41 per cento (fonte Acea) e il 44 per cento (fonte Istat), e a questi ritmi l'acqua finisce, prima o poi. Anche in una città dove ce n'è moltissima, anche se ci sono laghi importanti come Bracciano a cui attingere nei periodi di magra. «Noi non fabbrichiamo l'acqua» dice il presidente di Acea Ato 2 Paolo Saccani. Sembra una banalità ma non lo è, in quanto a Roma e nel Lazio per moltissimo tempo, decenni, si è andati avanti come se appunto l'acqua non fosse un bene pubblico limitato e da gestire con cura ma una risorsa illimitata e replicabile all'infinito. È anche per questo, forse, che i romani ancora non ci credono. Nessuno può pensare che una classe dirigente sia così stupida da da sorpassare il limite che divide l'ordinaria incapacità dall'incompetenza suicida. Ora i maligni dicono che la crisi non è poi così grave come si dice, ma il Governatore Zingaretti l'ha estremizzata e ha deciso di chiudere Bracciano per riprendersi il centro della scena in vista dell'imminente campagna elettorale. Sull'altro fronte la sindaca Virginia Raggi sembra del tutto inconsapevole delle conseguenze del piano di razionamento di Acea (società del Comune al 51 per cento, guidata dagli uomini da lei scelti nell'aprile scorso): auspica una «soluzione condivisa», promette che «sarà fatto tutto il possibile» per tutelare i romani, ma non pare particolarmente scioccata dalla prospettiva di un milione e mezzo di cittadini coi rubinetti a secco un giorno sì e un giorno no. Nessuno dei due contendenti sembra rendersi conto delle conseguenze catastrofiche che avrebbe anche una sola settimana di erogazione a giorni alterni: il definitivo collasso di credibilità di ogni filiera amministrativa cittadina. Nicola Zingaretti e Virginia Raggi resterebbero, entrambi, insieme con i loro partiti, inchiodati ad una definizione tombale: quelli che hanno tolto l'acqua a Roma. È anche per questo, forse, che i romani ancora non ci credono. Nessuno può pensare che una classe dirigente sia così stupida da sorpassare il limite che divide l'ordinaria incapacità dall'incompetenza suicida. La città ha concesso molto in questo senso. Sopporta servizi tra i più scadenti d'Italia, il casino permanente dell'immondizia e del trasporto pubblico, l'inefficienza della burocrazia, tariffe De Luxe per prestazioni pubbliche ai limiti dello scandalo, dagli asili nido alle case popolari: lo fa per spirito di adattamento, per abitudine, forse per rassegnazione. Tagliargli pure l'acqua obbligherebbe anche i più miti a uscire da questo stato catatonico. Se davvero Zingaretti e Raggi pensano di trarre vantaggio politico da questo braccio di ferro, se davvero credono di poter rimbalzare uno sull'altra le responsabilità dell'emergenza “Roma a secco”, sono completamente matti. Basterà un solo giorno di rubinetti chiusi – un solo anziano morto di caldo, una sola foto di cane assetato davanti alla fontanella bloccata, un solo microscopico incendio ai giardinetti - per annientare tutti e due.

Un rigagnolo che sbuca dalle crepe dell'asfalto ininterrottamente da dodici giorni e che ha già comportato lo spreco di migliaia di litri d'acqua potabile. E' quanto denunciano alcuni residenti di via Gaetano Storchi, nel quartiere Monteverde di Roma. "Mentre siamo alle prese con la siccità, ferisce il senso civico di ognuno di noi vedere che nessuno interviene tempestivamente", racconta Cristina Maltese, ex presidente del Municipio XII. "Ho chiamato Acea personalmente almeno cinque volte - aggiunge il vicino di casa Maurizio Gibertini - Sono venuti e hanno accertato che il danno è di loro competenza. I tempi? La loro unica risposta è che ci sono delle procedure complicate". "Si è fatta tanta polemica sul prosciugamento del lago di Bracciano, a Roma c'è un'emergenza idrica ma questa nasce dallo stato delle condutture nel sottosuolo", conclude Maltese. Video di Francesco Giovannetti del 23 luglio 2017 su "Repubblica TV".

Spreco capitale: con le bocche tarate l'acqua potabile finisce nelle fogne, scrive Tiziana Paolocci, Mercoledì 30/05/2007 su "Il Giornale". L'acqua pulita sprecata ogni anno a Roma potrebbe essere utilizzata per soddisfare le esigenze di tutta Frosinone. Lo denuncia l'Anci, l'associazione nazionale degli amministratori condominiali e immobiliari, spiegando che annualmente 3,75 milioni di metri cubi di acqua vengono versati dall'Acea Ato 2 (società che la distribuisce in tutta la città) direttamente nelle fogne. È il dato principale che emerge dalla ricerca sul consumo nei condomini romani. «Alla base di questo sperpero - sottolinea Carlo Parodi, direttore del centro studi Anaci - ci sono le cosiddette bocche tarate, contratti di distribuzione a forfait. Si tratta di piccoli cilindri installati al posto dei normali contatori (solitamente uno per l'intero condominio) che distribuiscono un flusso costante e continuato di acqua previsto dal contratto, a prescindere da quanta se ne consuma. Quindi se uno stabile ne utilizza meno, quella che eccede va a finire, ancora pulita, direttamente nei tubi di scarico». Sulle 48.751 utenze di tipo condominio gestite dall'Acea Ato2, 1.293 sono a bocca tarata. «In media un condominio con bocca tarata - spiega Parodi - utilizza più di 5.200 metri cubi di acqua all'anno, mentre uno con il contatore ne utilizza in media solo meno di 2.300. In sostanza con le bocche tarate più della metà dell'acqua (2.900 mc) va completamente sprecata». Quindi se si moltiplicano le 1.293 bocche tarate presenti nei condomini della capitale per i 2.900 metri cubi di acqua buttati, il risultato è che in un anno 3,75 milioni di metri cubi vanno a finire nelle fognature. Per evitare questo spreco assurdo basterebbe sostituire le bocche tarate con i normali contatori. Un'operazione che sarebbe a carico dell'Acea Ato 2. L'azienda fa sapere di aver più volte manifestato ad Anaci la propria disponibilità a intervenire, su richiesta dei condomini interessati. «Ma non sono molte le richieste pervenute in tal senso - spiega Acea Ato 2 -. Deve essere il condominio a richiedere la trasformazione e a provvedere all'adeguamento, a proprie spese e con un proprio idraulico, delle condutture dell'acqua interne al palazzo. Invece, Acea Ato 2 dopo avere effettuato un sopralluogo, predispone su richiesta del condominio un preventivo, e successivamente, dopo l'accettazione, installa il contatore per l'allaccio all'acqua diretta». Da tempo non è più possibile richiedere utenze a bocca tassata e per quelle esistenti Acea Ato 2 sta progressivamente provvedendo alla loro trasformazione con utenze a contatore. «La sostituzione di questo tipo di utenza fa parte di una serie di azioni avviate dall'azienda per ridurre le dispersioni idriche - conclude Acea Ato 2 -. La richiesta di trasformazione, che si traduce in una minore spesa a carico dei condomini e in un minor dispendio della preziosa risorsa, dovrebbe sempre rappresentare un dovere primario per gli amministratori di condominio».

Roma a secco: ma i romani risero (1985) quando toccò a Firenze, scrive Paolo Padoin il 23 luglio 2017 su "Firenze Post". A Roma sta finendo l’acqua. A lanciare l’allarme è Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, dopo che la stessa Regione ha ordinato la sospensione del prelievo dal lago di Bracciano, riserva idrica della Capitale. In arrivo, dunque, c’è l’acqua razionata per un milione a mezzo di romani. Nell’estate rovente 2017, della crisi idrica e degli incendi, l’Acea annuncia l’arrivo della misura – ‘obbligata’ come sottolinea la multiutility – dopo la decisione della Regione Lazio di sospendere il prelievo dal lago di Bracciano. Ci dispiace per i cittadini romani, ma si tratta di un film già visto anche in altre città, e chi ha la memoria lunga si ricorderà che proprio da ambienti capitolini arrivarono velate critiche a cittadini e autorità fiorentine che, nella caldissima estate del 1985, si arrabattavano per rifornire d’acqua la città. Era infatti completamente a secco l’unica fonte di approvvigionamento idrico, l’Arno, tanto che la Protezione Civile fu costretta a intervenire per realizzare condotte d’emergenza per alimentare l’acquedotto. Prefettura e comune di Firenze avevano infatti approntato un primo sistema di rifornimento d’emergenza tramite le autobotti di vigili del fuoco e acquedotto, sistemate nei punti nevralgici della città, ma si trattava di un rimedio che non poteva durare a lungo, tanto più che non erano previste, nel breve e medio periodo, precipitazioni abbondanti che potessero risolvere la situazione. La diga di Bilancino era in costruzione ma ci sarebbero voluti altri 15 anni (e lo scandalo delle pietre d’oro denunciato da Sandro Bennucci su La Nazione) prima di averla a regime. Ero allora responsabile della protezione civile alla prefettura di Firenze e, con il decisivo apporto dell’allora ministro della protezione civile, Giuseppe Zamberletti, fu costruito un acquedotto provvisorio lungo 8 km. (Subito definito «tubone») che portava l’acqua dai laghetti dei Renai, nel comune di Signa, all’acquedotto fiorentino. L’opera, costata 1 miliardo e mezzo di lire, risolse in quel periodo estivo il problema della siccità. L’invaso di Bilancino ormai consente il rifornimento idrico di Firenze e Prato, tanto che in queste zone finora non ci sono stati più problemi per l’alimentazione dell’acquedotto, anche se ovviamente ci sono difficoltà, come in tutt’Italia, per l’irrigazione in agricoltura. Per quanto riguarda dunque il previsto razionamento dell’acqua per i cittadini romani la sindaca Raggi, il presidente della Regione Zingaretti e il ministro dell’ambiente Galletti sono invitati a prendere ad esempio quanto a suo tempo fecero il ministro Zamberletti, il prefetto di Firenze Mannoni e, successivamente, i presidenti della Regione toscana, che, con i loro tempestivi e ingegnosi interventi, hanno permesso ai cittadini fiorentini di non soffrire i danni della siccità.

Ai tempi di Roma Caput Mundi lo spreco era simbolo di potenza. La Città Eterna pullulava di fontane pubbliche e scialacquava. I barbari tagliarono le condutture e i quartieri si spopolarono, scrive il 14 Aprile 2016 “Il Tempo. Nell'antica Roma la dispersione idrica non solo non era un problema, visto che la dotazione di allora era, in proporzione, cinque volte superiore a quella di oggi, ma veniva considerata, al contrario, come un'autentica dimostrazione del potere. Un'ostentazione continua, che diede origine ad un vero e proprio scialacquio con la creazione di tantissime fontane pubbliche alimentate dai primi acquedotti. Il primissimo portava acqua alla fontana del mercato del bestiame, ma nel III secolo dopo Cristo la città contava undici acquedotti. Fu l'ex curatore delle acque Sesto Giulio Frontino, a descrivere la prima rete idrica col suo «De aquaeductu urbis Romae». Una sorta di trattato sul complesso sistema di approvvigionamento idrico del II secolo dopo Cristo, con tanto di dettagli tecnici e topografici per esaltare, appunto, la grandezza dell'opera. E, non a caso, poi quell'imponente opera d'ingegneria idraulica, come le arcate dell'acqua Claudia, sono finite in tutte le opere dei migliori pittori paesaggisti che hanno voluto raffigurare la grandezza di Roma proprio a partire dagli acquedotti. Opere incredibili ed imponenti- oggi verrebbero definite impattanti da un certo ambientalismo più fondamentalista - eppure paradossalmente quanto più di romantico esista sullo sfondo della campagna romana. Un’opera di pubblica utilità figlia di calcoli volumetrici da far invidia a quelli stilati con l'ausilio degli strumenti moderni, come gli altrettanto utili viadotti. Gli acquedotti sono stati così importanti da finire al centro della guerra fra ostrogoti e bizantini, i quali si contendevano l'eredità dei romani. E nel 537 dopo Cristo, durante l'assedio di Roma, gli ostrogoti decisero di tagliare proprio gli acquedotti per lasciare la popolazione a secco e costringerla alla resa. Una mossa che fece progressivamente spopolare le mura aureliane, perché i colli erano tagliati fuori dalla rete idrica, portando tutta la popolazione attorno al Tevere, un fiume allora ancora sia potabile che navigabile. Quel taglio degli acquedotti equivalse all'effetto di un bombardamento moderno, provocando lo spopolamento di Campo Marzio e la nascita della Roma medievale. Con la quale non finì certo l'ostentazione della dotazione idrica come indice di potenza. Proseguita sino alla Roma pontificia e la nascita dei famosi "nasoni" alla fine dell'800. Autentici monumenti alla magnanimità dei papi, con la distribuzione gratuita dell'acqua al popolo riconoscente.

I "furbetti" della sete: Acea fa ricchi i soci ma non ripara i tubi. In sei anni 381 milioni a Comune e privati. Mentre si tagliavano le spese per la rete, scrive Gian Maria De Francesco, Lunedì 24/07/2017 su "Il Giornale". Come si fa a lasciare a secco la Capitale e le province limitrofe quando si incassano circa 3 miliardi di euro in sei anni? È questo il mistero un po' buffo di Acea Ato 2, la società che gestisce il servizio idrico integrato di Roma. Si tratta di una controllata della omonima utility capitolina (96,5%) e del Campidoglio (3,5%). La storia è molto italiana e si può riassumere in maniera semplicistica con la formula «il cittadino paga e l'ente incassa». La storia di Acea Ato 2 non è quella di un carrozzone in perdita. Nel periodo 2011-2016 ha devoluto agli azionisti 381,3 milioni di dividendi contribuendo per oltre un quarto all'utile netto di Acea che è quotata in Borsa e che oltre al Comune di Roma (51%) annovera tra i suoi soci i francesi di Suez (23,3%) e il gruppo Caltagirone (5%). Se la utility ha potuto a sua volte remunerare i propri azionisti (e per i conti dissestati della Capitale quelle cedole sono manna dal cielo) è anche per merito dei cittadini che pagano la bolletta dell'acqua. A questo non corrisponde, come evidenziano le cronache degli ultimi giorni, altrettanta qualità. Eppure nel 2016 Acea Ato 2 ha investito sulla rete idrica per circa 225 milioni. Come ha evidenziato un'analisi elaborata da Merian Research e dallo Studio Lillia (commissionato dalla deputata grillina Federica Daga, paladina dell'«acqua bene comune»), il gestore del servizio idrico nel periodo 2012-2015 ha effettuato investimenti per 577 milioni, circa 375 milioni in meno di quanto preventivato dal piano industriale. Non a caso la redditività di Acea Ato si avvicina spesso al 10%, un valore che molte imprese sognano. E non è un caso che Raggi abbia pensato di vendere quel 3,5% della società per fare cassa, ma una mozione dei suoi stessi consiglieri l'ha stoppata. Dunque la spiegazione dei disservizi di questi giorni è anche in questi numeri: i soci di Acea incassano da Acea Ato 2 (due volte considerato che gli investimenti sono finanziati da prestiti della capogruppo) ma quest'ultima non sempre riesce a curare la rete degli acquedotti come dovrebbe. Il pensiero non può non andare alle polemiche degli ultimi giorni tra il sindaco Raggi, e il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che chiudendo il prelievo dal bacino del Lago di Bracciano potrebbe far restare all'asciutto la Capitale (di sicuro resterà senz'acqua un altro Comune pentastellato, Civitavecchia). La politica che crea problemi e che poi accusa gli avversari di aver incancrenito la situazione. Di sicuro quando l'ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, si impegnò alla fine degli anni '90 per la veloce attuazione dell'«Ambito territoriale ottimale» (di cui Ato è l'acronimo) nessuno avrebbe previsto la grande sete dell'estate 2017. Anzi, si era creato una nuova istituzione nella quale manager «politici» avrebbero potuto trovare uno sbocco. Ad Acea Ato 2, tanto per fare un esempio, è stato confermato Paolo Saccani, insediato dal precedente vertice boschiano-renziano e poi confermato anche dal nuovo corso grillino. In fondo anche l'attuale ad di Acea, Stefano Donnarumma, è un «cavallo di ritorno». Uscito qualche anno fa per dissapori con il precedente management (in particolare con Francesco Sperandini, poi passato al Gse), è stato richiamato dagli M5S area Lombardi. Anche perché il Movimento non ha a tutt'oggi profili spendibili per ruoli importanti. E così a Roma e nel mondo delle utility vincono sempre le professionalità consolidate, gli investitori istituzionali (e non) e perdono i cittadini.

Acea, per Roma Capitale vale 50 milioni all’anno, scrive Giuliano Santoro il 23 luglio 2017 su "Il Manifesto". Nello scacchiere della finanziarizzazione dei servizi idrici, Acea gioca una parte importante. Si tratta del più grande operatore italiano. Socio di maggioranza è il Comune di Roma con il 51% delle azioni, seguito dalla multinazionale francese Suez con il 23,3% e da Francesco Gaetano Caltagirone con il 5,006%. Raggiunge 8,5 milioni di abitanti tra Roma, Frosinone e altre zone di Lazio, Toscana, Umbria e Campania. Il suo bilancio dice che il business idrico vale oltre il 40% del margine operativo lordo del gruppo. Profitti che incassa anche il Comune di Roma, azionista di maggioranza al 51% che da questa voce prende più di 50 milioni di euro all’anno. Di questa partita fondamentale, dopo anni di responsabilità del centrosinistra soprattutto, deve adesso occuparsi un partito che affonda la sua identità nella battaglia per l’acqua pubblica come il Movimento 5 Stelle. L’amministratore delegato di Acea è Luca Lanzalone, avvocato inviato da Genova a Roma soprattutto per gestire (e indirizzare a favore delle cementificazione, dicono i più maliziosi) la partita dello stadio della Roma superando i dubbi circa la costruzione della grande opera. Tutto appare più lineare quando si scopre che la faccenda dell’acqua cade nella giurisdizione dell’assessore alle partecipate Massimo Colomban. Sostenuto da Casaleggio, Colomban non è esattamente un antiliberista, viene dal mondo delle aziende, in passato ha appoggiato il leghista Luca Zaia in Veneto e le riforme di Matteo Renzi. Ecco perché nessuno si è stupito quando, nell’ambito della sua missione di ristrutturazione delle partecipate di Roma Capitale, Colomban ha proposto la vendita del 3,5% di Acea Ato 2, l’ambito territoriale del Lazio centrale, che frutterebbe circa 12 milioni di euro, a fronte di 2,5 milioni di utili annuali. Quella quota, consente all’amministrazione pubblica di sedere nel consiglio di amministrazione di Acea Ato 2. Si sono stupiti i movimenti per l’acqua bene comune che hanno fatto pressione sui consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle richiamandoli al rispetto del programma per il quale erano stati votati. La toppa è arrivata qualche giorno fa: una mozione dell’assemblea capitolina sostiene il mantenimento delle quote. Colomban ha annunciato che la sua missione dovrebbe finire in autunno. Per quel periodo, sperano i sostenitori dell’acqua pubblica dentro al M5S come la deputata (molto imbarazzata) Federica Daga, il cambio di indirizzo dovrebbe essere accolto anche da una delibera.

Carsetti: «Acea non investe nella rete, deve dare i dividendi». Da quando i privati sono entrati in Acea le perdite nelle tubazioni aumentano e gli investimenti non decollano, continuando così servirebbero 250 anni per ammodernare la rete, scrive Rachele Gonnelli il 23 luglio 2017 su "Il Manifesto". Cantava Aurelio Fierro nella pubblicità di Carosello: «Diceva l’oste al vino tu mi diventi vecchio, ti voglio maritare con l’acqua del mio secchio, rispose il vino all’oste fai le pubblicazioni, sposo l’Idrolitina del cavalier Gazzoni». A Roma manca l’acqua, in compenso le banche d’affari danno indicazione buy, comprare, per le azioni Acea, la quale voleva acquisire intanto lo storico marchio Idrolitina. Acea in effetti è il principale erogatore di acqua in Italia, ma è anche l’azienda capofila della finanziarizzazione delle multiutility a maggioranza di capitale pubblico (51 del Comune, anche se «comanda» il socio privato Gdf-Suez «imparentato» con il gruppo Caltagirone), la prima delle «quattro sorelle» della cripto-privatizzazione (le altre sono Hera, Iren e A2a). Un processo iniziato prima del referendum del 2011 e che adesso «risalta tutta la perversità del meccanismo che ha negato il risultato di quel voto», dice Paolo Carsetti, rappresentante del Coordinamento romano Acqua pubblica, cioè dei referendari. La capitale è in panne perché non può più attingere dal lago di Bracciano. Ma quella non dovrebbe essere una riserva idrica strategica? Roma è approvvigionata dall’acquedotto del Peschiera con 9 metri cubi al secondo, dall’Acqua Marcia per 4,5 metri al secondo e da Le Capore, che alla fine confluisce nel Peschiera, per altrettanta portata. Il «nuovo» acquedotto di Bracciano doveva servire solo per le emergenze invece è diventato una fonte di approvvigionamento strutturale indispensabile. Il problema è proprio questo. Il Peschiera è un lago sotterraneo sfruttato per un terzo della potenzialità, Acea ha chiesto alla Regione Lazio di autorizzare un maggior prelievo ma servirebbero investimenti per milioni di euro, perciò si preferisce continuare a pompare acqua da Bracciano? Il bacino acquifero di Bracciano è ipersfruttato anche dai comuni limitrofi ma rivolgersi al Peschiera significa mandare prima o poi in crisi anche quella risorsa. È una impostazione sbagliata. Gli investimenti andrebbero fatti per diminuire le perdite della rete romana, invece che aumentare le portate e le fonti di prelievo. Dove andremo ad attingere alla fine, sulla Luna? Bracciano avrebbe dovuto servire per i mesi estivi, in caso di siccità, invece si è superata la soglia della criticità e si è compromesso l’equilibrio dell’ecosistema lacustre. Di fronte al disastro ambientale adesso è necessaria una misura drastica anche se comporterà disagi pesanti per Roma. Non si doveva arrivare a questo punto e noi avvertivamo da anni che ci si stava avvicinando. Il 60% delle tubazioni Acea ha trent’anni, un quarto data più di mezzo secolo. È vero che con l’attuale livello di investimenti sulla rete servirebbero 250 anni per ammodernarla e eliminare le perdite? Dalle bollette dei cittadini di Roma, in base all’ultimo bilancio che abbiamo potuto visionare di Ato2, la società controllata da Acea che gestisce il servizio idrico della capitale, si produce un utile annuo di 70 milioni di euro. Se fossero reinvestiti per migliorare il servizio, non in un anno, però si potrebbero ridurre gli sprechi in tempi non geologici. Invece da quando sono entrati i privati nel capitale, cioè dagli anni Novanta, le perdite sono aumentate sempre. Il fatto è che il 94% degli utili di Acea Ato 2 viene distribuita tra i soci sotto forma di dividendi, non reinvestita. Ato 2 poi, se vuole fare investimenti, deve chiedere i soldi in prestito a Acea-holding, la casa madre, che glieli eroga a tassi d’interesse di mercato. È follia pura ma è così: i soldi se fossero tenuti sotto il materasso ci sarebbero, li avresti in cassa. Ma il perverso meccanismo della finanziarizzazione disincentiva gli investimenti sul servizio e le conseguenze si vedono. Senza contare l’aggravio della spesa in bolletta per pagare i tassi d’interesse ad Acea per gli investimenti, che è un assurdo in sé. Ma il referendum non impediva la remunerazione degli investimenti dei soggetti privati? Quella dizione è stata abrogata ma è stata reinserita sotto mentite spoglie come «costo della risorsa finanziaria» attraverso la nuova Authority per l’energia, l’acqua e il gas. Abbiamo fatto ricorso, purtroppo il Consiglio di Stato ci ha dato torto sostenendo che il capitale deve essere remunerato. Una sentenza politica che tutela la teoria economica dominante. Ma se tutto deve rimanere immutato, viene da chiedersi, perché ci hanno fatto fare il referendum?

Mafia Capitale e Acea, esposto alla Corte dei Conti. Scritto da M5S Camera News, pubblicato il 02.04.2015. Abbiamo deciso di depositare un esposto alla Corte dei Conti per segnalare quanto emerso dall'inchiesta pubblicata il 16 gennaio su l'Espresso, relativa agli appalti neri e Mafia Capitale. Da tale inchiesta abbiamo appreso che Acea S.p.A. non sembra essere affatto estranea alla bufera giudiziaria che ha investito la Capitale. In tale inchiesta si legge che appalti milionari sono stati infatti ripetutamente affidati dalla partecipata del Comune di Roma a ditte legate a Mancini e a Monaco, nomi entrambi noti alla Procura di Roma. Da tale inchiesta emergono una serie di appalti i cui costi sono aumentati in modo esponenziale negli anni, peraltro in alcuni casi senza giungere a conclusione dei lavori. Aumenti dei costi che si traducono in aggravi tariffari per gli utenti, i quali subiscono, senza un effettivo potere di concertazione, i pregiudizi derivanti dalla cattiva gestione di un bene comune primario. Sembrano, inoltre, emergere connessioni con società, anch'esse collegate con il Mancini, impegnate, in forma di ATI, nella realizzazione di un impianto di trattamento meccanico e biologico della frazione residuale e della frazione organica dei rifiuti urbani da realizzare in contrada Bellolampo nel Comune di Palermo, a dimostrazione della dilagante illegalità nella gestione dei rifiuti su tutto il territorio nazionale. Risulta, inoltre, una indagine della Procura di terni su presunte incongruenze nei bilanci di Acea S.p.A., in riferimento ad un impianto di incenerimento di Terni. Quanto abbiamo riportato nell'esposto ci lascia quantomeno perplessi considerate le riserve già espresse dalla Corte dei Conti in una relazione del 2003 in merito all'affidamento per 30 anni del servizio idrico integrato ad Acea Ato 2, in uno dei bacini più grandi d'Europa e il maggiore a livello nazionale con 3,7 milioni di utenti tra Roma e altri 110 comuni dell'hinterland romano, della provincia di Frosinone e Viterbo. Abbiamo quindi segnalato alla Corte (prima firma Federica Daga) che in base ai fatti e alle circostanze descritti sembrano profilarsi responsabilità amministrative di carattere erariale da ascriversi a carico di coloro che ne risulteranno gli autori, con particolare riferimento all'operato dei Sindaci p.t. del Comune di Roma, degli assessori competenti in carica dal 1999 ad oggi e dei rappresentanti della Conferenza dei Sindaci della ATO2. Con tale esposto abbiamo quindi richiesto alla Corte dei Conti di verificare se sussistano ipotesi di illecito contabile e responsabilità per danno erariale cagionati ai danni della collettività conseguenti ai comportamenti dei soggetti coinvolti.

Mafia Capitale, nel processo d’appello il giudice che nega i clan. Partirà a marzo il secondo grado del processo. Fra i giudicanti anche Claudio Tortora che definì «semplici criminali» i Fasciani di Ostia, versione sconfessata a dicembre dalla Cassazione, scrive Ilaria Sacchettoni il 16 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". La data non è ancora stata fissata, ma l’avvio del processo d’appello per Mafia Capitale è previsto a marzo. Quanto al collegio giudicante qualche certezza c’è già. Assieme al presidente della Terza sezione Claudio Tortora siederanno Raffaella Palmisano e Patrizia Campolo. Ma è Tortora il nome che infonde qualche ottimismo nello sterminato collegio difensivo del cosiddetto Mondo di mezzo: già presidente della seconda sezione il magistrato era a capo del collegio che, nel 2016, aveva escluso l’esistenza di una mafia a Ostia, sostenendo che difettasse «la prova della pervasività del potere coercitivo del gruppo Fasciani», versione sconfessata a dicembre dalla Cassazione. Ora, la sfida argomentativa della procura riguarda proprio la lettura del fenomeno mafioso. Non c’è mafia nella Capitale avevano concluso i giudici di primo grado il 20 luglio scorso, pur distribuendo condanne pesanti a Massimo Carminati (20 anni), Salvatore Buzzi (19) e agli altri imputati che avrebbero dato vita a una semplice organizzazione criminale. Per i pm romani invece, la città non è immune dal contagio mafioso. Basta guardare oltre gli stereotipi di una mafia «con la coppola e la lupara che spara e uccide, ovvero che parla calabrese o siciliano» per rintracciare un’organizzazione autoctona con poteri di intimidazione altrettanto efficaci di quelli di altre organizzazioni. Nel ricorso sul Mondo di mezzo l’aggiunto Paolo Ielo e i sostituti Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli invitano i giudici «a liberarsi da quel modello oleografico di associazione mafiosa stigmatizzato dalla giurisprudenza della Cassazione» e a rivalutare, ad esempio, le testimonianze esitanti o apertamente reticenti di alcuni imprenditori terrorizzati all’idea di deporre su Carminati. A margine di un dibattito pubblico estivo il procuratore capo Giuseppe Pignatone aveva detto la sua: «Carminati otteneva il controllo con il metodo mafioso in quanto aveva la disponibilità della violenza. Tutti lo sapevano: aveva alle spalle un pedigree noto a Roma. Riteniamo che ci fossero le condizioni per il riconoscimento del carattere mafioso».

La rivincita di Pignatone. Sentenza d’appello: «La mafia a Roma c’è». I giudici della Corte d’Appello di Roma ribaltano la sentenza di primo grado sul Mondo di Mezzo: l’associazione per delinquere che fa capo a Buzzi e Carminati è di tipo mafioso. Ma le pene vengono ricalcolate e ridotte, scrive Giulia Merlo il 12 Settembre 2018 su "Il Dubbio". L’associazione mafiosa c’è, ma le pene vengono ridotte. I giudici della Terza sezione della Corte d’Appello di Roma, Presidente dr. Claudio Tortora hanno letto ieri nell’aula bunker di Rebibbia (presente anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi) il dispositivo di una delle sentenze più attese degli ultimi anni, riuscendo di fatto a dare ragione sia all’accusa che alla difesa. La mafia a Roma c’è, ha stabilito il collegio ribaltando la decisione del luglio 2017 Tribunale Ordinario di Roma X sezione penale, III Collegio Presidente Rosanna Ianniello, Renato Orfanelli, Giulia Arcieri (che aveva riconosciuto solo l’esistenza di due associazioni per delinquere, che avevano i riferimenti in Massimo Carminati e Salvatore Buzzi). Eppure, anche condannando gli imputati per un diverso e più grave titolo di reato (dal 416 c. p. al 416 bis, ovvero l’associazione mafiosa), le pene sono state ridotte. Il manovratore del “Mondo di Mezzo” Carminati, condannato in primo grado a 20 anni, si è visto ricalcolare la pena a 14 anni e sei mesi. Il “ras delle coop” Buzzi doveva scontare 19 anni, ridotti a 18 e 4 mesi. I due hanno seguito la lettura del dispositivo in videoconferenza dai penitenziari di Opera e di Tolmezzo e non hanno voluto essere ripresi dalle telecamere. I giudici, inoltre, hanno riconosciuto l’associazione per delinquere di stampo mafioso, l’aggravante mafiosa o il concorso esterno anche per 18 dei 43 imputati. L’esito della camera di consiglio, se da una parte ha sposato la linea dell’accusa di chiedere il riconoscimento del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, dall’altra non ha invece accolto la richiesta di pena: 26 anni e mezzo per Carminati e 25 anni e 9 mesi per Buzzi (in primo grado, invece, la richiesta era stata di 28 anni per Carminati e per Buzzi di 26 anni e 3 mesi). «Massimo Carminati è un boss, così lo chiamano i criminali nelle intercettazioni, riconoscendolo come capo, obbediscono a lui perché riconoscono il suo potere criminale», aveva spiegato il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini nella sua requisitoria dello scorso 29 marzo. E ancora, «non si tratta di stabilire se a Roma c’è la mafia ma se questa organizzazione criminale rientra nel 416bis, se ha operato con il metodo mafioso che si riconosce dall’uso della violenza e intimidazione, dall’acquisizione di attività economiche e dall’infiltrazione nella pubblica amministrazione», ha spiegato la Procura, che nell’atto di appello aveva contestato solamente il mancato riconoscimento del 416 bis e dell’aggravante del metodo mafioso e dunque chiedeva una diversa lettura giuridica dei fatti ( riconoscendo non due divese associazioni per delinquere semplici ma una unica e di stampo mafioso) e non la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. Linea che ha convinto la Terza Corte D’Appello. Ora ai difensori non resta che attendere il deposito delle motivazioni, per valutare gli estremi per un ricorso in Cassazione.

IL PRIMO GRADO. Nel luglio dello scorso anno, la Decima sezione penale del Tribunale di Roma aveva ritenuto che esistessero due associazioni: una coordinata da Carminati e dedita ad usura ed estorsioni; la seconda composta sempre da Carminati ma insieme a Salvatore Buzzi, che invece si occupava di corrompere funzionari per ottenere appalti in favore delle coop dello stesso Buzzi. Al termine del dibattimento, le condanne erano state 41, con 5 assoluzioni. Nelle motivazioni – rovesciate nella decisione d’Appello – si leggeva che «la mafiosità» individuata dalla procura nell’inchiesta sul Mondo di Mezzo non è quella «recepita dal legislatore nella attuale formulazione della fattispecie di cui all’art. 416 bis per la quale, non è sufficiente il ricorso sistematico alla corruzione ed è invece necessaria l’adozione del metodo mafioso, inteso come esercizio della forza della intimidazione». Non solo, il tribunale non aveva individuato «per i due gruppi criminali, alcuna mafiosità “derivata” da altre, precedenti o concomitanti formazioni criminose» e «le due associazioni non sono caratterizzate neppure da mafiosità autonoma». Nessun margine di equivoco, almeno per i giudici del primo grado, riguardo la non “mafiosità” delle condotte. Gli stessi giudici, però, avevano scelto una linea di severità nell’indicazione delle pene: 20 e 19 anni per Carminati e Buzzi e a nessuno dei 46 imputati il riconoscimento di alcuna attenuante generica. Tanto che l’avvocato di Carminati, Giosuè Naso, aveva parlato di «Pene date per compensare lo schiaffo morale che è stato dato alla procura» nel non riconoscere l’associazione per delinquere di stampo mafioso. La Corte d’Appello, invece, sembra aver optato per la linea opposta: riconosce l’associazione mafiosa, ma ricalcola le pene in senso favorevole agli imputati.

LE REAZIONI. «Le sentenze vanno rispettate. Lo abbiamo fatto in primo grado e lo faremo anche adesso. La Corte d’Appello ha deciso che l’associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso». Questo il commento a caldo del procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, al quale ha fatto eco il Procuratore generale Giovanni Salvi, definendo la sentenza «il punto di arrivo di un intenso impegno e al tempo stesso di partenza. La consapevolezza dell’esistenza anche a Roma e nel Lazio di forze criminali in grado di condizionare la vita economica e politica e di indurre timore nella popolazione resta il centro di riferimento delle iniziative giudiziarie». Opposte, invece, le reazioni dei difensori dei due principali imputati, che in primo grado avevano ottenuto la vittoria dell’esclusione della “mafiosità” delle condotte. «È una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese», ha commentato il difensore di Salvatore Buzzi, Alessandro Diddi, sottolineando il fatto che «i magistrati hanno avuto l’atteggiamento di Ponzio Pilato, quello del “mezza prova mezza pena”. Siccome sanno benissimo che il fenomeno mafioso nei fatti non è minimamente configurante si sono messi una mano sulla coscienza riducendo dove hanno potuto i trattamenti sanzionatori». Ancora più duro il difensore di Carminati, Bruno Giosuè Naso, che ha definito «una sorpresa» la sentenza: «L’insussistenza dell’accusa mafiosa mi sembrava inattaccabile: mi sbagliavo. Se persino questo collegio, che è uno dei migliori della Corte d’Appello, ha riconosciuto l’aggravante mafiosa o io dopo 50 anni di attività professionale non capisco più nulla di diritto, oppure è successo qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza». Plauso per la decisione del giudici d’appello, invece, è stato espresso dal mondo politico, in particolare dal Movimento 5 Stelle e dal Partito Democratico. «Questa sentenza conferma che bisogna tenere la barra dritta sulla legalità. È quello che stiamo facendo», ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi, presente in aula. «È una sentenza storica che certifica l’esistenza di un’organizzazione criminale tollerata dalla vecchia politica capitolina», ha aggiunto Giulia Sarti, presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio. Tra i dem, il primo a ringraziare la procura «per il grande lavoro» è Matteo Orfini. Il senatore Franco Mirabelli, invece, ha sottolineato come «dopo tanti anni il negazionismo di chi ha sostenuto che a Roma non ci fosse la mafia è stato sconfitto».

Roma, Mafia Capitale: era davvero mafia! La sentenza d'appello ribalta il primo grado: riconosciuta l'associazione a stampo mafioso, anche se pene ridotte per Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, scrive l'11 settembre 2018 Panorama. A Roma c'era davvero un'organizzazione mafiosa che ha controllato il territorio per anni, con infiltrazioni nel mondo istituzionale. Questo secondo la sentenza della Corte d'appello di Roma sull'inchiesta sul "Mondo di Mezzo - Mafia Capitale", che ribalta la sentenza di primo grado. Dimezza le pene ma riconosce l'aggravante mafiosa. Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, la cupola del sistema delle cooperative romane, sono condannati riconoscendo loro il 416 bis, cioè l'associazione mafiosa.

La sentenza d'appello. Il processo d'appello è iniziato il 6 marzo 2018. L'11 settembre 2018 la terza sezione della Corte d'appello di Roma, presieduta dal giudice Claudio Tortora, riconosce l'accusa di metodo mafioso, ancora rivendicata dai pm. Per alcuni degli imputati viene riconosciuta l'associazione a delinquere di stampo mafioso, prevista dall'articolo 416 bis del codice penale. Massimo Carminati è condannato a 14 anni e sei mesi (invece dei 20 anni in primo grado), Salvatore Buzzi a 18 anni e 4 mesi (invece dei 19 anni in primo grado). Oltre che per Carminati e Buzzi, i giudici hanno riconosciuto l'associazione a delinquere di stampo mafioso, l'aggravante mafiosa o il concorso esterno, a vario titolo, anche per Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi), Riccardo Brugia (11 anni e 4 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Matteo Calvio (10 anni e 4 mesi). Condannati anche Paolo Di Ninno (6 anni e 3 mesi), Agostino Gaglianone (4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), Carlo Maria Guaranì (4 anni e 10 mesi), Giovanni Lacopo (5 annu e 4 masi), Roberto Lacopo (8 anni), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi). Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha così commentato la sentenza su Twitter: "Criminalità e politica corrotta hanno devastato Roma, responsabili giusto che paghino. Noi proseguiamo il nostro cammino sulla strada della legalità".

Il primo grado. Il 20 luglio 2017, invece, la decima Corte del tribunale di Roma in primo grado aveva fatto cadere l'accusa di associazione mafiosa: una vicenda di mafia, in cui la mafia non c'era. Aveva condannato a 20 anni di reclusione comminata Massimo Carminati, l'ex membro dei Nuclei armati rivoluzionari considerato ai vertici dell'organizzazione che, secondo la Procura romana, per anni ha condizionato le istituzioni capitoline. A Salvatore Buzzi, il suo braccio destro, accusato di corruzione e turbativa d’asta con l’aggravante del metodo mafioso, 19 anni di carcere. 11 anni sia per Luca Gramazio che per Riccardo Brugia. A Franco Panzironi, accusato di corruzione aggravata dall’aver favorito la associazione mafiosa, 10 anni. Dure condanne, ma che non confermavano l'accusa del 416 bis, per nessuno dei 19 imputati (su un totale di 46) che la Procura romana aveva individuato come facenti parte di un'organizzazione criminale di stampo mafioso. Il processo era iniziato il 5 novembre 2015.

Come nacque l'indagine Mafia Capitale. Era fine 2014 quando partì il blitz. Un vero e proprio terremoto nella vita istituzionale della Capitale che da quel momento era diventata mafiosa. Il primo a essere bloccato nell'operazione "Mafia Capitale", il 2 dicembre, era stato il capo del clan, Massimo Carminati, ex Nar ed ex appartenente alla Banda della Magliana. Con Carminati all'epoca erano finiti in manette anche ex amministratori locali, manager di municipalizzate e imprenditori per associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra le 36 persone arrestate c'era Salvatore Buzzi, considerato il braccio destro di Carminati. Nel tempo l'indagine ha coinvolto anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma dal 2008 al 2013. Il 7 febbraio 2017 era stata archiviata l'accusa nei suoi confronti di concorso esterno in associazione mafiosa. Erano rimaste in piedi le accuse per corruzione e finanziamento illecito, l'altro filone di indagine. 

Mafia Capitale: sentenza Appello su Mondo di Mezzo. Le critiche: “Carminati e Buzzi? Cambiato il reato...” Mafia Capitale, oggi sentenza d'Appello: ultime notizie, ribaltate condanne per Carminati e Buzzi. Ridotti gli anni di carcere ma c'è "associazione a delinquere di stampo mafioso", scrive l'11 settembre 2018 Niccolò Magnani su "Il Sussidiario". Secondo Massimo Bordin, giornalista ed ex direttore di Radio Radicale, quanto avvenuto con la sentenza di Secondo Grado per Mafia Capitale è uno di quei dispositivi destinati a fare giurisprudenza. E non in positivo: «il giudice di primo grado, nelle motivazioni della sentenza, aveva fatto un discorso di questo tipo: “Cari pm, non ci avete convinto sull’associazione mafiosa perché, prima ancora dell’aggettivo, è il sostantivo singolare che non va. Doveva essere plurale, perché qui le associazioni a delinquere sono due. Hanno una persona in comune, Carminati, ma non basta secondo noi a unificarle e se sono divise sono due gruppi di associati che commettono reati magari anche gravi senza arrivare in nessuno dei due casi a rappresentarsi come fenomeni mafiosi”», scrive Bordin in un primo commento a caldo sul Foglio. È come se fosse stato “cambiato” il reato di mafia e dunque, riducendo tutto alle massime estremizzazioni, si potrebbe dire che d’ora in poi “tutto può essere mafia”. In conclusione Bordin sottolinea ancora un punto, «Il fatto che alcuni imputati, Carminati più di tutti, vedano ridotta la loro pena malgrado la condanna per una nuova imputazione, mostra come la sentenza di primo grado, pur non considerando la mafia, con gli imputati non era stata affatto tenera. Questa nuova sentenza sembra dire addirittura che aveva ecceduto». 

ECCO PERCHÈ LO SCONTO DI PENA PER CARMINATI E BUZZI. Come abbiamo accennato nel dare la notizia della sentenza in Corte d’Appello, le pene per i due massimi imputati nel processo Mondo di Mezzo, Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, sono state ridotte nonostante sia stata provata la loro “mafiosità”. Il motivo è semplice, come spiega l’Huffington Post dopo aver sentito gli avvocati Vasaturo (avvocato di Libera, costituitosi parte civile) e Diddi (legale di Buzzi): «Oltre a quello disciplinato dal 416 bis gli imputati erano accusati anche di una serie di altri reati, alcuni dei quali legati alla corruzione. Nel processo di primo grado l'accusa di associazione a delinquere era caduta mentre, invece, erano rimaste in piedi alcune delle altre. Il cumulo delle pene di quei reati, quindi, aveva portato a una condanna più pesante rispetto a quella dell'Appello, almeno per Buzzi e Carminati». Per quanto riguarda le altre condanne, riconosciuto l’associazione a delinquere di stampo mafioso anche per Riccardo Brugia (11 anni e 4 mesi per l’ex braccio destro di Carminati), Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Matteo Calvio (10 anni e 4 mesi). 

LEGALE DI CARMINATI: “O NON CONOSCO DIRITTO O SENTENZA STRAVAGANTE”. Dopo la sentenza della terza sezione della Corte d'Appello di Roma, presieduta da Claudio Tortora, che ha riconosciuto l'aggravante mafiosa nell'indagine "Mondo di Mezzo" meglio nota come Mafia Capitale, a mostrare perplessità è l'avvocato difensore dell'ex Nar Massimo Carminati. Come riportato da La Repubblica, il legale Giosuè Naso ha dichiarato: "L'insussistenza dell'associazione mafiosa mi sembrava inattaccabile, mi sbagliavo. Questo collegio ha invece riconosciuto la sussistenza della mafia. Se anche questo collegio, che è uno dei migliori della corte d'appello, ha riconosciuto l'aggravante mafiosa e la mafiosità di questa associazione o io dopo 50 anni di attività professionale non conosco più nulla di diritto, il che ci può stare benissimo, oppure c'è qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza". Sul procedimento ha poi ribadito: "E' un processetto". (agg. di Dario D'Angelo)

L'avvocato di Buzzi: "Da oggi pericoloso vivere in Italia": "Quanto accaduto è grave, è un fatto assolutamente stigmatizzabile l'aver riconosciuto in questa roba la mafia. Vedo che per molti cittadini da oggi è molto pericoloso vivere in Italia, è una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese". Così l'avvocato difensore di Salvatore Buzzi, Alessandro Diddi, parlando a margine della lettura del dispositivo della sentenza d'appello. Diddi ha poi aggiunto: "Il collegio ha riconosciuto la associazione di stampo mafioso, ma ha ridotto il trattamento sanzionatorio che era stato applicato in primo grado. Noi abbiamo da sempre sostenuto che il tribunale fosse andato con la mano pesante su diverse condotte". Francesco Salvatore per repubblica.it 11 settembre 2018

RAGGI CONTRO IL PD. «La Corte d'Appello di Roma ha accolto l'impugnazione della Procura generale e della Procura della Repubblica di Roma e ha riconosciuto il carattere mafioso dell'associazione. Questo è il punto di arrivo di un intenso impegno e al tempo stesso di partenza. La consapevolezza dell'esistenza anche a Roma e nel Lazio di forze criminali in grado di condizionare la vita economica e politica e di indurre timore nella popolazione resta il centro di riferimento delle iniziative giudiziarie, che devono necessariamente essere accompagnate dalla crescita della coscienza civile e dal risanamento della struttura della pubblica amministrazione»: così ha spiegato il procuratore generale Giovanni Salvi dopo la sentenza d’Appello dal carcere di Rebibbia. Molto polemica invece il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che senza “citarli” attacca a testa bassa il Partito Democratico della Capitale: «Questa sentenza conferma la gravità di come il sodalizio tra imprenditoria criminale e una parte della politica corrotta abbia devastato Roma», ha dichiarato la prima cittadina M5s che era presente ala lettura della sentenza. Non solo, «Conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che bisogna tenere la barra dritta sulla legalità. E' quello che stiamo facendo e continueremo a fare per questa città e i cittadini».

PM SODDISFATTI. La sentenza odierna della Corte d’Appello segna un punto importante nella vicenda giudiziaria conosciuta come Mafia Capitale dato che, rispetto al primo grado, c’è stato un vero e proprio ribaltamento, con gli imputati Massimo Carminati e Salvatore Buzzi che, pur vedendosi ridotte le pene, si sono pure visti attribuire l’aggravante mafiosa per le proprie condotte: “La Corte ha deciso che l’associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso” ha detto soddisfatto il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini circondato da un nugolo di giornalisti. “Un nostro successo? Non ho una visione agonistica dei processi” si è schernito invece il pm Luca Tescaroli a proposito di quello che è un successo dei pm in merito al processo a quello che nella vulgata giornalistica oramai era conosciuto come il Mondo di Mezzo che imperava a Roma: e facendo eco al suo collega si è detto pure lui soddisfatto che i giudici dell’Appello “abbiano riconosciuto il lavoro che abbiamo svolto”. (agg. di R. G. Flore)

Mafia Capitale, Pignatone: "Roma non è Palermo, il problema più grave resta la corruzione". "Sì, era mafia ma Roma non è Palermo". "Il problema più grave resta la corruzione". Così il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone sulle sentenza d'appello per Mafia capitale in due interviste a Il Corriere della Sera e a La Repubblica. Pur essendo il "Mondo di mezzo" "un gruppo che utilizzava il metodo mafioso, questo come gli altri gruppi inquisiti o condannati per associazione mafiosa, dai Fasciani agli Spada, ai Casamonica, non sono paragonabili a Cosa nostra, alla 'ndrangheta o alla camorra. E Roma - ha affermato parlando con il Corriere - non è Palermo, né Reggio Calabria né Napoli. L'abbiamo sempre sostenuto, anche nel parere contrario allo scioglimento del Comune per mafia", ha detto il procuratore. Quello che contraddistingue la mafosità del gruppo di Carminati e Buzzi "non è il controllo del territorio, ma il controllo di un ambiente sociale, di alcuni settori dell'imprenditoria". "La nostra elaborazione avanzata dell'associazione mafiosa era già basata su alcune pronunce della Corte suprema, che poi l'ha ribadita in altre sentenze. La corte d'appello ne ha preso atto e ha individuato un condizionamento di tipo mafioso". "Non tutti i traffici di droga si possono considerare mafiosi, così come non tutti le corruzioni. Ci dev'essere un condizionamento derivante dal vincolo associativo, ed è necessaria la "riserva di violenza" riconosciuta all'esterno. Detto questo, anche dopo questa sentenza, ripeto che a Roma il problema principale non è la mafia". E qual è? "Credo che si possa individuare in quell'insieme di reati contro la pubblica amministrazione e l'economia che va sotto il nome di corruzione ma comprende le grandi bancarotte, le grandi frodi fiscali, le grandi turbative d'asta e fenomeni correlati. La cifra di una metropoli come Roma è la complessità, anche sotto il profilo criminale. Mafia capitale è solo un tassello di un mosaico molto più grande e complicato". "Io fui il primo - ha detto Pignatone a Repubblica - dopo gli arresti, a esprimere parere contrario allo scioglimento per mafia dell'assemblea capitolina. Proprio perché sostenevo che la peculiarità di Mafia Capitale era tale che si poteva ritenere cessata l'associazione mafiosa nel momento in cui era stata disarticolata". Come è possibile che la Corte di Appello, pur riconoscendo il reato più grave di mafia, abbia poi ridotto le pene? "Le pene per il 416 bis sono state modificate in senso più afflittivo successivamente agli arresti del dicembre 2014. Noi abbiamo ritenuto che le nuove pene, più alte, potessero applicarsi perché ritenevamo che l'associazione a delinquere, formalmente, dovesse essere considerata "attiva" fino al pronunciamento della sentenza di primo grado. L'Appello, al contrario, penso abbia ritenuto che Mafia Capitale sia cessata al momento degli arresti e dunque che il calcolo delle pene andasse fatto con le vecchie norme". Agi 12 settembre 2018

 RICONOSCIUTA "AGGRAVANTE MAFIOSA". La sentenza è stata ribaltata ma le pene sono state ridotte: così il processo d’Appello si conclude con le importanti decisioni di questi minuti dall’aula bunker del Carcere di Rebibbia. Massimo Carminati condannato in Appello a 14 anni e sei mesi. Salvatore Buzzi 18 anni e 4 mesi: sono queste le prime condanne in Appello al processo per Mafia Capitale-mondo di mezzo che hanno due punti cruciali da segnalare subito. A differenza del Primo Grado, in questa sentenza viene riconosciuta “l’aggravante mafiosa” mentre le pene sono state ridotte, come ha spiegato l’avvocato di Carminati, perché sono state eliminate alcune recidive passate. «Nel primo processo l'aggravante mafiosa cadde perché, come si leggeva nelle motivazioni, l'applicazione letterale del 416bis non era possibile», scrive Repubblica: per le decisioni di oggi invece bisognerà attendere le motivazioni tra 100 giorni, ma intanto le rispettive difese di Buzzi e Carminati continuano a ribadire, «questo è un processino cui però vengono condannati con pene mostruose, altro che alte, i nostri assistiti». 

ATTESA PER BUZZI E CARMINATI. L’hanno chiamata Mafia Capitale fin da subito, eppure dopo le condanne in Primo Grado quell’appellativo andava abolito visto che i giudici della III sezione di Roma avevano esclusa l’aggravante del metodo mafioso e dell’associazione a delinquere di stampo mafioso per tutti i 41 condannati (sui 46 imputati, ndr). Nel 2017 venne riconosciuta l’esistenza di due associazioni a delinquere “semplici” che avevano in Massimo Carminati e Salvatore Buzzi i due punti di riferimento. Per l’ex Nar i giudici avevano sentenziato 20 anni di reclusione per “corruzione” ma non per “aggravante mafioso”; per il “re delle cooperative romane” invece il magistrato decise di condannarlo a 19 anni di reclusione per associazione a delinquere “semplice”. I giudici ora, dopo il Processo di Appello tenuto nell’ultimo anno, sono riuniti in Camera di Consiglio nell’Aula bunker del Carcere di Rebibbia: alle 13 è attesa la sentenza che potrebbe, viste le richieste dell’accusa, ribaltare completamente la decisione del Primo Grado.

MAFIA CAPITALE: LE RICHIESTE DELL’ACCUSA. Mafia Capitale-mondo di mezzo: bisognerà decidere a quale dei due “ambiti” appartengono gli imputati. Se infatti il terrorista “nero” Carminati e il ras delle cooperative avevano messo i piedi una organizzazione mafiosa, allora si concretizzerà la richiesta della accusa: per l'ex Nar il pg Pignatone ha chiesto una condanna a 26 anni e mezzo, mentre per Buzzi 25 anni e 9 mesi. Se invece viene confermata la tesi del Primo Grado, allora non si può parlare di “mafia capitale” ma di grande organizzazione criminale senza le aggravanti di rito, e senza dunque anche il regime di carcere duro (41Bis) per i condannati. Come riporta bene l’Ansa in attesa della sentenza d’Appello, «Secondo l'accusa negli anni il gruppo un tempo guidato dal solo Carminati sarebbe cresciuto, passando dalle semplici estorsioni al controllo di attività economiche, appalti e bandi pubblici. Dopo l'incontro con Buzzi, avvenuto nel 2011, ci sarebbe stato un'ulteriore salto di qualità, che avrebbe permesso all'organizzazione di condizionare politica e pubblica amministrazione». Oggi si attendono novità sulla presenza o meno di una “nuova mafia” che agiva nella Capitale.

Il fatto alternativo di Mafia capitale. Una bolla di fatti alternativi non la puoi sgonfiare, e così nel processo d’Appello si è deciso di convertire il senso di condanne già erogate nel significato simbolico che le bolle richiedono. Stavolta la mafia c’è. Ma la bufala resta lì ed è sempre grande, scrive Giuliano Ferrara l'11 Settembre 2018 su "Il Foglio". Mafia capitale è un classico “fatto alternativo”, un caso di scuola, la bolla informativa al posto del contenuto di fatto. Anche i bambini hanno capito quel che non era difficile divinare a tutta prima e che nessuna sentenza potrà mai smentire: due o tre associazioni per delinquere a scopo di lucro (appalti, corruzione della pubblica amministrazione e della politica capitolina per segmenti, prestito a strozzo) furono smantellate da indagini giudiziarie che, per comodità e aura mediatico-politica, furono condotte con ...

E’ stato cambiato il reato di mafia, e adesso tutto può essere mafia. La sentenza pronunciata dalla Corte di appello sul cosiddetto processo Mafia Capitale contro Massimo Carminati e l’associazione a delinquere, scrive Massimo Bordin l'11 Settembre 2018 su "Il Foglio". Ci sarà tempo per valutare più analiticamente il dispositivo della sentenza pronunciata dalla Corte di appello che ha accolto il ricorso della procura romana sul processo Mafia Capitale, ma il cuore del problema, l’elemento che ha spostato il giudizio nel suo secondo grado sta probabilmente nell’analisi del fatto piuttosto che nella sistemazione degli elementi e dei precedenti in punto di diritto. Qui si era avvertito il lettore, all’inizio del processo d’Appello, che, dalla sentenza di primo grado, le cose in Cassazione erano mutate sul tema della utilizzabilità del reato di mafia per associazioni a delinquere attive anche lontano dai luoghi tradizionali dell’insediamento mafioso e non necessariamente connotate da pratiche esplicitamente violente. Più di una sentenza definitiva della Suprema Corte aveva convalidato decisioni di alcune Corti di appello, non solo romane, che avevano applicato estensivamente il famoso articolo 416 bis anche a piccole associazioni criminali, in più di un caso formate neppure da italiani. La giurisprudenza della Cassazione, insomma, si era mossa in controtendenza rispetto alla sentenza del tribunale su Carminati e soci. Naturalmente nella discussione il fenomeno è stato valorizzato dalla pubblica accusa e analizzato criticamente dalle difese, che hanno cercato di sganciarlo dal merito del processo romano. Qui arriviamo al punto vero che non è, o almeno non è solo, una dotta disquisizione giuridica, ma principalmente è l’interpretazione dei fatti processuali. In soldoni il giudice di primo grado, nelle motivazioni della sentenza, aveva fatto un discorso di questo tipo: “Cari pm, non ci avete convinto sull’associazione mafiosa perché, prima ancora dell’aggettivo, è il sostantivo singolare che non va. Doveva essere plurale, perché qui le associazioni a delinquere sono due. Hanno una persona in comune, Carminati, ma non basta secondo noi a unificarle e se sono divise sono due gruppi di associati che commettono reati magari anche gravi senza arrivare in nessuno dei due casi a rappresentarsi come fenomeni mafiosi”. Non si diceva esplicitamente che anche la procura in fondo la pensava così, ma alla fine l’interpretare come artificiosa l’unificazione operata dall’accusa alludeva proprio a questo. Siccome ogni processo è fatto di persone, di storie, di comportamenti e intrecci, per parlare con cognizione di causa di questa sentenza occorre davvero aspettare di leggere come la Corte di appello li ha interpretati e combinati per contraddire sul punto di fatto decisivo la sentenza di primo grado. Comunque dal dispositivo si capisce nitidamente anche un’altra cosa. Il fatto che alcuni imputati, Carminati più di tutti, vedano ridotta la loro pena malgrado la condanna per una nuova imputazione, mostra come la sentenza di primo grado, pur non considerando la mafia, con gli imputati non era stata affatto tenera. Questa nuova sentenza sembra dire addirittura che aveva ecceduto.

«Avvocato, amico della mafia ti sommergerò col fango!». L’intimidazione di un giornalista dell’Espresso contro un difensore, scrive Damiano Aliprandi il 9 giugno 2018 su "Il Dubbio". Un giornalista dell’Espresso, molto famoso, Lirio Abbate, ieri ha pubblicato su Facebook un post che potrebbe essere stampato sui libri che studiano il linguaggio dell’odio e della volgarità negli anni 10 del XXI secolo. Ha scritto Abbate, rivolto a Cesare Placanica, presidente della camera penale di Roma: «Le infamità e le calunnie vomitate ieri in un’aula di giustizia da un para- difensore presidente di categoria a Roma hanno eguali solo ad affiliati alla mafia. Para- difensore, dico a te che leggi questo post: di te e dei tuoi amici criminali che ti pagano, non ho paura. Ho la coscienza pulita per affrontarti. Il fango che tu e i tuoi amici mafiosi volete spargere sulla mia correttezza professionale vi si ritorcerà sommergendovi». In serata la federazione della stampa è intervenuta, a sorpresa, non per chiedere scusa, ma per difendere Abbate e chiedere interventi del ministro contro Placanica. IL VICEDIRETTORE DELL’ESPRESSO È PREOCCUPATO PER IL CASO MONTANTE? «Ho la coscienza pulita per affrontarti. Il fango che tu e i tuoi amici mafiosi volete spargere sulla mia correttezza professionale vi si ritorcerà sommergendovi», tuona il vicedirettore de L’Espresso Lirio Abbate tramite un post su Facebook. Si rivolge direttamente all’avvocato Cesare Placanica, Presidente della Camera Penale di Roma, riferendosi alla sua arringa di giovedì scorso durante il processo d’appello giornalisticamente battezzato “Mafia Capitale”, concentrata sulla tesi della Procura romana – respinta dai giudici di primo grado – sulla presunta natura mafiosa del sodalizio tra Buzzi e Carminati. Il giornalista dell’Espresso ha definito Placanica un «para- difensore presidente di categoria» che avrebbe «vomitato infamità e calunnie» nei suoi confronti che «hanno eguali solo ad affiliati alla mafia». Il suo commento sul social network è stato considerato particolarmente feroce, associando di fatto la figura del difensore ai criminali e alla criminalità mafiosa da lui assistita nel processo. Ma cosa ha detto l’avvocato Placanica durante la sua arringa da generare un commento del genere? Probabilmente Abbate si riferisce a due passaggi del suo intervento durato un’ora e mezzo, volto a smontare la ricostruzione fatta dai pubblici ministeri, quando ha fatto cenno a due situazioni che coinvolgerebbe-ro Abbate. Il primo è relativo al caso giudiziario del sistema Montante, quando dall’informativa ( riportata da Il Dubbio) che la polizia giudiziaria ha consegnato alla Dda di Caltanissetta, sono emersi nomi di giornalisti che avrebbero avuto frequentazioni con l’ex presidente della Confindustria siciliana Antonello Montante, il quale – secondo la tesi della procura di Caltanissetta – avrebbe avvicinato alcuni giornalisti per adoperarsi a far sì che le redazioni di alcuni quotidiani venissero, in un certo senso, redarguite e manipolate, per non scrivere notizie negative sul suo conto o su quello di soggetti a lui vicini. Dall’informativa il nome di Abbate viene fuori a partire dalla testimonianza resa da Maria Sole Vizzini, revisore contabile dell’Ast, a proposito del tentativo di fusione tra la stessa società e la Jonica Trasporti, partecipata della Regione di cui Montante possedeva una piccola quota che, in caso di fusione e successiva privatizzazione dell’Ast, avrebbe comportato per Montante il diritto di prelazione sull’acquisto delle azioni in vendita. È nell’informativa che si legge «i legami dell’Abbate Lirio con il Montante sono cristallizzati agli atti d’indagine». In effetti gli inquirenti alludono al file excel denominato “copia di appunti in ordine cronologico” dove nella cartella “tutti” si rintracciano gli appunti relativi agli incontri di Montante con il giornalista, rassegnati in una tabella. L’avvocato Placanica durante l’arringa ha esclamato: «Perché non le scrivono queste cose sui loro giornali, perché non le trovate?». Ha anche tenuto a precisare che lui considera Montante innocente fino a prova contraria e ha detto di essere contento che queste notizie relative a presunti rapporti con i giornalisti, non sono stati dati in pasto all’opinione pubblica «sempre più becera». Altro passaggio che avrebbe fatto scatenare la reazione di Abbate, riguarda il famoso furto al caveau della città giudiziaria di piazzale Clodio, a Roma, avvenuto la notte tra il 16 e 17 luglio del 1999. L’avvocato Placanica, soprattutto in questo caso, ha indirizzato espressioni polemiche e sferzanti – connesse ai temi di difesa che stava affrontando – nei confronti di un giornalista, definendolo «cialtrone» e sottolineando «mi rifiuto di fare il nome». Ma giustamente, il giornalista dell’Espresso, si è sentito parte in causa perché fu lui che scrisse un’inchiesta sul famoso furto dove sostenne che Carminati si impossessò di documenti riservati per ricattare la Repubblica italiana. In effetti, Abbate pubblicò un libro dove viene riportata la lista indicante le cassette di sicurezza piene di documenti scottanti che avrebbero concesso una specie di “impunità” all’ex-Nar Carminati in virtù del materiale acquisito con la rapina. Ci sono nomi di giudici, avvocati, tutte persone che sarebbero state sotto ricatto per farsi aggiustare i processi. Il problema è che non uno dei giudici citati è segnalato come titolare, all’epoca, d’inchieste scottanti su Carminati o su chissà quale altro “potere occulto”. Abbate non cita neanche una sentenza su cui possa gravare il sospetto di essere stata “aggiustata” per compiacere qualche “sodalizio criminale”. Una lista che però non ha avuto nemmeno un effetto immediato visto che furono arrestati e processati tutti gli autori del colpo, Carminati compreso. L’avvocato Placanica, durante l’arringa, è stato costretto a parlare di questo furto e della tesi di Abbate, perché la vicenda è stata evocata anche dai Pm durante la requisitoria.

Sistema-Montante: l’antimafia siciliana convoca tutti i cronisti (tranne Lirio Abbate). I giornalisti coinvolti nell’informativa legata all’operazione “Double Face” approdano alla Commissione regionale antimafia siciliana, scrive Damiano Aliprandi il 31 Maggio 2018 su "Il Dubbio". I giornalisti coinvolti nell’informativa legata all’operazione giudiziaria del tribunale di Caltanissetta “Double Face” approdano alla Commissione regionale antimafia siciliana. Ma, per ora, è il giornalista Lirio Abbate il grande assente nell’elenco dei nomi dei cronisti che, secondo l’agenzia Ansa, sfileranno davanti alla Commissione sul “sistema Montante”. Aspetto controverso di una vicenda giudiziaria che diventa di ora in ora più delicata al punto che da lunedì scorso Maria Carmela Giannazzo, presidente della sezione Gip e Gup del Tribunale di Caltanissetta firmataria delle ordinanze dell’inchiesta è sotto scorta. La decisione è stata adottata dal Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica riunitosi nei giorni scorsi alla prefettura di Caltanissetta. Al magistrato che ha anche firmato i provvedimenti dell’inchiesta sull’ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, è stata assegnata un’auto blindata con una scorta di terzo livello. Intanto la Commissione antimafia siciliana ha fornito un lungo elenco di politici e dirigenti dell’amministrazione regionale. Ma in particolare saranno anche ascoltati diversi giornalisti per capire l’eventuale ruolo che avrebbero avuto per agevolare il “sistema Montante” e gli eventuali benefici che avrebbero ricevuto. Il presidente dell’Antimafia, Claudio Fava, ha fornito in conferenza stampa, a Palazzo dei Normanni, un elenco di nomi, alcuni dei quali compaiono nella informativa ( riportata ieri dal Dubbio) che la polizia giudiziaria ha consegnato alla Dda di Caltanissetta e acquisita dalla commissione, mentre altri come i giornalisti Attilio Bolzoni, Giampiero Casagni, Antonio Fraschilla, Accursio Sabella, Mario Barresi – risultano tra coloro che venivano osteggiati dal “sistema” dell’ex presidente della Confindustria siciliana, arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. La Commissione antimafia si avvarrà del supporto come consulente a titolo gratuito dell’ex magistrato Gioacchino Natoli, in pensione da qualche mese. «Non ci sovrapporremo all’inchiesta giudiziaria che si concentra sull’esistenza di fattispecie penali – ha detto Fava nella conferenza stampa -. Noi intendiamo indagare sulle distorsioni dei processi politici e di spesa, per noi è urgente e indifferibile. Pensiamo che questo “sistema Montante” di un governo parallelo abbia ancora i suoi addentellati all’interno dell’amministrazione regionale». Nell’elenco dei convocati dalla Commissione appaiono alcuni cronisti citati nell’informativa e che avrebbero avuto legami con il “sistema Montante”: Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza de Il Fatto Quotidiano, Giuseppe Sottile de Il Foglio, l’ex direttore di Panorama Giorgio Mulè e Roberto Galullo de Il Sole 24 ore. A chi ha chiesto il motivo per cui nella lista dei cronisti che saranno auditi non figurano i nomi di altri giornalisti citati nell’informativa della polizia giudiziaria, su cui considerati gli omissis forse ci sono indagini in corso, Fava ha risposto: «È probabile che l’elenco si allargherà in corso d’opera». All’appello infatti manca il giornalista de l’Espresso Lirio Abbate. Dall’informativa il suo nome viene fuori a partire dalla testimonianza resa da Maria Sole Vizzini, revisore contabile dell’Ast, a proposito del tentativo di fusione tra la stessa società e la Jonica Trasporti, partecipata della Regione di cui Montante possedeva una piccola quota che, in caso di fusione e successiva privatizzazione dell’Ast, avrebbe comportato per Montante il diritto di prelazione sull’acquisto delle azioni in vendita. È nell’informativa che si legge «i legami dell’Abbate Lirio con il Montante sono cristallizzati agli atti d’indagine». In effetti gli inquirenti alludono al file excel denominato “copia di appunti in ordine cronologico” dove nella cartella “tutti” si rintracciano gli appunti relativi agli incontri di Montante con il giornalista, rassegnati in una tabella. Elencati per data, compaiono meticolosamente raccolti gli appuntamenti delle singole occasioni di incontro, specificati uno per uno sotto la voce “descrizione”. Gli inquirenti inseriscono cosi nell’informativa l’estratto della tabella che dal 2008 al 2014 con cadenze diverse, elenca le occasioni, e le descrive come cene, colazioni, appuntamenti, gite in barca; anche gli orari sono specificati nei dettagli cosi come le persone eventualmente presenti nelle circostanze. A giudicare dall’agenda Excel che raccoglie gli appuntamenti, se fosse stato chiamato dalla Commissione, Abbate avrebbe potuto chiarire agli inquirenti con chi fosse in barca nel giorno 15.8.2012 assieme a Montante, Venturi e tale Antonio I. di cui il Montante non indicò il cognome, a differenza di ogni altra indicazione sull’agenda, sempre molto dettagliata sulle identità dei presenti. A parte l’elencazione delle occasioni e la loro descrizione, nell’informativa la posizione di Abbate rispetto all’inchiesta degli inquirenti nei rapporti di Montante con la stampa, si concentra sulla vicenda in cui il giornalista era intervenuto personalmente a muovere gli animi nella direzione della fusione che il Montante auspicava: si tratta, come già descritto, della fusione tra la Ats e una sua partecipata; fusione tanto voluta dal Montante, che deteneva il 49% della partecipata, quanto osteggiata dal revisore contabile di Ats e dal Presidente avvocato Giulio Cusumano. Accadeva che in momenti diversi e con modalità distinte, l’Abbate risultava entrato in contatto con la vicenda, quando aveva riferito alla Vizzini – come disse la stessa sentita a testimone dagli inquirenti – di «usare il fioretto» sulla proposta della fusione; mentre sulla posizione dell’avvocato Cusumano si era preoccupato, a detta della stessa testimone, di contattarla telefonicamente per sapere se fosse a conoscenza di qualche informazione sulla vita privata di quest’ultimo o su situazioni giudiziarie che avessero riguardato i familiari. La particolarità segnalata dalla teste Vizzini fu che il Cusumano aveva rappresentato qualche tempo prima alla stessa – come si legge nella testimonianza contenuta nell’informativa agli atti – che due soggetti, travisati parzialmente in viso con delle sciarpe, lo avevano avvicinato, minacciandolo che se avesse osteggiato la fusione, avrebbero reso note personali vicende della sua vita sfera privata e vecchie vicende giudiziarie che avevano attinto suoi familiari in passato.

Mafia capitale, 19 anni a Buzzi e 20 a Carminati. Ma per i giudici non è una cupola. La sentenza è arrivata dopo quasi due anni di dibattimento e 240 udienze, scrive il 20 luglio 2017 "Il Dubbio". 20 anni di carcere per Massimo Carminati e 19 anni per Salvatore Buzzi. E’ la sentenza di primo grado del processo Mafia Capitale. Dunque, secondo i giudici di Roma, l’organizzazione capitanata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi non è stata una vera associazione mafiosa. La sentenza è stata letta davanti a centinaia di giornalisti e tv provenienti da tutto il mondo. I due principali imputati, Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, hanno ascoltato le parole della presidente Rosanna Ianniello in videoconferenza. In aula non c’era il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone mentre c’era la sindaca Virginia Raggi. La sentenza è arrivata dopo quasi due anni di dibattimento e 240 udienze. Alla sbarra erano finiti 46 imputati, 19 con l’accusa di 416 bis, vero terreno di battaglia di questo maxiprocesso tenutosi, al ritmo di 4 udienze a settimana, nell’aula bunker di Rebibbia, fatta eccezione per la prima a piazzale Clodio. Un’associazione che, secondo la Procura di Roma, “usando il metodo mafioso”, fatto di assoggettamento, intimidazione e omertà, avrebbe messo le mani su gare e appalti della pubblica amministrazione, dai rifiuti ai profughi al verde pubblico, grazie anche ai politici messi a libro paga. Da destra a sinistra nessuno escluso perché, come ha detto Buzzi in collegamento dal carcere di Tolmezzo, “non devi guardare se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda il topo”.

Mafia Capitale, 20 anni a Carminati e 19 a Buzzi: la lettura della condanna. Dopo tre ore di camera di consiglio è arrivata la sentenza del maxiprocesso Mafia Capitale. Dopo 230 udienze la X sezione penale del Tribunale di Roma in primo grado di giudizio ha condannato Massimo Carminati a 20 anni di reclusione, mentre quelli che dovrà scontare Salvatore Buzzi sono 19. Cade invece l'accusa per associazione di stampo mafioso.

Mafia Capitale, il procuratore Ielo: ''Sentenza ci dà in parte torto, ma la delusione non ci appartiene''. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo commenta la sentenza della decima sezione del Tribunale di Roma del Processo Mafia Capitale che non ha riconosciuto le accuse di associazione mafiosa.

Mafia Capitale, legale Carminati: ''Sconfitta di Pignatone, sono solo quattro cazzari''. "Non so se questo processo ha dei vincitori, ma certamente ha uno sconfitto: Pignatone. Su questo non ci sono dubbi". Lo ha detto l'avvocato di Massimo Carminati, Bruno Giosuè Naso, commentando la sentenza del processo a Mafia Capitale nell'aula bunker di Rebibbia. Interrogato poi da una giornalista, l'avvocato conferma quanto detto tempo fa in merito a quella che lui stesso definisce "la banda del benzinaro": "Sono solo quattro cazzari".

Mafia Capitale, legale Buzzi: ''Provata l'inesistenza della mafiosità''. "Né Salvatore Buzzi né Massimo Carminati sono mafiosi. Questa è una pietra miliare, una lezione di diritto della quale qualcuno dovrà prendere atto". A dirlo è Alessandro Diddi, l'avvocato di Salvatore Buzzi, al termine della lettura della sentenza di Mafia capitale che ha condannato il ras delle cooperative a 19 anni di reclusione. "Erano i pubblici ufficiali a rivolgersi a Buzzi, e non lui a intimidirli", ha sottolineato il legale.

L'avvocato di Massimo Carminati Giosuè Naso, al termine della sentenza che ha visto decadere l'accusa per associazione mafiosa del suo assistito, nell'aula bunker di Rebibbia ingaggia una lite con un funzionario di polizia e viene portato via. La figlia Ippolita, anch'essa avvocata, chiede ironicamente se il padre sia stato arrestato. Contattato successivamente al telefono, l'avvocato Naso ha fatto sapere che si sarebbe trattato di "sciocchezze", senza fornire ulteriori spiegazioni.

Roma. “Mafia Capitale”…anzi no! Adesso bisognerà cambiare nome…?!? Scrive il 20 luglio 2017 Antonello de Gennaro su "Il Corriere del Giorno". Caduta l’associazione mafiosa richiesta dalla procura romana. E’ stata vana la inutile passerella del Sindaco di Roma Virginia Raggi. La decisione della 10ma sezione penale del Tribunale di Roma è la sconfitta delle etichette della informazione “forcaiola” e serva della pessima politica. Nella sentenza è stata esclusa sia la natura del sodalizio mafioso ex art 416 bis del codice penale, sia la presenza dell’aggravante del “metodo mafioso” prevista dall’art. 7 D.L. 152/1991 convertita con Legge 203/1991. In definitiva si è trattato il processo a due associazioni a delinquere semplici. Al termine del processo il Tribunale di Roma ha condannato Salvatore Buzzi a 19 anni di reclusione, 20 anni per Massimo Carminati, 11 per Luca Gramazio, ex capogruppo del Pdl in Comune. Caduta quindi l’accusa di associazione mafiosa a 19 imputati del processo a mafia capitale, tra cui i presunti capi Carminati e Buzzi. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti la corte ha stabilito una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per Ricardo Brugia il presunto braccio destro di Carminati, 10 per Franco Panzironi l’ex Ad di Ama. L’ex minisindaco del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni. Su 46 imputati tre sono stati assolti. Si tratta di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere, e l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Secondo l’accusa Rotolo e Ruggiero avrebbero garantito i contatti tra “Mafia Capitale” ed ambienti della ‘ndrangheta. I giudici della decima Corte presieduta da Rosanna Ianniello hanno inflitto oltre 250 anni di carcere, dimezzando di fatto le pene rispetto alle richieste della Procura che aveva proposto per tutti gli imputati 5 secoli di carcere. I giudici hanno detto che “la mafia a Roma non esiste, come andiamo dicendo da 30 mesi” ha dichiarato soddisfatto l’avvocato Giosuè Naso difensore di Massimo Carminati. “La presa d’atto della inesistenza dell’associazione mafiosa – ha aggiunto – ha provocato una severità assurda e insolita. Mai visto che a nessuno di 46 imputati non venissero date attenuanti. Sono pene date per compensare lo schiaffo morale dato alla procura”. I giudici della X sezione del Tribunale di Roma sono stati chiamati a giudicare i 46 imputati del processo denominato “Mafia Capitale”, l’associazione che avrebbe condizionato la politica romana, guidata da l’ex Nar Massimo Carminati e dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi. Il presidente della Corte Rosanna Ianniello, prima di entrare in camera di consiglio, ha ringraziato il “personale amministrativo” del tribunale, “senza il quale non sarebbe stato possibile portare a compimento il processo” e i tecnici, che hanno “lavorato con competenze e dedizione”. Un ringraziamento, da parte del presidente, anche alla procura, in particolare al pm Luca Tescaroli, che “si è contraddistinto per la professionalità” ed agli avvocati difensori.

Mafia Roma: pm Ielo, sentenze si rispettano – “Questa sentenza riconosce un’associazione a delinquere semplice, non di tipo mafioso. Sono state date anche condanne alte. Rispettiamo la decisione dei giudici anche se ci danno torto in alcuni punti mentre in altri riconoscono il lavoro svolto in questi anni. Attenderemo le motivazioni”. Lo afferma il procuratore aggiunto Paolo Ielo dopo la sentenza della X sezione penale del Tribunale di Roma.

Carminati a legale, “avevi ragione tu, sono soddisfatto” – “Avevi ragione tu, sono soddisfatto”. Queste le parole pronunciate da Massimo Carminati parlando con la sua legale Ippolita Naso, commentando la sentenza che lo condanna a 20 anni, anziché a 28 anni, non essendo stata riconosciuta l’associazione mafiosa. L’avvocato era convinto che l’associazione mafiosa non sarebbe stata riconosciuta e così è stato. “Avevi ragione tu”, le ha quindi detto Carminati. “Ora mi devono togliere subito dal 41 bis”. E’ la prima richiesta che Massimo Carminati ha rivolto al suo avvocato subito dopo la lettura delle sentenza della X sezione penale del tribunale di Roma che non ha riconosciuto l’esistenza dell’associazione mafiosa. “Non me lo aspettavo – ha aggiunto l’ex Nar al telefono con l’avvocato – avevi ragione tu ad essere ottimista”. “Carminati temeva – ha detto l’avvocato Naso – che le pressioni mediatiche avessero portato ad un esito negativo per lui”.

Buzzi a legali, ora quando esco da carcere? – “Ora quando esco?”: questo il primo commento di Salvatore Buzzi dopo la lettura della sentenza per i 46 imputati di mafia capitale, esprimendo felicità per l’esito del processo. “Mi auguro – ha aggiunto parlando con il suo avvocato – che alla luce di questa decisione la mia permanenza in carcere stia per finire”. Condanne esemplari per tutti gli imputati per alcuni anche superiore alle richieste del pm ma non si tratta di un’associazione mafiosa. In 41 sono stati condannati e in 5 assolti.

Ecco tutte le condanne: Massimo Carminati 20 anni; Salvatore Buzzi anni 19 anni; Riccardo Brugia 11 anni; Fabrizio Testa 11 anni; Luca Gramazio 11 anni; Franco Panzironi 10  anni; Cristiano Guarnera 4 anni; Giuseppe Ietto 4 anni; Claudio Caldarelli 10 anni; Agostino Gaglianone 6 anni e 6 mesi; Carlo Pucci 6 anni; Roberto Lacopo 8 anni; Matteo Calvio 9 anni; Nadia Cerrito 5 anni; Carlo Maria Guarany 5 anni; Paolo Di Ninno 12 anni; Alessandra Garrone 13 anni e 6 mesi; Claudio Bolla 6 anni; Emanuela Bugitti  6 anni; Stefano Bravo 4 anni; Mirko Coratti 6 anni; Sandro Coltellacci 7 anni; Michele Nacamulli 5 anni; Giovanni De Carlo 2 anni e 6 mesi; Antonio Esposito 5 anni; Giovanni Lacopo 6 anni; Franco Figurelli 5  anni; Claudio Turella 9 anni; Guido Magrini  5 anni; Sergio Menichelli 5 anni; Marco Placidi  5 anni; Mario Schina  5 anni e 6 mesi; Mario Cola 5 anni; Daniele Pulcini 1 anno; Angelo Scozzafava 3 anni; Andrea Tassone 5 anni; Giordano Tredicine 3  anni; Luca Odevaine  6 anni e  6 mesi; Pierpaolo Pedetti  7 anni; Tiziano Zuccolo  3 anni e 3 mesi; Pierina Chiaravalle  5 anni.

Questi gli assolti: Giovanni Fiscon assolto; Rocco Rotolo assolto; Salvatore Ruggero assolto; Giuseppe Mogliani assolto; Fabio Stefoni assolto.

Mafia Capitale non esiste. 20 anni per Carminati ma è un "delinquente abituale". Il verdetto della Corte d’Assise di Roma mette la parola fine al maxi processo durato due anni. Condanne pesanti ma non per 416 bis. Nervi tesi per l'avvocato Naso che dà in escandescenze e viene portato via dalla polizia, scrive Giovanni Tizian e Federico Marconi il 20 luglio 2017 su "L'Espresso". Mafia Capitale non esiste. La storia si ripete. Come ai tempi della banda della Magliana, per il tribunale di Roma non esiste organizzazione mafiosa locale nella città eterna. Svanisce in mezz’ora, il tempo della lettura del verdetto. La Corte d’Assise ha condannato Massimo Carminati a 20 anni e Salvatore Buzzi a 19 ma non per 416 bis, cioè il reato di associazione mafiosa. Il verdetto della Corte d’Assise di Roma mette così la parola fine al maxi processo durato due anni e 240 udienze. I giudici riconoscono due associazioni, semplici, con a capo Carminati. In una di queste hanno confermato il ruolo centrale di Salvatore Buzzi, braccio economico della “banda”. Secondo i giudici, inoltre, il “Cecato” è un delinquente abituale. Dopo tre ore di camera di consiglio è arrivata la sentenza del maxiprocesso Mafia Capitale. Dopo 230 udienze la X sezione penale del Tribunale di Roma in primo grado di giudizio ha condannato Massimo Carminati a 20 anni di reclusione, mentre quelli che dovrà scontare Salvatore Buzzi sono 19. Cade invece l'accusa per associazione di stampo mafioso. La sentenza è arrivata poco dopo le 13, in un aula gremita di giornalisti. Nelle gabbie di Rebibbia una decina gli imputati detenuti. Tre, tra cui Carminati, erano collegati dal 41 bis in videoconferenza. In fondo all’aula parenti e amici degli imputati. Tra loro Il fratello di Massimo Carminati, Sergio, e il leader di Militia Maurizio Boccacci. Alla lettura delle prime pesanti condanne alcune donne hanno pianto, altre hanno gioito per le assoluzioni. Tra i banchi delle parti civili, invece, era presente anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi. “È una giornata importante” ha commentato la sindaca appena entrata in aula, una ventina di minuti prima dell’ingresso della Corte. Raggi che oggi scopre di governare una città in cui la mafia non c’è mai stata. Dai tempi della Banda della Magliana, nessun processo ha mai riconosciuto l’associazione mafiosa ai gruppi criminali imputati. Tra i 41 condannati, pene pesanti anche per Alessandra Garrone (13 anni e 6 mesi), Fabrizio Testa (12), Luca Gramazio (11), Luca Brugia (11), Franco Panzironi (10), Luca Odevaine (8), Mirko Coratti (6 anni) e Giordano Tredicine (3). Condannato, inoltre, Andrea Tassone, ex presidente del municipio di Ostia, poi sciolto per mafia, e Luca Odevaine, il regista del business dei migranti, a 8 anni complessivi. La pena di 9 anni è stata inflitta a Matteo Calvio, detto “Spezza pollici”, ritenuto il tirapiedi del capo dell’associazione Massimo Carminati. Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma, ha dichiarato: «La sentenza in parte ci dà torto ma aspettiamo di leggere le motivazioni». Era evidente la delusione negli sguardi di chi ha condotto le indagini sul gruppo Carminati. Le difese, invece, nonostante le pene comunque alte, si ritengono soddisfatte della decisione della corte. Alcuni degli imputati a piede libero hanno esultato, uno di loro rivolgendosi all’inviato di Repubblica ha chiesto: «E mo che vi inventate?». Mezz’ora dopo la lettura della sentenza, la tensione non è calata. Nervi tesi per l’avvocato di Carminati, Domenico Naso. Dopo la soddisfazione per il verdetto che cancella il reato di mafia, l’avvocato ha avuto un diverbio con i poliziotti di guardia. I toni si sono accesi e c’è stato un battibecco con l’agente, che ha chiesto a Naso di seguirlo al posto di polizia. L'avvocato Naso, legale di Carminati va in escandescenza alla fine della sentenza. Ha avuto un diverbio con i poliziotti di guardia. I toni si sono esasperati e l'avvocato è stato portato al posto di polizia. Alla fine il dirigente della polizia ha calmato la situazione.

Perché "Mafia Capitale" è stata archiviata. Tra i 113 prosciolti anche Alemanno e Zingaretti. Ecco chi erano gli indagati e perché sono stati scagionati, scrive l'8 febbraio 2017 Chiara Degl'Innocenti su Panorama.  Mafia Capitale è stata archiviata. Non sono emersi "elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio" e così la posizione di 113 indagati nell'inchiesta viene, appunto, archiviata perché il reato al centro di tutte le indagini, l’associazione di stampo mafioso regolata dall’articolo 416 bis, non sussiste. L'ex sindaco Gianni Alemanno, scagionato. L'ex amministratore delegato di Eur S.p.A, Riccardo Mancini, scagionato. E scagionati anche gli avvocati Michelangelo Curti, Domenico Leto e Pierpaolo Dell'Anno. Idem per il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il suo ex capo di gabinetto Maurizio Venafro. Disposta in camera di consiglio la restituzione degli atti al pubblico ministero di Salvatore Forlenza, Salvatore Buzzi, Carminati e Giovanni Fiscon, all'epoca direttore generale della municipalizzata, dell’ex presidente della commissione Bilancio del comune, Alfredo Ferrari e dell’ex consigliere comunale della lista civica “Marino sindaco” Luca Giansanti. L'elenco è lungo, i nomi si sprecano. Le accuse, no. Il blitz era partito nel 2014 con gli arresti delle prime 37 persone. Un vero e proprio terremoto nella vita istituzionale della Capitale che da quel momento era diventata mafiosa. Il primo ad essere bloccato infatti nell'operazione "Mondo di mezzo" era stato il già citato capo del Clan, Massimo Carminati, ex Nar ed ex appartenente alla Banda della Magliana, sotto processo per il 416bis, e ora invece scagionato dalla contestazione di associazione per delinquere finalizzata a rapine e riciclaggio (come per Ernesto Diotallevi e Giovanni De Carlo, che erano sospettati di essere a Roma i referenti di Cosa Nostra, oggi salvi). Con Carminati all'epoca erano finiti in manette anche ex amministratori locali, manager di municipalizzate e imprenditori per associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra quei nomi c'era anche quello di Gianni Alemanno. In particolare per l'ex sindaco di Roma le accuse erano più di una: corruzione e illecito finanziamento. Ma nei suoi confronti dell'ex sindaco i pm contestavano anche il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, appunto, e quello di aver ricevuto somme di danaro per il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio, attraverso la fondazione Nuova Italia di cui era presidente. In ballo, 125 mila euro per i fondi illeciti ricevuti tra il 2012 ed il 2014. Alemanno poi avrebbe preso anche 75 mila euro camuffati da finanziamento per cene elettorali, 40 mila euro che gli sarebbero stati erogati per la Nuova Italia, più altri 10 euro ma senza una causale. Ma, se di mafia non si può più parlare, per lui restano ancora in piedi le accuse per corruzione e finanziamento illecito, l'altro filone di indagine per cui andrà a processo a maggio prossimo. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, era saltato fuori invece come indagato per sospetto concorso in corruzione per due episodi risalenti 2011 e nel 2013 e per turbativa d'asta a causa delle dichiarazioni di Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa di ex carcerati “29 Giugno” a capo anche lui di un’organizzazione di tipo mafioso. Principale imputato nell'inchiesta, Buzzi avrebbe raccontato alla magistratura ciò che c'era dietro il nuovo palazzo della Provincia dell'Eur, ossia che l'amministratore Zingaretti avrebbe acquistato prima della sua costruzione. In archivio alcune accuse anche per Maurizio Venafro, indagato per corruzione, la ex presidente del primo municipio della capitale, Sabrina Alfonsi, indagata per concorso in corruzione, l'ex consigliere comunale della lista Marchini, Alessandro Onorato, anche lui indagato per concorso in corruzione, il presidente del Consiglio regionale Daniele Leodori, per turbativa d'asta, e per l'ex delegato allo sport della Giunta Alemanno Alessandro Cochi. Nell'elenco dei prosciolti figurano anche i nomi degli imprenditori Luca Parnasi, Luigi Ciavardini, Fabrizio Pollak e Gianluca Ius, e poi Leonardo Diotallevi, figlio di Ernesto, l'allora capo della segreteria personale di Alemanno Antonio Lucarelli e l'ex consigliere di Roma Multiservizi Stefano Andrini. Resta accusato di mafia invece il consigliere regionale di Forza Italia, Luca Gramazio che il gip Flavia Costantini, nell'ordinanza che ha portato al suo arresto nel 2015 sosteneva: "Mette al servizio dell'organizzazione le sue qualità istituzionali, svolge una funzione di collegamento tra l'organizzazione la politica e le istituzioni, elabora, insieme a Testa, Buzzi e Carminati, le strategie di penetrazione della Pubblica Amministrazione, interviene, direttamente e indirettamente nei diversi settori della Pubblica Amministrazione di interesse dell’associazione". Niente mafia insomma, o quasi. Perché, come scrive Andrea Feltri su La Stampa, la Piovra che ha stritolato Roma è solo un moscardino.

L'insano sollievo. L'editoriale di Mario Calabresi del 21 luglio 2017 su “La Repubblica". La sentenza sul processo Mafia Capitale porta a 250 anni di condanne ma i giudici hanno bocciato l'aggravante sull'associazione mafiosa. Quando la politica di una città, di fronte a condanne per 250 anni di carcere, festeggia ci sarebbe da essere contenti. Ma se si ascolta meglio e si scopre che non si festeggia perché giustizia è stata fatta bensì perché i criminali che dominavano la scena sono riconosciuti delinquenti però non mafiosi, allora c’è davvero da avere paura. Quando ci si sente sollevati perché i Palazzi erano infiltrati fino al midollo da un’associazione criminale che non può essere definita mafiosa, allora si è perduti. Amare Roma significa fare pulizia, non continuare a nascondere la spazzatura della corruzione, del malaffare e della criminalità organizzata dietro una rivendicazione d’orgoglio posticcio. Significa fare i conti davvero e fino in fondo con una città che è diventata capitale dello spaccio di cocaina, in cui il crimine controlla gangli economici vitali. Le sentenze si rispettano ma la sensazione di sollievo che si è diffusa ieri sembra portare le lancette del tempo molto indietro, a quegli anni in cui si negava la ‘ndrangheta in Piemonte o in Emilia, in cui si scuoteva la testa indignati all’idea che i clan stessero conquistando tutto l’hinterland milanese. E sappiamo quali danni abbiano fatto decenni di sottovalutazione politica dei fenomeni mafiosi. Ora a Roma si stabilisce che è la geografia a definire i fenomeni e non i fenomeni a riscrivere la geografia. La mafia è tornata ad essere cosa siciliana, nessuno si permetta più di immaginare che sopra il Garigliano nuovi clan autoctoni possano utilizzare modalità che sono proprie delle associazioni di stampo mafioso. Possiamo andare a dormire tranquilli, magari dopo aver fatto un brindisi. Ma chiudete bene la porta e assicuratevi che i ragazzi siano in casa.

Mafia Capitale da oggi è Mazzetta Capitale: la sconfitta della Procura e l’esultanza dei condannati. La sentenza di primo grado stabilisce che non si è trattato di associazione mafiosa, ma di associazione «semplice». Resta da capire, e dovranno spiegarlo le motivazioni, l’apporto dell’ex estremista nero Carminati al sistema corruttivo del rosso Buzzi, scrive Giovanni Bianconi il 20 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Non era un’associazione mafiosa, bensì un’associazione per delinquere «semplice». Anzi, due: una più piccola, quella del benzinaio di corso Francia, dedita per lo più alle estorsioni; l’altra più grande e strutturata, messa in piedi per corrompere la pubblica amministrazione. Entrambe incarnate da Massimo Carminati, l’ex estremista nero divenuto criminale comune di peso ma non un boss, evidentemente. Non più Mafia Capitale, insomma, ma Mazzetta capitale. Un sistema nel quale più dell’assoggettamento e dell’intimidazione imposta dalla caratura del bandito con un occhio solo ha inciso la compravendita dei politici esercitata da Salvatore Buzzi, il capo delle cooperative sociali. Un «mondo di mezzo» diverso da quello disegnato dall’accusa, che aveva sommato la «riserva di violenza» garantita dagli ex picchiatori degli anni Settanta divenuti malavitosi di strada alla corruzione praticata sistematicamente da imprenditori spregiudicati; la prima metà del sodalizio è caduta, lasciando in piedi la seconda che rientra in un contesto molto più «normale», accettabile e digeribile da una città come Roma. È il motivo per cui gli imputati esultano, insieme ai loro avvocati, a dispetto di pene molto severe inflitte dalla X sezione del Tribunale di Roma: vent’anni di carcere per Carminati, 19 per Buzzi e a scendere quasi tutti gli altri (solo 5 dei 46 accusati sono stati assolti), con una scala di responsabilità che dal punto di vista dei ruoli attribuiti ai singoli personaggi sembra seguire l’impostazione dei pubblici ministeri. Ma la vera posta in gioco era un’altra: la scommessa di una nuova associazione mafiosa, originale e originaria, autoctona e autonoma, diversa da tutte le altre contestate finora, che da oggi non è più nemmeno presunta. Semplicemente non c’è, perché così hanno deciso i giudici del Tribunale, dopo che altri giudici l’avevano invece riconosciuta: il gip che ordinò gli arresti a fine 2014, il tribunale del Riesame che li confermò e persino la Cassazione, che aveva ribadito come non fosse necessario il controllo del territorio né l’esercizio della violenza; bastava la minaccia, anche implicita, e la corruzione del sistema politico che era da considerarsi l’arma principale a disposizione di una nuova mafia. Questo impianto, dopo un anno e mezzo di dibattimento e 250 udienze, non ha retto. Il tribunale composto da tre magistrati ha ritenuto (probabilmente a maggioranza, due contro uno, ma sono solo rumors non verificabili che non tolgono nulla al peso della decisione) che la minaccia insita in una personalità dal passato turbolento come quella di Carminati non fosse sofficiente a configurare neanche quel «metodo mafioso» che ormai da tempo ha superato i confini siciliani o calabresi, dove viene praticato da decenni. Era la sfida della Procura guidata da Giuseppe Pignatone, il magistrato che dopo aver contrastato Cosa nostra e ’ndrangheta ha applicato (insieme ai suoi aggiunti e sostituti, e ai carabinieri del Ros che molto hanno creduto e investito su questa indagine) quel metodo investigativo e quel reato a questo frammento di criminalità romana che ha aggredito la pubblica amministrazione. Sfida persa. Resta da capire, e dovranno spiegarlo le motivazioni della sentenza, quale apporto ha portato l’ex estremista nero all’associazione corruttiva del rosso Buzzi, se non la «riserva di violenza» negata dai giudici. Nell’attesa, ci si dividerà tra l’esultanza di chi ha sempre definito tutta questa costruzione nient’altro che una fiction a vantaggio di qualche carriera, una «mafia all’amatriciana» inventata a tavolino per i motivi più disparati, e il rammarico di chi dirà che Roma sconta un ritardo culturale nella lotta al crimine e ha perso un’occasione storica per impedire che tutto prima o poi si annacqui, finisca sotto la sabbia o si perda nelle nebbie mai completamente diradate. Divisioni inevitabili di fronte a un’accusa tanto clamorosa quanto inedita, che ha tenuto banco per quasi tre anni e ha avuto indiscutibili ricadute politiche. Finendo per travolgere le due precedenti giunte comunali e mettendo qualche premessa per l’avvento di quella nuova (non a caso ieri la sindaca Raggi s’è presentata in aula per assistere personalmente all’ultimo atto). Ma è evaporata in meno di un’ora, il tempo necessario a leggere il dispositivo della decisione; polemiche e letture contrapposte sono garantite. Tuttavia al di là della sconfitta subita dai pubblici ministeri — parziale e non definitiva, ché le condanne ci sono comunque state e per il resto ci saranno gli altri gradi di giudizio — restano l’importanza e il peso di un’inchiesta e di un verdetto che hanno scoperchiato il grande malaffare di Roma. Con pene molto pesanti che, se da un lato aumentano il valore per l’assoluzione dall’accusa di mafia, dall’altro hanno il sapore del contrappeso confermando la gravità di quanto scoperto: dai 10 anni di carcere inflitti a uno dei principali collaboratori dell’ex sindaco Alemanno (a sua volta imputato per corruzione in un processo parallelo) ai 10 per l’ex presidente del Consiglio comunale con la giunta Marino. Sintomo di un’infiltrazione criminale, seppure non mafiosa, che non aveva confini politici e ha condizionato l’amministrazione della Capitale d’Italia.

Cari giudici di Mafia capitale, è l’ora di rileggere Sciascia, scrive Tommaso Cerno venerdì 21 luglio 2017 su "L'Espresso". «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma… ». Abbiamo risentito la frase italiana per eccellenza: la mafia non esiste. Quella dei tempi d’oro. Quando la politica mangiava con loro e i giornalisti venivano ammazzati. Lo dicono ridacchiando mentre uno ‘Stato cecato’ ha inflitto oltre 280 anni di carcere a un’organizzazione criminale guidata da er Cecato vero, Massimo Carminati. Con una sentenza che ripulisce Roma dal lordume. Fra le risatine di avvocati entusiasti per avere mandato in galera i loro assistiti. Ridono perché questa è una sentenza pesante, ma che mostra una visione vecchia della mafia. E fa sembrare loro dei giuristi. Mentre ripetono quello che i mafiosi dicono dal carcere: la mafia non c’è. Un limite culturale dello Stato. Pur con sostanziali passi avanti rispetto agli anni delle assoluzioni choc, degli indulti a comando. Diciamo che qualcuno dovrebbe rileggersi Leonardo Sciascia. Se si ricorda chi sia. Denunciava già nel 1961 questa tendenza italica, quella di non sapere o volere adattare alla modernità la criminalità organizzata che cambia metodi e modi con maggiore velocità rispetto al codice penale: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma… ». A distanza di mezzo secolo da questa profezia, il tribunale infligge pene severissime ai criminali che avevano messo le mani su Roma, ma non cancella la parola “Forse” dalla più celebre citazione de “Il Giorno della Civetta”. E la mafia certamente ha ascoltato dalle sue lorde tane e dalle sue latitanze. Perché può stare certa che in un Paese come il nostro, invischiato in decine di scandali e omicidi, attovagliato spesso con loschi figuri, affermare in nome del popolo italiano che non solo non siamo riusciti a sconfiggere le mafie storiche, ma siamo stati capaci di farne crescere una nuova, nel cuore di Roma, già graziata ai tempi della Banda della Magliana, è roba troppo grossa per il nostro Stato. Lo sappiamo da anni. Una cosa buona c’è. L’organizzazione criminale di er Cecato, di quel Massimo Carminati, ex terrorista nero, viene smantellata da una condanna pesantissima. È un passo avanti. Ma non basta. L’organizzazione messa sotto i riflettori dall’Espresso nel 2012, quando Roma faceva finta di non conoscere quel signore che se ne stava seduto in un distributore di benzina facendo piedino a un pezzo di politica di tutti i colori, con lo stesso sguardo immobile che tenne durante il processo Pecorelli al fianco di Andreotti, va dietro le sbarre. Va detta una cosa: in Italia erano in molti a volersi levare di torno Carminati, come è stato, ma a non voler scoperchiare il marcio che nasconde quel suo mondo di mezzo. Sembra che la giustizia vada avanti, però a piccoli passi. Stavolta le pene ci sono, ma c’è pure l’ennesimo rinvio della grande questione che tiene impalata l’Italia. Siamo in grado di capire che la mafia non porta più la coppola, non usa i pizzini né carica la lupara? Non è facile. Per questo dico senza paura che questa condanna non è il migliore regalo di Stato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’anniversario delle stragi. E ci costringe a rileggere parole che risuonano come una oscura profezia, anche se stentano a prendere vita dentro un’aula di giustizia. La mafia non è un demone, è normalità. Non è sangue, è aria che respiriamo: «Una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza». Lo scrisse Sciascia, appunto, nel 1957. Quando quei giudici erano bambini o nemmeno erano nati. Lo scrisse in nome suo. Incurante di loro. Prima o poi lo riscriveranno anche i giudici in una sentenza. In nome del popolo italiano. Quello che può vincere contro gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraqua. «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sul giornale gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma». Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, 1961

Non era Mafia Capitale (e qualcuno osò dirlo). Dure condanne ma nessuna conferma del 416 bis. Già nel 2015 Panorama aveva sollevato dubbi sulla coerenza giuridica dell'associazione mafiosa, scrive Maurizio Tortorella il 20 luglio 2017 su Panorama. Fin dal gennaio 2015, quando ormai da un mese in tutte cronache giudiziarie aveva fatto la sua comparsa quel nome impegnativo e sinistro, “Mafia Capitale”, Panorama aveva mostrato qualche perplessità tecnica sulla coerenza giuridica della principale accusa rivolta contro una sequela d’indagati e arrestati nell’inchiesta romana su corruzione e appalti pubblici. Oggi il processo si è concluso in primo grado con dure condanne, ma senza che la decima corte penale del Tribunale confermasse l’accusa del 416 bis, per nessuno dei 19 imputati (su un totale di 46) che la Procura romana aveva individuato come facenti parte di un’organizzazione criminale di stampo mafioso.

Quindi non è mafioso il neofascista Massimo Carminati, che pure è stato condannato a 20 anni di reclusione, e non lo è nemmeno Salvatore Buzzi, l’ex ergastolano per omicidio, poi redentosi e divenuto alfiere di alcune cooperative sociali (rosse) che a Roma e circondario facevano affari d’oro con gli immigrati (19 anni di carcere). Tra i condannati, sebbene anch’egli assolto dall'imputazione di mafia, compare anche Luca Odevaine, già capo di segreteria del sindaco Walter Veltroni e poi divenuto responsabile del “tavolo per i migranti”: 6 anni e 6 mesi di reclusione. Adesso, come sempre in questi casi, dovremo aspettare le motivazioni della sentenza per capire dove e perché gli inquirenti hanno sbagliato, o esagerato prospettando una specie di "416 bis alla romana". Certo, oggi tornano alla mente le parole del difensore di uno dei condannati, il consigliere regionale del Pdl Luca Gramazio (11 anni); intervistato da Panorama nell’ottobre 2015, l’avvocato Giuseppe Valentino aveva negato tutte le accuse, ma sull’associazione mafiosa si era inalberato con forza particolare: “Che mafia è quella che non usa le pistole ma il denaro per persuadere e corrompere? Qui c’è tutt’al più un sottobosco romano, un autentico suk, dove pullulano chiacchieroni e millantatori”. È evidente che l'avvocato Valentino almeno su quel punto aveva ragione: di certo, Cosa nostra, la 'ndrangheta e la camorra napoletana, cioè le associazioni mafiose che tutti noi purtroppo conosciamo, usano mezzi intimidatori molto più violenti di quelli utilizzati dagli imputati di Mafia Capitale. Ma oggi, dopo l'assoluzione da quell'accusa, tornano alla mente anche i fischi con i quali alcuni giornali-bandiera del populismo giudiziario avevano accolto quanti (su Panorama, ma anche sul Foglio o sul settimanale Tempi) a suo tempo mostravano perplessità per l’ipotesi “mafia a Roma”. Contro chi aveva osato scrivere che “l’associazione criminale che gravitava attorno a Salvatore Buzzi e a Massimo Carminati non può essere neppure lontanamente paragonata alla mafia. Non ci sono le pistole, l’omertà, l’organizzazione verticistica, il vincolo associativo…”. Nessuna polemica. Leggeremo le motivazioni. Solo il tempo di ricordare che in un altro primo grado, il 3 novembre 2015, c’era stata una sentenza anticipata, pronunciata in uno stralcio di processo per un imputato minore della grande inchiesta Mafia Capitale: Emilio Gammuto, accusato dalla Procura di Roma di corruzione e di associazione mafiosa, era stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione per entrambi i reati. In quel caso, i giornali-bandiera di cui sopra avevano brindato alla condanna, sbeffeggiando i garantisti d'accatto che si ostinavano a non vedere quanta mafia ci fosse nell'inchiesta. Gammuto era stato processato in anticipo rispetto al gruppone dei suoi colleghi imputati perché aveva scelto la formula del procedimento abbreviato. E la sua condanna (arrivata quasi un anno dopo l’emersione dell’inchiesta) era parsa confermare in pieno l’impianto accusatorio. Invece, lo scorso gennaio, in Corte d’appello Gammuto era stato assolto dal 416 bis. Si vedrà per tutti in Cassazione. Si vedrà anche se domattina, su certi giornali-bandiera, la sentenza della decima sezione penale di Roma verrà "rispettata e non criticata": sarebbe una delle auree (ed eccessive) leggi del populismo giudiziario. Ma si sa come finiscono certe cose...

L'eroe della sesta giornata. Mafia capitale e quegli esponenti del Pd rimasti immobili di fronte a anni di malaffare, scrive Giorgio Mulè il 12 dicembre 2014 su Panorama. Non ho letto tutti i documenti giudiziari a sostegno dell’operazione Mafia capitale. Ne ho letti a sufficienza, però, per farmi un’idea piuttosto circostanziata della vicenda. Dirò subito che, avendo compulsato decine di ordinanze di custodia cautelare su Cosa nostra, mi lascia molto perplesso l’attribuzione del marchio di mafia ai soggetti arrestati o indagati. Ci sono alcune vicende che fanno a cazzotti con la pretesa di avere a che fare con un’organizzazione sovrapponibile a Cosa nostra o che si vorrebbe pericolosa tanto quanto gli efferati delinquenti siciliani: a Roma, secondo quanto contestato nei capi di imputazione, ci sono presunti boss che si agitano per recuperare due assegni scoperti da 300 e 600 euro, addirittura colui che si vorrebbe come braccio destro di Massimo Carminati mette su un putiferio per far saldare un debito da 670 euro. Ora, va bene che c’è la crisi e siamo disposti a credere che il quartier generale di Mafia capitale sia presso un benzinaio, però c’è anche un minimo di dignità criminale da salvaguardare se bisogna dar retta alle stime che indicano in oltre 10 miliardi il fatturato di Mafia spa: insomma, Leoluca Bagarella (braccio destro di Totò Riina) non rischiava di finire in galera e sputtanare la "famiglia" per 670 euro, suvvia. L’avrebbero ucciso i suoi stessi compari per questa leggerezza. Transeat, i tempi cambiano e magari sono io a dovermi aggiornare. C’è però un punto del ragionamento degli inquirenti che mi appare così debole da non poter credere che abbia avuto l’avallo di una toga espertissima come il procuratore Giuseppe Pignatone. I magistrati sostengono infatti che Mafia capitale sia una sorta di gemmazione della Banda della Magliana, la stessa finita al cinema e in televisione con la superba trasposizione di Romanzo criminale. Ma stabilire in un atto giudiziario alla base di decine di arresti un nesso diretto tra lo share e la realtà significa conferire alla fiction carattere di verità oggettiva, il che a mio giudizio è una follia oltre che un pericolosissimo vulnus in sede di valutazione degli indizi da parte dei giudici. Eccoci a pagina 33 dell’ordinanza di custodia cautelare: "Il collegamento con la Banda della Magliana è, infatti, solo uno degli elementi su cui si fonda la forza di intimidazione della organizzazione che ci occupa (Mafia capitale, ndr), che si avvale di quella derivazione come strumento di rafforzamento della caratura e della immagine criminale dei suoi associati, sfruttando anche il 'successo mediatico' di quella organizzazione, successo che ne ha indubitabilmente sancito, almeno nell’immaginario collettivo (che però è ciò che conta in questo tipo di delitti), il carattere di mafiosità". Dopo aver letto questo ragionamento, per assurdo, un pubblico ministero particolarmente su di giri potrebbe perfino formulare un’ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di sceneggiatori, registi e attori di Romanzo criminale che con la loro opera avrebbero dato un contributo occasionale a questa Cosa nostra all’amatriciana. Sopportata questa dissertazione giuridica, è il caso di fare altre considerazioni intorno alla vicenda. I reati contestati, i soggetti coinvolti e le dimissioni a catena seguite all’esplosione degli arresti all’interno della giunta di Roma imporrebbero un atto unilaterale di dignità politica da parte del sindaco Ignazio Marino: le dimissioni. Perché è questa l’unica strada percorribile rispetto all’ipotesi accusatoria (difficile da smontare in quanto a ruberie e deviazioni finanziarie) secondo la quale Carminati & c. facevano il bello e il cattivo tempo all’interno del Comune di Roma contando perfino sull’asservimento del funzionario che il sindaco aveva voluto come cerniera con il commissario Anticorruzione. Intendiamoci, sarebbe possibile anche uno scioglimento d’autorità da parte del ministero dell’Interno. A scorrere i decreti che dal Piemonte alla Sicilia hanno portato in un recentissimo passato a spazzare via giunte e consigli comunali senza tenere minimamente conto della presunzione di innocenza, non si comprende in verità come e perché Roma dovrebbe godere di un regime specialissimo di valutazione degli indizi. In realtà lo sappiamo perfettamente ed è questione squisitamente politica. Di opportunismo politico, meglio. Come potrebbe mai il Pd di Matteo Renzi accettare questo schiaffo planetario? Siamo alle comiche, ne converrete: c’è un sindaco che fino al momento della grande retata era bollato (giustamente) come inadeguato dai massimi dirigenti del suo partito, il Partito democratico, al punto da essere stato commissariato su due piedi. Scoppiata la bufera, pur di tenerlo in vita e non andare a elezioni, lo stesso Pd ha la faccia tosta di commissariare il commissario con un nuovo commissario. Inarrivabili. D’altronde ci tocca vivere il tempo degli eroi della sesta giornata, quello in cui – ricordate le Cinque giornate di Milano? – gli opportunisti mostrano il petto accaparrandosi meriti che non hanno. Come Marino, appunto. E come Renzi, il quale, pur di non prendere atto del fallimento di un partito che non ha saputo rifondare dal Veneto alla Sicilia, butta la palla altrove. Sarà allora arrivato il momento, dopo aver letto le malefatte contestate a Roma al cooperatore Salvatore Buzzi così coccolato dall’ex capo della Lega delle cooperative e attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti, di accendere un faro in tutta Italia sul business della misericordia sociale. E cioè su questo enorme calderone in cui – nel nome di un fine nobile come l’accoglienza degli immigrati, l’assistenza dei nomadi o il reinserimento dei detenuti – le coop la fanno da padroni. Si verifichino le convenzioni, le procedure di appalto, i contributi elargiti alle feste di partito e a manifestazioni di "impegno sociale". Il Pd si è dimostrato incapace di fare pulizia al suo interno nonostante sei mesi fa Renzi avesse invitato i suoi a denunciare il malaffare, a "salire i gradini dei palazzi di giustizia". La verità e che in quei palazzi molti esponenti del Pd i gradini li salgono, ma solo dopo che il malaffare è stato scoperto. E spesso per rispondere ad accuse gravissime. Infamanti, direi. Non solo per un partito, ma per una intera classe politica. 

Mafia Capitale non esiste: e questa è la condanna senza appello per la politica romana. E così scopriamo che la politica romana è stata messa sotto scacco non dalla versione romana del Padrino, ma da una banale associazione di trafficoni. Serviva la procura per fermarli? O bastavano occhi aperti e un po’ di coraggio? Ci fossero stati, forse Roma non sarebbe nello stato in cui è ora, scrive Flavia Perina il 21 Luglio 2017 su "L'Inkiesta". Approfitta dei tassi più bassi dell'estate. Tuffati nell'offerta speciale che celebra i 40 anni di Mercedes-Benz Financial: TAN fisso di 0,90% o 1,90%, TAEG variabile a seconda del modello e un anno di RC Auto incluso.... Adesso lo sappiamo per sentenza: era Febbre da Cavallo, non il Padrino. E così, il verdetto di primo grado al processo di Mafia Capitale (che d'ora in poi converrà chiamare Non-Mafia Capitale) ha tra i suoi primi effetti collaterali la necessità di riconsiderare il rapporto tra la città di Roma, i principali partiti cittadini e le bande affaristiche che si muovevano (si muovono?) negli uffici capitolini. Qualificare queste bande come “mafia” ha salvato, in qualche modo, tutti quelli che a vario titolo si sono distratti davanti ai traffici di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. La mafia è cattivissima, la mafia uccide, contro la mafia fior fiore di classi dirigenti si sono squagliate perché nessuno è tenuto ad essere eroe: naturale che alti dirigenti, signori delle tessere, persino sindaci, a Roma come in passato a Palermo, si siano girati dall'altra parte e abbiano fatto finta di non vedere per non trovarsi – chissà – un Luca Brasi alla porta. Ma se non era mafia, se erano solo Mandrake, Er Pomata e Manzotin, il discorso cambia. Ed è molto più difficile spiegare perché ci siano voluti i magistrati per levare di mezzo questa ordinaria, banale associazione di trafficoni, provocando il terremoto che sappiamo. Non erano così spaventosi e minacciosi, quelli di Non-Mafia Capitale. E nemmeno così ricchi da potersi permettere le famose offerte “che non si possono rifiutare”. Mettendo insieme gli appalti del consorzio di Cooperative della “29 Giugno” (98 milioni in dieci anni, tra il 2003 e il 2013) con i bonifici effettuati e le intercettazioni si è arrivati a un valore di corruzione pari più o meno a 500 mila euro. Per un solo filone degli scandali milanesi di Expo, l'imprenditore vicentino Enrico Maltauro ha denunciato la richiesta di un milione e duecentomila euro di mazzette (poi ne versò 600mila). Per il Mose veneziano, secondo l'accusa, alcuni dirigenti del Consorzio Nuova Venezia, assegnatario esclusivo dell'appalto da 5,5 miliardi, avrebbero pagato in tangenti la colossale cifra di 22 milioni di euro. Insomma, Mandrake, Er Pomata e Manzotin, all'approdo del processo di primo grado, non solo risultano poco temibili ma anche piuttosto modesti nelle loro possibilità corruttive. Mettendo insieme gli appalti del consorzio di Cooperative della “29 Giugno” con i bonifici effettuati e le intercettazioni si è arrivati a un valore di corruzione pari più o meno a 500 mila euro. Per il Mose veneziano, secondo l'accusa, alcuni dirigenti del Consorzio Nuova Venezia, assegnatario esclusivo dell'appalto da 5,5 miliardi, avrebbero pagato in tangenti la colossale cifra di 22 milioni di euro. Ora che il tribunale ci ha restituito nelle giuste proporzioni il ritratto delle bande affaristiche del Comune di Roma, due sono le considerazioni. La prima riguarda la Procura romana che ha perseguito fino in fondo la “pista mafiosa”, e la scansiamo: ne parleranno altri, più esperti in questioni giudiziarie. La secondachiama in causa il sistema politico capitolino, tutto, la destra, la sinistra e pure il M5S, perchè le redini di questa città negli anni d'oro della coppia Buzzi&Carminati le hanno tenute tutti, da posizioni di governo o di opposizione, e col senno di poi è naturale chiedere: ma davvero vi siete fatti mettere nel sacco da questi? Davvero serviva la Procura per fermarne, o quantomeno denunciarne, i modesti traffici? Siete scemi o cosa? La città ha pagato un prezzo altissimo per lo scandalo e tutto ciò che ne è seguito. Il commissariamento del Pd, la fuga di molti suoi militanti disgustati, e dall'altra parte lo sputtanamento della destra con un analogo distacco di chi ci aveva creduto, il suo declino elettorale, l'eclissi politica di uno come Gianni Alemanno, che pure in città contava qualcosa. E poi, i nove mesi di calvario di Ignazio Marino, i cui uffici furono devastati dall'indagine e dagli arresti. L'imbarbarimento del confronto politico in città, la revoca della fiducia al sindaco da parte della sua maggioranza, il caos che ne è seguito con la parallela e inarrestabile ascesa del Movimento Cinque Stelle, che ha potuto proporsi come unica forza di moralizzazione in una Capitale che a un certo punto sembrava la Palermo di Ciancimino, o la Miami di Scarface. Non era vero. Era la solita Roma di sempre. La Roma dei «politici pezzenti», come Vittorio Sbardella chiamava i sottopanza che si sporcavano direttamente le mani con gli affari. La Roma del «Fra' che te serve», nella geniale sintesi di Franco Evangelisti, che pre-esiste a qualsiasi formula di governo cittadino e che è stata il sottotesto inespresso di ogni amministrazione. La solita Roma nella sua versione più basic, più elementare, la «mafia del benzinaro» come ha detto Massimo Carminati in aula, con il modesto potere di scambio di qualche spiccio per la campagna elettorale, di qualche centinaia di tessere comprate per vincere un congresso. Che la destra e la sinistra capitoline non siano riusciti a fermare neanche questi modesti delinquenti, a liberarsene, a tenerli nella regola in qualche modo, fa cadere le braccia. Per molti versi, sarebbe stato più consolatorio immaginarle distrutte da Don Vito Corleone piuttosto che da Er Pomata.

«Sì, li condanniamo, però non era mafia», scrive Simona Musco il 21 luglio 2017 su "Il Dubbio".  L’ex sindaco Marino attacca: “Senza Mafia capitale e l’inchiesta sugli scontrini io sarei ancora in Campidoglio”. Ma Orfini: “Lo dico da romano innamorato della mia città: a Roma la mafia c’è. Ed è forte e radicata”.

IL PROCESSO. Non c’era mafia a Roma, ma solo due associazioni a delinquere che si sono presi la città con corruzione e malaffare. Il processo “Mafia Capitale” dunque regge a metà: 41 le condanne e cinque le assoluzioni, ma con l’esclusione del metodo mafioso, quello che ha dato il nome all’intero processo. Il calcolo finale delle pene dimezza così il complessivo chiesto in aula dai magistrati. Quelle più alte sono andate ai due protagonisti dell’inchiesta: Massimo Carminati, l’ex Nar, condannato a 20 anni, contro i 28 chiesti dall’accusa, e Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative, condannato a 19 anni a fronte dei 26 richiesti. L’ex vicepresidente della sua cooperativa, la “29 giugno”, Carlo Guaray, per il quale avevano chiesto 19 anni, è stato condannato a cinque. Il X collegio penale presieduto da Rossana Ianniello ha iniziato a leggere la sentenza alle 13, dentro un’aula bunker stracolma di giornalisti, dopo una camera di consiglio durata 4 ore. In aula anche i parenti degli imputati, assiepati dietro la ringhiera. Il grande assente, poi definito dai legali lo «sconfitto», è stato il procuratore capo Giuseppe Pignatone. A presidiare l’aula c’erano i tre pm che hanno condotto le 240 udienze, Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini. Dieci minuti prima della lettura della sentenza è toccato agli imputati fare l’ingresso in aula, sistemati nei gabbiotti numerati dall’ 1 al 4. Alcuni sono rimasti seduti, altri appesi alle sbarre con lo sguardo fisso sull’altare di legno dal quale poco dopo sono spuntati i giudici. Non è un mafioso, dunque, Massimo Carminati, ma un «delinquente abituale». Per lui, a pena espiata, il tribunale ha stabilito l’affidamento ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro per almeno due anni. Nel frattempo gli sono stati confiscati i beni: dai gemelli d’oro custoditi in casa, alle opere d’arte, ma soprattutto le armi, una katana, due machete e un’accetta. Le condanne sono arrivate anche per i politici coinvolti: sei anni – due in più rispetto alla richiesta – per Mirko Coratti (Pd), ex presidente del consiglio comunale di Roma ed esponente; 11 anni per Luca Gramazio, ex consigliere regionale Pdl; 10 anni a Franco Panzironi, ex ad dell’Ama, otto per Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale; cinque ad Andrea Tassone (Pd), ex presidente del municipio di Ostia. Assolti, invece, Giovanni Fiscon, ex sindaco di Castelnuovo di Porto, Fabio Stefoni, Giuseppe Mogliani, Salvatore Ruggiero e Rocco Rotolo. «La mafia a Roma non esiste», ha sentenziato il legale di Carminati, Bruno Giosuè Naso. «C’è stata una severità assurda: non si è mai visto che su 46 imputati nemmeno uno meriti le circostanze attenuanti generiche. Sono quindi delle pene date per compensare lo schiaffo morale che è stato rivolto alla Procura – ha affermato – Non so se questo processo ha dei vincitori, ma certamente ha uno sconfitto: Pignatone. Su questo non ci sono dubbi». E la sconfitta, in parte, l’ha ammessa anche l’aggiunto Ielo. «È una sentenza che in parte ci dà torto, per quanto riguarda la qualificazione giuridica, ed in parte riconosce la bontà del nostro lavoro – ha detto – La sentenza riconosce l’esistenza di un’associazione a delinquere semplice ed aggravata. È stato un fenomeno di criminalità organizzata ma non di tipo mafioso. Sono state riconosciute due distinte organizzazioni criminali che non avevano però il carattere della mafiosità. Ma la dinamica della delusione non appartiene a chi fa il mio mestiere». L’ex Nar ha seguito tutto da lontano, in videoconferenza. «Era convinto che sarebbe andata male. Temeva che tutte le pressioni mediatiche avrebbero portato a un responso negativo per lui. Mi ha anche detto che adesso lo devo togliere dal 41 bis, questo è il suo primo pensiero e la sua prima preoccupazione», ha spiegato l’avvocato Ippolita Naso al termine del colloquio telefonico con Carminati. Più soddisfatto, invece, Buzzi. «Ora quando esco? questo il suo primo commento Mi auguro che alla luce di questa decisione la mia permanenza in carcere stia per finire». La sentenza ha certificato l’esistenza di un grande sistema corruttivo ma nulla a che vedere con la pesantezza delle accuse mosse dalla Procura. Una «mafia costruita» secondo Alessandro Diddi, legale di Buzzi. «Credo che oggi Buzzi sia stato creduto perchè altrimenti certe condanne che si basano esclusivamente sulle sue dichiarazioni il Tribunale non le avrebbe potute fare. Per questo motivo credo che la Procura debba rifare da capo il processo al “mondo di mezzo”. Abbiamo dato una grande lezione alla Procura che ha investito tutto sul 416 bis impedendo di accertare le corruzioni in questa città».

LE REAZIONI.

MARINO – “Senza Mafia capitale e l’inchiesta sugli scontrini io sarei ancora in Campidoglio”. Lo dice l’ex primo cittadino di Roma, Ignazio Marino in un’intervista alla Stampa. “Contro di me – spiega – ci fu una convergenza opaca di interessi. Non so se qualcuno abbia voluto o tentato di condizionare la magistratura. Ma so che i giudici non sono condizionabili”. Marino quindi si lascia andare a un giudizio ultimativo sul Pd: “Soffro per l’agonia a cui è sottoposto il partito che ho contribuito a fondare. Oggi mi sembra difficile dire che il Pd renziano esista ancora”.

ORFINI – “Possiamo reagire in tanti modi alla sentenza di ieri, tutti ovviamente comprensibili e legittimi. Ma il più sbagliato è quello forse più diffuso in queste ore: sostenere che si dovrebbe chiedere scusa a Roma perchè Roma non è una città mafiosa. Lo dico da romano innamorato della mia città: a Roma la mafia c’è. Ed è forte e radicata”. A scriverlo in un articolo pubblicato sul sito della rivista Left Wing è Matteo Orfini, presidente del Pd. “Basta fare una passeggiata in centro e contare i ristoranti sequestrati perchè controllati dalla mafia. Basta passeggiare nei tanti quartieri in cui le piazze di spaccio sono gestite professionalmente, con tanto di vedette sui tetti e controllo militare del territorio. Basta spingersi a Ostia e seguire le attività degli Spada, o andare dall’altra parte della città dove regnano i Casamonica. Basta leggere le cronache per trovare la mafia ovunque”, aggiunge. “Ma quella di Carminati non è mafia, dice il processo. Vedremo cosa stabiliranno i prossimi gradi di giudizio, ma come scrissi mesi fa, cambia davvero poco. A Roma la mafia c’è e ha dilagato usando la corruzione come grimaldello. Oggi Roma è gestita da più clan che hanno evidentemente trovato un equilibrio tra di loro e si sono spartiti la città. A chi ha iniziato a sgominare questo sistema bisogna solo dire grazie, soprattutto se si pensa che in passato la procura di Roma era nota come il “porto delle nebbie”. Farebbe piacere anche a me – continua Orfini – poter dire che la mafia a Roma non c’è. Ma sarebbe una bugia. Io sono orgoglioso di essere romano. Ed è proprio l’orgoglio che mi fa dire che – di fronte a quello che oggi è diventata Roma – bisogna reagire e combattere, non affidarsi a tesi di comodo. Roma non è stata umiliata da chi indaga. Roma è stata umiliata da chi l’ha soggiogata. E da chi non ha saputo impedirlo. Invertire l’ordine delle responsabilità significa continuare a tenere gli occhi chiusi”, conclude.

RAGGI – “Quello che la sentenza ha comunque accertato è che c’è stato un pesantissimo e intricatissimo sistema che per anni ha tenuto sotto scacco la politica. Questo significa che quando parlo di bandi, di seguire le procedure di legge, vuol dire andare verso un nuovo corso, quello che i cittadini ci hanno chiesto. Io non vedo altra strada se non quella di continuare in questa direzione”. Così la sindaca di Roma Virginia Raggi interpellata a margine di una conferenza stampa torna a commentare la sentenza di ieri sul processo “Mafia Capitale” che pur infliggendo pesantissime condanne per corruzione ha escluso l’associazione mafiosa, mantenendo l’associazione semplice.

Roberto Saviano, dito medio a chi lo insulta, scrive il 22 Luglio 2017 “Libero Quotidiano”. Dito medio agli insulti e un consiglio: "Se vi infastidiscono le mie parole state alla larga da questa pagina. Non sarà insultando che mi ridurrete al silenzio". Così Roberto Saviano in un post su Facebook risponde a chi lo attacca e a chi vuole metterlo a tacere. "Se parlo di Napoli, meglio che stia zitto. Se parlo di infiltrazioni mafiose al Nord, meglio che parli di Napoli. Se parlo di riciclaggio a Londra, meglio che parli di Italia. Se parlo di una parte politica, ma non parli mai degli altri? Più mi invitate al silenzio, più capisco di colpire nel segno, di centrare il bersaglio". E poi c'è chi è convinto che io non capisca ciò che accade perché non vivo più a Napoli, perché non vivo più in Italia. Vivrei, invece, come dice un senatore di Ala, in un attico a Manhattan. Triste constatazione: alla politica si dà ormai credito solo quando diffonde bufale".  "Ed ecco quindi un messaggio chiaro e inequivocabile per chi mi insulta - prosegue lo scrittore - mi dispiace, perdete il vostro tempo. Continuerò a studiare, ad analizzare, a mettere insieme tasselli e a farne un racconto comprensibile (soprattutto) per i non addetti ai lavori. Perché è questo il mio obiettivo: condividere ciò che imparo".

Saviano critica se le sentenze non sono le sue, scrive Annalisa Chirico il 22 luglio 2017 su "Il Foglio". Sgombriamo il campo dagli equivoci: il tribunale non dice che Roma è la culla della legalità, che Carminati e Buzzi sono due stinchi di santo; né le toghe ritengono che le soavi minacce al telefono fossero una candid camera per burlarsi dei poliziotti all' ascolto, che mattacchioni. La verità è che le decisioni dei giudici paiono incontestabili quando coincidono con le proprie opinioni e attese, possono essere invece aspramente criticate quando contrastano con il nostro dover essere della giustizia. Se ne faccia una ragione Roberto Saviano il quale replica alla sentenza che ha condannato gli imputati di Mazzetta capitale (Mafia, non scherziamo) annullando l'imputazione dell'associazione mafiosa. Eppure la speculazione a uso e consumo dei mafiologi nostrani prosegue, del resto sulla mitologia mafiosa si costruiscono lucrose carriere. Saviano paragona la Roma, covo di cravattari e corruttori, alla Palermo delle stragi mafiose che trucidarono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e numerosi altri uomini dello Stato. Ma se tutto è mafia, nulla è mafia. «A Roma la mafia non esiste. Anche a Palermo non esisteva», cinguetta su Twitter lo scrittore napoletano. Come se non bastasse, l'autore di Gomorra, che vive sotto scorta, si spinge fino ad auspicare una modifica della stessa fattispecie criminosa: «È ora di rivedere un reato applicabile solo a gruppi capeggiati da meridionali». Ecco il Saviano legislatore che dà consigli al Parlamento per adattare la legge dello Stato alle sue personali convinzioni, e nel far ciò, senza sprezzo per il ridicolo, egli finge di non sapere, o forse non sa. C' è da sperare che il Saviano pensiero non contempli la retroattività della legge penale, ma soprattutto vorremmo sapere se nei suoi auspici il progetto rivoluzionario comporterebbe pure l'introduzione di una nuova fattispecie: la mafia etnica senza mafiosità. Ponendo la questione in termini di appartenenza geografica, come se i giudici smentissero l'aggravante mafiosa per una pura circostanza di accento siculo o calabrese mancante, Saviano auspica che i nuovi confini del metodo mafioso siano definiti su base linguistica. Sono mafiosi pure i romani doc, brianzoli e venessiani chi lo avrebbe mai detto. Nessuno nega che la ndrangheta si sia radicata saldamente a Roma come a Milano, ma la sconfitta della procura capitolina nasce dalla ostinata volontà, questa sì fallace, di dimostrare l'esistenza di una Cupola all' ombra del Cupolone, retta da er Cecato, vertice di un sistema fondato non su sangue e violenza, intimidazione e sacralità associativa, ma sulla elargizione di mazzette.

Corrotti e mafiosi. Il ladrone di Roma era il Pd, ma i pm chiusero mezzo occhio, scrive Franco Bechis il 21 Luglio 2017 su "Libero Quotidiano". Con la sentenza della decima sezione penale del tribunale di Roma guidata dal giudice Rossana Iannello non solo è stata cancellata nei confronti di molti imputati- a cominciare da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi l’accusa di associazione mafiosa, sconfiggendo la tesi principale della procura guidata da Giuseppe Pignatone (che titolò l’inchiesta “Mafia Capitale”). Ma i pm hanno avuto dalla corte anche un’altra correzione sostanziale: avevano chiuso un pizzico di occhio sul Pd, cercando di andare con la mano leggera sul partito guidato da Matteo Renzi. Nella sua impostazione, e nell’eco mediatico avuto fin dal primo giorno la responsabilità politica di Mafia capitale era stata addossata più al centro destra che al centro sinistra. E infatti la procura aveva chiesto 46 anni e 6 mesi di pena nei confronti di politici del Pdl e 20 anni di pena nei confronti di politici del Pd. La sentenza ribalta i rapporti: a tutti gli imputati del Pd sono state aumentate le pene rispetto alle richieste, e alla fine le condanne sono state a 28 anni invece dei 20 proposti. Nello specifico Mirko Coratti, presidente consiglio comunale di Roma è stato condannato a 6 anni quando i pm ne chiedevano 4 anni e 6 mesi, (differenza + 1 anno e 6 mesi). Pier Paolo Pedetti, consigliere comunale Roma è stato condannato a 7 anni quasi raddoppiando la richiesta dei Pm che chiedevano 4 anni, (differenza + 3 anni). Andrea Tassone, presidente municipio di Ostia è stato condannato a 5 anni contro i 4 chiesti dal Pm (+1 anno). Sergio Menichelli, sindaco di Sant’Oreste di Roma è stato condannato a 5 anni invece dei 4 chiesti dalla procura (+1 anno). Michele Nacamulli, consigliere municipio Ostia è stato condannato a 5 anni invece dei 3 anni e 6 mesi chiesti dal pm (+ 1 anno e 6 mesi). Nei confronti degli imputati del Pdl (il centrodestra dell’epoca) invece sono stati comminati 24 anni di carcere invece dei 46 anni e 6 mesi che erano stati richiesti dalla procura. Uno di quegli imputati, l’ex sindaco di Castelnuovo di Porto, Fabio Stefoni, per cui erano stati chiesti 4 anni di carcere, è stato assolto. E il finale racconta una storia un po’ diversa: con 28 anni di condanna ad esponenti del Pd e 24 ad esponenti del Pdl, la storia della corruzione a Roma si tinge molto di più di Nazareno. Anche se non si tratta di Mafia capitale, ma di grande scasso della capitale, l’inchiesta di Roma resta clamorosa. E le decisioni della corte sono certo pesanti. Dei 46 imputati 41 sono stati condannati. Solo in due casi però è stata accolta la richiesta della procura, mentre in 30 casi la pena comminata è inferiore a quella proposta e in 14 cosi invece è stata aumentata rispetto alle richieste. Complessivamente sono stati inflitti 288 anni e 8 mesi di carcere, oltre alle pene accessorie. Ma le richieste dei pm erano molto più alte: 519 anni e 5 mesi, e lo sconto di pena effettuato dalla corte non è irrilevante: 230 anni e 9 mesi, pari al 44,5% di quanto era stato richiesto.

Mafia Capitale, lite tra Abbate e avvocato di Carminati. Mentana: “È adrenalina da sentenza”, scrive il 21 luglio 2017 "Trendinitalia". Polemica al calor bianco a Bersaglio Mobile (La7) tra Lirio Abbate, giornalista dell’Espresso, e Ippolita Naso, avvocato difensore di Massimo Carminati. La legale accusa Abbate di essere “ossessionato” dall’ex Nar. Il giornalista sorvola e racconta il colpo messo a segno da Carminati nel 1999 al caveau della Banca di Roma all’interno del Palazzo di Giustizia, con la complicità di quattro carabinieri corrotti. Ma Naso lo interrompe: “Non è così, sono stati i carabinieri ad aver organizzato il furto e hanno chiesto aiuto a Carminati, perché non erano in grado di farlo da soli. Quindi, si sono rivolti ai “cassettari” romani. Sta dando dati errati. Lo vede che non si legge le carte processuali?”. “Ma non è così! Questo lo racconti ai ragazzini! Lei rilegga bene le sentenze e tutte le carte”, ribatte Abbate. E a intervenire è Enrico Mentana, che, scettico, chiede all’avvocato: “Ma questi carabinieri come hanno trovato Carminati? Sulle Pagine Gialle?”. Abbate spiega che il furto fu organizzato su commissione perché richiesto da alcuni avvocati per ricattare dei magistrati romani. Ma l’avvocato di Carminati ribadisce: “Lei sta calunniando dei magistrati romani”. “E’ tutto scritto nelle carte” – replica il giornalista – “Se dico una falsità, lei ha tutti gli strumenti penali per ricorrere nei miei confronti”. “No, non ne ho bisogno”, risponde Naso. Abbate poi si sofferma sul teste Roberto Grilli, che, per paura di Carminati, ritrattò durante il dibattimento la propria testimonianza resa nella fase preliminare. “Quello che dice mi conferma che non legge le sentenze di cui poi parla”, commenta, piccata, Ippolita Naso. “Invece le sue parole mi confermano che, quando il suo cliente minaccia di spaccarmi la faccia, lei non ha mosso un dito”, controbatte Abbate, che fa riferimento alle note telefonate intercorse tra Carminati e al suo braccio destro, Riccardo Brugia. In quell’occasione, l’ex terrorista dei Nar, infastidito da un articolo pubblicato nel 2012 da Abbate, si sfogò: “Non so chi è sto Lirio Abbate, infame pezzo di merda. Se lo trovo gli fratturo la faccia”. Naso insorge e accusa il giornalista di essersi procurato le intercettazioni delle conversazioni tra lei e Carminati: “Le conversazioni tra me e il mio cliente lei non le avrebbe dovute neanche leggere, le ha lette perché forse qualche suo amico carabiniere gliele ha date. Lei ha fatto un autogol clamoroso”. E ripete più volte: “Si vergogni”. Abbate ribatte: “Veramente le telefonate tra lei e il suo cliente sono rimaste coperte dal segreto. E’ lei che è caduta nella trappola. Lei sa benissimo che non sono come voi che “ho qualcuno”. Si vergogni lei”. A sedare la bagarre è Mentana che osserva: “Io capisco che c’è l’adrenalina da sentenza, ma Lirio Abbate non ha certamente ascoltato le telefonate tra lei e il suo cliente”.

I lapsus del giornalismo embedded, scrive Valerio Spigarelli il 21 luglio 2017 su "Il Dubbio". Certe volte, nella cronaca giudiziaria, la fantasia supera la realtà, nel senso etimologico del termine. Quel che è avvenuto oggi, prima durante e dopo la lettura della sentenza che ha stabilito, per ora, che Mafia Capitale è un esperimento giudiziario andato male, nella migliore delle ipotesi – o un bluff sostenuto proprio da una stampa che ha da tempo rinunciato al suo ruolo, nella peggiore – lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio. Vediamo i fatti. Attorno alle 9,30, il collegio del Tribunale di Roma si ritira in camera di consiglio indicando per le ore 13 il momento in cui leggerà il dispositivo della sentenza. Per i giudici non c’è mafia per Rai e Ansa invece sì. L’aula è gremita di avvocati, familiari e rappresentanti della stampa. Decine di giornalisti e operatori video, cespugli di telecamere montate sui treppiedi, che pare di stare in un film hollywodiano degli anni Cinquanta. Clima delle grandi occasioni giornalistiche, insomma. Il pienone di giornalisti, a dirla tutta, è una novità, visto che non se ne vedevano così tanti dai tempi del debutto del processo. Nel corso delle 250 udienze la presenza dei cronisti s’era fatta sempre più rada; spesso i giornalisti era assenti del tutto, soprattutto quando a parlare era la difesa. Talmente assenti che alcune cronache comparse sui giornali non avevano raccontato quel che realmente era avvenuto nel corso dell’una o dell’altra udienza, ma avevano liberamente ripreso gli avvenimenti dagli atti di qualche anno prima contenuti nelle informative di polizia giudiziaria. Insomma, visto che non avevano tempo di venire, i giornalisti ascoltavano il processo su radio radicale, il più delle volte, e qualche volta neanche quello: invece di udire quello che aveva detto il teste convocato per una certa udienza, andavano a sfogliare le informative e riportavano quello che la stessa persona aveva raccontato nel chiuso di un ufficio di polizia qualche anno prima. In ogni caso ieri no, tutti presenti, attenti ed informati. Talmente informati che neppure un’oretta dopo il ritiro in camera di consiglio dei giudici, alle 10,15 l’ANSA, cioè la più grande e prestigiosa agenzia giornalistica italiana, lancia un breve takesubito ripreso da molte testate dal titolo shock “MAFIA ROMA: CARMINATI CONDANNATO A 28 ANNI”. Il testo specificava “Massimo Carminati è stato condannato a 28 anni al termine del processo a Mafia Capitale. La decima corte del Tribunale di Roma ha accolto le richieste della Procura riconoscendo l’ex Nar come capo dell’associazione mafiosa che avrebbe condizionato la politica romana”. La notizia, ovviamente, cade come una bomba tra gli avvocati presenti. È una balla, evidentemente, visto che i giudici non sono ancora usciti, ma, si sa, gli avvocati sono sospettosi e malfidati, e dunque si scatena immediatamente una ridda di ipotesi e commenti: “avranno avuto la notizia dell’esito e gli è sfuggita” “certamente hanno parlato con qualcuno” “forse hanno visto una bozza del dispositivo” “chi sarà la talpa?”. I più allenati a verificare la fisiognomica giudiziaria – cioè quella scienza inesatta molto in voga nei tribunali che pretende di preconizzare l’esito delle cause a seconda delle espressioni dei giudici, dei pm o del personale amministrativo (e che di solito non ci azzecca mai) – subito pretendono di trarre conferme della verità della notizia dal fatto che uno dei tre pm, non precisamente un giovialone, fin dalla prima mattina dispensa sorrisi a destra e a manca. Anche la circostanza – di suo comunque non troppo elegante – che al seguito dei procuratori si è presentato il ROS che aveva seguito le indagini praticamente al completo, capo, sottocapo e militi in polpa e delegazione, viene subito collegata alla bufala per accreditarla: “se stanno qui è perché sanno qualcosa; ‘sto giornalista dice la verità!” è la conclusione dei più smart tra i commentatori. Neppure quando, una manciata di minuti dopo, la stessa agenzia ANSA dichiara che si è trattato di uno spiacevole incidente pregando di “annullare la notizia” in quanto “andata in rete per errore”, i commenti preoccupati si acquietano: “figurarsi, erano obbligati a farlo! E poi una smentita è una notizia data due volte”. I più addentro ai misteri della stampa nazionale dopo un po’ ricostruiscono l’accaduto millantando le più diverse fonti, dall’amico giornalista vaticano alla fidanzata occulta di un capo redattore. Secondo questa versione è semplicemente accaduto che un cronista un po’ sbadato ha inserito in rete una bozza, una sorta di coccodrillo giudiziario tanto per usare termini da redazione, che aveva predisposto per portarsi un po’ avanti col lavoro. Tutto qui. Spiacevole incidente, appunto. “Spiacevole, sì” – pensa qualcuno dei più scaramantici, come il sottoscritto – anche il fatto che il coccodrillo sia quello: chissà se ne hanno fatto uno che dice LA PROCURA DI ROMA SMENTITA etc etc”. Di commento in commento si arrivava alle 13. La tensione sale quando entra il Tribunale, la gloriosa stampa nazionale è tutta coi cellulari in mano che registrata l’evento. Anche su Radio Rai Uno sono sul pezzo, vanno in diretta interrompendo il notiziario delle 13: “Carminati condannato a 20 anni, Buzzi a 19, riconosciuta l’associazione di tipo mafioso che era la questione centrale del processo, il perno attorno al quale ruotava l’inchiesta” dice il giornalista. È la seconda balla della giornata, ancora più clamorosa della prima, visto che il cronista non sta al desk di una redazione dislocata chissà dove, ma proprio nell’aula bunker di Rebibbia, tanto che si scusa perché deve parlare a bassa voce. Sta lì, sicuramente col cellulare in mano, ma col cervello sintonizzato chissà dove, visto che non capisce quel che succede. Anche qui, a stretto giro ed in diretta, segue canonica smentita: un po’ come a tutto il calcio minuto per minuto, il reporter si ricollega e dice “scusa (Bortoluzzi?) devo precisare che è in realtà caduta l’accusa di associazione mafiosa. La notizia non è vera, il cronista s’è sbagliato”!. E due. Ora, perché racconto quella che può sembrare solo la cronaca impietosa di un paio di topiche giornalistiche? Perché non sono topiche, sono lapsus freudiani che dicono tutto sulla gloriosa stampa nazionale, embedded sul carro delle Procure da troppo tempo, e oggi ancor più comodamente assisa sulle alfette delle agenzie investigative. Una stampa che sbaglia perché non gli sembra vero, proprio no, che possa sbagliare una Procura, o il ROS, e dunque scrive coccodrilli forcaioli, quando non copia veline giudiziarie o intercettazioni illegittimamente diffuse, oppure fraintende una cosa semplice come un dispositivo di una sentenza proprio perché ha smesso di abbaiare al potere giudiziario, come dovrebbe fare un vero cane da guardia del potere, ma azzanna solo chi finisce dentro gli ingranaggi giudiziari. Poi magari si scusa, “spiacevole incidente”, “scusa Ameri mi dicono che non è gol”. Eppure oggi la notizia, quella su cui dovevano fare attenzione, era una sola: se c’era o non c’era la Mafia a Roma, ci voleva poco. Naturalmente anche il resto dell’universo giornalistico inizia a parlare e commentare, e non sono pochi quelli che, al succo, dicono: “la mafia non c’è ma le condanne, e pure toste, invece sì: dunque che cambia? La Procura ha vinto lo stesso”. E magari sono quelli che da qualche anno in qua l’hanno menata su e giù per le colonne dei giornali proprio sul fatto che di epocale, in questo processo, c’era la Mafia, Capitale per di più, non certo la corruzione che è vecchia come il mondo. Quella era la notizia “vera” ma a molti, troppi, giornalisti italiani non gli va giù che quella “notizia”, su cui si sono cullati per anni, alla fine sia stata dichiarata ufficialmente “una balla” e allora fanno diventare realtà la fantasia. Come volevasi dimostrare. Ma che c’entra col giornalismo?

Intervista a Franco Gabrielli: «Mafia, reato da cambiare», scrive Massimo Martinelli il 23 luglio 2017 su "Il Messaggero". Dobbiamo convincerci tutti che la corruzione è l’incubatrice delle mafie. E invece vedo un atteggiamento da scampato pericolo nei confronti della sentenza sul Mondo di Mezzo, come a dire: la corruzione è una cosa e la mafia è un’altra. E questo, secondo me, è un approccio molto pericoloso». Pochi mesi dopo la grande retata di Mafia Capitale Franco Gabrielli fu nominato prefetto di Roma, con due grane da sbrigare sulla scrivania: il Giubileo alle porte e la relazione della Commissione d’accesso nominata dal Viminale che doveva valutare il livello di infiltrazione mafiosa in Campidoglio. Oggi Gabrielli è il capo della Polizia e sull’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso contestata ai principali imputati - e caduta in dibattimento - ha un’idea precisa: «Dal mio punto di vista, l’accusa da cui muove questa inchiesta rappresenta una sorta di interpretazione avanzata del rapporto tra la corruzione e la mafia. Leggeremo le motivazioni della sentenza per vedere se questa interpretazione è troppo avanzata: Ma se viene considerata troppo avanzata, a questo punto questa inchiesta interroga il legislatore».

Significa che sarebbe opportuno modificare l’articolo 416 bis che punisce appunto l’associazione a delinquere di stampo mafioso?

«Intanto bisogna chiarire che parliamo di una sentenza di primo grado di cui peraltro conosciamo solo il dispositivo; deve intervenire ancora una sentenza di merito e poi la Cassazione. Bisogna ricordare che sono già intervenute sentenze del Riesame e di Cassazione che si sono espresse in maniera difforme sugli stessi imputati. Detto questo, credo che se non ci sono le condizioni affinché un giudice - nella sua legittima autonomia - non aderisca a questa interpretazione avanzata delle procura di Roma, vada cambiato lo schema legale del 416 bis. Se la sentenza non coglie la modernità dell’impostazione dell’accusa e la correlazione tra corruzione e mafia, bisogna rimodellare la formulazione del reato di 416 bis».

Quindi lei non pensa che Pignatone e gli altri magistrati della procura di Roma siano usciti sconfitti da questo processo?

«Invito tutti a una grande cautela sui giudizi di questo tipo. Ho letto sui giornali che Pignatone sarebbe stato sconfitto e mi consenta una digressione: quando arrivai a fare il prefetto di Roma mi trovai subito alle prese con due questioni complesse e delicate: la macchina organizzativa del Giubileo da preparare e gli imminenti esiti della commissione d’accesso che avrebbe potuto portare allo scioglimento per mafie del Comune di Roma. Siccome mi capita spesso di trovarmi un po’ da solo, l’unica persona con la quale ebbi a interloquire e che rappresentò per me un punto di riferimento ineliminabile fu Giuseppe Pignatone, che con la sua capacità di essere prima di tutto un uomo delle istituzioni mi disse che secondo lui non c’erano gli estremi per arrivare allo scioglimento del comune di Roma per mafia. Sottolineo che questo avvenne in un paese in cui troppo spesso gli interessi di bottega prevalgono su interessi generali: in fondo in quel momento ad un povero prefetto che arrivava nella Capitale, un procuratore interessato a conseguire un risultato immediato avrebbe consigliato altro. Perché è ovvio che lo scioglimento per mafia avrebbe costituito un punto di riferimento forte per la procura, una sorta di punto fisso che avrebbe avuto i suoi effetti anche nei successivi sviluppi del dibattimento processuale. E invece, con onestà intellettuale, mi disse che Roma non andava sciolta. Mi piace ricordarlo oggi in un momento in cui qualcuno parla di sconfitta della procura, perché in quell’occasione si è visto lo spessore dell’uomo e del magistrato».

Quindi nessuna sconfitta?

«Non credo che sia una sconfitta. Soprattutto perché non è vero che a Roma e nel Lazio non ci sono le mafie. Purtroppo ci sono e ci sono sentenze che lo dicono. Ma questa vicenda, che io non ho mai chiamato Mafia Capitale ma indagine sul Mondo di Mezzo, dovremmo leggerla con un occhio diverso e da una prospettiva diversa».

Quale prospettiva?

«La stessa con la quale la procura di Roma, fin dall’inizio aveva individuato il fenomeno. Disse che eravamo in presenza di un qualcosa di originale e di originario. Che proprio per la sua caratteristica particolare, questo tipo di organizzazione aveva i profili dell’associazione mafiosa, che però si caratterizzava per alcune peculiarità diverse da quelle delle mafie storiche. Insomma, è l’interpretazione avanzata del rapporto che lega in maniera indissolubile la corruzione alla mafia».

Un’interpretazione avanzata che, tuttavia, il tribunale non sembra avere colto?

«Non vorrei che si risolvesse tutto in una disputa da stadio, sono contrario all’approccio manicheo secondo il quale o ci sono i pm che non hanno capito niente o giudici che non hanno colto questa interpretazione. A volte la verità sta nel mezzo, c’è una procura più sensibile che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo e c’è un giudice che non ha interpretato alla stessa maniera».

E come se ne esce?

«Se ci sono le condizioni affinché questa interpretazione possa essere sostenuta anche in un successivo giudizio, allora la giurisprudenza colmerà il gap. Se questa interpretazione non troverà accoglimento pieno nella giurisprudenza, credo che sia maturo il tempo perché un certo tipo di corruzione sia letta come una forma di incubazione delle mafie e quindi in qualche modo debba essere trattata alla stessa stregua del contrasto alle organizzazioni mafiose».

Lei ritiene che questa visione del reato di mafia sia legata al mutamento di pelle della mafia stessa, da organizzazione dedita a traffico di droga, racket, delitti, a holding interessata agli appalti pubblici?

«Una delle regole che ci hanno insegnato sui banchi di Giurisprudenza è che la legge segue il fatto. Quindi la capacità dei tribunali per un verso e della legge per l’altro deve essere anche quella di cogliere i mutamenti che avvengono nelle forme criminali. Io credo che nel caso in questione distinguere tra corruzione e mafia sia una errore esiziale, quasi a voler dire che la mafia è una cosa seria e la corruzione è qualche cosa che può essere anche fisiologicamente tollerato. Dobbiamo fare un salto di qualità: c’è stata una stagione nel nostro Paese in cui la mafia era relegata a fenomeno territoriale, anche a un qualcosa che aveva a che fare con modalità di lotta politica, per cui si accusava l’avversario di essere mafioso immaginando che la sola etichettatura fosse un marchio di infamia e che nulla più si avesse a pretendere. Poi ci si è resi conto che la mafia era qualcosa di più serio, che non era limitato solo a contesti geografici, che era un fenomeno pervasivo, che attentava pesantemente anche all’economia».

Mafia Capitale ha dimostrato tutto questo?

«Credo che l’importanza storica di questa inchiesta sia quella di aver sottolineato in maniera forte e originale come un certo tipo di corruzione pervasiva, che attacca le istituzioni sia un’espressione della mafiosità».

Una delle caratteristiche del reato di associazione mafiosa è la forza intimidatrice del sodalizio. Nel caso di Mafia Capitale, la procura l’aveva individuata in quella “riserva di violenza” fornita dalla figura di Carminati. Ma se un imprenditore si limita a corrompere un dirigente pubblico con una busta piena di contanti - senza minacciarlo - si può parlare di mafia?

«La procura di Roma ha dovuto necessariamente trovare un addentellato sulla forza intimidatrice dell’associazione, perché lo schema legale del 416 bis prevede questo. Ecco perché io dico che se gli ambiti interpretativi consentono di far refluire queste forme di corruzione sempre più pervasive nel reato di mafia, bene così. Se ciò non è, e magari il giudice nelle sue motivazioni ci spiegherà che ciò non può essere - ma non perché sia meno sensibile, ma perché la norma non può essere interpretata in quella maniera, allora credo che sia arrivato il tempo per una modifica dello schema legale del 416 bis».

Lei pensa che cambiare in maniera estensiva il reato previsto dal 416 bis possa diventare una priorità del Parlamento?

«Intanto parliamo di un Parlamento che volge alla sua fase finale. Non ci sarebbero nemmeno i tempi tecnici per approcciare un problema così importante. Mi auguro che il prossimo Parlamento, qualunque maggioranza esprimerà, metta tra i primi punti dell’ordine del giorno la lotta vera e senza quartiere alla corruzione».

Basterà cambiare lo schema legale del 416 bis?

«Nessuno è così ingenuo da pensare che la corruzione sparirà. Io sono dell’idea che non sparirà la corruzione come non spariranno le altre forme criminali, perché attengono al profilo degli essere umani. La sfida è far sì che i fenomeni patologici siano relegati ad una eccezionalità e non ad una disarmante fisiologia. La strada più indicata, secondo me, è quella di arrivare all’emissione di pene severe, come quelle stabilite dal tribunale di Roma per il Mondo di Mezzo, e soprattutto pene certe».

Pignatone: "E' vero, ho perso, ma a Roma i clan esistono e io non mi rassegnerò mai". Parla il capo della procura: "Non mi sento responsabile dell'effetto mediatico dell'inchiesta e delle strumentalizzazioni politiche", scrive Carlo Bonini il 22 luglio 2017 su "La Repubblica". Il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si è preso una notte. "Perché le cose si vedono meglio con la testa fredda". 

E il giorno dopo la fu "Mafia Capitale" cosa vede, dunque?

"Che la sentenza del Tribunale ha riconosciuto che a Roma ha operato una associazione criminale che si è resa responsabile di una pluralità di fatti di violenza, corruzione, intimidazione. Che l'indagine di questo ufficio ha svelato un sistema criminale capace di infiltrare il tessuto amministrativo e politico della città fino al punto di avere a libro paga amministratori della cosa pubblica. Questo vedo. E questo dice tre cose. La prima: che abbiamo lavorato bene e che hanno lavorato bene i carabinieri del Ros, che per questo ringrazio. La seconda: che la sentenza apre uno spazio per una riflessione non solo giudiziaria su questa città, che però non spetta a me. La terza: non si è trattato di una fiction". 

Procuratore, questo è il bicchiere mezzo pieno. Converrà che la notizia è quello mezzo vuoto. Il suo ufficio perde il processo sulla questione dirimente. La mafiosità di quel sistema criminale. 

"Non c'è dubbio. È il dato negativo di questa sentenza". 

Quindi ha ragione chi dice che questo processo ha un solo sconfitto e che quello sconfitto è lei?

"Io non ho una concezione agonistica della giustizia. Né, aggiungo, una cultura dell'insulto. Osservo che ogni giorno, in questo palazzo, ci sono giudici che trattano, con grandissimo impegno procedimenti che hanno ad oggetto fatti di 416 bis o in cui si contesta l'aggravante mafiosa. Accade di vedere accolte le proprie tesi e di vederle respinte. Insomma, per quanto importante, questa sentenza di primo grado non riassume una stagione giudiziaria e quello che ha fotografato in questa città in materia di criminalità organizzata". 

Non può negare che su "Mafia Capitale" lei e il suo ufficio avete giocato una scommessa ambiziosa. Il che rende questo processo diverso, non fosse altro per le risorse che ha assorbito.

"Mondo di Mezzo, come l'abbiamo chiamata noi, non è stata una scommessa. Perché sono un magistrato e non scommetto sulla libertà delle persone. Detto questo, è vero. Con questa indagine intendevamo proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione. Per altro, muovendoci nel solco della più recente giurisprudenza di Cassazione sull'articolo 416 bis. Ora, il tribunale ha espresso un parere diverso e dunque aspettiamo le motivazioni per comprendere quale è stato il percorso logico della decisione. Se si tratta di questioni che riguardano l'interpretazione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, o, al contrario, di una diversa lettura e qualificazione del fatto storico che il dibattimento ha provato. Dopodiché, se il tribunale ci convincerà, non faremo appello, altrimenti impugneremo". 

E va bene. Ma, con il senno di poi, tornerebbe a qualificare l'associazione criminale di Buzzi e Carminati come mafia?

"Non ho cambiato idea stanotte. E sa perché? Perché la nostra imputazione di mafia, sin qui, ha trovato il conforto di due pronunce della Cassazione nella fase incidentale dei ricorsi alla custodia cautelare di alcuni degli imputati, di un gip, di un tribunale del Riesame. Quanto alla "sconfitta", mi lasci dire che, premesso il profondo rispetto che ho per l'informazione, ho letto stamani semplificazioni che ci attribuiscono cose che non abbiamo mai detto e conseguenze dei nostri atti che esulano dalla nostra disponibilità". 

Quali?

"Ho sempre detto in tutte le sedi ufficiali, da ultimo, nel luglio 2015 nella mia audizione in Commissione antimafia, che "Mafia Capitale" era una "piccola mafia". Che non dominava Roma. Che Roma non è né Palermo, né Reggio Calabria. Inoltre, ed è un atto ufficiale anche questo, ho messo per iscritto nel parere che mi venne chiesto quando si pose il problema dello scioglimento o meno del Consiglio Comunale per infiltrazioni mafiose che non c'erano le condizioni. Quindi, dire che con le nostre inchieste abbiamo cambiato il corso politico degli eventi a Roma, che abbiamo esposto la città al ludibrio del mondo, significa attribuirci un uso politico della giustizia penale che non abbiamo in alcun modo esercitato. Insomma, non penso debba rispondere il mio ufficio di chi ha usato politicamente i fatti che la nostra inchiesta ha fatto emergere". 

È successo però.

"È successo. Ma non siamo noi i responsabili dell'effetto mediatico di un'inchiesta. E, come magistrato, non lavoro per il plauso o il consenso dell'opinione pubblica. Mi permetto, piuttosto, di proporre al dibattito qualche elemento diverso. Oggettivo e meno ozioso". 

Cioè?

"A Roma le mafie esistono. E lavorano incessantemente nel traffico di stupefacenti, nel riciclaggio di capitali illeciti, nell'usura. Solo lo scorso giugno abbiamo sequestrato beni di provenienza mafiosa per 520 milioni di euro. Sono mafie che incidono pesantemente nella qualità della vita dei cittadini, nella libertà delle loro scelte. Non solo. Roma ha un'emergenza altrettanto grave, se non più grave della mafia. E sono la corruzione e i reati economici. Noi trattiamo bancarotte per centinaia di milioni di euro. Frodi all'erario ed evasioni fiscali per miliardi. E su questo vorrei fosse chiaro a tutti che il mio ufficio non accetta, né intende rassegnarsi all'idea che tutto questo sia normale. Faccia parte del paesaggio. Addirittura ne sia componente necessaria". 

A proposito di "paesaggio", quanto crede abbia pesato o pesi la resistenza culturale di questa città ad accettare l'idea, per dirla con le sue parole, di una mafia "autoctona", "originale" e originaria"? Insomma, il "Mondo di Mezzo" è Roma. E se lei dice che il "Mondo di Mezzo" è mafia, sta dicendo che Roma è mafia.

"Un'affermazione del genere sarebbe assurda. Però il problema mafia esiste ed esiste da tempo. Basterebbe ricordare che sulla mafiosità della Banda della Magliana esistono due sentenze della Cassazione che giungono a conclusioni opposte. E comunque, in questi anni dei passi avanti nella consapevolezza che la mafia non sia un fenomeno soltanto meridionale ci sono stati in tutta Italia. Anche a Roma, come ho detto prima". 

Luca Odevaine è stato l'unico degli imputati di Mafia Capitale ad aver collaborato con la Procura. Avevate per questo chiesto una condanna mite, di poco superiore ai due anni. Il tribunale ha fissato una pena superiore ai 6. Che messaggio arriva a una città dove, storicamente, nessuno si pente?

"È un altro dei punti su cui il Tribunale ha espresso una visione diversa. Anche qui, dunque, leggeremo le motivazioni. Posso solo dire che sono convinto che nella lotta alla corruzione si debba utilizzare ogni strumento consentito dalla legge. Riconoscere un trattamento sanzionatorio diverso a chi ha ammesso le proprie responsabilità, sia pure parzialmente, e aiutato l'indagine a fare dei passi avanti è uno di questi strumenti".

La mafia è cosa seria: non lasciamola all’antimafia…, scrive Piero Sansonetti il 22 luglio 2017 su "Il Dubbio". Diceva Georges Clemenceau, statista francese di inizio novecento: «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari». Già, aveva ragione. Con la mafia – anzi, con la lotta alla mafia – più o meno è la stessa cosa. È roba troppo seria per lasciarla all’antimafia. La mafia è una organizzazione criminale potente e strutturata che ha dominato – nelle sue varie espressioni l’economia, e in parte anche la politica, nel Mezzogiorno d’Italia, per almeno per un secolo. Negli anni ottanta fu combattuta a fondo da un gruppo coraggiosissimo di magistrati e da settori onesti e seri della politica, e subì una sconfitta dalla quale non si è ripresa. Oggi la mafia non è più la feroce e potente organizzazione che era trent’anni fa, tuttavia esiste ancora e controlla la parte maggiore dell’attività criminale in quasi tutte le regioni del Sud. Ha perso molto del suo potere militare e della sua egemonia culturale, gode di protezioni assai più limitate di un tempo, ha difficoltà a permeare la società civile. La mafia è una cosa seria, non lasciamola all’antimafia. Però è viva, è pericolosa, funziona ancora molto bene e ancora dispone di legami sociali forti e anche di agganci politici. Sarebbe una follia smettere di combatterla. Sul piano giudiziario e sul piano politico. È possibile oggi combattere la mafia, così come negli anni ottanta la combatterono Falcone e Borsellino? È possibile, ma c’è un ostacolo nuovo: l’antimafia. Capisco che è un paradosso, ma è così. Esiste un settore molto largo dell’intellighenzia, dell’informazione, della politica, della magistratura, della Chiesa, e anche della società civile, che da una ventina d’anni ha messo in piedi un apparato ramificato di organizzazioni antimafia, le quali hanno trasformato in un grande affare il lavoro di quelli che trent’anni fa erano in prima linea. Oppure lo hanno trasformato in ideologia, o in un’occasione di lotta politica. Questa antimafia, che pure trae origine dalla lotte aspre e coraggiose combattute tanti anni fa, è diventata il primo ostacolo alla lotta alla mafia, perché ha smesso di occuparsi della mafia come fenomeno sociale e criminale, e l’ha trasformata in “bersaglio ideologico”, da usare per finalità del tutto diverse dalla lotta per ristabilire la legalità. La stessa legalità è diventata una specie di feticcio, oppure di clava, che si adopera per lo svolgimento di battaglie politiche puramente di potere. Il primo a denunciare questo fenomeno, in tempi non sospetti, e molto prima che il fenomeno assumesse le dimensioni larghissime e di massa che ha oggi, fu Leonardo Sciascia. E Leonardo Sciascia era stato precedentemente l’intellettuale italiano che aveva lanciato nel deserto, nel silenzio generale, i primi anatemi contro Cosa Nostra. «Il Giorno della civetta» è un romanzo che Sciascia scrisse nel 1961. In quel periodo i giornali non parlavano mai di mafia. Molti negavano che esistesse. Molti politici e molti magistrati avevano la stessa posizione: la mafia è un’invenzione della letteratura. Leonardo Sciascia, che la Sicilia la conosceva bene, sosteneva il contrario e, come sempre nella sua vita, era ascoltato quasi da nessuno. Il suo libro diventò un film solo sette anni dopo la sua pubblicazione, per merito di un regista come Damiano Damiani. Il film ebbe successo, ma come film di avventura non come film di denuncia. Beh, è stato proprio Sciascia, quasi trent’anni più tardi, a indicare il fenomeno emergente dei professionisti dell’antimafia. E, quando lo fece, rimase di nuovo isolato. Oggi esistono due modi sbagliati per fare antimafia. Il primo è politico, il secondo è giudiziario. L’antimafia politica è quella della retorica e della criminalizzazione. Ci sono dei gruppi che si autoproclamano sacerdoti del tempio, e dispensano condanne e assoluzioni. Pretendono l’esclusiva dell’autografo antimafia. Se ne infischiano della necessità di colpire l’organizzazione mafiosa e usano la lotta alla mafia per ottener vantaggi politici, per colpire gli avversari, per scomunicare, per guadagnare potere. Qualche esempio? Basta seguire l’attività dell’antimafia della Bindi, che non ha niente a che fare con una commissione d’inchiesta parlamentare e appare sempre di più un gruppo politico d’assalto, molto spregiudicato. Com’era l’Inquisizione. L’antimafia giudiziaria è quella di chi usa la “mafiosi- tà” come reato politico per dare peso e spettacolarità alle indagini, oppure, semplicemente, per renderle più facili. Il caso più clamoroso, naturalmente, è quello dell’eterno processo di Palermo alla cosiddetta trattativa stato- mafia. Un processo che sul piano giudiziario non sta in piedi neppure con il vinavil, ma che ha reso celebri i Pm che ne sono stati protagonisti e ne ha irrobustito le carriere. Il processo sulla trattativa inesistente, per anni, fino ad oggi, ha preso il posto alle grandi e vere inchieste antimafia. Che sono scomparse. Se pensate alle inchieste di Falcone e Borsellino, costruite sul lavoro duro, e che portarono alla condanna di tutto il gotha di Cosa Nostra, e le confrontate con la messa in scena dello Stato- Mafia, capite bene quale è la differenza tra un’inchiesta giudiziaria e la giustizia- spettacolo. E qual è la differenza tra la lotta alla mafia e l’antimafia- Barnum. Poi c’è un secondo modo sbagliato di usare l’antimafia. Certo più sostanzioso, meno vanesio, ma anche questo scorretto. È l’abitudine di usare comunque l’aggravante mafiosa, anche in processi alla delinquenza comune, per la semplice ragione che così si possono applicare norme e leggi speciali che altrimenti sarebbero inutilizzabili. È la famosa questione del doppio binario della giustizia. L’abbiamo vista bene anche in occasione del processo di Roma (mafia capitale), quello che si è concluso l’altroieri con molte condanne ma con la proclamazione che la mafia non c’entra. Il fine giustifica i mezzi? No, almeno nel campo del diritto, il fine non giustifica i mezzi. Se non ci convinciamo della necessità di farla finita con l’antimafia professionale, non riusciremo mai più a riprendere in mano la lotta alla mafia. Cioè alle cosche reali. Quelle che esistono, che operano, che si organizzano, che inquinano l’economia e la vita civile. Per riprendere questa battaglia bisogna avere il coraggio di dire apertamente che l’antimafia professionale va spazzata via – nelle Procure, nei partiti e soprattutto nel giornalismo – e che l’uso dell’antimafia come strumento per lotte politiche di potere è un atteggiamento devastante per la società, più o meno come lo è l’atteggiamento della mafia. A chi tocca aprire questa battaglia? Alla politica. Toccherebbe alla politica e all’intellettualità. Voi vedete in giro qualche esponente politico che abbia il coraggio di avviare una battaglia di questo genere? O qualche intellettuale?

Mafia Capitale, storia e protagonisti del "Mondo di mezzo". Le tappe e i protagonisti dell'inchiesta su Mafia Capitale che ha scoperchiato il "Mondo di mezzo" della politica romana, scrive Giovanni Neve, Giovedì 20/07/2017, su "Il Giornale". Ben 240 udienze celebrate nell'aula bunker di Rebibbia e diluite in 20 mesi; 46 imputati, molti dei quali accusati di associazione di stampo mafioso e ancora in carcere (da Massimo Carminati al 41 bis detenuto a Parma, a Salvatore Buzzi nella struttura di massima sicurezza a Tolmezzo); 80mila intercettazioni telefoniche e ambientali trascritte; 10 milioni di carte e altri 4 milioni di pagine di brogliaccio. Sono questi alcuni numeri del processo Mafia Capitale che si è concluso oggi con la sentenza di primo grado. Queste le tappe più significative:

2 dicembre 2014 - 37 persone arrestate (28 in carcere e 9 ai domiciliari) e decine di perquisizioni eccellenti, tra cui quella nei confronti dell'ex sindaco Gianni Alemanno, indagato per associazione di stampo mafioso: sono i primi risultati dell'operazione Mondo di Mezzo, poi mediaticamente denominata Mafia Capitale. La Procura ritiene che negli ultimi anni nella capitale e nel Lazio abbia agito un'associazione di stampo mafioso che ha fatto affari (leciti e no) con imprenditori collusi e con la complicità di dirigenti di municipalizzate ed esponenti politici di ambo gli schieramenti, per il controllo delle attività economiche e per la conquista degli appalti pubblici. Lunga la lista dei reati contestati: estorsione, corruzione, usura, riciclaggio, turbativa d'asta e trasferimento fraudolento di valori. A guidare questa organizzazione - secondo chi indaga - sono il presidente della cooperativa "29 giugno" Salvatore Buzzi e l'ex terrorista di destra, Massimo Carminati, ritenuto colui che "impartiva le direttive agli altri partecipi, forniva loro schede dedicate per comunicazioni riservate e manteneva i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali, con pezzi della politica e del mondo istituzionale, finanziario e con appartenenti alle forze dell'ordine e ai servizi segreti".

4 giugno 2015 - Nuova ondata di arresti per Mafia Capitale: 19 persone in carcere, 25 ai domiciliari, altre 21 indagate a piede libero e altrettante perquisizioni. Provoca l'ennesimo terremoto. Ancora una volta, l'ex terrorista dei Nar Massimo Carminati e il presidente della cooperativa 29 giugno Salvatore Buzzi risultano i pezzi da novanta dell'ordinanza di custodia cautelare del gip Flavia Costantini, eseguita all'alba dai carabinieri del Ros. La novità è che sono stati chiamati in causa anche esponenti delle istituzioni, di destra e di sinistra (al Comune e alla Regione Lazio), risultati a libro paga dell'organizzazione di stampo mafioso che a Roma faceva affari di ogni tipo (business degli immigrati 'in primis') e si aggiudicava i migliori appalti (tra i quali punti verde e piste ciclabili). In carcere finisce anche Luca Gramazio, ex consigliere capogruppo Pdl (poi Fi) in consiglio comunale e poi in Regione: è ritenuto il volto istituzionale di Mafia Capitale per aver messo le sue cariche al servizio del sodalizio criminoso con cui avrebbe elaborato "le strategie di penetrazione nella pubblica amministrazione".

5 novembre 2015 - Comincia il processo davanti ai giudici della decima sezione penale del tribunale. Autorizzate le riprese televisive in aula "alla luce dell'interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento in relazione alla natura delle imputazioni, ai soggetti coinvolti e alla gravità dei fatti contestati".

7 febbraio 2017 - Finiscono in archivio le posizioni di 113 indagati su 116 coinvolti nel procedimento stralcio di Mafia Capitale per imputazioni più o meno residuali, rispetto al processo principale. Accogliendo le richieste avanzate dalla Procura di Roma nell'agosto 2016, il gip Flavia Costantini ha firmato il decreto di archiviazione con un provvedimento di 82 pagine che riguarda esponenti della politica, imprenditori, professionisti, ex militanti di destra e amministratori. Molti di loro, però, sono già a giudizio (o sono stati già processati) per altre imputazioni. Due i motivi principali che hanno spinto il giudice ad accogliere l'impostazione della Procura: per alcune posizioni, "le indagini sin qui portate avanti non hanno consentito di individuare elementi sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio"; per tutte le altre, non sono state riscontrate o ritenute credibili le dichiarazioni accusatorie fatte da Salvatore Buzzi. E così, per il reato di associazione di stampo mafioso escono definitivamente di scena, ad esempio, l'ex sindaco Gianni Alemanno (che però è sotto processo per corruzione e finanziamento davanti ai giudici della seconda sezione penale), gli avvocati Pierpaolo Dell'Anno, Domenico Leto e Michelangelo Curti, l'ex capo della segreteria politica di Alemanno Antonio Lucarelli, l'ex responsabile di Ente Eur Riccardo Mancini ed Ernesto Diotallevi, che era finito nel mirino dei pm perchè sospettato di essere a Roma il referente di Cosa Nostra. Archiviazione anche per il presidente Pd della Regione Lazio Nicola Zingaretti (indagato per due episodi di corruzione e uno di turbativa d'asta), per il suo ex braccio destro Maurizio Venafro (che era accusato di corruzione, mentre è in attesa del giudizio di appello dopo essere stato assolto in primo grado da un'accusa di turbativa d'asta) e per una serie di altri esponenti della politica come l'ex presidente del primo municipio della capitale, Sabrina Alfonsi (corruzione), il consigliere comunale della Lista Marchini, Alessandro Onorato (corruzione), il parlamentare ex Pdl, poi passato al Gruppo Misto, Vincenzo Piso (finanziamento illecito), il presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Daniele Leodori, (turbativa d'asta) e Alessandro Cochi, ex delegato allo sport della giunta Alemanno (turbativa d'asta). Accolta pure la richiesta di archiviazione, per un episodio di abuso d'ufficio, per Luca Gramazio, l'ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio ancora detenuto in carcere per il filone principale e per Massimo Carminati che rispondeva di associazione per delinquere finalizzata ai delitti di rapina e riciclaggio contestata anche a Luigi Ciavardini, Fabrizio Pollak, Stefano Massimi e Gianluca Ius.

27 aprile 2017 - la procura chiede la condanna di tutti e 46 imputati per complessivi 515 anni di reclusione. Le pene più elevate sono state sollecitate dai pm nei confronti di coloro che sono ritenuti gli organizzatori o semplici partecipi dell'associazione di stampo mafioso. Il primo della lista è Massimo Carminati (28 anni perché capo oltre che promotore), seguito da Salvatore Buzzi (26 anni e 3 mesi).

20 luglio 2017 - Arriva la sentenza: Salvatore Buzzi condannato a 19 anni, Massimo Carminati a 20. Per Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio comunale di Roma ed esponente del Partito democratico, 6 anni di carcere. Per Gramazio la pena è di 11 anni. Dieci anni a Franco Panzironi, ex ad dell'Ama. Riccardo Brugia a 11 anni. Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, è stato condannato a sei anni e sei mesi di reclusione.

Storia kafkiana di un condannato che non è stato mai imputato, scrive Paolo Delgado il 17 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Era un operaio della coop di Buzzi, lo hanno rovinato senza un processo e gli hanno tolto il lavoro. Franco La Maestra è un ex brigatista che avendo rifiutato sia il pentimento che la dissociazione, ha scontato per intero la sua condanna. Una volta libero diventa socio della Cooperativa 29 giugno fondata da Salvatore Buzzi. La Maestra non è uno dei capi della cooperativa: fa l’operaio addetto al recupero rifiuti. Ma il giorno in cui Buzzi finisce in manette, 2 dicembre 2014, La Maestra è nella sede della cooperativa e sulla porta incrocia Buzzi. Il presidente della cooperativa gli rivolge qualche parola che poi, debitamente intercettata, assume una valenza poco proporzionata. Da quel momento, almeno secondo l’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale, La Maestra diventa il braccio destro di Buzzi. L’uomo non verrà mai inquisito né indagato, eppure il Tribunale dispone la sua sospensione dal servizio «per motivi di ordine pubblico». Per valutare l’inchiesta che ha fatto tremare Roma sin dalle fondamenta bisognerà aspettare la sentenza di primo grado e forse non basterà neppure quella. Ma che la corte d’assise accetti o meno l’azzardato impianto accusatorio del processo Mafia Capitale, quello che ha trasformato in storia di criminalità organizzata quella che all’apparenza sembrerebbe una vicenda di ‘ normale’ corruzione, non sarà indifferente, anche se solo dopo il terzo grado di giudizio si potrà definitivamente avvalorare quell’impianto che in quel caso finirebbe senza dubbio per fare scuola. Però non c’è bisogno di aspettare la sentenza per rendersi conto che quel capo d’imputazione incandescente ha prodotto alcuni esiti nefasti, dei quali bisognerebbe tenere conto, per evitarli in circostanze simili, indipendentemente dal fatto che la corte accetti o meno l’impostazione della procura di Roma. Un caso esemplare è quello di Franco La Maestra, ex brigatista rosso che avendo rifiutato sia il pentimento che la dissociazione, ha scontato per intero e sino all’ultimo giorno la sua condanna a 14 anni e mezzo di carcere. Una volta libero, la maestra diventa socio della cooperativa 29 giugno fondata da Salvatore Buzzi, il perno stesso dell’inchiesta Mafia Capitale. La Maestra non è uno dei capi della cooperativa. Fa l’operaio addetto al recupero rifiuti. In un’intercettazione si sentono lui e un compagno di lavoro lamentarsi senza mezzi termini perché «ci trattano come bestie da soma». Il giorno in cui Buzzi finisce in manette, 2 dicembre 2014, La Maestra è nella sede della cooperativa per una vertenza sindacale di quelle dure, con tanto di scioperi, e sulla porta incrocia Buzzi in manette. Il presidente della cooperativa gli rivolge qualche parola che poi, debitamente intercettata, assume una valenza poco proporzionata. Buzzi invita a «non litigare» e ordina di tenere lontano Giovanni Campennì, indicato dagli inquirenti come uomo della ‘ ndrangheta e elemento di raccordo tra il clan Mancuso e la super cooperativa di Buzzi: «Non lo voglio tra i piedi». Buzzi aggiunge alla raccomandazione di non litigare una frase, «Adesso il capo sei tu», che secondo l’Ufficio Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma sarebbe rivolta proprio a La Maestra e che secondo quest’ultimo era invece indirizzata al gestore del servizio. Essendo poco credibile il salto repentino da operaio semplice addetto alla raccolta differenziata dei rifiuti a ‘capo’ è probabile che La Maestra dica la verità. Anche perché, capo o non capo, è un fatto che Franco La Maestra non solo non verrà mai inquisito per i fatti di Mafia Capitale ma neppure indagato. Ciò nonostante quasi un anno più tardi, il 30 ottobre 2015, la sezione Misure di Prevenzione dispone la sua sospensione dal servizio e dalla retribuzione «per motivi di ordine pubblico», che diventa operativa il giorno seguente. Da questo momento si configura una di quelle situazioni proverbialmente definite ‘kafkiane’. La Maestra, pur non essendo oggetto di alcun provvedimento penale, è indicato come persona che mantiene «rapporti con la ‘ ndrangheta» e svolge un «ruolo di primo piano nella gestione criminale della cooperativa». Dovrebbe difendersi, ma non essendo né inquisito né indagato mica è facile. Non può accedere al fascicolo, non può spiegare e chiarire durante un interrogatorio, non sa a chi rivolgersi. In compenso è privo di stipendio, non gode di alcun ammortizzatore sociale e a rigore non è neppure un disoccupato, essendo stato solo «sospeso» e non licenziato. Potrebbe licenziarsi da solo, ma sospetta che con sulle spalle una sospensione spiegata con quelle motivazioni trovare un nuovo lavoro non gli sarebbe facile. Quindi prova a impugnare la sospensione. Solo che in questi casi a decidere sull’impugnazione è il presidente della stessa sezione Misure di Prevenzione che ha disposto l’ordinanza, e ci mancherebbe solo che non si desse ragione da solo. Quindi respinge, è la motivazione rende ancora più surreale il quadro: «Si deve rilevare che i provvedimenti del giudice delegato in un procedimento di prevenzione sono provvedimenti sostanzialmente amministrativi / autorizzativi / dispositivi emessi per la gestione dei beni sequestrati nell’ambito del procedimento di prevenzione e non rientrano tra i provvedimenti di prevenzione espressamente previsti dal Dlvo 159/ 2011… Si tratta, dunque, di atti liberi, che non sono e non possono essere inquadrati in ipotesi tipizzate come misure di prevenzione». In questo modo, per il soggetto in questione, il non essere indagato diventa per magia giuridica un punto di massima debolezza invece che un sostegno. Non essendo indagato e non essendo quindi sottoposto ai «provvedimenti di prevenzione espressamente previsti» non può fare altro che sperare in qualche miracolo, nel frattempo cercando di cavarsela senza reddito di sorta.

Mafia Capitale, Odevaine alla sbarra: "Ecco perché prendevo 5000 euro al mese da Buzzi". L'interrogatorio dell'ex vicecapo di gabinetto di Veltroni, confermato per tre mesi nel 2008 quando la capitale incoronò Alemanno: "Da fine 2011 al novembre 2014 sono stato remunerato dal gruppo Buzzi per la mia attività di 'facilitatore'. Semplificavo i suoi rapporti con la pubblica amministrazione", scrive Federica Angeli l'1 febbraio 2017 su "La Repubblica". "Ho percepito cinquemila euro al mese da Salvatore Buzzi da fine 2011 al novembre del 2014. Per lui risolvevo i problemi, facilitavo gli interessi di Buzzi. Ho preso soldi anche dalla cooperativa La Cascina". Soldi da Salvatore Buzzi (5mila euro mensili, di cui una parte in nero) e soldi dalla cooperativa “La Cascina” (10mila euro al mese che potevano arrivare anche a 20mila). Per anni, almeno dal 2011 al 2014, Luca Odevaine, anni prima vicecapo di gabinetto vicario del sindaco Veltroni, incarico proseguito per altri tre mesi con l'arrivo del sindaco Alemanno, ha intascato fior di tangenti mettendo a frutto il suo lavoro di componente del Tavolo di coordinamento sugli immigrati del Viminale (struttura creata nell'estate del 2014 ma informalmente esistente due anni prima) e di presidente della Fondazione IntegraAzione, che curava e coordinava eventi politici, religiosi e sociali. Sentito dal tribunale nel processo Mafia Capitale in corso nell'aula bunker di Rebibbia, Odevaine ha ammesso quanto già dichiarato alla Procura nei mesi scorsi: "Venivo remunerato dal gruppo Buzzi per la mia attività di facilitatore. Semplificavo i suoi rapporti con la pubblica amministrazione. Svolgevo un funzione di raccordo tra le sue cooperative, il ministero degli Interni e i funzionari della Prefettura, un mondo con il quale le coop faticavano ad avere un dialogo costante. Io mettevo a disposizione l'esperienza acquisita nel Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, conoscevo molte persone ma non è vero che io orientassi i flussi degli immigrati, non avrei potuto farlo. Il Tavolo discuteva su temi generali e non decideva". Odevaine è stato poi interpellato sui soldi ricevuti dai vertici della Cascina (segmento giudiziario già definito davanti al gup con un patteggiamento di pena a due anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e la restituzione di circa 250mila euro, più o meno l'equivalente della somma incassata in modo illecito), per agevolare l'assegnazione dell'appalto per la gestione del Cara di Mineo dopo aver concordato con loro il contenuto del bando di gara. "Anche in questo caso - ha spiegato Odevaine - ricevevo soldi per il mio lavoro di raccordo col Ministero dell'Interno". Molte domande dei pm Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini hanno riguardato il commercialista Stefano Bravo, anche lui sotto processo per corruzione perchè sospettato di aver curato la predisposizione della documentazione fittizia che avrebbe dovuto giustificare l'ingresso delle somme illecite nella casse della Fondazione e delle società riferibili a Odevaine. "Era il mio commercialista personale e della famiglia, si occupava della contabilità della Fondazione. A lui ogni tanto chiedevo consiglio, gli dissi che avevo soldi in contanti ma lui certe cose preferiva non saperle. Io gli presentai i rappresentanti della Cascina e poichè con questa cooperativa avevo in piedi un affare che non aveva nulla a che vedere con la questione immigrati, gli chiesi se voleva occuparsene. Cominciavo ad avere numerose attività fuori dall'Italia e avevo bisogno di una persona che seguisse le mie cose in Italia". "Con la giunta Alemanno sì stabili un accordo per cui ad ogni consigliere comunale vennero dati 400mila euro da spendere per eventi culturali. L'accordo fu preso dal sindaco Alemanno e dal capogruppo di minoranza Umberto Marroni", ha spiegato Odevaine, che, vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni, fu confermato per i tre mesi successivi nel 2008 quando la capitale incoronò Alemanno ma dopo un mese fu messo di fatto all'angolo. "Alemanno - ha poi aggiunto - mise nuove figure in base ad appartenenze politiche nei posti chiave dell'amministrazione: Gianmario Nardi, che era stato allontanato da Veltroni perché troppo vicino a imprenditori che facevano manifestazioni pro suolo pubblico fu nominato vicecapo gabinetto. Marra fu spostato al Patrimonio". "Alemanno mi disse che per tutto il periodo della mia permanenza al Comune le due sue persone di assoluta fiducia a cui avrei dovuto far riferimento per qualunque cosa erano Riccardo Mancini e l'onorevole Vincenzo Piso che era stato in carcere con lui negli anni Ottanta e aveva finanziato la sua campagna elettorale. Quando a capo dell'Ufficio Decoro venne nominato Mirko Giannotta, segretario storico del Movimento Sociale di Acca Larentia e responsabile della tentata rapina nel maggio 2006 da Bulgari in via Condotti, e distrusse tutti gli archivi del materiale di pubblica sicurezza da me raccolto, decisi di lasciare Palazzo Senatorio e mi spostai in una stanza a piazza San Marco". 

Buzzi parla ancora: «Ho dato 875mila euro a Panzironi e finanziato la campagna di Veltroni», scrive Vincenzo Imperitura il 29 Marzo 2017, su "Il Dubbio". Vergogna per aver foraggiato la destra? «Diceva Deng Xiaoping: non devi guardare se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda il topo». «Camerata io? Io so’ comunista». Suona più o meno come la famosa battuta del grande Mario Brega, la risposta fulminante che Salvatore Buzzi si lascia sfuggire in aula, rispondendo al difensore dell’ex ad di Ama, Franco Panzironi, che gli chiede se non provava vergogna ad aver finanziato le campagne elettorali della destra. «Rispondo in termini marxiani e citando Deng Xiaoping: non devi guardare se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda il topo. Io avevo 300 persone da mantenere. Non ho mai votato Pdl», replica Buzzi (considerato il braccio finanziario del “mondo di mezzo”) nel corso della settima e ultima udienza di Mafia Capitale dedicata alla sua deposizione. «A Franco Panzironi, complessivamente, abbiamo dato 875mila euro», racconta in collegamento video con l’aula bunker di Rebibbia. «A lui restavano i soldi in nero per vincere le gare Ama, quelli in chiaro andavano alla Fondazione Nuova Italia e quindi certo che andavano a Gianni Alemanno. Panzironi è un delinquente, chiedeva sempre soldi». Soldi che, racconta sempre Buzzi, sarebbero andati all’ex Ad di Ama (imputato nello stesso processo) anche fuori dal circuito elettorale: «Quando gli abbiamo dato i primi 100mila euro non c’era nessuna campagna elettorale e neppure quando gli abbiamo dato i secondi 120mila o i terzi 100mila». Buzzi poi parla del sostegno ai tempi di Walter Veltroni: «Il sistema delle cooperative tirò fuori circa 150mila euro. Non erano soldi per vincere le gare. Era un riconoscimento all’attività dell’amministrazione Veltroni che aveva affidato alle cooperative sociali la manutenzione del verde dei parchi di Roma». E se ieri si è chiusa la lunghissima deposizione di Buzzi, oggi nell’aula bunker di Rebibbia, è il turno dell’imputato numero uno del processo, Massimo Carminati. L’ex membro della destra eversiva degli anni di piombo parlerà in video collegamento dal carcere di Parma ma, contrariamente a quanto successo fino a ora, il “cecato” già protagonista di un “saluto romano” durante un udienza non potrà venire ripreso dalle telecamere che dalle prime battute seguono il processo agli imputati di Mafia Capitale. È stato lo stesso Carminati a revocare l’autorizzazione. Secondo l’avvocato Ippolita Naso, uno dei difensori dell’imputato, il “nero” della banda delle Magliana «solo in parte parlerà del suo passato, lui intende rispondere a domande ben precise su fatti che gli sono stati contestati in questo dibattimento».

Vi racconto la vera storia di Salvatore Buzzi, scrive Lanfranco Caminiti i 21 luglio 2017 su "Il Dubbio". In carcere fondò la 29 giugno, cooperativa nata per il recupero dei detenuti. E lui stesso divenne «carne e sangue» di quella possibilità di un percorso di riabilitazione. Salvatore Buzzi è un criminale italiano. Dice così Wikipedia, e nella sua laconicità sembra non possa restare altro da dire. Eppure, d’essere «un criminale italiano», lo si potrebbe dire d’uno qualunque delle migliaia di detenuti, senza che la cosa faccia una piega. A Buzzi invece, Wikipedia resta stretto. È il 29 giugno 1984. I giornaloni italiani parlano della sinistra socialista all’attacco ma senza dichiarare guerra a Craxi; di un’intervista dell’onorevole Tina Anselmi in cui parla delle trame della P2 che fanno pensare al fascismo; di mille miliardi stanziati in Parlamento per ristrutturare in cinque anni gli aeroporti di Fiumicino e della Malpensa; del giallo del Dams, a Bologna, in cui è stata orrendamente assassinata, un anno prima, Francesca Alinovi critica d’arte emergente; dell’ex cancelliere Helmut Schmidt, ritiratosi da mesi dall’attività politica, che ha preso la parola al Bundestag per presentare un suo progetto sull’Europa. Non parlano di carcere. Nessuno scrive di carcere. «Le misure alternative alla detenzione e ruolo della comunità esterna». È il 29 giugno 1984, e questo è il titolo del convegno a Rebibbia. A ascoltare Salvatore Buzzi parlare del recupero di chi ha sbagliato ma non deve essere dimenticato ci sono sul palco il sindaco di Roma Ugo Vetere, il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e Nicolò Amato, direttore generale delle carceri. C’è lo Stato, insomma. In pompa magna. Nacque così la cooperativa 29 giugno, che è poi la data da cui per loro tutto ebbe inizio. 29 giugno 1984. Quel fatidico convegno. La prima cooperativa di detenuti in Italia ( e già Buzzi era stato il primo detenuto a laurearsi in cella: Lettere e filosofia, tesi su Vilfredo Pareto, 110 e lode). Un fiore all’occhiello, quella cooperativa, per l’amministrazione penitenziaria. Negli anni, centinaia di detenuti sono usciti dal carcere e hanno trovato forme di sussistenza e reinserimento per mezzo della cooperativa. La cooperativa che è stata al centro dell’indagine giudiziaria più comunemente nota come Mafia-Capitale. Nacque facendo bottiglie di pomodoro da rivendere, e poi pulendo gli spazi di Rebibbia e poi allargandosi piano piano. Una gran mano gliela diede Angiolo Marroni, comunista, che allora era vicepresidente della Provincia e che si costruì il resto della carriera politica, e anche quella del figlio, Umberto, poi deputato Pd – i carcerati hanno un sacco di familiari da far votare – su quelle iniziative dei detenuti, fino a diventare il loro Garante per la Regione Lazio, vita natural durante. Ruolo centrale per la destinazione di congrui fondi. La cooperativa 29 giugno entrò a far parte della rete della Lega delle cooperative, quella dove imperò Poletti, ora ministro del Lavoro. Un fiore all’occhiello per la Lega. Buzzi non viene dalla strada, non era un delinquentello di quartiere, anche se è nato alla Magliana, che ha imparato presto la dura legge della vita – mangia o sarai mangiato – e che è progressivamente cresciuto di rango e di reato. È figlio di una maestra e di un grande invalido: a vent’anni è già in banca a lavorare. È un mestiere d’oro, in quegli anni, il lavoro in banca: si guadagna tanto, rispetto i salari medi, un sogno. Ci facevano le canzoni, i nostri cantautori, per dire di come ci si potesse vendere l’anima, di come ci si potesse ridurre in mezzo a quel fiume di denaro. Ma per Buzzi le cose non sono esattamente così: in quel tenore di vita ci sguazza, anzi prova a accrescerlo con qualche “manovrina”. Un gioco di assegni rubati che passa a un pischello di vent’anni ma già svelto di mano e d’ingegno: solo che il pischello si mette a ricattarlo – quella macchinona di Buzzi, come avrà fatto a comprarsela? E tutti quei regali e quelle cene con la giovane brasiliana, come può permettersele? I due si incontrano per un chiarimento definitivo, il pischello ci va armato – almeno è così che la racconta poi Buzzi – una colluttazione, e Buzzi che colpisce e colpisce e colpisce. Trentaquattro coltellate, risultano tante quando le contano. Una storiaccia. Pena complessiva: anni 14 e mesi 8 di reclusione per i reati di omicidio e calunnia. È il 26 giugno 1980. Tre anni dopo, si laurea. E un anno dopo organizza il convegno di Rebibbia. Deve avere del sale in zucca, Buzzi, oltre a essere «un criminale italiano». Per capire il convegno di Rebibbia e tutto quello che venne dopo bisogna capire cosa succedeva dentro le carceri negli anni Ottanta del secolo scorso. Una massa di detenuti politici (che tali non furono mai considerati) e di detenuti politicizzatisi, attraverso le rivolte degli anni Sessanta e Settanta e il lavoro della sinistra extraparlamentare prima e dei Nap dopo, e condizioni di vita sempre più restrittive, a fronte di una popolazione detenuta che aumentava. Si evadeva, si progettavano rivolte, si sparava per le strade. Persino agli architetti delle carceri sparavano. Eppure, invece di puntare a una maggiore militarizzazione e con una opinione pubblica sgomenta e disponibile forse a un discorso ancora più repressivo, ci fu un parlamentare, uno spirito cattolico inquieto e fermo, che riuscì a ribaltare il punto di vista: si chiamava Mario Gozzini. Bisognava allentare la presa, non c’era altro modo per uscire da quella spirale viziosa, più repressione più violenza più repressione. C’era tutta un’area di detenuti politici – quelli dell’Area omogenea di Rebibbia, che cercavano di sfuggire alla tenaglia Brigate rosse/ Stato – che si incontravano con parlamentari di vario segno politico, producevano documenti per convegni, ragionavano sulle possibilità di “socializzare il carcere”. Gozzini non voleva «l’umanizzazione del carcere» – un concetto orrendo –, piuttosto puntava a dare valore e attuazione all’articolo 27 della Costituzione, laddove dice che la pena è rieducativa. E così, la Gozzini (legge 10 ottobre 1986, numero 663), intervenne su permessi premio, l’affidamento al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà, la libertà condizionale, la liberazione anticipata. Insomma, allentò la presa. È nella formazione di questo quadro normativo e istituzionale che nacque la cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi. Lui stesso divenne «carne e sangue» di quella possibilità di un percorso di riabilitazione. Il resto è cronaca giudiziaria e politica.

Massimo Carminati, il non-boss della non-mafia, scrive Paolo Delgado il 21 luglio 2017 su "Il Dubbio".  Di “materiale” contro l’ex Nar ce n’è in abbondanza, ma del tutto insufficiente per chiamare in causa l’onorata società e presentarlo come un capo clan. No, Massimo Carminati non è la versione borgatara di don Totò Riina. La condanna comminata a Roma è pesantissima, sul quanto reggerà al secondo e terzo grado si accettano scommesse. Ma sta di fatto che la vera posta in gioco di questo processo, che non erano le condanne scontate in partenza ma la conferma della “mafiosità” degli associati la porta a casa il Cecato. In aula Carminati ha fatto e anche un po’ strafatto con la palese intenzione di dipingersi come un qualsiasi coatto della serie “teneteme che l’ammazzo”, un tipo pericoloso certo, ma niente a che vedere con i don di Cosa nostra e con il loro ben diverso stile. Era anche quella una recita. Carminati non viene dai casermoni della periferia romana ma dalle palazzine bene di Roma nord, e proprio per questo nella banda della Magliana c’era chi lo guardava storto. Fabiola Moretti, compagna prima di Danilo Abbruciati poi di Antonio Mancini, raccontava che a lei quel ragazzo per bene che non aveva scelto il crimine per bisogno ma per ideologia proprio non andava giù. Qualcosa di ideologico, nella biografia del ragazzo di buona famiglia che già sui banchi del liceo confidava al compagno di classe Valerio Fioravanti di voler «violare tutti gli articoli del codice penale», c’è davvero: quella sorta di non- riconoscimento dello Stato democratico, che soprattutto nei ‘ 70, aveva portato al formarsi di una vera area di sovrapposizione nella quale s’incontravano fascisti affascinati dal crimine e banditi doc ma col cuore nero, come lo stesso Abbruciati, o come il solo vero capo della “bandaccia”, Franco Giuseppucci “er negro”. I pentiti della Magliana, Mancini e Maurizio Abbatino, sono stati negli ultimi anni tra i più decisi nell’accreditare la versione della procura di Roma. Hanno rilasciato interviste a raffica accusando Carminati di essere proprio quel boss dei boss che emergeva dalle migliaia di pagine dell’atto d’accusa. Elementi concreti però non ne hanno mai prodotti e i loro racconti confermano quel che già si sapeva. Massimo Carminati era certamente limitrofo alla Banda, soprattutto tramite Giuseppucci di cui era amico, e si è trovato di conseguenza coinvolto in una serie di fattacci: indipendentemente dalle condanne i pentiti hanno parlato del tentato omicidio di Mario Proietti “Palle d’oro”, per vendicare l’uccisione di Giuseppucci, di un’esecuzione, dell’intervento del Cecato per tirare fuori dai guai il fascista Paolo Andriani, reo di aver “perso” un carico d’armi della banda. Ma è il quadro appunto di un irregolare vicino alla banda, non di un associato e ancora meno di un boss. La stessa cosa si può dire dei Nar, l’altra banda, in questo caso terrorista, che figura a lettere fluorescenti nel pedigree di Carminati. Che fossero amici e camerati è certo. La contiguità non ha bisogno di essere provata e in fondo l’occhio perso che gli è valso il soprannome, il Cecato lo deve proprio alla vicinanza con i Nar. Gli agenti appostati al valico del Gaggiolo, il 20 aprile 1981, aprirono il fuoco contro la macchina nella quale viaggiavano, diretti clandestinamente in Svizzera, Carminati e i due neri Mimmo Magnetta e Alfredo Graniti proprio perché convinti che su quell’auto ci fosse Francesca Mambro. Lo ammisero candidamente al processo e la giustificazione valse un’assoluzione piena. Ma di vere e proprie azioni con i Nar agli atti ne risulta una sola, la rapina miliardaria alla Chase Manhattan Bank del 27 novembre 1979. Ma l’aspetto più sbalorditivo della «straordinaria caratura criminale» del non- boss della non- mafia romana va cercato, più che nelle molto citate frequentazioni dei ruggenti anni ‘ 70, nel silenzio dei decenni successivi. Carminati esce di scena fino al 1999, quando organizza la rapina al caveau del palazzo di giustizia di Roma. Il colpo frutta 18 mld di vecchie lire ma vengono svaligiate anche 147 cassette di sicurezza. Secondo i giornalisti corifei della procura di Roma il vero obiettivo del colpaccio erano proprio quei documenti, che avrebbero permesso a Carminati di ricattare mezzo palazzo di Giustizia. A prenderla sul serio bisognerebbe concludere che nella Capitale il marcio alligna soprattutto da quelle parti: 150 magistrati con segreti tali da essere esposti a ogni sorta di ricatto meriterebbero in effetti l’avvio di una maxi- inchiesta Mafia- Palazzaccio. Complotti a parte, tutto indica che in quei decenni di silenzio, prima e dopo il colpo al caveau, Carminati abbia continuato a percorrere la strada che si era scelto da ragazzo. Le intercettazioni ambientali squadernate nel processo indicano senza dubbio una fiorente attività di “recupero crediti”. Confermano che l’ex fascista con un occhio solo ha sempre continuato a bazzicare la malavita romana, nella quale è altrettanto indiscutibilmente una figura di rispetto. Molto probabilmente è entrato in contatto con l’una o l’altra delle organizzazioni criminali propriamente dette che convivono nella Capitale, qualche volta rischiando la collisione, più spesso accontentandosi della spartizione. Materiale abbondante per parlare di un bandito, come del resto Carminati non esita a definirsi. Insufficiente per chiamare in causa l’onorata società e per fare di Massimo Carminati, già fascista, sodale della banda della Magliana, miliziano con la destra maronita in Libano, più volte detenuto, il gemello diverso di don Corleone.

Le tre vite di Massimo Carminati. Il Nero militante nei gruppi eversivi dell'estrema destra. Il bandito della Magliana autore del colpo al caveau della Banca di Roma. E infine il re del Mondo di mezzo. L'ascesa e la caduta di un criminale che ha attraversato quarant'anni della storia d'Italia. E i suoi misteri, scrive Carlo Bonini il 21 luglio 2017 su "la Repubblica".  Si dice che nei numeri sia scritto un destino. Ed è il Tre che accompagna quello di Massimo Carminati. Tre vite. Tre maschere. Tre mondi.  "Di Sopra". "Di Mezzo". "Di sotto". Le terzine della Divina Commedia, Canto XXIV dell'Inferno. Quelle con con cui l'avvocato Giosuè Naso apre l'arringa nell'ultima difesa nel processo "Mafia Capitale". Le stesse, spese nell'agosto del 1999, di fronte alla Corte di Assise di Perugia. Il collegio che avrebbe assolto Carminati dall'accusa di essere l'esecutore materiale dell'omicidio di Mino Pecorelli, il direttore di Op, foglio di ricatti e veline dell'Italia di Giulio Andreotti, di Gladio, dell'eversione armata, del Paese a sovranità limitata. Un altro secolo per davvero. Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d'alcun riposo, salimmo sù, ei primo e io secondo, tanto ch'ì vidi de le cose belle che porta 'l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle. Ma chi è dunque e davvero Massimo Carminati?

PROLOGO. IL NERO. O DELLA PRIMA VITA. 20 Aprile 1981 - Valico del Gaggiolo. Confine italo- svizzero. La Renault 5 azzurra si avvicinò al valico a fari spenti. Nel bagagliaio, una sacca con 25 milioni di lire in contanti e tre diamanti. All'interno dell'abitacolo, si indovinavano a malapena tre sagome scure. Tre camerati. Chi li aspettava nascosto nel buio, pensò che, forse, il momento fosse davvero arrivato. Quella notte, i poliziotti della Digos di Roma avrebbero chiuso la partita con quel che restava dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar), la sigla dell'eversione nera che, in quattro anni, si era macchiata del sangue di trentatré innocenti e cancellato (2 agosto 1980) le vite di ottantacinque tra donne, bambini, uomini nella strage alla stazione di Bologna. Sì, quella notte sarebbe stata la notte. O, almeno, di questo era convinto chi osservava quelle tre ombre nell'auto. Cercavano una donna e due uomini in fuga. Francesca Mambro, Giorgio Vale, Gilberto Cavallini. Quel che restava della testa dell'organizzazione dopo l'arresto di Valerio Fioravanti, "Giusva", il capo dei Nar, e il pentimento di suo fratello Cristiano. Ma non sarebbe andata così. Su quella Renault erano sì tre "neri". Ma di ben altro peso specifico. Sui sedili anteriori, Domenico Magnetta e Alfredo Graniti. Su quello posteriore, Massimo Carminati. Aveva solo 23 anni. Ma il cuore indurito di un vecchio. Perché aveva visto uccidere, perché aveva dimestichezza con il piombo e la violenza. E perché, avrebbe detto tredici anni dopo qualcuno che lo conosceva bene, Antonio Mancini, l'" Accattone" della Banda della Magliana, anche lui aveva dato la morte. " Fu Massimo Carminati a sparare a Mino Pecorelli insieme ad Angiolino il biondo (il mafioso siculo Michelangelo La Barbera, ndr.). Il delitto era servito alla Banda della Magliana per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari, romani. Quelli che detenevano il potere". Massimo Carminati era nato borghese, il 31 maggio del 1958 a Milano. Ed era cresciuto nelle strade di Roma. Le scuole private nel quartiere di Monteverde, l'amicizia indissolubile con chi - Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi, Valerio Fioravanti - insieme a lui si divideva tra le aule dell'Istituto paritario monsignor Tozzi, le sedi del Movimento sociale italiano, la militanza nel Fuan, il fronte studentesco della destra missina. Tra scontri di piazza, pestaggi, rapine di autofinanziamento. In nome dell'Idea. Ammesso si potesse chiamare così. Carminati scappava, in quella notte di aprile. Da un mandato di cattura per partecipazione a banda armata. Il primo della sua vita. Da una storia, la sua, ancora acerba eppure già intrisa di violenza, che il Paese avrebbe conosciuto un po' alla volta. E mai fino in fondo. Nella sua relazione di servizio, la Digos annotò che vennero esplose raffiche di mitra - oltre centoquaranta colpi - che investirono il fianco sinistro della Renault, risparmiando Magnetta e Graniti. Non Carminati. Un proiettile perforò uno dei finestrini e continuò la sua corsa verso il cranio di quel ragazzo. Gli entrò nell'orecchio e gli portò via l'occhio sinistro. Sostiene oggi l'avvocato Giosué Naso che non andò così. Che aspettavano proprio lui, quella notte. Il "ragazzino di Monteverde". Che doveva essere un'esecuzione utile a mettere a posto uno dei tanti doppi fondi di un Paese a sovranità limitata, intossicato da apparati dalla doppia obbedienza, non necessariamente repubblicana. "Ma quale conflitto a fuoco. Quella notte gli spararono in faccia mentre era armato di una patente falsa. Carminati scese dalla macchina con le braccia alzate. I poliziotti gli andarono di fronte e a bruciapelo gli spararono in faccia. Ecco come andarono le cose. Era caduto nel trabocchetto che gli aveva teso Cristiano Fioravanti. Si era pentito e aveva indicato ai camerati i passaggi per il valico del Gaggiolo, facendogli credere che non fosse controllato. In realtà, Cristiano Fioravanti parlava su indicazione degli agenti della Digos di Roma che si sarebbero fatti trovare là. E che gli avrebbero sparato. E sapete perché? Perché Massimo Carminati doveva morire. E sapete perché doveva morire? Perché doveva diventare, da morto, l'autore materiale della strage di Bologna. Questa è la verità. Quella vera. Se volete cercare rapporti equivoci con le Istituzioni e quant'altro, cercate in quella direzione".

Il BANDITO. O DELLA SECONDA VITA. 1977-1981, Roma. Eppure è una creatura anfibia, Massimo Carminati. La notte dell'aprile 1981 in cui perde l'occhio sinistro e la libertà non è già più soltanto il Nero. Ma un'altra cosa. Perché la maschera del militante dell'eversione armata ha il suo reciproco nella tracotanza del bandito di strada. Nel più banale, forse, ma assai più concreto, "se pijamo Roma" della Banda che ha messo insieme Franco Giuseppucci. Il "Negro". "Libano", se si preferisce, o per chi avesse più dimestichezza con l'epica di Romanzo Criminale piuttosto che con gli atti dei processi di quel tempo lontano. Perché la Banda, la Banda della Magliana, se non altro, vive dell'equità della "stecca para", del bottino di rapine diviso in parti uguali. Di belle macchine, belle fiche, di rispetto e, soprattutto, di una montagna di grano. E non, come pretende qualche sacerdote dell'ortodossia nera, che a chi infila la testa in un passamontagna e una 7.65 nei jeans spetti un'elemosina, mentre il grosso della torta serva a finanziare l'Idea. Per carità, lui, Carminati, oggi la smoscia. In un album di famiglia da ragazzi della via Pal. "Io facevo politica. Ma poi la politica ha smesso di essere politica ed è diventata criminalità politica. Perché c'era una guerra a bassa intensità. Prima con la Sinistra e poi con lo Stato. Il "Negro" era il Capo. Era l'unico vero della Banda della Magliana. Era un mio caro amico. Abitava davanti a casa mia. Ci conoscevamo da una vita. Lui ce rompeva er cazzo. Se pijiavamo per culo tutto il giorno. Me faceva: "E daje, vieni cò noi". E io: "Ma sai che cazzo me frega". Insomma, c'era un grande rapporto di amicizia e io conoscevo tutti gli altri. Quando l'hanno ammazzato m'è dispiaciuto. Insomma, ho avuto rapporti cò tutti 'sti altri cialtroni. Ma loro vendevano la droga e io la droga non l'ho mai venduta. Io schioppavo dieci banche al mese". "Sai che cazzo me ne frega", dunque. Sarà. Antonio Mancini, l'Accattone in quella Banda, la ricorda in un altro modo. Oggi ha settant'anni, vive a Jesi, ha chiuso i conti con la giustizia penale e assiste disabili. "Carminati? Era un tipo taciturno. Sapeva parlare l'italiano. Era istruito. Mica uno sbruffone come quegli altri fascistelli dei fratelli Fioravanti. Renato De Pedis lo portava in palmo di mano. E non solo lui. Carminati era diventato l'armiere della Banda. Era l'unico del gruppo dei Testaccini che poteva entrare e uscire dal deposito di armi che avevamo nei sotterranei del ministero della Sanità all'Eur". Quello, tanto per dire, da cui sarebbe uscito il lotto di proiettili Gevelot utilizzati per uccidere Mino Pecorelli il 20 marzo 1979. Nonché uno dei due mitragliatori Mab che verranno ritrovati su un treno Taranto-Milano dove, per ordine degli allora ufficiali del Sismi (il Servizio segreto militare) Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, entrambi iscritti alla loggia P2, erano stati collocati per indirizzare le indagini sulle responsabilità della strage di Bologna verso una fantomatica, quanto artefatta, "pista estera". Già. "Sai che cazzo me ne frega". Può darsi. E può anche darsi che il 13 settembre del 1980, giorno in cui i Proietti, "il clan dei Pesciaroli" di Monteverde, ammazzarono Franco Giuseppucci, er Negro, Carminati "si dispiacque molto" e basta. Ma anche qui, Mancini ha altri ricordi. "Ero stato messo in squadra con Carminati. Dovevamo prendere vivo uno dei fratelli Proietti e torturarlo per farci dire come erano andate le cose con Giuseppucci. Non riuscimmo. Ma Carminati li inseguì per strada con la pistola in pugno". Per la cronaca: i due Proietti che avevano ammazzato in piazza San Cosimato il Negro finirono anche loro agli alberi pizzuti. Il 16 marzo del 1981, Maurizio, "Il Pescetto". Il 30 giugno del 1982, Ferdinando, il "Pugile". E chi del clan ebbe la fortuna di sopravvivere perse la voglia di coltivarne anche solo la memoria.

PORTE GIREVOLI. O DELL'IMPUNITÀ. 1987-2001, Roma. Se è vero che, in quella seconda metà degli anni '70, la Banda della Magliana è un'agenzia del crimine che un pezzo dello Stato e dei suoi apparati deviati utilizzano per i lavori sporchi, per l'indicibile, beh è esattamente allora che Massimo Carminati l'anfibio, il "Nero" e il "Bandito", afferra le chiavi della sua impunità. Getta le fondamenta su cui costruisce l'Epica che diventerà lo specchio del suo narcisismo. Acquisisce il carburante della forza di intimidazione che la semplice pronuncia del suo nome produce sul marciapiede e nei Palazzi. Non fosse altro perché nella grana di ricatti, di verità impronunciabili anche solo plausibili o immaginabili, l'allusione vale quanto e più di una minaccia. Soprattutto, le cambiali non possono non essere onorate. E lui, dunque, sono gli anni '80 e '90, attraversa le patrie galere con la strafottente leggerezza di chi è certo di non dovervi trascorrere un tempo poi così lungo. Nell'aprile del 1987 viene condannato in via definitiva a tre anni e mezzo di reclusione per la rapina alla filiale della Chase Manhattan Bank di Roma (27 novembre del 1979), di cui sconta le briciole. Grazie a due indulti e ad una "riconosciuta rieducazione". Nel 1988, a Milano, la Corte di Appello lo sfiora appena con otto mesi di reclusione per ricettazione. Coperti dall'indulto del 1991. In quello stesso anno, a Roma, prende un anno e sei mesi per rapina, detenzione e porto illegale di armi. Ma non ne sconta un giorno per l'indulto intervenuto nell'anno precedente. È un uomo fortunato, Massimo Carminati. Non c'è che dire. La giustizia, quando arriva, arriva tardi. Dopo un indulto, appunto. Ricorrente come i condoni fiscali ed edilizi. O a babbo morto. Quando i ricordi di chi lo accusa si fanno improvvisamente sfocati e le fonti di prova si scoprono friabili, il che aiuta la generosa tolleranza di chi lo giudica senza chiedersi mai come sia possibile che quel tipo con un solo occhio salti fuori ovunque. Succede con il maxi processo che, nel 1995, trascina nelle gabbie chi della Banda della Magliana (sessantanove imputati) ha fatto parte e le è sopravvissuto. Per Carminati, l'accusa chiede venticinque anni di reclusione per associazione mafiosa. Ne prende meno della metà: dieci. Che diventano sei anni e sei mesi in Appello, quando l'aggravante mafiosa cade. E lui, è il 2006, quando gli viene revocata anche la libertà vigilata, con quella pagina di storia può serenamente dire di aver dunque definitivamente chiuso. Nell'aprile del 1999, da imputato a piede libero, nell'aula bunker del carcere di Capanne, ascolta la pubblica accusa chiedere la sua condanna all'ergastolo quale esecutore materiale dell'omicidio di Mino Pecorelli. A settembre di quell'anno, la Corte di Assise di Perugia lo assolve dall'accusa "per non aver commesso il fatto". Un anno dopo, dicembre del 2000, si libera anche del fantasma dell'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, "Fausto e Iaio", due militanti della sinistra extraparlamentare uccisi a Milano il 18 marzo del 1978. Di quell'omicidio, alla fine di un'inchiesta durata soltanto 22 anni, è accusato di essere l'esecutore materiale insieme a due ex camerati. Claudio Bracci e Mario Corsi, detto "Marione". Un tipo che, quando l'aria si è fatta greve, ha svernato nell'esilio inglese dove negli anni '80 e '90 molti neri hanno trovato rifugio e impunità e che si è reinventato opinion maker, si fa per dire, nel mondo delle radio libere romane che campano di Roma, intesa come As Roma calcio, usando il microfono come un manganello. Anche per "Fausto e Iaio" viene assolto, come i suoi due compari. Perché è vero che gli indizi sono "significativi", ma restano pur sempre indizi che il tempo, un quarto di secolo, rende incapaci di farsi prova. Il 21 dicembre del 2001, poi, evapora anche il coinvolgimento nel depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. La storia del Mab uscito dall'arsenale del ministero della Sanità. Per quella faccenda, è accusato di calunnia aggravata, detenzione e porto di armi clandestine ed esplosivi. Ebbene, la Corte di Assise di Appello di Bologna conclude che dalla prima debba essere assolto "perché il fatto non sussiste". E dalle seconde - sono passati ormai 20 anni - perché la prescrizione è arrivata prima di una sentenza definitiva.

IL FURTO AL CAVEAU. O DELLA NUOVA VITA. Roma-Perugia. Estate 1999 - Aprile 2010. Si capisce, dunque, perché nell'estate del 1999 Carminati si rimetta al lavoro. Per ricostruire il suo capitale. Di denaro, da cui è ossessionato, e di ricatti. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio, con una banda di scassinatori che conta anche qualche vecchio arnese della Magliana e, soprattutto, la complicità di quattro carabinieri addetti alla sorveglianza degli uffici giudiziari di Piazzale Clodio, svuota le cassette di sicurezza della filiale interna della Banca di Roma. Ma non tutte. Di 900 che ne conta il caveau, ne vengono aperte solo 147. Quelle scelte da Massimo Carminati e che Carminati ha annotato su un appunto che porta con sé. Spariscono almeno 18 miliardi tra valori contanti e gioielli. Una fortuna. Spariscono, soprattutto, carte che in quelle cassette erano custodite. E che appartengono a magistrati (se ne contano ventidue), avvocati (cinquantacinque), cancellieri (cinque), oltre a dipendenti del tribunale (diciassette), imprenditori, liberi professionisti. E di cui nessuno, curiosamente, si affanna a chiedere o chiederà mai conto. Né nella fase delle indagini preliminari, né in quella del processo quando, una volta accertati i responsabili, non una delle vittime del furto si costituirà parte civile. E per una sola plausibile ragione. Che non si chiede conto di qualcosa di cui è meglio si ignori l'esistenza o di cui si farebbe fatica a giustificare la provenienza. "Ma quale lista? Ma quale ricatto? Furono aperte solo le cassette di sicurezza che non reggevano al primo impatto. Banalmente, chi fece la rapina aveva fretta. Non c'era tempo per aprirle tutte", ricostruisce l'avvocato Giosué Naso raccontando quel colpo come una scampagnata, per altro funestata da un cambio di programma - "Il piano prevedeva di svuotare l'agenzia interna della Corte di Cassazione e si ripiegò sugli uffici del tribunale, perché lì i turni di guardia, almeno quelli in programma, consentivano di avere più tempo. Cosa che per altro poi non si verificò " - e di cui, soprattutto, non si comprenderebbe la suggestione. "Vogliamo forse dire che tra i derubati vi fossero persone che consentono di avere il sospetto che si trattasse di uomini ricattabili o che custodissero segreti inconfessabili? Vogliamo forse dire questo di quel galantuomo che sarebbe stato il futuro presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi? O dell'ex commissario antimafia Domenico Sica? Vogliamo scherzare?". Nessuno ha voglia di metterla all'ingrosso, né di scherzare. Sicuramente non ne aveva Massimo Carminati. Sicuramente non lo presero come uno scherzo alcune delle vittime di quel furto. Magistrati come Orazio Savia, per dirne una, ex pm che nel 1997 sarebbe stato arrestato e condannato per corruzione. E forse neppure lo stesso Sica. Che fu, certo, Commissario antimafia, ma anche il magistrato che scippò l'indagine P2 alla Procura di Milano per condurla sul binario morto degli uffici giudiziari di Roma. Il "Porto delle nebbie", come era stato ribattezzato per lustri. L'approdo sicuro, la stanza di compensazione, che godeva di un "rito alternativo", non scritto, compatibile con le alchimie del Potere. E che aveva visto amministrare giustizia magistrati come Claudio Vitalone, pm dal 1966 al 1979, quindi sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello, creatura di Giulio Andreotti, con cui avrebbe condiviso, da deputato, l'appartenenza alla Dc e, da imputato, il processo per l'omicidio Pecorelli. Da cui, come Andreotti e come Carminati, sarebbe uscito assolto. È un fatto che il processo per i responsabili del colpo al caveau, a cominciare da Carminati, il suo architetto, abbia una curiosa parabola. Si celebra a Perugia, tribunale competente perché tra le vittime del reato figurano appunto magistrati del distretto di Corte di Appello di Roma. Ma qui, molti testimoni smarriscono la memoria. Il principale e unico reo confesso, il "cassettaro" Vincenzo Facchini, si rifiuta di fare persino il nome di Carminati. "Ma che domande mi fa? Lei mi vuole forse far mettere la testa sulla ghigliottina", dice allora al giovanissimo pm Mario Palazzi che lo interroga. Per giunta, per almeno un mese, i carabinieri effettuano indagini sui responsabili del furto lasciando all'oscuro i pubblici ministeri. E per ragioni che non verranno mai chiarite in nessuna sede. La storia finisce, dunque, come è scritto che finisca. E come, in un recente libro (La Lista: il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati, Rizzoli), ha ricostruito nel dettaglio Lirio Abbate. Il 2 aprile del 2005, Massimo Carminati viene condannato a quattro anni di reclusione. Sentenza che diventa definitiva nell'aprile del 2010 e che di fatto viene cancellata dall'indulto votato l'anno successivo dal Parlamento. Carminati salda i conti con sei mesi di affidamento in prova ai servizi sociali. Nel 2012, la sua pena è estinta. Una nuova vita può cominciare.

DI SOPRA, DI SOTTO, DI MEZZO. O DEI TRE MONDI. Roma, 2012-2014. Nel 2012, l'aria che Massimo Carminati respira da uomo liberato dalla sua ultima coda giudiziaria, deve apparirgli luminosa, frizzante. È "un bell'incensurato", dice. Gli hanno restituito il passaporto. Può viaggiare. E andare a Londra "per incontrare vecchi amici che non vedevo da secoli". Non ha nemmeno sessant'anni ed è pronto per la sua terza vita. Che è la sintesi sublime delle prime due. Con il vantaggio della maturità, del prestigio del Capo, del disincanto. Che oscilla incessantemente tra cinismo e narcisismo. Che gli consente di guardare dritto negli occhi campioni delle nuove e vecchie mafie, come il boss di Camorra Michele Senese, un altro che la galera, dove pure dovrebbe stare, non sa cosa sia. Il '900 è finito e ha divorziato dall'Idea, Massimo Carminati. E anche dall'obbligo di sporcarsi le mani. Perché qualcun altro lo fa per lui. Ma non ha mollato la strada, né deroga dalle sue regole ferree. Coltiva piuttosto l'ambizione canuta di immaginare una vita diversa per suo figlio, e un reimpiego dei soldi che ragionevolmente nasconde in Inghilterra, investiti nel mattone e garantiti da vecchi camerati che da quel Paese non sono più tornati. Ha soprattutto un patrimonio di relazioni, quello dei "vent'anni", della sua prima vita, da spendere. Perché i camerati di allora non si sono soltanto fatti vecchi come lui. Hanno camminato e rimontato il vento della Storia. Sono usciti dalle "fogne". E il purgatorio del post-fascismo è stata tutto sommato una passeggiata. Come indossare le grisaglie del Potere. Le porte del governo del Paese si sono aperte presto, molto prima di quanto potesse immaginare. E ora sono lì, con le leve del comando strette tra le mani. Nelle grandi aziende di Stato, come Finmeccanica. Nel governo della Capitale e del Paese. Quindi ora tocca a lui. Anche a lui. Che ha un vantaggio. Non potranno negargli una sedia al tavolo imbandito. Perché ha diritto a sfamarsi quanto gli altri. E soprattutto perché lui ha afferrato prima degli altri la regola millenaria che governa le cose degli uomini. Sicuramente quelle di Roma. Dalla notte dei tempi. La parabola dei tre Mondi. Non fosse altro perché di uno di quei mondi, il più importante, è padrone. "Ci stanno i vivi sopra, e i morti sotto. E poi ci siamo noi, che stiamo nel mezzo. Un mondo in cui tutti si incontrano. E tu dici: "Cazzo, com'è possibile che quello... Che un domani io posso stare a cena con Berlusconi.... Capito? Il Mondo di Mezzo è quello dove tutto si incontra... Si incontrano tutti là... Allora, nel Mezzo, anche la persona che è nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non può fare nessuno... E tutto si mischia". L'assunto ha un corollario. "Noi dobbiamo intervenire prima. Non si può fare più come una volta. Che noi arriviamo e facciamo i recuperi. A noi non ci interessa più. Cioè, questi devono essere nostri esecutori... Devono lavorare per noi. Deve essere un rapporto paritario. Dall'amicizia deve nascere un discorso che facciamo affari insieme. Perché tanto, nella strada, comandiamo sempre noi. Non comanderà mai uno come loro sulla strada. Avranno sempre bisogno di me". È un esito, quello di Massimo Carminati, che suggerisce a Otello Lupacchini, magistrato, giudice istruttore del processo al Banda della Magliana, considerazioni dotte e insieme fulminanti. Che consegna al suo blog sul Fattoquotidiano.it. Scrive Lupacchini: "Werner Sombart, economista e sociologo, capocorrente della nuova scuola storica tedesca e uno tra i maggiori autori europei del primo quarto del XX secolo nel campo delle scienze sociali, a proposito dei "magnati dei grandi trust americani", diceva: "Sono filibustieri e calcolatori furbissimi. Signorotti feudali e speculatori insieme". Questa definizione può valere, mutatis mutandis, anche per Massimo Carminati. Che con i super imprenditori capitalisti sembra condividere l'abito mentale fondato su uno strano spostamento di posizione dell'uomo. Infatti, l'uomo vivo, con il suo bene e il suo male, con le sue esigenze e i suoi bisogni, è stato respinto dal centro dell'interesse e il suo posto è stato preso da un paio di astrazioni: il guadagno e l'affare (...) Per Massimo Carminati, ogni attività viene ridotta a pura e semplice agenzia di servizi, finalizzata a implementare le reti clientelari che sono la vera fonte dell'arricchimento speculativo". Dall'Agenzia del Crimine a quella di Servizi. In una coerenza che non ha smarrito per strada la forza dell'intimidazione. Piuttosto l'ha messa a reddito.

BUZZI, MANCINI&CO. O DEL NUOVO PANTHEON. Roma. 2012-2014. Nel nuovo Pantheon di Massimo Carminati non c'è dunque bisogno - e non c'è spazio, soprattutto - per figure eroiche. Il Mondo di Mezzo non chiede né Epica, né il nichilismo dell'Idea. Al contrario. Chiede mani svelte, furbizia, menzogna, ferocia. Chiede un tipo come Salvatore Buzzi. Il "Rosso", si fa per dire. Assassino riabilitato. Esempio luminoso di una Giustizia e di un carcere che recupera e non affida a una discarica. Un insostenibile logorroico, spesso petulante, millantatore, pecora con i lupi e lupo con le pecore. Campione, con la sua cooperativa sociale XXIX Giugno, di un terzo settore senza il quale il welfare del nostro tempo e delle nostre città va a sbattere. Alloggi e assistenza ai migranti. Campi Rom. Servizio di manutenzione dei giardini, assistenza ai disabili. "Un business che rende più della droga". Quella che Carminati non tocca. Ma con cui, se capita, Carminati fa felice qualche amico che ci lavora, che se la pippa o che semplicemente ci guadagna. Il rapporto tra il "Rosso" e il "Nero" è impari. E non soltanto perché Buzzi è un debole, un adulatore, un cane pastore che si crede furbissimo, ma furbissimo non è. E che sempre di un padrone ha bisogno, Massimo Carminati. Ma perché nel vincolo tra i due è scritto il codice genetico di Mafia Capitale. La sua ragione sociale. L'uno, Buzzi, mette lavoro, capitale umano e finanziario, vent'anni di commesse all'ombra di antichi padrini politici che non contano più come un tempo, fondi neri per ungere le ruote di una politica vorace e di un'amministrazione pubblica tanto fradicia quanto miserabile nelle sue richieste pitocche (un'assunzione in cooperativa, un appartamentino, un posto da impiegati allo zoo comunale) e che, per giunta, vorrebbe continuare a "mungere la mucca" (Buzzi) senza "farla magna'". L'altro, Carminati, mette il peso del suo nome. Quello che evoca e che può muovere sulla strada. La sua rete di relazioni. I camerati che non gli possono dire di "no". E che a Buzzi servono come l'aria, se non vuole morire annaspando. Se vuole lavorare. "Quattro ladri di polli che sparavano cazzate ai tavolini di un bar", dice l'avvocato Giosué Naso. "La Mafia del benzinaro" di Corso Francia, chiosa sarcastico lui, Carminati. Che aggiunge: "Io sono solo un vecchio fascista degli anni '70. Contento di esserlo. Perché noi, quelli della comunità degli anni '70, la pensavamo in un certo modo e continuiamo a pensarla allo stesso modo. Non accannare la gente in mezzo alla strada. Non accannare gli amici. Sono i valori di quando eravamo ragazzi e sono i migliori che ci sono rimasti". Chi sa cosa ne pensa Riccardo Mancini. Il "camerata Mancini". Compagno di batterie e di rapine nei "magnifici '70", è il primo alla cui porta bussa il riabilitato Carminati dopo essersi liberato della seccatura della condanna per il caveau. Lo deve far lavorare. E farlo lavorare significa saldare le pendenze con la cooperativa di Buzzi, che ora è suo "socio". Non è un piacere quello che chiede. È un ordine. Perché lui, Mancini, può far credere al mondo intero quello che vuole. Magari di essere diverso soltanto perché è stato la tasca di Gianni Alemanno, nuovo sindaco di Roma, e con Alemanno è arrivato in Paradiso. Tesoriere della Fondazione Nuova Italia, amministratore delegato dell'ente Eur spa. Ma lui sa bene che non è mai cambiato. Che è rimasto quello dei 20 anni. Un tipo che bussa a quattrini per l'appalto cui la Breda Menarini concorre per la fornitura di filobus. E, soprattutto, che sa che a Massimo "no" non glielo dici. Altrimenti, quello, "ti fa strillare come un'aquila". Riccardo Mancini, Salvatore Buzzi. E non solo. Nel Pantheon della terza vita Massimo Carminati incrocia un variopinto campionario di tipi umani che condividono la stessa dannazione del Capo a cui si sono fatti subalterni e a cui baciano l'anello. Ma senza spartirne l'orizzonte. Sono tutti "amici", dicono di loro. "Si vogliono bene", e chi sa se davvero lo hanno mai pensato. Perché la verità è che sul proscenio di Mafia Capitale, Riccardo Brugia, Franco Testa, Luca Gramazio, Franco Panzironi, Luca Odevaine, Roberto Lacopo, Matteo Calvio sono comparse fungibili di un canovaccio dove la parola "amicizia" conosce sempre una sola declinazione e significato: "Ritorno". Dove nessuno si muove per nulla. E ce ne deve essere per tutti. Perché, e questo lo dice quel saggio di Buzzi, "una mano lava l'altra e due lavano il viso".

L'ESAME DELL'IMPUTATO. O DELLE MASCHERE. 29-30 Marzo 2017 - Roma Aula Bunker Carcere di Rebibbia. Per due anni, dall'isolamento del 41 bis del carcere di Parma, Massimo Carminati, nella presenza silenziosa in video-collegamento con l'aula bunker del carcere di Rebibbia, ha parlato solo il linguaggio del corpo. Una silhouette nera. A tratti sfocata. Ora seduta. Ora impegnata nell'ossessivo e disperato andirivieni dei detenuti, di ogni detenuto, negli spazi angusti. Una gabbia, o la sala dei collegamenti. Doveva sciogliere un'alternativa del diavolo. Tacere. Tenendo fede al mito costruito in trent'anni. O sciogliersi in un fiume di parole. Posare da Padrino, consegnandosi definitivamente al suo mito. O contorcersi da guitto, in una aggiornata "Febbre da Cavallo". Ha scelto di parlare per due giorni interi rimanendo tuttavia prigioniero in quel guado. Un po' Padrino. Un po' guitto. Raramente sincero (solo lì dove non aveva davvero nulla da perdere), spesso posticcio. Anche a costo di suonare svampito. Con un effetto. Apparire improvvisamente vecchio. Ingiallito. Non per questo innocuo. Collerico e vanaglorioso. In una recita della romanità che vuole i figli dell'urbe fanfaroni, chiacchieroni, spesso "cazzari". Sarcastici e feroci. Ma non "diversi", come forse lui avrebbe voluto, immaginando che il criterio "geografico" si traduca in un principio di eccezione nell'interpretazione e applicazione del codice penale. "Questo esame lo sto facendo perché me lo avete chiesto voi. Mi avete così perseguitato... Che se fosse stato per me non lo avrei mai fatto. E quindi, se mi scappa la frizione, avvocato, mi fermi. Ci pensi lei". In quei due giorni, Massimo Carminati ha soprattutto posato a vittima. Si è detto prigioniero di una macchinazione giornalistica, giudiziaria, letteraria, cinematografica, che gli avrebbe cucito addosso un abito non suo. Una presunzione di colpevolezza incostituzionale. In forza di un mito e un'epica con cui non avrebbe nulla a che vedere. "Una cosa ridicola. Magari fossi il Samurai del libro Suburra. Che mo' Netflix ci fa pure la serie. La katana che mi hanno regalato e che mi hanno sequestrato quando mi hanno arrestato me l'avevano regalata per prendermi per il culo dopo che era uscito il libro. Non era una vera spada da Samurai. Serviva per sfilettare il tonno". Insomma, Carminati con un qualunque signor Malaussene che ha attraversato quarant'anni di storia repubblicana per fare da parafulmine. In un mantra dell'autocommiserazione che, del resto, persino nelle alluvionali intercettazioni telefoniche e ambientali di due anni di indagine ricorreva come un esorcismo. O, magari, come la precostituzione, a futura memoria, di un argomento a difesa. "Hanno scritto su di me che sono stato il killer della P2, il killer dei Servizi. Che sono stato tutto e il contrario di tutto. Che sono stato qualunque cosa. Dalla strage di Bologna a qualunque cosa. Tutto quello che mi potevano accollare me l'hanno accollato". Al punto da immaginare una fine che cancelli ogni traccia fisica di sé, quando sarà il momento di congedarsi da questo mondo. "Tanto mi faccio cremare. Mi faccio buttare nel cesso. Lascio in giro soltanto un pollice. Sì, voglio lascià in giro solo quello. Un pollice. Così, dopo che sono morto, fanno qualche ditata su qualche rapina. Su qualche reato. E così dicono che sono ancora vivo. Tanto a me non mi frega un cazzo della vita". Quella che è cominciata ieri. La quarta. E che si annuncia molto diversa dalle altre.

Roma 20 luglio 2017 - Aula bunker del carcere di Rebibbia. "In nome del popolo italiano, il Tribunale, ritenuta la sussistenza di due distinte associazioni.... Esclusa l'aggravante mafiosa di cui all'articolo 7.... Dichiara Carminati Massimo colpevole dei reati di cui ai capi di imputazione.... E lo condanna ad anni 20 di reclusione e 14 mila euro di multa...". L'accusa di mafia era caduta. I 28 anni e sei mesi chiesti dalla pubblica accusa si riducevano di un terzo. La silhouette nera in video collegamento dal carcere di Parma non mosse un muscolo. Poi, conclusa la lettura del dispositivo, sul banco della difesa squillò il telefono che collegava agli imputati in ascolto dalle carceri esterne. L'avvocato Ippolita Naso sollevò il ricevitore. "Massimo, Massimo, eccomi. E allora? Hai capito? Niente mafia. Niente mafia!".

"Niente mafia!".

"Eh. Sì. E quindi, ora, quando esco?".

E già, le terzine del cantico.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d'alcun riposo,

salimmo sù, ei primo e io secondo,

tanto ch'i' vidi de le cose belle

che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Lo show di Carminati: «Io sono un vecchio fascista degli anni 70», scrive Vincenzo Imperitura il 30 Marzo 2017, su "Il Dubbio". Mafia capitale, il protagonista del “mondo di mezzo” a ruota libera in tribunale: «Ho sempre saputo di essere controllato, ho un solo occhio ma ci vedo benissimo». Seduto su una sedia di plastica, attorniato dal mare di carte del maxi processo su “Mafia capitale” che lo vede alla sbarra come imputato principale, e ripreso da una telecamera fissa che fa un po’ serie poliziottesca, Massimo Carminati è un fiume in piena. Così impaziente di rispondere, per la prima volta nella sua lunga “carriera” processuale, che si infuria quando il collegamento dal carcere di Parma crea qualche imbarazzo. Ha il senso dello spettacolo Carminati: è consapevole delle decine di giornalisti che affollano l’aula bunker del carcere di Rebibbia (e che non lo possono riprendere per la prima volta in 180 udienze), e non si fa mancare qualche colpo di teatro, in una deposizione, dice l’avvocato Ippolita Naso introducendo l’interrogatorio «che sarà limitata, come limitato è stato il diritto alla difesa del mio imputato, tuttora rinchiuso in regime di carcere duro». Nel lungo racconto dell’ex terrorista nero ci sono almeno un paio di punti fermi. Punti sui quali il presunto capo del “mondo di mezzo”, torna più volte durante la prima delle due giornate che lo vedranno impegnato in prima persona: la rivendicazione (quasi tronfia) della propria storia fascista, e la “persecuzione” giudiziaria di cui sarebbe stato vittima negli anni. «Io sono un vecchio fascista degli anni ’ 70, e sono contento e felice di quello che sono. Non ho niente da nascondere, niente di cui vergognarmi» dice sicuro Carminati, mentre Salvatore Buzzi, dal carcere di Tolmezzo, lo osserva in piedi, sgranando gli occhi e passeggiando stancamente lungo la stanzetta del video collegamento. «Io sono un vecchio fascista, non c’entro niente con i servizi. Qui sostenete che abbia collegamenti con i servizi segreti ma la verità è che quando mi associano ai servizi, io in realtà mi offendo. Mi accusano di avere ricevuto notizie relative all’inchiesta da due poliziotti del commissariato di Ponte Milvio e da un vecchio maresciallo in pensione. Ma io sono un pregiudicato ed è normale che fossi conosciuto dai poliziotti di quartiere che venivano a controllarmi continuamente, soprattutto durante il periodo in affido. Ma – dice senza mai perdere la calma e con gran senso dei tempi scenici – mettiamoci d’accordo. Questi, ma che potevano fa’? Le cose sono due, o io sono Fantomas come mi descrivete e quindi mi relaziono con chi dite voi, o sono un cretino, che parla con degli sfigati che non mi possono aiutare». Per contrastare l’ipotesi di avere ricevuto segnalazioni sull’indagine che lo riguardava poi, il “cecato”, ha anche dato lezioni di investigazione in aula, raccontando di essersi accorti immediatamente dei pedinamenti, ma di averli associati alla perquisizione subita qualche giorno prima. «Sono sempre stato sotto controllo, ma dopo la perquisizione le cose sono peggiorate. Ma i pedinamenti erano visibilissimi, cioè era impossibile non vederli. Una volta – ha detto ancora l’imputato – si sono fermati in due in una macchina davanti a una banca, e la polizia che è passata più volte lì davanti non si è mai fermata. Cose che se mi ci mettevo io lì davanti a una banca, in due minuti arrivava l’esercito». Carminati poi è certo di essere stato usato come cardine per dare “forza” all’intero procedimento e, incurante dei 32 capi d’imputazione che gli vengono contestati, dall’associazione mafiosa alla corruzione, passando per l’usura e la violenza, ripete più volte di essere stato descritto come il male in persona. «Senza di me questo processo sarebbe stato ridicolo – affonda – invece c’è Carminati in mezzo e quindi cambia tutto. Ma forse – dice ancora – questo pensiero è solo figlio del mio Ego ipertrofico. Sulla figura del perseguitato Carminati ritorna più volte, intervallando il racconto con piccole frasi prese dalla strada. «Io c’ho un occhio solo, ma ci vedo benissimo» oppure, raccontando di quando avrebbe “fiutato” l’indagine che lo riguardava «La preda sa sempre che il cacciatore è in agguato». Ma sono i giornalisti le vittime preferite degli affondi di Carminati: «Io sono diventato una macchietta, chi mi conosce sa che sono una macchietta. Mi hanno dato del “Nero” di Romanzo Criminale, del samurai, mi hanno rotto tutti le palle. Ma queste cose che in un certo tipo di mondo ti rende ridicolo, non sono cose che ti danno potere, sono cose che ti fanno diventare deficiente. Tutti quelli che mi conoscono mi prendevano per il culo su questa cosa, sono diventato una macchietta, questa è la verità. Non sto dicendo che sono una mammoletta. Ma non c’entro nulla con Romanzo criminale, con i samurai e con tutte queste puttanate».

Banditello comune o boss de noantri? Ecco chi è Carminati…, scrive Paolo Delgado il 31 Marzo 2017 su "Il Dubbio". “Mafia capitale”, biografia di Carminati: la prima pistola se la procurò a 16 anni, più per sparare ai compagni che per rapinare le banche. È un bandito come tanti (non tantissimi però e ci tiene a rimarcarlo, con quel passato politico rivendicato in partenza e i continui riferimenti al senso dell’onore) oppure è il Totò Riina de noantri, il capo dei capi nella Capitale? Che la personalità e il ruolo dell’imputato pesino in un processo penale è consueto, ma che l’intera architettura dell’accusa dipenda dalla risposta a quegli interrogativi è invece inusuale. Trattasi anzi di un caso forse unico. «Senza di me questo processo è ridicolo»: almeno in questo Massimo Carminati ha senz’altro ragione. Se si tratti di una volgarissima storia di mazzette come in Italia se ne contano a mucchi o se invece ci si trovi di fronte a un modello nuovo e diverso, ma non meno pericoloso, di mafia dipende solo da questo: dal chi è davvero Massimo Carminati. E’ solo la sua presenza che giustifica l’accusa di mafia rivolta a una cooperativa abituata a distribuire tangenti e a una banda dedita essenzialmente al recupero crediti. Senza Pirata lo storico processo non va oltre un fattaccio di corruzione spiccia e cravattari di mano pesante. Criminale Massimo Carminati lo è di sicuro, e non fa nulla per nasconderlo. Al contrario rivendica: «Nel mondo di sotto ci sono pochi comandamenti, magari solo 3 ma li si rispetta. Le anime belle che stanno di sopra ne hanno dieci ma non ne rispettano nemmeno uno». La prima pistola se la procura a 16 anni, più per sparare ai compagni che per rapinare banche. «Sono un vecchio fascista degli anni ‘ 70 e sono contentissimo di esserlo», spiega ai giudici di Mafia Capitale nella sua prima deposizione dopo una quarantina d’anni di mutismo in numerose aule di giustizia. Nei ‘ 70 frequenta il Tozzi, scuola privata di Monteverde. In classe ci sono Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e Valerio Fioravanti, il nucleo centrale dei primi Nar, e c’è Maurizio Boccacci, futuro naziskin. Rispetto ai Nuclei armati rivoluzionari, Carminati è in realtà una figura anomala. Più che i bar di Monteverde bazzica il Fungo dell’Eur, altro luogo di ritrovo fisso del neofascismo romano, dove conta tra gli amici intimi i fratelli Bracci, che come lui sembrano subire il fascino della delinquenza pura oltre che della politica armata. A differenza degli altri Nar non viene dal Msi, e si configura già come una sorta di lupo solitario. Il ruolo visibilmente lo compiace, tanto da vantarsene ancora adesso: «Fanno la fila per ammazzarmi ma io posso stare solo contro tutti». Quando nel corso della prima rapina dei Nar, quella all’armeria di Monteverde Centofanti, Anselmi viene ammazzato dal proprietario, Carminati, per vendetta, piazza una bomba nel negozio. Fioravanti, che con i Nar sta pianificando l’omicidio del bottegaio, vede sfumare la rappresaglia e si risente. Tra i due, in realtà, non corre ottimo sangue e ancora oggi entrambi parlano dell’altro con un filo di disprezzo. Il futuro don capitolino coinvolge infatti nei suoi rapporti con la criminalità comune Alessandro Alibrandi e Fioravanti, che in materia è piuttosto moralista, non gliela perdona. Essendo quella dei Nar soprattutto una sigla a disposizione di chiunque avesse voglia di adoperarla, è difficile dire chi abbia davvero fatto parte della più famosa banda armata di estrema destra in Italia. Però Francesca Mambro è tassativa: Massimo non era dei Nar. Il particolare non è solo pittoresco. Proprio la militanza sia nei Nar che nella famigerata “banda” è infatti la fonte di quella “straordinaria caratura criminale” che nell’ordinanza della procura di Roma viene segnalata più volte e che, sola, giustifica l’accusa di associazione mafiosa. Franco Giuseppucci, Er Negro, Carminati lo conosce al bar che entrambi, vicini di casa, frequentano. Il primo capo della banda della Magliana è un fascistone, si tiene in casa il busto di Benito, il ragazzino fascista e determinato gli sta simpatico. Il rapporto tra i due vale a Carminati l’arruolamento d’ufficio nella banda resa celebre dal Romanzo di De Cataldo, con annesso film e due fortunatissime serie tv. In realtà il rapporto con la bandaccia non è diverso da quello con i Nar: Carminati è contiguo, mai davvero interno. Er Negro chiede qualche favore e secondo i pentiti, non suffragati però da sentenze di condanna, si tratta di favori sanguinosi, incluso l’omicidio Pecorelli. Qualche favore concede in cambio: Carminati gli affida i frutti delle rapine, Giuseppucci li presta a strozzo e poi gli consegna i cospicui interessi. A conti fatti per la lunga scia di sangue che la banda si porta dietro, la sola condanna che colpirà anche il fascista sarà per il deposito di armi della banda nei sotterranei del ministero della Salute. Leggenda vuole che Carminati fosse l’unico ad avere accesso a quell’arsenale oltre ai pezzi da novanta della banda. In realtà, a spulciare le testimonianze, viene fuori che se l’ingresso non era certo libero, non era neppure così riservato e limitato. La menomazione a cui deve il piratesco soprannome è conseguenza di un’imboscata in piena regola. il 20 aprile 1981. Alle origini ci sono probabilmente le confessioni di Cristiano Fioravanti che, arrestato pochi giorni prima, indica alla polizia il varco di frontiera che i Nar usano di solito per passare in Svizzera. L’appostamento mira a catturare Francesca Mambro, ammetteranno al processo i poliziotti, e quando passa la macchina sospetta mitragliano 145 colpi. Dentro, invece, ci sono Carminati, altri due fascisti, una ventina di milioni ma nessuna arma. I camerati restano illesi. Carminati perde l’occhio. «Da allora – ha detto ieri in aula l’imputato numero 1 – tra me e il mondo c’è una guerra che non è ancora finita». Da allora Carminati ha deposto i modi da ragazzo di buona famiglia che i compari della bandaccia ricordano adottando il tipico romanesco della coatteria locale. Da allora ci sono stati una sfilza di processi e un congruo numero d’anni passati in galera. La sola condanna seria arriva però per il furto al caveau del palazzo di Giustizia di Roma, nel 1999. Secondo alcune fantasiose belle penne il colpo gli permise di trafugare documenti riservati tanto deflagranti da tenere in stato di perenne ricatto un cospicuo numero di magistrati. Se fosse vero risulterebbe lievemente inquietante sapere che i giudici della Capitale sono in buona quantità ricattabili. Se fosse vero, peraltro, si capirebbe fino a un certo punto come mai il ricattatore soggiorna da oltre due anni nelle patrie galere in regime di 41bis, ormai unico o quasi a godere di quelle delizie ancora prima della prima condanna. Massimo Carminati sa perfettamente che in questo processo tutto dipende non da cosa ha fatto ma da chi è: senza dubbio si adopera per sminuire il proprio stesso ruolo. E’ certo che le frequentazioni e la dimestichezza con i boss della Capitale indicano un ruolo meno marginale di quanto voglia far sembrare. Ma, almeno agli atti, prove della sua sovranità sulla Roma criminale e quindi della sua primazia mafiosa proprio non sembrano esserci.

Mafia Capitale. Una Repubblica Ricattabile. I segreti della lista Carminati. Il ricatto alla Repubblica parte nell'estate del 1999 quando Massimo Carminati penetra nel caveau della banca a palazzo di Giustizia di Roma, e sceglie 147 cassette eccellenti. Adesso l'Espresso rivela la lista. E i suoi segreti. È un furto su commissione diretto a ricattare qualcuna delle vittime. Fra loro si contano almeno 22 magistrati. Quasi tutti con ruoli di vertice: presidenti di sezioni civili o penali del tribunale o della corte d’appello, magistrati dirigenti del ministero della giustizia, giudici e sostituti pg della Cassazione. E poi avvocati. Sono persone connesse con i più grandi misteri d’Italia: dalla strage di Bologna alla P2, dal delitto Pasolini all’omicidio Pecorelli, dalla Banda della Magliana a Cosa nostra. Sullo sfondo si staglia l'ombra di Andreotti. E così nasce un potere che fa ancora paura. Di Lirio Abbate il 20 ottobre 2016 su Espresso TV

Gli avvisi di Carminati e i segreti ancora potenti. Cosa vuole dire e a chi parla il boss di mafia Capitale sotto processo a Roma, scrive Lirio Abbate il 28 novembre 2016 su "L'Espresso". Massimo Carminati sembra ossessionato dalle inchieste dell’Espresso. Un chiodo fisso che lo porta a svelare segreti mai confessati prima. Così, al tavolo giudiziario attorno al quale si sta giocando la partita processuale di mafia Capitale, il “re di Roma” ha calato il jolly: la vicenda dei documenti riservati rubati nel caveau della Banca di Roma nel 1999. Per 17 anni Carminati non ne aveva parlato: ha deciso di farlo dopo l’inchiesta di copertina dell’Espresso, “Ricatto alla Repubblica”. Nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999 il “nero” guidò un commando nel sotterraneo blindato della filiale di piazzale Clodio, all’interno della cittadella giudiziaria di Roma, svaligiando 147 cassette di sicurezza, selezionate da 900, con la complicità di alcuni carabinieri di sorveglianza. Mai nessuna delle vittime ha denunciato la sottrazione di quei documenti, perché - come scrivono i magistrati nella sentenza con cui è stato condannato Carminati - era difficile che qualcuno in possesso di questo materiale riservato fosse disposto a denunciarne la scomparsa. Eppure uno dei temi del processo che si è svolto a Perugia su quel furto era questo: il colpo di Carminati e soci poteva servire proprio ad acquisire documenti segreti. Da quasi due anni Carminati è in carcere. Ora parla in aula e ammette per la prima volta di aver rubato quei documenti. "È ovvio dal 2002 da dove proviene la mia disponibilità economica. Se c'erano tutti questi dubbi sulla mia partecipazione al colpo del caveau a piazzale Clodio (avvenuto nel luglio del 1999 ndr) potevano dirlo subito così mi assolvevano invece di condannarmi. C'erano tanti documenti in quel caveau, ma anche tanti soldi e io qualche soldo l'ho preso". Carminati è uomo attento e meticoloso. È uno stratega. Proprio come lo sono i boss delle mafie tradizionali. Per questo motivo martedì 22 novembre non gli possono essere sfuggite per caso frasi che rimandano a ricatti e intimidazioni. Ha detto espressamente: «È vero, c’erano molti documenti, e così fra un documento e l’altro ho preso pure qualche soldo». Un’affermazione che serve solo in apparenza a spiegare l’origine del suo patrimonio («qualche soldo»): il riferimento importante è invece quello ai documenti. In un dibattimento nel quale accusa e difesa si stanno scontrando sul sistema Carminati: sul fatto se sia o no mafia. Sono in molti ad ascoltare le parole di Carminati. Ma pochissimi danno il giusto peso a questa affermazione del “nero” sui documenti. Eppure proprio in questo passaggio è nascosta la “nuova mafia” romana. Meglio, il metodo mafioso. Oggi abbiamo la certezza che in alcune delle cassette aperte c’erano documenti importanti su cui Carminati voleva mettere le mani, grazie a questa ammissione fatta in aula. Il nostro titolo era “Ricatto alla Repubblica”, appunto. Perché il “nero” ha potuto godere a lungo di protezione grazie anche a queste carte. Oggi la storia può essere diversa perché diverse da allora sono le persone nei posti chiave della magistratura e delle istituzioni. Ma c’è sempre la possibilità che qualcuno abbia qualcosa da temere da quelle carte. Ed è per questo motivo che in aula Carminati ora ricorda di aver preso tanti documenti scottanti. Si tratta di un avviso ai naviganti. A quei marinai che con lui hanno solcato i mari in tempesta. E adesso stanno a guardare. I boss mafiosi come Riina e Bagarella non hanno bisogno di impugnare una pistola per incutere terrore: a loro basta uno sguardo, un gesto, una parola, per minacciare e intimidire. È ciò che accade anche con Carminati. Aver ricordato adesso i documenti sottratti durante il “furto del secolo”, come venne definito nel 1999, è un gesto di minaccia tipico della mafia e del metodo mafioso, ma anche un segnale che mostra il salto di qualità di questa mafia romana. Non accade per caso, ma alla vigilia di una importante sentenza - e dopo la nostra inchiesta che tanti fastidi ha provocato al “cecato”. Ora abbiamo la conferma che siamo davanti a una persona in grado di parlare a pezzi del Paese che ancora non conosciamo. E lo fa attraverso annunci che consegnano messaggi precisi a chi sa. Questo è il metodo, ed è mafioso.

Il ricatto di Massimo Carminati: ecco la lista dei derubati nel furto al caveau del 1999. Il Cecato svuotò 147 cassette, colpendo magistrati, avvocati, funzionari della Giustizia. Connessi con i più grandi misteri d'Italia: dalla strage di Bologna alla P2, dal delitto Pasolini all'omicidio Pecorelli, dalla Banda della Magliana a Cosa nostra. Sullo sfondo si staglia l'ombra di Andreotti. E così nasce un potere che fa ancora paura, scrivono Lirio Abbate e Paolo Biodani il 24 ottobre 2016 su "L'Espresso". Il colpo del secolo, era stato definito. Ma non era solo un furto clamoroso: il movente era un grande ricatto. Allo Stato e alla Giustizia. Nelle sentenze definitive i giudici scrivono di un bottino "eccezionale": «Almeno 18 miliardi di vecchie lire», mai recuperati. Sottolineano «l’audacia» di un’azione criminale «spettacolare»: un commando di banditi che riesce a svaligiare in tutta calma il caveau della banca più sorvegliata d’Italia, senza sparare, senza forzare neppure un lucchetto, senza far scattare il doppio sistema d’allarme. Vanno a colpo sicuro: hanno in mano una lista selezionata di cassette di sicurezza da svuotare. È un furto «pluriaggravato» che spinge i magistrati di ieri e di oggi a evidenziarne la «carica intimidatoria». Per «la valenza simbolica del luogo violato»: il palazzo di giustizia di Roma, in piazzale Clodio, presidiato giorno e notte da militari armati. Per «l’inquietante capacità di penetrazione corruttiva fin dentro l’Arma dei carabinieri». Per la qualità delle vittime: decine di alti magistrati, avvocati, cancellieri, consulenti, professionisti e imprenditori. E per il «potere di ricatto» che, secondo le sentenze, era il vero obiettivo di quell’assalto al cuore della giustizia italiana. Organizzato e diretto da Massimo Carminati, l’ex terrorista nero che proprio da allora diventa «un intoccabile». Un «boss carismatico» che, mentre è sotto processo con Giulio Andreotti per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, svuota le cassette di sicurezza di una lista di magistrati e avvocati romani di cui vuole spiare i segreti. La genesi di "mafia Capitale" si concretizza nell’estate 1999, con questo grande colpo, mentre l’Italia s’illude di aver chiuso il libro nero della Prima Repubblica. Stragi di destra, terrorismo di sinistra e guerra fredda sono ricordi sbiaditi. A capo del governo c’è Massimo D’Alema, il primo premier post-comunista. Mentre Carminati s’infila di notte nel caveau, sul Paese c’è l’ombra della crisi e del "governo tecnico": D’Alema è preoccupato per il rinascere di un Grande centro che possa spingere la sinistra all’opposizione. Dopo decenni di debito pubblico, crisi e svalutazioni, i conti sono in ordine e l’euro alle porte sembra annunciare un’Europa forte e unita. L’economia cresce, l’euforia spinge i capitani coraggiosi della finanza a scalare ex monopoli statali come Telecom. Perfino Tangentopoli pare archiviata: nonostante le oltre mille condanne per corruzione e fondi neri del 1992-94, l’intesa bicamerale con la destra di Berlusconi ha partorito una riforma costituzionale, ribattezzata «giusto processo», in grado di annientare perfino i verbali d’accusa già raccolti dalla magistratura. Che non era mai arrivata così in alto: a Milano si processano anche i giudici corrotti della capitale, a Roma i boss impuniti della Banda della Magliana, tra Palermo e Perugia siede sul banco degli imputati addirittura il senatore a vita Giulio Andreotti per mafia e omicidio. L’attacco alla fortezza giudiziaria della capitale si consuma nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 luglio 1999. La "città giudiziaria" è interamente recintata da alte mura sorvegliate notte e giorno da carabinieri. All’interno c’è l’agenzia 91 della Banca di Roma. Carminati e i suoi complici arrivano dopo le 18, dentro un furgone identico a quello in uso ai carabinieri, che in questo modo evita i controlli. A mezzanotte e mezza almeno otto banditi entrano nel caveau sotterraneo, senza scassinare nulla, usando le chiavi e le combinazioni fornite da un complice: un impiegato della banca rovinato dai debiti. A guidare il commando è Carminati in persona. In mano ha un foglio di carta con una lista di nomi, scritti a penna, in rosso: sono magistrati, avvocati, cancellieri. «Queste cassette sono roba mia», intima ai complici, tutti scassinatori molto esperti. «Tutto il resto è vostro» aggiunge il "Cecato". Le sentenze spiegano che Carminati, con quel colpo, «è alla ricerca di documenti per ricattare magistrati» e «aggiustare processi»: su 900 cassette ne vengono aperte solo 147. Aperture su indicazione. Gli altri banditi puntano ai soldi: sventrano intere file di cassette, arraffano contanti, gioielli e riempiono una quindicina di borsoni sportivi. Carminati invece ha «una mappa con i numeri delle cassette»: sono quelle che gli interessano, ritrovate aperte «in ordine sparso, a macchia di leopardo». Di fronte ai carabinieri, i criminali comuni scappano. L’ex terrorista nero invece ne ha corrotti almeno quattro, reclutati da un sottufficiale cocainomane: tre accompagnano la banda nel caveau, il quarto spalanca il cancello esterno della cittadella fortificata. Alle 4 di notte la razzia è terminata: i banditi se ne vanno con calma, sul furgone con i colori dei carabinieri, con un bottino pari a oltre nove milioni di euro, di cui verranno recuperati meno di 150 mila euro. Alle 6.40 di sabato 17 luglio l’addetta alle pulizie dà l’allarme. I primi agenti di polizia trovano nel caveau gli attrezzi da scasso e un caotico cumulo di cassette svuotate. Le prime notizie raccontano di una refurtiva miliardaria, tra oro, gioielli e denaro contante, ma anche di due chili di cocaina, di cui però negli atti del processo non c’è traccia. La Roma che conta trema: le cassette di sicurezza servono a custodire non solo gioielli, ma anche pacchi di denaro nero, che è rischioso depositare sui normali conti bancari. E spesso nascondono documenti e foto scottanti. Tra i clienti di quella banca ci sono decine di magistrati, avvocati e dipendenti del tribunale. L’elenco completo non era stato mai reso pubblico. Le indagini dei pm di Perugia ipotizzano che il colpo abbia subito un’accelerazione. Quella banca restava aperta anche di sabato. Se Carminati ha agito venerdì notte, significa che aveva fretta. C’è il fondato sospetto che l’ex terrorista avesse saputo che qualche cliente eccellente, la mattina seguente, progettava di ritirare qualcosa di molto importante. I giudici dei successivi processi, celebrati a Perugia proprio «per la massiccia presenza di magistrati tra le vittime», concludono che un furto del genere era sicuramente «finalizzato alla sottrazione di documenti scottanti, utilizzabili per ricattare la vittima o terzi». Le indagini non sono riuscite a chiarire se Carminati abbia raggiunto il suo obiettivo, soprattutto perché «nessuno ha denunciato la sottrazione di documenti». Il tribunale però non ci crede, osservando che «quanti per avventura avessero detenuto siffatto materiale, ben difficilmente sarebbero poi disposti a denunciarne con entusiasmo la scomparsa». Oltre al buon senso, un indizio è il ritrovamento, tra i resti fracassati delle cassette, di lettere e altre carte private, abbandonate dai banditi sul pavimento del caveau perché appartenevano a cittadini qualunque. Quindi anche quel caveau custodiva documenti. E un mare di contanti di oscura provenienza. L’assicurazione della banca ha risarcito solo il bottino documentabile: cinque miliardi di lire su un totale di «almeno 18». Eppure a Perugia nessuna vittima si è costituita parte civile nel processo a Carminati. Quel furto nasconde un quadro criminale che le sentenze definiscono «inquietante». Proprio l’identità delle vittime giudiziarie può misurare la capacità intimidatoria di chi oggi è accusato di essere il capo di Mafia Capitale. Ciò nonostante, neppure i magistrati riuscivano a ritrovare l’elenco completo dei derubati, mentre le sentenze finali citano solo pochi nomi, pur chiarendo che la banda del caveau ha svuotato le cassette di almeno 134 persone. Adesso "l’Espresso" ha recuperato le copie degli atti più importanti, da cui emergono dati e fatti rimasti inediti e così a distanza di diciassette anni dal furto vengono svelati. Sono atti che identificano due categorie opposte di vittime. Da una parte giudici onestissimi, rigorosi, preparati, spesso con ruoli di vertice nelle corti e nei ministeri, insieme a grandi avvocati, impegnati anche come difensori di parti civili in processi per mafia o terrorismo nero, compresi casi in cui era imputato lo stesso Carminati. Dall’altra, magistrati e legali con un passato imbarazzante, in qualche caso addirittura arrestati e condannati per corruzione. La toga più famosa è il titolare della cassetta svaligiata numero 720: «Domenico Sica, magistrato, prefetto». Per tutti gli anni Settanta e Ottanta, Sica è stato il più importante pm italiano, preferito a Giovanni Falcone come primo Alto commissario antimafia. Per i giudici amici era "Nembo Sic", l’attivissimo magistrato che ha guidato tutte le indagini più scottanti della procura di Roma, dal terrorismo politico agli scandali economici. I detrattori invece lo chiamavano "Rubamazzo", da quando una sua indagine parallela permise di sottrarre ai giudici di Milano l’inchiesta sulla P2 di Licio Gelli, chiusa a Roma dopo un decennio con risultati nulli. Sica è morto nel 2014, senza che nessuno pubblicamente lo avesse mai segnalato come vittima di Massimo Carminati. È stato lui ad occuparsi anche dell’omicidio Pecorelli, del caso Moro, dell’attentato al Papa e della scomparsa di Emanuela Orlandi. Giorgio Lattanzi, intestatario con la moglie di un’altra cassetta svuotata, oggi è il vicepresidente della Corte costituzionale. Per anni è stato uno dei più autorevoli giudici della Cassazione: come presidente della sesta sezione penale, in particolare, guidava i collegi chiamati a rendere definitive (o annullare) tutte le condanne per corruzione emesse in Italia. Contattato dall’Espresso, il giudice Lattanzi, tramite un portavoce, conferma di «aver denunciato subito il fatto» e precisa che «all’epoca non aveva nessun elemento per ipotizzare qualcosa di diverso da un semplice furto, anche perché in quel periodo non trattava processi di particolare rilevanza e nella cassetta non custodiva alcun documento, mentre il reato gli causò un danno economico molto rilevante, poi risarcito dall’assicurazione». Tra i legali spiati e derubati spicca Guido Calvi, ex senatore del Pds-Ds dal 1996 al 2010, quando fu eletto al Csm. Calvi è stato avvocato di parte civile in molti processi contro il terrorismo di destra: il suo nome compare anche nell’ultimo ricorso in Cassazione contro l’assoluzione di Carminati per il più grave depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 vittime), organizzato per evitare la condanna definitiva di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, come lui neofascisti dei Nar. Calvi è stato avvocato di Massimo D’Alema e ora presiede un comitato per il No. Il suo studio legale è parte civile nel processo a mafia Capitale. «Che il furto al caveau avesse una finalità ricattatoria è qualcosa di più che un sospetto», spiega l’avvocato Calvi, il quale aggiunge: «Il colpo al Palazzo di giustizia era chiaramente finalizzato a colpire avvocati e alti magistrati, a trovare carte segrete... Nella mia cassetta però tenevo solo gioielli di famiglia, nessun documento. Mi manca soprattutto la mia collezione di penne, di valore solo affettivo: sono un avvocato di sinistra, difendo anche clienti poveri, che poi per sdebitarsi mi regalano una Montblanc con il mio nome inciso. Erano i più bei ricordi della mia carriera. Lo dico sempre all’avvocato Naso: almeno le penne il tuo cliente potrebbe restituirmele...». Giosuè Naso è il difensore di Carminati. Il furto al caveau ha colpito anche altri prestigiosi avvocati, come Nino Marazzita, amico di Guido Calvi, che ricorda: «Abbiamo lavorato più volte insieme, anche contro la destra romana. Con Nino presentammo la prima denuncia per riaprire l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, dove ero stato parte civile, nel tentativo di identificare i complici neofascisti di Pino Pelosi». Alla domanda se ritenga possibile che Carminati, con il colpo al caveau, abbia raggiunto l’obiettivo di intimidire qualche giudice, l’avvocato Calvi risponde così: «I processi sulle stragi nere e sui depistaggi dei servizi, da piazza Fontana a Bologna, sono pieni di assoluzioni assurde firmate da magistrati collusi o intimiditi. Prima del maxiprocesso di Falcone e Borsellino, anche i processi di mafia finivano sempre con l’insufficienza di prove». I primi rapporti di polizia identificano, tra le vittime del furto, 17 magistrati, 55 avvocati, 5 cancellieri, altri 17 dipendenti del tribunale, un carabiniere e un perito giudiziario. I principali danneggiati sono quattro imprenditori romani che si sono visti rubare l’equivalente in lire di 500 mila euro e un milione ciascuno. Decine di denunce risultano però presentate in ritardo, dagli effettivi proprietari di beni custoditi in cassette intestate ad altri: familiari o amici fidati. Negli atti completi, quindi, si contano almeno 22 magistrati. Quasi tutti con ruoli di vertice: presidenti di sezioni civili o penali del tribunale o della corte d’appello, magistrati dirigenti del ministero della giustizia, giudici e sostituti pg della Cassazione. Nella procura di Roma, competente a indagare su Carminati, la banda del caveau ha preso di mira tra gli altri l’aggiunto Giuseppe Volpari, capo dei pm di Tangentopoli nella capitale, spesso in contrasto con i magistrati milanesi di Mani Pulite. Stando agli atti risulta forzata ma non aperta anche la cassetta di sicurezza di Luciano Infelisi, il controverso ex pm che incriminò i vertici della Banca d’Italia, Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, che nel 1979 si rifiutarono di salvare Michele Sindona, il banchiere della mafia e della P2, poi condannato per l’omicidio dell’"eroe borghese" Giorgio Ambrosoli: uno scandalo giudiziario ricostruito nel processo Andreotti. Il giudice della stessa istruttoria era Antonio Alibrandi: il padre del terrorista nero Alessandro Alibrandi, uno dei fondatori dei Nar (con Fioravanti e Carminati), ucciso nel 1981 in una sparatoria con la polizia. Tra le vittime del furto ci sono poi diversi avvocati della banda della Magliana (ormai divisa) e altri legali collegati alla P2, come Gian Antonio Minghelli, registrato nella loggia segreta di Gelli insieme al padre, un generale della Pubblica sicurezza. Oltre a derubare giudici e avvocati integerrimi, la banda di Carminati ha svuotato le cassette di magistrati già allora inquisiti. Come Orazio Savia, pm di alcune tra le più contestate indagini romane, come il caso Enimont o il misterioso suicidio nel 1993 del dirigente ministeriale Sergio Castellari. Savia nel 1997 è stato arrestato e condannato per corruzione. Svaligiati anche due forzieri di Claudio Vitalone, ex pm romano, poi senatore e ministro andreottiano, defunto nel 2008, e una terza cassetta intestata al fratello Wilfredo, avvocato, che ha presentato diverse denunce a Perugia. Al momento del furto, Carminati attendeva la sentenza di primo grado del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli, insieme ad Andreotti, lo stesso Claudio Vitalone e tre boss di Cosa nostra. Due mesi prima, i pm di Perugia avevano chiesto l’ergastolo. Il giornalista che conosceva i segreti della P2 era stato ucciso nel 1979 con speciali pallottole Gevelot, dello stesso lotto di quelle poi sequestrate nell’arsenale misto Nar-Magliana, allora gestito proprio da Carminati. Sembrava incastrato da tre pentiti della Magliana, in grado di riferire le rivelazioni di Enrico De Pedis, il boss sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, e Danilo Abbruciati, ammazzato a Milano mentre tentava di uccidere Roberto Rosone, il vicepresidente del Banco Ambrosiano. La sentenza su Pecorelli viene emessa a settembre, due mesi dopo il furto: tutti assolti. In appello addirittura la corte condanna Andreotti (poi assolto in Cassazione), ma non Carminati. Negli stessi mesi l’ex terrorista nero ha un’altra emergenza giudiziaria: è imputato di aver fornito a due ufficiali piduisti del Sismi (già condannati con Licio Gelli) il mitra e l’esplosivo che i servizi segreti fecero ritrovare su un treno, per depistare l’inchiesta sulla strage di Bologna, fabbricando una falsa «pista internazionale». Per questa vicenda nel giugno 2000 Carminati viene condannato a nove anni di reclusione. Ma nel dicembre 2001 i giudici d’appello di Bologna lo assolvono con una motivazione a sorpresa: è vero che ha prelevato dal famoso arsenale un mitra Mab modificato, ma non è certo fosse proprio identico a quello usato per il depistaggio, per cui il reato va considerato prescritto. Tutte le sentenze meritano rispetto perché il codice impone che vengono confermate o smentite dalla Cassazione. Ma in questo caso non succede. La procura generale di Bologna non ricorre contro l’assoluzione di Carminati. L’avvocatura generale, che all’epoca rappresenta il governo Berlusconi, non si presenta in udienza. Contro Carminati rimane solo il ricorso dei familiari delle vittime, ma la Cassazione lo dichiara «inammissibile»: i parenti possono piangere i morti, ma «non hanno un interesse giuridico» a contestare i depistaggi, anche se organizzati per garantire l’impunità agli stragisti. Per il furto al caveau, Carminati viene arrestato il 29 dicembre 1999, grazie alle confessioni di tre carabinieri corrotti, e torna libero il 18 gennaio 2001, con il suo bottino ancora intatto. Da quel momento c’è uno spartiacque nei suoi processi. Nel marzo 2001, prima dell’assoluzione di Bologna, la Cassazione annulla le condanne per mafia inflitte in primo e secondo grado alla Banda della Magliana. Carminati si vede dimezzare la pena, interamente scontata con la detenzione per le altre accuse ormai cadute. A Roma la mafia, almeno per la Cassazione, non c’è più. Anzi non c’è mai stata. A Perugia, nel 2005, a conclusione di un dibattimento che riserva udienza dopo udienza molte sorprese a favore dell’imputato, il boss nero viene condannato a quattro anni per il furto al caveau e la corruzione dei carabinieri. Le sentenze denunciano reticenze dei testimoni, rifiuti di deporre, depistaggi, falsi alibi accreditati perfino da un notaio e dal capo della gendarmeria di San Marino. Salta fuori che i carabinieri avevano interrogato il noleggiatore del furgone un mese prima della polizia, senza essere titolari dell’indagine e senza dire niente alla procura. Tre alti ufficiali dell’Arma vengono indagati per omessa denuncia: il tribunale di Perugia osserva «con stupore» che si sono rifiutati di testimoniare «benchè già archiviati». In aula l’unico scassinatore che aveva confessato, Vincenzo Facchini, interrogato dal pm Mario Palazzi, si rifiuta perfino di pronunciare il nome di Carminati: «Io questo signore non lo conosco, non lo voglio conoscere», risponde terrorizzato. E poi aggiunge: «Con questa domanda lei mi mette la testa sotto la ghigliottina!». La condanna per il colpo al caveau diventa definitiva il 21 aprile 2010. Ma Carminati evita il carcere grazie all’indulto Prodi-Berlusconi, che gli cancella tre anni di pena. Quindi ottiene l’affidamento nella cooperativa sociale di Salvatore Buzzi. E, secondo l’accusa, fonda Mafia Capitale.

Lista Carminati, l'elenco delle vittime del furto. Avvocati, magistrati, dipendenti del tribunale, carabinieri e ctu. Per la prima volta l'Espresso è in grado di rivelare di chi erano le cassette di sicurezza violate dal Cecato nel colpo al palazzo di Giustizia del 1999, scrive L'Espresso" il 24 ottobre 2016.

NOME – PROFESSIONE - NUMERO CASSETTA

Aldo Ambrosi Avvocato 188

Virginio Anedda Magistrato 274

Maria Luisa Arzilli Cancelliere 379

Giuseppe Altobelli Dipendente Tribunale 691

Mirella Antona Dipendente Tribunale 714

Silvio Bicchierai Commercialista 90

Giuseppina Bragagnolo Commercialista 115

Giulia Brizzi Dipendente Tribunale 125

Luigi Bartolini Cancelliere 191

Marisa Bondanese Dipendente Tribunale 985

Gualtiero Cremisini Avvocato 393

Francesco Caracciolo di Sarno Avvocato 421

Guido Calvi Avvocato 445

Giuseppe Castaldo Dipendente Tribunale 718

Enzo Carilupi Avvocato 721

Michele Caruso Avvocato 113

Silvia Castagnoli Magistrato 123

Claudia Cannarella Dipendente Tribunale 133

Giuseppe Crimi Avvocato 137

Annamaria Carpitella Avvocato 145

Maurizio Calò Avvocato 174

Cesare Romano Carello Avvocato 177

Leonardo Calzona Avvocato 233

Dario Canovi Avvocato 240

Giovanni Casciaro Magistrato 261

Antonio Cassano Magistrato 282

Carla Cochetti Dipendente Tribunale 382

Francesco De Petris Avvocato 30

Anna Maria Donato Avvocato 127

Giovanni De Rosis Morgia Avvocato 189

Lucio De Priamo Avvocato 192

Francesco d'Ajala Valva Avvocato 237

Assunta Bruno De Santis Dipendente Tribunale 385

Generoso Del Gaudio Dipendente Tribunale 693

Serapio De Roma Avvocato 713

Alessandro Fazioli Avvocato 52 e 212

Maria Frosi Avvocato 120

Torquato Falbaci Magistrato 209

Giuliano Fleres Avvocato 255 e 257

Efisio Ficus Diaz Avvocato 285

Giorgio Fini Avvocato 692

Maria Grappini Avvocato 15

Ivo Greco Magistrato 235

Giuseppe Cellerino Magistrato 126

Adalberto Gueli Magistrato 141

Aurelio Galasso Magistrato 213

Giuseppe Gianzi Avvocato 259

Francesco Giordano Avvocato 391

Vito Giustianiani Magistrato 403

Angelo Gargani Dipendente Tribunale 543

Fabrizio Hinna Danesi Magistrato 715

Michele Imparato Cancelliere 248

Maria Elisabetta Lelli Ctu 114

Stefano Latella Carabiniere 121

Giorgio Lattanzi Magistrato 215

Antonio Liistro Magistrato 258

Mauro Lambertucci Avvocato 324

Michelino Luise Avvocato 741

Antonio Loreto Avvocato 65

Vanda Maiuri Dipendente Tribunale 35

Simonetta Massaroni Avvocato 183

Nicola Mandara Avvocato 277

Antonio Minghelli Avvocato 280

Caterina Mele Avvocato 297

Luigi Mancini Avvocato 333

Giancarlo Millo Magistrato 378

Alberto Oliva Avvocato 446

Bruno Porcu Avvocato 12

Liliana Pozzessere Dipendente Tribunale 202

Francesco Palermo Avvocato 343

Enrico Parenti Magistrato 368

Valeria Rega Cancelliere 74

Bruno Riitano Avvocato 110

Agostino Rosso Di Vita Avvocato 178

Filomena Risoli Dipendente Tribunale 394

Domenico Ruggiero Avvocato 451

Gisella Rigano Dipendente Tribunale 738

Francesco Rizzacasa Avvocato 743

Antonietta Sodano Avvocato 149

Domenico Sica Magistrato 720

Vincenzo Taormina Avvocato 94

Cesare Testa Avvocato 181

Wilfredo Vitalone Avvocato 81

Claudio Vitalone Magistrato 304 e 306

Bruno Villani Avvocato 164

Fortunato Vitale Avvocato 50

Giuseppe Volpari Magistrato 281

Paolo Volpato Avvocato 380

Umberto Zaffino Avvocato 199

Edmondo Zappacosta Avvocato 236 e 322

Maurizio Zuccheretti Avvocato 252 

Per ricattare magistrati e avvocati in cambio di alleggerimenti di sentenze o sconti di pena. Furto al caveau del tribunale. A caccia di soldi e documenti. E i pm perugini adesso accusano: "I carabinieri non hanno collaborato", scrive il 10 luglio 2000 “La Repubblica. Perquisizioni e arresti per il furto nel caveau della filiale della Banca di Roma, all'interno del tribunale della capitale. In una notte, quella tra il 16 e il 17 luglio scorso, vennero saccheggiate 147 cassette di sicurezza di "proprietà" di dipendenti del palazzo. Un furto che apparve come uno schiaffo: a una banca e nel cuore del tribunale. Ma anche un colpo non semplice da mettere a segno, riuscito grazie a una infinita serie di complicità dentro e fuori il Palazzo di giustizia. E con più di un obiettivo: ricavare soldi ed entrare in possesso di documenti compromettenti per poi ricattare magistrati e avvocati. Una trama sulla quale per un anno hanno indagato la Procura della repubblica di Perugia e la Squadra mobile della capitale, che stamattina hanno dato il via a una serie di arresti e perquisizioni. Un'indagine che ha messo in luce l'esistenza di una banda a più teste: carabinieri, ex della banda della Magliana, esponenti dell'estrema destra, dipendenti dell'istituto di credito e del tribunale. E il furto nel caveau assume contorni diversi: ladri alla ricerca di soldi e gioielli ma anche di documenti compromettenti da usare come armi di ricatto verso i clienti dell'istituto, per lo più magistrati e avvocati. Un'indagine, si apprende adesso, che sarebbe andata avanti più velocemente se l'esito degli accertamenti compiuti dai carabinieri della capitale fosse stato comunicato per tempo. Questa almeno è l'accusa dei pm perugini che esprimono anche diverse "perplessità" per alcuni atti svolti dei militari. Nella loro ordinanza si parla infatti di "mancati approfondimenti investigativi" sulle notizie acquisite dai militari e la "mancata comunicazione" delle stesse alla procura del capoluogo umbro. Nonostante la mancata cooperazione, tuttavia, sotto accusa è finito Marco Vitale, 51 anni, reduce della banda della Magliana, già in carcere. Complice del furto anche un dipendente della Banca di Roma, Orlando Sembroni, 49 anni. Nella banda anche Lucio Smeraldi, 61 anni, gestore dell'edicola interna del tribunale. Gli arresti riguardano poi altri "cassettari", ricettatori, complici e basisti. Confermato, anzi aggravato, il ruolo di quattro carabinieri in servizio a Piazzale Clodio (Mercurio Digesu, di 41, Feliciano Tartaglia, di 37, Adriano Martiradonna, di 48, Flavio Amore di 30 anni, mentre un quinto militare, Roberto Cozzolino è accusato solo di concorso in furto aggravato). Il tramite con l'Arma dei carabinieri era il capo dei "cassettisti" storici romani, Stefano Virgili, 49 anni, apparentemente uscito dal giro e boss dei parcheggiatori dell'Eur con la società Mutua Nova. Nei guai un esponente dell'estrema destra Massimo Carminati, 42 anni, anch'egli interessato al contenuto delle cassette di sicurezza. Tra gli arrestati un dipendente della Corte d'appello di Roma, Reginaldo Velocchia, 64 anni. Insieme a un avvocato penalista romano Antonio Iuvara (sottoposto alla misura dell'obbligo di dimora) avrebbe fatto pressione su un presidente della Corte d'appello di Roma Tommaso Figliuzzi con un preciso motivo: alleggerire in secondo grado la condanna di Vitale nel processo per la banda della Magliana. Ottenendone magari la scarcerazione, perché proprio il Vitale avrebbe partecipato dal carcere all'operazione "cassette di sicurezza". La banda dei "cassettieri" (trenta persone coinvolte, venti arrestate e dieci indagate), cercava così di arrivare al controllo del palazzo di giustizia e stavano organizzando un nuovo colpo, secondo quanto dichiarato dagli inquirenti. Questa volta l'obiettivo era l'ufficio corpi di reato della Procura della repubblica di piazzale Clodio, dove sono custoditi i reperti sequestrati nell'ambito delle indagini giudiziarie: armi e droga. Materiale che sarebbe servito sia per ricavare denaro (dalla vendita di droga), sia per compiere azioni criminali. 

Mafia Capitale, Carminati e i dossier scomparsi nel 1999. Il misterioso furto al caveau della Banca di Roma del Tribunale di Roma fa da sfondo all'inchiesta capitolina, scrive l'11 dicembre 2014 Sabino Labia su "Panorama". In una delle ultime intercettazioni relative all’inchiesta di Mafia Capitale si sente Massimo Carminati parlare il 27 gennaio 2012, con un’altra persona, del Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone e dei rischi del suo arrivo alla Procura romana per tutta l’organizzazione perché avrebbe buttato all’aria Roma visto che in Calabria ha capottato tutto e non si fa inglobà dalla politica. Tra il finto stupore generale e lo sgomento che sta provocando questa inchiesta, c’è anche l’anomala, per usare un eufemismo, vicenda di come Carminati, un personaggio dall’oscuro passato, sia uscito sempre indenne da tutte le inchieste che lo hanno coinvolto. Per quale motivo il Guercio si preoccupa proprio dell’arrivo di un giudice completamente estraneo al mondo romano e, soprattutto, dal curriculum di vero servitore dello Stato? E’ sufficiente rileggere la cronaca di qualche anno fa per avere un’idea. C’è una strana storia a fare da sfondo a tutta questa sporca vicenda e che suscita una certa inquietudine. Risale al 1999 e traccia in maniera precisa e inequivocabile il ruolo di Carminati a Roma. E’ il 16 luglio ed è un venerdì, intorno alle 18un furgone blu con il tetto bianco, simile a quelli usati dai carabinieri, ma con la differenza che si tratta di un comune furgone preso a nolo e ridipinto, supera uno dei cancelli del Tribunale della Capitale. Scendono tre uomini e con naturalezza si confondono tra le tantissime persone che in quel momento affollano la cittadella della Giustizia che dispone di quattro palazzi di cinque piani e di quattro ingressi. Alle 14 i due accessi laterali vengono regolarmente chiusi. Alle 20 gli addetti alla sicurezza chiudono l’entrata principale di Piazzale Clodio; a quel punto rimane aperto un solo varco, sul retro, in via Varisco, dove staziona un carabiniere di guardia. Tutti i visitatori, nel frattempo, sono usciti tranne i tre uomini che sono riusciti a nascondersi chissà dove. Passano tre ore e, alle 23, muniti di torce escono dal nascondiglio e si dirigono verso lo sportello della Banca di Roma che si trova nel corridoio della Pretura Penale e che dista soltanto 70 metri dal Commissariato di Polizia interno al Tribunale dove staziona sempre un poliziotto di guardia. Nel giro di quindici minuti i tre, muniti di chiavi false, aprono la porta blindata della banca e con un by-pass elettronico disinnescano il sistema d’allarme collegato al 113 e a un istituto di vigilanza privato. Si dirigono al cancello che dà accesso a due rampe di scale, scendono velocemente e arrivano a un’altra porta blindata, la aprono ed entrano nel caveau. All’interno ci sono 997 cassette di sicurezza, ma l’obiettivo dei tre sono solo 197 cassette segnate con una crocetta rossa da qualche complice che si è preoccupato di svolgere il proprio compito in precedenza. Con una grossa pinza le aprono e trasferiscono il contenuto di 174 cassette in 25 borsoni che si erano portati dietro. Le altre 23 cassette aperte rimangono intatte, forse non interessava il contenuto. Dopo due ore di operazione i tre escono dal caveau e attendono nascosti che alle 3 arrivi il quarto complice con l’auto all’uscita laterale di via Strozzi, un’entrata chiusa da oltre un mese per motivi di sicurezza e utilizzata solo dai magistrati; rompono il lucchetto ed escono. Si fermano a un bar per fare colazione e subito dopo si disperdono nel caldo della notte romana. Alle 6,40 di sabato 17 la donna delle pulizie dà l’allarme. I primi poliziotti che accorrono trovano alcuni pezzi dell’attrezzatura: guanti, piedi di porco e cacciaviti. Manca solo l’estrattore, l’attrezzo utilizzato per scardinare le cassette. Fino a quel momento il caveau della Banca di Roma situato all’interno del Tribunale era considerato una sorta di Fort Knox per la sua sicurezza ma, nel giro di poche ore, è diventato il luogo più insicuro al mondo situato nell’ormai famoso porto delle nebbie (il nome dato al Tribunale della Capitale per come molte inchieste finivano insabbiate tra gli anni ’70 e gli anni ’90). E anche questa storia sembra subire la medesima sorte. Le prime notizie raccontano di un bottino composto da documenti, due chili di cocaina, gioielli per cinquanta miliardi, cinque quintali d’oro e soldi per dieci miliardi di lire. Quello che più inquieta è che i proprietari delle cassette erano magistrati, avvocati e dipendenti del Tribunale. Le prime reazioni sono tra il comico e il grottesco, ma nessuno immagina quello che si scoprirà di lì a qualche mese. A occuparsi dell’inchiesta è, per competenza, la Procura di Perugia che a dicembre dello stesso anno traccia le prime conclusioni. Secondo i magistrati umbri Silvia Della Monica e Mario Palazzi il palazzo di Giustizia romano era, da almeno un anno e mezzo, in mano a Massimo Carminati, (che nel frattempo è stato arrestato, e che in quei giorni era anche accusato di essere l’autore materiale dell’omicidio di Mino Pecorelli poi assolto), e altri tre complici esperti nell’apertura di cassette di sicurezza. Nel corso di questo arco di tempo il Guercio, che secondo i giudici era più interessato ai documenti che al contante, aveva avuto libero accesso oltre che al caveau anche ad alcuni uffici, compresi quelli del sesto piano dove si trovano le sale d’ascolto per le intercettazioni. A fare queste rivelazioni sono due carabinieri che confessano di essere stati i complici della banda. Passano i giorni e la storia del furto si tinge sempre più di giallo. A un anno di distanza i giudici scoprono che non si sarebbe trattato di un semplice furto di una banda di ladri, anche perché di banche a Roma c’è l’imbarazzo della scelta, ma di un preciso colpo su commissione realizzato per ricattare alcuni personaggi. I protagonisti della vicenda sono carabinieri corrotti, esponenti della Banda della Magliana, un cassiere di banca, un impiegato del Ministero della Giustizia, un avvocato massone e, perché non manca mai, un collaboratore dei Servizi Segreti. Detto che di quel bottino e di quei documenti non si è avuta più traccia, a quindici anni di distanza Massimo Carminati si è preoccupato dell’arrivo di Pignatone a Roma perché avrebbe messo ordine soprattutto al porto delle nebbie.

Mafia Capitale, Massimo Carminati svaligiò la superbanca per ricattare i giudici, scrive l'08/06/2015 "Giornalettismo". Una delle rapine più misteriose della capitale d'Italia venne commessa proprio dal "Cecato": Salvatore Buzzi sa tutto, o quasi. Quali i mandanti? Quali le coperture politiche? Mafia Capitale, così Massimo Carminati svaligiò il caveau della Banca di Roma a Piazzale Clodio, una delle filiali più inespugnabili della Capitale d’Italia e meno frequentate dai “cassettari” dell’Urbe proprio per l’alto rischio necessario a “trattarla”. Ma Carminati, nel lontano 1999, riuscì a svuotare le cassette di sicurezza: per rapinare valori, oro, gioielli? No, o meglio, anche: ma principalmente documenti. Documenti importanti che potevano essere utili per ricattare proprio i giudici del Palazzaccio. Questo fu l’unico crimine per cui Massimo Carminati, detto il “cecato”, fu effettivamente condannato. La storia del colpo la racconta Salvatore Buzzi, sodale di Massimo Carminati nell’organizzazione criminale che le inchieste del Mondo di Mezzo stanno portando alla luce, nelle intercettazioni riportate dal Messaggero. Vennero svaligiate 147 cassette di sicurezza su 900. A distanza di anni, dopo indagini, arresti e tre gradi di giudizio, sono gli atti dell’inchiesta Mafia capitale a confermare quella che è sempre sembrata l’unica vera ragione del colpo: acquisire documenti per ricattare giudici e avvocati. È proprio Salvatore Buzzi, che del Nero conosce fama e misteri, a tirare in ballo la vecchia storia, mentre con l’ex brigatista Emanuela Bugitti discute su quale sia il modo più rapido per recuperare atti riferibili alla locazione di un complesso immobiliare, di nuova costruzione, a Nerola. La chiave di tutto è ancora una volta Carminati, a lui nessuno è in grado di dire di no. Ricorda Buzzi: «Lui fa na…na rapina alle cassette di sicurezza della…(furto al caveau della Banca di Roma, ndr)…trovano de tutto e de più». Aggiunge Bugitti: «Sono i giudici che mettono le cose». Allora Buzzi spiega: «Eh, qualcuno è ricattabile. Secondo te perché non è mai stato condannato. A parte questo reato, tutto il resto sempre assolto…». Sempre assolto, Carminati, tranne che nel 1999: quattro anni di galera, più volte indultati. Dal colpo la banda di Carminati porta via ingenti quantità d’oro che prova a piazzare, raccontano testimoni e pentiti interrogati dai magistrati. [Parla] Giuseppe Cillari, le cui vicende giudiziarie sono legate all’omicidio Casillo e alle attività della Banda della Magliana. «Una sera – riferì ai pm – vennero da me Pasquale Martorello, Piero Tomassi e Stefano Virgili che volevano disfarsi dell’oro. È avvenuto dopo l’arresto dei carabinieri». All’incontro erano presenti l’ex cassettaro e neo-imprenditore Virgili, che di lì a poco verrà colpito da mandato di cattura, e altri complici del colpo. Ricorda ancora Cillari: «Mi hanno parlato di 5 quintali d’oro da piazzare e io ho detto che quell’oro valeva il prezzo di mercato meno il dieci per cento. Complessivamente 50 miliardi. Mi è stato detto che c’erano anche altri 5 miliardi di certificati, più un miliardo e 200 milioni in contanti. L’oro è stato sepolto prima nei pressi di Viterbo, poi a Montalto di Castro. Martorello sa dov’è». Ma a nessuno interessa l’oro di Carminati, men che meno al “Nero” della banda della Magliana. La rapina nel caveau della Banca di Roma di Piazzale Clodio ha tutt’altra ragione. Una storia oscura, fatta di mandanti nella Roma bene e di intrecci con i servizi segreti, secondo le testimonianze. Il vero scopo – rivela il ricettatore – non erano i soldi, ma i documenti che valgono molto più dei gioielli. So che hanno documenti importanti. Il motivo per cui è stato fatto il furto è stato quello di prendere dei documenti che potessero servire a ricattare i magistrati e so che i documenti sono stati trovati. Mi è stato riferito che il furto sarebbe stato commissionato a Virgili da alcuni avvocati, due romani. So che l’interesse era rivolto a documenti di magistrati, in modo da poterli ricattare per la gestione dei processi importanti che hanno su Roma. Uno di questi si trova a Montecarlo con Tomassi e tale Giorgio Giorgi, dei servizi segreti. Ed è proprio riguardo i presunti mandanti di Carminati che il terreno per i testimoni, o comunque per chi sceglie di parlare, si fa immediatamente scivoloso. Su Carminati e presunti ispiratori “politici”, poi, nessuno ha voluto aggiungere nulla. Nemmeno Vincenzo Facchini, uno dei complici nel colpo che ha scelto di collaborare. Davanti a quel nome ha manifestato addirittura un atteggiamento ostruzionistico, e al pm Mario Palazzi che gli ha chiesto dei suoi rapporti con il Nero, ha risposto: «Dottore, questa domanda mi mette sotto la ghigliottina. Io questo signore non lo conosco e non lo voglio conoscere».

Un paese fondato sui dossier. Le liste di Sindona, Gelli, Calvi, le rivelazioni a sfondo sessuale. Così ricattare è stato, nella storia d’Italia, un modo di comandare, scrive Bruno Manfellotto su "L'Espresso" il 24 ottobre 2016. Non c’è cronista della mia generazione che non abbia sognato di mettere le mani sulla mitica lista dei 500 esportatori di capitali della Finabank di Michele Sindona, amorevolmente salvati e rimborsati dalla super andreottiana Banca di Roma un attimo prima che la bancarotta li travolgesse. Almeno toccarli, quei fogli, darci un’occhiata... Niente. Anche perché la lista è esistita, certo, ma non c’è più, solo pochi l’hanno letta, e comunque qualcuno l’ha fatta sparire. Di Ferdinando Ventriglia, dominus della Banca di Roma e della politica economica dalla metà degli anni Settanta, si raccontava addirittura che non l’avesse nemmeno voluta vedere, anzi che se la fosse letteralmente data a gambe quando gliene parlarono. Chissà. Comunque, che spettacolo vedere sulla scena il meglio di politici, imprenditori, alti prelati, barbe finte (molti riempiranno la P2 di Licio Gelli) impegnati a difendersi minacciando. Storia finita però in un nulla di fatto, senza colpevoli e senza verità, come tante altre sordide faccende di veline. E di generale omertà. Ma in fondo, quel che conta per chi alimenta le centrali della diffamazione, non è come va a finire, ma cosa succede nel frattempo, cioè dopo che la bomba è esplosa. E il dopo dura sempre molto. Una Repubblica fondata sul ricatto. Con radici antiche. Giolitti e Crispi, fine Ottocento, si fecero la guerra minacciando rivelazioni intorno al crac della Banca Romana; Fanfani e Piccioni, anni Cinquanta, si giocarono la successione a De Gasperi al vertice della Dc a colpi di memoriali sul caso di Wilma Montesi, trovata morta sul litorale di Torvajanica; i primi vagiti del centrosinistra, anni Sessanta, furono accompagnati dalle 157 mila schedature del Sifar del generale De Lorenzo, quello del “tintinnar di sciabole” di un colpo di Stato sventato. E del resto, molti anni prima, anche Mussolini aveva fatto largo uso degli archivi dell’Ovra, e li temeva perfino per se stesso e per la sua Claretta. Poi sfornare dossier è diventato abitudine, dall’artigianale agenzia “Op” di Mino Pecorelli agli otto computer di Pio Pompa, l’agente del Sismi ingaggiato contro i nemici del Cav. A ciascuno il suo dossier. Una lista pronta all’uso finiscono per farsela in casa pure Diego Anemone, cricca degli appalti pubblici, e perfino il Madoff dei Parioli. Non si sa mai. Gli argomenti cari ai fabbricanti di ricatti sono sempre le banche, cioè i soldi, e il sesso, eterno metronomo della politica. Al primo appartiene, appunto, la lista dei 500 resa nota perché chi doveva sapere sapesse quanti erano gli amici potenti alla corte di Sindona. Per arrivare al processo ci vorranno dieci anni, ma la lista non si troverà più e chi l’aveva nascosta non sarebbe stato perseguibile per intervenuta amnistia. Amen. Poi c’è il romanzo dello Ior, da Marcinkus a Gotti Tedeschi, passando per Calvi, Mennini e Pazienza, e pure la banda della Magliana di Renatino De Pedis, ogni volta con larga diffusione di carte e allusioni. E naturalmente ci sono le cassette di sicurezza del Palazzo di Giustizia di Roma opportunamente svuotate da Massimo Carminati, boss di Mafia Capitale, di cui racconta qui Lirio Abbate. Non può mancare Piero Fassino crocifisso (e poi assolto) per un’intercettazione - «Abbiamo una banca» - arrivata, ma guarda un po’, nelle mani di Berlusconi che, felice, esclama rivolto al suo pusher: «Come posso sdebitarmi per questo prezioso regalo?». Poi c’è il sesso, e funziona, anche se Roma non è Washington. E qui Berlusconi e il suo cerchio magico danno il meglio. La memoria corre ai dossier che costringono alle dimissioni il direttore di Avvenire Dino Boffo, reo di eccesso di critiche al Cav.; alla incredibile vicenda di Piero Marrazzo, vigilia delle primarie del Pd, sorpreso tra coca e trans da carabinieri-agenti provocatori che filmano un video offerto poi alla Mondadori per 200mila euro, che B. sfrutta da par suo: «Se fossi in te, Piero, cercherei di farlo sparire...»; all’odissea di Stefano Caldoro, candidato poco gradito alla guida della Regione Campania (il Pdl voleva il più potente Nicola Cosentino), al quale Denis Verdini, allora indimenticabile factotum berlusconiano, fa sapere che circolano brutte notizie sulle sue abitudini sessuali... Ma nel buco nero era finito anche Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi premier, paparazzato in una strada popolata di prostitute; per Gianfranco Fini, in rotta di collisione con il Capo, era bastato evocare antiche vicende “a luci rosse”; di Veronica Lario, moglie umiliata che osa ribellarsi, sono spuntate dal nulla foto a seno nudo e allusioni su un amante... La macchina del fango non si ferma mai. Oggi la cronaca ci regala il milione e 700 mila euro in un controsoffito dell’appartamento di Fabrizio Corona: arrestato per qualcosa che assomiglia all’evasione fiscale. Forse nell’Italia dei ricatti è l’unico finito in galera. In attesa del prossimo condono...

Di Lello: «C'era un teorema: la mafia non esiste. Noi lo smontammo». Intervista di Giulia Merlo del 19 ottobre 2016 su "Il Dubbio. «Nessuno si accorse che Buscetta aveva cominciato a parlare. Si venne a sapere solo dopo, perché ad un certo punto i boss si resero conto che era sparito nel nulla». «Con quel processo smontammo la retorica de "La mafia non esiste"». A dirlo è Giuseppe Di Lello, uno dei quattro giudici istruttori del pool di Falcone e uno dei protagonisti del maxiprocesso di Palermo Sono passati trent'anni da quel 10 febbraio 1986, dal teorema Buscetta e dai 260 imputati condannati in primo grado. Un processo che ancora anima i dibattiti e che ha visto - sulle pagine di questo giornale - contrapposte le tesi dell'ex procuratore aggiunto della Dna Alberto Cisterna e Tiziana Maiolo.

«La storia del maxiprocesso è anche la storia di una relazione nuova tra giustizia e informazione», ha scritto Cisterna. Da parte in causa, condivide?

«Condivido il fatto che il processo di Palermo è stato un punto di incontro tra stampa e giudici. Per la prima volta, infatti, c'è stata una vera e propria divulgazione mediatica degli eventi processuali. Niente a che vedere con il rapporto di oggi, però».

In che senso?

«Tanto per cominciare, non abbiamo mai fatto una sola conferenza stampa. Né, tantomeno, c'è mai stata una fuga di notizie dagli uffici di noi giudici istruttori. Pensi che il pentito Buscetta parlò in segreto con Falcone per tre mesi interi e nessuno, dico nessuno, ne era al corrente».

Nessuna soffiata alla stampa?

«Assolutamente no, si venne a sapere solo dopo, perché ad un certo punto la mafia si rese conto che Buscetta era come sparito nel nulla, dopo l'arresto in Brasile. Non lo trovavano né in carcere né in ospedale e allora capirono».

Oggi sarebbe assolutamente impensabile...

«Oggi, se un pentito parla, come per magia lo sanno tutti il giorno dopo e leggono tutti i dettagli sulle pagine dei giornali».

Si è anche scritto che, in quel processo, si processò la Mafia con la M maiuscola, prima ancora che i singoli individui. Lei è d'accordo?

«All'epoca era necessario stabilire, per la prima volta nel nostro ordinamento, se l'associazione mafiosa esisteva in sé, al di sopra dei reati commessi dai singoli individui. Non dimentichiamo che alcuni, in quel periodo, continuavano a ripetere che la mafia non esisteva».

Eppure, Tiziana Maiolo ha sostenuto che sia stato un errore «pensare che il processo non sia solo il luogo dove confermare l'ipotesi accusatoria nei confronti del singolo imputato, ma l'arma con cui si combattono fenomeni sociali trasgressivi». Avete davvero processato la Mafia e non i mafiosi?

«Che assurdità. Per noi era assolutamente necessario stabilire il contesto in cui si svolgevano i fatti, non bastava vagliare solo i singoli reati. Dovevamo individuare preliminarmente se il fenomeno mafioso e il contesto in cui prendeva forma davano vita ad una associazione per delinquere. Certo, è ovvio che al banco degli imputati sedevano i singoli mafiosi, ma per ottenere il risultato dovevamo prima di tutto affermare o smentire il principio della mafia come associazione per delinquere».

Oggi la mafia come la avete conosciuta e combattuta voi è ancora presente in Sicilia?

«La mafia è fatta di tradizione, continuità e innovazione. Queste tre caratteristiche fanno sì che il fenomeno non sia più identico a quello che abbiamo conosciuto trent'anni fa».

Diversa ma non sconfitta?

«Oggi la mafia è sicuramente indebolita: tutti i boss - con eccezione di Matteo Messina Denaro - sono in carcere con la pena dell'ergastolo. Inoltre ormai è una costante il fatto che i beni proventi di mafia vengano sequestrati. Questo è un colpo durissimo, ma attenzione: Cosa Nostra non è ancora vinta».

Immagina, oggi, che si possa istruire un processo come quello di Palermo?

«Non credo sia pensabile, anzitutto perché è cambiato il rito da inquisitorio ad accusatorio. Inoltre i mafiosi da processare sono molti meno, si pensi soprattutto al fatto che da allora non si è più ricostituita una vera e propria "cupola" come quella di Riina, Provenzano, Greco e Pippo Calò».

E quindi dove e come germina oggi la mafia?

«La mafia continua ad essere molto pervasiva sul territorio ed ha grande connessione soprattutto con i singoli poteri locali. Sottolineo però anche il grande lavoro di repressione portato avanti dallo Stato e dalle forze dell'ordine che operano nelle aree più a rischio».

Oggi il concetto di "antimafia" viene utilizzato nei contesti più diversi e in alcuni casi si è rivelata un paravento per situazioni opache. Come considera l'utilizzo di questo termine?

«Certo, esiste il pericolo che l'antimafia venga brandita come arma contundente, ma io ritengo che vadano sempre fatti i dovuti distinguo».

Italia, dalla Repubblica dello spread a quella dei bonus, scrive il 26.05.2015 Marco Fontana. Uno sport molto in voga tra gli opinionisti politici è quello di identificare per titoli le discontinuità storiche del Parlamento italiano. Un esempio classico è la distinzione tra Prima e Seconda Repubblica, che sintetizza il cambio di assetto istituzionale avvenuto nel 1992-94 dopo che sui partiti politici si abbatté lo tsunami Tangentopoli. Originale la più recente spartizione ideata dall'editorialista dell'Espresso, Marco Damilano, che nel suo ultimo saggio afferma: C'è stata la Repubblica dei partiti, che aveva come religione la Rappresentanza. Poi è arrivata la Repubblica del Cavaliere, fondata sulla rappresentazione. Quella che sta nascendo è la Repubblica dell'Auto-rappresentazione. Una Selfie-Repubblica, con un'unica bandiera: l'Io. Riteniamo che la classificazione di Prima, Seconda e Terza Repubblica sia uscita pesantemente sconfitta dai colpi della cronaca giudiziaria. In sostanza, niente è davvero cambiato dal ‘92 ad oggi. Che differenza c'è tra l'inchiesta Mafia Capitale (con le presunte commistioni tra sistema delle cooperative e partiti), le operazioni Minotauro e Quadrifoglio (che hanno svelato le infiltrazioni mafiose al Nord e negli appalti di Expo 2015), i casi Monte dei Paschi — Unipol/Sai e le "mazzette" di Tangentopoli? La corruzione continua a dilagare dentro e fuori dalla politica: intanto sarà lievitato il prezzo da pagare, ma nulla è mutato. La percezione della corruzione nelle istituzioni da parte dei cittadini sfiora il 90%, un vero record tra i paesi dell'Ocse. Secondo un recente studio di Unimpresa, è un fenomeno che costituisce una pesante zavorra per l'Italia: ha fatto diminuire gli investimenti stranieri del 16% e aumentare del 20% il costo complessivo degli appalti; ha divorato in dieci anni circa 100 miliardi di euro di PIL; le imprese sotto lo scacco della corruzione sarebbero cresciute in media un 25% in meno rispetto alle concorrenti che operano in un'area di legalità. Sono cifre terribili che l'Italia non riesce a combattere efficacemente, anche perché il sistema giudiziario sembra colpire soltanto i comprimari, le zampe di quella bestia che è il sistema clientelare, senza andarne a recidere la testa. E negli ultimi anni anche la fiducia dei cittadini nella magistratura è crollata. In un contesto del genere, dove tutto sembra uguale ai tempi prima di Tangentopoli, pare fuori luogo parlare di Prima e Seconda o Terza Repubblica. Il passato è tornato d'attualità, dimostrando che sotto il profilo etico possono cambiare i personaggi, ma il copione rimane il medesimo. Sulla classificazione di Damilano non v'è nulla da eccepire, se non che tale visione è figlia di un'ideologia radical chic che preferisce per la sua classe politica grigiore e anonimato rispetto all'identificazione con un leader forte e carismatico. D'altra parte non si comprende il motivo per cui tale fervore critico, molto generoso nei giudizi in patria, non si abbatta con lo stesso impeto su politici stranieri quali Clinton, Obama o Tsipras, individui dall'Io forte che vengono innalzati ad icone senza neppure aspettare che ottengano successi reali per i propri cittadini. Personalmente, credo sarebbe molto più semplice concentrarsi sugli ultimi anni della politica italiana, che hanno visto alternarsi tre governi non votati dal popolo e che hanno prodotto risultati nefasti per la qualità della vita e per le aspettative sul futuro delle persone. L'Italia ha visto tramontare la sua forma di governo conosciuta e ha abbracciato un nuovo modello, la Repubblica dello Spread, nella quale la democrazia si piega a parametri economici soggettivi ed esterni. Dopo le rivelazioni di Alain Friedman è ormai palese che nel 2011 elementi al di fuori del nostro Paese abbiano agito per piegare il Parlamento italiano ad accettare rappresentanti più graditi alla Troika. Non è fantapolitica, altrimenti avremmo visto partire smentite e querele. Nessuno fiata neppure di fronte a inchieste giudiziarie di cui si parla poco, ma di cui media si dovrebbero occupare, perché hanno determinato un'ingerenza esterna alla nostra democrazia. Dal caos venuto dalla finta austerity di Monti e Letta si sarebbe scatenata prima o poi una reazione. La richiesta di continui sacrifici senza poter vedere l'uscita dal tunnel ha necessariamente portato ad aggrapparsi a chiunque racconti belle favole di speranza. Ed ecco che la parabola di ascesa di Renzi ha trovato il suo terreno fertile. In Italia è tornato il tempo di chi promette mirabolanti soluzioni ai problemi quotidiani. E non importa se in realtà sta solo concedendo una parte del dovuto, anche in termini costituzionali. Si è così passati alla nuova fase: la Repubblica dei bonus. Una continua elargizione dello Stato magnanimo, prima con gli 80 euro, poi coi bonus bebè e infine il bonus pensioni. Chissà che un domani, dopo un paio di anni di nuova local tax, non arrivi anche il bonus casa. Perchè quando in Italia si parla di bonus, è meglio coprire con le mani il portafoglio e assicurarsi che sia ancora in tasca.

Totti Spa, ville, affari (e debiti) del Capitano. Mentre la stampa sportiva e romana suona la fanfara per l’abbandono al calcio di Totti, ecco un’esemplare inchiesta giornalistica del 30 maggio 2017 di Gianni Dragoni, giornalista del SOLE24Ore. Ville per lui e famiglia, e perdite per la sua scuola calcio. Fatti e numeri su cui molti tacciono. Troppi. Numero Dieci per sempre. Il “Dieci” continuerà ad essere un punto di riferimento importante per Francesco Totti, anche se l’ex “Capitano” ha dato l’addio all’As Roma ed a questa maglia. Ruota attorno al numero dieci infatti il grappolo di sette società, tutte del tipo “a responsabilità limitata” (Srl) che il Pupone ha costruito nel tempo, con lungimiranza, per reinvestire i soldi (tanti) guadagnati nel calcio. Il settore preferito è l’immobiliare, con investimenti nel centro di Roma, nella zona Sud della capitale, ma anche nell’estrema periferia, a Tor Tre Teste. Poi c’è la scuola calcio a Ostia. Non hanno dato invece risultati positivi i tentativi di diversificare l’attività con la vendita online di oggetti con il marchio del campione, il merchandising.

Numberten Srl, ovvero “numero dieci”, è la società che fa da holding, la capogruppo dell’impero economico di Totti. Numberten è stata costituita il 4 aprile 2001 dal notaio Maurizio Misurale. Totti aveva 24 anni e mezzo e stava guidando il club giallorosso alla conquista dello scudetto, il terzo (e, per ora, ultimo) nella storia della squadra di calcio più amata dai romani. I soci della Srl in origine erano la mamma del calciatore, Fiorella Marrozzini, con il 60% delle quote e il fratello del Capitano, Riccardo Totti, di sei anni più grande, è nato nel 1970. Dal 2009 le quote societarie sono cambiate, adesso Francesco Totti possiede l’83,19% del capitale, il resto è diviso tra mamma Fiorella (10,08%) e il fratello Riccardo (6,72%). La Numberten è classificata nella categoria “Agenzie ed agenti o procuratori per lo spettacolo e lo sport”.  Si occupa di comunicazione, eventi, gestisce i diritti d’immagine di Totti, di cui il fratello Riccardo è stato anche il procuratore, da quando più di 16 anni fa il Pupone ha interrotto i rapporti con Franco Zavaglia, che era legato alla Gea. Questa era la società di procuratori creata dai figli di potenti esponenti del calcio e della finanza, da Alessandro Moggi a Chiara Geronzi, in sodalizio con alcuni tra i figli di Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi. Riccardo Totti è il presidente di Numberten ed ha la stessa carica, o quella di amministratore unico, nelle altre sei società che, direttamente o indirettamente, sono controllate dalla holding capogruppo. Il Capitano non ha incarichi nei consigli di amministrazione delle sue società. La società di famiglia è entrata direttamente in campo anche nei rapporti con la Roma. Quando il 31 maggio 2005 il club, all’epoca ancora di proprietà di Franco Sensi, annunciò il prolungamento del contratto con il “Capitano” (nel comunicato scritto con la C maiuscola, come “Calciatore”) fino al 30 giugno 2010. L’accordo prevedeva per il giocatore uno stipendio lordo di 10,4 milioni di euro, per ciascuna stagione sportiva. La Roma annunciò inoltre di aver definito con Numberten un accordo di licenza esclusiva per l’uso dei diritti d’immagine di Totti per 520mila euro a stagione, una somma che si aggiungeva al già sontuoso stipendio. Nella fase finale della carriera lo stipendio di Totti è sensibilmente diminuito. Per quest’ultima stagione si è parlato di circa 100mila euro netti al mese o poco più, anche se la cifra non è stata resa nota ufficialmente. La Numberten è partita nel 2001 con ricavi per 1,11 milioni. La somma è aumentata fino al picco di 3,29 milioni nel 2006, l’anno in cui ha raggiunto l’utile record di 806.446 euro al netto delle tasse. Poi i ricavi sono gradualmente diminuiti, negli ultimi tre anni Numberten ha avuto ricavi per 1,27 milioni nel 2013, 2,019 milioni nel 2014, 1,156 milioni nel 2015. Il bilancio 2016 non è ancora disponibile. Dal 2001 al 2015 la Numberten ha chiuso 12 bilanci in attivo e tre in perdita. Solo negli ultimi anni ci sono stati bilanci in rosso, -3.426 euro nel 2012, -33.310 nel 2013, – 61.481 euro nel 2015. A fine 2015 la società aveva un attivo netto pari a 14,65 milioni, composto da immobilizzazioni materiali per 5,66 milioni (in sostanza immobili e terreni), un valore pari al costo di acquisto, immobilizzazioni finanziarie (cioè valore delle partecipazioni in altre società controllate) per 2,357 milioni, crediti per 6,92 milioni, liquidità per 696.243 euro depositata in banca. La società, pur avendo un capitale di soli 119mila euro, ha un patrimonio netto molto più consistente, pari a 7,4 milioni, comprendente utili non distribuiti degli anni precedenti pari a 4,28 milioni e riserve di rivalutazione degli immobili e terreni per 3,039 milioni (la rivalutazione è stata fatta nel 2008). La società ha un indebitamento non trascurabile, pari a 7,18 milioni, tra cui debiti verso soci “per finanziamenti” pari a 3,467 milioni.

La holding controlla direttamente cinque società. La più importante è la Immobiliare Dieci, posseduta al 100%, iscritta in bilancio per un valore di poco superiore a due milioni. Nel 2015 aveva ricavi pari a 956.415 euro e un utile netto di 33.268, in forte contrazione rispetto agli anni precedenti (l’utile era stato di 182.568 euro nel 2013 e 95.541 nel 2014). A fine 2015 aveva liquidità per 1,235 milioni e un patrimonio netto di 1,1 milioni. I debiti totali ammontavano a 3,567 milioni, quasi interamente erano “debiti verso soci per finanziamenti” (cioè verso la società madre, Numberten). Questa Srl possiede il 100% di un’altra società, la settima dell’impero Totti, Immobiliare Ten (non c’è molta fantasia nei nomi), il cui bilancio 2015 mostra ricavi pari a 1,008 milioni con un utile netto di 101.891 euro, liquidità pari a 969.510 e debiti per 1,47 milioni.

Tra le altre società c’è Longarina, posseduta al 100% dalla Numberten. Gestisce il Centro sportivo As Longarina di Ostia, che la famiglia Totti ha comprato nell’estate 2001 da Angelo Orazi, un altro ex calciatore della Roma, insieme a un parcheggio di 4.000 metri quadrati. Qui c’è la Totti Soccer School, la scuola calcio I conti dell’esercizio al 30 giugno 2016 mostrano ricavi per 47.356 euro e una perdita netta di 16.797. La Longarina ha un patrimonio immobiliare valutato in bilancio 2,29 milioni. Numberten possiede inoltre il 100% di Immobiliare Acilia, società che si è svuotata, i ricavi sono crollati da 775.000 euro del 2013 a 235.000 nel 2014 e appena 4.560 nel 2015. L’ultimo bilancio si è chiuso in rosso per 20.305 euro.

Nel portafoglio della Numberten ci sono infine due piccole società. Skins srl che nel 2015 era inattiva (zero ricavi e 694 euro di perdita), posseduta al 51% (il 49% è di Roberto Maltoni). Infine la Ft. 10 Srl, posseduta al 60%, ci sono altri due soci, doveva vendere online prodotti legati al marchio Totti ma non è decollata, l’ultimo bilancio disponibile indica un fatturato di 7.500 euro e una perdita di 5.783 nel 2014.

Non c’è un bilancio consolidato che metta insieme i conti di tutto l’impero Totti, eliminando le partite contabili infragruppo, come ad esempio i finanziamenti tra la società madre e le controllate, che rappresentano crediti per la prima e debiti per le altre. Facendo una somma algebrica di tutte le voci principali, si ottiene un bilancio aggregato, che dà comunque un’idea complessiva.

Nel 2015 le sette società di Totti hanno espresso ricavi aggregati per 3,17 milioni, la somma algebrica del risultato netto (due società sono in attivo, cinque in rosso) dà un utile netto aggregato di appena 30.099 euro, la liquidità totale è di 2,9 milioni. I debiti aggregati ammontano a circa 8,6 milioni, escludendo le partite di dare e avere reciproche tra le società. Oltre agli immobili di proprietà, nelle società di Totti ci sono tre immobili acquisiti in leasing, i contratti sono tutti con una sola banca, il gruppo Monte dei Paschi di Siena (Mps Leasing and Factoring), a fine 2015 il “valore attuale” delle rate ancora da pagare era pari a 17 milioni circa. Anche questo è un debito implicito, che si aggiunge ai debiti indicati nei bilanci.

Nel libro “I Re di Roma – Destra e sinistra agli ordini di Mafia Capitale” (2015, editore Chiarelettere), i giornalisti Lirio Abbate e Marco Lillo hanno raccontato che la società Immobiliare Ten di Totti ha ottenuto dal Comune di Roma più di 5 milioni di euro in sei anni, per l’affitto di 35 appartamenti arredati in un residence nell’estrema periferia, in via Tovaglieri a Tor Tre Teste. Il Comune ha pagato 75.000 euro al mese per l’affitto come case popolari, dal 2008 al 2014, un canone definito elevato dagli autori del libro. Abbate e Lillo hanno scritto che il capo della commissione di gara del Comune era Luca Odevaine, ex vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni. Arrestato nelle indagini per Mafia Capitale, Odevaine è stato successivamente condannato a complessivi tre anni e due mesi di reclusione, per vicende legate alla gestione degli immigrati per il Cara di Mineo, in Sicilia. Una condanna è per turbativa d’asta e falso (2 anni e 8 mesi), l’altra per corruzione (6 mesi). Per l’affitto delle case di Totti al Comune nessuno è indagato. Nel libro “Mafia Capitale” Abbate e Lillo raccontano che due palazzi di via Rasella, nel centro di Roma, posseduti dalla Immobiliare Dieci di Totti, sono stati uniti e ristrutturati e ospitano gli uffici amministrativi dei servizi segreti. Da una visura che ho fatto nella banca dati Cerved emerge inoltre che nel Catasto Francesco Totti risulta proprietario di sette fabbricati, a Roma Sud, tutti in regime di separazione dei beni. Il principale è la villa di 21 vani nella quale Francesco abita con la moglie Ilary Blasi e i tre figli, nella zona del Torrino (ometto la via per rispettare la riservatezza). Inoltre Totti possiede un villino di 30 vani in via Lisippo, del valore stimato al Catasto 1,425 milioni, nella zona di Axa, vi abitano la madre e la famiglia del fratello Riccardo. Poi c’è la villa sul lungomare di Sabaudia di 9,5 vani. Ancora, c’è un’abitazione di 4 vani in viale Giorgio Ribotta, all’Eur, con garage di 18 metri quadrati e un locale di 5 metri quadrati della categoria “magazzini e locali di deposito”. Nel Catasto viene stimato il valore di cinque fabbricati, per un valore di 2,39 milioni. Non è stimato il valore della villa al Torrino con 21 vani. Quest’abitazione ha un garage di 150 metri quadrati, che secondo il Catasto vale 333.750 euro.

Così il clan mafioso degli Spada teneva in pugno Ostia. Dallo spaccio in strada, alle estorsioni fino alle attività imprenditoriali, è stata un'ascesa inarrestabile e violenta. Questo racconta l’indagine della procura di Roma che ha portato all’arresto di 32 esponenti della famiglia. Con l'accusa di associazione mafiosa, scrive Floriana Bulfon il 25 gennaio 2018 su "La Repubblica. Due morti a terra hanno segnato il confine criminale tra il prima e il dopo a Ostia. È il 22 novembre 2011 e gli Spada si prendono il potere, diventano mafia. A raccontare la violenta ascesa è l’indagine della procura di Roma che ha portato all’arresto di 32 esponenti del clan con l’accusa di associazione mafiosa. I mandanti di quel duplice omicidio, per l’accusa, sono Carmine Spada, detto Romoletto e suo fratello Roberto, quello che ha tirato indietro il collo per far partire la testata sul naso di un giornalista. Le pistole le impugnano Ottavio detto Marco, oggi nemmeno trentenne ma con un ruolo emergente nonostante la giovanissima età e l’egiziano Nader Amna Saber Abdelgawad. In quell’agguato, a dar mano forte, c’è anche Ruben Nelson Alvez Del Puerto, l’uruguaiano guardaspalle di Roberto Spada. Lo stesso che ha partecipato all’aggressione alla troupe del programma di Rai Due Nemo. La violenta e plateale aggressione davanti alle telecamere si fa sistema. Logica conseguenza, perché in quella zona conquistata il controllo del territorio deve essere affermato e ribadito con ogni mezzo. Con quei colpi d’arma da fuoco esplosi in pieno giorno e a volto scoperto, in quella via Antonio Forni che tutti chiamano ‘la vietta’, si prendono Ostia. Tanto che nei giorni seguenti, lì a meno di trenta chilometri dal Campidoglio, vengono fatti esplodere fuochi d’artificio per festeggiare. A terra restano Giovanni Galleoni, alias Baficchio, e il suo braccio destro Sorcanera, al secolo Francesco Antonini. Quella era la loro roccaforte, legata all’eredità ostiense della banda della Magliana. Gli Spada li fanno fuori e si prendono il loro basto. Non gli basta però monopolizzare lo spaccio e avere una zona in loro esclusiva disponibilità. L’obiettivo è andare oltre la violenza di strada. Occupare la sfera economica, infiltrare la struttura politica e amministrativa. E Ostia, già prigioniera di un Municipio che poi sarà sciolto per mafia, è il terreno fertile per farlo. Con arresto degli esponenti di punta del clan Fasciani nel luglio 2013, “di cui gli zingari erano solo i cani” raccontano alcuni collaboratori di giustizia, l’ascesa è inarrestabile. All’inizio è strada, lo spaccio con le squadre che fanno turni di cinque ore retribuiti 100 euro al giorno, i pestaggi, le estorsioni, poi, una volta conseguito il monopolio, una volta arricchiti ecco l’approdo alle attività imprenditoriali, meglio se da esercitarsi in regime concessionario privilegiato: acquisizione degli stabilimenti balneari o licenze di pubblica sicurezza per l’esercizio delle sale giochi. A casa loro, in quel quadrante attorno alla vietta e piazza Gasparri, tutti pagano il pizzo: il bar, il meccanico, il fruttivendolo, il veterinario. Anche i cinesi. Si aggira su metà dell’incasso mensile. Fanno “società” gli Spada. Le chiamano così, si tratta di prestiti, anche esigui, elargiti con un tasso medio mensile del 60 per cento. Persino al centro anziani. E quando qualcuno non paga arrivano le spedizioni punitive che “Io ti vengo a cercare…prendo tua madre tuo padre vengo dove cazzo stai te nun gioca con me… Ti spezzo tutte le costole. Io pijo le tenaglie e ti strappo i denti”. Ottavio Spada, detto Maciste afferra per il collo un ex dipendente dei Vigili del Fuoco e gli ricorda chi è: “pezzo di merda, te devi sbrigà a damme i sordi ha capito? Io campo di questo lavoro!”. Riscuote al bar Amigos, intorno al 27 del mese. Un debito da 10mila euro a distanza di una sola settimana aumenta di 1.500, ma “c’abbiamo una politica da tené”: per prestiti sopra ai 2mila euro si deve ottenere l’autorizzazione di Ottavio Spada detto Marco che dispone del fondo casa. Altrimenti gli interessi lievitano troppo e i debitori si fanno insolventi. Minacce e violenza sono la regola per ottenere quello che vogliono. Uno dei tanti transfughi che dal clan Baficchio passati agli Spada, costringe la rappresentante di una cooperativa sociale a stipulare un contratto con lui per il noleggio delle attrezzature balneari e ad assumere sua moglie. Le assunzioni sono buone anche per accollarsi il debito, tanto da imporre a un maneggio di far lavorare un debitore degli Spada.

Sanno picchiare duro e ne hanno fatto impresa. Con la loro società di security arrivano a contendersi anche la protezione di un’attività balneare con un’organizzazione campana. I titolari si rivolgono prima agli uni e poi agli altri per evitare il ripetersi di atti intimidatori e sono ben a conoscenza di quello che fanno, tanto che commentando il film Suburra uno spiega: “perché hai visto si sono messi tutti d’accordo zingari e malavita e i politici si sono messi tutti d’accordo nessuno deve fare niente se no prima ogni giorno c’era un omicidio…hai visto gli zingari che potere che hanno preso perché pure loro sono forti perché nessuno è infame…tu non puoi fare l’infame quando sei uno zingaro”. 2000 euro a settimana e gli Spada garantiscono di tenere le taniche per gli incendi lontane. Per un po’ i due clan tentano anche una convivenza forzata, non regge e alla fine gli imprenditori pagano il disturbo ai napoletani: 15mila euro. Gli Spada hanno il lavoro in esclusiva. Da una parte killer e spacciatori alle loro dipendenza, dall’altro stringono legami con la zona grigia e con la politica. Per eludere le misure di prevenzione diventano soci occulti, utilizzano prestanome e gestiscono sale gioco, noleggiano macchinette. Le impongono ai bar. “Una ogni due regolarmente installate”, racconta quello che un tempo era loro sodale “Quella degli Spada non è sotto controllo dello Stato e se ci fossero stati dei controlli dovevano fingere che quella non controllata fosse rotta”. Quando vengono arrestati subentrano i fratelli nella gestione e quando vengono arrestati i prestanome ne cercano altri. Vogliono espandersi, ricercano locali nella Capitale e lungo il litorale laziale. Mettono persino gli occhi sugli storici magazzini romani allo statuto (MAS), uno spazio nel centrale quartiere dell’Esquilino. “Il punto di forza degli Spada consiste nel fatto che sono in tanti”, spiega il nipote di Baficchio Michael Cardoni. Già vedetta e spacciatore il clan lo voleva morto. Pestaggi, avvertimenti in raid notturni punitivi, hanno tentato di portargli via la casa, sono entrati in quella della madre e l’hanno sbattuta fuori. Insieme alla giovane moglie, Tamara Ianni, ha scelto la vita di collaborare con la giustizia. Anche la palestra era di suo zio. Prima della morte l’aveva data in gestione alla moglie di Roberto Spada per la sola di danza e pagava per la locazione. Dopo la morte è diventata loro.

Come le case popolari. Se ne impossessano: “Roberto Spada ha cacciato la madre di uno che non aveva pagato una partita di stupefacente e se l’è presa” ricorda. A confermare le indagini condotte da Polizia e Carabinieri il contributo dei collaboratori. Come il rumeno Paul Dociu, uomo degli Spada già condannato per rapina e violenze. Si occupa di droga, di intimidazioni con molotov lanciate nei locali di un’agenzia immobiliare in pieno giorno o contro un’auto in un luogo dove chi subisce i danni non sporge denuncia, tale è la sfiducia. E’ lui a raccontare di quell’omicidio che ha portato all’ascesa. Casus belli, secondo Dociu, la contesa posizione del titolare di un negozio di ortofrutta ubicato in una zona di influenza dei Baficchio gravato da debiti anche nei confronti degli Spada. Mancanza di rispetto del controllo del territorio. “Ci fu prima una discussione tra Galleoni e l’egiziano Nader (che agiva come esattore di Carmine Spada) …ha minacciato l’egiziano con un coltello. Subito dopo, nella stessa giornata, l’egiziano ha sparato nel cancello del garage di Galleoni e ha riferito tutto a Romoletto. Nei giorni successivi Romoletto e Galloeni si vedono in un bar e c’è un ulteriore scontro”. Le cose però non si risolvono. Lo contatta il giovane Ottavio Spada detto Marco lo porta al McDonald. Davanti a un panino gli dice: “zio Romoletto si era “intoppato” (incazzato ancor di più) e quindi dovevo fare con l’egiziano l’omicidio”. Alla fine non sparerà lui, ma Ottavio Spada. Si occuperà però di nascondere l’egiziano nella sua abitazione. L’hanno fatto pulire con la candeggina per rimuovere le tracce dello sparo, racconta, e Roberto Spada gli fornisce i soldi per garantire la fuga all’estero.

Carmine e Roberto Spada sono accusati di essere i mandanti del duplice omicidio Galleoni-Antonini avvenuto nel 2011. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, durante una conferenza stampa sulla maxi operazione di polizia e carabinieri a Ostia che ha portato all'arresto di 32 persone. Per gli inquirenti, il duplice omicidio di Giovanni Galleone e di Francesco Antonini ha segnato il "punto di erosione del potere criminale dei Baficchio" e la "definitiva ascesa del clan Spada".

Non si deve osare sfidarli. Sono loro a comandare. Così chi dà alle fiamme la macchina e la moto di Fabrizio Ferreri, nipote di Terenzio Fasciani e cognato di Ottavio Spada, va fatto fuori, per poi festeggiare in una Spa. E ci si preoccupa molto per gli attentati a Carmine Spada nel novembre del 2016. La pistola si inceppa per ben due volte e lui si salva. In casa si fanno riunioni mafiose con i fratelli e come un vero boss Romoletto si munisce di una guardia del corpo pronta a dormire a casa sua e a compiere le bonifiche. Hanno dei sospetti sul mandante, sono pronti ad agire, ma vengono indotti a fermare qualsiasi rappresaglia contro gli aggressori per volere di Giuseppe Fasciani, detto Floro, il fratello minore di Carmine, il don che ha tessuto le trame criminali del X Municipio per anni. Sui verbali del procedimento Galleoni e Antonini ci sono le dichiarazioni di Paolo Mariantoni. Aveva reso intenzione di collaborare con la giustizia e riferito particolari sulla responsabilità di Spada e della famiglia Fasciani. Il fatto quindi che in caso di uccisione di Mariantoni le forze dell’ordine immediatamente focalizzerebbero la loro attenzione circa la responsabilità su Carmine Spada e Carmine Fasciani come vendetta.

I Fasciani, la famiglia storicamente alleata e sovraordinata agli Spada nelle gerarchie criminali. Gli Spada si preoccupano di inviare anche 250 euro ogni fine mese don Carmine Fasciani detenuto in regime 41 bis. Un gesto simbolico, volto a ribadire che il legame non è venuto meno. Il clan Fasciani è un'organizzazione mafiosa e "il carattere mafioso del gruppo va riconosciuto” ha scritto la Cassazione nelle motivazioni con cui lo scorso 26 ottobre ha accolto il ricorso della Procura generale di Roma contro la sentenza di Appello che aveva fatto cadere l'aggravante mafiosa. Gli Spada non sono più solo loro manovalanza, sono connessi.

Lo stile Suburra imita il Re Sole. È il segno kitsch del comando, scrive Luca Beatrice, Venerdì 26/01/2018, su "Il Giornale". Andrebbe presa come un paradigma filosofico la lucidità del criminale nero di American Gangster di Ridley Scott interpretato da Denzel Washington e braccato, per tutto il film, dal poliziotto ebreo, uno sfigato e alcolizzato Russel Crowe. Bisogna vivere la propria vita nell'assoluta normalità, senza lasciare tracce anomale né contemplare forme di esibizionismo, perché un buon investigatore capisce subito se qualcosa è cambiato e va a cercarne le ragioni. Lui sobrio, elegante mai sfarzoso, si raccomanda con la moglie vanitosa: «Non ti mettere una pelliccia da 100mila dollari per andare a teatro». Lei disubbidisce, innescando così il meccanismo a catena che porterà alla loro incriminazione dopo anni di latitanza. L'estetica della malavita, peraltro, ha precisi punti di riferimento che cinema e televisione traducono ormai da decenni in precise scelte stilistiche. Tralasciando la magnificenza siculo-americana nella saga de Il Padrino, ma già Michael Corleone era molto critico rispetto allo sfarzo popolano del padre Don Vito- bisogna riandare a due capolavori di Brian De Palma e Martin Scorsese, rispettivamente Scarface e Casinò, adrenaliniche discese negli inferi del kitsch più incredibile e magniloquente. Soprattutto chi viene dai bassifondi, come Tony Montana o Asso Rothstein, non vede l'ora di circondarsi di oggetti barocchi in cui oro e stucchi la fanno da padrone per dimostrare che sì, loro ce l'hanno fatta e ti sbattono sotto il naso la ricchezza travestita da eccesso e cattivo gusto. E se si tratta di patacche non importa, basta che ricordino ipotetici scenari alla Luigi XIV. La retata che ieri ha decimato il clan Spada a Ostia rivela ancora una volta l'abusato stereotipo del criminale coatto, assoluto dominatore delle periferie romane fin dai tempi della Magliana. Sanitari dorati, mobili in stile, troni sui quali si sono accomodate le peggiori facce da galera, suppellettili di dubbio gusto, antiquariato e dipinti antichi sottratti a qualcuno che forse non riusciva a pagare i tassi d'usura. Niente arte contemporanea, troppo cerebrale e minimal per l'educazione estetica dei boss. Roma, peraltro, è immersa nello splendore della magnificenza barocca, una tradizione che va mantenuta anche oggi. All'inizio fu il Dendi, tra gli «eroi» di Romanzo criminale, circondatosi di «meraviglie» che, insieme a gioielli, belle donne, auto sportive, gli permettevano di evidenziare la salita alla scala sociale. Sogni che i soldi possono comprare. Le case degli zingari di Suburra il protagonista guarda caso è soprannominato Spadino- sono state affidate probabilmente agli stessi arredatori e architetti del clan di Ostia. Gente che teme l'horror vacui e accumula tesori di ogni sorta, trasformando i salotti in forzieri e i bagni in piscine termali. L'ultima stagione di Gomorra, invece, ci ha presentato criminali più essenziali, vestiti di nero, quasi si fosse definitivamente consumato lo stacco con il gusto delle generazioni precedenti, sfarzosi e kitsch quanto i colleghi romani. Parlando d'arte, mi sovviene il ciclo fotografico Ricas y Famosas della messicana Daniela Rossel che negli anni '90 riuscì a immortalare le case delle donne figlie o mogli dei boss. Case hollywoodiane stipate di cianfrusaglie tanto brutte quanto costose. E i capi non la presero affatto bene, minacciandola di non esporre le sue opere in Messico. In fondo l'arte non fa altro che imitare la vita e spesso la realtà supera ogni fantasia.

Maledetto chi ne parla, scrive Federica Angeli il 12 aprile 2017 su “La Repubblica”. "A Ostia la mafia non esiste. E che sia maledetto chi ne parla e getta discredito sulla nostra cittadina". A dirlo sono alcuni sindacati di balneari, mafiosi e finte associazioni antimafia. Ma anche cittadini che indignati per l'onta che su Ostia si è abbattuta dopo le operazioni della magistratura - Nuova Alba e Tramonto del 2013 e del 2014 e lo scioglimento del X° Municipio di Roma avvenuto nel 2015 - non accettano l'abitudine spezzata di un mondo che, tutto sommato, andava avanti lo stesso. Capovolto sì, dove la legge dell’arroganza e della brutalità la faceva da padrona, ma funzionava. Tutti andavano a divertirsi nei locali (dei clan), perché l'imprenditoria collusa con criminalità e potere politico portava feste e allegria. Almeno in superficie. L’apparenza era salva. Chi non si gira invece dall'altra parte e tenta di rialzarsi sono coloro che ancora oggi vedono i clan del litorale bussare alla loro porta a chiedere pizzo. "Ci aiuti lei, ci protegga lei", mi implorano facendomi giurare che il loro nome sarà coperto dall'anonimato. Delle forze dell'ordine non si fidano. L'ex dirigente del commissariato di Ostia, Antonio Franco, colui che doveva proteggerli, è stato arrestato per corruzione. Nelle carte dell'inchiesta si leggono telefonate nelle quali avvisava gestori delle sale slot vicine al clan Spada di non farsi trovare, di chiudere bottega perché stava arrivando il controllo da lui stesso commissionato ai suoi agenti. Da una parte le carte in regola per aver organizzato il blitz, dall'altro il vero volto di un poliziotto fedele alla mala. L’intreccio perverso di verità e apparenza. Come quella del business delle palestre: l’ex assessore Sabella chiude la loro palestra simbolo nella roccaforte del clan e, sparito Sabella, ne aprono tre. Una sfida. “Chiudi una mia palestra? E io ne apro tre”. Dimostrare di essere vincitori sul territorio, non vinti. Anche se la loro famiglia è ormai decimata da inchieste, arresti e condanne. Ultimi colpi di coda o nuovi intrecci e compromessi col potere politico?

La piccola Las Vegas de noantri, scrive il 10 aprile 2017 Piero Melati - Giornalista di Repubblica. Segui i sogni. Se segui i sogni non sbagli. I sogni, come i soldi, sono una pista sicura per scoprire la mafia. Da Cuba a Ostia, i boss sognano. Cosa Nostra americana, prima della rivoluzione di Fidel, sognò L'Avana come il primo “Narcostato”. Lucky Luciano accorse da Napoli ai Caraibi, all'indomani del golpe del dittatore Batista. L'isola doveva diventare la base planetaria del traffico di droga, ma anche una Las Vegas: casinò, bordelli, alcol. Poi Castro guidò la rivoluzione e il sogno si infranse. Allora pensarono alla Sicilia indipendente. La mafia soffiò sul fuoco del movimento separatista. Si tenne un importante summit a Palermo, un altro poco dopo a Nuova York. Ma quest'ultimo venne intercettato dal Fbi, i padrini dovettero scappare nei boschi, e intanto in Sicilia l'indipendentismo si spense. Niente “Narcostato” neppure stavolta (anche se poi la mafia saprà ugualmente usare la Sicilia più che bene). Nel film Suburra di Stefano Sollima l'intera vicenda di Mafia Capitale ruota intorno al sogno di fare di Ostia una Shangri-La de noantri: megaporto turistico per sceicchi e petrolieri, case da gioco per la mafia russa, templi del divertimento per nuovi ricchi. Su quel sogno i clan hanno fatto il salto. Dapprima erano concessionari illegali degli stabilimenti balneari, come i primi Casalesi lungo tutto il litorale di Gaeta. E controllavano la droga. Per carità, era tanto. Ma non abbastanza. Sono cresciuti quando hanno concepito il sogno di una Ostia-Las Vegas. Nessuno, dalla Procura di Roma, aveva del resto mai contestato ai clan del litorale il reato di associazione mafiosa. Così loro potevano fingersi “non mafia”. Poi è cambiato tutto. E' arrivato il procuratore Giuseppe Pignatone, sono cominciate le inchieste (la cronista di Repubblica Federica Angeli, minacciata, è oggi sotto scorta). E la pellicola di Sollima ha ribadito che i gangster, quando concepiscono visioni imperiali, è lì che si trasformano in mafia. Non importa se, come Cuba, la Sicilia e Ostia, la loro sindrome napoleonica è destinata alla polvere. Intanto hanno aspirato al cielo. E d'ora in poi avranno sempre più pretese. Come è successo in Colombia, in Messico, dove semplici coltivatori e trasportatori di droga sono poi diventati “cartelli”. E il loro sogno, per il resto del mondo, è diventato incubo.

I fuorilegge di Ostia, scrive l'8 aprile 2017 Attilio Bolzoni su "La Repubblica". Il lungomuro è sempre lì, impasto di cemento e prepotenza, gigantesco corpo di reato a cielo aperto che certifica come anche la legge può diventare fuorilegge. Sono ancora lì anche le sue mafie, quella pidocchiosa e sfrontata e quell'altra più ammanigliata e protetta. Ogni tanto si annusano, si mischiano, a volte fanno anche finta di non conoscersi. Metà Brancaccio e metà Casal di Principe, questa periferia romana è un laboratorio politico-criminale che produce veleni e profitti, malacarne e vergogne. Il mare è privato, sequestrato. Un mare che non si vede mai. Un paio di anni fa in una delegazione comunale ai confini della pineta di Castelporziano mi hanno fatto trovare documenti molto interessanti, le fotocopie (gli originali erano custoditi in cassaforte, in una località segreta per paura che qualcuno li potesse distruggere) delle cartine catastali del lido risalenti al 1992. Confrontandole con le immagini di Google Maps ho potuto verificare com'era e com'è, Ostia prima e Ostia dopo. Un “sacco” che mi ha fatto venire in mente la Palermo sfregiata degli Anni Sessanta. Sono sempre gli stessi i padroni e i padroncini del territorio, con i Triassi o i Senese che un anno scendono di quotazione e l'anno dopo salgono, con i Fasciani che tengono banco nonostante le mazzate giudiziarie, con la tribù degli Spada sparsa nelle “viette” intorno a piazza Gasparri. Il X° Municipio resterà sciolto per mafiosità ancora per qualche mese, nonostante il rumoreggiare nervoso dei più impazienti. Non ci sono più “sceriffi” come il commissario Alfonso Sabella, che da assessore alla Legalità al Comune di Roma aveva provato a riportare alla normalità un quartiere di Roma con più di duecentomila abitanti. Non si mostrano più in prima fila certi personaggi appartenenti a clan politici invischiati in Mafia Capitale, quelli che regolavano il traffico delle tangenti da Ostia e per Ostia. Si manovra nelle retrovie, la banlieue romana rimane un incrocio strategico per esperimenti malavitosi e per mascheramenti che ormai - in realtà – non disorientano più di tanto. Tutto alla luce del sole. Poi c'è la giustizia schizofrenica. In primo grado dice che a Ostia la mafia esiste, in Appello la fa sparire, la Cassazione sentenzia per fortuna che c'è ancora. Ritardi culturali – di una parte di magistratura - che rivelano quanto Ostia sia ancora troppo sconosciuta.

Ostia, Roberto Spada rompe il naso a giornalista. E su Facebook: "Hai fatto bene!" Il componente del clan ha aggredito l'inviato di Nemo Daniele Piervincenzi, reo di avergli fatto una domanda sui rapporti con CasaPound. In un post sui social network si giustifica. E molti utenti lo sostengono: «Giornalisti terroristi», scrive Federico Marconi l'8 novembre 2017 su "L'Espresso". Nel pomeriggio di martedì 7 novembre Daniele Piervincenzi, inviato della trasmissione di Rai2 Nemo, e l’operatore Edoardo Anselmi sono state vittime di una aggressione a Ostia. Il protagonista è Roberto Spada, appartenente all’omonimo clan di Ostia e fratello di Carmine, condannato a 10 anni per estorsione con aggravante del metodo mafioso. Piervincenzi e Anselmi stavano chiedendo a Spada dell’appoggio dato a CasaPound nel corso della campagna elettorale. Spada, indispettito dalle domande, sferra una testata al giornalista e poi aggredisce l’operatore con una spranga. Piervincenzi ha riportato la frattura del setto nasale: operato d’urgenza, ha una prognosi di trenta giorni. Daniele Piervincenzi, inviato del programma di Rai2 Nemo, è stato colpito al volto con una violenta testata da Roberto Spada, titolare di una palestra e fratello del boss Carmine, condannato a 10 anni di carcere. Piervincenzi, che stava incalzando Spada sul suo "endorsement" per il candidato di Casapound Luca Marsella, ha riportato la frattura del setto nasale ed è stato sottoposto a un intervento d'urgenza. Durante l'aggressione, Spada ha utilizzato anche una mazza con la quale ha colpito anche l'operatore della troupe. Sul suo profilo Facebook, Spada ha poi riportato la sua versione dei fatti. Roberto Spada ha giustificato l’aggressione con un post su Facebook, ora rimosso. «Dopo un'ora e mezza di continuo "non voglio rilasciare nessuna intervista"....entrava a forza in una associazione per soli soci... disturbando una sessione e spaventando mio figlio.... voi che avreste fatto???» scrive in un post che sta riscuotendo molto successo sui social network. Numerosi i mi piace e i commenti, tutti a sostegno dell’aggressore. «Hai fatto bene, giornalisti terroristi», «Robé non devi chiedere scusa a nessuno», «Giornalisti terroristi», i commenti più ricorrenti. E ancora: «Semo tutti Spada», versione romana dei tanti “Je suis” che ricorrono di solito dopo gli attentati a sostegno delle vittime della violenza. Ma questa volta è utilizzato a sostegno dell’autore. La politica invece condanna l’accaduto ed esprime il proprio sostegno a Piervincenzi e Anselmi. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha telefonato al dg della Rai Mario Orfeo per esprimere la propria solidarietà ai due giornalisti. Solidarietà arriva anche da Matteo Orfini, presidente del Pd, che su Twitter scrive: «Se vai a Ostia e chiedi dei rapporti tra gli Spada e CasaPound vieni aggredito. Perché a Ostia la mafia c’è, c’è chi la combatte, ma c’è anche chi la protegge». Anche Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, esprime il proprio sdegno per la «violenta aggressione» e chiede «agli apparati dello Stato di far rispettare la convivenza civile e garantire la libertà d’informazione». Solidarietà alla troupe Rai arriva anche da Monica Picca e Giuliana Di Pillo, le due candidate al municipio X che si sfideranno al ballottaggio. Da CasaPound interviene invece il vicepresidente Simone Di Stefano. «Ci vuole poco a fare chiarezza. Roberto Spada non è un esponente di CasaPound» afferma il leader dei fascisti del terzo millennio «con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile».

Ostia, chi sono gli Spada e perché dialogano con Casapound. Famiglia criminale di origine sinti, ha guadagnato spazio grazie alle inchieste che hanno decapitato l’altra famiglia criminale della zona, i Fasciani, scrive Sara Dellabella il 9 novembre 2017 su Panorama.  “A prescinde che dà lavoro ai ragazzi col suo bar e che la sua palestra è aperta a tutti i bisognosi senza soldi e che a sempre aiutato tutti nel quartiere è facile da casa puntare il dito ma le storie vanno vissute sono 5 anni che tutti i giorni viene tartassato da vari programmi TV compreso le iene vorrei vedere voi se al posto suo in 5 anni avreste risistito così tanto”. Questo è il messaggio che in un italiano stentato Silvano Spada, cugino di Roberto ha lasciato sulla bacheca Facebook in segno di solidarietà. Già perché mercoledì 8 novembre Roberto con una testata ha spaccato il naso, prima, e preso a bastonate poi il giornalista Daniele Piervincenzi e il filmmaker Edoardo Anselmi, del programma di Rai2 “Nemo”. E la bacheca è piena di messaggi di solidarietà contro i giornalisti “pezzi di…” e incoraggiamenti del tipo “sei un grande. Dormi sonni tranquilli, ti voglio bene”. Benvenuti a Ostia. Quartiere della Capitale, bagnato dal mare. Primo municipio a Roma ad essere stato sciolto per mafia e che ha vissuto un commissariamento lungo due anni. Tra dieci giorni in questo quadrante un po’ defilato della città si deciderà chi sarà chiamato ad amministrare per i prossimi anni. Si contendono il municipio due donne: Giuliana Di Pillo del Movimento 5 Stelle e Monica Picca di Fratelli d’Italia. La sinistra è evidentemente morta. Se qualche giorno fa, il candidato presidente di Casapound, Luca Marsella raccoglieva il sostegno di Roberto, oggi tutti provano a togliersi di torno un ospite diventato improvvisamente ingombrante. Però Casapound con il suo 9 per cento di consensi è determinante per il ballottaggio e anche se oggi lo sport nazionale è quello dell’indignazione è innegabile che per la partita elettorale è un tesoretto irrinunciabile.

Chi sono gli Spada? Roberto che fino a ieri risultava incensurato, è fratello di Carmine, per gli amici “Romoletto” che ha alle spalle una condanna a dieci anni per estorsione con aggravante del metodo mafioso. Questo principe de ‘noantri appartiene a una delle famiglie criminali di origine sinti di Ostia che negli ultimi anni ha guadagnato spazio grazie alle inchieste della magistratura che hanno decapitato l’altra famiglia criminale della zona, i Fasciani.

Così nella spartizione del territorio la magistratura, ha finito inconsapevolmente, per dargli una mano. Come nella serie Netflix, Suburra, l’affare principale ad Ostia sono gli stabilimenti balneari dove le concessioni vengono gestite come proprietà private e dove, secondo un dossier di Legambiente, l’87 per cento dei gestori degli stabilimenti nega l’accesso al mare. A Ostia anche un bene di tutti come il mare diventa proprietà di pochi, in barba ad ogni legge e regolamento. Il rapporto degli Spada con l’estrema destra di Casapound non nasce oggi però. Nel 2012, l'allora leader a Ostia, Ferdinando Colloca, poi condannato in primo grado per corruzione con l'aggravante del metodo mafioso, fece una società con il genero di Armando Spada, esponente di peso del clan. Con la complicità dell'ex direttore dell'Ufficio Tecnico del Municipio presero uno stabilimento togliendolo ai proprietari. Per aver scritto su tutto questo e assistito a una sparatoria che coinvolse due Spada, la cronista di Repubblica Federica Angeli è sotto scorta da diversi anni e oggetto di continue minacce, come tanti altri colleghi che seguono la cronaca del litorale e come ieri ci ha ricordato la cronaca. Così che domani i cronisti e i freelance della capitale stanno organizzando una manifestazione proprio davanti alla palestra di Roberto Spada per rivendicare il diritto di fare il proprio mestiere senza subire violenze.

Dalla Dolce vita a Suburra. A Ostia, da tempo, la realtà ha superato la fantasia e quello che è successo ieri ai colleghi di Nemo, mostra che la Capitale non è più quella della “Dolce vita” di Fellini e che nei quartieri comandano gli altri. Non la politica, ma questi signori che hanno creato un welfare alternativo con palestre, bar e aiuti diretti alle famiglie. Come mostra anche la bacheca Facebook di Roberto Spada in queste ore finisce che queste famiglie godono di un solido consenso tra i ceti più popolari, quelli che si sentono abbandonati dalla politica tradizionale, che a Ostia a dire il vero negli ultimi anni è scomparsa. Così finisce che Casapound diventa partner di questo consenso dal basso, trasformando in azione politica la vicinanza agli italiani in difficoltà con forniture di pacchi alimentari e la difesa del diritto alla casa prima. Insomma, Casapound fa quello che una volta faceva il Pci nelle periferie rosse, che oggi sono sempre più tinte di nero. Ostia compresa.

Chi sono gli Spada, a Ostia. L'aggressione a un giornalista sta facendo riparlare dell'enorme quartiere di Roma dove CasaPound prende molti voti e famiglie criminali controllano le zone più degradate, scrive "Il Post il 9 novembre 2017. Ostia è un quartiere enorme nel comune di Roma. Ha 230 mila abitanti e se fosse una città sarebbe la 14esima più grande d’Italia. Il Municipio X di Roma, in cui si trova la città di Ostia vera e propria, è un’area che comprende quartieri residenziali come Infernetto, Malafede, Dragona e Dragoncello, e aree turistiche come il Lido di Ostia, la “spiaggia di Roma”, che attrae ogni estate decine di migliaia di romani. La zona comprende anche aree disagiate, come Nuova Ostia, dove grandi palazzi di edilizia popolare si alternano a infrastrutture fatiscenti e piazze di spaccio. È qui, a Nuova Ostia, che martedì un giornalista del programma Nemo, di RaiDue, è stato picchiato mentre faceva alcune domande sui rapporti tra CasaPound (Roberto Spada, l’autore dell’aggressione è stato arrestato giovedì pomeriggio), che alle elezioni di domenica ha ottenuto uno storico risultato, e gli Spada, una famiglia che alcuni chiamano “clan” e i cui componenti sono stati più volte condannati per reati come estorsione e minacce con l’aggravante del metodo mafioso.

Chi sono gli Spada? Gli Spada sono una numerosa famiglia di origine Sinti arrivata a Roma dall’Abruzzo negli anni Cinquanta. Secondo i magistrati che negli anni hanno indagato su di loro, i capi della famiglia sono anche i leader di un’organizzazione criminale che estorce il pizzo ai commercianti della zona, intimidisce i gruppi di criminali rivali e gestisce l’assegnazione delle case popolari. Circa una dozzina tra membri della famiglia Spada e loro alleati sono stati condannati per tre volte nel corso degli ultimi tre anni e tutte e tre le volte con l’aggravante del metodo mafioso. La prima nel 2016, altre due nel 2017. Tra gli altri è stato condannato anche Carmine Spada, detto “Romoletto”, fratello di Roberto Spada, l’autore dell’aggressione di martedì e considerato dai magistrati il capo del clan. Per il momento, quasi tutti gli esponenti della famiglia processati hanno ricevuto condanne di primo grado. Nel recente passato sono stati descritti come un gruppo in ascesa nella criminalità romana, ma oggi non sono tra i principali gruppi criminali italiani. L’ultima relazione della Direzione Distrettuale Antimafia parla diffusamente delle precedenti famiglie criminali ostiensi (come i Fasciani, su cui torneremo tra poco), mentre agli Spada dedica soltanto una riga in una nota a pié di pagina. Le attività criminali di cui sono accusati i membri della famiglia Spada finiti sotto processo vanno dall’estorsione alle violenze, passando per le intimidazioni. Uno dei loro affari principali, secondo i magistrati, è la gestione delle case popolari. Gli atti dei magistrati parlano spesso di scontri con altre famiglie criminali per il controllo di queste case, che spesso servono come residenza proprio ai componenti dei “clan”. Gli Spada controllano anche diverse palestre a Nuova Ostia, l’area stretta tra piazza delle Repubbliche Marinare e l’idroscalo: è un quartiere costituito in buona parte da case popolari, dove – come in tutte le periferie romane – le strade sono piene di buche, l’illuminazione stradale spesso manca e la raccolta dei rifiuti funziona male, così come gli altri servizi pubblici. In questa parte della città, dove non sono molti ad avere un lavoro o un’abitazione regolare, gli Spada sono diventati negli ultimi anni un misto tra benefattori e aguzzini. Le loro palestre sono state a lungo gratuite per i giovani del quartiere, mentre i membri del clan si adoperavano per aiutare le famiglie in maggiore difficoltà sostituendosi allo Stato.

Cosa c’entra CasaPound? Nel corso dell’ultimo anno, la stampa si è accorta della nascita di un rapporto sempre più stretto tra alcuni esponenti della famiglia Spada e CasaPound, un partito neofascista che ha ottenuto crescenti consensi nelle aree più periferiche e degradate di Roma. CasaPound ha organizzato la distribuzione di pacchi di cibo alle famiglie più povere di quartieri come Nuova Ostia, un’attività che l’ha messi in contatto con chi quelle attività le porta avanti da anni, come la famiglia Spada. Roberto Spada, l’uomo che ha aggredito il giornalista di Nemo e che fino a questo momento è incensurato, ha apertamente appoggiato il candidato di CasaPound al Municipio di Ostia, Luca Marsella. A Nuova Ostia, dove vivono gli Spada, CasaPound ha raggiunto più del 20 per cento dei voti. Secondo diversi giornali, il giorno della votazione i seggi erano presidiati da attivisti di CasaPound e membri e amici della famiglia Spada. Oggi, i dirigenti di CasaPound tra cui Masello, hanno fatto una conferenza stampa per prendere le distanze dall’aggressione.

A Ostia c’è la mafia? Nel 2015 Andrea Tassone, presidente PD del Municipio X, fu coinvolto nell’inchiesta Mafia Capitale per aver fatto favori a Salvatore Buzzi, il socio di Massimo Carminati. Il municipio venne sciolto per infiltrazioni mafiose ed è rimasto commissariato fino alle elezioni di domenica scorsa (Tassone è stato poi condannato a cinque anni). Questo episodio, in cui la famiglia Spada non sembra entrare direttamente, è una delle poche occasioni in cui a Ostia è stata riconosciuta una vera e propria influenza di tipo mafioso. In città nessuno è mai stato condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, ma in molti hanno ricevuto condanne aggravate dall’utilizzo di metodi mafiosi. Significa che secondo i magistrati in città si era creato un clima di paura, omertà e intimidazione. Tutti quanti sapevano a chi bisognava obbedire e a chi si doveva portare rispetto, senza che ci fosse bisogno di manifestarlo costantemente e in maniera eclatante. Nonostante questo, negli ultimi anni sono stati frequenti le intimidazioni e gli attentati incendiari nei confronti di coloro che non erano disposti a pagare il pizzo alle famiglie che a turno controllavano la città. I gruppi criminali che comandavano a Nuova Ostia, e in alcuni casi riuscivano ad estendere la loro influenza anche su altre aree della città, sono cambiati spesso nel corso dell’ultimo decennio. Scontri interni tra varie fazioni e gli arresti della magistratura hanno decimato una dopo l’altra le famiglie criminali cittadine, portando a un rapido “turnover” tra chi controllava le estorsioni ai commercianti e l’assegnazione delle case popolari. All’inizio del decennio in città comandavano gli eredi della Banda della Magliana, la più grande e potente organizzazione criminale romana, particolarmente forte tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Due esponenti di questo gruppo, Francesco Antonini, detto «Sorcanera», e Giovanni Galleoni, soprannominato «Baficchio», furono uccisi in un agguato in pieno giorno nel 2011. Antonini e Galleoni sono stati gli ultimi a essere uccisi nella fase più violenta della lotta per il potere in città, cominciata negli anni Duemila e terminata con il loro omicidio. Da allora in città ci sono stati ferimenti, gambizzazioni, sparatorie intimidatorie, pestaggi, ma non ci sono più stati omicidi. Dopo gli eredi della Banda della Magliana, in città hanno preso il potere i Triassi, seguiti dai Fasciani (duramente colpiti da una serie di arresti nel 2013) e, infine dagli ultimi arrivati, gli Spada, che compaiono nelle carte dei magistrati come gruppo criminale di una certa rilevanza a partire dal 2013. Anche se oggi gli Spada sono arrivati al punto più alto della loro notorietà nazionale, il potere della famiglia sembra essere entrato in una fase discendente. Gli arresti hanno decimato i suoi componenti più attivi, mentre i media hanno iniziato a interessarsi sempre di più alle loro attività. L’aggressione compiuta da Roberto Spada nei confronti del giornalista di Nemo ha ulteriormente alzato l’attenzione nei loro confronti. Domani, i giornalisti e inviati manifesteranno davanti alla palestra degli Spada – che proprio oggi è stata chiusa per problemi di autorizzazioni. Sabato anche il Movimento 5 Stelle ha annunciato una manifestazione contro la criminalità.

Ostia, le bugie di CasaPound su Roberto Spada e quegli affari della leader Chiaraluce. Dopo l'aggressione al giornalista di Nemo, i vertici del partito hanno negato qualsiasi legame con il fratello del boss di Ostia. Ma le cose non stanno così. Tra il picchiatore e alcuni dirigenti del movimento neofascista c'è un rapporto di profonda amicizia. Ecco le prove, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 9 novembre 2017 su "L'Espresso". «Roberto Spada non è un esponente di CasaPound. Con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile». Parola del capo politico del partito neofascista, Simone Di Stefano, che ha commentato così l'aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi e all'operatore Edoardo Anselmi, inviati della trasmissione Nemo.

Daniele Piervincenzi, inviato del programma di Rai2 Nemo, è stato colpito al volto con una violenta testata da Roberto Spada, titolare di una palestra e fratello del boss Carmine, condannato a 10 anni di carcere. Piervincenzi, che stava incalzando Spada sul suo "endorsement" per il candidato di Casapound Luca Marsella, ha riportato la frattura del setto nasale ed è stato sottoposto a un intervento d'urgenza. Durante l'aggressione, Spada ha utilizzato anche una mazza con la quale ha colpito anche l'operatore della troupe. Sul suo profilo Facebook, Spada ha poi riportato la sua versione dei fatti. Ciò che Di Stefano ignora, o forse tace consapevolmente, è un fatto facilmente constatabile. L'amicizia di Spada con alcuni suoi dirigenti: Luca Marsella e Carlotta Chiaraluce. Non due militanti qualunque, ma i registi del successo elettorale a Ostia, dove alle ultime elezioni i fascisti del terzo millennio hanno realizzato il record di preferenze della loro storia. Oltre a essere la portavoce del movimento fondato da Gianluca Iannone, Chiaraluce è la fidanzata di Marsella, candidato presidente per CasaPound al X Municipio. Quello di Ostia, appunto, che con quasi 250mila abitanti è di fatto più popolosa di grandi città italiane come Brescia, Reggio Calabria, Livorno o Trieste. Inorgogliti dai consensi ottenuti in giro per l'Italia, tra posti in consiglio comunale e un centinaio di sedi sparse da Nord a Sud, i leader di CasaPound festeggiano la meta del 9 per cento raggiunta a Ostia domenica scorsa. C'era da aspettarselo, dopo due anni di commissariamento per mafia del municipio, con l'ex mini-sindaco Andrea Tassone, del Pd, messo fuori gioco dalle inchieste e dal processo Mafia Capitale, e i candidati del Movimento 5 Stelle che scontano le prime delusioni dei cittadini dopo un anno di governo di Virginia Raggi. C'è però un'ombra ingombrante tra le amicizie dei due neofascisti romani.

A Ostia lo conoscono come “Robé” o “Robertino”. Roberto Spada è il fratello di Carmine Spada, detto “Romoletto”, condannato in primo grado a 10 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso e ritenuto da inquirenti e investigatori al vertice dell'omonimo clan che comanda a Ostia. Il fatto che Spada sostenga CasaPound è un fatto noto. Prima delle elezioni, sulla sua pagina Facebook il fratello del boss di Ostia scriveva infatti: «Il 5 novembre si avvicina (la data delle elezioni, ndr) e sento dai cittadini quasi tutti la stessa cantilena “qua sto periodo se vedono tutti sti politici a raccontarci barzellette, mai visti prima, ...gli unici sempre esclusivamente presenti CasaPound...». Ma non è solo la simpatia politica a legare Spada ai dirigenti del partito neofascista.  Tra la coppia Chiaraluce-Marsella e il picchiatore di Ostia c'è un rapporto di amicizia. E a dimostrarlo è ancora Facebook.

Il 9 settembre, per esempio, Spada lancia accuse pubbliche ai giornali per il trattamento riservato alla sua famiglia, dopo alcuni fatti di cronaca che hanno coinvolto un giovane parente. Seguono decine di commenti di solidarietà. Due portano la firma di Chiaraluce: «Eh Robè, la cosa che più fa rabbia. E a noi spiace, che ci strumentalizzano così...sei incensurato, hai la fedina penale pulita e non sei un politico. Sei un cittadino privato che ha il suo lavoro e la sua famiglia. Non hanno nessun rispetto per i tuoi figli e per i danni e le sofferenze che possono creargli». Non saranno gli unici messaggi: tra i due c'è confidenza. Scorrendo la pagina di Spada troviamo anche qualche like di Luca Ostia, al secolo Luca Marsella, il candidato presidente. C'è un post in cui il picchiatore di Ostia posta una foto mussoliana: «Credere, obbedire, combattere. È l'aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende». Piace a Luca Ostia. E anche Chiaraluce dice la sua: «Inutile dire che l'unica valida alternativa». Facebook immortala anche scene di vita conviviale del fratello di Romoletto, il capo clan. Fine luglio, in diretta dalla spiaggia di Ostia, “Robè” mostra la famiglia impegnata in un barbecue e invita amici e parenti. Tra i messaggi ce n'è uno firmato da Chiaraluce: «Ro, più tardi passiamo!», si legge.

La portavoce di CasaPound Ostia non è solo la compagna di Marsella, il candidato che ha ottenuto un discreto successo elettorale la scorsa settimana. Chiaraluce è soprattutto una donna d'impresa. C'è un filo, infatti, che la lega al potere economico locale. Un filo fatto di partecipazioni azionarie, posti in consigli d'amministrazione e amicizie con famiglie importanti. Tra cortei, volantinaggio e passione per la politica, la dirigente neofascista naviga da esperta marinaia nel mondo economico. Del resto viene da una famiglia di imprenditori. Balneari e nautica, due settori che a Ostia contano parecchio. La famiglia di Chiaraluce ha uno storico rimessaggio di barche, in zona Tor Boacciana, una torre di epoca medioevale sul Tevere. Limitrofa, da un lato, alle rovine di Ostia antica e dall'altro alle case popolari di Nuova Ostia. Per arrivarci si percorre una strada che porta lo stesso cognome di Carlotta: via Tancredi Chiaraluce. Sia lei che il padre fanno parte di alcuni consorzi nautici. La candidata di CasaPound è per esempio da sette anni consigliere nel “Cnl”, il Consorzio nautico del Lazio. Gruppo che riunisce alcuni grossi imprenditori del settore un tempo assai remunerativo e che oggi sta affrontando un flessione di fatturati. Al fianco di Chiaraluce, siede nel Cnl un pezzo da novanta della barche di lusso. Si chiama Massimo Guardigli della Comar Yacht. Brand noto, ultimamente finito al centro delle cronache per un'indagine della guardia di Finanza. Guardigli è infatti imputato per evasione fiscale da un milione di euro, commessa per sei anni consecutivi, secondo l'accusa, usando società basate nell'arcipelago offshore di Madeira. Il processo è in corso, prossima udienza i primi di dicembre. Il padre di Chiaraluce risulta invece titolare di Iniziative nautiche srl. Società che vanta un fatturato di quasi 300 mila euro (ultimo bilancio disponibile del 2014) e che a sua volta ha avuto un ruolo nel consorzio del porto di Fiumara Grande, oggi cancellato. Il babbo della leader del movimento di estrema destra ha fatto parte anche del Consorzio nautico del Tevere. Con ruoli diversi, in quest'ultima realtà, incontriamo Sergio Papagni, un importante imprenditore di Ostia. Insomma, Chiaraluce sembra avere le caratteristiche giuste per garantire a CasaPound consensi e relazioni con il mondo delle imprese. Senza dimenticare il rapporto con gli Spada, oggi presentati come semplici simpatizzanti del partito. Ma con i quali, come dimostrano Facebook e alcune iniziative pubbliche del passato, il rapporto è molto più solido di quanto voglia far credere il capo del partito Simone Di Stefano.   

Tutti i soldi e le società di CasaPound e Forza Nuova: così si finanziano i partiti neofascisti. I gruppi di estrema destra puntano a entrare in Parlamento. Grazie ai fondi di società e privati in Italia e all’estero. Ecco quali sono, tra esercizi commerciali e misteriosi trust, scrivono Andrea Palladino, Giovanni Tizian e Stefano Vergine l'8 novembre 2017 su "L'Espresso". Dio, patria e famiglia. Ma anche ristoranti, catene di abbigliamento, gioiellerie, barberie, franchising di poste private, scuole di lingua, startup di comunicazione, imprese immobiliari, misteriosi trust e qualche strana società offshore. Dietro la facciata ufficiale dei fascisti del terzo millennio si nasconde una galassia imprenditoriale che dall’Italia si allarga a Francia e Regno Unito. Passando per Cipro e arrivando fino alla Russia di Vladimir Putin. Una multinazionale nera dove gli ideali di purezza del ventennio si intrecciano alle più attuali esigenze dell’economia di mercato. Con imbarazzanti corollari. Alla vigilia delle prossime elezioni politiche, L’Espresso ha indagato sugli affari dell’estrema destra italiana. Ha cercato di ricostruire nei dettagli la rete imprenditoriale creata negli anni da Forza Nuova e CasaPound, i due principali partiti d’ispirazione fascista. Movimenti che dopo aver conquistato spazio in Europa e aver ottenuto seggi nei consigli comunali di mezza Italia, ora puntano al grande passo: entrare in Parlamento. Missione non impossibile, visto che la nuova legge elettorale ha fissato l’asticella a un abbordabile 3 per cento, che se superato permetterà alle piccole formazioni nostalgiche di avere un inedito potere negoziale nello scenario delle grandi coalizioni necessarie per governare.

Latitanze dorate. Forza Nuova e CasaPound, per quanto diverse tra loro, sono unite da una radice comune. Si chiama Terza Posizione, è un movimento neofascista nato nel 1978 e morto ufficialmente quattro anni dopo. Tra i suoi fondatori, all’epoca poco più che ventenni, c’erano Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. Inseguiti dalle indagini giudiziarie sul terrorismo di destra, fra cui l’attentato alla stazione di Bologna, Fiore e Adinolfi scapparono dall’Italia rifugiandosi in Inghilterra, il primo, e in Francia, il secondo. Quarant’anni dopo, con alle spalle processi e condanne, i due ragazzi sono tornati. Fiore è diventato il segretario nazionale di Forza Nuova, Adinolfi l’intellettuale di CasaPound. Le radici con il passato non si sono però mai interrotte. Almeno quelle degli affari.

Roberto Fiore. L’Inghilterra è da sempre la base principale del business di Forza Nuova, la fonte originaria dei guadagni. Il legame finanziario tra CasaPound e la Francia si è invece manifestato più di recente, ma è cresciuto in fretta da quando il Front National di Marine Le Pen ha scelto di investire sui camerati italiani.

Fiore segreto. Londra, 1980. Per capire l’oggi è necessario tornare ancora agli anni di piombo, subito dopo la bomba che uccise 85 persone a Bologna. Quando Fiore arriva in gran segreto nella Londra di Margaret Thatcher insieme a Massimo Morsello e ad altri militanti di Terza Posizione, ad aiutarli - si legge in un rapporto sull’eversione nera firmato dai servizi segreti italiani (Sisde) del 1982 - è la League of Saint George, snodo internazionale della destra europea, di cui fa parte tra gli altri anche l’ex presidente del British National Party Nick Griffin. Anni nebulosi, punto di partenza della carriera imprenditoriale del giovane neofascista italiano. Con un’ombra mai chiarita: «Era un agente dei servizi segreti britannici (MI6) fin dai primi anni Ottanta», scriverà in un documento del 1991 letto da L’Espresso la commissione d’inchiesta sul razzismo e la xenofobia del Parlamento europeo, gettando un’ombra inquietante sul legame tra Fiore e il Regno Unito. Di certo, per quasi 20 anni ricercato dall’Italia, il politico romano ha creato solide attività economiche in Inghilterra. A lui e ai suoi uomini più fidati fanno infatti capo diversi marchi specializzati in viaggi-studio Oltremanica, tra cui London Orange e Easy London. Come ha dichiarato alla stampa lo stesso Fiore, forse esagerando un po’, «è la più importante struttura di riferimento per il turismo giovanile europeo».

Quello che non era però mai emerso finora è che al leader di Forza Nuova fanno riferimento anche tre trust di diritto britannico. In due di questi, chiamati Saint Michael the Archangel e Saint George Educational, almeno dalla metà degli anni ’90 sono transitate centinaia di migliaia di sterline. Soldi entrati come donazioni anonime e finiti spesso, sotto forma di finanziamenti caritatevoli, a società italiane possedute dalla famiglia del segretario di Forza Nuova o da suoi soci. Per dire: solo negli ultimi quattro anni, il trust dedicato all’arcangelo Michele, fra i cui gestori c’è Beniamino Iannace, già candidato per Forza Nuova alle europee 2009, ha incassato 475 mila euro da elargizioni liberali in Gran Bretagna. Soldi finiti quasi completamente in Italia, con donazioni indirizzate ad almeno tre aziende private che appartengono alla famiglia Fiore: Rapida Vis, Futura Vis e Comeritresa, tutte partecipate dalle figlie del segretario di Forza Nuova. Motivazione ufficiale dei pagamenti? Finanziare la realizzazione di pubblicazioni sulla Chiesa Cattolica. Peccato che di questi soldi non si trovi traccia nei bilanci delle società italiane. Nel 1999 i trust furono messi sotto inchiesta dagli organismi di controllo amministrativo inglesi. Un paio di anni prima il quotidiano The Guardian aveva raccontato che queste due fondazioni stavano finanziando un villaggio nazista in Spagna, Los Pedriches, «occupato da Terza posizione internazionale per creare una comunità nazionalista bianca e addestrare soldati volontari», scriveva il giornale inglese. Le carte dell’indagine, chiusa nel 2005, documentarono legami di affari tra le fondazioni e una società di Fiore e Morsello: «I pagamenti», si legge nel rapporto dell’organo di controllo inglese, «erano stati effettuati a favore della Meeting Point (oggi Easy London, ndr) business privato di Fiore». Il fondatore di Forza Nuova ammise le contestazioni, spiegando che i versamenti servivano per pagare l’affitto di un “charity shop” a Shirland Road, a pochi passi dalle sedi legali delle sue tante società specializzate nell’organizzazione di viaggi di italiani a Londra.

I documenti ottenuti ora da L’Espresso indicano che l’attività dei trust è proseguita anche dopo la chiusura dell’indagine inglese. E che le donazioni anonime in alcuni casi sono finite ancora a società private di Fiore. Nel frattempo è nato anche un altro trust, il Saint Mark the Evangelist. Non ci sono bilanci disponibili per capire qual è stata l’attività svolta finora, ma tra i gestori compaiono due nomi molto vicini al politico romano: Maria Beatriz Fiore Burgos, sua figlia, e l’imprenditore Stefano Pistilli, in passato in affari con personaggi dell’estrema destra italiana e oggi gestore di altre tre imprese in Inghilterra, una dal nome particolarmente evocativo: Gladio Consulting, ufficialmente specializzata in consulenza manageriale, ricerche di mercato e sondaggi.

Sognando Putin. Se Londra è stata sempre il centro dei contatti internazionali di Forza Nuova, da qualche anno l’attenzione dei neofascisti si è spostata su Mosca. Fiore non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per Putin. Dichiarazioni encomiastiche verso il numero uno del Cremlino e visite in Russia - diverse, negli ultimi anni, fra cui quella al Forum Conservatore tenutosi a San Pietroburgo due anni fa, alla presenza di quasi tutti i leader del neofascismo europeo - dimostrano che fra i due non manca certo la sintonia politica su temi come l’immigrazione, i gay e la famiglia tradizionale. Secondo la nostra intelligence, però, in cambio dell’appoggio alla causa russa in Europa i movimenti estremisti avrebbero «ricevuto sostegno economico». Anche Forza Nuova? Impossibile saperlo. Le informazioni raccolte da L’Espresso permettono tuttavia di descrivere alcuni legami economici che uniscono Fiore alla Russia.

Il neofascista italiano non si è infatti limitato a sostenere l’annessione della Crimea: ha anche portato nella penisola affacciata sul Mar Nero un gruppo di imprenditori nostrani. Con effetti quantomeno contraddittori rispetto allo sbandierato patriottismo economico di Forza Nuova, sempre pronta a difendere le produzioni italiane. Dopo i viaggi organizzati, alcuni di questi impresari hanno infatti deciso di delocalizzare in Crimea. Il rapporto economico tra Fiore e la Russia inizia ufficialmente nel 2012. A Nizhny Novgorod, 400 chilometri a est di Mosca, si tiene una due giorni di incontri dal titolo “Dialogo commerciale russo-italiano”. Il programma del summit descrive Fiore come capo dell’associazione italo-russa Alexandrite. Due anni dopo si torna a organizzare missioni imprenditoriali, ma questa volta gli imprenditori vengono portati in Crimea, frattanto passata sotto il controllo russo, e il nome di Fiore non viene più accostato a quello di Alexandrite. Chi a quegli incontri ha partecipato dice però che a organizzare tutto dall’Italia è stato proprio il segretario di Forza Nuova.

«L’associazione mi è stata presentata da un amico e sapevo che Fiore era il presidente», racconta Diego Ebau, piccolo imprenditore sardo che ha preso parte a quei viaggi: «L’obiettivo mio e delle altre decine di imprese presenti non era politico, volevamo capire i vantaggi della Crimea». L’impresario spiega che oggi chi investe almeno 50mila euro nella penisola non deve pagare tasse per cinque anni, e in seguito l’aliquota si ferma a un massimo del 6 per cento. Un paradiso fiscale, insomma, collegato a Mosca tramite il ponte sullo stretto di Kerch voluto da Putin. Niente di più invitante per chi si sente schiacciato in patria da tasse e recessione. Ecco perché alcune delle aziende che hanno partecipato ai viaggi organizzati da Fiore puntano a chiudere la fabbrica in Italia e a riaprirla in Crimea. «Io dopo due viaggi sono uscito dall’associazione Alexandrite perché preferivo fare da solo», dice Ebau, «ma so che un’azienda pugliese del settore tessile dovrebbe aver già spostato lì la produzione. E a dire la verità anche io mi sto organizzando: insieme a un altro imprenditore sardo voglio aprire lì un’azienda per la lavorazione del marmo».

Mistero a Cipro. Non solo delocalizzazione. C’è qualcos’altro che Roberto Fiore non ha mai raccontato pubblicamente. Il politico più patriottico d’Italia per oltre cinque anni è stato proprietario di una società basata a Cipro, isola europea prediletta dai russi, che grazie al segreto bancario è da anni uno dei posti più in voga per chi vuole tenere riservati i propri affari. Nell’ottobre del 2010 Fiore ha infatti aperto sull’isola la Vis Ecologia Ltd, società che si occupa ufficialmente di «riciclo di materiali», ma che ha caratteristiche insolite per un’azienda operativa: nessun dipendente, niente sito internet, la sede registrata presso gli uffici di uno studio di commercialisti. Le visure camerali dicono che l’impresa è stata registrata a Cipro «per scopi fiscali», ma è impossibile sapere se sui conti siano girati soldi dato che l’impresa non ha mai depositato un bilancio. Contattato da L’Espresso, il segretario di Forza Nuova non ha risposto alle richieste di chiarimento sull’attività della sua società cipriota. Di sicuro il leader fascista non era l’unico proprietario dell’impresa basata a Cipro. Il restante 50 per cento delle quote era infatti intestato a Beniamino Iannace, lo stesso giovane che gestisce il trust inglese dedicato a San Michele, in passato candidato alle elezioni per Forza Nuova. Anche lui presente all’incontro organizzato dall’associazione Alexandrite in Russia nel 2012, Iannace è oggi un rampante imprenditore nostrano nel settore delle poste private. Alle domande de L’Espresso si è limitato a rispondere precisando che la Vis Ecologia, la società basata a Cipro, «non è mai stata operativa, non ha mai avuto clienti e per questo non ha mai depositato un bilancio». Di certo mentre era proprietario della scatola offshore, il 36enne campano ha fondato il Gruppo Italiana Servizi Postali. Un franchising che conta oggi 64 filiali sparse per l’Italia. E in cui il nome di Fiore ritorna nuovamente. Non quello di Roberto, ma del primogenito Alessandro. Nel 2013, quando viene costituito il gruppo, il figlio è infatti tra gli azionisti insieme a Iannace e a Fabio Infante, anche lui candidato in passato con Forza Nuova alla Camera.

Qualche anno dopo Fiore junior vende le sue quote a Iannace, che diventa così azionista di maggioranza del gruppo postale, il cui business non sembra molto redditizio (l’ultimo bilancio disponibile, del 2015, segna un fatturato di 105 mila euro e una leggera perdita) ma offre opportunità interessanti. Perché distribuire multe, atti giudiziari e raccomandate dà accesso potenzialmente a dati personali e indirizzi di milioni di persone: materiale strategicamente importante per un partito politico che vuole farsi conoscere. Un accostamento che Iannace respinge con forza, garantendo che la sua società «non ha mai avuto e mai avrà alcuna colorazione, connotazione o collocazione politica che dir si voglia». Resta da notare solo una contraddizione tra il passato politico di Iannace e la sua attuale attività imprenditoriale. Il punto numero tre del programma storico di Forza Nuova prevede infatti il «blocco dell’immigrazione». Eppure il Gruppo Italiana Servizi Postali ha come partner Western Union, il più famoso servizio di trasferimento denaro utilizzato dagli immigrati di tutto il mondo. Insomma, Iannace e Infante cercano di fare affari con gli stranieri che dall’Italia mandano a casa soldi. Una pratica non proprio in linea con le direttive ufficiali del partito. Ma d’altronde, si sa, business is business.

Francia connection. Se dal punto di vista ideologico Forza Nuova è la truppa neofascista più tradizionale, i cugini di CasaPound rappresentano l’evoluzione moderna del cameratismo. Benché i contenuti della propaganda politica siano identici, a mutare sono i metodi. Così mentre Fiore e soci puntano soprattutto ad ampliare la rete dei contatti internazionali (Forza Nuova ha aperto da pochi anni una filiale negli Usa), i leader di CasaPound hanno lanciato l’assalto al cielo dei consensi in patria. E nel giro di pochi anni hanno raggiunto risultati importanti. Ronde nelle periferie, centinaia di migliaia di seguaci sui social network, spazio nel dibattito pubblico. Ma soprattutto seggi nei consigli comunali. Tanti. Da Bolzano a Lucca, da Arezzo a Grosseto. E il 5 novembre puntano a un risultato a due cifre nel municipio di Ostia, prova generale delle prossime politiche. Dietro la propaganda anti immigrati, cavallo di battaglia dell’organizzazione neofascista che ha il suo quartier generale in un edificio pubblico occupato nel centro di Roma, c’è però una fitta rete di imprese commerciali. Un network politico-affaristico esploso in concomitanza all’arrivo in Italia di alcuni francesi. Tutti vicini al Front National, il partito guidato da Marine Le Pen, decisamente più ricco dei cugini di CasaPound anche grazie a un finanziamento da 11 milioni di euro ricevuto negli ultimi anni dalla Russia, come ha rivelato su Mediapart la giornalista Marine Turchi. Che il Cremlino sia favorevole all’ascesa di partiti euroscettici, xenofobi e filorussi non è d’altronde un mistero. Per questo Putin non dovrebbe essere ignaro delle tante società aperte in Italia dai seguaci della Le Pen. La più famosa si chiama Carré Français, una specie di Eataly in versione transalpina: champagne di tutti i generi, ostriche e formaggi. Un locale elegante nel cuore di Roma, che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) ha fatturato quasi mezzo milione di euro. A controllare il ristorante-concept store è Jildaz Mahé, in gioventù membro del movimento studentesco neofascista francese Gud, lo stesso in cui militavano molti dei francesi che ultimamente hanno aperto società in Italia insieme ad esponenti di CasaPound. C’è ad esempio la catena di trattorie “Angelino dal 1889” - con ristoranti a Roma, Milano, Malaga, pure a Lima - tra i cui proprietari troviamo Maria Bambina Crognale, moglie del leader di CasaPound Gianluca Iannone, e Pierre Simonneau, militante della destra francese. E c’è il Carré Monti, locale a metà tra il bistrot e il pub, fra i cui soci spicca ancora il francese Simonneau insieme all’avvocato di CasaPound Domenico Di Tullio e a Chiara Del Fiacco, candidata alla Camera nel 2013. Il Carré Monti è il luogo di ritrovo abituale, dove spesso organizzano i compleanni dei camerati. Certamente più informale e meno chic del ristorante di Mahé. Chiara Del Fiacco è un donna sulla quarantina, capelli biondi e tatuaggi. Rappresenta il punto di contatto diretto fra i camerati nostrani e quelli d’Oltralpe. Il suo compagno è infatti Sébastien de Boëldieu, considerato il ministro degli esteri di CasaPound, amico di vecchia data di un pezzo da novanta del Front National. Frédéric Chatillon, 49 anni, è infatti l’uomo che ha curato la comunicazione nelle ultime campagne elettorali della Le Pen. Comprese quelle del 2012, 2014 e 2015, finite al centro di alcune inchieste della magistratura francese con accuse che vanno dalla frode all’abuso di beni sociali. Nonostante le incriminazioni Chatillon - il cui nome è emerso anche dai Panama Papers in relazione ad alcune società offshore - non si è perso d’animo. D’altra parte lui è un uomo d’azione, e non si spaventa certo per un’inchiesta. Lo ha dimostrato qualche anno fa, quando emerse che la Riwal aveva lavorato per la Siria di Bashar al Assad prendendo tra i centomila e i centocinquantamila euro l’anno dall’ambasciata siriana a Parigi, aveva scritto sempre Mediapart. Anche in quel caso la magistratura francese si era interessata alla questione, senza alla fine rilevare nulla di penalmente rilevante. Questa volta Chatillon ha però deciso di cambiare aria. Puntando dritto sull’Italia, forte dell’amicizia da lui vantata con esponenti di Alleanza nazionale, Forza Italia, Fratelli d’Italia oltre che con il dirigente di CasaPound Sébastien de Boëldieu.

Due anni fa lo stratega mediatico della Le Pen ha aperto la Riwal Italia, sede in uno splendido palazzo nobiliare nel centro della capitale. A chi sta offrendo i suoi servizi la società di comunicazione? Alle domande de L’Espresso Chatillon si è limitato a negare rapporti commerciali con CasaPound e Fratelli d’Italia, aggiungendo di non aver mai lavorato «neppure per aziende, associazioni e/o fondazioni politiche». Non resta dunque che affidarsi ai pochi documenti ufficiali disponibili, come il bilancio del 2015 che segna un fatturato di 135mila euro, la cui origine resta dunque inspiegata. Così come non trova conferme ufficiali il ruolo dell’uomo della Le Pen nel Carré Français: sebbene Chatillon non abbia ruoli ufficiali nella società, in un post pubblicato su Tripadvisor a fine 2015 lui stesso si presentava come direttore generale della cosiddetta ambasciata culinaria francese a Roma. Con la stessa discrezione altri francesi hanno intanto avviato business a sud delle Alpi. Mahé, già proprietario del Carré Français, ha costituito quest’anno un’altra società che si occupa di ristorazio,ne. Si chiama La Romanée ed è partecipata da due sue connazionali: Simone Rosso e Audrey Orcel. Mediapart, che ha collaborato con L’Espresso a questa parte dell’inchiesta, non ha ottenuto risposta dalle due donne sui motivi del loro investimento in Italia. Risultati simili con Alexandre-Paul Martin, 27 anni, astro nascente del Front National e considerato il delfino di Chatillon, tanto da aver rimpiazzato in patria la Riwal con la sua agenzia di comunicazione, la e-Politic. Anche Martin, che secondo l’account Facebook di Chatillon è appena stato in Siria insieme al suo mentore per visitare le città liberate dall’esercito di Assad con l’aiuto della Russia, ha deciso di investire sull’Italia quest’anno. Ha aperto una società chiamata Squadra digitale, impegnata ufficialmente nel business della comunicazione e registrata a un indirizzo importante: via della Scrofa 39, Roma, storica sede del Msi che oggi ospita la fondazione Alleanza Nazionale e la redazione del Secolo D’Italia. Alle domande inviate da L’Espresso, il giovane imprenditore francese ha riposto con poche righe. Ha escluso qualsiasi rapporto commerciale con forze politiche italiane e con i connazionali del Carré Français, tagliando corto sull’obiettivo della sua nuova società. L’ho fondata, ha risposto, «perché mi interessa sviluppare la mia attività in Italia». Punto. Insomma, nessuno sembra voler svelare il motivo che li ha spinti a investire nella Capitale. C’è anche un filo che collega indirettamente i nazionalisti francesi ad ambienti manageriali italiani, seppure in società che non hanno a che fare con i movimenti di estrema destra. Il presidente del consiglio d’amministrazione di Stroili Oro, brand internazionale dei gioielli (370 negozi, 1.800 dipendenti) con sede in Friuli, è Romain Peninque. Lo è dal 2016, da quando cioè la cordata francese Thom Europe, holding della prima catena di gioiellerie transalpine Histoire d’Or, ha comprato l’italiana Stroili. Romain è il figlio di Philippe Peninque, avvocato, consulente fiscale, già militante nel Gud. Uomo potente, descritto da diversi media transalpini come l’eminenza grigia della Le Pen. Di certo il fatto che il figlio, Romain, sia oggi a capo di Stroili Oro - nel consiglio d’amministrazione siede anche Eric Belmonte, amico e in passato socio d’affari di Peninque - è un paradosso per i francesi dell’estrema destra, accusati di essere piegati ai voleri di Putin. Sì, perché il gruppo Thom Europe in realtà è stato capace di superare nell’offerta di acquisto della catena italiana persino il fondo d’investimento russo Vtb, partecipato al 60 per cento dal Cremlino. «Putin a un passo da Stroili oro», titolavano infatti i quotidiani locali nel 2014. Due anni dopo lo scenario è cambiato: ci sono le sanzioni contro la Federazione russa, rea di aver invaso la Crimea, e il fondo di Putin si ritira lasciando campo libero al gruppo Thom che porterà Peninque in Italia. I pacchi alimentari, i picchetti, le occupazioni. Prima gli italiani. L’azione trascina le masse esauste del degrado delle periferie. Ma c’è un livello di interlocuzione che CasaPound ritiene indispensabile: gli intellettuali. Per fare cultura le tartarughe di Iannone non badano a spese. L’ultima sfida è l’informazione. Da tempo è online il quotidiano “Il primato nazionale”, recentemente affiancato dal mensile cartaceo. Periodico sovranista, si definisce. Nel numero d’esordio il direttore Adriano Scianca, responsabile cultura di CasaPound, ha scelto il faccione del deputato Pd Emanuele Fiano da mettere in copertina con il titolo “Il Talebano”, riferimento alla legge da lui promossa che proibisce di fare propaganda attraverso simboli e gesti fascisti. La società editrice de Il Primato nazionale è la Sca 2080 e ha un capitale sociale di 100 mila euro. La prima tiratura del mensile è stata di 20 mila copie. Sui social d’area è un tripudio di complimenti: «Era ora, un giornale libero». La prima inchiesta proposta riguarda i “rossi”: la violenza è da sempre nel Dna dell’antifascismo. Chi ha interesse a investire nell’house organ dei nuovi neri? I soci sono Francesco Polacchi, storico attivista di CasaPound, e uno studio di commercialisti romani intestato a Mauro Polacchi, azionista della casa editrice neofascista attraverso la Holding Minerva. Un’impresa, la Minerva, con varie partecipazioni, persino una nella Eized, dove tra i soci troviamo Lorenza Lei, prima donna a ricoprire il ruolo di direttore generale in Rai. La società editrice del Primato gestisce anche il sito web Mma Europa, dedicato agli amanti delle arti marziali miste. Il culto del corpo resta d’altronde un valore, come ai tempi di Mussolini. CasaPound ha infatti un suo circolo di combattenti. Con atleti-militanti che fanno competizioni internazionali. È lo stesso movimento che a volte organizza incontri in giro per le palestre d’Italia. Altri incassi, insomma. Virilità, vigore, bellezza. E cura dei dettagli estetici, fondamentali per attirare consensi. Sarà per questo che tra gli investimenti della galassia CasaPound troviamo persino la catena di negozi Pivert. Un marchio di abbigliamento casual, affatto etichettabile come fascista, lanciato dagli stessi soci del Primato Nazionale, i Polacchi. Negli anni Pivert ha aperto varie sedi. A Roma, stesso indirizzo della redazione, e a Milano. Ma ha anche rivenditori all’estero. «Sono fiera di sposare questo progetto basato sul made in Italy. Quindi, cari maschietti, un’occhiata dategliela, anche perché noi donne ci stiamo organizzando per non darla più a chi indossa made in China»: musica per le orecchie degli Iannone Boys, specie se a scriverle è showgirl Nina Moric, che ha offerto così la promozione gratuita del brand. Ufficializzandosi come vip organica al movimento neofascista. Non solo Moric, però. Tra i fan del brand troviamo parecchi calciatori, rugbisti, pugili. E all’appuntamento mondano non poteva mancare qualche lepenista. A una delle presentazioni della collezione 2015 erano presenti, infatti, anche i francesi Chatillon e De Boëldieu. Proprio i due nomi che legano CasaPound al Front National.

Mentre Forza Nuova non si sforza di aumentare il proprio appeal elettorale e tende a circoscrivere sempre di più la propria nicchia di consensi, i leader di CasaPound si presentano sempre più insistentemente come politici inclusivi. Lo fanno invitando alle loro conferenze giornalisti noti con idee molto distanti dalle loro. Cercano, insomma, di legittimarsi attraverso il confronto pubblico. Senza dimenticare l’estetica. I neofascisti romani hanno un loro barbiere di fiducia, situato a pochi passi dalla sede dell’Esquilino. Si chiama Bullfrog, la rana-toro: marchio famoso, presente in tutta Italia, stile hipster. Una catena di barberie creata da Romano Brida, il cui socio di maggioranza è oggi Antonio Percassi, presidente dell’Atalanta e imprenditore di successo. Il barbiere frequentato dai neofascisti romani (la società che lo controlla si chiama BF Roma) è solo un affiliato al marchio Bullfrog, nessun legame diretto con Percassi. Tuttavia i titolari del negozio in franchising gravitano attorno al movimento. E hanno creato un legame imprenditoriale con un altro volto noto di CasaPound. Nella società Red Hook, di cui i proprietari della barberia romana sono azionisti, uno dei membri del consiglio d’amministrazione è infatti Marco Clemente. Romano di nascita, milanese d’adozione, Clemente è stato candidato al consiglio comunale nelle liste del Pdl a sostegno di Letizia Moratti sindaco, poi è finito al centro delle polemiche per un’intercettazione shock con un uomo della ’ndrangheta. Successivamente si è avvicinato a CasaPound Milano, diventandone un leader. E affiancando, all’attività politica, quella affaristica: come dimostra il suo ruolo da amministratore nella società Prince, tra i cui azionisti c’è la moglie di Gianluca Iannone. Insomma, un altro esempio di cameratismo in doppio petto. Celtiche e soldi. Saluti romani e fiuto per gli affari. Da Roma a Milano, passando per Parigi, Londra, Cipro e la Crimea. Con la benedizione dei nazionalisti russi.

Aggiornamento dell'8 novembre 2017. Leggi Le precisazioni all'inchiesta e la risposta dell'Espresso. Repliche a Cassa Pound.

Il mio assistito Jildaz Mahe O’ Chinal - il quale mi ha conferito incarico, anche nell’interesse delle società che rappresenta citate nell’articolo “Cassa Pound” (L’Espresso n. 45) - contesta la ricostruzione dell’infografica (“Da Parigi a Mosca, la rete dei soldi ai neri”) in cui si mette in relazione il mio rappresentato con un ipotetico finanziamento della Russia al Front National, da questo alla società rappresentata dal Sig. Mahe e da quest’ultima a CasaPound. Il Sig. Mahe contesta, altresì, in particolare l’accostamento a “Francia Connection”. Il mio assistito è estraneo a detta ricostruzione, lesiva per la sua immagine e per l’attività che svolge. Il Sig. Mahe è un imprenditore nel settore gastronomico, in cui promuove la cucina francese. Il mio rappresentato non è impegnato nella politica italiana, non finanzia gruppi o partiti tantomeno “neofascisti”. Avv. Massimiliano Cesali

Il Sig. Frédéric Chatillon mi ha conferito incarico, anche nella qualità di legale rappresentante della Riwal Italia srl, di rettificare l’articolo “Cassa Pound” (L’Espresso n. 45) e contestare la ricostruzione contenuta nella infografica (pag. 42 e 43) in cui si mette in relazione il mio rappresentato con un ipotetico finanziamento della Russia al Front National, da questo alla società rappresentata dal Sig. Chatillon e da quest’ultima a “CasaPound”; il sig. Chatillon contesta, altresì, in particolare l’accostamento a “Francia Connection”. Il mio assistito è estraneo a detta ricostruzione, lesiva per la sua immagine e per l’attività che svolge. Il sig. Chatillon evidenzia di apprezzare la qualità della vita in Italia, di non essere impegnato nella politica italiana e di non avere rapporti economici con i gruppi e/o partiti politici italiani e in particolare con CasaPound. Avv. Paola Cittadini

La nostra risposta. Il finanziamento erogato dalla banca russa First Czech Russian Bank al Front National non è ipotetico: è stato confermato dallo stesso Front National. L’infografica contestata non mette in relazione né il Sig. Mahé né il Sig. Chatillon ai finanziamenti russi ma elenca - attraverso gli strumenti grafici - le società basate in Italia e possedute parzialmente o totalmente da cittadini francesi vicini a movimenti di destra. Tra questi ci sono, appunto, il Carré Français del Sig. Mahé e la Riwal Italia del Sig. Chatillon, che come spiegato nell’articolo sono entrambi ex militante del Gud. Va inoltre notato, come segnalato sempre nell’articolo, che il Sig. Frédéric Chatillon, ex responsabile della comunicazione elettorale del Front National, si è autodefinito direttore generale del Carré Français. E che il Sig. Mahé ha presenziato in qualità di procuratore speciale all’atto di costituzione della società italiana posseduta dal Sig. Chatillon, la Riwal Italia, filiale dell’omonima società francese che ha lavorato per il Front National. Nell’articolo non esistono riferimenti a ipotetici finanziamenti di Mahé a gruppi o partiti politici italiani. Infine, nell’articolo non c’è alcun passaggio in cui sosteniamo che Riwal abbia lavorato per CasaPound o altri partiti. Scriviamo solo che nel bilancio è indicato un fatturato la cui origine, a questo punto, resta inspiegata visto che il sig. Chatillon nelle risposte inviate al giornale - da noi inserite nell’articolo - esclude che la società Riwal abbia lavorato per «aziende, associazioni e/o fondazioni politiche».

Così Casapound prende soldi con il 5 per mille

Il partito neofascista attraverso una cooperativa riceve i fondi della quota Irpef. Forza Nuova e Fiamma tricolore invece incassano fondi da quell'Europa che criticano continuamente. Ecco come, scrivono Andrea Palladino, Giovanni Tizian e Stefano Vergine l'8 novembre 2017 su "L'Espresso". Mamma Europa aiutaci tu. La richiesta è legittima e la avanzano tutti i partiti. Tuttavia è curioso che la richiesta di sostegno economico arrivi dal partito-movimento Apf. Il nome, Alleanza per la pace e la libertà, non tragga in inganno. Non si tratta di un’associazione di pacifisti. L’acronimo Apf è la casa europea dei neofascisti. A guidarla è Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova. Lui è il presidente e fondatore di Apf. Del partito-movimento fanno parte nazionalisti britannici, spagnoli, belgi, slovacchi, svedesi. Conta tre rappresentanti, che eletti con i rispettivi partiti nazionali hanno, poi, aderito al progetto di Fiore. Tra i quadri dirigenti di Apf c’è, per esempio, l’amico di una vita, l’inglese Nick Griffin. Ammirano Putin, parteggiano per Assad, sognano l’Euro-exit. Tuttavia nonostante lo scetticismo radicale verso le istituzioni di Bruxelles, il 19 aprile dell’anno scorso hanno aperto una sede nella cittadella europea a soli 4 minuti dal tanto vituperato palazzo del Parlamento. E da due anni li troviamo in coda, come tutti gli altri odiati partiti del “sistema”, a chiedere le sovvenzioni allo stesso Parlamento. Finanziamenti, cioè, che l’istituzione concede da ormai 13 anni ai partiti politici europei e alle fondazione collegate.

Negli ultimi due anni l’ufficio che si occupa di stanziare il denaro ha riconosciuto ai neofascisti 819 mila euro. Le sovvenzioni, dai documenti ufficiali dell’Europarlamento, risultano “Concesse”. Tuttavia sul loro sito i leader di Apf hanno lanciato in questi giorni una campagna di raccolta fondi. Nel comunicato attaccano l’Unione europea colpevole di avergli congelato i soldi assegnati nell’anno in corso. La galassia neofascista di Fiore drena risorse anche tramite fondazioni “amiche”. Negli ultimi due anni, quelle vicine a Apf, “Europa terra nostra” e “Pegasus” (sponsorizzata da Coalition pour la vie et la famille, movimento in cui ha avuto un ruolo Stefano Pistilli legato a Fiore) hanno ottenuto 649 mila euro. Dunque, sommando le varie cifre i neofascisti di Apf, e quindi Fiore e Forza Nuova, potrebbero incassare potenzialmente più di 1 milione e 200 mila euro. Non sono tuttavia gli unici nazionalfascisti a chiedere soldi all’Unione europea. A seguire, infatti, troviamo l’Alleanza europea dei movimenti delle nazioni (Aemn). I leader sono gli ungheresi di Jobbik. Ma del gruppo fa parte anche Fiamma Tricolore, con Valerio Cignetti (ex Msi) che ricopre il ruolo di segretario generale. Tra il 2012 e il 2015 l’Aemn ha già incassato dall’Europa poco meno di 1 milione e 200 mila euro, mentre è in attesa di riceverne altri 700 mila già concessi per i successivi anni.

Discorso diverso per CasaPound. Se Fiamma Tricolore e Forza Nuova, infatti, succhiano risorse a Bruxelles, il movimento di Iannone ha trovato una soluzione alternativa. Lo fa chiedendo ai contribuenti un aiutino attraverso il 5 per mille. Il codice fiscale da inserire nella dichiarazione dei redditi non è, però, quello di CasaPound, bensì della cooperativa l’Isola delle Tartarughe. La tartaruga è il simbolo dell’organizzazione neofascista guidata da Gianluca Iannone e Simone Di Stefano. Solo che CasaPound è ormai a tutti gli effetti un partito, perciò gli spetterebbe il 2 per mille e non il 5. Gli ultimi dati ufficiali disponibili riguardano il 2015, anno che segna il record di incasso: 41.036 mila euro. A partire dal 2007 è stato un continuo crescendo. E il confronto con i 4 mila e pochi spiccioli di dieci anni fa fotografa la crescita degli eredi di Marinetti e Mussolini. Sommando sei anni contributivi, a partire dal 2010, si sfonda quota 200 mila. Tesoretto che fa sempre comodo, utile per finanziare feste, banchetti, iniziative, manifesti. A queste entrate vanno aggiunte le contribuzioni libere, i tesseramenti (aumentati di molto), le attività sul territorio. Non c’è che dire, è decisamente cresciuto questo movimento. Un’onda nera di seimila tesserati, con un centinaio di sedi sparse per l’Italia, una web radio, associazioni di vario genere, librerie, società editrici. E con azienda e cooperative di riferimento, come ogni partito che si rispetti. I voti degli Spada a Ostia come una pallina di ping pong. FdI e Pd: "Votano 5Stelle". Ma Raggi: "Non scendiamo a patti con nessuno".

I grillini organizzano una marcia per la legalità. Meloni querela la candidata pentastellata, scrive il 9/11/2017 Gabriella Cerami su L'Huffington post. Oltre a una partita politica, le elezioni a Ostia sembrano diventate una partita di tennis o di ping pong, con i voti del clan Spada che vanno da una parte all'altra della rete come una pallina impazzita: "Sono i vostri". "No, hanno votato voi". Il giorno dopo l'aggressione al giornalista e al filmmaker Rai da parte di Roberto Spada, e quando manca una settimana e mezzo al voto del municipio sul litorale laziale, i partiti si scaricano addosso colpe e responsabilità in vista del ballottaggio tra la candidata Giuliana Di Pillo del Movimento Cinque Stelle e Monica Picca di centrodestra. Stefano Esposito, già commissario dem a Ostia, e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia ricordano da subito quando lo stesso Roberto Spada disse di simpatizzare per M5s e che avrebbe votato per loro, condividendo anche un post di Alessandro Di Battista. Risponde Virginia Raggi che in un'intervista al Fatto Quotidiano rilancia la marcia di sabato organizzata dal Movimento a Ostia e sottolineando che M5s "non scende a patti né con gli Spada, né con Casapound, né con chi ha rovinato questo territorio negli anni. Vorremmo che tutti fossero altrettanto chiari". E poi su Giorgia Meloni e sul voto di domenica scorsa aggiunge: "Ritiri quanto ha detto: ma come fa ad accettare i voti di CasaPound? L'ha detto Roberto Spada: uno di quei voti a CasaPound è il suo. La destra esca dall'ambiguità". A questo punto si inserisce CasaPound che in conferenza stampa si giustifica per una foto di 18 mesi fa e che ritrae Roberto Spada con Luca Marsella a un evento in piazza Gasparri a Ostia. "Spada era una persona incensurata e titolare di una palestra legale", dice lo stesso Marsella, neo consigliere di CasaPound nel X Municipio di Roma. "Era incensurato e votava il M5S, il Municipio stava per essere sciolto per mafia", precisa il vicepresidente Simone Di Stefano. Tuttavia, ai tempi, un post sul blog di Grillo prendeva le distanze così: "In queste ore esponenti del clan Spada hanno espresso pubblicamente il loro sostegno a M5s. Del loro sostegno non ce ne facciamo nulla. Lo respingiamo al mittente". Poco importa a Fratelli d'Italia, Meloni continua ad attaccare: "Questa volta per smentire i bugiardi seriali del M5S basta fare una veloce ricerca su internet e vedere come Roberto Spada (quello dell'aggressione di ieri) sia stato un grande sostenitore dei grillini, e lo abbia dichiarato ampiamente. Ma allora, tanto per cambiare, la Raggi pare non abbia capito...". L'intera giornata va avanti così, botta e risposta su Facebook o tramite comunicati stampa. Il capogruppo M5s in Campidoglio Paolo Ferrara dice: "Siamo stati gli unici a dissociarci dal clan Spada a gran voce. Fin dall'inizio! Solo noi abbiamo preso le distanze e dimostrato coraggio". Alla fine Meloni decide di denunciare "per diffamazione la signora Giuliana Di Pillo (candidata M5s a Ostia ndr), che è arrivata ad insinuare che io sia tra i 'mandanti morali' dell'aggressione ai danni di una troupe Rai". Alla fine della giornata, in questo rimbalzo di accuse, CasaPound nega legami con gli Spada e per il ballottaggio a Ostia non dà indicazioni di voto, piuttosto invita i propri elettori ad andare al mare. M5s invita tutti da Fratelli d'Italia al Pd a partecipare alla loro manifestazione ma nessuno andrà definendola "strumentale".

Scopriamo alcuni aspetti della simpatia politica di Spada.

I grillini cavalcano il caso ma il violento tifava per loro. La Raggi accusa la rivale di destra: "Noi in corteo a Ostia". Ma Spada diceva: "M5S puliti, mi candiderei", scrive Massimo Malpica, Venerdì 10/11/2017, su "Il Giornale". Dal testa a testa alla capocciata. La brutale aggressione di Roberto Spada alla troupe della Rai che gli chiedeva conto del suo endorsement pro-Casapound è ormai il primo elemento con cui fare i conti in questo supplemento di campagna elettorale a Ostia, da qui al ballottaggio del 19 novembre. Ma mentre buona parte delle polemiche si incentra su modalità e nettezza della presa di distanza dei «fascisti del terzo millennio» da Spada e dal clan di famiglia, qualcuno sceglie una strada diversa. In particolare il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che praticamente dà per scontata l'assoluta organicità dell'aggressore con Casapound, e lo fa per un motivo. Con il movimento politico di estrema destra che è uscito dalle urne col 9 per cento dei consensi, lo scopo della prima cittadina è attaccare Fdi, chiedendo al partito la cui candidata Monica Picca sfiderà al ballottaggio la pentastellata Giuliana Di Pillo di «dissociarsi» non - come ovvio - da Spada e dal suo gesto, ma appunto da Casapound. «La destra esca dall'ambiguità», ha ringhiato Raggi annunciando la «passeggiata per la legalità» sabato a Ostia, e chiedendo alla Meloni di non accettare i voti di Casapound. Ovviamente decisivi nel ballottaggio, che vede le due candidate separate da appena 3,5 punti percentuali dopo il primo turno. In guerra, in amore e in campagna elettorale tutto è permesso, ma l'invito grillino allo smarcamento di Fdi dai voti di Cpi come conseguenza del caso Spada è argomento scivoloso per la sindaca pentastellata. Non fosse altro che all'inizio dell'estate del 2015 proprio Roberto Spada, su Facebook, annunciò tra il serio e il faceto l'intenzione di candidarsi alla presidenza del X municipio della capitale. E intervistato da Radio Cusano Campus, che voleva saperne di più, si affrettò a fare marcia indietro, spiegando che la sua era solo un'idea dovuta al disamore della gente per i partiti tradizionali, e accompagnando il tutto con una dichiarazione d'amore per il Movimento 5 Stelle: «Gli unici che, anziché prendere, restituiscono soldi. Già per quest'azione per me hanno vinto: aiutano il popolo. Perché non dargli credibilità? Sono tanti anni che destra e sinistra fanno compromessi e loschi malaffari». Dunque il fratello del capo del clan Spada non è nuovo agli endorsement, e il primo, clamoroso, lo fece per sposare la causa pentastellata. Oltre alle chiacchiere in radio, Spada in quel periodo condivise anche una foto di Alessandro Di Battista, mostrandosi sedotto dalla rivoluzione a Cinque Stelle. E il tutto nel sostanziale silenzio dei rappresentanti grillini, fino a quando a rompere quel clima un po' così, provvide il grande capo, Beppe Grillo, che arrivando a Ostia per un'altra marcia della legalità penso, saggiamente, di «rimandare al mittente» la promessa del clan di votare per il movimento da lui fondato, spiegando che quel supporto non era affatto gradito. Che cosa poi abbiano scelto di fare alle urne i membri della famiglia Spada non è dato sapere, ma certo un anno dopo, alle comunali del 2016, la Raggi a Ostia fece incetta di voti al primo turno (43,62 per cento contro il 35,26 del dato cittadino) e sbaragliò Roberto Giachetti al ballottaggio (76,12 per cento di preferenze, contro un 67,15% a livello comunale). D'altra parte il dettaglio del «primo amore politico» di Roberto Spada non è sfuggito a Giorgia Meloni, che chiamata in causa dal sindaco per scongiurare alleanze con gli «amici» del clan Spada ne ha approfittato per replicare: «Per smentire i bugiardi seriali del M5S - ha risposto la presidente di Fdi - basta fare una ricerca su internet e vedere come Roberto Spada sia stato un grande sostenitore dei grillini, e lo abbia dichiarato ampiamente. Ma allora, tanto per cambiare, la Raggi pare non abbia capito».

Il video in cui Roberto Spada si dichiara grillino. E il Pd confermava…, scrive giovedì 9 novembre 2017 "Il Secolo d’Italia". Il video risale al 2015 e riguarda ancora una volta il clan Spada. Roberto Spada stavolta parla tranquillamente col giornalista senza aggressioni e testate e dichiara che voterà i Cinquestelle proprio perché lui non è mafioso… A tirare in ballo la vicenda, all’epoca, furono il senatore Esposito e Orfini del Pd. Quest’ultimo aveva detto che i Cinquestelle erano gli idoli dei mafiosi di Ostia.

Quel post di Spada su Di Battista. La testata da parte del fratello del boss del clan Spada al cronista di Nemo sta facendo parecchio discutere. E spunta la "simpatia" grillina di Spada, scrive Luca Romano, Mercoledì 8/11/2017, su "Il Giornale".  La testata da parte del fratello del boss del clan Spada al cronista di Nemo sta facendo parecchio discutere Le immagini mostrano una ferocia inaudita da parte di Roberto Spada. Di fatto il diverbio è nato quando il cronista di Nemo ha fatto qualche domanda sui rapporti tra lo stesso Spada e Luca Marsella, candidato di Casapound al Municipio X di Roma. Ma a quanto pare la passione politica di Spada sarebbe un'altra. Infatti qualche tempo fa, come sottolineava Repubblica, Stefano Esposito, senatore de, ed ex commissario del Pd ad Ostia segnalava un post su facebook di Roberto Spada che aveva condiviso un messaggio di Alessandro Di Battista con tanto di grafico sui sondaggi. Esposito aveva affermato: "Il reggente del clan Spada, Roberto, è un fans di Alessandro Di Battista, come dimostra la foto che pubblico qui di seguito". E a seguire appunto il messaggio di "Dibba". Lo stesso Esposito era stato minacciato da Spada e aveva denunciato tutto su Facebook: "Roberto Spada, autore di un post di insulti, attuale reggente del clan, indagato per minacce. Se il sig. Roberto spada crede di spaventarmi con i suoi metodi da guappo si sbaglia. Il suo sorriso sparirà sotto i colpi della legge, come avvenuto per il resto della sua famiglia. Noi del pd daremo una mano alla giustizia". Ma a quanto pare, due anni dopo, la violenza degli Spada è ben presente a Ostia.

In cella per la testata Ma il boss era in affari col Pd, non coi fascisti, afferma Pietro Senaldi il 10/11/2017 con un video su Libero Quotidiano".  Andranno al ballottaggio i candidati di Cinque stelle e di Fratelli d’Italia e dove i neo fascisti di CasaPound, che non han no dato indicazioni di voto, hanno ottenuto il 9%, un risultato impressionante. È finito in prigione per aver dato una testata a tradimento e spaccato il setto nasale a un giornalista Rai che lo in calzava sul le sue posizioni politiche, delle quali il giovanotto non aveva nessuna intenzione di parlare. Un gesto esecrabile e da condannare. Difendere i cattivi non è mai popolare, e noi non abbiamo alcuna intenzione di immolarci per «Testa di Spada», però ci preme fa re un paio di considerazioni. Il fratello del boss rischia di essere l’unico italiano in cella per aver dato una testata, tant’è che per metterlo in ceppi hanno dovuto appioppargli l’aggravante di contesto mafioso, una circostanza molto difficile da provare, specie se il delitto si è consumato durante un’intervista tv. In pratica, gli hanno inventato il reato su misura. Non è ancora condannato, non c’è pericolo di fuga, tantomeno di inquinamento delle prove, poiché il video del pestaggio ha milioni di visualizzazioni, o di reiterazione del reato. Spada è in carcere a furor di giornalisti, perché da subito tutti gli organi di stampa lo hanno chiesto, ma è probabile che, se si trova un buon avvocato, le autorità sia no costrette a rilasciarlo ben presto. Intendiamoci, noi non abbiamo nulla in comune con quanti hanno fischiato i poliziotti che lo traducevano in galera; al contrario, non ci spiace affatto che passi qual che notte in guardina. Ci chiediamo se questo però, oltre a soddisfare la nostra sete di vendetta e quella della categoria, corrisponda anche alla giustizia. Ci aiuterebbe a crederlo vedere in cella quanti metto no a ferro e fuoco le nostre città durante i cortei giottini che ricorrono periodicamente. È della settimana scorsa la notizia delle assoluzioni per la devastazione di Milano del primo maggio 2015, giorno di inaugurazione dell’Expo. Ci sarebbe piaciuto che i colleghi, che a gran voce hanno chiesto il carcere preventivo per il fratello del boss di Ostia, si fossero indignati per queste assoluzioni e, al prossimo corteo no-Tav o no-Vax, pretendessero la massima fermezza verso i manifestanti. Al momento ci resta il dubbio che Spada sia in galera più che altro per ché ha fatto l’errore di picchiare un giornalista schierato dalla parte giusta. Già, poi ché nello story telling di queste elezioni a Ostia c’è qualcosa che non quadra e che in troppi si dimenticano di ricordare. Daniele Piervincenzi, il cronista di Lucci, è stato aggredito mentre chiedeva insistentemente conto a Spada del perché su Face book avesse appoggiato il candidato di Ca saPound. La tesi che si voleva di mostrare era che CasaPound abbia contatti con i clan di Ostia, un’accusa insistente che ha spinto i neo fascisti a convocare una conferenza stampa per negare ogni legame con la malavita. Ma siccome, come sosteneva Goebbels, a dire una menzogna tante volte diventa vera, ecco che da sinistra il tormentone è ripetuto continuamente, con l’unica variante dell’estensione delle accuse a Cinque stelle. Lo scopo di tutto questo è chiaro: giustificare la sconfitta del Pd a Ostia con le aderenze mafiose dei rivali. Per carità, conosciamo solo superficialmente la situazione criminale del litorale romano. A quanto ci risulta però, il municipio è stato sciolto e commissariato per mafia quando era governato dal Pd e non da M5S o CasaPound e il suo ex presidente, Andrea Tassone, condannato in primo grado a cinque anni nel processo per Mafia Capitale, ha la tessera dei Dem. Gli Spada sono un clan, e quindi per definizione sono apartitici e fanno affari con il potere, di qualunque colore e credo sia. Far li passare per fascisti o grillini è una fake news. Omettere le loro corrispondenze d’amorosi sensi con il Pd è una testata sul naso dell’opinione pubblica. Da indignarsi in questa vicenda, ce n’è parecchio. E non so lo per la violenza di un criminale da cui non ci si può aspettare altro.

Il cronista-rugbista: a mia figlia ho detto che mi ero ferito durante una partita, scrive il 10/11/2017 "Il Corriere della Sera". Roberto Spada, tre giorni fa, ignorava di trovarsi davanti a un ex rugbista: Daniele Piervincenzi, 35 anni, l’inviato di Nemo (RaiDue), è stato un terza linea della Lazio Rugby, a lungo anche capitano dell’Us Primavera. Per ciò... «Per ciò sono rimasto in piedi, lì, davanti a lui. Malgrado tutto lo choc e il dolore per quella testata data a tradimento. In mischia, in vita mia, il naso me l’ero già rotto tante volte. Così, quando la sera sono tornato a casa, per non spaventare mia figlia che è ancora una bambina, le ho raccontato che papà aveva appena finito di giocare una partita». Già, una partita. «Eh sì! Perché il rugby è innanzi tutto un gioco e il combattimento in campo ha delle regole. Nel rugby regna sempre una violenza onesta. Mai infame, gratuita e fuori scala come quella che avete visto». Spada ora è a Regina Coeli. «Sì, ma non provo gioia nel sapere che un uomo è stato arrestato. Anzi, trovo ipocrita che sia stato arrestato per aver rotto il naso a un giornalista, quando là dove vive lui, in piazza Gasparri, a Ostia, si spaccano nasi tutti i giorni». Una parola per il suo aggressore? «Ci prenderei un caffè insieme anche domani, senza rancore. Ma vorrei guardarlo negli occhi, vorrei che mi spiegasse perché l’ha fatto, per ché ha deciso di fare male solo per non rispondere a una domanda». Cioè il rapporto tra gli Spada e CasaPound. «Sì appunto, ma il fatto è che lui all’inizio faceva il guascone, era goliardico, rideva, sembra va a suo agio. Ma poi ha cambiato volto». La sequenza dei colpi è impressionante. «È stato bravissimo il mio amico operatore, Edoardo Anselmi, che per proteggere la telecamera la teneva tra le braccia serrate al petto, ma col volto scoperto ed esposto per ciò alle botte del gorilla che accompagnava Roberto Spada. È stato bravo, Edoardo: ha salvato tutte le immagini». Contento della solidarietà del premier Gentiloni? «Certo! Contento della solidarietà di tutti, anche se noi cronisti sappiamo riconoscere al volo le parole autentiche dal resto. Mi ha fatto molto piacere l’incontro con Mario Orfeo (il dg della Rai, ndr). Abbiamo parlato a lungo davanti a un caffè. Mario l’ho sentito sincero, mi ha chiesto del male che provavo fuori e dentro di me. Così, a fine giornata, davvero mi sono sentito meno solo. E questo mi dà la forza per andare avanti». La prossima missione? «Il tempo di togliere le bende e vado a Napoli, a raccontare il quartiere Ferrovia, che oggi è diventato un suk pieno di africani: Gambia, Zaire, Congo. I napoletani sono qua si tutti scappati». Beh, un altro servizio abbastanza rischioso. «Infatti i miei genitori, Emilio e Patrizia, sono preoccupatissimi. Però ho già fatto loro una promessa». Quale? «Che stavolta, se percepisco anche il minimo cambio d’umore da parte dei miei interlocutori, beh... stavolta mi do».

Ostia è l'inferno da decenni, accorgersene ora è solo ipocrisia. Benvenuti nella realtà. Sono decenni che Ostia è abbandonata alla violenza e all’illegalità, e alla totale assenza della politica. Bene la condanna e l’indignazione per il gesto di Spada, ma per favore, non facciamo Alice nel paese delle meraviglie, scrive Flavia Perina il 9 Novembre 2017 su "L’Inkiesta". Ma che cosa credevate che fossero i clan, ma come la pensavate Ostia? Come una fiction, un soggetto televisivo, come Suburra col capoclan bello e dannato, Spadino, Samurai, «divelti tra machismo e tenerezza» come ha scritto qualche recensione?  E pensavate fosse un romanzo di formazione la storia di questi Spada, credevate fossero attori? Ostia è una testata in faccia, a bruciapelo, al giovane cronista che insiste troppo nel fare le domande. Ostia è quel tipo di violenza lì, che non si ferma nemmeno davanti alla consapevolezza delle telecamere e quindi della certa condanna giudiziaria, anzi: la capocciata televisiva servirà in futuro a fare curriculum, a deliziare gli amici (come si è visto su Fb), a confermare il mito. Ostia come l'abbiamo vista nel video del giornalista Daniele Piervincenzi è la migliore spiegazione del perchè lì, sul litorale di Roma, ormai votano solo parenti e amici dei candidati: domenica scorsa è andato ai seggi il 36 per cento degli aventi diritto, il venti per cento in meno rispetto a due anni fa. Due su tre non credono più né alla destra né alla sinistra, né al Cinque Stelle né ai preti (c'era un sacerdote in lista) e c'è da immaginare che pure se si candidassero Joe Petrosino o i redivivi Berlinguer e Almirante, quei residenti a Ostia resterebbero a casa. Non ci credono più, e come dargli torto? Qui, un anno fa, hanno arrestato pure il capo del commissariato di zona: lavorava per uno dei boss locali delle sale gioco dando una mano per i permessi, avvertendolo delle ispezioni e chiudendo un occhio quando lo vedeva insieme al capoclan Ottavio Spada (fratello di Roberto, quello che ha picchiato il giornalista). Di chi volete che ci si possa fidare, qui? Dei partiti? L'ultimo politico serio che hanno visto è probabilmente Marco Pannella: fu eletto presidente del Municipio nel '92, e anche allora Ostia usciva da un commissariamento sempre per gli stessi motivi: tangenti, racket, usura, abusivismo governato dai clan (più o meno gli stessi clan di oggi). Sono passati quasi trent’anni e siamo sempre lì. Sulla mafia di Ostia girano serie tv di successo, ma la mafia di Ostia se la comanda ancora, e di Pannella in giro non se ne vedono da un pezzo. Dunque bene la condanna, bene l'indignazione, bene tutto. Ma per piacere, non facciamo Alice nel Paese delle meraviglie. Non serviva la testata a un cronista per capire che Ostia è fuori controllo, che alle porte di Roma lo Stato cede il passo all'interesse delle bande e che la politica risulta da tempo sovrastruttura: clan che resistono da tre generazioni sono in grado di stipulare patti con tutti. Stavano alle calcagna del Pd quando governava, poi fecero la corte ai Cinquestelle, costringendo Beppe Grillo in persona a intervenire dopo un messaggio degli Spada di sostegno al movimento. Ora sembrano tifare Casapound, perché magari scommettono sul successo della destra. In realtà chiunque vinca sapranno aggiustarsi come piace a loro, un po' con le buone e un po' con le cattive.  Con il senno di poi, forse a Ostia sarebbe stato meglio non votare per niente. Meglio lasciarla al Prefetto ancora un po', questa città, e tentare la via della bonifica prima di restituire lo scettro ai partiti. Ma ormai è fatta. Ormai, vada come vada. Proviamo solo a capire che non è un film, che questi non sono attori «divelti tra machismo e tenerezza». Sono delinquenti veri. Fanno male.

Gli abitanti di Corleone ora attaccano Saviano: "Diffama il nostro paese". A denunciarlo è il Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e del Movimento Antimafia di Corleone che attacca lo scrittore Roberto Saviano, che ieri, parlando dell'aggressione di Roberto Spada ai danni di un giornalista Rai ad Ostia aveva paragonato il quartiere romano a "Corleone o Scampia", scrive Luca Romano, Giovedì 09/11/2017, su "Il Giornale". "Per l'ennesima volta, vergognosamente, l'immagine di Corleone e dei suoi cittadini onesti viene diffamata e additata". A denunciarlo è il Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e del Movimento Antimafia di Corleone che attacca lo scrittore Roberto Saviano, che ieri, parlando dell'aggressione di Roberto Spada ai danni di un giornalista Rai ad Ostia aveva paragonato il quartiere romano a "Corleone o Scampia". "Il risveglio di stamattina ci lascia un po' l'amaro in bocca. Ci dispiace constatare che la nomea di Corleone città della mafia non riguarda solo persone andate avanti a pane e Padrino ma anche Roberto Saviano che da anni "combatte" contro la camorra e incontra quotidianamente persone che a causa della camorra hanno perso parenti, sorrisi e speranza - dicono i ragazzi del Museo sulla mafia di Corleone - L' avevamo invitato a venire: se solo avesse accolto l'invito, si sarebbe reso conto che Corleone sì, ha da raccontare storie di lupare e dolore, ma oggi può raccontare storie di grandi lotte e di riscatto". "Grazie Roberto Saviano per l'ennesima spinta indietro che ci costringi a fare - dicono - Noi barcolliamo un po', ma non perdiamo l'equilibrio e andiamo avanti camminando sulle idee dei giudici Falcone e Borsellino. La legalità ci ha insegnato e ci insegna ancora a splendere di luce propria...non riflessa "caro Saviano". Buona giornata da chi ogni giorno lotta per sentire il fresco profumo di libertà che non ha colore politico". Anche sui social c'è stata una rivolta contro le parole di Saviano. "Che delusione - scrive Patrizia Gariffo su Facebook - Dare un giudizio così netto e senza appelli, senza neanche essere venuto a Corleone. Prima di parlare, è bene pensare un po", mentre lo storico Pasquale Hamel bolla Saviano come "un presuntuoso che ha speculato per creare il proprio personaggio". Dino Paternostro, storico attivista per i diritti di Corleone invita lo scrittore in città: "Roberto Saviano, vieni a visitare Corleone. Sarai mio ospite. Poi, solo poi, potrai dare un giudizio fondato sulla nostra città".

Roma, risana le farmacie e Raggi la licenzia: "Davo noia ai ladri". Simona Laing ha scoperto furti e riportato in utile un’azienda in rosso fisso. L’accusa di troppe assenze le costa il posto, scrive Mauro Favale il 3 aprile 2017 su "La Repubblica". Le hanno dato il benservito nonostante un bilancio in positivo (+ 530 mila euro) dopo anni di "rosso", due milioni in meno di esposizione finanziaria, meno debiti verso i fornitori, oltre a svariate denunce presentate in procura contro sprechi e malversazioni. Dopo le nomine in Acea, lo spoil system dei 5 Stelle a Roma si allunga anche su Farmacap, la municipalizzata del Campidoglio che gestisce (fino al 2015 in costante perdita) 45 farmacie comunali. A perdere il posto, licenziata "per giusta causa" e perché "era venuto meno il rapporto di fiducia " è stata, due giorni fa, Simona Laing, 45 anni, da Pistoia, ex dg dell'azienda. Era entrata in conflitto col commissario Angelo Stefanori, nominato a gennaio da Virginia Raggi. "La verità - si sfoga Laing - è che davo noia".

Si spieghi meglio.

"Me lo disse un signore molto influente, appena arrivata in città, nell'estate 2015, chiamata da Ignazio Marino: "Non ti faranno mettere a posto l'azienda. Sarebbe un caso che Roma non può accettare. Diventeresti un modello". In un anno ho reso Farmacap più efficiente e ho aperto 3 farmacie h24. Sono brava ma non credo di essere un genio. Quello che ho fatto io poteva essere fatto anche da chi mi ha preceduto. La differenza? Non sono di Roma, non sono "comprabile". Volevo vincere la sfida. E c'ero quasi riuscita".

Il commissario le contesta le cifre del bilancio: scrive che l'utile da lei raggiunto è "fittizio" perché non tiene conto dei "diritti acquisiti dai dipendenti: buoni pasto e arretrati".

"Ma non si può dare un giudizio su un bilancio perché non ci sono i buoni pasto che non ho sospeso io e che, tra l'altro, anche per i giudici non erano dovuti".

Sta di fatto che lei è entrata in conflitto con dipendenti e sindacati.

"Solo con la Cgil che ha fatto asse col commissario per farmi allontanare ".

Tra i motivi del suo licenziamento, secondo Stefanori c'è anche la sua scarsa presenza in azienda.

"Pettegolezzi da poco. Come direttore generale non ho l'obbligo di timbrare il cartellino. In base a cosa Stefanori dice così? Non c'è mai stata una volta in cui mi abbia convocato e non mi abbia trovato in sede".

Il commissario arriva il 10 gennaio. Lei è stata licenziata il 1° aprile: quando si inizia a deteriore il vostro rapporto?

"Non gli è mai interessato entrare in sintonia con me. In due mesi mi ha inviato 2 lettere di contestazioni disciplinari e 50 note. La situazione degenera col licenziamento di 4 dipendenti sorpresi a rubare farmaci. C'è un'inchiesta della procura, ci sono le telecamere che riprendono i furti. Bisognava dare un segnale e io l'ho fatto: come fai a non licenziare chi ruba 220 volte in un mese?".

E Stefanori?

"Contesta la legittimità del mio provvedimento. Ma i 5 Stelle non erano quelli che se c'era qualcosa di strano bisogna rivolgersi immediatamente alla procura?".

Il suo rapporto con la giunta Raggi com'è stato?

"Finché al Bilancio c'era l'ex assessore Marcello Minenna ho lavorato benissimo, parlavamo la stessa lingua. Dopo settembre, dopo le sue dimissioni, sono stata lasciata sola fino all'arrivo di Stefanori. Ora che sono stata cacciata mi chiedo: è questo il trattamento riservato alla nuova classe dirigente? Intanto ho deciso di impugnare il mio licenziamento e di chiedere i danni d'immagine ".

Dopo le voci di liquidazione, sembra che il Comune ora voglia tenere Farmacap. Proprio il giorno del suo licenziamento, il Campidoglio ha stanziato 10 milioni per coprire la crisi di liquidità dell'azienda. Come giudica questa mossa?

"Farmacap non ha bisogno di quei soldi, perché quel debito lo si può risanare tenendo i bilanci in utile, come stavo facendo io. La verità è che invece di stanziare quei soldi per la povera gente si prevede già che la gestione di Stefanori porti ad avere delle perdite. Così l'azienda tornerà a essere una mucca da mungere".

Capodanno a casa, il gran pasticcio dei vigili urbani impuniti. L’inchiesta su quella notte assurda di San Silvestro 2014 non ha portato a niente, nessuno è responsabile, tantomeno il comando...scrive Paolo Fallai il 5 febbraio 2017 “Il Corriere della Sera”. Premessa: chi scrive ha il massimo rispetto per la magistratura. Ma non ne può più di parlare della assurda notte di Capodanno 2014 quando un’improvvisa epidemia lasciò in servizio, nelle ore più congestionate dell’anno, solo 100 vigili urbani, mentre 767 rimasero a casa e di questi 628 inondarono il Campidoglio di certificati medici. I vigili erano in aperto contrasto con l’allora sindaco Marino che (figuratevi) pretendeva, d’accordo con l’Autorità anticorruzione e Raffaele Cantone, la loro rotazione. Risultati dopo due anni di indagini: zero. Non sono state trovate prove che fu una diserzione di massa. Anzi ben 741 vigili avevano ottimi motivi per stare a casa. Solo 26 avrebbero esagerato senza averne diritto. Ma alla fine solo 7 (avete capito bene, sette) erano indagati per falso e truffa. In compenso sono già stati rinviati a giudizio 22 medici per i certificati emessi senza visitare il paziente e datati da località di vacanza, dall’Umbria al Terminillo. Poi, come ha raccontato Ilaria Sacchettoni, il giudice per l’udienza preliminare ha dovuto rimandare alla Procura gli atti su quei 7 vigili perché l’accusa ha fatto un pasticcio tecnico. Se tutto va bene se ne riparla tra molti mesi. Insomma l’inchiesta su quella notte assurda non ha portato a niente, nessuno è responsabile, tantomeno il comando dei vigili, che non è mai stato indagato ed è rimasto tranquillamente al suo posto per altri due anni. Appello alla magistratura: che siano prosciolti anche quei 22 medici e quei sette poveri vigili; quella notte di Capodanno ce la siamo sognata. Altrimenti va a finire che ci ammaliamo. Sul serio.

Il più grande spettacolo dopo il big bang…, scrive Piero Sansonetti il 4 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". Perché nessuno ha chiesto a Fittipaldi (e a Lillo) chi gli aveva fornito le informazioni segrete su Virginia Raggi? Mi spiego meglio: Emiliano Fittipaldi è un giovane e molto brillante giornalista dell’Espresso, che ha anche già vinto diversi premi giornalistici ed è diventato famoso per il suo libro sui segreti del Vaticano. Marco Lillo è un altrettanto brillante e giovane giornalista del Fatto Quotidiano, anche lui ha vinto premi e scritto libri interessanti su vari scandali italiani. Giovedì hanno messo a segno un nuovo colpo giornalistico. Hanno rivelato che Virginia Raggi è beneficiaria di alcune polizze di assicurazione sulla vita, sottoscritte dal suo fido collaboratore Salvatore Romeo. Caso Raggi, il più grande spettacolo dopo il Big bang… E siccome Virginia Raggi, quando è diventata sindaca, ha promosso Romeo e gli ha assegnato uno stipendio tre volte maggiore dello stipendio che lui prendeva fino a quel momento… siccome, siccome, siccome. Ieri i magistrati ci hanno detto di aver esaminato la questione e che non c’è reato. Tra qualche riga proveremo a ragionare su questo, e sul rapporto tra reato, scandalo ed etica politica. Prima però vorremmo fare osservare una cosa, tornando alla domanda con la quale abbiamo iniziato questo articolo. Giovedì sera Fittipaldi ha partecipato a varie trasmissioni televisive. Insieme ad altri giornalisti che l’hanno intervistato. A tutti era chiara, immagino, una cosa: che Fittipaldi, divulgando la notizia sulle polizze pro– Raggi, che fino a quel momento era conosciuta solo dai magistrati che indagano e dai loro collaboratori (e non era conosciuta neppure dalla Raggi né dai suoi avvocati), stava commettendo un reato. E che dietro al reato di Fittipaldi – considerato generalmente un non reato nella cultura giornalistica più diffusa, in quanto “imposto” dall’etica professionale, e cioè dall’obbligo di scrivere le notizie di cui si viene a conoscenza – c’era un altro reato, più grave, e cioè la violazione del segreto d’ufficio. Qualcuno, magari una talpa dentro la Procura, aveva fatto trapelare la notizia violando apertamente la legge e commettendo un reato per il quale il codice prevede fino a tre anni di prigione. E’ un dettaglio da niente nella vicenda Raggi? È una bazzecola che non interessa a nessuno? Non conta nulla sapere che su questa storia della sindaca di Roma si sta costruendo uno spettacolo politico clamoroso, che forse è teleguidato da qualcuno, forse da nessuno, ma comunque è indecente? E i giornalisti, quando fanno il loro lavoro, devono o no – per etica professionale – trovandosi davanti a una persona che sa chi, da dentro la Procura, ha commesso un reato, chiedergli: «Ma chi te le ha fornite queste informazioni segrete?». Può darsi che sia colpa mia, che non ho capito niente di quale sia il senso di questa professione che esercito da 40 anni. Può darsi che l’etica giornalistica vera sia quella di “demistificare”, di strappare i “veli” che il potere usa per coprirsi e confondere l’opinione pubblica, però che questa etica abbia dei limiti, e che questi limiti siano quelli di considerare intoccabili il giornalismo stesso e il potere giudiziario. Perché? Perché giornalismo e potere giudiziario, in stretta alleanza, combattono una battaglia di moralizzazione che non può essere vinta senza compiere azioni immorali. Può darsi che sia così. Oppure può darsi che più semplicemente la degenerazione del giornalismo giudiziario e spionistico – che spesso, del tutto impropriamente, si fa chiamare giornalismo d’inchiesta – sta raggiungendo vette inesplorate. E che in questa sua corsa (che secondo me è una corsa verso l’auto– annientamento) il giornalismo italiano abbia un complice fedele, che sta lì non solo per aiutarlo, ma per stimolarlo, spingerlo, talvolta costringerlo a razzolare nel fango. E che questo alleato, troppo spesso, si nasconda all’interno di diverse Procure (come molto recentemente segnalato dal Presidente della Corte di Cassazione in persona, e prima ancora da vari Procuratori, come quello di Roma, quello di Firenze, quello di Napoli e quello di Torino, che provarono a metter un freno alla fuga di notizie sulle intercettazioni). Queste cose le abbiamo scritte sul “Dubbio” molte altre volte. Qual è la novità? Che stavolta a finire sotto il lancio del “fango” è finito il partito che più di tutti gli altri, fino a qualche mese fa, aveva sostenuto i lanciatori di fango, le fughe di notizie, i cacciatori di dimissioni. Intendo dire il partito dei 5Stelle. Sarebbe da sciocchi cercare una rivalsa. Dire: ben vi sta. Avete linciato metà classe politica e ora prendetevi la vostra giusta dose di linciaggio. Sarebbe da sciocchi anche perché, a occhio, Virginia Raggi non ha commesso proprio nessun reato, né con le polizze, né con la promozione di Marra, né con nient’altro. Così come non avevano commesso nessun reato (magari ogni tanto va anche ricordato) circa 3000 dirigenti politici che furono coinvolti (e molti arrestati) negli anni del fuoco e del ferro di Tangentopoli. Invece forse è il momento di riconsiderare il “forcaiolismo” a fasi alterne che ha coinvolto l’intero mondo politico negli ultimi trent’anni. E’ inutile negarlo, tutti (centrosinistra, grillini e persino centrodestra) hanno sperato di ottenere vantaggi dal meccanismo delle calunnie e dei sospetti guidato da settori abbastanza larghi del giornalismo e della magistratura. Nell’illusione, ciascuno, di poter danneggiare gli avversari e ottenere vantaggi. Se la politica facesse un patto nel quale si stabiliscono regole di comportamento molto rigorose per i propri esponenti e si rinuncia però alle campagne denigratorie contro gli avversari, tutta la macchina del fango si sgretolerebbe. E anche i giornalisti e i magistrati infedeli resterebbero a bocca asciutta. Però ci vorrebbe un po’ di coraggio. E nel mondo politico, oggi, il coraggio è merce rara.

Raggi, per la nomina di Romeo contestato un nuovo abuso. Al centro del nuovo filone d’inchiesta avviato dalla procura di Roma c’è la nomina (con stipendio triplicato) dell’ex capo della segreteria. Un «ingiusto profitto» che fa ipotizzare per Raggi un altro abuso d’ufficio dopo quello legato a Renato Marra, scrive Fiorenza Sarzanini il 7 febbraio 2017 su “Il Corriere della Sera”. L’avviso di comparizione a Salvatore Romeo è in realtà una nuova accusa a Virginia Raggi. Perché al centro del nuovo filone d’inchiesta avviato dalla procura di Roma c’è proprio la sua nomina a capo della segreteria della sindaca, che in questo modo gli triplicò lo stipendio. Un «ingiusto profitto» che fa ipotizzare un altro abuso d’ufficio, dopo quello contestato per la designazione di Renato Marra a responsabile del Turismo in Campidoglio. Di fronte ai magistrati - che lo hanno convocato per oggi, anche se l’interrogatorio potrebbe slittare - Romeo dovrà chiarire i contatti con Raggi prima di diventare il suo braccio destro, ma anche la scelta di intestare proprio a lei due polizze vita rispettivamente da 30 mila e tremila euro. Per l’inchiesta è una settimana importante, in attesa dell’interrogatorio di Marra sui suoi rapporti con i vertici del Campidoglio e con i leader del M5S a Roma, primo fra tutti Luigi Di Maio. La promozione. Quando Raggi viene eletta, Romeo è un semplice dipendente comunale. Ma da mesi è al suo fianco: prima in campagna elettorale, poi ai piani alti del Comune. Tanto che a giugno - pochi giorni dopo la vittoria alle amministrative - chiede a Marra di consegnare l’organigramma per la macrostruttura, dunque l’elenco di tutti i posti da coprire. Poche settimane dopo Romeo si mette in aspettativa, il 9 agosto viene assunto come dirigente e il suo stipendio passa da 40 mila euro l’anno a 100 mila, poi ridotti a 93 mila. Una decurtazione che comunque non salva Raggi dalla scure dell’Anac guidata da Raffaele Cantone. Il 7 settembre quella nomina viene ritenuta «illegittima», l’Anticorruzione trasmette gli atti in procura. Le polizze. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo coordina le verifiche su tutte le delibere firmate dalla sindaca. E dispone controlli patrimoniali per verificare gli scatti degli emolumenti. Scopre che nel 2000 Romeo ha cominciato a investire denaro. Le sue “provviste” sono accumulate su due conti correnti: uno da 90 mila euro, l’altro da 40 mila. Denaro utilizzato per svariate polizze, comprese le due intestate a Raggi nel gennaio scorso, sei mesi prima dell’elezione. Romeo dovrà ricostruire il percorso dei soldi e gli obiettivi dell’investimento chiarendo quale scopo avessero quei “regali”. Il sospetto è che fossero una garanzia per ottenere favori dai beneficiari, tenendo conto che in alcuni casi erano giustificate con motivazioni non veritiere. Il caso più eclatante è quello dell’ex fidanzata indicata invece come “mia figlia”. Per questo, dopo aver sentito la sua versione, è possibile che i pubblici ministeri decidano di convocare gli intestatari per scoprire come Romeo abbia giustificato la scelta. La prossima settimana toccherà invece a Raffaele Marra, detenuto per corruzione, essere sentito sull’accusa di abuso d’ufficio in concorso con Raggi per la nomina di suo fratello Renato. Marra e Di Maio. Dal carcere Marra fa sapere di non aver mai avuto potere decisionale, tanto che di fronte all’altolà del minidirettorio romano sulla sua designazione a vicecapo di gabinetto «avevo deciso di andare via e mi consultai con Luigi Di Maio». L’incontro evidentemente ebbe l’effetto di trattenerlo. Ieri Di Maio ha dichiarato: «Fantasia, non ho mai convinto Raffaele Marra a rimanere in Campidoglio». In realtà il 1 luglio, quando Roberta Lombardi rende pubbliche le perplessità sulla scelta di Marra, Di Maio va al Festival del Lavoro e dichiara: «Chi in questi anni ha dimostrato buona volontà, competenze e storia personale all’interno della macchina amministrativa, ci venga a dare una mano». Il 10 settembre è il direttore de Il Fattoquotidiano Marco Travaglio a rivelare il contenuto inedito del colloquio tra i due. E infatti scrive: «Il 6 luglio Marra chiede di parlare con Di Maio che lo riceve nel suo ufficio. L’ex finanziere gli porta il solito valigione di documenti con tutte le sue denunce e per un’ora e mezza gli illustra la sua esperienza nell’amministrazione regionale e capitolina. “Se non l’avrò convinta ho qui pronta la lettera di dimissioni”». Gli interessati non smentiscono. Marra rimane in Campidoglio fino al 16 dicembre scorso, giorno del suo arresto.

Raggi, arriva il terzo capo d’accusa. E’ indagata per abuso d’ufficio in concorso con Romeo anche per la sua nomina. La storia delle polizze sarà approfondita oggi nell’interrogatorio dell’ex capo segreteria, scrive Edoardo Rizzo l'8/02/2017 su “La Stampa”. Un’altra tegola giudiziaria colpisce la sindaca di Roma. A Virginia Raggi è contestato un secondo abuso d’ufficio: quello relativo alla nomina del capo della sua segreteria politica, con relativo super stipendio. E altre nomine sospette sono al vaglio dei giudici, con il rischio di altre accuse per la sindaca. Ma quali rapporti legavano la Raggi (indagata anche per falso in atto pubblico e per un primo abuso d’ufficio, quello per la nomina di Renato Marra, ufficiale dei vigili promosso a capo del dipartimento del Turismo) ai due dioscuri del Campidoglio, Salvatore Romeo (il capo della segreteria indagato in concorso con la Raggi e in attesa di essere interrogato) e Raffaele Marra (fratello di Renato nonché brillante ex ufficiale della Guardia di Finanza, poi vice capo di gabinetto e oggi detenuto per una tangente)? Non è voyeurismo porsi una tale domanda. Al di là dei sentimenti personali che le carte lasciano intuire, dalla vicenda emerge infatti che i tre hanno contratto tra loro un vincolo molto forte: agiscono come un blocco di potere, una consorteria ristretta che sembra escludere tutti gli altri, con l’eccezione, forse, di Daniele Frongia, il primo vicesindaco della Raggi, quarto partecipante della chat «Quattro amici al bar». In alcune conversazioni, i tre sembrano voler sfidare tutti gli altri, forti di questo vincolo che li unisce e circa il quale i giudici si domandano su cosa in effetti sia basato, mentre non risulta completamente chiara la storia delle polizze intestate alla Raggi da Romeo con un investimento di 33 mila euro sui 133 complessivi dell’operazione finanziaria (il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio faranno domande all’interessato anche su questo). Tra le altre persone che condividono con loro l’avventura della prima amministrazione pentastellata non ce ne è una che gli vada bene fino in fondo. Tutti vengono criticati. Verso nessuno viene espressa stima. Su Paola Muraro, che pure la Raggi ha difeso strenuamente per tutta l’estate, Romeo chiede a Marra di indagare attraverso un suo ex collega della GdF. Persino sull’ex procuratore Guariniello, che si è prestato ad aiutarli come consulente a titolo gratuito, si fa dello spirito. Per non parlare del trattamento riservato alla giudice milanese Carla Raineri, che pure si era trasferita a Roma per collaborare con la Giunta. La sua colpa, ai loro occhi, è stata quella di voler esercitare un ruolo di controllo, così festeggiano quando - sulla base di un parere dell’Anac - è costretta a dimettersi da capo di gabinetto. La Raineri deve pagare per non aver approvato la delibera 19 con cui il 9 agosto viene disposto il nuovo contratto di Romeo. Un atto che non passa al vaglio del gabinetto nè dell’allora responsabile delle risorse umane Laura Benente, fatta rientrare in fretta e furia dalla Raggi all’Inps di Torino. «Licenziata come una domestica e senza preavviso», commenta la Raineri nel suo esposto alla Procura di Roma. La nomina di Romeo è inserita assieme ad altre due, senza che sia indicato il quantum economico (rinviato a «categorie contrattuali di non immediata percezione», dice la Raineri). La delibera in oggetto reca il visto del dottor Viggiano e non della responsabile del Dipartimento risorse umane, dottoressa Benente, che al momento della predisposizione della delibera si trovava in ferie. «Ho trovato sospetto - confida Raineri - il fatto che la delibera fosse stata adottata il 9 agosto ove si consideri che il signor Romeo esercitava le funzioni di capo segreteria particolare sin dall’insediamento del sindaco e cioè dal 19 giugno 2016. Questa discrasia temporale può giustificarsi con il fatto che prima di allora la dottoressa Benente era in servizio e non avrebbe, presumibilmente, apposto la propria firma su una delibera che ha sempre dichiarato di non condividere. Il dottor Viggiano aveva, invece, condiviso con Marra una pregressa esperienza nella Guardia di Finanza».  Nel Movimento 5 Stelle la tensione resta alta e va ad incrociarsi con le fibrillazioni della base parlamentare nei confronti dei vertici. Grillo potrebbe vederli la settimana prossima e, a quanto si apprende, tra i parlamentari starebbe girando via mail un modulo ad hoc per le richieste da inoltrare al leader. 

Caso Raggi, chat Marra-Romeo: "Senti quello dell'alta finanza per indagare su Paola Muraro". "Ho buttato giù le possibili assunzioni negli uffici di diretta collaborazione indicando gli importi", scrive il 6 febbraio 2017 "Libero Quotidiano". Questo il messaggio indirizzato lo scorso giugno, a notte fonda, da Raffaele Marra, da lì a poco vicecapo di gabinetto di Virginia Raggi, a Salvatore Romeo. Insomma, dall'inchiesta emerge la piena sintonia tra Marra e Romeo, già in tempi non sospetti: perseguono i loro obiettivi, non necessariamente coincidenti con quelli della Raggi. Tra i due lo scambio di messaggi è continuo, anche nel cuore della notte. Si arriva poi al momento della corsa elettorale. Romeo, poco dopo aver intestato la polizza alla Raggi, come sottolinea La Stampa scrive a Marra: "Il candidato sindaco del M5s è Virginia Raggi. E adesso inizia il bello". E dopo il ballottaggio, Virginia iniziano a parlare di poltrone. Scrive Marra a Romeo: "Il Dipartimento servizi scolastici e educativi è compromesso. Tu penserai che la Turchi è stata fatta fuori? Invece no. Complimenti". I due, per inciso, non apprezzano neppure la difesa dell'assessora Paola Muraro, voluta dalla Raggi. Scrive ancora Romeo a Marra, che è ex ufficiale della GdF: "Chiedi al tuo amico della Finanza di indagare sulla Muraro". L'intento due è chiaro: conservare la loro influenza sulla sindaca e, dunque, sulla gestione del Campidoglio. Ma non tutto andrà come previsto: loro due saranno costretti a lasciare prima di Natale gli incarichi, mentre la Raggi resisterà. Nonostante il misterioso "amico della Finanza".

"Prendiamo il Campidoglio, ma di me non si deve sapere". Le chat tra Marra e Romeo. I verbali. Le conversazioni sulla campagna elettorale, gli incarichi e gli stipendi al Comune. Su Giachetti: "Virginia deve dire che quello non è nemmeno laureato. Scava nel suo passato, dobbiamo screditarlo", scrive Maria Elena Vincenzi su "La Repubblica" il 05 febbraio 2017. Ci sono i ricatti, gli intrighi, i progetti. Ma soprattutto c'è la storia del sacco di Roma da parte di uomini della destra che, per contare qualcosa, hanno puntato tutto sulla sindaca grillina. E hanno sbancato. Le chat depositate al tribunale del Riesame per la richiesta di scarcerazione di Raffaele Marra (ex capo del personale capitolino, in carcere dal 16 dicembre per corruzione), dipingono un quadro inquietante. Nelle intenzioni degli inquirenti, servivano a dimostrare lo strapotere di Marra e a spiegare per quale motivo il costruttore Scarpellini avesse deciso di pagargli ben due appartamenti. In realtà, svelano qualcosa di più. Raccontano l'ascesa di Mr. Polizza, Salvatore Romeo, l'ex capo della segreteria politica di Virginia Raggi, e di Mr. Affari Immobiliari, Marra, appunto. Si erano conosciuti al dipartimento Partecipate. E hanno deciso che meritavano miglior fortuna. L'hanno fatta con Virginia Raggi. Le macchinazioni erano cominciate già prima delle comunarie del Movimento Cinque Stelle, ma dopo la vittoria, festeggiata con esultanze via chat, Marra e Romeo si mettono a lavorare sodo. È stata proprio l'avvocata grillina a spiegare al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al sostituto Francesco Dall'Olio che Marra le fu presentato da Romeo e che era uno "che conosceva benissimo la macchina amministrativa". A leggere gli atti viene il sospetto che Marra sia lo stratega della vittoria di Raggi. A metà marzo, più o meno, l'ex numero uno delle risorse umane scrive a Romeo: "Quanto alla polemica che Giachetti (candidato sindaco del Pd, ndr) ha fatto sul praticantato di Virginia, deve rispondere così. Giachetti non è nemmeno laureato. E se si contano gli anni passati con Rutelli, 8, e quelli da parlamentare, è sempre stato pagato dalla politica. Lei può vantare i titoli di studio. È vero che non ha grande esperienza politica, ma è la novità. Deve far leva su questo". L'uomo che ha stipulato due polizze a favore di Raggi risponde: "Grande! Riferisco subito". E Marra: "Ricordatevi che non deve uscire che dietro ci sono io". Poi, ancora, qualche giorno dopo: "Mi raccomando non cedete alla provocazioni. Non è ancora il nostro momento di parlare". Aprile. Marra e Romeo si sentono ogni giorno. L'ex vice capo di gabinetto è l'eminenza grigia della scalata pentastellata al Campidoglio. "Mi ha fatto molto piacere avere sentito V. a Porta a Porta. È stata brava. E ha fatto una bella figura anche con l'idea di affiancarsi di alcuni uomini della Guardia di Finanza. È piaciuta anche a Bruno Vespa". Marra è un ex ufficiale delle Fiamme Gialle. Un mondo che non ha mai abbandonato. Il dubbio è che a suggerire questa iniziativa a Raggi sia stato proprio lui. La campagna elettorale è in corso. Romeo contatta l'amico per segnalargli la partecipazione di Giachetti a una trasmissione televisiva. E scrive: "Guardala. Dobbiamo trovare qualcosa per sputtanarlo. Scava anche nel suo passato". Marra, secondo voci che girano in Campidoglio, sarebbe colui che organizzò il dossieraggio ai danni dell'avversario di Raggi alle primarie del Movimento, Marcello De Vito, oggi presidente dell'assemblea capitolina. Ipotesi sulle quali ora indaga anche la procura di Roma. Questo messaggio sembra dare forza a quell'ipotesi. Peraltro non è l'unico. Qualche giorno dopo, Romeo contatta di nuovo l'ex capo del personale: "Devi chiamare l'innominabile. Mi serve un controllo su di lei". Chi sia lei non si sa. Nelle conversazioni tra Marra e Romeo, sono ricorrenti i riferimenti alla "macrostruttura". Ovvero la modifica della pianta organica dei dirigenti del Campidoglio. E, leggendo le chat, non c'è dubbio che sia stata opera di colui che poi, non a caso forse, divenne il capo delle Risorse Umane. Raggi ancora non è stata eletta e i due si parlano in continuazione di questo argomento. Romeo lo sprona spesso: "Mettiti avanti col lavoro. Ci serve". L'altro risponde: "Ho studiato la normativa per gli uffici di diretta collaborazione del sindaco, del vice sindaco e degli assessori". Ancora: "Ho messo in fila le cose per lo staff del sindaco. Ho segnalato incarichi e possibili retribuzioni. Ho lasciato tutto a V.". Non solo le risorse umane. Dai messaggi trovati sul telefonino di Marra (che ieri è stato restituito al suo avvocato, Francesco Scacchi) viene il sospetto che Marra, indagato insieme a Raggi per l'abuso d'ufficio sulla nomina del fratello, abbia dettato anche l'agenda politica di "Madame". Metà giugno. Si aspetta il ballottaggio: "Riceverai due mail. Una con la macrostruttura e una con la lista delle prime cose da fare appena eletta e relativa tempistica. Esattamente come mi aveva chiesto V.".

Quando Marra suggeriva a Raggi cosa rispondere a Giachetti. Agli atti del Riesame le chat tra Marra e Romeo: «Ricordale che non è nemmeno laureato». «Grande! Riferisco subito!», scrive "Next Quotidiano" domenica 5 febbraio 2017. Le chat depositate al tribunale del Riesame per la richiesta di scarcerazione di Raffaele Marra, che oggi Maria Elena Vincenti su Repubblica racconta, sono imbarazzanti non tanto perché raccontano l’ascesa di Salvatore Romeo, quanto perché spiegano con dovizia di particolari il ruolo dell’ex capo del personale nella campagna elettorale di Virginia Raggi e nella sua vittoria a Roma. Ad esempio c’è questo scambio proprio con Romeo in cui si disegnano le strategie mediatiche di risposta al candidato del Partito Democratico Roberto Giachetti. A leggere gli atti viene il sospetto che Marra sia lo stratega della vittoria di Raggi. A metà marzo, più o meno, l’ex numero uno delle risorse umane scrive a Romeo: «Quanto alla polemica che Giachetti (candidato sindaco del Pd, ndr) ha fatto sul praticantato di Virginia, deve rispondere così. Giachetti non è nemmeno laureato. E se si contano gli anni passati con Rutelli, 8, e quelli da parlamentare, è sempre stato pagato dalla politica. Lei può vantare i titoli di studio. È vero che non ha grande esperienza politica, ma è la novità. Deve far leva su questo». L’uomo che ha stipulato due polizze a favore di Raggi risponde: «Grande! Riferisco subito». E Marra: «Ricordatevi che non deve uscire che dietro ci sono io». Poi, ancora, qualche giorno dopo: «Mi raccomando non cedete alla provocazioni. Non è ancora il nostro momento di parlare». E poi ci sono altre chiacchiere che riguardano Marcello De Vito e le richieste di scavare nel passato del candidato sindaco concorrente. La campagna elettorale è in corso. Romeo contatta l’amico per segnalargli la partecipazione di Giachetti a una trasmissione televisiva. E scrive: «Guardala. Dobbiamo trovare qualcosa per sputtanarlo. Scava anche nel suo passato». Marra, secondo voci che girano in Campidoglio, sarebbe colui che organizzò il dossieraggio ai danni dell’avversario di Raggi alle primarie del Movimento, Marcello De Vito, oggi presidente dell’assemblea capitolina. Ipotesi sulle quali ora indaga anche la procura di Roma. Questo messaggio sembra dare forza a quell’ipotesi. Peraltro non è l’unico. Qualche giorno dopo, Romeo contatta di nuovo l’ex capo del Personale: «Devi chiamare l’innominabile. Mi serve un controllo su di lei». Chi sia lei non si sa. La questione delle nomine in Campidoglio è iniziata nello scorso ottobre, quando Raggi, sulla base di quanto prevedono le direttive anticorruzione, varò la rotazione di 40 dirigenti comunali: il 9 novembre, la sindaca firmò l’ordinanza di assegnazione dei singoli ruoli, e Raffele Marra rimase a capo del Personale. Renato, invece, venne promosso dalla Polizia locale alla direzione Turismo. La nomina di Renato Marra era poi finita al vaglio dell’Anac di Raffaele Cantone, che aveva rilevato un possibile “conflitto di interessi” e, dunque, inviato gli atti alla Procura. – “C’era una parte di persone che sicuramente ci sconsigliava Raffaele Marra. La nomina di Renato Marra, come tutte le altre nomine dei dirigenti che sono state fatte in un percorso di rotazione complessiva – aveva spiegato Raggi in un’intervista il 17 gennaio, prima di ricevere l’invito a comparire dai pm – tutti eravamo a conoscenza che era il fratello di Raffaele Marra. Comunque la sua nomina, come quella di tutti gli altri, è stata decisa dagli assessori e dai consiglieri: appena l’Anac ha sollevato la possibilità di un conflitto di interessi abbiamo sottoposto quella nomina per valutarne l’opportunità e poi l’abbiamo sospesa in autotutela”. Raggi aveva anche affermato che “Marra aveva un curriculum di tutto rispetto, veniva dalla Guardia di Finanza, una persona plurilaureata. Ho commesso un errore, alla luce di quello che la Procura sta scoprendo ho commesso un grave errore di valutazione”. La sindaca, poi, durante l’interrogatorio di giovedi’ scorso, e’ apparsa agli inquirenti seriamente risentita quando in una delle chat su Telegram acquisite dalla Procura (“Questa cosa dello stipendio mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire”) si lamentava con Raffaele Marra sulla nomina – con aumento di stipendio – di Renato. Una presa di distanza che Raggi ha ribadito ai pm: la chat potrebbe alleggerire la sua posizione perche’, sfogandosi in quei termini con colui che all’epoca era il suo braccio destro, lei mostrava di non avere alcuna consapevolezza del vantaggio ingiusto nei confronti di Renato Marra.

La Raggi ora rischia il "codice Casaleggio": "Esposta in una gabbia sulla tangenziale". Il guru defunto teorizzava la gogna per i politici in caso di corruzione, scrive Paolo Bracalini, Sabato 4/02/2017, su "Il Giornale". Mentre non è dato sapere cosa pensi Casaleggio jr, barricato negli uffici dell'azienda di famiglia, si può immaginare cosa direbbe della vicenda Raggi suo padre Gianroberto, perché lo ha scritto. Casaleggio senior, morto lo scorso aprile lasciando in eredità al figlio il movimento Cinque stelle, non aveva certo previsto la catastrofe della giunta Raggi, ma le punizioni da applicare in caso di fallimento sì. In uno dei suoi ultimi visionari libri, Veni vidi web (introdotto nientemeno che dal rapper Fedez), il guru di Grillo immagina un mondo perfetto, almeno dal punto di vista di Casaleggio, dove «petrolio e carbone sono proibiti insieme alla circolazione di macchine private, i mezzi pubblici sono gratuiti, si va tutti in monopattino, le macellerie proibite e «chi è sorpreso con un fucile da caccia viene lasciato nudo nei boschi e braccato da personale specializzato con pallettoni di sale grezzo dall'alba al tramonto». Ma chi fa male il sindaco, o peggio ancora viene arrestato per corruzione, come il braccio destro della sindaca Raggi, e come rischiano altri nella vicenda delle polizze ad insaputa della sindaca? Per loro, Casaleggio ha un codice penale molto preciso: «La corruzione è vista come una malattia contagiosa. Corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città». Se il M5s fosse coerente coi principi del suo co-fondatore, dovrebbe dunque già attrezzare delle gabbie da posizionare sul raccordo anulare di Roma, gogne medioevali che verrebbero presto occupate da qualche esponente del «raggio magico», decisamente nei guai con la Procura di Roma. A quanto pare, tuttavia, i vertici M5s sembrano propensi ad applicare per la Raggi un garantismo inedito per il movimento. Niente gabbie sulla circonvallazione, la Raggi non va abbandonata. La relazione tra la Casaleggio Associati e la giunta capitolina in effetti è molto forte. Tra gli assessori ci sono persone di diretta emanazione della ditta di cui ora è presidente Davide Casaleggio. Uno è l'assessore alle Partecipate Massimo Colomban, imprenditore, entrato nell'orbita del M5s proprio attraverso Gianroberto Casaleggio. L'altro è l'assessore allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro del Comune di Roma, Adriano Meloni. Lui è l'ex amministratore delegato della controllata italiana di Expedia, il colosso mondiale del turismo on line, società che per la Casaleggio Associati ha ideato come sponsor la ricerca annuale sull'e-commerce in Italia, presentata ogni anno da Gianroberto Casaleggio e appunto Meloni, adesso assessore della Raggi. Rapporti troppo stretti per immaginare, come punizioni per gli eventuali corrotti e corruttori, delle scomode gabbie sul Gra.

Invece...

La propaganda della Casaleggio in azione per salvare la povera Virginia, scrive Fabrizio Rondolino su “L’Unità” il 4 febbraio 2017. Difficile che proseguendo su questa strada, nonostante l’encomiabile sprezzo del ridicolo, la Raggi riesca ad essere salvata da se stessa. Il valoroso apparato propagandistico della Casaleggio Associati srl – la nota società di marketing milanese che da qualche mese gestisce il Comune di Roma – è sceso in campo in tutto il suo splendore, sotto la guida illuminata di Rocco del Grande Fratello, per salvare la povera Virginia. Dalla sua sontuosa residenza romana pagata con i soldi dei contribuenti e teatro di una vivace vita sociale, Rocco del Grande Fratello ha allertato tutti i suoi microchip e ha scatenato la grande offensiva mediatica: far piangere Virginia, dopo tutto questo casino, sembrava troppo poco; meglio, molto meglio farla svenire. “Ecco – leggiamo sul Fatto, lo spassoso house organ della Casaleggio Associati srl – il mancamento è giunto quando i magistrati le hanno infilato sotto gli occhi (sic!) il prestampato. Assicurazione sulla vita. Causale: motivi affettivi. Sottoscrittore: Salvatore Romeo. Beneficiaria: Virginia Raggi. Io? Proprio io? La donna – esile già di suo – si è afflosciata sulla sedia, ridotta a un gomitolo (doppio sic!). Ha perso i sensi. Avvocati intorno, aria, acqua e zucchero e poi caffè”. E i sali? Il “gomitolo” per fortuna si è ripreso presto e bene, ma il melodramma non è ancora concluso. Sentite un po’: “Virginia a terra – prosegue l’illuminata prosa del Fatto –, al di fuori di ogni metafora, e i suoi legali furiosi a contattare Romeo: Che cazzo hai fatto? Le parole sono pietre e Salvatore ha sentito quelle parole, divenute pietre, conficcarsi in petto. Svenuta lei, al pronto soccorso lui”. Poverino! E poverina lei, soprattutto, che non sa mai nulla di nulla e come una diva del muto sviene al centro della scena. Difficile che proseguendo su questa strada, nonostante l’encomiabile sprezzo del ridicolo, la Raggi riesca ad essere salvata da se stessa. Persino Marco Travaglio, il Direttore di Bronzo, comincia a vacillare. Dopo aver insultato com’è sua abitudine tutti i giornali e telegiornali d’Italia, colpevoli di aver raccontato l’inchiesta romana sulla povera sindaca svenuta, Travaglio è costretto a riconoscere che alla Raggi mancano “la necessaria autorevolezza” e “la padronanza dei dossier della Capitale”, che non sa scegliere “le persone giuste”, che la sua giunta è ben poco efficiente perché “continuamente avvicendata e commissariata”, che il M5s romano “la sostiene come la corda l’impiccato” e infine, udite udite, che “anche la sua tenuta personale, umana, psicologica” è seriamente compromessa (forse Travaglio si riferisce al plateale svenimento, forse ad altri episodi che solo lui conosce). La conclusione è desolante: in Italia i politici o sono “mascalzoni” (tutti gli altri) oppure sono “coglioni” (i grillini). Travaglio per ora resta con i “coglioni”.

Cara Virginia ti scrivo. Di Beppe Grillo il 4 febbraio 2017. "Cara Virginia, ti scrivo pubblicamente, sfugge alla memoria quando e se ci siano precedenti! La polizza vita come strumento corruttivo è una fantasia malata, non un reato. La verità... che cosa è? In questo momento un coriandolo dentro un oceano diffamatorio. La verità è una carica pubblica presa d'assalto da televisioni con la bava alla bocca, messa alla berlina, diffamata ed insultata. Le polizze vita come strumento di corruzione? Ai "giornalisti" sarebbe bastato chiamare un assicuratore per farsi spiegare come funzionano quelle benedette polizze: è il minimo che si chieda a chi fa informazione, essere informato! Parlano di "fonti", a me viene in mente soltanto la loro immaginazione spiccia messa presto a tacere dalla Procura. E ancora: ti saresti fidata di persone sbagliate oppure sei il genio del male? A leggere i giornali entrambe le cose: non è credibile il "genio del male fesso". Cara Virginia, non deve essere facile ammettere i propri errori come tu hai avuto il coraggio di fare pubblicamente. Anche per questo hai la mia stima. Ora è chiara una cosa: hai contro tutti quelli che era possibile immaginare e ben oltre: anche persone in carne ed ossa su cui occorrerebbe poter contare. L'uomo è una creatura agrodolce ed imprevedibile, ma le idee sono come pietre, non cambiano forma a seconda della stagione e delle circostanze. In qualità di garante del MoVimento 5 Stelle sono con te. Ad ogni attacco nei tuoi confronti sui giornali, per ogni insulto sessista degli ominicchi dei partiti, diffamazione sui media e cattiveria che giunge alle mie orecchie la mia stima ed il mio sostegno si fanno più forti. Leggi i commenti di questi giorni sulla tua pagina Facebook: ti faranno bene al cuore, perché non esiste "la Rete che semina odio" oppure "la base del MoVimento in subbuglio". Esiste solo caos ad personam, che non può disorientarci. Neppure una tempesta di invenzioni potrà mai sostituire la verità giudiziaria, figuriamoci anticiparla. E io vedo soltanto una marea di invenzioni, non ho il dono dell'invisibilità per entrare in procura a sentire quello che si dice e addirittura si pensa. Roma ha bisogno del MoVimento 5 Stelle e ha scelto te per attuare il cambiamento che abbiamo proposto. Chi sta con te, sta con il MoVimento. E viceversa. Sapevamo che non sarebbe stato facile, una reazione forte era prevedibile. Forse non così massificata e copia-incolla (uno tira l'atro). In ogni caso non ci fermiamo. Il Sistema ha paura di noi. Soltanto con lo stop alle olimpiadi del mattone hai salvato la città da un fallimento certo, basta vedere cosa è successo in Brasile. La scorsa settimana la prima grande vittoria dell'approvazione del bilancio preventivo in tempi da record per Roma e per l'Italia. La prossima settimana darai il via al piano buche, per la prima volta con degli appalti seri. Fatti che spaventano la malapolitica e che la diffamazione non può cancellare! E così continueremo fino al 2021 per ricostituire la nostra Capitale e riportare i cittadini romani al governo della loro città. Approfitto di questa occasione anche per annunciare che a breve gli iscritti del MoVimento 5 Stelle a Roma avranno a disposizione su Rousseau un nuovo strumento di democrazia diretta, che consentirà loro di fare delle proposte per la città che poi saranno portate in Consiglio comunale dai portavoce eletti. Funzionerà grossomodo come Lex Iscritti e contribuirà ad aprire ai cittadini le porte del Campidoglio. La rotta è tracciata, il mare è in tempesta, le parole non ci potranno fermare. Con affetto, Beppe". Grillo difende la Raggi: "Er sinnaco nun se tocca". Grillo pubblica sul blog una poesia per difendere il sindaco di Roma, scrive Francesco Curridori, Sabato 4/02/2017, su "Il Giornale". Beppe Grillo, con una poesia in dialetto romanesco pubblicato sul suo blog, difende la sindaca di Roma Virginia Raggi, dopo lo scoppio del caso polizzagate. "Er sinnaco de Roma nun se tocca" è il titolo dello stornello in cui si ribadisce la solita tiritena secondo cui il primo cittadino della Capitale sarebbe sotto attacco perché si è messa contro i 'poteri forti', soprattutto i palazzinari.

Lei sì, ha commesso qualche errore ma, scrive Grillo, ha chiesto scusa ed è una persona onesta. Il sindaco non si tocca perché il popolo l'ha votato e non se n'è pentito. "In verità ve dico: 'Puliteve la bocca'", conclude il leader del Movimento Cinquestelle. Ecco il testo integrale della poesia: Virginia Raggi.

Dar primo giorno dopo l'elezzione,

l'hanno accerchiata dandoje er tormento,

io ciò 'n idea de tutta a situazzione,

s'è messa contro quelli der cemento.

Sò entrati prepotenti ner privato,

vorebbero costrignela a la resa.

Quarcuno ha fatto i conti e s'è sbajato,

l'ho vista stanca e quarche vorta tesa.

E' stata troppo ingenua davvero

ha fatto quarche erore e chiesto scusa,

quello che dice sò ch'è tutto vero

da oggi l'hanno messa sotto accusa.

Le cose, certo stanno messe male

pe quelli che se sò arubbati tutto,

er tempo passa e la pressione sale,

quello che c'era prima sarà distrutto.

Giornali e giornalisti de regime

palazzinari, burocrati e banchieri

nun tornano li conti co le stime

se sò incazzati pure l'ingenieri

Virginia è onesta e pure preparata

er popolo ha capito, de chi fidasse

sippure tutti l'antri, sò in parata

faremo tornà i sordi ne le casse.

Fate attenzione quindi "brava" gente

er Sinnaco de roma nun se tocca

er popolo ha votato e nun se pente.

In verità ve dico: "puliteve la bocca". 

Virginia Raggi nei guai per una polizza vita. Nel mezzo dell'interrogatorio sulla vicenda Marra spunta l'assicurazione stipulata dall'ex capo della segreteria Salvatore Romeo a beneficio dell'attuale sindaco di Roma, quando era ancora una delle candidate del M5S. Perché? Scrive il 3 febbraio 2017 Panorama.

Perché Romeo ha indicato Raggi come beneficiaria di una polizza sulla vita? La polizza a favore di Raggi può celare uno scambio? Una polizza vita per 30mila euro stipulata un anno fa a beneficio di Virginia Raggi dall'ex capo della segreteria Salvatore Romeo. La nuova grana per il sindaco di Roma si manifesta quando ancora lei è davanti ai pm che l'accusano di abuso d'ufficio e falso per il caso Marra. Una nuova tempesta sulla testa della sindaca di Roma per colpa del fu "raggio magico", che potrebbe portare ad accuse più gravi e a vedere indagato un altro suo fedelissimo. La polizza è stata oggetto di domande dei magistrati, ma non di contestazioni, nell'interrogatorio fiume di giovedì, durato oltre otto ore, fino a sera. L'avvocatessa M5S è stata sentita dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Francesco Dall'Olio sulla nomina alla guida della direzione turismo del Campidoglio di Renato Marra, fratello dell'allora potente capo del Personale Raffaele Marra. Alla vicenda però si intreccia ora quella dell'assicurazione che Romeo avrebbe destinato a Raggi a gennaio 2016 - cambiando beneficiario dopo anni -, quando lei era in corsa per la scelta del candidato sindaco M5S. Sei mesi prima, quindi, di essere nominato dalla neo sindaca capo della segreteria con stipendio triplicato, dopo essersi dimesso da funzionario del Comune ed essere stato riassunto.  Una procedura vagliata dall'Autorità anticorruzione (Anac), che indusse poi Raggi a tagliare il compenso. Romeo - che fu fotografato con la sindaca sul tetto del Campidoglio in un'immagine divenuta celebre - si è dimesso a dicembre dopo l'arresto di Raffaele Marra per corruzione per una vicenda di quattro anni fa. Si indaga per sapere se la sindaca fosse a conoscenza della polizza, che secondo un esperto per essere effettiva andrebbe controfirmata dal beneficiario. Il punto è: Perché Romeo ha indicato Raggi come beneficiaria di una polizza sulla vita? La polizza a favore di Raggi può celare uno scambio? Dal 2013 in poi, secondo L'Espresso e Il Fatto Quotidiano, Romeo avrebbe investito circa 100 mila euro su una decina di polizze vita: tra i beneficiari, oltre a parenti, anche attivisti M5s. I magistrati che indagano sulle nomine della Giunta Raggi cercano di capire la ratio, ma anche il modus di questi investimenti, ovvero se le somme fossero veramente di Romeo o di altri e se la geografia dei destinatari risponda a un qualche disegno. Tra le ipotesi forse anche il tentativo di favorire Raggi nella corsa alle "Comunarie" online, che la vide vincitrice su Marcello De Vito, mentre l'altro concorrente, Daniele Frongia, si ritirò facendo convergere i voti su Raggi. A questo proposito l'ex capo di gabinetto Carla Raineri e l'avvocato generale del Campidoglio, Rodolfo Murra avevano ipotizzato una sorta di "ricatto elettorale" alla Raggi di parte del raggio magico. Il sindaco è stata interrogata giovedì dai pm negli uffici del Polo investigativo della polizia sulla via Tuscolana, alla periferia di Roma, accompagnata dall'avvocato Alessandro Mancori. L'inchiesta sulle nomine e il nuovo filone che sembra aprirsi sulla polizza si aggiungono all'altra indagine sul presunto dossier ai danni di De Vito per affossarne la candidatura a sindaco. Giovedì il presidente dell'Assemblea capitolina per la prima volta ha detto: "Io penso alla tutela del M5S e a fare il mio ruolo come ho fatto in questi mesi e come farò anche domani".  De Vito si unisce poi al coro di M5S capitolino, che sulla polizza di Romeo invece di fare quadrato come al solito, replica "non ne sappiamo nulla, chiedete ai diretti interessati". Ma a questo penserà la procura di Roma, che dopo Raggi potrebbe sentire lo stesso Romeo.

Polizza di Virginia Raggi, spuntano i fondi neri: "Si compra i voti?" Scrive “Libero Quotidiano” il 3 febbraio 2017. Soldi, versamenti sospetti, che gettano ombra su voti e finanziamenti della campagna elettorale di Virginia Raggi mentre il Movimento cinque ha scelto di secretare la provenienza dei versamenti inferiori ai 5mila euro. Su quei finanziamenti e sull'origine dei 90mila euro, investiti da Salvatore Romeo in polizze assicurative, a vantaggio di esponenti del Movimento, puntano i pm. Il sospetto, riporta il Mattino, è che qualcun altro avesse deciso di puntare su Romeo. L'ex funzionario del Comune era riuscito a triplicare la busta paga, grazie alla sindaca (da 39mila euro all'anno a 110mila). Romeo, nonostante il suo esiguo stipendio, aveva disponibilità di quel denaro in tempi non sospetti. Romeo ha cambiato i beneficiari delle polizze assicurative sottoscritte per diversi beneficiari a gennaio 2016. Tra questi (una decina in tutto) spunta Virginia Raggi, all'epoca semplice avvocato, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle. In caso di morte del dipendente comunale, la futura sindaca incasserà il premio. Ma i soldi possono anche essere riscattati in anticipo. In teoria il beneficiario può anche essere all'oscuro. Il sospetto è che quei 1.764 voti, ottenuti dalla Raggi che ha superato nelle comunarie Marcello De Vito, forse anche grazie a un dossier confezionato ad hoc sul quale indaga la procura, potessero essere stati un investimento di terzi, dei quali Romeo era solo un intermediario. I magistrati romani stanno adesso cercando di capire la struttura dei business finanziari di Romeo, se i soldi fossero davvero i suoi o fossero investimenti fatti per conto terzi, oltre a studiare le clausole delle polizze in merito ai beneficiari. Secondo ipotesi di scuola che circolano tra chi è vicino al dossier, ma che restano ancora tutta da verificare, gli investimenti in polizze potrebbero nascondere tentativi di infiltrare e condizionare le comunarie organizzate dal Movimento Cinque Stelle che individuarono il candidato sindaco di Roma.

Quella polizza da 30mila euro per Raggi: il regalo del fedelissimo Romeo alla sindaca. A gennaio 2016 Romeo ha indicato l'allora candidata grillina come beneficiaria di una assicurazione vita. Un investimento da 30 mila euro. Qualche mese dopo la Raggi ha promosso il funzionario capo della sua segreteria triplicandogli lo stipendio. La procura indaga anche su altre polizze a favore di dirigenti grillini, scrive Emiliano Fittipaldi il 2 febbraio 2017 su “L’Espresso”. Salvatore Romeo, il fedelissimo di Virginia Raggi diventato capo della segreteria della sindaca lo scorso agosto, nel gennaio del 2016 è andato dal suo promotore finanziario e gli ha indicato un nuovo beneficiario per alcune polizze vita da lui sottoscritte qualche tempo prima, con un investimento di 30 mila euro. Nome e cognome del fortunato: “Virginia Raggi”. Qualche mese dopo la strana operazione finanziaria (le polizze vita in genere vengono fatte a favore di parenti, mogli e figli) è proprio la Raggi, diventata da poco sindaca di Roma, a promuovere Romeo triplicandogli lo stipendio. La connection della polizza da 30 mila euro, scoperta dagli inquirenti che stanno indagando sulle nomine della sindaca grillina e che L’Espresso è in grado di rivelare, rischia ora di precipitare la Raggi e il suo pupillo in un nuovo, e più profondo, abisso. Politico e giudiziario. Perché evidenzia come la procedura borderline con cui Romeo è stato nominato segretario del primo cittadino (il funzionario capitolino, con uno stipendio da 39 mila euro lordi l’anno, si è prima messo in aspettativa e poi è stato riassunto dall’amica a 110 mila euro l’anno, scesi a 93 dopo polemiche di fuoco e l’intervento dell’Anac di Raffaele Cantone) si è realizzata in presenza di pregressi legami economici tra la sindaca e il suo collaboratore. Così, dopo l’accertamento patrimoniale effettuato dalla polizia, sia Romeo, su la cui nomina i pm indagano da mesi, sia la sindaca, che finora è indagata per abuso d’ufficio e falso solo per la vicenda della nomina del fratello di Raffaele Marra a capo del dipartimento per il Turismo, rischiano di vedersi improvvisamente aprire un nuovo, e più pericoloso, fronte giudiziario. Il do ut des, se non spiegato da giustificazioni plausibili, rischia di portare a contestazioni molto più gravi dell’abuso d’ufficio. «Come mai Romeo, dimessosi dopo gli arresti di Marra a metà dicembre, ha immobilizzato 30 mila euro in una polizza vita, la cui beneficiaria è Virginia Raggi?», si chiedono da qualche giorno gli inquirenti dopo aver avuto accesso ai documenti bancari del funzionario grillino. Difficile, per ora, dare una risposta esauriente alla curiosa operazione finanziaria. Anche perché Romeo non ha investito denari solo nella polizza vita di cui è beneficiaria la sindaca: dal 2013 in poi, da quando si è reinventato un attivista del Movimento Cinque Stelle diventando riferimento imprescindibile della Raggi e dell’assessore (ed ex vicesindaco) Daniele Frongia, Romeo ha investito circa 100 mila euro su una decine di polizze vita. I cui beneficiari, ancora una volta, non sono parenti e cugini, ma altri soggetti. Tra cui politici e altri attivisti del movimento: tra i beneficiari delle polizze di Romeo ci sono, per esempio, tal Andrea Castiglione (online c’è un omonimo che animava nel 2013 il meet up del M5S del comune di Fonte Nuova, a due passi da Roma), un consigliere grillino del VII Municipio e tale Alessandra Bonaccorsi.

Il sospetto è che possa trattarsi dell’ex consigliere VIII Municipio eletta nel M5S che a febbraio 2016, prima del voto alle comunali, è passata con la Lista Marchini. I magistrati romani stanno adesso cercando di capire la struttura dei business finanziari di Romeo (che non risulta sia ricco di famiglia), se i soldi fossero davvero i suoi o fossero investimenti fatti per conto terzi, oltre a studiare le clausole delle polizze in merito ai beneficiari.

Secondo ipotesi di scuola che circolano tra chi è vicino al dossier, ma che restano ancora tutta da verificare, gli investimenti in polizze potrebbero nascondere tentativi di infiltrare e condizionare le "comunarie" organizzate dal Movimento Cinque Stelle che individuarono il candidato sindaco di Roma. Comunarie che Virginia Raggi vinse con 1.764 voti, superando Marcello De Vito, secondo classificato, di poche centinaia di preferenze. Primarie grilline, va ricordato, che come ha già scritto l’Espresso lo scorso dicembre furono pesantemente inquinate dal dossier fasullo presentato da Raggi e Frongia contro Marcello De Vito. Una macchina del fango guidata da mani esperte (secondo Roberta Lombardi dietro il dossier che screditò De Vito potrebbe addirittura esserci dietro Marra, per adesso la procura ha aperto un fascicolo senza iscrivere nessuno) che azzoppò la candidatura dell’attuale presidente del consiglio capitolino lanciando quella della Raggi.

In quest’ottica tornano di moda le parole di Carla Raineri, ex capo di gabinetto silurato dalla Raggi e nemica giurata dei dioscuri Romeo e Marra, che qualche settimana fa ha detto sibillina: «Marra e Romeo hanno portato una montagna di voti alla Raggi, poi sono passati all’incasso, come avviene in questi casi. Però, forse, la questione non si limita solo a questo. Ho la sensazione che ci sia anche di più». Possibile che la sindaca non sapesse che Romeo la aveva fatta beneficiaria di una polizza vita da 30 mila euro? Non lo sappiamo, e non sappiamo ancora se la procura ha contestato durante l’interrogatorio la questione delle polizze. È certo però che il legame tra i due fedelissimi Romeo-Marra e la sindaca è rimasto indissolubile per mesi. Contro tutto e contro tutti. Virginia ha scavato la sua fossa politica (e giudiziaria) dallo scorso settembre, da quando ha difeso Marra a spada tratta di fronte alle inchieste dell’Espresso, che evidenziavano i favori economici ottenuti dall’ex dirigente di Alemanno dal costruttore Sergio Scarpellini, un’inchiesta giornalistica che ha poi portato a quella giudiziaria e all’arresto di entrambi lo scorso dicembre. La Raggi ha poi protetto Romeo con la stessa veemenza. Tanto che molti hanno ipotizzato che dietro il rapporto strettissimo ci fossero ricatti indicibili. Tra la vicenda Marra e quella della polizza vita a suo favore, la partita di Virginia e dell’intero Movimento Cinque Stelle è alla stretta finale. Le bugie dette sono troppe, le spaccature interne non più risanabili. Si vedrà se Beppe Grillo avrà ancora la forza e la voglia di difendere la sua sindaca, o se la abbandonerà al suo destino.

Roma, l'ex fidanzata di Romeo: "Mi intestò diecimila euro e non lo fece solo con me". Intervista ad Alessandra Bonaccorsi. L'ex capo segreteria di Virginia Raggi le aveva intestato una polizza, scrive Giovanna Vitale il 3 febbraio 2017 su “La Repubblica”. "Sì, sapevo di essere la beneficiaria di una polizza accesa da Salvatore Romeo, ma l'avevo dimenticato. Fino a stasera". Alessandra Bonaccorsi, quarantenne italo-americana con un trascorso grillino piuttosto burrascoso, è stata legata per un anno all'ex capo segreteria di Virginia Raggi.

Scusi, ma come si fa a dimenticare una cosa del genere?

"Io e Salvatore ci siamo conosciuti per caso a fine 2012, a scuola di mio figlio, dove lui una volta a settimana veniva a prendere una sua nipotina. Abbiamo iniziato a frequentarci e strada facendo, per caso, ci siamo accorti che eravamo entrambi simpatizzanti del Movimento...".

Venga al sodo. Stavate insieme? Perciò le ha "regalato" dei soldi? E quanti?

"Sì, abbiamo avuto una storia da febbraio 2013 ad agosto 2014. Andò così: sei-otto mesi dopo il nostro inizio, mi chiama e mi chiede di prendere un caffè sotto casa. Lui andava sempre di corsa. Io scendo. E al bar mi consegna una cartellina. La apro e vedo che dentro ci sono dei documenti bancari".

La famosa polizza?

"Che cos'è? chiedo. E lui: "È un investimento che potrai incassare se mi dovesse succedere qualcosa". Credo mi avesse intestato 10mila euro. Io sono rimasta interdetta. Molto a disagio. Anche perché si parlava della sua morte. Non era esattamente il regalo che ti aspetti da uno con cui stai".

Non ha chiesto spiegazioni?

"Certo! Mi disse che è una cosa che aveva già fatto con altri suoi amici estranei al giro della politica. Persone a cui teneva. E io mi convinsi che non essendo mai stato sposato, non avendo figli e trattandosi di un tipo parsimonioso, aveva fatto dei risparmi che aveva pensato di impiegare così".

Ma non lo trovò strano?

"Lui fece apparire tutto talmente naturale che accettai e non ci pensai più".

Ha ancora quella cartellina?

"Non lo so. Non ricordo nemmeno se quel pomeriggio la riprese lui o la tenni io. Adesso dovrò mettermi a cercarla".

Virginia Raggi è svenuta durante l'interrogatorio, scrive “Libero Quotidiano” il 4 febbraio 2017. La polizza sulla vita, gli intrecci sentimentali, le accuse, l'inchiesta. Virginia Raggi è vicina alla resa: la sindaca-disastro del M5s, infatti, è stata travolta dagli eventi. L'ultimo, appunto, lo scandalo dell'assicurazione sulla vita a sua insaputa. Una notizia trapelata durante l'interrogatorio di giovedì, durato 8 ore, e sul quale, ora, emergono altri dettagli. Secondo quanto scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, quando i magistrati le hanno mostrato il prestampato della polizza (assicurazione sulla vita; causale: "Motivi affettivi"; sottoscrittore: "Salvatore Romeo"; beneficiaria: "Virginia Raggi"), la sindaca non ha retto. Emozione o paura che sia, si è afflosciata sulla sedia "ridotta a un gomitolo". Secondo Il Fatto, insomma, ha perso i sensi. Svenuta. Gli avvocati a quel punto le hanno portato aria, acqua, zucchero e caffè per farla riprendere. Anche lo Sco, il servizio speciale della polizia, è intervenuto per aiutare la sindaca nel panico. Svenuta, insomma. E se si crede alla versione della sindaca, sarebbe svenuta perché di quella polizza non ne sapeva nulla (altra possibilità, ovviamente, è che il collasso fosse dovuto al fatto di essere stata scoperta). Il resoconto del Fatto, comunque sia, prosegue dando conto della reazione dei legali della Raggi, che mentre lei cercava di riprendersi avrebbero chiamato Salvatore Romeo: "Che cazzo hai fatto?", avrebbe urlato al telefono uno dei legali. Ovviamente, nessuno sa cosa abbia risposto l'ex braccio destro della sindaca...

Aiutate Travaglio, spudorato in diretta da Mentana: cosa gli scappa dalla bocca, scrive “Libero Quotidiano” il 3 febbraio 2017. Ci vorrà una consistente cura di fosforo per il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, visto che ancora una volta in diretta tv ha accusato enormi problemi di memoria. Nello studio di Bersaglio Mobile, condotto da Enrico Mentana su La7, il fatto del giorno è l'ultimo scandalo grillino sulle polizze vita intestate a Virginia Raggi. Il sindaco grillino ha ricevuto un avviso di garanzia, visto che è indagata per abuso d'ufficio e falso dopo la nomina a dirigente del fratello di Fabrizio Marra. E proprio sul tema avvisi di garanzia Travaglio vacilla vistosamente: "I grillini ci hanno spiegato per anni - gli si ricorda in studio - che un avviso di garanzia era un marchio infamante e doveva impedire la prosecuzione di qualsiasi attività politica". Travaglio intanto scuote la testa con sorriso beffardo: "Poi - gli è stato aggiunto - con notevole ritardo hanno scoperto le virtù del garantismo e me ne compiaccio". Ma di sottofondo, come mostra il video rilanciato dal blogger Nonleggerlo, il direttorissimo fa spallucce: "Non ricordo" si ostina a ripetere.

Travaglio il garantista…Evviva! Scrive Francesco Damato il 26 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Marco Travaglio in tv ha difeso Virginia Raggi, raggiunta da un invito a comparire davanti alla Procura per abuso d’ufficio e falso. E sul Fatto ne ha dato notizia. Anche se in modo più sobrio del solito. Bisogna riconoscere che, salvo in un passaggio di cui vi dirò, Marco Travaglio meglio non poteva difendere, nello studio televisivo di Lilli Gruber, a La7, la sindaca di Roma Virginia Raggi appena raggiunta da un invito a comparire davanti alla Procura della Capitale per abuso d’ufficio e falso. Di cui il suo giornale ha poi dato notizia rigorosamente in apertura di prima pagina, secondo le tradizioni della casa, anche se in modo più sobrio del solito, avendo abituato i suoi lettori a caratteri e visibilità maggiori quando a finire indagati è toccato ad altri o altre sfortunate, per il ruolo pubblico ricoperto. Il direttore del Fatto Quotidiano ha dimostrato di conoscere la vicenda costata alla Raggi qualcosina in più del solito avviso di garanzia meglio dei due giustizialisti che avevano preso l’altra sera il suo posto nel salotto de La7: la vice presidente piddina della giunta regionale dell’Emilia Romagna, Elisabetta Gualmini, spiazzata peraltro durante la trasmissione da una dichiarazione garantista del segretario del suo partito a favore della sindaca, e il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti. Non dico che la Gualmini e Sallusti non fossero informati, come ad un certo punto ha gridato loro Travaglio, ma di sicuro ne sapevano meno di lui a proposito della nomina, a capo del Dipartimento capitolino del Turismo capitolino, di Renato Marra, fratello maggiore di Raffaele, a sua volta capo del personale, finito poi in carcere con l’accusa di corruzione per fatti risalenti alla precedente amministrazione. Del povero Renato, il buon Travaglio sapeva il prezzo già pagato al fratello ingombrante, avendo dovuto rinunciare per motivi di opportunità appunto familiare a candidarsi al comando della polizia municipale, dopo un lungo e onorevole servizio nel corpo dei vigili urbani. Capitatagli poi l’occasione, segnalatagli dal fratello, di candidarsi al posto meno alto ma pur sempre apprezzabile di capo del Dipartimento del Turismo, lo sfortunato Marra senior, come indicato nel titolo del Fatto Quotidiano, si propose. Come alla ‘ sventurata’ monaca di Monza, di manzoniana memoria, capitò di rispondere tanti secoli fa. La Raggi, sfortunata pure lei, si accorse solo dopo averlo nominato, ed essersene assunta pubblicamente la responsabilità, del maggiore compenso di circa 20 mila euro annui, lamentandosi con Marra junior dell’imbarazzo in cui a quel punto si trovava a causa del fratello. Intervennero pertanto complicazioni, a dir poco, sgradevoli sfociate nella revoca della nomina, immagino con quanta delusione dell’interessato. In questa puntuale difesa della posizione della sindaca indagata, nell’interesse naturalmente non della stessa sindaca ma della signora Verità, non avendo lui la minima intenzione di farlo per pregiudizio favorevole alla persona e alla sua parte politica, Travaglio è però incorso, diciamo così, in un infortunio da eccesso. In particolare, egli ha contestato a Sallusti un richiamo ad intercettazioni dalle quali sarebbe risultato l’imbarazzo della sindaca. Per un attimo il povero Sallusti si è sentito perduto, forse temendo la competenza dell’ex collaboratore del suo Giornale, Travaglio appunto, come cronista giudiziario. Gli occhi di Sallusti si sono rivolti a destra e a sinistra, verso la Gruber e la Gualmini, quasi per chiedere lumi e soccorsi, fino a quando non è stato lo stesso Travaglio, in collegamento dalla sua postazione di lavoro, a toglierlo amichevolmente d’impaccio. E a spiegargli che l’imbarazzo della sindaca era risultata agli inquirenti non da una telefonata ma da una chat. Il direttore del Giornale a quel punto ha tirato un sospirone di sollievo. E, rinfrancato, ha detto che pur di ‘ telefono o telefonino’ si era trattato nelle intercettazioni di cui aveva osato parlare. Ma evidentemente una differenza fra i due tipi d’intercettazioni deve esserci anche sul piano giudiziario se Travaglio, sempre in collegamento esterno con lo studio televisivo, ha continuato a riservare a Sallusti lo sguardo dell’esperto che ha colto in flagranza di errore il suo incauto contestatore. Ecco, a parte questo eccesso, come mi è apparso probabilmente a causa della mia scarsa competenza elettronica, o di chissà quale altro tipo, il quasi esordio di Travaglio come garantista – termine peraltro di cui lui notoriamente diffida, come se fosse una parolaccia, almeno per come l’intendono gli altri, specie se indagati, imputati, detenuti in attesa di giudizio, condannati in via definitiva, eccetera – è stato apprezzabile. Molto apprezzabile. Più apprezzabile del nuovo, anzi nuovissimo codice cosiddetto etico del movimento 5Stelle, arrivato con tempismo sospetto, avendo potuto ora proteggere la Raggi dal vecchio automatismo giustizialista delle dimissioni all’arrivo di un avviso di garanzia. Rimane a suo carico la possibilità di una specie di processo interno al partito, in cui il garante Grillo somma le funzioni di pubblico ministero, avvocato della difesa e giudice, naturalmente di unica istanza. Con questo processo non potranno interferire neppure i ‘ portavoce’, come si chiamano i parlamentari ed altri eletti nelle liste delle 5 Stelle, se non dopo essere stati autorizzati dai responsabili della cosiddetta comunicazione del movimento, almeno a livello di Camera, Senato e Parlamento europeo. È una disciplina ferrea, voluta da un uomo ‘ forte’: di quelli che piacciono tanto a Grillo, indeciso solo se preferire come modello Donald Trump a Vladimir Putin, o viceversa, secondo un’intervista a una testata francese che ha provocato nel movimento un mezzo putiferio, prima che Beppe facesse suonare la tromba del silenzio.

Come si chiama? Caccia alle streghe, scrive Piero Sansonetti il 4 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Conoscete Salem? È una cittadina degli Stati Uniti di circa 40 mila abitanti. Si trova nel Massachusetts, cioè nel Nord, in quello che si chiama New England. Sta sul mare, è una cittadina antica, molto bella. Oggi si riempie di turisti alla fine di ottobre, vanno lì per festeggiare Halloween, la festa dei morti viventi. I bambini si divertono molto. Poco meno di 400 anni fa, a metà del ‘ 600, a Salem fu istituito un tribunale del popolo. Servì a stabilire la verità. Perché a Salem in quel tempo circolavano voci strane, quelle che oggi chiameremmo “post– verità”. La gente diceva che il paese fosse infestato di streghe. E per le strade (Facebook allora non esisteva) molte vecchie megere erano accusate proprio di praticare la stregoneria. Il tribunale del popolo servì a stabilire quali di queste accuse fossero vere e quali false. Risultarono quasi tutte vere e centinaia di persone furono imprigionate e poi decine di donne (insomma: di streghe) furono messe a morte. Qualcuna fu bruciata viva, per stare più sicuri. Avete mai sentito parlare di caccia alle streghe? Beh, tutto iniziò lì, nel New England. L’ultima idea di Grillo? Si chiama caccia alle streghe. Beppe Grillo, che è persona istruita e curiosa, deve aver avuto l’idea del suo nuovo tribunale del popolo proprio perché si è ricordato la storia di Salem, dove le cose funzionarono piuttosto bene, tanto che la stregoneria fu estirpata. Oggi non ci sono più streghe a Salem. Col tribunale di Grillo, coi giudici estratti a sorte ai quali viene concessa l’autorità di stabilire cosa è vero e cosa è falso negli articoli che vengono pubblicati sui giornali, si potrebbe ripetere l’operazione. E così eviteremmo il rischio che i giornali scrivano stupidaggini, o che i giornalisti preparino articoli di testa loro, senza controlli, senza vidimazione. Nel Movimento Cinque Stelle questo non avviene. Chi crede di poter fare di testa sua viene espulso su due piedi e gli si chiede anche di pagare i danni…D’accordo, forse pecchiamo di superficialità: prendere a ridere l’uscita di ieri di Beppe Grillo potrebbe essere una leggerezza grave. I dati elettorali e i sondaggi ci dicono che oggi Grillo è il capo del più forte partito politico italiano, e non è cosa saggia ridere di lui. A prescindere dal rischio di finire alla gogna, come ha minacciato di fare coi direttori dei giornali che non gli piacciono. Il fatto è che ieri avevamo commesso, seppure con qualche cautela, l’errore opposto. Avevamo preso sul serio la proposta di Grillo di aprire una nuova fase garantista del movimento Cinque Stelle. Avevamo immaginato che la sua dichiarazione, che rovesciava il vecchio impianto giustizialista (“se ti becchi un avviso di garanzia devi dimetterti su due piedi, anzi sarebbe meglio se ti dimettessi prima ancora che l’avviso arrivi”) e stabiliva che anche gli indiziati, e persino i condannati, potessero, a certe condizioni, continuare a fare politica, non fosse la follia di un momento, e neppure fosse un espediente per salvare Virginia Raggi, ma che si trattasse invece di una strategia politica, volta a insediare il movimento Cinque Stelle non più ai margini ma al centro dello scontro politico che nei prossimi mesi deciderà chi e come governerà in Italia.

Avevamo ragione ieri a prenderlo sul serio, o oggi a riderci su? Probabilmente avevamo torto ieri e anche oggi. Inutile cercare nel movimento grillino un “centro di gravità permanente”. La vera strategia di Grillo è una strategia alla “carta”, prende e lascia continuamente, va alla giornata. La scelta garantista era sicuramente una idea che sta dentro le novità del quadro politico. La fine della stessa idea del governo del presidente, del maggioritarismo, modifica tutti i termini della lotta politica. Berlusconi se ne è già accorto da tempo, e ha virato verso il sostegno a una legge elettorale proporzionale, funzionale al parlamentarismo puro e alle politiche delle alleanze. Il Pd, che è sempre stato un partito lento, nonostante lo “sprintismo” di Renzi, fatica ad accorgersene, e continua a immaginare la sua lotta interna come se fossimo ancora al tempo dell’Italicum (forse l’unico che ha capito che le cose sono cambiate è Gentiloni). Grillo anche, che è un tipo svelto, se ne è accorto e sta preparando una svolta che gli permetta di entrare in Parlamento nonostante la condanna a suo carico per un delitto di tanti anni fa. E pensa a una svolta che svincoli gli eletti del movimento da un codice “morale”, perché questo codice morale sarà pure utile per fare propaganda ma rischia di paralizzare (grazie all’interventismo a tutto campo del partito dei Pm) ogni possibilità di governare. E il M5S governa Roma, Torino e varie altre città. La sua però non è una svolta ideologica ma una svolta puramente tattica. E’ sbagliato parlare di strategia (come anche noi, in un momento di entusiasmo abbiamo fatto) quando si ragiona sul grillismo: il grillismo è tattica pura, grande tattica. E dentro un quadro tattico sta anche la controsvolta di oggi. Grillo (soprattutto a nome del suo amico Travaglio) non può permettere che si sviluppi un offensiva pubblica contro le “balle”, quelle che ora si chiamano “post– verità”. Perché una offensiva di questo tipo favorirebbe, ovviamente, l’establishment, e danneggerebbe ogni movimento populista, perché la post– verità è il carburante del populismo, che, in genere, non è in grado di controllare i grandi mezzi di informazione, e dunque deve trovare altri strumenti per combattere ad armi pari con nemici molto più potenti. E oltretutto la svolta garantista del giorno prima aveva lasciato senza fiato gran parte del suo movimento, e in particolare le persone più esposte sul versante della comunicazione (ad esempio, appunto, “Il Fatto Quotidiano”, che infatti ieri aveva titolato in prima pagina con grande imbarazzo e nascondendo la svolta: «5Stelle: “via i condannati, gli indagati caso per caso”». Quella di oggi è una correzione che Grillo non poteva evitare. Sta dentro la sua “tattica”. Speriamo solo che resti un’idea di giornata, come in genere succede alle idee di Grillo, perché di Salem, diciamo così, ci è bastata quella del 600…

Caso polizza Raggi, il sorriso e le menzogne della sindaca che non sa. Di fronte la Direzione Centrale Anticrimine, con un sorriso da fatina, evita risposte, ripete che l'interrogatorio è stato "sereno" e di aver "chiarito tutto". Non spiega, prende tempo. La verità romperebbe la catena di omissioni e dissimulazioni in cui l'avventura Cinque Stelle in Campidoglio è stata annegata, scrive Carlo Bonini il 3 febbraio 2017 su "La Repubblica". Non è dato sapere quanti cittadini romani e quanti italiani in genere siano nella struggente condizione di Virginia Raggi, beneficiari dunque di una polizza sulla vita di un amico, un familiare, un fidanzato o fidanzata, a loro insaputa. Né quanti uomini dal cuore grande in quella di Salvatore Romeo, pronto a dividere denari di ignota origine con amici e fidanzate, e a sua insaputa, naturalmente non certo per questo, beneficiati da un invidiabile e fiabesco lieto fine per cui quell'atto di silenziosa generosità viene compensato con uno stipendio quintuplicato e la consegna delle chiavi del Potere in Campidoglio. Quel che, al contrario, è certo e resterà indimenticabile, è il siparietto notturno, di fronte alla porta carraia della Direzione Centrale Anticrimine, con cui, dopo la mezzanotte, con un sorriso da fatina, la sindaca pensa di mandare a nanna i cittadini della città che amministra - per inciso, la Capitale del Paese - e il resto di Italia che la guarda. L'interrogatorio è stato, va da sé, "sereno". Lei, va da sé, ha "chiarito tutto" e, poiché "a Roma c'è molto lavoro da fare e da portare avanti" e "ci sono indagini in corso", non c'è tempo, né è opportuno perdere quei cinque, dieci minuti, per rispondere una volta per tutte a quelle due o tre domande sul suo conflitto di interesse. Quello grande come un macigno che la accompagna dal primo giorno dell'insediamento. Che l'ha impiccata a due figuri come Raffaele Marra e Salvatore Romeo ("gli amici al bar") e ai loro non luminosi destini. Che le è costata l'accusa di abuso di ufficio e falso ideologico. E che, detto per inciso, da otto mesi, tiene in ostaggio Roma e la gestione della cosa pubblica, costrette al coma farmacologico. Ora, basterebbe questa mattina leggere con attenzione su Repubblica le parole di Alessandra Bonaccorsi, ex fidanzata di Salvatore Romeo, a sua volta beneficiata nel 2013 dalla stessa polizza vita dell'uomo dal cuore grande, per scoprire che il nostro amava informare della sua premura. E, dunque, liquidare le parole della sindaca fatina per quel che sono. L'ennesima menzogna. Interrogandosi, contestualmente, sulla sinistra mimica facciale, sullo straniante e scisso tono della voce, con cui quelle menzogne vengono da mesi proposte all'opinione pubblica, prima ancora che al Movimento che della "trasparenza" ha fatto la sua bandiera. Come ogni bugiardo seriale - dal caso Minenna-Ranieri, a quello Muraro e Marra - la Raggi è condannata a espungere sistematicamente la verità dei fatti dal suo discorso pubblico, perché se pronunciata, la verità avrebbe l'effetto di illuminare d'incanto la catena di omissioni, dissimulazioni in cui l'avventura Cinque Stelle in Campidoglio è stata annegata. Un prezzo che la Raggi e chi le è rimasto intorno non possono pagare. Per convenienza politica di bottega. Per paura. Per ignavia militante. Vedremo nelle prossime ore il responso che il Vate del Movimento vorrà dare all'ennesimo twist del caso Raggi. Ma quel sorriso sinistro di ieri notte, la mimica del corpo, a Beppe Grillo, che è animale da palcoscenico, dovrebbero suggerire che la faccenda si fa di ora in ora più seria. E, per certi aspetti, drammatica. Ormai persino a prescindere dal codice penale. La Raggi non lascerà il Campidoglio per nessuna ragione al mondo. O, almeno, non lo farà di sua spontanea volontà. Perché sa quale buio la attende il giorno in cui dovesse richiudersi per sempre alle spalle la porta dell'ufficio con l'affaccio sul più bel panorama del mondo. Di più. Se costretta dalla sfiducia del Movimento, la Raggi trascinerà dietro di sé i suoi carnefici politici. Va da sé, con un sorriso. "Good night" e "good luck", buonanotte e buona fortuna, al Movimento Cinque Stelle. E, naturalmente, a Roma.

Giunta Raggi, tesoretti segreti e ricatti che legano il nuovo potere ai vecchi padroni di Roma. La storia. Se l'assicurazione fu donata per un legame privato, la sindaca era in conflitto d'interessi quando promosse Romeo. Rebus sulla provenienza dei fondi, scrive Carlo Bonini il 3 febbraio 2017 su "La Repubblica". Finisce come in un mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite. La sindaca Virginia Raggi che, passata mezzanotte, piegata da un interrogatorio fiume per abuso di ufficio e falso ideologico, lascia un ufficio della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato dove è entrata con il sole. Inseguita dallo schianto dell'ennesimo, miserabile segreto, custodito dai "quattro amici al bar" (così aveva battezzato la chat chi si era preso Roma). Una polizza sulla vita di 30 mila euro di cui era beneficiaria e accesa da Salvatore Romeo nel gennaio 2016, sei mesi prima che lei, la "beneficiata", nel frattempo diventata sindaca, gli triplicasse lo stipendio di dipendente comunale e lo nominasse capo della sua Segreteria. In barba a pareri, opportunità, o, più semplicemente, decenza. Ora dunque si capisce perché, come si dice da queste parti, "andavano per tetti" i "quattro amici al bar". Lei, Romeo, l'ubiquo e ingombrante Raffaele Marra, il fido Daniele Frongia. Non per godere dell'aria del Campidoglio. Ma perché il cemento che li teneva insieme era ed è evidentemente inconfessabile. Innanzitutto a una parte del Movimento Cinque Stelle. Ora si capisce perché Raffaele Marra poteva trafficare per conto e a beneficio del fratello Renato (promosso a capo del dipartimento turismo), chiedendo e ottenendo dalla Raggi che ci mettesse la faccia, perché Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo. Ecco perché, come a un tavolo di bari tenuto insieme dal ricatto, Raffaele Marra e Salvatore Romeo posavano a padroni del Campidoglio, tracotanti e triviali. Perché il primo, sibillino, diceva da libero e fa intendere da galeotto "se parlo io viene giù tutto". E il secondo, Romeo, di Marra era la controfigura. Per dirla come la diceva Salvatore Buzzi in una delle più celebri intercettazioni di "Mafia Capitale", "perché la mano destra lava la sinistra e tutte e due lavano il viso". Altro che Carneade questo Salvatore Romeo. Si scopre ora - dalle contestazioni mosse durante l'interrogatorio del Procuratore aggiunto Paolo Ielo e anticipate ieri pomeriggio on-line dall'Espresso e dal Fatto mentre la deposizione era in corso - che il tipo era seduto su un tesoretto di 90 mila euro che alimentava almeno tre polizze vita. Tutte accese prima che la Raggi sbaragliasse a colpi di dossier l'avversario Marcello De Vito nelle comunarie e tutte a beneficio di altrettanti militanti del Movimento Cinque Stelle. Tra loro, la Raggi. Una generosità piuttosto singolare per un signore che all'epoca guadagnava 39 mila euro l'anno. Dunque, perché accendere quelle polizze? E, soprattutto, con quali soldi? O con i soldi di chi? E, in questo caso, per garantirsi quale ritorno? Si racconta ora negli ambienti Cinque Stelle che la ragione fosse nel legame privato, privatissimo, tra la Raggi e Romeo. Che la politica "non c'entri" e quella polizza (accesa nel 2013 e modificata nel beneficiario, la Raggi, nel gennaio 2016) fosse il gesto generoso di un uomo a beneficio di una donna che aveva a cuore nell'eventualità gli fosse sopravvissuta. Il che comunque affosserebbe la sindaca più di quanto già non lo sia. Perché all'abuso della nomina di Renato Marra si aggiungerebbe ora quella di Salvatore Romeo, per l'appunto. Promosso e triplicato nel reddito tacendo un legame privato e dunque in pieno conflitto di interesse. Perché, insomma, a "familismo" si sommerebbe altro "familismo". Ma le cose potrebbero anche non stare così. E allora ci sarebbe una sola altra spiegazione plausibile. Quella polizza, come le altre accese da Romeo, potrebbero avere un'origine - diciamo così - non privata, ma politica. Il che non cambierebbe il quadro giudiziario del conflitto di interesse della sindaca, ma, per certi aspetti, ne deturperebbe ulteriormente la figura politica. Se infatti quelle tre polizze erano una "fiche" puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano - quella "nero fumo", quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra - perché prevalesse sulla cordata De Vito-Lombardi, se erano la contropartita per sigillare un patto politico, questo significherebbe che qualcuno, e sarà interessante scoprire chi, usò Romeo come terminale e garante di impegni con quel sistema di poteri e relazioni che, a Roma, ha nomi e indirizzi. Che, del resto, in questi sette mesi sono affiorati, ogni qual volta è stata bucata la quinta di cartapesta alzata dalla sindaca a difesa di scelte politiche incomprensibili. E dietro le quali hanno fatto regolarmente capolino qualche cliente dello studio Sammarco, la rete dei legami di destra di Marra. E a cui, a ben vedere, era tutt'altro che estraneo lo stesso Romeo. Non più tardi del 24 gennaio scorso, sentito come testimone nell'aula bunker del carcere di Rebibbia nel processo Mafia Capitale, Romeo viene infatti incalzato da una significativa domanda del pm Luca Tescaroli: "Che rapporti ha avuto con il sindaco Alemanno?". "L'ho incontrato una sola volta in vita mia", rincula lui, specificando che l'occasione era stata la sua partecipazione a un'assemblea dell'Ama, la municipalizzata dei rifiuti, per una nomina in consiglio di amministrazione. "Diciamo che le cose non stanno esattamente così. Che quel ricordo è un po' riduttivo", chiosa una fonte investigativa. Che, insomma, i rapporti con la destra di Romeo, uomo per altro nato a sinistra, fossero più strutturati. Non fosse altro perché in quegli anni di Alemanno Raffaele Marra è il capo del dipartimento Casa e Romeo è funzionario alle aziende partecipate di cui, nel 2013, Marra sarà capo. Una coppia che diventerà il cerchio magico di Virginia. E, ora, il suo cerchio di fuoco. Anche se questa non è una storia da acrobati. 

Roberta Lombardi sul caso Virginia Raggi: "Hanno infiltrato il M5s", scrive “Libero Quotidiano” il 3 febbraio 2017. Una polizza sulla vita rischia di affondare Virginia Raggi. Un'assicurazione da 30mila euro intestata "a sua insaputa" da un uomo innamorato di lei è l'ultimo disastro venuto a galla della sindaca grillina. Dettagli emersi dall'interrogatorio. Per ora, la Raggi resiste. Ma se dovessero arrivare nuove accuse, come quella (probabile) di corruzione, o nuove prove, i vertici pentastellati - alias Grillo e Casaleggio - sarebbero pronti a scaricarla. Ma, nel frattempo, nel M5s cova la rivolta degli ortodossi. Di chi vorrebbe, e subito, la testa della Raggi. In primissima linea c'è Roberta Lombardi, da sempre contro Virginia (e, per inciso, la Raggi in un chat si chiedeva se "la Lombardi farà mai pace con il suo cervello"). E l'ex capogruppo, in pieno stile grillino, vede complotti come granelli di sabbia in riva al mare. Ovunque. Già, perché sul caso che ha travolto la Raggi è riuscita a dire: "Qui ci hanno infiltrato per bene. Speriamo che tutto questo ci aiuti a fare pulizia per poter ripartire. Io sono in pace con la coscienza, ho gridato fino a ieri per metterli in guardia". E se sulla coscienza pulita nessuno ha nulla da eccepire, fa riflettere quanto affermato dalla Lombardi. Il disastro della Raggi? Sarebbe opera di una "infiltrazione". La possibilità che ci siano responsabilità personali o del Movimento neppure viene presa in considerazione. Tutta opera di un'infiltrata. Convinta lei...

Perfidia, veleni e macchinazioni Quando le donne odiano le donne, scrive Daniela Missaglia, Venerdì 3/02/2017 su "Il Giornale". «Io a volte mi chiedo se lei faccia pace con il cervello prima di parlare», «Lei è proprio l'ultima da cui accetto lezioni di moralità. Da quella poco di buono che ha fatto passare la baby sitter come assistente parlamentare, facendola pagare con i soldi dei cittadini». Stilettate pesantissime che si leggono in questi giorni, sbobinate da chat private in cui la più chiacchierata sindaca (per usare un lessico boldriniano) italiana del momento riversa perle di veleno su un'esponente del proprio partito che aveva osato criticarne scelte e profilo. È proprio vero che le peggiori nemiche delle donne siano proprio le donne. Oggi come sempre: dalle matrone romane alle regine e imperatrici di epoca medievale e moderna alle donne dei nostri giorni. Illustri rappresentanti delle più subdole macchinazioni. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole. L'intercettazione romana non è che l'ennesimo combattimento fra galli tutto in salsa rosa, fuoco «amico» tra due politiche che, pur minoranza in una maggioranza di maschi, riescono a dimenticare ogni minima solidarietà di genere. Si graffiano, soffiano, sibilano, si accaniscono l'una contro l'altra cercando pretesti che spesso invadono la sfera privata, l'immagine, le capacità. Salvo poi indignarsi e schierarsi compatte a difesa di cancelliere teutoniche di turno o politiche di vecchia scuola Pd per presunte battute maschiliste sul loro sex appeal o fondoschiena: il solito vecchio schema per cui il primo peccatore è chi per prima denuncia il peccato. Novelle Savonarola dell'ipocrisia, tutta femminile, che conduce noi donne a difenderci, in pubblico, e criticarci, in privato. La verità è che tra donne non ci amiamo, non ci stimiamo, se possiamo affossarci lo facciamo volentieri. Siamo paladine, a parole, di un femminismo che ci ha insegnato il valore dell'emancipazione e parificazione, dimenticando che la nostra natura crudele prenderà il sopravvento non appena sentiamo avvicinarsi il pericolo di un'avversaria capace di rubarci la scena. Il pettegolezzo, vezzo femminile, è radicato nel nostro Dna, e così la rivalità accecante. Le nostre armi non sono i muscoli, ma le sinapsi che elaborano vendette sottili, se vogliamo persino più sanguinose. Un uomo urla, s'impone fisicamente, ma poi si sgonfia e dimentica. Noi donne no, sappiamo come colpire e dove colpire con la precisione di un tiratore scelto. Miti e fiabe sono intrisi di figure femminili terribili che, per invidia, colpiscono donne come loro. La perfidia le accomuna nella macchinazione di intrighi e stratagemmi per arricchire se stesse o per preservare la posizione raggiunta. Atena stracciò la tela-capolavoro di Aracne, Era privò della voce la ninfa Eco e trasformò la ninfa Callisto in un'orsa: non a caso l'invidia era impersonata da Megèra, una delle spietate Erinni. D'altra parte, già nel nel 1600 lo scrittore francese Jean de La Bruyère declamava: «Le donne sono estreme: o migliori o peggiori degli uomini». Ecco, aggiungo io: nella perfidia, sicuramente le peggiori, nel coraggio e nella fermezza le migliori.

Raggi e Lombardi, Eva contro Eva: la lotta di potere delle due grilline, scrive di Francesco Specchia su “Libero Quotidiano” il 30 gennaio 2017. Eva contro Eva. La lotta furiosa fra Virginia Raggi e Roberta Lombardi, la disfida fra femmine unghiate -catfight si direbbe in America- nel fango dei giochi di potere e in quello delle chat penalmente rilevanti evoca oggi, tutta l'angoscia di quel film premio Oscar di Joseph L. Mankiewicz del '50. Lì c'era una attrice scafata e onnipotente soppiantata sul palco da una giovane collega rampante. Qui spicca una potente zarina (Lombardi, detta anche la «Faraona») dei sobborghi romani, dal volto segnato da mille battaglie; la quale, messa da parte dall' emergente con l'aria da eroina disneyana (Virginia, da eroina disneyana soltanto l'aria), ritrova il gusto prepotente della vendetta. Forse. La frase «Lombardi non la sopporto e mi è antipatica. Paga la baby sitter con i soldi della Camera...» pronunciata da una sindaca ai limiti dell'umana tolleranza non è che la rappresentazione di una faida che scorre carsicamente nelle vene romane del Movimento 5 Stelle. Raggi e Lombardi sono femmine d' opposta natura. Hanno in comune solo la laurea in giurisprudenza, il retrogusto della ribellione, e un totalizzante senso di maternità che ha spinto la prima a portare il figlio in Consiglio comunale e la seconda la tata della figlia in Parlamento. Per il resto le signore si odiano di un odio cinematografico e straordinariamente femminile, appunto. Eppure, prima della guerra fratricida, hanno lavorato insieme per la caduta dal Campidoglio di Ignazio Marino. Ma, mentre di Virginia- bella presenza, capacità tecnica, ottimo inglese- s' appassionava Gianroberto Casaleggio fino a caldeggiarla per la candidatura a sindaco nel web; di Roberta, fino allora indiscusso deus ex machina nella Capitale, si perse traccia. Il potere di Lombardi va nelle secche del Movimento quando il suo uomo di riferimento il pur bravo Marcello De Vito -già candidato a primo cittadino perché fondamentalmente Roberta non era candidabile- viene ancora trombato da una congiura ordita -si dice- dal gruppo del rivale storico Daniele Frongia. Con la Raggi divenuta sindaca e quinta carica dello Stato, Roberta tenta comunque, imponendo un minidirettorio di contenere l'inerte scalpitare della prima cittadina. La quale, di fatto, non solo è sempre più lontana dalla linea pentastellata, ma anche impermeabile al mondo politico esterno grazie al cordone sanitario dei Frongia, Marra e Salvatore Romeo, collaboratore di sempre in Campidoglio. Dio, non è che il cordone fosse quello d'una compagnia di francescani, ma transeat. Fatto sta che il minidirettorio si sgretola e Lombardi si becca altre scoppole. Anche se il suo protégé De Vito, nominato Presidente dell'Assemblea Capitolina, esercita una politica di low profile e, con lungimiranza, rifiuta di partecipare al cosiddetto «conclave», la famigerata riunione di Raggi con consiglieri e assessori preludio alla tempesta giudiziaria. Tempesta che viene fiutata da Lombardi, avvezza ai casini legali: la donna è l'unica a postare su Facebook che «Marra è il virus che ha infettato il movimento», prima che si muova la Procura. La linea dura della Lombardi viene sposata anche da altre due donne forti del M5S, Carla Ruocco e Annalisa Taverna sorella di Paola che minaccia d'«appendere pe' le orecchie» la sindaco fino a che non fosse «rinsavita». Il che, ammettiamolo, non è affatto un'uscita alla Audrey Hepburn. Ma disvela, per il destino dell'amministrazione romana pentastellata, scenari preoccupanti. Raggi è sotto assedio. È assalita dall' esterno (Sgarbi l'ha definita la Ambra Angiolini, la bambolina teleguidata di Grillo) e dall' interno. Basterebbero sei consiglieri per sfiduciarla, ma pare che siano in dieci che, pur attenendosi ufficialmente alla linea protettiva di Grillo, stiano valutando se riallinearsi alla strategia della Lombardi. Magari proprio staccare la spina al sindaco no. Ma, in caso di rinvio a giudizio o di patteggiamento, spingere per un'autosospensione della Raggi. Che darebbe modo, naturalmente, alla rivale di riorganizzarsi e apparecchiare la strada alla scalata del suo De Vito, poiché il sostituto di diritto, il vicesindaco Luca Bergamo non appartiene al Movimento. Dietro la suddetta lotta di potere un po' alla Macbeth - lo rivela Andre Cinquegrani su lavocedellevoci.it - ci sarebbe l'affaire stadio della Roma, e il ritorno di Malagò con le solite Olimpiadi da piazzare. Eva contro Eva ha ancora un finale da scrivere...«Lei è proprio l' ultima dalla quale accetto lezioni di moralità. Da quella poco di buono che ha fatto passare la baby sitter come assistente parlamentare, facendola pagare con i soldi dei cittadini. Lei di certo non si può permettere di giudicare me». «Non la sopporto. E non sopporto che si permetta di fare la morale a me... da che pulpito! Come se lei fosse una persona integerrima». 

Raggi e i veleni in chat su Lombardi: mi chiedo se prima di parlare faccia pace col cervello. Ascoltato dai pmi Marcello De Vito. Presto toccherà Di Battista, Ruocco e Taverna. Ecco lo scambio di messaggi, in cui è assente la vittima del presunto dossier, scrive Alessandro Trocino il 1 febbraio 2017 su "Il Corriere della Sera". «Io a volte mi chiedo se lei faccia pace con il cervello prima di parlare». È Virginia Raggi che scrive, nella chat dei consiglieri comunali, nella scorsa consiliatura. Destinataria della definizione non benevola è Roberta Lombardi, nemica numero uno della futura sindaca di Roma e avversata da molti altri esponenti ai vertici dei 5 Stelle. La vicenda del dossieraggio contro Marcello De Vito, accusato con toni da inquisizione di reati e abusi, tutte accuse poi cadute rapidamente, sta acquisendo toni shakespeariani. Ma anche una rilevanza politica crescente, che i 5 Stelle negano pervicacemente, sperando che il silenzio seppellisca un intrigo nel quale sono coinvolti molti esponenti di peso del Movimento. Ieri, a dare un tocco surreale, ma anche a fornire concretezza a quelli che continuano a derubricare come gossip giornalistici, è arrivata la pubblicazione sul sito Affari Italiani degli screenshot (le foto) della chat interna, relativa proprio al dossieraggio. Uno scambio di messaggi pesantissimo in una chat nella quale è assente, non a caso, solo De Vito. Le accuse nei suoi confronti sono diverse, ma su tutte c’è quella di aver compiuto un accesso agli atti illegittimo. La Raggi, di lì a poco sfidante proprio di De Vito alle primarie, ormai infangato in Rete, è tra le più accanite accusatrici. Scrive: «Ragazzi, scusate, ma per verificare sospetto di mazzette all’ufficio condoni fai l’accesso agli atti di un procedimento?! E che le mazzette si annotano come fondo spese a margine degli atti? Maddai… E poi non ne parli con noi? Maddai…». E ancora: «In caso chiami la polizia». De Vito si difese dalle accuse inviando una mail dell’avvocato Paolo Morricone che provava come fosse stato il legale dei 5 Stelle a chiedere, per conto di un cliente, l’accesso agli atti. «Scelsi De Vito — spiega Morricone — a caso, solo perché era quello che conoscevo meglio». Ma per Daniele Frongia, accanito accusatore poi vicesindaco (defenestrato da Grillo), «la linea di difesa peggiora la situazione di Marcello: l’accesso era voluto da Paolo Morricone che con quell’accesso voleva scoprire una non meglio precisata mazzetta». A dir la verità, dopo che fu compiuto l’accesso agli atti, curiosamente non si ebbe notizia dei risultati: «De Vito non mi disse più nulla — spiega Morricone — Non so perché, poi cadde Marino e tutta la faccenda finì nel dimenticatoio». Tornando alle chat, la Raggi scrive ancora: «De Vito non rispetta le regole basilari per candidarsi a sindaco. Continua a forzare la mano per fare come vuole lui. Sono stanca, in due anni non è cambiato nulla». A darle manforte interviene Marco Terranova: «Non ho paura ad andare da De Vito, me lo magno pure in Campidoglio da sindaco se serve, non dobbiamo dargliela vinta a lui ma soprattutto alla Lombardi». Sulla stessa linea altri partecipanti a vario titolo alla chat, Veronica Mammì (la moglie di Enrico Stefano, che scrive «ma che stiamo giocando a bazzico rampichino?»), Alessandra Agnello, Giusy Campanini, Monica Lozzi. Frongia, contattato, nega l’evidenza: «Le chat? Il dossieraggio? Ricostruzioni fantasiose». Stefano pure: «Tutto falso». Roberta Lombardi allunga il passo in Transatlantico. Si ferma Alfonso Bonafede, uno dei due deputati chiamati ad «aiutare» la Raggi in queste settimane: «De Vito e Raggi sono in buoni rapporti. Ma proprio buoni eh». Anche se si sono massacrati per mesi?: «Io li ho sempre visti lavorare bene». Quanto al dossieraggio: «Se esistesse, ed è tutto da provare, non avrebbe influito minimamente sulle primarie». Tutto bene, insomma. Splende il sole sul Campidoglio, a sentire Bonafede e gli altri. Eppure, la pubblicazione di queste chat, insieme all’inchiesta che la vede indagata per abuso d’ufficio e falso, mettono la Raggi in una situazione difficile. E se in quella fase godeva dell’appoggio dei vertici dei 5 Stelle, che non volevano De Vito sindaco anche per ridimensionare il potere di Roberta Lombardi, ora la Raggi sembra sempre più sola. Intanto la Procura indaga. Dopo la Lombardi, che ha evocato come possibile mandante della trappola Raffaele Marra, è stato il turno di De Vito ad essere sentito. E si è deciso di interrogare anche Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Paola Taverna e gli altri big che sapevano tutto e non hanno mai parlato.

Virginia Raggi in attesa di interrogatorio. Su Lombardi: "Faccia pace col cervello". La sindaca, che disse di aver deciso la nomina da sola, sentita dai pm. Ed è polemica sui messaggi di un anno fa, all'inizio del 2016, dove De Vito è additato come colui "che non rispetta le regole base" del M5S, scrive il 2 febbraio 2017 "La Repubblica". "Io a volte mi chiedo se lei faccia pace con il cervello prima di parlare" scrive Virginia Raggi nella chat dei consiglieri comunali. Era la scorsa consiliatura e non era sindaca. Si riferisce a Roberta Lombardi, sua nemica numero uno e avversata da altri esponenti ai vertici dei 5 Stelle. La vicenda del dossieraggio contro Marcello De Vito, accusato di reati e abusi, accuse poi cadute, sta acquisendo una rilevanza politica crescente. Ieri è arrivata la pubblicazione sul sito Affari Italiani degli screenshot della chat interna. In attesa dell'interrogatorio della sindaca che dovrebbe tenersi oggi, si delineano i nuovi elementi in mano all'accusa. Sono decine le conversazioni tra i fratelli Raffaele e Renato Marra registrate tra ottobre e novembre. Dopo averlo incitato a fare domanda "perché si è liberato il posto di capo del Turismo", Raffaele spiega al fratello che bisogna avere "l'appoggio di Adriano", riferendosi all'assessore al Commercio Adriano Meloni che qualche giorno fa di fronte ai magistrati ha confermato: "Fu Raffaele a suggerirmi quella scelta". I due parlarono anche con Marcello De Vito, presidente del consiglio comunale, coinvolsero nella gestione della pratica Salvatore Romeo. E infatti, dopo la nomina, lo stesso Meloni ringrazia con una email Raggi, Marra e Romeo. Raggi è accusata anche di falso per aver sostenuto che aveva fatto tutto da sola, mentre il tenore delle conversazioni - soprattutto quelle tra i Marra - dimostra che furono proprio loro a istruire la pratica ottenendo diversi appoggi politici. Ma è la chat privata di "portavoce" romani a far discutere oggi. "Noi sosterremo qualunque candidato che si muova nel M5S, rispettando sia il programma e le finalità, sia i modi. A nostro avviso lui purtroppo non rispetta queste regole basilari", è un altro dei messaggi di un anno fa, all'inizio del 2016, inviato da Raggi. Sono i giorni infuocati dello scontro, tutto interno, proprio con De Vito, l'uomo che le contendeva la leadership e che oggi preside l'Aula Giulio Cesare. Contro di lui - è l'ipotesi su cui indaga la procura - si sarebbe messa in moto una "macchina del fango" per screditarlo e affossarne la corsa al candidato sindaco. Nel messaggio di Raggi De Vito viene additato come colui "che non rispetta le regole basilari" del M5S. Contro di lui, escluso dalla conversazione riservata, si accaniscono anche altri, compreso l'attuale assessore Daniele Frongia secondo cui "la linea di difesa peggiora la situazione di Marcello". Ma è la sindaca la più accanita. Scrive: "Ragazzi, scusate, ma per verificare sospetto di mazzette all'ufficio condoni fai l'accesso agli atti di un procedimento?! E che le mazzette si annotano come fondo spese a margine degli atti? Maddai... E poi non ne parli con noi? Maddai...". E ancora: "In caso chiami la polizia". Quello che emerge in attesa che la procura verifichi l'origine del dossieraggio contro il rivale della sindaca, è uno scontro di potere interno. Da una parte la prima cittadina e i suoi fedeli. Marco Terranova, attuale consigliere, su De Vito dice: "Non ho paura ad andare da lui, me lo magno pure in Campidoglio da sindaco se serve, non dobbiamo dargliela vinta a lui ma soprattutto alla Lombardi". Dall'altra la corrente della Lombardi con cui lo scontro è stato aspro fin da subito. A darle manforte altri partecipanti a vario titolo alla chat, Veronica Mammì (la moglie di Enrico Stefano, che scrive "ma che stiamo giocando a bazzico rampichino?"), Alessandra Agnello, Giusy Campanini, Monica Lozzi. E mentre la deputata nega di aver presentato esposti sul "dossier-De Vito", a Raggi arriva la solidarietà del senatore renziano Andrea Marcucci: "La sindaca è vittima di una costante violazione della privacy". Intanto la Procura indaga. Dopo Lombardi, che ha evocato come possibile mandante della trappola Raffaele Marra, è stato il turno di De Vito ad essere sentito. E si è deciso di interrogare anche Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Paola Taverna e gli altri che sapevano tutto e non hanno mai parlato.

Virginia Raggi e la chat con Marra, Romeo, Frongia: quattro amici al bar, scrive "Blitz Quotidiano" il 24 gennaio 2017. Virginia Raggi, sindaco di Roma, “ha mentito all’Anac su Raffaele Marra e suo fratello Renato?”. Se fosse vero, “si chiarirebbe il vero ruolo di Marra”, dice il senatore del Pd Stefano Esposito. Esposito rilancia alcune indiscrezioni sulla inchiesta in corso a Roma, dopo l’arresto dello stesso Raffaele Marra e il contenuto della chat fra i “quattro amici al bar”. I quattro erano, oltre a Raffaele Marra e Virginia Raggi, l’ex capo della segreteria del sindaco, Salvatore Romeo, e l’ex vicesindaco Daniele Frongia. “Altro che uno dei 45 mila dipendenti del Comune”. Sembrerebbe configurarsi un vero e proprio scambio di opinioni e informazioni fra la Raggi e Marra sullo stipendio del fratello di Marra: “Quindi o il Sindaco ha mentito nella memoria all’Anac o Marra ha pesato eccome sulla scelta di Raggi dedicata a suo fratello. Quel che è certo è che passano i giorni e la nebbia continua a ristagnare sul Campidoglio”. Il messaggio contenuto nella chat dei 4 amici al bar di cui parla il senatore del Pd è quello in cui Virginia Raggi chiede cosa dicono le norme quando un dipendente del Comune cambia fascia professionale. Virginia Raggi si riferisce evidentemente al caso di Raffaele Marra, Renato Marra, graduato della Polizia municipale, che aveva fatto domanda per diventare comandante dei vigili urbani di Roma. Da notare che Renato Marra ne aveva tutti i requisiti. Era considerato uno dei migliori dirigenti del corpo al punto di essere stato l’unico a essere stato premiato dal commissario Francesco Paolo Tronca lo scorso maggio. La posizione di comandante dei vigili è, dal punto di vista dell’inquadramento dei dipendenti comunali, in fascia 5. Renato Marra aveva poi rinunciato a procedere in carriera, optando per un ruolo inferiore dal punto di vista retributivo, in fascia 3, anche se non meno pesante dal punto di vista del potere, quello di direttore del turismo. Su questo cambio di collocazione di Renato Marra è stato interrogato Raffaele dalla Raggi. Raffaele ha risposto, inviandole le foto dei riferimenti normativi. Nella stessa chat, la Raggi si informerebbe anche del livello retributivo. Identica la risposta di Marra: è stabilito per legge. La chat smentirebbe, secondo il sen. Esposito, quello che era stato detto a suo tempo dalla Raggi, che nella nomina di Renato Marra il ruolo del fratello Raffaele era “stato di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali, peraltro affidate in via esclusiva dalla normativa vigente. Raffaele Marra – spiegava Raggi – si è limitato a compiti di mero carattere compilativo”.

Aggiunge Sara Menafra sul Messaggero: In queste conversazioni, tutte registrate sulla popolare applicazione Whatsapp, i due si confrontano proprio a proposito della promozione alla quale aspira Renato e che effettivamente ottiene. Il tono è ovviamente confidenziale e Raffaele spiega al fratello vigile urbano quali sarebbero i benefici, anche in termini di stipendio, qualora dovesse effettivamente ottenere l’incarico a capo dell’ufficio Turismo. I pm si sono presi qualche giorno per valutare anche queste conversazioni. Il punto, infatti, è capire quanto e se Marra abbia usato il suo rapporto di fiducia col sindaco Raggi per sostenere il fratello sebbene il regolamento comunale vieti ai congiunti di promuoversi a vicenda. Proprio per questo motivo, l’altra chat interessante è quella dei «Quattro amici al bar». Come ha anticipato il Fatto quotidiano, la app Telegram, che ospitava la conversazione, ha registrato almeno quattro messaggi con questo argomento. Al momento di valutare la nomina di Renato Marra, il sindaco Raggi chiede proprio a Raffaele il funzionamento delle fasce dirigenziali e, conseguentemente, le retribuzioni. In entrambi i casi, Marra risponde con una foto della pagina del regolamento comunale: prima sulla fasce, poi sui compensi. Anche in questo caso, la conversazione può risultare decisiva specie se contrapposta a quanto lo stesso sindaco ha riferito all’Anac nel corso dell’istruttoria su questa nomina.

Ma un altro articolo di Michela Allegri e Cristina Mangani sul Messaggero spiega che forse la Raggi non decise da sola la nomina del fratello di Marra, anzi che sia stata messa praticamente davanti al fatto compiuto: Si è assunta la responsabilità della nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele, finito in carcere per corruzione. E ora una chat, quella aperta tra lei e il suo ex braccio destro, sembra smentirla. Virginia Raggi e quell’incarico tanto discusso non trovano pace. Chi ha deciso veramente di promuovere Renato Marra a capo della Direzione del Turismo di Roma Capitale? Il primo cittadino o il fratello, all’epoca capo del personale? A giudicare dal contenuto della conversazione riservata, la sindaca avrebbe accettato la decisione a scatola chiusa. E poi, davanti ai malumori dell’opposizione e degli stessi 5 stelle per quell’aumento di ventimila euro nella busta paga, gli avrebbe scritto: «Raffaele, questa cosa dello stipendio mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire».

Raggi, è il dossier contro De Vito a legarla a Marra? Debito di riconoscenza per aver eliminato il concorrente alla scalata alla poltrona di Sindaco. Verso uno scontro ancora più duro nel M5S, scrive l'1 febbraio 2017 Claudia Daconto su Panorama. È probabilmente perché "lui è davvero un signore", come chi è sempre stato dalla sua parte, a cominciare dalla leader del Movimento 5 Stelle romano, Roberta Lombardi ha sempre sostenuto, se Marcello De Vito ha voluto smentire sulla sua pagina Fb il titolo de Il Messaggero di questa mattina: "De Vito: senza quel dossier il candidato sarei stato io". Lungi dal volergli attribuire anche qui virgolettati che il presidente dell'Assemblea capitolina ha già disconosciuto, ai tempi delle comunarie grilline per la scelta del candidato sindaco, scrivemmo che Virginia Raggi ebbe la meglio su di lui perché a un certo punto il suo braccio destro. Daniele Frongia, uno dei “quattro amici al bar” (così era chiamata la chat tra Raggi, Frongia, Marra e Romeo), decise di far convergere i suoi voti sulla collega. Adesso sarà la Procura di Roma a stabilire se, come sostiene il senatore Andrea Augello in un esposto presentato già a luglio scorso, fu azionata anche la molla della denigrazione ai danni dello sfidante allora più accreditato a ottenere l'investitura di candidato sindaco, Marcello De Vito, probabilmente per garantirsi il successo dell'operazione e convincere i vertici del Movimento a puntare sulla giovane avvocatessa romana. I magistrati di Piazzale Clodio hanno deciso di aprire un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato dopo aver raccolto la testimonianza della deputata grillina Roberta Lombardi. È stata lei infatti a rivelare di aver saputo da un collaboratore del M5S, che sarà a sua volta ricevuto dai pm, che dietro le accuse contro De Vito ci sarebbe stato proprio Raffaele Marra. A fine dicembre del 2015, meno due mesi prima delle comunarie grilline, gli allora consiglieri capitolini Daniele Frongia, Enrico Stefano e Virginia Raggi si riuniscono per accusare il quarto compagno, Marcello De Vito, di abuso d'ufficio. Nel marzo 2015 De Vito aveva infatti richiesto un accesso agli atti per una questione edilizia a loro avviso in modo indebito. A gennaio De Vito viene sottoposto a una sorta di processo alla presenza anche dei parlamentari Di Battista, Lombardi, Ruocco, Taverna e dei responsabili della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi. De Vito ne esce bene: spiega la sua posizione, Di Battista si arrabbia con il delegato della fronda anti-De Vito, Enrico Stefano, per aver consultato un avvocato senza il permesso del Movimento. Tuttavia ormai il destino di De Vito appare segnato: non sarà lui il candidato sindaco di Roma. I big del partito infatti hanno già deciso che il nome su cui puntare è quello di Virginia Raggi e soprassiedono su un punto cruciale dell'intera vicenda: da chi, Frongia, Stefano e la stessa Raggi, avevano ricevuto la soffiata sul loro compagno? Guarda caso nei mesi a seguire i sospetti si concentrano proprio su due personaggi chiave di questa turbolenta stagione della politica romana: Raffaele Marra e Salvatore Romeo. Entrambi sono dipendenti del Campidoglio e si muovono con disinvoltura tra gli ingranaggi della complicata macchina amministrativa. Sanno cosa cercare e dove possono trovarlo. De Vito è furente. Minaccia esposti e ritorsioni. Ma è proprio Roberta Lombardi a fermarlo: per il bene del Movimento. In più occasioni ci si è chiesti perché Virginia Raggi sia arrivata al punto di minacciare di andarsene se qualcuno avesse tentato di allontanare da lei un personaggio come Raffaele Marra, promosso addirittura capo del personale, difeso e coperto fino a dichiarare il falso pur di tutelarlo, almeno secondo le accuse dei magistrati che domani la interrogheranno a proposito e che, infine, a dicembre, fu arrestato per corruzione. Adesso, al di là di quello che la Procura potrà accertare sulla vicenda del dossier anti-De Vito, c'è una prima risposta politica a questa domanda e una giustificazione alla profonda disistima che Roberta Lombardi ha sempre dimostrato, puntualmente tacitata dai vertici pentastellati, sia per Marra ("il virus che sta infettando il Movimento") che per la stessa Raggi. Se fosse vero che Virginia Raggi e il suo gruppo di amici si sono avvalsi della “collaborazione” di Marra e Romeo per tentare di mettere fuori gioco il principale concorrente interno alla scalata verso il Campidoglio, è evidente che, una volta eletta, Raggi aveva nei loro confronti un debito di riconoscenza di non poco peso. Circostanza che, se dovesse essere confermata, è destinata a far alzare ulteriormente il livello dello scontro all'interno del Movimento 5 Stelle già da tempo attraversato da sospetti, recriminazioni e accuse reciproche tanto gravi da rischiare ormai di risultare ingestibili anche per dei maniaci del controllo e della disciplina interna come Grillo e Casaleggio.

La versione di Lombardi: “Così Marra aiutò Raggi”, scrive Vincenzo Imperitura l'1 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". La storica oppositrice della sindaca avrebbe indicato nel manager arrestato il “burattinaio” che avrebbe confezionato il dossier contro De Vito. Potrebbe esserci Raffaele Marra dietro lo scatto finale che ha consentito all’attuale sindaco di Roma, Virginia Raggi, di vincere le primarie on line per la scalata grillina al Campidoglio. A fare il nome dell’ex pezzo da novanta della macchina amministrativa comunale ai magistrati che indagano sulla sindaca – rivela il Fatto Quotidiano nell’edizione di martedì – sarebbe stata la deputata M5S Roberta Lombardi durante l’interrogatorio di sabato scorso. La storica oppositrice della sindaca, e che proprio dalla sindaca si era vista arrivare nei giorni scorsi l’accusa di avere assunto una collaboratrice domestica alla Camera, avrebbe fatto il nome di Marra parlando della crisi che portò l’attuale presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, sul banco degli imputati all’interno del movimento. L’ex plenipotenziario dell’amministrazione capitolina, nel racconto di Lombardi (che ha riferito ai magistrati di avere ottenuto l’informazione da un collaboratore del movimento di Grillo), sarebbe stato uno degli artefici del dossier sputato fuori in piena campagna elettorale per le primarie, e che avrebbe affossato la candidatura dello stesso De Vito in favore della corsa di Virginia Raggi. Una storia ingarbugliata quella che viene fuori dall’indagine per falso e abuso d’ufficio sulla prima cittadina di Roma, a cui si aggiunge il sospetto che Marra possa avere favorito la neo sindaca ancora prima della sua elezione. Mossa che potrebbe in qualche modo giustificare la strenua difesa che la sindaca ha sempre messo in campo nei con- fronti dell’ex numero uno del personale, almeno fino al momento del suo arresto, siamo a dicembre dello scorso anno, quando lo definì come uno dei «23 mila impiegati comunali». La vicenda era scoppiata nel dicembre del 2015, quando Frongia, Raggi e Stefano avevano riunito i consiglieri municipali del M5S accusando De Vito (che non era presente) di abuso d’ufficio per un presunto indebito accesso agli atti risalente a marzo. A quella riunione – che si era chiusa con l’invito a sostenere la candidatura del futuro sindaco – ne seguirono altre due in cui De Vito fu prima accusato (con tanto di parere legale sulla vicenda) e poi scagionato grazie alle prove fornite da De Vito stesso. Prove che non gli consentirono probabilmente di sanare un rapporto di fiducia che si era ormai evidentemente incrinato. Le accuse della Lombardi – accuse su cui i magistrati di piazzare Clodio stanno cercando di approfondire attraverso l’audizione delle diverse parti in causa, compreso il funzionario M5S che avrebbe soffiato la notizia alla Lombardi – farebbero quindi risalire i legami tra Marra e l’entourage della sindaca a prima delle elezioni, ma sono state respinte da Daniele Frongia che ha negato legami che risalgono a quel periodo, negando inoltre di avere sventolato il parere legale contro De Vito durante la caldissima riunione di gennaio 2016. Sul fronte delle indagini vere e proprie intanto, la posizione della sindaca Raggi potrebbe aggravarsi in seguito all’acquisizione, da parte della procura, di una mail scritta dall’assessore Adriano Meloni, a Raffaele Marra (e per conoscenza anche alla prima cittadina). In questa mail Meloni ringrazia Marra per la nomina del fratello Renato (nomina in seguito revocata), indicandolo come la persona giusta. Una mail che dimostrerebbe come lo stesso assessore considererebbe Marra come primo referente per la nomina alla direzione del dipartimento turismo del suo stesso fratello, dimostrando ancora una volta quanto potere venisse normalmente attribuito all’ex pezzo da novanta finito in carcere con l’accusa di corruzione. Lo stesso uomo che secondo i giudici del riesame che hanno rigettato la richiesta di scarcerazione aveva «consolidato nel tempo, nelle amministrazioni locali, grazie a rapporti con l’autorità politica, un potere personale tanto significativo da diventare, a suo stesso dire, l’uomo più potente».

Roma, il fedelissimo della Raggi: "Sul tetto per evitare le cimici". L'ammissione dell'ex capo della segreteria: "Io e Virginia sapevamo delle intercettazioni da subito", scrive Chiara Sarra, Venerdì 06/01/2017, su "Il Giornale". "Sapevamo delle cimici in Comune dal secondo giorno di governo della città". Salvatore Romeo, fedelissimo di Virginia Raggi ed ex capo della segreteria del sindaco di Roma svela ora cosa ci faceva con lei sul tetto del Campidoglio nei mesi scorsi. "Sul tetto ci saremo andati quindici volte", racconta al Messaggero, "Quel giorno mangiavamo un panino, come sempre, poi è uscita fuori quella foto ed ecco che è scoppiato un caso". Ma quella delle intercettazioni è una circostanza già smentita dalla procura di Roma, secondo cui nessuna attività in questo senso "è stata eseguita negli uffici del Campidoglio dopo l'insediamento della giunta Raggi". E pure il sindaco si precipita a sconfessare Romeo: "Magari le mettessero, così saprebbero che non abbiamo nulla da nascondere", ha detto la Raggi ai giornalisti prima di entrare nella Basilica dell'Ara Coeli, accanto al palazzo del Campidoglio, dove si sta svolgendo la messa dell'Epifania. "Romeo dice che lui e la Raggi sapevano delle cimici in Campidoglio. E come facevano a saperlo?", attacca quindi il presidente del Pd e commissario del partito di Roma Matteo Orfini. Romeo, costretto al passo indietro dopo l'arresto di Raffaele Marra, sostiene di aver "pagato il rapporto privilegiato" proprio con l'ex capo del personale: "Io non sono un gargarozzone", dice, "Non sono un ingordo di potere non faccio parte di questo mondo. Non voglio mettere in difficoltà il mio sindaco, in questa città bisogna lavorare se ci sono degli ostacoli è un problema".

La sindaca, Romeo e il giallo delle cimici. Ora è caccia alla talpa. L’indagine sulla corruzione e il ruolo giocato da Marra. Qualcuno avvisò Virginia Raggi e i suoi collaboratori degli accertamenti in corso? I pm: mai intercettati, scrive Fiorenza Sarzanini il 6 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". Ora che a confermare la soffiata è uno dei protagonisti diretti, bisognerà scoprire chi è la talpa del Campidoglio. Le parole di Salvatore Romeo, l’ex vicecapo di gabinetto che in un’intervista al quotidiano Il Messaggero candidamente ammette di essere andato con la sindaca di Roma sul tetto del Comune di Roma «perché sapevamo che in Comune c’erano le cimici», apre infatti scenari inquietanti. Perché conferma il sospetto già emerso nel corso dell’inchiesta che ha portato all’arresto per corruzione di Raffaele Marra e del costruttore Sergio Scarpellini: qualcuno avvisò Virginia Raggi e i suoi collaboratori degli accertamenti in corso. Ieri fonti anonime della Procura di Roma hanno fatto sapere attraverso le agenzie di stampa che «gli uffici del Comune dopo l’insediamento della giunta guidata dal sindaco Virginia Raggi non sono stati oggetto di alcuna attività di intercettazione da parte della magistratura», ma nessun comunicato ufficiale è stato diramato. E in ogni caso il problema non è se davvero ci fossero le microspie, ma che cosa è stato raccontato alla sindaca e al suo staff. E soprattutto da chi. Anche tenendo conto che proprio a giugno, quindi poco dopo le elezioni, una cimice piazzata nell’ufficio di Scarpellini captò le telefonate del costruttore che parlava con la sua segretaria dei soldi consegnati a Marra «perché temo che altrimenti possa ostacolarmi nelle pratiche che ho al Comune». C’era dunque chi era perfettamente a conoscenza non solo dell’esistenza dell’indagine, ma anche del fatto che i pubblici ministeri avessero deciso di piazzare microspie e non soltanto di intercettare i telefoni. Forse non conosceva esattamente tutti i dettagli, non era stato informato sui luoghi sottoposti a controllo. Ma di certo sapeva che le verifiche erano in corso. E si premurò di avvertire gli interessati. Ieri commentando le parole di Romeo sulle cimici, la sindaca non ha smentito di aver ricevuto una soffiata, limitandosi a un commento ironico: «Magari le mettessero, così saprebbero che non abbiamo nulla da nascondere». Stesso atteggiamento rispetto alla possibilità che vengano tolti gli omissis dalla chat sulla piattaforma whatsapp che condivideva con lo stesso Romeo, Marra e l’ex vicesindaco Daniele Frongia: «Non temo nulla». Oggi il tribunale del Riesame dovrebbe pronunciarsi sull’eventuale scarcerazione di Marra. Nei prossimi giorni Raggi potrebbe essere invece convocata in Procura. L’inchiesta per abuso d’ufficio sulle nomine da lei decise è ormai alla fase finale dopo i rilievi dell’Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone e le verifiche svolte su delega del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Scontato che debba essere interrogata come indagata, anche per darle la possibilità di chiarire i criteri utilizzati nella designazione dello stesso Romeo a vicecapo di gabinetto e del fratello di Marra, Renato, a responsabile del Turismo. E in quella sede è possibile che venga chiamata a spiegare anche che tipo di informazioni arrivarono a lei e ai suoi collaboratori più stretti. Ricostruendo l’origine di accuse e veleni che hanno finora segnato il percorso della sua giunta.

Da Il Messaggero del 2 gennaio 2017. Con un commento su Facebook Annalisa Taverna, sorella della senatrice del M5S Paola, torna ad attaccare Virginia Raggi. Lo sfogo contro la sindaca di Roma, ricco di espressioni forti e colorite, sta diventando virale sui social network e risale al 23 dicembre scorso, a poche ore di distanza dalle immagini della Raggi da sola nella Sala del Quirinale per il tradizionale scambio di auguri del Capo dello Stato con le alte cariche. Immagini che erano state prese a simbolo di una sindaca che appariva 'isolatà nei giorni difficili seguiti all'arresto di Raffaele Marra e alla cacciata del 'raggio magicò con l'allontanamento di Salvatore Romeo e l'addio di Daniele Frongia alla poltrona di vicesindaco. «Io in piazza ci scendo volentieri ma con uno striscione del tipo 'hai in mano le sorti della città e quelle del Movimentò», scrive rispondendo alla domanda di una militante. Una «responsabilità enorme» che «hai deciso di affrontare da sola facendo piazza pulita dei 5 stelle e contornandoti del non plus ultra della merda». Adesso «ti attaccano tutti e sei in mezzo al marasma ma me sembra il minimo. Il problema è che per le tue scelte del cazzo nel marasma ci stiamo anche e soprattutto noi». Poi un riferimento al video in cui la Raggi appare da sola al Quirinale. «Nel video di un minuto e mezzo in un evento durato ore, sembri cappuccetto rosso sperduto tra i lupi cattivi (però quando hai scelto i tuoi collaboratori contro tutto e tutti la parte del lupo t'è riuscita benissimo)... non ti ha considerato nessuno... e che t'aspettavi? - prosegue - Rappresenti il Movimento quindi fanne un vanto non un insulto. Ogni tua mossa è sempre sembrata fatta apposta per farti cacciare a calci in culo e farci perdere Roma... bene... è arrivato il momento che invece di lodarti il popolo 5 stelle ti dica che hai rotto er cazzo». «Applica le regole del Movimento. Ascolta Beppe e i nostri parlamentari - si legge in un passaggio del commento - smetti de fa la bambina deficiente con manie de protagonismo e deliri de onnipotenza e comportati da 5 Stelle perché ti abbiamo votato pensando che lo fossi altrimenti chi te se cagava. Datte na calmata e non rompere i coglioni altrimenti t'appendemo pe le orecchie ai fili dei panni sul balcone fino a che non rinsavisci perché non abbiamo nessuna intenzione di perdere un sogno, anni di lotta, sudore e sangue pe na testa de cazzo». Non è la prima volta che Annalisa Taverna attacca la Raggi. La sorella della senatrice M5S già a settembre aveva affidato a Facebook uno sfogo contro le scelte della sindaca grillina.

La lite tra Virginia Raggi e Paola Taverna. Cominciano i retroscena sui guai interni nel M5S e nella lotta con il Raggio Magico. Guerre intestine e città da amministrare, scrive Next Quotidiano venerdì 02 settembre 2016. Com’era normale che fosse, i giornali di oggi sono pieni dei racconti dei contrasti scoppiati nel MoVimento 5 Stelle dopo la vicenda di Raineri e Minenna. In particolare è Il Messaggero, in un articolo a firma di Simone Canettieri, a raccontare di un litigio tra Paola Taverna e Virginia Ragg: L’unico big che l’avvocato pentastellata incontra è la senatrice Paola Taverna, poco prima di pranzo. Il faccia a faccia, per chi conosce la Taverna e la sua proverbiale schiettezza, non è difficile da immaginare. In Comune si racconta di urla. «Ti stai facendo il vuoto intorno, Virginia. Stai danneggiando Roma e soprattutto il M5S. Ho parlato anche con Beppe. Queste sono due perdite gigantesche». La risposta della sindaca suona così, piatta e abbastanza impostata come ormai vuole apparire la grillina. «Rispetto la trasparenza e soprattutto le nomine dei miei collaboratori le faccio io. Altrimenti mi dimetto». Ecco, questo è un concetto che la Raggi farà trapelare anche durante la riunione di maggioranza allargata ad assessori e presidenti dei municipi.

E non è l’unico retroscena che tiene banco. C’è da registrare, sempre sul Messaggero, la resistibile ascesa delle chat grilline: Arrivano fulmini nelle chat e silenzi pesanti – l’unico che lo romperà sarà Luigi Di Maio in tarda serata per una dichiarazione non proprio dirompente – e i grillini romani attaccano: «Dopo due mesi Virginia è già come Pizzarotti a Parma». Oppure: «Se continua così le togliamo il simbolo». Intanto la pagina Facebook della Raggi, quella del post quasi all’alba, inizia a essere riempita dalle critiche dei militanti per la prima volta. Per chi bazzica da un po’ le maestose aule del Campidoglio sembra che il tempo si sia fermato: ancora un bunker, ancora un primo cittadino in trincea contro il proprio partito, ancora un teatrino della politica con il retroscena che supera ancora una volta la scena.

Raggi, si apre il caso Taverna. Un giallo le sue parole sulla sindaca. Secondo «l’Unità» la senatrice del Movimento 5 Stelle avrebbe detto ad alcuni leghisti al Senato: «Virginia? Prima cade e meglio è». Lei smentisce: tutto falso, querelo, scrive Alessandro Trocino il 23 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera". «La Raggi? Prima cade e meglio è». La frase, pesante come una pietra tombale, sarebbe stata pronunciata da Paola Taverna. Secondo l’Unità, la senatrice del Movimento 5 Stelle l’avrebbe detta durante un colloquio alla buvette di Palazzo Madama, che viene descritto come scherzoso e animato, con alcuni senatori leghisti, tra i quali il capogruppo Gian Marco Centinaio. La smentita della Taverna è furente. La senatrice non fa comunicati pubblici, ma alza il telefono e fa diverse chiamate. Minaccia: «Querelo tutti, non vi azzardate a scrivere questa cosa, che è falsa». Chiama anche Centinaio, chiedendogli se è lui la fonte e invitandolo a smentire. Il capogruppo, che nega di essere l’autore della soffiata, non rilascia nessuna dichiarazione ufficiale, né di smentita né di conferma. Ma tra i leghisti presenti in buvette arriva una conferma delle parole, pur mitigate dal tono «scherzoso», da battuta. Centinaio avrebbe provocato la senatrice su parentopoli: «Mi sembra che teniate famiglia pure voi». Risposta della Taverna: «Lascia fare. E poi tanto, Virginia prima cade e meglio è». Controreplica del leghista, allettato dalla battuta: «Perché dici questo?». E lei: «Vedrai che casini verranno fuori». La Taverna è nel mini direttorio che dovrebbe aiutare (e controllare) il sindaco Raggi. Organismo che ha già fatto parlare di sé, per non poche liti e divergenze di opinioni, che hanno riguardato innanzitutto Roberta Lombardi. Ma i dissapori, a cominciare dalla nomina poi revocata a capo di gabinetto di Daniele Frongia, avrebbero coinvolto anche la Taverna. Decisamente poco in sintonia con il neosindaco su diverse scelte. Che la Taverna, ruspante e schietta, sia soggetta a qualche uscita fuori dalle righe è noto. Prima delle elezioni disse a Radio Cusano: «A Roma potrebbe essere in corso un complotto per far vincere il Movimento e farci fare brutta figura». Alla stessa radio, lei reduce da un cammino neocatecumenale decennale, disse che «l’azione rivoluzionaria di Gesù Cristo è vicina alla nostra». Durante un comizio sbottò: «A Silvio je sputo in testa». A Tor Sapienza, respinta dai residenti che dicevano di non volere politici, rispose candidamente: «Ma io non sono un esponente politico». Poetessa, invece, lo è di sicuro. Tra i suoi versi più celebri, ci sono questi, dedicati ai politici: «Le bucie c’hanno le gambe corte / se dice a Roma e forse nell’Italia intera / la verità è qui dietro le porte / le uniche per voi aperte… quelle della patria galera».

Soldi e casa pagata al commissario. Le infiltrazioni dei clan nella polizia. Arrestato il dirigente Antonio Franco: soffiate per evitare controlli nelle sale giochi, scrive Giovanni Bianconi il 29 luglio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Stavolta il reato contestato non è mafia ma corruzione, solo che ad essere arrestato è l’ex dirigente del commissariato di polizia di Ostia, che secondo il giudice non poteva non rendersi conto del contesto mafioso in cui operava. E nel quale ha «venduto la propria funzione» a un personaggio considerato vicino prima ad esponenti della banda della Magliana e poi del clan Spada: una fetta importante della criminalità organizzata del litorale romano che, al di là della «qualità giuridica» dei reati, si muove tra intimidazioni, condizionamenti e traffici finiti da quattro anni nel mirino di inquirenti e investigatori. Il commissario di polizia Antonio Franco incassava «utilità» e giocava «alle macchinette» dei video-poker (forse truccate, per favorire le vincite) nei locali gestiti dal suo amico Mauro Carfagna, a sua volta legato a un giovane esponente degli Spada, in cambio di informazioni riservate utili a tenerlo lontano da controlli e guai giudiziari. «Riciclaggi e autoriciclaggi sintomi di mafiosità» Questa la tesi del pubblico ministero Mario Palazzi e del procuratore aggiunto Michele Prestipino che, a prescindere dal capo d’imputazione, torna a sottolineare l’aria di mafia che si respira insieme a quella del mare alle porte di Roma. Di cui, nella ricostruzione della giudice Simonetta D’Alessandro che l’ha mandato agli arresti domiciliari, il commissario Franco avrebbe approfittato attraverso una frequentazione «gravemente inopportuna, sospetta e finanche larvatamente solidale». Relazioni pericolose in un contesto di «riciclaggi e autoriciclaggi sintomi di mafiosità», espressione di «un evidente legame corruttivo». A maggio la corte d’appello ha annullato le condanne per associazione mafiosa pronunciate in primo grado contro l’altra famiglia della malavita di Ostia, i Fasciani, sebbene nel frattempo la corte di cassazione avesse confermato (nello spezzone di processo celebrato con il rito abbreviato) la bontà di quell’accusa. Subito dopo Carmine Spada era stato condannato per estorsione «aggravata dal metodo mafioso», e solo pochi giorni fa all’imprenditore del luogo Mauro Balini sono stati sequestrati beni per 450 milioni di euro a causa dei presunti legami con un noto narcotrafficante, nonché opacità imprenditoriali legate al porto di Ostia e altre attività; il suo nome è comparso anche nell’inchiesta sul «Mondo di mezzo» di Buzzi e Carminati per i rapporti con Luca Gramazio, l’ex consigliere regionale ritenuto un «terminale politico» della ipotizzata associazione mafiosa. Adesso ecco il nuovo capitolo del poliziotto «a libro paga», secondo uno dei canovacci più classici del crimine che trova appoggi nelle istituzioni: l’affitto di una casa in cui s’incontrava con un’amica come corrispettivo per le «soffiate» utili a salvaguardare l’amico gestore di sale giochi, presunto «socio occulto» degli Spada e forse riciclatore del clan. Senza accorgersi però di essere sotto controllo da parte dei suoi colleghi della Squadra Mobile di Roma, che ne intercettavano incontri e telefonate. L’11 gennaio scorso, quando già era stato trasferito per un’altra indagine a suo carico, Franco avvertì Carfagna mentre i poliziotti stavano andando a fare un controllo in uno dei locali: «Stanno a venì là... Stanno in borghese... Metti il cartello “bar in allestimento” e spegni i televisori». «Tutto un teorema... una massa de stronzi». Carfagna si mosse immediatamente, ma gli agenti erano già lì e stavano identificando, tra i presenti, proprio Ottavio Spada. Al che Carfagna richiamò Franco: «Fallo lascià perde». Poi dal bar lo rassicurarono: «Lo hanno mandato via, non gli hanno fatto niente...». Pochi giorni dopo, a fronte di uno sfratto esecutivo in un altro locale di Carfagna, il commissario telefonò a un’assistente amministrativa: «Domani ci dovrebbe essere uno sfratto di un amico mio... non dovremmo farlo... una sala giochi ...». A cose fatte fu Carfagna a chiamare il poliziotto: niente sfratto, «per assenza della forza pubblica». Scene di ordinaria corruzione in un ambiente dove la mafia è ammessa da una sentenza e smentita da un’altra, salutata con giubilo (quest’ultima) dal commissario finito agli arresti. «Che spettacolo, capito? È decaduta la mafiosità, otto assoluzioni su diciotto, sai che vuol dire?», lo informò l’amica. E il poliziotto: «Tutto un teorema... una massa de stronzi, questa è la verità».

Rifiuti, Panzironi a Muraro: "Faccio una società, pronto ad assumerti". La telefonata tra l'assessora e l'ex ad di Ama coinvolto in Mafia capitale. Ma il direttorio M5S la blinda, scrivono Federica Angeli e Francesco Salvatore l'8 agosto 2016 su “La Repubblica". Paola Muraro (ansa)Tra stipendio raddoppiato e incarichi, l'asse Muraro-Panzironi è ormai un dato di fatto. Un'alleanza consolidata negli anni con l'attuale assessora all'Ambiente in cui "Franco" (così lo chiamava il ras delle coop Buzzi) era ai vertici Ama, e proseguita anche quando fu sostituito da Giovanni Fiscon. Ed è proprio dalla scrivania di un'altra azienda del Comune, la Roma Multiservizi, che Panzironi continua a dare incarichi alla storica consulente della municipalizzata e a confrontarsi con lei su come spendere soldi. A lei affida, ad esempio, la gestione dell'apertura di un impianto a Trento. È lei che va dal legale dell'imprenditore dell'impianto di smaltimento rifiuti che aprirà a Trento: consulenze extra dunque, a spese di Ama. Così, con una mano, Franco aiutava Cerroni e le cooperative di Buzzi e Carminati, motivo per cui ora è uno degli imputati del maxiprocesso sulla mafia romana, dall'altra proseguiva nella gestione della partita rifiuti potendo contare sull'attuale assessora sui cui rapporti con il re delle discariche ora sta indagando il pm Alberto Galanti, da due mesi arruolato nel pool dell'Antimafia. Nonostante lo stillicidio di episodi non penalmente rilevanti ma politicamente scomodi, però, il direttorio del Movimento 5Stelle continua a blindare l'assessora. Il commissario accetterà. Il 24 ottobre del 2013 Panzironi contatta l'ex consulente Ama e le chiede se ha incontrato il Commissario che dovrebbe dare l'ok per l'impianto da fare a Trento e da affidare all'imprenditore Alessandro Falez, della società "Gemma". "La donna dice di sì - scrivono i carabinieri della II sezione del Ros - e gli dice: "Abbiamo riguardato i suoi poteri e lui ha effettivamente un percorso privilegiato per impianti che trattano frazione organica da raccolta differenziata". Aggiungendo che "sulla raccolta differenziata dell'organico "lui" agevola (verosimilmente il Commissario, ndr)". Conclude infine dicendo che la cosa è positiva e a quell'incontro dovrebbe esserci, in via informale, anche Fiscon. I 50 milioni della Regione. Il giorno successivo "Panzironi dice alla Muraro che le ha inviato dei riferimenti perché sono usciti dei fondi stanziati dalla Regione pari a 50 milioni e vedere se possono essere utilizzati". La regione è il Trentino Alto Adige e l'ex ad Ama ha fiutato un affare. A lei si chiedono lumi su come poterli gestire. "Ti assumo io". Siamo al 6 novembre quando "Paola Muraro e Franco Panzironi parlano del progetto sull'impianto di trattamento rifiuti (di Trento) - questo si legge nell'ordinanza di Mafia capitale - Panzironi riferisce che sarà l'amministratore delegato della società che gestirà l'impianto e prospetta alla donna la possibilità di assumerla in qualità di tecnico all'interno della nascitura società". Gli incontri per l'impianto. A gestire tutta la partita per conto di Panzironi è proprio la Muraro. Che l'8 novembre, dopo aver presenziato a un incontro nello studio del legale di Falez in via della Conciliazione a Roma è pronta a partire per il Trentino. "Muraro dice a Franco che ha fatto "quella verifica" alla Provincia di Trento e che è "una bella soluzione". Lo informa anche di aver fatto l'incontro con la figlia dell'imprenditore Falez e hanno parlato con il costruttore per andare a vedere. Lei andrà a Trento il successivo 14 o 15 novembre".

«Scusi lei è garantista?» «Oggi no: forse domani sera...», scrive Piero Sansonetti il 5 ago 2016 su “Il Dubbio”. Scusi, ma le oggi è garantista? «No, mi spiace, oggi son forcaiolo, ripassi domani, per favore». E’ esattamente così, nella politica italiana. Se escludiamo un minuscolo drappello di garantisti veri (in Parlamento saranno quattro o cinque tra destra e sinistra...) tutti gli altri vanno “a ore”. Garantisti granitici a favore dei propri amici, distributori di manette e gogne per gli avversari. Il cambio di casacca può avvenire anche nel giro di 24 ore e in casi eccezionali persino nella stessa giornata. Non solo l’aula del parlamento pullula di parlamentari pronti a votare a favore dell’arresto di qualunque collega dello schieramento opposto - senza neppure un briciolo di senso dell’umanità, né, naturalmente, della legalità - non solo trovi centinaia di esponenti politici che tuonano contro la giustizia spettacolo e poi chiedono abbondanti retate di piccoli spacciatori o immigrati illegali, o ladruncoli; ma ormai succede anche il contrario: forcaioli d’acciaio scattano come un sol uomo a difesa dei politici forcaioli, e gridano al complotto. L’altro ieri persino l’integerrimo Marco Travaglio ha speso un intero, lungo editoriale, furioso col “Corriere della Sera”, il quale aveva osato parlare di conflitto di interessi per l’assessora romana a 5 Stelle (la Muraro) che ha un contenzioso di svariate decine di miglia di euro (che lei vorrebbe riscuotere) con l’Ama, e cioè con l’azienda che ora entra sotto il suo controllo politico. Travaglio ha abbandonato anche lui la tradizionale intransigenza, e ha iniziato a chiedere “prove”. Un colpo di fulmine: la odiata e vituperata presunzione di innocenza - negata a tutti, specialmente a quelli del Pd - è tornata con baldanza alla ribalta a difesa della Muraro, oggetto del complotto della sinistra. Qualche settimana fa il dottor Graziano, segretario del Pd campano, per “il Fatto” era un camorrista (è stato prosciolto recentemente, con tante scuse: giusto il tempo di far tenere le elezioni regionali e mettere il Pd fuorigioco). Oggi invece il conflitto della Muraro non esiste e chi dice il contrario è un farabutto. Un tempo Travaglio scriveva che un politico deve dimettersi dinnanzi anche al più esile sospetto; oggi - intendiamoci: giustamente - chiede rispetto dell’innocenza presunta dell’assessora Muraro, anche in presenza delle registrazioni delle sue telefonate con Salvatore Buzzi, che fin qui i giornali hanno descritto come il capo della mafia romana. Bene: Travaglio ha ragione. E’ chiaro che ha ragione: la Muraro, a quanto ne sappiamo, è chiaramente in conflitto di interessi (ma questo si sapeva prima che fosse nominata) ma non ha commesso nessun reato, o almeno non risulta, e non è un reato aver parlato al telefono con Buzzi, che era semplicemente il capo di una cooperativa, e non risultava imputato di niente, tantomeno di associazione mafiosa (peraltro va detto che questa accusa è chiaramente assurda, anche se non bisogna dirlo). Travaglio ha ragione, e hanno ragione i grillini a difendere il diritto della Muraro a non dimettersi. Hanno torto quelli del Pd a chiederne le dimissioni. Così come ebbero torto i giornali romani, il “Corriere”, i grillini, Travaglio e tutta la santa alleanza che cacciò Marino dal Campidoglio per ragioni che non avevano nulla a che fare né con l’etica, né col diritto.  

Però questa splendida alternanza tra garantismo e forche - che dimostra la fragilità, o forse l’inesistenza dei principi, e la strumentalità di tutte le battaglie - mette una grande tristezza. La stessa tristezza che ci ha colto l’altra sera, quando abbiamo visto e sentito manipoli di mazzieri accanirsi contro Antonio Caridi in lacrime.

Assessora M5S contro manager. «Va troppo spesso in Procura...», scrive Piero Sansonetti il 2 ago 2016 su “Il Dubbio”. Roma, scontro aperto tra l'amministratore dell'Ama e la Muraro (in conflitto di interessi con l'azienda). E perché mai questa assessora ce l'ha con Fortini, fino al punto da accusarlo di essere un "delatore"? I maligni dicono che Fortini avesse deciso qualche mese fa, prima delle elezioni comunali, di chiudere il contratto che l'assessora in questione - cognome e nome: Muraro Anna - aveva proprio con l'Ama in qualità di consulente. Perché non la riteneva all'altezza. E che la Muraro si fosse molto arrabbiata, e avesse fatto causa all'Ama per avere svariate migliaia di euro (decine: molte decine di migliaia). Possibile? E cioè la sindaca Raggi avrebbe scelto per assessora una signora in conflitto di interesse palese col suo incarico? E l'assessora avrebbe chiesto soldi all'ente da lei controllato? Una enormità. Uno dice: beh, ormai bisogna abituarsi: il Pd è diventato così... Macché: qui stiamo parlando del Movimento 5 stelle, non del Pd! L'assessora Muraro è del movimento 5 stelle, il sindaco che l'ha incaricata è del movimento 5 stelle. Clamoroso. Vi immaginate cosa avrebbe potuto fare il Movimento 5 Stelle se l'assessora in così strepitoso conflitto di interessi fosse stata davvero una Renzi-girls? Cosa avrebbe scritto il "Fatto Quotidiano" che quando finì nei guai la ministra Guidi (per un fidanzamento sbagliato) fece fuoco e fiamme e scrisse che le dimissioni della ministra non bastavano? Invece la Muraro, per sua fortuna, è 5 Stelle e quindi se la cava abbastanza bene. Il sistema dei mass media non si accanisce mai troppo con i 5 Stelle. E trova che sia una cosa quasi naturale che l'assessora che governerà Ama sia stata per dodici anni una consulente dell'Ama, di alto livello (dice l'amministratore Fortini) e dunque largamente responsabile, ad occhio e croce (soprattutto se nel giudizio si volessero usare parametri grillini) dello sfascio della "nettezza urbana" (come si diceva una volta) a Roma. Consulente - penserete - con tariffe ragionevoli, a buon mercato. Macché! Ha preso più di un milione in dodici anni, che vuol dire che la consulenza le veniva pagata mediamente circa 90 mila euro all'anno. Caspita: alla Rai è successo un casino dell'altro mondo per i consulenti pagati 80 mila euro all'anno. «E' un furto, è un furto», gridavano tutti, politici, giornali, grillini... E nessuno si era accorto che all'Ama pagavano meglio. Ora tutta questa storia non sappiamo come si concluderà. Fortini sembra convinto che i 5 stelle vogliano resuscitare il vecchio Cerroni, il "re della monnezza" finito varie volte nei guai con la giustizia. E' giusto presumere, naturalmente, che Cerroni sia innocente, nonostante i processi e gli arresti. Succede spesso che gli indagati siano galantuomini e non vedo perché non dovrebbe essere così anche per Cerroni. Qui il problema però è il rovesciamento delle parti. Fortini, l'amministratore dell'Ama, che porta in procura dossier contro Cerroni e i 5 stelle che vanno fuori di testa per questa ragione. E dove è finito quel grido - onestà, onestà, onestà - che risuonò come un giuramento, al funerale di Casaleggio, e che estasiò l'intero fronte giustizialista? Si disse che quel grido era il passaggio di testimone tra il vecchio "moralismo" di Berlinguer e del vecchio Pci e il moderno movimento 5 Stelle. Però Berlinguer e il Pci innalzavano due bandiere, non una sola: Onestà e Lotta di Classe. Forse era sbagliato, forse era giusto, chissà: comunque era una strategia politica robusta. Il programma di sostanza era la giustizia sociale e l'onestà era un attributo. L'onestà, da sola - l'onestà del singolo - è una dote "sociale" in grado di cambiare le cose? Direi di no. E ora forse, se ne accorgono anche i grillini. Roma, in neanche un mese, ha già mandato all'aria la strategia dei 5 Stelle: la sindaca coinvolta in quella storia di consulenze non dichiarate (affidate a lei, quando era consigliere comunale, dalla sindaca 5 stelle di un'altra città), l'assessora travolta dal conflitto di interessi, e per di più il dramma di una città ormai sommersa dalla spazzatura. Sarebbe assurdo pensare che l'eccesso di spazzatura sia colpa dei grillini che hanno preso il Campidoglio da poche settimane. Non è però assurdo chiedere loro: come vi sareste comportati se fosse toccato ad una giunta di sinistra, o di destra, e non a una giunta grillina, di dover affrontare uno scandalo di questo genere?

"Trucchi su appalti e acquisti per favorire i soliti noti". Cantone, dossier sul crac Atac. L’Autorità anticorruzione trasmette ai pm le carte sull’azienda dei trasporti capitolina. Anomalie e sprechi nelle gare e nelle consulenze, aggirate anche le norme Ue, scrive Liana Milella il 4 agosto 2016 su “La Repubblica”. Le gare pubbliche, nel segno della concorrenza e della trasparenza, non sono di casa all’Atac, la municipalizzata dei trasporti che fa dannare i romani. Meglio ricorrere alle “procedure negoziate”, che è come dire scegliere chi gli pare per qualsiasi lavoro, ricambi, forniture. Perfino per le consulenze legali, quando pure ci sono gli avvocati in casa e invece si ricorre inopinatamente agli esterni. A certificarlo definitivamente, dopo un’indagine puntigliosa durata quasi dieci mesi, è l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone. Il quale mette la firma su un doppio dossier che da ieri è stato spedito ed è in bella evidenza sulla scrivania del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e del suo omologo alla Corte dei Conti. Come più volte ha documentato Repubblica in questi mesi raccontando il malaffare dell’Atac, le carte di Cantone sono l’ultima e pesante denuncia contro un’azienda dove i comportamenti anomali, che sforano nell’illegalità, sono di casa. Sempre alla procura si sono già rivolti l’ex assessore ai Trasporti del Comune di Roma Stefano Esposito e il direttore generale dell’azienda Marco Rettinghieri. A questo punto, dopo l’ulteriore timbro di Cantone, non resta che attendere le conclusioni della magistratura. Cinque anni di gare, dal 2011 al 2015, che abbracciano (pressoché a metà) anni della giunta di Gianni Alemanno e di Ignazio Marino. Acquisti di ricambi, di forniture, lavori e servizi vari. Un importo complessivo che supera i due miliardi di euro. Per il 95,4% — come ammette la stessa Atac nelle controdeduzioni a Cantone — ricorrendo sempre alle “procedure negoziate”. Nessuna gara pubblica, solo la diffusione online, il cosiddetto e-procurement, che a detta di Atac garantisce «un larghissimo coinvolgimento degli operatori economici»), ma che per l’Autorità anticorruzione è del tutto insufficiente, «è un mero strumento che le stazioni appaltanti possono utilizzare per la gestione delle gare», ma di certo non mette al riparo l’azienda dal mancato rispetto delle regole sui contratti pubblici. È il trucco che Atac utilizza per evitare le gare e gli inviti a un’ampia platea di concorrenti. Anziché un solo appalto, eccone tanti spezzettati, quello che gli uffici di Cantone definiscono «un artificioso frazionamento degli acquisti e il conseguente utilizzo di procedure che non garantiscono adeguata pubblicità e competitività». Atac non si adegua neppure alle disposizioni Ue «sull’acquisto di beni che rientrino nella medesima categoria merceologica». Le aggira andando oltre il 95%. Lo scandalo dell’acquisto dei ricambi emerge con nettezza dalla relazione di Cantone. «Atac, se pur con un trend decrescente dal 2011 al 2015, ha annualmente affidato migliaia di procedure negoziate, per importi complessivi annui ben superiori alla soglia comunitaria». La verifica effettuata sulle differenti categorie di ricambi allinea 5.400 affidamenti per 27 milioni di euro nel 2011 e 40 per 3,3 milioni nel 2015. Nel dossier inviato alla procura di Roma Cantone sottolinea come dall’esame «sia emerso un grado di accentramento degli acquisti tra poche imprese». Il dato è del tutto dirompente: nei cinque anni presi in esame «quattro operatori economici si sono aggiudicati circa il 30% del valore economico di tutti gli acquisti di Atac». Con tre precisazioni tra dicembre 2015 e aprile 2016 l’Atac cerca di controbattere alle accuse di Cantone che boccia la municipalizzata anche nelle gare per la manutenzione dei software aziendali, affidati alla stessa azienda che ha fornito l’impianto originario perché «non sarebbe possibile fare altrimenti». Complessivamente un’operazione non vantaggiosa, rispetto alla quale Atac «avrebbe dovuto considerare non solo i costi immediati dell’acquisto, ma avere come riferimento l’intera vita del prodotto, che include manutenzione e aggiornamento». Le proroghe illimitate «hanno vincolato Atac per un numero indefinito di anni con la rinuncia ai benefici che sarebbero potuti derivare dal progresso tecnico». La proroga, che secondo Cantone «è un istituto utilizzabile solo in via eccezionale» è divenuto invece per Atac abitudinaria modalità di affidamento delle gare. Sempre negli stessi anni 2011-2015 l’Atac ha violato le regole anche nell’uso di avvocati esterni quando pur poteva contare su professionisti regolarmente assunti senza incorrere in spese ulteriori. Alcune cifre: nel solo 2013, secondo il dossier di Cantone, sempre ricorrendo ad affidamenti diretti e senza svolgere alcun avviso pubblico e conseguente gara con almeno cinque concorrenti, l’Atac ha fatto 16 contratti per oltre 345mila euro. Nessuna gara per altri 8 contratti, sempre nel 2013, per 207mila euro, né nel 2014 (un contratto per 3.120 euro). Peraltro i riscontri dell’Autorità anticorruzione sulle note di Atac svelano delle discrasie. Un contratto da 20mila euro risulta di 49mila, uno di 26mila sarebbe di 74mila, uno di 6mila sarebbe di 36mila. Toccherà adesso alla procura di Roma e a quella della Corte dei conti verificare le conseguenze penali e contabili degli illeciti segnalati da Cantone. 

Atac, scandalo infinito. "Così è diventata il bancomat dei politici e dei sindacalisti". Dopo lo sciopero la sera della partita Italia-Belgio parla il direttore generale Rettighieri: "Da quando sono arrivato sono calati i furti nei depositi e si è ridotto di due terzi il consumo di gomme". Tra dipendenti e familiari la municipalizzata dei trasporti di Roma può valere 70mila voti, scrive Carlo Bonini il 16 giugno 2016 su "La Repubblica". Esiste un luogo della pubblica amministrazione dove la furbizia è la regola, lo sperpero e il saccheggio di risorse un mantra, il consociativismo clientelare della politica e dei sindacati il cemento che da quarant'anni li tiene insieme. È l'Atac, l'Azienda municipalizzata dei trasporti di Roma, tra le più grandi d'Europa. Numeri da tribunale fallimentare - 12 mila dipendenti, 1 miliardo e 500 milioni di euro di debito, 80 milioni di rosso nel 2015, un parco automezzi "teorico" di 1.980 veicoli ed effettivo di 1.410, con un'età media di dieci anni e qualche milione di chilometri - un livello di disservizio che non ha eguali in Italia, 11 sigle sindacali (alcune non raggiungono i 100 iscritti), ma una straordinaria forza. Da sola, Atac, con i suoi dipendenti, le loro famiglie e famigli, il suo indotto di fornitori, vale al mercato della politica tra le 60 e le 70 mila preferenze. Vale, per essere chiari, l'elezione di un sindaco al ballottaggio. Anche per questo, i tre sindacati maggiori - Cgil, Cisl, Uil - e con loro l'Ugl, da settimane, sono in fibrillazione. In un abbraccio contro natura tra sigle di destra e sinistra, con la sponda di un ex assessore ai trasporti e ora senatore di Forza Italia, Francesco Aracri, hanno deciso di dare la spallata al marziano che, da poco più di tre mesi, in assoluta solitudine, ha sfidato il moloch chiamando le cose con il loro nome. Un ingegnere per bene, Marco Rettighieri, nominato direttore generale dell'Azienda nel febbraio scorso e dipinto dalla narrativa aziendale come un padrone delle ferriere ostile alle "maestranze", un "liquidatore fallimentare". Nel passato di Rettighieri ci sono le Ferrovie (è stato direttore generale della Tav Torino-Lione e quindi responsabile del progetto della stazione Tiburtina a Roma) e la direzione generale dell'Expo. Nel presente, un'azienda che racconta così: "In Atac ho trovato il malaffare. Perché Atac è sempre stato il bancomat delle forze politiche e sindacali di questa città. Quando sono arrivato ho aperto i cassetti e quello che ho trovato l'ho portato alla Procura della Repubblica. Non me lo perdonano". In quattro mesi, Rettighieri ha rimosso quattro dirigenti di vertice. Ha scoperto che sull'azienda pesano 111 mila ore di distacchi sindacali non giustificate (solo la Cisl ne conta oltre 6 mila), con un danno di 5 milioni di euro l'anno. Ottenendo come risposta dal segretario dell'Ugl Fabio Milloch (tra i sindacalisti messi in mora e con la busta paga sospesa, dal momento che la sua di sigla sindacale ha 1.861 ore di distacchi non giustificati) uno sciopero la sera della partita Italia-Belgio. Rettighieri ha fatto di peggio. Ha messo il naso nel potentissimo "dopolavoro aziendale" che, in forza di un accordo sindacale del 1974, rinnovato nel 1978 e quindi nel 2010, ha da 42 anni la gestione, senza gara, delle mense aziendali (5 milioni di euro l'anno), oltre a uno stabilimento balneare in concessione ad Ostia e un centro di soggiorno di proprietà a Roccaraso. "In quel dopolavoro, tanto per dirne una, uno degli ultimi assunti è stato il cugino di un sindacalista della Cisl che è nel collegio dei sindaci", osserva Rettighieri. "E in quel dopolavoro - prosegue - tanto per dirne un'altra, fino al mio arrivo non era possibile avere il riscontro cartolare di quanti pasti venivano effettivamente serviti ogni giorno". Negli ultimi cinque anni, Atac ha bruciato 4 miliardi e mezzo di euro arrivati da Comune e Regione, ma nessuno sa come siano davvero stati spesi. È un fatto che dopo l'arrivo di Rettighieri e la decisione di mettere le telecamere a circuito chiuso in tutti i depositi di mezzi, il numero di furti di materiale è precipitato, consentendo di cominciare a riassorbire una voce di costo che ha sin qui pesato per circa 10 milioni di euro l'anno, perché a tanto ammontava il saccheggio. Così come è un fatto che, dal febbraio scorso ad oggi, improvvisamente il consumo di gomme che venivano sostituite sui mezzi si è ridotto di due terzi. Da 1.500 pneumatici a quadrimestre a 500. "Ho provato a fare qualche domanda sulle ragioni per cui ci fosse questa moria di pneumatici - dice Rettighieri - Nessuno mi ha saputo rispondere. Così come nessuno riusciva a spiegarmi per quale diavolo di ragione le ruote dei convogli della Metro A si usuravano inspiegabilmente più di quelli della Metro B. Da ingegnere, ho controllato i binari e ho scoperto che quelli della linea A richiedono delle rettifiche. Un controllo banale, l'Abc per chiunque lavori sul ferro. Ma non in Atac". Del resto, in azienda anche l'assenteismo è un mistero glorioso. Sulla carta, tutti presenti. In concreto, molti con il doppio lavoro. "Le racconto una storia per farle capire - dice ancora Rettighieri - Da quando sono arrivato ho due abitudini. Sono il primo direttore generale che va al lavoro con la propria macchina e sono il primo direttore generale che, in incognito, gira per depositi, uffici, mezzi. Bene, mi sono presentato a uno dei più grandi depositi che abbiamo in città. Vedo che la sbarra è alzata, cosa già di per sé non corretta, e noto una macchina di servizio con quattro dipendenti a bordo che esce. Vado alla porta carraia e chiedo all'addetto chi fossero quelli che erano usciti e quali fossero le ragioni di servizio. Mi viene risposto che chi è alla porta non è tenuto a fare domande". Nessuno sa se e per quanto tempo ancora Rettighieri resisterà. Chi al contrario scommette su cosa accadrà è il senatore piemontese del Pd Stefano Esposito, per tre mesi assessore ai trasporti nella fase terminale della giunta Marino, primo kamikaze di Atac prima dell'arrivo del nuovo direttore generale. Oggi dice: "Quando e se la Procura di Roma aprirà la botola di Atac, Buzzi, Carminati e Mafia capitale sembreranno dei dilettanti. È stata ed è il forziere della politica. Tutta. Nessuna esclusa. Vecchia e nuova".

Sciopero dei mezzi a Roma quando c'è la partita dell'Italia. Conducenti Ugl di autobus e metro hanno proclamato uno sciopero di quattro ore per lunedì dalle 20.30. Proprio quando l'Italia scende in campo contro il Belgio, scrive Ivan Francese, Venerdì 10/06/2016, su "Il Giornale". Alla coincidenza non crede più nessuno: perché quando si viene a scoprire che una delle sigle sindacali più importanti a livello nazionale organizza uno sciopero esattamente nelle ore della prima partita di calcio dell'Italia ai campionati europei viene davvero da domandarsi se per questo Paese ci sia ancora speranza. Che dire infatti quando apprendiamo, come scrive il Messaggero, che macchinisti e autisti Atac (l'azienda capitolina dei trasporti) aderenti all'Ugl hanno proclamato un'astensione dal lavoro proprio lunedì dalle 20.30 alle 00.30. Incredibile dictu, l'Italia esordirà agli Europei di Francia 2016 proprio lunedì alle 21, una mezz'ora dopo l'inizio dello sciopero: giusto il tempo di andare a casa. Furibondo il candidato sindaco del Pd Roberto Giachetti, che evidenzia giustamente come i romani non possano che "sentirsi presi in giro" da un atteggiamento così sfacciato. Gli scioperanti, dal canto loro, hanno spiegato con candore che lo sciopero dei conducenti di autobus e metropolitane avrebbe avuto un impatto limitato proprio perché tutti i romani sarebbero rimasti a casa a guardarsi la partita. E per quelli a cui il calcio non interessa (senza nemmeno menzionare i turisti), arrangiarsi.

Lo sciopero perfetto, scrive Massimo Gramellini il 10 giugno 2016 su “La Stampa”. Per la serata di lunedì 13 prossimo, a Roma, il sindacato Ugl degli autoferrotranvieri ha apparecchiato uno sciopero di quattro ore dei mezzi pubblici, dalle 20,30 alle 0,30. Si può immaginare che la decisione stia provocando tra gli utenti una certa indispettita curiosità, dal momento che proprio lunedì sera, a partire dalle 21, l’Italia giocherà contro il Belgio la prima difficile partita dei suoi Europei. Il candidato sindaco Giachetti ha sottolineato la «straordinaria coincidenza» tra i due avvenimenti, quasi a volere insinuare il sospetto che gli scioperanti abbiano per una volta anteposto meschini calcoli di bottega alle sacrosante esigenze dei cittadini. Ma solo un osservatore particolarmente malevolo potrebbe mettere in dubbio che i sindacalisti utilizzeranno il tempo dello sciopero per riunirsi in una sala orfana di televisori a dibattere animatamente i problemi della loro categoria, non meno gravi di quelli che angustiano il c.t. azzurro. Va semmai lodata la sensibilità di chi, per non gravare sul sistema nervoso della popolazione già piuttosto scosso, ha programmato lo sciopero in un orario in cui i mezzi pubblici sarebbero stati comunque vuoti. Così invece il tifoso potrà agevolmente recarsi a casa di amici con l’autobus delle otto, gustarsi con calma anche le interviste e i commenti del dopo-match, le moviole e i movioloni, per poi uscire in strada verso l’una di notte a sciopero finito, confidando che qualche sindacalista dell’Atac reduce dalla partita - pardon, dalla riunione - si degni di tirarlo su. 

Suburra e la notte di Roma. Suburra, la Roma nerissima di Stefano Sollima: 5 cose da sapere. La Capitale è cupa e insidiosa, come la pioggia di notte, in un thriller metropolitano dove politica, Vaticano e mafia si intrecciano, scrive il 14 ottobre 2015 Simona Santoni su "Panorama". Roma e i suoi tormenti. Roma e quelle sue trame di pece nera, nerissima, nascoste e neanche tante nascoste. Roma e i suoi personaggi loschi che hanno già nei soprannomi (Rogna o Bacarozzo) tutta la sporcizia della città. La Capitale di Suburra di Stefano Sollima è cupa e insidiosa, come la pioggia di notte, tema visivo ricorrente del film. Politica, Vaticano e mafia si intrecciano avvinti da un malcostume che impregna tutto e tutti, come l'acqua piovana che infradicia vestiti, scarpe e calzini e tocca gelida la schiena. Grandi uomini di potere e piccoli, nuovi criminali e vecchi, si muovono pericolosi e coralmente in un thriller metropolitano che anticipa i fatti di Mafia Capitale e si ciba avido di corruzione, riciclaggio di denaro, droga e prostituzione. Ecco 5 cose da sapere su Suburra:

1) Suburra è tratto dall'omonimo romanzo del 2013 di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, già autore di Romanzo criminale, ma se ne scosta abbastanza, tanto da eliminare completamente alcuni personaggi (tra cui il poliziotto, protagonista del romanzo) e lasciare solo quelli negativi, per volontà dello stesso Sollima. "Una scelta radicale negativa che ci ha aiutato", spiega Sandro Petraglia, sceneggiatore insieme a Stefano Rulli. "Non c'è un eroe positivo", gli fa eco Rulli, "nessuno salva il mondo: abbiamo accettato questa sfida stilistica, raccontare il mondo dall'interno". Il film si svolge in una settimana, dal 5 al 12 novembre 2011, giorno dell'Apocalisse (caduta del governo Berlusconi), una trovata di sceneggiatura che vuole dare un punto di riferimento storico e temporale alla storia. 

2) Se nessuno salva Roma, la Suburra di Roma non salva nessuno, né pescecani né pesci piccoli. Tutti si sporcano. Nell'antichità Suburra era un quartiere ai piedi del Palatino, un ghetto dove c'erano bordelli e taverne, un punto di incontro tra nobili senatori e gente di malaffare: qui mondi distanti e apparentemente inconciliabili tra loro entravano in stretto contatto. Nella Roma di oggi un parlamentare corrotto (Pierfrancesco Favino) è pilotato dal boss "padrone di Roma", il Samurai (Claudio Amendola), che ha in ballo una grandissima speculazione edilizia sul litorale romano. Anche il delinquente tatuato e violento Numero 8 (Alessandro Borghi) è coinvolto nell'affare, mentre lo "zingaro" Manfredi (Adamo Dionisi) vuole farne parte. Da una nottata di droga e sesso finita male si innesca un devastante domino che insudicia e mette in pericolo tutti, nell'arco di sette giorni prima dell'Apocalisse. Coinvolge anche il debole e vigliacco Sebastiano (Elio Germano), vaso di coccio tra vasi di ferro, la prostituta Sabrina (Giulia Elettra Gorietti), la tossica e passionale Viola (Greta Scarano), fidanzata di Numero 8. Il finale lascia qualche perplessità e una severa nota stonata in bocca: anche i più temibili e intoccabili sono in realtà toccabili? Sollima ci consegna una pia illusione poco credibile. O forse vuole dirci che, se tutti ci crogioliamo nella nostra impotenza, i pescecani sembreranno sempre inattaccabili?

3) Il ritmo di Suburra è incalzante per buona parte delle due ore di visione, aprendosi a qualche flessione solo nella parte finale. Stefano Sollima ha già firmato il buon ACAB - All Cops Are Bastards e le due serie tv di successo Romanzo criminale e Gomorra, tutti lavori molto maschi e crudi. Suburra conferma la strada intrapresa e quello stile nero e inclemente. I campi lunghi e la fotografia carica di Paolo Carnera accompagnano un'estetica noir ricercata e tesa e valide interpretazioni. Da segnalare il momento fortunato di Alessandro Borghi, viscerale e brutale, dallo sguardo spiritato da giovane perduto: il ventinovenne romano è stato recentemente protagonista anche di Non essere cattivo, alfiere dell'Italia per gli Oscar 2016. Anche il film postumo di Claudio Caligari inquadra un ritaglio di decadenza e delinquenza romana, ma in maniera più intima e per questo più potente, concentrandosi su fragilità e destini segnati di piccoli criminali qualunque. Suburra invece più che al cuore parla al gusto e all'effetto. "Suburra è un racconto sulla città e sul potere", ha detto il regista. "Abbiamo iniziato due anni e mezzo fa a lavorarci con l'idea di fare un film allegorico, simbolico e non cronachistico. Ho voluto fare una sorta di gangster movie, un noir metropolitano un po' spinto: un film di genere per cui ho anche usato la macchina da presa in un certo modo, con campi lunghi". E ancora: "Suburra è espressione di un 'realismo di genere' dove il 'genere' - inteso nella sua accezione più classica, quindi spettacolare, avvincente ma anche popolare - si coniuga a un preciso e circostanziato racconto del mondo che ci circonda, dando vita ad un quadro, dipinto con estrema attenzione, della realtà di oggi e della sua spaventosa pericolosità".  Prima dei titoli di coda la dedica di Stefano a suo padre Sergio Sollima, regista e sceneggiatore morto nel luglio scorso.

4) Suburra era in lavorazione proprio nei giorni in cui scoppiava lo scandalo di Mafia Capitale. "Ho detto scherzando a De Cataldo che un giorno dovrà pagarci i diritti d'autore. So che il personaggio Samurai dovrebbe rievocare la figura di Carminati. La scelta di Amendola però non mi sembra azzeccata". A dirlo a Radio Cusano Campus è l'avvocato Giosuè Naso, difensore di Massimo Carminati, arrestato nel dicembre 2014 e affiliato all'organizzazione malavitosa romana Banda della Magliana. "Amendola è immediato, un po' grezzo, un po' greve. Carminati è più raffinato, più meditato, più fine, anche fisicamente. Da ragazzo era molto bello. Nell'interpretarlo avrei visto bene un Kim Rossi Stuart. Amendola nelle interpretazioni che va a fare è sempre un po' becero. Non credo però che un filmetto come Suburra possa influenzare i giudici nel processo. Non ho alcuna preoccupazione di tal genere".

5) Se Romanzo criminale si ispirava alla storia della banda della Magliana, Suburra non può che esserne il seguito ideale. E come per Romanzo criminale dopo il libro e il film ci sarà la serie tv. Sarà la prima serie tv originale Netflix italiana, realizzata dai creatori di Gomorra - la serie in collaborazione con la Rai. Sarà costituita da 10 episodi ed esordirà in tutto il mondo nel 2017 su Netflix, rete di Internet Tv con oltre 65 milioni di abbonati. 

La notte di Roma di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Dove è Suburra, comincia la notte di Roma. Il giovane Sebastiano ci prova, a reggere le fila di un regno del crimine. Ma se il re è lontano, gli incidenti capitano. E il Samurai è molto lontano. Chiara ci prova, a ben governare. Ma se il cuore è troppo scoperto, magari ti innamori di chi nemmeno vorresti guardare in faccia. E gli incidenti capitano. Adriano Polimeni ci prova, con un monsignore di buona volontà, a guardare in faccia il pericolo. Troppo da vicino, forse. Si accende la guerra che tutti vedono, continua quella che non vede nessuno, la più feroce. La lotta stavolta è per salvare l'anima. «La notte di Roma» comincia dove finisce Suburra. Perché «la natura non tollera vuoti» e con il Samurai confinato al duro regime del 41 bis in un carcere del Nord, la sua successione è solo questione di tempo. E di uomini. In una città dilaniata dalle guerre di cani di strada e di squali di Palazzo, dove i confini fra il lecito e lo scandaloso si confondono pericolosamente, un nuovo Sindaco, un nuovo Papa lasciano immaginare che l’anno giubilare della Misericordia annunci su entrambe le sponde del Tevere un atteso riscatto. Ma nella «Notte di Roma», il buio nel quale è difficile intravedere il bagliore di un’esile speranza, i sentieri sono tortuosi, le lingue biforcute e nulla è come appare. Né il narcisismo delle buone intenzioni, né la furia iconoclasta di chi grida alla rivoluzione. Eppure, quella speranza esiste. Ha il volto tormentato di un vecchio politicante di sinistra «rottamato» che riflette sui suoi errori e i suoi limiti e che, tuttavia, non ha divorziato dalla passione civile. Ha l’espressione fiera di un giovane vescovo che non si rassegna. Ha il profumo di amori impossibili sognati nell’intersezione fra il mondo degli affetti, quello degli affari e dell’ambizione della “nuova politica”. Perché di notti come questa Roma ne ha conosciute tante, nella sua lunga storia. E ne è sempre venuta fuori.

Dopo "Suburra": viaggio senza termine nella notte di Roma. Bonini e De Cataldo raccontano in un sequel i nuovi intrighi della "capitale infetta". Legati al Giubileo, scrive Carlo Verdelli il 12 novembre 2015 su "La Repubblica". Il vero desiderio non è avere qualcosa ma essere qualcuno. E, potendo scegliere, esserlo a Roma. La prima è un'intuizione di René Girard, uno degli immortali dell'Académie française, scomparso pochi giorni fa. La seconda, una constatazione che ha radici antiche e un presente disarmante. Dai corvi in Vaticano agli avvoltoi di Mafia capitale, infilando con rispetto in voliera anche l'oca del Campidoglio spennata di fresco, c'è materia sovrabbondante per ogni tipo di indignazione, e anche di narrazione. Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo hanno inaugurato un genere: il romanzo profetico. Nel loro libro d'esordio insieme, Suburra del 2013, prima che la grande bellezza si trasformasse nella grande abbuffata, hanno disegnato il protagonista, nome di battaglia Samurai, sui lineamenti amorali di Massimo Carminati, "er cecato", imperatore dei tre mondi (di sotto, di mezzo, di sopra) e gran burattinaio del verminaio oggi a processo. Hanno pure anticipato, forti di una invidiabile conoscenza del territorio, la crescente potenza della corte pacchiana del clan degli zingari, quei Casamonica poi venuti al disonore delle cronache per un funerale un po' troppo esibito. Tanta lungimiranza, e altrettanta crudezza di racconto, hanno trasformato "Suburra" in un fenomeno a più stadi: quasi 80 mila copie vendute in libreria, un film che a sua volta diventerà una serie, la prima prodotta in Italia da Netflix, il gigante americano di video in streaming, e adesso una seconda puntata su carta, La notte di Roma, che a sua volta promette di partorire altro cinema (da sala, tv, schermi digitali) e di scoperchiare, prima che siano disvelate da magistratura e giornali, altre fosse comuni di brutalità e malaffare. Se in Suburra, la chimera che muoveva canaglie di professione e canagliume d'alto lignaggio era il progetto di trasformare la marina di Ostia in una specie di Disneyland, con La notte di Roma, in uscita in questi giorni, la posta si alza ancora: la preda diventa il Giubileo straordinario voluto da papa Francesco, con capibranco e mandrie di nuovi barbari impegnati per 300 pagine a scrivere un altro feroce capitolo di quel romanzo criminale da cui molto è cominciato e più non si è fermato. Suburra è nato da una domanda: chi ha preso le redini del male dopo la morte del Libanese e la fine della banda della Magliana? La risposta l'hanno cercata insieme un inviato da prima linea di Repubblica, Carlo Bonini, allergico per natura alle versioni ufficiali, e un magistrato, Giancarlo De Cataldo, che proprio con la saga del "Nero" e del "Freddo" si era scoperto nel 2002 una vena di scrittore. La coppia ha funzionato, l'investigazione comune ha prodotto, invece di un'inchiesta, una simulazione letteraria. E la finzione, stavolta, non ha superato la realtà, si è limitata ad anticiparla. Il gioco meritava di proseguire, come d'altronde è proseguita la dannazione della capitale. La notte di Roma, architettata con abilità in modo da poter essere avvicinata senza patemi anche da chi si è perso Suburra, comincia con un incendio neroniano e il massacro di un geometra incolpevole, una rarità in questo affresco corale di briganti, a opera di un orco con la scritta "non ho amici" tatuata sulle dita delle mani, dieci lettere per dieci dita. Il genere umano e romano che si nasconde dietro il fumo dei fuochi, e che commissiona omicidi a catena e a catenate, è appunto la suburra salita ai piani alti del potere, con la paradossale complicità di quello stesso potere che si illudeva di servirsene. Ma quello che conta davvero è il trono e lì ci si siede uno per volta, e per riuscirci bisogna buttare giù chi lo sta occupando, e una volta sbrigata la faccenda finalmente sei qualcuno. Sei il padrone. Sotto di te si agitano figure e figuranti, alcune facilmente riconoscibili, come il sindaco Martin Giardino, copiato a calco sul giubilato Ignazio Marino, altre meno sovrapponibili agli originali in circolo ma non meno credibili, come il politico di fasulla sinistra Temistocle Malgradi, quello che "è proprio vero che con la carità si guadagna meglio che con la droga", o la giovane deputata del Pd in vertiginosa ascesa e di altrettanto vertiginosa bellezza, Chiara di nome ma non di cuore, che forse si innamora un po' del bandito cattivo, certo ci fa sesso, calcola i vantaggi che potrebbe ricavarne, ma sguscia via prima che sia troppo tardi. Per lei, non per lui. A un vecchio compagno, l'incorruttibile Adriano, che la mette in guardia su certe frequentazioni, risponde con il programma della neo politica: "Milano ha avuto l'Expo, Roma avrà il Giubileo. Faremo le cose nel rispetto delle regole, per quanto è possibile. Non voglio morire innocente, non si governa con l'innocenza. Io voglio vivere". Chiara vivrà, altri un po' meno. La notte di Roma non fa prigionieri, non si concede neanche la comodità narrativa di un cavaliere bianco in lotta contro l'esercito dei cavalieri neri. E finirà come un ponte sospeso nel vuoto, su una città svuotata di senso, dove l'ultima bomba appena arrivata dal fronte del disonore è che Francesco Totti, l'unico ottavo re di Roma ufficialmente riconosciuto, avrebbe pagato in nero dei vigili di quartiere perché sorvegliassero uno dei suoi figli piccoli, minacciato di rapimento. Posto che sia vero e che il bambino fosse seriamente a rischio, perché non era protetto, e gratis, dalle autorità? Pur appena freschi di stampa, Bonini e De Cataldo hanno già davanti una prateria per un terzo episodio del loro viaggio al termine della notte interminabile di Roma.

"Nella notte di Roma. Un incontro casuale. Una città sospesa. I suoi vizi capitali" di Antonello Venditti. La cena romana è «un organismo ipertrofico che cresce e monta attorno alla tavola, finché non ricordi più chi era invitato e chi no». Antonello Venditti è diretto proprio a una di queste cene quando, parcheggiata l’auto su un Lungotevere inspiegabilmente deserto e privo delle immancabili buche, si imbatte in una sconosciuta, Laura, appena rimasta vittima di una tempesta di guano dai tratti mitologici. Prestarle soccorso e dare vita a una complicità basata sulla totale casualità dell’incontro è quasi tutt’uno. Anche perché è bello potersi trovare «prima che domani ricominci tutto. Roma lo fa, Roma lo concede questo senso di immobilità e di rinascita». Inizia così un viaggio a tappe dentro la città e dentro la sua notte, e dialogando con Laura, che romana non è, Venditti individua sette vizi capitali di Roma, non biblici ma peculiari, alcuni atavici, altri di nuova generazione. Dal vizio di Unicità (peccato originale che vede l’Urbe essere il centro del potere temporale e spirituale) a quello di Impero (retaggio dell’antica volontà di potenza sintetizzata oggi nello slogan da stadio ’ndo annamo dominamo); dal vizio di Illusione (ma quale futuro, «il futuro è tutto nel passato, e allora recupero, riconversione, ampliamento, adattamento») e di Memoria (corta) a quello di Neopaganesimo che porta a mettere sul trono imperiale calciatori ormai simili a semidei e infine ad accoltellarli, secondo il destino di ogni Cesare. Fino a due vizi paradossali, i più scandalosi, i più imperdonabili: quello di Bellezza e quello di Purezza. Nella notte di Roma è un’immersione nelle ricchezze (molte) e nelle bassezze (almeno altrettante) della capitale, alla quale Venditti rivolge il suo odi et amo senza risparmiarle niente. E, con lo stile ironico e incisivo, non esita a prendere posizione su questioni politiche, di cronaca, di costume: dal destino del prossimo sindaco a quello di Totti, dalla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024, alle infiltrazioni criminali di Mafia capitale.

Venditti deluso dai romani. «Invidiosi di Cesare e Totti». Il cantautore simbolo della Capitale: non ho votato alle primarie, scrive Pasquale Elia su "Il Corriere della Sera” il 27 aprile 2016. Grazie Roma. Ma non proprio per tutto. Perché va bene la maestà der Colosseo, e per carità niente da dire sulla santità der Cupolone. Ma il guaio è che tutta questa bellezza «ha allattato e reso spavaldo» il romano, «ma non orgoglioso. L’orgoglio è impegnativo, va difeso. L’orgoglio è per chi pensa di essere fatto per quel mestiere, per quella maglia, per quella città, e che lavorare, giocare, vivere lì sia un onore. Il romano, però, non pensa di essere fatto per Roma, ma che Roma sia fatta per lui». Pensieri e parole di Antonello Venditti, il cantautore di Roma Capoccia e dell’inno della squadra giallo-rossa, di Campo de’ fiori e di Sora Rosa, di Grazie Roma e di Circo Massimo. E uno che ha scritto tutti questi brani sulla sua città è difficile credere che sia in viaggio su un carroccio in direzione leghista. Ma essere nato nel quartiere Trieste e vivere a Trastevere non è garanzia di acriticità nei confronti di un luogo tanto amato. E allora per sferrare con malcelata misericordia il proprio j’accuse si può per esempio ipotizzare di buttare giù un libro (Nella notte di Roma, che esce oggi per Rizzoli) e immaginare di andarsene in giro (in compagnia di una ragazza, Laura, conosciuta per caso) imboccando strade e viali che costeggiano vecchi e nuovi vizi di una città il cui «futuro è tutto nel passato». Inoltrandosi a bordo di una piccola auto tra i mille monumenti della Capitale, Venditti scorge peccati che attecchiscono come l’erba cattiva. E ce n’è uno più di tutti che suona come un paradosso: la Purezza. Che «nella fisiologia romana» è un’aberrazione. «Il vizio è l’ordine, la regola... ha invaso ogni strato». Guidando Nella notte di Roma, Antonello pensa a «Mafia Capitale, alle primarie taroccate e non credibili del cosiddetto Pd. Ecco perché, qualche settimana fa, non sono andato a votare a quelle di Roma: votare per chi, votare perché?, non voglio essere usato per legittimare qualcosa che trovo illegittimo». Possibile che nella città eterna non ci siano più tracce di onestà e idealismo? All’ombra del Colosseo, per Venditti, sono «virtù eroiche». Il romano si è addirittura inventato «l’eroismo parlamentare, quando l’onestà dovrebbe essere all’ordine del giorno». E tutto questo è successo (forse) a causa della «caduta dei riferimenti. Per la mia generazione c’è stato Berlinguer. Il Padre politico. Ecco la questione: dove sono finiti i Padri? I Padri hanno fallito». Storica materia di discussione. «Adesso però c’è un’altra Storia in corso: quella dell’Italia toscanizzata, dei patti del Nazareno, del partito della nazione, l’Italia di Renzi e Verdini. E Roma scivola in subordine. Quando un corpo collassa la prima cosa a spostarsi è il baricentro». Sembra che quella lontana Roma Capoccia («la mia canzone più fraintesa») sia definitivamente spacciata, infestata anche dal vizio d’Invidia «di cui gli imperatori di Roma continuano a far le spese, da Cesare a Totti». Insomma, Bomba o non bomba, arrivando a Roma, Venditti direbbe: Benvenuti in paradiso o In questo mondo di ladri?

Venditti: «Un romano non va all'inferno, al limite ci fa un sopralluogo», scrive Silvia Bombino su “Vanity Faire” il 27 aprile 2016. Premessa: Venditti non si fa intervistare, fa l’intervista. E non si fa fotografare, fa le foto. Controlla il registratore, dice quando accenderlo, prende la macchina fotografica, suggerisce, intima, impera. «Il romano si sente il capo del mondo. E quanno more va in paradiso. All’inferno, al massimo, fa un sopralluogo». Quando arrivo nel giardino dove domina il megaschermo per vedere le partite della Roma, Antonello Venditti sta raccontando la serata precedente. Uscito di casa con poche certezze – due gocce di Yves Saint Laurent Pour Homme rosso del 1980 (introvabile, lo procura un amico), le Marlboro rosse (stessa marca da sempre, vari formati), gli occhiali a goccia (da vista, che però usa meno perché «sono migliorato») – è andato a una «cena romana». Alza gli occhi al cielo. «Lì tutto può succedere… in realtà, non succede mai un cazzo, e infatti esco poco». Sembra l’inizio del racconto che ha scritto e che uscirà in libreria il 28 aprile: Nella notte di Roma. Anche lì una cena: dove però non arriverà mai, ma girerà nella sua Smart, di notte, con Laura, incontrata per caso, per le vie di Roma. Città di cui racconta i vizi e la poesia. Perché non c’è solo Mafia Capitale e la monnezza. «Roma non è raccontata. Chi non è di qui, come Laura, ha uno sguardo ancora capace di meravigliarsi della bellezza. I romani dovrebbero vedere la città con gli occhi dei non romani».

Eppure l’ha cantata mille volte, la sua città, è un romanista doc, vive a Trastevere. Corrado Guzzanti ha fatto una caricatura sul suo ostinato raccontare Roma. Perché farlo ancora?

«Corrado…  Non lo sento da un po’, ma che sta facendo? (Si accende un’altra sigaretta, è già al secondo pacchetto e sono le 11; alle 15 ne avrà abbandonate una decina sui bordi dei tavoli, nei posacenere, per poi ritrovarle e chiedere: di chi è?) Dicevamo? Ah sì, Roma… Di Roma non ci si stanca. Poi c’è stata quella serata che mi ha ispirato…  Dovevo andare davvero a una “cena romana”, e davvero stavo cercando parcheggio, quando è arrivata una tempesta di guano. Per via degli storni, il Lungotevere è stato chiuso tre giorni: tonnellate di merda piovevano dal cielo su Roma. Mi è sembrato un simbolo dei tempi che vivevamo».

Si riferisce a Mafia Capitale?

«Certo».

Come sta metabolizzando lo scandalo?

«Come tanti sono rimasto stupito, triste. Va bene la “cena romana”, però se sei ministro devi sape’ con chi vai a cena. Anch’io vengo avvicinato da sconosciuti. Che poi un tempo c’era uno scambio: “Hai fatto parte della mia vita… Le tue canzoni…”. Adesso è solo un “Antone’, se famo un selfie?”».

Ma lei gira liberamente per Roma o è ostaggio dei fan?

«Certo, passeggio. Anche se devo stare attento, sennò mi fermano di continuo».

Nel libro, a Ostia citofona a uno sconosciuto e chiede: «Sono Antonello Venditti, mi può dare un paio di coperte?». Ma non le credono. Lo ha fatto davvero?

«Certo. Nel libro però non ho messo la risposta vera».

Quale?

«See, e io so’ Baglioni!».

Alla fine della notte, Laura le lascia il suo numero di telefono. Le è capitato anche questo?

«La cosa che mi tiene vivo è frequentare gente non della mia età. Non minorenni, eh, intendiamoci. L’amore con la ventisei­enne del libro però non è improbabile, non è un’invenzione letteraria».

Quindi le succede?

«Succede. L’invidia di quello che ti vuole avvinto alla sua generazione è tremenda. Dice: ti tingi i capelli… Ma come? Me li tingo dall’86 e nun te ne sei mai accorto? O quelli che mi dicono: te sei rifatto. A me non me risulta: se invecchio bene, ma che cazzo vuoi da me? Gli uomini sono gelosi. Le donne invece si scusano: Antonello, so’ troppo vecchia. Ma amore mio, io so’ Antonello, te pare che discrimino?».

Adesso è single?

«No. Ma non è meglio parlare d’altro?».

D’accordo: tra un mese si vota il sindaco.

«La città non è pronta per le elezioni».

Se fosse sindaco lei, che farebbe subito?

«Avrei commissariato la città due anni per mafia, dato poteri straordinari a due commissari e non sarei andato proprio alle elezioni: siamo ancora frastornati, la situazione non è trasparente, non abbiamo certezze su chi finanzia i partiti, la metà dei candidati sono gli stessi del passato».

Andrà a votare?

«Ora parto in tour, forse suono quel giorno… Sicuramente al ballottaggio ci sono. Davvero non ho idea di che cosa votare, mi farò un’idea. Avevo votato Renzi alle primarie, ci avevo creduto. Ma oggi non mi sento rappresentato da nessuno».

Su Facebook ha fatto un post dal seggio del referendum sulle trivelle…

«Non mollo, mi interesso. Sto sul pezzo, anzi molti mi attaccano perché parlo chiaro».

Ha i suoi haters?

«Io mi incazzo, eh? Però mi controllo. Se mi dicono “zecca comunista” non rispondo “zecca fascista”. Inizio con “caro amico”. O “abbracciamoci”. Cerco di dialogare. Mi dicono: quando canti va bene, per il resto stai zitto. Evidentemente vedono in me una persona libera e tentano di ridurmi a un partito di destra, di sinistra…».

Si sente piuttosto un anarchico?

«Nel senso di non volere etichette, sì. Sa qual è la persona che politicamente mi ha fatto sentire più a mio agio?».

Veltroni?

«No, Pannella. A Walter voglio bene, ma con Marco ti senti a casa. Sono andato a trovarlo, a sigarette ce la battiamo ancora».

I suoi votavano Democrazia cristiana?

«No, Partito liberale».

Le hanno trasmesso la passione politica?

«No, quella nasce perché ero grasso. Per i miei compagni di classe ero un cicciabomba. Ho iniziato a interessarmi di politica per vedere se qualcosa poteva cambiare. È cambiato quando sono dimagrito. E quando ho capito che gli stupidi erano i bulli».

Ha militato in tanti movimenti di sinistra, e nel libro ricorda l’estate del ’79, in spiaggia a Ostia, con Allen Ginsberg.

«La gente arrivava da tutto il mondo per sentire i poeti beat. Il Partito comunista era un sogno di cultura e libertà. Anche oggi la gente ha fame di eventi culturali, ma non c’è il respiro del futuro. Dopo Berlinguer, a sinistra, non c’è stato più un riferimento di livello. Le unioni civili, il petrolio: le grandi questioni vanno spiegate da menti alte».

Suo padre, da viceprefetto, glielo spiegava il mondo?

«Non capivo che cosa facesse, in realtà. Un giorno je dico: a papà, ma che fai la domenica che nun ce stai mai? Hai l’amante? E lui mi fa: Antonello, vuoi vedere che faccio? Mi ha portato a Palazzo Chigi nella stanza dei bottoni, con dei monitor ancora rudimentali: se c’era qualche allarme in Italia andava mio padre. Non esisteva ancora la Protezione civile».

A proposito: Bertolaso è candidato come sindaco.

«Non voglio commentare».

Che cosa ha pensato quando ha detto a Giorgia Meloni di fare la mamma e basta?

«È una cosa troppo bassa per essere commentata. Solo a Bertolaso può venire in mente una cosa così».

Adinolfi?

«Non mi appassiona».

Nel 2013, alle scorse elezioni, andò a chiudere con un concerto la campagna di Alfio Marchini, che oggi corre da solo. Lo rifarebbe oggi?

«Oh, ora posso spiegare: quando arrivò… Come si chiama? Coso… L’ho rimosso…».

Marino?

«Eh, Marino. L’ex sindaco. Da parte del Pd c’era la presunzione di pensare: è chiaro che tu vieni a suonare a San Giovanni. Pacca sulle spalle. Io, però, di questa generazione di politici, non conosco nessuno. Ho visto una volta Marino, Giachetti non lo conosco, Renzi l’ho incrociato a Porta a porta. Nessuno mi ha cercato e io non cerco nessuno. Per cui per me il Pd è un oggetto misterioso. Se tagli i ponti e poi ti presenti, io ti dico: scusa, innanzitutto, chi cazzo sei?».

Invece che cosa ha detto?

«Scusate, sarei in tour con 70 persone che lavorano. Non stacco per venire a suonare Roma capoccia da te, solo, col pianoforte. Non me la sento. Non voglio niente per me, ma se mi vuoi, devi parlare con il mio impresario e pagare i miei collaboratori. Marchini l’ha fatto. Io non ho preso nulla, ma ho fatto lavorare tutti gli altri. Alfio era il candidato perfetto del Pd, allora».

Oggi lo rifarebbe?

«No, è diverso. Anche lui si è giocato l’autonomia. Io rispetto invece il Movimento 5 Stelle perché non fa parte di coalizioni, non è contaminato da altre forze. Perdo da solo o vinco da solo, questa è la sua forza».

Le piace Virginia Raggi?

«Non conosco neanche lei. Sono filo-movimento, però, e lo rispetto moltissimo, perché qualcosa deve accadere assolutamente. Posso dire che ci penserò». 

Facciamo due passi per Trastevere, è una bella giornata di sole. 

«A volte penso di vendere tutto e andarmene… Da tutto. Ho un catamarano, ci si sta benissimo».

Via da Roma? Scherza?

(Sorride) «Sì».

Roma, arrestati e indagati vigili: favorivano i ristoratori in cambio di cene e bottiglie di vino. In cambio di pasti gratis e consumazioni pagate alcuni agenti della polizia municipale avvertivano dei controlli i proprietari di noti locali del centro, da Trinità dei Monti a Campo de' Fiori, o li aiutavano ad evitarli. Così tutto era concesso: dai tavolini "selvaggi" in strada alle ristrutturazioni senza autorizzazione. E gli affari prosperavano, scrive Floriana Bulfon il 19 aprile 2016. “Sono arrivati i vigili, li aspettavamo, ma tutto a posto”, e ancora “falli andare via”. Non c’è nulla di cui preoccuparsi perché “questa mattina viene da te un amico. Io sono sempre a tua disposizione” perché “a me chi mi aiuta, lo aiuto. Ecco”. E’ il sistema svelato dalle indagini del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma che hanno portato oggi all’arresto di due imprenditori, Renato Salvatore Mercuri e Giovanni Pagliaro, e di un vigile urbano, Franco Caponera. Tra gli indagati anche altri appartenenti alla Polizia municipale e un noto immobiliarista romano. Pubblici ufficiali compiacenti che in cambio di bottiglie di vino, cene e consumazioni pagate e persino ticket restaurant avrebbero avvertito i due ristoratori calabresi dei controlli nei loro locali del centro storico, avvantaggiando così la crescita del loro impero capitolino. I due sono infatti titolari di un ristorante con affaccio sulla scalinata di Trinità dei Monti, di un locale alla moda nell’elegante quartiere Trieste, e poi di un wine bar vicino a Campo de' Fiori, di una gelateria davanti alla fontana di Trevi, e ancora di un bar all’interno della stazione Tiburtina, una guest house, un lussuoso b&b a due passi da via dei Condotti e persino di un centro benessere. Secondo l’accusa, grazie ai vigili infedeli tutto gli era concesso: dall’occupazione del suolo pubblico oltre i limiti, all’impianto acustico, fino all’esecuzione di lavori su immobili di interesse storico senza autorizzazione, con tanto di possibili danni strutturali. Per i concorrenti non c’era nulla da fare, la loro ascesa economica doveva essere inarrestabile. E così quando Mercuri e Pagliaro si interrogano su chi possano essere i ‘controllori’, per intercedere con la polizia municipale contattano “l’amico” Franco Caponera. Lui, in cambio della promessa di far assumere la compagna a Catanzaro, di tre casse di bottiglie di vino e un po’ di ticket restaurant, si sarebbe prodigato ad avvertirli dei controlli così da evitare che evidenziassero irregolarità o quanto meno da assicurare che fossero “condotti con elasticità”. Sarebbe arrivato persino a fare un accesso abusivo alla banca dati del sistema d’indagine delle forze di polizia. Del resto è proprio Caponera a sintetizzare in una conversazione con Mercuri il concetto alla base del rapporto: “a me chi mi aiuta l’aiuto, ecco”. Non è il solo a condividere l’’amicizia’. Nell’autunno del 2013 un altro vigile in servizio nel centro storico di Roma, oggi indagato, si sarebbe fatto offrire una cena in uno dei ristoranti dei due imprenditori. E pare abbia apprezzato, tanto che, dopo aver degustato un po’ di piatti ammirando le rovine della Capitale, si fa promettere di poter tornare almeno altre due volte. Gratuitamente, si intende, ma con riconoscenza. Violando i suoi doveri, avrebbe infatti rivelato atti segreti, avvertendo prima di un controllo e poi anche di un procedimento amministrativo per l’accertamento dell’impianto acustico. Un suo collega, a cui è stato notificato un avviso di garanzia, invece sembra amare di più i dolci. Secondo l’accusa ha garantito di non effettuare i controlli, pur di avere sempre il gelato pagato mentre passeggia davanti a fontana di Trevi. Del resto, quando c’è un problema con il cartellone pubblicitario della gelateria che viola le norme imposte dal Campidoglio, trova persino una soluzione: “sai che facciamo, quando ci sono ti faccio uno squillo e glielo faccio mettere e quando vado via gli dico: guarda leva”. A fare da intermediario tra gli imprenditori e i pubblici ufficiali infedeli anche un noto immobiliarista romano, molto attivo nel centro storico della Capitale. Sarebbe stato lui ad agevolare le autorizzazioni tanto da assicurare che anche laddove arrivassero dei vigili non corrotti riuscirebbe a far arrivare la relazione in altre mani. L’indagine che ha permesso di disarticolare il sistema corruttivo è partita a seguito di una informativa della Direzione Investigativa Antimafia: i due imprenditori sarebbero stati infatti segnalati perché in contatto con la famiglia Mancuso. La ‘ndrina più potente della provincia di Vibo Valentia ha investito molti dei suoi proventi illeciti in ristoranti, bar e immobili di pregio della Capitale e alcune quote delle società risultavano riconducibili, tra gli altri, proprio alle famiglie di Pagliaro e Mercuri. La Roma di Mafia capitale del resto è terreno fertile per riciclare soldi a buon mercato, tanto da poter corrompere un pubblico ufficiale persino con tre bottiglie di vino e qualche cono gelato. Solo ventiquattrore fa è stato rinviato a giudizio per corruzione e falso l’ex comandante della polizia municipale, Angelo Giuliani. Avrebbe fatto ottenere, senza alcun bando di gara, un appalto a Sicurezza e Ambiente, società che si occupa della pulizia delle strade, in cambio di una mazzetta sotto forma di sponsorizzazione per il circolo sportivo dei Vigili. A giudizio con lui anche la sua vice, Donatella Scafati e due segretarie. E ancora, il mese scorso, un agente della municipale è finito in manette con l’accusa di aver chiesto 5mila euro per chiudere un occhio sulla costruzione di alcune villette, dando il via libera ad un abuso edilizio. Dopo i vari episodi di corruzione s’era parlato quanto meno di procedere ad una rotazione dei vigili urbani, ma è saltato tutto. E’ bastato un cavillo: i sindacati non erano stati preavvertiti. Ora il commissario straordinario del Campidoglio Francesco Paolo Tronca ha chiesto di fare una ricognizione sui procedimenti disciplinari a carico dei dipendenti comunali. Ce ne sono più di duecento, tra questi anche uno che giace in un armadio da quindici anni. Riguarda proprio alcuni vigili. Coinvolti in un traffico di auto rubate, prima sono stati sospesi e subito dopo riammessi in servizio, senza mai essere stati trasferiti. Peccato che oramai il reato si sia estinto per “intervenuta prescrizione”.

I vigili che riciclavano auto rubate ancora al loro posto dopo 15 anni. Roma, sepolti negli armadi 212 provvedimenti disciplinari su dipendenti del Comune, scrive Sergio Rizzo il 17 aprile 2016 su "Il Corriere della Sera". In quale città del mondo un agente di polizia urbana pizzicato a riciclare auto rubate rimane imperterrito al proprio posto per quindici anni? A Roma, naturalmente. Immaginiamo che pure Alfonso Sabella, assessore alla Legalità della giunta di Ignazio Marino, fosse cosciente di quanto ancora restasse da fare, dopo aver disposto la rotazione degli incarichi dirigenziali. Lo stato comatoso in cui ha trovato larghi strati dell’amministrazione capitolina è ben raccontato nel suo libro «Capitale infetta» scritto con Giampiero Calapà. E immaginiamo se ne sia fatto un’idea anche il presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone, che ha avvalorato anche la rotazione dei vigili urbani disposta dalla stessa giunta, misura contestatissima dai diretti interessati e poi fatta saltare dal giudice del lavoro in seguito a un ricorso sindacale azionato con il pretesto di un cavillo: i sindacati non erano stati preavvertiti. Sindacati, a quanto risulta, che non hanno mosso un dito negli anni perché chi ha sbagliato pagasse. Conosciamo la giustificazione: non tocca a loro punire i responsabili di corruzione e altri illeciti. Comprensibile. Ma il fatto è che non hanno provveduto nemmeno i responsabili, cioè gli uffici del Campidoglio. Il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca, deciso evidentemente a lasciare un altro segno del suo passaggio dopo aver denunciato il buco nero del patrimonio immobiliare, ha chiesto agli uffici una ricognizione sui procedimenti disciplinari a carico di dipendenti comunali accusati di reati più o meno gravi. Che ha dato risultati sconcertanti. Negli armadi c’erano infatti 212 dossier relativi ad altrettanti procedimenti disciplinari ancora aperti. Alcuni relativamente recenti, se si pensa alle inchieste di Mafia capitale o alla cosiddetta operazione Vitruvio. Ma altri che risalivano addirittura alla fine degli anni Novanta. Fra questi ce n’è uno che riguarda un caso di quindici anni fa, quando alcuni vigili urbani furono coinvolti in un traffico di auto rubate. Sospesi in un primo momento e poi riammessi in servizio, non risultano essere mai stati trasferiti: e ora per la conclusione del procedimento disciplinare nei loro confronti che galleggia negli armadi comunali da tre lustri si sta aspettando la comunicazione del tribunale dell’estinzione del reato per «intervenuta prescrizione». Proprio così: prescrizione. E qui sono del tutto evidenti anche le responsabilità della magistratura. Il che però spiega solo in parte la situazione di lassismo generalizzato che la verifica ha fatto venire alla luce. Succede che dei 212 procedimenti disciplinari ben 189 siano tuttora sospesi, in attesa che la giustizia faccia il proprio corso. Per quanto assurdo possa sembrare, è ciò che prevedono le norme, compresa la famosa legge Brunetta. Ma non è vero che il Comune non possa fare nulla contro i presunti corrotti o responsabili di altri reati fino alla sentenza definitiva. Può infatti adottare provvedimenti cosiddetti cautelativi, come il trasferimento, ma c’è il riscontro che almeno in un centinaio di casi questo non sia mai avvenuto. Tanto per reati minori (c’è stato anche un dipendente del Comune trovato a fare contemporaneamente l’amministratore di condomini) quanto per fatti particolarmente gravi. Qualcuno è riuscito perfino a farla franca fino alla pensione: in 9 se ne sono andati dal Comune per raggiunti limiti di età senza che fosse stato preso alcun provvedimento nei loro riguardi. Quanto ai licenziamenti, si contano sulle dita di una mano e mezza: nel 2015 sono stati sette. Ragion per cui Tronca ha ora dato incarico ai capi del personale e della polizia municipale di riesaminare tutte le posizioni, una per una. Fra quei 212 ci sono 71 vigili urbani, ma soprattutto una quarantina di dipendenti e funzionari inquisiti per fatti che riguardano pratiche edilizie, uno dei settori più colpiti dalla corruzione. Ed è questo un aspetto considerato più preoccupante. Perché se il numero dei reati scoperti è rimasto pressoché costante negli anni, è la loro gravità a essere aumentata: tanto più che dai reati individuali si è passati a quelli di natura collettiva. Un altro benvenuto per il prossimo sindaco, chiunque sia.

Cantone accusa Roma: dagli asili alle strade, ecco tutti gli appalti illegali. Il documento dell'Anac approvato la scorsa settimana denuncia un metodo "sistematicamente" irregolare negli anni 2012-2014, scrive Liana Milella il 15 marzo 2016 su “La Repubblica”. Dalla manutenzione delle strade ai servizi per i disabili, dagli ospizi agli affitti delle case, dalla macellazione della carne alla tutela del verde pubblico, dall'acquisto di nuovi software alla gestione dei canili. Non c'è un solo capitolo in cui Roma Capitale, il grande Comune di Roma prima gestito da Alemanno e poi da Marino, abbia rispettato le regole della buona amministrazione. Raffaele Cantone, il presidente dell'Autorità anticorruzione, non ha dubbi. Ha firmato il 10 marzo l'ultimo capitolo della sua lunga ispezione su Roma, che copre gli anni dal 2012 al 2014 e attraversa le giunte degli ultimi due sindaci di destra e di sinistra, e chiude con un giudizio pesantissimo. "L'indagine - scrive Cantone - ha rivelato la sistematica e diffusa violazione delle norme. Ha palesato il ricorso generalizzato e indiscriminato a procedure prive di evidenza pubblica, con il conseguente incremento di possibili fenomeni distorsivi che agevolano il radicarsi di prassi corruttive". Inutilmente Roma Capitale, con i suoi numerosi dipartimenti, ha cercato di difendersi inviando a Cantone, dopo il primo rapporto del settembre 2015, altrettanti dossier "a difesa". Che però non intaccano l'analisi dell'Autorità anticorruzione. Il rapporto di 15 pagine conferma le indagini della procura di Roma su Mafia Capitale e sul malaffare come prassi abituale di comportamento ed è stato inviato sia alla procura che alla Corte dei conti. Contro la Costituzione. Proprio così. Cantone lo scrive nell'ultima pagina. "La gestione delle attività contrattuali di Roma Capitale, nei suoi molteplici aspetti e modalità, non è conforme ai principi di buon andamento e di imparzialità dell'amministrazione sanciti dall'articolo 97 della Costituzione". Le conseguenze sono inquietanti. Il rapporto dell'Anac le elenca: "Si riscontrano ricadute negative sulla qualità delle prestazioni e sull'incremento dei costi, nonché sulla lesione della concorrenza, come effetto della sottrazione alle regole di competitività del mercato di una cospicua quota di appalti, affidati per la maggior parte senza gara". I diciotto rilievi. Cantone conferma, punto per punto, i rilievi che aveva sottoscritto contro la gestione di Roma Capitale nell'ottobre scorso. A nulla sono valsi, come vedremo, i tentativi del Comune di dimostrare che ha le carte in regola. Resta il pesantissimo elenco di omissioni con cui la prossima amministrazione dovrà fare i conti. Ecco il vizio principale, il ricorso "facile" alla cosiddetta "procedura negoziata", che è il contrario di una gara pubblica a cui tutti possono partecipare. Qui invece si invita un numero limitato di imprese, con cui "si negozia" l'appalto. Ma, secondo Cantone, c'è un difetto di origine, perché ci sono "carenza o difetto di motivazione dei presupposti" per ricorrere a questo tipo di procedura. Non basta. C'è "il ricorso sistematico ad affidamenti allo stesso soggetto", ci sono "le proroghe", anch'esse ingiustificate e non motivate. C'è "l'improprio frazionamento degli appalti". Ci sono "le varianti non motivate". Le imprese invitate sono sempre le stesse, manca "l'obbligatoria rotazione". E come se non bastasse "non sono sufficienti neppure i requisiti". Ognuno ha il suo sistema. Cantone ha esaminato, nella prima fase dell'indagine, 1.850 procedure negoziate, il 10% del totale. Nella seconda fase ne ha messe a fuoco 36, tra appalti, lavori in economia, cottimi fiduciari, affidamenti a cooperative. Ha confermato "i rilevanti profili di criticità nei comportamenti delle strutture gestionali di Roma Capitale". Ha scoperto, non senza sorpresa, che nel Comune di Roma "ciascun dipartimento ha sistemi informativi diversi", che quindi non si parlano tra di loro. Per di più l'Ufficio contratti, incardinato presso il Segretariato generale, "è dotato di un sistema centralizzato esclusivamente per le gare ad evidenza pubblica". Tutte le altre, di conseguenza, sfuggono in mille rivoli incontrollabili. Il boom delle Coop. L'indagine dell'Anac rivela che, soprattutto per le cooperative che operano nel sociale, nel triennio 2012-2014 "c'è stato un esorbitante numero di affidamenti di cospicuo valore economico avvenuti in gran parte in forma diretta, a conferma del mancato rispetto dei principi basilari di concorrenza, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità". L'innovazione tecnologica. Il Dipartimento si difende dalle accuse di Cantone, scrive di "5 gare annullate", di proroghe obbligate "per la mancanza di personale", di imprese scelte senza nuove verifiche (per il Sistema informativo di riscossione e per la Gestione del Sistema Dorado 380) perché già state fatte in precedenza. Ma Cantone ribatte che ciò dimostra "l'omesso controllo dei requisiti sia generali che speciali". Disabili senza controlli. Sui 2milioni di euro per l'affidamento del servizio per i disabili Cantone ribadisce "l'uso improprio della procedura negoziata", "violazioni della pubblicazione della gara", un avviso di gara troppo ristretto, Nota che anche l'Atac, quando aveva gestito il servizio, non lo aveva fatto correttamente e si era rivolto a terzi senza avvisare il Dipartimento. Case ad anziani e rom. Anomalie anche in questo settore, con la beffa che il Dipartimento politiche sociali e abitative, a Cantone che critica l'assenza dei controlli, fa notare come "per immigrati e rom non vi siano regolamentazioni specifiche". Quindi perché rispettarle? Strade, canili e software. Cantone annuncia che il suo occhio si allargherà anche alla (contestata) gestione dei canili di Roma. Si stupisce che il Dipartimento Tutela ambientale vanti, come una novità, l'acquisto solo adesso di un software per monitorare gli appalti. Critica la proroga per gli affidatari della manutenzione stradale. Sul mondo della macellazione e della relativa conservazione a freddo critica il ricorso sempre alle stesse imprese.

Roma ha solo due padroni: la politica e i palazzinari. I documenti riservati del Campidoglio mostrano come siano i costruttori a decidere il futuro della Capitale. Tra affari antichi e nuovi progetti, alleanze e liti, ecco come continuano ad avere le mani sulla città, scrive Lirio Abbate e Gianfranco Turano il 4 febbraio 2016 su “L’Espresso”. La vera torta miliardaria di Roma, sfuggita finora alle indagini della procura, è l’urbanistica. È qui che i potenti allungano le mani. È qui che i palazzinari ingordi si lanciano per concludere affari di cemento grazie anche alla complicità di quei politici devoti e grati per il sostegno ricevuto durante le campagne elettorali. È nella Capitale che avviene il «sistematico abuso» di varianti urbanistiche. Nel numero in edicola da venerdì 5 febbraio, l'Espresso pubblica documenti riservati del Campidoglio da cui emergono gli affari dei costruttori ottenuti con la complicità politica e amministrativa. Dagli atti interni agli uffici viene sottolineato l’abuso «sistematico» alle varianti. Troppe volte, su pressione dei costruttori, i progetti vengono modificati. Con più cubatura, una diversa destinazione d’uso, meno oneri concessori. Nella città che tutto concede ai costruttori, dove alcuni impiegati “fedeli” del Campidoglio segnalano - prima dell’arrivo del commissario Francesco Paolo Tronca - il «sistematico abuso» di varianti urbanistiche e gli affari conclusi dietro le quinte, è sempre il mattone a dettare i compiti all’amministrazione. Oggi come ieri la Capitale ha solo due padroni. La politica e i palazzinari. Dalla loro alleanza Roma si è trasformata in ciò che ora è visibile: il grande spettacolo di un totale declino. Lo sviluppo urbano lo fanno da sempre gli imprenditori del mattone. Con i suoi 129 mila ettari di estensione, Roma è il comune più grande d’Europa. A distanza di quarant’anni il Campidoglio ha adottato, nel 2003, un nuovo piano regolatore generale, poi approvato nel 2008. Sovrapponendo la cartina di oggi della metropoli a quella disegnata nel piano regolatore, si può constatare che la situazione non combacia. Varianti su varianti hanno portato a modificare tutto, in silenzio. E a guadagnarci sono stati sempre i soliti. I costruttori intendono mantenere le mani sulla città. Non possono più contare su finanziamenti statali a fondo perso, come insegna la vicenda della metro C, un calvario di ritardi e interruzioni, o l’aborto della linea metropolitana D. I programmi di sviluppo residenziale e commerciale sono impiombati dalla crisi. Interi quartieri di recente inaugurazione sono in larga parte sfitti e producono solo costi. Che fare? I progetti sportivi possono essere la chiave per rianimare le acque stagnanti. I re del mattone puntano sul nuovo stadio della Roma, sul nuovo centro della Federcalcio e soprattutto sulle Olimpiadi 2024. Sono tutte operazioni che possono andare in porto grazie alla partecipazione finanziaria di partner privati, dal Cio (Comitato olimpico internazionale) alla squadra di business raccolta intorno all’As Roma. Ma il pubblico conserva un ruolo fondamentale, sia nella partita delle concessioni urbanistiche sia nel sostegno infrastrutturale dove la Capitale sconta ritardi storici. La vicenda del nuovo stadio dell’As Roma è lo specchio deformante dei rapporti di potere della capitale. Sull’operazione ci sono alcuni appunti riservati del Campidoglio, di cui è in possesso “l’Espresso”: «Il progetto è deficitario sotto molti aspetti», «il dipartimento ambiente e mobilità ha rilevato deficienze», soprattutto per la «relazione idrogeologica» e per il «codice appalti». Lo stesso documento riservato segnala poi che la proprietà dei terreni scelti è «in parte di Armellini». Armellini «quello di Ostia», si aggiunge, ricordando che la famiglia Armellini con il Comune ha molti affari, a Ostia nuova interi quartieri sono affittati per l’edilizia popolare. Altra partita che ha indispettito un po’ tutti, invece, è quella dei Caat, i Centri di Assistenza Abitativa Temporanei. Sono case - o meglio sono spesso uffici riconvertiti - per chi è in emergenza abitativa e non entra nelle graduatorie per le case popolari. Sono decine gli edifici affittati a caro prezzo dal Campidoglio con una spesa di 54 milioni all’anno. Il Comune - ed è uno dei suoi ultimi atti - ha sostituito il dispendioso sistema dei Caat con quello del contributo all’affitto. Scrive Luigi Ciminelli, direttore del dipartimento politiche abitative, in una relazione all’Autorità anticorruzione: «Tale sistema, che prevede la disponibilità di mille alloggi da destinare ad altrettanti nuclei familiari in assistenza alloggiativa temporanea, consente di ottenere un risparmio anno a regime di 13 milioni di euro». Chi ci ha rimesso? Sicuramente la cooperativa Eriches 29 che con Salvatore Buzzi incassava, nel 2012, più di 5 milioni di euro per i servizi, dalle pulizie alla guardiania. Poi si va dalla Immobiliare San Giovanni 2005 del costruttore Antonio Pulcini, che con una palazzina da 84 alloggi incassava 2,7 milioni di euro, all’immobiliare Ten di Francesco Totti, il capitano, amministrata dal fratello, che incassava 908mila euro per 35 unità abitative. Perché il sistema dei Caat venisse archiviato bisognava prevedere una serie di strutture per l’accoglienza degli sfrattati. Cambia l’acronimo, sono i Saat, e anche le caratteristiche: niente più uffici riconvertiti, ad esempio. La gara europea lanciata dall’assessore Danese va però stranamente deserta. Non risponde nessuno, a nessuno dei lotti, anche al più piccolo: difficile senza mettersi d’accordo. La Giunta poco dopo va a casa, e il commissario Tronca deve prorogare i Caat, ogni mese in più costa ai cittadini più di tre milioni di euro.

Roma e le case del Comune a canoni irrisori. «Noi, in affitto a pochi euro». Circa sessantamila beni del Campidoglio, tra musei, negozi, locali, sedi di associazioni o partiti politici, case popolari, appartamenti ai privati, scrivono Erica Dellapasqua ed Ernesto Menicucci il 3 febbraio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Borgo Pio, due passi da San Pietro, dove anche un monolocale può costare oltre mille euro al mese. La signora Giuseppina Tozzi, 77 anni, vedova, pensione sociale, abita in 27 metri quadrati e paga 8 euro al mese. Di fronte ai cronisti, sbotta: «Ma che volete da me? Ho la minima, mi devo curare, non mi possono certo aumentare l’affitto. Sa quanto prendo io di pensione?». No signora, non lo sappiamo: «400 euro al mese». E quindi? «Anche se me lo portano a cento euro, non me lo posso più permettere». Benvenuti nel mondo del patrimonio immobiliare del Comune di Roma. Circa sessantamila beni, tra musei, negozi, locali, sedi di associazioni o partiti politici, case popolari, appartamenti affittati a privati. Un vario mondo, nel quale c’è di tutto: canoni scaduti, contratti mai rinnovati, abusivi più o meno accertati. Ma anche persone indigenti che di più non potrebbero sborsare e che stanno lì, magari in zone di pregio perché in attesa di un alloggio popolare che non c’è. Un ginepraio sul quale più di un’amministrazione si è scontrata. Ora tocca al commissario Francesco Paolo Tronca, che si è lanciato in una «missione impossibile»: riuscire a fare, in appena quattro mesi (il tempo residuo del suo mandato), quello che non è riuscito in decenni. E alla Procura - che ha già gli elenchi degli inquilini - valutare eventuali reati compiuti dai funzionari che hanno gestito gli alloggi. Perché il «nuovo scandalo» degli appartamenti del Comune affittati a pochi euro (c’è anche chi paga 60 centesimi al mese) è in realtà vecchio come il mondo, oggetto di una serie di esposti ed interrogazioni presentati — solo per restare agli ultimi sotto la giunta Marino — dal Movimento Cinque Stelle, dalla Lista Marchini e persino dall’Unione inquilini. Risultati? Pochissimi. Il signor Benito Scarpetti, 80 anni, abita in via del Colosseo (non c’è bisogno di precisare dove si trova...), paga 97 euro al mese, «più 44 — precisa lui — di extra per gli oneri» e anche lui si arrabbia: «Questa casa — dice mostrando un tesserino — lo lasciarono a mia madre ai tempi di Mussolini. Ora che volete da me?». Altro giro, altro caso. A piazza del Grillo, su via dei Fori Imperiali, proprio di fronte a Palazzo Senatorio, sede del Comune, c’è il Corpo di soccorso dell’Ordine di Malta, «ospitato» dentro un palazzotto tutelato dai Beni culturali. Canone di affitto? «Paghiamo dodici euro. L’anno», dice il direttore Mauro Casinghini: «Nel 1946 l’Ordine mise a posto via Alessandrina e ottenne questa sede, ad un affitto simbolico. La convenzione è scaduta nel 1980, poi non abbiamo più sentito nessuno». Eppure, spiega l’ex assessora al Patrimonio (sotto Ignazio Marino) Alessandra Cattoi, «le lettere per i rinnovi dei canoni sono partite a luglio 2015». Un anno dopo la delibera, varata dalla giunta del sindaco/chirurgo (dal suo vice Luigi Nieri), che decideva il rinconteggio. E poi? «Ci sono state delle resistenze da parte della Romeo (la società che gestiva il patrimonio immobiliare, ndr)...». Solo che in alcuni casi le lettere non sono proprie arrivati. E, negli altri, meno di un terzo degli inquilini ha fornito i dati per regolarizzare la propria posizione. Degli altri, qualcuno ha fatto causa, altri non hanno proprio risposto. In tutto, le case in oggetto di verifica sarebbero «7-800». E dai primi riscontri delle indagini avviate da Tronca (574 immobili) risulta che solo nel 18 per cento dei casi esistono dei contratti regolari. Il commissario è per il pugno duro: chi non ha i requisiti, verrà sfrattato. Con buona pace anche di chi ha una pensione sociale.

Affittopoli a Roma, per le sedi di partito canoni da 12 euro al mese. In centro il Pd ha 170 mila euro di arretrati, scrive "L'Huffingtonpost" il 04/02/2016. Ci sono anche i partiti nello scandalo Affittopoli a Roma. Come documentano oggi alcuni quotidiani da molti anni le forze politiche beneficerebbero di canoni a prezzi stracciati per le proprie sedi. A due passi dal Colosseo - scrive il Messaggero - si troverebbero ad esempio due locali, uno occupato da Sel e l'altro da Fratelli d'Italia, concessi al costo record di soli 12,91 euro al mese. In centro, riporta sempre il quotidiano romano, in una delle sedi più famose della città, quella di via dei Giubbonari, il Partito democratico avrebbe un "arretrato" da pagare con il Comune di ben 170 mila euro. Solo una piccola parte di un debito nei confronti degli enti pubblici che ammonterebbe a circa un milione di euro. Si dirà magari i dem avranno pagato fior di quattrini per occupare 60 metri quadrati alle spalle di Campo de' Fiori? Sbagliato: anche qui prezzi popolari, appena 102 euro al mese. All'inizio partì da 320 lire nel dopoguerra, per arrivare a 12 mila lire negli anni '80.

Il Corriere della Sera aggiunge qualche dettaglio in più: Con l’avvento della giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno, il canone «schizzò» a 1.200 euro mensili, il prezzo attuale. Solo che, a quel punto, furono gli stessi «compagni» della sezione a riabbassarsi (in piena autonomia) l’affitto a 102 euro al mese. Un pasticcio, proseguito sotto la giunta Marino, che decise di «stralciare» il palazzo di via dei Giubbonari dall’operazione di vendita del patrimonio immobiliare. Così, di lite in lite, un contenzioso dopo l’altro, polemica su polemica, si arriva ai giorni nostri. L’amministrazione Tronca, vista la pesante morosità arretrata, invia la lettera di sfratto esecutivo: la missiva arriva il 24 dicembre, come un bel regalo di Natale. La lista è lunga. In zona Esquilino un circolo del Pd - scrive il Messaggero - paga 667 euro al mese. Quella di Sel circa 700. A Tor Tre Teste invece l'associazione il Segno vicino a Sel paga 142 euro al mese. Sempre nella galassia delle associazioni il Corriere della Sera riporta anche il caso dell'associazione Imagine, in via dei Volsci, definita "la onlus di Ignazio Marino" e che "occupa ancora uno stabile comunale dove pagava 239,76 euro al mese".

Affittopoli Roma, Tronca: "Perdite per 100 milioni all'anno". Il commissario straordinario in tv parla delle case del Comune affittate a prezzi stracciati: "Andremo fino in fondo, scoveremo zone grigie. Quando siamo arrivati non c'era un censimento completo", scrive "La Repubblica" il 3 febbraio 2016. Alcune case del Comune di Roma affittate in centro a prezzi stracciati Circa una perdita per le casse comunali di 100 milioni all'anno e "forse, una volta terminato questo lavoro su tutto il patrimonio del Comune arriveremo a proiezioni ben superiori". E' la previsione del commissario di Roma Francesco Paolo Tronca che risponde a Uno Mattina sul caso delle case del Comune in affitto a prezzi stracciati. "Dobbiamo svolgerlo in tempi rapidissimi e con la tecnologia più avanzata", ha detto. "Il problema è di metodo e etica, per quanto riguarda l'etica noi questa volta dobbiamo andare fino in fondo, perché lo dobbiamo ai romani ma anche ai dipendenti dell'amministrazione: dobbiamo far vedere che certe cose si possono fare se si vogliono fare. Poi è un problema di metodo, come farle? Oggi abbiamo strumenti che non avevamo anni fa. Stiamo lavorando incrociando le banche dati, un sistema che deve essere implementato, magari con una piattaforma informatica dedicata", ha continuato il commissario Francesco Paolo Tronca a Uno Mattina su Rai 1. Interpellato sul caso di una anziana che paga di affitto 8,27 al mese ma prende solo 400 euro di pensione, ha risposto: "I casi vanno analizzati puntualmente anche da un punto di vista sociale. Ci sono situazioni che devono essere supportate. Le zone grigie secondo noi ci sono. Il censimento prevede decine di migliaia di appartamenti di proprietà del Comune, ma quanti sono quelli che non sono caricati nel censimento e sfuggono alla nostra attenzione? Questa è la sfida", continuato Tronca. Massimo impegno quindi da parte del commissario straordinario. "Abbiamo deciso di cominciare con una squadra ad occuparci di questo. Questa squadra si è raddoppiata ora probabilmente si triplicherà, perché dobbiamo individuare questi immobili. Vedremo tutti i municipi senza fermarci. I 574 casi riguardano il municipio I, ora partiranno delle squadre - ha aggiunto - che faranno accertamenti su pratiche delle singole locazioni, verifiche sul campo e poi vedremo di capire quali sono le reali dimensioni del fenomeno. Non sta a me accertare le responsabilità finali - ha chiarito Tronca - Dove rileverò situazione di anomalia, sarà la magistratura ordinaria e contabile a valutare caso per caso". Si riuscirà a vincere questa sfida i mesi che restano del commissariamento? "Proveremo a farcela in tutti i modi - ha risposto Tronca -, ce la dobbiamo fare perché si tratta di dare un segnale molto forte. Poi bisogna andare avanti. Io e il mio staff, quando siamo arrivati, siamo rimasti stupiti dal fatto che non ci fosse un censimento completo: francamente è un'anomalia per un'amministrazione e qualche dubbio te lo fa anche nascere".

Roma, non solo case con vista Fori. Ecco quali sono i grandi affari con gli immobili comunali. Francesco Paolo Tronca "scopre" l'affittopoli del comune di Roma, cerca i dirigenti responsabili e annuncia sfratti. Insieme ai fortunati inquilini delle case del centro, c'è di tutto, a cominciare da partiti e ambasciate. E però, a volte, anche veri presidi sociali, scrive Luca Sappino il 2 febbraio 2016 su "L'Espresso". Appartamenti vista Fori e non solo. Il commissario Francesco Paolo Tronca è ora alle prese con l’affittopoli romana, proseguendo un lavoro di mappatura - lui la chiama «verifica puntuale» - già avviato dalla giunta Marino o denunciato dai 5 stelle, in realtà, ma lasciato giocoforza in sospeso. Sono letteralmente migliaia gli immobili per cui il Comune riceve fitti bassissimi, spesso - ma non sempre - senza alcuna ragione sociale. Per ora il Commissario si è concentrato soprattutto su quelli del primo municipio, cerchiando di rosso un alloggio a Borgo Pio dato per 10,29 euro al mese, uno in Corso Vittorio Emanuele per 24 euro al mese, uno ai Fori Imperiali, appunto, per poco più di 23 e in zona Colosseo per 25. Tronca ha anche annunciato che con la sua segreteria tecnica punterà all’«individuazione dei dirigenti che si sono succeduti nella gestione del patrimonio e che hanno stipulato i contratti», omettendo «l’aggiornamento dei canoni di locazione». Dice di voler lavorare poi, il Commissario, alle pratiche per tornare in possesso di questi immobili. Che sono residenziali e non. Spesso di pregio. Il circolo della Pipa, per fare un esempio pescato dall’Espresso dai documenti ad uso interno del Comune, è ospitato in un villino di «squisito stile rinascimentale» del XIV secolo. Siamo tra la collina dei Parioli e Villa Borghese. Stabile di pregio, area di pregio, pipe di pregio. Per gli amanti del genere una vera chicca, nonostante la non densissima attività culturale collaterale: stando al sito, una sola serata di poesie nel 2014, due libri, un concerto e un dibattito con il vice direttore del Messaggero sulla politica romana nel 2013. Peccato però che l’immobile sia del Comune e che la concessione sia scaduta il 20 luglio 2007 e, scrive la Corte dei conti, «non più rinnovata né rinnovabile». Il Comune alla fine del 2014, sotto Marino, dunque, ha anche calcolato il canone annuo dovuto, aggiornato ai valori di mercato: sono 47.616 euro. Il Vice procuratore generale Guido Patti, invitando a recuperare la morosità pregressa e a tornare presto in possesso dell’immobile, ricorda l’ovvio al direttore del Dipartimento Patrimonio, l’architetto Pier Luigi Mattera che diligente i primi di novembre gira l’appunto al Segretario generale: «Anche in caso di concessione di beni pubblici, l’ente locale è tenuto a dare corso ad una procedura competitiva». Trasformare il richiamo della Corte dei conti in realtà è però cosa evidentemente complicata, e per dare una spinta alla pratica Tronca deve assegnare un altro dirigente al Dipartimento, con “poteri sostitutivi in caso di inerzia”. «Percepita l'urgenza», scrive il Comune in una nota, tocca all’ex vicesegretario cittadino Luigi Maggio. I beni in ballo sono però anche più prestigiosi del casino per le pipe, e sono centinaia tra appartamenti, uffici e negozi. Per alcuni c’è poco da fare, come per l’immobile che Gianni Alemanno ha dato in concessione alla Roma Capitale Investments foundation. Sono mille metri quadri con vista su piazza del Popolo. La Investments foundation, nata durante l’era del centrodestra, si propone di portare a Roma capitali stranieri su progetti come l’ampliamento del parco divertimenti di Valmontone. Meno entusiasta di Alemanno, Marino voleva stoppare il comodato d’uso stipulato dal predecessore nel 2012, ma l’operazione in questo caso è stata bloccata dal Tar che ha dato per il momento ragione alla Roma Cif. Sono molti però i motivi per cui il recupero degli immobili, dati a prezzi troppo bassi o gratuitamente a chi spesso non ha titolo, diventa spesso affare delicato. In alcuni casi - ma Tronca sembra non curarsene troppo, da tecnico - ci finiscono in mezzo presidi associativi che offrono reali servizi e che vantano convenzioni stipulate con il Comune, seppur con alcune morosità. Sta facendo discutere in città il caso dell’Esc di San Lorenzo, centro sociale tra le altre cose attivo con i migranti, con corsi di lingua e assistenza legale. Altre volte, più dei ricorsi conta l’opportunità politica. Due sono ad esempio le sedi di partito di cui il Comune dovrebbe tornare in possesso, una del Pd, una occupata da Fratelli d’Italia. Il Partito democratico occupa, auto riducendosi il canone da oltre mille euro a poco più di cento, alcuni locali in via dei Giubbonari, a due passi da Campo de’ Fiori. È una sezione storica. Gli uffici del Comune già il 30 marzo hanno però chiesto il pregresso al segretario del circolo. Dopo qualche mese hanno insistito: 170mila euro di arretrati o lo sfratto. Però non basta. Il circolo si difende, parla di «presidio democratico», e si affida prima alla mediazione della deputata toscana Elisa Simoni, commissario del partito nel primo municipio e poi direttamente a Matteo Orfini. Identica situazione per Fratelli d’Italia, che occupa un locale in via delle terme di Traiano. Sempre spulciando nelle carte del dipartimento, due numeri civici prima, al 13, c’è invece il Casino ex Gualtieri, al margine del parco di Colle Oppio. Il locatario moroso è in questo caso la repubblica d’Egitto. E anche in questo caso il dirigente del Comune, a novembre, segnala che bisognerebbe proprio chiedere la morosità pregressa, non accontentarsi delle poche decine di euro versate, e attivare il procedimento per tornare in possesso del bene. Cosa fare però ancora non si è deciso. Con la comunità ebraica, ancora, c’è poi un contenzioso aperto per tre appartamenti nel cuore del ghetto, interno 1, interno 3 e interno 9 di via Santa Maria del Pianto 10. Per tutti già a marzo sono stati chiesti gli arretrati e ora - sempre a novembre - il dirigente scrive che si dovrebbe procedere con la riacquisizione. Si dovrebbe.

Case comunali a canoni irrisori: chi ha firmato quei contratti? Questa indecenza viene ripetutamente denunciata da più di un quarto di secolo, senza che però dalle denunce scaturisca qualche cosa di serio. C’è una ragione: l’impunità che i responsabili contavano di avere assicurata, commenta Sergio Rizzo su “Il Corriere della Sera” il 2 febbraio 2016. Che il Comune di Roma affitti il proprio patrimonio immobiliare, compreso quello di pregio, a prezzi assolutamente ridicoli non è affatto una novità. Questa indecenza viene ripetutamente denunciata da più di un quarto di secolo, senza che però dalle denunce scaturisca qualche cosa in più rispetto alla sacrosanta indignazione dell’opinione pubblica. Il muro di gomma ha resistito imperterrito a ogni offensiva, reale o presunta che fosse. C’è una ragione: l’impunità che i responsabili contavano di avere assicurata. E qui sta la novità dell’iniziativa del commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca. La nota con cui lunedì ha comunicato di aver avviato una verifica a tappeto sul patrimonio immobiliare si conclude annunciando l’intenzione di individuare anche le responsabilità di quanti, al Campidoglio, hanno firmato quei contratti assurdi da dieci o venti euro al mese nel centro storico, come pure quelle di coloro che avrebbero omesso in seguito di adeguare quei canoni ai prezzi di mercato. Dichiarazioni che spianano la strada a eventi mai visti. Perché sarebbe impossibile, una volta accertate le responsabilità dei singoli dirigenti, evitare che si producano le logiche conseguenze. Trasferimenti, sospensioni disciplinari, perfino licenziamenti: il clima politico, del resto, si presenta favorevole all’applicazione di misure radicali. Senza peraltro considerare i naturali risvolti penali, almeno se è vero che il commissario, come ha detto ieri pubblicamente, manderà le carte ai magistrati. È difficile ipotizzare che Tronca, nei pochi mesi che rimangono alla fine del suo mandato, riesca ad arrivare fino al fondo di questo pantano. Ma sarà altrettanto difficile, per il sindaco che verrà, ignorare i dossier che il commissario sta aprendo. Questa città ha un disperato bisogno di pulizia, non solo nelle strade. E per fare pulizia bisogna cominciare a metter in crisi il sistema di clientele, connivenze e complicità che da decenni soffoca la parte sana dell’amministrazione comunale. Alla quale è chiesto adesso uno scatto d’orgoglio, per liberarsi dal giogo di corruzione e illegalità. Servono azioni inflessibili e la massima trasparenza. Non solo vanno individuati i responsabili amministrativi di queste scorribande decennali sull’immenso patrimonio abitativo della capitale, ma anche coloro che hanno beneficiato di regalie, favori e omissioni alle spalle dei contribuenti. Di sicuro ne vedremo delle belle.

La cricca dei ricorsi tributari pilotati. Tre giudici in manette per corruzione. Roma, 13 arresti tra carcere e domiciliari: l’organizzazione garantiva la vittoria nei contenziosi con il fisco in cambio di mazzette. Tra gli indagati l’attore Massimo Giuliani: avrebbe pagato 65 mila euro per ottenere l’annullamento di cartelle esattoriali del valore di tre milioni, scrive "Il Corriere della Sera” il 9 marzo 2016. Una cricca che pilotava i ricorsi tributari a favore di coloro che avevano contenziosi con il fisco. Sono 13 le misure cautelari (dieci in carcere e tre ai domiciliari) firmate dalla gip Simonetta D’Alessandro; nove gli indagati (imprenditori, singoli contribuenti e l’attore Massimo Giuliani) pronti a pagare per ottenere uno sconto sulle tasse; altre 50 le posizioni al vaglio della procura di Roma. Associazione a delinquere, concussione e corruzione (anche) in atti giudiziari le accuse attorno a cui ruota l’inchiesta, che la Finanza ha battezzato «Pactum sceleris». L’ordinanza è stata girata, per la valutazione di eventuali danni erariali, alla procura della Corte dei Conti. In carcere sono finiti i giudici non togati della Commissione tributaria provinciale di Roma, Luigi De Gregori e Onofrio Di Paola D’Onghia, il collega della Commissione tributaria regionale Lazio Salvatore Castello, l’avvocato tributarista Giuseppe Natola, i commercialisti S. B. e Rossella Paoletti, ritenuta al vertice dell’organizzazione, il finanziere Franco Iannella, il funzionario dell’Agenzia delle entrate Tommaso Foggetti e gli ex dipendenti della stessa Sandro Magistri e Daniele Campanile. I domiciliari sono stati disposti per i commercialisti Aldo Boccanera e David De Paolis e il dipendente della Commissione tributaria regionale Alberto Bossi. Scrive D’Alessandro nell’ordinanza: «Si tratta di comportamenti eccezionalmente allarmanti» per dei colletti bianchi, tant’è che gli avvisi di garanzia sono stati ricevuti dagli indagati «con assoluta indifferenza», malgrado nel frattempo sia sopraggiunta «una legge (la Severino ndr) significativamente più gravosa». I capi di imputazione formulati dai pm Giuseppe Deodato e Stefano Rocco Fava sono 18: i primi nove riguardano il solo De Gregori, già arrestato nel 2013; gli altri si riferiscono a Di Paola D’Onghia, a Castello e allo studio di Paoletti, che gli inquirenti ritengono la base logistica dell’organizzazione. Alla professionista si sarebbe rivolto anche Giuliani, che per ottenere l’annullamento di cartelle esattoriali del valore di tre milioni avrebbe versato 50 mila euro ai giudici della Commissione tributaria regionale e 15 mila ai commercialisti. L’inchiesta ha rivelato, secondo gli investigatori, una rete in grado di sterilizzare l’attività di accertamento del fisco. I contribuenti, dopo aver pagato tangenti in denaro o sotto forma di regali alla cricca, ottenevano sgravi di imposte dall’Agenzia delle entrate o riuscivano a vincere i ricorsi promossi davanti alle commissioni tributarie. Ciascuno dei 13 arrestati aveva un ruolo preciso e il sistema era così rodato da garantire pieno successo a chi era disposto a versare la mazzetta. È stato un professionista a rompere il circolo vizioso: vessato dalle continue richieste, ha finito per rivelare ai finanzieri della compagnia di Velletri l’esistenza dell’organizzazione. Il resto lo hanno fatto le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Francesco Caporale. L’inchiesta ora prosegue sia per recuperare il denaro frutto delle tangenti, sia per “resuscitare” i provvedimenti tributari indebitamente annullati grazie all’intromissione della cricca. Il Codacons ha annunciato che si costituirà parte offesa «a tutela della collettività». Perché, spiega il presidente Carlo Rienzi, «gli illeciti commessi hanno prodotto un danno economico evidente ai contribuenti onesti, centinaia di migliaia di romani che hanno regolarmente pagato i propri debiti con il Fisco o perso ricorsi nelle commissioni tributarie».

Roma, ricorsi fiscali pilotati: 13 arresti e perquisizioni. Coinvolti anche tre giudici tributari. Uno era già stato arrestato e condannato nel 2013. Nel mirino dell'inchiesta una cricca in grado di far ottenere anche forti sgravi. Tra gli indagati a piede libero l'attore Massimo Giuliani, scrive il 9 marzo 2016 su "La Repubblica". Tredici persone sono state arrestate dalla Guardia di finanza del comando provinciale di Roma con l'accusa di far parte di una cricca in grado di pilotare ricorsi tributari e ottenere così sgravi fiscali. L'operazione, denominata Pactum sceleris ha portato alla luce una organizzazione criminale che, stando alle accuse, dietro lauto compenso, garantiva ai contribuenti colpiti dagli accertamenti del fisco di uscire vittoriosi nei ricorsi presentati innanzi alle commissioni tributarie o di ottenere consistenti sgravi di imposte dagli uffici finanziari. Le indagini, coordinate da un pool di magistrati della Procura della Repubblica di Roma ipotizza nei loro confronti le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla concussione e corruzione anche in atti giudiziari. I giudici tributari arrestati sono: Luigi De Gregori, che già nel 2013 ebbe una condanna a 4 anni e 4 mesi di reclusione per fatti identici a quelli contestati oggi con i nuovi provvedimenti, Onofrio D'Onghia Di Paola e Salvatore Castello. Le altre persone finite in carcere sono l'avvocato Giuseppe Natola, i commercialisti Rossella Paoletti e S. B., gli ex dipendenti di Agenzia delle Entrate Daniele Campanile e Sandro Magistri, il funzionario dell'Erario Tommaso Foggetti e il finanziere Franco Iannella. Ai domiciliari invece sono finiti i commercialisti David De Paolis e Aldo Boccanera nonché Alberto Bossi, dipendente della commissione tributaria regionale di Roma. Tra gli indagati a piede libero c'è anche l'attore e doppiatore romano Massimo Giuliani, al quale viene contestato il reato di corruzione in atti giudiziari in concorso con il suo commercialista S. B., con la commercialista Rossella Paoletti, con il collaboratore di quest'ultima Daniele Campanile, già dipendente dell'Agenzia delle Entrate, e con il giudice tributario Onofrio D'Onghia di Paola. I cinque avrebbero "promesso e versato somme di denaro a giudici e ad altri componenti della commissione tributaria Regionale non identificati, per ottenere un atto contrario ai doveri d'ufficio" tra l'ottobre del 2012 e il gennaio del 2013. Il riferimento, in particolare, è alla sentenza del 5 novembre del 2012, depositata il 26 novembre dello stesso anno, che bocciava l'appello proposto dall'Agenzia delle Entrate in relazione alla sentenza emessa dalla commissione provinciale, "favorevole al contribuente Giuliani ed inerente cartelle esattoriali di diversi accertamenti tributari per altrettanti anni di imposta per un ammontare di circa 3 milioni di euro". Giuliani, ipotizzano i magistrati, "metteva a disposizione e versava la somma pari a 65mila euro, così suddivisa: 50mila per i membri del collegio e D'Onghia Di Paola, e 15mila tra Paoletti, B. e Campanile". Il percorso, spiegano gli investigatori, era noto solo agli addetti ai lavori ed era così rodato da garantire il pieno successo di tutti i ricorsi proposti contro gli atti di accertamento del fisco, anche dei più improbabili. Grazie, però, alle rivelazioni di un professionista, vessato dalle pressanti richieste della 'cricca', il muro di omertà ha cominciato lentamente a sgretolarsi e, tassello dopo tassello, è emersa una rete di losche relazioni tra alcuni infedeli giudici tributari, dipendenti, anche in quiescenza, dell'amministrazione finanziaria, civile e militare, avvocati, consulenti e commercialisti, finalizzata a sterilizzare, con ogni mezzo, l'attività di accertamento del fisco. Il giudice della commissione tributaria Provinciale della Capitale, Luigi De Gregori, nel novembre del 2013 era finito in manette in flagranza di reato: finì nei guai per aver incassato una 'mazzetta' da 6000 euro che gli era stata girata da un avvocato di 71 anni che De Gregori aveva appositamente convocato a casa sua, invitandolo a chiudere 'da gentiluomini' un contenzioso con il fisco che riguardava il figlio dello stesso difensore. Questi, che aveva registrato tutta la conversazione, mise il nastro a disposizione della polizia e su suggerimento degli agenti, si ripresentò da De Gregori con le banconote fotocopiate come prova dell'avvenuta concussione. Ed effettivamente quei soldi, pochi minuti dopo la consegna, furono trovati dai poliziotti in un cassetto della scrivania. In precedenza, nel maggio del 2011, De Gregori convocò telefonicamente a casa sua il commercialista Arturo Mascetti per "presunti problemi ostativi all'accoglimento di due ricorsi" che il commercialista aveva presentato in commissione tributaria per conto del Centro Equestre Chiara Piccola Scarl contro una serie di accertamenti emessi dall'Agenzia delle Entrate. Mascetti, durante l'incontro, si sentì chiedere da De Gregori il pagamento di 15mila euro per vedere accolti i suoi ricorsi e condannare la pubblica amministrazione al pagamento delle spese, quantificate in 6mila euro. Non solo, ma De Gregori spiegò al commercialista che la sentenza "poteva essere predisposta" dallo stesso diretto interessato. L'affare non andò in porto perché Mascetti si rifiutò di pagare e preferì denunciare tutto ai finanzieri della compagnia di Velletri, i cui accertamenti diedero così il via all'indagine della Procura di Roma. Inutile dire che anche i ricorsi di Mascetti vennero bocciati. De Gregori, due anni dopo, patteggiò la pena a 4 anni e 4 mesi di reclusione e, proprio in relazione a questa condanna, si trovava ancora agli arresti domiciliari quando gli è stato notificato il provvedimento in carcere del gip Simonetta D'Alessandro. I nove capi di imputazione che lo tirano in ballo fanno però riferimento a un arco temporale che va dal maggio 2011 al giugno 2013, quindi prima dell'episodio che ha determinato il primo arresto. Le indagini condotte dalle fiamme gialle della compagnia di Velletri, hanno rivelato come, grazie al pagamento di ingenti somme o alla consegna di regalie di vario genere, numerosi contribuenti riuscissero ad ottenere indebiti sgravi di imposte dagli uffici dell'agenzia delle entrate o ad uscire vittoriosi nei contenziosi promossi davanti alla commissione tributaria regionale e provinciale di Roma contro gli atti di accertamento conseguenti alle verifiche subite dal fisco. Le 13 persone arrestate, di cui otto uniti da un vincolo associativo agivano, secondo gli investigatori, all'interno degli organi di appartenenza in base a ruoli ben precisi e all'esclusivo scopo di vanificare il lavoro di contrasto all'evasione fiscale. Il lavoro degli inquirenti prosegue per recuperare, da un lato, i proventi dei reati e, dall'altro, per ripristinare, e rinvigorire, i provvedimenti tributari indebitamente annullati dall'intromissione del gruppo criminale.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

In Questo Mondo Di Ladri di Antonello Venditti.

Eh, in questo mondo di ladri

C' ancora un gruppo di amici

Che non si arrendono mai.

Eh, in questo mondo di santi

Il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Non siamo molto importanti

Ma puoi venire con noi.

Eh, in questo mondo di debiti

Viviamo solo di scandali

E ci sposiamo le vergini.

Eh, e disprezziamo i politici,

E ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,

Piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.

Voi, vi divertite con noi

E vi rubate tra voi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Voi siete molto importanti

Ma questa festa per noi.

Eh, ma questo mondo di santi

Se il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri... 

Parla Hasnja, la zingara ladra che ha fatto arrestare tre carabinieri. «Se rubo, io pago. E loro?» dice la 37enne che sostiene le siano stati sottratti 9mila euro e una spilla Chanel. Il tribunale del riesame decide sulla scarcerazione dei militari, scrive Ilaria Sacchettoni il 7 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. «Sì sono io la zingara che ha fatto arrestare i carabinieri. No, non ho paura di loro». Hasnja Zahirovic è in piedi sulla porta di “casa”. Un camper attrezzato all’interno del campo nomadi di Castel Romano che ospita circa 200 famiglie. Entriamo. Il marito ciondola fra il letto e il WC e i bambini, nove in tutto, d’età fra i 16 anni e gli 8 mesi, ammutoliscono. Si voleva sapere che viso ha la donna che si è fatta largo dall’ultima classe per chiedere giustizia ai gagè, i non - zingari. Noi. 37 anni e nove figli, il decimo nascerà a luglio. Magra, capelli neri, spalle larghe, collo lungo, seno piccolo e denti simili a ossa, con qualcuna che manca all’appello. Da sola, Hasnja Zahirovic, 37 anni, alcuni precedenti per furto e una condanna a 8 anni di carcere sospesa grazie a un puerperio dietro l’altro (è nuovamente incinta) ha fatto arrestare un maresciallo e due appuntati dei carabinieri di Tor de’ Cenci. I 3 carabinieri le avrebbero rubato 9mila euro. Per loro - Simone Chicarella, Eugenio Maietta e Carmine Ferrante - stamani è fissata l’udienza del tribunale del Riesame che deciderà sulla loro scarcerazione. Sono accusati di falso e peculato perché, in seguito a una perquisizione illecita, hanno sottratto ad Hasnja 13mila euro, dei quali solo 4mila erano stati denunciati nel verbale mentre 9mila erano finiti in tasca loro. Nel camper c’erano anche un grazioso portafogli Prada di colore rosa e una bella spilla Chanel con ramage e perle. Così uno dei tre ne ha approfittato per fare un regalo alla fidanzata. E non volendo, forse, passare per spendaccione l’ha avvisata della provenienza. Così ora anche lei è indagata. Ricettazione. Per le indagini, chiesta una perizia della griffe Chanel. «Spilla e portafogli li ho rubati dalla borsa di una turista alla stazione Termini» racconta lei. Una professionista di lavoretti così. Quando la spilla è venuta fuori, durante le indagini, il pm Stefano Fava ha disposto un confronto. Ha spedito un paio di carabinieri della polizia giudiziaria alla boutique del Babuino, quindi ha allestito un confronto. Hasnja ha impiegato un secondo a riconoscere l’originale. Poi, il magistrato ha incaricato un consulente della leggendaria maison di valutarla. Siamo su cifre a tre zeri. «Il Comune mi ha preso le impronte». Hasnja è nota alle forze dell’ordine. Anni fa (giunta Alemanno) la caricarono su un pulmino diretto in questura: «Hanno preso le impronte mie e di mio marito, i bambini no». «Ero in sala parto e loro sono venuti qui a rubare». Perché ha denunciato i carabinieri, non pensa alle conseguenze? Ora, racconta, per dispetto vengono a multarla. «Era appena nato lui -dice lei indicando un pupo con due denti solitari - ero al Sant’Eugenio che mi tenevo la pancia, con il pannolone e la flebo. Squilla il cellulare. Mio marito stava venendo da me in ospedale e i ragazzi erano soli al campo: “Sono venuti i carabinieri e ci hanno preso tutti i soldi”. Avevano denudato mio figlio grande e gli avevano trovato i 13 mila euro nascosti negli slip. Ho firmato per uscire dal reparto e sono corsa qui». «Avevo rabbia e paura». Si ferma per riprendere fiato e aggiustare la maglietta di F. la piccola di 9 anni che va a scuola («Dice che le piace»), quindi prosegue: «Arrivo qui e quelli mi dicono “Vieni in caserma” ma per strada si fermano a minacciarmi: “Novemila li teniamo noi e se no facciamo arrestare tuo marito, gli mettiamo la droga in tasca”. Poi mi danno una botta sul fianco destro e sulla coscia (con «un manganello estraibile secondo il gip, ndr). Avranno pensato che una nomade con una condanna per furto non volesse cacciarsi nei guai. Ma qui, dove di notte i topi rosicchiano i fili elettrici e i container bruciano come fiammiferi, i guai non sono nemici della dignità. «Io rubo. Se mi arresti pago. Ma loro mi hanno fatto rabbia e paura. Sono giovani, un vecchio, forse, non l’avrebbe fatto. La rabbia ti prende qua» dice Hasnja facendo con la mano il segno di un taglio alla fronte. E passata? «Ora sì» dice lei. 

Mafia a Ostia, nessuno vuol tradurre i dialoghi del clan rom e il processo si blocca. Interpreti frenati dalla paura di ritorsioni. L'impasse emersa durante l'udienza contro Carmine Spada, cugino dei Casamonica. Il presidente del Tribunale scrive al ministro Orlando. A rischio blocco decine di inchieste contro la criminalità organizzata romana, scrive Federica Angeli il 29 dicembre 2015 su “La Repubblica”. "Il processo può subire uno stop: non ci sono interpreti disposti a tradurre i dialoghi in sinti tra gli imputati". L'allarme è rimbalzato da un'aula di tribunale al ministro della Giustizia Andrea Orlando: ci sono procedimenti penali e indagini che rischiano di arenarsi perché i traduttori in grado di comprendere dialoghi in lingua rom di clan della capitale non vogliono tradurre. Il caso finisce così in mano al ministro della Giustizia. È a lui che il presidente del tribunale di Roma Mario Bresciano si rivolge con una lettera-appello in cui spiega la difficile situazione che la procura di Roma si trova ad affrontare. "La questione degli interpreti che hanno timore di ritorsioni dei clan e dunque si rifiutano di tradurre è gravissima. Quando mi è stato rappresentato il caso ho scritto a tutti i presidenti distrettuali. I colleghi di tutta Italia hanno lo stesso problema. Chiedo dunque al ministro della Giustizia di intervenire. Basterebbe un cambio della normativa o un'estensione della legge riservata ai collaboratori sotto copertura per garantire anonimato a questi interpreti rom". La questione è assai complessa ed è scoppiata qualche mese fa quando in un'aula di giustizia, mentre si celebrava il processo per estorsione con l'aggravante del metodo mafioso contro Carmine Spada, capoclan della famiglia rom di Ostia, cugino dei più noti Casamonica, il pm Mario Palazzi ha esposto il problema alla corte. Ovvero: molti dialoghi captati attraverso intercettazioni, appositamente fatti in lingua rom, non vengono tradotti. Meglio: gli interpreti hanno rifiutato di presentarsi in un'aula di giustizia al momento di dover confermare quanto da loro tradotto. Hanno paura e sanno che, una volta finito il lavoro con la Procura avranno ritorsioni pesanti da parte di questi personaggi malavitosi. Preferiscono quindi, come hanno riferito ai magistrati, essere denunciati per favoreggiamento piuttosto che essere presi di mira e sapere che prima o poi questi clan la faranno pagare cara.

Guardie o ladri, scrive Roberto Galullo su “Il Sole 24 ore” del 9 dicembre 2015. A Roma chi controlla il territorio ha sfidato il pm Alfonso Sabella fin dentro casa sua: il Municipio di Ostia. Che a Roma ci siano le mafie lo sa anche un bambino che, ovviamente, voglia o abbia voluto vedere. Non c’è voluta certo l’indagine Mondo di mezzo e la sua mafia “cacio, pepe e corruzione” per scoprirlo. Chi è romano – come me – gente come Carminati & C. la mastica, mediaticamente parlando, da quando era “pischelletto” (“bambino”, ndr). Che il suo potere di influenza fosse rimasto identico – rectius – amplificato, lo avrebbe potuto prevedere anche sor pampurio, vista l’ininterrotta vicinanza der cecato agli amichetti della destra fattasi regime. Dunque nessuna sorpresa per l’esistenza di sistemi criminali senza dimenticare comunque che – nel caso della “cupoletta” della presunta Mafia Capitale – bisognerà attendere il verdetto dei giudici. Sorpresa – semmai – c’è per il fatto che dopo almeno 40 anni di dominio mafioso a Roma (da Cosa nostra negli anni ’70 alla ‘ndrangheta di inizio anni ’90, tutte comunque a fare i conti con i reduci dell’ex Banda della Magliana (visto che erano e sono loro a detenere le leve degli ingranaggi politici di destra, sinistra, centro, sopra e sotto) i livelli attaccati sono sempre stati quelli bassi se non infimi e la cupola vera (quella miscela esplosiva fatta di mafie, servitori infedeli dello Stato, massoneria deviata, politici allevati a santini e vangelo e professionisti al soldo) l’abbia finora sempre fatta franca mettendo nel sacco non solo i cittadini romani ma l’Italia intera. La stessa identica ingenua e fanciullesca meraviglia – ooohhhhh – la si scopre quando si parla di Ostia che non è Roma. Di più: è la quintessenza capitolina dello strapotere criminale evoluto. E se è vero che sono i dettagli a identificare le cose, ecco che i dettagli della criminalità evoluta di Ostia sono evidenti da decenni ma mai come adesso. Volete un esempio dello strapotere e della strafottenza di chi sa di restare impunito a fronte di retate e processi mediatici ancor prima che giudiziari? Bene e allora l’esempio lo leggete mentre – in queste ore – la Commissione parlamentare è in “trasferta” proprio ad Ostia per approfondire le tematiche di natura criminale. Ecco cosa dichiara in Commissione parlamentare antimafia il 14 novembre Alfonso Sabella, ex pm a Palermo (sua la caccia e la cattura dei più importanti latitanti siculi), per sua sventura amministratore straordinario di Ostia per un periodo della sua vita. Per quanto riguarda gli aspetti della mafia tradizionale, incalza Sabella, sono successe alcune cose molto particolari. E lì inizia il suo racconto. Godetevelo (si fa per dire). «Quando io sono arrivato a Ostia – afferma di fronte ai commissari parlamentari – ho preteso immediatamente che venissero sostituiti tutti i dirigenti. In particolare, sono arrivati un nuovo direttore del municipio, un nuovo direttore dell’Uoal (l’Ufficio ambiente e litorale), era stato sostituito da poco il direttore dell’ufficio tecnico, e una nuova direttrice dei servizi sociali. Sono successi diversi episodi che magari non hanno alcun collegamento tra loro, ma che mi hanno confermato quanto sia inquietante lavorare in quel territorio. La dottoressa Proverbio, dirigente del municipio, era appena arrivata. Al primo o secondo giorno da quando aveva assunto le funzioni trova la sua macchina parcheggiata negli stalli destinati al direttore del municipio di Ostia davanti al municipio con i vetri infranti. Qualche giorno dopo la direttrice dei servizi sociali subisce un bruttissimo tentativo di violenza sessuale, probabilmente a opera di una persona che non c’entra assolutamente nulla con la mafia. Si tratterebbe di un cittadino straniero ubriaco, ma sono tutti episodi che uno mette dietro. Questa povera donna finisce in ospedale, con lividi. Io sono andato a trovarla. Aveva tanti lividi. Si è difesa come un leone ed è riuscita a farla franca in qualche modo. L’altro episodio inquietante è che la terza dirigente, la direttrice dell’Uoal, è stata oggetto di minacce pesanti da parte di uno dei gestori dei chioschi che avevamo abbattuto e poi di una minaccia indiretta che sarebbe arrivata da parte di uno dei Triassi. Tra le tante cose che abbiamo scoperto è che c’era una spiaggia libera, nota come la “spiaggia delle suore”, perché prima era stata affidata in concessione alle suore, le quali, però, non pagavano la concessione, che quindi era stata loro revocata. In questa spiaggia libera qualcuno dei Triassi aveva collocato in una piattaforma un chiosco abusivo e da alcuni anni gestiva questa spiaggia. La nuova direttrice del litorale, ovviamente, era intervenuta per fare in modo che questa illegalità non si perpetrasse più, ma per vie traverse sono arrivate le minacce. Credo che la dottoressa Esposito abbia sporto una regolare denuncia alla procura della Repubblica su questi fatti, anzi ne sono sicuro. Questi sono episodi che riguardano quello che io ho visto in termini di tentativi di infiltrazione delle mafie di tipo tradizionale». Già questo basterebbe per far accapponare la pelle ma il bello del racconto di Sabella –siore e siori – deve ancora venire. Il suo discorso prosegue e seguitelo con attenzione. «Come delegato del municipio – spiega questo degno Servitore dello Stato riferendosi all’immobile dell’Ufficio tecnico, che è sul lungomare ed è abbandonato da anni – io volevo vedere questo immobile nel dettaglio, ragion per cui andai a fare un giro in questo immobile. Era il mese di maggio. Se arriva uno scemo in giacca e cravatta che gira intorno e dall’altro lato sulla spiaggia, viene immediatamente notato. La cosa che mi colpì fu che, quando io girai intorno, c’erano quelli dello stabilimento accanto che mi chiesero: “Lei che sta guardando?” Io risposi: “l’accesso alle spiagge è libero?” “Sì” mi dissero, “saranno affari miei” conclusi». Sabella torna in municipio e continua la sua giornata di lavoro. «A un certo punto – conclude come in un racconto fiabesco ma di quelle favole senza lieto fine – esco a prendermi un caffè e mi trovo davanti al municipio questi due signori che si erano cambiati ed erano lì. Mi chiesero se fossi l’assessore e che cosa fossi venuto a vedere nel loro stabilimento. Questo era l’atteggiamento. C’era la sensazione a volte anche di un controllo del territorio che, purtroppo, io ho avuto, ma sto parlando di sensazioni». Capite cari e amati lettori di questo umile e umido blog: tomi tomi, cacchi cacchi – direbbeTotò – quattro bellimbusti, fottendosene di tutto e di tutti, dell’autorità e dell’autorevolezza di un amministratore e Uomo di legge come Sabella, sono andati a sfidarlo fin dentro casa sua. Impuniti, soliamo dire noi capitolini. E tali – in fatto e spesso in diritto – sono questi quaquaraqua che hanno ridotto in ginocchio Roma ben oltre (molto oltre) er cecato. Caro Sabella, lei che romano non è, se lo lasci dire da un romano: le sue sensazioni sono esatte. Le mafie e i sistemi criminali evoluti, a Roma, il territorio lo controllano. Eccome! Non da oggi. Da decenni. Se non fosse che il rimedio sarebbe peggiore del male, ci sarebbe da gridare: “Aridatece er puzzone”.

Il tesoro segreto di Massimo Carminati. Quadri di Schifano, serigrafie di Miró, décollage di Rotella: ecco la collezione d'arte dell'uomo accusato di essere il padrino di mafia Capitale. Uno scrigno di opere trovate dagli investigatori in parte a casa e in parte in un magazzino, ben custodite. E di una delle sculture sequestrate ora emerge un pezzo di passato, scrive Francesca Sironi il 13 dicembre 2016 su "L'Espresso". «Una donna per sette bastardi». È il manifesto strappato di un film, re-incollato da Mimmo Rotella su un fondo di gangster, svastiche e spie. Il décollage del celebre artista sembra oggi figura del suo proprietario. Perché il quadro è una delle opere sequestrate al “nero” Massimo Carminati, accusato di essere il padrino di mafia Capitale. Si trova ora in fondo al corridoio nel caveau dei carabinieri. La finestra lo illumina a lato. Appoggiata al suo fianco, in cornice, Marilyn Monroe: il Nero ne aveva quattro di Marilyn realizzate da Mimmo Rotella, da “A qualcuno piace caldo” alla “Fermata dell’autobus”. Oltre che appalti, amicizie e denaro, Carminati aveva accumulato negli anni anche uno scrigno di opere d’arte. L’ultimo tassello: con il potere, il crimine - la bellezza. Gli inquirenti hanno requisito al “Cecato” oltre novanta pezzi da classici: ci sono astratti di Consagra e ballerine di Botero; sculture in legno opaco di Louise Nevelson, palme di Mario Schifano, uno “Shanghai” di Boetti, disegni di Manzù; c’è anche una “tecnica mista” del futurista Filippo Tommaso Marinetti datata 1939. La loro origine è dubbia. A fine novembre un maresciallo dei carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale deponendo nel processo a Carminati, ha detto: «La maggior parte delle opere non sono riconducibili a nulla, ovvero non c’è traccia che ci possa far ipotizzare una provenienza quantomeno lecita. E allo stesso tempo nessuna è risultata oggetto di furto o appropriazione indebita». Di una di queste sculture ora “l’Espresso” può raccontare il passato. Anticipando in parte uno dei capitoli di “Follow the paintings”, documentario prodotto da Sky che indaga sul lato oscuro del mercato dell’arte, partendo dai piani alti della finanza, dalle gallerie internazionali, per arrivare fino alla ’ndrangheta (in onda il 18 dicembre). La traccia su Roma porta a piazza di Spagna, nella strada degli artisti, via Margutta. Entra in una galleria «diversa». «Volevamo diventasse un punto di ritrovo per chi passava per quella strada così famosa. Funzionava. Era una scatola nera, con poche opere, dove fermarsi a meditare, ad apprezzare il valore dell’arte», racconta il titolare di allora: «Solo la riorganizzazione costò circa 200mila euro. Ma senza rientro. Voglio dire, non è che i soldi spesi poi siano rientrati». Dietro la “scatola nera” c’era infatti un uomo cui interessava più impiegare il denaro, che guadagnarci: Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con un passato nell’estrema destra, contatti con esponenti dell’eversione nera e della banda della Magliana, condannato in primo grado a 15 anni di carcere per il riciclaggio internazionale record da due miliardi di euro dell’affaire Fastweb-Sparkle. Quei capitali sporchi, la rete di Mokbel li investì in aziende di comodo, in barche, in diamanti; nel 2014 per 34 bustine di quelle pietre sottratte alla banda fu ucciso il tesoriere del gruppo. E in opere d’arte. Al momento del suo arresto la collezione di Massimo Carminati era solo in parte esposta come arredo colto alle pareti della sua villa di Sacrofano, alle porte della capitale, dove viveva insieme alla compagna Alessia Marini. Il 25 gennaio del 2014 i carabinieri dei Ros osservano il “nero” impegnato in un trasferimento. Insieme alla compagna raggiunge gli uffici della Imeg, l’azienda di un altro imputato, Agostino Gaglianone. Spostano armi? Contanti? No. «Trasportavano dall’auto oggetti coperti con dei teli, che per la conformazione erano compatibili con delle opere d’arte», racconta il tenente colonnello dei Ros Giovanni Sozzo: «E in quegli uffici, effettivamente, durante la perquisizione, le abbiamo poi trovate accatastate. Ben custodite, confezionate in modo da non deteriorarsi». Secondo la perizia richiesta dalla procura di Roma e depositata agli atti del processo, se tutti i dipinti e le sculture fossero stati venduti come veri, avrebbero fruttato almeno dieci milioni di euro. Il lavoro degli inquirenti è servito allora a distinguere soprattutto i quadri autentici dalle copie e dai falsi. Le ballerine di Botero, ad esempio, sono considerate posticce, così come una “combustione” firmata da Alberto Burri, artista le cui opere continuano a superare ogni record all’asta. È invece autentica una serigrafia di Miró, come sono veri i Rotella, le astrazioni di Consagra, un vassoio dipinto da Schifano e i “tre uomini” di Giacomo Manzù. Il tema dell’autenticità, insieme a quello del valore, è uno dei terreni più ibridi, e specifici, del mercato dell’arte. Un piano scosceso, dove convergono i conflitti d’interessi di molti: critici, autori, proprietari. «Quello delle opere d’arte è un mercato spesso alla luce del sole, legittimo», spiega il tenente colonnello Antonio Coppola, del comando dei carabinieri per la Tutela del patrimonio: «È chiaro però che esistono delle pieghe dentro cui chi vuole riesce a muoversi con grande facilità». Una zona grigia. E i documenti della pinacoteca Carminati rispecchiano questa opacità: insieme a perizie timbrate dagli archivi degli artisti, di cui fidarsi (anche se non sempre), vengono citati più volte un copiatore e un ricettatore noti alle forze dell’ordine. Dentro una scatola di cartone “del tipo ordinette”, conservata nella camera da letto dei suoceri, è stato ritrovato poi un raccoglitore ad anelli blu, dove erano tenuti ben catalogati, in buste trasparenti, disegni a china su cartone di Renato Guttuso (veri) e documenti che attestano il passaggio del boss su una quadreria molto più ricca rispetto a quella sequestrata. Si citano tempere di De Chirico, dipinti di Tancredi, “Pomodori clonati” di Schifano, oltre a una coda di copie realizzate da falsari di Roma da Keith Haring e Picasso. Molti di questi dipinti non sono ancora stati ritrovati. Perché le opere d’arte sono valori mobili. Ricchezza mobile da mostrare quanto facile da nascondere. Lo sa bene Gerardo Mastrodomenico, comandante del Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza, che ha inseguito per anni il fiume carsico degli investimenti di Ernesto Diotallevi, il riciclatore della banda della Magliana, l’uomo contiguo a Cosa nostra romana di Pippo Calò, di nuovo affacciatosi ora in mafia Capitale (in una intercettazione il figlio chiede: «Chi è il boss?» e lui risponde: «Teoricamente io»). Grazie alla ricostruzione dei finanzieri, a Diotallevi sono state sequestrate proprietà per quasi trenta milioni di euro. Fra queste c’è l’appartamento in cui viveva: con un balcone affacciato su Fontana di Trevi. Quando entrano, gli investigatori trovano l’ultima forma assunta dal valore che Diotallevi voleva occultare: l’arte. Busti, oli, Concetti di Schifano, tele di Franco Angeli, Giacomo Balla, Sante Monachesi. Nomi ricorrenti. «Dovunque si parli di vicende legate alla Banda della Magliana compaiono al sequestro tele di Mario Schifano», racconta Otello Lupacchini, il magistrato che portò a processo gli uomini del gruppo criminale: «Ne abbiamo trovate anche a casa di Antonio Mancini “l’accattone”. Nella villa di Nicoletti sulla via Ardeatina c’erano addirittura palme di Schifano battute in rame». Una passione, un legame nostalgico forse con la Roma d’oro, per loro, dei sequestri e della Pop Art, un modo per ammantarsi d’aura. Ma non solo. «Il rapporto tra criminalità organizzata e opere d’arte è frequente», dice Lupacchini: «Si potrebbe pensare che i boss acquistino i dipinti per circondarsi di cose belle, per ottenere una sorta di promozione sociale, di rispettabilità. Ma le opere piacciono soprattutto perché sono moneta corrente». Perché permettono di trasportare valore in modo discreto. «Muovere arte, soprattutto contemporanea, è come spostare capitali», aggiunge Coppola. E senza lasciare troppe impronte: «La legge è molto attenta alla protezione dei beni culturali ma non ci consente di avere norme e strumenti investigativi efficaci». Anche per questo le tele sono state usate nel tempo per corrompere, per pagare tangenti. E per riciclare denaro. Armadio dei suoceri di Carminati. In quel raccoglitore ad anelli, fra gli altri, ci sono due certificati di autenticità dell’archivio di Rabarama, una scultrice padovana resa celebre soprattutto dall’intensa promozione su Telemarket, lo storico canale televisivo specializzato nella vendita di quadri, argenti e gioielli. «La scultura non aveva mai venduto così tanto; le officine si litigavano la possibilità di fondere le mie creazioni. Per molti anni ho lavorato così», ricorda la donna. Le sue opere venivano commercializzate da Dante Vecchiato, noto gallerista scomparso nel 2010, oltre che suo compagno. «Ho scelto io di inaugurare lo spazio con una mostra di Rabarama. Ero amico di Vecchiato. E lei, con delle opere che rappresentavano dei giaguari mi ha dato la possibilità di esprimere il concetto di quello che doveva essere la nuova galleria». A parlare è Gino Rossi, il titolare di “Margutta 102”, ovvero uno degli atelier romani in cui secondo l’accusa Gennaro Mokbel e i suoi sodali reimpiegarono gli ingombranti fondi illeciti ricavati dall’operazione Telecom Sparkle. La mostra inaugura il 6 giugno del 2008. Al vernissage di “Dream of transformation” non mancano i vip. «So che alcuni giaguari sono stati venduti a Roma per una mostra, ma su chi li abbia comprati...», risponde l’artista. Di certo «più di uno se li prese poi Mokbel, li avrà usati per i regali», ricorda Rossi. E di certo un giaguaro di Rabarama, lungo 105 centimetri, sta ora su una mensola a poca distanza dai Rotella con gangster e pupe, nel caveau dei carabinieri. Sequestrato, anche quello, a Massimo Carminati.

STADIO CAPITALE.

Inutile negarlo, Roma è una città da bestie. Ratti ovunque e non solo ratti. Ci sono anche i cinghiali, stanno arrivando i lupi, le pecore e le vacche. La fauna romana si accresce ogni giorno. E non è un caso che questo accada con la giunta Raggi, scrive Valeria Montebello il 9 Giugno 2018 su "L'Inkiesta". Noi li guardiamo, li scrutiamo, ci lamentiamo. Ma a Roma anche le bestie ci guardano, ci scrutano, ci seguono. Girovagano a loro agio fra le buche e l'immondizia. Anzi, cercano le buche per farsi un bagno nelle pozzanghere e frugano nell'immondizia per trovare qualche buccia di banana da mangiare. Le buche possono diventare vasche, abbeveratoi, nidi, l'immondizia una dispensa piena di scorte illimitate. Non c'è un unico mondo che comprende tutte le specie viventi ordinate gerarchicamente, dalle forme elementari agli organismi superiori, ci sono un'infinità di mondi collegati fra loro ma reciprocamente esclusivi. Il ragno non sa nulla della mosca eppure prende le misure per costruire le maglie della sua tela. Camminando per Roma si ha questa sensazione. Nessuno sa niente degli altri ma tutti prendono le misure. I topi portano malattie. I piccioni pure. I gabbiani sporcano. Anche i corvi. I cinghiali sono aggressivi. Pericolo. Niente a che vedere con Los Angeles. Nelle strade della gemella ideale di Roma gira indisturbato P-45, un maschio di centocinquanta chili dagli occhi dorati (la P deriva da Puma concolor, la specie che include puma, pantera, gatto, leone di montagna). Los Angeles è una delle due megalopoli al mondo abitate da grandi felini - a Mumbai, l'altra, i leopardi vivono nel Sanjay Gandhi National Park e occasionalmente divorano (preferibilmente smembrano: questi gattoni non uccidono per fame ma solo per piacere) gli umani che costruiscono le loro case ai margini del parco. Anche se ci sono stati casi di puma che hanno assalito persone in California (tra il 1986 e il 2014 tre attacchi fatali) non è mai successo nella città degli angeli. Le vittime preferite dei puma losangelini sono infatti capre, pecore, lama, cavalli, gatti e chiwawa dei ricconi sulle Hollywood Hills. Qualche giorno fa, a Seattle, però, due ragazzi sono stati attaccati da un puma mentre andavano in bici in un bosco: uno è riuscito a fuggire con pezzi di gamba penzolante mentre il felino era impegnato a spezzettare l’altro. Altro che i nostri topi, corvi, cinghiali. I gatti sono passati di moda, con il loro fare romantico, sonnacchioso, ammaliante, erano più adatti ad altri sindaci, e sono stati abbandonati al loro destino fra le rovine.

La nuova passione dei romani sono i cinghiali. I gatti sono passati di moda, con il loro fare romantico, sonnacchioso, ammaliante, erano più adatti ad altri sindaci, e sono stati abbandonati al loro destino fra le rovine. Il primo avvistamento di cinghiali in ambito urbano risale al marzo 2016: un giovane esemplare aveva preso l'abitudine di girare per le aree verdi della zona. Dai parchi di campagna è arrivato ai giardini condominiali ed è diventato la mascotte del gruppo Facebook di Spinaceto. Poi sono stati avvistati e adottati in altri posti, da nord a sud della capitale, da Montemario alla Giustiniana. Le bestiole grufolanti non sono cinghiali maremmani ma sono più grandi, prolifici, affamati - vengono dall'Est Europa ma sono accettati dalle persone del quartiere più dei loro connazionali umani. Girano video sui social in cui si vedono bambini che gli danno da mangiare e li accarezzano senza timore, signore che li portano in giro con il guinzaglio e gli fanno fare capatine nei negozi. In qualche recesso della loro mente sanno che quelle zanne potrebbero trafiggere senza pietà le loro carni ma sono fiduciosi. Anche se ontologicamente pericolosi, i cinghiali sono come addomesticati dalla potenza di Roma. Tutti sanno, anche i bambini, che Roma è magica e trasforma perfino l'animale più feroce in un animale domestico: se sei arrivato fino a qui sei automaticamente parte della famiglia. Roma possiede il tocco alchemico, rende i cinghiali cagnetti, le pecore tosaerba, i rospi principi. I puma di Los Angeles potrebbero arrivare sbavanti e affamati alle porte della città, appena varcate inizierebbero a mangiare margherite e a fare le fusa.

A Roma abbiamo una varietà di specie da far invidia a certe aree protette. I birdwatcher troverebbero pane per i loro denti. Dagli uccellini agli uccellacci che, ogni mattina, ci svegliano con il loro cip cip o le loro gracchiate mischiate ai clacson. Una colonna sonora naturale continua composta da 78 sonorità diverse (Roma nidificano ben 78 specie). I gabbiani reali con i loro versi mentre frugano nella spazzatura, le cicale d'estate ovunque, i merli che non cantano più come merli, che per sovrastare i rumori e adattarsi hanno alzato il volume del loro richiamo di qualche decibel. Ma anche falchi pellegrini, gheppi, allocchi, picchi vivono fra tetti, anfratti, ville, monumenti. E i pappagalli verdissimi che volano sul parco della Caffarella e a Villa Pamphili, ma arrivano fino a Garbatella. Per non parlare delle nuvole di uccelli che si condensano al tramonto in disegni inquietanti come i fondi del caffè ma che vengono addomesticati dallo scroll infinito di foto e video postati sui social – meglio se dietro c’è pure il tramonto.

Tra i mammiferi abbiamo anche i ricci che divorano le lumache che infestano gli orti dell'Appia Antica, le volpi a piazza Cavour, gechi, lucertole, raganelle, rane e rospi smeraldini a Villa Borghese che mangiano le zanzare, le donnole che mangiano i topi che mordono i turisti in giro per Trastevere. Ma le donnole non sono abbastanza. Il classico ratto romano con la sua stazza specifica (grassoccio, unto, scoordinato), diversissimo dai ratti parigini (tutt’ossa, molto chic) o da quelli newyorkesi (pare abbiamo il pelo molto liscio), regna sovrano. I sorcetti della chiavica hanno conquistato scuole, giardini, tetti, piazze, senza nessuna difficoltà. Il classico ratto romano con la sua stazza specifica (grassoccio, unto, scoordinato), diversissimo dai ratti parigini (tutt’ossa, molto chic) o da quelli newyorkesi (pare abbiamo il pelo molto liscio), regna sovrano.

Ma abbiamo anche animali più nobili, come i granchi. In pieno centro. Nelle canaline di scarico sotterranee dei Mercati di Traiano, tra il Quirinale e il Campidoglio, nella valle che contiene i Fori Imperiali, vive una colonia di granchi fluviali: trascorrono le ore del giorno rifugiati in tane profonde scavate nel fango e di notte escono. Vedi un granchio in giro davanti a Montecitorio e strabuzzi gli occhi, ti stranisci, magari per un attimo ti dimentichi pure quello che devi fare. Lo spaesamento è un’arte. È come se guardarle tutta questa fauna che non semina, non miete, non ammassa nei granai ci facesse provare una gioia immotivata che non è dovuta al soddisfacimento di questo o quello, ma dall'essere presenti a se stessi, liberi dalla preoccupazione del domani. Non solo cervi a primavera, come cantava un Cocciante sentimentale, ma granchi tutto l’anno.

E la sindaca Raggi, attenzione, non è un sindaco fuori tema, lei è la signora degli animali, una regina che farebbe invidia a Cenerentola (con i suoi topolini infila-collane e gli uccellini taglia e cuci vestiti) e a Biancaneve (anche qui uccelli che fanno torte e cervi al suo servizio). Ma non le basta una corte del genere, vuole altri aiutanti. Ed ecco comparire pecore e capre tosaerba nei giardini e nei parchi della capitale. Adesso pure le mucche per l’erba troppo alta. Pecore, capre e mucche sono le aiutanti della Raggi come la Lupa lo è stata di Romolo e Remo. La storia si ripete. Per gli etruschi la Lupa era simbolo del signore degli inferi, mentre la lupa di foglie che hanno posizionato a piazza Venezia (piccolissima, si perde lì in mezzo) al posto di Spelacchio, non ha nemmeno la metà del carisma di mamma feroce. E nemmeno il carisma di Spelacchio, nonostante anche su di lei fiocchino battute sui social (su cosa non le fanno, ormai è il modo di comunicare preferito da tutti). Rinsecchita se ne sta lì, amorfa, in attesa di essere trasformata in una nuvola verde, informe. Invece resiste, imperturbabile, ancora in ordine dopo mesi: è uno degli oggetti più in ordine della capitale, ci sarà un mastro giardiniere che di notte va a potarla con cesoie di precisione. Sarà un presagio dei lupi che si stanno avvicinando sempre di più alle porte di Roma Nord, che da Castel di Guido stanno tentando l'avanzata per riprendersi il loro territorio. Forse. Sarà un presagio di un ritorno alla natura selvaggia di cui Roma da un bel po’ sembra farsi testimone, come se, mancando l’amministrazione e saltando un bel po’ di regole, tutto rientri in uno stato di eccezione schmittiano, in cui è sospeso il tempo giuridico della norma ed è aperto il tempo della decisione politica originaria, onnipotente, autonoma.

Le mani sulla città? Macché: stadiopoli è un film di Monicelli…Presunte mazzette pagate via bonifico e un paio di assunzioni. Nell’inchiesta romana però manca una cosa: la pistola fumante…, scrive Davide Varì il 15 giugno 2018 su "Il Dubbio". C’è l’imprenditore che “unge” gli ingranaggi, i politici e i burocrati che si fanno oliare e c’è l’immancabile faccendiere. Anzi due: l’eterno Luigi Bisignani e Luca Lanzalone, l’uomo di Grillo e Di Maio: il famigerato “Wolf risolvo problemi”, premiato dai grillini con la presidenza dell’Acea. E c’è addirittura il controllo dell’informazione, rappresentata, pare, da un giovane cronista di Dagospia al quale era stato gentilmente chiesto di correggere un articolo sulla vita privata di Lanzalone. Insomma, in uno scenario degno del miglior Gianfranco Rosi di Mani sulla città, nell’inchiesta “stadiopoli” dei pm romani non manca quasi nulla. C’è solo una cosa che non si riesce a trovare, a mettere a fuoco: la famosa pistola fumante, la prova provata della corruzione. E’ chiaro che chiunque mastichi un po’ di diritto sa che la prova prende forma in dibattimento. Dunque il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, lo stesso che ha combattuto e perso nel processo Mafia capitale, avrà modo e tempo di mostrare ai giudici, imputati e pubblica opinione quale sia la prova madre dell’inchiesta “stadiopoli” e come si concretizzi quel «sistema pulviscolare» che, come un «crescendo rossiniano» (parole dei pm) ha infettato Roma. Perché scorrendo tra le centinaia di pagine dell’ordinanza, non è chiarissimo quale sia il centro del sistema corruttivo. Si parla di passaggi di soldi: ma tutti bonificati e rendicontati: e di certo sarebbe la prima volta di mazzette via Iban. E se davvero fosse così, altro che Gianfranco Rosi: ci troveremmo dentro I soliti ignoti di Monicelli. L’altro capitolo riguarda i favori: posti di lavoro promessi per amici e congiunti ma, tranne nel caso del figlio dell’ex assessore Civita, niente più che promesse. In ogni caso, come in tutti i “film” politico- giudiziari degli ultimi anni, tutto ha inizio con un’intercettazione. Nel foglio numero 9 dell’ordinanza viene infatti riportato il colloquio tra Luca Parnasi, il centro del “sistema pulviscolare”, e il suo collaboratore Gianluca Talone: «Io – spiega Parnasi – spenderò qualche soldo sulle elezioni. È un investimento che devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te lo racconto”. Non solo, gli stessi pm sono costretti ad ammettere (foglio numero 11) che i “finanziamenti talvolta hanno natura lecita». Poi c’è la politica. Il primo obiettivo è il capogruppo 5Stelle in Campidoglio Paolo Ferrara. Il consigliere grillino che aveva un posto nel tavolo per l’approvazione dello Stadio, avrebbe “ricevuto”, non soldi, ma un progetto di restyling per il lungomare di Ostia. Il che lascerebbe pensare che “il Ferrara” abbia aziende a cui affidare l’eventuale appalto. Macché, Ferrara non ha niente di niente ma i magistrati sanno bene che il solo nome di Ostia evoca alla mente dell’opinione pubblica il clan Fasciani e quello degli Spada, che peraltro sono tutti in “gattabuia”. D’un tratto, e non si sa bene come e perché, tra le pagine dell’ordinanza spunta anche il nome di Roberta Lombardi, un pezzo grosso dei 5Stelle. Un nome speso dai pm per mettere in luce il livello di pervasività «del Parnasi». Ma nelle carte non emerge nulla di illecito: se non un incontro – che sarà il primo e l’ultimo – avvenuto in Parlamento. Ma per i pm tanto basta a classificarlo come «attività di promozione in favore del candidato alla Regione, Roberta Lombardi». Ma anche qui, ovviamente, non c’è neanche l’ombra di una mazzetta. E in questo caso neanche di un “restyling”. Poi c’è il lungo capitolo del presidente dell’Acea Lanzalone, l’uomo della Casaleggio, il bersaglio grosso della procura. Secondo i pm Lanzalone «svolgeva le funzioni di assessore per lo stadio». E nell’ordinanza il gip va oltre: «Le indagini hanno offerto elementi concreti per ritenere che le figure istituzionali interessate, a cominciare dal sindaco Raggi, non solo hanno tollerato tale funzione di fatto esercitata, ma al contrario le hanno dato piena legittimazione». Insomma, Lanzalone, nel disegno dei pm, è l’uomo che conduce alla sindaca Raggi, la quale, sempre secondo i pm, era a conoscenza del “sistema pulviscolare”. Infine c’è la questione Lega. Anche qui la posizione dei pm non è chiarissima. Si parla di un finanziamento all’associazione “Più voci”, vicina al Carroccio. Ma qui i pm, almeno per il momento, si limitano alla censura morale. Insomma, l’unica, evidente pistola fumante emerge dalla penosa vicenda dell’ex assessore regionale Michele Civita il quale, senza più lo straccio di una poltrona, chiede e (forse) ottiene da Parnasi un posto di lavoro per il figlio disoccupato. E qui si staglia il faccione grottesco di Alberto Sordi nella commedia all’italiana. Altro che Mani sulla città.

Casaleggio, ecco le prove della cena con Lanzalone la sera prima dell'arresto. Il manager aveva parlato di un incontro casuale, ma si trattava di un evento a pagamento organizzato in un ristorante romano dall'associazione Gianroberto Casaleggio, scrive Annalisa Cuzzocrea il 16 giugno 2018 su "La Repubblica". "Sono andato a una cena l’altro giorno e ho trovato anche Lanzalone a un altro tavolo e l’ho salutato. Se si è parlato di nomine? No, io non mi occupo di nomine". Ha risposto così Davide Casaleggio al giornalista di Repubblica Tv che gli chiedeva conto dell’incontro di martedì sera con Luca Lanzalone, poche ore prima dell’arresto del presidente di Acea. Stadio Roma, Casaleggio: ''Cena con Lanzalone? Era ad altro tavolo, non mi occupo di nomine''. Il patron della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, la piattaforma cui è inestricabilmente legato il Movimento 5 stelle, vuole far credere che si tratti di un caso. Una coincidenza. Niente di organizzato o di voluto. Ma non è così e Repubblica è in grado di documentarlo. Perché la cena del 12 giugno in quel ristorante di corso Vittorio, a pochi passi dal Senato e dalla casa di cui l’associazione Rousseau ha preso possesso a Roma, era un evento a pagamento organizzato dall'associazione Gianroberto Casaleggio e dalla start up MioWelfare. Sessanta invitati, Lanzalone compreso. Che sarà anche stato a un tavolo diverso da quello del manager, ma certo non era lì per una casualità. Anzi, ha versato come tutti l'obolo di settanta euro a testa per una serata di confronto sul tema: "Innovazione tecnologica e occupazione: quale futuro per il welfare post-ceto medio?". Con Davide Casaleggio e Pietro Dettori c’erano la socia in Rousseau Enrica Sabatini, il capogruppo in regione Sicilia Giancarlo Cancelleri, alcuni esponenti della comunicazione M5S e vari altri parlamentari passati a salutare i vertici in visita. Non c’era invece Luigi Di Maio, che da tempo da questo tipo di eventi si tiene lontano. E che nelle ultime settimane era impegnato a tenere lontano proprio Lanzalone. Il vicepremier aveva avvertito le sue pressioni su Cassa depositi e prestiti e sulle nomine incombenti. Si era infuriato per alcuni articoli usciti, che riteneva “suggeriti” proprio dall’ex presidente di Acea. Non immaginava nulla dell’inchiesta in corso, ma - secondo quanto ha confidato ai collaboratori più vicini - aveva deciso di tenere alla larga l'avvocato genovese perché sospettava fingesse di lavorare per il Movimento, tessendo invece relazioni utili a sé e ai suoi amici. Forse anche per questo, Lanzalone — che poche ore dopo sarebbe stato posto ai domiciliari — era accorso alla cena di finanziamento organizzata in gran segreto da Davide Casaleggio a Roma. Non era la prima, ce ne sono state altre per preparare gli eventi Sum di Ivrea. Ma si trattava di una serata più “intima”, tanto che molti degli iscritti all'associazione Gianroberto Casaleggio non hanno ricevuto alcuna mail di invito. Sul programma, si parla di "un’occasione per condividere idee e riflessioni in modo piacevole e stimolante con personalità di spicco del settore e in compagnia dell’Associazione GRC". E, chiaramente, con esponenti politici del partito appena arrivato al governo. L’imprenditore Edoardo Narduzzi, ex giornalista amico di Casaleggio padre, ha parlato di "Welfare post ceto medio"; Stefano Patriarca, che dall'invito risulta "esperto di welfare, consigliere economico di Palazzo Chigi", di "Giovani e previdenza: un destino annunciato?"; Stefano Ronchi, Managing Partner della società Valore, del "Welfare 2.0 di Casse di previdenza e Fondi sanitari". Gli ospiti, chiaramente, non erano solo politici. Venivano soprattutto, come Lanzalone, da quel mondo delle imprese interessato ad accreditarsi con Davide Casaleggio, che finanzia così l'associazione dedicata al padre (dei cui soci non esiste un elenco pubblico). Ma che porta a tavola esponenti del governo e di Rousseau. In un groviglio di interessi incrociati e a rischio di conflitto. Eppure ieri, sulla terrazza del Gianicolo sotto un grande mouse gonfiabile per lanciare l'ennesimo evento "per la cittadinanza digitale", il manager ha scelto di attaccare il Pd proprio sul conflitto di interessi: “Sono molto contento che abbia finalmente presentato un disegno di legge sul tema. Non l'ha fatto per 20 anni che è stato in maggioranza in questo Paese, ha aspettato di essere all'opposizione". In realtà, quella dei dem non è la prima proposta presentata negli ultimi anni. Ma non è certo questa l'unica bugia. 

Stadiopoli è il frutto del “sistema Travaglio”. In passato per finanziarsi i partiti si rivolgevano al popolo. Ma oggi, dopo anni di delegittimazione, sono costretti a rivolgersi altrove…, scrive Emanuele Macaluso il 16 giugno 2018 su "Il Dubbio". Oggi i giornali danno altre notizie sulla “Retata del cambiamento”. La notizia divertente ma significativa la leggo nei titoli di tanti giornali che riprendono una frase (nelle intercettazioni) del costruttore Luca Parnasi: «Io sto a fa’ il governo». Non è certo Parnasi che ha fatto il governo Conte ma dati i suoi rapporti con Di Maio (5Stelle) e il tutore dei grillini, Lanzalone, e i rapporti con Salvini e la Lega, il costruttore avrà stimolato i due a fare il governo pensando ai suoi affari. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio titola in prima pagina: “Parnasi al Pd 50 mila euro per Sala”. Si parla del sindaco di Milano. Ho letto l’articolo in terza pagina con questo ulteriore titolo esplicativo del primo: “L’imprenditore al telefono: Sala mi deve l’elezione”. Nel pezzo, credo per evitare querele, si legge anche una dichiarazione del sindaco che qui, per chiarezza, riprendo: «Ho incontrato Luca Parnasi perché aveva ricevuto un incarico da parte del Milan per una ipotesi di nuovo stadio. Durante l’incontro, mi ha esposto l’dea di realizzare il nuovo stadio nello scalo Farini. Ho espresso le mie perplessità su questa ipotesi; posizione che è stata poi ribadita dall’assessore Maran durante un incontro tecnico. Infatti la cosa non ha avuto sviluppi. Per la campagna elettorale il Pd nazionale mi ha, in parte, finanziato direttamente e in parte ha veicolato alcuni suoi finanziatori. Tra questi vi era anche la signora Maria Luisa Mangoni, moglie di Sandro Parnasi per la somma di 50 mila euro. Smentisco categoricamente di avere mai detto a qualcuno che senza Parnasi non avrei fatto la campagna elettorale, per la quale abbiamo raccolto un milione di euro. E quindi è una cosa assurda! Il finanziamento è avvenuto con modalità tracciabili e nel rispetto delle norme di legge ed è stato inserito, come previsto dalle norme, nel rendiconto già depositato presso la Corte d’Appello e reso pubblico nel settembre 2016 a conclusione della campagna elettorale». Ho ripreso questa dichiarazione di Sala anche perché spiega ciò che ho anticipato ieri. Travaglio, i grillini e altri hanno condotto una campagna forsennata contro il finanziamento pubblico che, infatti, è stato abolito. È chiaro che i candidati che non sono miliardari debbono farsi finanziare dai cittadini rispettando la legge che vuole la trasparenza e la pubblicità dei finanziamenti ricevuti. È quel che ha fatto correttamente Sala il quale ha avuto dal Pd anche i 50 mila euro dei Parnasi e da altri cittadini elencati nella sua dichiarazione al tribunale. La signora Parnasi voleva con il suo contributo prenotare un favore per il futuro stadio di Milano? Ma gli atti dicono che l’amministrazione milanese ha rifiutato le proposte del costruttore e l’assessore Maran che trattava la questione ha rifiutato l’offerta di un appartamento. Debbo ripetere che quel ho scritto ieri? I partiti di massa si rivolgevano al popolo per finanziare le campagne elettorali. Ma quei partiti sono stati demonizzati e non ci sono più. E non c’è nemmeno la legge che regola la democrazia interna dei partiti e, quindi, anche dei finanziamenti. Il sindaco Sala, con altri, ha usato la legge che dà spazio anche a signori danarosi che vogliono allacciare rapporti con la politica. Ma, ripeto, si tratta di un sistema voluto dai Travaglio e da tanti media, tromboni e tromboncini, che da anni conducono una campagna contro i partiti e il finanziamento pubblico. Compresi Renzi e