Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

PROFUGOPOLI

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

VITTIME E CARNEFICI

 

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

INTRODUZIONE.

L’HA DETTO LA TELEVISIONE? E’ FALSO! NON SPEGNETE LA TV, MA ACCENDETE LA LIBERTA’.

CATTIVI MAESTRI.

STUPRI E FEMMINICIDI DEI CLANDESTINI: L'ASSOLUZIONE IDEOLOGICA.

COME SI CENSURANO LE NOTIZIE SUI CRIMINI DEGLI IMMIGRATI.

PORTI CHIUSI.

A LAMPEDUSA, PERSONE PER BENE.

ED ANCORA IL SOLITO FASCISMO. I SOLITI RAZZISTI. I SOLITI SCIACALLI.

NICOLAS SARKOZY E LA LIBYAN CONNECTION.

IMMIGRAZIONE O INVASIONE? SOROS ED I COMUNISTI.

IL COMUNISMO E L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO: LE PROFEZIE.

HEZBOLLAH. I GUERRIERI DI DIO.

PROFUGHI. LA GRANDE FUGA DALLE GUERRE ISLAMISTE. BUGIE E RESPONSABILITA'.

PROFUGHI. ARMA DI INVASIONE, DI DITRAZIONE E DI DISTRUZIONE DI MASSA.

BUONISTI ED ONG. TUTTA QUESTIONE DI DISONESTA'.

I MIGRANTI, I SALVATAGGI IN MARE E LE MENZOGNE DEI TALEBANI DEL BUSINESS DELL'ACCOGLIENZA.

ASSASSINI DI BAMBINI.

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

LO “IUS SOLI” PER I TERRORISTI.

IL TERRORISMO ISLAMICO E LE MAFIE ITALIANE SONO IN AFFARI?

QUELLA MAFIA CHE SI FA FINTA DI NON VEDERE. LA MAFIA NIGERIANA.

LA MAFIA NERA.

PAGANO SOLO GLI ONESTI.

CHI SONO GLI IMMIGRATI?

CENTRI PER L'IMMIGRAZIONE IN ITALIA. CPSA, CDA, CARA, CIE. SPRAR, CAS. IL GRANDE AFFARE DEI CENTRI DI ACCOGLIENZA.

IMMIGRATI: AIUTATI A CASA LORO...

CASA LORO… HOTEL AFRICA.

IMMIGRATI. QUELLO CHE NON SI DICE. LA BUONA ITALIA DELLE ZONE FRANCHE E I “PROFUGHI TAKE AWAY”.

MAFIA ONLUS.

L’ITALIA DEI SEDICENTI PROFUGHI.

IL BUSINESS SULLA PELLE DEI BABY PROFUGHI. 

IL BUSINESS SULLA PELLE DEI PROFUGHI. 

IL TERRORISMO ISLAMISTA.

IL TERRORE ESPORTATO IN OCCIDENTE.

PROFUGHI ED ISIS.

TERREMOTO E SOLIDARIETA’.

PROFUGHI ED ACCOGLIENZA.

I PROFUGHI E LA SINISTRA.

PROFUGHI, ISLAM E CENSURA.

IL RAZZISMO AL CONTRARIO.

MANTENUTI…

SCOMPARSI…

SCHIAVIZZATI...

CI SONO PROFUGHI E PROFUGHI.

PROFUGHI E SPECULAZIONI.

LO SPRECO DEI PASTI AI CLANDESTINI.

IMMIGRAZIONE: RISORSA? MA QUANTO MI COSTI? UN MILIARDO O 4O MILIARDI DI EURO ALL'ANNO?

ZINGARI ED IMMIGRATI: GLI SPRECHI SOLIDALI.

ITALIANI IGNORANTI ED IMMIGRAZIONE: PARLIAMO DI PENSIONI.

 

  

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

INTRODUZIONE.

L’Islam esce allo scoperto e umilia una infermiera perché donna: “abbassa lo sguardo quando parli con me”, scrive Andrea Pasini l'8 settembre 2018 su "Il Giornale". “Abbassa lo sguardo quando parli con me, sei una donna”. Purtroppo non ci troviamo in Afghanistan ma siamo a Saronno comune alle porte di Milano. Queste parole sono state indirizzate ad un’infermiera italiana da parte di un paziente islamico. È la fine di agosto secondo quanto riporta “La Prealpina” un giovane e sua sorella hanno accompagnato la madre al pronto soccorso. Tutti islamici. Sia la donna che la ragazza indossavano il velo integrale, simbolo dell’oscurantismo musulmano. Alla signora, scrive il quotidiano locale, è stato quindi somministrato un antidolorifico e poi le è stato assegnato un codice verde perché non destava in condizioni preoccupanti. Quando l’infermiera del pronto soccorso è andata a riferire all’uomo le condizioni della madre e ciò che era stato fatto per curarla, l’uomo avrebbe contestato il fatto di trovarsi a parlare “solo” con una donna e non con un medico uomo. “Abbassa lo sguardo quando parli con me, sei una donna”, le avrebbe detto il musulmano. L’uomo, scrive il quotidiano locale, si sarebbe placato solo grazie all’intervento di un vigile che si trovava lì per assistere un paziente giunto in pronto soccorso a causa di un incidente stradale. Il fatto sarebbe stato confermato anche dai rappresentanti sindacali della struttura. Adesso io dico: ma vi sembra possibile che in Italia possa accadere una cosa del genere? E che un ospite di religione islamica possa pensare di comportarsi in questo modo? Permettendosi di umiliare una donna intenta a svolgere con serietà il proprio lavoro. Non è assolutamente possibile in un qualsiasi paese normale occidentale ma in Italia purtroppo per noi SI. Tutto questo perché la religione islamica impone delle regole che con la nostra cultura occidentale non potranno mai essere compatibili. E questa è una prova tangibile. È questa l’integrazione di cui si riempie tanto la bocca la sinistra. E si perché: una delle tante risorse della sinistra, un mediorientale, un immigrato islamico si può permettere di inveire contro un’infermiera che stava curando la madre invitandola ad abbassare lo sguardo e chiedendone la sostituzione con un infermiere di sesso maschile perché secondo le regole dell’islam la donna è un essere inferiore per cui non degno di poter parlare da sola con un uomo. È proprio questa l’integrazione che vorrebbe e che ci propone di continuò la sinistra in Italia. Bella roba! Ma vi rendete conto che l’infermiera è andata a riferire all’immigrato le condizioni della madre e ciò che era stato fatto per curarla e l’islamico ha contestato il fatto di trovarsi a parlare con una donna secondo lui una questa è una cosa inammissibile. Robe da matti! Ma vi sembra una cosa normale e soprattutto possibile che In un paese occidentale dove le donne hanno pari diritti degli uomini e per noi le donne rappresentano un grande orgoglio per la nostra comunità e meritano stima, riguardo e soprattutto rispetto queste persone ospiti nei nostri paesi si permettono di umiliarle e trattarle come delle pezze da piedi? Ma siamo diventati matti! Questa gente o viene in Italia e rispetta le nostre leggi, i nostri valori e le nostre tradizioni o torna a casa loro e di corsa anche. Queste dovrebbero essere le regole che una Stato giusto dovrebbe porre come requisito primario per poter risiedere in Italia. Gli islamici a cui non sta bene che qua in Italia le donne valgono come gli uomini ed anche di più, tornino pure a casa loro. Al posto che denunciarlo e poi sbatterlo immediatamente fuori dall’Italia, l’immigrato è stato tranquillizzato da un vigile che si trovava lì ero caso. Allora una buona volta per tutte mi sento di lanciare un messaggio chiaro a tutti gli islamici residenti in Italia: qua non siete a casa vostra dove vi è consentito trattare le donne come degli essere inferiori: qua siete in Italia e non prevale la legge della Sharia e se questo non vi sta bene tornate pure a casa vostra dove potete comportarvi come meglio credete senza dare fastidio a nessuno. 

"Con il burqa non riesco a visitarla". E il marito islamico punta la pistola contro il medico. Il medico l'ha invitata gentilmente a toglierselo, spiegandole che altrimenti non sarebbe riuscito a visitarla. Lei si è rifiutata e prima di uscire ha detto: "Le cose non finiranno qui", scrive Eugenia Fiore, Domenica 9/09/2018 su "Il Giornale". In Francia è vietato portare il burqa da sette anni. È la legge. Ma per alcuni vige solo una regola: quella del menefreghismo. Ecco un esempio. Qualche giorno fa una donna si presenta in un ospedale dell'Alta Corsica, nel comune di Poggio-Mezzana, completamente ricoperta dal velo. Irriconoscibile, quindi. Il medico, a quel punto, la invita gentilmente a toglierselo, per poter procedere alla visita. Lei rifiuta. Categoricamente. Il professionista le spiega che in quelle condizioni non sarà in grado di esaminarla, e le chiede allora di lasciare lo studio. Prima di andarsene, la paziente si gira verso l'uomo e con aria di sfida esclama: "Le cose non si fermeranno qui". Più tardi, infatti, all'ospedale si presenta il marito della donna. Entra nello studio del medico, sfodera una pistola niente meno che automatica e l'appoggia con arroganza sulla scrivania. Poi la rimette in una borsa e se ne va. Secondo quanto riportato dai media francesi, ancora non si conosce lo scambio verbale avvenuto tra i due uomini. Quello che è sicuro, però, è che l'islamico ha minacciato di morte il professionista. E perché, poi? Perché aveva semplicemente fatto il suo dovere. E il suo lavoro. Ora la procura di Bastia ha aperto un'indagine. "Non c'è posto in Corsica per il fondamentalismo e l'islamismo. La nostra isola è e resterà una terra di libertà e tolleranza", ha commentato il presidente del Consiglio esecutivo della Corsica, Gilles Simeoni. 

Immigrazione/emigrazione. Dimmi dove vai, ti dirò chi sei.

L'immigrato/emigrato italiano o straniero è colui il quale si è trasferito, per costrizione o per convenienza, per vivere in un altro luogo diverso da quello natio.

Soggetti: L’immigrato arriva, l’emigrato parte. La definizione del trasferito la dà colui che vive nel luogo di arriva o di partenza. Chi resta è geloso della sua terra, cultura, usi e costumi. Chi arriva o parte è invidioso degli altri simili. Al ritorno estemporaneo al paese di origine gli emigrati, per propria vanteria, per spirito di rivalsa e per denigrare i conterranei di origine, tesseranno le lodi della nuova cultura, con la litania “si vive meglio là, là è diverso”, senza, però, riproporla al paese di origine, ma riprendendo, invece, le loro vecchie e cattive abitudini. Questi disperati non difendono o propagandano la loro cultura originaria, o gli usi e costumi della terra natia, per il semplice motivo che da ignoranti non li conoscono. Dovrebbero conoscere almeno il sole, il mare, il vento della loro terra natia, ma pare (per soldi) preferiscano i monti, il freddo e la nebbia della terra che li ospita. 

Tempo: il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Se permanente le nuove generazioni dei partenti si sentiranno appartenere al paese natio ospitante.

Luoghi di arrivo: città, regioni, nazioni diverse da quelle di origine.

Motivo del trasferimento: economiche (lavoro, alimentari, climatiche ed eventi naturali); religiose; ideologiche; sentimentali; istruzione; devianza.

Economiche: Lavoro (assente o sottopagato), alimentari, climatiche ed eventi naturali (mancanza di cibo dovute a siccità o a disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);

Religiose: impossibilità di praticare il credo religioso (vitto ed alloggio decente garantito);

Ideologiche: impossibilità di praticare il proprio credo politico (vitto ed alloggio decente garantito);

Sentimentali: ricongiungimento con il proprio partner (vitto ed alloggio decente garantito);

Istruzione: frequentare scuole o università o stage per elevare il proprio grado culturale (vitto ed alloggio decente garantito);

Devianza: per sfuggire alla giustizia del paese di origine o per ampliare i propri affari criminali nei paesi di destinazione (vitto ed alloggio decente garantito).

Il trasferimento per lavoro garantito: individuo vincitore di concorso pubblico (dirigente/impiegato pubblico); trasfertista (assegnazione temporanea fuori sede d’impresa); corrispondente (destinazione fuori sede di giornalisti o altri professionisti). Chi si trasferisce con lavoro garantito ha il rispetto della gente locale indotto dal timore e rispetto del ruolo che gli compete, fatta salva ogni sorta di ipocrisia dei locali che maschera il dissenso all’invasione dell’estraneo. Inoltre il lavoro garantito assicura decoroso vitto e alloggio (nonostante il caro vita) e civile atteggiamento dell’immigrato, già adottato nel luogo d’origine e dovuto al grado di scolarizzazione e cultura posseduto.

Il trasferimento per lavoro da cercare in loco di destinazione: individuo nullafacente ed incompetente. Chi si trasferisce per lavoro da cercare in loco di destinazione appartiene ai ceti più infimi della popolazione del paese d’origine, ignari di solidarietà e dignità. Costui non ha niente da perdere e niente da guadagnare nel luogo di origine. Un volta partiva con la valigia di cartone. Non riesce ad inserirsi come tutti gli altri, per mancanza di rapporti adeguati amicali o familistici, nel circuito di conoscenze che danno modo di lavorare. Disperati senza scolarizzazione e competenza lavorativa specifica. Nel luogo di destinazione faranno quello che i locali non vorrebbero più fare (dedicarsi agli anziani, fare i minatori o i manovali, lavorare i campi ed accudire gli animali, fare i lavapiatti nei ristoranti dei conterranei, lavare le scale dei condomini, fare i metronotte o i vigilanti, ecc.). Questo tipo di manovalanza assicura un vergognoso livello di retribuzione e, di conseguenza, un livello sconcio di vitto ed alloggio (quanto guadagnano a stento basta per sostenere le spese), oltre l’assoggettamento agli strali più vili e razzisti della popolazione ospitante, che darà sfogo alla sua vera indole. Anche da parte di chi li usa a scopo politico o ideologico. Questi disperati subiranno tacenti le angherie e saranno costretti ad omologarsi al nuovo stile di vita. Lo faranno per costrizione a timore di essere rispediti al luogo di origine, anche se qualcuno tenta di stabilire la propria discultura in terra straniera anche con la violenza.

Ecco allora è meglio dire: Dimmi come vai, ti dirò chi sei.

Dante contro gli immigrati: "La mescolanza delle genti è causa dei mali delle città". Nel XVI canto del Paradiso Dante, tramite il suo avo Cacciaguida, lancia un'invettiva contro gli stranieri che hanno invaso Firenze e contro la Chiesa, complice dell'invasione, scrive Matteo Carnieletto, Martedì 5/05/2015, su "Il Giornale". Esiste un Dante Alighieri che Benigni non vuole o non può vedere. Un Dante reazionario. Reazionarissimo. Un Dante che sarà poi ripreso dal "cattolico belva" Domenico Giuliotti e da Ezra Pound. Questo Dante, il vero Dante, ha scritto parole durissime contro l'immigrazione e contro la Chiesa che si rende complice di questa tratta di uomini. Basta leggere il sedicesimo canto del Paradiso, dove Dante, accompagnato da Beatrice, è a colloquio con Cacciaguida, il glorioso avo che trovò la morte durante la seconda crociata. Dante chiede a Cacciaguida di parlargli di Firenze, di raccontargli come fosse nei tempi civili. Subito Cacciaguida si infiamma "come s’avviva a lo spirar d’i venti / carbone in fiamma, così vid’io quella / luce risplendere a’ miei blandimenti". Ricorda come gli abitanti di Firenze fossero un quinto rispetto a quelli che ci sarebbero stati 150 anni dopo dopo la sua morte: "Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista". Ovvero: la popolazione di Firenze, che ora è mescolata con gli abitanti di Campi Bisenzio, Certaldo, Figline Valdarno, era pura fino al midollo. Fino al più semplice degli artigiani. E di chi è la colpa, secondo Cacciaguida e, quindi, anche secondo Dante? Della Chiesa che favorisce l'immigrazione dei toscani a Firenze: "Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna, / tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca". Ovvero: se la Chiesa non fosse stata matrigna nei confronti dell'imperatore e fosse stata amorevole nei confronti del figlio, certi fiorentini che ora passano il tempo a cambiar valute e a mercanteggiare sarebbero rimasti a Semifonte a chiedere l'elemosina come facevano i loro avi. E Dante riconosce la causa prima della decadenza delle città nell'immigrazione indiscriminata: "Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade, / come del vostro il cibo che s’appone". Ovvero: la mescolanza delle genti provoca sempre il male delle città. Insomma, attenti progressisti e radical chic a leggere Dante. Potreste rimanere parecchio delusi.

«Non voglio passare per un complottista, ma la saggistica scrive che la massoneria anglosassone, non anglicana, non atea, ma pagana, ha sempre complottato contro la chiesa cattolica per estirpargli l’egemonia di potere che esercita sul mondo occidentale. Per avere il primato d’imperio sulla civiltà e sui popoli e per debellare questa forza internazionale, prima temporale e poi spirituale, la massoneria ha manipolato le masse povere ed ignoranti contro le dinastie regnanti cristiane. Ha fomentato la rivoluzione francese, prima, americana, poi, ed infine, russa, inventando il socialismo ateo e anticlericale, da cui è scaturito fascismo, nazismo e comunismo, fonte di tante tragedie. La chiesa, ciononostante, non ha capitolato. Non riuscendo nel suo intento, la massoneria, si è inventata, attraverso i media ed i governi fantoccio, le guerre di democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, foraggiando, al contempo, gruppi estremistici e terroristici, e contestualmente ha intensificato l’affamamento dell’Africa, con lo sfruttamento delle sue risorse a vantaggio di tiranni burattini, con il fine ultimo di incentivare l’invasione islamica dell’occidente, attraverso gli sbarchi continui sulle coste dell’Europa di migranti, rifugiati e terroristi infiltrati. L’islamizzazione dell’Europa come fine ultimo per arrivare all’estinzione della cristianità.

La sinistra nel mondo è soggiogata e manipolata da questo disegno di continua destabilizzazione dell’ordine mondiale, di fatto favorendo l’invasione dell’Europa, incitando il diritto ad emigrare.

“Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra” afferma il Santo Padre Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 99ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 13 gennaio 2013, sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”.

Se i profughi vanno in vacanza nei posti in cui son perseguitati. Il viaggio di ritorno nel Paese d'origine conferma che le persone che lo compiono non sono veramente perseguitate, scrive Robert Favazzoli, Lunedì 12/09/2016, su "Il Giornale". Molti profughi trascorrono le proprie vacanze nei luoghi dai quali sarebbero scappati perché perseguitati. A renderlo noto è un'inchiesta del quotidiano tedesco Die Welt, che porta alla luce diversi casi di persone residenti in Germania con lo status di rifugiati politici e iscritti al registro dei disoccupati. Che però, durante l'estate sono tornati nei luoghi d'origini per le vacanze: Siria, Afghanistan, Libano. A confermare l'esistenza di tale fenomeno è il Ministero per le Migrazioni e i Profughi, creato appositamente dal governo di Angela Merkel per gestire l'emergenza migratoria che interessa il Paese da oltre un anno. "Ci sono diversi casi come questi, noi non ci occupiamo però di fare indagini o statistiche a tal proposito, per cui non abbiamo informazioni precise a riguardo" ha detto il portavoce. Le istituzioni di governo non sono inoltre autorizzate a diffondere i dati personali dei profughi, neanche quelli che riguardano le loro vacanze. Il Ministero per le Migrazioni e i Profughi poi conferma che i profughi non potrebbero fare quello che stanno facendo. Le vacanze nelle terre di origini sono infatti degli indicatori che dimostrano come le persone che le compiono non siano veramente perseguitate e che quindi non abbiano i requisiti per ricevere gli aiuti e i sussidi che lo Stato tedesco garantisce loro.

Come vive un rifugiato in Italia? «Manger, dormir, Facebook, un film», scrive il 26 Aprile 2016 la Redazione di “Tempi”. Emblematico reportage del Corriere della Sera tra i richiedenti asilo mantenuti dallo Stato a Briatico, in Calabria. Che non a caso vogliono tutti “fare i profughi”. Il Corriere della Sera propone oggi un reportage di Federico Fubini da Briatico (Vibo Valentia) dove è raccontato in maniera esemplare come l’Italia rispetto all’emergenza immigrazione «sta riproducendo le peggiori tare dell’assistenzialismo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso». Un «welfare che dà qualcosa in cambio di niente» come «sola risposta che la macchina amministrativa sia in grado di fornire nell’emergenza». Il nostro sistema, denuncia Fubini elencando alcuni casi assai significativi, «distribuisce vitalizi e protezione senza pretendere dai beneficiari lo sforzo di imparare un mestiere, né le leggi o la lingua del Paese ospitante, o anche solo senza chiedere loro una mano a tenere pulita la strada comunale». A Briatico l’inviato del Corriere ha raccolto la testimonianza di Fofana Samba, 19enne cittadino del Mali che «da quando è sbarcato senza documenti dalla Libia a Vibo Valentia nel giugno di due anni fa» vive in Italia da perfetto mantenuto. «Di solito si sveglia alle nove – scrive Fubini – e trascorre le sue giornate in modo semplice: “Manger, dormir, Facebook, un film”. Qualche volta, una partita di calcio. Tiene pulita la sua stanza? No: ci pensa la signora Antonella, la donna delle pulizie. Si prepara da mangiare? “No. Vedo il cibo quando è pronto. Io non cucino”». Come Fofana secondo il Corriere vivono «tanti altri ragazzi sub-sahariani assorti nei loro smartphone all’ombra dei pini dell’hotel sul mare che oggi li accoglie». A differenza dei profughi siriani e iracheni di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi, le persone incontrate da Fubini in Calabria in genere non arrivano da paesi in guerra e non sono vittime di persecuzioni, ma «tutti hanno presentato domanda d’asilo politico per guadagnare tempo e intanto restare qui». Giocano con «ricorsi e controricorsi» sfruttando «la lentezza della giustizia italiana». Lo stesso Fofana dice al Corriere: «Voglio essere un rifugiato» e per questo «ha presentato una serie di domande di asilo» tramite avvocato, pagandolo con il denaro che gli arriva dall’accoglienza italiana (100 euro a domanda, informa Fubini). Le pratiche, per la cronaca, sono state «tutte respinte fino al ricorso attuale, pendente da mesi», ma comunque nel frattempo «Fofana non ha mai fatto lo sforzo di imparare una parola d’italiano». Altro esempio che lascia a bocca aperta è quello dell’Associazione Monteleone, che Fubini descrive come «una delle centinaia che gestiscono l’accoglienza per conto delle Prefetture». L’organizzazione ha vinto una gara per la gestione dei migranti e infatti incamera «1.100 euro al mese per ciascuno di essi». E come impiega tutti questi soldi? Spiega il giornalista del Corriere: «Ha investito 85 mila euro in un centro computer nell’hotel dell’accoglienza, ha organizzato corsi di italiano e da elettricista, fabbro, pizzaiolo, cartongesso, guida macchine agricole, salvataggio e primo soccorso in spiaggia, teatro. Non si è presentato quasi nessuno. I 219 richiedenti asilo sono rimasti tutti in camera a sonnecchiare e guardare la tivù, semplicemente perché potevano». Per convincerli a muoversi hanno dovuto offrire loro «50 euro in cambio della frequenza dei corsi». Il sistema italiano secondo Fubini è improntato a un tipo di assistenzialismo che non esiste da nessuna parte, «neanche nei Paesi più aperti agli stranieri». In Germania, per dire, il governo ha annunciato una nuova legge per «rendere più facile per chi richiede asilo accedere al mondo del lavoro». Lo scopo è proprio «non renderli alienati, passivi e depressi, con un futuro da accattoni o da manovalanza criminale», e la chiave è esattamente l’approccio contrario al nostro: vitto, alloggio e diaria sì, ma in cambio Berlino «pretende dagli stranieri (…) frequenza a corsi di lingua, cultura e legislazione tedesca, con regolari verifiche dell’apprendimento; per chi non adempie c’è il ritiro progressivo dei benefici». L’Italia è lontana anni luce da questa impostazione. Scrive ancora Fubini: «A novembre scorso il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento per l’immigrazione al ministero dell’Interno, ha scritto ai sindaci invitandoli a far fare ai richiedenti asilo piccoli lavori per i Comuni. Non è successo quasi nulla».

Non scappano: ci invadono! Scrive Nino Spirlì su “Il Giornale” Giovedì 1 settembre 2016. Ci siamo distratti con l’apocalittica tragedia di casa nostra, il drammatico terremoto del Centro Italia, e loro, farabutti, ne hanno approfittato! Quasi quindicimila sbarcati in quattro giorni. In verità, siamo andati a prenderli fin sul bagnasciuga libico e li abbiamo portati, sani e salvi fin dentro le nostre viscere. Altri quindicimila (quasi, per gli amanti della precisione) vagabondi, mantenuti e viziati. Tutti armati di smartphone e agenda di indirizzi dei migliori hotel disponibili sul suolo italico. Quelli dove si dorme e si mangia bene, dove le piscine sono piene e funzionanti, le SPA attive anche nella sala massaggi, la vista è confortevole e romantica. Quelli collegati con la navetta col Centro città o che hanno vicino le villette da svuotare, gli anziani da violare e rapinare, magari uccidere. Quelli buoni, dove c’è il wifi che funziona. Noi ci dedichiamo ai nostri Italiani morti sotto le macerie dell’ira di Dio, facciamo quadrato sui loro bisogni mettendo mano al portafogli, e lo Stato e l’UE, tartassando noi, si occupa dei clandestini: li coccolano e li vezzeggiano come fossero graziadiddio! Non può andare avanti così! Non può essere che questa Italia, questa Europa, vengano invase senza colpo ferire da interi popoli di furbastri con la fedina penale incerta… Forse sporca. Magari sporchissima. La maggior parte di questi codardi non scappa da Paesi in guerra. Non lascia madre, sorelle, mogli e figlie, in pericolo di stupro, schiavitù e morte. E se lo fa, è merda umana! La maggior parte di questa teppa è chiamata a cancellare secoli di lotte operaie, contadine, sociali. Viene a rompere il mercato del lavoro, l’organizzazione sociale, i progetti per l’avvenire. Viene a radere al suolo tutta l’emancipazione femminile, fino a riportarla al medioevo della sua storia. La maggior parte di questi carichi di carne umana non sa nemmeno perché deve venirci, in Occidente. Sa solo che deve venire a pisciare per strada, cagare ai giardinetti, spacciare droga, sfruttare la prostituzione, fare da cane da guardia per la mafia. O ci rendiamo conto che dobbiamo scendere in piazza e cominciare a fare barricate, oppure è finita. La nostra Civiltà è finita…Fra me e me. 

Quei giornalisti svelti a trovare il “fascista”, ma lenti a vedere l’islamista, scrive Adriano Scianca il 19 luglio 2016. Proviamo per un attimo a mettere insieme due fatti di sangue molto, molto, molto diversi. Non ci interessa confondere i piani, ma solo ragionare sul meccanismo mediatico e i suoi trabocchetti.

Primo caso: al termine di una scazzottata la cui dinamica è ancora da chiarire, a Fermo un nigeriano cade a terra, morto. Per questo fatto tragico, viene arrestato un ragazzo locale, tale Amedeo Mancini. Chi è? Di lui si sa che frequenta la curva della Fermana, ma non risulta alcuna militanza politica. Ci sono sue foto a un banchetto di destra radicale, ma anche alla raccolta firme del M5S. Il sindaco di Fermo, ex Pd, lo conosce bene, pare sia stato un suo sostenitore. “Qualche anno fa diceva di essere comunista”, afferma il primo cittadino. Qualcuno dice di averlo visto anche in alcuni centri sociali della zona. Insomma, un profilo che ha molto della figura “paesana” e poco del militante, di qualsiasi schieramento. Ma per i media, Amedeo Mancini è di estrema destra. È un fascista, lo hanno capito subito e lo hanno scritto ovunque, forti anche della versione della vedova nigeriana, smentita dagli esami autoptici e da tutte le testimonianze. Eppure loro lo sanno: l’uomo è un fascista. E se gli fai notare le incongruenze di tale affermazione, ti rispondono che poco importano le idee o le frequentazioni, chi si comporta in un certo modo è fascista, punto.

Caso numero due, cambiamo completamente scenario. A Nizza, durante i festeggiamenti del 14 luglio, un uomo falcia la folla con un tir e fa 84 vittime. Chi è? Un tunisino, con tutta una serie di problemi personali legati all’instabilità psichica, familiare ed economica. È uno jihadista? Qui gli stessi media di prima diventano improvvisamente cauti. Non si sa, chi può dirlo. Alcuni sono pronti a giurare che l’islamismo non c’entri proprio niente e che si tratti di un classico delitto della follia, un raptus maturato in una mente disturbata. L’illusione tiene, incredibilmente, anche di fronte alle prime evidenze: l’uomo aveva il padre che era un noto estremista islamico tunisino. Aveva il pc pieno di video di attentati e decapitazioni, mentre nella rubrica del suo telefonino è stato trovato il numero di uno dei maggiori reclutatori di jihadisti in Francia, un senegalese legato ad Al Nusra. Spunta uno zio che riferisce di come suo nipote fosse stato “radicalizzato” da circa “due settimane” da un reclutatore algerino membro dell’Isis a Nizza. E all’improvviso si trovano testimoni che ricordano, ultimamente, di averlo sentito elogiare lo Stato islamico. Eppure molti giornalisti sono ancora in attesa del documento in triplice copia firmato dal Califfo con le dovute marche da bollo in cui si attesti formalmente che l’uomo è un soldato dell’Isis. Si obietta che non osservava il Ramadan, che mangiava maiale e pare facesse uso di cocaina. Ma la coerenza militante e ideologica di un soldato è cosa che riguarda i suoi ufficiali o, al limite, il suo dio, non certo gli osservatori che dovrebbero prendere atto dell’evidenza.

Insomma, il quadro è chiaro: da una parte abbiamo un atto terroristico la cui matrice è chiara, limpida, cristallina (si potrà poi discutere sul grado di spontaneismo o meno dell’azione). Eppure si fa un’enorme fatica a riconoscerlo per quello che è. Se uscisse fuori che c’è una parte di mondo che ci ha dichiarato guerra si farebbe un favore alle destre populiste e xenofobe, capite? Dall’altra ci sono altre etichette, come per esempio quella di “fascista”, che i padroni delle parole dispensano a piene mani, senza troppi riguardi, decidendo loro chi lo è e chi non lo è, anche a prescindere dalle idee dell’interessato. Perché avere un fascista in più fa molto comodo a lorsignori, mentre avere un immigrato terrorista in più è una vera tragedia. E non a causa dei morti che ha fatto.

Buonisti: i morti di Nizza sono sulla vostra coscienza! Scrive Giampaolo Rossi il 16 luglio 2016 su "Il Giornale". Basta prenderci per il culo! Questa mostruosità l’avete creata voi e ha un nome preciso: si chiama multiculturalismo, la più evidente stortura ideologica del nostro tempo. Questa bestia che si annida nel cuore dell’Europa e che esplode periodicamente con una violenza cieca e disumana rappresenta il vero fallimento di tutto ciò che potevamo essere e che non saremo per vostra responsabilità. Non è importante sapere se il “franco-tunisino” che ha ammazzato 84 persone come stesse su una pista di bowling, fosse un terrorista addestrato dall’Isis, gli amici di quei sauditi che Hollande riceve con tutti gli onori all’Eliseo e che poi tornati in patria finanziano quelli che ammazzano i francesi (tutto questo è solo la resa ignobile di una classe politica europea corrotta e imbelle). Non è importante neppure sapere se l’assassino fosse un islamico praticante o saltuario, depresso o lucido; se abbia gridato “Allah Akbar” oppure nulla; se abbia sperato fino all’ultimo di raggiungere il suo Paradiso scatenando un inferno o semplicemente abbia regalato il suo inferno all’eternità. Quello che è importante è riconoscere la verità che voi continuerete a negare; e cioè che anche lui era figlio di quel pezzo di Europa che odia l’Europa; di quell’esperimento folle e suicida che la vostra ottusità ha prodotto. Siete voi che avete generato tutto questo: politici di sinistra, intellettuali ipocriti, giornalisti bugiardi e preti sconfessati. Questi mostri li avete creati voi con il vostro buonismo irreale, con i vostri gessetti colorati, con il vostro mito dell’accoglienza; voi che avete confuso l’uguaglianza dei diritti con la dittatura di un egualitarismo astratto. Voi che negate l’identità europea perché non avete il coraggio di difenderla: vigliacchi e stolti. Siete voi che continuate a non vedere che loro odiano ciò che noi siamo: odiano la nostra libertà, il nostro senso della vita, la nostra idea di uomo e di donna. Odiano i nostri diritti e la nostra cultura. Siete voi i responsabili di questa paura che ora viaggia nel cuore dell’Europa; voi che avete permesso le banlieue a Parigi, i “quartieri della sharia” in Belgio e Olanda (dove scuole e moschee sono finanziate dall’integralismo salafita), i tribunali islamici in Germania e Gran Bretagna, Husby e i laboratori di orrore sociale a Stoccolma dove travestite da integrazione ghetti di emarginazione. Siete voi che continuate a non leggere le ricerche che raccontano che il 30% dei giovani musulmani francesi tifa Isis, e che quasi la metà dei turchi tedeschi preferisce rispettare la legge islamica a quella vigente in Germania. Questi mostri li avete creati voi, tecnocrati di Bruxelles che state distruggendo le identità sovrane e nazionali per costruire un assurdo melting pot dove, da veri razzisti, pianificate i progetti di migrazione sostitutiva che trasformeranno l’Europa in Eurabia molto prima di quanto immaginasse Oriana Fallaci. Questi mostri li avete creati voi guerrafondai, con le vostre bombe umanitarie e le guerre illuminate; voi che avete pianificato il caos Mediorientale, che avete benedetto il disastro in Libia, quello in Siria che hanno aperto la strada all’esodo di disperati (pochi) e furbi (tanti) che si riversano nei nostri paesi e al dilagare dell’islamismo; voi che avete alimentato le primavere arabe che a loro volta hanno alimentato il terrorismo; voi che dite di combattere l’Isis e Al Qaeda e poi li finanziate e li addestrate per i vostri disegni strategici. Dai, forza buonisti, ora regalateci ancora un po’ del vostro sdegno. Continuate a scandalizzarvi e a bollarci come demagoghi, xenofobi e oscurantisti; scatenate i vostri giullari di corte sui giornali e in tv. Concedete ai menestrelli stonati di continuare a raccontare la favola del multiculturalismo, magari con i soldi pubblici della Rai e al solito Gad Lerner. Troverete ancora qualcuno che vi darà retta sperando che il mondo irreale della vostra ipocrisia non getti definitivamente l’Europa nel baratro. Ma questi morti sono sulla vostra coscienza. Fatemi capire.

La Boldrini vuole punire chi parla male dell'islam. La presidente della Camera insiste sul reato di "islamofobia" per censurare le critiche sulla religione di Allah. Ma si dimentica dei cristiani perseguitati, scrive Magdi Cristiano Allam, Domenica 22/05/2016, su "Il Giornale. La minaccia principale alla nostra civiltà laica e liberale risiede nel divieto assoluto di criticare e di condannare l'islam come religione, perché i suoi contenuti sono in totale contrasto con le leggi dello Stato, le regole della civile convivenza, i valori non negoziabili della sacralità della vita, della pari dignità tra uomo e donna, della libertà di scelta. Mentre il terrorismo islamico dei tagliagole, coloro che sgozzano, decapitano, massacrano e si fanno esplodere, noi lo sconfiggeremo sui campi di battaglia dentro e fuori di casa nostra, di fatto ci siamo già arresi al terrorismo islamico dei «taglialingue», coloro che sono riusciti a imporci la legittimazione dell'islam a prescindere dai suoi contenuti ed ora sono mobilitati per codificare il reato di «islamofobia», un'autocensura nei confronti dell'islam. Le Nazioni Unite, l'Unione Europea e il Consiglio d'Europa hanno già accreditato, sul piano politico, il reato di islamofobia, assecondando la strategia dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Ebbene ora in Italia il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha fatto un ulteriore passo in avanti finalizzato a codificare per legge il reato di islamofobia, che comporterà sanzioni penali e civili per chiunque criticherà e condannerà l'islam come religione. È ciò che emerge dall'iniziativa della Boldrini di dar vita alla Commissione di studio sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, nelle varie forme che possono assumere, xenofobia, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo, sessismo, omofobia. Secondo la Boldrini sarebbero nuove forme di razzismo, che si manifestano soprattutto nella rete, catalogate in inglese come «hate speech», da intendersi come «incitazione all'odio». È singolare che siamo in un'Italia e in un'Europa dove chiunque può dire di tutto e di più sul cristianesimo, su Gesù, sulla Chiesa e sul Papa, senza che succeda nulla perché viene ascritto alla libertà d'espressione, mentre ci siamo auto imposti di non dire nulla sull'islam, su Allah, su Maometto e sul Corano perché urta la suscettibilità dei musulmani, perché abbiamo paura della loro reazione violenta che si ritorce indiscriminatamente contro tutti i cristiani nel mondo. A proposito, dal momento che i cristiani sono in assoluto i più perseguitati al mondo per la loro fede, perché mai tra le categorie che sostanzierebbero il reato di «incitazione all'odio» non compare la «cristianofobia»? L'errore fondamentale che viene commesso è di sovrapporre la dimensione della persona con quella della religione, ritenendo che per rispettare i musulmani come persone si debba automaticamente e acriticamente legittimare l'islam come religione. Noi invece dobbiamo rispettare i musulmani come persone, ma al tempo stesso dobbiamo usare la ragione per entrare nel merito dei contenuti di una religione e poter esprimere in libertà la verità sull'islam. La Boldrini, la terza carica dello Stato che dovrebbe lealtà e fedeltà all'Italia, si esibisce in pubblico con al petto una spilletta su cui c'è scritto «Stati Uniti d'Europa», una entità inesistente ma che si tradurrebbe nella scomparsa dell'Italia come Stato sovrano e indipendente, così come promuove l'invasione di milioni di clandestini musulmani che a suo avviso rigenererebbero la vita e la civiltà dell'Italia. In questo contesto il reato di islamofobia si rivelerebbe il colpo di grazia all'Italia e agli italiani.

Le bugie di Fermo e il razzismo degli anti-razzisti contro la verità, scrive Salvatore Tramontano, Venerdì 15/07/2016, su "Il Giornale". E ora Boldrini e Boschi cosa fate? Se si guarda solo il colore si perdono di vista i fatti. Questo vale per il sesso, il genere, la lingua, la nazionalità, il reddito, perfino la religione. Non è razzismo. È il contrario. Quando un uomo uccide un uomo il colore della pelle non può essere l'unica variabile. Altrimenti si finisce davvero per peccare di razzismo, anche senza volerlo. Oppure la morte di una persona si sfrutta come strumento politico. Nella brutta e drammatica storia di Fermo sappiamo che ci sono una vittima e un assassino. Quello che bisogna valutare e raccontare con onestà sono i fatti. Per capire. Amedeo Mancini si è comportato da razzista. Ha insultato un uomo e quell'uomo ha reagito. Su questo non ci sono dubbi. Emmanuel era con sua moglie e probabilmente si è spaventato. Ha preso un cartello stradale e ha aggredito Mancini. Anche su questo ormai non ci sono dubbi. Solo che a lungo si è faticato a credere a questa versione, nonostante ci fossero sei testimoni. Qui entrano in gioco la politica e l'ideologia e una sorta di razzismo involontario o antirazzismo strumentale. Ci sono sospese ancora le parole di Laura Boldrini e Maria Elena Boschi. La prima testimone mente. È inattendibile. E anche gli altri cinque nascondono (...) (...) qualcosa. Questo perché conta più il colore della pelle di chi parla che la verità. Non per bontà, ma per vantaggio politico. Ma non è così che si sta dalla parte dei deboli e dei discriminati, perché se si mente o si preferisce non vedere per antirazzismo si finisce col fare il gioco dei razzisti. Si creano alibi e invece in storie maledette come questa nessuno deve averne, di alibi. Non è infatti in discussione la colpevolezza di Mancini, ma perfino lui ha il diritto processuale alle attenuanti. Non si contrastano le discriminazioni razziali cancellando il diritto, compreso quello alla difesa. Ora la moglie di Emmanuel, Chinyere, ha ammesso di essersi spiegata male. È vero, il marito ha reagito alle accuse disgustose con rabbia, aggredendo con un'asta di ferro. I testimoni avevano detto il vero. È bene subito dire che la precisazione di Chinyere non è un alibi per Mancini. Ma quello che deve far riflettere è la facilità con cui il politicamente corretto cancella ogni dubbio se deve scegliere tra un nero e un bianco. E questo danneggia soprattutto i neri. Perché comunque è una discriminazione. Quello che conta è l'uomo, l'uomo ucciso, non il suo colore. Boldrini e Boschi hanno voluto credere alla versione della vedova, sbugiardando i testimoni solo perché non rientravano nella narrazione che strappa applausi al loro elettorato. Applausi sulla morte. Tutta questa retorica purtroppo puzza di opportunismo e finisce per rendere poco credibili le battaglie di libertà di chi davvero si batte contro il razzismo, con i fatti, non con la retorica. Non c'è bisogno di caricare una storia già eloquente. In Italia c'è un razzismo di offese, di ignoranza, da bar e di cori da stadio. Emmanuel è stato offeso da un razzista, ma la sua morte non è un pestaggio. C'è una dose di fatalità, che non assolve affatto Mancini, ma di cui non si può non tener conto. Ma c'è da spazzare via anche tutto l'apparato ideologico che ha voluto trasformare una brutta storia in una fotografia dell'Italia razzista. Razzista sì, ma in questo caso nei confronti della verità.

Maometto vs Gesù. Riflessioni di Jerry Rassamni. La differenza tra Gesù, quindi il Cristianesimo, e Maometto, quindi l'Islam.

Nessuna profezia preannunciò la venuta di Maometto. Numerose e precise e antiche profezie si sono avverate con la nascita di Gesù.

Il concepimento di Maometto fu umano e naturale. Gesù fu concepito in modo soprannaturale e nacque da una vergine.

Numerose rivelazioni di Maometto servivano a soddisfare i suoi interessi personali, come ad esempio la legalizzazione del matrimonio con la sua nuora. Le rivelazioni e la vita di Gesù erano «sacrificali», come la sua crocifissione per i peccati del mondo.

Maometto non ha fatto alcun miracolo. Gesù ha guarito lebbrosi, dato la vista ai ciechi, camminato sulle acque, risuscitato i morti.

Maometto ha instaurato un regno terreno. Gesù ha detto «il mio regno non è di questo mondo».

Maometto ha ammesso che le sue più grandi passioni erano le donne, gli aromi e il cibo. La passione principale di Gesù era di glorificare il nome del suo Padre celeste.

Maometto era un re terreno che accumulava ricchezze, divenendo il più ricco possidente in Arabia. Gesù non aveva un posto dove appoggiare il suo capo.

La vita di Maometto era contrassegnata dalla spada. La vita di Gesù era contrassegnata da misericordia e amore.

Maometto incitava alla jihad, la guerra santa. Gesù ha detto che «coloro che feriscono di spada, periscono di spada». Uno dei suoi titoli è «Principe della pace».

Se una carovana era debole, Maometto l’attaccava, la saccheggiava e la massacrava; se era forte, fuggiva. Gesù disse: «Splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.» «Amate i vostri nemici e benedite coloro che vi odiano.»

Maometto fece lapidare un’adultera. Gesù perdonò un’adultera.

Maometto sposò quattordici donne, compresa una bambina di sette anni. Gesù non ebbe relazioni sessuali.

Maometto riconosceva di essere un peccatore. Gesù fu senza peccato, perfino secondo il Corano.

Maometto non predisse la sua morte. Gesù predisse esattamente la sua crocifissione, morte e risurrezione.

Maometto non nominò né istruì un successore. Gesù nominò, istruì e Gesù nominò, istruì e preparò i suoi successori.

Maometto era così incerto riguardo alla sua salvezza che pregava settanta volte al giorno per ricevere perdono. Gesù era l’essenza della salvezza, egli disse: «Io sono la via, la verità e la vita! Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.»

Maometto massacrò i suoi nemici. Gesù perdonò i suoi nemici.

Maometto morì e le sue spoglie sono sepolte sulla Terra. Gesù risuscitò dai morti e salì al Cielo!

Il multiculturalismo imperante esige che si eviti di fare qualsiasi associazione tra terrorismo e fondamentalismo islamico, malgrado siano gli stessi terroristi a invocare il Corano. Abbiamo visto le assurde – e anche ridicole – conseguenze di questa censura “politicamente corretta” nella notizia pubblicata il 19 febbraio. Ora, ha ben ragione Benedetto XVI a insistere sul fatto che non è lecito uccidere in nome di Dio e che Dio non può volere la violenza, ma l’insistenza – che ha assunto il tono di una sfida alla ragione – si spiega proprio con il fatto che, in campo islamico, c’è chi teorizza il contrario. Sarebbe anche sbagliata un’equazione del tipo islam=terrorismo o islam=violenza, però allo stesso modo non si possono negare certi fenomeni inquietanti, che ripropongono la domanda sulle radici della violenza fondamentalista. Uno spunto originale ce lo offre il lavoro di William J. Federer, uno studioso americano esperto di rapporti tra religione e società, il cui ultimo libro esamina il rapporto tra islam e Stati Uniti. In un articolo scritto per WorldDailyNet, Federer smentisce sia gli apologeti islamici che accusano anche i cristiani di aver commesso violenze nella loro storia, sia i laicisti che credono sia la religione la prima causa della violenza – dimenticando gli stermini “atei” della Rivoluzione Francese, dello stalinismo, del maoismo -. Lo fa mettendo a confronto la vita e gli insegnamenti di Gesù con la vita e gli insegnamenti di Maometto: i quattro vangeli sono la fonte usata per Gesù, mentre per Maometto usa il Corano, l’Hadith (le storie sul Profeta trasmesse oralmente e poi raccolte dal califfo Omar II nell'VIII secolo) e il Sirat Rasul Allah (La vita del Profeta di Allah), anche questo scritto nell'VIII secolo. Il confronto tra le due figure, ben dettagliato da Federer e che potete leggere nell’articolo integrale, non necessita di alcun commento. Citiamo solo alcuni punti:

– Gesù è stato un leader religioso.

– Maometto è stato un leader religioso e militare.

– Gesù non ha mai ucciso nessuno.

– Maometto si stima abbia ucciso 3mila persone, compresi 700 ebrei a Medina nel 627.

– Gesù non ha mai posseduto schiavi.

– Maometto ne riceveva un quinto dei prigionieri catturati in battaglia, comprese le donne (Sura 8,41).

– Gesù non ha mai forzato i suoi discepoli a continuare a credere in Lui.

– Maometto ha forzato i suoi discepoli a continuare a credere in lui (pena la morte).

– Gesù ha insegnato a perdonare le offese ricevute.

– Maometto ha insegnato a vendicare le offese contro l’onore, la famiglia o la religione.

– Gesù non ha mai torturato nessuno.

– Maometto ha torturato il capo di una tribù ebrea.

– Gesù non ha vendicato la violenza contro di lui, affermando addirittura “Padre, perdona loro” (Lc 23,24).

– Maometto ha vendicato le violenze contro di lui ordinando la morte dei suoi nemici.

– Per cristiani ed ebrei martire è colui che muore per la propria fede.

– Per l’islam martire è chi muore per la propria fede mentre combatte (e uccide) gli infedeli.

– Nessuno dei discepoli di Gesù ha mai guidato eserciti.

– Tutti i califfi discepoli di Maometto sono stati anche generali.

– Nei primi 300 anni di cristianesimo ci sono state 10 importanti persecuzioni contro i cristiani (senza che ci fossero resistenze armate).

– Nei primi 300 anni di islam, gli eserciti islamici hanno conquistato Arabia, Persia, la Terra Santa, Nord Africa, Africa centrale, Spagna, Francia meridionale e vaste aree di Asia minore e Asia.

“Morendo, Gesù lascia quattro chiodi, Maometto sette spade”. Victor-Marie Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885). Sulla base di questa citazione mettiamo a confronto i principali personaggi delle due più diffuse religioni al mondo, troppo spesso equiparati ma mai per ragioni di verbo.

“Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” – Matteo 5,44

“Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce” – Corano VIII, 60

Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno vi perquote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. – Matteo 5,39

“Non combatterete contro gente che ha violato i giuramenti e cercato di scacciare il Messaggero? Sono loro che vi hanno attaccato per primi”. – Corano IX, 13

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” – Matteo 5,11-12

“Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio” – Corano II, 191

“Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avra ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con ii proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.” – Matteo 5,21-22

“Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è [l'ordine di Allah]. Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah.” – Corano XLVII, 4

“Nessuno è buono, se non Dio solo.” – Marco 10,18

“I giudei dicono: ‘La mano di Allah si è incatenata!’. Siano incatenate le mani loro e siano maledetti per quel che hanno detto. Le Sue mani sono invece ben aperte: Egli dà a chi vuole.” – Corano V, 64

“Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna e stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più.” – Giovanni 8,3-11

“Una donna di Ghamid si reco da lui (il Santo Profeta [Maometto]) e disse: “Messaggero di Allah, purificami poiché ho commesso adulterio”. Egli (il Santo Profeta) la mandò via. Il giorno seguente ella disse: Messaggero di Allah, perche ml scacci? […] In nome di Allah, sono rimasta incinta”. Egli disse: “Bene, se proprio insisti, allora vattene e non tornare prima di avere dato alla luce il bambino”. Dopo avere partorito la donna tornò con il neonato avvolto in un pezzo di stoffa e disse: “Questo e il figlio che ho dato alla luce”. E Maometto: “Vattene e allattalo fin quando non l’avrai svezzato”. Una volta svezzato il bambino, ella tornò da lui […] e disse: “Apostolo di Allah, ecco mio figlio. L’ho svezzato e ora è in grado di mangiare”. A quel punto il Santo Profeta affidò il bambino a uno dei musulmani e pronunciò la condanna. La donna fu messa in una fossa che le arrivava al petto e Maometto ordinò al suoi uomini di lapidarla. Halid ‘Ibn Walid si fece avanti e le tiro una pietra sulla testa. Il sangue schizzo sul volto di Halid cd egli allora abusò di lei. L’apostolo di Allah sentì la maledizione scagliata su di lei da Halid e disse: “Halid, sii gentile. In nome di Colui che ha nelle Sue Mani la mia vita, il pentimento di questa donna è tale che sarebbe stata perdonata persino se fosse un esattore della tasse disonesto”. Date quindi istruzioni su cosa fare di lei, si mise a pregare e la donna venne seppellita.” Hadith – Sahih Muslim, vol. 3, libro 17, n. 4206

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna.” – Giovanni 3,16

“Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni [dando] in cambio il Giardino, [poiché] combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi. Promessa autentica per Lui vincolante.” – Corano IX, 111

“Tutti quelli che mettono mano alla spada periranno.” – Matteo 26,52

“Sappiate che il Paradiso è all’ombra delle spade (jihad in nome di Allah).” – Hadith – al-Bukari, Sahih al-Bukhari cit., vol. 4, libro 56, n. 2818

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perche saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.” – Matteo 5,8-10

“Coiui che partecipi (alle guerre sante) in nome di Allah, e che non lo faccia per nessun’altra ragione che non sia la fede in Allah e nei suoi messaggeri, sarà ricompensato da Allah o con un ricco bottino (qualora sopravviva) o con l’ingresso in Paradiso (nel caso muoia da martire in battaglia).” – Hadith – Al-Bukhari, Sahih al-Bukhari cit., vol. 1, libro 2, n. 36.

“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. […] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” – Matteo 5,7; 46-47

“Maometto è il Messaggero di Allah e quanti sono con lui sono duri con i miscredenti e compassionevoli fra loro.” – Corano XLVIII, 29

Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.” – Giovanni 16,2

“Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.” – Corano IX, 29

“Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato” – Marco 13,13

“Avete avuto un bell’esempio in Abramo e in coloro che erano con lui, quando dissero alla loro gente: “Noi ci dissociamo da voi e da quel che adorate all’infuori di Allah: vi rinneghiamo. Tra noi e voi è sorta inimicizia e odio [che continueranno] ininterrotti, finché non crederete in Allah” – Corano LX, 4

“Allora quelli che eran con lui, vedendo cio che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì.” – Luca 22,49-51

“Secondo ‘Abù Qilaba, Anan disse: “Alcuni uomini di ‘Ukl e di ‘Uraina vennero a Medina, ma poiché il clima della regione non si confaceva loro essi si ammalarono. Allora uccisero il pastore che accudiva le bestie del Profeta e portarono via tutti i cammelli. Quando al mattino presto la notizia giunse alle orecchie di Maometto egli ordinò ai suoi [uomini] di inseguire i ladri, che a mezzogiorno erano già stati catturati e riportati indietro. Allora il Profeta diede disposizioni di amputare loro le mani e i piedi (e questo fu fatto). Quindi gli vennero bruciati gli occhi con dei pezzi di ferro incandescente. Dopodiché furono portati ad Al-Harra e quando chiesero dell’acqua non gli venne concessa”. ‘Abu Qilaba aggiunse: “Questi uomini rubarono, uccisero, tornarono a essere infedeli dopo avere abbracciato l’lslam e si opposero al volere di Allah e del Suo Messaggero”.  – Muhammed Ibn Isma’il al-Bukhari, Sahih al-Bukhari: The Traslation pf the Meaning. vol. 1, libro 4, n. 234

“Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto.” – Giovanni 18,36

“Ho ricevuto (da Allah) l’ordine di combattere contro gli infedeli finché non testimonieranno che non vi è altro dio al di fuori di Allah e che Maometto è il Suo Messaggero.” – Muhammed Ibn Isma’il al-Bukhari, Sahih al-Bukhari: The Traslation pf the Meaning. Vol. 1, libro 2, n. 25

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.” – Luca 6,35

“I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro. Allah vi mette in guardia nei loro confronti.” – Corano III, 28

“Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi”. – Matteo 10,14

“Chiunque lasci il credo islamico per convertirsi a un’altra religione merita la morte.” – Muhammed Ibn Isma’il al-Bukhari, Sahih al-Bukhari: The Traslation of the Meaning. vol. 4, libro 52, n. 260.

“Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro [tutti gli uomini]: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” – Matteo 7, 12

“Nessuno di voi avrà fede finché non farà per il suo fratello (musulmano) ciò che fa per se stesso.” – Muhammed Ibn Isma’il al-Bukhari, Sahih al-Bukhari: The Traslation of the Meaning. vol. 1, libro 2, n. 13 

Nostradamus: “La Guerra inizierà in Francia e poi tutta l’Europa sarà colpita, Italia compresa”. Nostradamus, veggente e visionario, nel suo libro pubblicato nel 1555 “Le Profezie” ha predetto tantissimi eventi che sono avvenuti nei secoli successivi come l’avvento di Adolph Hitler, la Rivoluzione Francese, la bomba atomica, gli attacchi del 11 Settembre 2001 ed una terza guerra mondiale. E anche quello che è accaduto in questi giorni in Francia e nel mondo sarebbe determinante per grandi sconvolgimenti in arrivo. Secondo molti esegeti, ovvero coloro che hanno interpretato e cercato di comprendere il messaggio criptico contenuto nelle quartine e sestine del famoso profeta, gli avvenimenti descritti nel libro arrivano fino al 2025 dove un nuovo mondo di pace sorgerà dalle ceneri della distruzione del mondo come lo conosciamo oggi. Nel libro ci sono almeno 20 profezie che parlano dell’invasione araba dell’Europa (Italia compresa) e dell’Occidente con la distruzione di Parigi, Roma e altre città. Vediamone alcune che sono molto chiare: “LA GRANDE GUERRA INIZIERÀ IN FRANCIA E POI TUTTA L’EUROPA SARÀ COLPITA, LUNGA E TERRIBILE ESSA SARÀ PER TUTTI….POI FINALMENTE VERRÀ LA PACE MA IN POCHI NE POTRANNO GODERE“. “PER LA DISCORDE NEGLIGENZA FRANCESE SARÀ APERTO PASSAGGIO A MAOMETTO: DI SANGUE INTRISO LA TERRA ED IL MARE, IL PORTO DI MARSIGLIA DI VELE E NAVI COPERTO.” Secondo il profeta la tendenza a favorire a tutti i costi l’Islam rinunciando alle tradizioni è stato determinante per l’attacco arabo alla nostra cultura. Poiché la Francia è la nazione dove questo è avvenuto di più sarebbe il luogo dove inizierebbe la terza guerra mondiale. Ma la preoccupazione cresce se si considera anche cosa abbia scritto di Roma: CI SARANNO TANTI CAVALLI DEI COSACCHI CHE BERRANNO NELLE FONTANE DI ROMA […] CHE SPARIRÀ E IL FUOCO CADRÀ DAL CIELO E DISTRUGGERÀ TRE CITTÀ. E in questo caso, in relazione a una profezia retroattiva, si potrebbe pensare al racconto dei sopravvissuti del Bataclan, prima i colpi come se facessero parte della scenografia, poi le parole pronunciate dai terroristi. Nostradamus ha sempre affermato di basare le proprie profezie sull’astrologia giudiziaria, ma fu duramente criticato dagli astrologi dell’epoca, considerandolo incompetente in materia. Gli studi recenti hanno rilevato come egli stendesse la parafrasi di elementi escatologici derivati dalla Bibbia, integrandoli con fatti storici e testi antologici in cui erano raccontati presagi e predizioni. Si pensi per esempio al finale della città di Roma, con l’avvento della terza guerra mondiale: ROMA PERDERÀ LA FEDE E DIVENTERÀ IL SEGGIO DELL’ANTICRISTO […] I DEMONI DELL’ARIA, CON L’ANTICRISTO, FARANNO DEI GRANDI PRODIGI SULLA TERRA E NELL’ARIA E GLI UOMINI SI PERVERTIRANNO SEMPRE DI PIÙ. Un destino per la città eterna che non si addice al suo nome, in considerazione anche delle minacce dell’Isis, annoverata come prossimo bersaglio, generando non poche polemiche sull’eventualità della cancellazione del Giubileo. Il Papa però non ha intenzione di fare marcia indietro. Prepariamoci quindi alle prossime profezie, presenti fino al 3797, considerando anche che alcune predizioni non si sono avverate. Fonte: AttivoTV

L'islam vuole sostituirsi al cristianesimo. Radio Maria lancia il monito "L'islam punta a farci fuori". Padre Fanzaga sulla strage di Nizza: "Pericolo grave: più che politico è un problema soprattutto religioso", scrive Fabio Marchese Ragona, Domenica 24/07/2016, su "Il Giornale". Non usa mezzi termini e non sembra avere alcun dubbio Padre Livio Fanzaga, storico direttore di Radio Maria, finito spesso al centro delle polemiche per le sue esternazioni radiofoniche da molti considerate troppo «spinte» per un uomo di Chiesa. Contro ogni coro islamofilo, il religioso bergamasco questa volta ha affidato i suoi pensieri senza filtri a un breve messaggio scritto sul sito web della radio cattolica: parlando della recente strage di Nizza, il padre scolopio ha infatti detto: «È doveroso chiedersi che cosa i musulmani pensino di noi e della religione cristiana; l'obbiettivo dell'islam di qualsiasi tendenza è quello di sostituirsi al cristianesimo e ad ogni altra espressione religiosa. I mezzi per farlo dipendono dalle circostanze storiche». Un messaggio chiaro, un sasso lanciato nello stagno che apre di certo un dibattito sulla questione islam, considerato anche che a pronunciare queste parole non è stato un sacerdote sconosciuto nel corso di un'omelia in una chiesetta di campagna, ma l'ormai celebre Padre Livio, seguito ogni giorno da milioni di ascoltatori e di cybernauti che visitano il suo sito. «Il terrorismo di matrice islamica - scrive Don Fanzaga - rappresenta uno dei pericoli più gravi che incombono sulla nostra società. Il problema non è soltanto politico, ma anche e soprattutto religioso. Non vi è dubbio che la grande maggioranza di musulmani che vive in Occidente sia gente che vuole fare una vita tranquilla, ma l'obiettivo dell'Islam è di sostituirsi al cristianesimo». A sostegno di queste parole, il religioso ha pubblicato a seguire un breve estratto del suo volume «Non praevalebunt. Manuale di resistenza cristiana», in cui il direttore di Radio Maria, riporta alla luce una vecchia pubblicazione di Stefano Nitoglia secondo cui, nonostante le differenze tra Islam moderato, radicale e di matrice terrorista, i fini appaiono sempre gli stessi: «La soggezione di tutto il mondo all'islam, considerato il sigillo e il compimento di tutte le rivelazioni, con il mondo (secondo la dottrina classica dell'islam, accettata da tutti i musulmani) suddiviso in due parti, il territorio dell'islam, dove vige la legge dell'islam e il territorio di guerra dove sono gli infedeli. Quest'ultimo territorio dev'essere conquistato e assoggettato all'Islam». Parole che Padre Livio ha fatto sue, ritenendo peraltro inutile un ipotetico dialogo interreligioso con l'Islam in cui i cristiani proporrebbero la visione della fede cristiana ai musulmani «perché per essi il cristianesimo è quello che viene interpretato dal Corano e nessun argomento umano potrebbe cambiare quella che per loro è una rivelazione divina». Una posizione, quella espressa da don Fanzaga, secondo cui l'islam vuole sostituirsi al cristianesimo, in netto contrasto con quella ufficiale del Vaticano, con il cammino intrapreso da Papa Francesco, impegnato sin dall'inizio del suo pontificato in un dialogo con l'islam sunnita e con quello sciita, convinto che «con i musulmani si può convivere». Proprio qualche giorno fa, ad esempio, uno stretto collaboratore del Papa, il vescovo spagnolo Miguel Angel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ed esperto di Islam, è volato al Cairo per un incontro all'Università di Al-Azhar, uno dei maggiori centri d'insegnamento dell'Islam sunnita, retto dalla guida suprema, lo sceicco Muhammad Ahmad al-Tayyib. Nell'incontro, l'inviato papale ha discusso i termini e le modalità per un prossimo incontro che «segna la ripresa del dialogo tra Santa Sede e Al-Azhar per rafforzare i legami tra cristiani e musulmani». Nonostante ciò, Radio Maria e il suo direttore rimangono di un altro avviso: l'islam è un pericolo per i cristiani e in un altro editoriale intitolato «La donna e il drago» pubblicato qualche giorno fa, Fanzaga, parlando di terrorismo islamico ha ribadito: «Per quanto gli Stati si diano da fare, difficilmente verranno a capo di questo scatenamento infernale dell'impero delle tenebre. Per uscire vincitori di questo tremendo passaggio storico non bastano i mezzi umani, per quanto necessari».

La legittimità delle Crociate, un atto di difesa, scrive Massimo Viglione il 23 novembre 2015. Dal VII all’XI secolo l’Islam ha sistematicamente attaccato e invaso manu militari gran parte delle terre di quello che era l’Impero Romano d’Occidente (premendo nel contempo senza sosta alle porte di quello d’Oriente), conquistando gran parte del Medio Oriente, l’Africa del Nord, la Penisola Iberica, tentando di varcare i Pirenei, poi occupando la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, risalendo con scorrerie fino a Lione e poi in Svizzera e alle Alpi, ponendo delle enclave fisse vicino Roma (le basiliche di San Pietro e San Paolo e l’abbazia di Montecassino furono distrutte), ma soprattutto terrorizzando per secoli le popolazioni cristiane mediterranee, specialmente quelle italiane. Quattro secoli di invasioni militari (massacri di uomini, deportazioni di donne negli harem, conversione forzata dei bambini) e razzie, di cui nessuno mai potrà fare il calcolo non tanto dei danni materiali, quanto del numero dei massacrati e del dolore immenso causato a intere generazioni di cristiani, senza che questi potessero in alcun modo contrattaccare. Gli stessi pellegrini che andavano in Terra Santa venivano spesso massacrati, specie a partire dall’XI secolo, con l’arrivo del dominio dei turchi selgiuchidi. Tutto quanto detto deve essere tenuto presente prima di emettere qualsivoglia giudizio storico e morale sulla crociate: non si può infatti presentare i crociati come una “banda di matti fanatici” e ladri che calò improvvisamente in Palestina per rubare tutto a tutti e uccidere i poveri musulmani indifesi. Ciò è solo ridicolo, evidentemente sostenuto da chi non cerca la verità storica ma è mosso solo dal suo odio anticristiano (o dalla sua simpatia filoislamica). Come sempre ufficialmente dichiarato dalla Chiesa tramite la voce dei Papi e dai teorici del movimento crociato (fra questi, san Bernardo di Chiaravalle) e dai teologi medievali (fra gli altri, san Tommaso d’Aquino e anche santa Caterina da Siena), lo scopo e la legittimità delle crociate risiedono nei seguenti princìpi fondamentali:

Il diritto/dovere assoluto della Cristianità a rientrare in possesso dei Luoghi Santi;

La difesa dei pellegrini (e a tal fine nacquero gli Ordini monastico-cavallereschi);

La legittima difesa dai secolari assalti della Jahad islamica.

Come si può notare, tutti e tre i princìpi indicati si fondano pienamente sul diritto naturale: quello del recupero della legittima proprietà privata lesa, quella della difesa del più debole dalla violenza ingiustificata, quello della legittima difesa da un nemico ingiustamente invasore. È interessante notare a riguardo che le fonti islamiche sulle crociate, pur accusando i crociati di atti barbarici e stragisti di ogni genere, mai mettono però idealmente in dubbio il loro diritto alla riconquista dei Luoghi della Redenzione di Cristo. Da conquistatori, essi sanno che il diritto del più forte, su cui essi si fondano, prevede anche il contrattacco. A questi tre princìpi poi, santa Caterina da Siena ne aggiunge un altro: il doveroso tentativo di conversione degli infedeli alla vera Fede, per la loro salvezza eterna, bene supremo di ogni uomo. Per necessaria completezza, occorre tener presente poi che il movimento crociato non si esaurì nell’ambito dei due secoli (1096-1291) in cui avvennero la conquista e la perdita della Terra Santa da parte cristiana (crociate tradizionali); infatti, a partire dal XIV secolo, e fino agli inizi del XVIII, con l’avanzata inarrestabile dei turchi ottomani, di crociate se ne dovettero fare in continuazione; questa volta però non per riprendere i Luoghi Santi, ma per difendere l’Europa stessa (l’Impero Romano d’Oriente cadde in mano islamica nel 1453) dalla conquista musulmana. I soli nomi di Cipro, Malta, Lepanto, Vienna (ancora nel 1683) ci dicono quale immane tragedia per secoli si è consumata anche dopo le stesse crociate “tradizionali” e ci testimoniano un fatto incontrovertibile e di importanza capitale: per quattro secoli prima e per altri quattro secoli dopo le crociate “tradizionali”, il mondo cristiano è stato messo sotto attacco militare dall’Islam (prima arabo, poi turco), subendo quella che può definirsi la più grande e lunga guerra d’assalto mai condotta nella storia, in obbedienza ai dettami della Jihad (Guerra Santa) voluta e iniziata da Maometto stesso. Mille anni di guerre. Per questo, occorre essere sereni, preparati e giusti nei giudizi. Le crociate furono insomma anzitutto guerre di legittima difesa e di riconquista di quanto illegittimamente preso da un nemico invasore. Pertanto, ebbero piena legittimità storica e ideale (ciò non giustifica, ovviamente, tutte le violenze gratuite commesse da parte cristiana nel corso dei secoli). Ancor più ciò è valido a partire dal XIV secolo, quando l’unico scopo del movimento crociato divenne la difesa della Cristianità intera aggredita dai turchi.

Con la Rivoluzione Francese abbiamo diviso lo Stato dalla Chiesa e questi ci vogliono imporre un nuovo tipo di regime teocratico ideologico?

Antonio Socci su “Libero Quotidiano” del 3 settembre 2016: "Il Papa, l'islam e migranti. Dopo secoli, così fa a pezzi la Chiesa". Proprio nelle stesse ore in cui il Viminale dava notizia di una nuova ondata migratoria all' assalto dell' Italia (oltre 13 mila in soli quattro giorni: siamo già arrivati a 145 mila migranti ospitati, quando in tutto il 2015 erano stati 103 mila), proprio nelle stesse ore - dicevo - Papa Bergoglio ha varato un nuovo dicastero sociale prendendo lui stesso - in persona - la responsabilità della sezione migranti per potenziare al massimo le sue pressioni per l' abbattimento delle frontiere d' Europa. Ormai quello dell'emigrazione, per lui, è qualcosa più di un'ossessione: è un dogma ideologico con cui sta sostituendo i bimillenari pilastri della Chiesa Cattolica. Non lo sfiora l'idea che l'emigrazione, in sé, sia una tragedia che dovrebbe essere scongiurata (sia per i paesi d' origine, sia per chi parte, sia per i paesi d' arrivo). Così come lo lascia indifferente la crisi del nostro stato sociale che ormai non riesce più a sostenere nemmeno le fasce indigenti della popolazione italiana. È indifferente pure all' enorme problema rappresentato dall' immigrazione musulmana in Europa che risulta non assimilabile ai nostri valori e a volte permeabile alla predicazione violenta o terroristica. La propaganda bergogliana per una immigrazione indiscriminata iniziò nel luglio 2013 con il viaggio a Lampedusa (che è stato preso come un invito a salpare dalle coste africane) ed è stata particolarmente devastante per l'Italia. L' ultimo numero di Limes dedicato proprio all' emigrazione, rileva la novità del 2016: «da Paese di transito siamo diventati Paese obiettivo». La rivista di geopolitica aggiunge: «L' Italia sta cambiando pelle» e «immaginare che mutamenti tanto profondi possano impattare sull' Italia senza produrvi strappi, a tessuto sociale e politico-istituzionale costante, implica l'uso di sostanze stupefacenti. Eppure proprio questa sembra la postura della nostra classe dirigente». L'asse con la sinistra - Purtroppo l'asse Bergoglio-Sinistra porta non solo a sottovalutare il problema, ma, peggio, a considerarlo positivo. A marzo scorso Bergoglio ha apertamente ammesso che è in atto una «invasione araba», ma che non è di per sé una cosa negativa. Del resto ha anche giustificato ed elogiato l'Islam in tutti i modi, assestando invece sui cattolici (e sull' Occidente) una gragnuola continua di accuse. Bergoglio sembra perseguire un progetto nichilista di distruzione delle identità dei popoli e della Chiesa stessa, nella quale assistiamo da tre anni a un radicale ribaltamento di direzione. Fino a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI - in continuità con duemila anni di tradizione cattolica - la missione fondamentale è stata spirituale (la salvezza eterna), al centro delle preoccupazioni e del lavoro della Chiesa c' è stata l'evangelizzazione (per far fronte alla scristianizzazione di interi popoli) e la difesa della vita e della famiglia, come fondamenti dell'umano aggrediti dall' ideologia moderna. Con Bergoglio sparisce ciò che è spirituale e soprannaturale e tutta la scena viene occupata dai temi mondani della rozza Teologia della liberazione sudamericana (un cattocomunismo ribollito). Bergoglio infatti intrattiene rapporti fraterni con tutti i capoccia della sinistra sudamericana, a cominciare da quel Morales che gli regalò il crocifisso su Falce e martello, per finire alla brasiliana Dilma Rousseff, appena destituita e sottoposta a impeachment (Leonardo Boff, uno dei padri della Teologia della liberazione, amico personale di Bergoglio, ha reso noto che il papa argentino ha scritto una lettera personale di sostegno alla Roussef). Ma ancor di più Bergoglio è vezzeggiato dai magnati del nuovo capitalismo americano che amano atteggiarsi da progressisti magari sostenendo le crociate più anticattoliche dell'ideologia politically correct. I paperoni laicisti - Il pellegrinaggio di questi paperoni laicisti da Bergoglio è continuo: l'ultimo in ordine di tempo è stato Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook. Il 22 gennaio scorso era stata la volta di Tim Cook, amministratore delegato di Apple, che ha portato a Bergoglio una grossa elargizione (pecunia non olet). Pure Leonardo Di Caprio il 28 gennaio si è presentato con un assegno «per opere di carità». Bergoglio aveva ricevuto anche il capo di Google, Eric Schmidt e - a fine febbraio - Kevin Systrom, fondatore e amministratore delegato di Instagram. Invece il Papa argentino ha chiuso la porta in faccia ai poverissimi familiari di Asia Bibi, la madre cristiana condannata a morte in Pakistan per la sua fede, quando sono venuti in Europa a cercare aiuto e sostegno (hanno trovato appoggio perfino in Hollande, ma Bergoglio non ha accordato loro un'udienza privata o un appello pubblico). Solo per miliardari e vip ha sempre la porta spalancata. Ma il suo sponsor più potente e discusso è il famoso speculatore d' assalto George Soros (recentemente schieratosi contro la Brexit). Considerando il tipo di cause che Soros sostiene e finanzia è sicuramente da considerarsi un nemico della Chiesa Cattolica. Proprio le sue battaglie sono venute alla luce di recente grazie ad hacker che hanno reso pubblici migliaia di documenti della sua Open Society. Si è appreso del sostegno dato alla causa dell'aborto e a quella Lgbt, infine alla lotta contro la cosiddetta islamofobia (la sua fondazione finanzia anche organizzazioni anti-israeliane). Si batte inoltre a favore dell'emigrazione in Europa da considerarsi come «nuovo standard di normalità». Infine è emerso - ma i giornali italiani lo hanno taciuto - che Soros è potentemente intervenuto perché si cambino «le priorità della Chiesa Cattolica Usa» e perché i vescovi americani si allineino a Bergoglio. Lo scopo è portare l'elettorato cattolico a votare Clinton (di cui Soros è donatore) e non Trump. Cambiare le priorità della Chiesa significa accantonare i temi della famiglia e della vita e sbandierare i temi sociali cari ai liberal, alla Sinistra. Già altri potentati nei decenni scorsi hanno cercato di influenzare cattolici e gerarchia per sovvertire l'insegnamento della Chiesa. Ma ora, per la prima volta, hanno il loro migliore alleato nel vescovo di Roma. Nella Chiesa di Bergoglio sono spariti i «principi non negoziabili» e pure su sacramenti e legge morale si assestano colpi pesanti. Mentre sono stati elevati a verità indiscutibili l'emigrazione e l'ambientalismo più eco-catastrofista. Ieri per esempio Bergoglio ha celebrato la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. Non una giornata mondiale di preghiera per i cristiani perseguitati e massacrati, ma una giornata per la salvaguardia di zanzare e piccoli rettili di cui si preoccupa già nella sua enciclica ecologista. Sapore new age - È quella nuova «religione della terra» di sapore New age, cioè gnostico, che già ha celebrato il suo trionfo con la mostruosa proiezione di scimmioni sulla facciata di San Pietro. Nel suo messaggio per l'evento di ieri, Bergoglio chiede una «conversione ecologica». In un'epoca di grande apostasia, in cui interi popoli hanno dimenticato Dio, Bergoglio - vicario di un «Dio non cattolico» (parole sue) - chiede la «conversione ecologica», invece della conversione a Gesù Cristo. Inoltre papa Bergoglio - che evita di rinnovare il grido di dolore dei predecessori davanti a un miliardo di aborti in 20 anni - invita a pentirsi «del male che stiamo facendo alla terra», per esempio, quando non facciamo la raccolta differenziata, quando non facciamo un uso oculato della plastica e quando non utilizziamo il trasporto pubblico, ma quello privato (esempi suoi). Queste trasgressioni vanno confessate ed espiate, dice il Papa che nell' Amoris laetitia ha archiviato i peccati mortali da sempre condannati nel Vangelo. Come si vede qua il cambiamento di priorità è vertiginoso. Benedetto XVI aveva iniziato il suo pontificato tuonando contro «la dittatura del relativismo», Bergoglio in questo regime nichilista e anticristiano è invece applauditissimo. Antonio Socci

Antonio Socci su “Libero Quotidiano” del 20 agosto 2016: il megasiluro su islam e Papa. Sberla ai cristiani che stanno con Allah. Ieri Avvenire ha pubblicato un editoriale (un editoriale esprime la linea ufficiale del giornale) e il cuore di tale editoriale è un'enormità fuori dalla fede cattolica. Purtroppo tale editoriale è firmato da un mio amico di Cl, ma bisogna essere anzitutto amici della verità, per cui - con dolore - devo rilevare che se il giornale della Cei propone una simile idea come suo editoriale, siamo a un passo dall'abisso (e anche dal ridicolo). Ecco la frase su cui l'editoriale di Avvenire costruisce tutto il suo teorema bergogliano: "Infatti, per chiunque creda - cristiano o islamico o ebreo - Dio è uno, grande, onnipotente, misericordioso. Le differenze semmai sono a riguardo dell'io". Come si vede ormai "l'effetto Bergoglio" sta dilagando. Siamo alle parole in liberà. A leggere questo editoriale del giornale della Cei infatti la fede dei cristiani e dei musulmani sarebbe la stessa e identica sarebbe la loro concezione di Dio. Ma il direttore di Avvenire, Tarquinio, che un tempo fu ratzingeriano, non ha mai sentito parlare della Santissima Trinità che è il cuore della fede cristiana e che i musulmani ritengono la peggiore delle bestemmie? nella cupola della Moschea della Roccia, costruita dai musulmani sul luogo santo degli ebrei, al posto dell'antico Tempo di Gerusalemme, campeggia una scritta che appunto nega la Trinità. L'islam in quella scritta proclama: "Dio non ha un figlio". L'islam nasce proprio dalla negazione della divinità di Gesù Cristo e dalla negazione della Trinità di Dio. È il più radicale e violento attacco che si sia visto al cuore della fede cristiana. Possiamo dunque dire che non c'è differenza nella concezione di Dio fra cristiani e musulmani? È lo stesso apostolo san Giovanni a chiarire che se non si riconosce il Figlio, non si possiede nemmeno il Padre: "Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre (1Gv 2, 22-23). Mi sembra chiarissimo. Ed è ovvio che l'abissale differenza nella concezione dell'"io" (della persona), fra islam e cristianesimo, deriva proprio da un'abissale differenza nella concezione di Dio. Ad avvenire però lo ignorano. So per certo che l'editorialista ha almeno sentito parlare della Santissima Trinità e del credo trinitario dei cristiani. Tuttavia i tempi - nella Chiesa e dentro Cl - sono tali che la Verità della fede viene ormai allegramente cestinata, per dar voce alle più assurde supercazzole. Mi pare, vedendo quello che accade nella Chiesa (e anche il triste spettacolo del Meeting 2016) che si possa dire che molti "si vergognano di Cristo", come amaramente lamentò don Giussani nella sua ultima intervista. Oggi questa tendenza è diventata dominante dentro Cl e nella Chiesa. Solo come memorandum riproduco qui sotto alcuni passi della Dominus Jesus che ricordano a tutti qual è la fede dei cattolici: "Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo dalle teorie di tipo relativistico che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l'unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l'unità dell'economia del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l'unicità e l'universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l'inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell'unica Chiesa di Cristo". Per porre rimedio a questa mentalità relativistica, che si sta sempre più diffondendo, occorre ribadire anzitutto il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo. Deve essere, infatti, fermamente creduta l'affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6), so dà la rivelazione della pienezza della verità divina: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,27); "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18); "È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza" (Col 2,9-10). Fedele alla parola di Dio, il Concilio Vaticano II insegna: "La profonda verità, poi, sia su Dio sulla salvezza dell'uomo, risplende a noi per mezzo di questa rivelazione nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione". E ribadisce: "Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come 'uomo agli uomini', 'parla le parole di Dio' (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede il Padre (cf Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e manifestazione di Sè, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e con la gloriosa risurrezione dai morti, e infine, con l'invio dello Spirito di verità compie e completa la rivelazione e la conferma con la testimonianza divina [...]. L'Economia cristiana, dunque, in quanto è l'alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non si dovrà attendere alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo" (cf 1 Tm 6,14 e Tt 2,13). Per questo l'enciclica Redemptoris missio ripropone alla Chiesa il compito di proclamare il Vangelo, come pienezza della verità: "In questa Parola definitiva della sua rivelazione, Dio si è fatto conoscere nel modo più pieno: egli ha detto all'umanità chi è. E questa autorivelazione definitiva di Dio è il motivo fondamentale per cui la Chiesa è per sua natura missionaria. Essa non può non proclamare il Vangelo, cioè la pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso". Solo la rivelazione di Gesù Cristo quindi "immette nella nostra storia una verità universale e ultima, che provoca la mente dell'uomo a non fermarsi mai". Antonio Socci

L’HA DETTO LA TELEVISIONE? E’ FALSO! NON SPEGNETE LA TV, MA ACCENDETE LA LIBERTA’.

"Non spegnete la tv, ma accendete la libertà": l'inedito di Umberto Eco sulla televisione. La Tv è maestra, a volte cattiva, ma in modo non prevedibile. Come gli altri media. La lezione del grande semiologo ora diventa un volume, scrive Umberto Eco il 24 ottobre 2018 su "L'Espresso". L'intervento che qui anticipiamo, datato 1978, è integralmente contenuto nel volume "Sulla televisione" in uscita per La nave di Teseo. Otto o nove anni fa, quando mia figlia stava iniziando a guardare il mondo dalla finestra di uno schermo televisivo (schermo che in Italia è stato definito “una finestra aperta su di un mondo chiuso”), una volta la vidi seguire religiosamente una pubblicità che, se non ricordo male, sosteneva che un certo prodotto era il migliore al mondo, capace di soddisfare qualsiasi bisogno. Allarmato sul fronte educativo, cercai di insegnarle che non era vero e, per semplificare i miei argomenti, la informai che le pubblicità di solito mentono. Capì di non doversi fidare della televisione (in quanto, per ragioni edipiche, faceva di tutto per fidarsi di me). Due giorni più tardi stava guardando le notizie, che la informavano del fatto che sarebbe stato imprudente guidare lungo le autostrade del Nord per via della neve (un’informazione che soddisfò i miei più intimi desideri, dato che stavo disperatamente cercando di restare a casa per il fine settimana). Al che mi fulminò con uno sguardo sospettoso, chiedendomi come mai mi fidassi della tv visto che due giorni prima le avevo detto che raccontava bugie. Mi trovai costretto ad avviare una dissertazione molto complessa di logica estensionale, pragmatica dei linguaggi naturali e teoria dei generi allo scopo di convincerla che ogni tanto la televisione mente e ogni tanto dice il vero. Per esempio, un libro che comincia con “C’era una volta una bambina chiamata Cappuccetto Rosso e così via...” non dice il vero quando sulla sua prima pagina attribuisce la storia della bambina a un signore di nome Perrault. Solo lo psichiatra al quale mia figlia probabilmente si rivolgerà una volta arrivata all’età della ragione sarà in grado, direi, di constatare i danni consistenti che il mio intervento pedagogico ha provocato alla sua mente o al suo inconscio. Ma questa è un’altra storia. Il fatto, che ho scoperto proprio in quell’occasione, è che se si vuole usare la televisione per insegnare qualcosa a qualcuno bisogna prima insegnare come si usa la televisione. In questo senso, la televisione non è diversa da un libro. Si possono usare i libri per insegnare, ma per prima cosa bisogna spiegare come funzionano, almeno l’alfabeto e le parole, poi i livelli di credibilità, la sospensione dell’incredulità, la differenza tra un romanzo e un libro di storia e via dicendo. [...] Credo che i problemi legati all’uso educativo della televisione siano gli stessi di quelli legati ai suoi supposti effetti perversi. Può essere che la televisione, così come gli altri media, corrompa gli innocenti, ma lo fa indubbiamente in un modo non previsto da molti educatori (o da molti corruttori). Supponiamo che un marziano cerchi di estrapolare l’impatto della televisione sulla prima generazione cresciuta sotto la sua influenza (persone che hanno cominciato a guardarla all’età, poniamo, di tre anni nei primi anni cinquanta), quindi il nostro marziano potrebbe cominciare analizzando il contenuto dei programmi televisivi degli anni Cinquanta. Nutrita a forza di programmi come The $64,000 Question, soap opera, sceneggiati in stile Mary Walcott, pubblicità della Coca-Cola e film con John Wayne sulla seconda guerra mondiale, è probabile che quella generazione sia arrivata al 1968 con un buon posto di lavoro in banca, taglio militare e colletto bianco, una solida fede nell’ordine costituito e l’intenzione di sposarsi virtuosamente con la ragazza o il ragazzo della porta accanto. E invece, se non ricordo male quell’evento preistorico, nel 1968 è successo che questa “generazione televisiva” non ha cercato di ammazzare i giapponesi bensì i professori universitari, fumava la marijuana invece delle Marlboro, praticava lo yoga, la meditazione trascendentale, mangiava macrobiotico e così via. Lasciatemi aggiungere che quando la televisione propose capelloni che fumavano marijuana e mettevano fiori nelle canne dei fucili come nuovo modello per uno stile di vita “giovane”, la generazione successiva si tagliò i capelli, iniziò a usare le armi e a preparare bombe. Questo ci suggerisce che i giovani leggono la televisione in maniera diversa da chi la fa. Non credo che accada a caso: credo ci siano delle regole che governano lo spazio vuoto tra l’emissione e la ricezione di un programma televisivo. Bisogna conoscerle e bisogna soprattutto cercare di insegnarle, in particolare ai giovani. […] I sociologi che studiarono i mass media negli anni Quaranta e Cinquanta conoscevano già molto bene fenomeni come l’effetto boomerang, l’influenza degli opinion leader e la necessità di rafforzare il messaggio mediante una verifica porta a porta. Sapevano che tra il punto d’invio e quello di ricezione vi sono molti filtri attivati da schermi psicologici e sociali, o culturali. I primi test dopo l’arrivo della televisione nelle aree suburbane e depresse dell’Italia dimostrarono che moltissime persone guardavano i programmi serali come un continuum, senza alcun discrimine tra show, telegiornali o drammi. Tutto veniva preso allo stesso livello di credibilità, un assoluto guazzabuglio di competenza di genere. Per anni e anni, le aziende televisive hanno fatto affidamento su diversi tipi di indici di gradimento e si sono accontentate di sapere quante persone apprezzavano un determinato programma (un’informazione senza dubbio importante da un punto di vista commerciale) seppur ignorando quel che il pubblico realmente capiva del programma stesso. Detto questo, il gap comunicativo descritto poc’anzi è molto più complesso. Dobbiamo considerare non solo le differenze di codice fra mittente e destinatario, ma anche la varietà di codici che distinguono certi gruppi di destinatari da altri, in base al loro status sociale e alle loro propensioni ideologiche. E dovremmo considerare, anche da un punto di vista così flessibile, che il quadro resta incompleto dato che dovremmo anche tener conto del fatto che un dato soggetto appartiene a gruppi diversi a seconda del programma e dell’orario. Intendo dire che la persona X può valere come un lavoratore sensibile alla politica (quindi dotato di competenze economiche e politiche) quando guarda il telegiornale. Però la stessa persona X può sposare le predilezioni di un filisteo borghese quando guarda uno sceneggiato, tenendo in disparte le sue sensibilità in tema di ruoli sessuali, liberazione femminile o lotta di classe, anche se è capace di risvegliarle quando il televisore parla di salari, scioperi o diritti umani. Dovremmo essere consapevoli del fatto che lo stesso fenomeno accade ai bambini. I bambini possono essere estremamente sensibili ai valori ecologici quando la televisione stuzzica la loro competenza spontanea, già acquisita, circa il rispetto per gli animali, mediante una trasmissione sulla fauna selvatica. Ma lo stesso bambino, davanti a un western, parteciperà all’eccitazione del cowboy che parte al galoppo inseguendo i fuorilegge senza soffrire per il tour de force del cavallo, sfruttato senza pietà. Possiamo dire che anche in questo caso stiamo assistendo a una differenza tra codici? Possiamo dire che a seconda della situazione e dell’attivazione di una competenza di genere la stessa persona reagisce in base a codici culturali differenti? Dipende dal nostro accordo sulla nozione di codice culturale. [...]. Ma che succede al bambino che guarda il film western e, una volta accettate, le sue regole di genere non attivano la competenza sullo sfruttamento animale? Non riesco a immaginarmi lo stop del film con un presentatore che appare e dice “Fa’ attenzione al comportamento non etico dell’eroe”. O meglio, posso immaginarmi una situazione simile ma non nei termini di un intervento grammaticale, come nel caso della “metempsicosi”. Si tratterebbe piuttosto di una procedura di decontestualizzazione e decostruzione. [...] La televisione educativa ha avuto molti meriti. Un programma come Sesame Street ha insegnato a milioni di giovani americani che l’inglese della comunità nera è una lingua in tutto e per tutto, capace di esprimere gioia, arguzia, compassione, concetti. Ma mi piacerebbe vedere un programma che spieghi agli insegnanti come usare, ad esempio, il Johnny Carson Show al fine di prevedere cosa dirà a un giovane portoricano, a un giovane nero, a un giovane bianco protestante. Forse ciascuno di essi vede qualcosa di diverso in quel programma. Nessuna di queste interpretazioni è, in sé, un caso “aberrante”. La vera aberrazione è che tutti questi ragazzi non si rendono conto che il programma è lo stesso ma le interpretazioni variano. Ogni interpretazione riflette un diverso mondo culturale con codici differenti. [...]. Fino a che punto una formazione specifica nell’ambito delle arti visive consente di individuare meglio riferimenti visivi che (a loro volta) sono indispensabili per capire determinate situazioni narrative? Prendiamo i sottocodici estetici: ci sono differenti modelli di bellezza per il corpo umano così come in termini di arredamento, case e automobili, a seconda della tradizione nazionale, dell’adesione a una classe, di un’eccessiva esposizione televisiva ad altri modelli e così via. È importante mostrare che un dato programma fa uso di stereotipi, ma è anche importante vedere se questi stereotipi hanno lo stesso effetto su ciascun bambino della classe. […] Un’educazione criticamente orientata deve riconoscere il fatto che la televisione esiste e che è la principale fonte formativa per adulti e ragazzi. Ma un’educazione criticamente orientata deve far sì che gli insegnanti usino la televisione lorda come una fetta di mondo proprio come usano il tempo atmosferico, le stagioni, i fiori, il paesaggio per parlare dei fenomeni naturali. A questo punto la mia proposta per una televisione educativa riguarda, credo, non solo i bambini ma anche la formazione permanente degli adulti. Appena due giorni fa il primo ministro tedesco Schmidt ha scritto un lungo articolo sulla Zeit per manifestare la propria preoccupazione circa la tv, che assorbe gran parte del tempo libero dei suoi connazionali bloccando qualsiasi possibilità d’interazione faccia a faccia, soprattutto nelle famiglie. Schmidt ha quindi proposto che ciascuna famiglia decida di dedicare un giorno al rito di tenere il televisore spento. Un giorno a settimana senza televisione. Forse i tedeschi saranno così obbedienti da accettare la proposta. Spero solo che non lo facciano proprio nel momento in cui il governo sta promulgando una nuova legge! Comunque, se fossi nei panni di Schmidt, la mia proposta sarebbe diversa. Direi così: amici, connazionali, tedeschi (ma la proposta vale anche per gli inglesi), un giorno a settimana incontriamoci con altre persone e guardiamo la televisione in maniera critica tutti assieme, confrontando le nostre reazioni e parlando faccia a faccia di quello che ci ha insegnato o ha fatto finta di insegnarci. Non spegnete la televisione: accendete la vostra libertà critica.

Quella carovana di migranti che entusiasma il politically correct, scrive il 28 ottobre 2018 Michele Crudelini su Gli Occhi della Guerra de Il Giornale. In poche settimane è già diventata il simbolo dell’ala progressista americana e occidentale. L’hanno soprannominata “carovana dei migranti”, volendole così conferire un carattere innocuo e pittoresco. Una semplice carovana, al pari di quelle organizzate in occasione di alcune festività, è un qualcosa di pacifico e non potrebbe dunque rappresentare una minaccia. Come di consueto, la narrativa mainstream, con l’aiuto di una terminologia iperbolica e fotografie tatticamente estrapolate da contesti specifici, è riuscita a creare un “mito” nell’immaginario collettivo che, tuttavia, poco si avvicina a quella che è la realtà dei fatti.

Quanti sono davvero i migranti della carovana? Proviamo ad andare con ordine. All’inizio della scorsa settimana è iniziata a circolare la notizia, con foto annesse, che un nutrito gruppo di persone si sarebbero messe in marcia dall’Honduras con l’obiettivo di oltrepassare le frontiere di Guatemala e Messico per arrivare infine negli Stati Uniti. Il gruppo, beneficiando della possibilità di poter oltrepassare il confine guatemalteco solamente con il proprio passaporto, è arrivato dunque al confine con il Messico è lì si trova tuttora bloccato. Bene, partendo da questa ricostruzione, appositamente stringata e ridotta all’osso proprio perché si tratta degli unici eventi di cui si ha la certezza, proviamo a capire cosa è stato detto a sproposito e quelle che possono essere le interpretazioni di questo fenomeno. Innanzitutto i numeri. Non si riescono a trovare, infatti, due articoli di giornale che riportano lo stesso numero circa i partecipanti alla carovana. Secondo Rai News sarebbero attualmente 2mila, anche se non viene specificato quale fosse il numero iniziale. Stime decisamente più larghe arrivano invece da Askanews, dove si parla di 4mila persone. Molto più ridotta invece la stima del The Post International, secondo cui la carovana sarebbe composta da sole 1.600 persone.

Tutte le contraddizioni dei media sulla carovana. Non sono solo i numeri a creare confusione in questa vicenda. Anche lo stesso evolversi degli eventi non viene descritto in maniera chiara. Per esempio, sempre su Rai News, si può leggere così “migliaia di migranti dell’Honduras, di El Salvador e del Guatemala, componenti la carovana che marcia verso gli Usa, hanno sfondato, provenendo dal Guatemala, i cancelli e le reti di protezione della frontiera del Messico. Sono entrati nel territorio messicano e stanno avanzando verso gli Stati Uniti”, preludendo così ad un’avanzata senza intoppi. Nello stesso articolo viene però scritto che “molti altri sono bloccati sul ponte di confine tra Messico e Guatemala, dove si sono uniti ad altri manifestanti locali”, e nella foto pubblicata sono visibili alcune migliaia di persone proprio sul ponte. Se la maggior parte della carovana è bloccata sul ponte, chi ha sfondato la barriera con il Messico? Alla domanda prova a rispondere il Corriere della Sera, pur lasciando alcuni dubbi. Inizialmente afferma che “migliaia di migranti dell’Honduras hanno sfondato dal Guatemala i cancelli e le reti di divisione alla frontiera con il Messico a Tecun Uman”, per poi, quasi contraddirsi, poche righe più sotto, dove si afferma che in realtà “un primo gruppo di circa 30 persone ha attraversato il confine venerdì mattina e sono stati fermati dagli agenti del confine messicano che studieranno le loro domande di asilo o di visto”.

Chi è il vero organizzatore della carovana di migranti. Nel frattempo, quel che è certo, è che il Messico ha schierato alcune unità del proprio esercito lungo quel confine, proprio per evitare che alcuni impavidi migranti si avventurino attraverso il fiume per oltrepassare la frontiera. Difficile credere che poche migliaia di persone (numeri modesti anche per un corteo cittadino) abbiano vinto la resistenza della nutrita polizia messicana schierata al confine. Passando invece alle interpretazioni del fenomeno c’è, ovviamente, qualcosa di più profondo rispetto alla narrativa dominante che la carovana come un gruppo di persone alla ricerca di una nuova vita, in marcia proprio contro il Presidente dei “muri” e dei “confini”. I primi dubbi iniziano a sorgere quando si legge che dietro alla “carovana” ci sono alcuni organizzatori e tra questi risulta esserci tale Bartolo Fuentes. Si tratta di un ex politico honduregno legato al partito Libertad y Refundación che è attualmente all’opposizione nel Paese. Il governo honduregno sostiene che Bartolo Fuentes abbia “utilizzato le persone con finalità eminentemente politiche e persino criminali”. Inoltre non sarebbe la prima volta che lo stesso Fuentes viene riconosciuto come organizzatore di questi movimenti migratori, ruolo da lui stesso ammesso. Quest’ultimo però si difende sostenendo che queste persone stiano davvero scappando da una situazione di estrema crisi economica che colpisce l’Honduras.

L’Honduras è in una fase di crescita economica. Su questo punto sembrerebbe non esserci nulla da obiettare, sennonché il quadro macroeconomico dell’Honduras ci dà in realtà uno scenario ben diverso. Secondo la piattaforma Focus Economics, leader nella raccolta di statistiche economiche nei Paesi del mondo, “l’economia honduregna ha avuto una accelerazione nel secondo quadrimestre grazie ad una robusta domanda interna e i consumi privati sono molto aumentati”. Inoltre viene riportato come il reddito pro capite sia aumentato progressivamente dal 2013 al 2017 e il tasso di crescita del Pil sia passato dal 2.8% del 2013 fino ad arrivare ad un 4.8% nel 2017. Lo stesso tasso di disoccupazione è sceso dal 6.3% del 2016 al 5.9% del 2017. Certo, rimangono problemi legati alla criminalità organizzata e ad una sperequazione costante tra le campagne e i centri urbani. Tuttavia l’economia del Paese è in una fase di crescita e non sta attraversando una crisi tale da scatenare un esodo, come paventato da Bartolo Fuentes. Molto più probabile è che questa carovana rappresenti un’arma politica dell’opposizione honduregna volta a indebolire il Governo attraverso, in particolare, l’interruzione degli aiuti americani, ipotesi che è stata per l’appunto paventata da Donald Trump. 

Perché la “carovana” umanitaria in Centroamerica fa male alla causa dei migranti. Duemila persone partite dall'Honduras chiedono di entrare negli Stati Uniti. Trump ha trasformato la questione in un tema elettorale potente, scrive Maurizio Stefanini il 18 Ottobre 2018 su "Il Foglio". Negli ultimi giorni, circa 2.000 persone partite dall'Honduras, nell'America centrale, stanno marciando verso nord in una “carovana” con l'obiettivo dichiarato di immigrare negli Stati Uniti. Queste “carovane” sono un fenomeno tipico latinoamericano (ce ne fu una anche a marzo, che si disperse in Messico), e sono più marce di protesta che veri movimenti migratori. Tuttavia, la loro presenza crea un panico sconsiderato tra i media statunitensi: duemila latinos sono pronti all'invasione! Questo panico è spesso strumentalizzato in chiave politica, e in periodo di mid-term questo movimento nato con intenti tutto sommato umanitari sta ottenendo l'effetto contrario: avvantaggia gli impulsi anti immigrati e spesso xenofobi dell'elettorato del presidente Donald Trump, che non a caso negli ultimi giorni ha fatto della “carovana” un tema di politica nazionale. Le duemila persone sono partite da San Pedro Sula, in Honduras, venerdì 12 ottobre: il giorno della scoperta dell'America. Erano all'inizio 160, ma presto le loro fila si sono ingrossate. “In Honduras non c'è lavoro e non c'è sicurezza”, la semplicissima motivazione. “Abbiamo fede che Dio ci aiuterà come quando aiutò il popolo di Israele a uscire dall'Egitto scampando al Faraone”, ha scritto su Facebook un simpatizzante dell'iniziativa. E un altro: “Geova guida e protegge Bartolo Fuentes così come fece con Mosè per liberare il suo popolo”. Bartolo Fuentes è il leader dell'iniziativa. Giornalista, fu da 2013 al 2017 deputato in Honduras con il partito di Manuel Zelaya: il presidente liberale che durante il suo mandato si trasformò in un simpatizzante di Chávez. Come humus ideologico, siamo dalle parti del classico populismo di sinistra latino-americano. Ma un populismo che in centroamerica da una parte si ormai solidamente innervato col linguaggio e l'immaginario delle sette evangeliche. Lunedì 15 ottobre i migranti hanno passato il confine col Guatemala, puntando verso il Messico e il confine con gli Stati Uniti. Martedì 16 Trump ha iniziato a preoccuparsi al punto da minacciare di tagliare gli aiuti all'Honduras se non avesse fermato la fiumana. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver chiamato direttamente i presidenti Juan Orlando Hernández dell'Honduras e Jimmy Morales del Guatemala. Il Guatemala ha risposto arrestando Fuentes e rispedendolo in patria. Ma i suoi seguaci hanno continuato la marcia. Secondo quanto aveva spiegato lunedì Fuentes alla Cnn, l'intenzione dei marciatori era quella di chiedere al Messico dei “visti umanitari”. L'ambasciata americana in Honduras ha avvertito sui rischi del viaggio e ha preannunciato che gli Stati Uniti avrebbero fatto valere le proprie leggi sull'immigrazione. Cioè, che i migranti sarebbero stato respinti in blocco al confine. Il governo del Messico ha a sua volta avvertito che fermerà coloro che non hanno i documenti in regola, il che però vuol dire che chi li ha potrà entrare indisturbato: stessa posizione già presa dal governo del Guatemala. Cogliendo al balzo l'occasione, mercoledì 17 Trump è tornato sul tema: “E' difficile credere che, con migliaia di persone che stanno camminando senza ostacoli verso la frontiera sud, organizzati in grandi carovane, i democratici non vogliano approvare una legislazione che permetta leggi per la protezione del nostro paese. Questo è un grande tema di campagna elettorale per i repubblicani!”. Oggi (18 ottobre ndr) il presidente è tornato sulla questione e ha accusato il Partito democratico di “guidare l'assalto al nostro paese dal Guatemala, dall'Honduras e da El Salvador (perché loro vogliono frontiere aperte e vogliono mantenere le deboli leggi in vigore)”, ha detto che tra i migranti ci sono “MOLTI CRIMINALI” e ha aggiunto: “Oltre a bloccare gli aiuti a questi paesi, che sembrano non aver praticamente alcun controllo sulla loro popolazione, devo chiedere con estrema forza al Messico di bloccare questo assalto”, e se il Messico non sarà in grado di farlo Trump chiamerà l'esercito. Infine l'ultima minaccia: difendere i confini americani è più importante dell'accordo di libero scambio con Messico e Canada appena ratificato – come a dire: sono pronto a stralciare tutto. Sono tutte minacce vuote e strumentali, anche perché, come già successo a marzo, con ogni probabilità i migranti hondureñi si disperderanno da qualche parte in territorio messicano – ma non prima di far ottenere a Trump qualche vittoria retorica e perfino elettorale sul tema dell'immigrazione. La marcia dei migranti avrà effetti diametralmente contrari a quelli sperati dai suoi organizzatori.

Sono di sinistra ma non voglio gli africani. Lettera del 28 ottobre 2018 su "L'Espresso". "Cara Rossini, sono una persona di sinistra che ha votato per il Pci, Pds, Ds, Ulivo, Pd e il 4 marzo avrei votato Leu. Ma qualche giorno prima Grasso dice in Tv: "Siamo il partito dell'accoglienza!". Ho cambiato idea. Vorrei chiedere ai sigg. dell'accoglienza quanti ne dobbiamo accogliere: 1 milione, 10 milioni, 20 milioni? Perchè non lo dicono? Penso che se non si fermano non si fermeranno mai. Li salviamo in mare? Ma vanno riportati da dove vengono. Perchè Salvini ha raddoppiato i voti? Leu, invece, che prima del 4 Marzo era dato a molto di più del 6 % é sceso dopo al 3 %. Chissà se molti mi hanno imitato. Posso essere in disaccordo su questo argomento? Si parla di "migranti" quando dovrebbero chiamarsi "pretenziosi fuggitivi" che imbarcano su precari gommoni anche donne incinte e bambini per impietosire chi li salva. Li chiamerei anche sciagurati. Sono quasi tutti giovanotti con le spalle così che alla domanda (ne ho fatte tante sulla via Tiburtina) perchè sei venuto qui? Rispondono: per trovare una casa e un lavoro. Alla faccia! In Italia abbiamo migliaia di giovani laureati e non, senza lavoro e senza casa. Credo che tutti quelli che parlano di accoglienza, umanità, solidarietà, ecc. lo facciano solo per compiacimento personale come a dire: "vedete come sono buono e come sono bravo?". Oppure per interesse personale. Non possiamo fare da balia a un continente. Una riflessione che ritengo realistica è che se non si fermano non si fermeranno più. Fino ad avere un'Italia colorata in nero. Non sono razzista. Il razzismo non c'entra niente. Anzi viene usato a sproposito perchè il razzismo è ritenere una razza o un popolo superiore agli altri (Hitler, Mussolini). Discendiamo tutti da chi lasciò le orme a Laetoli. Mi vien da dire che è razzista ci lo dice agli altri. Si tratta di non volere flussi di altri popoli, che non sono ineluttabili, a casa nostra. La destra, che aborro, semplicemente non accetta, con diritto, pretenziosi fuggitivi. TV e giornali ripetono come litanie: "Gli africani trasportati qui sono doni di Dio, risorse, fuggono da guerre e fame, ci pagheranno le pensioni" et similia. Ha scritto su un noto bimestrale Carlo Lauletta, magistrato a riposo, che per destabilizzare l'Europa e al tempo stesso sottrarre all'Africa fresche energie e frenarne così lo sviluppo si è trovato un metodo infallibile: trasferire in Europa quanta più possibile popolazione africana. Donde: indebolimento delle strutture territoriali, guerra tra poveri, conflittualità permanente, disfunzionamento dei pubblici servizi fino al collasso dello Stato sociale. Questa è la posta in gioco. Ha detto Wolfgang Schaeubler giorni fa: "L'Europa attira persone da tutto il mondo". Che cosa ne vogliamo fare, una scatola di sardine?. Marcello Fagioli - Roma.

Il signor Fagioli ha affidato alla tastiera, e poi a noi, pensieri che da qualche tempo vengono in mente a molte persone di sinistra. E' una riflessione importante e sincera. Coloro che qui la vorranno commentare sono pregati di tenerne conto, evitando faziosità in un senso o nell'altro.

CATTIVI MAESTRI.

Dl Sicurezza, l'armata buonista tira dritto. E scoppia la guerra tra sindaci. La rivolta della sinistra al decreto Sicurezza spacca le città. Palermo e Firenze tirano dritte. Udine, Cascina e Trieste sono con Salvini, scrive Giuseppe De Lorenzo, Giovedì 03/01/2019, su "Il Giornale". L'Italia si divide e i sindaci si schierano. La guerra tra primi cittadini infiamma il dibattito politico con il decreto sicurezza sullo sfondo. Motivo del contendere, le norme volute da Salvini, approvate dal Consiglio dei ministri, votate dal Parlamento e promulgate dal presidente della Repubblica. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, dopo aver sospeso l'applicazione del dl, ha incassato l'appoggio di altre amministrazioni di sinistra. Dario Nardella, Luigi De Magistris, Nicola Zingaretti, Mimmo Lucano e i sindaci di Pescara, Fiumicino e Reggio Calabria si sono detti "vicini" alla disobbedienza (in)civile di Orlando. Il caso ha scatenato clamore mediatico in giorni poveri di notizie e sul carro sono saliti pure Federico Pizzarotti (Parma) e Beppe Sala ("Salvini riveda il decreto sicurezza"), mentre Di Maio l'ha bollata come "campagna elettorale" e il ministro dell'Interno è stato costretto a ricordare loro che una legge promulgata da Mattarella non può essere disattesa. "È gravissimo - ha detto - ne risponderanno penalmente, legalmente e civilmente". Chiaro. Anche diversi costituzionalisti, ben lungi dall'essere "leghisti", hanno bocciato l'armata buonista con la fascia Tricolore. "I Comuni sono tenuti a uniformarsi alle leggi", fa notare il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli. Gli fa eco Giovanni Maria Flick: "Non spetta al sindaco decidere di sospendere l'applicazione di una legge se la ritiene incostituzionale". Orlando, però, non sembra disposto a fare passi indietro. "Non arretro, non c'è motivo di arretrare, io ho assunto una posizione che non è né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza", rivendica. E per contrastare quello che definisce "un attentato alla sicurezza del nostro Paese" è pronto a sottoporre il provvedimento "all'esame di una autorità giudiziaria". Solo attraverso un giudice ordinario o amministrativo, infatti, il dl potrà finire di fronte alla Corte Costituzionale e eventualmente essere dichiarato incostituzionale. La strada è lunga e lastricata di ostacoli, intanto però il sasso è stato lanciato e la guerra santa a Salvini iniziata: "Non faremo niente di illegale - giura Nardella, che valuta il ricorso - però abbiamo già pronta un'azione per sterilizzare in ogni modo gli effetti nefasti di questo decreto". Come ogni conflitto che si rispetti, a ogni azione ostile corrisponde una reazione. Al fianco del Viminale si sono subito schierati i sindaci di centrodestra. Ha messo l'elmetto il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza, che definisce "preoccupante" il fatto che "un rappresentante delle Istituzioni (Orlando, ndr) voglia uscire dal sistema democratico". Si dichiara "sorpresa" dai "colleghi" pure Susanna Ceccardi (Cascina), che punzecchia il capo-rivolta palermitano. E si schierano a favore del dl anche Sara Casanova (Lodi), Roberto Di Stefano (Sesto San Giovanni), Francesco Rucco (Vicenza) e Pietro Fontanini, il sindaco di Udine, città che "garantirà piena applicazione al decreto Sicurezza". "Con il decreto Salvini abbiamo finalmente strumenti in più per mantenere la sicurezza dei nostri cittadini - dice il primo cittadino di Arona, Alberto Gusmeroli - Qui abbiamo applicato numerosi Daspo di allontanamento, tra cui quello per un questuante che veniva a chiedere l'elemosina prima in Mercedes e poi con auto nuova fiammante". Il conflitto è aperto.

Quella lobby dei Comuni rossi che cerca di uscire dall'ombra con la guerra santa anti Lega. La finta solidarietà degli amministratori in cerca di riflettori: «Basta col giogo padano», scrive Carmelo Caruso, giovedì 03/01/2019, su "Il Giornale". Usano Matteo Salvini per ingigantirsi come faceva Braccio di Ferro con gli spinaci. Non pensate, dunque, che sia la disobbedienza civile del sociologo Danilo Dolci o quella nobile della tradizione radicale. Nella volontà annunciata ieri dai sindaci di Palermo e di Firenze di ammutinarsi di fronte al decreto Sicurezza del ministro dell'Interno, c'è infatti la solidarietà pelosa che serve a ritrovare un nuovo e personalissimo protagonismo politico. Scomparsi dal dibattito e superati dalla promessa di reddito di cittadinanza a Cinque stelle, a sinistra sono tornati ad agitarsi i campioni ammaccati del populismo, i candidati alle primarie del Pd che in Salvini cercano una resurrezione. A Roma, il governatore Nicola Zingaretti ha dichiarato che «bisogna impegnarsi contro l'odio e contro le norme scritte solo per fare propaganda». A Napoli, interagiscono il governatore Vincenzo De Luca e il sindaco Luigi de Magistris, arcinemici da sempre ma amici per opportunità e per liberare il centro Italia dal giogo padano. A Bari, non arretra Michele Emiliano che è sempre in continua crisi di identità: è stato eletto con il Pd ma ha gettato la tessera del Pd e non si è dimesso da magistrato. A Palermo, come detto, l'ultimo caudillo a preparare la controffensiva è Leoluca Orlando, un antico e consumatissimo leader che è riuscito a servirsi del pensiero gesuitico di padre Ennio Pintacuda, a cavalcare il giustizialismo di Antonio Di Pietro, a salvarsi dalla rottamazione di Matteo Renzi, a esibire l'antimafia come patente morale. Ai funzionari del suo comune, Orlando ha ordinato infatti di recalcitrare contro il governo con tanto di nota ufficiale che già dal primo verbo è un comando che sfida un altro comando: «Impartisco la disposizione di sospendere, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge, qualunque procedura». Ebbene, a cominciare dall'impartisco c'è tutto il carattere di Orlando che somiglia più di quanto si immagini a quello di Salvini a cui disobbedisce. Come si vede, è a destra (e su Salvini) che si stanno celebrando le primarie della sinistra; è a sinistra che si fanno le prove di sedizione non contro un ministro ma contro una legge di Stato. Con un'incoronazione napoleoneggiante, lo scorso 3 dicembre, de Magistris si è autointronato perché - ha spiegato ai colleghi che lo ascoltavano mentre straparlava di deriva fascista - «il M5s ha tradito. L'inizio del nostro progetto è essere l'anti Salvini». A Firenze, l'impalpabile sindaco Dario Nardella, più volte ammonito da Matteo Renzi, per i suoi scarsi risultati e che è riuscito a multare il direttore degli Uffizi, un uomo che fa lode all'Italia anche nella sua Germania, ha riscoperto, grazie a Salvini, la tempra che aveva smarrito: «Firenze non si piegherà al ricatto contenuto nel decreto Sicurezza». E per fare un nuovo salto in Sicilia, all'Ars si sta addirittura pensando, su proposta del suo presidente Gianfranco Miccichè, di formare una speciale commissione sul fenomeno dei migranti. Insomma, Salvini è riuscito anche in questo: ha compattato la sinistra, il Nord e il Sud, democratici e para democratici e li ha fatti arrivare sino all'estremo paradosso. Ieri, a leggere le note di sindaci e governatori del Pd, non sembrava di abitare in Italia ma di vivere in un territorio occupato. Non sembrava di ascoltare parole di sinistra ma di leggere vecchi comunicati della Lega secessionista.

Dl sicurezza, sindaco Pd smonta i ribelli: "Legge va rispettata sempre". La presidente di Anci Veneto, Maria Rosa Pavanello, entra a gamba tesa sulla rivolta dei sindaci contro il Dl sicurezza, scrive Agostino Corneli, Giovedì, 03/01/2019, su "Il Giornale". Maria Rosa Pavanello, presidente di Anci Veneto, sindaco di Mirano e iscritta al Pd dalla sua fondazione, si schiera contro i sindaci ribelli che non vogliono applicare il Dl Sicurezza. "Un sindaco è tenuto ad applicare e a far rispettare la legge anche quando non la condivide. E questo un elemento che sta alla base del ruolo di sindaco e che è alla base dell'architettura democratica ed istituzionale del nostro Paese. Il decreto sicurezza è una legge dello Stato e, quindi, i sindaci devono rispettarla. Naturalmente questo non significa che non si possano manifestare critiche o giudizi negativi, ma la legge lo ripeto va rispettata. E il nostro ruolo che ce lo impone e non potrebbe essere diversamente". Pavanello ha poi affermato che: "Il confronto e non la disobbedienza è alla base della dialettica democratica per questo condivido le parole del presidente Decaro che ha invitato alla costituzione di un tavolo per cercare con il dialogo di trovare delle eventuali soluzioni condivise e correttivi al decreto". Per la presidente dell'Anci Veneto, il problema non deve essere affrontato come una battaglia politica, ma bisogna guardare all'interesse dei Comuni e dei sindaci che ogni giorno si trovano a dover fronteggiare la gestione dei migranti e della sicurezza. "In passato i sindaci sono stati lasciati soli nella gestione dell'emergenza immigrazione che non era di loro competenza, ma che purtroppo è stata scaricata senza mezze misure sui Comuni e di conseguenza sui territori e sulle comunità con il rischio concreto di tensioni sociali", ha detto la Pavanello. Parole che arrivano come una doccia gelata nei confronti della sollevazione dei sindaci e che riaffermano un principio di diritto imprescindibile: la legge va applicata. Un concetto già ricordato anche da illustri costituzionalisti e che dovrebbe essere sempre tenuto presente da chi è a capo non di una lista o di un partito ma di una pubblica amministrazione.

I costituzionalisti contro i sindaci ribelli: "Rispettate il decreto Salvini". Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, boccia l'asse dei sindaci che vogliono boicottare il decreto sicurezza: "Non possono sollevare questioni di legittimità costituzionale". D'accordo anche il collega Giovanni Maria Flick, scrive Gianni Carotenuto, Gio, 03/01/2019, su "Il Giornale". La mancata applicazione del decreto Salvini, nella parte che riguarda i migranti, annunciata dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando e dai colleghi di Napoli e Firenze, Luigi De Magistris e Dario Nardella, "è un atto politico. I Comuni sono tenuti a uniformarsi alle leggi". A dirlo è il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli che, interpellato da Adnkronos, smonta l'asse degli amministratori locali contro la norma prevista dal decreto sicurezza che vieta la possibilità di concedere la residenza a chi è in possesso di un permesso di soggiorno. "La pubblica amministrazione - spiega Mirabelli - non può sollevare questioni di legittimità costituzionale ed è tenuto a uniformarsi alla legge, a meno che non sia liberticida, che potrebbe essere un caso eccezionale, una rottura dell'ordinamento democratico. Bisogna vedere se si tratta di norme rispetto alle quali è prevista un'attività del Comune che ha carattere di discrezionalità, che la legge impone e che il sindaco ritiene di disapplicare. Non può essere una contestazione generale". "Se ci sono atti che la legge prevede per i Comuni il sindaco non può disapplicarla. Se la disapplica, e in ipotesi interviene il prefetto o un'altra autorità, sorge un contenzioso e allora potrebbe essere sollevata una questione di legittimità costituzionale. Al momento - chiarisce l'ex presidente della Consulta Mirabelli - è un atto politico". Parole dal contenuto inequivocabile confermate poi da un altro ex presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, in un'intervista a Radio Anch'io, su Radio 1: "Non spetta al sindaco decidere di sospendere l'applicazione di una legge se la ritiene incostituzionale ma ricorrere all'autorità giudiziaria per chiedere che ne verifichi l'applicabilità e nel caso l'autorità giudiziaria ne investe la Corte costituzionale". Non solo Mirabelli e Flick, anche i sindaci di diverse città italiane prendono le distanze dall'iniziativa di Orlando, De Magistris e Nardella. A salire sulle barricate, assicurando l'applicazione delle misure previste dal decreto Salvini, sono stati i primi cittadini di città come Udine e Novara. "Il Comune di Udine garantirà piena applicazione al decreto sicurezza varato dal Governo e approvato dal Parlamento. La lotta all'illegalità promossa dal ministro Salvini troverà dunque nella città che ho l'onore di rappresentare una solida alleata, nell'esclusivo interesse di tutti quei cittadini, anche non italiani, che rispettano la legge e le nostre tradizioni", ha dichiarato il sindaco di Udine, Pietro Fontanini. Altrettanto chiaro il primo cittadino di Novara, Alessandro Canelli: "il decreto Salvini è uno strumento fondamentale per il controllo del territorio e per la sicurezza dei cittadini. Spiace che alcuni sindaci, forse più per motivi ideologici, abbiano annunciato di non voler applicare una legge dello Stato votata dal Parlamento. Forse hanno nostalgia dell’epoca dell’immigrazione senza controlli, ma con la loro scelta arrecano un danno anche ai loro stessi cittadini".

Orlando: «Disobbedisco!» Il sindaco di Palermo contro Salvini. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, congela le norme sui migranti del decreto sicurezza, scrive Giulia Merlo il 3 gennaio 2019, su "Il Dubbio".  Matteo Salvini ha trovato il primo avversario del 2019. Il guanto di sfida al ministro dell’Interno, proprio sul ddl Sicurezza che è stato il suo decreto- bandiera, arriva da Palazzo delle Aquile: il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ha impartito «disposizione di sospendere, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica». In sostanza, Orlando punta a congelare gli effetti del decreto nella parte che riguarda i migranti e, per farlo, ha inviato una circolare al servizio anagrafe per «approfondire tutti i profili giuridici anagrafici» che derivano dall’applicazione delle norme. E, in attesa dell’approfondimento, a Palermo si applicheranno le precedenti regole per quanto riguarda la possibilità di iscriversi all’anagrafe e, quindi, di accedere a una serie di servizi sociali. Immediata è arrivata, via social, la replica di Salvini: «Con tutti i problemi che ci sono a Palermo, il sindaco sinistro pensa a fare “disobbedienza” sugli immigrati». La battuta è pane per i denti del sindaco, che replica immediatamente: «Il nostro non è un atto di disobbedienza civile nè di obiezione di coscienza, ma la semplice applicazione dei diritti costituzionali. Smettiamola di dire che chi applica i diritti umani è eversivo», aggiungendo però di non aver intenzione di dibattere ulteriormente con il ministro dell’Interno: «Giochiamo due partite diverse su due campi diversi, lui gioca a cricket e io a volley. Non ho nessun motivo di replicare». Schermaglie a parte, la tesi di Orlando è tutta politica: «Il governo ha buttato la maschera. Siamo davanti a una palese violazione dei diritti umani e a un provvedimento disumano e criminogeno, che, eliminando la protezione umanitaria, trasforma i legali in illegali. Ci sono migliaia, centinaia di migliaia di persone che oggi risiedono legalmente in Italia, pagano le tasse, versano contributi all’Inps e fra qualche settimana o mese saranno senza documenti. Questo significa incentivare la criminalità, non combatterla o prevenirla». Parole durissime contro il governo: la breccia aperta dal sindaco di Palermo mette in moto anche le altre città italiane. Il primo a prendere posizione in favore di Orlando è il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che ha rivendicato di aver da subito «schierato la mia città dalla parte dei diritti. Noi applichiamo le leggi ordinarie solo se rispettano la Costituzione repubblicana. Ci muoviamo in questa direzione anche per il sistema Sprar». Lo stesso ribadisce anche il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che ha commentato: «Bisogna disobbedire perché è un decreto contro i diritti umani e la dignità degli esseri umani. Non è una novità: io l’ho già fatto e mi trovo in queste condizioni». Anche il sindaco di Firenze, Dario Nardella, sposa la linea di Orlando: «Firenze non si piegherà al ricatto contenuto nel decreto sicurezza che espelle migranti richiedenti asilo e senza rimpatriarli li getta in mezzo alle strade». Dal Lazio, anche il presidente della regione, Nicola Zingaretti, sposa la battaglia del fondatore della Rete: «Mi sento vicino al sindaco Orlando, al suo impegno contro l’odio e capisco la sua fatica per porre rimedio a norme confuse scritte solo per l’ossessione di fare propaganda e che spesso producono caos, più diffidenza e insicurezza per tutti. Tutto sulle spalle dei territori e degli amministratori locali». Preoccupazioni, queste, condivise anche dall’ex grillino sindaco di Parma, Federico Pizzarotti: «Da subito abbiamo segnalato che questo decreto, per come è scritto, crea solo problemi, difficoltà nell’avere documenti e quindi nell’inserirsi in un percorso regolare, anche per avere un lavoro. Cercheremo di capire come si muovono gli altri Comuni, certo non basta una lettera di un sindaco per modificare il funzionamento dell’anagrafe». E proprio questa sembra essere la prospettiva dell’iniziativa del sindaco di Palermo che, pur ribadendo di «non voler essere un modello», ha annunciato che invierà «una copia del testo all’Anci nazionale e ai sindaci più interessati dalla vicenda dell’immigrazione». Così, il primo intoppo al “governo del cambiamento” potrebbe arrivare dalla mobilitazione dei comuni.

Palermo, capitale dell'accoglienza: la grande lezione della Sicilia a tutta l'Italia. Nei quartieri più poveri volontari e Comune integrano 25 mila stranieri, Ballarò rivive con Moltivolti e con i commercianti bengalesi che denunciano gli estortori della mafia. Un modello alternativo. E ora Orlando annuncia la sospensione del decreto Salvini, scrive Carmine Fotia il 2 gennaio 2019 su "L'Espresso". Rimbalzano nei vicoli stretti di una pavimentazione resa scivolosa dagli umori del mercato le urla dei venditori: pane e panelle, pani c’a meusa, crocchè, fritturiedda, sfincioni, purpi, sfrigolano le stigghiole e gli odori delle verdure, i colori della frutta si mischiano con l’odore delle spezie, del kebab, del cous-cous. Bastano naso e palato per capire che straordinario miscuglio sia diventato Ballarò, il quartiere del mercato in pieno centro storico di Palermo. Poi, quando cala la sera, i negozi ancora aperti degli immigrati danno vita e luce al quartiere. Ecco la barberia di Salim, che viene dal Benin, dove mentre dentro la minuscola bottega lui ti aggiusta barba e capelli accompagnato da musica africana e altri ragazzi ballano, seduti ai tavolini esterni immigrati e palermitani sorseggiano birre e spinelli. Sarà tutto legale? Non lo so e francamente m’importa poco: «L’esclusione sociale non ha colore, qui il tema della legalità è complicato per tutti: al mercato non sono soltanto gli immigrati a essere fuori dalle regole della Ue», spiega Claudio Arestivo, uno dei fondatori di Moltivolti, ristorante multietnico, centro sociale, fucina culturale e gastronomica con la sua cucina “siculo-africana”, dove a pranzo puoi mangiare un cous-cous afgano e involtini palermitani e la sera assistere a un affollatissimo concerto di musica dei Balcani.

«Qui a Ballarò», continua Claudio, «abbiamo un 35 per cento di migranti, e siamo un Laboratorio Sociale». «Hanno fatto un po’ come a Riace», spiega Gianmauro Costa, giornalista e scrittore, che nel suo prossimo romanzo in uscita per Sellerio farà agire proprio a Ballarò, alle prese con la Black Axe, la nuova mafia nigeriana, la sua nuova eroina, la poliziotta Angela Mazzola, «i migranti hanno preso vecchie case fatiscenti e le hanno rifatte con le loro mani». Dice il presidente del Municipio, Massimo Castiglia: «Ti sei mai chiesto perché la Vucciria è un mercato morto mentre Ballarò è vivo? Perché la gente che vive qui, in primo luogo gli immigrati, fa la spesa al mercato, lì, no. Per fare vivere un mercato non basta chi viene a fare la foto, serve chi viene a fare la spesa». «Più che la Vucciria, in qualche modo santificata ma ingabbiata nell’irripetibile quadro di Guttuso, è Ballarò, nella sua tumultuosa vitalità, a rappresentare oggi meglio l’identità di Palermo», dice la scrittrice Evelina Santangelo che, insieme a Gian Mauro Costa e il suo rinato cinema Rouge et Noir, anima la sezione palermitana della scuola di scrittura Holden. «Gli immigrati hanno fatto rivivere un quartiere: a giugno sono venuti i Reali d’Olanda, e docenti dell’università di Cardiff. Caro Salvini, invece di cavalcare le paure che possono sdoganare la violenza pur di semplificare e ottenere consenso perché non vieni a vedere come funziona a Ballarò?», lancia la sua sfida il minisindaco di Ballarò. Guai però, ammonisce il Sindaco Leoluca Orlando, a individuare nuovi modelli perché Riace insegna che innalzare nuovi modelli può rendere più facile colpirli. Tuttavia da Ballarò una pratica alternativa emerge, dice Castiglia «nel senso che qui c’è un forte privato-sociale organizzato e le strutture sono messe in rete costruendo un presidio di contrasto alla povertà che non riguarda solo i migranti. E poi le istituzioni sono vicine: la gente magari si incazza ma viene comunque in Municipio».

Sceso a Palermo (nel sud si dice così: “scendi” quando arrivi, “sali” quando te ne vai) nei giorni del vertice sulla Libia il cui scopo (fallito) era normalizzare quel Paese per impedire i flussi migratori verso l’Italia ripenso a queste parole di Aldous Huxley - umanista, pacifista, maestro della letteratura distopica, scritte nell’introduzione a una nuova edizione dell’Inchiesta su Palermo di Danilo Dolci pubblicata da Einaudi nel 1956: «Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza», mentre scopro una città controcorrente rispetto al delirio securitario, che per bocca del suo sindaco Leoluca Orlando (che magari i nuovi potenti italiani neri gialli e verdi considerano un criminale ma che in Germania viene premiato da Wim Wenders proprio grazie alle sue idee sull’accoglienza) propone addirittura l’abolizione del permesso di soggiorno, scopro che dalla semina di Danilo Dolci, il sociologo del nord che negli anni ’50 scelse di raccontare la spaventosa povertà di Palermo e della Sicilia Occidentale filtrando numeri e dati attraverso la sua esperienza umana di condivisione della vita e delle sofferenze di quel popolo, oltre mezzo secolo dopo, sono nati bellissimi fiori: Fra’ Mauro ai Danisinni; Alessandra, Roberta, Fausto, Massimo, Claudio a Ballarò. E ve ne sono tanti altri e altre allo Zen, all’Albergheria, alla Zisa, in mezzo al mare. Nessuno di loro è un santo (almeno finora), non tutti sono religiosi, non sono soltanto assistenti sociali, non sono militanti politici tradizionali, sono quasi tutti palermitani e non agiscono semplicemente per “solidarietà” verso i nuovi poveri del ventunesimo secolo, i migranti in fuga dalla guerra, dalla tortura, dalla fame, gli stessi fantasmi dai quali fuggivano i poveri della Palermo degli anni ’50 con i quali condivideva la vita Danilo Dolci. «È che i razzisti fanno una vita di merda», dice Alessandra Sciurba, precaria universitaria, una delle promotrici del Progetto Mediterranea che ha messo in mare la Mare Jonio, coordinatrice del Progetto Harraga (vuol dire ragazzi che bruciano) dedicato ai ragazzi migranti, che cela dietro un sorriso dolcissimo i poteri di una Supergirl che è insieme lavoratrice, mamma, assistente sociale, attivista, comunicatrice. E loro, invece, a Ballarò, alla Zisa, allo Zen, ai Danisinni, fanno quel che fanno perché, come dice Fausto Melluso, sferzante e ironico, giovane avvocato, delegato alle migrazioni dell’Arci di Palermo e responsabile del Circolo Arci “Porco Rosso” vogliono “una vita felice” non dominata dalla ferocia delle giugulari gonfie. È l’idea di una mitezza che è compassione e comprensione di un mondo nuovo che non può essere fermato né dalle ruspe, né dai muri, quella compresenza di carità e conoscenza, come scriveva Huxley, che qualcuno chiama sprezzantemente buonismo e che dovremmo invece riconoscere come un nuovo umanesimo che ci liberi da un futuro cupo che oggi possiamo forse raccontare solo con la distopia: «Forse solo raccontando i fantasmi possiamo raccontare la realtà», dice Evelina Santangelo, che ha scritto di migranti neri e di emigrati siciliani, il cui ultimo romanzo uscito per Einaudi, “Da un Altro Mondo”, è dedicato all’onda nera che attraversa l’Europa. Sono pazzi loro, è pazzo il sindaco, che scommettono sull’apertura, sulle radici proiettate nel futuro di una città che ha conosciuto invasioni, dominazioni, stratificazioni che ne costituiscono l’identità polimorfa nella lingua, nell’eredità genetica, nel cibo? «Prendi l’arancina - a Palermo rigorosamente tonda e femminile mentre nella Sicilia orientale diventa piramidale e maschile - è cibo palermitano senza dubbio, ma nasce dalla tradizione araba di mischiare il riso con un ripieno», spiega Danilo Li Muli, pubblicitario e imprenditore, figlio dell’eccellente disegnatore e grafico palermitano Gianni, che ha aperto una catena di street food palermitano e l’ha chiamata Kepalle, in onore a sua maestà l’arancina “tradendo” però l’ortodossia che la vuole solo al burro o al ragù e riempendola di delizie varie. Danilo ha subito intimidazioni pesanti che ha denunciato, ma non per aver tradito l’ortodossia dell’arancina, ma perché non paga il pizzo. A due passi da uno dei suoi negozi in via Maqueda, pieno centro storico, anche un gruppo di commercianti bengalesi di Ballarò si è rivolto all’Associazione Addio Pizzo per denunciare gli estortori mafiosi. Dunque la contaminazione riguarda anche le buone pratiche e allora i pazzi sono loro, o sono gli altri, i signori del governo che cavalcano paure e seminano odio? «A Palermo non abbiamo piante autoctone, le nostre piante, i nostri alberi sono “migranti” che risiedono a Palermo», dice il primo di questi pazzi, “u Sinnacollanno”. «Il futuro è nei nomi di Google (o un altro colosso digitale) e Ahmed (o un altro nome di migrante): il primo esprime la connessione virtuale, il secondo la connessione umana. La sfida di Palermo è dimostrare che l’innovazione e la relazione umana se stanno insieme producono futuro». Mentre la città assisteva con distacco e senza alcun entusiasmo al vertice blindato dei politici di governo, rinchiusi nell’Acquario di Villa Igiea, l’Hotel più lussuoso di Palermo, insieme ai signori della guerra che imprigionano, torturano, uccidono è proprio a Ballarò che ho trovato le storie terribili di chi fugge dai lager libici, come questa: «Da mesi non riesco a dormire, faccio sogni cattivi, mi spavento e temo che mi possa succedere qualcosa», racconta S. E. che ha 19 anni e viene dal Gambia, «i pensieri mi affollano la mente e non se ne vanno mai. Giorno e notte penso a quanto visto durante il viaggio dal Gambia all’Europa. La mia mente è affollata da immagini di gente morta. Rivedo i cadaveri in acqua. Ero in Libia a Sabratha, assieme a 150 persone che aspettavano di imbarcarsi sui gommoni… sul mare galleggiavano i corpi putrefatti e mangiati dai pesci di decine di persone. I libici mi hanno costretto a seppellire quei cadaveri. Erano irriconoscibili, puzzavano. Ricordo ancora quel mare e quella spiaggia della morte e mentre scavavo a terra la paura mi faceva tremare i denti e le mie gambe erano tese come il legno. Penso sempre a quei cadaveri e ai loro visi irriconoscibili e mangiati dai pesci». Secondo i dati forniti da Salvatore Avallano, coordinatore di Medu (Medicina per i diritti umani) in una delle sessioni del controvertice sulla Libia che si è svolto proprio a Ballarò, l’85 per cento dei migranti che arrivano dalla Libia hanno subito torture e violenze di vario tipo delle quali al vertice nessuno ha chiesto conto. A Moltivolti, Roberta Lo Bianco - coordinatrice Unità Migrazioni del Cesie, tutrice volontaria di due minori - ha portato a pranzo un gruppo di ragazzi per festeggiare la conclusione del loro corso di formazione, ma nessuno di loro ha voglia di festeggiare, le loro espressioni sono turbate e preoccupate: «Sono qui da sei mesi, ora sono tutti maggiorenni, ma alcuni di loro sono arrivati da minorenni», racconta Roberta, «facciamo corsi di orientamento socioculturale, per spiegare loro come funziona in Italia: la sanità, il lavoro, i diritti che spetterebbero loro. Sono richiedenti asilo che hanno avuto la protezione umanitaria. Ora rischiano di diventare irregolari e non possono pensare a nessun lavoro perché non sanno cosa succederà di loro. Io per questo sono molto arrabbiata». Alessandra Sciurba racconta la storia di B.: «Aveva solo 16 anni quando ha raggiunto la Sicilia. Non sapeva né leggere né scrivere, ma ha imparato in Italia: l’italiano è stata la prima lingua che ha scritto. Ha conseguito la licenza media, e adesso è iscritto alla scuola superiore, presso un istituto alberghiero. Oggi B., essendo stato escluso dalla possibilità di accoglienza presso gli Sprar, che il decreto sicurezza lascia aperta solo per i titolari di protezione internazionale e per i minori, e avendo appena compiuto 18 anni, si è ritrovato a vivere per strada, non riuscendo più a frequentare la scuola». Tutto il lavoro fatto finora, 240 ragazzi che hanno partecipato ai laboratori, 85 tirocini lavorativi, rischia di non servire a nulla. Per loro si apre un limbo di sei mesi che produrrà grande disagio psicologico e poi dovranno affrontare esami molto difficili: «Il sistema che hanno creato», conclude Alessandra, «è patogeno, perché ora si perdono anche quel minimo di garanzie che c’erano prima». I pazzi di Palermo (non è un’offesa, semmai la rivelazione di una strana qualità che Roberto Alajmo ha mirabilmente raccontato nel suo “Repertorio dei pazzi della città di Palermo”) sono anche i “proprietari” della Nave Jonio, l’unica nave delle Ong a navigare nel Mediterraneo. «Ma l’hai vista? Sembra la barca di Popeye», sorride Alessandra Sciurba, «l’abbiamo trovata grazie alla gente di mare, che è bella gente. Noi siamo solo persone normali che a un certo punto hanno pensato che in mezzo al Mediterraneo stavamo annegando tutti. Nessuno dovrebbe stare in mezzo al mare. Io non penso che la vita umana debba essere calcolata come un numero. Per questo pratichiamo l’obbedienza civile e la disobbedienza morale, mettendo in gioco anche le nostre fragilità». «La nave ci è costata 700 mila euro. Abbiamo trovato una banca di pazzi che ce li ha anticipati e stiamo raccogliendo i fondi con il crowdfunding», spiega Claudio Arestivo. «Perché l’ho fatto? Per questa semplice ragione: i miei fratelli, i miei cugini, insieme a una marea di persone, sono andati via da Palermo, mentre io ho difeso il mio diritto a restare. Non posso pensare che il ragazzo ghanese che lavora in cucina non abbia gli stessi diritti dei miei fratelli e dei miei cugini. Io voglio poter dire ai miei figli che in un tempo in cui accadevano cose brutte noi abbiamo reagito». A ridosso della cattedrale di Palermo, dentro il corso dell’antico fiume Papireto, lungo il cammino arabo-normanno, a poche centinaia di metri da dove sorgeva il quartiere Cortile Cascino, dove negli anni Cinquanta visse Danilo Dolci e dove nel 1962 girarono un bellissimo documentario i cineasti inglesi Robert M. Young e Michele Roem, c’è la borgata Danisinni. Il nome è di derivazione araba e indica una delle sorgenti, “Ayu’abi Sa Idin” (la fonte di Abu Said), che alimentava il Papiro che qui cresceva rigoglioso e, racconta la leggenda, proprio attraverso la grotta di Danisinni, riceveva le acque del Nilo. Oppure, secondo una radicata tradizione popolare, prese il nome da una bella principessa figlia del walì Abu Said. Borgata di povertà assoluta, vicoli stretti, piccole vecchie case malandate, edifici diroccati, sta risorgendo anche grazie al lavoro dei frati Cappuccini di Fra Mauro, una sorta di Massimo Cacciari più giovane con il saio e i sandali. Ci arrivo alle 11 di una domenica di sole accecante. Sui muri e persino sui bidoni dell’immondizia murales e graffiti. La cappella della chiesa dove Fra Mauro celebra i battesimi è piena, sicché molti seguono la cerimonia da una piccola cappella attigua dove è montato uno schermo. Mentre mostra con orgoglio la Fattoria sociale dove accanto agli orti pascolano oche, somari e galline, Fra Mauro racconta: «Qui vivono famiglie molto povere (circa 2.000 persone) ma con grande capacità di resilienza. Ci sono molti immigrati, in prevalenza marocchini che vivono di espedienti. Qui la rigenerazione urbana nasce dalla rigenerazione del tessuto umano insieme al tessuto ambientale. Per riscattare l’esclusione sociale servono passione e cultura, non solo risorse. Abbiamo avviato progetti di turismo sociale, sfruttando la nostra collocazione al centro del camminamento arabo-normanno tra Palazzo Reale e il castello della Zisa. Abbiamo appena stipulato un accordo con Airbnb che prevede la possibilità di poter affittare ai turisti, e già funziona l’accordo con un’associazione che si chiama Sicilscatta: un percorso fotografico che si conclude con un pranzo cucinato dalle famiglie della borgata che usano i prodotti della nostra Fattoria Sociale». L’accoglienza, qui non è qualcosa che viene dall’esterno, è connaturata alla vita reale: «È rimasto un senso di comunità», racconta Fra Mauro, «chi cucina condividendo con chi ha meno non fa differenza tra palermitani e immigrati. L’unica alternativa alla xenofobia è la riscoperta dell’umanità: se ascolti l’altro, se lo vedi nella sua concreta dimensione umana lo accetti, se alzi un muro non lo vedi. Il nostro popolo vive un sentimento empatico perché chi è povero, chi vive la fatica quotidiana del vivere si apre alla relazione con l’altro». Mi accorgo con lo stupore del vecchio cronista che ha battuto questi marciapiedi raccontando la violenza mafiosa che finora di mafia non ho parlato. Mentre è lunghissimo l’elenco di tutte le iniziative culturali che accompagnano la Palermo capitale della cultura 2018. È forse il cambiamento più grande di una città che, dice Evelina Santangelo, «si definiva contro, come antimafiosa e che ora può rivelare una sua identità positiva». Tutto ciò è reso possibile da un’azione del Comune che è economica (circa 35 milioni di spesa per il sociale e 8 per i migranti) ma che soprattutto fa leva su questa nuova identità per attrarre capitali e iniziative private. «Palermo», spiega Orlando mentre mi fa visitare i Cantieri della Zisa, dove vivono una quantità di attività private sostenute dal Comune ma autofinanziate che danno lavoro a circa 400 persone, «è la città che è cambiata di più negli ultimi quarant’anni: da capitale della mafia con il primo cittadino che era insieme sindaco e capo della mafia, a capitale della cultura con un sindaco che è lo stesso che per primo ha cacciato la mafia fuori dal palazzo della città. Liberarsi da quella legge del sangue che è la base del razzismo e della xenofobia, è una grande operazione culturale che spezza la cultura mafiosa, che è cultura del sangue». Qualche numero per rendere l’idea del melting pot palermitano: a Palermo risiedono 25 mila stranieri, provenienti da 128 Paesi diversi, rappresentati da una Consulta delle Culture di 21 eletti che eleggono a loro volto un presidente che li rappresenta in consiglio comunale. «Di questo cambiamento culturale dobbiamo ringraziare soprattutto i migranti», afferma il sindaco, «Palermo, città migrante, per cento anni ha rifiutato i migranti: le uniche migranti erano distinte signore tedesche, rumene, austriache, francesi che avevano cura di noi bambini della Palermo aristocratica. Oggi Palermo grazie all’arrivo e all’accoglienza dei migranti ha recuperato la propria armonia perduta: davanti alle moschee passeggiano musulmani, la comunità ebraica realizza una sinagoga e, qua e là, a decine sorgono templi hindu e buddisti. Oggi grazie alla presenza di migliaia di cosiddetti migranti, i palermitani scoprono il valore dell’essere persona e difendono i diritti umani, i loro diritti umani. Una ragazza disabile in sedia a rotelle, palermitana, mi ha detto: “Grazie Sindaco, da quando accogliamo i migranti io mi sento più eguale, più normale, meno diversa”. E se cominciassimo a puntare in alto? Ad accettare che i migranti ci aiutino a recuperare il ruolo del merito? Non più a chi appartieni? Ma finalmente chi sei? Chi hai deciso di essere, cosa sai fare? Don Pino Puglisi, il mio carissimo amico Pino, non combatteva la mafia con le armi e con le denunce, chiedeva venisse rispettato il diritto dei bambini del quartiere di avere una scuola, una scuola degna di questo nome e non più una scuola collocata in appartamenti di proprietà di mafiosi lautamente ricompensati con canoni di affitto gonfiati. A Palermo difendiamo l’unica razza: quella umana. Non ci sono migranti a Palermo: chi vive a Palermo è palermitano. E chi distingue gli esseri umani secondo le razze prepara Dachau e Auschwitz».

Se a destra son coglioni sprovveduti, al centro son marpioni, a sinistra “So camburristi”. Ad Avetrana, come in tutto il sud Italia c’è un detto: “si nu camburrista”. "Camburrista" viene dalla parola italiana "camorra" e non assume sempre il significato di "mafioso, camorrista" ma soprattutto di "persona prepotente, dispettosa, imbrogliona, che raggira il prossimo, che impone il suo volere direttamente, o costringendo chi per lui, con violenza, aggressività, perseveranza, pur essendo la sua volontà espressione del torto (non della ragione) del singolo o di una ristretta minoranza chiassosa ed estremamente visibile.

Quei cazzotti a Falcone. Due o tre cose che bisognerebbe sapere sul rapporto tra Falcone e Leoluca Orlando, scrive Anna Germoni su Panorama. L’ennesimo cazzotto a Giovanni Falcone. Nemmeno di fronte alla morte, si fermano gli attacchi e le polemiche. Si specula, si distorce, si spiega il suo nome per una manciata di voti. Perché non parlare di programmi, di piattaforme, di riforme, di contenuti del suo movimento? No, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia, non si arresta di fronte a nulla. Eppure di motivi per stare in silenzio ce ne sarebbero: come lo scontro Orlando-Falcone, che culminò con l’ennesimo calvario del giudice di doversi difendere davanti al Csm. E Leoluca Orlando è anche uno dei primi firmatari di quel movimento di Ingroia. E allora diventa imbarazzante, non ricordare la storia. Nell’agosto del 1989 inizia a collaborare con i magistrati il mafioso Giuseppe Pellegritti, fornendo preziose informazioni sull’omicidio del giornalista Giuseppe Fava rivelando al magistrato Libero Mancuso di essere a conoscenza, di fatti inediti sul ruolo del politico Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Mancuso informa subito Falcone, il quale interroga il pentito il 17 agosto. Il giudice si muove rapidamente e il 21 agosto parte una richiesta istruttoria dalla Procura di Palermo. Negli atti depositati, Falcone spiega che il pentito non sta dicendo la verità. Il giorno dopo, Pellegritti viene interrogato dalla Corte d’Assise d’Appello nel carcere di Alessandria, dove conferma il teorema su Lima mandante dell’omicidio Mattarella. Il 4 ottobre, Falcone dopo due mesi di indagini, appurando la sua totale inaffidabilità, firma un mandato di cattura per "calunnia continuata" contro Pellegritti. È una reazione dura ma necessaria. Subito si scatena la canea contro Giovanni Falcone. La versione corrente è che il magistrato vuole proteggere Andreotti e Lima, cioè il potere. Leoluca Orlando Cascio dichiara guerra a Falcone. E proprio da una puntata della trasmissione Sarmarcanda, condotta da Michele Santoro su Rai Tre, il 24 maggio 1990 il sindaco di Palermo lancia un’accusa gravissima: il pool ha una serie di omicidi eccellenti a Palermo e li tiene «chiusi dentro il cassetto». A questa denuncia si associano gli uomini del movimento La Rete: Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e Nando Dalla Chiesa. In particolare si fa riferimento a una serie di documenti, otto scatole sigillate negli uffici giudiziari e a un armadio pieno di carte, lasciato da Rocco Chinnici. Galasso, Mancuso e Orlando fanno esposto al Csm, l’11 settembre 1991. L’avvocato Giuseppe Zupo, avvocato di parte civile della famiglia Costa, recapita, sempre al civico del Palazzo dei Marescialli, due memorie, proprio su questi otto pacchi, sottolineando “il mancato esame… e di doveri trascurati”. Falcone ormai è sotto tiro. E anche i giornali intraprendono una battaglia di fuoco tra di loro. La Repubblica, del 20 maggio 1990, titola un’intervista di Silvana Mazzocchi a Falcone, con I nomi, altrimenti stia zitto…, dove il giudice replica:” Se il sindaco sa qualcosa faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma tutta la responsabilità di quello che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati…”. Il sindaco di Palermo ribatte attraverso L’Unità del 14 agosto 1991, a firma di Saverio Lodato, Indagate sui politici, i nomi ci sono. Per un anno Leoluca Orlando Cascio, come un martello pneumatico, bombarda Falcone con le stesse accuse. Lo fa con ogni mezzo: interviste su giornali, tv e conferenze stampa. Intercede anche Cossiga, ma il sindaco di Palermo non si placa. Il capo dello Stato allora il 16 agosto 1991 scrive una lettera al Guardasigilli Claudio Martelli e ne manda copia al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno affinché sulla “già nota teoria di Orlando”, “venga aperta un’inchiesta affidata all’autorità giudiziaria al di fuori della Sicilia”. (Leoluca Orlando Cascio, recentemente ha dichiarato di non pentirsi della polemica con Falcone e che “oggi dichiarerebbe le stesse cose”). Il Csm, dopo l’intervento di Cossiga, l’esposto di Galasso, Mancuso, Orlando e dell’avvocato Zupo, convoca Falcone. Ormai non si contano più le sue audizioni dentro al Palazzo dei Marescialli. E’ il 15 ottobre 1991 quando depone davanti al Csm, in un’udienza riservata. Ecco che cosa Falcone dichiara nel verbale (il n. 61): «Se c’è stata preoccupazione, da parte nostra, è stata proprio quella di non confondere le indagini della magistratura nella guerra santa alla mafia… Adesso non si parla di prove nel cassetto perché i cassetti sono stati svuotati. Essere costretto a scrivere all’Unità che non è certo carino scrivere – dopo che si presenta questo memoriale - Falcone preferì insabbiare tutto. Quando nel corso di una polemica vivacissima fra Orlando e altri, una giornalista mi chiese che cosa pensassi di Orlando, io ho detto “ma cosa vuole che possa rispondere di un amico”, ecco, dopo poche ore, tornato in sede, ho appreso quell’attacco riguardante le prove nei cassetti. Se vogliamo dirlo questo mandato di cattura non è piaciuto, perché dimostrava e dimostra che cosa? Che nonostante la presenza di un sindaco come Orlando la situazione degli appalti continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava ad imperare, sottobanco, in queste vicende. Difatti sono stati arrestati non solo Ciancimino, ma anche Romolo Vaselli, e Romolo Vaselli è il factotum di Vito Ciancimino per quanto attiene alle attività imprenditoriali. Devo dire che, probabilmente, Orlando e i suoi amici hanno preso come un inammissibile affronto alla gestione dell’attività amministrativa del comune un mandato di cattura che, in realtà, si riferiva a una vicenda che riguardava episodi di corruzione molto seri, molto gravi, riguardanti la gestione del comune di Palermo…la Cosi e la Sico (due imprese romane n.d.r.) durante la gestione Orlando… quegli stessi appalti che le imprese di Ciancimino si sono assicurati durante la gestione Orlando. La Cosi e la Sico, due imprese, che erano Cozzani e Silvestri che si trovavano a Palermo con tutte le attrezzature, materiale e con il personale umano di Romolo Vaselli, che è un istituzione a Palermo, il conte Vaselli”. Poi Falcone si sfoga: «Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo…Io sono in grado di resistere, ma altri colleghi un po’ meno. Io vorrei che vedeste che tipo di atmosfera c’è per adesso a Palermo». Questo diceva Falcone. Dopo la sua morte fu Ilda Boccassini, senza tanti giri di parole, a denunciare: “Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento”.

Quando Leoluca Orlando (e l’antimafia) infangavano Giovanni Falcone, scrive Filippo Facci il 20 maggio 2012 su Il Post. Un ricordo controcorrente del magistrato ucciso 26 anni fa. Ci sono molti modi per ricordare Giovanni Falcone. Noi abbiamo scelto quello che Filippo Facci, cronista che da anni fa un efficace controcanto al giustizialismo, scrisse 6 anni fa sulla querelle tra Leoluca Orlando, ‘paladino della legalità’, la trasmissione di Michele Santoro e lo stesso Falcone. Una storia rimasta sottotraccia per molti, troppi anni.

È la storia, questa, di un tradimento orribile da raccontare proprio nei giorni in cui Leoluca Orlando potrebbe diventare sindaco di Palermo per la terza volta, e che sono gli stessi giorni nei quali si celebra il ventennale della morte di Giovanni Falcone. Difatti «Orlando era un amico», racconta oggi Maria Falcone, sorella di Giovanni. «Erano stati amici, avevano pure fatto un viaggio insieme in Russia… Orlando viene ricordato soprattutto per quel periodo che in molti chiamarono Primavera di Palermo, ma anche per lo scontro durissimo che ebbe con Giovanni e che fu un duro colpo, distruttivo per l’antimafia in generale». Uno scontro che va raccontato bene, al di là della dignitosa discrezione adottata da Maria Falcone in Giovanni Falcone, un eroe solo da lei scritto di recente per Rizzoli. Siamo nei tardi anni Ottanta. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco nel 1985 e aveva inaugurato la citata Primavera di Palermo che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni. Però, a un certo punto, dopo che il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo aveva comminato 19 ergastoli nel cosiddetto «maxiprocesso», qualcosa cambiò. Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. E a Falcone cominciarono a voltare le spalle in tanti. Con Orlando, tuttavia, vi fu un episodio scatenante: «Orlando ce l’aveva con Falcone», ha ricordato l’ex ministro Claudio Martelli ad Annozero, nel 2009, «perché aveva riarrestato l’ex sindaco Vito Ciancimino con l’accusa di essere tornato a fare affari e appalti a Palermo con sindaco Leoluca Orlando, questo l’ha raccontato Falcone al Csm per filo e per segno». Il fatto è vero: fu lo stesso Falcone, in conferenza stampa, a spiegare che Ciancimino era accusato di essere il manovratore di alcuni appalti col Comune sino al 1988: si trova persino su YouTube. Quando Falcone accettò l’invito di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, poi, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. Fu durante una puntata di Samarcanda del maggio 1990, in particolare, che Orlando scagliò le sue accuse peggiori: Falcone – disse – ha una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti. Per l’esattezza il riferimento era a otto scatole lasciate da Rocco Chinnici e a un armadio pieno di carte. Le trasmissioni condotte da Michele Santoro erano dedicate a una serie di omicidi di mafia, e «io sono convinto», tuonò Orlando, «che dentro i cassetti del Palazzo di Giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza su quei delitti». L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali Carmine Mancuso e Alfredo Galasso. Divertente, o quasi, che tra gli accusati di vicinanza andreottiana – oltre a Falcone – figurava anche il suo collega Roberto Scarpinato, cioè colui che pochi anni dopo istruirà proprio il processo per mafia contro Andreotti. È di quei giorni, comunque, uno slogan di Orlando che fece epoca: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Falcone rispose a mezzo stampa: «È un modo di far politica che noi rifiutiamo… Se Orlando sa qualcosa faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma la responsabilità di quel che ha detto, altrimenti taccia. Non è vero che le inchieste sono a un punto morto. È vero il contrario: ci sono stati sviluppi corposi, con imputati e accertamenti». Ma Orlando era un carroarmato: «Diede inizio», scriverà Maria, a una vera e propria campagna denigratoria contro mio fratello, sfruttando le proprie risorse per lanciare accuse attraverso i media». Così aveva già fatto nell’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani: Falcone fiutò subito la calunnia ma Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Lima e Andreotti. «Seguirono mesi di lunghe dichiarazioni e illazioni da parte di Orlando, che voleva diventare l’unico paladino antimafia», ha scritto ancora Maria Falcone. Del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, vicino a Palermo, torneremo a scrivere nei prossimi giorni. Per ora appuntiamoci soltanto quanto scrisse il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». Orlando era instancabile. Tornò alla carica il 14 agosto 1991, quando rilasciò un’intervista su l‘Unità poi titolata «Indagate sui politici, i nomi ci sono»: «Sono migliaia e migliaia i nomi, gli episodi a conferma dei rapporti tra mafia e politica. Ma quella verità non entra neppure nei dibattimenti, viene sistematicamente stralciata, depositata, e neppure rischia di diventare verità processuale… Si è fatto veramente tutto, da parte di tutti, per individuare responsabilità di politici come Lima e Gunnella, ma anche meno noti come Drago, il capo degli andreottiani di Catania, Pietro Pizzo, socialista e senatore di Marsala, o Turi Lombardo? E quante inchieste si sono fermate non appena sono emersi i nomi di Andreotti, Martelli e De Michelis?». Orlando citò espressamente, tra i presunti insabbiatori, «la Procura di Palermo» e implicitamente Falcone. Per il resto, tutte le accuse risulteranno lanciate a casaccio. Poco tempo dopo, il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone fu il sodale di Orlando, Alfredo Galasso. Lo stesso Galasso assieme a Carmine Mancuso e a Leoluca Orlando, l’11 settembre precedente, aveva fatto un esposto al Csm che sarà il colpo finale: si chiedevano spiegazioni sull’insabbiamento delle indagini sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco e Bonsignore e anche sui rapporti tra Salvo Lima e Stefano Bontate e sulla loggia massonica Diaz e poi appunto sulle famose carte nei cassetti. Così, dopo circa un mese, il 15 ottobre, Falcone dovette vergognosamente discolparsi davanti al Csm. Non ebbe certo problemi a farlo, ma fu preso dallo sconforto: «Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo… Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo». Racconterà Francesco Cossiga nel 2008, in un’intervista al Corriere della Sera: «Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via». Anche della strage di Capaci torneremo a raccontare. Ora restiamo a Orlando, e a quando il 23 maggio 1992, a macerie fumanti, da ex amico e traditore si riaffaccerà sul proscenio come se nulla fosse stato. Il quotidiano la Repubblica gli diede una mano: «A mezzanotte e un quarto una sirena squarcia il silenzio irreale del Palazzo di Giustizia di Palermo. Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord… Con lui ci sono Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso e Leoluca Orlando». Cioè parte degli accoltellatori, quelli dell’esposto al Csm. Proprio loro. Partirà da quel giorno un macabro carnevale di sfruttamento politico, editoriale, giudiziario e «culturale» dell’icona di un uomo che ne avrebbe avuto soltanto orrore. Il 25 gennaio 1993, intervenendo telefonicamente a Mixer su Raidue, Maria Falcone disse a Leoluca Orlando: «Hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato. Hai approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario». Il 18 luglio 2008, intervistato da KlausCondicio, Orlando l’ha messa così: «C’è stata una difficoltà di comprensione con Giovanni Falcone». Una difficoltà di comprensione. E poi: «Ma ridirei esattamente le stesse cose… Ho avuto insulti ai quali non ho mai replicato, perché credo che sia anche questa una forma di rispetto per le battaglie che io ho fatto… (pausa, poi aggiunge) … e che Giovanni Falcone meglio di me ha fatto, perché trascinare una storia straordinaria come quella di Falcone dentro una polemica politica, francamente, è cosa di basso conio». E lui non l’avrebbe mai fatto. Filippo Facci

Addio al business dell'accoglienza. E le cooperative sono costrette a chiudere. Dopo Trento, anche dalla provincia di Rovigo arrivano le prime voci di dissenso contro gli effetti del Decreto sicurezza: trovandosi senza fondi, molte coop saranno costrette a chiudere o ad effettuare importanti tagli del personale. Rappresentanti Cgil: “Alimentata voragine della disoccupazione”, scrive Federico Garau, Giovedì 03/01/2019, su "Il Giornale".  Mentre imperversa lo scontro fra il ministro Salvini ed i sindaci ribelli, anche i centri d’accoglienza, che vedono ridurre drasticamente il numero di stranieri all’interno delle loro strutture, si uniscono alle voci di dissenso contro le nuove norme vigenti. Un caso emblematico è quello di Rovigo, dove nei prossimi mesi gli effetti del Decreto sicurezza porteranno ad un ingente numero di licenziamenti. Gran parte del personale impiegato nelle cooperative non sarà più necessario, considerata l’evidente diminuzione di richiedenti asilo. Dopo Trento, dunque, anche dalla zona del Polesine cominciano ad arrivare le dure condanne dei sindacati, che accusano il governo giallo-verde di stare creando nuovi disoccupati. Col restringimento dell’accoglienza, le casse dei centri saranno sempre più vuote, di conseguenza si renderanno necessari dei tagli che colpiranno tantissimi dipendenti. Qualche struttura più grande resterà mentre altre, invece, saranno destinate a chiudere. Del resto, nel territorio in esame, sono presenti all’incirca 400 richiedenti asilo. Le organizzazioni sindacali rivolgono quindi tutte le loro preoccupazioni nei confronti di quei lavoratori che fino ad oggi hanno prestato servizio nei 7 centri d’accoglienza della provincia. Invocano una soluzione e decidono di rivolgersi direttamente al prefetto. “Assieme alla Cisl abbiamo chiesto un incontro urgente al prefetto Maddalena De Luca vista la situazione d’emergenza che si verrà a creare nei prossimi mesi sul fronte occupazionale. La nuova riorganizzazione decisa dal Governo avrà infatti conseguenze disastrose, non solo nella gestione dell’immigrazione, ma determinerà la morte di decine di posti di lavoro”. Questa la dichiarazione dei rappresentanti Cgil Piero Colombo e Davide Benazzo, riportata da “Il Resto del Carlino”. “Circa una sessantina di persone, per lo più giovani, perderanno, dopo anni di lavoro nel settore dell’accoglienza, la loro occupazione, alimentando la voragine della disoccupazione giovanile in provincia di Rovigo”. Ed i tagli del Governo, in effetti, sono stati tanti. Molti servizi, un tempo garantiti agli ospiti dei centri, sono stati aboliti o ridotti. Si parla, ad esempio, del sostegno psicologico ai soggetti vulnerabili, l’educazione e l’insegnamento della lingua, le pulizie e la manutenzione delle strutture (in alcune abitazioni agli stranieri verrà distribuito il materiale necessario per provvedere da soli all’igiene), biglietti gratuiti per i mezzi pubblici, servizio mensa (alcuni centri potranno fornire solo la spesa), formazione professionale ed altro ancora. A tremare maggiormente, nella zona di Rovigo, la cooperativa “Porto Alegre”, dove hanno trovato impego sessanta persone. “Figure professionali con una notevole esperienza” commenta Carlo Zagato, presidente della sopra menzionata coop. “Giovani laureati che con impegno e dedizione si sono impegnati in questo non facile compito attraverso la gestione di situazioni anche molto delicate. Molte di queste figure vengono tagliate, creando un danno importante non solo all’occupazione, ma ai tanti migranti che cercano salvezza nel nostro paese”. Ecco quindi che il pensiero torna ai migranti. “È stato tolto l’insegnamento dell’italiano durante il periodo di prima accoglienza. Un migrante, secondo le nuove disposizioni, rischia di restare chiuso in un grosso centro di accoglienza in Italia incapace di comunicare”.

Save the children, così si finanzia la ong: nel 2016 ricavi in salita del 26% grazie alle donazioni (anche del governo). L'organizzazione, la cui nave è stata perquisita nell'ambito di un'inchiesta per presunto favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, è la più importante tra le firmatarie del codice di condotta voluto dal governo. L'anno scorso ha ricevuto oltre 100 milioni contro gli 80,4 del 2015. La Ue ne ha dati 7,4. Per ogni euro raccolto, spende 20 centesimi in attività amministrative, scrive Lorenzo Bagnoli il 23 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". La nave con cui salva i migranti in mare è stata perquisita, lunedì mattina, su richiesta dei pm che indagano su alcune ong sospettate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Save the children è anche tra le organizzazioni non governative che la scorsa estate hanno firmato il codice delle ong voluto dal governo. Il direttore generale Valerio Neri – secondo fonti anonime del mondo ong buon amico del premier Paolo Gentiloni – ha affermato che la ong aveva accettato perché il codice prevede la protezione armata scatti solo in casi già previsti dalla policy di sicurezza adottata dall’organizzazione. Save the children è la maggiore tra le organizzazioni firmatarie del codice di condotta: la Vos Hestia, appena perquisita, è in mare dal 2016 e ha salvato al 31 dicembre dello scorso anno 2.700 persone, di cui 400 bambini. Dalla Vos Hestia sono anche arrivate le segnalazioni sulle irregolarità commesse dalla nave Iuventa. E nell’ultimo anno, insieme alla collaborazione con il governo, è cresciuta l’entità dei fondi ricevuti dai ministeri italiani.

Quanto arriva dal governo – Rispetto al 2015, il 2016 per Save the children è stato un anno molto positivo. Le donazioni complessive sono passate da 80,4 milioni (che già rappresentava quasi un quinto in più del 2014) a 101 milioni: il 26% in più dell’anno precedente. Un contributo importante arriva proprio dal governo italiano. Se nel 2015 le elargizioni sono state di poco superiori a 1,3 milioni (dal Ministero degli Esteri882.355 euro e da quello dell’Interno 535.121), nel 2016 le donazioni sono aumentate parecchio. Solo il Maeci ha messo 1,2 milioni di euro per progetti in Egitto, Palestina, Bosnia ed Albania. Diminuisce il contributo del Viminale (nel 2016 di 145.478 euro), il quale però è ancora in debito con Save the children per circa 420mila euro (per i progetti “Miglioramento della capacità del territorio italiano di accogliere minori stranieri non accompagnati” e “Praesidium IX”). Si aggiungono poi alla lista dei donatori anche il Ministero dei beni culturali e quello dell’Istruzione, per 39mila euro in totale. L’aumento esponenziale dei finanziamenti dalla Commissione europea – Medici senza frontiere, la più influente tra le ong che non hanno firmato il codice di condotta, non riceve donazioni dall’Unione europea e dai 28 Stati membri dal giugno 2016. Al contrario di Save the children, che invece è molto sostenuta da Bruxelles. La ong dei bambini ha ottenuto nel 2015 2,9 milioni di euro, diventati 7,4 nel 2016. Il programma più importante finanziato dalla Commissione riguarda il Malawi e vale 3,7 milioni di euro: il Paese africano è stato duramente colpito da El Niño, fenomeno climatico che dal 2015 ha provocato prima inondazioni poi siccità in tutta l’Africa sud-orientale, con il conseguente rischio di accesso al cibo per milioni di persone. In Italia, invece, la Commissione europea finanzia soprattutto progetti di assistenza legale, di coordinamento tra diverse ong e di prevenzione dai rischi di abusi soprattutto online.

Donatori sempre più costanti – Nel 2016 i donatori attivi sono stati 402.634, di cui il 70% regolari, ossia donatori che hanno aderito a programmi di donazione. Il dato è inferiore rispetto agli oltre 480mila dell’anno precedente, eppure il contributo è stato più alto: 72,5 milioni contro 63,5. Diminuiscono anche i donatori una tantum, dal 7 al 5% del totale. I donatori infatti sono diventati sempre più stabili. La raccolta attraverso il cinque per mille vale poi altri 4 milioni di euro. È cresciuta anche la reputazione e la notorietà di Save the children: secondo la ong il 70% degli italiani la conosceva nel 2015, nel 2016 tre su quattro. Insieme alle donazioni degli individui, in particolare slegate da singole attività, crescono anche i fondi provenienti da aziende e fondazioni, passati da 10,5 milioni a 16,7. Questo ha permesso a Save the children di diventare un’organizzazione più grande e aumentare di conseguenza anche il numero di progetti: nel 2016 la struttura conta 276 membri dello staff e 1.800 volontari, contro i 230 membri staff e i 1.500 volontari dell’anno precedente. I progetti sono passati da 214 (d cui 48 in Italia) a 239 (di cui 64 in Italia). Anche i beneficiari dei progetti sono in aumento: da 3,9 milioni nel 2015 ai 4,2 nel 2016.

Dove spende Save the children – Per ogni euro raccolto, Save the children spende 17 centesimi in comunicazione e altri 3 centesimi circa per la gestione della macchina amministrativa. Il resto viene diviso principalmente tra il programma Italia-Europa, che prende circa 13 milioni di euro, e i Programmi internazionali, che ne prendono 65. In particolare, per il programma Italia-Europa due dei settori dove Save the children ha speso di più sono Protezione abuso e sfruttamento (2,3 milioni) e Povertà alimentare (2,9 milioni). La campagna per il terremoto di Amatrice ha speso invece 212.455 euro.

Il dialogo con il governo – L’organizzazione vanta due risultati ottenuti dalle istituzioni italiane nel 2016. Sono riassunte nella voce Policy change del Bilancio 2016. Nel marzo 2017 la Camera ha approvato infatti un disegno di legge per la realizzazione di un sistema d’accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. La proposta era nata un anno prima proprio da Save the children. In più, nel Documento strategico e programmatico per il prossimo triennio il Ministero degli Esteri ha inserito tra i temi prioritari anche educazione inclusiva, migrazione e nutrizione. Il peso della ong è legato anche agli illustri consiglieri che svolgono il loro compito a titolo gratuito. Tra i più celebri ci sono l’ex ministro Enrico Giovannini, Linus di Radio Deejay, il segretario generale della Regione Lazio Andrea Tardiola e il vice presidente del Gruppo Bulgari Silvio Ursini. Fino alla newsletter di giugno e al bilancio 2016 pubblicato nello stesso mese, tra i consiglieri comparivano anche i nomi di Marco De Benedetti, presidente di Gedi, il gruppo editoriale di Repubblica e La Stampa; Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly e Patrizia Grieco, presidente di Enel spa. È ancora in carica il presidente, Claudio Tesauro, avvocato dello studio BonelliErede e presidente dell’Associazione antitrust italiana (Aai).

Chi è Marco De Benedetti, il marito di Paola Ferrari. Scopriamo chi è Marco De Benedetti, il super manager e marito di Paola Ferrari da oltre vent'anni, scrive il 28 febbraio 2018 Di Lei. Imprenditore, manager d’azienda e presidente di GEDI Gruppo Editoriale: Marco De Benedetti è il marito di Paola Ferrari, celebre conduttrice Rai. I due stanno insieme da vent’anni e formano una delle coppie dello showbiz più longeve di sempre. Classe 1962, Marco De Benedetti è il secondogenito del famosissimo Carlo De Benedetti. Ha due fratelli, Rodolfo ed Edoardo, ed è nato a Torino, non a caso è un grandissimo tifoso della Juventus. Nel 1984 si è laureato in storia ed economia nella prestigiosa Wesleyan University, nel Connecticut, Stati Uniti. Tre anni dopo Marco De Benedetti ha ottenuto un Master in Business Administration presso la Wharton Business School di Philadelphia. Dopo aver lavorato a New York negli anni Novanta Marco De Benedetti è approdato nel settore marketing della Olivetti, collaborando con Elserino Piol, magnate delle telecomunicazioni in Italia. Nella sua carriera ha lavorato in alcune fra le più grandi aziende italiane, da Infostrada a Tim, diventando nel 2005 Amministratore Delegato di Telecom. Nel 2017 ha ricevuto dal padre la presidenza della Gedi, società editoriale creata grazie alla fusione fra il gruppo L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX. Infine sino al giugno 2017 è stato membro del consigli direttivo della Save the Children Italia Onlus. L’amore della sua vita è Paola Ferrari, sposata nel 1997 e da cui ha avuto due figli: Alessandro, nato nel 1998, e Virginia, arrivata nel 1999. Il primo incontro è avvenuto ad una cena dove la giornalista sportiva era arrivata in compagnia di Alba Parietti. «Se sono felicemente sposata lo devo a lei – ha svelato qualche tempo fa Paola Ferrari a DiPiù – È una mia cara amica da oltre trent’anni ed è proprio grazie a lei che ho conosciuto mio marito. È successo nel 1996: una sera, Alba è venuta a casa mia e mi ha pregato di accompagnarla a una cena con alcuni suoi amici e amici di amici. Io ero stanca, non avevo nemmeno voglia di uscire, ma lei ha insistito così che tanto che alla fine ho detto di sì. Ed è stato a quella cena che ho conosciuto Marco». Paola Ferrari e Marco De Benedetti oggi vivono a Roma in una splendida villa. Il 24 febbraio 2018 la casa è stata presa di mira da una banda di ladri che si è introdotta in casa, portando via un bottino di 100 mila euro.

BUFALA E ACCHIAPPALIKE Marco De Benedetti amministratore dell’ONG “Save the children”, scrive Luca Mastinu il 12 Giugno 2018 su Bufale.net. La disinformazione può maturare come la fermentazione di un cibo mal digerito. Accade quando i mendicanti del web riprendono un vecchio meme su Marco De Benedetti che il nostro staff aveva posto in analisi il 15 maggio 2017. Si diceva, infatti, che il figlio di Carlo De Benedetti fosse amministratore delegato della ONG Save the children, ma nella scheda Chi siamo del portale ufficiale, il suo nome compariva tra i membri del consiglio direttivo che prestavano il loro operato a titolo gratuito, e per questo avevamo parlato di disinformazione e acchiappalike. Vero che Marco De Benedetti è figlio di Carlo De Benedetti, vero che fa(ceva) parte di Save the children. Non ricopriva, però, il ruolo di Amministratore Delegato, carica che nel consiglio direttivo tuttora non esiste. Oggi, la pagina di Danilo Calvani del Movimento Forconi ripropone la stessa cosa, con una grafica e un’impostazione diverse: Toh, il figlio di De Benedetti è l’amministratore dell’ONG Save the children, che ha 2 navi attive su coste Libia. Ora, dalla disinformazione si passa alla bufala, perché nel nuovo consiglio direttivo di Save the children il nome di Marco De Benedetti non compare in alcuna voce. Inutile, dunque, seguitare a condividere e diffondere una notizia falsa, se già in tempi più credibili aveva scarse fondamenta. Abbiamo dunque provveduto a segnalare questa bufalaal diretto interessato, sperando in una sua smentita ufficiale.

La curiosità: nel consiglio di Save the Children uomini dell’alta finanza e manager, scrive Antonella Sferrazza il 6 maggio 2017 su I Nuovi Vespri. C’è Massimo Capuano, ex amministratore di Borsa Italiana e c’è anche Marco De Benedetti, figlio dell’editore di Repubblica. E, ancora, manager di banche e di società come l’Enel. E poi dice che capitalisti ed esponenti della finanza non hanno un cuore…Save the Children e Medici senza frontiere sono due Ong rimaste al di sopra di ogni sospetto in questi giorni di polemiche sul ruolo delle organizzazioni non governative nelle operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo. Le ha salvate anche il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che, invece, ha puntato i riflettori sullo strano proliferare di nuove Ong negli ultimi due anni, sulle fonti di finanziamento, e su presunti contatti con i trafficanti. Vale la pena ricordare che il traffico di migranti, secondo quanto statuito da Europol e Interpol, valeva nel 2015 circa 6 miliardi di euro. Molto di più oggi. E che dietro questo traffico ci sono “complesse e sofisticate” reti internazionali di criminali (qui l’articolo sul rapporto Europol dove si parla anche di rischio terrorismo). Al netto delle strumentalizzazioni politiche e delle visioni radical chic (buoniste e parziali), il polverone sollevato sul caso ha avuto il merito di fare cadere un tabù: chi l’ha detto che le organizzazioni umanitarie sono intoccabili? Chi l’ha detto che sono sempre anime pure a finanziarle? Lo stesso tabù, per anni, c’è stato sull’antimafia e sull’antiracket: chi osava denunciare mele marce, diventava esso stesso una mela marcia. I fatti hanno dimostrato che anche queste organizzazioni hanno fornito materiale per indagini giudiziarie. Tra l’altro, come ci ha ricordato Gian Joseph Morici, collega che vive a Parigi e che ha sempre seguito fatti di terrorismo, non sarebbe certo la prima volta che organizzazioni umanitarie di vario genere finiscono nel mirino delle indagini. “Anche Ilaria Alpi indagava sulla cooperazione umanitaria, per non parlare delle inchieste di Antonio Evangelista, che è stato comandante della Polizia Italiana in Kosovo con l’Onu” (qui potete leggere l’articolo sulle ONG islamiche pubblicato dal giornale online di Morici e le sue dichiarazioni sulle polemiche attuali). Insomma, bisogna distinguere tra missione umanitaria e altro tipo di missione. Le missioni umanitarie vanno sostenute, ma se all’interno di queste si fiuta uno strano odore, le indagini sono doverose. E la denuncia pure. Detto questo, e ribadendo che Save the Children e Medici senza frontiere non sono state toccate dai sospetti e che sono famose, fino a prova contraria, per le loro encomiabili missioni umanitarie, scopriamo un fatto curioso che potrebbe anche non significare nulla. Ma è un fatto e va raccontato. Il fatto curioso è il seguente: il consiglio direttivo di Save The Children è formato da nomi molto noti negli ambienti dell’alta finanza italiana. E da nomi molto noti nel campo dell’imprenditoria. Chi c’è? Il nome più noto è certamente quello di Massimo Capuano, Presidente IW Bank Spa- Gruppo Ubi. “Precedentemente- si legge sul suo curriculum- è stato Amministratore Delegato di Borsa Italiana S.p.A dal gennaio 1998, anno della privatizzazione della Società, al 1 aprile 2010″. L’elite della finanza italiana, insomma. Ed’ in buona compagnia. C’è anche Marco De Benedetti, Managing Director e Co-Presidente Europa, The Carlyle Group società internazionale di asset management e tra i maggiori fondi di Private Equity a livello globale. Sarebbe il figlio di Carlo De Benedetti editore di Repubblica.

E ancora: Luigi de Vecchi, Chairman of Continental Europe for Corporate and Investment Banking, Citigroup.

Maria Bianca Farina, Presidente ANIA, Amministratore Delegato, Poste Vita e Poste Assicura.

Enrico Giovannini, professore ordinario di Statistica Economica, all’Università di Roma “Tor Vergata”.

Patrizia Grieco, Presidente Enel SpA.

Andrea Guerra, Presidente Esecutivo Eataly srl.

Auro Palomba, Fondatre e Presidente della società di consulenza di comunicazione aziendale Community.

Paola Rossi, Funzionario Commissione Europea.

Marco Sala, Chief Executive Officer IGT international, Game Technology PLC.

Andrea Tardiola, Segretario Generale Regione Lazio.

Silvio Ursini, Vice Presidente Esecutivo Bulgari Group.

Tesoriere: Vito Varvaro, Presidente Cantine Settesoli.

Presidente: Claudio Tesauro, Avvocato, partner dello studio BonelliErede, Presidente Associazione italiana Antitrust.

Attenzione: “Il presidente, il consiglio direttivo e il tesoriere svolgono i loro incarichi a titolo totalmente gratuito e non hanno nessun ruolo diretto nella gestione dell’organizzazione”.  Lo fanno gratis, insomma. Le anime belle della finanza italiana…. Sul sito di Save The Children leggiamo anche che “il Consiglio Direttivo è responsabile di garantire che l’Organizzazione operi in coerenza con la sua missione e i suoi valori. È costituito da un massimo di 15 membri eletti dall’Assemblea. Il Consiglio elegge il Presidente, che ha la rappresentanza legale dell’Organizzazione, e il Tesoriere, che ha il compito di assistere e sovraintendere alla gestione economica e finanziaria”. E poi dice che finanza e capitalismo non hanno un cuore….

Lo scandalo che travolge le Ong tra bonus e investimenti pericolosi. Un'inchiesta della Bbc: buonuscite d'oro per ex manager. Spese a scopo di lucro in armi, alcolici e tabacco. Nel mirino della tv inglese le organizzazioni senza scopo di lucro, Amnesty, Save the children e Comic Relief, scrive Enrico Franceschini il 10 dicembre 2013 su La Repubblica. Paghe d'oro, cene dispendiose e soldi investiti in armi e tabacco. Sarebbero accuse serie nei confronti di qualunque azienda, lo sono ancora di più quando sono rivolte ad alcune delle più importanti Ong mondiali con quartier generale in Gran Bretagna, come Amnesty International, Save The Children e Comic Relief: sono state coinvolte a vario titolo in un’inchiesta di "Panorama", famoso settimanale televisivo di approfondimenti della Bbc. Che è andato a indagare nei conti delle associazioni di beneficenza e un po’ di panni sporchi, o perlomeno non proprio limpidissimi, li ha trovati anche lì. Per esempio, Amnesty International ha concesso una buonuscita d’oro al suo ex-segretario generale, Irene Khan, che ha ricevuto una liquidazione di 500 mila sterline (circa 600 mila euro), apparentemente più del doppio di quanto inizialmente stabilito dal suo contratto. Sempre Amnesty ha organizzato un evento per la raccolta di fondi di beneficenza l’anno scorso a New York con ospiti del calibro della rock band Coldplay e dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, finendo per spendere di più di quanto ha incassato: un "buco" da 750 mila sterline (900 mila euro). Save The Children, per parte sua, avrebbe evitato di criticare uno dei suoi maggiori donatori e sponsor, la British Gas, azienda fornitrice di servizi alla popolazione britannica, per le bollette troppo alte, a detta di molti commentatori, imposte alle famiglie del Regno Unito. E infine si è scoperto che Comic Relief, l’organizzazione che fa mettere un "naso rosso" da clown ai suoi rappresentanti e finanziatori, investe milioni di sterline in fondi di investimento che acquistano tra l’altro azioni di aziende che producono armamenti, alcolici e tabacco, non proprio il massimo per un’associazione che sostiene la pace e le iniziative benefiche per l’infanzia. Il programma dell’emittente pubblica britannica sarebbe stato rinviato più volte per il suo contenuto altamente polemico. In realtà nessuno è accusato di atti illegali. Un portavoce di Comic Relief ribatte per l’appunto che la maggior parte delle associazioni di beneficenza usano fondi di investimento per mettere a frutto i loro soldi prima di distribuirli e tali fondi comprendono aziende di ogni genere, incluse quelle di armi, alcol e tabacco, che del resto sono fra le più solide del mondo e garantiscono quindi buoni guadagni per chi ci punta sopra i propri risparmi. Ma dal punto di vista etico è come minimo una politica sorprendente, commentano il Times e l’Independent, che oggi hanno anticipato i contenuti della trasmissione. In serata, un comunicato di Save the Children Italia: "La sezione inglese di Save the Children viene citata nel pezzo della BBC unicamente in riferimento a mancate azioni di comunicazione sull'eccessivo rialzo delle bollette ad opera di British Gas, partner aziendale dell'Organizzazione in Gran Bretagna", ha commentato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children. "Save the Children UK ha comunque dichiarato che mai metterebbe a rischio una campagna a favore dei diritti dei bambini per non contrariare un donatore aziendale. "Save the Children, sottolinea che non entrerebbe mai in partnership con aziende le cui attività primarie possano danneggiare gravemente i bambini come il tabacco, gli armamenti e la pornografia. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, a sua volta commenta: La "buonuscita d'oro di 500.000 sterline" versata nel 2010 all'ex Segretaria generale dopo la fine del suo rapporto di lavoro con Amnesty International è in realtà una somma costituita per il 39 per cento dal Tfr e comprende stipendi, adeguamenti pregressi, versamenti pensionistici e altri elementi di un contratto sottoscritto nel 2001 e durato dunque oltre otto anni.

La sentenza della Cassazione: pensione pure agli immigrati appena arrivati. L'Inps deve pagare il sussidio di invalidità civile anche a tutti gli extracomunitari, scrive Gian Maria De Francesco, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". Dalla Cassazione arriva un'altra bordata contro Di Maio e compagnia pentastellata tutta. Non si tratta di un giudizio politico, ma di un'interpretazione estensiva di un pronunciamento della Consulta del 2017 che conferma l'insostenibilità del reddito di cittadinanza. La suprema Corte, con la sentenza 23763 depositata ieri, ha infatti stabilito che l'Inps non può negare l'erogazione della pensione di invalidità civile allo straniero che legittimamente soggiorna in Italia. In particolare, gli ermellini hanno annullato la decisione dei giudici di merito che ritenevano titolari del diritto alla prestazione assistenziale solo gli extracomunitari che avessero maturato un periodo di permanenza nel nostro Paese pari a 5 anni, cioè il presupposto temporale per ottenere il rilascio del permesso per soggiornanti di lungo periodo. La Cassazione ha ribadito che la Corte Costituzionale ha smontato l'assioma «diritto all'assistenza sociale solo a chi è in possesso dei requisiti per ottenere il permesso illimitato (ex carta di soggiorno)», cioè reddito di sostentamento e 5 anni di permanenza non episodica in Italia. L'ordinanza 95 del 4 maggio 2017 della Consulta, infatti, ha sancito che «i titolari di protezione sussidiaria hanno diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale e sanitaria e tale parità è effettivamente riconosciuta dall'ordinamento italiano per tutte le prestazioni». Casualmente si tratta dello stesso pronunciamento cui si riferiscono i critici del sussidio nella versione light che poi è la stessa sostenuta dal vicepremier. «Il reddito di cittadinanza sarà dato anche ai residenti in Italia da almeno 10 anni», ha ribadito ieri Di Maio a Quarta Repubblica su Rete4. Poiché il diritto funziona (quasi sempre) come la matematica, per la proprietà transitiva essendo il reddito di cittadinanza una misura di welfare che rientra nell'assistenza sociale come le pensioni di invalidità, allora anche i titolari di protezione sussidiaria (cioè coloro i quali, pur non essendo riconosciuti come rifugiati, sarebbero in pericolo di vita se rimpatriati) dovrebbero beneficiarne. Un'eventualità che aumenterebbe di almeno 3 miliardi il costo di 10 miliardi previsto per l'introduzione del reddito di cittadinanza (inclusi i 2 miliardi per la riforma dei centri per l'impiego). Intanto Di Maio ha continuato a fantasticare. «L'ideale sarebbe usare la tessera sanitaria con chip, ma nel frattempo sarà messa su una carta elettronica», ha aggiunto sottolineando che l'importo accreditato sarà «da spendere negli esercizi commerciali in Italia per far crescere l'economia, bisogna limitare al massimo le spese fuori dall'Italia». Il viceministro ha confermato che la casa di proprietà ridurrà la quota massima erogata (fissata a 780 euro al mese). Lavoro in nero? «Questa persona che prende il reddito è impegnata tutto il giorno tra lavoro di pubblica utilità e ore di formazione. Se il sindaco o il centro dell'impiego mi dicono che non si presenta, glielo tolgo».

"Scafisti sui gommoni per necessità". Assolti e scarcerati 14 imputati, scrive Riccardo Lo Verso su Live Sicilia Martedì 02 Ottobre 2018. Processo a Palermo. Tutti i nordafricani in cella da due anni saranno liberati. Scafisti per necessità. Tutti assolti gli imputati. Fa breccia nei giudici del Tribunale di Palermo la tesi difensiva degli avvocati Alessandro Martorana, Matteo La Barbera, Sergio Lapis, Daniele Giambruno, Loredana Culò, Bianca Savona, Emilia Lombardo, Consiglia Cioffa, Daniele Lo Piparo. Secondo i legali, si sarebbero messi alla guida delle imbarcazioni per scappare dall'inferno dei lager dov'erano rinchiusi in Libia. Se davvero fossero stati componenti della banda criminale non sarebbero stati minacciati con delle pistole, fatti salire su un gommone senza benzina e senza salvagente, con il rischio di andare incontro alla morte. Questi gli imputati assolti dal Tribunale presieduto da Fabrizio La Cascia e le rispettive nazionalità: Ebrina Fofana (Gambia), Fall Ibrahima (Senegal), Mamadi Jarju (Gambia), Mahamadou Bade (Senegal), Emanuele Nikwie (Ghana), Kofi Bilson (Ghana), Fall Mouhamed (Senegal), Sarr Mustefa (Gambia), Alex Janga (Guinea Bissau), Jobe Jegan (Gambia), Akim Karam Mohamed (Sierra Leone), Bah Draman (Senegal), Tune Ngala (Senegal). Quella del 25 maggio 2016 fu un'ondata di sbarchi. A largo delle coste siciliane arrivarono un migliaio di migranti a bordo di 8 gommoni, tratti in salvo e trasportati a Palermo dove furono identificati. Gli stessi passeggeri riconobbero gli scafisti, ma i legali hanno invocato per gli imputati la scriminante dello stato di necessità. I quattordici, in carcere da più di due anni, dovranno essere liberati nelle prossime ore.

Ora la sinistra manda i vigili a lezione di antirazzismo. A Bologna i vigili urbani inviati a lezione di antirazzismo e mediazione culturale. Il costo del progetto? Quasi 5mila euro, scrive Chiara Sarra, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". Vigili urbani a lezione... di antirazzismo. Lo ha deciso il Comune di Bologna che ha stanziato quasi 5mila euro per dare nozioni di mediazione culturale agli agenti di polizia locale. Come racconta il Corriere, Palazzo d'Accursio ha dato il via libera al progetto dell'associazione Eos e ai corsi tenuti da Marina Pirazzi, Yassine Lafram e Luigi Chiesi. I tre indottrineranno gli agenti su temi come la "discriminazione su base etnica, razziale e religiosa" o "il pregiudizio", di cui è esperta la prima dei tutor. Lafram è invece rappresentante della comunità islamica di Bologna e mediatore culturale, mentre Chiesi rappresenta i sinti italiani. Il costo? Poco meno di 5mila euro dai fondi per la cooperazione per un progetto che partirà nei prossimi giorni e che si svolgerà con una prima fase di raccolta delle informazioni e una seconda fase di laboratori e seminari che da gennaio a settembre 2019 coinvolgerà tutti i vigili urbani. "Si rasenta il ridicolo il progetto è assurdo e offensivo", dice la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, "Solo a Bologna mussulmani e sinti possono andare in giro a fare insegnanti per i vigili". Per i consiglieri regionali del Carroccio Daniele Marchetti e Gabriele Delmonte, poi, la formazione dovrebbe essere fatta non da "mediatori culturali o specialisti di immigrazione", ma da organi come "la Scuola interregionale di polizia locale delle Regioni Emilia-Romagna, Toscana e Liguria".

Migranti, la memoria corta della sinistra di Prodi & Co. C'era un tempo in cui i duri erano rossi e nessuno si scandalizzava. Era il tempo della sinistra al governo, scrive Domenico Ferrara, Martedì 02/10/2018, su "Il Giornale". C'era un tempo in cui i duri erano rossi e nessuno si scandalizzava. Era il tempo della sinistra al governo. Se paragonata ai nostri tempi, allora l'emergenza immigrazione era sicuramente uno spillo, eppure le leggi, le azioni e le dichiarazioni dei politici erano più forti che mai. Innanzitutto, partiamo dalla legge numero 40 del 6 marzo 1998 dal titolo "Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", firmata da Turco e Napolitano, rispettivamente ministro per la solidarietà sociale e ministro dell'Interno. Rileggendo gli articoli di quella legge a volte sembra che li abbia scritti Salvini. Qualche esempio? "La polizia di frontiera respinge gli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti richiesti dalla presente legge per l'ingresso nel territorio dello Stato. Il respingimento con accompagnamento alla frontiera è altresì disposto dal questore nei confronti degli stranieri che, entrando nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all'ingresso o subito dopo; che, nelle circostanze di cui al comma 1, sono stati temporaneamente ammessi nel territorio per necessità di pubblico soccorso". E ancora: "l'espulsione è disposta in ogni caso con decreto motivato. Quando lo straniero è sottoposto a procedimento penale, l'autorità giudiziaria rilascia nulla osta salvo che sussistano inderogabili esigenze processuali. Nel caso di arresto in flagranza, il giudice rilascia il nulla osta all'atto della convalida, salvo che applichi una misura detentiva ai sensi dell'articolo 391, comma 5, del Codice di procedura penale". Continuando poi, "fuori dei casi previsti dal Codice penale, il giudice può ordinare l'espulsione dello straniero che sia condannato per taluno dei delitti previsti dagli articoli 380 e 381 del Codice di procedura penale, sempre che risulti socialmente pericoloso". Insomma, di sicuro non si trattava di un testo permissivo. D'altronde, in quel periodo (era l'ottobre 1998) il presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, era piuttosto tranchant: "Noi siamo esposti ad un fenomeno impressionante di immigrati clandestini che arrivano in Italia grazie all' opera di organizzazioni criminali, di mercanti di carne umana che non esitano a gettare in mare i bambini. Questo fenomeno deve essere combattuto attraverso politiche dell'accoglienza e della fermezza. Ma la fermezza è efficace solo se accompagnata da accordi coi paesi di provenienza e da trattati di riammissione che consentano di rimandare a casa i clandestini. Questa politica è efficace solo se saremo affiancati dai nostri partner europei". C'è tanta differenza con quello che va dicendo il vicepremier Matteo Salvini? E che dire di quando nel 1997 l'Ulivo di Prodi decise di attuare un blocco navale e "manovre di allontanamento" in mare per intimidire i barconi e per ovviare al flusso di immigrati albanesi. Insomma, non era profughi da accogliere, ma immigrati non in regola da respingere". Il sottosegretario agli Interni, Giannicola Sinisi, nel '97 spiegava: "Sulle nostre coste non stanno arrivando più profughi, gente spaventata, ma uomini e donne che vengono da zone dove la rivolta non è neppure arrivata. Cercano una vita migliore, un lavoro più redditizio, sono, insomma, immigrati". Solo due giorni dopo la firma dell'intesa con l'Albania, la motovedetta albanese Katër i Radës venne speronata da una nave della Marina italiana Sibilla. Fu una strage: 81 morti e 27 dispersi. Ma nessuno si sperticò a gridare: "Sinistra assassina".

Quando si fa apologia di una ideologia feroce sulle riviste di sinistra...

Aboubakar Soumahoro: la deriva razzista diventa legge. C’è una politica che da tempo indica nello straniero il “nemico pubblico”. In comune con il passato c’è l’indifferenza. Si vuole distrarre l’attenzione dall’ingiustizia sociale contro cui non si fa niente: è questa la vera insicurezza, scrive ABOUBAKAR SOUMAHORO il 28 settembre 2018 su "L'Espresso". Il decreto sicurezza approvato lo scorso Consiglio dei Ministri ha deliberato il prolungamento dello scioglimento del Comune di Gioa Tauro, commissariato dal maggio del 2017 per condizionamento della criminalità organizzata. Non ci sono le condizioni per indire nuove elezioni, eppure l’emergenza sono gli immigrati. Così dopo tante parole, provocazioni e selfie è il primo provvedimento formalmente proposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in tandem con il ministro Luigi Di Maio. Un decreto che segna l’inizio di un processo istituzionale di deriva razzista. Al di là dell’esame delle singole misure, che altri hanno esaminato prima e meglio di me, è evidente che questo atto mira a creare un “nemico pubblico”, individuato senza mezzi termini nello straniero. E lo fa nascondendosi dietro l’uso ambiguo della parola “sicurezza”. Eppure, tutte e tutti, indipendentemente dal colore della pelle, abbiamo bisogno di sicurezza e di giustizia sociale rispetto al dilagare delle disuguaglianze sociali che affliggono la nostra comunità in termini di disoccupazione ed impoverimento di massa. Chi non ha bisogno di sicurezza? Il problema è che quando tu non sei in grado di garantire sicurezza sociale, quando le tue promesse di un welfare più esteso si dimostrano false, allora sposti l’attenzione contro un nemico. Dalla sicurezza sociale alla pubblica sicurezza. Così il ministro Salvini, ma direi anche l’intero governo, ancora in alto mare per la ricostruzione del Ponte Morandi a Genova, tra tutte le promesse elettorali sceglie quella più demagogica e discriminatoria. Lo fa, ironia della storia, proprio nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali approvate dal fascismo nel 1938. Mi si obietterà che erano un altro contesto storico e giuridico e che la nostra Costituzione, che compie proprio quest’anno 70 anni dalla sua entrata in vigore nel 1948, non consentirebbe mai l’approvazione di provvedimenti di natura discriminatoria e di negazione delle libertà ad una parte della nostra comunità. A chi non crede che ciò sia possibile, lo invito a leggere un provvedimento che, mettendo sinanche in discussione la cittadinanza o il diritto alla difesa in sede giudiziaria, sancisce che di fronte alla legge non siamo tutti uguali. Devo anche osservare che questo provvedimento ha avuto la strada spianata dalle precedenti maggioranze politiche. È il caso del decreto Minniti-Orlando con l’istituzione di sessioni speciali nei tribunali per soli migranti e la trasformazione degli operatori dei Centri d’accoglienza in pubblici ufficiali, giusto per fare alcuni esempi. Anche chi ha preceduto questo governo si è impegnato in campagne di manipolazione della realtà, spesso con fini elettoralistici. A proposito vorrei ricordare le dichiarazioni dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd) che «sui migranti ho temuto per la tenuta democratica del paese». Dichiarazioni rese mentre la popolazione continuava a chiedere, è il caso anche oggi con l’attuale Governo Movimento 5 Stelle e Lega, giustizia sociale. Il Dl Sicurezza varato all’unanimità è certo in palese violazione di libertà e tutele sancite dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, e limita di fatto la libertà e l’uguaglianza delle persone distinguendole in base alla provenienza geografica. Trasforma parte della popolazione in “categoria speciale” nonché capro espiatorio di una crisi economica che stiamo subendo e vivendo tutti, nessuno escluso, drammaticamente. Ma il Governo del Premier Giuseppe Conte rischia anche seriamente di mettere in discussione una memoria che dovrebbe essere collettiva e salvaguardata. Perché se oggi non vogliamo limitarci a celebrazioni vuote e prive di senso, dobbiamo segnalare l’indifferenza come legame tra le politiche razziali del 1938 che hanno spogliato e deprivato dei loro diritti i cittadini ebrei con quelle che oggi questo governo mette in campo per rifugiati, richiedenti asilo e migranti. La società sta smarrendo i valori fondamentali, stiamo tornando sudditi invece di cittadini e esseri umani. E queste politiche non hanno nulla a che vedere con la sicurezza, anzi funzionano come elementi di distrazione. Non dimentichiamo, per esempio, che l’Italia con un buco da 36 miliardi risulta il primo paese europeo per evasione fiscale. O che sono più di 7 milioni le persone che vivono in condizione di disagio economico in Italia. Mentre le persone costrette a sopravvivere nella povertà assoluta sono 5 milioni. Ricordiamo quanto accaduto in passato. Dobbiamo vivere il nostro presente senza però trasformare questa necessità, parafrasando Primo Levi, in una guerra di falsificazione e negazione contro la memoria. Senza la salvaguardia della memoria è difficile proiettarsi in un futuro migliore.

Manifesto di un’ideologia feroce. Il decreto Salvini nega diritti sanciti dalla Costituzione. E opera discriminazioni fra i cittadini come mai era accaduto nella storia della Repubblica, scrive Marco Damilano l'1 ottobre 2018 su "L'Espresso". Quando il 5 agosto 1938 cominciarono le pubblicazioni del quindicinale La difesa della razza, diretto da Telesio Interlandi, prototipo del giornalista fascista, con la pubblicazione del manifesto firmato da dieci scienziati, l’appoggio della stampa alla politica razziale del Duce fu «più del solito servilmente schifosa», appuntò sul suo diario Emilio Del Bono, uno dei quadrumviri del regime. Il 2 e il 3 settembre furono approvati i primi provvedimenti: il divieto per gli studenti ebrei di frequentare le scuole pubbliche, per i bambini delle scuole elementari l’istituzione di sezioni appositamente dedicate in classi con numero non inferiore di dieci, la revoca della cittadinanza italiana per gli ebrei stranieri che l’avevano ottenuta dopo il 1918. Per arrivare all’ultimo decreto, il 17 novembre, che impediva agli ebrei di lavorare alle dipendenze di enti pubblici. La vergogna più infame della storia del diritto italiano, e anche della cultura e della ricerca scientifica: le leggi razziali approvate dal fascismo ottant’anni fa. Se ripubblichiamo quel manifesto ignobile firmato da luminari di peso in apertura dell’Espresso, e le copertine del giornale di Interlandi, è perché di quella storia l’Italia ha perso memoria, al punto che il leader della destra Gianfranco Fini (poi convertitosi alla definizione di «fascismo male assoluto») per anni giocò sulle parole, su «un errore che si era trasformato in orrore», e sulle leggi razziali che in Italia hanno avuto «un’applicazione limitata». Premessa di una grande rimozione nazionale, il campo di concentramento di Fossoli a due passi da Carpi, un distesa di capannoni nel cuore dell’Emilia, oggi restituito alla memoria ma per decenni dimenticato. E di nuovo, sono state a lungo rimosse quelle parole orribili pronunciate da un capo di governo italiano, Benito Mussolini, impegnato in quelle settimane, come scrisse il suo biografo Renzo De Felice, nella svolta totalitaria, che passava anche per la sostituzione del lei con il voi e per l’introduzione del passo romano, «poderosi cazzotti nello stomaco» nel sedicesimo anno del regime, mentre il cedimento di Francia e Inghilterra nei confronti della Germania di Hitler alla conferenza di Monaco anticipava l’inizio del conflitto mondiale dell’anno successivo. Bisogna sempre stare attenti quando si maneggiano paragoni storici. Materiale incandescente, pericoloso. Per di più in tempi di ignoranza e banalità da social, in cui ogni politico avversario può essere trasformato, all’occorrenza, in un nuovo Stalin o in un redivivo Hitler. Di questa banalizzazione, e di una più preoccupante mancanza di categorie nuove per definire i fenomeni inediti del XXI secolo, i primi a beneficiarne sono proprio i leader messi in parallelo con il passato. Per prima cosa perché, ben al riparo all’ombra della superficialità, possono impunemente lasciarsi andare a ogni genere di remake verbale: i sovranismi, i nazionalismi, la difesa del popolo, della nazione, se non della razza, espressi in termini anti-storici. Salvo poi difendersi, in caso di attacco, spiegando che con quel passato ripugnante loro non c’entrano nulla e che semmai sono i loro critici a essere fuori dalla storia. Facciamo un esempio: un giornale per così dire minore, nulla a che fare con Telesio Interlandi, per carità, titola all’indomani della presentazione del decreto sicurezza firmato dal ministro Matteo Salvini: «Passa la stretta sugli immigrati. Salvini: “E adesso tocca ai Rom”». Scivola così, nella rassegna stampa, come un titolo qualsiasi nel mercato delle opinioni. E affermare che si tratta di un’affermazione francamente di stampo fascista, perché si tratta di un sequenza tragicamente già vista nella storia del Novecento, significherebbe esporsi all’accusa di voler criminalizzare l’avversario. Come accadde qualche settimana fa, quando una copertina dell’Espresso con il titolo ripreso da Elio Vittorini, “Uomini e no”, fu equivocata al punto di sostenere che la nostra intenzione fosse negare al ministro Salvini l’appartenenza al genere umano. Ambizione eccessiva, in effetti. Salvini è un uomo. E Salvini non è un fascista. Tutti d’accordo su questi due punti, restano i fatti. Il primo provvedimento importante del governo in materia di ordine pubblico, dopo la marea di parole estive, è un decreto in cui i migranti finiscono trattati come un sottocapitolo della questione sicurezza. Non è la prima volta che succede: nel 2008 il centro-destra berlusconiano tornato al governo presentò subito un pacchetto sicurezza, il ministro dell’Interno era un altro leghista, Roberto Maroni. Quel provvedimento introduceva per i sindaci la possibilità di avvalersi delle ronde dei cittadini per sorvegliare il territorio, allontanamenti e espulsioni più facili, e soprattutto il reato di immigrazione clandestina, su cui nel 2010 si è abbattuta la scure della Corte costituzionale, «i parrucconi», così li chiamò l’allora terza fila leghista Matteo Salvini. Una questione che ha diviso in anni più recenti il Movimento 5 Stelle, quando la coppia Beppe Grillo-Gianroberto Casaleggio intervenne per sconfessare un voto parlamentare di M5S: «Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico», scrissero i fondatori, poi sconfessati dal voto degli iscritti alla Rete prima dell’associazione Rousseau. Ma anche un tipo solitamente incline ad attaccare briga come Matteo Renzi quando era presidente del Consiglio rinviò ogni decisione in merito affermando che l’opinione pubblica non era matura. Quel che più conta è che tutti questi interventi su immigrazione e sicurezza sono stati sempre presentati come salvifici, decisivi. E, invece, hanno provocato problemi ancora più complessi di quelli che intendevano risolvere. La novità del decreto Salvini, come l’ha chiamato lo stesso ministro costringendo il premier Giuseppe Conte a una pietosa comparsata di tipo pubblicitario - un’immagine apocalittica, scrive Massimo Cacciari, «in senso etimologico: manifestazione di quanto la competenza culturale e il lavoro intellettuale possano smarrire la propria valenza critica e auto-critica, se fagocitati da micro-cupidità di potere e private ambizioni» - è nel suo essere un inutile, ma devastante manifesto ideologico. Per la prima volta nella storia della Repubblica viene inserito in un atto legislativo che il diritto di asilo garantito dall’articolo 10 della Costituzione può essere affievolito e annullato, che la cittadinanza italiana conquistata da uno straniero può essere revocata, che il diritto di difesa non è uguale per tutti, che la protezione umanitaria viene annullata. Certo, nell’idea salviniana i diritti si spengono e si tolgono per chi si è macchiato di un qualche delitto, o addirittura è sospettato di averlo fatto (in una prima versione bastava la semplice denuncia per far cadere la domanda di asilo). Di questo passo si arriverà alla delazione, come nei tempi più bui. Salvini, la paciosità del male, lo chiama Giuseppe Genna, agisce nel vuoto politico di tutti gli altri, di un Movimento 5 Stelle che affida il suo ruolo sulla legge di Bilancio alle minacce fuori campo di Rocco Casalino e di un’opposizione sfiancata. Si presenta come banale e innocuo, come uno di noi. E invece è il volto di un’ideologia feroce che può assumere tratti pagliacceschi (questo Steve Bannon effigiato come merita da Vittorio Malagutti) o ben più inquietanti. Inquietante è la lettura che Salvini dà del suo stesso decreto: permessi di soggiorno strappati davanti alle telecamere, «se delinqui ti leviamo il foglietto». E allora nessun paragone con il passato è possibile. Ma, come scrive Aboubakar Soumahoro, il decreto Salvini «segna l’inizio di un processo istituzionale di deriva razzista». E non si potrebbe dirlo meglio, ottant’anni dopo.

Quando si fa apologia di una ideologia feroce nelle scuole...

Gli insegnanti di sinistra hanno distrutto la scuola in Italia: adesso è ora di cacciarli, scrive Andrea Pasini l'1 ottobre 2018 su "Il Giornale". Un insegnante che fa politica in classe è meglio che cambi mestiere. Non si può non commentare l’assegnazione della traccia di un tema, da parte di una docente di lettere ad una classe di quinta del liceo scientifico “Filolao” di Crotone, nel quale sarebbe stato fatto un probabile parallelismo tra le leggi razziali del 1938 in Italia e il recente decreto in discussione al Parlamento che riguarda l’immigrazione con al suo interno delle istanze razziste secondo l’insegnante. È una vergogna che nelle scuola possano accadere situazioni di una gravità così importante. La scuola tramite gli insegnanti politicizzati non deve permettersi di trasmettere pregiudizi. Purtroppo sempre più spesso vediamo in modo così palese che alcuni insegnanti politicizzati fanno il tifo per la sinistra. E questo è inaccettabile e andrebbe punito con il licenziamento in tronco. Non voglio credere che alcuni insegnanti siano arrivati a paragonare il decreto sulla sicurezza proposto dal Ministro Matteo Salvini e approvato dal Governo Italiano alle leggi razziali. Non voglio neppure credere che un docente possa davvero parlare di allarme razzismo in Italia, visto che i dati dicono l’estremo contrario. Ma i fatti purtroppo probabilmente smentiscono quello a cui non voglio credere. Io dico che se fosse vero quanto segnalato dallo studente e dal genitore di un liceo di Crotone, l’insegnante in questione dovrebbe cambiare immediatamente mestiere, anzi direi che dovrebbe essere licenziato immediatamente perché sarebbe palese che questo insegnante faccia politica all’interno delle scuola agli alunni. A sollevare il caso in questione della traccia particolare era stato un genitore della classe, che ha comunicato il testo al segretario delle Lega di Crotone Giancarlo Cerrelli, il quale ha informato il Ministro Salvini e ha denunciato l’accaduto alla stampa. Questa vicenda se fosse realmente confermata sarebbe di una gravità assoluta. Perché la scuola è un luogo di formazione e crescita dove non devono esistere le ideologie politiche ed i giovani studenti non devono essere mai e poi mai condizionati politicante. Il Governo dovrebbe varare delle leggi che puniscano severamente quegli insegnanti che si permettono di fare politica nelle scuole. Gli insegnanti che fanno politica a scuola sono sempre pro-sinistra e pro-immigrazione e a questo va immediatamente posto un argine. La scuola non è di sinistra! Anzi direi che la sinistra ha rovinato e distrutto la scuola italiana. La scuola deve essere un luogo apolitico. 

Leggi razziali e decreto Salvini: il tema al liceo apre il vespaio, scrive l'1 ottobre 2018 Pasquale Almirante su tecnicadellascuola.it. La traccia del tema che gli studenti dovevano svolgere a casa e consegnare al prof è la seguente: “Il 5 settembre del 1938 in Italia furono promulgate le leggi razziali. Oggi in Italia dopo 80 anni si registra un ritorno al razzismo, è un’opinione diffusa che proprio il recente decreto in discussione al Parlamento, che riguarda l’immigrazione, contenga delle istanze razziste. Descrivi le leggi razziali e confronta il testo con il decreto di recente ideazione ed esprimi le tue riflessioni”.

Bussetti, il tema e lo scandalo. Il primo a scandalizzarsi il ministro dell’istruzione, Marco Bussetti: “Apprendo con sconcerto la vicenda del tema assegnato in un liceo calabrese in cui si sarebbe chiesto agli studenti di tracciare un parallelismo tra le leggi razziali del 1938 e il recente provvedimento del Governo in materia di immigrazione. La vicenda, se confermata, sarebbe grave. In primo luogo perché la scuola è un luogo di formazione e di crescita dove non deve esserci spazio per le ideologie e il condizionamento del pensiero dei nostri ragazzi. In secondo luogo perché il parallelismo proposto rischia di strumentalizzare e sminuire una triste pagina della nostra storia, quella delle leggi razziali, che rappresenta ancora oggi una ferita profonda su cui proprio quest’anno si stanno aprendo, anche nel mondo scolastico e accademico, riflessioni e approfondimenti in occasione degli 80 anni dalla firma di quei terribili provvedimenti. Intendiamo – chiosa il Ministro – fare al più presto chiarezza. Anche per questo ho chiesto all’Ufficio scolastico regionale per la Calabria un immediato approfondimento”.

Tema shock al liceo scientifico: "Leggi razziali come dl Salvini". Scoppia il caso in una scuola di Crotone. Il ministro: "Se fosse vero l'insegnante dovrebbe cambiare mestiere", scrive Luca Romano, Domenica 30/09/2018, su "Il Giornale". Ancora un tema a scuola che scatena le polemiche. Nel mirino è finito, ancora una volta, il ministro degli Interni Matteo Salvini. A raccontare l'episodio è stato proprio lo stesso leader della Lega raccontando quanto avvenuto al liceo scientifico "Filolao" di Crotone. A quanto pare tra le tracce assegnate agli studenti, una chiedeva di analizzare il decreto Migranti confrontandolo con le leggi razziali del 1938. "Il 5 settembre del 1938 -sarebbe stata la traccia da sviluppare- in Italia furono promulgate le leggi razziali. Oggi in Italia dopo 80 anni si registra un ritorno al razzismo, è una opinione diffusa che proprio il recente decreto in discussione al Parlamento, che riguarda l'immigrazione, contenga delle istanze razziste. Descrivi le leggi razziali e confronta il testo con il decreto di recente ideazione ed esprimi le tue riflessioni", questa sarebbe la traccia del tema assegnato in classe. Il commento di Salvini è duro e replica alle accuse di chi vuole bollare il suo decreto come "razzista": "Purtroppo rimangono alcuni insegnanti politicizzati che fanno il tifo per la sinistra, ma non voglio credere che alcuni di loro siano arrivati a paragonare il mio decreto sulla sicurezza alle leggi razziali, come non voglio credere che una docente possa davvero parlare di allarme razzismo in Italia, visto che i dati dicono il contrario". La traccia del tema è stata segnalata da un genitore al segretario della Lega di Crotone, Giancarlo Cerrelli. Salvini infine manda un messaggio chiaro al professore: "Se fosse vero quanto segnalato da studenti e genitori di un liceo di Crotone, l'insegnante in questione -dice ancora il titolare del Viminale- dovrebbe scusarsi e cambiare mestiere, evitando di fare la militante politica in classe. Un abbraccio a quei ragazzi da parte di un papà che lavora per una scuola senza pregiudizi".

Tema shock. “Come facciamo a cacciare Salvini?”. Salvini: "Abbraccio i bimbi". Salvini è pericoloso, come le malattie, la guerra e la desertificazione dei continenti. L'insegnante delle medie dà un tema su una macchina fantastica che..., scrive Antonio Amorosi, il 26 settembre 2018 su Affari Italiani". In Italia ognuno pensa quello che vuole, figuriamoci i bambini. Ma fa sorridere quanto la “propaganda” possa andare in profondità, forse perché in Emilia Romagna sono particolarmente di sinistra, al punto da sentire che tra i problemi del mondo ci sono “la desertificazione”, “la guerra”, “molte malattie” e come “cacciare Salvini”. E' quello che è accaduto in un più piccolo Comune della provincia di Bologna, a Castel del Rio, area imolese, e precisamente in una scuola media dell'istituto comprensivo che ha sede a Borgo Tossignano. Un insegnante assegna ai ragazzi, come compito a casa, “scrivere le domande che ognuno di loro vorrebbe fare ad una macchina fantastica che può risolvere i problemi del mondo”. E un ragazzino torna in classe con le risposte, immaginiamo per ordine di importanza. “Come possiamo avere macchine con un'energia che non inquina? Come facciamo a cacciare Salvini? Come risolvere la desertificazione? Come smettere la guerra? Come guarire molte malattie?”. Sembra che Salvini sia così pericoloso da essere paragonabile ad una delle sette piaghe d'Egitto, da cacciare dal consesso civile. Una madre vede la risposta e fa una foto al tema, inviandola poi ad un'altra mamma che si fa delle domande su cosa sia accaduto. Il capogruppo della Lega di Imola Simone Carapia posta la foto del compito sulla bacheca di facebook, raccoglie le informazioni e subito si scatenano i commenti di denuncia. Chiamiamo la scuola per capire come sia andata davvero ma all'istituto tutte le bocche sono cucite. Oramai la notizia è iniziata a circolare in rete ed è il panico. Riusciamo a interloquire con la dirigente capo, la dottoressa Grazia Grassi: “Non ho elementi ancora certi”, spiega ad Affari. “Sto raccogliendo i fatti e stiamo cercando di capire cosa è davvero accaduto”, dice. Quello che fa sorridere è che un bambino che non ha ancora gli strumenti di approfondimento abbia già in bocca il luogo comune di estrema sinistra che Salvini è pericoloso come le malattie, la guerra e la desertificazione dei continenti. Il bambino ha fatto bene ad esprimere un'opinione, qualunque essa sia e per quanto possa essere estrema e irreale. Ma a questo punto il ruolo della scuola, dopo i dovuti approfondimenti, dovrebbe essere attivo, non censurare, tanto meno lasciare andare, ma dialogare con la classe e i ragazzi, essere in grado di sfatare i luoghi comuni, al di là delle opinioni che è giusto che la gente abbia. Educare, vuol dire dare degli strumenti per avere un senso critico, non cambiare le idee delle persone. Questo permetterebbe di avere dei ragazzi che non ripetono a pappagallo quello che sentono dalla propaganda tv o dai parenti, per avere le idee che più aggradano ma anche capire la differenza tra ideologie e fatti concreti. Sennò restiamo al livello dei comunisti che mangiano i bambini. Lo storia nata dal cannibalismo registrato in Unione Sovietica. Negli anni Trenta Joseph Stalin, dopo aver ucciso dieci milioni di ucraini, piegò la resistenza dei contadini locali con la carestia. Questi erano così poveri e disperati che per sopravvivere a mesi e mesi di fame dovettero mangiarsi i morti e la carne dei bambini era quella più tenera. Li disseppellivano dai cimiteri e se li mangiavano. Da lì il mito, in parte una manipolazione perché a patire le pene della fame furono soprattutto i nemici del comunismo e di Stalin. “In una scuola media di Castel del Rio, Bologna, una insegnante di italiano avrebbe chiesto agli studenti “come facciamo a cacciare Salvini?”. Non ci voglio credere, e infatti andrò fino in fondo per verificare se siamo di fronte a uno scherzo o a una triste realtà. Scriverò al ministro della Pubblica Istruzione. Un abbraccio a quei bimbi da parte di un papà che lavora per una scuola senza pre-giudizi in un Paese libero” afferma il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

La Lega: "Prof dà un tema su come cacciare Salvini". Il Ministro chiede un'ispezione. La vicenda in una media di Castel del Rio (Bologna). L'insegnante aveva chiesto di non trascrivere sul quaderno il "sogno" di una bambina: via il ministro dell'Interno. Che non l'ha presa bene. Il provveditore: "Il caso non esiste", scrive il 26 settembre 2018 "La Repubblica". Il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti ha chiesto all'Ufficio scolastico regionale dell'Emilia Romagna di avviare un'ispezione sulla "attività di conoscenza" dei bambini di prima media a Castel del Rio, sull'Appennino bolognese, diventata motivo di una polemica feroce della Lega contro la scuola e la docente di italiano che aveva assegnato il compito: esprimete i vostri desideri. C'è chi scrive: "Come facciamo a cacciare Salvini?". L'insegnante chiede di cancellarlo, ma un'alunna lo trascrive lo stesso, insieme ad altri desideri come "smettere la guerra" e "guarire molte malattie", oppure "risolvere la desertificazione" e avere macchine ad energia pulita. Il quaderno arriva a casa e la paginetta (in foto) con l'interrogativo sulla cacciata del ministro dell'Interno viene fotografata e postata nei social. La Lega cavalca la vicenda, con una nota stampa: "Certi insegnanti, anziché educare, fanno propaganda politica". E si arriva alla follia. Un caso "che non esiste nemmeno", precisa il direttore dell'ufficio scolastico dell'Emilia Romagna Stefano Versari anche in risposta a Matteo Salvini che immediatamente interviene, col condizionale, per capire se la cosa è vera. ''Non ci voglio credere, e infatti andrò fino in fondo per verificare se siamo di fronte a uno scherzo o a una triste realtà. Scriverò al ministro della pubblica Istruzione. Un abbraccio a quei bimbi da parte di un papà che lavora per una scuola senza pre-giudizi in un Paese libero'', afferma il ministro dell'Interno. Non c'è nessun compito in classe o a casa, precisa il provveditore Versari, dato dall'insegnante ai bambini - come denunciato dal commissario provinciale della Lega Daniele Marchetti, che è anche consigliere regionale dell'Emilia-Romagna -, ma un incidente nato da un esercizio fatto in classe. "Si tratta della 'bottega dei desideri', una pratica didattica fatta all'inizio di un nuovo ciclo scolastico per far conoscere i bambini tra di loro e all'insegnante". Ogni alunno esprime un desiderio e trascrive sul quaderno quelli degli altri, per parlarne poi insieme al docente e conoscersi. Il 'casus belli' sarebbe un desiderio particolare, "cacciare Salvini", che l'insegnante, secondo quanto riferito dalla dirigente scolastica dell'istituto comprensivo di Borgo Tossignano al direttore Versari, avrebbe anche chiesto di non trascrivere insieme agli altri.  "Per precauzione - sottolinea Versari - ho chiesto sull' episodio una relazione scritta. Ma ho la percezione di una realtà che cerca l'esorbitanza, e che quando l'esorbitanza non c'è tende a costruirla", a "stravedere rispetto alla realtà", "non è un bel segnale". "Auspico che sia una fake news perchè, se così non fosse, questo insegnante andrebbe allontanato immediatamente degli alunni": è quanto dichiara la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni che sottolinea: "Il fatto è di una gravità inaudita, per tali motivi ho preallertato il Ministero dell'Istruzione".

Bologna, tema shock di italiano per gli alunni di una scuola media: "Come facciamo a cacciare Salvini?" Scrive il 26 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". "Come facciamo a cacciare Matteo Salvini?". È questa la domanda che si sono trovati nel compito di italiano gli alunni di una scuola media di Castel Del Rio, in provincia di Bologna. A segnalare l'accaduto è proprio un genitore, che ha immediatamente avvisato il commissario provinciale della Lega, nonché consigliere regionale dell'Emilia-Romagna, Daniele Marchetti. "Si tratta di un fatto, qualora confermato, gravissimo. Se è vero che stiamo indagando sulla veridicità della segnalazione che ci è arrivata, è anche vero che sin da ora è possibile trarre alcune conclusioni incontrovertibili: come si fa a porre una domanda simile a dei ragazzini di 11-14 anni?". E continua: "A quell'età i ragazzi vanno educati, devono imparare la lingua italiana, la matematica, le scienze, la geografia, le lingue straniere. Vanno a scuola per imparare e farsi una cultura senza condizionamenti esterni, tanto più se questi sono di matrice politica. Il solo pensare di sottoporre un compito in classe porgendo una domanda simile agli studenti significa non essere in grado di adempiere con correttezza alla propria professione di insegnante". Anche Fabio Morotti, segretario della Lega di Imola si scaglia contro l'insegnante: "Qualora le verifiche che stiamo facendo portassero a confermare i fatti chiederemo al Provveditorato di prendere immediati provvedimenti contro quella professoressa che ha scelto la scuola non per educare, quanto per fini di propaganda politica". Il diretto interessato, paragonato in termini di pericolosità alla malattia, alla guerra e alla desertificazione, replica sconcertato: "Non ci voglio credere, e infatti andrò fino in fondo per verificare se siamo di fronte a uno scherzo o a una triste realtà. Scriverò al ministro della Pubblica Istruzione. Un abbraccio a quei bimbi da parte di un papà che lavora per una scuola senza pregiudizi in un Paese libero".

Quando si fa apologia di una ideologia feroce nelle piazze...

Razzismo, flop manifestazione Pd a Roma: in piazza non c'è nessuno. Fiasco dell'iniziativa del partito democratico contro il razzismo, pochissimi partecipanti in una Piazza San Silvestro deserta, scrive Marco Zonetti, Mercoledì 1 agosto 2018 su Affari Italiani". Emergenza razzismo: il Pd organizza un presidio a Roma, nella centralissima Piazza San Silvestro, ma la partecipazione è un flop. Il solerte segretario Maurizio Martina ci prova, s'impegna, si arrabatta, ma è il 31 luglio, la Capitale è riscaldata dal solleone e da temperature proibitive anche alle 18,00, e quindi in piazza si ritrovano solo i big del Pd, da Marcuccialla Madia, da Delrio alla Morani e così via, ma a parte fotografi, cameramen e qualche dirigente romano dem, non c'è praticamente nessuno. Martina aveva indetto una manifestazione nazionale per settembre, al fine di protestare contro quella che il Pd ritiene la "deriva xenofoba" di questo Paese complici le "scellerate" politiche del Ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma era stato subissato da critiche e improperi poiché "se c'è un'emergenza, non si può attendere il ritorno delle vacanze". Il segretario quindi, in fretta e furia, accusato da più parti (perfino da elettori piddini) di essere un radical chic che alla protesta contro il razzismo preferisce Capalbio, ha dunque organizzato il presidio, ma neanche in questo caso il suo sforzo è stato premiato. Peggio, è stato disertato anche dagli stessi simpatizzanti dem, in villeggiatura, al mare, o in città stremati dal caldo e semplicemente disinteressati all'iniziativa. Certo, non è mai un bello spettacolo vedere dei leader di partito e figure istituzionali - fino a qualche mese fa ministri della Repubblica - rivolgersi a una piazza deserta e a una platea inesistente. Un altro, l'ennesimo, esempio di come il Partito Democratico stenti ormai a intercettare il suo stesso elettorato e il suo stesso eventuale bacino di consensi, figuriamoci coinvolgere la società civile non necessariamente sua elettrice. Dimostrando così - come se ce ne fosse bisogno - la crisi nera che attraversa l'ex forza politica di governo, e l'opposizione in generale, crisi dalla quale sembra sempre più difficile risollevarsi. 

Razzismo, Pd: la foto che imbarazza i dem di Viterbo in piazza contro Salvini. Sta facendo il giro dei social network lo scatto che fotografa la mancata partecipazione al presidio antirazzista organizzato dai dem della Tuscia, scrive Mercoledì 1 agosto 2018 Affari Italiani". Il Pd si mobilita contro la presunta emergenza razzismo e le politiche "scellerate" di Matteo Salvini, e a Roma e a Viterbo organizza un presidio per esprimere il proprio dissenso. Ma se a Roma, in Piazza San Silvestro, la partecipazione è scarsa e fra i pochi partecipanti si vedono solo i big del Pd ma quasi nessun cittadino, simpatizzante, elettore, a Viterbo in Piazza del Comune la situazione è ancor più catastrofica. La foto fatta girare dai dem viterbesi mostra infatti uno scatto ravvicinato di una decina di persone che reggono uno striscione antirazzista, ma qualche perfido burlone scatta altre fotografie dall'alto palesando la catastrofe. In Piazza c'è solo la decina di attivisti con lo striscione di cui sopra, e tutt'attorno a loro il deserto più desolante.

Il flop della "No Salvini Night": hanno partecipato in quattro. Sabato sera al parco Ravizza di Milano ha avuto luogo la arrabbiatissima No Salvini Night (ma hanno partecipato solo gli organizzatori), scrive Eugenia Fiore, Lunedì 01/10/2018, su "Il Giornale". Sabato sera al parco Ravizza di Milano era tutto pronto. Tra salamelle, birre e deejay non mancava proprio nulla. Ma a partecipare alla arrabbiatissima No Salvini Night non è stato praticamente nessuno. "Contro il governo della repressione ci riprendiamo i parchi e le piazze. Il 29 Parco Ravizza prenderà vita con una serata gratuita autogestita dagli studenti per gli studenti", si leggeva nel volantino della serata (non autorizzata) organizzata da Casc Lambrate (Coordinamento Autonomo Studenti e Collettivi di Lambrate). Il gruppo ha postato qualche ora prima dell'inizio dell'evento alcune foto su Facebook. "I collettivi del Casc Lambrate stanno allestendo la vostra festa", si legge nel post entusiasta. Verso le 22 e 30, però, il flusso di gente sul posto era pari a quello delle 19. Alla festa contro Salvini, praticamente, c'erano solo gli organizzatori. Qualche curioso si è affacciato sentendo la musica arrivare dal parco. E si è presto dileguato. Insomma, doveva essere l'ennesima manifestazione contro il ministro dell'Interno e proprio a pochi giorni dall'approvazione del dl immigrazione, ma è stato solo un grosso flop. Ultimamente, comunque, se ne vedono di tutti colori. Solo qualche giorno fa, a Bolgona, il Cua-Collettivo universitario autonomo ha affisso degli striscioni giusto un filo diretti. In uno si leggeva "Salvini, Bologna ti odia! No al razzismo", mentre un altro manifesto presentava il volto del ministro dell'Interno al centro di un mirino con la scritta "Assassino. Prendilo di mira". E dire che stiamo parlando di un componente del governo della Repubblica italiana. Non male, in fondo. Poi si sentono pure "buonisti".

Povia, nel Leccese concerto annullato "senza motivo": «Mi danno del razzista». Il cantante si sfoga con un video su YouTube, ma il parroco del paese replica: «Mente. Non sapevo nulla dello spettacolo», scrive Pierangelo Tempesta l'1 Ottobre 2018 su "Lagazzettadelmezzogiorno.it". Il concerto di Povia viene annullato, e a Felline scoppia la bufera sulla festa di Sant’Antonio. Il 22 ottobre il cantautore milanese avrebbe dovuto esibirsi a conclusione dei festeggiamenti. Ma, con un video pubblicato su Facebook, ha annunciato l’annullamento della data, ritenendo il parroco del paese, don Antonio Verardi, responsabile della cancellazione. Dal sacerdote, però, arriva una secca smentita: «Non ho annullato nessun concerto, il comitato non ha firmato alcun contratto». Povia (che lo scorso aprile si era visto annullare un altro concerto, a Lecce) spiega che il contratto è stato firmato il 23 agosto da Mauro Palese, «con i membri del comitato che, più o meno, erano tutti d’accordo». E ritiene che l’annullamento sia stato disposto per motivazioni non economiche, ma ideologiche. «Don Antonio - afferma l’artista - si è messo di mezzo a gamba tesa e si è rifiutato di dare motivazioni. Ce lo hanno confermato sia chi ha firmato il contratto, sia i paesi vicini». E ancora: «Passo sempre per fascista, razzista, populista, omofobo, ma sono tutte stupidate: questi sono i motivi dell’annullamento». Concludendo il video, il cantautore ha anche affermato di voler smettere di cantare a partire da ottobre: «Essere umiliato con un motivo lo accetterei, ma così, senza motivo, no». Molto dura la risposta del parroco: «Non ho annullato nulla, non è stato firmato nessun contratto dal presidente del comitato e del concerto io sono stato informato solo 2 o 3 giorni fa. L’attacco del cantautore non mi interessa minimamente, so solo di non aver annullato nulla, semplicemente perché il comitato non ha niente a che vedere con quel concerto». Don Antonio aggiunge anche di non sapere «chi abbia firmato il contratto, probabilmente una persona che è venuta a trovarmi, ma che non fa parte del comitato. Con un certo sprezzo si parla di “un prete”, come se fossi chissà chi, ma questo non mi tocca. Non ho nulla a che fare con le persone che non dicono la verità e che sprezzano un interlocutore che non hanno mai avuto come tale». E conclude: «Non conosco il cantante, non so chi sia, non si permetta di diffondere false notizie». Mauro Palese, il firmatario del contratto, spiega di essere riuscito ad organizzare il concerto ad un prezzo molto basso, grazie al suo rapporto di conoscenza con il cantante. «Ho firmato e mi sono assunto l’impegno di trovare gli sponsor. Purtroppo il concerto è saltato senza una motivazione valida, era stato tutto deciso già nel mese di giugno con la commissione». Sullo sfondo dell’intera vicenda ci sarebbero alcuni screzi nati all’interno del comitato tra chi avrebbe voluto dare alla festa un’aria nuova (con diverse iniziative, tra cui il concerto di Povia) e chi, invece, non ha voluto discostarsi dalla tradizione. Proprio a causa di queste divergenze, tre «nuove leve» si sarebbero allontanate dal gruppo.

Quelli che seminano vento e raccolgono tempesta...

Immigrazione: la logica Capalbio ha travolto il Partito Democratico. Immigrazione: la logica radical chic del Pd mostra tutti i suoi limiti, scrive Giovedì, 30 agosto 2018, Affari Italiani. Tutti i partiti abituati a comandare da troppo tempo si illudono di considerare il loro mandato come una concessione divina (anche se non sono credenti) e finiscono quindi, quasi inevitabilmente, per considerare il popolo come se fosse un popolo bue anche se è in nome e al servizio del quale essi dovrebbero fare politica, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. È infatti quest'ultimo lo spirito stesso, l'anima vera, della democrazia che, tra l'altro, è stata solennemente e inevitabilmente ribadita anche dalla Costituzione italiana. Che l'insofferenza dei politici al potere verso gli elettorali disobbedienti alla loro supremazia, non sia nuova, l'aveva già rilevato, a suo tempo, anche il celebre drammaturgo tedesco di sinistra, Bertold Brecht, quando disse che «siccome il popolo non aveva votato come avrebbe voluto l'élite politica, quest'ultima aveva deciso di abolire il popolo». Lo stesso copione si è ripetuto con l'immigrazione alluvionale proveniente dall'Africa. I politici al governo, grosso modo nell'ultimo decennio (fate voi il calcolo chi fossero), hanno fortemente sottovalutato questo fenomeno epocale. Anziché governarlo, lo hanno subito. A livello europeo, l'Italia, se non altro perché è immersa nel Mediterraneo, avrebbe, fin dall'inizio, potuto e dovuto invocare quella dovuta solidarietà che Germania e Francia ci avevano imposto con i ridicoli, anche perché rigidi, parametri di Maastricht. I recenti governi italiani hanno invece barattato il loro lassismo sulle ondate di immigrazione, con l'ottenimento di successive dosi di flessibilità sul debito pubblico. Il governo Renzi, in particolare, ha scambiato l'accoglienza indiscriminata dei migranti che solcavano il Mediterraneo in direzione delle isole o delle coste italiane, con l'ottenimento dello sfondamento del budget pubblico. In pratica, per potere regalare i famosi 80 euro ai giovani, ha fatto subire all'intero paese l'alluvione immigratoria. Pensando di trarne un vantaggio elettorale, ha scambiato il regalo di birre e pizze ai giovani, in cambio dell'accettazione, presentata come ovvia, di centinaia di migliaia di immigrati. Sennonché mentre le birrette e le pizze sono state bevute e mangiate che è un piacere, gli immigrati che l'Europa non vuole condividere con noi, invece, non solo vengono metabolizzati dal paese con fatica ma hanno anche contribuito a creare un diffuso senso di paura e di preoccupazione. Quest'ultima infatti, sentendosi non presa in considerazione, ha reagito punendo la maggioranza politica precedente, nel solo modo a sua disposizione e cioè con un voto a sua volta alluvionale (come il flusso immigratorio che ne è stato in gran parte la causa). Questo voto anti ha spazzato via le maggioranze precedenti, rendendone anche impossibile, per loro insipienza, un ritorno al governo entro tempi ragionevoli. Il bello è che la sinistra (dal Pd a Leu, fino alle frattaglie di comunisti residuali), che è stata punita soprattutto per non aver governato i flussi migratori, dopo essere stata, per questo, sonoramente colpita dall'elettorato, fa finta adesso di non aver capito che questo è il problema più rilevante della sua crisi come ha dimostrato anche una bella inchiesta tv della La7 fra i frequentanti del più famoso circolo Arci di Bologna (la Mecca del comunismo rampante d'antan) che si opponevano al lassismo del Pd in tema di immigrazione e che quindi avevano votato soprattutto per i pentastellati. La défaillance del Pd sul fronte dell'immigrazione non regolamentata non è una purtroppo una dimenticanza ma una nuova cultura. All'ideologia marcatamente solidaristica del vecchio Pci, si è infatti sostituta l'ideologia liquida radical chic, cioè dell'ognuno per sé e dei tutti per nessuno. Il vecchio Pci infatti difendeva il tenore di vita della classi più sfavorite. Invece il nuovo Pd (e frattaglie varie) non difende più il tenore di vita dei suoi elettori ma bensì il loro stile di vita. È diventato cioè più attento ai gusti della nomenclatura di Capalbio o dei Parioli (che, non a caso, lo ringraziano, plebiscitandolo nel corso delle elezioni). Infatti, queste ultime località o quartieri si sono trasformati, da superciliose roccaforti della conservazione privilegiata, in baluardi della sinistra rosè. Da parte dei precedenti governi è stata adottata, nei confronti dei migranti, una controproducente strategia di nascondimento che ha finito per colpire ulteriormente le classi più deboli e/o dimenticate. Infatti, dopo le prime settimane di disordinata ed esibita concentrazione di immigrati che bivaccavano nelle grandi città sotto l'occhio dei media (oltre che della cittadinanza preoccupata), gli immigrati sono stati sparpagliati nei centri minori, dove, per il loro numero e la loro esuberanza (il testosterone non colpisce solo i giovani italiani), hanno causato rifiuti anche maggiori, sia pure nascosti ai giornali e tv ma riemersi nelle urne dove si manifesta il paese reale, anche se preso a merluzzate a suon di accuse di razzismo. Il proverbio dice: «Occhio non vede, cuore non duole» ma l'elettore marginale, che ha capito che il potere lo trascura, si è vendicato poi con il voto che è, ripeto, nelle democrazie moderne, l'unica arma a sua disposizione. Ad esempio, in un paesino popolato solo da vecchi nell'Appennino emiliano, gli anziani cittadini italiani che hanno bisogno di andare a fare delle analisi in città dispongono, a pagamento è ovvio, di una corriera che parte il mattino alle 7 e che torna alle 18,30. I giovani immigrati che sono stati accolti nei pressi, oltre ai 2,50 euro di pocket money giornaliero, possono invece chiamare (se sono almeno in cinque) un pulmino che li porta, gratis ovviamente, in città all'orario che loro più conviene e li restituisce quando essi vogliono. In un comune di periferia, a pochi chilometri da Como, un'amministrazione comunale da tempo previdente, aveva comperato una palazzina dove aveva ricavato dei piccoli bilocali molto bene attrezzati da far abitare, ad affitto quasi simbolico, alle coppie più vecchie. Ovviamente, stante l'età dei locatari, il ricambio era intenso. I nuovi occupanti erano scelti in base a graduatorie pubbliche. Sennonché le due unità pronte a essere assegnate, sono state utilizzate per ospitare dei migranti. Facile immaginare la reazione emotiva dei vecchi rimasti a piedi e della cittadinanza che ha assistito a questa oggettiva violenza. E che dire dell'offerta fatta dai sindaci di piccoli comuni (spesso di sinistra) ai migranti, di dedicarsi, con calma, è ovvio, a piccoli lavori di pubblica utilità? La sindaca Pd, che lo aveva proposto, aveva spiegato ai rappresentanti dei migranti che la sua iniziativa era tesa «a creare una maggiore integrazione con la popolazione locale» che, vedendo che si rendono utili, avrebbe potuto guardare con occhi diversi questi giovanotti permanentemente al cellulare. La sindaca (debbo dirlo?) è stata mandata a quel paese. Di casi del genere (spesso censurati dai media più seguiti, con la scusa che si tratta di fatti minori) è piena l'Italia. Il Pd (e, in genere, la sinistra) non li prendono in considerazione. Anziché mettersi nei panni dei cittadini normali (quelli di Capalbio, gli immigrati non li vogliono; e sono stati subito accontentati. Ci mancherebbe, sir) il Pd, dicevo, si è messo a insultare coloro che non condividono la sua politica immigratoria. Il metodo è il suo solito: la demonizzazione basata sull'insulto definitivo, quello al quale non si può replicare. Per loro infatti, chi non è d'accordo con le rovinose scelte della sinistra sull'immigrazione, è definito «razzista». È strano che siano stati mandati, a loro volta, a quel paese? Cuntènt?, diceva Gino Bramieri.

Immigrazione selvaggia a tutti i costi: così la sinistra ammazza l'Italia e si copre di ridicolo, scrive il 7 Agosto 2018 Elisa Calessi su "Libero Quotidiano". Contrordine: dei libici non ci si deve più fidare. Le motovedette non si vendono più. Anzi, doppio contrordine. Perché non solo gli accordi con il governo di Tripoli sul controllo delle coste erano cominciati con un ministro del Pd, Marco Minniti, che proprio su scelte come questa aveva accresciuto la sua (e del Pd) popolarità. Ma la decisione dell’attuale governo, che prevede, appunto, la vendita di 12 motovedette, 10 della Guardia Costiera e 2 della Guardia di Finanza, era stata approvata e votata dai senatori del Pd. Solo pochi giorni fa. Nel passaggio del decreto alla Camera, invece, si è deciso di cambiare completamente linea. Morale, il Pd, ieri, ha deciso di non partecipare al voto (alla fine il provvedimento è passato con 382 sì e 11 no). Un classico di quando non si sa come sbrogliare la matassa. Ma è il finale di una giornata di travaglio tra i dem.

LA SPACCATURA. Una parte dei deputati era per seguire l’orientamento dei colleghi senatori, confermando il via libera a una linea che era stata avviata dal ministro Minniti con il famoso memorandum, quello che trattava anche del codice di condotta per le Ong. Un’altra, capeggiata da Matteo Orfini e condivisa dal segretario Maurizio Martina, era, invece, per ribaltare quella posizione. Non a caso proprio il presidente del Pd, alcune settimane fa, aveva sferrato un attacco nei confronti dell’ex titolare del Viminale, contestandogli l’impostazione tenuta. E la critica riguardava, tra l’altro, proprio gli accordi con il governo libico, considerato responsabile di violazioni inaccettabili dei diritti umani. La spaccatura, poi, ha un altro risvolto: si dà il caso, infatti, che al Senato ci sia Matteo Renzi e il nocciolo duro dei suoi fedelissimi. E non a caso i renziani non hanno difeso il "ripensamento" avvenuto a Montecitorio. Alla fine, dopo una difficile mediazione, Graziano Delrio, capogruppo dei dem alla Camera, ha deciso per la non partecipazione al voto. Ma, off the records, i malumori erano tanti. L’argomento con cui il Pd di Montecitorio ha ribaltato la linea del Senato è che il governo avrebbe dovuto garantire sul rispetto dei diritti umani da parte della Guardia Costiera libica, alla quale, grazie al decreto, saranno consegnate le 12 motovedette. Stefano Ceccanti, Barbara Pollastrini e altri deputati hanno illustrato la posizione: bisogna tenere insieme, hanno spiegato, il principio della sicurezza dei confini e il rispetto dei diritti umani. «Tutti i governi della scorsa legislatura, nessuno escluso, si sono mossi sull’unica linea che è compatibile con i principi e i valori della Costituzione: sicurezza ai confini e tutela dei diritti umani. Questo è stato, nelle diverse fasi politiche, nei diversi contesti, l’obiettivo di tutti i governi che si sono avvicendati nella scorsa legislatura. Il governo fin qui ci aveva presentato questo provvedimento come un provvedimento in continuità», ha sottolineato Ceccanti. E ha chiesto, sul punto, «una risposta chiara da parte dell’esecutivo». Pollastrini ha richiesto «garanzie» sul rispetto dei diritti umani da parte dei libici nell’uso delle motovedette: la presenza a bordo di un osservatore internazionale, la presenza nei campi libici di rappresentanti delle organizzazioni internazionali, Unhcr e Oim, come previsto dalla convenzione di Ginevra.

LA REPLICA. Il governo ha risposto che non è possibile. Il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, ha spiegato che pur condividendo «evidentemente» il richiamo ai diritti umani, occorre seguire il principio generale per cui se un'intesa è troppo vincolante non è rispettata. «Sapete anche voi», ha detto Di Stefano ai parlamentari del Pd, «che prevedere l'obbligo di questi impegni renderebbe inefficace l'accordo. Tant’è vero che nello stesso memorandum sottoscritto da Minniti questi obblighi non c'erano. Eppure non mi sembra che Minniti fosse uno che non rispettava i diritti umani. Pertanto possiamo scrivere che l'Italia farà di tutto per promuovere il rispetto dei diritti umani, ma l'Italia non può obbligare altri paesi a farlo», ha concluso Di Stefano.

Immigrazione e Ius soli, gli errori del Pd e della sinistra. Il Salvini pensiero macina consensi. Anche grazie alla mancanza di analisi degli avversari che hanno ignorato la preoccupazione e il disagio degli strati più periferici della società, scrive Carlo Panella il 5 luglio 2018 su Lettera 43. Nell’arco di un mese, la Lega e i 5 stelle sono passati dal 49% e rotti del 4 marzo a sondaggi unanimi che li danno complessivamente sopra il 59%. Il tutto a demerito - va detto - dei 5 stelle che calano di qualche punto in percentuale (2 o 3) e a merito solo della Lega di Matteo Salvini che dalle elezioni a oggi ha conquistato ben più del 10-15% nelle rilevazioni di voto. Il tutto, in un periodo nel quale il governo non ha fatto nulla e Salvini, appunto, ha fatto e soprattutto detto di tutto. Sostanzialmente ha posto con straordinaria efficacia il tema dell’immigrazione, degli sbarchi, del confronto a muso duro con un’Europa più divisa e demente che mai, col risultato finale che il suo messaggio è apprezzato da quasi il 60-70% degli italiani.

UN FENOMENO INTERNAZIONALE. Chi si occupa e preoccupa della sinistra e della rifondazione di un Pd oggi ai minimi storici farebbe bene a dare un’occhiata a questa dinamica, perché ne è complice, perché se il Pd e la sinistra non si danno una regolata sul tema dell’immigrazione - non dei clandestini, dell’immigrazione nel suo complesso - non usciranno mai dalla crisi. Innanzitutto Pd e sinistra devono prendere atto che il Salvini pensiero, per così dire, sull’immigrazione e il suo consenso presso larghissimi strati popolari è un fenomeno non solo italiano, non solo europeo, ma mondiale. Si ricordi il muro col Messico di Trump, a quanto avviene in tutti i Paesi europei - Germania e Baviera in testa, ma anche Svezia e Olanda - e si dia un occhiata anche a quanto fanno gli Stati del Maghreb, Algeria in primis, e si troveranno innegabili assonanze. La società italiana non sopporta più o mal tollera una presenza di immigrati regolari che non seguono i meccanismi dell’assimilazione e dell’integrazione. Comunità di immigrati intere arroccarsi in se stesse in una dinamica che innesca disagio, paure e scontento. La realtà è tanto complessa quanto semplice: la società italiana, come le altre, non sopporta più o mal tollera una presenza di immigrati regolari che non seguono affatto i meccanismi dell’assimilazione e dell’integrazione, che vede comunità di immigrati intere arroccarsi in se stesse in quella che i francesi chiamano deriva comunitaria, in una dinamica che innesca disagio, paure e scontento. Una dinamica che riguarda, lo ripetiamo, innanzitutto gli immigrati regolari, esasperata poi dal sopraggiungere del fenomeno dei clandestini. Una dinamica il cui prezzo è tutto sugli strati più disagiati e periferici della popolazione, come dimostrano perfettamente risultati elettorali nei quali tutte le periferie popolari e proletarie vedono la Lega con percentuali di voto bulgare e la sinistra e il Pd perdere una a una tutte le roccaforti e imporsi solo nei quartieri “bene” delle metropoli.

I TRE ERRORI DELLA SINISTRA. A fronte di questo quadro, il Pd e la sinistra negli ultimi anni hanno compiuto tre errori di analisi e di proposta esiziali. Innanzitutto hanno dato per scontato che gli italiani non avessero problemi con gli immigrati regolari. Falso, superficiale, incredibile: basta frequentare le file agli sportelli delle case popolari, delle scuole materne o quartieri come Settimo Torinese, Tor Bella Monaca o Sesto Milanese, e così via e si tocca con mano addirittura una esasperazione, una certezza del crescere di ingiustizie che nulla hanno di razzista o xenofobo, e che poi si sono riversate nelle urne col risultato che sappiamo, soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, là dove la Lega ha spopolato.

IL NODO MINNITI. In secondo luogo la sinistra e il Pd nella campagna elettorale e a tutt’oggi si sono letteralmente “vergognati” (vedi Matteo Orfini, ma anche Graziano Delrio) dell’azione contro gli immigrati irregolari e i flussi dall’Africa dell’unico ministro del Pd che aveva compreso questa dinamica. Matteo Renzi ha segato tutti i candidati di Minniti, ha fatto una campagna elettorale nella quale ha semplicemente ignorato i suoi meriti nel contrasto all’immigrazione clandestina. E ha platealmente perso.

LA CARTA (SBAGLIATA) DELLO IUS SOLI. Infine, siccome al male non vi è mai fine, il Pd e la sinistra proprio alla vigilia della campagna elettorale hanno alzato la bandiera dello Ius soli tentando di farlo approvare al Senato, con un chiaro messaggio al proprio elettorato: ora facciamo diventare italiani tutti quegli immigrati regolari che pure vi creano tanti problemi e disagi. Nessuno ha calcolato quanto questo benedetto Ius soli abbia contribuito al 17,8% elettorale del Pd, ma non crediamo di sbagliare se sosteniamo che ha dato una mano definitiva. Da questo quadro desolante per la propria “intelligenza” del reale, devono ripartire il Pd e la sinistra. Magari, con umiltà, riscoprendo quell’antico strumento che per tanti decenni ha portato risultati eccellenti: l’inchiesta, quella vera, in mezzo al popolo.

STUPRI E FEMMINICIDI DEI CLANDESTINI: L'ASSOLUZIONE IDEOLOGICA.

Il nigeriano intercettato: "Deve far sparire Pamela, anche a costo di mangiarla". Metodi da mafia africana nelle parole di Desmond Lucky. La procura rivela che nei telefonini sono state trovate anche immagini di torture, scrive il 25/04/2018 l'Huffington Post. Sezionare un corpo "è una cosa di poco conto, un gioco da bambini". La frase choc, ha detto oggi il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio, è stata pronunciata da Desmond Lucky, uno dei tre nigeriani arrestati per l'uccisione e lo smembramento della 18enne romana Pamela Mastropietro, durante una conversazione intercettata in carcere con Awelima Lucky, fermato per gli stessi reati: i due avrebbero parlato di come Oseghale avrebbe potuto disfarsi del cadavere. Desmond Lucky, uno degli accusati di omicidio, il cui Dna non è nella casa degli orrori (ma il suo cellulare sì), arriva a dire che "Oseghale avrebbe dovuto far sparire il cadavere tagliandone una parte a pezzettini da gettare nel gabinetto, e mangiando il resto, dopo averlo congelato". "Va tenuto presente - ha però precisato il procuratore Giorgio - che le intercettazioni non sempre sono rivelazione della verità. C'è da valutare bene le singole parole e spiegare se dette in liberà o corrispondenti al vero". Lucky ha detto ad Awelima di aver fatto parte in patria di un "gruppo criminale" e di aver compiuto "cose terribili". Tra le foto trovate nei cellulari, ha spiegato Giorgio, in particolare di Awelima, ce ne sono alcune di africani torturati e del sezionamento di un animale. "Quando ci saranno noti tutti i risultati dei prelievi - ha aggiunto Giorgio - trarremo le conclusioni. Non cerchiamo capri espiatori, o nigeriani perché nigeriani, ma solo gli autori dell'omicidio".

“Doveva mangiarla, un pezzo alla volta”. Caso Pamela, l’intercettazione shock, scrive Anna Pedri il 10 maggio 2018 su Primato nazionale. Una nuova, agghiacciante intercettazione, svela un altro tassello relativo al macabro omicidio di Pamela Mastropietro, la diciottenne fatta a pezzi a Macerata dal nigeriano Innocent Oseghale, che prima l’ha stordita e violentata. Cannibalismo. “Sarebbe stato meglio se l’avesse mangiata, magari cucinata a poco a poco in brodo, tenendo i pezzi del corpo in freezer”. Frasi di questo tenore sono state intercettate in carcere tra Desmond Lucky e Awelima Lucky, anch’essi nigeriani, finiti in carcere per l’omicidio di Pamela. Parlando di Oseghale, Desmond dice ad Awelima: “L’ha tagliata… l’ha tagliata, l’ha tagliata”, “Gli ha tolto l’intestino… è molto coraggioso”. Al che il compagno di cella risponde: “Quell’intestino forse l’ha buttato nel bagno”. Da qui segue una conversazione sconvolgente, fatta di consigli e suggerimenti su quale sarebbe stato il modo migliore per Oseghale per non essere scoperto. Se il loro connazionale avesse mangiato il corpo di Pamela, anche a pezzi, nel corso del tempo, avrebbe avuto l’unico problema di far sparire la testa.

Desmond: «L’intestino è lungo. Come puoi buttarlo dentro al bagno?!».

Awelima: «L’intestino poteva tagliarlo a pezzi».

D.: «Tagliarlo in pezzettini?».

A.: «Sì. Pezzi, pezzi. Così buttava a pezzetti. Così sarebbe stato più facile… Forse lui (inteso Innocent) ha già ucciso una persona così».

D.: «Gli ha tolto tutto il cuore».

A.: «Poteva mangiarlo. Perché non l’ha mangiato?».

D.: «Poteva metterlo in frigo».

A.: «Lo metteva in frigo e cominciava a mangiare i pezzi».

D.: «Così sarebbe stato meglio per lui mangiare il corpo».

A.: «Sarebbe stato meglio. Avrebbe avuto solo il problema per la testa, quella avrebbe dovuto buttarla. Tutto il resto invece lo metteva dentro il frigo e poi quando voleva lo cucinava.

D.: «Faceva il brodo».

A.: «Sì, continuava a mangiare il brodo poco a poco».

D.: «Se lui avesse avuto un congelatore grande, avrebbe potuto metterlo lì».

A.: «Poi lui quello che non riusciva a cucinare, lo buttava piano piano…».

D.: «Però lui ha detto che non è stata lui a tagliarla e forse per questo stanno ancora investigando».

A.: «Per questo stanno cercando qualcun altro».

La pista del cannibalismo era già stata battuta in seguito alle intercettazioni tra i due nigeriani finiti in cella insieme a Innocent Oseghale. Ma ora la diffusione delle intercettazioni e la loro trasmissione in tv, evidenzia il livello di disumanità degli assassini.

Di seguito il video pubblicato sulla pagine facebook della trasmissione Chi l’ha Visto, con le intercettazioni tra Lucky Awelima e Desmond Lucky.

"In fila per stuprare Desirée". Ecco il "gioco" dell'orrore. Gli stupratori della 16enne avrebbero atteso il loro turno per poterla violentare. Un rito macabro finito con la morte, scrive Franco Grilli, Domenica 28/10/2018, su "Il Giornale". Lo stupro di Desirée Mariottini è stato crudele, osceno, una sorta di rito macabro. Dalle carte dell'inchiesta e dalle testimonianze su cosa è accaduto in quelle terribili 12 ore a San Lorenzo, emergono dettagli inquietanti. Uno dei testimoni ascoltati, un bulgaro, ha raccontato di aver visto la ragazzina disperarsi perché nessuno voleva darle una dose di droga. Non aveva soldi per pagarla. A questo punto entra in scena il branco che di fatto si mette in moto per mettere a punto il piano fatale. La ragazzina segue Youssef all'interno del container. Ma la scena è orribile. La ragazzina subisce la prima violenza. Poi dopo un'ora e mezza il bulgaro racconta di aver visto Paco che attendeva il suo turno per poter "consumare", pure lui, un rapporto con la 16enne: un altro stupro. Di fatto secondo quanto raccontato dal bulgaro c'era una vera e propria fila per poter abusare della povera Desy. Secondo i giudici in quel container c'era, come anche sottolinea il Tempo, un vero e proprio via vai per abusare del corpo di quella ragazzina. Dopo il primo stupro dunque, gli altri componenti del branco avrebbero atteso il proprio turno per far scempio del corpo di Desy ormai stordita da un cocktail di droghe e psicofarmaci. Poi è arrivata la morte. Nessuno, ormai dalla ricostruzione della procura è chiaro, ha chiamato i soccorsi. Anzi, ci sarebbero state minacce su chi era pronto a farlo. Questa storia si è chiusa con una frase pronunciata da uno degli aguzzini: "Meglio lei morta che noi in carcere". Il sigillo orribile su un rito osceno e fatale.

"Meglio lei morta che noi in cella". Così hanno lasciato morire Desirée. I tre immigrati le hanno somministrato un mix di droghe: erano consapevoli che l'avrebbero uccisa. Quando è stata male, hanno impedito i presenti di chiamare i soccorsi, scrive Sergio Rame, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". Desirée Mariottini avrebbe anche potuto essere salvata ma i senegalesi Brian Minteh, il nigeriano Chima Alinno e il gambiano Yousif Salia, che l'avevano drogata e poi stuprata a turno fino a causarne la morte, non hanno fatto nulla per aiutarla impedendo persino che venisse soccorsa.

Tra le belve che l'hanno uccisa anche il fidanzato. "È meglio lei morta che noi in galera" è la frase choc, che secondo alcuni testimoni dagli inquirenti, avrebbero pronunciato tre dei quattro africani accusati dello stupro e dell'omicidio della ragazzina. Nelle quindici pagine di ordinanza di custodia cautelare in carcere il gip Maria Paola Tomaselli ha spiegato che Mamadou Gara e Brian Minteh e Chima Alinno hanno agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltura", dimostrando "una elevatissima pericolosità non avendo avuto alcuna remora a porre in essere condotte estremamente lesive in danno di un soggetto minore giungendo al sacrificio del bene primario della vita". Secondo la ricostruzione della procura, erano quasi due settimane che Desirée frequentava lo stabile abbandonato del quartiere San Lorenzo, dove si procurava la droga e la consumava. Andava e veniva da quel posto dove la notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana ha trovato la morte. Il pomeriggio del 18 ottobre la 16enne è tornata in via dei Lucani in cerca di droga, ha incontrato il gruppo e ha chiesto qualche stupefacente da consumare lì, come già successo in passato. Nel ricostruire l'intera vicenda, che ha portato alla brutale morte di Desirée, il giudice Tomaselli ha spiegato che "gli indagati hanno dapprima somministrato alla ragazza il mix di droghe e sostanze perfettamente consapevoli del fatto che fossero potenzialmente letali per abusarne". Quindi la hanno stuprata "lungamente e ripetutamente". È successo più volte e lo hanno sempre fatto in gruppo. La ragazzina non si è, ovviamente, opposta in alcun modo. Non poteva farlo perché non era in sé: non si reggeva in piedi mentre loro, senza nessuna pietà le erano addosso. Dopo gli abusi l'hanno abbandonata a terra, tremante, si sono allontanati e l'hanno lasciata morire. Nell'ordinanza di custodia cautelare si legge che le belve "la hanno lasciata abbandonata a se stessa senza adeguati soccorsi, nonostante l'evidente e progressivo peggiorare del suo stato". Il branco avrebbe addirittura "impedito ad alcuni dei presenti di chiamare i soccorsi esterni o la polizia per aiutarla".

Fulvio Fiano e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” del 28 ottobre 2018. Desirée poteva essere salvata. Mentre la giovane era ormai incosciente, stordita da un miscuglio di droghe e psicofarmaci, i suoi aguzzini hanno impedito i soccorsi: «Meglio lei morta che noi in galera», hanno gridato a chi voleva aiutarla. Tra loro anche tre donne, un'italiana e due straniere che frequentavano abitualmente il palazzo occupato di San Lorenzo. Le loro testimonianze, così come quelle degli altri pusher e tossici che trascorrono le giornate in quel luogo infernale, ricostruiscono quanto accaduto tra il 17 e il 19 ottobre. E dimostrano che l'indagine non è affatto chiusa. Ci sono altri tre ricercati. Uno è italiano. Si chiama Marco, riforniva il gruppo di pasticche. Proprio quelle - antiepilettici e antipsicotici - utilizzate per «privare Desirée di capacità di reazione» e dunque ridurla «a un mero oggetto di soddisfazione sessuale», come scrive la giudice nell' ordinanza che lascia in galera i tre extracomunitari fermati a Roma con l'accusa di omicidio volontario e violenza sessuale pluriaggravate. Gli altri due stranieri - tuttora in fuga - potrebbero aver partecipato allo stupro. È stato uno degli arrestati a fare i loro nomi e la polizia sta cercando di rintracciarli. Ma non è finita. Perché tra i testimoni c' è anche una straniera che ha ammesso di aver «rivestito e poi aiutato gli altri a spostare Desirée» quando era ormai in fin di vita o forse già morta.

Dettagli di un orrore che appare senza fine. Si torna dunque al 18 ottobre quando la 16enne, che è arrivata nel palazzo già il giorno prima, è in cerca di droga. Non ha soldi, si rivolge ai tre stranieri che già conosce. I racconti di chi c'era ricostruiscono quanto accade. Narcisa «dice di essere giunta intorno alle 13,10 con due uomini e di aver visto la ragazza insieme a Ibrahim (Brian Minteh, ndr) steso su un giaciglio dove è stato poi rinvenuto il corpo della ragazza, nonché Youssef (Yusif Saila, fermato venerdì a Foggia, ndr) e Sisco (Chima Alinno, ndr). Quest' ultimo era intento a fumare, Desirée gli aveva chiesto eroina perché era in crisi di astinenza, ma lui aveva rifiutato». Poi riferisce quello che le ha detto Muriel, straniera di circa 35 anni. Scrive la gip: «Muriel ha raccontato che a Desirée è stato somministrato un mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche. Poi è stata violentata da Paco e Youssef, io li ho visti». Racconta ancora Narcisa: «Il giorno dopo ho incontrato Paco e gli ho detto "sei un pezzo di m..., hai dato i farmaci a Desirée per poterla stuprare. Lui ha ammesso che avevano fatto sesso, mi ha detto che le aveva dato solo pasticche». È Muriel ad ammettere di aver rivestito Desirée quando non era più in grado di muoversi, probabilmente morta. Lo fa con una lucidità che lascia agghiacciati. Poi indica un altro componente del gruppo, ancora in fuga. Scrive la gip: «Muriel racconta di essere giunta nel palazzo alle ore 20 del 18 ottobre chiamata da un certo Hyten che le chiedeva di rivestire una ragazza mezza nuda all' interno del container. Aveva trovato Desirée nuda dalla vita in giù e aveva provveduto trovando nei pantaloni una boccetta di Tranquillit mezza vuota. Riferiva di aver ritenuto che fosse stata violentata in quanto aveva pensato che nel caso in cui avesse avuto un rapporto consenziente avrebbe provveduto a rivestirsi da sola e che prima dello stupro le erano stati fatti assumere Tranquillit e Metadone». Muriel racconta anche di aver visto «il Tranquillit qualche giorno prima nella disponibilità di tale Marco, italiano frequentatore del palazzo. Marco le aveva riferito che i medicinali erano psicofarmaci per sua madre, sostitutivi del Seroquel». A confermare le sue dichiarazioni è Giovanna, una ragazza che sta spesso in quel complesso di San Lorenzo «che - come è scritto nell' ordinanza - ha riferito come fosse possibile reperire qualsivoglia sostanza stupefacente o medicinale, precisando come gli psicofarmaci fossero procurati da Marco». È proprio Giovanna, quando si accorge che Desirée è morta, a scagliarsi piangendo contro gli stupratori. Lo racconta Cheick, un altro testimone: «Piangeva e urlava. Diceva "voi l'avete uccisa, l'avete violentata" rivolgendosi ai tre uomini presenti nel locale. Li chiamava per nome, Paco (Mamadou Gara, ndr), Sisco e Ibrahim». Sono gli stessi che impediscono a chiunque di aiutare la 16enne. Scrive la gip: «Sin dal pomeriggio del 18 ottobre, la ragazza manifesta lo stato di stordimento strumentalizzando il quale gli indagati abusano di lei. Ma esso si aggrava così da tramutarsi in una condizione di dormiveglia prima e incoscienza poi che viene immediatamente avvertita dai presenti allorché trasportano il corpo della ragazza dal container al capannone». Spiega ancora il giudice che «è in tale fase che Youssuf, Ibrahim e Sisco, che pure sono presenti, ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi, assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita per garantirsi l'impunità o comunque qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell'ordine». L' ordinanza cautelare viene così motivata: «La pervicacia, la crudeltà e la disinvoltura con la quale i prevenuti hanno posto in essere le condotte contestate manifestano la sussistenza di un concreto e attuale pericolo di recidiva». Inoltre, trattandosi di «tutti soggetti che hanno dimostrato una elevatissima pericolosità e irregolari sul territorio nazionale, rispetto al quale non presentano alcun tipo di legame familiare e lavorativo, si manifesta un altrettanto inteso pericolo di fuga, eludendo agevolmente qualsivoglia controllo».

Desirée, gip convalida il fermo di 3 arrestati, solo uno parla, scrive l'Ansa il 28 ottobre 2018. Il gip di Roma, Maria Paola Tomaselli, ha convalidato il fermo dei tre indagati per la morte e lo stupro di Desiree Mariottini. Il giudice si è riservato di decidere nelle prossime ore in merito all'emissione della misura cautelare. In base a quanto si apprende l'unico a rispondere alla domande del gip è stato il senegalese Mamadou Gara, mentre il suo connazionale Brian Minteh e il nigeriano Alinno Chima hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Nei loro confronti la Procura contesta i reati di omicidio, violenza sessuale e cessione di stupefacenti. Stesso reati contestati al quarto fermato, Yusif Sali, un cittadino ganese, bloccato ieri a Foggia e trovato anche in possesso di 11 chilogrammi di droga. La sua posizione è al vaglio degli inquirenti per capire il ruolo che ha avuto nella vicenda. I primi tre fermati sono immigrati irregolari accusati di omicidio volontario, violenza sessuale e cessione di stupefacenti. Ascoltate in Questur, fino a tarda sera, alcune persone informate dei fatti. Il cittadino del Gambia sospettato di essere il quarto uomo implicato nella morte di Desiree Mariottini e bloccato a Foggia era in possesso di circa dieci chilogrammi di marijuana. Secondo fonti investigative, lo stupefacente era nella baracca dove è stato trovato l'uomo nella baraccopoli che circonda il Cara - Centro richiedenti Asilo politico di Borgo Mezzanone. L'uomo è stato trovato in possesso anche di una pistola giocattolo, di metadone e di qualche grammo di hascisc. All'arrivo delle forze dell'ordine si è barricato nella baracca ed è stato necessario sfondare la porta per arrestarlo. "La coesione sociale è il mezzo fondamentale per costruire il resto della comunità solidale. Anche nei momenti difficili non ci vogliono ruspe ma più amore e partecipazione. Bisogna essere costantemente nei quartieri difficili senza lasciare mai nessuno solo". Lo ha detto il presidente della Camera Roberto Fico. "Non servono ronde, ma cose come il controllo di vicinato che stiamo già sperimentando. Un'attività corale che vede come perno i cittadini che forniscono indicazioni a supporto delle forze dell'ordine. Mi oppongo a qualunque tipo di visione che proponga l'uso della forza privata indiscriminata per risolvere questioni ordine pubblico e sociale", ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi, riferendosi all'annunciata manifestazione di Forza Nuova domani a San Lorenzo.

LE INDAGINI SULLA MORTE DI DESIREE - I primi tre fermati sono due senegalesi, irregolari in Italia, Mamadou Gara di 26 anni e Brian Minteh di 43. Il terzo è un nigeriano di 40 anni. Hanno tutti e tre precedenti per spaccio di droga. I capi di imputazione sarebbero gli stessi: omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione di stupefacenti. Mamadou Gara aveva un permesso di soggiorno per richiesta d'asilo scaduto ed aveva ricevuto un provvedimento di espulsione. L'uomo si era reso irreperibile. Era stato poi rintracciato dal personale delle volanti a Roma il 22 luglio 2018 ed era stato richiesto nulla osta dell'autorità giudiziaria per reati pendenti a suo carico. La Sindaca di Roma Virginia Raggi ha deciso di proclamare una giornata di lutto cittadino in concomitanza con i funerali. La giovane è stata drogata e poi abusata sessualmente quando era in uno stato di incoscienza. E spunta un testimone che all'ANSA racconta: "Quella notte ero nel palazzo. Ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva attorno 7-8 persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere", racconta, dicendo di essere stato ascoltato in Questura. Il teste racconta anche che quella notte, attorno all'una, "qualcuno chiamò i soccorsi". "Ora voglio giustizia per Desirée, voglio che questa tragedia non accada ad altre", dice Barbara Mariottini, la mamma della ragazza. E in serata a San Lorenzo è stata organizzata una fiaccolata in memoria di Desirée.

Ronde in azione a San Lorenzo. "Stamani ci hanno chiamato da un pub - racconta Valerio, uno delle ronde - dove uno straniero infastidiva le ragazze che stavano andando a scuola. Abbiamo chiamato la polizia ed è stato bloccato". Valerio, corpo palestrato e pieno di tatuaggi, aggiunge: "Siamo una decina di persone. I giustizieri" dice ridendo. "Ma non abbiamo mai contatti, ci limitiamo a chiamare la polizia". La tragedia di Desirée "deve essere l'ultima che accade in Italia e a Roma, una città abbandonata, il degrado è evidente, morale e sociale, servono più controlli in città, servono più uomini e donne delle forze dell'ordine, soprattutto la notte", ha detto il presidente del Pe Antonio Tajani.

«La ragazzina bianca è tornata per la droga». Così scatta la trappola della banda dei pusher, scrivono Fulvio Fiano e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 27 ottobre 2018. Si sono accaniti a turno sul suo corpo. L' hanno prima stordita con droghe e alcol, poi l'hanno violentata fino a farla morire. Erano quattro, o forse di più. Pusher stranieri che non hanno avuto per lei alcuna pietà. Un accanimento brutale, una spirale di orrore che ha inghiottito Desirée Mariottini per due giorni. Cercava stupefacenti questa ragazzina partita da Cisterna, ed era disposta a tutto pur di averli. Nella sua mente ormai perduta non c'era timore di entrare in quel luogo che spacciatori e tossici di varie nazionalità hanno trasformato in un inferno, con vecchi materassi buttati per terra in uno stanzone e il cortile ridotto ormai a una latrina. All' alba di venerdì scorso una telefonata ha segnalato al 118 «una persona che sta molto male». E quando i poliziotti del commissariato San Lorenzo sono entrati, lei era sotto una coperta lurida, vestita e senza alcun segno addosso. Ma nulla poteva essere più fatto, perché era morta almeno da un'ora. Una fine che nessuno ha voluto o potuto evitare, nonostante ci siano più di 12 persone che in quelle 48 ore hanno avuto a che fare con Desirée. Ci sono due ragazze straniere che l'hanno vista, avvicinata, le hanno parlato e in qualche modo hanno cercato di convincerla ad andare via. Ma ci sono anche tre uomini che in più occasioni hanno notato come le sue condizioni siano via via peggiorate. Ed è proprio incrociando i loro ricordi, frammenti di racconti sbiaditi o reticenti, che i poliziotti della squadra mobile - guidati dai capi della sezione violenza di genere Pamela Franconieri e della Omicidi Andrea Di Giannantonio - sono riusciti a ricostruire che cosa è accaduto dal momento della sua scomparsa. Si torna così a mercoledì 17 quando Barbara Mariottini denuncia di non avere più notizie della figlia sedicenne. «Vive con i nonni, è già scappata di casa varie volte», racconta. Non sa che in quel momento Desirée è già a Roma, nel palazzo occupato a San Lorenzo. È arrivata verso l'ora di pranzo per avere una dose di eroina. Non ha soldi e accetta di avere un rapporto con lo spacciatore. La giovane è stata lì altre volte nei giorni precedenti, ma questa volta è diverso, si sparge la voce che «la ragazzina bianca è tornata ed è disponibile». Scatta la trappola. C' è chi dice che Desirée si sia allontanata, chi pensa sia rimasta anche la notte, le testimonianze non sono precise. E invece diventano nitide per scoprire che cosa è accaduto nelle ore successive. Il 18 mattina Desirée è in evidente crisi di astinenza. «Chiedeva droga, ha preso di tutto», racconta una ragazza. Dice di averla esortata ad andarsene. «Che ci fai qui? Sei troppo giovane, devi andare via se vuoi salvarti». Lei non l'ascolta, entra nello stanzone e continua a drogarsi. Il gruppetto di spacciatori «che vengono dall' Africa centrale le sta sempre intorno, si alternano». Lei non si sottrae, non ce la fa. «Le hanno dato del vino con il metadone», ricorda un testimone. Passa ancora qualche ora tra dosi di crack e altra eroina, nel primo pomeriggio Desirée appare come in trance. Si accascia su un materasso, ormai è preda dei suoi aguzzini. Cominciano a violentarla a turno, si accaniscono su di lei. Sono in quattro, ma non è escluso che anche qualcun altro abbia abusato di lei. Saranno gli esami del Dna a rivelare ulteriori dettagli, analisi necessarie a individuare tutti gli stupratori. «L'ho vista, non era cosciente», giura un testimone. Altri confermano, ricordano come «gli africani l'avevano stordita per poi avventarsi su di lei». Una bambola quasi senza vita, ed è questo che rende tutto ancor più agghiacciante. Vanno avanti così per ore, fino alla notte. Verso le due del mattino di venerdì Desirée è ormai incosciente, ma neanche questo basta evidentemente a fermarli. Alle 4 arriva al 118 la telefonata da un numero privato con la richiesta di soccorsi. Quando entra l'ambulanza il palazzo è vuoto. Al cancello è rimasto qualcuno che indica il luogo dove c' è il corpo ma in quel momento non c' è nessuno disposto a dire di più. Si parla di overdose. Vengono prese le impronte digitali e poi via verso l'obitorio. Secondo la prima relazione la morta è Desirée Mariottini di anni 25. In realtà è stata lei a dare una falsa data di nascita quando è stata fermata dai carabinieri qualche settimana prima. E invece basta un controllo più accurato nei terminali per scoprire che si tratta proprio della ragazzina scomparsa da Cisterna. L' autopsia svela la violenza ripetuta, consegna i particolari di una fine orribile. Si apre la caccia agli aguzzini. Si torna nel palazzo e si individuano i testimoni. Si comincia dalle «assenze» dei pusher abituali e basta poco a capire che sono in fuga. Sbandati senza fissa dimora che nessuno è evidentemente disposto a «coprire». Il primo viene rintracciato in un palazzo abbandonato sulla via Tiburtina, l'altro è rimasto in zona e lo trovano in piazzale del Verano. Il terzo ha trovato rifugio in periferia, al Pigneto. La polizia sa che il quarto ha detto di voler andare a Napoli. In realtà le tracce lasciate dal telefonino dicono che già da domenica è a Foggia. Forse è il capo, certamente quello che Desirée conosceva meglio. La definizione usata dai pubblici ministeri nel decreto di fermo li inquadra: «Predatori che si sono accaniti su una giovanissima indifesa, senza alcuna pietà».

Lo strazio della mamma di Desirée: «Non si drogava, ma negli ultimi tempi era cambiata», scrivono il 25 Ottobre 2018 Monica Forlivesi e Claudia Paoletti su "Il Messaggero". Non faceva uso di droghe». Però c’è un episodio avvenuto pochi giorni prima che desta sospetto. «Un paio di settimane fa due ragazze - è la spiegazione che la mamma e l’avvocato forniscono - sono state fermate a Latina dai carabinieri perché trovate in possesso di due pasticche di “Rivotril”, uno psicofarmaco. I militari hanno chiesto loro da chi le avessero preso e loro hanno fatto il nome di Desirée. Era lì anche lei, alle autolinee di Latina, è stata perquisita, non aveva nulla, né addosso, né nello zaino, né pasticche, né soldi». Come si spiega la famiglia il fatto che Desirée fosse nella Capitale? «E’ stata una grande sorpresa per tutti» ammette l’avvocato. La madre assicura che «non c'era mai stata da sola, speriamo che abbiamo acquisito i video delle telecamere delle stazioni di Cisterna e Termini, almeno possiamo capire con chi era. Desy frequentava Cisterna, Latina, a volte Sezze... Quella mattina doveva essere a Latina, iscriversi al liceo Artistico, non si era trovata bene all’Agrario lo scorso anno, e poi era bravissima a dipingere, aveva una buona mano, ha anche vinto un premio». Di quella notte a Roma Barbara Mariottini non sa praticamente nulla, ha rivisto la sua bambina solo il giorno dopo, per il riconoscimento, dove è andata insieme all’avvocato Masci. «Abbiamo visto solo il volto, pulito, sereno, sembrava stesse dormendo. Non aveva tumefazioni e, a quanto pare, nemmeno segni di violenza esterni sul corpo. Era vestita, aveva la borsa ma non il tablet e nemmeno il cellulare». Sono momenti strazianti. La memoria della mamma va indietro, agli ultimi mesi, soprattutto nell’ultimo periodo si era preoccupata, Desirée non era più la stessa, non era più puntuale come prima, non aveva voglia di studiare, tanto che la decisione di iscriversi all’Artistico era stata accolta con enorme sollievo da tutta la famiglia visto che l’anno scolastico è iniziato da oltre un mese. Il padre di Desirée, Gianluca Zuncheddu, ha un passato turbolento, è stato arrestato per droga e attualmente è ai domiciliari. Non si dà pace. Vive nel quartiere San Valentino a poca distanza dalle abitazioni dei Mariottini. La madre e i nonni di Desirée da due giorni sono barricati in casa, non credono alle cose che hanno letto sui giornali. «Non sappiamo niente - conferma l’avvocato - neppure se ci sia stata violenza. Ci dicono che Desirée è stata trovata vestita, non mancava nessun indumento, era rannicchiata su un materassino come se stesse dormendo. Mancavano solo tablet e cellulare. Aspettiamo che venga depositato il referto del medico legale, siamo convinti che la Procura stia lavorando egregiamente e che ci saranno a breve delle novità». L’abitazione dei Mariottini ieri è stata presa d’assalto dai cronisti. La nonna Patrizia, dipendente del Ministero di Giustizia, alla notizia della morte della nipote ha accusato un malore, distrutto anche il nonno, Ottavio Mariottini, una vita spesa nel sindacato. L’unico a parlare, con un filo di voce, è suo fratello Armando, lo zio di Barbara: «Sono così addolorato da non avere più le forze. Se i fatti saranno confermati auguro a quei balordi la galera eterna. E spero che chi ha visto parli, non si può vivere con il rimorso di non aver aiutato la giustizia a far luce sulla morte di una ragazzina, di un angelo. Il mio angelo».

Desirée, Pamela, le vittime anonime degli stupri e l’invasione dei pessimi, scrive Nino Spirlì Venerdì, 26 ottobre 2018 su "Il Giornale". È un giorno sacro, per la mia Famiglia! Oggi festeggiamo, tutti insieme, la nostra Matriarca. Il suo compleanno, per noi, è un appuntamento dal significato potentissimo, profondamente consapevoli, come siamo, che Lei sia la nostra Radice! Mamma, Nonna, Bisnonna, Amica, Sorella, Complice, Guida… E tanto, tanto altro…In questa famiglia, quasi tutta al femminile, le donne sono il Cuore, la Testa, l’Anima. E noi, i miei cognati, i miei nipoti ed io, siamo ben felici di poter contare sulla Loro Presenza. Sulla Loro Essenza! Mamma è moderna, a ottanta anni passati. Comprende, si confronta. Accetta e accoglie. Ci ha educati alla Fede, all’Amicizia, all’Amore, all’Ospitalità. Alla cura dell’Altro. Al Bene… A tante cose, tutte belle. Da Donna, ci ha insegnato a rispettare le Donne e gli Uomini alla stessa maniera. Con la stessa intensità. Con lo stesso rigore. E, proprio nel rigore del rispetto e nel rispetto del rigore della Giustizia, non posso tacere tutto il mio dolore per tutte le vittime degli stupri, di ogni dove e di tutti i tempi. Io stesso l’ho conosciuto, subito, patito. Sembrava amore, era l’inferno. So cosa significhi sentire il calore del sangue in bocca, il furore della violenza nelle carni, la morsa della morte nella mente. So cosa significhi abbandonarsi, in un momento, al destino, qualunque esso possa essere… So. Io so. E per questo maledetta morte dentro che non mi abbandona mai, ad ogni stupro mi sento vittima. E vivo la croce nelle mie carni, che si straziano ogni volta alla stessa maniera. Pamela. Chi potrà mai dimenticarla? Adescata, drogata, violentata, fatta a pezzi, buttata per via come spazzatura. Forse, mangiata. Desirée, adescata, drogata, violentata, abbandonata alle ombre della morte…E mille e mille come loro. Stuprate nelle guerre, nelle invasioni, nelle case, nelle famiglie, nei dispetti, nelle malattie…Bambine, ragazzine, giovinette, donne, perfino anziane. Tutte da rispettare, da proteggere, da accompagnare. E, invece, sventrate come agnelli da sacrificio. Maciullate dai colpi di uomini impregnati di colpe. Inzuppati di colpe. Infangati di colpe! Che dolore! Oggi, qualcuno mi ha chiesto se conosco l’odio. Purtroppo, no! Non lo conosco. Non più. Ho disimparato a conoscerlo, abbracciando Gesù Cristo e accettando le ninnananne della Sua Santa Mamma. Però, so. So che non so perdonare. Questa pletora di maledetti assassini, non so e non voglio perdonarla. Questa canaglia di infami non deve conoscere pace. Non c’è purgatorio, per un peccato così scellerato. E, dunque, che inferno sia! A partire da questa vita terrena. Arrestateli, rinchiudeteli in una cella senza porte e consegnateli alle pene peggiori. Senza pïetas. Senza preghiere. Senza umanità. Ché, tanto, non la riconoscerebbero. Non la saprebbero apprezzare. E sarebbe sprecata. E, se è vero che i demòni non hanno un solo colore, non parlano una sola lingua, non professano una sola fede (se mai ce l’hanno), è vero anche che il nostro Paese stia pagando un prezzo altissimo per aver inscenato un’accoglienza scellerata e incontrollata di chiunque da ovunque. Senza controlli, senza verifiche, senza buonsenso. Italia, Paese aperto, tanto per citare il titolo di un film del nostro ricco patrimonio artistico. Paese per troppo tempo senza regole e senza ritegno, che ha venduto la propria dignità ai signori del denaro e dell’interesse. Alla malapolitica e al malaffare. Alla prostituzione morale. Schiavi della menzogna massomafiopolitica, abbiamo imbarcato tutti i balordi del mondo, liberandoli per tutto lo Stivale. Oggi, le carni delle nostre bambine ne pagano il peccato. Dio ci perdoni. Se può…

In memoria delle Donne uccise, scrive Sabato 4 ottobre 2014 Nino Spirlì su "Il Giornale". Potrei nominarne mille e mille, ma non ne nomino nessuna. Sono Tutte Una. Tutte le vittime di questi ultimi anni che, Donne, pagano la furia dell’Uomo. Muoiono per gelosia, possesso, sesso, “troppa emancipazione”, superficialità, e chissà per quanto altro. Cadono sotto ogni arma. Dalla pistola alla mano, dalla pietra all’acqua del lago, dall’automobile al burrone in montagna. Cadono come piume nell’aria, o come querce abbattute. Si spengono vite, sogni, sorrisi e urla. Restano attoniti, i figli. Le madri. I padri. A volte, i mariti. Sempre, gli amici. Vengono ingoiate, le donne, dal calendario, sempre più spietato verso di loro. Sembra non trovare pace, questo tempo di violenza spietata. Basta una meches, o una gonna più corta, o, a volte, un paio di orecchini più luminosi. Basta un’uscita con gli amici. O una risposta data male. Basta, ormai, solo essere donna per caricare l’arma e farla funzionare. Non sono mai stato “un femminista”: sono sempre dell’idea che non sia necessaria la lotta estrema. Già non la faccio per l’omosessualità…Ma ho sempre guardato con rispetto e devozione verso le donne. Ritengo che quel primo nostro progenitore fosse proprio più femmina che maschio. Altrimenti, non avremmo potuto esserci. Del resto, già nella Bibbia, quella vera e non manipolata da mille mani in malafede, si parla del primo creato, una sorta di essere ermafrodito, dal doppio bagaglio genetico…E molte delle prime divinità, lo erano. E, dunque, è così che mi piace pensare: che la radice di tutto sia stata femmina. Anche la nostra religione, tanto per non essere fraintesi, pone in alto, nei Cieli, a fianco al Padre e al Figlio, la regina degli uomini e degli angeli. Lei, Maria, sposa e madre di Dio, e, dunque, Dio Ella stessa. Ah, se potessero ricordarlo tutti quei folli che, della Donna, stanno facendo scempio ovunque. Vittime da vive e da morte. Puttane sfruttate, operaie maltrattate, madri dimenticate, mogli picchiate, morte umiliate e derise. Spesso, offese anche da cadavere. A fianco alle tante donne amate e rispettate, milioni di altre vengono schiaffeggiate dall’arroganza e dalla violenza di una società non ancora pronta a considerarle pari, se non superiori, agli uomini. A certi uomini, sicuramente. E il guaio è che, per molte donne, le peggiori nemiche siano proprio le altre donne. Schiave di millenni di sopraffazioni, hanno cervelli coi baffi e i testicoli. A danno della loro stessa femminilità. E di questa confusione muoiono. Cadono come frutta matura, che, toccando terra, diventa terra. Senza ricordo di ciò che è stato. Patisco le immagini dei tg, ma, soprattutto, la spietata ed irrispettosa cronaca inutile delle morti e delle sparizioni. Carne per i palinsesti, mai utile per stanare il colpevole. Patisco le mille pagine delle riviste a prezzo popolare, dentro le quali si intrecciano i finti amori dei finti fidanzati da finto scoop ai veri dolori di famiglie devastate dalla perdita di madri, figlie, amiche, compagne. Patisco il mutismo scellerato della Giustizia. Fra me e mia Madre, di cui son parte.

Desirée, Pamela, Sara e le altre: una mattanza senza fine, scrive Adriana De Conto giovedì 25 ottobre 2018 su Il Secolo d’Italia. Il corpo abbandonato su un lettino e una coperta tirata fin sulla testa. E’ stata trovata così Desiree Mariottini, la giovane di 16 anni morta in uno stabile abbandonato nel quartiere di San Lorenzo a Roma, una zona franca lasciata languire nel degrado. Una storia di droga, di spaccio, di fragilità e di immigrazione clandestina fuori controllo. Una vicenda che purtroppo riporta alla mente altre morti altrettanto tristi: le vittime sono tutte giovanissime. Una mattanza. L’ultimo episodio risale a meno di un mese fa. E’ il 3 ottobre quando nei bagni della stazione dei treni di Udine viene trovato il corpo di senza vita di Alice Bros, una sedicenne di Palmanova. E’ morta per overdose. Per la giovane proprio giorni fa la cittadinanza di Udine ha fatto sfilare ua fiaccolata, perché il suo ricordo non venga offuscato. Cinque mesi prima un’altra terribile morte: quella di Sara Bosco, 16 anni. L’8 giugno la ragazza di Santa Severa viene trovata senza vita su un lettino in uno dei padiglioni abbandonati dell’ospedale romano Forlanini. La morte sarebbe da ricondurre anche in questo caso a una dose letale. La giovane era fuggita da una comunità di recupero. Risale al 2 maggio il caso precedente, quello di Amalia Voican, 21 anni. In questo caso il corpo è straziato: divorato da topi e da altri animali. La ragazza, originaria di Civita Castellana, era scomparsa da casa da tempo. Anche lei muore in uno stabile abbandonato della Capitale, questa volta nel quartiere San Giovanni. E il degrado lascia il posto alla ferocia nella storia di Pamela Mastropietro: il 31 gennaio 2018 il corpo di Pamela, brutalmente sezionato da un branco di nigeriani, viene ritrovato in due valige nella zona di Pollenza, in provincia di Macerata. La 18enne romana si era allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti dove era in cura: ha trascorso le sue ultime ore nell’appartamento di uno spacciatore che ha abusato di lei prima o dopo la morte.

Desirée Mariottini, vittima due volte: stupro e femminicidio più strumentalizzazione politica, scrive il 25 ottobre 2018 Eretica su "Il Fatto Quotidiano". Desirée come Pamela. Se non ci fossero di mezzo gli immigrati se ne parlerebbe tanto? Se gli stupratori assassini fossero stati bianchi e italiani avrebbero dedicato a queste vittime di violenza di genere le prime pagine sui media? Gli italiani commettono più del 93% di stupri e gli immigrati meno del 7%. La maggior parte degli stupri avviene in casa, per mano di parenti, padri, zii, fratelli, ex fidanzati, ex mariti, conoscenti. Molti tra questi non sono neppure denunciati. Il sommerso è composto da cifre che almeno valgono il triplo degli stupri denunciati. Lo stupro è violenza di genere e non violenza etnica. E’ realizzata contro un genere al quale viene imposto il ruolo di oggetto sessuale ad uso di uomini di qualunque colore, etnia, religione. Quel che serve per prevenire questi crimini è prendere sul serio la cultura dello stupro e combatterla. Quella cultura è visibile ogni volta che una ragazza non viene creduta, quando si dice che dato che aveva bevuto se l’era cercata e se la sarebbe cercata anche se in minigonna, in giro ad ore sconvenienti, assieme a tanti bei fanciulli ciascuno dei quali viene supportato dalle famiglie e da tutti gli abitanti della cittadina, di volta in volta diversa ma esattamente con la stessa quantità di gente che intimidisce e minaccia e insulta la ragazza che ha denunciato. Quante volte abbiamo visto ragazze stuprate essere due volte vittima, la prima durante lo stupro e la seconda quando sono costrette ad essere processate in tribunale da parte di chi indaga sulle sue abitudini sessuali, sulla sua avvenente presenza o sulla sua presunta facilità nelle relazioni. Processi che si estendono ad ogni marciapiedi e ogni casa nei luoghi in cui famiglie arrabbiate stanno lì a proteggere i branchi di stupratori. Quante volte abbiamo visto che attorno a stupri che coinvolgono figli di papà, bianchi, etero, italiani, si realizza un silenzio orribile. Omertà, difesa a oltranza, amici e amiche degli stupratori che perseguitano la vittima sul web, nelle strade, ovunque, per farla demordere e farle attenuare le accuse. E’ successo anche questo, mille e più volte. L’unico momento che ha una ragazza per essere creduta è quando l’ha stuprata un branco di immigrati e, ovviamente, quando muore per mano degli stessi stupratori. A quel punto c’è chi strumentalizza, c’è chi usa i corpi delle vittime per diffondere allarmismo, psicosi, isteria collettiva. Per generalizzare, per fare in modo che si dica che tutti gli immigrati, i rifugiati, i richiedenti asilo, di qualunque età e sesso, farebbero meglio a crepare in mare giacché secondo i razzisti quelle persone sarebbero solo un branco di criminali. Quando un cittadino dice che “da un italiano posso accettarlo, da uno straniero no” nessuno si scompone. Ma l’idea di massima è questa. Gli stranieri – così dicono i fascisti – non devono toccare le “nostre” donne e, il senso della frase, si racchiude tutto in quel “nostre”. Dichiarando l’appartenenza di quelle donne si reitera la campagna di comunicazione che Mussolini & Company divulgava per giustificare la colonizzazione di paesi del Nord Africa. Che importanza può avere il fatto che i fascisti colonizzatori, italiani, da quelle parti, stuprassero delle bambine di dodici anni. La cultura dello stupro è quella contro cui combattiamo ogni giorno perché è così che si previene lo stupro. Quando i razzisti spostano l’attenzione sull’immigrato di fatto delegittimano la lotta contro la violenza di genere. Perché i razzisti negano l’esistenza di quel tipo di violenza e perché negano anche il fatto che lo stupro sia in primo luogo un delitto legittimato dai loro “la violenza di genere non esiste” o “la cultura dello stupro non esiste” o “le vere vittime sono gli uomini”. E quando si esercitano nella negazione di una violenza che le donne subiscono da secoli diventano complici e fanno di tutto affinché sia ripristinato il privilegio maschile. Da chi condanna ogni libera scelta delle donne, sulla gestione del proprio corpo, sulla propria sessualità, come quando i razzisti appoggiano mozioni contro l’aborto, contro la contraccezione e contro le famiglie omogenitoriali, cosa ci si può aspettare di più? Non c’è un vero interesse nei confronti delle donne violentate. Non sanno chiamare per nome un delitto che ha le caratteristiche del femminicidio. Non gliene frega un tubo di quello che ci succede e non si può biasimare chi dunque scorge della malafede nell’improvvisa attenzione dei leghisti e dei fascisti nei confronti di una vittima di stupro e femminicidio. Quello che appare chiaro è che tu, donna, per essere creduta devi essere stuprata da uno straniero, solo così fingono di crederti, solo così sospendono le critiche che in altre occasioni ti avrebbero gettato addosso, sulle tue abitudini, sul fatto che stavi lì, a quell’ora e che avevi assunto stupefacenti. Se lo stupratore fosse stato un italiano pensate a cosa avrebbero detto della vittima. Il victim blaming, la colpevolizzazione della vittima, è uno dei modi per alimentare la cultura dello stupro. Chi oggi sta usando la morte di queste vittime lo fa per legittimare le proprie scelte politiche, i divieti di sbarco, l’arresto del sindaco di Riace, la solidarietà diventata reato, l’assenza di empatia per le tante morti di uomini, donne e bambini nel mar mediterraneo. Perché preferiscono farli annegare che vederseli intorno. E tutto quel che fanno serve a far in modo che tu, tu e anche tu siate d’accordo. Se vi dicono che stanno arrivando gli stupratori voi direte che è un bene che non sbarchino nella penisola. Vi sentite con la coscienza a posto, anche quando i bambini figli di stranieri vengono discriminati e lasciati digiuni nelle mense scolastiche, anche quando viene rimproverato un prete che ospita rifugiati. Con Desirée c’è qualcosa di più: la destra da sempre avrebbe voluto gettare fango su femministe, militanti antirazzisti e antifascisti, e se è vero che “Gli unici neri che Salvini non sgombera sono quelli di Casapound” è anche vero che egli non vede l’ora di far sgomberare quegli spazi in cui la lotta di chi li attraversa, per rendere quel quartiere, quella città, un posto migliore, è prioritaria. D’altronde dissentono con le scelte del governo e non sono di destra. Dunque via anche loro.

Perciò prima Pamela poi Desirée servono a questo. A noi, le femministe, le antirazziste e antifasciste, che ogni giorno lottiamo contro stupratori di qualunque tipo, sapendo che tutti sono stati nutriti da sessismo e misoginia, a prescindere dai luoghi da cui provengono, fa veramente rabbia che non si dedichi davvero attenzione a queste vittime di stupro e femminicidio. Se Desirée fosse stata stuprata e uccisa da italiani avremmo visto Salvini in passerella, ad acchiappare un po’ di consensi elettorali? Io penso di no. E se ne parliamo in questo modo è per precisare che la prevenzione non passa per la cacciata dei “neri” o per gli sgomberi dei centri sociali. Il punto è l’esistenza della violenza di genere e della cultura dello stupro. Se chi ci governa non si impegna a lavorare su questi punti allora non c’è espulsione o sgombero che tenga. Cacciato via l’immigrato lo stupro resta sempre uno dei peggiori crimini realizzati per lo più al chiuso delle proprie case. La militarizzazione dei territori non serve. Vorrà mandare militari anche nelle case delle tante donne e ragazze e bambine stuprate da parenti e conoscenti? Quello che serve è racchiuso tutto in questo slogan: Le strade libere le fanno le donne che le attraversano e non i militari. Il securitarismo e la repressione non servono alle donne ma, soltanto, a chi fa della paura un’arma di controllo della gente. Il punto è che non possiamo permettere che qualcun@ metta le mani sui nostri corpi, chiunque esso sia. Che si tratti di stupratori o di chi strumentalizza quello che ci succede, i corpi sono nostri e guai a chi ci tocca. Perché se tocchi una di noi allora hai toccato tutte.

“E allora Pamela?” è diventato il nuovo “E allora le foibe?” Scrive laglasnost su Abbatto i Muri il 24 ottobre 2018. Lo stupro è stupro, chiunque sia a compierlo. Qualunque sia il colore della tua pelle, la tua cultura, la tua religione. Se stupri sei uno stupratore, punto e basta. La narrazione tossica di questi anni però è fatta di una strumentalizzazione fascista degli stupri commessi da stranieri (meno del 7%) negando ogni stupro commesso da italioti (un po’ più del 93%). Quello che la destra fa è disinnescare la potenza di chi combatte per difendere i propri diritti e metterti di fronte ad un vittimismo che riguarda proprio loro, gli uomini, quelli fascisti. Non mettono in evidenza le sofferenze della donna vittima di stupro ma continuano a difendere l’onore del maschio italico che difenderebbe le “nostre” (cioè le loro) donne. Lo considerano un attacco al pater familias, al marito, al fidanzato o all’estraneo che ti usa per fini ideologici. Giammai parlano delle donne e delle loro sofferenze, perché la loro empatia si ferma fino al punto in cui spicca il loro pene. Gli stessi che dicono “E allora Pamela?” poi ripetono fino all’ossessione frasi del tipo:

avevi la minigonna e te la sei cercata;

eri ubriaca e te la sei cercata;

sei femmina e dunque te la sei cercata;

varie ed eventuali.

Tutto ciò è stato scritto e riscritto, e non è mai abbastanza in fondo, ma ciò che mi fa imbestialire è il fatto che se io fossi Pamela li avrei fulminati da lassù tempo zero. Allora farò finta per un attimo di essere Pamela, chiudo gli occhi e non vedo il colore della pelle di chi mi ha massacrata. Vedo solo uomini, il loro bisogno di esercitare potere su di me, la totale assenza di empatia, il fatto che non mi guardano come persona ma come oggetto, il loro sessismo, la loro violenza. Tutto ciò è diffuso ovunque e riguarda uomini di qualunque nazionalità e colore della pelle. Le caratteristiche sono identiche per ciascuno di loro (non è vero che se stupra un bianco è più accettabile, come disse un leghista) così come il loro sangue è in ogni caso sempre rosso. Non c’è alcuna superiorità morale in un bianco, etero, fascista perché i valori da difendere quando si parla di stupro sono gli stessi di chi combatte la cultura patriarcale di cui il maschio bianco, etero, fascista, si fa portatore. La cultura dello stupro appartiene a molti uomini a prescindere da tutto. Il fatto che la bianchezza sia considerata segno di purezza è parte di una cultura razzista storicamente diffusa da bianchi che hanno colonizzato paesi stranieri per poi deportarne gli abitanti considerati senza anima né umanità perché di pelle scura. Ma la bianchezza non è un valore aggiunto. E’, casomai, solo un segno che contraddistingue chi possiede privilegi da quelli che non ne possiedono, se non per il fatto di essere uomini che pensano di essere superiori alle donne. Essere bianco, etero, occidentale è un privilegio e chi lo possiede ora dice che vuole la licenza di sparare al migrante e di stuprare le donne perché se stuprate da un bianco esse dovrebbero sentirsi felici. Perciò mi spiace davvero per Pamela, per l’uso sconsiderato che si fa della sua orribile storia, senza considerare la pena dei suoi parenti ma usando la vicenda per istigare odio contro gli stranieri, tutti gli stranieri. Sono tutti dei gran piagnoni questi fascisti e razzisti, perché non c’è giorno che non vengano sulla pagina di Abbatto i Muri, ogni qual volta in cui si parla di stupro e di cultura dello stupro, a dire “E allora Pamela?”. E non lo dicono per Pamela, la cui memoria rispettiamo e di cui abbiamo parlato (di lei e di tutte le vittime di stupro), ma lo dicono per fornire un argomento a supporto della loro necessità di ritenersi vittime delle terribili femministe. Quando dicono “E allora Pamela?” stanno dicendo in fondo “E allora noi?”. Ed è abbastanza per capire che il loro bisogno di attenzioni è tanto e tale da dover misurare più volte la distanza che bisogna prendere da loro. Se poi tenti di discutere con costoro alla fine la discussione si avvita su se stessa, perché sono in malafede e ovviamente ti sputano in faccia gli argomenti seri che tu stai mettendo sul piano della discussione dato che non sanno effettivamente cosa rispondere. Il fatto che essi abbiano madri, sorelle, amiche, non importa perché evidentemente non hanno loro chiesto quanto sessismo abbiano dovuto subire. Se abbiano più o meno paura a girare da sole per la città, non dico la notte, ma anche di giorno. Se e quanto faccia loro piacere stirare, pulire, lavare i piatti. Non fosse che credo la questione sia più complessa di così, giacché il razzismo è profondamente radicato in molte persone, non solo quelle ignoranti e quelli imbecilli, mi verrebbe da dire che il popolo tanto difeso dalla destra è pieno di gente frustrata che sfoga la propria frustrazione sugli stranieri. E’ un fatto che quelli che venivano chiamati terroni oggi votano Lega. E’ un fatto che non esista una memoria storica, anche grazie a chi fa del revisionismo alla Wilson Smith (Orwell, 1984) lo scopo della propria esistenza. E’ dai primi anni ’90 che dico che i leghisti e i fascisti non sono roba da riderci su, ma vanno presi sul serio perché pericolosi. Il fatto che si sia arrivati a questo punto è anche responsabilità di chi si sveglia solo quando vede l’emergenza razzismo, cioè oggi. Come se non ci fossero state aggressioni razziste o fasciste prima d’ora. E allora Pamela? Allora niente. Le ronde razziste non c’entrano niente con Pamela ma immaginano solo di poter controllare i corpi e la sessualità delle donne, non per niente sono antiabortisti e misogini convinti. Non parlateci più di Pamela come fosse la vostra arma per disinnescare l’antisessismo e l’antifascismo. E’ offensivo nei confronti di Pamela e di tutte le vittime di stupro. Grazie. Update: certe strumentalizzazioni fasciste toccano oggi purtroppo la sedicenne stuprata e uccisa a Roma. Esistono sciacalli senza pudore che usano la propria posizione politica speculando su tutto, anzi, su tutte.

DESIRÉE OFFESA: FEMMINISTE CON LE MUTANDE IN PIAZZA, scrive il 26 ottobre 2018 voxnews.info. La povera Desirée è vittima due volte. Prima degli stupratori africani col permesso umanitario, ora anche di chi se ne frega di lei se non nell’osceno tentativo di rovesciare la realtà, cercando di pasteggiare sul suo cadavere. Il meglio di questo peggio lo danno le presunte femministarde dell’associazione Non una di meno, che già l’altro giorno hanno difeso chi l’ha stuprata parlando di "discriminazione". Oggi hanno tenuto una piccola manifestazione a San Lorenzo: Con le mutande in mano dove hanno stuprato una ragazzina. Con deliranti tesi sul ‘patriarcato’: se ci fosse il patriarcato, Desirée non sarebbe finita come è finita. E’ proprio il mix esplosivo tra un Occidente decadente e la penetrazione di un’immigrazione patriarcale ad avere ucciso Pamela e Desirée. Non sono gli uomini che stuprano: sono gli immigrati. Lo dicono le statistiche. Tutta l’ideologia radical chic è una malattia mentale. E’ negazione della verità.

Ora gli ultrà dell'accoglienza vogliono imbavagliare Salvini. L'omicidio di Desirée è figlio dell'accoglienza indiscriminata e dei permessi facili. La sinistra, anziché fare mea culpa, se la prende con Salvini: "Sciacallo", scrive Andrea Indini, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". I fan dell'accoglienza si sono attaccati ai megafoni per sbraitare contro Matteo Salvini. Mentre l'Italia piange Desirée Mariottini, la ragazzina ammazzata da un branco di immigrati dopo due giorni di indicibili violenze e stupri, la sinistra se la prende con il vice premier leghista perché si sta spendendo in prima persona per assicurare alla giustizia le bestie che hanno ucciso la 16enne di Cisterna di Latina. Lo tacciano di essere "uno sciacallo" e gli consigliano addirittura di "usare l'amore anziché le ruspe" per riportare la sicurezza in Italia. E così, in un corto circuito senza precedenti, sul banco degli imputati anziché finire stupratori finisce il ministro dell'Interno. Davanti al corpo senza vita di Desirée, chi per anni ha fatto il tifo per l'accoglienza indiscriminata dovrebbe avere il ritegno di tacere. Il branco che la ha seviziata e ammazzata era formato da immigrati, tutti africani, senza permesso di soggiorno o con il foglio di via in tasca. Per un po' sono riusciti a rimanere in Italia grazie a un'invenzione della sinistra: una sorta di lascia passare per motivo umanitari che con il decreto Sicurezza da poco approvato Salvini ha stralciato. Poi hanno iniziato a delinquere a destra e manca e il permesso gli è stato stralciato. Ma loro non hanno lasciato l'Italia e hanno continuato a delinquere come se niente fosse, finché poi non sono stati arrestati per l'omicidio di Desirée. Quelli che per anni hanno predicato le politiche dei porti aperte e hanno regalato passaporti a chiunque, anziché fare mea culpa, se la vanno a prendere con Salvini. In primis Laura Boldrini che sui social network lo accusa di "trasformare il dolore per la povera Desirée in un set cinematografico in diretta Facebook". "Vada a lavorare nel suo ufficio al Viminale - scrive l'ex presidente della Camera - e metta in campo misure concrete per la sicurezza di tutti e tutte. Io sto coi cittadini e le cittadine che non sopportano più degrado, incuria e violenza". La Boldrini non è certo l'unica a ribaltare la frittata. La lista dei detrattori è lunga e, più viene a galla la crudeltà con cui il branco ha infierito sul corpo di Desirée, più questi provano a distrarre l'opinione pubblica attaccando il Viminale. Questa mattina, per esempio, Matteo Orfini ha postato un tweet al vetriolo: "Salvini, smettila di fare lo sciacallo e inizia a fare il ministro, se ne sei capace". E, insieme a lui, tutti i dem il Pd stanno usando la tragedia di Desirée per sostenere che ci vogliono più controlli in città. Sono gli stessi che, quando Salvini aveva lanciato l'operazione "Scuole sicure" per contrastare lo spaccio nei licei, si erano opposti parlando di "militarizzazione dei quartieri". Cecile Kyenge, poi, se la va a prendere con chi "tenta di strumentalizzare a proprio vantaggio, attraverso beceri tentativi di propaganda politica". E ancora: mentre il ministro dell'Interno invoca la castrazione chimica per chi stupra e l'espulsione per gli stranieri, Roberto Fico parla di inclusione sociale. "Anche nei momenti difficili non ci vogliono ruspe - spiega il presidente della Camera - ma più amore e fatica nelle idee e nella partecipazione. Essere costantemente nei quartieri difficili senza lasciare mai nessuno solo". Le piazze riflettono la stessa ideologia bieca della sinistra. Oggi l'Anpi ha marciato tra le vie del quartiere San Lorenzo non tanto per chiedere giustizia per Desiree, ma contro la "deriva fascista". Lo stesso avevano fatto i centri sociali, la rete studentesca e i movimenti femministi giovedì scorso, quando Salvini si era recato davanti allo stabile abbandonato, dove era stata ammazzata la 16enne, per deporre una rosa. "Sciacallo, sciacallo - hanno urlato gli antagonisti - vattene dall'Italia". Ai lati della strada, invece, i residenti lo avevano applaudito chiedendogli aiuto con un "Salvaci, Matteo! Il quartiere è con te" che sapeva di implorazione. Un'istantanea plastica della cecità della sinistra che, anziché vedere i problemi reali del Paese, se la prende con il suo antagonista politico.

Salvini adesso "spegne" Fico: "Serve amore? Sono bestie". Dopo lo stupro di una ragazza in un centro di accoglienza, interviene il ministro degli Interni: "Carcere ed espulsione", scrive Franco Grilli, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". Lo stupro di una ragazza all'interno del centro di accoglienza di Ragusa ha riaperto le polemiche sui casi di violenza legati all'ingresso sul nostro territorio di immigrati. Di fatto dopo il caso di Desirée Mariottini stuprata e uccisa da un branco di immigrati a Roma e la violenza sessuale subita da una ragazza da parte di un mediatore culturale gambiano, arriva la presa di posizione dura del ministro degli Interni, Matteo Salvini: "Ragusa, 'mediatore culturale' del Gambia arrestato per aver violentato un'ospite del centro immigrati e averla picchiata a sangue per non farla parlare. Grazie alla polizia di Stato per l'intervento. Se colpevole, per questa bestia (gli animali sono meglio) carcere duro ed espulsione, altro che risolvere il problema con amore, gessetti, girotondi o sorrisi...". Parole forti quelle del titolare del Viminale che di fatto ha anche risposto tra le righe anche alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico che sul caso di San Lorenzo ha espresso una posizione chiara riferendosi direttamente a Salvini: "La coesione sociale - ha detto Fico - è il mezzo fondamentale per costruire tutto il resto della comunità solidale e un'economia sana e forte. Anche nei momenti difficili non ci vogliono ruspe ma più amore e fatica nelle idee e nella partecipazione. Essere costantemente nei quartieri difficili senza lasciare mai nessuno solo". Ora è arrivata la risposta di Salvini. E a quanto pare lo scontro tra il ministro e una parte dei Cinque Stelle resta aperto.

L'Anpi in piazza per Desirée? No, contro la "deriva fascista". La Meloni attacca i partigiani: "Sono allibita", scrive Angelo Scarano, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". Iniziata la manifestazione organizzata dall'Anpi provinciale di Roma, insieme alle associazioni e ai movimenti territoriali di San Lorenzo. L'evento si sta svolgendo in Piazza dell'Immacolata e, come riportato dai partecipanti, mira ad essere una risposta concreta al clima di odio e violenza che si sta generando nel Paese. "Abbiamo preso questa piazza, assieme al movimento femminista e alle associazioni del quartiere di San Lorenzo, perché non tolleriamo più strumentalizzazioni di chi reagisce ai delitti, come quello della giovane Desirée, solo quando l'aggressore è straniero", dichiara il Presidente Anpi di Roma, Fabrizio De Sanctis. "Esprimiamo solidarietà alla famiglia della giovane ma non accettiamo le strumentalizzazioni dei movimenti di destra, di cui auspichiamo lo scioglimento, e neanche della politica". La discesa in campo dei partigiani non è piaciuta per nulla al presidente dei Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. Che su Twitter ha scritto: "L'Anpi oggi in piazza a San Lorenzo. Per chiedere giustizia per Desirée, ammazzata e stuprata da un gruppo di immigrati? Ma no, contro la "deriva fascista". Sono allibita". Intanto, un gruppo di alcune decine di militanti di Forza Nuova, guidato dal leader nazionale Roberto Fiore, è partito dalla sede della formazione di estrema destra per una camminata in direzione San Lorenzo, per manifestare in memoria di Desirée Mariottini. Al termine della passeggiata si svolgerà un presidio a piazza di Porta Maggiore. Prima di partire ai militanti è stato rivolto un appello dai dirigenti del partito di "attenersi alle indicazioni ed evitare cori ed iniziative personali".

Centri sociali, collettivi e femministe, chi c'è dietro l'odio su Salvini. Attimi di tensione nel quartiere romano di San Lorenzo dove il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è stato bloccato da centinaia di militanti dei centri sociali. E sulla morte di Desirée i collettivi difendono i migranti: "Non è una questione di immigrazione", scrivono Alessandra Benignetti ed Elena Barlozzari, Mercoledì 24/10/2018, su "Il Giornale". “Che schifo quei quattro idioti dei centri sociali che dimostrano di preferire caos a ordine, spacciatori a poliziotti”. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, commenta telegrafico la mattinata odierna e l’accoglienza ricevuta da centri sociali e collettivi universitari. San Lorenzo, d’altronde, è casa loro e non ci hanno messo molto ad organizzarsi. Verso mezzogiorno erano già ammassarsi davanti allo stabile di via dei Lucani, dove sabato scorso è stata trovata senza vita Desirée Mariottini, di appena sedici anni. Hanno aspettato il “fascista” e “dittatore” sotto il sole a picco con un solo obiettivo: “No pasarà”. Soprattutto nel quartiere simbolo della Resistenza. Chissà se Salvini, quando ha annunciato il sopralluogo in un post su Facebook, immaginava che razza di comitato di benvenuto si sarebbe trovato davanti. Probabilmente no, altrimenti non avrebbe portato con sé quel fiore bianco, convinto di riuscire a deporlo di fronte alla palazzina che ha inghiottito Desirée. Un gesto di umana pietà, ma anche un segnale: “Sono venuto qua per impegnarmi con la gente che non vuole lo spaccio e il racket”, ha detto. Ma di fronte alla cancellata degli orrori, il leader del Carroccio, non ci arriverà mai. Una barriera umana lo ha respinto, come un muro di gomma, da dove è venuto. Non lo vogliono. Lo chiamano “sciacallo” e “razzista” perché “è qui solo per raccogliere consensi accanendosi contro i deboli”. Ne è sicura una delle femministe di Non una di meno. Il movimento che, a livello mondiale, si batte contro la violenza sulle donne, non poteva mancare. Peccato che, invece di scagliarsi conto i carnefici di Desirée, la nostra suffragetta se la prende con il numero uno del Viminale. "È qui per soffiare sulle paure della gente - spiega Martina, ventiseienne studentessa di Lettere a La Sapienza - e il colore della pelle non c’entra, non c’entra neppure la cultura, né l’estrazione sociale". Insomma, sarebbe tutta una questione di genere: “La violenza – dice – la fanno gli uomini contro le donne”. Ragiona in maniera simile anche un’altra “compagna”. Per lei, il problema non sono gli immigrati, “poverini”. “Solo che vengono discriminanti dalla società, nessuno li aiuta e sono costretti a vivere allo stato brado: di conseguenza reagiscono come animali chiusi in gabbia”. Salvini, comunque, aveva messo in chiaro che “le bestie assassine, di qualunque nazionalità siano", sarebbero marcite in galera. Evidentemente non è bastato. Anche perché, sennò, l’Anpi (che oggi era in prima fila) contro chi scenderebbe in piazza? Ma c’è da scommettere che la cosa che meno viene perdonata a Salvini è quel piano sgomberi che ha fatto saltare sulla sedia i coordinamenti rossi che controllano la maggior parte delle occupazioni abusive della città. Oggi è tornato sull’argomento, non risparmiando una stilettata ai suoi contestatori, parlando di “100 palazzine in queste condizioni, con delinquenti che difendono le occupazioni abusive e lo spaccio”. L’atmosfera si raffredda solo quando il vicepremier si allontana. Hanno vinto una battaglia, ma la guerra non è finita. È lo stesso Salvini a lanciare il guanto di sfida: “Tornerò a San Lorenzo per incontrare i residenti”, promette. Stavolta però tornerà “con la ruspa”.

Desirée, la mamma di Pamela: «Qui i veri razzisti sono gli immigrati», scrive Venerdì 26 Ottobre 2018 Raffaella Troili su "Il Messaggero". Oggi si parla di Desirée ma il pensiero corre a Pamela. Drogate, stuprate entrambe. Lasciate morire. Era gennaio, la giovane romana era fuggita da una comunità di recupero di Macerata. A lei i carnefici, extracomunitari anche loro, non risparmiarono nemmeno lo scempio del corpo, fatto a pezzi e lasciato in una valigia sul ciglio della strada. Altro orrore da ingoiare, Alessandra Verni ha gli occhi verdi e lucidi. E un'idea da portare a termine. «Voglio parlare con la mamma di Desirée, perché so molto bene quello che sta provando in questo momento, perché so che posso aiutarla».

Dopo sua figlia, un'altra vittima. Anche stavolta hanno approfittato di un momento di fragilità.

«Un'altra ragazzina, speravo non succedesse più, spero che adesso qualcosa si muova davvero».

L'immigrazione spesso fuori controllo secondo lei ha portato a questo?

«Senta, qui si parla ancora di razzismo. Io e Pamela non eravamo razziste, ma quando mai. I razzisti sono loro, gli extracomunitari, che non si integrano. Noi li accogliamo, sono loro che non ci accolgono. In una intercettazione come dicevano? Abbiamo una bianca da stuprare. Una bianca capito».

E un'altra vita è stata spezzata, un'altra famiglia è distrutta. Fuorvianti secondo lei le connotazioni politiche di questa vicenda?

«Sì fanno tante manifestazioni antirazziste, ma piuttosto difendessero i nostri figli».

Come va avanti?

«Mi sta salvando la fede. Io Pamela la sento, mi manda segnali. Ora penso anche a Desirée, ridotta in quel modo. E alla sua mamma. Lo so solo io come sta».

Ridotta in quel modo nel cuore della città.

«Sì, appunto, a San Lorenzo: in un posto, in un contesto di degrado sociale che andava evitato, si poteva evitare. Anche stavolta non mancano gli imbecilli che dicono che se l'è andata a cercare, quasi che la colpa è della vittima e non del carnefice. Basta. Ora basta con lo giustificare questi atti, basta chiudere gli occhi di fronte a dati che sono oggettivi: sono tutti immigrati i protagonisti dei più orribili fatti di cronaca degli ultimi tempi».

Suo fratello, l'avvocato Marco Valerio Verni, parla del risultato di una politica migratoria fatta in modo criminale.

«Io credo che non si può morire nel centro di Macerata, a San Lorenzo a Roma, come a San Giovanni: ci siamo dimenticati della povera Amalia Voican, trovata morta a maggio in una casa demaniale abbandonata, il corpo decomposto, le hanno dormito accanto mentre gli animali le rosicchiavano il viso».

Da San Giovanni a San Lorenzo, una scia di orrore e giovanissime vittime.

«Due quartieri centrali dove esistono sacche di degrado paurose. È vergognoso. Questa non è integrazione. Stavolta è toccato a Desirée».

Tra un mese esatto è fissata l'udienza preliminare a carico di Innocent Oseghale, il pusher nigeriano accusato di aver ucciso sua figlia Pamela Mastropietro. Lei e il suo avvocato avete già espresso molti dubbi sul fatto che solo a lui siano stati contestati i reati di omicidio volontario, vilipendio, occultamento di cadavere e violenza sessuale.

«Ho chiesto più volte che indagassero più a fondo, sopravvivo per dare giustizia a mia figlia e ora me la aspetto davvero. Non mi arrenderò mai. Aspettiamo fiduciosi, anche se il tempo per studiare le carte è poco. E se avremo delle domande da fare in quella sede, siano tutti certi che le faremo».

E se ne rientra nel negozio, veloce, minuta, un sorriso triste e uno sguardo d'intesa. «Ah, stasera c'è la fiaccolata. Per Desirée, a San Lorenzo...».

Desirée, residenti contro centri sociali: "Non si azzardino a venire al funerale". Una settimana dopo la morte di Desirée Mariottini, la piazza simbolo del quartiere romano di San Lorenzo si divide ancora: da una parte gli attivisti dei centri sociali e dall'altra i residenti che stanno organizzando delle ronde per liberare la zona dai pusher, scrivono Elena Barlozzari ed Alessandra Benignetti, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". Nel giorno dell’arresto in una baraccopoli di Borgo Mezzanone della quarta belva che ha stordito, stuprato e poi lasciato morire Desirée Mariottini, la piazza simbolo del quartiere romano di San Lorenzo si divide ancora. Da un lato ci sono gli attivisti del Nuovo Cinema Palazzo. Femministe e militanti dei centri sociali che puntano il dito contro il “patriarcato” e contro chi “strumentalizza” la tragedia della sedicenne di Cisterna di Latina. “Se sei dei Parioli o vieni dal Ghana non stuprare una donna”, si legge sui cartelli che sfilano per le vie di San Lorenzo, da piazza dell’Immacolata allo stabile abbandonato di via dei Lucani dove Desirée è stata trovata senza vita la settimana scorsa. Insomma, in questa vicenda “l’immigrazione non c’entra”, torna a ribadire la sinistra antagonista. I protagonisti di questa storia, però, sono tutti migranti. I senegalesi Mamadou Gara e Brian Minteh, il nigeriano Chima Alinno e il ghanese Yusif Salia, secondo gli inquirenti, sapevano che la dose fornita a Desirée sarebbe stata mortale. Quando la ragazza ha iniziato a stare male non l’hanno soccorsa. Anzi, hanno iniziato ad abusare di lei, per poi abbandonare il suo corpo esanime tra le mura squallide e sporche di quel vecchio cantiere. Appoggiati al muretto della chiesa di Santa Maria Immacolata, invece, ci sono i residenti. “Siamo venuti a vedere cosa fanno, ma noi con questi non ci mischiamo”, mettono in chiaro alcune donne. Ci sono anche loro in prima linea per liberare il quartiere dai pusher. Non sono “ronde” precisano. “Scenderemo più spesso in strada e se troveremo qualcosa che non va avviseremo la polizia o, nel peggiore dei casi, interverremo di persona”, spiega un uomo sulla cinquantina. Una delle sue figlie ha la stessa età di Desirée. “Certo che sono preoccupato per lei - ci confessa – qui è diventata terra di nessuno, spaccio e risse sono all’ordine del giorno”. “Nascondono la droga nelle nostre macchine, tra le ruote e i paraurti, conoscono i nostri orari ormai, per quello stanno tranquilli”, racconta una mamma. “Ti fermano per strada, danno fastidio alle ragazzine – continua un diciottenne della zona – a me hanno scippato la catenina d’oro e una volta mi hanno puntato un coltello contro”. Il clima nel quartiere dove la sedicenne di Cisterna è stata violentata e uccisa resta da Far West. E se il presidente della Camera, Roberto Fico, contrappone “l’amore” alle “ruspe”, i sanlorenzini non ci stanno e invocano più controlli da parte delle forze dell’ordine. “La polizia si vede solo di mattina, ma lo spaccio c’è a tutte le ore, soprattutto di sera”, denuncia Patrizia, la proprietaria di un bar all’angolo tra via degli Equi e via dei Volsci. È tra le ultime persone ad aver visto Desirée prima che morisse. “È venuta qui giovedì mattina a fare colazione, era lucida ma un po’ agitata perchè le avevano rubato il cellulare”, ci racconta. “Poi si è seduta qui fuori, sulla panchina, e dopo un po’ è andata via”. “Da donna ho paura”, ammette Patrizia che, tra un caffè e l’altro, ci rivela anche di tenere sempre un bastone a portata di mano sotto il bancone. “Qui resta pieno di balordi”, dice scuotendo la testa. “Ronde o passeggiate per la sicurezza non importa, se le fanno, fanno comunque bene”, è convinta. “Non serve tanto per riportare un po’ di ordine, bastano una ventina di persone robuste per cacciare gli spacciatori”, dice un ragazzo di zona. “Anche se loro sono tanti, noi - è pronto a giurare - non abbiamo paura di nessuno”. Per lui e per gli altri residenti, a speculare sulla tragedia di Desirée non sarebbe il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ma i centri sociali. “Come al solito hanno fatto una figuraccia, vengono qui a fare politica e non hanno nessun rispetto per la memoria di questa ragazza”, accusa la gente del quartiere. E c’è anche chi sostiene che la famiglia della giovane abbia già dato direttive precise. “Collettivi e femministe farebbero bene a non presentarsi al funerale di Desirée perchè – ci dicono – la famiglia non la prenderebbe bene, è già molto arrabbiata”. Ad una settimana dalla morte della sedicenne, l'atmosfera resta tesissima. E lo scontro politico rischia di infiammarsi ulteriormente nella giornata di oggi, con l’Anpi e il presidio “Con i migranti per fermare la barbarie” che si contrapporranno ai militanti di Forza Nuova, che hanno deciso di sfilare proprio a San Lorenzo nonostante polemiche e divieti.

Da Libero Quotidiano del 27 ottobre 2018. Il commento di Gad Lerner sulla tragica morte della 16enne Desirée Mariottiniha scatenato ferocissime polemiche sui social. Il giornalista ha scritto su Twitter: "Dopo Pamela Mastropietro guardiamo attoniti la vita e la morte di Desirée Mariottini: dipendente da eroina, figlia di spacciatore italiano e madre quindicenne, vittima di pusher immigrati. Vicende tragiche che dovrebbero suggerirci qualcosa di più e di diverso dell'odio razziale". Lerner ci ha tenuto a sottolineare che la ragazza fosse figlia di uno spacciatore italiano, come se il dettaglio potesse cambiare la gravità di quanto ha subito la ragazza, e solo a margine si ricorda di citare i "pusher immigrati", che sono i veri carnefici della giovanissima di Cisterna. In tanti lo accusano di aver scritto "una cosa vergognosa", "vomitevole", altri che accusano Lerner di giustificare gli stupratori dando più peso alle vicende familiari di Desirée. Tanto che qualcuno gli scrive: "Ci manca che scriva 'se l'è cercata' o 'alla fine vedete che è colpa sua'". L'ennesimo scivolone.

Boldrini, Lucarelli, Lerner e il grullismo ideologico, scrive Augusto Bassi il 28 ottobre 2018. Il sinistro raglio del catechismo nonpensante è ineluttabilmente arrivato, come annunciato. La patetica goffaggine del rovesciamento ideologico della verità, della realtà, ha il suono somaro della dissonanza cognitiva e guizzo nemertino nei riflessi pavloviani della Boldrini, di Lerner, della Lucarelli, serpeggiando pestilenzialmente fra i nostri avamposti multimediali. «Anzichè trasformare il dolore per la povera Desirée in un set cinematografico in diretta Facebook, il Ministro Salvini lavori nel suo ufficio al Viminale e metta in campo misure concrete per la sicurezza di tutti e tutte. Io sto coi cittadini e le cittadine che non sopportano più degrado, incuria e violenza», scrive Laura. Il gelido ossequio alla vittima – femmina, minorenne, caduta sotto percosse maschili – portato di striscio, di sghimbescio, proprio dalla sposa dello spirito santo femminista, ci ha lasciato sorpresi e contrariati; nessun pensiero carezzevole per quella giovanissima anima sciagurata, nessun flagello verso i ripugnanti usurpatori; solo la foga uterina di chi, con risibile sforzo, cerca un falso colpevole. Per non trovare se stessa. E poi Selvaggia Lucarelli, su Facebook: «Quindi Cucchi che spacciava e si drogava vittima delle forze dell’ordine italiane era un tossico di merda, Desiree che era stata denunciata per spaccio e si drogava vittima di stranieri era un angelo volato in cielo. La doppia morale di tanti italiani». Distillato di grullismo ideologico, che piega la logica all’idea oca, rivelandosi più abbietto di qualunque bullismo. La storia di Stefano Cucchi è narrata in un film: «L’emozionante racconto degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi e della settimana che ha cambiato per sempre la vita della sua famiglia. Solo su Netflix. Primo mese gratuito». Il suo volto martoriato è già icona, effigie tumefatta di un martirio. Non la fine che si meritava un tossico di merda, Lucarelli, ma il martirio di un ragazzo sventurato, caduto tragicamente innanzi alla iattanza poliziesca. Senza dimenticare Carlo Giuliani, come Stefano vittima degli sbirri, che dà il nome a un’aula del Senato della Repubblica. Non un teppistello, ma un eroe della contestazione, un indomabile drago di fuoco giovanile, che oggi sarebbe civilmente in piazza a manifestare contro i fascismi, contro Salvini. Sulla sua storia si sono girati documentari, uno dei quali di F.Comencini; si sono scritti libri, su Giuliani. Perché nel sinistro pattume culturale post-sessantottino, che ha spalancato finestre di Overton sull’impensabile, ciò era possibile; di più: popolare. Mentre Netflix racconterà la storia di nessuna 16enne drogata, volata in cielo. Nessuna aula del Senato per Pamela o Desirée. Questa è doppia morale. Che scrivere, dunque, della tanto celebrata solidarietà femminile? Quando il senatore Vincenzo D’Anna invitava pubblicamente le ragazzine ad avere più cautela nel mostrare il proprio corpo, per non correre rischi inutili, veniva lapidato come gvetto maschilista, come stegosauvo del pensiero. Perché una donna sarà pur libeva di vestive come vuole senza esseve molestata! Ma quando una ragazzina audace di costumi – non un angelo, ma poco più di una bambina – viene mangiata viva da una clandestinità d’importazione che chiede a noi umanità… non un moto di pietà. Non un’invettiva verso la primigenia ferocia dei maschi. Una qualunque donna vittima di stupro e omicidio di gruppo da parte di cittadini italiani porta a magliette rosse e seminari sui femminicidi; grazie a Dio, aggiungiamo. Se poi è una fanciulla forestiera a essere preda dell’uomo indigeno, il caso diviene nazionale. Immantinente difesa, presidiata, consolata, anche fosse per un uovo in faccia, per una frittata democratica. I seminari di cui sopra, che ho ampiamente elencato nella puntata precedente, stimolano le ragazze a riconoscere un’insistenza patologica, un’avance potenzialmente pericolosa, la cinesica di un possibile pervertito. Eppure, le stesse allertate signore, leste a sporgere denuncia per una carezza sotto la coda o per un complimento inopportuno, così implacabili nei confronti della fallocrazia e dei suoi simboli, sembrano poi inconsapevoli dell’inopportunità di accogliere esemplari di maschio scarsamente avvezzi alla creanza, all’urbanità, alla parità fra i sessi; esotici gentiluomini forse troppo ruspanti, che vedono le femmine come bistecche da battere. E magari spezzettare. Selvaggia Lucarelli, cuore delicato, riguardoso, soccorrevole verso qualsivoglia femmina perseguitata, oppressa, nella vita reale come sul web – spesso più vivido e violento della vita stessa – neppure è riuscita a scrivere compiutamente il nome, di Desirée, tale la cura che le ha riservato. Perché con la furia irriflessa dell’ideologia, cretinamente à la page e sedicente “civile”, si è scaraventa dal Carrefour-gate al biasimo verso la doppia morale di tanti italiani. Cieca com’è di fronte alla sua. Per fortuna Oliviero Toscani ci salva da ogni aporia, intervenendo a Radio Capital. In studio, Vittorio Zucconi e un tragico buffone di cui dimentico sempre il cognome; pertanto non Giannini. Ci si affligge per la deriva pentaleghista, ma si parla soprattuto di ignoranza, sulla quale Toscani è effettivamente apprestato. Dopo aver caracollato nello sproloquio… Oliviero giunge alla stoccata: «Diciamolo una buona volta, chi insulta è un coglione!». E diciamolo. In questa fertile semenza di acutissimi analisti del pensiero urico, concludiamo in bruttezza con un’infiorescenza carnivora, Gad Lerner: «Dopo #PamelaMastropietro guardiamo attoniti la vita e la morte di #DesireeMariottini: dipendente da eroina, figlia di spacciatore italiano e madre quindicenne, vittima di pusher immigrati. Vicende tragiche che dovrebbero suggerirci qualcosa di più e di diverso dall’odio razziale». Oh my Gad, che prurigine! Supero il fastidio epidermico perché non è facile scrivere sotto l’assedio di parassiti ematofagi, arduo digitare mentre ci si gratta. Sì, ci suggeriscono qualcosa di più, Lerner: l’odio profondo, ragionato, coltivato, verso la viltà dei protervi, la stupidità degli adulteratori e l’opportunismo dei #farisei.

Differenza Sessuale Nell’accoglienza: Il Dono Che Dobbiamo A Desirée, scrive il 26 ottobre 2018 Marina Terragni. Ieri a Piazza Pulita si è parlato di Desirée. O meglio si è parlato di quasi tutto – degrado urbano, mercato della droga, quartiere San Lorenzo diviso tra salviniani e non salviniani, inerzia delle forze dell’ordine, quantum della manovra economica sul tema sicurezza, probabile imminente campagna elettorale per il sindaco di Roma - tranne che di Desirée. Per “parlare di Desirée” non intendo parlare della sua famiglia disfunzionale, del fatto che venisse bullizzata a scuola per un suo lieve difetto fisico, della sua eventuale tossicodipendenza o che le stesse capitando o meno di prostituirsi in cambio di un po’ di pasticche, fatto eventualmente non sorprendente. “Parlare di Desirée”, così come “parlare di Pamela”, o di Jessica ammazzata a Milano dall’uomo che le dava ospitalità, o di tante altre, significa parlare di ragazze martiri – nel senso etimologico di “testimoni” - della sessualità maschile violenta, dello stupro come dispositivo del dominio. Le vittime di femminicidio sono sempre donne che hanno fatto una mossa di libertà: che si sottraggono a relazioni malate, che disubbidiscono, che non si fanno tutelare da un maschio-padrone, che non si chiudono in casa quando fa buio, o che semplicemente si fidano di uomini e non accettano la parte della preda. Probabilmente Desirée si è fidata dei suoi aguzzini. E gli aguzzini hanno preso questa bambina senza padrone e l’hanno ridotta a cosa morta. Lo stupro è assassinio simbolico, è downgrade di una donna viva verso il non-umano. Qui all’assassinio simbolico è seguito l’assassinio reale, in una sequenza ancora non chiarita. Ma di che cosa si tratti è già chiarissimo: di violenza maschile, funzione del dominio. Su questo non servono ulteriori indagini. Su un’altra cosa va detta la verità (oggi dire la verità contro ogni tentazione di correctness, come insegna il #metoo, è precisamente la cosa che abbiamo da fare): l’immigrazione sregolata comporta dei costi, e uno dei costi che vanno nominati è un carico ulteriore di rischio e di violenza per le donne. Se è vero che il più della violenza avviene nell’ambito delle relazioni familiari, è vero anche che (dati Istat) in Italia il 40 per cento degli stupri viene commesso dall’8 per cento della popolazione, i cosiddetti “stranieri”, e questo è un fatto su cui ragionare. In Svezia – nazione europea con il più alto tasso di violenza maschile - il 95,6 per cento degli stupri commessi tra il 2012 e il 2017 è stato a opera di stranieri, così come il 90 per cento delle violenze di gruppo. Gli autori degli stupri provengono prevalentemente dal Medio Oriente, dai paesi africani e dall’Afghanistan (studio Jonasson-Sanandaji-Springare). Nel dicembre 2017 a Malmö le donne sono scese in piazza protestare contro l’ondata di violenze. Il primo ministro svedese e leader del socialdemocratici Stefan Löfven ha parlato di un “grande problema di democrazia” per il Paese e di un “doppio tradimento” nei confronti delle donne. Uno stupro è uno stupro è uno stupro, certo, chiunque lo commetta. Ma qui ci sono degli stupri in più. Qualunque discorso di accoglienza deve tenerne conto. Indire un corteo che rappresenta la San Lorenzo “solidale” mentre quella bambina attende ancora di essere sepolta non è una grande idea, soprattutto da un punto di vista femminista. Qualcuno potrebbe intendere che quella solidarietà è destinata ai clandestini spacciatori o ai mafiosi nigeriani (in prima linea anche nella tratta delle prostituite), e il malinteso procurerebbe solo altri problemi. Il femminismo non è ancella della destra, ma nemmeno della sinistra, soprattutto di una sinistra confusa e distopica. L’occasione casomai andrebbe colta per una riflessione sulla differenza sessuale nella migrazione e nell’accoglienza. Secondo uno studio della scienziata politica Valerie Hudson l’Unione europea sta accogliendo un numero sempre più alto di giovani maschi: il 73 per cento dei richiedenti asilo è composto da uomini. Circa l’87 per cento degli immigrati arrivati in Italia sono maschi di età compresa tra 18 e 34 anni, e quasi tutti sono arrivati da soli. Trend confermato dagli ultimi dati disponibili (Ministero dell’Interno): nel dicembre 2017 sono sbarcati 2.327 migranti, dei quali solo 255 donne; a gennaio 2018, su un totale di 4189 sbarcati le donne erano 600. In generale l’80-90 per cento dei crimini — con lievi differenze da Paese a Paese — è commesso da uomini giovani adulti. Favorire l’accoglienza delle donne comporterebbe molti vantaggi: per loro, anzitutto, ma anche per le comunità ospitanti, a cominciare dalle donne. Un buon lavoro femminista potrebbe essere proprio questo: lavorare perché le donne migranti - profughe e migranti economiche - godano di una corsia preferenziale. Chiedere che si tenga conto della differenza sessuale nelle politiche di accoglienza e di integrazione.  Quelle donne fuggono da guerre che non hanno dichiarato, da situazioni economiche e politiche che non governano, sono spesso oggetto di violenza sessuale, di sfruttamento e di tratta. In cambio dell’accoglienza portano in dono tutto il loro desiderio intatto di libertà e di un mondo più giusto.  Differenza sessuale nell’accoglienza! Lo dobbiamo anche a Desirée.

"Maometto era pedofilo". Ma la Corte europea: "Non si può dire". Secondo la Corte europea per i diritti dell'uomo non si può dire che Maometto era un pedofilo nonostante avesse sposato una bambina di sei anni, scrive Andrea Riva, Sabato 27/10/2018, su "Il Giornale". La figura di Maometto è una delle più complesse della storia delle religioni. Della sua biografia, però, una cosa ha fatto più scandalo di altre, ovvero il suo matrimonio con una bambina di sei anni. Certo, obietta la narrativa musulmana, sei anni sono pochi, ma erano altri tempi. Ma sei anni sono sei anni, anche se, secondo le cronache Aisha, questo il nome della bimba, avrebbe consumato il rapporto a nove. Ovvero quando il profeta aveva 50 anni. E qui entra in gioco la storia di Elisabeth Sabaditsch-Wolff, un'attivista per i diritti umani che aveva definito pedofilo Maometto. L'accusa della donna, come riporta Libero, risulterebbe però infondata secondo una certa narrativa "in quanto i due erano ancora sposati quando lei aveva 18 anni. Pedofilo sarebbe chi sia attratto solo o principalmente da minorenni". Il punto è che la Corte europea per i diritti dell'omo ha detto che è la signora Elisabeth Sabaditsch-Wolff a sbagliare. In particolare - sottolinea Libero - "si stigmatizza tra l'altro la generalizzazione senza basi fattuali in cui è incorsa la donna".

COME SI CENSURANO LE NOTIZIE SUI CRIMINI DEGLI IMMIGRATI.

 “Migrante uccise mio figlio. La procura ha nascosto tutto”, scrive il 24 settembre 2018 Eugenia Fiore su Gli Occhi della Guerra su "Il Giornale". “Sto lottando per avere giustizia. È questa l’unica cosa che mi tiene ancora in vita”. Mentre ci parla, Karsten Hempel ha due occhi che esplodono di rabbia e dolore. Fanno venire i brividi. Questo uomo sulla sessantina dal modo di fare delicato è un padre che ha perso il suo unico figlio. La cosa peggiore che possa succedere a un genitore, quindi. Ora la sua storia, dopo essere stata soffocata dall’omertà dei principali media tedeschi, arriva in Italia. “Il 29 settembre 2017 mio figlio è stato picchiato a morte da un richiedente asilo siriano davanti a un centro commerciale a Wittenberg. L’episodio – racconta Karsten – è stato ripreso dall’inizio alla fine da una telecamera di sorveglianza dell’edificio”. Dopo aver denunciato il fatto tramite i suoi legali, infatti, Karsten riceve dalla procura di Dessau una copia del filmato. Come si può vedere dalle immagini, la sequenza è piuttosto chiara. Il 29 settembre 2017 verso le 15 Marcus Hempel, 30 anni, arriva al centro commerciale insieme alla sua fidanzata. La coppia parcheggia le bici e si avvia a piedi verso l’ingresso. Intanto i quattro richiedenti asilo siriani sono fermi su un lato. Marcus è già oltre la porta quando uno di loro urla qualcosa. Il trentenne torna allora indietro innervosito. I due iniziano a discutere e a spingersi, fino a quando Marcus tira uno schiaffo al siriano. L’immigrato, a quel punto, si scaglia contro di lui e lo colpisce alla testa. Una, due, tre volte. Al terzo pugno Marcus finisce per terra sbattendo violentemente la testa. Morirà qualche ora dopo in ospedale. “La polizia ha rilasciato subito dopo un comunicato stampa. E questo comunicato stampa -spiega Karsten – corrisponde a quello che si vede nel video, è corretto”. Fin qui, quindi, tutto quadra. Ma ecco cosa succede in seguito. “Tre giorni dopo l’accaduto la procura di Dessau rilascia un comunicato stampa che contraddice completamente quello della polizia e cambia tutto ciò che si vede nel video”. Il pm di Dessau, infatti, archivierà il caso affermando che il richiedente asilo avrebbe agito per autodifesa. “Questo Makus Steeger (il nome del siriano, ndr) non è mai stato arrestato né messo in custodia cautelare. Niente, proprio niente”, spiega Karsten. Il richiedente asilo che ha picchiato Marcus, infatti, è libero e vive tranquillamente in Germania. La polizia l’aveva fermato per circa 24 ore il 29 settembre, ma poi il pm non ha convalidato la misura cautelare. “Io penso che il modo in cui il caso è stato presentato sia stato pianificato fin dall’inizio. Provate a immaginare se, da un momento all’altro, in una città con così tanti turisti si viene a sapere che un ragazzo tedesco è stato ucciso da quattro richiedenti asilo. Ecco, io credo che abbiano voluto nascondere come sono andate davvero le cose”. Secondo la polizia, dunque, Marcus è stato colpito da diversi colpi alla testa. Il pm di Dessau, invece, parla di un solo colpo. “Perché mi vogliono dire che una cosa è blu quando è verde?”, si chiede Karsten. E aggiunge: “Forse il pm non sa contare?”. Il rappresentate del Ministero della giustizia della Sassonia-Anhalt, Hubert Böning (CDU) si rifiuta di prendere una posizione sull’accaduto. L’otto giugno scorso il caso è stato presentato in Consiglio federale da alcuni esponenti dell’Afd. “Ha mai guardato il video delle telecamere di sorveglianza?”, è stato chiesto a Böning. Lui, però, non ha mai risposto a questa domanda. I mesi passano e, a un anno dall’accaduto, Karsten Hempel non è ancora riuscito a portare il caso a processo. L’indagine è stata ora consegnata alla Procura di Magdeburgo. Intanto i media nazionali restano in silenzio.  Alcune testate locali come il WittenbergerSonntag, invece, hanno attaccato Marcus Hempel definendolo un “nazista dichiarato”. Solo due settimane fa, un ragazzo tedesco di 22 anni è morto dopo essere stato coinvolto una rissa con due richiedenti asilo afghani. I media tedeschi parlano di un “decesso per arresto cardiaco” non direttamente collegato alle lesioni della colluttazione. Il 22enne, però, aveva delle costole rotte e il cranio fratturato.  A fine agosto, invece, un cittadino tedesco-cubano ha perso la vita dopo essere stato accoltellato. Per l’omicidio sono stati fermati due richiedenti asilo. Ma il 18 settembre l’immigrato iracheno – il principale sospettato – è stato rilasciato dalle autorità tedesche.  “Nessun testimone l’ha visto dare delle coltellate”, ha scritto il suo avvocato in una nota. 

Immigrazione e manipolazione: come i media tedeschi hanno falsificato la realtà, scrive Giampaolo Rossi il 4 agosto 2017 su "Il Giornale". È un atto di accusa senza precedenti quello contro i media tedeschi: nel pieno dell’emergenza migranti, tra il 2015 ed il 2016, i principali giornali della Germania hanno deliberatamente falsificato la realtà dando un’informazione unilaterale e acritica del fenomeno abbracciando esclusivamente il punto di vista della Merkel, del suo governo e dell’élite politica ed economica che voleva imporre all’opinione pubblica la “cultura dell’accoglienza indiscriminata”. L’accusa non viene dai soliti polemisti reazionari, da spudorati blogger di destra o dai sempreverdi xenofobi utili per liquidare qualsiasi opposizione al delirio del multiculturalismo ideologico. No. Stavolta l’accusa parte da una ricerca della Fondazione Otto Brenner e realizzata da un pool di ricercatori dell’Università di Lipsia e della Hamburg Media School, coordinati dal prof. Michael Haller; il titolo è “La crisi dei rifugiati sui media” ed è è “lo studio più completo e metodologicamente elaborato sul tema”.

La ricerca ha analizzato oltre 30 mila articoli dei principali giornali nazionali e regionali tedeschi tra il 2015 e il 2016. Oltre 200 pagine dense di numeri e statistiche su quello che hanno prodotto Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Die Welt, Bild, così come le pubblicazioni online e 85 giornali regionali. Dal 2015 al 2016 nessun giornale ha raccontato le preoccupazioni, i timori di una parte crescente della popolazione…La conclusione è devastante: mentre la Merkel imponeva la “politica delle porte aperte” nessuno degli editoriali o degli articoli che riguardavano il tema dell’immigrazione “ha raccontato le preoccupazioni, i timori e anche la resistenza di una parte crescente della popolazione”; in altre parole è come se per i giornali tedeschi, un pezzo (probabilmente maggioritario) dell’opinione pubblica del proprio Paese non fosse esistita. E le rare volte che i giornalisti collettivi hanno provato a raccontare quella parte di Germania preoccupata dall’immigrazione, l’hanno fatto “con un atteggiamento pedagogico” se non “sprezzante”. Chi non era allineato al mito dell’accoglienza era automaticamente xenofobo o razzista…I giornali non hanno saputo (o voluto?) distinguere tra le posizioni veramente xenofobe e razziste di una minoranza, con le legittime e realistiche preoccupazioni di pezzi importanti della società tedesca di fronte all’invasione di oltre un milione di immigrati voluta dalla signora Merkel. E quel sentimento di insicurezza, paura è stato trasformato in razzismo e intolleranza quando non di arretratezza culturale. Insomma il solito snobismo stupido dei menestrelli dell’élite europea.

Per capire il modo in cui i giornali tedeschi hanno manipolato l’opinione pubblica basterebbe qualche dato che emerge dalla ricerca: tra la primavera 2015 e la primavera 2016, nei tre quotidiani principali del paese, solo il 4% degli articoli è stata un’intervista e solo il 6% un report con dati oggettivi. Un articolo su cinque è stato un editoriale di commento che esprimeva ovviamente il parere delle redazioni, “una cifra insolitamente alta”. Nella classifica dei personaggi ascoltati o citati sul tema, due su tre sono stati politici di governo o di partiti favorevoli all’immigrazione; solo il 9% esponenti della giustizia (ufficiali delle Forze dell’Ordine, magistrati, giudici o avvocati) su temi legati all’ordine pubblico; appena il 3,5% studiosi o esperti di temi legati al multiculturalismo, al diritto di famiglia nelle società islamiche o al rapporto tra sunniti e sciiti.

Un caso emblematico è stata la narrazione costruita attorno alla definizione di “Willkommenskultur” o Cultura dell’Accoglienza tanto cara in Italia alla Boldrini, a Saviano e agli esegeti del pensiero sorosiano. I giornali hanno trasfigurato il concetto di Accoglienza, trasformandolo in una parola magica…Secondo lo studio, i giornali tedeschi hanno “trasfigurato il concetto di Accoglienza” trasformandolo in un “obbligo morale (…) una sorta di parola magica” per convincere i cittadini “a svolgere un’attività da buoni Samaritani verso i nuovi arrivati”. Per tutto il 2015 e buona parte del 2016, l’83% dei contenuti giornalistici ha enfatizzato il concetto di Accoglienza, nascondendo l’esistenza di una sempre maggiore fetta di popolazione scettica e dubbiosa sulla Willkommenskultur. E quando l’imposizione moralista non funzionava più, ecco pronta (come in Italia) la ricetta pseudo-economica da imporre come verità incontrovertibile dai soliti tecnici ed esperti: “la Germania ha bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori per contrastare l’invecchiamento della popolazione”; ergo chi non vuole accoglierli fa il male della Germania. E così mentre i giornali sovraesponevano le manifestazioni di “benvenuto” agli immigrati, nascondevano le manifestazioni contrarie che si svolgevano in molte città tedesche.

Certo la ricerca ha dei limiti; per esempio non ha preso in considerazione l’informazione televisiva in quanto questo avrebbe richiesto uno studio molto più complesso sul rapporto tra immagine e parola. Ma l’idea di fondo è chiara. Secondo Michael Haller, il Direttore della Ricerca, i giornalisti tedeschi “hanno ignorato il loro ruolo professionale e la funzione informativa dei mezzi di comunicazione” utilizzando “troppo sentimentalismo buonista e troppo poche domande critiche ai responsabili di quelle decisioni”; e questo ha contribuito a generare una profonda divisione nell’opinione pubblica tedesca e un discredito totale verso il mondo dell’informazione. Jupp Legrand, Direttore della Fondazione Brenner, ha specificato che la ricerca mostra “la crisi strutturale del cosiddetto manistream” perché “la realtà descritta dai giornalisti è stata molto lontana da quella che tutti i giorni vivevano i loro lettori”. Un modo elegante e neutro per denunciare che le vere fabbriche di “fake news” in Occidente si trovano nelle redazioni dei grandi giornali del potere economico e culturale. Nei giorni in cui in Europa si sta svelando il fallimento del multiculturalismo progressista; in cui, anche in Italia emerge la stupidità con cui una classe politica irresponsabile e dolosa ha affrontato il tema dell’immigrazione; in cui il disegno criminale costruito attorno ai progetti di immigrazione indotta si fa sempre più evidente, il tema di una corretta informazione è vitale per la tenuta di una democrazia. Se una ricerca simile venisse fatta in Italia i risultati sarebbero forse simili; anche da noi, per anni, i grandi giornali hanno di fatto costruito una narrazione simile a quella tedesca criminalizzando chi non si adeguava al pensiero dominante o ignorando le tante voci di dissenso rispetto alla visione irenica dell’immigrazione. Ora però il clima sembra essere cambiato. Per carità quando i grandi giornali danno spazio agli intellettuali e alle loro profonde riflessioni, la irrealtà ideologica prende il come al solito il sopravvento scivolando quasi nella stupidità.

Ma quando si limitano a fare il loro mestiere, cioè a raccontare la cronaca e i fatti, allora la verità di questa nuova ed epocale tratta degli schiavi spacciata per destino storico, emerge impietosamente. E in questo caso non basteranno i Saviano e le Boldrini a inventarsi la realtà.

No, la Germania non è il paradiso: viaggio nel paese che nessuno racconta. Nello Stato più ricco d’Europa aumentano povertà e disuguaglianze. Mentre nel profondo Nord l'ostilità ai profughi è più forte dell'accoglienza. Siamo andati a scoprire la Germania fuori dai luoghi comuni, scrive Fabrizio Gatti il 26 aprile 2017 su "L'Espresso. La Germania è il tocco di un guanto di pelle sulla spalla. Ti svegliano così sul sedile dell’Eurocity 86 tra Verona e Monaco di Baviera. «Reisepass?», domanda il poliziotto della Repubblica federale. Poi sfoglia il passaporto e si sofferma sulla foto. L’epoca delle frontiere aperte è davvero finita, non solo per i profughi. L’uomo in divisa nera chiede i documenti perfino a due ragazzi e alle loro fidanzate biondissime, che stanno rumorosamente chiacchierando nel loro marcato accento bavarese. Forse lo fa giusto per evitare discriminazioni in pubblico: gli agenti italiani, saliti sul treno al confine del Brennero un’ora e mezzo prima, hanno controllato soltanto i passeggeri con la faccia scura. La polizia tedesca sembra molto più attenta al galateo multiculturale: o si controllano tutti i cittadini, o non lo si fa con nessuno. La Gleichheit, l’uguaglianza: è il primo filo al quale è appesa la società che Angela Merkel, 63 anni, sta consegnando alle elezioni federali del 24 settembre. Il secondo è la fiducia reciproca. Il terzo la sicurezza economica che, dove non c’è lavoro, è garantita da un sistema di protezione sociale ancora diffuso. Tre fili ben visibili nella vita quotidiana: insieme sostengono l’immagine di un popolo solido e apparentemente unito. Ma sono fili sempre più sottili: una crisi improvvisa, un nuovo attentato jihadista, il risveglio populista li potrebbe spezzare. Lo si nota chiaramente, girando in lungo e in largo questa nazione in cui, secondo dati pubblicati nel 2016, il 15,7 per cento degli ottanta milioni di abitanti è considerato a rischio povertà. E il 14,7 è già povero, con punte del 19 per cento tra i bambini. Da Sud a Est, da Nord a Ovest. Dalle Alpi alla Polonia. Dal Mar Baltico al Reno. Rigorosamente su treni regionali. E qualche Intercity. Oltre tremila chilometri. Questo è il diario di un viaggio sottopelle nel corpo della Germania e dell’Unione Europea. La Cancelliera di Berlino non è infatti soltanto la donna che governa da dodici anni, leader dell’Unione cristiano democratica, candidata per la quarta volta consecutiva. Angela Merkel rischia di essere l’ultimo robusto sbarramento europeo contro l’avanzata delle destre nazionaliste e sovraniste, a cominciare dalla Francia di Marine Le Pen. E può essere un rischio, sì: perché Frau Merkel è perfino umanamente più concreta di papa Francesco nell’accogliere i rifugiati, ma è più brutale di Margaret Thatcher nel difendere i dogmi economici. La sua dottrina contiene il bello e il brutto tempo. Industria galoppante a Ovest, Stato assistenziale a Est e nelle periferie delle grandi città. Disoccupazione intorno al tre per cento in Baviera e Baden-Württemberg, percentuali mediterranee sopra il dieci in quasi tutte le regioni orientali. La ricchezza media dei tedeschi per ora nasconde bene lo stress. Ma fino a quando reggeranno quei tre fili ai quali sono tutti appesi?

La stazione Centrale di Monaco è completamente aperta. Non ci sono controlli per accedere ai binari. Non ci sono camionette mimetiche e soldati nelle piazze, intorno alle chiese, davanti ai monumenti. L’attentato del 22 luglio 2016 al centro commerciale Olympia nel quartiere di Moosach sembra avvenuto in un altro mondo: 9 morti e 35 feriti, colpiti dalla pistola di Ali David Sonboly, 18 anni, genitori iraniani, passaporto tedesco, simpatizzante di estrema destra. L’arma con cui poi si è ucciso, Ali David l’aveva comprata da un amico afghano conosciuto in un reparto psichiatrico. Ma gli spari di quel pomeriggio di guerra non hanno scalfito la Vertrauen, la fiducia reciproca a cui partecipano tutti: tedeschi e immigrati. Noi italiani al confronto viviamo in uno stato d’assedio permanente. Non è solo questione di sicurezza. Non ci sono tornelli, sbarre, cancelli nemmeno per entrare o uscire dalle stazioni sotterranee della metropolitana. Un euro e quaranta il biglietto. E solo una persona ogni venti timbra l’ingresso. Gli altri? Avranno l’abbonamento, o forse no. Ma la fiducia è un collante sociale che vale molto di più di un euro e quaranta centesimi. Così nessuno ferma nessuno. Lo stesso filo riappare agli angoli di qualche strada o nelle piazze. I tedeschi non hanno mai smesso di leggere i giornali. E non dappertutto ci sono edicole. Bastano una scatola di vetro trasparente sul marciapiede, un coperchio sempre aperto, una feritoia per i soldi. Si infilano le monete e si prende il quotidiano. “Bild” costa 90 centesimi. Ma “Frankfurter Allgemeine” 2,70 euro al giorno, 2,90 il sabato, 4 euro la domenica. Chiunque potrebbe prendere il giornale o tutti i giornali senza pagare. Oppure forzare la cassetta e rubare i soldi. Soltanto “Süddeutsche Zeitung”, a pochi passi da Marienplatz, usa un distributore che rilascia una copia alla volta dopo aver infilato gli spiccioli.

La fiducia fa funzionare lo stesso sistema ovunque. Anche in campagna. Al posto dei quotidiani lì vendono prodotti della terra come zucche, sacchi di patate, frutta. Nessun agricoltore si sognerebbe di perdere tempo a fare il commerciante. Bastano un tavolo lungo la strada, un cartello con il listino prezzi e una cassetta: il cliente prende gli ortaggi e lascia il dovuto, senza che nessuno controlli. La sera passa il contadino e ritira l’incasso. Se questo rodato meccanismo sopravvive è perché i furti sono ancora una rara eccezione. Il sabato sera la Baviera è un viavai di trentenni, quarantenni, cinquantenni in calzoncini corti, calzettoni, bretelle e camicia a quadri. Non tutti indossano i costosi Lederhosen originali in pelle di camoscio. Va di moda la versione casalinga del pantalone vecchio di velluto, tagliato appena sopra il ginocchio. Vestirsi secondo la tradizione piace soprattutto agli uomini. Le donne agghindate con gonnellino e grembiule sono più rare. È anche un gesto politico il loro. Un po’ come se Matteo Salvini si vestisse da Brighella e gli industriali veneti da Pantalon. Alle undici di sera quasi tutti i ristoranti di Monaco hanno già le sedie rovesciate sopra i tavoli per le pulizie. L’Augustiner Klosterwirt, proprio davanti la cattedrale di Nostra Signora, è invece un frastuono di voci, gente in piedi e boccali di birra. Lì dentro tutti, proprio tutti, indossano Lederhosen e camicia a quadri. Camerieri e clienti. Al punto che è difficile distinguere a chi chiedere l’ordine: scambiare un imprenditore bavarese alticcio per il barman non provoca certo risposte amichevoli. Il desiderio di identità dei tedeschi del Sud ha il suo risvolto con gli immigrati turchi e arabi. La domenica pomeriggio vengono dalla periferia a passeggiare tra i negozi chiusi della centralissima Neuhauser Strasse. Davanti i bambini. Per ultimi i papà. In mezzo, le loro mogli rigorosamente avvolte nello chador nero. E di tanto in tanto qualche niqab, il velo integrale che lascia scoperti soltanto gli occhi.

Passau, la città al confine austriaco dove confluiscono i fiumi Inn e Danubio, è la porta tedesca della rotta balcanica. Gli accordi con la Turchia e il filo spinato in Ungheria hanno ridotto il flusso di profughi. Quanti ne passano adesso? «Sempre troppi», risponde il poliziotto di pattuglia al marciapiede dove si fermano i treni in arrivo dall’Austria. Ousmane Gaye, 28 anni, è partito da Bamako in Mali, ha attraversato il Sahara e ha chiesto asilo in Germania. La qualità del sistema di accoglienza è dimostrata dal suo tedesco: in appena due mesi di corsi obbligatori, lo parla già discretamente. Stanotte ha lasciato il dormitorio per venire in stazione a raccogliere bottiglie: «Al supermercato c’è una macchina che ricicla la plastica. Per ogni bottiglia ti danno venticinque centesimi», spiega e va a rovistare nei cestini. Solo che ha la pessima idea di attraversare i binari, anziché scendere nel sottopasso. E due agenti, l’uomo di prima e una ragazza, lo bloccano. L’identificazione va per le lunghe. Proviamo ad avvicinarci. «Mi hanno fermato perché ho attraversato i binari», ammette Ousmane. Bella stupidaggine, attraversare i binari è pericoloso. «No, non è pericoloso», interviene il poliziotto, «è proibito». Le sue parole sono lo spartiacque della vita quotidiana di un tedesco. Non è necessario scomodare l’inflessibilità con cui la Germania mette periodicamente sotto accusa i bilanci di Stato italiani o greci. Basta fermarsi di notte davanti al semaforo pedonale di Karlsplatz a Monaco, all’angolo con il senso unico di Prielmayerstrasse. Non c’è traffico, non arrivano auto, sono solo pochi metri. Davanti al rosso si fermano gruppi di giovani tiratardi. Passare a quest’ora non sarebbe pericoloso. Ma tutti aspettano il verde. Il rigore teutonico costa a Ousmane 25 euro di multa: cento bottiglie da raccogliere e infilare nella macchina mangiaplastica.

Uscire dalla stazione di Chemnitz è un tuffo nel silenzio. Strade deserte, non si vedono auto né persone, anche se sono le quattro del pomeriggio. Durante la dittatura della Germania Est si chiamava Karl-Marx-Stadt e del periodo conserva la grande statua del filosofo, i casermoni di cemento, i vialoni tipici della megalomania comunista. Mancano però gli abitanti. Il trenta per cento delle case è vuoto. E lo si sente nella mancanza di rumore di fondo. Chi ha potuto, se ne è andato all’Ovest o si è avvicinato ad altre città della Sassonia, come Lipsia e Dresda. Chemnitz ha due anime. Una è luminosa e per molti irraggiungibile dentro le vetrine dei due grandi centri commerciali, che si fronteggiano sulla piazza del municipio. L’altra è l’anima cupa e disoccupata di Sonndenberg, il vecchio quartiere in cui i fili dell’uguaglianza, della fiducia e della sicurezza economica si sono spezzati da tempo. Superata la sede dei socialdemocratici della Spd e una sala slot-machine, si cammina tra gli isolati dei negozi turchi e arabi. Gli alunni di una classe attraversano il cortile della scuola: su otto bambine, sei indossano il velo. Già in quarta elementare in Germania bisogna decidere cosa fare da grandi: il Gymnasium, il liceo che apre le porte all’università, comincia a dieci anni. E qui in Sassonia si è ammessi soltanto se la media dei voti è almeno due, secondo una scala che attribuisce uno come punteggio massimo e quattro come sufficienza: una selezione che divide la società tra manager e operai fin da piccoli. Più su in cima alla salita, i caseggiati più vecchi. Giovanissime mamme tedesche escono dai portoni e spingono carrozzine e passeggini. Molte di loro costituiscono famiglie monogenitoriali, mantenute dai sussidi statali. La quantità di piercing, anelli al naso, tatuaggi sulla pelle degli abitanti tradisce il forte bisogno di identità. Questo quartiere popolare nasconde una diffusa rete neonazista. Come se ne incontrano ovunque a Est, alla periferia di Dresda. Oppure nei paesi agricoli tra Schwerin e Wismar, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il profondo Nord, bacino elettorale della Cancelliera: dove i commercianti mettono in vetrina riviste dai titoli “Califfato Germania” contro l’accoglienza dei profughi musulmani e “Merkel vattene”. A forza di minacce, ratti morti lasciati davanti alla porta e gavettoni di vernice contro le finestre, lo scorso inverno il partito di sinistra “Die Linke” di Chemnitz ha chiuso l’ufficio in Zietenstrasse 53, proprio nel cuore di Sonndenberg. Poco più avanti è apparsa una nuova vetrina con una macabra insegna: un teschio e i numeri otto e uno che nella numerologia estremista coincidono con le lettere H e A dell’alfabeto. Le iniziali di Hitler Adolf.

In una calda serata fuori stagione a Gera, nello stato centrale della Turingia, la polizia anticipa di qualche metro il corteo di duecento sostenitori di”Afd - Alternative für Deutschland”. Lungo la centralissima Leipziger Strasse gli agenti fanno rientrare nei loro negozi di alimentari i proprietari e i clienti dall’aspetto arabo o turco, perché i manifestanti non li vedano. Soltanto loro. Anche se abitano tutti a Gera. Come il fruttivendolo libanese a metà della via, residente e contribuente tedesco da oltre vent’anni. Una scena agghiacciante. Afd, il partito xenofobo, sta riunendo sotto un abbigliamento apparentemente borghese il consenso di “Pegida”, che tradotto significa “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”, e dell’Npd, il partito filo nazista: un fronte antieuropeo che raccoglie simpatie e voti dalla costa sul mar Baltico fino ai confini con la Repubblica Ceca, nei distretti berlinesi di Pankow, Marzahn e Treptow-Köpenick, ma anche nei piccoli paesi agricoli ricchi degli stati federali del Sud. «Fino agli anni Novanta, la Germania era ancora uno Stato che sosteneva l’economia sociale di mercato e l’equità. Per questo avevamo basse disparità di reddito, tanto da avvicinarci ai Paesi scandinavi», spiega il grande giornalista e scrittore Günter Wallraff, 74 anni, che ha raccontato la spregiudicatezza della società tedesca in libri come “Faccia da turco” o “Notizie dal migliore dei mondi”: «Oggi invece, secondo ricerche dell’Unione Europea, soltanto in due Paesi il divario tra redditi alti e bassi aumenta più velocemente che in Germania e sono la Bulgaria e la Romania. Le crescenti diseguaglianze, la retrocessione della classe media e la campagna contro i profughi minacciano la coesione sociale. Il dieci per cento dei tedeschi possiede i due terzi delle risorse nazionali. Mentre il cinquanta per cento della popolazione si divide soltanto l’uno per cento. Se si tratta di rispettare il semaforo verde, la Germania garantisce la certezza della legalità. Ma far valere diritti più importanti, come scoprono i lavoratori che si rivolgono ai Tribunali, è molto complicato. Nelle industrie tedesche vale la legge del più forte. Se ci fosse più uguaglianza tra classi, partiti come Afd non avrebbero questo consenso». Il risveglio dell’estrema destra sta provocando una reazione uguale e contraria. Tra Neukölln e Kreuzberg, quartieri multietnici di Berlino, una coppia di omosessuali dovrà cercare casa altrove. Da qualche tempo i vicini, soprattutto turchi, li prendono a sassate ogni volta che li vedono uscire. Katharina Windmeisser, giovane inviata del settimanale “Bild am Sonntag”, da anni racconta il dramma dei piccoli profughi siriani. Ma i bambini del suo quartiere berlinese a maggioranza musulmana la insultano per strada. Semplicemente perché è bionda: quindi tedesca. «La più grande paura di molti tedeschi oggi», racconta Sascha Rosemann, 39 anni, attore e produttore cinematografico, «è l’aumento degli estremismi sui tutti e due i fronti: antisemitismo, islamofobia, omofobia si mescolano». Lontano dalle ciminiere fumanti della locomotiva industriale tedesca che per settecento chilometri da Amburgo scende fino Mannheim e Stoccarda, c’è un paese simbolo di queste opposte paure. Lohberg, ex villaggio minerario, oggi quartiere di villini a mezz’ora da Duisburg, ha dato il nome alla brigata di polizia che nello Stato islamico si occupava di interrogatori e torture. La Gestapo di Daesh, l’hanno chiamata: venticinque jihadisti, la più alta concentrazione per numero di abitanti, undici partiti per la Siria, quattro già morti. All’uscita della notizia, per marcare la loro distanza dai musulmani, molti tedeschi di Lohberg hanno piantato in giardino la bandiera oro rossa e nera. E come risposta gli immigrati turchi, operai in pensione mai veramente integrati e i loro figli ancor più nazionalisti, hanno fatto altrettanto con la loro. Una divisione ridicola, perché perfino la filiale del terrore qui è multiculturale. Philip Bergner, 26 anni, il kamikaze che a Mosul ha ucciso venti persone facendosi esplodere, era tedeschissimo foreing-fighter del paese. Così come lo è suo cugino Nils, 28 anni, diventato collaboratore della polizia dopo l’arresto. Ma ancora oggi camminare sotto i platani silenziosi di Lohberg è un continuo passaggio di confini. Come a Risiko: la Turchia al centro, la Germania tutt’intorno. E quando si cominciano a piantare le bandiere per terra, non si sa mai dove si va a finire.

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto. Anche se numerosi sono gli studi che ne danno conto, di seguito brevemente tratteggiati. Riapriamo i libri di storia e cerchiamo di capire la successione dei fatti. La Germania è stata protagonista «sfortunata» di due guerre mondiali nella prima metà dello scorso secolo, entrambe perse in malo modo. Come spesso accade in questi casi, i vincitori hanno presentato il conto alle nazioni sconfitte, in primis alla Germania stessa. Un conto salato, soprattutto quello successivo alla Prima guerra mondiale, talmente tanto salato che John Maynard Keynes, nel suo Conseguenze economiche della pace, fu uno dei principali oppositori a tale decisione, sostenendo che la sua applicazione avrebbe minato in via permanente la capacità della Germania di avviare un percorso di rinascita post-bellica. Così effettivamente accadde, poiché la Germania entrò in un periodo di profonda depressione alla fine degli anni '20 (in un più ampio contesto di recessione mondiale post '29), il cui esito minò la capacità del Paese di far fronte ai propri impegni debitori internazionali. Secondo Scott Nelson, del William and Mary College, la Germania negli anni '20 giunse a essere considerata come «sinonimo di default». Arrivò così il 1932, anno del grande default tedesco. L'ammontare del debito di guerra, secondo gli studiosi, equivalente nella sua parte «realistica» al 100% del Pil tedesco del 1913 (!), una percentuale ragguardevole. Poi arrivò al potere Hitler e l'esposizione debitoria non trovò adeguata volontà di onorare puntualmente il debito (per usare un eufemismo). I marchi risparmiati furono destinati ad avviare la rinascita economica e il programma di riarmo. Si sa poi come è andata: scoppio della Seconda guerra mondiale e seconda sconfitta dei tedeschi. A questo punto i debiti pre-esistenti si cumularono ai nuovi e l'esposizione complessiva aumentò. Il 1953 rappresenta il secondo default tedesco. In quell'anno, infatti, gli Stati Uniti e gli altri creditori siglarono un accordo di ridefinizione complessiva del debito tedesco, procedendo a «rinunce volontarie» di parte dei propri crediti, accordo che consentì alla Germania di poter ripartire economicamente (avviando il proprio miracolo economico, o «wirtschaftswunder»). Il lettore non sia indotto in inganno: secondo le agenzie di rating, anche le rinegoziazioni volontaristiche configurano una situazione di default, non solo il mancato rimborso del capitale e degli interessi (la Grecia nel 2012 e l'Argentina nel 2001 insegnano in tal senso). Il risultato ottenuto dai tedeschi dalla negoziazione fu davvero notevole:

1) l'esposizione debitoria fu ridotta considerevolmente: secondo alcuni calcoli, la riduzione concessa alla Germania fu nell'ordine del 50% del debito complessivo!

2) la durata del debito fu estesa sensibilmente (peraltro in notevole parte anche su debiti che erano stati non onorati e dunque giunti a maturazione già da tempo). Il rimborso del debito fu «spalmato» su un orizzonte temporale di 30 anni;

3) le somme corrisposte annualmente ai creditori furono legate al fatto che la Germania disponesse concretamente delle risorse economiche necessarie per effettuare tali trasferimenti internazionali.

Sempre secondo gli accordi del '53, il pagamento di una parte degli interessi arretrati fu subordinata alla condizione che la Germania si riunificasse, cosa che, come noto, avvenne nell'ottobre del 1990. Non solo: al verificarsi di tale condizione l'accordo del 1953 si sarebbe dovuto rinegoziare, quantomeno in parte. Un terzo default, di fatto. Secondo Albrecht Frischl, uno storico dell'economia tedesco, in una intervista concessa a Spiegel, l'allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell'accordo. A eccezione delle compensazioni per il lavoro forzato e il pagamento degli interessi arretrati, nessun'altra riparazione è avvenuta da parte della Germania dopo il 1990. Una maggiore sobrietà da parte dei tedeschi nel commentare i problemi altrui sarebbe quanto meno consigliabile. Ancora Fritschl, precisa meglio il concetto: «Nel Ventesimo secolo, la Germania ha dato avvio a due guerre mondiali, la seconda delle quali fu una guerra di annientamento e sterminio, eppure i suoi nemici annullarono o ridussero pesantemente le legittime pretese di danni di guerra. Nessuno in Grecia ha dimenticato che la Germania deve la propria prosperità alla generosità delle altre nazioni (tra cui la Grecia, ndr)». È forse il caso di ricordare inoltre che fu proprio il legame debito-austerità-crisi che fornì linfa vitale ad Adolf Hitler e alla sua ascesa al potere, non molto tempo dopo il primo default tedesco. Tre default, secondo una contabilità allargata. Non male per un Paese che con una discreta periodicità continua a emettere giudizi moralistici sul comportamento degli altri governi. Il complesso da primo della classe ottunde la memoria e induce a mettere in soffitta i propri periodi di difficoltà. «Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio». Era un tempo la «bocca di rosa» di De André, è oggi, fra gli altri, la bocca del Commissario europeo Ottinger (e qualche tempo fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble). A suo avviso, Bruxelles «non si è ancora resa abbastanza conto di quanto sia brutta la situazione» e l'Europa invece di lottare contro la crisi economica e del debito, celebra «il buonismo» e si comporta nei confronti del resto del mondo come una maestrina, quasi un «istituto di rieducazione». Accidenti, da quale pulpito viene la predica.

COME LA STAMPA CENSURA LE NOTIZIE SU CRIMINI DEGLI IMMIGRATI. IN GERMANIA (E IN ITALIA?). Germania: media e polizia censurano le notizie sugli stupri degli immigrati, scrive il 22 novembre 2016 Giovanni Coppola su "Primato Nazionale", riportato il 24/11/2016 da Nexusedizioni. Ormai le cifre sono più che drammatiche. Gli stupri del capodanno a Colonia, contrariamente a quanto assicurato dal governo tedesco, erano solo la punta dell’iceberg. Le violenze sessuali su donne e minori, infatti, si sono moltiplicate vertiginosamente negli ultimi tempi, sia tra la popolazione femminile dei centri profughi sia tra le donne autoctone: una spirale di violenza che rende la giusta cifra di una vera e propria invasione. Da quando la Merkel ha varato il grande piano di accoglienza dei sedicenti “profughi”, in Germania sono affluiti circa un milione di immigrati. E il conto da pagare, per centinaia di donne (ma non solo), è stato salato: stupri, ruberie, maltrattamenti, attentati, prostituzione coatta. Insomma, il paradiso terrestre sognato dalla cancelliera, dai media prezzolati e dai buonisti plaudenti alle stazioni con i cartelli refugees welcome (il “popolaccio razzista e xenofobo” li chiama in maniera sprezzante Willkommensklatscher) si è infine rivelato un inferno. Un inferno che, però, viene deliberatamente e sistematicamente camuffato, celato, rimosso. Sia la polizia federale che i grandi mezzi di informazione, infatti, censurano ogni notizia che riguarda stupri e molestie sessuali perpetrati da richiedenti asilo e immigrati, oppure non menzionano l’etnia degli attentatori. Non si tratta di complottismo, ma di una pratica rivendicata dai suoi stessi fautori. Il Consiglio tedesco della stampa (Presserat) per esempio, senza troppi giri di parole, impone ai media un “codice deontologico” che limita pesantemente le informazioni che i giornalisti possono utilizzare nei loro articoli. Al paragrafo 12.1 del codice possiamo leggere: “Nel riferire in merito ai reati penali, i dettagli relativi al background religioso, etnico o altre informazioni generali riguardanti le persone sospettate o i colpevoli vanno menzionati solo se assolutamente necessari per comprendere la notizia riportata. Va rilevato che riferimenti del genere potrebbero fomentare pregiudizi contro le minoranze”. In sostanza, i lettori non possono sapere l’origine dei criminali. Il caso più aberrante riguarda l’identità di un richiedente asilo somalo, tale “Ali S.” con alle spalle un’altra condanna a sette anni per stupro, che ha tentato di violentare una 20enne di Monaco, poi condannato a quasi cinque anni di carcere: una testata bavarese, nel riportare il fatto, ha chiamato l’attentatore “Joseph T.”, cioè con un nome autoctono. E poi si lamentano che il popolo li definisce Lügenpresse, cioè la “stampa delle menzogne”… Ma anche la polizia non è da meno. Come ha dichiarato Hendrik Cremer dell’Istituto tedesco per i diritti umani, “la polizia non fornisce informazioni ai media o all’opinione pubblica sul colore della pelle, la religione, la nazionalità o l’origine etnica di un sospettato. Può farlo solo se assolutamente necessario, ad esempio, quando sta cercando una persona sospettata”. Di qui la protesta, che rimane per ora minoritaria, di Arnold Plickert, capo del sindacato di polizia nel Land Nord Reno-Vestfalia: “La polizia non è interessata a stigmatizzare, ma piuttosto a educare l’opinione pubblica. L’impressione che si pratichi la censura è devastante per la fiducia dell’opinione pubblica nella polizia. Condividere le informazioni sulle persone sospette è importante per sviluppare strategie di prevenzione. Ci devono permettere di parlare apertamente dei problemi di questo Paese, come parlare dell’eccessiva presenza di giovani migranti nei nostri ordini di servizio”. Benissimo, ma quali sarebbero queste “strategie di prevenzione” per le donne che rischiano di subire violenze sessuali? Ebbene, tra i consigli diramati dall’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) c’è quello di calzare scarpe da ginnastica invece dei tacchi per poter scappare più velocemente (sic!). C’è da scommettere che le tedesche si sentiranno ora più tranquille… Ma l’isteria ideologica dei sostenitori delle “politiche dell’accoglienza” raggiunge ormai vette ineguagliabili: il preside di un ginnasio bavarese, per esempio, non ha esitato a consigliare ai genitori degli alunni di non far indossare alle loro figlie scollature e minigonne per evitare “malintesi”. George Orwell evidentemente, quando scrisse della “psicopolizia” in 1984, deve aver avuto meno fantasia dei buonisti tedeschi.

Fin qui la Germania. Ma a Gennaio un comportamento simile ve lo abbiamo segnalato anche in Svezia, in prima linea nell'accoglienza dei profughi come la patria di Angela Merkel, tanto che nelle scorse settimane una ONG svedese ha addirittura girato un video che è stato accusato di fare una vera e propria propaganda a favore della "sostituzione etnica" degli svedesi: E in Italia? Alcuni fatti significativi ci vengono dalla cronaca recente: questa notte, come riportano giornali ed agenzie di stampa, si sarebbero verificati gravi atti vandalici nella città di Torino, nell'ex villaggio olimpico ora occupato da "profughi". Così riporta la notizia Il Giornale, che all'articolo dedica anche questa copertina nel suo sito web: Notte di tensioni al Moi di Torino, l'ex villaggio olimpico occupato dagli immigrati. Intorno alle 23 nelle palazzine di via Giordano Bruno sono esplose due bombe carte, lanciate da soggetti ancora non identificati. Gli immigrati, circa trecento, sono quindi scesi in strada riversando i cassonetti, sradicando alcuni cartelli stradali e lanciando sassi e bottiglie. Sul posto, oltre alla polizia, si sono recati anche i vigili del fuoco. La situazione sembrava essersi placata, ma stamattina la tensione è tornata alta. Tra i residenti regna la paura: "Fino a ieri eravamo soltanto stufi di questa situazione di illegalità diffusa. Adesso abbiamo davvero paura". Come riporta La Stampa, i profughi sono tornati in strada e hanno gettato cassonetti sulla via, lanciano oggetti contro alcune persone che, terrorizzate, si sono nascoste nei negozi costretti a chiudere. Sul Fatto Quotidiano, la notizia viene riportata diversamente e le bombe carta che avrebbero provocato la reazione degli ospitati nell'ex villaggio olimpico sono stati già individuati…Secondo una prima ricostruzione delle forze dell’ordine, si sarebbe trattato di un gesto messo in atto da un gruppo di ultras del Torino calcio, che attribuisce ai migranti che abitano abusivamente nel complesso edilizio la responsabilità di un atto vandalico compiuto domenica al bar Sweet di via Filadelfia, storico ritrovo della tifoseria granata. Questo l'articolo del Fatto, che a differenza del Giornale usa un'immagine di repertorio per parlare della notizia. Nel sommario, traspare però soprattutto un altro modo di mostrare la vicenda: si fornisce come prima informazione l'attribuzione dei primi atti vandalici agli ultras del Torino, e la non presenza di immagini delle violenze che facciano riferimento ad immigrati allontana la possibilità di associare i gravi fatti alla politica di accoglienza migratoria del governo, imposta agli enti locali. Potrebbe essere un esempio, tra i tanti, di applicazione anche in Italia della censura in atto in Germania? Un altro esempio in questa direzione, forse più grave, può essere un'altra notizia riportata dal quotidiano on line Il Primato Nazionale, ma a cui l'informazione nazionale non sembra aver dato particolare attenzione: si tratta di un tentativo di rivolta avvenuto venerdì 18 novembre nel carcere Mammagialla di Viterbo. Ad innescarla, due detenuti monitorati come integralisti islamici. Facendo una ricerca sul sito dell'ANSA, non se ne trova la minima traccia (vedi qui). Non sorprende, allora, se chi cerca informazioni deve farlo attraverso l'editoria in rete e realtà informative alternative, fino alla creazione di interi ma ignoti movimenti di opinione di massa come quello che, attraverso Breitbart di Steve Bannon e Infowars di Alex Jones, ha contribuito in modo significativo all'elezione di Donald Trump. [Redazione NEXUS]

Viterbo: la rivolta in carcere degli estremisti islamici di cui nessuno parla. Un tentativo di rivolta è avvenuto venerdì 18 novembre nel carcere Mammagialla di Viterbo. Come riportato dai sindacati di polizia penitenziaria, a guidarla sarebbero stati due detenuti monitorati come integralisti islamici. Si legge nel comunicato: “Nel primo pomeriggio di venerdì 18 novembre all’interno della casa circondariale di Viterbo, si è verificato un incendio doloso appiccato da un detenuto monitorato come integralista islamico, che dopo aver danneggiato i suppellettili della propria stanza detentiva ed essersi barricato, ha dato alle fiamme il proprio materasso. Immediatamente si propagava all’interno del reparto detentivo una densa coltre di fumo tossico che invadeva anche i corridoi adiacenti. Prontamente diverse unità di polizia penitenziaria si portavano sul posto soccorrendo i colleghi in difficoltà ed evacuando i detenuti presenti nonostante la quasi totale assenza di visibilità e respirazione. Durante le operazioni di evacuazione un altro detenuto integralista islamico cercava di incitare alla rivolta gli altri ristretti e tentava di aggredire i poliziotti che stavano cercando di spegnere le fiamme. Tutti i detenuti sono stati portati in salvo e nessun detenuto è rimasto intossicato gravemente. Il bilancio per la polizia penitenziaria è stato ben peggiore con 7 unità inviate al locale pronto soccorso di Belcolle, di cui due sono stati ricoverati per più di 24 ore per intossicazione da fumo, gli altri 5 dimessi con prognosi di 3-4 giorni”. Un avvenimento preoccupante, inserito in un contesto di cui si parla da mesi, ossia quello della radicalizzazione alla jihad dei detenuti nelle nostre carceri ed in quelle europee. Vale la pena ricordare infatti come molti degli attentatori jihadisti in Belgio ed in Francia, entrati nelle carceri per reati comuni, abbiano costruito proprio lì il loro percorso di radicalizzazione, uscendone con una laurea in terrorismo. Fenomeno, questo, da non sottovalutare neanche in Italia e da cui anche lo stesso Alfano ed il ministero della Giustizia ci hanno messo in guardia. Singolare invece il comportamento della stampa nostrana, la quale non ha dato alcun risalto all’episodio, riportato solo in cronaca locale, così come per quello di una rivolta avvenuta in un centro d’accoglienza del Verbano Cusio Ossola sempre nello stesso giorno, questa volta ad opera dei richiedenti asilo, con sette agenti feriti e quattro arresti. Di episodi come quest’ultimo purtroppo se ne verificano molti, quasi ogni settimana: danneggiamenti di suppellettili e di immobili, aggressioni ad operatori ed a mediatori culturali, rivolte in strada da parte dei richiedenti asilo ospitati a nostre spese nelle strutture d’accoglienza. Ma per la stampa mainstream, nulla di tutto questo sta accadendo. Ruggero Vero su "Il Primato Nazionale".

Per "La Repubblica" italiani razzisti. Ma si scorda dei reati degli immigrati. Per Rep c'è "un'escalation" di violenze contro stranieri e rom: "Dieci casi in tre mesi". Ma solo a settembre decine di reati e aggressioni degli immigrati, scrive Giuseppe De Lorenzo, Martedì 11/09/2018, su "Il Giornale". L'allarmante titolo di Repubblica dice testualmente che in Italia “l’intolleranza” (verso gli stranieri, ovviamente) è ormai “legittimata”. A dimostrarlo ci sarebbero dieci aggressioni in tre mesi a sfondo razziale. Dieci. Significa più o meno tre casi al mese, e spiccioli di resto. Una “lunga estate di razzismo e intolleranza”, scrive Rep. Che però deve essersi persa qua e là un’altra (dura) verità, numericamente molto più consistente e preoccupante della presunta ondata xenofoba. Quella degli eventi delittuosi, delle risse, degli assalti, delle resistenze a pubblico ufficiale e delle violenze sessuali commesse dagli stranieri. I reati degli immigrati giustificano gli assalti razzisti? No. Anzi. Vanno condannati con durezza, raccontati, spiegati dettagliatamente. Ma farne un manifesto per paventare il ritorno di un’onda nera in Italia è sciocco. E spesso porta pure a distorsioni evidenti: ricordate il lancio xenofobo di uova? Dopo settimane di prediche sull’odio per il colore della pelle si scoprì che fu solo un fraintendimento. E che tra i giovani burloni c’era pure il figlio di un esponente Pd. Che smacco. Ecco perché parlare della "scia di odio” che “ha puntato contro migranti e rom” appare un'evidente esagerazione. Repubblica fa riferimento a “soprusi” addirittura “quasi quotidiani” (ma non erano 10 in tre mesi?), il tutto mentre l'Italia “per ordine” di Salvini fermava le navi cariche di profughi (ma che c’entra?). Forse è un modo per far credere a tutti, e maliziosamente, che “la deriva leghista e sovranista del governo giallo-verde sta facendo diventare gli italiani xenofobi”. In realtà, Rep nel pezzo ammette che “forse” non sono ancora i “numeri di un’emergenza”, ma nel titolo li presenta come se lo fossero. Eppure anche il sociologo Marzio Barbagli dice al giornalista che “non c’è un aumento dell’intolleranza” perché “non ci sono statistiche sufficienti per fare dei confronti”. Anzi: “l’insofferenza e l’ostilità” verso lo straniero - dice l'esperto - sono colpa della sinistra che non ha visto i problemi “che l’immigrazione portava” su welfare e sicurezza. Mica di Salvini. Per cui “l’escalation” di cui parla il quotidiano è frutto più di costruzioni giornalistiche che realtà quotidiane. A differenza, invece, dei tanti (troppi) casi di criminalità provocati da un’immigrazione incontrollata. Visto che c’è chi cita i “dieci casi in tre mesi”, allora è bene restare alla cronaca. E portare, solo per titoli, i motivi della preoccupazione (non “intolleranza”) di tanti italiani. Partendo da oggi, la polizia ha arrestato un 30enne di origine tunisine indiziato per aver stuprato una ragazza palermitana. Se le riforme contenute nel nascituro dl Salvini dovessero essere approvate, domani il giovane perderebbe la cittadinanza italiana che gli era stata concessa. Vedremo. E intanto andiamo oltre. A inizio settembre un’infermiera si è dovuta sentir dire “abbassa lo sguardo, sei una donna” da un musulmano entrato in un ospedale di Saronno. Pochi giorni prima a Mestre tre carabinieri sono stati feriti da un nigeriano restio a farsi arrestare: gli uffici della caserma, macchiati di sangue, sembravano un campo di battaglia. Il 9 settembre a Napoli un ghanese ha lanciato un manubrio di 10 kg addosso agli agenti che volevano solo sottoporlo a un controllo. Era irregolare sul territorio italiano. Due giorni prima, sempre durante la richiesta di documenti, a Macerata un nigeriano ha insultato e aggredito i poliziotti. Senza dimenticare i casi più famosi a Milano e Catania, finiti senza feriti solo grazie all’utilizzo del taser. Potremmo andare avanti all’infinito, altro che dieci casi in tre mesi. Dagli archivi di storie ne emergono a bizzeffe: c’è il pregiudicato marocchino espulso perché pestava la moglie incinta; c’è il ladro marocchino fermato per aver aggredito gli agenti; ci sono i tre immigrati che spacciavano cocaina ai minori; i 17 pusher stranieri che portavano avanti le loro attività illecite in spiaggia. Andiamo avanti? Non dimenticate il tunisino che manda in coma un malato di sclerosi multipla per derubarlo, le risse in Stazione centrale a Milano o quelle a Bisceglie, la guerra tra bande di nigeriani a Ferrara e la denuncia di una 74enne che sostiene di essere stata stuprata da un immigrato in casa. E ancora: il nigeriano che pesta due carabinieri (e subito viene liberato), il poliziotto massacrato in casa sua e trasformato da due migranti in una maschera di sangue, il marocchino armato di lametta che minaccia e rapina due 15enni e la rissa a Firenze a suon di cartelli stradali. Sono tutti casi che riguardano i primi 10 giorni di settembre. E basta. Vi sono sufficienti per parlare di “escalation”?

Circolare segreta del prefetto: ​"Vietato fotografare i migranti". Il documento (che doveva rimanere riservato) finisce sui giornali. Scoppia la polemica dei residenti nel Pesarese tra Borgo Santa Maria e Pozzo Alto, scrive Claudio Cartaldo, Domenica 15/10/2017, su "Il Giornale". Una circolare che fa scoppiare la polemica. Siamo a Borgo Santa Maria e Pozzo Alto, due piccoli comuni nel pesarese che da tempo sono alle prese con la presenza dei migranti. Il prefetto Luigi Pizzi, di fronte alle tante proteste dei cittadini e alle continue denunce presentate dai residenti (anche corredate di foto), cosa ha fatto? Ha messo un freno all'arrivo dei migranti? No, ha emesso una circolare per prevenire "possibili confronti verbali e fisici fra residenti e migranti dei centri di accoglienza", vietando ai residenti "privi di qualsiasi legittimazione" di fotografare gli immigrati o di chiedergli le generalità. L'ordine del prefetto inviato ai vertici delle forze dell'ordine è chiaro: "Disponete servizi di vigilanza e di controllo del territorio, con impiego di tutte le forze di polizia, onde prevenire e reprimere con rigore qualunque condotta del tipo sopra segnalati". Il documento sarebbe dovuto rimanere ad uso interno, ma il Resto del Carlino lo ha pubblcato facendo scatenare le polemiche. "Io ho il dovere - ha spiegato il prefetto Pizzi all'Ansa - di tutelare l'ordine pubblico, dando disposizioni alle forze di polizia. Se il singolo cittadino nota persone o comportamenti che ritiene possano rappresentare un pericolo per la sicurezza è tenuto a chiamare il 112 o il 113, non a intervenire direttamente, perché non ha la legittimità a farlo". La pensa diversamente Francesco Coli, legale espertissimo, già difensore di Lucia Annibali, intervistato sempre dal Resto del Carlino: "Uno può tranquillamente chiedere il nome a un’altra persona - dice - senza incorrere in nessuna violazione. E l’altra può rifiutarsi di dare le generalità, a meno, ovviamente, che a chiederle non sia un pubblico ufficiale. Sulla privacy, poi, non ci vedo estremi di violazione facendo una foto, se è in luogo pubblico. Chiaro, che se poi ne faccio un uso diffamatorio, il discorso cambia". Attualmente a Borgo Santa Maria sono presenti 95 migranti. Troppi per i residenti. Giusti per il prefetto, che per evitare problemi ha deciso di impedire ai cittadini di fare foto o chiedere le generalità ai richiedenti asilo. E a chi sostiene che non ci sia niente di illegale nel fotografare qualcuno in zona pubblica, risponde che sono "interpretazioni del diritto su cui valuterà eventualmente la magistratura". "Siamo delusi - ribattono i residenti in una nota - Qui non vogliamo creare allarmismo, ma segnalare un disagio sentito da tutta la comunità del quartiere. La problematica dei migranti è reale, vogliamo creare un dialogo costruttivo con le Istituzioni per risolverla". Critici anche i sindacati di polizia, che considerano una perdita di tempo impegnare le forze dell'ordine a controllare chi scatta fotografie invece di concentrare le forze sulla prevenzione dei veri crimini. Difficile dargli torto.

PROFUGHI, I PREFETTI ORA DENUNCIANO: OBBLIGATI DA SINISTRA A FARE PORCHERIE, scrive il 2 settembre 2018. «È vero che ne abbiamo fatte di porcherie, però quando le potevamo fare», questa l’ormai famosa frase intercettata dell’ex prefetto di Padova e oggi di Bologna Patrizia Impresa, che spiega come funzionavano le cose al tempo dei governi PD: porcherie, tutte porcherie. La donna è stata intercettata nell’ambito dell’inchiesta sullo scambio di favori tra la prefettura ed Ecofficina (oggi Edeco), la coop che vinceva tutti i bandi per l’accoglienza in Veneto. L’attuale prefetto di Bologna – che incredibilmente a differenza del suo sottoposto Aversa e del boss di Edeco Borile non è indagata – aveva anche avvisato Borile dell’imminente perquisizione dei CC. ha poi chiarito il senso generale delle sue parole spiegando che quando si è in emergenza a volte si fanno delle forzature: a quei tempi, eravamo in pieno governo Renzi, il governo inviava centinaia di profughi a settimana e a trovarsi la patata bollente in mano erano sempre i prefetti. Ora l’AP-Associazione Prefettizi, rappresentanza della casta più casta del Paese, esprime «piena» solidarietà a Patrizia Impresa a nome di tutti i colleghi: «Tutti i prefetti del territorio e i rispettivi collaboratori si sono trovati a doversi produrre in autentici salti mortali per dare esecuzione alle pressanti richieste di dare subito e comunque una sistemazione a grossi contingenti di migranti da parte degli uffici del Viminale che a loro volta sono sottoposti ad analoghe insistenze», ha scritto in una nota i presidente Antonio Corona. «I prefetti hanno dovuto sopperire a gravi criticità e inadeguatezze del Sistema Protezione Richiedenti Asilo immaginato per far fronte a qualche migliaio di persone e non a centinaia di migliaia. Amareggia quindi il poter essere messi alla gogna per alcune parole estrapolate dal contesto e dette in una conversazione colloquiale che non celavano alcuna malefatta bensì esprimevano un autentico grido di dolore. Accogliere o meno i migranti era e rimane una scelta esclusiva della politica, non dei prefetti. Ai quali andrebbe piuttosto appuntata una medaglia sul petto per essersi dimostrati pronti e affidabili al di là di ogni legittima aspettativa». Avete impestato l’Italia di clandestini, seguendo in modo pervicace gli ordini di un governo abusivo. Facendo quelle che la vostra esimia collega ha definito ‘porcherie’. Vi siete dimostrati affidabili sì, ma per gli obiettivi della mafia nigeriana: ovviamente, in modo inconsapevole. Fosse per noi, tutti i prefetti che hanno collaborato a questo scempio verrebbero licenziati. Si tratta comunque di una casta inutile e antidemocratica.

Tutta la verità sul muro di Trump, scrive il 27 gennaio 2017 Paolo Manzo su "Gli Occhi della guerra" riportato da "Il Giornale". Dopo l’avvertimento del Papa sui rischi del populismo che in passato ha creato mostri come Hitler – che molti media mainstream hanno interpretato come rivolto a Donald J Trump – dopo milioni di donne occidentali, non saudite né pakistane, scese in piazza per protestare contro quell’assassino di diritti umani che è Donald J Trump (forse l’Isis, proliferato sotto Obama, sarebbe una soluzione ai loro problemi?), dopo caterve di accuse sulla stampa più attenta al politically correct che ai fatti sui milioni di latinos che verrebbero espulsi da The Donald (Obama ne ha mandati via 2,5 milioni nel silenzio tombale di CNN & co) non poteva che arrivare il killeraggio mediatico al tycoon dopo la sua firma, l’altroieri, dell’ordine esecutivo per costruire il muro ai confini con il Messico. In realtà Trump non ha fatto altro che mantenere un’altra promessa – dopo aver fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo transpacifico – visto che “Costruiremo il muro e lo faremo pagare al Messico” era stato – dopo il celebre “let’s make America great again” – il suo secondo mantra elettorale più sbandierato. Nonostante le tante speculazioni dei media su altezza, chilometraggio e costi, di sicuro esiste una legge approvata nel 2006 dal Parlamento Usa (il Secure Fence Act del 2006) con i voti decisivi di molti Democratici che oggi gridano alla scandalo grazie alla quale Trump non dovrà passare al vaglio del legislativo per ottenere il “via libera” ai lavori della più grande barriera di contenimento dell’immigrazione al mondo. Inoltre è bene ricordare che sono oltre vent’anni – ovvero da quando nella campagna elettorale del 1995 Bill Clinton promise barriere per impedire il passaggio della frontiera agli illegali – che nessuno negli Stati Uniti arriva alla presidenza senza promettere la “mano dura” contro l’immigrazione clandestina proveniente dal Sud del Rio Bravo. Nessun “big media” impegnato nello sport giornalistico più praticato del momento, ovvero il “dagli al Trump” lo ricorda oggi, ma fu proprio Bill Clinton, avallando operazioni come la “Gatekeeper” in California, la “Hold the Line” ad El Paso (in Texas) e la “Safeguard” in Arizona, il primo presidente che, nell’ormai lontano e dimenticato 1994, introdusse barriere fisiche o, se preferite la terminologia inglese, “fences”, per difendere il confine Sud col Messico. Anche per questo Trump ha vinto, inutile nasconderlo con editoriali politically correct ma privi di qualsiasi legame con la realtà. E anche se alcune agenzie di stampa nostrane hanno tentato di nascondere l’evidenza con “fact checking” farlocchi (probabilmente per contrariare Alessandro Di Battista che aveva ricordato più o meno le cose che qui scrivo) basta andare sul sito del U.S. Department of Homelland Security – proprio dove Trump ha firmato l’ordine esecutivo in questione – per scoprire che, con malcelato orgoglio, il 9 ottobre 2014, l’allora segretario della Sicurezza Interna di Barack Obama, Jeh Johnson, mostrava a media assai poco critici (almeno rispetto a quelli di oggi) i risultati del boom nella costruzione alla frontiera messicana delle “fences”. O come le chiamerebbe Trump oggi, del “muro”. “Erano appena 77 miglia (124 Km) nel 2000 mentre”, diceva fiero ed applaudito dai giornalisti presenti Johnson, quel 9 ottobre 2014 “grazie al lavoro congiunto delle amministrazioni Clinton, Bush Jr ed Obama per rafforzare la nostra sicurezza, oggi le barriere (e cioè il muro) al confine con il Messico occupano almeno 700 miglia”, ovvero 1.127 chilometri, non uno di meno. La già citata legge pro-muro del 2006 che oggi consente a Trump di dare l’inizio ai lavori con un semplice ordine esecutivo non preoccupandosi di Camera e Senato, del resto, fu voluta dal presidente dell’epoca, il repubblicano George Bush Jr (che non a caso ha votato per la Clinton e con Obama ha fatto i peggio disastri in Iraq, contribuendo alla nascita dell’Isis non catturando il suo fondatore Abu Musab al-Zarqawi quando persino Bin Laden lo “schifava”), e fu votata con entusiasmo e discorsi di elogio tanto dall’allora senatrice per lo stato di New York, Hillary Clinton, come dall’allora senatore dell’Illinois, Barack Obama. Certo, la “barriera” innalzata negli ultimi 20 anni dalle precedenti tre presidenze copre solo oltre un terzo degli oltre 3mila Km di confine, ma esiste eccome. Soprattutto nella giornata della memoria che ricorda l’Olocausto la verità sarebbe opportuna raccontarla e allora – nell’attesa delle scontate polemiche che leggerete nelle prossime ore/giorni sui “grandi” media perché l’amministrazione Trump potrebbe imporre dazi del 20% sulle importazioni messicane per finanziare il muro (cosa che per la cronaca fanno 160 paesi al mondo, tra cui tutti quelli latinoamericani meno Cile, Perù, Paraguay e Panama- da anni il Brasile ha una tassazione media del 66,7% su gran parte dei beni importati senza che la CNN si sia mai scandalizzata) – finalmente Gli Occhi della Guerra ha scovato le prime, e sinora uniche, vere vittime delle politiche del losco figuro insediatosi da pochi giorni alla Casa Bianca: migliaia di polposi avocado messicani e centinaia di casse di succosi limoni argentini. Già perché sono ben 120 le tonnellate di Persea americana (questo il nome scientifico dell’avocado) bloccate alla frontiera con il Rio Bravo da giorni, dopo che stessa sorte era toccata lunedì scorso a tutti i limoni argentini, banditi addirittura per 60 giorni dalla svolta trumpiana che intende – lo accenna Reuters dando la notizia – aiutare il settore dell’agricoltura statunitense. Al di là delle politiche commerciali – staremo a vedere se tra due mesi i limoni argentini e gli avocado messicani potranno finalmente entrare negli States, sarebbe una vittoria senza precedenti per i difensori dei diritti della frutta – sui migranti clandestini, stando ai numeri reali, The Donald ne ha sinora rispediti al mittente molti di meno rispetto ad Obama il misericordioso. Quest’ultimo infatti, nella prima settimana del suo secondo mandato, ne aveva espulsi oltre mille, Trump poche decine. Per non dire dei 91 cubani rispediti all’Avana dal Messico a causa dell’abolizione da parte di Barack del decreto Clinton, che da 22 anni garantiva i diritti umani all’unico popolo oggi ancora costretto a vivere sotto il giogo di una dittatura. E che dire del muro al confine con il Guatemala sponsorizzato dal presidente messicano Enrique Peña Nieto, lo stesso che si lamenta dei muri che costruiscono gli altri, da oltre 20 anni? Questo per limitarci ai fatti che, al solito, sono sempre meno politically correct della realtà virtuale che vorrebbero imporci Soros e compagni.

Prima di Trump, vi era stato, senza alcuna copertura mediatica, il divieto di ingresso negli Stati Uniti per i rifugiati iracheni varato da parte del presidente Obama e la dichiarazione da parte di quest'ultimo di ben sette "stati terroristi", scrive il 30/01/2017 “L’Antidiplomatico". Ma prima di Obama c'era stato Bill Clinton, altro famigerato "democratico" che, addirittura, ricorda correttamente il blog Zero Hedge, aveva ricevuto una standing ovation nell'annunciar la difesa dei confini e il rimpatrio dei clandestini criminali. Queste le parole di Bill Clinton, più moderate anche di Trump: "Siamo una nazione di immigrati .. ma siamo anche una nazione di leggi". "La nostra nazione è giustamente infastidita dal gran numero di immigrati clandestini che entrano nostro paese ...Gli immigrati clandestini prendono posti di lavoro da parte diche appartengono a cittadini o immigrati legali. E rappresentano oneri per i contribuenti ... Questo è il motivo per cui stiamo raddoppiando il numero delle forze dell’ordine alla frontiera, deportando ("deporting") gli immigrati clandestini più che mai, colpiremo le assunzioni illegali dei clandestini e faremo di più per accelerare l'espulsione dei criminali. E 'sbagliato e in definitiva controproducente per una nazione di immigrati permettere questo abuso delle nostre leggi sull'immigrazione che si è verificato negli ultimi anni. E dobbiamo fare di più per fermarlo ". [Ovazione]

Trump ha sicuramente un merito, aver definitivamente aperto il vaso di Pandora dei peccati e crimini degli Stati Uniti. Trump, in altri termini, è semplicemente il vero volto dell'imperialismo nord-americano, non più celato dalla maschera dell'ipocrisia "democratica". La domanda che resta ancora senza risposta: ma dove erano quelle migliaia e migliaia di persone che si indignano oggi per Trump quando Bill Clinton pronunciava queste parole? Alcuni ad applaudire, come potete vedere dal video.

«Fake news», avvertimento dell’Ue a Facebook. Il commissario Ansip minaccia interventi diretti. Iniziativa di Tajani all’Europarlamento, scrive Ivo Caizzi, il 30 gennaio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Sulla scia dell’attacco lanciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel contro le notizie false diffuse in rete, in vista delle elezioni in programma in autunno in Germania, l’Europarlamento e la Commissione europea intendono andare oltre le azioni nazionali e agire a livello Ue. Il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani intende promuovere una «soluzione europea» in grado di garantire la corretta informazione ai cittadini, continuando così con la linea trasversale lanciata dal suo predecessore tedesco Martin Schulz, ora candidato socialdemocratico alla cancelleria. Nell’Assemblea Ue è stata già approvata una risoluzione politica contro la disinformazione anti-Ue e a favore dei movimenti populisti, attribuita alla Russia di Vladimir Putin e ai terroristi islamici dell’Isis. Inoltre eurodeputati britannici sarebbero intenzionati a proporre una commissione d’inchiesta sulle cosiddette «fake news», sull’esempio di quella appena lanciata da loro colleghi del Parlamento di Londra. Alla Commissione europea, dopo una promessa generica di intervento del presidente lussemburghese Jean-Claude Juncker, il commissario estone Andrus Ansip ha annunciato interventi sui vari Facebook, Google o Twitter, qualora questi social network non introducano adeguati controlli per impedire la circolazione in rete di notizie false. Oltre alla Germania, vari governi Ue appaiono favorevoli ad approvare una legislazione europea per arginare la disinformazione tramite i social network. Numerosi premier europei si sono allertati dopo quanto è successo nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, dove la vittoria del repubblicano Donald Trump è apparsa favorita anche dalle notizie negative sulla candidata democratica Hillary Clinton. Ma in alcune capitali Ue non vorrebbero rischiare le polemiche e le proteste del popolo della rete, che scaturirebbero in caso di restrizioni della libertà di far circolazione le notizie sul web. Per questo la Commissione europea intenderebbe iniziare a fare pressione sui principali social network per convincerli ad attuare un «codice di condotta» contro i tentativi di disinformazione sul web. Il commissario Ue Ansip ha però ammonito che, se i vari Facebook, Google o Twitter non si assumeranno maggiori responsabilità nel controllare le notizie che consentono di diffondere, l’alternativa saranno gli interventi di Bruxelles. «Sono preoccupato, e tutti sono preoccupati, dalle notizie false, specialmente dopo le elezioni negli Stati Uniti — ha dichiarato Ansip al quotidiano britannico «Financial Times» —. Credo fermamente nelle misure di autocontrollo. Ma, se sarà necessario qualche tipo di chiarimento, saremo pronti». In ogni caso, se in Germania dovesse passare una legislazione restrittiva sulla diffusione di notizie false (si parla di introdurre multe ai social network fino a 500 mila euro), Merkel appare in grado di influenzare i successivi interventi della Commissione di Juncker.

Attenti, arriva la censura: Google punisce il blog di Messora, scrive Marcello Foa su “Il Giornale” il 29 gennaio 2017. Quanto sta avvenendo in queste ore a Claudio Messora, autore del blog ByoBlu, è grave. Google AdSense gli ha comunicato l’interruzione immediata e irrevocabile del proprio servizio. Cos’è Google AdSense? Semplifico al massimo per i non addetti ai lavori: è la pubblicazione automatica di inserzioni pubblicitarie che garantisce un introito a chiunque sia disposto ad ospitarle. Più traffico, più pubblicità: gli importi sono minimi ma servono a garantire un po’ di redditività sia ai singoli utenti sia ai gruppi editoriali, che a loro volta ne fanno uso. Claudio Messora, qualche ora fa, ha annunciato di aver ricevuto un’email da Google in cui viene accusato di aver pubblicato una “fake news” e in cui si annuncia la cancellazione immediata e non contestabile di AdSense. Naturalmente Google non dice a quale titolo si arroghi il diritto di discriminare tra notizie false e vere. E sapete qual è la “fake news” imputata a ByoBlu? Il filmato di un intervento dell’onorevole Lupi tratto dal sito della Camera dei deputati italiani e pubblicato senza commenti sul blog! Voi direte? Messora scherza e Foa ci è cascato. Niente affatto: tutto vero. L’arbitrarietà della decisione di Google è scandalosa ma non sorprendente. I blog, i siti alternativi e i social media hanno svolto un ruolo decisivo nelle campagne referendarie sulla Brexit nel Regno Unito e sulla riforma costituzionale in Italia; e soprattutto alle presidenziali statunitensi contribuendo alla vittoria di Trump. Come ebbi modo di spiegare qualche mese fa, l’influenza della cosiddetta informazione alternativa ha assunto proporzioni straordinarie, approfittando della disillusione popolare nei confronti di troppe grandi testate tradizionali, che col passare degli anni hanno perso la capacità interpretare le necessità di una società in continua evoluzione, ammansendo il proprio ruolo di cane da guardia della democrazia, per eccessiva vicinanza al governo e alle istituzioni. Non tutte le testate, sia chiaro e non in tutti i Paesi: ma in misura tale da generare una frattura fra sé e il pubblico, come dimostra il fatto che la grande maggioranza dei media inglesi era favorevole al Remain e che la totalità dei media sosteneva Hillary ed è stata incapace di prevedere la vittoria di Trump. Un’onda si è alzata e spinge milioni di lettori a cercare fonti alternative sul web; alcune di qualità, altre meno, alcune credibili altre no, come peraltro è naturale e legittimo in democrazia. Un’onda che l’establishment, soprattutto quello anglosassone, che è il più influente nella nostra epoca ora cerca di fermare. E nel peggiore dei modi.  La crociata avviata negli Usa e in Gran Bretagna contro fake news e post verità è chiaramente strumentale ed è stata solertemente recepita in Europa (la risoluzione approvata dal Parlamento Ue contro la propaganda russa rientra in questa corrente) e in alcuni Paesi europei tra cui l’Italia, dove il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini recentemente ha annunciato l’avvio di una campagna contro le bufale sul web. Annunci che sono serviti a preparare l’opinione pubblica. Ora si passa dalle minacce ai fatti, attraverso i due Grandi Fratelli del web. Facebook, che ha già cominciato a segnalare come “pericolosi” alcuni blog (ad esempio, ma non è l’unico, quello di Maurizio Blondet), e Google che toglie ai siti anticonformisti la possibilità di finanziarsi, prendendo a pretesto, con sprezzo del ridicolo, proprio un post in cui viene diffuso un frammento di un dibattito del Parlamento presieduto dalla stessa Boldrini, quanto di più innocente e di ovvio ci sia in democrazia. Resta il fatto che Google si arroga il diritto di giudicare e di censurare un sito libero, per ora solo finanziariamente. Domani, chissà. Vi invito a guardare questo video di Messora, sono sei minuti di ottimo giornalismo. Giudicate voi. Io esprimo a Claudio Messora tutta la mia solidarietà. E la mia indignazione. E’ in pericolo la libertà di pensiero e di espressione.

Il blog ByoBlu e i 200 siti a cui Google ha tolto la pubblicità per la lotta alle fake news. Il sito di Claudio Messora, ex consulente della comunicazione M5S, è tra quelli che non potranno più utilizzare il servizio per l’advertising AdSense. La replica: «Mina alla libertà del web», scrive Michela Rovelli il 30 gennaio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Tra i centinaia di siti che non potranno più utilizzare AdSense, la piattaforma per la pubblicità online di Google, c’è anche l’italiano Byoblu. Lo ha rivelato il fondatore: il blogger di lunga data Claudio Messora, che ha iniziato con un canale Youtube nel 2007 — oggi seguito da più di centomila utenti — per poi aprire anche il sito, dalle cui pagine, come lui stesso dice, scrive e descrive «le sue posizioni critiche sulle relazioni tra le grandi banche d’affari, la speculazione internazionale e i governi». Toni forti e argomenti d’attualità. Non sempre, secondo Mountain View, veritieri. Contenuti ingannevoli, quindi. E quindi contrari alla nuova policy della società. Da novembre, infatti, Google ha intensificato gli sforzi per migliorare l’esperienza di navigazione online degli utenti, in un periodo in cui si parla così tanto di bufale e disinformazione. E ha annunciato la possibilità di interrompere anche il suo servizio AdSense per coloro che diffondono contenuti considerati non adeguati. Duecento i publisher finora sospesi. Tra cui ByoBlu, fa sapere lo stesso Messora in un videomessaggio dove denuncia l’ingiusta — secondo lui — decisione. Il distinguo tra ciò che è falso e quello che non lo è non è semplice, di certo resta la sospensione del servizio per il blog di Messora, vincitore nel passato, come ha scritto nella sua bio, di premi giornalistici come il Premio Agenda Rossa e il XXXI Premio Ischia Internazionale del Giornalismo. Il responsabile di Byoblu parla di una campagna «contro le cosiddette “fake news” orchestrata da Hillary Clinton, dal Parlamento Europeo, da Laura Boldrini, da Angela Merkel e da tutti quelli che hanno paura che l’informazione libera possa scalzare i loro privilegi e la loro posizione di forza». Definisce poi il 27 gennaio (quando gli è stato recapitato l’avviso), «il giorno più pesante per l’informazione libera da dieci anni». Nessun commento da Google. Il motore di ricerca, che ha bloccato il rapporto con ByoBlu solo per quanto riguarda la piattaforma AdSense, ma senza nessun intervento sull’indicizzazione del blog, fa sapere di inviare insieme alla segnalazione di disattivazione dei servizi pubblicitari anche un link con la possibilità di fare ricorso. La «denuncia» è stata ripresa anche dal blog di Beppe Grillo. Con lui Claudio Messora ha lavorato: è stato per un breve periodo responsabile della comunicazione del Movimento Cinque Stelle all’Europarlamento. Poi licenziato dallo stesso Gianroberto Casaleggio. Ma l’appoggio, in questa sua battaglia contro Google, è totale. L’appello del blogger viene pubblicato per esteso su beppegrillo.it con una breve frase introduttiva: «Quanto successo al blogger Claudio Messora è gravissimo. Siamo dalla parte dell’informazione libera in Rete. Diffondete». C’è chi — Google — le bufale prova a combatterle senza esclusione di colpi, e dunque togliendo loro il principale motivo di diffusione, quello economico. E chi si dichiara vittima di questa guerra alla disinformazione online, vedendo nelle mosse come quella di Mountain View, un sabotaggio della libertà garantita dal web.

Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti, scrive Pino Cabras su MegaChip riportato da Claudio Messora il 29 gennaio 2017 su Byoblu. Fa molto bene Claudio Messora a sottolineare che il vero obiettivo della campagna contro le ‘fake news’ non erano certo quei cialtroni che infestano il web di notizie false, razziste e irresponsabili per acchiappare clic, che pure ci sono e da chissà chi sono mossi. No, il vero obiettivo politico era ogni forma di dissidenza informativa, ogni voce non inserita in quell’oligopolio che controlla – con apparente pluralismo ma sostanziale totalitarismo – la galassia dei media tradizionali, un mainstream in radicale crisi di credibilità e ormai in modalità panico. E fa anche bene Messora a non fare tanti giri di parole quando fa i nomi dei maggiori artefici di questa sistematica volontà di censura, che stanno dentro le istituzioni e nelle aziende dominanti delle telecomunicazioni. Sono nomi che si muovono in un sistema legato mani e piedi al blocco d’interessi di cui Hillary Clinton sarebbe stata il maggiore garante, se non avesse subito il rovescio elettorale. E’ un blocco che ha una sua ideologia e che ha ancora molto potere: perciò vuole trasformare l’ideologia in misure concrete, mirate, inesorabili. Così, accanto al lavoro ai fianchi ideologico (in cui si fa aiutare persino da gente che crede di difendere la libertà), fa un lavoro più sporco, inteso a prosciugare le risorse del dissenso. Oltre alle personalità e istituzioni citate da Messora, è bene ricordare anche la NATO, un’organizzazione sempre più attenta a inserire nelle azioni di guerra anche la “guerra della percezione“: ha persino redatto un “Manuale di Comunicazione Strategica“, che intende coordinare e sostituire tutti i dispositivi antecedenti che si occupavano di Diplomazia pubblica, di Pubbliche relazioni (Public Affairs), di Pubbliche Relazioni militari, di Operazioni sui sistemi elettronici di comunicazione (Information Operations) e di Operazioni Psicologiche. Sono azioni coordinate ad ampio spettro, portate avanti da strutture dotate di risorse immani e che lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro in coordinamento con i grandi amministratori delegati di imprese del calibro di Google. L’offensiva è dunque in atto e viene da lontano. Un’eminenza grigia molto importante dell’Amministrazione USA uscente, Cass Sunstein, anni fa scrisse un saggio in cui – oltre a teorizzare l’«infiltrazione cognitiva» dei gruppi dissenzienti, da perfezionare spargendo disinformazione, confusione, e calunnie – invitava il legislatore a prendere «misure fiscali» (diceva proprio così) contro i propugnatori delle “teorie cospirazioniste” e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità. Ci siamo a suo tempo chiesti dove volesse andare a parare, il prof. Sunstein. Voleva dire che chi dissente paga pegno allo Stato? E come diavolo doveva chiamarsi questa nuova imposta? All’epoca erano misteri e deliri di un professore di Harvard, un costituzionalista che ripudiava i capisaldi della Costituzione scritta americana. Ma nel frattempo quel delirio si è fatto strada e si è fatto sistema di potere. E’ bene ricordarlo a quelli che si scandalizzano per Trump senza accorgersi che le ossessioni contro la libertà di espressione hanno colonizzato le istituzioni e i media in cui hanno riposto fiducia, anche a casa Clinton e a casa Obama. Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti. E’ una questione già maledettamente seria. Anche chi non va d’accordo con Byoblu, con Megachip, con PandoraTV.it e altri ancora, farà bene a sostenerli economicamente e difenderli politicamente. Lo dovrà fare per salvare il pluralismo da un’ondata di “maccartismo 2.0“, un’isteria che vuol fare tabula rasa dell’informazione non allineata.

L’altra faccia delle fake news. Si dia nuova dignità alle persone poiché qui convivono sia lo scrittore che il lettore: il problema fake news va risolto all'interno di questa ambiguità, scrive Giacomo Dotta il 30 gennaio 2017. Quando ci si ferma a riflettere (e a scrivere, cose spesso coincidenti) di “fake news”, il discorso slitta sempre sul medesimo versante: quello di chi produce, elabora, distribuisce, pubblica. In generale, la parte analizzata è sempre quella che emette la notizia, nei diversi livelli, nei diversi ruoli e nelle diverse fasi in cui vi si partecipa: chi la pensa, chi la scrive, chi vi trova uno spazio di pubblicazione, chi la distribuisce. Tali disamine sembrano dare per scontata la figura passiva (o di eco semiautomatico) del lettore. Con tutta evidenza trattasi però di un discorso zoppo che, nel proprio lento incedere, sembra in grave difficoltà: di fatto il problema delle “fake news” trova oggi ben poche ipotesi costruttive, ognuna delle quali smontate rapidamente da schiere di critici pronti a sfoderare validissime questioni di principio. Di fatto, però, non se ne esce: Google ha fatto bene a fermare ByoBlu? Ma con che diritto Google e Facebook possono decidere chi o cosa ha diritto di essere retribuito o divulgato? Cosa distingue una fake news d’agenzia da una fake news da retweet? Quando, chi e come si decide che una notizia è “fake”, immaginando quest’ultima parola nel suo senso assoluto di sanzione definitiva e deliberata?

Le ragioni del lettore. La sensazione è che queste considerazioni siano zoppe poiché non considerano a sufficienza le motivazioni che stanno alla base di un fronte parallelo e complementare: le ragioni del lettore. Di quest’ultimo spesso si son lette disamine massimaliste, raramente volte ad approfondirne ragioni recondite. A questo punto è però il momento di fare un passo avanti per considerare entrambi i lati della questione.

Bipolarismo. Ognuno di noi è lettore e scrittore allo stesso tempo. Una novità assoluta, per molti versi, e qualcosa di cui non abbiamo ancora esattamente piena coscienza. Succede poiché ognuno di noi ha oggi mezzi e capacità per fare entrambe le cose: per leggere, poiché l’informazione è libera e gratuita come mai lo era stato in passato; per scrivere, poiché mai come oggi sono disponibili strumenti e piattaforme che offrono a chiunque l’opportunità di farsi leggere, notare, ascoltare. Un aspetto differente, e più interiore, è invece disponibile in varia misura e non sempre a sufficienza: la capacità di capire, analizzare ed elaborare. Di qui la carenza di alcuni lettori e alcuni scrittori, i quali si trovano arricchiti soltanto di strumenti e non di capacità intellettive realmente all’altezza. In questo bipolarismo v’è la complessità della natura di ognuno di noi. Ma se siamo una figura così complessa, nella quale per la prima volta lettore e scrittore coesistono all’interno della stessa entità intelligente, allora non possiamo continuare ad analizzare una parte (quella dello scrittore) come fosse una figura profonda e degna, mentre quell’altra parte (quella del lettore) rimane ferma tra gli archetipi dell’entità passiva. Il lettore (così come il votante) è spesso considerato come unità singola di una grande massa, qualcosa di cui ragionare solo in termini quantitativi e statistici: goccia nel mare, uno tra molti, polvere di big data. Perché questa asimmetria? Si tratta probabilmente anzitutto di una eredità dei decenni passati, quando la cultura mainstream dava sicuramente maggior dignità a chi stava “dall’altra parte dello schermo”: sorridere alla telecamera o sedere in una redazione era questione di potere, mentre oggi è cosa democraticamente disponibile a chiunque abbia accesso a pc, internet e webcam.

Animale e bot. Ed è così che il lettore (così come il votante) spesso è dipinto come una capra che sbatte la testa contro false soluzioni senza essere in grado di identificare i veri problemi; è dipinto come un asino illetterato che non è in grado di capire realtà troppo complesse; è ritratto come una pecora, pronto a seguire la massa quand’anche quest’ultima dovesse andar dritta verso un suicidio di massa. Eccola l’epoca dei populismi e delle fake news, due facce della stessa medaglia (espressioni di una medesima dinamica, ma non certo ricollegati in modo esclusivo): chi vende fake news e chi vende populismi, del resto, sta vendendo una versione della realtà per fini differenti: propagandistici in un caso, di mercato editoriale nell’altro. Populismi e fake news, insomma, mettono a disposizione versioni di realtà ritagliate su indagini quantitative per far sì che qualcuno creda, clicchi e voti. Spesso il discorso termina qui: il lettore/votante è capra, pecora o asino, se non addirittura bot, ma in ogni caso destinato ad agire in preda ad allucinazioni collettive e secondo schemi prestabiliti dalla statistica e dalla sociologia. Le bufale, l'imporsi di improbabili medicine alternative, fake news, ronde per la sicurezza dei quartieri: se fossero fenomeni con una matrice comune?

La dignità del lettore e del votante. «La gente vuole essere continuamente rassicurata che quello che già crede sia vero». Marco Montemagno ha ottimamente riassunto in questa frase una situazione ormai radicata, fotografando alla perfezione quello che è il rapporto odierno tra chi produce l’informazione e chi la fruisce (e ricordiamolo: ognuno di noi siede sia da una parte che dall’altra in funzione delle proprie attitudini, emotività, impulsi). Ma occorre fare un passo oltre e chiedersi “perché”. Perché abbiamo bisogno di essere rassicurati che quello in cui si crede sia vero? Perché siamo disposti a cercare argomenti ovunque, purché possano puntellare le nostre ipotesi? La risposta potrebbe essere al di fuori dei semplici schemi della politica e della comunicazione, ed essere invece molto più inerente a quelli dell’identità e della coscienza di sé.

Le difficoltà del “sé”. Chi sono? Come mi posiziono in questa società? Qual è il mio ruolo? Trattasi di domande che sempre più spesso faticano a trovare una risposta. Succede perché la società è in profondo cambiamento per molti motivi, i ruoli sono mutevoli e la formazione del “sé” si fa così sempre più complessa. La famigerata complessità dei problemi non esenta le persone, le quali si trovano immerse in sconvolgimenti che avvengono a ritmo sempre più rapido, immerse in flussi di informazioni a cui non siamo né abituati, né culturalmente pronti. L’analisi del lettore e del votante porterebbe dunque probabilmente a questo rapporto con la politica e con l’informazione: la persona ha assoluto bisogno di trovare conforto nelle proprie convinzioni, cercando di volta in volta argomenti per consolidarle o candidati per supportarle. Non si può rinunciare al sé (o alla percezione che si ha di sé), soprattutto quando ogni singolo giorno ci sono milioni di utenti pronti a confutare le tue tesi, milioni di statistiche pronte a demolire le tue convinzioni e milioni di occasioni di scontro in cui affogare in una bulimia di argomentazioni. Il sé diventa fondamentale poiché ultima comfort-zone rimasta, pur se sempre più angusta e violentata. L’utente che crede nella bufala, lo fa perché si sta semplicemente difendendo: fa spazio attorno a sé e fa community, cercando rifugio ora in questo ed ora in quel gruppo. Sono i gruppi a definire il sé, non viceversa: sono i luoghi comuni in cui rifugiare temporaneamente la propria identità, costruendola di volta in volta attraverso queste vesti temporanee. La paura porta alla chiusura, il coraggio porta a spogliarsi. La bufala e il meme, il teorema complottistico e i grandi afflati para-rivoluzionari sono la coperta di Linus di cui abbiamo bisogno per sentirci al sicuro, insomma. All’interno di una tempesta, non ci si ferma troppo all’analisi poiché sarebbe deleterio: all’interno dell’attuale tempesta sociale, mettere in discussione le proprie convinzioni (segno inconfutabile di intelligenza) diventa quindi pericoloso e in assenza di basi solide si preferisce la tana che mette rapidamente al sicuro. Qualunque essa sia. Trovare una tesi che conforta offre la stessa sensazione della coperta calda; condividere questa tesi tra i propri amici è un modo per scaldarsi ancora di più e rafforzare la propria posizione in un branco (perché l’uomo è sì animale, ma non capra o asino: è uomo). Il linguaggio è quindi sempre di più atto perlocutorio, poiché automaticamente richiamo all’azione. Lo pretende la struttura stessa dei social network, ove oggi si riversa gran parte delle comunicazioni interpersonali, ove l’interazione è quel che l’elettricità rappresenta per l’energia.

Immigrati liberi di occupare. Il disagio sociale è sicuramente un problema, ma il Far West è assai più pericoloso, soprattutto se benedetto dal ministro dell'Interno, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 27/08/2017, su "Il Giornale". Il ministro Minniti ha dimostrato di sapersi muovere con fermezza e buon senso e gliene abbiamo sempre dato atto. Ma sulla gestione del dopo sgombero degli immigrati di Roma qualche cosa si è inceppato al vertice del ministero dell'Interno e della polizia. Peggio del «non fare» c'è solo il fare e poi pentirsi di averlo fatto. Così come a disorientare i soldati sono i generali che danno ordini e contrordini creando solo caos, così i cittadini rimangono disorientati da uno Stato che smentisce se stesso. Qualcuno deve avere pur deciso - per fortuna e finalmente diciamo noi - di intervenire per sloggiare gli abusivi di piazza Indipendenza. E quel qualcuno doveva pur sapere che uno sgombero è una operazione in sé violenta, anche se condotta in guanti bianchi. Perché a volte fare rispettare la legge è cosa violenta. Sono violente le cartelle di Equitalia, lo sono i pignoramenti, lo sono un avviso di garanzia e un arresto preventivo, lo è una sentenza di divorzio che toglie l'agibilità dei figli a uno dei due genitori. La democrazia è violenta perché deve imporre a tutti, senza distinzioni di censo, sesso e credo, il rispetto delle regole e l'unico spartiacque è se qualcuno, investito dell'ingrato compito, abusa di questo enorme e delicato potere. Non risulta - salvo un eccesso verbale rimasto senza seguito - che a Roma i poliziotti abbiano commesso abusi. Anzi, semmai è stato documentato il contrario. Minniti, quindi, si sta pentendo non di un fatto ma del fatto: «Mai più sgomberi senza prima aver individuato soluzioni alternative». Che è come dire: la legge va fatta rispettare solo quando è possibile e il farlo non crea complicazioni. Quindi - il ministro mi passi la semplificazione - se non trovo parcheggio posso lasciare la macchina in divieto di sosta, se non ho soldi non pagare le tasse, se ho fame rubare. Il disagio sociale è sicuramente un problema, ma il Far West è assai più pericoloso, soprattutto se benedetto dal ministro dell'Interno. Che, come purtroppo tutti i politici, nel momento critico diventa culturalmente succube di tre giornali, quattro opinionisti salottieri e qualche vescovo che gli danno del fascista. Mi perdoni, signor ministro, non si lasci intimidire: violento è chi, immigrato o no, le case le occupa, non lei che, per una volta, aveva deciso di liberarle come prevedono le legge e la Costituzione.

Parla Valentina Nappi: "Io, pornostar comunista. Sapete con chi voglio fare sesso?". Intervista di Alino Milan del 3 febbraio 2017 su "Libero Quotidiano”. Per far capire di chi stiamo parlando, Valentina Nappi è una che su Facebook ti accoglie così: “Per quelli che trovano il mio numero e rompono: sono misantropa, se siete fighi\e delle madonna mandate le foto, altrimenti evitate di rompere il cazzo. Cordiali saluti”. Insomma, Valentina Nappi non si sforza di piacere al prossimo. Poi, provate a intervistarla se vi riesce. Fa la spola tra l’Italia e gli Stati uniti, dove si trova anche ora, compare e scompare in sporadici contatti mail e soprattutto risponde a ciò che vuole. Quando non le piace la domanda, passa. Inutile insistere. Se però riuscite a far breccia nel suo cervello, e a quanto pare ne ha, la sentirete spaziare a tutto campo: dalla filosofia all’economia, dall’attualità alla politica. Senza trascurare ovviamente il sesso, dato che Valentina Nappi, 25 anni, di Scafati, lavora nel porno. E il 23 gennaio è stata vincitrice agli Avn Awards, in pratica gli Oscar dell’hard, nella categoria «migliore scena a tre» (per la cronaca, due donne e un uomo).

Valentina, dicono tu sia la pornostar italiana più pagata. Quanto guadagni? 

«Non lavoro sempre. Nei mesi in cui lavoro posso guadagnare dai cinque ai quindicimila euro lordi, da cui ovviamente vanno detratte spese e tasse. Non mi posso lamentare, ma non sono certo ai livelli di un qualsiasi personaggio del mondo dello spettacolo di fama pari alla mia».

Sulla carta di identità che c’è scritto alla voce “professione”? 

«Ho una carta di identità vecchia. A ogni modo un pornoattore è una via di mezzo fra un performer e un attore. In un certo senso è più di un attore, poiché è chiamato a muoversi sul confine tra rappresentazione e performance. Ma direi che attore va bene».

Valentina Nappi: attrice. 

«Sì, se facciamo riferimento a un’accezione sufficientemente ampia del termine, entro cui cada anche l’attore che improvvisa, l’artista performativo, il ginnasta e chiunque dedichi la propria vita alla ricerca della bellezza di un gesto pubblico».

Valentina Nappi ginnasta: il riferimento, immagino, è alle contorsioni…

«No: il riferimento, come detto, è alla ricerca della bellezza di un gesto».

Che ne pensi delle violenze sulle donne a Capodanno in Germania? Secondo te c’entra l’islam? 

«È una domanda mal posta sul piano logico. L’islam è una religione, è diffusa in contesti estremamente differenti tra loro, contesti il cui grado di modernità e sviluppo varia enormemente. A ogni modo io sono contro tutte le religioni».

Ma è in corso una battaglia di civiltà tra noi e l’islam? Quanto c’entra la libertà sessuale in questo discorso? 

«La battaglia di civiltà è tra la modernità e le forze, come ad esempio la religione cattolica, che provano a resisterle. La modernità è la morale autonoma kantiana, l’utilitarismo benthamiano, il positivismo, il futurismo e in futuro probabilmente il comunismo. Le forze che le resistono sono le tradizioni, le religioni, il conservatorismo sociale e il conservatorismo economico (che oggi è rappresentato dal nefasto neoliberismo che erode i diritti del lavoro)».

Il comunismo è il futuro?! Veramente mi sembra più il passato, e anche nefasto. O no? 

«Quello che dici è la banale vulgata di destra sull’argomento. Non intendo replicare perché il discorso sarebbe estremamente lungo».

Hai scritto su Facebook: “Io sono femmina, non sono donna. Perché alle donne piace abbuscare”, che poi in napoletano significa “prendere botte”. Me la spieghi?

«Donna viene da “mea domina”, è un lemma di origine stilnovista, non mi piace. Mi fa pensare ai ruoli di genere. E una che accetta i ruoli di genere come la porta aperta dall’uomo, essere servita prima al ristorante e cose così, dovrebbe essere coerente e accettare anche di abbuscare».

Fammi capire, dato che in un’altra occasione hai detto “han provato a farmi il baciamano, ho risposto baciami il culo”. Se una donna accetta una galanteria, è giusto che accetti anche uno sberlone? 

«Non è questo il punto. Il punto è che lo sberlone e la galanteria appartengono alla stessa cultura, che viene dal passato».

Valentina Nappi e i profughi: tu sei contro le barriere e i confini. Sei dunque contenta che il governo Renzi vuole togliere il reato di clandestinità? 

«Io non sono per la libertà di movimento di quelli che sono contro la libertà di movimento. Quelli li confinerei in uno Stato tutto loro e non li farei uscire».

Non credi che gli immigrati poveri e senza lavoro portano un maggiore tasso di criminalità? 

«Qualsiasi economista serio (un Giavazzi, per esempio) ti farebbe notare che gli immigrati costituiscono una ricchezza. Quasi in nessun caso c’è stato un aumento statisticamente significativo dei crimini nei Paesi che hanno aperto le porte all’immigrazione».

Una volta hai ammesso di avere fatto sesso con un profugo, è vero? 

«Ho fatto sesso con immigrati, ma credo si trattasse di immigrati regolari».

Sei anti leghista. Se uno vota Salvini tu lo banni e lo cancelli dai social. Perché? 

«Per dargli una sberla virtuale, sperando che si svegli».

C’è qualche politico che vedresti bene in un tuo film? 

«Passo. Che palle».

Dimmi allora che pensi del “bunga bunga” di Berlusconi. 

«Ci deve far vergognare. Ti rimando al mio video: “La do a tutti tranne che al capo”».

Il video è in rete, Youtube l’ha rimosso ma si trova facilmente. Dura 14 secondi, ci sei tu in costume che dici appunto questa frase. Stop. Cos’è, un invito alle donne a darla il più possibile, anche gratis, ma non al potente di turno? 

«Direi solo gratis. Quelle che la danno per interesse hanno tutto il mio disprezzo. Quanto alle meretrici, non sono proibizionista ma dovrebbero metterci la faccia e praticare prezzi accessibili anche all’operaio, altrimenti nella migliore delle ipotesi sono usuraie che sfruttano la frustrazione sessuale maschile. Ad ogni modo mi fa schifo che una possa avvantaggiarsi socialmente, economicamente o nella carriera per il semplice fatto che ha la figa».

Nel 2011 l’Agenzia delle Entrate disse che in Italia la porno-tax ha portato oltre 21 milioni di euro allo Stato. È una tassa giusta per te? 

«Il dato mi sorprende. Ma probabilmente vi si fanno rientrare molte cose (come la vendita di sex toys…). Sicuramente la parte che deriva dalla produzione e vendita di video sarà insignificante».

La Diesel di Renzo Rosso farà pubblicità sui siti porno, perché “lì la gente va a cliccare”. Che ne pensi? 

«È una buona notizia, dato che invece normalmente la pubblicità sui siti porno rende pochissimo».

Valentina, in Italia si parla di Unioni civili. Sei a favore? 

«Certo».

Due omosessuali devono poter adottare un bambino? 

«Assolutamente sì. Reputo assurdo che ci si ponga anche il problema».

Sabato però c’è stato il Family Day. Che pensi di quelle persone in piazza?

«Non tutti sono condannati a essere intelligenti».

Parliamo del tuo lavoro: una pornostar sul set fa finta di provare piacere? 

«I maschi secondo te godono davvero? E se i maschi godono davvero, perché le femmine non dovrebbero? La tua domanda è evidentemente sessista».

Non è sessista. D’altronde pesco da una tua vecchia intervista: “le donne che fingono l’orgasmo dovrebbero essere segnalate in una qualche lista pubblica!”. 

«Vuol dire che il fatto che fingano è un problema. È un po’ come la gente che ricorre all’adulazione, credendo di non far nulla di male ma alla lunga producendo più infelicità che felicità».

Massimo Boldi ti chiese: “Ma perché una ragazza bella come te fa porno?” e tu: “Per avere la possibilità di fare gang bang con dodici neri”. Al di là delle battute, mi dici davvero perché lo fai? 

«L’ho spiegato varie volte e quel tweet è in un certo senso una sintesi. Se preferisci che ti dia un’altra risposta, che magari non metta in crisi la tua visione del mondo, scrivitela da solo».

Nella mia domanda non c’era alcun giudizio morale. Ma come a me chiedono perché faccio il giornalista e rispondo, tu spiegami perché fai la pornostar.

«Perché ti dà possibilità di esplorare, ricercare, approfondire, anche grazie al rapporto con la cinepresa, che altrimenti non avresti».

Rocco Siffredi dice di essere guarito dalla dipendenza da sesso, a te spaventa questa patologia? 

«È una presunta patologia che non esiste. Non è riconosciuta dalla comunità medica. Su Rocco mi sono già espressa e non intendo tornare sull’argomento».

Quindi le cosiddette “cliniche del sesso” dove vanno anche i vip per disintossicarsi sono inutili? 

«Non le conosco».

Su Rocco non vuoi esprimerti, però lui ha lanciato una petizione on line per introdurre l’educazione sessuale a scuola. Tu la firmeresti?

«No, ma la spiegazione sarebbe estremamente lunga».

Cosa significa trasgressione per te? 

«È una cosa negativa. È una forma di incoerenza. Io sono per la coerenza col proprio punto di vista e se si è coerenti non si trasgredisce».

Mettiamo che giri sul set per otto ore, poi vai a casa e contempli l’idea di fare ancora sesso?

«Ci sono tanti modi di fare sesso. Al pilota di Formula 1 capiterà anche di guidare un’utilitaria in città o di fare una tranquilla gita fuori porta».

Hai fatto casting pubblici per pornoattori ma non hai ottenuto grandi risultati: significa che non sappiamo più fare sesso?

«Forse manca soprattutto chi prenda seriamente il mestiere di pornoattore».

Dimmi allora una caratteristica imprescindibile per fare il pornoattore. 

«La più importante è la testardaggine nel migliorarsi. Il pornoattore deve essere un po’ come un maestro di sushi o come un qualsiasi artigiano che lavori con la gestualità: deve provare e riprovare, vedere cosa viene fuori, modificare un po’ i particolari, cercare allo stesso tempo l’eleganza e la potenza dell’immagine trasmessa».

Il porno e la paura di contrarre malattie. Quanto ci pensi? 

«È ben noto che la gente sopravvaluta certi rischi e ne sottovaluta altri. Ad esempio, il rischio rappresentato dagli attentati terroristici è enormemente amplificato dalla percezione collettiva, mentre quello degli incidenti stradali è molto sottovalutato. Ecco: il rischio di contrarre l’hiv per un pornoattore è prossimo allo zero».

Con quelle acrobazie sul set, problemi fisici ne hai?

«Nessuno».

Già, sei giovane. Pratica sessuale preferita sul set e in privato?

«Non ho pratiche preferite. Sono un po’ come un cuoco: mi piacciono tutte le materie prime, poi tutto dipende dal “come”, non dal “che”».

Un giorno ti vedi mamma? Se sì che dirai a tuo figlio del tuo lavoro?

«Ti ricordo che il mio nome da pornoattrice coincide perfettamente col mio nome reale. Ad ogni modo, non voglio avere figli, anzi sulla Terra siamo in troppi e bisognerebbe entrare in una logica di controllo delle nascite».

E chi ci dovrebbe pensare?! 

«Ci stiamo organizzando, noi del Nuovo Ordine Mondiale».

Non tutte, però, si chiamano Valentina Nappi. Profughi, abusi sessuali su lavoratrici delle coop. Succede a Bagnoli. Donne molestate da alcuni ospiti: il primo cittadino e il sindacato fanno denuncia in Prefettura di Cristina Genesin, scrive il 12 marzo 2017 "Il Mattino di Padova". Violenze e abusi sessuali all’interno del campo profughi di Bagnoli, destinati a moltiplicarsi ogni giorno come si trattasse di un’eventualità da mettere in conto al pari di “un’attività ordinaria”. Compagna di lavoro ormai abituale la paura. Quella paura pronta ad assalirti ogni volta che varchi il cancello d’ingresso del posto dove lavori ben sapendo, per esperienza diretta o per esperienza della collega, che ti può capitare il peggio. E tu sei indifesa perché sei stata lasciata sola. E perché non c’è alternativa quando ti fanno capire che o ti va bene così oppure quella è la porta, libera di andartene. Le vittime. È il dramma che stanno vivendo un gruppo di donne, tutte residenti nella Bassa Padovana, dipendenti di alcune cooperative impegnate nel garantire lavori e servizi nel campo situato nella frazione di San Siro, oltre 800 ospiti “parcheggiati” in attesa di conoscere il proprio destino con il passaporto da rifugiati o con il “marchio” da indesiderati. Donne vittime di ripetute aggressioni sessuali. Nessuna al momento ha ancora presentato querela: hanno paura di essere lasciate a casa. Di essere licenziate. E non a caso: chiaro il messaggio ricevuto dopo aver informato dell’accaduto tanto il datore di lavoro quanto i vertici Edeco, coop che gestisce la struttura. La prefettura. Venerdì scorso incontro riservatissimo in Prefettura a Padova. Intorno al tavolo il vicario del prefetto con delega all’emergenza immigrazione, Pasquale Aversa, il sindaco di Bagnoli, Roberto Milan, e la sindacalista Elena Capone di Labor, sindacato autonomo che sta seguendo la delicatissima questione cercando di tenerla lontana da ogni forma di strumentalizzazione partitica. Sono stati sollecitati interventi e una maggior presenza di addetti alla sicurezza nel campo per tutelare chi lavora. Singolare circostanza: il sindaco sarebbe stato informato dell’accaduto proprio l’8 marzo, festa della donna. Per domani prevista un’assemblea con le dipendenti delle cooperative per decidere il da farsi. Doppia la parola d’ordine: tutelare la propria dignità di essere umano, ma pure il diritto al posto visto che, per la maggioranza delle donne, lo stipendio è indispensabile strumento per far quadrare il bilancio familiare. Uno stipendio che, però, non vogliono barattare passando sopra al principio del rispetto per se stesse. I fatti. Il caso è esploso negli ultimi mesi all’interno del centro dove stati trasferiti i clandestini approdati in Italia per lo più dal continente africano, tutti giovani o giovanissimi (poche le donne). Prima i comportamenti di alcuni stranieri si limitavano a qualche battuta in un italiano stentato, magari accompagnato da qualche gesto osceno. Poi dalle parole, si è passati alle vie di fatto. Così le lavoratrici sono state attese all’ingresso del campo; in qualche caso “scortate” nelle aree in cui dovevano lavorare oppure, vittima di un vero e proprio agguato, sono state sorprese e aggredite. Solo alcuni ospiti sarebbero responsabili dei ripetuti episodi. «Episodi gravissimi», riferisce un pubblico amministratore. Tuttavia ufficialmente, nessuno parla. Nessuno commenta. Introvabili il sindaco Milan e la sindacalista Capone, mentre la situazione è al limite. E ora, davvero, rischia di esplodere dentro e fuori la struttura. Tra l’ottobre e il novembre scorsi la tensione crescente si era tradotta in rivolte e sommosse nel centro di accoglienza che ha toccato punte di 900 profughi. Tanto da rendere necessario l’intervento della polizia in tenuta antisommossa. Allora il sindaco di Bagnoli Roberto Milan aveva commentato duro: «L’unico provvedimento possibile è quello di alleggerire il centro e distribuire i migranti in altre strutture, non certo creare delle nuove concentrazioni. Qui non abbiamo bisogno di slogan e passerelle, né di sparate populiste. Vogliamo soluzioni percorribili e su questo la Prefettura deve lavorare di più e meglio». Una richiesta ancora oggi reclamata da una popolazione sempre più sola.

Operatrice sequestrata nel resort: "Ha calato i pantaloni e ha iniziato a fare le sue cose", scrive di Peppe Rinaldi il 2 febbraio 2017 Libero Quotidiano”. Secondo gli specialisti era affetto da «effervescenze psico-caratteriali» l’immigrato nigeriano che ieri non ce l’ha fatta più e, abbassandosi i pantaloni, ha tenuto in ostaggio per circa mezz’ora una donna in un centro di accoglienza. Si chiama Eboh Jude, ha ventisei anni e da tre - dice - non ha rapporti sessuali. Ora è in cella a Poggioreale, Napoli, in attesa dell’espulsione alla conclusione dell’iter giudiziario. Intanto deve rispondere di sequestro di persona e di violenza sessuale, fattispecie che scatta indipendentemente dalla consumazione materiale del fatto. Il focoso giovane nero, infatti, non ha toccato la signora, peraltro sessantaduenne, limitandosi ad «effervescenti» manifestazioni di desiderio sessuale, aggravate da una patita, lunga astinenza. Esiste chi sta peggio con la cronologia, pur senza esibire terga e genitali. Siamo a Varcaturo, un tempo meravigliosa litoranea flegrea nel territorio del comune di Giugliano, divenuta una specie di slum interraziale in un panorama di strutture turistico-ricettive spesso convertite in centri per immigrati. Come ovunque nel Paese. Il posto è uno di quelli de luxe, almeno a giudicare dalla presentazione web del complesso «Le Chateau». La struttura pare abbia avuto in passato problemi con l’autorità giudiziaria per questioni legate ai permessi a costruire, non proprio una novità da quelle parti. Ci furono i rituali sequestri seguiti da altrettanto rituali dissequestri. Oggi è, con ogni evidenza, soggetto interlocutore della pubblica amministrazione in tema di immigrazione. Dentro sono ospitati 85 extracomunitari a prevalente composizione africana, tenuto conto anche di un antico insediamento della popolazione di colore in tutto il comprensorio. Da anni. Ora parliamo dei nuovi flussi, quelli genericamente - ed erroneamente - definiti di profughi. Eboh Jude era a Napoli da settembre ma ieri gli ormoni hanno preso il sopravvento, spingendolo nell’ufficio di una operatrice del centro con la scusa di informazioni sulla pratica per il suo permesso di soggiorno. Una volta dentro il giovane ha chiuso la porta, s’è calato i pantaloni e, a distanza, ha spiegato alla esterrefatta signora il suo problema. Masturbandosi. È lei stessa a dirlo: «Non mi ha violentata, si è abbassato i pantaloni e ha fatto cose sue. Ha raccontato che non aveva una donna da tre anni e chiedeva chiarimenti sul suo documento, scaduto oggi. Certo rimanere chiusa con lui non è stato piacevole, a un certo punto ha battuto anche i pugni sul tavolo. Ma non mi ha violentata, questo no». A liberarla dall’incubo i carabinieri del posto, avvisati da una collega dell’operatrice che aveva intercettato il bigliettino d’aiuto che la donna sequestrata era riuscita ad infilare sotto la porta. L’irruzione, quindi le manette e il carcere. E poi le polemiche. Come quella tra Matteo Salvini e Roberto Saviano. In un primo momento s’era diffusa la voce di una violenza carnale consumata e il segretario della Lega aveva twittato parlando di castrazione chimica. Poche ore e Saviano si dà alle sue di «effervescenze», dando sfogo via social ad un ragionamento standard su razzismo e immigrazione, forte delle statistiche Istat sulla nazionalità di vittime e violentatori. «Io la disprezzo» è stato il pezzo forte di Saviano rivolto a Salvini. Che ha replicato: «Quel disprezzo è per me una medaglia».

Molestie sessuali a Capodanno, l'incubo di sei italiane a Innsbruck: "Le mani degli immigrati tra le gambe", scrive il 6 gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. Molestie sessuali in piazza con strategia "militare". Le sei ragazze italiane che hanno subito approcci violenti la notte di Capodanno a Innsbruck raccontano al Corriere della Sera quei minuti di terrore puro vissuti in Austria. Ad aggredirle un gruppetto di uomini tra i 20 e i 40 anni, immigrati afghani o nordafricani, ancora ricercati. "Erano in cinque o sei, ci hanno circondato - spiega una delle ragazze, tutte studentesse e turiste tra i 19 e i 25 anni, provenienti da Bolzano -. Ballavano e ridevano e sulle prime non ci siamo preoccupate. Eravamo tutti in piazza per divertirci e festeggiare in mezzo a migliaia di persone. Ma quello che subito sembrava uno scherzo si è trasformato in qualcosa d'altro. Molestie pesantissime. Si sono avvicinati stringendoci, toccandoci, richieste esplicite di sesso. A me hanno messo le mani sotto le gambe, strappandomi i collant. Mi sono divincolata, li ho spintonati allontanandomi. La stessa cosa ha fatto la mia amica. Poi siamo tornate in albergo. In totale le denunce sono state 18: molestate anche nove austriache, due tedesche e una svizzera. La notte di Innsbruck ha ricordato da vicino quanto successo un anno prima a Colonia e in tutta la Germania, con 1.200 donne vittime di aggressioni a sfondo sessuale da parte di immigrati. "Non abbiamo mai visto niente del genere", ammette Ernst Kranebitter, portavoce della polizia di Innsbruck. "Non riesco a ricordare un attacco di questo genere, di questa scala e con questo modus operandi. Una specie di strategia studiata che avrebbe permesso agli assalitori in primo luogo di non mostrare subito le loro reali intenzioni, facendole sembrare l'avvio di una specie di gioco. E poi di sparire alla svelta, in caso di grida o di reazioni decise".

Scena "mostruosa" la notte di Capodanno. Stuprate 80 donne: "da mille nordafricani", scrive il 5 gennaio 2016 “Libero Quotidiano”. Capodanno choc a Colonia. Il sindaco della città settentrionale della Germania ha convocato i vertici della polizia dopo le notizie di aggressioni, anche a sfondo sessuale, subite da 80 donne e in cui sarebbero coinvolti circa 1.000 uomini. Secondo il capo della polizia Wolfgang Albers, citato dalla Bbc, gli aggressori, ubriachi, erano all’apparenza arabi o nord-africani. Le aggressioni si sono verificate nella zona tra la stazione centrale e il maestoso duomo gotico. Gran parte dei reati denunciati alla polizia erano rapine, ma anche molestie, palpeggiamenti, e almeno uno stupro. Anche una volontaria della polizia ha subito molestie sessuali. Secondo i media locali la polizia è preoccupata del fatto che le violenze siano state organizzate: branchi di uomini ubriachi a caccia di donne in un’area già normalmente a rischio furti e borseggi, tanto che Albers ha parlato di "una dimensione di reato completamente nuova" lanciando un allarme in vista degli eventi di carnevale previsti tra il 4 e il 10 febbraio, durante i quali notoriamente si versano fiumi di alcol. Il numero delle aggressioni è stato forse ancora superiore, perchè si teme che molte donne non abbiano denunciato le violenze. È qualcosa di "mostruoso", ha commentato il sindaco Henriette Reker, che fu accoltellata a ottobre durante la campagna elettorale prima della sua elezione. "Sono attacchi intollerabili, tutti i responsabili devono essere portati davanti alla giustizia" ha scritto il ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas in un tweet. Secondo il portale di informazione Koelner Stadt-Anzeiger, i responsabili delle aggressioni sono già conosciuti dalla polizia, proprio a causa dei frequenti furti che si verificano nella zona intorno alla stazione centrale. Uno dei poliziotti in servizio nella zona ha detto al portale Express di aver fermato 8 persone: "Erano richiedenti asilo" ha specificato. Episodi analoghi si sono verificati anche ad Amburgo, nella chiassosa via Reeperbhan, nel quartiere a luci rosse di St.Pauli, e a Stoccarda. La reazione - Il governo tedesco promette di catturare e consegnare alla giustizia i responsabili degli abusi sessuali avvenuti a Colonia a Capodanno, nel quale sarebbero coinvolti numerosi migranti. "Si deve fare tutto il possibile per identificare quanto prima i colpevoli e punirli, da dovunque arrivino”, ha detto Angela Merkel. Il cancelliere ha espresso "indignazione" di fronte agli "attacchi ripugnanti e alle molestie sessuali, reati che esigono» una risposta compatibile con lo Stato di diritto".

Per essere intervistato da una donna, Muhammad Alfredo ha preteso che la giornalista Sara Giudice indossi l'hijab e si presenti senza trucco né profumo. Piazza Pulita su La7 il 13 marzo 2017 ha mandato in onda il faccia a faccia con l'integralista islamico italiano convertito nel 2010 che vuole spiegare com'è vivere nel completo rispetto della legge islamica, la Sharia. E lo spaccato offerto da questa visione fanatica è inquietante.

La femminista di sinistra: "I media occultano le violenze sessuali commesse da immigrati". Lorella Zanardo: "Da più parti mi viene consigliato di non diffondere la notizia della donna violentata in Puglia, caso di cui si è parlato pochissimo. La reticenza di molti gruppi femministi e giornalisti è dovuta al fatto che la violenza sia stata commessa da un rifugiato", scrive il 3 Agosto 2017 “Il Populista". In Italia, come accade in altri Paesi europei dominati dal politicamente corretto, i crimini degli immigrati vengono minimizzati. Se risulta difficile omettere l’identità e l’origine del delinquente, almeno per ora, ecco che il sistema mediatico impone una sorta di silenziatore diffuso. Fino a poco tempo fa le malefatte nei confronti delle donne, dai casi di stalkeraggio a quelli di molestie e violenze sessuali, occupavano giustamente le prime pagine dei giornali sia cartacei sia online, lunghi servizi nei telegiornali, doverosi approfondimenti nelle trasmissioni televisive. Poi gradualmente la musica è cambiata. Ora succede che questi atroci reati, se commessi da immigrati, vengano relegati alle pagine di cronaca o a minuscoli riquadri nelle home page dei giornali più importanti. Anzi, ormai spesso nelle home page dei “giornaloni” non ci finiscono nemmeno per sbaglio. Guai a evidenziarlo però, pena il marchio infamante di razzista e xenofobo. Che non si tratti esattamente di fantasia populista o delirio leghista, lo conferma un pezzo di Lorella Zanardo comparso sul sito del Fatto Quotidiano. Stiamo parlando di una femminista di punta, autrice del celebre documentario “Il Corpo delle donne” e fautrice del movimento venato di antiberlusconismo “Se non ora quando”, nonché candidata alle ultime Europee per l’estrema sinistra con la Lista Tsipras. L’incipit è lineare e illuminante: “Una donna è stata violentata e picchiata brutalmente in Puglia qualche giorno fa. La donna versa in gravi condizioni in ospedale. Da più parti mi viene consigliato di non diffondere questa notizia: perché?”. Ebbene sì, certa sinistra lavora per occultare notizie sgradite alla “narrazione” immigrazionista. Che stranezza. “Contrariamente a quanto accade solitamente”, scrive la Zanardo, “in questo caso la notizia è stata riportata solo da qualche quotidiano e diffusa pochissimo”. Il motivo è semplice, anche se indicibile: “La reticenza di molti gruppi femministi e giornalisti è dovuta al fatto che la violenza sia stata commessa da un ragazzo rifugiato di un centro Cara. Questa e solo questa la ragione dell’occultamento del fatto”. La regista racconta che certa pulsione censoria e minimizzatrice, anche se di mezzo ci sono odiose violenze nei confronti delle donne, è un malcostume radicato nel tempo: “Anni fa partecipai a Milano a un incontro contro la violenza organizzato da un’importante organizzazione che di violenza si occupava. Si trattava dell’omicidio di una donna a Roma da parte di un cittadino rumeno. Con mio grandissimo stupore e rabbia – scrive la femminista - tutta la riunione fu spesa, ed eravamo solo donne, a valutare se fosse meglio diffondere o no la notizia perché trattavasi di cittadino dell’est Europa e non si voleva incentivare il razzismo. Solo poche parole furono pronunciate a memoria della vittima”. Una denuncia coraggiosa, controcorrente. “Come femminista e come donna di sinistra mi ribello a questo comportamento e lo ritengo responsabile dell’allontanamento di molti cittadini e cittadine dai partiti e movimenti di sinistra”. Zanardo fu una delle poche, pochissime femministe a condannare con forza e senza ambiguità di sorta le violenze sessuali di massa commesse da immigrati a Colonia, nel Capodanno 2016. “Il voler ‘proteggere’ i migranti responsabili di reati odiosi, così come il ritenere che diffondendo le notizie negative che li riguardano (…) si possa fomentare il razzismo, è alla base dell’attuale pensiero di una certa sinistra italiana: elitaria e profondamente discriminante”. Insomma i primi ad attuare discriminazioni in base alla provenienza delle persone, sono esattamente coloro che a parole combattono contro le discriminazioni: “Il popolo è pancia, mi disse fiera una nota intellettuale ‘di sinistra’ lasciandomi basita. E se il popolo è pancia, e dunque non in grado di ragionare con la propria testa, ecco che c’è chi si è autoeletto interprete di quel popolo incapace di intendere e volere”. E ancora: “E con la stessa attitudine tronfia ed elitaria si trattano gli emigranti, i richiedenti asilo: proteggendoli tutti indistintamente come fossero bambini o incapaci di intendere, discriminandoli davvero in questo modo considerandoli così inferiori a noi”. Zanardo parla della necessità di avviare programmi educativi sugli usi e costumi che regolano i rapporti tra i sessi “che, come sappiamo, sono in Europa profondamente diversi da quelli vissuti nei Paesi di origine dai cittadini migranti”. Dalla retorica alla pratica, bypassando i dettami del politicamente corretto: “Dopo la grande manifestazione per i migranti dello scorso maggio a Milano, quali sono stati i progetti educativi intrapresi per facilitare la convivenza?”.

La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero, scrive Lorella Zanardo il 31 luglio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Una donna è stata violentata e picchiata brutalmente in Puglia qualche giorno fa. La donna versa in gravi condizioni in ospedale. Da più parti mi viene consigliato di non diffondere questa notizia: perché? Contrariamente a quanto accade solitamente, quando cioè le notizie che riguardano stalking e violenze vengono commentate e diffuse sui social network da molte donne e anche uomini, in questo caso la notizia è stata riportata solo da qualche quotidiano e diffusa pochissimo. La donna ha 76 anni e verrebbe da pensare che non se ne è scritto per una forma nemmeno tanto velata di discriminazione verso le anziane: “Tanto è vecchia”, pare essere il messaggio sotteso all’indifferenza; l’indignazione, quando c’è, è riservata al sopruso verso chi è giovane. Mi sono ribellata dunque a questa ipotesi e ho diffuso la notizia per scoprire, ancora una volta, che la reticenza di molti gruppi femministi e giornalisti è dovuta al fatto che la violenza sia stata commessa da un ragazzo rifugiato di un centro Cara. 

Questa e solo questa la ragione dell’occultamento del fatto. Anni fa partecipai a Milano a un incontro contro la violenza organizzato da un’importante organizzazione che di violenza si occupava. Si trattava dell’omicidio di una donna a Roma da parte di un cittadino rumeno. Con mio grandissimo stupore e rabbia, tutta la riunione fu spesa, ed eravamo solo donne, a valutare se fosse meglio diffondere o no la notizia perché trattavasi di cittadino dell’est Europa e non si voleva incentivare il razzismo. Solo poche parole furono pronunciate a memoria della vittima. Come femminista e come donna di sinistra mi ribello a questo comportamento e lo ritengo responsabile dell’allontanamento di molti cittadini e cittadine dai partiti e movimenti “di sinistra”. Che una violenza sia commessa da un uomo italiano o da un migrante, vecchio o giovane che sia, non deve assolutamente cambiare la nostra reazione: la denuncia va sempre e comunque espressa. Certo spiegando, certo motivando. Ma condannando sempre con fermezza. Già ebbi modo di esprimerlo a inizio 2016 in occasione delle violenze a Colonia che vennero archiviate con l’esilarante raccomandazione per difendere le donne dalla violenza, espressa della sindaca della città tedesca: “Se i ragazzi nordafricani o mediorientali si avvicinano a voi, state loro a distanza “eine ArmeLange”, cioè teneteli a distanza di un braccio. Il voler “proteggere” i migranti responsabili di reati odiosi, così come il ritenere che diffondendo le notizie negative che li riguardano, esattamente così come faremmo per i crimini commessi dai cittadini italiani, ritenendo che così facendo si possa fomentare il razzismo, stanno alla base dell’attuale pensiero di una certa sinistra italiana: elitaria e profondamente discriminante.

“Il popolo è pancia”, mi disse fiera una nota intellettuale di sinistra lasciandomi basita. E se il popolo è pancia, e dunque non in grado di ragionare con la propria testa, ecco che c’è chi si è autoeletto interprete di quel popolo incapace di intendere e volere. E allora quel popolo che viene valutato non in grado di comprendere con la propria testa che una violenza è sempre una violenza indipendente da chi la commetta, lo si mantiene al di fuori delle scelte democratiche. “Non diffondendo troppo questo tipo di notizie” come mi è stato più volte consigliato, perché non sarebbe in grado di comprendere. E con la stessa attitudine tronfia ed elitaria si trattano gli emigranti, i richiedenti asilo: proteggendoli tutti indistintamente come fossero bambini o incapaci di intendere, discriminandoli davvero in questo modo considerandoli così inferiori a noi. Mi ribello e invito a ribellarci al dualismo che ci viene oggi proposto come unica possibilità: o sei razzista o accetti tutti i migranti a prescindere dal loro comportamento. Esiste una terza possibilità ed è l’apertura e l’accoglienza mediata da regole e leggi, necessaria per qualsiasi democrazia che voglia davvero accogliere tutti e tutte senza alcuna discriminazione. Facciamo che questa opportunità esista e si diffonda, senza timore di essere criticate ed emarginate! C’è un ultimo punto, che è quello che mi sta più a cuore, ed è quello dell’educazione foriera di una buona convivenza. In Nord Europa e in Canada si stanno sviluppando ottimi moduli educativi per i cittadini migranti che oltre all’indispensabile introduzione alla lingua del Paese ospitante, mirano a far conoscere usi e costumi anche per quanto riguarda i rapporti tra i sessi, che, come sappiamo, sono in Europa profondamente diversi da quelli vissuti nei Paesi di origine dai cittadini migranti. Dopo la grande manifestazione per i migranti dello scorso maggio a Milano, quali sono stati i progetti educativi intrapresi per facilitare la convivenza? L’educazione, la conoscenza, l’abbattimento delle barriere linguistiche, il rispetto: tutti valori democratici e di sinistra sui quali invito a lavorare.

Vietato dire che i ricercati sono stranieri. Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale".  Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo. Lo stupro è un reato infame, chiunque lo commetta. Ma il punto è: perché non dire chi, o meglio chi si sta cercando come presunti responsabili, come sta accadendo per il caso della ragazza violentata sulla spiaggia di Rimini? I lettori della maggior parte dei giornali quotidiani di ieri e dei telegiornali, che pure hanno riservato ampio spazio al fatto, non sanno o hanno al massimo intuìto, leggendo tra le righe, che la polizia sta dando la caccia a tre immigrati maghrebini. Saranno loro i colpevoli? Non lo sappiamo, ma la notizia è che gli inquirenti stanno cercando proprio loro. E allora perché non dirlo, non fornire all'opinione pubblica l'identikit del possibile assassino, come avviene in tutti i casi di cronaca nera fin dai tempi dei tempi? Siamo certi che se la ragazza stuprata e il suo compagno ferito avessero riferito di essere stati assaliti invece che da persone di carnagione scura da italiani, non ci sarebbero state tutte queste precauzioni e omertà. E i titoli sarebbero stati più o meno: «La banda dei biondini violenta giovane turista». Ripeto, oggi nessuno sa la verità, ma gli inquirenti sanno bene chi stanno cercando, i giornalisti sanno bene la pista battuta dagli inquirenti, i direttori dei giornali sanno bene cosa sanno i giornalisti. Tutti sanno, ma nessuno osa dire e scrivere con chiarezza. Siamo al punto che gli immigrati, rispetto a noi italiani, non solo sono tutelati dal sistema quando occupano una casa ma pure quando sono sospettati di avere stuprato una ragazza. È il maledetto virus con cui le Boldrini e i Saviano hanno infettato il paese, un razzismo all'incontrario, tutelato perfino dall'Ordine dei giornalisti che indaga e punisce i colleghi che osano vaccinarsi, cioè chiamare le cose con il proprio nome. Di recente sono finito sotto processo per un titolo: «Tentano di rapire un bimbo, la polizia setaccia campo rom», che riportava fedelmente i fatti. Rivendico la libertà di informarvi che la polizia, per i fatti di Rimini, sta cercando tre immigrati, il che non vuole dire nulla di più e nulla di meno di ciò che sta accadendo in queste ore. Non saremo politicamente corretti ma professionalmente sì. E questo ci basta.

"Lo strano mistero dello stupro di Rimini", scrive Pietro Senaldi il 27 Agosto 2017 su "Libero Quotidiano". I giornali non dicono la verità sugli stupratori di Rimini. O meglio, omettono che essi siano magrebini. Pietro Senaldi, a #90secondi, spiega perché al contrario Libero lo ha rivelato subito: "Non è nascondendo la verità che si evita l'odio sociale". La nuova prassi italiana, ma forse sarebbe più appropriato definirla terzomondista, per cui i carnefici si proteggono e le vittime si offrono alla piazza, si è arricchita di un altro capitolo. Dopo la solidarietà agli immigrati che avevano occupato abusivamente un palazzo romano di proprietà dei pensionati e la condanna dei poliziotti che, presi a bombole del gas in testa, li hanno sgomberati con la forza, il circolo mediatico votato al boldrinismo più fazioso si è cimentato in un altro fattaccio di cronaca. Una coppia di turisti è stata aggredita da una banda di ragazzotti sulla spiaggia di Rimini che hanno pestato a sangue lui e violentato ripetutamente lei. Sappiamo che le vittime sono polacche, che i delinquenti hanno poi riservato lo stesso trattamento a un trans peruviano e che la testimone chiave della vicenda è una prostituta romena. I particolari sono stati riportati da tutti, in certi casi perfino con disegnini illuminanti. Ma solo Libero, il Quotidiano Nazionale e i «giornalacci» della destra hanno evidenziato che secondo la polizia gli stupratori erano sì ubriachi, come hanno scritto tutti, ma anche immigrati, particolare ritenuto irrilevante invece dagli altri, per i quali era viceversa fondamentale la nazionalità delle vittime. Cautela? Può darsi, perché i criminali sono alla macchia e il rischio figuraccia c' è, ma non ci crediamo poi tanto. Dopo la cinquantesima riga infatti qualcuno l' ha anche scritto, in un sussulto di professionalità o confidando che il caporedattore non si spingesse fino a lì nella lettura, qual è l' origine degli aggressori, il che significa che è stata confermata da più fonti. Cionondimeno, anche ieri, i tg non hanno ritenuto di calcare sull' argomento. Insomma, è fondamentale che la prostituta sia romena e le vittime polacche e peruviane ma è un dettaglio da omettere chi abbia fatto loro la festa. Forse perché nessuno vuole che le lettrici e le telespettatrici si allarmino se vengono circondate di notte da una banda di immigrati. Meglio non instillare in loro il germe del razzismo e lasciare che girino, ignare e sicure, per le nostre spiagge e strade multietniche. Tutt' altro trattamento è stato riservato invece all' italiano che, multato per aver parcheggiato sul posto riservato a un disabile e da questi denunciato ai vigili, si è vendicato affiggendo un cartello infame in cui insultava il portatore di handicap rallegrandosi per la sua condizione. Un comportamento orribile, stigmatizzato anche da Libero ma che è valso al suo autore una gogna nazionale senza eguali. Di lui sappiamo l'età, l'auto, la professione, il titolo di studio e perfino il paese. Infatti non è un immigrato ma un italiano, addirittura un truce brianzolo, a cui forse Paolo Virzì, il regista di «Il capitale umano», sta già dedicando un film. Da stigmatizzare anche il silenzio del presidente della Camera, Laura Boldrini e, al momento della stragrande maggioranza delle paladine del femminismo. Evidentemente le donne si tutelano meglio se si costringono gli italiani a chiamarle avvocata o presidenta piuttosto che se le si mette in guardia dai rischi dell'invasione. D' altronde è cosa nota che per i nostri rappresentanti, e per i nostri media, un fatto non vale tanto per se stesso bensì per il significato politico che gli si vuole dare e per l'ideologia alla quale è funzionale. Il villano brianzolo, forse vicino di casa di Berlusconi, va messo alla gogna più dello stupratore nordafricano, del quale si sottolinea lo stato di ebbrezza, a mo' di attenuante, quando invece è un'aggravante, e non solo per il Corano ma anche per il nostro codice penale. Forse questa cortina di fumo viene messa per non alzare il livello di tensione sociale, come i tedeschi che non rivelano le nazionalità di chi commette attentati per evitare episodi di linciaggio. Forse siamo noi maliziosi nel voler vedere a tutti i costi la cattiva fede altrui e a sentire odore di ordini di scuderia in redazione. Ma la verità è che siamo allarmati e che chi nasconde l'identità degli stupratori immigrati ci fa quasi paura quanto questi. Nascondere, minimizzare, relativizzare i problemi, non aiuta a risolverli ma li aggrava rapidamente, fino a farli diventare ingestibili e portarli al punto di esplosione. Non si sa quando lo scoppio avviene, perché fino a un attimo prima la situazione è immutata e immanente, ma quando accade, è incontrollabile. È successo così con il traffico di uomini agevolato dalle organizzazioni non governative, molte delle quali, in combutta con gli scafisti, facevano i soldi spacciandosi per santi. È capitato con gli occupatori abusivi di case, a cui lo Stato fino al giorno prima aveva permesso di comportarsi come proprietari, consentendo loro di dare addirittura in affitto gli alloggi che abitavano illegalmente. Succederà anche con le violenze degli immigrati che nascondiamo sotto il letto come la polvere. Un giorno, improvvisamente, per vincere le elezioni, perché colpito in prima persona o per "impazzimento" individuale, qualcuno non ne potrà più, e sarà il caos. Ci auguriamo di no, ma lo temiamo.

Lo stupro innocente, scrive Antonella Grippo il 30 agosto 2017 su "Il Giornale". C’è stupro e stupro. C’è fallo e fallo. Quello immigrato, ad esempio, detiene un’intrinseca ragionevolezza sociologica, persino nella sua massima e ruvida erezione. Non è che puoi fare la femminista, se non c’è di mezzo un maschio di Ladispoli, di Muro Lucano o di Busto Arsizio! Come fai a prendertela con il piffero magrebino? A ben guardare, è poetico, intriso di lirismo ancestrale. Di fremiti di guerra e povertà. Si tratta di un fiotto di antropologia tribale. Va argomentato, discusso. Giammai decontestualizzato dalle braghe di riferimento. Vuoi mettere…Altro che la saccente protuberanza virile degli impiegati del catasto di Avellino, che, ancorché dimessa, si sollazza con lo stupro di suocere, colpevoli assertrici della secessione di Romagna. Per non parlare della fava dei benzinai di Matera, che quando s’ingrifa, non corrisposta, è capace di ispirare l’intera arte operaia del Femminicidio. Tutto il resto non fa dottrina. Del resto, non si può pretendere che le Damine di San Vincenzo disertino i summit settimanali sui prodigi terapeutici del ricamo ad uncinetto, per occuparsi di femmine sfigate, perdippiù polacche, incapaci di interloquire con la bestia che abita i calzoni africani, al fine di capirne i bisogni, interrogarne le aspettative, in un clima di Multimazza. Meglio falcidiare l’assioma partenopeo per eccellenza: Il cazzo non vuole pensieri. Contrordine, compagne: il pisello magrebino convoca tutta la storia del pensiero occidentale. Esige e reclama lo sguardo delle scienze umane. Chiede di essere indagato, decriptato. Accolto. In fondo, è un’innocenza analitica. Politically correct.

Stupri e immigrati, scrive Giampaolo Rossi il 31 agosto 2017 su "Il Giornale".

PREGIUDIZI E TABÙ. L’argomento è scottante e viola il rigido protocollo imposto dai talebani del politically correct. Certo, se decidete di affrontarlo, aspettatevi la solita accusa di essere i nipotini di Goebbels. Non vi preoccupate, fa parte del gioco; sopportate con santa pazienza e andate avanti perché il problema esiste e non va rimosso; e non solo sull’onda dell’emotività che la cronaca ci riserva: la giovane turista polacca stuprata a Rimini o l’anziana di Forlì violentata da un nigeriano o la 12enne di Trieste abusata da tre immigrati (solo per citare gli esempi più recenti). Quando un anno fa la piddina Debora Serracchiani, di fronte allo stupro di una studentessa italiana minorenne da parte di un richiedente asilo iracheno, dichiarò: “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”, un fiume in piena di scandalizzata indignazione si riversò contro di lei: colleghi di partito e immancabili intellettuali del Pensiero Collettivo. Allora proviamo ad affrontare il tema senza tabù e senza pregiudizi.

I NUMERI IN ITALIA. Stefano Zurlo, su Il Giornale, ha riportato una notizia scioccante: un’indagine di Demoskopika, realizzata elaborando dati del Viminale, ha svelato che “nel quinquennio 2010-2014, il 39 per cento delle violenze sessuali in Italia è stato compiuto da stranieri”. Un numero impressionante – nota Zurlo – se si considera “che nel 2014, solo l’8,1% dei residenti in Italia veniva da fuori”. Ovviamente Zurlo è molto cauto e sottolinea che non bisogna fare “generalizzazioni”, né “distribuire patenti di primogenitura”. Anche perché a distribuirle ci pensa il Ministero dell’Interno il giorno dopo, inviando una nota all’AdnKronos in cui spiega che nel 2016 i reati contro le donne compiuti dagli italiani sono aumentati (1.534 contro i 1.474 del 2015), mentre quelli degli stranieri sono diminuiti (904 contro i 909 del 2015, 4 in meno). Ma la stessa AdnKronos ammette che se si guardano le percentuali in rapporto alla popolazione (che è esattamente ciò che si dovrebbe controllare) le violenze commesse dagli stranieri sono maggiori. Anche perché al conteggio sfuggono ovviamente i casi non denunciati che è plausibile siano maggiori nelle comunità di immigrati perché una donna straniera (magari profuga e richiedente asilo, inserita in contesti comunitari chiusi) ha più timore a denunciare una violenza subita rispetto ad una donna italiana. D’altronde è un dato di fatto che la possibile correlazione tra l’esodo migratorio di giovani maschi e l’aumento delle violenze sessuali non sembra riguardare solo l’Italia. In tutti i paesi che hanno adottato politiche di accoglienza massiccia i reati a sfondo sessuale sono tra quelli con maggiore aumento, insieme ai furti.

I NUMERI IN GERMANIA. Il Rapporto annuale sulla “Criminalità nell’ambito della migrazione” pubblicato il 27 Aprile scorso dalla Bundeskriminalamt (BKA), la Polizia Federale tedesca, rivela che nel 2016, il numero dei reati a sfondo sessuale compiuti da stranieri è aumentato del 102%, passando da 1.683 violenze del 2015 alle 3.404 del 2016. In altre parole, da quando la signora Merkel ha aperto le frontiere ad oltre un milione di immigrati, avvengono circa 5 reati sessuali al giorno compiuti dai nuovi arrivati. Negli ultimi quattro anni, l’aumento è stato del 500%. I reati comprendono molestie, stupri e abusi sessuali su bambini e minori; quest’ultimo reato (il più odioso) è quello che ha registrato il tasso di crescita più elevato, +120%. Il 71% degli immigrati autori di violenze sessuali ha meno di 30 anni (il 17% è in età adolescenziale). Soeren Kern analista del Gatestone Institute e studioso dei problemi connessi alla migrazione in Germania l’ha definita una “epidemia di stupri”.

IL CAPODANNO DI COLONIA. Il caso più eclatante avvenne la notte di Capodanno del 2015, quando circa 1200 donne subirono aggressioni e molestie sessuali in diverse città tedesche (600 solo a Colonia e 400 ad Amburgo). Un vero e proprio assalto di massa perpetrato, “nella stragrande maggioranza da persone che rientrano nella categoria generale dei rifugiati”, come dichiarò allora il Procuratore di Colonia Ulrich Bremer. Il Capo della Polizia Holger Münch dichiarò che era evidente “la relazione tra ciò che era accaduto e la forte immigrazione avvenuta nel 2015″. La polizia tedesca denunciò i fatti di Colonia come applicazione del Taharrush, una sorta di “molestia sessuale collettiva” (che a volte si conclude con stupri di gruppo) praticata in alcuni paesi islamici e venuta alla ribalta dei media occidentali durante le manifestazioni di piazza della Primavera Araba, quando si verificarono diversi casi di violenze ai danni di giovani donne musulmane. Da sottolineare che per mesi, i media tedeschi hanno nascosto la portata dell’accaduto secondo un comportamento coerente con la volontà di manipolare l’informazione sui temi dell’immigrazione; volontà denunciata da una clamorosa ricerca scientifica che inchioda la stampa tedesca alle proprie responsabilità. La situazione è divenuta di una tale emergenza sociale che il 7 luglio 2016 il Parlamento tedesco ha dovuto approvare modifiche al codice penale proprio sui reati sessuali, ampliando la definizione di stupro per consentire più facilmente l’espulsione degli immigrati colpevoli.

SVEZIA E FINLANDIA. Il tema dell’aumento dei reati sessuali in relazione all’immigrazione è stato analizzato anche in altri paesi come la Svezia e la Finlandia dove hanno fatto scalpore episodi cruenti di violenze operate da giovani immigrati. In particolar modo nel 2016, in Svezia venne a galla lo scandalo della copertura che la polizia operò sulle violenze durante un festival musicale a Stoccolma, quando diverse adolescenti svedesi furono aggredite da giovanissimi immigrati, per lo più afghani. Uno solo caso di stupro ma decine i casi di molestie sessuali e violenze. La legislazione svedese vieta di rendere note le identità etniche e religiose di chi commette reati; è quindi impossibile capire se l’aumento oggettivo di stupri negli ultimi 10 anni sia legato al massiccio aumento di immigrati dai paesi islamici o solo a modifiche dell’apparato legislativo svedese che ha allargato la definizione di violenza sessuale (come tendono ad affermare i difensori del modello multiculturale). In Finlandia il più recente rapporto della polizia denuncia un aumento dei reati sessuali del 23% nei primi 6 mesi del 2017 ed un calo del 5% di quelli commessi da stranieri. Ma la percentuale degli abusi sessuali commessi da immigrati continua ad essere altissima, quasi il 30%.

IL PROBLEMA C’È. Tutto questo cosa significa? Che esiste un’equazione immigrato = stupratore? Certo che no e se qualcuno lo pensa è un imbecille. Ma è un imbecille anche chi nasconde l’identità di uno stupratore quando è un immigrato, per non suscitare sentimenti razzisti. È evidente che l’immigrazione a cui l’Europa si è aperta, presenta enormi criticità che mettono a rischio la tenuta sociale ed economica delle nazioni e la loro identità culturale ed il loro sistema giuridico. Alcuni punti da sottolineare: Profughi e richiedenti asilo rappresentano una minoranza di coloro che entrano in Europa. Dalle guerre fuggono in genere donne e bambini, mentre l’Europa sta accogliendo prevalentemente maschi giovani di età compresa tra i 17 e i 30 anni in piena vitalità sessuale. Quando un processo immigratorio non è governato ma subìto, come avviene (grazie all’irresponsabilità dei governi europei e alla volontà criminale delle élite globaliste), è impossibile controllare chi accogli nei tuoi paesi. Gli immigrati provengono prevalentemente da paesi con culture che hanno una visione del “femminile” e dei diritti tra uomo e donna molto diversi dall’Occidente. In queste culture (soprattutto islamiche) la condizione di sottomissione della donna rende difficile stabilire i limiti legislativi all’interno dei quali definire cos’è un abuso sessuale o una violenza

Ovviamente il problema non è se gli europei stuprano più degli immigrati o se un immigrato che stupra è più colpevole di un europeo (anche se il principio dell’accoglienza e dell’ospitalità, implica l’obbligo della reciprocità e rende più odioso un reato commesso da un immigrato, su questo ha ragione la Serracchiani); il problema è sancire l’esistenza di un problema sociale e culturale senza rimuoverlo secondo quel meccanismo paranoico proprio dell’ideologia globalista, liquidando come razzista chi lo pone; problema che deriva da un’immigrazione non più sostenibile.

IL CASO GOREN. In Germania fece scalpore il caso di Selin Goren giovane portavoce di Solid, movimento di estrema sinistra; una ragazza impegnata in politica nei movimenti a favore dell’immigrazione. Una sera di Gennaio del 2016, in un parco di Mannheim, la ragazza venne violentata da tre uomini. Alla polizia dichiarò che i tre parlavano tedesco. Solo tempo dopo, convinta da una sua amica, ritrattò e affermò che i tre erano immigrati e parlavano arabo. In un’intervista a Der Spiegel spiegò che aveva mentito per non “aumentare l’odio verso i migranti”. Dopo essere stata violentata questa ragazza imbevuta di ideologia, si è auto-violentata in nome di un buonismo che rasenta la patologia sociale. Vittima due volte: di una violenza generata da altri e di una generata da se stessa. Ecco questa è l’immagine più chiara di come l’Europa rischia di finire: auto-violentandosi per non guardare in faccia la realtà.

Stupratori, il dato choc: stranieri quattro su dieci. I non italiani sono l'8% della popolazione. I nodi: espulsioni e controllo del territorio, scrive Stefano Zurlo, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale". I dati sembrano essere fatti apposta per rovinare il presepe del politicamente corretto, ma i numeri non possono essere ignorati. Le statistiche criminali, anche se incomplete e in ritardo, ci dicono che quasi 4 stupri su 10 sono commessi da stranieri. Tanti, tantissimi, ancora di più se si pensa che i non italiani rappresentano solo l'8 per cento della popolazione. Inutile voltarsi dall'altra parte e fingere di non vedere: la realtà è lì con tutto il suo peso a travolgere facili teorie buoniste, ingenue come le favole. Non si tratta di un atto d'accusa, ma di riflettere su un Paese che si sta slabbrando per tante ragioni, non ultima un'immigrazione senza griglie e controlli che sta regalando frutti avvelenati. L' indagine condotta da Demoskopika, elaborando le tabelle del Viminale, compone un quadro purtroppo inquietante: nel quinquennio 2010-2014 il 39 per cento delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61 per cento opera di italiani. Dal punto di vista delle proporzioni qualcosa non quadra, anzi stride: nel 2014 risiedevano nel nostro Paese 60,8 milioni di persone e di queste il 91,9 per cento era italiano e solo l'8,1, circa 4,9 milioni, veniva da fuori. Le quote non sono in linea. Anzi. Denunce e arresti si sono moltiplicati in quella direzione. Su 22.864 casi segnalati nel quinquennio (il numero vero delle violenze resta naturalmente sconosciuto) molto spesso gli investigatori hanno messo nel mirino individui con passaporto non tricolore: romeni, anzitutto, e poi albanesi e marocchini. Sia chiaro, non si tratta di assolvere frettolosamente i nostri connazionali: sappiamo benissimo che tante donne subiscono angherie, soprusi e molestie di ogni genere fra le mura domestiche: gli autori sono mariti, fidanzati, ex che non ne vogliono sapere di alzare bandiera bianca. E sappiamo altrettanto bene che la lista degli autori di questi crimini efferati, dallo stalking fino al femminicidio, comprende nomi che suonano e ci sembrano familiari. Dunque non pericolosi, secondo un'equazione che invece non torna. Ma questo è solo un capitolo del libro nero: poi c'è l'altro che ha a che fare, gira e rigira, con la qualità di chi arriva. L'Italia è diventata, anche se non è elegante sottolinearlo, una sorta di Bengodi per ceffi e delinquenti in fuga dai loro Paesi e convinti, come ha scritto un giudice, che qui sia possibile fare quel che si vuole. Nella più completa impunità. Poi c'è il nodo di un'immigrazione fuori controllo, regolata con superficialità o peggio, come per la Romania, sottovalutando sconsideratamente le obiezioni all'ingresso di Bucarest nella Ue. Ci sono pure paesi in cui la donna vale poco o niente e questo inevitabilmente non è un elemento neutrale. Tanti problemi che si sommano, quelle cifre sconfortanti da mettere in fila. I romeni sono solo l'1,8 per cento dei residenti, ma vengono loro addebitati l'8 per cento degli stupri. Numeri pesanti anche per albanesi, tunisini, marocchini. Nessuna generalizzazione, ci mancherebbe, e nemmeno distribuzione di patenti di primogenitura. È che il nostro Paese ha una politica criminale che fa acqua: si difende poco e male e cosi tutela ancora meno le donne, italiane e non. La terribile vicenda di Rimini, la caccia al branco che viene da fuori, riapre una ferita mai chiusa. E che tocca tanti nodi: il controllo impossibile del territorio, l'effettività della pena, gli ingressi senza semaforo e le mancate espulsioni, la lentezza e la farraginosità della nostra giustizia. Non e' con qualche formuletta multietnica che si affrontano questi temi, come non è con una legge a costo zero e con la solita retorica delle buone intenzioni che si può fermare la mattanza che insanguina le nostre case da troppo tempo.

Ogni anno mille stupri commessi da immigrati: 3 casi al giorno. Gli abusi sessuali non calano mai. Ogni anno mille casi da stranieri, che sono i violentatori nel 40% dei casi. E spesso gli stupri rimangono senza denuncia, scrive Claudio Cartaldo, Venerdì 1/09/2017, su "Il Giornale". Ogni anno mille stupri commessi da migranti, regolari o clandestini. Un dato che allarma le autorità e gli italiani, sempre più spaventati dal rischio di finire vittime di un branco di stupratori come accaduto nei giorni scorsi a diverse coppie a Rimini. Le stime diffuse dall'Istati parlano chiaro e sono sempre numeri al ribasso, visto che solitamente solo il 7% degli stupri viene denunciato. L'istituto di statistica, come riporta il Corriere, spiga che nei primi sei mesi del 2017 le violenze sessuali sono state 2.333, allo stesso livello di quelle commesse nell'anno precedente, quando gli stupri furono 2.345. Tanti, anche se sottostimati. A sorprendere però sono gli autori denunciati di tali orribili atti: nel 2017 sulle scrivanie delle forze dell'ordine sono finiti i profili di 1.534 italiani e ben 904 stranieri. Divisione rimasta anche questa pressocché invariata rispetto all'anno precedente, quando gli stranieri furono 909 e i nostri concittadini 1.474. A conti fatti, dunque, ogni anno mille migranti si macchiano dell'orrendo reato dello stupro. Vi sembrano pochi rispetto agli italiani? Non è così. Perché il calcolo va fatto considerando che gli stranieri regolari in Italia sono appena 5 milioni (secondo l'ultimo dato ufficiale) oltre ad un altro milione di irregolari. Questo significa che il tasso di incidenza sulla percentuale di stupri è molto più alta rispetto a quella dei cittadini autoctoni. La "società di ricerche Demoskopica - scrive il Corriere - ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010- 2014, secondo cui 'il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali'". I numeri sulle violenze carnali non sono incoraggianti. Secondo le stime il 21% delle donne italiane, ovvero 4,5 milioni di individui, almeno una volta nella vita è stata costretta ad avere un rapporto sessuale e almeno 1,5 milioni sono state vittima di volenze carnali più gravi: "653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro", scrive il Corriere. E spesso le violenze avvengono in famiglia, dove quasi il 40% delle mogli, figlie o fidanzate è stata vittima almeno una volta di aggressioni che hanno portato a ferite o lesioni.

Il dossier del Viminale: 2.438 denunciati per stupro o abusi. Secondo i dati sui primi sei mesi di quest’anno, sono 1.534 italiani e 904 stranieri, scrive Fiorenza Sarzanini il 31 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". È certamente uno dei reati più odiosi. Ed è anche l’unico a restare sempre uguale nel numero di segnalazioni, a fronte di un generale calo dei delitti. Segnalazioni che, peraltro, sono una percentuale minima rispetto alla realtà. Perché le stime diffuse dall’Istat dicono che appena il 7 per cento degli stupri viene denunciato, vuol dire che migliaia di episodi rimangono impuniti. Le donne hanno paura, visto che molto spesso la violenza la subiscono in famiglia. Oppure si vergognano, comunque temono le conseguenze. La conferma è nei dati forniti dal Viminale: tra gennaio e giugno del 2017 sono state commesse 2.333 violenze carnali, nello stesso periodo del 2016 furono 2.345. Basso anche il numero delle persone denunciate o arrestate: 2.438 nei primi sette mesi di quest’anno. Tra loro, 1.534 italiani e 904 stranieri. Un dato che - come chiariscono investigatori e analisti - si deve però rapportare al numero degli abitanti e dunque all’incidenza percentuale rispetto alla popolazione. Nel 2016 sono stati 2.383 con una divisione che è rimasta pressoché invariata: 1.474 italiani, 909 stranieri.

6 milioni di vittime. È proprio l’Istat a fornire una fotografia drammatica. Secondo l’ultimo rapporto ben il 21 per cento delle donne italiane - pari a 4,5 milioni - è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subito la violenza più grave: 653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro. Un intero capitolo è dedicato della relazione è dedicato agli abusi in famiglia: il 37,6% tra mogli e fidanzate ha riportato ferite o lesioni, il 21,8% soffre di dolori ricorrenti. E in una catena di orrori senza fine si scopre che nel 7,5 % dei casi a scatenare l’ira del partner è la gravidanza indesiderata. Indicativo, secondo gli analisti, è lo stato di vessazione psicologica che riguarda ben 4 donne su 10. In questo caso viene sottolineata l’incidenza sui rapporti interpersonali di quello che gli esperti definiscono l’«asimmetria di potere» che «sempre più spesso sfocia in gravi forme di svalorizzazione, limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico. Il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni, «è stata abusata verbalmente fino a sopportare gravi danni allo sviluppo della propria personalità, una su 4 ha difficoltà a concentrarsi e soffre di perdita di memoria».

Delitti in calo. I numeri forniti dal ministero dell’Interno a Ferragosto segnalano un generale calo - in alcuni casi molto evidente - dei delitti. Negli ultimi due anni c’è stata una diminuzione pari al 12 %: si è infatti passati da 1.463.156 reati denunciati nei primi sette mesi del 2016 a 1.286.862 nello stesso periodo del 2017. Scendono del 15,1% gli omicidi passando da 245 a 208; giù del 11,3% le rapine da 19.163 a 16.991; si riducono del 10,3% i furti (anche se pure in questo caso gioca soprattutto la diminuzione delle denunce) da 783.692 a 702.989. A rimanere stabile è appunto soltanto il numero degli stupri: la statistica parla di una riduzione dello 0,5% quindi, di fatto, inesistente. E a far paura è anche l’analisi di un fenomeno che coinvolge spesso anche i minorenni. Nel 2015 il ministero della Giustizia aveva in carico 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo.

Gli stranieri denunciati. Il numero di stranieri denunciati o arrestati è basso, ma diventa indicativo se si fa un raffronto con le presenze in Italia che - secondo le ultime stime - sono di circa 5 milioni di residenti e quasi un milione di irregolari. Nei giorni scorsi la società di ricerche Demoskopica ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010-2014, secondo cui «il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali». L’analisi per etnie delle denunce presentate dice che dopo gli italiani «ci sono i romeni, poi gli albanesi e i marocchini». Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa, avverte: «Più che fare una differenza di cittadinanza, dobbiamo preoccuparci visto che sta passando un messaggio tremendo di impunità. Gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno».

Quasi il 35% dei detenuti è straniero, scrive Damiano Aliprandi il 10 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Secondo i dati del Dap, 6mila sono islamici. Il mondo politico e dell’associazionismo è diviso sulla proposta del ministro dell’interno Marco Minniti di rilanciare i Centri di identificazione ed espulsione. A proposito degli immigrati, Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) dice: «Spero e mi auguro che le dichiarazioni di intenti del Viminale sulla annunciata stretta dei migranti irregolari in Italia trovi concretezza anche per quanto concerne le ricadute sul sistema penitenziario, dove oggi abbiamo presenti oltre 18.700 detenuti stranieri». Per il Sappe, «fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d’origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia». Però i dati sugli stranieri in carcere risultano un po’ più complessi. Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella ha più volte spiegato che la presenza degli stranieri in carcere è dovuta al fatto che «subiscono maggiormente i provvedimenti cautelari detentivi rispetto ai cosiddetti detenuti nazionali». Nei confronti di un immigrato irregolare è certamente più difficile trovare soluzioni cautelari diverse dalla carcerazione. Sempre Gonnella ha spiegato il motivo: «I giudici di sovente motivano i provvedimenti di carcerazione sostenendo la tesi che gli immigrati privi di permesso di soggiorno non hanno un domicilio stabile ove poter andare agli arresti domiciliari. In realtà molto spesso gli irregolari una casa o una stanza dove vivere ce l’hanno ma non possono essere indicate quale domicilio regolare essendo loro stessi in una generale condizione di irregolarità». In sostanza l’immigrato non regolare finirà più facilmente in carcere in custodia cautelare rispetto allo straniero regolare. Quindi i tassi di detenzione sono legati alla Bossi Fini, messa molto spesso in discussione da associazioni, movimenti politici e personalità che studiano il fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. Secondo le più recenti stime della Fondazione Ismu (Iniziativa e studi sulla multietnicità), gli stranieri residenti in Italia che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (oltre 1,6 milioni), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione). Passando alle religiose minori, i buddisti stranieri sono stimati in 182.000, i cristiani evangelisti in 121.000, gli induisti in 72.000, i sikh in 17.000, i cristiano- copti sono circa 19.000. L’indagine dell’Ismu evidenzia come il panorama delle religioni professate dagli stranieri è molto variegato e sfata il pregiudizio secondo cui la maggior parte degli immigrati professa l’islam. Per quanto riguarda le incidenze percentuali i musulmani sono il 2,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), i cristiano- ortodossi il 2,6%, i cattolici l’1,7%. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424.000), seguito dall’Albania (214.000), dal Bangladesh (100.000), dal Pakistan (94.000), dalla Tunisia, (94.000) e dall’Egitto (93.000). In Lombardia vivono più immigrati cattolici è la Lombardia, con 277.000 presenze, seguita dal Lazio (152.000) e dall’Emilia Romagna (95.000). Per quanto riguarda la religione degli stranieri in carcere, la situazione rispecchia quella generale. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dal Dap, i detenuti presenti al 31 dicembre 2016 erano 54.653, di questi 18.958 stranieri. Coloro che si sono dichiarati di religione islamica sono circa 6000. Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella spiega che «la radicalizzazione nei reparti dove sono reclusi detenuti sospettati di terrorismo ed appartenenze di matrice islamica, nessun operatore parla e legge l’arabo, vivendo così nell’impossibilità di capire e dialogare con queste persone. Inoltre, salvo rarissime circostanze, gli Imam non sono abilitati ad entrare negli istituti di pena italiani. Questo porta i detenuti stessi a scegliere tra loro chi debba guidare la preghiera, senza alcuna garanzia rispetto a quanto viene professato. La presenza del ministro di culto darebbe invece la possibilità di portare nel carcere un Islam aperto e democratico». Per questo motivo apprezza la decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di affidare al vicepresidente dell’Ucoii dei corsi per il personale di polizia penitenziaria. Sempre Gonnella ricorda che «la Camera ha già approvato il ddl di riforma dell’ordinamento penitenziario dove si riconosce uno spazio ad hoc per la libertà di culto e vengono previsti una serie di diritti per i detenuti stranieri. Disegno di legge attualmente al Senato che, più volte, abbiamo sollecitato per un’immediata approvazione». Il presidente di Antigone infine conclude con un auspicio: «Va evitata la segregazione che crea il rafforzamento della radicalizzazione. Va evitata la sindrome della vittimizzazione. Va evitata la stigmatizzazione degli islamici che produce violenza e ulteriore radicalizzazione. Va evitato un sistema penitenziario affidato solo ai servizi di sicurezza. Vanno previsti programmi sociali di deradicalizzazione».

La confessione SHOCK del GIUDICE: “In ITALIA giustifichiamo i REATI degli IMMIGRATI! Ecco perché…” Si chiama Ignazio de Francisci, ed è procuratore capo di Bologna, che ha espresso molti dei suoi dubbi nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario. Oggi, su “La Verità”, è uscita un’esclusiva intervista nel quale ha rilasciato dichiarazioni molto forti. Ha iniziato dicendo che in Italia “c’è un malinteso senso di accoglienza che disorienta i giudici” che quindi diventerebbero molto più clementi con i furfanti stranieri, rispetto a quelli italiani. Inoltre, secondo De Francisci, le nostre carceri sarebbero ricercate dagli stranieri “perché meno dure e perché si esce più in fretta”. In pratica, accade che a causa di una serie di regole europee, un immigrato che viene arrestato in un altro paese della comunità europea, può richiedere di scontare la pena qui da noi in Italia. E così le nostre carceri diventano quelle più ambite da una gran bella parte di furfanti immigrati di mezza Europa. Perché l’Italia è uno dei pochissimi paesi della Comunità Europea dove vige il principio della buona condotta, con enormi sconti di pena. Come se non bastassero i delinquenti nostrani, ci ritroviamo a carico dello stato anche migliaia di delinquenti stranieri!

Lo dice il pm: "Carcere comodo: criminali stranieri scelgono l'Italia". La denuncia choc del procuratore di Bologna, Ignazio De Francisi: "Qui carcere più vantaggioso, vengono soprattutto dall’Est", scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 30/01/2017, su "Il Giornale". La denuncia non viene da un pericoloso razzista xenofobo. Ma dal procuratore generale della Corte di Appello d Bologna. Ignazio De Francisci, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha lanciato l'allarme riguardo le leggi troppo poco severe, le "carceri comode" e gli sconti di pena che spingono i criminali stranieri a venire in Italia dove hanno vita facile. Non è un segreto infatti che negli ultimi anni si siano impennati i reati commessi da stranieri, che spesso vanno a ingolfare le carceri italiane. Il 32% dei detenuti (17mila su 52mila) è straniero, sebbene la popolazione immigrata in Italia sia appena l'8,5%. Gli immigrati, in sostanza, delinquono in media 4 volte in più. "Agli occhi della criminalità dell’est Europa, la commissione di delitti in Italia è operazione più lucrosa e meno rischiosa che in patria - ha detto De Francisci - E alle loro carceri sono preferibili le nostre". Per gli "amministratori di giustizia", anche in Emilia-Romagna i problemi sono sempre complessi e, rispetto al passato, in parte più gravi. I mali della giustizia. Ma i problemi della giustizia non finiscono ovviamente qui. Ieri è arrivata anche una sferzata al "troppo precariato", l'allerta sui troppi reati prescritti, il boom dei procedimenti per il riconoscimento della protezione internazionale che rendono la situazione "critica". A cui si è aggiunto il monito di De Francisci sulla "radicalizzazione" dei detenuti riguardo al terrorismo.

Gli intoccabili clandestini, scrive Nino Spirlì su “Il Giornale” il 2 Febbraio 2017. E perché mai dovremmo tacere sui reati e sui problemi che commettono e procurano gli oltre cinquecentomila clandestini, sbarcati forzatamente sulle nostre coste senza alcuna vera giustificazione? Fossero realmente dei poveracci che scappano da persecuzioni personali, familiari, razziali, perpetrate a loro danno nei loro paesi d’origine, potremmo anche cominciare a riflettere sulla possibilità di dar loro una mano. Ma sono quaglie grasse e arroganti, pretenziose e violente, senza nome e senza documenti che attestino la loro vera identità, nazionalità, fedina penale pulita; invece, no: spacconi, con le tasche piene di soldi destinati a caporali, scafisti, volontari venduti, capibranco e smistatori corrotti, tonache sporcaccione e nere come i fumi dell’inferno. Tutto un popolo, quello dei loro “difensori e padrini”, di delinquenti, massopoliticomafiosi, che sta costruendosi un futuro unto di sangue e merda, quanto e più dei nazisti che si spartivano gli ori raccattati nei lager. Bestie dalla faccia (ri)pulita dalla Comunicazione al soldo dei poteri occulti. Finti moralizzatori che vorrebbero imporci le loro sporche regole del silenzio, a danno della nostra onestà e libertà, costate la vita ai nostri nonni, ai nostri Eroi. No! Non resteranno impuniti o, peggio, occultati, gli orrori commessi dai clandestini sul suolo Italiano. Non taceremo sugli stupri, le violenze, gli accoltellamenti, le arroganze, le rapine, gli abusi, le pretese assurde. Non chiameremo solo delinquenti, gli zingari delinquenti che scippano quotidianamente migliaia di indifesi turisti e cittadini Italiani nelle nostre città d’Arte. Non chiameremo solo malfattori, gli africani malfattori che distruggono alberghi e case d’accoglienze, stuprano le volontarie, ammazzano la gente per strada sull’esempio di quel kabobo, che nel maggio 2013 seminò il terrore per le strade di Milano. Non saranno solo terroristi, o, peggio, malati di mente, gli islamici terroristi che stanno tritando carne umana Cristiana con le loro sporche bombe attaccate ai coglioni e fatte esplodere in mezzo alla gente ignara ed innocente. Non saremo onerosi, né stitici della lingua Italiana. Sarà pane, al pane. Nero al nero. Zingaro allo zingaro, che sia rom o sinti. Ci scandalizzeremo ancora a vedere gli Italiani che crepano di fame e si impiccano per la vergogna di essere rimasti senza lavoro e senza casa, mentre una pletora di beduini e neri scansafatiche dorme al caldo e si sveglia sui comodi letti degli hotel a 4 stelle, scia e gioca a pallone a nostre spese, mentre – per giunta – ci urla in faccia il proprio odio razziale. Difenderemo il diritto dei popoli occidentali di alzare gli stessi muri che esistono nel resto del mondo, per contrastare invasioni e malaffare. Così come difenderemo il diritto dello stato vaticano, sede non solo di vergogne e immoralità da enciclopedia, a mantenere e tutelare la bellezza e la ricchezza della cinta muraria medievale che lo preserva (e ci preserva), oggi, dalla possibile evasione del peggior papa della sua storia. Sorrideremo ancora tragicomicamente davanti ai cortei di femmine e femministe che urlano contro Trump, il quale cerca di difenderle, e restano mute davanti agli orrori e alle violenze dei paesi islamici, dove le donne valgono meno di uno sputo a terra. E continueremo a lottare perché il mare diventi muro e le navi militari, sentinelle. Perché i confini nazionali vengano rispettati, onorati. Difesi. Perché esista il nazionale e il forestiero. Lo straniero.

Perché diciamo “migrante” anziché “immigrato”? Ce lo spiega la Boldrini, scrive Adriano Scianca il 18 maggio 2015 su “Il Primato Nazionale”. “Migrante”, participio presente del verbo “migrare”. Grammaticalmente, la parola indica un’azione che è in corso, che si sta svolgendo in questo momento, senza riguardo al passato o al futuro. Indica quello che stai facendo ora, non ciò che hai fatto o ciò che farai. Non c’è né origine né destinazione in un participio presente. Forse è per questo che il termine è stato scelto come definizione ufficiale delle masse sradicate che muovono il grande business dell’immigrazione. Finché la lingua italiana ha avuto una sua logica esistevano gli emigrati (chi lasciava una terra per andare altrove) e gli immigrati (chi si era mosso da casa sua e raggiungeva un nuovo luogo), che potevano anche essere le stesse persone ma viste da prospettive differenti. L’emigrato è andato da qui verso altrove, l’immigrato è arrivato qui da altrove. Resta comunque l’idea di un punto di partenza e di arrivo, lo spostamento è una parentesi limitata al fatto di raggiungere un determinato luogo.

Nei primi anni Ottanta, tuttavia, comincia a comparire nei documenti ufficiali della Cee la parola “migrante”. Il giornalismo italiano recepisce la novità a partire dalla fine di quel decennio, ma è in questi ultimi anni che la parola entra nel linguaggio comune, sospinta anche dall’eugenetica linguistica operata dal politicamente corretto.

I motivi del cambio sono spiegati dall’Accademia della Crusca: “Rispetto a migrante, il termine emigrante pone l’accento sull’abbandono del proprio paese d’origine dal quale appunto si esce (composto con il prefisso ex via da) per necessità e mantenendo un senso profondo di sradicamento su cui proprio quel prefisso ex sembra insistere […]. Migrante sembra invece adattarsi meglio alla condizione maggiormente diffusa oggi di chi transita da un paese all’altro alla ricerca di una stabilizzazione: nei molti transiti, questo è il rischio maggiore, si può perdere il legame con il paese d’origine senza acquisirne un altro altrettanto forte dal punto di vista identitario con il paese d’arrivo, restare cioè migranti”.

L’emigrante, nel nostro immaginario collettivo, è l’italo-americano o l’italiano che si è stabilito in Belgio o Germania per trovare lavoro. Persone che, per quanto siano riuscite a integrarsi, spesso solo dopo diverse generazioni, per noi restano sempre “italiani all’estero”, con un legame anche solo virtuale che non si spezza. Ma legami e appartenenze non sono visti di buon occhio oggi, potrebbero essere portatrici o suscitatrici di razzismo.

Aggiunge il sito della Treccani: “Emigrante, come dice l’etimo, sottolinea il distacco dal paese d’origine, calca sull’abbandono da parte di chi ne esce, come segnala anche l’etimologico e- da ex- latino. Ad emigrante, proprio per via di quel prefisso, ma anche a causa del precipitato storico che si è sedimentato nell’uso della parola, si associa l’idea del permanere di un’identità segnata dal disagio del distacco, e dunque l’allusione a una certa difficoltà di inserimento nella nuova realtà di vita […]. In ogni caso, migrante sembra adattarsi meglio alla definizione di una persona che passa da un Paese all’altro (spesso la catena include più tappe) alla ricerca di una sistemazione stabile, che spesso non viene raggiunta. In tal senso, il senso di durata espresso dal participio presente che sta alla base del sostantivo viene sottolineato: il migrante sembra sottoposto a una perpetua migrazione, un continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo”.

Una “perpetua migrazione”: è questo il concetto chiave. E va interpretato alla luce di un ragionamento illuminante fatto a suo tempo da Laura Boldrini, secondo la quale il migrante è “l’avanguardia dello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi”. Anzi, secondo la Boldrini gli immigrati “sono molto più contemporanei di noi. Di me ad esempio che sono nata in Italia, sono cresciuta in Italia, ho anche lavorato fuori ma poi continuerò come tanti di noi a vivere in questo Paese”. Ecco quindi perché dire “migrante” anziché “immigrato”: perché indica una condizione di sradicamento generale, di continuo movimento, di nomadismo spirituale in cui forgiare il nuovo cittadino del mondo, rappresentato dall’immigrato ma al cui modello tutti ci dobbiamo ispirare. L’immigrazione è un esperimento di laboratorio, la creazione di un uomo nuovo a cui tutti prima o poi ci dovremo conformare, eliminando il peccato originale del radicamento per essere anche noi “più contemporanei” e cessare di pensarci come italiani, marocchini, cinesi o romeni. A quel punto, finalmente, nascerà l’homo boldrinicum, senza più origini né radici. Adriano Scianca

Boldrini regina del politicamente corretto: amica dei migranti ma lei non migra, scrivono il 15 Agosto 2016 Francesco Borgonovo e Adriano Scianca su “Libero Quotidiano”. È come il bambino di quella storiella, quello che indica il sovrano in veste adamitica e dice: «Il re è nudo». Anzi, no, il paragone non calza. Questa è un'altra favola.  Qui non c' è il re, c' è una regina ed è vestita. È lei che guarda il popolo e urla: «Siete tutti nudi». È il motivo per cui perfino la sua corte la odia: parla troppo, parla troppo sinceramente, dice quello che sarebbe conveniente non dire, smaschera tutti i piani. Se sveli al popolo che lo stai riducendo in mutande, il gioco si rompe. Lei è Sua Maestà Laura Boldrini, la regina del politicamente corretto. Sul fatto che, anche nella metafora, lei sia vestita è meglio insistere, giusto per autotutelarsi: tre anni fa, per esempio, cominciò a girare in rete una foto di una donna nuda vagamente simile al presidente della Camera. Era un fake, una bufala. Ma chi la condivise sui social network si ritrovò nel giro di qualche giorno la polizia alla porta. È fatta così, lei, sta sempre allo scherzo. È una delle ragioni per cui, pur essendo l'incarnazione vivente del pensiero dominante, finisce per non riscuotere troppi consensi nemmeno in tale ambito: non solo parla troppo, ma è pure permalosa. Del resto, quando qualche anno fa decise di rendersi «più simpatica», la Boldrini scelse come consulente Gad Lerner. Uno di cui tutto si può dire tranne che sia «popolare» o, appunto, particolarmente simpatico. Basta questo particolare a rendere l'idea di quanta presa sulle masse sia capace di esercitare Laura.

Una così sarebbe capace di gettare discredito su qualsiasi causa appoggiasse. E se si tratta di una causa particolarmente impopolare, un certo tatto è necessario. Prendiamo la Grande Sostituzione. Significa che prendi l'Italia, scrolli via da essa gli italiani come se fossero formiche attaccate a un tramezzino durante un picnic, e ci metti dentro popoli venuti da altri continenti. È quello che sta succedendo, qui da noi e non solo. Ma non lo puoi dire così, altrimenti c' è il rischio che qualcuno si incazzi sul serio. Devi per lo meno girarci attorno, ammantare le tue argomentazioni di finto buonsenso, se possibile citare «gli economisti» o non precisati «studi americani». Laura no, non ce la fa. Lei è priva della malizia dei politici.  Quando prova a ragionare in soldoni risulta goffa, come quando twittò: «Italia è Paese a crescita zero. Per avere 66 milioni di abitanti nel 2055 dovremo accogliere un congruo numero di #migranti ogni anno». Sì, vabbé, ma chi se ne frega di avere 66 milioni di abitanti qualsiasi nel 2055, possiamo anche essere 55 milioni di italiani senza dover portare l'Africa intera in casa nostra, no? A quanto pare, per Madama Boldrini non è così. Ma il meglio di sé, Laura lo dà quando parla a briglia sciolta. Una delle sue uscite più memorabili riguardò la confusione tra immigrati e turisti: «Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte, inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate», disse. Ma cosa c' entra? La Boldrini proprio non riusciva a capire che noi non «offriamo» servizi di lusso a nessuno ma che i turisti li hanno solo perché pagano per averli. Per gli immigrati, invece, è lo Stato a pagare. Ma la vera origine di queste gaffes è «filosofica».

Il top del Boldrini-pensiero risiede infatti nella sua visione del futuro in stile Blade Runner. Parliamo di quella volta in cui disse che il migrante è «l'avanguardia di questa globalizzazione» e, soprattutto, è «l'avanguardia dello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi». Capito?

Non si tratta di trasformare l'immigrato in cittadino europeo, come vorrebbe (vanamente) la retorica dell'integrazione. Siamo noi a dover diventare come lui. Noi dobbiamo integrarci con i suoi usi e costumi, o meglio con il rifiuto di ogni uso o costume, occorre solo abbandonarsi a un insensato nomadismo, all' abbandono generalizzato di ogni radice. Che l'obiettivo fosse quello di ridurre in miseria noi anziché di dare benessere a loro era già chiaro. Ma, appunto, è una di quelle cose che in genere si dicono con una certa prudenza. Laura no, lei non ha filtri. Del resto non è una politica di professione e non ha quindi le astuzie della categoria.

Laureata in Giurisprudenza, durante l'università ha dedicato metà del tempo allo studio, metà a viaggi nel Sud-est asiatico, Africa, India, Tibet: all' epoca preferiva ancora andare lei nel Terzo Mondo anziché portare il Terzo Mondo qua. Giornalista pubblicista, ha lavorato per un periodo anche in Rai prima di dar seguito alla sua vera vocazione: mettere radici nell' inutile carrozzone burocratico dell'Onu. Nel 1989, grazie ad un concorso per Junior Professional Officer, comincia la sua carriera alle Nazioni Unite lavorando per quattro anni alla Fao come addetta stampa. Dal 1993 al 1998 lavora presso il Programma alimentare mondiale come portavoce e addetta stampa per l'Italia. Dal 1998 al 2012 è portavoce della Rappresentanza per il Sud Europa dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (UNHCR) a Roma. Qui scopre il suo vero eroe: il migrante. Quando vede un migrante, Laura perde ogni freno: deve ospitarlo, mantenerlo, incensarlo. Arrivano orde di stranieri sui barconi? Lei vuol dare a tutti il permesso di soggiorno. Erdogan perseguita i turchi? Nemmeno il tempo di capire se ci saranno persone in fuga dal Paese che lei è già pronta a spalancare le frontiere. Tanto, che male può mai fare il Santo Migrante? Di sicuro non può essere un possibile jihadista, perché il terrorismo e l'immigrazione, per la Boldrini, non hanno alcun legame. E, comunque sia, i conflitti religiosi non esistono. Dunque, dal migrante non ci si può attendere che buone cose. Dopo tutto, egli è un po' il partigiano del nuovo millennio. Sì, Laura lo disse davvero, nel corso di un 25 aprile: «70 anni fa erano i partigiani che combattevano per la libertà in Italia, oggi capita che molti partigiani che combattono per la libertà nei loro Paesi, dove la libertà non c' è, siano costretti a scappare, attraversando il Mediterraneo con ogni mezzo». Combattono o scappano? Perché fare le due cose insieme non è possibile. In genere si usano i verbi come due contrari, anzi. O combatti, o scappi. Ma la logica, si sa, è un riflesso indotto dalla società patriarcale. Così come la grammatica. I suoi siparietti con i deputati che si ostinano a usare la «sessista» lingua italiana sono noti. Ma per lei è una crociata: «Sono arciconvinta - ha detto recentemente al Corriere della Sera - che la questione del linguaggio rappresenti un blocco culturale.

La massima autorità linguistica italiana, la Crusca, dice chiaramente che tutti i ruoli vanno declinati nei due generi: al maschile e al femminile. Ma la maggior parte accetta di farlo solo per i ruoli più semplici, e si blocca per gli altri». La Crusca le dà ragione. La Crusca: quella di «petaloso». Per la Boldrini, la politica è fatta solo di simboli, battaglie di principio, questioni formali. Un altro dei suoi chiodi fissi sono le pubblicità. «Certe pubblicità che noi consideriamo normali, con le donne che stanno ai fornelli e tutti gli altri sul divano, danno un'immagine della donna che invece non è normale e che non corrisponde alla realtà delle famiglie», disse una volta. Donne in cucina, che orrore, dove andremo a finire di questo passo? Praticamente non parla d' altro.

Nel maggio del 2013 auspicò orwellianamente nuove «norme sull' utilizzo del corpo della donna nella comunicazione e nella pubblicità» perché «se la donna viene resa oggetto nella sua immagine puoi farne quel che vuoi». Si sa, è un attimo passare dallo spot della crema abbronzante al femminicidio. Passarono pochi mesi e nel luglio 2013, si guadagnò più di qualche critica definendo una «scelta civile» quella della Rai di non trasmettere più Miss Italia. Nel settembre successivo tornò sul punto in un convegno, parlando di pubblicità e stampa. «Penso a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola mentre la mamma in piedi serve tutti. Oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yogurt, computer». Pubblicità obbligatorie con papà che cucinano: è praticamente il punto in cima alla sua agenda. Il femminismo caricaturale della Boldrini arriva al punto di distinguere gli attacchi politici a seconda del genere di chi attacca: «Per principio mi rifiuto di entrare in dispute tra donne che vanno a indebolire la posizione femminile. Se una donna mi attacca, mi aggredisce in quanto donna, non rispondo. Non mi presto». Ma che vuol dire? Se ti attacca un uomo rispondi, se lo fa una donna no? Questa non è discriminazione? Curioso strabismo. Non è l'unico caso.

Attenta alle parole degli spot, Laura è stata molto più di bocca buona nel soppesare il linguaggio del «Grande imam di al-Azhar Ahmad Mohammad Ahmad al-Tayyeb», invitato qualche mese fa a tenere una «Lectio Magistralis» sul tema «Islam, religione di pace» che si sarebbe dovuta tenere nella Sala della Regina di Montecitorio. E pazienza se lo stesso aveva esaltato gli attacchi suicidi contro i civili in Israele, se aveva detto in tv che alle mogli si possono rifilare «percosse leggere», se ai combattenti dell'Isis voleva infliggere «la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi» ma non - attenzione - perché siano degli assassini, ma perché «combattono Dio e il suo profeta», cioè perché non interpretano l'islam come dice lui. Le donne in cucina negli spot, no. Se vengono percosse leggermente dall' imam, invece, va tutto bene. Contraddizioni, ipocrisia? Non nel fantastico mondo di Laura. Dove tutti i migranti sono buoni. Anche perché tutti sono migranti. Francesco Borgonovo e Adriano Scianca

Chissà se madonna Laura Boldrini, papessa della Camera, ha letto di recente I promessi sposi e s'è dunque imbattuta in Donna Prassede, bigottissima moglie di Don Ferrante, convinta di rappresentare il Bene sulla terra e dunque affaccendatissima a "raddrizzare i cervelli" del prossimo suo e anche le gambe ai cani, sempre naturalmente con le migliori intenzioni, di cui però - com'è noto - è lastricata la via per l'Inferno, scrive Marco Travaglio per Il Fatto Quotidiano l'11 marzo 2014. Noi tenderemmo a escluderlo, altrimenti si sarebbe specchiata in quel personaggio petulante e pestilenziale descritto con feroce ironia da Alessandro Manzoni, e avrebbe smesso di interpretarlo ogni giorno dal suo scranno, anzi piedistallo di terza carica dello Stato. Invece ha proseguito imperterrita fino all'altroieri, quando ha fatto sapere alla Nazione di non avere per nulla gradito l'imitazione "sessista" della ministra Boschi fatta a Ballarò da Virginia Raffaele, scambiando la satira per lesa maestà e l'umorismo su una donna potente per antifemminismo. E chissenefrega, risponderebbe in coro un altro paese, abituato alla democrazia, dunque impermeabile alla regola autoritaria dell'Ipse Dixit. Invece siamo in Italia, dove qualunque spostamento d'aria provocato dall'aprir bocca di un'Autorità suscita l'inevitabile dibattito.

Era già capitato quando la Rottermeier di Montecitorio aveva severamente ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia, redarguito gli autori di uno spot che osava financo mostrare una madre di famiglia che serve in tavola la cena al marito e ai figli, sguinzagliato la Polizia postale alle calcagna degli zuzzurelloni che avevano postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce - sessiste, ça va sans dire - sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei), proibito le foto e i video dei lavori parlamentari in nome di un malinteso decoro delle istituzioni, fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura "Il presidente della Camera" con la più decorosa "La presidente della Camera". Il guaio è che questa occhiuta vestale della religione del Politicamente Corretto è incriticabile e intoccabile in quanto "buona". E noi, tralasciando l'ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni, siamo d'accordo: Laura Boldrini, come volontaria nel Terzo Mondo e poi come alta commissaria Onu per i rifugiati, vanta un curriculum di bontà da santa subito. Poi però, poco più di un anno fa, entrò nel listino personale di Nichi Vendola e, non eletta da alcuno, anzi all'insaputa dei più, fu paracadutata a Montecitorio nelle file di un partito del 3 per cento e issata sullo scranno più alto da Bersani, in tandem con Grasso al Senato, nella speranza che i 5Stelle si contentassero di così poco e regalassero i loro voti al suo governo immaginario. Fu così che la donna che non ride mai e l'uomo che ride sempre (entrambi per motivi imperscrutabili) divennero presidenti della Camera e del Senato.

La maestrina dalla penna rossa si mise subito a vento, atteggiandosi a rappresentante della "società civile" (ovviamente ignara di tutto) e sventolando un'allergia congenita per scorte, auto blu e voli di Stato. Salvo poi, si capisce, portare a spasso il suo monumento con tanto di scorte, auto blu e voli di Stato. Tipo quello che la aviotrasportò in Sudafrica ai funerali di Mandela, in-salutata e irriconosciuta ospite, in compagnia del compagno. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di "sessismo" e morte lì. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice "il Pd è peggio del Pdl" con un bizzarro "non offenda", dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di "potenziale stupratore" a "chi partecipa al blog di Grillo", dal ghigliottinare l'ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche. Se ogni tanto si ghigliottinasse la lingua prima di parlare farebbe del bene soprattutto a se stessa, che ne è la più bisognosa. In fondo non chiediamo molto, signora Papessa. Vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po' di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l'opposizione si oppone. Se qualcuno l'avesse mai eletta, siamo certi che non l'avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse la Costituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). Se poi volesse dare una ripassatina ai Promessi Sposi, le suggeriamo caldamente il capitolo XXVII: "Buon per lei (Lucia) che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d'esser raddrizzati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s'offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d'ogni affare. Non parlo de' contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d'altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza". Poco dopo, sventuratamente, la peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: "Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto". Amen.

Sgarbi contro il vocabolario politicamente corretto della Boldrini, scrive il 4 gennaio 2017 "New notizie". Vittorio Sgarbi vs Laura Boldrini: il noto critico d’arte, che non si fa problemi a dire pubblicamente quello che pensa di ogni situazione che richiami la sua attenzione, ha preso di mira la Presidente della Camera, Laura Boldrini: non si tratta della prima volta, ricordiamo che quest’estate Sgarbi aveva demolito la sua decisione di istituire una fantomatica commissione parlamentare contro l’Odio. “La Commissione contro l’odio porterà a risultati sorprendenti. Riconosceremo finalmente i sentimenti di Totò Riina. Saremo indotti a giustificarlo e forse ad amarlo, anche se non lo abbiamo concesso ai suoi figli. Sì, esorcizziamo l’odio. Cerchiamo le radici del male.  Perché odiare gli assassini del Bangladesh? Perché provare rabbia e rancore? Rispettiamo lo slancio religioso dei terroristi. Condividiamo il loro martirio, i valori reali che li ispirano” aveva allora criticato Sgarbi. Ma non si ferma qui: il noto critico, che ha tantissimi seguaci sui social e non solo, ha anche preso di mira il nuovo vocabolario della Boldrini, il cui scopo politico primario sembra essere quello di declinare al femminile ogni nome. Con buona pace della grammatica italiana. ‘Sindaca’ e ‘Ministra’ o addirittura ‘Presidente’, neologismi che sono già mutuati da alcuni organi di informazione. Per deridere questa “battaglia”, Sgarbi chiama il presidente della Camera Boldrina. “Napolitano ha detto una cosa semplice: che i ruoli prescindono dai sessi, che non si applicano ai sessi, che sono persone ma che essendo di genere femminile non diventano femminili, un persono sostiene Sgarbi.

"Cara Presidente Boldrini, adesso ti racconto il mio stupro". Polemiche per i silenzi della Presidente su Rimini. Così la donna violentata nella Capitale da due rom scrive alla terza carica dello Stato: "Sulle violenze sessuali dei 4 immigrati la politica dice cose folli, e quel mediatore va cacciato" di (Lettera firmata dalla ragazza violentata da due rom a Roma) Pubblicata su “Il Tempo” il 30 Agosto 2017. "Caro direttore, mi permetta l’intrusione ma a tutto c’è un limite. Le chiedo un po’ di spazio e un po’ di coraggio che so non mancarle. Ci ho pensato e ripensato ma penso che oggi serva far parlare i fatti per mettere fine a questa follia dello stupro politico-mediatico. Le voglio raccontare in diretta cosa prova una donna, di qualsiasi nazionalità o religione, quando viene violentata. Le racconto cosa significa precipitare all’inferno, sporcarsi l’anima e non rivedere mai più la luce. Non ne posso più dell’ipocrisia della politica che interviene o non interviene a seconda se lo stupratore è un immigrato oppure no (o nel caso della signora Boldrini che ha condannato lo stupro di Rimini a tre giorni dai fatti e solo dopo le polemiche sollevate dai suoi avversari) o perché qualche simpaticone, tipo quel mediatore culturale della coop, rilancia l’idea che lo stupro è tale solo all’inizio perché poi la donna si calma e gode. Ora le racconto..."

"Cara Boldrini, ti racconto il mio stupro". Sul quotidiano Il Tempo, la lettera di una ragazza vittima della brutalità due rom nella Capitale: "Ora basta col perbenismo", scrive Luca Romano, Mercoledì 30/08/2017, su "Il Giornale". "Le voglio raccontare in diretta cosa prova una donna, di qualsiasi nazionalità o religione, quando viene violentata". Inizia così una lettera pubblicata in prima pagina dal quotidiano Il Tempo e firmata da una ragazza violentata da due rom a Roma. "Non ne posso più dell'ipocrisia della politica che interviene o non interviene a seconda se lo stupratore è un immigrato oppure no (o nel caso della signora Boldrini che ha condannato lo stupro di Rimini a tre gironi dai fatti e solo dopo le polemiche sollevate dai suoi avversari) o perché qualche simpaticone, tipo quel mediatore della coop, rilancia l'idea che lo stupro è tale solo all'inizio perché poi la donna si calma e godo", scrive la ragazza. Che poi si addentra nel racconto della sua tremenda vicenda in cui è finita vittima di "esseri umani stranieri che sarebbe meglio chiamare animali". "Mentre chattavo su Facebook al telefono con il mio ex ragazzo ho visto un'ombra nera allungarsi sempre di più. Mi sono fermata per capire cosa fosse ma quando l'ho vista correre verso di me era già troppo tardi. Ho provato a strillare ma l'urlo è tornato in gola rimbalzando sulla mano pigiata sulla bocca. Quell'uomo mi ha colpita e trascinato attraverso oltre la rete fino a chiudermi in una baracca maleodorante. Due belve feroci. Non era solo, quel bastardo. Mi hanno fatto sdraiare su un materasso putrido, strappato, mi hanno bloccato le gambe e a quel punto ho chiuso gli occhi e pregato mentre mi sentivo strappare la pelle, violare nell' intimità, in balia del mostro, privata della mia libertà, carne da macello. Come se la mia vita non avesse valore. Piangevo e tremavo mentre quei maiali si divertivano a turno. Sarà politicamente scorretto, sarà non bello a dirsi, sarà che cristianamente bisogna perdonare, ma queste persone, caro direttore, non credo possano vivere in mezzo a noi. Non posso dire cosa gli farei, ma chiunque nelle mie condizioni penserebbe di fargli esattamente le stesse cose. Fatico a considerarli umani. Perversi, infami, vigliacchi, questo sono". La ragazza poi spiega di aver ripensato a quel momento quando la vicenda dello stupro di Rimini ha fatto capolino nelle cronache. Anche lì uno stupro violento nei confronti di una donna e poi di un transessuale. "Per quegli schifosi, quell'abuso sessuale era una via di mezzo tra una festa e un sacrificio. Io ero lì, loro fumavano, bevevano, ridevano, si sfogavano sessualmente, parlavano tra loro mentre io ero buttata lì. Poi, forse per eccitarsi, inframezzavano parole in italiano e discutevano ad alta voce se uccidermi o tenermi invita, ovviamente dopo aver fatto un altro giro sguazzando nella mia carne, stuprando la mia anima. E ridevano, quanto ridevano...", si legge ancora sul Tempo. Poi alla fine la ragazza è riuscita a scappare, approfittando di un momento di distrazione di uno dei rom. Un incubo finito. Un incubo che rimarrà impresso indelebilmente nella sua anima. "Sa, direttore, tanta era la vergogna che non ho detto nulla a mio papà per 4 giorni, non volevo farlo soffrire. Poi però non ce l'ho fatta e mi sono liberata di tutto. Lui è stato un papà d' oro, si sorprendeva solo del silenzio stampa intorno a questa storia che coinvolgeva dei rom (zingari non si può scrivere, vero?). Ma non si dava pace. Temeva che altre ragazze potessero fare la mia stessa fine. Sa cosa ha fatto? Ha riempito il quartiere di volantini per raccontare cos'era successo, ed è solo a quel punto che i giornali hanno cominciato a scrivere. Non voglio buttarla in politica, non mi interessa. Non sono di destra e nemmeno di sinistra. Ma da allora sono iniziate ad accadere cose assurde. Certe associazioni di sinistra non solo non hanno avuto il minimo rispetto per quanto avevo subìto, ma hanno addirittura detto per telefono a mio padre che non doveva manifestare perché i due violentatori erano dei rom e così si sarebbe alimentato il «razzismo». Quei giorni sono stati terribili, ci chiamavano «fascisti», andavano in giro per il quartiere a mettere voci in giro che io mi ero inventata tutto, che ero una puttana". Infine l'appello: "Supplico tutti a finirla con questo politichese da schifo, col perbenismo, coi due pesi e le due misure. Perché quel che è capitato a me può capitare stasera a vostra figlia. Vorrei che la signora Boldrini, che tanto si batte per i diritti delle donne, non avesse remore a parlare di immigrati se immigrati sono gli stupratori, o di italiani se un italiano fa cose del genere. La violenza sessuale non ha colori, ideologie, religioni".

Boldrini clandestina. Accusa la polizia violenta, ma tace sugli stupratori nordafricani. Poi insulta chi la critica. E a Rimini il branco è ancora libero, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 30/08/2017, su "Il Giornale".  Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, critica a modo suo Laura Boldrini per il silenzio sullo stupro di Rimini e scoppia il pandemonio. La presidentessa è poi uscita dal riserbo solo per difendere se stessa dall'attacco, ma ancora una volta non ha detto una parola sulla ragazza vittima e sui nordafricani immigrati suoi aguzzini. Piagnucola come una bambina viziata, quasi che il problema del Paese e delle donne fosse la Meloni e non i suoi amici migranti fuori controllo e spesso in combutta con la delinquenza locale. Clandestina tra i clandestini, per la Boldrini è violenta solo la polizia che pochi giorni fa ha sgomberato una casa nel centro di Roma occupata dai clandestini e che oggi si scopre essere stata pure un «ufficio» dei trafficanti di esseri umani. Vorremmo tanto che la presidentessa della Camera, terza carica dello Stato, rompesse il silenzio per fare un appello alle comunità di immigrati che da quattro giorni proteggono, aiutano e forse ospitano i nordafricani autori dello stupro, sottraendoli così alla giustizia. Avremmo voluto vederla all'ospedale di Rimini a portare la solidarietà di tutti gli italiani alla ragazza vittima dell'abuso. Avremmo voluto sentirla zittire chi in questi giorni dà a noi dei razzisti perché abbiamo osato svelare l'identità (scomoda per quelli del politicamente corretto) degli aggressori. Sarebbe stata interessante una sua riflessione sul fatto che nella cultura islamica lo stupro non è poi così grave perché la donna non ha diritti, come scritto nel Corano (anzi, come noto, un giovane mediatore culturale pakistano da noi gentilmente ospitato, e pagato, ha sostenuto nelle scorse ore che alle donne lo stupro, superato il primo impatto, piace assai). Purtroppo le nostre speranze resteranno deluse. Ci resta la speranza che le donne italiane, soprattutto le politiche di ogni partito, in questa ennesima polemica, sappiano scegliere da che parte stare. Chi sta con i silenzi della Boldrini agevolerà la voglia di immunità degli stupratori nordafricani, della loro comunità e di eventuali balordi italiani che li stanno proteggendo; chi starà con Giorgia Meloni sarà al fianco della ragazza stuprata.

Filippo Facci su "Libero Quotidiano" il 29 Agosto 2017: le stuprate godono? È ciò che pensano gli islamici in Africa e Medio Oriente. Fosse solo un demente - un cretino, un idiota, scegliete voi - sarebbe meno grave: «Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, una volta che si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale». Ma non è solo un demente sgrammaticato: ad aver scritto che alle donne, in pratica, lo stupro piace - scritto su Facebook a commento della violenza di Rimini - è un 24enne che si chiama Abid Jee e che vive a Crotone anche se studia giurisprudenza a Bologna. Ma non è solo un demente sgrammaticato e immigrato che si presuppone minimamente istruito: è uno che, intanto, fa anche il «mediatore culturale e operatore sociale» in una cooperativa bolognese che gestisce migranti e che, l’anno passato, ha guadagnato 883.992 euro di utile: dunque costui, con questa mentalità progredita, sarebbe un pontiere tra la nostra cultura e un’altra. Quale? Ecco, ci siamo: perché costui non è solo un demente e un migrante istruito eccetera che viene pagato per gestire altri migranti e fa il mediatore culturale, ma la cultura che dovrebbe «mediare» è quella islamica, visto che è un pakistano di Peshawar (paese dove i musulmani sono il 98 per cento) e visto che a quanto pare frequentava una comunità islamica. Da qui, in sintesi, il giustificato sospetto che la sua considerazione della donna non sia tanto quella di un demente, ma semplicemente quella di un musulmano: quella, cioè, che la sua cultura e religione gli suggeriscono. Tipo che la donna sia inferiore, impari, sprovvista di tutti i diritti, una bambola in mano all’uomo, una a cui spetta meno quota di eredità, la cui testimonianza vale meno nei processi, una che non può decidere di divorziare, viaggiare, guidare, fumare, talvolta studiare o vestirsi senza celare il corpo. Questo è lo status femminile nei paesi più ortodossi, beninteso: laddove una 19enne saudita, per esempio, è stata violentata da un gruppo di sette uomini e però poi, a processo, è stata condannata a 200 frustate perché colpevole di trovarsi in un luogo pubblico senza un membro maschio della famiglia. Accadeva nel 2015. Ma qui per fortuna siamo in Occidente, dove esiste una «mediazione culturale» che ti permette di sostenere, al massimo, che alle donne piace essere stuprate purché abbiano la pazienza di aspettare che «entra il pisello». Ora: se per voi questa è una notiziola - come l’hanno trattata molti quotidiani online - per noi non lo è, perché sintetizza molte cose. Ovviamente è scoppiato un casino. Il mediatore culturale ha subito rimosso il suo commento da Facebook ma era comunque troppo tardi: tanto che la cooperativa Lai Momo di Sasso Marconi, nel pomeriggio, ha dovuto smarcarsi e ha detto di ritenere «gravissime» le sue dichiarazioni. Il ragazzo lavorava all’hub regionale di via Mattei dove si smistavano i migranti poi ridistribuiti in tutta la regione o in altre strutture di accoglienza della città: prima di essere assunto a tempo determinato, e di firmare il contratto, ha dovuto sottoscrivere un codice etico che a questo punto ci piacerebbe leggere. La decisione di sospenderlo è avvenuta solo dopo le polemiche politiche: non tanto quelle della consigliera comunale della Lega Nord Lucia Borgonzoni («gente così meriterebbe solo di stare in galera», mi aspetto «una presa di posizione dalla comunità islamica cittadina») ma solo dopo l’intervento dell’assessore bolognese al welfare Luca Rizzo Nervo: «Parole di una gravità inaudita da parte di un operatore sociale che opera nel campo della accoglienza dei migranti: è intollerabile». Sì, lo è. Se n’erano già accorti tutti da diverse ore. Ma l’assessore si è detto certo «che la cooperativa, che conosco per la serietà del lavoro che svolge, saprà trarre le conseguenze». Insomma, si sono telefonati. In serata sui social è poi circolato un cosiddetto «fake» (un falso) scritto da un presunto esponente del Pd, Alberto Neri: «Abid non ha detto nulla di sbagliato, a livello biologico ha ragione». Un falso, appunto. O - peggio - l’esito di una mediazione culturale.

Comunisti tolleranti contro i blasfemi, detrattori della fede e delle tradizioni nazionali e intolleranti contro il buon senso.

Colonia: a Capodanno donne aggredite da mille uomini ubriachi “di origini arabe o nordafricane”. La notte si è conclusa con oltre 90 denunce, una delle quali per stupro, anche se la polizia crede che aumenteranno nei prossimi giorni. Il sindaco Reker: "Quello che è accaduto è inaudito". E anche a Monaco si sono verificati episodi simili nella notte di San Silvestro, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 5 gennaio 2016. Circondate, palpate, molestate e derubate la notte di Capodanno. A Colonia un migliaio di uomini ubriachi tra i 15 e i 39 anni e “di origini arabe o nordafricane” hanno aggredito decine di donne la notte di San Silvestro nei pressi del Duomo e della stazione dei treni. Il risultato: 90 donne che hanno denunciato furti e molestie, incluso uno stupro, anche se la polizia ritiene che le segnalazioni aumenteranno nei prossimi giorni. “Quello che è accaduto è inaudito”, ha detto il sindaco di Colonia Henriette Reker, accoltellata in ottobre alla vigilia delle elezioni per il suo atteggiamento favorevole all’accoglienza dei rifugiati siriani. Un suo portavoce ha assicurato che il sindaco non intende tollerare che nella sua città vi siano aree dove la legge non è rispettata. Allo stesso tempo vi è il timore che la vicenda venga strumentalizzata da gruppi razzisti o anti migranti. La Reker vuole anche predisporre un piano di sicurezza per il Carnevale, che ogni anno richiama oltre un milione di visitatori nella città renana e oggi coordinerà l’unità di crisi che dovrà varare misure per tutelare in futuro le donne da violenze di questo genere. E anche Angela Merkel, secondo quanto riferito dal suo portavoce Steffen Seibert, ha chiesto una dura risposta dello Stato di diritto. In una telefonata al sindaco di Colonia, la Cancelliera ha espresso il suo sdegno per le violenze, ha aggiunto Seibert, e ha chiesto che ogni sforzo venga indirizzato per indagare e condannare al più presto i colpevoli, senza riferimento alla loro origine. La dinamica – Gli uomini si sono radunati in piazza per poi dividersi in gruppi più piccoli, di 5 persone circa ciascuno, che hanno proseguito la caccia alle donne e hanno lanciato, secondo quanto raccontato dalla polizia, una quantità fuori dall’ordinario di petardi e fuochi d’artificio. E gli aggressori non si sono fatti impressionare neppure dall’intervento della polizia, sempre più massiccio. Intanto alcune vittime hanno raccontato ai media tedeschi la loro notte dell’orrore. La 27enne Anna ha descritto così allo Spiegel online il suo arrivo con il fidanzato alla stazione centrale: “L’intera piazza era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”. Ma Colonia non è stata l’unica città in cui si sono verificati questi episodi. Anche la polizia di Amburgo sta indagando su reati simili, sempre avvenuti nella sera di Capodanno. Nella città anseatica, luogo delle aggressioni è stata la Reeperbahn, la via nel quartiere St. Pauli famosa per i locali a luci rosse. Anche qui gruppi di uomini hanno circondato e molestato sessualmente donne che festeggiavano l’inizio del nuovo anno, derubandole di soldi e telefonini. Un portavoce della polizia ha spiegato che si indaga su 9 casi.

Stranieri e rifugiati siriani fra gli assalitori di Colonia. Il rapporto: «Le donne hanno dovuto attraversare delle forche caudine». Denunciate altre aggressioni sessuali dalla Finlandia alla Svizzera, scrive Elena Tebano l'8 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. A sera la piazza tra la stazione e la cattedrale di Colonia è quasi vuota, pochi lampioni a illuminarla mentre i passanti si affrettano sul selciato battuto dalla pioggia e sfilano tra i quattro poliziotti in tenuta antisommossa che presidiano l’ingresso principale ai binari. Un tentativo di mostrare che lo Stato c’è, mentre montano sempre di più le critiche per la risposta insufficiente delle forze dell’ordine alle aggressioni che la notte di Capodanno hanno trasformato il cuore della città in un inferno per «le donne che - come si legge in un rapporto della polizia - sole o accompagnate hanno dovuto attraversare delle vere e proprie forche caudine formate da masse di uomini pesantemente ubriachi». Intanto sono salite a 121 le denunce: «In tre quarti dei casi - ha affermato un portavoce della polizia - si tratta di reati a sfondo sessuale spesso avvenuti in concomitanza con furti o borseggi». Due denunce sono per stupro, le altre per «furti o lesioni». Sedici i sospetti identificati, «in gran parte uomini di origine nordafricana». Secondo il settimanale Der Spiegel ci sarebbero inoltre 4 fermati: due nordafricani accusati di furto e arrestati già a Capodanno, e altre due persone, in cella da quattro giorni, su cui le autorità non hanno dato informazioni e che sono invece accusate di molestie sessuali. La polizia assicura adesso di aver messo al lavoro sulle aggressioni ben 80 agenti (una task force chiamata senza nessuna ironia «Neujahr», «anno nuovo»), ma dal rapporto interno pubblicato ieri da Der Spiegel e dal quotidiano Bild emerge che gli uomini dispiegati l’ultimo dell’anno erano invece del tutto insufficienti ad affrontare il «caos» di «risse, furti, assalti sessuali alle donne» e che «le forze presenti non hanno potuto controllare tutti gli avvenimenti, gli assalti e i reati, perché erano troppi contemporaneamente». In alcune fasi non è stato possibile, scrive il funzionario rimasto anonimo, neppure verbalizzare tutte le denunce. Ma a suscitare polemiche sono anche i particolari che emergono sui presunti aggressori: molte vittime hanno confermato che erano stranieri, all’apparenza immigrati. E persino rifugiati: «Sono siriano, dovete trattarmi amichevolmente, mi ha invitato la Signora Merkel!» avrebbe detto uno dei sospetti citato nel rapporto. Altri avrebbero strappato i loro permessi di soggiorno di fronte agli agenti: «Non potete farmi niente - avrebbero commentato sprezzanti - domani vado a prendermene uno nuovo». Le molestie di Colonia non sono un fatto isolato: altre 70 aggressioni a sfondo sessuale sono state denunciate ad Amburgo, 12 a Stoccarda, sei nella vicina Svizzera, a Zurigo. Anche a Helsinki, in Finlandia, nella notte di Capodanno ci sono state molestie sessuali diffuse nella piazza centrale, che ospitava circa ventimila persone per i festeggiamenti, e sono stati denunciati tre stupri nella stazione centrale, dove si erano radunate circa mille persone, per lo più iracheni. In quest’ultimo caso i presunti aggressori sono tre richiedenti asilo, che sono stati arrestati. Al momento non risultano legami tra quanto successo nelle diverse città, ma ci sono stati contatti tra le polizie europee e tra le ipotesi al vaglio degli investigatori c’è quella di una comune regia: forse da parte di gruppi xenofobi che potrebbero aver aizzato gruppetti di immigrati per poi cavalcare l’indignazione causata dagli assalti. Di certo a Colonia il problema furti e molestie non è nuovo: «Nella zona della stazione si aggirano bande di giovanissimi che sono arrivati da adolescenti in Europa da Tunisia, Algeria e Marocco, si spostano spesso da un Paese all’altro e vivono di espedienti - dice al Corriere un volontario che lavora con i migranti e chiede di rimanere anonimo -. È possibile che fossero tra coloro che hanno agito a Capodanno. In generale quando ci sono gruppi di soli uomini fatti o ubriachi, non conta da quale Paese arrivino, facilmente ne fanno le spese le donne. Di solito qui succede a Carnevale, che attira sempre una grossa folla. La polizia lo sa e arriva con gli autobus per arrestarli. A Capodanno però nessuno se lo aspettava».

Colonia, gli immigrati dopo le violenze: "Da qui non potete cacciarci, ci ha invitati Frau Merkel". "Persone di origine straniera hanno lanciato molotov". In un rapporto choc gli agenti di Colonia smascherano le violenze degli immigrati: "Capodanno fuori controllo". Ed emerge tutta l'arroganza degli stranieri nei confronti delle forze dell'ordine, scrive Andrea Indini Giovedì 07/01/2016 su “Il Giornale”. Il caos e il clima di violenza della notte di Capodanno, a Colonia, dove un centinaio di donne indifese sono state aggredite, molestate e derubate da un migliaio di immigrati ubriachi, avrebbero potuto "anche provocare dei morti". Il rapporto choc della polizia tedesca, di cui la Bild pubblica alcuni stralci, svela senza più ombra di dubbio le gravissime colpe degli immigrati che la notte di San Silvestro hanno tenuto in ostaggio Colonia. Nel dossier si descrivono fra l'altro gli attacchi con bottiglie molotov e oggetti contundenti contro la polizia a cui è stato del tutto "impossibile" identificare gli aggressori delle violenze denunciate da donne in lacrime a fatti ormai avvenuti. Mentre il bilancio dei sospettati sale a sedici, le donne che hanno denunciato di essere state aggredite nella notte di San Silvestro sono già 121. Due terzi delle denunce riguardano anche molestie sessuali. In due casi, invece, si tratta di stupro vero e proprio. I principali sospettati non sono ancora stati identificati per nome, ma gli inquirenti li avrebbero già chiaramente riconosciuti attraverso le immagini video. Per vittime e testimoni oculari gli aggressori erano per lo più di origine nordafricana e araba. "Se emergesse che fra i responsabili ci sono anche dei richiedenti asilo - ha assicurato il ministro della Giustizia Heiko Maas - questi potrebbero essere espulsi". Anche per la cancelliera Angela Merkel è necessario trarre estese conseguenze da quanto accaduto. "Ad esempio - ha detto - dobbiamo valutare se finora sia stato fatto abbastanza per le espulsioni di stranieri macchiatisi di reati". Nel rapporto della polizia di Colonia ci sono, poi, le voci provocatorie di alcuni immigrati. Voci che provano il fallimento delle politiche buoniste della cancelliera. Ascoltarle è un ulteriore affondo a tutte quelle donne che, durante i festeggiamenti di Capodanno, sono state molestate e aggredite. "Sono siriano - ha urlato in faccia un profugo a un agente che lo aveva fermato - dovete trattarmi bene, mi ha invitato Frau Merkel". Un altro straniero, dopo aver stracciato il permesso di soggiorno "con un ghigno", ha sfidato il poliziotto deridendolo:"Non puoi farmi niente. Ne prendo un altro domani". Anche se non vi è alcun collegamento con i drammatici fatti di Colonia, a Weil am Rhein quattro siriani sono stati arrestati per aver violentato due adolescenti la vigilia di Capodanno. Le ragazze si trovavano nell'appartamento di uno degli immigrati quando sono arrivati il fratello 15enne e altri due 14enni e la situazione è degenerata. Le giovani sono state ripetutamente stuprate, per tutta la notte.

VIOLENZA SU 80 DONNE A COLONIA DA PARTE DI 1.000 “INTEGRATI”! IL SILENZIO ASSORDANTE DEI NOSTRI MEDIA, DELLA NOSTRA POLITICA RADICAL-CHIC E DELLA NOSTRA “INTELLIGHENTIA” (di Giuseppe Palma il 7 gennaio 2016). Circa 1.000 uomini (di origine nord-africana ed araba) hanno abusato, molestato e in alcuni casi violentato circa 80 donne! Al di là dei pesanti aspetti criminosi, che ovviamente riceveranno – si spera – un’adeguata risposta da parte della giustizia tedesca, il problema è tutto politico: la totale assenza dell’UE e l’ipocrisia della classe dirigente della maggior parte degli Stati europei, soprattutto di quella italiana. La nostra intellighenzia radical-chic (che poi è quella che vota Partito Democratico, SEL e Scelta Civica), sempre pronta a lavarsi la bocca con le parole “integrazione” e “ci vuole più Europa”, dopo i fatti di Colonia tace vigliaccamente! Su tutti, Laura Boldrini & Co., cioè quel manipolo di finte femministe, finte europeiste e finte sostenitrici dei diritti civili che – di fronte alle violenze poste in essere dai 1.000 immigrati di Colonia su 80 donne indifese – si sono nascoste dietro un silenzio assordante! Ma la storia è vecchia! Il manovratore (UE e capitale internazionale) e i politici che ne sono a libro paga non vogliono che il popolo si renda conto delle bestialità che stanno accadendo! L’immigrazione selvaggia serve all’€uro per poter abbassare i salari e le garanzie contrattuali/di legge del lavoratore! Quindi, bisogna a tutti i costi tacere! Vero, Laura Boldrini? Di fronte alle cene di Arcore (che Berlusconi pagava coi soldi suoi e dove mai nessuna violenza – di nessun tipo – fu fatta) tutte queste ipocrite femministe, ben appoggiate dalla solita e sporca intellighenzia di casa nostra, si scagliarono contro il “degrado” in nome della “moralità” e dell’ “immagine internazionale”. Oggi tacciono! Di fronte a qualche offesa verbale di qualche politico nostrano verso il problema dell’immigrazione, quelle stesse femministe e quegli stessi intellettuali (si fa per dire!) non si tirano indietro dall’etichettare tali episodi con parole come xenofobo, razzista, fascista etc…Il doppio-pesismo della sinistra italiana (e soprattutto dei post-comunisti e dei falsi buonisti) è qualcosa di vergognoso! Dove sono la signora Kyenge (eurodeputata PD) e il signor Chaouki (deputato PD)? Dove sono questi ipocriti benpensanti? Dov’è Niki Vendola (SEL)? Dov’è Gennaro Migliore (PD)? Dov’è Marianna Madia (PD)? Dov’è Simona Bonafè (PD)? Dov’è Anna Ascani (PD)? E soprattutto, dov’è Laura Boldrini? In tutto questo, anche i media hanno taciuto! Del resto, si sa: le linee editoriali dei giornaloni e delle TV italiane sono a favore dell’immigrazione selvaggia e dei crimini €uropei! Siamo rappresentati dalla peggiore politica e dalla peggiore intellighenzia!

Colonia: staccate la spina a questo schifo di Europa, scrive il 7 gennaio Emanuele Ricucci su "Il Giornale". Barbari! Barbari approdati nella terra di nessuno, nella terra di niente, solo un corridoio per l’avvenire, solo una capanna per la pioggia, niente più. “Le donne che hanno denunciato di essere state aggredite nella notte di San Silvestro sono già 121. Due terzi delle denunce riguardano anche molestie sessuali. In due casi, invece, si tratta di stupro vero e proprio”. Capodanno, Germania. Uomini contro donne. Prima di imparare ad essere altro, dovremmo ricordarci di essere noi stessi. Dove sono i cortei di sdegno del regime dei benpensanti? Non vedo Laura Boldrini ed accoliti, piangere, fissare un angolo silenziosamente, ansimare di dolore durante le dichiarazioni pubbliche post accaduto. Non sento il tonfo dei “buoni per davvero” del mondo omologato cadere a terra, svenuti. Non sento gridare alla fine, alla barbarie, al dramma più epocale nella storia del femminismo e dell’umanità. Non sento la rabbia, la voglia di cambiare, per davvero. Calano – gentilmente oggigiorno – i barbari, si ammosciano gli attributi. Che sia abbia il coraggio di ammettere che la situazione è fuori controllo, per Colonia? Non soltanto. Da un mese? da ben più di qualche mese. Mentre i sinistri nostrani scoprono che il dolore e l’errore provengono anche da dove non gli conviene guardare, risalgono gli echi delle “marocchinate”, dei marocchini deI Corps expéditionnaire français en Italie agli ordini del generale Alphone Juin, barbari immondi colpevoli – durante la Campagna d’Italia nella Seconda Guerra Mondiale – di migliaia di violenze ed omicidi compiuti ai danni di uomini, bambini, anziani e soprattutto, delle nostre donne, madri dei nostri figli. Colonia come le “marocchinate”, quando cominciò la vigliacca genuflessione dell’Occidente, mascherata da progresso. Tra Arabia ed Iran ai ferri corti, Schengen schifato da Paesi “liberalissimi”, tra gli esperimenti atomici koreani e l’impazzimento generale, abbiamo fior fior di ragazzoni, ipertecnologici tra le fila dell’esercito. Armi di quarantaquattresima generazione, addestrati al judo, al pugilato, al Krav Maga, finanche al Monopoly da competizione; abbiamo testate, contro testate, iper Consigli di sicurezza, abbiamo tecnologia come se piovesse. Poi miliardi di Euro di fondi da spendere in aerei supersonici, guerre, guerrette, democrazia in scatola e a domicilio ancora fumante. Abbiamo, abbiamo, abbiamo. Abbiam tutto, non abbiamo nulla. Abbiamo due guerre mondiali sulle spalle, svariate guerre di indipendenza, ribelli e ribellioni, anni di terrorismo interno, ancor prima che esterno, paure e crisi, rivoluzioni e tentate rivoluzioni e poi, e poi non riusciamo neanche ad evitare l’impensabile, a difenderci dalla brutalità di strada, come a Colonia, dopo non essere riusciti a difendere le nostre sovranità, i nostri figli, le nostre tradizioni, le nostre culture, genoma delle nostre identità. Non occorre scrivere quale sia il rimedio e neanche quale trattato invocare, quale linea di politica estera da seguire. Quale iniziativa, a mo di legge speciale stilare, né descrivere dettagliatamente a quale disastro totale stiamo assistendo. Viene solo da pensare che non ci sia più da star, poi, così tranquilli, a fermare il vomito, ormai incastrati in una marea fangosa di bulimia di informazione, si passa oltre, alla prossima notizia, con freddezza, come uno stupro. C’è tanta nausea, lo stupro è duplice. Fisico e spirituale. Come anime del purgatorio (per chi avrà la bontà di crederci) lagnanti, spaventate, inutili ed invisibili, ormai, irrinunciabilmente connesse all’orrore, dettaglio dopo dettaglio, con gli occhi aperti, come quel mattacchione di Alex nel capolavoro di Kubric, Arancia Meccanica, costretto a tenere gli occhi aperti di fronte a scene maligne, zeppe di massacro, così da provocarne rigetto. Colonia si poteva prevenire? Inutile dirlo, certamente. Colonia non si doveva neanche immaginare. Non occorre stare a dire chi aveva ragione e chi torto, capire che ne ha fino in fondo, non occorre stare a soppesare la dichiarazione minchiona del politico di turno, UE e non UE, Italì o non Italì. Fa solo venire il voltastomaco questo ragazzino presuntuoso, sciocchino e immaturo che l’Occidente, versante Europeo, è diventato. Da castrare, chimicamente, artificialmente, spiritualmente. Senza orgoglio civile, né appartenenza. Rabbia stoppata in petto, l’Occidente è politicamente corretto. Neanche alla calata dei Lanzichenecchi. Io non credo in questo, non voglio questo. Questa Europa fa schifo, senza mezzi termini. Dunque, che tramonti, si spenga pure l’Occidente insipido, ipocrita, malato di Alzheimer; vigliacco e guerrafondaio, che ha rinnegato la propria identità, che sputa sulla linearità della propria storia, che calpesta la purezza delle proprie culture genitrici. Che tramonti, questo Occidente, così da esser pronti a generarne un altro, senza sprecare neanche una vita, un’altra vita ancora. Che si plasmino le parole di Oswald Spengler, questo forse il più grande augurio da fare alla marmaglia di coinquilini ai lavori forzati che siamo oggi: “Questo è il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente. Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente”.

Le misure antimolestie sdi Colonia che penalizzano le vittime, scrive il 7 gennaio 2016 Giovanni Giacalone” su "Il Giornale. Le misure anti-molestie annunciate dal sindaco di Colonia, Heriette Reker destano serie perplessità in quanto non soltanto non risolvono il problema sicurezza ma paradossalmente sembrano penalizzare le stesse vittime degli abusi. E’ plausibile credere che la Reker voglia continuare a sostenere ad oltranza le sue politiche di accoglienza, ma davanti ad episodi del genere è necessario prendere immediati provvedimenti che facciano rispettare la legge e che tutelino l’incolumità del cittadino e non l’ideologia. Le linee guida del Primo Cittadino sembrano invece andare in ben altra direzione per sfociare addirittura nel contraddittorio, ad esempio: “Mantenersi a distanza di sicurezza da persone dall’aspetto straniero”. La frase potrebbe far trasparire un certo razzismo, quasi a voler lasciar intendere che “straniero” equivalga a “molestatore”, paradossale per la ultra-tollerante Reker; oltre a ciò, il “consiglio” implica che la potenziale vittima debba girare per strada guardandosi continuamente intorno per scongiurare possibili molestatori. In poche parole, è la vittima che deve guardarsi le spalle e possibilmente evitare di girare sola, come suggerito da un altro consiglio, quello di “muoversi per le strade possibilmente in gruppo”. Fondamentale risulterebbe poi “evitare di assumere in pubblico atteggiamenti che possano essere fraintesi da persone di altre culture”. Decisamente agghiacciante! In questo modo non soltanto le vittime vengono colpevolizzate a discapito degli aggressori che, poverini, apparterrebbero a “culture” dove certi comportamenti “sarebbero ammessi”, ma limita palesemente la libertà di movimento della donna. Sono legali tali direttive? Qualche dubbio ce l’ho. Cosa significa poi quel “monitorare persone che potrebbero agire di nuovo”? Elementi sensibili e recidivi dovrebbero essere preventivamente messi in condizione di non nuocere, mentre sembra che diversi soggetti resisi responsabili delle aggressioni di Capodanno fossero già noti alle autorità. Davanti a episodi di questo tipo, che non dovrebbero neanche accadere, lo Stato ha il dovere di fornire risposte immediate ed efficaci per tutelare il cittadino, attraverso misure preventive e cautelative, ma nei confronti degli aggressori, non delle vittime. Segnali di debolezza e di non curanza da parte delle Istituzioni non fano altro che incentivare episodi come quelli di Colonia; speriamo di non dover assistere ad altri fatti del genere.

Germania, prove di sharia: immigrati islamici violentano, ma puniscono le donne, scrive “Riscatto Nazionale” il 6 gennaio 2016. Il sindaco della città annuncia una serie di regole per evitare il ripetersi delle violenze di Capodanno: vietato girare da sole e dare confidenza agli stranieri. L’amministrazione della città di Colonia ha annunciato che, a seguito delle violenze della notte di Capodanno, introdurrà un codice di comportamento per le donne e le bambine per scongiurare la possibilità che queste siano vittime di stupri o violenze. Ad annunciarlo è il sindaco della città Henriette Reker, che si è riunita ieri con i massimi esponenti delle forze dell’ordine locali, con i quali ha stabilito di introdurre nuove misure di sicurezza e dichiarato lo stato d’emergenza. La decisione è stata presa dopo che, durante la notte di San Silvestro, la stazione della città è caduta sotto il controllo di circa mille persone di origine mediorientale, che hanno importunato e derubato oltre 100 ragazze. “E’ importante prevenire questi incidenti” ha detto il sindaco. Il nuovo pacchetto sicurezza prevede anche l’introduzione di un codice di comportamento al quale le donne si devono attenere. Esso verrà presto reso disponibile su internet e le esorterà a mantenersi a “distanza di sicurezza da persone dall’aspetto straniero, di non girare per le strade da sole ma sempre in gruppo, di chiedere aiuto ai passanti in caso di difficoltà, di informare immediatamente la polizia in caso notino persone sospette e di non assumere in pubblico atteggiamenti che possano essere fraintesi da persone di culture altre (andere Kulturkreise)”. Durante le celebrazioni del Carnevale, uno degli eventi più celebri e tradizionali della città che si terrà a febbraio, verrà aumentata la presenza delle forze dell’ordine sul territorio, il cui compito principale sarà quello di monitorare le persone che si ritiene possano agire nuovamente come a Capodanno. Un occhio di riguardo verrà dato alle persone di origini mediorientali. Il sindaco ha sottolineato che le misure introdotte non hanno alcuno sfondo razzista o xenofobo. “Non tutti gli aggressori sono dei rifugiati giunti da poco in Germania. Alcuni di loro erano già da tempo conosciuti alle forze dell’ordine. Se alcuni richiedenti di asilo sono colpevoli verranno presi provvedimenti, ma ciò non deve indurre a reazioni discriminatorie nei loro confronti”. Heriette Beck è da sempre un’attiva sostenitrice e fautrice delle politiche di accoglienza dei migranti. Per questo lo scorso ottobre era stata gravemente ferita da un estremista di destra, che l’aveva accoltellata alla gola lasciandola in fin di vita per diverso tempo.

Crolla la tesi buonista della sinistra: tra gli stupratori anche rifugiati siriani, scrive Guglielmo Federici venerdì 8 gennaio 2016 su “Il Secolo d’Italia”. Vi ricordate la tesi buonista della sinistra che invitava a una distinzione quasi filologica tra rifugiati in fuga da paesi in guerra come la Siria, migranti e clandestini? Da non confondere, per carità, da non mettere tutti in unico calderone ad uso e consumo della propaganda “xenofoba”, sostenevano con le chiavi della verità in mano.  Anzi, secondo le tesi di chi gettava e getta acqua sul fuoco sui pericoli di un’invasione migratoria dagli effetti che abbiamo potuto constatare, gli illuminati della sinistra spiegavano che proprio i clandestini erano quelli che con i loro comportamenti gettavano fango su chi aveva lo status di rifugiato. Insomma, secondo il buonismo dilagante la maggior parte degli italiani sarebbe stata vittima di una cattiva comprensione del fenomeno immigrazione. Distinguere e non condannare, era la loro parola d’ordine di civiltà. Sorpresa! Questa tesi crolla, si è sbriciolata sotto i nostri occhi. A Colonia (e non solo) c’erano anche dei rifugiati all’interno del branco di un migliaio di nordafricani e mediorientali che hanno seminato panico e paura a San Silvestro. Lo riporta il Corriere on line: «Ma a suscitare polemiche sono anche i particolari che emergono sui presunti aggressori: molte vittime hanno confermato che erano stranieri, all’apparenza immigrati. E persino rifugiati: «Sono siriano, dovete trattarmi amichevolmente, mi ha invitato la Signora Merkel!» avrebbe detto uno dei sospetti citato nel rapporto della polizia», si legge sul quotidiano. Allora, continuiamo a distinguere, a capire, a minimizzare? «Altri avrebbero strappato i loro permessi di soggiorno di fronte agli agenti – si legge – «Non potete farmi niente – avrebbero commentato sprezzanti – domani vado a prendermene uno nuovo», riporta l’inviato. I fatti di Colonia, purtroppo, stanno diventando un caso europeo. Non solo a Stoccarda e ad Amburgo si sono registrati episodi di violenze analoghi, sempre a Capodanno, ma altre denunce sono arrivate dalla Svizzera – sei da Zurigo – e anche dalla Finlandia: anche Helsinki la notte di Capodanno è stata funestata da casi di molestie sessuali nella piazza centrale, che ospitava circa ventimila persone per i festeggiamenti, e sono stati denunciati tre stupri nella stazione centrale, dove si erano radunate circa mille persone, per lo più iracheni. Brutta sorpresa anche qui per i “professionisti” dei flussi migratori, perché anche in quest’ultimo caso tra i presunti aggressori ci sono tre richiedenti asilo, che sono stati arrestati. Insomma, le quisquilie dialettiche della sinistra, le distinzioni terminologiche tra immigrati bravi e cattivi, profughi, richiedenti asilo, rifugiati fanno ridere, non reggono alla prova dei fatti, non reggono alla prova di una realtà colpevolmente sottovalutata e minimizzata.

La Boldrini rompe il silenzio sugli stupri di Colonia ma non nomina i migranti, scrive Roberta Perdicchi giovedì 7 gennaio 2016 su “Il Secolo d’Italia”. In un tweet del 15 ottobre 2015, Laura Boldrini solidarizzava con il nuovo sindaco di Colonia, fresco di accoltellamento xenofobo, salutando il nuovo corso “accogliente e tollerante” della cittadina tedesca. Il tutto con la solita enfasi della donna di sinistra che riconosce i semi di un mondo migliore, fatto di buoni che aiutano poveri disperati, e vuole darne notizia al mondo con i toni del messìa. Peccato che le cose, a Capodanno, siano andate in maniera un po’ diversa e che l’accogliente Colonia sia passata alle cronache per le violenze e i tentati stupri di massa degli immigrati ai danni di decine di donne tedesche. Dopo alcuni giorni di silenzio, il presidente della Camera ha finalmente sentito il bisogno di esprimere solidarietà, alle donne violentate, stavolta, non agli immigrati. Ma dimenticando di citare quel tweet nel quale la Boldrini spargeva demagogia ed enfasi sulla presunta convivenza multietnica e culturale di Colonia. «I fatti di Colonia sono molto gravi: quello che è accaduto è veramente inaccettabile e da parte nostra c’è la più ferma condanna», ha finalmente detto la Boldrini dopo che per giorni, sui social, era girato quel tweet imbarazzante e ridicolo, col senno di poi. «Io mi auguro che le autorità tedesche riescano quanto prima a fare chiarezza e le persone che si sono permesse questi atti di mancanza di rispetto, anche violenti – ha concluso – ne rispondano davanti alla giustizia». Mai, però, ha pronunciato la parola “immigrati”: come se quel termine, associato a una qualsiasi forma di violenza, fosse da nascondere, da occultare.

Il silenzio delle femministe dopo i fatti di Colonia. La paura di essere definite razziste ha fatto tacere tante attiviste di sinistra in prima linea contro la violenza sulle donne. Ma questo atteggiamento fa bene all'accoglienza? Scrive Claudia Sarritzu giovedì 7 gennaio 2016 su “Globalist”. Bisogna chiedersi cosa significa essere femminista, come significa essere di sinistra e cosa significa essere per l'accoglienza e per la libera circolazione di idee e persone, per capire cosa sta accadendo dopo i fatti di Colonia, tra le attiviste occidentali che difendono la dignità delle donne. La paura di essere marchiate come razziste, in questa occasione, a mio avviso ha fatto mettere in secondo piano la battaglia più importante per il genere femminile: quella per la nostra libertà, quella di poter circolare liberamente per le nostre città senza la paura di essere molestate o addirittura stuprate. Questo nostro inviolabile diritto non può certo essere messo in discussione solo perché si sospetta che tra i mille aggressori ci siano uomini di origine araba. Il razzismo sta proprio in questa differenza di trattamento. Un criminale, un violento, è violento qualsiasi sia il colore della sua pelle o la religione in cui crede. Siamo tutti uguali non solo nelle cose belle e onorevoli, ma anche in quelle meschine e orride. Altra questione. I fatti di Colonia non sono del tutto chiari, e solo le indagini potranno chiarire se si è trattato realmente di un attacco programmato e organizzato contro i costumi occidentali delle donne. Ma se così fosse, proprio in nome dell'integrazione, non dobbiamo venir meno alla difesa dei nostri valori, solo per paura di apparire meno "pro-immigrazione". L'immigrazione è sempre positiva quando porta pluralismo, non quando impone violenza in nome di una falsa identità culturale. Non è cultura molestare una donna. In fine credo che noi donne di sinistra dobbiamo assolutamente intraprendere un dibattito che abbia come tema l'equilibrio tra il nostro modello di vita e quello di tante donne immigrate. Tentare di trovare una conciliazione tra libertà e tradizione, senza ledere la libertà di espressione delle donne straniere, ma anche la nostra. Magari potremmo partire da una semplice distinzione tra burqa e velo. Dovremmo smetterla con l'ipocrisia tutta di sinistra di considerare il velo integrale (il burqa appunto) una scelta. Nessuna donna libera sceglierebbe di andare in giro per strada ad agosto con un telo nero che non le permette di respirare e di vedere se non da una retina. Essere dunque femminista e di sinistra e per un mondo accogliente e solidale, significa essere sempre e comunque per la libertà delle donne, libere dalla paura di etichette inutile e pericolose.

Colonia, il silenzio delle femministe sulle violenze degli immigrati. Dalla Boldrini alle femministe del Pd, tutte hanno paura a dire che i violenti erano immigrati. Per timore di dare ragione alla destra, scrive Giuseppe De Lorenzo Mercoledì, 06/01/2016, su "Il Giornale". Nemmeno il numero elevato di donne violentate nella loro intimità, nemmeno l'indignazione della pubblica opinione, niente di quello che è successo a Colonia è riuscito a scalfire il muro dell'incoerenza delle femministe nostrane. Mille uomini, di origine mediorientale, hanno violentato e derubato oltre 100 ragazze nella notte di Capodanno. Ma loro non parlano. Anzi, è bene specificare. A farlo sono stati 1000 immigrati, profughi, clandestini. Bisogna essere chiari, perché le femministe italiane vivono in questi giorni un dramma interiore che le distrugge. Sono divise tra l'accoglienza-a-tutti-i-costi e la difesa dell'integrità delle donne, dell'emancipazione, della libertà femminile. Su questi bei propositi hanno fatto una legge, quella sul femminicidio, di dubbia utilità ma dal forte impatto mediatico. Eppure, si dimenticano di condannare ad alta voce gli stupri degli immigrati. Perché? Cosa le ferma? Semplice, il buonismo. O chiamatelo come volete. Ovvero il rischio di dar ragione ai beceri della destra, ai populisti che da anni mettono la politica di fronte al problema - evidente - dell'integrazione degli altri popoli, delle culture diverse. Di quella islamica in particolare. Che in molti casi ha con la donna una relazione offensiva, lesiva dei diritti, barbara. Come si può scindere le violenze di Colonia dagli stupri di Boko Haram, dalle violenze dell'Isis, dalle schiave Yazide e dall'imposizione del burqa? Non si può. Sono principi e modi di comportamento che superano le barriere e arrivano sulle nostre coste. Immutati. E poi si manifestano nelle nostre strade, nelle nostre periferie. Pur di non dire che a mettere le mani sui seni e tra le gambe di quelle ragazze tedesche sono stati degli immigrati, le attiviste tutte preferiscono cucirsi la bocca. Quando invece occorrerebbe raccogliere gli avvertimenti di chi dice da tempo che ad integrarsi deve essere lo straniero e non un intero popolo adattarsi ai desideri di chi arriva in Occidente. Tace la Boldrini, che nel discorso di insediamento da Presidente della Camera aveva ricordato il suo impegno contro la violenza sulle donne. Quella volta era scattato l'applauso unanime dell'Aula. Oggi, invece, la Presidente ha scelto l'oblio. Dire che aveva ragione Salvini fa male. Essere d'accordo con la Meloni, pure. E' dalla parte del giusto anche la Santanché, che ha definito i fatti di Colonia "un atto di terrorismo contro le donne". "Hanno dimostrato bene il loro concetto del femminile - ha aggiunto - e cioè che non sono persone ma oggetti. Come si può dialogare con chi non rispetta le persone? Dove sono le donne del Pd e le femministe? Il loro silenzio è assordante". L'unica ad uscire dal coro del silenzio è stata Lucia Annunziata. Che sul suo blog ha riconosciuto come "il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica", ha messo in dubbio che tutti i migranti arrivati in Europa siano davvero in fuga dalle guerre, ha chiesto "barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di integrazione". Peccato che il suo sia un risveglio tardivo. Le aggressioni di Colonia, per l'Annunziata, sarebbero il "primo episodio di scontro di civiltà". Ma non è così. Ce ne sono stati altri. Solo che sono rimasti fuori dalla porta dei salotti radical-chic. La direttrice chiede alle femministe di iniziare una discussione sull'immigrazione per "evitare che la giustissima accoglienza di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza". Ma è già tardi. Oggi sarebbe bastato stigmatizzare le violenze degli immigrati. Condannare quello che è un attacco non solo alle donne, ma al modo di essere dei Paesi che accolgono, cioè dell'Europa. Invece è prevalso il silenzio. Colpevole.

Sul corpo delle donne no pasaran, scrive Lucia Annunziata su L'Huffington Post. Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro. Sull'Europa che si è riunita per affrontare la caotica situazione della immigrazione, le ripetute sospensioni di Schengen, pesa l'emozione di quanto è accaduto nella notte di Capodanno a Colonia: l'aggressione sessuale inflitta da "un migliaio di giovani arabi e nordafricani" a tutte le donne che hanno incontrato sul loro cammino. Una violenza le cui modalità rivelano un episodio ben più grave della notte di follia, della frustrazione estrema ed ormonale di maschi frustrati. Quel migliaio di giovani erano preparati, il loro assalto è stato organizzato ed eseguito come una operazione semi-militare. Assalto per altro ripetuto in altre due città. Erano tanti, usavano il numero come arma di annientamento, e l'accerchiamento come trappola: le donne prese in mezzo, inclusa una donna poliziotto, sono state toccate e passate dall'uno all'altro, senza nessuna cura di proteste e reazioni. "Urlavamo, picchiavamo con quello che potevamo, ma inutilmente" raccontano le testimonianze (incluse quelle di uomini che hanno cercato di intervenire). Una madre e la figlia quindicenne sono state bloccate e "palpate ripetutamente al seno e in mezzo alle gambe". Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania. La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra. Il pericolo dell'episodio di Colonia si nasconde proprio nelle pieghe della "normalità" di chi ne è stato protagonista. La verità di cui dobbiamo discutere è proprio questa: il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica, e non è tale solo nelle forme più estreme, nelle terre più bruciate del Medioriente, nelle esperienze più allucinate e militanti delle guerre dell'Isis o del terrorismo. Tutto questo lo sappiamo, ci conviviamo da anni, è stato al centro di tante nostre analisi e battaglie civili a favore delle donne in tanti e altri paesi. Ma negli ultimi venti anni, proprio sotto la spinta di guerre e rotture interne al mondo islamico, il rapporto fra Islam e donne si è metamorfizzato in una agenda culturale e politica di dominio, usata come arma, o anche solo espressione di potere, in una vastissima area sociale, la cui linea di rottura passa dentro lo stesso mondo mussulmano. Quel che voglio dire è che tutti ricordiamo gli stupri e le violenze in Iraq durante la conquista da parte dell'Isis, e i rapimenti di Boko Haram, la schiavitù sessuale imposta alle donne cristiane, yazide. Ma val la pena qui di cominciare a ricordare anche che il maggior numero di violenze viene usato nei confronti delle stesse donne musulmane. Vogliamo ricordare le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all'indietro tutte le società musulmane. Ricordiamo qui, ad esempio, il trattamento subito da centinaia di donne egiziane al Cairo durante la "primavera araba", come punizione per una partecipazione, o anche solo come occasione da non perdere. Ma andrebbe ora prestata più attenzione al fatto che questo modo di rapportarsi dell'Islam alle donne proprio perché deriva dalla politica non si ferma alle frontiere. Ci sono storie che solo le organizzazioni dei diritti umani seguono: nei campi profughi europei ci sono casi di violenze, e stupri. Queste violenze sono per altro la ragione per cui i cristiani quasi mai si sono uniti alle grandi migrazioni collettive di questi ultimi mesi. Ma è anche tempo di mettere in questo elenco l'aggressività, la mancanza di rispetto, che denunciano molte donne giovani ed anziane nei quartieri delle varie città europee, incluse quelle di molte città italiane: ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza? Tutto questo non è destinato a finire. L'attuale immigrazione non è un flusso ordinato. È il frutto di eventi traumatici, multipli e contemporanei, di guerre che hanno un'espansione globale e di lungo periodo. Non sarà aggiustabile secondo la logica di un progressivo assorbimento. La gestione di questa immigrazione è già da oggi uno dei maggiori problemi economici e sociali in Europa, il motore di uno sconvolgimento politico il cui impatto è già visibile. La sospensione di Schengen da parte di due degli stati da sempre più disponibili, la Danimarca e la Svezia, segnala che davvero si sta raggiungendo un livello di guardia. E indica anche come su questo tema la socialdemocrazia (e la sinistra) sia da tempo in difficoltà a mantenere una posizione "aperturista" a tutti i costi. Le formule con cui abbiamo fin qui vissuto si rivelano inefficaci di fronte alle nuove dimensioni. Ma dentro il problema di tutti con l'integrazione, c'è un problema specifico per noi donne, come stiamo vedendo. E credo tocchi anche a noi trovare una voce in merito. La prima idea su cui lavorare per il futuro non è forse difficile da individuare perché è un po' nelle cose: costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. In qualunque condizioni e per qualunque ragioni arrivino. Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita? Sono tutti decisi a non ritornare nei loro paesi d'origine? Domande scomode, ma realistiche. Le regole attuali, e possono essere migliorate, forniscono già la definizione per distinguere coloro che hanno diritto all'asilo politico; ugualmente esistono chiari requisiti necessari per poter invece entrare in un paese come immigrato. Intorno a queste definizioni vanno costruite barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di "integrazione" che cominci ben prima della stessa entrata. E se questo processo porta a prevedere più controlli, e dunque anche a una formulazione più elastica di Schengen, va ricordato che questo è già nelle cose. È un momento delicato, in cui l'opinione pubblica deve uscire dalle emozioni, dalle rabbie per cercare di capire davvero quale sia la strada migliore per il futuro. Le donne, anzi i diritti delle donne, devono essere una delle pietre miliari di questa chiarezza. In maniera uguale e contraria al modo come questi diritti negati vengono usati come un atto di aggressione nei nostri confronti. Non voglio pensare che mia figlia, le nostre figlie, vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro. Integrare e integrarsi con le tante diversità è la più dinamica opzione della nostra società per crescere. L'accoglienza è un valore supremo. Ma senza definizioni, senza regole e senza domande è possibile che diventi la semplice riproduzione al nostro interno delle disperate periferie del mondo, la ricreazione di permanenti masse di profughi, senza che noi sappiamo cosa far né di loro né di noi stessi.

Colonia e l’attentato di massa: quanto è ancora depredabile il corpo femminile? Scrive Andrea Pomella il 7 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano. Nella notte di Capodanno, mille uomini – la maggior parte dei quali giovani e stranieri – si sono radunati nei pressi della stazione ferroviaria di Colonia e hanno dato il via a un feroce attacco di massa. Un centinaio di donne sono state sessualmente molestate, aggredite e derubate, vittime di una strategia tanto coordinata da costituire, secondo il ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas, una forma di crimine “di una dimensione completamente nuova”. Sui giornali italiani tuttavia la notizia ha assunto una certa rilevanza solo a partire dalla mattina del 6 gennaio. I primi cinque giorni dell’anno li abbiamo passati a discutere di una bestemmia passata in sovrimpressione sulla Rai e dei sette (poi diventati ventidue) milioni di euro incassati dal nuovo film di Checco Zalone. C’è da farsi qualche domanda. Perché la notizia di mille uomini che in una sola notte aggrediscono cento donne in un luogo ristretto di una città che sorge nel cuore funzionale dell’Europa non suscita clamore né choc collettivo? Perché un evento di questa portata non riceve lo status giornalistico di “attentato di massa”? E perché la notizia non sfonda sui social network, ossia perché non fruisce neppure di quella spinta dal basso che nella contemporaneità spesso dà voce a fatti omessi dai media tradizionali? Faccio due considerazioni.

La prima: due mesi fa, a seguito degli attentati di Parigi, in mezzo al diluvio di notizie laterali, approfondimenti che approfondivano dettagli insignificanti (SkyTg24 il 15 novembre mandò in onda per tre ore, quasi ininterrottamente, un filmato che mostrava il panico a Place de la Republique, anche una volta appurato che si era trattato di un falso allarme), opinionismi più o meno autorevoli, più o meno centrati, ho impiegato tre giorni a capire – per dire – la dinamica dei fatti allo Stade de France. In pratica, la ricostruzione dei fatti non catturava l’interesse, non dico dello spettatore, ma degli stessi giornalisti che erano chiamati a farne una ricostruzione. Per chi appartiene a un pubblico d’antan e chiede semplicemente di essere informato, la vendita sentimentale delle informazioni sta diventando un problema. Così, in assenza di una ricostruzione emotiva, cento donne molestate in una notte non scaldano il pubblico dei lettori, e quindi non fondano una notizia degna di primo piano. La gravità di un fatto non è più data dal fatto in sé, ma da ciò che suscita.

La seconda: viviamo in un’era in cui è ancora radicato, anche a livello inconscio, lo stereotipo patriarcale secondo cui la molestia sessuale è il semplice risultato della natura umana. Se in uno strato più o meno profondo di coscienza collettiva l’idea del dominio maschile sulla donna non fosse ancora così consolidata, l’assalto di Colonia monopolizzerebbe l’attenzione dei lettori e quindi imporrebbe ai direttori di giornale, agli elzeviristi e ai divulgatori culturali di trattare la notizia con la rilevanza che merita. Il disinteresse generale, lo sbadiglio, la freddezza rappresentano invece l’agghiacciante risultato di un involontario test sulla coscienza popolare del cittadino europeo del Ventunesimo secolo posto di fronte al tema del corpo femminile, e alla provocatoria questione di quanto esso sia “ancora depredabile”. Credo che, anche per questo primo ventennio di secolo, ci stiamo assicurando una discreta riserva di mostruosità.

Zanardo: «No al silenzio sulle violenze di Colonia». La scrittrice e autrice de Il corpo delle donne sulle aggressioni nella città tedesca: «Pericoloso che le mie compagne siano intimorite nel prendere posizione dalla strumentalizzazione delle destre xenofobe», scrive Antonietta Demurtas il 07 Gennaio 2016 su “Lettera 43”. Hanno attraversato la piazza della stazione centrale di Colonia nella notte di San Silvestro. E per loro è iniziato l'inferno: circondate, molestate sessualmente (uno stupro già accertato), palpeggiate, derubate di soldi e telefonini da circa mille uomini di origine nordafricana, ubriachi. Le vittime sono un centinaio di donne che nella città tedesca volevano solo festeggiare il Capodanno e che sono rimaste vittime di un attacco che ora le indagini iniziano a definire «premeditato» e messo in atto da «un'organizzazione proveniente dalla vicina Düsseldorf». Il ministro della giustizia Heiko Maas ha parlato di una «dimensione completamente nuova per la criminalità organizzata». C'è chi si è concentrato nel sottolineare che l’obiettivo delle aggressioni fosse il furto, e che le violenze sessuali fossero «solo un diversivo». Resta il fatto che le donne molestate e violentate a Colonia non hanno sinora ricevuto la solidarietà che in altri casi è stata manifestata alle vittime di violenza. Si è scritto: succede a Colonia come in piazza Tahrir al Cairo o al parco Gezi di Istanbul, si è cercato di mantenere un basso profilo sull'accaduto per non alimentare razzismo, intolleranza e violenza nei confronti dei migranti, proprio in un momento in cui la politica dell'accoglienza si sta rivelando il più grande fallimento dell'Ue, incapace di gestire flussi migratori e spinte discriminatorie. Con il risultato che però, alla fine, «per l'ennesima volta le donne vengono strumentalizzate, comunque vada, ci violentino o meno», dice a Lettera43.itLorella Zanardo, scrittrice e autrice del documentario Il corpo delle donne, che da anni si batte contro la mercificazione della dignità femminile. «Una reazione che definirei miserabile», dice riferendosi al modo in cui sono stati racconti i fatti di Colonia, in alcuni casi silenziati dall'opinione pubblica politically correct e dall'altra esacerbati a soli fini xenofobi. E «per rendersene conto, basta vedere come si sta raccontando nel nostro Paese».

DOMANDA. Forse po' troppo a voce bassa?

RISPOSTA. Come viene gestita la questione in Italia è vergognoso. Se diciamo: siamo donne libere e così vogliamo restare, improvvisamente leggo sul web una serie di voci critiche secondo le quali se non vogliamo dare manforte alla destra razzista e xenofoba, dobbiamo in un qualche modo stare zitte. Lo trovo un consiglio mostruoso, miserabile.

D. Che cosa si dovrebbe fare: urlare e scendere in piazza?

R. Non è una questione di femminismo, credo che un certo modo di interpretare i diritti in Italia sia superato. Indignarsi è però un diritto e un dovere, e questo non vuol dire essere xenofobi: io sono assolutamente dalla parte dei profughi, sono per l'apertura delle frontiere, voglio un'Europa accogliente.

D. Ma?

R. Ciò non toglie che davanti ai crimini di Colonia, fossero essi stati compiuti da svedesi, cinesi o marocchini, la mia condanna è comunque fortissima. Io sto dalla parte delle donne. Questa è la prima cosa.

D. Non per tutte è così, c'è chi preferisce tenere un profilo più basso per paura di essere tacciata di razzismo.

R. In questo momento trovo molto pericoloso che le mie amiche e compagne siano un po' intimorite nel prendere posizione per la paura della strumentalizzazione delle destre xenofobe. Se noi non ci facciamo sentire questo nostro silenzio può essere penalizzante non solo verso le donne ma verso i profughi stessi.

D. Che cosa si aspettava?

R. Che dicessimo tutte forte e chiaro: noi donne condanniamo assolutamente gli episodi di Colonia, e condanniamo quanto detto dalla sindaca di Colonia.

D. Henriette Reker si è spinta a dettare un 'codice' di comportamento alle donne, invitandole a tenere «a un braccio di distanza» gli sconosciuti.

R. Io sono solidale con Reker, è stata persino accoltellata proprio a causa delle sue posizioni favorevoli all'immigrazione. La sua può essere stata una uscita mal meditata, detta in un momento di tensione ma comunque pericolosa.

D. Il suo decalogo è suonato come un'inversione della colpa a carico delle donne.

R. Per questo sono preoccupatissima: noi donne abbiamo lottato secoli, rischiando anche la vita, per essere libere di autodeterminare i nostri corpi, di metterci una minigonna, di uscire a mezzanotte, per quanto, purtroppo, sappiamo bene quanto questo nel nostro Paese non sia poi così facile.

D. Ora invece il consiglio è tenere gli uomini a distanza, diffidare, temere.

R. Sì purtroppo, e se non ci alziamo tutte insieme ora per dire: al nostro territorio di libertà non rinunceremo, la situazione diventerà ancora più pericolosa. Ma dobbiamo essere abili a non farci strumentalizzare: fuori la destra da questo dibattito, da chi ci vuole dare ragione solo per fini politici.

D. Al posto del decalogo che cosa avrebbe preferito sentire?

R. Tenere gli uomini a «un braccio di distanza» è quello che mi diceva mia nonna 50 anni fa. Dobbiamo fare più attenzione alle parole, al mondo che stiamo preparando per le nostre figlie.

D. Che cosa propone?

R. La politica giusta è apertura totale e allo stesso tempo condanna verso chi non ci rispetta. Se il criminale è marocchino, siriano, turco o svedese non ci deve interessare. Non prendere posizione ora sarebbe davvero come dire che siamo un po' delle imbranate, donne impotenti.

D. In che senso?

R. Dato che non ci vogliamo far strumentalizzare, tacciamo, minimizziamo? No, dobbiamo essere fortemente dalla parte delle donne di Colonia, che questo non avvenga mai più.

D. Insomma, essere politically correct non porta a niente?

R. No, inoltre che le violenze accadono tutti i giorni non rende meno grave l'accaduto. Il fatto è che sul corpo delle donne si sono fatte le guerre, anche molto recenti se pensiamo a quanto accaduto nella ex Jugoslavia. Per questo dobbiamo difendere il nostro territorio conquistato faticosamente.

D. Sta facendo discutere un articolo del quotidiano tedesco Die Tageszeitung e riportato da Internazionale, dove si legge che: «In tutte le grandi manifestazioni in cui l’alcol abbonda, le donne devono affrontare una triste realtà...; che per certi maschi tedeschi, il carnevale o l’Oktoberfest non sono divertenti senza qualche palpatina; che succede a Colonia come in piazza Tahrir al Cairo o al parco Gezi di Istanbul». Un modo per riportare l'attenzione al fenomeno generale della violenza e minimizzare l'accaduto?

R. Spero di no, anche perché se già queste cose succedono all'Oktoberfest o in altre manifestazioni, è gravissimo, non è che perché già accaduto è meno grave. Così come sarebbe grave se si scoprisse che i fatti di Colonia sono stati resi pubblici solo 5 giorni dopo solo per non strumentalizzarlo.

D. Così a essere strumentalizzate e dimenticate sono ancora una volta le donne.

R. E non solo a Colonia. In questi giorni arrivano appelli di nuove formazioni che stanno per nascere in Italia, partiti, partitini, associazioni, tra i nomi dei futuri leader papabili non c'è una donna. E in questi momenti si spiega perché.

D. Perché?

R. Noi donne non abbiamo coraggio. Arrivano uomini di ultima categoria che senza vergogna si propongono come sindaci, amministratori, ministri, ma non c'è una italiana che faccia lo stesso. Questo dimostra la nostra incapacità di essere concentrate sui nostri interessi di donne e su chi verrà dopo di noi, e il terrore di scontentare qualche formazione di sinistra racconta questa nostra incapacità. C'è un silenzio preoccupante.

D. Silenzio che si rompe per difendere le donne solo per ribadire che «non c'è posto in Europa per chi non rispetta le nostre leggi e la nostra cultura», come ha fatto Giorgia Meloni.

R. Eppure c'è una terza via. Io temo questo popolarismo italiano ignorantissimo che si basa su: o chiudiamo le frontiere o ci violentano. Dobbiamo rifiutare questo modello, basta guardarsi intorno.

D. Dove?

R. In Norvegia, un piccolo Paese di 4 milioni di abitanti che ha avuto un flusso migratorio importante e si è trovato persone che venivano da Stati dove obiettivamente la realtà e il rapporto uomini-donne è molto diverso; così hanno creato un progetto di introduzione al Paese dove gli immigrati vengono formati agli usi e costumi del posto. Una parte è dedicata a come viene vissuto il femminile e il maschile, l'altra alla sessualità nel Nord Europa.

D. Crede che questo sia sufficiente?

R. Io credo alla possibilità che le persone cambino, si trasformino, quindi per chi viene in Europa ci deve essere un percorso di introduzione e integrazione culturale. E c'è un compito anche per noi.

D. Quale?

R. Continuare a essere molto duri e dure nel condannare la violenza contro le donne, altrimenti nessuno ci garantisce che non avverrà ancora. Ma per fare questo non c'è bisogno di conoscere la nazionalità dei violentatori.

D. Anche perché, frontiere aperte o meno, nell’Unione europea una donna su due è stata vittima di violenze fisiche o sessuali e nella maggior parte dei casi sono conoscenti e famigliari a commettere questi reati dentro le mura domestiche...

R. Esatto. Inoltre facendo finta di niente potremmo anche alimentare uno stereotipo al contrario, ovvero: nel timore che la nostra critica venga stigmatizzata dalle destre, quando questi criminali sono immigrati stiamo zitte. Se fossero stati tutti tedeschi ubriachi ci sarebbe stata una sollevazione popolare da parte delle donne europee.

D. Una discriminazione al contrario...

R. Sì, dato che sei africano ti ritengo inferiore e chiudo un occhio. Per questo bisogna fare chiarezza e non farne un fatto di razza o etnia, ma condannare per i fatti in sè che sono gravi indipendentemente da cosa c'è scritto nel passaparto di chi li ha commessi.

Germania, una epidemia di stupri da parte dei migranti, scrive Soeren Kern il 21 settembre 2015. Traduzioni di Angelita La Spada pubblicata su Imola Oggi l’1 ottobre 2015. Dove sono le donne? Dei 411.567 rifugiati/migranti che sono entrati nell’Unione Europea via mare nel 2015, il 72 per cento è costituito da uomini. Anche se lo stupro è avvenuto a giugno, la polizia ha taciuto per quasi tre mesi, fino a quando i media locali non hanno pubblicato un articolo a riguardo. Secondo un commento editoriale espresso nel quotidiano Westfalen-Blatt, la polizia si rifiuta di rendere pubblici i crimini commessi dai migranti e profughi perché non vuole conferire legittimità agli oppositori delle migrazioni di massa. Una 13enne musulmana è stata violentata da un altro richiedente asilo in un centro di accoglienza a Detmold, una città situata nella parte centro-occidentale della Germania. La ragazzina e la madre avevano abbandonato il loro paese di origine per sfuggire a una cultura di violenza sessuale. Circa l’80 per cento dei profughi/migranti accolti a Monaco sono uomini (…) il prezzo per fare sesso con una donna richiedente asilo ammonta a 10 euro. – L’emittente radiotelevisiva pubblica della Baviera (Bayerischer Rundfunk). La polizia della città bavarese di Mering, dove una 16enne è stata stuprata l’11 settembre, ha avvisato i genitori di non permettere ai loro figli di uscire da soli. Nella città bavarese di Pocking, gli amministratori del Wilhelm-Diess-Gymnasium hanno avvertito i genitori di non fare indossare abiti succinti alle loro figlie, al fine di evitare “malintesi”. “Quando gli adolescenti musulmani si recano nelle piscine all’aperto, sono turbati nel vedere le ragazze in bikini. Questi giovani, che provengono da una cultura dove non si approva che le donne mostrino la pelle nuda, seguiranno le ragazze e le infastidiranno senza rendersene conto. Naturalmente, questo genera paura”. – Un politico bavarese citato da Die Welt. Durante un raid in una struttura di Monaco che ospita rifugiati la polizia ha scoperto che gli addetti alla sicurezza erano implicati in un traffico di droga e armi e chiudevano un occhio sulla prostituzione. Nel frattempo, gli stupri delle donne tedesche da parte dei richiedenti asilo sono sempre più dilaganti. Sempre più donne e ragazze ospiti dei centri di accoglienza per profughi, in Germania, vengono stuprate, molestate sessualmente e costrette alla prostituzione dagli uomini richiedenti asili, secondo quanto asserito dalle organizzazioni di assistenza sociale tedesche. Molti degli stupri avvengono nelle strutture che ospitano uomini e donne dove, a causa della mancanza di spazio, le autorità tedesche costringono i migranti di entrambi i sessi a condividere i dormitori e i servizi igienici. Le condizioni per le donne e le ragazze presenti in queste strutture sono talmente pericolose che le donne vengono definite “selvaggina”, occupate a respingere gli assalti dei predatori maschi musulmani. Ma gli assistenti sociali affermano che molte vittime tacciono, per paura di rappresaglie. Allo stesso tempo, un numero crescente di donne tedesche di tutta la Germania viene violentato dai richiedenti asilo provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente. Molti di questi crimini sono minimizzati dalle autorità e dai media tedeschi, a quanto pare per evitare di alimentare sentimenti contrari all’immigrazione. Il 18 agosto, una coalizione composta da quattro organizzazioni di assistenza sociale e di gruppi per i diritti delle donne ha inviato una lettera di due pagine ai leader dei partiti politici del parlamento regionale dell’Assia, uno stato federato della Germania centro-occidentale, informandoli di come la situazione delle donne e dei minori sia peggiorata all’interno dei centri di accoglienza. La lettera diceva: “L’afflusso sempre più crescente dei rifugiati ha complicato la situazione per le donne e le ragazze ospiti nel centro di Giessen (HEAE) e nelle strutture succursali. “Il fatto di fornire alloggio in grandi tende, la mancanza di servizi igienici separati maschili e femminili, di locali in cui non ci si può chiudere a chiave, la mancanza di rifugi sicuri per le donne e le ragazze – tanto per citare solo alcuni fattori spaziali – aumenta la vulnerabilità delle donne e dei minori dentro queste strutture. Questa situazione gioca a favore di quegli uomini che assegnano alle donne un ruolo subordinato e trattano le donne che viaggiano sole come se fossero selvaggina. “Di conseguenza, si verificano numerosi stupri e molestie sessuali. Stiamo ricevendo sempre più segnalazioni di casi di prostituzione coatta. Va sottolineato che questi non sono episodi isolati. “Le donne e le ragazzine raccontano di essere state violentate o molestate sessualmente. Pertanto, molte donne dormono vestite. E raccontano anche di non usare i servizi igienici di notte, per paura di essere stuprate o derubate. Anche di giorno, attraversare l’accampamento è una situazione terribile per molte donne. “Molte donne – oltre a fuggire dalla guerra – scappano per evitare i matrimoni forzati o le mutilazioni genitali. Queste donne che affrontano rischi particolari, scappano da sole o con i loro figli. Anche se sono accompagnate da parenti maschi o da conoscenti, questo non sempre garantisce loro una protezione dalla violenza, perché ciò può portare a specifiche dipendenze e allo sfruttamento sessuale. “La maggior parte dei profughi di sesso femminile ha vissuto una serie di esperienze traumatizzanti nel loro paese di origine e durante la fuga. Esse sono vittime di violenze, rapimenti, torture, stupri ed estorsioni – a volte per anni. “Essere arrivate qui sane e salve e poter muoversi senza paura, è un dono per molte donne. (…) Vi invitiamo pertanto (…) a unirvi al nostro appello per creare urgentemente delle strutture protette (abitazioni o appartamenti muniti di serrature) per donne e minori che viaggiano da sole…“Queste strutture devono essere attrezzate in modo tale che gli uomini non vi abbiano accesso, ad eccezione degli operatori del soccorso e del personale addetto alla sicurezza. Inoltre, le camere da letto, i salotti, e cucine e i servizi igienici devono essere interconnessi in modo da formare un’unità completamente autonoma e che può essere raggiunta solo attraverso un accesso dotato di serratura e monitorato”. Dopo che diversi blog hanno richiamato l’attenzione sulla lettera il LandesFrauenRat (LFR) Hessen, un gruppo di pressione che si batte per i diritti delle donne, ha reso pubblico il documento politicamente scorretto sul proprio sito web, per poi rimuoverlo all’improvviso il 14 settembre, senza spiegarne il motivo. In Germania, il problema degli stupri e delle molestie sessuali nei centri di accoglienza dei profughi è un problema a livello nazionale. In Baviera, le donne e le ragazze ospiti della struttura di Bayernkaserne, una ex base militare a Monaco, ogni giorno rischiano di essere stuprate e indotte alla prostituzione coatta, secondo i gruppi per i diritti delle donne. Sebbene la struttura disponga di dormitori femminili, le stanze sono prive di serrature e gli uomini controllano l’accesso ai servizi igienici. Circa l’80 per cento dei profughi/migranti accolti a Monaco è costituito da uomini, secondo l’emittente radiotelevisiva pubblica della Baviera (Bayerischer Rundfunk), che ha riportatola notizia che il prezzo per fare sesso con una donna richiedente asilo ammonta a 10 euro. Un assistente sociale ha definito così la struttura: “Noi siamo il più grande bordello di Monaco”. La polizia continua a dire di non essere in possesso di alcuna prova che nel centro si commettono stupri, anche se in un raid è stato scoperto che gli addetti alla sicurezza erano implicati in un traffico di droga e armi e chiudevano un occhio sulla prostituzione. Il 28 agosto, un 22enne eritreo richiedente asilo é stato condannato a un anno e otto mesi di carcere per tentata violenza sessuale ai danni di una donna curda irachena di 30 anni in un centro di accoglienza della città bavarese di Höchstädt. Il giovane ha avuto una riduzione della pena grazie agli sforzi dell’avvocato della difesa, che ha convinto il giudice del fatto che la situazione dell’imputato nella struttura era disperata: “Da un anno, egli se ne sta con le mani in mano senza pensare a niente”. Il 26 agosto, un 34enne richiedente asilo ha tentato di stuprare una donna di 34 anni nella lavanderia situata in un centro di accoglienza a Stralsund, una città nei pressi del Mar Baltico. Il 6 agosto, la polizia ha rivelato che una 13enne musulmana era stata violentata da un altro richiedente asilo in una struttura di Detmold, una città situata nella parte centro-occidentale della Germania. La ragazzina e la madre avevano abbandonato il loro paese di origine per sfuggire a una cultura di violenza sessuale; e a quanto pare, lo stupratore era un loro connazionale. Anche se lo stupro è avvenuto a giugno, la polizia ha taciuto per quasi tre mesi, fino a quando i media locali non hanno pubblicato un articolo a riguardo. Secondo un commento editoriale espresso nel quotidiano Westfalen-Blatt, la polizia si rifiuta di rendere pubblici i crimini commessi dai profughi e migranti perché non vuole conferire legittimità agli oppositori delle migrazioni di massa. Il capo della polizia Bernd Flake ha ribattuto dicendo che il silenzio era finalizzato a tutelare la vittima. “Noi continueremo con questa politica [di non informare l'opinione pubblica], quando i reati sono commessi nelle strutture temporanee per profughi”, egli ha detto. Durante il fine settimane del 12-14 giugno, una ragazza di 15 anni ospite di un centro di accoglienza di Habenhausen, un quartiere della città settentrionale di Brema, è stata ripetutamente violentata da altri due richiedenti asilo. La struttura è stata descritta come una “casa degli orrori” a causa della spirale di violenza perpetrata da bande rivali di giovani provenienti dall’Africa e dal Kosovo. Il centro, che ospita complessivamente 247 richiedenti asilo, ha una capacità di accogliere 180 persone, e una caffetteria con 53 posti a sedere. Nel frattempo, gli stupri sulle donne tedesche da parte dei richiedenti asilo sono dilaganti. Qui di seguito alcuni casi di stupro commessi solo nel 2015. L’11 settembre, una 16enne è stata violentata da uno sconosciuto “uomo dalla pelle scura che parlava un tedesco stentato” nei pressi di un centro di accoglienza della città bavarese di Mering. L’aggressione è avvenuta mentre la ragazza si stava recando dalla struttura alla stazione ferroviaria. Il 13 agosto, la polizia ha arrestato due richiedenti asilo, di 23 e 19 anni, per aver stuprato una 18enne tedesca dietro una scuola di Hamm, una città del Nord Reno-Westfalia. Il 26 luglio, un ragazzino di 14 anni è stato molestato sessualmente nel bagno di un treno regionale, a Heilbronn, una città situata nella parte sudoccidentale della Germania. La polizia sta cercando un uomo “dalla pelle scura” tra i 30 e i 40 anni e “dall’aspetto arabo”. Lo stesso giorno, un 21enne tunisino richiedente asilo ha stuprato una ragazza di 20 anni, nel quartiere di Dornwaldsiedlung a Karlsruhe. La polizia ha taciuto sul crimine fino al 14 agosto, quando un giornale locale ha reso pubblica la notizia. Il 9 giugno, due somali richiedenti asilo, di 20 e 18 anni, sono stati condannati a sette anni e mezzo di carcere per aver violentato una 21enne tedesca a Bad Kreuznach, una città della Renania-Palatinato, il 13 dicembre 2014. Il 5 giugno, un somalo di 30 anni richiedente asilo chiamato “Ali S” è stato condannato a quattro anni e nove mesi di carcere per aver tentato di stuprare una 20enne di Monaco. Ali aveva già scontato una condanna a sette anni per violenza sessuale, e cinque mesi dopo il suo rilascio aveva colpito ancora. Nel tentativo di proteggere l’identità di Ali S., un quotidiano di Monaco ha fatto riferimento a lui chiamandolo con il nome più politicamente corretto di “Joseph T.”. Il 22 maggio, un marocchino di 30 anni è stato condannato a quattro anni e nove mesi di carcere per aver tentato di stuprare una 55enne a Dresda. Il 20 maggio, un 25enne senegalese richiedente asilo è stato arrestato dopo una tentata violenza sessuale ai danni di una ragazza tedesca di 20 anni, nella piazza Stachus, nel cuore di Monaco. Il 16 aprile, un iracheno di 21 anni richiedente asilo è stato condannato a tre anni e dieci mesi di carcere per aver stuprato una 17enne al festival della città bavarese di Straubing, nell’agosto 2014. Il 7 aprile, un 29enne richiedente asilo è stato arrestato per la tentata violenza sessuale ai danni di una ragazzina di 14 anni, nella città di Alzenau. Il 17 marzo, due afgani richiedenti asilo, di 19 e 20 anni, sono stati condannati a cinque anni di carcere per lo stupro “particolarmente aberrante” di una 21enne tedesca aKirchheim, una città nei pressi di Stoccarda, il 17 agosto 2014. L’11 febbraio, un eritreo di 28 anni richiedente asilo è stato condannato a quattro anni di carcere per aver violentato una 25enne tedesca a Stralsund, sul Mar Baltico, nell’ottobre 2014. L’1 febbraio, un somalo di 27 anni richiedente asilo è stato arrestato per aver tentato di stuprare una donna nella città bavarese di Reisbach. Il 16 gennaio, un immigrato marocchino di 24 anni ha violentato una 29enne a Dresda. Decine e decine di altri casi di stupro e tentata violenza sessuale – casi in cui la polizia sta cercando specificatamente stupratori stranieri (la polizia tedesca spesso li chiama Südländer ossia “meridionali”) – restano irrisolti. Qui di seguito è riportata una lista parziale di episodi commessi nell’agosto 2015. Il 23 agosto, un uomo “dalla pelle scura” ha tentato di violentare una donna di 35 anni a Dortmund. Il 17 agosto, tre uomini “meridionali” hanno cercato di stuprare una 42enne a Ansbach. Il 16 agosto, un uomo “meridionale” ha violentato una donna a Hanau. Il 12 agosto, un uomo “meridionale” ha stuprato una 17enne a Hannover. Lo stesso giorno, un altro uomo “meridionale” ha mostrato i genitali a una donna di 31 anni a Kassel. La polizia ha detto che un episodio simile si era verificato nella stessa zona l’11 agosto. Il 10 agosto, cinque uomini “di origine turca” hanno tentato di violentare una ragazza a Mönchengladbach. Lo stesso giorno, un uomo “meridionale” ha stuprato una 15enne a Rintein. L’8 agosto, un altro uomo “meridionale” ha violentato una 20enne a Siegen. Il 3 agosto, un “nordafricano” ha stuprato una bambina di 7 anni, in pieno giorno, in un parco di Chemnitz, una città della Germania orientale. L’1 agosto, un uomo “meridionale” ha tentato di violentare una 27enne nel centro di Stoccarda. Intanto, i genitori sono stati avvertiti di tenere d’occhio le loro figlie. La polizia della città bavarese di Mering, dove una 16enne è stata violentata l’11 settembre, ha avvisato i genitori di non permettere ai loro figli di uscire da soli. La polizia ha inoltre consigliato alle donne di non recarsi da sole alla stazione ferroviaria essendo quest’ultima nelle vicinanze di un centro di accoglienza per rifugiati. Nella città bavarese di Pocking, gli amministratori del Wilhelm-Diess-Gymnasium hanno avvertito i genitori di non fare indossare abiti succinti alle loro figlie, al fine di evitare “malintesi” con i 200 profughi musulmani ospitati in alloggi di emergenza in un edificio vicino alla scuola. La lettera diceva: “I cittadini siriani sono per lo più musulmani e parlano arabo. I profughi hanno la loro cultura. Poiché la nostra scuola si trova proprio accanto la struttura in cui essi risiedono, le vostre figlie dovrebbero indossare abiti modesti per evitare malintesi. Camicette e top scollati, pantaloncini corti o minigonne potrebbero creare malintesi. Un politico locale citato dal quotidiano Die Welt ha detto: “Quando gli adolescenti musulmani si recano nelle piscine all’aperto, sono turbati nel vedere le ragazze in bikini. Questi giovani, che provengono da una cultura dove non si approva che le donne mostrino la pelle nuda, seguiranno le ragazze e le infastidiranno senza rendersene conto. Naturalmente, questo genera paura”. L’aumento dei reati sessuali in Germania è alimentato dalla preponderanza di uomini musulmani nel mix di profughi/migranti che entrano nel paese. Una cifra record di 104.460 richiedenti asilo è arrivata in Germania ad agosto, facendo salire, nei primi otto mesi del 2015, il numero complessivo a 413.535. Il paese prevede di accogliere quest’anno 800.000 arrivi tra profughi e migranti, una cifra che si è quadruplicata rispetto al 2014. Almeno l’80 per cento dei migranti e profughi arrivati è musulmano, secondo una recente stima fornita dal Consiglio centrale dei musulmani in Germania (Zentralrat der Muslime in Deutschland, ZMD), un gruppo musulmano di copertura, con sede a Colonia. Anche i richiedenti asilo sono prevalentemente di sesso maschile. Dei 411.567 migranti e rifugiati che finora quest’anno sono entrati nell’Unione Europa via mare, il 72 per cento è costituito da uomini, il 13 per cento da donne e il 15 per cento da bambini, secondo i calcoli dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Le informazioni sull’identità sessuale di chi arriva via terra non sono disponibili. Secondo le statistiche tedesche sulla migrazione, dei richiedenti asilo arrivati in Germania nel 2014, il 71,5 per cento di quelli di età compresa tra i 16 e i 18 anni era costituito da uomini; lo stesso dicasi per il 77,5 per cento di coloro che avevano tra i 18 e i 25 anni, così come per il 73,5 per cento di chi aveva tra i 25 e i 30 anni. I dati per il 2015 non sono ancora disponibili.

Dio e la Bibbia sono caratterizzati da discriminazione sessuale? Scrive "gotquestions.org". Domanda: "Dio e la Bibbia sono caratterizzati da discriminazione sessuale?" Risposta: La discriminazione sessuale avviene quando un genere sessuale, di solito quello maschile, domina sull’altro genere, di solito quello femminile. La Bibbia contiene molti riferimenti a donne che, visti dalla nostra mentalità moderna, sembrano discriminatori nei confronti delle donne. Dobbiamo tuttavia ricordare che, quando la Bibbia descrive un’azione, non necessariamente la Bibbia sta dicendo che quell’azione sia giusta. La Bibbia descrive uomini che trattano le donne come se fossero mera proprietà, ma ciò non significa che Dio approva quel modo di agire. La Bibbia ha più interesse a riformare le nostre anime e meno a riformare le nostre società. Dio sa che un cuore cambiato produrrà un comportamento cambiato. Ai tempi dell’Antico Testamento, quasi ogni cultura nel mondo aveva una struttura patriarcale. La condizione storica di quei tempi è molto chiara, non solo nella Scrittura ma anche nelle regole che governavano la maggior parte delle società. Quando quelle condizioni sono giudicate dai valori moderni e dal punto di vista del mondo, sono etichettate come sessualmente discriminanti. Dio ha stabilito l’ordine nella società, non l’uomo, e Lui è l’autore dei principi costitutivi di autorità. Tuttavia, come in ogni altra cosa, l’uomo caduto ha corrotto questo ordine. Ciò ha provocato l’ineguaglianza tra la posizione degli uomini e delle donne in tutta la storia. L’esclusione e la discriminazione che troviamo nel nostro mondo non sono una novità. Sono il risultato della caduta dell’uomo e dell’ingresso del peccato nel mondo. Quindi, possiamo giustamente dire che la terminologia e la pratica della discriminazione sessuale sono il risultato del peccato. La rivelazione progressiva della Bibbia ci porta alla cura della discriminazione sessuale e a tutte le pratiche peccaminose della razza umana. Per poter trovare e mantenere un equilibrio spirituale tra le posizioni di autorità volute da Dio, dobbiamo guardare alla Scrittura. Il Nuovo Testamento è l’adempimento dell’Antico e in esso troviamo in principi che ci indicano la giusta linea di autorità e la cura del peccato, che è il male dell’umanità, e che include la discriminazione sessuale. La croce di Cristo è il grande fattore equalizzante. Giovanni 3:16 dice “Chiunque crede” e questa affermazione inclusiva non lascia fuori nessuno a causa di posizioni sociali, capacità mentali o genere sessuale. Anche in Galati troviamo un brano che parla delle pari opportunità riguardanti la salvezza: “Perché siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:26-28). Non c’è discriminazione sessuale alla croce. La Bibbia non fa discriminazioni sessuali nella sua attenta presentazione dei risultati del peccato sia negli uomini che nelle donne. La Bibbia parla di ogni tipo di peccato: tanto la schiavitù e i legami quanto i fallimenti dei suoi più grandi eroi. Eppure ci dà anche la risposta e il rimedio per quei peccati contro Dio e contro il Suo ordine stabilito – un giusto rapporto con Dio. L’Antico Testamento anticipava il supremo sacrifico, e ogni volta che veniva fatto un sacrificio per il peccato, esso insegnava quanto fosse importante la riconciliazione con Dio. Nel Nuovo Testamento, “l’Agnello che toglie i peccati del mondo” nasce, muore, viene sepolto e risuscita e poi ascende al Suo posto in cielo da dove intercede per noi. Credendo in Lui si trova la cura per tutto il peccato, incluso quello della discriminazione sessuale. L’accusa che nella Bibbia c’è la discriminazione sessuale si fonda su una conoscenza superficiale della Scrittura. Quando uomini e donne da ogni epoca hanno rispettato i loro ruoli stabiliti da Dio e hanno vissuto in base al “così dice il Signore”, allora c’è stato un meraviglioso equilibrio tra i generi sessuali. Quell’equilibrio corrisponde a come Dio aveva stabilito le cose nel principio e a come Egli le stabilirà alla fine. C’è troppa attenzione dedicata ai vari prodotti del peccato e troppa poca attenzione alle sue radici. Solo quando c’è una riconciliazione personale con Dio attraverso Gesù Cristo troviamo vera uguaglianza. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32). E’ anche molto importante comprendere che, sebbene la Bibbia attribuisca ruoli diversi a uomini e a donne, ciò non equivale ad una discriminazione sessuale. La Bibbia rende molto chiaro che Dio si aspetta che siano gli uomini a condurre la chiesa e la casa. Ma ciò non rende inferiori le donne? Assolutamente no! Significa che le donne sono meno intelligenti, meno capaci o che sono considerate inferiori agli occhi di Dio? Assolutamente no! Significa è che, nel nostro mondo contaminato dal peccato, ci deve essere una struttura e delle autorità. Dio ha stabilito i ruoli di autorità per il nostro bene. La discriminazione sessuale è l’abuso di questi ruoli, non l’esistenza di questi ruoli.

L'ISLAM CONSIDERA LA DONNA INFERIORE ALL'UOMO: ECCO LE CONSEGUENZE PER CHI SPOSA UN MUSULMANO. Una ragazza che si innamora di un islamico dovrebbe tenere a mente le 7 differenze giuridiche che priveranno della libertà lei e i suoi figli (anche se abitano in Occidente), scrive Gianfranco Trabuio. Un approccio corretto alla conoscenza della antropologia culturale di popolazioni diverse da quelle occidentali, deve necessariamente fare riferimento alla religione di quelle popolazioni. La dimensione religiosa è certamente quella più importante e più pervasiva presso tutti i popoli, per l'Islam addirittura è la religione che regolamenta anche la vita civile, il diritto civile e penale, la politica. [...] La concezione occidentale dei diritti universali dell'uomo, come deliberati dall'ONU, non trova riscontro nelle legislazioni dei paesi musulmani. Tanto meno dopo le recenti rivoluzioni popolari che hanno portato al potere i partiti di ispirazione fondamentalista, rigidamente ancorati alla legislazione di derivazione coranica. [...] E' opportuno illustrare, anche se brevemente, cosa si trova nei testi sacri dell'Islam, per esempio negli Hadith (sentenze) del profeta. La considerazione di Muhammad per le donne: dagli hadith (editti) del profeta: [...] Sahih Al Bukhari, Hadith 3826, narrato da Abu Said Al Khudri Il Profeta disse: "Non è vero che la testimonianza di una donna equivalga alla metà di quella di un uomo?". La donna rispose: "Sì". Lui disse: "Il perché sta nella scarsezza di cervello della donna". [...] L'AFFERMAZIONE SULLA INFERIORITÀ DELLA DONNA RISPETTO ALL'UOMO, HA CONSEGUENZE IMPORTANTI PER LA VITA DI TUTTI I GIORNI. Non ci si riferisce qui alle disuguaglianze che possono esistere a livello sociologico tra uomo e donna, queste sono purtroppo diffuse in tutte le società, nel mondo musulmano come in altre culture o civiltà. È necessario parlare della disuguaglianza giuridica, che ha delle conseguenze durature perché è normativa, spesso impedendo o comunque ritardando qualunque adeguamento alla mentalità dei musulmani e delle musulmane di oggi. [...]

1. LA DONNA HA SOLO IL RUOLO DI OGGETTO DI PIACERE E DI RIPRODUZIONE. C'è anzitutto una disparità nella possibilità di contrarre il matrimonio. All'uomo viene riconosciuta la possibilità di avere contemporaneamente fino a quattro mogli (poligamia), mentre alla donna viene negata la facoltà di sposare più di un uomo (poliandria). La poligamia legalmente sancita significa una differenza radicale tra uomo e donna. All'uomo dà la sensazione che la donna è fatta per il suo piacere e, al limite, che è una sua proprietà che può "arare" come vuole, come afferma letteralmente il Corano (sura della Vacca II, 223). Se ha la possibilità materiale, ne "acquista" un'altra. La donna si trova in una condizione di sottomissione nel ruolo di oggetto di piacere e di riproduzione; questo ruolo è confermato dal fatto che non viene mai chiamata con il suo nome, ma sempre in relazione a un uomo: figlia di…, moglie di…,

2. I FIGLI NATI DA UN MUSULMANO SONO AUTOMATICAMENTE MUSULMANI (LA RELIGIONE DELLA MOGLIE NON CONTA). La donna musulmana non può sposare un uomo di un'altra fede, a meno che questi non si converta prima all'Islam. Il divieto è dovuto al fatto che, nelle società patriarcali orientali, i figli adottano sempre la religione del padre. Ma è anche giustificato dal fatto che il padre è il garante dell'educazione religiosa dei figli, e quindi solo se è musulmano può assicurare la loro crescita secondo i principi islamici. Ricordo a questo proposito che i figli nati da un musulmano sono considerati a tutti gli effetti musulmani, anche se battezzati. Perciò ogni matrimonio misto (tra un musulmano e una cristiana o un'ebrea, gli unici due casi contemplati nella sharia) accresce numericamente la comunità musulmana e riduce la comunità non musulmana. Non mi soffermo in questa sede per approfondire questo argomento così tragico per le conseguenze delle mogli cristiane sposate a un musulmano. I fatti di cronaca sono lì a dimostrare quanta leggerezza, e ignoranza, ci sia da parte delle nostre donne e da parte della Chiesa cattolica nel contrarre e nel concedere la dispensa per questi matrimoni misti.

3. L'UOMO PUO' RIPUDIARE LA MOGLIE QUANDO E COME VUOLE (LA DONNA NON PUO'). Il marito ha la facoltà di ripudiare la moglie ripetendo tre volte la frase «sei ripudiata» in presenza di due testimoni musulmani maschi, adulti e sani di mente, anche senza ricorrere a un tribunale. La cosa più assurda è che se il marito dovesse in seguito pentirsi della sua decisione e intendesse "recuperare" nuovamente sua moglie, quest'ultima dovrebbe prima sposarsi con un altro uomo che dovrà a sua volta ripudiarla. La donna passa in tal caso di mano in mano per rispettare formalmente la Legge. La moglie invece non può ripudiare il marito. Potrebbe chiedere il divorzio, che però diviene per lei motivo di riprovazione e la mette in una condizione sociologica molto fragile. Il ripudio è comunque vissuto come un'umiliazione per la donna e si presume sempre che lei abbia qualche problema a livello fisico o morale. Infine, la facilità con la quale il marito può ripudiare la moglie senza dover giustificare la decisione, la rende totalmente dipendente dal suo stato d'animo, con il costante timore di essere allontanata. È come una spada di Damocle che pende sulla sua testa: se non si comporta secondo il desiderio del marito potrebbe essere ripudiata, e allora dovrà cercarne un altro che accetti di prenderla con sé.

4. DIVORZIO FACILE SENZA TRIBUNALE. In quarto luogo c'è da considerare la facilità con cui si ottiene il divorzio, che avviene quasi sempre su richiesta dell'uomo. Tradizionalmente, non c'è neppure bisogno di andare in tribunale. È vero che un hadith di Muhammad, il Profeta, dice che «il divorzio è la più odiosa delle cose lecite», ma comunque è permesso.

5. I FIGLI SONO CONSIDERATI DI PROPRIETA' DEL PADRE (ANCHE IN CASO DI DIVORZIO). L'affidamento della prole, in seguito al divorzio, è un altro esempio di disuguaglianza. I figli "appartengono" al padre, che decide della loro educazione, anche se sono provvisoriamente affidati alla madre fino all' età di sette anni. Solo il padre ha la potestà genitoriale.

6. ANCHE NELL'EREDITA' LA DONNA E' CONSIDERATA INFERIORE. C'è poi la questione dell'eredità. Alla femmina ne spetta la metà del maschio, un provvedimento che trova fondamento nella situazione socio-economica in cui la famiglia viveva anticamente: dato che, secondo il Corano, è l'uomo che ha l'obbligo di mantenere la donna e l'intera famiglia, era logico che dovesse disporre di un piccolo fondo a cui attingere. Anche in questo caso una disuguaglianza fissata dalla legge divina aumenta la dipendenza della donna dall'uomo.

7. LA TESTIMONIANZA DI UN UOMO VALE COME QUELLA DI DUE DONNE. Una settima differenza a livello giuridico è che la testimonianza del maschio vale come quella di due femmine. Questo si basa su un hadith di Muhammad, molto diffuso negli ambienti musulmani nonostante la sua autenticità sia piuttosto discussa, in cui si afferma che «la donna è imperfetta nella fede e nell'intelligenza». Quando si chiede ai fuqaha, agli esperti della legge, di spiegare il motivo rispondono che la donna è imperfetta quanto alla fede perché, in certe situazioni, ad esempio durante le mestruazioni, la sua preghiera e il suo digiuno non sono validi e la sua pratica religiosa è dunque imperfetta. Riguardo la seconda parte dell'affermazione – l'"imperfezione" nell'intelligenza- forse un tempo questo poteva essere spiegato sociologicamente tenendo presente che le donne studiavano meno, che erano meno coinvolte nella vita sociale e dedite soltanto ai lavori domestici, ma da tempo tutto ciò non vale più. Eppure nella maggioranza dei tribunali dei Paesi islamici vige ancora questo principio nonostante le proteste delle associazioni femministe. In alcuni Paesi i fondamentalisti chiedono anche che alle donne sia vietato di fare da testimoni nei processi in cui sono previste le pene coraniche.

Nota di BastaBugie: il Corano prevede esplicitamente che le mogli non ubbidienti vadano picchiate. Si potrebbe obiettare che ci sono anche cristiani che picchiano la moglie, ma il paragone non regge. Infatti il Nuovo Testamento prevede che non si possa mai picchiare la moglie. La lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini (Ef 5,25.28) nei rapporti tra moglie e marito afferma: "E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. (...) Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso". Dunque il cristiano che picchia la moglie è un cattivo cristiano, mentre un musulmano che picchia la moglie è un buon musulmano. Anzi il musulmano che non picchiasse la moglie ribelle sarebbe un cattivo musulmano che non applica il Corano. Consigliamo la lettura di un articolo pubblicato in BastaBugie n.170 del 10 dicembre 2010: IL CORANO PERMETTE AL MARITO DI PICCHIARE LA MOGLIE - Allah ha onorato le donne istituendo la punizione delle bastonate, che però vanno date secondo regole precise: senza lasciar segni visibili e solo per una buona causa (ad esempio se lei si nega a letto). Fonte: Io amo l'Italia, 07/09/2012 Pubblicato su BastaBugie n. 262

Accoglienza e legalità. Serracchiani ha detto una pura verità: il tradimento dell’ospite ci ferisce di più, scrive Mario Ajello il 13 maggio 2017 su "Il Messaggero". Dante, che era il più saggio di tutti e naturalmente immune dalla demagogia savianea e dall’ipocrisia del politicamente corretto, avrebbe dato ragione a Deborah Serracchiani. L’Alighieri inserisce i traditori degli ospiti nel canto nono dell’Inferno e considera la loro colpa particolarmente grave. Anche gli americani, negli anni delle nostre grandi ondate di emigrazione, giudicavano i reati e le delinquenze, anche mafiose, compiute dagli italiani odiose al massimo grado.

“Dante parla dei traditori degli ospiti, non dei tradimenti degli ospiti”. Alla malafede o all’ignoranza non c’è mai fine. Nei miei testi e nei miei video mi astengo sempre dall’esprimere mie opinioni, potendo esser tacciato di mitomania, pazzia o ignoranza. Cito sempre le opinioni degli altri, ritenute meritevoli. Non mi astengo, però, se sollecitato, a far comprendere i concetti enucleati a chi non ha percepito il senso dei contenuti. Nello specifico il concetto non è il tradimento della fiducia nei confronti di parenti, amici, ecc.  Il concetto di Mario Ajello è l’ingratitudine e l’irriconoscenza verso i benefattori. Spiego meglio.

Dante e le figure retoriche.

L’allegoria (dal greco allon "altro" e agoreuo "dico" = "dire diversamente"), è la figura retorica (di contenuto) mediante la quale un concetto astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta. È stata definita anche "metafora continuata". Tra le allegorie tradizionali è celeberrima quella della nave che attraversa un mare in tempesta, fra venti e scogli ecc.: rappresenta il destino umano, i pericoli, i contrasti ecc., mentre il porto è la salvezza. Il problema della comprensione delle allegorie dipende dalla loro maggiore o minore codificazione. Esempi: Nella Divina Commedia, Dante racconta un viaggio immaginario nel mondo dell’aldilà, che significa allegoricamente l'itinerario di un’anima verso la salvezza cristiana. Tutto il poema è infatti visto come un’allegoria.

La metafora. - Figura retorica consistente nell'usare in luogo del vocabolo proprio un vocabolo diverso attinto ad altro campo semantico. Il trasferimento del vocabolo da un campo a un altro campo semantico (di qui il termine latino di translatio che designa tale figura, e il termine consueto di traslato) non deve tuttavia essere imposto dall'esigenza di designare un oggetto o un concetto mancanti di denominazione propria, altrimenti si verifica quella necessaria metafora chiamata abusio o catacresi. La metafora assume in Dante, fra le figure retoriche, un posto privilegiato, sia per essere enormemente profusa, sia per il fatto di costituire uno dei punti di forza del suo stile realistico e immaginoso insieme e il segno più evidente del suo modo di concepire tutto il reale intrinsecamente connesso da un'infinita serie di corrispondenze e di analogie.

XXXI Canto. Il cerchio nono è interamente occupato da un lago ghiacciato, il Cocito appunto, che scende verso il centro; la crosta di ghiaccio è cosi spessa e dura che neppure il crollo di un monte potrebbe minimamente scalfirla. Il lago è diviso in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca; Dante e Virgilio attraversano in questo canto le prime due. I dannati sono i traditori dei parenti, della patria, degli amici, dei benefattori, ossia i colpevoli di frode esercitata verso chi si fida; sono immersi più o meno profondamente, a seconda della loro colpa, nel lago ghiacciato diviso, appunto, in quattro zone concentriche: la Caina (traditori dei parenti), Antenora (tradito­ri della patria o della parte), Tolomea (traditori degli amici o degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori).

Canto XXXIII. Nel cerchio nono, nella seconda e nella terza zona (la Tolomea), l’unica zona in cui le anime possono cadere prima della morte fisica, sostituite sulla terra, nel corpo che vive ancora, da un demone.

Canto XXXIV. Ci troviamo nel cerchio nono, nella quarta zona, alle sette e mezzo di sera del 9 aprile 1330, sabato santo; nell’emisfero australe corrispondono alle sette e mezzo del mattino del 10 aprile. I traditori dei propri benefattori sono nella quarta zona, detta Giudecca, nome coniato da Dante ma in uso allora, in alcune città italiane, per designare il Ghetto. Battuti da un forte vento, provocato dalle ali di Lucifero, i dannati sono interamente confitti entro il ghiaccio, come pagliuzze attraverso il vetro, distesi o diritti o stravolti. Dante scorge Lucifero (il più grande ingrato e traditore verso Dio Benefattore) che sta in una buca da cui si discende al centro della terra, ed è sospeso nel vuoto: è mostruoso, ha sei ali e tre facce, una rossa, una gialla ed una nera.

Spero di essere stato esauriente ed utile. Ho spiegato che già ai tempi di Dante si condannava l’ingratitudine e l’irriconoscenza nei confronti dei benefattori, riportando i passi. La risposto con ripicca: «la teoria...il concetto...Dante…i gironi...alla fine sono tutte parole e basta. Una violenza è una violenza. I politici sono i politici. Gli stranieri sono gli stranieri. Le donne sono le donne. Gli uomini sono gli uomini. E’ tutta una miseria per creare scompiglio». Io, a differenza di chi è ideologizzato, non divido il mondo in maschi o femmine, immigrati o cittadini, cristiani o mussulmani, ecc. ecc. Gli interlocutori, per me, sono solo persone che meritano rispetto e che sono obbligati al rispetto, a prescindere dal sesso, razza, opinioni politiche o religiose. Quindi la violenza e l’offesa è sempre violenza ed offesa contro la persona. Poi da giurista dico che ci sono le aggravanti. Mi spiace sono un liberale e come tale aborro ogni forma di ideologia vetusta totalitaria e partigiana di divisione e distinzione. Sia di destra che di sinistra.

La Serracchiani e lo stupro: ma che c'entrano destra e sinistra? Le parole del governatore friulano sono state strumentalizzate a fini politici in un cliché che non ha senso di esistere, scrive Marco Ventura il 13 maggio 2017 su Panorama. "È evidente che la gente non è seria quando parla di sinistra o destra". Bisognerebbe spillarle sulla parete, in tutte le stanze di partito e in tutte le redazioni dei giornali, quelle parole di buon senso ma proprio per questo anarchiche di Giorgio Gaber. Cos’è la destra, cos’è la sinistra. Fare il bagno nella vasca è di destra, fare la doccia di sinistra. Il pacchetto di Marlboro è di destra, di contrabbando di sinistra. La minestrina di destra, il minestrone di sinistra. I blue-jeans di sinistra, con la giacca virano a destra. Il culatello è di destra, la mortadella di sinistra. "Destra-sinistra basta!", chiudeva il refrain finale di Gaber. La sua conclusione? Malgrado tutto, le ideologie non sono morte. Ma tra le finte contrapposizioni che Gaber elencava con quella sua ironia controcorrente, ce n’è una che suona più verosimile e attuale delle altre. “Il vecchio moralismo è di sinistra, la mancanza di morale è di destra”.

Specie se a "moralismo" sostituiamo "politicamente corretto". Che ovviamente è di sinistra. Tutte le volte che qualcuno viola il "politicamente corretto", viene subito arruolato nella "destra". È successo questo alla governatrice del Friuli, Debora Serracchiani, rea di avere introdotto l’aggravante morale e politica dello stupro, "più inaccettabile" se a commetterlo è un richiedente asilo. Per essere precisi, la Serracchiani sostiene che quell’atto "sempre odioso e schifoso" che è la violenza contro una donna, risulta però "moralmente e socialmente più inaccettabile quando è ottenuta da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro paese". E giù valanghe d’accuse, soprattutto dalla sinistra a cui la Serracchiani in teoria appartiene. "Solo parole di buon senso", si difende lei. E spiega come quel gesto sempre ignobile indigni ancora di più in un rifugiato, perché tradisce la fiducia e ospitalità della comunità che lo ha accolto e crea un vulnus anche agli altri richiedenti asilo che da quel comportamento di uno di loro risultano ingiustamente macchiati e penalizzati. In fondo, l’indignazione dell’opinione pubblica europea nel caso delle molestie di massa in Germania con protagonisti molti immigrati aveva lo stesso movente e appariva naturale. Nota bene: l’ospitalità è un dovere tradizionale soprattutto nei paesi dai quali i profughi provengono. Quella violenza è quindi un tradimento anche verso la propria cultura. Lo scandalo della violenza sulle donne si interseca col fattore politico dell’accoglienza dei migranti. E qui sorge il problema. Che è strumentale. L’errore della Serracchiani è stato quello di confondere le due cose, dando un giudizio di merito su un atto, un crimine, che è inaccettabile in modo assoluto e semmai si presta a aggravanti che nascono non da posizioni di debolezza quale potrebbe essere la condizione di rifugiato, ma da posizioni di forza (e quindi abuso) come le violenze di un capufficio o di un capo famiglia. L’errore invece di quelli che a destra come a sinistra sono intervenuti per condannare o arruolare la Serracchiani consiste nello strumentalizzare le sue “parole di buon senso”, inserendole in un cliché destra-sinistra che già Gaber aveva smascherato come “colpa”. Un cliché al quale dire “basta”. Quel cliché è sia di sinistra (Saviano invita la Serracchiani a candidarsi con la Lega), sia di destra (Salvini giustifica il suo “non sentirsi di destra” dicendo che quelle parole lui non le avrebbe mai pronunciate). Morale: è evidente che la gente non è seria quando parla di sinistra o destra. Destra-sinistra, sinistra-destra… Basta!

Profugo stupratore e la sinistra non sa se difendere lui o la vittima. Per una volta Debora Serracchiani, governatrice Pd del Friuli, l’ha detta giusta: «Lo stupro è più inaccettabile se commesso da un profugo». Da sinistra, contro di lei, è partito un fuoco di fila che rasenta il linciaggio, scrive Alessandro Sallusti, Sabato 13/05/2017, su "Il Giornale". Per una volta Debora Serracchiani, governatrice Pd del Friuli, l’ha detta giusta: «Lo stupro è più inaccettabile se commesso da un profugo». Da sinistra, contro di lei, è partito un fuoco di fila che rasenta il linciaggio. L’insulto più carino è stato «sei una sporca razzista». Insomma, i compagni (Saviano in prima linea, non poteva mancare il moralista a gettone in una polemica così ghiotta) hanno stuprato lei, che essendo bianca, etero (immagino) e normotipo (tendente al carino) può essere aggredita senza alcuna remora. Io penso invece che la Serracchiani abbia detto un’ovvietà. Lo stupro è uno dei reati più vigliacchi e infamanti, indipendentemente da chi lo commetta. Ed è devastante e umiliante allo stesso modo per qualsiasi donna lo subisca. Ma sicuramente c’è un’aggravante morale, che lo rende ancora «più inaccettabile», se a compierlo è una persona a cui abbiamo salvato la vita mentre andava alla deriva sul barcone, che abbiamo sfamato, curato e al quale concediamo ospitalità nonostante probabilmente non ne abbia diritto secondo i trattati e le convenzioni internazionali. Da persone così uno si aspetterebbe riconoscenza e rispetto assoluto. Alla violenza e al non rispetto della donna si aggiunge invece l’ingratitudine. Chiedi di entrare in casa mia perché disperato e perseguitato e poi appena mi giro mi violenti la moglie: odioso nell’odioso. La sinistra invece si barcamena tra la donna violentata e l’immigrato: negare l’aggravante morale è già un passo comprensivo nei confronti del reo. E ci spinge a un centimetro dall’ammettere l’attenuante sociale. In fondo bisogna capirli questi profughi: hanno sofferto, sono soli e lontani dalle loro donne. Sembra questa una stupida provocazione, ma invito a riflettere sul fatto che alcuni giudici stanno già applicando «attenuanti culturali» in sentenze che riguardano immigrati, regolari e non. L’altra notte mi hanno svaligiato la casa, nulla in confronto a uno stupro (anche se al danno economico si aggiunge una non lieve violenza psicologica). Mi dicono che potrebbe trattarsi di una banda di immigrati sbandati che ha già colpito in zona. Il che mi rende il torto «ancora più inaccettabile», proprio come dice la Serracchiani. Che spero non faccia ipocrite retromarce. Non Saviano, ma gli italiani tutti la pensano come lei.

Profughi intoccabili, Serracchiani al rogo Mieli la difende: «Su di lei critiche rozze». Anche l'«Unità» attacca la vicesegretaria del Pd e «giustifica» lo stupratore, scrive Tiziana Paolocci, Domenica 14/05/2017, su "Il Giornale". La sinistra sceglie il profugo e ghigliottina un suo esponente. Prosegue il tiro incrociato contro Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, messa alla gogna dal suo stesso schieramento per aver commentato in modo non politically correct, con tanto di comunicato ufficiale della Regione, il tentato stupro ai danni di una minorenne da parte di un richiedente asilo iracheno. L'esponente dem ha fatto l'errore di sostenere che «la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancora più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». Ed è stata immediatamente bacchettata da compagni di partito e d'area, che l'hanno invitata al «mea culpa». Dopo Roberto Saviano, oggi è arrivata perfino l'Unità a massacrarla in prima pagina parlando ieri di «orrenda frase». E ancora di «un discrimine che tra l'altro ridicolizza un istituto decisivo come lo status di rifugiato, che non comporta alcun obbligo in più, e semmai certifica e riconosce una vita vissuta con maggiori complicazioni». E, sebbene la frase sia seguita da una puntualizzazione («non è un alibi»), rispunta il solito vizio della sinistra di giustificare chi delinque, se appartiene a una minoranza disagiata. Una reazione, quella dei suoi compagni, che ha spinto anche la governatrice a trovare, di nuovo ieri, una scappatoia per allontanare i riflettori da lei e da una frase ovvia, che rappresenta il pensiero della maggior parte degli italiani. «Quando si parla di accoglienza dobbiamo mettere da parte le ipocrisie: se si vuole essere accolti bisogna rispettare le regole e questo noi dobbiamo chiedere - ha ribadito -. Chi non lo fa deve ovviamente pagarne le conseguenze. Non significa parlare di diversità di colore o provenienza: dico semplicemente che un furto in casa è sempre odioso, ma se lo compie la persona che ho accolto in casa mia il giorno prima, questo mi dà ancora più fastidio». «Le circostanze aggravanti e attenuanti esistono da sempre nel codice penale - afferma il segretario di Scelta civica, Enrico Zanetti - e nel comune sentire. Dire che essere un profugo accolto da un Paese rappresenta una aggravante, nell'istante in cui si commette un odioso crimine contro la persona, significa dire cose di pacifico buon senso». Dalla sua anche Paolo Mieli che parla di «un'Italia rozza e ignorante». «Il fatto che in Italia possa nascere una simile polemica - tuona - è orribile ed era impressionante leggere oggi (ieri, ndr.) alcune dichiarazioni. Ma è possibile che nel nostro Paese ogni occasione sia buona per saltarsi alla gola, per distruggere. Bisogna finirla bisogna voltare pagina e non continuare con questo stile orribile che porterà l'Italia nello sprofondo».

La Serracchiani contro lo stupratore profugo. E i buonisti la linciano. «Violenza più odiosa se commessa da chi chiede ospitalità». La governatrice Pd spacca la sinistra, scrive Anna Maria Greco, Sabato 13/05/2017, su "Il Giornale". L'inciampo di Debora Serracchiani sull'aggravante per il profugo violentatore scatena proteste soprattutto in casa sua. Antirazzisti e femministe di sinistra si scagliano contro la presidente del Friuli Venezia Giulia, che fa dei distinguo sugli autori di uno stupro. «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese», commenta mercoledì il vicesegretario del Pd, dopo il tentativo di stupro a Trieste su una minorenne di un iracheno richiedente asilo. La politica si sveglia in ritardo, prima gli internauti sommergono di critiche la Serracchiani sui social network. Poi su Twitter il guru Roberto Saviano la arruola d'imperio nel Carroccio: «Salvini saluta l'ingresso di Serracchiani nella Lega. Spero la candidi lui: se lo fa ancora il Pd, vuol dire che il Pd è diventato la Lega». Ed ecco il commento autentico del leader leghista: «La bella addormentata nel bosco... Peccato che lei e il suo partito siano complici di una invasione senza precedenti, e abbiano sulla coscienza ogni reato e ogni violenza commessa da questa gentaglia. P.S. A prescindere dalla razza, castrazione chimica e buonanotte, con buona pace di Saviani e Boldrine». La polemica si allarga a dem, ex dem e ultra dem, che insorgono contro la governatrice, già nota per le sue gaffe. «Le parole razziste di Serracchiani sono inaccettabili», per Roberto Fico. «Ragionamenti agghiaccianti. Serracchiani chiarisca e si scusi», aggiunge Elvira Savino di Fi. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala dice che le è «scappata» la frase «sbagliata», ma la polemica è «eccessiva». Lei cerca di ridimensionare la comprensione per «il senso di rigetto» verso colpevoli di «crimini così sordidi» e l'appello a interventi legislativi per l'espulsione dei colpevoli. Precisa in un tweet: «Non esistono stupri di serie A o di serie B. Sono tutti ugualmente atroci. In questo caso all'atrocità si aggiunge la rottura patto di accoglienza». Troppo tardi e troppo poco. Debora su Facebook ci riprova: «Ho solo detto una cosa di buon senso, anche se scomoda», perché vengono «traditi gli altri richiedenti asilo e tutti quelli che si battono per l'accoglienza dei migranti». Chi non se ne rende conto fa «il gioco dei razzisti». Ma la caccia è aperta. Per la dem Patrizia Prestipino la sua è «una dichiarazione uscita male perché lo stupro è stupro, c'è poco da discutere». Francesco Laforgia, di Mdp, vi legge non solo la «deriva di un partito», ma lo «scivolamento di un intero Paese sul piano della civiltà». Lo scivolamento del Pd, per Giulio Marcon di Si, è «verso destra». A Milano, i consiglieri dem si dicono «sconcertati». «Che il presunto colpevole sia italiano o straniero non fa e non deve fare alcuna differenza», sottolinea Maria Cecilia Guerra, di Mdp. Più cruda Celeste Costantino di Si: «Un conto è subire violenza dai nostri uomini, e un conto è subirla da un profugo. Prima gli italiani! Parola di Serracchiani».

Uomini soli verso l’Europa. In Italia 9 su 10 sono di sesso maschile, scrive Sara Gandolfi il 17 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Troppi uomini, soli e arrabbiati, bussano alla porta dell’Europa? La domanda si rincorre da giorni, dopo il caso Colonia. Scemata l’indignazione del momento, ora tocca ai ricercatori analizzare statistiche e precedenti, e i primi risultati sono allarmanti: l’Europa del futuro rischia di essere troppo «maschile» e di soffrire così, inevitabilmente, un brusco aumento del tasso di criminalità. Un pericolo non necessariamente dovuto alla fede dei profughi ma allo squilibrio di genere: il 73% degli 1,2 milioni di richiedenti asilo in Europa, secondo gli ultimi dati disponibili, pubblicati dall’Economist, sono maschi contro il 66% del 2012. E l’Italia guida la lista, con il 90% di richiedenti asilo uomini.

Le statistiche dei crimini. In generale, l’80-90% dei crimini — con lievi differenze da Paese a Paese — è commesso da giovani uomini adulti. «Non sappiamo ancora abbastanza della situazione demografica attuale per trarre delle conclusioni sui fatti di Colonia», mette le mani avanti Andrea Den Boer, docente di politica e relazioni internazionali alla University of Kent. «Finora non è stata compiuto alcuno studio specifico nelle popolazioni migranti, ma le mie ricerche in India e in Cina (dove la politica del figlio unico ha provocato un netto calo nella nascita di femmine, ndr) confermano che gli squilibri di genere nelle popolazioni più giovani conducono a una maggiore instabilità sociale, tra cui un aumento della criminalità e della violenza, in particolare contro le donne».

La miccia dell’emarginazione. La ricerca di Den Boer ha provato anche che, sul lungo periodo, le società con un alto numero di uomini che rimangono ai margini della società — perché impossibilitati a sposarsi o a ricongiungersi con le famiglie, o perché disoccupati — sono più instabili e soffrono di un crescente numero di crimini, abuso di droga, gang fuorilegge. Il rischio di ripercussioni negative aumenta nelle società in cui il passaggio alla vita di coppia è ritardato — come avviene tra i profughi e i migranti soli in Europa. «I celibi sono più propensi a commettere atti criminali rispetto agli uomini sposati o impegnati sentimentalmente», conferma Den Boer. In più «i giovani uomini soli tendono ad unirsi in gruppo e, inevitabilmente, il comportamento di un gruppo è più antisociale di quello di un individuo solo». Come hanno dimostrato i fatti di Colonia.

L’allarme in Svezia. La Svezia ha accolto tre richiedenti asilo ogni 1000 abitanti tra settembre 2014 e 2015, in percentuale il Paese più «accogliente». Il 17% di questi sono giovanissimi, tra i 14 e i 17 anni (in Germania questa fascia contribuisce per il 6%); un numero che potrebbe alterare in modo permanente gli equilibri di genere nel Paese nordico: attualmente ci sono 106 teenager maschi ogni 100 femmine, se tutte le richieste di asilo saranno accolte la proporzione diventerà 116 a 100.

Gli esempi positivi. La migrazione di massa non è necessariamente un problema, e sono numerosi gli esempi nel passato di Paesi che sono stati in grado di assorbire un alto numero di uomini senza soffrire di instabilità sociale. La Germania, ad esempio, negli anni Settanta accolse oltre 2,6 milioni di lavoratori stranieri, in gran parte uomini: perlopiù si fermarono un paio di anni per poi tornare in patria e contribuirono enormemente alla crescita dell’economia tedesca. «La chiave è far sì che i migranti possano compiere la transizione, diventare partecipanti a pieno titolo della vita sociale ed economica dello Stato in cui vivono — conclude Den Boer —. La maggior parte dei migranti in Europa, invece, sta ancora cercando di ottenere l’asilo politico, o addirittura non rientra neppure nelle statistiche ufficiali dei richiedenti asilo. La Germania ad esempio sostiene di aver accolto un milione di migranti nel 2015, ma finora ha registrato solo circa 400.000 richieste di asilo». In base alle cifre di Eurostat sui richiedenti asilo, l’Italia ha la più alta percentuale di richieste «maschili», rispetto agli altri Stati europei. «Ad ottobre 2015, il 90% delle 82 mila richieste erano di uomini, per la maggior parte giovani tra i 18 e i 34 anni — conferma Den Boer —. Ma l’Italia dovrebbe essere in grado di assorbire i nuovi arrivati e mitigare le conseguenze di questi numeri». Sebbene di più, insomma, gli arrivi nel nostro Paese non dovrebbero alterare gli equilibri di genere come in Svezia, dove il numero di profughi è in percentuale molto più alto rispetto al totale della popolazione.

Sassari, capotreno molestata dal branco di nigeriani. La donna accerchiata da un gruppo di ragazzi a Porto Torres Mare. Aggredita, ora è sotto choc, scrive il Domenica 16/07/2017 "Il Giornale". Stranieri scatenati: ancora un'aggressione a bordo di un treno. Questa volta la vittima è una capotreno che alla Stazione marittima di Porto Torres (Sassari) è stata aggredita e molestata sessualmente da un gruppo di nigeriani. Subito dopo l'aggressione la donna si è rivolta ai medici del pronto soccorso di Sassari e ora è ancora in stato di choc. L'episodio è avvenuto ieri mattina su un treno diretto a Sassari. La capotreno ha subito l'aggressione durante un controllo dei biglietti. La Polizia ferroviaria ha identificato gli aggressori. La violenza è scattata dopo la richiesta dei ticket di viaggio. I ragazzi erano senza biglietto e così hanno deciso di accerchiare la donna per poi aggredirla e palpeggiarla. A denunciare quanto accaduto sono stati i rappresentanti sindacali della Fit Cisl: «Non si può continuare così, con i lavoratori dei trasporti in balia dei violenti - dichiara Antonio Piras, segretario generale di categoria -. Ormai registriamo un episodio di violenza al giorno e le lavoratrici e i lavoratori non possono essere lasciati soli. Chiediamo a Protezione aziendale di Trenitalia un incontro urgente per valutare ulteriori azioni e iniziative da mettere in campo per meglio tutelare l'incolumità fisica del personale di front-line». Insomma il personale che lavora a bordo dei treni tutti i giorni deve fronteggiare questi rischi che di fatto espongono i controllori a violenze gratuite. Gli fanno eco il segretario Fit Cisl Sardegna, Valerio Zoccheddu, e la responsabile del Coordinamento donne della stessa sigla, Claudia Camedda. Viene denunciata la sempre più crescente «solitudine» del personale di bordo e si chiede con forza alla direzione di Trenitalia Sardegna di farsi carico, con iniziative di prevenzione, «di salvaguardare l'incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici che quotidianamente sono vittime di aggressioni fisiche e verbali». E a poche ore dalla diffusione della notizia dell'aggressione si rincorrono le reazioni politiche. «Anche oggi registriamo gravissime delinquenze perpetrate da clandestini. Tristi fatti ormai all'ordine del giorno. Questa volta la vittima è una capotreno aggredita e molestata sessualmente da nigeriani mentre svolgeva il suo lavoro. Non se ne può più, la situazione è insostenibile ma i colpevoli non sono solo chi concretamente ha commesso questi i reati, ma anche chi ha favorito l'invasione» dichiara il capogruppo alla Camera della Lega, Massimiliano Fedriga. «Una brutale aggressione nei confronti di una donna, un episodio gravissimo, purtroppo non l'unico, dinanzi al quale occorre una risposta con la massima determinazione» dice il coordinatore regionale di Forza Italia in Sardegna, Ugo Cappellacci che chiede il blocco degli sbarchi degli extracomunitari sull'Isola e il loro immediato rimpatrio.

Stupri, gli stranieri commettono più violenze sessuali: il record ai romeni, scrive Fausto Carioti il 23 Ottobre 2016 su "Libero Quotidiano". Si può invocare una maggiore apertura delle frontiere italiane, come fanno la presidente della Camera, Laura Boldrini, e altri esponenti della nostra classe dirigente, fingendo di non sapere che gli stranieri residenti nel nostro territorio, pari all’8% della popolazione, sono accusati del 39% degli stupri? È giusto che il dibattito sulla libera circolazione dei cittadini comunitari prescinda dal fatto che sui romeni, pari all’1,8% della popolazione residente in Italia, ricadono ben l’8,6% degli arresti e delle denunce per violenza sessuale? Poche cose riescono a essere più politicamente scorrette delle statistiche sulla criminalità, ma chi sceglie di non vederle lo fa sulla pelle della popolazione. L’istituto di ricerca Demoskopika ieri ha pubblicato un’indagine sulla violenza sessuale in Italia, che attingendo ai dati del ministero dell’Interno analizza gli episodi commessi nel quinquennio 2010-2014. Il documento si conclude con un sondaggio sull’orientamento degli italiani, un terzo dei quali chiede la linea dura - inclusa la castrazione chimica - nei confronti degli autori degli stupri. È un documento interessante, che lo diventa ancora di più se si mettono a confronto le nazionalità dei colpevoli e delle vittime con le statistiche sulla popolazione presente nel nostro Paese. È quello che ha fatto Libero, incrociando i numeri pubblicati da Demoskopika con le statistiche Istat relative al primo gennaio 2014. I risultati impressionano. Nel quinquennio 2010-2014 sono state commesse sul territorio italiano 22.864 violenze sessuali (questo è il numero desunto dalle denunce presentate: quello vero, ignoto, è inevitabilmente superiore). Solo in 16.797 casi è stato scoperto il violentatore, che quindi è riuscito a farla franca il 27% delle volte. Denunce e arresti hanno interessato gli italiani nel 61% dei casi e gli stranieri nel restante 39%. Sono quote molto distanti da quelle della popolazione residente in Italia, che nel 2014 era pari a 60,8 milioni di individui, dei quali italiani il 91,9% e stranieri l’8,1% (circa 4,9 milioni). Da un punto di vista statistico, significa che la popolazione straniera ha una propensione a commettere questo tipo di reato assai maggiore di quella degli italiani. Ovviamente la responsabilità criminale è individuale, non collettiva, ma è un dato di fatto che alcune nazionalità abbiano un peso nelle statistiche degli stupri di gran lunga superiore alla loro incidenza sulla popolazione. È il caso dei romeni, che in Italia risultano essere circa 1,1 milioni, pari all’1,8% del totale dei residenti. Sono la comunità d’immigrati più numerosa, ma i reati di stupro che vengono loro addebitati sono addirittura l’8,6% del totale. La seconda nazionalità straniera più rappresentata è quella degli albanesi, che sono lo 0,8% del totale della popolazione: anche nel loro caso, la percentuale dei responsabili di stupri è particolarmente alta, visto che su loro ricadono l’1,9% degli arresti e delle denunce. Statistiche peggiori le ha la comunità dei marocchini: sono lo 0,7% dei residenti e il 6% dei denunciati ed arrestati per violenza carnale. Discorso simile per i tunisini: la loro presenza in Italia è pari appena allo 0,2% della popolazione, ma l’1,3% delle accuse di stupro ricade su di loro. Per contro cinesi, ucraini e filippini, pur rappresentando quote importanti della popolazione immigrata, non hanno un peso rilevante nelle statistiche dei presunti responsabili di reati sessuali. Anche i numeri delle vittime confermano che la violenza sessuale è particolarmente diffusa in alcune comunità. Il 68% delle vittime sono italiane e il 32% straniere. E tra queste le più colpite sono le persone di nazionalità romena (il 9,3% degli stupri denunciati è commesso su di loro), marocchina (2,7%) e albanese (0,5). Non si tratta solo di donne, ovviamente: i numeri dicono che in Italia uno stupro su quattro avviene ai danni di un minorenne. Sotto l’aspetto territoriale è la Lombardia, con il 17,5% dei casi, la regione con il triste primato del maggior numero di violenze sessuali. Seguono Lazio (9,8%), Emilia Romagna (9,1%), Piemonte (8,3%) e Toscana (7,7%). Ma se il calcolo viene fatto in rapporto alla popolazione femminile residente, la classifica cambia molto: in questo caso, avverte Demoskopika, in testa c’è il Trentino Alto Adige, con 88 episodi di violenza sessuale ogni 100mila donne residenti. Seguono l’Emilia Romagna con 79 casi, la Toscana con 78, la Liguria con 75 e il Piemonte con 72. Il sondaggio conferma che gli italiani sono sempre più convinti che occorra la linea dura. Il 12% oggi è favorevole alla castrazione chimica degli stupratori, senza differenze rilevanti di opinione tra uomini e donne. Un altro 24,1% degli interpellati chiede pene comunque più severe. L’approccio morbido, orientato alla «riabilitazione» di chi ha commesso una violenza sessuale, è condiviso solo dal 3,6% dei nostri concittadini.

La fecondità degli immigrati e altre mezze bugie che non fermeranno la morte demografica del nostro paese, scrive il 21 Settembre 2014 Rodolfo Casadei su Tempi”. La verità è che sull’invecchiamento della popolazione italiana e sulla sostenibilità del nostro welfare le cose stanno anche peggio di come ce le raccontano. Intervista al demografo Gian Carlo Blangiardo. Lo sapevate che in Italia gli ultranovantacinquenni sono circa 100 mila, ma nel 2065 saranno la bellezza di 1 milione e 258 mila? Che la popolazione residente in Italia non supererà mai i 62,1 milioni, dopodiché scenderà fino a essere, nel 2065, la stessa di oggi, cioè 59,4 milioni, ma con la differenza che oggi meno di 1 cittadino su 10 è straniero, mentre nel futuro lo sarà 1 su 5? Lo sapevate che la famosa alta fecondità degli immigrati è un mito, considerato che nell’arco di appena cinque anni il numero di figli per donna fra le straniere residenti in Italia è sceso da 2,5 a 2,1? Che da più di un decennio il numero degli over 65 ha superato quello degli under 20 e che nel 2027 gli ultraottantenni saranno più numerosi dei residenti italiani sotto i 10 anni di età? E che in dieci anni (fra il 2001 e il 2011) la classe d’età degli attuali 25-29enni italiani ha perso 30 mila unità a causa dell’emigrazione dei cervelli e delle braccia giovani? Queste e altre poco incoraggianti cose ancora sapreste se aveste partecipato al piccolo incontro tenuto dal demografo Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’Università di Milano-Bicocca, svoltosi durante l’ultimo Meeting di Rimini presso lo stand del Movimento per la Vita. Uno di quegli incontri di nicchia che sono una specialità della kermesse riminese, fuori dal programma ufficiale, ma ricchi e stimolanti come gli altri. Quel pomeriggio Blangiardo ha parlato e mostrato powerpoint spiegando altre cose ancora. Ha puntualizzato che in Italia dagli anni Novanta il saldo naturale, cioè la differenza fra le nascite e i decessi, continua ad essere negativo, e l’afflusso di immigrati non ha cambiato il panorama, perché il numero di figli che mettono al mondo annualmente e va a sommarsi a quelli generati dagli italiani non è sufficiente a coprire il numero dei morti. La popolazione continua a crescere leggermente grazie all’immigrazione di adulti, ma fatalmente l’età media aumenta (non lo ha detto Blangiardo, ma secondo statistiche americane l’Italia è il terzo paese più anziano del mondo dopo il Giappone e la Germania). Ha esemplificato l’effetto che l’invecchiamento della popolazione avrà sulla sostenibilità finanziaria della spesa sociale evocando i 7 miliardi di euro che costerebbe il solo assegno di accompagnamento per il milione e 200 mila ultranovantacinquenni nel 2065.Le affermazioni più forti hanno riguardato il contributo degli stranieri alla sostenibilità del welfare e del sistema pensionistico italiani, che secondo Blangiardo non rappresenta affatto la panacea che molti dicono ma solo un rinvio del problema che si presenterà aggravato, e la sottovalutazione dell’emigrazione giovanile, quando «si può stimare che la “perdita netta” di giovani italiani nell’arco del decennio 2001-2011 vada ben oltre le 100 mila unità». Per tutti questi motivi abbiamo voluto approfondire con Gian Carlo Blangiardo i vari argomenti.

Professore, pare di capire che il saldo migratorio, che in Italia è positivo dal 1991, non sia sufficiente a invertire l’invecchiamento della popolazione italiana. È così?

«Sì, è così. Il fenomeno dell’immigrazione è rappresentato da immigrati che nella grandissima maggioranza arrivano qui già adulti. Trascorrono alcuni anni e vanno ad aumentare il numero degli anziani. Non fanno tutto il percorso, da bambino ad adolescente a giovane, poi ad adulto e infine ad anziano, che fa chi nasce in Italia. Danno una boccata di ossigeno al ringiovanimento della popolazione nel momento in cui arrivano, ma poi, col passar del tempo se la riprendono quando diventano a loro volta anziani».

Si dice che gli immigrati hanno un tasso di natalità più alto degli italiani, mettono al mondo più bambini, e questo dovrebbe contribuire al ringiovanimento della nostra popolazione più del semplice arrivo di immigrati. Lei però afferma che la loro fertilità diminuisce rapidamente quando sono in Italia? In che misura, e perché?

«Gli immigrati danno un contributo in termini di natalità che è importante, ma che non rappresenta una soluzione miracolosa ai nostri problemi. I nati da donne straniere sono cresciuti rapidamente dagli anni Novanta ad oggi, da 10 mila sono passati ai circa 80 mila attuali. Si sono stabilizzati attorno a questa cifra annua, magari cresceranno un po’ in futuro ma solo perché crescerà la popolazione straniera totale. Una volta esaurita la fase dei grandi ricongiungimenti familiari al seguito delle sanatorie che li permettevano, gli immigrati piuttosto rapidamente sono passati da livelli di fecondità largamente superiori alla soglia di ricambio generazionale a livelli che permettono appena il ricambio generazionale. Nelle grandi città italiane, dove è più difficile gestire la presenza di figli, l’indice di fecondità della popolazione straniera è largamente al di sotto del tasso di ricambio generazionale. Questo avviene per il semplice motivo che le coppie straniere incontrano le stesse difficoltà che incontrano le coppie italiane ad avere figli, e spesso in forma ancora più esasperata».

Ma è vero che la loro la fecondità è di 2,1 figli per donna mentre fra gli italiani è 1,4?

«È 1,3 per le italiane per l’esattezza, e 2,1 per le donne straniere. Però non bisogna dimenticare che appena cinque anni fa per queste ultime era 2,5. Nell’arco di poco tempo c’è stata una consistente riduzione. In certe realtà locali il dato è inferiore ai 2 figli per donna anche fra gli stranieri: Milano, Roma, Napoli, Palermo. Il disagio di essere genitore in emigrazione è un qualcosa di chiaramente tangibile».

Il saldo naturale in Italia attualmente è negativo, e lo è da più di vent’anni nonostante l’apporto di nascite degli stranieri. Quando tornerà – se mai tornerà – ad essere positivo?

«La domanda mi dà l’opportunità di ricordare che il 2013 è stato un anno record nella storia della demografia dell’Italia unita: non c’è mai stato un anno con un numero di nascite così basso. In tutto sono state 513 mila. E la proiezione dei dati dei primi tre mesi del 2014 promette un quasi 10 per cento in meno per il dato finale di quest’anno».

Quindi il saldo naturale continuerà a restare negativo e sarà compensato solo dall’immigrazione?

«Sicuramente, per un motivo molto semplice. Essendo una nazione sempre più vecchia, non solo le nascite non crescono, ma le morti aumentano. Il numero totale dei morti, che oggi è di circa 600 mila all’anno, è destinato in futuro, a causa della struttura della popolazione, a salire a 700-750 mila».

La popolazione residente in Francia è di poco superiore a quella italiana, eppure lì i nati sono 750 mila all’anno, anziché 500 mila come da noi. Perché c’è questa differenza del 50 per cento?

«Perché i francesi prendono sul serio la demografia. È un’eredità storica, derivante dalla necessità di affrontare ad armi pari la Germania con cui si trovavano sempre in conflitto. Comunque sia, hanno sempre fatto più attenzione di noi alle dinamiche demografiche e, dove necessario, agli interventi a favore della natalità, per raddrizzare certe tendenze. La Francia è solita prendere misure economiche, che costano, per sostenere la natalità. Laicamente, non si preoccupa se le coppie sono sposate o no, ma fornisce supporti economici perché vengano messi al mondo dei figli. Loro eliminano le cause che in Italia impediscono di far nascere i figli che si vorrebbero avere. Perché, non dimentichiamolo, in Italia le inchieste ci dicono che le donne vorrebbero 2,19 figli a testa, ma nella realtà ne hanno solo 1,3».

Lei sostiene che non saranno gli stranieri a risolvere il problema pensionistico italiano, ma in un certo lasso di tempo diventeranno parte del problema. Su che dati si basa?

«Chi dice “abbiamo rinunciato a 100 mila bambini ma abbiamo imbarcato 100 mila immigrati e alla fine il totale quadra”, non ha capito come funziona la demografia. La sostenibilità del welfare dipende dal rapporto fra anziani e attivi. Quanto più si sbilancia verso gli anziani, tanto maggiore sarà la quota di Pil che va a finire in pensioni, nella sanità, eccetera. La fetta di welfare che vanno a mangiarsi gli anziani va a raddoppiare. È sbagliato fare la divisione fra quanti sono oggi gli stranieri che lavorano e quelli che sono in pensione, per concludere che il carico è bassissimo e tutto va bene: bisogna ragionare guardando al futuro. Devo mettere in conto che quelli che oggi sono lavoratori, alla fine saranno soggetti che beneficeranno delle prestazioni pensionistiche e sanitarie. Se noi prendiamo in considerazione gli anni di vita futura della popolazione, che per l’Italia sono 2,4 miliardi, e calcoliamo quanti di questi anni saranno spesi in formazione, quanti lavorando e quanti a carico del sistema, scopriamo che l’“indice di carico” degli immigrati, cioè la loro pressione sul welfare nel corso di tutta la vita, è identica a quella degli italiani. Non abbassano il valore complessivo, danno solo una boccata d’ossigeno per un certo numero di anni, che poi pagheremo successivamente. Ci sono modelli matematici che dimostrano che c’è un beneficio di una ventina d’anni per la sostenibilità del welfare. Se io, in teoria, tolgo di mezzo 200 mila nascite e ci metto 200 mila immigrati trentenni, succede che il carico per una ventina di anni si abbassa, poi nel momento in cui la popolazione diventa stazionaria, il carico è più alto di quello che sarebbe stato senza l’arrivo degli immigrati al posto dei nati».

Come influisce la crisi demografica sull’economia?

«Non sono un economista, ma è intuitivo che una popolazione che cresce è una popolazione che esprime una domanda di beni, quella domanda che oggi non c’è e tutti invocano. Se fossimo una popolazione in aumento, come accadeva negli anni del miracolo economico, avremmo una spinta alla crescita economica attraverso una serie di consumi che permettono alla popolazione di crescere e andare avanti. Nel momento in cui la popolazione invecchia, l’economia ne risente perché l’anziano fa manutenzione, non fa investimento. Allora si spera di fare una compensazione attraverso gli immigrati e i loro consumi. Ma è gente con redditi che viaggiano attorno agli 800 euro mensili, una parte dei quali mandano ai paesi di origine: non hanno tanta disponibilità al consumo. Quando si dice “gli immigrati contribuiscono un tot al Pil”, io resto un attimo scettico, perché mi chiedo come facciano con 800 euro al mese a dare questi grandi contributi al Pil, al gettito fiscale, eccetera. Mi sembrano discorsi demagogici».

Anche i dati relativi ai giovani che lei ha presentato sono preoccupanti. Sembra che ci siano classi d’età che scompaiono.

«Abbiamo due problemi. Il primo è che le persone che raggiungono l’età per essere definiti giovani provengono da coorti di nati che si sono via via ridotte. Il totale della popolazione giovane risente di una immissione di forze fresche che nel tempo è andata riducendosi. Il secondo, che viene poco considerato e molto sottovalutato, è l’emigrazione giovanile. Non è più quella delle valigie di cartone, di 100 o di 60 anni fa, ma un’emigrazione di giovani talenti che si spostano perché altrove ci sono condizioni per ottenere maggiore gratificazione da tanti punti di vista. Stiamo perdendo cervelli, non valorizziamo i nostri giovani e loro se ne vanno».

A Rimini lei ha detto che chiuso dentro a un cassetto della presidenza del Consiglio c’è un Piano per la Famiglia. Cosa c’è scritto in questo piano? E perché lei dice che alcuni suoi provvedimenti sono necessari ma impopolari?

«Il Piano contiene tante cose. Fu steso da una commissione creata sotto il governo Berlusconi, ma si trattò di un progetto condiviso da tutti, c’erano dentro anche i sindacati. Si lavorò dal 2009 al 2012, ne facevo parte anch’io. Il documento è stato presentato dal ministro Riccardi e approvato dal Consiglio dei ministri al tempo del governo Monti. Poi l’hanno congelato ed è finita lì. Contiene proposte di natura economico-fiscale e altre a costo zero o quasi. Introdurre il fattore famiglia vorrebbe dire tirare fuori 16 miliardi di euro: se non ce li abbiamo, non si può fare. Però ci sono anche altre cose che sono più abbordabili: favorire le strutture per gli asili nido dei bambini, un clima culturale più favorevole alle famiglie che hanno figli, iniziative che rafforzino la compatibilità fra maternità e lavoro: ci sono misure che non costano molto e che varrebbe la pena di riconsiderare».

Anche il “comunista” Fassina diventa sovranista. E fonda un nuovo partito, scrive Vittoria Belmonte domenica 9 settembre "Secolo D'Italia". Che il destino di Liberi e Uguali sia quello della lenta estinzione è fuor di dubbio. Non solo il leader Pietro Grasso è scomparso, non solo Laura Boldrini auspica un nuovo soggetto unitario della sinistra ma ora c’è anche una miniscissione. Stefano Fassina, deputato di Leu, ha infatti annunciato sui social la fondazione di una nuova creatura politica, “Patria e Costituzione”, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Roma l’8 settembre. “Un’associazione – dice Fassina – di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro, per affrontare la domanda di comunità, di protezione sociale e culturale, per rideclinare il nesso tra sovranità, democratica nazionale e Ue, per definire strumenti adeguati per lo Stato per intervenire nell’economia”. Da sempre critico verso la globalizzazione e il mercatismo che rappresentano gli idoli dell’Unione europea, Fassina – da sinistra – riscopre la patria e i diritti del popolo sovrano. Un’imitazione del percorso seguito dalla destra di Salvini nel rifondare la Lega e nel dare nuovo slancio al centrodestra. Fassina ha anche ammesso, nel suo discorso dedicato alla nuova associazione politica, che solo la destra ha capito il bisogno di protezione, comunità, identità che si genera attraverso l’evocazione di un nuovo «patriottismo costituzionale». 

No, in Svezia non è tutto come prima. E chi finge di ignorarlo sbaglia, scrive il 10 settembre 2018 Cristiano Puglisi su "Il Giornale". No, in Svezia, nonostante quanto affermato dal sistema mediatico mainstream, non hanno vinto i partiti tradizionali. È vero, le elezioni hanno visto ancora una volta al primo posto, con oltre il 28% delle preferenze, i socialdemocratici, come accade ininterrottamente dal 1917. Eppure questa volta sarà difficile per loro mettere insieme un Governo, dato che la coalizione di centrosinistra (che include anche la sinistra e i verdi) conta 144 seggi, contro i 143 della coalizione di centrodestra, costituita da moderati, liberali e cristiano-democratici. Insomma, nessuno ha una maggioranza. Forse determinanti saranno i seggi assegnati al partito nazionalista dei Democratici Svedesi, che con quasi il 18% delle preferenze incrementa notevolmente il bottino rispetto alla tornata precedente (oltre cinque punti percentuali) e che, pur non avendo vinto, ha fatto segnare un risultato più che significativo. Significativo perché, a prescindere da qualsiasi assurda valutazione tesa a sminuire il risultato finale della destra nazionalista, segnala che, anche nel Paese simbolo della socialdemocrazia nordica, della tolleranza, delle pubblicità politically correct di Ikea, l’immissione massiccia di immigrati degli ultimi anni (la Svezia è il Paese europeo che, in percentuale rispetto al numero di abitanti, ha accolto il maggior numero di richiedenti asilo) è stata rigettata dalla popolazione. Diversi sono i fattori da considerare per questa reazione. Non secondario è quello socio-economico. Sebbene in maniera magari inferiore rispetto ad altri stati del vecchio continente, grazie probabilmente al proverbiale ed efficiente welfare state, anche la Svezia ha sentito gli effetti della crisi economica globale. E così, mentre il PIL pro capite svedese non ha più raggiunto, dopo il grande crack della finanza del 2008, i livelli del periodo 2001-2008, e il PIL nominale è in costante calo dal 2014, la popolazione continua ad aumentare. Il motivo ce lo spiega la fondazione di studi europei GEFIRA: la continua immissione di migranti con alto tasso di fertilità. Secondo uno studio da loro condotto, infatti, l’alta fertilità delle donne svedesi (2,1 figli a testa, sopra il tasso minimo di sostituzione di due figli a coppia) sarebbe principalmente da imputare a donne nate all’estero. Le donne nate in Svezia, secondo un dato ufficiale, avrebbero infatti un tasso di soli 1,6 figli a testa, il risultato di 2,1 sarebbe dunque una media.

SOSTITUZIONE ETNICA IN CORSO. Si tratta, praticamente, di un processo di sostituzione etnica. Processo che ha subito un’impennata negli ultimi anni, con l’esplosione delle crisi migratorie. Se nel 2010, il 14,3% della popolazione svedese era di origine straniera, nel 2017, solo sette anni dopo, il dato è pari al 24,1%!

L’AUMENTO DEGLI STUPRI NON È CASUALE. I risultati di questo processo, ovviamente, si sono fatti sentire anche sul versante della sicurezza. Secondo dati del Consiglio Nazionale per la Prevenzione del Crimine, nel 2017 si sono avuti 7.230 casi di stupri, 667 in più dell’anno precedente pari ad un aumento del 10%. Chi sono questi stupratori? Secondo uno studio realizzato a ottobre 2017 dal ricercatore indipendente Patrik Jonasson, su 4.142 processi giudiziari relativi ad aggressioni sessuali nell’arco temporale che va dal 2012 al 2017 i dati parlano in maniera chiara: il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere (prevalentemente Medio Oriente e Africa) così come nel 90% delle violenze di gruppo. Insomma, che piaccia o meno al mainstream, i numeri dicono chiaramente che la scelta di importare un numero massiccio di immigrati in un breve lasso di tempo per “pagare le pensioni” non è sostenibile e ha un impatto devastante sulla coesione sociale di un Paese, per quanto questo possa essere all’avanguardia in termini di servizi sociali e qualità della vita. Figurarsi in quelli, come Spagna, Grecia o Italia, dove la situazione socio-economica ha subito un netto peggioramento negli anni della crisi.

L’EUROPA CHE SI GIRA DALL’ALTRA PARTE NON HA FUTURO. È chiaro, come già detto da queste colonne, che i partiti tradizionali dell’agone politico comunitario e anche il sistema mediatico loro connesso dovranno, in vista delle prossime consultazioni europee, dunque tenere conto di questo dato, piuttosto che liquidare come “populismo” o “razzismo”, qualsiasi istanza che chieda una rigida regolamentazione dei flussi migratori. In gioco, con l’emergere di movimenti nazionalisti, c’è la sopravvivenza del progetto geopolitico europeo, già vittima di notevoli squilibri economici. Continuare a non capire la situazione significherebbe consegnarlo definitivamente alla storia.

PORTI CHIUSI.

I porti chiusi inguaiano le coop. ​Senza migranti industria in crisi. Chiudono strutture per profughi e gli operatori vengono licenziati: con lo stop ai migranti il settore "accoglienza" rischia grosso, scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 15/10/2018, su "Il Giornale". Signori, abbiamo un problema. Anzi: avete un problema. Cooperative, Srl, associazioni e via dicendo che in questi ultimi anni si sono gettati anima e cuore nella gestione dell'accoglienza ora rischiano di rimanere senza migranti e quindi senza più i tanti fondi incassati fino ad oggi. Il risultato? Molte chiudono, altre sono costrette a licenziare. Da quando di immigrati nelle coste italiane non ne sbarcano più, manca la materia prima di quella che più volte è stata definita la "fabbrica dell'accoglienza". E che ora è in crisi. Nera. I numeri degli sbarchi dicono che nel 2018, (siamo ormai alla fine dell'anno) di immigrati ne sono arrivati 21.426. Se si guarda al dato dello stesso periodo dell'anno scorso la differenza è abissale: nel 2017 ne sbarcarono 108.384 e nel 2016 ben 144.574. La conseguenza del calo dell'80% degli sbarchi ha una conseguenza diretta: occorrono meno posti nei centri di accoglienza e chi ne aveva aperti ora non ha stranieri cui assegnare le brande. Come scrive La Verità, un esempio lampante arriva dal Cara di Mineo. Qui saranno ospitati ben 600 immigrati in meno rispetto al passato. Da 3mila a 2.400: sono sempre molti, e costano 40,9 milioni di euro, ma il taglio produrrà comunque un calo degli introiti. Tanto che i sindacati sono già sul piede di guerra visto che circa 200 persone rischiano di perdere i posti di lavoro. Oltre al Cara di Mineo, ci sono altri casi in tutta Italia. A Bergamo la Ruha ha annunciato che rivedrà il personale e altre, scrive La Verità, potrebbero chiudere. "Mentre si riduce in maniera netta l'accoglienza a profughi, migranti e transitanti su tutto il territorio nazionale a seguito delle nuove politiche adottate dal governo in carica - spiegano Sara Pedrini di Fp-Cgil e Alessandro Locatelli di Fisascat-Cis - e mentre si prevede la riduzione dei fondi ad essa collegata, si è giunti anche nella nostra provincia a una grave situazione di difficoltà delle realtà sociali che operano in questo settore". Situazione simile si è registrata a Benevento (120 lavoratori licenziati da un Cas), in Molise (3mila posti in 80 strutture ora in crisi) e a Biella, dove dei 663 posti disponibili solo 500 erano occupati. E così hanno chiuso un centro di Vercellino, un altro a Granero e chissà che altri non seguano la stessa strada. In fondo è stata la responsabile della coop Maria Cecilia, Enzo Calise, ad ammettere che "gli arrivi sono quasi nulli" e chi ancora dorme nei centri di accoglienza sono in Italia già da tempo. Manca insomma il ricambio generazionale. Quello che mantiene le strutture sempre piene.

«Italia razzista con i migranti», e l’Onu manda gli “ispettori”. L’annuncio da Ginevra dell’Alto Commissario per i diritti umani Michelle Bachelet, scrive Alessandro Fioroni il 10 Settembre 2018 su "Il Dubbio". «Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom».  Anche l’Onu interviene sulla situazione italiana e lo fa con i massimi vertici, da Ginevra Michelle Bachelet, neo Alto commissario Onu per i diritti umani, aprendo i lavori del Consiglio Onu per i diritti umani ha annunciato che una squadra sarà inviata, per motivi analoghi, anche in Austria. «Il Governo italiano – ha continuato Bachelet – ha negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili. Anche se il numero dei migranti che attraversano il Mediterraneo è diminuito, il tasso di mortalità per coloro che compiono la traversata è risultato nei primi sei mesi dell’anno ancora più elevato rispetto al passato». Un’ affermazione che contrasta con le politiche del ministro dell’Interno Matteo Salvini il quale continua ad agitare lo spettro dell’invasione ma che pare costretto a fare marcia indietro sulle espulsioni di massa.  «Per ora l’unico accordo che funziona è quello con la Tunisia. Ne rimpatriamo 80 a settimana ma anche se ne espelliamo 100 ci metteremo 80 anni». Il ministro scopre così quello che era noto a tutti, i rimpatri così come concepiti non sono assolutamente fattibili, almeno nei termini annunciati in campagna elettorale. «Andrò in Tunisia entro settembre –ha continuato Salvini - da lì ne sono arrivati più di 4mila e non c’è guerra, carestia, peste e non si capisce perchè». L’ammissione esplicita, quasi una confessione, è andata in onda durante un’intervista ieri a Radio Rtl 102.5. Il ministro continua a chiedersi retoricamente perché continuino ad arrivare persone, una costatazione che fa a pugni con il fatto che dopo quattro mesi di governo il Viminale non è riuscito ancora a stabilire accordi nuovi con i paesi di provenienza degli immigrati. Rimangono in piedi i quattro con Tunisia, Nigeria, Egitto e Marocco, lascito del precedente governo che certo non potranno mai far raggiungere la cifra dei 500mila rimpatri sbandierati a più riprese. Manca poi qualsiasi intesa con paesi come Senegal, Gambia e Costa d’Avorio che, nel periodo più intenso della crisi migratoria nel 2016, hanno costituito il 20% degli arrivi secondo i dati Onu. Intanto la situazione è cambiata, le politiche anti immigrazione sia del predecessore di Salvini, Marco Minniti, e la chiusura alle ong hanno drasticamente ridotto gli sbarchi dell’80%, spostando le rotte migratorie nel mediterraneo verso la Spagna. Ma il contesto potrebbe nuovamente capovolgersi a causa della crisi libica dove è deflagrata completamente la guerra civile. Mostrano la corda gli annunci di questa estate riguardo i rinnovati impegni con il governo libico di Serraji, il regalo delle 12 motovedette e l’addestramento della Guardia costiera libica. Anche perché, come già si sapeva, quest’ultima è divisa nella sua appartenenza proprio alle milizie che ora si combattono. E’ di queste ore la denuncia dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sulla gravissima condizione che vivono i migranti intrappolati in Libia in mezzo ai combattimenti che stanno sconvolgendo Tripoli nonostante la tregua raggiunta la scorsa settimana. L’Unhcr parla di «atrocità indicibili commesse contro i rifugiati e i richiedenti asilo nelle strade di Tripoli, tra cui stupri, rapimenti e torture».   Molte persone detenute nei centri per migranti di Tripoli sono fuggiti per paura di essere colpiti dalle pioggie di razzi sparati da un fronte all’altro, in questa maniera però cadono spesso in mano alle bande incontrollate (milizie o gruppi di criminali fuggiti dalle prigioni) che li catturano per poi estorcere ancora denaro. Per questo l’Onu chiede che sia messa a regime la struttura di raccolta e partenza a Tripoli, che fungerà da piattaforma per raggiungere la sicurezza in paesi terzi e che sarà gestita dal Ministero degli interni libico e dall’Agenzia Onu. La struttura ha la capacità di ospitare 1.000 rifugiati vulnerabili e richiedenti asilo ed è pronta per l’uso.

L'Onu ci manda gli ispettori ​per difendere migranti e rom. L'Alto commissario per i diritti umani annuncia: "In Italia razzismo e violenza, invieremo personale". E poi critica la chiusura dei porti alle Ong, scrive Nico Di Giuseppe, Lunedì 10/09/2018, su "Il Giornale". Ci mancava la reprimenda dell'Onu. Sul tema delle politiche migratorie che ogni stato mette in pratica, adesso scende in campo anche il nuovo Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet. Ma non solo su quello. Perché l'annuncio fatto oggi dall'ex presidente cileno nel suo primo discorso al Consiglio di Ginevra ha il sapore di un'azione moralizzatrice, se non di una vera e propria "invasione". "Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom", ha dichiarato Bachelet. Stesso discorso varrà anche per l'Austria. "Il governo italiano ha negato l'ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili. Anche se il numero dei migranti che attraversano il Mediterraneo è diminuito, il tasso di mortalità per coloro che compiono la traversata è risultato nei primi sei mesi dell'anno ancora più elevato rispetto al passato", ha precisato l'Alto commissario. E ancora, secondo Bachelet, gli sforzi dei governi per respingere gli stranieri non risolvono la crisi migratoria e causano solo nuove ostilità. "È nell'interesse di ogni stato adottare politiche migratorie radicate nella realtà, non in preda al panico", ha detto l'ex presidente cileno criticando l'erezione dei muri di confine, la separazione delle famiglie di immigrati e l'incitamento dell'odio contro i migranti. "Queste politiche non offrono soluzioni a lungo termine a nessuno, solo più ostilità, miseria, sofferenza e caos", ha affermato. Nelle osservazioni di oggi, l'Alto commissario non ha citato esempi concreti, ma una versione più lunga del suo discorso presentata al Consiglio ha fatto riferimento a paesi tra cui Stati Uniti, Ungheria e Italia. All'inizio di settembre, Bachelet ha ottenuto la carica succedendo al diplomatico giordano delle Nazioni Unite Zeid Ràad Al Hussein, noto per il suo approccio altamente conflittuale nei confronti di alcuni di questi paesi. Oggi Bachelet ha invece optato per un tono meno combattivo, sottolineando al Consiglio per i diritti umani che avrebbe combattuto per i diritti umani mantenendo però la disponibilità ad ascoltare i governi. "I paesi dovrebbero vedere i diritti umani come uno strumento per lo sviluppo economico e contro l'estremismo violento. È costruendo l'accesso a tutti i diritti umani che la società diventa più forte e più capace di resistere a choc imprevedibili". Intanto il ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, respinge le accuse dell'Alto commissario al mittente: "L’Italia negli ultimi anni ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri paesi europei. Quindi non accettiamo lezioni da nessuno, tantomeno dall’Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata: le forze dell’ordine smentiscono ci sia un allarme razzismo. Prima di fare verifiche sull’Italia, l’Onu indaghi sui propri stati membri che ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna".

Migranti, Salvini sfida l'Onu: "Taglieremo i finanziamenti". Onu vuole inviare ispettori per valutare gli "episodi di razzismo" in Italia. Il ministro: "No lezioni da organismo con sprechi, mangerie e ruberie", scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 10/09/2018, su "Il Giornale". Lo scontro tra l’Onu e Matteo Salvini potrebbe essere solo all’inizio. E così il leader della Lega potrebbe seguire Trump sulla strada dei tagli ai contributi alle Nazioni Unite, organismo che per il ministro non ha diritto di “venire a dare lezioni agli italiani”. Oggi nell’eterna bagarre sui migranti è scesa in campo l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. E lo ha fatto con decisione per quella che il governo italiano già considera una invasione di campo. “Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom", ha detto l’ex presidente cileno nel suo primo discorso al Consiglio di Ginevra. Ed immediata è scattata la reazione del ministro dell’Interno. "Se uno ignora, fa migliore figura a stare zitto – ha detto Salvini ai cronisti - Non c'è nessun allarme razzismo o persecuzione in Italia". A dirlo non è solo l’inquilino del Viminale, ma i freddi dati: "I numeri - ha spiegato il ministro - smentiscono tutto questo, per fortuna”. Già, perché i reati in Italia sono in riduzione, sia quelli contro gli italiani che quelli contro i migranti. E quando alcuni mesi fa tutti parlarono di allarme razzismo o fascismo poi le indagini delle autorità smentirono buona parte degli allarmismi. A partire dal lancio delle uova contro l’atleta di colore. Salvini dunque non intende accettare “lezioni” da nessuno perché l’Italia “ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri paesi europei”. E reprimende non ne accetta neppure dall’Onu, una "organizzazione che costa miliardi di euro, a cui l'Italia dà più di 100 milioni all'anno di contributi”. Lo scontro, per ora solo verbale, potrebbe evolvere in qualcos’altro. E così come dopo il caso Diciotti il governo si disse pronto a tagliare i contributi all’Ue o a non approvare il bilancio comunitario, così ora Salvini propone di riconsiderare i versamenti al conto delle Nazioni Unite. “Ragioneremo con gli alleati sull'utilità di continuare a dare questi 100 milioni per finanziare sprechi, mangerie, ruberie per un organismo che vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani – ha detto il ministro - Poi ha Paesi che praticano torture e pena di morte. Invece di mandare gli ispettori dell'Onu in Italia, avrei mezzo mondo in cui mandarli. L'emergenza razzismo vadano a cercarla altrove e non in Italia". L’idea peraltro arriva da lontano. Nel 2015, in una intervista contenuta nel libro Il Metodo Salvini, a Domenico Ferrara e Francesco Maria Del Vigo il leghista disse: "Invece di spenderli qua, i soldi, li spendi là, mettendo alle spalle questi organismi inutili come l’Onu, che non capisco a cosa serva; io toglierei anche la sottoscrizione dell’Italia a questi organismi internazionali, l’Onu è l’ente inutile per eccellenza, costa 16 miliardi, non so quale sia la quota dell’Italia, ma io inizierei a smettere di pagarla".

Indignarsi non serve, scrive Piero Sansonetti l'11 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Matteo Salvini ha risposto con fastidio, e mostrando un certo disprezzo, a Michelle Bachelet, alto commissario dell’Onu per i diritti umani, la quale ha espresso preoccupazioni per il rischio di una crescita del male razzista in Italia. Ha fatto malissimo, almeno per tre ragioni.  La prima è il rispetto che si deve alla signora Bachelet.  Tra i leader politici mondiali di questo periodo è una di quelle che ha alle spalle una biografia piuttosto ricca e molto dignitosa (anche superiore a quella di parecchi esponenti politici italiani). Lei è figlia di un generale cileno che fu arrestato l’11 settembre di 45 anni fa dagli uomini del generale Pinochet (che aveva rovesciato, con un sanguinosissimo golpe militare, il governo legittimo di Salvador Allende). Dopo l’arresto, dovuto al suo rifiuto di tradire Allende, fu torturato e morì. Anche il fidanzato di Michelle Bachelet, che all’epoca era una studentessa universitaria, fu arrestato, torturato e ucciso. E poi furono arrestate e torturate la madre e infine lei stessa. La interrogò e la fece torturare il generale Manuel Contreras in persona, cioè il capo della Dina, la polizia segreta. Michelle Bachelet resistette, fu rilasciata dopo un anno e fuggì all’estero, profuga. Poi tornò, militò clandestinamente nel partito socialista e dopo la fine della dittatura fece parte di alcuni governi, come ministra, e infine vinse il mandato presidenziale per due volte. Salvini e Feltri (che lo ha spalleggiato in Tv) possono erigersi finché vogliono a suoi giudici, ma i fatti – quelli veri sono certamente più forti e più nobili del loro fastidio. La seconda ragione è che chiunque conosca seppur superficialmente il nostro paese sa che da alcuni anni (da molto prima che si insediasse il governo gialloverde) in Italia sta crescendo il germe razzista. Testimoniato da migliaia di episodi, anche di violenza, persino da alcuni linciaggi, e anche dai toni tenuti da molti politici e opinionisti in centinaia di pubblici dibattiti in Tv e sui giornali. Tutta colpa di Salvini? Francamente non credo. Proprio per questo mi sembra che lo scatto che ha avuto contro l’Onu sia un errore anche politico. La Bachelet non ha detto: «voglio vedere chiaro cosa sta facendo Salvini». Ha detto: «voglio accertare se in Italia sta crescendo il razzismo». La terza ragione per la quale il ministro dell’Interno ha sbagliato è ancora più squisitamente politica. Lui fa il ministro in uno dei più importanti paesi del mondo. Non può immaginare che le sue scelte e i suoi giudizi, e le frasi che pronuncia, restino una questione puramente interna, e che solo i suoi elettori siano chiamati a giudicare. I suoi comportamenti, ovviamente, sono davanti agli occhi del mondo intero. Ed è giusto che il mondo abbia la possibilità di sapere, di conoscere, di giudicare. Salvini avrebbe dovuto rispondere all’Onu in modo assolutamente positivo: «venite, parliamo, vi metterò a disposizione tutto quel che vi serve e vi spiegherò qual è il senso della politica che stiamo attuando e perché non è una politica razzista». Perché non ha reagito così? Ci sono due possibili spiegazioni. La prima è che l’iniziativa dell’Onu di mandare qui da noi un’ispezione lo abbia infastidito e abbia provocato una semplice reazione stizzita. Male se è così: deve abituarsi al suo nuovo ruolo. Forse deve anche capire che il linguaggio che usa deve essere più adatto alla funzione di governo che svolge (visto che non è più il capo di un partito che era piccolo, ma è il rappresentante dell’Italia). La seconda spiegazione possibile è che in qualche modo si senta colpevole. Tema che una ispezione di una autorità internazionale (molto più dell’iniziativa un po’ cervellotica di una Procura) possa danneggiare la sua immagine e mettere in discussione le sue scelte. In questo secondo caso una via d’uscita c’è: modificare il suo atteggiamento un po’ oltranzista sull’immigrazione, aprire un dialogo con l’Onu, accettare alcuni principi umanitari difficili da mettere in discussione, chiedere e pretendere una collaborazione internazionale. Cioè trasformare l’Onu da minaccia in alleato. Se l’obiettivo del governo è quello di realizzare una politica sui migranti che distribuisca il peso dell’accoglienza in modo più equo tra tutti i paesi ricchi del mondo, è difficile pensare di poterlo realizzare con una politica isolazionista. Michelle Bachelet, con la forza della sua esperienza politica, vuole aiutare l’Italia, non metterne a repentaglio l’onore. E’ assurdo non darle il benvenuto.

Onu, la nefandezza islamica coperta dai signori delle Nazioni Unite (che accusano gli italiani), scrive Fausto Carioti il 12 Settembre 2018 su "Libero Quotidiano". Michelle Bachelet è un personaggio politico screditato. Ha concluso il proprio incarico come presidente del Cile lo scorso marzo, tra i fischi degli elettori. Però è socialista, appartiene alla schiatta di governanti che hanno impoverito il sud America (i brasiliani Inácio Lula e Dilma Rousseff, il boliviano Evo Morales, il venezuelano Nicolás Maduro e tutti gli altri lustrastivali dei fratelli Castro). Così, anziché in esilio, è stata spedita all' Onu, dove per quelli come lei un posto si trova sempre. Da pochi giorni è Alto commissario per i Diritti umani, uno degli incarichi più importanti e meglio pagati del Palazzo di vetro, per il quale ha disposizione uno staff di 1.300 persone e un budget annuale di 200 milioni di dollari. A voler fare le cose sul serio, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta: le discriminazioni nei confronti delle donne e degli omosessuali, le torture agli avversari politici e le violenze e le uccisioni in nome dell'islam sono prassi comune in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Per la compagna Bachelet, l'infezione da curare si trova invece nelle democrazie occidentali governate dai conservatori. Nel discorso d' insediamento pronunciato ieri, ha accusato innanzitutto gli Stati Uniti di Donald Trump e l'Ungheria di Viktor Orbán, per le loro politiche di controllo sull' immigrazione. Quindi se l'è presa con l'Unione europea, che secondo lei dovrebbe «istituire un'operazione umanitaria di ricerca e soccorso per le persone che attraversano il Mediterraneo», e in particolare col governo italiano, cioè con Matteo Salvini, colpevole di avere negato l'attracco alle navi delle Ong e di altre nefandezze. Con l'intento di mettere in riga lui e noi, ha annunciato che invierà gli ispettori dell'Onu in Italia, «per valutare il segnalato forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom». Una sorta di caschi blu dell'immigrazione, i quali dovranno occuparsi anche dell'Austria di Sebastian Kurz. Incontreranno i responsabili delle Ong e chiunque abbia denunce da fare (Laura Boldrini può già prendere appuntamento), quindi stileranno un rapporto che di fatto è già scritto, nel quale il nostro Paese sarà dipinto come la culla del quarto reich. E tutto questo nemmeno a buon mercato, visto che per mantenere l'intero sistema delle Nazioni unite lo Stato italiano stacca ogni anno un assegno di 714 milioni di euro, cento dei quali alla sola Onu e il resto alle agenzie collegate. Nulla di nuovo, per carità. È la solita internazionale socialista che invia i propri nominati a picconare gli avversari. Soccorso rosso tra compagni in disarmo, che scalano le gerarchie degli organismi internazionali perché sono gli unici posti in cui possono portare avanti i loro ideali falliti senza chiedere il permesso agli elettori. Ha ragione Salvini quando dice che l'Italia non accetta lezioni da nessuno, tanto meno da un'Onu che non ha il coraggio di indagare sui propri Stati membri «che ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna». Ha ragione, soprattutto, quando sostiene che dovrà valutare assieme gli alleati se sia giusto continuare a pagare «per finanziare sprechi, mangerie, ruberie di un organismo che vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani». Ma dei Cinque stelle l'unico a intervenire è stato Alessandro Di Battista, per dire che «l'Onu dovrebbe inviare ispettori in tantissimi Paesi del mondo». È chiaro che il ragazzo gode nel vedere Salvini sotto attacco. Si attendono tweet da Luigi Di Maio e dagli altri grillini di governo, una volta che avranno capito di cosa si parla.

Tutte le ombre sulla Bachelet. Paladina Onu dei diritti umani. Tutte le ombre sulla Bachelet, la paladina Onu dei diritti umani che vuole mandare gli ispettori in Italia a controllare, scrive Domenico Ferrara, Martedì 11/09/2018, su "Il Giornale". Fa un po' storcere il naso che a lanciare l'«invasione moralizzatrice» in Italia a difesa di migranti e rom sia una che è stata più volte criticata proprio sul campo del rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Sul curriculum dell'Alto commissario Onu Michelle Bachelet pesa, infatti, un comportamento molto ambiguo, soprattutto se si guarda al rapporto con Cuba, Nicaragua e Venezuela. A mettere in fila le anomalie, chiamiamole così, dell'ex presidente del Cile ci ha pensato l'Ong Un Watch, che ha il compito di monitorare quello che accade all'interno del Palazzo di Vetro e che ha espresso numerosi dubbi sulla poca trasparenza e sulla velocità che hanno accompagnato l'elezione della Bachelet. Qualche esempio? Durante la visita a Cuba, all'inizio del 2018, la Bachelet è stata fortemente criticata dai membri del suo stesso partito e dagli attivisti per i diritti umani per aver incontrato il generale Raúl Castro snobbando i membri dell'opposizione pacifica di Cuba. Non solo. Alla richiesta della leader dell'opposizione, Rosa María Payá, di incontrare i dissidenti per i diritti umani la Bachelet ha risposto picche, anzi, non ha proprio risposto. Anche la blogger cubana Yoani Sanchez ha puntato il dito contro di lei imputandole una «vicinanza all'Avana segnata da una nostalgia ideologica che offusca la sua visione e la sua capacità di riconoscere la mancanza di diritti che segnano la vita dei cubani» e aggiungendo che «dalla sua bocca non c'è mai stata alcuna condanna della repressione politica condotta sistematicamente da Raúl Castro, anche quando le vittime sono donne». Accuse durissime per una che adesso ha assunto il pesante ruolo di difensore dei deboli. Quando morì Fidel Castro ricorda ancora Un Watch - la Bachelet lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina». Lodi espresse anche per Chavez per «il suo più profondo amore per il suo popolo e le sfide della nostra regione per sradicare la povertà e generare una vita migliore per tutti». E ancora, nel rapporto dell'Ong, viene citato poi il rifiuto di condannare il regime di Maduro insistendo invece «sul fatto che il problema del Venezuela sia la mancanza di dialogo, suggerendo che esiste una sorta di responsabilità condivisa». C'è infine il silenzio assordante sulle uccisioni di centinaia di manifestanti da parte del regime di Ortega in Nicaragua. Su come l'Italia invece tratterebbe migranti e rom, la «nuova Boldrini» invece forse straparla.

La cricca rossa ai vertici Onu ha dichiarato guerra all'Italia. Il nostro Paese è obiettivo prediletto per i talebani dell'accoglienza che ormai controllano le Nazioni unite, scrive Fausto Biloslavo, Mercoledì 12/09/2018 su "Il Giornale". Ai vertici dell'Onu si annida una «cricca» pro Ong di talebani dell'accoglienza con idee di sinistra, talvolta estreme, vicina a papa Bergoglio. La sparata dell'Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, di inviare ispettori in Italia a caccia di razzisti è solo l'ultima mossa di una strategia ben precisa e anti italiana. Una serie di attacchi pro migranti iniziati con la nomina a segretario generale dell'Onu dell'ex premier socialista portoghese, Antonio Guterres. Lo scorso anno, a margine della giornata mondiale del rifugiato, Guterres ha fatto capire che secondo lui l'Italia non rispetta le norme internazionali sui rifugiati nell'accordo sulla Libia per tamponare il flusso di migranti. Il governo era quello di centrosinistra ed il ministro dell'Interno, Marco Minniti, che stava preparando il famoso codice di condotta per le Ong. Guterres, molto vicino a papa Francesco, soprattutto sull'immigrazione, punta ad azzerare la differenza fra rifugiati, che hanno diritto all'asilo e migranti economici, che dovrebbero essere rimandati a casa. Il segretario generale dell'Onu è sulla stessa linea delle Ong. Non c'è da stupirsi tenendo conto che Guterres ha ricoperto per dieci anni la carica di Alto commissario dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) ingigantita a dismisura sotto il suo mandato. Più o meno nello stesso periodo, dal 1998 al 2012, la portavoce dell'Unhcr in Italia era Laura Boldrini. Quando Guterres ha conquistato il vertice dell'Onu la pasionaria pro migranti era presidente della Camera. E ha commentato così la nomina: «Sono dunque più che felice del fatto che sia stato scelto. Avendo lavorato con lui, sono certa che farà molto bene». Gli attacchi della cricca dell'Onu all'Italia sul fronte dei migranti sono iniziati lo scorso anno, con la tacita approvazione del segretario generale, per bocca del predecessore di Bachelet. Il principino giordano Zeid bin Raad Al Hussein sparava a zero sull'Europa accusando la Ue di puntare al «blocco della rotta (dei migranti, nda) verso l'Europa» dalla Libia, come se fosse un reato e non una legittima decisione. Al Hussein accusava «in particolare l'Italia che appoggia la Guardia costiera libica, che ha sparato alla nave di una Ong con il risultato che le Organizzazioni umanitarie operano a maggiore distanza in alto mare». L'Alto commissario dell'Onu sposava la linea oltranzista di Medici senza frontiere facendo da stampella alle loro accuse e alla richiesta di aprire le porte a tutti. In contemporanea a casa nostra il portavoce del Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, Andrea Iacomini, bollava sull'account twitter dell'Unicef come «idiota» e «fascista» chi si è schierato contro la legge sullo Ius soli. L'ex addetto stampa di un assessorato della seconda giunta capitolina del sindaco Walter Veltroni ha fatto politica per 20 anni diventando segretario giovanile del Partito popolare. Candidato per l'Ulivo, in quota Margherita, nelle elezioni comunali di Roma del 2006 non è stato eletto per un soffio. Sul solco di Laura Boldrini anche Iacomini vede come un incubo la linea di fermezza di Matteo Salvini sull'immigrazione. All'inizio di luglio in un'intervista al Mattino di Napoli ha svelato il piano di battaglia: «Adesso serve una grande alleanza che unisca Ong, mondo cattolico, società civile, per proporre a questo governo idee e progetti costruttivi». Bachelet, la nuova responsabile dei diritti umani per l'Onu, è socialista come il segretario generale Guterres. E anche più estremista per la sua benevolenza nei confronti di regimi comunisti come quello cubano, venezuelano e dell'ex sandinista Daniel Ortega in Nicaragua. L'Italia è un obiettivo prediletto per un Alto commissario del genere, alfiere della «cricca» sinistrorsa, pro Ong e talebana dell'accoglienza che ha in mano l'Onu.

I comunisti, la morale e la prostituzione minorile, scrive Guido Prussia il 19 luglio 2014 su Il Giornale. I comunisti, la morale e la prostituzione minorile. Tutto si può riassumere in un episodio della mia vita. Aereo che va verso Cuba, all’interno una massa di sinistroidi arrapati per l’avvicinarsi dell’arrivo nell’isola dove il sogno comunista si è fatto realtà. Mi domando: Ma come sarà’ questo sogno comunista che si è fatto reale? La risposta arriva il giorno dopo sulla spiaggia. Gli stessi sinistroidi arrapati che erano con me sull’aereo avevano finalmente una faccia meno arrapata e più soddisfatta. Ed era vero, il sogno comunista diventato realtà aveva permesso a questi militanti di poter finalmente scopare delle meravigliose ragazzine cubane in cambio di pochi dollari. Fu una rivelazione. Non è vero che il comunismo non è servito a nulla. Milioni di uomini vivono ancora oggi, non nella nostalgia dei discorsi di Berlinguer, ma nella nostalgia dell’impero Comunista che anziché moltiplicare pane e pesci (miracolo troppo populista) ha trasformato milioni di calze di nylon in milioni di trombate.

"Fieri di essere radical chic": contro il razzismo, un italiano inventa le magliette per "buonisti". C'è quella con falce e martello o quella con scritto "zekka comunista". L'ideatore: "Mi hanno anche minacciato. Ma c'è bisogno di un simbolo per identificarci, per capire che non siamo soli a contrastare l'odio". In meno di un mese boom di richieste, scrive Valentina Ruggiu il 3 agosto 2018 su "La Repubblica". È l'insulto del momento. Basta una parola buona sui migranti o contro gli 'anti-casta' e te lo trovi affibbiato: radical chic. Ora per chi è 'buonista' e ne va fiero, c'è una linea di magliette dedicata creata da un italiano emigrato in Germania. Il nome, nemmeno a dirlo, è Radical Chic e l'obiettivo dichiarato è riunire tutti "comunisti con il rolex" d'Italia per aiutarli a contrastare odio, razzismo e intolleranza. Per chi pensasse che non è altro che una scusa per guadagnarci sopra: la risposta è no. Tutti gli introiti vanno in beneficenza.

L'ORIGINE DELL'IDEA. L'idea, provocatoria e geniale allo stesso tempo, è di Umberto Mastropietro: un abruzzese di Civitella Roveto arrivato nel 1990 a Potsdam, dove da 20 anni lavora come amministratore delegato per una società di software. Lo spunto è partito dai social network. "Anche se vivo fuori da anni - spiega Mastropietro a Repubblica - mi tengo aggiornato sulla politica e le vicende del mio paese. In pochi mesi ho visto la bacheca Facebook riempirsi di commenti razzisti, intolleranti, e la cosa mi ha disgustato". "Ciò che mi ha sconvolto di più è stata l'incomunicabilità: quando vedevo un post intollerante e cercavo di spiegare che gli italiani per primi sono stati un popolo di migranti, vittime di razzismo e xenofobia, ho sempre ricevuto risposte sconnesse, senza contenuto. Il dialogo è impossibile perché ti liquidano con un insulto". "Ti chiamano radical chic, buonista, zecca comunista - continua l'ideatore -. Una volta mi hanno detto: vivi in Germania, guadagni un sacco di soldi, ti piace fare il radical chic mentre noi siamo costretti a stare in Italia con i negri. Non sanno che ho iniziato come operaio e ho imparato a programmare dalla sera, da solo".

DAL GIOCO AL BOOM. Dopo questi episodi, il giovane Ad e un suo amico decidono di stamparsi - per gioco - una maglia con scritto "radical chic". Da quel momento inizia l'ascesa: i loro amici le vedono e le vogliono, in poco tempo il giro delle richieste si allarga e il 14 luglio Mastropietro decide di fondare il marchio. In meno di un mese le magliette vendute raggiungono quota 600. È boom di richieste, con centinaia di migliaia di visualizzazione sul sito internet. A lavorarci sono 20 volontari, ognuno dei quali mette al servizio della causa la propria professionalità.

NESSUN RICAVO. Da veri buonisti dietro la vendita però non c'è alcun guadagno. "Su ogni articolo venduto la ditta che le stampa si tiene l'80% del ricavato (per le spese di intermediazione, produzione e distribuzione della maglia ndr), e cede all’ideatore il restante 20 - spiega Mastropietro -. Quei soldi io li dono direttamente a Emergency, perché il mio obiettivo è far indossare le maglie, non fare profitto". Non a caso ogni attività del marchio è rendicontata e messa a disposizione di tutti sulla pagina Facebook. Su 12mila euro di articoli venduti, 3mila sono quelli che Umberto ha già destinato all'associazione.

IL VERO OBIETTIVO. Lo scopo rincorso con Radical chic è quello di creare un marchio identitario. "Provo a mettermi contro la violenza verbale, stampando delle magliette. Credo che la demagogia, il populismo, questa forma di comunicazione aggressiva che oggi vediamo sui social e nella politica non sia utile a nessuno. Voglio dar coraggio a quei pochi che ancora difendono i valori su cui è stata fondata la Repubblica, perché ora quasi ci si vergogna a dichiararsi antifascisti". "Secondo me, invece, gli italiani che non vogliono avere nulla a che fare con il fascismo, con il razzismo, sono la maggioranza. Se indossiamo una maglietta ci riconosciamo. Uniti ci sentiamo più forti". Per la sua idea Umberto è stato anche minacciato e insultato. "Mi hanno detto che merito che i rom mi rubino in casa o violentino mia moglie, che se mi incontrano per strada mi ammazzano di botte". Ma lui legge e va avanti per la sua strada.

Bacheca Cgil in frantumi. La sinistra: Raid fascista. Ma era solo una pallonata. Dure polemiche a Chiaravalle (Ancona) per una bacheca della Cgil trovata in frantumi. Si urla al "fascismo", ma era colpa di una semplice pallonata, scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 05/09/2018, su "Il Giornale". Allarme è tornato il fascismo. A forma di pallone. Son tempi difficili questi per chi vede il ritorno del Ventennio ovunque. Pure in un vetro in frantumi. Chiaravalle, piccolo centro in provincia di Ancona. La bacheca della Cgil con dentro il manifesto della campagna “Mai più fascismi” viene ritrovata in frantumi e subito scatta l’indignazione della sinistra con la conseguente bagarre politica. Prese di posizioni e comunicati, scrive Ancona Today, sul “gesto sicuramente voluto – ha detto Rifondazione Comunista - visto che nessun’altra delle bacheche vicine ha subito alcun danno". Per il Circolo del PRC di Chiaravalle non si tratta di "ragazzate, ma covano invece il germe dell’intolleranza madre di ogni fascismo. Essi sono infatti alimentati dalla propaganda razzista sui social, sostenuti da goliardie sportive, fomentati da distorte narrazioni sulla Resistenza". Peccato che a quanto pare a rompere quella bacheca non siano state le squadracce nere né una banda di fascisti dediti a raid notturni. Ma solo un tiro maldestro di un bimbo che invece di insaccare in rete il suo pallone ha colpito altro. Un tempo qualcuno avrebbe detto “mo’ vo buco sto pallone”, ricordando la nota pubblicità, e invece si è preferito urlare all’incursione fascista. Alla fine però è stata la stessa Cgil a frenare le polemiche e il sindaco Damiano Costantini ha smentito le “futili polemiche” sollevate da dall'ex vicesindaco Antonio Moscatelli, dall'Anpi e da Rifondazione Comunista. “La fretta, soprattutto nel giudizio (oltre che nel calciare palloni) - ha detto il primo cittadino, come riporta Ancona Today - è cattiva consigliera. L’urgenza di denunciare serpeggianti e violenti fascismi ha fatto dimenticare agli autori che i fatti vanno prima verificati e poi commentati”. Alla fine il papà del bimbo pagherà la riparazione del danno causato dalla pallonata “fascista”.

Repubblica non sa più come indignarsi: ecco il “cane razzista”, scrive il 7 luglio 2018 Chiara Soldani su "Ilprimatonazionale.it. “Il cane è il miglior amico dell’uomo”, recita un detto popolare. Miglior amico, sì: ma non di tutti. È il caso di Speed, Jack Russell diventato un fenomeno a-social (perché socievolissimo non sempre lo è) proprio nelle ultime ore. Certo è scabroso parlare di un “cane razzista” nei tempi iper maturi del politicamente corretto. Ma questo, il nostro Speed non può saperlo: sulla spiaggia di Alassio, ringhia deciso contro neri ed extracomunitari. No: non è il cane di Salvini (come insinuerebbero i buonisti malpensanti) ma l’amico a quattro zampe di uno dei gestori dell’Hotel Milano. “Un cagnolino che abbaiava contro un ragazzo di colore sulla spiaggia di Alassio, alcuni bagnanti che ridono e applaudono e lo incitano, io che non credo ai miei occhi e li invito a fermarsi. Loro sghignazzano e una signora mi offende pesantemente con i soliti riferimenti sessuali a me e ai migranti”: così racconta, in un post su Facebook, una testimone delle “razziste, canine illazioni”. Sta di fatto che il “terribile Speed” ha raccolto il plauso di moltissimi turisti e bagnanti: cave canem! “Si, è vero che lui riconosce i negri dall’odore e gli ringhia, ma non ha mai azzannato nessuno. Ovviamente l’hotel accoglie anche clienti di colore. Razzista? Ma come fa un cane a essere razzista? Io? Macchè, è solo che quando vengono i marocchini a vendere Speed li riconosce subito e li manda va”, afferma la proprietaria. Comprensibile indignazione e moral denuncia de “La Repubblica” e affini. In tempi di razzismo più presunto che effettivo, la vicenda del cane di Alassio restituisce il fedele ritratto dello status quo. Parafrasando Pasolini “c’è razzismo in assenza di razzismo”, di quel “nemico immaginario”, chiamato Russell. Il solito, aulico “giornalismo (canino) d’inchiesta”.

Vittorio Feltri, come smonta le balle di Giannini: "I fighetti di sinistra odiano il popolo. Libero invece...", scrive l'11 Settembre 2018 Libero Quotidiano". Ci mancava l'Onu per farci venire l'orchite. Accusa gli italiani di essere razzisti quando nel nostro Paese non si sono registrati, se non raramente, episodi di violenza contro extracomunitari. Semmai è accaduto spesso il contrario. Ieri in televisione, ospite dell'Aria che tira, egregiamente condotta da Myrta Merlino, ho fatto notare che se fossimo xenofobi avremmo preso a calci nel sedere anche i cinesi, copiosamente presenti dalle nostre parti, e invece essi vivono tranquilli perché lavoratori indefessi, campano con risorse proprie e non si fanno mantenere dallo Stato. Nessuno nello studio de La 7 ha osato contraddirmi. Tuttavia Massimo Giannini, editorialista della Repubblica, appresa la notizia che Libero è il giornale che negli ultimi due mesi ha guadagnato il 16 per cento delle copie, più degli altri quotidiani che viceversa ne perdono assai, ha interpretato il fenomeno dicendo che questo foglio sale poiché sale in proporzione all' intolleranza verso gli stranieri. Palle di fra' Gioele. La carta stampata, come i programmi tv, fanno incetta di pubblico per un solo motivo: intercettano gli umori e i sentimenti del popolo, che a me non fa schifo mentre i fighetti di sinistra dicono di amare quel popolo, però detestano la popolazione. La quale ama i cinesi in quanto sgobboni e non pesano sulle sue tasche, ma non sopporta la folla di africani che bighellonano per le vie delle città senza sapere che fare e costretti a bivaccare come barboni. Tutto qua. L' Onu se ne infischia dei terroristi che mietono vittime in Europa e poi scoccia noi per un razzismo inesistente. Le Nazioni Unite costituiscono un ente inutile e inutili sono i suoi proclami. I tromboni che li incarnano, personaggi abietti, tacciano. E possibilmente spariscano. Quanto ai quotidiani che, anziché sprofondare, emergono serve dire che il loro successo è da attribuire al fatto che ascoltano la base, offrendole non soltanto articoli politici scontati, bensì pezzi di società e di costume. Il resto è chiacchiera salottiera e insensata. Approfitto della circostanza per ringraziare i nostri cari lettori che ci dimostrano stima e affezione. Senza di loro non saremmo niente. Quanto Giannini. 

Vittorio Feltri a L'aria che tira, lezione a Massimo Giannini che straparla di razzismo: "I nullafacenti...", scrive il 10 Settembre 2018 su "Libero Quotidiano". Tra gli ospiti della prima puntata della nuova stagione de L'aria che tira di Myrta Merlino su La7 c'era Vittorio Feltri, il direttore di Libero. In diretta, è piovuta la notizia: l'Onu invia degli ispettori in Italia per fronteggiare l'inesistente emergenza-razzismo. Dunque viene chiesto un parere al direttore, che risponde in modo tranchant: "L'Onu è un ente inutile, ciò che dice dunque è pure inutile". Dunque, in studio si parlava dell'aumento delle copie vendute di Libero (+10% a giugno, +6% a luglio). Tra gli ospiti anche Massimo Giannini di Repubblica, il quale non ha trovato nulla di meglio da dire che attribuire la crescita delle copie "alla narrazione xenofoba e per certi versi razzista" che dominerebbe in questi giorni l'Italia. Discreta faccia tosta, quella di Giannini, che scrive per quella Repubblica che in quanto a "narrazione", descrivendo un'Italia razzista e fascistoide, sta sfornando il peggio di sé. E in un successivo intervento, Feltri risponde a Giannini, tra le righe ma in modo molto netto: "Vorrei far notare che in Italia c'è una massiccia comunità di cinesi, non è mai stato registrato un episodio di razzismo o di intolleranza. Ci sarà un motivo - ha sottolineato il direttore -: vengono qua, lavorano come matti, non si fanno mantenere". Al contrario, prosegue Feltri, "quando l'Italia si riempie di nullafacenti che gironzolano senza far nulla si creano tensioni e si spaccia per razzismo quella che è una semplice ma evidente rottura di scatole".

Stasera Italia, Barbara Palombelli stende Pierluigi Bersani sugli immigrati: "Non è che la sinistra...?", scrive l'11 Settembre 2018 Libero Quotidiano". "Non sarà che vi siete dimenticati degli ultimi voi?". Barbara Palombelli, in diretta ieri con Stasera Italia, gela il suo ospite Pierluigi Bersani, in studio. La Palombelli si riferisce alla sinistra, al Pd, o quello che era prima. Il tema è la sicurezza nelle città in rapporto all'immigrazione clandestina. Prima della domanda, un servizio ha mostrato che a cinquanta metri dalla stazione della Capitale c'è un traffico di persone, di esseri viventi. Guardate questo video al minuto 12 e gongolate. "Ma io non sono mai stato un buonista", risponde Bersani, "non è vero che me ne sono dimenticato, qui c'è un fenomeno colossale". 

La (cruda) verità di Lucci "Un ghanese non ha gli stessi diritti di un italiano". L'ex Iena striglia la sinistra sull'immigrazione: "I tanti reietti che abbiamo in Occidente e che guardavano alla sinistra non si sono sentiti protetti", scrive Claudio Cartaldo, Martedì 11/09/2018, su "Il Giornale". Enrico Lucci le cose non le manda mica a dire. E la sua analisi sul fenomeno immigrazione, sul crescente consenso per la linea dura sui migranti e sulle decisioni del governo è una lucida stilettata diretta a tutta la sinistra. “Una persona che arriva dal Ghana – dice l’ex Iena in una intervista a Vanity Fair - non ha gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare. Bisognava avere le palle di spiegarlo e di spiegarlo bene”. Ma la sinistra tutta non l’ha fatto. Per Lucci è in vista una nuova avventura in tv con il nuovo programma “Realiti Sciò”. Ma il fulcro della sua intervista è proprio sull’immigrazione. E su quello che non ha fatto la sinistra, che non ha capito come “l’arrivo di migliaia di disperati avrebbe dato il via a una guerra tra poveri. I tanti reietti che abbiamo in Occidente e che guardavano alla sinistra non si sono sentiti protetti”. Quei “reietti” sono i cittadini che abitano alle periferie delle città italiane e che più di altri vivono i disagi dell’emergenza immigrazione. “Ed è fatale che sentendosi indifesi dalle loro periferie – dice Lucci – si siano rivolti a chi dice (e magari afferma soltanto senza muovere un dito) di volerli difendere. La sinistra degli studiosi e dei capalbiesi non ha capito nulla di quel che stava accadendo”. Colpito e affondato. “Se non sei credibile – continua - e ti ripari dietro a un buonismo da quattro soldi è ovvio che arrivi poi uno come Salvini, dica sistemo tutto io e vinca in cinque secondi”. Secondo Lucci “la migrazione nel mare andava interrotta perché è illegale e criminale”. Certo, il conduttore e ex Iena non lo dice da posizioni leghiste. Non sembra chiudere le porte allo straniero. "Gli uomini che viaggiano sono senz’altro nostri fratelli – spiega - perché i razzisti e gli xenofobi ci ripugnano, ma non è quello il modo di venire in Europa”. Il motivo? Semplice: arrivare su un barcone è “pericoloso”. “Non si arriva sui barconi perché è pericoloso e il Mediterraneo è pieno di morti innocenti”. E ancora: “La sinistra non ha avuto il coraggio di ribadire cose ovvie e neanche i coglioni di mandare le navi militari in Siria a salvare chi stava scappando da guerre vere e torture”.

Ramazzotti: "Ho votato 5Stelle e lo rifarei. Salvini smaschera l'ipocrisia generale". Il cantautore romano in una intervista a Vanity Fair si racconta tra musica e politica. A novembre uscirà il suo quindicesimo album, "Vita ce n'è", scrive Luisa De Montis, Martedì 11/09/2018 su "Il Giornale". "Ho passato qualche anno in cui non sapevo se continuare o fermarmi per sempre. Mi sono chiesto se continuare avesse un senso perché mi sono detto: "Che lo compongo a fare un disco tanto per farlo?". Ci sono tanti artisti che vivono di memoria, non volevo iscrivermi al club". La risposta che Eros Ramazzotti si è dato si chiama "Vita ce n'è", ed è il suo quindicesimo album, che definisce rivoluzionario. "Per realizzarlo ho speso un anno e mezzo della mia vita in studio. È un disco che considero un nuovo inizio", racconta a Vanity Fair, dove torna a parlare a quasi tre anni dalla sua ultima intervista e alla vigilia del lancio (il 23 novembre) cui farà seguito - prima data 17 febbraio 2019, Monaco di Baviera - un tour mondiale. Nell'intervista, tra le altre cose, Eros definisce il suo rapporto con il denaro "pulito" e ricorda il padre comunista che "immaginava un mondo equo in cui a tutti toccasse in sorte un pezzo di pane. Era utopia e lo scoprì sulla sua pelle. La tessera del Pci la presi anche io, ma solo per sei mesi". E poi rivela: "Alle ultime elezioni ho votato 5 Stelle e lo rifarei. Ci vuole tempo per cambiare e migliorare l'Italia: parliamo di decenni, non di un anno o due". Infine, Eros ha spiegato che non avrebbe firmato un appello contro Matteo Salvini che a volte gli appare "duro e pesante" ma non pensa che abbia tutti i torti "in assoluto" e possa vantare almeno un pregio: "Smaschera l'ipocrisia generale".

Il discorso dell'immigrato che ​zittisce i buonisti: "Salvini ha ragione". Un video rilanciato da Matteo Salvini: "Parla più di mille articoli di giornale". L'uomo: "Io qui da 15 anni, ho sempre lavorato. Chi non lavora torni da dove è venuto", scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 10/09/2018, su "Il Giornale". Il video sta letteralmente facendo il giro dei social network. E Matteo Salvini già lo considera un “editoriale” che “vale più di mille articoli di giornale alla faccia di Onu e buonisti”. Nelle immagini si vede un uomo di colore chiacchierare con delle persone mentre le aiuta a caricare la spesa sull’auto. E nel farlo parla dell’Italia, dell’accoglienza, dei troppi migranti arrivati sulle coste del Belpaese e dei suoi conterranei che “non fanno nulla” per meritarsi l’ospitalità dell’Italia. “Da quindici anni sono qui e ho sempre lavorato – si sente dire l’uomo vestito con una polo - Lavoro di notte e vengo anche a dare una mano ai clienti volentieri. Però quando vedo gli altri non fare niente...c’hanno ragione. E quando sento dire che gli italiani sono razzisti...non è vero che lo sono. Sono stufo. A parte gli italiani, in qualunque paese farebbero così. Bisogna lavorare, altrimenti non c’è niente da fare: torni a casa da dove sei venuto”. Il discorso è chiaro, netto. Parlando dei tanti immigrati che non fanno nulla nelle piazze italiane, l’uomo afferma: “Io mi vergogno vederli così che sono africani. Non è giusto. Non è assolutamente giusto. Bisogna lavorare e fare come gli altri, rispettare le regole del Paese. Io perché sono qui e la gente mi ama? Perché ho sempre lavorato da 15 anni, ho dato la mia disponibilità a tutti: i dirigenti mi conoscono, chi arriva sa chi sono. Perché il mio lavoro l’ho sempre peso sul serio”. Non è ancora chiaro ove sia stato registrato il video. Ma il suo messaggio è limpido: “Alla sacra famiglia è pieno di ladri nigeriani con telefono di lusso e tutti belli vestiti – dice - e poi a fine mese vanno a chiedere i soldi al comune. Ma io quando vedo le tasse sulla mia busta paga mi girano i coglioni: vai a lavorare e paga pure le tasse”.

Una delle donne che è con lui, forse la stessa che ha ripreso la scena con il cellulare, gli chiede se è vero che gli italiani sono razzisti. In fondo l’Onu oggi ha detto di voler mandare gli ispettori contro una presunta ondata xenofoba. Ma è lo stesso immigrato del video che “zittisce” indirettamente le Nazioni Unite e i buonisti in genere: “Gli italiani non sono razzisti, sono molto accoglienti. Hanno fatto anche di più. Gli immigrati arrivati in Italia negli ultimi anni sono tantissimi. Mi hanno ospitato bene, io mi trovo bene, lavoro in regola, ho una famiglia, ho una casa perché ho sempre lavorato”. E Salvini? La domanda ha una risposta che forse non ci si attenderebbe: “Salvini ha ragione – conclude l’uomo - Non ha tutti i torti e speriamo che vada fine in fondo e nessuno interrompa il bel lavoro che sta facendo. Perché non ho possibilità di incontrarlo, altrimenti lo avrei incontrato. Fai bene il tuo lavoro, che nessuno ti rompe. Vai avanti Salvini”.

Immigrati, quelli della Diciotti a Messina. Il sindaco Cateno De Luca: "Metto a disposizione le baracche", scrive il 27 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". "Mandiamo i baraccati negli alberghi e i migranti nelle baracche. Non sarebbe giusto dopo 110 anni dare un tetto dignitoso ai messinesi?". Lo dice provocatoriamente il sindaco di Messina Cateno De Luca riferendosi ai migranti scesi dalla Diciotti e portati in città. "Nessuno mi ha avvertito dell'arrivo dei migranti all'hotspot di Messina", ha aggiunto, "sindaci sono buoni solo per prendersi denunce ma muti su politiche migratorie".

De Luca come Salvini: basta coi nigeriani. E i compagni saltano sulle sedie, scrive martedì 11 settembre 2018 "Il Secolo D’Italia". Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, nel suo intervento alla Festa dell’Unità, a Ravenna, critica il Pd perché non si rende conto dei problemi di sicurezza creati dai migranti. Concetti che in genere provengono dalla Lega e dal suo leader Matteo Salvini mentre in questo caso è un esponente del Pd a farli propri.  De Luca ha così stupito tutti affermando: “Ci sono zone del Paese dove abbiamo bande di nigeriani che hanno occupato militarmente i territori, sul Litorale Domizio abbiamo nigeriani che si danno allo spaccio di droga e prostituzione. Ci sono padri che aspettano le loro figlie in balcone. Questa realtà il Pd la conosce o no?”. E ancora: “Se devo decidere tra la serenità di vita della mia famiglia e dei miei figli e una bandiera di partito, io scelgo la mia famiglia, è chiaro?”.

Facebook e la lezione di Umberto Eco sui quattro imbecilli, scrive ticinonotizie.it il 26 agosto 2018. “I social media? danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, parola di Umberto Eco. Era questa l’opinione del noto studioso mancato agli inizi del 2016. Partiamo da qui per tornare, ancora purtroppo, sulla vicenda di cronaca del povero Souleman mancato l’altro giorno nella sua stanza, presso l’ex Casa Vincenziana di via Casati a Magenta. Per noi e in primis per il nostro capocronista Graziano Masperi, era una ‘semplice’ ancorché tragica, notizia di cronaca da dare. Per due ordini di motivi. Il primo: la giovane età del ragazzo, vent’enne morto improvvisamente nella sua camera. La seconda: il fatto che questi fosse un richiedente asilo ospite da poco più di un anno del Centro di Accoglienza Straordinaria di Magenta, un luogo sensibile, di cui in ossequio alla trasparenza, cerchiamo di raccontare tutto ciò che avviene da quattro anni a questa parte. Espulsioni, disordini, così come le iniziative d’integrazione, quando queste vengono messe in atto. Insomma, una notizia e basta. Poi è arrivato l’odio, la bile. Ma forse, molto più semplicemente, gli imbecilli di Umberto Eco. Benché dubbiosi davanti alla chiusura tranchant dell’illustre professore, gli abbiamo dovuto dar ragione dinanzi ad alcuni sproloqui. Che cosa brutta, molto brutta, sono andati avanti per giorni.  Come abbiamo scritto già in un altro pezzo, la pagina facebook del nostro quotidiano on line si è trasformata in una sorta di arena. Una pattumiera a cielo aperto. Abbiamo deciso di lasciare lì tutto, per qualche giorno, così che ognuno, l’opinione pubblica in primis, potesse farsi un’idea della fauna (per fortuna una minima parte) che popola i social network. Nostro malgrado, la notizia dei quattro imbecilli di Eco è diventata un affare di cronaca nazionale. Milano Today, La Repubblica e poche ore fa anche La 7 si è interessata alla vicenda che ci vede, seppur di riflesso, protagonisti involontari. Non cancelleremo nulla ancora per un po’. Perché abbiamo deciso di dare massima disponibilità ai colleghi che si stanno occupando della questione.  Dopodiché abbiamo convenuto di eliminare da facebook questa monnezza. Non prima però, di aver salvato accuratamente queste “perle” che valuteremo successivamente in quali sedi utilizzare. I primi a saperlo siete voi cari lettori. Ve lo diciamo in segno di massima trasparenza ma più ancora perché siete il nostro patrimonio più importante. Per fortuna, vi conosciamo da tempo, abbiamo imparato ad apprezzarvi come voi (speriamo) continuate ad apprezzare il nostro lavoro quotidiano. Della monnezza poco c’importa. E’ un po’ come quando si schiaccia una m… per strada. Ogni tanto capita. Si dice che porti fortuna e si tira avanti”.

Il populismo di oggi? L’aveva spiegato Umberto Eco, parlando del “fascismo eterno”. La rinuncia al confronto coi problemi reali, il richiamo all’identità, l’apparato ideologico approssimativo. Già Eco, nel suo famoso saggio sul “fascismo eterno” aveva delineato le caratteristiche dei populismi di oggi, scrive Matteo Bianchi il 3 Settembre 2018 su "L'Inkiesta". Sarà stata la noia estiva, oppure il crescendo endemico delle Destre europee a far aumentare le vendite in una città di provincia come Ferrara de Il fascismo eterno (La nave di Teseo)? Con lo sguardo di chi sa accettare il suo tempo senza perdersi e senza vergogna, Umberto Eco apre il pamphlet ricordando la sua infanzia fascista, quando ascoltava con ammirazione i discorsi di Mussolini e in classe doveva impararne a memoria i passi più significativi, magari al posto di una poesia di Leopardi. Un’esperienza di sicuro radicale, ma tutt’altro che inutile, poiché gli ha insegnato a liberarsi dalla retorica. Alternare durante un’orazione i desiderata che fanno gola al vulgus ai risultati ottenuti concretamente sul campo è un passaggio consueto anche nella demagogia spiccia alla quale si assiste in tv; il duce, però, era solito calcare la mano su questioni marginali che proprio nell’immaginario instaurato avevano un peso sostanziale. Se gli italiani degli anni Trenta volevano conquistare a tutti i costi per far grande la nazione nel mondo, sperperando risorse alla faccia della povertà montante, gli italiani di oggi non vogliono essere conquistati da chi fugge dalla povertà, dalla siccità, dalla disperazione di un’Africa allo stremo. Il ministro Salvini spesso fa il verso ai protagonisti di un passato drammatico, non ancora remoto, consapevole tanto della distanza che divide un regime da una democrazia parlamentare, quanto dei parallelismi che permette la fruizione costante del web. Alzare la voce, spararle sempre più grosse e usare l’ironia per dissacrare, come la t-shirt che sbeffeggiava la sconfitta del Pd a Pisa, Siena e Massa con la Bella ciao della Resistenza, o l’aver querelato Saviano in qualità di ministro della Repubblica e non in quanto rappresentante di una minoranza politica che ha “vinto” le elezioni con il 18%, distoglie l’attenzione dall’uso effettivo che fa del potere; senza fermarsi a contare i continui attacchi ai barconi, gli specchietti per le allodole. D’altro canto, uno degli errori comunicativi del Pd di emanazione renziana è stato proprio dare per scontato che le migliorie difficilmente realizzabili non fossero da sbandierare come imminenti; o peggio, che siano state taciute completamente, ha fatto sentire gli italiani in difficoltà in uno stato di abbandono e in balia della crisi. Il ventennio berlusconiano e la to do list del Movimento 5Stelle, al contrario, si somigliano per questo, perché mettono il focus su riforme che il paese nel prossimo biennio non potrebbe sostenere economicamente, così la flat tax o il reddito di cittadinanza. A preoccupare uno degli intellettuali più lucidi e lungimiranti del secondo Novecento sono state le abitudini culturali, unite agli istinti oscuri e alle pulsioni insondabili che hanno permesso al regime fascista e alla sua ideologia di arrivare in vetta. A preoccupare uno degli intellettuali più lucidi e lungimiranti del secondo Novecento sono state le abitudini culturali, unite agli istinti oscuri e alle pulsioni insondabili che hanno permesso al regime fascista e alla sua ideologia di arrivare in vetta. Orientare il protagonista di “Per chi suona la campana” (1940) contro i falangisti di Franco, chiamandoli fascisti, per Hemingway significava reagire a un determinato dispotismo. Eco definisce il Fascismo nostrano un totalitarismo “fuzzy”, ossia confuso e impreciso: a differenza del Nazismo e dello Stalinismo, che avevano un manifesto politico e dei precisi riferimenti filosofici e artistici per dare solidità ai loro fondamenti ideologici, il Fascismo si basava soprattutto sulla capacità retorica del duce e nel corso della sua storia si è più volte contraddetto. Da ateo coerente e militante, Mussolini finì per firmare il concordato con la Chiesa porgendo ai vescovi i gagliardetti fascisti da benedire. Finito il suo leader, come Hitler aveva intuito sin da subito, il partito non avrebbe avuto la possibilità di rigenerarsi. Era folkloristico, era sorto proclamando un nuovo ordine rivoluzionario, pur essendo finanziato dai proprietari terrieri più conservatori. In sostanza, non capitava di rado che Mussolini proclamasse a gran voce una scelta e facesse l’opposto, o meglio, quello che conveniva al mantenimento della sua leadership. Tuttavia, per quanto ideologicamente sgangherato, il Fascismo era emotivamente legato ad alcuni archetipi: il culto della tradizione, ad esempio, che ha motivato persino gli esordi della Lega inneggiando ai Celti che si erano stanziati nella valle del Po prima dei Romani. E qualsiasi esito di tradizionalismo che si rispetti prende comunque il largo dall’attaccamento al “sangue” e alla “terra”, da un senso primordiale di radicamento al territorio. L’humus che ha ingrossato le fila dei fascisti è stata la frustrazione delle classi medie, tanto da far predire a Eco che i vecchi “proletari” diventati piccola borghesia sarebbero stati un uditorio ideale. Ci pensa poi il nazionalismo a fare da collante: l’appartenenza allo stesso paese è l’unico privilegio che accomuni tutti coloro che sono privi di una qualunque identità sociale. Per sentirsi tali, però, bisogna avere dei nemici e fare appello alla xenofobia diventa comodo, instaurando la cosiddetta “ossessione del complotto” rispetto a chi potrebbe sottrarre risorse e lavoro ai cittadini italiani, come i rom e gli immigrati odierni ad esempio, che al contempo minerebbero pure la nostra serenità quotidiana. La vigilia di Ferragosto il ministro Salvini twittava: «Il sindaco di Napoli vuole ospitare (e mantenere) altri immigrati in città. Paga lui? A Napoli non ci sono cittadini in difficoltà, senza casa e senza lavoro? Ah, già, per certa sinistra è più importante pensare agli immigrati che agli italiani…» Al nemico dentro i confini nazionali ne deve corrispondere uno all’esterno, come lo spettro dell’Europa o degli stati che vorrebbero una zona euro più compatta economicamente, come Germania e Francia, della quali va necessariamente disprezzata l’erba troppo verde. Lo scorso 12 agosto sempre Salvini twittava: «Con questo calduccio, uno spuntino a base di spettacolare mozzarella di bufala campana ci sta. Alla faccia dell’Europa che vuole portarci in tavola ogni tipo di schifezza, io magio (e bevo) italiano!» L’humus che ha ingrossato le fila dei fascisti è stata la frustrazione delle classi medie, tanto da far predire a Eco che i vecchi “proletari” diventati piccola borghesia sarebbero stati un uditorio ideale. Dietro gli schermi dei nostri televisori o dei nostri pc, Eco intravedeva già il rafforzamento di un possibile “populismo qualitativo”, per cui «la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la voce del popolo». Quando lo ha argomentato correva il 1997 e Grillo non aveva ancora poggiato il primo pixel del Movimento 5stelle, né Di Maio era stato candidato premier dopo 490preferenze su un sito. Infine Eco sottolinea la questione linguistica, l’esigenza da parte del potere di semplificare la comunicazione, di renderla immediata, essenziale, lapidaria per essere comprensibili a chiunque, ma soprattutto degni di memoria. E gli slogan sono difficili da dimenticare: «Voglio un Paese che va avanti, non che torna indietro», usa Salvini per chiudere più di un post, ma ancora: «Lo Stato deve tornare a fare lo Stato» e il continuo «dalle parole ai fatti». La debolezza culturale del Fascismo prelude a un’altra considerazione, alla mancanza di spirito critico da parte di chi ne ha permesso l’instaurazione, quasi che gli italiani di allora si fossero accontentati di risposte che miravano alle loro pance, per essere saziati lì per lì, senza una reale lungimiranza, senza un leader che pensasse al loro bene futuro. Non solo, che in mezzo alla confusione ideologica si perda di vista una verità condivisibile, una base comune, cosicché ogni pretesto sia buono per giustificare pochi, identificabili con una lobby mafiosa, o addirittura un individuo soltanto e il suo entourage mediatico. Libertà, secondo Italo Calvino, sta nel rispettare le regole all’infuori di noi per non rischiare di nuocere al prossimo. Libertà, secondo Umberto Eco, sta nella pluralità di pensiero, nell’accettare la diversità e nel non imporre la propria visone di realtà sulle altre per paura o poiché la si ritiene via più breve. Il timore con cui ci ha lasciato è che il fascismo possa tornare sotto abiti civili, mascherato sotto da spoglie più innocenti.

Aveva ragione Umberto Eco: i politici in tv sono come Mike Bongiorno. Gioco dell'estate: rileggere la celebre Fenomenologia pensando agli ospiti dei talk show: "Ignoranti, non usano i congiuntivi e rappresentano l’uomo assolutamente medio. Per questo il pubblico li ama", scrive Beatrice Dondi il 30 luglio 2018 su "L'Espresso". Spuntano come i cucù dalle casette di legno, senza preavviso. Dicono, parlano, esternano continuamente, anche in questa coda di stagione che, da tradizione, dovrebbe lasciare a riposo lo spettatore stremato. Invece loro no, i politici in televisione non mollano e tra una reazione a catena e una canzone per l’estate presenziano senza sosta raccontando le loro visioni spicciole, le realtà tagliate con l’accetta e le opinioni di bassa lega (con la minuscola per carità). E il pubblico, a sorpresa, continua a guardarli. Torna utile dunque, vieppiù di questi tempi bigi, rispolverare quel capolavoro tratto dal “Diario Minimo” di Umberto Eco dal titolo “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. Uscito nel lontano 1961, il saggio prendeva a sonori schiaffoni gli spettatori dell’Italietta che fu e che torna sempre uguale a se stessa, oggi come ieri. Quello specchio televisivo che affastella crisi e Isole, Uomini e Donne, false verità e comici senza storia, capaci nonostante tutto di attrarre grazie a un’implacabile normale ordinarietà: «La tv offre, come ideale in cui immedesimarsi, l’uomo assolutamente medio», scriveva Eco. Una lettura illuminante, che rende trasparente come una vetrina specchiata per i saldi, quel consenso formato talk altrimenti incomprensibile. Si provi dunque un giochino facile facile ma di sicuro effetto: sostituendo il nome di Mike Bongiorno con un qualsivoglia onorevole o senatore, portavoce, ministro, premier o vicepremier a piacere, seduto in studio, l’effetto fa effetto. «Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi». E ancora: «Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo». «Mike Bongiorno porta i clichés alle estreme conseguenze». E infine: «Mike Bongiorno non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo». Ogni riferimento a persone o cose è del tutto voluto. E ancora una volta, grazie professor Eco.  

Anche il “comunista” Fassina diventa sovranista. E fonda un nuovo partito, scrive Vittoria Belmonte domenica 9 settembre "Secolo D'Italia". Che il destino di Liberi e Uguali sia quello della lenta estinzione è fuor di dubbio. Non solo il leader Pietro Grasso è scomparso, non solo Laura Boldrini auspica un nuovo soggetto unitario della sinistra ma ora c’è anche una miniscissione. Stefano Fassina, deputato di Leu, ha infatti annunciato sui social la fondazione di una nuova creatura politica, “Patria e Costituzione”, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Roma l’8 settembre. “Un’associazione – dice Fassina – di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro, per affrontare la domanda di comunità, di protezione sociale e culturale, per rideclinare il nesso tra sovranità, democratica nazionale e Ue, per definire strumenti adeguati per lo Stato per intervenire nell’economia”. Da sempre critico verso la globalizzazione e il mercatismo che rappresentano gli idoli dell’Unione europea, Fassina – da sinistra – riscopre la patria e i diritti del popolo sovrano. Un’imitazione del percorso seguito dalla destra di Salvini nel rifondare la Lega e nel dare nuovo slancio al centrodestra. Fassina ha anche ammesso, nel suo discorso dedicato alla nuova associazione politica, che solo la destra ha capito il bisogno di protezione, comunità, identità che si genera attraverso l’evocazione di un nuovo «patriottismo costituzionale». 

No, in Svezia non è tutto come prima. E chi finge di ignorarlo sbaglia, scrive il 10 settembre 2018 Cristiano Puglisi su "Il Giornale". No, in Svezia, nonostante quanto affermato dal sistema mediatico mainstream, non hanno vinto i partiti tradizionali. È vero, le elezioni hanno visto ancora una volta al primo posto, con oltre il 28% delle preferenze, i socialdemocratici, come accade ininterrottamente dal 1917. Eppure questa volta sarà difficile per loro mettere insieme un Governo, dato che la coalizione di centrosinistra (che include anche la sinistra e i verdi) conta 144 seggi, contro i 143 della coalizione di centrodestra, costituita da moderati, liberali e cristiano-democratici. Insomma, nessuno ha una maggioranza. Forse determinanti saranno i seggi assegnati al partito nazionalista dei Democratici Svedesi, che con quasi il 18% delle preferenze incrementa notevolmente il bottino rispetto alla tornata precedente (oltre cinque punti percentuali) e che, pur non avendo vinto, ha fatto segnare un risultato più che significativo. Significativo perché, a prescindere da qualsiasi assurda valutazione tesa a sminuire il risultato finale della destra nazionalista, segnala che, anche nel Paese simbolo della socialdemocrazia nordica, della tolleranza, delle pubblicità politically correct di Ikea, l’immissione massiccia di immigrati degli ultimi anni (la Svezia è il Paese europeo che, in percentuale rispetto al numero di abitanti, ha accolto il maggior numero di richiedenti asilo) è stata rigettata dalla popolazione. Diversi sono i fattori da considerare per questa reazione. Non secondario è quello socio-economico. Sebbene in maniera magari inferiore rispetto ad altri stati del vecchio continente, grazie probabilmente al proverbiale ed efficiente welfare state, anche la Svezia ha sentito gli effetti della crisi economica globale. E così, mentre il PIL pro capite svedese non ha più raggiunto, dopo il grande crack della finanza del 2008, i livelli del periodo 2001-2008, e il PIL nominale è in costante calo dal 2014, la popolazione continua ad aumentare. Il motivo ce lo spiega la fondazione di studi europei GEFIRA: la continua immissione di migranti con alto tasso di fertilità. Secondo uno studio da loro condotto, infatti, l’alta fertilità delle donne svedesi (2,1 figli a testa, sopra il tasso minimo di sostituzione di due figli a coppia) sarebbe principalmente da imputare a donne nate all’estero. Le donne nate in Svezia, secondo un dato ufficiale, avrebbero infatti un tasso di soli 1,6 figli a testa, il risultato di 2,1 sarebbe dunque una media.

SOSTITUZIONE ETNICA IN CORSO. Si tratta, praticamente, di un processo di sostituzione etnica. Processo che ha subito un’impennata negli ultimi anni, con l’esplosione delle crisi migratorie. Se nel 2010, il 14,3% della popolazione svedese era di origine straniera, nel 2017, solo sette anni dopo, il dato è pari al 24,1%!

L’AUMENTO DEGLI STUPRI NON È CASUALE. I risultati di questo processo, ovviamente, si sono fatti sentire anche sul versante della sicurezza. Secondo dati del Consiglio Nazionale per la Prevenzione del Crimine, nel 2017 si sono avuti 7.230 casi di stupri, 667 in più dell’anno precedente pari ad un aumento del 10%. Chi sono questi stupratori? Secondo uno studio realizzato a ottobre 2017 dal ricercatore indipendente Patrik Jonasson, su 4.142 processi giudiziari relativi ad aggressioni sessuali nell’arco temporale che va dal 2012 al 2017 i dati parlano in maniera chiara: il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere (prevalentemente Medio Oriente e Africa) così come nel 90% delle violenze di gruppo. Insomma, che piaccia o meno al mainstream, i numeri dicono chiaramente che la scelta di importare un numero massiccio di immigrati in un breve lasso di tempo per “pagare le pensioni” non è sostenibile e ha un impatto devastante sulla coesione sociale di un Paese, per quanto questo possa essere all’avanguardia in termini di servizi sociali e qualità della vita. Figurarsi in quelli, come Spagna, Grecia o Italia, dove la situazione socio-economica ha subito un netto peggioramento negli anni della crisi.

L’EUROPA CHE SI GIRA DALL’ALTRA PARTE NON HA FUTURO. È chiaro, come già detto da queste colonne, che i partiti tradizionali dell’agone politico comunitario e anche il sistema mediatico loro connesso dovranno, in vista delle prossime consultazioni europee, dunque tenere conto di questo dato, piuttosto che liquidare come “populismo” o “razzismo”, qualsiasi istanza che chieda una rigida regolamentazione dei flussi migratori. In gioco, con l’emergere di movimenti nazionalisti, c’è la sopravvivenza del progetto geopolitico europeo, già vittima di notevoli squilibri economici. Continuare a non capire la situazione significherebbe consegnarlo definitivamente alla storia.

Non abbiate paura dei sovranisti, scrive Marcello Veneziani, Il Tempo 11 settembre 2018. Anche in Svezia l’onda sovranista cresce, ma non abbastanza da rovesciare gli assetti di governo. Si ripete lo schema Le Pen, col Front National primo nei consensi ma non in grado di essere maggioranza né in grado di trovare alleati. E a quel punto scatta la coalizione antisovranista, tutti contro uno, e nascono governi stentati su fragili alleanze (come in Germania o in Spagna), con presidenti indesiderati dai due terzi della popolazione (Francia) o coalizioni spurie come da noi. O nascono perfino due, tre partiti “nazionali” che si cannibalizzano a vicenda (caso inglese coi conservatori biforcati più l’Ukip). Il vero problema è che siamo nel mezzo del guado, e dunque la situazione rischia la paralisi tra il non ancora e il non più. Perché poi i governi europeisti tra moderati e progressisti uniscono due debolezze e due declini, trascinano i paesi in coalizioni politiche di mera sopravvivenza, dentro sistemi fatiscenti, subordinati ai potentati economici, lontani dal popolo, dentro un’Europa ridotta a unione monetaria nel nome degli apparati di comando. Ma torniamo alla rappresentazione e alla percezione che ne ha la gente, ne danno i media, ne dà il potere. L’Europa di oggi è fondata sulla paura. Paura dello straniero per taluni, paura dei nazionalisti per talatri. Xenofobia e nazionefobia sono le due categorie politiche dominanti, le twin towers dell’Europa. Ma con la paura non si compiono scelte assennate. Fino a ieri nominavi la Svezia, l’Olanda, i paesi scandinavi e i paesi bassi, e spuntavano le immagini del socialismo democratico, della società aperta, permissiva, globale e spregiudicata, della droga libera, dell’eutanasia, delle coppie omosessuali esibite e parificate alle famiglie. Adesso nomini quei paesi e senti dire xenofobia, razzismo, nazionalismo. Fino a oggi appena nomini l’estrema destra ti viene fuori la solita genealogia: l’Austria reazionaria, asburgica e patria di Hitler, la Germania del Terzo Reich, la Francia di Vichy. Più l’aggravante cattolico-tradizionalista. E ora come la mettiamo che pure la permissiva, la protestante, la mai fascista Svezia, si rivolge a quella destra, dopo la Norvegia, l’Olanda e altri paesi nordeuropei? E come la mettiamo con paesi che hanno subito il nazismo e soprattutto il comunismo e ora si votano al sovranismo, come l’Ungheria, la Polonia, i cechi e gli slovacchi, cioè i paesi di Visegrad? Lasciamo stare i demoni fuori dalla porta, e lasciamo stare le paure. Ragioniamo con realismo. Sgomberiamo subito il campo da un’ossessione. L’antisemitismo e il razzismo non c’entrano con questa ondata populista, sovranista e nazionalista. Se conati antiebraici affiorano in Europa sono legati alla presenza islamica o alla questione palestinese; il resto è marginale periferia, patetico folclore, fuori dalla politica. C’è un tasso preoccupante di xenofobia in Europa? Ma non bisogna ridurla a patologia. Anche perché è paura, non odio razziale; è preoccupazione, non disprezzo etnico. C’è paura, umanissima e giustificatissima paura per l’ignoto e per l’estraneo, per la difficile convivenza, per il disagio sociale, per la criminalità legata a tutti questi fattori di instabilità. Quando la paura colpisce in modo così massiccio popoli maturi e civili non si può gridare al demonio, bisogna porsi il problema e affrontarlo fuori dai codici ideologici. La xenofobia attraversa oggi ceti sociali diversi, a cominciare dai più deboli e dai più popolari, e colpisce a destra come a sinistra. Vedete i travasi di voti in tutta Europa, compreso da noi, dalla sinistra al populismo, per rendervene conto. Allora rispetto allo straniero si devono portare a rigore due posizioni divergenti ma entrambi giustificate e rispettabili: quella di chi dice accoglienza punto e basta, viva la società multiculturale; e quella di chi dice accoglienza limitata e condizionata, e tutela prioritaria della comunità locale e nazionale e dei suoi confini. Sono due posizioni nettamente opposte, entrambi comprensibili e legittime se condotte con realismo e senza fanatismo. Se si accolgono nell’agone politico della democrazia entrambe le posizioni si spuntano le armi agli estremismi, ai fondamentalismi, alle violenze. Perché i fanatici stanno da entrambi le parti, e bisogna costringere entrambe a fare i conti con la realtà. I sovranisti crescono perché non hanno cittadinanza nella democrazia; e usano linguaggi duri e netti perché non sono ammessi nel gioco democratico. Finora la loro risorsa è proprio l’essere fuori, outsider, estranei e dunque critici radicali del sistema, a cominciare dal gergo usato. Non resta che scommettere a immetterla nel gioco, a pieno titolo, senza dichiararla criminale e illegale appena cresce (caso italiano docet): è una scelta che comporta rischi e incognite, ma complessivamente minori della scelta opposta, di escluderla e lasciarla inselvatichire, creando abissi tra popoli e istituzioni. Sarebbe un rischio anche per loro, perché si giocherebbero il loro ruolo di antagonisti anti-sistema. Larga parte di questi movimenti sovranisti non sono contro l’Europa ma contro l’Eurocrazia, ovvero contro le oligarchie finanziarie, tecnocratiche o ideologiche che decidono i destini dell’Europa a prescindere dai popoli e dalla loro realtà concreta. Sono movimenti fondati sull’importanza decisiva del confine e sulla priorità delle popolazioni autoctone e degli stati nazionali rispetto al mondo esterno. Uscendo dal demagogico populismo antisistema, queste forze sarebbero costrette a rendere ragionevole, realista e compatibile la loro posizione: e questo si può convertire in un rafforzamento della base democratica e popolare dell’Europa al suo interno e di una maggiore incisività strategica e politica all’esterno. Anzi, queste spinte, opportunamente metabolizzate, possono alimentare un patriottismo europeo, o un patriottismo dei cerchi concentrici, che va dalla piccola patria alla nazione fino alla patria europea. Questi movimenti invocano, seppure a volte con rozzezza e demagogia, il ritorno della politica e delle passioni comunitarie, il ritorno ai popoli e alle loro sovranità, la salvaguardia della civiltà e della continuità con la storia. Non mi sembra una cosa terribile, o negativa. Dicono che queste forze rappresentino una minaccia per la democrazia e per la libertà. Ma oggi la democrazia come sovranità popolare è minacciata più da chi vuole invalidare i verdetti elettorali piuttosto che da chi vuole rispettarli. Quanto alla libertà vorrei ricordare che molti di questi partiti sovranisti sono di estrazione liberale, si presentano come partiti democratici del progresso, dell’occidente, della modernità contro le invasioni islamiche, l’africanizzazione dei popoli. Il leader della destra olandese, l’omosessuale Pim Fortuyn, aveva scritto un saggio, L’influenza islamica sulla nostra cultura, in cui sosteneva l’incompatibilità tra l’Islam e la civiltà liberale d’Occidente. Posizione alla Oriana Fallaci, per intenderci. Fortuyn non si appellava alla difesa della tradizione europea o peggio al razzismo, ma al fatto che l’islamismo mette in pericolo la modernità liberale e democratica, la tolleranza e i costumi europei. Si può concordare o no con questa tesi (a me per esempio non piace), ma si deve riconoscere che si tratta di una posizione ultramoderna, liberale, occidentalista e perfino progressista. Che trova oggi molti seguaci nel nord Europa. Tesi non dissimili affiorano in difesa di Israele, rispetto al mondo arabo che lo circonda. Insomma, smettiamola di ingabbiare la mente e sprigionare le paure; proviamo a fare il contrario. Il futuro riserva sorprese e non è detto che siano amare. E tra le sorprese, la meno probabile mi sembra il ritorno al nazismo, al razzismo, al fascismo, e archeologia varia. Esortate ogni giorno a non innalzare muri; provate anche voi a non erigere muri dentro casa, contro l’onda sovranista. MV, Il Tempo 11 settembre 2018

RAZZISTA (D)A CHI? La guerra del linguaggio rovesciato di chi ha perso potere, ragione e analisi. Cosa c’è dietro la mitopoiesi dei migranti, scrive Fulvio Grimaldi su Antidiplomatico del 03/08/2018. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Scusate la citazione d’esordio, bassamente sovranista, al limite del nazionalismo, certamente populista, con impliciti accenti di razzismo.

Parola d’ordine: daje al razzista! Va bene, mettiamo le mani avanti, prima che mi si rovesci addosso una parte dello tsunami di livore-rancore-odio-fake news con cui la componente criminale dell’attuale classe dirigente occidentale e il mercenariato dei suoi portantini politici e mediatici cretinopportunisti (in Italia tutta e tutti, escluso qualcuno che oggi sta al governo e chi l’ha votato) sta cercando di esorcizzare quanto capitatogli il 4 marzo e quanto di pur modesto (ma per loro funesto) glie ne è derivato. Per la prima volta, dalla guerra, il popolo ha populisticamente e sovranamente mandato a casa, al diavolo, la dinastia dei regnanti ladri e mafiosi. E questi hanno sbroccato e urlano. Le mani avanti sono tre: primo, questo non è il mio governo, preferisco quelli di Robespierre e della Comune di Parigi, al limite quello di Fidel prima che se ne andasse il Che; secondo, ritengo i condizionamenti della Lega sul piano economico, ambientale, delle Grandi Opere, dell’amministrazione locale in perfetta continuità con i devastatori neoliberisti destrosinistri e la cultura linguistica del suo leader una sciagura; terzo, è dal 1966 che mi occupo senza soluzione di continuità di coloro dei quali viene ululato che sono vittime del razzismo di questo governo e, alla fin fine, degli italiani che questo governo hanno votato e, toh!, continuano a sostenere in numeri crescenti. Un mio caro amico e grandissimo vignettista ha disegnato l’idea dell’Italia come viene rappresentata da quelli del “daje al razzista”. Cercherò di spiegare perché è un’idea strumentale.

Con la razza sì, quella degli oppressi. Se avere combattuto direttamente e denunciato, in mezzo mondo e più, il colonialismo e l’imperialismo, ontologicamente espressioni di razzismo, di superiorità del dominante dotato di diritto e valori sul dominato e dominando, per definizione privi di tali diritti e valori (islamico, nero, ignorante, nazionalista, zotico, retrogrado, privo di democrazia); se essere corso in guerra contro chi le guerre le faceva, armate o economiche, per spedirne immagini e storie di dolore, distruzione, infami soprusi, eroismi inenarrabili, che, nel mio piccolissimo, gettassero granelli di sabbia negli ingranaggi del bulldozer della menzogna; se stare con i palestinesi, irlandesi, cubani, venezuelani e latinoamericani tutti, arabi tutti, iracheni, libici, siriani, algerini nello specifico, e poi vietnamiti, iraniani, africani, somali, eritrei, etiopi in particolare, quelli che allora come oggi costringono a migrare; se aver mandato al diavolo i grandi amplificatori dell’informazione, o esserne stato bandito per incompatibilità di schieramento; se avere riempito di tutto questo migliaia tra articoli, libri documentari filmati, conferenze, se avere fatto dell’amore per tutti costoro e, più ancora, della passione per la verità dell’oppresso, l’unica che debba avere corso legale, morale, deontologico, e dell’odio per i necrofagi che pasteggiano con le loro vite e degli sguatteri che gli apparecchiano la tavola; se questo mi merita l’ingiuria di razzista, che sia! E se, davanti alla miserabile mitopoiesi che gli eredi Ong della Compagnia delle Indie, del “fardello dell’uomo bianco”, civilizzatore di selvaggi a forza di genocidi, oggi tramutato in “valori europei” della solidarietà e dell’accoglienza, fanno del migrante in quanto tale, sempre e comunque “profugo” o “rifugiato”, sempre vittima, sempre buono e giusto e meritevole, esternando riserve e distinguo, si è razzisti, che sia! Per non essere razzisti, ai tempi di epifanie dell’élite morale, intellettuale, umana tout court, modernamente e metticciamente mondialista, come Laura – ghigliottina - Boldrini (mi riferisco al suo modo imparziale di presiedere la Camera, ricordate?), paginone profumato alla violetta sul “manifesto”, o Nicola Fratoianni, ora sinistro mozzo sull’ammiraglia del filantropo terminator George Soros, Open Arms, paginone salivato sul “manifesto”, o Emma Bonino, facilitatrice di tutte le guerre Usa e Nato e nella foto avvinghiata al premio Nobel del crimine finanz-razzista, onde per cui finanziatore di tutti i complotti Ong e di regime change (paginone all’incenso sul “manifesto”, o le edicole e gli schermi unificati che latrano “razzisti”, bisogna fare poche cose. Dire quel che serve e tacere quel che non serve.

L’informazione è miliardaria, ma anti-razzista. E’ la regola del buon giornalismo all’epoca dei suoi standard aurei. Quelli in mano a Jeff Bezos (Amazon: Washington Post), Comunità ebraica e Carlos Slim, uomo più ricco del mondo (Petrolio e telecomunicazioni: New York Times), Comunità Ebraica e De Benedetti (CIR, Sanità, Energia, Compagnie financière Edmond de Rothschild banque: Stampa, Repubblica, L’Espresso, ecc.). Un’equazione potere-politica-media che vale per gran parte di quella che viene definita “comunità internazionale” (coincide più o meno con l’estensione NATO, circa il 17% dell’umanità). Un’equazione i cui termini numerici sono quelle 8 entità che posseggono quanto 3,5 miliardi di esseri umani, quei 16,5 milioni di milionari che dispongono di 63,5 trilioni di dollari, quei ricchi che nel 2017 si sono arricchiti di 1 trilione, un incremento del 23%, quattro volte quello dell’anno precedente. Più o meno, nel piccolo mondo italico, la sorte del nostro 1% che possiede il 45% della ricchezza nazionale e del nostro 10% che ne possiede l’80%. Tra costoro anche il testè inserito tra le glorie marmoree sul Pincio Marchionne, davanti al quale l’operaio si cava il cappello ringraziandolo per avergli portato via quasi tutto per sistemarlo al sicuro in Svizzera, Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questa sì, che è visione globale, scalzacani di Pomigliano! Chi oserebbe mettere in dubbio la rappresentazione del mondo che emana dai media residenti in tali campi elisi? Un’equazione dalla quale riceviamo la nostra conoscenza di quanto accade intorno a noi: l’Italia è un paese in mano a un regime cripto-fascista, razzista, xenofobo e – non me lo dire! - sovranista fino al midollo, che è riuscito, a forza di seminare paura dell’estraneo o diverso (migrante, donna, rom, LGBTQI e chi ne fa più ne metta) a pervertire quello che fino a ieri era il sano, saggio e lavoratore popolo che votava DC, PCI, Ulivo, DS, PD, LeU, FI, senza mai esprimere hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia per Marchionne, Renzi e Orfini, senza mai insultare in rete, senza mai dare retta alle fake news.

Josepha dagli occhi sbarrati. E Josepha dagli occhi sbarrati, secondo i sorosiani di Open Arms rubata alle onde tra le quali l’avrebbero lasciati i libici (che non si vede perché debbano essere meno credibili di gente che si fa pagare da Soros e campa di Josephe, tanto più se accreditati da una giornalista tedesca); e il bambino curdo sulla spiaggia del Bosforo che scatenò la rotta balcanica e poi i 6 miliardi di euro a Erdogan per interromperla e che venne scoperto giustapposto sul bagnasciuga da chi lavorava a quegli esiti; e quell’altro ragazzino di Aleppo (foto), tirato fuori dai calcinacci e messo in ambulanza con la faccia imbrattata di polvere e sangue e che video non ortodossi scoprirono sceneggiata dei famosi elmetti bianchi (ora messi al sicuro dai padrini Nato che li pagavano per lavorare fianco a fianco con i terroristi Isis e ricoverati in Israele, nientemeno, e in Germania); e quello speronamento di salvanaufraghi tedesca Seawatch, che altro video non ortodosso rivelò essere stato manovra intimidatoria Ong nei confronti di motovedetta libica; e quella ripresa in campo stretto di Jugend Rettet (ora sequestrata e sotto processo) che vede salvatori raccogliere gente da un gommone, seguita da ripresa in campo largo di infiltrato sulla nave, che mostra il coordinamento tra scafisti e Ong, la restituzione di gommone e motore, i saluti cordiali… Di tutto questo e similaria avete saputo la seconda parte, la smentita del trucco, solo dai famigerati social delle fake news. Quelle contro cui la Boldrini, “manifesto” e “repubblica” in borsa, è andata ad ammonire i ragazzi dei licei. Equazione, dunque, dalla quale riceviamo la sconoscenza di particolari secondari, effettucci collaterali trascurabili. La pesista nera di Torino, “vittima di razzismo”, era solo uno dei 6 bersagli dei dementi lanciatori di uova e tutti gli altri erano bianchi. Il migrante morto (di auto o di pugno, non è chiaro) ad Aprilia aveva una cassetta piena di attrezzi per furti con scasso; nel periodo degli otto scellerati episodi di aggressione razzista (uova, pallini, “sporco negro”, eccetera), settimana di fuoco contro i migranti, le questure ci informano che sono state arrestate per reati vari 100 migranti e 400 ne sono stati denunciati. Informazione indubbiamente intrisa di razzismo. Da cestinare. Come lo sono i dati del Viminale pre-Salvini per i reati di violenza e contro la proprietà commessi dall’8,3% di popolazione straniera. A questa spetta il 55% dei furti con destrezza, il 51,7% dello sfruttamento della prostituzione (mafia nigeriana, ormai classificata la quarta mafia in Italia), il 45,7% delle estorsioni, il 45% dei furti in abitazione, il 41, 3% di ricettazioni, il 20,3% degli omicidi volontari, il 37,5% delle violenze sessuali. Sto criminalizzando i rifugiati, direbbero gli anti-razzisti. No elenco dati compilati dal governo degli anti-razzisti e aggiungo che un tasso così elevato di comportamenti devianti è la naturale conseguenza di chi pesta nel mortaio pietas e accoglienza universale e non fa altro, a forza di migranti schiavi o mendicanti, che allestire l’irrinunciabile, per il capitalismo, esercito industriale di riserva. Questi che da noi, gettati a morire nei campi o da Amazon o agli angoli col cappello in mano, a casa erano contadini, pescatori, artigiani, maestri, infermieri, impiegati, disoccupati. Gli avevano prospettato l’Arcadia, si sono imbattuti nel bulldozer dello sfruttamento più spietato. A delinquere qui li hanno costretti loro, gli accoglitori. Lasciate che il fiore bocconiano Tito Boeri farnetichi di migranti che pagheranno le nostre pensioni. Prima dovrebbero poter guadagnare e non in nero, poi dovrebbero esserci anche coloro che gliele pagheranno a loro, le pensioni. Con l’Italia che perde (caccia) quasi 300mila giovani (20% laureati) all’anno, con il Sud umanamente ancora la parte più salda di noi, da cui in 16 anni sono emigrati (cacciati) due milioni, la vedo dura. Questo del dico e non dico è dunque il giornalismo di un establishment potere-politica-media che per il momento si è privato del termine intermedio, la politica, e ne ha sostituito i contenuti - fatti, ragionamento, confronto, analisi - con le parole. Parole d’assalto lanciate con perfetti – e sospetti - sincronismo e sintonia da tutti gli sconfitti, dall’estrema e finta sinistra all’estrema e vera destra: dal “manifesto” a tutti gli altri. Persa la partita della politica e finiti nel buco nero della ripulsa popolare per la situazione sociale e culturale catastrofica, questa sì fonte di paura e insicurezza, in cui hanno precipitato la nazione, cercano, come dice bene Carlo Galli, della Sapienza di Roma, di imporre un terreno di gioco nel quale l’aggressività lessicale dovrebbe sostituire analisi e confronti e porre l’avversario vincente dalla parte del torto a forza di una superiorità morale fondata sui valori di bontà, accoglienza, tolleranza. Detti “valori europei” o, addirittura “occidentali” (con rumorosa esclusione di ogni Sud ed Est, in particolare di quel Putin che voleva imporre alla Rai il suo burattino Foa. Ma di questo la prossima volta.

“Il manifesto” agonizza, e neanche gli altri stanno tanto bene: colpa dei razzisti. Se dunque “il manifesto” agonizza alla mercè degli inserzionisti e grazie al milione e mezzo di generosità pubblica, non è mica perché al lettore che si ritiene altro rispetto a neoliberismo e imperialismo rifila un Marco Revelli, prestigioso corsivista, ultimo giapponese della grottesca Lista per un’altra Europa con Tsipras, che esalta la “resistenza vincente di Tsipras” all’indomani dell’ennesimo taglio delle pensioni, dell’ennesima svendita delle infrastrutture e, per fare felice la Nato, della cacciata di diplomatici russi e della prostituzione della Grecia a Netaniahu. Non è mica perché dal Nicaragua a Libia, Pakistan, Siria, Zimbabwe, Messico, Russia, Sahel ripropone, verniciate di rosso, le nefandezze false, bugiardi e necrofaghe della vulgata imperiale. Macchè, è perché quella comunità di “deplorables” (copyright di Hillary per gli elettori di Trump), quella società da rieducare, è stata fuorviata, pervertita, corrotta, da populisti, nazionalisti, sovranisti, razzisti e xenofobi. Il campo da gioco non è quello di chi utilizza al meglio il rettangolo e chi ci si muove sopra, ma quello che spara più populisti, razzisti, sovranisti. Ed è chiaro che a tirare in porta parole, specie se vuote di significato ma appesantite da odio, rancore, invidia, non si fa goal neanche in cent’anni. La tecnica del rovesciamento del linguaggio, di attribuire il cancro all’altro, non ferma la tua metastasi. Tutta questa gente si divincola nel risentimento, nell’odio, nel rancore, nell’invidia e, freudianamente, ne fa portatori gli altri, riuscendo solo ad evidenziare l’assenza di argomenti e il ridicolo tra coloro che, col voto, con una vera e propria sollevazione come non se n’erano più viste dagli anni ’70, ne hanno decretato la fine. Il povero Marco Revelli si abbarbica al detrito galleggiante di un fedifrago come Tsipras, quinta colonna del nemico quanto il giornale su cui imbarca naufraghi da accogliere senza se e senza ma e senza mai andare a vedere cosa c’era prima del gommone.

Colonialismo = razzismo, quello di ieri, quello di oggi. Perché qui casca l’asino. I valori europei di cui costoro cianciano stanno nella ripetizione di una storia colonialista di cui l’Europa e poi l’emisfero nord-occidentale si sono responsabili nel corso di mezzo migliaio di anni. Un valore essenziale per l’accumulazione primitiva è stata la tratta degli schiavi. Lo è tornato ad essere per l’accumulazione post-crisi e la riorganizzazione demografica ai fini globalistici. Se ne rivedono i missionari, apripista, oggi come allora innescatori di turbamenti e alienazioni scaturiti da una supponenza religioso-elitaria di dimensioni cosmiche, se ne vedono i benefattori e samaritani che portano istruzione e sanità di diretta derivazione cattocapitalista e di cospicua ricaduta per gli operatori. Ieri si andava, si occupava, si prelevava, per le Americhe anche vite umane. Oggi si mettono in piedi, militarmente o a forza di benefits, clan dirigenti i cui paesi non vedranno più coloni, ma ospiteranno manager. Rimane e viene potenziata, grazie a un apparato articolato in filiera organizzatissima, l’estrazione di merce umana. Spostamenti di popolazioni con la promessa, regolarmente delusa, di una vita migliore al Nord di quella, malridotta dai predatori e desertificatori transnazionali, al Sud. E la “via della seta” della mondializzazione. Il mezzo è sempre più lampante: sradicamento, trasferimento, impoverimento di chi arriva e chi accoglie, distruzione di identità, sovranità, popolo. Il daje al razzista serve a questo. Essendo il colonialismo per sua natura, premesse e fini necessariamente razzista. Ecco che un minimo di ermeneutica ci consente di riconoscere negli accoglitori pietosi il ceppo centrale della xenofobia e del razzismo postmoderno. Mi sentite Boldrini, Zoro, Revelli, il Blob degenerato in sciropposo buonismo del TG3, Beppe Giulietti, Camusso, Erri De Luca, Bergoglio e Parolin (suo segretario di Stato ospite acclamato al Bilderberg 2018), ossa di seppia piaggiate del PD e via sinistrando? E tutta gente da maglietta rossa. Li avete visti tutti, in massa, magliette rosse e petto in fuori a manifestare e a gridare contro il razzismo delle guerre imperialiste, con concorso italiano, ai 3 milioni di iracheni massacrati nelle guerre di Bush, Clinton, Bush; alla Libia felice e prospera frantumata e consegnata al caos, ai 300mila siriani uccisi e ai 6 milioni sradicati dalla guerra nostra e dei nostri terroristi jihadisti; allo Yemen, non solo raso al suolo dalle bombe, ma destinato al genocidio dal blocco totale dei rifornimenti; all’Afghanistan, nel quale collaboriamo a una guerra coloniale con sterminio di civili che dura da 17 anni ed è fondata sulla balla che Osama bin Laden ha buttato giù le Torri; all’orrore delle devastazioni in Africa, dove briganti inventati dai colonialisti e loro truppe di occupazione assistono le multinazionali nelle rapine delle risorse e nella distruzione degli habitati di tutti i viventi. E certamente avete visto queste benemerite magliette impegnate in altre cause, anche domestiche, come la lotta alla falcidie dei diritti dei lavoratori da Job Act, la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità con lo Sblocca Italia, la rivolta contro la privatizzazione della scuola, fatta azienda monocratica al servizio degli sfruttatori, contro l’avvelenamento e depauperamento dei nostri mari e terre con piattaforme e trivelle dell’idrocarburo ammazza-pianeta, la vaiolizzazione del nostro territorio con ben 90 basi di guerra e di morte Usa e Nato…..Come non li avete visti? Eravate distratti….

Maria Giovanna Maglie per Dagospia dell11 settembre 2018. Provate a immaginare procedure speciali aperte contro l'Italia, ispettori che vengono a mettere il naso in campi rom e centri di accoglienza, con il loro manuale politically correct che tutti condanna e indica come colpevoli di poca solidarietà, ma che assolve sempre loro, gli ispettori del Grande Fratello, quelli che “ce lo dice l'ONU”, che fa a gara con “ce lo dice l'Europa”. A loro invece dice che sono impuniti comunque, le violenze sui bambini, gli stupri delle donne, la testa girata da un'altra parte quando ci sono le stragi, l'inutilità di grandi missioni internazionali, l'insipienza dimostrata per anni in Libia, le abitudini e vizi da satrapi, non costituiscono responsabilità alcuna. Provate a immaginare una nazione democratica messa sotto accusa da esponenti e amici di dittatori, affamatori, corrotti. Non è arrivata l'ora di dire basta, non bisogna cogliere l'occasione offerta dalla gentile signora Michelle Bachelet per sbattere la porta e dire tanti saluti e fuori dalle palle i vostri ispettori? Gentile Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, a meno di un mio errore, non ha finora ritenuto di dire una parola sulla gravissima vicenda degli ispettori del Consiglio per i Diritti Umani Onu, e non vorremmo che imparasse troppo dai silenzi del presidente Mattarella; gentile ministro Matteo Salvini, che è il vero obiettivo dell'attacco di Ginevra, e che ha risposto duramente, ma non basta minacciare ritorsioni economiche; gentile ministro Enzo Moavero, che rappresenta l'Italia all'estero, e che ha con un qualche ritardo emesso un comunicato che mi azzardo a definire di flebile difesa della nostra democrazia e della pazienza degli italiani nell'accoglienza; signori rappresentanti del governo, dal cosiddetto Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che è fin dalla sua creazione, per la sua composizione, per le scelte attuate, per l'antisemitismo dominante, per lo strapotere di dittature musulmane, l'ultimo scherzo del carrozzone illiberale delle Nazioni unite, è doveroso, dopo un'offesa così grave al popolo e alle istituzioni italiane, ritirarsi. E certamente una decisione impegnativa, ma è anche una decisione dovuta agli italiani dal governo del cambiamento nel quale, così ci dicono rilevazioni e sondaggi, ripongono grande fiducia nonostante attacchi nazionali e internazionali furibondi e scomposti. L'imminente Assemblea Generale annuale delle Nazioni Unite a New York è l'occasione giusta per un annuncio del genere. Basta fare come hanno fatto gli Stati Uniti due mesi fa con la loro ambasciatrice Nikki Haley. "Prendiamo questa decisione perché il nostro impegno non ci permette di continuare a far parte di un'organizzazione ipocrita e asservita ai propri interessi che ha fatto dei diritti umani una barzelletta. Gli Stati Uniti si ritirano da questa fogna di pregiudizio politico”. Semplice, efficace, definitivo. Apprendiamo invece del sito della Farnesina che l'Italia in quel Consiglio ci vuole entrare, e con orgoglio. Cito. “Nell’autunno 2018 si svolgeranno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite le elezioni per il rinnovo parziale del Consiglio Diritti Umani (CDU) per il triennio 2019-2021. L’Italia ha presentato la propria candidatura perché conduce da sempre un’azione convinta di tutela e promozione dei diritti umani. Il Consiglio Diritti Umani (CDU) è il consesso elettivo più prestigioso e importante delle Nazioni Unite dopo il Consiglio di Sicurezza. Istituito nel 2006, il CDU prosegue il lavoro della Commissione Diritti Umani, che dal 1946 aveva assicurato massima risonanza internazionale all’esigenza del rispetto dei diritti umani nel mondo. Il CDU è composto da 47 Stati membri eletti per un mandato triennale dall’Assemblea Generale, con seggi ripartiti secondo il principio dell’equa distribuzione geografica. Il Consiglio si riunisce in sessione ordinaria tre volte all’anno (marzo, giugno e settembre) e in sessione speciale su richiesta di 1/3 dei suoi membri. L’Italia, che è già stata membro del Consiglio Diritti Umani nei mandati 2007-2010 e 2011-2014, ha presentato ufficialmente i propri impegni e priorità in vista della auspicata elezione al CDU, e attualmente segue con assiduità e partecipa ai lavori come Paese osservatore. Tra i temi per noi prioritari figurano: la lotta contro ogni forma di discriminazione, i diritti delle donne e dei bambini, la moratoria universale della pena di morte, la libertà di religione o credo e la protezione delle minoranze religiose, la lotta contro la tratta di esseri umani, i diritti delle persone con disabilità, la protezione del patrimonio culturale e religioso, i difensori dei diritti umani. Si tratta di una richiesta avanzata nel marzo scorso, hai elezioni politiche italiane già avvenute, ma ancora con il precedente ministro degli Esteri e il precedente governo. Dunque, c'è tutto il tempo è l'occasione per tirarsi indietro e magari per chiedere che vengano dimenticate espressioni come “consesso più prestigioso” o “equa distribuzione geografica”, Anche perché se già ci siamo stati per due volte, e osserviamo in modo attento e assiduo, non dovrebbero esserci rimaste residue speranze su che cosa sia il consiglio per i Diritti Umani dell'Onu. Istituito con grande pompa nel 2006, in luogo della precedente commissione, nei primi dieci anni di attività il Consiglio ha condannato 68 volte Israele, 20 volte la Siria, 9 volte la Corea del Nord, 6 volte l’Iran e mai Venezuela, Arabia Saudita o Cina. Veniamo all'equa distribuzione geografica ricordata dalla Farnesina, perché il Consiglio prevede 47 membri eletti dall’Assemblea generale, con una maggioranza di seggi (13+13) all’Africa e all’Asia, 8 al Sud America e ai Caraibi, 6 all’Est europeo, 7 seggi in tutto per la Ue e il resto dell’Occidente. Quando misero in piedi questa meraviglia di arbitrio, la presidenza Bush disse grazie no, e restò fuori, poi arrivò Barack Obama e si affrettò ad aderire. Seguirono scelte eclatanti. Nel 2014 sono stati eletti tra i membri del Consiglio Cina e Arabia Saudita, noti campioni di diritti umani. Non basta, nel 2015 l’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è stato eletto a capo del Consiglio per l’anno 2016. Ora, qui nessuno è caduto con l'ultima pioggia e si sa che l'economia e il petrolio contano. Ma di qui a mettere a vigilare sui diritti umani nel mondo un Paese che ha il quarto record mondiale di esecuzioni capitali, molte per decapitazione, ma resta tempo per crocifiggere alcuni condannati, che non garantisce il diritto di stampa, espressione, libertà religiosa, che tratta come schiavi gli stranieri entrati per lavoro, che nega i diritti delle donne, tenute in tutela e segregazione tutta la vita, che mette fuorilegge e riserva pene durissime agli omosessuali, un paese che non ha mai firmato la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, ecco, dovrebbe intervenire un minimo di pudore. Invece no. Invece no, perché alle Nazioni Unite noi paghiamo, gli altri comandano. Un solo esempio. Nel 2016 l'Arabia Saudita era stata condannata per i bombardamenti in Yemen che avevano ucciso centinaia di bambini. Una sorta di Blacklist dalla quale però l'allora segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, fu convinto a recedere perché a lui e alla dirigenza arriverà una serie di minacce pesanti e di ricatti da parte non solo dei sauditi ma di tutti i Paesi dell’Organizzazione della cooperazione islamica. Se la distribuzione geografica non è equa figuratevi quella economica. Fare i conti veri dei costi dell’Onu e delle sue agenzie è praticamente impossibile. Diciamo circa 6 miliardi di dollari di bilancio ordinario si raddoppiano e arrivano a 12 con le agenzie tra cui anche il Consiglio per i Diritti Umani con sontuosa sede a Ginevra. L'Italia è tra i primi 10 finanziatori, 95 milioni di dollari nel 2017, ma ci dovete aggiungere 4 milioni di dollari per i tribunali internazionali e circa 30 milioni di dollari solo nel primo semestre 2017 per le missioni di peacekeeping. Poi ci sono le missioni direttamente finanziate come quella al confine tra Libano e Israele. UN Watch ed altri organismi internazionali di controllo producono regolarmente materiale su uno stato delle cose incredibilmente illegale e corrotto. Altro che la casta italiana! Le denunce cadono regolarmente nel vuoto perché i Paesi finanziatori non intervengono, Donald Trump è stato il primo a cominciare a passare dalle parole ai fatti. Di Michelle Bachelet, già presidente del Cile, da un mese alto commissario per i Diritti Umani, Un Watch ricorda che quando morì Fidel Castro lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina», poi andò in visita da Raul Castro. Ma si rifiuta di incontrare qualunque esponente dell'opposizione cubana. Quando morì Chávez lo ricordò come un «grande amico», col merito di “aver sradicato la povertà, generato una vita migliore per tutti, e per il suo profondo amore per l'America Latina”. Naturalmente è una grande amica del brasiliano Lula, e anche ora che Maduro ha condotto il Venezuela alla fame, ha dichiarato che è solo colpa della mancanza di dialogo”.  Ora inaugura la sua attività di Commissario annunciando: "Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom”. A una così si risponde sbattendo la porta, non bussando per entrare.

Migranti, l’Ue a Roma: «Stop minacce». Di Maio: «Vi tagliamo i fondi». La Commissione europea risponde a muso duro a Luigi Di Maio, che fino a ieri mattina continuava a recapitare avvertimenti a Bruxelles, scrive Rocco Vazzana il 25 Agosto 2018, su "Il Dubbio". «Le minacce non sono d’aiuto e non porteranno a avvicinarsi a una soluzione». La Commissione europea risponde a muso duro a Luigi Di Maio, che fino a ieri mattina continuava a recapitare avvertimenti a Bruxelles, e l’incontro degli sherpa finisce con un nulla di fatto. «Ne trarremo le conseguenze», replica a sua volta il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, noncurante evidentemente dei segnali provenienti dall’Ue. Ma è soprattutto il ministro del Lavoro a ribadire la maniere forti: «Noi siamo pronti a tagliare i fondi che diamo all’Unione Europea», scrive in serata su Facebook il leader grillino. «Hanno deciso di fregarsene dei principi di solidarietà e di responsabilità nonostante nell’ultimo consiglio europeo avessero assicurato che chi sbarcava in Italia sbarcava in Europa», spiega, prima di consegnare la “dichiarazione di guerra”: «Non chiederemo un centesimo di più. Lo dico da capo politico del Movimento 5 Stelle, visto che la Ue non rispetta i patti e non adempie ai suoi doveri, noi come forza politica non siamo più disposti a dargli i 20 miliardi all’anno che pretendono». Per Di Maio l’Italia «deve prendersi in maniera unilaterale una riparazione. Non abbiamo più intenzione di farci mettere i piedi in testa», prosegue, recriminando per la vittoria elettorale mutilata: «Il Movimento 5 Stelle si è presentato agli italiani con una missione ben precisa e non abbiamo alcuna intenzione di fare passi indietro». E pensare che poche ore prima, Alexander Winterstein, portavoce della Commissione, aveva spiegato al governo che «il solo modo per risolvere le cose in Europa è lavorare insieme in modo costruttiva e di buona volontà». I 20 miliardi versati dall’Italia, inoltre, non sono una gentile concessione, sono previsti da «un chiaro obbligo legale che gli Stati membri hanno sempre rispettato». Solo il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, dal meeting di Rimini prova a smorzare i toni: «Pagare i contributi all’Unione europea è un dovere legale dei membri. Ci confronteremo su questo e altre questioni». Ma le minacce di Di Maio hanno già prodotto i loro risultati: il vertice Ue si conclude nel nulla e persino il silente Giuseppe Conte è costretto a intervenire: «Da parte di alcuni Stati è stato proposto un passo indietro, suggerendo una sorta di regolamento di Dublino “mascherato”», scrive su Facebook il primo ministro con piglio indignato, poco prima di utilizzare il registro già adottato, senza successo, dal ministro Di Maio: la minaccia. «Se questi sono i “fatti” vorrà dire che l’Italia ne trarrà le conseguenze e, d’ora in poi, si farà carico di eliminare questa discrasia perseguendo un quadro coerente e determinato d’azione per tutte le questioni che sarà chiamata ad affrontare in Europa». La reazione del Viminale è in linea con quella di Conte: «Dalla Diciotti non sbarca nessuno», fanno sapere, convinti che l’esito dell’incontro a Bruxelles sia «l’ennesima dimostrazione che l’Europa non esiste». In patria però le cose non vanno meglio per il governo. Si allarga infatti il fronte di quanti ritengono intollerabile e disumano il trattamento riservato da Salvini ai 150 migranti imprigionati sulla nave della Guardia costiera. Ad attaccare duramente il leader della Lega non è solo la sinistra. L’azzurro Gianfranco Micciché, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, non usa mezzi termini per definire le politiche del vicepremier leghista: «Dici di non temere l’intervento del presidente della Repubblica, quello del primo ministro, o quello di un procuratore. Io non ti auguro un’indagine per sequestro di persona. Ti auguro di riuscire a provare vergogna», scrive su Facebook, rivolgendosi direttamente a Salvini. «Non so come tu riesca a dormire al pensiero di quanta sofferenza si stia procurando nel tuo nome. E per cosa poi, per prendere 100 voti in più? Salvini, fattene una ragione, non sei razzista: sei solo stronzo». In serata, Micciché, dopo essere stato a bordo della Diciotti, si rivolge ancora al ministro dell’Interno: «Se ti chiedo scusa, anche se ti ho detto stro…, fai scendere le undici povere donne?». Quello del presidente dell’Ars siciliana, però, non è un gesto isolato. È tutta Forza Italia a prendere le distanze dall’alleato di un tempo. «Fumata nera sulla Diciotti alla riunione tecnica a Bruxelles. Le richieste dell’Italia non sono state accolte e il nostro Paese è più isolato che mai», dice la capogruppo azzurra alla Camera, Mariastella Gelmini. «Salvini ha fatto bene ad alzare la voce, ma mostrare i muscoli doveva servire a raggiungere accordi per noi vantaggiosi con i Paesi Ue. E invece niente, con gli amici di Visegrad del governo gialloverde che per primi ci hanno chiuso le porte in faccia». Salvini e Di Maio non sembrano impressionati da emergenze umanitarie e rischi di isolamento internazionale. L’asse sovranista per ora regge.

La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghi tu: e ci costa mille euro al giorno. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista, scrive Mauro Munafò il 23 agosto 2018 su "L'Espresso". I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan: la comunicazione di Matteo Salvini non è diventata più istituzionale da quando è seduto nella poltrona di ministro dell'Interno. Ma qualcosa in realtà è cambiato: ora la propaganda sulle sue pagine Facebook personali non la paga più lui, ma direttamente il suo dicastero. E quindi tutti gli italiani. Nulla di illecito o illegale sia chiaro. Si tratta dei contratti di collaborazione che ogni ministro, una volta insediatosi, utilizza per formare la sua squadra. Dai documenti del ministero dell'Interno si scopre così che già il primo di giugno, primo giorno con il governo Conte insediato, Salvini ha firmato il decreto ministeriale per assumere i suoi fedelissimi strateghi social, con stipendi di tutto rispetto. Primi a passare a libro paga del Viminale sono stati Morisi e Paganella, i fondatori della “Sistema Intranet” che da anni gestisce le pagine social di Matteo Salvini e tra i principali artefici del successo digitale del leghista. Per Luca Morisi, assunto nel ruolo di “consigliere strategico della comunicazione”, lo stipendio è di 65mila euro lordi l'anno. Meglio ancora va al suo socio Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini, che percepirà invece 86mila euro l'anno fino alla durata del governo. Non finisce qui. Passano due settimane e la squadra di Salvini si allarga: il 13 giugno vengono assunti direttamente dal Viminale anche altri quattro membri del team social già al lavoro per la propaganda social salviniana. Passano a libro paga del governo anche Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, tutti con lo stesso stipendio: 41mila euro lordi, circa 2mila euro netti al mese. Stessa cifra e carica, “collaborazione con l'ufficio stampa”, anche per Leonardo Foa, il figlio del candidato alla presidenza Rai del governo gialloverde Marcello Foa che già l'Espresso aveva raccontato essere al servizio del segretario della Lega. Il conto totale dello staff di Salvini passato a libro paga delle casse statali è presto fatto: 314mila euro l'anno per lo staff social, a cui vanno aggiunti i 90mila euro l'anno garantiti al capo ufficio stampa Matteo Pandini, ex giornalista di Libero e autore di una biografia di Salvini, assunto il primo luglio scorso. Insomma, più o meno mille euro al giorno pagati da tutti per ricevere tweet, dirette Facebook e selfie da campagna elettorale permanente. Un dettaglio interessante che emerge dagli stipendi del team social è quello della generosità di Matteo Salvini: generosità con i soldi pubblici però. In una dichiarazione del maggio scorso Luca Morisi , rispondendo agli articoli della stampa, aveva affermato che la Lega aveva stipulato con la sua “Sistemi Intranet” un contratto da 170mila euro annuali per i vari servizi di comunicazione che richiedevano il lavoro di 4 persone: fatta la divisione, significa 42mila euro a persona. A un solo anno di distanza, e una volta conquistata la poltrona di ministro, Salvini ha deciso di dare a tutti un aumento: il team social, come abbiamo scritto, si compone ora di sei persone per un totale di 314mila euro annui. In media sono 52mila euro a testa, 10mila in più rispetto a quando gli assegni li firmava via Bellerio. La pacchia è iniziata.

IL GIUSTIZIALISMO CHE VERRÀ, scrive Giuseppe Sambataro il 14 giugno 2018 su The Vision. Il governo Lega-5Stelle è finalmente realtà, e con esso quel brivido lungo la schiena ogni volta che viene nominato il Ministro dell’Interno Matteo Salvini. A poche ore dalla conferma dell’esecutivo, il leader leghista ha promesso che renderà lo slogan “A casa loro” una delle sue priorità. “Sogno un Paese con qualche tassa in meno e molta sicurezza in più,” ha aggiunto il neo-ministro, “basta sconti di pena per assassini, pedofili e stupratori. Uno che mette le mani addosso a un bambino o a una donna non deve più uscire di galera.” In questo intervento vengono ribadite, se mai ce ne fosse bisogno, le intenzioni del nuovo governo in tema di sicurezza e giustizia, già messe nero su bianco nell’ormai iconico “Contratto per il Governo del Cambiamento”. Una frase in particolare, nelle cinque pagine del capitolo dedicato alla giustizia, sembra riassumere al meglio la visione grilloleghista: “È opportuno ridurre sensibilmente ogni eventuale margine di impunità per i colpevoli di reati particolarmente odiosi.” Tra le modifiche proposte, da una parte pene più alte, più carcere (anche per i minori), tempi di prescrizione più lunghi e più legittima difesa; dall’altra, meno depenalizzazioni, meno garanzie per gli indagati, meno possibilità di accedere ai riti alternativi e di scontare parte della pena fuori dalle mura carcerarie. In generale si registra una netta inversione rispetto alla riforma penitenziaria quasi approvata al termine della scorsa legislatura, che cercava di ridurre al minimo la risposta punitiva in favore di misure di reinserimento sociale più in linea con il dettato costituzionale. Non si è fatta attendere la reazione degli avvocati penalisti, che hanno definito la proposta, in ordine di bontà, una risposta “puramente demagogica”, l’espressione di una “cultura contraria alla visione liberal-democratica che ispira i moderni ordinamenti” e una “supercazzola forcaiola”. Marco Travaglio – tifoso grillino della prima ora nonché uno dei più grandi equivoci degli elettori di sinistra durante il ventennio berlusconiano – ha accolto con entusiasmo il contratto giallo-verde, che “non ha paura di parlare di più carcere e più carceri, meno prescrizioni, pene più severe e più certe […] meno garanzie per chi commette i reati e più garanzie per chi li denuncia e li subisce. I puristi […] del sesso degli angeli e del giudiziariamente corretto storcono il naso con argomenti triti e ritriti […] Dei loro slogan i cittadini si infischiano: se vedranno qualche delinquente a spasso in meno, qualche irregolare espulso in più […] saranno felici e grati al governo (e noi con loro).” Considerato il peso che i due partiti firmatari hanno sempre dato a questi temi, e visti i risultati delle scorse elezioni, sembra purtroppo che Travaglio abbia ragione. L’idea di giustizia che emerge dal “Contratto” è infatti un ibrido dei leitmotiven delle due forze politiche, che sul tema sembrano essere riuscite particolarmente bene a trasformare in programma di governo il consenso populista di cui hanno sempre goduto. C’è innanzitutto l’idea di sicurezza della nuova Lega salviniana, costruita attorno ai concetti di ordine pubblico e di difesa dal nemico, poco cambia se è un immigrato che scavalca il confine o un ladro che scavalca il muretto di casa. Chi sbaglia paga, meglio se finisce in carcere e meglio ancora se ci rimane. A tutto questo si aggiunge il dogma grillino dell’onestà, alla luce del quale il disonesto è un criminale da mettere alla gogna con rabbia tangentopolesca. Non è un caso che Danilo Toninelli, concentratissimo capogruppo dei cinquestelle al Senato e ora ministro delle Infrastrutture, abbia promesso di rendere l’Italia uno “Stato etico”. Voluto o meno, il riferimento al modello teorico dei regimi totalitari, in cui ciò che è immorale è anche illegale, non fa ben sperare. Il fascino di questo mix di securitarismo e giustizialismo si spiega in buona parte con il bisogno degli elettori – banale ma quantomai diffuso in questo periodo di forte instabilità – di essere rassicurati. Impoveriti, incazzati, quotidianamente bombardati dalla retorica dell’invasione e da quella della casta, i cittadini proiettano le loro incertezze economiche su un sentimento di insicurezza sociale e rabbia indiscriminata contro il Palazzo, sfogando le loro frustrazioni nella richiesta di forche e manette. I dati però fanno emergere un’altra realtà. Dal 2014 a oggi si assiste infatti a un calo costante di reati, con percentuali impressionanti per quanto riguarda i crimini che più colpiscono l’opinione pubblica: -25,3 % di omicidi, -20,4% di furti e -23,4% di rapine. Aumenta la sicurezza oggettiva, ma evidentemente non quella percepita. Come risulta da un sondaggio realizzato prima delle scorse elezioni, il 70% degli italiani dice di sentirsi insicuro. Candidandosi alla guida del paese, Lega e M5S hanno preferito seguire gli umori dei cittadini piuttosto che prendere atto della realtà. È emblematico in questo senso il paragrafo del “Contratto” sulla legittima difesa: nonostante le aggressioni alla proprietà privata diminuiscano, alcuni casi assumono rilievo mediatico a livello nazionale, tanto basta per incentivare i cittadini ad armarsi. Già oggi la difesa da un’aggressione ingiusta è considerata legale quando necessaria e proporzionale. Presumere che lo sia sempre equivale però a dare licenza di uccidere al minimo sentore di pericolo. La parte sul carcere poi sembra il copia-incolla dei commenti incattiviti sotto le notizie di cronaca nera su Facebook. Anche in questo caso vengono ignorate, più o meno consapevolmente, alcune acquisizioni scientifiche ben consolidate. E non solo perché allargare l’utilizzo della pena detentiva contrasta con il principio penale per cui la si dovrebbe invece limitare il più possibile, ma sopratutto perché, numeri alla mano, il carcere è inutile. Lo dimostrano i tassi di recidiva: il 68% di chi sconta la pena dietro le sbarre torna infatti a delinquere. Non servono grandi studi per capire perché. Tra le mura di un istituto di pena ci sono buone probabilità di entrare in contatto con subculture criminali da cui sarà quasi impossibile emanciparsi una volta fuori. Il sovraffollamento patologico e le precarie condizioni delle infrastrutture — problematiche già più volte condannate anche a livello europeo — non fanno che aggravare la situazione. È proprio alla luce di queste considerazioni che la legge sull’ordinamento penitenziario del 1975 ha introdotto le cosiddette misure alternative, che consentono al condannato di scontare tutta o parte della pena fuori dal carcere attenendosi agli obblighi stabiliti dal giudice. La percentuale di recidiva, per chi ne beneficia, si ferma circa al 19%. In spregio a queste evidenze empiriche, nell’architettura grilloleghista il carcere è una colonna portante, un edificio con molte entrate ma con le uscite sbarrate. In generale, la tesi per cui se si aumentano le pene diminuiscono i reati non regge, come dimostra quanto accaduto con il reato di omicidio stradale. Introdotto dal governo Renzi, ha ottenuto risultati a dir poco deludenti nonostante le sanzioni stratosferiche previste. Questa stessa visione semplicistica si ritrova nel “Contratto” di Lega e 5Stelle, dove l’unica risposta possibile è quella repressiva, anche quando finisce col danneggiare l’intera collettività. Il discorso è valido anche per le altre proposte, tutte tese a ridurre le garanzie di chi deve difendersi da una pubblica accusa, nonostante il fatto che per il nostro sistema un indagato sia innocente fino a prova contraria. L’allungamento della prescrizione e le limitazioni alla possibilità di accedere ai riti alternativi, che accorciano i tempi processuali, possono avere come unico e logico risultato quello di appesantire ulteriormente una giustizia penale già costretta ad arrangiarsi come può. Sarà questa la forma dell’ingiustizia del futuro, al continuo inseguimento delle paure dei cittadini, a prescindere dall’efficacia delle misure che si propone di introdurre. Concetti come “giustizia” e “sicurezza” diventeranno vuoti simulacri, strumenti al servizio della sola volontà di punire. Niente di nuovo, del resto. Fino al XVIII secolo la pena veniva espiata sotto gli sguardi eccitati del popolo, che accorreva nelle piazze per assistere estasiato ai pubblici supplizi. Certo, oggi nessuno viene più decapitato, lapidato o smembrato vivo, ma la sete di vendetta collettiva rimane la stessa. Che il futuro ci riservi un Far West di giustizieri dal grilletto facile, piuttosto che pattuglie dell’onestà pronte ad ammanettare chi non timbra il biglietto in tram, poco cambia. Avremo comunque rinunciato ad analizzare la criminalità come un fenomeno sociale, preferendo rinchiudere in gabbia chi commette un reato piuttosto che investire in sistemi di recupero davvero efficaci. Di certo, la sicurezza non aumenterà e la giustizia non sarà più efficiente.  “È il populismo penale, dolcezza,” e non importa che sia contrario a tutte le conoscenze che si hanno in materia, non importa che il risultato ottenibile sia l’esatto opposto di quello sperato, basta che tranquillizzi, almeno per un po’.

«I Pm come in Turchia» Salvini furioso per la Diciotti e i 49 milioni. Carabinieri al Viminale, ira del ministro: “Io sono stato eletto, i giudici no”, scrive Simona Musco l'8 Settembre 2018 su "Il Dubbio". «È arrivata al Ministero una busta chiusa dal Tribunale di Palermo. Chissà per cosa sarò indagato oggi. Che dite, la apriamo insieme?». Matteo Salvini annuncia in diretta Facebook di essere iscritto nel registro degli indagati per sequestro di persona aggravato. La Procura di Palermo ha trasmesso gli atti al Tribunale dei ministri chiedendo ai magistrati di svolgere le indagini preliminari nei confronti del titolare del Viminale, modificando i reati contestati. «Sono indagato», conferma il leader della Lega. «Dovrebbe essere il famoso sequestro di persona aggravato dal fatto che io sia un pubblico ufficiale, aggravato dal fatto che a bordo ci fossero dei minori e per il fatto che è andato avanti per più giorni. Dovrebbero essere 15 anni», dice Salvini, nello stesso giorno in cui le forze dell’ordine avevano “dato la caccia” ai migranti della Diciotti fuggiti da Rocca di Papa. «Qui c’è un organo dello Stato che indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato è stato eletto da voi».

LE DICHIARAZIONI. «Mi è arrivata al Ministero una busta chiusa dal Tribunale di Palermo. Chissà per cosa sarò indagato oggi. Che dite, la apriamo insieme?». Con queste parole il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, annuncia ufficialmente, in diretta Facebook, di essere iscritto nel registro degli indagati per sequestro di persona aggravato. La Procura di Palermo ha trasmesso gli atti al Tribunale dei ministri chiedendo ai magistrati di svolgere le indagini preliminari nei confronti del titolare del Viminale, modificando i reati contestati. «Sono indagato», conferma il leader della Lega. «Dovrebbe essere il famoso sequestro di persona aggravato dal fatto che io sia un pubblico ufficiale, aggravato dal fatto che a bordo ci fossero dei minori e per il fatto che è andato avanti per più giorni. Dovrebbero essere 15 anni», dice Salvini, dichiarandosi disponibile ad andare «a piedi a Palermo anche domani a spiegare cosa ho fatto, perchè l’ho fatto e perchè lo rifarei. Io avrei privato della libertà questi migranti che sono scomparsi, che non vogliono farsi identificare», presegue il capo del Carroccio. «Ci sarà sicuramente qualcuno, Boldrini, Renzi, Boschi, Saviano, Chef Rubio, che staranno festeggiando. La maggior parte degli italiani invece non festeggia», è convinto. Ma il problema, per il vice premier, è che «qui c’è un organo dello Stato che indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato è stato eletto da voi», spiega in diretta. «A questo ministro avete chiesto di controllare i confini, contrastare gli sbarchi clandestini. Non sono preoccupato nè terrorizzato. continuerò a fare oggi, domani e in futuro. Non mi toglie il sonno; ecco, lo appendo qua, una medaglietta». Salvini, già imbufalito dalla sentenza del Riesame di Genova che conferma il sequestro dei fondi del suo partito – unico precedente «in Turchia», ironizza – vuole sfruttare politicamente la situazione. «Non mollo di un millimetro, non si molla di un millimetro, se gli italiani mi chiedono di andare avanti, io vado avanti. E se domani dovesse arrivare un’altra nave, non sbarcano. In questo ufficio si sta facendo quello che altri in 5 anni non hanno fatto», dice. «Grazie al procuratore di Palermo, di Agrigento e di Genova, rispetto il vostro lavoro, fate bene e in fretta. Un bacione e buon venerdì sera a tutti».

LE REAZIONI. Si smarca il vicepremier Luigi Di Maio, presagendo il conflitto che potrebbe attanagliare i 5 Stelle che sul fronte della giustizia sono sempre stati sensibili: “Non si possono sostenere le accuse ai magistrati”. Corre ai ripari anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “Il ministro dell’Interno può ritenere che un magistrato sbagli ma rievocare toghe di destra e di sinistra è fuori dal tempo. Non credo che Salvini abbia nostalgia di quando la Lega governava con Berlusconi. Chi sta scrivendo il cambiamento non può pensare di far ritornare l’Italia nella Seconda Repubblica”. Immediata la replica anche dell’Anm: “Le dichiarazioni di oggi del ministro dell’Interno, intervenute dopo la notifica degli atti da parte della Procura di Palermo in merito alla vicenda della nave Diciotti, rappresentano un chiaro stravolgimento dei principi costituzionali, che assegnano alla magistratura il compito e il dovere di svolgere indagini ed accertamenti nei confronti di tutti, anche nei confronti di chi è titolare di cariche elettive o istituzionali”. Il vicepresidente del Csm Legnini: “Giudici legittimati dalla Costituzione, non dal voto”. Pd all’attacco, Renzi: “Leader Lega farnetica, da lui idee aberranti”.

Salvini indagato per sequestro di persona Lui: "Sui migranti non mollo". Il ministro accusato di sequestro di persona aggravato per la vicenda Diciotti: atti trasmessi al tribunale dei ministri, scrive Chiara Sarra, Venerdì 7/09/2018 su "Il Giornale". Dopo quello di Agrigento, pure il pm di Palermo ha deciso di indagare Matteo Salvini per la vicenda della Diciotti, a cui fino al 25 agosto fu impedito di attraccare al porto di Catania e far sbarcare i migranti recuperati nel Mediterraneo. Il reato contestato al ministro dell'Interno è quello di sequestro di persona aggravato. Reato che - recita la comunicazione arrivata al vicepremier - è stato "commesso nel territorio siciliano fino al 25 agosto 2018, in pregiudizio di numerosi soggetti stranieri". Gli atti sono quindi stati trasmessi al tribunale dei Ministri, l'unico organo che ha la competenza di indagare su un membro del governo. Salvini ha voluto aprire l'atto trasmesso dal tribunale di Palermo in diretta Facebook, rispondendo immediatamente alle accuse rivoltegli dalla magistratura. "Vado a memoria, ma credo che saranno almeno 15 anni di galera come pena massima di galera, a cui bisogna aggiungere le aggravanti", ha detto Salvini parlando a chi lo seguiva sui social, "Un organo dello Stato ne indaga un altro. Con la differenza che io sono stato eletto da voi cittadini, miei complici. Altri non sono eletti da nessuno e non rispondono a nessuno". Po si è rivolto ai magistrati: "Interrogatemi domani, vengo a piedi domani, vi spiego perchè lo rifarei", ha aggiunto Salvini, "Non ho tempo da passare con gli avvocati. Non mi toglie il sonno, questo foglio lo appendo nel mio ufficio: medaglietta. Venitemi a trovare a san Vittore con le arance, ma io non mollo di un millimetro finchè gli italiani mi chiedono di andare avanti. E se domani dovesse arrivare un'altra nave carica di clandestini in Italia non sbarca. Dopo la Diciotti non è arrivata nemmeno una nave".

Secondo fonti del Viminale, il ministro vuole farsi difendere dall'Avvocatura dello Stato.

Gian Carlo Caselli: «Difendo Patronaggio: è in corso una crociata antigiudiziaria». Intervista all’ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli, che analizza la polemica che si sta consumando intorno all’inchiesta sulla nave Diciotti. Intervista di Giulia Merlo del 29 Agosto 2018 su "Il Dubbio". «Sì, è ancora in atto una crociata antigiudiziaria senza eguali». Ne è convinto Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo e uno dei principali protagonisti della lotta al terrorismo degli anni Settanta e alla mafia degli anni Novanta. L’analisi parte dall’inchiesta agrigentina sulla nave Diciotti, che ha riaperto la ferita del conflitto tra magistratura e politica, eppure Caselli non se ne stupisce: «La storia ci insegna che nel nostro Paese è antico e diffuso il malvezzo di ostacolare i magistrati che adempiono i loro doveri senza riguardi per nessuno».

L’iniziativa del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che ha indagato il ministro Matteo Salvini per la gestione del caso della nave Diciotti, ha diviso le opinioni sia della classe politica che della magistratura. Lei ha condiviso la scelta del pm?

«Premetto che mi sono sempre astenuto dal prendere posizioni specifiche su inchieste in corso. Pertanto, anche in questo caso mi limiterò a considerazioni generali e astratte. Punto di partenza è che la Costituzione repubblicana vigente disegna una democrazia pluralista, basata sul primato dei diritti eguali per tutti e sulla separazione dei poteri, senza supremazia dell’uno sugli altri, ma con reciproci bilanciamenti e controlli. E’ vero che a questa concezione di democrazia una “robusta” corrente di pensiero vorrebbe sostituirne un’altra: basata sul primato della politica (meglio, della maggioranza politica del momento) e non più sul primato dei diritti. Ma il perimetro rimane sempre quello della Costituzione vigente. Quindi se “la sovranità appartiene al popolo” - il che significa che in democrazia chi ha più consensi, chi ha la maggioranza, ha il diritto- dovere di operare le scelte politiche che vuole – è chiaro anche che ogni potere democratico incontra dei limiti prestabiliti, che la nostra Costituzione fissa fin dal suo primo articolo, là dove stabilisce che la sovranità si “esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”».

E questo come si traduce nel caso di specie? Per il ministro Salvini è stato ipotizzato il reato di sequestro di persona.

«Uno dei limiti di cui dicevo è scolpito nell’articolo 13 della Carta, che proclama “la libertà personale è inviolabile”, nel senso che “non è ammessa forma alcuna di detenzione, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Dunque, il primo interrogativo che ci si deve porre – tenendo conto anche delle regole che la comunità internazionale ed i singoli stati si sono date, a partire dalla Convenzione di Amburgo del 1979 – è se vi sia stata o meno lesione del principio dell’inviolabilità della libertà personale ( con le eventuali conseguenze sul piano processual- penale) nella fattispecie della nave Diciotti, col suo “carico” di persone bloccate a bordo per giorni e giorni per disposizione del ministro degli interni. In altre parole, si tratta di stabilire se il caso in esame appartiene alla sfera della dignità e dei diritti di tutti, una sfera non decidibile, cioè sottratta al potere della maggioranza e tutelata da custodi ( una stampa libera e una magistratura indipendente) estranei al processo elettorale ma non alla democrazia».

Lei ritiene sia così?

«Senza entrare nel merito, che sarà verificato nelle successive fasi di giudizio, le rispondo che nel nostro ordinamento l’esercizio dell’azione penale è obbligatorio e la legge uguale per tutti: per cui definire infondata l’iniziativa della procura agrigentina sarebbe quanto meno azzardato».

L’iniziativa del procuratore Patronaggio ha avuto enorme risalto mediatico e le immagini di lui che sale sulla Diciotti hanno colpito molto. Ritiene si possa parlare di spettacolarizzazione di quest’iniziativa giudiziaria?

«Il procuratore di Agrigento, ispezionando la nave, ha compiuto un atto necessario ed utile per valutare in presa diretta la situazione sulla quale eventualmente intervenire. Se fosse rimasto chiuso nel suo ufficio mentre la tempesta imperversava avrebbe dimostrato insensibilità. Invece, conoscere per meglio giudicare è la strada giusta per i magistrati non burocrati che si ispirano, oltre che al rispetto delle regole, anche all’etica della responsabilità. Certo è che in questo modo ci si espone e si può diventare protagonisti senza protagonismo. Semplicemente facendo il proprio dovere».

La procura di Agrigento, tuttavia, è stata oggetto di attacchi dopo l’iniziativa. È il prezzo da pagare, oggi, per ogni pm che indaga su vicende al centro del dibattito pubblico?

«Con “Tangentopoli” e “Mafiopoli” si è registrata la novità di una magistratura che – sia pure con tutti i suoi limiti – cercava finalmente di applicare la legge anche ai “potenti”. Costoro non potevano rimanere indifferenti. E difatti hanno reagito con vigore, in tutti i modi possibili, senza risparmio di mezzi ed energie. Ed ecco lo scatenarsi, ormai da oltre 25 anni, di una crociata antigiudiziaria senza eguali nelle democrazie occidentali».

C’è chi parla, all’inverso, anche di crociata “antipolitica” da parte della magistratura.

«Ma è un paradosso. Se un magistrato si occupa di un politico, ricorrendo gli estremi in fatto e in diritto di un’accusa di corruzione o collusione con la mafia, subito scatta il riflesso pavloviano secondo cui a fare politica sarebbe il magistrato. Ma c’è di peggio. Non soltanto in Italia ci sono stati personaggi pubblici inquisiti, ma solo in Italia è accaduto che l’esercizio dell’azione penale nei confronti di imputati “eccellenti” abbia determinato la contestazione in radice del processo e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici, spesso indicati “tout court” come avversari politici. Questo invece è proprio ciò cui si è assistito nel nostro Paese, con un crescendo impressionante: un diluvio quotidiano di insulti e calunnie volgari, da osteria, ma ossessivamente riproposti fino a trapanare i cervelli. E si sa che a forza di ripeterle anche le fandonie più clamorose finiscono per sembrare vere. Contemporaneamente, ha preso a dilagare l’idea, terribilmente italiana, di una giustizia “à la carte” valida per gli altri ma mai per sé. Infine, si è verificata l’irresistibile tendenza a valutare gli interventi giudiziari non in base ai criteri della correttezza e del rigore, ma unicamente in base all’utilità per sé e per la propria cordata. Fino al punto, che si è verificato proprio nel caso di cui stiamo parlando, che un importante esponente politico del Carroccio abruzzese ha minacciato i magistrati con parole vergognose: «Se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa… occhio». Si è tornati alle intimidazioni squadristiche».