Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

LA CALABRIA

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

TUTTO SU REGGIO E LA CALABRIA

QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

I REGGINI ED I CALABRESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ?!?!?

 

Quello che i Reggini ed i Calabresi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Reggini ed i Calabresi non avrebbero mai voluto leggere. 

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LE COMPATIBILITA’ ELETTIVE. IO SON IO E TU NON SEI UN CAZZO.

A PROPOSITO DI INTERDITTIVE ANTIMAFIA E SEQUESTRI PREVENTIVI GIUDIZIARI.

LA DEMOCRAZIA SCIOLTA PER MAFIA. DANNI E SVANTAGGI DEI COMMISSARIAMENTI DEI COMUNI.

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

NDRANGHETA, COSA NOSTRA, MASSONERIA DEVIATA E STATO: TUTTI INSIEME APPASIONATAMENTE…

GIOVANNI AIELLO. FACCIA DA MOSTRO E LE MORTI PROVVIDENZIALI.

NICOLA GRATTERI ED I DETRATTORI DELLA CALABRIA.

GIACOMO MANCINI. IL GARANTISTA DI SINISTRA.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

RITARDI GIUDIZIARI E DISCREDITO, COSI' SI AIUTA LA 'NDRANGHETA.

LEZIONE DI MAFIA.

I PALADINI DELL’ANTIMAFIA: IL CASO PONTORIERI.

MAFIA ED ANTIMAFIA: CHI TANTO, CHI NIENTE.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA...

CHE AFFARONE I SEQUESTRI E LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. L’OMERTA’ DELL’ANTIMAFIA.

INGIUSTIZIA. PARLIAMO DI DANTE BRANCATISANO.

OPERATORI DI GIUSTIZIA….

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALIACA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

MAGISTRATI SENZA VERGOGNA.

ILARIA ALPI, NATALE DE GRAZIA E LE NAVI DEI VELENI.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

SE QUESTA E’ L’ITALIA. LOCRI E L’ASSENTEISMO. DOVE SONO I MAGISTRATI?

RAZZISTI. SE QUESTA E’ L’ANTIMAFIA.

IL SUD TARTASSATO.

IL RISORGIMENTO E’ NATO IN CALABRIA, MA NESSUNO LO DICE.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO. 

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LE "VACCHE SACRE" DELLA 'NDRANGHETA.

IN MORTE DI GIANCARLO GIUSTI: FACCIAMOLO PARLARE.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

IN CALABRIA CI SONO MAFIOSI E MAFIOSI.

CALABRIA: LUCI ED OMBRE. COME E' E COME VOGLIONO CHE SIA. "NDRANGHETISTI A 14 ANNI E PER SEMPRE.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

VEDI NAPOLI E POI MUORI. NO! VEDI REGGIO E LA CALABRIA E POI MUORI.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI E DEI PAVIDI.

GIUSTIZIA E POLITICA MADE IN SUD.

AVVOCATI MAFIOSI O AVVOCATI DELLA MAFIA?

LA MASSONERIA ED IL POTERE.

IL POTERE IN GALERA. SCOPELLITI E LANZETTA: INGIUSTIZIA O IMMORALITA' CRIMINALE.

CALABRIA. UNA REGIONE DI SPAZZATURA.

CALABRIA: CREDIBILITA' E CENSURA.

CALABRIA: CREDIBILITA' E CENSURA. GIANCARLO GIUSTI, GIUSEPPINA PESCE, MARIA CONCETTA CACCIOLA. TERRA DI GIUDICI MAFIOSI E DI PENTIMENTI RITRATTATI.

PLATI': UN PAESE DI MAFIOSI?

MORTE D'INGIUSTIZIA E SEQUESTRO DI STATO: I CUTRI', GLI STRANGIO E LE MAMME DI CALABRIA.

MAI DIRE ANTIMAFIA. ROSY CANALE E GLI ALTRI.

STORIE DI 'NDRANGHETA. LIVIO MUSCO E LE DONNE CHE VOLEVANO FARE IL SINDACO.

LIBERTA' DI STAMPA?

GIUSTIZIA E VELENI. LA GUERRA TRA MAGISTRATI.

GUARDIE O LADRI. MALAGIUSTIZIA: IL CASO ANTONINO DE MASI.

DA CRIMINALITA' A CRIMINALITA'. LE ORIGINI DELLA 'NDRANGHETA.

SALERNO REGGIO CALABRIA: L’ETERNA INCOMPIUTA

LA LOTTA ALLA MAFIA E' SOLO FUMO NEGLI OCCHI?

SPESE ALLEGRE IN REGIONE.

ALLONTANATE I FIGLI DELLA ‘NDRANGHETA.

'NDRANGHETA: FIMMINE RIBELLI.

CALABRIA RETROGRADA E MISOGINA (E C'E' CHI CI VEDE LA SOLITA 'NDRANGHETA).

REGGIO CALABRIA MAFIOSA.

LA ZONA GRIGIA. QUANDO LA MAFIA VIEN DALL’ALTO.

IN CHE MANI SIAMO?

LA CALABRIA DELLE DONNE.

REGGIO CALABRIA. CUPOLA E MASSONERIA.

REGGIO CALABRIA, LA CUPOLA.

ISTITUZIONI CORROTTE.

PARLIAMO DI CATANZARO

LAMEZIA TERME: TUTTI DENTRO.

CATANZARO MAFIOSA E MASSONE.

MAGISTROPOLI.

SANITOPOLI.

CONCORSI TRUCCATI.

PARLIAMO DI COSENZA

TOGHE ZOZZE.

SCALEA: TUTTI DENTRO.

SCALEA: POLITICA E MAFIA.

INGIUSTIZIOPOLI. COSENZA: IL CASO MASALA.

SANITOPOLI.

PARENTOPOLI AL FORO COSENTINO.

PARLIAMO DI CROTONE

MAI DIRE ANTIMAFIA. CAROLINA GIRASOLE DA CONDANNATA AD OSANNATA.

AMMINISTRATOPOLI.

PARLIAMO DI VIBO VALENTIA

MAGISTROPOLI. CONDANNATA PASQUIN.

MALASANITA' E MALAGIUSTIZIA. MONTELEONE E RUSCIO.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Buon Natale, Calabria mia, scrive Martedì, 18 dicembre 2018 – San Namfamone martire in Africa – da Casa Spirlì, a Taurianova, Nino Spirlì su "Il Giornale". Buon Natale, Calabria mia, Terra maledettamente benedetta. Terra di Santi e figli di puttana. Terra di gente onesta e di malandrini. Di permalosi e voltagabbana. Di facce di bronzo e quaquaraquà. Presepe di Sacre Famiglie e stalla di mammasantissima. Perla del Mediterraneo. Casa di mille popoli. Approdo sicuro di fratelli giudei, fenici, greci, bizantini, arbereshe, occitani. Insanguinata mèta di indemoniati goti, latini, mori, saraceni, angioini, normanni, svevi, spagnoli, francesi, savoiardi e mercenari. Patria di valorosi briganti e martiri della libertà. Tomba di spavaldi conquistatori e viceré da falso storico. Buon Natale, Calabria mia. Con i tuoi monti dai mille folletti. Coi lupi e i caprioli, gli scoiattoli e i fagiani. Col pino loricato e l’ogliastro, la liquirizia e il bergamotto. Il cedro dei rabbini e l’olio degli altari. Le grotte e le tane. Le vecchie case e i ruderi di castello. I palazzi dei bastardi e le ville dei papponi. Le chiese di Dio e le sinagoghe di D*o. Gli antichi santuari e i santi monasteri. Con Campanella e Telesio, Cassiodoro e Pitagora. Coi due magici mari. Le tormentate fiumare e gli arroganti torrenti. Le piane fertili e le coste a strapiombo. Buon Natale, Calabria mia. Coi politici mafiosi e i mafiosi politici. Coi politici. Coi mafiosi. Coi massoni di mille logge. Con la Legge. Con i giuramenti lordi di merda e sangue innocente. Con gli appalti sporchi. I comodi subdoli subappalti. Coi pentiti e con chi non si pentirà mai. Con le celle piene. Coi preti pedofili e i vescovi conniventi. Con la stampa che serve. E quella che serve. Coi matrimoni cafoni e i ridicoli diciottesimi. Coi ragazzini al volante di bolidi e i padri in galera. Con le pistole fra le minne e le femmine di ndrangheta. Buon Natale, Calabria mia. Con la Gente Perbene e chi vuole la Pace. Con chi onora Gesù e santifica le feste. Con i Nonni in famiglia e i nipoti rispettosi. Con le zeppole a Natale e le crespelle per San Giuseppe. Con il pane di jermanu e l’insalata di stocco. Con “Buongiorno e Buonasera”. Col Rosario alle cinque. Con le campane e le candele. Col piatto, l’acqua e l’olio. Con la Fede. Con la superstizione e i cretini che ci credono. Buon Natale, Calabria mia. Con i maxi processi e le speranze degli onesti. Con le truffe onorevoli e le dimissioni che non arrivano. Con Noi. Con “loro”.

La rivolta dei sindaci dei comuni sciolti per mafia. La lettera-appello di 51 amministratori locali calabresi al ministro Minniti: “Troppo potere alle prefetture”, scrive Simona Musco il 9 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Qualcuno li chiama già «sindaci ribelli», fasce tricolori che si oppongono allo Stato anziché alla ‘ ndrangheta. E ad uno sguardo superficiale, forse, potrebbe apparire così. Ma i 51 sindaci calabresi che hanno scritto al ministro dell’Interno Marco Minniti, chiedendo un incontro per discutere degli scioglimenti delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose, puntano solo a ricreare «un clima di serenità e fiducia», per non smettere di credere nella democrazia e nella funzione dello Stato. Uno Stato che ormai sempre più frequentemente, di fronte al sospetto della contaminazione mafiosa, decide di radere al suolo le amministrazioni anziché aiutarle. La lettera parte dal Comune di Roghudi, in provincia di Reggio Calabria, dalla mail del sindaco Pierpaolo Zavettieri. È lui a spiegare, al termine di un incontro con il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, lo scopo suo e dei colleghi: un incontro «politico» con Minniti per poter rivedere quelle norme «che in qualche modo occludono ogni spazio democratico», ha dichiarato in un’intervista a Newz. it. La legge, ha sottolineato, s’inceppa quando consente agli organi di prefettura di intervenire senza nessuna forma di contraddittorio, «senza nessuna possibilità che vengano comprovati gli elementi posti a carico degli amministratori e attraverso i quali vengono poi applicati gli scioglimenti per i consigli comunali, così come le interdittive alle imprese». La richiesta non è quella di abrogare la norma, anzi, precisa Zavettieri, «chiediamo che avvengano sempre questi processi a favore della legalità», ma che gli stessi consentano ad amministratori e imprenditori colpiti da interdittiva «di dimostrare», l’eventuale insussistenza degli indizi posti alla base dello scioglimento. Assieme a ciò, i sindaci chiedono anche eventuali interventi sul sistema burocratico: non allo scopo di scaricare le responsabilità politiche, aggiunge Zavettieri, ma per affiancare i funzionari, azione «che non penalizzerebbe la democrazia». Gli organi politici sono infatti espressione del popolo, al contrario degli uffici, che hanno tempi di rinnovamento molto più lenti. Un intervento, dunque, non altererebbe i principi democratici, «cosa che avviene se si rimuove l’amministrazione comunale e si insedia una commissione». Un principio che qualche giorno fa anche il nuovo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha in qualche modo condiviso, spiegando la necessità di pensare «a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Nella lettera i sindaci evidenziano le «condizioni ed i contesti» in cui si trovano ad operare le amministrazioni locali, «un pezzo di Stato, sia pure periferico che non sempre si sente tale anche perché misconosciuto dagli altri organi dello Stato presenti sul territorio». E alla collaborazione, negli ultimi anni – basti pensare che dal 2012 ben 43 amministrazioni sciolte su 81 si trovano in Calabria – si è sostituita «la cultura del sospetto» e lo Stato, anziché stare a fianco dei Comuni, è diventato «ostile». E in questo clima, aggiungono, «nessun obiettivo di crescita sociale e civile e nessuna azione efficace di contrasto alla criminalità organizzata può avere successo». Lo scioglimento è passato da strumento eccezionale a strumento ordinario, spingendo sempre più gli amministratori a cedere alla tentazione di mollare l’impegno pubblico.

Calabria: i tanti finanziatori elettorali che lavorano con la Regione. Panorama ha potuto visionare la lunga lista, finora sconosciuta, di quanti nel 2014 hanno foraggiato la campagna elettorale del governatore Mario Oliverio. Alcuni suoi sostenitori hanno incarichi o appalti pubblici, scrive Giuseppe Meduri il 30 aprile 2018 su "Panorama". "Ringrazio i magistrati della Dda di Catanzaro, il procuratore Nicola Gratteri, le forze dell'ordine impegnate nell'operazione Stige, che ha permesso di assestare un colpo importante alla 'ndrangheta portando alla luce (...) anche i suoi collegamenti con settori del mondo politico e istituzionale". Parole di Mario Oliverio, governatore di centrosinistra della Calabria, commentando lo scorso 14 gennaio l'arresto di 169 persone tra Cosenza e Crotone. Passano poche ore ed emerge che tra i fermati c'è anche Antonio Spadafora, amministratore unico della F.lli Spadafora srl, azienda boschiva inserita trai finanziatori della campagna elettorale di Oliverio nel 2014. Il bonifico è di 2 mila euro ed è datato 6 novembre, ad appena tre giorni da un'ingiunzione emessa dal Dipartimento regionale agricoltura e foreste nei confronti dell'azienda. Presumiamo che Oliverio nulla sapesse, ma scorrendo la lunga lista di quanti hanno contributo economicamente alla campagna elettorale del governatore - visionata in esclusiva da Panorama - emergono altre curiosità.

I finanziatori nominati. Tra i finanziatori ci sono Pasqualino Saragò e Annarita Sganga, genero e figlia di Giorgio Sganga, presidente della Fondazione nazionale dei commercialisti: mille euro in favore del candidato il 6 novembre 2014. Con decreto del presidente Oliverio 176 del 2015, Pasqualino Saragò è nominato componente esterno dell'Organismo interno di valutazione e, poi, revisore unico dei conti dell'Arpacal, Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente. Giorgio Sganga, invece, è chiamato da Oliverio per ricoprire il ruolo di commissario della Camera di commercio di Catanzaro. Per Pasqualino Saragò e Annarita Sganga, tra l'altro, sono stati chiesti 4 anni e 6 mesi di reclusione nel corso del procedimento riguardante i lavori di ristrutturazione dell'ospedale di Paola. Le aziende finanziatrici. Sono varie anche le società che lavorano con la Regione e che contribuiscono alla campagna di Oliverio nel 2014. Nella Calabria in cui l'80 per cento del bilancio ordinario è impegnato nella sanità, il primato tra le aziende finanziatrici spetta all'Istituto Sant'Anna di Ezio Pugliese, nota casa di cura di Crotone, che versa ben 10 mila euro il 7 novembre; le imprese edili Gramar costruzioni generali di Claudio Marino ed Elia Grasso e Nazzareno Guastalegname contribuiscono con 5 mila euro ciascuna. Nella lista dei finanziatori compaiono anche la Pc service srl di Marino Simone, la Tuttofare srl di Ennio Aquino, la Bieffegi di Roberto Bonofiglio, la San Biagio società cooperativa sociale onlus, il Centro diurno riabilitazione e la C.i.e.m srl di Mario ed Eugenio Fiorino.

Il ruolo della Spot channel sas. Tra le voci di spesa della campagna elettorale, quasi 15 mila euro risultano utilizzati per l'affissione di manifesti, la stampa di materiali e l'uso d'impianti audio-video tramite la Spot channel sas. La società, in capo ad Angelo Arci, Cosimo Arci e Antonio Campennì, diventerà una tra le più amate dalla giunta Oliverio. Nonostante sia poco conosciuta dagli operatori calabresi, non possieda un sito web e abbia solo un'anonima pagina Facebook, ammonta a quasi 500 mila euro la cifra che la Spot channel è riuscita a incassare nell'attuale legislatura grazie all'affidamento di importanti manifestazioni culturali. Una di queste, il Transumanze Sila Festival, è da sempre cara all'attuale compagna del governatore, la regista teatrale e imprenditrice agricola Adriana Toman, che in passato ne ha pure curato il programma. Solo per l'organizzazione delle ultime due edizioni, la Spot channel ha ricevuto più di 200 mila euro. Altri esempi sono i quasi 150 mila euro per il progetto di valorizzazione del turismo naturalistico denominato "Turismox tutti"; i 18 mila per la giornata di presentazione alla Cittadella regionale del marchio Rosso Calabria; i 30 mila per la comunicazione della banda ultralarga; i 65 mila per una convenzione con il Dipartimento turismo; gli oltre 10 mila per servizi effettuati al Corap, Consorzio regionale per le attività produttive; i 40 mila per l'organizzazione dei due giorni di comitato di sorveglianza sui fondi europei nel 2015; i quasi 10 mila per la promozione della fondazione Calabria film commission; i 5 mila per generiche azioni di promozione turistica. Il conteggio è parziale per l'impossibilità di utilizzare la funzione "cerca" per consultare il Bollettino ufficiale, da mesi non funzionante.

Il mandatario elettorale. Anno del Signore 2014. Il primo bonifico è di Lorenzo Catizone, suo fidatissimo collaboratore nonché mandatario elettorale, che versa 500 euro il 31 ottobre. Avvocato e dipendente dell'amministrazione provinciale di Cosenza, ai tempi della presidenza di Oliverio vince un concorso tra polemiche e ricorsi al Tar. Catizone viene nominato componente dell'Ufficio di gabinetto della Giunta regionale in posizione di comando 20 giorni dopo la proclamazione di Oliverio.

L'autista del presidente. Quello del governatore, Giovanni Varca, contribuisce alla campagna elettorale di Oliverio con un contributo di mille euro il 5 novembre, anche se il 4 dicembre, riceve 950 euro a titolo di "compenso per l'attività svolta durante le elezioni". Varca, nei fatti finanziatore con appena 50 euro, il 18 dicembre firma il contratto con la Regione Calabria come autista del presidente con uno stipendio di 37 mila euro annui. Poco dopo arriva un prestigioso riconoscimento anche per sua figlia Antonella, che viene nominata vicecapo di Gabinetto del consiglio regionale della Calabria, carica che mantiene fino all'agosto del 2017, quando passa nella dotazione organica della Giunta. Ora, non c'è niente di male a finanziare un politico in cui si crede. Ma se quei politici guidano un'amministrazione che distribuisce soldi e appalti ai finanziatori, e non succede soltanto il Calabria, tanto bello da vedere non è. (Articolo pubblicato sul n° 19 di Panorama in edicola dal 26 aprile 2018 con il titolo "Calabria: i tanti finanziatori elettorali che lavorano con la Regione")

Sberla di Panorama a Oliverio, «così ha “ringraziato” chi lo ha sostenuto». Riecco la “maliziosa” e finalizzata stampa nazionale che ritorna sulle cose di Calabria proprio quando il governatore annuncia di rilanciare la sua fase finale di legislatura, scrive D.M. il 26 Aprile 2018 su Il Fatto di Calabria. Chiude il pezzo usando il testo della didascalia, Giuseppe Meduri. È lui l’autore del servizio che l’ultimo numero di Panorama (già in distribuzione al Centronord e da domani anche in Calabria) dedica alle performance di Mario Oliverio. «Interpellato per replicare all’inchiesta ha preferito non rispondere» chiude il cronista. E dire che ha potuto trovare dall’altra parte del telefono un governatore risentito, immaginiamo, è dire davvero poco. Del resto il “teorema”, che Panorama non si illude mai di trasformare in indice accusatorio (nel senso che precisa più volte che non è in discussione la legalità degli atti ma semmai la loro opportunità) è semplice e sconcertante nella sua linearità. Così Oliverio ha “ringraziato” chi lo ha sostenuto in campagna elettorale. Questo per grandi linee il sunto del pezzo. Negli Usa, dove le campagne elettorali sono finanziate non in modo esoterico e dove poi si va tangibilmente all’incasso in caso di vittoria finale, un servizio del genere non sarebbe nemmeno stato pubblicato. Tradotto alla conterranea invece, il pezzo, sì che fa rumore perché non solo mette in evidenza pubblica alcuni dei sostenitori finanziari della campagna elettorale di Oliverio che magari preferivano restare coperti quanto trasferisce l’idea (sicuramente viziata) che solo così si spiegano certi atti successivi. Panorama nel pezzo annuncia di essere in possesso della lunga lista dei finanziatori di Oliverio e di averne preso accuratamente visione ma ne cita solo alcuni di questi, ovviamente citati perché poi hanno comunque ottenuto qualcosa dall’amministrazione regionale una volta vinte le elezioni. Per ragioni sin troppo scontate non saremo certo noi i primi a rivelare questi nomi. Si va da un finanziatore che compare anche nelle carte dell’inchiesta della Dda Stige, una nota azienda boschiva, a due finanziatori molto legati familiarmente al più noto dei commercialisti del Cosentino. Ovviamente, per ognuno di loro, nomine successive in organismi importanti della Regione nonostante per uno di loro penda una richiesta di reclusione pesante (4 anni e 6 mesi). C’è il versamento citato da Panorama da parte di una grossa azienda che opera nella sanità, imprese edili, cooperative sociali, centri di riabilitazione. Poi c’è il capitolo che riguarda la pubblicizzazione degli eventi, una specie di tuttofare della Regione che secondo Panorama produce di tutto in materia di spot e incassa centinaia di migliaia di euro. Azienda già presente “nell’affiancamento” al candidato prima della sua elezione con la stampa dei manifesti. C’è il contributo di un avvocato fedelissimo del suo vecchio staff, che ovviamente Oliverio ha voluto poi con sè. E persino (davvero simbolico) del suo mitico autista che lo ha sempre seguito ovunque e che è davvero “crudele” citare solo perché poi la figlia ha trovato posto nel gabinetto del consiglio regionale. Un quadro volutamente decadente, quello fornito da Panorama, che certo non contribuisce a spalmare serenità dentro il clima già rovente della politica conterranea. Ferita e in stato d’ansia. Che da domani si ritroverà alle prese con il “ritorno” mediatico nazionale che fa sempre cassetta quando si tratta di cose di Calabria. Che, come è noto, non tradisce mai quando si tratta di fornire cose “strane”.. d.m.

Oliverio indagato, “fondi ad azienda in cambio di stop a lavori per danneggiare sindaco: è lotta politica con soldi pubblici”. Il governatore dem della Calabria colpito dall'obbligo di dimora in un'inchiesta della procura di Catanzaro. L'accusa è abuso d'ufficio: secondo gli investigatori, sbloccò 4,2 milioni di euro legati ai lavori sugli impianti di sci a Lorica in maniera "anomala". E ci fu una "controprestazione": la stessa ditta stava svolgendo i lavori in una piazza a Cosenza e gli fu chiesto di fermarsi per danneggiare il sindaco di centrodestra. Il gip: "Rapporto di scambio può ben sconfinare nel terreno della corruzione". Lui: "Accuse infamanti, sciopero della fame", scrivono Lucio Musolino e Andrea Tundo il 17 dicembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Una “lotta politica deteriore” giocata con i soldi pubblici, erogati anche senza giustificazione, e le ‘pressioni’ per rallentare lavori affidati alla stessa impresa a Cosenza, all’epoca amministrata da avversari politici, che a loro volta si erano interessati per fermare tutto evitando che a inaugurare le opere non fossero loro. Tanto che i funzionari pubblici, ‘venduti’ agli interessi degli imprenditori il cui unico obiettivo era “rastrellare quanto più denaro pubblico possibile”, la spiegavano così, riferendosi a politici e rappresentanti istituzionali: “Sono come i delinquenti, ti ricattano, tu ci chiedi un favore a loro e loro subito ti ricattano”. A rimetterci, tra ritardi e infrastrutture incomplete o inutilizzabili perché non in sicurezza, era la “disgraziata Calabria”, come la definiscono alcuni degli indagati in un’intercettazione telefonica.

Barbieri, il mattatore degli appalti vicino alla cosca. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Guardia di finanza, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, dagli aggiunti Vincenzo Capomolla e Vincenzo Luberto e dal pm Alessandro Prontera, che ha portato in carcere l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, ritenuto la testa di legno del boss Franco Muto di Cetraro, e ai domiciliari altre sette persone, compresi dirigenti pubblici. Era Barbieri il mattatore degli appalti, finanziati con i fondi comunitari, e gestiti dalla Regione Calabria. In particolare gli impianti sciistici Lorica-Camigliatello, il cuore dell’inchiesta che è arrivata a colpire il presidente della Regione, Mario Oliverio, esponente del Partito Democratico, per il quale è stato disposto dal gip l’obbligo di dimora.

La decisione di Oliverio e il “contributo” di Adamo e Bruno Bossio. Secondo gli inquirenti, nonostante fosse a conoscenza della situazione finanziaria deteriorata della sua azienda, era comunque intervenuto in favore di Barbieri garantendo “l’indebita percezione di capitale pubblico a fronte di opere ineseguite o comunque non funzionali”, scrive il gip Pietro Carè nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari, con un finanziamento aggiuntivo di 4,2 milioni di euro, deliberato dalla Giunta regionale il 13 maggio 2016. Come “controprestazione”, secondo gli inquirenti, aveva chiesto di rallentare i lavori in piazza Belotti a Cosenza, dove governava la giunta di centrodestra presieduta dal sindaco Mario Occhiuto, grazie anche al “contributo causale” degli esponenti del Pd Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio, rispettivamente ex ed attuale parlamentare, entrambi non indagati.

L’accusa di abuso d’ufficio. Il gip: “Può ben sconfinare in corruzione”. Oliverio è accusato di abuso d’ufficio e per lui i pm avevano chiesto i domiciliari. Richiesta respinta dal gip che ha disposto l’obbligo di dimora nel suo comune di residenza. Allo stesso tempo, però, il giudice usa parole durissime nei suoi confronti. Spiegando che il fine primo del governatore sarebbe stato quello della “lotta politica sebbene di quella più deteriore che si possa immaginare provenire da parlamentari o ex parlamentari della Repubblica”, ad avviso di Carè, “non si può trascurare come essa si inserisca in un rapporto di scambio” con Barbieri che “appare riduttivo definire clientelare, potendo ben sconfinare nel terreno della corruzione”.

La replica: “Sciopero della fame, io sono sempre trasparente”. Il governatore ha definito le accuse “infamanti” annunciando lo sciopero della fame: “La mia vita e il mio impegno politico e istituzionale sono stati sempre improntati al massimo di trasparenza, di concreta lotta alla criminalità, di onestà e rispettosa gestione della cosa pubblica. I polveroni sono il vero regalo alla mafia – fa sapere Oliverio – Tra l’altro l’opera oggetto della indagine non è stata appaltata nel corso della mia responsabilità alla guida della Regione. Quanto si sta verificando è assurdo. Non posso accettare in nessun modo che si infanghi la mia persona e la mia condotta di pubblico amministratore”.

“4,2 milioni di euro una vistosa anomalia”. Di tutt’altro avviso è il giudice per le indagini preliminari nel ricostruire la genesi di quella delibera di Giunta proposta da Oliverio che ha portato a stanziare 4,2 milioni di euro a Barbieri per opere complementari legate agli impianti sciistici di Lorica-Camigliatello. Una “vistosa anomalia” perché quell’investimento viene ammesso nonostante sia stato richiesto fuori dai termini e “neppure ancora formalmente ammessi”. Nonostante, annota il gip, diversi mesi prima il presidente della Regione avesse effettuato un sopralluogo sul cantiere di Lorica, “circostanza nella quale prende personalmente contezza (ove mai non l’avesse fatto in precedenza) del ritardo dei lavori e della minima contribuzione del privato”. Stando alle intercettazioni, infatti, l’impresa di Barbieri aveva sborsato “circa 28mila euro su oltre 13 milioni” e comunque Oliverio “promette” nuovi “corposi finanziamenti pubblici” per la costruzione di un albergo-rifugio che voleva simile a una struttura che aveva visto sul lago di Garda.

La “piena disponibilità del presidente” e la “controprestazione”. Non ci sono intercettazioni che lo riguardano, ma secondo il gip il quadro delineato dai dialoghi degli altri indagati e quanto risulti negli atti predisposti dalla sua Giunta è inequivocabile. Il giudice cita, tra le altre conversazioni ascoltate dai finanzieri, quella del 2 marzo di due anni fa. Dopo un incontro con Oliverio, uno degli indagati parla a Barbieri di “miracoli grossissimi” grazie al faccia a faccia. “Trova conferma – si legge nell’ordinanza – la piena disponibilità del presidente a portare avanti a “tambur battente” i progetti presentati dal concessionario privato (senza neppure considerare la necessità di dover espletare una gara pubblica e la possibilità che se l’aggiudichi un’altra impresa) ma emerge per la prima volta la necessità di una “controprestazione”, ovvero il rallentamento dei lavori del cantiere di piazza Bilotti a Cosenza”.

“Ti devi fermare su piazza Bilotti”. E le “interferenze incrociate”. La necessità, si evince dalle carte, è quella di non permettere al sindaco uscente del capoluogo di provincia, Mario Occhiuto, di inaugurarla. Si tratta di una delle opere più importanti volute dal sindaco-architetto che sta portando avanti proprio l’impresa di Barbieri. L’imprenditore finito in carcere e un dirigente pubblico parlano di “ordine di scuderia” e “tassativo”. “Io ho avuto una riunione con il presidente ed il presidente m’ha detto ‘Ti devi fermare su piazza Bilotti’“. E l’indagato “confida di sentirsi pressato, quasi “costretto” ad assecondare la richiesta “bipartisan” della politica (“ti ricattano, tu ci chiedi un favore a loro e loro subito ti ricattano”) per non subire ritorsioni”.

Le richieste “bipartisan”: “Così sono tutti felici e contenti”. Bipartisan perché alla fine – stando alla ricostruzione degli inquirenti – le presunte “pressioni” sono arrivate anche da Occhiuto, che nel frattempo era stato sfiduciato e non voleva che a inaugurare l’opera fosse il commissario prefettizio. Così Barbieri e l’altro indagato discutono della “necessità di chiedere una proroga del termine finale dei lavori” rispetto “al quale erano già in ritardo”. Una richiesta, scrive il gip, “che già andava incontro ai desiderata di Occhiuto e di Oliverio (“Però già tenendo questo ritmo sono tutti felici e contenti…”) e che allo stesso tempo “sarebbe stata utile per poter intercettare i finanziamenti promessi da Oliverio”. “Una parentesi di 3 mesi, 4 mesi che ci serve ad hoc per quello che dobbiamo fare naturalmente”, si dicono al telefono.

E gli impianti di Lorica alla fine avevano “problemi di sicurezza”. Ovvero i lavori a Lorica, il cuore dell’inchiesta, che stando alle intercettazioni degli indagati il governatore voleva pronti “entro gennaio”. Così si “assiste ad una vera e propria corsa al collaudo” degli impianti, caratterizzata “da continue sollecitazioni ed interferenze della parte politica” per “accelerare le operazioni”. Durante le verifiche del collaudatore esterno ed il collaudo tecnico da parte dell’Ufficio speciale trasporti e impianti fissi, unità periferica del ministero delle Infrastrutture, emergono “gravi problematiche di sicurezza” che “si manifestano all’atto di mettere in funzione gli impianti”. Una conseguenza “inevitabile”, secondo il giudice, “dell’approssimazione e della fretta che avevano connotato l’intervento sin dalla sua progettazione”.

Ecco le intercettazioni che incastrano il Pd Oliverio, presidente della Calabria, scrive lunedì 17 dicembre 2018 Paolo Lami su Secolo D’Italia. Ha appositamente ritardato alcuni lavori pubblici per danneggiare l’amministrazione di centrodestra agli occhi dei cittadini e, «sul piano politico-elettorale, il sindaco uscente di Cosenza, Mario Occhiuto» indicato ora da Forza Italia come prossimo candidato alla presidenza delle regionali calabresi: per questo Mario Oliverio, attuale presidente della Regione Calabria ed alto esponente del Pd, finito nell’inchiesta della guardia di Finanza di Cosenza su falso, corruzione e frode in pubbliche forniture, è indagato per abuso di ufficio e destinatario di un provvedimento d’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore. Secondo gli inquirenti, Oliverio, per un «tornaconto politico», si sarebbe impegnato per lo stanziamento di ulteriori finanziamenti da destinare al gruppo Barbieri per i lavori in corso a Lorica e, tutto questo, per «ripagare» il direttore dei lavori, Francesco Tucci e l’imprenditore «Barbieri» che avevano strumentalmente ritardato i lavori pubblici di Piazza Bilotti per compromettere e ledere l’immagine del Centrodestra e dello stesso sindaco cosentino, Mario Occhiuto. L’inchiesta denominata “landa desolata” – il riferimento è all’avioscalo di Scalea, in provincia di Cosenza, una delle opere finite nel mirino dei finanzieri – riguarda, due appalti: uno sul Tirreno Cosentino e uno riguardante un impianto sciistico in Sila. In un’intercettazione, il direttori dei lavori dell’impresa Barbieri, ordina al suo capocantiere di “seguire” suo figlio. Un’altra conversazione riguarda la telefonata che precede il sopralluogo del governatore Oliverio sul cantiere dell’avioscalo. Nella terza intercettazione un dirigente regionale persuade il responsabile dei lavori ad approvare, anche in mancanza dei passaggi tecnici necessari, la contabilità con cui venivano finanziate le grandi opere calabresi. La cosa più grave dell’inchiesta che ha portato a sedici misure cautelari notificate ad altrettanti esponenti politici, dirigenti pubblici, funzionari e imprenditori è che uno di questi ultimi, il costruttore Barbieri, era legato alla cosca mafiosa Muto. Romano, 42 anni, l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta della guardia di Finanza di Cosenza, secondo gli inquirenti, agevolava le attività “illecite” della cosca Muto e, per questo, già in passato era stato arrestato con l’accusa di essere il braccio economico del clan Muto di Cetraro. A Barbieri, il pd Oliverio ha garantito una maxifinanziamento integrativo in cambio del rallentamento di un’opera pubblica per danneggiare, così, il centrodestra e il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto. Emblematica, scrivono gli investigatori, «la spregiudicatezza che caratterizzava l’agire dell’imprenditore romano spinta al punto di porre in essere condotte corruttive nei confronti di pubblici funzionari, finalizzate al compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio consistenti in una compiacente attività di controllo sui lavori in corso, nell’agevolare il pagamento di somme non spettanti ovvero nel riconoscimento di opere complementari prive dei requisiti previsti dal codice degli appalti oltre al mancato utilizzo di capitali propri dell’impresa appaltatrice in totale spregio degli obblighi previsti dai bandi di gara». Le indagini hanno fatto emergere, inoltre, come l’imprenditore romano Giorgio Ottavio Barbieri, nei confronti del quale è stata contestata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, «abbia impegnato poche decine di migliaia di euro a fronte di diversi milioni di euro previsti dai bandi di gara, circostanza ampiamente conosciuta e avallata dai soggetti preposti al controllo e alla erogazione delle somme, e dalle figure politiche coinvolte». «Ci metti la percentuale di avanzamento al 100 per cento è sicuro… – si sente dire da una persona intercettata a Barbieri con riferimento ai lavori dell’aeroporto, definito una landa desolata, che erano stati volutamente rallentati – che cazzo deve succedere? Alla fine i lavori ci sono. Capito? Deve essere qualcuno che ti va a filmare». E la guardia di Finanza ha fatto proprio questo: con una telecamera termica ha filmato, dall’alto, i cantieri fermi. Nonostante dalla Regione arrivassero i maxifinanziamenti, come quello da 4,2 milioni di euro per lavori complementari voluto da Oliverio a favore dell’imprenditore legato alla mafia. Oliverio si inalbera per le «accuse infamanti». E annuncia uno sciopero della fame mentre un altro celebre e recentissimo indagato nonché arrestato, il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, prende le sue difese e lo candida ufficialmente in una lista ideale di cui farebbero parte, un domani, personaggi come Gino Strada, padre Alex Zanotelli e altri campioni del terzomondismo. «Devo essere sincero, ho sempre immaginato un’azione di freno alle opere nella mia città e l’ho sempre denunciato pubblicamente – ammette il primo cittadino di Cosenza, Mario Occhiuto – ma non avevo mai pensato a una cosa del genere». Fra le opere pubbliche dove ha notato «intoppi che sembrano tentativi di boicottaggio», Occhiuto cita, fornendo ulteriore materiale alle indagini della Finanza su Oliverio, «il cantiere per il tram di superficie, il parco benessere e la demolizione dell'hotel Jolly.

Il contrappasso di Oliverio: la fine politica arriva dalle montagne di casa (Terremoto giudiziario: obbligo di dimora per Mario Oliverio di Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti su il Manifesto) riporta Iacchite il 18 dicembre 2018. Calabria. Il governatore, accusato di abuso d’ufficio, aggravato dal metodo mafioso, si dichiara innocente e annuncia lo sciopero della fame. Quando nel dicembre di due anni fa il presidente Mario Oliverio, Partito democratico, giunse in visita sul luogo della tragedia, mai avrebbe potuto immaginare che lungo quelle montagne, dove era nato e cresciuto, si sarebbe consumata – probabilmente – anche la sua fine politica. Enzo Bloise era un operaio, dipendente della Basso Spa di Roccavignale, in Valtellina. Lavorava nella Sila cosentina al nuovo impianto in località Botte San Donato, nell’importante stazione sciistica di Lorica. Sistemava insieme ad un collega (rimasto gravemente ferito) la seggiovia e si muoveva su un carrello di manutenzione.

Proprio il cestello si staccò dal cavo portante. Il volo fu fatale per Bloise. Quell’appalto di Lorica se lo era aggiudicato il Gruppo Barbieri che, come da copione, era poi ricorso in maniera massiccia ai subappalti. I lavori vennero concessi ad un’azienda svizzera, la Bmf Bartholet, che, a sua volta, li affidò all’impresa Basso. Il Gruppo Barbieri aveva vinto, tempo prima, anche l’appalto per costruire l’aviosuperficie di Scalea, costruita con soldi pubblici e adagiata nel letto del fiume Lao.

«Un serpentone di due chilometri sul quale (senza radar) sarebbero dovuti atterrare piccoli aerei da turismo. Il progetto venne approvato attraverso i Patti territoriali del Tirreno cosentino e venne presentato come utile agli aerei della protezione civile, al trasporto merci, con 75 mila passeggeri previsti e un centinaio di posti di lavoro garantiti. A distanza di anni il fallimento è sotto gli occhi di tutti. L’opera è abbandonata, come le promesse, ormai vane illusioni» (da il manifesto del 3/03/2012).

Sono questi i due maxiappalti che hanno terremotato ieri all’alba la Regione Calabria, dal suo vertice fino ai dirigenti regionali. Sono project financing: il guadagno non l’ottieni con lo stanziamento iniziale (13 milioni per Lorica e una decina per Scalea) quanto con la gestione degli impianti. L’operazione «Lande desolate», condotta dalla Gdf, coordinata dalla Dda di Catanzaro, realizzata anche sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ha coinvolto 16 soggetti, destinatari di altrettanti provvedimenti restrittivi, tra cui spicca la misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di residenza per Oliverio che si è dichiarato innocente, annunciando lo sciopero della fame per protesta. Gli altri indagati sono dirigenti regionali, oltre al dominus del Gruppo Barbieri, Giorgio Ottavio, ritenuto legato alla cosca Muto di Cetraro.

A vario titolo vengono contestati i reati di falso in atto pubblico, corruzione e frode in pubbliche forniture. Oliverio è accusato di abuso d’ufficio. Il provvedimento comporta l’automatica sospensione dalle funzioni di presidente che vengono assunte dal vice Francesco Russo. «Abbiamo documentato tre stati di avanzamento lavori dove veniva dichiarato che l’opera era al 95% ma per noi non era al 20% – ha spiegato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. «Quando collaudatori e funzionari della Regione certificavano che l’opera era al 95% si alzava l’elicottero della guardia di finanza, che vedeva come al posto dell’elisoccorso c’era una pista di terra battuta mentre si dichiarava che c’erano addirittura le lampadine. Così come per l’opera di Lorica, dicevano che c’era la cabinovia, ma le cabinovie erano ancora in Svizzera».

Ancora da chiarire, al momento, i contorni di un’altra vicenda legata alla realizzazione di un’opera pubblica, quella dell’appalto per il restyling e il parcheggio sotterraneo di piazza Bilotti a Cosenza. Quando ancora nessuna procura indagava su quest’opera, i giornalisti e blogger Michele Santagata e Rosamaria Aquino con le loro inchieste denunciarono la presenza di un unico partecipante alla gara d’appalto: una Ati con capofila il Gruppo Barbieri. Per questa controinchiesta furono oggetto di minacce. Tutto è ricostruito in un libro, Molotov, e in uno spettacolo teatrale, La Bomba, entrambi scritti da Aquino. Il procuratore Gratteri ha chiarito che i provvedimenti rientrano in «un’indagine che ha un risvolto politico e piazza Bilotti è importante perché affiora che la parte politica di Oliverio (emerge da alcune intercettazioni) ovvero gli onorevoli Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio, avrebbero avuto interesse a far rallentare i lavori di piazza Bilotti per danneggiare la parte politica avversa, quella del sindaco di Cosenza. Dalle intercettazioni scaturisce che anche l’ex sindaco Mario Occhiuto (in quel momento il comune era commissariato) aveva interesse a che il commissario non collaudasse la piazza per poterla poi inaugurare lui stesso». L’operazione di ieri, dunque, farebbe luce su un diffuso sistema illecito, proteiforme e ben oliato in tutta la Calabria, che «avrebbe compromesso il corretto impiego delle risorse pubbliche non consentendo lo sviluppo del territorio». Lande desolate, appunto. Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

Mario Oliverio: «Sono solo accuse infamanti: i pm non hanno poteri divini». Intervista al governatore della Calabria messo al “confino” da Gratteri: “Questa inchiesta è un polverone, e le mafie sguazzano nei polveroni…”, scrive Davide Varì il 18 Dicembre 2018 su "Il Dubbio".  «È una vergogna, è una vergogna, una vergogna. Non permetterò a nessuno di mettere in dubbio la mia onestà! A nessuno!». Il governatore della Calabria Mario Oliverio è un furia e proprio non ci sta a passare per amico degli amici dei mafiosi. Anzi, un’idea di quello che è accaduto se l’è fatta: «Io so solo che la mafia, quella vera, utilizza ogni strumento per fermare i suoi veri nemici». Insomma, le accuse che gli piovono dalla procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri sarebbero del tutto infondate e prive di ogni minimo indizio.

Governatore, quando ha saputo del provvedimento di “confino”?

«Ero in viaggio verso Roma. Avevo un appuntamento col ministro della salute per parlare dello stato drammatico della sanità calabrese e del commissariamento infinito che la sta massacrando, quando mi ha chiamato la guardia di finanza per la notifica del provvedimento. A quel punto sono tornato indietro a San Giovanni in Fiore. Per fortuna sono nel comune più vasto della Calabria, sono in un carcere col bosco».

Il presidente della commissione antimafia, Nicola Morra, ha chiesto le sue dimissioni…

«Prima di tutto vorrei sapere come mai il presidente Morra ha saputo dell’indagine prima del sottoscritto. Evidentemente ci sono nuovi potenti che custodiscono segreti e misteri. In secondo luogo rispondo a Morra che mai mi dimetterò. E non mi dimetterò perché lo devo ai cittadini calabresi e perché non voglio piegarmi a chi sta stravolgendo i principi costituzionali».

Il procuratore Gratteri sostiene che lei ha favorito una famiglia di imprenditori vicini ai clan…

«Sono accuse infamanti. Nella mia vita ho sempre agito col massimo della trasparenza, ho sempre combattuto la criminalità e le mafie con atti concreti e non con le chiacchiere. Per questo ho intenzione di reagire con tutte le mie energie e per questo ho iniziato lo sciopero della fame».

Possibile che in Regione le sia sfuggito qualcosa?

«Lo escludo, la gara è stata fatta prima che io arrivassi e il bando contestato è stato assegnato dalla giunta precedente. Io sono intervenuto solo successivamente. Ho solo fatto i sopralluoghi per verificare lo stato di avanzamento dell’opera. E quando, nel 2017, l’impresa aggiudicatrice è stata raggiunta da interdittiva, noi siamo andati in procura?»

Dunque lei ha denunciato in procura che a sua volta l’ha denunciato? Forse Gratteri ancora non c’era?

«C’era, eccome. I miei dirigenti sono andati nei suoi uffici per concordare il commissariamento che è terminato con la realizzazione dell’impianto di Lorica, in Sila. E ora, dopo tanto tempo, mi arriva questa tegola. E’ assurdo».

Ci sono intercettazioni che dicono addirittura che lei fosse sotto ricatto…

«Un’altra assurdità. Sono cose riferite da altri, del tutto inventate. La verità è che si sollevano polveroni perché i polveroni sono i migliori alleati della vera mafia che utilizza tutti i poteri, e dico tutti, per affossare chi la combatte».

Anche pezzi di magistratura?

«Questo lo dice lei. Io dico solo che non ci sono poteri divini ma uomini in carne e ossa. Anche nelle procure».

Non pensa che in nome della lotta alla mafia, in Calabria ci sia una sorta di sospensione dei diritti e delle garanzie?

«Non voglio arrivare sul terreno dei complotti ma quello che mi è accaduto diverrà una battaglia per tutti. Per questo ho iniziato lo sciopero della fame, perché voglio luce e verità e perché deve affermarsi la giustizia. Sono stato educato alla cultura dei diritti fin da bambino e non voglio certo rinunciarci a 65 anni».

Il presidente Morra inventa un nuovo clan e confonde vittime e carnefici! Il presidente dell’antimafia commenta il biltz di Gratteri, scrive Davide Varì il 18 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". “Tra pochissimi minuti ci sarà una conferenza stampa di Nicola Gratteri che riferirà in merito all’indagine sul governatore della Calabria, Mario Oliverio, accusato d’abuso d’ufficio aggravato dal metodo mafioso». Sono passati pochi minuti dal primo lancio d’agenzia e le notizie che arrivano dalla Calabria sono poche e frammentarie. Insomma, la situazione è assai confusa, ma non per il presidente della commissione parlamentare antimafia, il grillino Nicola Morra, il quale attiva in fretta e furia una diretta facebook nella quale emette la sua personalissima sentenza corredata dalla pena: «Mario Oliverio deve dimettersi dalla carica di presidente della regione». Del resto per Morra non è necessario aspettare una sentenza. E la ragione è semplice: «C’è già un Gip che ha convalidato l’ipotesi accusatoria», spiega infatti presidente antimafia il quale sembra quasi tracciare la sua idea di riforma del processo penale che potrebbe consistere nell’affidare tutto al pm e al Gip eliminando le inutili lungaggini del dibattimento e dei tre gradi di giudizio. Ma non è tutto. Preso dall’eccitazione degli arresti, il presidente dell’antimafia traccia anche la nuova geografia del potere mafioso calabrese e battezza un nuovo clan, il clan Barbieri. «Oliverio – spiega infatti il presidente Morra nella sua diretta facebook ha favorito gli affari del clan Barbieri». Proprio così: clan Barbieri. Ora, il nome di Barbieri nell’indagine di ieri emerge ed è riferito all’imprenditore Giorgio Barbieri che neanche lo zelo del procuratore Nicola Gratteri ha indicato come boss mafioso. Ma evidentemente due mesi da presidente della Commissione antimafia devono aver convinto Morra di saperne più di Gratteri. Ma si dirà: non è la prima volta che il nome di Barbieri finisce in un’indagine di mafia. E’ vero, Giorgio Barbieri era finito in carcere nel 2017 ma pochi mesi dopo era stato scarcerato dalla Cassazione che aveva demolito le accuse contro di lui e “accusato” i magistrati che non erano stati in grado di distinguere un mafioso da una vittima di mafia. E si, secondo i giudici di piazza Cavour, l’imprenditore Barbieri è un «imprenditore vittima perché, soggiogato dall’intimidazione, non tenta di venire a patti con il sodalizio, ma cede all’imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi a perseguire un’intesa volta a limitare tale danno. Di conseguenza il criterio distintivo tra le due figure sta nel fatto che l’imprenditore colluso, a differenza di quello vittima, ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione col sodalizio mafioso». Insomma, l’antimafia di Morra scambia carnefici e vittime. Ma qualcuno deve averlo avvertito, perché nel giro di poche ore il video del presidente è sparito da Facebook. 

La storia di un giornalista di ATTILIO BOLZONI. Un giornalista, uno di quei cronisti di provincia che hanno passione e sentimento. Uno che sognava altro. Ma che si è perduto, che è riuscito ad arrivare appena a quarant'anni. Questa è la storia di Alessandro, un mio collega che non c'è più. Ce la racconta Lucio Luca - anche lui giornalista - in un romanzo che non è fino in fondo un romanzo ma vita vera, ambientata in una Calabria cattiva, dove non c'è solo la 'Ndrangheta che minaccia, ma ci sono anche i vicini di banco in redazione che si voltano dall'altra parte, c'è l'editore che licenzia, c'è il silenzio intorno. E c'è anche il matrimonio che non è più un matrimonio. Lucio Luca ha firmato un bel libro ("L'altro giorno ho fatto quarant'anni”), che è appena stato dato alle stampe e che per gentile concessione della "Laurana editore” abbiamo ricavato questa sintesi per una "serie” del blog. Pubblichiamo 15 puntate dedicate ad Alessandro e ai tanti giornalisti senza nome che, come lui, vivono un inferno quotidiano. Il suo diario, Alessandro, l'ha riempito sino all'ultimo giorno, sino alla fine. Con una segretezza che poteva mantenere solo con il male che aveva dentro, solo con quella sofferenza che lo imprigionava, che non lo lasciava più. Giornalista. Giornalista di cosa? Giornalista perché? Alessandro non credeva più in niente. Tre giorni dopo il suo quarantesimo compleanno, Alessandro ha preso la pistola ma non ha tirato come una volta al bersaglio là in fondo, al poligono di tiro. Ha mirato vicino, alla sua testa. Tutto è scivolato in pochi e veloci pensieri. Il resto l'aveva già confessato a se stesso, in quel diario. Gli inizi nelle televisioni private, il nuovo giornale che «vuole raccontare la Calabria come nessuno ha mai fatto prima», la sua "anarchia” e le incomprensioni e le sfuriate con direttori e i capiredattori, i collaboratori pagati «4 centesimi a riga», il giornale che non va bene, le promesse mai mantenute di un editore condannato per usura. Alessandro lo sapeva cosa era il mestiere: carattere, sudore, fatica. E quel poco di dignità e di coraggio che ti fa sentire bene anche se, attorno, c'è sempre qualcosa che non va. Però Alessandro, lentamente si perde. Comincia ad isolarsi, a stare lontano da tutti e da tutto. E ad annotare maniacalmente ogni angoscia sul suo diario. Le piccole angherie che subisce al giornale, le minacce ripetute che vengono da fuori, da quelli che sparano. Si sente tradito. E prende la pistola. Lucio Luca scrive che il libro è liberamente ispirato alla breve vita di Alessandro «anche se gran parte dei fatti sono frutto di fantasia», una fantasia che non è molto distante dalla realtà di un'Italia - giù, fra la Sila e le Serre - che Alessandro ama e sa però che è anche "intossicata”, un veleno che piano piano ucciderà anche lui. Tra uomini politici affamati di soldi e di potere, capibastone, imprenditori corrotti, giornalisti "servizievoli” (c'è anche qualche "fratello nascosto da un cappuccio”), dentro Alessandro qualcosa si rompe per sempre. Un sola avvertenza: su alcune vicende descritte sono ancora aperte inchieste e processi. Per tutti i personaggi che incontrerete nella lettura, vale naturalmente la presunzione di innocenza fino a diversa sentenza.

Mi chiamo Alessandro e volevo fare il biologo, scrive Lucio Luca il 7 dicembre 2018 su "La Repubblica". Se c’è una cosa che amo di questo lavoro è il momento in cui chiudo l’ultimo titolo, mi fumo finalmente una paglia, accendo lo stereo dell’auto e mi ascolto a palla un pezzo di Bono o degli Smiths. Adoro i vicoli bui che da piazza Bilotti salgono verso Donnici, il mio paese, un corso lungo qualche chilometro, due bar, il tabaccaio, la chiesa di don Tommaso. D’inverno qui cade persino la neve. Oddio, neve è troppo, ma insomma fa un freddo cane, specialmente a notte fonda quando uno che fa il mio lavoro torna a casa dopo una giornata che sembra non finire mai. Mi chiamo Alessandro, ho quasi 40 anni, una bella famiglia, una moglie che mezza Cosenza mi invidia e una figlia che è tutta la mia vita. Faccio il giornalista e, dicono, ci riesco pure bene. Non che fosse il sogno della mia vita, per carità, ma siccome questo passa il convento cerco di fare le cose come Dio comanda. E ne pago le conseguenze. Sono un redattore semplice, semplicissimo, di “Calabria Ora”. Sapete, nella mia regione abbiamo un bel po’ di record. Uno di questi è il numero di quotidiani che aprono e chiudono manco fossero scatolette di tonno. Giusto il tempo di fare la campagna elettorale al politico di turno, raccattare un po’ di finanziamenti pubblici e mandare a spasso quei disgraziati dei giornalisti pronti ad accettare la prossima offerta. Sempre più bassa e più scandalosa, ma per campare in Calabria non si può dire di no. Perché se lo dici esci fuori dal giro, e se salti un turno puoi stare certo che nessuno ti verrà mai più a cercare. Io, poi, a questo mestiere non ci pensavo lontanamente. Volevo fare il biologo, studiare la natura, magari trasferirmi in Canada dove vivono alcuni parenti e la regione dei Laghi mi spezza il cuore per quanto è bella. Poi, però, mio padre è andato a trovare un suo lontano cugino che aveva una televisione privata: “Che dici, lo fai provare ad Alessandro? é serio, intelligente e ha pure una bella presenza”. Insomma, come fu e come non fu, mi trovai a fare il mezzobusto e si sa che quando vai in tv diventi famoso. Specialmente in una città piccola come Cosenza. Poi quel cugino di mio padre si aprì un giornale e mi fece collaborare. All’epoca mi spedì nei paesi della provincia, quelle due-trecentomila lire di stipendio non bastavano manco a coprire i costi della benzina, ma vuoi mettere la soddisfazione dei pezzi firmati “dal nostro corrispondente”? E vabbè, poi il giornale chiuse — tutti i giornali in Calabria chiudono, prima o poi — ma il nostro parente ne aprì un altro, assieme a un paio di soci. Nel frattempo aveva pure rimediato una condanna per usura. Dettagli, diciamo. Questo nuovo giornale doveva essere rivoluzionario. Una specie de “L’Ora” di Palermo, quella meravigliosa palestra dalla quale sono usciti alcuni dei migliori giornalisti italiani. Il quotidiano di Mauro De Mauro, per intenderci, la voce senza paura che avrebbe dovuto raccontare la Calabria che nessuno racconta, quella degli intrallazzi e della politica collusa, della ‘ndrangheta e della massoneria deviata, degli imprenditori legati mani e piedi ai boss. E infatti Paride, il direttore, volle chiamare la sua creatura “Calabria Ora”, un omaggio nemmeno troppo velato all’esperienza palermitana. L’inizio fu esaltante. Cronisti giovani e senza paura, una squadra pronta a spulciare carte e documenti pur di inchiodare il potente di turno. Basta con il giornalismo narcotizzato, niente comunicati, solo storie nostre. Le prime minacce che non ci fermano, anzi ci fanno capire che siamo sulla strada giusta, le copie vendute che aumentano, l’editore che lascia fare e non mette becco sulle pagine. Troppo bello. Non poteva durare. “Non facciamo le verginelle, è noto che il potente di turno cerca di frenare le notizie scomode. Avviene dappertutto, dal “Corriere della Sera” alla Rai fino ai piccoli quotidiani di provincia. Sta alla struttura del giornale, al direttore, fare scudo per evitare che si occulti una verità”, raccontò Paride in una intervista qualche mese dopo che diede le dimissioni. Più che altro lo misero alla porta e lui non poté far altro che abbandonare la sua creatura. Non che lo giustifichi, per carità, da lui mi sarei aspettato una reazione più forte, magari un tentativo di resistenza. Ma evidentemente aveva già la testa da un’altra parte. é andata così.

Quando cambia il direttore, scrive Lucio Luca l'8 dicembre 2018 su "La Repubblica". Cosa mi resta di quell’esperienza? Del giornale diretto da Paride, dico. Beh, forse è stato l’unico momento in cui mi sono sentito davvero libero di dire quello che pensavo e, soprattutto, di scrivere tutto quello che riuscivo a trovare. Ci siamo battuti per la verità sul delitto Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale ucciso durante le primarie del Pd. Grazie a una nostra inchiesta l’Asl di Locri fu sciolta per infiltrazioni mafiose. Ok, anche il nostro editore aveva a che fare con la Sanità — possiede diverse cliniche private — ma non ci siamo mai posti il problema e se c’era da fare il suo nome si scriveva senza troppi giri di parole. A già, il suo nome: Pietro, si chiama, detto “Pierino”. Io adesso lo odio con tutte le mie forze ma credetemi, all’epoca, quando “Calabria Ora” arrivò in edicola, credevo di toccare il cielo con un dito. Peccato che sia finita in un altro modo. Il giorno che Paride andò via qualcosa nel nostro giornale si spezzò. Per sempre. Anche se al suo posto Pierino chiamò un giornalista esperto, uno di quelli da cui puoi imparare tantissimo se solo riesci a entrare nelle sue grazie. Io, per come sono fatto, non ci sono riuscito. Ma questa non è una notizia. Paolo per tutta la vita si è occupato di giudiziaria. Amico di tanti magistrati, nemico di altri, legatissimo a un pezzo di politica che qui in Calabria conta davvero. Destra, sinistra, centro: dalle mie parti, come dice una mia collega, sono solo entità geografiche. Paolo a certe cose non ha mai dato troppa importanza, io sì. Forse anche per questo non ci siamo mai presi. E insomma, quando c’è stato da scegliere il nuovo gruppo dirigente, io sono stato simpaticamente scartato. Ho continuato a seguire i miei processi in tribunale, mi sono scritto le mie cose, più di una volta ho aperto il giornale con i miei pezzi ma di promozioni e quant’altro non se ne doveva parlare. Dalla mia scrivania in fondo alla stanza — il sottoscala lo chiamo io — ho provato a ritagliarmi uno spazio di libertà, una riserva indiana alla quale solo in pochi erano ammessi: un paio di colleghi con i quali ubriacarsi la sera, poche e fidate fonti, qualche capo più illuminato disposto a immolarsi per difendere uno come me, spesso indifendibile, in una terra nella quale calare la testa è un requisito imprescindibile per evitare guai e conquistarsi uno straccio di stipendio a fine mese. Col direttore — quello nuovo, intendo — ho avuto un paio di scontri quasi subito. Paolo è fatto così: o lo “ami”, e dunque lo assecondi in tutto, gli riconosci un ruolo da stella cometa dell’informazione (e possibilmente anche della tua vita), oppure vai a ingrandire la lista dei cattivi, quelli che per lui contano poco più di niente. Io in quella lista ci sono finito quasi subito. Mi ricordo che una volta gli portai una notizia bomba per una città come Cosenza: scoprii che i capi di un partito, l’Udc, che appoggiavano ufficialmente il candidato di sinistra alle Regionali, sotto sotto flirtavano con il leader del centrodestra, il superfavorito di quelle elezioni. Insomma, si spaccava la coalizione a poche settimane dal voto e non mi sembrava una cosa di poco conto. Vabbè, per farla breve, mi smontò la notizia, mi fece capire che tirare fuori questa storia non era conveniente, almeno in quel momento. Non la presi bene, alzai pure la voce. Diciamo che il già esile rapporto tra noi si è interrotto drasticamente. Per carità, Paolo e la sua squadra di fedelissimi piazzati alla guida di tutti i settori sono rimasti con noi per diverso tempo, in linea di massima mi hanno fatto lavorare in libertà, tranne quando c’era di mezzo qualche big della politica o qualche vicenda alla quale l’editore poteva essere interessato. Che poi è la normalità in qualsiasi giornale, mica c’è da stupirsi. Solo che io ho un carattere di merda, ogni qual volta mi mettevano i bastoni tra le ruote lo dicevo a voce alta, magari prendevo pure per il culo il caposervizio di turno. Diciamolo, anch’io sono uno stronzo mica da ridere. Ma ho 40 anni, quasi. E a 40 anni ormai non cambio più.

Un articolo pagato 4 centesimi a riga, scrive Lucio Luca il 9 dicembre 2018 su "La Repubblica". Al giornale il concetto di gabbia salariale non è esattamente un concetto, è la realtà. Da noi, per esempio, ci sono gli articoli 1, pochissimi, che prendono lo stipendio previsto dal contratto. Oddio, poi domenica e festivi non ce li pagano o magari ci danno due spiccioli, ma onestamente noi che abbiamo quell’articolo 1 non ci possiamo proprio lamentare. Anche perché seduti alle altre scrivanie ci sono colleghi che prendono meno della metà, e tutto sommato nemmeno loro sono messi malissimo. Poi ci sono i collaboratori fissi da 300 o 500 euro al mese — 12 ore al giorno da abusivi, o così o fuori — e all’ultimo stadio i “biondini” che portano le notizie, quelli da 4 centesimi a riga. Proprio così, 4 centesimi a riga. E quindi, tanto per fare un esempio, un pezzo da 100 righe, cioè una pagina che costa giorni e giorni di lavoro, telefonate, appostamenti, valanghe di vaffanculo dal politico o dallo sbirro di turno, costa all’azienda la bellezza di quattro euro. Lorde. Perché al netto nelle tasche del cronista di turno finisce pure meno. L’altro giorno uno di questi “schiavi” mi ha portato un reportage da Gioia Tauro dove c’è il ghetto dei migranti, quelli sfruttati dai caporali che li mandano a spaccarsi la schiena in campagna per due lire. Un pezzo bellissimo con il quale abbiamo aperto il giornale. Ci siamo indignati, abbiamo pure scritto un commento di fuoco contro i politici che sanno e non muovono un dito per aiutare questi disgraziati. Poi, ripensandoci mi sono detto: ma il collega che ha lavorato come un pazzo, che è riuscito a entrare nella bidonville rischiando di prendere un fracco di bastonate, che ha convinto un po’ di migranti a denunciare lo sfruttamento e ci ha portato un servizio da prima pagina, ecco, il collega giovane da 4 centesimi a riga, non è forse uno schiavo pure lui? O anche di più? Fare il giornalista in Calabria significa anche questo. Soprattutto questo. Qui, per dire, non sai mai se stai parlando con un politico, un mafioso o un imprenditore che pensa solo ai suoi affari. Anzi, ti capita spesso di trovarteli davanti in una persona sola e devi intuire cosa ti stia dicendo e cosa, invece, voglia davvero farti capire. Fare qui questo mestiere significa decifrare tutto questo, svelarlo a chi non vuole capire. Per quattro centesimi a riga, certo, ma chi sceglie questa vita ci pensa solo a fine mese, quando non ha i soldi per pagare l’affitto o per comprare i libri di scuola dei figli. Ecco perché la maggior parte di noi si arrende e decide che no, non ne vale la pena. Meglio farsi comprare dal potente di turno o cambiare mestiere, magari tornare a lavorare nei campi. Almeno lì respiri l’aria buona e non quella fetida dei palazzi del potere che vogliono solo giornalisti servi pronti a prostituirsi per campare sereni. Io, però, non sono così.

Ho perso vita e anima, ma mai la mia “firma”, scrive Lucio Luca il 10 dicembre 2018 su "La Repubblica". Pierino è il nostro editore. Fino a che fai le cose come dice lui ti lascia in pace. Se alzi la testa e gli dici no, invece, ti stritola fino a quando decidi di mollare tutto e andartene. Rosa Maria, una delle mie colleghe più brave, è scappata via prima di finire in analisi: “Alessà, io non posso rischiare di lavorare dodici ore al giorno e spendere tutto lo stipendio in medicine. Me ne vado, dovresti farlo anche tu”. Me lo disse piangendo una sera in pizzeria, lasciare Cosenza per lei che l’ha raccontata come pochi altri, è stato un trauma. Però la invidio perché almeno lei ha avuto le palle per farlo. Non come me che sono sempre qui a sperare che cambi qualcosa? Ma cosa deve cambiare con padroni come Pierino? Le condanne gli hanno fatto né caldo né freddo. Continua a gestire le sue cliniche, si dà del tu con burocrati e politici di grido, il giornale gli serve come strumento di potere. I potenti li pressa con articoli, campagne di stampa, direttori compiacenti. Se c’è da prendere di mira un sindaco o un assessore, basta chiamare un giornalista da quattro centesimi a riga, dirgli di picchiare duro e il gioco è fatto. Anche con me ci prova qualche volta. E qualche volta persino io la porcata gliela faccio. Ma non la firmo. Articolo anonimo. Tutti devono sapere che quella roba l’ha ordinata Pierino, che è il suo messaggio a qualcuno. E che il giornalista non c’entra nulla. La firma è l’unica cosa che non potrà mai fottermi. Si è preso la mia vita, la mia anima, i miei sogni. Ma la firma no, quella non se la può comprare, la difenderò fino all’ultimo giorno. Si è fatto un bell’ufficio qui in redazione per controllarci meglio, appena vede un titolo che non gli piace o qualche articolo un po’ troppo scomodo chiama il direttore e lo fa togliere. Ogni tanto ci prova direttamente con il cronista di turno: “Mu fa vida su testu?”. Fammi dare un’occhiata, insomma. E se ti rifiuti, passa dal caporedattore o se serve dal direttore, tu ti sei fatto la fama di rompipalle e da un giorno all’altro ti ritrovi trasferito a cento chilometri di distanza, senza rimborsi, con un mutuo da pagare, una moglie che piange e quattro centesimi a riga per campare. Ecco, questa è la mia vita da vent’anni a questa parte. Ed è la vita di decine, centinaia di colleghi che sono passati da questo giornale, ma anche da altri. Perché non è che dalle altre parti si lavori poi tanto meglio. In Calabria funziona così, prendere o lasciare. E io, prima o poi, lascerò. Come Rosa Maria, come Chiara, come tanti altri che non ce l’hanno fatta più. Magari me ne andrò davvero in Canada oppure mi metto a tagliare la legna in Sila. L’ho detto a mia moglie, e si è pure incazzata: che peccato che sia diventata così fredda, anche con lei ho sbagliato tutto. La perderò, è sicuro. Spero solo di non perdere la bambina, l’unica cosa buona che ho fatto nella mia vita. L’altra sera non riuscivo a dormire e sono andato a riprendere il diario. Ho un diario, sì, ci scrivo tutto quello che mi passa per la testa. Le cose che succedono al giornale, le cifre che spendo, quel conto corrente che non riesco mai ad alimentare come vorrei, le liti con la mia donna e i soprusi che mi tocca sopportare da capi e politici. Sono andato a sfogliare le pagine di qualche anno fa: è incredibile come la mia vita sia cambiata. In peggio. Mi ero appena comprato la casa, avevo firmato un mutuo pesante ma lo stipendio mi consentiva di farlo. Avevo messo su una famiglia che mi adorava. Non mi mancava niente, facevo bene il mio lavoro e riuscivo persino a divertirmi. Poi, pagina dopo pagina, avevo cominciato ad annotare l’ansia di mia moglie, le prime vere liti con lei, la paura che tutto quello che ero riuscito a creare si sarebbe prima o poi disintegrato. Ho cercato di non pensarci troppo, è solo un momento in cui vedo tutto nero mi sono detto. Alla fine ho persino sorriso: era il 31 dicembre, la solita ultima pagina delle agende, quelle dei buoni propositi per l’anno nuovo: “Domani smetto di fumare” avevo scritto. Naturalmente non ci sono riuscito. Anzi, per essere sincero, non ci ho nemmeno provato.

Quando boss e notabili tengono sotto tiro i cronisti, scrive Lucio Luca l’11 dicembre 2018 su "La Repubblica". Stipendi da fame, padroni redazione, sindacati che si guardano bene dal disturbare i manovratori. E minacce. Una quantità di minacce senza precedenti. Ben 34 giornalisti sotto assedio ogni mille iscritti all’ordine contro i 6 del Piemonte e gli 8 della Lombardia e i 12 del Lazio. La leggevo l’altro giorno questa statistica, dopo che anche a me è arrivata in redazione una busta con un “consiglio”: “Finiscila a Cassano se no ti facciamo saltare la testa...”. Lì per lì l’ho presa a ridere, poi le facce preoccupate dei miei colleghi mi hanno fatto capire che pure io ero entrato in lista. Che la mia vita sarebbe cambiata, e pure quella della mia famiglia. Perché, diciamolo francamente, vivere sotto scorta è una rottura di palle infinita. Semplicemente, non sei più libero. E per chi ha fatto della libertà l’unica sua fede è un dramma. Senza chiacchiere. Cassano è un piccolo centro dalle mie parti. Me ne sono occupato soltanto una volta per la storia del presidente della Provincia, uno di centrosinistra, teoricamente amico nostro, che aveva nominato come suo consulente un ex consigliere di centrodestra, teoricamente non un amico suo (e nostro), con precedenti per voto di scambio politico mafioso. Non proprio una vicenda edificante, direi. Ne ho scritto quando per quell’ex consigliere è arrivato il rinvio a giudizio e per il presidente della Provincia la questione stava diventando parecchio imbarazzante. E niente, evidentemente a qualcuno deve aver dato fastidio un giornalista che dà le notizie. E che, magari, chiede conto e ragione a un politico delle sue scelte. No, in Calabria questo non si può fare. Non si deve fare. Altrimenti ti arriva la lettera anonima, ti bruciano la macchina, ti mettono la testa di capretto davanti casa e devi sperare che non vada ancora peggio. In quel rapporto dicono che qui ci sono 89 giornalisti minacciati a vario titolo, il 2,8% del dato nazionale, su un totale di ben 1.276 persone. Peggio di noi solo la Basilicata, ma ci piazziamo nettamente davanti a Sicilia e Campania. Che vi devo dire, sono soddisfazioni...Ma siccome noi di Cosenza non ci accontentiamo, scopro pure che siamo in testa alla classifica regionale assieme a Reggio: 7 episodi su 10 arrivano proprio da queste due province, il 37,1% da Cosenza con 33 cronisti minacciati e il 35,5% da Reggio con 32 colleghi nel mirino. Numeri che si aggiornano continuamente, probabilmente fra qualche mese o fra qualche anno saranno molti di più. Perché qui i criminali, i politici, gli imprenditori collusi, i massoni, quelli che comandano nelle città e che certo non si fanno intimorire da consigli comunali sciolti per mafia e inchieste giudiziarie, non tollerano le voci di dissenso. I giornali devono stare allineati e coperti. E di solito si adeguano. Magari ogni tanto ne nasce qualcuno come “Calabria Ora” che scardina certi equilibri non scritti. Poco male, saltano i direttori e cambia la linea. O chiude direttamente il giornale, che per i potenti è pure meglio. Di colleghi minacciati e sotto scorta ne conosco tantissimi: Michele, che a Cinquefrondi racconta le infiltrazioni dei clan negli appalti del Comune e vive 24 ore al giorno con i carabinieri sotto casa; Angela che in quel paese ha fatto un’inchiesta sui rifiuti e una notte si è svegliata con il boato di una bomba che gli aveva disintegrato l’auto; Antonio, l’ex professore di liceo che per il suo giornale si è occupato dei desaparecidos tra il Vibonese e il Lamertino, 43 casi di lupara bianca in 26 anni, quasi sempre giovani e in carriera nelle ‘ndrine; Peppe, il corrispondente del grande giornale di Roma, che per i suoi reportage ha ricevuto una busta con tre pallottole e una scritta: “Andare oltre significa la morte”. E ancora, Antonino, il blogger di Reggio Calabria, Agostino, il fotografo che è stato persino sequestrato per qualche ora solo perché era andato a documentare l’omaggio dei paesani a un boss ucciso con i manifesti affissi sui muri di Papanice, vicino a Crotone. Un elenco interminabile del quale adesso faccio parte anche io. La verità è che in Calabria siamo tutti sorvegliati speciali. Tutti i giornalisti che vogliono fare il loro lavoro da uomini liberi lo sono. Le nostre cronache sono sotto osservazione ogni giorno. E ogni giorno qualcuno si lamenta perché non è contento di ciò che scriviamo. Qualche volta devi persino augurarti che si è dispiaciuto un boss, perché se invece a incazzarsi è il politico di turno ti può andare pure peggio: il mafioso ti manda le pallottole, ti brucia l’auto, non ti fa dormire la notte. Il politico ti fa togliere il lavoro. Ed è peggio. Vi assicuro che è molto peggio.

Quel "pezzo” sul dentista del mio editore, scrive Lucio Luca il 12 dicembre 2018 su "La Repubblica". C’è un’altra scrivania vuota in redazione. Qualcuno che non ha retto alle pressioni o, molto più serenamente, ha mandato al diavolo il padrone. Sto qui dalle dieci del mattino, me ne sono accorto solo adesso, dopo aver smadonnato con il pc che mi ha cancellato due volte una pagina già titolata e un paio di cazziatoni dell’editore che continua a volteggiare come uno sciacallo sui nostri brandelli. Come dice il mio caposervizio, a Pierino non basta sentirsi padrone dei suoi giornalisti. No, per lui pagarli significa comprarsi anche la loro anima, la loro dignità. E più deve pagarli, più si sente in diritto di massacrarli e di portarli all’esasperazione. L’altro giorno ho rischiato di rovinarmi, se i colleghi non mi avessero trattenuto gli avrei fatto davvero male. Mi ha rimproverato per un pezzo, uno di quelli in cui tolgo la pelle a un dentista sotto processo perché con i soldi europei non ha comprato macchinari sanitari ma auto di lusso di cui va pazzo. Non è solo il dentista di Pierino, è soprattutto un suo carissimo amico, uno di quelli che gli servono per aprire le porte che contano, quelle della politica e dell’imprenditoria. Io adoro prendere per il culo il dentista, so che è quello che gli fa più male. E niente, al mio editore proprio non va giù che seguiamo questo processo con tanta attenzione. Come se non fosse una delle notizie più importanti a Cosenza e dintorni dato che dalle nostre parti questo qui lo conoscono tutti. L’altro giorno, dicevo, dopo l’ennesimo articolo nel quale il dentista ne usciva con le ossa rotte, Pierino ha cominciato a insultarmi davanti a tutti: “Ti avrei dovuto cacciare da tempo — urlava — la tua fortuna è che io tengo a quella santa donna di tua moglie e alla bambina, tu te ne fotti. Ci tengo più io alla tua famiglia che tu”. Cioè, io lavoro 16 ore al giorno, mia figlia la vedo sì e no dieci minuti al giorno, vengo qui a farmi massacrare per due lire e ti permetti pure di dirmi una cosa del genere? Meno male che un paio di colleghi mi hanno fatto ragionare, altrimenti gli avrei dato fuoco al giornale, altro che storie. Le scrivanie vuote sono sempre di più. L’ultima, quella della quale nemmeno mi ero accorto, l’ha occupata per molti anni Pietro, uno dei “vecchi” di “Calabria Ora”. E’ stato noi dal primo giorno, ha fatto il redattore capo in quattro o cinque città della regione, spesso anche contemporaneamente. Un lavoro massacrante, da autentico fuoriclasse del desk. Ecco, Pietro è un fuoriclasse nell’organizzazione del lavoro. E infatti lo hanno cacciato. Oddio, come sempre non è Pierino che ti sbatte fuori, sei tu che ti arrendi, piegato da condizioni di lavoro estreme e pressioni psicologiche inaccettabili. Pietro mi aveva raccontato che da un giorno all’altro l’editore gli aveva imposto di lasciare Cosenza e di andare a Catanzaro. Naturalmente senza qualifiche, soldi e rimborsi spese. Insomma, doveva lasciare moglie e figli, guadagnare sempre quei quattro soldi e spenderne il doppio per affittarsi un buco dove dormire nella sua nuova città, “Pierino, non ci vado a Catanzaro” gli aveva detto a muso duro. “Ah, non ci vai? é giusto, qui siamo in democrazia”, l’aveva sfottuto quello. Da quel momento Pietro non aveva più ricevuto lo stipendio, erano passati quattro mesi e l’editore lo stava prendendo per fame. Fino a quando il mio collega aveva chiamato la segreteria di Pierino: “Datemi tutti gli arretrati e io vado a Catanzaro. Ditelo a Pierino”. Magicamente il giorno dopo gli stipendi erano arrivati e il padrone l’aveva convocato nel suo ufficio per umiliarlo come fa con chiunque non gli cali la testa: “Bene, Pietro, ho visto che hai accettato la mia proposta. Lo vedi quanto è bella la democrazia?”.

Una lunga estate di inferno calabrese, scrive Lucio Luca il 13 dicembre 2018 su "La Repubblica". Il giorno che Paolo andò via, pensai che per il giornale sarebbe stata la fine. Da giorni gli scontri con l’editore erano diventati violenti. Ci eravamo esposti troppo contro il candidato governatore di centrodestra, avevamo raccontato che era stato ospite d’onore a feste e matrimoni di boss e personaggi chiacchierati. Insomma, lo avevamo sputtanato per bene. Ma quello nei sondaggi volava come un treno e ora che era chiaro che avrebbe stravinto le elezioni, Pierino voleva costringere il direttore a fare dietrofront. Perché avere una linea libera e indipendente è bello, ma poter contare su un presidente che ti apre le porte della Regione e ti garantisce contributi a pioggia lo è molto di più. Paolo, che avrà pure tanti difetti ma non è certo uno che si fa imporre le cose da scrivere, aveva più volte mandato a fanculo l’editore e quindi la rottura era diventata inevitabile. Quello che nessuno di noi si sarebbe aspettato è che con Paolo sarebbero andati via otto colleghi, praticamente tutti i capi. Li aveva chiamati uno per uno e gli aveva proposto di seguirlo in un nuovo giornale che avrebbe fondato. Ovviamente io e pochi altri che non facevamo parte del suo cerchio magico, eravamo stati simpaticamente tenuti in disparte. Tanto lui era certo che senza la spina dorsale del giornale “Calabria Ora” avrebbe chiuso dopo due settimane. “Me ne vado per motivi indipendenti dalla mia volontà — scrisse nel suo editoriale di addio — Ieri mi è arrivata una richiesta dagli editori: intendono avere una presenza più forte nella fattura del giornale. Una richiesta certamente rispettabile, ma che non esiste in natura. L’editore fa l’editore, sceglie un direttore che risponde della linea politica e dei contenuti del giornale. Il rapporto tra le due figure è fiduciario, quando la fiducia viene meno, l’editore sceglie un altro direttore. Tutto qui, così si fa in Italia. In altre realtà è il padrone a dettare i contenuti. Ma qui non siamo in Corea del Nord”. “Sapevo che raccontando i rapporti tra mafia e politica facendo le pulci a una magistratura spesso troppo morbida, avrei pagato un prezzo altissimo — aveva aggiunto — Sapevo che nessun politico importante sarebbe rimasto indifferente davanti ai retroscena più inquietanti di quella zona grigia che è il vero capitale sociale della ‘ndrangheta. Che quando si parla di equivoche frequentazioni e banchetti nei quali pezzi delle istituzioni brindavano con mafiosi, qualcuno ci sarebbe rimasto molto male”. “Se fosse una partita, da sportivo non avrei difficoltà a dire che il potere ha vinto, almeno per il momento. Uno a zero e palla al centro. Non raccontiamoci frottole — aveva concluso — hanno vinto loro, ma è solo il primo tempo della partita. Nel secondo, magari, ribaltiamo il risultato”. Ecco, con quel commiato ai lettori, Paolo ci avvertiva che quando sarebbe uscito il suo nuovo giornale ci avrebbe fatto a pezzi. Con Marco, Rosa Maria e pochi altri avevamo deciso di resistere: nessuno di noi si era mai trovato di fronte a una situazione del genere, ma non c’era altro da fare: richiamare tutti, passare un’estate d’inferno e sperare che Pierino nel frattempo trovasse un nuovo direttore all’altezza. Ricordo che poche ore dopo quello tsunami, Pierino mi aveva mandato persino un sms: “Alessandro, vediamoci a casa mia, dobbiamo capire come andare avanti. Intanto mi piacerebbe che firmassi tu il giornale”. Cioè, mi aveva offerto la direzione. Giusto a me con il quale litigava dalla mattina alla sera. Ovviamente avevo rifiutato, e avevano rifiutato tutti quelli a cui lo aveva chiesto. Quella volta il giornale lo firmò il suo socio, un pubblicista, e fu una estate d’inferno: venti ore al giorno davanti al computer, edizioni locali fatte senza corrispondenti, famiglie abbandonate e ferie ovviamente congelate. Ma “Calabria Ora” c’era ancora e con l’autunno — ci aveva detto l’editore — sarebbe partita un’operazione di rilancio. Per due o tre mesi avevo fatto di tutto: dal direttore al correttore di bozze, mi ero spaccato il culo come non mai. Ce l’avevo fatta a salvare il mio giornale. Qualcuno, mi illudevo, un giorno se ne sarebbe ricordato.

Un numero 10 sempre in panchina, scrive Lucio Luca il 14 dicembre 2018 su "La Repubblica". E invece, dopo aver rischiato l’infarto per garantire l’uscita in edicola del giornale, in autunno era arrivato il benservito. “Sono passati tre mesi dal terremoto a Cosenza — scrissi nel mio diario — Risultato? Estate orribile, niente vacanze, stress raddoppiato. E sono pure finito nel libro nero degli editori senza nemmeno un grazie. Per ora ho salvato il lavoro ma non so quanto può durare”. Fu Rosa, di notte, a darmi la notizia che aspettavamo da giorni. “Alessà, scusa l’ora, ma ho una cosa importante da dirti. Non potevo aspettare. Pierino ha scelto il nuovo direttore”. “Cazzo, per chiamarmi alle tre del mattino sarà come minimo Eugenio Scalfari...”, avevo provato a sdrammatizzare. “Non dire stronzate, Alessandro. Il direttore è quel comunista radical chic, quello che sta sempre in tv a pontificare su tutto. Tu simpaticamente lo chiami Disossato…” Non ci voleva molto a capire che non sarebbe stata una scelta propizia. Per il giornale, soprattutto, e poi anche per me. Purtroppo non mi ero sbagliato. E quando il nuovo direttore si era presentato alla redazione, giacca di cachemire e cappello all’Humphrey Bogart malgrado un caldo torrido che non si respirava, avevamo capito subito a cosa stavamo andando incontro. Il mio amico Pietro, uno che ha il suo bel carattere di merda ma è una gran persona per bene, aveva provato a spiegare al direttore che se c’era ancora un giornale lo doveva a un gruppo di sfigati che si erano messi in testa di salvare il proprio posto di lavoro. Mi aveva anche indicato: “Il giornale che tu raccogli l’ha salvato Alessandro, quel signore lì in fondo. Noi gli abbiamo dato una mano, certo, ma senza Alessandro oggi non saremmo qui. Nient’altro”. Voleva essere un’investitura, non servì a nulla. Il direttore si era portato i suoi, l’idea di farmi non dico caporedattore ma almeno caposervizio non l’aveva sfiorato nemmeno di striscio. Non si fidava di uno come me, senza padroni, troppo comunista forse. Persino l’editore ci aveva voluto bagnare il pane: “Alessà, dimmi una cosa — mi aveva detto un pomeriggio incrociandomi davanti alla sua stanza — Ma perché tu, che sei un numero 10 del giornalismo, alla fine te la prendi sempre in quel posto? Sei un numero 10, ma ci sarà un motivo se tutti i direttori ti mettono in panchina. Ci hai mai pensato?”. “E certo, Pierino. Sono uno che rompe i coglioni, mica è una novità”. Pierino stava provando a farmi il trappolone, come sempre. In sostanza, mi offriva una promozione – fare il caposervizio di Cosenza – ma in cambio avrei dovuto fornirgli una lista di colleghi da cacciare via. Per risparmiare, ovviamente. Cioè, aveva chiesto a me di fare una lista di colleghi da mandare via. Gente che per tre mesi di fila non aveva preso un giorno libero e si era massacrata la vita solo per tenere in piedi il suo giornale. L’avevo mandato a quel paese, e anzi ero riuscito a contenermi. Certo, mi ero giocato la promozione. Ma non era tanto quello il problema. Per la prima volta mi ero sentito estraneo in casa mia. Il giornale che avevo fondato e che avevo difeso lavorando dalla mattina alla sera, non mi apparteneva più. Come quando la tua donna ti lascia. Anzi, peggio.

La "normalità” di Cosenza, la mia città, scrive Lucio Luca il 15 dicembre 2018 su "La Repubblica". “Fotte niente” avevo detto a Marco quella sera in pizzeria. “Mi trovo le mie storie, me le scrivo e fanculo al mondo”. Una bella storia ce l’avevo già fra le mani, una di quelle che a Cosenza fanno rumore e ti procurano solo guai e nuovi nemici. Case popolari, un fiume di cemento gestito da palazzinari e politici, la ‘ndrangheta che comanda tutto e si mescola alla massoneria e ai potentati economici. La Calabria, insomma. Sullo sfondo, la disperazione della povera gente costretta a promettere voti in cambio di un buco senza acqua né luce dove far dormire i bambini. C’era un’inchiesta dell’antimafia, avevano beccato le telefonate tra un paio di politici e i boss che si dividevano gli appalti. Vagonate di milioni per costruire nuove case popolari, quelle con la sabbia al posto del cemento che tanto ci vanno a stare i poveracci e chi se ne sbatte se ogni tanto qualcuna viene giù. Imbrogli scoperti da una brava funzionaria del comune che aveva subito segnalato un po’ di porcherie alla Corte dei conti. In cambio, l’avevano cacciata dal suo ufficio rendendole la vita un inferno. “In un mondo normale — avevo scritto nell’attacco del pezzo — se uno fa il proprio dovere nell’interesse dell’azienda per cui lavora e della comunità, fa carriera. E viene trattato con riguardo, rispettato e stimato. Perché ha un’etica professionale e rispetto della legge o semplicemente perché è onesto e non gli piacciono furbetti e prepotenti. Ma Cosenza non è una città normale”. Stavo scrivendo di me, non di quella funzionaria, era ovvio. Ma era il minimo che potessi fare dopo un’estate d’inferno e l’ennesimo calcio in culo della mia vita. Mi ero illuso, certo, pensavo di meritare una promozione, credevo che “in un mondo normale, se uno fa il proprio dovere nell’interesse dell’azienda per cui lavora e della comunità, fa carriera”. Avevo semplicemente dimenticato che “Cosenza non è una città normale”. Pazienza, tanto non avrei scritto altro nei prossimi mesi. Dopo i miei simpatici exploit con Pierino, il direttore e i suoi uomini migliori avevano deciso che uno come me poteva far meno danni al desk. Sì, quella roba che nei giornali fanno i culi di pietra: dieci ore davanti a un computer, titoli e didascalie, pezzi dei collaboratori che ti fanno bestemmiare, congiuntivi e punteggiatura a cazzo di cane da riportare a un italiano decente. E mi era andata pure bene, perché il direttore aveva pure provato a spedirmi in qualche redazione decentrata ma almeno su quello ero riuscito a convincerlo: “Già guadagno poco, ho un mutuo sulle spalle, andrei pure sotto con la benzina e l’affitto per un’altra casa. Faccio il desk qui e cerco di non dare troppo fastidio”. La scrittura, però, mi è sempre mancata. Perché pure se ce l’hai col mondo, detesti il padrone e i suoi capi, vorresti spaccare i computer per quanto sei arrabbiato, se fai il giornalista hai quel “sacro fuoco” che alla fine ti fotte sempre. E ti fa rimanere al lavoro anche ventiquattrore ore di fila se c’è la notizia da portare a casa. Siamo fatti così noi cronisti. Siamo fatti male. E quando chi dovrebbe dirci semplicemente “bravo” ci ringrazia passandoci sopra con un caterpillar, ecco noi ci restiamo di merda. E ne soffriamo tantissimo.

Ormai scrivo solo sul mio diario, scrive Lucio Luca il 16 dicembre 2018 su "La Repubblica". Quella notte mi ero ritrovato solo, sul divano di casa, a piangere senza un motivo. Anche se un motivo, poi, avevo capito che c’era: la mia vita stava andando a rotoli, mia moglie era sempre più gelida, il lavoro ormai era diventato un peso, gli amici se ne stavano andando tutti. Qui, in Calabria, non c’è futuro. E io che mi ero illuso di cambiare la mia terra, con i miei articoli e la schiena dritta, avevo sbagliato tutto. “Tra il caldo, la precarietà sul lavoro e le nevrosi di mia moglie mi sento impazzire. Sono depresso, non ho più interesse per le cose. Il giornale ha perso l’11 per cento delle copie, il direttore è una condanna”. “Odio il mio editore. Pensa che pagandoci di meno, facendoci sentire precari, otterrà qualche risultato. Avrà un’amara sorpresa”. “Pierino vuole fare il giornale con i ragazzini, così può sfruttarli tranquillamente eliminando senza troppe difficoltà noi professionisti. Se non succede qualcosa di buono, magari un lavoro da qualche altra parte, mi aspetta un altro anno molto duro. Non gliela darò vinta. Mai”. Da quando mi avevano sbattuto al desk il diario era l’unico posto in cui potevo scrivere qualcosa. Noi “vecchi” del giornale eravamo stati messi da parte. Ci avevano “posato” come fanno i boss mafiosi con i traditori o con quelli che non servono più. Io, Marco, Rosa, Pietro. E anche i collaboratori storici come Alfredo, per esempio. Con loro ci ritrovavamo spesso la notte in pizzeria, l’unica aperta fino a tardi, a interrogarci se vale ancora la pena di farlo questo maledetto mestiere. E soprattutto se vale la pena di farlo in questa maledetta terra. “Che cazzo di futuro stiamo preparando per i nostri figli? Perché continuiamo a farli vivere in un posto dimenticato da Dio?”. Marco è sempre stato il più incazzato di tutti. Di solito era lui a cominciare le nostre sedute di autocoscienza collettiva. “Ma vale la pena di fare ancora questo lavoro? Voglio dire, per quei quattro soldi che ci danno, è giusto subire umiliazioni dei padroni e magari le minacce della mafia?”. La più lucida, come sempre, era Rosa: “Noi questo mestiere non ce lo siamo scelti. E’ stato lui che ci ha presi, sequestrati, rapiti. Poi ci ha fatto il lavaggio del cervello e oggi non siamo in grado di fare nient’altro che i giornalisti. Falliti, forse, ma sempre giornalisti”. Farlo in Calabria, però, è davvero più difficile. Qui politica e malaffare si fondono, non sai mai dove finisce una cosa e dove ne comincia un’altra. I giornalisti lo scrivono, inchiodano stimati consiglieri comunali e regionali, rivelano i loro legami con la criminalità. E poi? Un mese dopo quelli si ripresentano alle elezioni e prendono il doppio dei voti. E allora i cronisti, quelli che vogliono ancora bene a questo mestiere malgrado stipendi da fame, umiliazioni e angherie, cadono nello sconforto e si domandano se serve ancora il loro lavoro. “Ma perché l’opinione pubblica, la gente, i calabresi, non si indignano mai? Questa cosa mi fa impazzire, quanto è vero Dio”. Eppure lo so bene perché. Qui c’è sempre bisogno di chiedere un posto di lavoro, per sé o per i propri figli. La politica calabrese è un ufficio di collocamento permanente. Chi riesce a dare lavoro, o anche solo a prometterlo, ha un potere enorme. Così la ‘ndrangheta alimenta le sue clientele e gestisce enormi pacchetti di voti. E può decidere chi far eleggere o meno. Perché l’indignazione passa, il posto di lavoro resta.

Una proposta indecente e una pistola, scrive Lucio Luca il 17 dicembre 2018 su "La Repubblica". Il mio, il mio posto di lavoro intendo, invece era sempre più a rischio. Un giorno Pierino ci aveva chiamati nella sua stanza: “Quest’anno niente tredicesima. C’è la crisi, la pubblicità ci ha abbandonati, in edicola i lettori manco ci calcolano”. Era cominciata la fine. La prima cosa che avevo pensato è che forse avrei dovuto trovarmi altri interessi. Che ne so, correre o tirare di boxe, magari frequentare la parrocchia e dare una mano a don Tommaso, il prete rivoluzionario del mio paese. Nel frattempo avevo già comprato una pistola e mi ero iscritto al poligono di tiro. Nel diario avevo descritto l’ennesima giornata di merda: “L’editore vuole che approviamo un documento con cui, in pratica, ci tagliamo lo stipendio e autorizziamo trasferimenti che lui, ovviamente, utilizzerà per cacciare via quelli che gli stanno sulle palle o che gli costano di più. Io sono il primo della lista. Il Comitato di redazione ha convocato un’assemblea urgente per capire quale sarà il nostro futuro. Se ci sarà un futuro”. Me la ricordo bene quell’assemblea. Sembrava una riunione degli alcolisti anonimi. Si parlava del giornale e delle ultime follie di un padrone ormai senza freni che scavalcava il direttore senza farsi nemmeno troppi scrupoli, della proposta indecente che ci era piovuta in testa: dimissioni subito per essere riassunti a tempo determinato senza alcuna garanzia. Tanti colleghi non avrebbero mai accettato di firmare una cambiale in bianco come quella. Sicuramente tutti quelli con il contratto vero, quelli che costano di più. Al giornale eravamo rimasti in pochi, il grosso era composto da chi prende meno di mille euro, c’è pure chi sta sotto i cinquecento. A loro Pierino chiedeva un certo tipo di impegno, da noi che abbiamo lo stipendio standard pretendeva proprio la vita. “Se volete continuare a lavorare dovete firmare questa carta — aveva detto agli articoli 1 — Poi vi faccio un nuovo contratto, ma alle mie condizioni. O così o lì c’è la porta”. Naturalmente chiunque avesse accettato avrebbe dovuto dimenticare le sue qualifiche: si rientrava a metà prezzo da redattori ordinari. Con sei mesi di contratto rinnovabile per altri sei. Prendere o lasciare. Avrei fatto bene ad andarmene pure io, ma non ho avuto il fegato per farlo. Potevo prendere la disoccupazione per due anni, cercarmi un altro posto. Ma cazzo, io questo giornale l’ho tenuto in piedi quando stava sprofondando, c’ero il primo giorno, ho resistito quando cambiavano i direttori e ci davano per spacciati. Sono rimasto. E’ stata la fesseria più grande della mia vita, ma non potevano vincere loro. Questo è il mio giornale, ci ho creduto, mi hanno pure minacciato per gli articoli che ho scritto. Non potevo accettare l’idea di avere sbagliato tutto. E quindi non potevo far altro che accettare: contratto a tempo determinato, metà dello stipendio, niente Tfr, niente festivi, niente di niente. Dovevo farlo per la mia bambina. E per mia moglie: per lei restare a Cosenza è l’unica cosa che conta. Ho dei sospetti, non è più la donna che ho amato alla follia. Magari ha un altro ma sarebbe solo colpa mia. Che vita le ho offerto? Chi sta con un giornalista di provincia, uno di quelli che lavorano dalla mattina alla sera per un tozzo di pane, ha pure il diritto di trovarsi un uomo che la faccia sentire importante. L’ho trascurata, ho pensato solo a me, al giornale, alla notizia. Ho creduto che questa fosse l’unica vera battaglia che valesse la pena di combattere. E invece poi, a un certo punto, ti volti indietro e scopri che hai perso soltanto tempo, che la donna che ti è rimasta accanto non è più quella che avevi conosciuto da ragazzo, che i tuoi figli sono diventati grandi e tu non sai niente di loro. Vorresti recuperare, ma ormai è troppo tardi. Non c’è più niente da fare, sei un estraneo. Game over. “Credo che prenderò in considerazione soluzioni alle quali soltanto sei mesi fa non avrei neanche pensato”. L’ho scritto di getto sul diario, non so nemmeno io che cosa voglia dire. O forse sì ma cerco di nasconderlo anche a me stesso.

Scrivere a tempo, il conto alla rovescia, scrive Lucio Luca il 18 dicembre 2018 su "La Repubblica". “Dai, non perdiamo altro tempo, andiamo a firmare questa bella estorsione…”. Me la ricordo bene quella mattina. Stavo accettando una porcheria, un contratto di qualche mese che mi avrebbe tolto qualsiasi tutela riducendomi sul lastrico. Sapevo che non avrei potuto pagare il mutuo, si sarebbero portati via la casa, avrei perso mia moglie, mia figlia. Meglio per lei: almeno a scuola non si sarebbe dovuta vergognare di un papà che si era illuso di fare un mestiere importante e, invece, aveva scoperto di essere un fallito. Cominciava il conto alla rovescia. Quel contratto era una bomba a orologeria, programmata per esplodere e fare più danni possibili. Il mio countdown verso l’inferno. Potrà mai essere libero un giornalista precario? Uno che scade fra cento o duecento giorni? Potrà continuare a tenere la schiena dritta quando non ha i soldi per arrivare a fine mese e il padrone lo tiene stretto per le palle? Il precariato ti svuota il cervello, ti costringe ad accettare il peggiore dei compromessi, ti annulla completamente davanti a un padrone che te lo farà pesare in qualsiasi momento. Non hai più strumenti per combattere, non ti resta nemmeno il tempo, ammesso che tu ne abbia ancora la voglia. Capisci che per una vita ti sei sentito un dio e invece non eri altro che un ingranaggio. Ti guardi allo specchio e ammetti che sì, hanno vinto loro, e tu devi fartene una ragione: “Scendi dal piedistallo Alessà, ti senti un cazzo e mezzo ma stai a Cosenza, anzi a Donnici. Non hai ancora 40 anni, e hai già buttato via una vita. Ora, sei hai le palle, prova a ricominciare dall’inizio, a inventarti un’altra storia”. Se hai la forza ci provi, ma poi scopri che mancano 187 giorni alla fine del contratto, domani 186 e poi 185, 184... E finisci per impazzire perché tutto quello che hai costruito si sgretola davanti a te. Come un terremoto del settimo grado che ti sorprende per strada e tu guardi la tua casa che viene giù e non puoi fare nulla per impedirlo. Puoi solo piangere. “Oggi sono diventato precario, ho subito una estorsione, me la pagheranno. é stato umiliante. Dicono che mi stanno valorizzando, che c’è un disegno. Dicono proprio così, ma ovviamente non credo a una sola parola. é un fatto che sono fuori o comunque sotto ricatto”. “Lavoro, un disastro. Famiglia, un disastro. Il resto, non esiste. Ho commesso tanti errori, lo ammetto. Avrei dovuto impegnarmi di più, anche questo è vero. Ma in ogni caso lei non mi ama più. E anche di questo mi prendo la responsabilità. Il mio matrimonio è finito, il giornale è finito. La mia vita non ha più alcun senso”. Scrivere sul diario e sparare al poligono di tiro restano le uniche cose con cui rilassarmi. Sparare è una sfida con me stesso: più è lontano il bersaglio, più riesco a concentrarmi e a non pensare al resto. L’aria aperta mi fa bene, il sibilo dei proiettili quando sfioro il grilletto è un soffio di vento che mi apre la mente. Non potrei farne a meno. Forse sto impazzendo. O magari sono pazzo già da tempo. E poi leggo, leggo tantissimo. Penso al senso della vita, e a quello della morte. Curioso che per 40 anni, quasi 40 anni, non mi sia mai posto certe domande. “Ormai è inevitabile, non si torna più indietro”. Questa volta non ho dubbi: so bene a cosa mi riferisco. 

Qualcuno leggerà il mio diario, scrive Lucio Luca il 19 dicembre 2018 su "La Repubblica". Con mia moglie è finita. Ho preso le mie cose e me ne sono andato. I dischi degli U2 e dei Deep Purple, i libri che ho amato di più, le leggende celtiche e le fiabe del Nord Europa, Palaniuk e Lilin, i saggi di Valerio Massimo Manfredi. Un po’ di jeans, due o tre giacche, le camicie che mi servono per qualche settimana. Alcune foto della bimba. E la pistola per sparare al poligono. Nient’altro. Prima di andare via le ho detto che mi serve qualche giorno per pensare. Ma non mi faccio illusioni, tra noi abbiamo scavato un abisso, sarà impossibile tornare indietro. Di una cosa sono sicuro: in quella casa non ci tornerò mai più. Ai miei genitori, invece, ho raccontato che lei e la bambina andranno per un po’ da alcuni parenti, che volevo tornare ragazzo e che per questo mi ero ripreso provvisoriamente la mia vecchia stanzetta. Nessun cenno ai guai del giornale: mio padre non si è mai ripreso del tutto da quando mi era arrivata in redazione la lettera di minacce. Non volevo dargli altre preoccupazioni. E volevo evitargli il dispiacere di sapere che suo figlio, dopo vent’anni, si era guardato allo specchio e aveva capito che la sua vita era tutta sbagliata. Ho creduto in un mestiere, l’ho idealizzato, l’ho trasformato in una battaglia quotidiana sacrificando tutti gli affetti, la mia splendida moglie, una figlia fantastica, gli amici più cari. Sono uscito di casa la mattina all’alba e sono tornato a notte fonda, ogni santo giorno che Dio mandava in terra, perché pensavo che il giornalismo fosse una missione, qualcosa di cui il mondo aveva bisogno. Come la bella addormentata nel bosco, mi ero risvegliato da un lungo sonno e avevo capito che mentre mi facevo i miei viaggi, mi stavano mettendo un cappio al collo. E che adesso non avevo più la forza di toglierlo. “La decisione di mettere fine alla mia sofferenza si fa sempre più consapevole. Del lavoro non parlo più, non ho alcuna colpa. Ma non voglio vivere senza la mia famiglia. Se uno la perde ha un vuoto dentro. Io non ci riesco a colmarlo. Ci provo ma non ci riesco”. Magari un giorno qualcuno lo leggerà il diario e capirà il mio inferno. Dio, come sono potuto arrivare a questo punto? La notte non chiudo occhio. é come se avessi un coltello piantato nella testa, mi imbottisco di pillole che non servono a niente. Guardo un po’ di tennis in televisione, le vecchie finali del Roland Garros. Ogni tanto esco in giardino per fumare. é già marzo, fra poco sarà primavera, ma qui in collina di notte fa ancora un freddo cane. Il gelo nelle ossa mi fa stare bene, mi svuota il cervello, non mi fa pensare. Se penso è peggio, se penso è la fine.

Vibo Valentia, processi di mafia a lume di candela in tribunale fantasma. Altro che abolire la prescrizione. Processi di mafia a lume di candela in aula bunker calabrese. Nessuno interviene. Per lo Stato il tribunale non esiste, scrive Antonio Amorosi Martedì, 6 novembre 2018 su Affari Italiani. Il filosofo greco Diogene uscito di casa in pieno giorno con una lanterna in mano, alla domanda su che cosa stesse facendo rispose: "Cerco l'uomo!". Noi che siamo più terra terra cerchiamo il tribunale di Vibo Valentia, dove si celebrano i processi a lume di candela.  Altro che il dibattito sulla prescrizione di cui si parla tanto in questi giorni. Da qualche tempo nell'aula bunker del tribunale di Vibo Valentia i processi, i più duri, quelli in prima linea contro i clan della 'ndrangheta, si celebrano quasi al buio perché delle 24 luci che compongono l'impianto di illuminazione solo 5 funzionano. Gli avvocati, prima di far partire il fluente eloquio, si fermano, accendono la torcia del cellulare e la puntano contro le carte per dare una guardatina. Pm e giudici replicano con altrettanti telefonini illuminanti per poter proseguire nel dibattimento. Sembra di assistere ad una sedute spiritica. Ma non è uno scherzo, è proprio vero. Nell'aula bunker di Vibo Valentia, in queste condizioni, si sta celebrando il megaprocesso "Stammer", un intricato caso di narcotraffico tra il Sud America e la Calabria, ma si sono svolti anche procedimenti fondamentali per capire l'evoluzione delle mafie in Italia come “Decollo Ter”, sulle connessioni tra narcotraffico sudamericano, Emilia Romagna e Calabria o anche il caso “Black Money”. Ma non è l'unico problema: il tribunale non esiste. E' un tribunale fantasma perché è di proprietà del Comune ma non risulta accatastato. Una questione non da poco che impedisce allo Stato di intervenire nelle manutenzioni. Così in Italia dopo i tribunali penali, civili, amministrativi e del lavoro c'è un'altra categoria: i tribunali fantasma. E intendiamoci, le sentenze valgono. Quindi i maxi processi che i nostri migliori magistrati conducono contro la peggiore mafia li fanno in un edificio di giustizia che sulla carta neanche esiste e a lume di candela. E' proprio il caso di dire che la giustizia è ridotta in mutande ma tanto al buio chi le vede? Provate a raccontarlo negli Stati Uniti, in Svezia o in Danimarca e vediamo se vi credono. L'omissione, cioè il mancato accatastamento del tribunale, non consente al Ministero della Giustizia di effettuare interventi ordinari e straordinari. Compresi quelli per la riparazione dell’impianto di riscaldamento che ogni tanto si guasta e blocca i lavori dei processi. Per questo nel gennaio scorso Alberto Filardo, presidente del Tribunale di Vibo Valentia, si vide costretto tra il 16 al 31 del mese a sospendere tutte le udienze ordinarie di lavoro e previdenza fissate. Una struttura, quella del tribunale, di quasi 30.000 mq nata a metà degli anni '90 e che a distanza di 20 anni, è stata terminata solo al primo piano. Il tribunale è vuoto nei piani superiori e sotterranei. Non solo. Ha una porta principale che ogni tanto si blocca e non ha uscite di sicurezza, con un solo estintore invece che tre per ogni zona. Niente male, per gli addetti ai lavori e i malcapitati che vi si trovassero dentro in caso di incendi, terremoti o sparatorie. Eppure, i soldi per completare gli eterni lavori non mancano. Nell’aprile 2015 l'amministrazione comunale è riuscita ad ottenere dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) un finanziamento di 11 milioni di euro. Ma i lavori non partono. La Procura ha aperto un'indagine, come racconta il bravo Gianluca Prestia de Il Quotidiano del sud, perché la società edile che aveva vinto l'appalto era in stato di liquidazione, con 52.000 euro di capitale sociale, e proponeva un ribasso sull'appalto del 63%, per le opere principali pari a 3,2 milioni di euro su 6,5 totali. I lavori però sono fermi non per questo motivo ma perché l’omessa iscrizione catastale dell’immobile li farebbe svolgere in una struttura che non esiste. Appunto, il tribunale fantasma. Altro che abolire la prescrizione.

Caro Saviano sei stato tu a preparare il terreno a Salvini. Roberto Saviano ha narrato una Calabria e un Aspromonte popolato da ‘ndranghetisti, raccontando una realtà deformata utilizzata da Salvini per la propaganda, scrive Ilario Ammendolia il 22 luglio 2018 su "Il Dubbio". Il 15 agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini arriverà a San Luca, cittadina simbolo dell’Aspromonte e giungerà in paese mentre sono in corso i preparativi per girare il film “Zero, zero, zero” tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano. A San Luca si incroceranno “narrazione” e” politica”: Matteo Salvini e Roberto Saviano. Salvini trova terreno facile anche grazie ai racconti di Saviano. Protagonisti, nei giorni scorsi, di uno duro scontro sul dramma dei migranti: Saviano decisamente collocato dalla parte degli ultimi del mondo, Salvini intento a raccogliere consensi costruendo il “nemico” con i volti dei “mafiosi” e dei poveri disgraziati spacciati come terribili invasori. Troveranno San Luca senza sindaco, l’ultimo è stato arrestato sei anni fa per concorso in associazione mafiosa. Accusa falsa ed infatti è stato assolto. Arrestato anche un assessore ed anche lui scagionato da ogni accusa, ma questa vicenda dimostra che nei paesi dell’Aspromonte gli arresti di innocenti non sono una rarità. Non si salvano neanche i parroci: quello di San Luca dovrà rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa mentre il parroco di Platì, un missionario bergamasco, ha aperto un contenzioso con la questura rivendicando il diritto di celebrare i funerali in Chiesa anche ai morti accusati di ‘ ndrangheta. Nessuna sorpresa che in occasione della cerimonia di inaugurazione del campo sportivo di San Luca abbiano preso la parola il prefetto, ministri, e magistrati. Nessun cittadino del paese è stato invitato a parlare. Tutti confinati ed a debita distanza dal palco delle “autorità” quasi a dimostrare l’estraneità dello Stato rispetto ai cittadini dell’Aspromonte. L’anti- mafia di facciata più che colpire i reati obbliga i calabresi a sottomettersi alle norme di un inutile quanto ipocrita “galateo” poliziesco che prescrive ai cittadini a quali matrimoni e cresime si debba partecipare, quali funerali possono essere celebrati, con chi prendere il caffè, chi puoi considerare tuo amico e perfino quali parenti sono da frequentare. Uno Stato che esonda malamente travolgendo la sfera privata, la dignità e la libertà dei cittadini e con esse le garanzie costituzionali. Ironia della sorte, la ‘ ndrangheta che in questo periodo conosce una stagione felice, da questo clima trae forza e legittimazione e dopo ogni “brillante operazione” si presenta più forte ed aggressiva di prima. Salvini e Saviano sono due uomini diversi per provenienza, storia, carisma e cultura. Eppure Salvini miete quanto è stato seminato da tante false narrazioni compresa quella di Saviano che s’è molto soffermato sull’Aspromonte nel suo libro “Zero, zero, zero”. Ha parlato degli alberi cavi, degli anfratti e delle grotte utilizzati dagli uomini dell ‘ ndrangheta per le loro latitanze o per i sequestri di persona ma ha cercato di capire la gente di Aspromonte in alcune procure, caserme e commissariati di polizia. Un errore fatale. Infatti gli hanno spacciato per oro colato l’impostura dei calabresi ‘ ndranghetisti al 27%, calcolando nella percentuale, anche donne, vecchi decrepiti e bambini. Una percentuale che, secondo l’impostura, sale vertiginosamente man mano che ti inoltri nei paesi dell’Aspromonte dove si raggiunge una quasi unanimità di ‘ ndranghetisti. Un racconto bugiardo diffuso ad arte da presunti eroi in cerca di gloria e da un atteggiamento codino e servile di una parte consistente di giornalisti e da mediocri “scrittori” quasi sempre interessati, grigi e conformisti.

L’autorevole “firma” di Saviano ha rafforzato la loro falsa narrazione, cosicché Salvini si trova un terreno arato, seminato e concimato. Deve solo raccogliere. Basta indicare i “perfidi nemici”. Ed in questo Salvini è un maestro e non va per il sottile. Pochi giorni fa, a Palmi ( Rc), gli è bastata un’ergastolana morente ( verso i cui crimini – ovviamente – non possiamo e né vogliamo essere solidali) per scolpire il viso del feroce “nemico” da mettere accanto al popolo dei barconi in fuga dalla guerre e dalla fame. È inutile che io dica che Salvini non sconfiggerà la ‘ ndrangheta. Non vuole e non può sconfiggerla. Non può perché le radici che stanno alla base della fioritura ‘ ndranghetista affondano nell’egoismo sociale e nelle ingiustizie territoriali che stanno alla base della filosofia di governo della Lega vecchia e nuova. Non può, perché la ‘ ndrangheta, al pari dei migranti, gli serve per poter calamitare l’attenzione dei cittadini spostandola dai problemi veri del Paese. Così, e solo per esempio, il ministro dell’Interno sembra aver dimenticato il mantra che ha ripetuto per anni a proposito della legge Fornero, per brandire come una clava il dramma dei migranti e la “lotta” alla mafia da condurre facendo il viso feroce piuttosto che mettere in campo una strategia seria e mirata. Il 15 agosto il ministro dell’Interno trasformerà San Luca in un suo personale palcoscenico da cui promettere manette e galera a volontà. Inchioderà i “santulucoti” nella parte dei cattivi perché lui possa apparire come l’eroe della legalità che marcia sull’Aspromonte selvaggio e ribelle. Dubito che ne abbia i titoli. Rifletta Saviano. Oggi Salvini non sarebbe accolto ovunque come un eroe se non ci fosse stata una rappresentazione deformata della realtà. Se non ci fossero stati i bugiardi tessitori di una falsa trama ed un menzognero ordito. Saviano è un grande scrittore. Solitamente la sua penna è elegante, la sua narrazione coinvolgente ma nel suo libro – da cui verrà tratto il film – l’Aspromonte è stata tratteggiato con pennellate superficiali, confuse, macchiando la tela con colori mendaci.

Nessuno ha il coraggio di dire a Bindi che è razzista? Scrive Mimmo Gangemi il 22 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Per la presidente dell’Antimafia è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta, stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese. La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. le Rosy Bindi, dichiara che è impossibile che in Valle d’Aosta non ci sia ’ndrangheta – «che ha condizionato e continua a condizionare l’economia» – stante che il 30% della popolazione è di origine calabrese. Qua e là annota punti di vista di matrice abbastanza lombrosiana, che criminalizzano molto oltre i demeriti reali, aggiungono pregiudizio al pregiudizio, alimentano la fantasia assurda che quaggiù sia il Far West e una terra irredimibile, allontanano l’idea di una patria comune, distruggono i sogni dei nostri giovani su un futuro possibile. Io non sono in grado di escludere la presenza della ’ ndrangheta – essa va dove fiuta i soldi o dove c’è, da parte di imprenditori locali, una richiesta sociale di ’ ndrangheta, delle prestazioni in cui è altamente specializzata: i subappalti da spremere, il lavoro nero, la fornitura di inerti di dubbia provenienza, lo smaltimento dei rifiuti di cantiere, di quelli tossici o peggio, l’abbattimento violento dei costi, la pace sindacale per sì o per forza, la garanzia di controlli addomesticabili, e non con il sorriso. Ma, dopo aver controllato la cronaca delittuosa, non mi pare che compaia granché o che sia incisiva da dover indurre a tali spietate esternazioni. E non mi piace che tra le righe si colga l’insinuazione che il calabrese è, in diverse misure, colpevole di ’ ndrangheta – o di calabresità, che è l’identica cosa. Alludervi è anche disprezzare il bisogno che ha spinto tanto lontano i passi della speranza e gli immani sacrifici sopportati per tirarsi su. L’emigrazione in Valle d’Aosta è stata tra le più faticose e disperate. I primi giunsero nel 1924. E giunsero per fame. Lavorarono alla Cogne, nelle miniere di magnetite. E quelli di seconda e terza generazione hanno dimenticato le origini, sono ben inseriti e valdostani fino al midollo, pochi quelli che ricompaiono per una visita a San Giorgio Morgeto, nel Reggino, da dove partirono in massa. Più che ai “nostri” tanto discriminati, forse si dovrebbe guardare alle storie di ordinaria corruzione, non calabrese e non ’ndranghetista, che nelle Procure di lì hanno fascicoli robusti. Detto questo, la on. le Bindi Rosy da Sinalunga – civile Toscana, non l’abbrutita Calabria – dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa. Chiarisco: alle ultime politiche, dopo che la sua candidatura traballò da ottavo grado della scala Richter e non ci fu regione disposta ad accoglierla, per sottrarsi alla rottamazione a costo zero ha dovuto riparare nell’abbrutita Calabria, che sarà tutta mafiosa ma sa essere anche generosa e salvatrice per chi, come lei, non intende rinunciare alla poltrona imbottita, con le molle ormai sbrindellate stante i decenni che le stuzzica poggiando il nobile deretano. È prona come si pretende da una colonia, la Calabria. In quell’occasione elettorale lo fu due volte, con la on. le Bindi e con un altro personaggio di cui l’Italia va fiera, tale Scilipoti Domenico, una bella accoppiata, entrambi eletti. La on. le fu prima con migliaia di voti nelle primarie PD del Reggino e, da capolista, ottenne l’entrata trionfale in Parlamento. Assecondando la sua ipotesi sulla Valle d’Aosta e sulla presenza ’ ndranghetista, diventa legittimo estendere a lei il suo stesso convincimento che, dove ci sono calabresi, per forza ci sono ’ ndranghetisti. Quindi, essendo la Calabria piena di calabresi – questa, una perla di saggezza alla Max Catalano, in “Quelli della notte” – logica pretende che tra le sue migliaia di voti ci siano stati quelli degli ’ndranghetisti, non si scappa. Ne tragga le conseguenze. Oppure per lei, e per le Santa Maria Goretti in circolazione, l’equazione non vale e i voti ’ndranghetisti non puzzano e non infettano? Eh no, troppo comodo. Qua da noi persino il vago sospetto d’aver preso certi voti conduce a una incriminazione per 416 bis e spesso al carcere duro del 41 bis. Questo è. Forse però si è trattato di parole in libera uscita, di un blackout momentaneo del cervello. Se così, dovrebbe battersi il petto con una mazza ferrata, chiedere scusa ai calabresi onesti, che sono la stragrande maggioranza della popolazione, e fare penitenza magari davanti alla Madonna dagli occhi incerti nel Santuario di Polsi oltraggiato come ritrovo di ’ ndrangheta e invece da decenni diventato solo luogo di preghiera e di devozione. Ora mi aspetto l’indignazione dei calabresi. Temo che non ci sarà, a parte quella di qualche spirito libero – e incosciente, vista l’aria che tira. E stavolta dovrebbero invece, di più i nostri politici che, ahinoi, tacciono sempre, mai una voce che si alzi possente e riesca ad oltrepassare il Pollino. Coraggio, uno scatto d’orgoglio, tirate fuori la rabbia e gli attributi. Se non ci riuscite, almeno il mea culpa per aver miracolato una parlamentare che ripaga con acredine la terra che l’ha eletta e a cui, nell’euforia della rielezione piovuta dal cielo, aveva promesso attenzioni amorevoli.

Sentenza alla milanese, la giustizia è condannata. Robledo vs. Bruti Liberati: il libro inchiesta di Riccardo Iacona parte da uno scontro tra due magistrati. Per raccontare un intero sistema giudiziario ormai malato. Fino al Csm..., scrive l'11 aprile 2018 Marco Mensurati su "Il Corriere della Sera". Il problema della giustizia in Italia è un «Csm mafioso», logorato dal tumore delle correnti che di fatto pone l’autonomia dei pm sotto attacco. Ha la precisione e la durezza delle sentenze la conclusione a cui giunge l’ultimo libro-inchiesta di Riccardo Iacona: un lavoro giornalistico condotto «alla vecchia maniera» che ha permesso all’autore di scattare un’inquietante istantanea dello stato di salute della magistratura.

Riccaro Iacona: Palazzo d'ingiustizia. «La rotazione degli incarichi sarebbe “eversiva” perché toglierebbe alle correnti il controllo sulle nomine e, secondo Mirella, le costringerebbe a riprendere a fare il lavoro per cui erano nate: Devono essere un motore di semplice idealità, perché non è possibile che quattro associazioni di diritto privato si siano impadronite di un organo di rilevanza costituzionale come il CSM, distribuendo incarichi e trasformandolo in un mezzo di asservimento dei magistrati. Il CSM ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati, ma faziosi che promuovono sodali e abbattono nemici, utilizzando metodi mafiosi».

Addirittura mafiosi?

«E’ chiaro che è un’espressione di colore. Ma le voglio raccontare un fatto paradigmatico realmente accaduto. Viene bandito un posto da Presidente di Tribunale. Arrivano venti domande, Tra i concorrenti ci sono perfino presidenti di tribunali di altre città che vogliono trasferirsi, quindi magistrati un certo peso già idonei a incarichi direttivi dal CSM. Ebbene, a esser e nominato non è il collega più esperto o con un curriculum migliore, ma un magistrato giovane, presidente di sezione, con una carriera non particolarmente brillante, attivo all’interno delle correnti. Il collega anziano non ci sta e fa ricorso al Tar. E qui arriviamo al punto, perché quando parlo di sistema mafioso mi riferisco ai modi di condizionamento. Questo collega anziano viene avvicinato da qualcuno: “Ma tu non avevi chiesto anche di essere nominato presidente di sezione di qualche corte d’appello? “Sì, certo”, risponde lui! Allora non preoccuparti, perché noi ti nominiamo presidente di una sezione di corte d’appello”. Il collega fa due conti: sa bene che per definire il suo ricorso ci vorranno anni, e accetta. Che ne è della battaglia che aveva fatto contro quella nomina illegittima? Il termine tecnico è “cessata la materia del contendere”: il Tar non può far nulla e il giovane collega rimane al suo posto. Lei come lo chiama? Possiamo anche non chiamarlo avvicinamento mafioso ma certamente sono metodi non trasparenti. Questo accade tutti i giorni nella casa della legalità. Ma se avvenisse nel cda di una banca a partecipazione pubblica, in una giunta comunale o regionale, oppure in una partecipata pubblica gli stessi colleghi non darebbero immediatamente avvio alle indagini? Qui non è possibile, perché non sussiste l’ingiusto profitto: che tu faccia il presidente del tribunale o il pm di prima nomina, lo stipendio è lo stesso. Ma se un giorno la giurisprudenza dovesse ritenere che ingiusti profitto è anche aver raggiunto immeritatamente un titolo che non ti spetta, allora i giochi sarebbero fatti».  

Gratteri denuncia la corruzione nei tribunali: ma chi sono gli “indegni”? Scrive Iacchite il 13 aprile 2018. Gratteri dice: i calabresi non si fidano della Giustizia perché ci sono, e ci sono stati, magistrati e servitori dello stato indegni. E questo oramai è patrimonio collettivo. L’impunità dei potenti, nei tribunali, è risaputa. Questo lo vedono e lo sanno tutti. Ma quello che Gratteri non dice mai è chi sono questi indegni. E se questi indegni prestano ancora servizio. Il che sarebbe veramente preoccupante. Ma soprattutto cosa fa Gratteri, alla luce di questa conoscenza, per fermare questi indegni? Partiamo da un punto fermo: se Gratteri afferma questo, va da se che sa quel che dice. Avrà di sicuro letto qualche verbale, ascoltato qualche intercettazione, origliato qualche magistrato che intrallazzava con qualche marpione politico; avrà visionato immagini che riprendono qualche poliziotto che si bacia con un mafioso, e cose così, altrimenti dovremmo pensare che Gratteri parla a vanvera. E questo anche a noi, che non condividiamo tante “esternazioni” di Gratteri, viene difficile pensarlo. Appurato che Gratteri non parla a vanvera, e se dice che ci sono i magistrati e i poliziotti corrotti bisogna credergli, e noi gli crediamo senza avere il benché minimo dubbio, non resta che capire chi sono questi magistrati e poliziotti corrotti. L’esternazione di Gratteri si configura come una vera e propria “notizia di reato” e, obbligatoriamente, dopo una notizia di reato segue, da parte del pm, l’apertura di “un fascicolo”. E questo Gratteri lo sa bene. La domanda a questo punto è: a chi tocca aprirlo? Perché qualcuno, vista la gravità dei reati, dovrà farlo se si vuole restituire la credibilità perduta di cui parla Gratteri alla Giustizia. Non si può sempre tirare il sasso e nascondere la mano. Del resto è lo stesso Gratteri che informa i cittadini e i suoi colleghi onesti che ci sono magistrati ancora in servizio che intrallazzano con il potere mafioso/massonico, e se questo da un lato è rassicurante, perché pensi che uno come lui risolverà il problema, dall’altro, se pensi che la corruzione nei tribunali ha raggiunto livelli allarmati, e nessuno fino ad oggi ha mai fatto niente, l’esternazione di Gratteri sa un po’ di beffa. O di retorica se preferite. Se alle parole non seguono i fatti anche per Gratteri vale la regola delle “chiacchiere”. Non si può lasciare cadere una dichiarazione del procuratore capo della DDA più grande ed importante d’Italia di questa importanza, senza aver messo in campo le giuste contromisure per stroncare un fenomeno di così grave portata. Altrimenti siamo alle barzellette. Dare un volto ai corrotti è una priorità del paese Italia. E in Calabria in particolare. E noi da tempo ci proviamo. Ad esempio: ci chiediamo com’è possibile che un pm come Cozzolino sia ancora in servizio alla procura di Cosenza, nonostante i suoi tanti “conflitti di interessi”. A cominciare dalle sue frequentazioni con indagati in procedimenti penali per reati contro la pubblica amministrazione. Basterebbe chiederlo alla Manzini per capire chi è veramente Cozzolino. Che in procura rappresenta il modello da seguire: proteggere i potenti in cambio di denaro e privilegi. Ovviamente Cozzolino è solo un esempio, perché come lui sono in tanti, e questo lo sanno tutti. A Cosenza i magistrati sono tutti amici e parenti tra di loro. Altro che separazione delle carriere, a Cosenza si pratica l’unione delle carriere. Ecco, di fronte a questo come ci dobbiamo comportare? Che può fare il cittadino? Perché noi su Cozzolino abbiamo persino pubblicato le prove (vedi la foto) di queste sue frequentazioni, ma nessuno ha fatto niente tranne togliergli le inchieste sui reati contro la pubblica amministrazione. Che per la procura di Cosenza è già tanto. Ma resta in servizio alla procura dove può continuare tranquillamente a fare quello che gli piace. E nonostante ciò a finire perseguitati dall’ingiustizia siamo stati noi. Insomma Gratteri dice che esistono i magistrati corrotti, noi qualcuno lo sgamiamo, lo denunciamo, ed invece di procedere contro di lui, la procura di Cosenza che fa?  “Bracca” noi. Chiunque capisce che tra il dire e il fare di Gratteri c’è di mezzo il mare. E che tutti sono bravi a parlare ma poi, quando si tratta di agire in prima persona contro i corrotti, tutti spariscono. Perché nessuno vuole problemi, perché a mettersi contro un pm i problemi arrivano. Bisognerebbe far capire a Gratteri che alle parole devono seguire i fatti e fino a che non ci saranno questi, i suoi restano solo bei discorsi che lasciano il tempo che trovano.

Cosenza corrotta, la città dei poteri forti, scrive Iacchite il 3 aprile 2017. Cosenza è una città di provincia nella quale i poteri forti sono ben visibili in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale. E’ una delle città italiane a più alta densità massonica. I sindaci sono sempre stati espressi dalla vecchia Democrazia Cristiana e dall’altrettanto vecchio Partito Socialista (anche Occhiuto proviene dalla Balena bianca). L’attività economica è controllata dai “colletti bianchi”, che gestiscono le tangenti di concerto prima con i politici e poi con la malavita. I maggiori proventi vengono dall’edilizia, dalla sanità e dal mercato della droga ma una fetta importante del benessere arriva dal rastrellamento pressoché totale dei fondi europei da parte di bene individuate forze politiche (ovviamente mai perseguite seriamente da magistrati e forze dell’ordine) e dal riciclaggio di questo denaro “sporco”. Gli imprenditori sono quasi tutti invischiati (chi da strozzino chi da strozzato) nella rete dell’usura con la complicità determinante delle banche. Le forze dell’ordine e la magistratura sono evidentemente colluse in tutto questo tourbillon e nella quasi totalità dei casi non perseguono i “pezzi grossi” che delinquono. I procuratori della Repubblica che si sono alternati dagli anni Settanta a oggi rispondono a requisiti ben precisi e non toccano i poteri forti. Mai. Andando clamorosamente in controtendenza nazionale finanche quando dilaga Tangentopoli o quando si scoprono i meccanismi del rapporto tra la mafia e la pubblica amministrazione. Da Cavalcanti a Oreste Nicastro, da Alfredo Serafini a Dario Granieri una totale connivenza con i settori grigi della società. Sandro, il fratello di Nicastro, era un imprenditore vulcanico e rampante, che fondò la prima emittente locale di Cosenza, Teleuno. Era il 1977. Solo qualche mese più tardi Cosenza conosce la sua prima guerra di mafia nella quale lo stato sta a guardare fino a quando non viene ucciso il direttore del carcere. Un immobilismo imbarazzante. Sandro Nicastro prepara il terreno al fratello per fargli fare la scalata in procura.

Oreste Nicastro (che subentra a Cavalcanti all’alba degli anni Ottanta) continua a essere immobile su bubboni grandissimi che dimostrerebbero a tutti la corruzione della classe politica come la Carical e l’Esac. La Dc di Riccardo Misasi aveva messo su un sistema geometrico, a prova di ispezione ministeriale…Però è attivissimo quando si tratta di creare le condizioni per la pace tra le cosche e per dare il via a operazioni “strategiche” che è fin troppo facile immaginare. Con la benedizione del potere politico. Le connivenze della famiglia Nicastro con la malavita sono imbarazzanti. Una nipote del procuratore ha finanche sposato uno dei killer del clan Perna, Peppino Vitelli.

Sandro Nicastro, nel frattempo, ha aumentato a dismisura il suo potere e lo ostenta sfacciatamente con l’hotel-ristorante-night “La Perla” di Cetraro, che diventa il quartier generale del clan di Franco Muto. Lo sanno tutti. Così come sanno che la discoteca “Akropolis” è di Vitelli. Diventano leggendarie le bicchierate di Nicastro e dei suoi giudici con i boss. Eppure non si muove niente. Nicastro sarà finanche lambito dall’operazione Ciak, nella cui ordinanza la sua figura viene quantomeno offuscata da una corruttela generale impressionante. Ma questo accade quando è già passato a miglior vita, nel 1987. Il suo braccio destro Francesco Mollace, magistrato chiacchierato e discusso, allora alle prime armi, prima fa rumore con il blitz del 1986 scaturito dalle dichiarazioni del pentito De Rose. Ma poi fa di tutto per ridimensionare i fatti. Per lui Cosenza è stata una grande palestra.

Alfredo Serafini, che subentra a Nicastro nel 1987 ma è già da tempo in procura dopo gli inizi a Castrovillari, trova un sistema di potere già collaudato e si adegua alla bisogna. E’ molto meno spregiudicato del collega e di lui si trova traccia specifica nei fascicoli del palazzaccio solo per quella vicenda del lingotto d’oro, ricevuto dalla mala, come risarcimento per un furto subito. Un atteggiamento di deferenza che si deve a chi evidentemente tiene tutta la polvere sotto il tappeto. E’ lui però insieme al braccio destro Mario Spagnuolo (sostituto anziano e per molti versi vero e proprio procuratore capo, esattamente come adesso. Altro che Gattopardo!) a gestire le grottesche vicende del pentimento di Franco Pino dopo l’operazione Garden della Dda, che serve a nascondere tutte le magagne di una procura corrotta fino al midollo. Un pentimento seguito da decine di altri “canterini” abilmente reclutati da quella massa di corrotti degli avvocati penalisti che contano a Cosenza. E un processo finito in barzelletta, per il quale hanno pagato soltanto quelli che non si sono venduti a Spagnuolo e a Serafini. Non solo le connivenze scontate con i colletti bianchi e i politici ma segreti di stato messi su ad arte per non scoprire la verità su omicidi gravissimi come quelli di Roberta Lanzino e Denis Bergamini. Assurge agli onori della cronaca pertanto solo quando c’è da perseguire la sinistra antagonista. Non è un caso che la procura di Cosenza passi alla “storia” per i clamorosi (!) arresti dei no global, Fabio Gallo e di Padre Fedele Bisceglia… E qualcuno ha persino dedicato a Serafini una strada della città! Si spera ardentemente che, prima o poi, questa ennesima vergogna per la città sia cancellata.

Dario Granieri, il procuratore del porto delle nebbie. Quanto a Dario Granieri, ne abbiamo scritto un giorno sì e l’altro pure per mesi e mesi. Ben presto arriveremo a una mappatura completa delle nefandezze della sua gestione, perfettamente in linea con quelle dei suoi illustri predecessori. E tutta centrata, soprattutto negli ultimi 5 anni, a insabbiare e nascondere tutte le malefatte di Occhiuto e della sua banda. In procura lo chiamavano “scerlocco, inquisitore sciocco” e tutti sanno che ha provato in ogni modo a farsi prolungare il mandato. Dicono che ne abbia fatto una malattia: d’altra parte non è facile staccarsi da questa bella e grassa mammella, che lo ha cresciuto e pasciuto fino al mitico traguardo dei 68 anni! Una volta che si stacca (e lui lo sa bene) è finita la giostra, si spengono le luci e click… Sono finiti i tempi di caviale e champagne aggratis alla faccia dei caggi, di tutte le stimanze: a piacura a pasqua e u panettone farcito a natale… E che dire di quel parassita del figlio, che si sta crescendo a telefonini da 1000 euro a botta, viaggi da 5000 euro quando è andata bene e pastette e raccomandazioni che non lo sa più neanche lui. Beh, la vigna è finita anche per Granieri junior! Per non parlare della signora Granieri, sui cui vizi ci riserviamo di aprire un “fascicolo” appena possibile.

Ora si è insediato Mario Spagnuolo, il regista del pentimento di Franco Pino, nel perfetto segno della continuità. La speranza era l’arrivo di Gratteri a Catanzaro ma al momento neanche lui è intervenuto per dire una sola parola sull’indecenza della nomina di suo nipote a dirigente alla Cultura da parte di quello stesso sindaco corrotto che dovrebbe essere indagato insieme ai suoi degni compari.

Non abbiamo speranze? Sembra proprio di no!

‘Ndrangheta, politica e massoneria, Gratteri: “Sto indagando a fondo: ancora un po’ di pazienza”, scrive Iacchite il 26 gennaio 2018. L’ennesima intervista. Le dichiarazioni del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri (un po’ come gli esami di Eduardo De Filippo…) non finiscono mai. Ma stavolta, rispetto alle precedenti, c’è una “confessione”. Per la prima volta Gratteri ammette di essere impegnato in una grande inchiesta su ‘ndrangheta, politica e massoneria e per la prima volta ammette di essere in dirittura d’arrivo. Tanto da concludere affermando che “la Calabria vi sorprenderà” e che – addirittura – ci aspetta una “primavera calabrese”. Noi vi consegniamo questa (ennesima) intervista, così come l’ha scritta Guido Ruotolo, noto giornalista campano, inviato a Catanzaro per Tiscali.it. "Entrato prepotentemente nel gossip romano, come il ministro della giustizia candidato e bocciato nel volgere di ore per i veti una volta degli uomini delle istituzioni e un’altra per i Niet di ambienti politici, Nicola Gratteri in questa intervista esclusiva a tiscali.it svela i suoi prossimi impegni. A chi prima lo voleva nella squadra di Renzi, poi in quella di Grillo (che oggi sponsorizza il Pm palermitano Nino Di Matteo), il Procuratore di Catanzaro risponde: «Sono felice di essere a Catanzaro. In un anno ho trasformato l’Ufficio e adesso vi assicuro che nulla rimarrà come prima».

Insomma, procuratore è iniziato il conto alla rovescia?

«Sono abituato a parlare sempre dopo. Abbiamo bisogno ancora un po’ di tempo per dare risposte che la gente sta cercando di avere da tempo».

Nel suo ufficio “smontato” per via delle termiti che hanno divorato librerie e poltrone, con i libri e fascicoli raccolti sul pavimento, Nicola Gratteri delinea la offensiva del suo Ufficio nella lotta alla Ndrangheta e ai suoi complici. Non ama fare sociologia o analisi, preferisce far parlare i fatti. E allora Procuratore iniziamo dal bilancio di un anno di lavoro. Soddisfatto?

«In un anno abbiamo arrestato 950 indagati per associazione mafiosa e per traffico di droga. E abbiamo cominciato con le prime tre incursioni nella pubblica amministrazione, cosa che non era mai accaduto prima. Primi arresti di una trentina di funzionari pubblici anche ex assessori per reati che vanno dal peculato alla corruzione, in alcuni casi con l’aggravante di aver favorito la Ndrangheta. E abbiamo cominciato a esplorare mondi che erano ritenuti impenetrabili».

Si riferisce agli intrecci tra massoneria, Ndrangheta e società civile?

«Mi faccia prima dire un paio di cose. Intanto che le generalizzazioni sono una pessima strada da seguire perché creano sconforto tra la gente, creano il pessimismo e un senso di sconfitta permanente. E questo proprio oggi che un certo risveglio si avverte. Anzi, per la prima volta la gente comincia a prendere coscienza e a credere finalmente nella possibilità di una primavera calabrese».

Una società civile attiva non l’ho mai incontrata nei miei trenta e passa anni di frequentazioni calabresi.

«Le rispondo dalla fine ma poi mi faccia dire quello che mi sta a cuore. È vero che i calabresi non hanno mai reagito per esempio come è successo in Sicilia dopo il martirio di Falcone e Borsellino. Ma c’è un perché e probabilmente la risposta va ricercata nel fatto che noi non siamo stati credibili. Noi, ovviamente non tutti noi magistrati come del resto non tutti i colleghi palermitani erano Falcone e Borsellino. E, dunque, abbiamo iniziato a invertire la rotta, a essere più credibili. Se sono invitato a un convegno non necessariamente vi partecipo se vedo che tra gli invitati c’è qualcuno anche famoso, anche con la patente di antimafiosità che non mi convince».

Dunque, lei sta cercando verifiche dell’esistenza di rapporti tra Ndrangheta, politica, pubblica amministrazione e massoneria?

«Stiamo parlando della massoneria deviata, cioè di quelle logge massoniche non riconosciute da Palazzo Giustiniani dove convivono quadri della pubblica amministrazione, professionisti, e gli esponenti della Santa, quel grado di affiliazione alla Ndrangheta che autorizza i suoi vertici anche a una doppia affiliazione, alla massoneria appunto. Ecco tracce di queste presenze ci sono. È vero che in quarant’anni o poco meno non è stato celebrato un processo con sentenza foss’anche solo di primo grado che certificasse questi rapporti. Dei fascicoli sono stati aperti in passato. Le rispondo ricordando che le indagini vanno fatte in silenzio».

Un anno di Catanzaro. Ricorda che a Reggio Calabria negli anni Ottanta e Novanta furono cercati i referenti politici della Ndrangheta e l’unico che finì nella rete fu Giacomo Mancini? Una giustizia perlomeno molto strabica. E a Catanzaro sono tutti al di sopra di ogni sospetto?

«Oggi vedo la Ndrangheta dominante sulla politica. Quando i politici si mettono in fila per andare dal mafioso che sanno che detiene un pacchetto di voti, vuole dire che riconoscono alla Ndrangheta un ruolo preminente. Riconoscono che la Ndrangheta ė più forte, è un modello vincente nella comunità».

Lo Stato di salute della Ndrangheta?

«Più forte di prima. Ha saputo trasformarsi. Non spara più, discute alla pari con la politica, anzi sono i politici, ripeto, che vanno a trovare i mafiosi. Non sparano ma nello stesso tempo il loro potere di intimidazione ė intatto».

Che reazione ha avuto quando ha visto in televisione le immagini del baciamano al boss Giorgi, arrestato dopo una latitanza trentennale?

«È un segno di sottomissione, di riconoscimento di un’autorevolezza carismatica di un boss. La Ndrangheta è insieme arcaicità e modernità. L’arcaicità è un collante. Dico sempre che se dovessi puntare su chi scomparirà per prima, tra la camorra, la Ndrangheta e cosa nostra, punterei tutto sulla camorra, che pure è stata la prima organizzazione criminale a insediarsi».

E perché la camorra?

«Perché sempre di più non osserva l’ortodossia delle regole, è sempre più facilona, più criminalità organizzata che mafia. Sta diventando sempre di più una forma di gangsterismo urbano. La Ndrangheta invece è ossessionata dal rispetto delle regole, che rappresenta una calamita che attrae, affascina le nuove generazioni che hanno bisogno di riconoscersi in codici e regole. Ma nello stesso tempo la Ndrangheta è moderna. È una holdign che fa affari in piena autonomia. Ogni ndrina, ogni locale ha piena autonomia nella impresa economica. Non ha bisogno di essere autorizzata».

Catanzaro capoluogo di Regione, sede della Giunta regionale. Tutti virtuosi?

«Vedo una autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, delle famiglie che gestiscono il potere. Vedo ambigui rapporti amicali tra più figure istituzionali diverse. Frequentazioni che non dovrebbero essere coltivate nel rispetto delle diverse competenze istituzionali».

Lei ha sempre goduto di una popolarità non solo mediatica ma anche tra la sua gente, tra i calabresi. Anche ora che il tasso di popolarità della magistratura è al lumicino.

«Stiamo lavorando per recuperare il consenso popolare. La gente deve credere in noi e quindi noi dobbiamo essere coerenti tra quello che diciamo è quello che facciamo concretamente. Dobbiamo essere seri e rigorosi con noi stessi. La gente deve tornare a fidarsi di noi. Deve venire da noi a denunciare. Il calabrese è sempre stato usato dal potere e oggi è sfiduciato, un po’ paranoico e diffidente. Tocca a noi uomini delle istituzioni riuscire a convincere il popolo ad aver fiducia nella giustizia. La Calabria vi sorprenderà molto presto».

Lotta alla masso/mafia, aspettando la primavera di Gratteri, scrive Iacchite il 4 aprile 2018. Quella promessa da Gratteri in Calabria, insieme a quella naturale, tarda ad arrivare, speriamo non finisca come quella araba. E’ la primavera che tutti stiamo aspettando. Non solo la stagione dei fiori e dei primi tiepidi raggi di sole, ma anche la tanto agognata “liberazione” dal malaffare che metaforicamente la parola primavera contiene. Metafora usata da Gratteri in una intervista rilasciata a Guido Ruotolo che, alla luce delle risultanze del suo ufficio in termini di collaborazione dei cittadini, alla domanda del giornalista: “Si riferisce agli intrecci tra massoneria, Ndrangheta e società civile?”. Così risponde: «Mi faccia prima dire un paio di cose. Intanto che le generalizzazioni sono una pessima strada da seguire perché creano sconforto tra la gente, creano il pessimismo e un senso di sconfitta permanente. E questo proprio oggi che un certo risveglio si avverte. Anzi, per la prima volta la gente comincia a prendere coscienza e a credere finalmente nella possibilità di una primavera calabrese». La primavera calabrese. La primavera del riscatto degli onesti sui disonesti. E’ questo che intende Gratteri, nel mentre spiega a Ruotolo di essere impegnato in una indagine delicata sulla, masso/mafia nel territorio di sua competenza. Se alle parole corrispondono anche i fatti, cosa non scontata per Gratteri che, nonostante la sua concretezza, alcune volte si perde in chiacchiere, siamo alla vigilia di un intervento giudiziario, nel nostro territorio, senza precedenti. Liberatorio per i tantissimi cittadini onesti che aspettano questo momento da anni. Una mazzata seria per corrotti, collusi e servitori dello stato infedeli. A prendere per buone le parole che Gratteri pronuncia, non dovrebbero esserci dubbi sul suo intervento contro la “nuova ‘ndrangheta” nei nostri territori, anche se io li conservo. Già altre volte Gratteri ha annunciato l’avanzata francese, per poi ritirarsi alla spagnola. Ma leggiamo le sue parole: «Stiamo lavorando per recuperare il consenso popolare. La gente deve credere in noi e quindi noi dobbiamo essere coerenti tra quello che diciamo è quello che facciamo concretamente. Dobbiamo essere seri e rigorosi con noi stessi. La gente deve tornare a fidarsi di noi. Deve venire da noi a denunciare. Il calabrese è sempre stato usato dal potere e oggi è sfiduciato, un po’ paranoico e diffidente. Tocca a noi uomini delle istituzioni riuscire a convincere il popolo ad aver fiducia nella giustizia. La Calabria vi sorprenderà molto presto». Il tempo delle verifiche e dei riscontri dovrebbe essere finito, e il quadro “accusatorio” impostato. L’inchiesta sembrerebbe conclusa, almeno nei suoi aspetti principali, e l’elenco da sottoporre al gip, già pronto.  Non resta altro da fare che attendere l’arrivo delle rondini, fosse anche una, che nel nostro caso potrebbe fare primavera.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

LE COMPATIBILITA’ ELETTIVE. IO SON IO E TU NON SEI UN CAZZO.

QUANDO IL DNA GIUDICANTE E’ QUESTIONE DI FAMIGLIA.

Come la legislazione si conforma alla volontà ed agli interessi dei magistrati.

Un’inchiesta svolta in virtù del diritto di critica storica e tratta dai saggi di Antonio Giangrande “Impunitopoli. Legulei ed impunità” e “Tutto su Messina. Quello che non si osa dire”.

Marito giudice e moglie avvocato nello stesso tribunale: consentito o no? Si chiede Massimiliano Annetta il 25 gennaio 2017 su “Il Dubbio”.  Ha destato notevole scalpore la strana vicenda che si sta consumando tra Firenze e Genova e che vede protagonisti due medici, marito e moglie in via di separazione, e un sostituto procuratore della Repubblica, il tutto sullo sfondo di un procedimento penale per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo il medico, il pm che per due volte aveva chiesto per lui l’archiviazione, ma poi, improvvisamente, aveva cambiato idea e chiesto addirittura gli arresti domiciliari – sia l’amante della moglie. Il tutto sarebbe corredato da filmati degni di una spy story.

Ebbene, devo confessare che questa vicenda non mi interessa troppo. Innanzitutto per una ragione etica, ché io sono garantista con tutti; i processi sui giornali non mi piacciono e, fatto salvo il sacrosanto diritto del pubblico ministero di difendersi, saranno i magistrati genovesi (competenti a giudicare i loro colleghi toscani) e il Csm a valutare i fatti. Ma pure per una ragione estetica, ché l’intera vicenda mi ricorda certe commediacce sexy degli anni settanta e, a differenza di Quentin Tarantino, non sono un cultore di quel genere cinematografico.

Ben più interessante, e foriero di sorprese, trovo, di contro, l’intero tema della incompatibilità di sede dei magistrati per i loro rapporti di parentela o affinità. La prima particolarità sta nel fatto che l’intera materia è regolata dall’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, che la prevede solo per i rapporti con esercenti la professione forense, insomma gli avvocati. Ne discende che, per chi non veste la toga, di incompatibilità non ne sono previste, e quindi può capitare, anzi capita, ad esempio, che il pm d’assalto e il cronista sempre ben informato sulle sue inchieste intrattengano rapporti di cordialità non solo professionale. Ma tant’è.

Senonché, pure per i rapporti fra avvocati e magistrati la normativa è quantomeno lacunosa, poiché l’articolo 18 del regio decreto 30.1.1941 n. 12, che regola la materia, nella sua formulazione originale prevedeva l’incompatibilità di sede solo per “i magistrati giudicanti e requirenti delle corti di appello e dei tribunali […] nei quali i loro parenti fino al secondo grado o gli affini in primo grado sono iscritti negli albi professionali di avvocato o di procuratore”. Insomma, in origine, e per decenni, si riteneva ben più condizionante un nipote di una moglie, e del resto non c’è da sorprendersi, la norma ha settantasei anni e li dimostra tutti; infatti, all’epoca dell’emanazione della disciplina dell’ordinamento giudiziario le donne non erano ammesse al concorso in magistratura ed era molto limitato pure l’esercizio da parte loro della professione forense.

Vabbe’, vien da dire, ci avrà pensato il Csm a valorizzare la positiva evoluzione del ruolo della donna nella società, ed in particolare, per quanto interessa, nel campo della magistratura e in quello dell’avvocatura. E qui cominciano le soprese, perché il Cxm con la circolare 6750 del 1985 che pur disciplinava ex novo la materia di cui all’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, ribadiva che dovesse essere “escluso che il rapporto di coniugio possa dar luogo a un’incompatibilità ai sensi dell’art. 18, atteso che la disciplina di tale rapporto non può ricavarsi analogicamente da quella degli affini”. Insomma, per l’organo di governo autonomo (e non di autogoverno come si suol dire, il che fa tutta la differenza del mondo) della magistratura, un cognato è un problema, una moglie no, nonostante nel 1985 di donne magistrato e avvocato fortunatamente ce ne fossero eccome. Ma si sa, la cosiddetta giurisprudenza creativa, magari in malam partem, va bene per i reati degli altri, molto meno per le incompatibilità proprie.

Della questione però si avvede il legislatore, che, finalmente dopo ben sessantacinque anni, con il decreto legislativo 109 del 2006, si accorge che la situazione non è più quella del ‘41 e prevede tra le cause di incompatibilità pure il coniuge e il convivente che esercitano la professione di avvocato. Insomma, ora il divieto c’è, anzi no. Perché a leggere la circolare del Csm 12940 del 2007, successivamente modificata nel 2009, si prende atto della modifica normativa, ma ci si guarda bene dal definire quello previsto dal novellato articolo 18 come un divieto tout court, bensì lo si interpreta come una incompatibilità da accertare in concreto, caso per caso, e solo laddove sussista una lesione all’immagine di corretto e imparziale esercizio della funzione giurisdizionale da parte del magistrato e, in generale, dell’ufficio di appartenenza. In definitiva la norma c’è, ma la si sottopone, immancabilmente, al giudizio dei propri pari. E se, ché i costumi sociali nel frattempo si sono evoluti, non c’è “coniugio o convivenza”, ma ben nota frequentazione sentimentale? Silenzio di tomba: come detto, l’addictio in malam partem la si riserva agli altri. Del resto, che il Csm sia particolarmente indulgente con i magistrati lo ha ricordato qualche giorno fa pure il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, dinanzi al Plenum di Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare come “il 99% dei magistrati” abbia “una valutazione positiva (in riferimento al sistema di valutazione delle toghe, ndr). Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.

Insomma, può capitare, e capita, ad esempio, che l’imputato si ritrovi, a patrocinare la parte civile nel suo processo, il fidanzato o la fidanzata del pm requirente.

E ancora, sempre ad esempio, può capitare, e capita, che l’imputato che debba affrontare un processo si imbatta nella bacheca malandrina di un qualche social network che gli fa apprendere che il magistrato requirente che ne chiede la condanna o quello giudicante che lo giudicherà intrattengano amichevoli frequentazioni con l’avvocato Tizio o con l’avvocata Caia. Innovative forme di pubblicità verrebbe da dire.

Quel che è certo, a giudicare dalle rivendicazioni del sindacato dei magistrati, è che le sempre evocate “autonomia e indipendenza” vengono, evidentemente, messe in pericolo dal tetto dell’età pensionabile fissato a settant’anni anziché a settantacinque, ma non da una disciplina, che dovrebbe essere tesa preservare l’immagine di corretto ed imparziale esercizio della funzione giurisdizionale, che fa acqua da tutte le parti.

Al fin della licenza, resto persuaso che quel tale che diceva che i magistrati sono “geneticamente modificati” dicesse una inesattezza. No, non sono geneticamente modificati, semmai sono “corporativamente modificati”, secondo l’acuta definizione del mio amico Valerio Spigarelli. E questo è un peccato perché in magistratura c’è un sacco di gente che non solo è stimabile, ma è anche piena di senso civico, di coraggio e di serietà e che è la prima ad essere lesa da certe vicende più o meno boccaccesche. Ma c’è una seconda parte lesa, alla quale noi avvocati – ma, a ben vedere, noi cittadini – teniamo ancora di più, che è la credibilità della giurisdizione, che deve essere limpida, altrimenti sovviene la sgradevole sensazione di nuotare in uno stagno.

Saltando di palo in frasca, come si suo dire, mi imbatto in questa notizia.

Evidentemente quello che vale per gli avvocati non vale per gli stessi magistrati.

VIETATO SPIARE L'AMORE TRA GIUDICI. I CASI DI INCOMPATIBILITA' FINO AL 1967 (prima di quell' anno, i magistrati erano soltanto uomini): Tra padre e figli (o tra fratelli o tra zio o nonno e nipote) entrambi magistrati nello stesso collegio giudicante o nel collegio d' impugnazione; oppure uno magistrato e uno avvocato nello stesso circondario, scrive Giovanni Marino il 25 maggio 1996 su "La Repubblica". Dopo IL 1967 (cioè dopo la legge che permetteva l'ingresso in magistratura delle donne): Incompatibilità estesa anche: Tra marito e moglie, uno magistrato e uno avvocato nello stesso circondario Tra marito e moglie entrambi magistrati, se nello stesso collegio giudicante o nel collegio d' impugnazione Tra marito Pm e moglie Gip (o viceversa) nello stesso circondario Magistrati conviventi e operanti nello stesso circondario.

Giudici e avvocati compagni di vita. Il Csm apre una pratica a Torino. Palazzo dei Marescialli, contestata la compatibilità ambientale, scrive Raphael Zanotti il 18/09/2010 su “La Stampa”. L’amore non ha diritto di cittadinanza nelle aride lande della Giustizia e dei codici deontologici. Non è previsto, non è contemplato. Quando lo si scopre, si cerca di annichilirlo, azzerarlo. Si può essere buoni magistrati se si ama l’avvocato dall’altra parte della barricata? Si può difendere al meglio il proprio assistito se si deve battagliare con il giudice con cui, il mattino dopo, ci si alza per fare colazione? L’uomo è fragile, la legge no. Tra gli uomini e le donne di giustizia, l’amore è vietato. Lo si cancella con due parole e un articolo di legge: incompatibilità ambientale. Oppure, il più delle volte, lo si tiene nascosto, riservato. Perché tra quelle aule austere, tra i corridoi e gli scartafacci, è come in qualsiasi altro posto: l’amore sboccia, cresce, s’interrompe. È la vita che preme contro le regole che gli uomini si sono dati per riuscire a essere più equi, per non doversi affidare a eroi e asceti. Ma per quanto discreto, disinteressato e onesto, l’amore - a volte - viene scoperto. E allora la legge interviene, implacabile. E gli amanti tremano. Per uno che viene sorpreso, altri nove restano nell’ombra. Tutti sanno di essere di fronte a una grande ipocrisia. Perché nei tribunali ci sono sempre stati amori clandestini, che vivono di complicità. Oppure ufficiali e stabili da così tanto da sentirsi al sicuro. Il giudice torinese Sandra Casacci e l’avvocato Renzo Capelletto vivono la loro storia sentimentale da 31 anni. Una vita. L’hanno sempre fatto alla luce del sole. Il nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, targato Michele Vietti, che solo per un caso è torinese e avvocato anch’egli, ha appena aperto la sua prima pratica disciplinare. L’ha aperta nei confronti del giudice Casacci per incompatibilità ambientale. Il suo compagno, Capelletto, è amareggiato: «Mi spiace per Sandra - racconta - Stiamo insieme da tanto, non ci siamo mai nascosti. Sono stato anche presidente degli avvocati di Torino e nessuno ha mai potuto dire che ci siano stati contatti tra la mia attività di avvocato e la sua di giudice. Il vero problema è che Sandra, dopo una vita di lavoro, sta per diventare capo del suo ufficio e forse questo dà fastidio a qualcuno». Il Csm ha aperto un’altra pratica contro un giudice torinese. Questa volta si tratta di Fabrizia Pironti, legata per anni sentimentalmente all’avvocato Fulvio Gianaria, uno dei legali più conosciuti e stimati del foro torinese. «Della mia vita privata preferirei non parlare - dice l’avvocato - ma una cosa la dico: in tutto questo tempo non ho mai partecipato a un processo che avesse come giudice la dottoressa Pironti. E così i miei colleghi di studio. È la differenza tra la sostanza e il formalismo». La pratica aperta dal Csm mette il dito in una piaga. Nei tribunali italiani non ci sono solo coppie formate da giudici e avvocati, ma anche giudici e giudici sono incompatibili in certi ambiti. Oppure parenti, affini. La legge dice, fino al secondo grado. «Abbiamo aperto questa pratica perché ci è arrivata una segnalazione - si limita a dire il vicepresidente del Csm, Vietti - È una pratica nuova, verificheremo». Il 4 ottobre, a Palazzo dei Marescialli, è stato convocato il procuratore generale del Piemonte Marcello Maddalena che dovrà spiegare se esiste una situazione di incompatibilità dei suoi due giudici. E, nel caso esista da tempo, perché non è stata risolta prima. Dovrà spiegare, insomma, come mai l’amore ha trovato spazio tra le aule austere e i faldoni dei suoi uffici giudiziari.  

TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE L’EXPO - PER GIUSTIFICARE IL SILURAMENTO DI ROBLEDO DAL POOL ANTITANGENTI, BRUTI LIBERATI HA SEGNALATO AL CSM CHE LA NOVELLA MOGLIE DEL PM LAVORA ALL’UFFICIO LEGALE DI EXPO: “C’ERA INCOMPATIBILITÀ”. Per Robledo la storia della moglie sarebbe solo un “pretesto” di Bruti Liberati per dare legittimità alla propria rimozione, bocciata il 28 ottobre dal Consiglio Giudiziario come “esautoramento usato per risolvere in modo improprio l’esistenza di un conflitto”…, scrive Luigi Ferrarella per “il Corriere della Sera” il 6 novembre 2014. L’ex capo del pool antitangenti Alfredo Robledo, che indagava sugli appalti collegati a Expo 2015, ha la moglie avvocato amministrativista che lavora all’ufficio legale di Expo 2015: è quanto il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha segnalato ieri al Csm e al Consiglio Giudiziario, alla vigilia dell’odierna assemblea dei pm da lui convocata per «voltare pagina» e «rilanciare l’orgoglio di appartenere alla Procura». Lo fa inviando anche una lettera di risposta richiesta al commissario di Expo 2015 Giuseppe Sala, e aggiungendo che la potenziale incompatibilità nel pool antitangenti tra il pm e la coniuge non esiste invece ora nel nuovo pool («esecuzione delle pene») al quale il procuratore rivendica di aver trasferito Robledo il 3 ottobre. Ma questi ribatte che la storia della moglie sarebbe solo un «pretesto» di Bruti per dare una rinfrescata di legittimità alla propria rimozione, bocciata il 28 ottobre dal Consiglio Giudiziario come «esautoramento usato per risolvere in modo improprio l’esistenza di un conflitto»: ad avviso di Robledo, infatti, non c’è mai stata alcuna possibile incompatibilità neppure quando la moglie faceva l’amministrativista perché — spiega — operava in una nicchia estranea alle indagini, e comunque ora proprio per evitare «pretesti» si è cancellata dall’Ordine degli Avvocati.  L’ordinamento giudiziario, per prevenire incompatibilità nel lavoro, impone ai magistrati di segnalare entro 60 giorni (e ai capi di vigilare) relazioni sentimentali con altri magistrati o avvocati del distretto. Robledo non lo fa nei 60 giorni dopo le nozze il 10 luglio 2014 con l’avvocato amministrativista Corinna Di Marino. A Bruti che ne chiede conto, risponde che non ravvisa alcuna incompatibilità. Bruti chiede allora il 23 ottobre «dettagli» sul tipo di lavoro della moglie, e il 31 ottobre Robledo, pur «ribadendo l’insussistenza di incompatibilità», aggiunge che la moglie, avvocato dal 2009, ha svolto la professione forense «esclusivamente nel campo del diritto amministrativo sino a giugno 2013», quando ha smesso e ha chiuso in luglio la partita Iva. Ma «al solo di fine di non lasciare spazio a qualsiasi ulteriore incertezza o pretesto, si è anche cancellata dall’Albo degli Avvocati il 27 ottobre 2014». Intanto Bruti ha interpellato il commissario di Expo, Sala, che il 3 novembre spiega che l’avvocato «nel settembre 2013» rispose a un bando online di Expo «per una posizione di specialista legale amministrativa», fece la preselezione con altri candidati, la superò, svolse i colloqui e infine ebbe il punteggio più alto. Mentre in Expo raccontano che è una professionista stimata e chi l’ha selezionata non sapeva fosse legata a un pm, la lettera di Sala prosegue indicando in 60.000 euro lordi l’anno lo stipendio della moglie di Robledo con contratto co.co.pro. sino a fine 2015 per la stipula dei «contratti commerciali» del Padiglione Italia in Expo. In linea con quanto Robledo scrive sul fatto che la moglie, «in seguito al superamento di concorso pubblico nel settembre 2013, svolge attività di mera consulenza legale interna presso Expo 2015 nella materia specifica della valorizzazione ed esposizione di prodotti tipici d’eccellenza nella filiera agroalimentare ed enogastronomica italiana». 

Procuratore Napoli, il figlio legale ostacolo per Cafiero de Raho, scrive Mercoledì 7 Giugno 2017 Il Mattino. Il suo curriculum è eccellente, così come le sue doti professionali sono riconosciute al Csm da tutti. Ma sulla via che potrebbe portare il capo della procura di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho alla nomina a procuratore di Napoli c'è un ostacolo che non si sa ancora se possa essere aggirato: un figlio che fa l'avvocato penalista proprio nel capoluogo campano. Una situazione che potrebbe determinare - se effettivamente De Raho venisse preferito al suo diretto concorrente, l'ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giovanni Melillo - quella che tecnicamente viene chiamata «incompatibilità parentale», e che è causa di trasferimento ad altra sede per i magistrati. Per questo al Csm c'è chi chiede di affrontare subito questo nodo, prima ancora che, la prossima settimana, la Commissione Direttivi entri nel vivo della discussione sul candidato da proporre al plenum. Anche per Melillo - che con De Raho si contende pure la nomina a procuratore nazionale antimafia - la strada non è in discesa: su di lui restano i dubbi di una parte dei consiglieri di Area (gruppo di riferimento dello stesso magistrato e ago della bilancia in questa difficile partita), che giudicano poco opportuno affidare la guida della procura di Napoli, alle prese con inchieste delicate con implicazioni politiche, come quella su Consip, a chi sino a poco tempo fa ha ricoperto un ruolo di diretta collaborazione con il ministro Orlando. Per quanto riguarda De Raho, il problema del figlio avvocato, Francesco, si era già posto in passato, quando il magistrato era procuratore aggiunto a Napoli. E nel 2009, dopo una lunga istruttoria, il Csm aveva escluso che vi fosse un'incompatibilità ambientale e funzionale. Non c'è «il pericolo di interferenze», stabilirono allora i consiglieri, accertato che Francesco non aveva mai trattato la materia specialistica del padre (all'epoca alla guida della sezione sulle misure di prevenzione della Dda), non aveva con lui nessun rapporto di natura professionale, e che, esercitando a Napoli, non avrebbe potuto occuparsi nemmeno in futuro di criminalità casertana, materia di competenza del genitore. Allora però De Raho era un procuratore aggiunto e dunque coordinava un settore limitato. Per questo il ragionamento seguito all'epoca non potrebbe essere riproposto ora per il ruolo di capo dell'ufficio. E il fatto che tra il magistrato e il figlio non ci siano più rapporti dal 1997, ribadito dal capo della procura di Reggio nell'audizione di dieci giorni fa al Csm, potrebbe non essere decisivo. Anzi, nel 2009, i consiglieri ritennero questo elemento «privo di rilevanza» perché «l'intensità della frequentazione tra i congiunti non è presa in considerazione dalla legge e può mutare nel tempo in maniera del tutto imprevista». La più facile soluzione del rebus sarebbe destinare De Raho al vertice della procura nazionale antimafia e Melillo alla guida di quella campana. Ma un piano del genere richiederebbe l'unità di Area, che ancora non c'è.

Parentopoli al tribunale di Lecce, il presidente verso l'allontanamento. Il figlio di Alfredo Lamorgese, avvocato iscritto a Bari, segue in Salento 37 cause civili, ma in base alla legge sono ammesse, in via eccezionale, deroghe all'incompatibilità parentale solo per piccole situazioni. Sul caso è intervenuto il Csm per il trasferimento d'ufficio, scrive Chiara Spagnolo 12 giugno 2012 su "La Repubblica". Il padre presidente del Tribunale di Lecce, il figlio avvocato, formalmente iscritto all’albo di Bari, ma con 37 cause civili in itinere davanti allo stesso Tribunale del capoluogo salentino. È la saga dei Lamorgese, famiglia di giudici e avvocati, che potrebbe costare il trasferimento al presidente Alfredo, dopo che la prima commissione del Csm ha aperto all’unanimità la procedura per "incompatibilità parentale". A Palazzo dei Marescialli è stata esaminata la copiosa documentazione inoltrata dal Consiglio giudiziario di Lecce, che, qualche settimana fa, ha rilevato la sussistenza delle cause di incompatibilità attribuite all’attuale presidente del Tribunale. Le verifiche effettuate dall’ordine degli avvocati hanno permesso di appurare che Andrea Lamorgese risulta nominato come legale in 193 procedimenti pendenti davanti agli uffici giudiziari salentini e che la sua appartenenza al Foro di Bari, probabilmente, non basta a far venire meno le cause di incompatibilità previste dall’ordinamento giudiziario. La legge prevede, infatti, che i magistrati non possano esercitare funzioni direttive in un Tribunale in cui un familiare svolga l’attività forense. La deroga a tale norma si può ottenere solo quando l'attività difensiva del congiunto sia "sporadica e poco significativa" anche dal punto di vista della qualità. Per ottenere la deroga, tuttavia, i legami parentali tra giudici e avvocati devono essere portati all’attenzione del Csm, cosa che Lamorgese non avrebbe fatto all’atto della sua nomina a presidente del Tribunale, avvenuta nel 2009. A distanza di soli tre anni quella leggerezza rischia di costargli cara, ovvero un trasferimento prematuro rispetto agli otto anni previsti per il suo incarico, perché l’accertamento sull’attività svolta dal figlio ha permesso di scoprire come l’esercizio della funzione legale di Andrea a Lecce non fosse né sporadica né poco significativa. Diversamente per quanto riscontrato rispetto alla figlia e alla nuora, anche loro avvocati, le cui professioni non sarebbero però incompatibili con l’attività del presidente, dal momento che la prima non esercita la professione e la seconda si occupa di giustizia amministrativa. Il prossimo passo del Consiglio superiore della magistratura sarà la convocazione di Lamorgese a Roma, che sarà ascoltato il prossimo 25 giugno per chiarire la propria posizione. All’esito dell’ascolto, e dell’esame di eventuali documenti prodotti, la prima commissione deciderà se chiedere al plenum il trasferimento o archiviare il caso. 

Lecce, trasferito il presidente del tribunale. "Il figlio fa l'avvocato, incompatibile". La decisione presa all'unanimità dal Csm: Alfredo Lamorgese non può esercitare nello stesso distretto dove lavora il suo congiunto. Il magistrato verso la pensione anticipata, scrive Chiara Spagnolo il 13 febbraio 2013 su "La Repubblica". Finisce con la parola trasferimento l’esperienza di Alfredo Lamorgese alla guida del Tribunale di Lecce. Il plenum del Csm è stato perentorio: impossibile sedere sulla poltrona di vertice degli uffici giudicanti salentini se il figlio avvocato, formalmente iscritto all’albo di Bari, in realtà esercita la sua professione anche a Lecce. Trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale era stato chiesto dalla Prima commissione e così sarà, in seguito alla decisione presa ieri all’unanimità a Palazzo dei Marescialli. Prima che la Terza commissione scelga per Lamorgese una nuova destinazione, tuttavia, il giudice potrebbe presentare domanda di pensionamento, così come è stato comunicato ad alcuni membri del Csm, che avevano consigliato di chiudere immediatamente la lunga esperienza professionale onde evitare l’onta di una decisione calata dall’alto. La vicenda tiene banco da mesi nei palazzi del barocco, da quando il Consiglio giudiziario di Lecce ha inoltrato al Consiglio superiore una copiosa documentazione che ha determinato l’apertura della pratica per incompatibilità “parentale”. Le verifiche effettuate dall’ordine degli avvocati hanno permesso infatti di appurare che Andrea Lamorgese risulta nominato come legale in 193 procedimenti pendenti davanti agli uffici giudiziari salentini e che la sua appartenenza al Foro di Bari, probabilmente, non basta a far venire meno le cause di incompatibilità previste dall’ordinamento giudiziario. La legge prevede che i magistrati non possano esercitare funzioni direttive in un Tribunale in cui un familiare svolga l’attività forense. La deroga a tale norma si può ottenere solo quando l'attività difensiva del congiunto sia "sporadica e poco significativa" anche dal punto di vista della qualità e deve essere tempestivamente comunicata all’organo di autogoverno della magistratura. Stando a quanto verificato dal Csm, tuttavia, il presidente non avrebbe comunicato alcuna causa di incompatibilità all’atto della sua nomina, avvenuta nel 2009, né negli anni successivi. E a poco è servito il tentativo di difendersi che in realtà le cause in cui il figlio è stato protagonista come avvocato sono in numero di gran lunga inferiore rispetto alle 193 contestate, perché l’accertamento sull’attività svolta dal figlio ha permesso di scoprire come l’esercizio della funzione legale di Andrea a Lecce non fosse né sporadica né poco significativa. Al punto che, secondo il Consiglio superiore, uno dei due Lamorgese avrebbe dovuto lasciare.

Brindisi, giudici contro il procuratore, scrive il 27 giugno 2008 Sonia Gioia su "La Repubblica". Il procuratore Giuseppe Giannuzzi, oggetto di un pronunciamento di incompatibilità parentale da parte del Consiglio superiore della magistratura, che lo costringe ad abbandonare il ruolo rivestito nella procura brindisina, non potrà mai più dirigere un'altra procura. E' questo, a quanto pare, quello che stabilisce la legge. Sebbene a Giannuzzi resti la chance del ricorso al tribunale amministrativo contro il provvedimento adottato dall' organo di autogoverno dei magistrati. Incompatibilità sorta sulla base di un procedimento penale nel quale un figlio del magistrato, Riccardo Giannuzzi, avvocato iscritto all'albo forense di Lecce, assunse la difesa di alcuni indagati sulla base di una richiesta al gip controfirmata dallo stesso procuratore capo. Giannuzzi junior, raggiunto telefonicamente, si esime da qualsiasi commento: "Non parlo per una questione di correttezza nei confronti di mio padre. Senza il suo consenso non sarebbe giusto rilasciare alcuna dichiarazione". Ma la famiglia, coinvolta in una vicenda senza precedenti, almeno nella procura brindisina, è comprensibilmente provata. Sono stati i magistrati della città messapica i primi a far emergere il caso della presunta incompatibilità parentale. Gli stessi giudici difesi a spada tratta da Giannuzzi quando gli strali del gip Clementina Forleo, autrice della denuncia contro i pm Alberto Santacatterina e Antonio Negro, si sono abbattuti sulla procura di Brindisi. A settembre scorso la sezione locale dell'associazione nazionale magistrati si riunì per discutere il caso, dopo che da tempo, nei corridoi del palazzo al civico 3 di via Lanzellotti, si mormorava insistentemente e non senza insofferenza. L'avvocato Giannuzzi, per quanto iscritto all'albo salentino dal 1999, figurava in qualità di difensore in diversi processi celebrati nel tribunale brindisino. Fino all' ultimo caso, esploso a seguito di un blitz per droga. Il legale assunse la difesa di uno degli indagati, arrestato a seguito dell'operazione, sulla base di una richiesta al gip controfirmata da Giuseppe Giannuzzi. A seguito della vicenda, i giudici tanto della procura quanto del tribunale, riuniti in consesso, insorsero siglando a maggioranza una delibera in cui si legge: "L' evidente caso di incompatibilità parentale mina il prestigio di cui la magistratura brindisina ha sempre goduto". Parole pesanti, che il procuratore capo Giuseppe Giannuzzi, di stanza a Brindisi dal settembre 2004, non ha mai voluto commentare. Adesso, il pronunciamento del Csm: padre e figlio non possono convivere professionalmente nello stesso distretto giudiziario. Diciotto i voti a favore, sei i favorevoli a Giannuzzi, fra cui quello del presidente Nicola Mancino. La decisione è stata adottata sebbene l'avvocato Riccardo Giannuzzi abbia, a seguito del putiferio venutosi a creare, rinunciato a tutti i mandati che potevano vedere in qualche modo coinvolto il procuratore capo della Repubblica di Brindisi. La prima commissione del Csm si era già espressa all' unanimità a favore del trasferimento, sempre alla luce del fatto che Giannuzzi junior esercita la professione forense anche nel capoluogo messapico. Le conseguenze del procedimento, a quanto pare, non sortiranno effetti in tempi brevi: la decisione del plenum del Csm infatti, dopo la notifica potrà essere impugnata dal procuratore capo. La prassi prevede che a indicare le nuove, possibili sedi di destinazione sia ora la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura. La scelta toccherà direttamente al giudice, che se non dovesse esprimersi, sarà trasferito d' ufficio. Ma in nessuna sede in cui Giuseppe Giannuzzi verrà destinato, lo prevede il regolamento, mai più potrà rivestire il ruolo di procuratore capo. A meno che non presenti ricorso al Tar e lo vinca.

Il figlio del giudice Sciacchitano e il grande affare del metano, scrive il 12 febbraio 2018 "Tele Jato". L’affare del metano nasce e prende corpo in Sicilia agli inizi degli anni ’90, allorché i sei fratelli Cavallotti cominciano ad occuparsene. C’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle vecchie lire, da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione e da questa ai Comuni, che penseranno ad affidare le concessioni. Decidono di mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. È tutto in ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad aggiudicarsi numerose concessioni per metanizzare molti comuni, con il sistema del project financing, ovvero offrono ai comuni la costruzione degli impianti di metano, con fondi propri, con la clausola del possesso di una gestione trentennale, per poi lasciare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni stessi. Sul mercato c’è già l’Azienda Gas spa, nata per iniziativa di un impiegato regionale, di nome Brancato, il quale, decide di potenziare la società, e chiede soldi e protezione a Vito Ciancimino, allora all’apice della carriera politica. Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini, a Cuffaro: viene stipulato, alla presenza, a Mezzoiuso, dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità che apre le porte alla Gas spa e al terzetto Ciancimino-Lapis-Brancato, perché con questo patto di legalità vengono assegnati ai mafiosi direttamente gli appalti, senza alcuna celebrazione di gara: rispetto alle proposte di concessione presentate dai Cavallotti le cifre vengono raddoppiate, in qualche caso triplicate. Addirittura, le ditte private vengono escluse, con una circolare dell’allora assessore all’industria Castiglione, dalla possibilità di accedere ai finanziamenti pubblici, mentre, con un escamotage, la cosa è consentita all’azienda GAS spa. Unico ostacolo la Comest e la Coip, cioè le aziende del gruppo Cavallotti, che già hanno ottenuto numerose concessioni nei comuni Siciliani, ma si fa presto a metterli fuori gioco. Belmonte è la patria di Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con riferimento a un appalto ottenuto ad Agira, è scritto: “Cavallotti quattro miliardi”. Non parleremo del calvario subito dai Cavallotti, che si trascina sino ad oggi e del quale si sono occupati Le Iene, con la nostra collaborazione. Tutto liscio invece, almeno sino a poco tempo fa per la società Gas spa di Ezio Brancato composta da sei imprese, con sede a Palermo, in via Libertà 78, che fornisce metano a 74 città siciliane, oltre che in Abruzzo. Ciancimino fiuta l’affare e si ci ficca dentro, sino a quando non è condannato, il 2 dicembre 1993 per associazione mafiosa. Quando i beni di Ciancimino vengono confiscati, viene anche confiscata la sua quota, ma non quella di Brancato. Il 13 gennaio 2004 è una data importante per la multinazionale spagnola Gas Natural sdg. Quel giorno la compagnia iberica acquista con ben 120 milioni di euro una società italiana del gruppo Gas spa.

Tra i magistrati chiamati in causa dall’avvocato Livreri ci sono Giuseppe Pignatone (oggi procuratore della Repubblica a Roma), Michele Prestipino Giarritta (pm a Reggio Calabria), Sergio Lari (già procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta) e i pm presso il Tribunale di Palermo, Lia Sava e Roberta Buzzolani. Un altro magistrato indicato nei suoi esposti dall’avvocato Livreri è Giustino Sciacchitano, già in servizio presso il Tribunale di Palermo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 (proprio quando la mafia ammazzava l’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa) e poi magistrato presso la Dda a Roma. Per la cronaca, il figlio di Giustino Sciacchitano, Antonello, avrebbe sposato Monia Brancato e sarebbe consuocero della Maria D’Anna Brancato.

Secondo una dichiarazione di Antonello Sciacchitano, nell’ottobre 2000, al matrimonio vip di Monia Brancato, figlia del Presidente della GAS siciliana con lo stesso Antonello Sciacchitano, figlio del Procuratore Giustino Sciacchitano, c’erano tra gli amici dello sposo Giuseppe Pignatone (già procuratore aggiunto a Palermo, poi procuratore capo a Reggio Calabria, oggi procuratore capo a Roma), Pietro Grasso (già Procuratore capo a Palermo), Francesco Messineo (già procuratore capo a Palermo) e Luigi Croce (già Procuratore generale Corte Appello Palermo). Ovviamente c’era anche lo zio Gianni Lapis e la sua famiglia e lo zio Luigi Italiano con il fratello Giuseppe Italiano, i Campodonico e l’avv.to Mulè e tutti gli altri soci della GAS. Secondo una chiave di lettura tutta siciliana sembra evidente che il calvario e la fine dei Cavallotti abbia avuto come contraltare il successo della società GAS di Brancato e di tutto il codazzo di politici, con il presunto consenso di alcuni magistrati a vantaggio del figlio del giudice Sciacchitano, che poi si è separato da Monia Brancato e alla quale, solo lo scorso anno, nel 2017, sono stati messi sotto sequestro i beni. Tutto ciò, tanto per aggiungere un tassello all’allucinante vicenda dell’Hotel Elena, gestito dalla moglie di Giusto Sciacchitano, del quale abbiamo avuto notizia in un recente servizio delle Iene: un albergo esistente, ma inesistente, al quale finalmente, solo oggi sono stati messi i sigilli del sequestro.

Uccise il figlio, condanna ridotta a 18 anni di reclusione per un 66enne barcellonese, scrive il 22 febbraio 2017 “24live.it”.  Condanna ridotta a 18 anni per il 66enne muratore barcellonese Cosimo Crisafulli che nel maggio del 2015 uccise con un colpo di fucile il figlio Roberto, al termine di una lite verificatisi nella loro abitazione di via Statale Oreto.  Nel giugno 2016 per l’uomo, nel giudizio del rito abbreviato davanti al Gup del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, Salvatore Pugliese, era arrivata la condanna a 30 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Messina, che si è pronunciata ieri, presieduta dal giudice Maria Pina Lazzara, ha invece ridotto di 12 anni la condanna, sebbene il sostituto procuratore generale, Salvatore Scaramuzza, avesse richiesto la conferma della condanna emessa in primo grado. Decisiva per il 66enne la concessione delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alle aggravanti, richieste già in primo grado dall’avvocato Fabio Catania, legale del 66enne Cosimo Crisafulli.

Cosa c’è di strano direte voi.

E già. Se prima si è parlato di incompatibilità tra magistrati e parenti avvocati, cosa si potrebbe dire di fronte ad un paradosso?

Leggo dal post pubblicato il 2 febbraio 2018 sul profilo facebook di Filippo Pansera, gestore di Messina Magazine, Tele time, Tv Spazio e Magazine Sicilia. “Nel 2016, la dottoressa Maria Pina Lazzara presidente della Corte d'Assise d'Appello di Messina, nonchè al vertice della locale Sezione di secondo grado minorile emetteva questa Sentenza riformando il giudizio di primo grado statuito dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. L'accusa era rappresentata in seconde cure, dall'ex sostituto procuratore generale Salvatore Scaramuzza (oggi in pensione). La dottoressa Lazzara ed il dottor Scaramuzza... sono marito e moglie dunque per la presidente della Corte vi era una incompatibilità ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario. Invece come al solito, estese ugualmente il provvedimento giudiziario... che è dunque da intendersi nullo. Inoltre, malgrado il dottor Salvatore Scaramuzza sia andato in pensione, la dottoressa Lazzara è comunque incompatibile anche al giorno d'oggi nel 2018. Salvatore Scaramuzza e Maria Pina Lazzara infatti, hanno una figlia... Viviana... anch'essa magistrato che opera presso Barcellona Pozzo di Gotto in tabella 4 dal 2017. Sempre ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario, madre e figlia non possono esercitare nello stesso Distretto Giudiziario... come invece succede ora ed in costanza di violazione di Legge. A Voi..., il giudizio.”

Egregio signore, apprendo in data odierna da telefonate di amici che una citazione riferentesi a me è apparsa nel contesto di un articolo intitolato " IO SON IO E TU NON SEI UN C........quando il dna giudicante è questione di famiglia". Il riferimento concerne un presunto rapporto di coniugio tra me e il sostituto procuratore generale di Messina, Dr. Scaramuzza oggi in pensione, e un rapporto filiale tra me e tale Viviana. Mi sorprende come circostanze di semplice verifica siano attestate senza il minimo controllo: la informo che mio marito non è il dr. Scaramuzza, è persona estranea all'ordine giudiziario ed io ho tre figli tutti maschi, nessuno dei quali ha intrapreso la carriera di magistrato. Il primo anzi, e per fortuna, ha pensato bene di andarsene all'estero dove si è guadagnato un dottorato con borsa, è un libero pensatore, studioso dei movimenti e attivista lui stesso per tentare di scardinare questo sistema che - sembrerebbe- ella cerchi di mettere alla gogna. L'accostamento del mio nome ad altre vicende che non conosco e non giudico non fa giustizia del mio ultratrentennale impegno professionale e personale: per mia formazione ho in odio chiunque cerchi scorciatoie e agevolazioni, fosse anche il saltare una fila o segnalare per un esame all'università il proprio figlio (nell'ultimo anno uno di essi è stato bocciato per ben 3 volte ad un esame, senza che questo abbia creato turbamenti o sensazione di lesa maestà). Per questo il suo articolo mi ha fatto sorridere, ma mi ha anche lasciato l'amaro in bocca. Spero in una pronta rettifica, ma ove questa non intervenisse, me ne farò una ragione. F.to D.ssa Maria Pina LAZZARA.

Dr.ssa Lazzara mi spiace per il qui pro quo e per il turbamento creato, a cui porrò immediato rimedio con la doverosa rettifica. Ha fatto bene ad avvisarmi. Io sono un saggista. Ho riportato un post di un direttore di un portale d’informazione. Un giornalista a cui spetta la verifica delle fonti e di cui io mi sono fidato. Questo comunque non mi esime dal chiederle scusa e ringraziarla nell’essersi comportata da perfetta gentil donna.  Alle sentite scuse, seguirà pronta rettifica.

Si rettifica un errore di persona. Maria Pina Lazzara non è moglie del dr Scaramuzza e Viviana Scaramuzza non è sua figlia. Nel saggio si è riportato un post di un direttore di un portale d’informazione. Un giornalista a cui spetta la verifica delle fonti.

Dopo il tono conciliante e nonostante la pronta rettifica segue messaggio di minaccia.

Buonasera, sono la d.ssa Maria Pina LAZZARA, Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Messina, nonchè della sezione Minori. Con riferimento all'articolo pubblicato in data 4/2/2018 dal titolo IO SON IO E TU NON SEI UN C.....QUANDO IL DNA GIUDICANTE E' QUESTIONE DI FAMIGLIA, vi segnalo - sempre che la verità abbia per voi rilevanza- che : a) sono coniugata con BARTOLO Umberto fin dal 1985 e non con il dr Salvatore Scaramuzza, sostituto procuratore generale oggi in pensione; mio marito , in quiescenza dal 2017, ha svolto le sue funzioni sempre al di fuori dell'ambito giudiziarioi b) non ho alcuna figlia femmina a nome Viviana , ma tre figli maschi , ancora studenti. La collocazione della citata falsa notizia in un contesto di evidente denigrazione dei magistrati, indicati come soggetti adusi ad operare al di fuori delle regole, è quanto di più estraneo alla mia formazione personale e professionale: ho sempre odiato le prevaricazioni da chiunque esse provengano ( ho sempre rispettato la fila, ho sempre prenotato le visite mediche con il numero verde delle prenotazioni , ho assistito rigorosa ed impassibile alle numerose bocciature ad alcuni esami universitari di qualcuno dei miei figli, che sono cresciuti con la consegna del silenzio sulla identità della madre e di tutto ciò vado orgogliosa). Proprio in ragione di quanto sopra, mi ha particolarmente turbato l'accostamento della mia persona alle altre vicende trattate nel corpo dell'articolo e mi riservo di valutare le opportune iniziative da assumere a tutela della mia dignità. F.to D.ssa Maria Pina LAZZARA

«Cari giornalisti dovete sentire le due campane», scrive Giulia Merlo l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Un giornale scrive il falso, ma il diritto di stampa prevale su quello alla reputazione e dunque il cittadino non ha diritto a veder ristabilita in via immediata (e dunque con un ricorso cautelare) la verità, ma solo dopo un processo di cognizione piena. A contraddire almeno parzialmente questo principio, stabilito da due sentenze delle Sezioni Unite di Cassazione penali del 2015 (29 gennaio 2015 n. 31022e civili del 2016 (18 novembre 2016 n. 23469), è intervenuto il Tribunale civile di Milano. Il caso è quello di due avvocati, indicati da un articolo apparso sul sito de L’Espresso come titolari di conti correnti off shore e come amministratori di società off shore, sulla base del contenuto dei cosiddetti “Paradise Papers” (un fascicolo riservato composto da 13,5 milioni di documenti confidenziali presso la Appleby, uno studio legale che fornisce consulenze internazionali in campo societario e fiscale). I due, dimostrando di non avere conti off shore e di non essere amministratori di società, hanno chiesto in via d’urgenza al tribunale di ordinare la rimozione dei loro nomi dal sito del settimanale. L’ordinanza di primo grado ha dichiarato la richiesta inammissibile proprio sulla base delle sentenze delle Sezioni Unite ma, in sede di reclamo, il tribunale ha parzialmente riformato la decisione. «La vicenda presenta un problema di giustizia sostanziale molto chiaro», ha spiegato l’avvocato Iuri Maria Prado, difensore dei due diffamati, «Se una testata online pubblica una notizia palesemente e provatamente falsa, seguendo l’orientamento della Cassazione il cittadino non ha diritto ad avere una tutela d’urgenza con la rimozione della notizia, ma deve attendere i tempi di un processo ordinario per diffamazione: e questo perché il diritto alla reputazione è considerato da quella giurisprudenza ‘ recessivo’ ( cioè vale meno) rispetto al diritto alla libera manifestazione del pensiero attraverso la stampa». Il Tribunale, dunque, ha stabilito che non è possibile privare la vittima di qualunque tutela di urgenza, anche se questa tutela in via cautelare non può tradursi nè nel sequestro della pubblicazione, nè nell’inibizione alla sua ulteriore diffusione, ma «sono ammissibili rimedi di tipo integrativo e correttivo» o «un “aggiornamento” della notizia». Si tratta di «un piccolo spiraglio aperto dal tribunale di Milano, che scalfisce almeno in parte il poco condivisibile orientamento delle Sezioni Unite», ha riconosciuto l’avvocato Prado. Tuttavia, a fronte di questa apertura sul piano del riconoscimento generale di un diritto, nel caso di specie il Tribunale ha rigettato la richiesta di far pubblicare sul sito de L’Espresso il provvedimento del giudice, Secondo il collegio, infatti, «nel caso di specie sarebbe superfluo, perchè nel corpo dell’articolo è stato inserito il link contenente le lettere di precisazioni e spiegazioni inviate per email alla redazione dai reclamanti». In questo modo, secondo i giudici, «è stato garantito il diritto degli stessi di far conoscere la “loro verità”, informando il lettore dell’esistenza di elementi ulteriori e contrastanti rispetto a quelli contenuti nell’articolo». Proprio in questo, secondo l’avvocato Prado, sta l’elemento di non condivisibilità: «Il fatto che non siano titolari di conti off shore non è la “loro verità” ma “la” verità oggettiva e non controvertibile. Nel caso dei due avvocati la diffamazione non sta nell’espressione di un giudizio, ma nell’attribuzione di un fatto specifico falso». In sostanza, aggiungere ad un articolo online la rettifica dei diretti interessati non ha certo la stessa portata di pubblicare un provvedimento che attesta la verità stabilita da un giudice, sia pure in via d’urgenza. Eppure, anche se l’ordinanza non riconosce pieno diritto alla richiesta di vedere ristabilita la verità da parte delle vittime, riconosce un elemento importante: «il carattere pervasivo e diffusivo» di una notizia pubblicata online «è idoneo a causare danni potenzialmente irreparabili». Per questo, il cittadino non deve attendere il corso di un giudizio a cognizione piena, ma ha diritto ad ottenere una qualche forma di tutela immediata. Un piccolo passo nella direzione di riconoscere che il diritto all’onore e alla reputazione del cittadino non possa essere considerato figlio di un Dio minore rispetto al diritto di stampa. Allargando l’orizzonte della vicenda, infatti, si potrebbe arrivare al paradosso che «per diffondere fake news contando sul fatto che esse possano essere eliminate dalla rete solo al termine di un lungo processo per diffamazione, basterebbe che un ricco magnate apra una testata online e la registri in tribunale indicando un direttore responsabile», ha spiegato Prado. Se contiene notizie false, infatti, un sito ordinario può essere sequestrato, una testata giornalistica online invece no. Dunque, incuneandosi tra le maglie della giurisprudenza, basterebbe un adempimento burocratico per riparare sotto l’ombrello dei diritti costituzionalmente riconosciuti un abuso dei mezzi di informazione.

Scrive Filippo Pansera il 9 marzo 2018 sulla sua Pagina Facebook: "Molte settimane fa, scrivevo di una giudice altolocata (perchè con incarichi direttivi di vertice a Palazzo Piacentini - Messina), che essa avesse una figlia magistrato ed un marito giudice..., in realtà sono stato tratto in inganno da una dei miei avvocati e da un secondo amico mio avvocato. Successivamente, ho scoperto come stanno effettivamente le cose. La dottoressa non ha figli giudici o avvocati, bensì è cognata di una avvocatessa con Studio legale in Messina presso altro collega... arrestato nel 2017... e con trascorsi politici di centro-destra. Dunque, la signora, è incompatibile ex articolo 18 dell'Ordinamento Giudiziario".

Tribunale di Messina, le relazioni pericolose emerse dallo screening di un gruppo di giovani avvocati, scrive l'1 settembre 2016 "100 Nove". Nello “screening” effettuato in relazione al Tribunale di Messina, un gruppo di giovani avvocati emergono una serie di rapporti in chiaroscuro tra magistrati, prima sposati e poi divorziati, che si trovano ad operare nello stesso tribunale; magistrati che si ritrovano cognati avvocati a discutere le stesse cause. E altro, dopo l’esplosione del caso Simona Marra. Un dettagliato elenco di tutte le anomalie nei rapporti tra avvocati e magistrati nel distretto giudiziario di Messina. Lo ha predisposto un gruppo di giovani avvocati che ha passato al setaccio le situazioni “controverse” nei tribunali della provincia, dopo l’esplosione del “caso Simona Merra”, il pm di Trani titolare del fascicolo sull’incidente ferroviario del 12 luglio tra Bari e Barletta dove hanno perso la vita 23 persone, sorpresa da uno scatto fotografico a farsi baciare il piede dall’avvocato Leonardo De Cesare, legale di Vito Picaretta, capostazione di Andria che è il principale indagato della strage. Nello “screening” del Tribunale di Messina, conosciuto in passato come “rito peloritano”, emergono una serie di rapporti in chiaroscuro tra magistrati, prima sposati e poi divorziati, che si trovano ad operare nello stesso tribunale; magistrati che si ritrovano cognati avvocati a discutere le stesse cause; magistrati togati che, tra i 64 incaricati alla commissione tributaria, si ritrovano nella rotazione ad avere parenti diretti in commissione; magistrati invitati la sera a cena da avvocati, con i quali hanno fascicoli aperti. Una situazione anomala, tollerata per una sorta di quieto vivere, che preoccupa ora i giovani avvocati promotori dello screening: si stanno interrogando se inviare in forma anonima il documento solo ai giornali e al Consiglio giudiziario, o solo alla sezione disciplinare del Csm e alla procura generale della Cassazione: temono rappresaglie professionali, da parte dei magistrati e consiglieri dell’Ordine. Sulla questione delle incompatibilità, si è aperto un vivace dibattito anche a livello nazionale. Se da una parte il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini chiede ai magistrati di assumere un maggiore senso di sobrietà e finirla con la giustizia-spettacolo, dall’altra, la stessa categoria dei magistrati, dilaniata dalle correnti, si è spaccata sul caso “Simona Marra” con posizioni divergenti tra Magistratura Indipendente, Magistratura Democratica, Unicost, Area, la corrente di sinistra, e Autonomia & Indipendenza, il gruppo che fa capo al presidente nazionale dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, che ha raccolto un buon numero di adesioni in provincia di Messina, dove esponente di punta è il procuratore aggiunto, Sebastiano Ardita.

Giustizia alla cosentina: tutte le “parentele pericolose” tra giudici, pm e avvocati, scrive Iacchite il 22 luglio 2016. Diciassette magistrati del panorama giudiziario di Cosenza e provincia risultano imparentati con altrettanti avvocati dei fori cosentini. Una situazione impressionante, che corre da anni sulle bocche di tutti i cosentini che hanno a che fare con questo tipo di “giustizia”. Il dossier Lupacchini, già dieci anni fa, faceva emergere in tutta la sua gravità questo clima generale di “incompatibilità ambientale” ma non è cambiato nulla, anzi. La legge, del resto, non è per niente chiara e col passare del tempo è diventata anche più elastica. Per cui diventa abbastanza facile eludere il comma incriminato e cioè che il trasferimento diventa ineludibile “quando la permanenza del dipendente nella sede nuoccia al prestigio della Amministrazione”. Si tratta, dunque, di un potere caratterizzato da un’ampia discrezionalità. E così, dopo un decennio, siamo in grado di darvi una lettura aggiornata di tutto questo immenso “giro” di parentele, difficilmente perseguibili da una legge non chiara e che comunque quantomeno condiziona indagini e sentenze. E coinvolge sia il settore penale che quello civile. Anzi, il civile, che è molto più lontano dai riflettori dei media, è ricettacolo di interessi, se possibile, ancora più inconfessabili. Cerchiamo di capirne di più, allora, attraverso questo (quasi) inestricabile reticolo di relazioni familiari.

LE PARENTELE PERICOLOSE

Partiamo dai magistrati che lavorano nel Tribunale di Cosenza.

Il pubblico ministero Giuseppe Casciaro (chè tanto da qualcuno dovevamo pur cominciare) è sposato con l’avvocato Alessia Strano, che fa parte di una stimata famiglia di legali, che coinvolge anche il suocero Luciano Strano e i cognati Amedeo e Simona.

Il giudice Alfredo Cosenza è sposato con l’avvocato Serena Paolini ed è, di conseguenza, cognato dell’avvocato Enzo Paolini, che non ha certo bisogno di presentazioni.

Il gip Giusy Ferrucci, dal canto suo, è sposata con l’avvocato Francesco Chimenti.

Paola Lucente è stata giudice del Tribunale penale di Cosenza e adesso è in servizio alla Corte d’Appello di Catanzaro e mantiene il ruolo di giudice di sorveglianza e della commissione tributaria cosentina. Di recente, il suo nome è spuntato fuori anche in alcune dichiarazioni di pentiti che la coinvolgono in situazioni imbarazzanti riguardanti il suo ruolo di magistrato di sorveglianza.

Anche la dottoressa Lucente ha un marito avvocato: si chiama Massimo Cundari.

Del giudice Lucia Angela Marletta scriviamo ormai da tempo. Anche suo marito, Maximiliano Granata, teoricamente è un avvocato ma ormai è attivo quasi esclusivamente nel settore della depurazione e, come si sa, in quel campo gli interventi della procura di Cosenza, in tema di sequestri e dissequestri, sono assai frequenti. Quindi, è ancora peggio di essere “maritata” con un semplice avvocato.

Se passiamo al civile, la situazione non cambia di una virgola.

La dottoressa Stefania Antico è sposata con l’avvocato Oscar Basile.

La dottoressa Filomena De Sanzo, che proviene dall’ormai defunto tribunale di Rossano, si porta in dote anche lei un marito avvocato, Fabio Salcina.

La dottoressa Francesca Goggiamani è in servizio nel settore Fallimenti ed esecuzioni immobiliari ed è sposato con l’avvocato Fabrizio Falvo, che fino a qualche anno fa è stato anche consigliere comunale di Cosenza.

GIUDICI COSENTINI IN ALTRA SEDE

Passando ai magistrati cosentini che adesso operano in altri tribunali della provincia o della regione, il giudice penale del Tribunale di Paola Antonietta Dodaro convive con l’avvocato Achille Morcavallo, esponente di una famiglia da sempre fucina di legali di spessore.

Il giudice penale del Tribunale di Castrovillari, nonché giudice della commissione tributaria di Cosenza, Loredana De Franco, è sposata con l’avvocato Lorenzo Catizone. Anche lui, come Granata, non fa l’avvocato di professione ma in compenso fa parte da anni dello staff di Mario Oliverio. Che non ha bisogno di presentazioni. Catizone, inoltre, è cugino di due noti avvocati del foro cosentino: Francesco e Rossana Cribari.

Il neoprocuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla si trascina molto più spesso rispetto al passato la figura ingombrante del fratello Marco, avvocato. In più, lo stesso Facciolla è cognato dell’avvocato Pasquale Vaccaro.

Sempre a Castrovillari, c’è un altro giudice cosentino, Francesca Marrazzo, che ha lavorato per molti anni anche al Tribunale di Cosenza. E che è la sorella dell’avvocato Roberta Marrazzo.

La dottoressa Gabriella Portale invece è in servizio alla Corte d’Appello di Catanzaro (sezione lavoro) ed è giudice della commissione tributaria di Cosenza. Suo marito è l’avvocato Gabriele Garofalo.

Il dottor Biagio Politano, giudice della Corte d’Appello di Catanzaro già proveniente dal Tribunale di Cosenza e giudice della commissione tributaria di Cosenza, ha una sorella tra gli avvocati. Si chiama Teresa.

Non avevamo certo dimenticato la dottoressa Manuela Morrone, oggi in servizio nel settore civile del Tribunale di Cosenza dopo aver lavorato anche nel penale. Tutti sanno che è la figlia di Ennio Morrone e tutti sappiamo quanto bisogno ha avuto ed ha tuttora di una buona parola per le sue vicissitudini giudiziarie, sia nel penale, sia nel civile.

Morrone non è un avvocato ma riteniamo, per tutte le cause che lo vedono protagonista, che lo sia diventato quasi honoris causa.

Poiché non ci facciamo mancare veramente nulla, abbiamo parentele importanti anche per giudici onorari e giudici di pace.

La dottoressa Erminia Ceci è sposata con l’avvocato Alessandro De Salvo e il dottor Formoso ha tre avvocati in famiglia: suo padre e le sue due sorelle.

Tra i giudici di pace, infine, la dottoressa Napolitano è la moglie dell’avvocato Mario Migliano.

CHE COSA SIGNIFICA

Mentre le “conseguenze” delle reti personali nel settore penale sono molto chiare e riguardano reati di una certa gravità, le migliori matasse si chiudono nel settore civile, come accennavamo. Numerosi avvocati, familiari di magistrati, sono nominati tutori dai giudici tutelari del Tribunale di Cosenza, per esempio gli avvocati De Salvo e Politano, ma anche curatori fallimentari oppure avvocati nelle cause dei tutori e della curatela del fallimento in questione. Alcuni avvocati, per evitare incompatibilità, fanno condurre le cause ad altri avvocati a loro vicini. Cosa succede quando uno degli avvocati che cura gli interessi del familiare di un giudice ha una causa con un altro avvocato imparentato con un altro giudice? Lasciamo ai lettori ogni tipo di risposta. Un discorso a parte meritano le nomine dei periti del tribunale. Parliamo di una schiera pressoché infinita di consulenti tecnici d’ufficio, medici, ingegneri, commercialisti, geologi e chi più ne ha più ne metta. Pare che alcuni, quelli maggiormente inseriti nella massoneria, facciano collezione di nomine e di soldini. Questo è il quadro generale, diretto, tra l’altro da un procuratore in perfetta linea con i suoi predecessori: coprire tutto il marcio e continuare a far pascere i soliti noti. Questa è la giustizia “alla cosentina”. E nessuno si lamenta. Almeno ufficialmente.

Sarebbe interessante, però, sapere di quanti paradossi sono costellata i distretti giudiziari italiani.

Art. 19 dell’Ordinamento Giudiziario. (Incompatibilità di sede per rapporti di parentela o affinità con magistrati o ufficiali o agenti di polizia giudiziaria della stessa sede). 

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al secondo grado, di coniugio o di convivenza, non possono far parte della stessa Corte o dello stesso Tribunale o dello stesso ufficio giudiziario.

La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità di sede è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al terzo grado, di coniugio o di convivenza, non possono mai fare parte dello stesso Tribunale o della stessa Corte organizzati in un'unica sezione ovvero di un Tribunale o di una Corte organizzati in un'unica sezione e delle rispettive Procure della Repubblica, salvo che uno dei due magistrati operi esclusivamente in sezione distaccata e l'altro in sede centrale.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al quarto grado incluso, ovvero di coniugio o di convivenza, non possono mai far parte dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali.

I magistrati preposti alla direzione di uffici giudicanti o requirenti della stessa sede sono sempre in situazione di incompatibilità, salvo valutazione caso per caso per i Tribunali o le Corti organizzati con una pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale. Sussiste, altresì, situazione di incompatibilità, da valutare sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, in quanto compatibili, se il magistrato dirigente dell'ufficio è in rapporto di parentela o affinità entro il terzo grado, o di coniugio o convivenza, con magistrato addetto al medesimo ufficio, tra il presidente del Tribunale del capoluogo di distretto ed i giudici addetti al locale Tribunale per i minorenni, tra il Presidente della Corte di appello o il Procuratore generale presso la Corte medesima ed un magistrato addetto, rispettivamente, ad un Tribunale o ad una Procura della Repubblica del distretto, ivi compresa la Procura presso il Tribunale per i minorenni.

I magistrati non possono appartenere ad uno stesso ufficio giudiziario ove i loro parenti fino al secondo grado, o gli affini in primo grado, svolgono attività di ufficiale o agente di polizia giudiziaria. La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

Si sa che chi comanda detta legge e non vale la forza della legge, ma la legge del più forte.

I magistrati son marziani. A chi può venire in mente che al loro tavolo, a cena, lor signori, genitori e figli, disquisiscano dei fatti di causa approntati nel distretto giudiziario comune, o addirittura a decidere su requisitorie o giudizi appellati parentali?

A me non interessa solo l'aspetto dell'incompatibilità. A me interessa la propensione del DNA, di alcune persone rispetto ad altre, a giudicare o ad accusare, avendo scritto io anche: Concorsopoli.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'Appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell'Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall'ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l'appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell'inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell'immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008 pagina 20, sezione: cronaca).

L'INCHIESTA DI M. SCHINELLA SULLA PARENTOPOLI DI MESSINA: LE CATTEDRE DI FAMIGLIA. TUTTI I NOMI DI TUTTE LE FACOLTA'! Scrive il 18 novembre 2008 "Stampalibera.it". Identico cognome. Identico luogo di nascita. Il 50% dei 1500 docenti dell’Ateneo di Messina, uno ogni 20 iscritti, ha almeno un omonimo. Ed è accomunato ai colleghi dallo stesso luogo di nascita, la città di Messina. Il dato statistico, rapportato alla esigua popolazione della città, è l’indizio che la parentopoli nell’Università peloritana non teme confronti neanche con gli altri Atenei siciliani. Un indizio che diventa prova non appena si va oltre le omonimie. Altro che Palermo. Del “dovere morale di sistemare mio figlio”, come dice Battesimo Macrì, ordinario e preside di Medicina Veterinaria impegnato a fine 2006 a far vincere a tutti i costi un posto di associato al figlio Francesco, che benchè già ricercatore è considerato dalla commissione “carente di preparazione di base, in possesso di superficiale conoscenza della materia, di scarsa capacità espositiva e sensibilità didattica”, all’Università di Messina nel reclutamento dei docenti ma anche degli amministrativi, si è fatto un larghissimo uso. L’Ateneo da luogo del sapere si è trasformato in azienda in cui sistemare i familiari. E se molti hanno scalato i gradini accademici con sacrifici e dopo anni di gavetta, i numeri sono impietosi: sono legati da parentela 27 dei 75 docenti di Giurisprudenza. A Palermo sono 21 su 132. A Medicina e Chirurgia i rapporti di parentela diretta uniscono 90 dei 531. A Palermo, per rimanere al confronto, 58 su 440. A Medicina Veterinaria, dei 63 docenti 23 sono legati da un rapporto che non va oltre a quello che intercorre tra nonno e nipote. Gruppi familiari si sono impadroniti di intere facoltà. E quando i rampolli da piazzare sono stati troppi o i posti pochi sono stati dirottati su altre. Chi a Messina ha fatto carriera universitaria ha avuto la fortuna di nascere nella famiglia giusta: Navarra, Carini, Vermiglio, Saitta, Galletti, Tommasini, Falzea, Dugo, Tigano, Teti, Resta, Guarnieri, Basile, Trimarchi, Germanà. O ha avuto un padre ordinario: decine sono i cattedratici che non sono riusciti ad insediare l’intera famiglia ma prima di abbandonare si sono assicurati un erede. Un risultato frutto di valutazioni comparative che di comparativo hanno avuto poco: tra la fine del 2006 e l’inizio 2007, l’Università ha bandito74 concorsi per ricercatore. Nel 60% di questi la valutazione ha avuto un solo candidato, il vincitore. Gli altri si sono ritirati anzitempo. «Che il fenomeno fosse imponente lo sospettavo. Ma il problema più grosso è che i figli di qualcuno hanno comunque, anche se i concorsi fossero regolari, molte più opportunità dei figli di nessuno», dice Andrea Romano, preside di Scienze politiche, una delle facoltà meno colpita. Adesso l’Università ha pronto un codice etico: lo ha preparato Antonio Ruggeri, docente di Diritto costituzionale e prorettore. Prevede che il figlio del cattedratico, se vuole seguire le orme del padre nella stessa disciplina debba emigrare in altri atenei. Ironia della sorte, la chiamata nello stesso dipartimento, alla cattedra di procedura penale, del figlio trentenne di Ruggeri, Stefano, associato (l’idoneità l’aveva conseguita all’Università privata Kore di Enna), la cui madre, Carmela Russo, è ordinario nella stessa facolta di Istituzione di diritto romano, determinò nel corso del Consiglio di facoltà del 21 dicembre 2007, una mezza sollevazione. Il segno che in una delle Facoltà più prestigiose dell’Ateneo il livello di guardia fosse stato superato, lo sintetizzò Sara Domianello, ordinario di diritto Ecclesiastico: «Da questo momento mi rifiuterò di esprimere un giudizio su conferimenti di incarichi a persone legate a colleghi da vincoli di parentela od affinità fino al quarto grado», affermò nello stupore generale la docente. Centonove, è andato a caccia dei vincoli di parentela. 

GIURISPRUDENZA – La Domianello, allieva del preside, Salvatore Berlingò, ha presieduto la commissione che ha attribuito l’idoneità di associato a Marta Tigano, figlia di Aldo Tigano, ordinario di diritto amministrativo. Che si ritrova come collaboratrice la figlia di Berlingò, Vittoria, ricercatrice di diritto amministrativo. E nel corpo docente vanta 2 nipoti, Francesco Martines, e Valeria Tigano, entrambi ricercatori. Nello stesso dipartimento gomito a gomito lavorano Giuseppe Giuffrida, ordinario di diritto agrario, e la figlia Marianna, ordinario anch’ella, della stessa disciplina del padre. All’Istituto di diritto privato impera Raffaele Tommasini, ordinario di Lavoro e Civile, un numero di incarichi compendiato in un elenco che riempirebbe un’intera pagina, che si avvale nel proprio dipartimento della figlia Alessandra. E del genero, Antonino Astone, associato. L’altra figlia Maria, è associato, sempre della stessa disciplina, alla facoltà di Economia. L’altro genero, Orazio Pellegrino, è ricercatore a Ingegneria. Nello stesso settore, diritto privato, in cui opera anche Francesca Panuccio, associata figlia di Vincenzo, una vita da ordinario, muove i primi passi da cattedratico, Francesco Rende, figlio di Ciraolo Clorinda, associato nella stessa disciplina, e di Mario Rende, assistente ad Economia. Vincenzo Michele Trimarchi, era stato anche giudice della Corte costituzionale, il figlio Mario, è ordinario di privato, (la moglie di questi, Renata Altavilla, è associato nello stesso dipartimento), il nipote Francesco è ordinario a Medicina. 

MEDICINA E CHIRURGIA – Trecentoventi dei 540 docenti della Facoltà, secondo il Ministero dell’Università, sono di troppo ma l’Ateneo di Messina fa finta di nulla e continua a bandire concorsi (7 nell’ultima tornata) per ricercatori, associati e ordinari. Che vanno quasi sempre ai soliti figli di cattedratico. Come quello del 2005 per ricercatore di Chirurgia, andato a Giuseppinella Melita, figlia di Paolo, ordinario. O a Rocco Caminiti, figlio di un ordinario in pensione. La dinastia dei Galletti regna all’Otorinolaringoiatria: Cosimo Galletti è stato il capostipite, il figlio Franco, ordinario, e Bruno, associato, i suoi eredi. L’ultimo figlio Claudio si è spostato ad Anestesiologia, dove è ricercatore. Massimo, invece, è divenuto associato di diritto privato a Giurisprudenza. Al defunto chirurgo Salvatore Navarra, è succeduto in sala operatoria uno dei 3 figli, Giuseppe, diventato ordinario giovanissimo. Pietro, è ordinario ad Economia (e prorettore). Michele è associato a Scienze. La Dermatologia porta il nome di Guarnieri: Biagio è ordinario, i figli Claudio e Fabrizio, ricercatori. Diana Teti, patologo, e Giuseppe Teti, microbiologo, entrambi ordinari, hanno raccolto lʼeredità del padre, Mario, ordinario di microbiologia in pensione. Diana si è sposata con Matteo Venza, ordinario a Scienze. Un’unione che ha dato a Medicina altri due ricercatori: Mario e Isabella Venza. L’oculista Giuseppe Ferreri, ordinario, lavora fianco a fianco della figlia Felicia, ricercatrice. Cosi come Gaetano Barresi, ordinario, con la figlia, Valeria, ricercatrice. Ci lavoravano fino alla scorsa settimana Giuseppe Romeo, ordinario di Chirurgia pediatrica, e il figlio Carmelo, ordinario delle stessa disciplina. Corrado Messina, ordinario di Neurologia ha una figlia Maria Francesca, ricercatrice in altro settore. Maurizio Monaco, ordinario, figlio dell’ex Prefetto di Messina, ha il figlio Francesco ricercatore. Hanno avuto un padre o la madre, ordinario o associato nella stessa o in disciplina affine, solo per fare degli esempi, Eugenio Cucinotta, Antonio D’Aquino, Marcello Longo, Massimo Marullo, Filippo De Luca, Antonino Germanò, Ignazio Barberi, Giorgio Ascenti, Michele Colonna, Impallomeni Carlo, Giuseppe Santoro, Antonella Terranova. 

MEDICINA VETERINARIA – Giovanni Germanà, ordinario di Fisiologia, ha lasciato il segno. Nello stesso settore è associato il figlio Antonino e la nipote Germana. Un’altra nipote, Maria Beatrice Levanti, è ricercatrice, sempre nello stesso settore. Luigi Chiofalo era ordinario di Zootecnia, Vincenzo, il figlio, attuale preside di Facoltà ne ha preso il posto, Biagina, l’altra figlia è ricercatrice, così come il marito, Luigi Liotta: tutti nello stesso settore. Ma a Veterinaria nello stesso settore, Sanità pubblica, operano Antonio Pugliese, ordinario e la figlia Michela che si è aggiudicata un posto di ricercatrice in un concorso in cui era unica candidata, per le pressioni, secondo la Procura di Messina, del padre su concorrenti più titolati. E Battesimo Macrì, e il figlio ricercatore, Francesco, la cui ascesa è stata interrotta dalla magistratura. Sono figli di cattedratici ormai in pensione una schiera di docenti: Anna Maria Passantino, associato, figlia di Michele; Bianca Orlandella, ricercatrice, figlia di Vittorio; Antonio Panebianco, diventato ordinario senza salire per gli scalini intermedi; Antonio Ajello e Adriana Ferlazzo, (moglie di Alberto Calatroni, ordinario a Medicina) sorelle entrambe ordinario, figlie di Aldo, ordinario, invece, di Pediatria. Pippo Cucinotta, ordinario di Chirurgia, infacoltà non ha parenti, ma da Claudia Interlandi, associato dello stessa disciplina ha avuto 2 figli. 

SCIENZEMATEMATICHE E FISICHE – La fisica e la matematica a Messina parla Carini. Giovanni, il capostipite, era ordinario di Fisica Matematica. E ha sdoppiato i geni scientifici: il figlio Giuseppe, è ordinario di Fisica; la figlia Luisa, associato di Matematica è moglie di Giuseppe Magazzù, ordinario a Medicina. Il primo ha 2 figli, Manuela, già ricercatrice di Matematica all’Università della Calabria. L’altro figlio Giovanni è assegnista di ricerca. I fratelli Dugo, Giacomo e Giovanni, sono entrambi ordinari. Giovanni, nello stesso Dipartimento a Farmacia ha una figlia, Paola, associato, moglie di Luigi Mondello, ordinario nello stesso dipartimento del suocero. Laura, figlia di Giovanni, ha già ottenuto un dottorato di ricerca e si prepara a seguire le orme del padre. Come Giuseppe Gattuso, ricercatore di chimica, figlio di Mario, ordinario della stessa disciplina, di Marisa Ziino, ordinario a Scienze. E Armando Ciancio, figlio di Vincenzo, ordinario di Matematica e delegato del rettore, che si è aggiudicato un recente concorso di ricercatore dello stesso settore del padre, bandito, però, dalla Facoltà di Medicina. Ed è in attesa di chiamata. Nella facoltà di Scienze operano come associati, Enza Marilena Crupi, il padre era ordinario nella stessa facoltà. Cosi come lo era il padre dell’ordinario Viviana Bruni, Augusto, docente per decenni di Microbiologia. E il padre di Ulderico Wanderling, associato, figlio di Franco, ordinario. Di cui è nipote Rita Giordano, associato sempre di Fisica. La figlia di Rita De Pasquale, ordinario a Farmacia e prorettore, Chiara Costa, figlia anche di Giovanni, ordinario di farmacologia, si è aggiudicata un posto da ricercatrice a Medicina. Carlo Caccamo, ordinario, ha potenziato il corredo genetico sposandosi con Maria Caltabiano, ordinario a Lettere: la figlia Daniela è ricercatrice di biologia a Medicina. 

ECONOMIA – Lavorano nella stessa Facoltà, ma in dipartimenti diversi, Antonino Accordino, ordinario, e la figlia Patrizia, ricercatrice. E’ figlia d’arte anche Maria Teresa Calapso, ordinario di Matematica: il padre Pasquale Calapso, era ordinario di matematica seppure a Scienze. Così come Paolo Cubiotti, ordinario di analisi matematica, cui ha trasferito i geni scientifici il padre Gaetano, ex ordinario di Fisica. E Filippo Grasso, associato, figlio dell’ordinario a Fisica, Vincenzo. 

LETTERE – L’attuale preside, Vincenzo Fera, ha una figlia Maria Teresa, che ha intrapreso la carriera medica ed è associato. L’ex preside Gianvito Resta ha passato il testimone alla figlia Caterina, ordinario nella facoltà del padre. L’altra figlia, Maria Letizia è associato a Medicina. L’ordinario Angelo Sindoni, prorettore, ha una figlia, Maria Grazia, uscita di recente vincitrice di un concorso per ricercatrice. Lavora, invece, a Scienze politiche, nello stesso dipartimento del padre, Mario Centorrino, ordinario ed ex prorettore, Marco, benchè il posto di ricercatore lo avesse bandito la facoltà di Lettere.

TRAVERSALITA’ – Francesco Basile, ordinario, è stato preside di Scienze. Non si può dire che i suoi figli nel mondo accademico non abbiano fatto strada: Maurizio, ordinario a Medicina, Massimo, ordinario di diritto a Scienze politiche, Fabio, ordinario a Ingegneria. La figlia di quest’ultimo, Rosa, ha appena vinto un concorso di ricercatrice in diritto costituzionale a Giurisprudenza. Dopo il ritiro degli altri candidati è rimasta da sola. A presiedere la commissione Antonio Saitta, ordinario, ex sindaco di Messina, appartenente ad una delle famiglie che all’Ateneo ha dato molto. E’ figlio di Emilio, che fu ordinario a Medicina. E nipote di Nazzareno, ordinario a Giurisprudenza, il cui figlio Fabio è docente a Catanzaro, e di Gaetano, ordinario a Ingegneria. Sono solo cugini tra di loro ma i Vermiglio si sono fatto valere: uno, Mario Vermiglio, è vincitore di un concorso di ordinario a Medicina, sempre a Medicina c’è Giuseppe, associato di Fisica, la moglie Maria Giulia Tripepi, è associato dello stesso settore. Franco è invece ordinario ad Economia. L’eredità di Diego Cuzzocrea, ordinario di Chirurgia, ed ex rettore dell’Università, l’hanno raccolta, Salvatore, associato a Medicina e Francesca, ricercatrice a Scienze della Formazione. Del precedente rettore Guglielmo Stagno D’alcontres, ordinario di Chimica, sono nipoti Francesco, deputato nazionale, ordinario di Chirurgia plastica a Messina e Alberto, ordinario di diritto commerciale a Palermo. MICHELE SCHINELLA – CENTONOVE 07-11-08

Se il rettore non può firmare. I casi in cui il Magnifico deve ricorrere al vicario. Da Gaetano Silvestri a Franco Tomasello. Il concorso ad un posto di ricercatore in diritto amministrativo si è celebrato nel giugno del 2008. Francesco Martines, figlio di Maria Chiara Aversa, ordinario alla facoltà di Scienze, delegato del rettore per la ricerca, nipote di Aldo Tigano, ordinario di diritto amministrativo, e genero del rettore Franco Tomasello, di cui ha sposato la figlia, si è aggiudicato il posto. Ed è rimasto in attesa della chiamata della facoltà di Scienze politiche. A firmare il decreto di approvazione degli atti del concorso non è stato il suocero, come succede in tutti gli altri casi: per prassi consolidata, infatti, lo fa il rettore vicario. Non è la prima volta che il rettore vicario debba intervenire per firmare gli atti di un concorso vinto da un parente stretto di Tomasello. Lo fece già per il figlio Dario, vincitore nel 2005, del concorso di associato alla Facoltà di Lettere. E non è il primo rettore vicario dell’Università di Messina. Toccò anche al predecessore. Durante il rettorato di Gaetano Silvestri, la moglie di quest’ultimo, Marcella Fortino, divenne docente ordinario. Insegna a Scienze politiche. (M.S.)

Concorsi truccati: «Io raccomandata pentita, mi sono riscattata...», scrive Nino Luca il 18 novembre 2008 su "Il Corriere della Sera".  «Non ci dormivo la notte. I finanziamenti "ad hoc " sono la prassi accettata da tutti». Raccomandazioni all'università: il mondo del web reagisce. Raccomandazioni all'università: il mondo del web reagisce. «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore». Sommersi dalle email. Dare spazio alle denunce oppure spiegare il meccanismo cioè come si fa a truccare un concorso nelle università italiane? Citare a caso qualcuna tra le centinaia di segnalazioni che ci sono arrivate da Milano, Roma, Avellino, Bari o scegliere solo alcuni casi emblematici? La storia che abbiamo raccontato venerdì, del concorso da ricercatore a Messina, «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore», ha scatenato il web. Dalle centinaia e centinaia di e-mail ricevute è chiaro che si tratta di un fenomeno che colpisce tutti gli atenei italiani, da nord a sud. Molte di queste email contengono delle vere e proprie notizie di reato e innumerevoli casi di disonestà che scatta in maniera meccanica laddove la legge lascia margini di discrezionalità all'individuo. E quindi «taroccare» diventa quasi una prassi. Molti, impauriti da possibili ritorsioni, ci chiedono di non pubblicare i loro nomi ma fanno nomi, precisando anche i fatti e circostanziandoli. E sono tantissimi anche gli italiani, fuggiti all'estero, che ci hanno scritto. Quindi, dopo le opportune verifiche, organizzeremo meglio questo «urlo di denuncia» e magari lo faremo attraverso una pubblicazione. Ma adesso non troviamo di meglio che pubblicare un'autodenuncia che è anche un augurio. Perché, come in tanti ci hanno scritto, la «parola "cultura" dovrebbe necessariamente essere associata ad un vivere corretto e civile».

LA LETTERA - Ecco il testo di Lucia (nome di fantasia): «Io ottenni una borsa di studio dottorale messa in palio dall'università di ... che fu finanziata dall'ente pubblico presso il quale lavoravo, ergo: era la mia borsa di dottorato. Volevo fare il dottorato da quando mi ero iscritta all'università; non sono né figlia né nipote di, ma ero l'assistente di... In attesa nel concorso trovai un posto come consulente presso un ente pubblico, nel quale mi occupavo della stessa materia della mia tesi, e il mio Professore «arrangiò» il finanziamento. Mi presentai al concorso. Mi sedetti coi 7 partecipanti; si fecero gli scritti a porte aperte e gli orali a porte chiuse. Vinsi, ovviamente, la borsa. Sono pronta a difendere quanto le sto per dire sotto giuramento: mi creda quando le dico che non ci dormivo la notte, mentre questa prassi (di raccomandazione o finanziamenti ad hoc) era del tutto accettata, e non criticata, dai dottorandi che ne usufruivano».

I DUBBI - «Io invece - prosegue Lucia - mi chiedevo in continuazione: sono un dottorando perché sono veramente dotata in questo campo o perché sono l'assistente di con la borsa finanziata da? Le sembrerà banale e invece è un punto chiave: quel che i dottorandi si sentono dire è infatti che, in virtù della mancanza di risorse, «vanno create le occasioni» per poterli mandare avanti. Mi domandavo: mi mandano avanti perché sono brava, o sono brava perché mi mandano avanti? Inutile dirle infatti che io ricerca, negli 8 mesi che resistetti, non ne feci mai. Feci solo, e tanta, assistenza. Senza mai sentire NESSUNO lamentarsene oltre misura. Torturata - letteralmente - da una profonda insicurezza circa le mie reali capacità e la mia volontà di sostenere un compromesso che mi sembrava, di fatto, una truffa venduta come «l'aver creato l'occasione», mi iscrissi di nascosto ad un secondo concorso al Politecnico di Milano. Mi alzai alle 4 del mattino per presentarmi al concorso senza sapere nulla né della commissione né dei partecipanti, e vinsi la seconda borsa in palio; inutile dire che si fecero scritti e orali a porte aperte. Ricordo il messaggio che spedii a mia sorella con le lacrime agli occhi: "Una vittoria mia, ma una vittoria di tutta l'università italiana".

IL RISCATTO - Di lì a poche settimane mi chiamò per una intervista di lavoro un politecnico olandese per un posto di assistente alla ricerca, sulla base del mio mero curriculum vitae, e mi fu offerto il posto. Me ne andai, e non mi sono mai voltata indietro. Mi «licenziai» dall'Università di... con una lettera congiunta a tutto il dipartimento in cui spiegavo le mie ragioni ed il mio grande senso di autostima ritrovato. Nessuno dei dottorandi, mi rispose; dal mio professore e dal preside fui presa, verbalmente, ma letteralmente, a calci, e fui accusata di aver tradito la loro fiducia e di aver osato non presentare prima le mie rimostranze di fronte a quel che io definii «il sistema». Ma questa è un'altra storia, che riguarda me e la mia coscienza, e di cui sono alla fine, tutto sommato, orgogliosa.

IL CAMBIAMENTO - Sono passati tanti anni e quel che vorrei dirle in sostanza è questo: il cambiamento vero partirà dalla volontà e dal senso di dignità dei singoli di non accettare il compromesso cui le università italiane chiamano la nostra coscienza. Essere un buon ricercatore significa avere gli standard per lavorare non in quell'ateneo o quel dipartimento, ma nel mondo. La conoscenza appartiene al mondo; e quindi, a cosa serve avere il posticino messo in palio da papà, senza poi il rispetto della comunità scientifica internazionale, che è l'unico vero giudice dell'operato di un ricercatore? Mi rendo conto che è molto banale quanto le scrivo. Ma è tutto quel di cui mi sento di far da tramite e testimone, nel mio immensamente piccolo. Cordialmente, Lucia».

Eppure è risaputo come si svolgono i concorsi in magistratura.

Roma, bigliettini negli slip al concorso magistrati. Bufera sulle perquisizioni intime. Nel mirino della polizia oltre 40 persone sospettate di aver occultato le tracce: cinque candidate espulse, scrive Roberto Damiani il 2 febbraio 2018 su “Quotidiano.net. Il concorso in magistratura iniziato il 20 gennaio a Roma per 320 posti (sono state presentate 13.968 domande) rischia di diventare una questione da intimissimi. Nel senso di slip. Perché attraverso le mutandine sono state espulse diverse candidate. Stando a ciò che trapela, i commissari d’esame hanno mandato a casa cinque candidate e c’era incertezza su una sesta. Tutte hanno avuto una perquisizione totale, cioè la polizia penitenziaria femminile ha fatto spogliare completamente le candidate perché sospettate di nascondere qualcosa. E su circa 40 controlli corporali totali, cinque o forse sei ragazze avevano foglietti con dei temi (non gli stessi poi usciti per la prova) negli slip. E per queste candidate, non c’è stata giustificazione che potesse tenere: sono state espulse immediatamente. La polemica delle perquisizioni fino a doversi abbassare le mutande è divampata per un post della candidata Cristiana Sani che denunciava l’offesa di doversi denudare: «Ero in fila per il bagno delle donne – ha scritto su Facebook la candidata – arrivano due poliziotte, le quali si avvicinano alla nostra fila e iniziano a perquisire una ad una le ragazze in fila. Me compresa. Io lì per lì non ho capito quello che stesse succedendo, non me lo aspettavo, visto che durante le due giornate precedenti non avevo avuto esperienze simili». «Capisco – continua Cristiana – che c’è un problema nel momento in cui una ragazza esce dal bagno piangendo. Tocca a me e loro mi dicono di mettermi nell’angolo (non del bagno, ma del corridoio, con loro due davanti che mi fanno da paravento) per la perquisizione. Non mi mettono le mani addosso, sono sincera. Mi fanno tirare su maglia e canotta, davanti e dietro. Mi fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. Ma la cosa scioccante è stata quando mi hanno chiesto di tirare giù le mutande. Io mi stavo vergognando come la peggiore delle criminali e le ho tirate giù di mezzo millimetro. A quel punto mi hanno detto: ‘Dottoressa, avanti! Si cali le mutande. Ancora più giù, faccia quasi per togliersele e si giri. Cos’è? Ha il ciclo, che non se le vuole tirare giù?!’. Mi sono rifiutata, rivestita e tornata al mio posto ma ero allibita. Questa si chiama violenza». Nel forum del concorso, i candidati si scambiano opinioni, tutte abbastanza negative sull’esperienza in atto e contestano le perquisizioni ritenendole illegali. Ma nessuno sembra aver letto il regio decreto del 15/10/1925, n. 1860, all’art. 7 che regola i concorsi pubblici e tuttora in vigore: «... i concorrenti devono essere collocati ciascuno a un tavolo separato (...) È vietato ai concorrenti di portare seco appunti manoscritti o libri. Essi possono essere sottoposti a perquisizione personale prima del loro ingresso nella sala degli esami e durante gli esami». Sembra che le perquisizioni siano scattate solo nei confronti di chi frequentava troppo il bagno. Eppure quegli aspiranti magistrati espulsi avrebbero dovuto conoscere la regola d’oro: l’«assassino» torna sempre due volte sul luogo del delitto. 

Ma non è lercio solo quel che appare. E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare. Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Ma come ci si può difendere da decisioni scellerate?

Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Ci si tenta con la ricusazione, (escluso per il pm e solo se il giudice ti ha denunciato e non viceversa), o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.

A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto, quindi senza alcun condannato a scontare la pena. Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per gravi ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità per errore giudiziario".  Non solo i pm erano incompatibili, ma incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.

Comunque il presidente del Tribunale di Taranto Antonio Morelli, come è normale per quel Foro, ha respinto l'astensione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini, rispettivamente presidente e giudice a latere della Corte d'Assise chiamata a giudicare gli imputati al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. I due magistrati si erano astenuti, rimettendo la decisione nelle mani del presidente del Tribunale dopo la diffusione di un video in cui erano “intercettate” mentre si interrogavano sulle strategie difensive che di lì a poco gli avvocati avrebbero adottato al processo. Secondo il presidente del Tribunale però dai dialoghi captati non si evince alcun pregiudizio da parte dei magistrati, non c'è espressione di opinione che incrini la capacità e serenità del giudizio e quindi non sussistono le condizioni che obbligano i due giudici togati ad astenersi dal trattare il processo. Il presidente del Tribunale di Taranto ha respinto l’astensione dei giudici dopo che era stata sollecitata dalle difese per un video fuori onda con frasi imbarazzanti dei giudici sulle strategie difensive delle imputate. E adesso si va avanti con il processo. Tocca all’arringa di Franco Coppi. Posti in piedi in aula. Tutti gli avvocati del circondario si sono dati appuntamento per sentire il principe del Foro. Coppi inizia spiegando il perché della loro richiesta di astensione: «L’avvocato De Jaco ed io abbiamo sollecitato l’astensione in relazione alle frasi note.

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa». A volte però non c'è molto spazio per l'interpretazione. Il sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di individuare un'emotività ambientale tale da contribuire all'alterazione delle attività di acquisizione della prova». Mazzotta parla davanti alla prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di rimessione del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto a Potenza perché il clima che si respira sull'asse Avetrana-Taranto «pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non c'è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate.

12 ottobre 2011. Il rigetto dell’istanza di rimessione. La prima sezione penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione del processo per incompatibilità ambientale, con conseguente trasferimento di sede a Potenza, avanzata il 29 agosto 2011 dai difensori di Sabrina Misseri, gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia.

Eppure la stessa Corte ha reso illegittime tutte le ordinanze cautelari in carcere emesse dal Tribunale di Taranto.

Per quanto riguarda la Rimessione, la Cassazione penale, sez. I, 10 marzo 1997, n. 1952 (in Cass. pen., 1998, p. 2421), caso Pomicino: "l'istituto della rimessione del processo, come disciplinato dall'art. 45 c.p.p., può trovare applicazione soltanto quando si sia effettivamente determinata in un certo luogo una situazione obiettiva di tale rilevanza da coinvolgere l'ordine processuale - inteso come complesso di persone e mezzi apprestato dallo Stato per l'esercizio della giurisdizione -, sicché tale situazione, non potendo essere eliminata con il ricorso agli altri strumenti previsti dalla legge per i casi di alterazione del corso normale del processo - quali l'astensione o la ricusazione del giudice -, richiede necessariamente il trasferimento del processo ad altra sede giudiziaria … Consegue che non hanno rilevanza ai fini dell'applicazione dell'istituto vicende riguardanti singoli magistrati che hanno svolto funzioni giurisdizionali nel procedimento, non coinvolgenti l'organo giudiziario nel suo complesso".

Per quanto riguarda la Ricusazione: «Evidenziato che non può costituire motivo di ricusazione per incompatibilità la previa presentazione, da parte del ricusante, di una denuncia penale o la instaurazione di una causa civile nei confronti del giudice, in quanto entrambe le iniziative sono “fatto” riferibile solo alla parte e non al magistrato e non può ammettersi che sia rimessa alla iniziativa della parte la scelta di chi lo deve giudicare. (Cass. pen. Sez. V 10/01/2007, n. 8429).

In questo modo la pronuncia della Corte di Cassazione discrimina l’iniziativa della parte, degradandola rispetto alla presa di posizione del magistrato: la denuncia del cittadino non vale per la ricusazione, nonostante possa conseguire calunnia; la denuncia del magistrato vale astensione.  Per la Cassazione per avere la ricusazione del singolo magistrato non astenuto si ha bisogno della denuncia del medesimo magistrato e non della parte. Analogicamente, la Cassazione afferma in modo implicito che per ottenere la rimessione dei processi per legittimo sospetto è indispensabile che ci sia una denuncia presentata da tutti i magistrati del Foro contro una sola parte. In questo caso, però, non si parlerebbe più di rimessione, ma di ricusazione generale. Seguendo questa logica nessuna istanza di rimessione sarà mai accolta.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di procedura penale. L'articolo 45 c.p.p. prevede che "in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11".

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo, dell'imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti. Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall'art. 37 c.p.p. in quanto derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell'eccezionalità, necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il giudice superiore, per decidere sull'ammissibilità della rimessione lo è solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) - spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. - E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state due.»

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno inaugurato l'anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare nessun mea culpa. "Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso". "La Banca Mondiale mette l'Italia alla casella numero 108 nella classifica sull'efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell'economia". "Se per far fallire un'azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese". "Ultimamente abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo". "È imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per l'economia nazionale". "Non se ne può più di assistere allo spettacolo di pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla, rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà che l'indagine ha procurato loro". "La giustizia viene ancora strumentalizzata a fini politici". "In Italia esistono due pesi e due misure a seconda di chi è indagato o processato". "L'economia italiana è frenata da un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione". "Le vittime delle truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non sono stati adeguatamente perseguiti". "A questo giro elettorale qualcosa non torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in vigore dopo il reato per cui è stato condannato".

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di mille esposti l'anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati 9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su "Il Giornale". Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all'origine, secondo il procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, «dell'aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido d'allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di assicurare la democrazia». Nell'ultimo anno sono pervenute alla Procura generale, che è titolare dell'azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti possibili irregolarità nell'attività delle toghe, tra pm e giudicanti. Numeri in linea con l'anno precedente (1.363) e con l'ultimo quinquennio (la media è di 1.335 all'anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l'archiviazione per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l'89,7% dei procedimenti definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3% si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie, dell'eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica e giustizia, in parte, può essere l'effetto delle soventi delegittimazioni provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma - ammette - può essere anche il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del 22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore, che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o consone per un magistrato, dall'utilizzo allegro di Facebook alla violazione del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso, nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

Le testate dei pm ai giornalisti. Intimidazioni, come a Ostia, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 26/01/2018, su "Il Giornale". Tutta Italia si è indignata per la testata inferta a Ostia da Roberto Spada a Daniele Piervincenzi, giornalista inviato della trasmissione di Raidue Nemo. Alla violenza fisica, inaccettabile contro chiunque, in quel caso si sommava l'intimidazione, la minaccia ai giornalisti che si ostinano a non occuparsi «dei fatti loro» e vanno a curiosare dove non è gradito. Ma contro la nostra categoria non arrivano solo le testate dei presunti mafiosi, come nel caso di Spada, ma anche quelle, non meno gravi, di alcuni magistrati. Nei giorni scorsi a Pavia un bravo ed esperto collega della Provincia pavese, Giovanni Scarpa, è stato indagato addirittura per favoreggiamento dalla Procura locale. La sua colpa? Avere svelato che il capannone zeppo di rifiuti mandato a fuoco da ignoti la notte del 3 gennaio a Corteolona (creando paura e allarme in tutta la zona) da tempo era sotto indagine e controllo video della procura, la quale evidentemente si è fatta beffare dai malavitosi. Indagare per favoreggiamento il giornalista che scrive una notizia vera è un'intimidazione bella e buona, una metaforica testata del potente di turno contro chi - come diceva Spada al malcapitato Pervincenzi - «non si fa gli affari suoi». Ne prendiamo tante, noi giornalisti, di testate tese a zittirci. Marco Travaglio nei giorni scorsi è stato condannato a risarcire con la cifra record di 150mila euro tre magistrati siciliani che aveva criticato in un articolo. Una cifra pazzesca, a mio avviso un'estorsione, che a memoria non ho mai visto concedere a favore di nessun querelante che non vestisse la toga. Io stesso, che ne ho subite tante, mi ritrovo di nuovo a processo per un caso surreale. Un solerte pm di Cagliari tempo fa mi rinviò a giudizio scambiandomi per un'altra persona. Scoperto e preso atto dell'equivoco, il giudice ovviamente mi assolse. Tutto finito? Macché. Nonostante la figuraccia rimediata, il pm ha fatto appello. Così, solo per non darmela vinta (tanto i costi dei processi non sono a suo carico). A casa mia questo si chiama stalking, reato punibile penalmente, soprattutto se reiterato. Una storia più o meno simile è successa anche a Vittorio Feltri, e il collega direttore del Tempo Gianmarco Chiocci sarà a giudizio per avere fatto il suo lavoro nell'inchiesta di Roma Mafia capitale. Intimidazioni, estorsioni, stalkeraggio, vendette: in Italia non si rischiano testate solo a disturbare il clan degli Spada. È sufficiente incappare in uno dei tanti buchi neri del clan della giustizia.

La rete delle toghe a libro paga: «Così i processi si aggiustavano». L’avvocato Piero Amara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti gestivano il sistema, scrive Fiorenza Sarzanini il 6 febbraio 2018 su "Il Corriere della Sera". Un giudice del Consiglio di Stato, un magistrato della Corte dei Conti, un pubblico ministero di Siracusa, un ufficiale della Finanza, un alto funzionario del ministero dell’Economia: nella “rete” tessuta dall’avvocato Piero Amara e dall’imprenditore Fabrizio Centofanti c’erano le giuste pedine per avere informazioni riservate sulle indagini in corso e soprattutto per “aggiustare” i processi. Personaggi di alto livello che sarebbero stati messi a “libro paga” per garantirsi decisioni favorevoli nel settore amministrativo e così avere la certezza di aggiudicarsi gli appalti pubblici, primi fra tutti quelli di Consip. Ma anche per “spiare” le inchieste, in particolare quella sulle tangenti dell’Eni avviata a Milano. Amara e Centofanti sono stati arrestati su richiesta delle procure di Roma e Messina. Ai domiciliari ci sono altre 13 persone, compreso Enzo Bigotti, l’imprenditore amico di Denis Verdini e già finito nel fascicolo Consip proprio per aver ottenuto commesse milionarie.

Soldi a Malta. Per Riccardo Virgilio, presidente di sezione del Consiglio di Stato, i magistrati coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo avevano chiesto l’arresto. Nell’ordinanza si spiega che «la misura non è necessaria perché è ormai in pensione», ma nei suoi confronti rimane l’accusa gravissima di aver “pilotato” ben 18 tra sentenze, ordinanze e decreti in modo da favorire le società di Amara e del suo socio Giuseppe Calafiore (sfuggito alla cattura visto che due giorni fa è partito per Dubai). Virgilio avrebbe anche annullato una decisione del Tar che escludeva un’azienda di Bigotti dalla gara per le “Buone scuole”. L’appalto rientrava, secondo l’accusa, nella spartizione dei lavori assegnati da Consip decisa a tavolino tra le imprese partecipanti. In cambio il giudice avrebbe ottenuto il trasferimento di 750 mila euro che aveva depositato su un conto svizzero «in un veicolo societario maltese, la Investment Eleven limited messa a disposizione da Amara». E secondo il gip «l’operazione ha rappresentato un’utilità concreta per Virgilio assicurandogli, da un lato, di non dover dichiarare al fisco italiano la somma di denaro detenuta in Svizzera e, dall’altro, di essere garantito nell’investimento effettuato».

La “soffiata”. Tra le persone perquisite ieri c’è Emanuele Barone Ricciardelli, funzionario del ministero dell’Economia. In una intercettazione del 3 agosto scorso parla con Bigotti e lo avvisa «di segnalazioni della Guardia di Finanza per turbativa d’asta nella gara Consip», e soprattutto «di accertamenti con le Procure». Le indagini del Nucleo Tributario di Roma sono effettivamente in pieno svolgimento e il dirigente promette di attivarsi. Scrive il giudice: «Nella stessa giornata Barone Ricciardelli inoltrava alla procura di Roma, tramite mail certificata, una richiesta formale per conoscere l’esistenza di iscrizioni a carico di Bigotti nel registro degli indagati».

Accertamenti sono in corso anche sulla ristrutturazione di una casa che Luigi Della Volpe ha affittato a partire dal 2014 ad una società di Centofanti che a sua volta lo ha subaffittato ad Amara. Della Volpe potrebbe infatti essere un ufficiale della Guardia di Finanza ora ai servizi segreti, e il sospetto degli inquirenti è che quel contratto sia in realtà fittizio e utilizzato semplicemente per l’emissione di false fatture.

L’ex assessore. È lungo l’elenco degli indagati e comprende altri giudici che si sarebbero messi a disposizione. Uno è Nicola Russo, che faceva parte dello stesso collegio di Virgilio e con Centofanti è legato da antica amicizia. Nel 2016 il giudice, nel ruolo di componente della Commissione tributaria di Roma, è stato accusato di aver favorito l’imprenditore Stefano Ricucci. E di essere stato ricompensato con pranzi, viaggi e i favori di alcune ragazze. Cinque anni fa fu invece accusato di sfruttamento della prostituzione minorile e a difenderlo c’era sempre l’avvocato Amara. Verifiche sono state disposte pure sul consigliere Raffaele De Lipsis e sul giudice contabile Luigi Caruso, entrambi avvisati da Amara di essere sotto intercettazione. Violazioni fiscali sono state invece contestate a Umberto Croppi, assessore alla Cultura quando sindaco di Roma era Gianni Alemanno. Croppi è presidente del Cda di Cosmec, azienda che fa capo a Centofanti. Secondo l’accusa avrebbe «evaso le imposte sui redditi e l’Iva per un totale di quasi 43mila euro grazie ad una serie di fatture relative ad operazioni inesistenti inserite nella contabilità societaria».

Siracusa, magistrati contro un pm. Ecco chi ha fatto saltare il banco, scrive Riccardo Lo Verso Martedì 6 Febbraio 2018 su Live Sicilia.  Il retroscena: otto magistrati denunciarono Giancarlo Longo. L'inchiesta. “È con profondo imbarazzo...”, inizia così l'esposto che ha dato vita all'inchiesta delle Procura di Roma e Messina. Sono guidate da Giuseppe Pignatone e Maurizio De Lucia che ai tempi in cui entrambi lavoravano a Palermo erano maestro e allievo. Stamani sono stati arrestati magistrati, avvocati, professioni e giornalisti. Si sarebbero messi d'accordo per inventare complotti come quello che scuote l'Eni, aprire fascicoli fantasma, acquisire le carte di altre indagini, minacciare e spiare colleghi. Sono stati proprio otto magistrati siracusani, il 23 settembre 2016, a firmare l'esposto per denunciare i rapporti fra un collega, Gianluca Longo, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, tutti e tre raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Procura di Messina. Anticipavano tutto ciò che sarebbe emerso nel corso delle indagini. “Nell'ambito della gestione di diversi procedimenti penali - si leggeva nell'esposto – si sono palesati elementi che inducono a temere che parte dell'azione della Procura della Repubblica possa essere oggetto di inquinamento, funzionale alla tutela di interessi estranei alla corretta e indipendente amministrazione della giustizia”. In calce i nomi dei magistrati Margherita Brianese, Salvatore Grillo, Magda Guarnaccia, Davide Lucignani, Antonio Nicastro, Vincenzo Nitti, Tommaso Pagano e Andrea Palmieri. L'esposto partiva dalla vicenda Open Land, società della famiglia di imprenditori Frontino, che ha costruito il centro commerciale “Fiera del Sud” in viale Epipoli, a Siracusa. Si è aperto un braccio di ferro tra l’amministrazione comunale ed il gruppo imprenditoriale che ha chiesto un risarcimento di oltre 20 milioni di euro al Comune per un ritardo nella concessione edilizia. È stata una sentenza del Cga, allora presieduto da Raffaele De Lipsis, a stabilire che Open Land, assistita dagli avvocati Amara e Calafiore, doveva essere risarcita. Per quantificare il danno fu scelto un commercialista di Pachino, Salvatore Maria Pace. Pure quest'ultimo è finito nei guai giudiziari e si trova agli arresti domiciliari. Solo che lo scorso giugno il Consiglio di giustizia amministrativa, con una nuova composizione, ha revocato la sentenza che aveva riconosciuto il risarcimento. Bisogna rifare la perizia e valutare di nuovo il danno. Nel frattempo il Comune di Siracusa è stato costretto a pagare 2 milioni e 800 mila euro.

Indagini inquinate, depistaggi e sentenze comprate: 15 arresti tra Roma e Messina. C'è anche un magistrato. Nei guai il giudice Giancarlo Longo e l'avvocato Piero Amara, scrive Andrea Ossino il 6 Febbraio 2018 su “Il Tempo”. Magistrati, avvocati, notai, funzionari pubblici, faccendieri e giornalisti. Tutti al servizio del miglior offerente. Ci risiamo: ancora una volta un terremoto giudiziario parte da Milano, attraversa la Capitale, supera lo stretto, oltrepassa Messina e si abbatte su Siracusa e la sua procura. In carcere finiscono quindici persone. Tutte raggiunte da un’ordinanza consegnata dalla Guardia di Finanza. C’è il facilitatore a servizio di grandi aziende: Pietro Amara, siracusano di 48 anni. Sulla carta è un avvocato, ma secondo le tre procure che hanno condotto l’inchiesta (Milano, Roma, Messina), Amara non è solo un legale. È un uomo di potere, con relazioni importanti capaci di inquinare indagini e commettere reati tributari, sempre vicino a molti magistrati della giustizia amministrativa, del Consiglio di Stato, del Consiglio di giustizia amministrativa e del Tar Sicilia. È lui il fulcro delle 2 associazioni a delinquere entrate nel mirino degli inquirenti. Tra gli indagati anche il notaio ed ex deputato regionale siciliano Giambattista Coltraro. E poi ci sono i magistrati compiacenti, oggetto di un esposto partito dai loro stessi colleghi aretusei. Erano in 8 a denunciare gli strani intrecci di interesse degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Dopo l’intervento del Csm un magistrato di Siracusa aveva anche chiesto il trasferimento a Napoli nel tentativo di evitare quell’incompatibilità ambientale che aveva creato non pochi problemi. Il trasferimento, concesso, non lo ha salvato: il pm Giancarlo Longo è stato arrestato anche grazie alle cimici piazzate nei suoi uffici. Se ne era accorto, ma troppo tardi. Gli inquirenti lo indagavano già per quei fascicoli auto assegnati e reinterpretati grazie a consulenze sospette. Amara, Calafiore e Longo sarebbero i promotori di un'associazione a delinquere. E se qualcuno non si piegava sarebbe stato screditato con articoli di stampa grazie alla penna “compiacente” del giornalista Giuseppe Guastella, firma del periodico “Il Diario”. E poi c'erano le pressioni esercitate ai danni dei pubblici funzionari coinvolti nei procedimenti amministrativi. Dalla costruzione del centro commerciale Fiera del Sud del Gruppo Frontino all'ampliamento della discarica gestita dalla Cisma Ambiente passando per gli appalti Consip e le sentenze del consiglio di Stato: i casi sono numerosi. E in tutti, o quasi, spunta il faccendiere Alessandro Ferraro, già noto alle cronache anche per le vicende legate al calcio scommesse. Ai domiciliari finiscono Giuseppe Guastella, Davide Venezia, Fabrizio Centofanti, Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Vincenzo Naso, Francesco Perricone, Sebastiano Miano, Ezio Bigotti e Luciano Caruso. Indagati anche Gianluca De Michele e Francesco Perricone. Nelle carte c’è anche il nome di Raffaele De Lipsis, ex presidente del Cga, oggi in pensione, già finito sotto accusa nello scandalo Ustica Lines perché avrebbe cercato di convincere il suo successore, Claudio Zucchelli, ad accogliere un ricorso dell'armatore Ettore Morace. De Lipsis, che presiedeva il collegio del Cga, nel 2014 fece tornare la popolazione di Rosolini e Pachino alle urne, invalidando il voto delle sezioni elettorali. E ancora c’è l'ex presidente del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, indagato in relazione a una vicenda relativa alla Sai8, società che gestiva il servizio idrico siracusano. Dulcis in fundo il depistaggio nel caso Eni: si cerca di capire se Amara e Ferraro abbiano costruito un falso dossier sull’esistenza di un complotto contro l’Eni per screditare l'amministratore delegato Claudio De Scalzi, rinviato a giudizio per una tangente da 1,3 miliardi di euro per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria. Una storia tutta da raccontare: nell'estate 2016 Ferraro aveva anche denunciato di essere stato vittima di un fantomatico tentativo di sequestro a Siracusa da parte di due nigeriani e un italiano. I millantati rapitori sarebbero stati interessati a conoscer notizie su un report che, di fatto, avrebbe provato un complotto internazionale per far fuori Descalzi. Sarebbe stato ordito addirittura dai servizi segreti nigeriani in combutta con ambienti finanziari italiani e con alcuni consiglieri del cda di Eni. Sul fatto era stato aperto un fascicolo. Da chi? Da Longo.

I DETTAGLI. INDAGATO IL NOTAIO MESSINESE COLTRARO – L’inchiesta della procura di Messina: Arrestati il magistrato Longo e i legali Amara e Calafiore, scrive il 6 febbraio 2018 Stampalibera.it. Alla fine l’avvocato più rampante d’Italia è finito agli arresti, insieme ai componenti di quel cerchio magico, magistrati, avvocati, professionisti, consulenti, docenti universitari, con i quali – grazie ad una sapiente quanto spregiudicata opera di dossieraggio e depistaggi – sarebbe riuscito negli ultimi anni a condizionare l’esito di procedimenti amministrativi per un valore di svariate centinaia di milioni di euro, a vantaggio dei propri clienti a anche delle aziende in cui aveva interessi personali, e a frenare o intorbidare procedimenti penali in procure di mezza Italia, da Siracusa a Roma a Milano.

L’avvocato rampante. Piero Amara, 48enne avvocato di Augusta, una clientela internazionale di primissimo piano tra le aziende ma anche consigliere per gli investimenti di molti magistrati della giustizia amministrativa, tra il Consiglio di Stato, il Consiglio di giustizia amministrativa e il Tar Sicilia, è il protagonista principale dell’operazione della Guardia di finanza che questa mattina, in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare firmate dai gip di Roma e Messina, ha eseguito una ventina di provvedimenti restrittivi.

Nella rete notai, giornalisti, magistrati e professori. Quindici quelli in Sicilia chiesti ed ottenuti dalla Direzione distrettuale antimafia guidata da Maurizio de Lucia. Oltre ad Amara, sono finiti agli arresti il magistrato Giancarlo Longo, fino a qualche mese fa pm alla Procura di Siracusa e poi trasferito, per motivi disciplinari dal Csm al tribunale civile di Napoli, l’avvocato Giuseppe Calafiore, anche lui avvocato nonché socio e collega di Amara, il notaio Giambattista Coltraro, ex parlamentare siciliano eletto nella lista Movimento popolare per Crocetta, il professore universitario de La Sapienza di Roma Vincenzo Naso. Provvedimenti restrittivi, tra gli altri, anche per il dirigente regionale Mauro Verace e per il giornalista siracusano Giuseppe Guastella. Indagato per concorso in corruzione l’ex presidente del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio: la richiesta di arresto è stata respinta perché non ci sono esigenze cautelari.

Inchieste specchio per spiare i processi. Associazione per delinquere, corruzione, falso, intralcio alla giustizia la sfilza di reati a vario titolo contestato agli indagati che, negli ultimi cinque anni, avrebbero pesantemente condizionato l’azione della giustizia sia in sede civile che penale. Di particolare gravità la posizione del giudice Longo, secondo le indagini a libro paga di Amara e del suo socio Calafiore. Ottantottomila euro in contanti più il prezzo di vacanze offerte a lui e a tutta la sua famiglia a Dubai e un capodanno a Caserta, il prezzo della corruzione del magistrato che, nella sua veste di pm a Siracusa, avrebbe servito gli interessi di Amara mettendo su un sofisticato meccanismo di procedimenti giudiziari “specchio” che, pur senza averne alcun titolo, gli avrebbe consentito di venire a conoscenza di indagini di altri colleghi e di tentare di inquinare importanti inchieste. A cominciare da quella, aperta presso la Procura di Milano, che vedeva indagato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, proprio un mese fa rinviato a giudizio per una tangente da 1,3 miliardi di euro per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso Eni e il finto rapimento. Proprio nel tentativo di inquinare l’indagine milanese, Amara (difensore di Eni) avrebbe messo su un tentativo di depistaggio facendo presentare alla Procura di Siracusa il suo amico Alessandro Ferrara che, nell’estate 2016, denunciò di essere stato vittima di un fantomatico tentativo di sequestro a Siracusa da parte di due nigeriani e un italiano interessati a sapere da lui notizie su un report che, di fatto, avrebbe provato un complotto internazionale per far fuori Descalzi ordito dai servizi segreti nigeriani in combutta con ambienti finanziari italiani e con alcuni consiglieri del cda di Eni. Ad aprire il fascicolo, che gli diede la possibilità per mesi di scambiare informazioni con il collega di Milano Fabio De Pasquale (che non cadde nel tentativo di depistaggio) fu proprio il pm Giancarlo Longo.

Le sentenze pilotate. L’attività inquinante del magistrato sarebbe invece stata decisiva nel consentire ai clienti o alle imprese vicine ad Amara (a cominciare dal noto gruppo imprenditoriale Frontino di Siracusa) di aggiudicarsi importantissimi contenziosi amministrativi davanti al Tar Sicilia o al Cga, come quelli sul centro commerciale Open Land di Siracusa, per il quale il Comune fu condannato a pagare un risarcimento da 24 milioni di euro, o come quello sulla discarica Cisma a Melilli, o ancora quello sulla costruzione di un complesso edilizio a Siracusa che valse all’Am group un risarcimento da 240 milioni di euro.

L’esposto dei colleghi e le telecamere. A dare nuovo impulso alle indagini sul comitato d’affari diretto da Amara è stato un esposto firmato da 8 degli 11 sostituti della Procura di Siracusa nei confronti del collega Longo, ripreso poi dalle telecamere piazzate nella sua stanza dalla Guardia di finanza mentre, ricevuta notizia di microspie nel suo ufficio, cerca di rinvenirle per neutralizzare le indagini a suo carico.

Pm Roma, sentenze “aggiustate” per 400 mln. Sono tre le sentenze “aggiustate” contestate dai pm della Procura di Roma all’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, indagato per corruzione in atti giudiziari nell’inchiesta, coordinata con la Procura di Messina, che ha portato oggi all’arresto di 15 persone. Il giudice Virgilio (oggi in pensione) avrebbe pilotato tre sentenze che hanno inciso favorevolmente per clienti degli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore (indagati in concorso con il magistrato). Le sentenze, in particolare – in base a quanto accertato dai procuratori aggiunti Paolo Ielo, Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini – riguardano una società del gruppo Bigotti che, nell’ambito delle gare Consip, riesce ad ottenere un appalto pari a 388 milioni di euro. Nei procedimenti Enzo Bigotti era difeso da Amara. L’attività di indagine che coinvolge l’ex presidente del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio, nasce dall’analisi dei flussi finanziari di alcuni imprenditori. In particolare i magistrati di Roma seguendo il denaro delle società legate all’imprenditore Fabrizio Centofanti individuano una somma di 751 mila euro depositata in Svizzera il primo gennaio del 2016 e riconducibile a Virgilio. Si tratta di denaro che il magistrato non ha dichiarato al fisco e non, precisano gli inquirenti, frutto di corruzione. Il denaro viene poi spostato su una società maltese legata agli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore e gestita da una loro testa di legno. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti i due avevano proposto a Virgilio di investire quel denaro e qualora fosse andata male l’operazione, sarebbe stata compensata da una fidejussione personale dei due verso il giudice. L’investimento proposto coinvolgeva una società dell’imprenditore Andrea Bacci (non indagato nel procedimento), in passato socio del padre di Matteo Renzi. Per chi indaga l’utilità corruttiva sta nella promessa della garanzia personale fatta dai due avvocati se l’affare fosse andato male.

Corruzione, “Longo tentò di ostacolare l’inchiesta sulle tangenti di Eni in Nigeria”. Giancarlo Longo era al servizio di Giuseppe Calafiore e Piero Amara: al soldo dei due avvocati, tentava di inquinare i processi dei colleghi magistrati per favorire i loro clienti. Lo scrivono gli inquirenti nell’ordinanza di custodie emessa dalle Procure di Roma e Messina nei confronti di 15 persone, che a proposito della condotta dell’ex pm di Siracusa parlano di “mercificazione della funzione giudiziaria”. I metodi “disinvolti” che le Procure imputano a Longo sono ben esemplificati in uno dei capi di imputazione contestati: quello che riguarda il cosiddetto caso Eni. Longo, su input di Amara, legale esterno della multinazionale del petrolio dello Stato italiano, avrebbe messo su un’indagine, priva di qualunque fondamento, su un presunto e rivelatosi falso piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo ad Claudio Descalzi. In realtà, per gli inquirenti che hanno arrestato anche Amara e Calafiore, lo scopo sarebbe stato intralciare l’inchiesta milanese sulle presunte tangenti nigeriane in cui l’amministratore delegato era coinvolto, quella su una presunta corruzione internazionale per una mega tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari per la concessione del giacimento petrolifero Opl-245. Tutto ha inizio nel 2016 quando Alessandro Ferraro, anche lui tra gli arrestati, e collaboratore di Amara, sporge denuncia alla procura di Siracusa sostenendo di essere stato vittima di un tentativo di sequestro. Longo, che conosceva Ferraro in quanto aveva indagato su di lui in passato, si assegna il fascicolo sul presunto rapimento. E comincia a svolgere una serie di indagini con acquisizioni documentali “di dubbia utilità”, dicono gli inquirenti che hanno ricostruito la vicenda, “ma certamente idonee a portare a conoscenza della società Eni l’esistenza di un procedimento penale nel quale risultava in qualche modo coinvolta”. I magistrati parlano di “regia occulta di Amara che, avvalendosi dell’asservimento di Longo, orchestrava una complessa operazione giudiziaria il cui fine ultimo era di ostacolare l’attività di indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni”. Ferraro, nel suo rocambolesco racconto, cita la figura di un personaggio, Massimo Gaboardi, tecnico petrolifero “la cui posizione, effettiva attività lavorativa, esistenza di legami con i protagonisti della vicenda, non è ben chiara, né costituì oggetto di approfondimento alcuno”, spiegano gli investigatori. Gaboardi viene sentito da Longo, prima come teste, poi indagato e racconta di un complotto volto a destabilizzare l’Eni. Le sue dichiarazioni vengono confermate da un altro soggetto, Vincenzo Armanna. I due parlano di gruppi di potere italiani e nigeriani che avrebbero complottato per compromettere l’Eni attraverso la delegittimazione di Descalzi. Lo scopo sarebbe stato determinarne la sostituzione con Umberto Vergine, ex ad di Saipem. Contestualmente sulla storia indaga però anche la Procura di Trani che nel tempo ha ricevuto tre esposti, ma siccome l’origine della vicenda sarebbe a Siracusa gli atti dei colleghi pugliesi vengono trasmessi a Longo. A luglio del 2016, però, il pm è costretto a mandare tutto alla procura di Milano che sull’Eni ha aperto un’indagine per corruzione internazionale. “Nonostante fosse stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Milano – scrivono i magistrati che hanno arrestato l’ex pm siracusano – Longo continuava a compiere atti nell’ambito del suddetto procedimento quali la notifica di informazione di garanzia ai dipendenti dell’Eni Luigi Zingales e Karina Litvacke a Umberto Vergine”. Tra dossier falsi e falsi verbali di interrogatorio – sempre secondo gli inquirenti – si mette su un vero e proprio piano di depistaggio. Per gli inquirenti “Gaboardi era stato pagato da Ferraro per comparire all’interno del procedimento istruito a Siracusa, come depositario di conoscenze relative al presunto complotto ordito ai danni di Descalzi e della società Eni”. I magistrati parlano di “regia occulta di Amara che, avvalendosi dell’asservimento di Longo, orchestrava una complessa operazione giudiziaria il cui fine ultimo era di ostacolare l’attività di indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni”. Corruzione, il pm: “Il giudice Virgilio aggiustò sentenze per 388 milioni. E lo aiutarono a nascondere 750mila euro”. Si era fatto aiutare da Piero Amara e Giuseppe Calafiore a nascondere al fisco 751mila euro e in cambio avrebbe aggiustato tre sentenze in maniera favorevole alle loro società. È l’accusa che la Procura di Roma muove a Riccardo Virgilio, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato indagato per corruzione in atti giudiziari in concorso nell’operazione che ha portato in carcere 15 persone con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione in atti giudiziari. L’accusa ruota attorno a un trasferimento di denaro di 751.271,29 euro da un conto svizzero intestato all’ex giudice oggi in pensione alla Investment Eleven Ltd, intercettato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. La società, scrivono i magistrati di piazzale Clodio, ha sede a Malta ed è riconducibile ad Amara e Calafiore, ma risulta amministrata dal prestanome.

Marco Salonia.  In base a quanto ricostruito dagli inquirenti i due avevano proposto a Virgilio di investire quel denaro e qualora fosse andata male l’operazione, sarebbe stata compensata da una fidejussione personale dei due verso il giudice. L’investimento coinvolgeva anche la Racing Horse S.A., società dell’imprenditore Andrea Bacci (non indagato), in passato vicino a Tiziano Renzi. Per chi indaga l’utilità corruttiva sta nella promessa della garanzia personale fatta dai due avvocati se l’affare fosse andato male. “L’operazione di finanziamento – è la tesi dei procuratori aggiunti Paolo Ielo, Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini – ha rappresentato una concreta utilità per Virgilio perché l’ingente somma di denaro detenuta da Virgilio su un conto svizzero induce a ritenere che la stessa sia, quanto meno, non dichiarata al fisco” e perché “di certo il trasferimento della somma di denaro presso la società maltese rappresenta un ulteriore passaggio per rendere più difficile al fisco la sua individuazione”. Cosa avrebbe fatto il giudice in cambio? Secondo la tesi accusatoria, “Virgilio avrebbe ricevuto tali utilità per la sua funzione di Presidente di Sezione del Consiglio di Stato – scrive il Gip – nonché per avere emesso e per emettere numerosi provvedimenti in sede giurisdizionale, monocratica e collegiale, verso soggetti i cui interessi erano seguiti dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore”. In base ai documenti acquisiti dalla Guardia di Finanza, proseguono i magistrati, “tutti i provvedimenti emessi dal Virgilio come estensore o come Presidente del Collegio, nell’arco temporale precedente e successivo all’erogazione delle utilità descritte, hanno prodotto effetti favorevoli nella sfera delle due società”, che avevano rapporti con quelle di Amara e Calafiore. Gli inquirenti si riferiscono a due vicende pendenti davanti al Consiglio di Stato: “Il contenzioso Ciclat, società in rapporti di fatturazione con le società del gruppo Amara-Calafiore” e “il contenzioso Exitone S.p.a, società in rapporti di fatturazione con le società del gruppo Amara-Calafiore, detenuta dalla S.T.l. Spa, riconducibile a Bigotti Ezio”, anche lui tra gli arrestati. Proprio il gruppo Bigotti sarebbe stato favorito in modo tale da ottenere appalti da 388 milioni di euro, nell’ambito delle gare bandite da Consip.

Virgilio ha un ruolo anche nella vicenda che ha contrapposto il consorzio Open Land – che stava costruendo il centro commerciale Fiera del Sud – e il comune di Siracusa. Nel 2013, da presidente del consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana Virgilio aveva riconosciuto alla società un risarcimento da 35 milioni di euro.  “In tale contenzioso – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – Virgilio era il Presidente del Collegio, mentre difensore della società era l’avvocato Attilio Toscano, collega di studio di Amara. Inoltre il legale rappresentante della società Open Land era Formica Giuliana, madre di Frontino Concetta, compagna di Calafiore”.

Depistaggio Eni, così i pm hanno fermato le manovre dei registi del complotto. Che ora sono indagati. Alla Procura di Milano è toccato districare il filo attorcigliato per anni dalle Procure di Trani e Siracusa. La pm Laura Pedio ora ha in mano un gomitolo con una trama intricata e oscura che si dipana tra Italia e Nigeria e che puzza di spioni e di petrolio. Ha a che fare con l’Eni, questa storia, un centro di potere che pesa quanto uno Stato. È la storia di un complotto. Coinvolge i vertici di Eni (l’ad Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni), un paio di consiglieri indipendenti dell’azienda petrolifera italiana (Luigi Zingales e Karina Litvack) e arriva a evocare l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Sullo sfondo, faccendieri, petrolieri, manager, avvocati. E un grande affare, quello che ha portato Eni e Shell in Nigeria, a cercare petrolio nell’immenso campo Opl 245, previo esborso (secondo il pm milanese Fabio De Pasquale) di una mega-tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Ma il complotto è reale o apparente? Chi sono le vittime e chi i burattinai? I pm di Milano rispondono ora a queste domande raccontando una commedia in quattro atti.

Atto primo, Trani, gennaio 2015. È il 23 gennaio quando alla Procura di Trani arriva un esposto anonimo: il primo di una serie di tre che raccontano un “programma criminoso” volto a “portare alla sostituzione dell’attuale manager Descalzi” con altri (l’ad di Saipem Umberto Vergine, oppure l’allora ad di Telecom Franco Bernabè). “Per fare ciò, sarebbero state esercitate pressioni sul presidente del Consiglio Renzi”. Come? Un uomo d’affari siriano, tale Raduan, prende contatti con un imprenditore del Giglio Magico, Andrea Bacci. Poi, dopo che Renzi nel 2014 ha nominato Descalzi, si mette in moto “un meccanismo di delegittimazione del nuovo vertice Eni”. Protagonisti: Gabriele Volpi, “noto imprenditore italo-africano” che opera in Nigeria, Luigi Zingales e gli avvocati Antonino Cusimano (capo dell’ufficio legale di Telecom), Luca Santamaria (legale di Bernabè) e Bruno Cova. Sullo sfondo, le inchieste aperte dalla Procura di Milano – da quel guastafeste di De Pasquale – su Eni-Saipem-Algeria e su Eni-Opl245-Nigeria. Nella seconda, Descalzi, il predecessore Scaroni e il “mediatore” Luigi Bisignani sono accusati per la tangente petrolifera in Nigeria. Arriva in Procura anche una registrazione in cui due persone – che si scoprirà essere Alessandro Ferraro e Massimo Gaboardi – sostengono la tesi della macchinazione. L’Eni entra in partita consegnando documenti richiesti dai pm di Trani, Carlo Maria Capristo e Alessandro Pesce. Gli anonimi, curiosamente, mostrano di sapere ciò che solo dentro l’Eni si sa, per esempio che tra quei documenti ci sono email tra Zingales, critico contro le eventuali pratiche illegali di Eni, e la presidente Emma Marcegaglia.

Atto secondo, Siracusa, agosto 2015. Il 13 agosto 2015, il sedicente imprenditore Alessandro Ferraro presenta una denuncia alla Procura di Siracusa in cui racconta di essere stato sequestrato nella notte da tre uomini, due neri e un italiano. Interrogato, racconta al pm Giancarlo Longo una storia identica a quella arrivata anonima a Trani: il complotto contro i vertici Eni. Poi deposita ai pm un documento (“Report n.1”) firmato da Massimo Gaboardi. Contiene la stessa vicenda: un tale Raduan Khawthani, uomo d’affari mediorientale in contatto con gli imprenditori renziani Marco Carrai e Andrea Bacci, avrebbe tentato d’imporre a Renzi la nomina di Vergine al vertice di Eni. Fallito quell’obiettivo, è partita una campagna diffamatoria. “I servizi nigeriani hanno invaso le email di Eni con una serie di informazioni” poi usate “da Zingales e Litvack”. Gaboardi fa entrare in partita anche un nuovo personaggio: Vincenzo Armanna, “ex dirigente Eni che odia Descalzi ed Eni”. Armanna racconta al pm che un nigeriano, Kase Lawal, gli ha chiesto, in cambio di 2 milioni di dollari, di “demolire Descalzi”, proteggere Scaroni e favorire Vergine. Armanna aggiunge che gli era stato chiesto di “diffondere l’informazione, falsa, sul finanziamento da parte dell’intelligence israeliana delle campagne elettorali” di Renzi. Intanto l’8 luglio 2016 i pm di Siracusa mandano un avviso di garanzia per diffamazione aggravata a Vergine, Zingales e Litvak. Curioso: per la diffamazione si procede solo dopo querela di parte e nessuno ha querelato i tre. Il 15 luglio, il procuratore Giordano si libera del caso, mandando gli atti a Milano. Fuori tempo massimo, il 28 luglio, col fascicolo già a Milano, il direttore degli affari legali di Eni, Massimo Mantovani, “sana” l’anomalia e invia a Siracusa la querela di parte contro i tre.

Atto terzo, Milano, luglio 2016. Il 15 luglio 2016 il fascicolo processuale arriva a Milano, nelle mani del pm De Pasquale. Il magistrato sente puzza di depistaggi e capisce che le manovre squadernate a Siracusa potrebbero avere come obiettivo quello di azzoppare la sua indagine per corruzione internazionale su Opl 245, con indagati Scaroni, Descalzi e Bisignani. Legge le carte, interroga i personaggi coinvolti e smonta il “grande complotto”. Appura che Alessandro Ferraro, il “grande accusatore” dell’indagine di Siracusa, è “persona che ha subito numerose condanne per ricettazione, truffa, falsità materiale, sostituzione di persona, uso abusivo di carte di credito”, già in passato arrestato e condannato. E il renziano Bacci? Sì, aveva parlato di Vergine con Raduan Kawthani, ma era soltanto una “blanda raccomandazione” rimasta senza alcuna conseguenza. De Pasquale riesce a ribaltare la prospettiva. Quelli che secondo Trani e Siracusa avrebbero ordito il complotto sono vittime del complotto ordito da chi lo denunciava. Più complesso, ricostruisce De Pasquale, il ruolo di Armanna: “Le sue dichiarazioni (…) potrebbero avere una base di verità, ma ciò in nessun modo consente di affermare che quanto esposto negli scritti anonimi recapitati a Trani abbia fondamento”. Il pm il 20 marzo 2017 chiede l’archiviazione delle accuse a Vergine, Zingales e Litvack.

Atto quarto, Milano, oggi. Siamo alla scena finale di questa vaudeville, con il rovesciamento dei ruoli. Entra in partita la pm della Procura di Milano Laura Pedio. Se i “diffamatori” sono vittime innocenti, i colpevoli devono essere coloro che li hanno accusati: quelli indicati come i registi del “complotto” (Vergine, Varone, Zingales, Litvack) sono vittime di un “complotto” architettato da quelli che si erano presentati a Trani e Siracusa per denunciare il “complotto”: Ferraro e Gaboardi, insieme con personaggi nigeriani. Ma hanno fatto tutto loro? Personaggi squalificati come Ferraro e Gaboardi avevano solide sponde nell’Eni: come l’avvocato siracusano Pietro Amara, “legale esterno di Eni spa” in processi per reati ambientali. Amara, Ferraro, Gaboardi e “altre persone interne ad Eni spa in corso di identificazione” sono ora indagate a Milano per associazione a delinquere, ha scritto Luigi Ferrarella venerdì sul Corriere della sera: per aver “concordato e posto in essere un vero e proprio depistaggio” per “intralciare lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti” e “per screditare i consiglieri indipendenti di Eni”. Ora la pm Pedio dovrà metter la parola fine a questa storia. 

Messina, pornografia minorile: un giudice finisce in carcere. Gaetano Maria Amato, 57 anni, era in servizio alla corte d'Appello di Reggio Calabria. Il gip ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare. Nel 2009 aveva subito una sanzione dal Csm per i ritardi nella pubblicazione delle sentenze, scrive il 2 ottobre 2017 "La Repubblica". Un giudice in servizio alla corte d'Appello di Reggio Calabria, Gaetano Maria Amato, è stato arrestato dalla polizia a Messina per pornografia minorile. Nei suoi confronti il gip della città dello Stretto, su richiesta del procuratore capo Maurizio de Lucia e dell'aggiunto Giovannella Scaminaci, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Gli investigatori non forniscono particolari, a tutela delle vittime. Gaetano Maria Amato, 57 anni, nato a Messina, ha iniziato la sua carriera giudiziaria come pretore a Naso. Si era poi spostato a Messina, prima al tribunale civile e poi a quello fallimentare. Infine, nel 2009, il trasferimento alla corte d'Appello di Reggio Calabria. È padre di tre figli. Il giudice Amato nel 2009, quando era in servizio a Messina, subì un procedimento del Consiglio superiore della magistratura per presunti ritardi nel deposito degli atti. Nella contestazione si rilevava come ci fossero troppe sentenze del magistrato depositate oltre i termini. Per questi ritardi il Csm lo aveva dichiarato colpevole e sanzionato con l'ammonizione. Il reato di pedopornografia configura vari tipi di comportamento, dalla sola detenzione di materiale pornografico alla cessione e diffusione, fino alla produzione di immagini con lo sfruttamento di minori. Il reato prevede, in caso di condanna, la reclusione fino a 12 anni. Pornografia minorile, tre foto a un unico “amico” della rete. Ecco nel dettaglio l’accusa al giudice Gaetano Maria Amato: qualche settimana prima degli arresti aveva ammesso le chat e l’invio di immagini. Sequestrati personal computer e cellulare, gli inquirenti a caccia di nuove prove e di (eventuali) altri “appassionati” di bambini.

Tre foto di due persone minorenni seminude (due) e nude (una), tutte carpite all’insaputa delle vittime e inviate tra il 2014 e il 2015 a un solo utente della rete con dei commenti a corredo, scrive il 5 ottobre 2017 Michele Schinella.  Sono questi i fatti per cui il giudice della Corte d’appello di Reggio Calabria Gaetano Maria Amato, su richiesta della Procura di Messina accolta dal Giudice per le indagini preliminari Maria Vermiglio, è stato arrestato e condotto nel carcere di Gazzi il 3 ottobre scorso. L’accusa per il cinquantottenne è di Pornografia minorile, reato per cui è prevista una pena da 6 a 12 anni di reclusione. Tuttavia, le indagini sul magistrato sono tutt’altro che chiuse. Da quanto si è riuscito a sapere da ambienti vicini agli inquirenti, pochi giorni prima che scattassero gli arresti, a casa del giudice residente a Messina si sono presentati gli agenti della polizia con in mano un provvedimento di perquisizione e di sequestro di supporti telematici e informatici. Nell’occasione della perquisizione, lo stesso giudice ha fatto dichiarazioni spontanee, minimizzando i fatti e ammettendo che in passato aveva intrattenuto delle chat con un pedofilo a cui aveva inviato tre o 4 foto: in sostanza, ciò che gli inquirenti sapevano già e che gli è stato contestato al momento dell’esecuzione della misura cautelare. Gli inquirenti al termine della perquisizione hanno sequestrato e portato via personal computer e telefoni cellulari. La perizia sui supporti informatici permetterà di stabilire se il magistrato ha raccontato la verità e, quindi lo scambio di materiale pedo pornografico è stato occasionale e limitato a quello già accertato, oppure le foto prodotte e inviate sono molto di più e l’interlocutore del giudice non è stato uno solo ma diversi. In quest’ultimo caso, altri interlocutori con la “passione” per le immagine pedo pornografiche potrebbero finire nel mirino della Procura.

Nella rete…della perizia informatica. E’ con lo strumento della consulenza tecnica su strumentazione informatica che – secondo quanto si è riuscito a sapere dagli inquirenti della squadra mobile della polizia di Stato di Bolzano – ci è si imbattuti nel giudice di Messina. Le indagini infatti erano concentrate su un pedofilo che, a tempo pieno, usando diversi account e nick name, navigava sulla rete alla ricerca di materiale pedo pornografico. E’ stata l’accertamento tecnico sul materiale sequestrato a quest’ultimo che ha consentito di individuare tra la miriade di chat e scambio di materiale scottante, le comunicazioni e, soprattutto, le foto che il giudice gli ha inviato. Le carte sono state così trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Messina.

La partita giuridica. La normativa che il legislatore ha dettato dal 1998 in poi contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, prevede diverse fattispecie di reato, di gravità diversa e quindi punite con pena diversa, i cui confini sono stati oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza. Al magistrato Amato, in attesa degli esiti degli ulteriori accertamenti tecnici sul pc e sul cellulare, è contestata la fattispecie più grave (art. 600 ter, primo comma): quella che incrimina chi “utilizzando minori di anni 18, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico”.

Per quanto le foto inviate dal giudice sono state realizzate all’insaputa delle vittime (e, ovviamente, senza la loro minima collaborazione), e sono state inviate a un solo utente, i fatti accertati sembrano rispondere appieno alla interpretazione che la Cassazione (a Sezioni unite) ha offerto della norma. La cassazione nel 2000 (numero 13) ha, infatti, stabilito che la norma “offre una tutela penale anticipata volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia. Per conseguenza il reato è integrato quando la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto”. Non sarà semplice, ma ciò dipenderà anche dal tipo e dalla natura delle chat, per il giudice Amato difendersi sostenendo che l’aver trasmesso le foto a uno sconosciuto (che quindi non dava alcuna garanzia di riservatezza) non abbia determinato il concreto pericolo di diffusione delle stesse e quindi il rischio di pregiudicare il libero sviluppo personale dei minori raffigurati.

Primi provvedimenti. In applicazione della legge, che sul punto non ammette deroghe e riguarda tutti i pubblici funzionari senza che via la necessità di alcuna richiesta specifica di alcuno, il magistrato in conseguenza degli arresti e sin dal giorno successivo è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Allo stesso modo, è stato avviato nei suoi confronti procedimento disciplinare: si tratta, allo stato delle cose, di un grave illecito disciplinare, rientrante nella categoria degli “Illeciti conseguenti a reato” (e dunque diverso da quello compiuto nell’esercizio delle funzioni o fuori dalle stesse, ma sempre facendo pesare il ruolo di magistrato). Questo tipo di illeciti possono portare alla sanzione (anche della rimozione dalla magistratura) solo dopo la condanna irrevocabile.

I viaggi, il teatro e i chihuahua: chi è il giudice arrestato per pedopornografia. Gaetano Maria Amato aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1986. Adesso rischia da sei a dodici anni di carcere per pornografia minorile, scrive il 03/10/2017 "Tribupress.it". Viaggi, teatro, mostre d’arte. Abbondanti foto di due chihuahua di nome Dino e Minou. Sono gli elementi principali del profilo Facebook di Gaetano Maria Amato, il giudice della Corte d’Appello di Reggio Calabria arrestato nelle scorse ore per pornografia minorile. Un’accusa pesantissima, quella avanzata nei suoi confronti dal Procuratore di Messina Maurizio De Lucia e dall’Aggiunto Giovannella Scaminaci, che ha fatto in breve tempo il giro d’Italia. L’ipotesi di reato è quella prevista dall’articolo 600 ter del Codice Penale, che punisce con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa fino a 240.000 euro chiunque produca materiale pornografico o realizzi esibizioni o spettacoli pornografici con protagonisti minorenni. Sulla vicenda gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo a tutela delle vittime. Le indagini sarebbero state svolte dalla Polizia Postale di Catania e riguarderebbero fatti avvenuti a Messina. Nato a Messina cinquantasette anni fa, Amato aveva iniziato la sua carriera in magistratura nel 1986, con l’incarico di Pretore a Naso, piccolo centro dei Nebrodi. Poi il trasferimento nel capoluogo e gli scatti di carriera, dalla sezione Civile a quella Fallimentare alla Penale. Qui aveva partecipato ai Collegi di Corte di Assise e alla Sezione Misure di prevenzione. Una carriera regolare, quella del magistrato messinese, che adesso oltre al procedimento penale rischia di essere sospeso e messo fuori organico dal Consiglio Superiore della Magistratura. Non sarebbe la prima volta che la toga passa al vaglio del Csm. Già nel 2009, a seguito di un’ispezione avvenuta durante il suo servizio a Messina nell’inverno del 2005, Amato subì un procedimento per ritardi nel deposito degli atti. Troppe sentenze depositate oltre i termini, secondo l’organo di autogoverno della magistratura, che sanzionò il giudice con un’ammonizione. Nel 2016 aveva difeso con altri giudici l’operato di una collega accusata della stessa inadempienza. Fin qui il profilo professionale. Ma l’accusa per la quale Amato è finito in manette attiene alla sfera privata. A dire qualcosa in più del magistrato finito nella bufera resta soltanto il profilo social. Popolato appunto da una grande quantità di foto di viaggi, di pièce teatrali, di cani per i quali mostra grande tenerezza. Foto di Lipari, Istanbul, delle Bahamas raggiunte a coronamento di un lungo viaggio negli States, iniziato a New York con la visita alla collezione Guggenheim. Poi foto in famiglia, qualche considerazione estemporanea sulla società e le sue brutture. E sempre i cagnolini fotografati in tutte le salse, anche sulle carte che il giudice si portava a casa dal lavoro. “Io ho tre vite, la mia, quella che si inventano gli altri e quelli che gli altri pensano che sia la mia vita”, fa dire a Snoopy in una foto condivisa nel gennaio 2015. Quale di queste sia oggetto delle valutazioni degli inquirenti che hanno portato all’arresto sarà compito della giustizia chiarirlo. 

Beni confiscati, Saguto al Csm: “Sto male. Mandatemi in pensione”. Così eviterebbe di essere cacciata dalla magistratura. Se la richiesta del magistrato venisse accolta in tempi brevi, non solo finirebbe nel nulla il procedimento disciplinare nel quale la procura generale della Cassazione ha chiesto per lei la condanna alla rimozione dall’ordine giudiziario. Ma l'ex presidente della misure di prevenzione del tribunale di Palermo avrebbe anche il diritto di chiedere la corresponsione di quanto le è stato tagliato dalla retribuzione, da quando nel novembre del 2015 è finita sotto inchiesta, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 6 febbraio 2018. Ha chiesto di andare in pensione per motivi di salute. In questo modo eviderebbe di essere rimossa dalla magistratura. E potrebbe recuperare la parte dello stipendio che le è stato tagliato dopo che è finita sotto inchiesta.  È questa l’istanza avanzata al Csm da Silvana Saguto, l’ex presidente della Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, sotto processo a Caltanissetta per corruzione e abuso d’ufficio. L’ex zarina dei beni confiscati a Cosa nostra ha motivato la richeista di essere collegata a riposo con l’inabilità, cioè per ragioni di salute. Se la richiesta venisse accolta in tempi brevi, non solo finirebbe nel nulla il procedimento disciplinare nel quale la procura generale della Cassazione ha chiesto per lei la condanna alla rimozionedall’ordine giudiziario. Ma Saguto avrebbe anche il diritto di chiedere la corresponsione di quanto le è stato tagliato dalla retribuzione, da quando nel novembre del 2015 è stata sospesa dal Csm dalle funzioni e dallo stipendio, a seguito dell’inchiesta di Caltanissetta.Da oltre due anni l’ex presidente di sezione percepisce infatti un assegno di mantenimento pari a un terzo della retribuzione. I tempi però per l’accoglimento della richiesta di pensionamento per malattia non sono solitamente brevi, perché bisogna accertare, anche con perizie, la sussistenza dell’inabilità e se sia tale da giustificare il collocamento a riposo. Non sono nemmeno rapidissimi i tempi di esecuzione delle sentenze disciplinari del Csm, per le quali è consentita l’impugnazione davanti alle Sezioni Unite civili della Cassazione. Gli ermellini possono confermare oppure annullare con rinvio la pronuncia del Csm, disponendo un nuovo processo: in questo caso i tempi si allungano notevolmente. Anche nel caso in cui la Cassazione mette il proprio sigillo alla sentenza disciplinare, perché diventi esecutiva occorre il deposito delle motivazioni. Intanto è momentaneamente fermo il procedimento disciplinare a Saguto, in corso davanti alla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli. Era stato sospeso stamattina dopo che il magistrato aveva fatto recapitare un certificato medico che attesta il suo ricovero in una clinica privata. Il “tribunale delle toghe” ha dunque disposto la visita fiscale: se sarà accertato che effettivamente ricorre un legittimo impedimento, il processo si fermerà in attesa che la diretta interessata sia in grado di rendere le dichiarazioni spontanee, come ha chiesto di poter fare. Diversamente riprenderà il dibattimento e la parola passerà alla difesa di Saguto, assistita dagli avvocati dello studio legale di Giulia Bongiorno. Non ha per ora subito contraccolpi invece il procedimento disciplinare a carico del giudice Fabio Licata, uno dei quattro magistrati coinvolti nel “caso Saguto”, ex componente delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Per lui il pg della Cassazione, Mario Fresa, la condanna alla sospensione dalle funzioni e dallo stipendio per sei mesi. Diverse le accuse di cui deve rispondere Licata: la principale è aver usato il suo ruolo per assicurare a Saguto e ai suoi familiari “ingiusti vantaggi”. E in particolare di avere accettato di assumere, senza un provvedimento formale, le funzioni di giudice delegato prima e poi di presidente del collegio che si occupava di un sequestro di beni nel quale il marito di Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, era coadiutore dell’amministratore giudiziario. Il tutto per “dissimulare il conflitto di interessi” in cui si trovava Saguto. A Licata viene contestato anche di aver aumentato il compenso di Caramma, “per un’attività pari a zero” e “senza alcuna verifica”, ha detto oggi Fresa, che ha definito per questi comportamenti il magistrato “un fantoccio nelle mani di Saguto”. Il processo sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra si è recentemente aperto davanti al tribunale di Caltanissetta. Per il gip Marcello Testaquadra, Saguto avrebbe gestito in modo spregiudicato i patrimoni sottratti alla mafia. Oltre al magistrato, ci sono altri quindici imputati, tra cui l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il padre, il marito e il figlio del magistrato, più alcuni amministratori giudiziari. Le indagini, avviate nel 2015, hanno ricostruito un “sistema” basato su rapporti privilegiati con alcuni professionisti nominati amministratori giudiziari. Le assegnazioni di incarichi e consulenze sarebbero state ricambiate con regali, favori e denaro.

In carcere da innocenti: ne entrano tre ogni giorno, scrive Damiano Aliprandi il 31 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Mille persone ogni anno ricevono un indennizzo perché sono stati ingiustamente detenuti. È quanto emerge da uno studio elaborato dai curatori del sito errorigiudiziari.com. Lo scorso anno si è chiuso con un aumento dei casi di ingiusta detenzione e, di conseguenza, lo Stato ha sborsato più soldi in indennizzi. Questo è il dato relativo al 2017 elaborato da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, giornalisti che curano il sito errorigiudiziari.com. Andando sullo specifico, gli autori dello studio, elaborando gli ultimi dati disponibili del ministero dell’Economia, sono riusciti a fare un raffronto con l’anno precedente. Il 2017 si è chiuso con un dato in aumento sia per quanto riguarda i casi di ingiusta detenzione che hanno toccato quota 1013, contro i 989 registrati nell’anno precedente, sia per l’ammontare complessivo dei relativi risarcimenti che superano i 34 milioni di euro. La città con il maggior numero di casi indennizzati è stata Catanzaro, con 158. Subito alle sue spalle c’è Roma (137) e a seguire Napoli (113), che per il sesto anno consecutivo si conferma nei primi tre posti. Gli autori fanno notare come nella top 10 dei centri dove è più frequente il fenomeno della ingiusta detenzione prevalgano le città del Sud: sono infatti otto su dieci, con le sole Roma e Milano a invertire la tendenza. Catanzaro e Roma sono anche le città in cui lo Stato ha speso di più in risarcimenti liquidati alle vittime di ingiusta detenzione: nel capoluogo calabrese lo scorso anno si è fatta registrare la cifra enorme di circa 8 milioni e 900 mila euro, ben più del doppio di quanto si è speso per i casi della Capitale (poco più di 3 milioni e 900 mila euro).  Al terzo posto Bari con indennizzi versati per oltre 3 milioni e 500 mila euro, che scavalca Napoli, quarta in classifica con più di 2 milioni e 870 mila euro. Il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari è scottante, eppure in occasione dell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, il 26 gennaio in Cassazione, non è stato nemmeno sfiorato. Come mai? Provano a rispondere Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone di errorigiudiziari.com, spiegando che le 1000 persone che finiscono in carcere ingiustamente ogni anno, e che per questo ricevono un risarcimento, secondo giudici e procuratori costituiscono un “dato fisiologico”, una sorta di “effetto collaterale” inevitabile di fronte alla mole di processi penali che si celebrano ogni anno nelle aule dei tribunali italiani. Prendendo in esame gli ultimi 25 anni, i dati complessivi risultano una ecatombe. Dal 1992 a oggi, 26.412 persone hanno subito una ingiusta detenzione. Per risarcirli, lo Stato ha versato complessivamente poco meno di 656 milioni di euro. Se poi si includono anche gli errori giudiziari, il numero delle vittime sale a 26.550, per una somma totale di 768.361.091 euro in risarcimenti versati dal 1992 a oggi. Parliamo dunque di una media annuale di oltre 1000 casi, per una spesa superiore ai 29 milioni di euro l’anno. I dati dei soldi sborsati dallo Stato sono anche poco indicativi. Prendiamo ad esempio l’anno 2016: c’è stato un brusco calo di indennizzi per ingiusta detenzione rispetto agli anni precedenti. Quindi meno innocenti in carcere? No, il vero motivo è un altro. Lo spiegano gli stessi esperti del ministero dell’Economia e delle Finanze: le diminuzioni degli importi corrisposti a titolo di R. I. D. (Riparazione per Ingiusta Detenzione) soprattutto negli ultimi anni non sono conseguenza di una riduzione delle ordinanze, bensì della disponibilità finanziaria sui capitoli di bilancio non adeguata. È necessario distinguere l’ingiusta detenzione dagli errori giudiziari. Nel primo caso si fa riferimento alla detenzione subita in via preventiva prima dello svolgimento del processo e quindi prima della condanna eventuale, mentre nel secondo si presuppone invece una condanna a cui sia stata data esecuzione e un successivo giudizio di revisione del processo in base a nuove prove o alla dimostrazione che la condanna è stata pronunciata in conseguenza della falsità in atti. Nel caso di ingiusta detenzione, l’indennizzo consiste nel pagamento di una somma di denaro che non può eccedere l’importo di 516.456 euro. La riparazione non ha carattere risarcitorio ma di indennizzo. Nel caso dell’errore giudiziario, invece, c’è un vero e proprio risarcimento. Il caso più eclatante di risarcimento è avvenuto esattamente un anno fa. Si tratta del più alto risarcimento per un errore giudiziario riconosciuto in Italia. Sei milioni e mezzo per ripagare 22 anni di carcere da innocente e circa 40 anni vissuti con una spada di Damocle sulla propria esistenza, tra galera e attesa delle decisioni dei giudici da Giuseppe Gullotta.

Pm indisciplinati: 1300 esposti, 1265 assoluzioni, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 6 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Il 92% delle segnalazioni è stata archiviata direttamente nella fase predisciplinare. Nella lunga relazione del procuratore generale della Corte di Cassazione Riccardo Fuzio per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, un intero capitolo è dedicato ai procedimenti disciplinari delle toghe. Dopo la riforma Castelli del 2006, il procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati è infatti divenuto obbligatorio per il procuratore generale, rimanendo solo facoltativo per il ministro della Giustizia. «La materia disciplinare si rivela sempre più centrale nel sistema del governo autonomo della magistratura ed è la cartina di tornasole del rapporto di fiducia – o di sfiducia – che lega i cittadini al sistema giudiziario e ciò anche a prescindere dal fatto che la condotta del magistrato denunciata si riveli poi passibile di sanzione disciplinare», scrive il procuratore generale. «Una giustizia che non ha credibilità o comunque legittimazione non è in grado di assicurare la democrazia», aggiunge Fuzio, sottolineando come «la materia di competenza della Procura generale investe questioni di deontologia e di professionalità che anticipano spesso l’aspetto prettamente disciplinare». Nel 2017 sono pervenute alla Procura generale ben 1.340 segnalazioni di possibile rilievo disciplinare (1.363 nel 2016). In notevole incremento sono stati gli esposti di privati cittadini, elemento che «evidenzia una generale sfiducia dell’opinione pubblica verso l’operato della magistratura – prosegue Fuzio -, sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi che gravano su tutte le sedi giudiziarie non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata di chi è tenuto a rendere giustizia». Di queste centinaia di segnalazioni, il 92,7% è stata archiviata direttamente nella fase predisciplinare. Del rimanente 7,3% per cui è stata esercita l’azione disciplinare, le condanne al termine dell’istruttoria sono state solo 35. 4 ammonimenti, 24 censure, 4 perdite di anzianità e 3 rimozioni dalla magistratura. La risposta al perché di numeri così bassi la fornisce lo stesso Fuzio: «Il sistema disciplinare, per unanime constatazione, presenta notevoli lacune e zone “franche” che lasciano spazio a condotte non sanzionabili disciplinarmente e però tutt’altro che insignificanti nella definizione della deontologia complessiva e della figura del magistrato». In altre parole, essendo gli illeciti disciplinari per le toghe dal 2006 “tipizzati”, ciò che non è espressamente indicato non è sanzionabile. In questo sistema ipergarantista, molte condotte «non ritenute meritevoli di sanzione disciplinare, e sovente nemmeno di inizio di azione disciplinare, ben potrebbero o dovrebbero essere tenute in considerazione dal Csm per i diversi profili attinenti le valutazioni di professionalità”, evidenzia però Fuzio. Il numero dei magistrati valutati non positivamente è attualmente pari a solo lo 0,58% del totale. Un numero che «non ha eguali in nessuna organizzazione complessa», disse stigmatizzando il dato lo scorso anno in Plenum l’ex presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio. Fra le tante e varie anomalie, meritano di essere segnalati i casi di «appiattimento di qualche pubblico ministero poco diligente rispetto all’attività della polizia giudiziaria. Si sono riscontrati casi di “copia- incolla”, non solo di provvedimenti del Gip rispetto alla richiesta del pubblico ministero, ma anche di richieste cautelari del Pm rispetto al rapporto informativo della polizia giudiziaria, sintomo del conseguente rischio che gli errori di quest’ultima, se non adeguatamente vagliati, si riverberino in gravi violazioni di legge da parte dei magistrati».

"Il processo Borsellino: un monito. La giustizia non ha funzionato", scrive sabato 27 Gennaio 2018 "Live Sicilia”. "L'esito drammatico del primo e del secondo processo per la strage di via D'Amelio deve servirci da monito perché dimostra che il sistema investigativo e giudiziario nel suo complesso non ha funzionato malgrado le numerose garanzie di cui il nostro ordinamento dispone". Lo ha detto il procuratore generale di Caltanissetta Sergio Lari, durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Un riferimento chiaro alle condanne ingiuste ora cancellate dal processo di revisione a Catania, a cui i giudici in passato erano arrivate ritenendo credibili le dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. "L'epilogo di questa vicenda deve indurci - ha aggiunto Lari - a riflettere sulla fallacia della giustizia umana e sul rischio sempre incombente dell'errore giudiziario". 

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di mille esposti l'anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati 9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su "Il Giornale". Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all'origine, secondo il procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, «dell'aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido d'allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di assicurare la democrazia». Nell'ultimo anno sono pervenute alla Procura generale, che è titolare dell'azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti possibili irregolarità nell'attività delle toghe, tra pm e giudicanti. Numeri in linea con l'anno precedente (1.363) e con l'ultimo quinquennio (la media è di 1.335 all'anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l'archiviazione per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l'89,7% dei procedimenti definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3% si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie, dell'eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica e giustizia, in parte, può essere l'effetto delle soventi delegittimazioni provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma - ammette - può essere anche il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del 22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore, che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o consone per un magistrato, dall'utilizzo allegro di Facebook alla violazione del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso, nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno inaugurato l'anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare nessun mea culpa. "Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso". "La Banca Mondiale mette l'Italia alla casella numero 108 nella classifica sull'efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell'economia". "Se per far fallire un'azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese". "Ultimamente abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo". "È imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per l'economia nazionale". "Non se ne può più di assistere allo spettacolo di pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla, rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà che l'indagine ha procurato loro". "La giustizia viene ancora strumentalizzata a fini politici". "In Italia esistono due pesi e due misure a seconda di chi è indagato o processato". "L'economia italiana è frenata da un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione". "Le vittime delle truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non sono stati adeguatamente perseguiti". "A questo giro elettorale qualcosa non torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in vigore dopo il reato per cui è stato condannato". Ieri in Italia si è aperto l'anno giudiziario e in ogni tribunale del Paese, con gli ermellini sulle spalle e i berrettini neri sulla testa, i procuratori generali hanno recitato il loro discorso inaugurale, fotografando senza sconti lo stato della giustizia italiana. Quelle riportate sopra, tra virgolette, sono le frasi di j'accuse che avremmo voluto sentire. Purtroppo non è stato possibile. L'autoanalisi non appartiene alla categoria dei magistrati, i quali, anche quando devono parlare del loro lavoro, non si siedono mai sul banco degli imputati ma trovano sempre il modo di puntare l'indice altrove. Restano eterni giudicanti, senza neppure essere colti dal sospetto che, almeno in sede di bilanci, bisognerebbe prestare attenzione alla trave che si ha nel proprio occhio piuttosto che alla pagliuzza in quello altrui. Così ieri abbiamo assistito a un elenco di banalità, conosciute anche da chi non ha mai messo piede in un'aula giudiziaria. Il procuratore di Prato sostiene che "in città c'è la mafia cinese ed è difficile da contrastare". Bella scoperta, quello toscano è il comune con il maggior numero di persone e attività cinesi in rapporto alla popolazione. Quello di Napoli ci ha fatto sapere - ma davvero? - che "in città spadroneggia la camorra, aiutata da un muro di omertà". Illuminante. A Milano, dove le cose vanno un po' meglio, abbiamo appreso che "la minaccia terroristica in Italia resta alta perché l'Isis ha messo ripetutamente il nostro Paese nel mirino". Abbiamo appreso che sono state anche fatte delle indagini per dimostrare che il terrorismo islamico non scherza. A Torino, da sempre meta dell'immigrazione meridionale, c'è un poco di 'ndrangheta mentre a Bologna destano preoccupazione i delitti contro le donne e le baby gang. E gli arretrati dei rispettivi tribunali? I tempi dei processi? La percentuale di sentenze riscritte in appello e quella di innocenti incarcerati? Il numero di criminali liberati per decorrenza termini o per un errore formale? Informazioni irrilevanti, di cui la magistratura non ha ritenuto di dover rendere conto alla cittadinanza. Non c'è da stupirsi. Già venerdì, quando ha preso la parola a Roma il procuratore generale della Cassazione, si era capito dove si sarebbe andati a parare. Con tutti i casini del nostro sistema giudiziario, l'ermellino se l'è presa con i social, che gli italiani usano a sproposito, scrivendo la prima cosa che passa loro per la mente, incapaci di controllarsi. Per non parlare poi delle fake news, le balle della rete, che disinformano peggio dei giornali e fanno più danni di una sentenza sbagliata. Insomma, non più solo i politici, categoria ora finita in disgrazia. Pare che i giudici oggi vogliano fare qualsiasi cosa, dai giornalisti, ai ricercatori Istat, agli assistenti sociali, ai poliziotti, agli psicologi, tranne che il loro mestiere. Criticano tutti eccetto che loro stessi, hanno un'idea precisa di tutta la società e una soluzione per ogni problema ma non per quelli della giustizia. "Dobbiamo fare ciò che vogliono, altrimenti ci arrestano tutti" disse una volta Flaminio Piccoli, storico segretario della Democrazia Cristiana negli anni Settanta. Eravamo prima di Tangentopoli e da allora la situazione è solo peggiorata. Le toghe erano uno dei tre poteri dello Stato, ora sono rimasti l'unico, causa suicidio degli altri due, quello legislativo e quello esecutivo, per bulimia e incompetenza. E questa situazione di privilegio se la godono tutta, giudicando, pretendendo e non riconoscendo mai i propri errori. Fanno paura e fanno bene ad approfittarne, non a caso sono gli unici dipendenti pubblici i cui scatti di stipendio non si sono mai fermati negli otto anni di crisi, malgrado il loro appannaggio fosse già di gran lunga il più alto di tutti. Stupidi gli altri.

Come nasce l’impunità dei magistrati. Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Parla Nordio, procuratore aggiunto a Venezia. C’entra anche la possibilità di influenzare la politica, scrive Maurizio Crippa il 20 Maggio 2015 su "Il Foglio". Nello strano paese bifronte del “nessuno mi può giudicare”, ma in cui i giudici hanno in mano il destino di tutti, dalle pensioni ai ricorsi sugli Autovelox, il paese di decenni consumati nella guerra senza vincitori tra magistratura e politica, c’è un magistrato che sulla refrattarietà dei suoi colleghi a farsi giudicare ha qualcosa da dire. Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, sul petto le medaglie di inchieste importanti condotte rifuggendo i clamori mediatici, ha preso spunto sul Messaggero di lunedì dal ricorso alla Corte costituzionale da parte di un giudice civile di Verona contro la legge sulla responsabilità civile per dire cose importanti: non solo sulla magistratura, ma sui guasti illiberali che da tempo minano la convivenza civile. Argomenta, Nordio, che al primo ricorso altri seguiranno, e verosimilmente saranno accolti perché non esiste una “manifesta infondatezza” tecnica. Anche il principio del “chi sbaglia paga” sventolato spesso dalla politica, è mal posto: “In tutto il mondo ci sono due o tre gradi di giudizio, proprio per il principio di poter rimediare a errori; ma non esistono sale operatorie di primo, secondo, o terzo grado. La giustizia prevede di poter sbagliare. Per questo la legge parla di errore in quanto ‘travisamento del fatto’, non di errori di merito o di interpretazione”. Ma tutto questo non fa dire a Nordio, come magari a qualche suo collega, che debba esistere una sostanziale impunità. E non toglie che ci siano “errori non scusabili. Primo: il magistrato che non conosce la legge. Secondo: il magistrato che non legge le carte. Ma io dico che porre un risarcimento pecuniario in questi casi non serve, tanto siamo già tutti assicurati. No, ci vuole una sanzione sulla carriera, a seconda della gravità. Se un magistrato non sa fare il suo dovere, deve essere giudicato e sanzionato”. Questo sul merito di una legge che è stata vissuta da una parte della magistratura come un assalto. Ma la cosa più interessante, per Nordio, è spiegare perché le cose vadano così. Perché non solo sia difficile risarcire gli errori giudiziari e sanzionare i colpevoli, ma anche valutare le carriere. In una visione liberale e di sostanza come la sua, il guasto sta nel manico. Andiamo per ordine. “Siamo l’unico paese al mondo con un processo accusatorio e con azione penale obbligatoria. Per cui abbiamo creato l’informazione di garanzia da inviare quando si apre un fascicolo, ‘obbligatoriamente’. Ma siccome siamo un paese, diciamo così, imperfetto, l’informazione di garanzia è diventata una condanna preventiva in base alla quale un politico può essere costretto a dimettersi. Fate due più due: obbligatorietà dell’azione penale più obbligatorietà dell’informazione di garanzia uguale estromissione dalla politica. Ovvero, i pm condizionano la politica. Qui nasce lo strapotere. Oltre al fatto che è lo stesso pm che comanda la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa. E al fatto che detiene il potere di estrapolare dall’indagine un’ipotesi di reato anche diversa, e di estendere le indagini ad altri reati e altre persone”. Così parte un altro avviso di garanzia, e si ricomincia: la possibilità di influenzare la politica è davvero enorme. “Ma è colpa di un sistema che lo permette, questo strapotere. Da qui nasce la commistione perversa tra giustizia e politica”. Da un lato la magistratura condiziona la politica, dall’altro c’è la sua non giudicabilità. Nordio preferisce muoversi nei territori di una visione liberale e non delle polemiche. “Nel 1989 abbiamo adottato il nuovo Codice di procedura penale, ma abbiamo lasciato le basi del sistema come erano prima. Prendiamo gli Stati Uniti: lì l’Attorney ha molto potere e c’è la discrezionalità dell’azione penale. Però le carriere sono separate e inoltre il giudice – la sua controparte – non decide del fatto, di quello decide la giuria. Ha presente i telefilm? “Obiezione accolta… la giuria non ne tenga conto”. Per questo alla fine l’Attorney è giudicato secondo i suoi risultati. E allo stesso tempo nessuno ha il problema di fare causa al giudice, dovrebbe al massimo farla ai giurati. Ma questo nel nostro ordinamento non c’è, noi abbiamo inserito la riforma su un impianto costituzionale basato sul codice Rocco. Senza separazione delle carriere, senza meccanismo di valutazione esterna dei magistrati. E’ come prendere una Ferrari e metterci il motore della 500”. Di Nordio è nota la posizione sulle intercettazioni. “Sono un male necessario, come le confidenze alla polizia. Detto questo, la soluzione c’è senza imbavagliare la stampa. Il problema che da elemento di ricerca di una prova (e che quindi dovrebbero rimanere fuori dai fascicoli processuali) sono diventati elemento di prova e come tali vengono trascritte. E una volta che i fascicoli sono depositati è difficile dire a un giornalista di non pubblicarle. Ma c’è di più: poiché diventano prove, allora è giusto siano inserite tutte, anche quelle irrilevanti. Basterebbe non abusarne, ma ne abusiamo”. Così la libertà di stampa ridotta a circo mediatico-giudiziario: “La cosa grave è che alla fine della catena spesso al giornalista non arriva il nome che gli interessa, ma quello che i pm hanno messo nel fascicolo”. Bisogna portare Nordio un po’ fuori dal suo terreno d’elezione per sentirgli esprimere giudizi ponderati sul paese del “nessuno mi può giudicare”. Individua il retaggio profondo, atavico, “nel paese di cultura cattolica, dove alla fine tutto è perdonato”. Con buona pace di Bergoglio, è “la riserva mentale di un gesuitismo profondo. A differenza di paesi protestanti che hanno introiettato la responsabilità personale. E’ l’angoscia dei giansenisti, dei calvinisti, per il rimorso. In Italia continuiamo a parlare di etica della responsabilità, ma è sempre la responsabilità degli altri”. A questo si somma un’altra pecca, la vocazione a supplire con le leggi alla mancanza di regole condivise, per cui “abbiamo dieci volte le leggi della Gran Bretagna e continuiamo a metterne, o ad alzare i massimali di pena, senza che ciò abbia conseguenze pratiche, anzi”. E’ un po’ il caso delle nuove leggi sull’anticorruzione? “E’ un buon esempio. Invece servono poche leggi, chiare, rispettate”. E’ anche per questo che assistiamo al debordare del potere giudiziario, quello che gli anglosassoni chiamano “giuridicizzazione”, in cui ogni decisione diventa questione di magistrati, non di scelta politica? “E’ un altro problema culturale. Ma tanto più è debole la politica, tanto più lo spazio viene occupato dalla magistratura. E a molti livelli sul diritto per come è scritto prevale quello che viene chiamato con uno slogan ‘il diritto vivente’. Ad esempio è quello che ha fatto la Consulta sulle pensioni ritenendo, credo, di dover dire qualcosa sui livelli di salvaguardia dei redditi, cosa che dovrebbe decidere invece il Parlamento”. Hanno notato in molti: la Consulta forza la mano alla politica. “Un aspetto mi inquieta. La sua sentenza aggrava i conti pubblici, impone al governo di operare senza la necessaria copertura, cosa che invece la Costituzione prevede. Siamo a un caso in cui la Corte costituzionale, per assurdo, forza l’esecutivo ad agire al di fuori della Costituzione”.

A PROPOSITO DI INTERDITTIVE ANTIMAFIA E SEQUESTRI PREVENTIVI GIUDIZIARI.

La Caporetto di Gratteri. Crolla l’inchiesta Stige. Gli arresti di quasi tutti gli imprenditori coinvolti sono stati annullati, in parte, dal Tribunale del Riesame e dalla la VI Sezione della Cassazione, scrive Simona Musco il 29 giugno 2018 su "Il Dubbio". La più grande operazione degli ultimi 23 anni», come fu definita dal procuratore Nicola Gratteri subito dopo gli arresti, subisce i colpi dei giudici del Riesame e della Cassazione. Gli ultimi sono quelli assestati con l’annullamento con rinvio dell’ordinanza di custodia cautelare di Giuseppe Farao, 34enne, figlio di Silvio, uno dei capi della cosca, accusato di associazione mafiosa; nonché di quella a carico di Rosario Placido, attualmente ai domiciliari, accusato di associazione finalizzata all’emissione di false fatturazioni con l’aggravante mafiosa. Decisioni che sono solo le ultime di una serie che interessa, in particolar modo, la posizione di politici ed imprenditori, punto di contatto, secondo l’accusa, tra le cosche del crotonese e la società civile. L’operazione “Stige” servì infatti a spiegare una tesi ribadita anche ieri dall’inchiesta “Hermes”, che ha portato in carcere 15 persone: l’economia, nel crotonese, è tutt’altro che libera e in mano, per buona parte, ai clan. Una tesi raccontata associando la Calabria all’inferno, quello rappresentato da uno dei cinque fiumi degli inferi, un «baratro» dove, oltre tutto, «è a rischio la libertà di voto», aveva assicurato l’aggiunto Vincenzo Luberto. All’alba del 9 gennaio 2018, mille carabinieri svegliarono la provincia di Crotone per mettere le manette ai polsi di 169 persone, tra i quali dieci amministratori pubblici, come il presidente della provincia di Crotone, nonché sindaco di Cirò Marina, Nicodemo Parrilla, eletto, secondo l’accusa, coi voti delle cosche, per le quali si sarebbe messo a disposizione. Ma il Riesame, un mese dopo, lo spedì ai domiciliari, ritenendo non sussistenti i gravi indizi di colpevolezza per l’accusa di associazione mafiosa. Ma assieme a lui furono decine gli imprenditori arrestati e portati in carcere, con sequestri di beni e di decine di aziende per 50 milioni di euro. Un’indagine, dunque, che sanciva l’incapacità del territorio di avviare forme di economia legale. «Le cosche – aveva spiegato Gratteri controllavano il respiro, il battito cardiaco di tutte le attività commerciali». La sua, ha chiarito, è una «guerra» per «liberare la Calabria», irrimediabilmente infettata dal morbo della ‘ ndrangheta. Ed è partito da quell’inchiesta, «da portare nelle scuole di magistratura per spiegare come si fa un’indagine per 416 bis». La bontà delle accuse, ovviamente, sarà provata dal processo. Ma oggi gli arresti di quasi tutti gli imprenditori coinvolti sono stati annullati, in parte, dal Tribunale del Riesame e dalla la VI Sezione della Cassazione, che sta accogliendo – in alcuni casi con rinvio – quasi tutti i ricorsi degli imprenditori e dei politici, circa una trentina. Non solo: il Riesame, in funzione di giudice dell’appello, ha accolto le istanze di revoca dei difensori basate su fatti nuovi, rivedendo la sua posizione per altri imprenditori. È il caso, ad esempio, di Franco Gigliotti, per il quale il Tdl ha riqualificato l’accusa di partecipazione all’associazione mafiosa in concorso esterno, decidendone la liberazione. Per la Dda dietro la sua azienda G- Plast, a Torretta di Crucoli, in realtà ci sarebbe stato Giuseppe Spagnolo, esponente del clan Farao-Marincola. Ma l’imprenditore, hanno dimostrato gli avvocati, delle cosche era in realtà una vittima. Altro caso quello di Pasquale Malena, accusato di associazione mafiosa, illecita concorrenza con violenza o minaccia e intestazione fittizia aggravata dalla finalità di agevolare i clan, per il quale il Riesame ha revocato la misura per «assenza di gravi indizi». Ma i casi sono molteplici: come quello di Nicola Flotta, accusato di concorso esterno ma rimesso in libertà, titolare del “Castello Flotta”, location per matrimoni sfarzosi – che lo aveva portato fino al programma “Il boss delle cerimonie” – nella quale avrebbe organizzato banchetti gratis per sodali e familiari del clan Farao-Marincola. Per Valentino Zito, socio amministratore dell’omonima casa vinicola, la Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza del Riesame, che gli aveva concesso i domiciliari confermato l’accusa di concorso esterno. È tornato libero, invece, Amodio Caputo, per il quale il Tdl aveva riqualificato l’accusa in intestazione fittizia di beni aggravata dalla finalità di agevolare il clan, in quanto ritenuto gestore, assieme al padre, per conto della cosca, di imprese che monopolizzano con metodi mafiosi il mercato dei prodotti semilavorati per pizza in Calabria ed in Germania. Ma i legali hanno dimostrato che quelle aziende erano state realizzate con l’impiego di denaro e mezzi provenienti dalla famiglia. C’è poi l’imprenditore, Domenico Alessio, residente negli Stati Uniti da decenni, ma che aveva deciso di avviare un’attività imprenditoriale in Italia. Impresa, in realtà, non ancora attivata e per la quale non risulterebbe da nessuna parte, dunque, l’assunzione di personale, né il pagamento di «un monte stipendiale elevato per gli accoscati, per come riportato nell’ordinanza custodiale e posto a fondamento della stessa». E per scoprirlo, dicono gli avvocati, sarebbe bastato «acquisire la documentazione della società italiana, peraltro pubblica».

“Io, imprenditore vittima prima dei clan e poi dello Stato…”. L’odissea giudiziaria di Giuseppe Mattiani: dopo 5 anni di processi e il sequestro dei suoi beni il giudice ha deciso di restituirgli il patrimonio. Ma la burocrazia ferma tutto, scrive Simona Musco il 28 luglio 2018 su "Il Dubbio". Vittima di una doppia ingiustizia. Da parte della ‘ ndrangheta, che lo ha estorto imponendo la propria brutalità, e da parte Stato, con le sue dita lunghe della burocrazia, impacciate e lente nei movimenti. A Giuseppe Mattiani, imprenditore calabrese giudicato vittima, poi complice e poi di nuovo vittima, è stato portato via tutto, perché ritenuto vicino alla cosca Gallico di Palmi. Dopo cinque anni di processi, spalmati sui tre canonici gradi di giudizio, lo Stato ha stabilito – due volte – che tutto deve tornare al suo proprietario. Ma a 50 giorni dall’ultima sentenza tutto è ancora fermo. Il patrimonio – quantificato inizialmente in 150 milioni di euro di beni, cifra ridotta a 35 dal perito del tribunale – è stato messo su a partire dagli anni ‘ 90, quando l’hotel Arcobaleno di Palmi, finito nel provvedimento di sequestro, si è trasformato in una società dal capitale miliardario. Tra le ricchezze portate via c’è lo storico Grand Hotel Gianicolo, 48 camere e piscina interna, gioiello super lusso di via delle Mura Gianicolensi, a Roma. Un ex monastero acquistato in contanti per 11 miliardi di lire nel 2000, soldi che per la Dda di Reggio Calabria venivano dalle tasche dei clan di ‘ ndrangheta. Un sospetto contenuto già in un’informativa del 2003 e trasformato in una richiesta di sequestro dieci anni dopo. Ma in aula la tesi si è sbriciolata: Mattiani, hanno dimostrato gli avvocati Domenico Alvaro e Giuseppe Milicia, della ‘ ndrangheta in realtà era una vittima, avendo subito un’estorsione dalla cosca Gallico. Tutto è contenuto nelle indagini dell’inchiesta “Cosa Mia”: tre esponenti del clan hanno costretto l’imprenditore e il figlio Pasquale «a rinunciare alla metà della somma dovuta quale corrispettivo per il ricevimento di un matrimonio» organizzato nell’hotel- residence “Arcobaleno”. In primo grado la vicenda era stata interpretata in modo diametralmente opposto: quel banchetto, secondo l’accusa, sarebbe stato un regalo dei Mattiani agli «amici» del clan Gallico. A supporto della tesi le intercettazioni tra Giuseppe Gallico, già condannato all’ergastolo, il suo difensore ed i familiari: per difendersi dall’accusa di estorsione, il boss aveva ben pensato di far riferimento ad appoggi elettorali dati a Giuseppe Mattiani per la sua candidatura a sindaco del Comune di Palmi. I due, per la Dda, sarebbero stati dunque amici. In realtà, spiega al Dubbio l’avvocato Milicia, «è avvenuto tutto attraverso minacce pesantissime, su disposizione del boss detenuto, che impartiva ordini ai suoi parenti dal carcere». L’estorsione è diventata un atto d’accusa nei confronti della vittima, «tramite un colloquio che avrebbe dovuto essere circondato dalla massima segretezza, ma intercettato perché quell’avvocato era coinvolto in un’altra indagine». I Mattiani, poi, avevano commesso un altro errore: non denunciare i propri aguzzini. «Ed è questo il punto sensibile – aggiunge -: se non denunci, per il sistema giudiziario diventi prossimo a chi commette i reati». Ma in appello la storia cambia: l’ottantenne Giuseppe Mattiani, dicono i giudici, non è colluso con la cosca. «Le affermazioni del capo cosca Gallico Giuseppe – si legge nella sentenza- non possono fondare un giudizio di pericolosità qualificata di Mattiani Giuseppe, se solo si considera che quella che viene indicata da Gallico come una offerta spontanea nel colloquio captato è stata riconosciuta quale prodotto di una costrizione operata dallo stesso Gallico», poi condannato per questo. Ma non solo: gli indizi a carico di Mattiani, scrivono i giudici, non solo non sono precisi e concordanti, «ma contraddittori» e le affermazioni di Gallico non hanno trovato conferma. Quei “favori”, si legge dunque, sono chiaramente inquadrati «nell’attività estorsiva» del clan a danno dell’imprenditore. La Corte revoca la sorveglianza speciale e decreta la restituzione di tutti i beni sequestrati e confiscati in primo grado. Una vittoria durata però solo 12 giorni, il tempo necessario alla procura generale per presentare ricorso in Cassazione, chiedendo ed ottenendo la sospensione degli effetti della sentenza d’appello fino alla fine del procedimento, applicando le norme sulle misure di prevenzione previste dal nuovo codice antimafia, entrato in vigore dopo il secondo grado. Il Palazzaccio, a fine maggio, chiude la partita, rigettando il ricorso. Ma quei beni, sottratti ai Mattiani in una notte sola, sono ancora incartati nella burocrazia. «Un ritardo che non è un fatto eccezionale chiarisce Milicia -. Chi ha la ventura di vedersi restituiti i beni, prima di poter disporre delle proprietà, deve penare». Il provvedimento, per legge, ha efficacia immediata. Ma rimane un problema di passaggio di consegne che richiede un minimo di burocrazia, di ingranaggi da far lavorare, di responsabili da individuare. «La macchina burocratica è lentissima – aggiunge – e la sensazione è che non ci sia tantissimo entusiasmo a restituire i beni a chi ha subito dei sequestri». Le conseguenze sono particolarmente problematiche. Perché ci sono fornitori, che aspettano davanti alle porte dell’azienda con il loro pacchetto di crediti da riscuotere – molti dei quali maturati nel corso dell’amministrazione giudiziaria – e che adesso non sanno a chi rivolgersi. E poi ci sono i dipendenti licenziati, perché troppo vicini ai Mattiani. Ma l’attesa rende difficile quantificare anche i danni. «Tra i debiti e i rapporti ricusati ci sono anche quelli bancari – aggiunge Milicia -. Il giudice ha infatti interrotto il pagamento dei mutui contratti per l’acquisto del Gianicolo, di durata ventennale, e il residuo del mutuo non è stato più pagato dagli amministratori, nonostante ci fossero i fondi in cassa. Al momento della restituzione dunque, le banche potrebbero applicare gli interessi maturati in questi cinque anni». Adesso tocca attendere. Non troppo, sperano gli avvocati, che mercoledì hanno inviato una diffida alla procura generale, segnalando il ritardo. «Non si riesce a capire nemmeno chi deve occuparsene – conclude -. Noi vogliamo solo evitare che Mattiani paghi ulteriormente per colpe che non ha mai avuto».

In cella tre anni e mezzo e azienda fallita: innocente! Ha trascorso 3 anni e mezzo in cella, mentre le sue aziende venivano mandate in malora dagli amministratori giudiziari. Dopo che la sua assoluzione è divenuta definitiva Vincenzo Galimi, presenta il conto allo Stato, scrive Francesco Altomonte il 7 gennaio 2017 su "Il Dubbio".

IN CELLA TRE ANNI. IMPRENDITORE CALABRESE CHIEDE ALLO STATO UN RISARCIMENTO DI 516 MILA EURO. Ha trascorso 3 anni e mezzo in carcere, mentre le sue aziende venivano mandate in malora dagli amministratori giudiziari. Dopo che la sua assoluzione è divenuta definitiva Vincenzo Galimi, presenta il conto allo Stato. Un conto salato. L’imprenditore di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, ha infatti chiesto un risarcimento di 516mila euro per l’ingiusta detenzione. In più lo Stato italiano dovrà farsi carico della sue aziende di movimento terra che non ha saputo amministrare e che prima del suo arresto davano lavoro a 60 persone. Durante l’amministrazione giudiziaria, infatti, una società delle due è fallita, l’altra versa in grandi difficoltà, sommersa da una montagna di debiti. I fratelli Galimi erano finiti nella maxi operazione della Distrettuale antimafia denominata “Cosa mia”, nella quale erano state arrestate 52 persone, accusate di essere affiliate, o comunque vicine, alle cosca Gallico di Palmi e a quelle di Barritteri di Seminara. Tra le accuse mosse alla potente cosca di Palmi, oltre all’associazione mafiosa, anche quella di avere infiltrato i lavori di ammodernamento della Salerno- Reggio Calabria. 

L’IMPRENDITORE CHIEDE 516MILA EURO PER INGIUSTA DETENZIONE. Ha trascorso 3 anni e mezzo in carcere, mentre le sue aziende venivano mandate in malora dagli amministratori giudiziari. Dopo che la sua assoluzione è divenuta definitiva Vincenzo Galimi presenta il conto allo Stato. Un conto salato. Attraverso il suo legale, l’avvocato Domenico Putrino, l’imprenditore di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, ha chiesto un risarcimento di 516mila euro per l’ingiusta detenzione. In più lo Stato italiano dovrà farsi carico della sue aziende di movimento terra che non ha saputo amministrare e che prima del suo arresto davano lavoro a 60 persone. Durante l’amministrazione giudiziaria, infatti, una società delle due è fallita, l’altra versa in grandi difficoltà, sommersa da una montagna di debiti. La stessa somma è stata richiesta anche dal fratello di Galimi, Pasquale, coinvolto nell’inchiesta per una presunta questione di armi non provata durante il dibattimento.

L’INCHIESTA. I fratelli Galimi erano finiti nella maxi operazione della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria denominata “Cosa mia”, nella quale erano state arrestate 52 persone, accusate di essere affiliate, o comunque vicine, alle cosca Gallico di Palmi e a quelle di Barritteri di Seminara. Tra le accuse mosse alla potente cosca di Palmi, oltre all’associazione mafiosa, anche quella di avere infiltrato i lavori di ammodernamento della Salerno- Reggio Calabria nel cosiddetto V macrolotto, quello compreso tra lo svincolo di Gioia Tauro e di Scilla. Secondo la Dda, che ha coordinato le indagini della Squadra mobile, la ditta Galimi era riconducibile ai Gallico e grazie alle due aziende, il clan sarebbe riuscito a aggiudicarsi alcuni appalti peri lavori sull’autostrada. Vincenzo Galimi, per l’accusa titolare di fatto della ditta “Galimi” intestata al figlio Giuseppe, secondo i pm avrebbe messo a disposizione dei Gallico la sua azienda, consentendo l’infiltrazione sia nei lavori di ristrutturazione dell’A3, sia in quelli di manutenzione e somma urgenza del Comune di Palmi.

IL PROCESSO. Alla fine del processo di primo grado, la Procura ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere. Ma a prevalere è stata la linea della difesa: Vincenzo Galimi aveva pieno titolo a avere rapporti con le ditte e le amministrazioni pubbliche, non solo perché fosse dipendente della stessa, ma anche perché era stato nominato procuratore speciale dell’azienda Galimi con vari poteri. La società, prima del sequestro del 2010, assumeva decine di operai e aveva appalti per svariate centinaia di migliaia di euro, oltre a mezzi tecnici per milioni di euro. Il giorno della sentenza di assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni, la Corte d’assise di Palmi ha disposto la restituzione dell’intero patrimonio aziendale. Che a quel punto, però, era ridotto a poca cosa. Nel corso del processo di primo grado la Procura aveva chiamato a deporre l’imprenditore e testimone di giustizia Gaetano Saffioti, che negli anni ’ 90 si ribellò alle imposizioni del clan Gallico denunciando estorsioni e facendo nascere il processo denominato “Tallone d’Achille”. Mentre per altri imprenditori attivi nel movimento terra Saffioti fu in grado di collegarli alla cosca Gallico, per Galimi disse: «Credo che siano imprenditori che si sono adeguati al sistema, ma non so se siano collegati alla ‘ ndrangheta». Dopo l’assoluzione in primo grado è arrivata anche quella in secondo grado, non appellata dalla procura generale. Una decisione che ha portato le misure di prevenzione della Corte d’appello di Reggio Calabria alla revoca della misura di 3 anni imposta dal Tribunale dopo la sentenza di primo grado. E subito dopo la maxi richiesta di risarcimento per l’ingiusta detenzione, mentre per quella relativa alle aziende è ancora in fase di quantificazione da parte dei periti nominati dalla difesa. Francesco Altomonte

SECONDO L’ACCUSA AVEVA MESSO A DISPOSIZIONE DEI CLAN CALABRESI LE SUE DITTE PER CONSENTIRE L’INFILTRAZIONE NEGLI APPALTI DELLA SALERNO-REGGIO

Criminalizzazione di un territorio con normativa razzista a scopi politici. Il fallimento delle aziende del meridione d’Italia voluto dalla politica di sinistra a favore delle imprese del Nord Italia. Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi e la gestione criminale dei beni confiscati.

A proposito di interdittive prefettizie.

In premessa un esempio di come una notizia può venir data in modi diversi in base al grado di sinistrosità e di giustizialismo della penna, inserita o meno in quel sistema di antimafia interessata, al fine di influenzare il lettore profano di cose di giustizia.

La parola non deve mancare ad un credente ortodosso filo sistema…

L’interdittiva antimafia è prevenzione indispensabile. I tabù, i pregiudizi e la (dis)conoscenza, scrive Giuseppe Larosa il 6 maggio 2017 su "Approdo News". “L’interdittiva antimafia” è uno strumento importante, necessario e fondamentale ai fini della prevenzione per le infiltrazioni della criminalità mafiosa nell’economia produttiva nazionale. E al di là di tutto, è un punto fermo che dimostra che lo Stato esiste ed è vigile e sensibile per questo cancro in metastasi definito mafia. Quando si leggono interventi del genere come “Le interdittive vengono assunte d’imperio dai Prefetti e stanno letteralmente massacrando gli imprenditori e, di conseguenza, la stessa economia dei territori dove essi operano. Basta un ‘si dice’, un ‘sembra’, o avere un lontano ‘parente’ con problemi di mafia e, in men che non si dica, si diventa destinatari della scelta del Prefetto che decreta la chiusura di qualsiasi attività”, si apre uno spiraglio pericoloso e un forte dubbio sulla credibilità delle istituzioni. Diversamente invece, se si aprisse un dialogo di revisione e di miglioramento della normativa vigente (senza colpire bersagli prefettizi), forse e dico forse, si potrebbe iniziare un reale approfondimento di confronto. C’è molta ignoranza in merito alla questione, molti si sentono giuristi “di grido”, altri “portatori di verità” e poi ci sono quelli che sanno tutto e sono legittimati a sparare a zero su ogni cosa. Cerchiamo di fare un po’ di ordine. Il Dlgs n. 159/2011, ovvero, il “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”, al Capo II del Libro II del decreto stabilisce alcune prescrizioni ai fini della prevenzione di condizionamenti mafiosi e consegna potere ai prefetti, dopo una serie di accertamenti mirati con diversi “accessi” a emettere una documentazione antimafia che può essere anche un’interdittiva per serie condizioni di mafiosità di alcuni soggetti stabiliti dal decreto in questione e principalmente negli ambiti dei contratti pubblici. Ora, ultimamente (e non solo perché è una questione che dura da quando è entrato in vigore questo istituto) si è aperto un dibattito su alcune interdittive antimafia perché hanno colpito un personaggio noto qual è il presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea, si è alzata in alcuni una levata di scudi e hanno criticato questo provvedimento prefettizio. Non entrando nel merito della questione perché farlo significherebbe affrontare un meccanismo cavilloso e occorrerebbe conoscere bene pure i fatti, però quello che più emerge nella condizione in essere, è la facile critica alle istituzioni e la carenza di conoscenza del fenomeno stesso. Innanzitutto non bisogna ridurla né paventarla come una situazione politica, sarebbe un gravissimo errore di metodo e di valutazione serena, ma bisognerebbe iniziare a capire, osservando il resto d’Italia che è uno strumento ampiamente adoperato anche al Nord e non solamente al Sud, come si vuol far credere. A tutto questo si aggiunge anche il controllo e le varie condizioni ispettive che riguardano la prevenzione alla corruzione che in un certo qual modo sono contigue in alcune realtà, basta vedere i rapporti Anac da quando è stata istituita con la soppressione della’Avcp (Autorità di vigilanza sui contratti pubblici), la anch’essa aveva parlato di infiltrazioni, interdittive e aveva un settore ispettivo efficiente il quale procedeva al controllo territoriale e nemmeno in quel caso la piaga era solamente al Sud, tale è senza ogni dubbio un falso storico e statistico.

Ultimamente il Tar Sicilia con una sentenza (n. 1143 del 26 aprile 2017), ha sancito una “scrematura” attuando un metodo “elastico” per le interdittive asserendo che le “legittime destinatarie di interdittive negative solo quando la Prefettura indica atti idonei diretti in modo non equivoco a conseguire lo scopo di condizionarne le scelte gestionali” e inoltre, “che i legami di natura parentale non possono essere ritenuti idonei a supportare autonomamente un’informativa negativa”e che tali possono assumere un rilievo solo con una reale concretezza di controllo e condizionamento della impresa con intrecci pericolosi economici e familiari che giustificano una reale infiltrazione mafiosa nell’impresa.

Il discorso andrebbe approfondito con più spazio e condizioni di approfondimento e non in un semplice scribacchio da tastiera, ma si potrebbe ad esempio iniziare un dialogo di confronto partendo da quanto pronunciato dal Consiglio di Stato in materia di interdittiva antimafia con una minuziosa ricostruzione normativa dell’istituto. La Terza sezione con la sentenza n. 17343 del 3 maggio 2016. In particolare, nella sentenza della Terza Sezione del 3 maggio 2016 n. 17343, i Giudici di Palazzo Spada hanno individuato i principi ai quali si devono attenere le Prefetture in sede di emanazione delle informative antimafia, sia individuando gli elementi oggettivi rilevanti in materia sia evidenziando i criteri per la motivazione di tali misure. Magari leggendo, documentandosi e soprattutto studiare la reale forma legislativa associandola alla condizione sociologica del contesto, forse renderemmo un servizio in più sia alla conoscenza che alla buona fede.

Bari, infiltrazioni mafiose nell'azienda dei rifiuti Ercav: 20 comuni a rischio paralisi. La prefettura ha disposto l'interdittiva antimafia per la società della famiglia Lombardi che gestisce la raccolta di rifiuti. Nelle carte della Dia i nomi di esponenti dei clan Parisi e Zonno fra i dipendenti, scrive Antonello Cassano il 29 novembre 2017 su "La Repubblica". La prefettura di Bari ha disposto l'interdittiva antimafia per la Ercav, società della famiglia Lombardi (di Triggiano) che gestisce la raccolta di rifiuti in decine di comuni pugliesi. La notizia è riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Il provvedimento cautelare pesantissimo prende spunto da un rapporto della Dia, la Direzione investigativa antimafia, in cui emerge che la società Lombardi Ecologia srl (fallita nel giugno 2016) e la Ercav Srl "hanno un oggettivo e incontrovertibile legame che le accomuna". La decisione della prefettura nasce dall'inchiesta della Procura di Milano (uno stralcio di un'altra indagine partita dalla Procura barese, ma poi archiviata) per falsità ideologica, lottizzazione abusiva e truffa aggravata. Nelle 15 pagine del provvedimento vengono elencati i procedimenti a carico di alcuni rappresentanti della famiglia Lombardi e viene ricordato che la società omonima era finita in concordato preventivo già due anni fa, con la successiva nomina dei commissari giudiziali. Non solo: il documento della prefettura cita anche un'indagine condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Lecce. Da questa indagine emerge che il pregiudicato Gianluigi Rosafio e Tiziana Luce Scarlino (genero e figlia di un boss della Sacra corona unita, Giuseppe Scarlino, in carcere con condanna a ergastolo) "sarebbero stati costretti a versare all'ex sindaco di Botrugno, Silvano Macculi, la somma di 560mila euro quale parte di una tangente di un milione di euro per il tramite di Rocco Lombardi", amministratore della Lombardi ecologia, proprietaria unica delle quote della Ercav. Quella somma, secondo le indagini, era finalizzata all'aggiudicazione dell'appalto per la raccolta rifiuti nell'Aro06 dell'Ato Lecce 2. Nell'interdittiva vengono elencati altri dipendenti dell'Ercav (ex dipendenti della Lombardi), pregiudicati o vicini ai clan baresi. Fra le 321 unità della società ci sono anche Gaetano Bellomo, contiguo per parentela al boss Savino Parisi, Gaetano Cassano (figlio del pregiudicato Biagio Cassano, sodale del clan Parisi) e Tommaso Parisi (figlio di Giuseppe, alias Mames, e nipote di Savino Parisi). Fra i dipendenti anche personaggi legati al clan bitontino Zonno, come Domenico Cavalieri Foschini, pluripregiudicato per spaccio di stupefacenti (condannato in primo grado a 16 anni con l'accusa di tentato omicidio) e Biagio Campanale. Non a caso nell'interdittiva si fa notare che "sussistono concreti e attuali elementi indicatori di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società Ercav e di collegamenti della medesima con la criminalità organizzata". Questo il motivo che ha spinto la prefettura a far scattare l'interdittiva. Un provvedimento che potrebbe avere conseguenze nella raccolta rifiuti soprattutto in provincia di Bari e Lecce. Sono più di 20 i Comuni che hanno affidato la raccolta rifiuti alla Ercav: il rischio è che si possa paralizzare la gestione del sistema in queste amministrazioni. 

Rifiuti, altro stop antimafia. «Nella Ercav ci sono i clan». Infiltrazioni della criminalità. Interdittiva della Prefettura per l'azienda della famiglia Lombardi Commissariati 30 appalti in tutta la Puglia, niente più nuove gare, scrive il 29 Novembre 2017 Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno. Un procedimento penale a Milano per truffa allo Stato, falso ideologico e lottizzazione abusiva. Un’indagine a Lecce su una presunta tangente. Le solite assunzioni di pregiudicati, a dimostrare «tentativi di infiltrazione mafiosa». Non conta che Ercav, la «newco» nata dal fallimento della Lombardi Ecologia, sia oggi di fatto gestita dal Tribunale: i legami con la famiglia Lombardi sarebbero ancora molto forti. Per questo, ieri sera, la Prefettura di Bari ha emesso una interdittiva antimafia. È il terzo provvedimento del genere che riguarda un’azienda del settore rifiuti, dopo quello di gennaio su Camassambiente e quello su Avvenire. Ercav gestisce la raccolta e lo smaltimento a Mola, Toritto, Capurso, Valenzano, a Castellaneta, e in numerosissimi centri del Salento: in base alla legge gli appalti in corso verranno commissariati, e l’azienda non potrà partecipare a nuove gare. Il provvedimento parla di un «incontrovertibile legame» tra la fallita Lombardi e la Ercav e di una «evidente connessione» (Ercav è controllata al 100% dalla Lombardi, il consigliere delegato è Rocco Lombardi, classe ‘86, figlio di Vincenzo proprietario del 33% della Lombardi) ritenuta «rivelatrice della totale cointeressenza e della presenza di intrecci di interessi economici». A giugno 2016, quando Lombardi è fallita, i servizi di raccolta sono rimasti alla Ercav, la «newco» costituita nell’ambito di una proposta di concordato preventivo poi bocciata. I vertici di Ercav, che era destinata a essere venduta, sono di nomina giudiziaria: la scelta di Rocco Lombardi si spiega con la necessità di garantire il know-how tecnico della gestione dei circa 30 appalti in piedi. Nell’interdittiva la Prefettura valorizza l’indagine aperta a Milano nei confronti di alcuni membri della famiglia a seguito dello stralcio di un procedimento aperto a Bari. Ricorda poi le accuse emerse a Lecce in una indagine dei carabinieri, secondo cui la Lombardi nel 2009 sarebbe stata costretta a pagare una tangente da 560mila euro all’ex sindaco di Botrugno, Silvano Macculi, per aggiudicarsi un appalto. Quindi elenca i carichi pendenti dei componenti della famiglia Lombardi. E riporta infine quanto già emerso in altre circostanze, ovvero che alcuni dipendenti della Ercav (transitati dalla Lombardi) o risultano pregiudicati o sono ritenuti contigui ai clan. È il caso di Tommaso Parisi, incensurato, figlio di Giuseppe alias «Mames», nipote del boss Savino Parisi. Ma anche di Domenico Cavalieri Foschini, pregiudicato, condannato in primo grado a 16 anni per un tentato omicidio del 2013.

BARI, IL CASO ERCAV. Servizio di Telenorba Online del 30/11/2017 tg delle 13,30. La legge non ammette interpretazioni, e la prefettura di Bari l'ha applicata alla lettera. Parliamo delle norme antimafia, una vera e propria trappola per aziende che operano in settori di bassa manodopera come, per esempio, la raccolta dei rifiuti. In questa trappola è finita l’Ercav. Azienda nata sulle ceneri della Lombardi ecologia, fino a qualche anno fa una delle più importanti aziende del settore in Puglia. Travolta dallo scandalo ambientale della discarica Martucci, la Lombardi è fallita, ma con una intelligente manovra di chirurgia societaria, da una sua costola nacque la Ercav. Società pulita, nuova e giovane con, nel portafoglio, una trentina di appalti da gestire in tutta la Regione e soprattutto con uno scopo sociale: salvare trecentocinquanta posti di lavoro. Purtroppo però, tra quei lavoratori che la Ercav non ha scelto, ma ha dovuto assumere, c’è qualcuno con un bagaglio penale pesante, non consentito dall’antimafia, secondo cui, evidentemente, gli ex carcerati non possono redimersi, lavorando. Così la prefettura di Bari ha interdetto la Ercav, bloccandogli ogni attività: troppi legami col passato e qualche persona sospetta al lavoro di troppo. Adesso anche Ercav rischia di fallire senza colpe, se non quella di aver ereditato qualche errore. La società dei figli dei Lombardi per il momento, però, non si arrende. Farà ricorso, ma gli appalti saranno commissariati e forse in venti comuni pugliesi la raccolta dei rifiuti entrerà nel caos.

“Non credono alla mia buona gestione degli affari. Perché sono straniera”, scrive Lidia Zitara Domenica 15/10/2017 su "La Riviera On Line". Durante l’estate scorsa la società di cui Mariorara Cenusa è amministratrice è stata accusata di avere legami con la mafia e l’attività del “Sireneuse” chiusa molto platealmente, nel pieno dell’attività turistica, con gli avventori ancora seduti ai tavoli e la forchetta in bocca. A nulla sono valse lacrime e richiesta di Marioara alla squadra delle Forze dell’Ordine, che ha provveduto a chiudere il locale, a nulla valsa neanche la richiesta di sospensione rigettata dal TAR. “Ho ragione, e voglio che sia riconosciuta”, così dice Mariorara Cenusa quando riepiloga con sgomento la vicenda che l’ha vista al centro di un episodio di cronaca reggina, la chiusura del suo locale, il “Sireneuse” proprio nella zona più accorsata del Lungomare di Reggio. Durante l’estate scorsa la società di cui è amministratrice, la “Mr. Zuppa” è stata infatti accusata di avere legami con la mafia e l’attività del “Sireneuse” chiusa molto platealmente il 2 agosto, nel pieno dell’attività turistica, con gli avventori ancora seduti ai tavoli e la forchetta in bocca. A nulla sono valse lacrime e richiesta di Marioara alla squadra delle Forze dell’Ordine, che ha provveduto a chiudere il locale, a nulla valsa neanche la richiesta di sospensione rigettata dal TAR. Marioara, una sottile donna di trent’anni, si fa chiamare Mary dagli amici, e tutti in città la conoscono con questo nome. Dopo sette anni di vita in Italia, venuta via dalla Romania per trovare un lavoro e garantire sostegno alla famiglia e a sua madre malata, il suo accento si sente ancora forte, mescolato a quello forse più pervasivo e inconfondibile della Città dello Stretto. Mary parla benissimo l’italiano e non dà certo l’idea di essere una persona priva di capacità imprenditoriale e voglia di lavorare in quello che è il settore delle sue competenze. Afferma infatti di avere due titoli di laurea, conseguiti in Romania e validi a livello europeo: uno in Economia e un altro in Amministrazione. Legittimo pensare che Mary si sia costruita da sé, passando attraverso i lavori “standard” degli emigrati in Italia: badante, colf, donna delle pulizie, cameriera. Infine, perché no, amministratrice e titolare di una società che ha in gestione uno dei locali più centrali di Reggio. Ma sembra che il passaggio di una donna, straniera per giunta, dallo status di lavoratrice a quello di datrice di lavoro non sia stato digerito. Mary aveva impiegato fino a 40 persone al “Sireneuse”, durante la stagione estiva. Mary racconta del suo passato, della sua fuga da un paese sconquassato dal Regime comunista e dalla sua caduta. “I miei nonni furono rinchiusi in lager, quelli sui fiumi, che d’estate hai i piedi nell’acqua e in inverno sul ghiaccio. Questa è la stessa cosa, ma con un altro nome. Ho perso 300.000 euro e sono sicura di non riaverli più. Ma non chiedo neanche un risarcimento, quanto il riconoscimento delle mie ragioni, dei miei diritti e della mia dignità. Mi è stato detto che non è possibile che fossi io a gestire con la mia testa i miei affari poiché straniera”. Ci piacerebbe sapere se essere badante o colf sia l’unico destino possibile per una donna rumena in Italia, e l’affermazione riportata appare pesantemente razzista e sessista. Mary è certamente una vittima. Una vittima incapace di realizzare la verità degli eventi che le sono piovuti addosso. Sarebbe auspicabile una revisione da parte della Procura dei fatti che sono gravitati attorno a Mary, e quanto emerge appare visibilmente parziale, un ampio puzzle con molte parti mancanti, di cui Mary è solo una tessera. “Ho paura - dice Mary - ma non ho niente da perdere, perché in fondo ho già perso tutto. Chiedo solo che venga ascoltata la mia verità e che sia rispettata la mia dignità di persona”. Una richiesta forse troppo grande in una regione prossima allo sprofondo morale, in un paese già moralmente annegato.

Reggio Calabria: interdittiva antimafia, richiude il “Sireneuse”. La proprietaria scrive al Prefetto: “è una vergogna”. Reggio Calabria, richiude il noto “Sireneuse”. La nuova proprietaria, ai microfoni di StrettoWeb, si dice “indignata di quanto successo, io sono una persona pulita che ha investito tanti soldi per comprare il locale, scrive il 4 agosto 2017 Danilo Loria su "Stretto Web". A soli due mesi dalla riapertura richiude il noto “Sireneuse” a Reggio Calabria. La nuova proprietaria, ai microfoni di StrettoWeb, si dice “indignata di quanto successo, io sono una persona pulita che ha investito tanti soldi per comprare il locale. Chi di competenza mi deve dare delle risposte”. Di seguito la lettera al Prefetto della città dello Stretto: Signor prefetto, con la punta della sua penna pregiata mi avete appena rovinato e avrei qualcosa da dirvi. Ho solo 30 anni. E mi ritrovo un’interdittiva prefettizia antimafia adosso, giudicando in base alle affermazioni del presidente del TAR di Reggio Calabria: “l’interdittiva antimafia è come un diamante, è eterno”. Sono l’amministratore della società che ha comprato e sottolineo comprato il novembre scorso il locale che a voi da tanto fastidio, “SIRENEUSE” con tanto di contratto regolare, di perizie tecniche e pagamenti regolari e trasparenti. Dopo mesi di lavori e di combattimenti instancabili con la burocrazia e con la lentezza della macchina istituzionale, il 7 giugno abbiamo aperto. 20 dipendenti assunti, altre 10 assunzioni previste per la stagione. Appena abbiamo alzato le serrande, i vigili della polizia municipale parcheggiavano le macchine davanti all’entrata e la gente scappava lasciando il caffè sul bancone. Appena abbiamo alzato le serrande la Questura di Reggio Calabria si è fatta viva, chiedendo i documenti e identificando tutti clienti che si trovavano all’interno del locale in un modo quasi accusatorio.  Sono venuti in 6!! Poi i carabinieri, la stessa cosa.  Era chiaro che non erano controlli ordinari, ma che avevano uno scopo ben preciso. Scopo diventato palese il 25 luglio, il giorno il quale mi mandate la pec contenente l'interdittiva. Mi accusate di essere” condizionata dalla criminalità organizzata in virtù della logica del più probabile che non”, essendo che con il vostro potere discrezionale non avete bisogno di prove, vi basta il sospetto. Anche io, signor prefetto, ho dei sospetti. Posso esternarli??? Sospetto che ci sono interessi che vanno oltre la mia immaginazione, sospetto che avete studiato al tavolino ogni mossa. Ora denunciatemi per false accuse e per diffamazione, voi avete gli avvocati a vostra disposizione, io devo pagarli e non potrò difendermi.  Vi chiedo l’accesso agli atti e mi rispondete cosi: “esente da alcuna segnalazione”, “non risultano definiti o pendenti procedimenti per l’applicazione di misure di prevenzione” , “presso gli uffici giudiziari di Reggio Calabria non si rilevano alcune condanne o precedenti penali”. Signor prefetto, ho conseguito due lauree, sono munita di volontà propria e le decisioni presi mi appartengono. Giuste o sbagliate che siano.  Signor prefetto, costi quel che costi, io vado fino in fondo, la mia ambasciata e il mio governo chiederanno a breve delle spiegazioni. Sappiate che avete commesso la più grande ingiustizia che potevate commettere, avete rovinato una innocente e avete reso disoccupati 20 padri di famiglia. Con la vostra penna pregiata. Andrò dove sarà necessario, in qualunque grado di giudizio e alla Corte Europea dei Diritti Umani, per dimostrarvi quanta volontà propria ho. Cenusa Marioara.

Reggio Calabria, la titolare del Sireneuse scrive al prefetto dopo la decisione del TAR: uno sfogo durissimo, scrive il 14 settembre 2017 Ilaria Calabrò su "Stretto Web". Marioara Cenusa, titolare del Sireneuse, bar sito sul lungomare Falcomatà a Reggio Calabria, ha inviato una lettera a StrettoWeb per fare presente che il TAR ha rigettato la richiesta di sospensiva. Ecco la lettera integrale: Signor prefetto, Si ricorda di me? Già, come fare a ricordarsi, siamo 500 destinatari di interdittive antimafia solo nei ultimi anni, farei fatica anch’io. Sono 0089658, è questo il mio numero di protocollo, dato che per lei io non sono un essere umano, ma un semplice, piccolo numero. Che potere ha? Che potere immenso ha? Il potere di affermare e di scrivere che il mese di gennaio 2016 viene dopo luglio 2016, che dal 1988 al 2016 sono trascorsi soltanto 18 anni, avete ribaltato le leggi della matematica e della logica elementare, e il TAR vi ha dato pure ragione!! Che potere ha? Il potere di decidere in modo completamente arbitrario chi deve vivere e chi deve morire, chi deve lavorare e chi deve chiudere, chi si può salutare e chi no, chi si può sposare e chi no. Che potere ha? Di offendere e di disprezzare, in un aula di tribunale, una ragazza perché” una straniera non potrebbe mai fare impresa, se mai può fare solo la cameriera! “Che potere ha? Questo TAR non accoglie alcuna richiesta di sospensiva, (quello precedente forse accoglieva qualcuna di troppo e per la prima volta nella storia tutti 5 membri del Collegio sono stati trasferiti in blocco) e il Comune esegue ciecamente le vostre direttive. Io non ho il vostro potere, sono solo un numero di protocollo. Ma ho il potere di parlare, di scrivere, di denunciare, potere che mi è dato dall’innocenza di chi non ha niente da nascondere! Ho il potere di far conosciuto quel che fate in tutto il paese ed oltre, di pubblicare documenti che dimostrano la leggerezza impressionante delle vostre istruttorie, piene di sbagli, confusioni, omissioni. Ho il potere di non fermarmi fino a quando avrò delle risposte alle mie domande: “Perché? Perché il Sireneuse? Perché noi? Chi vuole il locale a tutti costi? Chi è indietro a tutto ciò?” Ho il potere di non fermarmi fino a quando questa legge che fa di voi un Dio Onnipotente non verrà modificata! Ricordatevi questo numero, 0089658, ricordatevi che avete rovinato un’innocente, che avete commesso la più grande ingiustizia che potevate commettere! Non sono io la mafia, signor prefetto, piuttosto i vostri metodi assomigliano molto a quelli descritti nei libri del dott Gratteri! 

Testimonianza di Marioara Cenusa del 29 novembre 2017 tratta dal suo profilo Facebook. Leggi quella PEC maledetta che inizia con "protocollo prefettizio..." e la parola "interdetta " sottolineata. Ti senti assorbito da una voragine e cerchi disperatamente di aggrapparti a qualche radice, ma il movimento tellurico da quel istante in poi diventa incessante. Segue la corsa disperata dall'avvocato, non bussi nemmeno e con quei fogli sgualcite nelle mani lo guardi, lui già sa perché...Chiedi l'accesso agli atti per capire, i pensieri più variegati ti invadono la mente e il cervello, per proteggersi, ti induce sensazioni ottimiste, ti mente che andrà tutto bene. Ed è quello che ti impedisce di impazzire! La lucidità però ti ricorda di doverti preparare alla chiusura, di avvisare i dipendenti, i fornitori, i padroni di casa, la banca, la famiglia. Arriva senza ritardare quel momento terribile, lasci tutto pulito ed ordinato, metti acqua alle piante, come se dicessi" arrivederci, a presto!" e non "addio!" In vece, per lo stato sei solo erbaccia da estirpare in virtù di un più probabile che non odore di mafia, per il TAR sei un altro sulla lista che deve solo scomparire, per la società perdi la reputazione che magari hai costruito con costanza e fatica, ricevi meno saluti e meno sorrisi, tocchi la paura che circonda il tutto, senti posti su di te sguardi pietosi, critici. É questo il post interdittive, quello che accade dopo, è il vero trauma e la vera omertà. E se tanti ne parliamo pubblicamente e denunciamo tutto, non è per mania di protagonismo o per la gloria eterna, ma bensì perché quella PEC non la legga più nessun innocente. Io l'acqua alle piante la metto ancora...

Non sono consueta a chiedere condivisioni perché ritengo che se lo si vuole, si fa e basta. Ma questa volta ve lo chiedo, con l umiltà di chi impara dai più grandi e con la forza di chi sa di dire solo la verità. Perciò chiedo a chiunque pensi che ci stiamo trovando in pieno regime dittatoriale, a chiunque non li torni questa musichetta dell'antimafia, a chiunque abbia assaggiato la dolcezza del aver a che fare con la prefettura di Reggio Calabria di condividere, affinché si rompa una buona volta il pollino, in modo netto e che non lascia spazio alle interpretazioni. Le interdittive antimafia, i sequestri personali e patrimoniali, i scioglimenti dei consigli comunali sono facce della stessa medaglia! Della finta lotta alla mafia, sbandierata a più non posso, di chi la usa come trampolino di lancio per le carriere, di chi ne ha da guadagnare, di chi usa giornali e giornalisti come portavoce e megafoni umani per diffondere la propaganda prefettizia. Questi metodi autoritari e dittatoriali servono a tutto tranne che alla sconfitta della mafia. Usano parentele con defunti sconosciuti, incontri occasionali con compagni di banco, saluti e strette di mano con vicini di casa, collaborazioni con altre società, assunzioni alle proprie dipendenze, praticamente la qualunque. Senza tralasciare nulla! La qualunque! Hanno inginocchiato l economia, hanno indotto il terrore di salutare e di telefonare, la paranoia di vivere in una perpetua interdittiva dove tutti siamo prestanomi di... riflessi di..., dove non è più pensabile che un imprenditore riesca ad andare avanti con le proprie forze ma solo perché lo appoggia la famiglia x o y. Siamo tutti diventati criminali, mafiosi, ci spariamo ad ogni angolo di strada, Reggio Calabria è il Wild West italiano dove lo stato deve usare il pugno di ferro. Peccato che gli appalti revocati ad imprenditori interdetti vanno nelle mani di deputati e senatori, peccato che i locali che fanno gola a chi non è riuscito a creare da solo un’impresa finiscono proprio nel suo possesso, peccato che chi gestisce le aziende sequestrate lì fa fallire solo per dimostrare che prima c era la mafia ad sostenere il tutto, peccato che i commissari prefettizi inviati nei comuni sciolti abbiamo uno stipendio con 4 zero e la loro attività è tanto inutile quanto sconosciuta alla comunità. È questo che sta succedendo a Reggio Calabria, in tutta la Calabria, chiediamo aiuto, chiediamo di non essere più lasciati soli tra la mafia e l'antimafia, chiediamo di pagare solo se veramente colpevoli, chiediamo di poter lavorare onestamente, siamo meridionali (o nel mio caso, rumena adottata), non criminali!

Marioara Cenusa il 30 novembre 2017...Dicono che il frutto maturo cade da solo! Sarà anche, ma una bella ramazzata non nuocerebbe. Dobbiamo superare la paura di parlare, di reagire perché hanno costruito un impero sulle nostre timori e sulla certezza che ogni uno si farà i fatti suoi. Addirittura ci hanno indotto il terrore di salutare per non esseri visti, di frequentare quartieri o amici, di telefonare liberamente. Mi rifiorisce in mente il ricordo di un signore coi capelli bianchi arrestato perché in una intercettazione telefonica viene chiamato " maestro" e per chi ascoltava era un linguaggio in chissà quale codice contorto. Lui disse" vedete che io sono veramente un maestro, insegno ad una scuola elementare ". Dopo 2 mesi fu rilasciato. E come questo episodio ce ne sono state decine, presenti nella memoria popolare. Però la paura deve essere superata, stare in modalità struzzo non garantisce nulla, usiamo la democrazia ed i suoi metodi, la libertà di esprimere i propri pensieri, i timori, le perplessità. Perché è la democrazia il bersaglio vero! Se il semplice saluto è motivo di repressione, allora che mi facciano la seconda interdittiva, perché io il saluto non lo nego a nessuno, chicchessia! Capraio, professore universitario, malvivente, spazzino, operaio, per me hanno tutti pari dignità perché liberi. Ed a chi ha pagato gli errori e deve iniziare una nuova vita, doppia stretta di mano. L’unico riscatto è il lavoro, per chiunque!

Marioara Cenusa 25 novembre 2017.Vorrei ringraziare a tutti coloro che mi avvertono, in maniera velata o meno, che chiunque parli contro la prefettura e contro la sua perla della corona "l'antimafia", finisce o denunciato per chissà quale cosa immemore o arrestato per un’altra cosa immemore, essendo che il senso vendicativo della predetta è molto sviluppato. Io ho sempre detto la verità, niente altro che la verità, ho denunciato pubblicamente fatti che mi hanno toccato personalmente, per ogni affermazione ho le prove vere e tangibili che la sopportano, e non ho la minima intenzione di fare un solo passo indietro. Anzi, sarebbe positivo spostare tutto in un aula di tribunale, magari in sede penale, dove il " più probabile che non " non conta un broccolo. Vediamo quando devono dimostrare fatti reali e veramente accaduti, come diranno al giudice che un defunto acquisito sesto grado mi ha imposto l'acquisto della mozzarella di bufala campana? Se la prefettura di Reggio Calabria in persona del suo rappresentante pro tempore ritiene di dovermi querelare, sono qui, col coraggio di chi sa di essere innocente e con la grinta della verità. Però non me ne starò zitta, nè a braccia conserte e certo non permetterò a nessuno di togliermi il diritto allo parola. Le interdittive antimafia, i sequestri personali e patrimoniali, i scioglimenti dei consigli comunali sono facce della stessa medaglia. Strumenti per togliere imprenditori scomodi, sindaci scomodi e per affidare appalti ed aziende a chi non è capace di costruirsi niente da solo. Non c entra niente la lotta alla mafia, quella vera!

Il “vizietto” di Marco Minniti, gravi ombre sul ministro, scrive il 2 marzo 2014 Emilio Grimaldi su "Imola Oggi". Marco Minniti, uomo ombra di D’Alema e di tutto il Centro sinistra. Prima dei Ds e poi del Pd, fino ai giorni nostri. E’ sempre uomo ombra di qualcosa. Perenne, proprio come la luce del sole. Cambiano i governi, cambiano i quadri di partito, ma lui no. Non si muove e, soprattutto, nessuno lo tocca. Matteo Renzi, l’homo novus della politica italiana non è riuscito a fare a meno di lui. Di lui e di tanti altri. In Calabria, l’homo che vorrebbe far dimenticare Berlusconi, non è riuscito a fare a meno di lui e di Tonino Gentile. Di Gentile, abbiamo già detto. Ora, accendiamo una lampadina sul nostro Domenico Minniti, detto Marco. E rispolveriamo un’interrogazione a risposta scritta, rimasta lettera morta, presentata da Amedeo Matacena il 5 aprile 1995. L’atto di controllo fu il volano della carriera di uno dei nostri calabresi maggiormente rappresentativi in Politica. La politica che conta. La vera Politica che comanda. Il 1998 é sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nel 2001 é al Ministero della Difesa. Nel 2006 viene eletto alla Camera dei deputati come capolista dell’Ulivo e poi nominato viceministro dell’Interno nel Governo Prodi II. Nel 2007 ricopre la carica di responsabile nazionale sicurezza nella Segreteria nazionale del segretario Walter Veltroni. Nel 2008 è ministro degli Interni nel Governo ombra del Partito Democratico. Nel 2009 il Segretario del PD Dario Franceschini lo investe della carica di presidente nazionale del Forum Sicurezza del Pd. Sempre nel 2009, fonda l’ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis) un centro di analisi ed elaborazione culturale dei temi della sicurezza, della difesa e dell’intelligence. Nel 2012 è responsabile nazionale del PD per la verifica dell’Attuazione del Programma del Governo Monti. Il 17 maggio 2013 viene nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel Governo Letta con delega ai Servizi segreti. L’ultima scalino è la conferma. Ieri, nel nuovo governo Renzi. Il testo dell’interrogazione: (dal sito della Camera). Al Presidente del Consiglio dei ministri ed al Ministro di Grazia e Giustizia. – Per sapere – premesso: che in data 6 giugno 1990, il dottor Mollace, Sostituto presso la Procura di Reggio Calabria, Pubblico Ministero nel procedimento n. 977/90 RGIP, inoltrò al GIP, dottor Vincenzo Macrì, richiesta per l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di Sera Mariangela  (moglie di Minniti, ndr) + 10, imputati ciascuno per “avere in concorso tra loro, illecitamente detenuto, trasportato e ceduto a terzi quantitativi non modici di eroina“; che Sera Mariangela è moglie di Domenico Minniti, detto Marco, attuale Segretario Nazionale Organizzativo del PDS, già Segretario regionale e da sempre esponente di primo piano, anche del movimento giovanile, del PCI-PDS calabrese; che su tale procedimento all’ombra della Quercia, nel Palazzo di Giustizia si sarebbero consumati favoritismi e protezioni per non intralciare il brillante cammino del giovane Marco Minniti, che non parrebbe (stando a quanto sotto riportato) del tutto estraneo al vizio della moglie e che, per assecondare tale vizio (o vizi?), non si sarebbe fatto scrupolo di intrattenere rapporti con personaggi “strani”, organici al mondo degli spacciatori ed al mondo della malavita locale; che ciò potrebbe trovare conferma dalla lettura dell'”informativa di reato circa le indagini di P.G. relative al traffico di sostanze stupefacenti in Pellaro e Reggio Calabria” redatta dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Reggio Calabria il 6 giugno 1990, n. 485 del 1976, di protocollo, pervenuta all’interrogante solo da qualche giorno; che in detta informativa, in ordine alle intercettazioni telefoniche su varie utenze di indagati, si riferisce, tra l’altro: “Diverse sono anche le conversazioni tra Silvana De Salvatore e Sera Mariangela entrambi tossicodipendenti, che spesso si danno appuntamenti telefonici per scambiarsi o prendere “roba” da loro conoscenti“. “Si evidenzia, inoltre, che il marito di Sera Mariangela, identificato per Minniti Domenico (…..) sarebbe al corrente che la moglie fa uso di sostanze stupefacenti e da almeno un paio di conversazioni telefoniche, si intuisce che lo stesso le somministra piccole dosi di eroina, che detiene presso la propria abitazione, custodite all’interno di libri, o addirittura dentro un sacchetto in pelle di colore grigio”; che, continua l’informativa: “Giova ricordare, inoltre, che in data 4 giugno 1990, alle ore 17 circa in località Pellaro di Reggio Calabria, veniva ucciso a colpi di arma da fuoco, tale Sottile Francesco classe 1938, padre di Sottile Carmelo, personaggio inserito nel traffico di stupefacenti dei cui sopra“; ritenuto: che sembra nonostante tutto che su Domenico Minniti detto Marco, attuale responsabile nazionale organizzativo del PDS, sia stato steso un velo protettivo mentre, in un contesto così grave che registra, anche, pur se collateralmente, un omicidio, sarebbe stato, per lo meno, doveroso chiedersi quel che la gente comune si chiede: a) E’ mai possibile che un personaggio dello “spessore” di Marco Minniti abbia (o abbia avuto) contatti con la malavita locale, anche se solo al fine di procurare la droga per la moglie?; b) Con chi aveva questi contatti?; c) Chi glieli aveva procurati questi contatti?; d) Che il procedimento a carico di Sera Mariangela si è concluso con il patteggiamento della pena di un anno e 600.000 lire di multa. Pena sospesa; Che hanno patteggiato in sei imputati su undici incriminati, tutti al Tribunale e tutti in stato di libertà – : Per quali valutazioni non sia stato adottato alcun provvedimento a carico di Domenico Minniti detto Marco; Se risponda a verità che lo stesso Domenico (Marco) Minniti non sia stato nemmeno ascoltato quale persona informata dei fatti; Se sulla richiesta di patteggiamento di Mariangela Sera in Minniti vi è stato, o meno, il parere favorevole del PM; come mai non abbiano “patteggiato” anche i rimanenti cinque imputati; Nel caso in cui anche i predetti cinque imputati avessero chiesto il patteggiamento della pena, perchè non è stata accolta la loro richiesta e quale fosse stato il parere del PM; Se non si ritenga opportuno avviare un’indagine ispettiva per verificare se all’ombra della “Quercia”, nel Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria siano stati stesi veli di pietà e teli di protezione, consumati favoritismi, omissioni e reati penalmente perseguibili.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Intervista ad Andrea Cuzzocrea di Emiliano Silvestri a Reggio Calabria del 10 giugno 2017 a cura di Fabio Arena. Andrea Cuzzocrea è stato Presidente della Confindustria in Calabria e si è soffermato su una misura interdittiva per le imprese e si è chiesto a cosa serva.

«Serve così come è applicata. Questo è il punto alla domanda che noi stiamo cercando di portare nel dibattito e se la misura per come è applicata oggi, negli ultimi anni, ha ancora un significato. Perché la misura ha preso una deriva in termini numerici, soprattutto nella nostra provincia che non è più accettabile. Nel senso che basterebbe fare un confronto con le interdittive comminate dalla prefettura della nostra provincia con quelle di altre province dove il condizionamento della criminalità non è da meno dal punto di vista della percentuale per capire che c’è una discrezionalità che è diventata ormai del tutto inaccettabile. Ma al di là di questa valutazione, che potrebbe anche essere opinabile, la questione che va posta di cui quella politica ovviamente che non può che preoccuparsi e farsi degli interrogativi è questo: cioè con questo strumento si evitano effettivamente condizionamenti; serve effettivamente questo strumento così come applicato a evitare condizionamenti. A nostro parere non serve. Tra l’altro nel bilanciamento degli interessi che la politica deve garantire, che chi amministra deve garantire, che le istituzioni devono garantire, bisogna capire se è più importante garantire una certa occupabilità e quindi garantire che le persone non finiscano sulla strada e quindi garantire la manodopera e quindi la sopravvivenza delle imprese…»

Lei ha qui ricordato che alla Cassa edile erano iscritti cinque mila…

«Noi siamo passati a Reggio Calabria da cinque mila a millecinquecento dipendenti iscritti alla Cassa edile in pochi anni. Cioè c’è un crollo verticale se non un terzo degli iscritti di qualche anno fa. Quindi questo è il punto su cui bisognerebbe aprire un dibattito, una discussione accesa. La politica se non si preoccupa di aprire un interrogativo su questo punto non so di cosa si preoccupa».

La politica non si preoccupa, però lei ha detto che anche la stampa…

«Ma la stampa non parla assolutamente di questa cosa perché la stampa è allineata e coperta con la narrazione prevalente che è quella ormai molto conformistica che è tutto condizionato, che è tutto permeato, che ogni attività economica di dritto o di rovescio, volente o nolente, in qualche modo è condizionata, per cui loro utilizzano la tesi prevalente. Quindi questo si sa, ormai è così. La comunicazione funziona in questo modo, ormai. Quindi non possiamo avere ora….E’ chiaro che anche questo è un problema perché se ci fosse una stampa più consapevole che andasse ad approfondire di più le questioni; che andasse a vedere quello che succede, anche la stampa si deve porre il problema…deve fare questa domanda a chi si occupa di interpretare questi strumenti. Cioè stiamo nella strada giusta? Che non significa per evitare il rischio strumentalizzazioni che noi stiamo così, a prescindere acriticamente contestando lo strumento perché non vogliamo essere giudicati e non vogliamo che le nostre imprese…Noi addirittura come Confindustria abbiamo proposto protocolli di legalità, che erano innovativi, che prevedevano sul modello della Duecentotrentuno dei comitati di sorveglianza, con organismi nominati dalla Prefettura. Ci mettevamo i carabinieri in casa. Ed erano anche stati discussi. In Prefettura questi documenti ce l’hanno quindi questo lo dico perché non vogliamo essere controllati. Però una cosa è essere controllati, in termini concreti, una cosa è chiudere le imprese senza motivo. Questo è il punto».

Grazie. Grazie ad Andrea Cuzzocrea.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

Incontro a Torre Artale sul tema “Antimafia? Stato di diritto”, scrive il 2 dicembre 2017 Salvo Vitale su "Telejato". ERANO PRESENTI MOLTISSIMI IMPRENDITORI CHE IN PASSATO SONO STATI OGGETTO DI MISURE DI PREVENZIONE E CHE POI SONO STATI PROSCIOLTI NEI VARI GRADI DI GIUDIZIO PENALE. SONO INTERVENUTI ANCHE SALVO VITALE E PINO MANIACI CHE HA ESPRESSO LE SUE PERPLESSITÀ RISPETTO ALLA POSSIBILITÀ DI CAMBIARE O ABOLIRE UNA LEGGE CHE DÀ UN ENORME POTERE AI MAGISTRATI. Nell’accogliente cornice di Torre Artale, una struttura alberghiera posta per 15 anni e otto mesi sotto amministrazione giudiziaria e riconsegnata al suo originario proprietario il costruttore Alfano, che sta cercando di rimediare ai guasti prodotti da amministratori come Benanti e Caniglia, si è svolto un convegno, anzi, su precisazione degli organizzatori, un’assemblea per un momento di riflessione sulla legge che si occupa delle misure di prevenzione, sui danni prodotti nell’economia siciliana, sulla divaricazione tra il sistema penale e il sistema interdittivo e sulle eventuali proposte di modifica di un sistema inquisitorio unico in Europa. L’iniziativa, organizzata dal Partito Radicale ha avuto una notevole affluenza di pubblico e un alto livello di analisi, di denuncia, di proposta, sia da parte di coloro che sono intervenuti al dibattito, sia dai relatori. Erano presenti moltissimi imprenditori che in passato sono stati oggetto di misure di prevenzione e che poi sono stati prosciolti nei vari gradi di giudizio penale, ma i cui beni erano e sono ancora oggetto di sequestro. Tra di questi i parenti ed eredi dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno, i fratelli Niceta, l’ingegnere Lena, proprietario dell’Abbazia Sant’Anastasia di Castelbuono, prosciolto da tutto e in attesa che gli restituiscano il bene, l’ing. Rizzacasa, le sorelle Amodeo di Alcamo, il figlio del costruttore Ienna e molte altre “vittime della Saguto”. Ha aperto i lavori Sergio D’Elia, del Partito Radicale, il quale ha illustrato le motivazioni dell’incontro e l’impegno del suo gruppo politico per cambiare una legislazione che, passata in gran parte l’emergenza, si rivela solo uno strumento dato ai giudici per potere intervenire sorvolando su quelli che sono i diritti dell’individuo previsti e sanciti dalle norme costituzionali. Un saluto è stato dato dal figli di Rosario Alfano, che ha brevemente ripercorso la tragedia passata dalla sua famiglia e gli enormi danni economici, sino al momento del pieno proscioglimento da ogni accusa. Salvo Vitale ha parlato delle vicende dell’emittente Telejato, delle varie inchieste che hanno posto all’attenzione il problema dei beni sequestrati e dell’opportunità di ridare vigore all’associazione In difesa del cittadino, nata nel 2015 per dare voce alle vittime delle ingiustizie di qualsiasi tipo, sempre sapendo distinguere, soprattutto nel mondo dell’imprenditoria siciliana quanto realizzato in maniera fraudolenta e quanto con l’onesto lavoro. È intervenuto anche Pino Maniaci, che ha espresso le sue perplessità rispetto alla possibilità di cambiare o abolire una legge che dà un enorme potere ai magistrati e ha lamentato la scarsa attenzione data dalle varie testate giornalistiche e televisive, assenti all’iniziativa. Sono seguiti altri interessanti interventi da parte di Rita Bernardini del Partito Radicale, di Elisabetta Zamparutti, componente del comitato Prevenzione Tortura del Consiglio d’Europa, di parecchi altri imprenditori e avvocati, tra i quali Salvatore Galluzzo, Andrea Saccucci, Baldassare Lauria. Presenti anche alcuni uomini politici di varia provenienza.

Vittime dell’Antimafia, il servizio de Le Iene e Matteo Viviani, scrive il 5 dicembre 5, 2017 Morgan K. Barraco su "Tutto tv". In apertura della sua puntata del 5 dicembre, Le Iene racconta la storia di una famiglia devastata dalla legge Antimafia. Si parla infatti degli anni ’80 e dei Cavallotti, che secondi i giudici sono collusi con la mafia. La loro azienda in quel momento poteva contare su 300 dipendenti e viene chiusa con l’arresto dei tre titolari e familiari. Occorreranno 12 anni per dimostrare che Vincenzo, Salvatore e l’altro fratello Cavallotti non sono in realtà responsabili. Matteo Viviani intervista inoltre Andrea Modica De Moach, ex amministratore giudiziario e preposto alle misure di prevenzione Antimafia di Palermo. I Cavallotti infatti hanno subito due processi, di cui uno prevede il pagamento di debiti inesistenti. L’inviato de Le Iene ha fatto domande scomode a De Moach, come il vantaggio che avrebbe ottenuto la famiglia dell’interessato grazie ad alcune ditte coinvolte in questo processo. Alcuni mesi dopo il primo servizio de Le Iene, i Cavallotti vengono presi di nuovo di mira. Si tratta dei figli dei tre ex titolari, che prendono in mano la tradizione di famiglia e creano una loro società. Anche in questo caso si tratta dello stesso lavoro di impianti di pulizia di gas metano, con cui riescono ad ottenere un cospicuo capitale sociale. Fino al dicembre del 2011 in cui l’azienda dei Cavallotti arriva ad avere 150 dipendenti, ma anche in questo caso le autorità mettono sotto sequestro la società Euroimpianti. Secondo quanto riferito dai Cavallotti a Le Iene, tutto parte ancora una volta da Andrea Modica De Moach, che avrebbe segnalato alle autorità di un illecito da parte dei diretti interessati. Secondo le sue accuse, i ragazzi avrebbero infatti prestato il loro nome per permettere ai genitori di continuare ad operare. Secondo Le Iene ci sarebbe molto di più, per via di alcune intercettazioni telefoniche fra Modica De Moach e i Cavallotti padri. Questi ultimi infatti continuano a lamentarsi dello sfacelo in cui è finita l’azienda e di contro l’ex Amministratore Giudiziario parla di “bilancio a convenienza”, plusvalenze da far trasparire all’occorrenza. Dopo aver proposto e quasi imposto ai Cavallotti di unirsi in “affari”, il Modica De Moach mette in atto quanto annunciato in precedenza. Ovvero porta i libri contabili in tribunale ed è in quel preciso periodo in cui sarebbe avvenuta la segnalazione alle autorità sulla società dei Cavallotti figli. La situazione non sarebbe migliorata con l’incarico affidato all’avvocato Andrea Aiello, che afferma alle telecamere de Le Iene di aver migliorato la situazione. Il commercialista dottor Vincenzo Paturzo, intervistato dall’inviato sottolinea invece che è proprio sotto l’Amministratore Giudiziario che il bilancio della società dei Cavallotti ha iniziato ad avere una perdita significativa. Clicca qui per rivedere il video con il servizio de Le Iene sulla ditta dei Cavallotti e il processo Antimafia non appena disponibile.  

Il primo servizio della serata è di Matteo Viviani: Il fallimento dell’antimafia, scrive Irene Natali, Martedì, 5 Dicembre 2017.  La famiglia Cavallotti, assolta per mafia, si è ritrovata con l’azienda sequestrata: la sede è distrutta, i camion fermi, le erbacce crescono. L’impresa è così rovinata, e la famiglia non può più lavorare. L’amministratore giudiziario che se ne sarebbe dovuto occupare, di fatto non l’ha gestita. I più giovani si sono allora riuniti per formare una nuova impresa: con l’accusa di essere prestanomi dei padri, anche l’azienda dei Cavallotti figli è stata bloccata. Sequestrata anche questa. Il servizio trasmette addirittura alcune conversazioni tra l’amministratore e gli stessi Cavallotti, a cui viene offerto un accordo per prendere in mano l’impianto. Ma lo stabile è sequestrato: la legge sta dunque abdicando al suo ruolo. La società adesso è in liquidazione, perciò in fallimento: i Cavallotti non hanno lavoro, non possono fare niente. Uno di loro, davanti all’ impossibilità di mandare i figli a scuola, ha tentato il suicidio. Viviani cerca di avere spiegazioni sia dall’ex amministratore giudiziario che da quello in carica, ma senza ottenere motivazioni soddisfacenti.

Le Iene smascherano un altro “caso Saguto” e il fallimento dell’Antimafia, scrive il 6 dicembre 2017 "Il Sicilia". Nuova puntata delle Iene ieri sera, con il Tribunale misure di prevenzione di Palermo al centro del dibattito. Dopo il celebre caso Saguto, l’inviato Matteo Viviani racconta la storia della famiglia Cavallotti, che sarebbe stata vittima della cattiva amministrazione dello Stato. I Cavallotti, che hanno un’impresa di impianti di pulizia di gas metano a Belmonte Mezzagno (PA), secondi i giudici sarebbero collusi con la mafia. La loro azienda viene chiusa con l’arresto dei tre titolari e familiari. Dopo 12 anni verranno scagionati. Le Iene allora intervistano l’avvocato Andrea Modica De Moach, ex amministratore giudiziario e preposto alle misure di prevenzione Antimafia di Palermo. Dopo un primo servizio del 2015 i figli dei Cavallotti sarebbero stati presi di mira dall’avv. Modica De Moach, che avrebbe fatto partire una segnalazione alle autorità sostenendo che i figli avrebbero fatto da prestanome ai genitori. Ma grazie ad alcune intercettazioni audio esclusive Le Iene mostrano l’ex Amministratore Giudiziario parlare di “bilanci presentati a convenienza”, plusvalenze, e strane proposte di “affari” coi Cavallotti…«Sembra che Modica non lavori per il Tribunale, ma per le aziende sequestrate dal Tribunale stesso» – dice Viviani nel servizio. «Un inciucio, anzi un vero e proprio reato commesso da chi quei reati invece dovrebbe aiutare lo Stato a contrastare», spiega l’avv. Andrea Dell’Aira. La situazione dell’azienda precipita poi verso il fallimento. L’incarico viene affidato all’avvocato Andrea Aiello, che a Viviani risponde di aver migliorato la situazione. Un esperto commercialista, invece, sostiene che è proprio sotto l’Amministratore Giudiziario che il bilancio della società dei Cavallotti ha iniziato ad avere una perdita significativa. Questo il commento che la trasmissione di Italia 1 fa al servizio: “La storia dei Cavallotti mostra come una giusta legge antimafia, quando dietro c’è una cattiva amministrazione da parte dello Stato, rischia di incoraggiare quella cultura mafiosa che dovrebbe combattere”.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

Rinviati a giudizio la Saguto e alcuni dei suoi “complici”, scrive il 6 novembre 2017 Salvo Vitale su "Telejato". PER ANNI C’È STATA UNA GESTIONE SPREGIUDICATA DEI PATRIMONI SOTTRATTI ALLA MAFIA”, HANNO DETTO ALL’UDIENZA PRELIMINARE I PUBBLICI MINISTERI DI CALTANISSETTA MAURIZIO BONACCORSO E CLAUDIA PASCIUTI. In realtà si può parlare di un autentico “sistema criminale” attraverso il quale un’associazione di persone, più o meno in relazione tra di loro prima identificavano il bersaglio, ovvero il bene da sequestrare, poi, attraverso la ricerca, condotta scrupolosamente da organi inquirenti, particolarmente dalla DIA, si trovava la motivazione, ovvero l’elemento che potesse giustificare il sequestro, legato molto spesso all’ipotesi, al sospetto, alla presunta collusione, all’appartenenza attraverso la parentela, al presunto riciclaggio di denaro sporco, al pizzino, alla dichiarazione di qualche pentito, poi si emetteva il decreto di sequestro con la scelta, sempre ad arbitrio del magistrato che si occupava di portare avanti l’operazione, dell’amministratore giudiziario cui affidare la gestione del bene sequestrato. Per l’amministratore si trattava di un lavoro di cui lui stesso redigeva le parcelle, che passavano alla firma del magistrato e che venivano liquidate con i fondi dell’azienda sotto sequestro. A coronamento dell’operazione l’amministratore aveva la facoltà di nominare parenti, amici, esperti, collaboratori, a sua facoltà, di licenziare i vecchi dipendenti, di mettere in liquidazione l’azienda o alcune sue parti, molto spesso di girare anche ad altre aziende amiche i pezzi o le parti svendute. Abbiamo usato l’imperfetto, ma ancora oggi il sistema di gestione dei beni sequestrati messo in piedi dalla Saguto regge e continua, se è vero che una serie di amministratori giudiziari sono rimasti al loro posto e che i tempi per definire le cause legate alle istanze di dissequestro subiscono rinvii che durano anni, sino alla totale chiusura dell’attività dell’azienda sotto sequestro. Difficile calcolare quante siano le persone che oggi hanno perso il lavoro dopo il sequestro della loro azienda. Difficile anche calcolare i danni arrecati all’economia siciliana e al suo già fragile sistema produttivo. E comunque, che la magistratura di Caltanissetta si stia occupando di un’inchiesta che riguarda l’operato di una “collega” di Palermo e di altri “colleghi” a lei legati, è già un evento, lascia pensare che non sempre i giudici si proteggono tra di loro e che la giustizia, alla fine, può essere in grado di fare pulizia anche al suo interno. Diciamo pure che “ci sarà un giudice a Berlino”, come diceva il povero mugnaio di Postdam creato da Bertold Brecht. E così il gip Marcello Testaquadra ha deciso il rinvio a giudizio per Silvana Saguto, ex presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione di Palermo e per altri quindici imputati. La prima udienza si terrà il 22 gennaio. Secondo la procura di Caltanissetta, diretta dal dott, Amedeo Bertone “Il grosso delle entrate della famiglia Saguto derivava dagli incarichi conferiti dall’avvocato Cappellano Seminara al marito della giudice, Lorenzo Caramma”. Le indagini del nucleo di polizia tributaria di Palermo hanno scoperto che Silvana Saguto aveva creato rapporti privilegiati almeno con due amministratori di patrimoni sequestrati. Sappiamo che erano molti di più. Dopo Seminara la Saguto avrebbe spostato la sua attenzione, per una diretta collaborazione, sul professore della Kore Carmelo Provenzano. Troviamo tra gli indagati anche l’ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, grande amica di Silvana Saguto, che avrebbe fatto assegnare un incarico di amministratore al nipote dell’ex prefetto di Messina Stefano Scammacca. Indagati anche gli amministratori giudiziari Aulo Gabriele Gigante, Roberto Nicola Santangelo e Walter Virga, figlio di Tommaso, giudice, nominato dalla Saguto amministratore giudiziario dei beni dei Rappa stimati in 800 milioni di euro. A giudizio pure il marito di Silvana Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, uno dei figli, Emanuele, e il padre Vittorio Pietro. Poi ancora Roberto Di Maria (preside della facoltà di Scienze Economiche e giuridiche della Kore di Enna), Maria Ingrao (la moglie di Provenzano), Calogera Manta (collaboratrice di Provenzano) e il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca. Sono un’ottantina le ipotesi di reato contestate: vanno dalla corruzione al falso, dall’abuso d’ufficio alla truffa aggravata. Il 20 dicembre, inizierà invece il giudizio abbreviato che vede imputati i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere del tribunale Elio Grimaldi. 

Va detto, cosa che è del tutto ignorata dalle agenzie di stampa, che all’apertura di questo processo e alla denuncia di questa perversa gestione dei beni sequestrati ha dato un suo contributo Telejato, dai cui servizi è partita l’indagine che poi è stata trasmessa dalla Procura di Palermo alla magistratura di Caltanissetta.

Mafia: direttore Telejato, sono stato "mascariato" perché mi dovevano fermare sul caso Saguto, scrive il 20 Novembre 2017 "Libero Quotidianjo". (AdnKronos) - Poi, parlando della sua vicenda giudiziaria, ha sottolineato: "La mia vita è cambiata radicalmente - dice ancora Pino Maniaci, in aula con i suoi legali Antonio Ingroia e Bartolo Parrino - prima di allora la mia tv riceveva le visite di tantissimi giovani provenienti da tutta Italia e anche dall'estero. E' stata un faro per tanti giovani. Ma io ho voluto continuare ugualmente. E tuttora riceviamo ancora visite di giovani che vogliono conoscere la storia di Telejato. La tv resta aperta e continuiamo la nostra lotta contro la corruzione e il malaffare, come abbiamo sempre fatto". E annuncia: "Dopo avere scoperchiato tutto il malaffare della sezione Misure di prevenzione, adesso stiamo lavorando sulla Fallimentare. E' ancora peggio lì. E vi assicuro che ne vedremo delle belle...". Maniaci sottolinea poi: "E' molto difficile riuscire a lavorare su questa inchiesta - dice ancora il direttore di Telejato - perché nessuno vuole parlare al telefono con me, in quanto intercettato sul caso Saguto. E' davvero incredibile. Si è voluto fare appositamente terra bruciata attorno a me ma nessuno riuscirà a fermarmi, questo deve essere chiaro". E annuncia: "Nonostante tutto, io continuo a ricevere numerosi inviti a presenziare, ma spesso sono io a dire no. Il 2 dicembre, invece, andrò eccome a un incontro a Torre Artala in cui si parlerà proprio di Misure di prevenzione e dei danni che ha fatto la ex Presidente delle Misure di prevenzione. Racconterò diversi retroscena su questa vicenda assurda".

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa”. 

LA DEMOCRAZIA SCIOLTA PER MAFIA. DANNI E SVANTAGGI DEI COMMISSARIAMENTI DEI COMUNI.

[L’inchiesta] Il comandante dei carabinieri arrestato per mafia, il parroco che aiutava i killer. 27 ‘ndrine e 10 logge massoniche. Benvenuti nella città più mafiosa d’Italia. Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario. E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai, scrive Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta, su "Tiscali News" il 31 dicembre 2017. Per favore accendete i riflettori su Vibo Valentia, una città a una decina di chilometri da Lamezia Terme, nel centro della Calabria. Una perla la sua Capo Vaticano, con il mare mozzafiato. E poi Pizzo e Tropea, le spiagge, i fondali, le cipolle e i “fruttini”. E l’amaro del Capo e il tonno dei Callipo. Dimenticate tutto questo. Non capireste nulla di Vibo, della Ndrangheta e della terra dei senza speranza. Quello che da fuori appare sotto una certa luce in realtà è un’altra cosa. È contaminata, collusa. A qualcuno, questa terra ricorda la Palermo degli anni Ottanta. Può essere. A me il vibonese sembra terra di nessuno, anzi una Repubblica indipendente della Ndrangheta. Sapete che nella storia della Calabria e della Ndrangheta vi è stata nel dopoguerra una Repubblica indipendente della Ndrangheta a Caulonia, nella Locride, durata pochi giorni, con il sindaco comunista e ndranghetista?. E dunque siate forti e non stupitevi (semmai indignatevi) per quello che succede in questa terra. Non meravigliatevi se all’inizio del nuovo millennio, con la scoperta della Ndrangheta che si è infiltrata persino nella corona dei comuni che circondano la grande Milano, torniamo nella terra dove è nata e vive la Ndrangheta. Per la verità fino agli anni Ottanta era consolidata l’idea che la Ndrangheta fosse radicata solo nella provincia di Reggio, nella Locride, nella Piana di Gioia Tauro e a Reggio città. Fu solo dopo che si è scoperto che la Ndrangheta c’era sempre stata anche nella Calabria del Nord, Crotone, Vibo, Lamezia, persino Cosenza. Ebbene qui a Vibo è accaduto qualcosa che se fosse successo a Palermo anche nel 1990 sarebbe caduto il governo. Ci sarebbe stata la sollevazione popolare. Del resto non fu il procuratore di Milano Borrelli a gridare “resistere, resistere, resistere”, all’apertura dell’anno giudiziario si tempi di Mani Pulite? Questo per dire che il protagonismo di una società civile forte si sarebbe mobilitata, non avrebbe permesso che il pool di Mani pulite fosse neutralizzato. Oggi, quella magistratura che ha fatto la storia nel bene e nel male è solo un ricordo del passato. Ed è un bene che chi teorizzava un ruolo salvifico dei magistrati impegnati a farsi carico del rispetto della legalità e della eticità della nazione, oggi sia stato sconfitto. Però dal fare politica dei magistrati al nulla ce ne passa. Solo alcuni numeri per avere elementi su cui ragionare. Vibo, 180.000 abitanti, cinquanta comuni, 27 ‘ndrine della ’Ndrangheta censite, 10 logge massoniche distribuite in provincia, due comuni sciolti per mafia e oggi commissariati, tre commissioni d’accesso in altrettanti comuni. Un presidente della Provincia nei guai, imputato di corruzione elettorale con l’aggravante di mafia. Provincia e comune di Vibo in dissesto finanziario. E ancora: un comandante di una stazione dei carabinieri (del comune di Sant’Onofrio) arrestato per mafia. Un parroco che passava ai killer informazioni sugli obiettivi da eliminare. E la questura di Vibo decapitata per sospetti e collusioni con la mafia. E poi avvocati e magistrati finiti nei guai. Come se non bastasse, la Ndrangheta dal 2015 gestiva centri di accoglienza per 650 richiedenti asilo fino a quando non è arrivato un prefetto, un eccellente ex “sbirro”, Guido Longo, che ha deciso che non è possibile che nella provincia di Vibo Valentia lo Stato italiano sia un ospite. Insomma, ha deciso di ripristinare il funzionamento delle istituzioni italiane. Mettiamo dunque il caso che a Palermo un tribunale decida di assolvere Totò Riina imputato di associazione mafiosa. Secondo voi quali saranno le conseguenze? Un terremoto politico e un moto di indignazione? Addirittura il governo potrebbe essere costretto alle dimissioni? L’ondata di stupore si potrebbe propagare anche all’estero? Domande legittime, e se questo pericolo paventato in realtà è accaduto a Vibo Valentia? Qualcuno se ne è accorto? I giornali e i canali televisivi ne hanno parlato? Nessuno. Nessuno si è indignato perché Giovanni, Antonio, Pantalone e Giuseppe Mancuso sono stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa. Ora che i Mancuso siano mafiosi, che la ’ndrina di Limbadi sia tra le più potenti della Ndrangheta è cosa notissima. Davvero è come parlare di Lo Piccolo o Riina per Cosa Nostra. Eppure questa assoluzione è passata vergognosamente sotto silenzio. Il collegio giudicante era composto da tre giovanissime magistrate arrivate a Vibo nel 2014, prima sede assegnata. E il processo «Black money» era atteso, importante. Ma il presidente del Tribunale, Filardo, ha deciso di affidare il giudizio alle tre giovani magistrate e tenersi invece per sé una costola dello stesso processo che vedeva imputati per concorso esterno alla Ndrangheta due funzionari della questura di Vibo, tra cui l’ex capo della Mobile, e un avvocato. Perché fosse vissuto dai vibonesi come un “non processo”, il presidente del Tribunale ha deciso di far svolgere le udienze nell’aula bunker (e l’esame di uno degli imputati si è tenuto inspiegabilmente a porte chiuse) provocando non pochi problemi nella gestione dei calendari delle udienze dei processi. Ora il Csm è stato costretto ad accendere i riflettori sul funzionamento del Tribunale di Vibo Valentia. Era ora.

Ma non è tutta merda come qualcuno vuol far credere…

Il comune fu sciolto per una partita di calcio “sbagliata”, scrive Simona Musco il 23 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Un ex assessore di un paesino calabrese è accusato di aver partecipato al “Memorial” in onore del figlio di un boss morto a soli 26 anni. L’assessore ai lavori pubblici al sesto memorial in onore del figlio del boss, morto a 26 anni per una malattia. È questo l’elemento che rende «incompatibile» Francesco Lupis, amministratore marchiato dalla relazione con la quale il prefetto di Reggio Calabria nelle settimane scorse ha proposto (e ottenuto) al ministro dell’Interno Marco Minniti lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Marina di Gioiosa. Lo stesso amministratore che però ha vestito la maglia di “Avviso pubblico”, l’osservatorio antimafia parlamentare al quale il Comune ha aderito sin dall’insediamento di Domenico Vestito, avvocato ed ormai ex sindaco sul piede di guerra. Perché quella relazione, dice al Dubbio, «non parla di giustizia o di ricerca di verità, ma di processi sommari». Il prefetto parla delle elezioni 2013, che videro schierarsi due liste civiche, che secondo «sommarie verifiche» sui sottoscrittori delle liste, sarebbero risultate pulite. «Sul conto dei citati amministratori pubblici – scrive il prefetto – nulla risulta». Nessun rapporto, dunque, con la criminalità. Parole contraddette dalla relazione di Minniti, che parla di legami di parentela tra mafiosi e sottoscrittori delle liste e tra un consigliere, poi dimessosi nel 2015, e un capo clan, nonché della presenza di affiliati ai clan ai comizi delle due liste contrapposte. La relazione, tra decine di omissis, descrive poi la gestione degli appalti e dei servizi. Pochi gli affidamenti diretti, con gli incarichi a rotazione. Ma sono alcuni lavori a costare la poltrona a Vestito. Tra questi, la messa in sicurezza del muro del lungomare, affidato ad una ditta poi colpita da interdittiva. Per il prefetto, doveva essere l’ente ad effettuare gli accertamenti di rito. «La prefettura protesta Vestito – non conosce però la convenzione che regola i rapporti tra Stazione unica appaltante provinciale, della quale l’ufficio territoriale del governo è ispiratore e parte, con i Comuni. I controlli li deve fare la Suap, alla quale l’appaltatore è tenuto a fare le comunicazioni. Nel caso specifico la Suap ha fatto le verifiche, all’esito delle quali la prefettura ha risposto con un’interdittiva a lavori praticamente conclusi». Il Comune ha proceduto comunque alla rescissione del contratto, avviando l’iter per la riscossione delle penali. Nel mirino anche l’abuso edilizio di un bene riconducibile ai clan, che occupava abusivamente 439 metri quadrati di terreno demaniale. La demolizione, lamenta il prefetto, è avvenuta solo dopo l’intervento della guardia costiera. Ma sulla vicenda, protesta l’ex sindaco, «chi fa la relazione fa riferimento a presunti poteri di ordinanza del sindaco in materia, rintracciabili nel regolamento edilizio comunale, risalente al 1998 e redatto sulla base della normativa del 1942. Peccato, però, che nel 2001 – spiega viene approvato il nuovo testo unico che spoglia il sindaco e gli organi politici di qualsiasi potere. Detto questo, l’amministrazione ha emesso gli atti e le ordinanze di demolizione. Sostiene il prefetto che se non si fosse mossa la capitaneria il Comune non avrebbe fatto nulla. Se questa è la logica e siccome quei manufatti si trovano lì dal 1967, vanno sciolte tutte le amministrazioni comunali di Marina di Gioiosa Ionica, comprese quelle a guida di commissari prefettizi. Noi stavamo però recuperando le somme, presso la Cassa depositi e prestiti, per potere effettuare le demolizioni, che sono onerosissime». Nella relazione ci finiscono anche i lidi, quattro dei quali destinatari di interdittive antimafia e la cui autorizzazione sarebbe stata ritirata con ritardo dall’ente. «Peccato però – aggiunge – che ci sono interdittive che la prefettura ha sfornato dopo due anni e almeno tre richieste del Comune». Secondo il prefetto, poi, l’ente avrebbe lasciato nella disponibilità dei clan i beni confiscati. «Nulla di più errato – protesta -. L’attività a cui si fa riferimento non sorge su bene confiscato e abbiamo emesso anche ordinanza di demolizione e di chiusura dell’attività commerciale». Riguardo al terreno confiscato e una cui parte – non confiscata sarebbe stata coltivata dal suo ex proprietario, invece, «si tratta di una minuscola corte non coltivata da alcuno, monitorata, come gli altri beni confiscati, dalla po- lizia municipale e dall’ufficio tecnico. Ma su questa vicenda si tocca l’apice della follia: viene sentito anche il proprietario originario di un bene confiscato alla mafia e si nega il diritto di parola e difesa al sindaco eletto». Ma vengono anche contestate la riduzione delle tariffe idriche e la scarsa riscossione. Cose false, obietta Vestito, che avrebbe mantenuto la linea della commissione straordinaria. «La Società delle risorse idriche ogni anno aumenta il costo di vendita dell’acqua ai Comuni, che non possono toccare le tariffe, regolate dal 2013 dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, che demanda a quella d’ambito la determinazione del canone. La Regione Calabria da anni è inadempiente, tant’è che la scorsa estate ha ricevuto una diffida formale dall’authority. Malgrado questo ci siamo mossi per cercare di adeguare le tariffe, intralciati però dai ritardi regionali».

Sciolta Lamezia, perché? «Il sindaco fa l’avvocato», scrive Simona Musco il 19 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". La difesa in un’aula di tribunale di presunti ’ndranghetisti diventa la “prova” della contaminazione dell’amministrazione comunale. La difesa in un’aula di tribunale di presunti ’ndranghetisti diventa la “prova” della contaminazione dell’amministrazione comunale. È questo uno degli elementi che per il ministro dell’Interno Marco Minniti giustificherebbe lo scioglimento dell’amministrazione comunale di Lamezia Terme (Cz), guidata, fino al 24 novembre, dall’avvocato Paolo Mascaro. La cui colpa principale, stando alla relazione firmata da Minniti, sarebbe proprio quella di aver esercitato la professione di avvocato, così come il suo vice, Massimiliano Carnovale, in processi delicati contro i principali clan del lametino. I due, scrive il ministro, sino ai primi mesi del 2016 hanno difeso di fiducia «esponenti di massima rilevanza delle cosche e di loro sodali», rimanendo «organi di vertice dell’amministrazione comunale». La rinuncia all’incarico sarebbe arrivata «solo a marzo e maggio 2016, a seguito della costituzione di parte civile del Comune nei processi», mentre il mandato difensivo sarebbe finito in mano ad un altro avvocato «in stretti rapporti di affinità» con Mascaro. Parole che per l’ex sindaco non rappresentano soltanto un clamoroso errore, spiega al Dubbio, ma un vero e proprio «falso ideologico», inserito in una relazione che rappresenta «un campionario di falsità, inesattezza e ignoranza». Nelle maglie della commissione d’accesso finiscono importanti operazioni antimafia per la città, come “Perseo”, nel quale Mascaro assume la difesa di tre imputati in abbreviato, prima della sua elezione a sindaco. Due di questi, l’8 giugno 2015, vengono assolti, il terzo assolto dall’accusa di associazione mafiosa e condannato per un altro capo d’accusa. «Accade poi che la procura fa appello contro le assoluzioni e il codifensore del terzo imputato contro la condanna. Per me il mandato era terminato alla fine del primo grado. Con la notifica della fissazione dell’udienza d’appello per la primavera del 2016 – racconta Mascaro -, mi sono limitato a notificare la rinuncia al mandato, che era già avvenuta nel 2015». Ma c’è anche il processo “Columbus”, un’operazione dell’Fbi pochi giorni prima del voto, che fa finire in carcere anche Franco Fazio, candidato a sostegno di Mascaro e presunto faccendiere dei clan, recentemente condannato a 17 anni e 10 mesi. Al momento del blitz, Mascaro viene nominato difensore di uno degli indagati, Alfonso Santino Papaleo, poi assolto su richiesta del pm. «Ma il giorno dopo l’arresto ho depositato la rinuncia al mandato, quindi prima della mia elezione», sottolinea. E poi rimarca: «non si tratta di un errore. Nella relazione viene detto che a seguito della mia rinuncia il mandato sarebbe stato assunto dal fratello di mia moglie, che è anche un magistrato. Ma non è vero». Il vicesindaco Carnovale, invece, ha rinunciato alla difesa di Vincenzino Iannazzo, capofamiglia dell’omonimo clan, il 5 maggio 2016, dimettendosi poi il 30 maggio 2017, in seguito alle accese polemiche scaturite dall’operazione antimafia “Crisalide”. Proprio da “Crisalide” la commissione deduce l’ingerenza della criminalità nell’amministrazione, eletta il 31 maggio 2015. L’operazione fa finire in carcere 52 persone, tra le quali due consiglieri, accusati di concorso esterno, per aver «chiesto e fruito dell’appoggio elettorale della locale cosca mafiosa». E proprio per tale motivo il prefetto, il 6 giugno scorso, ha spedito al Comune la commissione d’accesso. «Da qui si ricava la certezza che le cosche non hanno appoggiato il sindaco – aggiunge Mascaro, perché vi sono intercettazioni del reggente della cosca, tale Miceli, che parlando con la moglie, pochi giorni prima del ballottaggio, dice chiaramente che non avrebbero votato, perché con me e il mio avversario non c’era nulla da fare». In quell’indagine ci sono finiti uno degli sfidanti di Mascaro, Pasqualino Ruberto, e un altro consigliere di minoranza, Giuseppe Paladino. Assieme a loro, con l’accusa di spaccio di marijuana, anche il fidanzato di una consigliera di maggioranza. Elementi che per Minniti rappresentano una prova dell’inquinamento della campagna elettorale, «caratterizzata da un’illecita acquisizione dei voti che ha riguardato, direttamente o indirettamente, esponenti della maggioranza e della minoranza consiliare». Non si tratta del primo scioglimento per Lamezia. Il Consiglio è già stato sciolto, infatti, nel 1991 e nel 2002. Due commissoriamenti che, secondo quanto testimoniato dalla stessa relazione, non avrebbero prodotto alcun risultato: il prefetto parla infatti di «assoluta continuità» e della persistenza «delle medesime dinamiche collusive e dell’operatività degli stessi personaggi di spicco delle organizzazioni criminali dominanti in quel territorio», tra le più feroci in Calabria. «Diffuso quadro di illegalità». Secondo Minniti, l’ente sarebbe caratterizzato da un generale disordine amministrativo, funzionale «al mantenimento di assetti predeterminati» coi membri delle cosche. Una considerazione che nasce dall’analisi degli appalti e dell’utilizzo dei beni confiscati, ulteriori elementi contestati da Mascaro. L’amministrazione, scrive il ministro, ha concesso per 15 anni e gratuitamente un immobile ad una cooperativa, l’unica ad aver partecipato alla gara e con soci «gravati di pregiudizi penali». Un assurdo per l’ex sindaco. «Sono stato io il primo ad assegnare i beni confiscati con un bando di gara, mentre prima venivano assegnati in via diretta – spiega. A questi bandi, per legge, possono partecipare le cooperative di tipo b, che nascono proprio con l’intento di favorire il recupero di ex detenuti. Dove sta il delitto?». Ma vengono contestati anche gli appalti, che finivano, secondo Minniti, sempre in mano alle stesse ditte, da danni e anni, senza alcun controllo. Tra questi il servizio mensa, aggiudicato alla stessa ditta di sempre, interdetta ad aprile scorso e quindi revocata. «Sin dal momento della costituzione del servizio mensa, nel 1988, anche quando sindaco era un magistrato come Doris Lo Moro, questo appalto è stato sempre vinto da quella che oggi è la Cardamone group srl, che aveva appalti ovunque, anche nelle Asp – commenta l’avvocato -. Quando si può partecipare alle gare, si partecipa e magari si vince. Io però ho mandato via la società il giorno seguente l’interdittiva, cosa che altrove non è avvenuta». Mascaro ha già presentato in prefettura una richiesta d’accesso agli atti per avere la relazione completa, 240 pagine lette e approvate dal comitato provinciale per la sicurezza «in tempo record», ironizza. Dopodiché presenterà ricorso contro lo scioglimento. «È inquietante la scarsa conoscenza che hanno della pubblica amministrazione – conclude -. In queste relazioni non viene contestata una delibera di giunta comunale, una delibera di consiglio, un’assunzione, nulla. C’è il vuoto assoluto. Avevano deciso che dovevano far fuori me e hanno ammantato tutto con insieme di parole vuote. Lo Stato dovrà interrogarsi di fronte a questo abuso colossale».

ANTIMAFIA: UNTI DAL SIGNORE O GIOCO DELLE PARTI ???

Mantovano ci ricasca. Egli, come già a Gallipoli si è prodigato ad accusare le comunità locali di collusione mafiosa. Senza citare nè testate, nè nomi, il sottosegretario Alfredo Mantovano il 14 luglio 2010 ha riproposto le accuse di “consenso sociale” alla criminalità, che egli avrebbe colto negli ultimi tempi nel Brindisino. Lo ha già fatto alcuni giorni prima a San Pietro Vernotico sventolando un quotidiano locale (uno solo), che si era occupato dei funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso il 19 giugno 2010 a Cellino S.Marco. Lo ha rifatto il 14 luglio 2010 a Roma in occasione della presentazione di una ricerca del Cnel sul tema sicurezza.

“C’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”, ha detto Mantovano parlando di alcuni casi che egli ha colto in Puglia, ma soprattutto a Brindisi. A Cellino San Marco infatti, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c’era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. Sempre nell’inserto locale di un giornale, ma questa volta di Foggia, ha accusato Mantovano, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia presieduta dal ministro dell’Interno, Maroni”.

Poi il sottosegretario ha citato il caso di una recente seduta dell’assemblea consiliare di Brindisi dove – secondo lui -  “un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi”. Ma dovrebbe trattarsi dei proprietari di ville del villaggio di Acque Chiare nei confronti dei quali non vi sono ordinanze di demolizione, nè tanto meno sentenze già pronunciate.

“Non voglio – ha precisato il sottosegretario – alimentare polemiche contro la stampa, anche perchè questi fatti riguardano prevalentemente fogli locali, ma credo che tutti debbano fare la propria parte contro la criminalità”. Le polemiche non mancheranno. Il sindaco di Cellino ha già risposto recentemente, spiegando che non intende anteporre la politica alla sua missione di avvocato penalista e al diritto-dovere di difesa sancito dalla Costituzione.

''C'e' un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media”. Lo ha detto il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il 14 luglio 2010, nel corso della presentazione di una ricerca del Cnel sulla sicurezza.

Mantovano ha quindi citato alcuni casi concreti registrati in Puglia. A Cellino San Marco (Brindisi), ha spiegato, “alcuni giorni fa è stato ucciso un criminale di medio calibro ed al funerale c'era il sindaco e una folla di centinaia di persone e la stampa locale ha definito l’uomo come un benefattore”. 

Sempre nell’inserto locale di un giornale, ha proseguito, “è stata poi data grande enfasi alla lettera di un latitante, che si presentava come un perseguitato, mentre è stata liquidata in poche righe la riunione tecnica delle forze e dell’ordine e della magistratura a Manfredonia (Foggia) presieduta dal ministro dell’Interno Maroni”. Infine, ha rilevato, “recentemente a Brindisi un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi”.

“Non voglio – ha concluso il sottosegretario – alimentare polemiche contro la stampa, anche perchè questi fatti riguardano prevalentemente fogli locali, ma credo che tutti debbano fare la propria parte contro la criminalità”.

Pur non citando la Gazzetta del Mezzogiorno nel riferimento all'articolo sulla lettera del latitante (Libergolis) il sottosegretario alludeva proprio alla Gazzetta del Mezzogiorno, giornale che il 12 luglio 2010, nell'edizione di Foggia, ha pubblicato (dopo averla ricevuta via posta) la lettera con la quale il boss del Gargano supericercato esponeva la sua posizione ovviamente innocentista. Probabilmente al sottosegretario non è stato mostrato il resto delle pagine nelle quali la Gazzetta - dopo aver assolto al suo dovere di informare sulle posizioni espresse da Libergolis - ribadiva tutte le accuse contro il latitante, le documentava con atti giudiziari e ne sollecitava la cattura.

Il sottosegretario Alfredo Mantovano spara di nuovo a zero sul presunto consenso sociale alle realtà criminali nel Brindisino, e qualcuno si arrabbierà, come i proprietari delle ville di Acque Chiare di fronte alla frase «recentemente a Brindisi un consiglio comunale è stato interrotto dai costruttori di case abusive, che protestavano contro le ordinanze di abbattimento e di nuovo la stampa locale ha dato ampio spazio alle ragioni degli abusivi». La stampa locale è tutt’altro che entusiasta del passaggio in cui si afferma che «c’è un consenso sociale alle realtà criminali che preoccupa, specie quando è enfatizzato dai media». E il sindaco richiamato in causa, Francesco Cascione di Cellino San Marco, non può che ripetere al «Corriere del Mezzogiorno» che lui «non difende il reato ma la persona», e che «in base all’articolo 24 della Costituzione sul diritto alla difesa, deve garantire ai propri assistiti il massimo sino al terzo grado». La nuova esternazione del viceministro all’Interno - l’occasione è la presentazione a Roma di una ricerca del Cnel sulla sicurezza - segue quella a San Pietro Vernotico, quando agitò appunto un quotidiano locale (l’unico) che, descrivendo i funerali di Gianluca Saponaro, pregiudicato ucciso in un agguato il 19 giugno 2010, avrebbe messo in risalto la personalità positiva della vittima.

E per l’avvocato «e poi sindaco» Cascione non si tratta altro che di un appendice ad una querelle che lo aveva già coinvolto - erano stati i media a sollevare la questione - a proposito della scelta di accettare la difesa di alcuni degli imputati del processo per le intimidazioni e gli attentati agli amministratori comunali della vicina San Pietro Vernotico, tra i quali l’ex collega (di carica) Giampiero Rollo. In quella circostanza Cascione disse «questa è soprattutto la storia degli avvocati che intendono il loro mestiere come i libri insegnano che si debba intenderlo: e cioè come si intende il mestiere del chirurgo, che presta la propria opera senza guardare alle qualità morali del malato». E oggi ribadisce tutto, ma sottolineando che «se ci saranno casi in cui le due missioni, quella di penalista e quella di primo cittadino, saranno incompatibili, farò un passo indietro». E la faccenda della partecipazione ai funerali di Saponaro? «Non esiste. Mi trovavo da un tabaccaio nei pressi della chiesa per acquistare marche da bollo. Sono sempre stato il legale di quella famiglia, e quando mi hanno visto mi sono avvicinato per porgere le condoglianze. Tutto qui».

I 51 Comuni sciolti per mafia che si ribellano ai commissari. «Il marcio sta nella burocrazia». I sindaci dei centri infiltrati dalle cosche scrivono al governo. «Così state uccidendo la democrazia!» Scrive Goffredo Buccini il 6 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Qualcuno cita addirittura la buonanima del Che, giurando di «sentire sulla propria pelle l’ingiustizia...». Qualcun altro denuncia immancabili complotti dei «poteri forti». Molti stiracchiano il sacrosanto «primato della politica» fino a coprire consigliere comunali fidanzate di presunti padrini, membri di maggioranza in manette, impiegati municipali asserviti alle cosche, atti amministrativi triturati dalle inchieste dei Ros. E tutti insieme, minacciando di riconsegnare a Roma le fasce tricolori, tuonano: «Così state uccidendo la democrazia!». In questa Italia che non tiene più insieme i suoi pezzi, i sindaci dei Comuni calabresi sciolti per mafia (o in odore di scioglimento) non si rivoltano contro la ‘ndrangheta ma contro lo Stato. Su 290 consigli comunali rimandati a casa dall’entrata in vigore della legge 221 del 22 luglio 1991 poi variamente modificata (nel primo blocco c’era Casal di Principe, patria della camorra), quelli calabresi sono stati 98, tre meno della Campania.

Nuovi interesse dei clan. Ma negli ultimi cinque anni la Calabria ha subìto 43 scioglimenti sugli 81 totali contro i 18 della Campania: un segno chiaro di dove si siano orientati ora gli interessi delle cosche. L’ultimo decreto s’è abbattuto un paio di settimane fa su una città importante come Lamezia Terme e su altri quattro centri calabresi minori tra cui Isola di Capo Rizzuto, nota per un’inchiesta antimafia che ha mostrato come persino il Centro d’accoglienza degli immigrati fosse finito sotto il tallone del clan Arena. Un altro colpo pare in arrivo, dato che le commissioni d’accesso agli atti sono in questo momento al lavoro a Siderno, Limbadi, Villa San Giovanni e Scilla. Questa raffica di provvedimenti è stata la scintilla della ribellione. Cinquantuno Comuni reggini hanno scritto e chiesto un incontro a Minniti, invocando una riforma «garantista» della legge. L’altro ieri sono stati ricevuti dal prefetto Michele di Bari, che ha invitato anche il presidente dell’Anci calabrese, Giuseppe Callipo, e non solo per ragioni di galateo istituzionale. Callipo, dal 2012 sindaco pd di Pizzo, è un moderato dal notevole buonsenso: «Rivolta? Metta la parola molto tra virgolette, la prego. Questa legge era e resta uno strumento fondamentale per la lotta alla ‘ndrangheta e noi su questo terreno non dobbiamo fare passi indietro ma passi avanti». Dunque? «Dunque stiamo mettendo in piedi una commissione di studio e chiediamo di rivedere la normativa in due punti: la possibilità che i sindaci abbiano garanzia di contraddittorio prima dello scioglimento e un intervento più forte sulla burocrazia; molte volte è lì che s’annida il problema e non negli organi politici che vengono sciolti». E questo è vero. Come hanno potuto sperimentare le sindache calabresi della tristemente archiviata stagione antimafia (Carmela Lanzetta in testa), la quinta colonna dei clan può stare negli uffici comunali così da assicurare il rapporto con i mafiosi chiunque vinca le elezioni. «I sindaci si sentono soli un po’ ovunque», sostiene Callipo. Vero anche questo. Federico Cafiero de Raho, per anni procuratore di Reggio e da poco capo della Procura nazionale antimafia, ha spiegato tempo fa da Lucia Annunziata le ragioni di una riforma, anche se in senso forse diverso da quello desiderato dai “ribelli”: «Bisogna andare oltre lo scioglimento, non possono bastare due anni col commissario ma nemmeno si può sospendere la democrazia. Dobbiamo pensare a percorsi che accompagnino gli organi elettivi con un sostegno statale». Il nuovo sindaco dovrebbe trovarsi accanto, da alleato, un inviato di Roma.

Nessuna lista per anni. Prospettiva non semplice in posti dove, contro lo Stato, per anni non si sono più presentate liste e i cittadini hanno smesso di votare. Nel 2007 Pietro Grasso, da procuratore antimafia, lo sintetizzò in una battuta amara: «In certi paesi come Africo, San Luca o Platì, è lo Stato che deve cercare di infiltrarsi». A Platì, dove infine si è tornati alle urne, si sono sfidati un parente del clan Barbaro e la figlia dell’ultimo sindaco «sciolto per mafia», la quale rivendicava a sua volta il diritto a non controllare parentele imbarazzanti in lista: «Discendo da un brigante, io!». Callipo sa bene che certe ventate «garantiste» possono gonfiare vele sbagliate: «Ma sbatteranno contro un muro. L’Anci Calabria e la maggioranza dei suoi sindaci sono contro la ‘ndrangheta». La Calabria è il luogo dove nulla è come appare, si sa. Infligge sorprese amare: come lo scioglimento di Marina di Gioiosa Ionica, retta da un sindaco vicino a “Libera”. E regala consolazioni perfino ingenue, come i reggini in fila in prefettura a firmare il «registro di cittadinanza consapevole contro la ‘ndrangheta»: proprio mentre la rivolta dei sindaci montava al piano di sopra.

Anci Calabria si unisce al coro di critiche contro lo strumento dello scioglimento dei comuni per mafia. Callipo annuncia l’istituzione di una commissione che elabori proposte di modifica della normativa e sottolinea la necessità di intervenire anche sul livello burocratico, scrive lunedì 4 dicembre 2017 "Lacnews24". Assume proporzioni sempre maggiori la sollevazione contro lo strumento dello scioglimento dei Comuni a causa di presunte infiltrazioni mafiose. Dopo la lettera inviata da 51 sindaci della Città metropolitana di Reggio Calabria al ministro Marco Minniti, per sollecitare un incontro sul tema, al coro di critiche si aggiunge ora il presidente di Anci Calabria, Gianluca Callipo, che annuncia l’istituzione di una commissione di studio, presieduta dal sindaco di Rende Marcello Manna, che possa elaborare e proporre modifiche alla normativa in vigore.

«La normativa che regola lo scioglimento dei Comuni per presunte infiltrazioni mafiose continua a mostrare enormi limiti – scrive Callipo in una nota -, con conseguenze così dirompenti sull’autonomia dei territori, che non possono essere più accettate come inevitabili effetti collaterali di uno strumento che oggi appare spesso incapace di perseguire gli scopi per i quali è stato pensato». 

Il numero uno dell’associazione dei Comuni calabresi si riferisce soprattutto a quelle amministrazioni sciolte più volte nel corso degli anni.

«Governo e Legislatore devono prendere atto che il meccanismo non funziona - continua -. Non si spiegherebbero altrimenti i ripetuti scioglimenti che in alcuni casi colpiscono lo stesso Comune due o tre volte consecutivamente, vanificando la partecipazione democratica dei cittadini alla vita delle proprie comunità. La semplice decisione di istituire una commissione di accesso agli atti diventa automaticamente una sentenza di condanna che porta immancabilmente allo scioglimento, come se tra le due cose ci fosse esclusivamente un nesso temporale, per il quale l’una segue l’altra sempre e comunque. A che serve, dunque, accedere agli atti, leggere le carte, indagare i meccanismi amministrativi, se poi l’esito è scontato sin dall’inizio?».

Callipo, inoltre, dice esplicitamente che puntare esclusivamente sulla politica non serva a molto: «Probabilmente eventuali infiltrazioni non si annidano esclusivamente nel livello politico, ma anche e soprattutto in quello burocratico. Ecco perché la normativa va cambiata, affinché diventi davvero efficace e costruttiva».

Per il presidente dell’Anci regionale, un altro elemento che deve indurre a un profondo ripensamento dell’impianto normativo è il fatto che spesso vegano colpiti dai decreti di scioglimento anche quei Comuni che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia, con sindaci che si sono esposti in prima persona in questa difficile battaglia. «Sindaci che il giorno prima vengono elevati ad esempio da seguire - afferma Callipo -, il giorno dopo possono essere mandati a casa con infamanti sospetti alieni alla loro storia personale e politica. Ovvio che il buon nome di qualcuno non possa essere garanzia assoluta di legalità, ma non può nemmeno essere calpestato alla prima occasione senza la cautela che alcune situazioni imporrebbero, quantomeno per non generare nei cittadini la falsa convinzione che della politica, tutta la politica, non ci si possa mai fidare».

Infine, il presidente di Anci Calabria richiama proprio la lettera inviata dalla maggioranza dei sindaci reggini al ministro Minniti.

«Condivido l’iniziativa – conclude Callipo -. L’Anci è al loro fianco nel sostenere una revisione della normativa che fughi tutti i dubbi e gli equivoci che oggi dominano questa delicatissima materia».

Bindi ha un’idea: le liste elettorali le fanno i pm, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 2 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Un appello al parlamento affinché «rafforzi» la tanto discussa legge Severino prima delle prossime elezioni politiche. A farsene portavoce è stata mercoledì scorso, in Aula, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi. Anche se la legislatura è agli sgoccioli, il testo di riforma della legge Severino «può essere portato alla discussione delle Camere, per l’esame da parte di tutti i gruppi parlamentari, affinché si giunga ad un indirizzo politico univoco su una materia tanto delicata», ha dichiarato Bindi. La modifica dovrebbe prevedere «la pubblicità dell’autocertificazione del candidato, con tutte le condanne e i processi in corso». Una sorta di casellario giudiziario alla mercè di chiunque che riguardi «non solo i procedimenti previsti attualmente dalla legge Severino ma qualunque altro processo che riguarda il profilo morale del candidato. Oggi, infatti, anche per condanne in primo grado per stupro, bancarotta o falso in bilancio, ma con meno di due anni di pena, una persona non è tecnicamente incandidabile». Togliendo la soglia dei due anni di pena ed includendo non solo i reati contro la pubblica amministrazione ma anche quelli riguardanti l’aspetto “morale”, la platea dei soggetti incandidabili si allargherebbe a dismisura. È sufficiente pensare al reato di diffamazione che, già ora spesso usato come una clava, verrebbe utilizzato ancora di più per estromettere dalla competizione elettorale avversari scomodi. «Come commissione Antimafia, noi potremmo avanzare anche le nostre proposte» per il rafforzamento della normativa vigente, ha aggiunto Bindi. Oltre alla citata «pubblicità», le altre novità che dovrebbero essere introdotte sono: l’obbligo dell’acquisizione tempestiva dei certificati penali e dei carichi pendenti, almeno nella provincia in cui si candida la persona; l’obbligo a carico del candidato di autocertificare tutte le condanne; la sospensione e la decadenza dalla carica nel caso in cui il candidato abbia mentito sull’autocertificazione; la riforma del casellario giudiziario e il rafforzamento dell’incandidabilità nei comuni sciolti per mafia. Ma oltre ad una stretta sulla legge Severino, Bindi ha avanzato una proposta ai partiti e movimenti politici affinché effettuino quelle scelte che «non possono essere imposte per legge ma proprio per questo più impegnative e responsabilizzanti davanti al Paese e al suo sfiduciato corpo elettorale». «Un nuovo ‘ codice di autoregolamentazione’ – ha proseguito Bindi – che traduca l’esigenza di contrastare il trasformismo politico e il rischio del voto di scambio politico mafioso, assicurando la selezione trasparente di una classe politica onesta e competente». Per la presidente dell’Antimafia «occorre un impegno affinché sia riposto il più elevato livello di attenzione da parte delle forze politiche nei confronti di propri candidati che risultino avere rapporti di contiguità o parentela con appartenenti alla criminalità organizzata anche di tipo mafioso o con altri soggetti che comunque risulterebbero ineleggibili, incandidabili o non rispondenti al codice di autoregolamentazione, ed, in particolar modo, se i candidati risultano privi di un autonomo consolidato percorso politico all’interno della formazione politica tale da ritenere che la candidatura possa essere un mezzo per aggirare le vigenti disposizioni di legge o per vanificare gli impegni del codice di autoregolamentazione».

Stato-mafia. 21 comuni commissariati in undici mesi, scrive il 24 novembre 2017 "Articolo tre". Nel 2017 sono 21 i Comuni sciolti per mafia in tutta Italia gli ultimi 5 sono stati sciolti il 22 novembre dal Consiglio dei Ministri, ed erano tutti in Calabria.  Gli ultimi cinque sono Lamezia Terme, Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica e Petronà. Si tratta di Comuni in cui sono state ravvisate interferenze da parte delle associazioni criminali: interferenze intese come infiltrazioni di presunti affiliati negli enti pubblici o di condizionamenti sull’attività degli enti stessi. In pratica come se un ipotetico “Stato della mafia” si sostituisse allo Stato vero e proprio (o si intrecciasse con esso, in quella sottile linea che a volte purtroppo li divide). Come dimenticare poi il caso di Ostia, che comune non è ma è più popolosa di molti di questi comuni. Gli altri che hanno fatto la stessa fine nel 2017 sono elencati sul sito Avviso Pubblico, che mette insieme le amministrazioni locali e pubblica documenti ufficiali del Ministero dell’Interno. Si tratta dei comuni di Scafati (Salerno, già sciolto nel 1993), Casavatore e Crispano (entrambi della provincia di Napoli, il secondo già sciolto nel 2005), Parabita (Lecce), Lavagna (Genova), Borgetto (Palermo, che al momento era affidato ad un commissario straordinario a causa delle dimissioni rassegnate dalla quasi totalità dei consiglieri), San Felice a Cancello (Caserta), Gioia Tauro (già sciolto nel 2003 e 2008), Canolo, Bova Marina (già sciolto nel 2012) e Laureana di Borrello (questi ultimi tre in provincia di Reggio Calabria), Castelvetrano (Trapani), Sorbo San Basile (Catanzaro), Cropani (Catanzaro), Brancaleone (Reggio Calabria) e Valenzano (Bari). Gravi condizionamenti da parte della criminalità organizzata, con pesanti riflessi sull’attività degli enti: questa la motivazione alla base del provvedimento col quale il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha sciolto ben cinque Comuni calabresi: Lamezia Terme, Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica e Petronà. Una “ecatombe” che conferma la pesante influenza che la ‘ndrangheta esercita in molti Comuni calabresi per condizionarne l’attività ed accaparrarsi appalti e commesse. La proposta del ministro Minniti é stata fatta sulla base delle relazioni redatte delle Commissioni d’accesso nominate dai Prefetti delle tre province in cui ricadono i Comuni sciolti, Catanzaro (Lamezia e Petronà), Cosenza (Cassano allo Jonio), Crotone (Isola Capo Rizzuto) e Reggio Calabria (Marina di Gioiosa Jonica). Il lavoro delle Commissioni si era concluso nelle settimane scorse con la proposta di scioglimento rivolta ai Prefetti, che l’avevano poi trasmessa al Ministro dell’Interno. Il Comune più importante tra quelli sciolti é quello di Lamezia Terme, che con i suoi oltre 70 mila abitanti é la terza città per popolazione della Calabria dopo Reggio e Catanzaro. Per Lamezia, tra l’altro, é il terzo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose dopo quelli del 1991 e del 2002. L’accesso antimafia nel Comune di Lamezia che ha portato allo scioglimento deciso stasera era stato disposto dal prefetto di Catanzaro, Luisa Latella, su delega del Ministro dell’Interno, Marco Minniti, il 9 giugno scorso. La decisione seguì solo di pochi giorni un’operazione contro la ‘ndrangheta, denominata “Crisalide”, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri, che portò a decine di arresti. Nell’inchiesta vennero indagati in stato di libertà, tra gli altri, il vicepresidente del Consiglio comunale, Giuseppe Paladino, poi dimessosi dalla carica, e Pasqualino Ruberto. Quest’ultimo, che fu candidato a sindaco in occasione delle amministrative del 2015, era stato sospeso dalla carica di consigliere comunale dal Prefetto di Catanzaro dopo essere stato arrestato nel febbraio scorso in un’altra operazione della Dda, denominata “Robin Hood”, riguardante il presunto utilizzo illecito dei fondi comunitari destinati alle famiglie bisognose. Fondi che, in realtà, sarebbero stati utilizzati, secondo l’accusa, per altri scopi, anche col contributo di presunti affiliati a cosche di ‘ndrangheta lametine. La Giunta comunale che é decaduta in seguito allo scioglimento deciso oggi era guidata da Paolo Mascaro, alla guida di una coalizione di centrodestra. Anche per il Comune di Isola Capo Rizzuto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non rappresenta un fatto nuovo. Un analogo provvedimento, infatti, era stato adottato nel 2003. A Cassano allo Jonio, appena lunedì scorso, era stata consegnata al sindaco, Gianni Papasso, del centrosinistra, una villa confiscata nel 2010 ad un presunto boss della ‘ndrangheta, Vincenzo Forastefano. L’intenzione del sindaco era di realizzare nella villa un centro "Dopo di noi", una struttura cioé in cui accogliere i ragazzi portatori di handicap che restano soli dopo la morte dei genitori.

Così i commissari devastano i comuni italiani, scrive Simona Musco il 24 Novembre 2017 su "Il Dubbio". La denuncia dei sindaci “licenziati” dal ministro dell’Interno Minniti: «Sono incompetenti, non sanno amministrare e hanno svuotato le casse». Cinque comuni sciolti per mafia e commissariati in un giorno solo. Tutti e cinque in Calabria. Si tratta di Lamezia, Cassano allo Ionio, Petronà, Isola Capo Rizzuto e Marina di Gioiosa. E proprio da qui, dal paesino della Locride, si leva la voce di Domenico Vestito, il sindaco “licenziato” da Minniti e sostituito dai prefetti: «Quando sono stato eletto il lavoro dei commissari prefettizi era appena finito ed ho trovato un comune devastato, desertificato: le casse erano vuote, il canone idrico era riscosso al 5 per cento, la tassa sui rifiuti al 18 percento. Che vuol dire? Che nessuno pagava i tributi coi commissari». E ancora: «Ho scritto per un anno al prefetto e non ho mai ricevuto risposta», racconta il sindaco. Ma non solo. Parla degli abusi edilizi, quasi tutti scovati dalla precedente amministrazione ma mai sanati. «La commissione non ha fatto nemmeno un mutuo per demolire i beni abusivi, cosa che invece abbiamo fatto noi – spiega ancora -. Ed erano più le volte in cui il Comune era chiuso al pubblico che quelle in cui era aperto». «I commissari hanno rovinato il Comune. Perché sarebbero migliori di noi?». Domenico Vestito era alla guida di Marina di Gioiosa, in provincia di Reggio Calabria, da quattro anni quando l’altro ieri la scure del ministro dell’Interno Marco Minniti lo ha “licenziato”. Marina di Gioiosa è l’ennesima amministrazione calabrese sciolta per infiltrazioni mafiose, un editto che non lascia scampo a nessuno. Nemmeno al sindaco Vestito, il giovane avvocato che ha preso in mano l’ente dopo due anni e mezzo di commissariamento. Allora i funzionari erano arrivati dopo l’arresto di sindaco e giunta, tutti arrestati e poi assolti.

E quando Vestito prese il posto dei funzionari, racconta oggi al Dubbio, quello che trovò dopo la gestione commissariale, era un deserto. Beni confiscati non utilizzati, immobili abusivi mai abbattuti, tasse non riscosse. E, soprattutto, tante spese, che hanno lasciato le casse vuote. «Un disastro», certifica Vestito, che denuncia l’inerzia dei commissari. «La macchina amministrativa, elemento cardine degli enti locali – spiega -, era identica a quella dell’amministrazione sciolta, quindi la commissione non riteneva di dover fare nessun cambiamento. Al mio arrivo, dunque, ho utilizzato gli stessi funzionari». Gli uffici non sono mai cambiati, le regole però sì, dice il sindaco. Che si era ritrovato in mano un Comune pronto a crollare. «Le casse erano vuote, il canone idrico era riscosso al 5 per cento, la tassa sui rifiuti al 18 percento. Che vuol dire? Che nessuno pagava i tributi coi commissari», dice. Ma l’episodio chiave è la vicenda della caserma dei carabinieri, rilegata in due stanzette nei locali della ferrovia ma alla quale era destinato un palazzo confiscato al clan Aquino, che, all’arrivo della giunta Vestito, «era lì, abbandonato – racconta -. Mi sono mosso assieme al viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, recuperando un milione e 200mila euro». A disposizione ci sono ora tre milioni in totale ma tutto è fermo. Non c’è un appalto, c’è solo il progetto esecutivo e un nodo burocratico che nessuno scioglie. «Tocca al provveditorato alle opere pubbliche fare il prossimo passo ma è tutto fermo. Ho scritto per un anno al prefetto e non ho mai ricevuto risposta», dice il sindaco. Ma non solo. Parla degli abusi edilizi, quasi tutti scovati dalla precedente amministrazione ma mai sanati. «La commissione non ha fatto nemmeno un mutuo per demolire i beni abusivi, cosa che invece abbiamo fatto noi – spiega ancora -. Ed erano più le volte in cui il Comune era chiuso al pubblico che quelle in cui era aperto». Vestito non ha paura di parlare anche delle spese compiute dai tre commissari, verificabili attraverso i bilanci del periodo di gestione dell’ente. «Al mio arrivo ho trovato 30 utenze cellulari attive. Noi ne abbiamo lasciate quattro ai vigili urbani – racconta Vestito -. C’erano rimborsi per qualsiasi cosa: alloggiavano in hotel a Siderno ( a meno di 7 chilometri da Marina di Gioiosa, ndr) e veniva rimborsato anche il viaggio da lì. Ogni spostamento, le cene: tutto pagato dai contribuenti. Noi, invece, abbiamo tagliato le indennità e non abbiamo mai percepito un euro per missioni o rimborsi». A guidare la triade, inoltre, un ex prefetto, Fausto Gianni, condannato dalla Corte dei conti a pagare quasi un milione e mezzo di euro, racconta il sindaco. «Quando era vice capo del Sisde – nel 1992 – per l’acquisto di un fabbricato da destinare a sede del servizio segreto, che sarebbe avvenuto con fondi in nero. Perché loro erano adatti ad amministrare un Comune e noi no?», si chiede allora l’avvocato. Che emette una sentenza negativa sui commissariamenti, un sistema assolutamente sfilacciato. «Ho trovato incarichi assegnati a caso, aree vuote e l’ente senza avvocato e senza segretario», aggiunge. Il primo cittadino ha già annunciato ricorso con ogni mezzo contro il commissariamento. L’impressione è quella di un accanimento, mentre i sindaci intimiditi nella Locride rimangono soli, senza alcun colpevole per i troppi atti intimidatori che nei mesi scorsi hanno messo a ferro e fuoco la zona. «Se ci sono infiltrazioni mi devono dire chi si è infiltrato. Non abbiamo parentele scomode, né frequentazioni, nessun personaggio border line, solo gente che si spacca la schiena. Abbiamo avvertito pressioni, sì, ma in termini di calunnie – aggiunge -. Abbiamo detto dei no molto fermi, non abbiamo avuto paura di fare nomi e stavamo progettando l’utilizzo dei beni confiscati». La delusione è tanta. Soprattutto, dice Vestito, per il tradimento consumato nei confronti dei cittadini. «Oggi è stata uccisa la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e la gente non crederà più a nulla – commenta -, tanto che nessuno sarà più disposto a candidarsi per rischiare di essere vilipeso in questo modo». E cita Corrado Alvaro: «I cittadini – conclude si stanno rendendo conto che essere onesti è perfettamente inutile».

La solidarietà di Ammendolia a Vestito e alle amministrazioni sciolte per mafia, scrive il 23 novembre 2017 "Ciavula". Riceviamo e pubblichiamo: L’associazione “22 ottobre” guarda con estrema preoccupazione al devastante attacco contro la democrazia e le garanzie costituzionali in atto in Calabria. Si colloca “senza se e senza ma” a fianco dei sindaci e delle Paesi colpiti da una legge illiberale e liberticida che ha procurato tanti danni nei luoghi in cui ha trovato applicazione. Sostituire 5 consigli comunali democraticamente eletti con funzionari di prefettura costituisce oggettivamente -ed aldilà delle competenze dei singoli commissari- un atto grave. Il fatto poi che gli scioglimenti avvengano soprattutto in Calabria, ed in particolare nella Locride dipende dal fatto che- col passare degli anni, s’è introdotto il concetto di “territori pericolosi” riferito alle zone particolarmente oppresse dalla ndrangheta e da uno “Stato” ingiusto e “separato” dai comuni cittadini. La storia di questi anni dimostra che non è questa la strada per sconfiggere la ndrangheta perché dopo ogni scioglimento si creano le condizioni per quello successivo. Inoltre, dopo ogni gestione commissariale i paesi risultano più scoraggiati e rassegnati che in precedenza. Si punta ad una repressione irrazionale per nascondere l’assenza di una qualsiasi strategia tesa a dare risposte ai problemi della Calabria. Iniziando dalla lotta all’esclusione sociale e all’emarginazione, alla tutela della pari dignità della persona umana. Non è sufficiente esprimere la solidarietà ai sindaci ed ai paesi colpiti. Il problema è politico ed è su questo terreno che bisogna dare una risposta adeguata. Occorre che tutti i cittadini di in particolare ciò che resta del tessuto democratico, e di quanti si sentono legati alla Costituzione siano consapevoli della partita che si sta giocando. Occorre mettere da parte ogni viltà. In gioco ci sono i destini della Calabria, della democrazia e della libertà dei singoli cittadini. La repressione irrazionale scoraggia i cittadini più motivati, disinteressati e consapevoli dalla partecipazione alla vita politica, aprendo la strada ad avventurieri e collusi di ogni risma. Nella Locride si svolge la partita più delicata. Non è normale che nel comune più grande del comprensorio- Siderno- operi, per la seconda volta in pochi anni, una commissione di accesso ed ancora meno il fatto che si sciolga il consiglio comunale di Marina di Gioiosa da poco uscito da un precedente commissariamento. Solidarietà al sindaco Vestito ed all’intera comunità di Marina. Lo abbiamo già fatto durante il precedente scioglimento nonostante fossero in carcere (da innocenti) gli amministratori di allora. Lo ribadiamo oggi. Non siamo canne al vento, ma in tutti questi anni, aldilà delle persone coinvolte, siamo stati sempre sul terreno della difesa della democrazia e per la difesa dello Stato di diritto. Convinti in questo modo di essere coerenti con quanti si sono battuti, hanno subito carcere e sono morti per dare all’Italia la Repubblica democratica fondata sulla Costituzione. Ci troviamo dinanzi al completo fallimento della teatrale strategia “antindrangheta” e per questo non si possono escludere pericolosi colpi di coda tesi a creare confusione ed allarmismo sociale. Una prima e forte risposta, può e deve essere data il primo dicembre alla nostra iniziativa che ha come tema “Meridionali e non criminali “. Iniziativa che si svolgerà presso l’Hotel President di Siderno alle ore 17 sarà presieduta dal giudice Mario Filocamo con la partecipazione di Giampaolo Catanzariti, Mimmo Gangemi, Ciccio Riccio ed altri mentre le conclusioni saranno tratte da Pino Aprile. La partecipazione in massa, molto più delle parole, sarà la nostra migliore risposta. Il coordinamento Ilario Ammnedolia.

Cinque brutte notizie per la democrazia, scrive il 23 novembre 2017 Paolo Pollichieni su "L’Altro Corriere". Il Consiglio dei ministri, facendo proprie le conclusioni del ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha decretato lo scioglimento di cinque consigli comunali per sospette infiltrazioni da parte della criminalità mafiosa. Tutti e cinque appartengono al territorio calabrese e tre di questi hanno già conosciuto l’onta di uno scioglimento per infiltrazioni mafiose. Isola Capo Rizzuto e Marina di Gioiosa Ionica, infatti, sono al secondo scioglimento nel giro di un decennio. Lamezia Terme vanta il triste primato di vedere sciolta la sua assemblea civica per la terza volta. Desta sorpresa, rispetto ai rumors della vigilia, la decisione riguardante Marina di Gioiosa Ionica, retta da un giovane sindaco componente il direttivo di “Avviso pubblico” (si dimise all’indomani dell’arrivo della commissione d’accesso) e composta, per la sua quasi totalità da giovani e da professionisti che non avevano mai ricoperto in precedenza alcun incarico pubblico. In precedenza lo scioglimento si era retto su una base quanto meno più consistente: l’arresto del sindaco (poi assolto con formula piena) e di alcuni assessori dell’epoca per concorso esterno in associazione mafiosa. Scaturì da quella vicenda giudiziaria la scelta di molti cittadini di mettere insieme una lista civica che risollevasse le sorti, e il morale, di una cittadina che si ritrovava a subire i colpi di due casati mafiosi e nel contempo anche la bocciatura sul piano della democrazia partecipata. Difficile ipotizzare adesso chi avrà voglia più di impegnarsi nella gestione della cosa pubblica comunale. Sorprende anche la decisione di sciogliere Cassano Allo Jonio, anche se in quella realtà le cosche il tentativo di condizionare le scelte dell’amministrazione comunale lo dispiegarono mettendo in atto una serie di intimidazioni contro il sindaco e i suoi più stretti collaboratori. Ultimo in ordine di tempo quello in danno del segretario comunale, consumato mentre era in corso la seduta del Consiglio comunale, il 22 ottobre scorso. A Cassano dello Jonio, per quel che se ne sa in attesa di leggere le motivazioni del provvedimento, più che gli amministratori sono finiti nel mirino della commissione d’accesso importanti pezzi della burocrazia comunale. E questo introduce una riflessione che riprenderemo in seguito, posto che l’attuale norma colpisce la gestione politica ma non intacca minimamente la struttura degli uffici comunali, anche laddove emergono segni evidenti di collegamento tra impiegati e uomini della ’ndrangheta. Nessuna sorpresa, invece, per Isola Capo Rizzuto, il cui scioglimento trae origine dagli arresti seguiti all’operazione “Jonny”, condotta dalla Dda di Catanzaro contro la cosca Arena e che aveva tra gli indagati un consigliere comunale, Pasquale Poerio, finito in carcere, e anche il sindaco Gianluca Bruno eletto nel maggio 2013. Del resto quella indagine spinse il ministro degli Interni ad assumere direttamente la decisione di inviare una commissione d’accesso, posto che la stessa Prefettura di Crotone appariva coinvolta nell’inchiesta giudiziaria, ragione per la quale gli ispettori ministeriali sono stati spediti anche presso quella Prefettura per controllarne l’operato negli ultimi anni. Anche su Petronà a far pendere la bilancia dalla parte dello scioglimento saranno i rapporti di parentela che legano alcuni amministratori ad esponenti locali della ‘ndrangheta. Infine, Lamezia Terme. È il caso più lacerante, perché quella che resta la terza città calabrese per abitanti e il baricentro geo-politico della Calabria appare come una realtà quasi irredimibile, in presenza di un terzo scioglimento per mafia. Vale anche il contrario: Lamezia rischia di rappresentare la plastica dimostrazione di come sciogliere un Comune non produce la bonifica della pubblica amministrazione né una prospettiva di globale risanamento di quella realtà. Va anche detto, tuttavia, che a questo terzo scioglimento Lamezia ci arriva dopo un periodo di grande instabilità politica, come dimostra il forsennato turnover di una giunta comunale che in due anni ha visto uscire di scena ben otto assessori e ha registrato le dimissioni di tre vicesindaco. Un dato che molti, a iniziare dal focoso sindaco Paolo Mascaro, omettono di spiegare se non addirittura di ricordare. Sul punto rubiamo la riflessione che un profondo conoscitore della realtà lametina (l’ex parlamentare Italo Reale) ha scritto nei giorni scorsi, dopo avere sottolineato che l’ennesimo scioglimento sarebbe stata una iattura proprio perché condannava a una sorta di irredimibilità l’intero tessuto civico lametino. «Detto questo – scrive Reale – devo aggiungere che il sindaco sta lavorando, con grande passione, per arrivare allo scioglimento visto che non ha controllato le sue liste, permettendo le infiltrazioni che oggi paghiamo, ha tenuto alla presidenza del Consiglio un eletto il cui risultato potrebbe essere stato condizionato dall’acquisto di voti, un vicepresidente coinvolto in un processo di mafia, non ha spinto alle dimissioni chi poteva essere sospettato di collusioni, non ha accolto la richiesta del centrosinistra di una giunta autorevole al di sopra di ogni sospetto (facendoci assistere alle dimissioni periodiche dei suoi assessori) e con le modifiche che intendeva portare al Piano strutturale ha riaperto la polemica e i sospetti di favoritismi (se non di più) – che si accompagnano a decisioni con cui si trasformano decine di ettari da agricolo a edificabile. Ma soprattutto, ripetendo un errore già visto, il sindaco – conclude Reale – litiga con le istituzioni quotidianamente e non sfugge alla tentazione di buttarla in politica peggiorando una situazione delicatissima». Ciò detto, resta sul tavolo l’emergenza più grave, riguarda il restringimento progressivo di ogni spazio di agibilità democratica, in una regione che già è piagata da un crescente abbandono dell’esercizio di voto e da un altrettanto crescente rifiuto di impegnarsi nell’elettorato attivo da parte di professionisti, giovani, esponenti dell’imprenditoria e quanti sarebbero portatori di un sano interesse per il bene comune. Fenomeni, questi di fuga dall’impegno civico, giunti a un tale livello di guardia da spingere la Chiesa calabrese a riprendere l’iniziativa di un richiamo dei cattolici alla vita politica, ipotizzando, come ha fatto monsignor Bertolone che guida la Conferenza episcopale calabra, il “peccato di omissione” per quanti decidono di non prendere parte alla vita politica della comunità. In questo contesto molti hanno colpe che cominciano a diventare imperdonabili. I partiti, certamente, visto che ormai sono settari e dediti alla cooptazione. E i baronetti locali, pronti a chiudere gli occhi e tappare il naso davanti alle piccole convenienze proprie, salvo poi ammantarsi di un “mandato popolare” che nella maggior parte dei casi è frutto di clientela e che resta, in ogni caso, espressione di una piccola parte del corpo elettorale, visto che i voti espressi non superano il 46% e quelli validi scendo di altri undici punti in percentuale e vanno suddivisi anche tra quanti partecipano alla competizione elettorale senza vincerla. Le associazioni di categoria, incapaci di sedere al tavolo con chi governa mantenendo la schiena diritta ed evitando accordi clandestini quando non inconfessabili. Il mondo dell’informazione, che ormai scorrazza in una giungla selvaggia e senza regole: non sarà un caso se la Regione Calabria resta l’unica senza una legge per l’editoria e questo nel silenzio complice di tutti, a cominciare dai diretti interessati. Ma se queste sono le “colpe” in loco, non meno gravi residuano quelle più generali dovute a una legislazione superata e poco coerente con gli obiettivi che erano stati posti, in uno con un sistema di gestione da parte delle Prefetture sia delle procedure di accesso ai comuni, sia di gestione di quelli sciolti per supposte gravi infiltrazioni mafiose. Un tavolo tecnico su questo andrebbe aperto e con urgenza. Troppi “incidenti” stanno caratterizzando l’operato delle prefetture e troppi svarioni amministrativi restano a inquinare il campo dopo che i commissari lasciano i comuni commissariati. Probabilmente sarebbe utile a tutti se le associazioni dei comuni, invece di strumentalizzare, nel bene e nel male, singoli episodi, si impegnassero a realizzare un “libro bianco” da consegnare al primo ministro e al ministro dell’Interno. In questo potrebbero confluire i casi di comuni che nelle identiche condizioni vengono trattati con metro di giudizio diametralmente opposto. Quelli, numerosissimi, di assunzione o promozione sul campo di dipendenti comunali che, una volta ereditati dai nuovi amministratori si “scopre” essere parenti di mafiosi o mafiosi essi stessi. Il ricorso, per appalti e servizi, di ditte e imprese che si aggiudicano i lavori durante la gestione commissariale e poi vengono raggiunti da interdittiva mentre li eseguono in presenza dei nuovi amministratori eletti. Pietro Fuda, sindaco di Siderno, dopo un primo scioglimento per mafia di quel Comune, oggi anch’esso alle prese con l’arrivo di una commissione d’accesso, in conferenza stampa, rendendo omaggio alla sua proverbiale minuziosità, ha tirato fuori il provvedimento con il quale una società di riscossione era stata allontanata dal Comune su sua iniziativa, seguiva un ricorso al Tar, vinto dal Comune di Siderno, ma seguiva anche una inchiesta giudiziaria che faceva luce sull’opera truffaldina consumata da quella società di riscossione anche in danno di moltissimi comuni precipitati, conseguentemente, nel baratro del dissesto finanziario. Ad aprire le porte del Comune di Siderno a tale società, era stata proprio la triade commissariale insediata dopo lo scioglimento. La stessa società otteneva altrettante convenzioni in diversi Comuni, tutte firmate dai commissari prefettizi che, in molti casi, erano gli stessi che operarono a Siderno. Banali coincidenze? Sicuramente è così ma, visto che una ispezione non si nega a nessuno, forse sarebbe il caso che il ministero dell’Interno approfondisse la questione sollevata. Anche perché per sciogliere un’amministrazione comunale in molti casi basta pochissimo, visto che c’è una parolina, nel corpo della legge, che spalanca le porte a ogni interpretazione soggettiva. Il riferimento è al passaggio che indica come possibile causa di scioglimento il condizionamento degli amministratori «in maniera diretta o indiretta». Hanno insegnato che è proprio nelle pieghe dei dettagli che si annida il demonio, ecco: quella parolina, «indiretta», consente di estendere a qualsivoglia soggetto locale il rigore dello scioglimento. Laddove, poi, anche il reiterare atti intimidatori può rappresentare un modo “indiretto” di condizionare le scelte di un amministratore pubblico.

Scioglimento consigli comunali: possiamo continuare così? Scrive il 23 novembre 2017 Antonio Larosa su "Ciavula". Una premessa introduttiva, che s’impone in modo perentorio: non abbiamo nè le informazioni nè le competenze per contestare – nel merito e non per partito preso – un provvedimento così delicato come lo scioglimento di un consiglio comunale per accertate infiltrazioni di tipo mafioso. Lo vogliamo dire in modo forte e trasparente: bisogna rispettare il lavoro delle autorità preposte, e la prima forma di rispetto è evitare di ciarlare inutilmente senza nemmeno aver letto le effettive motivazioni di un atto di legge. Ciò detto e premesso, rivendichiamo comunque la libertà di muovere qualche dubbio e qualche perplessità sullo scioglimento del consiglio comunale di Marina di Gioiosa Ionica. Più in generale, in ogni caso, è proprio lo scioglimento per mafia come mezzo operativo a convincere sempre meno. Vi è innanzitutto, da parte nostra e di tanti pezzi di opinione pubblica locale, l’incredulità connessa alla figura del Sindaco Domenico Vestito e della sua compagine amministrativa: in questi anni di governo di Marina di Gioiosa Ionica, abbiamo avuto modo di conoscere una squadra di amministratori vogliosa, sinceramente impegnata nel riscatto della propria cittadina, lungimirante nell’immaginare una pratica di governo incentrata su promozione culturale, tutela dei beni comuni e partecipazione democratica. Ci è personalmente difficile immaginare che l’amministrazione comunale possa essere collusa – direttamente o indirettamente – con le forze criminali che ammorbano il territorio. Domenico Vestito Vi è, successivamente, una valutazione di più ampio respiro sullo strumento dello scioglimento per mafia dei consigli comunali: l’utilizzo del quale strumento, continuiamo a scrivere in schiettezza e a voce alta, è diventato così assiduo e così puntuale da rischiare di svilirne quasi il senso. Proviamo a spiegarci meglio, maneggiando le parole con grandissima cautela. Il primo problema da indagare è quello della legittimità democratica. Un consiglio comunale è eletto in libere elezioni, è espressione del consenso dei cittadini: prima di intervenire con atti di polizia che ne decretino forzatamente la cessazione di legge, bisogna misurare accuratamente fatti e situazioni e verificare con la massima certezza che quelle infiltrazioni effettivamente vi siano e rappresentino impedimento al fisiologico divenire di un’amministrazione comunale. Non sempre, francamente, questa “delicatezza” di valutazione è stata messa in campo dalle autorità prefettizie e governative. E vi è anche il rischio dell’abuso di uno strumento che rimane di valutazione quasi poliziesca, il rischio di un governo democratico che può sempre conoscere fasi e situazioni di degenerazione derivanti anche dall’eccesso di potere riconosciutogli per legge. Il secondo problema è quello della “consistenza”, se così ci è lecito dire, della legge attualmente in vigore. In territori dalla forte presenza mafiosa (e i nostri lo sono indiscutibilmente), la pervasività ossessiva della criminalità organizzata spesso è di difficile contrasto frontale, necessitando di tempi e strumenti che vadano oltre un mero schema divisivo fra buoni e cattivi. Più prosaicamente, potremmo dire che un’amministrazione democratica necessita anche del giusto spazio fisico e temporale per individuare le pratiche di infiltrazione, i funzionari collusi, le scelte operative da compiere: il conclamato radicamento criminale, che si camuffa e si sovrappone anche con le parti sane della società, non deve essere motivo ulteriore di scioglimento (come pure la prassi degli ultimi anni lascia intravedere, con un’interpretazione di determinismo geografico-mafioso che ci sentiamo di respingere), al contrario si impongono modalità meno manichee e più persistenti di un atto d’imperio governativo (come lo scioglimento decretato da Roma). Il terzo problema che ci interessa sottolineare è invece connesso all’efficacia degli scioglimenti e dei commissariamenti conseguenti. Qui, ci soccorre direttamente la scelta compiuta dal Ministro Minniti nella riunione di consiglio dei ministri di ieri pomeriggio: Lamezia Terme sciolta per la terza volta in pochi anni, Marina di Gioiosa Ionica invece per la seconda volta. Ergo: i precedenti commissariamenti non hanno prodotto alcun risultato tangibile, mancando clamorosamente l’obiettivo di “ripulire” la macchina burocratica dei comuni interessati o di ripristinare un normale gioco democratico all’interno dello scenario politico-amministrativo locale. Torna, per altra via, la questione sopra riportata della “consistenza” della legge: davvero, un commissariamento forzato è in grado di garantire un contrasto più lungimirante alla presenza mafiosa eventualmente appurata? davvero, qualche commissario, calato dall’alto e senza legame alcuno con la società locale, può ricostruire le condizioni politiche e amministrative per restituire una comunità alla sua piena funzionalità democratica? Il Palazzo Municipale di Marina di Gioiosa Ionica Il rischio che stiamo correndo – ed è un rischio molto grave – è di triplice natura: da una parte, garantire alla criminalità organizzata una possibilità sempre più concreta di dissimularsi e di inabissarsi (se tutto è mafia, se tutto è colluso, in realtà va a finire che non lo è nulla); dall’altra, distruggere ogni fiducia nella partecipazione politica e nel gioco democratico (a cosa serve candidarsi alle elezioni comunali se poi basta un rapporto prefettizio perchè le elezioni vengano cancellate con un tratto di penna?); dall’altra ancora, produrre un pesantissimo danno di patrimonio simbolico e materiale (i continui scioglimenti infiacchiscono ulteriormente un’economia cittadina di per sè già flebilissima, oscurando qualsiasi ipotesi di attrattività turistica o di investimenti produttivi e accrescendo il risentimento popolare verso le forze istituzionali). Qualunque sia l’angolo di visuale prescelto per affrontare la questione, diventa sempre più impellente discuterne pubblicamente, magari provando a mettere in cantiere un doveroso aggiornamento delle misure normative attualmente in vigore.  

Lamezia Terme, comune sciolto per la terza volta. Cittadini: “Non ce lo meritiamo, non mafia ma atto politico”, scrive Lucio Musolino il 24 novembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". “Noi abbiamo massacrato il prestigio delle cosche con fatti veri e concreti che devono essere considerati quando si massacra il diritto costituzionale di una comunità di essere rappresentata da chi ha scelto quale sua guida. Questo è inaccettabile per una Nazione che asserisce di essere democratica”. Sulle note de “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano e della canzone “Un senso” di Vasco Rossi, ieri è stato il giorno di Paolo Mascaro, il sindaco di Lamezia Terme, uno dei cinque comuni calabresi sciolto per mafia. Per la cittadina, in provincia di Catanzaro, è la terza volta in 26 anni che subisce l’onta dello scioglimento per i condizionamenti della ‘ndrangheta. Al centro del provvedimento, disposto dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, c’è l’operazione “Crisalide” nell’ambito della quale nei mesi scorsi sono emersi i contatti tra alcuni affiliati alle cosche e qualche politici locali. “Avevo chiesto di essere dai ascoltato commissari – spiega il sindaco di centrodestra, durante il suo comizio – Questa richiesta è rimasta disattesa. Questa è l’antitesi dello stato di diritto e della democrazia. L’ho chiesto anche al ministro per difendere la mia terra. Si capisce che quando non si vuole ascoltare è perché la decisione deve essere presa in un certo modo. Quando avremo le motivazioni, dimostrerò in un giorno che non esiste un atto che si possa dire condizionato dalla criminalità. Per Lamezia siamo pronti a dare anche la nostra vita”. A margine dell’incontro, molti cittadini hanno difeso il sindaco Mascaro. “Non ha gruppi di potere alle spalle e si divertono”. “È uno schifo perché Mascaro stava dando l’anima per la nostra città”. “I figli dei lametini non meritano tutto questo”. “È tutta una cosa politica”. Qualche ora prima, sullo scioglimento del Comune di Lamezia Terme era intervenuto anche il presidente della Regione Mario Oliverio secondo cui “la ‘ndrangheta non ha mai smesso di tendere a condizionare e ad infiltrarsi nelle istituzioni. Lavorare in Calabria è molto più difficile che in Veneto o in Piemonte”. Chi è stato sindaco per due mandati a Lamezia Terme è Giannetto Speranza. Appena eletto, le cosche hanno incendiato il portone del Comune e lui è finito per tre anni sotto scorta: “Provo un sentimento di tristezza perché ho investito dieci anni della mia vita perché volevo riscattare Lamezia, il suo nome e la sua comunità. È molto difficile fare il sindaco in una città come questo”. Ripartire? “Me lo auguro con tutto il cuore che ci siano energie, coesione, concordia e rispetto ognuno dell’altro”.

Cassano allo Jonio tra i Comuni sciolti per mafia, il sindaco: "Per cacciarmi hanno utilizzato lo Stato", scrive Giovedì, 23 Novembre 2017, "Il Dispaccio". "Ci sono riusciti: dopo i dossier, le infamie, le trappole, dopo la persecuzione e la crocifissione, i miei avversari ed oppositori esultano: sono stato 'cacciato' nuovamente dal Comune. E questa volta per farlo hanno utilizzato lo Stato". Lo scrive in un post su facebook Gianni Papasso, sindaco di Cassano allo Jonio, uno dei cinque Comuni calabresi sciolti ieri dal Consiglio dei Ministri per condizionamenti della criminalità organizzata. "Pur di eliminarmi - aggiunge Papasso - hanno fatto in modo di far sciogliere il Consiglio comunale per mafia. Una gravissima offesa e umiliazione per la città. Sono prevalsi interessi palesi e occulti. E' stata commessa una gravissima ingiustizia non solo nei miei confronti ma, soprattutto, nei confronti dell'intera popolazione di Cassano/Sibari. Siamo stati sempre dalla parte della giustizia, della trasparenza e della legalità. La mafia l'abbiamo combattuta con determinazione e con azioni concrete. Siamo stati vittima dei delinquenti e di quelli che non vogliono il progresso della città. La nostra coscienza è pulita e trasparente. Continueremo a camminare a testa alta". "Non è finita qui, comunque. Ci difenderemo - aggiunge il sindaco di Cassano - in tutte le sedi, con la forza, l'abnegazione e la passione con cui abbiamo amministrato il Comune. Ci difenderemo fino alla morte!".

Comune sciolto per mafia non significa che tutti i suoi cittadini sono mafiosi, scrive il 23 novembre 2017 On. Enza Bruno Bossio su "Dire". Appena sono entrata nella Commissione parlamentare antimafia mi sono posta il problema di conoscere la procedura sugli scioglimenti dei Comuni (ieri sono stati sciolti Lamezia, Cassano allo Ionio, Marina di Gioiosa Jonica, Isola Capo Rizzuto e Petronà) che è collegato al Tuel (testo unico enti locali, ndr). Volevo capire come avvenisse. La prima questione da chiarire è che lo scioglimento di un Comune per mafia non è un atto penale, ma amministrativo. Viene sciolto alla luce di atti amministrativi scorretti. Tant’è che quando si fa ricorso a questo atto ci si rivolge al Tar. Ci sono stati alcuni casi di ricorsi al Tar andati a buon fine, penso a quello di Amantea (CS), sul quale il Ministero dell’Interno ha dovuto pagare non pochi soldi per questo episodio. Per cui fare il collegamento: comune sciolto per mafia e quindi tutti gli amministratori sono mafiosi, tutti i cittadini sono mafiosi, non va bene. Ci sono degli atti amministrativi che, prima la Commissione d’accesso, il Comitato per la sicurezza, il Prefetto e poi il Ministro decidono di portare a compimento per questa decisione. In questo senso mi è sembrata un po’ irrituale la dichiarazione della presidente della Commissione antimafia Bindi perché la documentazione sulla proposta di scioglimento non può arrivare in Commissione, prima che il Consiglio dei ministri prenda la decisione sullo scioglimento. E quindi nessuno di noi ha la possibilità di accedere a nessun documento ufficiale. Ora dobbiamo capire bene e leggere le carte, cosa che farò per ciascun Comune interessato. L’unica cosa che voglio dire con certezza ancor prima di aver letto le carte, poiché conosco Papasso personalmente, che il sindaco di Cassano allo Ionio è una persona perbene. On. Enza Bruno Bossio.

SCIOGLIMENTO COMUNI, L’OPINIONE DI PIETRO SERGI DI SINISTRA ITALIANA, scrive il 23 novembre 2017 "Ciavula". Riceviamo e pubblichiamo: Il dovere dello Stato di promuovere, tutelare ed incoraggiare chi vuole amministrare onestamente. Altri consigli comunali sciolti, altri presidi di Democrazia che spariscono! Non entro nelle vicende giudiziarie, non mi competono e dico solo: quelle facciano il loro corso. Io punto il dito su un altro aspetto: le Istituzioni sono assenti. Si sta verificando un vuoto di potere istituzionale, si avverte la mancanza del cuscinetto dello Stato tra un potere legittimo che va avanti per la sua strada, quello della magistratura, e i cittadini. Questo significa un duello diretto tra popolazione e Istituzione giudiziaria, mentre lo Stato latita. Il rischio è che la comunità accetti lo scontro con la magistratura e si vada verso un ulteriore inasprimento dei reati di ogni genere, mentre lo Stato latita o si nasconde dietro un altro potere, lavandosene le mani della questione Meridionale. La legge sugli scioglimenti va rivista, perché è una legge che NON tutela gli amministratori onesti, che fa di tutta l’erba un fascio e rinuncia a fare selezione di classe Dirigente locale, con ripercussioni verso l’alto, visto che spesso le carriere politiche cominciano – o sarebbe opportuno cominciassero – dal basso. Sono molto sensibile a questo problema, e provo a spiegarvi perché, partendo dalla convinzione che il sistema regionale e nazionale sia troppo permeabile alla corruzione e spesso alla cattiva amministrazione della cosa pubblica. Ma non si può generalizzare. Mi voglio soffermare soprattutto sulle piccole realtà, piccoli Comuni dove le elezioni amministrative rappresentano spesso un fatto folkloristico, oltre che politico, viste le loro dinamiche fatte da liste civiche spesso mischiate da sensibilità politiche tra le più distanti e disparate tra di loro. In questi piccoli comuni dove tutti si conoscono, spesso è difficile trovare persone disponibili a spendersi per un impegno amministrativo, e quando si riesce a trovarli sono ormai considerati degli incoscienti da tutti quanti. Non a torto, visto come vanno le cose. Parlavo della rinuncia dello Stato a fare selezione di classe Dirigente attraverso questa legge che butta sempre via il bambino con l’acqua sporca. Provo a spiegare con una metafora che prende in prestito il principio della mela marcia nella cassetta di mele sane. Ecco, se io ho due cassette di mele e in una mi accorgo che ce ne sia una marcia, non è che posso buttare via le mele buone con quella marcia, cassetta compresa. Perché poi: 1) Anche nell’altra cassetta ce ne potrebbero essere, se devo rifare tutto daccapo e 2) Non e’ detto che le mele buone della seconda cassetta, vista la fine che hanno fatto le mele buone della prima cassetta, abbiano ancora voglia di impegnarsi ad amministrare. Se invece si instaurasse un meccanismo dove non solo venisse buttata via la mela marcia ma si tutelassero maggiormente le mele buone, un meccanismo che fosse studiato per integrare le mele buone, avremmo incentivato l’impegno delle mele buone e consentito ad un’amministrazione di andare avanti senza essere costretta a ricominciare tutto daccapo. In caso contrario, quelle mele buone buttate via sarebbero marchiate vita natural durante dall’onta di uno scioglimenti per infiltrazioni mafiose, farebbero scattare anche un meccanismo di autodifesa non certo in coloro che “ci provano”, ma in quei cittadini onesti che non si vogliono più impegnare perché tanto vanno a casa onesti e disonesti, in una equiparazione ingiusta tra buoni e cattivi, mele marce e mele sane. Così, e torniamo al punto, si abbandona il DOVERE di selezionare le classi dirigenti. Questo senza nulla togliere alle capacità amministrative, e spesso umane, dei Commissari chiamati ad amministrare i comuni sciolti per infiltrazioni. Ma non rappresentano la normale prassi amministrativa di uno Stato Democratico. Insisto molto sulla necessità di rivedere la questione Meridionale inserendo la necessità di rimediare ad un Gap di Democrazia sempre più clamoroso ed evidente e ad interrogarsi sulla volontà di avere ancora dei presidi democratici intermedi e più prossimi al cittadino che li sceglie attraverso le elezioni locali. Credo sia importante che uno Stato, dunque, tuteli gli Amministratori onesti e persegua i meno onesti. Purtroppo, i tempi della Giustizia italiana sono più lunghi di intere legislature compiute, con il rischio di scoprire che si siano fatti degli errori giudiziari che avranno già compromesso l’azione di una amministrazione per ¾ fatta da amministratori che ben stavano amministrando. E insomma, molliamo lo sfasciacarrozze e muniamoci di cacciavite per aggiustare il motore. Altrimenti saremo costretti ad eleggere sceriffi e non Sindaci. Pietro Sergi, Direzione Nazionale di Sinistra Italiana.

Leggi speciali e ordinaria malagiustizia. Difficile immaginare un ministro più incompetente di Andrea Orlando, scrive Vittorio Sgarbi, Venerdì 24/11/2017, su "Il Giornale". Difficile immaginare un ministro più incompetente di Andrea Orlando, l'Orlando minore, non innamorato né furioso. E come se non ne bastassero le insensatezze che propone, va anche ricordato che era sostenitore del peggior sindaco d'Italia, tale Federici, promotore della famigerata piazza Verdi di La Spezia. Adesso si è attrezzato per il propagandistico obiettivo di promuovere una «legge contro la mafia in politica», oltre alle violente misure di prevenzione, le interdittive dei prefetti, gli scioglimenti dei Comuni per motivi moralistici o precauzionali. Leggi speciali in contrasto con l'attività della magistratura ordinaria. Non c'è più Falcone, non c'è più Borsellino, né si può contare sui loro fanatici ed esaltati eredi, colmi di pregiudizi e ansiosi di fare carriera. Ed è saltata la regola aurea secondo la quale un buon magistrato con una cattiva legge può emettere una sentenza giusta e rispettosa dei diritti costituzionali. Mentre un cattivo magistrato con una buona legge può fare disastri. Ancora l'invocazione di «strumenti nuovi per contrastare la mafia» Orlando, non pago dell'insensato processo Andreotti et similia, incrimina la politica a priori, affermando che «per essere impermeabili servono regole su partiti ed eloqui». Ce ne sono fin troppe, a partire dal grottesco «traffico di influenze». Qui, nonostante il referendum, a essere continuamente violata è la Costituzione. Ma Orlando non l'ha letta.

Sgarbi risponde in video a Cancelleri e attacca M5s. «In aula sarò leone senza gabbia e vi mangerò vivi», scrive Salvo Catalano il 13 novembre 2017 su Meridionews. L'assessore di Musumeci replica all'intervista del leader del M5s a MeridioNews, in cui aveva annunciato di voler querelare il critico perché lo aveva avvicinato alla mafia. «Non ti ho accostato alla mafia, ma a quello che la mafia fa e che tu vuoi continuare», rincara la dose prima di difendere il suo operato a Salemi, sciolto per infiltrazioni. Vittorio Sgarbi risponde con un video sul suo canale Youtube all'intervista di Giancarlo Cancelleri a MeridioNews. Il leader del Movimento 5 stelle siciliano aveva annunciato l'intenzione di querelare il critico d'arte - assessore in pectore, ai Beni culturali, della giunta di Nello Musumeci - per averlo accostato alla mafia. «Non posso pensare che sei mafioso o che la mafia si preoccupi di te - attacca Sgarbi, dopo aver letto in video l'articolo - dico che il progetto che hai messo nel tuo ridicolo programma per i Beni culturali coincide con quello della mafia: distruggere il paesaggio e disseminare la Sicilia di pale eoliche. Energie rinnovabili questo vuol dire. Non ti ho accostato alla mafia, ma a quello che la mafia fa e che tu vuoi continuare a fare». Al centro del botta e risposta tra i due c'è il programma del candidato pentastellato. Che, nel paragrafo destinato all'energia, parla di come usare gli impianti eolici esistenti e in particolare della volontà di «ricavare 5 milioni 900mila MWh di energia elettrica prodotta con impianti eolici sia con il revamping degli impianti esistenti che con una eventuale dismissione e ricollocazione di alcuni impianti in siti ritenuti più idonei per ragioni di tutela paesaggistica e/o di distribuzione degli stessi in tutto il territorio regionale al fine di evitare la concentrazione in alcune aree». Sgarbi quindi continua a passare in rassegna le parole di Cancelleri a rispondere punto per punto. A cominciare dalla vicenda di Cateno De Luca. «De Luca risulterà innocente, non rientra tra le figure dei criminali ma dei comici, delle figure grottesche o anche patetiche, ma non si infierisce su una persona che non ha fatto nulla». Subito dopo torna a parlare di mafia, in riferimento di Salemi, Comune di cui il critico è stato sindaco tra il 2008 e il 2012 e che è stato sciolto per rischio infiltrazioni subito dopo. Vicende ricordate da Cancelleri nella nostra intervista a cui Sgarbi replica: «Se fosse giusto sciogliere i Comuni per mafia dopo 20 anni 30 anni da quando la mafia c'era e tutti sono al cimitero - afferma - ci sarebbe un avviso di garanzia per mafia, che invece non c'è. Salemi è stato sciolto ingiustamente per mafia, come Corleone, come tutti quei luoghi che hanno un nome che serve a riempirvi la bocca di mafia dove la mafia non c'è». Il comune trapanese fu sciolto per mafia anche per la presenza ingombrante, a detta degli inquirenti, di Pino Giammarinaro, ex uomo forte della Dc, sull'amministrazione di Sgarbi, al punto da essere definito «un prosindaco». Giammarinaro è stato assolto nel processo in cui era accusato di concorso esterno alla mafia, ma continua a essere ritenuto socialmente pericoloso e lo scorso aprile il Tribunale di Trapani ha disposto la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per cinque anni e la confisca dei beni per un totale di 15 milioni di euro. In quel provvedimento ampio spazio è dato ai suoi rapporti con Sgarbi. Nella videoreplica, infine, Sgarbi risponde a quella che definisce «una profezia» di Cancelleri. «Durerà meno di Battiato», aveva detto il grillino in riferimento al cantautore catanese che fu, per brevissimo tempo, assessore nella prima giunta Crocetta. «Sarebbe stata una buona cosa che Battiato ci fosse, lo rimpiangerete, forse rimpiangerete anche me, questa specie di profezia è la prova della tua mente vuota e piccola. Non vi divertirete perché vi mangerò vivi - attacca ancora - con me in aula sarà come avere un leone, una tigre senza catene, senza gabbia». Da parte di Cancelleri solo una battuta: «Se io avessi usato lo stesso vergognoso e intollerabile linguaggio violento, sarei su tutte le pagine dei giornali nazionali. Da Sgarbi violenza verbale inaccettabile, Musumeci dovrebbe prenderne le distanze».

Cateno De Luca: «Io, perseguitato dalla giustizia», scrive Simona Musco il 22 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Parla il neodeputato dell’Assemblea regionale siciliana. «Le regole non valgono per i magistrati: possono tenerti anche 10 anni sotto pressione e guai se qualcuno dice qualcosa». È un rapporto tutt’altro che sereno quello di Cateno De Luca con la magistratura. Un rapporto iniziato nel 2011, con il primo arresto, e non ancora chiuso. Il neo eletto deputato dell’assemblea regionale siciliana, fresco di scarcerazione ma ancora accusato di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale, racconta al Dubbio la sua battaglia contro quella che chiama «persecuzione» e che lo ha portato a depositare già due esposti contro la magistratura, mentre il terzo è pronto per essere presentato.

Onorevole, perché parla di persecuzione?

«Per la consistenza delle accuse. A Messina ci sono alcuni magistrati che fanno il bello e il cattivo tempo. E sulla scorta di questo agiscono per condizionare le dinamiche politiche. Il 4 marzo 2012 ho fatto un comizio di quasi quattro ore, denunciando tutto e nel giro di 15 giorni sono stati aperti dieci procedimenti penali contro di me. Ad ogni mia azione corrisponde una reazione della procura. L’arresto di quale giorno fa si basa sulle stesse carte sulle quali il gup aveva già deciso il non luogo a procedere nel 2014. Sono anni che i fatti per cui mi processano sono sempre gli stessi e per aggirare la scadenza dei termini fanno partire dal troncone principale d’indagine dei sub procedimenti. Ecco come funziona la giustizia, i tempi li decidono loro, le regole non valgono per loro. La mia colpa è essermi ribellato sin da subito: sono andato allo scontro e hanno chiesto la mia testa».

Ma perché dovrebbero avercela con lei?

«Dobbiamo partire da chi era De Luca prima di essere arrestato. Il 2 aprile 2011 ho organizzato un manifestazione per lanciare il progetto antisistemico “Sicilia Vera”. Abbiamo raggiunto subito il 3 per cento. Davo fastidio. Mi sono scontrato con tutti, da Cuffaro a Lombardo. La battaglia più forte è stata quando si sono svenduti gli immobili creando un buco da 900 milioni. E siccome c’era contiguità tra la giunta Lombardo e la procura eccomi qua. Ovviamente non dico che il mandante è Lombardo, non me ne frega niente, ma mi attengo a quello che ho subito. Al di là di quelle che possono essere le mie motivazioni, chiunque guardi la mia storia giudiziaria lo vede che non è lineare. Se ancora oggi non ho avuto una condanna penale qualcosa vorrà dire».

Dopo l’arresto lei ha accusato magistrati e guardia di finanza di aver falsificato gli atti. Come avrebbero fatto?

«L’ultima indagine è legata al ruolo della Fenapi e alle società ad essa collegate. Ma per accusarmi i pm perché hanno applicato norme generali e non norme di settore e lo hanno fatto in malafede. Il pm aveva chiesto l’arresto a giugno 2014, tre anni fa. In mezzo ci sono state dichiarazioni false, che non sono state riscontrate. La legge allora prevedeva che scattasse il penale dopo la contestazione di una certa cifra. Nel frattempo, nel settembre del 2015, il legislatore ha stabilito che tutti i reati scaturiti da spese non inerenti venissero depenalizzati, perché frutto di interpretazioni formali. Ma il pm ha riqualificato il reato e così le spese non inerenti sono diventate “artifizi e raggiri”. Ora voglio sapere perché la guardia di finanza ha dichiarato il falso, perché un avvocato ha dichiarato il falso e che mi si spieghino le perizie false».

In che senso false?

«Il pm, che dovrebbe essere terzo, non può imporre al consulente tecnico di trovare il reato. Tutta l’impostazione della ctu è viziata da questa forzatura. Cosa che abbiano chiesto al tribunale di Reggio Calabria di accertare. Quella perizia non tiene conto della nostra produzione documentale, dunque molte cose sono state ignorate. È successo perché non sono stati consegnati o perchè valutandoli non avrebbe retto l’accusa?»

L’avvocato di cui parla è quello che ha ricondotto a lei le società coinvolte nell’indagine?

«Quello che ha tentato l’estorsione nei nostri confronti. Noi lo abbiamo mandato a quel paese e ce l’ha fatta pagare. Ci aveva chiesto una percentuale sulla verifica fiscale, ma quando abbiamo chiesto ai luminari del settore se fosse normale ci hanno detto che era una follia. Così questo avvocato ha fatto un esposto alla guardia di finanza, guarda caso, querelando il presidente della Fenapi, Carmelo Satta, che con una nota molto pesante gli aveva revocato il mandato. A febbraio 2017 la querela è stata rimessa, ma la finanza l’ha portata al pm, che ci ha accusati di associazione a delinquere, pur senza riscontro. Ora siamo fuori ma non siamo contenti del provvedimento. Ha lasciato delle zone d’ombra che non ci soddisfano e quindi impugneremo l’ordinanza».

Lei è stato definito “impresentabile”. Querelerà anche Rosy Bindi?

«Impresentabile in base a cosa? Sono incensurato. Rosy Bindi mi deve dire quali in base a quale norma non avrei potuto candidarmi, quali sono queste informative di procura e prefettura. Io voglio essere tutelato dallo Stato! Chiederò un risarcimento a tutti, perché è come fare le liste di proscrizione».

Ha sentito il presidente Musumeci?

«No, ma l’ho rimproverato pubblicamente: la deve smettere di inseguire il campo della demagogia perché non è un pm, è il presidente della Regione e deve governare. E il fatto di continuare ad inseguire la Bindi sul codice deontologico è sbagliato. La politica sbaglia quando invade il campo della magistratura facendo processi in continuazione, mentre la magistratura fa quello che non fa la politica: governa indirettamente».

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

Mafia, quei padrini nella nebbia della Padania. Per anni ho raccontato come giornalista l’invasione delle cosche al nord. Ora la giustizia conferma una verità che nessuno voleva vedere, scrive Giovanni Tizian il 6 marzo 2017 su "L'Espresso". La nebbia della pianura padana è un mantello naturale sotto il quale nascondere intrallazzi e imbrogli. Alibi perfetto per chi vuole fingersi cieco. «Ciechi che pur vedendo non vedono», rifletteva così il protagonista di “Cecità”, capolavoro del premio Nobel José Saramago. Benché il romanzo si riferisse all’indifferenza di cui è intrisa la nostra società, il concetto si adatta benissimo ai tanti seguaci della filosofia del “non vedo, non sento, non parlo”. Le tre scimmiette dell’omertà mafiosa hanno risalito la penisola. Hanno seguito la linea della palma. Come aveva profetizzato Leonardo Sciascia quando paragonava l’avanzata culturale e finanziaria della mafia verso i ricchi territori del Nord al fenomeno climatico propizio alla coltivazione della palma che, secondo gli scienziati, saliva verso nord di 500 metri ogni anno. Una voce rimasta inascoltata, quella dello scrittore siciliano, da alcuni giudicata fin troppo allarmistica. Lo stesso giudizio guardingo e superficiale riservato ai cronisti che hanno raccontato i focolai mafiosi sparsi lungo la penisola. Chi scrive e parla di mafie conosce bene questi silenzi istituzionali. Ostacoli insidiosi. Generano confusione, disorientano i cittadini e isolano i giornalisti, colpiti sempre più spesso da querele temerarie, che sanno di messaggio minatorio. Fin dai primi articoli che ho scritto sulla Gazzetta di Modena ho provato, insieme ai colleghi, a sbriciolare quel muro di reticenza e inconsapevolezza che circondava la provincia. Dapprima nessuna reazione. Solo la curiosità di qualche cittadino e l’attenzione delle associazioni antimafia. Poi arrivò l’ironia di alcuni politici, in difesa del “buon nome” della regione. Il tribunale di Bologna ha riconosciuto il metodo mafioso applicato da un'organizzazione che dal Ravennate operava in tutta l'Emilia Romagna. E per questo motivo i giudici hanno condannato gli imputati per associazione mafiosa. Una sentenza con pochissimi precedenti nella Pianura Padana, soprattutto per il fatto che questo gruppo finito alla sbarra non è collegato direttamente alla 'ndrangheta calabrese, ma come tale si comporta. Questo è il metodo mafioso che il pm Francesco Caleca ha sostenuto nel suo impianto accusatorio, riconosciuto in sentenza. E non ha importanza se questo processo sia stato chiamato "Black Monkey" e non compaia la parola mafia nella sua denominazione. Ciò che prevale è che per il tribunale questa è associazione mafiosa. E come tale si è comportata anche quando uno degli imputati ha minacciato di morte il nostro collega Giovanni Tizian che sulle pagine della Gazzetta di Modena aveva denunciato questi affari mafiosi intrecciati con il business delle slot machine. Oggi insieme alla giustizia ha vinto anche la buona informazione. Ha vinto il coraggio di Giovanni. Il mio giornale di allora, e così oggi L’Espresso, mi hanno sempre sostenuto. E siamo andati avanti. Fino a quando due di quelle inchieste mi sono costate un pezzo di libertà: inquietanti minacce di morte e l’assegnazione di una scorta. Sono trascorsi quasi sei anni dall’intercettazione di quella telefonata, «gli spariamo in bocca», che ha cambiato all’improvviso la mia vita e quella della mia famiglia. Gli articoli che avevano disturbato il boss legato alla ’ndrangheta sono finiti agli atti del processo Black Monkey. Tre anni di dibattimento in tribunale a Bologna per stabilire se l’organizzazione al cui vertice stava Nicola “Rocco” Femia fosse associazione mafiosa. Tra le tante parti civili, insieme all’Ordine dei giornalisti, c’ero anch’io. Il 22 febbraio scorso la corte ha pronunciato il verdetto di primo grado: il gruppo Femia è mafia e dovrà risarcire il giornalista, sia me sia l’Ordine. I giudici hanno certificato, dunque, l’esistenza in Emilia Romagna di una cosca autonoma e moderna. E non meno importante, hanno riconosciuto nell’informazione un valore democratico da tutelare dalle ingerenze del potere criminale. A queste latitudini, dove ormai la palma cresce rigogliosa, i padrini sono al vertice di organizzazioni poco militari e molto imprenditoriali. Corrompono e solo se strettamente necessario sparano. Spesso sono nuclei autonomi nelle decisioni e nelle strategie. Condizionano la politica, l’economia, la pubblica amministrazione, il mondo delle professioni, le forze dell’ordine e anche pezzi di informazione. Per anni chi ha provato a denunciare la complessità di tale groviglio di interessi è stato etichettato come un folle speculatore e, perché no, pure incosciente. Intanto alcuni prefetti negavano, qualche sindaco riveriva i capi ’ndrina e inveiva contro la stampa. Assessori, consiglieri e candidati vari replicavano immagini note al Sud: in fila dai boss per elemosinare qualche voto. Fino ad arrivare ai consigli comunali sciolti per mafia. Più noi cronisti individuavamo le ferite sul corpo malandato della pianura padana, più le risposte oscillavano tra l’indifferenza, lo scherno, la negazione e le querele. Poi sono arrivate le intimidazioni. E qui qualcuno ha suggerito che sarebbe stato forse necessario chiedere aiuto a un medico specialista per farsi prescrivere una cura antibiotica. La speranza è che gli antibiotici facciano effetto al più presto. Prima che sia troppo tardi. Per chiudere con la stagione dello stupore e inaugurare il tempo della consapevolezza. Tra la nebbia cercano riparo ancora troppi complici insospettabili. Stanare i mafiosi e i loro manutengoli non può essere compito esclusivo dei magistrati o delle forze dell’ordine. Né di qualche visionario giornalista.

"La mia vita a metà per aver denunciato la 'ndrangheta al Nord". "Nel 2011 un boss intercettato al telefono disse che voleva spararmi in bocca perché avevo scritto nei miei articoli dei suoi affari. Ora il tribunale di Bologna gli ha dato 26 anni in primo grado. E ha riconosciuto che nelle regioni settentrionali la mafia è ormai radicata". Parla il nostro cronista, scrive Giovanni Tizian il 23 febbraio 2017. Oltre la linea Gotica c'è una mafia silente. Per niente rumorosa, accorta a non apparire, abile nel penetrare nei tessuti sani della società. E se invece questi tessuti non fossero così sani? Il sospetto è che nei territori del Nord ci sia una forte richiesta di mafia, dei suoi metodi e strumenti. La chiamano voglia di clan. Imprenditori, professionisti, politici, servitori dello Stato, che nati e cresciuti nelle regioni ricche hanno scelto di stare dalla parte del crimine. Indizi e sentenze recenti, degli ultimi anni, hanno trasformato il dubbio in certezza. Spesso anche nel minacciare l'accento è misto: nel mio caso quando boss e faccendiere, progettavano di eliminarmi, il piemontese si mescolava all'accento calabrese. La telefonata intercettata risale al 2011. E non smetterò mai di ringraziare quegli uomini e quelle donne della guardia di finanza che hanno ascoltato e segnalato d'urgenza il fatto alla procura antimafia di Bologna. Da lì il procuratore dell'epoca Roberto Alfonso, insieme al pm Francesco Caleca che seguiva l'inchiesta sul gruppo Femia, chiese alla prefettura di Modena di mettermi sotto scorta. Così iniziò una vita diversamente libera. Un'esistenza vissuta nell'equilibrio tra fragilità, insicurezze, paure, ma anche tra l'amore di chi in questi quasi sei anni mi è stato vicino, sopportando un vita di certo non facile. Poi, ieri, a distanza di così tanto tempo, il tribunale di Bologna ha riconosciuto l’esistenza di un clan mafioso che in Emilia aveva messo radici. L'esistenza di quella cosca che voleva bloccare l'informazione locale immaginando persino di usare il piombo per raggiungere l'obiettivo. Il tribunale di Bologna ha riconosciuto il metodo mafioso applicato da un'organizzazione che dal Ravennate operava in tutta l'Emilia Romagna. E per questo motivo i giudici hanno condannato gli imputati per associazione mafiosa. Una sentenza con pochissimi precedenti nella Pianura Padana, soprattutto per il fatto che questo gruppo finito alla sbarra non è collegato direttamente alla 'ndrangheta calabrese, ma come tale si comporta. Questo è il metodo mafioso che il pm Francesco Caleca ha sostenuto nel suo impianto accusatorio, riconosciuto in sentenza. E non ha importanza se questo processo sia stato chiamato "Black Monkey" e non compaia la parola mafia nella sua denominazione. Ciò che prevale è che per il tribunale questa è associazione mafiosa. E come tale si è comportata anche quando uno degli imputati ha minacciato di morte il nostro collega Giovanni Tizian che sulle pagine della Gazzetta di Modena aveva denunciato questi affari mafiosi intrecciati con il business delle slot machine. Oggi insieme alla giustizia ha vinto anche la buona informazione. Ha vinto il coraggio di Giovanni. Il capo Nicola Femia e i suoi figli, Nicolas e Guendalina, sono stati condannati a pene pesanti: Nicola detto "Rocco" a 26 anni, Nicolas a 15 e la figlia a 10. E per la prima volta viene riconosciuta l’intimidazione all’informazione. Per questo i giudici hanno stabilito che il clan Femia dovrà risarcire il giornalista che firma questo articolo e l’Ordine dei giornalisti. Risarcimento per le minacce ricevute. «O la smette o gli sparo in bocca», diceva il faccendiere Guido Torello (condannato a 9 anni) al boss Femia che si lamentava dei ripetuti articoli che avevo pubblicato sulla Gazzetta di Modena. Risarcimento per aver minacciato la libertà di stampa, non solo la mia vita. Anche per questo il verdetto di primo grado del processo "Black Monkey" è un punto di rottura nella storia dell’antimafia del Paese. Che serve a tutta la categoria. E spero possa far sentire meno soli quei colleghi che senza scorta e in trincea scrivono dei poteri criminali nelle province d'Italia. Lo spero, nonostante il dibattimento che si è concluso ieri a Bologna si sia svolto nel silenzio. Sebbene la mafia come tema di dibattito pubblico non abbia più l’appeal di un tempo. Alla fine questa sentenza rappresenta uno spartiacque. Perché da ora in avanti le organizzazioni mafiose che pensavano di farla franca nei territori del Centro-Nord dovranno rassegnarsi a essere giudicate con la stessa severità che gli viene riservata dai tribunali del Sud, allenati da decenni di violenza e lotta antimafia. In questi anni vissuti sotto protezione ho maturato una convinzione: il mestiere di informare è un servizio. Un servizio per i lettori, che sono cittadini. A loro proviamo a dare gli strumenti per leggere ciò che accade nella comunità in cui vivono. Un’informazione corretta, insomma, che sia un argine al veleno delle forze criminali. Sono trascorsi cinque anni e mezzo dal 22 dicembre 2011, da quando, cioè, la Questura di Modena mi comunicò che da quel giorno avrei vissuto sotto scorta. Non avevo la minima idea di cosa significasse. Non sapevo esattamente quali cambiamenti avrebbe portato nella mia vita. Avevo 29 anni. Le lacrime della mia compagna, il divieto di informare persino i parenti stretti, i primi due agenti che mi aspettavano sotto casa: mi istruirono in fretta su ciò che potevo fare e soprattutto su cosa non avrei più potuto fare da quel momento in poi. Ero come un bambino che imparava a muovere i primi passi in una nuova vita. Una vita a metà. I momenti di intimità familiare sarebbero diventati una rarità di cui godere appieno. Non posso però neanche scordare le voci di chi bollava il tutto come una strumentalizzazione per procurarmi notorietà e attenzione. Non ho mai risposto. Non mi ha mai appassionato la ferocia del dibattito social. Preferisco scrivere, raccontare, indagare. Guardare negli occhi, scrutare ciò che a prima vista non si vede, entrare nelle storie. Prendermi il tempo per interpretare la verità. Che cammina sempre piano. C’è voluto tempo anche per la sentenza del processo Black Monkey, ma è un verdetto storico. Merito di una procura guidata all’epoca da Roberto Alfonso (oggi procuratore generale di Milano) e di un pm, Francesco Caleca, che ha descritto alla perfezione la mafia moderna senza alcun protagonismo. Ma un ringraziamento speciale va a chi ogni settimana, sacrificando il proprio tempo, ha riempito l’aula 11 del tribunale: studenti, tantissimi; ai loro docenti; agli amici; alle associazioni che si sono costituite parte civile, da Libera a Sos Impresa; per finire agli enti locali che hanno ottenuto il risarcimento per i danni di un clan che ha ucciso un pezzo di economia. Perché questo fanno le mafie 2.0, ammazzano imprese sane e uccidono la buona economia.

Toscani shock: «Niente selfie, sei calabrese...», scrive Simona Musco il 21 ottobre 2016, su "Il Dubbio". Antonio Marziale, Garante per l'infanzia e l'adolescenza: «Nel 2007 non ha avuto remore a prendersi i soldi per la campagna pubblicitaria della regione». «Non vedo il motivo per cui dovremmo farci una foto. Per quanto ne so, potresti essere un mafioso». Sono queste le parole con le quali Oliviero Toscani ha negato una fotografia a Vittorio Sibiriu. Lui ha solo 18 anni e una faccia pulita. Un'intelligenza vivida e la passione per l'arte. Quella che lo ha spinto, giovedì, al Valentianum di Vibo Valentia, per assistere alla lectio magistralis del fotografo e alla sua mostra "Razza Umana". Una mostra, ha spiegato lo stesso Toscani, che rappresenta uno studio antropologico sulla morfologia degli esseri umani, «per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze». Parole che associate alla storia di Vittorio riportano alla mente il concetto di "razza maledetta" dal sapore lombrosiano. Toscani era «un mito», fino a due giorni fa, quando ha rifiutato l'invito del ragazzo. «Anche Matteo Messina Denaro non ha la faccia da mafioso eppure lo è», avrebbe spiegato, come se quelle parole fossero del tutto normali. A raccontarlo è lo stesso giovane, studente della quinta classe del liceo scientifico di Vibo. «Ho seguito la conferenza stampa e ho aspettato il mio turno per fare una foto - ci racconta -. C'era una degustazione di vini e altra gente che si avvicinava a lui per qualche scatto. Ho aspettato un po' per non disturbarlo, poi gli ho chiesto di poter fare una foto. Al suo no stavo andando via, quando mi ha fermato per spiegarmi, come se fosse del tutto normale, che potrei essere uno 'ndranghetista». Vittorio, figlio di una poliziotta e di un carabiniere, non è riuscito ad avere alcuna reazione. È andato via, portando con sé l'amica rimasta con il cellulare in mano, pronta ad immortalare quel momento. «Lo consideravo uno dei più grandi non solo come artista, ma anche come persona. Beh, ora so che di certo come persona non lo è», aggiunge. Nessuno ha reagito alle parole di Toscani. Nessuno è intervenuto in difesa di Vittorio, che solo il giorno dopo è riuscito a metabolizzare la rabbia e l'indignazione, scrivendo un messaggio indirizzato al famoso fotografo, colui che già nel 2007, ingaggiato dalla Regione Calabria per una campagna promozionale, aveva partorito, alla modica cifra di 3,8 milioni la frase - tra le altre - "Mafiosi? Sì, siamo calabresi". «Vorrei ricordare al signor Toscani che la principale qualità di un artista dovrebbe essere l'umiltà, cosa che a quanto pare non rientra tra i termini del suo vocabolario. E vorrei dire che l'unica cosa che il suo atteggiamento provoca in me è lo sdegno - scrive Vittorio -. Mi dispiace molto di averla conosciuta e di aver perso due ore della mia vita ad ascoltare le sue parole definite "anticonformiste" e usate "per lanciare messaggi contro i pregiudizi", ai miei occhi adesso appaiono solamente come poco coerenti». Commenti al vetriolo sono arrivati da Antonio Marziale, Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione Calabria. «Se le cose stanno così - ha dichiarato -, Toscani farebbe bene a spiegarci se ha avuto le stesse remore a prendersi i soldi per la campagna pubblicitaria del 2007. Come si fa a fare una battuta del genere ad un ragazzo? La sua è la generazione che più patisce il fatto di aver consentito alla 'ndrangheta di proliferare in questo territorio. Lui senza provocazione sarebbe un fotografo qualunque, la sua arte è opinabile, le sue provocazioni non portano nulla. Anche perché la provocazione deve essere saggia e commisurata al soggetto che la riceve. Questa storia, purtroppo, conferma il masochismo dei calabresi - conclude -. Continuiamo ad acclamare gente che ci insulta, come Vasco Rossi o Antonello Venditti. Dico una cosa a Vittorio: non sentirti offeso, Toscani è il vuoto».

Magalli: “Mai insultato i calabresi”, la replica del conduttore sulla polemica con un video del 18/11/2016 su "La Stampa”. «Mi piacerebbe mettere la parola fine a questa polemica inutile che si sta trascinando sulla Calabria indignata. A me dispiace moltissimo che i calabresi si siano dispiaciuti per qualcosa che in realtà io non ho detto. Lo voglio chiarire: i calabresi sono ottime persone, ho passato anni di vacanze in Calabria, ho amici calabresi e conosco i loro innumerevoli pregi e conosco anche il loro principale difetto che è quello di essere permalosi». Così Giancarlo Magalli si difende dopo le accuse piovutegli addosso per la frase pronunciata il 15 novembre scorso durante I fatti vostri su Rai2, dopo la mancata risposta al telefono del telespettatore estratto, di Casignana, in provincia di Reggio Calabria. «Siete permalosi a torto perché avete giudicato qualcosa senza vederla o sentirla - prosegue -. Tutti quelli che si sono indignati e sono tanti, si sono indignati non per quello che hanno visto, ma per quello che hanno letto. Quando uno legge robaccia tipo l’Huffington Post: Magalli virgolette «I calabresi scippano le vecchiette», hanno ragione ad indignarsi. Solo che io non ho mai detto nulla del genere. Un giornale ha scritto: Magalli offende i meridionali. Io non ho mai parlato dei meridionali. Faccio questo lavoro da trent’anni, se avessi qualcosa contro i meridionali sarebbe già venuto fuori, no?» «Il problema - spiega ancora - è la cosa originaria che non era riferita a Casignana, a niente, era solo una frase detta a cavolo, dicendo: vi lamentate che non vi telefoniamo per il gioco e poi non ci siete quando vi telefoniamo, ma dove andate? A scippare le vecchiette? Una battuta, certamente cretina, ma non riferita né a Casignana, né alla Calabria, né al Meridione. Solo che chi l’ha sentita l’ha capita, tanti non l’hanno sentita e commentano il commento di un altro. Vorrei che questa cosa finisse, anche perché sta raggiungendo toni inconsulti. Speriamo che si raggiunga questa tranquillità perché ci sono cose più serie a cui pensare».

L'antimeridionalismo qualunquista di Vecchioni & company, scrive "Infoaut Palermo" il 6 Dicembre 2015. Siamo chiaramente di parte; è normale: lo siamo sempre stati. E anche meridionali - beh - come è ovvio, lo siamo sempre stati: ci siamo nati al Sud. Ci siamo cresciuti in quest'isola chiamata Sicilia; ci stiamo vivendo; ci stiamo lottando. E onestamente nella merda, a volte, anche tutt'ora, un po' ci siamo sentiti. Nella merda non perché, oggettivamente parlando, la Sicilia sia un'isola di merda; e neanche perché ogni giorno ci troviamo a dover guardare orde barbare di “senzacasco” sfrecciare per le nostre strade; o manipoli di “posteggiatori della sedicesima fila” aggravare lo storico problema del traffico palermitano. Un po' nella merda ci troviamo a sguazzare letteralmente per altri motivi. Ma su questo ritorneremo fra un attimo. “Chi sa fa, chi non sa insegna” - ecco un vecchio detto (a dire il vero forse un po' ingeneroso verso le professioni dell'insegnamento) a cui la mente ci riporta leggendo le ultime dichiarazioni del professor Roberto Vecchioni. Professore intellettuale (o almeno così considerato da molti) che, invitato qualche giorno fa all'università di Palermo a parlare di rapporti figli-genitori, ha brillantemente deciso di lasciarsi andare ad alcuni spiacevoli commenti sulla terra in cui si trovava in visita: la Sicilia. Ecco, il professore intellettuale pare abbia sentito il dovere morale di “provocare” sostenendo la tesi secondo cui la Sicilia “è un'isola di merda” andando poi a chiarire meglio il senso della provocazione: “una forzatura per smuovere le coscienze di siciliani che si accontentano di vivere tra assenza di caschi, macchine mal posteggiate, abusivismo edilizio etc.” Insomma, la Sicilia è secondo il professore “una merda” perché “incivile”. Pare anche che Vecchioni si sia lasciato andare ad un paragone non proprio di buon gusto tra una Palermo che “col cazzo che avrebbe potuto...” ed una Milano che invece ha ospitato l'Expo e i suoi 25 milioni di visitatori: e i soldi, secondo il professore, non c'entrerebbero proprio nulla. Questione di inciviltà!!! La polemica è così scatenata, il dibattito aperto. La rabbia si diffonde, ovviamente, tra la maggioranza dei siciliani; ma non fra tutti. Un altro professore, per esempio, seguito da una folta schiera di istruiti pensatori (spesso “di sinistra”), Leoluca Orlando sindaco di Palermo, si schiera a difesa dell'intellettuale milanese arrivando a sostenere che le parole di Vecchioni sarebbero “un atto di amore verso la Sicilia” perché coraggiose e realistiche. Altri, nello stesso fronte, si limitano ad apprezzare la denuncia della questione sollevata in quel discusso intervento: l'inciviltà! Ecco un primo grosso (grossissimo) problema di cui, forse, i meridionali dovrebbero assolutamente liberarsi: l'accusa di inciviltà. Che poi è quella (anche se cambiano i toni) che ci sentiamo e portiamo dietro dai tempi dell'unità italiana. Cerchiamo di valutare allora, usufruendo dello stesso vocabolario di una certa retorica dominante, cosa sia civile e cosa no. Se a Vecchioni le macchine in doppia fila e i motociclisti senza casco appaiono come grande segno d’inciviltà, un tantino più incivili ci sembrano la devastazione ambientale e umana nei nostri territori tramite petrolchimici o basi militari; d'inciviltà ci parlano le statistiche su disoccupazione giovanile e conseguente emigrazione a cui sono costretti i siciliani, o quello che è uno dei tassi percentuale di morti sul lavoro più alti d’Europa; oppure che i cittadini di Messina, Gela, Agrigento, etc, rimangano senza acqua corrente per settimane. Ospedali che chiudono, cavalcavia autostradali che crollano, collegamenti marittimi con le isole minori interrotti per settimane, decine di migliaia di precari della pubblica amministrazione continuamente a rischio reddito, insomma, “d’inciviltà” su cui il nostro intellettuale dell’ultim’ora poteva concentrarsi ce n’è parecchia in Sicilia; e ricondurre un sistema di estremo sfruttamento delle risorse umane e territoriali (che ci racconta in due parole quella che è la storia dell’imposizione italiana al meridione), a una semplice “questione culturale”, non fa di certo onore alla sua nomea d’intellettuale(?). Quello che invece in maniera tutt’altro che provocatoria, vogliamo e ci sentiamo di rintracciare anche nella citata inciviltà vecchioniana, è un atteggiamento contro le regole e le regolamentazioni che inconsciamente però, esprime un grado di rifiuto: ieri alla costrizione a un determinato sistema economico e a certi modelli di vita e di condotta sociale, oggi all’assenza totale di servizi, tutele, garanzie sociali, e di una precarietà che si fa esistenziale, e di cui la nostra regione detiene sicuramente il primato in Italia. Quindi ci chiediamo ancora: come si misura il grado di civiltà di un popolo? Dal numero di caschi? O dal numero di gente che, pur e soprattutto nei suoi tessuti più indigenti, conosce cooperazione e solidarietà molto più che in tanti luoghi civili!? Dalle auto in doppia fila o dal numero di persone che, senza casa, muoiono per le strade notturne di grandi città del nord!? Cosa c'è poi di civile nell'avere come presidente della Regione un razzista come Maroni!? O cosa ci sarà mai di civile in quel grande partito del nord come la Lega, che fa di razzismo e xenofobia i suoi manifesti politici!? A Vecchioni la parola (per la verità non ci interessa molto la sua risposta…). A questo punto non possono che tornarci alla mente le recenti polemiche televisive su altri due interventi molto discussi: quello di Massimo Giletti sull' “indecenza” di Napoli; e sempre a proposito di Napoli, il recentissimo dibattito scaturito dall'appellativo scelto da Enrico Mentana (direttore del TgLa7) per richiamare in una trasmissione calcistica un collega giornalista napoletano: “Pulcinella”. A occhi attenti, l'antimeridionalismo paternalistico ha ormai pieno titolo su media e main stream, soprattutto se sei considerato un intellettuale. Da quando poi Renzi quest’estate ha nuovamente riportato in auge la “questione meridionale” (con la solita narrazione del sottosviluppo per silenziare l’incapacità governativa di porre rimedio alle problematiche sociali ed economiche dell’Isola), sembra che chiunque (evidentemente confondendo “lo spettacolo” e l’opinionismo da tv con le analisi e le valutazioni storiche e politiche) possa permettersi di dire qualsiasi cretinata, basta che poi le facciano seguire un qualsiasi complimento sulla storia e le grandi tradizioni di un popolo per pulirsi la faccia. Come del resto Vecchioni ha già fatto con una lettera al Corriere della Sera, in cui il professore però - oltre al pulirsi la faccia - si lascia nuovamente andare in stereotipi stigmatizzanti e assai pregiudizievoli sulla “pigrizia dei meridionali” e anche che quanti non lo hanno capito sono “pusillanimi e mafiosi”. Finalmente! Ci chiedevamo come la parola mafiosi non fosse stata pronunziata dal professore nel grande logos intellettuale dei luoghi comuni. Le decine e decine di studenti e non solo che hanno abbandonato l'aula durante il suo intervento... saranno mafiosi?! Cretinate e cretini a parte, quello a cui assistiamo è il diffondersi di nuove (perchè mai abbandonate e tralasciate nelle retoriche del sottosviluppo, o della mancata modernità del sud, etc) forme di razzismo antimeridionale. Razzismo antimeridionale che tanto fa comodo alle governance, locali e nazionali, perché utili a distrarre l’opinione pubblica da quello che è il vero trattamento riservato al sud: un neocolonialismo petrolifero e di estrazione e sfruttamento di risorse e materie prime da far invidia a quello dell’epoca dell’unità d’Italia, a fronte di una continua scarsità di accesso a reddito, servizi e diritti sempre più negatici e sottrattici con commissariamenti e istituzionalizzazione dello stato d’emergenza. Come dire, i siciliani sapranno pure quali sono i problemi della loro quotidianità e della loro terra, in alternativa…possono chiedere a Vecchioni. Sicuramente molti siciliani si sentono offesi dalle parole del caro professore, ma non scriviamo queste righe per unirci al coro dell'indignazione: speriamo soltanto di proporre l'individuazione di vecchie/nuove forme di razzismo che finiscono per diventare anche forme di controllo delle condotte, libertà di manovra capitalistica sui territori, commissariamenti politici e repressione di classe. Perché i problemi veri non sono i “senzacasco” ma i senzacasa; e non il modo di parcheggiare ma l'assenza di servizi sociali e come detto, di accesso al reddito. E persino dell'acqua corrente!!!! e questo, a nostro modo di vedere, è la vera inciviltà. A cui i siciliani dovrebbero ribellarsi senza bisogno di professori che diano lezioni di dignità: non ne abbiamo bisogno. Infoaut Palermo

Sei parente di un mafioso? Sei un mafioso pure tu... Così chiudono le aziende, scrive il 27 ottobre 2016 “Il Dubbio”. L'intervento di Carlo Giovanardi, componente della Commissione Giustizia del Senato. Il codice antimafia stabilisce che tentativi di infiltrazione mafiosa, che danno luogo all'adozione dell'informazione antimafia interdittiva, possono essere concretamente desunti da:

a) Provvedimenti giudiziari che dispongono misure cautelari, rinvii a giudizio, condanne, ecc.;

b) Proposta o provvedimento di applicazione delle misure di prevenzione ai sensi della legge 575 del 1967;

c) Degli accertamenti disposti dal Prefetto.

Con alcune piccole recenti modifiche che cambiano soltanto marginalmente la normativa. Il punto c) come si vede dà ampi poteri discrezionali ai prefetti che in tutti i provvedimenti assunti sul territorio nazionale motivano sempre l'interdittiva con queste premesse: «Atteso che, come più volte riportato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, il concetto di "tentativo di infiltrazione mafiosa", in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presenta estremamente sfumato e differenziato rispetto all'accertamento operato dal giudice penale, "signore del fatto" e che la norma non richiede che ci si trovi al cospetto di una impresa "criminale", né si richiede la prova dell'intervenuta "occupazione" mafiosa, né si presuppone l'accertamento di responsabilità penali in capo ai titolari dell'impresa sospettata, essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. Considerato che, per costante giurisprudenza, la cautela antimafia non mira all'accertamento di responsabilità, ma si colloca come la forma di massima anticipazione dell'azione di prevenzione, inerente alla funzione di polizia di sicurezza, rispetto a cui assumono rilievo, per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell'individuazione di responsabilità penali (T. A. R. Campania, Napoli, I, 12 giugno 2002 nr. 3403; Consiglio di Stato, VI, 11 settembre 2001, nr. 4724), e che, di conseguenza, le informative in materia di lotta antimafia possono essere fondate su fatti e vicende aventi un valore sintomatico e indiziario, poiché mirano alla prevenzione di infiltrazioni mafiose e criminali nel tessuto economico-imprenditoriale, anche a prescindere dal concreto accertamento in sede penale di reati». Vediamo ora di capire come la preoccupazione del legislatore di difendere le aziende dalle infiltrazioni mafiose sia stata completamente stravolta dalle interpretazioni giurisprudenziali e dalla prassi delle prefetture, andando ben al di là del rispetto formale e sostanziale dei principi costituzionali e anche del buon senso, con un meccanismo infernale che massacra le aziende, le fa fallire e distrugge migliaia di posti di lavoro. Bisogna tener conto infatti che all'impresa colpita da interdittiva antimafia vengono immediatamente risolti i contratti in essere, bloccati i pagamenti, impedito di acquisire nuovi lavori, ecc. a tempo indeterminato, fino a che cioè, non venga meno un plausibile, sintomatico pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l'impresa e la criminalità organizzata. E da cosa si può dedurre questo pericolo che le forze di polizia comunicano al Prefetto? Incredibilmente anche da semplici rapporti di amicizia o di parentela o di affinità con i titolari o i dipendenti della impresa ma anche con persone che con le imprese non c'entrano assolutamente nulla. Due recenti casi modenesi spiegano la follia di questa procedure. Un'impresa locale con titolare originario di Napoli, felicemente sposato con una palermitana conosciuta mentre era militare in Sicilia nell'ambito dell'operazione Vespri Siciliani, dalla quale ha avuto tre figli, assunse a suo tempo, con l'autorizzazione del giudice tutelare e l'approvazione dei servizi sociali, cognato e suocero usciti dal carcere a Palermo dopo aver scontato una condanna per attività mafiosa. Sulla base di questa circostanza all'impresa è stata negata l'iscrizione alla white list ed è scattata l'interdittiva antimafia. L'imprenditore ha immediatamente licenziato cognato e suocero ma per la Prefettura questo non era sufficiente e l'ha invitato a rivolgersi al Tar dell'Emilia-Romagna che a sorpresa ha confermato l'interdittiva con la stupefacente motivazione che malgrado il licenziamento permaneva il rapporto di parentela (semmai affinità, sic. ndr). Soltanto recentemente, dopo questa surreale decisione, il Consiglio di Stato ha finalmente riconosciuto le buone ragioni dell'imprenditore escludendo che il semplice rapporto di affinità possa essere sufficiente per mantenere una interdittiva. Nel frattempo sempre a Modena un altro imprenditore di origine campana si è visto applicare l'interdittiva, in base a precedenti penali del fratello, con il quale non ha rapporti di nessun tipo da tantissimi anni, con inevitabile fallimento e rovina per moglie e figli, decisione confermata dal Tar dell'Emilia-Romagna perché "non si esclude", pur non essendoci attualità di una situazione di pericolo, che il passato oscuro del fratello, comparso in una lista di componenti di un clan di casalesi, arrestati per ordine della Procura, possa nascondere futuri tentativi di infiltrazione. Bisogna aggiungere, per chiarezza espositiva, che diversamente dai procedimenti penali dove c'è possibilità di difesa e contraddittorio, l'imprenditore a cui viene rifiutata l'iscrizione alla white list non viene ascoltato dalla Prefettura e neppure può prendere visione egli atti che lo riguardano, che sono secretati. Di fronte a questa situazione, essendo in discussione in commissione Giustizia del Senato la riforma del Codice Antimafia, sono stati sentiti in audizione il prefetto Bruno Frattasi, attuale comandante dei Vigili del Fuoco, per anni responsabile dell'Ufficio legislativo del Ministero degli Interni, i Prefetti di Milano, Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Modena, ecc., illustri avvocati, docenti di diritto amministrativo e rappresentanti delle associazioni imprenditoriali. Ad eccezione dei Prefetti sul territorio, che hanno sostenuto di vivere nel migliore dei mondi possibile e non si sono accorti di nessuna criticità, da Frattasi, i professori, gli avvocati e le associazioni degli imprenditori sono state sottolineate le incongruenze e i limiti di questo sistema ed indicate soluzioni come l'obbligo di sentire l'imprenditore, fare verificare i provvedimenti interdittivi da un giudice terzo, accompagnare l'azienda colpita da interdittiva a superare lo stato di pericolo prima che possa giungere il fallimento. Con una consapevolezza che è emersa chiaramente: la criminalità organizzata non viene minimamente scalfita da questi provvedimenti che viceversa per la loro assoluta arbitrarietà e disprezzo per l'economia reale non possono che creare disaffezione e rancore verso le istituzioni. 

Se non sai che il parente del tuo amico è mafioso sei mafioso anche tu…, scrive Tiziana Maiolo il 21 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Il politico patrocinò la festa paesana dello stacco organizzata da un parente di un presunto ndranghetista. Colpevole di “inconsapevolezza”, l’assessore va rimosso. Ci mancava solo Rosy Bindi nel caravanserraglio di quanti hanno preso di mira il Comune milanese di Corsico e il famoso (mancato) “Festival dello stocco di Mammola”, per saldare vecchi e nuovi conti politici. La Commissione bicamerale Antimafia è arrivata a Milano giovedì con un programma ambizioso: audizioni dei massimi vertici della magistratura (il procuratore generale Alfonso, il procuratore capo Greco e la responsabile della Dda Boccassini) e discussione sulla presenza di spezzoni di ‘ ndrangheta al nord, e in particolare nelle inchieste su Expo e il riciclaggio. Ma tutto è rimasto sbiadito in un cono d’ombra illuminato prepotentemente dal caso del merluzzo, il famoso stocco di Mammola, che viene festeggiato ogni anno da 38 anni in Calabria con il patrocinio dell’ambasciata di Norvegia, ma che non si può evidentemente esportare nel milanese. La Presidente Rosy Bindi è stata perentoria: l’assessore alle politiche giovanili Maurizio Mannino, che nell’ottobre dell’anno scorso aveva dato il patrocinio alla Festa dello stocco a Corsico senza rendersi conto del fatto che il promotore dell’evento era il genero di una persona indagata per appartenenza alla ‘ ndrangheta, deve essere subito rimosso. Altrimenti verrebbero avviate, per iniziativa di una serie di zelanti parlamentari del Pd, le procedure per arrivare al commissariamento del Comune di Corsico. Certo, dice la stessa Presidente dell’Antimafia, il sindaco era inconsapevole, ma “l’inconsapevolezza per essere innocente deve essere dimostrata”. Inversione dell’onere della prova, al di là e al di fuori da qualunque iniziativa giudiziaria, dunque. Il concetto è questo, in definitiva: se anche tu non sai con chi hai a che fare (cioè uno colpevole di essere parente di un altro), sei a tua volta colpevole a prescindere. E la cosa grave è che su questa vicenda di Corsico si soni mossi parlamentari del Pd (la famosa nuova generazione dei “garantisti”) come Claudio Fava e Franco Mirabelli e persino il mediatico promotore di libri nonché procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Tutti compatti contro il sindaco Filippo Errante, colpevole di “tradimento”, perché da ex sindacalista e assessore di una giunta di sinistra, ha osato non solo allearsi con il centrodestra, ma addirittura portarlo alla vittoria dopo sessanta anni di governo ininterrotto di sinistra. Un capovolgimento politico che brucia ancora, dopo oltre un anno. Il che è comprensibile, soprattutto per la candidata sconfitta, l’ex sindaco Maria Ferrucci. La quale un risultato a casa l’ha portato, quello di riuscire a fare annullare la festa dello stocco e di conseguenza di indebolire la figura del neo- sindaco. Il quale sarà costretto oggi anche a rinunciare a un suo assessore di punta. Indebolendosi sempre più. Ma c’è da domandarsi se sia di grande soddisfazione politica per l’ex sindaco e per il suo partito essere costretti a denunciare per simpatia con le mafie una persona come il sindaco Errante che un tempo militava nelle loro fila. E cercare di sconfiggere per via burocratica e tramite i prefetti e le commissioni antimafia (neanche per via giudiziaria, non essendoci inchiesta alcuna all’orizzonte) chi ha vinto le elezioni. Democraticamente e non con un colpo di stato.

Storia di Pino Maniaci su Cnn: «Ha perseguitato la mafia, ora è lui il bersaglio», scrive il 26/12/2016 “La Sicilia”. La celebre rete televisiva americana dedica al direttore di Telejato, recentemente indagato per estorsione, un ampio servizio sulle sue pagine on line. "Pino Maniaci è stato uno dei pochi ad avere avuto il coraggio di denunciare la mafia in Sicilia". La Cnn dedica al direttore di Telejato un lungo servizio pubblicato sulle sue pagine on line, un servizio dove ricostruisce la vicenda di Maniaci finito sotto inchiesta a sua volta per estorsione ai danni di un amministratore locale. "He goes after the mob; now he’s the target", ha perseguitato la mafia, ora è lui il bersaglio, scrive il reporter Joel Labi, in una lunga inchiesta nella quale compare anche una intervista video intitolata "The Mafia Hunter", "Il Cacciatore di mafiosi". "Il reporter Pino Maniaci - scrive la Cnn - è stato una delle poche persone a denunciare pubblicamente la mafia in Sicilia". Maniaci, sottolinea l’influente emittente televisiva statunitense, "ha usato la sua piccola televisione fatta in casa per combattere il crimine organizzato" da allora "è diventato bersaglio a sua volta".

Parola anche ad Antonio Ingroia, legale di Maniaci: "non ho mai visto niente di simile nei miei vent'anni come magistrato e avvocato", afferma l’ex pm. "Si sta utilizzando un video (quello delle intercettazioni ambientali, ndr) per distruggere un uomo di televisione...". Non è la prima volta che la storia di Maniaci finisce sulla stampa internazionale. In passato anche The Guardian e l’Economist hanno dedicato spazio al direttore di Telejato.

Caso Maniaci, Ingroia: “Ci voleva la CNN per ricordare un processo surreale”, scrive "Telejato" il 26 dicembre 2016. “C’è voluta la CNN per ricordare che in Italia sta per cominciare un processo surreale come quello a carico di un giornalista coraggioso come Pino Maniaci. Pur avendo milioni di notizie da dare, la più grande tv del mondo ha deciso di raccontare con un lungo articolo sulla homepage del suo sito internet la storia di un’indagine basata sul nulla, costruita dalla Procura di Palermo su accuse infondate o su fatti per i quali Maniaci ha fornito ampia e puntuale spiegazione”. Così l’avvocato Antonio Ingroia, difensore con l’avvocato Bartolomeo Parrino di Pino Maniaci. “Dovrebbe far riflettere – aggiunge – com’è stato trattato il caso in Italia, dove la gran parte della stampa ha già processato e condannato mediaticamente Maniaci, con superficialità e approssimazione, dando per certa la tesi della Procura. Una dimostrazione di sconcertante conformismo, un conformismo confermato anche dalla reazione di alcuni organi di stampa nazionali, subito pronti a criticare la CNN con l’accusa di aver dimenticato di dare la notizia dell’uccisione dei cani di Maniaci e della reazione che Maniaci ebbe. Una circostanza non rilevante ai fini del processo e di cui comunque Maniaci ha ampiamente dato spiegazione nelle sedi opportune. Ma tant’è – conclude Ingroia – c’è chi ha già emesso la sua sentenza e non vuole sentirsi dire che forse si è sbagliato”.

Lettera aperta di Pino Maniaci ai colleghi giornalisti, scrive il 28 settembre 2016 "Telejato". «Cari colleghi, sin dal primo giorno in cui vi è stata data la notizia, il video e le intercettazioni delle vicende in cui la Procura di Palermo ha deciso di “impallinarmi”, assieme a nove mafiosi di Borgetto che con me non c’entravano niente, a nessuno di voi è venuto il minimo dubbio che ci fosse qualcosa che non quadrava. Conosco il vostro rapporto con i magistrati: sono loro che vi passano le notizie e il materiale per integrarle, quindi nessuno di voi oserebbe mettere in discussione l’operato di chi, alla tirata delle somme, offre gli elementi per mandare avanti il proprio lavoro, di chi vi fa campare. Tutti avete emesso, in partenza la sentenza di condanna, sia perché quello che dice la Procura non si discute, sia perché rispetto a voi io non sono un giornalista, non merito questa etichetta e, addirittura, diffamo la vostra categoria. Ad alcuni non è parso vero di potere dilatare la macchina del fango messa in moto nei miei confronti. Altri hanno sottilmente distinto l’aspetto penale, per la verità molto fragile, da quello “morale” o etico, arrivando alla conclusione che se i risvolti penali di ciò di cui ero accusato erano irrilevanti, dal punto di vista morale io ero condannato e condannabile perché le intercettazioni che abilmente erano state confezionate e vi erano state date in pasto, mettevano in evidenza una persona senza scrupoli e senza rispetto per i valori minimi della convivenza e della morale comune: come potevo io fare la predica agli altri, quando non avevo rispetto per le istituzioni, per la magistratura e la legalità da essa rappresentata, per i politici, per il Presidente della Repubblica e persino per la mia famiglia? Anche adesso che, dopo essere stato finalmente ascoltato, alcune cose sono state chiarite, molti di voi sono rimasti fermi alla prima devastante impressione che vi è stata offerta e che escludeva addirittura qualsiasi personale rivalsa da parte di quei settori del tribunale di cui avevo messo in luce la vergognosa gestione. Sono stati ignorati, da parte vostra, che pur li conoscevate bene, anni d’impegno, di denunce, di servizi a rischio, di documentazione di attività sociali, culturali, religiose. È stato ignorato il ruolo di una redazione in costante rinnovo, ignorata la presenza di scolaresche, associazioni, volontariato, sincera collaborazione, il tutto senza un minimo di risvolto o di vantaggio economico. Cosa aggiungere? Che nessuno di voi, diversamente da quanto posso io fare, ha la piena libertà di scrivere ed esprimere i propri giudizi, dal momento che questi si uniformano a quelli di chi vi paga o vi dà le informazioni? La libertà di stampa non è acqua fresca e lo si nota giornalmente dal modo in cui vengono confezionati giornali e telegiornali e dalla scarsa capacità di chi vede e ascolta, di maturare un proprio giudizio e di notare subito dove sta il trucco o lo stravolgimento della notizia. Che aggiungere? Il regime non è finito, anzi sta cercando di rafforzarsi sia con lo stravolgimento dei principi costituzionali su cui andremo a votare, sia con le minacce di coloro che da sempre hanno agito indisturbati, sia con gli avvertimenti mafiosi, sia con il reato di diffamazione a mezzo stampa, che non si ha nessuna voglia di cambiare per agevolare il nostro lavoro. La titolare della Distilleria Bertolino una volta lo disse con chiarezza: “Una volta c’era la pistola, adesso basta la denuncia”. Oppure un buon servizio giornalistico. Una volta che la pietra è stata buttata ritirarla diventa difficile, anzi impossibile.»

Xylella, Trentino contro la Puglia: «Causa vostra, giù export di mele», scrive Marco Mangano il 20 novembre 2016 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La Xylella Fastidiosa spacca l’Italia ortofrutticola. Il batterio killer degli ulivi, oltre ad assestare colpi violenti al paesaggio, al territorio, all’immagine della Puglia, arreca «danni collaterali» (mutuando il titolo del famoso film interpretato da Arnold Schwarzenegger) anche alla parte dell’economia agricola del tutto estranea alla batteriosi. La Giordania esige dagli esportatori certificati in cui si assicuri l’assenza della patologia. Ciò, oltre ad avvenire per l’uva pugliese, si verifica per le mele trentine. Ed è qui che casca l’asino: i produttori della Val di Non puntano l’indice contro la Puglia: sostengono che se non fosse stato per loro non avrebbero subito alcun calo nell’export verso la Giordania. Un danno riflesso alla zona delle mele d’eccellenza.  «Stiamo incontrando problemi di ordine burocratico poiché la Giordania chiede ai produttori pugliesi di dichiarare sul certificato fitosanitario che i prodotti sono esenti da Xylella», afferma Giacomo Suglia, presidente pugliese dell’Apeo (associazione produttori ed esportatori ortofrutticoli) nonché vicepresidente nazionale di FruitImprese. «Ritengo - osserva - che il ministero delle Politiche agricole debba intervenire per fare chiarezza: intendo dire che sarebbe opportuna una campagna attraverso cui i Paesi importatori potessero essere rassicurati circa l’impossibilità che prodotti come l’uva, le mele e molti altri possano essere colpiti dal batterio. I frutti sono estranei alla patologia e, pertanto, non possono arrecare alcun danno alla salute, né trasferire la patologia». Insomma, la Xylella diventa una questione di politica agricola, per nulla trascurabile. La Puglia deve difendersi non soltanto dagli attacchi della sputacchina, l’insetto vettore che spadroneggia fra gli uliveti, assicurando notti insonni agli olivicoltori del Barese (dove si produce l’altissima qualità), ma anche dalle accuse del Nord. Diamo un’occhiata all’avanzata del batterio: dopo essere sbarcato a Ostuni e a Martina Franca (come anticipato in entrambi i casi dalla Gazzetta), la situazione pare incontrollabile. E non soltanto sul piano dell’espansione batterica. I nervi vengono messi a dura prova: abbiamo già riferito del conflitto fra Cia e Anas. Lo scorso 20 ottobre, in seguito all’individuazione di un focolaio a Ostuni, in una stazione di servizio all’altezza dei villaggi turistici «Monticelli» e «Rosa Marina», la Regione firmava un’ordinanza di sradicamento non solo dell’ulivo colpito dalla batteriosi, ma anche delle piante ospiti. Venivano, però, abbattuti l’albero ammalato e le piante che si trovavano nel raggio di cento metri dall’ulivo, ma non quelle (oleandri) che - nello stesso raggio di 100 metri - ricadevano e ricadono in aree di pertinenza dell’Anas. La confederazione sostiene che queste piante siano pericolose e che non abbia senso limitare lo sradicamento solo ad alcuni alberi. La Cia scrive all’Anas, sollecitandola a procedere nel più breve tempo possibile allo sradicamento.

La leggenda assurda della mafia che incendia i boschi e i monti, scrive Alberto Cisterna il 27 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Sia chiaro uno può anche sbagliare. Ma ad occhio e croce saranno vent’anni che circola la storia che ad incendiare i boschi ed a devastare le colline della Calabria, della Sicilia o della Campania siano ndrangheta, mafia e camorra. La leggenda assurda della mafia che incendia i boschi e i monti. Tuttavia, a memoria, non ci si ricorda di uomini delle cosche che siano stati arrestati e men che meno condannati per barbarie del genere. Non è un’esclusiva della Calabria dove la tesi circola da maggiore tempo. In Sicilia e in Campania si sentono le stesse cose da altrettanti anni. Tra squinternati, giovinastri, villeggianti incauti, pastori in cerca di pascoli, vigili del fuoco esaltati, il panorama (il bestiario) degli incendiari è composito e multiforme, ma di mafiosi non si vede neanche l’ombra. La qualcosa, alla lunga, non può restare priva di ricadute. O gli inquirenti sono degli inetti che non riescono a venire a capo della questione oppure, in genere, le mafie non c’entrano nulla. E poiché occorre scartare la prima ipotesi, tenuto conto del livello delle forze antimafia nel paese, la seconda prospettiva comincia a prendere piede in modo sostanziale. Non è una questione da poco. Un conto è teorizzare una strategia mafiosa volta a depredare e deturpare il territorio, altro è dare la caccia ai portatori di microinteressi e microbisogni, quando non a dei veri e propri teppisti e mascalzoni. Si tratta di adottare strategie del tutto diverse, ricorrere a strumenti investigativi completamente nuovi. Ad esempio qualche drone gioverebbe più di cento intercettazioni. Nel frattempo, invece, è tutto un teorizzare, ipotizzare, allarmare in vista di tenebrose trame mafiose che, alla fine, è il caso di dire, risultano fumose e prive di riscontri. D’altronde bruciano la California, la Spagna, la Francia, la Grecia, il Portogallo, ed in modo anche più devastante che in Italia, e nessuno si azzarda a lanciare l’idea che le mafie italiane, espandendosi per il mondo, si siano messe a dar fuoco alle foreste di mezzo globo come se fossero in Aspromonte. E’ all’incirca una sciocchezza e, come tutte, le superstizioni ha una matrice tutta italica. Il sillogismo è semplice: la mafia controlla il territorio in modo capillare, il territorio brucia, la mafia incendia il territorio. Naturalmente, come tutte le aberrazioni logiche, anche questa parte da un postulato opinabile, anzi da due. Non è più vero, e per fortuna da un paio di decenni, che le mafie controllino il territorio in modo così asfissiante e meticoloso, come in passato. Hanno strategie ed obiettivi diversi e il controllo è costoso e poco redditizio ormai. In secondo luogo il fatto che i boschi brucino non realizza alcun evidente interesse delle mafie che, difatti, nessuno indica con un minimo di precisione. Piuttosto, per molti decenni, i più importanti esponenti della ndrangheta amavano essere additati come i «re della montagna». Si facevano chiamare così i più pericolosi ras della ndrangheta reggina, tutti direttamente impegnati nell’industria boschiva che ha costituito, almeno nella Calabria aspromontana, la prima forma di imprenditoria mafiosa. Dalla montagna e dal suo controllo la ndrangheta ha ricavato vantaggi enormi, si pensi soltanto alla stagione dei sequestri di persona e alle fasi iniziali dello stoccaggio della cocaina. In montagna, in fosse scavate nel terreno, la ndrangheta ci nascondeva persino il denaro. E poi è vero o no che i picciotti hanno invocato per decenni la protezione della Madonna della Montagna a Polsi? Basterebbe rileggere con attenzione il capolavoro di Gioacchino Criaco, Anime nere, per rendersi conto di quale rapporto ancestrale, interiore, anzi intimo leghi la gente di ‘ndrangheta (come tanti calabresi perbene) alla montagna e sbarazzarsi, così, di una certa allure che nasconde, da qualche tempo, le proprie inefficienze dietro lo spettro di una mafia purtroppo, a suo dire, imbattibile. Sia chiaro, non si sono mai viste neppure coppole iscritte al WWF o versare contributi ad Italia Nostra, ma qui parliamo di interessi, di denaro, di progetti di egemonia che dovrebbero indurre i boss ad appiccare incendi qui e là in giro per il Mezzogiorno d’Italia. Tra parecchie dozzine di pentiti e decine di migliaia di intercettazioni, che nulla raccontano in proposito, gli unici a farsi beccare al telefono a parlare di fuoco e fiamme sono stati i vigili volontari di Ragusa per intascare dieci euro l’ora. Siccome la storia prosegue, come detto, da troppo tempo è forse giunta l’ora di chiedere le prove a chi sostiene cose del genere. La pubblica opinione è ormai alluvionata dai “ragionamenti” degli inquirenti, avrebbe diritto anche alla dimostrazione di ciò che si sostiene. Se davvero ci fossero le cosche dietro la distruzione piromane sarebbe un fatto gravissimo, un vero e proprio attentato alla Repubblica. Un atto di guerra e, come ricordava Georges Benjamin Clemenceau, «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari», figuriamoci ad altri. 

Siamo sicuri che Gratteri sia bravo? Scrive Piero Sansonetti i 14 ottobre 2017 su "Il Dubbio". Sono stati linciati. Letteralmente linciati moralmente. Fatti a pezzi, messi alla gogna. Dai magistrati, dai giornalisti, dalle Tv. «Mafiosi, mafiosi, mafiosi». Gli hanno detto così: punto e basta. Mafiosi. Senza l’alito di un dubbio, di un condizionale, di una possibile via di difesa. Sulla base di che? E vallo a capire. Non lo sapremo mai. La Cassazione ora ha scoperto che erano innocenti. Che non c’era un indizio di colpa degno di questo nome. Anzi, che tutti gli indizi andavano in direzione contraria. Loro, gli amministratori di Gioiosa Ionica, però, si sono fatti anni di carcere. Qualcuno un anno, qualcuno due, qualcuno cinque. Cinque anni è un pezzo della propria vita. E’ una rovina esistenziale, sociale, umana, economica. E perché è toccata loro questa disgrazia? Perché alcuni magistrati e alcuni investigatori hanno preso un granchio grosso come una casa. Non sappiamo nemmeno perché lo hanno preso. Chissà, forse un pentito gaglioffo, forse una voce di paese, forse il vecchio pregiudizio anti- calabrese. Cinque anni in cella. Tutti assolti Siamo sicuri che Gratteri sia bravo? Sappiamo con certezza come li hanno trattati i giornali, sappiamo il fango, la melma, la schifezza che gli hanno rovesciato addosso. Senza problemi di coscienza, senza esitazioni. Lasciamo stare i giornali scandalistici, i fogli locali. Prendiamo un grande giornale nazionale, autorevolissimo, liberale, colto. E guardiamo cosa scrisse all’epoca. Scusate se sono pedante ma vi trascrivo un passo lungo. Lungo e che fa rabbrividire: «I Mazzaferro (cosca mafiosa, ndr) si erano presi il Comune di Marina di Gioiosa Ionica. Erano loro a governare la cittadina della costa ionica reggina. Avevano eletto il sindaco, deciso buona parte degli assessori, stabilito ogni cosa. E ora gestivano tutto in maniera diretta. Ogni scelta passava dalle stanze di Rocco Mazzaferro e del resto del clan. Ogni appalto, ogni fornitura, era cosa loro. Se l’erano “guadagnato” a suon di preferenze pilotate “in maniera militare”. Battendo persino gli Aquino, il potente clan della Locride che invece avrebbe sostenuto la lista rivale. Il sindaco Rocco Femia, detto “pichetta” (zappa, ndr) era organico alla cosca. Così come lo erano anche Vincenzo Ieraci, detto “u menzognaru” (il bugiardo, ndr), assessore all’Ambiente; Rocco Agostino, detto “gemello”, assessore alla Politiche sociali, e Francesco Marrapodi, ex assessore ai Lavori pubblici (si dimise lo scorso anno a seguito di un problema di salute). Tutti...

Cinque anni di galera con l’accusa di essere mafiosi. Ma ora li hanno assolti…, scrive Simona Musco il 14 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". L’odissea di sindaco e assessori di un paese calabrese. L’indagine di Gratteri è naufragata ma gli anni in cella rimangono. Per la gran parte dei giornali d’Italia erano «uomini della ‘ndrangheta di Marina di Gioiosa e malacarne» che avevano infettato l’amministrazione comunale del paesino calabrese lasciando una porta aperta a boss e gregari del clan locale dei Mazzaferro. Ma sei anni dopo, gran parte dei quali passati in carcere, il blitz “Circolo Formato”, che ha spazzato via la giunta della “città del sorriso”, il teorema della Dda è crollato in Cassazione. È una bocciatura la sentenza pronunciata ieri notte, dopo 10 ore di camera di consiglio, dai giudici della Suprema Corte, che hanno annullato con rinvio la condanna a 10 anni dell’ex sindaco Rocco Femia, rimasto in carcere per cinque anni con l’accusa di essere uomo del clan, e assolto per non aver commesso il fatto, gli ex assessori Rocco Agostino e Vincenzo Ieraci, anche loro ritenuti dall’accusa parte dell’organico della cosca del piccolo comune calabrese. Per tutti i giornali d’Italia erano «uomini della ‘ ndrangheta di Marina di Gioiosa, malacarne» che avevano infettato l’amministrazione comunale del paesino calabrese lasciando una porta aperta a boss e gregari del clan Mazzaferro. Ma sei anni dopo, gran parte dei quali passati in carcere, il blitz “Circolo Formato”, che ha spazzato via la giunta della “città del sorriso”, il teorema della Dda è crollato in Cassazione. È una bocciatura la sentenza pronunciata ieri notte, dopo 10 ore di camera di consiglio, dai giudici della Suprema Corte, che hanno annullato con rinvio la condanna a 10 anni dell’ex sindaco Rocco Femia, rimasto in carcere per cinque anni con l’accusa di essere uomo del clan, e assolto per non aver commesso il fatto gli ex assessori Rocco Agostino (che era stato condannato a 7 anni) e Vincenzo Ieraci (9 anni e 4 mesi), anche loro ritenuti dall’accusa parte dell’organico della cosca. Prima di loro, in abbreviato, la Cassazione aveva assolto l’altro ex assessore coinvolto, Francesco Mazzaferro. Toccherà ora ad una nuova sezione della Corte d’appello di Reggio Calabria valutare le condotte dell’ex sindaco e stabilire se avesse o meno fatto patti con la ‘ ndrangheta. «Una battaglia legale certamente non ancora terminata per lui – ha commentato Marco Tullio Martino, legale, assieme ai colleghi Eugenio Minniti e Franco Coppi, di Femia – ma che sta, con questo annullamento, rendendo giustizia ad un sindaco ingiustamente travolto da accuse che non gli appartenevano». I legali hanno evidenziato che era l’intera comunità ad essere interessata alle elezioni del 2008, «con contatti ed intercettazioni dunque anche con soggetti eventualmente facenti parte di contesti malavitosi», ma che nonostante questo l’accusa «non aveva mai saputo dimostrare l’elargizione di un solo appalto, di una concessione o di un solo finanziamento, diretto o anche solo indiretto, a qualsivoglia consorteria di riferimento». Gli avvocati hanno spulciato tutti gli atti di tre anni di amministrazione, le singole assegnazioni, dirette solo nei casi di lavori da pochi centinaia di euro, e sempre affidati alla stazione unica appaltante provinciale anche quando sotto soglia, «proprio per fugare ogni dubbio di interferenze». Un imponente accesso agli atti teso a dimostrare che la giunta non aveva mai aiutato il clan a recuperare terreno sul clan rivale, economicamente e militarmente più forte dei Mazzaferro. Anzi, sostiene Martino, l’amministrazione aveva contrastato la cosca a suon di atti. «Dalla documentazione prodotta erano emerse demolizioni, sequestri e provvedimenti mirati, che avevano colpito proprio i beni immobili del sodalizio mafioso che si voleva considerare in realtà vicino alla giunta», ha evidenziato. Le sentenze di primo grado e d’appello avevano definito le elezioni del 2008 «una competizione elettorale tra ‘ndrine», un conflitto silente, «camuffato da una competizione elettorale, di contrapposizione mafiosa tra i Mazzaferro e gli Aquino, che misurano così la loro forza su quel territorio». La vittoria finale, secondo le accuse della Dda di Reggio Calabria, avrebbe comportato il governo del paese ed il conseguente arricchimento di una ‘ndrina a scapito dell’altra, grazie al controllo degli appalti, dell’economia, insomma: del denaro pubblico. Secondo la Dda, Femia era uno dei politici in grado di inserire il clan nei gangli dell’economia di Marina di Gioiosa. Anzi, il numero uno tra i soggetti prescelti. «Il mondo mi è crollato addosso. Non mi sarei mai aspettato di finire in carcere con questa pesante accusa», aveva raccontato al Dubbio, poco dopo la scarcerazione, Femia. «Ho sofferto tantissimo. Insegno educazione fisica da 30 anni, ai miei ragazzi ho sempre parlato del rispetto delle regole – ha spiegato -. Vedere che tutto questo sarebbe andato perduto mi ha distrutto». Da quel giorno sono passati cinque anni prima di poter passare un’altra notte a casa con la propria famiglia. Cinque anni durante i quali non ha fatto altro che ripetere la sua versione dei fatti. «Ribadisco quello che ho sempre detto sin dal mio primo giorno: non ho niente a che fare con la ‘ ndrangheta, non ne ho adesso e non ne avrò nel futuro. Questa parola non è mai entrata in casa mia», sottolineava, difendendo a spada tratta anche la sua amministrazione, fatta «di uomini liberi», di gente che «ha sempre agito nella massima legalità, trasparenza e democrazia. Tutto questo lo affermano i fatti, le prove, ma purtroppo, non so perché, c’è stato un accanimento violento nei nostri confronti. Su di noi non c’è niente». La sentenza d’appello, depositata qualche giorno dopo la scarcerazione, aveva però abbracciato la tesi della Dda, con un pesante giudizio sull’ex sindaco. Per i giudici che aveva confermato i 10 anni di carcere, il politico era al soldo della cosca Mazzaferro. Di più: di quella cosca lui avrebbe fatto parte, rendendosi strumento del tentativo del clan di risalire la china. Un teorema che ora andrà dimostrato nuovamente in appello, mentre la città, lentamente, si risveglia da un torpore durato 6 anni. «Dove sono le telecamere adesso?», si chiedono i parenti degli ex amministratori ora scagionati. Che ringraziano: «è la fine di un incubo che mai avrei pensato di vivere – ha commentato Rocco Agostino -. Credo comunque nella giustizia e nell’operato della magistratura e delle forze dell’ordine. Ora mi godo la mia famiglia, poi in futuro chissà».

Mimmo è innocente. Siamo presi tra due fuochi: la ’ndrangheta e la legge, scrive Mimmo Gangemi il 10 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il caso del sindaco di Riace. Mimmo Lucano è riuscito di costruire sogni. S’è aggrappato al cielo e ha imparato a modellare le nuvole. Peccato abbiano punto e sgonfiato quella su cui stava seduto assieme alla sua meravigliosa utopia. E peccato che essa ora rischi d’abbattere un’acqua tempestosa sulla civiltà che Riace spande intorno, contagiando di quella civiltà. Io, alla sua colpevolezza, non ci credo. La mia sensibilità non ci crede, dopo aver messo gli occhi sulla solidarietà concreta, su quell’oasi di fratellanza che è monito ed esempio. L’ho esternato. Mi hanno ribattuto il solito cliché di lasciare che la Giustizia compia il suo corso. Balle. In Italia, di più in questo lembo di terra su cui si consuma il continente e si abbatte pesante il pregiudizio, la Giustizia ha i passi del cordaio, che intrecciava le corde procedendo a ritroso. Con tempi biblici. Quando sarà resa giustizia, se sarà resa, saranno trascorsi dieci anni, tutti d’inferno, per un gigante abbattuto e disteso nella polvere. E anche dopo, se, come sono convinto, risulterà innocente, gli resteranno addosso le stimmate e le ombre, e il peso del lungo calvario prima di giungere alla verità. Intanto, sarà svanita l’illusione di Riace. Questo, mentre alla sua estraneità ai fatti contestati credono la maggioranza dei calabresi onesti, non quella corte dei miracoli, capeggiata da presunti giornalisti e da presunti paladini antimafia, che campa con le Procure, ne funge spesso da addetto stampa ed è disposta ad avallare che i bimbi nascono dal pertugio della bocca purché a dirlo sia un magistrato. È diventato un problema serio, la Giustizia. Se ne è smarrito il senso. In Calabria, peggio, molto peggio. Colpa degli addetti ai lavori ossessionati di carriera e di vanità e incantati dai microfoni – pochi in verità, ché i più operano con vera efficienza e in silenzio e, ahinoi, apposta non fanno opinione e forse apposta non scalano il cielo – non vige la presunzione d’innocenza, piuttosto quella di colpevolezza, con buona pace dei principi della Costituzione, dello Stato di diritto, della Carta dei Diritti Umani. Qui, passo passo, si è giunti a una deriva autoritaria che mina le libertà, persino quella di espressione. E le notizie delittuose hanno grande clamore in uscita – sbandierate a pieni polmoni – e il silenzio in entrata, quando si sgonfiano a bufale, cosa che succede con sconcertante regolarità. Se la categoria sapesse di dover pagare, come succede a ogni altra, per gli errori di negligenza, di superficialità, o di cospirazione, starebbe più accorta alla dignità dei cittadini oltraggiati. Anche le brillanti carriere costruite sui grandi risultati investigativi che poi si riducono a fumo e null’altro dovrebbero essere restituite indietro, assieme alle decorazioni. Così, succede che quaggiù i cittadini perbene si sentano prigionieri, tra due fuochi, e tra due paure, da un lato il bubbone malefico che è la ’ ndrangheta, dall’altro la Giustizia. Certo, paura diversa quella d’incappare da innocenti nella Giustizia. E tuttavia paura, una paura che toglie credibilità alla Giustizia stessa, e qui la credibilità è arma vincente per uscire dal pantano nel quale ci hanno sprofondati gli “uomini d’onore” che l’onore non sanno dove stia di casa. Perché si rimane incastrati nei suoi ingranaggi farraginosi per un vago sospetto, per un cognome scomodo – anche a condurre vita da meritare, già in terra, che si impianti la pratica per la beatificazione – per un parente in odore di mafia pure se vissuto nelle viscere del secolo trascorso, perché scorto a salutare, a chiacchierare, a prendere un caffè con un presunto malavitoso, magari in un paese con un unico bar, presunto perché te lo ritrovi libero, per la malasorte di stare antipatico a uno che ha titolo di stendere un verbale che ti riguarda. Gli strali della Giustizia con interdizione dalle attività lavorative, udite, udite, persino a ditte che hanno costituito un’ATI (Associazione Temporanee d’Impresa) con una il cui titolare, un decennio dopo, quando nulla si ha più da spartire, si è ritrovato incriminato per collusione con la ’ ndrangheta. E si finisce schiaffati in prima pagina. Agli arrestati tocca lo spettacolo indecoroso di varcare, in manette e nell’ora di punta, la soglia della Questura tra due angeli custodi, e scendere le scale fino alla volante, via il primo e avanti il secondo, distanziati a beneficio di telecamere – saranno lì per caso? – come le modelle nelle sfilate di moda. In questi ultimi tempi si è registrata la solitudine dei numeri primi, per parafrasare un romanzo famoso – e ci può stare seppure sia complicato digerire che l’unica garanzia degli onesti sia quella di isolarsi. E l’idea che anche per pitturare la parete di casa bisogna sottostare alla ’ ndrangheta. Ma quando mai? Faccio l’ingegnere da più di 40 anni e non mi ci sono imbattuto. Certo, ho odorato la presenza della malapianta in certi appalti, non nella minuteria però, né mi risulta qualcuno a cui sia stata imposta una ditta per ridipingere gli interni. Ho trovato su un’interdittiva antimafia una dichiarazione dello Stato secondo cui la provincia reggina necessita di un particolare rigore nei confronti del fenomeno criminale. Quel “particolare rigore” suona male, assomiglia alla conferma che qua si può oltre, che sono legittime le reti a strascico buttate a chi piglia piglia e il rinvio a un secondo tempo per la distinzione tra quanti ci sono incappati da colpevoli e quanti da innocente. Sbagliato, la Giustizia è anche equità, deve essere applicata allo stesso modo in Friuli e in Calabria. La verità è che vige l’idea che quaggiù siamo tutti coinvolti, per appartenenza o per collusione, per un’omertà che viene intesa connivenza ed è solo paura, legittima peraltro, il cittadino non ha i passi scortati. Siamo stati inchiodati appestati, brutta gente, untori da cui tenersi alla larga. È stata coniata l’equazione calabresi uguale ‘ndranghetisti. Con l’unica eccezione dei combattenti sul fronte ’ ndrangheta. No, sbaglio, sono puri, lindi, rispettabili e fuori da qualsiasi sospetto anche gli elettori della on. Bindi alla primarie del Pd prima e alle politiche dopo, quando la sua candidatura se la contesero tutte le regioni d’Italia e spuntò il privilegio la Calabria, la colonia che lei ricambia amorevole. Cosa c’entra Mimmo Lucano con questa analisi? C’entra, c’entra. Perché il suo linciaggio è parte del sistema che annaspa, fa acqua, che talvolta sembra regime, smarrisce le regole e i principi di libertà e democrazia. Ora la speranza è che la vicenda si risolva in tempi brevi, per lui stesso e per il miracolo di Riace. Che, dovesse risultare un abbaglio, la notizia almeno abbia uguale risonanza di quella in uscita. Che, nel caso, chi ha sbagliato ne risponda, altrimenti ne perderà la Giustizia. Su queste mie esternazioni? È la libertà, bellezza. O non è concessa?

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

DI CATANZARO… Il paladino dell’antindrangheta era socio di un boss. Calabria: il presidente della commissione antimafia era socio di un boss. Le quote della Gife sas imbarazzano Arturo Bova. I suoi rapporti con Leonardo Catarisano, capoclan di Roccelletta di Borgia, negli anni in cui prendeva il via la carriera politica che lo avrebbe portato in consiglio regionale, scrive Lunedì, 29 Maggio 2017 Alessia Truzzolillo su "Il Corriere della Calabria". Nei brogliacci dell’inchiesta “Jonny” ci sono passaggi imbarazzanti per il presidente della commissione Antindrangheta del consiglio regionale Arturo Bova. Svelano i suoi rapporti d’affari con un uomo, Leonardo Catarisano, 63 anni, che gli investigatori dell’antimafia catanzarese ritengono uno dei vertici del clan di Roccelletta di Borgia, finito nel mirino dell’operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro. Legata agli Arena di Isola Capo Rizzuto, la famiglia, secondo quanto ricostruito in maniera capillare dalla Direzione distrettuale antimafia e dai militari del Nucleo investigativo, sarebbe impegnata in reati «contro il patrimonio, in materia di armi, stupefacenti, estorsioni, nonché acquisire in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque il controllo, di attività economiche, infiltrandosi nella relativa gestione nei diversi ambiti commerciali e imprenditoriali, anche nel settore i villaggi turistici e delle attività recettive, forniture per la realizzazione di opere pubbliche o private, forniture per servizi vari sul territorio». L’organizzazione è stata peraltro riconosciuta da due procedimenti penali: 3563/2009 e 3968/2011. Ma le indagini di Jonny ci mostrano anche un Leonardo Catarisano imprenditore. L’esponente di vertice della cosca viene indicato anche quale amministratore della Gife sas di Catarisano e C, un’azienda di rivendita di materiali edili che subirà dei cambiamenti nel corso del tempo. Istituita il 27 gennaio 1997 – «(socio accomandatario Leonardo Catarisano, soci accomandanti Antonio Severini e Teresa Pilò, Leonardo Catarisano) con sede in via Risorgimento di Roccelletta di Borgia» –, il 5 gennaio 2001 la Gife sas cede l’impresa alla Gife srl (appositamente costituita a novembre del 2000) e passa da società di persone a società di capitali la cui caratteristica principale è quella di avere un patrimonio separato rispetto quello dei singoli soci. La Gife srl risulta attiva nel commercio all’ingros­so e/o al dettaglio del settore non alim­entare; nonché la co­struzione e l’acquis­to di edifici civili, commerciali e indu­striali e di opere connesse; movimento terra, costruzione, gestione di strutture turistico alberghie­re; noleggio a caldo e/o a freddo di automezzi, macchinari ed attrezzature edile. Attualmente la Gife risulta composta da due soci, il socio di maggioranza Antonio Severini, 50 anni, che detiene il 66,67% delle quote e Leonardo Catarisano che ne detiene il 33,33%. La Gife srl da gennaio 2001 a settembre dello stesso anno ha avuto come amministratore unico Giovanni Bova il quale è stato poi sostituito in questo ruolo da Arturo Bova, attuale consigliere regionale di maggioranza in quota Dp e presidente della commissione regionale Antindrangheta. Le visure camerali conducono gli inquirenti al politico, che da settembre 2001 ha ricoperto il ruolo di amministratore unico della Gife srl, ruolo confermato nel 2005 e rimasto invariato fino ad aprile 2008. Bova risulterebbe inoltre già titolare di 6.800,12 quote nominali pari ad un terzo dell’in­tero capitale della Gife srl. Secondo quanto si è potuto apprendere da fonti investigative, il politico avrebbe donato le proprie quote al socio Antonio Severini nel marzo 2012. Leonardo Catarisano viene considerato dagli inquirenti «esponente di vertice della cosca di ndrangheta sinteticamente denominata come cosca Catarisano». L’epicentro del territorio controllato dal clan è Roccelletta di Borgia. Per Leonardo Catarisano, 63 anni, detto Nando, il percorso per salire al vertice della cosca non è stato facile e non è avvenuto in tempi brevi ma al termine di una sanguinosa guerra di una «sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000». Ma il sangue a Borgia ha radici lontane, in un territorio sottomesso alla violenza. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo «storicamente, il comune di Borgia ricadeva sotto l’influenza criminale di Antonino Giacobbe, classe 1920, che era coadiuvato nella sua attività criminale da Saverio Barbieri, alias “u tirannu”». I due vennero arrestati per omicidio nel 1975 e nel corso della loro assenza le redini della cosca vennero rette da Virgilio La Cava. Quando, nel 1989, i due ottennero la semilibertà e cercarono di riprendere la guida della compagine ‘ndraghetistica, trovarono l’opposizione di La Cava che creò una scissione coi vecchi capi. Nel 1989 si registra la prima faida interna alla cosca che lasciò sul campo i corpi senza vita di otto persone, compreso Virgilio La Cava e suo figlio Antonio. In questo contesto sanguinoso e violento era emersa la figura di Salvatore Pilò, ritenuto vicino alla cosca Arena, che aveva cementato il suo legame col vecchio Giacobbe grazie a matrimoni e vincoli di parentela. La sua presenza e l’influenza che Pilò aveva col boss non piacevano a Barbieri “u tirannu”. Nel 1993 le armi riprendono a farla da padrone nel territorio di Borgia e fino al 1998 si contano otto morti. Nel frattempo, all’interno del gruppo di Salvatore Pilò emergono i nomi di Salvatore Abruzzo e Leonardo Catarisano il quale aveva sposato una nipote di Salvatore Pilò, figlia di suo fratello Francesco, cementando a doppia mandata il suo rapporto con la cosca e avviandosi a diventarne il reggente. Dalle indagini dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, emerge che Catarisano «a seguito della sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000, assumeva la reggenza del sodalizio di Roccelletta di Borgia». A contendere il potere a Salvatore Pilò, soprattutto per assumere il controllo di attività illecite come estorsioni e traffico di droga, c’è un g